LA GESTIONE DEL TERRITORIO E DELL’AMBIENTE A VERONA BREVI CENNI DI STORIA DELL’URBANISTICA I PIANI E I PROGRAMMI LA SITUAZIONE ATTUALE LE PROPOSTE di Giorgio Massignan 1 TERRITORIALI Ciò che accade alla terra accade anche ai figli della terra. Se l’uomo sputa sul suolo, sputa su se stesso. Questo sappiamo… Non è la terra che appartiene all’uomo, ma l’uomo alla terra. Tutte le cose sono unite tra loro come il sangue che lega una famiglia. Ciò che accade alla terra accade anche ai figli della terra. Non è l’uomo che ha tessuto la ragnatela della vita; lui ne è solo un figlio. Ciò che fa alla ragnatela lo fa a se stesso. (Cavallo Zoppo) PREMESSA 2 Le note contenute in questo libretto non hanno velleità di essere studi storici e neppure analisi critiche delle diverse vicende territoriali di Verona, dagli anni della ricostruzione post bellica ad oggi. Ho ritenuto opportuno presentare gli strumenti urbanistici che hanno permesso si realizzasse la città in cui viviamo, analizzare i meccanismi che hanno determinato la formazione di tali strumenti ed evidenziare il ruolo degli operatori che hanno partecipato alla formazione e gestione del territorio. Ho tentato di dimostrare come i vecchi meccanismi dei decenni passati siano rimasti gli stessi anche ora. Tutto questo, quale introduzione per analizzare le scelte delle ultime amministrazioni, in particolare quelle del sindaco Flavio Tosi. Infine, alcune pagine sulla Verona che vorrei, con il dubbio se si tratti di una possibile realtà o solo di una bella e sognata utopia. BREVI CENNI STORICI SU VERONA 3 Dopo l’unità d’Italia, Verona registrò una discreta crescita demografica, poiché gli abitanti della campagna veronese, che stavano vivendo i momenti più difficili e poveri della loro storia moderna, diedero vita a un flusso migratorio dalle zone rurali e dai centri minori verso il capoluogo. Tutto questo causò un forte aumento di domanda di abitazioni e la necessità urgente, da parte degli organi pubblici, di rispondere a tale esigenza. Nacquero proprio in quel periodo i primi quartieri popolari a San Bernardino, a Porta Palio e a Porto San Pancrazio. Nonostante questi provvedimenti, la richiesta di alloggi popolari non fu soddisfatta e si rese necessario realizzare altri interventi in zona Tomba e Tombetta, a sud della città. Il fenomeno del primo inurbamento portò all’emanazione del R.D. del 10 novembre 1910, che consentì la prima vera espansione della città. Furono programmati i piani d’ampliamento che in seguito daranno vita ai quartieri Venezia, San Pancrazio, Roma, e si permise di costruire anche in Spianà, sino a quel momento bloccata per motivi militari. Gli edifici del centro storico, dove possibile, aumentarono di volume con sopraelevazioni e superfetazioni. Dopo la prima guerra mondiale, grazie alle risorse previste dal Testo Unico per l’Edilizia Economico Popolare del 1919, si poté provvedere con interventi di edilizia popolare nelle zone che in seguito saranno definite come i quartieri di Borgo Milano, Borgo Trento e Valdonega. Tra le due guerre mondiali, nel primo decennio fascista, alcuni piccoli comuni confinanti con Verona, quali: San Massimo, Santa Lucia, Palazzina, Ca’ di David, Avesa, Parona, San Michele, Montorio, Santa Maria in Stelle, Mizzole, Quinto; furono aggregati al capoluogo. In questo modo la superficie dell’ampliato comune di Verona arrivò a 20.000 ettari con 154.000 abitanti. LA RICOSTRUZIONE A VERONA NEL DOPOGUERRA Verona, per la sua felice collocazione nel controllo delle vie di comunicazione con il mondo germanico, è stata considerata in tutti i tempi e da tutti i suoi occupanti una piazzaforte militare di tale importanza da richiedere costanti e poderose opere di potenziamento delle strutture difensive. Questa caratteristica, se da un lato le permise di evitare di scadere a secondaria località di provincia, dall’altro rallentò e ritardò, a causa delle pesanti servitù militari, il processo economico dell’industrializzazione e la conseguente attrazione di lavoratori residenti, sino ai primi anni del dopoguerra, quando con la pianificazione economica e territoriale venne programmato il sorgere di nuove strutture produttive. La sua posizione geografica come nodo cruciale per i traffici commerciali e militari, durante la seconda guerra mondiale, ha rappresentato la principale causa dei pesanti bombardamenti aerei contro la città ed i suoi obiettivi strategici. Verona, a poco più di un mese dalla liberazione era ancora devastata dai danni subiti, ampi squarci si aprivano nel centro storico, le strade erano invase dalle macerie e dai detriti causati dagli sganciamenti di bombe, la città risultava distrutta per il 45%. I veronesi reagirono: finita la barbarie della guerra c’era voglia di rifare e di lavorare. In quel periodo nacquero le premesse della ricostruzione, dell’intervento pubblico, del primo sviluppo urbano e del Piano Regolatore. L’intervento di ripristino iniziò con la demolizione delle protezioni antiaeree che chiudevano gli arcovoli dell’Arena utilizzata come rifugio. 1948 - Il Piano di Ricostruzione. Il Decreto Luogotenenziale del 1 marzo 1945, il n. 154, stabiliva che tutte le città che avevano subito gravi danni bellici si dovevano fornire di un Piano di ricostruzione. Verona era uscita dalla guerra con 11.627 vani distrutti e 8.347 lesionati. Venne pertanto inserita tra i comuni che si dovevano dotare di un Piano di Ricostruzione. La Giunta 4 Comunale, con delibera del 31 gennaio 1946, affidò l’incarico di redarlo all’architetto Plinio Marconi. Il Piano venne adottato nell’ottobre del 1946 e approvato nel marzo del 1948. Riprendeva le direttive del Decreto 154 e si proponeva come un piano particolareggiato per le zone urbane devastate dai bombardamenti aerei, soprattutto quelle del Centro Storico. Risaliva a quel periodo l’inizio dei lavori di ricostruzione dei ponti sull’Adige distrutti dai tedeschi in fuga, di alcune chiese storiche, della stazione ferroviaria di Porta Nuova e di parti del centro cittadino danneggiate. Nel marzo del 1946 venne eletto sindaco il socialista Aldo Fedeli, alla guida di una giunta comunale di formazione ciellenistica, costituita da esponenti democristiani, socialisti e comunisti. La nuova amministrazione approvò tutta una serie di provvedimenti per dare lavoro a migliaia di disoccupati e per porre rimedio ai danni causati dalla guerra. Nell’agosto del ’46 il ponte Catena fu rifatto ed aperto al traffico, vennero portati a termine i rifacimenti, conforme agli originali distrutti, nel 1951 del ponte di Castelvecchio e nel 1959 del ponte della Pietra. Palazzo Barbieri venne ricostruito fedelmente dopo un acceso dibattito sulla questione se intervenire sul vecchio edificio per conservare il volto tradizionale di piazza Bra, o se costruire altrove un immobile moderno. Scelta l’ipotesi della ristrutturazione, al vecchio volume fu aggiunto sul retro un nuovo corpo di fabbrica semicircolare progettato dagli architetti Benatti e Troiani per poter rispondere a tutte le necessità dei nuovi uffici municipali. Il Piano fornisce due prime ipotesi progettuali che segneranno la storia economica, residenziale ed urbanistica della città: la formazione di una zona agricola ed industriale a sud della città, dove già erano insediati i Magazzini Generali, ed il futuro sviluppo residenziale nel quartiere Trento. 5 Per il centro storico, l’architetto Marconi aveva previsto numerosi sventramenti e abbattimenti di case e di quartieri, per far posto a nuove opere edilizie. Metodo di intervenire nei vecchi tessuti urbani, che ricordava il funesto “piccone risanatore” di mussoliniana memoria! 1958 - Primo Piano Regolatore. Fino al 1955 l’attività edilizia fu rappresentata dalla ricostruzione; solamente dopo qualche anno, sostenuto da nuove leggi nazionali e dagli strumenti urbanistici, sarà incentivato il settore delle nuove costruzioni. Le principali leggi che hanno favorito il fenomeno dell’ aumento delle aree edificate furono la “legge Fanfani”, che prevedeva la costituzione della gestione autonoma INA-CASA e la “legge Tupini”, che stabiliva l’esenzione venticinquennale dall’imposta sui fabbricati per gli edifici nuovi non di lusso e la concessione di convenienti mutui trentacinquennali a favore di enti e società. A Verona l’intervento pubblico diretto, in quegli anni fu irrilevante e le poche operazioni furono localizzate, in modo diffuso, nelle aree di immediato sviluppo urbano. Le zone interessate dalla nuova urbanizzazione, abbruttite dai guasti bellici e non più collegate all’attività agricola, erano territori senza identità, spazi di transizione con erbacce che crescevano stentate e terreni secchi ed assetati. I nuovi insediamenti residenziali che sorgevano in quei non luoghi, privi di servizi e circondati da altri cantieri edili e baracche di lamiera, furono i pionieri delle nuove espansioni urbanistiche. Nel 1954 Plinio Marconi iniziò a progettare il primo Piano Regolatore di Verona, che riprendeva i concetti del precedente Piano di Ricostruzione, ampliando la pianificazione all’intero territorio veronese nella sua complessa organicità. Il Piano Marconi fu il primo per Verona coerente con la legge urbanistica n.1150 del 1942, fu lo strumento urbanistico base, e le successive Varianti Generali ne manterranno l’impostazione di fondo, pur modificando, anche considerevolmente, il dimensionamento e gli obiettivi. Identificò la forma della città futura, definendo qualitativamente e quantitativamente le zone di espansione a destinazione residenziale o di altro tipo. Nel 1954 Verona contava 200.000 abitanti, il nuovo piano ne prevedeva un aumento di altri 100.000 in 30 anni, per un accrescimento di poco più di 3.000 unità all’anno. Erano previsti nel centro e nei quartieri periferici 228 ettari a destinazione residenziale con 153.000 abitanti e 271 ettari con 147.000 abitanti nelle frazioni. Le direttrici di espansione indicate dall’architetto Marconi seguivano quelle delle maggiori arterie di penetrazione da Milano, da Mantova, da Bologna, da Venezia e da Trento. L’espansione dei quartieri di San Michele, Madonna di Campagna, Borgo Roma, Golosine e Santa Lucia era prevista fosse realizzata da “casette” singole, doppie, multiple o a schiera, ma non superiori in altezza ai 12 metri, o da palazzine con altezza massima di 19 metri; mentre nelle zone di Borgo Milano, Stadio, Ponte Catena, Borgo Venezia e Ca’ di Cozzi, oltre ai villini era prevista un’altezza di 22 metri. A sud fu localizzata e dimensionata la Zona Agricola Industriale. Venne espropriata un’area immensa di 6.600.000 metri quadri per fornire la possibilità al Consorzio Z.A.I., costituito nel 1948, con decreto legislativo da Comune, Provincia e Camera di Commercio, di incrementare il sorgere e lo svilupparsi dell’industria. Saranno definite le strutture produttive che caratterizzeranno il futuro urbanistico ed economico della parte meridionale del territorio cittadino come il Mercato Ortofrutticolo, la Fiera Internazionale dell’Agricoltura, la Manifattura Tabacchi, il Nuovo Macello, qualche decina di aziende per la conservazione