Nome file
030621SC1.pdf
data
21/06/2003
Contesto
ENC
Relatori
GB Contri
MD Contri
G Genga
G Pediconi
Liv. revisione
Trascrizione
CORSO DI STUDIUM ENCICLOPEDIA 2002-2003
IDEA DI UNA UNIVERSITÀ
ENCICLOPEDIA DEL PENSIERO DI NATURA
21 GIUGNO 2003
16° LEZIONE
TESTO INTEGRALE
MARIA DELIA CONTRI
INTRODUZIONE
Questo e’ l’ultima lezione del Corso. Sabato prossimo, 28 Giugno, ci sarà la giornata conclusiva, in
cui ci sarà la relazione di Giacomo B. Contri con un bilancio del lavoro fatto e l’indicazione di prospettive di
lavoro per l’anno prossimo.
Questa mattina parleranno Gabriella Pediconi, il cui corso è L’economia della salute; seguirà la
relazione di Glauco Genga il cui corso aveva come titolo Caso, necessità, imputabilità e si concluderà con la
relazione di Giacomo B. Contri, Diritto-profitto.
Con i lemmi caso, necessità, imputabilità, salute, diritto, profitto, tiriamo le fila del lavoro svolto
quest’anno nei vari corsi e sotto diversi titoli. Un lavoro che ha proseguito quello già svolto negli anni scorsi,
oserei dire nella messa a fuoco di una “buona novella”, attraverso un lavoro che quest’anno ha ruotato
intorno al concetto di “amore presupposto”, un concetto in qualche modo nuovo rispetto a quello di anni
precedenti. O comunque con una messa in rilievo particolare.
E qual è questa “buona novella”? È vero che c’è una colpa da cui salvarsi, rispetto a cui bisogna
salvarsi, c’è una questione di salvezza; ma meglio che una colpa c’è un senso di colpa da cui salvarsi: questa
è la grande novità freudiana rispetto a tutta una tradizione circa la colpa. C’è un senso di colpa da cui
salvarsi, non una colpa. Un senso di colpa che precede la colpa e anzi la causa. È il senso di colpa a produrre
l’odio, la malvagità, la distruzione e le colpe: peccati, reati.
A me capita ogni tanto in analisi di sentire qualcuno che dice: «il mio senso di colpa è stato suscitato,
che essendo io cattolico, dal senso del peccato» e a me viene da rispondere: «No, guardi. È proprio perché lei
non ha il senso del peccato che ha il senso di colpa. Se avesse il senso del peccato, non avrebbe il senso di
colpa». Perché il peccato come reato è sempre qualcosa di preciso e di determinato…
GIACOMO B. CONTRI
Sarebbe d’accordo anche il Papa.
MARIA DELIA CONTRI
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Dici?
Il peccato — non il Peccato — o il reato, è sempre qualcosa di preciso, di determinato, relativo a
un’azione a un atto specifico, ben previsto da un comandamento o da una legge. Il senso di colpa è ciò che
causa il peccato o il reato.
La “buona novella” è che non è vero che l’uomo sia incapace, per sua natura, di avere condotte
razionali secondo legge. La verità è un’altra: è che gli viene imposto un ordine, in vista di una condotta
razionale, in un modo tale — ecco il concetto di amore presupposto, che vuol poi dire “legame presupposto”,
rapporto presupposto, relazione presupposta — che è impossibile sottomettersi a questo ordine.
Il senso di colpa consiste in questo: che si diventa colpevoli di qualche cosa, di una sottomissione
che è impossibile. Questo è il senso di colpa. Quindi, non ha a che fare con una colpa particolare, specifica,
ben determinata, un’azione.
Si diventa colpevoli di qualcosa che è impossibile.
Non è che l’uomo sia incapace di farsi soggetto, di assoggettarsi alla legge, farsi soggetto di legge: è
vero però che il suo pensiero può essere tentato da una forma di ordine che non riesce a diventare legge.
Casomai se c’è una colpa ben determinata — e l’analisi deve portare a questo: questa è sì una colpa — è di
essere stati tentati da una forma di ordine che non può per sua essenza diventare legge; e non può diventare
legge perché non accede alla forma del diritto.
È solo un cenno, questo, non entro in merito e non argomento.
Una “buona novella” di tale genere è di tale portata che Freud stesso — e ieri sera al seminario di Il
Lavoro Psicoanalitico Raffaella Colombo ci ha proposto una rilettura del Disagio della civiltà, anzi il
“disagio nella civiltà” sarebbe il titolo esatto —, che pure è non dico lo scopritore di questa buona novella,
ma certo quello che la porta all’ordine del giorno, è timido su questo punto, su questa buona novella. Infatti a
una prima lettura del saggio Il disagio della civiltà Freud sembra quasi tentennare circa l’idea che ci sarebbe
qualche cosa nella natura umana tale per cui una volta che l’uomo entra, per il fatto stesso che l’uomo entra
nella civiltà, si civilizza, non può che produrre senso di colpa; sarebbe qualche cosa di necessario: non può
che avvenire così. A una seconda lettura più attenta e oltretutto che tiene conto dell’elaborazione di tutto il
pensiero freudiano, anche in quel testo Il disagio della civiltà, si vede bene che poi fa risalire la violenza
come la malvagità, l’odio, — che poi produce tutta una serie di delitti, ferocie, crudeltà — a un senso di
colpa che ha a che fare con il modo con cui si pensa di poter imporre l’ordine. L’ordine, in quanto pensato in
quanto imposto, non riesce a diventare una legge e quindi non può che produrre il senso di colpa che in realtà
non è che una deformazione dell’impossibilità di farsi ordinare la vita da un ordine così concepito.
Do la parola a Gabriella Pediconi sul tema Salute e salvezza.
GABRIELLA PEDICONI
SALUTE, SALVEZZA: CORREZIONE
Il titolo di questi pensieri, per ora conclusivi, è Salute, salvezza, correzione con l’intento generale di
riprendere il nesso di cui parlava Maria Delia Contri adesso, salute-salvezza, che è stato citato da lei ogni
volta che abbiamo parlato di economia della salute. Questo nesso, tanto è decisivo, fino a non poter dire
niente di quello che io e altri andiamo dicendo sulla salute, quanto è assente nel panorama dei discorsi
correnti sulla salute, di cui possiamo sentire, possiamo leggere. Per chi frequentasse gli ambienti “psico” si
sente parlare di una novità, della psicologia della salute.
Ciò di cui diciamo qui si connota per non essere quella o una psicologia della salute. Qui si fa e si
parla di economia della salute. Per me che frequento anche ambienti “psico” è una grossa connotazione.
Questa assenza, l’assenza di questo nesso, come poi proverò a dirvene, ve ne dirò anche come
precisa opposizione, proprio a questo nesso salute-salvezza. Quindi, opposizione alla salus. Freud l’ha
registrata più volte come resistenza alla guarigione.
Comunque, ho approfittato anche dei suggerimenti di Giacomo B. Contri.
2
Eredità, corpo, partner e poi lavoro da tutte le parti: lavoro come generazione, lavoro come
investimento, lavoro come trattamento, quindi profitto. Questa è la forma che più volte abbiamo visto; altre
volte scritto con S, A, Aq, Au. Sappiamo essere la forma, corrisponde alla frase: «Allattandomi mia madre mi
ha eccitato al bisogno di venire soddisfatto per mezzo di un altro» e volevo proporre altre frasi formate così.
Frasi in salute:
«Quando ti ho sentito parlare mi hai fatto venire la voglia di sapere dove abiti».
«Quando mi hanno parlato di te mi è venuta la voglia di conoscerti».
«Quando ci hanno presentato ho pensato di invitarti a cena».
«Sentendoti parlare mi è venuta la voglia di diventare tua amica».
Ma una volta preso l’esercizio, diventa un esercizio di salute. Trovare, cercare, pensare frasi così
formate. Formate con eredità, corpo, partner. In questo caso eredità e partner specificano l’universo per il
soggetto che ne approfitta: corpo.
Quindi, si potrebbe anche scrivere S-A anche C-U, corpo-universo, cioè i cui agenti, eredità-partner,
se ne fanno costituenti-costituiti.
Punto qualificante è il corpo, perché non siamo angeli. Anche Dio si è guadagnato un corpo e se lo è
tenuto ben stretto. Questo diventa annotabile nel pensiero di Cristo. Diciamo che questa mattina io userò
pensiero di Cristo, pensiero di Freud, pensiero di natura, questi statuti.
Nel pensiero di Cristo il guadagno del corpo diventa una annotazione, fino a pensare che lui ci stava
così bene da volerci rimanere: rimanere nel corpo.
E questo guadagno perfeziona persino il pensiero di Freud. E infatti sappiamo che Freud non è ostile alla
Rivelazione, anzi. Se la prende con quelli — monoteismo, come nella prima lezione — che costituiscono una
religione come opposta alla possibilità e al pensiero della Resurrezione.
Attraverso questa forma noi parliamo di salus, salute e salvezza.
Ho già detto che non è psicologia della salute. Salus vuol dire anche che conosciamo la salute per mezzo
della correzione.
Mi veniva da dirlo anche così: la salute è in due tempi. Il bambino inizia in salute, coistituisce la forma
dell’esperienza di beneficio, gode di una buona economia. Tale buona economia comprende, prevede la
difesa. Quindi, il bambino sa difendere la propria legge che è anche voglia di ottenere il beneficio nelle
condizioni che gli si presentano.
