Davide Mosca
IL PROFANATORE
DI BIBLIOTECHE PROIBITE
© 2012 Newton Compton editori s.r.l.
Per Dada
Prima di correre a cercare risposte vivi bene le tue domande.
RAINER MARIA RILKE
Le parole sono azioni.
LUDWIG WITTGENSTEIN
Tu, Dio, che conosci il nome mio.
Canto popolare
1
Lazzari aveva inaugurato l’enoteca già da due giorni quando entrò il primo
cliente e con voce risoluta ordinò una bottiglia di Falerno. Era un vino che non si
produceva più da almeno millecinquecento anni, a quanto poteva saperne.
Non si era preoccupato di pubblicizzare la nuova apertura e all’inaugurazione
di due sere prima aveva invitato soltanto poche persone: la dipendente del
Comune che lo aveva seguito nelle pratiche amministrative, un paio di fornitori
locali, il muratore e l’elettricista che si erano occupati dei lavori, la sua eclettica
padrona di casa, una di quelle donne capaci di risollevarti il morale con una sola
parola, il portalettere della zona e il commercialista. Il commercialista non era
venuto e al suo posto aveva mandato la segretaria con un mazzo di quindici rose
blu.
Il cliente si chinò rigidamente sul decanter che fungeva da vaso, per sentirne il
profumo. Indossava un abito tagliato su misura e, appuntato sulle spalle, un abito
tagliato su misura e, appuntato sulle spalle, un cappotto di taglio militare. Si
muoveva con la lentezza evasiva e puntigliosa di chi sta per prendere possesso del
suo nuovo ufficio e ha tutta l’intenzione di spostare i mobili e modificare ogni
cosa.
«Forse intende un Falerno del Massico», gli disse Lazzari, grattandosi la
guancia. Non poteva credere che quell’uomo gli stesse davvero domandando un
Falernum, il rosso più amato dagli antichi romani.
«Capita sempre così».
«Capita sempre cosa?» «Si tratta di un comportamento tipico. Speriamo sempre
di non avere capito bene, che ci sia stato un malinteso, un errore, che la cartella
clinica con la diagnosi fatale non sia la nostra, che il nome chiamato dall’ufficiale
sia quello di un altro. Ma non è così, non è mai così».
Lazzari spostò la mano dietro l’orecchio. «Ah no?» «Sa qual è il punto debole
dell’uomo?», domandò lo sconosciuto. Poi, senza concedergli il tempo di
rispondere disse: «La prevedibilità».
«Non capisco».
«Ha capito benissimo ciò che ho ordinato».
Fuori passò una bicicletta. Poco lontano il mare rumoreggiava contro il molo e
il legno del pontile rumoreggiava contro il molo e il legno del pontile anneriva
sotto le onde; oltre il porto-canale, sull’arenile, compattato dalla pioggia della
mattina, una banda di surfisti scaricava le tavole e le mute da due fuoristrada.
«Il vino che mi chiede non esiste più».
«Dice bene, professore».
«Non sono un professore».
«Dice bene per la seconda volta, assistente», confermò l’uomo e si sedette su
una seggiola. Poi si tolse l’ingombrante cappotto, lo ripiegò con cura e se lo mise
sulle ginocchia. «Non è mai andato oltre quel ruolo, vero?».
Lazzari afferrò una dele bottiglie esposte sul bancone. «Posso offrirle un
Aglianico? La provenienza è più o meno la stessa di quel Massico di cui le
parlavo».
L’uomo inforcò un paio di occhiali con la montatura di tartaruga e tirò fuori da
una delle tasche del soprabito un’agendina rivestita di cuoio. In un angolo, sotto
un taglio superficiale, erano cucite in filo d’oro le iniziali C.V.R.
«Lei si iscrive alla facoltà di lettere e filosofia di Genova a diciotto anni e in
appena un triennio sostiene tutti gli esami», attaccò a leggere. «Dopo la laurea,
vince una borsa di studio per un dottorato in storia romana una borsa di studio per
un dottorato in storia romana presso l’Università degli studi di Milano. Lo
completa in tre anni circa con una tesi intitolata Il nome di Roma. Il celebre
professor Casini le offre un ruolo da assistente presso la cattedra di storia romana
e le fa assegnare tramite una fondazione un’ulteriore borsa di studio. Nel
frattempo, infatti, partendo dai dati raccolti durante la tesi, lei ha cominciato a
lavorare a un saggio sulla nascita di Roma. I pochi che hanno potuto visionare i
materiali di supporto ne parlano in toni entusiastici. Professori di altre facoltà
vengono a trovarla. Riviste specializzate ne scrivono. Il clima di attesa cresce». Si
interruppe lasciando intendere a gesti che saltava dettagli e traversie secondarie.
«Sedici anni dopo lei interrompe di punto in bianco la stesura del saggio, prende
la clamorosa decisione di ritirarsi dall’università e...».
L’uomo si tolse gli occhiali, chiuse l’agendina e allargò le braccia. «...Apre che
cosa?» «Un’enoteca», terminò Lazzari.
«Un’enoteca», ripeté l’uomo marcando la parola con disprezzo.
«Credo che lo berrò io, quel bicchiere di Aglianico», disse Lazzari e ne versò
un paio di dita in un calice. Poi ci ripensò e colmò il bicchiere fino all’orlo.
«Posso ripensò e colmò il bicchiere fino all’orlo. «Posso conoscere il suo nome?»
«Gli amici mi chiamano Colonnello».
«E i nemici?» «Non ne ho».
«Viene da parte dell’università? È un agente del consiglio economico o roba
del genere? Volete indietro i soldi delle borse di studio? Non li ho più, li ho
impiegati per studiare e ricercare...».
«Anche questo è tipico», lo interruppe il Colonnello.
«Ah sì?» «Non indoviniamo mai perché veniamo convocati.
Immaginiamo sempre un motivo diverso da quello reale.
Ti arriva una convocazione dall’ufficiale giudiziario e tu pensi a quella volta in
cui non hai pagato le imposte».
Lazzari posò la bottiglia che emise un rintocco sordo sul marmo che rivestiva il
bancone. «Già, non pensiamo mai a un vino aromatizzato al miele in voga due
millenni fa. Siamo davvero privi di immaginazione...».
«Non sono qui per il vino».
Lazzari non sapeva più che smorfia opporre a quelle insensatezze. Ormai non
tratteneva neppure il suo sarcasmo. «Ah no? Mi aveva quasi convinto».
«Sono qui per un sogno».
«Lo ha fatto lei?» «Lo ha fatto lei?» «No, lo ha fatto lei».
«Ah sì?» «Sì, un sogno di nome Roma».
Lazzari rimase in silenzio alcuni secondi. «È stato tanto tempo fa», disse infine
e spinse lontano da sé il calice.
«Duemilasettecentosessantaquattro anni fa, per la precisione. Secondo la
leggenda, Roma fu fondata proprio il ventuno aprile del 753 avanti Cristo. Per
molto tempo gli studiosi hanno tenuto in scarsa considerazione i racconti
tradizionali, ma gli ultimi ritrovamenti archeologici hanno rimesso in discussione
tutto. I misteri sulla fondazione della più grande città di tutti i tempi hanno
ossessionato lei e migliaia di altri che l’hanno preceduta». Il Colonnello tacque
alcuni istanti, studiando l’espressione di Lazzari. Infine riattaccò in tono ancora
più suadente. «Perché lei non crede, vero, che si tratti soltanto di una leggenda...
Lei crede che davvero qualcuno fondò Roma in un certo giorno a metà dell’ottavo
secolo avanti Cristo. Non è così?».
Lazzari distolse lo sguardo. Al di là della vetrina un vecchio con un cappello di
carta in testa e una tuta bianca sdrucita e tempestata di gocce colorate verniciava
bianca sdrucita e tempestata di gocce colorate verniciava una fila di assi. Le
pennellate avevano un ritmo costante: rassicuravano, raccontavano di un mondo
solido, stagioni che si avvicendavano. «Sì, lo credo», ammise Lazzari con un
sospiro.
«Anche le persone che rappresento lo credono».
La voce di Lazzari risuonò assente. «E chi sarebbero?» «La sua è una domanda
non funzionale al nostro discorso. Le basti sapere che le persone che rappresento
possono vantare un particolare primato: realizzano sempre i propri sogni. E lei è
la persona adatta al nostro scopo».
Lazzari scoppiò a ridere, una risata di gola, cattiva e disturbante. «Stia bene a
sentire quello che le dirò...», cominciò, ma si bloccò all’improvviso, perché non
esistevano parole da opporre a quel delirio. «All’inferno!
Ho ascoltato abbastanza. La prego di uscire. Non abbiamo nient’altro da dirci».
Senza attendere l’eventuale replica si chiuse in bagno e aprì il rubinetto al
massimo, affinché il rumore dell’acqua coprisse ogni altro suono. Non voleva
sentire nemmeno lo scatto della porta che si apriva e chiudeva.
Si frizionò la faccia con vigore. Come faceva quell’uomo Si frizionò la faccia
con vigore. Come faceva quell’uomo a conoscere tutti i particolari della sua vita?
Certo, non c’era niente di segreto, e chiunque con un po’ di impegno si sarebbe
potuto procurare quelle semplici informazioni.
Ma perché? Inoltre l’idea di vedere i suoi fatti personali appuntati su
quell’agendina lo disturbava. E disturbato doveva essere anche quell’uomo.
Quando uscì lo ritrovò seduto nello stesso identico posto. «Allora non ci siamo
capiti».
«Lo faremo, non si preoccupi».
«Io non so chi diavolo lei sia...».
«Il vero nome di Roma non è Roma, come lei sa bene», lo interruppe il
Colonnelo. «Tutti conoscono la città più famosa di tutti i tempi, eppure nessuno
conosce il suo vero nome. Quello che possiamo chiamare il primo giorno
dell’Urbe rappresenta uno dei più strabilianti misteri della storia. Le persone per
cui lavoro desiderano venire a conoscenza di questo mistero ed entrare in
possesso di un particolare oggetto usato durante il rituale di fondazione di Roma».
«Se queste persone desiderano mantenere immacolato il primato di cui si
vantano, quello di vedere compiuti tutti i loro sogni, gli dica di scegliersene un
altro.
Questo è irrealizzabile».
Questo è irrealizzabile».
Il Colonnello indicò con gli occhiali la finestra incorniciata dagli scaffali in
legno di betulla. Lazzari seguì il gesto e vide che su alcune bottiglie si era già
depositata una lieve pellicola di polvere. «Siamo venuti a conoscenza di una pista
che può farci risalire indietro fino a quel giorno fatidico. Abbiamo bisogno di
qualcuno che la ripercorra per noi, una guida esperta, la migliore disponibile sul
mercato».
Lazzari prese uno strofinaccio e iniziò a passarlo nervosamente sul banco.
«Tagliamo corto. Mi sta dicendo che avete un indizio?» «È curioso di sapere qual
è? Glielo dirò».
«No, glielo dirò io», disse Lazzari, che cominciava a detestare quel modo di
fare. «Qualcuno è saltato fuori dicendo che se scavate in un tale posto troverete
quel tale reperto, la prova inconfutabile che state cercando.
Sono centinaia di anni che succede così. Scavate pure, non troverete nulla. E
ora sarò felice di offrirle da bere».
«Non è nemmeno curioso di sapere cosa le offriremmo per questo compito?»
«Ho appena rifiutato».
«Sì, ma noi non ritiriamo la nostra offerta», precisò il Colonnello e mise via
l’agendina. «Avremmo potuto Colonnello e mise via l’agendina. «Avremmo
potuto offrirle un’ingente somma di denaro, una cattedra di storia romana in una
delle università più prestigiose d’Europa, la direzione di un potente gruppo
editoriale, perfino la conduzione di una trasmissione televisiva di divulgazione
scientifica. Ma non avrebbe accettato».
Lazzari smise di strofinare. «Ah no?» «No», garantì il Colonnello, come se
Lazzari fosse un paziente con vaghe pretese di autodiagnosi e lui un medico
specialista. «Per questo le offriamo di realizzare il suo più grande desiderio. Ha
dedicato i suoi anni migliori a investigare sul mistero di Roma, studiando giorno e
notte, rinunciando a una famiglia, sacrificando ogni cosa, senza però giungere alla
sospirata scoperta. Ora noi le mettiamo a disposizione gli strumenti tecnici e
finanziari per riuscirci, per realizzare il sogno della sua vita. Non si può rifiutare
la vita, chi la rifiuta muore».
«Già», si limitò a mormorare Lazzari.
Il Colonnello si alzò e si sistemò il soprabito con un gesto disinvolto. «Ci
rivedremo, assistente».
«Cercherò quel Falerno, promesso», fece di rimando Lazzari con tono
sarcastico.
«Invocherà il mio ritorno, glielo assicuro».
Lazzari si infilò le mani in tasca, stringendosi nelle Lazzari si infilò le mani in
tasca, stringendosi nelle spale. «Come no, ma nel frattempo mi tolga una piccola
curiosità Colonnello. Ammesso che non sia tutta una montatura, davvero
pensavate di convincermi con quella storiella sul sogno della mia vita?» «Sì».
«Un po’ poco, non le pare?» «Ora che mi ci fa pensare, forse ha ragione»,
ammise il Colonnello, mentre il suo sguardo si illuminava di colpo, come se
avesse visto la preda infilarsi nela trappola.
Quindi aggiunse in tono vagamente allusivo: «Credo che useremo qualcosa
per... come posso dire... rendere il sogno più credibile».
2
Lazzari chiuse l’enoteca alle nove, e mentre girava la chiave nella toppa sorrise
al ricordo di quello strambo personaggio e delle sue fantasticherie. Si guardò
attorno con un senso di sollievo.
Amava la fine di una giornata di lavoro, quando restavano soltanto piccole
incombenze piacevoli per riempire la sera, come il viaggio di ritorno, il preparare
la cena e poi, perché no, un buon bicchiere di vino.
Il Colonnello, dopotutto, gli aveva portato fortuna.
Appena se ne era andato, erano entrati un uomo e una donna in abiti eleganti
ma stazzonati che si erano scolati una bottiglia di Verdicchio, e poi due muratori a
cui aveva offerto un paio di bottiglie di birra artigianale per farsi perdonare
l’assenza della spina. Ne avevano prese altre tre a testa prima di ritornarsene alla
pensione in cui soggiornavano.
Saltò sulla sua Olmo rossa e fece una puntata fino al canale per controllare il
livello del’acqua: si tranquillizzò nel vedere che nonostante gli acquazzoni degli
ultimi nel vedere che nonostante gli acquazzoni degli ultimi giorni il rischio di
esondazione era ancora lontano. Poi si diresse verso la spiaggia. Nel buio
ingiallito dai lampioni montava la mareggiata: le onde rilucevano per pochi istanti
prima di abbattersi in una tempesta di schizzi sulla battigia invisibile. Intanto il
cielo rotolava verso la città.
Era una sera da fine del mondo.
Respirando a pieni polmoni, con la sabbia e la salsedine sulle labbra, pedalava
lungo le strade deserte e intanto pensava a come sarebbe stata più godibile la sua
vita se non avesse perso così tanti anni dietro ai suoi sogni.
Gli anni non si perdono ma si investono, gli avrebbe fatto notare il suo
professore di esegesi delle fonti antiche, un uomo che negli anni Settanta si era
beccato una pallottola in un piede e ora, chissà che fine aveva fatto. Ecco il guaio
di invecchiare. Non chiedersi più cosa potrebbe esserne di tutte le persone che
abbiamo conosciuto, ma cosa ne è stato.
Da pochi mesi viveva in affitto in un appartamento a Villa Marina, a un
chilometro esatto dalla foce del Rubicone. La padrona di casa si era stupita di un
affitto annuale anziché mensile o stagionale, come accadeva nella stragrande
maggioranza dei casi da quelle parti. Lui nella stragrande maggioranza dei casi da
quelle parti. Lui aveva obiettato che non era un bagnante, e che lontano dal mare
non voleva più vivere, ma al suo mare non poteva tornare. Poi, in modo ancora
più goffo, come chi finisce per allargare una macchia che vuole cancellare, si era
scusato per la frase oscura. Ma lei aveva capito.
Aveva capito che era uno di quelli che tutt’a un tratto decidono di mettere un
punto ala propria vita e cambiare pagina.
Il portone scheggiato del piccolo edificio a due piani era incastonato tra un
negozio che affittava risciò e una piadineria con un sole camuffato da padella
infuocata per insegna. I due locali sarebbero stati aperti dal mese successivo.
L’anno iniziava a Pasqua e finiva al più tardi a Natale, da quelle parti. Appena
entrò, qualcuno lo bruciò sul tempo accendendo la luce delle scale: lasciò la
bicicletta nell’atrio e salì guardando in su.
«Lazzari sei tu?», sentì gridare dall’alto.
Riconobbe la voce. «Sì, signora Fattori».
«Grazie al cielo. Si è presentato un uomo oggi pomeriggio».
Lazzari fece di corsa le ultime due rampe. «Per caso un signore anziano ed
elegante?» «No, giovane», rispose la donna. Poco più bassa di «No, giovane»,
rispose la donna. Poco più bassa di lui e di corporatura giunonica, dava l’idea di
poterlo sollevare con facilità. «Grande e grosso. Portava la barba, gli occhiali
scuri e un cappello con la visiera, di quelli che usano i ragazzini».
«Tipo baseball?» «Baseball? Non so, può essere. Mi sono affacciata dal
terrazzo e gli ho domandato cosa voleva. “Niente signora Fattori”, mi ha risposto,
“volevo solo scusarmi per il disturbo”. Be’, mi sono chiesta come facesse a sapere
il mio nome, ma a lui ho chiesto solo di quale disturbo stesse parlando. “Quello
che ci sarà presto”, mi ha risposto toccandosi il cappello. Allora gli ho chiesto che
volesse dire, ma lui mi ha sorriso e se ne è andato.
Gli ho gridato di fermarsi, ma quello niente. Ma ti pare possibile? Dimmi te».
Lazzari, con un gesto impacciato le posò una mano sulla spalla per
tranquillizzarla.
«Non mi rompo mica», fece lei.
«Non si preoccupi per quello sconosciuto. Forse era solo uno dei lavori
pubblici. Probabilmente voleva avvertirla».
«Non aveva la faccia di uno dei lavori pubblici».
Lazzari aprì la porta del suo appartamento e accese Lazzari aprì la porta del suo
appartamento e accese immediatamente la luce. Guardò in giro affacciato sulla
soglia, ma la sala sembrava in ordine. Entrò con circospezione e controllò anche il
bagno, la cucina e la camera da letto, lasciando ovunque le luci accese. Infine si
abbandonò a un sospiro di sollievo.
Prese una Modelo Especial dal frigo e ne bevve una lunga sorsata. Mentre stava
per posarla sul muretto che divideva la cucina dalla sala, si accorse che le pile di
libri appoggiate contro la parete erano state spostate. I libri d’arte erano accanto
alla finestra e la colonna dei romanzi, invece, più vicina all’angolo. Era sicuro di
avere disposto al contrario le due pile e ne ricordava pure il motivo: aveva
pensato che se in un giorno di pioggia si fosse dimenticato la finestra aperta, o se
il vento l’avesse spalancata, o se gli infissi non avessero retto a dovere, si
sarebbero bagnati i romanzi e non i libri fotografici.
Con il cuore che gli batteva all’impazzata, si avvicinò per controllare. Non
riusciva a spiegarsi come poteva essere successo. Pensò di chiedere alla signora
Fattori se fosse per caso entrata a pulire, ma la avrebbe soltanto spaventata. Di
certo non era stata lì, non lo aveva mai fatto in sua assenza in quei quattro mesi. E
poi, perché mai avrebbe dovuto invertire le colonne dei libri?
Ispezionò ancora una volta l’appartamento, ma per il Ispezionò ancora una
volta l’appartamento, ma per il resto tutto era come lo aveva lasciato al mattino:
sul tavolino c’erano ancora i rimasugli delle matite temperate.
E se avesse chiamato la polizia per segnalare lo strano spostamento?
Probabilmente si sarebbero messi a ridere. Buttò giù il resto della birra per
ricacciare indietro l’ansia che sentiva salire, poi aprì una scatola di fagioli e li
mise a cuocere. Cercò il telecomando con gli occhi, poi si ricordò che il suo
televisore non era predisposto per la ricezione digitale e adesso era scaduto al
ruolo di soprammobile ingombrante e rétro.
Soltanto l’anno prima avrebbe messo su della musica, magari Coltrane, e
avrebbe riletto un capitolo di un romanzo, forse un russo, uno di quelli per cui
l’ironia e la fede sono le sole cose serie della vita, ma in quel momento non ne
sentiva il bisogno. Era in una fase di disintossicazione dai libri, dalla musica, dal
cinema, dall’arte, da tutto quanto potesse allontanarlo da quello che si stava
sforzando di fare. Vivere, finalmente.
In strada un cane abbaiò per un minuto buono, prima di uggiolare e infine
azzittirsi. Rare macchine tracciavano il silenzio di quella sera infrasettimanale:
l’unico rumore era quello dei fagioli che sfrigolavano sul fuoco. Mentre li era
quello dei fagioli che sfrigolavano sul fuoco. Mentre li teneva d’occhio, si
domandò come sarebbe stata la stagione estiva e se sarebbe riuscito a resistere con
i debiti e gli scarsi incassi fino a maggio. Era perfino contento di avere quel
genere di problemi, qualcosa che si potesse toccare con mano e su cui, bene o
male, esercitare un potere effettivo.
Che non abbia potere su di me ciò su cui non ho potere! Così aveva declinato la
sua filosofia di vita da quando si era reso conto di aver convissuto per troppo
tempo con fantasmi e illusioni. Scoprire il mistero di Roma non doveva essere il
suo destino. Gestire un negozio, però, era tutta un’altra faccenda, e lui sentiva di
potercela fare. Quanto ai soldi, avrebbe fatto più economia. Si disse che poteva
mangiare anche con due euro al giorno, e che non avrebbe preso più bottiglie dal
negozio.
Qualche minuto dopo si alzò per prenderne una dalla credenza, all’inferno le
promesse! Era un Barbaresco del millenovecentonovantasei della cantina Giacosa,
una bottiglia speciale che aveva tenuto in serbo per festeggiare l’inaugurazione
del suo locale. La sera dell’apertura, però, si era detto che ci sarebbero di certo
state altre occasioni. Eccone una. state altre occasioni. Eccone una.
Fino ai venticinque anni non aveva mai assaggiato un sorso di vino, e ora non
poteva passare giorno senza berne almeno un paio di bicchieri. Ma d’altronde,
alle trasformazioni si era dovuto abituare. Appena un anno prima sarebbe
scoppiato a ridere se qualcuno gli avesse detto che di lì a poco avrebbe lasciato il
suo lavoro all’università per aprire un bar. E oggi era padrone di un’enoteca.
Certo, era pieno di debiti, ma era convinto di aver fatto la scelta giusta. Non
doveva preoccuparsi: i clienti sarebbero arrivati prima o poi e forse un giorno
anche una donna. Sì, al diavolo Roma e i suoi sogni.
Controllò l’etichetta per la centesima volta accarezzandola con le dita. Stava
ragionando se fosse davvero il caso di stapparla, quando nel silenzio esplose uno
sparo. «Oh merda!». Lazzari sussultò per lo spavento e lasciò cadere la bottiglia,
che si frantumò a terra. Balzò indietro d’istinto e per un istante guardò le scarpe e
i pantaloni chiazzati, poi si lanciò verso il terrazzo. Gli parve di udire passi
affrettati in uno dei vicoli che reticolavano il quartiere, ma non vide nessuno. La
strada era deserta.
Il campanello, intanto, suonava con insistenza.
Picchiò i palmi sul davanzale e rientrò. Mentre Picchiò i palmi sul davanzale e
rientrò. Mentre raggiungeva la porta afferrò una bottiglia vuota che si era
dimenticato sul tavolino la sera prima e la impugnò per il collo. Aveva le mani
sudate e il respiro corto.
Si calmò soltanto quando nello spioncino distinse il volto oblungo della signora
Fattori sormontato da uno strano copricapo. Sembrava una portatrice d’acqua di
ritorno dal fiume. Lasciò cadere la bottiglia nel portaombrelli e aprì. La donna
fece due passi dentro: indossava un accappatoio verde di spugna e sulla testa un
asciugamano acconciato alla maniera di un turbante.
«Hai sentito? Ero appena uscita dalla doccia, cos’è stato?».
Lazzari si schiarì la voce: «Una bottiglia, ho fatto cadere una bottiglia».
«Ah sì, mi sembrava più uno scoppio...», stava dicendo, quando si accorse del
lago di vino sulle piastrelle. «Dove tieni gli stracci?», e si diresse a grandi passi
verso la cucina.
«Sotto il lavello, ma non c’è bisogno».
«Sì, che c’è».
In pochi minuti la signora Fattori raccolse i vetri e lavò il pavimento. Poi si
asciugò le mani sull’accappatoio e, come se si fosse accorta solo in quel momento
del suo e, come se si fosse accorta solo in quel momento del suo déshabillé, si
affrettò verso la porta. «Perché uno di questi giorni non mi lasci le chiavi? Potrei
sistemare un po’ e dare una pulita in giro».
«È troppo gentile».
«Ma no... Vorrei solo evitare che la polvere mi mangiasse la casa...», rise la
donna. Il senso di paura le era completamente scivolato via di dosso, mentre
Lazzari fremeva tendendo l’orecchio ora alla porta ora al terrazzo. «L’ho
promesso a mia nipote, l’appartamento.
Per quando si sposa. Magari una volta te la presento.
Alora, affare fatto?» «Per le pulizie o per sua nipote?» «Una cosa per volta
burdèl, prima la polvere».
Lazzari, dopo un’occhiata alle pile invertite dei libri, le domandò: «Ma lei non
ha un mazzo di chiavi?» «No, ho dato a te tutti e due i mazzi. Ah dì, non li avrai
mica persi?».
Lazzari si toccò la tasca e poi lanciò un’occhiata al gancio sopra il frigo. «No,
ce li ho ancora entrambi».
La signora vide la delusione sul volto dell’uomo e la interpretò a suo modo:
«Una donna è quello che serve a un uomo. Ma avrai occasione... non ti
preoccupare».
«Già».
«Già».
I fagioli si erano bruciati. Lazzari versò la parte ancora intatta in un piatto
fondo. Stava prendendo un cucchiaio quando un tuono rumoreggiò in lontananza.
Non si era mai liberato della paura dei fulmini. Fu quella a costringerlo a fare il
giro delle stanze per spegnere tutte le luci. Ma almeno quel timore aveva una
spiegazione.
Che cosa poteva invece dire degli strani episodi di quella sera? I libri spostati,
lo sconosciuto che annunciava problemi ala signora Fattori e lo sparo avevano un
nesso o era solo la sua mente suggestionabile a collegarli?
Mangiò in piedi davanti alla finestra, mentre i lampi accendevano la notte
mostrandogli per pochi istanti il suo volto sul vetro picchiettato di ditate e aloni.
Appena il tempo di riconoscersi, ma per fortuna, non quelo di giudicarsi.
Scoppiò un altro tuono, questa volta molto più intenso, e fu come se qualcuno
avesse gettato un petardo nella stanza. Il temporale si era avvicinato
all’improvviso con un balzo da gigante e adesso la pioggia saltava sulla strada
come un esercito brulicante di cavallette. Gli sarebbe piaciuto correre fuori per
scrollarsi di dosso la paura. Pregò che il pericolo fosse soltanto nella sua paura.
Pregò che il pericolo fosse soltanto nella sua mente.
Al mattino trovò due persone in attesa davanti alla porta dell’enoteca. Mentre
legava la bicicletta si scusò per averle fatte attendere con quella pioggia.
«Non mi aspettavo clienti così presto», disse sfilandosi la mantellina
gocciolante.
«Infatti non siamo clienti», disse la donna mostrandogli un tesserino. «Siamo
ispettori sanitari».
«Ah». Lazzari tolse le mollette dai calzoni, le infilò in tasca, aprì la porta e fece
segno di entrare.
I due ispezionarono con meticolosità il piccolo negozio, soffermandosi con
particolare attenzione sul bagno e il retrobottega. La donna gli rivolse qualche
domanda, sempre sorridente, mentre l’uomo che era con lei, in silenzio, prendeva
appunti su un taccuino. Ala fine gli consegnò un verbale compilato
minuziosamente.
«Troverà elencate qui tutte le modifiche che deve apportare per mettersi in
regola con le disposizioni in materia igienico-sanitaria. Ha quindici giorni di
tempo.
Poi scatteranno le sanzioni», gli spiegò la donna.
Lazzari scorse velocemente la lista. «Ma sono ben quindici punti!».
«Uno al giorno», disse l’uomo, e uscì, seguito dalla «Uno al giorno», disse
l’uomo, e uscì, seguito dalla donna, lasciandosi alle spalle una scia di impronte
fangose.
Lazzari scorse un’altra volta la lista. Non riusciva a capacitarsene, era convinto
di aver fatto fare i lavori a regola d’arte. Chiamò in Comune e si fece passare
Antonella Fiori, l’impiegata dell’ufficio tecnico che era andata anche
all’inaugurazione. «Antonella, scusa se ti disturbo...».
«L’avrei fatto io. Sono saltati fuori dei problemi con la licenza che hai
rilevato... Un dirigente comunale ha preso in mano la pratica e dice che ci sono
grosse irregolarità».
«Non è possibile! Abbiamo fatto tutto secondo le rego le!».
«Questo lo so, ma non so che dirti. Si faranno vivi, anche molto presto, temo.
Mi spiace».
Lazzari non fece in tempo a riagganciare che il telefono squillò. Era il
commercialista. Era la prima volta che parlava con lui direttamente. Aveva una
voce autorevole e carica di rimprovero.
«Lazzari, ma che razza di nemici si è fatto? Ho avuto una perquisizione della
finanza. Si sono occupati solo della sua pratica ed è davvero insolito,
considerando che della sua pratica ed è davvero insolito, considerando che lei è il
cliente più piccolo che ho».
«Ma è tutto in regola, no?» «In teoria sì», rispose il commercialista, lasciando
la frase pericolosamente in sospeso. «Ma sa come funzionano queste cose».
«No, per la verità non lo so».
«Quando vogliono colpirla, il modo lo trovano. Temo che avrà presto visite. La
prossima volta si scelga meglio i suoi nemici».
Era incredulo. Avrebbe voluto scagliare il telefono contro le bottiglie, un gesto
eclatante, con cui dare sfogo a tutta la sua rabbia. Proprio come quel giorno di
dodici mesi prima, all’università, quando aveva lanciato la sedia contro la porta,
sotto gli occhi terrorizzati del direttore del fondo che finanziava la sua ricerca.
Quel burattino lo aveva messo di fronte a un aut aut: finire il suo libro sulla
fondazione di Roma o raccogliere le proprie cose e andarsene.
Quando il postino arrivò al negozio, lo trovò che passeggiava avanti e indietro
parlando da solo. «Oggi posta», annunciò con il tono di chi sa di portare
finalmente una notizia gradita, e lasciò un plico di lettere su uno dei tavoli.
«Metto una sigla io per te, va bene? Ci si vede stasera per un bicchiere».
A parte una raccomandata dell’ufficio delle Entrate, che mise da parte senza
leggere, le altre arrivavano da biblioteche italiane. Dalla Braidense, l’Estense, la
Nazionale di Firenze, l’Apostolica Vaticana. Chiedevano tutte la restituzione
immediata di volumi presi in prestito anni prima e mai restituiti. Alcune
precisavano il valore di quei libri da corrispondere in caso di smarrimento.
Ammontavano a migliaia di euro. Non era la corrispondenza che aveva
sognato.
«Merda!». Come avevano potuto risalire fino a lui?
Tutti i prestiti li aveva fatti a nome del dipartimento di Storia antica dove
lavorava e non si era mai sognato di mettere la sua firma su qualche modulo.
Forse qualche suo ex collega aveva fatto la spia.
E come era possibile che tutte le biblioteche si fossero decise a recuperare i
volumi nello stesso identico momento? Qualcuno le aveva per caso invitate a
farlo?
Tutte le lettere erano arrivate in contemporanea.
Controllò i timbri postali. Erano partite tra i cinque e i dieci giorni prima dalle
rispettive città. Non aveva alcun senso, ma nulla di quanto gli stava capitando
aveva una spiegazione logica.
Si accorse di avere gli occhi umidi: la rabbia stava a Si accorse di avere gli
occhi umidi: la rabbia stava a poco a poco cedendo il posto alla rassegnazione,
come gli era capitato altre volte in passato. Si sentiva schiacciato da tutti quegli
imprevisti e non sapeva da che parte iniziare per provare a risolverli. Non sapeva
nemmeno se ne avrebbe avuto la forza.
Il padrone dei muri dell’enoteca lo sorprese mentre bruciava le missive nel
lavello. «Dottor Lazzari, la disturbo?», gli chiese tenendo d’occhio con aria
preoccupata il fumo che si sollevava dal lavandino.
Indossava un giaccone da boscaiolo e una camicia a scacchi sbottonata sul
petto villoso.
«No», mormorò Lazzari aprendo il rubinetto.
«In ogni caso... Be’, vede, sono qui perché ho ricevuto la telefonata del
direttore di una banca... Hanno intenzione di aprire una filiale in questa zona».
«E perché lo dice a me?» «Pare che vogliano prendere in affitto proprio questo
locale».
«Sono impazziti? Non gli ha detto che il locale è affittato a me?» «Certo. Gli
ho detto che lei ha rilevato da poco il negozio con l’annesso contratto di
locazione, che ha ancora un anno di durata. E gli ho pure detto che alla ancora un
anno di durata. E gli ho pure detto che alla scadenza a lei spetta per legge il diritto
di opzione per il rinnovo. Ma il direttore mi ha detto che la legge è un’altra in
questo caso».
«Che diamine significa un’altra?» «Mi ha detto che le banche vantano un
particolare diritto di prelazione, che viene prima di qualsiasi altra opzione. Ho
chiamato il mio legale e me lo ha confermato. Si informi lei stesso. Purtroppo
glielo confermeranno. Tra un anno, alla scadenza del contratto, lei sarà costretto a
liberare il locale. Le verseranno una buonuscita. Non sarà granché, ma
comunque... E così...
Sono mortificato», disse allargando le braccia. «Non è colpa mia capisce? Sa
come vanno queste cose...».
«Comincio a farmene un’idea», sussurrò Lazzari piangendo.
3
Il Colonnello arrivò alle cinque. Entrò in silenzio, richiuse la porta a vetri, girò
il cartello con la scritta da aperto a chiuso, scostò una sedia da uno dei tavolini e
si sedette al centro del corridoio.
Lazzari non si voltò. Se ne stava tutto ingobbito su uno degli sgabelli piazzati
davanti al bancone, con la schiena rivolta verso l’ingresso e in mano una tazza
bianca di porcellana piena di caffè. Il bollitore era ancora acceso ed emetteva un
fastidioso fischio di sottofondo.
Pensava spasmodicamente a come sarebbe potuto uscire da quella situazione, i
controlli, le multe, le grane burocratiche, lo sfratto imminente, e non vedeva altra
soluzione se non quella di mollare tutto. E poi?
D’improvviso si sentì stupido: perché si ostinava a pensare razionalmente
quando era chiaro che sotto quella situazione c’era qualcosa di inspiegabile e di
losco?
Qualcuno intendeva rovinarlo. Sollevò gli occhi e il volto del Colonnello
riflesso nello specchio fu la risposta che cercava. «Sì», disse infine agitando la
tazza. cercava. «Sì», disse infine agitando la tazza.
«Sì, accetta la mia proposta?», domandò il Colonnello.
«No».
«Allora cosa intende?» «Sì, ho pregato per il suo arrivo».
«Desiderava ringraziarmi?».
Lazzari fu costretto a voltarsi per capire se davvero lo stesse prendendo in giro.
Il Colonnelo teneva il soprabito ripiegato sopra le gambe, sfoggiando un completo
grigio di fattura sartoriale e scarpe di pelle nera lucidate di fresco. Non c’era
traccia alcuna di ironia sul volto tatuato dalle rughe. «Desidero ucciderla».
«L’hanno desiderato in molti prima di lei», disse il Colonnello liquidando la
faccenda con una smorfia.
Lazzari si costrinse a posare la tazza. Aveva una gran voglia di lanciarla.
«Pensavo non avesse nemici».
«Infatti, non più», confermò il Colonnello con voce neutra. Quindi, come se
non volesse lasciare all’altro il tempo di riflettere su quella frase, aggiunse con
rapidità: «Sa qual è il punto debole dell’uomo? Non sa mai quale sentimento
provare».
«E ora, di certo, lei saprà dirmi invece cosa dovrei prova re». prova re».
«Gratitudine. Dovrebbe essermi grato, dottor Lazzari. La sto liberando di un
peso. Questa vita non è per lei», disse accennando al locale. «Ci sono migliaia di
persone più in gamba di lei per questo mestiere. Se ne faccia una ragione». Tirò
fuori l’agendina in pelle e aggiunse: «Vogliamo cominciare a parlare di affari?»
«Parliamo del mio locale invece».
«Mi pareva di aver già esaurito la questione, ma se ci tiene. Mi sono bastate
due o tre telefonate alle persone giuste per mettere in moto le cose. Ho amici
zelanti in molti ambienti, guardia di finanza e amministrazioni pubbliche
comprese».
«Le lettere», sbottò Lazzari saltando giù dallo sgabello che si rovesciò a terra.
«Sono arrivate oggi.
Significa che erano già in viaggio. Come è possibile?».
Il Colonnello richiuse il libricino sospirando e in tono paziente rispose:
«Sapevamo che lei avrebbe rifiutato la nostra proposta».
«Ah sì?».
«Comportamento tipico. Un uomo che, dopo aver aspettato per sedici anni il
proprio treno, rinuncia e se ne va, non ritorna verso la stazione solo perché sente
un fischio in lontananza. Bisogna portarcelo di peso». fischio in lontananza.
Bisogna portarcelo di peso».
Lazzari represse un conato di vomito. Era senza parole, incapace di articolare
un discorso compiuto. «È proprio vero, allora», disse infine.
Il Colonnello si schiarì la voce, visibilmente infastidito. «Che cosa?» «Che
dentro ogni grande burocrate c’è un piccolo poeta...».
«Vede, assistente», riprese il Colonnello, calcando sulla parola “assistente” con
un’intensità che Lazzari aveva udito poche volte, un’intensità che voleva
ricordargli che nela vita era stato una promessa mancata, un uomo a metà, e che
non poteva permettersi di impartire lezioni. «Nel mio lavoro sono abituato a
parlare con due generi di persone: quelle che si rivolgono a me e quelle a cui io
mi rivolgo. Alle prime, di solito enormemente ricche ed eccentriche, concedo la
licenza di scherzare; non creda, segno tutto sull’onorario. Ma dalle persone a cui
mi rivolgo io, non accetto simili confidenze».
«Mi sta minacciando?» «Non ho fatto altro da ieri. Se ne è accorto,
finalmente?».
Chiusero l’enoteca e se ne andarono allo Sloppy Chiusero l’enoteca e se ne
andarono allo Sloppy Joe, il bar ristorante sul pontile. Un gabbiano vegliava sopra
l’insegna con la faccia dipinta di Hemingway, un volto da pescatore saggio. Il suo
viso invece, doveva sembrare quasi contratto per la tensione. In che razza di guaio
si stava lasciando trascinare?
Si fregò gli occhi con vigore per cacciare quelle visioni. Stare nel presente,
essere il più possibile lucido, capire chi diamine fosse davvero quell’uomo: ecco i
suoi imperativi.
Entrò per primo nel locale e si sedette accanto alla vetrata. Non voleva perdere
di vista la spiaggia e il mare.
Gli ricordavano la possibilità della fuga.
Il Colonnello ordinò un tè e un tramezzino senza alcun tipo di salsa, dopo una
rapida occhiata alla vetrina dei panini accanto al bancone. Lazzari si accorse che
aveva gli occhi chiari, probabilmente verdi, e che un tempo doveva essere stato
biondo. Era ancora un bell’uomo, anche se sembrava voler nascondere il suo
fascino nella fredda compostezza dei suoi gesti.
«Non ho mai capito il piacere che le persone provano per il cibo. L’ho sempre
trovato animalesco».
La voce del Colonnello suonava come un’unghia su una lavagna alle orecchie
di Lazzari. «Come ha fatto a scatenarmi contro quel’inferno di burocrazia? Chi è
lei? scatenarmi contro quel’inferno di burocrazia? Chi è lei?
Per chi lavora?» «Se io le chiedessi come ha fatto a diventare il più importante
esperto al mondo della fondazione di Roma, lei cosa mi risponderebbe? Un misto
di talento, studio e passione. Io ho fatto lo stesso nel mio campo».
«E quale sarebbe il suo campo?» «Sicurezza e operazioni segrete. Diciamo che
esaudisco i desideri dele persone che possono permetterselo».
Lazzari appoggiò la testa contro la vetrata. «E per riuscirci è disposto a tutto?»
«Ritengo che a questo punto dovrebbe già essersi fatto un’idea a riguardo...».
«E comunque non è vero», fece Lazzari.
«Cosa non è vero? Le confesso che questa sua abitudine di rispondere a vecchie
domande comincia a seccarmi. È un vezzo. I vezzi diventano rapidamente vizi».
«Non è vero», proseguì Lazzari incurante del commento. «Non sono affatto il
maggiore esperto delle origini di Ro ma».
«Certo, c’è sempre il suo mentore, il professor Casini, ma un vecchio di
ottant’anni non faceva al caso Casini, ma un vecchio di ottant’anni non faceva al
caso nostro. Questo lo capirà anche lei».
La cameriera posò sul tavolo la birra per Lazzari e il tè per il Colonnello, che
alzò una mano per farlo tacere.
«Il tempo delle sue domande è terminato. Ora penso sia arrivato il momento di
illustrarle la situazione. Il committente di questo incarico è un illustre membro
della Fondazione SigmaPiTau. Immagino che la conosca».
«Immagina male».
«Può trovare tutte le informazioni che desidera su internet. In ogni caso, per le
nostre esigenze immediate, le è sufficiente sapere che è una sorta di cenacolo di
mecenati, persone oltremodo ricche che hanno deciso di impegnarsi attivamente
per la società. Lei ha un’idea anche approssimativa di cosa significhi
l’espressione “oltremodo ricco”?» «Posso immaginarlo», fece Lazzari con una
smorfia.
«Non può, invece. Cercherò di dargliene un’idea io, anche se a grandi linee.
Sappia che un quarto della ricchezza complessiva del continente è posseduto da
appena l’uno per cento della popolazione europea.
Diciamo che il Committente fa parte di questa esigua cerchia. Lei ha idea di
cosa sognino questi miliardari?» «No, non lo posso immaginare e non me ne frega
«No, non lo posso immaginare e non me ne frega niente».
«Aerei personali, ville, auto, yacht? Ne possiedono in quantità. Squadre
sportive, giornali, e altri passatempi sociali? Non gli mancano. L’arte ha
soddisfatto per molto tempo i loro bisogni: la singolarità delle opere d’arte. Ma
anche di queste ne possiedono ormai a bizzeffe».
Poiché Lazzari non dava cenno di voler intervenire, riprese: «Inoltre gli artisti
sono soggetti alle mode. Anni fa tutti compravano Van Gogh, poi è venuto il turno
di Pollock, ora Modigliani». Il Colonnello bevve un sorso di tè prima di
proseguire: «E veniamo dunque al nocciolo della questione. Quale opera d’arte
può davvero definirsi unica? Di tutti gli artisti più quotati esistono lavori in
quantità disponibili sul mercato. È solo una questione di prezzo. E invece ecco ciò
di cui queste persone sono alla ricerca: qualcosa che non sia misurabile con il
denaro», disse rimarcando ogni singola parola. «Capisce?» «Capisco».
«Perciò ora le chiedo: cosa esiste di unico?» «Gli uomini, forse?» «Non sia
sciocco». Il Colonnello spostò il tovagliolo con fastidio. «Gli uomini non solo si
comprano, ma si con fastidio. «Gli uomini non solo si comprano, ma si
controllano con facilità proprio perché sono simili gli uni agli altri nei pensieri e
nelle pulsioni».
«Allora cosa esiste di unico?» «I segreti», rispose il Colonnello. «I segreti sono
la cosa più preziosa del nostro mondo. I segreti fanno la fortuna degli uomini di
potere. E a ogni segreto storico corrisponde un oggetto unico e inestimabile: pensi
al Sacro Graal per la vicenda di Gesù, o all’Arca dell’Alleanza per il patto tra Dio
e Mosè. Poi pensi a quante persone hanno dedicato la loro vita per ritrovarli.
Sto parlando di qualcosa capace di suscitare grandi invidie».
«L’invidia?» «Sì, qualcosa che attiri l’invidia non di molte altre persone, ma di
tutte le persone».
«E tutto questo cosa c’entra con Roma?» «Roma è la città per eccelenza»,
rispose il Colonnello piegandosi verso il tavolo. «Nessun’altra città ha
rappresentato tanto nel’immaginario collettivo.
Qualsiasi impero o potentato o democrazia sia venuto dopo, si è ispirato e
confrontato con Roma. Gli inglesi dicono di avere avuto l’impero più potente,
dopo quello romano. Lo stesso affermano i turchi, gli americani, i romano. Lo
stesso affermano i turchi, gli americani, i cinesi. Cambiano i soggetti, ma non il
termine di paragone: Roma, per tutti. Ebbene, esiste un segreto sulla sua
fondazione, un segreto custodito da millenni».
Se veramente il Colonnello fosse stato desideroso di imparare, avrebbe potuto
insegnarli che i segreti erano tre, ma quell’uomo non aveva fatto altro che
impartirgli lezioni e lui si sentiva troppo stanco e sfiduciato per salire su
qualsivoglia cattedra. «Un mysterium tremendum, un mistero che fa tremare»,
disse soltanto, recitando sottovoce l’antica formula.
Il Colonnello si avvicinò ancora. Negli occhi verdi brilavano piccole pagliuzze
dorate. «Un mistero che ha condotto alla morte molte persone. Stiamo parlando
del nome segreto di Roma. Noi vogliamo quel nome. E il lituo. E lei li ritroverà
per noi».
Lazzari batté le mani sul tavolo. Le stoviglie tintinnarono. La cameriera si voltò
per dare un’occhiata e poi tornò alle sue occupazioni. «Il lituo? Il bastone sacro
con cui Romolo fondò la città? Voi siete pazzi».
«Così vengono chiamati coloro che vedono una cosa per primi. Non vorrà
dirmi, proprio lei, che il bastone non esiste?» «Non esiste più. È esistito senza
dubbio, ma non c’è «Non esiste più. È esistito senza dubbio, ma non c’è più:
bruciato, perduto, distrutto. Scelga lei».
«Lei ha una prova che non esiste più?» «No, però...».
«Il però capovolge un’affermazione... dottor Lazzari.
Ripeto: lei possiede una prova incontestabile che il lituo sia andato distrutto?
Risponda sì o no».
«No, ma...».
«Io, invece, possiedo un indizio sulla sua esistenza», sentenziò il Colonnello.
«Lei sta scherzando?» «L’ultima volta che ho scherzato ero alto come questo
tavolo. Mio padre mi spiegò con parole di cuoio che le facezie sono le armi dei
perdenti».
Lazzari si portò il bicchiere alle labbra, ma la birra era finita. «Quale sarebbe
questo indizio?».
Il Colonnello scostò il piatto con il tramezzino. Lo aveva appena assaggiato. «I
segreti che riguardano la fondazione di Roma sono custoditi da quasi tremila anni
da una setta. Noi abbiamo ragione di ritenere che custodiscano un libro sacro e
occulto e siano in possesso anche del lituo».
«Lei mi stupisce. Come può credere a queste cose?» «Lei avrebbe creduto, ieri
sera, quando mi ha «Lei avrebbe creduto, ieri sera, quando mi ha salutato, di
potersi trovare seduto, oggi, allo stesso tavolo con me e di essere pronto ad
accettare l’incarico che le propongo a prescindere dal compenso?».
Lazzari guardò il mare. La burrasca si stava ritirando lasciandosi dietro una scia
di acque livide. La spiaggia era disseminata di rami e tronchi scuri. Aprì la bocca,
ma non disse nulla. Che cosa poteva fare?
«Abbiamo i nostri mezzi per verificare le informazioni», riprese il Colonnello.
«Quello che lei ha visto dispiegato stamattina è solo un assaggio della guerra che
possiamo scatenare».
«Quale gusto può esserci nel rovinare la vita delle persone?» «Quando tutto
sarà finito, le garantisco che mi ringrazierà».
«Ringraziarla?», ripeté Lazzari come se fosse la cosa più improbabile che
avesse mai udito.
«Le confesso che lei mi ha terribilmente seccato. Per fortuna non sarò io ad
accompagnarla».
«Ad accompagnarmi dove?» «Una persona di fiducia della Fondazione la
attende al Grand Hotel di Rimini. La scorterà durante la missione e le offrirà le
restanti informazioni. Come finalmente avrà e le offrirà le restanti informazioni.
Come finalmente avrà capito, non è stato previsto un suo rifiuto. In quel caso la
rovineremo davvero, con o senza soddisfazione. Questa persona si occuperà
anche delle spese. A lavoro terminato riceverà un compenso commisurato ai
risultati ottenuti. Provvederò anche a sistemare la faccenda dei libri con le
biblioteche. Inoltre potrà riavere indietro la sua bettola, senza pendenze, si
intende. Non credo, tuttavia, che a quel punto la rivorrà».
Quell’uomo sapeva tutto, pensò Lazzari mordendosi le labbra; ma esistevano
altre cose nella vita oltre alla conoscenza, forse più importanti, cose che lui non
intendeva più ignorare... «Non accetto...».
«Non accetta?», lo interruppe il Colonnello come se non credesse alle proprie
orecchie.
«...Non accetto per l’eventuale ricompensa», terminò la frase Lazzari. «O per
salvare il locale o per...».
«Quello che lei racconta alla sua coscienza non è affare mio», lo interruppe il
Colonnello.
«Invece glielo dirò, se non altro per seccarla. Lo faccio per rimediare al’errore
di aver abbandonato la ricerca soltanto perché mi ero accorto di non poter trovare
ciò che cercavo. Avevo dimenticato che possiamo solo cercare e porre domande,
ma non possiamo solo cercare e porre domande, ma non trovare... Ogni
conclusione a cui giungiamo non è che un semplice indizio per una scoperta
ulteriore...». Poi, come se si fosse accorto di essersi messo a nudo, Lazzari cambiò
tono: «Sa cosa scrisse un mistico medievale di nome Antonio da Alba Docilia?».
Il Colonnello intrecciò le mani e sollevò i pollici. «Se ci tiene a dirmelo, faccia
pure».
«“Niente che può essere trovato è degno di essere cercato. Nulla che può essere
catturato è degno di essere cacciato. Saggio è colui che cerca l’introvabile e
insegue l’inafferrabile”».
4
Lazzari passò da casa, infilò qualche indumento in una sacca, chiuse il gas,
staccò il contatore dell’elettricità, mise i due mazzi di chiavi e una busta con
l’affitto del mese successivo nella cassetta postale della signora Fattori poi prese il
primo autobus per la stazione.
Il Colonnello gli aveva ordinato di non perdere tempo, avrebbe pensato lui
all’enoteca, a regolare i conti e sistemare le pendenze amministrative. Era più
facile ubbidire a quell’uomo che ribellarsi.
A eccezione della bicicletta e dei libri, portava con sé tutti i suoi pochi beni
materiali: mille euro in contanti, la collanina della madre, un codice miniato del
Vangelo di Giovanni, e il suo paio di pantaloni preferiti.
Arrivò alla stazione senza guardare neppure una volta dal finestrino
dell’autobus, tanto era immerso nei suoi pensieri. Prese il regionale per Rimini e
una volta arrivato decise di non andare subito in albergo. La fretta degli altri non
era la sua.
Inoltre, aveva ancora troppa ansia da smaltire.
Inoltre, aveva ancora troppa ansia da smaltire.
Percorse il ponte romano e si fermò all’incrocio tra il cardo e il decumano, le
attuali via Garibaldi e via IV
Novembre. Si guardò attorno come se in quel punto preciso potesse
sopraggiungere un’illuminazione.
E se fosse stata tutta una montatura?, si domandò lasciandosi alle spalle il
Tempio Malatestiano. Forse all’hotel avrebbe trovato i suoi vecchi amici, gli
avrebbero detto che erano stati loro a organizzare quell’incredibile scherzo, ad
assoldare un bravo attore di teatro per interpretare il Colonnello e poi a
coinvolgere anche tutti gli altri, l’impiegata del Comune, i falsi ispettori, le
biblioteche... No, sembrava assurdo.
Quei vagheggiamenti lo fecero camminare più spedito di quanto desiderasse e
senza accorgersene si ritrovò sotto l’albergo.
Un uomo in galloni gli aprì il portone. L’atrio era come se lo aspettava, un
salone asburgico con i lampadari di cristallo, il pavimento in marmo lindo, le
colonne di candido rosa, i tavolini di legno con le zampe arcuate e le tende in tinta
con i divani. Se fosse stato ricco, pensò, gli sarebbe piaciuto vivere spostandosi da
un albergo all’altro.
Si guardò attorno indeciso sul da farsi. Nessuno Si guardò attorno indeciso sul
da farsi. Nessuno sembrava accorgersi di lui. Alla reception, due impiegati in
giacca e cravatta confabulavano tra di loro: quello più basso e anziano sembrava
impartire lezioni all’altro. Si sentiva come a una di quelle feste dove non si
conosce nessuno se non il festeggiato, e non si sa bene cosa fare di se stessi.
«Il suo bagaglio, signore», lo sorprese un altro portiere comparendo alle sue
spalle. Era alto, con le sopracciglia unite sopra il naso aquilino.
«Sono solo di passaggio», balbettò Lazzari.
«Non è nostro ospite?» «È mio ospite», si intromise una ragazza.
Lazzari non l’aveva mai vista prima, ma era convinto di aver già sentito quella
voce, roca, suadente e allo stesso tempo stanca, come se fosse abituata a farsi
ubbidire e quell’abitudine le fosse venuta a noia.
Indossava un paio di sneakers, jeans sbiaditi, grandi occhiali scuri e una felpa
verde che portava impresso il logo di un’università americana. Dal cappuccio
spuntavano alcune ciocche di capelli. La maglia le lasciava scoperto un tratto di
schiena all’altezza della cintura, mentre sul davanti un lembo della T-shirt
penzolava sopra la tasca sinistra dei pantaloni. penzolava sopra la tasca sinistra
dei pantaloni.
Il portiere annuì, fece due passi indietro, poi si voltò e se ne andò.
«Grazie», le disse Lazzari.
«Aspetta a ringraziarmi. Il viaggio è lungo».
Lazzari lasciò cadere il borsone. «Sei tu?» «Il Colonnelo non ti ha detto niente?
C’era da aspettarselo. È fatto così, pensa che siano gli uomini a dover viaggiare e
non le informazioni».
«Pensa a sproposito».
«A proposito, mi chiamo Artemisia».
«Avevano terminato tutti i nomi?», le domandò Lazzari stringendole la mano.
Artemisia si sistemò con calma gli occhiali. «Se fossi stato attento alle lezioni
di storia greca, invece di giocare con i soldatini o guardare gli slip della tua
compagna, avresti imparato che Artemisia è stata una grande regina dell’Asia
Minore: quando morì suo marito Mausolo, di cui era perdutamente innamorata,
fece costruire ad Alicarnasso un mastodontico sepolcro, una delle sette meraviglie
del mondo antico. Da allora ogni tomba monumentale porta il suo nome:
mausoleo per l’appunto...».
Lazzari si grattò l’orecchio. «Pensavo che cercaste Lazzari si grattò l’orecchio.
«Pensavo che cercaste un esperto di storia romana, e non di storia greca, scusate
tanto».
«Spero tu sia esperto anche di altre cose. Dovremo passare del tempo insieme e
io mi annoio facilmente. Sai guidare?» «Guidare? Certo che so guidare».
Era un’Audi station wagon grigia. Lazzari infilò le borse nel bagagliaio e salì al
posto di guida. Impiegò qualche minuto per regolare gli specchietti e il sedile,
mentre Artemisia lo osservava in silenzio scuotendo il capo. Infine si immisero
sula via che costeggiava il mare e sfilarono sotto gli alberghi vuoti e silenziosi.
«Mi dispiace per la battuta sul nome, non volevo offenderti», le disse Lazzari.
L’ironia era sempre stato il suo modo per avvicinare gli altri. Con il tempo
aveva imparato a disprezzare quell’approccio, ma quando si sentiva in difficoltà o
in imbarazzo non riusciva a farne a meno.
«L’ha scelto mio padre. Ha una fissa per l’antichità.
Pensa che il passato sia un bel posto dove vivere, se capisci cosa intendo».
«Lo capisco».
«È un terribile egocentrico, ma ha anche i suoi pregi...». pregi...».
«Ecatomno, intendi?» «Chi?», saltò su Artemisia.
Lazzari staccò la mano dal cambio per indicare qualcosa oltre il parabrezza.
«Se avessi studiato con più attenzione storia greca, invece di fissare le gambe dei
tuoi compagni che giocavano a calcio, avresti imparato che Ecatomno era appunto
il padre di Artemisia, moglie e sorela di Mausolo».
«È ora che mi racconti qualcosa di questa vicenda, non trovi?», gli domandò
Artemisia.
Avevano appena imboccato l’autostrada e Lazzari pensava a tutte le città che
erano disseminate davanti a loro – si trattava solo di proseguire sempre dritti,
magari su fino al Mare del Nord. «Io?», fece sorpreso, ridestandosi di colpo dai
suoi pensieri. «Credevo che sarei stato io quello che avrebbe ottenuto
informazioni da te. Tu non lavori per questa fantomatica Fondazione?» «Tu,
semmai, lavori per la Fondazione SigmaPiTau, che non è affatto fantomatica. A
questo punto dovresti essertene accorto. Io sono qui solo per impedirti di metterti
nei guai o di mettere nei guai la Fondazione».
Lazzari fece un gesto con la mano come a dire che era lo stesso. «Che cosa
vorresti sapere?» era lo stesso. «Che cosa vorresti sapere?» «Tutto».
«Tutto è troppo. Come faccio a spiegarti in due minuti quello che ho cercato di
imparare in vent’anni di studio?» «Abbiamo tre ore fino a Milano, o forse cinque
se insisti con questa andatura da vileggiante della domenica».
«Ci proverò. Partiamo da quello che sai tu».
Artemisia si tolse le scarpe e si mise a gambe conserte. «D’accordo. Il
Committente, come lo chiama il Colonnello, vuole a tutti i costi conoscere il vero
nome di Roma e il segreto sulle sue origini; e vuole quel benedetto bastone da far
vedere agli illustri ospiti che frequentano abitualmente casa sua per poter dire a
ciascuno di loro: “Lei è il presidente di quel bellissimo Stato, o di quella potente
banca, ma io tengo in mano il legno con cui Romolo fondò Roma, la città delle
città”».
«Il Colonnello mi aveva parlato di un circolo di mecenati».
«Il Committente è il presidente della Fondazione SigmaPiTau. È lui a
comandare. Gli altri fanno numero».
«È quello che facciamo tutti, in un certo senso», si lamentò Lazzari. lamentò
Lazzari.
«Ora è il tuo turno».
«Parola».
«Cosa?», scattò Artemisia.
«È un’espressione del poker di un tempo. Mai sentita? Significa che tocca
ancora a te parlare. Chi ci aspetta a Milano?».
Artemisia scuoteva la testa. «Abbiamo appuntamento con Achille Vento, quello
che ha messo la pulce nell’orecchio del Committente. Tramite gente del giro, il
Committente è venuto a sapere di questo Vento e della setta di cui fa parte. Pare
che custodiscano il segreto su Roma fin dalle origini».
«Gente di quale giro?», domandò Lazzari.
«Appassionati di oggetti storici, antiquari, galleristi...».
«Tombaroli, ricettatori, trafficanti internazionali...».
Artemisia sbuffò. «Se sai già le risposte, evita di fare le domande».
«Io mi pongo solo le domande di cui conosco già la risposta», borbottò
sottovoce Lazzari.
«Bel modo di fare per uno studioso».
«Come fate a sapere che è una fonte affidabile, questo Vento?» questo Vento?»
«La Fondazione ha incaricato il Colonnello di verificare. Lui ha preso le sue
informazioni e ha decretato che è una fonte attendibile».
«Che cosa vuole questo Vento in cambio delle informazioni?» «Soldi, ovvio.
Gli è stato già dato un acconto, ma fino a oggi non ha svelato nulla: pretende di
parlare con un esperto, dice che le informazioni in suo possesso sono in codice e
vanno decifrate da uno specialista in materia. Quelli della Fondazione hanno fatto
le loro ricerche e hanno scelto te. Ora sai tutto quello che so io.
È il tuo turno: vuoi parlarmi di questo benedetto segreto che riguarda Roma?
Cosa c’è di tanto importante e misterioso da far perdere la testa a uno degli
uomini più ricchi d’Italia?» «Passo».
«Non puoi passare».
«Invece sì, ho bluffato».
Artemisia reclinò il sedile, distese le gambe e intrecciò le braccia sul petto.
«Ma certo, è come sospettavo», aggiunse dopo un po’, come se parlasse da sola.
«Tu devi essere uno di queli che non ha capito nulla della vita». della vita».
«Quello che io non so a proposito della vita potrebbe riempire un’intera
enciclopedia, hai ragione», disse Lazzari.
Non parlarono più fino a quando, poco oltre Parma, Artemisia gli disse di
fermarsi al successivo autogrill.
«Dove ci aspetta quel tipo a Milano?», le domandò Lazzari.
«A casa sua», rispose Artemisia. Si era tolta la felpa e se l’era avvolta intorno al
collo. La T-shirt lasciava scoperta la pelle delle braccia, solcata da un’evanescente
peluria bionda. A Lazzari faceva venire in mente l’estate e i granelli di salsedine
baciati dal sole.
«E dove abita?», insistette Lazzari.
«In piazza Pompeo Castelli».
«Oh cazzo».
«Che c’è? Qualcosa non va?» «Ci ho abitato per qualche anno».
«E qual è il problema?» «Lo stesso del fantasma dell’uomo che torna nel luogo
dove è stato ammazzato».
Al bar dell’autogrill Lazzari prese un caffè lungo e Al bar dell’autogrill Lazzari
prese un caffè lungo e andò a berlo davanti all’espositore dei giornali. Dopo aver
letto i titoli dei principali quotidiani si diresse verso un tavolo per posare la tazza,
ma si scontrò con un uomo sui trentacinque di almeno un metro e novanta.
Indossava un cappellino verde con una D rossa cucita sulla tesa e un paio di
occhiali scuri sopra la barba di un mese.
«Scusa», gli disse.
Il ragazzone gli posò una mano sulla spalla. Pesava come un mattone. «Man,
cerca di stare più attento».
Artemisia, già sulla porta, gli fece un cenno spazientito. «Dài, dài, andiamo! È
tardi!».
«Tardi per cosa?», le domandò Lazzari appena furono ripartiti.
«Non vorrei metterci tutta la vita per scoprire questo segreto».
«In ogni caso non basterebbe».
5
«Per la verità sono tre i misteri che riguardano la fondazione di Roma», disse
Lazzari, quando la ragazza si sve gliò.
Si erano appena lasciati alle spalle il casello di Melegnano. La luce dei
lampioni ammorbidiva la sagoma della città sullo sfondo.
Artemisia sbadigliò, si infilò la felpa e si sistemò sul sedile massaggiandosi le
braccia con le mani. «Ti sei deciso finalmente a parlarmene!».
«Hai freddo? Accendo il riscaldamento?» «Non mi dispiace avere qualche
brivido. Ma torniamo a Roma».