e la trasformazione di prodotti ortofrutticoli ed alcune centinaia di imprese di piccole e medie dimensioni. Il risultato immediato fu la preferenza delle nuove industrie ad installarsi nella Z.A.I., nonostante fossero presenti altri insediamenti industriali in Borgo Milano e Borgo Venezia. Funzionale alla Z.A.I. fu progettata una infrastruttura stradale per collegarla con Parona, Chievo, San Massimo e Croce Bianca. Il Piano determinò, anche se parzialmente, l’organizzazione della mobilità, senza comunque pianificare delle soluzioni tecnologicamente avanzate. Progettò l’assetto del tessuto urbano del centro storico, stabilendone alcuni sventramenti con la giustificazione di renderlo agibile e per 6 rafforzarne la terziarizzazione, specificò moderatamente la sua intangibilità, compatibilmente con le necessità edificatorie. Queste scelte, favorendo la terziarizzazione del centro storico, furono una delle cause dello spopolamento dei gruppi sociali originari. In quel periodo furono decentralizzati alcuni servizi pubblici e insediamenti direzionali come le sedi dell’I.N.P.S., gli Uffici Comunali del Compartimento Ferroviario, gli Uffici Giudiziari, quelli Finanziari, dell’Università, etc., che si localizzarono prevalentemente nel quartiere di Cittadella, tranne l’Università che finì a Veronetta. La Cittadella, infatti, fu individuata come polo direzionale, con l’insediamento di numerosi uffici pubblici e nell’ex Recinto Riformati (attuale piazza Renato Simoni), fu indicato il futuro polo degli affari e delle sedi commerciali. Non furono imposti vincoli di inedificabilità alle aree di particolare pregio e valore paesaggistico come quelle collinari che, nonostante fossero riconosciute come panoramiche, furono interessate da ampie possibilità di fabbricazione. In quel periodo la principale necessità fu fornire un tetto ai cittadini e di rimettere in funzione la macchina dell’economia. La tutela dell’ambiente e del paesaggio, la tutela del patrimonio storico e monumentale e l’esigenza di pianificare con preveggenza, furono sostituite dall’euforia dell’edificazione, dai facili guadagni che garantiva la speculazione edilizia e da norme urbanistiche che lasciavano la massima libertà ai privati di intervenire. Purtroppo gli effetti di quegli anni e di quelli che seguiranno sull’equilibrio urbanistico del territorio e sulla qualità urbana, li stiamo soffrendo ora… Dal 1952 in poi la Valdonega conobbe una costante, anche se limitata, attività edilizia. Ma sarà a Borgo Trento, dove il Piano Marconi stabiliva il massimo di edificabilità, che si registrò il maggior volume di attività costruttiva con il completamento delle aree libere e la sostituzione delle strutture edilizie tradizionali, mono o bifamiliari, con complessi condominiali mediamente di circa quindici alloggi, secondo solo a Cittadella. Già dal 1953 era diffusa l’ambizione ad abitare in Borgo Trento, il “Parioli” veronese; l’arrivo dei militari americani (SETAF) a Verona ed il loro insediamento in questo quartiere, dove si costruivano le abitazioni più grandi e prestigiose, rappresentò un ulteriore motivo di fascino. Gli appartamenti si vendevano facilmente e ad un prezzo superiore di circa 20.000 lire al mq rispetto alle altre zone della città. Negli anni ‘50 l’ espansione della città fu abbastanza graduale; la crescita industriale, lo sviluppo demografico e gli intensi movimenti migratori, furono fenomeni non emergenti e che non caratterizzarono la crescita urbana di Verona, come era avvenuto in altre città. Mancò l’immigrazione meridionale, mentre era presente, anche se non con un peso determinante nella domanda di case, quella dalla provincia. Nel 1957 si costruirono ancora edifici rurali in periferia e nelle frazioni, a significare come fosse ancora presente, nelle vicinanze della città, l’attività agricola. A Verona, anche se più lentamente rispetto ad altre realtà urbane, l’industrializzazione, iniziata alla metà degli anni ‘50, grazie soprattutto alla costituzione della Z.A.I., raggiunse in dieci anni la massima espansione come numero di addetti, mentre cominciarono a calare quelli in agricoltura. Uno dei motivi dello sviluppo della città a macchia d’olio, che tanti problemi causerà negli anni a seguire, fu il Piano delle Zone per l’Edilizia Economico Popolare (P.E.E.P.) del 1965. Distribuendo 15 zone “167”, per un totale di complessivi 39.581 abitanti, dislocò piccoli insediamenti in parte nelle frazioni della cintura esterna ed in parte tra il centro storico ed i nuclei residenziali periferici, con funzione di collegamento. In molti casi l’intervento di edilizia pubblica servì ad iniziare un processo di urbanizzazione e di edificazione non pianificato delle zone rurali; di fatto contribuì a rinchiudere il centro storico in cerchi concentrici di tessuto urbano, realizzato in successivi interventi dagli operatori privati. Il Piano Regolatore del 1958, con il trascorrere del tempo e con le modificate caratteristiche del territorio, risultò non essere più adeguato. In particolare le nuove infrastrutture viarie, quali la realizzata autostrada Serenissima e la progettata del Brennero, ebbero delle ripercussioni non indifferenti sul sistema della mobilità urbana. Il bisogno di un ampliamento della Z.A.I. per 7 rispondere alle nuove esigenze economiche; il disordine urbanistico causato dagli insediamenti non previsti nel settore residenziale, come le casette abusive sorte su lotti minimi di 2.000 metri quadri in zone rurali; l’urgenza di nuove aree di edilizia economica popolare; la necessità di ipotizzare, in armonia con le previsioni delle nuove infrastrutture (porto canale e autostrada del Brennero), nuove zone industriali; l’opportunità di una nuova normativa per il centro storico e per la collina che ne tutelasse gli aspetti storici e naturalistici; determinarono la volontà, da parte dell’Amministrazione Comunale, di pianificare una Variante Generale, che fosse in grado di fornire le risposte adeguate alle nuove richieste della città. Piano Regolatore del 1958 (da n.56 della rivista Architetti Verona) 1975 - Variante Generale al P.R.G. Nel 1962, la Giunta comunale, presieduta dal sindaco Zanotto, affidò l’incarico di elaborare la Variante Generale al P.R.G. del 1958, giudicato insufficiente alle esigenze di sviluppo della città, all’architetto Plinio Marconi. La prima stesura della Variante rimase a lungo bloccata a Roma, in attesa che le competenze urbanistiche passassero dal Ministero dei Lavori Pubblici alle Regioni. Nel frattempo a Verona nacque la prima Giunta di centro sinistra con esponenti del P.S.I. 8 La Variante fu modificata e la previsione di aumento demografico entro il 1984, calò dai 600.000 abitanti iniziali, con conseguente incremento delle aree di espansione, a 410.000, ancora troppi. Nell’ ottobre 2012, gli abitanti sono circa 250.000. Nel 1966, l’architetto terminò il suo lavoro. Il piano consolidò la struttura monocentrica di quello precedente, potenziando una forte funzione direzionale al centro storico, assieme ad un energico processo di terziarizzazione. Il centro storico fu diviso in tre sottozone, con tre diversi gradi di conservazione e conseguenti metodologie di intervento. La prima sottozona, di Restauro Conservativo, era relativa ai quartieri di Città Antica e Veronetta. La seconda sottozona, di Restauro Integrativo e la terza di Trasformazione e di Ristrutturazione comprendevano gli ambiti entro la cinta magistrale (Cittadella e San Zeno). Con la stesura definitiva, nel 1975, della Variante Generale al P.R.G., a seconda del valore accertato, sarà dato un diverso grado di protezione. Di grande importanza fu il piano della collina, che vincolava ampie zone a nord del centro storico a verde pubblico e imponeva una normativa che consentiva l’edificazione ex novo solo in presenza di grandi appezzamenti e con indici molto bassi, 0,5 - 1,0 mc/mq, bloccando così una grossa operazione immobiliare su quelle aree. Una seconda norma positiva fu quella che obbligava i privati che lottizzavano, a costruire a proprie spese le diverse opere di urbanizzazione, precedendo l’articolo 17 della 765, la cosiddetta legge Ponte, ed evitando l’enormità di lottizzazioni che vennero approvate in Italia nel periodo precedente l’applicazione delle norme della nuova legge. Nella Verona degli anni ’50, le famiglie della borghesia cittadina abbandonarono il fatiscente centro storico e si spostarono nel nuovo quartiere che stava nascendo oltre Ponte Garibaldi e Ponte della Vittoria, dove, in corrispondenza delle villette liberty, si stavano edificando i primi insediamenti. Le nuove urbanizzazioni si concentrarono lungo l’arteria che proseguiva la direzione di ponte della Vittoria: via IV Novembre. Esaurita la direttrice di via IV Novembre, si iniziò ad urbanizzare la zona di Ponte Catena. Poi, verso la fine degli anni ’70, ci fu il lento ma graduale ritorno delle classi sociali benestanti negli edifici ristrutturati del centro storico. Gli abitanti delle classi meno abbienti furono espulsi dalle loro vecchie case fatiscenti del centro e condotti nei nuovi complessi edilizi della periferia, dove erano stati costruiti i condomini per la residenza, ma non gli spazi per i servizi. Il centro storico fu occupato soprattutto dagli studi dei professionisti e dalle attività commerciali. A quel tempo il traffico permetteva di raggiungere le zone centrali della città abbastanza agevolmente e il parcheggio non era un problema insolubile, come ai giorni nostri. Iniziò allora il fenomeno di abbandono del centro da parte di molte famiglie con figli. La conseguenza fu un lento ma continuo invecchiamento della popolazione. Fu in quegli anni che cominciò l’agonia del centro storico, che si stava trasformando in un centro direzionale e poi commerciale in ‘crosta medievale’. Già dalla fine degli anni Settanta, la Z.AI. storica, che fu il motore economico del secondo dopoguerra, iniziò ad esaurire la propria funzione. Si rese necessario, da parte del Consorzio Z.A.I., cercare nuove direttrici di sviluppo. Risale a quegli anni, esattamente al 1977, la nascita del centro intermodale al Quadrante Europa; la realizzazione della seconda Z.A.I. avvenne alla Bassona nel 1978; seguì la definizione della zona La Marangona a Verona sud, per ospitare il Parco dell’Innovazione, con lo scopo di richiamare le aziende, nazionali e internazionali, tecnologicamente avanzate. Un ottimo progetto che i nostri amministratori assieme alla locale categoria imprenditoriale, non permisero si realizzasse, sciupando così un’ottima opportunità per qualificare la capacità produttiva di Verona. Furono reintrodotte le ipotesi per le soluzioni viabilistiche, già presenti nel P.R.G. del 1958, quali la complanare a nord con il traforo della collina che avrebbe dovuto collegare Borgo Venezia con Borgo Trento; e la strada denominata Mediana, a sud. Fortunatamente, la Regione non ritenne queste due proposte idonee perché ‘costituiscono una turbativa ambientale’ e furono ritenute ‘un errore ecologico ed urbanistico’. Verrà invece approvato 9 il collegamento tra il casello autostradale di Verona nord e la zona stadio, bretella costruita nel 1990 con i finanziamenti dei Mondiali di calcio. Variante Generale al Piano Regolatore del 1975 (da n.56 della rivista Architetti Verona) 1984/1991 - Variante 33 sul Centro Storico. Essa fu elaborata, utilizzando una metodologia definita ‘storico – tipologica’, che studiava il valore storico, monumentale e ambientale di ogni edificio del Centro Storico, e sulla base di quelle analisi oggettive, definiva i limiti dell’ intervento. Venivano cioè individuate le tipologie su cui formulare le indicazioni tecniche e funzionali. Lo studio per la Variante iniziò con il professor Leonardo Benevolo e proseguì con l’architetto Maurizio Veronelli. A quell’epoca, la Pubblica Amministrazione considerava basilari l’apporto e il ruolo degli uffici tecnici comunali nella pianificazione e conservazione del Centri Storico. 