Questa stessa economia, però, non comprende l’angoscia; non la prevede e quindi quando il bambino
si ritroverà nell’angoscia ci sarà crisi economica. L’angoscia inaugura la crisi economica e pretende una
risoluzione.
La crisi economica, il primo tempo della salute, ha uno stop.
Il secondo tempo della salute è anche la storia della guarigione, il tempo della salus.
È Freud in Analisi terminabile e analisi interminabile ad annotare che lui si ritrovava a fare rispetto
ai suoi pazienti non solo la storia della loro malattia, della malattia di ciascuno, ma anche la storia della loro
guarigione.
Quindi, si può fare storia della malattia, si può fare storia della guarigione. Ma che cosa resta della
salute nel tempo della crisi?
Resta la nevrosi, cioè quel compromesso che mantiene la forma della salute sotto rimozione, come si
dice: «sotto controllo», «sotto custodia», «in gabbia».
E che cosa aggiunge il secondo tempo al primo, posta la salute in due tempi?
Il secondo tempo perfeziona l’economia della salute circa il nemico, l’errore, la sua correggibilità.
Inoltre — e questo mi è sembrato rilevante — il secondo tempo mette a disposizione quel primo tempo
rimasto sotto rimozione durante la crisi economica. Quindi è il secondo tempo a metterci a disposizione il
primo tempo che altrimenti resta inutilizzabile. Se non sotto rimozione, in forma antieconomica, il ricordo
del mio passato, anche nella crisi economica. Ma me ne ricorderò e lo userò, ne approfitterò poco nelle
forme: «Continuo a perdere perché da piccolo mi hanno fatto un torto». Quindi, non che non resti niente del
primo tempo, ma in gabbia resta la sua forma anti-economica. Il secondo tempo ce lo rimette a disposizione,
come si dice: «Mettere a disposizione le risorse», quelle che erano anche nel primo tempo. Ne risulta sanato,
salvato, corretto.
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1. Statuto
Dico adesso che i passaggi che pensavo di fare erano quattro. Questo il primo, che io ho chiamato
Statuto. Gli altri sono: Il nemico, Angoscia-difesa, Amico e parlerò della correzione.
Questo statuto che ho provato a mostrarvi anche corretto, nella forma che vedete nel lucido, è uno
statuto logico e trovate “lavoro” da tutte le parti. Io provo a dire così: una trinità di lavoro.
Ho già detto qui — ed è una cosa su cui sto lavorando — che per mantenere due posti ci vogliono
tre, perché quei due posti non sono due universi, due mondi che si incontrano o che si scontrano. Infatti, fino
a «Io-tu» posso ancora pensare “sostituzione”, “eliminazione”, “parricidio”, Freud.
Allora, l’Edipo di Sofocle era un bambino adottato, figlio, in quanto adottato, erede legittimo: aveva
un trono a sua disposizione e quindi era un erede: poteva andargli bene.
Infatti, la crisi che cosa tocca? Tocca proprio la sua posizione di erede, perché lui non sa e non vuole
saperne. Ma quando commette il parricidio? Non quando ammazza Laio questo sconosciuto che passa ed è
pure antipatico, così almeno la figura è come si presta ad essere pensato nella tragedia.
Ma quando vengono a dirgli che il suo trono è ormai pronto per essere ereditato, perché suo padre è
morto e lui può tornare sul suo trono, lui dice: «No». Eccolo il parricidio! Non quello per la strada, ma
questo.
Lui ha ucciso il Padre per potersela poi vedere, e male, con un altro-un’altra. Quindi, per tornare poi a «Iotu».
Nell’Edipo, che qui chiamiamo “iniziale” — e non è quello di Sofocle — per fare un rapporto, un
moto, ci si attrezza con una legge, cioè si costituisce una legge, una economia che va bene con l’universo,
quindi eredità e partner. La tragedia pretende di sostituire la legge, offendendo la fonte della legge, cioè
dicendo che quella che il bambino ha pensato non può essere — come diceva Mariella — una legge per
l’universo.
Mi sono chiesta se — e questa è una questione di rimando a Giacomo B. Contri — se qui, su questa
forma, si può scrivere: «Ama il prossimo tuo come te stesso» così che ne risulti il “come” — «ama come» —
come giuridico, ovvero segnala il trattamento di te stesso secondo la legge del beneficio da cui ne viene il
vantaggio di amore per gli altri, cioè del trattarli secondo la medesima legge.
Così che il “come” possa correggere l’imperativo dell’«ama» e mettere il comandamento al posto del
comando. Salvare il comandamento.
Il comandamento potrebbe risultare: «Giudica amando e ama giudicando».
Ho pensato che anche S. Paolo dice: «Fatevi miei imitatori come io lo sono di Cristo».
Quindi, questo «come» giuridico non è una uguaglianza, ma una trinità di lavoro.
Nel porre la salute come salus noi troviamo alcuni amici: Gesù e Freud. Freud almeno nel senso che
la salute è frutto di un lavoro. Freud dice: prima pulsionale, costituzionale, poi analitico, secondo tempo.
Il lavoro analitico, quello con il divano, è della stessa stoffa del lavoro di pensiero già proprio del soggetto
dall’infanzia.
E anche nel malato più grave — come ieri sera ricordava Raffaella Colombo — il pensiero non scompare
mai, cioè se ne mantiene una qualche risulta. Non ci si può mai dire incapaci di ricominciare a pensare.
Avevo idea, in questo primo paragrafo che ho intitolato Statuto, di fare un excursus anche nei nostri
testi sul nesso salute-salvezza.
Vi suggerisco soltanto di andarveli a riprendere, di andare a riprendere i nostri testi che sono una
miniera da questo punto di vista.
Per esempio, Università. Ri-capitolare, A non è non A: ci sono diversi passaggi in cui possiamo
ritrovare l’elaborazione di queste idee.
Leggo solo da Aldilà qualcosa che mette in rilievo una specie — perché poi si trovano amici — di questo
lavoro che facciamo:
In questo scorcio di fine XX secolo nessuno avrebbe potuto parlare così anche solo un secolo e
mezzo fa, perché ancora non era stato dato di poter pensare alla salute psichica come tutt’uno
con il concetto di salvezza. Stiamo lavorando a ricomporre questa divisione che si nutre anche del
fatto che la parola “salvezza” è diventata, persino per i credenti, oscura e confusa.
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Non c’è sapere sulla salvezza e l’idea stessa di promessa è totalmente svuotata. Quando il
contenuto della parola “salvezza” equivale alla frase: «Io non lo so, ma lui lo sa», la stessa
relazione con Dio risulta alquanto bizzarra, perché in questo caso il domandante non sa neppure
che cosa domanda. L’idea di domanda, invece, comporta quella di sapere, compreso
eventualmente il sapere di non sapere domandare, che non ha nulla, il sapere domandare un
aiuto quanto alla formula di domanda da adottare. [1]
2. Il nemico
Quindi, in questo lavoro al nesso salute-salvezza mi sono chiesta e vi propongo: qual è il nemico.
Brevemente direi così: il nemico è il simbolico, il concetto di simbolico che arriva a formulare l’inganno
peggiore come: il nemico sarebbe il simbolico.
Andando a guardare il Dizionario di psicologia di Galimberti viene all’occhio che il lemma
“correzione” non c’è; il lemma “salvezza” non c’è; il lemma “salute” c’è come: «Condizione di piena
efficienza funzionale che nell’uomo comprende anche le funzioni logiche. Tale condizione varia con le fasi
della cultura e non può essere tipizzata in modo definitivo. Il concetto di salute va distinto da quello di
norma, i cui parametri sono definiti dai sistemi di riferimento adottati».
«La salute è più della semplice assenza di malattia»
«Se è specifico dell’uomo essere al mondo per decifrarne i significati, attraverso un sistema di segni,
ogni compromissione di questa capacità di lettura investe globalmente il suo stato di salute che ha dunque
riferimenti non solo organici, ma anche culturali».
Parliamo della salute ma non diciamo insomma che sia una norma; è una posizione che io definisco
anti-giuridica come ho fatto anche nella prima lezione.
Anche in un altro suo testo, Idea: il catalogo è questo, Feltrinelli, si occupa anche — ci sono diversi
lemmi — di psicoanalisi. Non rifaccio tutto il percorso: dico solo che, a proposito di simbolico, che lui vuole
mostrare che nevrosi, follia, dimorano nel territorio del sacro, dove non è possibile vaglio critico, «perché ciò
che li si manifesta è in palese contraddizione, è un entusiasmo fuori misura, la cui unica espressione è il
grido».
Posto che la psicopatologia è il sacro — ne ha parlato anche Giacomo B. Contri in uno dei suoi
interventi — noi possiamo anche lavorare con queste persone. Dal lavoro ne risulterà soltanto che ne viene
contenuta la nostra angoscia. Quindi, il lavoro serve solo per sedare l’angoscia, per seppellire l’angoscia.
Perché si vede bene qual è il punto a cui lui si oppone. Lui infine dice: «Non ci illudiamo di poterne
fare qualcosa della psicopatologia, di poterne in qualche modo approfittare».
«A questa salvezza vorrei arrivassero le folle degli psicologi troppo ipnotizzati dalle figure della
guarigione, del benessere e della salute che altro non sono se non i cascami di quella categoria religiosa che
un tempo abbiamo conosciuto sotto il nome di salvezza. Forse il dolore, quello più alto, il dolore della
contraddizione è la dimensione più autentica dell’uomo, la casa dell’uomo, a cui non sono promessi cieli
nuovi e nuove terre». E malinconia fu.