«Il primo mistero riguarda il vero nome di Roma».
«E allora Roma cosa sarebbe?» «Un semplice appellativo di facciata, utile per
mascherare la realtà. Tutte le fonti antiche sono concordi nel ritenere che la città
avesse un nome segreto che non poteva essere né pronunciato né tanto meno
rivelato. Un nome che nessuno ha mai osato mettere per iscritto». nome che
nessuno ha mai osato mettere per iscritto».
«E perché mai?» «Nella mentalità arcaica conoscere il nome di una cosa
significa poter incidere su quella cosa, modificarla, possederla, dominarla»,
spiegò Lazzari.
«Allora è questo che intende il mio psicologo quando ripete che i nomi dei
bambini devono arrivare dalle madri. Dice che devono essere suoni interni, perché
nel nome è contenuto il destino del bambino».
Lazzari annuì. «Nomen omen dicevano i latini».
«E il secondo segreto?», domandò Artemisia. Era incuriosita; non tanto dal
contenuto di quelle spiegazioni, che pure la riguardavano, ma soprattutto
dall’emozione con cui Lazzari ne parlava. Il suo tono era divenuto basso e in
qualche modo sensuale. D’un tratto sembrava un uomo che sapeva quello che
diceva.
«Il secondo segreto concerne il vero nume protettore di Roma, a cui i latini si
rivolgevano con la formula sive mas sive foemina: “sia tu maschio o femmina”. Il
nome della divinità patrona della città non poteva essere manifestato per evitare il
rito dell’evocatio».
«Di che diavoleria si tratta?» «Di una sorta di cerimoniale magico: i pontefici
romani evocavano la divinità protettrice della città da romani evocavano la
divinità protettrice della città da conquistare prima dell’assedio o della battaglia,
promettendole un po sto a Roma in caso di vittoria».
«Ruffiani».
«È rimasta celebre la conquista di Veio e il trasferimento a Roma del culto
principale della città, quello di Giunone Regina».
«Come no, celeberrima», fece Artemisia con evidente ironia.
«I romani assediavano Veio da molto tempo senza successo. Su consiglio degli
aruspici, gli esperti di cose sacre, si rivolsero direttamente alla principale divinità
dei nemici, Giunone Regina, promettendole un tempio a Roma in caso di trionfo.
Poterono farlo, perché conoscevano il vero nome della dea patrona di Veio, ossia
Regina. Le loro invocazioni ebbero successo: pochi giorni dopo presero la città e
onorarono l’impegno trasferendo il simulacro di Giunone a Roma, dove le
eressero un tempio. Capisci ora? Se i nemici non avessero conosciuto il nume
segreto di Veio, non avrebbero mai potuto evocarlo e la città non sarebbe mai
stata conquistata».
Artemisia si strinse le ginocchia al petto e appoggiò i piedi sul sedile. «Chi
conosceva questi misteri? Tutto il piedi sul sedile. «Chi conosceva questi misteri?
Tutto il popolo o...».
«Soltanto una cerchia ristretta, che li serbò gelosamente. Il terzo e ultimo
segreto riguarda la stessa fondazione, per la quale tutti gli autori latini usano il
verbo condere. Pensa all’opera dello storico latino Tito Livio, Ab urbe condita,
che racconta appunto la vicenda della città a partire dalla fondazione».
«Credo di averne letto qualche pezzo al liceo».
«Condere significa “fondare”, ma anche e soprattutto “nascondere”. Che cosa
nascose la città? Gli studiosi dell’epoca pensavano a un passaggio segreto. Devi
sapere che nei resoconti dei riti che accompagnarono la nascita dell’Urbe, le fonti
antiche citano incidentalmente almeno due passaggi misteriosi – quello per gli
Inferi e quello per le Isole dei Beati – e almeno due possibili localizzazioni per
questi ingressi: il mundus nel Foro e la cosiddetta “Roma quadrata”».
«Che cosa sono?» «Il mundus era un pozzo scavato nel terreno e costituiva una
sorta di porta tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Veniva aperto soltanto tre
giorni all’anno: in quelle occasioni gli dèi inferi potevano attraversare la città».
città».
«E perché mai avrebbero dovuto permetterglielo?
Non ha senso».
«Per loro lo aveva. I romani credevano che a intervalli regolari occorresse dare
sfogo a certe forze, affinché non si scatenassero in modo rovinoso. Per questo
permettevano agli schiavi di essere liberi un giorno all’anno, o ai soldati di
prendere in giro i generali durante il trionfo».
«E la Roma quadrata che cos’è?» «Almeno tre diverse cose. Le fonti a riguardo
sono contraddittorie. Roma quadrata indica il perimetro dell’intero Palatino, con
entrambe le sue sommità, Palatium e Cermalus; ma anche, secondo altre fonti,
un’area dello stesso colle davanti al tempio di Apollo o, ancora, una fossa con
annessa una piccola ara, posta sulla sommità del Cermalus, il colle della
fondazione».
«Un altro passaggio?» «Forse».
«Quindi fu su quel colle che venne fondata la città».
«Sì. Anche il termine Cermalus deriva dalla stessa radice del verbo condere e
significa pertanto sia luogo della fondazione sia luogo del nascondimento. Ma che
cosa si nascondesse davvero sotto Roma, questa è a parer mio la questione
fondamentale, la chiave con cui parer mio la questione fondamentale, la chiave
con cui poter penetrare nel castello dove è custodita la verità».
Artemisia si tolse per la prima volta gli occhiali. Nella penombra Lazzari non
riuscì a distinguere il colore dei suoi occhi.
«Tu pensi di avere una risposta a ciascuna di queste domande, non è così?», gli
domandò.
«È così, ma non per questo ho smesso di pormele».
«E perché mai?» «Perché ogni volta la risposta diventa più nitida, più precisa,
più vicina alla verità».
Lazzari lasciò la tangenziale alla prima uscita. La detestava: l’eventualità
terribile di rimanere bloccato nel traffico senza poter svicolare, la vista su un
mondo circolare dove non accadeva nulla, i camion come elefanti in un circo lo
disorientavano.
Imboccò la circonvallazione interna, guardandosi costantemente attorno. Aveva
cenato in molti dei ristoranti che fiancheggiavano i viali, al’epoca in cui per lui la
città era ancora un luogo da esplorare. Per ciascuno di essi conservava almeno un
ricordo. Come se non volesse soffermarsi sui rimpianti, pigiò sull’acceleratore
sfiorando i cento all’ora. sfiorando i cento all’ora.
«Ti sei svegliato finalmente?», lo stuzzicò lei.
Lazzari si diresse verso la parte ovest tagliando a metà la città e soltanto
all’altezza di piazza Diocleziano emerse dal prolungato silenzio. «Scusa se sono
stato reticente».
«Rispetto a cosa?» «Alla questione del segreto di Roma. Per un attimo, è stato
come se mi avessi chiesto il giorno e l’ora della mia morte». Con la mano diede
un colpetto sullo specchietto retrovisore. «Ciascuno di noi tende a scegliersi uno
specchio e a vedere in esso se stesso e la propria sorte.
Il mio è Roma».
«Lo dici come se fosse una colpa».
«Lo è».
Passarono sotto un cavalcavia, superarono il tram numero uno che sferragliava
sotto una galleria di alberi e arrivarono a Villapizzone. Episodi di luce
frammentavano il quartiere. L’insegna al neon di un bar accendeva un angolo
della piazza. Sull’altro lato un gruppo di ombre ciondolava ai margini dei giardini.
Ancora oltre, un lampione illuminava un campo di basket deserto.
Lazzari lanciò una seconda occhiata, ma sotto il canestro non c’era l’uomo
panciuto in tuta grigia che canestro non c’era l’uomo panciuto in tuta grigia che
all’epoca, quasi ogni sera, palleggiava metodicamente per ore, destro e sinistro,
nell’area del tiro da due punti.
«In corso Marcello c’è una pizza al trancio da leccarsi i baffi», disse spinto
dall’improvviso desiderio di ritrovare qualcosa del passato.
«Mangeremo più tardi. Ora muoviamoci», disse Artemisia.
Fece due volte il giro del palazzo e alla fine parcheggiò su un marciapiede tra
due passi carrabili.
Oltre la stazione di Villapizzone le luci soffuse della Triennale promettevano
morbidi divani, beveraggi e belle signore da guardare.
Un gruppo di ragazzi senza età sedeva all’imbocco della via. Indossavano
larghe canottiere sopra i maglioni e cappelli dalla visiera piatta. Alcuni
dondolavano la schiena al ritmo della musica che gorgogliava da un grande stereo
posato a terra come un macigno.
Artemisia suonò ripetutamente all’interno quindici, ma nessuno aprì.
«Ci ha ripensato», disse Lazzari.
«Nessuno ci ripensa, quando ballano certe cifre», assicurò Artemisia, e riprovò,
premendo con forza il pulsante. pulsante.
Un uomo in pigiama e giaccone uscì dal portone insieme al suo barboncino
color neve sporca. Artemisia, senza pensarci due volte, scavalcò con un salto il
guinzaglio teso e oltrepassò l’ingresso.
Lazzari fece un segno all’uomo come per scusarsi e fargli intendere che era
tutto a posto, ma la ragazza lo trascinò dentro.
«Smettila di comportarti come un bambino», gli disse quando furono
nell’ascensore.
Achille Vento abitava all’ottavo piano.
L’appartamento si affacciava su un ballatoio che correva tutt’intorno al cortile
interno, secondo lo stile rivisitato delle case di ringhiera della vecchia Milano. La
porta d’ingresso e una finestra davano sul mezzanino. Artemisia suonò a lungo,
ma ancora invano. Il suono del campanello rimbombava nell’androne,
imponendosi sopra i borboglii che si diffondevano dai televisori accesi negli
alloggi. A Lazzari parve di vedere una tenda muoversi nell’appartamento al di là
del ballatoio.
«Torniamo domani», disse.
«L’appuntamento era per stasera».
«Allora vuol dire che il tuo amico è fuggito con la certa cifra». certa cifra».
«Non si può fuggire da certa gente», disse Artemisia con tono severo, provando
a forzare la finestra. «E poi gli abbiamo dato per il momento solo un piccolo
acconto».
Lazzari scattò per bloccarla. «Ma che diavolo fai?» «Gli infissi sono vecchi e
gonfi di umidità. Se spingiamo in due cedono».
«Sei matta? Si chiama violazione di domicilio».
«Non mi importa nulla di come si chiama. Dammi una mano», insistette la
ragazza, alzandosi sulle punte per fare più forza.
La finestra cedette all’improvviso spalancandosi verso l’interno. Artemisia
sbatté contro il davanzale, le braccia che annaspavano all’interno e le gambe
protese indietro.
Lazzari allora la spinse dentro e, dopo essere entrato anche lui, la costrinse ad
accucciarsi. Poi accostò la finestra e le intimò il silenzio con un cenno, ma nessun
rumore proveniva dal pianerottolo.
«Non ci ha visti nessuno, vuoi smetterla...», cercò di rassicurarlo Artemisia, ma
si bloccò quando si accorse dello sguardo sgomento di Lazzari. Si voltò e vide
quel che lui aveva già notato. La finestra opposta era che lui aveva già notato. La
finestra opposta era spalancata. Il chiarore che proveniva dai lampioni nella
piazza sottostante illuminava un uomo disteso per terra, con le gambe unite e le
braccia allargate, quasi a formare una croce. «Dorme», bisbigliò.
«Senza respirare, porca puttana! È morto, non lo vedi?».
Si avvicinarono carponi verso l’uomo. Doveva avere una trentina d’anni e
sembrava piuttosto robusto. Il volto era tumefatto, lividi profondi gli deturpavano
il naso e la guancia sinistra. Una ferita gli segnava l’arcata sopraccigliare.
Lazzari si chinò per ascoltare il respiro. «No, no, no», non faceva che ripetere,
la voce sul punto di spezzarsi.
Gli piazzò due dita sula giugulare, ma niente. Cercò ansiosamente di ricordare
quello che gli avevano insegnato al corso di pronto soccorso che aveva dovuto
frequentare prima di aprire l’enoteca. Da quanto tempo il cuore di Vento aveva
cessato di battere? Forse, se fosse riuscito a rianimarlo... Che diavolo stava
dicendo? Quello che stava toccando era un cadavere... Per puro scrupolo gli aprì
la camicia, ma uno strano tatuaggio sul petto dell’uomo lo colpì e lo paralizzò,
come se fosse stato dell’uomo lo colpì e lo paralizzò, come se fosse stato morso
da un animale. Artemisia tirò fuori il celulare e fotografò il simbolo. Lo scatto
echeggiò nel silenzio.
«Cos’è?», saltò su Lazzari. Era un fascio di nervi e non si era accorto del
telefono che la ragazza impugnava.
Il flash lampeggiò una seconda volta nella modesta stanza. Il tavolo era
ribaltato e la vetrina sopra la credenza infranta. Barattoli e oggetti giacevano sul
pavimento alla rinfusa.
«L’hanno ammazzato», disse Artemisia. «E poi hanno setacciato
l’appartamento. Cercavano qualcosa...
Questo può significare soltanto che Vento nascondeva qui il libro che stiamo
cercando o addirittura lo stesso lituo».
«Quale libro dannazione?», ansò Lazzari.
«Il Colonnello crede che la setta custodisca un libro millenario sui misteri di
Roma».
«Lascia perdere e illumina questo punto con il telefono», le disse Lazzari, a cui
era parso di notare una scritta sulle piastrelle, in parte nascosta dai capelli del
cadavere.
S.E.
«No, no!», disse Lazzari, appena quelle lettere gli apparvero in modo distinto.
Con le mani sulle tempie, scuoteva la testa in preda all’agitazione. «Non può
succedere proprio a me, non a me, non a me!».
Artemisia lo prese per un braccio. «Che c’è? Che significa?».
Da fuori arrivò un piccolo boato seguito in rapida successione da una sorta di
crepitio. Lazzari si liberò della presa e si lanciò sul terrazzino. Nella piazzetta
sottostante un contenitore cilindrico per i rifiuti aveva preso fuoco, mentre un
uomo si allontanava di corsa.
Riuscì a intravederlo per un istante quando passò nel cono di luce di un
lampione: era alto, con la barba, gli occhiali scuri e un cappellino. Era quasi certo
che si trattasse del ragazzo con cui si era scontrato all’autogrill quello stesso
pomeriggio. «Oh no, no, no!», fece aggrappandosi al corrimano.
Le sirene della polizia si avvicinavano rapidamente.
Intanto dalle finestre e dai balconi circostanti si era affacciato un piccolo
pubblico: uomini, donne e bambini.
Tutti a scrutare il fuoco che illuminava il grande albero al centro dela piazza.
Qualcuno, su un terrazzo del palazzo attiguo, lo indicò: Lazzari si agitò e urtò con
la mano la attiguo, lo indicò: Lazzari si agitò e urtò con la mano la fioriera legata
alla balaustra, che si inclinò cadendo e frantumandosi a nemmeno un metro di
distanza dalla prima gazzella. Lazzari, spaventato, rientrò di corsa
nell’appartamento e afferrò la ragazza che stava frugando nella stanza. «Andiamo
via, sta arrivando la polizia!».
Uscirono dalla finestra da cui erano entrati, ma appena imboccarono le scale,
sentirono lo scatto dell’ascensore.
«Più veloce», fece Lazzari saltando gli scalini tre alla volta. Per poco non
cadde. Aveva le gambe molli e tremolanti.
A metà dela discesa udirono qualcuno risalire dal basso a passi pesanti. Si
guardarono attorno con angoscia. Erano sul punto di tornare indietro quando una
porta si aprì e una donna fece segno di entrare.
Vedendoli esitare, mormorò: «Non so cosa avete fatto voi, ma so cosa ha fatto
la polizia a mio marito. Venite dentro, forza!». Appena furono dentro, si portò
l’indice alle labbra, e poi controllò attraverso lo spioncino. Una bambina con i
riccioli li guardava a occhi sgranati.
Teneva tra le mani una bambola senza un braccio.
I passi ritmati si avvicinarono. Distinguevano persino i respiri pesanti. Lazzari,
immobile, si teneva una mano sul petto. I rumori fecero tremare la porta di legno
leggero, ma passarono oltre lasciandosi dietro un’eco che scemava.
La donna aprì, diede una rapida occhiata e poi sussurrò: «Via libera».
La ringraziarono e uscirono. Scesero a passi felpati, lanciando occhiate ansiose
al’androne. All’ultima rampa si accorsero delle voci. Qualcuno piantonava
l’ingresso.
«I locali dell’immondizia», disse Lazzari, prendendola per un braccio.
«Come lo sai?», mormorò Artemisia.
«Ho vissuto in uno di questi palazzi. Sono tutti uguali».
Saltarono dalla ringhiera e atterrarono in un mezzanino senza rivestimento.
Lazzari spinse la porta di metallo e con Artemisia a rimorchio si inoltrò tra i
bidoni di plastica e i cestelli di alluminio. In fondo al locale filtrava una luce, non
era possibile distinguere se provenisse da una porta o solo da una finestrella.
«Comincia a pregare», le disse accelerando il passo e inciampò sul cemento
grezzo del pavimento.
Appena svoltato l’angolo videro uno spiraglio pallido sotto la parete. Si
precipitarono in quella direzione cercando di capire cosa fosse. Artemisia trovò
una cercando di capire cosa fosse. Artemisia trovò una maniglia, la spinse ed
esultò vedendola cedere.
Attraversarono di corsa il cortile interno e poi il locale rifiuti del palazzo
opposto, e finalmente uscirono in strada.
«Dall’altra parte!», le gridò Lazzari.
I ragazzi con lo stereo erano spariti. Lazzari e Artemisia videro l’Audi, vi si
precipitarono senza mai voltarsi indietro e saltarono dentro più in fretta che
poterono.
“Respira e ragiona e tutto andrà bene”, si ripeté una volta al sicuro. La strada
era senza uscita: da una parte la stazione e dall’altra i giardinetti. Sarebbero stati
costretti a tornare indietro e passare per la piazza dove erano parcheggiate le
volanti della polizia... Ma a quel punto parve ricordarsi di qualcosa.
Ingranò la retromarcia e fece tutta la via a ritroso.
«Vicolo cieco», lo avvisò la ragazza, con la mano sullo schienale. «Non si
passa, ti ho detto», gridò con più energia.
«E io ti ho detto che qui ci ho vissuto».
Scartò il muro e salì sopra il cordolo; percorse il giardinetto per intero
schivando un paio di panchine e sbucò sulla piazza dove c’era il capolinea del
tram. Mise sbucò sulla piazza dove c’era il capolinea del tram. Mise la prima e
imboccò il sottopassaggio per la Bovisa. I graffiti a tutta parete crebbero, si
tinsero di verde e di rosso inferno sotto i fari, infine scemarono di nuovo
nell’ombra quando si infilarono nel tunnel.
Risalirono verso il lato opposto della stazione, ai margini della zona industriale,
e si diressero verso la circonvallazione. Nessuno dei due aveva detto una parola
durante il tragitto.
Lazzari si sentiva il cuore scoppiare. «Devo bere qualcosa», disse.
«Anche io», fece Artemisia annuendo.
Lazzari rallentò solo quando furono in centro, dove i fanali posteriori delle auto
disegnavano lunghi festoni iridescenti. In piazzale Oberdan svoltò a destra
seguendo il percorso guidato per l’inversione. Un tempo avrebbe girato a sinistra
senza pensarci, tagliando l’incrocio, ma quella sera intendeva seguire le regole.
Probabilmente la polizia li stava cercando, l’avevano visto in molti sul terrazzo
di Vento. Sentirsi braccati: ecco una sensazione che non avrebbe mai pensato di
provare.
E poi il volto pesto di quell’uomo, il suo corpo immobile, e ancora quella
scritta sanguinolenta. Cominciava ad e ancora quella scritta sanguinolenta.
Cominciava ad avere paura sul serio e a capire il guaio in cui ormai si era infilato.
Aveva bisogno di alcool, di una preghiera e una voce amica.
Lasciarono l’auto in un’area di carico e scarico e schizzarono dentro il
Nottingham Forest. Due sgabelli liberi al bancone sembravano attenderli. Senza
salutare si sedettero e ordinarono un paio di Margaritas.
C’era un chiacchiericcio compìto nel locale.
Ciascuno sembrava badare agli affari propri. Cravatte allentate, pettinature
stanche, trucchi sfatti. Un’atmosfera da concerto jazz senza jazz.
Soltanto dopo aver bevuto il secondo drink ritrovarono il coraggio di aprire
bocca, anche se Lazzari non se la sentiva affatto di parlare di quanto era accaduto.
Era ancora troppo frastornato.
Artemisia era rossa in viso e scarmigliata, ma la sua era un’agitazione viva,
attiva, di chi era pronto ad agire.
«Allora vuoi dirmi cosa significava quella scritta che hai visto accanto alla testa
di quel cadavere?».
Lazzari si portò il bicchiere alle labbra e lo inclinò, ma non c’era più nemmeno
una goccia. «Non so come dirtelo».
«Dimmelo e basta», tagliò corto Artemisia, facendo «Dimmelo e basta», tagliò
corto Artemisia, facendo intanto cenno al barman.
«Come si fa a dire con parole semplici che hai preso un abbaglio, che ti sei
infilato in qualcosa di più grosso di te, che tutto è diverso da come te lo eri
immaginato, che te la stai facendo sotto dalla paura, che non sai da che parte
cominciare e tanto meno dove andrai a finire, e che vorresti tirarti indietro... ma
che forse è troppo tardi.
Quali sono le parole giuste??».
6
Lazzari si sentì mancare il fiato e uscì di corsa. La ragazza pagò il conto e lo
seguì.
«Tutto bene?».
Appoggiato contro il tronco di un albero, cercava di regolarizzare il respiro. «E
ora?», le domandò quando si sentì di nuovo in grado di parlare.
«Abbiamo due stanze prenotate al Marriott», disse Artemisia.
«Io lì non ci vengo».
«E perché?» «Mi chiedi anche perché?» «Non urlare».
«Te lo dico subito perché», disse Lazzari con fare concitato. «Sotto casa di
Vento ho visto lo stesso tizio alto e barbuto che oggi pomeriggio abbiamo
incontrato all’autogrill di Parma. Deve essere stato lui a chiamare la polizia, o
forse è lui stesso un poliziotto. Ci stava senza dubbio pedinando e quindi conosce
anche i nostri nomi.
Io non vado proprio in nessun albergo dove c’è una Io non vado proprio in
nessun albergo dove c’è una maledetta stanza registrata a mio nome!».
Artemisia, il peso su una sola gamba, intrecciò le braccia al petto. «Non ci ha
seguito nessuno. Tu hai le allucinazioni... Saranno stati i vicini a chiamare la
polizia, avranno pensato a un tentativo di furto».
«E da quando per un tentativo di furto si muovono tre volanti?» «Vuoi
abbassare questa cazzo di voce?» «E così ora penseranno che siamo stati noi ad
ammazzare Vento!».
«Nessuno ci ha visti, hai le allucinazioni».
«Nessuno tranne le cento persone affacciate ai palazzi vicini», insistette
Lazzari.
«Era buio».
«E poi le allucinazioni non incendiano i bidoni della spazzatura».
«Saranno stati i ragazzini».
«Non essere ingenua, per favore! Abbiamo dietro quel tizio, la polizia e magari
pure quelli che hanno ammazzato quel disgraziato di Achille Vento. In fondo era
con noi due che aveva appuntamento. Anche loro conosceranno i nostri nomi.
Dobbiamo assolutamente...».
«Senti, decido io cosa dobbiamo fare, intesi?» «Senti, decido io cosa dobbiamo
fare, intesi?» «Ok, e allora decidi: o lasciamo Milano o dormiamo in auto».
«Aspetta», disse Artemisia, di colpo calma. «Forse conosco una persona che
potrebbe ospitarci. Provo a chiamarla». Si allontanò di qualche passo con il
cellulare in mano. La telefonata durò appena un paio di minuti.
«Ennio non è in casa, ma ci ospiterà lo stesso».
«E come?», domandò Lazzari.
«Vuoi piantarla? Ennio ha detto che avrebbe telefonato ai domestici, ci
apriranno loro. Stai tranquillo, è un buon amico del Committente. Abita in corso
Colombo».
«Va bene», si arrese Lazzari, «chiama un taxi e fatti lasciare davanti alla
stazione di Porta Genova, come se dovessi prendere il treno. Da lì a corso
Colombo sono quattro passi».
«Lo so».
«Come faccio io a sapere quello che sai e quello che non sai?», sbottò Lazzari.
Si teneva il petto, aspettandosi un attacco di panico da un momento all’altro.
L’alcool aveva rallentato ma non bloccato il senso di oppressione che sentiva
localizzato all’altezza dello sterno: respirava affannosamente, gli formicolavano
le mani e sudava. «Io affannosamente, gli formicolavano le mani e sudava. «Io
parcheggio lì intorno e poi ti raggiungo. Ci vediamo direttamente
nell’appartamento. Meglio dividerci, perché stanno cercando di certo un uomo e
una donna».
«La vuoi smettere di vedere fantasmi dappertutto?» «Be’, di fantasmi finora ne
ho visto uno soltanto.
Achille Vento».
Lazzari parcheggiò l’Audi e risalì a piedi corso Colombo. Alla fine l’attacco di
panico lo aveva risparmiato, ma sentiva che il pericolo non era del tutto scampato.
Avvertiva ancora un nodo alla gola e una dolorosa strozzatura alla bocca dello
stomaco, come se qualcuno gli tenesse un dito premuto in quel punto.
Al numero undici c’era un palazzotto dalle pretese rinascimentali, con la
facciata decorata da effigi, tondi, stucchi, lunette e piante rampicanti a nascondere
la parte di muro non ristrutturato. Lo smog, però, aveva già annerito con tratti di
carboncino anche il recente restauro. La terrazza dell’attico era scandita da una
balaustra di marmo e ornata con un pergolato di legno e alberi di agrumi.
L’appartamento dell’amico della Fondazione occupava tutto l’ultimo piano, un
quadrilatero che si occupava tutto l’ultimo piano, un quadrilatero che si affacciava
sul cortile interno dove vari tipi di piante crescevano tra le lussuose automobili.
Un domestico in livrea amaranto andò ad aprire e lo scortò fino alla stanza che
aveva preparato per lui. Busti e spesse cornici rifulgevano nella fioca luce del
corridoio.
Prima di congedarsi l’uomo domandò a che ora avrebbe gradito la colazione
l’indomani.
«All’ora in cui la fate voi andrà benissimo», rispose Lazzari.
«Noi prendiamo servizio alle sette».
«Mi troverà in piedi».
«Come desidera».
«Di cosa si occupa il padrone di casa?», domandò ancora Lazzari accennando
ai dipinti. Non gli sarebbe dispiaciuto rubarne un paio. Nel suo locale non
avrebbero affatto sfigurato. Ma lui ce l’aveva ancora un locale?
«Affari», rispose l’uomo.
«Degli affari suoi... certo... Ottima occupazione», approvò Lazzari grattandosi
una guancia. «La mia preferita. Buonanotte...?» «Cesar», disse l’uomo.
«Buonanotte Cesar».
Si chiuse la porta alle spalle. Ai piedi del letto trovò Si chiuse la porta alle
spalle. Ai piedi del letto trovò un paio di ciabatte e sulla trapunta un pigiama che
odorava di pulito. Curiosò in giro: nell’armadio c’erano giacche, pantaloni e
camicie in abbondanza, mentre in bagno ogni genere di nécessaire.
Artemisia entrò nella stanza senza bussare. «Vieni di là. Dobbiamo parlare».
Lazzari vide i suoi piedi nudi riflessi nello specchio.
«Dammi qualche minuto», le disse.
«Ok, uno».
Ripose lo spazzolino e la seguì per tutto il corridoio fino a un grande salone. Le
imposte erano aperte e la luce della strada disegnava i contorni indefiniti di statue,
divani e quadri. Un pianoforte a coda biancheggiava nell’angolo più lontano come
lo scheletro di un animale preistorico. Lazzari si avvicinò al carrello bar sistemato
tra le due finestre centrali. Le intelaiature di legno bianco rilucevano fiocamente.
«Nessuno ha detto che puoi servirti», gli disse la ragazza.
«Nessuno ha detto nemmeno il contrario», ribatté Lazzari, e porse pure a lei un
bicchiere pieno di rum.
Artemisia prese il bicchiere e si sedette al centro del divano. divano.
«Come lo hanno ammazzato secondo te?».
Lazzari, in piedi di fronte alla finestra, guardava fuori e con la mano libera si
strofinava il petto. «Secondo me non è la domanda giusta», rispose, pentendosene
subito dopo. Una frase simile aveva sentito pronunciarla proprio al Colonnello.
Non riusciva a toglierselo dalla testa.
«Cosa vuoi dire?» «Niente, lascia stare. In ogni caso, secondo me, prima di
ammazzarlo lo hanno picchiato per farlo parlare».
«E lui gli ha detto di noi».
«Penso proprio di sì». Lazzari si voltò, lasciò il bicchiere su un tavolino a tre
gambe e tese la mano verso la ragazza. «Fammi vedere la foto che hai scattato al
tatuaggio che Vento aveva sul petto».
«L’ho già guardato io», disse Artemisia porgendogli il cellulare. «Il disegno
rappresenta un albero tra due collinette, almeno credo».
Lazzari studiò lo scatto per qualche secondo, infine sospirò. «Uno su tre».
«Che vuoi dire? Vuoi smetterla?», fece Artemisia.
«Hai indovinato una cosa su tre. L’albero è un albero, per l’esattezza un fico.
Le collinette, come le hai albero, per l’esattezza un fico. Le collinette, come le hai
chiamate tu, sono le cime gemelle di un unico colle, ma anche due mammelle».
Artemisia premette le mani contro le ginocchia, sporgendosi in avanti. «Un fico
tra due mammelle?».
Lazzari le restituì il telefono e si infilò le mani in tasca.
Era in imbarazzo, come ogni volta in cui doveva spiegare un particolare della
sua disciplina a un profano. Si sentiva ridicolo, e ridicole gli apparivano le
nozioni che illustrava.
«È il fico ruminale che cresceva sulle rive del Tevere, all’epoca chiamato
Albula. Si trovava a pochi passi dalla grotta del Lupercale, alla base del
Cermalus, una delle due vette gemelle del cole Palatino. Proprio sotto a
quell’albero il pastore Faustolo trovò Remo e Romolo in fasce mentre una lupa e
una parra, cioè una specie di civetta, li stavano allattando».
«E allora? Che cosa c’entra questo con le mammelle?», lo sollecitò Artemisia.
«Ruma significa “seno” secondo molte interpretazioni antiche e moderne.
Quindi il fico si chiamerebbe ruminale perché al riparo delle sue fronde la lupa
allattò i gemelli.
Per altri, fermo restando il significato di “mammella”, il vocabolo Ruma si
riferisce alla doppia cima del Palatino, simile appunto a una coppia di seni. Per
alcuni, infine, il simile appunto a una coppia di seni. Per alcuni, infine, il termine
“ruminale” potrebbe riallacciarsi anche al nome della città: in questo caso Roma
deriverebbe da Ruma».
«E la tua idea qual è?» «Lascia perdere le idee. Per l’ipotesi secondo cui il fico
ruminale sia il fico dell’allattamento ci sono ulteriori indizi: uno degli epiteti di
Giove era Ruminus, il più importante a sentire sant’Agostino, perché nutriva il
creato; mentre la dea Rumilia era la protettrice dell’allattamento dei neonati».
«Come erano finiti sotto il fico ruminale i gemelli?» «Erano stati abbandonati
in una cesta sul fiume. È per questo che vengono chiamati i “salvati dalle acque”,
proprio come Mosè. Vedi, è sempre così che ha inizio ogni storia dello spirito,
dall’acqua. Al principio della Genesi lo spirito di Dio aleggia sulle acque, mentre
il Vangelo di Marco si apre con il battesimo di Gesù: Gesù esce dalle acque e lo
spirito si posa sopra di lui».
«D’accordo, ma perché erano stati abbandonati?» «Amulio aveva cacciato dal
trono suo fratello Numitore ed era diventato re di Alba Longa, la città latina più
importante dell’epoca. Per prevenire il pericolo di una discendenza ostile, aveva
costretto la figlia di Numitore, Silvia, a divenire Vestale. Le Vestali facevano
Numitore, Silvia, a divenire Vestale. Le Vestali facevano voto di verginità ma
Silvia, invece, si ritrovò incinta e partorì due gemelli. Allora Amulio ordinò di
ucciderli perché un giorno non potessero reclamare il trono, ma i servi ne ebbero
compassione e li abbandonarono sul fiume Albula, che da Alba correva appunto
verso il luogo dove sarebbe sorta la futura Roma. Su quel sito, all’epoca,
sorgevano i resti di un’importante città decaduta, che si chiamava Settemonti».
«Me la ricordavo diversa la leggenda».
«Ci sono almeno cento versioni diverse dela stessa leggenda. Vuoi che te le
racconti tutte?» «Voglio che mi racconti di quella scritta accanto al cadavere di
Vento».
«Lo farò... Ma prima devi sapere ancora qualcosa sul fico, che per i romani era
un albero sacro. E non solo per loro. In India, per esempio, rappresentava l’asse
del mondo e il Buddha ottenne l’illuminazione sotto un fico.
In Grecia era considerato divino, gli iniziati ai misteri ne mangiavano i frutti
pronunciando la frase: “la verità è dolce”. Inoltre, il fallo utilizzato nei misteri
dionisiaci era di legno di fico, e lo stesso Dioniso era detto creatore e protettore di
questa pianta. E tieni presente che Dioniso era una divinità legata a un ciclo di
morte e rinascita. Nei era una divinità legata a un ciclo di morte e rinascita. Nei
Veda il latte di fico è la potenza fecondatrice dell’universo. Siddharta ottiene il
Risveglio sotto un fico che diventa perciò asse del mondo perché il risveglio
coincide con il ritrovamento del Centro. Per farla breve, il fico ha una forte
valenza misterica e rappresenta per la stragrande maggioranza delle civiltà antiche
la potenza fecondatrice e il centro del mondo».
«Lazzari, la scritta», fece Artemisia, come se non avesse ascoltato una sola
parola.
Lazzari si lasciò cadere su una poltrona. «Sono le iniziali di un’arcaica formula
giuridica latina: sacer esto.
Era la frase rituale con cui i pontefici, che in origine erano i custodi di tutto lo
ius, sia sacro che civile, stabilivano la condanna a morte dei cittadini romani
accusati di aver rotto la pax deorum, il patto di concordia tra gli dèi e la città».
«Ma che cosa significa questa formula?» «“Che il colpevole sia consacrato agli
dèi”, ossia offerto in espiazione. Chiunque, senza correre il rischio di sanzioni,
poteva uccidere un uomo colpito dalla “sacertà”, anzi tutti i membri della
comunità erano spinti a farlo: più in fretta lo si toglieva di mezzo e più in fretta si
poteva risanare la rottura del patto divino», spiegò poteva risanare la rottura del
patto divino», spiegò Lazzari, infervorandosi.
«Un cittadino romano condannato a morte aveva il diritto a una fine rapida, e
per questo veniva giustiziato con un colpo di spada. Solo nel caso dei cosiddetti
crimina maiora, e più in particolare dell’alto tradimento, poteva essere ucciso con
i metodi adottati per gli schiavi e per gli stranieri».
«Cosa stai cercando di dirmi?» «Pensa a come era messo il corpo di Achille
Vento...».
Artemisia saltò in piedi. «Era come se fosse in croce!».
«Quindi non dovremmo chiederci solo come sia stato ucciso materialmente, ma
soprattutto che genere di morte sia toccata al povero Achille. Morte per
crocifissione. Io credo che il vostro amico possa essere stato giustiziato per alto
tradimento».
«Ma è assurdo! Non siamo mica nell’antica Roma!».
Lazzari indicò qualcosa fuori dalla finestra. «Il simbolo che portava tatuato sul
petto non lascia dubbi...
Deve appartenere davvero a una setta: mi pare chiaro il riferimento alla
fondazione di Roma, vista la presenza del fico, che ha tutti quei significati
esoterici cui ti accennavo prima. Spero di sbagliare, ma temo che gli adepti di
prima. Spero di sbagliare, ma temo che gli adepti di questa setta siano convinti di
custodire il segreto cardine dell’umanità e che siano pronti a tutto pur di
difenderlo.
Achille Vento evidentemente ne faceva parte, come vi ha confidato lui stesso.
Ma i suoi compagni devono avere scoperto in qualche modo la sua intenzione di
vendere il segreto, e a quel punto lo hanno picchiato, lo hanno fatto confessare, e
poi condannato e giustiziato».
Artemisia preparò altri due bicchieri di rum e ne porse uno a Lazzari. «E cosa
dovrebbe avere confessato Vento, secondo te?» «Che intendeva rivelarci dietro
pagamento il segreto che custodiscono».
«Come fai a esserne così sicuro?» «Il caso più eclatante che si ricordi di
cittadino romano crocifisso fu quello di Valerio Sorano. Era un antiquario ed
erudito e fu condannato a morte dal Senato nell’ottantadue avanti Cristo, per alto
tradimento».
«E cosa c’entra con noi?» «Sorano era stato eletto tribuno della plebe, e perciò
era un intoccabile. Invece fu condannato senza nessun riguardo per la sua carica,
senza nemmeno un regolare processo a sentire le fonti, perché rivelò che
esistevano un nome e un nume segreto di Roma. Stai attenta: non un nome e un
nume segreto di Roma. Stai attenta: non svelò il contenuto del segreto, ma
semplicemente che esisteva».
«Esattamente quello che ha fatto il nostro Achille Vento».
«Il messaggio della setta è chiaro: morte a chi tocca il segreto».
«È chiaro soltanto per chi ne sa qualcosa».
«Chi non ne sa niente non può cercarlo».
«Forse è così».
«Vento e Sorano... Entrambi hanno parlato dell’esistenza del segreto, senza
però svelarne il contenuto», ripeté ancora Lazzari, come se evocando le parole
potesse avere un’illuminazione improvvisa.
«A nessuno dei due è stato concesso il tempo di farlo, a quanto pare».
«Già».
Artemisia si stirò sollevando le braccia e scoprendo la pancia. «Che cosa
suggerisci di fare?» «Suggerisco di dormire», rispose Lazzari andandosene.
Quando fu sulla porta del salone si voltò un’ultima volta. Tamburellò con le dita
sullo stipite, lo sguardo distaccato di chi si trova già altrove. «Non dare troppa
importanza al mio ragionamento. È solo un’intuizione. Lasciamola riposare, come
diceva Antonio da Alba Docilia: se il lievito c’è, domattina, con la luce del sole,
avremo il nostro pane».
7
Lazzari aprì gli occhi intorno alle cinque, qualche minuto prima che la sveglia
suonasse. Disinserì l’allarme e si fece il segno della croce. Seduto sul bordo del
letto, si massaggiò lo stomaco e fece gli esercizi per i suoi dolori cervicali.
Dopo la doccia, notò un tagliacapelli elettrico sul ripiano del lavello. Gli bastò
un’occhiata ai capelli che gli arrivavano quasi alle spalle per decidersi. Si rasò a
zero, poi prese dall’armadio una camicia blu e un completo grigio, che valutò a
occhio della sua taglia, li indossò e uscì senza più specchiarsi.
La notte precedente non si era accorto che il lungo corridoio proseguiva oltre la
sua stanza fino a una parete mascherata da una tenda. Si avvicinò spinto dalla
curiosità, scostò il pesante tendaggio e si ritrovò davanti a una porta blindata con
a fianco una piccola tastiera.
Curiosò in giro, ma i domestici non erano ancora in piedi. Trovò un bloc-notes
su una scrivania, scrisse un biglietto per Artemisia e glielo lasciò sotto la porta:
Vado biglietto per Artemisia e glielo lasciò sotto la porta: Vado da un amico a
chiedere consiglio. Resta fuori dai guai. Anzi, resta in casa. A stasera.
Una volta in strada, s’incamminò a piedi verso la casa del professor Casini,
proprio di fronte alla basilica di Sant’Ambrogio. Casini era stato il suo mentore:
gli aveva procurato borse di studio e contatti nel mondo accademico e, cosa
ancora più importante, gli aveva trasmesso la sua grande passione per la ricerca.
Lazzari prese un caffè e gironzolò per il quartiere fino alle otto, quando suonò e
salì. La signora Cecilia sollevò un sopracciglio appena lo riconobbe. «Alla
buon’ora, il signorinetto. Chi non muore si rivede», disse prima di farlo
accomodare nel vestibolo.
Era in servizio in quella casa da oltre quarant’anni e non ne voleva sapere di
prendere congedo. Diceva sempre che il professore li avrebbe seppelliti tutti,
senza specificare chi intendesse di preciso con quel “tutti”.
«La trovo bene, signora Cecilia».
«La strada, invece? Quella non l’hai più trovata, eh?».
Lazzari sapeva che sarebbe stata una lunga attesa.
Lui, d’altra parte, lo stava facendo aspettare da quasi un decennio. All’epoca
lavorava al suo saggio già da cinque decennio. All’epoca lavorava al suo saggio
già da cinque anni. L’ultimo giorno che lo aveva visto, Casini lo aveva convocato
nel suo studio e gli aveva dato un ultimatum: pretendeva la consegna del saggio,
finito o non finito, per l’indomani mattina. In caso contrario poteva dimenticarsi il
suo sostegno. L’indomani mattina Lazzari aveva preso il primo treno per Roma,
dove il rettore di un’università privata gli aveva offerto un incarico, con la
promessa di concedergli tempo e risorse per continuare le sue ricerche per il libro
sulla fondazione di Roma.
Pochi minuti più tardi arrivarono i primi visitatori.
Come un patrono romano, Casini aveva l’abitudine di dedicare la mattinata al
ricevimento domestico di amici e ospiti. Lazzari riconobbe tra gli altri un giovane
docente di filologia bizantina che doveva avere quattro o cinque anni meno di lui.
Alle dodici anche l’ultimo dei clientes fu congedato.
Lazzari era rimasto solo nel vestibolo dai sedili foderati di cuoio. Si costrinse a
inghiottire la frustrazione e a non protestare.
Cecilia gli portò un tramezzino e un bicchiere d’acqua. «Ma non dirlo al
professore».
Verso le due si presentò un cardinale. Lazzari lo conosceva di vista e stava
quasi per rivolgergli la parola, conosceva di vista e stava quasi per rivolgergli la
parola, ma l’uomo fu subito ammesso alla presenza dell’anziano professore.
Un’ora più tardi uscì imboccando senza esitazioni la porta. Al suono delle quattro
Lazzari cominciò a dubitare che quell’attesa avesse un senso, ma poco dopo fu
convocato.
Il vecchio sedeva sulla sua poltrona, con Giasone in grembo: con la sinistra
grattava l’orecchio del gatto e con la destra agitava la sua vecchia pipa. A un certo
punto la sollevò con un gesto perentorio.
«Nemmeno una parola sul passato. Ormai mi interesso solo del futuro. E non
mi ricordare quanti anni ho, so benis simo di averne ottanta».
«Professore...», balbettò Lazzari senza staccare gli occhi dal pavimento.
«Una volta ti avrei fatto attendere almeno una settimana, anziché poche ore
come oggi, ma da quando sono malato vivo ogni giorno come se fosse l’ultimo e
pertanto non posso permettermelo. Inoltre so che avresti atteso perfino un mese, e
questo mi è sufficiente».
«Professore, io...».
«Se sei venuto per chiedere il mio perdono, sappi che lo troverai un po’ freddo.
È pronto da molti anni».
Lazzari si avvicinò per abbracciarlo. «Su, su», gli Lazzari si avvicinò per
abbracciarlo. «Su, su», gli disse il vecchio. Avevano entrambi gli occhi rossi. «In
piedi. Sappiamo che per diventare grandi dobbiamo ribellarci pro tempore prima
ai genitori e poi alle auctoritates. E io per te rappresentavo entrambi».
«Grazie».
«Sì, sì, va bene, prendi la sedia e mettiti qui, al mio fianco. Hai visto quel
porporato? Trovo piacevole la sua conversazione. Chi l’avrebbe mai detto? Ho
sempre sofferto la presenza dei preti, mentre ora... è la maledizione di noi toscani,
o mangiapreti o mistici. A proposito di mistici, ricordami cosa diceva quel tuo
Antonio da Alba Docilia sulla grande mietitrice».
Lazzari pensò qualche istante prima di rispondere.
«Che è come guardare il lato della vita non rivolto verso la luce».
«È un pensiero rincuorante, almeno così mi va di intenderlo. Chissà che non
finisca per diventare credente, un giorno o l’altro. Sì, sì, lo so, dubitare è credere,
non c’è bisogno che me lo ricordi».
«Professore...», attaccò Lazzari.
«So perché sei qui», lo interruppe Casini. «Alla fine ti ha persuaso, quel
Colonnello... Persona sgradevole, con tutte quelle sue certezze. Sì, sì, non fare
quella faccia.
Sono stato io a indicargli il tuo nome. Dimmi, piuttosto: Sono stato io a
indicargli il tuo nome. Dimmi, piuttosto: come ha fatto a convincerti?» «Non mi
ha lasciato scelta».
«Sì, sì, è il loro modo», confermò Casini senza specificare a chi o a cosa si
riferisse.
«Perché gli ha fatto il mio nome?» «Mi hanno chiesto quale fosse, a mio
parere, il più dotato tra i giovani studiosi che si occupano della fondazione di
Roma. Soltanto dopo mi hanno spiegato le loro intenzioni. Mi dispiace, figliolo».
«Non importa».
«Sei qui per avere il mio consiglio?» «Sì», ammise Lazzari, che intanto
pensava a come dare un minimo di senso ala domanda che si accingeva a fare.
Sapeva, infatti, quanto Casini fosse suscettibile riguardo a certe derive
sensazionalistiche di quella parte della storiografia sensibile alle tematiche
esoteriche. Ma si fece coraggio. «Professore, sarò sincero... Lei sa per caso
qualcosa a proposito di una setta che potrebbe custodire ancora oggi i segreti sulle
origini dell’Urbe?» «Una setta?... Be’, so quello che mi raccontava il mio
compagno di studi Umberto Parodi. O almeno, lo saprei se fossi stato ad
ascoltarlo», rispose tranquillamente il professore, sorprendendo Lazzari. «I suoi
genitori professore, sorprendendo Lazzari. «I suoi genitori avevano fatto i soldi
con le macellerie. Ne avevano una dozzina nella sola Genova. Lui, però, aveva
altre aspirazioni: si interessava di esoterismo, anche se non proseguì con la
carriera universitaria. Invece divenne una sorta di antiquario, con la passione per
le anticaglie e gli antichi segreti. Vive a Sarzana... sì, a Sarzana, in Liguria.
A Natale ho ricevuto un suo biglietto. È vero che tre mesi sono molto tempo
alla nostra età, ma secondo me è ancora vivo... Se vuoi informazioni su queste
cose, lui è la persona che fa per te».
«Domani stesso sarò a Sarzana».
Cecilia entrò senza bussare. «Sono quasi le sette, la cena è in tavola
professore».
«Mi tiranneggia», sussurrò Casini.
«La lascio, professore», disse Lazzari, e lo aiutò ad alzarsi.
«Certo certo, ma aspetta ancora un minuto. Prima che te ne vada voglio
raccontarti una cosa. Vedi questa pipa?», domandò Casini, e gliela agitò sotto il
naso. «Sai, mio nonno si dilettava di archeologia... Forse ti avrò parlato di lui,
partecipò negli anni Venti alle campagne di scavo sul Palatino. Durante quei
lavori venne divelto un albero secolare, o millenario, se si deve prestar fede alle
albero secolare, o millenario, se si deve prestar fede alle leggende locali. Mio
padre, quando riferiva il racconto del nonno, sosteneva che si trattasse di un olivo,
ma io preferisco credere che fosse un fico. In ogni caso, dal tronco di quell’albero
mio nonno si fece intagliare questa pipa. Lui la diede a mio padre, mio padre a me
e...
Ecco», disse porgendogliela con un’occhiata enigmatica.
«Per fumare non vale niente, ma è un buon cimelio. Ora è tua».
Lazzari non finse di volerla rifiutare, ma la afferrò quasi con timore. Riuscì a
dire soltanto: «Grazie».
«Ti ho insegnato, vero, a leggere nella storia?» «Sì», mormorò Lazzari
sorpreso.
Il professore lo guardò negli occhi ancora alcuni istanti, prima di lasciare la
presa sulla pipa. «Se ti capitasse di finire in un ginepraio, soffiaci dentro».
«Comparirà una sorta di genio dela lampada?», domandò Lazzari.
«No, no, ma ti trasformerai nel pifferaio magico e potrai menare le danze e
condurre via i topi».
«Grazie, di tutto», ripeté Lazzari, senza avere afferrato il senso di quella frase,
ma intenzionato a non chiedere ancora spiegazioni. Forse la malattia aveva
indebolito la mente di Casini. Si chiese se lo avrebbe indebolito la mente di
Casini. Si chiese se lo avrebbe rivisto.
Il professore lo trattenne per il gomito, e avvicinandoglisi sussurrò complice:
«Sai qual è il vero segreto di Roma figliolo?».
Lazzari avvertì le lacrime. Temendo che la voce gli si spezzasse, si limitò a
scuotere la testa.
Il professore sorrise. «Che dopo tremila anni, qualcuno se lo domandi ancora».
Lazzari si gustò per qualche minuto l’atmosfera vespertina che cala sul centro
di Milano dopo le sette, quando il traffico rifluisce, i pendolari ripartono, e in
qualche modo si sa che il peggio è passato, e che il sonno o il vino metteranno a
posto tutte le cose. Poi scese gli scalini che conducevano al quadriportico della
basilica di Sant’Ambrogio, deciso a entrare.
Le luci soffuse riscaldavano l’interno bianco e mattone della chiesa. Accese
una candela pensando ad Achille Vento e poi si sedette su una panca in fondo,
accanto al confessionale, mentre dal pulpito un sacerdote concludeva la propria
omelia. «E così i discepoli di Emmaus avevano camminato a lungo fianco a
fianco con Gesù, lo avevano ascoltato, ma non lo avevano inteso. E
Gesù, lo avevano ascoltato, ma non lo avevano inteso. E quando finalmente lo
riconobbero, lui sparì. Come diceva il tragico greco Eschilo: “gli uomini cercano
Dio e nel cercarlo lo trovano”».
Lazzari uscì durante la benedizione finale. Sentiva di aver con sé qualcosa in
più, ma non riusciva a distinguere cosa fosse. Camminava su via Carducci,
pensando a tutte le persone che nella vita lo avevano amato e a quanto poco lui
avesse fatto per meritarsi il loro affetto, quando una Mercedes scura si accostò
bruscamente al marciapiede. Una delle portiere posteriori si aprì di botto e un
uomo in giacca e cravatta si sporse per chiamarlo.
«Professor Lazzari, salga, presto!».
Lazzari non l’aveva mai visto prima. Cominciò a scuotere la testa e a tremare,
senza riuscire a trovare le parole. Lo sconosciuto allora si sbottonò la giacca
mostrando una pistola. «Salga, professore, per il suo bene».
Lazzari fece per muoversi, ma aveva le gambe di piombo. Proprio quando
l’uomo dentro l’auto allungò la mano per afferrarlo, un fuoristrada scuro si
accodò alla Mercedes senza rallentare e la speronò facendole fare un balzo in
avanti di alcuni metri.
Il rumore dell’urto e la pioggia di frammenti dei fanali Il rumore dell’urto e la
pioggia di frammenti dei fanali scossero dal torpore Lazzari, che si mise
immediatamente a correre, infilandosi nei vicoli dove le auto non potevano
passare e pregando che le gambe non lo abbandonassero. Pareti di mattoni
scorrevano rapide alle sue spalle. Rallentò solo quando non ce la fece più.
Si mescolò ai passanti e scese verso piazza XXIV
Maggio a passo sostenuto, saettando occhiate allarmate in giro. Il panico lo
spinse a correre fino al palazzo dove aveva trascorso la notte.
In casa non c’era traccia di Artemisia.
«Abbiamo ricevuto una telefonata per lei da un certo Colonnello. Ha lasciato
un messaggio. Ha detto che la attende a cena per le nove presso il ristorante
Giacomo in via Sottocorno», gli riferì Cesar.
«Artemisia dov’è?», domandò Lazzari che andava avanti e indietro lungo il
salone in preda all’agitazione.
Cesar mosse i muscoli facciali, cercando di assumere un’espressione adatta a
quanto stava per dire, e con un cenno del mento gli indicò il ficus beniamino che
stendeva i suoi rami frondosi tra le due finestre laterali del salone.
«La signorina Artemisia mi ha detto di augurarle buon Natale».
Lazzari si avvicinò alla pianta. I resti del biglietto che Lazzari si avvicinò alla
pianta. I resti del biglietto che aveva lasciato alla ragazza pendevano come
coriandoli e festoni dal ficus. «Merda», disse a denti stretti.
«È anche passato un uomo e ha chiesto di voi», disse ancora Cesar.
«Chi era?» «Non lo ha detto, e io non l’avevo mai visto prima...
Un signore molto alto, con la barba, gli occhiali scuri e un cappello verde».
8
Il Colonnello sedeva al tavolo nascosto dietro la porta d’ingresso: da lì poteva
controlare chi entrava senza essere visto. Fu il maître a indicarlo a Lazzari, che si
avvicinò a grandi passi con la ferma intenzione di abbandonare l’incarico.
Al fianco del Colonnello vide una ragazza che sembrava pronta per un red
carpet. L’abito nero faceva risaltare braccia e collo scoperti. Aveva lunghi capelli
sciolti, ma la voce, quando disse «Pensavo fossi andato a nasconderti in un buco»,
si rivelò quella di Artemisia.
Le parole piene di rabbia gli morirono in gola. Cercò a tentoni la sedia alle sue
spalle mentre prendeva posto.
«Signori, arriverò immediatamente al punto», esordì il Colonnello sfregandosi
le mani.
«Il punto? Il punto è che qualcuno ci sta dando la caccia. Hanno tentato di
rapirmi appena poche ore fa! E un bestione con barba e cappello ci sta dietro fin
dall’inizio!», sbottò Lazzari, aggrappandosi al tavolo.
I bicchieri di cristallo tintinnarono gettando riflessi I bicchieri di cristallo
tintinnarono gettando riflessi iridescenti contro il mogano che rivestiva la stanza,
simile al coro di una cappella barocca.
«Questo è un corollario, non il punto, dottore», precisò il Colonnello senza
scomporsi. «La questione centrale riguarda piuttosto la nostra missione, se così
vogliamo chiamarla. Il Committente aveva previsto la possibilità che altri fossero
sulle tracce del lituo. Ciò che però non aveva previsto era che la concorrenza
desiderasse l’obiettivo almeno quanto noi e che fosse disposta a usare strumenti
non proprio ortodossi per condurre in porto l’operazione».
«Teme la competizione, Colonnello?», intervenne Artemisia, giocando con uno
dei suoi orecchini.
«Temo l’imprudenza e l’impreparazione», precisò il Colonnello spostando la
lama del coltello verso il piatto.
«E chi sarebbero questi concorrenti, come li chiama lei? Queli sulla Mercedes
che hanno tentato di sequestrarmi? Lo sconosciuto con il cappello? Poche ora fa si
è presentato nell’appartamento dove abbiamo dormito!», si intromise Lazzari.
«Le informazioni sui nostri concorrenti sono riservate e per giunta non
funzionali allo svolgimento del suo compito. A cosa le gioverebbe sapere il nome
compito. A cosa le gioverebbe sapere il nome dell’agenzia che è entrata in
competizione con noi?», fece il Colonnello con voce di ghiaccio. Poi in tono più
morbido: «Ora ascoltatemi. Il mio compito è quello di consigliarvi per il meglio.
E il mio consiglio è quelo di abbandonare la missione».
Lazzari indicò la parete piena di bottiglie. «Dunque potrò tornare a casa? Potrò
riavere la mia enoteca?
Intendo senza debiti e fastidi burocratici?».
Il Colonnello si pulì gli angoli della bocca con la punta del tovagliolo. «Farò in
modo, per quanto è in mio potere, di riportare la sua vita al punto in cui si trovava
due giorni orsono».
«Per quanto è in suo potere? Che significa?», saltò su Lazzari.
«Dottor Lazzari, mi stupisce. Dovrebbe sapere che non basta riportare il pedone
indietro di due mosse, per garantirgli la salvezza. Nel frattempo si sono mossi
anche gli altri pezzi».
«Che cosa sta cercando di dirmi?» «Che se gli agenti della concorrenza
venissero a cercarla, come temo, lei si ritroverebbe al di là della sfera della mia
protezione».
«Insomma, significa che quelli mi daranno comunque «Insomma, significa che
quelli mi daranno comunque la caccia? Questo mi sta dicendo? Sono in ogni caso
con le spalle al muro?» «Sono tutte parole inutili», intervenne Artemisia.
Versò il vino nei bicchieri, alzò il suo per invitare a un brindisi, e bevve senza
aspettare gli altri due. «Noi continuiamo. Eravamo a conoscenza degli eventuali
rischi fin dal principio. Andremo avanti». Poi si rivolse al Colonnello: «Lei sa
quello che deve fare».
«Io devo mettervi in guardia».
«Lo ha fatto».
«Il Committente non gradirà», insistette il Colonnello.
Artemisia si strinse nele spalle. «Non sarà né la prima né l’ultima volta».
Lazzari si stupì per quell’improvviso cambio di ruoli, ma era troppo frastornato
e spaventato per chiedere spiegazioni.
Il Colonnelo posò i gomiti sul tavolo, chiuse una mano nell’altra e vi appoggiò
contro il mento. Dopo alcuni istanti, aprì i pugni. «Signorina Della Rovere, io non
ho detto che il Committente debba rinunciare in modo definitivo al progetto.
Propongo semplicemente di organizzare una nuova squadra, con persone più
idonee», disse marcando l’ultima parola. disse marcando l’ultima parola.
«Persone idonee per cosa?», fece Lazzari.
Artemisia, però, era già in piedi. «Non sentirò una parola di più».
«In questo caso...». Il Colonnello infilò una mano nel soprabito, tirò fuori una
grossa busta di carta marrone e la consegnò alla ragazza. «Dentro troverà le chiavi
di un fuoristrada parcheggiato proprio nel vicolo qui dietro, quindicimila euro in
contanti, un paio di carte di credito non riconducibili a voi, e due cellulari criptati
di difficile identificazione. Le restanti disposizioni rimangono immutate».
«Non ho affatto dato il mio assenso», fece Lazzari.
«Lo darai per strada, andiamo», tagliò corto Artemisia e si avviò verso l’uscita.
Gli sguardi dei clienti la accompagnarono fino alla porta, e solo quando il
ticchettio delle scarpe scemò riprese quello delle stoviglie.
«Lazzari, lei mi pare l’unico uomo presente in questa sala che non sia ansioso
di seguirla».
«Io sono ansioso solo di capire: prima ha voluto farmi intendere che se tornassi
alla mia enoteca, gli uomini che hanno tentato di rapirmi oggi tornerebbero a
cercarmi?» «Rapirla? Non sia drammatico. Intendono «Rapirla? Non sia
drammatico. Intendono semplicemente proporle di lavorare per loro. Certo se
rifiutasse, non so come la prenderebbero. Vuole scoprirlo?» «Mi sta ricattando in
poche parole: se mi tiro indietro mi lascerà alla mercé di quegli uomini».
«Di quei paramilitari, sì. D’altronde mi dica, perché dovrei proteggere un uomo
che non lavora più per me?
Se invece riuscirà a ottenere i risultati sperati, le assicuro che non avrà più di
che preoccuparsi».
Lazzari tenne gli occhi sulla tavola. Non aveva neppure avuto il tempo di
ordinare qualcosa. «È tutto maledettamente assurdo, ma a quanto pare ancora una
volta non mi lasciate scelta».
«Non se ne pentirà, stia tranquillo», garantì il Colonnello. «La signorina Della
Rovere mi ha confidato che lei ha individuato una pista. Mi pare di intendere che
lei non ritiene più frutto di fantasia l’esistenza di una setta che custodisce dei
segreti su Roma. C’è voluto un morto per convincerla. Ma si sa... è un difetto
tipico degli uomini: solo la morte è capace di mostrare loro la verità».
«Senta, non può dirmi nulla su questi paramilitari, come li chiama lei, che
stasera hanno cercato di abbordarmi?», tornò ala carica Lazzari che non riusciva
abbordarmi?», tornò ala carica Lazzari che non riusciva a toglierseli dalla testa.
«Nulla che potrebbe giovarle, gliel’ho detto, però posso darle un’ultima
informazione», disse il Colonnello tirando fuori un’agendina nera. «Achille Vento
è stato ucciso dal Syn-ake, un veleno a base di siero di vipera».
Lazzari lasciò cadere la forchetta che aveva allungato verso il piatto di
Artemisia, in direzione del pesce che lei non aveva mangiato. «Oh merda».
«Che cosa ho detto?», domandò il Colonnello.
«La scelta del veleno di vipera non può essere casuale. Ha senza dubbio a che
fare con la poena cullei, la “pena del sacco”. Il condannato a morte veniva infilato
in un sacco di cuoio insieme a una vipera, un cane, un gallo e una scimmia e poi
gettato nel Tevere. Un supplizio terribile, riservato solo ai crimini maggiori, come
il parricidio per esempio. Secondo le fonti antiche la introdusse il re Tarquinio per
punire il decemviro Atinio, colpevole di aver divulgato alcuni riti sacri. Ci pensi
bene... proprio quello che si proponeva di fare Achille Vento».
«Ha visto? Grazie a me sta camminando per le strade dell’antica Roma».
«Ma a questo punto, non crede sarebbe il caso di «Ma a questo punto, non
crede sarebbe il caso di informare la polizia?» «Queste informazioni mi sono
arrivate proprio da loro», rispose con aperta ruvidezza il Colonnello. «E mi
permetta di chiarire un punto su cui forse non sono stato sufficientemente chiaro.
Lei non si rivolgerà mai, e sottolineo mai, alla polizia. Per nessun motivo. Sarò io
a occuparmi di tutto, compresa la sua protezione. La riservatezza dell’intera
operazione deve essere garantita a ogni costo. Non sto a dirle quale sarebbe la mia
reazione nel caso disubbidisse a quest’ordine. È chiaro?».
Lazzari annuì.
«Mio padre mi ha insegnato che le cose funzionano quando ciascuno svolge il
proprio compito. Lei cerchi di portare a termine il suo. Alla sua incolumità
penserò io».
«Deve averle insegnato molte cose suo padre».
Il Colonnello lo studiò per cogliere una qualche ironia, e quando fu certo di non
trovarne, disse con voce perentoria: «Una su tutte, che la pregherei di
rammentare.
La chiamava la regola d’oro del mondo moderno.
Diceva sempre che il bravo venditore vende il suo prodotto, ma quello
eccezionale riesce a vendere due volte lo stesso prodotto».
Trovò Artemisia appoggiata all’auto. Evidentemente doveva essere sicura che
la avrebbe raggiunta. Gli lanciò le chiavi e salì dietro. «Guida tu, intanto io mi
cambio».
Lazzari entrò e sbatté la portiera con rabbia, intenzionato a mostrare tutto il suo
fastidio. «Pensi che sappia dove diavolo dobbiamo andare?» «Non lo penso, l’ho
visto».
«E dove? Nella sfera di cristallo?» «Ce l’hai scritto in faccia». Artemisia si
sfilò il vestito rimanendo in mutande e reggiseno. Lazzari distolse lo sguardo
dallo specchietto, ingranò la prima e partì. Era troppo stanco, e di colpo affamato,
per alimentare la propria rabbia. «Per caso hai letto sulla mia faccia anche il nome
preciso del luogo dove intendo andare?» «Piantala... Tu, piuttosto, hai visto in
volto quelli che secondo te avrebbero cercato di rapirti?» «Sì, certo che li ho visti,
ma non li conoscevo. Hai sentito il Colonnello: secondo lui erano uomini di
un’agenzia concorrente», disse Lazzari. «Paramilitari».