10 Il Consiglio Comunale respinse la versione Veronelli, che venne allontanato, temendo che bloccasse l’attività edilizia dei privati e affidò all’architetto Giacomo Delucca, dipendente del Comune, il compito di elaborare una nuova versione di Variante, più permissiva rispetto alla precedente stesura del 1981. Nella nuova Variante non comparvero gli studi tipologici del tessuto storico, che avrebbero potuto vincolare gli interventi. In questo modo si evitò di approvare una normativa rigorosa, chiara e obiettiva. Era comunque confermato l’obiettivo di permettere il recupero degli edifici favorendo le destinazioni d’uso residenziali rispetto alle non residenziali. Furono ammesse nuove destinazioni d’uso non abitative esclusivamente al piano terra. Al progetto di Variante vennero prodotte 38 osservazioni. Tra queste, quella dell’associazione Italia Nostra che espresse il suo disappunto nei confronti del provvedimento definitivo approvato, ritenendo quest’ultima versione priva delle indicazioni sul modo di restaurare gli edifici, definite dal gruppo di lavoro diretto dall’architetto Maurizio Veronelli, contenute nella prima versione della Variante del 1981. Lo stesso Veronelli affermò: “Nel piano adottato ho trovato poco della parte più significativa del mio lavoro”. Il giudizio della Regione sulla Variante 33 al P.R.G. ne colse i limiti: “La Variante è priva dei percorsi analitici fondamentali per la motivazione delle metodologie disciplinari e delle scelte di intervento”. Coerentemente la Regione propose che fossero incluse alcune modifiche, quali la reintroduzione nel piano delle norme e delle indagini contenute nella precedente versione del 1981. Nel novembre del 1991, considerata l’inerzia da parte del Comune, la Regione approvò la Variante ritenendo le modifiche richieste automaticamente introdotte. 1993 - Progetto Preliminare di Piano. Dall’approvazione della Variante Generale al P.R.G. del 1975 sino al 1993, ci furono oltre duecento modifiche e varianti parziali al Piano. Il Progetto Preliminare aveva il compito di abbozzare le linee programmatiche del futuro territoriale della città, che sarebbero poi dovute essere specificate nel dettaglio dal Piano Regolatore Generale. Il Progetto Preliminare o Piano di Salvaguardia bloccava ogni nuova lottizzazione e aveva durata di tre anni, per permettere l’elaborazione del Piano Regolatore a cosiddette ‘bocce ferme’, evitando così che l’equilibrio territoriale venisse modificato da pesanti operazioni edilizie. Definiva i limiti urbani della città da non superare con nuove aree di espansione; ridefiniva e completava i tessuti dei quartieri e delle periferie; individuava le nuove centralità e recuperava la qualità dello spazio pubblico: piazze, corsi, viali; delimitava e qualificava le aree produttive; consolidava il sistema insediativo agricolo in funzione della sua salvaguardia produttiva e ambientale; stabiliva quali zone potevano essere considerate A.R.U. (aree di riqualificazione urbanistica); dettava i criteri per tutelare i centri storici; progettava il parco dell’Adige; favoriva il recupero delle aree industriali dismesse, evitando in tal modo altro consumo del suolo e collegava i quattro sistemi di programmazione del tessuto urbano: quello residenziale, quello produttivo, quello viabilistico e quello ambientale. L’obiettivo era quello di poter analizzare e stendere la nuova Variante Generale al P.R.G. a cosiddette bocce ferme. Nel sistema della mobilità erano previsti una linea di tramvia elettrica su sede fissa ed esclusiva; il completamento del sistema Complanare/Tangenziale; l’ampliamento delle Z.T.L.; il potenziamento della viabilità urbana di primo livello ed il completamento della viabilità urbana di secondo livello, ponendo quali interventi prioritari quelli che interessavano i quartieri di Borgo Milano, Borgo Venezia, S. Massimo, l’area di Verona sud e Cà di David. Le scelte di qualità per il sistema della mobilità riguardavano lo spostamento del traffico di attraversamento e penetrazione all’esterno dei quartieri, dei borghi e dei centri minori; la riorganizzazione delle linee e delle aree di servizio ferroviarie integrate con le diverse mobilità di trasporto pubblico, urbano e metropolitano; la realizzazione di un sistema di luoghi e percorsi pedonali e di percorsi per il trasporto pubblico; la realizzazione del sistema pedociclabile integrato con il sistema del verde fruibile e connesso alla riqualificazione dei tessuti urbani. 11 Il piano elaborato dal professor Vittorini con l’assessore alla Pianificazione Massignan fu approvato in Giunta. Dopo la crisi politica e la caduta della Giunta Sala, ci fu la formazione di una nuova Giunta con nuovo sindaco e nuovo assessore alla Pianificazione. Il Piano venne leggermente modificato e portato in Consiglio per l’adozione dal nuovo assessore Conta. Nella nuova versione conteneva il traforo delle Torricelle. Il Piano di Salvaguardia dopo tre anni fu fatto scadere dalla Giunta guidata dal sindaco Sironi e non rinnovato. In tal modo si sono potute esaurire e cementificare tutte le aree ancora verdi che, nella Variante Generale del 1975, erano previste edificabili per una città di 410.000 abitanti. La speculazione edilizia aveva vinto ancora una volta. Il progetto preliminare alla Variante Generale al P.R.G. vigente o Piano di Salvaguardia (da n.56 della rivista Architetti Verona) 12 2006 - Primo P.A.T. 2007 secondo P.A.T. 2011 P.I. Il Piano Regolatore Generale, poi denominato P.A.T., sarà adottato solo nel 2006 dalla giunta del sindaco Paolo Zanotto e successivamente modificato nel 2007, dalla nuova giunta guidata dal sindaco Tosi. La stessa giunta, nel 2011, approvò il P.I. (vedi pag. 22) 13 I MECCANISMI DI GESTIONE DEL TERRITORIO L’ analisi dei piani urbanistici permette di leggere le scelte d’uso del territorio ed i relativi effetti che queste avranno sulla formazione e sviluppo della città, ma non chiariscono quali sono stati i meccanismi che hanno determinato quelle scelte. La pianificazione territoriale avrebbe l’esigenza di essere preservata sia dagli eccessivi appetiti economici che da quelli politico-elettorali. Ma non è mai stato così e gli interessi economici, assieme a quelli politici, hanno influenzato le scelte d’uso del territorio. L’utilizzo dello strumento del piano regolatore per onorare le promesse fatte in periodo di consultazioni elettorali e/o consolidare i disegni della speculazione si è rivelato estremamente dannoso per l’equilibrio territoriale della città. Lo studio dei meccanismi e degli operatori che nel passato hanno determinato l’attuale assetto urbanistico di Verona è fondamentale per capire il metodo che ha portato alla stesura dei piani urbanistici; metodo che non rispondeva certamente alle richieste della cittadinanza nel suo complesso, ma era funzionale ad una piccola minoranza. Una caratteristica dello sviluppo economico della società italiana nel primo dopoguerra è stato il forte impulso dato dal settore edilizio. La conseguenza fu una frenetica cementificazione del suolo e un ampliamento delle città. Verona non si discostò da questo modello, ma mantenne sino agli anni ‘90 una sua specifica particolarità. Chi gestiva il potere politico-amministrativo ebbe sempre la massima attenzione per evitare che si formassero potenti gruppi di interesse economico-politico, in grado di modificare sostanzialmente gli equilibri tra i diversi operatori economici e politici della città. Alcune grosse operazioni urbanistico-edilizie, che avrebbero potuto permettere ad alcuni operatori locali, assieme ad altri provenienti da altre province, di modificare l’assetto urbanistico della città e conseguentemente il sistema di potere, sono state, con acuta preveggenza, bocciate dalle allora amministrazioni comunali e segreterie politiche. Da evidenziare alla fine degli anni ‘60 la bocciatura di tre grosse lottizzazioni, di cui una sulla collina veronese, che avrebbe modificato il metodo consueto di intervenire sul territorio. In quegli anni fu creato una sorta di ombrello clientelare, garantito dal maggior partito cittadino, che consentiva a diversi operatori del settore edilizio di intervenire, senza permettere che si costituisse un centro monopolistico, in grado di modificare una gestione del potere che lasciava libertà di iniziativa a differenti soggetti. Le caratteristiche delle città medie, l’opera calmieratrice della D.C. e la mancanza di un massiccio fenomeno di industrializzazione hanno permesso a Verona, sino agli anni ‘90, di non subire grossi squilibri urbanistici, con conseguenti aree di conflitto politico-economiche. Si è perseguito un modello di sviluppo che, alla concentrazione di grossi impianti industriali, ha preferito la parcellizzazione di piccole industrie, non alterando così la tipologia della struttura economica e sociale veronese. Dal periodo della ricostruzione, per avere l’autorizzazione a urbanizzare il proprio terreno e quindi a edificare, il solo proprietario fondiario non era sufficiente. Per ottenere il cambio d’uso dei propri terreni, era indispensabile il collegamento con l’operatore politico-amministrativo che decideva la concessione del permesso. Tale collegamento, il più delle volte, era svolto dal tecnicoprofessionista, connesso alle segreterie dei partiti politici. Meccanismo questo che ha permesso al fattore politico di controllare l’intero settore edilizio e di evitare il formarsi di condizioni di monopolio e oligopolio, che avrebbero potuto determinare degli squilibri e degli scompensi. Lo sforzo era finalizzato a raccogliere tutti gli operatori del settore, dai più piccoli ai più grossi, per difenderne gli interessi. Venivano così ricavati spazi operativi per tutti. Il meccanismo consisteva nell’ampliare continuamente le aree fabbricabili appartenenti ai vari proprietari, che con l’ausilio del progettista tenevano i rapporti con la Pubblica Amministrazione. In quell’epoca mancavano operatori specializzati nelle sole attività edilizie ed immobiliari. 