Questo è un attacco frontale e lo sapeva già Freud quando, in tanti scritti continuava a distinguere tra
psicoanalisi, psicoterapia, educazione. Si è dato da fare in diversi scritti. È una distinzione che lui sentiva
capitale, quindi fondamentale, nel lavoro con gli altri del Mercoledì, con i suoi collaboratori, in cui ritrovava
questa opposizione; in particolare prendo la distinzione tra psicoanalisi e psicoterapia: dico soltanto che lui
approfitta così per mettere il punto su questo nesso a cui stiamo lavorando questa mattina, salute-salvezza.
Approfitta delle testimonianze di una persona che ha sperimentato un percorso analitico e poi è passata alla
psicoterapia.
Leggo da Per la storia del movimento psicoanalitico che è del 1913.
Dice il paziente:
Questa volta — con la psicoterapia — neppure l’ombra di una considerazione del passato e della
traslazione. Dove credevo di afferrare quest’ultima, essa veniva spacciata per mero simbolo della
libido. Gli insegnamenti morali erano molto belli e io vivevo attenendomi fedelmente ad essi, ma
senza procedere di un passo. Questo per me era ancora più spiacevole che per lui, ma che ci
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potevo fare? Anziché la liberazione analitica ogni seduta implicava enormi compiti dal cui
adempimento veniva fatto dipendere il superamento della nevrosi, la concentrazione interiore
mediante introversione, ad esempio, o l’approfondimento della vita religiosa o la ripresa con
amorosa dedizione della vita in comune con mia moglie. Ero al limite delle forze, perché si mirava
davvero a una radicale ristrutturazione di tutto quanto il mio essere interiore. Abbandonai l’analisi
come un povero peccatore contritissimo e nutrito dei migliori propositi, ma in preda altresì al più
profondo scoramento. Ma quel che egli raccomandava (lo psicoterapeuta) me lo avrebbe
consigliato un qualsiasi pastore, ma donde attingere la forza?
Quindi, Freud approfitta di questa testimonianza per dire che non si può ridurre, che non si può
scivolare sull’educativo. O meglio che lo scivolamento sull’educativo è una riduzione.
esiste.
Sempre attorno al nemico, il simbolico arriva perfino a dire che il nemico è simbolico, e quindi non
Pensando alla storia del pensiero come ortodossia, ortodossia della salute, il nemico fa, si presenta
come eresia. Qual è l’operazione eretica? Intanto l’ordine simbolico comincia a dire che gli ordini sono due, i
mondi sono due, gli spazi sono due.
Noi abbiamo detto che i tempi sono due. Qui si dice che gli spazi sono due. Poi c’è la questione del
mettersi d’accordo. Intendersi, una volta posto che i mondi sono due, diventa impossibile. Allora, si ricorre a
un pensiero senza univocità, cioè almeno ci si può intendere quando accade una specie di miracolo. Può
essere chiamato sintonia, empatia, magia, il mistero, lo specchio. Tuttavia una univocità passeggera e che
lascia un vuoto rispetto a che legge, quale legge per due corpi?
Per due tempi, che non sono due universi, ma sono due soggetti.
Nel giudizio c’è lavoro di universo, cioè un lavoro per intendersi che è innanzitutto un lavoro di
lingue, un lavoro di lingue come un lavoro d’amore.
Quando lavoro di lingue non lavoro per necessità, ma per guadagno; non per bisogno, ma per
desiderio, perché niente lo vieta e niente lo causa.
Ho ritrovato questo in un felice lapsus di una persona che viene da me e che volendo dire: «Volere è
potere» ha detto: «Potere è volere». Ha ripreso il suo posto lasciando all’altro il posto del volere.
Nell’attacco frontale fra giudizio e simbolico che noi annotiamo, registriamo, tipo le letture che io
sto provando a fare questa mattina, è il simbolico a dichiarare guerra al giuridico, che oltretutto già costituito
lo precede. È una particolare forma che mi risulta rilevante di questo attacco è quello che io chiamo
passaggio educativo. Uno scivolamento che vorrei dire “dolce”. È capitato anche al tempo di Freud nella
psicoanalisi. Hanno cominciato a pensare di fare le scuole e gli asili psicoanalitici e quindi hanno cominciato
a pensare utopicamente. È impossibile fare una scuola psicoanalitica, un asilo psicoanalitico, un’educazione
psicoanalitica. Se proprio volessimo ammettere la possibilità di avvicinare psicoanalisi ed educazione
potremmo pensarla già fatta, come si dice in questa forma: «È fatta», come dice il bambino: «È così».
Possiamo pensare a questo nesso là dove ci siano due o tre che hanno potuto riformare il proprio pensiero.
Quindi, che ne fanno pratica ordinaria. Questo scivolamento che io trovo “dolce”, e lo dico con i brividi,
perché mantiene i toni alti dei discorsi morali, e qui faccio solo riferimento all’ultimo testo che è di Umberto
Galimberti, I vizi capitali e i nuovi vizi, edito da Feltrinelli.
Dopo aver registrato il fatto che, secondo lui, con Freud i vizi sono stati tolti dalla morale e messi in
uno statuto speciale, quello della psicopatologia, propone come soluzione l’educazione psicologica, cioè
un’educazione emotiva preventiva che preserverebbe i giovani dalla perdizione.
C’è un passaggio in Università. Ri-capitolare, dove si specifica, cioè si distingue correzione da educazione.
Si tratta di annotare, anche rispetto al nemico, perché come dice Ireneo di Lione, nel suo trattato contro le
eresie, fino a quando la bestia resta nel bosco — e qui ci richiama qualcosa che abbiamo sentito la volta
scorsa — può forse fare paura. Ma se noi tagliamo gli alberi e la bestia si vede, ci possiamo attrezzare per
combattere e lui dice che la confutazione diventa un esercizio. Un esercizio facile, più facile.
Ma perché parliamo del nemico parlando della salus? Perché il lavoro di correzione ci dice che
individuare il nemico è un passaggio felice e fa parte di questa scoperta la considerazione è nemico è logico,
è nella logica che lo troviamo, cioè lo troviamo sotto forma di teoria; teoria cui resta succube, soggiogato,
anche colui che ce la impone. La mamma del piccolo Hans è la prima offesa dalla teoria fallica che propone,
che propaganda con insistenza. La mamma già offesa, offende. Quindi, l’offesa dei padri che ricade sui figli
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individua la trasmissione della nevrosi. Poi con la correzione possiamo dire che individuando il nemico come
logico, diciamo che ne possiamo riapprofittare nella correzione come meriti.
3. Angoscia-difesa
Il terzo passaggio è intitolato Angoscia-difesa.
Abbiamo detto nemico come teoria, nemico logico: l’offeso offende. Infatti, pensando ancora allo
scambio tra Hans e la sua mamma possiamo annotare che la salute del bambino mette in difficoltà la nevrosi,
la patologia dell’adulto. Per un momento la salute interpella con forza. La forza logica sta dalla parte della
domanda di Hans. Vi propongo un altro esempio, della salute che mette in difficoltà la nevrosi, che non
sapendo che fare, popone la teoria, perché non sa dire della propria angoscia in cui si trova, in seguito alla
domanda di Hans.
Un altro esempio. Una bambina chiede alla sua baby-sitter: «Cosa vuol dire vergine?». Imbarazzo
della baby-sitter. Comincia a dire: «Io non sono la mamma; come faccio a rispondere a queste cose?». È
imbarazzata dal contenuto logico della domanda.
Risposta: «Una che non ha mai avuto il fidanzato». È una risposta da mamma del piccolo Hans. La
mamma del piccolo Hans alla domanda: «Ma tu ce l’hai il fapipì?», risponde: «Certo! Ma che domande
fai?»: teoria fallica, sesso unico.
Qui suona: vergine, cioè una che non ha mai avuto il fidanzato. Se ne deduce che solo continuando a
non averlo — zitella — potrà restare vergine. Se ne avrà uno perderà la verginità. Quindi la verginità diventa
fallica: o si tiene o si perde; indipendentemente dal valore che si riconosce alla verginità, per via logica se ne
fa una obiezione antieconomica: prendere o lasciare, zitella o prostituta. Ed è una condizione che nella
nevrosi si ritrova spesso. Quindi, cosa avreste risposto alla bambina?
Individuare la teoria fallica vuol dire difendere il corpo, quindi anche Uomo-Donna in quanto uomo
e donna.
Sempre leggendo Ireneo di Lione, lui difende il concetto di incarnazione delle eresie gnostiche che
trattavano il corpo come “carne da innesto” (come dico io).
Noi diciamo innesto della teoria fallica, passaggio alla teoria fallica. Lui individuava nelle eresie questo
innesto come la storia dell’impossessamento del corpo di Gesù — uno qualsiasi — da parte di un ente
superiore.
Questa difesa quando incontra l’angoscia mostra la sua incompiutezza. Abbiamo sentito qui da
Mariella Contri questa espressione: la costituzione iniziale è incompiuta, mancano le norme per difendersi
dai nemici.
Io mi associo dicendo che manca lo stesso concetto di nemico. C’è il concetto di beneficio-maleficio, non di
nemico.
Il bambino può pensare: «La mamma è cattiva», ma non può pensare che la mamma lo vuole cattivo,
la vuole cattiva (zitella-prostituta), cioè che la mamma si metta contro la sua legge di beneficio che era bene
anche con quella mamma. Mantiene, il bambino, il giudizio sull’atto, ma non sull’altro.
