Tu che ti muovi nell’ombra,
vivi nelle tenebre più scure, cammini nel buio,
come puoi tu, signore dal nero mantello,
riuscire a stregarmi con la luce dei tuoi occhi?
Lucrezia Galletti
LA SETTA DEGLI
INCAPPUCCIATI
GME
© 2006 GME – Medimond s.r.l.
Via Maserati 5 – 40128 Bologna
Allestimento editoriale a cura di Gamma Graphic – Bologna
Stampato nel dicembre 2006 da Editografica – Rastignano (Bo)
Vocabolario
Valete: addio in latino
Div: demone
Peri: fata
Ginn: geni, inteso come Templari
Vrajitoare: strega in Rumeno
Roma,1200
Con passi veloci, leggeri, gli abiti che frusciavano ad ogni
minimo movimento, camminavano bisbigliando tra loro,
muovendosi come ombre nei gelidi corridoi antichi, fiocamente illuminati da alcune candele. In testa al gruppo di
frati, un uomo dello stesso Ordine, dal volto magro, tirato,
pallido, ravvivato però da luminosi e vivi occhi color nocciola, in quel momento persi in chissà quali pensieri.
Camminava deciso, a piedi scalzi, bisbigliando qualcosa
fra sé mentre sgranava un rosario di legno.
Un frate dalla lunga e candida barba parlò per primo,
fermando gli altri.
“Non c’è scelta... dobbiamo ucciderlo!”
Un tuono cadde vicino alla Chiesa, facendo tremare le
pareti.
Il frate in testa al gruppo si fermò di botto.
“Questa non è la via che Nostro Signore c’insegna” disse
a voce bassissima guardando un punto indefinito davanti a
sé, mentre riprendeva a camminare per raggiungere la fine
del corridoio.
“Ma nostro Signore non vorrebbe che centinaia dei suoi
figli siano uccisi da una creatura di quel tipo!” ribatté l’altro
deciso.
“Non agiamo affrettatamente. Non possiamo pensare di
sconfiggere il male con dell’altro male” continuò imperterrito a spiegare l’uomo.
“Cosa proponete di fare allora?”
Il frate si fermò davanti a una parete adornata da un arazzo
molto vecchio.
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Lucrezia Galletti
“Agire nel bene. Chi agisce nel bene non sbaglia mai”
rispose pacatamente spostando l’arazzo che rivelò una stanza segreta.
Era una stanza abbastanza grande, dagli spessi muri di
pietra, risalente forse a qualche secolo prima. Era una stanza spoglia, con un unico tavolo di legno al centro.
Attorno al tavolo, tre donne e sette uomini.
“Ben trovati.” I dieci s’inchinarono davanti a lui. Erano
vestiti, gli uomini, con lunghe tuniche bianche e una croce
rossa sulla schiena, le donne con lunghi abiti blu scuro e una
corda bianca in vita.
“Abbiamo appreso la notizia” disse una delle tre dai lunghi capelli biondi, scostandosi un ciuffo dorato dagli occhi.
“Terribile” aggiunse un’altra.
Il frate alzò una mano per ristabilire il silenzio. “Non disperate. C’è sempre una soluzione.”
“Cosa possiamo fare noi?” chiese un uomo dagli occhi
dorati.
“Come servi di Dio, avete il compito, e l’onore, di sorvegliare l’umanità.”
Il frate dalla barba bianca che aveva parlato poco prima
fece una risata forzata che rimbalzò tetra sulle pareti.
“Come? Una creatura... come... come... come quella, in
giro per questo mondo... come facciamo anche solo a pensare la parola pace?”
Il frate posò delicatamente il suo rosario di legno sul tavolo, poi si avvicinò a una parete in ombra e da un baule in
mogano estrasse qualcosa avvolto in un panno di seta rossa.
“Ripeto... Confidiamo in Nostro Signore... Siamo solo umili
umani... ma tenteremo.”
Lasciò cadere il panno rosso a terra, posando al centro
del tavolo un calice dorato ricoperto di pietre preziose.
Tutti quelli presenti intorno alla tavola lo guardarono interrogativamente.
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“Utilizzate questo anche nei secoli a venire per coprirvi”
spiegò.
“Dunque… questa sarà la nostra copertura?” domandò
un ragazzo dagli occhi azzurri.
Il frate annui in silenzio.
“E nel frattempo?” domandò un uomo dai capelli bianchi, fissando ancora il calice.
Il frate rifletté un attimo, poi si rivolse alle tre donne che
aveva davanti.
“Madonne, mi affido a voi. Proteggete quella stirpe anche nei secoli a venire.”
Un uomo si alzò di scatto, rovesciando lo sgabello su cui
era seduto. “Loro? Sono solo donne!” sbraitò, rosso di collera verso le tre, che in risposta gli indirizzarono delle occhiate
di fuoco.
“Nostro Signore le ha create, e come tali, come tutte le
cose di quest’universo, sono utili. Affiderò a voi il compito di
custodire il Manoscritto” rispose semplicemente l’uomo.
Una donna dai capelli neri si avvicinò e inchinandosi prese la carta che il frate le stava porgendo.
“Non vi deluderemo.”
“Confido in voi e nel vostro buon senso. Non deludete i
vostri fratelli.”
“Sarà un onore per noi” risposero in coro abbassando il
capo in segno di grande rispetto.
Poi, presero le mantelle grigie che avevano posato sulle
sedie, e uscirono nella tempesta che si stava scatenando fuori
delle mura.
Il frate le osservò andarsene per la lunga via di pietra,
superare il cancello, e infine partire definitivamente in cerca
del loro protetto.
Poi, prese il Libro Sacro che aveva con sé, una Bibbia
consumata dal tempo, lo aprì al centro, dove era stato aperto molte volte per un consulto sempre negativo.
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Lucrezia Galletti
I begli occhi luminosi si fecero cupi.
“Geremia... verso 4... cancellate immediatamente questa
pagina, affinché nessuno ne venga a conoscenza nei secoli
a venire! Guglielmo... provvedi affinché la volontà di Dio sia
fatta... Manuele, porta questa lettera al Santo padre.”
Un uomo dai capelli ricci si alzò e prese in mano la Bibbia, mentre un altro afferrò la pergamena che era nella mano
destra del frate.
“Sarà fatto.”
“Templari... potete andare... e che il Signore vi accompagni nella vostra missione!”
Il frate li guardò salire sui cavalli e andarsene per le vie del
paese.
Con un sospiro, congiunse le mani e rivolse lo sguardo al
cielo oscuro in una muta preghiera: la sua preoccupazione
era evidente. Come si poteva cancellare una profezia come
quella?
Un frate piuttosto giovane gli si avvicinò:
“Siete sicuro di ciò che fate?”
L’uomo alzò gli occhi. “Nessuno può mai dirsi sicuro di
ciò che fa. Forse sto sbagliando, ma è impensabile sconfiggere il male con dell’altro male.”
“Avete affidato un compito molto difficile a quelle tre
Templari. Siete sicuro che siano all’altezza?” domandò il giovane, dubbioso.
Il frate sorrise. “Lisa possiede il grande dono di poter parlare con gli animali, e chi sa parlare con loro sa parlare anche con gli uomini, toccando profondamente il loro cuore.
Giovanna è saggia, posata. Colei che saprà dare consigli
in ogni situazione.
Valeria ha il dono di saper parlare alla gente in maniera
molto diretta, senza preamboli.
Sono tutte cose di cui ha bisogno quella creatura. Saranno all’altezza del compito che ho loro affidato.”
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I due stettero in silenzio per qualche secondo, continuando a fissare il cielo tempestoso.
Erano soli nella stanza, tutti se ne erano andati per svolgere i propri compiti. Anche il cielo sembrava furioso per
quello che stava accadendo quella notte. L’inizio di un incubo.
“Sono in ansia” disse il ragazzo.
Il frate sospirò. “Tutti lo siamo” rispose con la voce che
vibrava.
“Crede che riusciremo a risolvere la situazione?”
Il religioso che era ancora in ginocchio, sollevò per l’ennesima volta lo sguardo al cielo tempestoso.
“Se questa sarà la volontà di Dio...”
Los Angeles, 805 anni dopo...
Una donna dai lunghi capelli castani soffiò una nuvoletta
di fumo, che andò a finire dritta dritta in faccia alla ragazza
che le stava accanto, facendola tossire violentemente.
“I Templari non fumano!” protestò la poveretta sventolando la mano per cercare di indirizzare il fumo altrove.
“Tesoro, siamo nel 2005... mi sono rimodernizzata! E poi,
senti chi parla... quella che beve come una cisterna!” disse
tranquilla l’altra, continuando a fumare imperterrita.
“Che hai detto, vecchia rimbambita?” ribatté quella saltando in piedi.
“I Templari non usano certe espressioni!” Il tono era canzonatorio.
Una terza ragazza alzò gli occhi dal libro che stava leggendo. “Smettetela voi due! C’è già abbastanza male nel mondo!”
Le due, che stavano per passare alle mani, si fermarono
di botto.
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La ragazza che fumava gettò indietro la lunga chioma,
che si accese di riflessi dorati alla luce del tramonto.
“Dico, ma ci pensate? 800 e passa anni di questo via vai!”
esclamò la ragazza, mentre spegneva del tutto la sua sigaretta pestandola con il tacco della scarpa.
“Già! Ma guarda il lato positivo... niente rughe a carico! I
vantaggi d’essere creature divine!” disse la ragazza bionda
con un sorrisone.
La ragazza dai lunghi capelli si batté la mano sulla fronte,
sconsolata.
“E dire che i Templari non dovrebbero essere attaccati
alle cose materiali...”
La ragazza bionda stava per replicare a tono, quando fu
interrotta dalla mora che bisbigliò:
“Sta arrivando...”
Una folata di vento più forte del solito investì le tre ragazze, che sentirono subito un forte odore d’incenso.
Un uomo apparve dal nulla in mezzo alla strada deserta.
Aveva i capelli castani un po’ rossicci e gli occhi dorati. Indossava una lunga tunica grigia, con sopra un mantello nero
che oscillava alle lievi folate di vento.
“Ave a voi, o Madonne!” disse con voce pacata, facendo
qualche passo verso le tre.
“Stefano... ti stavamo aspettando!” disse la ragazza castana
sorridendo.
“Come va?” domandò l’altra.
La ragazza che stava leggendo il libro lo chiuse immediatamente e si alzò in piedi accostandosi alle due.
“Diciamo che potrebbe andare meglio...” disse la ragazza
castana.
L’uomo la guardò interrogativamente.
“Ecco...” prese la parola la ragazza bionda. “Questa è
come dire... un po’ più difficile da gestire...” “Prego?” domandò l’uomo corrugando le sopracciglia.
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“Ma sì... come si dice, Giovanna?” “Teppista” “Cos’è un
teppista?” chiese ancora lui, capendoci sempre meno.
“Una specie di furfante, credo” azzardò la ragazza castana
che rispondeva al nome di Lisa.
“Già! Pensa, ieri ha persino picchiato a sangue due ragazzi!” continuò la ragazza mora.
Il ragazzo le guardò una ad una, poi disse:
“Sono certo che farete un ottimo lavoro... come fate da
otto secoli, del resto!” ribatté sorridente.
“Oh, mi lusinghi...” sussurrò la ragazza bionda.
“Guarda che ha fatto un complimento a tutte e tre...” sibilò tra i denti Lisa.
“Comunque... ci hai portato quelle cose, Stefano?” chiese Giovanna.
“Certo che sì!” rispose lui, tirando fuori da una logora
sacca di stoffa marrone una specie di cartellina colorata.
“Bene” disse Lisa prendendola e dandole una scorsa.” Vi
terremo informati!”
L’uomo sorrise. “Perfetto... aspetto vostre notizie al più
presto! Valete.”
E così come era apparso, se ne andò di nuovo, seguito
dal solito profumo d’incenso.
“Com’è quando parla latino...” “Valeria, tutti parlano latino...”
Giovanna, da brava saggia qual era, provò a mettere fine
a quel nascente battibecco:
“Ragazze...”
“Vorresti dire che sono di idee retrograde?” “Esatto, rimbambita!” “Ehm... ragazze...”
“Io non mi tingo i capelli!” “Sì che lo fai, templare deviato!”
“Ragazzeee...”
“Cosa? tu che spendi trenta dollari alla settimana per delle stupidissime sigarette?! Se non fossi una templare saresti
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Lucrezia Galletti
già morta di cancro!”
“Raagaazzee!!”
Le due si fermarono: sì, non c’era che dire, Giovanna,
sotto l’aria da santa, quando voleva sapeva essere un vero
Demonio! Le due litiganti si decisero ad ascoltarla.
“Diamoci da fare... conquistiamo la fiducia di questa ragazza!” disse Giovanna con tono di nuovo pacato.
Le due, ancora scosse per la reazione di prima, balbettarono un “sì” quasi incomprensibile. Meglio non contraddirla
quando s’inalberava…
Stabilito questo, si allontanarono insieme verso l’orizzonte.
Lisa gettò uno sguardo sulla cartella: Adele Ross, 16 anni,
Christiansen Hight Shool of L.A...
***
Roma,Vaticano
Un uomo, dal vestito rosso porpora, correva veloce per i
corridoi di quegli appartamenti lussuosi.
Si fermò solo quando arrivò di fronte a una grande porta,
che aprì discretamente.
Davanti a lui, un’enorme stanza arredata con mobili antichi, di buon gusto.
Fece qualche passo sul pavimento di legno che scricchiolò piacevolmente sotto ai suoi piedi, e si avvicinò al centro
della stanza, dove c’era un uomo che, avvertendo la presenza di qualcuno, si alzò lentamente dalla poltrona su cui stava, appoggiandosi ai braccioli.
Il nuovo arrivato fece un profondo inchino.
“Dunque?” chiese con voce profonda l’altro.
“Santo Padre. L’individuo in questione sarà difficile da
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La setta degli Incappucciati
proteggere... è particolarmente portato al male...”
Il Santo Padre non si scompose più di tanto, e si avvicinò
a un’enorme finestra che dava su San Pietro, che quel giorno appariva ancora più imponente, stagliandosi contro il
cielo scuro di pioggia.
“Ci sono le tre Templari a proteggerla, no?” ribatté continuando a fissare quel paesaggio a lui familiare.
“Sì, però... secondo me è un compito troppo complicato
per loro...” rispose con un sussurrò l’altro.
L’uomo vestito di bianco fece un sorrisetto ironico. “Hanno portato a termine il loro lavoro per 805 anni...”
“Comprendo ciò che dite, Santo Padre, ma... diciamola
tutta, sono delle Templari deviate!” “Deviate?” domandò il
Papa corrugando un sopracciglio.
“Una beve, è quasi un’alcolizzata, l’altra fuma come...
come... non so fare un paragone... l’unica buona che ha
ancora del buon senso è insegnante di latino! Dobbiamo
assolverle e devolvere la missione a qualcuno più idoneo!”
“Se il Santissimo San Francesco d’Assisi le aveva incaricate, significa che era compito adatto a loro... vedremo come
evolve la situazione...” rispose impassibile il pontefice.
L’uomo inginocchiato si alzò.
“Come volete... e che il cielo ce la mandi buona...” sussurrò uscendo.
***
“E così la storia ci insegna che i Templari sono coloro che
proteggono il Santo Graal, ovvero il calice in cui si pensa
fossero riposte le ossa o il sangue di Gesù Cristo.”
“Che palle...” esclamò ad alta voce una ragazza dall’ultimo banco.
La professoressa, una vecchia ossuta, strinse le mani av-
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Lucrezia Galletti
vizzite sulla cattedra
“Miss Ross..il suo linguaggio è, come al solito, inopportuno... questi modi di esprimersi così rozzi... una contadina
parlerebbe meglio!!!” l’ammonì con una voce gracchiante
come quella di una cornacchia, mentre guardava con occhi
fiammeggianti la ragazza in fondo all’aula.
Tanto per cominciare, odiava il suo modo di vestire, inadeguato per quell’istituto. Portava la camicia della divisa negligentemente fuori dalla gonna e con tre bottoni slacciati.
Non portava la giacca e la gonna era decisamente più corta
di quanto consentisse il regolamento scolastico.
Un pessimo elemento.
La giovane parve non sentirla, né vide gli occhi della donna
che soppesavano la sua figura con occhio critico. Si attorcigliava i lungi boccoli rosso fuoco attorno al dito, mentre con
l’altra mano spippolava sui tasti del cellulare per leggere un
messaggio appena arrivato.
Sorrise, non capiva proprio come mai suo padre si ostinasse a volerla far studiare in quel posto!! In mezzo a quella
gente perbene, perfetta, ubbidiente...
Lei, invece, no. Lei non era un cane ammaestrato. Non
ubbidiva agli ordini di professori e genitori. Non si vestiva
come volevano gli altri. Viveva come voleva. Non sopportava le regole.
La campanella di fine lezione suonò. Lei raccolse pigramente lo zaino e si avviò verso l’uscita. Vide una mercedes
davanti la cancello. Doveva essere Jacob...
***
ri.
Tre persone guardavano da lontano, nascoste tra gli albe“Bestia! È il settimo che cambia in un mese!” disse una.
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La setta degli Incappucciati
“Peggio delle mutande!!!” fece eco l’altra.
Giovanna si fece il segno della croce. “Madre divina!!!
Che donna di facili costumi!!!” .
Le due la guardarono storto.
“Giovanna...” cominciò Lisa, con la voce di una mamma
che ripete per la trecentesima volta la stessa cosa, ovvia, al
suo bambino.
“Sì?” “Siamo nel 2005... le fanciulle hanno una relazione
con un uomo già a 14 anni...”
“Oh, Misericordia!” ribatté Giovanna sgranando gli occhi
all’inverosimile.
“Dai, non ti scandalizzare...”
“Giusto,... Giovanna... Giovanna??”
“Incredibile!!!È svenuta dalla shock!!”
“Da che cosa?” domandò Valeria.
“Dallo shock,... mi pare voglia dire colpo al cuore...” rispose Lisa.
“Ah...” annuì la biondina, nonostante non ci avesse capito gran che.
“Piuttosto... andiamo alle postazioni!!!” “Sì! Mi rifaccio
un attimo il trucco e...” “Valeriaaaa!” “Va bene, va bene... ti
scaldi troppo tu!!”
***
Il vento soffiava forte, su quell’enorme casa bianca sulla
collina.
Dalla terrazza un uomo guardava il paesaggio sotto di lui,
l’unica cosa che riusciva a calmargli l’animo, che, in quel
periodo, era spesso irrequieto.
Sospirando, mise una mano in tasca, estraendone un foglio piegato.
Lo aprì, guardando l’immagine di una donna dai lunghi
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Lucrezia Galletti
e ricci capelli rossi e gli occhi azzurri, accanto a una bambina
che le assomigliava molto, tranne per gli occhi, verdi come
l’erba.
L’uomo guardò un attimo la foto, poi con un lungo sospiro la rimise in tasca.
Una folata di vento un po’ più forte gli scompigliò i lunghi
capelli corvini legati in un’alta coda.
Un’ombra nera si delineò, tremolante, vicino a lui.
Gli occhi verdi dell’uomo, divennero di colpo freddi come
il ghiaccio.
“Sei arrivato…” disse con una voce fredda come il vento
che stava soffiando.
“Non potrei mai mancare a un appuntamento con te…
Zothof.”
***
Adele girava per le strade di Los Angeles decisamente
annoiata... le auto le scorrevano accanto velocissime, il fumo
dei tubi di scappamento le andava a finire negli occhi verdi.
“Che mal di testa...” sussurrò, spostandosi in una stradina
secondaria. “Che posto degradato...” commentò, osservando la strada dove si era infilata.
E, in effetti, lo era davvero... piena di rifiuti, le case in
rovina, un puzzo di marcio nell’aria, era un posto tetro, poco
illuminato da un lampione mal funzionante...
“Che cosa c’è laggiù??”
Unica vera fonte di luce nell’angusta strada era un negozio proprio in fondo...
Zigzagando fra i rifiuti, la ragazza ci si trovò di fronte.
“Hams Hams Friends... un negozio di prosciutti??”
La ragazza guardò con aria interrogativa l’insegna: quale
persona sana di mente avrebbe mai chiamato un negozio
La setta degli Incappucciati
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Amici Prosciutti??
Guardando meglio, notò che si trattava di un negozio di
animali.
La ragazza sorrise fra sé: sarà pure stata una teppista, ma
adorava gli animali!! Comunque il nome del negozio rimaneva un mistero...
Aprì la porta a vetri che fece tentennare un sonaglino,
forse messo per indicare che qualcuno stava entrando.
Era un negozio piccolo, vecchio, ricoperto di gabbie e
gabbiette.
“C’è nessuno?” chiese.
“Desidera signorina?” Una ragazza sui vent’anni, ad occhio e croce, vestita con dei jeans e una maglietta bianca, le
venne incontro.
I tratti del viso denotavano un’origine mediterranea, anche se il colore castano ramato dei lunghi capelli e gli occhi
azzurri facevano pensare a una mescolanza di razze.
Forse era una dei tanti italo-americani di L.A.
“Oh, niente, volevo solo fare un giro, posso?”
“Certo! Il negozio è a sua completa disposizione!”
Adele si guardò intorno: era pieno di animali, in particolare di roditori... criceti.
Ecco, forse, perché il negozio si chiamava Ham Ham friends:
ham era un diminuitivo di hamster.
“Ti piacciono gli animali, eh? Come ti chiami?” domandò
la ragazza con un forte accento italiano, a conferma delle
sue teorie
Adele smise di giocare con un cagnolino per guardarla.
“Sì,. mi piacciono molto. Mi chiamo Adele. Tu?”
“Lisa. Be’, è una bella cosa, che ti piacciano gli animali,
intendo. Oggi quasi nessun ragazzo della tua età dà importanza a certe cose”
La ragazza diventò un attimo triste. “Nessuno direbbe mai
che io adori gli animali.”
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Lucrezia Galletti
“Come mai?”
Adele si alzò in piedi per andare a fare due carezze ad un
gattino.
“Perché sono una teppista. Picchio la gente, odio la scuola, odio mio padre...”
“Tutti abbiamo qualcosa che non va in noi. E poi consolati, quelli considerati dei brutti ceffi alla fine si possono riscattare. Conosci qualche Santo?”
“Santo?” ripetè sbalordita Adele.
“Sì... molti di loro erano tremendi... San Pietro, San Francesco, San Galgano... tutte persone, a detta di tutti, destinate alle più profonde bocche dell’inferno... ma alla fine guarda un po’ dove sono finiti!” concluse sorridendo la ragazza
“Posso tornare da te qualche volta?”
“Certo. Tutti i giorni e tutte le ore che vorrai” “Ti ringrazio” rispose Adele timidamente
“A me non sembri affatto una teppista comunque” “No?”
“No. Anzi, mi sembri una persona di buon cuore, con un
buon carattere.. Dimmi, vuoi prendere un’animale?”
“Non ho soldi con me”
“No, come regalo. Vuoi un criceto? Ti posso dare Honey,
quello col pelo dorato che sembra miele.”
La ragazza guardò l’animaletto che stava correndo sulla
sua ruotina: gli occhietti vispi denotavano un carattere giocoso.
“Bene!Lo prendo! Mi dai anche qualche semino di girasole?”
“Il tuo mangime...” sibilò una voce da sotto il banco.
Lisa sferrò un calcio, apparentemente, a vuoto
“Nooo... i pantaloni da 100 dollari...” sibilò, morente, la
voce da sotto il banco.
“C’è.. c’è qualcuno là?” domandò Adele avvicinandosi
“Oooh, niente, sai ho appena comprato un canarino del
Burundi, che fa uno strano verso... non posso fartelo vedere
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perché deve ancora adattarsi!” spiegò nervosamente Lisa.
“Ah...” replicò Adele accarezzando il pelo morbido del criceto.
“Aspetta un attimo, dammi Honey che lo metto in una
gabbietta. Vado un attimo nel retrobottega, aspettami qui”
disse Lisa prendendo il delicato animaletto che stava mangiando comodamente un seme di zucca.
Poi si precipitò nel retrobottega, una stanzetta piena di
gabbie e mangimi per animali
“Allora, Ermengarda ti ha spiegato la situazione??” chiese
al criceto che aveva posato sul tavolo.
Il roditore posò il seme che stava rosicchiando, e rispose
con voce cristallina:
“Certo, capo!”
“Sai la ricompensa che ti spetta, vero?” “Certo: semi di
zucca a gogo!!” rispose contento.
“Mi raccomando, tienila d’occhio! E se c’è anche un solo,
minuscolo cambiamento, informaci!!” “Certo! Ah, quasi dimenticavo... Ermengarda mi ha detto di dirvi che dovete
assolutamente andare da lei... deve parlarvi del Manoscritto!”
“Ok... ne parlerò alle altre... stasera andremo!” rispose la
ragazza mettendolo in una gabbietta.
“E adesso... si entra in scena!!”
Adele stava guardando una coppia di tucani neri dalle
lunghe penne posteriori color rosato, quando Lisa rientrò
“Ecco qua! A te! Con tanto di semini annessi!” disse sorridente.
“Oh... grazie mille... allora, non ti secca se domani torno
dopo la scuola... sai..”
“Assolutamente” “Forse mi giudicherai un po’ scema, ma
sto bene tra gli animali” si giustificò timidamente Adele.
“Tranquilla, sono abituata agli idioti... ci convivo ogni giorno.”
“Hey... .” “Di nuovo il canarino del Burundi?” domandò
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Lucrezia Galletti
la ragazza alzando un sopracciglio.
“Eh, gia!” sorrise nervosamente Lisa. “Comunque, non
volevo dire che sei un idiota, tranquilla…”
La ragazza fece un sorriso tirato per ringraziarla.
“Allora a domani, Adele!!” disse Lisa agitando una mano
mentre la ragazza usciva, si accertò che Adele si fosse richiusa
la porta alle spalle, poi si diresse a passo marziale verso il
bancone, tirandone fuori qualcuno.
“Si può sapere che ti sei messa in testa? Mi è toccato pure
inventarmi il canarino del Burundi!” disse a Valeria, che stava uscendo da sotto il bancone con tutti i capelli arruffati.
“Scusa! Mi erano venute delle battute!!” replicò lei guardandola con un paio di occhioni azzurri da cucciolotto smarrito.
“Lisa... Lisa, che cavolo fai?”
“Signore... io che sono una tua umile serva, aiutami, ti
prego, a sopportare e a porgere l’altra guancia...”
“Certo che ce ne vuole, eh?” disse tra sé Valeria portandosi una mano alla fronte.
“Prego?” con uno sguardo che cominciava ad avere sfumature omicide.
“Niente, niente...” rispose nervosamente l’altra mettendo
le mani avanti.
“Piuttosto, dobbiamo fare un salto da Ermengarda” disse
Lisa, tornando alla sua normale espressione.
“Ermengarda? Quello spirito deviato? Quanto tempo che
non la vedo... 100 anni, direi.”
“Ci vuole parlare del Manoscritto” “Come mai?”
“Honey non me lo ha detto. Dai, andiamoci prima di sera.”