14 L’assenza di operatori fondiari in grado di gestire grosse porzioni territoriali ha contribuito al frazionamento progressivo della struttura della proprietà, presentando delle concentrazioni solo a scala di singolo operatore periferico. Diverso è invece il ruolo del progettista, che ha visto solo una piccola percentuale degli iscritti agli ordini partecipare alla gestione degli interventi più significativi. Gli studi professionali, alla specializzazione tecnica in specifici settori di intervento, hanno preferito svariare in tutti i campi, alternando il restauro al piano di lottizzazione, alla nuova edificazione, ai piani urbanistici. Le diverse giunte comunali che si sono alternate e la loro diversa composizione e colore, sono accompagnate dall’ingresso ai meccanismi di gestione del territorio di professionisti con colori politici speculari a quelli dei partiti che amministrano la città. Cambiano i soggetti politici, ma il sistema rimane lo stesso, non viene sconvolto l’equilibrio generale instauratosi. E sin dai primi anni ’60, la Pubblica Amministrazione non ha mai avuto la volontà di intervenire direttamente nello sviluppo della città, favorendo uniformemente gli operatori privati. Da tutto questo è possibile dedurre che i meccanismi che formano e gestiscono il territorio sono il prodotto di due fattori, quello economico e quello politico, con un ruolo molto importante del professionista-progettista, che si pone come tramite tra i due fattori principali e non di rado come controllore incaricato dalle segreterie politiche. Dagli anni ’90 in poi, la crisi dei partiti e lo scioglimento della D.C., che nel Veneto e a Verona aveva rappresentato il grande distributore e compensatore, hanno modificato tutto. In questi ultimi anni il fattore politico si è dimostrato, o meglio ha voluto dimostrarsi, incapace di controllare quello economico, perché succube dello stesso. Mentre nel passato, tra i due fattori, quello politico-amministrativo era il più forte, ora quello economico ha preso il sopravvento, gestendo e/o creando direttamente i soggetti politici. A differenza del vecchio ombrello clientelare, ora i più forti emergono e determinano le scelte sul territorio. Così si ricerca la grande opera che, anche se inutile, accontenta il potente di turno. I tecnici e gli urbanisti. Sono i notai delle scelte immobiliari. La pianificazione territoriale, o meglio la non pianificazione territoriale, è ridotta a un atto burocratico per giustificare e legalizzare la speculazione edilizia. La progettazione del territorio si basa solo sul valore economico delle aree. Non si progettano porzioni di città, con quota parte di abitazioni, di negozi e di uffici, con spazi pubblici sia aperti che chiusi, con relative aree pedonali, ma poli funzionali accessibili soprattutto con i mezzi privati a motore. Le moderne città sono degli agglomerati con zone monofunzionali per la residenza, il commercio, o il direzionale, concentrati disordinatamente attorno ad un nucleo storico, sulla base del valore immobiliare delle aree. Il ruolo degli urbanisti è di giustificare tecnicamente le scelte dettate dalla speculazione edilizia. I risultati li abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni: città concentriche con problemi insolubili di traffico e con un consumo di suolo che ha ridotto, ed in molti casi annullato, il rapporto città/campagna, riunendo le sfrangiature periferiche del tessuto urbano cittadino con i borghi rurali esterni. Dalla metà degli anni ’50, il territorio e l’ambiente sono stati considerati una riserva di caccia per gli operatori economici e per i loro referenti politici. Le aree ‘vuote’, sono considerate in parcheggio in attesa di essere edificate. I risultati sono stati: -sviluppo delle città a macchia d’olio, concentrate attorno ai centri storici; -carenza di seri ed efficienti piani della mobilità pubblica; -annullamento del concetto di limite urbano; -disinteresse per il recupero del patrimonio edilizio esistente; -consumo irrazionale ed eccessivo di suolo. 15 Una piccola percentuale dei professionisti del settore edilizio iscritti agli ordini, furono determinanti, e in parte lo sono anche oggi, come mediatori tra gli operatori economici e la pubblica amministrazione. Per quanto riguarda gli architetti, coloro che sono intervenuti ed hanno gestito le operazioni più importanti, sono passati nell’arco di circa 50 anni dal 9% del 1954 a circa il 3% del 2010, sul totale degli iscritti all’Ordine. Questi numeri esprimono in modo inequivocabile il sistema oligarchico che esisteva ed esiste anche oggi tra i professionisti del settore. Il numero dei progettisti più importanti sul mercato edilizio veronese è pressoché costante nel tempo. Aumentano gli iscritti all’Ordine e diminuisce la percentuale dei più potenti. Le diverse giunte che si sono alternate, con una diversa composizione e colore, sono accompagnate dall’ingresso ai meccanismi di gestione del territorio da professionisti con colori politici speculari a quelli dei partiti che amministrano la città. Cambiano, o meglio, si aggiungono altri soggetti politici, ma il sistema rimane lo stesso, non viene sconvolto l’equilibrio generale instauratosi. Un importante ruolo di controllo è delegato alla commissione edilizia, eletta in Consiglio Comunale e rappresentata da tecnici proposti dai partiti politici. Gli strumenti urbanistici. Sono le piattaforme tecniche che giustificano e notificano la speculazione edilizia. I nostri politici e amministratori pubblici sono sensibili ad una pianificazione urbanistica più vicina agli interessi immobiliari che alla tutela delle risorse comuni. In questo modo il suolo è considerato come una piattaforma sempre disponibile a generare rendita. Anche a Verona, nelle scelte di piano, il suolo non è stato valutato come una risorsa finita, soggetto agli effetti ambientali, che può subire e a sua volta rimandare. Prima del P.A.T. e del P.I. della giunta Tosi, le ultime scelte urbanistiche per la nostra città furono fatte nel 1975 con l’approvazione della Variante Generale al P.R.G., poi solo modifiche e varianti parziali, oltre 200 sino alla recente approvazione del P.A.T. (2007). Per tutto quello che è accaduto dal 1975 al 2007, non si può parlare di scelte urbanistiche. Per oltre trent’anni si è perso di vista il progetto unitario di città e dato luogo a uno sviluppo dispersivo degli insediamenti, a un incontrollato consumo di suolo e alla mancata realizzazione delle necessarie opere infrastrutturali. I soli interventi di una certa importanza, giusti o sbagliati che fossero, sono stati eseguiti sulla viabilità, (le bretelle, i sottopassi dei Mondiali ’90 e le tangenziali, inserite nella Variante del ’75), non sulla mobilità, che avrebbe consentito di pianificare organicamente alle scelte d’uso del territorio, i diversi sistemi di spostamento. Gli estensori dei recenti P.A.T. e P.I. non hanno considerato le condizioni di un territorio sovraurbanizzato e i conseguenti danni. Così, ancora una volta, non hanno colto l’opportunità economica che il rinnovo del patrimonio edilizio esistente, la rinaturalizzazione e la messa in sicurezza di ampie zone a rischio idrogeologico e la conservazione del magnifico patrimonio storico monumentale avrebbero potuto offrire al settore dell’edilizia. I P.D.L. e i P.D.Z. Un dato importante che conferma l’ipotesi che i piani regolatori sono stati modificati dalle richieste degli operatori privati, riguarda l’iter di approvazione dei P.D.L. (piani di lotizzazione). Dal 1954 alla metà degli anni ’70, l’attività edilizia si è espressa per l’80% tramite richiesta di licenza edilizia ed il rimanente 20% attraverso la concessione di P.D.L. E’ dall’analisi di questi ultimi che si possono definire i meccanismi che hanno determinato le scelte urbanistiche. Dallo studio dei circa 295 presentati dal 1954 al 1976, (109 sono stati presentati entro il 1967, anno in cui venne approvata la legge 765 che permetteva la concessione di P.D.L. solo attraverso delibera 16 e prevedeva degli oneri per l’urbanizzazione), di cui 174 approvati, risulta che il 60% di questi ha causato delle varianti al piano. Nel 49% dei casi la variante avviene dopo la presentazione del P.D.L. e causa un aumento degli indici di edificabilità; nel rimanente 51% si attende a presentare il P.D.L. che una variante provveda ad aumentarne l’indice. Solitamente, l’alleanza tra un progettista potente e un forte operatore economico, è in grado di definire una determinante pressione politico/amministrativa, che può causare la variazione degli indici. Da esempio è il caso di un P.D.L. in zona ovest, che vede l’indice di edificabilità dell’area in cui insiste, aumentare una prima volta dal piano del ’58 a quello del ’67, ed una seconda nel piano del ’75; oppure di un P.D.L., sempre ad ovest, nella cui zona era prescritta un’altezza massima di 5 piani, ma che ne vennero tranquillamente realizzati 6. Non è raro che l’aumento degli indici di edificabilità di un’area interessata da un p.d.l. presentato da operatori “importanti”, sia poi allargato anche alle aree limitrofe, modificando così le volumetrie pianificate.. La maggior parte dei P.D.L. presentati ed approvati insistono principalmente nelle zone ovest e sud della città, attorno ai P.D.Z. (piani di zona di edilizia economica popolare) della legge 167. L’influenza avuta dal P.E.E.P. (piano edilizia economico popolare) sulla localizzazione e sull’iter di realizzazione dei P.D.L. è verificata proprio per le caratteristiche dei P.D.Z. che uniscono gli elementi urbanistici propri del piano generale (indicazione di infrastrutture, zoonig, determinazione degli standards), a quelli del piano di intervento diretto (individuazione delle aree da edificare, esecuzione di progetti, realizzazione delle opere di urbanizzazione). Ma anche i P.D.L. hanno influenzato la localizzazione dei P.D.Z., considerando che il 53% delle lottizzazioni approvate prima del 1965 (anno di approvazione del P.E.E.P.), sono in aree limitrofe ai P.D.Z. futuri. Qualcuno era stato fornito della mitica palla di cristallo. Di fatto, la presenza di molte piccole zone di edilizia popolare, in un contesto rurale, ha funzionato come elemento pilota per l’urbanizzazione del territorio, con il conseguente interesse da parte dell’operatore privato ad intervenire. Importante sottolineare come a borgo Milano 21 P.D.L. su 43 presentati e realizzati, erano su ex proprietà comunali cedute ai privati prima del 1967. La pubblica amministrazione ha volutamente tralasciato di realizzare edilizia economica popolare in aree comunali. Ben 9 P.D.L. su 19 attorno ai P.D.Z. erano su ex aree comunali. Emblematico è il caso di un P.D.Z. in Borgo Milano, dove il Comune riacquista dei terreni dai privati dopo averglieli venduti precedentemente. Poco lontano, a circa 300 metri, la Pubblica Amministrazione era proprietaria di una vasta area libera. Da tutto questo si può dedurre la mancanza di volontà da parte della Pubblica Amministrazione a voler intervenire direttamente nello sviluppo della città, favorendo uniformemente gli operatori privati, gratificandoli con aumenti di indice di piano o con interventi a testa di ponte tramite il P.E.E.P. che localizzava le aree su cui intervenire attorno alla cintura periferica, guidando a macchia d’olio uno sviluppo edilizio concentrico al centro storico. La forma della città e la relativa funzionalità, rispecchiano la molteplicità dei fattori sociali, economici, politici e culturali che intervengono nella loro formazione. Operatori e settori economici. Una caratteristica dello sviluppo economico della società italiana e quindi anche di Verona, nel primo dopoguerra, è stato il forte impulso dato dal settore edilizio. La prima conseguenza fu l’ampliamento delle città e l’inurbamento a scapito delle popolazioni rurali. 