«Non sei contento? Tutti ti cercano».
«A quel disgraziato di Vento hanno fatto ingerire siero di vipera: abbiamo a che
fare con pazzi che credono di vivere nell’antica Roma». credono di vivere
nell’antica Roma».
Artemisia si intrufolò tra gli schienali e prese posto al suo fianco. Indossava dei
pantaloni chiari e un ampio cardigan sopra una T-shirt bianca. «Il Colonnello
penserà a proteggerci, noi concentriamoci sull’obiettivo. Dove si va?».
Lazzari assestò una manata al volante e sbuffò. «Al mare», rispose secco.
«Andiamo a trovare un esperto di sette antiche. Forse lui può aiutarci a capire chi
siano davvero gli uomini che hanno ucciso Vento e magari fornirci qualche
indizio per rintracciarli. So che è una pazzia, ma non saprei proprio da dove altro
ripartire».
Artemisia gli passò una mano sulla testa. «Che fine hanno fatto i tuoi capelli
anni Settanta?» «La stessa fine del mio cervello...».
Percorsero i viali interni della città e imboccarono l’autostrada alla barriera sud
di Milano. Gli sbadigli di Lazzari erano sempre più ravvicinati e profondi.
«Vuoi che guidi io?», gli domandò Artemisia.
«Al prossimo autogrill».
Nell’area di sosta, sotto i cartelloni pubblicitari illuminati, i camion erano
parcheggiati gli uni accanto agli altri, come auto in un drive in. Il locale era
deserto, ma caldo. Bevvero un caffè doppio a testa e ripartirono. caldo. Bevvero
un caffè doppio a testa e ripartirono.
«Pensavi che fosse tutta una pagliacciata, vero? Non ti aspettavi che la setta
esistesse realmente e che fosse pronta a uccidere», disse Artemisia dopo qualche
chilometro.
Lazzari aprì un occhio. Senza rendersene conto si era addormentato. Si sentì a
disagio pensando che lo avesse sentito russare. In fondo lei era una perfetta
estranea. Si stirò cercando una posizione per alleviare i dolori alla schiena e
mosse il collo avanti e indietro, inspirando ed espirando come gli aveva spiegato
l’osteopata. «Sapevo che esisteva nei tempi antichi e che ne facevano parte gli
uomini dell’epoca, ma francamente credevo fosse scomparsa molti secoli fa, al
più tardi con la caduta di Roma».
«Roma», ripeté Artemisia. «Perché non mi racconti della sua fondazione?»
«Non saprei da dove partire».
«Parti da Romolo e Remo».
«Dovresti dire Remo e Romolo, allora. I romani citavano sempre Remo per
primo; era lui il primogenito».
«Non vorrai dirmi che sono esistiti davvero?» «Esiste Roma ed esiste la loro
leggenda. Possono cambiare i fattori, ma non il risultato finale». cambiare i
fattori, ma non il risultato finale».
«Ma tu mi hai detto che ci sono tante varianti della stessa leggenda».
«Io credo che ne esista una originale, ed è quella incentrata sul cosiddetto
“nucleo albano”, su cui poi sono fiorite le altre narrazioni. I primi racconti greci
sull’argomento, ad esempio, risalgono al settimo secolo avanti Cristo. Esiodo
racconta che Ulisse e Circe, genitori di Latino e Fauno, da un luogo
nell’entroterra del Lazio, verosimilmente Alba, governavano sui tirreni, nelle
Isole dei Beati. Stesicoro ed Ellanico, di poco posteriori, raccontano di Enea in
Italia. Tutti questi elementi vanno ad aggiungersi e a incrostare la narrazione
originaria di Remo e Romolo».
«Ieri mi accennavi di Silvia, la madre dei gemelli. È una figura che mi piace...
vergine e madre».
Lazzari sospirò, in fondo era un modo per non pensare al cadavere di Vento e
agli uomini che forse gli stavano dietro. «Silvia era la figlia di Numitore, che era
stato re di Alba prima che suo fratello Amulio gli portasse via il trono. Amulio,
quando divenne re, costrinse Silvia a diventare sacerdotessa di Vesta. Le Vestali
custodivano il fuoco sacro di Vesta, che non doveva mai spegnersi, perché
simboleggiava la doveva mai spegnersi, perché simboleggiava la perennitas del
patto tra uomini e dèi. Un giorno Silvia era al torrente per attingere l’acqua
necessaria alla pulizia degli arredi sacri ma si addormentò e fu presa da un dio,
forse Marte».
Artemisia sorrise. «Presa?» «Ovidio scrive esattamente: “vista, la bramò.
Bramatala, la possedette”».
«Non male».
«La poesia o la situazione?», scherzò Lazzari, cercando di leggere l’espressione
della ragazza nella penombra rischiarata a intervalli dai fari.
Artemisia non lo deluse. «La situazione».
«Peccato che se una Vestale rimaneva incinta doveva subire la condanna di
essere sepolta viva. Agli occhi di Amulio la sua colpa era addirittura doppia,
perché i suoi figli avrebbero potuto reclamare il trono di Alba, un giorno. Amulio
pertanto ordinò l’uccisione degli infanti.
Però i servi, impietositi, li abbandonarono sulle rive del fiume Albula».
«Che è il vecchio nome del Tevere, ricordo bene?».
Lazzari annuì. «Si chiamava Albula perché era bianco o forse perché scorreva
attraverso Alba.
Secondo altre interpretazioni, invece, il Tevere era Secondo altre
interpretazioni, invece, il Tevere era originariamente chiamato Rumon, che
deriverebbe da ruo, “scorrere”».
«Lascia perdere il Tevere», disse Artemisia pentendosi di averglielo
domandato. «Poi che accadde?» «La cesta viaggiò per chilometri e infine si
incagliò davanti a una grotta, che poi sarà detta Lupercale, presso il colle
Cermalus, dove i due neonati vennero tratti in salvo e allattati sotto il fico
ruminale dalla lupa. Fu lì che li trovò il pastore Faustolo, che li portò a casa dalla
moglie Acca Larenzia. Questa Acca secondo alcune versioni era una prostituta e
secondo altra una dea».
«E poi?» «E poi crebbero, un po’ pastori e un po’ briganti.
Quando compirono diciassette anni e scoprirono la loro vera identità, mossero
guerra ad Amulio, lo uccisero e rimisero sul trono di Alba loro nonno, Numitore.
Poi decisero di fondare una città proprio nel punto in cui erano stati salvati dalle
acque».
Artemisia suonò il clacson all’indirizzo di un camion che occupava la corsia di
sorpasso. «Continua, mi interessa».
«I gemelli decisero di affidarsi al volere degli dèi per sapere a chi dei due
spettasse il diritto di fondare l’Urbe», riprese Lazzari in modo affannato, sempre
tenendo d’occhio la strada. «Remo vide per primo un uccello, o sei secondo altre
fonti; Romolo, anche se in un secondo tempo, scorse dodici avvoltoi e pertanto
primeggiò. Dopo aver inaugurato la città, Romolo scavò sulla cima del Cermalus
la fossa della fondazione per deporvi dele primizie e vi fece edificare un’ara, su
cui accese un fuoco nuovo e puro».
«Perché?» «Ogni città doveva avere il proprio: rappresentava il legame con gli
dèi. Quindi soffiò nel lituo, il bastone cerimoniale che era anche una sorta di
piccola tromba ricurva, e proferì i nomi della città: per primo quello vero e
segreto, e solo dopo quello di facciata, ossia Roma.
Poi tracciò alla radice del monte il solco primigenio, dove successivamente
avrebbe fatto costruire le mura».
«E Remo?» «Remo, pieno di collera, scavalcò il solco e il pomerium, il sacro
limite, violando la sanctitas del luogo e così il gemello lo uccise».
«Una brutta fine, ahimè», commentò Artemisia. «E quanto al nome che hai
definito di facciata? Roma deriverebbe da Romolo?» «Se ne discute da secoli.
Secondo alcuni linguisti è «Se ne discute da secoli. Secondo alcuni linguisti è
vero il contrario, ossia che il nome Romolo deriva da Roma. Il suffisso -ulus
avrebbe un valore etnico, o addirittura indicherebbe un rapporto di filiazione:
come a dire il romano o il figlio di Roma».
«Ma tu non la pensi così...».
«Come fai a saperlo?» «Perché mi sono accorta che ti piace sempre esprimere il
parere altrui, prima del tuo».
«Un corrispettivo gentilizio etrusco del nome Romolo è attestato su una lapide
del sesto secolo avanti Cristo: il nome dunque esisteva».
Artemisia lampeggiò a un’auto, che ritornò prontamente nella corsia di destra.
«Ma insomma, il nome “Roma” cosa significa? Almeno questo lo sappiamo?»
«No, nemmeno questo. Per alcuni deriva da ruma, ossia “mammella”, che
potrebbe essere quella della lupa che allattò i neonati oppure la forma del
Palatino. Ricordi che ti dicevo che le cime arrotondate e gemelle del Palatium e
del Cermalus formavano due seni? Per altri proviene da Rumon, il nome etrusco
del Tevere».
«Questa è la leggenda, ma la storia?» «E chi ti ha detto che non siano la stessa
cosa?» «E chi ti ha detto che non siano la stessa cosa?» «Be’, pensavo...».
«Lo hanno pensato tutti, almeno fino a quando gli scavi non hanno cominciato
a parlare. Sul Palatino sono stati trovati reperti dell’ottavo secolo compatibili con
il rituale di fondazione descritto dalle fonti: le capanne romulee, le mura, la fossaara di fondazione...».
Artemisia non riusciva ad arrestare le domande. «Ma perché...».
«...non rallenti?». Erano fissi sui centoventi all’ora da un pezzo e la pianura
nera scorreva ai loro lati come un tappeto volante.
«Ma perché fondarono la città proprio il ventuno aprile? Mio padre se lo
domanda spesso».
«Tuo padre?» «Rispondi alla mia domanda».
Lazzari annuì. «Perché in quel giorno cadevano i Parilia, una festa pastorale
dedicata alla dea Pale. Era una solennità a carattere purificatorio: il rito che si
compiva era incentrato sugli elementi di acqua e fuoco e prevedeva prima la
lavatura degli stalli e poi l’accensione di un fuoco su cui preparare la mola, una
sorta di salsa di cui si cospargevano le vittime dei sacrifici. Quell’anno avvenne
nella notte di plenilunio successiva all’equinozio avvenne nella notte di plenilunio
successiva all’equinozio di primavera».
Artemisia era perplessa. «Che strana scelta...».
«Non così strana, se è vero che fu fatta allo stesso modo anche da un altro
popolo, per una festa straordinariamente simile, e da un altro uomo per portare a
termine la sua missione».
«Ma di che stai parlando?» «Della Pasqua ebraica e di Gesù».
9
Sarzana si presentò con il volto di un borgo medievale e onirico: Lazzari
avrebbe potuto attraversarla a cavallo da una porta all’altra senza il timore di
essere svegliato dal sogno che lo faceva vivere nel dodicesimo secolo.
Si erano fermati verso le due e avevano dormito in auto qualche ora, prima di
ripartire. Adesso l’orologio del palazzo comunale segnava le sette e trenta.
«Non credi sia un po’ presto per citofonare?», gli domandò Artemisia.
La casa di Parodi si trovava nel centro storico della cittadina ligure. La piazza
era semideserta. Un uomo tirava su la serranda del bar all’angolo, qualche
piccione pigolava sotto la torre. I lampioni ancora accesi erano evanescenti.
«I vecchi non dormono ed escono presto la mattina.
Vogliono assicurarsi che ci sia ancora il mondo reale fuori», disse Lazzari e
suonò.
«Ultimo piano». Una voce metallica rispose al «Ultimo piano». Una voce
metallica rispose al citofono dopo appena una manciata di secondi.
Lazzari strizzò l’occhio alla ragazza e spalancò il portone per farla entrare. Non
c’era ascensore e i gradini di marmo erano scivolosi e incurvati al centro. Lazzari
saliva tenendosi al corrimano osservando ipnotizzato le caviglie di Artemisia.
Pensò che sarebbero state bene sopra un palco.
«Prima riflettevo su quello che mi hai detto sulla fondazione di Roma e sulle
somiglianze con la Pasqua», gli disse la ragazza dopo la prima rampa.
«E allora?» «Ce ne sarebbe anche un’altra. Remo fu ucciso subito dopo la
fondazione, giusto? Ed era il primogenito, vero? Ebbene, nella Pasqua non era il
primogenito a essere consacrato? O ricordo male?» «Durante la Pasqua ebraica
Dio uccise tutti i primogeniti, eccetto quelli sulla cui porta di casa trovò il sangue
dell’agnello. Nella Pasqua cristiana viene ucciso Gesù, primogenito di Dio. Hai
occhio per le analogie».
«Ma come si spiegano?» «Semplice, non si spiegano».
Erano arrivati in cima. C’era una sola porta e un lucernario che illuminava una
scala di ferro che lucernario che illuminava una scala di ferro che conduceva alla
soffitta.
Venne ad aprire un uomo vestito in maniera impeccabile: completo e cravatta.
«Vi aspettavo, ma non così presto».
«Ci scusi per l’ora», disse Artemisia dando una leggera gomitata a Lazzari, che
aveva il fiatone e si limitò ad annuire.
L’uomo colse il gesto e sorrise. «Non per l’ora, signorina, ma per il giorno.
L’amico Casini mi ha solo accennato al fatto che mi avreste fatto visita, senza
specificare quando. Ma prego, entrate. Ogni momento è buono per parlare di cose
belle».
Li fece accomodare in un ampio salone scandito da basse volte ogivali. Gli
archi erano in mattoni. Spessi strati di vernice mascheravano le tracce di umidità.
C’erano molti pezzi antichi sparsi in giro e libri miniati su elaborati leggii.
Lazzari avanzò a piccoli passi calibrando ogni mossa fino a che raggiunse la
poltrona accanto al camino in ardesia, dentro il quale c’era una quadriga in
bronzo.
«A proposito, come sta quel terribile vecchio?».
Parodi parlò come se avesse vent’anni in meno, mentre il professor Casini
aveva detto a Lazzari che erano della professor Casini aveva detto a Lazzari che
erano della stessa leva.
A vederlo, però, Lazzari non gli avrebbe dato più di settant’anni. Sedeva con i
gomiti sulle gambe, leggermente proteso in avanti, offrendo un’impressione di
vigore fisico. Pareva ancora capace di saltare su una bicicletta per fare il giro del
paese. Senza attendere la risposta Parodi proseguì: «Casini... Chi l’avrebbe mai
detto che avrebbe fatto una sì ragguardevole carriera, scorbutico com’era».
«La saluta caramente», disse Lazzari.
Parodi sorrise come se non ci credesse e disse: «Avete dormito dentro le mura?
Il tramonto e l’aurora sono i momenti migliori per una visita. Città incantevole,
siete d’accordo? Confesso che quando l’ho scelta, ormai quarant’anni fa, avevo in
mente solo l’annuale fiera antiquaria, forse la più importante d’Italia. Invece, una
volta qui, la cosa che mi ammaliò più di ogni altra fu la cadenza della parlata,
specie delle ragazze, una lingua languida, morbida. Per trentacinque anni ne ho
sentita una particolarmente deliziosa ogni giorno, ma poi lei ha deciso che non ne
poteva più di me, e così mi ha preceduto sula via dei Campi Elisi. Ma non è di
questo che volevate parlarmi, o sbaglio?». che volevate parlarmi, o sbaglio?».
Lazzari inspirò, come se si preparasse a un tuffo, e gli porse la fotografia che
Artemisia aveva fatto stampare il giorno prima – una mossa che lui aveva molto
apprezzato.
«Non c’è neppure bisogno che io indossi gli occhiali per riconoscere questo
simbolo», rivelò Parodi picchiando le dita nodose contro l’istantanea del tatuaggio
di Achille Vento. «Dove l’avete trovato?» «Sul petto di un uomo», disse Lazzari.
«Un uomo morto», precisò Artemisia.
Parodi batté gli occhiali contro la foto mordendosi le labbra. «Sì, è il genere di
uomo più diffuso tra chi si interessa di questi simboli arcani. Come si chiamava?»
«Achille Vento».
«Mai sentito. Come è morto?» «Non so se è il caso...».
«Si può fidare di me. In un certo senso, i segreti sono il mio mestiere».
«Prima devono averlo picchiato e poi gli hanno fatto ingerire del veleno.
L’abbiamo trovato sul pavimento di casa sua: era disposto a croce e sopra di lui
c’erano le iniziali scritte con il sangue della formula Sacer esto», raccontò
Lazzari.
«È terribile, terribile», fece Parodi con una smorfia di «È terribile, terribile»,
fece Parodi con una smorfia di disgusto. «Ma purtroppo molti hanno fatto la sua
stessa fine nel corso dei secoli».
«Allora questo simbolo appartiene davvero a una setta?», gli domandò
Artemisia indicando la foto.
«A una confraternita, più che a una setta», tenne a precisare Parodi e le restituì
l’istantanea. «Una confraternita che custodisce da quasi ventinove secoli il segreto
riguardante le origini di Roma. Uno dei più affatturanti misteri della storia
universale, a cui si sono interessati illustri personaggi. Pensate a Pascoli, Goethe e
Dante per citarne soltanto alcuni dei più noti... Ma lei lo sa bene, vero?», disse
rivolto a Lazzari. «Alcuni sono caduti in questa ricerca. Il grande Poliziano, ad
esempio, cercò a lungo il vero nome di Roma, ma proprio quando era vicino a
scoprirlo, morì assassinato in circostanze misteriose. Forse la Confraternita...».
«Sapevo che se ne era interessato, ma non che fu assassinato», disse Lazzari, di
colpo diffidente. Era prevenuto verso tutto ciò che aveva il sapore del complotto,
e non vedeva l’ora di trovare un appiglio nel discorso di Parodi a cui aggrapparsi
per dirsi che erano tutte stupidaggini sensazionalistiche. Ma mentre lo ascoltava,
non riusciva a togliersi dagli occhi il cadavere ascoltava, non riusciva a togliersi
dagli occhi il cadavere di Vento, il tatuaggio e la scritta col sangue. Quelle non
erano invenzioni, come non lo erano gli uomini che avevano cercato di rapirlo a
Milano.
«È un segreto che ha mietuto numerose vittime», riprese Parodi. «Potrei citarvi
vari esempi, ma il più affine al caso di questo Achille Vento è quello di Quinto
Valerio Sorano. Credo che lei sappia di chi sto parlando».
Lazzari annuì vagamente: aveva deciso di starlo a sentire senza intervenire,
come uno straniero che finga di non conoscere la lingua locale e ascolti l’indigeno
per vedere se intende raggirarlo.
«Questo Valerio Sorano era un uomo dottissimo, filologo e antiquario, spesso
citato da Cicerone e Varrone, che avevano più o meno la sua stessa età. Ma anche
più tardi lo si trova citato in Agostino e Aulo Gellio, e persino nel buon Servio
Mario Onorato, uno che copiò da tutti e scrisse di tutto. Nell’ottantadue avanti
Cristo Sorano fu eletto tribuno della plebe, ma il Senato lo fece rapire e
crocifiggere per alto tradimento con un giudizio post mortem, poiché aveva
tentato di divulgare i segreti sula fondazione di Roma. La procedura sommaria,
cui fu sottoposto un tribuno della procedura sommaria, cui fu sottoposto un
tribuno della plebe, per di più in un periodo in cui il tribunato godeva di grande
forza, significa che il reato fu il più grave che fosse immaginabile, forse il più
grave di tutta la storia di Roma».
«Ma qual era il potere di questi benedetti tribuni?», domandò Artemisia.
«Avevano il diritto di veto su tutti gli organi repubblicani», spiegò
frettolosamente Lazzari, prima di giocare la sua carta. «Conosco la vicenda.
Servio scrive che Sorano rivelò il nome segreto di Roma».
«Non apertamente. Sorano era pur sempre un romano, e nessun romano
avrebbe commesso un simile sacrilegio. Scrisse in realtà un libro intitolato
Epoptidon, che significa “Svelamento”, in cui trattava velatamente i segreti
riguardanti le origini dell’Urbe. Secondo Agostino, scrisse tra le altre cose che
Iuppiter e Iuno sono in sostanza la stessa divinità, in quanto il vero Dio è uno
soltanto, maschio e femmina nello stesso tempo».
«Intende Giove e Giunone, vero?», domandò Artemisia.
«Proprio così», rispose Parodi. «Il linguaggio e l’argomento dell’Epoptidon,
con le allusioni al monoteismo, fanno riferimento ai culti misterici del
monoteismo, fanno riferimento ai culti misterici del periodo, come quello degli
orfici, che credevano in un unico Dio e nella risurrezione dei morti. Oh, cosa non
darei per leggere quel volume, altro che Libro dei morti o scempiaggini simili.
Ma, ahimè, Sorano fu ucciso e il libro fatto sparire. Però anche lei sa bene che...».
E si interruppe, quasi si aspettasse che Lazzari proseguisse.
«Che cosa?», fece con aria interrogativa.
«Che nessun libro, una volta letto, può sparire», terminò Parodi.
«La trasmissione orale...», mormorò Lazzari, abbassando gli occhi verso il
pavimento di marmo nero.
«Sorano faceva certamente parte della Confraternita che custodiva la verità sul
nome di Roma, una ristretta cerchia di potenti e dotti che si tramandavano
oralmente il segreto fin dal giorno della fondazione. Una confraternita – ho
ragione di credere – che fu costituita dagli stessi gemelli e dai loro compagni. Fu
questa confraternita segreta a decretare la morte per crocifissione di Sorano».
Lazzari gli chiese a bruciapelo: «Dunque lei deve essersi fatto un’idea
precisa...».
«Di quale idea parla?», si schermì l’uomo.
«Di quella che sento premere sotto le sue parole».
«Di quella che sento premere sotto le sue parole».
Parodi sorrise, come un giocatore il cui bluff è stato infine scoperto e, anziché
dispiacersene, se ne compiace.
«È molto probabile che quel segreto sia stato tramandato fino ai nostri giorni, e
che sia sopravvissuto alla caduta di Roma. Ma le dirò di più. Sono convinto che
sia possibile recuperare brandelli dell’Epoptidon».
«Ah sì?», fece Lazzari tradendo con la voce il proprio scetticismo.
«I morti possono parlare».
«Che intende dire?», domandò Artemisia.
Parodi annuì, poi si alzò. «Aspettatemi qui».
Artemisia abbassò la voce, ma indurì il tono. «Perché gli parli con questo tono
di sufficienza? Ci sta aiutando».
«Non hai capito nulla. Siamo noi che stiamo aiutando lui. È tutta la vita che
non vedeva l’ora di raccontare queste teorie a qualcuno».
«Il cadavere di Vento è una teoria?», ribatté Artemisia, infilando il dito nella
piaga.
Lazzari si alzò per guardare fuori. Due campanili e una torre medievale
punteggiavano l’orizzonte. Nella via sottostante una ragazza fumava una sigaretta
davanti a un negozio.
Poi alzò per un attimo lo sguardo, lo vide, e agitò una Poi alzò per un attimo lo
sguardo, lo vide, e agitò una mano. Lui le fece un cenno con la testa. Doveva
averlo scambiato per qualcun altro.
Si voltò nell’udire i passi di Parodi, che era ritornato stringendo tra le mani un
ciondolo. Si trattava di un disco, grande circa il doppio di una moneta. Si avvicinò
a entrambi e mostrò loro l’incisione: era il fico ruminale tra due seni, o collinette.
L’immagine, non nitidissima, era però ancora ben riconoscibile.
Artemisia balzò in piedi. «È identico al tatuaggio!».
«Questo arriva da un complesso di tombe, solo parzialmente scavate, nei pressi
di Formia», spiegò Parodi. «Il tombarolo che me l’ha venduto è uno dei migliori
sulla piazza: lo chiamano il Lupo Marsicano».
«Perché quel soprannome?», domandò Artemisia.
«Per il suo fiuto nel rintracciare tesori sepolti. L’Italia sotterranea non ha
segreti per lui. Ha scavato ovunque, e portato alla luce oggetti greci, etruschi e
romani per svariati milioni di euro nel corso della sua carriera».
«Presso Formia? Sta parlando di quella che viene comunemente chiamata la
“tomba di Cicerone?”» «Nient’affatto. Parlo di tombe che non vedrete mai su un
manuale di archeologia. Lei sa meglio di me che soltanto una piccola parte dei
reperti rinvenuti in Italia, soltanto una piccola parte dei reperti rinvenuti in Italia,
come nel resto del mondo, finisce nei musei».
«Quali altri oggetti erano contenuti in questo complesso di tombe?» «Non lo
so. Per mio conto, non ho voluto che il Lupo scavasse ancora. Se lui è comunque
andato avanti, affari suoi. Ma non credo. Ne abbiamo viste troppe, per non tenere
nella giusta considerazione il peccato di hýbris».
Artemisia solevò un sopracciglio. «Che cosa intende?» «Superstizione, solo
superstizione...», si inserì Lazzari contrariato.
Parodi glissò su quella stoccata e rispose ad Artemisia. «La hýbris era
considerata dagli antichi greci e latini la colpa massima e consisteva nel violare le
immutabili leggi divine. La sua naturale conseguenza è la némesis, ossia il giusto
castigo. Violare il nome segreto di Roma è hýbris, amici miei. I misteri sulla
fondazione di Roma mi hanno sempre affascinato, ma preferisco guardarli da
distante. Seguo il saggio consiglio di Angerona».
«Chi è Angerona?», domandò Artemisia.
«La dea latina che invitava al silenzio. La sua festa si «La dea latina che
invitava al silenzio. La sua festa si celebrava il ventuno dicembre presso il sacello
sul Palatino. Il simulacro della dea, depositaria del segreto sul nome autentico di
Roma, era rappresentato con la bocca fasciata e con un dito sulle labbra, a
suggelare il silenzio e imporlo. I misteri vanno custoditi», salmodiò Parodi.
Sembrava di colpo assente, come se l’età o il pensiero della morte l’avessero
improvvisamente raggiunto.
Artemisia, invece, era tutt’altro che intimorita.
«Secondo me questo tombarolo ha comunque continuato gli scavi. Intendo per
conto suo», insistette, cercando conferma in Lazzari con lo sguardo.
«Si è dimenticato di dire che, secondo l’oroscopo commissionato da Varrone al
celebre astronomo romano Lucio Tarunzio, Romolo fu concepito proprio il
ventuno dicembre», lo sfidò Lazzari, non riuscendo a trattenersi, ma Parodi
ancora una volta non raccolse la provocazione.
«Dobbiamo assolutamente incontrare questo Lupo», tor nò alla carica
Artemisia.
Parodi li studiò entrambi, infine liberò un sospiro che sapeva di resa. L’ombra
di poco prima era scomparsa dal suo volto, ora placido e cortese come in
principio. dal suo volto, ora placido e cortese come in principio.
«Posso mettervi in contatto con il Lupo, ma mi occorrono almeno un paio di
giorni. Devo fargli avere il messaggio e poi ottenere un suo riscontro. Ci sono
delle consolidate procedure di sicurezza da seguire. È un professionista assai
prudente, mai un passo falso. Due giorni, se saremo fortunati».
Artemisia annuì. «Perché non dovremmo esserlo?».
10
Quando scesero, capannelli di persone punteggiavano la piazza trapezoidale: i
brusii correvano tra di loro come da cavi elettrici difettosi. Dai bar usciva odore di
caffè tostato, cornetti e pane abbrustolito. Il sole scaldava il selciato, ma l’aria era
fredda e le montagne all’orizzonte non sembravano poi tanto lontane.
«A quanto pare abbiamo due giorni da far trascorrere... Ci sarebbe una casa a
Paraggi, dove possiamo rilassarci nell’attesa», disse Artemisia.
Lazzari volse le spalle alla piazza e si incamminò in direzione del parcheggio
dove avevano lasciato l’auto.
«Un’altra casa di un tuo amico? Non ci penso nemmeno.
Non voglio rimanere in nessun luogo troppo a lungo.
Andiamo a pranzo».
«Sono le dieci del mattino», fece Artemisia, a cui erano bastati pochi passi per
raggiungerlo.
«Andiamo a pranzo a Bologna. Conosco qualcuno che può raccontarci quanto è
davvero capitato a che può raccontarci quanto è davvero capitato a Poliziano».
«Mi era parso di intuire che non credessi alla possibilità che siano stati quelli
della Confraternita ad assassinarlo...».
«Non lo so più che cosa credo».
«Ma perché pensi che sia importante per la nostra ricerca?» «Se davvero
avessero ucciso Poliziano perché era arrivato a scoprire il nome segreto di Roma,
avremmo un anelo di collegamento tra l’omicidio di Sorano e quello di Vento, una
prova in più che la Confraternita è sopravvissuta nei secoli».
«Non ci basta sapere che esiste ancora oggi?» «Non capisci? Se la
Confraternita non ha mai cessato di esistere, significa che forse davvero
custodiscono ancora il lituo!».
«Ascolta, so che me ne hai già parlato, ma in concreto cos’è questo lituo? Io
non l’ho ancora capito».
«Hai presente il vincastro del pastore?» «No».
«Il pastorale del vescovo?» «Sì, certo».
«Ecco, è molto simile».
«Ecco, è molto simile».
«Quindi era...».
«Un bastone».
«Tutto qui?».
Lazzari indicò in alto. «Un bastone capace di dividere il cielo».
«Che significa dividere il cielo?» «Non puoi capire rimanendo qui».
«Che vorresti dire? Che dovrei fare?».
Lazzari indicò i boschi sullo sfondo. «Immagina di essere sul Cermalus quel
fatidico ventuno aprile. Il rito di fondazione deve essere perfetto per garantirti
l’imperium, ossia quello che noi definiremmo l’imprimatur di Giove. Pertanto la
futura Urbs viene effata, ossia definita, liberata da eventuali numina, e
inaugurata».
Artemisia lo prese per mano e lo obbligò a fermarsi.
Erano a cinquanta metri dall’auto. «Per me è arabo».
«Sono termini del linguaggio sacerdotale. Remo e Romolo, come principi
albani, erano àuguri per diritto divino, vale a dire interpreti del volere celeste.
Quella mattina, per prima cosa, il fondatore contemplò il cielo, ovvero con il lituo
in pugno ne circoscrisse una porzione che diventò sacra. Contemplare, in latino
arcaico, che diventò sacra. Contemplare, in latino arcaico, significa appunto
dividere, circoscrivere il cielo ed è un verbo formato da cum e templum, che a sua
volta deriva dalla radice indoeuropea tem, che esprime il senso di tagliare. Dala
stessa radice provengono anche i termini greci temno, taglio, e Temenos, il recinto
sacro alla divinità».
«Non ti seguo».
«Ascolta, la faccio semplice. Romolo con il lituo segnò in cielo i confini di un
tempio: i corrispondenti limiti terrestri diventavano allo stesso modo sacri.
Capisci?» «Più o meno».
«Per fare ciò erano necessarie due cose, tanto semplici quanto onnipotenti per i
romani: il lituo e la parola.
Le fonti parlano di effari templa, un’espressione del lessico augurale che
significa stabilire il tempio mediante la potenza della parola rituale, che per i
romani è sempre creatrice. La parola crea. Quindi grazie al lituo e alle formule
rituali, Romolo creò un tempio in cielo e uno corrispondente sul Palatino,
chiamato auguraculum, ma anche tescum, calvaria, inteso come luogo del cranio,
perché doveva essere necessariamente spoglio, libero da qualsiasi presenza».
«Perché non mi è nuovo questo nome?» «Perché non mi è nuovo questo
nome?» «Perché l’hai già sentito, almeno qualche volta. Forse è un’altra semplice
coincidenza, ma il luogo in cui fu crocifisso Gesù è detto Calvaria in latino e
Golgota in aramaico. Il significato è il medesimo: luogo del cranio».
«C’è di che uscire pazzi».
Lazzari passò oltre. «L’augure compiva tutte le operazioni rituali con il lituo,
un bastone ricurvo, simile appunto a un pastorale, che non doveva avere nodi,
perché al suo interno si incanalava la potenza divina, che non conosce ostacoli. Il
termine lituo pare derivare dal verbo litare, che significa “ottenere un presagio
favorevole”, ma anche “propiziare un nume”».
«Aspetta un momento, ieri mi avevi detto che il lituo è una tromba».
«Hai ragione, era anche una tromba rudimentale: era infatti cavo all’interno,
con un’imboccatura per soffiare.
Dopo l’ inauguratio, Romolo soffiò nel lituo e proferì i nomi della città: prima
quello di copertura, ossia Roma, e poi quello segreto e vero. Scavò una fossa-ara,
accese un fuoco e concluse con una preghiera a Giove, Marte e Vesta. Ségnati
questi due ultimi nomi, perché prima o poi finirà che mi domanderai anche di
loro».
«Non ne vedo il motivo».
«Lo vedrai tra breve».
«Lo vedrai tra breve».
«E che ne è stato del lituo?» «Fu conservato per secoli nella Curia dei Salii sul
Palatino, che era anticamente connessa alla Regia. I Salii erano un collegio
sacerdotale consacrato a Marte. È molto interessante il fatto che i Salii...».
«Il lituo, Lazzari!».
«Certo, hai ragione. Be’, Cicerone scrive che il lituo sopravvisse incolume a un
incendio che bruciò l’intero edificio all’epoca dell’invasione dei galli di Brenno,
che mise a sacco la città: gli antichi calendari romani in nostro possesso riportano
la notizia che il lituo fu ritrovato intatto il ventitré marzo», spiegò Lazzari,
intimamente dispiaciuto per non aver potuto raccontarle dei Salii.
«Intorno al cento avanti Cristo un certo Lutazio Catulo, uno dei più ricchi
politici dell’epoca, acquistò il terreno adiacente a quello dove Romolo aveva
scavato la fossa originaria e si fece costruire una grande villa per vegliare le
vestigia dela fondazione. Quela villa fu poi acquistata nientedimeno che
dall’imperatore Ottaviano Augusto».
«Ce la fai a finire il discorso sul lituo?».
Lazzari si arrese. «Cicerone fu l’ultimo testimone oculare a scriverne. Da allora
se ne sono perse le tracce». tracce».
«E tu pensi che sia possibile ritrovarlo?».
Lazzari tirò fuori il cellulare. «Penso che inviterò un vecchio amico a pranzo,
non ti dispiace?».
Pioveva sui viali di Bologna. Il traffico scorreva lento.
Impiegarono parecchi minuti per superare la stazione e alla fine, esasperati,
lasciarono l’auto e proseguirono a piedi.
Il professor Enrico Gianotti li aspettava sotto i portici che riparavano l’ingresso
del ristorante bolognese prediletto da Lazzari. Con lui c’era una ragazza in tailleur
e tacchi che presentò come la professoressa Veronica Bianchi. Probabilmente era
vicina ai quaranta, ma apparteneva a quel genere di donne che dimostrano
trent’anni per lo meno fino ai quarantacinque.
«Appena mi hai telefonato mi sono subito attivato per trovare la persona che
facesse al caso tuo», disse Enrico a Lazzari. Pareva tutto infervorato, anche se
Lazzari non ne capiva bene il perché. «La professoressa Bianchi ha partecipato
alle ricerche condotte dall’università sulla morte del Poliziano. Nessuno meglio di
lei può rispondere alle tue domande».
«È un piacere conoscerla, professore. La fama dei «È un piacere conoscerla,
professore. La fama dei suoi studi la precede ovunque», esordì Veronica.
Lazzari si infilò le mani in tasca e sorrise dondolandosi sui talloni. «Il guaio è
che io sono rimasto indietro».
Veronica sorrise. «Oh, non sia modesto».
«Secondo me potremmo continuare anche seduti, che dite», suggerì Artemisia.
Passò in mezzo ai due ed entrò.
Nel sedersi all’unico tavolo libero, Artemisia notò stupita l’improvviso
mutamento di Lazzari: era a disagio, ma in un modo elegante.
«Il professor Gianotti mi ha detto che lei desidera notizie precise sula morte del
Poliziano», disse Veronica.
«Posso sapere il perché? Non che voglia farmi gli affari suoi, la mia è semplice
curiosità».
«È per un libro che sto scrivendo», rispose evasivamente Lazzari.
«Quel saggio ormai leggendario? Quello che sta scrivendo da... quanti anni?»
«Più di quindici anni», fece Lazzari con una scrollata di spale.
«Ah bene, contenta di poterla aiutare». Veronica si fece avanti sulla sedia, le
mani sui braccioli. Parlava con fece avanti sulla sedia, le mani sui braccioli.
Parlava con entusiasmo e si spostava continuamente i capelli che le scivolavano
sul volto. «Insegno antropologia. Tra il duemilasette e il duemilaotto ho
partecipato al lavoro dell’équipe del professore Gruppioni sui tessuti e sui
frammenti ossei prelevati dalle spoglie del Poliziano.
Un’esperienza unica».
«Immagino», fece Artemisia e si alzò per appendere la borsa all’attaccapanni.
Uno solo dei lembi della maglia era infilato nei jeans.
Lazzari si accorse che il suo amico non riusciva a staccarle gli occhi di dosso.
Si sentiva in imbarazzo per quelle occhiate, quasi fosse lui il responsabile, ma
provò a non farci caso.
«I risultati sono inequivocabili», proseguì Veronica, senza riuscire a contenere
la foga. I capelli non ne volevano sapere di stare al loro posto. «L’alta
concentrazione di arsenico conferma la tesi dell’assassinio».
«L’hanno ucciso perché aveva scoperto il...», stava dicendo Artemisia, ma
Lazzari le mise una mano sul braccio.
Ma la ragazza sembrava decisa a ripetere la domanda e solo il sopraggiungere
del cameriere la domanda e solo il sopraggiungere del cameriere la interruppe. Un
ragazzo magro ed emaciato, i capelli corvini e lunghi rendevano il volto ancora
più pallido.
Spinse accanto al tavolo un carrello di acciaio, quindi tolse i coperchi rivelando
tagli di carne, salse e contorni.
«Bolliti o arrosti?» «Misto per tutti, e da bere Lambrusco Vecchia Modena
Premium di Chiarli», ordinò Enrico. «Spero non le dispiaccia se ho preso
l’iniziativa», aggiunse poi rivolto ad Artemisia.
Quando tutti e quattro furono serviti, Lazzari tornò a rivolgersi a Veronica.
«Quali sono dunque le ipotesi più accreditate sull’assassinio?».
Veronica lasciò subito le posate. «Per comprenderlo è necessario fare una
premessa sulla sua vita. Poliziano studiò a Firenze insieme a Marsilio Ficino e
ancora giovanissimo entrò nella cerchia di Lorenzo il Magnifico, che lo nominò
precettore del figlio e suo segretario personale. Nel frattempo Poliziano proseguì i
suoi studi e fu anche ordinato sacerdote. Nel 1478 la città fu scossa dalla congiura
dei Pazzi, in cui fu assassinato Giuliano de’
Medici, fratello di Lorenzo e amico di Poliziano».
«Scusate», si inserì Enrico riempiendo i bicchieri di vino. vino.
Veronica lo assaggiò appena, poi proseguì: «Di lì a poco Poliziano litigò con la
moglie del Magnifico, Clarice Orsini, e poi con lo stesso Lorenzo e abbandonò la
corte dei Medici. Alcuni anni dopo fu richiamato da Lorenzo, che gli affidò lo
Studio Fiorentino. A questo periodo risale l’amicizia con Pico della Mirandola e
anche i prodromi di quelle dispute che lo porteranno a litigare, in modo anche
violento, con altri intellettuali della cerchia dei Medici».
«Una vita turbolenta», ridacchiò Enrico.
«E un talento spiccato nell’inimicarsi i potenti!», ammise Veronica. «Nel 1492
morì il Magnifico e come sapete ne seguirono anni di grande apprensione per le
sorti di Firenze. A quel punto il Poliziano si affidò al nuovo signore, Piero de’
Medici, figlio di Lorenzo e suo ex discepolo, per ottenere la nomina cardinalizia.
Ma si spense nella notte tra il ventotto e il ventinove settembre 1494».
«Avvelenato con l’arsenico», disse Artemisia lanciando un’occhiata a Lazzari.
«Proprio così», confermò Veronica. «Dal poco che vi ho detto, avrete capito
che si era fatto numerosi nemici durante la sua vita. Era celebre per essere un
litigioso. Si durante la sua vita. Era celebre per essere un litigioso. Si potrebbe
trattare di un omicidio politico, come di una vendetta».
«O forse aveva scoperto qualcosa che non avrebbe dovuto scoprire», insinuò
Artemisia.
«Questo non lo», disse Veronica. «So solo che le voci sull’assassinio
circolarono fin da subito, ma soltanto oggi ne abbiamo avuto la conferma grazie
agli esami sui resti. La cosa curiosa è che anche il padre di Poliziano, un
importante giurista, fu assassinato da un uomo che in passato aveva fatto
condannare».
Lazzari posò il tovagliolo sul tavolo e fece correre l’indice lungo il bordo del
bicchiere di vetro spesso. «La cosa curiosa è che ora so perché fu ucciso il padre
di Poliziano, ma non perché fu ucciso Poliziano».
Era una semplice constatazione, ma Artemisia volle farla passare per una
frecciata e aggiunse: «Sei deluso dalla professoressa? Non te la prendere e guarda
il lato positivo. Ti stai gustando un ottimo bollito. Non pensavo potesse essere
tanto appetitoso un piatto così osceno».
Uscirono dal ristorante quasi due ore dopo. Le bottiglie di lambrusco avevano
sciolto la conversazione, e non si era più parlato di assassini e misteri. non si era
più parlato di assassini e misteri.
«Quando questa storia sarà finita, potrai invitare a cena quella ragazza. Credo
che se lo aspetti. Magari sarà curioso con un’antropologa», lo stuzzicò Artemisia
e poi lo prese sottobraccio per attraversare la strada.
La pioggia si era trasformata in un nevischio che imperlava già le tegole. Da
qualche parte suonava una campana. Lazzari si concentrò su quel suono orfano e
intanto, con i sensi ovattati dal vino, si lasciava tirare dalla presa forte della
ragazza.
«Sembra molto in gamba: purtroppo, però, non abbiamo scoperto granché sul
Poliziano e la Confraternita».
«Io non direi. Ora sappiamo che fu avvelenato, proprio come Vento», disse
Artemisia.
«E migliaia di altri uomini. Non mi sembrano elementi sufficienti per collegare
i due omicidi».
«Dimentichi che entrambi avevano a che fare con i misteri di Roma...».
Lazzari si accorse che tremava e la abbracciò stretta.
Lei non lo respinse. «Hai sentito quello che ha detto la professoressa. Poliziano
era pieno di nemici: la nostra Confraternita non c’entra con la sua morte».
Erano quasi arrivati sull’altro lato della strada quando Erano quasi arrivati
sull’altro lato della strada quando adocchiò un fuoristrada parcheggiato poco
distante dalla loro auto. Guardò con più attenzione e si accorse che aveva il muso
ammaccato.
«Merda!», imprecò riprendendosi di colpo.
Spinse velocemente Artemisia in auto, litigò con le chiavi, mise in moto e partì
facendo slittare le gomme sull’asfalto viscido.
«Ehi!», fece Artemisia che fino a quel momento non aveva proferito parola per
la sorpresa. «Che succede?».
Lazzari puntò deciso verso il centro, infischiandosene delle telecamere attive.
«Credo che faremo il pieno di multe», disse cercando di stemperare la tensione.
«Non arriveranno mai a te, non ti preoccupare», disse Artemisia voltandosi a
guardare la strada alle loro spale. «Vuoi dirmi chi hai visto?» «Il fuoristrada che a
Milano ha tamponato la Mercedes su cui era quell’uomo che mi puntava la
pistola. Come è possibile che ci abbiano trovati? Chi sono?» «Stai calmo, per
favore. E poi ieri sera dicevi di non averlo visto bene e che non avresti saputo
riconoscerlo se lo avessi visto di nuovo».
«Sì, lo so, l’ho detto. Ma succede spesso. Pensi di non sapere, poi
all’improvviso si accende una luce nella tua mente, ed eccola lì, la cosa che non
ricordavi. Il fuoristrada è quello, ne sono certo».
«Ti ripeto che la situazione è sotto controllo. Fidati di me».
«Sotto controllo un corno».
«Lascia perdere e dimmi piuttosto dove stiamo andando. Abbiamo ancora due
notti e un giorno prima che Parodi ci chiami».
Lazzari guardava costantemente gli specchietti. «In un posto sicuro».
«Dove?» «A Sanremo. Ho un magazzino là, in cui conservo tutti i miei libri.
Voglio controllarne alcuni. Mi servono delle conferme. Non riesco a capirci più
niente, non so più bene cosa credere».
«Credere? Pensavo fossi uno storico».
Lazzari le lanciò uno sguardo obliquo, ma non disse nulla.
Avevano già percorso una ventina di chilometri in autostrada, quando lei
interruppe il silenzio: «Senti, ma davvero hai scritto un libro sulla fondazione di
Roma per sedici anni?» sedici anni?» «No».
«Me lo immaginavo», disse un po’ delusa.
«Ci ho lavorato per sedici anni».
«E non è lo stesso?», domandò lei, di nuovo appassionata. Da qualche parte
scoppiò un tuono. Il cielo era un muro intonacato di fresco dove le scale di grigio
arrivavano fino al nero.
«Non ho scritto nemmeno una riga».
«Non hai scritto nemmeno una riga?» «Soltanto una valanga di appunti, ma alla
fine li ho gettati via. Quanto al saggio vero e proprio, nemmeno una paro la».
«E perché?».
Lazzari indicò qualcosa oltre il parabrezza. «Hai mai visto L’uomo che uccise
Liberty Valance? È un film di John Ford».
«No, non mi pare proprio».
«Nel film, un anziano senatore rivela al direttore di un giornale che tanti anni
prima il famoso bandito Liberty Valance non fu ucciso da lui, come tutti hanno
sempre creduto, ma dal defunto John Wayne. È stata proprio la fama ottenuta per
quell’uccisione a dare il via alla sfolgorante carriera politica del senatore, che ora
è sfolgorante carriera politica del senatore, che ora è pentito e vorrebbe che fosse
resa pubblica la verità. Il giornalista, però, gli dice che non scriverà neppure una
riga di quella storia sul suo giornale. Loro vivono nel West, gli spiega, dove la
leggenda vince sulla realtà, sempre».
«E questo cosa vorrebbe dire?» «Cosa vuol dire non lo so, ma per me significa
che le leggende vivono al di fuori di libri e resoconti, e che esistono cose che non
si possono scrivere. La prima volta che ho sentito questa frase ho capito che era
su misura per me. Hai presente quelle canzoni in inglese che ascoltavi da
ragazzino, senza capire cosa dicessero, ma sapendo che ti stavano parlando?
Capisci che intendo?» «Ho fatto le elementari in una scuola dove si studiava
italiano, inglese e francese».
Lazzari fece un sorriso amaro. «Hai visto quante cose si perdono nell’imparare
troppo?» «Sedici anni di lavoro, e poi hai mollato tutto di punto in bianco».
«Sì. Ho ammainato le vele e sono ritornato in porto, come si suol dire».
«Non ti chiederò il perché, tanto non sapresti rispondermi. Ormai mi sembra di
conoscerti». rispondermi. Ormai mi sembra di conoscerti».
«Se lo dici tu».
«Ma spiegami una cosa però: perché aprire un’enoteca?».
Lazzari si strinse nelle spalle. «Ci deve pure essere qualcuno che rimane a riva
per raccogliere i racconti dei marinai...».
11
Viaggiarono per almeno due ore senza soste. La neve era tornata pioggia.
All’altezza di Parma, anziché svoltare per La Spezia, Lazzari tirò dritto per
evitare di ripercorrere la strada dell’andata. Non riusciva ancora a capire come
potessero averlo rintracciato a Bologna.
L’effetto del vino era del tutto sparito, e ora sentiva nuovamente l’ansia
congestionargli il petto.
Dopo aver fatto il pieno e preso due caffè in un’area di servizio, Artemisia
passò al volante, mentre Lazzari, visibilmente esausto, posizionava il suo
specchietto in modo da poter controllare la strada alle loro spalle.
Sentiva di essere vicino al limite oltre il quale gli sarebbe stato difficile
controllare i suoi nervi. Perché lo stavano seguendo? Quella domanda si ripeteva
ossessiva nella sua testa. Senza risposta.
«Secondo te chi sono quelli che ci danno la caccia?», chiese Artemisia,
intuendo i suoi pensieri.
«A me pare che la stiano dando a me».
«Avrai la tua medaglia, se è quelo che cerchi... Te lo «Avrai la tua medaglia, se
è quelo che cerchi... Te lo richiedo, hai qualche idea?» «Forse sono gli uomini
della Confraternita... quelli che hanno ucciso Vento. Oppure i tizi ingaggiati dalla
concorrenza di cui ci parlava il Colonnello. O forse entrambi. O magari la polizia.
Non lo so... E mi chiedo perché ci stanno seguendo. Fino a qui non abbiamo
scoperto nulla. Cosa pensano di trovare?». Poi aggiunse: «O forse è quel tizio con
il berretto a seguirci...».
«Sei un paranoico».
«Paranoico un accidente! E comunque scusami», si affrettò a correggere il tiro
Lazzari. «I rischi li stiamo correndo in due. E sinceramente, non capisco proprio
chi te lo fa fare».
«A farti da balia?» «A correre questi rischi per i sogni di qualcun altro».
«Curo gli interessi della Fondazione. Ti è stato già spiegato».
«Spero che ti paghino bene».
Artemisia sbatté forte una mano sul volante. «Pensi che lo faccia per soldi?».
Lazzari intrecciò le braccia e si lasciò scivolare sul sedile. «Non è il tuo
lavoro?» «Tu lavoravi all’università per soldi? Solo per soldi?» «Tu lavoravi
all’università per soldi? Solo per soldi?» «D’accordo, scusami... Ma una cosa non
ho capito.
Tu, precisamente, lavori per il Colonnello o per la Fondazione?» «L’hai detto
tu, lavoro per i soldi».
Lazzari insistette per riprendere la guida. La sera era scivolata nella notte, e ora
le gallerie erano isole di luce nella pioggia.
Guidava con concentrazione, gli occhi rossi e la bocca contratta. Aveva dormito
appena quattro o cinque ore negli ultimi due giorni e la stanchezza gli pesava
addosso come un cappotto intriso d’acqua. Abbassava e alzava in continuazione
l’aria calda, senza trovare requie, e non perdeva mai di vista lo specchietto
retrovisore.
Superata Genova si mise sulla corsia di sorpasso e non la lasciò più. Passarono
Varazze a centocinquanta chilometri all’ora. «Tieniti forte», disse alla ragazza,
mentre superava un camion.
Ricordava che il caselo di Celle Ligure era poco dopo la fine del tunnel.
Accelerò ancora, poi sterzò all’improvviso tagliando la strada al camion e
imboccò per un soffio la rampa d’uscita. Il fuoristrada sbandò, le gomme
fischiarono, per alcuni istanti l’auto fu sul punto di gomme fischiarono, per alcuni
istanti l’auto fu sul punto di ribaltarsi, ma ala fine completò la curva
riassestandosi.
Davanti a loro c’era il casello. Oltre, il mare.
«Brutto figlio di puttana!!», urlò Artemisia.
«Ora almeno siamo sicuri che non ci abbiano seguito».
«A momenti ci ammazziamo!».
«Calmati adesso, conosco un posto per passare la notte. È sulle alture, a una
ventina di chilometri da qui. È una vecchia casa dei nonni di un mio amico, la
usano solo d’estate. Domani arriveremo a Sanremo sicuri di non avere nessuno
alle spalle».
Artemisia gli strinse il collo con una mano, obbligandolo a voltarsi verso di lei.
«Fammi un altro scherzo simile e ti consegno io ai tuoi fantomatici inseguitori, a
costo di portarti da loro in braccio!».
«Nei libri cercherò qualche indizio su questa Confraternita», proseguì Lazzari
senza scomporsi.
«Conservo importanti cataloghi museali di reperti romani: chissà che non salti
fuori un altro di quei medaglioni».
Artemisia lo allontanò con un gesto brusco. «E non cambiare discorso! Tu non
sai quanto sono incazzata.
Non mi piacciono i furbi».
Lazzari si strinse nelle spalle.
Lazzari si strinse nelle spalle.
«Non mi piacciono quando pensano di sapere cosa è meglio per me».
Lazzari tacque.
«Non mi piacciono quando prendono decisioni senza consultarmi, tanto più che
sono io a capo dell’operazione qui».
Lazzari continuò a tacere.
«Per farla breve non mi piacciono. Capito?» «Comincio a capire che cosa
intendi».
«Sono nato qui», disse Lazzari quando passarono per Albisola, un paese che
come un fermaglio congiungeva il mare alle alture.
Artemisia guardò lui anziché il borgo. «Hai ancora dei parenti da queste parti?»
«Soltanto ricordi».
La provinciale si inerpicava tra le colline. I paesi erano sempre più distanti
l’uno dall’altro e sempre più piccoli, pugni di case strette intorno a un campanile.
E nel frattempo aveva ripreso a nevicare. Oltrepassato un bivio, la strada
cominciò a stringersi e ad attorcigliarsi attorno alla vetta come un serpente sul
proprio uovo, alternando secchi tornanti e brevi rettilinei. All’altezza di un
casolare in pietra di fiume, Lazzari svoltò un casolare in pietra di fiume, Lazzari
svoltò all’improvviso per un viottolo ampio appena pochi passi che, oltre la stalla
e l’abbeveratoio, spariva nel bosco. Il fuoristrada sfiorava da una parte all’altra i
rami che frustavano le fiancate.
«È a senso unico questa strada, vero?», domandò Artemisia.
«Falso».
«E se incontriamo un’auto?».
Lazzari frenò di colpo mentre una massa scura rovinava giù dalla collina sulla
loro destra. A pochi centimetri dal muso della macchina videro sfrecciare un
cinghiale. La pelliccia irsuta fumava. L’animale si tuffò nel bosco a valle e sparì.
«Accidenti!», fece Lazzari portandosi una mano al petto, prima di ripartire.
«Hai il dono di fare le domande sbagliate al momento giusto».
La strada scollinava tra due formazioni rocciose.
Lazzari guidava adagio, con gli abbaglianti in funzione. «È qui», disse
indicando il punto dove il castagneto si diradava.
Lasciarono l’auto in uno slargo sterrato, raccolsero le loro cose, scavalcarono
una catena e proseguirono a piedi. Lazzari faceva strada, mentre Artemisia gli
teneva piedi. Lazzari faceva strada, mentre Artemisia gli teneva una mano sulla
spalla e con l’altra puntava il cellulare davanti ai loro piedi. La neve nascondeva
sassi e radici.
Il casolare era una macchia nera oltre le fronde.
«Ci siamo quasi», mormorò Lazzari rabbrividendo, ma, mentre finiva di
pronunciare la frase, inciampò in una radice e perse l’equilibrio, portando con sé
Artemisia. Si ritrovarono entrambi distesi nella neve.
«Oh merda!».
«Solo neve», ridacchiò lei.
Da qualche parte un uccello spiccò il volo in un frullio di ali. «C’è poco da
scherzare», insistette lui, ma lei continuava a ridere.
Si rimisero a fatica in piedi, cercando di spazzolare via la neve dai vestiti.
Discutevano ancora quando raggiunsero il portico di legno.
«E ora? Che si fa? Come hai intenzione di entrare, fammi capire», disse
Artemisia.
Lazzari lasciò cadere la borsa, si avvicinò alla ragazza e la sollevò di peso.
«Cerca sopra l’architrave.
Un tempo tenevano lì la chiave».
«Niente», fece lei rovistando. «Aspetta un momento, però. Tienimi ferma. Ce la
fai? Ah eccola».
Lazzari prese la chiave che la ragazza gli porse e si Lazzari prese la chiave che
la ragazza gli porse e si chinò sulla serratura. «Fammi luce con il cellulare».
Finalmente riuscirono a entrare, zuppi e infreddoliti.
«Si gela», fece Artemisia stringendosi nelle braccia.
«Guarda se trovi qualcosa da mangiare, io vado a prendere la legna e accendo
la stufa», gli disse guardandosi intorno.
Nella legnaia c’erano ceppi e legnetti in quantità, e anche una buona scorta di
pigne. Fece due viaggi, in modo da non dovere uscire durante la notte. Trovò
anche un vecchio giornale, lo strappò e ne fece delle lunghe fiaccole. Ma dovette
armeggiare a lungo prima di riuscire ad accendere il fuoco.
«Mai stato boyscout... mi pare di capire, giusto?», osservò Artemisia che
intanto si era avvolta in una coperta impolverata e saltava per il freddo. «Che idea
geniale che hai avuto a voler venir qui! C’è solo da sperare che ci abbiano seguiti,
almeno qualcuno troverà i nostri cadaveri assiderati...».
Aprirono un paio di scatolette di tonno e le divorarono. Frugarono nella
dispensa e scovarono anche una bottiglia di grappa e un pacco di frollini scaduto
da appena un mese.
«Salvezza», esultò Lazzari.
«Salvezza», esultò Lazzari.
Si sedettero l’uno accanto all’altra su un divano sfondato, un paio di coperte
stese sopra la testa, sgranocchiando i biscotti e passandosi la bottiglia.
L’unica luce nella stanza era quella rossastra che proveniva dalla stufa. Oltre la
finestra senza persiane si intuivano appena le sagome degli abeti carichi di neve.
«Oggi mi hai detto che hai lavorato a un libro sulle origini di Roma per sedici
anni», disse dopo un po’
Artemisia. «Non avrai scritto una riga, ma ti sarai fatto almeno un’idea su quale
possa essere il vero nome di Roma».
Lazzari si fece più vicino. «Mille ipotesi, dalla più azzardata alla più semplice.
E non è detto che la più semplice sia da escludere, come hanno fatto quasi tutti gli
studiosi».
«E quale sarebbe?» «Lo stesso nome».
«Cioè Roma?» «Leggilo al contrario».
«A... Amor? Ma dài, non prendermi in giro».
«In fondo l’amore non è la risposta a tutte le domande?», replicò Lazzari con
uno sguardo ambiguo, il tono tra il serio e il divertito. tono tra il serio e il
divertito.
«Ma ci sono delle prove da un punto di vista storico?».
Lazzari si strinse nelle spalle. «Il termine ruma, “mammella”, esprime l’idea di
un doppio: e se il nome Roma – che secondo alcune interpretazioni linguistiche
gli è connesso – indicasse i genitori dei gemelli, ossia Venere e Marte? Leggendo
il nome da destra, Roma, si farebbe riferimento a Romolo, che è figlio di Marte;
leggendolo invece da sinistra, Amor, ci si riferirebbe a Venere, che secondo un
altro racconto antico è la madre di Enea, avo dei gemelli. Forse ci credevano pure
i romani dell’età imperiale visto che Adriano fece costruire un tempio dedicato
congiuntamente a Venere e Roma».
«Ma non era Silvia la madre dei gemelli? Non ci capisco più niente...».
«Sì, ma nel contesto mitico dietro ogni personaggio si cela un dio», rispose
Lazzari accalorandosi. «Si potrebbe scrivere un intero libro su Rea Silvia, e non
sai quante analogie troveresti con la Maria cristiana, non solamente il
concepimento verginale. L’etimo del nome proviene dal latino silva, che significa
“bosco”, “legname”, ma anche “materia”. Il prenome, invece, deriva da reus che
ha due significati: “reo” e “consacrato”. Io scarterei il primo: significati: “reo” e
“consacrato”. Io scarterei il primo: Silvia, infatti, non infranse il voto di castità,
perché fu un dio a possederla. Reus significa piuttosto consacrato agli dèi: Silvia
infatti era Vestale, una sacerdotessa consacrata a Vesta».
«Continua», fece Artemisia che lo guardava a pochi centimetri di distanza,
attratta dall’intensità inaspettata di quello sguardo.
«C’è anche un altro interessante colegamento. La grande dea dell’Asia, Cibele,
era detta Rea dai popoli che l’adoravano: i greci la chiamavano invece Idaia, dal
monte Ida, che significa proprio bosco, legname, e corrisponde in tutto alla parola
silva».
«Perché ci tieni tanto a sottolineare questi significati?
Cosa hanno di tanto speciale?» «Perché per i romani dietro Silvia si cela il
principio femminile dell’universo: la materia che viene informata dal dio, il
legname che viene acceso e trasformato in fuoco!».
«Quante cose dietro una semplice ragazza».
«Quando il simulacro di Cibele fu trasferito a Roma, sai quale luogo scelsero i
romani per ospitarlo?» «Scommetto il Palatino».
«Esatto! Ruota tutto intorno a quel luogo. Il tempio di Vesta sorgeva
all’incrocio delle due principali vie Vesta sorgeva all’incrocio delle due principali
vie cittadine, il cardo e il decumano: era l’unico ad avere forma rotonda, con
un’apertura sul tetto affinché tutta la città potesse controllare il fumo del fuoco
che doveva bruciare all’interno senza sosta, pena la rovina dell’Urbe; ed era anche
l’unico il cui culto era affidato a un sacerdozio femminile. Tutti elementi che
sottolineano la sua centralità e particolarità. Secondo la leggenda, il concepimento
divino di Remo e Romolo avviene mentre la vergine Silvia si reca ad attingere
acqua di fonte, ossia pura, condizioni che implicitamente alludono alla
disponibilità della ragazza a essere fecondata dalla divinità. Proprio come Maria,
che pronuncia il suo fiat alla volontà divina».
«Prima le analogie tra la fondazione di Roma e la Pasqua, ora tra la nascita di
Remo e Romolo e quella di Gesù. Ma che cosa stai cercando di dimostrare?»
«Sollevo semplicemente degli interrogativi», si schermì Lazzari. «Per adesso
lasciami finire il discorso sulla dea che si nasconde dietro Silvia. Devi sapere che
il fuoco di Vesta veniva acceso una volta all’anno con il rito della terebratio, ossia
facendo scoccare una scintilla per sfregamento: il fuoco doveva essere vergine,
non figlio di altro fuoco. Questo ulteriore particolare ha fatto figlio di altro fuoco.
Questo ulteriore particolare ha fatto pensare a molti che fosse Vesta a celarsi
dietro la figura di Silvia».
«Quindi era Venere o era Vesta la vera madre dei gemelli?» «Chi dice che
fossero due? Secondo il filosofo Macrobio, Valerio Sorano...».
«Quello che fu ucciso per aver rivelato che Roma aveva un nome segreto?»
«Proprio lui», confermò Lazzari. «Sorano, nell’Epoptidon, svelò pure che tutte le
dee non erano che l’espressione di un’unica divinità. C’è poi una terza indiziata.
Se il termine Rea si riferisce all’omologa dea greca, come sostengono alcuni
esperti, allora la corrispettiva divinità latina sarebbe Opi, la dea dell’abbondanza».
«E in questo caso quali sarebbero le prove di un suo collegamento con Silvia e
la fondazione di Roma?» «Ce ne sono almeno tre. Primo: nella domus Regia,
posta all’interno del santuario di Vesta, erano presenti esclusivamente due sacrari,
il primo dedicato a Marte e l’altro proprio a Opi. Secondo: in quello stesso
edificio fu conservato il sacro lituo e tutto ciò che apparteneva alla fondazione
della città. Terzo: Opi era detta Consivia, la fondazione della città. Terzo: Opi era
detta Consivia, la cui radice etimologica è la stessa del verbo condere, ossia
“fondare”». Lazzari si arrestò di colpo e le prese la mano. «Che ne pensi?»
«Penso solo che non hai ancora risposto alla mia domanda sul termine Amor»,
fece Artemisia, che ormai gli era molto vicina.