“Certo, chiamo subito Giovanna. Ma prima non credi che
sia il caso di informare il capo? Vuole essere sempre al corrente di tutto, ricordalo” spiegò la ragazza agitando in aria il
telefono
“Ok. Ci facciamo subito un salto. Di’... lo sai usare quell’affare?”
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La setta degli Incappucciati
“Il cellulare? Certo! Mi ha insegnato Stefano!”
“... non ho parole.”
***
“Non mi fa mai una buona impressione entrare in quella
bolgia” disse Giovanna, arricciando il naso mentre guardava in direzione del locale mezzo diroccato che avevano davanti.
Lisa fece una smorfia in risposta. “A nessuno piace.”
Valeria fece un’alzata di spalle “Non fa piacere no. Entrare in un covo di Demoni, diavoli, Angeli caduti e quant’altro, non è mai una bella cosa. Sinceramente, non ho mai
capito perché il Gran Maestro abbia scelto questo posto in
disuso, frequentato da Demoni per giunta, come centro dell’organizzazione.”
Le tre fecero qualche passo verso l’entrata, sospirando.
Giovanna si guardò intorno, il vento le scompigliava i capelli. Era un posto davvero orrendo, degno del nome che portava: “The burrow of the demons”.
Si trovava nella parte peggiore di Los Angeles, un posto
cupo, oscuro, circondato solo da drogati e alcolizzati.
Anche se, a dire la verità, erano pochi gli umani rimasti…
Evidentemente quei Demoni facevano bene il loro lavoro.
L’ultima volta che erano andate lì, ne avevano visto uno
orribile con ancora del sangue alla bocca che gli colava giù
per tutto il corpo. Una cosa da far accapponare la pelle. Non
lasciavano nemmeno le ossa.
Sospirando, aprirono la porta in ferro che emise uno strano cigolio.
Fatto un passo sul tappeto rosso, una musica Heavy metal
ad altissimo volume le investì, insieme a un odore di tabacco misto ad alcool che avrebbe fatto svenire chiunque.
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Valeria si tappò di scatto le orecchie:
“Mio Dio, sono proprio dei Demoni!” urlò a squarciagola.
“Come diavolo fa Guglielmo a stare qui, lo sa solo lui!”
ribadì Lisa, mentre insieme saltavano lo scalino per immergersi tra milioni e milioni di Demoni e Angeli.
L’udito si era quasi abituato alla musica assordante, così
si guardarono un po’ intorno.
Era pieno strapieno di Angeli seduti ai tavoli a bere, Angeli dagli occhi azzurri e dalle candide ali, finiti lì sulla Terra
per chissà quale tremenda ragione.
Un gruppo di Demoni si voltò al loro passaggio, uno di
questi alzò il bicchiere pieno di un liquido rosso verso di
loro, mentre gli altri le guardavano con occhi lucidi, pronti a
saltare loro addosso alla prima mossa falsa.
“Ci manca solo che ci provi un Demone!” borbottò Valeria, mentre scostavano una tenda rossa in fondo alla stanza.
Dietro c’era una piccola e ripida scala in pietra, che imboccarono.
Alla fine arrivarono al piano superiore, dove c’era una
sola porta a cui bussarono.
“Avanti!” risuonò una voce dall’interno.
Le tre entrarono tranquillamente in una stanza alta di pietra, con un camino acceso e sulla parete opposta una scrivania di legno con una grande poltrona su cui era seduto qualcuno girato di spalle.
Lisa fece una smorfia, sperando di non essere vista dal
Gran Maestro.
Lui adorava il profumo di gelsomino, e la stanza ne era
piena. Ma per lei era un odore troppo forte, un odore che
tutte le volte le dava alla testa.
Appena l’uomo le sentì entrare e richiudere la porta si
voltò di scatto.
Era un uomo di bell’aspetto, e le lievi rughe attorno agli
occhi azzurri denotavano un po’ di vecchiaia.
25
La setta degli Incappucciati
Aveva corti capelli bianchissimi, il viso leggermente abbronzato dai lineamenti fini.
Era vestito completamente di nero, con un maglione a
collo alto su cui risaltava un crocefisso d’oro.
Un aspetto degno del fondatore dei Templari.
Le tre si inchinarono di fronte a lui, che sorrise, facendo
cenno di alzarsi.
“Benvenute, ragazze mie. A che cosa devo la vostra visita? Di rado venite a trovarmi. Non vi piace questo posto, il
che è anche comprensibile. Allora, cosa vi spinge qui?”
Lisa si fece avanti, appoggiando le mani sulla liscia scrivania.
“Siamo venute per dirvi che la Fata Ermengarda, quella
che custodisce il Manoscritto, ci ha mandato a chiamare e
dice che è importante.”
L’uomo trasalì, impercettibilmente.
“Allora che aspettate? Andate pure. E ditemi che cosa è
successo. Appena tornate chiamatemi. Piuttosto, come va
con la ragazza?”
Le tre scossero la testa:
“È ancora un po’ presto, ma… direi che andiamo bene. E
poi, io tengo molto a quella ragazza.”
“In che senso, Lisa?” domandò Guglielmo.
La ragazza si scostò un ciuffo di capelli dagli occhi “Nel
senso che ci tengo. Punto.”
L’uomo fece un respiro profondo “Bene. Avanti, che aspettate? Partite.”
Le tre si inchinarono rispettosamente per poi tornare al piano
inferiore. Nel frattempo l’uomo si era voltato verso il fuoco.
“Questa volta sarà diverso” pensava, mentre tamburellava le dita sulla scrivania, producendo un suono che veniva
amplificato dalle pareti, facendo accapponare la pelle.
***
26
Lucrezia Galletti
Francia centrale, sera
“Certo che Ermengarda vive davvero in un posto fuori
mano!!” esclamò Giovanna dando un altro colpo di remo
nell’acqua cristallina per muovere la barchetta su cui stavano navigando.
“Be’, sono più di 1000 anni che ci vive... pretendi che
cambi dimora adesso?”
“In confronto a lei siamo solo delle poppanti...” “Com’è
dura la vita...”
Stavano navigando da più di mezz’ora in un fiumiciattolo
che si trovava in una folta foresta millenaria in Francia.
La nebbia avvolgeva i giganteschi alberi secolari, nessun
rumore si poteva sentire, tranne il lento, regolare, scorrere delle
acque e, raramente, il verso di qualche animale selvatico.
Il cielo, per quanto si poteva intravedere tra i rami degli
alberi, appariva offuscato.
Un odore di fiori che non conoscevano si mischiava a
quello del fango.
“Eccoci arrivati” esclamò Valeria.
Le tre fermarono la barchetta davanti a un enorme salice
piangente che era di fianco a un’alta cascata.
“Ermengardaaa... tu es là?” urlò Valeria.
“Dio, ma porca miseria, lo sapete che lo detesto il francese! Parliamo del sano italiano una volta tanto!!” rispose una
voce allegra dall’interno dell’albero.
“C’è” disse sorridente Giovanna.
“Dai Ermy, apri!!! Honey ci ha detto che ci volevi parlare!!” urlò Lisa.
La sua voce risuonò cinque o sei volte per tutta la vallata,
facendo alzare in volo un gruppo di rondini che se ne stavano a dormire su un olmo.
Il salice piangente aprì i suoi lunghi rametti decorati da
foglie verde smeraldo per far passare le tre.
La setta degli Incappucciati
27
“Ermengarda! Quanto tempo!!” esclamò Giovanna.
Un esserino minuscolo, alato, le andò incontro.
“Salve, ragazze. Come ve la passate?” chiese.
Le tre la guardarono: non era cambiata per niente. Aveva
sempre corti capelli castano dorato, e gli occhi grigio
azzurrognoli dalla forma leggermente orientale erano cordiali come al solito.
Indossava persino lo stesso vestitino verde mare, e le alucce
argentate erano splendenti come 100 anni prima.
“Come vi va la vita? Io sto passando un ottimo periodo.
Con tutti i turisti fatati che circolano in questa stagione, non
immaginate quanti soldi riesco a guadagnare! Le mie pozioni rendono, sapete?” esclamò soddisfatta.
Le tre sospirarono, sconsolate.
Ad Ermengarda si potevano attribuire quattro aggettivi:
simpatica, buona, disponibile e... terribilmente taccagna.
Pensare che una volta aveva lanciato una maledizione a
uno che non le aveva mai reso un prestito... lo aveva maledetto a portare per sempre la sacca dei soldi in mano…
Una fata particolare insomma, ma prezioso alleato e amica dei Templari.
Dopotutto, anche se alla lontana, anche lei faceva parte
dell’Ordine.
“Insomma, vi parlerò dei miei piani economici dopo...
adesso le cose serie... entrate.”
Le tre seguirono la fata dentro l’albero, che si rivelava
essere una specie di casetta in cui la fatina abitava.
“Avanti, sedetevi.” “Oddio, quasi me ne ero dimenticata
che per entrare qua dentro ci si rimpicciolisce e si diventa
alati” si lamentò Valeria, guardandosi il vestitino rosa che si
era trovato addosso, accoppiato a un paio di alucce magenta.
“A me non dispiace il mio nuovo look” esclamò Giovanna ammirandosi l’abito giallo oro e le alucce anch’esse dorate. “Nuovo cheeee??” chiesero Lisa e Valeria.
28
Lucrezia Galletti
A volte Giovanna se ne usciva con dei vocaboli ultra moderni che non capivano proprio…
“Look... abbigliamento” spiegò lei velocemente.
“Sarà... questo vestito blu mi fa troppo kitsch…, anche se
le ali acquamarina non sono male.” “Coff coff... ragazze,
piuttosto che guardare il vostro abbigliamento, perché non
mi ascoltate?” disse la fata incrociando le braccia.
“Scusa Ermy... va avanti.”
“Dunque... il Manoscritto che avete portato qui 805 anni
fa sta cambiando” disse con la voce alterata da una leggera
preoccupazione.
“Cambiando in che senso?” domandò Giovanna.
“Voi naturalmente sapete della profezia di Geremia che
era scritta sulla Bibbia, che San Francesco fece cancellare e
che nessun umano conosce, no? Bene, quella profezia che
tutti credevano distrutta, sta apparendo sul Manoscritto Sacro.”
“Che cosa? Facci vedere” dissero le tre, sgranando gli occhi.
Ermengarda tirò fuori dal tavolo in legno di betulla una
pergamena su cui erano scritte delle frasi in runico. Sotto
queste, stavano apparendo delle frasi in latino.
“Non ci posso credere... com’è possibile?” bisbigliò, incredula, Valeria. “Non ne ho idea ragazze.”
“L’unica cosa da fare è prenderlo con noi. Ermengarda,
tu sei stata eccezionale... voglio dire, ci hai aiutato a nasconderlo per così tanto tempo... ma adesso sarà meglio che ce
lo portiamo via” disse Lisa.
“Sono d’accordo. Credo che questa faccenda abbia a che
fare con la storia che la Vecchia ci raccontò qualche secolo
fa. Credo che la meglio cosa da fare sia andare da lei e chiedere che cosa ne pensa” suggerì la fatina, sbattendo le ali
che mandarono sulle pareti dei piacevoli riflessi color arcobaleno.
La setta degli Incappucciati
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“Giusto. Lo credo anch’io” rispose Lisa mettendo via il
Manoscritto.
“Bene, adesso sarà meglio che andiate. Buona fortuna.
Ne avrete bisogno stavolta.”
Le tre salutarono l’amica e se ne tornarono a casa.
La faccenda si stava facendo misteriosa...
Los Angeles
Rientrarono a casa che sarà stata mezzanotte passata.
“Cavolo... certo che la cosa si fa intrigata” esclamò Giovanna posando di colpo la sua borsa sulla prima sedia che
le capitò a tiro.
“La Vecchia ne saprà certamente qualcosa” esclamò Valeria. “Domani andremo da lei.”
“Saggia decisione” commentò una voce alle loro spalle.
Si voltarono e videro, seduta sul divano, una ragazza, vestita
con dei jeans e una felpa viola, che le fissava sorridendo con
un paio di occhi grigiastri
“Ermengarda! E tu che ci fai qua?! E in long version per
giunta!” “Oh, sapete, poco dopo che ve ne siete andate
Guglielmo è venuto a dirmi che quattro menti sono meglio
di tre, così ho deciso di seguirvi per darvi una mano. Contente?”
“Se è per questo, nella numerologia napoletana il 4 è la
bara…”
“Se non fossi un templare devoto a Nostro Signore, ti
direi una parola che inizia con F e finisce con I...”
“Dicci, come pensi di guadagnarti da vivere?” chiese Lisa
ignorando di proposito la frase di Valeria.
“Potrei insegnare economia. Me la cavo coi soldi, sapete?” “Non ne dubitiamo...” risposero tra i denti le tre.
“Avanti, ragazze, non fate quelle facce da funerale!! Gio-
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Lucrezia Galletti
vanna, potrei aiutarti a dividere le due belve quando cercheranno di azzannarsi!” suggerì la fata.
“Oh, bene, sono ottocento anni che le sopporto...” disse
Giovanna sconsolata.
“Ehi!!” urlarono le due, offese.
“Dai ragazze, mi sembrate scocciate... vi darò una mano!!”
“Certo, ok, siamo d’accordo... in fondo è vero, quattro teste
sono meglio di tre...” disse annuendo con la testa Valeria.
“Ok... un po’ di nuova compagnia ci voleva, dopo ottocento anni di business a tre, ci voleva un po’ di innovazione...” disse Lisa.
“Un che?? A tre? Ma che spari? Tu ti fumi troppe sigarette,
ragazza mia! Lo dico per la tua incolumità fisica e mentale.”
“Uffa... un menage... un... una routine...”
Tre paia di occhi interrogativi si puntarono su Lisa: inutile
cercare di capire... tanto valeva mettersi a dormire, o farsi
una puntata al Lotto, come avrebbe detto Ermengarda.
***
“No, mi rifiuto di crederci! Da quando ci vogliono togliere
l’incarico?”
sbraitò furiosa Giovanna all’uomo dal volto impassibile
che aveva davanti.
Era arrivato poco prima, insieme ad altri quattro, con la
sua solita aria da Padre eterno, e si era comportato come se
fosse stato a casa sua. Poi, come se parlasse del tempo, aveva detto, non senza una leggera punta di soddisfazione, che
erano state esonerate dall’incarico che avevano da più di
otto secoli.
Giovanna era rimasta più scioccata di tutte. Ci teneva
troppo al suo lavoro.
“Non vi arrabbiate. Cause di forza maggiore. Evidente-
La setta degli Incappucciati
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mente qualcuno ritiene che non siate più in grado di assolvere al vostro incarico” spiegò con una voce tanto melensa
da far venire la nausea.
“No, aspettate... volete dire che dopo tutto questo tempo
di estenuante lavoro, voi volete privarle del loro compito,
dopo aver detto più volte che se la cavavano splendidamente? Siete incoerenti!” intervenne a dare manforte Ermengarda.
Stefano, che fino ad allora era rimasto in silenzio, decise
di intervenire:
“In effetti, Romualdo, hanno ragione. Nemmeno io ho
capito bene come mai Guglielmo le abbia esonerate. E dire
che ieri era molto ben disposto nei loro confronti.”
“Esatto” confermò Lisa.
“Non mi pare che il capo si sia mai lamentato di noi.”
aggiunse Valeria.
Romualdo fece una smorfia con aria ironica, per quanto
ironica potesse essere la sua faccia di bronzo.
“Ah no? Magari non di voi, ma dei vostri metodi spicci e
poco ortodossi di sicuro.”
Le tre ragazze si ammutolirono.
“Metodi... poco ortodossi?” domandò perplessa
Ermengarda guardando prima l’uomo e poi le tre amiche
che stavano ad occhi bassi.
L’uomo si finse sorpreso e disse, felice di inveire contro le
tre che non aveva mai potuto soffrire: “Ma come? Ermengarda,
non ditemi che non sapete che metodi che adottano queste
tre? Nel 1500, quando avevano a protezione un certo Edoardo,
gran frequentatore di bordelli, si finsero donne di strada per
poterlo sorvegliare meglio. Vedeste come erano vestite...”
Giovanna ed Ermengarda si voltarono all’unisono:
“Avete fatto questo??” domandarono inviperite.
“Ecco dove andavate tutte quelle notti! Altro che spese
fuori tempo!” disse Giovanna, che per la prima volta veniva
a conoscenza di quelle cose. E, dopo trecento anni, non era
32
Lucrezia Galletti
mica bello…
“Era necessario..” sibilò tra i denti Valeria.
“Oppure, quando il Santo Padre venne a trovarle perché
preoccupato per loro, e le trovò sedute attorno al tavolo vestite per andare alle Messe nere? Pover’uomo, digiunò per
un mese al fine di espiare il grande peccato che avevano
commesso! Me lo ricordo ancora seduto che prega!”
“Anche quello era un caso di emergenza...” spiegò Giovanna mentre si rigirava i pollici.
“Voglio dire, se Elena fosse andata a quella messa, forse
sarebbe successo l’irreparabile!!”
“Oppure, quando presero a calci un poliziotto, se così si
dice, perché stava loro intralciando la strada?” continuò l’uomo
imperterrito.
Ermengarda decise di aiutare le amiche, che stavano sudando freddo.
“Il fine giustifica i mezzi, Romualdo. E poi, sentite chi parla...” aggiunse con una punta di sarcasmo, guadagnandosi
in cambio un’occhiata fulminante da parte dell’uomo col
pizzetto.
“Prego?” disse quello con voce gelida
“Oh, non sono stata mica io a massacrare centinaia di
donne nel non tanto lontano 1600... come disse Gesù, vediamo il bruscolo negli occhi del vicino, ma non la trave che
abbiamo nei nostri... condivido appieno, sempre pronti a
giudicare gli altri, e mai noi stessi” ribatté la fata con la stessa
freddezza.
L’uomo diventò rosso come un pomodoro maturo.
“Comunque sia, loro saranno private del loro compito...
ci penseranno Manuele, Stefano, Dragos e... io” aggiunse
sadicamente prendendo il Manoscritto Sacro che era sul tavolo.
“Inoltre, sarete private dei vostri poteri magici. Sapete,
nel caso vi venisse in testa di fare qualcosa” aggiunse più
La setta degli Incappucciati
33
sadicamente che mai.
Le quattro fecero tanto d’occhi: senza magia? Loro? Un
inferno!
“Anch’io?” domandò Ermengarda.
“Ovviamente! Le donne sono peggio del Diavolo... non
si sa mai cos’hanno in testa...”
“Ehi, aspetta” lo fermò Lisa “vuoi venirmi a dire che sarebbe stato il capo a volere tutto questo?” “Certo! Chi altro
sennò? E adesso vi saluto. Statemi bene.”
Lui e Stefano sparirono in una nuvola bianca.
“Dopo quello che ci ha detto, ci viene anche a dire statemi bene! Ipocrita!” disse arrabbiata Ermengarda.
Giovanna si schiantò a sedere sul divano.
“Che essere!! Non lo potevo soffrire 800 anni fa, figuriamoci adesso!!”
“Faccia di bronzo!! Vi ricordate che cosa disse?” chiese
Valeria
“Già” ricordò Lisa con un sarcastico sorriso. “‘Sono solo
donne, cosa credete che facciano?’ Sue testuali parole!”
“Che essere bieco...” sibilò Giovanna tra i denti
“Io, senza i miei poteri di fata!! Morirò!! La fine del mio
impero!”
“Economico?” “Già vedo i titoli sui giornali... le azioni si
sciolgono, la borsa fallisce, l’inflazione incalza...” disse Valeria
“Ma che divertente...”
“Non è il momento adatto per scherzare!” le fulminò Giovanna.
“Già... 800 anni di lavoro buttati al vento” continuò Lisa.
Le quattro sospirarono.
“Ehi, aspettate un momento!!”
“Che c’è Ermengarda, hai trovato un sistema per non far
crollare le tue azioni?” chiese con voce monotona Lisa.
“No, scema... loro non sanno ciò che ci disse la Vecchia!!”
34
Lucrezia Galletti
“Intendi, quella specie di leggenda?” domandò Valeria
mentre cercava di ricordare
“Sì, forse c’entra davvero col Manoscritto, come abbiamo
detto ieri” disse Giovanna.
“Ma loro non lo sanno!!” aggiunse Ermengarda.
“Potremmo andare da lei. Non daremmo nell’occhio” suggerì
Giovanna..
“E poi, non so voi, ma io non voglio farmi togliere il lavoro che svolgo da più di ottocento anni!!” esclamò Lisa.
“Esatto!! E poi, senza i nostri poteri, mi verranno le rughe
anzi tempo!!” esclamò Valeria.
“Allora, se siamo tutte d’accordo, partiamo subito per la
Romania!”
“Dobbiamo andare per quei monti da sole, senza i nostri
additivi magici? Il cielo ci protegga!”
“Dai, in fondo dobbiamo solo andare in Transilvania...”
disse Giovanna.
“Sì, in un bosco infestato dalle peggiori specie di mostri
immaginabili...” continuò Lisa.
“Senza magia e...” “…sole!!” terminarono insieme.
Lisa cominciò ad attorcigliare una ciocca di capelli su un
dito.
“Non so voi, ma io ci tengo davvero tanto a questa ragazza” disse quasi tra sé.
Le tre si voltarono a guardarla, stupite.
“Come mai?” chiese Giovanna “Non so, mi sembra diversa, ecco, dagli altri che abbiamo protetto in ottocento anni...
sembra… sembra... non so spiegarvelo bene...”
“Per farla breve e citando una frase da copione: faresti di
tutto per aiutarla?” domandò Ermengarda.
“Diciamo di sì.” “E quanto sei disposta a rischiare per
questo?” “Uhmm... fammici pensare... la vita?” “Oh, bene,
allora siamo a posto!” rispose sorridente la ragazza.
“Ehi, ma quella è una frase di Jack Sparrow!” esclamò
La setta degli Incappucciati
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Valeria.
“Ovvio! Ma a che cosa servono i film se non a poterne
fregare le frasi?” ribatté convinta la fata
“Ma tu non hai mai visto un film...” obiettò Giovanna.
“Invece sì, una volta...” rispose lei convinta.
“Cosa?” chiesero contemporaneamente le tre “”Per un
milione di dollari”.”
“Quasi quasi lo avevo intuito...”
Romania, Transilvania
“Mi fa venire i brividi questo posto...” disse Lisa guardandosi attorno.
“In effetti... fa tanto set da film dell’orrore” le diede ragione Valeria.
“E che vento gelido poi...” finì Giovanna. “Non è il vento
gelido che mi preoccupa, Giovanna...” disse Ermengarda
balbettando.
Le quattro guardarono il paesaggio che si poteva vedere
dalla piccola collina su cui erano arrivate.
La foresta oscura era sotto di loro, veramente inquietante.
Si sentivano degli ululati in lontananza, e altri rumori che
non avevano neanche il coraggio di pensare a chi potessero
appartenere.
In lontananza, passata la foresta, si poteva vedere il castello della Vecchia, sulla cima del monte Sfinx, avvolto da
nebbie perenni, che davano un aspetto ancora più spettrale
al paesaggio.
Persino la terra era solo una distesa arida. Neanche un
filo d’erba si poteva vedere.
Come se non bastasse, si udì il rumore sordo dei tuoni in
lontananza.
36
Lucrezia Galletti
Ci mancava solo un temporale...
“Ragazze, coraggio” disse Lisa “che bel termine... non so
te, ma io mi sento abbastanza agitata.”
“Tutta suggestione... magari la vrajitoare avrà previsto il
nostro arrivo, e avrà creato tutto questo scenario solo per
farci impressione... sapete com’è fatta, no?” disse Giovanna
sospirando.
“Sarà, ma a me quei pipistrelli laggiù mi fanno un effetto...” rispose Ermengarda sottovoce.
Come a conferma delle loro paure, un fulmine cadde lì
vicino, facendo tremare la terra, che si sbriciolò leggermente
sotto i loro piedi.
“A... avanti... Coraggio...”
***
La foresta appariva ancora più paurosa, adesso che c’erano
dentro.
Non si vedeva quasi niente, perché gli alberi erano talmente fitti da non lasciar passare neanche un filo di sole
(che era già poco, tra l’altro).
La nebbia avvolgeva tutto quanto, mentre i loro passi
riecheggiavano nell’aria.
Spesso giungeva il verso di una civetta che volava da un
ramo all’altro di qualche secolare albero.
“Brrr... fa pure freddo in questo postaccio” sibilò Valeria
stringendosi le braccia intorno al corpo per farsi un po’ caldo.
“In effetti...”
Un ululato più forte dei precedenti le fece fermare di scatto.
“Co... cos’è stato?” domandò Lisa balbettante. “Dai, Lisa,
calmati... solo un lupo che ha ululato un po’ più forte del
solito...” rispose Giovanna, non del tutto convinta.
La setta degli Incappucciati
37
“Non mi risulta che i lupi normali ululino così...” rispose
Ermengarda, con la voce ridotta a un sussurro.
“Giovanna... tu che sai tutto...” “... quasi...” “... mica ci
sono i lupi mannari in Romania, no?”
“Ma noo, sono solo vecchie credenze popolari... non esistono i licantropi...”
Un orribile suono si propagò veloce nel bosco. Le quattro
si voltarono all’unisono.
Un branco di lupi dall’aspetto strano, vale a dire orecchie
allungate, zampe che assomigliavano a mani, stavano ringhiando contro di loro con la bava alla bocca, gli occhi iniettati di sangue.
Forse le avevano scambiate per la loro cena...
“Ripensandoci meglio, forse…qualcuno… sì..” “Ragazze...” disse Valeria con voce abbastanza ferma “Siiii...?” riposero con voce morente le tre.
“Credo di parlare a nome di tutte se faccio un urlo...”
I lupi ringhiarono più forte di prima, scoprendo lunghe
zanne bianche.
Le quattro persero il lume della ragione e si misero a correre con quanto fiato avevano in gola, seguite a ruota dal
branco.
“Questa è la fine!!!” sbraitò Giovanna.
“Addio vestito comprato a rate!” urlò Valeria con le lacrime agli occhi.
“Hai comprato un vestito a rate?? Noi siamo quasi ridotte
sul lastrico e tu compri un vestito a rate?!” sbraitò Lisa. “Beh…
è stato un raptus...” rispose la ragazza.
“Che marca?” “Valentino...” sibilò.
“Cosa?? Ma io ti butto direttamente in bocca ai lupi!”
Come se questi avessero capito le parole di Lisa, si avventarono su Valeria, che corse ancora più velocemente, non
riuscendo però ad evitare un bel graffio su maglia e pantaloni.
38
Lucrezia Galletti
“Nooo!! Disgraziati!!” urlò girandosi a guardare i vestiti,
ormai ridotti a uno straccio.
Senza accorgersene, si erano addentrate nel punto più
profondo della foresta, in cui c’era un vecchio cimitero dalle
lapidi tutte sbilenche...
Uno stormo di pipistrelli passò sulle loro teste.