17 Infatti, a Verona, gli operatori economici che negli anni della ricostruzione hanno investito in edilizia, provenivano per il 43% dal settore primario, per il 27% dal secondario ed il 30% dal terziario. E’ così dimostrato che quasi la metà dei capitali proveniva dal settore agricolo. Un’altra caratteristica tipica di quel periodo fu la mancanza di operatori specializzati nelle sole attività edilizie ed immobiliari. Repetita non iuvant. Purtroppo la storia non ha insegnato nulla ai nostri attuali amministratori, che hanno ancora ripetuto e ripetono l’errore del passato. Ancora una volta non hanno pianificato l’uso del territorio sulle reali esigenze e vocazioni della città, per poi consentire all’operatore privato di investire e intervenire seguendo chiare ed obiettive linee programmatiche. Hanno preferito delegare tale processo agli operatori economici che, attraverso varie forme, non ultima la cosiddetta ‘manifestazione d’interesse’, scelgono e pilotano lo sviluppo della città sulla base dei propri specifici interessi. Negli anni passati la speculazione edilizia era stata aiutata dagli interventi di edilizia economica popolare, sparsi a pelle di leopardo attorno al centro storico nelle zone rurali, che hanno consegnato agli operatori privati terreni urbanizzati su cui edificare. Ora, sono direttamente gli speculatori privati che pianificano il territorio, progettando i loro interventi e facendoli poi approvare dalla pubblica amministrazione. Di esempi ne esistono in abbondanza, ne cito solo alcuni: le ex Cartiere Verona, le ex Officine Adige; le varie ‘manifestazione di interesse’ accolte nel P.I.; il polo commerciale Ikea, proposto qualche mese dopo l’approvazione del P.I.; il piano per la Spianà; la lottizzazione al Nassar (Parona), in una zona esondabile; etc… La giustificazione è sempre la stessa: con i soldi che ricaviamo da queste concessioni realizziamo servizi pubblici. Anche l’obiezione è sempre la stessa: quanto costerà alla collettività, in termini economici, sanitari e di qualità urbana, lo squilibrio territoriale che questi interventi causeranno? Di fatto, la scelta di come investire e agire sul territorio è suggerita dalla partecipazione degli operatori immobiliari privati nei processi decisionali e strategici pubblici locali. Il tutto in un contesto amministrativo, in cui la questione ambientale è debolmente rappresentata e poco sostenuta; e dove provvedimenti fiscali tipo la possibilità di usare più della metà degli oneri di urbanizzazione per finanziare la spesa corrente, hanno creato le condizioni favorevoli per il consumo del suolo. Le amministrazioni locali si sono così appropriate di una pratica, secondo la quale il suolo viene concesso alle trasformazioni immobiliari, per finanziare servizi, stipendi ed eventi locali. 18 IL CONSUMO DEL SUOLO. Il suolo, con le sue funzioni ecosistemiche, ospita le specie animali e vegetali, favorisce il ciclo vegetativo e idrico, l’assetto climatico, assorbe i rifiuti, fissa la CO2, depura le acque e ci permette così di vivere. Purtroppo in Italia non è percepito come una risorsa esauribile, ma come terreno in attesa di essere edificato. La speculazione edilizia, prodotta dal rapporto tra il potere politico/amministrativo e quello economico, ha determinato la cosiddetta città diffusa, che ha saturato i pochi vuoti urbani rimasti, originato l’allargamento del confine urbano edificato e favorito la proliferazione di capannoni, di centri commerciali e direzionali, collegati tra loro da strade, tangenziali, bretelle, svincoli e rotonde. La città compatta storica, dove era necessario minimizzare i movimenti, ora non esiste più; abbiamo la città aperta, in cui le aree urbanizzate (strade, parcheggi, etc…) possono arrivare anche al 70% del costruito. Purtroppo, l'urbanizzazione è collegata all’idea di sviluppo, di progresso; in realtà dipende da una cattiva o inesistente pianificazione territoriale, dove gli urbanisti sono costretti a notificare le scelte fatte dai politici e da chi investe denari. Non è neppure vero che l’attività edilizia aumenta il PIL, infatti, nel quinquennio 1998/2003, l’attività edilizia è cresciuta del 17,6%, mentre il PIL nazionale, nello stesso periodo, è cresciuto solo del 7,2%. L’attività estrattiva e la produzione di cemento sono collegate al consumo di suolo. La produzione 2007 di sabbia, ghiaia, pietrisco è stata di 375 milioni di tonnellate, e quella di argilla, gessi, marmi di 320 milioni di tonnellate. Un’enormità. Riguardo alla produzione di cemento l’Italia vanta il primato europeo. Nel triennio 2005/2007 abbiamo prodotto 126,5 milioni di ton. circa 700 kg/annuo pro capite, il doppio della Germania. Il consumo di suolo provoca vari e tragici effetti collaterali come le alluvioni e i sismi che distruggono abitazioni realizzate con materiali scadenti e in aree geomorfologicamente inadatte. Inoltre la cronaca giudiziaria ci riferisce che lo smaltimento dei rifiuti nei sottofondi stradali o nelle cave, e l’eliminazione delle scorie tossiche nei cantieri, sono spesso gestiti dalla malavita organizzata, la stessa che spesso ricicla il denaro sporco nelle grandi opere edilizie, altrimenti incomprensibili in questo periodo di crisi economica. Il risultato della dissennata pianificazione territoriale è che la superficie coltivata è passata in 40 anni da 18 a 13 milioni di ettari (fonte Eurima). Per anni in Italia non si è potuto legiferare sull’uso del suolo. Chi ci ha provato ha fatto una triste fine politica (Fiorentino Sullo, 1963). Ora ci prova il governo Monti, che in settembre ha approvato un disegno di legge presentato dal ministro Mario Catania, ed è un disegno di legge che si potrebbe definire “rivoluzionario”. Infatti, si propone di promuovere l’agricoltura e di contenere il consumo di suolo. Nel presentarlo, il presidente del Consiglio ha dichiarato: “L’obiettivo principale è di garantire l’equilibrio tra i terreni agricoli e le zone edificabili, ponendo un limite massimo al consumo del suolo e stimolando il riutilizzo di zone già urbanizzate…Negli ultimi 40 anni - ha continuato Monti- la superficie agricola è passata da 18 a 13 milioni di ettari, con una perdita pari alla somma dei territori di Lombardia, Liguria ed Emilia Romagna...La sottrazione di superfici alle coltivazioni ha effetti negativi sul paesaggio, e di conseguenza sul turismo, oltre a minare la sicurezza del territorio, incidendo sull'assetto idrogeologico e aumentando i rischi di dissesto". Attualmente in Italia si consumano circa 100 ha al giorno di suolo agricolo. Se la legge sarà approvata, questo spreco dovrebbe essere bloccato, e favorito invece il recupero del patrimonio edilizio rurale. Ma soprattutto verrà abrogata la norma, introdotta dal senatore Bassanini, che consente che i contributi di costruzione siano parzialmente distolti dalla loro naturale finalità e siano destinati alla copertura delle spese correnti da parte dell’Ente locale. 19 A Verona, il Piano Attuativo Territoriale (PAT) e il Piano degli Interventi (PI) risultano totalmente in contrasto con le linee guida del disegno di legge sopracitato. Nel comune di Verona, secondo i dati censuari, nel 2000 c’erano circa 7.500 ettari di superficie agricola totale. Nel 2011 dovrebbe essersi ridotta a circa 6.000 ettari. Se il Piano degli Interventi sarà realizzato, la superficie agricola di Verona subirà un’ulteriore negativa contrazione. Situazione idrogeologica. Oltre mezzo secolo di pianificazione dissennata, di cementificazione del territorio, di disboscamento, di canalizzazione dei corsi d’acqua e di abusivismo edilizio, ha causato un grave dissesto idrogeologico che, durante le intense precipitazioni piovose, causate dai mutamenti climatici, rendono la nostra nazione ad alto rischio per i disastri ambientali. La mancanza di un’oggettiva pianificazione territoriale è dovuta soprattutto alle ingerenze politico/economiche sulle destinazioni d’uso urbanistiche. Sono purtroppo cronaca di questi giorni le catastrofi causate da una gestione sconsiderata del territorio, in cui gli interessi economici della speculazione edilizia, supportati da politici conniventi, hanno determinato la tragica situazione attuale. Il presidente della Regione Zaia potrebbe fare molto in questo senso; per esempio può dare impulso alla definizione del Piano Paesaggistico Regionale, così come previsto dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio emanato nel 2004. Tale legge prevede che gli enti locali adeguino i propri strumenti urbanistici alle previsioni del Piano Regionale, che dovrebbe dare le linee generali riguardanti la salvaguardia, la gestione e la pianificazione territoriale. Il Codice e la Convenzione Europea sul paesaggio richiedono che i piani regionali individuino immobili o aree di notevole interesse pubblico da sottoporre a specifiche misure di salvaguardia, perché presentano aspetti e caratteri che costituiscono “rappresentazione materiale e visibile dell’ identità nazionale”. Ma la legislazione nazionale e comunitaria non si limita a questo: i criteri della pianificazione paesaggistica sono estesi a tutto il territorio, alla gestione dei “paesaggi ordinari” e alla riqualificazione delle aree degradate, così frequenti nella nostra regione. Mentre il presidente Luca Zaia denuncia che per troppi anni si è ceduto “territorio in cambio di ricchezza; terra, in cambio di cemento; spazio, in cambio di capannoni,” facendo chiaramente intendere che sarebbe auspicabile una svolta nella gestione del territorio veneto, l’amministrazione Tosi ha programmato scientificamente il metodo di affidare ai privati e al loro potere economico la pianificazione del territorio; e anziché considerare il suolo una risorsa sostanzialmente non rinnovabile, un elemento del paesaggio e del patrimonio culturale, persevera con il suo consumo dissennato. La Giunta, sentiti gli operatori privati, ha deciso di seguire il mercato immobiliare per permettere la realizzazione di tipologie edilizie commercialmente allettanti per i privati e remunerative per le fiscalità locali. Ribadisco che, nel rispetto di quanto ha stabilito recentemente la Corte Costituzionale, il paesaggio deve ritenersi “un valore primario ed assoluto”, che “precede e comunque costituisce un limite agli altri interessi pubblici” (sentenza n. 367 del 2007). E solo poi, alla luce di questi criteri, si dovrebbe decidere rispetto agli interventi puntuali. 