Lazzari prese un legnetto e fece un rapido disegno sullo spesso strato di polvere
che ricopriva il pavimento:
«Questo disegno è stato ritrovato su un muro di una casa di Pompei».
«Pompei?» «Vuoi che te ne parli?», domandò Lazzari tracannando l’ultimo
sorso di grappa. La bottiglia era finita.
«Non stasera», fece Artemisia, sfiorandogli il volto con il suo. con il suo.
Lazzari avvertì una vampata di calore. Il cuore prese a battergli così forte che
perfino Artemisia se ne accorse.
Si avvicinò ancora e lasciò passare le labbra dietro il suo orecchio.
«Non ti scoppierà il cuore, vero?», sussurrò Artemisia sfiorandogli gli occhi
con la punta delle dita.
«Staremo a vedere», e la baciò di slancio per vincere la timidezza.
12
Si svegliarono immersi in una luce bianca. Aveva smesso di nevicare e a
sorpresa era spuntato il sole. La stufa doveva essersi spenta da qualche ora e
traboccava di cenere: nessuna possibilità di farla ripartire in tempi rapidi.
Si sedettero al tavolo della cucina e finirono i biscotti infagottati nelle coperte.
Festoni di ragnatele correvano tra le pareti. Nessuno dei due disse una parola.
Si sciacquarono come poterono, imprecando sottovoce, raccolsero le loro cose,
uscirono e lasciarono la chiave sulla sommità dell’architrave, esattamente dove
l’avevano trovata. La campagna era bianca e verde.
Si fermarono a prendere un caffè in un paesino deserto e mentre lo
sorseggiavano, davanti a un barista giapponese che parlava l’italiano con
difficoltà, Artemisia e Lazzari si scambiarono un sorriso impacciato, il primo
della giornata.
Scesero verso il mare, attraversarono Savona e ripresero l’autostrada. Il sole
brillava sull’asfalto bagnato. ripresero l’autostrada. Il sole brillava sull’asfalto
bagnato.
I grandi occhiali di Artemisia rispecchiarono in successione i bianchi torrioni di
Finale Ligure, la piana albenganese e poi la dorsale cespugliosa che correva verso
la Francia. Grandi pini pendevano sulle scogliere.
«Il tempo è poco», disse dopo un po’ Lazzari. «Ma spero di rintracciare in
alcuni autori antichi qualche riferimento all’Epoptidon. Vorrei anche dare
un’occhiata alle raccolte epigrafiche».
Artemisia si accarezzava il braccio e non dava segno di ascoltare.
«Secondo me, sono le iscrizioni tombali il nostro asso nella manica. È così che
abbiamo scoperto ciò che conosciamo dei riti misterici antichi, come quelli orfici.
Alcuni iniziati, ad esempio, si facevano seppellire legandosi al collo delle
piastrine di metallo su cui erano incise formule segrete, dettagli dei misteri e
perfino mappe dell’aldilà. E così ciò che non rivelarono da vivi, lo fecero da mor
ti».
Dopo qualche chilometro si fermarono in un’area di servizio. Lazzari fece il
pieno, poi si sedette su un muretto al sole ad attendere Artemisia.
Con un gesto automatico si toccò il petto, ma il solito fastidio non c’era. Tastò
con le dita tra stomaco e sterno, fastidio non c’era. Tastò con le dita tra stomaco e
sterno, ma niente. Non sapeva se esserne lieto o temere invece una ricaduta.
Artemisia ricomparve mezz’ora più tardi. Lo cercò con lo sguardo per tutto il
piazzale e quando lo vide con gli occhi rossi, il volto scavato e la barba di tre
colori, bruno, biondo e grigio, se ne sentì attratta. Forse non era solo un capriccio,
come aveva pensato qualche minuto prima.
Aveva impiegato alcuni istanti a riconoscerlo: con il mare sulo sfondo e il sole
negli occhi, somigliava a un attore francese dalla la carriera andata a rotoli.
Si parò davanti a lui, il peso su una sola gamba.
«Avrei bisogno di un passaggio...».
«Per dove?» «Decidi tu».
Uscirono dalla superstrada a Bussana, in prossimità del mercato dei fiori. Di
quanto successo la sera prima nessuno dei due intendeva fare parola.
Su una di quelle colline dove decine di serre riflettevano, moltiplicandoli, i
raggi solari, Lazzari conservava una fascia del terreno appartenuto ai suoi nonni,
che per più di mezzo secolo avevano coltivato nonni, che per più di mezzo secolo
avevano coltivato fiori. Prima garofani e poi, con il cambiare delle mode,
ranuncoli e infine crisantemi.
La strada per arrivare al piccolo podere era una stretta e ripida serpentina di
cemento grezzo che nel corso degli anni aveva costretto i visitatori a lasciare
l’auto a valle e proseguire a piedi. Le curve a destra si affacciavano sullo
strapiombo e quella a sinistra erano talmente irte da formare un dislivello di tre
metri sulla strada sottostante. E come se non bastasse, il fianco della montagna
franava in continuazione rendendo il fondo sdrucciolevole.
Durante la salita Artemisia alternò secchi insulti a silenzi tesi.
«Smetti di frenare o farai un buco sul fondo», le disse Lazzari, che aveva
l’abitudine di sfoderare sicurezza nelle poche cose che sapeva fare bene.
«Aspetta che arriviamo in cima, e poi vedrai», fece lei.
Quando però raggiunsero la vetta rimase senza parole. Mise piede sul terreno
sassoso e corse in avanti fino al ciglio della scarpata. Il suo sguardo spaziò
dall’altura, irta di fichi d’india, ale colline terrazzate e punteggiate di fiori e poi
giù fino alla battigia e al mare punteggiate di fiori e poi giù fino alla battigia e al
mare verde e azzurro.
Lazzari indicò una casa poche centinaia di metri più in basso rispetto alla loro
posizione, un cubo giallo dal tetto a terrazza accoccolato tra le serre che
riflettevano il sole. «Da bambino ho vissuto là per un periodo».
«Ho capito dove è nata la tua passione per le cose belle».
Il capanno sorgeva a ridosso di una vecchia cisterna per l’acqua. Lazzari aveva
venduto la casa e il terreno, ma si era tenuto quel piccolo appezzamento. Nell’orto
crescevano spontaneamente asparagi e insalata selvatica.
Le gabbie dei conigli erano divelte e fracassate. C’era ancora la vecchia pentola
in cui metteva il cibo per Argo, un setter maculato che non era andato a caccia
nemmeno un giorno nei suoi quattordici anni di vita.
Tolse il fermo alla porta del magazzino. Sulle assi erano schierati in ordine
bottiglie e vasi. I vetri si animarono alla luce che arrivò da fuori. C’era ancora
qualche barattolo intonso, pieno di marmellata o salsa di pomodoro, e perfino
qualche fiasco di vino e di olio. In un angolo era stato piazzato il frigo per i fiori,
che Lazzari aveva poi trasformato in quella che definiva la sua cassaforte.
Artemisia abbassò gli occhiali. «Tu conservi i tuoi Artemisia abbassò gli
occhiali. «Tu conservi i tuoi libri qua dentro?» «Le migliori condizioni possibili
di conservazione», rispose Lazzari bussando contro l’acciaio. «Temperatura bassa
e costante, e giusto grado di umidità. Inoltre, l’elettricità è gentilmente offerta dal
Comune. Un mio amico ha collegato i cavi all’impianto di illuminazione
stradale».
Artemisia, però, pensava ancora ai libri. «Il Colonnello mi ha detto che li hai
rubati alle più importanti biblioteche italiane. È vero? Rubare alle biblioteche è
come rubare in chiesa, o ai poveri».
«Mi ero messo in testa di riunire una biblioteca specifica sule origini di Roma,
e poi di renderla pubblica.
Idea assurda. Finita questa storia, provvederò a restituirli».
«Il Colonnello può fare in modo che...».
«Li restituirò comunque».
Lazzari digitò sul display il codice segreto. Quando udì il fischio elettronico,
ruotò la maniglia e aprì.
«Oh cazzo!», mormorò Artemisia davanti alla cella deserta.
Lazzari si portò le mani in testa. Sentì un grande freddo e un’improvvisa
debolezza. Poi un vuoto inatteso freddo e un’improvvisa debolezza. Poi un vuoto
inatteso e allora scoppiò a piangere senza riuscire a controllarsi.
«Li hanno rubati, vero?», domandò Artemisia quando raggiunsero il fondo
della discesa.
«Tu che dici?? Forse potrebbe averli presi in prestito il pastore della zona...».
Lazzari era furibondo.
Artemisia continuò nello stesso tono: «Chi può essere stato?» «Qualcuno che di
certo ha a che fare con questa storia. Forse quelli della Confraternita o, più
probabilmente, quelli che ci stanno seguendo...».
«Come hanno fatto a trovarli in questo posto sperduto?» «Be’, evidentemente
anche loro dispongono di mezzi “illimitati”, come direbbe il tuo Colonnello».
«Forse sono ancora nei dintorni», ipotizzò Artemisia.
Il dolore e la rabbia per la perdita dei libri avevano fatto dimenticare a Lazzari
la paura, che ora tornò a farsi sentire. «Voglio che telefoni al Colonnello. Ci aveva
garantito protezione, maledizione!».
«Aspetta un momento, però. Da quanto non venivi qui? Possono averli rubati
un mese fa per quanto ne sappiamo». sappiamo».
«Voglio che gli telefoni e gli dici di recuperare quei dannati libri! Ne abbiamo
bisogno».
«Io ho bisogno di una doccia, di mettere le gambe sotto il tavolo di un
ristorante e di un letto vero dove dormire dieci ore filate. Cerchiamo un albergo.
Dopo, forse, chiamerò il Colonnello».
Lazzari si passò l’indice sotto il naso. «Andiamo, conosco un posto dove non ci
chiederanno i documenti».
«Una bettola in qualche fogna».
«È un albergo in pieno centro ma, per così dire, invisibile. Ha una stella, ma ne
vale almeno tre. Ogni città ha i suoi segreti».
«E tu come fai a saperlo?».
La guardò con aria sibillina. «Quello che ho detto per le città vale anche per gli
uomini».
L’albergo occupava il terzo piano di uno stabile d’epoca, a metà strada tra il
teatro Ariston e il casinò.
Presero due stanze comunicanti e pagarono in contanti. Il gestore, un uomo
basso dala tinta rossiccia e dagli occhi azzurri, non chiese i documenti, ma diede
loro il proprio biglietto da visita.
«Per qualsiasi evenienza». Ripeté la parola qualsiasi «Per qualsiasi evenienza».
Ripeté la parola qualsiasi due volte. Lasciò loro anche le chiavi del portone di
ingresso. «Così sarete liberi di andare e venire a vostro piacimento», spiegò,
enfatizzando la parola piacimento.
Le camere erano spaziose, nonostante la tappezzeria risalisse agli anni
Cinquanta.
Lazzari lasciò le valigie sul pavimento, scostò le pesanti tende e si affacciò alla
finestra. Le palme si slanciavano sopra il traffico del pomeriggio mentre il mare,
oltre i binari, ricopriva quasi per intero la spiaggia.
Artemisia si lasciò cadere sul letto della stanza attigua. «Io mi riposo un po’,
prima di farmi un lungo bagno. Ci vediamo alle sette qui fuori», disse parlando
attraverso la porta comunicante che era aperta.
«Facciamo nell’atrio».
«Allora io scelgo l’orario», disse lei e chiuse la porta con un calcio.
Artemisia scese ale otto meno un quarto. Sotto la giacca, indossava un vestito
scuro e morbidi stivali.
Trovò Lazzari seduto al tavolino di un bar. Nell’attesa si era bevuto un paio di
Pastis con acqua e aveva letto nelle pagine locali di un quotidiano un trafiletto che
lo aveva inquietato: il giorno prima, in località Bussana, alcuni inquietato: il
giorno prima, in località Bussana, alcuni coltivatori, dopo aver udito ripetuti spari,
avevano avvisato i carabinieri. Le forze dell’ordine, giunte sul posto, avevano
ritrovato un paio di bossoli di due distinti calibri apparentemente non
riconducibili ad armi da caccia, ma nessuna traccia di sangue. Le indagini erano
ancora in corso. Gli inquirenti non escludevano alcuna pista.
«Scusa il ritardo», disse Artemisia, con il tono di chi invece lo rimarca.
«Figurati, sono io che sono in anticipo». Lazzari ripiegò il giornale, lo lanciò su
una sedia e si alzò.
«È tempo del secondo desiderio, genio della lampada. Un ristorante».
«Di che tipo?» «Di quelli che piacciono a te, brutti ma buoni».
La trattoria occupava un breve pontile sulla spiaggia.
Era ancora gestita dalla stessa famiglia di immigrati abruzzesi, buoni amici dei
suoi, perfino parenti alla lontana a credere alle parole di sua madre. Lo
riconobbero appena aprì bocca e gli diedero il tavolo che preferiva, quello
all’angolo sospeso oltre il molo, dal quale sembrava di essere seduti in mezzo al
mare.
Artemisia passò una mano sulla tovaglia a scacchi Artemisia passò una mano
sulla tovaglia a scacchi bianchi e rossi. «Ci portavi le tue fidanzate qui?» «Sì, due
alla volta».
«Perché non ti rilassi?». E assaggiò uno dei crostini all’olio.
Lazzari indicò con il pollice alle proprie spalle. «Tu forse non ti rendi conto!
Ieri c’è stata una sparatoria a poche decine di metri dal mio magazzino. Sembra
assurdo, ma sono certo che non può essere un caso!».
La ragazza impiegò più tempo del solito per replicare: «Non ti hanno insegnato
che non si parla di lavoro a tavo la?».
Lazzari si accorse che la notizia, nonostante la sicurezza che ostentava, l’aveva
toccata e si rimproverò per essere ritornato sull’argomento. In fondo erano a
Sanremo e stavano per cenare insieme dopo quello che era successo tra loro la
notte prima. La paura guastava ogni cosa. Eppure non riusciva ad allontanare il
pensiero di quanto era accaduto. Erano stati gli agenti della concorrenza a
prendere i suoi libri? In quel momento potevano essere ovunque, anche lì vicino,
senza che loro potessero saperlo. Forse li stavano tenendo d’occhio. Si costrinse a
smetterla con le domande e prima di ogni altra cosa ordinò il vino. altra cosa
ordinò il vino.
Mangiarono brodo abruzzese, una zuppa con bietole, fettucce di frittate,
polpettine, fegatelli e poi un incredibile numero di rostelle di capra alla brace.
«Sono sorprendentemente buone per avere un odore così repellente»,
commentò Artemisia che aveva composto una ziggurat con gli spiedini di legno.
La prima bottiglia di Rossese di Dolceacqua terminò quando la carne non era
ancora in tavola, e così ne ordinarono un’altra. L’alcool aveva stemperato i timori
di Lazzari, che ora si meravigliava che quella donna così affascinante fosse
davvero seduta davanti a lui, e che davvero stesse ridendo alle sue battute.
«Quattro bicchieri di Amaro del Capo», ordinò dopo che ebbero finito il dolce.
«Ma noi siamo in due», rise Artemisia.
«Tra poco saremo in quattro, fidati».
Quando uscirono, mezz’ora più tardi, erano piacevolmente brilli. Si avviarono
con calma verso il casinò, appoggiandosi di tanto in tanto l’uno all’altra.
Alla vista del palazzo bianco Artemisia sembrò riprendersi e salì la scalinata
con disinvoltura, sostenendo anche il compagno. Lazzari indugiò per alcuni istanti
davanti alla porta. La via sottostante aveva visto tempi davanti alla porta. La via
sottostante aveva visto tempi migliori, le serrande dei bar erano arrugginite, le
palme pendevano. Più in basso la vecchia stazione sorvegliava un enorme
parcheggio semideserto.
Artemisia prese posto a un tavolo da poker. Lui la guardò per qualche minuto
prima di defilarsi. Lei ci sapeva fare, la vita le veniva naturale. Lazzari annuì
ammirato, poi si infilò le mani in tasca e prese a vagare per le sale.
Al piano terra c’erano i tavoli con la puntata minima fissata a pochi euro e un
po’ di gente accalcata intorno, di sopra invece si udiva soprattutto la voce dei
croupier e il rollio delle roulette nelle stanze semivuote.
All’improvviso avvertì un vuoto allo stomaco e subito dopo un’ondata di
inquietudine. I pensieri tornarono a galla tutti insieme. Aumentò il passo. L’ansia
camminava con lui. Era sicuro di poter scorgere da un momento all’altro lo
sconosciuto con la barba e il cappellino che li aveva seguiti fin dal principio. Se lo
immaginava con uno smoking scuro, il grande petto strizzato nella camicia, e gli
occhiali scuri che ora tanti avevano a causa del Texas Hold’em. Come aveva fatto
a non capirlo prima? Quel tizio doveva per forza essere un agente della
concorrenza. In pochi secondi sentì le sue mani diventare concorrenza. In pochi
secondi sentì le sue mani diventare madide.
Camminava avanti e indietro, con occhi febbricitanti e passo malfermo, quando
un addetto alla sicurezza gli chiese se stesse cercando qualcuno.
«Mi pareva di aver visto un amico», si giustificò Lazzari.
«Forse è uscito», disse l’uomo allusivo.
«Invece è a quel tavolo», replicò Lazzari, prendendo velocemente posto di
fronte alla roulette. Controlò le tasche, tirò fuori cinque biglietti da dieci, tre da
venti e uno da cinque, se li fece cambiare direttamente dal croupier e cominciò a
puntare sul ventuno. Come il ventuno aprile. Non uscì mai.
Furono tra gli ultimi ad andarsene, verso le due.
Nessuno aprì loro la porta. L’usciere aveva forse già terminato il suo turno.
«Non ho voglia di tornare in albergo», disse Artemisia respirando a pieni
polmoni l’aria marina.
Scesero verso il mare ed entrarono nel bar ritrovo dei giocatori, un locale di
ottoni, legni, specchi, riflessi dorati e whiskey bruniti, in cui fluttuavano come
fantasmi attempati camerieri in giacca bianca e papilon nero. Era un posto buono
per pensare al passato, a quello che si era perso, a ciò che si era lasciato indietro.
Perso o vinto, quella sera non importava.
«Ti sei mai sposato?», gli domandò Artemisia. Aveva voluto a ogni costo
prendere una bottiglia di Krug, ma dopo il primo bicchiere nessuno dei due
pareva intenzionato a versarsene un secondo. Le catene di bolicine risalivano
sempre più lentamente.
«Una volta, quasi. Ma poi non se ne fece niente».
Lazzari agitò la coppa larga in cui gli avevano servito lo champagne, di quelle
che ormai non si usavano più da almeno dieci anni.
«Non non ti preoccupare, non ti chiederò il perché».
Lazzari sorrise. «Non ti preoccupare, non ti farò la stessa domanda».
Artemisia colmò le due coppe e brindò: «Ala nostra luna di miele».
Ritornarono in albergo a piedi, guardandosi spesso alle spalle. Una volta nella
sua stanza, Lazzari rimase a lungo alla finestra per tenere d’occhio la piazza
sottostante. «Hai chiamato il Colonnello?», domandò a un certo punto ad
Artemisia.
«Dice di non preoccuparti per i libri. Ha incaricato un «Dice di non
preoccuparti per i libri. Ha incaricato un suo agente di recuperarli».
«E di quelli che li hanno rubati? Non gli hai detto che potrebbero essere ancora
qui?» «Ha detto che è tutto sotto controllo».
«Sì, come no. Non ha detto altro?» «Che è curioso come noi di sapere cosa ci
dirà domani Parodi, se è riuscito a rintracciare questo Lupo».
Lazzari tirò le tende e accese la TV e Artemisia si accoccolò sul divano accanto
a lui. Su un canale satellitare davano Il tesoro della Sierra Madre.
«Odio i western», disse lei.
«Scommetto che è solo perché non li hai mai visti».
«Certo che...».
«Non li hai mai guardati come se li stessi vedendo per la prima volta».
«Questo di cosa parla? Ehi, ma quello non è Bogart?» «Parla di tre uomini che
vanno a cercare l’oro».
«E non lo trovano».
«Invece lo trovano, ma anche l’oro trova loro. Gli entra dentro, li divora e li
divide. Bogart uccide, o almeno ci prova, uno dei compagni e scappa con l’oro.
Ma finisce sulla strada di un gruppo di banditi, che lo Ma finisce sulla strada di
un gruppo di banditi, che lo ammazzano e lo rapinano. I banditi, tuttavia, pensano
che il vero tesoro siano i muli e non i sacchi di tela, che stracciano e buttano via».
«E come finisce?» «Come ogni ricerca di questo tipo, con l’oro nel vento».
Artemisia era incuriosita da quella luce, emozionata e a tratti perfino fanatica,
che ogni tanto si accendeva sul volto di Lazzari. «Che cosa stai cercando di
dirmi? Che la nostra ricerca finirà così?».
Lazzari si voltò verso di lei. «Lo vedi?» «Cosa?» «Perché non mi sono mai
sposato. Ne sapete sempre una in più».
13
Artemisia si svegliò nel proprio letto. Si alzò e senza mettersi nulla addosso
sgusciò nella stanza attigua. La porta era aperta. Lazzari era in piedi davanti alla
finestra e le dava le spalle. Indossava solo i pantaloni. Pensò che avesse una bella
schiena, peccato per quella sua abitudine di tenere le spale curve, come se stesse
continuamente dicendo “così va il mondo”.
«Ricordo di essermi addormentata sul divano, ma non ricordo come ho fatto ad
arrivare fino al letto. Sulle mie gambe?».
Lazzari si voltò di scatto, non l’aveva sentita arrivare e quando la vide nuda,
con le mani intrecciate sotto i seni e le lunghe gambe scaldate dalla luce zigrinata
del sole, abbassò lo sguardo. «Sulle mie braccia».
Artemisia frugò sul tappeto con la punta del piede, reclinò la testa e lo guardò
dal basso in alto. «Che c’è?» «Mi sono dimenticato di dirti una cosa ieri sera»,
disse Lazzari. Si avvicinò rapidamente e la baciò.
Artemisia lo ricambiò e poi, all’improvviso, lo alontanò e Artemisia lo
ricambiò e poi, all’improvviso, lo alontanò e scoppiò a ridere.
Fecero colazione al bar sotto l’albergo. Un nastro di sole era posato sull’angolo
del tavolino come quello di un pacchetto dono.
«Dici che si sentono così gli sposi il giorno in cui finisce la luna di miele?
Quando guardano per l’ultima volta l’orizzonte tropicale e pensano al ritorno a
casa, all’ufficio, alle rate, ai genitori che invecchiano, alla passione che finirà?».
Artemisia inforcò gli occhiali. «Non credo siano queste le cose che pensano i
novelli sposi, almeno quelli normali... Forse sono i pensieri che hai fatto tu...
Magari quando lei ti ha lasciato».
Lazzari non riuscì a nascondere la sorpresa. «Come fai a sapere che è stata lei a
lasciarmi?» «Ce l’hai scritto in faccia».
Lazzari la guardò a lungo. «Sai, a volte anch’io vorrei un paio di occhiali come
i tuoi».
Arrivarono a Sarzana nel primo pomeriggio e parcheggiarono a ridosso del
centro storico. Non avevano pranzato, ma si sentivano ancora sazi per la cena
della sera prima. Passarono sotto le mura medievali cena della sera prima.
Passarono sotto le mura medievali e si incamminarono lentamente verso casa di
Parodi, scambiandosi di tanto in tanto un’occhiata interlocutoria.
«Che dici? È l’ora giusta per suonare alla porta di un ottantenne?», gli
domandò Artemisia. Indugiavano davanti al portone, mentre il sole tiepido delle
due accarezzava i loro visi. La neve e il freddo di due giorni prima erano solo un
ricordo.
Lazzari glissò sull’ironia. «Probabilmente a quest’ora si sta facendo un
sonnellino».
«E che genere di sonno...», sussurrò Artemisia, di colpo pallida.
«Che hai?», le domandò Lazzari scuotendola per il braccio.
La ragazza gli indicò con l’altra mano la locandina del giornale locale esposta
accanto all’ingresso di un’edicola.
IL PROFESSOR PARODI TROVATO MORTO
NELLA SUA ABITAZIONE.
ARRESTO CARDIACO. ALCUNI DETTAGLI DA
CHIARIRE.
Comprarono il giornale, se lo contesero e ne strapparono un pezzo per la fretta
di aprirlo. Lo lessero strapparono un pezzo per la fretta di aprirlo. Lo lessero in
piedi davanti all’edicola. L’articolo aggiungeva pochi altri particolari al titolo.
Il cadavere del professore presentava segni di corde ed ecchimosi sui polsi,
come se fosse stato legato.
L’appartamento era in perfetto ordine, e questo sembrava far escludere l’ipotesi
del furto, ma nessuno poteva affermare se fosse stato portato via qualche oggetto,
vista la vastissima collezione di monili antichi e pezzi d’arte conservati da Parodi,
noto e stimato antiquario.
«Devono averlo legato e interrogato», disse Lazzari sgranando gli occhi. Aveva
le palpitazioni e un dolore diffuso e costante alla bocca dello stomaco.
«E lui deve avergli detto quello che ha detto a noi», continuò Artemisia.
«E soprattutto gli avrà detto di noi».
«Che saremmo tornati».
«Forse sono ancora qui».
«E ci stanno cercando».
«Scappiamo», fece Lazzari prendendola per mano.
Schizzarono verso il parcheggio abbandonando il giornale che frullò a terra.
Artemisia si bloccò dopo una manciata di passi e lo Artemisia si bloccò dopo
una manciata di passi e lo strattonò. «Fermati, forse conoscono la nostra macchina
e ci stanno aspettando là».
«E che cosa vuoi fare, lasciarla lì?» «Che te ne importa? È solo una
macchina!», disse Artemisia.
Lazzari annuì. «Alla stazione, allora».
«Dov’è?» «Nella parte nuova della città, almeno credo. Non ricordo con
esattezza. In ogni caso, non più di un paio di chilometri da qui».
«Troppa strada, ci vedrebbero. E poi forse stanno sorvegliando anche la
stazione. Prendiamo un taxi».
«Sull’altro lato della piazza, via!».
Attraversarono a passo sostenuto il campo acciottolato e in lieve pendenza,
facendosi largo tra i numerosi passanti. Alcuni bambini avevano accatastato
giacche e zaini su una panchina e giocavano a pallone. La palla rotolò fino ai
piedi di Lazzari che si fermò e la calciò verso i ragazzi. Fu un tiro maldestro.
Rimase a guardare imbarazzato il pallone che schizzava lontano.
Quando si voltò scorse un uomo in giacca e cravatta alle spalle di Artemisia.
Camminava a passo sostenuto e pareva puntare verso di loro. «Vieni via, corri!»,
disse ad Artemisia, afferrandola per il braccio. Ma fecero in Artemisia,
afferrandola per il braccio. Ma fecero in tempo a compiere solo una decina di
passi che si ritrovarono davanti un altro sconosciuto che li bloccò con fare cortese
ma deciso, come se fosse un vecchio amico intenzionato a farsi riconoscere.
«Signor Lazzari, che piacere», disse l’uomo. Nel frattempo anche l’altro li
aveva raggiunti.
«Collaborate e non vi succederà nulla», li rassicurò uno dei due, posando una
mano sulle loro spalle. Disse di chiamarsi Fazio e presentò l’altro come l’agente
Prati.
Erano dela stessa altezza, avevano volti dalle mascelle pronunciate, e portavano
identici occhiali da sole.
Prati sorrise toccandosi il fianco con un gesto allusivo. «Professor Lazzari, la
prego di seguirmi. Si tratta di quel famoso caffè. Milano, ricorda?».
Lazzari si accorse del rigonfiamento sulla giacca di Prati all’altezza del fianco e
quando tornò ad alzare lo sguardo riconobbe l’uomo che dalla Mercedes gli aveva
puntato contro la pistola. «Sarà freddo il caffè a quest’ora», si sforzò di dire, ma il
tono stridulo lo tradì.
Aveva la gola secca, le mani sudate e nel petto il cuore gli scoppiava.
«Lo berrà comunque questa volta».
Li scortarono fino al bar che dava sull’angolo della Li scortarono fino al bar
che dava sull’angolo della piazza. Tavolini di ferro, piante ornamentali e tende
bianche. Li fecero sedere tra due pesanti fioriere con le spale contro il muro. I due
uomini presero posto di fronte a loro, in modo da bloccare qualsiasi via di fuga.
Ordinarono quattro caffè e li attesero senza parlare.
Appena il cameriere se ne fu andato, Prati sorrise un’altra volta: pareva il suo
modo per anticipare che aveva qualcosa di interessante da dire, come se
pregustasse una delizia. «Spero di non avervi spaventato.
In guerra, si sa, la paura uccide più della spada, e non vorrei che faceste la fine
del vecchio Parodi. Non è stato piacevole vederlo afflosciarsi all’improvviso».
«Non è quello che volevamo», si intromise Fazio.
«Giusto, non era nel mio interesse. Tutto ciò che desidero è collaborazione»,
continuò Prati.
«Vi chiediamo solo un po’ di buona volontà. E state tranquilli, siete in buone
mani», li rassicurò Fazio. «La nostra agenzia, che si occupa di molte questioni
riservate e delicate, ha un motto: riuscire o altro».
«Che vuol dire “altro”?», domandò meccanicamente Lazzari.
Fazio sembrò felice di rispondergli: «Non lo sappiamo professore, non ci è mai
capitato». sappiamo professore, non ci è mai capitato».
Prati appoggiò le mani sul tavolo e poi le fece scorrere in modo perentorio nei
due sensi. «Ho garantito a chi ci ha ingaggiato che se quel vecchio bastone esiste
davvero, io lo recupererò. Voi state tentando la stessa operazione. La mia idea è
questa: perché non unire i nostri sforzi? Abbiamo a che fare con una banda di
pazzi.
Mi riferisco agli adepti della setta che nasconde i tesori di Roma: all’inizio non
volevo crederci, ma dopo che ho visto come hanno ridotto quel disgraziato di
Achille Vento, ho dovuto cambiare opinione. In guerra non c’è peggior nemico
dei dilettanti: non sai mai da dove ti possono sparare. Voi non siete preparati ad
affrontarli».
«Avete bisogno della nostra protezione...», riprese Fa zio.
«...E non siete in grado di proteggervi da noi», concluse Prati, i denti bianchi
che brillavano nella bocca semiaperta. «Io d’altra parte, caro professor Lazzari,
sarei felice di poter contare sulla sua preziosa ed esperta guida per recuperare il
lituo».
Lazzari, stanco di muovere la testa da uno all’altro, prese a fissare un punto tra
i due volti. I bambini sullo sfondo erano chiazze di colore in movimento. Le loro
urla erano ricacciate indietro dal fischio che avvertiva urla erano ricacciate
indietro dal fischio che avvertiva nelle orecchie. Era così agitato che temeva di
essere sul punto di sve nire.
«Come vedete le vostre scelte si riducono», riprese Prati. «Quando non si può
scegliere, non si può sbagliare».
Lazzari sussultò, perché quel modo di fare non era poi tanto diverso da quello
del Colonnello e in fondo lui non aveva preso impegni precisi con nessuno. E poi
il Colonnello, a quanto pareva, non era in grado di proteggerli.
«Ma non siamo dei ricattatori», tenne a precisare Fazio.
«Vi propongo un affare», disse Prati.
E Fazio specificò: «Il venti per cento del nostro premio».
«Tutto qui?», fece Artemisia con un sorrisetto cattivo. Seduta con le gambe
accavallate e le braccia conserte, sfoggiava un’altera disinvoltura, come se fosse
alle prese con due cacciatori di autografi. Lazzari, invece, era un groviglio di
nervi e passava continuamente dalla rassegnazione alla voglia di replicare, la testa
piena di ragionamenti e ipotesi che non arrivavano da nessuna parte. parte.
Fazio annuì soddisfatto. Lazzari aveva capito che si trattava di uno di quelli che
hanno sempre la risposta pronta, che desiderano essere messi alla prova
seminando invitanti trappole in frasi all’apparenza chiare.
«Stiamo parlando di duecentomila euro».
«E non dimenticate l’altro bonus, che non ha valore», aggiunse l’altro.
«O, almeno, ha il valore che gli intendete dare», commentò Fazio.
«Sto parlando della vostra incolumità», chiarì Prati.
«La vostra vita e duecentomila euro: ecco la nostra ultima proposta».
Lazzari diede un colpo al tavolo e poi agitò la mano senza riuscire a trattenersi.
«E se ci rivolgessimo alla polizia?».
Prati si aggiustò gli occhiali sul volto, accennando un sospiro. «Caro
professore, quando si inseguono bastoni millenari e segreti epocali, quando si ha a
che fare con sanguinarie sette segrete e agenzie paramilitari come la nostra,
conviene accettare il fatto che ben pochi sono disposti a darci credito: nessuno vi
crederà».
Lazzari provò a guadagnare tempo, mentre cercava di ragionare. «I miei libri li
avete voi?» di ragionare. «I miei libri li avete voi?» «Siamo andati a prenderli per
risparmiarle il disturbo.
Li teniamo noi, ma sono a sua disposizione. Ha visto che servizio?», fece
Fazio.
Lazzari si picchiò i palmi contro la fronte. «E se non dovessimo accettare?»
«Vi lasceremo andare», rispose tranquillamente Fazio.
«Così potrete andare in caserma e dire che due uomini ben vestiti, ma che non
sapreste riconoscere, vi hanno minacciati perché state cercando il bastone magico
con cui il signor Romolo fondò la città di Roma, che tra parentesi non si chiama
Roma. I carabinieri prenderanno nota, si scambieranno di nascosto sguardi
divertiti, poi vi saluteranno garantendovi che faranno tutte le indagini del caso.
Ossia nessuna».
«Poi uscirete dalla caserma e penserete a un modo sicuro per lasciare la città».
«Rinuncerete alla macchina per timore di trovarci là», fece Fazio.
«Ed escluderete anche il treno, per gli stessi motivi», concluse l’altro.
Lazzari, stupito, guardò Artemisia. Era proprio quanto avevano già fatto. La
ragazza, però, teneva gli quanto avevano già fatto. La ragazza, però, teneva gli
occhi fissi davanti a sé, rigirando tra le mani il cucchiaino del caffè. Pareva pronta
a saltare alla gola di quei due munita solo di quell’arma improvvisata.
«Alla fine prenderete un taxi», disse Fazio, «vi guarderete indietro, chiedendovi
se vi stiamo seguendo».
«Penserete di averla scampata».
«Vi rilasserete, dimenticando che vi abbiamo già trovato per ben due volte: a
Milano e qui».
«Una volta a destinazione, scenderete da quel taxi e riprenderete la vostra vita,
fino a un certo giorno».
«Quel giorno, di ritorno dal lavoro o da una piacevole serata con gli amici,
aprirete la porta di casa».
«Vi toglierete la giacca, magari le scarpe, accenderete la luce, e sulla poltrona
vedrete uno di noi».
«E poi un piccolo bagliore».
«Chiuderete gli occhi».
«E non li riaprirete più».
14
Il cameriere ritirò le tazzine vuote e pulì sommariamente il tavolino di marmo
con una spugna, poi si defilò goffamente, senza sapere dove guardare, e si scontrò
con una sedia facendola cadere. Restò indeciso sul da farsi per alcuni istanti, gli
occhi neri grandi come biglie; poi, per evitare ulteriori guai posò il vassoio, rialzò
la sedia, riprese il cabaret e finalmente si allontanò rientrando nel bar.
Appena la porta si richiuse Fazio indicò Artemisia e Lazzari: «Ma voi, signori,
non vi alzerete da lì».
«E invece lo faremo», disse Artemisia saltando in piedi.
«E perché dovremmo farlo?», le domandò timidamente Lazzari lanciandole
un’occhiata dubbiosa.
«Come, perché dovremmo farlo?», lo assalì la ragazza, rossa in viso.
Alcuni clienti si voltarono per osservare la scena. Un cane attaccò ad abbaiare
senza che il padrone riuscisse a quietarlo. quietarlo.
Lazzari allungò una mano verso i due paramilitari, cercando di assumere
un’espressione conciliante nei riguardi della ragazza. «Loro mi offrono soldi, e
inoltre protezione. Meglio amici in più, che nemici. Mi pare evidente».
Artemisia era esterrefatta. Aprì e richiuse la bocca un paio di volte, prima di
attaccare: «Ma che cazzo vorresti dire? Sei impazzito?» «Dico solo che
dovremmo pensarci», rispose Lazzari facendo un rapido cenno che la ragazza non
intese.
«Forse non hai capito che...».
«Signori», intervenne Prati, ma il compagno gli prese il braccio costringendolo
a voltarsi.
Si stavano avvicinando due poliziotti in divisa. Un passo avanti a loro
camminava un ragazzone in borghese con barba, cappello e occhiali scuri.
Lazzari riconobbe il barbuto e lo indicò ad Artemisia.
«Ecco la nostra nemesi», balbettò in preda all’agitazione.
«Merda, merda, merda! E ora?».
Fazio si pulì i pantaloni da immaginarie briciole.
«Signori, mantenete la calma. Non sono qui per noi».
«Invece sì», obiettò Lazzari che tremava visibilmente.
Ma allora era davvero un poliziotto il barbuto? E
Ma allora era davvero un poliziotto il barbuto? E adesso?
I tre uomini erano a circa venti passi di distanza.
Ormai era chiaro che stavano puntando verso il loro tavolo. Prati fece per
alzarsi, ma un poliziotto sollevò la mano per invitarlo a sedersi.
Poi accadde tutto in un istante. Fazio rovesciò il tavolino e si fiondò con il
compagno dalla parte opposta, mentre i due poliziotti si lanciarono
all’inseguimento intimando più volte l’alt. Correvano con una mano sulla fondina,
i cinturoni che sobbalzavano pesantemente, sotto gli sguardi allibiti di una piccola
folla radunatasi davanti al dehors del bar, che vociava e si domandava cosa fosse
accaduto.
Prima ancora di vedere dove fossero diretti i poliziotti, Lazzari scavalcò con un
balzo goffo le fioriere e scattò verso la via che correva perpendicolarmente alla
piazza, con Artemisia al seguito.
Il barbuto si affrettò dietro di loro. «Fermi!», gridò un paio di volte, ma la sua
voce fu coperta dalla confusione generale.
«Merda!», imprecò Lazzari. Si sentiva lento e alle sue spalle i passi
dell’inseguitore erano sempre più vicini.
Ormai erano in trappola.
Ormai erano in trappola.
Oltrepassò la porta del bar che si affacciava su quella strada proprio qualche
secondo prima che uscisse il cameriere spilungone con il conto in mano. Il
ragazzo non si accorse dell’uomo con la barba che stava arrivando di gran
carriera, né il barbuto riuscì a evitarlo. Persero entrambi l’appoggio, slittarono
sull’acciottolato e caddero a terra allacciati l’uno all’altro.
«Più veloce!», urlò Lazzari alla ragazza ricominciando a sperare.
Artemisia lo raggiunse e lo superò. Guadagnò rapidamente terreno e svoltò per
il vicolo che passava sotto le mura; ogni tanto si voltava rallentando per incitare il
compagno e non perderlo di vista. «Muoviti», gli gridò, una volta arrivata
all’auto.
Lazzari annaspava. La tensione e il poco allenamento lo avevano stremato.
Quando fu a pochi metri da lei, le lanciò le chiavi. Artemisia le prese al volo, aprì,
mise in moto e fece retromarcia. Lazzari saltò su e partirono.
«Non prendere l’autostrada, se la polizia conosce la nostra macchina saremmo
in trappola», le disse tenendosi il fianco, la milza in fiamme.
«E allora dove vuoi che vada?» «Prendi per Santo Stefano di Magra, ecco, di
là».
«Prendi per Santo Stefano di Magra, ecco, di là».
«E dove si va poi?» «Nell’entroterra. Posti sicuri. Mille vie». A ogni frase,
faceva una pausa per riprendere fiato.
Artemisia alzò la voce: «E poi?» «Poi non so, intanto gira di qui per la
provinciale».
Artemisia scalò e svoltò. La strada puntava dritta verso le colline. Muri grigi e
tetti rossi scorrevano via rapidamente ai lati dei finestrini. In tono nervoso, disse:
«Dobbiamo pensare a un nuovo piano, non possiamo limitarci a fuggire».
«Lo dici a me? Io volevo solo starmene in pace a vendere vino».
«E anche da quello sei scappato alla prima occasione».
«Mi avete costretto».
«Vuoi fuggire davvero? Va bene, ti accontento subito», promise Artemisia e
premette l’acceleratore.
Guadagnò rapidamente velocità, superò un furgone e prese la curva successiva
a ottanta all’ora.
Lazzari puntò i piedi e si aggrappò ala maniglia.
«Frena, frena!».
L’auto sfrecciò ai limiti della carreggiata sollevando schizzi di ghiaia. Un uomo
in bicicletta si fermò per maledirli. maledirli.
Lazzari sentì la paura trasformarsi inaspettatamente in rabbia. «Se non vuoi
frenare, allora accelera. Forza!
Vediamo dove arrivi», disse e con la mano le spinse la gamba con cui pigiava
l’acceleratore. L’agitazione gli aveva dato al cervello come il più potente dei vini.
«Quei figli di puttana hanno osato trattenerci come fossimo ostaggi», disse
infine Artemisia e, liberandosi della mano di Lazzari, rallentò di colpo.
«Almeno ora sappiamo per chi lavora il barbuto. È della polizia. Chissà, magari
siamo finiti in un’inchiesta sul riciclaggio di opere d’arte e reperti archeologici».
Artemisia inarcò le sopracciglia, come spesso fanno le donne di fronte alle
ingenuità maschili. «Ma se non abbiamo rubato niente».
«Però abbiamo intenzione di farlo».
«Vogliamo solo ritrovare il lituo».
«O lo custodisce un uomo o la terra: in entrambi i casi si tratta di
appropriazione indebita».
«Inutile perdere tempo con queste supposizioni.
Dimmi piuttosto: davvero volevi accordarti con quei due bastardi?».
Lazzari deglutì. «Volevo solo prendere tempo».
«Non mi pare... Secondo me eri pronto a calarti i «Non mi pare... Secondo me
eri pronto a calarti i pantaloni».
«Quando eravamo al bar, avevo visto da lontano i poliziotti avvicinarsi, ben
prima che se ne accorgessero Fazio e Prati».
«Li hai visti all’ultimo invece».
«Se è questa la tua idea, non sarà certo io a fartela cambiare. In ogni caso quei
due senza volerlo ci hanno aiutato: se non fossero scappati attirando i sospetti su
di loro, i poliziotti avrebbero beccato noi».
Artemisia non riusciva a scacciare il fastidio. «E con che accusa?» «Non
capisci? Credono che siamo stati noi ad ammazzare Achille Vento».
«No, non capisco proprio».
«Io sì, invece. Il barbuto ci sta dietro fin dal principio anche se non so proprio il
perché. Chissà, forse indagava su un traffico di reperti e oggetti d’arte rubati e
magari qualcuno gli ha spifferato delle nostre intenzioni di mettere le mani sul
lituo. Non lo so... Ma ora ci bracca anche per l’accusa di omicidio. Lui ci ha visti
nell’appartamento di Vento!», disse Lazzari prima di voltarsi di colpo verso la
ragazza. «Un momento, e se quell’uomo fosse invece della Confraternita? In
questo quell’uomo fosse invece della Confraternita? In questo caso...».
«Lascialo perdere, ti ho detto», lo interruppe in modo brusco Artemisia.
«Pensiamo piuttosto a quei due bastardi che ci hanno sequestrato».
«Ci penso, non ti preoccupare. Quei due ci stanno addosso per costringerci a
lavorare per loro. E forse, se dobbiamo fidarci di quello che ci hanno detto, ci
stanno dando la caccia pure quelli della Confraternita, barbuto o non barbuto.
Siamo braccati, ti rendi conto!».
«Della polizia non ti preoccupare. Il Committente può risolvere facilmente il
malinteso».
«Allora digli di farlo, e in fretta anche!!».
«Gli chiederò anche di occuparsi dei paramilitari. Ci sarà pure un modo per
sbarazzarcene».
«Sbarazzarcene?», disse Lazzari e poi ammutolì.
Possibile che lei non si rendesse conto del grosso guaio in cui si erano cacciati?
Sembrava quasi che qualcuno la avesse addestrata a non avere paura. O forse non
era questione di addestramento. Forse lei era dotata di un istinto e un’intelligenza
nell’affrontare la vita che lui non possedeva. Che avrebbe dovuto fare?
Raccontarle della paura folle che gli bruciava dentro? Era inadeguato, sempre
in ritardo su tutto, ansioso, pieno di inadeguato, sempre in ritardo su tutto,
ansioso, pieno di dolori veri o presunti, e di ogni possibile timore...
Si guardò attorno, come un cane in gabbia, poi qualcosa colpì prepotentemente
la sua attenzione.
«Fermati un attimo qui, ti prego Artemisia».
La ragazza si stupì di essere stata chiamata per nome: Lazzari non lo faceva
mai. Accostò in un piccolo slargo.
Sopra di loro si stagliava la sagoma di una pieve medievale. Una costruzione
semplice, una capanna di pietre che pareva immutata da mille anni, un posto dove
ci si sarebbe aspettati di veder passare un pellegrino con il suo bastone.
Lazzari saltò giù dall’auto, imboccò la ripida rampa e si infilò in chiesa. La
ragazza si sorprese di vederlo uscire con gli occhi rossi qualche minuto più tardi.
Risalì e ripartirono senza una parola.
La strada, dopo un paio di tornanti, correva dritta lungo la cresta di una collina.
Il sole ravvivava il verde sterile degli arbusti. Il mare si allontanava e si allargava
all’orizzonte.
«A che stai pensando?», gli chiese Artemisia dopo un po’.
Lazzari si morse le labbra. «Che non voglio finire come Parodi e Vento». come
Parodi e Vento».
Accostarono quasi un’ora più tardi ai bordi della strada e scesero per
sgranchirsi le gambe. La provinciale, sotto di loro, era la scia fumosa di un
aeroplano che spariva lentamente nell’aria. Tutto sembrava sospeso.
Artemisia gli passò una mano sulla nuca. «E ora che cosa facciamo?».
Lazzari indicò a sud con la testa. «Cerchiamo il Lupo Marsicano. Quello che ha
scavato questo complesso di tombe per Parodi e ha ritrovato il medaglione. È
l’unica pista che abbiamo».
«Allora tu non sei superstizioso come Parodi».
«Com’era... vorrai dire», disse tristemente Lazzari.
«Merda, siamo noi che abbiamo portato da lui quei bastardi».
«Non farti carico di colpe che non hai. Aveva ottant’anni e gli abbiamo regalato
le sue ultime emozioni.
Era felice come una Pasqua, sarebbe perfino venuto con noi se avesse avuto
qualche anno in meno».
Lazzari scosse la testa e cambiò discorso: «Dobbiamo scovare il Lupo prima
dei paramilitari».
«Ma come? Pensavo volessi abbandonare qualsiasi ricerca...». ricerca...».
«Ho scelta?» «In realtà sì», ammise Artemisia. Per la prima volta affiorò un
tono di stanchezza nella sua voce. «Posso parlare con il Colonnello e sistemare le
cose».
Lazzari raccolse un sasso, senza smettere di scrutarla. «Hai questo potere?»
«Posso procurarmelo. Non preoccuparti di questo. Il Committente ha un debole
per me. Sai come sono gli uomini...».
«A dir la verità no. Ho passato tanto tempo lontano dagli uomini. E poi... Se
oggi davvero decidessi di mollare e tornare indietro, a Cesenatico, da domani
comincerei a guardare la porta della mia enoteca chiedendomi chi sarebbe il
prossimo a entrare: i due paramilitari, il Colonnello oppure il barbuto. All’inizio
proverei quel misto di paura e ansia che così tante volte mi ha tormentato negli
ultimi anni, poi inizierei a svegliarmi nel cuore dela notte, in preda agli attacchi di
panico, a vedere fantasmi ovunque, e ad aver paura della mia ombra; e infine,
forse, finirei per invocare il loro arrivo».
«Quindi mi stai dicendo che intendi proseguire?».
Artemisia scuoteva la testa, mentre un sorriso si posava sulle sue labbra.
Lazzari adorava quel suo modo sulle sue labbra. Lazzari adorava quel suo modo
repentino di voltare pagina, come se ogni minuto non fosse figlio del precedente.
«Quando senti chiamare il tuo nome, che altro puoi fare?», domandò Lazzari
stringendosi nelle spalle.
Artemisia si accigliò di nuovo. «Parli del destino?» «No, parlo di te».
15
Lazzari guidava adagio, aspettando il tramonto, mentre si inoltrava nella
Garfagnana, una terra felicemente appartata, incastonata tra Appennini ed Alpi e
coperta di alberi. Il posto ideale per nascondersi: anfratti, piste sterrate, sentieri
che si perdono nei boschi, fiumi che diventano laghi, paesi chiusi e arroccati,
frazioni sperdute.
Prese una delle svolte della regionale e scelse un borgo a ridosso del fiume
Serchio per passare la notte.
Roseti e rampicanti rivestivano le basse case in pietra. Il fumo dei camini
vagava oltre i tetti, congiungendosi alla foschia che si sollevava dal fiume, mentre
luci dorate si accendevano alle finestre una dopo l’altra.
Lasciarono l’auto a un chilometro di distanza dal centro del paese, al principio
di una strada in terra battuta che conduceva chissà dove. Evitarono la pensione e
presero una stanza in affitto da una signora che non chiese loro i documenti.
Aveva modi di fare spicci ma gentili, e a Lazzari ricordò la signora Fattori. spicci
ma gentili, e a Lazzari ricordò la signora Fattori.
Cenarono in una trattoria con i tavoloni di legno ricoperti dall’incerata, in
compagnia di una settantenne azzimata, che ogni tanto usciva a fumarsi una
sigaretta, e di una coppia di adolescenti che si strinsero per tutto il tempo la mano.
Artemisia provò a conversare con la signora, ma quella si limitava per lo più a
sorridere sbattendo le ciglia stillanti mascara.
Più tardi passeggiarono per le stradine deserte. I pochi lampioni fendevano la
nebbia sempre più fitta.
L’aria era fredda, ma nessuno dei due pareva aver fretta di tornare nella piccola
stanza dale pareti umide. Si fermarono sul ponte medievale che collegava le due
parti del borgo. Artemisia si issò con le mani e si sedette sul parapetto. «Adesso
che Parodi è morto, come faremo a scovare quel tombarolo? A quanto pare, è uno
che usa mille precauzioni e, una volta che verrà a sapere della morte di Parodi,
diverrà uccel di bosco».
«Temo non esistano più boschi sicuri dove rintanarsi».
«E quindi come pensi di procedere?» «Andiamo a Ocre di Leonessa», rispose
Lazzari indicando le montagne che chiudevano la valle a meridione. «Lì conosco
un archeologo che potrebbe meridione. «Lì conosco un archeologo che potrebbe
aiutarci. Si chiama Mario Foglia, ma tutti lo conoscono come il Maestro. Ha una
cultura sconfinata ed è anche una sorta di rabdomante».
«In che senso?» «Riesce a individuare la presenza di tombe antiche nel terreno.
Non so come faccia».
«Magia?» «Non la chiamerei così».
«Lavora per i tombaroli?» «Stai scherzando? È il loro peggiore nemico. Li
combatte da una vita. Ma sai come vanno le guerre... si finisce con il conoscere i
propri nemici».
Artemisia allungò le gambe piegandosi all’indietro e Lazzari scattò d’istinto
per afferrarla. «Non cado, tranquillo».
«Lo diceva anche Icaro».
L’espressione della ragazza mutò all’improvviso.
«Per te questo non è più un lavoro, vero?» «Non lo è mai stato. E per te?» «Mio
padre direbbe che è un capriccio. Ma a me la vita piace così».
Lazzari si infilò le mani in tasca e rivolse lo sguardo verso i boschi. La bruma
nascondeva i tronchi e le verso i boschi. La bruma nascondeva i tronchi e le
chiome tonde parevano fluttuare come verdi meduse.
«Mi hai stupito oggi. Corri come un ghepardo».
«Da ragazzina ero quel che si dice una speranza dei quattrocento metri. Ho
vinto molte gare».
«E poi?» «Non ho sentito il bisogno di vincerne altre, ma non ho mai smesso di
correre».
«Me ne sono accorto».
Artemisia balzò a terra e si pulì le mani una contro l’altra. «Non mi pare».
Tornarono nella loro stanza. I due letti in ferro battuto erano addossati alle
opposte pareti. In mezzo c’era un tappeto logoro e un pesante comodino di legno.
Il vetro dell’abat-jour era offuscato da uno strato di polvere.
Spensero la luce e si sdraiarono ancora vestiti.
«Secondo te ci troveranno?», domandò Artemisia dopo alcuni minuti.
Lazzari fu sorpreso dalla domanda. «Qui? In questo posto? No, non credo...»,
disse ostentando una sicurezza che non possedeva. Ma era stanco della propria
paura: lo accompagnava costantemente. Decise propria paura: lo accompagnava
costantemente. Decise di continuare a mentire: «Io penso che ci siamo guadagnati
un paio di giorni di tranquillità».
«Davvero?», fece Artemisia, forse avvertendo la nota insincera nella voce.
«Dobbiamo solo trovare il Lupo prima di loro».
«Pensi che vorrà guidarci in quelle tombe?» «Non so se vorrà, ma noi possiamo
pagarlo abbastanza?» «Possiamo comprarlo».
«Allora lo convinceremo a farci da guida. Sappi però che non so cosa
troveremo là sotto».
Lazzari tese un braccio e Artemisia gli accarezzò le dita, un gesto dal sapore
consolatorio: Lazzari avvertì l’assenza di passione e ne fu ferito.
«Però sento che lo immagini...».
«Lo sai che non mi faccio una domanda prima di avere trovato la risposta», le
ricordò Lazzari ruvidamente.
Artemisia gli sfiorò il palmo come se potesse leggerlo, poi gli lasciò andare la
mano. Intuendo il suo risentimento disse: «Dobbiamo stare concentrati sul lavoro,
non siamo bambini. Quello che è successo in quel casolare... è stato un incidente,
piacevole, ma pur sempre un incidente». un incidente».
«Parla per te», disse Lazzari.
«Non fraintendermi... Non intendo che non abbia significato niente, ma...».
«Ma?».
Non arrivò risposta. Qualche minuto più tardi, con la voce roca di chi parla nel
sonno Artemisia aggiunse: «In ogni caso... Se non fosse stato per te me la sarei
persa... qualunque cosa sia stata».
Si svegliarono all’alba. La luce che penetrava dalle persiane sembrava portare
con sé anche spifferi gelati.
L’umidità era un’edera incollata alle pareti. Il boiler emetteva un fischio acuto e
non funzionava. Si lavarono con l’acqua fredda imprecando a denti stretti.
Artemisia si accorse della tensione di Lazzari, molto diversa da quella che
aveva imparato a conoscere. Il silenzio non faceva che amplificarla. «Ho fatto un
sogno strano stanotte. Posso raccontartelo?», gli domandò con il tono di chi
cambia discorso al termine di un’infinita discussione.
«No, i sogni hanno significato solo per il sognatore», tagliò corto Lazzari e finì
di preparare il bagaglio.
Artemisia si avvolse i capelli in un asciugamano e uscì dalla vasca nuda e
gocciolante. Con l’aria di una Venere dalla vasca nuda e gocciolante. Con l’aria di
una Venere sofisticata e annoiata dall’ingenuità maschile disse: «Mi dispiace che
tu abbia pensato a qualcosa d’altro tra noi».
«Io non pensavo niente», farfugliò Lazzari. Poi agguantò le valigie e uscì senza
chiudersi la porta alle spale.
Artemisia lo raggiunse in strada mezz’ora più tardi.
Filamenti di nebbia si alzavano dal fiume. I campi che circondavano il borgo
erano lucidi di brina. Si strinsero nelle giacche e batterono i piedi intorpiditi. Oltre
la foschia le guglie di roccia emergevano come torrioni di spettrali fortezze.
Si incamminarono verso la macchina senza parlare.
Al centro del ponte che univa le due parti del borgo distinsero una figura
massiccia affacciata al parapetto.
Erano a pochi passi di distanza, quando l’uomo si voltò.
Aveva la barba e indossava un cappellino da baseball verde con una D rossa per
stemma.
Lazzari lasciò cadere le borse e si voltò per fuggire, finendo a sbattere contro
Artemisia, che era rimasta ferma.
«Prova a scappare un’altra volta e giuro che ti sparo», gli urlò il barbuto
armando il cane della pistola.
«Ora seguitemi», aggiunse dopo che Lazzari si fu voltato, «Ora seguitemi»,
aggiunse dopo che Lazzari si fu voltato, e abbassò l’arma.
Lazzari si guardò attorno. Il fiume scorreva su un letto di pietre: buttarsi
equivaleva a sfracellarsi. La nebbia, però, si addensava rapidamente intorno al
ponte nascondendo il paesaggio circostante. Se fosse riuscito a colpire o a
distrarre il barbuto in qualche modo, forse lui e Artemisia ce l’avrebbero fatta a
scappare. Avvertì un’inaspettata fiammata di temerarietà e prese per mano la
ragazza. Che cosa aveva da perdere ormai?
«D’accordo», disse Lazzari, e lasciò scivolare una mano sulla balaustra. Fece
pressione e sentì sotto le dita una delle pietre traballare: strinse più forte, la staccò
stando bene attento a non produrre il minimo rumore e cercò di impugnarla
saldamente senza farsi accorgere.
Infine tirò il fiato, pronto a lanciare il sasso. Tutto quello che serviva era un
movimento repentino e fluido.
«Sei della polizia?», domandò al barbuto per distrarlo, ma non aveva nessuna
intenzione di ascoltare la risposta. Quell’uomo, ormai se ne rendeva conto, non
era affatto dele forze dell’ordine; la quieta minacciosità che esprimeva faceva
pensare a un altro genere di persona, forse apparteneva veramente alla
Confraternita.
Ma in quel momento non aveva importanza. Ancora un Ma in quel momento
non aveva importanza. Ancora un istante, il tempo di un’ultima preghiera, e
avrebbe scagliato la pietra, poi sarebbe corso via con la ragazza.
Confidava nel fatto che mancare il bersaglio a quella distanza era impossibile e
che nessuno, nemmeno quel tizio, sarebbe stato in grado di schivare un sasso e
insieme mirare con precisione.
Artemisia avvertì l’improvvisa tensione nei muscoli del compagno e lo bloccò
con un gesto gentile ma deciso. Lazzari la guardò e si sentì mancare il respiro.
Schiuse le labbra, ma non ne uscì alcun suono.
«Mi dispiace», sussurrò, e lo costrinse a lasciar cadere la pietra che impugnava.
Il rumore con cui colpì l’acciottolato arrivò alle orecchie di Lazzari come
l’ultimo rintocco di una campana che si smorzava in lontananza.
«Avrete modo di spiegarvi in macchina», tagliò corto il barbuto invitandoli con
cenni impazienti a precederlo sul ponte. «Muoviamoci. Non ho intenzione di
farmi sorprendere dagli agenti della Tauros».
«Tauros?», fece Artemisia.
«I due simpaticoni che vi hanno offerto il caffè ieri a Sarzana. Forza,
muoversi».
Sarzana. Forza, muoversi».
Lazzari raccolse come un automa le borse e si avviò con passo pesante. La
nebbia gli bagnava le guance. O forse erano solo lacrime. Non sapeva più in quale
gioco era finito né chi fossero le persone che camminavano dietro di lui. Le udì
scambiarsi alcune parole dure, ma non ne distinse il senso. Provò a concentrarsi:
ogni pensiero, però, pareva dissolversi sul nascere.
«Il Colonnello me ne dovrà rendere conto», si lamentava Artemisia.
«È stata una decisione mia. La situazione è cambiata», tentava di spiegarle il
barbuto.
Lazzari si accorse di avere anche la borsa di Artemisia in mano: la aprì di
colpo, come se l’impugnatura fosse stata rovente, e la lasciò cadere a terra. Sentì
qualcuno raccoglierla alle sue spalle e subito dopo la voce di lei: «Si può sapere
che ti prende? Ti avevo detto di non preoccuparti...».
Ci fu un doppio suono elettronico e poi due luci arancioni lampeggiarono nella
nebbia. «Lasceremo qui la vostra auto. Poi manderò qualcuno a recuperarla»,
spiegò il barbuto aprendo il portellone posteriore del fuoristrada. L’ammaccatura
sul muso era stata riparata, ma in modo sommario. C’erano ancora i segni dello
ma in modo sommario. C’erano ancora i segni dello speronamento di Milano.
Lanciò le borse dentro e lo richiuse.
«Tu, man, davanti con me», disse a Lazzari assestandogli sul petto quella che
voleva essere una manata amichevole. «Non mi sembri il genere di uomo che si
prende la briga di voltarsi per litigare».
«Non sottovalutarlo...», disse Artemisia.
«Fino a oggi non ho fatto che sottovalutarlo, e per poco io non ci ho rimesso
l’ingaggio e lui la testa».
Appena saliti in auto, il barbuto si tolse il cappellino e lo gettò fuori dal
finestrino. Poi aprì lo sportello davanti alle ginocchia di Lazzari, ne tirò fuori uno
blu senza scritte e lo indossò. «È il mio portafortuna», spiegò senza rivolgersi a
nessuno in particolare. «Uno nuovo all’inizio di ogni missione».
Aveva folti capelli scuri, occhi castani e un ricordo di acne che la barba non
riusciva a mascherare del tutto.
C’era una forza trattenuta in ogni suo gesto, come se fin da bambino avesse
imparato quanto potesse fare male agli altri, anche involontariamente. Lazzari si
sentiva un peso piuma accanto a quel’Ercole in occhiali scuri e cappello.
«Per chi lavori?», gli domandò Lazzari con voce «Per chi lavori?», gli
domandò Lazzari con voce spenta.
«Per te, non te l’ha detto?», gli domandò il barbuto indicando con la testa il
sedile posteriore.
«È lui l’uomo delle spiegazioni», si limitò a ribattere Artemisia accennando a
Lazzari, che non si voltò.
Stanco di quel gioco, il barbuto si rivolse direttamente a Lazzari: «Per il
momento ti basti sapere che sono la vostra guardia del corpo. Parleremo dopo,
sulla strada. Prima dimmi quale strada, però».
Lazzari indicò la nebbia davanti a sé con una smorfia ambigua.
«Andiamo a Ocre di Leonessa, in provincia di Rieti», si inserì Artemisia.
«Perché là?» «Andiamo a caccia di lupi», rispose lei.
16
Lazzari si sentiva la penisola di un continente sommerso, mentre sedeva con le
guance strette tra i pugni sotto il portico di una locanda sulla cima di un colle
perso nella campagna umbra: un posto per centauri, a giudicare dal numero di
moto parcheggiate in ordine sparso davanti all’ingresso. La strada era un nastro
srotolato verso il basso. Il cielo era terso e orlato da poche nuvole bianche.
Dino Vermiglio, così aveva detto di chiamarsi il barbuto, era entrato a ordinare.
Artemisia rivolgeva lo sguardo al sole e non parlava. Due motociclisti con la parte
superiore della tuta slacciata sorbivano birra seduti sulla staccionata e intanto la
tenevano d’occhio.
Lei e Lazzari si erano scambiati appena un paio di parole durante il viaggio. Gli
pareva che non ci fosse più nulla da dire. A che potevano valere le spiegazioni?
Nessuna domanda lo avrebbe avvicinato di un centimetro alla verità.
Dino Vermiglio uscì spingendo la porta con un piede, Dino Vermiglio uscì
spingendo la porta con un piede, tra le mani un grande vassoio su cui c’erano un
filone di pane, un tagliere, un salame, un coltello, due medie chiare e una bottiglia
di Coca-Cola. Si sedette a cavalcioni sulla sedia e iniziò ad affettare.