“Noooo!! È davvero la fine!” “Mamma mia come sei
disfattista!” “Mi ci gioco un milione di dollari che c’è lo zampino
di quel figlio di buona donna di Romualdo!” urlò Ermengarda,
mentre schivava a pelo il ramo di un albero.
“Delinquente! Scommetto che stapperà una bottiglia di
champagne appena saprà della nostra morte!” continuò Giovanna.
“Giuro che lo perseguiterò come spirito per tutta l’eternità!” urlò Valeria.
“Invece di perderci in chiacchere, cerchiamo di trovare
un posto per ripararci!!” urlò Lisa mentre saltava una lapide.
“Laggiù!! La chiesa!! I lupi mannari sono esseri Demoniaci,
non possono entrare!” disse Giovanna.
Correndo ancora con il poco fiato che era loro rimasto,
entrarono in chiesa e chiusero la porta. I lupi raspavano e
ringhiavano contro IL fragile legno consumato, ma non potevano rompere quella porta consacrata.
Le quattro si accasciarono a terra sfinite.
“... quando si dice la Provvidenza divina” disse Ermengarda
ansimante. “Evidentemente lassù c’è chi pensa a noi...” terminò Giovanna.
“Nooooo...” borbottò Valeria guardandosi la maglietta nera
con la scritta gotica argentata e i jeans a brandelli.
“La mia maglietta di Versace... i jeans Dolce & Gabbana...
ridotti a uno straccio... che offesa...”
“Ma quanto sei… ma che stai facendo?”
Giovanna guardò Valeria, impegnata a scrivere qualcosa
su un foglio ingiallito.
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“Io, Valeria, ex templare, in pieno possesso delle mie facoltà psico-mentali, lascio tutti i miei averi, alias armadio
(mi piange il cuore), a chi troverà questo biglietto…”
“Chi ci sarà dopo di te, si prenderà il tuo armadio…” intonò Lisa, guadagnandosi in cambio un’occhiataccia dall’amica.
“Non è divertente…” “E dai, non mi pare il caso di scrivere ancora il testamento, no?” disse Ermengarda.
“Mah, io mica sono tanto sicura di sopravvivere a quei
lupi là fuori” disse indicando la porta.
“Viva l’ottimismo…” commentò Giovanna con una risatina
soffocata.
“Ringrazia Dio che sei ancora viva... piuttosto, che cos’era quella storia del vestito a rate??” chiese Lisa.
“Ecco...” Valeria si interruppe guardando il viso arrabbiato dell’amica. Quegli occhi gelidi non erano un buon segno...
“Dunque?” “Vedi, io...”
“Magari lo ha fatto davvero in preda a un raptus.” Una
quinta voce maschile fece voltare le quattro.
Un uomo stava seduto su una panca rovesciata davanti a
loro. Era abbastanza robusto, vestito completamente di nero.
Aveva gli occhi azzurri, e i capelli castano-dorato, abbastanza lunghi, erano legati in un codino dietro la nuca, lasciando qualche ciuffo ribelle sulla fronte.
“E tu chi saresti?” “Draco Radita. Figlio della strega
Gheorghina, fratello della maga Viorica, ma più semplicemente conosciuto come Dragos il templare. Molto piacere”
si presentò con un sorriso malizioso.
Le quattro lo guardarono a lungo, poi Giovanna si alzò:
“Siamo sicuri che tu sia un templare? Voglio dire, noi non
ti abbiamo mai visto...” “Per forza, Madonna mia... sono
nell’Ordine da poco. Ho soltanto cinquecento anni, e sono
dentro da solo cento... ma me la cavo piuttosto bene. Ho
sentito molto parlare di voi, e, personalmente, vi ritengo davvero
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Lucrezia Galletti
in gamba, e non so davvero per quale motivo vi abbiano
tolto l’incarico. Io sono uno dei nuovi che adesso lo svolgono al posto vostro.”
Le quattro lo guardarono storto: quindi erano state sostituite da quel tipo che, almeno agli occhi di Ermengarda,
aveva un che da maniaco.
Mentre ognuna di loro formulava i propri pensieri, il ragazzo si alzò.
“Mia madre sapeva che sareste venute. Mi ha detto di
venirvi a prendere. A proposito, ci siamo divertiti da matti a
vedervi scappare dai lupi!” “Come, come? Cioè, dopo aver
rischiato un collasso dalla paura, più capelli bianchi, mi vieni a dire che tu hai visto tutto senza muovere un dito?” domandò Giovanna rabbiosa.” Emh… diciamo di sì” rispose il
ragazzo.
Se le quattro non fossero state ancora tachicardiche, di
sicuro lo avrebbero trucidato.
“Il massimo è stato quando alla biondina hanno stracciato i vestiti…” continuò, ridacchiando sotto i baffi.
“Cosaa?? Tu, brutto.. Vuoi dire che quando mi stavano
sbranando i vestiti, tu sei stato lì a fare niente?! A vedere 400
dollari buttati al vento? Ma io ti ammazzo! Ti stermino la
famiglia! Ti stacco la testa e poi ti appendo a testa in giù a
un albero, ti cospargo di sale fino, poi porto a pascolare le
capre che ti useranno come cena!”
“Valeria, ti prego, non iniziare a comportarti come il tuo
solito…” sibilò Lisa.
“Come?” “Sembri un cane a volte! Quando ti arrabbi, ti
si rizzano tutti i capelli, gli occhi ti diventano fessure e quasi
quasi inizi a ringhiare! Sei peggio dei lupi mannari!”
“Dì, mi stai paragonando a un lupo?” domandò Valeria
socchiudendo ancora di più gli occhi.
“Nooo…” La ragazza lo guardò con aria sussiegosa e si
allontanò a testa alta.
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“Dimmi, mica ci saranno ancora i lupi mannari?” domandò Ermengarda al ragazzo.
Lui, in tutta risposta, fece un sorrisetto malizioso “No, ma,
se hai paura, puoi stringerti a me”
“Tse! Prima di abbracciarmi a te preferirei essere chiusa in
un covo di licantropi!” ribatté lei.
Il ragazzo fece un sospiro sconsolato e aprì la porta. “Almeno ci ho provato.”
Prima di uscire le tre fecero capolino dalla porta per assicurarsi che esseri Demoniaci, quali lupi o altro, non saltassero fuori all’improvviso.
“Tranquille, fanciulle, nessuno vi farà del male adesso…
che ne dite di andare?”
“Certamente…” risposero.
Il ragazzo le guidò per una stradina molto piccola in mezzo a degli abeti, completamente in salita.
Fatto qualche chilometro, arrivarono ad una specie di
castello, che sembrava quasi un monastero.
Era un edificio imponente, grigio, mezzo diroccato, in stile
gotico.
Alcune finestre avevano i vetri rotti, mentre in quelle dei
piani più alti, si vedevano delle luci.
Esattamente come lo ricordavano.
“Certo che la Vecchia non ha cambiato stile…” disse
Ermengarda stringendosi nel giacchetto verde.
“No… evidentemente ama vivere esattamente come una
strega” rispose Valeria.
Le quattro guardarono Dragos procedere tranquillo verso la porta in legno di biancospino, consumata dal tempo.
“Chi va là?” Uno dei Demoni in pietra sparsi un po’ per
tutta la costruzione, si era improvvisamente animato, e adesso
stava puntando una specie di forca contro Dragos.
“Tranquillo, Propugnato. Sono io.”
Il Demonietto abbassò immediatamente la sua lancia e
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Lucrezia Galletti
piegò la bocca in una specie di sorriso.
“Oh, Padron Dragos, non l’avevo riconosciuta.”
Il ragazzo sorrise: “Tranquillo, fai solo il tuo lavoro.”
“Dragos! Finalmente! Pensavo fossi stato sbranato dai lupi!”
Una ragazza corse verso di loro. Era vestita con un lungo
abito nero e sulle spalle aveva un mantello del medesimo
colore.
Era abbastanza alta, con la pelle bianchissima e lunghi e
ricci capelli neri.
Gli occhi blu sorrisero a Dragos.
“Insomma, sorellina, sei troppo protettiva!” sbuffò Dragos
in risposta.
La ragazza socchiuse gli occhi, che diventarono due fessure.
“Vorrei anche vedere. Ho 750 anni più di te!”
“Tsk! Dettagli…”
La ragazza si voltò poi a guardare le quattro Templari,
che erano state mute fino a quel momento.
“Oh, scusatemi, non mi sono ancora presentata… Mi chiamo
Viorica, e sono la sorella maggiore di Dragos..molto piacere!” disse sorridendo.
“Oh, salve, noi siamo…” “Lo so chi siete…” Le interruppe Viorica.” Ah, bene, così ci eviti le presentazioni!” rispose
Lisa.
“Ma, adesso, vogliamo entrare? Tira vento e inizia a fare
freddo…e poi, mia madre vi sta aspettando, altrimenti non
mi avrebbe mandato a prendervi così di fretta!” disse Dragos,
aprendo la pesante porta, che cigolò sinistramente.
***
La casa dove viveva la Vecchia, sembrava davvero la spelonca di una strega.
La setta degli Incappucciati
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L’interno era completamente in rovina. Era un posto umido, e ogni passo fatto sulle pietre bagnate del pavimento,
rimbombava nella grande sala.
Le ragnatele dominavano sovrane su ogni cosa, i mobili,
che un tempo dovevano essere stati veramente splendidi,
erano in rovina, consumati da tarli e polvere.
Unica fonte di calore, un enorme fuoco in fondo alla sala,
che scoppiettava allegramente, ravvivando un po’ quel posto tetro.
“Però, mica male come posto…” sibilò Ermengarda. “E
dai, non ti piacerebbe viverci?” replicò Dragos.
“No” “Nemmeno con me?” “Men che mai…” .
“Finalmente qualcuno che ti risponde a tono!” disse una
vocina dal camino.
“Ma…lo vedete anche voi?” domandò Giovanna socchiudendo gli occhi per vedere meglio
“Se ti riferisci a quella specie di faccia nella fiamma del
fuoco, sì” rispose Lisa.
“Grazie Inflammo” rispose Dragos alla faccia di un vecchio dal naso lungo che era apparsa nella fiamma del fuoco.
“Ritorno a dire che è una casa davvero strana” ribadì
Ermengarda.
“Senti senti, quella che abita in una foresta dimenticata
da Dio…” ribatté ironicamente Dragos.
“Se voi due avete finito di becchettarvi, che ne dite di
salire al piano di sopra?” li interruppe Viorica.
“Certo! E, la prego, scusi Ermengarda…a volte non sa
davvero quello che dice!” si scusò Lisa.
“Ehi!” “Dai Erme, lasciale perdere…” le sussurrò all’orecchio Giovanna.
Salirono su per una grande scalinata, illuminata fiocamente da candele sui muri.
Arrivarono infine al piano superiore e percorsero un lunghissimo corridoio.
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Lucrezia Galletti
“Ne dovete fare di strada, se volete uscire” costatò Giovanna.
“Oh, non preoccuparti, ci si fa l’abitudine!” rispose Viorica.
“Eccoci arrivati, signore” disse Dragos, fermandosi di fronte
a una porta.
“Nostra madre vi sta aspettando qua dentro” proseguì
Viorica, aprendo la pesante porta.
Le quattro entrarono in una stanza completamente diversa dal resto della casa.
Tanto per iniziare, era calda. Le pareti erano ricoperte da
affreschi che raffiguravano scene di lotta tra uomini, draghi
e Demoni. Il pavimento in legno lucidissimo, era ricoperto
da un tappeto rosso scuro che riprendeva i colori degli affreschi.
Sopra di questo, davanti al fuoco che bruciava nell’enorme camino in pietra, c’erano una poltrona, occupata dalla
strega, e un piccolo divano.
“Madre, siamo arrivati” annunciò Dragos.
La donna seduta tremò un attimo.
“Dunque… siete arrivate. Me lo aspettavo…” aveva una
voce bassa e rauca, resa più dolce dal piacevole accento
rumeno.
Si era alzata dalla poltrona e adesso stava lì, in piedi davanti a loro, dritta come un fuso, vestita con un lungo abito
viola. Si voltò lentamente verso di loro.
Lunghissimi capelli bianchi le arrivavano fino alla vita,
incorniciandole il viso incredibilmente pallido. Nonostante
rughe profonde le appesantissero i lineamenti, si capiva che
un tempo doveva essere stata una donna bellissima. Aveva
un’aria intelligente, dovuta forse ai penetranti occhi blu scuro che adesso le stavano scrutando.
“E so anche di che cosa volete parlarmi…” aggiunse tornando a sedersi E indicando loro un divanetto.” Coraggio…
accomodatevi.”
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La setta degli Incappucciati
Le quattro obbedirono prontamente, accomodandosi vicino al fuoco.
La vecchia voltò la sua poltrona verso di loro. “Gradite
qualcosa? Una sigaretta? Del whisky?”
“Io una sigarett...” “Fa silenzio, Lisa!” la fermò Giovanna.
La donna sorrise leggermente.
“Non siete cambiate per niente, eh? Meglio così.” “Anche
tu non sei cambiata per niente… se può esserti di consolazione, ovvio.”
La donna sorrise sarcasticamente. “Ma che divertente che
sei, fata…”
Valeria si protese in avanti “Senti…abbiamo poco
tempo…vediamo di farla breve, ok?”
“Uhmm… vedo che negli ultimi cent’anni siete diventate
piuttosto impazienti. Bene, cercherò di essere il più concisa
possibile…”
***
Adele sbatté forte la porta di casa e buttò il maglione
marrone sulla sedia. Dalla cucina veniva la voce della televisione.
Attraversò l’enorme atrio, rilassandosi al contatto dei piedi nudi sul pavimento in legno. Salì le scale ed entrò in camera sua.
Era una stanza grande, ben arredata, piena di pupazzi.
Sulle mensole, insieme ai libri di scuola, i libri che le piacevano di più, messi insieme ai CD.
Si buttò sul letto dalla coperta bianca e iniziò a spogliarsi.
Si levò la divisa e indossò un paio di jeans slavati e un maglione bianco con il collo a barca.
Si girò verso il criceto Honey, che in quel momento stava
correndo sulla sua ruotina, aprì la gabbietta e prese in mano
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Lucrezia Galletti
il morbido animaletto, facendogli delle lievi carezze sulla testolina color miele.
“Ciao, Honey…passato una bella giornata?”
Il roditore, in tutta risposta, arricciò il nasino e mosse ritmicamente i baffetti, facendo ridere la ragazza.
“Suppongo di sì! Ti rimetto in gabbia, vado di sotto a fare
quattro chiacchiere con mio padre, sempre che ne abbia
voglia…”
La ragazza scese in fretta le scale ed entrò in salotto, dove
suo padre era seduto al tavolo e leggeva il giornale.
“Ciao, papà…” disse a voce bassissima.
“Ciao” rispose lui senza alzare lo sguardo dal giornale di
economia.
“Senti, io oggi esco un po’, va bene?” “Fai come vuoi, io
tra poco devo uscire, ho un colloquio importante e non ho
tempo per starti dietro.”
“Bene. Allora ci vediamo più tardi.”
La ragazza si mise delle scarpe bianche da ginnastica, prese
la sua giacca di jeans e aprì la porta per uscire.
Una folata di vento le scompigliò i capelli rossi, che alla
luce del sole morente si accesero di piacevoli riflessi dorati.
Prese lo zaino nero che aveva posato ai suoi piedi e camminò sull’erba bagnata, ascoltando il vento che scuoteva le
fronde degli alberi. Un rumore che l’aveva sempre aiutata a
sentirsi meno sola.
Si voltò a guardare la sua casa. Una struttura imponente,
bianca, e terribilmente asettica per i suoi gusti. Tutto aveva
un aspetto freddo, sia dentro che fuori.
Con un sospiro si voltò e imboccò la strada principale,
come al solito piena di gente frenetica.
“Mamma, mamma me lo compri un gelato?!”
La ragazza spostò i brillanti occhi verdi su un bambino
che camminava accanto a sua madre, una ragazza a occhio
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La setta degli Incappucciati
e croce sui ventisette anni.
“E va bene, ma solo per oggi!” cedette la madre sorridendo.
Qualcosa di freddo scivolò sulla guancia di Adele. La ragazza si portò una mano al viso, asciugandosi una lacrima
che era sfuggita al suo controllo.
Si diede dell’idiota da sola: le lacrime non servono… sono
utili solo ad enfatizzare il dolore, quindi non vale darsi tanta
pena…
Alzò di scatto lo sguardo, senza più traccia di lacrime, E
incrociò involontariamente lo sguardo di qualcuno davanti
a sé.
Era un ragazzo alto, con un che di nordico. Tutto, a cominciare dai jeans al lungo cappotto di lana, era nero. Aveva lunghi capelli corvini legati in una coda, il viso incredibilmente bello, gli occhi più strani che avesse mai visto: leggermente a mandorla, nerissimi, con delle pagliuzze dorate.
Il ragazzo le sorrise, scoprendo i denti bianchissimi con i
canini più appuntiti del normale.
Spinta da qualcosa a cui non sapeva bene dare un nome,
domandò senza pensarci troppo:
“Chi sei?”
Il ragazzo sorrise ancora di più, e con una voce dallo strano accento, una voce impastata, calda, rispose: “Rayen…”
***
Gheorghina si guardò un attimo le lunghe unghie laccate
di rosso, mentre le tre ragazze tamburellavano impazienti il
piede a terra, tranne Giovanna che sembrava essere l’unica
capace di mantenere la calma.
A un certo punto Lisa non resse più: “Insomma!! Ti decidi
a parlare, sì o no?!”
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Lucrezia Galletti
“Lisa!”
“No, cara, lasciala fare… avete ragione… dunque, siete
qui perché volete che vi parli del Manoscritto, vero?”
Le quattro annuirono.
“Bene. Come saprete, è scritto in runico, ma nessuno è
mai riuscito a fare una traduzione, quindi il suo contenuto è
avvolto nel mistero più completo, ma sappiamo anche che
quello che c’è scritto e qualcosa di terribile.”
La donna si interruppe un attimo per guardare la fiamma
rossa del fuoco, poi continuò con la solita voce impassibile:
“E adesso su quel Manoscritto sta apparendo la profezia
che più di otto secoli fa il Santo strappò dal Sacro libro. Un
uomo molto anziano una volta mi disse che quando il Manoscritto fosse stato tradotto, allora anche la profezia si sarebbe avverata.”
“E questo che c’entra con l’apparizione della profezia?”
domandò Valeria.
La donna sospirò: “Non ne ho la più pallida idea…”
Le quattro ragazze sospirarono: era stato un viaggio inutile.
“Bene Gheorghina… scusaci se ti abbiamo disturbato”
disse Ermengarda alzandosi e prendendo la sacca nera che
aveva accanto a sé.
“Grazie comunque dell’aiuto” riprese Giovanna.
Stavano per andarsene, quando la voce della vecchia le
fermò:
“Fate attenzione… questa storia che vi hanno tolto i poteri magici, l’incarico… c’è qualcosa che non torna… e fate
attenzione con chi parlate… ho un brutto presentimento…”
Le quattro si voltarono.
“Che tipo di presentimento?” domandò Giovanna.
La donna sospirò: “Del tipo che ho il sospetto che ci sia
qualcuno nell’Ordine che fa il doppio gioco, ecco che cosa
penso…”
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La setta degli Incappucciati
Dragos alzò la testa, stupefatto. “Madre! Ma che dite? Nessuno tradirebbe mai l’Ordine!”
La donna lo guardò di striscio. “Mai fidarsi, figlio mio…
mai.”
***
Rayen tirò un calcio alla lattina vuota di coca cola che
aveva davanti a sé: il primo passo lo aveva fatto.
Volse lo sguardo al cielo: quella era una delle rare serate
in cui a Los Angeles si potevano vedere le stelle. Adorava
quello spettacolo, lo rilassava, lo calmava, e da un po’ di
tempo ne aveva sempre più bisogno.
Tirò su la manica della sua maglia, scoprendo sull’avambraccio, in mezzo a tante cicatrici, un simbolo. Era una stella
con un uomo incappucciato al centro.
Fissò quell’immagine con odio, poi con stizza rimise a posto
la manica. Fece un respiro profondo per riprendere la sua
solita aria impassibile, poi camminò di nuovo, affrettando il
passo, ed imboccò una stradina in mezzo a delle casa disabitate.
Camminò lungo quella strada semioscura, con la sola
compagnia dei suoi passi che ticchettavano sull’asfalto. Ad
un tratto, si fermò, e con la coda dell’occhio guardò alla sua
destra.
“Ogimmo… sei già qui?”
Accanto a lui, una figura bassa, vestita totalmente di nero.
Non la si poteva guardare in faccia, perché era nascosta da
un pesante cappuccio scuro.
La figura emise un suono gutturale, forse una risata. Poi,
con la voce più sgradevole di questo mondo, una voce metallica, graffiante, disse: “Complimenti… ce l’hai fatta.”
Il ragazzo si voltò per non far vedere la sua espressione
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Lucrezia Galletti
irata: detestava quella cosa con tutto se stesso, e non se ne
poteva liberare…
***
“Non ci posso credere… che presa in giro!” esclamò
Ermengarda buttando la borsa sul divano.
“Praticamente, siamo al punto di partenza!” disse Giovanna sconsolata buttandosi di schianto su una poltrona.
“Di pure che ne sappiamo meno di prima!” rincarò la
dose Valeria.
“Ma ciò che è peggio…” Le quattro puntarono gli occhi
fiammeggianti su una poltrona davanti a loro “…è che dobbiamo sopportare te!”
Il ragazzo si toccò il codino che, per qualche arcano e
oscuro incantesimo, si mosse ritmicamente, facendo fare tanto
d’occhi alle ragazze, strabiliate dal prodigioso evento. Poi
fece un sorrisetto malizioso:
“È stata mia madre ad insistere…era preoccupata per voi,
voleva che vi sorvegliassi” si giustificò.
“Tu potevi dire di no!” ribatté furiosa Lisa.
“Ci sappiamo difendere benissimo da sole!” continuò Valeria.
“E dai… vi ci vuole una presenza maschile in casa!” disse
il ragazzo.
Le quattro gli buttarono lì un poderoso “Puah!” e se ne
andarono dall’altra parte della casa.
Poco dopo, la fata fece capolino dalla porta della cucina
con una sacca nera in mano:
“Senti, se hai bisogno di mangiare, là c’è il frigo…ah, mi
raccomando, vedi di non svuotarlo del tutto, altrimenti la
Giovanna e la Lisa ti sbranano... e il tuo letto sarà il divano,
ti ho portato due coperte, e…”
La setta degli Incappucciati
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“Il divano? E io che pensavo di dormire con te!” disse il
ragazzo con voce triste.
“Fai pure l’offeso, adesso?” rispose glaciale la fata.
“Come non detto…” replicò il ragazzo sospIrando.
“Adesso noi andiamo a fare un bagno, se ci vuoi, ci trovi
a questo indirizzo!” disse Ermengarda mettendo un foglietto
vicino al telefono.
“Posso venire anch’io?” domandò Dragos speranzoso.
“No che non puoi, scemo!” “E va bene…ma le fate francesi sono tutte come te?” domandò sconsolato.
Gli occhi di Ermengarda s‘incupirono “Tanto per cominciare, io non sono completamente francese, ma mezza italiana, e poi no, non sono tutte così… sono io che ho preso il
temperamento italiano di mia madre!” ribatté fiera.
“Ecco perché ti chiami Hermengarde Emanuelle Federica… adesso ho scoperto l’origine del nome italiano!”
La ragazza spalancò gli occhi “Hai letto la mia carta d’identità?” “Ma certo, cara.” “E non mi chiamare cara!” intimò
stizzita la fata.
Dragos la guardò prendere la giacca nera e infilarsela per
poi andare alla porta. Prima di uscire si voltò:
“Ah, quasi dimenticavo… non ti azzardare a rovistare nelle
nostre cose, altrimenti ti farò pentire d’essere nato…” e uscì
sbattendo la porta, il che fece pericolosamente oscillare un
vaso.
Il ragazzo si stravaccò con un sospiro sulla poltrona, quando
qualcuno bussò lievemente alla finestra attirando la sua attenzione.
“Fata…” disse aprendo la finestra “che ci fai ancora qui?”
“Mi ero dimenticata… qui siamo nel centro di Los Angeles,
alias America, alias States, quindi levati subito quella tunica
nera. Le ragazze mi hanno detto che nell’armadio di sopra
ci sono i jeans e la maglia che il ragazzo di Giovanna ha
lasciato qui l’ultima volta che è venuto!”
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Lucrezia Galletti
Il ragazzo alzò un sopracciglio, sorpreso. “Giovanna ha
un ragazzo?”
La ragazza annuì “Già. Si chiama Simon ed è un imprenditore edile, credo. Stanno insieme da due anni, da quel che
ho capito.”
“Bene. Ho capito. Allora a dopo.”
La fata sorrise e, mettendo le mani nelle tasche della giacca, si diresse verso la strada principale.
Dragos aspettò che fosse sparita completamente dalla sua
vista per salire di sopra. In cima alle scale inciampò in alcuni
libri.
“Cavolo…certo che sono disordinate…”
Fece lo zig zag tra un mucchio di riviste, libri e vestiti,
finché vide una specie d’armadio in legno.
Lo aprì e dentro trovò un paio di jeans slavati e una maglietta blu.
“Meglio di niente…” borbottò rassegnato.
Mentre si stava infilando i jeans, si accorse che qualcuno
lo stava fissando.
“Stefano… come mai da queste parti?”
La figura nascosta nell’ombra fece qualche passo avanti.
Dragos lo guardò con occhio critico. “Vedo che anche tu
indossi questi scomodi jeans.”
Il ragazzo fece spallucce, guardandosi i pantaloni simili a
quelli dell’amico, le scarpe da ginnastica e la maglia nera.
“Mi adatto… tu, piuttosto, che ci fai qui?” “Potrei farti la
stessa domanda non credi?” rispose Dragos mentre si infilava la maglia.
Il ragazzo dagli occhi ambrati fece qualche altro passo
verso di lui.
“Sono venuto a parlare con le ragazze e fra poco dovrebbe arrivare anche Emanuele.”
Dragos lo fissò, mettendosi le mani in tasca. “E il motivo?” “Il Manoscritto… si sta traducendo in latino da solo.”
53
La setta degli Incappucciati
***
“Vorrei tanto sapere di chi è stata quest’idea…” domandò Giovanna ad alta voce.
“Mah… chiedi ad Ermengarda…Quella fata, oltre che ad
essere maniaca del denaro, adora il Giappone…” rispose
Valeria asciugandosi il viso con un asciugamano bianco.
“E dai, su, che non vi dispiace neppure a voi!” replicò la
ragazza chiamata in causa.
“Mica è cosa di tutti i giorni…” iniziò Lisa.
“Fare il bagno tutte insieme nella solita vasca!” finirono
insieme.
“Mica starete scomode? Questa vasca da bagno può contenere anche altre due persone! Beata tecnologia umana…”
rispose la fata.
“Non è questione di comodità…” disse Giovanna scuotendo la testa zuppa.
“Ma di etica…” concluse Lisa.