20 Una conseguenza del dissesto idrogeologico del nostro territorio L’URBANISTICA del sindaco FLAVIO TOSI 21 e dell’assessore VITO GIACINO Il sindaco Tosi e l’assessore Giacino, relativamente alla prima approvazione del Piano degli Interventi da parte del Consiglio comunale, hanno dichiarato: «È finita l'epoca delle regalie, i privati finanzieranno investimenti per i quartieri». E ancora: «Questo piano, a differenza di quanto succedeva con il PRG, non sarà uno strumento per fare regali a destra e a manca, perché si dovranno seguire criteri logici di sviluppo urbanistico e chi proporrà di trasformare un’area dovrà versare cifre importanti per la realizzazione di opere pubbliche, il cui costo una volta era a carico del Comune…” Non è proprio così. L’amministrazione Tosi – Giacino, con il P.A.T. e il successivo Piano degli Interventi, ha affidato ai privati e al loro potere economico la pianificazione del territorio, espropriando in questo modo la Pubblica Amministrazione del diritto/dovere di programmare e gestire l’uso del suolo. La conferma è la non pianificazione di Verona sud e la definizione del P.I. sulla base delle “manifestazioni d’interesse” da parte dei privati. Gli amministratori pubblici, anziché analizzare il potenziale che offriva il territorio e coniugarlo con la vocazione e le necessità di Verona, all’interno di un piano territoriale unitario e organico, hanno preferito ricucire le differenti proposte che i vari gruppi di imprenditori avevano presentato, realizzando così una sorta di abito di Arlecchino. Alle diverse obiezioni, l’assessore risponde che non ha fatto altro che seguire il P.A.T. della precedente amministrazione di centro sinistra, come se quel piano fosse stato il Vangelo. In realtà, sia il piano Zanotto-Uboldi che quello Tosi-Giacino si sono dimostrati più sensibili agli interessi immobiliari che alla tutela delle risorse comuni, considerando il suolo come una piattaforma sempre disponibile a generare rendita. Il P.A.T. (Piano Assetto del Territoriale) e il P.I. (Piano degli Interventi), firmati dal sindaco Tosi e dall’assessore Giacino. Nascono con due gravi peccati originali: 1. Il consumo di suolo. Nonostante siano state edificate aree per una città di oltre 400.000 abitanti (Variante Generale al P.R.G. del 1975), e nella provincia di Verona siano stimati oltre 50.000 appartamenti non utilizzati, dei quali, oltre 10.000 solo nel comune di Verona, (secondo l’Istat, circa il 20% del nostro patrimonio edilizio abitativo non è occupato. Una quota quattro volte maggiore di quella tedesca), nel P.A.T. sono pianificati 10.900 nuovi alloggi; e malgrado la crisi economica abbia notevolmente ridotto la domanda di edifici ad uso commerciale, terziario e produttivo, nel nuovo strumento urbanistico ne sono previsti altri 750.000 mq. Inoltre, le aree agricole collinari, paesaggisticamente più preziose e ambientalmente più fragili, non sono state salvaguardate e sono previsti 25.000 mq di residenziale ad Avesa e Quinzano. L’assessore Giacino ha inoltre ritenuto opportuno destinare nuove aree all’espansione edilizia, per un ipotetico, quanto improbabile, aumento di popolazione. Non ci si spiega, infatti, su quali basi possa ritenere che la popolazione veronese possa crescere sino a raggiungere i 300.000 abitanti nel 2021. Un raffronto con la Germania di Kohl, che nel 1998 pose l’obiettivo, rispettato, di non investire ogni giorno nell’urbanizzazione più di 30 ettari, mette in risalto la differenza con la nostra realtà, dove consumiamo suolo almeno 4 volte tanto. L’obiettivo di Kohl è stato rispettato da tutti i governi che gli sono succeduti, sia di centro sinistra che di centro destra. Attualmente, le amministrazioni pubbliche tedesche si stanno dotando di opportuni strumenti per realizzare “un’economia di rotazione delle aree”. Per ogni nuova occupazione di suolo dovrebbe essere naturalizzata una superficie equivalente da un’altra parte. Parecchi stati europei considerano il suolo una risorsa sostanzialmente non rinnovabile, un elemento del paesaggio e del patrimonio culturale che ci fornisce cibo, biomassa e materie prime; che svolge 22 un ruolo fondamentale come habitat. Nel suolo sono stoccate, filtrate e trasformate molte sostanze, tra le quali l’acqua, i nutrienti e il carbonio. Purtroppo, i nostri amministratori non la pensano in questo modo. 2. Una pianificazione urbanistica più sensibile agli interessi immobiliari che alla tutela delle risorse comuni. Si è considerato il suolo, cioè, come una piattaforma sempre disponibile a generare rendita. Nelle scelte di piano non hanno considerato che il suolo non è una risorsa infinita. Coloro che hanno deciso questo tipo di pianificazione non hanno valutato le condizioni di un territorio sovraurbanizzato e i conseguenti danni che potranno causare. E’ vero che nel P.I. l’80% degli interventi presentati dai privati (300 su 418 proposte di privati accolte dalla giunta), prevedono il recupero e la riqualificazione delle aree esistenti ed il 20% riguarda le aree di espansione. Ma com’è stato considerato il recupero? La trasformazione delle aree dismesse è stata, di fatto, suggerita dalla partecipazione degli operatori immobiliari privati nei processi decisionali e strategici pubblici locali (l’esempio delle ex Cartiere è emblematico). Il tutto, in un contesto amministrativo in cui la questione ambientale è debolmente rappresentata e poco sostenuta; e dove demagogici provvedimenti fiscali tipo l’eliminazione dell’ICI, o la possibilità di usare più della metà degli oneri di urbanizzazione per finanziare la spesa corrente, hanno creato le condizioni favorevoli per il consumo del suolo. L’ amministrazione locale si è così appropriata di una pratica secondo la quale il suolo viene concesso alle trasformazioni immobiliari per finanziare servizi, stipendi ed eventi locali. Non vi è alcuna correlazione tra l’ipotetico aumento della popolazione, la presunta necessità di nuovi insediamenti direzionali, commerciali e alberghieri, e le scelte del P.I. Il Piano di assetto del territorio (P.A.T.). Prima della stesura del P.A.T., sarebbe stato corretto, nelle analisi di piano, fornire delle soluzioni sull’impiego dei circa 10.000 appartamenti non o sottoutilizzati del centro storico e della periferia. Inoltre, prima di definire le nuove destinazioni d’uso e le aree edificabili, si sarebbe dovuto elaborare il cosiddetto piano regolatore degli edifici storici, militari e monumentali. La loro analisi filologica e tipologica e le conseguenti destinazioni d’uso, avrebbero dovuto, assieme al piano della mobilità, rappresentare la base per la stesura del P.A.T. In realtà le scelte urbanistiche fatte dalla nostra Pubblica Amministrazione sono state del tutto estranee a una pianificazione unitaria del territorio. Chi ha steso il piano ha preferito ignorare le potenzialità del patrimonio edilizio esistente e valutare caso per caso le diverse ‘richieste’ degli operatori privati. Non ha voluto definire quale forma dare alla città, come rapportarla con la campagna circostante e con i comuni contermini. Quelli che potevano rappresentare gli atti urbanistici in grado di impostare un modello di sviluppo sostenibile, in realtà si stanno dimostrando programmi a cui sono stati tolti il valore e l’importanza che avrebbero dovuto avere, sia per motivi di metodo che di merito. Sul metodo: credo che la cosiddetta partecipazione della città alle scelte sulla pianificazione territoriale, come detta la recente legge regionale sull’urbanistica, non ci sia realmente stata, e sostenere che l’obbligo di legge sia stato osservato con le esposizioni fatte dalla Pubblica Amministrazione alla Gran Guardia, che si riducevano a trionfalistiche esposizioni della grande Verona che sta per realizzare, sia sbagliato e non possa essere ritenuto sufficiente ad ottemperare agli obblighi di legge. Sul merito: è necessario evidenziare come, sulle grandi aree strategiche, il P.A.T. non abbia deciso nulla, in attesa delle cosiddette “manifestazione di interesse” da parte dei privati per definire il P.I. o Piano del Sindaco. Tutto questo non significa programmare e pianificare il territorio, ma mantenersi la massima discrezionalità sulle scelte più importanti e la conferma della delega, che la Pubblica Amministrazione ha affidato ai capitali privati per pianificare la città. 23 Il Piano degli Interventi (P.I.). Dai risultati dell’ultimo censimento si evince che Verona, dal 2001 al 2011 ha perso circa 3000 abitanti, passando dai 257.000 del 2001 ai 254.607 del 2011. Dal 1975, anno della Variante Generale al P.R.G. che prevedeva un grosso aumento della popolazione veronese, sono state urbanizzate aree verdi e costruiti edifici residenziali per una popolazione prevista di oltre 400.000 abitanti. Le proiezioni sono risultate clamorosamente errate, provocando così lo spreco di migliaia di mq di territorio agricolo e l’accumulo di circa 10.000 abitazioni sfitte. Secondo l’Istat, circa il 20% del nostro patrimonio edilizio abitativo non è occupato. Una quota quattro volte maggiore di quella tedesca. Nonostante tutto ciò, l’assessore Giacino, nella pianificazione, ha ritenuto opportuno destinare nuove aree all’espansione edilizia, per un ipotetico, quanto improbabile, aumento di popolazione. Quello che risulta certo è che, ancora una volta, si è utilizzato il vecchio meccanismo, che considera le scelte sulle destinazioni d’uso dei piani urbanistici, come il prodotto tra gli interessi del fattore politico-amministrativo con gli interessi del fattore relativo agli investimenti dei privati. In definitiva il P.I. di Verona si basa solamente sulle manifestazioni di interesse (ex art. 6 L.R. 11) che per volumetria e per limite regolamentato di consumo del suolo agricolo, occupano l’intera possibilità edificatoria e di trasformazione del suolo agricolo prevista per i prossimi cinque anni. Non è un piano che programma il territorio, come richiesto dalla nuova legge regionale, ma un piano che si adegua alle diverse spinte dei vari gruppi di interesse privati. Il P.I. permette che siano occupate le poche aree ancora libere all’interno del tessuto urbano e si sfrangi ulteriormente con una edificazione disordinata e diffusa. In tal modo non si è interpretato coerentemente il significato dell’articolo 6 ad accettare quelle manifestazioni di interesse che proponevano progetti di trasformazione programmati dal P.I. e di eliminazione degli elementi di degrado, valutando la localizzazione del credito edilizio non necessariamente in loco, soprattutto se in zone fragili (versanti collinari, zone a ridosso dell’Adige, contesti caratterizzati dalla presenza di elementi storico-architettonici importanti). Inoltre dovevano essere privilegiate quelle che proponevano un intervento in aree dismesse o già programmate per la dismissione, in modo da attuare un processo di riqualificazione in aree di degrado. Nel P.I. si nota come non siano stati assolutamente considerati il ruolo ed il valore dei vuoti urbani, di quelle zone libere che dovrebbero rimanere tali per delimitare la città consolidata rispetto ai borghi periferici. Anziché ‘utilizzarle’ per servizi vari che sono urbanizzazioni vere e proprie, andrebbero considerate fondamentali per migliorare la qualità