Abbrevierò questa annotazione, a proposito di angoscia-difesa. Mi è capitato più volte di avere a che
fare con questa frase: «Le cose si fanno bene quando si sa perché si fanno». Trovo che il perché, perché si
fanno, in questa frase aggiunge la necessità di una giustificazione.
Questa aggiunta avviene dopo una messa dell’atto nella illegittimità. Cioè, non basta la legge con cui
tu lo fai: serve dire perché lo fai. Quando un atto è legittimo da primo diritto non ha alcuna necessità di
aggiunte, per esempio discorsive. Mi vanno le ciliegie, mangio le ciliegie. Annoto l’atto. E annotando l’atto
annoto lo statuto dell’atto. Quindi, pensiero attuale. Una annotazione compiuta è un’annotazione doppia, cioè
un’annotazione per due: chi mangia, chi annota. Perché mangi le ciliegie? Mi piacciono. Allora uno può dire:
«perché ti piacciono?». Ma questa domanda è un tranello, in quanto prevede di subordinare il giudizio di
piacere, cioè il mi va, all’idea di una causa del moto, che non sia annotabile con il moto stesso ma va
specificata. Questa annotazione si può estendere anche al lavoro e mette in gioco il rapporto tra prima e
seconda Città.
Per esempio, vado a scuola. Il fatto di prendere un brutto voto non tocca il mi va di andare a scuola.
Può andarmi di andare a scuola anche se ho preso un brutto voto. Viene dopo l’accadimento per il quale se
prendo brutti voti non mi va più di andare a scuola. Qui c’è stato un passaggio all’illegittimità.
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Questa economia anti-economica, quindi con un passaggio all’illegittimità del perché lo fai, è
l’economia dell’angoscia.
Mi resta questa questione che sottopongo: di specificare quale economia dell’angoscia, quindi come
trattare l’angoscia senza sedarla, qual è il senso pratico dell’angoscia o anche che economia resta in assenza
di costituzione o nella crisi della costituzione.
4. Amico
Amico, ovvero come trasformare la patologia in materia prima, in semilavorato. Si dà il caso
che la psicopatologia porti frutto? O anche, quali conclusioni salvano?
Per esempio, in Analisi terminabile e analisi interminabile Freud si occupa di questo, di quali
conclusioni dell’analisi sono conclusioni di salute-salvezza. Non tutte le conclusioni, non tutte le
interruzioni, non tutti i non vedersi più in un modo, con il divano.
La conclusione produce salvezza quando il giudizio riporta l’Altro nella partnership. Quindi, se mi
hai fatto un torto e non ti parlo — sanzione — può risultare ancora un giudizio imperfetto. Imperfetto in che
senso? Resto, anche se parzialmente, impegnato a mantenere pur parzialmente una condanna — sanzione —
sottraggo quindi il pensiero alla partnership mantenendo il “non ti parlo”. In che cosa può risultare imperfetto
(«Mi hai fatto torto, quindi non ti parlo?»)?
Gli manca la castrazione, la castrazione dell’affetto attivo di quel torto, del metterci del mio a
mantenere un affetto attivo di quel torto.
Freud in Analisi terminabile e analisi interminabile occupandosi di guarigione non può occuparsi di
resistenza alla guarigione e dice: «Viene trascurato il criterio economico. Privilegiamo più altri criteri per
dire di che si tratta quando si tratta di guarigione” e lui poi arriva a ipotizzare la castrazione come un buon
punto di arrivo, un punto di cui si può approfittare. Si trascura il punto di vista economico, «Perché di salute
si può parlare soltanto in termini metapsicologici», cioè andando a vedere come, quando e dove è stato
offeso il pensiero, quanto è stato offeso, su che cosa è stato offeso.
Infatti, come trasformare la patologia in materia prima? C’è il caso in cui la psicopatologia porti
frutto?
La mia proposta è sì, con il trattamento dell’errore. Si chiama correzione. Questa, che adesso ho
provato ad annotare in Freud è un trattamento dell’errore.
Nel pensiero di Cristo che trattamento dell’errore troviamo? Qui sono soltanto flash, quattro flash:
1) «Lungi da me, satana!»: ovvero giudizio-sanzione.
2) «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi»: c’è una sentenza.
3) «Vengo a casa tua»: partnership, riforma.
4) «Porgi l’altra guancia»: ovvero, vieni in piazza. La sanzione come lavoro di correzione che ricostituisce
l’universo.
Quando si parla di correzione la si avvicina ad educazione — quello scivolamento di cui dicevo
prima — e educazione e guida: corretti, cioè guidati. La correzione dice che riguarda un errore, riguarda la
correzione di un errore.
Con la correzione dell’errare non più le colpe dei padri ricadranno sui figli: trasmissione delle nevrosi. Ma
l’aver individuato le colpe ne farà un merito, cioè un materiale semiconvertito di cui si può approfittare.
Poterne approfittare mi ha fatto pensare a Giacobbe che porta il segno dell’incontro con Dio. Ed è del tutto
ovvio che Giacobbe non è Dio. Se non fosse segnato ci sarebbe la tentazione di metterlo al posto di Dio visto
che ha avuto a che fare con Dio.
Invece lui, segnato, non è Dio, non è un dio, né vuole esserlo. E così l’amico. Se togliamo il
“segnato” sarà più forte la tentazione di costruirgli un piedistallo per imbalsamarlo.
Adesso tre idee finali.
Salute-salvezza come serbare, meditare, curare la chiamata alla legge, cioè alla vocazione alla
soddisfazione - pensiero di natura.
O anche: giudizio senza obiezione, cioè quel giudizio che non fa, non produce, non costruisce, non
chiama gli altri all’obiezione. Una critica che fa procedere.
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Infatti, l’odio non è difesa dal nemico ma è un tranello: si scende sul suo campo. La difesa è il
giudizio e in questo giudizio può tornare a prendere posto anche la parola amore.
La salute su cosa si appoggia? Su cosa poggia il rapporto? O anche l’amicizia? La forza del rapporto
è la sua legge.
Ah… Cosa vuol dire vergine? Una da sposare.
GLAUCO GENGA
IL CASO, LA NECESSITÀ, L’IMPUTABILITÀ
Il mio intervento di quest’oggi riprende il tema dell’imputabilità che di fatto abbiamo già trattato,
oltre che già toccato dagli interventi di numerosi colleghi, ma che ho già introdotto alla fine dello scorso
anno con due interventi sulla dottrina della rimozione-ritorno del rimosso e sulla vera colpa del senso di
colpa.
Non riproduco il lucido anche questa volta, però lo riassumo, come avevo diviso la trattazione del
tema imputabilità all’interno del lavoro enciclopedico e avevo accennato a febbraio di quest’anno a quello
che potrebbe essere la linea guida o il progetto di stesura dell’articolo, del libro. Quello cioè di connettere il
concetto di imputabilità ad una trattazione della storia universale del diritto.
Credo di non sbagliarmi se dico che una storia universale del diritto non è stata ancora scritta da
questo punto di vista, nel senso che dopo che abbiamo potuto introdurre l’idea di un primo diritto, pensiero
di natura, si aprono i giochi per ripensare anche che cos’è il diritto moderno e per la definizione del quale i
giochi non sono ancora chiusi. Ma l’introduzione del pensiero di natura apre anche la possibilità di ripensare
il diritto statuale.
A questo scopo ho riprodotto quell’articolo di Giacomo B. Contri del 1997, Il beneficio
dell’imputabilità, che ora io non riassumerò. Però vi invito a leggerlo e sabato prossimo certamente ne
porterò altre copie, dove appunto si traccia l’idea di questo progresso, di questo guadagno comportato,
portato dalla psicoanalisi, vale a dire si parla dell’esistenza di una imputabilità senza corpo nel diritto
statuale, dell’esistenza di un corpo senza imputabilità nella medicina e quindi — terza disciplina di cui
possiamo affermare l’esistenza soltanto dopo Freud — con la psicoanalisi di un corpo individuato come
imputabile nella sua malattia come nella sua guarigione. Imputabile accanto ad altri.
Non riassumo l’articolo. Riassumo brevemente dei passi o dei nessi che qui sono già stati accennati,
da quello che ho potuto ricostruire dai miei appunti, soprattutto in interventi di Giacomo B. Contri. Per
esempio, la coincidenza, l’eguaglianza fra libertà e imputabilità, in febbraio, quando parlai di Kelsen.
Ricordate l’asserzione forte di Kelsen che abbiamo fatto nostra: non si effettua un’imputazione nei
confronti di un uomo perché egli è libero, ma un uomo è libero dal momento in cui nei suoi confronti si
effettua un’imputazione. Cioè, c’è un rapporto di precedenza: prima viene il nesso imputativo, dopo di che
si può parlare di libertà.
Giacomo B. Contri quella volta, nel suo commento disse: «Risulta una correzione a Kelsen; anziché
un rapporto di successione, da imputabilità a libertà, l’identità del concetto. Ma piuttosto preferiamo l’errore
di inferire la libertà dall’imputabilità piuttosto che inferire l’imputabilità dalla libertà. Perché se prima viene
la libertà non ce n’è per nessuno. Non c’è santi che tengano».
Potrebbe essere una teoria pericolosa per ciascuno far discendere la libertà da qualche riflessione
metafisica, in modo un po’ misterioso, per poi considerare l’uno e l’altro degli individui come imputabili.