“Etica?” domandò la ragazza alzando un sopracciglio,
perplessa.
“Voglio dire… quante persone fanno il bagno insieme?”
“Fammici pensare…mai stata in Giappone, eh?” domandò
“Tesoro, non siamo in Giappone, qui…” rispose Lisa “…
ma a Los Angeles” finì Valeria.
“Quanto la fate lunga… è divertente!” si giustificò la fata.
“Ti riferisci forse alle paperelle sparse per la vasca?” domandò Lisa guardando con occhio critico uno degli oggetti
in questione, una di quelle paperelle tutte colorate che fischiano.
“Dimmi, Ermengarda…quanto diavolo l’hai pagato quest’aggeggio?” domandò Valeria.
“Fammici pensare…” rispose la ragazza alzando gli occhi
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Lucrezia Galletti
al cielo per riflettere.
“Mi pare…assolutamente niente! Le ho avute tutte e dieci in omaggio con il centesimo assegno bancario intascato!”
rispose sorridente.
Le tre si guardarono: impossibile cambiare quella contabile nata…
Improvvisamente, senza un preavviso, la porta del bagno
si spalancò e, in mezzo al vapore, si intravidero due sagome,
che si rivelarono essere Stefano e Dragos.
Il primo diventò rosso come un pomodoro e iniziò a balbettare delle frasi sconnesse, l’altro, ritrovato il suo antico
coraggio, emise un sonoro fischio.
“I miei complimenti…quando si dice che l’abito non fa il
monaco…” disse con aria da maniaco.
Il suono che fanno le nocche delle dita quando scrocchiano,
si diffuse per il bagno.
“Non sarò più una Templare, ma so tirare parecchio bene
di destro…” sibilò Valeria minacciosa.” … se non uscite di
qui, immediatamente, vi mando davvero all’altro mondo!”
“Certo, certo!! Non volevo, io…io…è stata tutta un’idea
sua” !” si difese Stefano.
“Mia? Senti belloccio, i miei metodi per imbroccare le ragazze sono molto diversi dai tuoi, quindi…”
“Andate fuori!!!” urlò Giovanna tirando una saponetta.
“Uscite perché altrimenti vi dilanio!!” aggiunse Lisa, scagliando il bagnoschiuma.
“Bambino mio…perdonami…ricordati che ti ho voluto
tanto bene…”
“Ermengarda…con chi diavolo stai parlando?” chiese
Valeria scansando per un pelo un cestino di vimini a forma
di dollaro scagliato da Ermengarda verso Dragos.
“Ok, ok… vi aspettiamo fuori!!” urlarono all’unisono i due
ragazzi dandosela a gambe.
Dopo che i due Templari deviati se ne furono andati via,
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La setta degli Incappucciati
le quattro si rimisero comodamente sedute nella vasca.
“Dicevamo?” chiese Giovanna passandosi una mano tra
i capelli. “Io avrei una domanda: Ermengarda, da quando
produci cestini di vimini a forma di dollaro?” domandò Valeria, memore dallo scampato pericolo.
La fata la guardò. “Mah…direi che oramai è un bel pezzo… e ci sono anche a forma di euro, yen, yuan… con l’avvento dell’euro, però, le produzioni si sono ristrette. Voglio
dire, con i paesi unificati e la moneta unica, non c’è più
verso di fare cestino a forma di franco, o lira… mi capite,
no?” chiese, come se fosse una domanda talmente ovvia a
cui anche un bambino delle elementari avrebbe saputo rispondere.
“Siiii…” risposero in coro le tre.
Della serie: l’importante è crederci…
***
“Avanti, Ermengarda, non essere furiosa!” disse Giovanna alla ragazza che le camminava davanti a passi svelti e
decisi, le braccia incrociate.
“Giovanna, ti prego… non vedi che le girano peggio che
a un mulino a vento?” le sibilò Valeria all’orecchio.
“Eh, quando ti piace un maniaco…ecco cosa succede…”
disse Lisa.
Lo sguardo più gelido che la fata fosse in grado di mandare si diresse verso Lisa.
“Come non detto!!” balbettarono le tre, impaurite.
“Bene.”
Arrivate a casa, Ermengarda salì stizzosa le scale e sempre più stizzosa aprì la porta con un calcio.
“Hiii!!” sibilarono tra i denti le tre, seguendo l’amica a
testa bassa.
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Lucrezia Galletti
La fata posò, anzi, è meglio dire buttò, furiosamente la
borsa sulla sedia rovesciandone il contenuto, e si tolse la
giacca.
“Erme… ti prego, rilassati un attimo!” disse Valeria mentre raccoglieva gli oggetti da terra.
“Ehm… senti, so che è una domanda un po’ fuori luogo
adesso, ma… quante carte di credito hai?” domandò Giovanna, fissando le sedici carte plastificate che uscivano dal
portafoglio dell’amica (un oggetto nero con l’immagine della morte secca, sotto cui stava la scritta a pennarello bianco:
‘chi mi tocca farà la stessa fine, e poi lo sciolgo nell’acido
muriatico.’)
La fata si voltò:
“Oh, sai com’è… non si è mai troppo sicuri, quindi ne ho
un po’… American Express, Visa…”
Giovanna non fece commenti.
Si diressero in salotto dove le luci erano accese. Ermengarda
fece il suo ingresso a passo marziale, sedendosi su una poltrona senza nemmeno rivolgere la parola a Dragos, che guardò
le ragazze interrogativamente.
Valeria spostò involontariamente lo sguardo verso una
sedia, notando qualcuno che non sarebbe dovuto esserci…
“Stefano! Che ci fai qui?”
Il ragazzo sorrise. “Salve, ragazze. Come state?”
“Noi bene, ma tu… voglio dire, è raro che tu venga a
farci visita…” replicò Giovanna, mettendosi seduta vicino a
Dragos. “Non avevamo fatto molto caso a te prima” disse
distrattamente Valeria.
“E specialmente adesso che… beh... sì… hai capito no?”
proseguì Lisa.
Il ragazzo annuì. “Veramente sono qui per chiedervi un
consiglio, e tra poco verrà anche Manuele.”
“Perché non vai dal tuo adorabile superiore e compagno
Romualdo? Sono sicura che con la sua esperienza saprà con-
La setta degli Incappucciati
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sigliarti il meglio” disse Ermengarda con sarcasmo.
Il ragazzo fece un sorriso ironico “Già… peccato che nemmeno lui sappia risolvere questo problema.” La voce tradiva una certa avversità per l’uomo.
Le quattro lo guardarono interrogativamente. “Che problema?”
Prima che il ragazzo potesse rispondere, qualcuno suonò
il campanello.
“Vado io” disse Lisa alzandosi.
Poco dopo nella sala entrò un ragazzo abbastanza alto,
con i riccioli neri e gli occhi azzurri.
“Salve. Da quanto tempo non ci vediamo…” “Manuele!
Che piacere rivederti! Quanto tempo sarà passato?” “All’incirca trecento anni, credo” rispose, mettendosi seduto vicino
Dragos.
“Allora, questo problema?”
Manuele prese dalla sacca che portava un foglio di pergamena che aveva l’aria di essere molto vecchio.
“Riguarda questo… il manoscritto… si sta traducendo da
solo…”
Le quattro lo guardarono, incredule.
“Cos…come…” balbettò Lisa. “Guardate voi stesse” disse il ragazzo mettendo nelle mani di una sempre più incredula Lisa il foglio di pergamena.
Lei e le ragazze sgranarono gli occhi.
Lentamente, le frasi in runico che tanto le avevano impegnate e preoccupate nel corso di ben otto secoli, si stavano
trasformando da sole in frasi latine.
“Mon Dieu... io ero rimasta alla profezia che sarebbe dovuta apparire sotto alle frasi in runico…” sibilò Ermengarda
guardando il manoscritto. “Non alle frasi in runico che diventavano latine…”
“Non ce lo sappiamo spiegare neanche noi…” disse Emanuele.
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Lucrezia Galletti
“L’unica cosa da fare è aspettare che tutto il testo sia tradotto e poi leggere la famigerata profezia che mai nessuno è
riuscito a tradurre.”
Calò un silenzio pesante. Quella storia si stava facendo
sempre più complicata.
“Vi fermerete a dormire, spero!” disse Giovanna, con il
suo solito sorriso gentile.
Tre paia di occhi la fulminarono.
“Beh? Che ho detto?” chiese la ragazza con la sua solita
aria innocente.
I due ragazzi dissero all’unisono: “Se non siamo di troppo
disturbo…”
“Ma no che non lo siete…” disse Valeria.
Lisa gettò uno sguardo all’orologio a forma di gufo che
era appeso in salotto.
“Accidenti! Già le otto passate! Preparo subito la cena!”
disse scivolando in cucina.
Verso le nove e mezza un profumo assolutamente
paradisiaco proveniva dalla cucina.
I tre ragazzi, che fino ad allora se ne erano stati buoni
buoni in sala a guardarsi la televisione, si catapultarono nel
piccolo cucinotto.
Valeria e Giovanna stavano apparecchiando, mentre Lisa
ed Ermengarda se ne stavano ai fornelli.
“Che cucini di buono?” domandò Emanuele avvicinandosi a Lisa.
“Oh… pensavo che, dopo il viaggio che avete fatto, due
lasagne come primo e un filetto al latte e speck come secondo, ci stavano bene. Vi ci vuole della sana cucina italiana”
rispose la ragazza aprendo il forno.
“Fantastico… che donna che sei” esclamò il ragazzo.
“Tu, Ermengarda, che cucini invece?” domandò Dragos
alla fata che se ne stava girata di spalle.
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“Dolce al cioccolato e grappa aromatizzato al peperoncino
“rispose lei impassibile.
“Di’, ce l’hai con me?” domandò il ragazzo, appoggiandosi al frigorifero.
“Assolutamente” rispose la ragazza continuando a mescolare cioccolato, burro e grappa.
“Sì invece.”
“Se lo sai perché me lo chiedi allora?” domandò la fata.
“Si tratta di quello che è successo prima?” azzardò.
La fata si chiuse in un silenzio eloquente.
Il ragazzo sospirò. “E va bene, hai ragione, scusami. Va
bene così?”
La ragazza posò un attimo le fruste e si pulì le mani nel
grembiule. Se c’era una cosa che odiava erano le persone
che le davano ragione come se fosse stata una scema. Ma
quella volta era meglio non replicare.
“E va bene… ma stai attento, perché la prossima volta
non ti scuso” concluse infornando il suo dolce dopo che Lisa
ne aveva estratto lasagne e carne.
Il telefono squillò.
“Giovanna! Vai tu?” urlò Valeria, impegnata a lavare delle pentole.
“Ok!” rispose la ragazza precipitandosi nell’ingresso.
“Posso aiutarti?” La voce di Stefano la fece voltare.
“Prego?” “Ad asciugare” “Cos… ah, sì certo…”
Il ragazzo prese una pentola che la ragazza aveva appena
lavato.
“Ti manca il tuo lavoro?” Le chiese di punto in bianco.
La ragazza smise di strofinare una pentola in acciaio e si
girò di scatto. “Come, scusa?” “Dico, ti manca il tuo lavoro
di templare, sorvegliare i ragazzi, sfruttare i tuoi poteri magici…”
Valeria ci pensò su un attimo, scostandosi dal viso un ricciolo ribelle che era sfuggito alla coda.
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“Forse… dopo ottocento anni che fai una cosa… mi capisci, no?” Il ragazzo annuì.
Le voci allegre di Lisa ed Emanuele li distolsero dai loro
pensieri;
“Ragazzi, è pronto… ma quanto ci sta Giovanna al telefono?”
“Non saprei” rispose Ermengarda mettendo davanti a Stefano un piatto colmo di lasagne. “Forse è Simon” “Uhm... ,
può darsi” rispose Lisa a bocca piena.
“Tipo simpatico, quel Simon… dovete conoscerlo!” “Scusate, ma è umano… non è un po’… insomma, avete capito,
no?” disse Dragos.
Le tre ragazze sospirarono “Il motto di Giovanna è: meglio fare e pentirsi, che starsi e pentirsi.”
“Non era del Boccaccio?” “Sarà circa uguale…”
Giovanna fece il suo ingresso proprio in quel momento.
“Lasagne! Queste sì, sono le cose che ti fanno piacere
nella vita!” “… spero ti farà anche piacere sapere che il portafoglio è vuoto!” disse Valeria sarcastica.
“Beh, ma c’è Ermengarda, no?”
Tutti posarono lo sguardo sulla fata, alle prese con un
enorme pezzo di lasagna che le faceva la guancia grossa
come quella di un criceto.
“Glop… ho capito… vi farò un prestito… Valeria, non mi
guardare così… no che non vi ci metto l’IVA sopra!”
***
A mezzanotte passata finirono di mettere a posto tutto,
pronti a prendersi il meritato riposo dopo quella giornata
stancante.
“Scordatelo… tu non ci dormi con me!” ripeté Ermengarda
a Dragos per la centesima volta.
61
La setta degli Incappucciati
“E noi dove ci mettiamo?” domandò Stefano.
Ermengarda si grattò la testa, perplessa.
“Ehm… vediamo…” “Vi piacciono i futon?”
Gli sguardi di tutti si puntarono sulla fata. “Non so nemmeno che cosa siano, i futon…”
“Sono i letti tipici giapponesi… vale a dire… dormire per
terra!” spiegò allegramente.
“Dormire per terra? Ma sei impazzita, fata? Domani ci
sveglieremo con le ossa a pezzettini! Ho novecento anni passati,
io!” protestò Emanuele. “Trovatela voi una soluzione.”
Siccome quel discorso non faceva una piega, alla fine i
due Templari si trovarono a dormire in salotto su dei futon
improvvisati con delle vecchie coperte.
“Speriamo di arrivare interi a domani…” fu l’ultimo sussurro di Stefano prima di sprofondare nel sonno.
***
Adele aprì lentamente la porta per non fare il minimo
rumore.
La casa era completamente avvolta nelle tenebre, nessun
rumore, se non il lento, regolare tic tac dell’orologio.
L’orologio dell’Inferno, lo chiamava lei. Quel ticchettio le
aveva sempre dato una noia incredibile.
In punta di piedi, salì in fretta le scale, che scricchiolarono
un po’, ed entrò poi in camera sua.
Si richiuse lentamente la porta alle spalle, poi buttò lo
zaino sul letto. Si spogliò e si mise il pigiama a fantasia di
gatti, poi andò verso il cricetino Honey, che stava dormendo
profondamente.
“Honey… dai, Honey, svegliati… devo dirti una cosa importante…”
Il criceto aprì pigramente un occhietto.
62
Lucrezia Galletti
La ragazza sorrise e posò il roditore sul letto.
“Sai, ho conosciuto un ragazzo davvero strano oggi… si
chiama Rayen.”
Il cricetino si svegliò di colpo.
“È un tipo davvero strano…ha un che di diabolico, sai?”
spiegava all’animaletto mentre gli accarezzava la testa.
“Ma che ore sono… le tre di già? Dai, Honey, ti rimetto
subito a dormire, scusa se ti ho svegliato…”
Il roditore guardò la ragazza spegnere la luce e tirarsi le
coperte fino al collo.
Domani era il caso di avvertire le Templari…
***
Lisa si svegliò di primo mattino con la testa pesante come
se avesse bevuto tutto il Chianti che c’era in casa.
Guardò la sveglia sul comodino, gli occhi ancora mezzi
chiusi dal sonno. Erano appena le otto.
Si stiracchiò pigramente e si trascinò fuori dal letto, afferrando il pacchetto di Marlboro posato accanto alla lampada
rosa. Si accese una sigaretta, e aprì la finestra.
Los Angeles non si poteva certo definire il massimo della
bellezza paesaggistica, ma il sole del mattino che sottolineava i contorni dei grattacieli, era davvero qualcosa di straordinario a vedersi.
Mentre stava per richiudere la finestra, dei rumori sospetti
provenienti dalla cucina le fecero drizzare le orecchie.
Un pensiero le balenò nella mente: i ladri.
Facendo il più piano possibile, si infilò dei jeans e una
maglia, poi prese una mazza da baseball e, con tutti i sensi
all’erta, scese di sotto.
I rumori continuavano, anche più forti: dei ladri impavidi…
La ragazza fece irruzione nella cucina, la mazza spianata,
La setta degli Incappucciati
63
e si trovò a fissare Giovanna che beveva del latte ed
Ermengarda che stava preparando da mangiare per un reggimento.
“Lisa!” fece la moretta stupita. “Che ci fai con una mazza
da baseball alzata in aria di primo mattino?”
“Giusto” fece eco Ermengarda con una caffettiera in mano.
“Pensavamo fossi un ladro.”
Una valanga di insulti voleva uscire dalla bocca di Lisa
che però, per non essere sul piede di guerra già la mattina
presto, butto giù.
“Anch’io vi avevo scambiato per delle ladre…” disse tra i
denti appoggiando la mazza da baseball al muro.
“Un po’ di caffè?” domandò Ermengarda. Lisa grugnì
qualcosa in risposta, afferrando la tazza che la ragazza le
porgeva.
Le tre si misero a sedere intorno al tavolo.
“Ragazze…anche voi sveglie presto, eh?”
Una voce impastata e rauca venne dal corridoio, e Valeria sbucò dalla porta, i capelli ancora arruffati, il pigiama
addosso.
“Buon dì. Io e Giovanna non avevamo sonno, così siamo
scese a preparare la colazione” la accolse Giovanna.
“Bene” rispose la ragazza versandosi del caffè appena
fatto. Poi si mise seduta tra Lisa ed Ermengarda.
“Quasi dimenticavo…” disse Giovanna dopo un breve
minuto di silenzio. “Simon dovrebbe venire qui la prossima
settimana, a farci una visita, sapete?”
Lisa e Valeria annuirono, ed Ermengarda posò la tazza
sul tavolo, voltandosi verso la ragazza.
“Giovanna, io ti dovrei fare una domanda…come mai
stai con un umano?”
La ragazza la guardò come si guarda una pazza integrale.
“Che domande! Ma perché gli voglio bene, no?” “E non
ti sfiora il pensiero che se lui scoprisse il tuo segreto…” “…
64
Lucrezia Galletti
potrebbe lasciarmi? Ma no…” disse convinta Giovanna.
“Contenta tu.”
“Piuttosto…” iniziò Lisa, una luce strana negli occhi. “Tu
e Dragos…”
La fata per poco non si strozzò con un cornetto vuoto.
“Io e Dragos…cosa?” “Insomma…hai capito, no?”
La ragazza scosse decisamente la testa “Ma no, non è il
mio tipo…e poi ha 500 anni meno di me!” concluse bevendo tutto d’un fiato l’ultimo sorso di caffè.
“Cosa dovrei dire io allora?!” ribatté Giovanna “Simon
ne ha 789 meno di me!”
“Ah, io e la Lisa siamo a posto… cento anni di differenza
a testa…il massimo” disse Valeria.
Come dice il detto, parli del diavolo e spuntano le corna…
“Buon dì, ragazze” esordirono Stefano, Dragos ed Emanuele entrando.
“Ciao.” “Che avete cucinato di bello?” domandò Stefano
alzando un pezzo di stoffa che ricopriva un piatto.
“Quelli sono cornetti che ho fatto io a mano” rispose
Ermengarda.
“Ma che fata eccezionale!” disse Dragos. “Ti ringrazio…”
rispose la ragazza.
“Piuttosto, dove avete comprato quel vino liquoroso che
ho trovato nascosto dietro una pila di libri in salotto?” domandò Stefano mentre si prendeva un cornetto.
Valeria si prese la testa fra le mani:
“Noar?” “Mi pare di sì.” “L’ultima bottiglia… che tragedia…”
Giovanna si alzò lentamente. “Adesso, vi devo lasciare…
ho lezione con la classe di Adele…”
***
Giovanna rischiò di essere travolta da un gruppo di ragazzini sulla porta d’ingresso della scuola.
La setta degli Incappucciati
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Sbuffò: sempre e costantemente in ritardo…
Stava per entrare nella sua classe, quando dei passi strascicati provenienti dal corridoio la fermarono.
“Adele… come mai così in ritardo? Mamma mia, che cera
che hai…” disse notando le occhiaie della ragazza.
Lei in tutta risposta sibilò un: “Niente, niente… ho dormito poco…”
Giovanna la guardò entrare in classe e sedersi al suo banco, poi la seguì e si sedette alla cattedra.
“… e così, l’ablativo assoluto è facilmente riconoscibile
perché è spesso posto tra due virgole…”
Mentre spiegava non perdeva d’occhio Adele…
Di solito quella ragazza non perdeva una sola parola delle
sue lezioni, mentre quel giorno sembrava avere la testa da
tutt’altra parte…
Adele si rigirava ripetutamente tra le dita la matita: quel
giorno i suoi pensieri erano rivolti a una sola persona, a un
solo nome: Rayen. Il ragazzo più strano che avesse mai incontrato in vita sua. Aveva uno sguardo così… così… non
avrebbe saputo dare un aggettivo preciso a quegli occhi.
Lo aveva conosciuto poco tempo prima, l’ambiguità della situazione e il senso dell’assurdo dell’incontro con Rayen
avevano lasciato nel suo inconscio la sua figura marchiata a
fuoco.
Aveva sempre avuto una specie di passione per le cose
particolari, strane… E quel ragazzo lo era davvero…
Sorrise tra sé: era assurdo come qualcuno conosciuto per
caso, con cui avevi trascorso così poco tempo, ti si fosse
impresso nella testa in maniera più forte di qualsiasi altra
persona che magari conosci da molto…
Ma anche questo faceva parte dell’ambiguità della storia,
storia che aveva parecchi punti da risolvere…
La campanella suonò, portandola alla realtà.
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Lucrezia Galletti
Prese in tutta furia lo zaino e salutò la professoressa, tornandosene a pensare a quell’ambiguo ragazzo.
***
Verso le nove, mentre tutti erano seduti in salotto, qualcosa picchiò forte contro il vetro della finestra.
“Ma che…” disse Giovanna “Ehi! Ma è Honey!” esclamò
Lisa.
“Honey chi? Il mio criceto?” domandò Ermengarda alzandosi e aprendo la finestra alla pallina color miele che cadde
sul pavimento con un morbido tonfo.
“Honey…che è successo?” domandò la fata prendendolo e posandolo sul tavolino, a cui tutti si avvicinarono in
cerchio.
Il criceto si passò tre o quattro volte le zampine sulle orecchie, poi prese il seme di zucca che aveva portato con sé e
cominciò a spiegare.
“Dunque… non so se è una cosa importante, ma… la
ragazza ha conosciuto un tipo dall’aspetto strano.”
“Dall’aspetto strano? Che significa dall’aspetto strano?”
domandò Giovanna.
“Ha detto che aveva un che di diabolico. Il tizio si chiama
Rayen.”
“Ecco perché stamani aveva lo sguardo così perso nel
vuoto…” sussurrò Giovanna.
Le ragazze guardarono Manuele, Stefano e Dragos, che
però scossero la testa.
“È Romualdo che si occupa di sorvegliarla, non noi. Non
ha mai voluto” spiegò Dragos.
Valeria si portò una mano alla bocca “Che strano…”
“Già, molto strano…” disse Ermengarda. “Sembra quasi
che vi voglia tenere lontani da lei…” proseguì Lisa.
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67
Il criceto si lavò il viso. “Non so che dirvi. Poi, anche suo
padre, Zac, è un tipo alquanto ambiguo…”
Giovanna scosse una mano. “Comprensibile… è un Demone! Abbiamo fatto la guardia anche a lui!”
Honey scosse la testa. “Non in quel senso… dite, vi risulta che avesse contatti con altri Demoni?”
Le tre fecero cenno di no con la testa. “Assolutamente.
Un tipo molto tranquillo. Non dovevamo nemmeno sorvegliarlo con tanta attenzione.”
“Perché?” domandò Emanuele.
“Non so dire con certezza, ma a volte sembra che parli
con qualcuno di … strano…”
“Pensi che abbia contatti con dei Demoni?” chiese
Ermengarda.
“Non so davvero. L’unica cosa che vi consiglio è di sorvegliarla il meglio possibile. Non si sa mai… magari è solo la
mia immaginazione, ma meglio avere paura che…”
“Abbiamo capito, Honey. Adesso puoi andare” disse la
fata prendendolo in mano e posandolo sul davanzale della
finestra.
Prima di saltare giù il criceto si voltò di nuovo: “E un’ultima cosa… tenete d’occhio quel Romualdo… non mi convince per niente.”
La ragazza guardò il criceto andare via, poi chiuse la finestra e tornò al tavolo, giusto in tempo per vedere i tre ragazzi
mettersi i propri giubbotti e andarsene.
“Noi andiamo. Sorveglieremo la ragazza anche senza il
consenso di Romualdo” disse Stefano.
“Soprattutto faremo in modo che non ne sappia niente...
questa cosa di non farci entrare nella sorveglianza, questo
silenzio dei particolari…” sfarfugliò Dragos scuotendo la testa.
“Intanto noi controlleremo se esiste un certo Rayen nei i
nostri libri” disse Lisa.
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Lucrezia Galletti
“Ok. Ma vedete di non mettervi nei casini come al solito.
Non fate cose troppo grandi di voi, insomma. Siete umane
adesso” disse Manuele uscendo insieme agli altri.
Le quattro guardarono la porta richiudersi lentamente,
poi, con passi lenti e pesanti, si trascinarono in cucina.
Valeria andò alla credenza e ne tirò fuori una bottiglia di
Barolo. Le tre la guardarono con un punto interrogativo dipinto in faccia.
Lei fece spallucce. “Beh, ci vuole qualcosa di forte, no?!”
Lisa sospirò. “C’è qualcosa che non mi torna davvero in
questa faccenda.”
“Questa storia del Manoscritto che si traduce da solo, la
ragazza che incontra questo tipo, Romualdo che non vuole
la presenza dei ragazzi… troppo strano” disse Ermengarda
buttando giù un’altra sorsata del liquido rosso.
“Questa volta… succederà qualcosa…”
***
Rayen entrò in camera sua, perennemente al buio e si
buttò sul letto.
Era stanchissimo, e nemmeno fece caso alla polvere che
regnava sovrana sulle coperte.
Prese un libro consumato da terra, un libro rilegato in
pelle nera, senza riuscire a leggerne una sola parola: aveva
ben altro in testa.
Rientrando, aveva sentito Ogimmo parlare con Zothof.
Diceva che il Manoscritto si stava traducendo da solo. Appena aveva fatto qualche passo verso di lui, si era zittito.
Di solito Ogimmo non parlava con lui di cose strettamente personali. Non si fidava. E faceva bene.
Lui si era avvicinato lo stesso però, incurante di quell’improvviso silenzio, chiedendo comunque spiegazioni. Quella
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La setta degli Incappucciati
volta l’essere era così felice (ammesso che potesse provare
un sentimento come la felicità) che lo aveva preso da parte,
gli aveva offerto una coppa di vino, e con la sua solita voce
gracchiante gli aveva detto:
“Ci siamo, figlio mio. Questa è la volta buona che facciamo tremare gli Umani.”