dell’ambiente, per alleggerire l’inquinamento acustico e dell’aria e per aumentare la superficie drenante del territorio. Il P.I. ha inoltre mancato uno dei principali obiettivi indicati dalla legge regionale: quello di mantenere e/o recuperare le funzioni agricole del territorio comunale, e di valorizzare le trasformazioni, se compatibili con l’assetto ambientale e paesaggistico a favore della collettività. In questo caso l’affermazione contenuta nel P.I. “la corretta gestione del territorio non deve svilupparsi attraverso limitazioni assolute e vincoli alla possibilità di edificare”, senza una chiara valutazione e conseguente definizione di quali siano le condizioni oggettive per gli interventi di nuova edificazione, di miglioramento e/o ampliamento delle strutture esistenti, nonché di nuove destinazioni degli edifici agricoli non più funzionali, potrebbe causare un’ulteriore edificazione nel territorio rurale. Alcuni particolari del P.I. 24 Spianà. In quella zona, si costruiranno diversi edifici che trasformeranno l’uso del territorio dall’attuale verde rurale a sportivo. Il principale intervento sarà quello previsto su 180mila mq con la realizzazione di diversi impianti, tra cui piscine coperte, campi da tennis, una palestra, un centro per il golf e un circuito per Bmx omologato agli standard olimpici. Montorio. Un nuovo centro sportivo con una palestra, campi da basket e da volley e con un centro ricreativo estivo attrezzato con un laghetto, con giochi d'acqua e un bagnasciuga, è previsto a Montorio. Inoltre saranno riqualificati i campi sportivi di via dei Cedri. E’ proprio necessario costruire alla Spianà? La città ha più bisogno di un grande parco urbano piantumato o di altri centri sportivi? Quinzano. Un intervento di 13mila mq di residenziale consentirà di finanziare (con 2.500.000 euro) i 700 metri mancanti per congiungere via Are Zovo e via Zavarise. Si tratta di una specie di circonvallazione della frazione ai piedi delle colline. Questo intervento si collega alla struttura viabilistica realizzata per la contestata lottizzazione del Monsel. Saval. Sul luogo della contestata “quarta torre” sarà realizzato un parco di quartiere. I proprietari dell’area che avevano ottenuto dal TAR il diritto a costruire hanno avuto in cambio dal Comune un credito edilizio da utilizzare nella quarta circoscrizione. Parona. E’ stata resa edificabile l’area ancora libera della rinascimentale villa Monastero (oltre 4mila mq), mantenendo sulla zona adiacente, di proprietà degli stessi privati, alcune attrezzature in gestione alla parrocchia (impianti sportivi, un teatro all'aperto, un parco giochi). Ca’ di David. La parrocchia ha ottenuto la possibilità di valorizzare un'area con 2.900 mq di nuove abitazioni. Il Comune considera le seguenti come le opere pubbliche di maggior rilievo: -un parcheggio di mille metri quadrati a San Zeno; -un’area di quasi 20mila mq. per la costruzione di impianti sportivi, un teatro all’aperto e un parco giochi gestiti dalla parrocchia a Parona; -un parco di 3.500 mq alla Spianà; -un parcheggio pubblico da 5mila mq. e una nuova strada di accesso per le scuole medie Aleardi e gli istituti Marconi e Fermi; -20mila mq di verde attrezzato in località Fracazzole; -impianti sportivi su 27mila mq a San Felice; -un parcheggio scambiatore di 30mila mq a servizio della filovia a Madonna di Campagna; -un nuovo centro sportivo in via dei Tigli e la riqualificazione di quelli esistenti in via dei Cedri, a Montorio. Su 313 manifestazioni di interesse approvate, 212 sono state protocollate ed hanno ottenuto il rogito. Con la stipula degli atti notarili per i progetti privati approvati con il Piano degli Interventi il Comune comincerà ad incassare il dieci per cento del contributo di sostenibilità, vincolato a finanziare opere pubbliche nei quartieri degli stessi interventi. I progetti non ancora protocollati sono un centinaio. I proponenti che non avvieranno l’iter di protocollo e quindi di approvazione del rogito, prima riceveranno una lettera di diffida e poi la loro autorizzazione decadrà. Saranno quindi riconsiderati i progetti che, in fase di esame del Piano degli Interventi, erano stati ammessi ma poi non accolti, perché i precedenti avevano già esaurito il totale di nuove costruzioni. 25 Finora alle casse comunali gli accordi firmati hanno assicurato entrate, vincolate alla realizzazione di opere pubbliche, per oltre 100 milioni di euro: 57 dai contributi di sostenibilità, 27 dalle quote di credito vendute e altri 20 dai contributi a costruire. Tosi sottolinea che dal «tesoretto» potenziale di 43 milioni del credito edilizio, il Comune ne ha già incassati 27. Il piano di Verona sud. La zona sarà rivoltata come un calzino. Già i primi progetti approvati sono all’ insegna del gigantismo. Sull’ area di 100.500 mq delle ex Officine Adige (si chiamerà Adige City) verranno costruiti appartamenti, uffici, spazi commerciali e un albergo. I proponenti (si tratta del C.I.S.) hanno acquistato dal Comune un credito edilizio pari a 45.515 mq aggiuntivi. Ben 3.833.627 euro da versare a Palazzo Barbieri, in aggiunta a tutti gli altri oneri. Risalendo viale del Lavoro, a fianco della Fiera, un altro mega progetto è pronto al via: la riqualificazione dell'ex Manifattura Tabacchi: uffici, negozi e un albergo per un totale di 79.500 metri quadri, cui si aggiungono crediti edilizi per 8.490 mq (del valore di 1.867.910 euro). Al Comune 1.334.700 euro di contributo di sostenibilità, oltre al recupero del Magazzino Nervi e una piazza pubblica. I 79.500 mq della ristrutturazione dell’area dell’ex Autogerma saranno principalmente residenziali. L'intervento frutterà a Palazzo Barbieri 2.456.600 euro di contributo di solidarietà e altri 2.798.380 per l'acquisizione di 12.720 mq di crediti edilizi. 26 Tutto questo rappresenta la conferma che la delega affidata dalla pubblica amministrazione ai capitali privati di pianificare la città, è facilmente desunta dalle scelte fatte per la trasformazione urbanistica di Verona sud: una zona ricca di grandi aree dismesse da riqualificare. Gli amministratori pubblici, anziché analizzare il potenziale che offrivano e coniugarlo con la vocazione e le necessità di Verona, all’interno di un piano territoriale unitario e organico, hanno preferito ricucire le differenti proposte che i vari gruppi di imprenditori privati avevano presentato. Lo scorporo dell’area di Verona sud dal resto del territorio veronese, ipotizzato e tentato già negli anni ’80, è stato portato a termine dalla giunta Tosi - Giacino. Gli interventi più importanti sono firmati da alcuni tra i maggiori architetti internazionali, (Rogers, Bellini, Gabbiani, Crocioni e Porrino), quasi si volessero nascondere dietro i nomi degli archistar, il fallimento della pianificazione pubblica e la mancata coniugazione tra l’architettura e l’urbanistica. In particolare: 1) Nella grande zona dello scalo merci della ferrovia, si sta vanificando l’opportunità di realizzare un grande parco urbano per migliorarne la qualità ambientale e per realizzare una cerniera di collegamento ciclabile e pedonale tra la stazione e la fiera e tra la zona di Verona sud e quella dello stadio con la Spianà. Nel recente piano sono previsti il passaggio di una superstrada in trincea e la costruzione di centri direzionali pubblici. 2) Le ex Cartiere Verona: in un’area di circa 150.000 mq, è stata recentemente approvata la mega lottizzazione di una city con 300.000 metri cubi di nuova cementificazione, che ospiterà 70 negozi per 15.000 mq, 12 bar e ristoranti, palestre, centri per il fitness, multisale cinematografiche per 4600 mq e uffici per trentamila mq. In quella zona andranno giornalmente a lavorare circa 1500 persone e molte altre migliaia vi arriveranno con le loro automobili per usufruire dei servizi commerciali e direzionali. Le risposte per questo enorme aumento dei flussi di traffico sono sette nuove rotonde spartitraffico. E’ facile prevedere che quando i lavori saranno terminati tutta la zona sarà al collasso viabilistico. Verona non sentiva la necessità di un tale attrattore di traffico tra due arterie, Viale Piave e Via Basso Acquar, sempre intasate e soprattutto alle porte di Verona sud che dovrebbe divenire la city del direzionale e del terziario. (Vedi scheda a pag. 48) Il solo edificio non demolito delle ex Cartiere 27 IL SISTEMA DELLA MOBILITA’ L’Italia, tra i membri dell’Unione Europea, vanta il triste primato di avere la più alta mobilità di passeggeri su strada: 15.400 km/ab/anno, il 60% in più della Germania, il 31% sulla media europea. Verona è totalmente allineata alla situazione italiana; e le conseguenze sulla salute dell’aria sono drammatiche. La nostra città, nel 2009, ha avuto oltre 120 i giorni di sforamento PM10; 68 nel 2010, anno molto piovoso; 132 nel 2011 e 71 giorni sino a ottobre 2012. La normativa U.E. stabilisce entro i 35 giorni il limite massimo di sforamento annuo. La principale sorgente dell’inquinamento dell’aria del nostro territorio sono il flusso di traffico sulle tratte stradali e autostradali e un traffico urbano eccessivo. La congestione del traffico è causata dalla mancanza di una pianificazione territoriale organica. La dispersione della città e degli insediamenti abitativi ha comportato un aumento smisurato del pendolarismo. Non sono aumentati gli spostamenti, ma le distanze. La congestione del traffico urbano non è causata solo dal numero delle automobili, (oggi abbiamo un’auto per ogni patentato, significa che abbiamo raggiunto una densità-limite), ma anche e soprattutto dalle percorrenze e dalle dislocazione degli attrattori di traffico. E’ necessario muoversi meno e meglio, come richiesto dall’Unione Europa. La complanare nord (il traforo della collina). Anziché pianificare la mobilità basandola su un ecologico ed efficiente sistema di trasporto pubblico, come sta facendo la maggior parte delle città europee, i nostri amministratori, per rispondere alle esigenze del traffico urbano, hanno preferito scegliere la grande opera infrastrutturale, la complanare nord con il traforo della collina e la strada di Gronda. In questo modo forniranno risposte solamente ai problemi di viabilità extra urbana e autostradale. Questa scelta modificherà lo sviluppo della città, spostandolo verso le aree settentrionali e occidentali. Soprattutto, con un discutibile accordo con i privati che realizzeranno l’opera, saranno rese edificabili zone paesaggisticamente molto importanti, come la Valpantena e l’area di Boscomantico, a ridosso del parco dell’Adige. Inoltre, considerando che gli investimenti economici sono concentrati a Verona sud, non sono chiari i motivi che hanno spinto gli amministratori a realizzare una tangenziale, del costo di circa 500 milioni, nelle aree ad ovest e a nord della città. Ancora una volta la giunta comunale ha scelto di operare con le imprese private che, in particolari casi, potranno richiedere, come compensazione per i loro finanziamenti, alcune preziose aree che da rurali saranno rese edificabili. (vedi scheda a pag. 37) Il progetto della tramvia elettrica su sede fissa ed esclusiva. Lo sviluppo urbanistico della città a cerchi concentrici attorno al centro storico non ha sicuramente favorito la fluidità dei trasporti cittadini. Verona, dopo Roma e Firenze, ha il centro storico più rilevante e intatto d’Italia, ma, essendo caratterizzato da una formazione medievale, i relativi spazi e percorsi male si adattano al passaggio delle automobili. Se a queste peculiarietà strutturali si aggiunge la difficoltà delle nostre amministrazioni a prendere delle decisioni chiare in tema dei trasporti, pur avendo interpellato alcuni tra i migliori esperti nazionali tra cui il compianto professor Guglielmo Zambrini, preferendo lasciare le cose come sono e dibattere su eventuali quanto impossibili panacee, tipo il traforo della collina, si può capire perché la situazione della mobilità sia uno dei problemi più urgenti da risolvere. Dalla metà degli anni ’80 si iniziò a dibattere su delle moderne e tecnologicamente avanzate strutture per il trasporto pubblico, si discusse di metropolitana e di tramvia, infine la scelta cadde sulla tramvia, tanto da essere inserita, come tracciato, nel Progetto Preliminare di Piano, o Piano di Salvaguardia del 1993. Dopo diverse fasi di studi tecnici e di dibattiti politico/amministrativi il Consiglio Comunale all’inizio degli anni 2000 votò per la progettazione e realizzazione della tramvia. 