Un altro nesso, però, è stato affacciato sempre a proposito di imputabilità: l’eguaglianza veritàimputabilità. «Verità di un discorso», aggiungeva Giacomo B. Contri.
Quando fra poco prenderà la parola potrà correggere o aggiungere qualcosa a quello che dico. C’è
verità se l’autore di un discorso non si chiama fuori dal rapporto. Il discorso può essere qui comodamente
inteso sia come discorso parlato, sia come legame sociale. Non vedo distinzione o distanza fra le due
accezioni, dopo aver raccolto l’eredità freudiana per cui si può parlare di pulsione, di pulsione fonica in
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particolare. C’è verità se l’autore di un discorso, cioè l’altro che mi si rivolge, mi implica nel suo moto a
soddisfazione, non si chiama fuori, ma accetta o mantiene il posto dell’imputabile in cui egli stesso si pone
rivolgendomi la sua offerta. Quel che si dice: trattarsi da persone serie.
Allorché l’altro si chiama fuori, si rende irreperibile, accade che al suo posto il soggetto si imbatta
invece in una teoria.
In questi due anni sono stati molti i contributi che hanno parlato della teoria dell’amore presupposto.
È un dispositivo introdotto precisamente per elidere l’imputabilità dell’altro, per non farsi trovare come
soggetto, per farsi trovare come compagno rispetto al soggetto.
Un terzo rapporto di uguaglianza è soggettività-imputabilità. Il nesso imputativo è fondamento e
fattore costitutivo di un soggetto perché ne inaugura, favorisce e addirittura auspica l’attività legislativa e
giurisprudenziale di quel soggetto. Questo è un po’ il tema dell’inizio, per come l’ho preso io, il Corso che
abbiamo svolto in questa sede due anni fa.
Accostare queste tre uguaglianze porterebbe a parlare d’amore. Amare inteso non come sentimento,
non come uno stato, una condizione dell’uomo, ma come diritto, il primo diritto che non aspetta
autorizzazioni da altra e diversa fonte rispetto al rapporto con l’amante. E in parte di questa mia relazione
accennerò al confronto fra questi due diritti. Non possono infatti essere speculari. Non possiamo attenderci,
né sarebbe logico, che il primo diritto, il pensiero di natura, corrisponda punto per punto al diritto statuale o
viceversa.
A me pare, per come ho compreso, che sarebbe un errore banale perché sarebbero l’uno la fotocopia
dell’altro. Dobbiamo trovare in che cosa i due diritti possono essere chiamati ugualmente diritto o anche in
che cosa si distinguono, si differenziano.
Una storia del diritto è da scrivere; una storia del concetto di imputabilità è da scrivere. Non sono un
cultore della materia in senso professionistico, ma accenno a quelli che mi sono sembrati degli snodi
fondamentali per le letture che ho fatto. Ricordo di aver citato innanzitutto Kelsen nel febbraio scorso
quando diceva della precedenza storica del principio di imputabilità rispetto al principio di causalità nella
storia dell’umanità: che nella natura esistono rapporti di causa-effetto è stato scoperto dalla scienza. Quindi il
principio di causalità è molto recente. Mentre presso i primitivi era in vigore il principio di retribuzione che
veniva esteso, secondo una concezione chiamata animistica, anche alle cose della natura, per cui il cattivo
raccolto, la caccia infruttuosa, la vittoria, la salute, o la lunga vita venivano imputati al comportamento, ma
al comportamento anche di enti apparentemente inanimati o agli dei o a forze della natura.
Quando si verifica un certo evento che esige spiegazione nella coscienza del primitivo, il primitivo
non si chiede che cosa ne è la causa, ma si chiede chi ne è responsabile, chi devo ringraziare, ripagare o
maledire.
Con l’ebraismo e l’avvento del monoteismo assistiamo a qualche cosa di nuovo: una maggiore
personalizzazione dell’ente imputabile.
Questo era un suggerimento già dato da Giacomo B. Contri quando nel 1994 abbiamo parlato di
questo tema in una giornata promossa all’Università Cattolica. È il Dio dell’imputazione, quello
veterotestamentario, cioè il Dio della retribuzione anzitutto premiale e non penale. Vedi il caso di Abramo il
cui affidamento a Dio viene imputato come merito da Dio medesimo.
Con Mosé Dio si fa forte della memoria del patto già stretto con Abramo, allorché consegna nel
celebre episodio del roveto ardente a Mosé il compito di andare a liberare il suo popolo. Mosé tentenna.
Leggendo la storia, Mosé tentenna un sacco di volte. O forse lo si può definire un coraggioso proprio in
quanto ha presente anche l’opposto del coraggio. È come se a ogni momento fosse lì a dirsi: «Non sono
degno. Ma come faccio?». Il famoso film hollywoodiano, I dieci comandamenti, che io ho rivisto a Pasqua,
lo rende molto bene. È un Mosé sempre incerto e timido, anche quando apre le acque.
Allora, Mosé tentenna: «Ma quando mi presenterò ai figli di Israele e dico: “Il Signore dei vostri
padri mi manda a voi”, se essi mi chiederanno qual è il nome di Lui che cosa devo dire?» e Dio risponde: «Io
sono quello che sono» e aggiunge: «Io sono mi manda a voi».
Ora, qui cominciano i problemi, già noti e una volta già evocati da Giacomo B. Contri.
Sono andato a cercare i commenti di alcuni commentatori per rendere più chiaro il punto, se
concezione imputativa di Dio o meno.
La Bibbia ebraica annota: «Le espressioni di questo verso, “Io sono quello che sono”, sono oscure,
forse volutamente. Ne sono state tentate varie spiegazioni fra le quali è difficile scegliere. In questo caso a
quanto pare un’allusione al nome divino, che noi (ebrei moderni, aggiungo io) non pronunciamo, è scritto
con le lettere JHVH, che contengono la radice del verbo “essere”». Allora il commentatore dice:
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«L’espressione può significare l’eternità, l’immutabilità di Dio» — è questione di una lettera: immutabilità
anziché imputabilità e cambia tutto — «il fatto che Egli è l’essere, l’esistente per se stesso, può voler dire:
“poco importa il mio nome. Quello che importa è che io sono”». E questo mi sembra un commento
abbastanza aperto alla questione del rapporto con Dio come questione personale.
«Un’altra spiegazione» — prosegue questo commentatore — «è: l’Essere la cui esistenza ha la sua
causa in se stesso e non mutua la sua origine da alcun altro essere». Questa è una spiegazione sicuramente
debitrice della versione dei Settanta, che hanno tradotto la Bibbia dall’ebraico al greco, nel primo o secondo
secolo a.C. Però il commentatore ebraico non cita esplicitamente i Settanta e di fatto gli ebrei non hanno in
simpatia questa traduzione che ha di fatto portato o fatto sposare con la mentalità greca il portato della storia
ebraica.
Il commento del Ricciotti è: «L’ebraico dice: “Io sono colui che (è) io sono”». Lui sapeva che in
realtà l’ebraico dice: «Io sono colui che sono», ma sapeva anche che è stato tradotto come: «Io sono colui
che è».
«In ebraico “io sono” è regolarmente la prima persona singolare del verbo “essere”», che è usata qui
perché Dio parla di se stesso. Dio parla di se stesso in ebraico con un ebreo, parla la stessa lingua della
persona a cui sta parlando.
«Quando l’uomo parla di Dio lo chiama con la terza persona singolare dello stesso verbo: “egli è”.
Questo stesso nome, gli ebrei, in tempi posteriori si astennero dal pronunciare per riverenza». Certo, può
venire in mente che in un rapporto nel momento in cui ci si astiene dal chiamarlo per nome qualcosa è andato
storto: non è un bel segno. «Lo sostituiscono con Adonai, il Signore. Si noti il profondo senso filosofico di
questo nome: Dio è colui che è per se stesso, per essenza».
Nardoni è invece più fedele alla Vulgata e quindi dice soltanto: «Io sono quello che sono», «Ego sum
qui sum».
La traduzione dei Settanta riporta: «io sono l’ente», che è tutt’altra cosa dal tradurre: «Io sono quel
che sono», perché «Io sono quel che sono» consente di pensare Dio che risponde e vuole qualcosa da Mosé,
ma lo vede tentennare una volta, una seconda, una terza, e insomma: «Mi hai rotto! Io sono quel che sono. O
ti sta bene così… o…».
Invece, «Io sono l’ente» nasconde, oblitera un po’ questo lato non secondario di che cosa poteva
accadere in quel momento fra i due.
Sono solo note le mie. Non pretendo di stare svolgendo ora questa storia del concetto di imputabilità.
Ma se ci spostiamo a macchia di leopardo ai giorni nostri, dato che ricordo bene che l’anno scorso quando se
ne è parlato c’è stato l’intervento mio, poi quello di Valeria Lavia, e il commento finale di Giacomo B.
Contri che a proposito del concetto di imputabilità nel codice penale e che sostiene che nessuno può essere
punito per avere commesso un fatto se al momento in cui l’ha commesso non era imputabile — ed è
considerato imputabile solo chi è capace di intendere e di volere — e questo punto è esattamente il punto in
cui nei processi più o meno spesso, ogni volta che si può, viene invocato dalla difesa l’assenza o la scemata
capacità di intendere e volere perché si possa parlare di infermità di mente del reo e si possa considerarlo o
non imputabile del tutto del delitto. A questo riguardo ricorderete che Giacomo B. Contri disse: «Questo è un
punto in cui è il diritto a dichiarare di non comprendere quello che accade nel delitto, di non padroneggiare il
concetto di imputabilità. Il legislatore sta parlando di se stesso dicendo: “noi non siamo capaci di intendere e
di volere perché c’è stato il raptus”».