«Non ti chiederà nulla, lo conosco», esordì all’improvviso Artemisia. Spostò la
sedia e si avvicinò a Dino. «Spiegagli tu come stanno le cose. Ci risparmieremo
tempo e fastidi».
Dino si ficcò una fetta di salame in bocca e annuì guardando Lazzari, che gli
sedeva di fronte. «Lavoro per il Colonnello».
«Questo spiega ogni cosa», lo interruppe in modo brusco Lazzari, lasciando
intendere che per lui non c’era bisogno di aggiungere altro.
«Faccio parte dell’operazione fin dal principio. C’ero anch’io a Cesenatico»,
continuò Dino ignorando il messaggio dell’altro. «Sono entrato nel tuo
appartamento mentre non c’eri e ho invertito le colonne dei libri accanto alla
finestra. Il Colonnello era certo che la cosa ti avrebbe per lo meno incuriosito. Poi
mi sono fatto vedere dalla tua padrona di casa, e la sera ho sparato quel colpo in
aria nel vicolo dall’altra parte della strada.
Tutte operazioni di guerriglia psicologica: servivano per Tutte operazioni di
guerriglia psicologica: servivano per convincerti».
«Si è convinto facilmente», disse Artemisia, mentre con la punta del coltello
incideva il tavolo, ricoperto di date e scritte.
«L’uccello nascosto nel cespuglio sente il rumore del cacciatore e si spaventa,
allora abbandona il riparo per scappare e questo gli è fatale», spiegò Dino,
indicando Lazzari con il coltello con cui stava affettando il pane.
«Molto meglio rimanere nel cespuglio. Tieni a mente questo consiglio, man».
Un paio di Harley ripartirono in uno scoppiettare di motori. Lazzari le seguì
con lo sguardo fino al primo tornante. Nel frattempo arrivò la cameriera con
un’altra Coca, oltre a un vassoio pieno di carne alla brace e verdure grigliate.
Dino si attaccò direttamente alla bottiglia di Coca. «Spero di avere indovinato i
vostri gusti».
Artemisia e Lazzari mossero entrambi le mani verso le verdure. Lazzari la
ritrasse per primo e prese il boccale. La schiuma si era ritirata e ora striava appena
la superficie del liquido ambrato.
«Vi sono sempre stato appiccicato, giorno e notte, come un angelo custode»,
proseguì Dino. «Gli ordini del come un angelo custode», proseguì Dino. «Gli
ordini del Colonnello erano questi. A Milano ho avvistato per la prima volta i due
agenti della Tauros. Tenevano sotto controllo la casa di Achille Vento. Ho occhio,
io, per gli ex militari. Hanno tutti un’aria terribilmente professionale, e questo li
frega. Non sapevo cosa pensare, ma intuivo che da gente simile non potevamo
aspettarci nulla di buono. Quando li ho visti entrare nel portone di Vento ho
chiamato la polizia e poi ho dato fuoco al cestino dei rifiuti per avvertirvi. Come
immaginavo, i due della Tauros si sono allontanati alla prima sirena. Così vi ho
salvato la prima volta».
«Per poco non ci arrestavano», borbottò Lazzari facendo scorrere il dito sul
bordo del boccale.
«Quando stavano per intercettarti davanti a Sant’Ambrogio li ho speronati, e
così ti ho salvato per la seconda volta. Nel frattempo il Colonnello aveva svolto le
sue indagini appurando che quei due tizi erano della Tauros, un’agenzia
paramilitare che si occupa di spionaggio industriale, dossieraggio e altre cosette
poco piacevoli. Sono stati ingaggiati da un concorrente. Non si sa come, ma
qualcuno è venuto a sapere della nostra operazione e si è messo in testa di
impadronirsi del lituo».
«Non sappiamo ancora niente su chi siano?», «Non sappiamo ancora niente su
chi siano?», domandò Artemisia.
«Non ancora, ma vi posso dire una cosa: si tratta di qualcuno di poco
raccomandabile. I generali si riconoscono dagli ufficiali che scelgono. Quelli della
Tauros sono tipi estremamente pericolosi, gente che lavora sporco. Per questo il
Colonnello vi ha consigliato di rinunciare, ma voi avete scelto altrimenti».
«Scelto? Io non ho scelto propria nulla», si lamentò Lazzari.
Dino continuò imperturbabile. «Vi ho seguito fino a Bologna e poi vi ho
preceduti a Sanremo...».
Lazzari si riscosse di colpo dal torpore con cui aveva ascoltato il racconto.
«Come facevi a sapere che saremmo andati lì?» «Mi ha avvertito Artemisia»,
confidò tranquillamente Dino.
Lazzari la guardò in faccia per la prima volta da quando avevano lasciato la
Garfagnana.
Lei sostenne lo sguardo con disinvoltura. «Motivi di sicurezza», disse.
«Ma sono arrivato tardi», riprese Dino. «Gli agenti della Tauros avevano già
ripulito il tuo magazzino. Ho tentato di fermare il loro furgone, ma ho fallito».
«La sparatoria di cui hai letto sul giornale...», spiegò «La sparatoria di cui hai
letto sul giornale...», spiegò Artemisia a Lazzari.
«Perché gli hai detto che saremmo andati a Sanremo?». La voce di Lazzari
rivelò tutta la delusione, ormai priva di rabbia, di chi si sente tradito da qualcuno
di insospettabile.
«Non lo immagini?», fece Artemisia.
Dino non si lasciò turbare da quello scambio di battute, che svelava fin troppo
la natura del rapporto tra i due, e insistette nel racconto. «A Sarzana la situazione
si è fatta complicata, quando vi hanno sequestrato al bar.
Pericolo nove in una scala da uno a dieci. Non sapevo come tirarvene fuori.
Non potevo certo ingaggiare uno scontro a fuoco in pieno giorno. Allora mi sono
rivolto alla polizia dicendo che avevo visto due uomini puntare la pistola contro
una coppia di turisti stranieri. Così vi ho salvati per la terza volta».
«Come fanno a starci sempre attaccati al culo e addirittura ad anticiparci? Sei tu
a passargli le informazioni?», lo attaccò Lazzari.
Dino smise di masticare perdendo di colpo l’espressione bonaria: deglutì,
bevve un sorso di Coca, si passò il tovagliolo sulla barba e infine si aggiustò il
cappellino. «Capisco che tu ti senta scavalcato, man, ma cappellino. «Capisco che
tu ti senta scavalcato, man, ma non è colpa mia. Avevo degli ordini precisi da
parte del Colonnello: scortarvi senza farmi vedere. Non piacevano nemmeno a
me, ma non sono pagato per esprimere il mio parere: sono pagato per tenere gli
altri in vita. Il compito, al momento, è assolto. Se non avessimo agito in questo
modo forse qualcuno di noi ora non sarebbe seduto a questo tavolo. Il Colonnello
è indecifrabile, ma sa il fatto suo. Non ha mai fallito una missione».
Lazzari posò il boccale. «Mi stai dicendo che dovrei ringraziarti?» «Man, ti sto
dicendo quello che hanno detto a me in Africa: ringrazia ogni giorno di essere
vivo».
«Cerca di capire», lo incalzò Artemisia.
«Io capisco tutto, ma perché non dirmi che avevamo una guardia del corpo al
seguito?» «Non è necessario che tu sappia tutto, ricordi?», lo stuzzicò Artemisia.
«E poi l’idea è stata del Colonnello: te l’ha detto anche Dino».
«Non sapevamo da dove potesse arrivare un eventuale pericolo: con il senno di
poi possiamo dire che è stata un’ottima strategia. Se ci avessero visti insieme fin
dal principio, io non avrei potuto aiutarvi come ho fatto.
A Milano e a Sarzana saremmo finiti in trappola», spiegò A Milano e a Sarzana
saremmo finiti in trappola», spiegò Dino.
«D’accordo non farci vedere insieme, ma perché non mettermi a conoscenza
del piano?», insistette Lazzari.
«Il Colonnello non voleva: forse non si fida del tutto di te», aggiunse Artemisia.
«Lui non si fida di me? Lui non si fida di me?» «Be’, a Sarzana sembravi
pronto a schierarti con quelli della Tauros».
«Roba da pazzi!», sbottò Lazzari scuotendo la testa.
Poi più calmo: «E ora cosa è cambiato?».
Dino ripulì il piatto con un pezzo di pane. «I paramilitari della Tauros hanno
scoperto che avete un angelo custode al seguito. Una volta giocato, l’asso non può
essere rimesso nella manica. Meglio stare uniti: ora il pericolo aumenta».
«Ho fatto da esca in poche parole», li accusò Lazzari, ma qualcosa nello
sguardo che passò tra Dino e Artemisia gli fece intuire di avere sparato a salve.
Era stato manipolato ancora più di quanto sospettasse. Non aveva capito nulla:
non era l’esca, ma il pesce e per di più aveva abboccato fin dal primo giorno. E
ora non era che una marionetta nelle mani del Colonnello... «C’è qualcosa che
non so, vero?», domandò. qualcosa che non so, vero?», domandò.
Artemisia e Dino continuarono a guardarsi, senza che nessuno dei due si
decidesse a parlare.
Lazzari, allora, sfoggiò un sorrisetto molto simile a una smorfia, e si lasciò
andare contro lo schienale alzando gli occhi.
«Molto bene, non fa niente», disse infine con fare allusivo.
Anche lui era a conoscenza di qualcosa che loro due non sapevano.
Appena furono in auto, Lazzari reclinò il sedile, forzò uno sbadiglio, chiuse gli
occhi e consigliò ad Artemisia di fare altrettanto. «Svegliami quando saremo a
qualche chilometro da Leonessa».
«Se mi dici l’indirizzo preciso, ti sveglio direttamente a destinazione», si
intromise Dino indicando il navigatore.
Lazzari lo studiò con un occhio solo: la sua ironia non era mai chiara.
«Il posto dove dobbiamo andare non è segnato su nessuna mappa», spiegò
Lazzari a Dino.
Dino scosse la testa. «Non ci sono segreti per i satelliti».
«Per fortuna esistono segreti impenetrabili anche per «Per fortuna esistono
segreti impenetrabili anche per la più sofisticata delle macchine», disse Lazzari.
«Che cosa vuoi dire?», gli chiese Artemisia.
«Sto già dormendo, mi spiace», sussurrò Lazzari e chiuse anche l’altro occhio.
Quando li riaprì, due ore più tardi, impiegò qualche secondo per scavare nella
sua memoria e riconoscere la facciata pallida del duomo di Terni. Una serie di
palme si sta gliavano contro il porticato del Bernini.
«Che ci facciamo qui?», domandò a Dino, che sedeva al suo fianco con le mani
sul volante.
«I turisti», rispose il barbuto e gli indicò Artemisia che usciva da un bar
sull’altro lato della strada. Si era cambiata e ora indossava un giubbotto di pelle
sopra i jeans sbiaditi e strappati. La temperatura era decisamente più primaverile
da quelle parti.
«Pensavo comandassi tu», disse Lazzari.
«Pensavi male, man».
«Non è una novità».
«Possiamo andare», disse lei risalendo in auto.
«Non ancora», fece Lazzari e saltò giù.
Attraversò la strada sbattendo i piedi per recuperare sensibilità, entrò nel bar e
ordinò un caffè doppio. Lo sensibilità, entrò nel bar e ordinò un caffè doppio. Lo
bevve, andò in bagno e quando uscì ne ordinò un altro.
Quanti ne servivano per svegliarsi da quell’incubo? Si specchiò nei ritagli di
vetro che facevano capolino tra le bottiglie. Gli occhi tradivano il vacuo luccichio
dello sbandamento, che lo assaliva ogni volta che era a un passo dal mandare al
diavolo tutto quanto. Uscì senza prendere il resto.
La macchina era sparita. Meglio così. Riparò in chiesa e si sedette nel’ultimo
banco. Abbassò la testa e allargò le braccia. Non sapeva nemmeno lui cosa dire:
era andato tutto storto, ancora una volta. Ma in fondo era entrato per cercare
un’ispirazione e così raggiunse il leggio davanti al pulpito.
Il messale era aperto sul brano delle vergini che si addormentano in attesa delo
sposo. Tutte e dieci si lasciano andare al sonno, ma cinque di esse conservano olio
nelle loro lampade e all’arrivo dello sposo possono accendere le lampade ed
entrare con lui. Chi brucia vive.
Occorre ardere per vivere.
Tornò fuori con un altro piglio. Il fuoristrada era fermo davanti al sagrato con la
portiera aperta. Saltò su e ripartirono. Nessuno gli disse niente. Abbassò il
parasole per ripararsi dai raggi obliqui del tramonto. per ripararsi dai raggi obliqui
del tramonto.
«Tieni», gli disse Artemisia dopo un po’ porgendogli un pacchetto.
Lazzari lo prese e lo scartò senza dire una parola.
Dentro un’elegante confezione c’era un paio di occhiali da sole. Li infilò e si
specchiò. Ora almeno non doveva fissare il proprio smarrimento. Poi alzò la testa,
per cercare il volto di Artemisia nello specchietto retrovisore e si ricordò di
quando a Sanremo le aveva detto che le invidiava gli occhiali... sembrava passata
una vita.
«Questo non significa che ti sposerò», scherzò la ragazza.
Quando oltrepassarono Leonessa, Lazzari si tolse gli occhiali e disse a Dino di
rallentare. Scrutava i boschi sulla sua destra con attenzione scrupolosa. Era stato lì
soltanto una volta, anni prima, ma era sicuro di riconoscere il viottolo tra gli
alberi, non appena lo avesse scorto.
«Ecco!», gridò eccitato a un certo punto.
Dino controllò gli specchietti, poi scalò e svoltò bruscamente. Imboccarono la
strada in terra battuta che si inerpicava per la collina. Il fondo era sconnesso,
pieno di grosse buche e punteggiato di pietre e radici. Non di grosse buche e
punteggiato di pietre e radici. Non c’erano tracce recenti di pneumatici. Erano in
pochi ad avventurarsi lì.
Ogni tanto un sasso rivoltato cozzava contro il fondo della vettura producendo
un rumore metallico. Ben presto furono costretti ad avanzare con le marce ridotte.
Al’altezza di una curva a gomito un torrente tagliava la pista ma l’acqua era
alta pochi centimetri. Il fuoristrada lo guadò senza problemi e dopo circa due
chilometri giunsero in un piccolo spiazzo circolare. Era impossibile proseguire
oltre.
«Abbiamo sbagliato strada», constatò Dino lanciando occhiate perplesse a
destra e a sinistra.
«Niente affatto. Si procede a piedi da qui in avanti», disse Lazzari e uscì senza
ulteriori spiegazioni.
Artemisia lo seguì immediatamente e Dino, senza perdere tempo a riflettere,
infilò due pistole nelle fondine ascellari e indossò il suo piumino. Poi prese un
borsone dal bagagliaio, se lo mise a tracolla e li raggiunse a grandi passi sul
sentiero che spariva nel bosco. «Vado io per primo. Non sappiamo dove possono
essere quelli della Tauros», disse loro.
Lazzari indicò qualcosa alle proprie spalle. «Credo che Parodi abbia parlato,
prima di morire, rivelando che Parodi abbia parlato, prima di morire, rivelando
come mettersi in contatto con il Lupo. A quest’ora saranno sulle sue tracce».
Dino lo guardò male. «Ma allora cosa ci facciamo qui? Era meglio seguire loro.
Dovevi dirmelo».
«Non sono io l’esperto di sicurezza e protezione».
Dino incassò con un sorriso a labbra serrate. «Non sono io quello che ha
bisogno di protezione».
«Già», ammise Lazzari. «Comunque non ti preoccupare. Il Lupo non si lascerà
trovare».
«Quelli sono specializzati nel trovare chi non vuole farsi trovare».
«Che avremmo dovuto fare? Metterci a seguire i nostri inseguitori? Se davvero
la Tauros riuscirà a scovare il Lupo prima di noi, non ce lo lascerà di sicuro.
Per questo siamo qui: sono certo che il Maestro Foglia può rintracciare il Lupo
prima di loro...», disse Lazzari, lasciando all’improvviso la frase in sospeso.
«Ma?», lo incalzò Dino.
«Ma non sono altrettanto convinto che lo farà».
«Lo convinceremo», garantì Artemisia.
«Non è quel genere di uomo. Se ha preso una decisione, non potremo farci
nulla», disse Lazzari e poi piantò l’indice nel petto di Dino. Un gesto improvviso
che sorprese tutti. «Allora, decidi. Vuoi fare un tentativo qui oppure metterti sulle
piste di quelli della Tauros?».
Dino indicò il sentiero con un cenno del capo. «Mi fiderò del tuo giudizio».
Camminarono per mezz’ora prima di abbandonare il sentiero e su indicazione
di Lazzari svoltarono verso nord all’altezza di una quercia cava. In pochi minuti
di marcia sostenuta raggiunsero una capanna di tronchi: camuffata nella
vegetazione, era invisibile anche a due metri di distanza.
La porta non era chiusa a chiave. All’interno c’era solo un piccolo camino di
pietra e una piramide di ceppi impilati con cura. Sull’architrave di legno annerito
erano sistemate due grosse pigne e una scatola di fiammiferi.
«Passeremo qui la notte», annunciò Lazzari.
«Come qui?», domandò Artemisia guardandosi attorno.
Si era fatto buio nel frattempo. Dino accese la torcia elettrica e la tenne puntata
verso il camino davanti al quale Lazzari si chinò per accendere il fuoco.
«È la regola. Dobbiamo passare la notte in questa capanna, se vogliamo che
domattina all’alba il Maestro Foglia ci riceva. Altrimenti ci respingerà. Nessuna
Foglia ci riceva. Altrimenti ci respingerà. Nessuna alternativa possibile. Lui abita
in cima alla collina».
«Ma che cazzate sono queste?», sbottò Artemisia.
Continuava a scuotere la testa e a guardarsi intorno incredula.
«Lascia che ti aiuti», disse Dino accovacciandosi al suo fianco. Gli bastarono
pochi istanti per accenderlo.
«Ho imparato in Etiopia», disse quasi per scusarsi dell’abilità dimostrata.
«Il fumo gli segnalerà la nostra presenza», spiegò Lazzari posando una mano
sul comignolo che saliva fino al tetto e oltre.
«Questo Foglia mi sentirà domani», minacciò Artemisia.
Dino raccolse la propria sacca. «Vi cedo la suite. Io starò di guardia qui fuori.
Non mi piace per niente questa situazione. Pericolo sei. Una baracca in mezzo a
un bosco a volte è il migliore dei ripari, altre volte la peggiore delle trappole. E io
non voglio svegliarmi sotto le armi di quelli della Tauros».
«Non avevi detto di fidarti del mio giudizio?», gli ricordò Lazzari.
«Mi fido del tuo, ma scelgo il mio».
Artemisia e Lazzari, rimasti soli, si sedettero ai lati del camino, una da una
parte e uno dall’altra. La capanna era fredda e il fuoco ancora debole. Dal
pavimento saliva intensa l’umidità. Il calore pareva richiamarla, anziché
allontanarla.
«Ci aspetta una lunga veglia», fece Lazzari.
«Che vorresti dire?» «La regola prevede la veglia fino all’alba, non il sonno. Ti
avevo detto di dormire in auto».
Artemisia emise un verso beffardo. «Il tuo Maestro verrà a controllare?» «Lo
farà domattina guardandoci in faccia».
«Ce l’avremo comunque distrutta, non ti preoccupare». E in un sussurro
nervoso aggiunse: «Questa storia ci è sfuggita di mano».
Lazzari si sporse oltre il camino. Cercava di decifrare nella penombra rossastra
la sua espressione. C’era rabbia, ma anche altro. C’era sempre qualcos’altro. «Te
ne sei resa conto finalmente. Lo vedi che avevo ragione io? Dovevamo ascoltare
il Colonnello e rinunciare».
«Lo vedi? Non capisci mai niente», disse Artemisia.
Poi si voltò e si sdraiò rannicchiata.
«Che vorresti dire?».
«Che vorresti dire?».
Artemisia sbadigliò. «Mi spiace, sto già dormendo».
17
Poteva fidarsi di Dino e di Artemisia? Chi diavolo erano in realtà? Per quanto
ne sapeva Lazzari, potevano essere tali e quali ai due della Tauros. In fondo
lavoravano per il Colonnello, un uomo che lo aveva messo in ginocchio per
costringerlo ad accettare quell’assurdo incarico.
Se il Colonnello lo aveva trascinato in quel guaio, Artemisia ce l’aveva tenuto
dentro. Certo, con ben altri modi, ma... Inutile, per quanto si sforzasse di
ragionare lucidamente, subiva troppo il fascino di quella donna.
Non sapeva bene cosa avesse significato quela notte per lei, ma lui invece,
guardandola dormire, non nutriva molti dubbi.
D’un tratto avvertì un movimento fuori dal capanno.
Si acquattò tenendo d’occhio l’uscio. Sapeva che avrebbe dovuto fare scudo ad
Artemisia con il proprio corpo, ma la paura lo attanagliava. La porta si aprì senza
un cigolio e una sagoma si stagliò nella penombra.
I nervi fecero scattare la sua mano: la sentì sollevarsi I nervi fecero scattare la
sua mano: la sentì sollevarsi d’istinto a mezz’aria, inutile come una pistola
scarica.
Solo quando s’avvide del berretto tirò un sospiro di sollievo. Dino gli faceva
cenno di raggiungerlo fuori.
Lazzari si alzò a fatica, i muscoli atrofizzati, controllò che Artemisia dormisse,
rinvigorì il fuoco con un paio di ceppi cercando di regolarizzare il proprio respiro
e uscì in punta di piedi.
Dino imbracciava un fucile e pareva nervoso. «C’è qualcuno nel bosco»,
bisbigliò piegando la testa.
«Animali?» «Oltre agli animali».
Lazzari si morse le labbra. «Che vuoi che faccia?» «Non sei in vacanza, prendi
questo». Dino gli passò il fucile con il mirino per la visione notturna e lo aiutò a
impugnarlo nel modo corretto. «Tieni d’occhio la parte a monte rispetto al
capanno. Appena vedi qualcosa che assomiglia a un uomo, spara».
Lazzari tremava. «Ma che dici? Io non ho mai sparato a nessuno».
«Non succederà nemmeno stanotte, tranquillo man.
Anche se ti capiterà di fare fuoco non beccherai nessuno, non ti preoccupare.
Con questo mirino puoi avvistare un uomo a duecento metri. A quella distanza tu
non uomo a duecento metri. A quella distanza tu non centreresti nemmeno un
elefante. Mi basta che li spaventi, chiunque siano».
«E tu?» «Io scendo fino ala macchina. Se sono gli agenti della Tauros,
l’avranno di certo messa fuori uso. Quella è gente che segue le procedure. Primo,
tagliare ogni via di fuga. Secondo, circondare l’obiettivo».
«E terzo?», domandò stupidamente Lazzari, ma Dino era già sparito oltre il
sentiero. Come faceva, grosso com’era, a non fare il minimo rumore?
Lazzari puntò il mirino verso la scarpata alberata, assaporando la sensazione di
poter vedere mentre intorno tutto era buio. Gli pareva di sbirciare da uno
spioncino: tremando all’idea di poter essere colto alle spale, ogni tanto si voltava
per dare un’occhiata, sebbene senza il mirino non vedesse nulla.
Il fucile pesava molto più di quanto immaginasse e faticava non poco a tenerlo
sollevato. Sentiva le braccia formicolare dolorosamente e la spalla tremare.
I minuti sgocciolavano via con lentezza esasperante.
Il silenzio del bosco era traditore: ogni più piccolo rumore veniva amplificato e
tutto pareva in movimento.
Un paio di volte fu sul punto di premere il grilletto, pur di Un paio di volte fu
sul punto di premere il grilletto, pur di allentare la tensione. Non riusciva a
smettere di chiedersi come fosse stato possibile finire in quella situazione.
Quando fu sicuro di non farcela più, udì la voce di Dino alle spalle: «Terzo,
innervosirli per farli venire allo scoper to».
«Ma che cazzo!», saltò su Lazzari e si affrettò a riconsegnargli il fucile. Aveva
le mani sudate e il battito accelerato.
«La macchina è ok. Ho ricontrollato anche la strada: nessuna traccia di
pneumatici dopo il nostro passaggio», spiegò Dino, che però sembrava ancora
perplesso mentre si passava una mano sotto il cappello.
«Che c’è?» «I conti non tornano comunque. Non ci ha seguito nessuno. Eppure
qualcuno è venuto a dare un’occhiata qui intorno».
Lazzari non dovette impegnarsi troppo per rimanere sveglio per il resto della
notte. Per la tensione sentiva le articolazioni indolenzite e i muscoli bruciare,
come se qualcuno gli avesse iniettato una sostanza velenosa.
Appena il buio cominciò a diradarsi mormorò una preghiera, poi destò
Artemisia e allargò le braci per preghiera, poi destò Artemisia e allargò le braci
per spegnere il fuoco. Aveva disperatamente bisogno di una persona amica.
«Non hai chiuso occhio», gli disse la ragazza, quasi stupita. Il sonno le aveva
ammorbidito i tratti e il lieve gonfiore ne accresceva la sensualità. Le labbra
apparivano ancora più grandi e i capelli più folti.
«Dino è convinto che qualcuno sia venuto a spiarci stanotte. Forse quelli della
Tauros sono là fuori da qualche parte».
«Se ci sono, sapremo come affrontarli», assicurò Artemisia.
«Non so se faccio bene a portarvi da Foglia. E se facesse la fine di Parodi?
Quei bastardi ci stanno sempre dietro...».
«Non volevano uccidere Parodi, solo farlo parlare. È stato un incidente, al
vecchio ha ceduto il cuore».
«Foglia non si farebbe mai legare a una sedia, lotterebbe e...».
Artemisia gli posò un dito sulle labbra. «La Tauros vuole te. E poi non
commetteranno una seconda leggerezza dopo quella con Parodi. Non vorranno
certo attirare l’attenzione con un altro morto. Hai visto come sono scappati di
fronte alla polizia».
«Vogliono me? Già, questo mi rassicura molto», fece «Vogliono me? Già,
questo mi rassicura molto», fece Lazzari con evidente sarcasmo.
«Di che ti preoccupi? Hai ben due guardie del corpo», sorrise Artemisia
alzandosi.
Dino li aspettava con il fucile spianato all’imbocco del sentiero, cinquanta
metri più in alto rispetto al capanno. «Io procedo in testa. Se gli agenti della
Tauros ci hanno preparato una trappola, vi copro la fuga: scendete per la scarpata,
raggiungete la provinciale, fermate la prima auto che passa e fatevi portare a
Terni.
Se non vi dovessi raggiungere entro un’ora, telefonate al Colonnello per
ulteriori istruzioni».
«È la sua compagnia a renderti paranoico?», gli domandò Artemisia
accennando a Lazzari.
«Semmai è la tua. Se ci succede qualcosa, io ho chiuso», precisò Dino.
Lazzari studiò prima uno e poi l’altra, ma non commentò. Preferiva passare
ancora una volta per ingenuo e temporeggiare in attesa di chiarirsi le idee,
piuttosto che manifestare il suo interesse per i messaggi ambigui che i due si
scambiavano.
Si misero in marcia lungo il pendio punteggiato dai castagni e dai faggi. Dopo
mezz’ora di cammino, il sentiero si fece irto. Da qualche minuto udivano
rintocchi sentiero si fece irto. Da qualche minuto udivano rintocchi e versi sempre
più nitidi.
Dino fece loro cenno di attendere e andò avanti, ma Artemisia lo seguì e
Lazzari, dopo un’esitazione, si accodò.
Dino scosse la testa contrariato, ma non disse nulla.
Scorsero per prima cosa lo spiovente di un tetto e poi il resto di una casa: era a
due piani in pietra, con grandi finestre di legno massello dipinte di fresco. Un
uomo, alto quanto Dino, spale larghe, una folta capigliatura grigia e una barba
fluente ma curata, spaccava legna nell’aia.
«Qui non si viene armati», disse e menò l’ennesimo colpo di accetta. Il tronco
si divise in due ceppi.
«È lui», fece Lazzari a Dino.
Dino posò il fucile e Lazzari si fece avanti. Un senso di timore lo colse. Era
trascorso tanto tempo dal loro ultimo incontro e si sentiva studiato. E giudicato,
per essere arrivato a quel punto tanto cambiato e ansioso.
«Maestro...».
«...Ce n’è uno solo e non sono io», tagliò corto Foglia lasciando cadere
l’accetta. Si avvicinò a Lazzari, si pulì la mano sui calzoni, gliela porse e lo
abbracciò.
«Benvenuto, concittadino».
«Benvenuto, concittadino».
«Siete dello stesso paese?», domandò Artemisia, che li osservava con le braccia
conserte e il pollice premuto sul mento. Il tono era al limite del sarcastico, ma
qualcosa l’aveva trattenuta dall’affondare i denti fino in fondo.
«Della stessa Repubblica», disse seriamente Foglia e li invitò a entrare. «Ho
preparato il caffè in previsione del vostro arrivo. Seguitemi».
«Eri tu allora stanotte? Ti muovi bene e in silenzio», riconobbe Dino.
«Ho imparato dagli indios».
Dino si sfilò il cappello e se lo legò alla cintura, prima di entrare. Sul tavolo
c’era una grossa caffettiera che sprigionava un forte aroma di caffè e una crostata
alla marmellata ancora calda. Il camino in pietra era colmo di braci e in un angolo
della stanza faceva bella mostra di sé un antico aratro.
Foglia indicò loro le sedie, mentre lui si prese dal frigo una bottiglia di birra.
«Anche quello lo hai imparato dagli indios?», gli fece Dino indicando la
bottiglia.
«Da Ken Shiro Abe, oltre al judo si intende».
«Un giapponese?» «Un giapponese?» «Eccelso judoka e anche pilota di aerei.
Abbatté ventuno aerei durante la seconda guerra mondiale. Venne in Italia per un
periodo negli anni Settanta. Beveva una birra media tutte le sante mattine. “È una
colazione completa ed equilibrata”, amava ripetere».
Dino sorrise insieme ai compagni, ma fu il primo a ridiventare serio. «Perché
sei sceso a controllare la capanna stanotte? Non hai visto il fumo? Lazzari ci
aveva detto che è il tuo sistema per ricevere gli ospiti».
Il Maestro incrociò le braccia sul petto. «Certa gente ha chiesto di me in paese.
Ero in allerta».
«Chi sarebbe questa certa gente?», gli domandò Lazzari. Posò la fetta di
crostata che aveva già addentato e lanciò un’occhiata ad Artemisia.
«Forestieri in giacca e cravatta. Hanno fatto una brutta impressione ai miei
amici del paese».
Lazzari guardò una seconda volta Artemisia, ma fu Dino a parlare per primo.
«Per fortuna dovevano essere sulle piste del Lupo, eh Lazzari?» «Come diavolo
hanno fatto a sapere che saremmo venuti qui? Non lo sapeva nessuno oltre a noi
tre!», sbottò Lazzari con gli occhi spiritati.
«Continui a sbagliare bersaglio, man», gli fece notare «Continui a sbagliare
bersaglio, man», gli fece notare Dino. «Non abbiamo a che fare con dei dilettanti.
Quella è gente preparata. Come facevano a sapere che tenevi i libri in quel
capanno sopra Bussana? Te lo sei chiesto?
Di sicuro hanno un fascicolo completo e accurato su di te, conoscono tutto
della tua vita: dove hai studiato, chi hai frequentato, i viaggi che hai fatto, le
proprietà che possiedi, i tuoi acquisti degli ultimi anni, i libri che leggi, perfino il
tuo gusto di gelato preferito. Come lo sappiamo noi lo sanno anche loro».
«Che vuoi dire... Che avete un dossier su di me?».
Non ci fu risposta.
Foglia aveva ascoltato in silenzio la discussione. «Sei nei guai concittadino?»,
domandò infine. Pareva che la cosa lo riguardasse da vicino.
«Posso parlarle con franchezza, Maestro?», gli domandò Artemisia.
Foglia annuì. «Non accetterei un altro modo. E dammi del tu, ti prego».
«Siamo alla ricerca del nome segreto di Roma e del lituo con cui Romolo fondò
la città», rivelò senza giri di parole Artemisia.
All’orecchio di chiunque altro quella stessa frase sarebbe risultata folle, ma il
maestro non si sorprese sarebbe risultata folle, ma il maestro non si sorprese
affatto. Sembrava ancora più assorto e interessato. Annuì invitandola a proseguire.
Artemisia, nel frattempo, si era versata una tazza di caffè e ora lo sorseggiava
con cura. «Lazzari, vuoi per favore esporre al maestro quanto abbiamo scoperto
fino a oggi e perché abbiamo bisogno del suo aiuto?».
Lazzari raccontò tutta la vicenda senza omettere nulla se non le sue
preoccupazioni circa la SigmaPiTau e i suoi due compagni, spiegandogli che
avevano bisogno del suo aiuto per rintracciare il Lupo marsicano. «Mi dispiace di
aver messo sulle tue tracce i bastardi della Tauros», terminò infine rivolto a
Foglia.
«Non possono seguire le mie impronte, non ti preoccupare. La settimana
prossima ho un volo per il Perú. Vado a dirigere un importante progetto di scavi
per conto dell’università di Lima... Ormai insegno lì, forse non lo sapevi. Il Paese
è molto interessato all’archeologia e alle proprie radici, a differenza dell’Italia,
dove ho giurato di non scavare più».
Artemisia lo fissava con aperta curiosità. «Non sembri un uomo che giura a
caso. Che ti è capitato?» «L’ultimo episodio risale a due anni fa. Tenevo d’occhio
da alcuni giorni proprio il tombarolo che d’occhio da alcuni giorni proprio il
tombarolo che cercate, Massimo De Feudis, che si fa chiamare il Lupo Marsicano.
Riuscii ad acciuffarlo poco prima che depredasse una tomba sabina a ipogeo che
aveva appena individuato tramite uno dei suoi informatori – ma la segnalazione
era arrivata anche a me. Lo misi in fuga e avvertii la sovrintendenza regionale ai
beni culturali, ma sapevo che lui mi avrebbe tenuto d’occhio e avrebbe aspettato il
momento in cui mi fossi allontanato per saccheggiarla. Così io e Akira vegliammo
la tomba per tredici giorni e altrettante notti, senza interruzione, dormendo
all’addiaccio e mangiando scatolette. Il quattordicesimo si presentò finalmente un
funzionario della sovrintendenza con una squadra di operai».
Foglia finì la birra e si pulì la bocca con il dorso ruvido della mano. Aveva la
pelle di un uomo che aveva trascorso tutta la vita al sole e al vento, e negli occhi
tante cose. «Mi congedarono senza un grazie, quindi delimitarono la zona con del
nastro bianco e rosso e appesero un cartello con la scritta: vietato l’ingresso. Poi
se ne andarono. La notte seguente, come da copione, il Lupo depredò la tomba».
Per quasi un minuto nessuno se la sentì di commentare. «Chi è Akira?», chiese
alla fine Artemisia. commentare. «Chi è Akira?», chiese alla fine Artemisia.
«La mia katana», rispose Foglia. Si avvicinò alla parete, staccò la spada dal
gancio a cui era appesa e la mostrò alla ragazza. «Dunque volete rintracciare il
Lupo?», domandò, come se fosse giunto il momento di tirare le fila del discorso.
«Be’, non sarà facile. Ma possiamo provarci. Andiamo».
«Subito?», domandò Dino. Prese un altro pezzo di crostata e commentò: «Non
sei uno che perde tempo».
Foglia gli mise una mano sulla spalla. «Un giorno ci sarà chiesto conto del
tempo che ci è stato concesso».
Aveva una fisicità esasperata, e un evidente carisma. Il tono basso con cui
parlava e l’espressione risoluta parevano raggiungere e stringere le persone
intorno a lui.
«Vieni di là con me», disse poi a Lazzari, che lo seguì.
Foglia indossò una camicia di lana, un giaccone a scacchi e prese quello che
pareva un bastone da passeggio insolitamente spesso. Infine afferrò lo zaino
rigonfio, che era appoggiato tra il guardaroba e il muro.
«Ne tengo sempre uno pronto. Per le partenze improvvise».
Lazzari si limitò ad annuire. Foglia lo spinse davanti allo specchio che
ricopriva l’anta dell’armadio e lo allo specchio che ricopriva l’anta dell’armadio e
lo obbligò a guardarsi. «Dimmi, lo sai quello che stai cercando?».
Lazzari esaminò il proprio volto. Barba e capelli erano della stessa lunghezza.
Le guance scavate e le borse sotto gli occhi gli indurivano l’espressione e
mascheravano, almeno in parte, il senso di sbigottimento che traspariva dal fondo
degli occhi. Era più che mai consapevole della propria debolezza, ma in qualche
modo sapeva di poterla trasformare nel suo punto di forza. Era quella l’unica
alchimia possibile. «Sì», rispose infine.
«È la stessa cosa che stanno cercando loro?», domandò ancora Foglia
indicando con la testa la porta.
«No».
«Bene, ti aiuterò».
Quindi raggiunsero gli altri, che li stavano aspettando davanti alla porta e
confabulavano a bassa voce.
Foglia alzò le mani per richiamare la loro attenzione.
«Io vi condurrò fino al Lupo, ma poi non farò un passo di più. Vi sta bene?»
«Va bene», accettò Artemisia per tutti.
Lasciarono l’auto all’ingresso del centro storico di Leonessa e proseguirono a
piedi. Gli edifici in pietra, alcuni più bassi degli alberi, parevano scaturire
direttamente dalla roccia.
Lazzari camminava in coda al piccolo drappello e osservava le montagne che
incombevano sullo sfondo, disinteressato ai discorsi degli altri.
Foglia indossava un cappello di paglia che gli oscurava il viso, e con il bastone
segnava ogni passo.
«Baiocco lavora per il Lupo da anni. È lui che cerchiamo», spiegò. «È uno dei
suoi cani da cerca».
«Che cosa fa concretamente?», volle sapere Artemisia.
«Batte la zona dela Sabina, frequenta i bar e ascolta».
«Ascolta?», fece Dino.
«Capita che un contadino scavando un campo trovi un cippo votivo, o un
pastore raccolga un’anfora, o un passante si imbatta in una moneta. Che cosa fai
in genere quando ti capita una cosa del genere?» «Lo racconti a qualcuno»,
rispose Artemisia.
«E quel qualcuno lo racconterà a qualcun altro. Non c’è nulla che accada in
Italia che non arrivi prima o poi in un bar. Quando la voce giunge al suo orecchio,
Baiocco per prima cosa prende informazioni, verifica se la notizia ha un
fondamento, e se è così va a ispezionare in prima ha un fondamento, e se è così va
a ispezionare in prima persona il luogo del ritrovamento. Poi, se il sopralluogo lo
soddisfa, avvisa il Lupo».
Artemisia camminava al suo fianco e non si perdeva una parola. «E capita tanto
spesso di trovare reperti?» «Capita», assentì Foglia e batté il bastone con
maggiore forza sul selciato. «Suolo italico...».
A un centinaio di passi dalla piazza centrale Foglia ordinò a Lazzari e Dino di
fare il giro largo per appostarsi alle spalle del’edificio che indicò con il bastone.
«Tu sai cosa intendo», disse al barbuto.
Dino annuì e spinse il compagno verso il vicolo che passava sotto un piccolo
arco proteso tra due palazzotti e vegliato da un roseto. Il verde e il rosa
guizzavano vividi contro il vecchio muro e Lazzari, se non fosse stato per il
compagno, si sarebbe fermato qualche istante a osservarli.
Il Maestro e Artemisia, invece, proseguirono dritto verso la porta del bar che si
affacciava sulla piazza. Il nome dipinto sopra l’architrave era del tutto scolorito.
Rimaneva traccia soltanto della S iniziale. Foglia entrò per primo, imboccando
uno stretto corridoio lungo una dozzina di passi.
«Maestro», lo salutò il barista.
«Maestro», lo salutò il barista.
Un uomo si affacciò dalla sala che si allargava davanti al bancone e appena li
vide si lanciò verso la porta all’estremità opposta del bar, facendo cadere un paio
di sedie.
Il Maestro e Artemisia attraversarono correndo tutto il locale sotto lo sguardo
preoccupato del barista, un tipo magrolino con un paio di occhiali sul volto e
l’altro appeso al collo.
La porta in fondo al bar si affacciava su un crocicchio incastonato tra le case.
Dino aveva agguantato l’uomo che avevano visto scappare dal locale e adesso lo
teneva fermo mentre Lazzari, al suo fianco, guardava nervosamente ora nella
direzione da cui erano venuti Foglia e Artemisia e ora verso le finestre dei palazzi.
«Ti saluto, Baiocco», disse Foglia.
Era un uomo sui quaranta, i capelli vaporosi pettinati con cura, e indossava una
camicia bianca aperta sul petto, una collana d’oro, jeans rossi stretti e scarpe nere
a punta: sembrava appena uscito da una discoteca, ma degli anni Ottanta.
«Non scavo da anni», disse Baiocco. «Non sono più in quel giro, non ho fatto
niente, niente», ripeteva.
«Farai una cosa per questi miei amici», gli disse «Farai una cosa per questi miei
amici», gli disse Foglia.
«Cosa?» «Dicci dove trovare il Lupo. Ci basta questo».
«Non lo vedo da anni».
«Non mentire».
«Io non voglio problemi».
«Camminiamo, non conosco modo migliore per risolvere i problemi», propose
Foglia. Quindi si rivolse ad Artemisia: «Consiglio di lasciare un giro pagato per i
clienti e cento euro al barista per il disturbo».
La ragazza saldò il conto e appena tornò fuori si allontanarono tutti insieme.
Foglia li guidò fino alla bottega di un fabbro ed entrò seguito dagli altri.
«Possiamo metterci di là, Antonio?».
Il fabbro, che indossava spessi occhiali plastificati, arrestò a mezz’aria il
martello e annuì, poi lo calò con forza sollevando una tempesta di scintile. Alcune
lampeggiarono come lucciole sopra lo scuro camice di cuoio ricoperto di
bruciature. «Non vi dispiace se continuo a lavorare, nel frattempo?», domandò
con una smorfia.
«Tutt’altro», disse Dino, che ora guardava con aperta ammirazione Foglia.
aperta ammirazione Foglia.
Enrico Baiocco era troppo spaventato per urlare. Lo fecero sedere su uno
sgabello e gli legarono le mani dietro la schiena, poi Dino tirò fuori entrambe le
pistole.
Solo il gesto severo di Foglia lo fece desistere. Il Maestro afferrò il proprio
bastone con entrambe le mani, ruotò il manico in un senso e il corpo nell’altro e
fece scattare un meccanismo nascosto. Rimosse la parte superiore, che era una
copertura mascherata, e sfilò una spada da quello che si rivelò un fodero ligneo.
Lazzari si lasciò sfuggire un mormorio di preoccupazione. Non era affatto ciò
che aveva previsto.
«Il tuo passato non mi interessa. Non mi interessano nemmeno i tuoi sporchi
traffici. Questi amici devono trovare al più presto il Lupo», chiarì il Maestro.
Baiocco non staccava gli occhi dalla lama. «Ti ripeto che non lo vedo da una
vita».
«Ma sai di certo dove si trova. Sei uno dei suoi informatori storici. È sempre
reperibile per te. Il suo lavoro è tutta una questione di tempistica», insistette
Foglia. La sua voce, profonda e pacata, era inesorabile.
Non era chiaro se bisognasse temere più quella o la lama che luccicava nello
stanzino rischiarato da un’unica lampadina appesa al soffitto. lampadina appesa al
soffitto.
«Se ve lo dico, posso dire addio al mio lavoro».
«Se non ce lo dici puoi dire addio alla tua lingua», si inserì Dino avvicinandosi.
«Invece avrai la lingua e il lavoro», promise Foglia, facendo cenno a Dino di
calmarsi. «Questi miei amici sono venuti per proporgli un affare importante. Non
siamo banditi».
Artemisia tirò fuori un rotolo di banconote per sottolineare il concetto. Contò
tremila euro e li infilò nella tasca dei pantaloni dell’uomo.
«Ho la tua parola?», domandò Baiocco a Foglia.
«Ce l’hai».
«Troverete il Lupo a Tarquinia. È appena stata scoperta una specie di agorà
all’interno dell’area del Tumulo della Regina».
«Ne ho sentito parlare», confermò Foglia.
«I fondi statali sono quelli che sono: i lavori di scavo vanno a rilento e la
sorveglianza fa acqua da tutte le parti.
Massimo è convinto di poter sfruttare a suo vantaggio la situazione, per portare
via alcuni dei tesori sepolti là sotto. Ci sono pezzi di grandissimo valore, come
per esempio...».
«Lascia stare le informazioni che non contano. Dicci «Lascia stare le
informazioni che non contano. Dicci piuttosto come facciamo a trovarlo», tagliò
corto Dino.
«Lo troverò io», assicurò Foglia e uscì.
18
Raggiunsero la necropoli di Tarquinia al tramonto.
Parcheggiarono l’auto sul ciglio della strada che correva lungo il crinale
affacciato sul sito archeologico. Dietro consiglio di Foglia scesero tutti e quattro
per decidere come procedere.
«Quando ti muovi, le idee piovono come frutti dall’albero percosso», spiegò il
Maestro togliendosi il cap pello.
Dall’alto osservarono la valle, incisa dai sentieri bianchi come ossa, dove le
millenarie costruzioni si mimetizzavano tra i campi delineati con cura. Cespugli e
alberi orlavano le morbide colline circostanti, sotto un cielo dalle mille striature.
«Sembra un buon posto per riposare», disse Dino.
Aveva costretto Baiocco a salire in auto con loro, temendo che gli agenti della
Tauros potessero rintracciarlo rapidamente e quindi mettersi sulle loro tracce,
ammesso che non avessero già trovato il Lupo.
Lo aveva scaricato mezz’ora prima in un punto deserto Lo aveva scaricato
mezz’ora prima in un punto deserto sulla provinciale tra Viterbo e Vetralla,
minacciandolo di morte nel caso avesse avvertito il Lupo del loro arrivo.
Artemisia gli aveva dato altri mille euro per il disturbo.
Dino, invece, gli aveva dato un ultimo consiglio: «Sparisci per qualche
giorno».
Baiocco si era allontanato con i soldi e senza una parola di commiato.
«Hai un binocolo per la visione notturna?», domandò ora Foglia a Dino.
Il barbuto, stupito, alzò il pollice in segno di assenso e andò a prenderlo dal
doppio fondo del bagagliaio.
Foglia studiò a lungo le colline circostanti, mentre gli altri, un paio di passi
dietro di lui, lo osservavano in silenzio.
Dino pensava agli agenti della Tauros: se avessero già trovato il Lupo sarebbe
stato costretto a organizzare una missione per liberarlo. Ma non aveva uomini a
disposizione.
Dopo quasi dieci minuti, Foglia chiamò vicino a sé il barbuto. «Secondo te qual
è il migliore punto di osservazione per sorvegliare dall’esterno il Tumulo della
Regina?», domandò indicandogli un’area precisa all’interno del perimetro della
necropoli. Quindi gli passò all’interno del perimetro della necropoli. Quindi gli
passò il binocolo.
«Potrei indicarti il miglior punto di osservazione in assoluto, ma non è detto
che sia quello preferibile.
Bisogna considerare le vie di fuga. Se è davvero così in gamba, il Lupo si sarà
piazzato in un posto da cui può osservare anche chi si avvicina, in modo da poter
fuggire in caso di pericolo. Dovrei conoscere il reticolo viario della zona».
«Andiamo a conoscerlo, allora», approvò Foglia.
Saltarono sul fuoristrada e se ne andarono lasciando lì Artemisia e Lazzari, che
non avevano avuto neppure il tempo di farsi avanti.
Lazzari si avvicinò al margine della scarpata e guardò giù. Gli sarebbe piaciuto
lanciarsi per il morbido declivio e correre a perdifiato fino al fondo della vallata,
provare l’ebbrezza della velocità e mandare alla malora tutto quanto.
«Che cosa farai quando questa storia sarà finita?».
All’inizio pensò di averle sognate quelle parole, ma quando si voltò vide che
Artemisia lo fissava, a pochi passi di distanza da lui. Gli occhi verdi parevano
risucchiare l’ultima luce del giorno. Un gatto non avrebbe potuto sfoggiare uno
sguardo più enigmatico. «Non lo so, potuto sfoggiare uno sguardo più enigmatico.
«Non lo so, non lo so davvero e mi chiedo se ci sarà una fine. Quanto siete
disposti ad andare avanti?» «Fin quando non avremo ottenuto quello che cerchia
mo».
«E se non dovessimo trovare nulla, nemmeno qualche indizio? Continueremo a
fare su e giù per l’Italia come pazzi? Braccati da quei paramilitari e con la
minaccia incombente degli uomini della Confraternita?» «Gli indizi li abbiamo.
Ora è tutto nelle tue mani».
«Io... Io... farò il possibile».
«E tu non mi chiedi che cosa farò quando avremo trovato il lituo?» «Dovrei?»
«No, certo. Non sono affari tuoi», confermò Artemisia, di colpo indispettita, e si
allontanò.
Lazzari mosse un passo, ma non il secondo. Non aveva mai capito se le donne
se ne vanno per essere rincorse o per essere lasciate in pace.
Quella donna gli piaceva. Era tutto quello che non era lui. Gli piaceva l’idea
della sua presenza e temeva il momento in cui avrebbe dovuto allontanarsene.
«Sai, ci sono parole che dovrebbero essere pronunciate una volta sola nella
vita», le disse in tono pronunciate una volta sola nella vita», le disse in tono
basso, appena sufficiente per farsi sentire. Lontano udirono il passaggio di
un’automobile.
In piedi sui cigli opposti dell’avvallamento, a una decina di passi di distanza, si
davano reciprocamente la schiena guardando in direzioni opposte.
«Le ho sentite mille volte, quelle due parole...», gli rispose senza voltarsi.
Foglia e Dino ritornarono quando ormai si era fatto buio. I fari tracciarono due
solchi polverosi sullo spiazzo sterrato, prima di spegnersi.
«Abbiamo individuato un’ottima ubicazione per una postazione di
osservazione. Da qui sarà all’incirca mezz’ora di cammino. Lasciamo l’auto e
andiamo a piedi. Lo prenderemo alle spalle. Se ci vede arrivare, quello scappa»,
spiegò Dino. Prese la sacca dal bagagliaio e richiuse il fuoristrada.
Lazzari scuoteva la testa perplesso. «E se non fosse lì, cosa faremo?» «Ci
porremo il problema a quel punto», tagliò corto Foglia, mettendogli un braccio
intorno al collo e spingendolo in avanti. «Fiducia, amico mio. Fides!».
«Dagli retta», gli consigliò Artemisia.
«Non avere paura, non fare paura e liberare dalla «Non avere paura, non fare
paura e liberare dalla paura: ecco tre buone azioni», sussurrò il Maestro senza
rivolgersi a nessuno in particolare.
Dino chiudeva la fila, mentre Foglia camminava in testa a passo sicuro. Il buio
non pareva avere segreti per lui. Ogni tanto si voltava per guardare se gli altri lo
seguivano e per segnalare eventuali ostacoli o buche.
«Da qui in avanti nemmeno una parola», li ammonì Foglia quando raggiunsero
il fondovalle.
Tagliarono per i campi, aggirando il crinale e rallentarono il passo solo quando
incontrarono i primi alberi. Avanzarono con cautela cercando di tenersi sempre al
riparo. A un centinaio di passi dalla meta che avevano individuato in precedenza
si appostarono dietro un gruppo di arbusti.
Dino scrutò a lungo con il binocolo. «Non vedo nessuno, ma c’è una macchia
nel terreno che mi incuriosisce. Sono quasi certo che si tratti di un capanno
mimetizzato. Vado a dare un’occhiata».
«Noi copriamo le vie di fuga», approvò Foglia, segnalando agli altri due dove
sistemarsi.
Dino ricomparve pochi minuti più tardi. Era raggiante. «Una tana con i fiocchi:
cibo, attrezzatura varia, macchine fotografiche e l’occorrente per ogni varia,
macchine fotografiche e l’occorrente per ogni emergenza. Manca solo il Lupo, ma
arriverà. Andiamo a preparargli una sorpresa. Venite».
Lo seguirono fino al ricovero scavato nella terra.
Foglia e Dino andarono a piazzarsi di vedetta sull’invisibile sentiero che saliva
dal basso, nulla più di un’ombra scura tra la vegetazione.
Artemisia e Lazzari rimasero ancora una volta soli.
La piccola radura era rischiarata dal lucore che filtrava dalle fronde. Faceva
freddo. Si sedettero l’uno accanto all’altra con la schiena addossata al tronco di un
albero.
La ragazza si accoccolò sul suo petto.
Fu allora che Lazzari si accorse di avere nella tasca della giacca la pipa che gli
aveva regalato Casini. Ne percorse i contorni con le dita, più volte, e alla fine non
resistette all’impulso. La tirò fuori e la illuminò con il cellulare. Aveva sempre
pensato che fosse una pipa, ma esaminandola con attenzione si accorse che non lo
era affatto. Il cannello era più lungo del normale e inoltre presentava sul dorso
alcuni piccoli fori, simili a quelli presenti sui flauti di canna. Quello che sarebbe
dovuto essere il fornello era in realtà una sorta di appendice ricurva priva di fondo
– nessuna possibilità di riempirla di tabacco. tabacco.
Toccò la superficie con l’unghia e si rese conto con meraviglia che era stata
oggetto di un restauro. Il legno era di certo antico e aveva la sfumatura tipica
degli oggetti rimasti a lungo sotto terra. Lo annusò a più riprese. Non si fece
scrupolo di leccarlo per cercare conferme. Sotto i componenti chimici tipici della
ripulitura aveva infatti distinto aromi di terra. Un oggetto di quasi cent’anni, a
sentire Casini.
«Che c’è?», gli domandò Artemisia. Si era resa conto dell’improvvisa tensione
nel corpo dell’uomo.
«Vedi, il lituo è un oggetto straordinariamente simile a questo», mormorò
Lazzari mostrandoglielo. La ragazza, dopo una rapida e disattenta occhiata,
sollevò gli occhi verso di lui.
«Secondo te lo troveremo?» «Qualcosa troveremo, siamo vicini».
«Come vicini? Poco fa parevi...».
Artemisia non ebbe il tempo di proseguire. Di colpo furono entrambi
consapevoli di una presenza. Si acquattarono in attesa.
Qualche secondo più tardi Dino comparve da dietro un albero. «È qui»,
sussurrò portandosi il dito indice alle labbra. labbra.
Dopo appena un paio di minuti udirono distintamente un rumore di passi.
Trattennero il fiato. Lazzari non sapeva quale fosse il suo compito, ma era troppo
tardi per domandarlo e Foglia non si vedeva da nessuna parte.
Dov’era finito? Avvertì il movimento di Artemisia e la bloccò tirandola per la
mano. Chissà cosa era capace di fare. Un uomo entrò nella radura e quasi in
simultanea due torce balenarono nell’oscurità inchiodandolo.
«Veniamo in pace», annunciò Foglia facendosi avanti. La luce disegnava un
alone intorno alla sua mano.
«Ma che diavolo!», imprecò il Lupo facendo un passo indietro e guardandosi
intorno come un animale braccato.
«In persona», disse Dino afferrandolo per un braccio. Gli era comparso alle
spalle e ora lo stringeva in una morsa implacabile.
«Ho conoscenze importanti», li minacciò il Lupo.
«Siamo noi le conoscenze più importanti che tu potrai mai avere», gli disse
Artemisia. Si era liberata dalla stretta di Lazzari, balzando in piedi con agilità.
«Non temere, siamo qui per proporti un affare».
Il Lupo socchiuse ancora più gli occhi. Pensieri sembravano attraversargli la
mente, rapidi come saette. sembravano attraversargli la mente, rapidi come saette.
«Siete gli amici di Parodi?» «Proprio così».
Il Lupo si sforzò di sfoggiare un sorrisetto. Era il più basso del piccolo gruppo,
e magro come un ragazzino, anche se doveva avere almeno una quarantina d’anni,
a giudicare dalle rughe che gli istoriavano il viso. «Spero non vi offendiate, ma di
amici così io faccio volentieri a meno. Scusate se ve lo dico, ma non vorrei fare la
sua fine».
«Pensavo che i rischi facessero parte del tuo mestiere», lo incalzò Artemisia.
Sebbene non si fossero messi d’accordo in precedenza, nessuno degli altri mise
in dubbio che spettasse a lei parlare. Lazzari, ancora accovacciato a terra, la
scrutava con attenzione.
«I rischi mi stanno bene solo quando sono assicurati», precisò il Lupo.
Artemisia si comportava come se non avesse il minimo dubbio sul buon esito
della contrattazione, mentre gli passeggiava davanti con la flemma del gatto che
studia il topo. Ma quell’uomo non aveva affatto l’espressione della preda,
sembrava anzi non avere la minima paura.
«Noi abbiamo il brutto vizio di pagare tanto e in «Noi abbiamo il brutto vizio di
pagare tanto e in anticipo», disse Artemisia.
«Musica per le mie orecchie, ma scusate tanto se insisto: le assicurazioni sulla
vita costano».
Artemisia liquidò la questione con un cenno della mano. «Ci metteremo
d’accordo, non ti preoccupare. E se ci aiuterai concretamente a raggiungere il
nostro obiettivo, ti garantisco che la gente responsabile della morte di Parodi non
avrà più ragione di cercarti».
«Il vostro obiettivo, se il mio fiuto non mi inganna, riguarda oggetti arcani e
pericolosi e io, sapete, sono piuttosto superstizioso...».
«Aggiungeremo qualche moneta per difenderti anche dalle tue paure
ultraterrene», tagliò corto Artemisia.
«Le monete sono gli scudi migliori», concesse il Lupo.
«Te ne daremo abbastanza da fabbricarti un’intera corazza».
Il Lupo guardò con fare interrogativo Foglia.
Sembrava chiedergli dove avesse scovato quella donna.
Il Maestro, però, rimaneva impassibile e ieratico come una statua dimenticata
in una foresta, opera di una civiltà ormai perduta.
Alla fine il Lupo annuì piegando gli angoli della bocca Alla fine il Lupo annuì
piegando gli angoli della bocca verso il basso in un’espressione che poteva essere
interpretata tanto come un no quanto come un sì. «Non è questo il luogo per
parlarne. Spegnete quelle torce e andiamocene in paese. Sapete, sono uno di quelli
che ragionano meglio davanti a una birra».
19
Dino e Foglia rimasero di guardia fuori dall’Old Times, il pub in cui li aveva
condotti De Feudis, che per tutto il tragitto in auto aveva ostentato un sorrisetto
indecifrabile.
Dopo Sarzana non avevano più avvistato agenti della Tauros, ma il barbuto non
si fidava e intendeva tenere alto il livello di attenzione. Non erano certo distanti,
se era vero che qualcuno aveva chiesto informazioni su Foglia a Ocre di
Leonessa. Avrebbe preferito addirittura uno scontro a quel logorante stato di
perenne allarme.
La situazione gli ricordava il modo di agire di certe bande di guerriglieri del
deserto, capaci di sparire come fantasmi senza lasciare tracce per poi riapparire
all’improvviso, armi in pugno.
Lazzari, Artemisia e Massimo De Feudis si sedettero in fondo al locale, in un
séparé rivestito di legno, e ordinarono tre birre alla spina e un piatto di patatine
fritte.
«Volete raccontarmi qualcosa, o devo tirare a «Volete raccontarmi qualcosa, o
devo tirare a indovinare?», domandò il Lupo, non appena la cameriera si fu
allontanata con le ordinazioni.
Mentre Artemisia gli riferiva brevemente quanto avevano scoperto, senza
menzionare la morte di Achille Vento, Lazzari lo studiò domandandosi se almeno
di lui si potesse fidare. I suoi tratti erano spigolosi e le sue guance incavate,
indossava un gilet da pescatore sopra una T-shirt nera, che gli lasciava scoperte le
braccia percorse da vene spesse. Ogni tanto spingeva in avanti la testa, come
fanno i gali o i pugili messicani. Nonostante fosse piccolo, non pareva proprio
l’uomo giusto con cui fare a pugni.
«Se il mio vecchio cervello non mi inganna, voi volete che vi conduca nella
tomba dove ho trovato il ciondolo che ho venduto al buon vecchio Parodi, pace
all’anima sua», disse il Lupo.
«Che tipo di tomba è?», gli domandò Lazzari con improvviso trasporto.
Nonostante la paura e lo scetticismo con cui aveva affrontato quella ricerca, non
era capace di arginare la curiosità e la crescente emozione. Il Colonnello aveva
ragione: era vicino al suo sogno. Come avrebbe potuto tirarsi indietro?
«Scusa compagno, ma queste informazioni le avrai se «Scusa compagno, ma
queste informazioni le avrai se e solo se concluderemo l’affare», precisò il Lupo.
Artemisia fece una smorfia. «È già concluso, solo che tu ancora non lo sai».
Il Lupo stava per replicarle, ma rinunciò e tornò a rivolgersi a Lazzari, un
interlocutore che evidentemente sentiva più vicino. «A proposito, ho sentito molto
parlare di te. Ci sei rimasto sotto, eh? Succede a chi scava troppo a fondo. Sono in
molti a chiedersi che fine hai fatto».
«Non ho intenzione di fare nessuna fine».
«Bella idea, amico», approvò il Lupo e ordinò un’altra birra con un cenno.
Lazzari proseguì: «Voglio scendere in quella tomba.
Ci sono iscrizioni sulle pareti, non è vero? Capisco bene che siano cose di
nessun valore per te, ma sono molto preziose per noi».
Il Lupo annuiva. «Ti sei offeso? Ma è meglio così.
Non mi piacciono gli uomini senza palle. Non sai mai come prenderli».
«Ci sono ragionevoli motivi per credere che il ciondolo con inciso il fico
ruminale appartenga agli iniziati di una confraternita che si tramanda da secoli il
segreto sulle origini di Roma», gli spiegò pazientemente Lazzari. sulle origini di
Roma», gli spiegò pazientemente Lazzari.
«Per questo desidero vedere le eventuali iscrizioni...».
«Scusate se mi ripeto, ma sono informazioni confidenziali», rimarcò il Lupo.
Artemisia gli puntò il dito contro. «Dicci il prezzo».
«Facciamo così», disse il Lupo e schioccò la lingua contro il palato. «Tu pensa
a una cifra esagerata, raddoppiala e poi dimmela. E io ti dirò quanto manca».
«Cinquantamila», sparò Artemisia.
Il Lupo ridusse gli occhi a due fessure ed esaminò a lungo Lazzari, per cogliere
un indizio che era sicuro di non poter scorgere nel volto impenetrabile di
Artemisia.
Infine tornò a rivolgersi a lei: «Nessuno paga una simile cifra per scendere in
una tomba già predata. Il tuo Virgilio, qui, non sarà un uomo di mondo, ma non
può essere così ingenuo da pensare di trovare qualcosa laggiù, oltre ovviamente
alle sue preziose scritte. Quelle, tranquilli, non mancano».
Il Lupo sapeva il fatto suo. Come il più esperto dei mercanti, ostentava
diffidenza senza tralasciare di far scintillare la mercanzia: da un lato diceva che la
tomba era priva di interesse, ma dall’altro ammetteva che erano presenti iscrizioni
parietali. Lazzari era più che mai contento che fosse la sua compagna a condurre
la contento che fosse la sua compagna a condurre la trattativa.
Artemisia sfoderò uno dei suoi sorrisetti di diabolica e affascinante
supponenza. «Hai paura?» «Ho paura che mi stiate fregando. C’è qualcosa sotto»,
disse il Lupo sbattendo una mano sul tavolo.