Rayen non era un tipo impressionabile, né uno incline
alla paura. Ma quella volta un brivido gli serpeggiò lungo la
schiena.
***
“Maledizione, ancora niente!” esclamò Lisa lanciando a
terra furiosa l’ennesimo libro.
Giovanna chiuse il suo, sospirando.
Non c’era traccia di quel Rayen. Forse era solo un semplice ragazzo, uno di quei metallari amanti dell’Heavy Metal.
“Comunque sia, questa storia ha parecchi punti interrogativi” disse Ermengarda sedendosi a terra a gambe incrociate.
“Sono d’accordo. A cominciare dal fatto che ci hanno
tolto il lavoro. Come mai dopo otto secoli? E senza motivo,
poi” rifletté Valeria.
“Arcano è tutto fuorché il nostro dolor” citò Lisa.
“Ti prego, evitami Leopardi” le disse Ermengarda, alzando una mano in segno di difesa.
“Chissà quella ragazza… ci pensate? Avere intorno
Romualdo tutta la giornata è come avere Hermengarde intorno per tutta la vita” disse una voce gracchiante in fondo
alla stanza
Le quattro si voltarono, guardando un esserino davvero
minuscolo, dai lunghi capelli bianchi, il vestito azzurro cielo
e le ali argentate.
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Lucrezia Galletti
“Donarie?”
***
Adele camminava velocemente verso il negozio di animali.
Dopo tre ore consecutive di matematica con quell’idiota
del prof. Romualdo, ci voleva proprio un po’ di svago. Inoltre, appena arrivata a casa, aveva subito litigato con suo
padre. Una favola.
“Oh, no…” esclamò delusa quando vide il negozio chiuso.
La ragazza si accovacciò a terra: aveva davvero bisogno
di vedere quella ragazza.
“Maledizione…” sibilò, battendo un pugno contro la saracinesca di ferro, che tremò tutta.
All’improvviso, un foglietto di carta che era volato via dalla
porta, le andò a cadere sulle gambe.
Lo prese in mano
“Ciao Finch, per un po’ il negozio resterà chiuso, portami
i mangimi direttamente a casa, questo è l’indirizzo… firmato
Lisa S.”
Adele si alzò in piedi, mettendosi il foglietto nella tasca
della divisa.
Lisa abitava all’altro capo della città, ma aveva un disperato bisogno di andare a trovarla.
***
“Hermengarde, si può sapere perché diavolo mi fissi così?”
“Beh, dimmi un po’ tu come dovrei guardarti… si può
sapere che ci fai qui?” ribatté la fata incrociando le braccia
“Ehm… Ermengarda, dicci, chi è questa gentile signo-
La setta degli Incappucciati
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ra?” domandò Giovanna.
“Non sfottere…” sibilò a voce bassissima Lisa.
“È uno spirito degli alberi che vive nella mia foresta, Donarie”
spiegò Ermengarda. “Non so davvero che diavolo ci faccia
qui, né come abbia fatto a trovarmi!” terminò lanciando
un’occhiataccia alla nuova venuta che nel frattempo stava
studiando la stanza.
“Ed è una gran rompiballe…” aggiunse.
“Su questo non avevamo dubbi….” assentì Giovanna.
La fata volteggiò per la stanza lasciando delle scie luminose dietro di sé.
“Però, siete parecchio disordinate, ragazze mie!” disse
guardando con occhio critico gli scaffali traboccanti di libri
non esattamente in ordine.
“Donarie, non hai risposto alla mia domanda!” fece
Ermengarda con una voce non esattamente dolce.
Donarie si voltò a guardarla, i freddi occhi blu scuro a
mandorla la scrutavano gelidi.
“Hermengarde… a dire la verità, sono venuta a prenderti…”
La ragazza dai capelli castano dorati alzò le sopracciglia
“Come? Non credo d’aver capito bene…”
La fata si posò sulla sedia.
“Tu sei uno spirito dei boschi… non puoi lasciare la tua
dimora troppo a lungo!”
“Scusate, ma che differenza c’è tra spirito dei boschi e
spirito degli alberi?” domandò Lisa grattandosi la testa, non
capendoci quasi niente.
“Oh, beh…” iniziò Ermengarda.
Le tre la guardarono: “Scommetto che non lo sai nemmeno tu…”
Donarie si batté la mano sulla fronte. “Incredibile! Hai
mille anni passati e ancora ne dimostri cento!”
La fata dei boschi si passò una mano nei corti capelli.
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Lucrezia Galletti
“Proprio perché ho mille anni, sono capace di decidere da
sola senza la tua supervisione!”
Lo spirito degli alberi strinse ancora di più gli occhi, che
diventarono uno spiraglio.
“Nipote mia… non so davvero da chi tu abbia preso.”
“Nipote?” domandò Valeria accigliata. Possibile che
Ermengarda fosse una parente di quella fata bisbetica?
La fata dai lunghi capelli bianchi fece un sorriso ( o qualcosa che cercava di assomigliare a un sorriso) scoprendo i
denti bianchissimi e perfetti.
“Precisamente. È la figlia di mio figlio, lei. Anche se, onestamente, non so davvero da chi abbia preso, in quanto a
carattere.”
“Allora perché ti chiama per nome, se è tua nipote?” domandò Giovanna.
Ermengarda fece un sorriso ironico. “Perché non ci sopportiamo, ecco perché. Non si è mai interessata davvero a
me, trovava più divertente darmi ordini e basta. E, onestamente, adesso non riesco davvero ad immaginare il motivo
che l’ha spinta dall’altra parte del Globo terrestre. Magari la
sua passione al comando… chissà. Mistero.”
Sua nonna la gelò ancora di più con lo sguardo, ma
Ermengarda non fece una piega. Donarie fece un respiro
profondo per riprendere il controllo: se non ce la faceva con
le buone… avrebbe fatto pressione su quello che sua nipote
odiava di più, ossia…
“Resterò con voi finché non ti deciderai a tornare a casa!”
La fata dei boschi non riusciva a credere alle sue orecchie: sopportare quella vecchia bisbeticantipaticarompipalle
fino alla fine? Un inferno!
“Donarie, allora forse non ci siamo capite… Non voglio
avere niente a che fare con te!! Come te lo devo dire?”
L’altra non si scompose: evidentemente era abituata agli
urli Della nipote.
La setta degli Incappucciati
73
“Inutile che scalpiti. Non muoverò un solo passo.”
“Ascoltami… tu sai qual è la situazione, no? Sai che ci
potrebbe volere molto tempo. Non facciamo le ipocrite, almeno questo risparmiamocelo… non ci sopportiamo a vicenda, facciamo quasi fatica a respirare la stessa aria, quindi
chi ce lo fa fare di vivere in una specie di galera?”
Donarie non mutò minimamente espressione alle parole
della nipote: oramai sembrava decisa
“Non mi farai cambiare idea: sai che quando dico una
cosa è quella. Sono irremovibile sulle mie decisioni” decretò.
Ermengarda stava per replicare qualcosa, quando il citofono suonò.
“Erme, perché non vai tu?” disse Valeria spingendo l’amica
verso la porta.
Stava avviandosi lungo il corridoio quando sentì una specie
di urlo:
“Erme?! Ti fai pure storpiare il nome adesso?!”
Sospirando e alzando gli occhi al cielo, aprì la porta.
“E tu chi sei?” domandò alla ragazzina dai lunghi e ricci
capelli rossi che aveva davanti.
“Mi chiamo Adele. C’è Lisa?” domandò.
La fata era troppo spiazzata per fare domande, quindi
indicò il salotto dove la sua progenie e le sue amiche si stavano scontrando in una battaglia all’ultimo sangue.
Chi diavolo poteva volere Lisa tra gli esseri umani?
Quando gli tornò il lume della ragione, la ragazza era già
a metà corridoio.
La fata fece una specie di dietrofront con uno scatto degno di un corridore delle Olimpiadi, ma quando fece per
afferrare la ragazzina, era troppo tardi: lei era già lì, in piedi,
a guardare un esserino semi trasparente volteggiare per la
stanza.
“Oh, nooo…” Lisa emise un mormorio soffocato, mentre
74
Lucrezia Galletti
Giovanna e Valeria erano rimaste immobili come pesci lessi
in mezzo alla stanza.
La ragazza non sembrava dare segni di vita, tant’è che
Ermengarda dovette passarle ripetutamente una mano davanti agli occhi per farla tornare alla realtà.
Donarie scelse proprio quel momento per uscirsene con
una frase idiota:
“Dunque… questa è la figlia di Zaffiria e del Demone,
eh?”
Se Ermengarda avesse avuto una freccia di ferro tra le
mani, gliela avrebbe conficcata volentieri nel petto. Lei non
aveva mai visto Adele, altrimenti non l’avrebbe fatta entrare.
La ragazza sbatté violentemente le palpebre per tre o quattro
volte prima di ritornare a parlare, con voce incerta però.
“Come fai a sapere il nome di mia madre? E chi sarebbe
il Demone?”
Lisa si mise davanti alla ragazza, mentre Ermengarda si
dirigeva a grandi passi, e con un’espressione che avrebbe
fatto paura al diavolo in persona, verso sua nonna.
“Adele… che ci fai qui? Chi ti ha dato il mio indirizzo?”
domandò con la voce più ferma che riuscisse a imporsi.
Adele aveva ancora gli occhi puntati su Donarie. Le fate
non esistevano. Sono solo cose per bambini. Non era possibile che quell’essere alato che tre ragazze stavano cercando
di afferrare (una delle quali tirava insulti in francese), fosse
una fata.
Ed era forse una sua impressione, o la voce di Lisa era
davvero preoccupata? E che cos’era quella storia del Demone?
Lisa la scrollò delicatamente per le spalle.
“Adele… riprenditi.”
Ermengarda arrivò di corsa in quell’istante. “Tutto sistemato,
tranquilla… l’ho rinchiusa nella credenza. Sotto chiave.”
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La setta degli Incappucciati
Adele si passò una mano tra i lunghi capelli rossi e guardò prima Lisa e poi Ermengarda.
“Que… quella cosa svolazzante… era una fata?” chiese
con voce flebile.
Le due si grattarono, perplesse, la testa. Che dovevano
rispondere?
“Sì o no?” riprese la ragazza, stavolta infastidita dal silenzio delle due.
“Sì.” La voce di Lisa era poco più di un sussurro.
In quell’istante rientrarono Giovanna e Valeria. Dall’espressione che aveva Lisa capirono subito che cos’era successo.
Adele non riusciva a credere alle sue orecchie. Se quella
era una fata, allora anche loro lo erano.
“Anche voi siete delle fate?” Le ragazze scossero la testa.
“Solo io” rispose Ermengarda. “Noi siamo Templari” le
spiegò Valeria.
La ragazza aveva un’aria sempre più stupita “Templari?
Quelle che proteggono il Graal? A proposito.. professoressa?”
chiese guardando Giovanna che fece un sorrisetto nervoso.
Valeria scosse la testa, facendole cenno di sedersi.
“Mi pare sia venuto il momento di spiegarti tutta la situazione” disse sospirando e sedendosi vicino alla ragazza, seguita poi da Ermengarda e Lisa.
“Devi sapere che noi sorvegliamo la tua famiglia da otto
secoli…”
***
Il vento fortissimo scompigliava i capelli di Stefano, seduto sul tetto diroccato dell’unica casa vicina a quel bosco, il
bosco in cui Manuele era andato a cercare informazioni su
Romualdo, ma erano già passate quattro ore, e ancora nessuna notizia.
76
Lucrezia Galletti
Stava pensando di lasciar perdere, quando un cenno da
parte di Dragos lo mise in allerta. Guardò giù verso la strada
e vide che Manuele stava arrivando. Fece un salto giù dal
tetto e lo raggiunse.
“Dunque?” chiese mettendosi vicino a lui.
Il ragazzo si passò una mano tra i riccioli neri. “Sembra
che il caro Romualdo abbia contatti con dei Demoni.”
Dragos, che era arrivato in quel momento, fece tanto d’occhi.
“Che cosa?”
Il ragazzo annuì “Già. E indovinate un po’ con chi?”
Stefano fece una smorfia. “Ogimmo?” “Esatto.”
Stefano tirò un pugno nel muro: “Ecco spiegato il suo
comportamento.”
“Che dannato bastardo…” sibilò Dragos fra i denti
Manuele incrociò le braccia. “Avvertiamo subito Guglielmo…
saprà lui che cosa fare.”
“Non riesco ancora a crederci…” sibilò Stefano. “Credi,
credi… l’ho visto con i miei occhi” rispose Manuele, poi prese il mantello, se lo mise sulle spalle e fece un cenno con la
testa ai due, che lo seguirono verso il bosco avvolto nella
nebbia.
***
La ragazza capì il senso di quella frase dopo cinque minuti buoni.
“C... che cosa? Otto secoli? Macché…” balbettò stringendo le mani così forte che le nocche diventarono bianche.
Giovanna alzò una mano. “Finisci di ascoltarci, per favore. Poi trarrai le tue conclusioni.”
La ragazza si zittì. “Dunque… noi sorvegliamo la tua famiglia da otto secoli. Noi siamo Templari, e non sorvegliamo il Graal, come pensate voi oggi. È solo una copertura.”
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“Cosa sorvegliate allora?” chiese Adele.
Le tre sospirarono. “Il nostro ordine è nato intorno al 1000.
È una specie di agenzia segreta, se la vuoi chiamare così. Ci
affidano un compito, e noi lo risolviamo. E da ottocento anni
sorvegliamo, come ti ho già detto, la tua famiglia.”
“Voi… voi?” domandò, sempre più incredula Adele.
Le tre ragazze annuirono “Sì. Abbiamo più di ottocento
anni. Siamo immortali, quasi.”
“Io ne ho mille” disse Ermengarda.
“Come mai sorvegliate la mia famiglia? Chi siamo?”
“Beh… è… difficile da spiegare. Diciamo che siete dei
Demoni.”
La ragazza spalancò gli occhi fino all’inverosimile “Demoni?! State scherzando, spero?”
“Mai state più serie di così.”
La ragazza aveva una faccia sempre più stupita: i casi
erano due: o quelle facevano parte di una candid camera,
oppure erano davvero degli esseri incantati.
“Mi state forse dicendo che io sono un Demone?”
Le quattro si scambiarono uno sguardo eloquente.
La ragazza sbiancò di colpo. Forse non era una candid
camera.
“Abbiamo sorvegliato anche tuo padre, e tuo nonno, e il
nonno del tuo nonno. Appena nasce qualcuno, abbandoniamo
il padre, o la madre, per occuparci del figlio. Funziona così.”
La ragazza iniziò a ridere come un’isterica.
“Io un Demone? Cavolo, l’ho sempre saputo che ero cattiva dentro… e, ditemi, come mai proprio la nostra famiglia?”
Le tre sospirarono. “Questo non possiamo proprio dirtelo. Abbiamo parlato anche troppo.”
La ragazza si alzò di scatto e prese lo zaino che aveva
posato a terra, poi si diresse verso la porta, seguita di corsa
dalle quattro.
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Lucrezia Galletti
“Adele, aspetta… dove vai?”
La ragazza si bloccò sulla porta e si voltò lentamente. “Dove
vado? Me lo chiedete pure? Lontano da voi.”
Si passò una mano tra i capelli, nervosa. “Mio Dio… in
sedici anni di vita nessuno mi aveva mai detto che ero un
Demone. Mio padre lo sa?”
“No, non lo sa. Non ha mai manifestato niente, quindi
credo che non sospetti neppure lontanamente chi sia. Il nostro obiettivo è proprio questo. Non far sapere a quelli della
tua famiglia chi sono. Tu sei stata un’eccezione.”
“Fantastico, devo ritenermi fortunata?” concluse uscendo.
Le tre fecero un sospiro, tornandosene in sala. Ermengarda
alzò le braccia sconsolata.
“Io… mi dispiace. Se non fosse stato per Donarie non
sarebbe successo niente.”
Valeria sprofondò sul divano. “Non è colpa tua. Non è
colpa di nessuno.”
“Giusto. Vuol dire che doveva succedere” disse Giovanna filosoficamente. Lisa si mise le mani nei capelli
“Mio Dio… che succederà adesso…”
***
I tre Templari salivano in tutta furia la scala del Burrow of
the demons.
Guglielmo doveva sapere a tutti i costi che cosa stava
succedendo. Avrebbe saputo sicuramente che cosa fare.
Sarebbe stato un duro colpo per lui, venire a sapere che
proprio Romualdo era un traditore, lui che l’aveva allevato
con grande cura.
Cercando di non sentire gli orribili rumori che i demoni
facevano al piano di sotto, salirono fino in cima alla scala.
La setta degli Incappucciati
79
Senza neanche bussare, aprirono con violenza la vecchia
porta di legno.
“Ah… che cosa..?” I tre non credevano ai loro occhi. Davanti a loro, quattro uomini incappucciati, vestiti di nero, di
cui non si poteva vedere il volto. Ai loro piedi, conciato veramente male, Guglielmo.
Appena li vide, l’uomo alzò la testa martoriata, i candidi
capelli macchiati di rosso.
“Andatevene…” sussurrò.
Un colpo di tosse molto violento gli fece sputare del sangue. Uno degli Incappucciati fece qualche passo verso di
loro, l’ombra tremante proiettata dal fuoco si stagliava minacciosa sulla parete.
“Se non volete che finisca il vostro amico, non discutete e
non fate pazzie…” sibilò, con voce fredda e metallica senza
la minima traccia di emozione, a Dragos che aveva messo
una mano nel mantello come a tirare fuori qualcosa. “… e
seguitemi senza discutere.”
Dragos ritirò stizzito la mano, che chiuse a pugno. La situazione stava degenerando. Se solo fossero arrivati prima…
I tre si mossero lentamente verso quell’incappucciato. I
passi risuonavano sul gelido pavimento in pietra. Lo scenario assomigliava ad un palcoscenico dopo una recita: resti di
colori caldi nel freddo silenzio.
L’incappucciato, con un lieve movimento del mantello li
avvolse in un’aria pesante, con un forte odore di rose che
dava giramenti di testa, facendo perdere conoscenza.
Manuele si chiese come mai un odore nobile come quello
della rosa fosse accostato a quel Demone.
Poi, benché cercasse di resistere con tutte le sue forze,
quell’odore pungente ebbe la meglio, e sprofondò nel sonno.
L’Incappucciato li trascinò con sé.
80
Lucrezia Galletti
***
Adele camminava furiosa verso casa sua. Non era possibile quello che aveva sentito, ma… quella fata, le parole
delle ragazze, l’espressione seria con la quale le avevano dette…
impossibile che fosse una balla.
Spalancò la porta di casa mentre l’orologio scoccava la
mezzanotte. La ragazza trasalì.
“Maledettissimo Orologio dell’Inferno… ti ci metti pure
tu, eh?” sibilò correndo verso la sua camera. Faceva un freddo
insolito in casa. Un freddo quasi sovrannaturale.
Adele si fermò, guardandosi intorno. Quella notte tutto,
dagli oggetti, agli alberi fuori della finestra, sembrava diverso. E non in senso positivo.
Scosse la testa, infastidita dai suoi stessi pensieri e cominciò a salire le scale. Per la casa c’era un fastidioso odore di
bruciato. Veniva dalla terrazza.
Spalancò furiosa la porta della sua camera, che sbatté
contro la libreria, facendo cadere un paio di libri. Più rabbiosa che mai, si sfilò la divisa e si infilò il pigiama, poi si mise
sotto le calde coperte, tirandole su fino alla fronte.
La finestra non doveva essere chiusa bene, evidentemente. Un leggero spiffero gelido le soffiava sopra la testa. Si tirò
ancora più su le coperte. Non aveva davvero voglia di alzarsi dal suo caldo e protettivo letto.
Le parole che quelle tre le avevano detto le risuonavano
nella mente ininterrottamente. Una bella dormita avrebbe
cancellato tutto.
Dopo poco sentì le palpebre che si chiudevano. Prima di
sprofondare nel sonno, gettò uno sguardo verso la finestra:
c’erano due persone. Non ci fece troppo caso. Forse era solo
la sua immaginazione. Tutti quei discorsi sui demoni dovevano averla condizionata.
81
La setta degli Incappucciati
Fece un ultimo sospiro, prima di scivolare nel Regno di
Morfeo, cullata dal dolce rumore del vento che sbatteva contro
i vetri.
Musica celestiale in quell’inferno di pensieri.
***
Quando riaprì gli occhi scoprì di trovarsi in una specie di
prigione umida, con un forte odore di marcio per l’aria. L’unica
luce che c’era, una fiaccola semi accesa, era in quello che
doveva essere l’ingresso.
Dragos aprì completamente gli occhi, studiando la stanza
in cui li avevano portati. Di sicuro infestata dai topi.
Qualcun altro era in quella cella con loro, qualcuno vestito di bianco che se ne stava rannicchiato in un angolo buio.
Dragos pensò a Guglielmo, ma poi si ricordò che lui era
vestito di nero, e poi non aveva i capelli così lunghi e scuri.
Si alzò a fatica dal pavimento coperto di paglia, e scrollò
per una spalla i due che gli dormivano accanto.
“Ehi…Ehi! Svegliatevi.”
I due ci misero un po’ per aprire completamente gli occhi,
poi, quando furono completamente svegli, si alzarono in piedi.
“Dove diavolo siamo finiti?” domandò Manuele massaggiandosi il collo dolorante.
Dragos fece spallucce. “Non ne ho la più pallida idea.”
“Dov’è Guglielmo?” “Non ne ho idea, Stefano.”
Mentre dicevano questo, il rumore di una porta che cigolava, seguito da dei passi, catturò la loro attenzione, facendoli attaccare alle spesse sbarre di ferro.
Il solito misterioso gruppo di incappucciati si mise davanti
a loro. Erano cinque. Quello che doveva essere il capo, parlò.
“Bene, bene… chi abbiamo qui… i tre Templari. I miei
82
Lucrezia Galletti
complimenti, siete riusciti a trovarmi.” Accompagnò la frase
con quella che doveva essere una risata, ma dalla sua bocca
uscì solo un suono gutturale. “Scommetto che morite dalla
voglia di sapere chi sono.”
I tre non si arrischiarono a parlare. Erano troppo occupati
a guardare l’uomo che si stava lentamente levando il cappuccio.
Uno sguardo di sorpresa mista a disprezzo si stampò sulle
loro facce.
“Voi?!” esclamarono all’unisono.
***
Un rumore sospettò la svegliò nella notte. Scostò un poco
le coperte e guardò la sveglia fluorescente sul comodino.
Appena le due.
Gettò uno sguardo furtivo alla terrazza, stropicciandosi
gli occhi. Quelle figure erano ancora lì. Con il cuore che andava a mille, uscì dalla stanza e scese le scale scricchiolanti a
piedi nudi.
Non vedeva quasi niente in quel buio, solo la luce della
luna illuminava fiocamente le cose.
Sempre furtivamente si avvicinò al terrazzo, passando
dall’Orologio dell’Inferno, che con il suo odioso ticchettio
sembrava scandire gli agitati battiti del suo cuore ansioso.
Arrivò di fronte alla porta in legno che conduceva alla terrazza. Era socchiusa. Avvicinò tremante la mano, indecisa
sul da farsi. Poi, il suo coraggio ebbe la meglio.
Stava per spalancare quella porta quando, da un piccolo
spiraglio, vide una cosa che le gelò il sangue nelle vene.
Un uomo incappucciato, vestito di nero, le vesti che pendevano e sfioravano terra, era levitato a mezz’aria davanti a
suo padre che sembrava a suo agio. Anzi, perfettamente a
83
La setta degli Incappucciati
suo agio. Sghignazzava, anche.
Sentì il respiro che si faceva corto, le gambe cedere.
Allora era vero. Tutto vero.
Lei era un Demone.
Lo era anche suo padre.
Erano malvagi.
Si portò una mano al viso. Non si era mai fatta tanto
schifo in vita sua. Stava per cadere a terra, quando due mani
forti la sorressero. Si voltò di scatto e vide l’ultima persona
che si sarebbe mai aspettata di vedere: Rayen.
Il ragazzo le sorrise lievemente e portò l’indice alla bocca
per dirle di fare silenzio. Poi la prese per un braccio e la trascinò verso la porta.
Adele non ci capiva più niente. Allora anche lui era un
Demone. La situazione andava di male in peggio.
Appena furono fuori, senza dire una parola, il ragazzo
corse verso la strada principale, che a quell’ora di notte era
quasi più affollata che di giorno.
Quando fu sicuro che nessuno si fosse accorto di loro, si
fermò per far riprendere fiato alla ragazza.
“Rayen…” tentò di dire ansimando, le mani posate sulle
ginocchia. “Che ci fai tu qui?” chiese, stavolta con voce ferma, alzando gli occhi da terra.
Il ragazzo mantenne la solita espressione impassibile, poi
la prese per un braccio e la portò in una strada secondaria.
“Si può sapere che vuoi?” “Ti porto da loro” disse lui.
“Loro chi?”
Il suo cervello era troppo scosso per funzionare e fare dei
ragionamenti logici.
Il ragazzo tirò fuori dalla tasca del cappotto una foglia
secca.
“Dalle Templari” spiegò con ovvietà.
***
84
Lucrezia Galletti
Le ragazze riuscivano a malapena a fermare Ermengarda
che voleva buttare Donarie fuori dalla finestra, ma non potevano certo evitare che le lanciasse insulti.
“Si può sapere che cazzo ti è venuto in mente?” sbraitava, gli occhi grigio azzurri stranamente plumbei come un
cielo in tempesta. “Hai rovinato tutto, non pensi mai a quello che fai? Fatti un esame di coscienza!”
Donarie l’ascoltava impassibile. “Non è colpa mia se sono
diretta.”
Ermengarda sghignazzò. “Beh, forse dovresti studiarti un
po’ meglio il vocabolario, perché c’è una bella differenza tra
l’essere diretti e l’essere idioti!”
“Prima o poi avrebbe saputo la verità!” ribatté la donna,
la voce fredda come un pezzo di ghiaccio.
“Prima o poi? Senti, nessuno, e sottolineo nessuno, in
otto secoli ha mai saputo qualcosa, e sono convinta che anche
quella ragazza non avrebbe mai saputo niente, se non ci
fossi entrata di mezzo tu!” concluse Ermengarda infuriata
salendo le scale.
L’altra sospirò, posandosi sul divano. “Non l’ho fatto per
cattiveria… non ho mai fatto niente per cattiveria, in vita
mia.”
Le tre ragazze le si sedettero accanto.
“Ci dica… come mai è venuta qui?”
La fata sospirò un’altra volta, e prese a torturare un lembo del suo vestito azzurro.
“Vedete, io ho più di diecimila anni, e, come tutto ciò che
ha un inizio, ho anche una fine. Nella mia vita, ha ragione
Hermengarde, non mi sono comportata molto bene, specie
con lei.
E adesso sono qui per rimediare. So che una buona azione non ne cancella cento sbagliate, però è pur sempre qualcosa, no?”
Le tre annuirono, e lei continuò.