Ho trovato una critica attuale del Prof. Ponti qui a Milano, docente di psichiatria forense, che è stato
anche mio docente alla scuola di specialità in psichiatria, di cui ho un ottimo ricordo, anche se so che ha
molti nemici e molti detrattori, ma questo può capitare a tanti.
E parla proprio della crisi del concetto di imputabilità, cioè “non ci siamo ancora”.
E dice: «L’intesa fra scienza psichiatrica e il diritto si è incrinata. La psichiatria, quando nel 1930
venne elaborato il Codice Rocco, aveva una sua ben definita visione della malattia mentale, la psichiatria di
allora, che era quella organicistica e positivistica del secolo XIX».
Secondo Ponti la collaborazione fra giustizia e psichiatria, «quando alla prima, alla giustizia, si
ponevano i molteplici problemi giuridici nei quali entrava in gioco la malattia mentale, comportava che essa
potesse ricorrere con piena fiducia nella scienza psichiatrica ricevendone chiarimenti e soluzioni percepiti
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come definitivi, non discutibili perché scientifici», dove scientifici voleva dire scienza positivista. «In
quest’epoca nessuno poneva in dubbio che il folle fosse sempre e per definizione incapace, irresponsabile,
pericoloso, inidoneo alla vita sociale e come tale da isolarsi e custodirsi in manicomio». Ora, nella
prospettiva organicistica — scienza psichiatrica dell’ottocento — «l’infermità mentale era la diretta
conseguenza di alterazioni anatomiche. Non veniva preso in considerazione il continuo interferire del
substrato biologico con le relazioni emotive, le vicende della vita, le circostanze ambientali, il passato, il
presente, le esperienze, insomma con il vivere. La psichiatria ufficiale intendeva il malato come affetto da
una malattia che aveva colpito il cervello, privandolo delle sue fondamentali prerogative umane, per cui nel
caso del delitto compiuto da un incapace, la responsabilità» — ma diremo meglio l’imputabilità — «era della
malattia non del suo portatore. Era un sistema di causazione lineare, paradigma su cui si fondava appunto il
positivismo. Il significato di malattia però ha perduto per la psichiatria ogni valore da quando essa ha
maturato il principio che il disturbo mentale non è solo malattia, ma un’entità più complessa per la
psichiatria del novecento, non definibile di cui ben poche certezze si hanno sull’eziologia, ma che può
intendersi coma la risultante di una condizione sistemica nella quale concorrono il patrimonio generico, le
vicende della vita, le esperienze maturate, stress, ambiente» — ecco, sentite qual è il tipo già di corredo di
termini — «Una visione plurifattoriale integrata dalla malattia mentale».
Qui ancora l’imputabilità non c’entra: sta dicendo soltanto che si è persa una concezione unica,
rocciosa nella psichiatria precedente, dove era chiaro che l’organo, il cervello, era stato colpito e dunque si
erano perse le caratteristiche di movenze umane al soggetto.
«È così iniziata» — sostiene Ponti — «all’influenza della psicoanalisi e delle scienze psicosociali,
con le dilatazioni dei confini del concetto di infermità e l’impossibilità di definirla»: certo finché non
accediamo alle scoperte dell’imputabilità come ne parliamo noi, rimane l’impossibilità di definire
l’infermità.
«È iniziata l’epoca della massima discrezionalità dove qualsiasi disturbo, a seconda dell’abilità del
perito, del consulente o delle variabili convinzioni del giudice, può divenire vizio di mente rilevante per
l’imputabilità. La psichiatria ha quindi acquisito consapevolezza della sua sostanziale incapacità di
identificare la causa del disagio mentale. E oggi sa che anche lo psicotico, a seconda del soggetto o della fase
clinica che attraversa, ha una capacità che può essere piena o limitata. Ma la psichiatria non possiede alcuna
criteriologia per vagliare la libertà di scelta del suo paziente nel momento in cui ha compiuto un atto lecito o
delittuoso che sia. Ecco, allora che la risposta al quesito posto dal giudice al consulente psichiatrico in sede
di perizia diviene sempre più ostica se non impossibile. I concetti di malattia mentale e di infermità sono
ormai considerati obsoleti e vengono sostituiti dal termine generico di “disturbi”. Si è venuto ormai a creare
un insanabile contrasto fra una prassi psichiatrico-forense, che è prima di assolutezze scientifiche e un
sistema di giustizia disorientato, in quanto ancorato a paradigmi ormai superati. Sarebbe auspicabile che il
sistema penale prenda in considerazione ogni tipo di fattore limitante la libertà optando per un sistema che
collochi i rei tutti sullo stesso piano, abolendo il concetto di non imputabilità» — cioè abolendo quel tipo di
eccezione all’imputabilità — «Ciò vuol dire ritenere per convenzione ogni persona come responsabile» —
era meglio dire imputabile — «lasciando poi al giudice il compito di scegliere e graduare la pena fra un
minimo e un massimo con discrezionalità illuminata».
Ecco, mi sembrava una conferma di ciò che si diceva l’anno scorso: è vero che il problema è aperto
ed è vero che il concetto di imputabilità, anche solo prendendo il diritto penale, lo si ritrova soprattutto nel
diritto penale, poco nel diritto civile.
A sorpresa, quanto al diritto canonico, non saprei dire da quanto tempo nel trattare di imputabilità —
poiché ne tratta e parla di condizioni che riducono l’imputabilità, che l’annullano oppure addirittura che
possono aumentare l’imputabilità, sempre e solo penale — il diritto canonico attuale segue del tutto il diritto
penale statuale. Non so se nei secoli scorsi il diritto canonico sia stato cosa diversa o abbia avuto una sua
posizione originale, quanto al tema dell’imputabilità e se mai abbia compreso o contemplato un caso di
imputabilità premiale. Sta di fatto che adesso, a detta di più autori che ho consultato nell’Enciclopedia del
diritto di Giuffré, il diritto canonico è una fotocopia di come si muove il diritto penale statuale moderno,
laico. La cosa mi ha sorpreso, comunque.
Per ciò che riguarda la definizione di imputabilità, o imputazione, non che sia vaga, ma diciamo che
è un composito di più accezioni, di più definizioni, effettivamente articolate e articolabili fra loro. Non
voglio dire che sia nebuloso, ma dico che c’è un qualche livello di polisemia. Per esempio, se prendiamo il
lemma “imputazione”, secondo il Giuffré, nell’Enciclopedia del diritto, si dice: «L’atto con cui si attribuisce
a una persona un fatto» e non un fatto qualunque per il diritto ma un fatto che integri una fattispecie penale,
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cioè un fatto che sia penalmente rilevante, altrimenti non ci si muove per imputare qualcuno di avere
attraversato la strada se questo non rientra, per gli effetti che può avere provocato, in una fattispecie. Quindi,
l’atto con cui si attribuisce a una persona un fatto, viene chiamato imputazione. «Ma anche il giudizio
attributivo che è il risultato di quell’atto, ma anche il fatto reato attribuito è imputazione»: la cosa non è
semplice, ma quello che ho capito è che esiste un procedere per gradi del diritto penale che forse può essere
soltanto così, non va visto soltanto come difetto del diritto penale, poiché nella vita civile ordinaria degli
uomini, allorché accade un reato, un fatto configurato già come reato, poniamo il solito caso dell’omicidio,
l’organo che può far partire il processo non è presente nel momento in cui succede il fatto.
Per questo motivo, è come se questo lavoro di imputazione dovesse per forza procedere per gradi, dalla
possibilità alla probabilità, fino alla certezza. Dal caso se può essere istruito un processo, la fase istruttoria,
dibattimentale fino al dispositivo della sentenza. Secondo me può essere solo così. Prima si tratta di vedere e
di definire il fatto che è accaduto, nella sua materialità; poi, in un secondo momento vedere se il fatto
accaduto nella sua materialità rientra in una fattispecie già prevista dal diritto. Ora, a me pare che questo sia
un punto interessante di questa differenza pur volendo usare la medesima parola “diritto” e per il pensiero di
natura e il concetto di imputabilità, ma questa distinzione tra i due momenti, per come ho compreso io il
tema, non possiamo prenderla per buona per quello che è l’imputabilità nel pensiero di natura, nel primo
diritto: non esiste che io possa conoscere un fatto che mi riguarda, in cui sono stato coinvolto, prima nella
sua materialità e dopo nella sua qualificazione giuridica. Pensiamo al solito «Allattandomi…», quindi al
beneficio ricevuto dal bambino per il trattamento che ha ricevuto nel suo corpo: è il medesimo atto psichico e
giuridico quello di riconoscere di avere riconosciuto il beneficio. Semmai — è una questione che pongo,
innanzitutto a Giacomo B. Contri, ma a chiunque la riterrà degna di essere raccolta questa questione — direi
che se a prima conoscenza o giudizio dell’atto, usando il paragone dell’ «Allattandomi, mia madre…», e poi
conoscenza dell’imputabile: può esistere un primo momento in cui il mio giudizio, il primo giudizio, sia solo
il giudizio che questo trattamento del mio corpo mi fa piacere. Pensiamo appunto l’allattamento, lo
svezzamento, il fatto che la percezione visiva del neonato richiede alcuni mesi per poter distinguere le figure.