«Le scritte potrebbero nascondere una mappa.
Stiamo parlando della tomba di un iniziato», disse Lazzari.
«Di cosa stiamo parlando esattamente, eh? Me lo stavo giusto chiedendo. Ho
scavato decine di tombe di iniziati a varie sette antiche, specie orfiche... Sapete,
quelli che credevano nella rinascita dell’anima, e ho rinvenuto anche numerose
mappe di varie fogge e fatture, ma tutte, e sottolineo tutte, indicavano solo e
soltanto la via per l’aldilà. Quanto pensi che valga una simile mappa? Eh?»
«Io...».
«Te lo dico io: non vale niente, a meno che tu non voglia scendere nell’Ade
prima del tempo a controllare», alzò la voce Lupo. Poi bevve un sorso della birra
che la cameriera gli aveva appena portato e provò a calmarsi.
«Scusate tanto la schiettezza, ma rimarrete scottati».
«Correremo il rischio», tagliò corto Artemisia e posò sul tavolo cinquemila
euro. «Il resto te li accrediteremo sul tavolo cinquemila euro. «Il resto te li
accrediteremo tramite bonifico».
«Entro domani mattina», precisò il Lupo, ammiccandole.
Artemisia non fece una piega e prese il telefono.
«Dettami il numero di conto».
Il Lupo alzò le mani. Era sorprendente la facilità con cui passava
dall’espressione rabbiosa a quella dimessa e accomodante. «Benissimo, siamo
d’accordo. Appena riceverò conferma dalla mia banca, partiremo.
Immediatamente. Con quella cifra avete diritto a tutta la mia sollecitudine».
La porta si spalancò di colpo come se fosse stata colpita da un ariete. Dino
entrò con la faccia stravolta e arrossata, come se avesse pianto.
«Il Maestro chiede di te», disse ad Artemisia e poi si diresse al bancone,
strappò un pezzo di carta dal rotolo lasciato sul marmo, si pulì il volto e poi
ordinò un Long Island. Era la prima volta che Lazzari lo vedeva bere alcolici.
Appena Artemisia uscì dal pub, che nel frattempo si era svuotato, il Lupo mise
la mano sul braccio di Lazzari, e indicandogli la porta in fondo gli sussurrò con
decisione: «Il vecchio non lo voglio con noi». decisione: «Il vecchio non lo voglio
con noi».
«Non verrà, lo sai bene».
«Volevo sentirtelo dire. Non mi fido di chi non dà valore ai soldi».
«Capisco». Lazzari continuava a guardare verso il bancone, dove Dino sedeva
su uno sgabello, dando loro le spalle. La barista, una bionda dal sorriso spigliato,
gli ronzava intorno parlandogli in tono vivace, ma lui non sembrava ascoltarla.
Il Lupo aumentò la pressione sulla mano di Lazzari per attirare la sua
attenzione. Aveva chiaramente voglia di affrontare l’argomento che più gli stava a
cuore una volta per tutte, ora che erano soli. Ogni tanto sbirciava alle proprie
spalle per sincerarsi che nessuno potesse sentirli. «Come ti hanno tirato dentro?».
Lazzari finì la birra e ne ordinò un’altra.
«Soldi e una cattedra importante», mentì cercando di fissarlo dritto negli occhi.
«Mi pare un’offerta ragionevole», disse il Lupo.
«Però, possiamo spennarli di più. Non sei d’accordo?».
Lazzari lo studiò per alcuni istanti e infine annuì con lentezza misurata.
«E non sto parlando di riempirci le tasche, ma della nostra comune passione»,
chiarì il Lupo. «Dopo la laurea nostra comune passione», chiarì il Lupo. «Dopo la
laurea partecipai a un paio di campagne di scavi, ma entrambe furono sospese per
mancanza di fondi. Fu alora che decisi di abbandonare l’archeologia vera e
propria e mettermi a scavare per conto mio. I soldi sono soltanto uno strumento:
per continuare a scavare, recuperare tesori, portare in vita il passato. Perché è
questo che conta per uomini come me e te. O sbaglio?» «Sì», confermò Lazzari.
«Il Committente per cui lavorano Artemisia e Dino è il padrone di una
Fondazione. Deve essere ricco sfondato e credo sia arrivato a uno di quei punti
nella vita in cui i capricci assumono più valore di ogni altra cosa. Penso che tu
abbia trovato il migliore dei clienti possibili, un’autentica miniera».
«Graditissimo, ma dobbiamo inventarci qualcosa. Tu sai bene quanto me che
non troveremo nulla là sotto», disse il Lupo tamburellando le dita sul tavolo.
«Dipende da quello che si cerca».
«Fratello, la tomba è vuota», insistette il Lupo, non riuscendo a trattenere la
voce. Dopo una rapida occhiata alla sala, riattaccò in tono basso ma risoluto.
«Nell’arca c’era solo il ciondolo della presunta Confraternita sopra un mucchietto
di ossa. Quanto al corredo, è già tutto un mucchietto di ossa. Quanto al corredo, è
già tutto venduto: ampolle, anfore, monili, spille, utensili. Mi rimane solo la cassa
in pesante legno da piazzare, ma quella è buona giusto per un museo di secondo
ordine di qualche sperduta cittadina americana con velleità culturali».
Lazzari si mostrò imperturbabile. «Si trattava di un personaggio politico?».
Il Lupo raddrizzò di colpo la testa, come se avesse addentato un pezzo di ferro
anziché di carne. «Intendi il compratore?» «Intendo il morto».
«D’accordo, mi arrendo», fece il Lupo alzando le mani. «Hai capito bene...
C’era anche l’anello dell’ordine senatoriale nella bara. Ma ho già venduto pure
quello».
«Sei riuscito a datare la tomba?» «Ho fatto analizzare i reperti. Primo secolo
avanti Cristo».
«Parodi parlava di un complesso di tombe».
«Alcuni elementi della struttura lo lasciavano intuire, ma a un esame più
approfondito si è rivelata per quello che è: una tomba unica».
«Però particolare».
«Insolita, sì. A ipogeo sul modello etrusco. Sai «Insolita, sì. A ipogeo sul
modello etrusco. Sai meglio di me che i romani preferivano altri tipi di sepolture.
A differenza degli etruschi non amavano scavare come talpe», disse il Lupo, ma
poi si zittì all’improvviso. I nervi del collo parevano i tiranti di una marionetta.
«Come sai che si tratta di un senatore e di una tomba insolita? Eh?» «Ho tirato a
indovinare», rispose Lazzari.
In quel momento la porta in fondo si aprì di nuovo e Artemisia e Foglia
rientrarono nel pub.
Il Lupo ridusse la voce a un sussurro appena udibile.
«Io e te dobbiamo stare dalla stessa parte. Ricordati che siamo semplici
strumenti per quella gente. Loro non sono come noi».
«Lo so, non ti preoccupare», lo tranquillizzò Lazzari.
Artemisia si sedette accanto a Lazzari. Pareva su di giri, come se si fosse tolta
un peso. «Troviamo un posto per dormire che non sia l’auto».
«Stanotte sarete ospiti miei, in attesa del bonifico di domattina», disse il Lupo.
«Ospiti tuoi? E dove?», chiese sospettosa.
«Ho preso alloggio presso il casolare ristrutturato di un attore americano, che
non viene in Italia da anni. Il custode è un mio amico». custode è un mio amico».
«È un posto sicuro?», gli domandò Dino dal bancone. Si era girato di tre quarti
e li osservava, con la mano stretta sul bicchiere.
«Sicurissimo, altrimenti non lo avrei scelto. Nessuno sa che sto lì», disse il
Lupo.
«Non sai quante volte ho sentito frasi simili in passato», insistette Dino.
«Non so se te l’hanno detto, ma io non faccio il turista di professione».
«Magari ti stanno tenendo d’occhio quei figli di puttana della Tauros», disse
Dino saltando giù dallo sgabello. Aveva la voce ruvida e gli occhi rossi.
«Ci sarai tu a difenderci, no soldato?».
Dino strinse i pugni e serrò la mascella. Rimase così per alcuni istanti, infine si
aggiustò il cappello.
«Muoviamoci».
«Comandi», fece beffardo il Lupo e si alzò per seguirlo.
«Che è capitato a Dino?», mormorò Artemisia a Lazzari.
«Qualcosa che gli ha detto Foglia, credo. Ha parlato anche a te?» «Ha parlato
anche a me», ripeté Artemisia evasiva.
«Ha parlato anche a me», ripeté Artemisia evasiva.
Poi aggiunse lesta: «Che ti stava dicendo il Lupo?» «Niente».
«Avete parlato mezz’ora».
«Sì, ma... di dettagli... dettagli tecnici».
Il casolare occupava la sommità di una collina. C’era un’unica strada per
arrivarci, una flessuosa striscia di asfalto protetta in un paio di curve da brevi
filari di cipressi.
Superarono il cancello elettrico e parcheggiarono in uno spiazzo ricoperto di
ghiaia e sormontato da una coppia di pini marittimi potati con cura. Lazzari li
guardò con ammirazione chiedendosi a chi fosse venuta l’ispirazione, tanti anni
prima, di piantarli lì.
Dino prese il fucile e andò a ispezionare il giardino che circondava l’edificio,
delimitato a sua volta da uno spesso muro di cinta.
«Vi mostro le stanze», disse il Lupo precedendoli sul vialetto di ingresso. Aprì
il portone con la chiave che gli aveva lasciato il custode, accese l’interruttore ed
entrò seguito da Artemisia.
Foglia e Lazzari si fermarono davanti alla soglia, nel rettangolo luminoso
proiettato dalle lampade nell’atrio.
C’era un lieve sentore di fieno nell’aria e non una sola C’era un lieve sentore di
fieno nell’aria e non una sola nuvola a mascherare il cielo stellato.
«Vi tradirà, se lo riterrà opportuno», gli disse Foglia alludendo al Lupo senza
curarsi di abbassare la voce, ma gli altri due erano già spariti su per le scale.
Lazzari si strinse nelle spalle. Nel frattempo si erano accese le luci al piano di
sopra e attraverso le finestre si scorgevano i soffitti affrescati. Da qualche parte un
uccello notturno fischiava.
Foglia insistette: «Il Lupo è uno che si vende».
«Sì lo so, ma noi rappresentiamo il migliore offerente sulla piazza. Non essere
preoccupato».
«Tu lo sei».
Lazzari fece una piccola smorfia. Non si poteva nascondere nulla a quell’uomo.
Come poteva essersene dimenticato? «Già, ma non è per questo».
Foglia annuì come se sapesse esattamente quello che provava l’amico. «È
quella donna?» «Sì. Mi chiedo se sono qui per lei o per il nome segreto di Roma».
«Che differenza fa?» «Be’... dedichi tutta la vita a cercare di realizzare un
sogno, e poi all’improvviso scopri che ce n’è un altro che forse ti sta più a cuore...
Non capisco più cosa mi passa forse ti sta più a cuore... Non capisco più cosa mi
passa per la testa».
Foglia gli mise una mano sulla spalla. Era calda e pesante. Lo ancorava al
terreno e al tempo stesso lo faceva sentire leggero. «Non è la rivelazione che si
attarda, sono i nostri occhi che non sono ancora pronti», disse il Maestro.
Lazzari ammise con voce stupefatta: «Avevi ragione Mario, non so che cosa sto
cercando».
«Ogni scoperta è in realtà un ritrovamento, una riscoperta: gli antichi avevano
ragione. Pensa a ciò di cui senti nostalgia e saprai quello che stai cercando».
«Che vuoi dire?».
Foglia si mise il cappello. «Sai che in Perú esistono villaggi tra le Ande non
segnati su alcuna carta? Nessun turista vi si avventura mai. Nessuna possibilità di
essere rintracciati. Sono posti da tenere a mente, specie per chi si trova nella
condizione di dover sparire per un certo periodo...».
Prima che Lazzari potesse chiedere spiegazioni, Dino spuntò dall’angolo della
villa, di ritorno dal giro di perlustrazione. «La zona è tranquilla», annunciò. Lui,
però, non lo sembrava affatto. «Prendo la stanza ad angolo, quella più vicina di
tutte al muro di cinta che dà sulla strada. Così potrò tenere d’occhio le macchine
di passaggio, semmai dovessimo avere visite indesiderate».
Era appena rientrato quando udirono sopra le loro teste un rumore di infissi che
si aprivano.
«Lazzari, vieni!», urlò Artemisia, affacciata al balcone principale. E poi:
«Maestro, la tua stanza è in fondo al corridoio».
Foglia alzò gli occhi. «Grazie Artemisia, rimango ancora un po’ fuori a
guardare le stelle prima di salire».
Lazzari gli strinse la mano e rientrò.
Dino lo aspettava seduto sulla scalinata che portava al piano superiore. Aveva
trovato da qualche parte una bottiglia di whiskey. Ne bevve un lungo sorso e poi
la passò a Lazzari.
«Come lo hai conosciuto?» «Foglia?», domandò Lazzari prima di sedersi
accanto al barbuto. «Allo stesso modo tuo. Qualcuno me lo ha presentato, e poi
lui mi ha parlato».
«Sì, quell’uomo parla», ammise Dino. Non aveva mai dato a quel verbo tanta
forza e importanza come quella notte. «Mi ha detto che ciascuno di noi è una luce
custodita in un guscio di creta, e che ci sforziamo in continuazione di rinforzare
questo guscio quando invece continuazione di rinforzare questo guscio quando
invece dovremmo fare esattamente il contrario... Non credo di aver capito del
tutto le sue parole, ma lui mi ha detto di conservarle come semi in una busta. Un
giorno, forse, potranno essermi utili...».
Lazzari, sorpreso da quello sfogo inaspettato, provò a cambiare discorso: «E tu
come hai conosciuto il Colonnello?» «Mi ha reclutato nell’esercito. Poi mi ha
contattato quando ha aperto la sua agenzia. Si potrebbe affermare che se ho fatto
il soldato, lo devo lui, e che se ho smesso di farlo, lo devo sempre a lui». Bevve
un altro sorso, prima di aggiungere: «Ho lavorato alle sue dipendenze in Africa e
in Iraq come contractor. Facevo per lo più da scorta a uomini d’affari europei».
«Già, ci vuole sempre qualcuno che badi ai cavalli, no?» «Facevo anche altre
cose».
Fu il turno di Lazzari di bere. «Capisco...».
«No, man. Non puoi. Cose orribili, cose che mi tengono sveglio la notte», disse
Dino e si guardò le mani.
«Però Foglia mi ha detto una cosa, che un uomo non è la sua storia, che
seppellire il passato si può, che anche se il tuo cuore ti condanna non devi
dimenticarti che Dio è più tuo cuore ti condanna non devi dimenticarti che Dio è
più grande del tuo cuore. Tu ci credi?» «Alle parole di Foglia?» «No, in Dio».
«Per fortuna è lui a credere in me», disse in un rapido sussurro Lazzari, e senza
lasciare al compagno il tempo per una replica aggiunse: «E del Colonnello,
invece? Ti fidi di lui?» «È il più fidato degli uomini, per questo è così apprezzato
e richiesto. Non ha mai deluso nessuno dei committenti che si sono rivolti a lui».
Lazzari si alzò e allungò la mano per aiutare l’altro a rimettersi in piedi. «Mi fa
piacere sentirtelo dire».
Dino reclinò la testa rivolgendogli un’occhiata interrogativa dal basso all’alto.
«Questo significa che ti fidi del mio giudizio?» «Già».
20
Lazzari aprì gli occhi consapevole di una presenza nella stanza. Nei pochi
istanti che impiegò per individuarla il suo cuore accelerò fin quando non emise un
sospiro di sollievo. Ma sapeva bene che sarebbero serviti diversi minuti al suo
corpo per metabolizzare quello spavento mattutino.
Artemisia era seduta sulla poltrona accanto alla finestra e lo osservava, le
gambe accavallate e l’indice sulle labbra. Aveva aperto le tende di raso e dalle
persiane filtrava una luce ambrata che restaurava i pesanti e antichi mobili di
legno.
«Non ricordo il tuo nome di battesimo», gli disse quando fu certa che fosse
completamente sveglio.
Lazzari si strofinò la faccia. Gli fischiava l’orecchio sinistro e non sapeva
perché. «Non lo hai letto sul dossier preparato dal Colonnello?» «In quel genere
di documenti non si usano nomi e cognomi. Il soggetto, così viene chiamato
l’interessato», rispose Artemisia. rispose Artemisia.
«Mi sento molto più tranquillo nel sentirtelo dire».
«Perché?» «A questo punto dovresti averlo capito: se non conosci il mio nome,
non puoi incidere sul mio destino.
Iside, per farti un esempio, divenne la più potente delle dee egizie perché scoprì
il nome segreto di Ra.
Conoscere il nome vero del gran dio significava prendere con sé anche tutti i
suoi poteri».
«E tu che poteri hai?», domandò Artemisia, con il suo registro roco.
«Lo scopriremo presto». Lazzari si mise a sedere sul bordo del letto. Con i
piedi nudi sul pavimento e i gomiti sulle ginocchia, le dava la schiena. «Ma
perché adesso non parliamo un po’ del tuo di nome?» Artemisia si sporse,
rimanendo seduta. La fronte corrugata attenuava appena la smorfia di indispettita
curiosità con cui lo fissava. «Che vorresti insinuare?».
«Non vorrai dirmi che Artemisia è il tuo vero nome...
Nessuno si chiama così al giorno d’oggi».
«E tu che ne sai?», replicò Artemisia, incapace di nascondere curiosità e
fastidio.
«Secondo me, Artemisia è il tuo secondo nome ed è il tuo doppio. Alle volte lo
indossi, come un vestito il tuo doppio. Alle volte lo indossi, come un vestito
diverso o un nuovo look. Gli egiziani, per continuare con l’esempio di prima,
inserivano nei corpi imbalsamati, al posto del cuore, uno scarabeo sul quale
scrivevano il nome grande del morto, a cui era intimamente legato il ka, ossia il
doppio del defunto».
Artemisia allungò le gambe e incrociò le braccia.
«Stellina, lascia stare le congetture e pensa piuttosto al nome segreto di Roma».
«È proprio ciò a cui stavo pensando. Come ti ho già detto, il vero nome di
Roma era legato a doppio filo al misterioso nume patrono della città. Nome,
potere e divinità sono un tutt’uno per gli antichi, capisci? Gli eruditi romani
scrissero cose criptiche a riguardo, ma per fortuna ci aiutano le altre tradizioni a
comprendere questo nesso. Secondo la Cabala ebraica, ad esempio, la conoscenza
dei nomi segreti di Jahvè conferisce potere sulle cose e sugli esseri. Ogni essere,
infatti, possiede un nome vero, un nome che precede la confusione degli idiomi.
Adamo, prima della caduta, chiamava per nome gli animali, esercitando così il
dominio su di essi», disse Lazzari. Si alzò e si sentì nudo e con un gesto rapido e
impacciato infilò la maglietta. «Antonio da Alba Docilia diceva che gli animali
vengono verso di noi, se li diceva che gli animali vengono verso di noi, se li
chiamiamo per nome; esattamente come gli uomini».
«Vediamo dove vuoi arrivare...».
«A Roma, come mi hai chiesto tu. Il vero nome della città e quello della
divinità tutelare potrebbero essere un tutt’uno. Anche Giove, infatti, aveva un
nome segreto.
Per questo i pontefici romani nei riti si rivolgevano a lui con una formula
dubitativa: “Giove Ottimo Massimo o con qualunque altro nome tu voglia essere
chiamato”. E sul Campidoglio era conservato uno scudo dedicato al “genio della
città, maschio o femmina”», disse Lazzari.
«Ottimo Massimo? Era così che si chiamava Giove?» «All’apparenza, ma il
vero appellativo rimase nascosto», rispose Lazzari. «Sia la città sia il dio avevano
un nome segreto e ci sono buone probabilità che fosse il medesimo per entrambi,
tanto più che i romani intendevano la fondazione della città come una
rifondazione del mondo. Ricordi quando ti parlavo del fico come albero della
creazione e come centro dell’universo?».
Artemisia lo studiò in silenzio qualche secondo prima di parlare. «Ricordo che
mi hai detto che il termine Roma potrebbe avere un doppio significato legato agli
dèi. Che la parola Roma farebbe riferimento a Romolo, quindi a la parola Roma
farebbe riferimento a Romolo, quindi a suo padre Marte se non sbaglio... E se
invece leggiamo la parola Roma al contrario otteniamo Amor, che indicherebbe
Venere, antenata o addirittura madre dei gemelli...».
«Ogni cosa che riguarda la fondazione di Roma è doppia. I gemelli, Remo e
Romolo; i popoli delle origini, latini e sabini; le due vette del Palatino, Cermalus
e Palatium; gli uccelli che nutrono i neonati, una parra e un picchio; i numi
tutelari, Fauno per Remo e Marte per Romolo; lo stesso Marte, identificato ora
come Gradivo ora come Quirino; il primo degli dèi, Giano dal doppio volto; i
signori di Alba, Amulio e Numitore; le madri dei gemelli, Silvia quella naturale e
Acca quela adottiva; la stessa Silvia...».
«Finirai la lista un’altra volta», disse Artemisia abbandonando inaspettatamente
la stanza.
Lazzari rimase ancora un paio di minuti a fissare il pavimento, poi infilò i
calzoni e raggiunse il bagno che dava sul corridoio al centro del piano.
Mentre si sciacquava la faccia udì il Lupo parlare al telefono nella stanza
attigua. «Sì direttore, mi conferma?
Settantacinquemila? È sicuro? Settantacinque...».
Lazzari chiuse il rubinetto e si mise in ascolto, ma le Lazzari chiuse il rubinetto
e si mise in ascolto, ma le parole scemarono all’improvviso. Forse l’uomo era
uscito a parlare sul balcone. Restò ancora qualche secondo imbambolato a fissare
lo specchio, poi finì di lavarsi e tornò in camera.
Quando scese di sotto trovò il Lupo e Dino nell’atrio già pronti alla partenza.
«E Artemisia?», domandò il barbuto tradendo nervosismo. L’ombra del
cappellino nascondeva solo in parte le pesanti occhiaie.
«Pensavo fosse giù».
Mentre aspettavano, Lazzari cercò di esaminare di nascosto l’espressione del
Lupo. L’avrebbe definita sorpresa, sebbene mal si sposasse con il volto nervoso e
spesso sarcastico di quell’uomo. Eppure gli sembrava proprio la faccia di
qualcuno che, ricevuta una notizia imprevista, non sa come giudicarla. O forse
vedeva solo fantasmi, come al solito.
«È tardi», disse il Barbuto sollevando i borsoni non appena vide Artemisia sul
ballatoio. «Muoviamoci, mangerete per strada».
Il Lupo si rivolse ad Artemisia: «Scusate se ho dubitato di voi. Ho ricevuto
conferma dalla banca.
Trasferimento già effettuato. Siete persone di parola».
Trasferimento già effettuato. Siete persone di parola».
«Ma con chi credeva di avere a che fare questo?», disse Dino e uscendo si
lasciò sfuggire un verso di disappunto.
«Il Maestro dov’è?», domandò Artemisia, guardando interrogativamente le
scale.
«È partito stanotte», rispose Lazzari.
«Come partito?» «L’aveva detto, ricordi? Ci aveva promesso di condurci fino al
Lupo, ma non un passo oltre».
Artemisia era stupefatta e irritata, come chi scopre che l’ospite d’onore ha
abbandonato la festa prima ancora di tagliare la torta e aprire i regali. «Ma che
dici?
Non è possibile. È assurdo!».
«È fatto così».
«Meglio, dico io. Mi sento molto più leggero senza il corvo sulla spalla»,
commentò il Lupo mentre usciva.
Artemisia stava per chiedere spiegazioni, ma Lazzari le posò una mano sulle
labbra. «Chi ha fatto il bonifico al Lupo?», le domandò a bassa voce.
«Il Colonnello, ovvio».
«Soldi suoi?» «Soldi della Fondazione».
«Quarantacinquemila come concordato?» «Quarantacinquemila come
concordato?» «Sicuro. Che cosa te ne importa?» «Niente, andiamo», fece Lazzari
e andò fuori seguito dalla ragazza, che non ne voleva sapere di arrendersi.
«Lazzari, pretendo dei chiarimenti. Il Maestro...».
Artemisia si interruppe di colpo, perché oltre il cancello di metallo intravide
due taxi in attesa.
«Io e Artemisia saliremo su uno, voi due sull’altro», annunciò Dino.
«Che significa?», chiese Artemisia.
Lazzari si accorse che era stata colta di sorpresa dalla decisione di Dino, ed era
la prima volta che accadeva da quando si era unito a loro. Si erano sempre
confrontati su ogni questione e le scelte finali erano sempre state, almeno
all’apparenza, compito della ragazza.
Dino sembrava in imbarazzo. «Lasciamo il nostro fuoristrada qui. Ora non ho il
tempo di controllarlo per vedere se c’è una microspia o un indicatore di posizione
a distanza», spiegò in tono rude, come se non sapesse bene come uscire da quella
situazione e avesse deciso di appellarsi all’autorità che gli derivava dalla forza
fisica.
«Che diavolo è successo?», volle sapere Lazzari.
«Stanotte ho visto una Mercedes passare per tre «Stanotte ho visto una
Mercedes passare per tre volte sulla strada qui davanti. Non mi fido. Non sono
riuscito a leggere la targa nemmeno con il binocolo perché era offuscata da quegli
spray che si usano contro gli autovelox: nessuna persona raccomandabile si
premura di camuffare la targa».
«Tauros?», fece Lazzari.
Dino annuì. «Tu e il Lupo chiedete al taxista di prendere l’autostrada e fatevi
lasciare al primo autogrill dopo Cerveteri. Una volta lì, fate attenzione a chiunque
vi si avvicini e soprattutto alle macchine in sosta. Visto il tipo di posto, sarà facile
capire se qualcuno vi ha seguito e vi tiene d’occhio. Noi ci procureremo un’auto
pulita e passeremo a prendervi lì prima di sera».
«Non sai nemmeno dove dobbiamo andare», gli disse il Lupo.
«Per il momento non voglio saperlo».
All’autogrill il Lupo e Lazzari si sedettero accanto alla vetrina affacciata sul
parcheggio. Gli avventori arrivavano a ondate e si accalcavano prima alla cassa e
poi al bancone.
Lazzari si chiedeva se sarebbe stato in grado di gestire un simile flusso nel suo
locale, ma era una gestire un simile flusso nel suo locale, ma era una domanda
oziosa. L’enoteca non avrebbe mai avuto così tanta clientela e lui, forse, non
avrebbe più rivisto la sua enoteca.
Verso le dodici fu approntato il banco di servizio del ristorante e anche i tavoli
si riempirono rapidamente. I due uomini furono avvolti da una nube di
chiacchiere e di aromi. Mangiarono una bistecca a testa, ma bevvero solo metà
della bottiglia di Cerveteri rosso che avevano ordinato. Non avrebbe saputo dire
se fosse il vago sentore di tappo, come diceva il Lupo, o piuttosto quello della
tensione, come sospettava Lazzari, ma non riuscirono a finirlo.
Alle tre erano di nuovo gli unici seduti all’interno della stazione di sosta.
Nessuno faceva caso a loro. Quando passò il ragazzo con la scopa si limitarono a
sollevare le gambe. Ogni tanto ordinavano una tazza di caffè e a turno si alzavano
per andare al bagno o a prendere una boccata d’aria fuori.
Le auto nel piazzale si avvicendavano. Soltanto una di quelle già presenti al
loro arrivo era ancora lì, ma il Lupo aveva visto una delle ragazze del bar entrarci
per prendere qualcosa.
«Dato che ora lavoriamo per la stessa squadra, è «Dato che ora lavoriamo per la
stessa squadra, è giusto che te lo dica. Tra sodali si fa così», disse a un certo punto
il Lupo. Pareva aver riflettuto a lungo sull’eventualità di confidarsi. «Nel nostro
ambiente è sempre girata una storia molto attendibile secondo cui il lituo sarebbe
stato ritrovato a inizio Novecento. Erano giorni gloriosi per il nostro mestiere,
avventurieri e cacciatori di tesori setacciavano l’Italia e ogni giorno poteva essere
quello per una nuova scoperta».
Lazzari finì il caffè e prese nota mentalmente del fatto che la confidenza del
Lupo stava saltando fuori a compenso pagato. «Avvenne durante la campagna di
scavi sul Palatino?» «Ne hai sentito parlare anche tu, eh? Lo immaginavo.
Non fu una vera e propria campagna di scavi. Diciamo che l’amministrazione
mise in piedi una vasta azione di riqualificazione in quella zona dell’Urbe. E
furono molti quelli che brandirono la vanga nella speranza di mettere le mani sui
tesori del passato. In quel periodo furono riportati alla luce numerosi elementi
architettonici delle origini, o almeno ciò che ne rimaneva, come le vestigia delle
scale di Caco o i cippi votivi che segnavano il pomerium o...».
«O le capanne palatine».
«O le capanne palatine».
«Una di esse, quasi un secolo dopo, è stata riconosciuta come la Regia di
Romolo da alcuni archeologi».
«Con gli annessi sacrari di Marte e di Opi».
«E fu precisamente nel sacrario della dea Opi che un avventuriero dell’epoca
rinvenne uno scrigno di tartaruga che conteneva al suo interno un bastone ricurvo.
O, almeno, così si tramanda».
Lazzari interruppe quello che stava diventando un incalzante racconto a due
voci e con tono disincantato disse: «È solo una storia».
«Può darsi, ma di testimoni ce ne furono. E affidabili.
E ne hanno parlato per un pezzo», insistette il Lupo.
Lazzari si alzò, infilò le mani in tasca e guardò fuori dove i camion
sfrecciavano spostando roboanti montagne d’aria. «Si è tramandato anche il nome
dell’avventuriero?».
Il Lupo intrecciò le dita dietro la nuca e si dondolò sulla sedia in bilico. «Sì. Se
la memoria non mi inganna, si chiamava Casini».
21
Dino e Artemisia arrivarono verso le cinque a bordo di una Land Rover verde
con la fiancata sporca di fango ancora fresco.
La ragazza saltò a terra prima ancora che il fuoristrada si fosse arrestato del
tutto. Indossava pantaloni della tuta infilati nelle calze, una felpa con il cappuccio
e scarpe da ginnastica, ma quei vestiti dimessi non facevano che accrescerne il
fascino per contrasto.
Era la prima volta che Lazzari la vedeva con il rossetto, un colore infuocato,
molto vicino al rosso, che le accendeva le efelidi sulle guance e, al contrario, le
illanguidiva il verde degli occhi.
Senza nemmeno salutarli, Artemisia lanciò una borsa a Lazzari. «Dentro
troverai un paio di jeans e una felpa».
Lazzari, sorpreso, restò fermo.
«Non c’è il libretto di istruzioni», lo incalzò Artemisia ammiccante.
«Fai presto», lo sollecitò Dino.
Lazzari filò in bagno, si svestì e si sciacquò Lazzari filò in bagno, si svestì e si
sciacquò rapidamente. I pantaloni erano proprio della sua taglia.
Appese l’abito sgualcito che aveva preso a Milano a un gancio e lo lasciò lì: a
qualcuno sarebbe forse servito.
Gli faceva una strana impressione vedersi con quella felpa sgargiante e
voluminosa: assomigliava a uno che si era finalmente reso conto di avere
quarant’anni e cercava di vestirsi come un trentenne.
Si stava ancora specchiando quando entrò Dino. Era visibilmente nervoso e gli
fece segno di sbrigarsi. «La Mercedes di cui ti accennavo stamattina ci ha seguito
a distanza, dopo che io e Artemisia abbiamo lasciato il casolare a bordo del taxi.
Ma ora dovremmo essere riusciti finalmente a seminarli».
Lazzari incassò la notizia senza scomporsi, non voleva più lasciar trapelare
alcuna emozione. «Tauros?».
Dino annuì. «È una gara contro il tempo: dobbiamo trovare il lituo prima che
loro trovino noi».
«Sì», mormorò Lazzari in tono distaccato. «Sì», ripeté poi con maggiore
convinzione, come se soltanto in quel momento avesse compreso ciò che gli
aveva detto l’altro. “Prima di loro”, si disse mentre un’idea si faceva strada dentro
di lui.
«Mi chiedo come abbiano fatto a piazzarci una «Mi chiedo come abbiano fatto
a piazzarci una ricetrasmittente in macchina», fece Dino picchiando la mano
aperta contro il muro.
«Ma stamattina non hai detto di averla individuata, ma solo che sospettavi ci
fosse».
«Non vedo quale altro modo avrebbero avuto per trovarci al casolare del Lupo.
In ogni caso un uomo del Colonnello controllerà quanto prima l’auto che abbiamo
lasciato al casolare e presto avremo un responso», disse Dino. «Tutto ciò che
possiamo fare per il momento è agire con estrema prudenza. Gli uomini della
Tauros sono agenti maledettamente in gamba, dobbiamo avere cento occhi».
«Pensavo che il Colonnello non conoscesse rivali nel suo mestiere», provò a
stuzzicarlo Lazzari.
«Sta mettendo in atto le contromisure del caso. Tu pensa a condurci fino al
lituo. E ora muoviamoci», fece Dino prendendolo per la spalla.
Il Lupo e Artemisia erano già in auto. Saltarono su anche gli altri due e
ripartirono immediatamente.
«Il luogo è sulla via Appia, non distante da Formia», rivelò il Lupo non appena
si furono immessi nella carreggiata.
«Per una volta tanto siamo sulla giusta strada», «Per una volta tanto siamo sulla
giusta strada», commentò Dino. Teneva sulle gambe uno strumento elettronico
simile a un tablet e lo controllava ossessivamente.
«Vuoi che guidi io?», gli domandò Lazzari preoccupato, ma l’altro non rispose.
«Capisco la fretta, e la approvo, però dobbiamo per forza uscire dall’autostrada
e fare una sosta per procurarci degli attrezzi», ricordò il Lupo.
Artemisia accennò al bagagliaio. «Ci abbiamo già pensato noi. Abbiamo
vanghe, torce, picconi e altri strumenti. Tutti doni del Colonnello».
Lazzari sobbalzò e si voltò di scatto. Il tentativo di mascherare le proprie
emozioni era già falito. «Il Colonnello è qui?».
Dino lo prese per una spalla obbligandolo a rigirarsi.
«Abbiamo avuto un incontro per pianificare le prossime mosse. Ha deciso di
seguire l’operazione da vicino. Te l’ho detto: qualcosa non torna».
Lazzari cercò ansiosamente di scovare qualche indizio nella sua espressione,
ma gli occhiali scuri e la barba lunga che saliva verso gli zigomi lo rendevano una
sorta di Zeus sibillino e ieratico. «Nuovi problemi?», gli domandò infine.
domandò infine.
La voce, però, tradiva tutta la tensione di Dino: nulla avrebbe potuto
mascherarla. «Gli ho chiesto rinforzi. Le contromisure di cui ti parlavo, ricordi?
Gli agenti della Tauros ci stanno addosso e a quanto pare non hanno nessuna
intenzione di abbandonare la caccia».
«Come fai a esserne così sicuro?» «Te l’ho detto, man. Su quella Mercedes
c’era gente loro».
«E se fossero gli uomini della Confraternita? Chi ci dice che anche loro non
siano sulle nostre tracce? Tu non hai visto come hanno ridotto Achille Vento, ma
io e Artemisia sì».
«Riconosco un mio simile quando ne incontro uno.
Le procedure e i metodi sono gli stessi in questo mestiere. Su quella Mercedes
c’erano agenti della Tauros».
«Se davvero ci avevano scovati al casolare dell’amico del Lupo, perché
diamine non si sono fatti vivi? Perché non hanno tentato un colpo di mano come a
Sarzana?», domandò Lazzari.
Dino aprì il finestrino e sputò la gomma che stava masticando. Il rumore del
vento scavò una pausa nella conversazione. «Io la risposta non ce l’ho», ammise
infine dopo averlo richiuso. dopo averlo richiuso.
Lazzari si morse le labbra per non tradire un sorrisetto isterico. Lui pensava di
averla.
Era quasi buio quando arrivarono a Formia. Gli alberi sul lungomare erano
schizzi di inchiostro spruzzati contro il cielo, mentre gli aloni dei lampioni
brillavano come tanti piccoli falò agitati dal vento. Le candide case intorno alla
torre sembravano disegnate da un bambino.
Abbandonarono la regionale che costeggiava il mare e puntarono verso
l’interno. Superato un bosco di pini, svoltarono per un vialetto sterrato e
raggiunsero un casolare in rovina.
«Fermiamoci qui», disse il Lupo indicando i cardini superstiti di quello che
doveva essere stato un grande cancello in ferro.
L’aia era circondata sui tre lati da una costruzione in pietra e malta, con ogni
probabilità la stalla, sormontata da un fienile diroccato. Del tetto di travi
rimanevano pochi monconi anneriti. A Lazzari fece la bizzarra impressione di un
oggetto del suo passato.
Lasciarono la Land Rover all’interno del cortile, in modo che non potesse
essere avvistata dalla via sottostante, e proseguirono a piedi. sottostante, e
proseguirono a piedi.
Il Lupo faceva strada con la torcia. Dino, fucile a tracola, trasportava gran parte
dei bagagli. Lazzari camminava in coda e ogni tanto, perso nei suoi ragionamenti,
si attardava e doveva poi accelerare il passo per riprendere i compagni.
Il sentiero, poco battuto, correva dentro un faggeto: dal sottobosco proveniva
un sentore di felci e terra umida. Di tanto in tanto si udiva il verso di qualche
uccello notturno e rapidi fruscii di animali.
A intervalli regolari Dino ripercorreva la piccola colonna e si allontanava per
controllare che nessuno li seguisse. Più volte gli capitò di incrociare lo sguardo di
Lazzari. Pareva che ciascuno dei due avesse qualcosa da confidare all’altro e
cercasse l’occasione giusta per farlo, ma per un motivo o per l’altro quel
momento veniva continuamente rimandato.
Giunsero infine a una modesta radura circondata da cespugli di dafne: i fiori
bianchi e porpora occhieggiavano ogni qual volta erano colpiti dal fascio di luce
delle torce elettriche. Quando invece sparivano nell’oscurità, pareva crescere il
loro profumo.
«Montate le tende tra quei due faggi. Io vado a individuare l’ingresso della
tomba. Non è distante da individuare l’ingresso della tomba. Non è distante da
qui», disse il Lupo.
«Stagli dietro», mormorò Dino all’orecchio di Lazzari, che si affrettò per
raggiungerlo.
Il Lupo, quando lo vide comparire alle proprie spalle, parve approvare.
«Seguimi e stai attento ai sassi e alle radici. A rompersi una gamba non ci vuole
niente, a rimettere insieme i cocci invece servono mesi».
«Come l’hai scoperta?», gli domandò Lazzari dopo alcuni passi, cercando di
non far trasparire la trepidazione. Era la sua grande occasione e se avesse falito
non ne avrebbe avuta un’altra.
«L’ha scoperta un pastore, per caso, un paio di anni fa. Non esistono in natura
animali più curiosi delle pecore», rispose il Lupo senza rallentare l’andatura.
Nonostante fosse basso, ogni suo passo valeva due di quelli di Lazzari, che era
quasi costretto a rincorrerlo.
«La notizia è arrivata a uno dei miei informatori, e due ore dopo ero qui. In
meno di tre giorni io e il mio uomo l’abbiamo aperta e ripulita. E nemmeno due
mesi dopo avevo già piazzato tutti i pezzi».
«Tranne la cassa», gli ricordò Lazzari.
«Tranne la cassa», confermò il Lupo sottovoce.
«Vedo che la memoria non ti fa difetto».
«Vedo che la memoria non ti fa difetto».
«Ora proviamo con la tua».
«Con la mia?», fece il Lupo sorpreso.
«Dove tieni la cassa?».
Il Lupo si fermò di colpo e alzò la torcia per studiare il volto di Lazzari che, pur
abbagliato, non si sottrasse all’esame. «Voglio dimostrarti che mi fido di te,
perché io e te abbiamo la stessa meravigliosa passione che ci scorre nelle vene. La
cassa la conserva quel mio informatore a casa sua. Vive a pochi chilometri da
qui».
Lazzari si passò una mano sulla barba a cui non era abituato. «Lo immaginavo.
Tu sei uno che non rinuncia mai a un affare, ma aspetta l’occasione...».
«Nemmeno l’immaginazione ti fa difetto. Sono curioso di sapere dove vuoi
andare a parare».
«Era ancora in buono stato il legno della cassa? E abbastanza spesso?».
Il Lupo sgranò gli occhi e abbassò la luce. «Diciamo di sì. Ora puoi spiegarmi
cosa ti passa per la testa?» «Ho avuto un’idea».
Il Lupo, dopo un’esitazione, fece la faccia di chi ha appena ricevuto una cattiva
notizia e ripartì all’improvviso scuotendo la testa e imprecando sottovoce. Lazzari
non poté fare altro che seguirlo. poté fare altro che seguirlo.
«Vuoi vendere la cassa a quei due allocchi che ci portiamo dietro raccontando
loro chissà quale storia?
Eh?», fece il Lupo come un fiume in piena. «Lascia che te lo dica: non è una
grande idea. Guadagneremo al massimo poche migliaia di euro, e poi non
dimenticare il motivo per cui ho accettato la vostra offerta: la possibilità di
lavorare ancora per il Committente e ottenere altri incarichi simili. E la prima
regola per lavorare ancora con qualcuno è di non gabbarlo alla prima occasione.
Quel’uomo non l’ho mai visto eppure già mi piace: cinquantamila euro per
vedere una tomba vuota è un meraviglioso biglietto da visita e io non voglio
correre il rischio di bruciarlo. Patti chiari, amicizia lunga, amico mio. Hai capito
bene?» «Sì e no», disse Lazzari.
«Sì e no che?», ringhiò il Lupo.
«Sì, ho avuto un’idea. Ma no, non è quella che tu credi».
Il Lupo non disse più nulla fino a quando non si arrestò, riconoscendo la pietra
triangolare che a suo tempo aveva disposto sopra l’apertura della tomba.
«L’ipogeo è tra quei cespugli», rivelò. «Dopo aver portato via tutti i reperti
dalla camera mortuaria, ho portato via tutti i reperti dalla camera mortuaria, ho
ricoperto l’ingresso. Non mi andava che qualcun altro la trovasse. La sento mia».
Lazzari represse un brivido di eccitazione, la sensazione confusa di chi vede il
mare per la prima volta, e riprese il filo del discorso: «La mia idea ti garantirà la
stima e la riconoscenza del Committente».
«Vale a dire una montagna di soldi?» «Vale a dire il migliore mecenate
possibile», disse Lazzari cercando di caricare la propria voce di tutto il trasporto
di cui era capace. Poi gli si avvicinò. «Non è questo che desideri? Qualcuno che
apprezzi il tuo lavoro e possa comprare al giusto prezzo tutti i tesori che porterai
alla luce? Che finanzi le tue spedizioni, anche quelle più azzardate? Che sogni i
tuoi stessi sogni?».
Il Lupo spense la luce. «Sì, è questo», ammise.
«Allora ascoltami bene».
22
Lazzari non riuscì ad addormentarsi. Dopo essersi rigirato nel sacco a pelo per
un paio d’ore, uscì dalla tenda e scoprì che Dino era rimasto di guardia. Spostò il
binocolo e si sedette al suo fianco. Il barbuto gli fece cenno di passarglielo.
«Niente sonno?», gli domandò Lazzari.
«Ci sono volte in cui l’unico modo sicuro per svegliarsi è quello di non andare
a dormire», rispose Dino accarezzando il fucile.
Verso le quattro anche Artemisia si unì ai due compagni. Aveva i capelli di una
gorgone e il volto leggermente gonfio di una diva francese sulla ribalta qualche
anno prima – Lazzari non ricordava il nome.
Dino cedette alle richieste della ragazza e acconsentì ad accendere un piccolo
fuoco con cui riscaldarsi, schermandolo perché le fiamme facessero meno luce
possibile.
«Me lo hanno insegnato in Africa», disse quando ebbe finito di camuffarlo.
ebbe finito di camuffarlo.
«Ci siamo», mormorò Lazzari tra sé e sé.
Verso le sei il Lupo uscì dalla sua tenda e fece cenno a Lazzari di raggiungerlo.
Gli mise un braccio attorno alle spale guidandolo oltre i cespugli che
proteggevano il piccolo accampamento.
«Non ci avrai ripensato?», gli disse Lazzari tradendo l’ansia.
«Oh, niente affatto. Tutto confermato, anzi», lo tranquillizzò il Lupo. «Però
stanotte ho sentito al telefono anche un altro mio amico. È un importante
antiquario di fama internazionale, specializzato in codici e volumi antichi».
Lazzari gli fece cenno di andare avanti.
«Mi sono permesso di chiedere il suo parere su quel libro di cui mi hai
accennato, l’Epoptidon. Pensavo, e lo penso tutt’ora, di farti cosa gradita».
Lazzari non ricordava di avergliene parlato, ma forse era stato Parodi quando lo
aveva contattato dietro loro richiesta. «Arriva al punto».
«Questo mio amico dice di essere in possesso di un frammento di pergamena
che potrebbe essere appartenuto all’Epoptidon».
«Che cosa glielo fa credere?» «Che cosa glielo fa credere?» «È proprio questo
il punto. Il suo, per quanto fondato, è soltanto un sospetto, un’intuizione. Mi ha
parlato di un viaggio di Valerio Sorano in Sicilia prima della sua morte».
«Alcune fonti vi accennano», concesse Lazzari.
«Di più non mi ha detto. Forse ipotizza che durante il viaggio Sorano sia
riuscito a nascondere una copia dell’Epoptidon e che il libro sia poi sopravvissuto
in qualche modo...».
«Lascia stare le ipotesi».
«Giusto, te ne parlerà lui stesso. Sarebbe felice di mostrarti il frammento in
questione. Se fosse davvero autentico, come mi auguro, ci guadagneremmo tutti.
Tu ricaveresti informazioni preziose, forse decisive, e lui si ritroverebbe tra le
mani un pezzo di valore centuplicato».
«E tu?» «E io avrò la mia commissione, come è giusto che sia», ammise il
Lupo come se fosse naturale e insindacabile. «Questo mio amico sta a Roma. In
mezza giornata andiamo e torniamo. Che ne dici?» «Dico no».
«Perché?» «Prima la tomba».
«Prima la tomba».
«La tomba non scappa».
«E il tuo amico nemmeno. Lo hai detto tu stesso. Ha cento buoni motivi per
non farlo».
Il Lupo pareva deluso e irritato. Rimase incerto su come ribattere, non era
affatto preparato a ricevere un rifiuto. «Il tuo non è un ragionamento da uomo del
mestiere», disse infine.
«Infatti non è il mio mestiere. Ora vieni, prima che Dino si insospettisca».
Fecero colazione con pane e formaggio, bagnati da una tazza di caffè freddo,
poi radunarono gli attrezzi e si misero in marcia.
Il Lupo era il più loquace del drappello e non faceva che raccontare vecchi
aneddoti su altri cacciatori di tesori, figure mitiche di un passato più o meno
recente che solo lui pareva conoscere e venerare. Sembrava essersi
completamente dimenticato della discussione di poco prima con Lazzari.
«Di te non ci racconti nulla?», lo interruppe a un certo punto Dino, con fare
provocatorio.
«Di me parleranno gli altri, un giorno», promise il Lupo. «Come accadde con il
grande Schliemann che era Lupo. «Come accadde con il grande Schliemann che
era deriso e vilipeso da tutti per le sue intuizioni e alla fine scoprì Troia e passò
alla storia».
Mancavano poche centinaia di metri alla tomba, quando squillò il cellulare di
Dino, un suono disturbante nel silenzio del bosco. «Fermi tutti», ordinò,
allontanandosi poi per rispondere.
Artemisia si avvicinò a Lazzari. «Che hai? Mi sembri teso come una corda».
«Hai presente il primo giorno di scuola?» «Io non ti capisco: prima eri certo
che non lo avremmo mai trovato, il lituo, e ora sei convinto che sia conservato in
quella tomba».
«So tutto quelo che mi serve sapere», rispose Lazzari a disagio.
«Ma che cosa ti fa essere così fiducioso?», insistette Artemisia.
«All’interno della tomba c’era il medaglione della Confraternita, non
dimenticarlo».
«Non mi pare un indizio sufficiente».
«Ce ne sono molti altri, anche se tu non puoi vederli».
Artemisia, già surriscaldata, era pronta a ribattere, ma in quel momento
ricomparve Dino, scuro in volto.
«Era il Colonnello. Ha appena ricevuto una soffiata «Era il Colonnello. Ha
appena ricevuto una soffiata affidabile», li informò senza guardare nessuno in
particolare.
«La Tauros?», si preoccupò Lazzari.
«No, ha a che vedere con le nostre ricerche».
«E perché non ha chiamato me?», si arrabbiò Artemisia.
«Non so quali fossero i vostri accordi. Io dipendo da lui, lo sai».
«Che succede?», insistette Lazzari.
«Dobbiamo andare a Ostia», annunciò Dino.
«Reperti ripescati dalle paludi...».
Lazzari era esterrefatto. C’erano una serie incredibile di assurdità in quello che
aveva appena udito e non sapeva quale indicare per prima. «Non ci sono più
paludi a Ostia».
«Ripescati molti anni fa», precisò Dino. «C’è un tizio disposto a venderli. Roba
che scotta e che potrebbe interessarci. Non so altro...».
«Non se ne parla», disse Lazzari.
«Anche quella di Vento era una pista scovata dal Colonnello e anche allora eri
perplesso», si inserì Artemisia.
«Ora non sono affatto perplesso. Sono furibondo», «Ora non sono affatto
perplesso. Sono furibondo», sbottò Lazzari. «È chiaramente una bufala! Ci voglio
rifilare della paccottiglia. È mai possibile che dobbiamo perdere tempo per una
cosa simile? Vi avevo messo in guardia a suo tempo. Si stanno di certo
diffondendo delle voci sulla nostra ricerca. D’ora in avanti il vostro Colonnello
sarà tempestato di telefonate di gente che proverà a vendergli reperti. Che
dovremmo fare?
Rispondere alla chiamata di chiunque ci...».
«Qui non stiamo parlando di cosa dovremmo fare, ma di cosa faremo. E noi
andremo a controllare», mise in chiaro Dino, il fucile di traverso sulla spalla.
«Sono ordini.
A meno che Artemisia non si prenda la responsabilità di scegliere
diversamente».
Artemisia guardò Lazzari per qualche istante, con un’aria interrogativa, poi si
decise all’improvviso.
«Andremo là».
«Faremo un buco nell’acqua», insistette Lazzari.
«È il posto giusto», fece il Lupo. «Paludi, no?» «Se avessi protestato, come
prevedeva, il Colonnello mi ha detto di farti questo nome: Costantino Maes»,
disse Dino rivolgendosi a Lazzari.
«Ecco un altro nome da non dimenticare mai», commentò il Lupo. «Un uomo a
cui è stato dato troppo commentò il Lupo. «Un uomo a cui è stato dato troppo
poco credito».
«Troppo poco credito? Era ancora più pazzo di noi!», sbottò Lazzari, resosi
conto ancora una volta di averli tutti contro. «Il Colonnello sarà anche il migliore
specialista di sicurezza di questo Paese, ma non intendo farmi dire da lui dove
posso o non posso trovare tracce del lituo».
«Lascia perdere il Colonnello. Te lo chiedo io», disse Artemisia, e addolcì
l’espressione. La sua bocca forte si aprì in un sorriso inaspettato che aveva la
qualità di un colpo di fortuna, di una bella notizia.
Ci fu silenzio. Poi, appena la ragazza si accorse che Lazzari aveva ceduto,
aggiunse con fare disinvolto, come se non volesse far notare la resa del
compagno: «Chi è questo Costantino Maes? Perché dovrebbe essere importante
per noi?» «Il Lupo, magari, proverà a spiegarti perché è importante per noi», disse
Lazzari. «Poi io ti dirò perché non lo è affatto».
Giunsero sul luogo dell’appuntamento soltanto alle dodici e trenta. Lungo la
strada erano stati informati dello spostamento dell’incontro da Ostia a Nettuno, e
così spostamento dell’incontro da Ostia a Nettuno, e così erano stati costretti a
cambiare itinerario e rifare un pezzo di strada al contrario.
Artemisia, Lazzari e il Lupo si sedettero al tavolino di un bar affacciato sul
mare: era stato il Colonnello a indicare il nome del locale per telefono. Da Dino si
erano separati al parcheggio. Il barbuto voleva controllare la zona e non farsi
vedere insieme a loro. Ogni tanto lo scorgevano passare dall’altra parte della
strada, con occhiali e cappello, il passo ciondolante del turista.
«Era un erudito e un millantatore, ma aveva grandi sogni», se ne uscì a un certo
punto Lazzari, posando la birra che aveva appena assaggiato.
«Di chi stai parlando?», gli domandò Artemisia.
«Di Maes», rispose al suo posto il Lupo. «Era un avventuriero e uno studioso,
proprio come me. Grazie a una sua geniale illuminazione, a inizio Novecento
furono scoperte nel Lago di Nemi alcune navi romane, di cui tutto il mondo
scientifico ignorava l’esistenza. Rimasero con un palmo di naso quando le
ripescarono. Ma la sua vera ossessione era il tempio di Giove Capitolino, il più
importante tra quelli di Roma. Dedicò tutta la vita a quella ricerca».
Artemisia sorrise. «Ritrovarlo? Come si fa a perdere Artemisia sorrise.
«Ritrovarlo? Come si fa a perdere un tempio? Non basta scavare sul
Campidoglio?» «No, non è più là», rispose il Lupo. «Andò bruciato nel
sessantotto dopo Cristo, durante gli scontri cittadini successivi alla morte di
Nerone. Tacito racconta che tutti i resti del tempio, così come gli arredi e i tesori
custoditi all’interno, furono trasportati via fiume fino alle paludi di Ostia, dove
furono sepolti dai sacerdoti».
«E perché?» «Forse Lazzari può spiegartelo meglio di me».
«Giove era il garante principale della pax deorum, ossia del patto tra gli dèi e i
romani. Bruciare il tempio, sia pure per fatalità, comportò la rottura dell’alleanza:
era un orrendo sacrilegio e andava espiato a qualsiasi prezzo.
La sepoltura rituale dei resti profanati, secondo i libri sacri, avrebbe potuto
ricomporre la pace», spiegò Lazzari senza l’abituale trasporto, e poi guardò
l’orologio al polso di Artemisia. L’informatore del Colonnello era in ritardo già di
mezz’ora.
«Stiamo parlando di uno dei più grandi tesori dell’umanità. Però nessuno volle
investire nel progetto di Maes», disse il Lupo con partecipazione, quasi fosse stato
lui a non aver ricevuto fiducia.
«Le paludi sono state comunque prosciugate anni «Le paludi sono state
comunque prosciugate anni dopo, come sanno tutti, e nulla del tempio di Giove è
saltato fuori».
«E chi lo dice? Parliamoci chiaro Lazzari: i musei non sono certo i migliori
compratori di questo mondo», si animò il Lupo, facendosi avanti sulla sedia.
«Secondo te l’uomo che dobbiamo incontrare ha recuperato parte di quel
tesoro?», gli domandò Artemisia.
«Non dico che sia così, dico che potrebbe essere così. Io non vendo mai
illusioni», puntualizzò il Lupo.
«E potrebbe esserci il lituo di Romolo tra quei reperti?», chiese Artemisia.
«È del tutto plausibile che i romani lo avessero conservato nel tempio di Giove,
e che poi siano stati costretti a seppellirlo nelle paludi insieme a tutto il resto del
tesoro contenuto nel tempio», rispose il Lupo.
«Ma cosa è plausibile?», sbottò Lazzari. «Qualunque cosa abbia tirato fuori
quest’uomo da qualsivoglia palude o pozzo o canale non può interessarci. Anche
se fossero reperti del tesoro capitolino, cosa tra l’altro del tutto improbabile. Il
lituo, come tutto ciò che riguarda la fondazione di Roma, può essere stato
conservato unicamente sul Palatino. I romani non avrebbero mai unicamente sul
Palatino. I romani non avrebbero mai trasferito le sacre reliquie della fondazione
dal Palatino al Campidoglio. Sarebbe stato un sacrilegio, perché i due colli erano
legati a riti e divinità differenti e per certi versi incompatibili».
«Dimentichi le fonti che affermano che durante l’invasione dei galli le Vestali e
i pontefici portarono via dal Palatino gli oggetti sacri per seppellirli in un posto
sicuro».
«Le stesse fonti che riferiscono il ritrovamento del lituo, intatto, sul Palatino
dopo l’incendio che i galli appiccarono alla città. Se per motivi di sicurezza
avessero dovuto spostare il lituo, i romani lo avrebbero portato fuori città
piuttosto che sul Campidoglio o in qualsiasi altro luogo di Roma».
Il Lupo stava per replicare, ma si trattenne all’improvviso.
«Scusate il ritardo, signori», disse un uomo che si era appena avvicinato.
Dino attraversò rapidamente la strada e, facendo finta di niente, si sedette al
tavolo accanto al loro.
«Prenditi una sedia», disse Artemisia allo sconosciuto, che non se lo fece
ripetere due volte.
Sui sessanta, indossava un completo scuro fuori Sui sessanta, indossava un
completo scuro fuori moda, di quelli che si vedono talvolta alle cerimonie.
L’odore di naftalina era inequivocabile anche all’aria aperta.
«Ho poco tempo e non voglio rubare il vostro», disse l’uomo e tirò fuori un
sacchetto di stoffa che lanciò sul tavolino in corrispondenza della sedia di Lazzari.
Fu però Artemisia ad agguantarlo. Slegò i lacci e tirò fuori alcune schegge di
cinque o sei centimetri di lunghezza. «Che roba è?» «Forse il professore può
rispondere», disse l’uomo.
Lazzari diede un’occhiata ai frammenti. «Sono presumibilmente scaglie di
gusci di tartaruga». Lanciò una breve occhiata al Lupo e poi, dando per scontato
le intenzioni del venditore, spiegò senza perdere altro tempo: «I romani, quando
dovevano nascondere oggetti sacri per motivi di sicurezza, costruivano sotto terra
teche in travertino, in cui depositavano orci sigillati, chiamati doliola. In quasi
tutti gli orci ritrovati sono stati rinvenuti frammenti di gusci di tartaruga. Credo
fossero indispensabili per il rito con cui i pontefici conferivano la loro protezione
magica ai doliola».
«Rappresentano il mio biglietto da visita, professore», disse l’uomo
visibilmente soddisfatto che professore», disse l’uomo visibilmente soddisfatto
che Lazzari avesse colto nel segno. «So del suo scetticismo, ma tengo a farle
presente che durante il prosciugamento delle paludi, a cui presero parte centinaia
di uomini, furono rinvenuti numerosi reperti romani. Alcuni furono confiscati,
altri venduti sottobanco, altri ancora conservati di nascosto. Mio nonno era uno di
quegli eroici braccianti, e anche lui ne mise da parte alcuni. Nel corso degli ultimi
quarant’anni mi sono dato da fare per recuperare, da coloro che ne erano in
possesso, quanti più reperti possibili tra quelli saltati fuori dalle paludi. Ora posso
vantare una collezione invidiabile. Vengono da tutte le parti del mondo per
visionarli e comprarli. Ho saputo delle vostre ricerche e ho pensato che forse
volevate dare un’occhiata».
«Possiamo andare ora a vedere la sua collezione?», domandò Artemisia.
«Ci sono delle procedure di sicurezza da rispettare, signorina. Precauzioni,
capisce? Posso portarvi là, diciamo dopodomani, se per voi va bene. Ah, e
un’altra cosa. Stavo quasi per dimenticare», disse l’uomo passandosi un fazzoletto
di stoffa sulla fronte. «Si paga il biglietto per entrare. Come al museo. Capite, è
per scoraggiare i semplici curiosi. I soldi, poi, vi verranno scalati dagli eventuali
acquisti. Sono millecinquecento a testa, in anticipo».
«Questa poi», mormorò Lazzari senza nascondere il sarcasmo.
«Ti pagheremo dopodomani. Non ti preoccupare, avrai i tuoi soldi», disse con
una certa ruvidezza il Lupo, agitandosi sulla sedia.
Artemisia lo guardò con aria di rimprovero, per avere parlato a nome loro senza
il suo permesso, ma non gli disse nulla. «Come ti contattiamo?», domandò allo
sconosciuto.
«Il signor Colonnello», rispose l’uomo, che non pareva affatto contento di non
aver ricevuto l’anticipo richiesto. Si guardò attorno, come se non sapesse bene
cosa fare, poi salutò e se ne andò senza aggiungere altro.
Dino si voltò verso il loro tavolo. Per un po’ rimasero tutti in silenzio, come se
ciascuno dei quattro stesse ripassando la propria battuta.
«Non dire che l’avevi detto», fece all’improvviso Artemisia rivolta a Lazzari.
«Dovevi insistere di più, cazzo! Convincerci che era tempo sprecato venire fin
qui. Devi piantarla di dire sempre sì. Quel beccamorto ci ha fatto perdere un
giorno intero».
«Speriamo soltanto quello», disse Lazzari.
«Speriamo soltanto quello», disse Lazzari.
23
Ritornarono a Formia e parcheggiarono al solito casolare, ma il pomeriggio era
troppo inoltrato per pensare di entrare nella tomba. Trascorsero la sera presso le
tende che avevano montato nel bosco. Dino compì numerosi giri di
perlustrazione, allontanandosi anche per diverse ore. Il Lupo si ritirò presto,
mentre Artemisia e Lazzari restarono a lungo a osservare il fuoco in silenzio.
«Sei preoccupato?», gli domandò la ragazza prima di andare a dormire.
«Come non lo sono mai stato prima d’ora. E non credevo fosse possibile...».
Quando, la mattina dopo, si alzò dopo un logorante dormiveglia, Lazzari
mormorò una preghiera tremando per l’emozione.
Lasciarono il piccolo accampamento non appena iniziò ad albeggiare. L’inutile
puntata a Nettuno della mattina precedente aveva reso Dino ancora più nervoso.
Non rimaneva traccia del ragazzone amichevole e sicuro Non rimaneva traccia
del ragazzone amichevole e sicuro di sé di qualche giorno prima. Scrutava ogni
albero come se dietro vi si celasse un nemico. «Non una parola durante la
marcia», li ammonì. «Non sappiamo se quelli della Tauros abbiano approfittato
della nostra sortita di ieri per riuscire a rintracciarci nuovamente. Potrebbero
essere nei paraggi e io voglio sentirli nel caso si avvicinassero. Non sono certo
sopravvissuto a Iraq e Somalia per finire in trappola qui».
Ciascuno, sebbene per motivi diversi, avvertiva un senso di urgenza. Lazzari,
stranamente, pareva l’unico su di giri – se doveva precipitare, meglio precipitare a
capofitto.
Non appena raggiunsero il luogo indicato, scaricarono l’attrezzatura e tolsero la
pietra triangolare piazzata come segnale di riconoscimento. Poi tagliarono i
cespugli cresciuti sulla terra con cui il Lupo, dopo averla depredata, aveva
ricoperto l’ingresso della tomba. Infine impugnarono le pale.
Lavoravano sotto la direzione del Lupo, che aveva esperienza da vendere e,
quanto a forza, non aveva nulla da invidiare allo stesso Dino.
«Quanto manca?», domandò dopo un’ora Artemisia.
Si massaggiava le braccia e rabbrividiva. Il sole non Si massaggiava le braccia
e rabbrividiva. Il sole non riusciva a sciogliere l’umidità e le ombre lunghe
coprivano ancora la modesta conca dove stavano scavando.
«Poco», assicurò il Lupo. Avevano ammassato un discreto cumulo di terra, ma
ancora non erano riusciti a raggiungere l’apertura.