La setta degli Incappucciati
85
“Se adesso usassi un incantesimo, con i miei ultimi poteri,
morirei. Ma lo farei volentieri se questo servisse a combinare
qualcosa di buono.”
Ermengarda ascoltava tutto, nascosta dietro la porta come
i bambini: magari sua nonna era davvero pentita…
Qualcuno bussava sonoramente alla porta.
“Vado io” disse Lisa.
Rimase non poco stupita di trovarsi davanti Adele con
uno strano tipo, che entrò trascinandosela dietro senza troppe cerimonie.
“Ma…Ehi!”
Il ragazzo non parve neanche sentirla. Lasciò la ragazza
sul divano e si sedette di schianto accanto a lei, incrociando
le braccia.
Cinque paia di occhi, compresi quelli di Ermengarda che
era venuta allo scoperto a causa di tutto quel trambusto, si
puntarono su di lui.
“E tu chi saresti?” domandò Giovanna.
Lui la fissò. “Rayen. Molto piacere.”
Valeria fece tanto d’occhi. “Rayen? Quel Rayen?”
Il ragazzo fece una specie di sorrisetto sardonico. “Non so
che Rayen tu abbia in mente, ma comunque, io ti posso
assicurare che sono Rayen.”
Gli sguardi di tutti si spostarono su Adele.
“Credevo non saresti più tornata” disse Lisa.
La ragazza abbassò lo sguardo “Mi ci ha portata lui” disse indicando Rayen.
Il ragazzo alzò gli strani occhi sulle quattro, poi incrociò le
gambe.
“Sarà il caso che vi spieghi qualcosa. Mettetevi comode,
perché sarà una storia parecchio lunga.”
Le quattro obbedirono senza fiatare.
“Dunque, io sono Rayen e sono una creazione di Ogimmo.”
“Una creazione?” “Sì. Non ho una madre. Sono sempli-
86
Lucrezia Galletti
cemente fatto della materia che lui ha modellato e a cui ha
dato vita con la magia.”
Adele lo guardò di sott’occhi. Come pensava, anche lui
era un Demone.
“Come sua creazione, sarei dovuto essere un oggetto che
lui usava a suo piacimento, e anche bene, visto che nessuno
mi può uccidere in nessun modo.”
Valeria inarcò le sopracciglia “Non ti si può uccidere?”
Il ragazzo scosse la testa “No. Solo se Ogimmo muore, io
posso morire. Siamo collegati dalla magia.”
Comunque non è di me che dobbiamo parlare, ma di lei”
disse guardando la ragazza al suo fianco.
“Suo padre è entrato a far parte della Setta degli
Incappucciati di Ogimmo.”
“Che cosa?”
Il ragazzo annuì. “Purtroppo non scherzo. E di sicuro c’è
dietro qualche oscura macchinazione su Adele.”
“Tu non ne sai niente?” domandò Ermengarda.
Il ragazzo fece un sorriso ironico. “Ogimmo non si fida di
me. Ha paura che io lo tradisca da un momento all’altro.”
Le quattro sospirarono. Decisamente di male in peggio.
“Magari c’entra qualcosa la traduzione del Manoscritto?”
chiese Giovanna.
Il ragazzo si accigliò. “Che Manoscritto? Quello celtico?”
Le tre annuirono. “Esattamente. Si sta traducendo da solo.”
Il giovane Demone alzò gli occhi al cielo per riflettere.
“Chi ha adesso il Manoscritto?” domandò dopo qualche
minuto.
“Romualdo. Un traditore. È di sicuro un tirapiedi di Ogimmo.
Hai mai visto Ogimmo in faccia?” gli domandò Giovanna.
Il ragazzo scosse la testa “Mai. In duecento anni ha sempre portato quel cappuccio. Io non l’ho mai visto in faccia.
Mai.” Adele alzò la testa: “Scusate, ma io sono ancora parecchio ignorante in materia... ma chi è Ogimmo?” Giovan-
87
La setta degli Incappucciati
na si girò verso di lei: “È un demone che conosciamo da
sempre, e che ci ha messo spesso il bastone tra le ruote; ma
non avrei mai pensato che mirasse al manoscritto”.
“Ha approfittato di tutta questa confusione creatasi dopo
la traduzione del manoscritto, e ha messo in atto quello che
voleva fare da tempo, anche se non riesco ancora a capire
che diavolo vuole farci con quel Documento” spiegò Rayen.
“Piuttosto, spiegami un po’ una cosa… come mai ci stai
aiutando?” chiese sospettosa Lisa.
Il Demone storse la bocca. “Non ti fidi?”
Lisa fece un sorriso sarcastico. “Sei un Demone.”
Rayen restituì il sorriso. “E solo i pazzi si fidano dei Demoni, vero?”
“Esattamente. E, siccome noi in questo momento siamo
pazze, ci fidiamo di te” disse Adele.
“Uhmmm… lo prenderò come un complimento.”
***
“Voi?!”
La ‘cosa’ fece un sorriso sadico.
“Poveri ragazzi… deve essere una cosa scioccante per voi,
sapere ‘chi’ sono io, vero?”
I tre distolsero lo sguardo, disgustati da quella vista.
Quell’essere mosse qualche passo verso di loro, continuando
a sorridere, gli occhi azzurri freddi come la neve.
“Non dovete pensare male di me” disse con la voce più
naturale di questo mondo.
I tre si voltarono di scatto.
“Ah, no? Cosa dovremmo pensare allora?” disse con aria
sprezzante Stefano.
Manuele non riusciva a capacitarsi.
‘Lui’, l’uomo che aveva adorato, preso a modello della
88
Lucrezia Galletti
perfezione assoluta, la persona che gli aveva sempre fatto
da padre con i suoi preziosi consigli, adesso era di fronte a
lui come nemico.
La vita è davvero crudele, a volte.
L’Incappucciato scoppiò in una ristata orrenda, che risuonò sulle pareti.
“Poveri ragazzi, mi fate quasi pensa, sapete? Rifletteteci
un attimo: in fondo ho fatto quello che tutti gli esseri viventi
fanno ogni giorno, per tutta la durata della loro vita. Ho
pensato a me stesso. A me stesso e al mio interesse. Sì, lo so,
in questo modo calpesto gli altri, ma… chi se ne importa alla
fine?”
Dragos si voltò, gli occhi blu fiammeggianti:
“Cosa importa? Importa eccome invece! Non puoi fregartene di tutti!”
L’uomo fece una smorfia:
“Rifletti, ragazzo mio, rifletti: se non fosse venuto in mente a me, sarebbe venuto in mente a qualcun altro. E chi
avrebbe pensato a me? Nessuno. Quindi non venirmi a fare
la morale, per favore. Risparmia il fiato, e usalo per rispondere alla domanda che vi sto per fare. Sono venuto a farvi
una proposta.”
“Che genere di proposta?”
“Volete unirvi a me? Non ve ne pentirete, credetemi.”
I tre fecero una smorfia.
“Scherzi vero? Mica siamo come te?”
L’uomo stette alcuni secondi in silenzio, poi esclamò rimettendosi il cappuccio:
“Come volete. Ma vi darò ancora del tempo… pensateci…. Vi do tempo quattro giorni.. Sono certo che farete una
scelta ragionevole.”
Manuele si attaccò alle sbarre.
“Dove vai?”
L’uomo si bloccò sulle scale.
89
La setta degli Incappucciati
“Non vi lascio, tranquilli. Voglio solo leggervi una cosa”
disse pacatamente prendendo un foglio che un altro
incappucciato gli porgeva.
I tre avevano un’espressione allarmata: sapevano di cosa
si trattava.…
“Dunque” disse l’incappucciato aprendo la consumata
pergamena, “mentre voi dormivate, il manoscritto ha finito
di tradursi. Non domandatemi il perché” disse prevenendo
la domanda dei tre “… perché non lo so. Comunque, vediamo un po’ che c’è scritto. Dunque… uhmmm… interessante…”
“Andiamo, leggi senza fare storie!” urlò Dragos.
“Abbassa il tono, ragazzo. Ci vuole sangue freddo in tutte
le situazioni. Devo riassumere… è troppo lungo.
Il figlio di un Demone, un templare, sarà il generale dell’Inferno.
Ma che discorso poetico… continuando:
Nessuno potrà mai fermarlo, poesia per le mie orecchie…
porterà distruzione e morte… la cosa si fa interessante… il
giorno del suo diciassettesimo compleanno… bene… molto
bene.” Ripiegò con cura il prezioso manoscritto.
I tre si guardarono allibiti.
“Perché hai aspettato così tanto?” sibilò Dragos.
L’uomo ripiegò con estrema lentezza la pergamena.
“Bè, dovevo pur sapere quando sarebbe nato questo
Demone, no? E il Manoscritto era l’unica fonte attendibile
su cui potevo basarmi. E adesso... posso finalmente venire
allo scoperto...”
“Cosa diavolo vorresti fare?” urlò Stefano guardandolo
andare via. L’uomo si fermò sulle scale.
“Ma che domande… andare a prendere questo demonio… sono anni che gli sto dietro…”
***
90
Lucrezia Galletti
“Allora, che cosa proponi di fare, Demone?” domandò
Ermengarda alzando il bavero del cappotto.
Camminare alle quattro del mattino, con il vento che tirava in dicembre per le vie di Los Angeles, non era certo il
massimo.
“Andare a casa sua, parlare con suo padre.”
“Cosaa?! Di’, Demone, sei impazzito?! Quello è un tuo
simile, ci può fare pelle e pezzetti in un secondo! Siamo senza poteri magici, noi!” sbraitò Valeria.
“Calmati, Valeria, calmati… avrà un piano” cercò di tranquillizzarla Giovanna.
“Certo che ho un piano! Zothof è uno che ci sa fare, ma
io sono più in gamba di lui.”
“Viva la modestia, eh?” ironizzò Lisa.
Rayen la fulminò con lo sguardo: “Dico solo la verità!”
“Allora, su, qual è questo piano geniale? Ti avverto che
non ci voglio lasciare le penne!” disse Ermengarda.
“E nemmeno il libretto degli assegni, aggiungerei io!” ribadì Valeria.
Rayen sbuffò. “C’è solo una cosa da fare… prendere quel
Manoscritto e leggere quello che dice.”
Lisa non poté più trattenersi e scoppiò a ridere. Cinque
paia di occhi si posarono su di lei: evidentemente, la paura
le aveva dato alla testa.
“Si può sapere che hai da ridere?” domandò Rayen.
Inutile. Per quanto si sforzasse, non sarebbe mai riuscito a
capire gli esseri umani.
“Ho da ridere perché il Manoscritto è in mano al Demone, e non sappiamo come prenderlo!”
“Qualcuno avrebbe la gentilezza di spiegarmi che diavolo
è questo Manoscritto?” chiese Adele.
“Vediamo… nel 200 d.C circa, in una chiesa orientale
apparve questo foglio scritto in una lingua dai caratteri sconosciuti, i caratteri runici.
La setta degli Incappucciati
91
Fu collegato alla profezia di un profeta Biblico, strappata
in seguito dalla Bibbia da San Francesco. Nessuno è mai
riuscito a tradurlo, e adesso è strano che lo faccia da solo!”
spiegò Giovanna.
“Fantastico! Non credevo che a sedici anni mi sarei trovata a parlare di demoni, magie, Templari e Manoscritti!”
“E in effetti… la cosa è… parecchio scioccante, direi…”
concordò Giovanna.
Camminarono ancora per un bel pezzo di strada, il respiro che si condensava nell’aria gelida.
Intorno alla casa della ragazza il freddo diventava sempre
più intenso. Il vento sembrava soffiare più che mai, scuotendo le fronde degli alberi che formavano per terra delle ombre inquietanti.
Involontariamente, Adele rabbrividì.
“Allora entriamo?” disse Rayen.
Adele lo guardò. Quel ragazzo aveva un sangue freddo
da fare invidia a chiunque.
Le quattro annuirono, e con passo fermo attraversarono
il vialetto.
Adele fece per aprire la porta, ma non ce ne fu bisogno.
Si aprì da sola, quasi li aspettasse.
Adele non poté fare a meno di pensare a suo padre.
Ecco il perché della sua freddezza nei confronti di tutti,
immerso nel suo mondo di computer ed elettronica. La parola Demone, spiegava tutto.
Sospirò. Che cosa sarebbe successo se non avesse mai
incontrato Lisa e le sue amiche? Avrebbe vissuto senza mai
sapere chi era per tutta la vita?
Non era certo orgogliosa di quel che aveva scoperto di
essere, ma è sempre meglio sapere chi siamo davvero…
“Allora, entriamo?”
La voce profonda di Rayen la riscosse dai suoi pensieri.
La ragazza annuì, e con due passi entrò.
92
Lucrezia Galletti
Niente le sembrava familiare là dentro, come se in sedici
anni di vita non ci fosse mai entrata. Tutto le dava un senso
di freddo, asettico.
Una leggera spinta sulle spalle da parte di Rayen e la fece
andare avanti. Una folata di vento la investì, mandandole il
gelo dentro le ossa.
Si voltò: il vento ghiacciato veniva dalla finestra che collegava alla terrazza.
Rabbrividì: il posto dove era quella cosa incappucciata
che avrebbe fatto rabbrividire il Diavolo stesso…
La cosa più paurosa che avesse mai visto.
Le quattro ragazze si guardavano intorno.
Quel posto aveva davvero una forte aria malefica… era
quasi impossibile viverci per loro, anche adesso che erano
umane.
Rayen manteneva la sua solita espressione tranquilla e
impassibile, ma, ad una più attenta osservazione si poteva
capire che era solo apparenza.
Non aveva mai complottato contro il suo creatore, mai,
nonostante avesse avuto più volte parecchi motivi per farlo.
Benché fosse perfettamente in grado di affrontarlo, non lo
aveva mai fatto.
E per un semplice motivo.
Era intelligente.
E la sua intelligenza gli permetteva di non fare cose stupide e insensate.
Sapeva benissimo che Ogimmo avrebbe potuto ucciderlo
con il semplice schioccare delle dita. E lui non aveva mai
ritenuto che la sua esistenza fosse così mediocre da poter
essere stroncata a causa della sua stupidità. Anche se odiava assolvere gli orrendi incarichi di Ogimmo, non si era mai
ribellato.
Mai.
Neppure quando uccise sotto i suoi occhi l’unico essere
La setta degli Incappucciati
93
vivente che gli si era mai avvicinato. Lo ricordava ancora
come se fosse successo in quel momento.
Aveva ucciso un cane, il suo unico amico. Lo aveva squartato
in due, come una bambola rotta che non si usa più. Spazzatura, lo aveva chiamato. E aveva anche detto che non era
un essere vivente importante, solo una distrazione utile per
farlo intenerire.
Anche se quell’animale fosse stato l’essere più stupido al
mondo, era pur sempre importante per lui.
Aveva sentito qualcosa che non aveva mai nemmeno percepito nella sua vita. Qualcosa che pungeva dietro gli occhi.
Lacrime? No, lui non avrebbe mai pianto davanti ad
Ogimmo. Per niente al mondo. Così aveva imparato a soffocare la rabbia, per sopravvivere.
E adesso era li, a mettersi contro di lui per una persona
che neanche conosceva. In un’altra occasione avrebbe riso
di sé e si sarebbe dato del pazzo da solo. Ma in quel momento, aveva solo voglia di evitare quella tragedia.
Magari era solo un modo di salvarsi l’anima, pulirla da
tutte le cattiverie che aveva commesso. Ogimmo avrebbe
obiettato che lui non aveva un’anima.
E poteva anche essere vero.
Ma se non avesse avuto un’anima, non avrebbe provato
dei rimorsi.
Chissà…
“Io… non credo di farcela ad entrare” sibilò Adele, facendo tornare il ragazzo alla realtà.
“Tranquilla, non ti può succedere nulla… non ti possono
uccidere” la rassicurò il ragazzo.
“E chi te lo dice?”
“Se avessero voluto ucciderti, non avrebbero aspettato
sedici anni, ti pare?”
“Non si può mai sapere che cosa passa per la mente di un
94
Lucrezia Galletti
Demone. Non sappiamo nemmeno che cosa passa nella tua”
disse Giovanna.
Il ragazzo la guardò, un sorriso enigmatico stampato sulla
faccia.
“Fidatevi… i demoni sono esseri dai metodi spicci. Se
avessi voluto, vi avrei ucciso subito.”
“Dobbiamo prenderlo come un complimento?” sussurrò
Ermengarda all’orecchio di Valeria.
“E chi lo sa… io non penso più. Qui tutto va come gli
pare. È uno spreco d’energie, pensare.”
“Ma bene, entrate… non statevene sulla porta come dei
conigli…”
Rayen avrebbe riconosciuto quella voce tra mille. Quella
di Ogimmo. Con un gesto secco aprì la porta, trovandosi
davanti l’Incappucciato e Zothof.
“Papà…” balbettò Adele.
Zothof non si mosse neppure di un millimetro. Come se
non l’avesse sentita.
“Che piacere che mi abbiate portato la ragazza… mi avete risparmiato una fatica!”
“Piantala di sparare cazzate. Dicci chi sei” intimò Lisa.
La figura incappucciata trasalì.
“Dirvi chi sono? Non credo che vi farebbe piacere” disse
sghignazzando.
“Oramai niente ci può più sconvolgere. Sappiamo che
anche Romualdo lavora per te” ribadì Valeria.
“Romualdo? Per me? Siete uscite di senno? Quello non
lavorerebbe mai per me, nemmeno sotto tortura!”
“Piantala di mentire, Demone… lo abbiamo scoperto. Anzi,
mi sa che lo hanno scoperto i tre Templari che erano nel suo
gruppo.”
La figura incappucciata si alzò e si mise a camminare avanti
e indietro per la terrazza.
“Fammi pensare un attimo… ah, sì… quei tre gentili ra-
La setta degli Incappucciati
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gazzi che ho fatto prigionieri oggi insieme a Romualdo, certo… mi dispiace, ma non credo vivranno a lungo” terminò
di spiegare.
“In che senso non vivranno a lungo?” sibilò Giovanna.
L’incappucciato mise le mani sulla ringhiera della terrazza.
“Nel senso che non vivranno a lungo. Li facevo più intelligenti. Avevo persino proposto loro di unirsi a me, ma…”
L’incappucciato si voltò di scatto, e alle narici di Lisa arrivò un forte odore di gelsomino che le provocò un capogiro.
Gelsomino…
La ragazza spalancò i grandi occhi azzurri sull’Incappucciato.
“Non ti è mai piaciuto il mio profumo, eh?”
“Voi? Gran Maestro…” disse con voce morente.
Rayen e Adele guardarono interrogativamente le quattro
ragazze che erano sbiancate.
L’incappucciato alzò le mani lunghe e diafane sul nero
cappuccio, che si calò lentamente.
Corti capelli bianchi si illuminarono alla luce delle lampade, mentre i gelidi occhi azzurri fissavano tutte le Templari.
Un sorriso cinico era stampato sulla bocca di Guglielmo.
“Voi… come avete potuto?” gridò Valeria.
L’uomo non si scompose, e fece qualche passo verso di lei.
“Mi hanno fatto la solita domanda i tuoi amici prima…
ah, la fedeltà di questi giovani… non hanno ancora capito
che cosa conta nella vita.”
Le quattro ragazze non potevano credere ai loro occhi.
Il loro più grande amico, confidente, la persona in cui
riponevano la loro fiducia…era un Demone assassino.
“Avanti non mi guardate con quella faccia spaurita… mica
vi voglio fare del male! Piuttosto, fate un bel sorriso… ho da
presentarvi una persona…Vieni avanti.”
Si udì un leggero scalpiccio, e una figura con la testa coperta da un velo si intravide sulla porta.
96
Lucrezia Galletti
La figura si avvicinò.
Era la sagoma di una ragazza, bassa, con i piedi nudi, un
vestito nero molto consumato e in alcuni punti strappato.
Portava un velo scuro che teneva fermo con una mano
bianchissima.
Si fermò accanto a Guglielmo. “Ti puoi togliere il velo…”
sussurrò lui.
La ragazza lo tolse molto lentamente dal capo, lasciando
vedere dei lunghissimi capelli rossi riccioluti, due occhi verde scuro e una pelle bianchissima.
“Me?” sibilò Adele, guardando una copia di se stessa sedersi vicino a suo padre.
“No, tesoro. Non te. O meglio una parte di te, quella
demoniaca. Sai, io e Zothof, che poi sarebbe tuo padre, siamo arrivati alla conclusione che tu non avresti mai accettato
di unirti a noi di tua spontanea volontà. Così ti abbiamo
divisa. Buona e cattiva. Non ci saranno problemi no?” concluse l’uomo ghignando soddisfatto.
Gli occhi di Rayen diventarono due fessure. Portò al viso
la mano, mostrando i lunghi artigli che brillavano alla luce,
mentre gli occhi lampeggiavano di rosso. Curvò la bocca a
un sorriso, scoprendo i canini appuntiti.
“Fai passi falsi pure tu eh, Ogimmo?”
L’uomo alzò un sopracciglio. “Come?”
“Tu le hai divise… se lei muore, non succederà niente”
disse il ragazzo avvicinando i suoi artigli al viso della ragazza
vestita di nero, che non mosse ciglia.
Ogimmo sorrise: “Io non lo farei se fossi in te.”
“Ah no? E perché?”
“Eh… ti facevo più astuto” e si diresse verso una specie di
mensola su cui era posto un pugnale affilato, che avvicinò al
viso della ragazza.
“Osserva…” Con un rapido movimento, fece un taglio
sul viso della giovane.
La setta degli Incappucciati
97
Sulla pelle candida apparve un segno rosso, mentre del
sangue colava fino alle labbra in una sottilissima linea purpurea.
“Ah!” gemette Adele.
“Adele.. ma cosa?” fece Ermengarda, guardando il viso
della ragazzina, tinto da una lieve linea rossa.
Ogimmo buttò il pugnale per terra.
“Come vedete, né io né voi possiamo ucciderla… uccidereste inevitabilmente anche l’altra. Quindi, rassegniamoci.
Devono vivere tutte e due. Così va la vita. Però…” Con un
rapido scatto che nemmeno Rayen riuscì a prevedere, Ogimmo
fu accanto ad Adele. “… lei… starà con me.”
“No.”
Tutti si voltarono nella direzione da cui era giunto quel
grido. Zothof si era alzato in piedi, i lunghi capelli che ondeggiavano al vento.
“Lasciala, Ogimmo” disse con voce profonda che tradiva
preoccupazione.
Ogimmo fece una smorfia: “Cos’è, ti è venuto fuori il lato
umano? Temi che la tua bambina sia in pericolo stando con
me?”
Un lampo, che nessuno riuscì a interpretare, passò negli
occhi del Demone.
“No. Ma non la voglio tra i piedi.”
La voce era tornata la stessa, costatò Adele, fredda e priva di qualsiasi emozione.
La mano di Rayen l’afferrò per la spalla. “Andiamo.”
“Dove vorresti andare tu?”
La gelida voce di Ogimmo fermò il ragazzo.
“Vado con lei” disse con la voce più neutrale che poteva
avere in quel momento.
“Si può sapere che hai in testa? Sei completamente uscito
di senno? Sei un Demone. Torna immediatamente qui. E
poi, lo sai no? Mi costa quanto sputare in terra levarti dal
mondo.”
98
Lucrezia Galletti
Il ragazzo si voltò, gli occhi che davano stranamente
sull’ambrato.
“Non puoi farlo. Non ancora per lo meno.”
“Ah sì? E perché mai? Avanti, parla… mi interessa.”
“Ti servo ancora. Dovrai pure affidarmi altri lavori sporchi, no?”
Ogimmo scoppiò in una risata cavernosa.
“E va bene, mi ricredo… sei intelligente… e sai sempre
come sorprendermi. Anche se hai sbagliato risposta.”
“Perché?”
“Ti lascio in vita solo perché voglio vedere fino a che punto arriverai.”
Rayen lo fissò per un po’, gli occhi di nuovo scuri come al
solito. Spinse Adele fuori dalla porta, senza aggiungere parola.
Zothof osservò i sei che se ne andavano via.
Ogimmo si mise al suo fianco.
“Lo lascio in vita solo perché voglio divertirmi ancora un
po’…”
“In che senso?”
“Voglio vedere la faccia che farà tua figlia quando lo ucciderò lentamente tra atroci dolori sotto ai suoi occhi.”
***
“Mio Dio, che gran casino” disse Giovanna quando, verso le sette di mattina, rientrarono a casa.
Durante la strada del ritorno si erano fermati in un bar a
bere qualcosa, e nessuno aveva detto una parola.
Adele aveva lo sguardo fisso mentre si rigirava un caffè
bollente tra le mani.
Forse, quella che aveva accusato più di tutti il colpo, era
stata lei.
La setta degli Incappucciati
99
Essere traditi da qualcuno a cui vuoi molto bene, come
può essere un padre, è la cosa più brutta che possa mai
capitare a qualcuno.
Poi, era crollata addormentata sulla spalla di Lisa, e Rayen
l’aveva portata in braccio fino a casa.
Adesso l’aveva posata sul divano e le aveva messo addosso una coperta.
Lisa entrò in quel momento portando delle enormi tazze
di caffè e latte per tutti.
“Prendete, credo ne abbiate bisogno tutti.” Poi si mise
seduta tra Valeria e Giovanna, mentre Rayen si sedette sul
bracciolo del divano su cui dormiva Adele.
“E adesso?”
Rayen si batté una mano sulla gamba: “Ti giuro che non
lo so… non lo so davvero…”
“Mi dispiace…soprattutto per lei..” disse Valeria indicando Adele che, almeno nel sonno, poteva avere un po’ di
tranquillità.
“Chi diavolo ci avrebbe mai pensato. Guglielmo, il fondatore dell’Ordine. Proprio lui il traditore” disse Ermengarda.
“Non serve rimuginare” intervenne Rayen. “Semplicemente,
a volte proprio quelli di cui ci fidiamo di più ci tradiscono.
Guarda Adele… tradita da suo padre. E chi avrebbe pensato a Guglielmo, appunto. Proprio gli insospettabili sono i
peggiori. E guardate me. Dite la verità, non avreste mai immaginato che un Demone vi avrebbe aiutato un giorno, eh?”
“In effetti, la cosa risulta molto strana. Noi, aiutate da un
Demone… che roba” disse Lisa.
“Piuttosto… come mai nessuno si e mai accorto di
Guglielmo? Il Papa per esempio, o San Francesco a suo tempo?” chiese Ermengarda.
Giovanna batté le mani “Non ne ho idea. Magari, si fidavano talmente tanto, che a nessuno è venuta in mente l’idea
che lui potesse tradire la sua Religione.”
100
Lucrezia Galletti
“Io credo, però, che lui sia diventato così da dopo la profezia. Voglio dire, quella notte del lontano 1220, ve la ricordate? Secondo me era ancora fedele all’Ordine” disse Valeria.
“La brama di potere rende malvagio anche l’uomo più
saggio.”
“I miei complimenti, Rayen, non ti facevo così profondo.
Complimenti davvero” lo canzonò Ermengarda.