Non vedo nessun problema a riconoscere che in un primo momento il giudizio, comunque mai separato fra
giudizio della materialità di ciò che accade, e giudizio giuridico, giurisprudenziale, cioè: «Ciò che mi sta
succedendo è un beneficio», ecco in un secondo momento registrerò chi è l’agente cui debbo questo
beneficio.
È interessante che c’è un punto, in uno di questi autori, che a proposito della non imputabilità di un
essere umano, pone il caso del sordomuto. Il sordomuto c’è chi ha proposto di considerarlo non imputabile
per il fatto che è sordomuto. Appena ho letto mi ha stupito che andasse subito a parare su quest’unico
esempio. Certo, il sordomuto ha una forte limitazione delle percezioni della realtà. Se questi autori legano
l’intelletto, la vita affettiva e sentimentale, la volontà, alla vita sensoriale che permette quindi di formarsi una
vita intellettiva e di giudizi, certo il sordomuto è svantaggiato rispetto alla persona normale.
Però mi sono anche ricordato del caso che ci ha raccontato Raffaella Colombo molti anni fa, il “caso
del tamburo”. È veramente una cosa grossa ritenere che il sordomuto non sia imputabile. Certo per il diritto
statuale sembra non imputabile se commette un delitto, però se ci spostiamo dal lato del diritto del pensiero
di natura, ritenere non imputabile un sordomuto, un bimbo sordomuto, vuol dire lasciarlo lì nell’angolino,
vuol dire un diverso modo di alimentarlo, vuol dire non parlargli, vuol dire non inventare niente per entrare
in rapporto con lui.
Nel caso che ci ha riferito Raffaella Colombo è il caso in cui ha inventato qualche cosa ritenendo
imputabile il corpo di quel soggetto sordomuto che era anche cieco, non mangiava, e si graffiava e si
picchiava. Questi operatori che riferivano a Raffaella Colombo dei loro continui insuccessi nell’istituto dove
era ospitato il bimbo in questione, Raffaella Colombo ci ha raccontato che, visto che non era così chiaro il
caso, di questo bambino considerato sordomuto e cieco, ha accostato un tamburo all’orecchio del bimbo e di
averlo praticamente forzato, costretto, a picchiare sul tamburo anziché picchiarsi in testa e di esserci riuscita
in qualche modo, per cui dopo un po’ si è accorta che il bambino ci sentiva. E non solo ci sentiva, ma poi ha
scoperto che vedeva, etc. Vi vede se c’è una bella differenza se uno concepisce il sordomuto come
imputabile o come non imputabile.
Come quella citazione che ho trovato nel Giuffré, non è una cosetta da niente. Probabilmente non è
da niente neanche se questo da grande uccide sua madre o qualcun altro, ma non è da niente neanche
neanche il trattamento di tutti gli operatori che conosciamo nei centri che si occupano di handicappati. Cioè
considerare o meno un corpo, anche così limitato nella capacità sensoriale, di entrare in rapporto con la realtà
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esterna, di essere interessato agli investimenti su di lui, e a porre investimenti nei confronti degli altri ai fini
di soddisfazione.
Ora rinvio ogni altra considerazione ad altro momento. Avevo anche preparato una serie di lucidi,
che rinvio anche questi, che avevo intitolato… È una Storia del paradiso nella religione, nella letteratura,
nell’arte scritta da due storici della religione, uno tedesco e uno americano. L’avevo intitolato Beati loro?
Nel senso che il modo di rappresentare la comunità dei santi, la vita nell’aldilà, di fatto nella storia del
cristianesimo, compreso il protestantesimo e varie sette, dà un’idea di come la gente immagina la vita
nell’aldilà, come di fatto si tratta nell’aldiqua: che cosa se ne fa del mangiare, che cosa se ne fa del rapporto
uomo-donna, che cosa se ne fa della Città, se tutto viene avvertito come un fastidio oppure no. Qui c’erano
delle cose interessanti.
GIACOMO B. CONTRI
PROFITTO-DIRITTO. L’ORDINE GIURIDICO DEL LINGUAGGIO
Ma sarà la prossima volta, ossia all’ultimo incontro, alla conclusione dell’anno che cercherò
di dire le cose semplici che mi sono venute negli ultimi mesi.
La prossima volta come contenuto del “fine anno” avrete nelle vostre mani quello che oggi mi sento
di chiamare il Pensiero di natura 2, a cui ho lavorato prevalentemente negli scorsi sei mesi, anzi quasi
solamente, che è intitolato L’ordine giuridico del linguaggio. È una conclusione della più grande parte della
mia vita: ho cominciato 34 anni fa quello che ho scritto nell’introduzione. Questa è anche una testimonianza
personale: alla fin fine uno, come dice quel passaggio del Vangelo, uno lavora per una perla. O per un uovo.
Non so se avete visto la Pala di Brera di Piero della Francesca.
Se avete preso il libretto allegato al Sole-24 Ore, oppure andate a vederla e guardatela bene: troverete la
verginità. Piero della Francesca si deve essere divertito come un pazzo, in quell’opera.
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Ordine: — ma qui è solo un piccolo cenno a ciò che poi proverò in modo ancora semi-maturo, ad
accennare la prossima volta — Freud, e noi semplicemente continuiamo, è stato semplicemente il fondatore
di un ordine, proprio come si dice l’ordine benedettino, francescano, senza appelli a fedi o confessioni
religiose, ma l’ha detto lui stesso: «Io voglio un nuovo stand, un nuovo ordine, un nuovo stato di vita di
curatori d’anime laici che non devono essere medici e che non hanno bisogno di essere preti». Personalmente
io desidero avere come compagni dei monaci, delle monache, che poi possono essere sposati, pieni di
amanti, arrangiatevi…
Ci si avvicina il più possibile ad Adamo ed Eva: Adamo ed Eva la sera vestivano l’abito da sera.
Allora, accenno alcuni punti.
Primo
Viviamo in un tempo in cui la totalità delle discipline che cominciano con psico- — psicologia,
psichiatria, psicoterapia — hanno compiuto un vero e proprio reato. Semplicemente lo possiamo configurare
a partire dal primo diritto, impossibile nel secondo: per fortuna, fra l’altro, altrimenti i roghi sarebbero
dappertutto. Il reato di tutte le discipline psico io credo che si chiamerebbe di falso ideologico. Ci hanno
portato via l’isteria. E ci sono persino libri a scrivere che l’isteria non esiste più. E da tutte le parti, basta
guardarsi in giro, anche nello specchio. Ci hanno tolto l’isteria, in genere la nevrosi.
Ossia il corpo che ha tutto senza avere niente. Ha tutti i disturbi, tutte le inibizioni, tutti i sintomi,
angoscia a go-gò, senza che organicamente si trovi niente. L’isteria è la prova vivente del pensiero di natura,
quando è disturbato. Ambulante. E Freud è partito da lì. Per dirla in un altro modo, hanno provato a toglierci
di mano la conseguenza — lo dicevamo già una volta: facevo riferimento a una persona qui presente —
patologica del peccato originale, che è la nevrosi. «Si vergognarono»: inibizione, sintomo fisico, rossore,
comportamenti di evitamento, l’angoscia naturalmente. A pensarci bene è veramente la nevrosi il primo
effetto del peccato originale. Anche se non crediamo affatto che le cose siano andate come racconta il testo.
Ed è stato il grande passo di quest’anno con le teorie presupposte, come la condizione della determinazione
di tutta la psicopatologia, teoria, un fatto ideativo.
Proprio nel peccato originale, così come raccontato, c’è anche questo: è anche annotato mica male
dal libro della Genesi nelle prime pagine. Si vergognarono di che? Di essere nudi. Di questa patologia,
nevrosi, fa parte un disturbo dell’ideazione: prima l’idea di nudità non esisteva. Non è che prima erano nudi,
cioè esisteva l’idea di nudità, ma non si vergognavano, un po’ come le scimmie che non si vergognano di
andare in giro nude. No, è che non esisteva l’idea di nudità. È un disturbo dell’ideazione, come poi si
ritroverà anche nel delirio, ma che si ritrova nella nevrosi stessa, nell’isteria: c’è pienezza del disturbo
dell’ideazione.
Non c’è tempo per articolare il passaggio che sto facendo a un cenno rapidissimo anche sulle psicosi.
Ma noi siamo debitori alla psichiatria — non parlo di quella di adesso; se mi esprimessi, dovreste
incriminarmi per lutulenza verbale, per disgusto di ciò che uscirebbe dalle mie labbra — ma abbiamo ogni
motivo per essere grati alla psichiatria anche quando non si chiamava ancora così, quella di Kraepelin, quella
della seconda metà dell’ottocento, primo novecento. Ma simultaneamente è ora — e la psichiatria di oggi
non solo non ci aiuta in questo senso, ma peggiora lo stato delle cose, in un modo alla lunga analogo al furto
di nevrosi, al reato ideologico intorno alla nevrosi — noi abbiamo da, oltre ad essere grati alle persone
dell’epoca cui ho alluso, però dobbiamo, senza biasimo alcuno nei loro confronti e senza togliere nulla della
loro bravura e valore, dobbiamo però liberarci dell’unico errore sistematico, errore metodico, che essi
commettevano e non potevano non commettere, ossia il credere e il lasciarci credere — e non potevano fare
diversamente ed è meglio che è andata così, peraltro; ci sono anche errori fecondi — però hanno creduto e ci
hanno lasciato credere che la psicosi fosse quella del manicomio o che arriva dallo psichiatra. No. Lo
psicotico del manicomio è — permettetemi un verbo appena appena trivialuccio, di uso comune — solo lo
“sfigato” della psicosi, non è lo psicotico. È il quarto mondo della psicosi, è lo sfortunato della psicosi. La
psicosi è tutta un’altra cosa: viene prima. Poi c’è quello che ci finisce in quel certo modo. Se vogliamo
scoprire veramente la psicosi, dobbiamo scoprire la psicosi fuori. Allora poi si arriva forse a rimetterci mano
anche a quella dentro.