«Sei sicuro sia qui?», domandò per la seconda volta Dino al Lupo. Teneva a
tracola il fucile e dopo ogni spalata gettava una nervosa occhiata al bosco
circostante. I versi con cui gli uccelli avevano accolto il primo sole non si udivano
più.
«Sicurissimo».
«Passami quella pala», disse Artemisia a Lazzari.
«Ma...».
«Forza, voglio scaldarmi».
Lazzari uscì dal fosso e le porse la vanga.
«Accomodati».
Il vento aveva da poco cambiato direzione e ora portava alle loro orecchie il
rumore delle macchine che transitavano lungo la provinciale che correva ai piedi
della collina. Il pericolo, per quanto vago e imprecisato, parve avvicinarsi di
colpo.
Dino si rivolse a Lazzari a muso duro: «Mettiti di Dino si rivolse a Lazzari a
muso duro: «Mettiti di guardia, porca puttana! Non siamo al cinema».
Lazzari, però, non si voltò. I suoi occhi erano fissi sul terreno, mentre lottava
per tenere a bada l’ansia.
L’aveva sentita montare durante la notte, inarrestabile come una colata di lava.
Provò un’incomprensibile paura di morire da un momento all’altro, e di non
vedere cosa ci fosse all’interno della tomba. Nella sua mente si rincorrevano
malaugurate premonizioni, ma sotto tutti quei pensieri spiacevoli covava la
fiammella della speranza. Ala fine cedette, lasciando che l’ansia lo travolgesse,
non gli importava più.
Fu Artemisia a colpire per prima la pietra con la pala.
«Ehi, c’è qualcosa qui!», gridò.
Si avvicinarono tutti. L’eccitazione cresceva a mano a mano che la superficie
pietrosa si rivelava. Ben presto emerse un tratto di quelo che pareva un blocco di
travertino e d’un colpo si trovarono tutti a gridare.
«Silenzio!», ordinò Dino. «Che qualcuno vada a tenere d’occhio il sentiero!»,
aggiunse, ma nessuno ubbidì.
Rimossero l’ultimo sottile strato di terriccio scoprendo un semplice
quadrilatero di travertino scoprendo un semplice quadrilatero di travertino
incastonato nel terreno, al cui centro c’era una lastra di colore più scuro.
Lazzari giudicò a dir poco insolita l’assenza di un ingresso alla luce del sole. I
romani non dovevano certo temere razzie alle camere mortuarie e non
nascondevano quasi mai l’entrata dei sepolcri. Anche quelli sotterranei, per altro
rarissimi, disponevano di una costruzione in superficie, in pietra o in muratura,
che funzionava da portale e da atrio.
Tutto quello non faceva che rafforzare la sua idea iniziale di una tomba sui
generis, in linea con la figura di un personaggio di spicco di una confraternita
segreta: quale altro romano avrebbe nascosto a quel modo la propria tomba?
Senza contare poi il medaglione con inciso il fico ruminale che il Lupo aveva
scoperto all’interno dela bara. Là sotto si celava un mistero, si trattava solo di
portarlo alla luce.
L’agitazione intanto si era sciolta e ora bruciava d’eccitazione. «Forza!»,
ripeteva saltellando in preda all’euforia.
Dino e il Lupo lasciarono le vanghe e si chinarono sulla lastra che fungeva da
coperchio. Il Lupo, a suo tempo, aveva rimosso la malta cementizia con cui la
tomba era stata sigillata in origine, e ora la pietra era tomba era stata sigillata in
origine, e ora la pietra era semplicemente appoggiata sulla struttura in travertino.
La afferrarono e dopo aver contato fino a tre la sollevarono.
Lazzari si lanciò sul varco. Cinquanta centimetri più in basso intravide una
scalinata. Contò una mezza dozzina di scalini intagliati nella pietra. «Ci siamo».
«Andate voi, io rimango di guardia», disse Dino.
Lazzari, ancora chino sul varco, lo guardò di sbieco.
«Della prudenza si possono rimproverare solo i vivi», spiegò Dino. E poi
aggiunse: «Pericolo livello otto».
Il Lupo scese per primo, seguito da Artemisia e per ultimo da Lazzari che si
fece il segno dela croce prima di entrare.
Artemisia fu colpita dall’odore di stantio, impenetrabile come una muraglia, e
d’istinto fece un passo indietro.
«Respira normalmente», le consigliò il Lupo. «Non pensare all’aria viziata.
Anzi, non pensare affatto».
La stanza era un semplice rettangolo di dieci passi di lunghezza per cinque di
larghezza. Al centro c’era un sarcofago di pietra scoperchiato. Le pareti laterali
erano irregolari e nude, mentre quella di fronte a loro era uniforme e recava al
centro le tracce di un affresco molto rovinato. rovinato.
Lazzari sentiva il cuore crescergli nel petto a ogni respiro. Si avvicinò con passi
tremanti. Artemisia, invece, si guardava intorno delusa. Nulla lasciava presagire
un’imminente scoperta. D’altronde c’era da attenderselo, visto che il Lupo
l’aveva già saccheggiata, ma lei aveva sperato confidando in Lazzari, che le era
sembrato così convinto...
Il Lupo indovinò l’umore della ragazza. «Vi avevo detto che non dovevate
aspettarvi chissà cosa. Faccio questo mestiere da una vita. Nessuno può vantare di
aver trovato anche un singolo reperto in una tomba dove sono già passato io».
«È un affresco, eseguito con ogni probabilità su un intonaco di calce con colori
naturali macinati e diluiti con acqua», stava dicendo Lazzari, che alzò la voce
all’improvviso. «Fate anche voi luce qui».
Qualcosa nel suo tono fece sobbalzare Artemisia, che si avvicinò al compagno.
«Hai visto qualcosa?» «Guarda tu stessa», disse indicando il margine inferiore
dell’affresco dove, quasi cancellato, faceva capolino un albero di fico che
cresceva tra due colline, o seni, all’interno di un circolo delle dimensioni di un
piattino: era lo stesso simbolo che avevano visto sul petto piattino: era lo stesso
simbolo che avevano visto sul petto di Vento e sul medaglione. Dal centro del
piccolo emblema correva una linea scura che saliva verso l’alto tagliando tutto
l’affresco sovrastante.
«È l’axis mundi», spiegò Lazzari. «E in questo caso parte dalla terra e arriva al
cielo, dividendoli entrambi a metà. L’autore dell’affresco ha voluto rimarcare il
rapporto tra il simbolo della Confraternita e l’ axis mundi, mettendo in relazione
l’umbilicus Urbis con l’umbilicus orbis, il centro della città e quello del mondo.
Mi chiedo il perché...».
Le deduzioni si rincorrevano nella testa di Lazzari, che provò a ragionare con
calma, ma era impossibile.
Quela che aveva davanti agli occhi era la prova che la Confraternita esisteva
davvero da secoli, forse fin dalle origini dell’Urbe. «Fate più luce», ordinò.
Artemisia e il Lupo, però, erano già al suo fianco da diversi secondi, con le
torce elettriche puntate verso il muro.
«È solo una sorta di mappa per aiutare il defunto a orientarsi nell’aldilà», disse
il Lupo scuotendo la testa.
Poi indicò l’affresco in diversi punti per spiegare le sue conclusioni. «Quello in
basso è il fiume infernale, il Lete, quello in alto quasi certamente una divinità,
forse Ade o quello in alto quasi certamente una divinità, forse Ade o magari
Orfeo, il divino cantore che doveva guidare gli iniziati nel viaggio verso la
ricompensa promessa nell’altra vita. E quell’albero non può che essere il cipresso
bianco che vegliava l’ingresso degli Inferi».
Lazzari aveva le lacrime agli occhi. «No, amico mio», disse in un sussurro
commosso. «Questo non è l’aldilà. È
Roma, Roma nel suo primo giorno...».
Il Lupo avanzò con uno scatto, quasi che temesse di essere rimasto indietro.
«Che stai dicendo?», gli domandò con un tono duro.
«L’ho già visto, l’ho già visto... simile», mormorò Lazzari prima di esplodere.
«Sì, un affresco simile è presente nella casa di Marco Fabio Secondo a Pompei,
nella Villa dei Misteri».
Il Lupo stava per ribattere, ma si zittì di colpo.
Artemisia si fece ancora più vicina, attratta più di ogni altra cosa dallo sguardo
di Lazzari. «Cosa ritrae?» «Questo è il Cermalus, il colle dela fondazione», disse
Lazzari. Con la mano a qualche centimetro dal dipinto, pareva accarezzarlo. «E
quello non è un cipresso, ma il fico ruminale, lo stesso del simbolo in basso.
Anch’esso è posto sull’axis mundi, l’asse centrale della città e del mondo, proprio
davanti alla centrale della città e del mondo, proprio davanti alla grotta del
Lupercale. È in quel preciso luogo che il pastore Faustolo trovò i gemelli...».
«Che significa l’asse centrale del mondo?», domandò Artemisia, quasi con
reverenza.
«Secondo i romani due linee attraversavano il mondo, intersecandosi proprio a
Roma, che era pertanto il centro del mondo. Il punto esatto dell’intersezione
rappresentava l’umbilicus orbis, l’ombelico del mondo.
Per tutti i popoli antichi il centro del mondo è la casa della divinità».
«Ed era indicato dal fico?» «Il fico ruminale cresceva sull’asse, segnandolo,
così come l’albero sacro indicava il centro dell’Eden.
L’umbilicus Urbis era sulla stessa linea, ma a un centinaio di metri di distanza,
sulla cima del Cermalus, dove Romolo scavò la fossa di fondazione».
«E quell’uomo in cima al colle chi è?», lo incalzò Artemisia.
«È Remo. Lo riconosci dal pedum, il pastorale che spettava di diritto al re del
bosco e dei pascoli. Il fuoco che arde poco lontano è quello di Vesta, mentre la
lancia conficcata nel terreno ai suoi piedi è probabilmente l’asta di Marte, la
stessa che secondo la leggenda suo fratello di Marte, la stessa che secondo la
leggenda suo fratello Romolo aveva scagliato proprio sulla vetta del Cermalus
prima di salirvi per il rito di fondazione. Un’asta identica fu conservata per secoli
dai pontefici nella Regia: si diceva che si scuotesse spontaneamente e risuonasse
all’avvicinarsi dei nemici di Roma».
«Farebbe comodo pure a noi», provò a scherzare il Lupo, ma nonostante i suoi
sforzi era evidente che l’interpretazione di Lazzari lo aveva turbato. Si torturava il
mento con le dita nodose e muoveva la testa a scatti.
Lazzari non l’aveva nemmeno udito. «È come ho sempre creduto».
«Cosa? Che vorresti dire?». Artemisia ormai gli era addosso. Le sue labbra gli
solleticavano l’orecchio.
«Quello che le fonti hanno cercato di mascherare senza riuscirci
completamente. Remo e Romolo, dopo la presa di Alba, concordarono che si
sarebbero affidati al volere degli dèi per stabilire a chi di loro due spettasse il
diritto di fondare una nuova città. Secondo un’altra versione, fu loro zio
Numitore, quello che avevano rimesso sul trono di Alba, a stabilire che si
sarebbero dovuti affidare all’avispicium, ossia all’osservazione del volo degli
uccelli, per scegliere il futuro fondatore. La sostanza non muta. L’Urbe sarebbe
sorta dove erano sostanza non muta. L’Urbe sarebbe sorta dove erano stati salvati
dalle acque e nutriti dalla lupa e avrebbe portato il nome del fondatore: anche su
ciò erano d’accordo».
«Lo sappiamo questo», lo incalzò il Lupo.
Lazzari si portò una mano alla bocca. «Sapere non è sufficiente», disse. «Quasi
tutte le fonti antiche sono unanimi nel riferire che Remo avvistò per primo un
uccello favorevole. Proprio mentre il volatile girava in cerchio sopra di lui,
arrivarono messi inviati da Romolo che gli chiedeva di accorrere perché aveva
scorto un uccello. In realtà mentiva, e i testimoni lo sapevano. I compagni di
Romolo videro però l’uccello volare sul capo di Remo. Quest’ultimo rispose
all’appello e accorse dal fratello. Appena fu al suo fianco – raccontano le fonti –
apparvero dodici avvoltoi nel cielo.
Sacro il numero e sacro il volatile, legato a Giove ed Ercole. E quindi
primeggiò Romolo».
Artemisia era sbalordita. «Quindi Romolo prevalse con l’inganno».
«Infatti. Remo vide per primo il segno divino, perciò aveva già maturato il
diritto di conditor, ossia di fondatore. Dionigi di Alicarnasso racconta addirittura
che Numitore aveva specificatamente stabilito che il diritto di Numitore aveva
specificatamente stabilito che il diritto di fondatore sarebbe spettato a colui che
per primo avesse visto un segno favorevole».
Lazzari si morse le labbra e riprese subito. Pareva che le sue parole fossero
lacci lanciati verso i pensieri che fuggivano via rapidi. «Le fonti, però, per
giustificare l’evidente prevaricazione di Romolo, che per giunta aveva mentito,
preferiscono attribuire maggiore importanza al numero di uccelli, scelta
quantomeno poco credibile in ambito di investitura divina. Ma non si accorgono
di un particolare, che si sono dimenticate di eliminare dal racconto che hanno
ereditato. I dodici avvoltoi si manifestano in cielo solo all’apparire di Remo.
I compagni dei gemelli non potevano fare altro che testimoniare questa
concomitanza, e quindi non poteva esserci margine di errore: sia che contasse la
priorità, sia che contasse il numero degli uccelli, era a Remo che spettava la
fondazione».
«Ma Romolo lo uccise», ricordò Artemisia.
Lazzari annuì perso nei propri pensieri. «Altri elementi fanno pensare alla
predestinazione di Remo: è il primogenito, sfoggia a differenza del fratello il
pedum, il bastone del re pastore...».
«Non mi stai dicendo nulla di significativamente «Non mi stai dicendo nulla di
significativamente nuovo», lo sfidò il Lupo, ostentando ancora una volta un tono
secco e disincantato. «Che il diritto spettasse a uno o all’altro, la sostanza non
muta: Romolo fonda la città e traccia il limite sacro del pomerium, che non poteva
essere oltrepassato armati, pena la morte. Remo lo attraversa con la spada in
pugno e suo fratello lo uccide.
Questo è quanto».
«Sì, sì». La voce di Lazzari rimbombava nela stanza sotterranea. «Proprio così
dicono le fonti, mascherando la verità senza però poterla cancellare. Prova a
pensarci». Prese per mano Artemisia scuotendola. Era così eccitato che
balbettava. «Remo entra armato nel pomerium e per questo Romolo lo uccide,
asseriscono le fonti. È una ricostruzione assurda! Se Remo fosse stato davvero
armato, sarebbe stato lui a uccidere il fratello, che non poteva che essere
disarmato. Infatti, se Romolo fosse stato armato all’interno del pomerium, sarebbe
stato lui il sacrilego».
Artemisia si mordeva le labbra. «E quindi cosa è accaduto?» «È accaduto
esattamente il contrario. Remo, primogenito e favorito dagli dèi, fonda la città,
suona la tromba-lituo e le dà il proprio nome. Romolo, pieno di rabbia, entra
armato nel pomerium e uccide il gemello.
Ecco perché, come narrano gli autori antichi senza spiegarne il motivo, Romolo
aveva scagliato l’asta sulla cima del Palatino: che motivo avrebbe avuto se non
quello di dichiarare guerra al fratello Remo? Non a caso, il lancio dell’asta in
territorio nemico rimarrà nei secoli il rituale romano indispensabile per dichiarare
guerra».
«Sei sicuro di quello che dici?», lo incalzò Artemisia.
Il Lupo, intanto, sembrava confuso. «Certo che se fosse andata così...», si lasciò
sfuggire, ma non terminò la frase.
«Altri elementi possono confermarlo», riprese Lazzari. «Remo, quand’erano
ragazzini, sconfisse il fratello e primeggiò nella corsa dei Luperci e poi, dopo aver
sacrificato le capre come prevedeva il rito della festa dei Lupercalia, si cibò degli
exta, ossia delle viscere riservate agli dèi. Le fonti parlano di sacrilegio, ma in
realtà Remo era figlio di Marte, e quindi gli spettavano di diritto. In questo
episodio, all’apparenza ambiguo, si adombra in verità la sua filiazione divina e il
suo futuro di fondatore e di divinità».
«Ammettiamo che tu abbia visto giusto, ma perché mai le fonti avrebbero
dovuto mascherare la verità?», gli domandò il Lupo con la sicurezza di chi sente
di aver domandò il Lupo con la sicurezza di chi sente di aver giocato la carta
giusta.
«Per celare per sempre il vero nome di Roma», rispose Lazzari senza
esitazioni.
«Da come hai raccontato l’episodio, pare quasi che Remo si sia fatto
ammazzare intenzionalmente», mormorò Artemisia e lo guardò come per fissare
quel momento per sempre. C’era qualcosa che assomigliava all’orgoglio nei suoi
occhi.
«Non sei troppo distante dalla verità», le confermò Lazzari. «Perché l’uccisione
di Remo diventa anche il sacrificio rituale di fondazione, che era indispensabile
nella mentalità arcaica. Per gli antichi, infatti, soltanto la morte poteva far nascere
qualcosa: la morte di Remo in cambio della vita della nuova città. Gli scavi
archeologici offrono numerosi esempi in tal senso: abbiamo trovato resti di
sacrifici umani in molte fosse di fondazione sia etrusche sia latine».
Lazzari si zittì solo il tempo necessario a riordinare le idee: «Così abbiamo un
nome di facciata, Roma, in omaggio al gemello vittorioso e superstite, e poi il
vero nome, quello del fondatore, che rimane segreto, sia per mascherare la
terribile vicenda, sia per il motivo che sappiamo, impedire ai nemici di Roma di
dominarla sappiamo, impedire ai nemici di Roma di dominarla grazie al potere
contenuto nel suo nome».
«Che nome?», domandarono quasi insieme il Lupo e Artemisia.
«Il nome di Remo».
«Il nome di Remo?» «Remoria».
24
L’aria aveva un sapore diverso quando ritornò in superficie. Lazzari si godette
quei momenti di intensa gioia. Tutto pareva improvvisamente avere un senso.
Dino dovette ripetergli due volte la domanda. «Man, ma dov’è il lituo?» «Il
lituo», ripeté Lazzari, come se cercasse di tradurre un vocabolo straniero di cui
aveva dimenticato il significato.
«Il bastone di Romolo», ruggì Dino agitando il fucile.
La sua era l’agitazione del toro angustiato dalle banderillas, una rabbia
pericolosa e magmatica: Lazzari non ne era la causa, ma rischiava di divenirne
l’oggetto.
Il Lupo si spostò di qualche metro, l’espressione sorniona del ragazzino che sta
per gustarsi la scazzottata tra due compagni.
Lazzari tornò in sé di colpo. Il lituo, certo. Era quello che volevano, fin dal
primo momento. Il mistero sul nome segreto di Roma era soltanto un’esca per
convincerlo ad accettare l’incarico. “Il sogno della sua vita”, così lo accettare
l’incarico. “Il sogno della sua vita”, così lo aveva definito il Colonnello. Come
aveva potuto lasciarsi ingannare? Il Colonnello lo aveva adescato facendo leva sul
suo orgoglio. Maledetto orgoglio: ecco il nome proprio del peccato originale. I
signori della Fondazione volevano il bastone. Era il bastone a valere per loro.
Nient’altro.
Fu così che si decise una volta per tutte. E lo fece con il trasporto di chi decide
di correre un rischio, sperando in una svolta.
«Molto presto lo avremo tra le mani», garantì nascondendo il fastidio e
l’amarezza in una smorfia di risolutezza, che così poco gli si addiceva. A ogni
passo si allontanava da se stesso, ma che importanza aveva ormai?
«Non c’è nessun bastone là sotto», ripeté per l’ennesima volta il Lupo,
rivolgendosi a tutti indistintamente, sebbene fosse il solo Lazzari a insistere sulla
presenza del lituo nella tomba. «Avete problemi di udito, forse? Ho spostato
l’arca, niente. Ho preso a martellate le pareti, niente. Ho sondato il pavimento,
niente. Nessuna nicchia, o doppio fondo o corridoio nascosto. Mi credete forse
uno sprovveduto?», domandò dopo aver contato sule dita ogni azione. Poi
domandò dopo aver contato sule dita ogni azione. Poi aggiunse con più calma:
«Io sono uno che pensa positivo per natura, credo che lo abbiate capito, e non mi
spaventano né gli ostacoli né i muri, ma so distinguere un vicolo cieco quando ne
vedo uno».
«L’affresco», gli disse Lazzari. Teneva lo sguardo su di lui, ma pareva fissare
qualcosa alle sue spalle, tanto che il Lupo fu tentato di voltarsi a guardare.
«Che c’entra l’affresco?» «L’affresco non ti ha permesso di vedere oltre».
«Che vorresti dire?» «Non hai sondato la porzione di parete dietro l’affresco».
«Si capisce. Non volevo danneggiarlo», si difese il Lupo come se non ci fosse
nemmeno bisogno di spiegare.
Lazzari, toccando il muro affrescato, si era accorto che era di laterizi a
differenza degli altri che formavano la camera mortuaria sotterranea. Inoltre non
gli erano sfuggiti nemmeno i segni di piccone sulle pareti laterali in pietra, come
se gli operai dell’epoca avessero cominciato a rompere per poi bloccare di colpo il
lavoro: il progetto originario della tomba doveva prevedere almeno un paio di
camere secondarie, ma per qualche motivo che poteva di camere secondarie, ma
per qualche motivo che poteva solo supporre non se ne era fatto nulla.
Con ogni probabilità l’idea iniziale era quella di un ciclo completo di affreschi,
corredato magari da una serie di fregi, ma poi, evidentemente, i costruttori
avevano dovuto rinunciare. Il tempo doveva essere finito all’improvviso e perciò
si erano limitati a quell’unico affresco: preparare la pietra grezza per l’intonaco
sarebbe stato molto più lungo e difficoltoso che non tirare su un semplice muro di
mattoni, su cui stendere molto più agevolmente la calce. E così avevano fatto.
«Secondo me il muro nasconde una cavità. Se il lituo c’è, è là dietro», disse
Lazzari.
«Come fai a esserne certo?», domandò Dino. Lo afferrò per le spalle,
squadrandolo dall’alto al basso. Si vedeva che voleva credergli, ne aveva anzi un
disperato bisogno.
«Non mi avete ingaggiato per questo?», si sfogò Lazzari liberandosi dalla sua
presa. Decise che era il momento di dare voce a tutti i ragionamenti che si erano
venuti formando nela sua mente, e vedere se le parole avrebbero retto la prova:
«Del lituo non si hanno più notizie a partire dalla metà del primo secolo dell’era
precristiana: l’ultimo testimone oculare a scriverne è precristiana: l’ultimo
testimone oculare a scriverne è Cicerone, fatto decapitare nel quarantatré avanti
Cristo da Marco Antonio proprio a pochi chilometri da qui. Mi seguite?».
Dopo che ebbero annuito, riprese: «Ora, la tomba che abbiamo sotto i piedi è
doppiamente contrassegnata dal famigerato simbolo che conosciamo tutti bene,
quello tatuato sul petto di Vento, il fico ruminale tra due colline: uno dei due
emblemi è presente sul bordo inferiore dell’affresco e l’altro sul medaglione
trovato a suo tempo dal Lupo nella bara, e poi venduto a Parodi. Da questi due
indizi possiamo affermare che con ogni probabilità qui è stato sepolto un
importante membro della Confraternita che custodiva il segreto delle origini. E
non è finita: sappiamo che era un senatore grazie all’anello d’oro che portava al
dito e sappiamo inoltre che è morto verso la metà del primo secolo circa, come
testimoniano le analisi fatte fare dal Lupo sui reperti ritrovati all’interno».
«E quindi?», fece Dino facendogli cenno di stringere.
«Il lituo sparisce da Roma in concomitanza con la costruzione di questa tomba.
Io non credo si tratti di una semplice coincidenza. Roma stava andando a fuoco in
quegli anni. Cadeva un mondo: guerre civili, crisi della Repubblica, dittatori,
fazioni e bande armate. Il lituo Repubblica, dittatori, fazioni e bande armate. Il
lituo andava preservato a ogni costo». Lazzari si accovacciò e con l’indice
disegnò sopra la morbida terra rivoltata il simbolo della Confraternita. «Inoltre,
soltanto pochi anni prima Valerio Sorano aveva divulgato l’esistenza del segreto
sul nome di Roma nell’Epoptidon: certo, il libro era stato bruciato e l’autore
ucciso, ma era chiaro a tutti che il nome vero dell’Urbe era in pericolo. La
situazione non era mai stata tanto grave. I membri della Confraternita dovettero
decidere, seppure a malincuore, che per salvare la città era necessario mettere in
sicurezza e nascondere per sempre i pegni che garantivano il patto tra la città e gli
dèi: il suo vero nome e il bastone celeste con cui fu fondata». Si alzò e si pulì le
mani sui pantaloni. «In questa tomba non solo è adombrato il nome arcano
dell’Urbe, ma è anche nascosto il lituo».
«Allora sfondiamo il muro», propose Dino.
Lazzari scosse la testa. «Abbiamo bisogno di una macchina per tagliare i
laterizi senza rovinare l’affresco».
Quindi per dare peso a quelle parole, aggiunse: «Ha un enorme valore».
«Posso procurarmi quella macchina», gli venne in aiuto il Lupo. aiuto il Lupo.
«Non dicevi che non c’era niente là sotto?», gli ricordò Dino a muso duro. L’ex
soldato pareva disorientato tanto dal convincimento granitico di Lazzari, quanto
dal cambio di opinione del Lupo.
«Sicurissimo, lo dicevo, ma io sono un tipo che sa ascoltare, e il nostro
professore mi ha incuriosito e, non so se ve l’ho già detto, la curiosità è la mia
forza e insieme il mio limite maggiore. Non sono capace di resistervi. E poi, a
questo punto, dare un’occhiata non ci costa nulla. Se volete, in mezza giornata
posso recuperare lo strumento che ci occorre per asportare la porzione di muro».
«Io verrò con te», disse Lazzari. Senza che il Lupo se ne accorgesse, ammiccò
a Dino che, dopo una breve riflessione, gli fece cenno di andare.
Artemisia, insolitamente, non aveva detto nulla.
Lazzari temeva che si mettesse di traverso, invece la ragazza si limitava a
studiarlo con un’espressione indefinita, gli occhi di giada che parevano annidarsi
nella penombra come quelli di una statua orientale nascosta nella vegeta zione.
«Noi terremo d’occhio la tomba. E spero nell’arrivo al più presto dei rinforzi»,
disse Dino. al più presto dei rinforzi», disse Dino.
«Saremo qui domani all’alba», promise il Lupo.
Artemisia accompagnò Lazzari fino al vecchio casolare dove avevano lasciato
l’auto. Il Lupo camminava una ventina di passi davanti a loro e non si voltava
mai.
La luce del sole pomeridiano scontornava gli alberi. I fiori tracciavano scie di
profumi nel sottobosco. Pareva impossibile, in un pomeriggio come quello, che
qualcuno preparasse un agguato. Eppure Lazzari sapeva che gli uomini della
Tauros non dovevano essere lontani.
Soltanto quando arrivarono nel cortile, la ragazza trovò l’ispirazione per
parlare. «Perché ho l’impressione che mi stai nascondendo qualcosa?».
Lazzari era troppo agitato per assaporare la meraviglia che quelle parole gli
suscitarono. Parlandole, aveva spesso l’impressione di scoprire cose su se stesso,
ma quella frase fu un autentico shock. Fu come apprendere che l’isola, dopotutto,
non era affatto deserta e che l’indigena parlava addirittura la sua lingua. Solo che
lui era già salito sulla barca e si stava allontanando...
Da quale parte stava lei? Forse si era sempre sbagliato. Continuò a guardare
davanti a sé, sforzandosi sbagliato. Continuò a guardare davanti a sé, sforzandosi
di impiegare un tono neutro, temendo che Artemisia potesse indovinare i suoi
pensieri. «Sì, ci sono cose che non ti ho detto», ammise. «Se la mia
interpretazione dell’affresco fosse vera...».
«Cosa significherebbe?», lo pressò Artemisia.
«Lasciami ancora questa notte per rifletterci. Domani saprai», prese tempo
Lazzari.
Il Lupo salì sul fuoristrada dal lato del passeggero e richiuse la portiera. I loro
passi crepitavano sulla ghiaia nel rinnovato silenzio mentre si avvicinavano.
Lazzari aveva già la mano sulla maniglia quando Artemisia lo prese per il
gomito e lo fece voltare: «Dimmi almeno una cosa, però. Perché il lituo non era
insieme al medaglione, dentro il sarcofago? Perché il senatore o quelli che lo
hanno seppellito avrebbero dovuto nasconderlo in una nicchia? Ammesso davvero
che esista come sostieni tu».
«Per ragioni di sicurezza», mentì Lazzari, pregando che la ragazza prendesse
per buone le sue argomentazioni. «Nel caso la tomba fosse stata scoperta e
depredata, come infatti è avvenuto, anche se molti secoli dopo. E lo stratagemma
ha funzionato, se è vero che il Lupo non l’ha trovato». che il Lupo non l’ha
trovato».
«Allora perché non nascondere anche il medaglione nella nicchia?» «Il
medaglione, per quanto importante, era un semplice simbolo, e apparteneva
all’uomo, mentre il lituo era un oggetto divino, e apparteneva alla città. Era il
lituo che andava salvato a ogni costo».
Artemisia non era ancora convinta. «Davvero intendi scavare dietro l’affresco?
E se dovesse rovinarsi?
Sbriciolarsi? In un colpo solo cancelleresti tutte le possibili prove alla base
della tua teoria sul vero nome di Roma. Mi chiedo se sai quello che stai facendo».
«Conosco a memoria un paio di versi», rispose evasivamente Lazzari dopo un
passaggio a vuoto di quasi trenta secondi. «“Per arrivare a ciò che non sai, devi
passare per dove non sai”».
«Sono del tuo amico Antonio da Alba Docilia?» «No, ma gli sarebbero
piaciuti».
Gli occhi di Artemisia non si indurirono. Fin da quando erano usciti dalla
tomba sembrava osservare Lazzari in modo nuovo, come se si fosse accorta di un
particolare che prima le era sfuggito e che ora faceva pendere in modo diverso la
bilancia. «Piacciono anche a me». me».
Lazzari non sapeva dove guardare. «Questo significa che...».
«...Mi fido di te. Fides, ricordi quello che diceva il Maestro Foglia? Io ho
fiducia in te».
Lazzari si sentì mancare il fiato. Annuì a occhi bassi, aprì la portiera e salì. Per
lui, in quel momento, non poteva esserci notizia peggiore. «Tornerò appena
possibile», disse chiudendosi all’interno.
Artemisia sollevò l’angolo sinistro della bocca e attraverso il finestrino disse:
«Un po’ prima sarebbe meglio».
Lazzari ingranò la prima e partì. E mentre vedeva la ragazza che spariva nello
specchietto retrovisore, provò dentro di sé una sensazione strana, come se avesse
scritto una canzone meravigliosa e l’avesse perduta, conscio di non poterla più
ritrovare.
25
«Finché non ti abitui, tutti i nomi sono strani», disse Lazzari il mattino dopo.
«Remoria», ripeté per l’ennesima volta il Lupo.
Masticava la parola tra i denti, come se fosse un frutto esotico e non sapesse se
fosse velenoso o meno. «Non suona affatto bene alle mie orecchie».
Avevano appena parcheggiato la Land Rover nel cortile interno del casolare
abbandonato e stavano scaricando il materiale che si erano procurati nella notte.
Avevano dormito appena due ore in auto e ora Lazzari si sentiva tutto
dolorante, ma non gliene importava. L’aquila saltella faticosamente per
raggiungere una rocca, ma da lì si lancia verso le stelle. E lui era vicino al grande
salto.
«Solo perché non l’avevi mai sentito pronunciare.
Remoria deriva da Remo, come Roma deriva da Romolo. Era il nome che,
secondo alcune fonti antiche, Remo avrebbe voluto dare alla città nel caso fosse
stato lui il prescelto per fondarla».
«Cosa che secondo te è effettivamente successa», gli «Cosa che secondo te è
effettivamente successa», gli ricordò il Lupo.
«Infatti», confermò Lazzari. «Come ti ho già spiegato, nella leggenda
originaria, sotto le incrostazioni posteriori, i fraintendimenti e le mistificazioni, è
contenuta in nuce la verità».
Alle loro spalle comparve Dino, il volto scavato e scuro per le occhiaie. Non
doveva aver chiuso occhio nemmeno quella notte. Agitava nervosamente il fucile
per invitarli a muoversi. «Ce ne avete messo di tempo».
«Nemmeno un minuto più del necessario», disse il Lupo.
«Tienile per te le tue pillole di saggezza o te la faccio ingoiare», lo minacciò
Dino squadrandolo con fare minaccioso.
Lazzari si mise in mezzo. «Calmi per favore». E poi, in tono conciliante, come
se avesse indovinato le segrete aspirazioni di ciascuno di loro: «Coraggio, poche
ore e poi ciascuno per la propria strada».
Dino annuì. «Allora, muoviamoci!».
Si erano procurati anche una carriola, su cui avevano sistemato gli attrezzi e la
macchina con il filo d’acciaio per tagliare i laterizi.
«Dov’è Artemisia?», domandò Lazzari.
«Dov’è Artemisia?», domandò Lazzari.
«È di guardia alla tomba», rispose Dino.
«Non avresti dovuto lasciarla sola».
«Quello è il punto più sicuro della zona, man. Sono le vie d’accesso come
questa che vanno pattugliate: è da qui che può arrivare il pericolo. E comunque
potrai spiegarmi il mio mestiere anche camminando.
Muoviamoci, forza!».
Il Lupo si avviò per primo spingendo la carriola.
Quando raggiunsero il limitare del bosco, Dino si affiancò a Lazzari e lo
trattenne un paio di passi indietro. «C’è stato movimento stanotte tra gli alberi
intorno al nostro accampamento», gli sussurrò, prima di infilargli una pistola nella
cintura. «Spero non sia necessaria».
«Ma i rinforzi promessi dal Colonnello?» «In ritardo. Però dovrebbero essere
qui entro un paio di ore al massimo».
Dino aveva ordinato ad Artemisia di appostarsi dietro il muretto che avevano
eretto con la terra rimossa dall’imbocco della tomba, ma quando arrivarono lei se
ne stava seduta su un masso al centro della radura. Dino mormorò
un’imprecazione.
Non appena il Lupo vide la pistola nelle mani della ragazza si irrigidì. «Che
significa?» ragazza si irrigidì. «Che significa?» «Semplici precauzioni», provò a
tranquillizzarlo Dino.
Il Lupo scuoteva la testa. «Scusate tanto, ma forse non ci siamo capiti. Mi
avevate garantito che non avremmo avuto problemi».
«E non li avremo».
«Non mi piace», insistette il Lupo.
«Con quello che ti abbiamo pagato, abbiamo comprato anche i tuoi gusti.
Perciò smetti di lamentarti e aiutami a calare la macchina dentro la tomba», gli
ordinò Dino a muso duro.
Il Lupo sostenne il suo sguardo in silenzio, infine si sfilò il gilet, lo appese al
ramo basso di un albero e si chinò sulla macchina tagliatrice. Dopo averla
collegata al generatore, lui e Dino la trasportarono nel sepolcro sotterraneo.
Lazzari e Artemisia si guardarono in silenzio. C’era troppo da dire e troppo
poco tempo per farlo.
Non appena i due uomini ebbero piazzato il macchinario accanto al muro
affrescato, il Lupo urlò per farsi sentire in superficie: «Ok, mettilo in moto».
Lazzari azionò il generatore e scese a sua volta seguito da Artemisia.
Mentre Dino e il Lupo manovravano lo strumento, la Mentre Dino e il Lupo
manovravano lo strumento, la ragazza faceva loro luce con due torce e Lazzari li
guidava a voce. La lama penetrò nel laterizio emettendo scintille. Un odore di
metallo surriscaldato si liberò nell’aria stantia.
Lazzari pregava e intanto sudava. Più i sintomi dell’ansia crescevano, e più
pregava intensamente.
Il laterizio era più friabile di quanto avessero immaginato. La lama viaggiava
veloce e i calcinacci piovevano copiosi saturando l’atmosfera di pulviscolo.
Ma ben presto avvertirono la resistenza interrompersi di colpo e poi un rintocco
secco.
«Fermi!», gridò Artemisia.
«C’è davvero un interstizio tra il muro e la pietra!», esclamò Dino spostando la
lama.
Lazzari sentì gli occhi diventare umidi. Ringraziò il cielo e domandò perdono.
Non sapeva nemmeno lui che sentimento provare, tanto era sollevato e insieme
preoccupato. I secondi successivi sarebbero stati decisivi.
Quando la sezione del muro fu tagliata del tutto, il Lupo e Dino fecero leva per
estrarla e poi posarla a terra.
«Fagli luce», disse Lazzari ad Artemisia. «Che lo sistemino in modo che non
cada, è prezioso e sistemino in modo che non cada, è prezioso e importante».
Appena la ragazza si voltò verso gli altri due con le torce elettriche, Lazzari si
affrettò a chinarsi e a infilare per primo il braccio nell’apertura che si era venuta a
creare, una sorta di finestra lunga almeno un metro. Tra la parte ancora in piedi
della parete in mattoni e il muro di pietra c’era un’intercapedine di circa un
palmo. «Non trovo nulla. Prova tu», disse a un certo punto ad Artemisia,
lasciandole il posto.
La ragazza si accucciò e attaccò a frugare nella fenditura, schiacciando la
guancia contro la pietra.
«Riesco a toccare qualcosa!», urlò a un certo punto.
«Cosa?», domandò Dino abbassandosi al suo fianco.
Il Lupo e Lazzari rimasero in piedi alle loro spalle e si scambiarono un
silenzioso cenno di intesa.
«Eccolo! Preso!», urlò la ragazza.
La aiutarono ad alzarsi e poi a togliersi la polvere di dosso, ma lei li allontanò
bruscamente. Stringeva tra le mani un cofanetto lungo una trentina di centimetri e
largo non più di cinque.
«Forza, aprilo!», la incalzò Dino agitando la torcia.
La ragazza guardò Lazzari con aria interrogativa.
Infine annuì con solennità: «Aprilo tu. È giusto così».
Infine annuì con solennità: «Aprilo tu. È giusto così».
Lazzari non se lo fece ripetere due volte, prese il cofanetto, lo ripulì dalla
polvere e, dopo un profondo respiro, sollevò lentamente il coperchio. Artemisia
gli toccò la mano all’improvviso, facendolo fermare. «Tu dici che...».
Lazzari provò a rispondere, ma aveva il cuore in gola. Senza allontanare le dita
della ragazza, scoperchiò il piccolo scrigno. Dino e il Lupo mossero per la
frenesia le mani con cui reggevano le torce e per un attimo l’oggetto svanì
nel’ombra. Quando le luci tornarono a posarsi sul cofanetto aperto, videro una
bacchetta di legno simile a un flauto di canna, eccetto per l’estremità ricurva e la
punta a forma di corolla.
«Dio!», mormorò il Lupo. «Il sacro lituo».
«Ce l’hai fatta!», disse Artemisia a Lazzari. Aveva le lacrime agli occhi e
tremava. «Ce l’hai fatta», ripeté abbracciandolo.
Lazzari aprì la bocca, ma non ne uscì alcun suono.
Poi, come se si fosse ricordato di qualcosa di importante, diede il lituo alla
ragazza, ma si tenne il cofanetto, infilandolo sotto la felpa.
«Ce l’hai fatta! Ce l’hai fatta!», non faceva che ripetere Artemisia, il cui
entusiasmo finì per contagiare ripetere Artemisia, il cui entusiasmo finì per
contagiare anche gli altri.
Dino fu il primo a tornare serio. «Andiamo via da qui, avremo tempo di
festeggiare più tardi», li sollecitò avviandosi verso le scale.
«Ben trovati signori», li gelò Prati.
Lui e Fazio erano appostati in attesa fuori dalla tomba con i fucili spianati.
Dino si voltò di scatto: altri due uomini armati presidiavano il lato opposto
della radura. Nessuna via di fuga. Il rumore del generatore doveva aver coperto il
loro arrivo. Si era fatto sorprendere come l’ultimo dei principianti. Se solo i
rinforzi fossero giunti in tempo...
Si sforzò di analizzare la situazione. Non era la prima volta che gli capitava una
cosa simile. Tentare un’azione di forza era impossibile. Ed era troppo tardi per
barricarsi nella tomba e aspettare l’arrivo degli uomini del Colonnello: quelli della
Tauros li tenevano sotto mira. Se solo avesse tentato la mossa, almeno due di loro
ci avrebbero lasciato la pelle, e lui non poteva permetterselo. Imprecò a bassa
voce.
«Gettate le armi e non fate sciocchezze. Siamo tutti professionisti», disse Fazio
quasi leggendo le sue professionisti», disse Fazio quasi leggendo le sue
intenzioni.
Dino digrignò i denti e lasciò cadere il fucile. Lazzari lo imitò immediatamente
gettando via la pistola.
«Anche la ragazza», gridò una voce alle loro spalle.
Dovevano aver visto il calcio dell’automatica spuntarle dai pantaloni.
Artemisia, però, pareva indecisa. Si mordeva le labbra e la sua espressione
ostinata non lasciava presagire nulla di buono.
«Fai come dicono», le sussurrò Lazzari.
«Bastardi!», sibilò Artemisia prima di lasciar scivolare la pistola ai propri piedi.
Prati fece un cenno agli altri due agenti che si affrettarono a raccogliere le armi.
Solo dopo che furono tornati ai loro posti, senza smettere mai di tenerli sotto tiro,
Fazio si avvicinò all’imbocco della tomba. Teneva il fucile fisso su Dino e non lo
perdeva d’occhio. Prese dalle mani di Artemisia il lituo annuendo un paio di volte,
quasi a complimentarsi per la scelta di non avere azzardato mosse rischiose, e poi
accennò a Lazzari con un movimento del mento. «Ottimo lavoro, professore. È
riuscito in un’impresa ritenuta impossibile da tutti gli esperti. Dobbiamo
ammettere che il Colonnello sa esperti. Dobbiamo ammettere che il Colonnello sa
scegliere con cura i propri uomini».
«Figli di puttana», mormorò Artemisia.
«Ve l’avevamo detto a Sarzana di accettare la nostra generosa offerta... A
quest’ora il lituo sarebbe stato comunque nelle nostre mani, ma nelle vostre tasche
ci sarebbero duecentomila euro», disse Fazio offrendole un sorriso algido. Quindi
si rivolse a Dino scandendo le parole: «Siamo quattro e armati. Altri due colleghi
ci aspettano in macchina all’altezza del bivio per la regionale. Il lituo giungerà a
destinazione entro tre ore al massimo, dopodiché sparirà. Noi faremo lo stesso.
Sai bene che la partita si chiude qui».
Dino sputò per terra e assentì.
Prati aspettò che il compagno lo raggiungesse e poi disse: «Addio signori,
senza rancore».
Appena si furono allontanati, Artemisia afferrò per il braccio Lazzari. «Dài
Lazzari, muoviamoci! Dobbiamo inseguirli!».
«Impossibile, ora», si intromise Dino e diede un calcio al generatore, che si
rovesciò sul fianco spegnendosi in un ultimo rantolo. Una pozza di benzina si
allargò sul terreno.
«Perché?», lo incalzò Artemisia.
«Perché?», lo incalzò Artemisia.
«Sono armati e noi no, e poi avranno di certo manomesso la nostra auto.
Dobbiamo sentire il Colonnello e concordare il da farsi».
«Dobbiamo recuperare il lituo a tutti i costi!», gridò Artemisia. Sotto i capelli
scarmigliati, aveva il volto paonazzo e le vene del collo turgide.
Dino si tolse il cappello e lo appallottolò. «Se gli ordini saranno questi, li
inseguirò anche in capo al mondo. Ma spetta al Colonnello decidere».
«Al Colonnello non spetta più niente! Sono io a decidere, lo sai bene.
Inseguiamo quei maledetti figli di puttana», urlò Artemisia lanciandosi contro il
barbuto.
Lo fronteggiava a pochi centimetri di distanza e pareva sfidarlo ad alzare le
mani. Era senza dubbio pronta allo scontro fisico, le braccia tese all’indietro e i
pugni serrati.
Fu allora che il Lupo si lasciò scappare un sogghigno.
Artemisia e Dino si voltarono e lo fissarono stralunati.
Lazzari non riuscì a contenersi e, seppure lentamente, attaccò a ridere.
«Diglielo, prima che si ammazzino», gli suggerì il Lupo. Si era accucciato sui
talloni e, con il naso stretto tra pollice e indice, scuoteva la testa senza smettere di
tra pollice e indice, scuoteva la testa senza smettere di ghignare.
«Dirmi cosa?», domandò Artemisia girandosi verso Lazzari.
Lazzari si infilò le mani in tasca, chinò la testa e le lanciò uno sguardo
indecifrabile dal basso verso l’alto.
«Quello che hanno preso è una copia del lituo», rivelò infine.
«Una copia? Che cosa stai dicendo?», fece Dino.
«Una copia di ottima fattura, che io e il Lupo abbiamo fatto intagliare da un
artigiano stanotte. Per fortuna abbiamo trovato un maestro intagliatore», spiegò
Lazzari.
«Ma era dietro il muro!», replicò Artemisia.
«Perché ce l’ho messa io», rivelò Lazzari.
Artemisia e Dino iniziarono a parlare simultaneamente, e le loro parole finirono
per coprirsi a vicenda.
Lazzari ne approfittò per continuare: «Il legno utilizzato per la copia è quello
della bara che era contenuta nel sarcofago presente all’interno della tomba, che
come sapete è del primo secolo avanti Cristo. Per risolvere il problema della
datazione, abbiamo aggiunto frammenti lignei più antichi di parecchi secoli, che
frammenti lignei più antichi di parecchi secoli, che abbiamo ricavato da altri
reperti archeologici di scarso valore custoditi dal collaboratore del Lupo. Gli
esami a cui i committenti della Tauros sottoporranno il manufatto lo dateranno
inizialmente al primo secolo avanti Cristo; poi rifaranno i test in maniera più
approfondita e concluderanno che l’oggetto fu in qualche modo restaurato nel
primo secolo avanti Cristo, ma che in realtà è almeno di sei o settecento anni più
antico: il lituo di Romolo».
«Sei sicuro che crederanno alla balla del restauro?», gli domandò Dino.
«Il primo secolo avanti Cristo, come sanno tutti gli archeologi, fu un’epoca in
cui c’era un vivissimo interesse per gli oggetti delle origini, e un restauro del lituo
in quel periodo è perfettamente plausibile: esistevano tecniche specifiche a
riguardo, per quanto rudimentali. La forma, d’altronde, è perfettamente ricalcata
su quella originale. Il resto lo farà la loro voglia di crederci. Il loro compratore,
chiunque sia, si riterrà soddisfatto».
«E come...», stava dicendo Artemisia.
Lazzari la interruppe subito. «Immaginavo che ci fosse una piccola
intercapedine tra il muro e la pietra. È impossibile erigere un muro di mattoni
perfettamente impossibile erigere un muro di mattoni perfettamente aderente a
una parete di roccia, che è per sua natura ondulata. “Deve per forza esserci un
interstizio tra il muro e la parete”, mi sono detto. E per fortuna c’era davvero.
Così, quando vi siete voltati per posare la sezione del muro, mi sono accucciato
e ho infilato all’interno della fenditura la copia del lituo, che tenevo nascosta sotto
la felpa». Sfilò da sotto la maglia il cofanetto e lo gettò ai loro piedi. «Questo è un
volgare manufatto contemporaneo: l’ho tenuto perché altrimenti avrebbero capito
l’inganno».
«Eri d’accordo con lui», disse Dino al Lupo.
«Mi ha aiutato», ammise Lazzari.
«Non ti fidavi di noi! Pensavi che uno di noi facesse il doppio gioco e lavorasse
per la Tauros! Hai dubitato di me. Tu hai dubitato di me!». Artemisia scuoteva
rabbiosamente la testa.
Lazzari era certo che lo avrebbe colpito, ma si sforzò di mantenere un tono
neutro. Aveva bisogno di tempo.
«Gli agenti della Tauros ci sono sempre stati dietro.
Nessun dossier al mondo avrebbe permesso loro di sapere quello che sapevano,
nessun fascicolo per quanto minuzioso gli avrebbe consentito di non perdere mai
le nostre tracce o addirittura di precederci. “Qualcuno li informa”, mi sono detto a
un certo punto, ormai convinto che uno di voi due fosse sul loro libro paga. Poi,
grazie a Dino, ho compreso il mio errore».
Senza lasciar loro il tempo di fare domande, indicò il barbuto. «Quando Dino al
casolare dell’americano parlò della possibilità di una microspia posizionata nella
nostra auto, capii che era grazie a quello stratagemma che gli agenti della Tauros
riuscivano a starci sempre attaccati.
A quel punto, però, avevo già ideato il mio piano ed ero deciso a non
condividerlo: temevo che mi avreste fatto desistere. E poi significava ammettere
che avevo dubitato di voi».
«Lo hai ammesso ora», puntualizzò Dino.
«A missione compiuta. A uno che ha vinto si perdona più facilmente, giusto?»
«E cosa hai vinto? Dimmelo!», alzò la voce Artemisia.
«Ci siamo sbarazzati della Tauros, e stavolta per sempre», rispose Lazzari,
cercando di dimostrarsi padrone della situazione. «Ho scommesso sul fatto che,
dopo l’incidente di Sarzana e l’intervento di Dino, i loro agenti avrebbero
saggiamente cambiato tattica: starci addosso senza farsi vedere e senza intervenire
fino a quando non avessimo trovato il lituo, e quindi tenderci quando non
avessimo trovato il lituo, e quindi tenderci una trappola e portarcelo via. E mi è
andata bene, perché così è accaduto».
Dino era dubbioso e si tormentava la barba. «Non capisco, man. Prima non ti
fidi e ci tieni all’oscuro dei tuoi piani, ora invece vuoti il sacco. Se uno di noi due
lavorasse davvero per la Tauros li avviserebbe e quelli tornerebbero indietro
subito. Perché adesso ti confidi?».
Lazzari capì di camminare sulla lama di un rasoio.
Una parola sbagliata, e tutto il suo piano sarebbe crollato. «Ho già ammesso di
aver sbagliato a dubitare di voi. Ma davvero potete farmene una colpa? Pensateci.
Io non so nulla di voi due se non le poche cose che mi avete raccontato, per
altro tutte da verificare: inoltre mi avete prelevato con la forza, ricattato, mentito a
più riprese, ignorato nelle decisioni, portato in giro come un cane da tartufi...».
«Sì, sì, va bene. Lascia stare la litania», disse Artemisia, che si era
inaspettatamente calmata.
Dino, invece, dopo l’iniziale smarrimento si stava agitando. Qualcosa nel
mutamento repentino della ragazza lo aveva colpito: forse lei aveva intuito un
particolare che a lui invece continuava a sfuggire.
Raccolse il berretto che aveva scagliato a terra e provò a Raccolse il berretto
che aveva scagliato a terra e provò a ripulirlo con le mani. «Che succede? Ho
l’impressione che qualcosa mi stia sfuggendo...».
«Sveglia soldato», lo apostrofò Artemisia. «Il nostro professore, qui, ci
nasconde ancora qualcosa. Ha un asso nella manica. Ormai lo conosco
abbastanza. E posso anche indovinare». Si girò di colpo verso Lazzari, gli occhi
ridotti a due fessure: «Tu sai come mettere le mani sul vero lituo o sbaglio? Lo hai
sempre saputo, vero?» «Vero e falso». Lazzari si strinse nelle spalle. Una stretta di
spalle lenta, lunga, piena di complicità e di allusioni, che esprimeva falsa
disinvoltura, ma anche una riserva di conoscenze superiori. «È vero che so come
metterci le mani sopra. Ma è falso che l’abbia sempre saputo».
«Man, basta parole», lo minacciò Dino.
«Ma non è per questo che siamo qui? Per una parola?».
26
Lazzari aveva sempre temuto il momento in cui il suo saggio sarebbe stato
pubblicato. Aveva avuto paura dall’istante stesso in cui aveva deciso di metterci
mano.
Avrebbe dovuto scrivere centinaia di pagine per sostenere e spiegare un
concetto che in realtà si sarebbe potuto riassumere in una frase, forse in una
parola soltanto, in un semplice nome.
Sarebbe stata la cosa giusta da fare, scrivere un’unica frase, ma nessuno glielo
avrebbe perdonato. Lo avrebbero accusato, probabilmente a ragione, di
eccentricità e ignoranza. Quando se ne era definitivamente reso conto, gli era
bastato un attimo per decidere di abbandonare il progetto a cui aveva dedicato gli
ultimi sedici anni della sua vita. Ora, però, aveva l’occasione di sottoporre la sua
intuizione alla prova dei fatti.
Una parola, una parola soltanto, e si sarebbe salvato.
Ne era sempre più convinto, mentre cercava di eludere gli sguardi colmi di
rimprovero dei compagni. gli sguardi colmi di rimprovero dei compagni.
Erano tornati al piccolo campo tendato a ritirare le loro cose, e poi si erano
trascinati in un silenzio sempre più nervoso fino al casolare dove avevano
parcheggiato il fuoristrada.
Nell’unico tratto superstite del tetto, le tegole brilavano rosse sotto il sole. Gli
spazi scuri tra i pilastri del fienile sembravano lavagne in attesa di qualcuno che
scrivesse un messaggio.
Dino, dopo una breve ispezione al cofano, salì sulla Land Rover che si mise in
moto al primo colpo, a differenza di quanto aveva previsto. Questo parve
preoccuparlo più che sollevarlo. «Qui c’è qualcosa che non torna», disse ad
Artemisia.
«Che cosa vorresti dire?» «Quelli della Tauros non hanno manomesso la nostra
macchina».
«Come è possibile?» «Non lo so. Non so spiegarmi nemmeno perché non ci
abbiano requisito i cellulari. Sono errori troppo grossi per professionisti di quel
calibro. Oppure...».
«Oppure?» «Oppure erano sicuri che non li avremmo inseguiti».
«Ma è assurdo!».
«Ma è assurdo!».
«Sto provando a chiamare il Colonnello da un pezzo, ma non risponde».
«Riprova finché non lo trovi», disse Artemisia e poi si rivolse a Lazzari. «Ora è
il momento della verità. Voglio sapere tutto quello che non ci hai ancora detto».
«Non dovrebbe essere sempre il momento della verità?» «Lazzari, per favore».
Artemisia aveva abbandonato ogni traccia di veemenza. Appariva stanca e
sfiduciata; negli occhi le rimaneva solo un’ombra della risolutezza e del trasporto
che l’avevano infiammata per tutta la mattinata.
«D’accordo, inutile rinviare ulteriormente», acconsentì Lazzari cercando di
riordinare le idee. «Ma non so proprio da dove partire... Vi posso dire che, in un
certo senso, è successo a me quello che è accaduto a Roma».
Dino tirò fuori da sotto il sedile un’automatica e la caricò. «Man, prendi la via
più breve per arrivare al punto».
Anziché lasciarsi turbare, Lazzari si sentì quasi spronato da quella minaccia.
Ormai si rendeva conto di essere tra coloro che dovevano essere messi alle strette
essere tra coloro che dovevano essere messi alle strette per reagire. Per tutta la
vita aveva cercato la tranquillità, ma la tranquillità era stata la sua morte. «Gli
studiosi si sono sempre interrogati sul perché i romani, per designare la
fondazione di Roma, avessero scelto proprio il termine condere, che ha come
significato originario quello di “nascondere”. Il fondatore fu definito conditor,
ossia colui che nasconde o forse colui che è nascosto. Il colle della fondazione
prese il nome di Cermalus, inteso come luogo del nascondimento, dato che ha la
stessa radice di condere. Le fonti antiche parlano di una fossa di fondazione sul
Cermalus, nei pressi di un’ara, entrambe opera di Romolo. Nascondere,
nascondere e ancora nascondere. Ma cosa fu nascosto là sotto?
Soltanto terra benedetta?» «Il lituo?», azzardò Dino.
«No, qualcosa di ancora più importante. I più recenti scavi hanno rintracciato
sulla sommità del Cermalus un altare e una fossa, databili proprio alla metà
dell’ottavo secolo avanti Cristo, e al loro interno tracce di resti umani coevi. Per
fondare la città era infatti necessario un sacrificio umano. Capite ora?». Lazzari
unì le mani davanti al volto, come se pregasse. «Là sotto fu nascosto il fondatore.
E insieme con lui fu celato il nome segreto il fondatore. E insieme con lui fu
celato il nome segreto della città. Ogni cosa torna, finalmente... Remo, fondata la
città, fu ucciso e sepolto nella fossa di fondazione, la cosiddetta “Roma quadrata”.
Questo nasconde il Cermalus! Il segreto di Roma è seppellito nel suo cuore da
quasi tremila anni». Aveva parlato tanto in fretta, che ora era quasi senza fiato. Si
guardò attorno, cercando di valutare l’effetto della sua rivelazione, e infine,
toccandosi il petto, sussurrò rivolto ad Artemisia: «È qui».
Dino lo afferrò per le spalle e lo scosse con esasperazione. «Che cosa stai
cercando di dire? Dillo chiaramente maledizione!».
«Ho sempre avuto il lituo con me».
La rivelazione restò sospesa nell’aria per alcuni interminabili secondi. Nessuno
sembrava intenzionato a commentare, forse temendo di vederla svanire. Come
potersi fidare dopo tutto quello che era accaduto?
Fu lo stesso Lazzari a riprendere la parola. «Lupo, raccontagli per favore della
voce che circola da sempre nell’ambiente dei cacciatori di tesori».
Il Lupo si sedette per terra, la schiena contro la portiera della Land Rover. «A
inizio Novecento, durante i lavori urbanistici sul Palatino, furono riportati ala luce
per la prima volta i resti di quelle che ormai sono state riconosciute come le
capanne dell’età di Romolo: in riconosciute come le capanne dell’età di Romolo:
in particolare la Regia, con gli annessi sacrari di Marte e Opi. Alcuni testimoni
raccontarono che in una di quelle capanne un avventuriero di nome Casini avesse
trovato un cofanetto: sempre secondo le testimonianze, all’interno c’era il lituo di
Romolo. La voce è stata tramandata e non ha mai perso consistenza, ed è per
questo motivo che nessuno di noi avventurieri si è mai messo alla ricerca del
lituo: eravamo sicuri che il lituo fosse stato davvero ritrovato, anche se non
sapevamo che cosa ne avesse fatto Casini».
«E questo cosa c’entra con noi?», domandò Dino agitando la pistola, che
pareva un giocattolo nelle sue mani.
«Quel Casini era il nonno del mio mentore, il professore che vi ha indicato il
mio nome quando vi siete rivolti a lui per farvi consigliare un esperto di storia
romana delle origini», rivelò Lazzari. «È stato proprio lui a consegnarmi il lituo, a
Milano».
Artemisia era sbalordita. «E tu lo hai avuto per tutto questo tempo con te e non
hai detto nulla? Noi abbiamo rischiato la vita e...».
«Qualcuno come Parodi l’ha persa. Lo so. Ma io non sapevo affatto di avere il
lituo con me, come ti ho non sapevo affatto di avere il lituo con me, come ti ho
detto anche prima. Ho ricostruito solo più tardi la verità».
Lazzari tirò fuori il lituo dalla tasca interna del giubbotto.
«Ho sempre creduto che questa fosse semplicemente una sorta di pipa esile ed
allungata. Casini, d’altronde, l’aveva sempre definita così». Sospirò tristemente.
«Non l’ho riconosciuto perché non so guardare. E non so guardare perché non
conosco i nomi delle cose...».
Lazzari si interruppe e mostrò loro il piccolo legno, ricurvo e traforato. «Questi
segni neri rappresentano delle bruciature, vedete, ma sono state causate
dall’incendio da cui il lituo uscì indenne ai tempi dell’invasione gallica. E questo
è sì un bocchino, ma da tromba e non da cannello. I dati al carbonio
confermeranno senz’altro la datazione intorno all’ottavo secolo avanti Cristo. La
copia che abbiamo fatto per quelli della Tauros è identica a questo».
Lazzari porse il lituo ad Artemisia. «È quello che volevi da me, giusto?
Prendilo».
«È stato regalato a te».
«Io cercavo solo una parola, l’unica nella storia dell’Occidente a non essere
mai stata messa per iscritto.
Un nome capace di far luce sull’intera storia...».
«Io non posso prenderlo, appartiene a te», lo «Io non posso prenderlo,
appartiene a te», lo interruppe Artemisia allontanandogli la mano.
«È tuo», mormorò Lazzari, e poi le afferrò il polso, in modo gentile ma deciso.
Le fece aprire le dita, glielo consegnò e infine le richiuse.
Il rombo di almeno un paio di motori troncò la conversazione. I rumori erano
troppo distinti perché le auto si trovassero sula provinciale e per di più si stavano
avvicinando con rapidità. Allarmati, si voltarono tutti verso la pista sterrata.
Pochi istanti dopo comparvero tre Mercedes nere con i finestrini oscurati. Due
entrarono nel cortile e si fermarono intorno alla Land Rover formando una
mezzaluna. L’altra, invece, si mise di traverso a sbarrare l’accesso all’aia nello
spazio libero tra due pilastri dove un tempo doveva esserci stato un cancello.
Le portiere si aprirono contemporaneamente e otto uomini armati di mitra
saltarono giù dalle auto. Per ultimo scese il Colonnello. Indossava un completo
grigio e, appuntato sulle spalle, il consueto soprabito.
«I rinforzi», esultò Dino andandogli incontro a passo slanciato. Aveva
riacquistato di colpo fiducia.
«Colonnello, devo aggiornarla che...».
Il Colonnello gli sfilò la pistola con un gesto risoluto e Il Colonnello gli sfilò la
pistola con un gesto risoluto e lo allontanò da sé. «Signori, arriverò in un attimo al
punto. Preliminarmente, però, vi prego di dare a questi gentiluomini russi i
cellulari, gli apparecchi elettronici e le eventuali armi rimaste in vostro possesso».
«Ma è impazzito?», scattò Artemisia.
Uno dei russi le puntò il mitra contro e guardò con aria interrogativa il
Colonnello, che fece di no con la testa e spiegò senza rivolgersi a nessuno in
particolare: «Non vi preoccupate. Semplici precauzioni».
Un altro del gruppo del Colonnello estrasse una pistola sparachiodi e forò gli
pneumatici della Land Rover, che si accasciò come un pachiderma ferito a morte.
«Nessuna requisizione, tranquilli signori. Lascerò tutti i vostri oggetti nel
bagno del bar Centrale di Minturno.
Sono circa quattro ore a piedi da qui», disse il Colonnello. «Il maresciallo dei
carabinieri della stazione locale, un mio buon amico, ha in mano una denuncia a
vostro carico per scavi illegali e traffico di reperti archeologici. Se proverete a
cercare soccorsi, un taxi, o anche un semplice passaggio, vi verrà
immediatamente a prelevare. In caso contrario, straccerà la denuncia».
Artemisia tremava per la rabbia. «Ma tutto questo è Artemisia tremava per la
rabbia. «Ma tutto questo è inaudito! Io la rovinerò Colonnello, dovesse costarmi
tutto quello che possiedo!».
«Temo che non le basterebbe», le rispose indicando la sua scorta. «L’uomo per
cui lavorano questi signori non lo permetterebbe. Si fidi di quello che le dico».
I russi li perquisirono rapidamente e poi passarono al setaccio l’auto: portarono
via loro i cellulari, i portafogli e lo zaino di Dino.
«E ora il lituo per favore, signorina Della Rovere.
Abbiamo un volo privato per Makhachkala tra poco più di tre ore», disse il
Colonnello. Quindi si avvicinò e senza tanti complimenti glielo strappò di mano.