“Ci pensate, ci ha... praticamente usate per tutto questo
tempo...” disse Valeria a bassa voce.
“Piuttosto, come faremo con la doppia Adele?” chiese Lisa.
Rayen si alzò e andò verso la finestra. Era ancora buio, e
il cielo era coperto di nuvoloni neri che promettevano pioggia.
“È un bel problema… e noi non ci possiamo fare niente”
disse.
“E poi è così simile a Adele…”
“Ma non sarà mai lei…. può essere il suo riflesso, ma mai
la sua immagine autentica, ricordatelo…” disse il ragazzo.
“Ha parlato la sfinge!” disse Giovanna battendosi le mani
sulle gambe. “Fa’ i rebus…. parla tricolore!! Fatti intendere!”.
“Mi spiace, ma dico solamente l’essenziale!” rispose Rayen
alzando la testa e socchiudendo gli occhi
“Oh, beh, allora credo che avremo bisogno di un interprete….”
“Dai ragazzi, piantatela di becchettarvi… pensiamo piuttosto a come liberare i ragazzi!” disse Valeria.
“Io sono d’accordo, ma… c’è solo un piccolo, minuscolo
problema… hai idea di dove li tenga prigionieri?” Le domandò sarcastica Lisa.
“Rayen, tu…?”
“Forse li tiene in Wicked’s Prisions. È un posto orribile,
insopportabile pure per i Demoni stessi.
La setta degli Incappucciati
101
Dovete sapere che Ogimmo ci ha messo dei Demoni- Topo
che divorano i prigionieri quando dormono. Ed è talmente
doloroso che questi stanno svegli. Quindi i casi sono due, o
muoiono divorati, o muoiono per mancanza di sonno.”
“Ma noi siamo delle faine e siamo riusciti a defilarci.”
“Solo perché io ho corrotto una guardia.”
A questo parole tutti si voltarono all’unisono, e dalle scale
spuntarono Manuele, Dragos e Stefano, che aveva una specie di sacco sulle spalle.
“Salve! Vi siamo mancati?”
“Immensamente!”
“Che diavolo ci fa un Demone qui con voi?” domandò
Dragos, guardando storto Rayen che non si era mosso dalla
finestra.
“Piacere, Rayen”
“Rayen? Quello della ragazza?” chiese Stefano guardando Adele.
“Tranquilli, non è di lui che dobbiamo preoccuparci, anzi,
lui ci aiuta. Ragazzi, abbiamo una brutta notizia da darvi…”
“Si, lo sappiamo, Ermengarda. Guglielmo è Ogimmo” terminò Manuele sedendosi sul tappeto. “E sappiamo anche
che cosa ha fatto col Manoscritto.”
“Anche che ha diviso Adele in due, parte buona e cattiva?” chiese Giovanna.
“Questo no, non lo sapevamo.”
“Non vorrei interrompere questa conversazione, ma ho
bisogno urgente di un letto” disse Stefano.
“Come mai… Dio, ma è Romualdo!”
Stefano aveva posato la specie di sacco che aveva in spalla,
che si rivelò essere l'uomo.
Era quasi irriconoscibile. Aveva la barba lunga, i capelli
erano stati sradicati in più punti e il viso era quasi completamente ricoperto di sangue raggrumato.
“I topi. Avete del fuoco?” disse Rayen.
102
Lucrezia Galletti
“Fuoco? Che ci vuoi fare?” domandò Valeria.
“Contro il morso di quei topi non serve nessun disinfettante. Ci vuole del fuoco.”
“Ti va bene la fiamma del gas?” gli chiese Lisa alzandosi.
“Andrà benissimo.”
La ragazza gli porse un accendino che il ragazzo accese.
“Tenetelo stretto. Gli farà molto male.”
L’uomo si dimenava e urlava come un forsennato, mentre
Rayen continuava imperterrito a passare la fiamma sulla pelle
scura dell’uomo.
Quando finì, la pelle aveva assunto un bel color rosa.
“Adesso prendete delle bende e, se l’avete, una di quelle
creme nutrienti. Poi un po’ di sonno farà il resto…”
Dopo che ebbero bendato, lavato e messo a letto l’uomo,
tornarono di sotto, dove trovarono Adele seduta sul divano,
la coperta che l’avvolgeva completamente.
“Ti sei svegliata” disse Lisa sorridente.
La ragazza annuì. Con i capelli arruffati, i piedi scalzi,
avvolta nella coperta, aveva l’aria di una bambina indifesa.
“Chi mi ha portato qui?” domandò con voce ancora rauca a causa del sonno.
Lisa le si mise accanto.” È stato Rayen, tesoro. Ti eri addormentata. Stai meglio adesso?”
La ragazza annuì impercettibilmente.
“Tieni.” Adele alzò gli occhi verso Rayen che le porgeva
una tazza di latte caldo con del miele.
La ragazza storse la bocca. “A me non piace il miele.”
Il ragazzo le si sedette vicino.
“Bevi, ti dico. Ti calmerà i nervi e ti farà bene.”
Intanto Valeria ed Ermengarda avevano spiegato l’intera
situazione ai tre ragazzi, mentre Giovanna aveva acceso la
televisione, selezionando la prima soap che le capitò a tiro.
“Pensavo che ti avrebbe fatto piacere rilassarti un po’”
Spiegò sorridente rivolta ad Adele.
La setta degli Incappucciati
103
“Oh, grazie, professoressa!”
“Non mi chiamare professoressa. Mi fai sentire vecchia.”
La ragazza sorrise leggermente.
La soap fu interrotta improvvisamente da un’edizione speciale del Telegiornale.
“Uccisi questa notte nei pressi del centro di Los
Angeles venti uomini. La polizia crede che si tratti di
killers particolarmente sadici, visto che i corpi sono
stati straziati in maniera indicibile.”
“Che ve ne pare per il primo giorno di quel demonio?”
“Rayen, non è divertente.” “Non voleva essere una battuta.”
“Possibile che non ci sia verso di fare qualcosa?” disse
Manuele.
“Io penso che questo sia solo un’anteprima. Devono di
sicuro fare un patto che sigilli la loro alleanza, e so anche
dove lo faranno… nella Foresta Nera.”
Un silenzio pesante, rotto solo dalla voce dell’annunciatrice televisiva che passava ad altre notizie, calò nella stanza.
“Aspettate un attimo. Come si chiamava quel monaco Arabo
a cui abbiamo portato il Graal?” disse Giovanna.
“Reza, mi pare. Perché?” chiese Lisa.
“Era un grande amico di San Francesco. Diceva sempre
che sapeva tutto di spiriti e anime. Deve essere una specie di
saggio, a quel che capii. Magari saprà consigliarci.”
Un gemito soffocato venne dal piano di sopra.
Romualdo stava steso sul letto di Valeria, il corpo incredibilmente magro.
“Hai bisogno di qualcosa?” chiese Stefano.
“No.”
Aveva una voce che non era la sua. Prima era tagliente,
viva, adesso era ridotta a un sussurro di vento.
“Vi ho solo sentiti parlare di sotto. Mi dispiace. Non vi ho
avvertiti quando mi sono accorto di Guglielmo. Non vi vole-
104
Lucrezia Galletti
vo fra i piedi perché avevo paura che vi succedesse qualcosa. Quanto a voi quattro, laggiù… Guglielmo vi ha tolto l’incarico quando siete andati da lui l’ultima volta.
Aveva paura che lo avreste scoperto. Quanto a me, era
un po’ che gli stavo dietro. Solo che mi ha scoperto.”
Abbozzò una specie di sorriso che voleva essere sarcastico e autoironico.
“Che idiota che sono!”
“Ma no, non sei un idiota. Anzi, devo dire che sei molto
coraggioso. I miei complimenti, io non lo avrei mai fatto,
avrei avuto troppa paura.”
L’uomo sorrise a Giovanna. “E scusate se vi ho sempre
trattate male. Scusate davvero. Adesso che diavolo state aspettando? Partite per l’Arabia. E fate attenzione.”
Tutti, tranne Rayen e Adele, fecero un inchino prima di
tornare al piano di sotto.
“Dove diavolo credete di andare senza il mio consenso?”
“Donarie… ti facevo ancora chiusa nella credenza” disse
Ermengarda chiudendosi la giacca.
La fata fece una smorfia. “Povera me… comunque, volevo dirvi che fate benissimo ad andare in Arabia. Forse Reza
saprà darvi un buon consiglio.”
“Grazie, nonnina. Ti terremo informata.”
L’anziana fata arrossì leggermente al suono della parola
‘nonnina’, anche se non lo diede a vedere.
“Su, ora andate, prima che quel demonio faccia altri danni. E in bocca al lupo. Soprattutto tu, Demone” disse a Rayen
che si stava aggiustando il cappotto.” Proteggile.”
Il ragazzo la guardò serio. “Farò del mio meglio.”
“Adele, ti abbiamo dato i vestiti di Valeria… spero che ti
vadano bene.”
“Oh sì, sono perfetti.”
“Occhio: sono i jeans di RoccoBarocco e la felpa è della
Adidas….occhio…”
105
La setta degli Incappucciati
“Che palle, Valeria, daii…” la interruppe Ermengarda spingendola fuori dalla porta.
“Ma che fretta hai?” “Che fretta ho? Dobbiamo andare
dall’altra parte del globo terrestre!”
***
Arabia, regione di al Hasa
Un vento tiepido soffiava quando misero piede in Arabia,
nel posto dove stava Reza, in mezzo al deserto.
“Che bello… dal freddo inverno americano al caldo sole
dell’Arabia…” sussurrò Giovanna.
“Peccato che non siamo in gita di piacere. Andiamo” spronò
Lisa prendendola per un braccio.
Il cielo turchino contrastava magnificamente con la grande distesa di dune di sabbia dorata.
I loro passi suonavano ovattati sulla rena impalpabile, mentre
un piacevole vento scompigliava i loro capelli.
Dopo un po’ che camminavano intravidero una grande
pagoda dello stesso colore della sabbia.
Sulla porta, qualcuno stava in piedi a guardarli.
Era un uomo abbastanza alto, dalla pelle leggermente olivastra, grandi occhi neri, le labbra carnose e capelli scuri.
Vestiva con un lungo abito grigio.
Appena li vide arrivare, sorrise ospitale
“Salve… vi stavo aspettando” disse con una voce profonda resa ancora più affascinante da un lieve accento esotico.
“Ci stava…aspettando?”
L’uomo annuì.
“È scritto nelle nuvole e nella sabbia, il vostro arrivo. Ed è
scritto anche il motivo per quale vi spingete fin qui. Entrate.”
L’interno era bellissimo. Il pavimento era ricoperto di mo-
106
Lucrezia Galletti
saici di tutte le tonalità del blu e dell’azzurro, le pareti erano
bianche come sale, ravvivate da dei magnifici tappeti appesi
qua e là e le enormi finestre lasciavano entrare il caldo sole
d’Oriente.
L’aria profumava d’incenso, e tutto era avvolto nel silenzio più profondo.
Quel posto infondeva pace al primo sguardo.
Reza li portò in una grande stanza, dove c’era un grandissimo tappeto azzurro steso per terra, con un tavolo in legno
su cui era posata una bellissima composizione di fiori.
Reza si mise seduto sul tappeto, invitando gli altri a fare
altrettanto.
Adele si perse un attimo a guardare il soffitto, ricoperto
da una strana pietra dai mille colori.
“Ti piace quella pietra? Si chiama pietra di Luna. È abbastanza rara, ma è bellissima, proprio come il nome che porta.”
Poi si rivolse agli otto che aveva davanti.
“Dunque, qual è il preciso motivo che spinge un Div, una
Peri e dei Ginn da me?”
“Non hai detto che lo sapevi?”
L’uomo sorrise, un sorriso tanto dolce quanto enigmatico.
“Certo, ma le stelle non sono mai troppo precise. Danno una
traccia, ma non si può certo pretendere di sapere tutto del
destino di un uomo. Sarebbe un’empia curiosità, questa.”
“I fatti stanno in poco posto: la vedete quella ragazza?
Bene, lei è metà demone e metà templare.
Un demone ha diviso, insieme a suo padre, la sua anima
in due, parte buona e parte cattiva, solo che non possiamo
uccidere la cattiva perché in questo modo uccideremmo anche lei. Che cosa ci consigli di fare?” gli spiegò Stefano.
L’uomo rimase in silenzio per alcuni minuti, fissando Adele.
“Tu che cosa vuoi?”
La ragazza spalancò gli occhi. “Io…”
L’unica cosa che voleva in quel momento, era rimanere in
107
La setta degli Incappucciati
quel posto per sempre, a fissare quei colori azzurri e quella
pietra di Luna.
“Non puoi rimanere qui. Hai un dovere da compiere.”
La ragazza si stupì: quell’uomo sapeva anche leggere nel
pensiero?
“Esatto. Diciamo che me la cavo. Non puoi restare qui,
nascosta in un posto lontano da quello dove vivi con tanta
sofferenza.
Un grande saggio diceva: ‘guarda le cose che ami, ma
ancora di più guarda ciò che ti addolora.’ Dunque? Che cosa
vuoi tu?”
“Io non voglio che la mia metà faccia distruzioni. Solo
questo voglio.”
“Bene. Vedo decisione nei tuoi occhi. E questo è sempre
bene.”
Reza si alzò e prese qualcosa che era avvolto in un sottile
velo bianco. Posò sul tavolo il Santo Graal.
“Avrete bisogno di questo” disse.
“Della nostra copertura?” chiese Giovanna guardando il
calice illuminato da un raggio di sole.
L’uomo posò una mano sull’oggetto, che si trasformò in
un pugnale d’argento e pietre blu. Aveva la lama ondulata.
“Ma cos…” iniziò Rayen.
Reza alzò una mano. “Taci, Div. So che non sei malvagio.
Lo sento. Ma ti chiedo di non interferire. Usate questo pugnale per porre fine a tragedie. Conficcatelo nel cuore della
ragazza.”
“Ti abbiamo detto che non possiamo ucciderla!”
“Fidatevi.”
Dragos prese il pugnale e lo ripose nella sua sacca, un po’
perplesso sul da farsi.
“E adesso andate e fate. Se lo vorrete, tutto cambierà.”
***
108
Lucrezia Galletti
Ogimmo camminava avanti e indietro per il salotto, gettando qualche sguardo ad Adele che si stava guardando le
mani. Quelle mani che poco prima avevano ucciso senza un
minimo di rimorso venti persone.
Non male come inizio.
Poco tempo, e il mondo intero avrebbe sperato di cadere
nell’oblio. Il divino oblio. Tutto, pur di sfuggire alla sua furia
scatenata.
“Adele, come va?”
La ragazza gli indirizzò un’occhiata, senza aprire bocca.
“È stancante” disse dopo qualche minuto.
“Che cosa?”
“Dico, è stancante uccidere in quella maniera. Devo trovare un modo meno faticoso. E che non mi sporchi troppo
le mani.”
Ogimmo sorrise: decisamente, quella ragazza era il male
allo stato puro. Fece qualche passo verso di lei.
“Adele, scusa se te lo chiedo adesso, ma oggi dobbiamo
andare in un bosco qui vicino.”
“E perché mai?” domandò lei, scuotendo la lunga chioma ricciuta.
“Devi fare una specie di iniziazione.”
“Che tipo di iniziazione? Spiegati bene con me.”
“Dobbiamo unire il nostro sangue” disse Ogimmo.
“Unire il nostro sangue? E perché mai dobbiamo farlo?
Accrescerà forse il nostro potere?”
“Anche. Insieme saremo invincibili. Nessuno potrà mai
contrastarci.”
“Dimmi, non è che lo fai solo per te? Andiamo, non prendiamoci in giro…” La voce di Adele era gelida come neve.
“Assolutamente. Lo faccio anche per me, certo, sarei un
bugiardo se mentissi, ma sarai tu quella che ne trarrà maggior profitto.”
La ragazza incurvò le labbra in una specie di sorriso.
109
La setta degli Incappucciati
Accrescere. Dominio. Potere. Parole che erano musica per
le sue orecchie.
Zothof guardava quell’immagine di sua figlia sorridere diabolica ad Ogimmo.
Gli tornarono alla mente immagini, immagini del suo passato
che volevano dire tutto e niente.
E per la prima volta in lui si fece strada il dubbio: ‘Avrò
sbagliato?’
“Vogliamo andare?”
La voce di Ogimmo lo riscosse dai suoi pensieri. Era troppo tardi per riflettere…
***
“Ditemi, voi ci credete?” domandò Giovanna. “A che cosa?”
“Al fatto che questo pugnale possa bloccare quella donna!”
Dragos guardò i raggi argentati della luna riflettersi sulla
lama dell’oggetto. Possibile che quell’aggeggio potesse fare
qualcosa?
“Avete in mente qualche idea migliore?” chiese Rayen.
“In effetti…” “Allora non ci resta che provare.”
“Dimmi, dov’è questa foresta in cui stiamo andando?”
“Eccola, davanti a voi…”
Alberi alti e oscuri si trovavano davanti a loro, i rami leggermente illuminati dai raggi di luna che riuscivano a passare tra le folte chiome.
“Come mai avete scelto proprio questa foresta? Non sembra
che abbia un particolare potere…” domandò Stefano.
“Gli abitanti di questa zona pensano che questa foresta
sia infestata dagli spiriti, così se ne stanno alla larga. Inoltre,
l’unico centro abitato è a kilometri di distanza, così possiamo agire indisturbati. L’ultima volta che degli esseri umani
hanno messo piedi qua dentro, è stata settant’anni fa. Era-
110
Lucrezia Galletti
no dei ragazzini, mi pare che dovessero superare una prova
di coraggio.”
“Che gli è successo?” domandò Adele.
“Bolliti nell’acqua, poi mangiati.”
“Che schifo che fate…” bisbigliò Lisa tra sé e sé.
Era quasi impossibile vedere qualcosa in quel buio. Tra
quelle folte chiome, i deboli raggi della luna non riuscivano
a illuminare a sufficienza il cammino e, riflettendosi sui tronchi di vecchie querce millenarie, davano loro un aspetto terrificante.
Gli unici rumori che si sentivano, erano i versi di una civetta e di un barbagianni, che si perdevano nel profondo
della foresta.
“Brr.. che posto spettrale…” sibilò Lisa. “Veramente adatto
per dei demoni…”
“Chi va là?” Una voce gracchiante risuonò alle loro orecchie.
Davanti a loro, illuminato da un pallido raggio di luna,
stava un ometto alto circa sette centimetri, gobbo, la pelle
scura e rugosa, gli occhi neri e lucenti, un berretto rosso in
testa. Aveva un’aria tutt’altro che rassicurante.
“Uno Spriggan….” sussurrò Ermengarda.
“Cos’è uno Spriggan?” le chiese Valeria.
“Gli Spriggan sono gli Elfi della Notte, gli Ymir, e proteggono i tesori della terra. In Francia ce ne sono tantissimi.”
“Levati dalla nostra strada, Spriggan. Non siamo qui per
i tuoi tesori” intimò Rayen.
“Demoni… che diffamatori… tu!” esclamò puntando un
dito verso Ermengarda. “Anche tu sei del popolo di Huldre
come me, che ci fai con dei demoni? E lei…” Gli occhi dello
Spriggan diventarono due fessure, mentre fissavano Adele.
“Tu sei quella che ha decimato il mio popolo!”
Adele fissò inorridita gli occhi lampeggianti dello Spriggan.
Rayen si mise nel mezzo, gli occhi venati di rosso.
La setta degli Incappucciati
111
“Non sono dell’umore adatto per i tuoi scherzi, Spriggan…
credimi, vattene, se ci tieni alla vita…”
Se furono gli occhi del ragazzo, o la sue voce glaciale, non
si sa, lo Spriggan si costrinse ad un’indecorosa ritirata, sparendo tra gli alberi.
“Elfi… i soliti guastafeste…” borbottò Rayen.
Camminarono ancora per parecchi metri, inoltrandosi sempre di più nella foresta.
“Dimmi, Rayen… hai idea di dove stiamo andando?”
domandò Manuele.
Il ragazzo si fermò di scatto.
“Le sentite anche voi? Queste musiche…”
Dal punto più profondo della foresta, là dove brillava una
luce, proveniva una musica bassa, cupa, una nenia.
Si avvicinarono lentamente, per poi nascondersi dietro a
degli alberi. Videro la cosa più agghiacciante della loro vita.
In mezzo ad una cerchia di persone, c’era un fuoco nero
dai riflessi violacei, alimentato non da legna, ma da carne
umana che un Demone completamente sporco di sangue
buttava ripetutamente sul fuoco, producendo uno sfrigolio
sinistro tutte le volte che un pezzo di carne toccava la fiamma.
Dei demoni mostruosi ballavano intorno, i piedi che sguazzavano senza problemi in una pozza di sangue umano che
bagnava la terra, cantando delle canzoni in una lingua che
nemmeno Rayen conosceva.
A godersi lo spettacolo, dall’alto di una specie di podio,
Adele ed Ogimmo.
Seduto su un gradino poco più basso, completamente
vestito di nero, c’era Zothof e, sotto di lui, la banda degli
incappucciati al completo.
Ad un tratto, Ogimmo alzò la mano a chiedere silenzio.
Prese Adele per mano, e insieme scesero i gradini, fermandosi davanti al fuoco nero.
112
Lucrezia Galletti
Senza dire una parola, Ogimmo fece un taglio alla mano
della ragazza, da cui uscirono delle gocce di sangue che andarono a finire sul fuoco. Poi fece la stessa cosa con la sua
mano.
“Non ci posso credere… communio sanguinis….” sibilò
Rayen.
“Che cos’è il communio sanguinis?” domandò Adele.
“Adesso è come se fossero una cosa sola. È una specie di
matrimonio tra demoni. Si scambiano il sangue, capisci?
Adesso, qualsiasi cosa faccia lui, lei lo deve seguire e viceversa” le spiegò Valeria.
Adele, il demone, guardò improvvisamente verso di loro,
poi sussurrò qualcosa all’orecchio di Ogimmo.
“Bene bene bene… abbiamo degli ospiti, e che ospiti.. i
Templari! Avanti, venite…”
I Demoni si allargarono per farli passare, guardandoli come
per volerseli mangiare. Non l’avrebbero mai fatto, ma sapevano bene che se quelli avessero fatto qualche mossa sbagliata, Ogimmo non ci avrebbe pensato su due volte per
ucciderli.
Si fermarono davanti al fuoco nero.
“Rayen… sinceramente ti facevo più intelligente… cosa
sei tornato a fare qui? Ci tieni così poco alla vita?”
Il ragazzo non vacillò.
“Vedo che la faccia tosta ti è rimasta… venire qui per
salvare lei…una morte davvero onorevole la tua…”
Ogimmo fu veloce come un fulmine. Afferrò Rayen per la
gola senza che lui potesse prevedere la sua mossa.
“Povero illuso ragazzo… avresti potuto essere qualcuno
con me… ma hai scelto di morire per una stupidaggine…
che idiota.”
Adele Demone guardava il volto sofferente del ragazzo,
un ghigno dipinto sul viso. Non poteva soffrirlo quell’uomo.
Era come se fosse una qualche fonte di debolezza per lei.
La setta degli Incappucciati
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Quindi era bene che se ne andasse il più in fretta possibile.
Una mano l’afferrò per il braccio, e si trovò faccia a faccia
con l’altra Adele.
“Ti prego… aiutalo! Fa’ qualcosa!”
Vedere se stessa con le lacrime agli occhi, la voce che la
supplicava, le faceva proprio schifo. Strattonò via il braccio
da quella presa fastidiosa.
“Tanto morirà comunque… è solo un Demone, che te ne
importa se muore o no?!”
Rayen sentiva la sua testa farsi pesante, le forze lo stavano abbandonando, il respiro si faceva corto.
Adesso riusciva a capire che cosa avevano provato le centinaia di persone che aveva ucciso. Non avrebbe mai immaginato di essere così attaccato alla vita, di non voler morire.
Gettò uno sguardo ad Adele, che lo guardava con le lacrime che scendevano senza sosta sul viso. Distolse lo sguardo. Vedere quelle gocce brillanti gli faceva venire una stretta
allo stomaco insopportabile.
E dire che se adesso lui stava morendo era solo perché si
era messo dalla sua parte. Il vecchio, stupido Rayen si sarebbe messo a ridere di se stesso. Vedersi in quelle condizioni
per aiutare qualcuno che non fosse lui. Non se ne sarebbe
pentito, però.
Forse, cercare di proteggere lei era stato un modo per
espiare i suoi peccati,… all’inizio. Forse… all’inizio…
Ma adesso, quando la vita lo stava lentamente lasciando,
solo in quel momento si rendeva conto di voler vivere, mentre fino a poco tempo prima, vivere o morire erano solo due
parole indifferenti per lui.
Ma adesso che aveva qualcosa per cui restare, la parola
‘morire’ assumeva tutt’altro significato…
Un gemito soffocato uscì dalla bocca del ragazzo, mentre
rivoli di sangue scendevano sul suo collo.
La vista si stava annebbiando sempre di più, ma era an-
114
Lucrezia Galletti
cora in grado di vedere Ogimmo, Ogimmo che si trasformava.
“Ma che cosa…” riuscì a sussurrare.
I corti capelli bianchi si erano allungati, diventando verdi,
così come la pelle. Gli occhi erano diventati gialli, venati di
rosso, zanne bianche spuntavano dalle labbra color muschio.
Dalla tempia destra stava nascendo un corno.
Ogimmo lo sollevò in aria per farlo vedere ai demoni sotto di lui.
“Vedete?! Vedete che cosa vi succederà se non mi ubbidirete! La fine di quest’Essere sarà nulla in confronto alla vostra, ricordatelo…Intanto, per dimostrarmi la vostra fedeltà,
uccidete quei Templari, riduceteli a brandelli, non deve rimanere niente di loro, nemmeno il più piccolo osso!” La
voce non sembrava nemmeno la sua, aveva una tonalità
cupa, rauca.
I Demoni esplosero in un urlo, forse di gioia.
Rayen distolse gli occhi da quei mostri che stavano distruggendo i suoi amici. Se doveva morire, era meglio farlo
senza vederli massacrati.
Un urlo lancinante gli perforò le orecchie. Si voltò alla sua
destra, in tempo per vedere l’Adele Demoniaca accasciarsi a
terra, posando le mani nel suo stesso sangue, mentre con un
grido si levava il pugnale di Reza dal petto, buttandolo vicino a lei.
Ogimmo fece un ghigno divertito, guardando la ragazza
contorcersi.
“E adesso che non c’è più neanche lei, posso dominare
incontrastato su tutto e tutti…”
Rayen sentiva che ormai era la fine, gli occhi si stavano
chiudendo, stava incominciando a non sentire più i rumori.
Prima di svenire, senti però la stretta di Ogimmo che si
allentava, lasciandolo cadere a terra. Socchiuse leggermente gli occhi per vedere che stava succedendo.
115
La setta degli Incappucciati
Davanti a lui, Ogimmo si stava dimenando in preda al
dolore, le mani portate al viso. Prima di perdere i sensi, riuscì a vedere una luce bianca che usciva dal Demone, e sentì
un urlo:
“Non voglio morire!”