Ho fatto un cenno all’ordine giuridico del linguaggio e il libro sarà qui la settimana prossima.
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Secondo
Alla fin fine ho parlato del corpo. Negare la nevrosi è negare il corpo. Il corpo come lo conosciamo,
ordinariamente.
Terzo
Un terzo cenno, che a mio avviso fa parte delle conquiste ormai di diversi anni. Io ora lo asserisco
come mia irreversibile persuasione, con anni di prudenza a questo riguardo — prima di dirsi persuasi di
qualche cosa è meglio non dirsi affrettati —. Oggi mi sento benissimo di dire che la presentazione ufficiale
del pensiero di natura , anche se non si chiamava così, è stata fatta dal cristianesimo venti secoli fa; anzi, da
Cristo venti secoli fa. Tutto condensato e condensabile nella parabola dei talenti: S-Aq, il profitto, etc.
L’intero pensiero di natura è riassumibile nella parabola dei talenti, addirittura prendibile essa stessa come il
modello e il nocciolo del modello dell’ordine giuridico di cui parliamo. E di cui mal vive l’isteria, vivendo
essa di insoddisfazione militata. Ossia, non potendo seguire la norma soddisfacente parabolizzata nella
parabola dei talenti, nella partnership per il profitto, non per il salario. Altro è la ricompensa contrattuale del
rapporto di lavoro, la mercede, lo stipendio, altro è il profitto.
È stato il cristianesimo — e in piena sintonia con l’antecedente che noi chiamiamo Antico
Testamento — a proporre ufficialmente nella storia il pensiero di natura — se a qualcuno piacesse chiamarlo
diversamente lo chiami pure la parabola dei talenti — e poi non è affatto più andata così. Vediamo la storia
del cristianesimo disseminata di zizzania, di teorie presupposte, a partire da quella dell’amore, dell’essere, e
avanti avanti così. Unito a una negazione; la negazione di che? Del concetto base da cui è venuto fuori tutto
quello che diciamo: che è sì certo quello di “corpo”, ma è quello di “moto del corpo”, movimento. Beh, a
poco a poco e neanche troppo lentamente, alla fin fine anche il cristianesimo si è precipitato nella negazione
del moto, del movimento, almeno nel considerare il movimento imperfetto rispetto alla staticità della
beatitudo. Il che è decisamente curioso, non fosse che da un punto di vista di una assiomatica
dell’ortodossia, perché il fatto che quello là si sia preso un corpo, come ha detto Gabriella prima, si è
guadagnato un corpo per tenerselo, ovviamente con soddisfazione — sennò potremmo soltanto dire che è
uno stupido, che è solo un grave malato, che quello che è asceso al cielo è un grave malato — e il corpo
dell’incarnazione e della resurrezione, fede o non fede, è quello del movimento: non esiste diversamente
eccetto il caso del cadavere o della catatonia.
Abbiamo visto svilupparsi tutta una serie di adesioni nella storia del cristianesimo che sono adesione
alla filosofia dell’imperfezione del moto. È quello che si chiama: «Cose da pazzi!». Non pazzo da
manicomio, ma cose da pazzi, dal punto di vista dell’ortodossia più terra terra, più da catechismo di uno che
poi è andato a fare, come mi diceva il mio amichetto di infanzia, «le scuole tenniche», e ha studiato filosofia
o teologia. È facile facile.
Visto che è corretto e non solo un modo di dire, dire che sono cose da pazzi. Ma non è questa la
psicosi che finisce in manicomio: ma è questa la psicosi.
La salute è fare esattamente ciò che ha fatto Gesù Cristo: è guadagnare il corpo, che a partire dalla
nevrosi abbiamo parzialmente perduto.
Con il che accenno solo a quello che io considero uno dei principali peccati della storia del
cristianesimo: avere trasferito il pensiero, almeno quello considerato degno, dignitoso, rispettabile, serio,
rigoroso, etc., l’averlo riservato sul conto dello “studiare”. Il mio bravo maestro Lacan disse che una fra le
patologie era quello che lui chiamava il “discorso universitario”. Il sapere e il pensare è stato versato sul
conto dello studiare, abolendo il conto del leggere. In questa sede vi dicevo: non è più vero che il sogno è il
principale esempio di cos’è l’inconscio perché la lettura lo è con altrettanta importanza. Nel libro che avrete
vedrete anche una voce intitolata Curiositas, che in tempi ancora attuali, benché non venga più detto, veniva
considerato un peccato. No. È il versare il sapere, è il pensare essenzialmente sul conto dello studiare, che è
un peccato, addirittura da confessionale. Figuratevi se c’è qualcuno che va da un prete a confessare una cosa
di questo genere.
È buona cosa andarsene. Volevo collegarmi sia a Genga che a Gabriella. Diciamo che una delle voci
più lunghe che troverete in questo libro — accenno appena — è quella segnata Au. Mi è costata molto.
Diciamo che afferravo che c’è il partner se davvero quel partner è il rappresentante di tutto l’universo, in
uno. Ma al momento non insisto. A qualcuno può sembrare ancora un’idea remota.
Anziché prolungare dico due frasi, che resteranno lì forse a mezzo, ma…
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La legge come ne parliamo, la legge del profitto e della soddisfazione, quando è, è tutto in tutti. Ad
alcuni questa frase potrebbe risuonare; è stato detto di Cristo che è tutto in tutti. Ma adesso io lascio lì Cristo.
Dico: la legge è tutta in tutti. Sul palazzo di giustizia, al posto della frase: «La legge è uguale per tutti»,
dovrebbe essere scritto: — e non sarà mai — «la legge è tutto in tutti», quella che scriviamo con quella
formula che è solo apparentemente semplice. Non è che io faccio la mia parte di legge e poi l’altro fa l’altra.
È una cosa che analizzavo ieri con qualcuno presente: una persona ha fatto un prestito a un’amica. L’amica
non rende il denaro. Non si sa se perché non ha i soldi, se perché fa la furba, perché avrebbe dimenticato — è
difficile: uno può rimuovere tutto, ma non i milioni di debiti che ha verso qualcuno. La rimozione di questo
non esiste. Come diceva Cavallo Pazzo in un fumetto di Jacovitti di vent’anni fa: «Son matto, ma non sono
mica scemo!». Quando si tratta di soldi non ci sono più matti, eh! O almeno rimozione. Esisterà lo spreco del
denaro, come nel Giocatore di Dostoevskij, ma il denaro è indimenticabile — allora questa persona, nella
sua nevrosi, non aveva l’iniziativa di richiamare all’ordine l’amica, magari spiritosamente, senza per questo
mandarle la polizia a casa, per farsi restituire il danaro. Analizzavamo con Manghi che l’errore di questa
persona era di essere sì sufficientemente sano da avere in sé la legge, ma commetteva l’errore di averla in sé
solo in parte e che la seconda parte — in questo caso come minimo la restituzione — fosse compito
dell’altra. No, no. La legge era tutta in lei. Se l’avesse tutta in lei sarebbe già andata dall’amica a chiedere la
restituzione, ossia fare funzionare anche il secondo pezzo. Non so se l’esempio è abbastanza chiaro. È
comunissimo questo errore: il ritenere che solo una parte della legge spetti a me e che la seconda spetti
all’altro. No; mi spetta tutta e con mio vantaggio, perché come minimo come si vede in questo esempio avrò
la restituzione del prestato. Finché credo che a me spetti solo una parte della legge non avrò il coraggio,
inibitoriamente, di chiedere all’amica la restituzione per il solito timore di perdere l’amore. Se le chiedo
indietro i soldi non sarà più mia amica. E se se li tiene è mia amica? Questo minimo buon senso non viene
esercitato. La legge è tutto in tutti.
E allora finisco suggerendo una formula che ho usato molto in queste pagine: che l’individuo è la
san(t)a sede del diritto. Potrei aggiungere: solo l’individuo, ed è il primo diritto, della legge della
soddisfazione che implica l’universo intero di volta in volta in una sola persona. Esisterà un amante di questa
fattura? Uno potrebbe dire che Au non esiste, non si è mai visto, non è mai esistito. Quindi, al lato
drammatico della cosa. Diciamo che parliamo della sua esistibilità. Di quando in quando può capitare che un
analista lo sia. In effetti, se l’analista è, è Au: uno che rappresenta l’universo intero. E non perché fa la
beneficenza in giro. Nulla a che vedere. La legge di moto è per la produzione del bene, non per la
beneficenza.
Auguri a tutti e alla prossima settimana.
NOTE
[1] AA. VV., Aldilà, Sic Edizioni, 2000, Pag. 159
© Studium Cartello – 2007
Vietata la riproduzione anche parziale del presente testo con qualsiasi mezzo e per qualsiasi fine
senza previa autorizzazione del proprietario del Copyright
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21 giugno 2003 - Studium Cartello