Era la seconda volta in un’ora che Artemisia se lo vedeva sfilare dalle dita. Non
riusciva a crederci. Ci doveva pur essere qualcosa da fare per riuscire a rovesciare
quella situazione assurda. Agguantò l’uomo per la cravatta tirandolo verso di sé.
«Ferma!», gridò Lazzari guardando i russi in preda all’ansia.
Il Colonnello si liberò della presa con facilità e fece due passi indietro. Guardò
in faccia Artemisia, come se cercasse di imprimersi nella mente il suo viso, forse
una minaccia velata o forse una dimostrazione di quieto minaccia velata o forse
una dimostrazione di quieto disprezzo, infine si sistemò la cravatta con cura e si
allontanò.
«Codardo», rincarò la dose Artemisia.
Il Colonnello fece finta di niente e si rivolse al Lupo che, non notato da
nessuno, si era avvicinato alla Mercedes. «Professor De Feudis, la
accompagneremo alla prima stazione di taxi. Ho già provveduto a far accreditare
sul suo conto il compenso pattuito per la fattiva e preziosa collaborazione. Come
da accordi, mi farò vivo io per i prossimi incarichi. Non dubiti che saranno
all’altezza della sua competenza e della sua ambizione».
Il Lupo si voltò verso Lazzari e si toccò la tempia in un gesto di saluto. «Mi
dispiace solo per te, fratello. Però io sono uno che i conti li sa fare. Prima o poi
imparerai a farli anche tu. Questi signori finanzieranno le mie spedizioni per il
resto della mia vita. È un’occasione che non potevo rifiutare».
Lazzari incassò la notizia in silenzio. Era bianco e pareva covare un’indicibile
amarezza.
Dino, invece, resistette a fatica all’impulso di colpire il Lupo. La testa gli
scoppiava. «Colonnello io non posso credere che lei...». credere che lei...».
Il Colonnello lo interruppe subito. «Non ha di che lamentarsi, sergente. Il suo
onorario le è stato regolarmente versato in anticipo, come da protocollo standard.
Che le importa se questo pezzo di legno va a un milionario o a un altro? Sono
questioni che non la riguardano. Lei ha portato a termine la sua missione: non c’è
altro».
«Ma il Committente...».
«...se ne farà una ragione. Nessuno si è fatto male: questa era la sua consegna
prioritaria, incontestabilmente portata a termine. E poi il Committente potrà
trastullarsi con le scoperte del nostro esimio Lazzari», aggiunse il Colonnello
prima di rivolgersi a lui. «Ha ottenuto quello che voleva, vero assistente? Anche
lei dovrebbe essermi grato».
Lazzari gli oppose una smorfia di disgusto. «Ci ha fregati tutti, complimenti
Colonnello».
Il Colonnello liquidò la questione con un cenno disinvolto, ma una lieve piega
agli angoli della bocca tradiva la sua soddisfazione. «Se intende metterla su
questo piano...».
«Sono solo soldi, Colonnello. Solo soldi», gli fece notare Lazzari sputando
letteralmente le parole. notare Lazzari sputando letteralmente le parole.
Il Colonnello aspettò che il Lupo salisse in auto e chiudesse la portiera, prima
di aggiungere: «Sa qual è il punto debole dell’uomo?» «Da come ne parla ogni
volta, pare che il genere umano sia un suo nemico personale», replicò Lazzari.
«Non sa cosa vuole», chiarì il Colonnello senza fare caso alla sua risposta. Poi
infilò la mano in una tasca interna del soprabito, tirò fuori un pacchetto delle
dimensioni di un quaderno e lo gettò con sussiego ai piedi di Lazzari. «Se in
questo momento scendesse un fantomatico dio disposto a esaudire le vostre
preghiere e chiedesse a ciascuno di voi tre qual è la cosa che desidera più di
qualsiasi altra, non sapreste cosa rispondere. Balbettereste. Per questo non avrete
mai nulla».
27
Nulla: quella parola sigillò il silenzio calato nel cortile dopo la partenza delle
tre Mercedes. La polvere si depositò adagio. Il rumore dei motori si dissolse in
lontananza. L’ombra proiettata dal fienile sull’aia si allungò verso l’opposto
casolare.
Dino si lasciò cadere pesantemente a terra. Aveva lo sguardo perso nel vuoto.
Non c’era più alcuna battaglia da combattere, tutto era perduto. Lazzari fissava
come un cieco l’orizzonte ignorando i pensieri che gli vorticavano in testa.
«Cerchiamo un telefono. Mio padre scatenerà un inferno. Fermerà quel cazzo
di volo», provò ad animarsi Artemisia.
«Non farà nulla», le fece eco Dino con voce piatta e sfibrata. «Mi è capitato di
collaborare con quei paramilitari in passato. Sono al soldo di un magnate russo
con talmente tanto denaro e potere da avere un esercito personale alle sue
dipendenze: è gente fuori dalla nostra portata. Il lituo è perso per sempre».
portata. Il lituo è perso per sempre».
«E chi sarebbe tuo padre?», le domandò Lazzari mentre si chinava per
raccogliere l’involucro che gli aveva gettato il Colonnello. Lo soppesò senza
particolare interesse: era avvolto in una comune carta da pacchi e piuttosto
leggero.
«Non l’hai ancora capito?», lo aggredì Artemisia. Era furente, e a giudicare dal
suo tono di voce sembrava attribuire la responsabilità di tutto a Lazzari.
«No», disse Lazzari, senza sollevare gli occhi dal pacchetto.
«Il Committente è mio padre».
«Tuo padre», ripeté Lazzari incredulo.
Artemisia proseguì accalorata: «Il Colonnello aveva già lavorato alcune volte
per la nostra famiglia. Su suo incarico, Dino si è occupato della sicurezza di mio
padre per un breve periodo di tempo circa due anni fa, all’epoca in cui vendette le
proprie partecipazioni in una multinazionale farmaceutica. Ci siamo sempre
trovati bene: lavori impeccabili. È per questo che ci siamo rivolti a lui anche per
quest’operazione. Mio padre ha una passione smodata per Roma antica e ora che,
in un certo senso, si è ritirato dagli affari...».
«Ma tutte queste cose non potevi dirmele prima?».
«Ma tutte queste cose non potevi dirmele prima?».
Il candore con cui le pose la domanda la fece infuriare ancora di più. Con la
bocca aperta, gli occhi tristi e quel pacchetto tra le mani, le dava l’impressione di
un questuante e lei aveva una gran voglia di strappargli il pacchetto dale mani e
poi sbatterglielo in testa. «Non venirmi a parlare di sincerità!».
«Non saprei di che altro parlare, a questo punto».
Artemisia sbuffò, restò come in bilico per alcuni istanti, le mani sollevate e le
gote rosse, e infine parve arrendersi. «Volevo a tutti i costi partecipare alla
missione per il ritrovamento del lituo e mio padre non ha potuto fare altro che
acconsentire. Avevo bisogno di qualcosa di nuovo, emozioni fuori dal’ordinario.
Il Colonnello, però, disse che rivelare la mia identità avrebbe fatto salire il fattore
di rischio, e che per giunta tu eri una persona incapace di tenere un segreto».
«Sai cosa disse a me?», fece di rimando Lazzari.
«Che il bravo venditore piazza il suo prodotto, ma quello bravissimo vende due
volte lo stesso articolo a due acquirenti diversi. Lui si è superato: ha piazzato lo
stesso pezzo a tre acquirenti distinti».
Dino sollevò la testa. «La Tauros...».
Lazzari annuì e con gli occhi sembrava dirgli “mi Lazzari annuì e con gli occhi
sembrava dirgli “mi dispiace che ti abbia deluso, ma è quanto accade con gli idoli:
se li tocchi, la doratura ti rimane appiccicata alle dita”. «Ora sai perché quelli
della Tauros erano certi che non li avremmo inseguiti. Avevano la garanzia del
Colonnello. Tu riferivi a lui e lui a loro... Deve aver preso contatti subito dopo il
pasticcio di Sarzana, cogliendo con piacere l’opportunità insperata di un ulteriore
guadagno».
«Il Colonnello ha accettato l’offerta che noi abbiamo rifiutato», mormorò
Artemisia con il tono di chi scopre all’improvviso una verità evidente.
«Già», confermò Lazzari. «Per questo gli agenti della Tauros ci ronzavano
attorno senza intervenire.
Aspettavano. E il Colonnello a sua volta aspettava con i russi. Erano tutti in
attesa che noi mettessimo le mani sul lituo».
«Ma come poteva prevedere...».
«È la sua specialità, no?», fece Lazzari. «“Il punto debole dell’uomo è la
prevedibilità”, mi disse il primo giorno. E io non l’ho deluso. È stato lui
d’altronde a suggerirmi l’idea. Vendere due volte la stessa cosa».
Dino prese un sasso e lo lanciò oltre il casolare. Lo udirono perdersi tra gli
alberi. «Aveva previsto che ti udirono perdersi tra gli alberi. «Aveva previsto che
ti saresti sbarazzato della Tauros in quel modo? Con una falsa copia del lituo? Mi
pare assurdo».
«Non troppo, se ci ragioni bene. Quale altro modo avremmo potuto escogitare
per toglierceli dai piedi? Tu stesso ti eri accorto che non era possibile procedere
con quella gente alle calcagna, e per questo motivo avevi chiesto rinforzi al
Colonnello. Lui te li aveva promessi per tenerti buono e non farti insospettire, ma
non te li avrebbe mai concessi, e se io non avessi architettato la messinscena per
liquidare la Tauros, ce l’avrebbe suggerita lui stesso».
«È grazie al Lupo se lui ha potuto seguire passo a passo le tue mosse», rimarcò
Artemisia in tono duro.
«Sì, certo», confermò Lazzari, una smorfia amara sul viso. «Il Lupo ha
informato il Colonnello sia dela copia sia del lituo che mi aveva dato Casini».
«Il Maestro ci aveva messo in guardia», ricordò Dino.
«E tu ti sei fidato di quel tombarolo anziché di noi», tornò alla carica Artemisia,
ma senza l’abituale impetuosità.
Dopo mezzo minuto buono di silenzio, in cui ciascuno contemplò la propria
posizione all’interno di quella faccenda, Lazzari riprese: «Avrei dovuto capire che
c’era faccenda, Lazzari riprese: «Avrei dovuto capire che c’era un legame tra il
Lupo e il Colonnello ieri mattina. All’alba il Lupo mi ha preso in disparte per
convincermi a fare un salto a Roma, dove ci aspettava un suo amico in possesso
di un brandello dell’Epoptidon. Lì per lì ho creduto che si trattasse semplicemente
di qualcuno che volesse vendermi un falso, un modo per il Lupo di intascare
qualche soldo in più».
«E poi la telefonata del Colonnello, già...», ricordò Dino.
«E quell’assurda puntata a Nettuno. L’uomo che si proponeva di venderci i
tesori ripescati dalle paludi si è avvicinato senza indugio al nostro tavolo senza
averci mai visto prima. E vi siete accorti di come il Lupo cercava di pilotarlo? Era
con ogni probabilità uno dei suoi collaboratori. Tutta una messinscena ordita dal
Colonnello e dal Lupo».
«Sai anche il perché?», fece Artemisia.
«L’ho scoperto poco fa. L’hanno fatto per guadagnare un giorno e permettere ai
russi di arrivare e attrezzarsi per la trappola di oggi».
«Se tu ti fossi fidato di noi anziché del Lupo a quest’ora il lituo sarebbe nelle
nostre mani», gli fece notare Artemisia. notare Artemisia.
«Sospettavo che il Colonnello fosse in contatto con la Tauros, d’accordo, ma se
ve l’avessi detto mi avreste creduto? Non credo. E poi come potevo prevedere
l’entrata in scena dei russi? Chi diavolo se lo sarebbe immaginato... Inoltre avevo
tante altre cose in testa, dalla tomba al lituo, passando per quello che sai... E
volevo vedere a cosa saremmo arrivati».
«E a cosa siamo arrivati? Dimmelo un po’».
«Alla realizzazione completa del piano del Colonnello», rispose al suo posto
Dino.
Lazzari assentì. «Il Colonnelo ha intascato soldi dal Committente, dalla Tauros
e dai russi. Perché tutti pagano in anticipo il professionista che non ha mai tradito
le aspettative di nessuno... Giusto?» «Figlio di puttana», rimarcò Artemisia.
Artemisia si avvicinò a Lazzari. «Cosa c’è in quel pacchet to che ti ha lasciato
il Colonnello?» «Te lo dirò tra un istante». Lazzari lo scartò e si ritrovò tra le
mani un’agendina nera. In basso a destra, sotto un sottile taglio, vide le iniziali
C.V.R. e la riconobbe. «È quella del Colonnello», rivelò.
«Sì, è proprio la sua», confermò Dino.
Ma perché gliela aveva lasciata? Lazzari si ricordò di Ma perché gliela aveva
lasciata? Lazzari si ricordò di quando, seduto al tavolino dell’enoteca, il
Colonnello aveva letto in quelle righe la storia della sua carriera universitaria. La
aprì e la sfogliò incredulo. Tutte le pagine erano bianche. «Grandissimo figlio di
puttana», sussurrò.
Artemisia prese l’agendina e fece scorrere i fogli a sua volta. «Che significa?»
«Che mi ha manipolato a suo piacimento, fin dal primo momento. Che lui ha
vinto e io ho perso», rispose Lazzari.
«E c’era bisogno di fartelo notare? Non era già abbastanza chiaro? Ci ha fregati
su tutta la linea: si è tenuto il lituo e pure i soldi!».
«Non basta sconfiggere un avversario; perché il trionfo sia completo occorre
che il nemico sia consapevole della sua totale disfatta».
«E che motivo poteva avere per inscenare questa sfida? Non ce lo vedo a
gingillarsi con le questioni personali. E poi tu lo conoscevi appena».
«Forse rappresentavo qualcosa per lui», azzardò Lazzari.
«Ormai non ha più importanza», si inserì Dino rialzandosi a fatica. Raccolse il
berretto da terra e se lo rialzandosi a fatica. Raccolse il berretto da terra e se lo
sbatté contro la coscia un paio di volte per far cadere la polvere, infine ci ripensò
e lo gettò via.
«Invece ce l’ha», insistette Artemisia. «Non possiamo arrenderci così».
«Ci siamo già arresi», le ricordò Dino.
«Andiamo al bar di Minturno», fece Lazzari. «Voglio mettere la parola fine a
questa storia».
I locali del bar Centrale erano quelli di un’ex società di mutuo soccorso che
avevano un gran bisogno di una ristrutturazione. Il salone era deserto tranne un
tavolo dove quattro uomini giocavano a carte nella luce polverosa che pioveva da
una finestra protetta dalle inferriate.
Artemisia e Lazzari si fermarono sulla porta. Dino, invece, puntò direttamente
in bagno; dentro un vecchio armadio stipato di canovacci trovò il borsone con
tutte le loro cose, compresi i cellulari e la sua pistola. Tornò all’ingresso e fece
cenno ai compagni di raggiungerlo all’interno del bar.
Si sedettero a un tavolino al di là del biliardo che divideva in due la sala e si
fecero portare tre bicchieri di whiskey. whiskey.
«Puoi controllare in qualche modo se è partito quel vo lo?», domandò Lazzari a
Dino.
«Conosco una persona che può scoprirlo facilmente», disse Dino afferrando il
cellulare. «Un volo privato per Makachakala è decollato dieci minuti fa da
Ciampino», riferì al termine della breve telefonata.
«Ora mi sento molto più leggero», commentò Lazzari e buttò giù il bicchierino.
«Che cosa avrebbe potuto farti ancora?».
Lazzari mormorò una preghiera di ringraziamento a occhi chiusi. «Spero di non
vedere mai più quell’uomo. È come guardare la parte peggiore di me».
«Ti sembra il momento di fare della filosofia?», gli domandò Artemisia.
«Forse è finalmente il momento dela verità...», annunciò Lazzari. «E la verità è
che siamo tutti colpevoli.
Non abbiamo fatto altro che ingannarci». Ordinò una bottiglia di vino alla
donna dietro il banco: «Dobbiamo brindare e per farlo ci vuole del vino».
Dino temette che Lazzari fosse uscito di testa, ma non disse nulla. Lui stesso
era a pezzi, si sentiva come un soldato greco al termine della guerra di Troia:
vinto o perso, non aveva più importanza. E ora? Tornare a casa? perso, non aveva
più importanza. E ora? Tornare a casa?
Quale casa? «Abbiamo bisogno di riposo», disse semplicemente.
Lazzari tirò dritto: «Mi dispiace solo per il lituo. Ci ero affezionato».
Artemisia afferrò il tavolo con le mani e lo scosse con rabbia. I bicchierini si
rovesciarono e nessuno si curò di rialzarli. «Ci eri affezionato? Era un cazzo di
oggetto da milioni di euro!».
Lazzari si alzò e andò a sedersi sul davanzale della finestra. «Non più di
qualche migliaia», rivelò.
«Il lituo con cui fu fondata Roma?» «Il lituo con cui fu fondata un’oscura
località etrusca alle porte di Tarquinia».
«Che vorresti dire?» «La volpe conosce molti trucchi. L’istrice uno soltanto,
ma buono. E noi siamo l’istrice».
«E la volpe sarebbe il Colonnello?», domandò Dino.
La donna del bar giunse ciabattando con tre bicchieri in una mano e nel’altra
una bottiglia di rosso senza etichetta.
«La versiamo noi», disse Artemisia esasperata dalla sua lentezza.
Quando la donna si fu allontanata, Lazzari riprese: Quando la donna si fu
allontanata, Lazzari riprese: «Avete mai visto Rashômon? Quel film sull’omicidio
di un samurai raccontato in modo diverso da ogni protagonista della vicenda?».
Appena si accorse del cambio di espressione di Artemisia, si ravvide: «Come non
detto, non fa niente. Però stamattina vi ho mentito.
Non ho mai creduto alla storia della microspia. Sono sempre stato convinto che
fosse uno dei nostri a informare la Tauros, ma sul principio non sapevo chi fosse,
di voi».
«D’accordo, ora sappiamo che era il Colonnello.
Però mi viene in mente che fu proprio lui a invitarci ripetutamente a rinunciare.
L’hai sentito anche tu a Milano quando eravamo a cena da Giacomo», obiettò
Artemisia.
«Era il suo ruolo e la sua copertura. E ti conosceva.
Sapeva che se lui avesse insistito, tu avresti fatto il contrario. Così è stato.
Senza dubbio era in contatto con i russi fin dal principio. Poi ha trasformato il
pericolo Tauros in un’opportunità, accettando la loro offerta al nostro posto: li
informava sui nostri spostamenti in modo che, quando il lituo fosse stato nelle
nostre mani, sarebbero potuti intervenire per portarcelo via in tutta comodità».
comodità».
«E poi lui e i russi l’avrebbero preso a loro?» «Questa doveva essere la sua idea
iniziale. Poi io gli ho offerto una soluzione migliore: più facile e molto meno
rischiosa. Mi sono accordato con il Lupo per preparare la copia e la trappola per
gli agenti della Tauros».
«E in quel modo la Tauros è finita fuori dai giochi», disse Dino.
«Tu però non potevi avere certezze circa l’accordo tra la Tauros e il
Colonnello...», gli fece notare Artemisia.
«Ed è per questo che mi sono tenuto un asso nella manica».
«Il lituo che ti aveva dato Casini a Milano...».
«Esattamente», disse Lazzari, desideroso di svelare le motivazioni che lo
avevano portato ad agire in quel modo. Per troppi giorni si era tenuto tutto dentro.
«Fin da quella mattina in Garfagnana, quando Dino si è unito a noi, avevo deciso
di tirarmi fuori da questa storia in qualsiasi modo. Ero consapevole che nessuno
di voi mi avrebbe lasciato andare fino a quando non fosse saltato fuori il lituo. Ero
disperato, finché, del tutto per caso, non capii che la pipa di Casini era in realtà un
lituo; allora intui il modo di liquidarvi: offrirvi dei falsi. Progettai di mettere di
nascosto il lituo nella tomba scavata dal Lupo, mettere di nascosto il lituo nella
tomba scavata dal Lupo, ma sapevo di avere in realtà due nemici: non solo la
Tauros, ma anche la vostra Fondazione. Così decisi di fabbricare la copia: con
quella mi sarei sbarazzato della Tauros e del loro eventuale informatore, mentre
con il lituo di Casini mi sarei liberato della Fondazione e di quelli di voi fedeli al
Committente».
Artemisia non sapeva se essere disgustata o ammirata. «Eri sicuro che il Lupo
ti avrebbe tradito e ne hai approfittato. Hai puntato sulla sua infedeltà.
Un’impresa degna del Colonnello. Forse davvero gli somigli».
«Sì, ho puntato sul fatto che il Lupo mi avrebbe poi fregato. In fondo era il
Colonnello a pagare. E così è andata».
«Ma come hanno fatto a mettersi in contatto tra di loro? E tu come facevi a
saperlo? Poche ora fa hai detto di non esserti accorto del legame tra il Lupo e il
Colonnello», disse Dino.
«Mentiva», disse Artemisia. «Non ha fatto altro, fin da quando si è sentito
tradito. Non è così?» «Mentire? Ho detto a ciascuno quello che voleva sentirsi
dire... Ma lasciate che vi racconti i fatti. Il bonifico al Lupo non è stato di
quarantacinquemila euro, come avevate concordato, ma di settantacinquemila. Ho
origliato la telefonata tra il direttore dela banca e il Lupo, che era sorpreso. Quel
bonus era un chiaro messaggio e, a quanto ho potuto appurare subito dopo, non
proveniva da voi due».
«Fu il Colonnello a occuparsi del bonifico», ricordò Dino.
«Infatti», fece Lazzari. «Il Colonnello voleva un alleato in più e se l’è comprato
con i vostri soldi».
«I soldi di mio padre...», precisò Artemisia.
Lazzari chiese a Dino: «Tu ovviamente hai dato al Colonnello il numero di
telefono del Lupo?» «È la prassi».
«Deve averlo contattato per domandargli se aveva gradito il regalo extra di
trentamila euro, e per dirgli che se lo avesse aiutato ce ne sarebbero stati altri,
molti altri, e da lì si è instaurato un filo diretto tra i due. Il Colonnello lo avrà
persuaso prospettandogli soldi e commissioni da parte dei russi, secondo quanto
posso ricostruire ora.
Avete sentito che cosa mi ha detto il Lupo prima di andarsene?» «Che i russi
finanzieranno tutte le sue prossime spedizioni», rispose Dino.
Lazzari annuì. «Così il Lupo ha fatto la sua scelta e al Lazzari annuì. «Così il
Lupo ha fatto la sua scelta e al momento opportuno ha telefonato al Colonnello e
gli ha confidato il mio piano per toglierci dai piedi la Tauros».
«Ma se invece il Colonnello si fosse dimostrato fedele alla Tauros?» «Li
avrebbe avvisati dell’inganno e nessuno si sarebbe presentato alla tomba. Ma
anche in quel caso avrei avuto la conferma del legame tra la Tauros e il
Colonnello. La prova definitiva dell’accordo tra il tombarolo e il Colonnello è
stata l’insistenza con cui il Lupo ha provato a convincermi ad andare a Roma e
poi le sue parole, apparentemente disinteressate, su Costantino Maes e il venditore
di Nettuno. Il Colonnello gli aveva chiesto ancora un giorno di tempo e lui si è
prodigato con ben due false piste».
«Non hai ancora spiegato come hai fatto a convincere il Lupo che quello che ti
portavi appresso era proprio il lituo», disse Artemisia.
«Il professor Casini me lo ha regalato durante il nostro ultimo incontro a
Milano, facendomi intuire a suo modo che mi stava offrendo una via di fuga.
Immagino dovesse sentirsi in colpa per avermi messo in questo guaio, sebbene lo
avesse fatto senza volerlo». Lazzari sorrise al ricordo. «Io lì per lì fraintesi il suo
gesto... Ho sorrise al ricordo. «Io lì per lì fraintesi il suo gesto... Ho capito la
verità solo tempo dopo, quando ho guardato per la prima volta con attenzione
quella che, come vi ho già spiegato, credevo una semplice pipa, per quanto
antica».
«Quel vecchio ha la vista lunga. E anche la lingua.
Ricordo quando ho accompagnato a casa sua il Colonnello...», cominciò Dino.
Artemisia gli fece cenno che ora non era importante e quindi invitò Lazzari ad
andare avanti.
Lazzari ubbidì: «Il Lupo, d’altra parte, era fermamente convinto che a inizio
Novecento Casini avesse davvero trovato sul Palatino il lituo di Romolo.
Così, quando gli ho svelato che l’avventuriero in questione era il nonno del mio
mentore e che il suo lituo era da tempo nelle mie mani è andato in visibilio. La
grande occasione di tutta una vita».
«Gli hai mentito».
«Niente affatto. Il lituo era davvero quello. Solo che Casini senior non l’aveva
trovato a Roma: sempre all’inizio del Novecento, pochi mesi prima dell’avvio
degli scavi palatini, aveva partecipato al dissotterramento di una tomba presso una
piccola località etrusca a dieci chilometri da Tarquinia. Nella fossa furono
ritrovati tre chilometri da Tarquinia. Nella fossa furono ritrovati tre simboli reali:
uno scudo, un’ascia e appunto un lituo.
Casini mi raccontò più volte questa illustre storia di famiglia. Ho ricontrollato
l’altra notte sul catalogo on line del museo etrusco della cittadina laziale: ci sono
lo scudo e l’ascia, ma non il lituo».
«Significa che...».
«Che Casini senior si tenne il lituo e qualche mese dopo lo aveva con sé a
Roma, all’epoca della campagna di scavi sul Palatino. Qualcuno glielo vide o
forse fu lui stesso a mostrarlo ai compagni: da lì nacque la leggenda del
ritrovamento del lituo romuleo e Casini senior non fece nulla per smentirla».
Artemisia ebbe un improvviso dubbio. «Ma tutto quello che hai detto nella
tomba...».
«Ne sono convinto, fino all’ultima parola», assicurò Lazzari.
«Perché allora interrompere la ricerca? Perché non provare a scoprire nuovi
indizi per metterci sulle tracce del vero lituo? Non era ciò che volevi anche tu?»
«Te l’ho già spiegato, perché insisti a non capire? Mi ero accorto che non
cercavamo la stessa cosa. Voi volevate il lituo, che si può vendere o comprare. Io
cercavo invece il nome segreto di Roma, una semplice cercavo invece il nome
segreto di Roma, una semplice parola da pronunciare e da scrivere. Come potevo
continuare ad assecondare il Colonnello? Ero però consapevole del fatto che non
avevo altro modo per liberarmi di lui se non quello di procurarvi il lituo, e così ho
fatto».
«Credi che si accorgeranno dell’inganno?», gli chiese senza quasi averlo
ascoltato.
«Gli esami dateranno il lituo all’ottavo secolo avanti Cristo e i russi non
sospetteranno di nulla», disse Lazzari, poi tornò al tavolo e finalmente versò il
vino.
Ciascuno prese un bicchiere. Dino sollevò il suo.
«Man, allora sei tu a vincere».
«Te l’ho detto, non ci sono vincitori».
«A che cosa brindiamo? Al Colonnello e ai suoi imbrogli o al nome segreto di
Roma?», chiese Artemisia.
«Al nome segreto», disse Lazzari lanciando un’intensa occhiata ad Artemisia e
svuotò il bicchiere.
Gli altri due fecero altrettanto. Artemisia posò il suo con forza e il rintocco
parve ridestarle un pensiero spiacevole. «Ma se invece ti fossi sbagliato e il
Colonnello fosse stato fedele? Avresti rifilato quel pezzo di legno fasullo a mio
padre, vero?» «Sì, lo avrei fatto», rispose a bruciapelo Lazzari. «Mi «Sì, lo avrei
fatto», rispose a bruciapelo Lazzari. «Mi avevate ingannato e io volevo uscire da
questa vicenda».
«Ti sei lasciato ingannare».
«Come volete, ma te lo ripeto: cercavamo due cose diverse».
«Ne sei sicuro?».
Lazzari si voltò e guardò fuori cercando il mare. «Il lituo è perduto per
sempre».
«Te l’ho sempre detto che non capivi. A mio padre interessava tanto il lituo
quanto il nome segreto di Roma.
E ora abbiamo l’affresco e abbiamo il nome...».
«Solo un’ipotesi di nome. E anche quella, proprio come il lituo, l’avevo con me
fin dal principio».
28
Dino fu il primo ad alzarsi. «Ripartiamo dalle procedure: coprire le tracce e
preparare il rientro. Io sono uno che le missioni le porta a termine. Vado a
recuperare la Land Rover e a organizzare la messa in sicurezza della tomba,
chissà che al Committente non interessi... Sarò di ritorno entro tre ore al
massimo».
Era già sulla porta quando tornò indietro per stringere la mano a Lazzari.
«Senza rancore».
«Ora che farai? Cercherai un’altra agenzia?» «No. Ho voglia di tornare nei
luoghi dove ho fatto il mercenario... guardarli con altri occhi», disse Dino, che
teneva ancora la mano di Lazzari nella sua. «Magari un giorno verrò a trovarti e ti
racconterò».
«Per la verità non so dove andrò ad abitare».
«Non ti preoccupare, ti troverò».
Artemisia e Lazzari bevvero ancora un bicchiere di vino, senza dirsi nulla, e poi
uscirono dal bar.
Passeggiarono fino al parapetto che chiudeva la Passeggiarono fino al parapetto
che chiudeva la piazzetta, nella parte alta del borgo, lasciando che le loro mani si
sfiorassero. In basso si vedevano le rovine romane e l’antico tracciato della via
Appia.
«Perché non ti sei fidato di me? Per ripicca? Perché ti ho lasciato intendere che
non mi interessava una storia... O perché credevi che fossi alle dipendenze del
Colonnello?» «Non ricordo il perché, ma ricordo che la mia sfiducia è durata
poco, forse una giornata».
«Davvero? Quindi ti fidavi di me?», fece Artemisia oscillando tra l’ironia e la
meraviglia.
«A modo mio, sì», rispose Lazzari. «Ho scommesso sul fatto che, alla fine,
saresti stata dalla mia parte. Ma non ho voluto renderti complice. Quanto tempo
passerà prima che queli della Tauros si accorgano dell’inganno?
Forse mesi, ma accadrà. Lo stesso per i russi.
Torneranno a cercarmi».
«La smetterai mai di avere paura?».
Lazzari infilò le mani in tasca e si girò a guardare l’orizzonte.
«Forse con te».
«Parli sul serio?».
Lazzari ebbe quasi un moto di rabbia, prima di Lazzari ebbe quasi un moto di
rabbia, prima di calmarsi. «Vuoi sapere una cosa? In questo momento sarei più
felice di pronunciare il tuo nome che quello di Roma, se capisci cosa intendo».
Artemisia appoggiò la testa sulla sua spalla. «Ho bisogno di tempo per
sistemare alcune cose. E devo vedere mio padre. Vorrà delle spiegazioni».
Lazzari assentì. «Anche a me occorre del tempo».
«Anche tu hai delle cose da sistemare?» «Cercare una domanda all’ultima
risposta che mi resta».
Artemisia sembrò non averlo sentito. «È stato tutto così veloce ed esagerato...».
«Come un amore estivo: la cosa più importante della tua vita – per una
settimana», provò a spiegare Lazzari.
«In fondo è come dici tu: io non ricordo il tuo nome di battesimo e tu non
conosci il mio. Nessun potere l’uno sull’altra».
«Peccato, un vero peccato».
«Non pensiamoci più...», fece Artemisia. Poi si spostò all’improvviso e
guardandolo con aria di sfida gli domandò: «Ti dispiace se ti saluto qui?».
Lazzari si strinse nelle spalle. «Speravo tanto in un passaggio verso nord, ma
me la caverò». passaggio verso nord, ma me la caverò».
«Tieni, prendi questi», disse Artemisia tirando fuori tutti i contanti che le erano
rimasti. «Non ti offenderai mica, vero? Meriteresti ben di più. Mi occuperò
personalmente del tuo locale: pendenze, licenze, controlli.
Riavrai indietro la tua vita...».
«La mia vita?», ripeté Lazzari come se non capisse di cosa stesse parlando. Poi
prese le banconote e se le infilò in tasca senza contarle.
Artemisia sembrava in difficoltà. Le frasi di circostanza non erano il suo forte:
lui se ne accorse e cercò di agevolarle il compito. «Antonio da Alba Docilia
scrisse che quando gli addii sono definitivi, devono essere brevi».
«Lo vedi?», fece Artemisia scostandosi di colpo.
«Non capisci mai niente».
Lazzari la guardò allontanarsi, ma tenne duro e non pianse fino a quando non la
vide sparire in fondo alla via.
Ci sono giornate primaverili in cui Milano si scrolla di dosso la polvere: gli
alberi verdeggiano, l’aria brilla e sullo sfondo si scorgono le montagne screziate
di bianco, invisibili fino a poco tempo prima.
Lazzari, in piedi sulla sommità del monte Stella, il Lazzari, in piedi sulla
sommità del monte Stella, il modesto rilievo al centro dell’omonimo parco,
guardava la città che era stata sua per tanti anni e si domandava quale sarebbe
stata la prossima. A Cesenatico sarebbe tornato solo per vendere l’enoteca e
sbrigare gli ultimi affari.
La zona a oriente era una distesa di gru e intelaiature, mentre a sud i palazzi
declinavano gradualmente verso il centro, dove la madonnina era un barbaglio
d’oro. Era però la periferia ovest, in cui aveva vissuto a lungo, ad attirare la sua
attenzione. Oltre lo stadio, le toppe verdi dei parchi cucivano i quartieri
grigiorossi. La fissò un’ultima volta come per fotografarla.
Si congedò con un cenno da quel panorama e scese di corsa per il pendio
erboso, con l’urgenza di chiudere i conti una volta per tutte. Tagliò per il
boschetto, saltò il guinzaglio che legava una signora e il suo cane, e si lanciò giù
per i gradini di legno rosicchiati dall’umidità.
Si infilò in un taxi e col fiato grosso disse: «Vilapizzone».
L’autista azionò il tassametro e poi gli diede un’occhiata allo specchietto. «A
che altezza?» «Pompeo Castelli», rispose Lazzari riprendendo l’abitudine
meneghina di indicare gli indirizzi senza specificare se si trattasse di una via o di
una piazza. specificare se si trattasse di una via o di una piazza.
Mentre ripensava alle vicende dell’ultima settimana, si chiese quante versioni
di uno stesso fatto potesse fornire il protagonista. Parevano infinite, e ogni volta la
verità sembrava allontanarsi anziché avvicinarsi. Sì, era come aveva sempre
sospettato. Non c’era nula da aggiungere, semmai da togliere. Doveva tornare
indietro e scrostare le migliaia di parole che si erano sedimentate sopra quella
iniziale, per ritrovare la verità.
Lazzari pagò quando percorrevano ancora MacMahon, scese dall’auto prima
che si fosse arrestata del tutto, e attraversò i binari del tram al centro della piazza.
Entrò nel bar all’angolo con Console Marcello e ordinò un caffè. La sera in cui
era passato di lì con Artemisia, si era accorto che era l’unico di tutta la zona
aperto. Ricordava anche il gruppo di uomini che fumavano e bevevano davanti
alla vetrina illuminata.
Il barista era un nordafricano robusto che gli scoccò una rapida occhiata e lo
classificò come forestiero.
«Mi scusi, sono un amico di Achille Vento, l’uomo che è stato ammazzato
pochi giorni fa».
«Amico?», domandò il barista prima di pigiare con forza il caffè. forza il caffè.
«Sì, un amico fraterno, anche se non lo vedevo da molto tempo».
«Non ti ho visto al funerale», disse il barista. Si era fermato e lo fissava con
aria di rimprovero.
«Abito dall’altra parte del mondo. Appena ho avuto notizia della disgrazia sono
partito con il primo volo.
Arrivo ora dal Cimitero Maggiore», disse Lazzari, che aveva preso
informazioni sul luogo dove era stato seppelito Vento.
«Avete lavorato insieme?» «Abbiamo frequentato la stessa scuola a Roma. Dai
preti». Lazzari era riuscito a scoprire soltanto dove era nato e dove aveva preso la
licenza media.
Il barista si voltò, azionò il pulsante, aspettò che il liquido scendesse, poi
spense la macchina. Mentre posava la tazzina sul bancone studiò ancora una volta
il volto di Lazzari e finalmente annuì. «Anche suo zio è un prete, me ne parlava
sempre. Lavora in quella grande libreria del Vaticano, come si chiama?» «La
Biblioteca Apostolica Vaticana?»«Apostolica Vaticana, sì. Terribili i preti come
insegnanti, eh? Non cattivi, come si dice...».
«Severi?» «Severi?» «Severi, sì».
Lazzari bevve il caffè tutto d’un sorso. «Anche noi, però, eravamo terribili.
Gliene facevamo di tutti i colori».
«Guarda, mi chiedo spesso cosa ha fatto Achille per meritare una sorte del
genere. Era un uomo tranquillo e pacifico, a parte gli ultimi giorni... Era molto
nervoso. E poi l’ultimo giorno...». Il barista scosse la testa al ricordo.
«L’ultimo giorno?» «Litigò di brutto con Paolino, uno dei ragazzi di qui».
«Non lo conosco».
«Una parola tira l’altra e... Insomma, arrivarono alle mani e Achille si prese un
bel po’ di botte. Ma poi fecero la pace».
«Che tipo è questo Paolino?».
Il barista ritirò la tazzina, la mise nel cestello e passò la spugna sul bancone.
«Pure lui un ragazzo bravo.
Guarda, ci è rimasto così male che ha passato tutto il resto del pomeriggio e la
sera qui a bere».
Lazzari disegnò un disco con il dito sull’alone rimasto sopra l’acciaio. «Perché
era nervoso?» «Diceva in continuazione di aver fatto una vigliaccata e che non
poteva perdonarselo e che era perduto.
Beveva quattro o cinque medie, e poi diceva così».
Beveva quattro o cinque medie, e poi diceva così».
Lazzari prese anche un pacchetto di caramelle e pagò. «Secondo te che cosa
aveva combinato?» «Secondo me niente», rispose il barista. «Guarda, Achille era
uno di quegli uomini che si fanno mille scrupoli, sì. Sempre a pensare e ripensare.
Sarà stato qualcosa che aveva a che fare con la sua...». Si toccò il petto. «La sua...
Come si dice?» «Coscienza?» «Coscienza, sì».
Al citofono di via Mantegazza non rispose nessuno, com’era prevedibile.
Lazzari si appoggiò al cofano di un’auto parcheggiata e per ingannare il tempo e
non dare nell’occhio si mise a controllare il cellulare, anche se non aveva ricevuto
alcun messaggio. Era il telefono che gli aveva dato a suo tempo il Colonnello.
Forse Artemisia conservava ancora il numero – labile speranza.
Il rumore dell’apertura a scatto del portone lo mise in allerta. Sempre fingendo
di scrivere, si avvicinò all’uomo che stava uscendo, poi si infilò dentro con il
cuore che gli martellava nelle orecchie e prese le scale senza voltarsi neppure una
volta. Rallentò solo a metà salita. Nessuno lo aveva seguito. lo aveva seguito.
Sulla porta dell’appartamento di Achile Vento c’erano ancora i sigilli della
polizia giudiziaria e un foglio con tanto di timbro della questura. Bastò a farlo
desistere. Che si era messo in testa? Non era un lavoro per lui. Il rischio era
troppo alto e non aveva nulla da guadagnare. Se non la verità.
Cominciò a scendere le scale, ma a ogni gradino l’immagine di Artemisia
cresceva nella sua mente e dopo due rampe gli pareva di averla a fianco a sé, in
carne e ossa. La ragazza, ne era sicuro, l’avrebbe freddato con una di quelle sue
frasi velenose e un secondo dopo avrebbe fatto qualcosa per convincerlo, magari
un colpo di testa. Sorrise al ricordo e in quel preciso istante seppe di essere
perduto. Emise un lungo respiro a occhi chiusi per darsi coraggio, fece dietrofront
ripercorrendo i gradini due alla volta, forzò la vecchia finestra priva di imposte
come avevano fatto la prima volta ed entrò nell’alloggio.
Senza curarsi di appurare se qualcuno lo avesse udito ispezionò il bilocale, ma
non trovò nulla che gli offrisse qualche indizio. La croce disegnata dalla polizia
sul pavimento al posto del cadavere biancheggiava nella penombra. La scritta S.E.
era ormai quasi illeggibile. penombra. La scritta S.E. era ormai quasi illeggibile.
Decise di controllare anche il bagno e si stupì di vedere che all’armadietto dei
medicinali erano stati apposti i sigilli. Si rammentò che, a detta del Colonnello,
Achille Vento era morto per aver ingerito un veleno ricavato dal siero di vipera.
Tolse i nastri e aprì l’armadietto, ma il contenuto era stato prelevato. Ne dedusse
che doveva esserci stata la prova dell’omicidio lì dentro. Ma, se davvero
l’avevano avvelenato, perché poi lasciare il flacone tra i medicinali?
Provò a figurarsi la scena: gli uomini della Confraternita entrano nell’alloggio
di Vento, lo picchiano e gli fanno confessare il suo proposito di vendere i segreti
sull’origine di Roma; allora lo obbligano a ingerire il veleno e poi sistemano la
boccetta nell’armadietto.
Aspettano che muoia e quindi dispongono il suo cadavere a croce scrivendo
con il sangue S.E. Un macabro rituale in previsione dell’appuntamento di Vento
con lo stesso Lazzari e Artemisia, una sorta di avvertimento: morte a chi tocca il
segreto di Roma.
Questo era più o meno quanto aveva supposto Lazzari fin dal’inizio, ma a
ripensarci in quel momento, c’erano almeno due particolari che lo lasciavano
perplesso: il veleno, che a quanto pareva gli assassini perplesso: il veleno, che a
quanto pareva gli assassini avevano messo nell’armadietto del bagno dopo l’uso e
il ruolo dei sicari della Confraternita. Li aveva temuti come il più terribile dei
pericoli a partire dalla sera in cui aveva visto il cadavere di Vento, ma di loro non
aveva più scorto nemmeno l’ombra. Come era possibile che persone pronte a un
omicidio così efferato si fossero poi disinteressate dei loro progressi nella ricerca
del lituo?
Come era possibile che non avessero tentato di bloccarli al momento di
scendere nella tomba di Formia o per lo meno di convincerli a desistere? E come
era possibile che tutte quelle domande gli venissero in mente solo in quel
momento?
E poi, lasciare il flacone del veleno nello stipetto significava offrire una prova
alla polizia. Perché una leggerezza simile? Sentì il proprio cuore perdere un colpo
mentre la risposta prendeva forma nella sua mente.
Vento... Se fosse stato lo stesso Vento a ingerirlo?
Provò a considerare l’intera vicenda da un’altra prospettiva. I lividi che gli
avevano visto in faccia potevano essere quelli della scazzottata con il suo amico
Paolino, e non i segni di un’aggressione, come avevano pensato quando lo
avevano trovato. A quella considerazione seguì una scarica di adrenalina, e
considerazione seguì una scarica di adrenalina, e l’impressione di muoversi
finalmente nella direzione giusta.
Lazzari tornò in sala in preda all’agitazione, i nastri della polizia ancora stretti
in mano. Vento, in preda a una crisi di coscienza, si procura del veleno di vipera e
la sera del loro incontro lo ingerisce, poi rimette il flacone nell’armadietto,
compone la scritta con il suo stesso sangue e si sdraia in attesa della morte.
Suicidio. Non gli pareva affatto inverosimile, tutti gli elementi della vicenda
parevano incastrarsi alla perfezione.
La scelta del veleno era ricaduta sul siero di vipera per simulare l’antico rituale
romano della pena del sacco, riservata a chi si era macchiato del crimine più
spregevole, il parricidio, in cui rientrava anche la divulgazione dei riti segreti.
Ora era anche più chiaro il significato della scritta Sacer esto, composta con il
proprio sangue dallo stesso Vento. Quella formula non prevedeva infatti
l’esecuzione diretta: i pontefici la pronunciavano per offrire il reo in riparazione
agli dèi, invitando i cittadini a ucciderlo al più presto. Vento doveva aver
consacrato se stesso, offrendosi in espiazione per il proprio crimine.
La posizione a croce, infine, doveva ricollegarsi La posizione a croce, infine,
doveva ricollegarsi molto probabilmente alla condanna capitale inflitta dal Senato
di Roma a Valerio Sorano, nel quale Vento si era immedesimato.
I mezzi che Vento aveva scelto per togliersi la vita, oltre a far parte di un
complesso e arcano rito di espiazione, costituivano un chiaro messaggio per gli
appartenenti alla Confraternita: ho tradito e per questo ho pagato il fio; con me,
come accadde con Sorano, muore ogni possibilità di ulteriore svelamento del
segreto.
Le parole confidate al barista di Villapizzone non lasciavano spazio a ulteriori
dubbi: Vento lo aveva fatto per riparare alla propria colpa, ossia aver accennato
dietro pagamento all’esistenza di un mistero millenario.
Sebbene non si fosse spinto oltre, la sua delazione aveva messo in moto una
caccia che avrebbe potuto portare alla profanazione del nome nascosto di Roma.
Doveva aver pensato che con la sua morte si sarebbe persa ogni possibilità per i
non iniziati di risalire la catena fino al contenuto del segreto.
Lazzari lasciò cadere i nastri biancorossi che andarono a coprire la testa della
sagoma di gesso. Si chinò con l’idea di toglierli, ma poi cambiò idea. C’era una
domanda lì sotto, una domanda che avrebbe dovuto farsi fin dal primo momento,
e che aveva per soggetto e per oggetto la semplicità: come faceva Achille Vento,
un manovale con la licenza media, a conoscere il millenario segreto di Roma?
29
Roma era stata data alle fiamme e rasa al suolo più di una volta. I suoi colli
erano stati spianati, il fiume spostato, le valli colmate. I suoi tesori erano stati
predati, gli edifici sventrati, le mura abbattute. Eppure era ancora
indiscutibilmente Roma. Sebbene quello non fosse mai stato il suo vero no me.
Al termine di tutto era giunto lì. Mischiato ai turisti vocianti che fotografavano
cielo e pietre con i loro cappellini, i sandali e le magliette colorate, Lazzari
passeggiava sul Palatino a occhi bassi. I suoi piedi erano finalmente tornati sul
luogo dove forse era stato sepolto Remo, e dove di certo era custodito il segreto
primo dell’Urbe.
Controllò l’orologio. Gli rimaneva un’ora circa per raggiungere il luogo
dell’appuntamento. Nessuna possibilità di arrivare in orario, ma non gli
importava.
Ancora per alcuni intensi istanti esaminò la città come se fosse una sfera in cui
leggere passato e futuro. La osservò come avevano fatto Romolo e forse Remo
quel osservò come avevano fatto Romolo e forse Remo quel ventuno aprile e poi
si avviò lungo la discesa. In serbo per lui c’era una spada o una corona?
Don Giulio Vento lo aspettava nel cortile del Belvedere. Al telefono gli aveva
detto che lavorava alla sezione amministrativa della Biblioteca Vaticana.
Sui cinquant’anni, con una stempiatura importante, indossava sopra il gilet di
lana infeltrita e la camicia blu un completo nero di taglio economico.
All’occhiello della giacca portava una croce di metallo e ripiegati nel taschino un
paio di occhiali con la montatura di plastica turchese.
A Lazzari fece l’impressione di un uomo pacato e dimesso, seppur con qualche
piccolo vezzo.
«Le piace questo posto?», gli domandò il prete senza presentarsi, come se si
fossero lasciati soltanto pochi minuti prima. «Ho visto che lo osservava rapito».
Lazzari si strinse nelle spalle e distolse lo sguardo.
Era una giornata calda e il quadrilatero del Bramante impediva all’aria di
circolare.
Il cielo era un rettangolo azzurro e remoto. Come poteva spiegare a quello
sconosciuto che fin dalla mattina guardava ogni cosa come se fosse l’ultima
volta? Come fare a chiarirgli la sensazione di fine che lo agitava? fare a chiarirgli
la sensazione di fine che lo agitava?
Infatti, qualsiasi cosa avesse scoperto quel pomeriggio, sapeva che nulla
sarebbe più stato come prima.
«E a lei piace lavorare nella città più importante di tutti i tempi?», gli domandò
Lazzari a sua volta.
«A chi non piacerebbe lavorare a Roma?» «Remoria, vorrà dire».
Don Giulio sbatté gli occhi miopi. «Nome curioso».
«Vuol dirmi che non l’ha mai sentito?» «Non voglio dire questo. Ho sentito
questo e molti altri nomi».
«È intorno ai nomi che gira il mondo», disse Lazzari con un luccichio negli
occhi. «Almeno il nostro».
«È lei la persona a cui mio nipote si era rivolto?», gli domandò il prete.
«No...».
«Però gli ha parlato».
«Mi ha parlato lui, in un certo senso». Lazzari socchiuse gli occhi e rivide nel
riverbero del cortile schermato dalle palpebre il volto tumefatto del giovane e la
scritta S.E. disegnata con il sangue.
«A me invece hanno parlato di lei. Ha detto di chiamarsi Lazzari al telefono,
non è così?».
Il tono del prete era privo di malizia e non lasciava Il tono del prete era privo di
malizia e non lasciava intendere doppi sensi o minacce velate, ma Lazzari
nell’ultimo periodo era stato talmente immerso nel clima di cospirazioni creato
dal Colonnelo che non riuscì a non insospettirsi. «Chi le ha parlato di me?»
«Alcuni amici».
«Amici di che genere?».
Il prete non si indispettì per il tono scortese, ma indicò l’ingresso della
biblioteca. «Che genere di amici creda che possa frequentare qui? Studiosi, per lo
più».
«Che cosa le hanno detto?» «Che conosce molte cose».
Lazzari si rilassò e con voce sopita, quasi sconfitta, disse: «Tutto ciò che ho
imparato l’ho dimenticato».
Il prete parve incuriosirsi. Annuì, come se fosse d’accordo. «Mi sembra
esitante. Mi dica pure...».
Lazzari chinò la testa. «Sono qui per sapere la verità.
Perciò racconterò io per primo quello che so».
«Curiosa prassi».
«Ha un po’ di tempo?».
Don Giulio indicò la porta con un cenno. «Andiamo a sederci».
Lo scortò fino a un ufficio al secondo piano. Si sedettero a una piccola
scrivania ingombra di volumi, sedettero a una piccola scrivania ingombra di
volumi, tazze, penne e quaderni. Il resto della stanza, al contrario, era lindo e
ordinato come una sala operatoria, compresi gli altri due scrittoi a cui in quel
momento non era seduto nessuno.
Il prete accennò a una teiera in porcellana inglese.
«Deve esserne rimasto un po’. Forse è ancora tiepido.
Me lo porta un sacerdote dall’India ogniqualvolta torna a Roma. Ne vuole? In
tutte le aule della biblioteca è proibito introdurre liquidi, ma in questi uffici ci è
consentito».
Lazzari non l’aveva nemmeno sentito. Appena un’occhiata miope, come per
sincerarsi di averlo davanti, e cominciò a raccontare tutta la vicenda fin dal
principio, senza escludere nulla e senza capire se, mentre le gettava sul tavolo
come tessere, le parole componessero o invece scomponessero il mosaico di
quanto aveva scoperto.
Il prete lo ascoltò per tutto il tempo in silenzio. Al termine del racconto lo
interpellò per la prima volta: «Perché è venuto qui?».
La domanda colse di sorpresa Lazzari. «Ho creduto che fosse stato lei a
trasmettere il segreto a suo nipote Achille».
«È quello che avrei dovuto fare. Ed è ciò che «È quello che avrei dovuto fare.
Ed è ciò che avrebbe dovuto fare mio padre con me. Ma purtroppo l’unica cosa
che ho potuto trasmettere ad Achille è stata la storia del segreto, e forse sarebbe
stato meglio se non gli avessi mai fatto parola nemmeno di quella. Ma come
potevo immaginare che l’avrebbe condotto alla morte?», fece il prete. Quindi
aggiunse quasi sottovoce: «Forse, invece, avrei dovuto prevederlo, in fondo tante
persone sono morte a causa di quel segreto nel corso dei secoli.
Avrei dovuto semplicemente dimenticare, ma mi dispiaceva che la storia del
segreto andasse irrimediabilmente perduta. Vanità: forse la parola più abusata e
meno compresa dei giorni nostri. Vanità, nessuno se ne può considerare immune».
Lazzari era sempre più stupito. Si era aspettato un muro di silenzio e invece il
prete pareva disposto a confidarsi. «Quindi la Confraternita esiste davvero», disse
con un filo di voce.
Don Vento sollevò la tazza. «Ne è sorpreso? Se è arrivato fino a me non
dovrebbe esserlo affatto».
«Sono senza parole».
«È il punto a cui arriva ogni uomo, prima di capire».
«La Confraternita esiste e lei ne fa parte», insistette Lazzari, come per fissare la
realtà.
Lazzari, come per fissare la realtà.
«Sarebbe meglio dire che è esistita e che io sono ancora vivo per testimoniarlo.
La nostra famiglia, come alcune altre per la verità, ha custodito e tramandato il
segreto delle origini di Roma per molti secoli».
Il segreto. L’interrogativo intorno al quale aveva speso giorni e notti per sedici
anni e per cui aveva rischiato la vita insieme ad Artemisia. La domanda gli balzò
alle labbra, ma Lazzari non le permise di spiccare il volo. Non si sentiva ancora
pronto per sapere e, per timore o per voluttà, preferiva prolungare l’attesa. «Fin
dal primo giorno?».
Don Vento aprì un cassetto e tirò fuori un medaglione identico a quello che il
Lupo aveva ritrovato nella tomba a ipogeo presso Formia. «Mio nipote se l’era
fatto tatuare sul petto».
«Lo so», ammise Lazzari. E poi, in un mormorio appena udibile: «Lei sa
che...».
«Si è tolto la vita. Sì, come potrei non saperlo?».
Lazzari provò un senso di vergogna al pensiero di quanto fosse stato
preoccupato dalla Confraternita e dai suoi metodi apparentemente sanguinari,
finché aveva creduto all’assassinio di Achille Vento. Ecco la terribile congrega, un
prete di cinquant’anni minacciato dal senso congrega, un prete di cinquant’anni
minacciato dal senso di colpa. «È a conoscenza anche della scritta e del
veleno...».
Il prete annuì. «Il suo era sempre stato un interesse superficiale, ma qualche
nozione e alcune formule gli erano rimaste impresse. In un certo senso, si
potrebbe affermare che gli ho fornito abbastanza corda da...». Non riuscì a
terminare la frase. Indossò gli occhiali per nascondere le lacrime.
«Forse è meglio tornare alla storia», propose Lazzari.
«I compagni dei gemelli che assistettero alla fondazione giurarono di custodire
e tramandare il segreto ai propri discendenti: furono perciò chiamati patres
patriae, “padri della patria”».
«I primi senatori».
«Non solo divennero senatori, ma anche pontefici e membri della Confraternita
incaricata di occultare e tramandare il nome segreto della città. Quale
confraternita puoi immaginarlo».
«I fratelli Luperci», disse d’istinto Lazzari, pensando all’antica Confraternita
istituita proprio da Remo e Romolo.
«Non ti dispiace se ti do del tu?»«I frateli Luperci, non è così?», ripeté Lazzari.
Aveva quasi paura di non è così?», ripeté Lazzari. Aveva quasi paura di toccare il
ciondolo della Confraternita e si limitò ad accarezzarlo con la punta vacillante
delle dita. Non sarebbe stato capace di tenere una penna in mano, tanto tremava.
«Sì, è così», ammise il sacerdote con la voce che a mano a mano riacquistava
vigore. Era come se aspettasse da tutta una vita qualcuno con cui poter discorrere
di quegli argomenti, qualcuno che non lo prendesse per un folle. Le gote
risaltavano di un fresco rosa contro il turchese della montatura degli occhiali.
«Parliamo di una confraternita di cui perfino gli stessi romani ignoravano il
significato. Addirittura i più dotti tra di loro non riuscivano a decifrarne il mistero,
sebbene non cessarono mai di onorarla e di celebrarne la relativa festa».
Mille immagini e collegamenti esplosero nella mente di Lazzari. Doveva fare
chiarezza. «Ogni anno, il quindici febbraio, i fratelli Luperci sacrificavano una
capra presso il Lupercale, la grotta davanti alla quale si era incagliata la cesta con
i due infanti, Remo e Romolo. Con il sangue dell’animale i Luperci toccavano la
fronte di due giovani iniziati e poi gliela detergevano con un panno bagnato di
latte: a questo punto i ragazzi scoppiavano a ridere». latte: a questo punto i
ragazzi scoppiavano a ridere».
«Un rito di morte e rinascita riservata agli iniziati: prima segnati con il sangue e
poi bagnati con il latte», spiegò don Giulio.
«I Luperci, quindi, tagliavano a strisce la pelle della capra, e iniziavano a
correre nudi lungo un percorso prefissato intorno al Palatino colpendo la folla che
assisteva al rito, in modo particolare le donne», riprese Lazzari.
«Un rito di purificazione e fertilità. Erano lupi, mentre correvano intorno al
Palatino; ed erano capri, l’animale fecondatore per eccellenza, mentre colpivano
le donne.
Luperci, ossia lupi et hirci, “lupi e capri”, allo stesso modo di Fauno, il demone
protettore di Remo», chiarì don Giulio.
«Il più oscuro e completo rito latino».
«L’ultimo rito latino abolito dai papi», alluse il prete.
«Il primo a nascere, l’ultimo a morire».
Lazzari si sentiva a un passo dalla soluzione e decise di compierlo con estrema
cautela, quasi che temesse di scivolare proprio sul traguardo. E marcando le
parole, in modo da escludere qualsiasi fraintendimento, disse: «Erano quindi i
Luperci a custodire il segreto delle origini». origini».
«Così abbiamo modo di ritenere, anche se rimane aperta la questione del
metodo: se lo abbiano trasmesso oralmente o se fosse lo stesso rito a celare
l’arcano».
«E la sua famiglia discende da uno dei Luperci», disse con estrema lentezza
Lazzari come se si esprimesse in una lingua straniera e temesse di essere
equivocato.
«Sì».
«I suoi avi si sono trasmessi il segreto per secoli», riprese Lazzari, insistendo
con le domande mascherate da affermazioni.
«Sì», disse ancora il prete e quella semplice parola, carica di un’improvvisa
tristezza, gli rimase sula bocca come un taglio sanguinante.
Lazzari finalmente capì. «La catena a un certo punto si è interrotta», disse con
voce strozzata.
Nemmeno gli occhiali potevano mascherare le lacrime del prete. «Guerre,
migrazioni, carestie, malattie, ma più di ogni altra cosa debolezza di spirito. Il
nome è andato perduto. È rimasto soltanto il ricordo.
Custodiamo un guscio vuoto».
Lazzari si abbandonò contro lo schienale. La stanza sembrava ruotare attorno a
lui. Quell’uomo non stava mentendo. «Non lo troveremo mai più». mentendo.
«Non lo troveremo mai più».
«È quello che credeva mio nipote Achille. Ed è forse per questo che intendeva
venderlo».
Lazzari fu animato da un’improvvisa e inspiegabile premonizione. «Ma lei la
pensa diversamente».
«Non avevamo detto di darci del tu?».
La rivelazione di essere seduto sopra la verità investì in pieno Lazzari, che
balzò in piedi. «Il segreto è qui».
«Non qui», disse il prete toccando uno dei libri posati sulla scrivania. Poi,
sporgendosi per toccargli il petto, aggiunse: «Ma qui. Il segreto nascosto sotto il
Palatino è lo stesso nascosto nell’animo di ogni uomo».
«Che cosa sta cercando di dirmi?» «Che il più perfetto dei segreti è quello che
ogni uomo può svelare», rispose don Vento. «Nel nome Roma si nasconde una
scelta a cui tutti siamo chiamati».
Si scambiarono un lungo sguardo. I manoscritti e i volumi e i libri parevano
osservarli in attesa, forse di una parola.
«Roma o Remoria: non è questa la domanda», provò a indovinare Lazzari. «Ma
Roma o Amor? Odio o amore? È questo quello che vuole farmi credere? Che nel
nome mistico di Roma il fondatore abbia celato la scelta fondamentale che spetta
a ogni uomo?» fondamentale che spetta a ogni uomo?» «È una domanda a cui
tutti possono e devono rispondere», disse il prete e senza lasciargli il tempo di una
replica aggiunse: «Credo che tu conosca meglio di me le analogie tra la
fondazione di Roma e la Pasqua».
«Sì, sono numerose e innegabili, ma come giustificarle?» «O sono semplici
coincidenze, oppure, come credevano Eliade, Dumézil e tanti altri grandi studiosi,
la Rivelazione è una soltanto e ha riguardato tutte le civiltà fino a completarsi in
Gesù, l’unica Parola pronunciata dal Padre, che continua eternamente a ripeterla.
In quest’ottica Roma, la nuova Gerusalemme, ha un ruolo fondamentale, dal
momento che è stata destinata a divenire sede della Chiesa universale».
«Sono frastornato... Le sue parole vanno oltre il mio campo...».
«E quale sarebbe il tuo campo?» «La storia».
«La storia, certo, allora ascoltami. Soltanto due parole, nell’intera storia
dell’Occidente, non sono mai state scritte. E tu sai sicuramente di quali parole sto
parlando».
«Il nome proprio di Dio, per cui è stato usato il «Il nome proprio di Dio, per cui
è stato usato il tetragramma, e il nome vero di Roma», rispose Lazzari.
«E chi sa che non siano la stessa».
Lazzari attese qualche istante prima di replicare. «Mi sta dicendo che nel nome
segreto di Roma si nasconde il vero nome di Dio?».
Il prete sorrise. «L’hai detto tu».
Artemisia sobbalzò quando vide il numero sul cellulare. I ricordi, il dolore
intrecciato alla gioia, e anche qualcos’altro di indefinito la sommersero.
«Ennio, ciao. Come stai? Non ti ho mai telefonato per ringraziarti
dell’ospitalità che mi hai offerto a Milano il mese scorso».
«Ma figurati, per te questo e altro. A proposito... ti sto chiamando perché qui è
arrivata una cartolina indirizzata a te».
«Come è possibile?» «Pensavo di domandarlo a te».
«Perché dovrei saperlo?» «Magari hai lasciato questo indirizzo a qualcuno».
«Mai».
«Sarà, ma qui leggo il tuo cognome».
«Ti è arrivata via posta?» «Dall’università di Lima, Perú. Ti dice qualcosa?»
«Nulla».
«Ti leggo il messaggio?» «Sì, per favore».
«È firmato da un buffo nome, Antonio da Alba Docilia. Ti dice qualcosa?»
«Tutto», rispose di colpo Artemisia in un sussurro appena percettibile.
«Sei ancora lì?» «Leggi, ti prego», lo invitò Artemisia.
«Dice così: Antonio da Alba Docilia, mistico medievale, nato ad Alba Docilia
nell’anno domini 973, non ha più paura».
«Non dice altro?» «Niente. Ho controllato, per curiosità: non è mai esistito un
mistico medievale con quel nome».
Artemisia piangeva. Il nome non lo aveva mai pronunciato, ma il cognome sì –
e aveva di nuovo voglia di pronunciarlo. E non solo. Antonio da Alba Docilia...
Come aveva fatto a non capirlo prima? Con frenesia tirò fuori dalla borsa un
foglio e una penna e scrisse come se fosse questione di vita o di morte il cognome
Lazzari e poi, a fianco, il nome Antonio.
«Ora esiste», disse. Una lacrima le inumidì il labbro e «Ora esiste», disse. Una
lacrima le inumidì il labbro e lei accennò un sorriso. «...E io andrò a conoscerlo».
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