***
Incredibile a dirsi, tutto era finito.
Lisa esitò un attimo ad aprire gli occhi, come se non volesse credere a quello che avrebbe potuto trovarsi davanti.
Alla fine si fece coraggio e li spalancò di colpo. La foresta
non esisteva più.
Al suo posto, una distesa di terra e tronchi spezzati, una
polvere grigia nell’aria oscurava il cielo e rendeva quasi impossibile vedere qualcosa. Si tappò il naso: c’era un forte
odore di bruciato che le dava alla testa.
Si guardò intorno preoccupata per vedere dove erano finiti i suoi amici, anche se in mezzo a tutte quelle macerie,
era quasi impossibile vedere qualcosa.
Si alzò lentamente e soffocò un urlo portandosi la mano alla
gamba, che evidentemente aveva subito qualche colpo. Fortunatamente, e miracolosamente, non si era fatta nient’altro.
“Valeria? Ermengarda? Giovanna? Ragazzi?!” Nessuna
risposta, tranne l’eco della sua voce.
Un pensiero atroce passò per la mente della ragazza: e se
fossero… Scosse forte la testa per scacciare quell’orribile
pensiero. Non potevano essere tutti morti. Era impossibile.
Non loro.
Lisa decise di muoversi per cercarli.
“Ragazzi? Dai, avanti, non è il momento di fare scherzi”
urlava mentre spostava le macerie per vedere se trovava
qualcuno.
116
Lucrezia Galletti
“Perdinci… no, non adesso!! Non le scarpe di Prada!!”
protestò una voce poco distante da lei.
La ragazza dai lunghi capelli castani voltò di scatto la testa con un’espressione di sollievo.
“Vale!!” urlò correndo incontro all’amica che stava uscendo
dalle macerie con Giovanna al seguito.
“Ah, Lisa…stai bene…Ehi, che fai? Mollami, non è il momento delle smancerie!” disse la biondina cercando di scrollarsi di dosso la ragazza che gli si era appiccicata al collo.
“Oh, Lisa! Sono felice che tu sia tutta intera!” disse Giovanna sorridente, guadagnandosi in cambio una stretta da
piovra da parte dell’amica.
Mentre si scambiavano abbracci, poco più in là, saltarono fuori i tre Templari, Stefano, Manuele e Dragos.
“Oh, bene ragazze siete tutte intere! Ma…Ermengarda?”
chiese Dragos.
Un silenzio caricò di tensione calò su di loro.
“Non sarà mica…” balbettò Giovanna, la voce incrinata
dalla voglia di piangere.
“No, non può essere morta!!” quasi urlò Lisa. “Cerchiamola.”
Rovistarono per alcuni minuti tra quei detriti che una volta erano una foresta, finché non udirono un urlo di Stefano:
“Ragazzi! L’ho trovata! Respira ancora!”
I cinque corsero verso il ragazzo, che stava tenendo tra le
braccia la poveretta, svenuta e con rivoli di sangue che le
uscivano dalla testa e da un braccio.
Dragos si mise in ginocchio davanti a lei, si strappò un
pezzo di mantello e lo avvolse attorno al suo braccio, terribilmente freddo.
A Ermengarda giungevano confusamente delle voci ovattate
e lontane. Aveva un dolore tremendo alla testa e al braccio.
Ricordava solo che uno di quei demoni l’aveva presa e l’aveva
sbattuta contro un muro di pietra. E poi c’era stato quel
La setta degli Incappucciati
117
lancinante dolore alla testa... Sentì delle braccia che la sollevavano in aria.
“Guardate! Ha aperto gli occhi!” la voce squillante di
Valeria le arrivò diritta al cervello, seguita da quella più
calma e pacata di Giovanna che diceva: “Sia ringraziato il
Cielo!”
“Allora non sei morta! Vecchia fata, lo sapevo che avevi
la pellaccia dura!” disse Dragos con la sua solita voce allegra, in cui c’era ancora un po’ d’ansia.
“E come potevo morire… devo ancora riscuotere venti
euro da Lisa…” sussurrò abbozzando un sorriso.
“Come si dice…certi vizi sono duri a morire…” commentò Valeria scuotendo la testa.
Ermengarda si portò una mano alla testa con una smorfia di dolore.
“Mi fa un male terribile…”
“Ci credo, guarda qui che trincio che hai!”
“Voi, piuttosto…state bene?” continuò poi guardando tutti.
“Tranquilla! ci vuole ben altro per metterci fuori combattimento!” disse Manuele sorridendo.
“Come si suol dire, l’erba cattiva non muore mai” sentenziò Lisa.
“Cos’era, un’allusione velata?” chiese Valeria socchiudendo
gli occhi.
Mentre quelle due tornavano a dedicarsi al loro passatempo preferito, cioè becchettarsi, Dragos mise sulle spalle
di Ermengarda la sua mantella di lana.
“Così ti terrà caldo” “Oh, grazie…” rispose arrossendo la
ragazza.
“Ragazze! Per cortesia, fatela finita!” implorò Giovanna,
esasperata, alle due.
“E va bene!” risposero in coro “Continueremo dopo!”
Giovanna respirò profondamente “Okay… prendiamola
bene.”
118
Lucrezia Galletti
“Piuttosto…” disse Stefano “Chi ha ucciso l’Adele
demoniaca?”
“Ti giuro che non lo so… magari lo ha fatto la nostra
Adele, era l’unica a non avere dei demoni alle calcagna…”
“E Ogimmo… come ha fatto a morire così, da un momento all’altro?”
Manuele si passò una mano tra i capelli.
“Questo può essere semplice da spiegare. Vedi, la forza di
un demone è una forza enorme, e pochi sono in grado di
controllarla, quindi, se una persona acquista molto potere
demoniaco, alla fine il corpo non riesce a sopportarlo, e quindi
muore. È una cosa naturale.”
“Comunque, la faccenda rimane un mistero…quel pugnale che ci ha dato il monaco… non doveva salvare la ragazza? A me pare l’abbia uccisa!”
“Non l’ha uccisa.”
Una voce profonda li fece voltare di scatto: davanti a loro,
Zothof.
Aveva l’aria stanca, i vivi occhi verdi erano velati, la voce
stessa, per quanto fosse sempre profonda e autoritaria, era
affaticata.
La cosa che colpì i Templari fu la piccola bambina, avvolta da fasce bianche, che aveva in braccio.
“Piuttosto l’ha fatta rinascere. Stavolta senza un doppio
cattivo” continuò Zothof gettando uno sguardo alla neonata
dai capelli biondo rame che gli stava dormendo in braccio.
“Vuoi dire che quella bambina è…?” domandò Lisa, stupefatta.
Il demone sorrise, un sorriso buono. “Si, è mia figlia, Adele.
Devo dirvi grazie.”
“A noi? E perché?”
“Perché ho fallito completamente, nel mio mestiere di padre, intendo. Credevo di fare il meglio per lei, credevo che
sarebbe diventata un demone, credevo fosse quella la cosa
La setta degli Incappucciati
119
giusta, e che, essendo comunque una mezza-templare, alla
fine avrebbe scelto me e solo me, lo davo per scontato.
Davo per scontato che sarebbe diventata come me, fredda, spietata, un demone come suo padre e come i suoi antenati. Per questo, dopo che è morta sua madre, non le ho mai
fatto una carezza, mai rivolto un sorriso. Non l’ho mai trattata come un genitore dovrebbe trattare un figlio.
Sapete, è per questo che vi ringrazio. Se non ci foste stati
voi, non mi sarei mai fermato, avrei continuato a sbagliare.
Ma grazie a voi ho una seconda possibilità, la possibilità di
iniziare tutto da capo, la possibilità di evitare gli errori che ho
fatto. Grazie davvero.”
“Discorsi profondi per un demone” disse Manuele.
Zothof sorrise, “Ex demone. Voglio cominciare una nuova vita. Sono convinto che adesso quel manoscritto è ridotto in polvere. La maledizione è sciolta.”
“E inoltre, ci sarò anch’io a dare manforte.” Quella voce
fece voltare tutti, Zothof compreso.
A grandi passi, il mantello nero che frusciava ad ogni suo passo,
i lunghi capelli neri legati in una treccia, gli occhi scuri illuminati
da pagliuzze dorate, Rayen stava venendo verso di loro.
“Rayen? Che ci fai tu qui?” domandò Zothof, più sorpreso di tutti.
Aveva sempre creduto che quel ragazzino fosse fedelissimo a Ogimmo, ma gli avvenimenti di quella notte e la sua
presenza li, gli avevano fatto cambiare idea.
Il ragazzo sorrise, scoprendo le zanne bianche.
“Diciamo che anch’io sono un pentito.” “Prego?” domandarono all’unisono i Templari e l’ex demone.
“Sì. Mi sono stancato di far finta di essere un demone
sanguinario.”
“Aspetta… con la morte di Ogimmo dovresti essere morto anche tu, no? Come…” domandò Stefano, non riuscendo a capacitarsi di averlo davanti.
120
Lucrezia Galletti
“È comprensibile che tu sia stupito. Francamente, lo sono
stato anch’io, quando mi sono risvegliato ancora in vita.
Pensavo che, essendo una creazione di Ogimmo, con la sua
morte sarei dovuto morire anch’io, ma, e non chiedetemi il
motivo perché non saprei rispondervi, sono ancora qui.”
“Vuoi dirmi che tu ti sei comportato da demone sanguinario, solo perché Ogimmo te lo ordinava?” domandò Zothof,
più incredulo che mai, ancora restio a credergli.
“Sì. Ero un burattino nelle sue mani. Eravamo legati indissolubilmente. Diciamo che secondo lui non avevo un’anima,
credeva di avermi fatto a sua immagine e somiglianza. Fortuna che si sbagliava” Sorrise compiaciuto e continuò: “Quindi,
ho deciso, per riparare agli errori fatti in passato, di vegliare
sempre su Adele, anche se non credo ce ne sarà più bisogno. Anch’io come Zothof, vi devo dire grazie, grazie di avermi
liberato, anche se inconsapevoli, da Ogimmo. Grazie di cuore.”
“Bene, ragazzi, direi che questo è un bell’addio, no?” disse Zothof.
“Magari tra di noi. Per voi è un inizio” replicò Lisa.
“Uhmm… sei davvero una saggia ragazza!”
“Addio Templari…vi auguro ogni bene possibile” disse
Rayen inchinandosi cerimoniosamente.
Prima di vederli sparire in una nuvola di fumo, i Templari
avrebbero giurato di aver visto scivolare una lacrima sulle
loro guance.
I sette rimasero un attimo in silenzio. Ancora non credevano che la situazione si fosse risolta così positivamente.
Qualcuno aveva guardato tutta la scena da lontano: un
uomo con un lungo abito grigio.
“Finalmente tutti hanno trovato il posto a cui appartengono. Il mio compito è finito. Amico mio, riposa pure in pace.
La situazione sarà sotto controllo per un bel po’…” sussurrò
al cielo, prima di sparire in un turbine di sabbia.
La setta degli Incappucciati
121
“Beh, non so come la pensate voi, ma io credo che la
conquista più grande sia stata rendere un padre a quella
bambina” disse Dragos.
“Concordiamo pienamente” annuirono Stefano ed Emanuele.
“Direi che il nostro compito è finito del tutto, no? Voglio
dire, adesso la maledizione è sciolta, non c’è più nessun essere da proteggere, no?” domandò Ermengarda.
“Porco cane! Vuol dire che l’Ordine è sciolto? Niente più
Templari?!” esclamò Giovanna.
Tutti si voltarono verso la ragazza, sconvolti. “Giovanna!!
È la prima volta in 821 anni che ti sento tirare una parola
come “porco cane” ! Tu, che quando dicevi, “Oh Madre
mia!” ti sentivi in colpa!” esclamò Valeria, più scioccata che
mai.
“Porchissimo cane, allora! C’è sempre una prima volta! È
una ragione più che giusta, porca zozza!” “Giovanna, ti prego, calmati!” disse Ermengarda, spalancando gli occhi.
Giovanna fece un respirone profondo “Ok, mi
calmo…l’Ordine sciolto… che roba…”
“Signore, mi dispiace interrompere la vostra brillante conversazione, ma c’è una persona che vi aspetta da più di un
quarto d’ora laggiù…” disse Stefano indicando un uomo
vestito di rosso a qualche metro da loro.
L’uomo sorrise leggermente e, aggiustandosi il cappello, fece qualche passo e si mise davanti a loro.
“Salve a voi, fanciulle. Sono il vescovo Razzi, direttamente da Roma. Sono venuto a prendervi.” disse. “Il Santo Padre vi sta aspettando.”
“Aspetta noi? E che cosa vuole?” domandò Valeria, corrugando un sopracciglio. Era raro che le alte sfere volessero
parlare con loro, preferivano comunicare attraverso lettere e
messi.
Ermengarda si strinse di più nella sua mantella, soffocan-
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Lucrezia Galletti
do a stento un grido: il braccio le faceva un male cane. Dragos
le fece una carezza sulla testa.
“Ermy.. ti fa tanto male?” chiese Giovanna.
“No, no…tranquilli…è solo un graffio” rispose lei con un
sorriso stentato.
“Se venite, la signorina potrà anche curarsi quella ferita.
Potrebbe fare infezione se non la disinfetta come si deve.”
L’uomo in rosso fece cenno di seguirlo.
“E come ci andiamo a Roma, in aereo?” domandò Manuele.
L’uomo fece un sorrisetto ironico. “State scherzando, vero?
Ci vuole troppo tempo.”
“E allora come, se mi è permesso?” chiese Giovanna.
L’uomo la guardò con un misto di divertimento e incredulità dipinto sul viso.
“Madonna, lei mi stupisce! Ma con la magia ovviamente!” ribatté come se fosse la cosa più ovvia di questo mondo.
“Fantastico…” bisbigliò Valeria.
“Non so voi, ma io ne ho abbastanza di magia per un bel
po’” rincarò la dose Ermengarda.
“E poi…ehi, ehi, ma che fai?!” domandò sentendosi sollevare da qualcuno. “Come che faccio?! Ti prendo in braccio!” rispose Dragos.
“Non sono una piuma! Mettimi giù!”
“Scherzi?! Conciata come sei…mica voglio averti sulla
coscienza!”
“Allora, siete pronti?” domandò il vescovo, divertito, in
fondo, da quella scena.
“Certo. Procedete pure” risposero Manuele e Stefano.
L’uomo borbottò qualcosa in latino, forse, e tutti furono
avvolti da una luce azzurra.
Quando riaprirono gli occhi, si trovarono in un’enorme
stanza e, cosa strana…
“Porca miseria! Siamo sospesi in aria e…ahh!!” Valeria
non riuscì a terminare la frase perché caddero tutti rovino-
123
La setta degli Incappucciati
samente a terra, tranne il vescovo, che atterrò miracolosamente in piedi.
“… Ermengarda, ma quanto pesi??” “Ehi! Mica te l’ho
chiesto io di portarmi in braccio!”
“Lisa, cortesemente… leva il tuo fondoschiena dal mio
stomaco…” disse con voce soffocata Emanuele alla ragazza, che era comodamente seduta su di lui.
“Eh? Oh, scusami tanto… mi sembrava morbido questo
pavimento!”
“Ehm… signorina Giovanna?” disse il vescovo, grattandosi imbarazzato la testa.
“Si?” “Potrebbe…ehm…gentilmente alzarsi dal mio mantello?”
“Oops, mi scusi!” rispose nervosamente la ragazza, alzandosi di scatto da terra.
“Bene, adesso che siete tutti pronti…” “E in piedi…” “…
e in piedi, possiamo andare!”
***
“Però…mica si trattano male, qui.” “Dragos!” lo ammonì Ermengarda, tirandogli il codino, arrabbiata “Ahia!” “Te
le cerchi!” sibilò Stefano.
Camminarono lungo un corridoio con le pareti decorate
da bellissimi affreschi, fino ad arrivare davanti ad una porta
enorme, in legno scuro e lucido.
L’uomo vestito di rosso bussò discretamente, finché una
voce dall’interno non rispose: “Avanti.”
Aprì la porta, che fece un piacevole scricchiolio.
I sette rivolsero lo sguardo all’uomo che stava in piedi
vicino alla finestra.
“Bene arrivati” li accolse voltandosi.
“È un piacere fare la vostra conoscenza, Santo Padre”
risposero, inchinandosi.
124
Lucrezia Galletti
L’uomo sorrise, spostandosi verso di loro.
“In piedi, in piedi… sedetevi e rilassatevi…ne avete bisogno!” disse indicando un accogliente divano in velluto blu.
I sette si sedettero senza dire parola.
Ermengarda spostò lo sguardo verso la finestra, dalla quale
si poteva vedere la basilica di San Pietro stagliarsi, imponente e salda, verso il cielo azzurro, illuminata da un sole splendente.
La ragazza sorrise: dopo tanti giorni di pioggia e oscurità,
ci voleva proprio quella luce allegra.
Il Papa tossì un poco per attirare l’attenzione dei ragazzi
seduti davanti a lui.
“Dunque… come rappresentante di Nostro Signore, devo
dirvi che sono davvero contento di voi. Avete fatto davvero
un buon lavoro. I miei complimenti. Sono certo che anche
San Francesco sarebbe stato fiero di voi.”
I sette sorrisero.
“Dunque, cosa c’è da dire… il manoscritto si e ridotto in
pezzi da solo, nessuno ha più bisogno della vostra protezione, quindi posso annunciarvi che il vostro compito è ufficialmente finito, voi tre siete libere di tornare a condurre una
vita normale.”
“Volete dire… che l’Ordine è sciolto?” domandò Lisa.
Il Papa scosse la testa, i profondi occhi azzurri sorridenti.
“Diciamo che è momentaneamente in vacanza.”
“Aspetti…” disse Valeria passandosi una mano tra i capelli. “In che senso in vacanza?”
“Nel senso che per adesso, grazie a Dio, i guai sono finiti
e non dovete più occuparvi di niente. Inoltre…”
“Cosa?”
“Voi quattro…”
“Santo Padre, scusate se vi contraddico, ma io, non sono
un templare” disse Ermengarda.
“Comunque sia, avete collaborato. Voglio dire, avete cu-
La setta degli Incappucciati
125
stodito il manoscritto, e avete contribuito a mettere fine alla
tremenda profezia che vi era scritta.”
“Oh” fu il secco commento della ragazza.
L’uomo vestito di bianco continuò: “Sinceramente, diciamocela tutta, sono stati molti i Papi nella storia di ottocentocinque anni che hanno avuto da pensare su di voi. Voglio
dire, non era mai successo che a delle donne fosse affidato
un compito così importante. Io, comunque, ho sempre avuto fiducia in voi, il Razzi presente lo può confermare… comunque sia, avrete un premio per questo vostro ottimo lavoro. Tanto per iniziare, tornerete ad essere umane…”
“Nooo… le rugheee…” sibilò Valeria.
“Prego?”
“No, no, niente, Santo Padre… prosegua…”
“Non siamo più immortali? Non abbiamo più poteri magici?” si intromise Giovanna.
“No… al momento…”
“Santo Padre, scusate se ve lo dico così direttamente, ma…
potreste parlare in maniera più diretta?”
Il Papa sorrise, stavolta apertamente. “Avete ragione, Giovanna… Per parlare in maniera spiccia, come mi è stato suggerito, voi sarete umane, private dei vostri poteri, almeno
per adesso. Se in futuro, ed io spero vivamente di no, ci sarà
ancora bisogno di voi... vi chiameremo. Intanto, consideratevi in vacanza. Dopo ottocento anni ve la meritate.”
Le quattro sorrisero.
Il Papa portò il suo sguardo ai tre Templari maschi.
“In quanto a voi tre… i miei complimenti davvero. Avete
dato prova di grande coraggio in più situazioni, non vi siete
fatti abbindolare da Guglielmo, cosa che, ahimè, io stesso
ho fatto, e questo è indice di grande intelligenza. Per voi
niente vacanze, però… per adesso vi tenete la vostra immortalità e i vostri poteri. Troverò qualcosa da farvi fare.”
“Vi ringraziamo.”
126
Lucrezia Galletti
“Non c’è da ringraziare… Per voi quattro, come in ogni
lavoro che si rispetti, c’è una liquidazione…” disse voltandosi a prendere qualcosa in un cassetto.
“Ma…” intervenne Giovanna. “Zitta! Lascialo fare!” la
bloccò Ermengarda “Perché?” “Sento odore di soldini…” E
il fiuto di Ermengarda non sbagliava mai.
Il Santo Padre, infatti, si voltò con quattro enormi sacchetti pieni di monete d’oro per le quattro ragazze.
“Visione paradisiaca…” sussurrò la fata. “Ehi, ma dov’è
andata a finire la povertà?” sussurrò Valeria. “Ma stai un po’
zitta, non vedi come tira bene?” la rimbeccò la fata.
“Beh…diciamo che ci voleva, eh?” disse il Papa.
“Grazie!!” risposero all’unisono tutte e quattro.
Il Papa sorrise: sì, decisamente gli sarebbe mancato il lavoro di quelle quattro…
***
La luce del sole del tramonto illuminava il cielo di magnifici riflessi dal rosso sangue al rosa chiaro.
Il Colosseo, in lontananza, era uno spettacolo magnifico,
così illuminato.
Non c’è niente da fare, i tramonti a Roma hanno tutto un
altro aspetto.
Le macchine che passavano frenetiche, non parvero notare il gruppetto di sette persone che camminava senza fretta sul ciglio della strada.
“Evvai! Domani vado subito a depositare in banca questi
soldini! Li saprò far fruttare al meglio!!” esclamò Ermengarda
sorridente.
“Non ne dubitiamo…” risposero gli altri sei in tono lugubre.
“Certo, però, mi mancherà la mia vera personalità di fata.”
La setta degli Incappucciati
127
“Giusto, Ermy…senza poteri non potrai tornare alla tua
forma originale!” esclamò Lisa.
La ragazza fece spallucce: “Non è la fine del mondo.”
“Ma come sei quando sei fata?” chiese Stefano.
“Giusto, me lo sono sempre chiesto” rincarò Manuele.
Ermengarda ci pensò su un attimo, mentre tirava su la zip
della sua giacca di pelle nera. Spostò lo sguardo sulla sua
sinistra, salutando con un cenno della testa un contadino
chino a falciare delle erbacce.
“Non cambio molto…” si decise a rispondere “solo il colore della pelle. Verde.”
“Un Pixie?”
“Una specie…”
“Verde erba?” chiese Valeria.
“No, verde dollaro.”
“Quasi lo immaginavo…” ironizzò Dragos e proseguì: “E
così, voi siete in vacanza… buon per voi… invece noi, ripartiamo come sempre… che barba…”
“Ragazzi…verrete a trovarci, vero?” domandò Lisa.
“Ma certo che verremo! Anche solo per mangiarci ancora
la torta di Ermengarda e le tue lasagne!” disse Manuele.
“Mi lusinghi…” replicò la ragazza arrossendo.
Giovanna batté le mani: “Questi soldi cascano proprio a
fagiolo! Per il matrimonio mi ci vorranno.”
“Matrimonio? Che matrimonio?!” chiesero tutti insieme.
La ragazza li guardò con l’aria più innocente del mondo.
“Ma come, non ve l’ho detto? Io e Simone ci sposiamo a
maggio!”
Le facce di tutti sembrarono congelarsi di fronte a quell’affermazione.
“Ti sposi davvero… che…bello…” balbettarono Valeria,
Lisa ed Ermengarda. Non che non fossero felici, anzi. Solo
che, si sa… uno choc è sempre uno choc.
“Ho anche visto il vestito ideale… vedeste com’è bello!
128
Lucrezia Galletti
Naturalmente, siete invitati anche voi ragazzi.”
“Ci verremo, tranquilla!”
“Bene, direi che è proprio una bella cosa!”
“Chissà come la prenderà quella fata bisbetica quando
saprà dei soldi...” disse Ermengarda “di sicurò troverà qualcosa da ridire”.
Giovanna liquidò le parole dell’amica scuotendo la mano
“Vedrai che le cose andranno meglio tra voi. Dovete solo
impegnarvi.”
La fata la guardò sorridendo “Grazie dei tuoi consigli,
Giovanna. Cercherò di metterli in pratica, anche se la vedo
un po’ dura...”.
“Ragazzi però, che somma!” disse Stefano.
“Ma ci pensate? Con tutti quei soldi… vestiti, maglie, jeans,
cosmetici…” disse Valeria con aria sognante.
“Fissata…” borbottò Stefano.
“Cosa?” Valeria socchiuse gli occhi a fessura.
“Ecco che torna fuori il lupo…” sibilò tra i denti Stefano.
“Di’ un po’, mi stai forse paragonando ancora a un lupo?”
chiese minacciosa.
“Noooo… chi ha mai detto questo!” ribatté nervosamente lui
“Signorina… la falce è mia!”
“Falce? Che fal…” Stefano guardò inorridito la ragazza
alzare con aria bellicosa l’arnese che scintillò sinistramente
alla luce del sole morente.
“No! Valeria, non fare azioni di cui poi… no, no…
AAAHHH!!”
“Te lo do io il lupo!! Fermatiii!!”
Lisa, Giovanna, Ermengarda, Manuele, Dragos e l’anziano contadino rimasero fermi come pali a guardare la ragazza che rincorreva il povero Stefano con la falce a mezz’aria.
Gli automobilisti rallentavano a guardare stupiti quelle due
figure che correvano come pazze sul ciglio della strada.
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La setta degli Incappucciati
Strano che nessuno avesse ancora chiamato una volante…
Il contadino si tolse il cappello di paglia:
“Amici, eh?” chiese con un sorriso.
“Sììì…”
“Porchissimo cane! Mi si è strappata la maglietta di Gucci!
Noooo! Catastrofe!!”
Un silenzio cadde sul gruppetto che era rimasto a fissarli
fino ad allora.
Le ragazze sospirarono, e i ragazzi e il contadino si grattarono la testa con aria sconsolata.
“Ragazzi…” disse Lisa con un sorriso smagliante “una
sigaretta?”
FINE
Ringraziamenti
Prima di tutto, Martina. Grazie di avermi portata a Roma
con te, altrimenti questo libro non sarebbe mai nato!
Poi, i mie genitori, che sanno benissimo quanto posso
essere stressante quando c’è qualcosa che non mi torna.
Grazie a Giovanna, Lisa e Valeria, a cui sono ispirate le
omonime del libro.
A Sara, che è stata così gentile da dedicarmi un po’ del
suo tempo per disegnarmi le bozze delle copertine.
Un grande grazie va ai miei primi lettori: Giulia, Samuele,
Daniela, Sonia e Monica.
Un grande, anzi, enorme grazie alla mia gentilissima Editor,
che certamente ha reso questo libro migliore di quanto non
lo fosse all’inizio.
E ultimo, ma non per minore importanza, un grazie va a
tutti quelli che sborseranno dei soldi per comprare il mio
lavoro! Spero che non rimaniate delusi!
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Tu che ti muovi nell`ombra, vivi nelle tenebre più scure, cammini nel