28 Finalmente Verona poteva superare il sistema di trasporti datato anni ’60. I sedici chilometri di tramvia avrebbero potuto trasportare 7000 passeggeri in un’ora: 3500 auto in meno in un’ora, 40.000 auto in 12 ore che non avrebbero emesso più benzene e polveri sottili. La tramvia avrebbe consentito di integrare la rete dei trasporti urbani con quelli della provincia, ma soprattutto con il treno dalle altre aree della regione, dai grandi bacini nazionali (Milano, Roma) e da quelli europei (Monaco, Parigi, Zurigo, Vienna). Avrebbe permesso la soluzione per il trasporto delle grandi quantità di passeggeri in città, ma soprattutto avrebbe assorbito l’elevato volume dei treni e dei bus della provincia. In città si sarebbe potuto avere un numero maggiore di bus nei quartieri e nelle zone non toccate dalla tramvia; nel territorio provinciale avremmo avuto meno autobus sulle direttrici ferroviarie e di più nei paesi finora poco serviti. Risultava essenziale che il percorso della tramvia coprisse i più elevati flussi di traffico cittadino. A Verona ogni giorno ci sono 725 mila spostamenti, di cui 110 mila nelle ore di punta: il 70% è dato dalle auto private, solo il 13% dal trasporto pubblico. Ogni giorno circolano in città oltre 150 mila auto: la metà nelle ore di punta. Il centro storico è l’area che attrae il maggior volume di traffico, con la penalizzazione della sua struttura viaria storica. L’avvento della tramvia avrebbe portato la quota di trasporto pubblico a superare il 20%, contribuendo, oltre che a decongestionare il traffico, a ridurre l’inquinamento. Ovviamente assieme alla tramvia avrebbero dovuto essere realizzati i parcheggi scambiatori e la mobilità alternativa: piste ciclabili e percorsi pedonali. Esempio di tramvia elettrica su sede esclusiva e fissa 29 Il maxi bus ibrido (a gasolio in centro storico ed elettrico in periferia). Invece della tramvia, il sindaco Tosi e l’assessore alla mobilità Corsi hanno preferito il maxibus ibrido. Ci costerà oltre 200 milioni. Gli amministratori della città, dopo anni di discussioni, hanno definitivamente abbandonato il progetto della tramvia elettrica su rotaia, optando per un sistema di trasporto su gomma, un maxi bus a motore elettrico ed a gasolio. La differenza tra il sistema di trasporto su rotaia della tramvia e quello su gomma del maxi bus è sostanziale. Il primo sarebbe realmente alternativo al trasporto privato a motore: riduce sensibilmente l’inquinamento dai gas di scarico, viaggia su sede propria ed esclusiva e per portata è un tipo di trasporto di massa. Il secondo, utilizzando le strade comuni anche al traffico privato, ne sarà di conseguenza impedito dallo stesso e rallentato; inoltre, avendo capienze molto più ridotte, sarà ovviamente complementare al trasporto privato e, attraversando il centro storico con i motori a gasolio, causerà un aumento dell’inquinamento, in una delle città che da anni è tra le più malate d’Italia. Il problema della viabilità non si può risolvere con una grande opera, ma servono tanti interventi che, pianificati organicamente sul territorio, possano modificare l’attuale modello di mobilità urbana. E’ sbagliato credere che la costruzione di nuove strade possa risolvere il grave problema del traffico cittadino e dell’inquinamento atmosferico: lo può solo peggiorare. 30 Il P.A.Q.U.E. della Regione Al di fuori e al di sopra della pianificazione comunale, s’inserisce quella regionale che, con la non opposizione del Comune di Verona, permetterà di costruire, attraverso il Piano d’Area, altri milioni di mc. In particolare: 1) L’ex Opificio Tiberghien a Borgo Venezia. Destinazione d’uso prevista per attività relative al direzionale, commerciale e ricettivo. 2) L’Agorà della Croce Bianca. È un centro turistico ricettivo metropolitano. 3) L’ Ecocittà del Crocione, sulla strada Verona-Peschiera. Si prospetta di creare un complesso a uso direzionale, di servizi e residenziale. 4) Le Porte della Città al Nassar di Parona. In una zona ambientalmente pregiata, a pochi metri dall’Adige, confinante con la campagna e di possibile esondazione, è ipotizzata la costruzione di un complesso abitativo, direzionale e commerciale, di 72.399 mq. (vedi scheda a pag.28) 5) L’Ecoborgo di Mezzacampagna (seminario di San Massimo). Si propone di realizzare nell’area del seminario un centro direzionale, ricettivo, commerciale, residenziale, sociale e assistenziale. 6) La nuova Contina a Verona sud. Si delinea la creazione di un galoppatoio che potrebbe rappresentare il classico “cavallo di Troia” per pilotare uno sfruttamento speculativo del territorio. 31 SCHEDE Osservazioni particolari al P.I. A.T.O. 2 – Borgo Trento, Valdonega, Pindemonte, Ponte Crencano, Parona, Avesa, Quinzano. 123. Al limite del contesto figurativo di Villa Monastero a Parona, in un’area caratterizzata da importanti elementi del paesaggio storico, l’edificazione demandata al P.U.A. prevede la realizzazione di 1.800 mq di abitativo su due piani fuori terra. 131. E’ necessario eliminare tutta la nuova volumetria prevista nella zona compresa tra il versante di San Rocco e San Rocchetto e il vajo di Quinzano. Il versante collinare è caratterizzato da terrazzamenti coltivati con il sistema irriguo storico, tipico delle aree collinari. Inoltre è ancora presente l’antica strada denominata via San Rocco, delimitata per gran parte da un muro di sasso, che rappresenta la storica arteria di connessione tra l’area fluviale e il versante collinare. Nuovi insediamenti e nuove strada distruggerebbero l’antico assetto del territorio. E’ prevista la realizzazione di 13.000 mq di abitativo, su un massimo di cinque piani fuori terra, sempre demandata al P.U.A. 208. E’ necessario un progetto speciale per il riordino complessivo di via Preare, vista l’ubicazione tra l’area fluviale e il contesto paesaggistico della collina. La manifestazione d’interesse approvata, prevede la realizzazione di 1.650 mq di abitativo su massimo quattro piani fuori terra. Inoltre, viene delimitata l’area di ubicazione della volumetria per salvaguardare la fascia di rispetto della rotatoria funzionale al traforo delle Torricelle (variante 305) con accesso da via San Rocco. Questa manifestazione verrà attuata quale comparto urbanistico convenzionato. 216. Eliminazione di un’area di degrado all’interno del Parco Nord. La destinazione d’uso dovrà essere coerente con le attività da prevedere nel Parco. E’ previsto un insediamento di 4.150 mq di abitativo su tre piani fuori terra, da attuarsi con un P.U.A. 400. E’ necessario eliminare la nuova volumetria edilizia prevista ad Avesa, a ridosso di colle San Leonardo, nel tessuto storico che conclude villa Scopoli e il complesso dei Camaldolesi con il sistema dei lavatoi. Con il P.U.A. è previsto l’insediamento di 4.900 mq di cui 4.154 abitativi e 746 commerciali, massimo tre piani fuori terra. Non dovrebbe essere accolta la proposta contenuta nel P.A.Q.U.E. di realizzare al Nassar in un’area d’intervento di 72.399 mq, a pochi metri dall’ Adige, in zona di esondazione, (nel 1993 è stata invasa dalle acque del fiume), 11 fabbricati a destinazione residenziale, di altezza 11 metri con una superficie coperta di 6.780 mq; e 2 fabbricati a destinazione direzionale e commerciale, di 11 metri di altezza per una cubatura di 24.930 mc con una superficie coperta di 3.110 mq. A.T.O. 3 - Borgo Milano, San Massimo, Croce Bianca, Saval, Stadio, Chievo. 34. La zona denominata Spianà andrebbe valutata in un unico strumento urbanistico, che consideri geomorfologia, volumetrie, funzioni, viabilità. L’obiettivo sarebbe quello di salvare un pezzo di campagna in città e di sviluppare attività sportive, soprattutto all’aperto. E’ invece prevista la realizzazione di 1.750 mq di cui 950 abitativi e 800 commerciali. 178. E’ necessario che il lotto libero tra l’edificato storico di San Massimo e le nuove lottizzazioni contigue al cimitero e all’ex cava Friuli rimanga inedificato per mantenere un vuoto urbano in un’area che è stata fortemente dissestata. Invece sono previsti 1.200 mq di abitativo da realizzare massimo tre piani fuori terra. 186. E’ necessario produrre un Progetto Speciale “Speziala”, con la salvaguardia del bosco spontaneo che si è generato. Invece è prevista la realizzazione di 812 mq di abitativo e l’attuazione attraverso P.U.A. 32 399. E’ impensabile che una zona con un impatto acustico notevole (ferrovia e nodo stradale della tangenziale), possa essere a destinazione residenziale. In quest’ambito, nella superficie territoriale di 66.290 mq è previsto l’insediamento di 9.950 mq. suddivisi in 7.450 di residenziale con un massimo di sei piani fuori terra e 2.500 di commerciale, massimo un piano fuori terra. A.T.O. 4 - Borgo Roma, Santa Lucia, Golosine, Zai storica, Palazzina. 511. L’impatto acustico della ferrovia, che sui tre lati delimita l’area, non permetterebbe l’edificazione di residenze. Invece è prevista la realizzazione di 2.850 mq di residenziale con massimo due piani fuori terra. A.T.O. 5 - Porto San Pancrazio, Pestrino, San Francesco, nuclei rurali sparsi. 513. Non è necessario uno sviluppo abitativo in un ambito fluviale tra i più importanti a livello europeo. Invece, su una superficie di 55.835 mq posizionata lungo il fiume, è ammessa l’edificazione di 3.720 mq di abitativo con un massimo di tre piani fuori terra. A.T.O. 6 - Borgo Venezia, Borgo Santa Croce, San Michele extra, Fondo Frugose. 72, 147. Lungo il torrente Valpantena è necessario mantenere dei vuoti urbani, sia per permettere la sua rinaturalizzazione, sia per valorizzare il percorso pedo-ciclabile. 72. Invece sono previsti 2.100 mq di residenziale con un massimo di tre piani fuori terra. 147. E’ previsto l’insediamento di 4.622 mq di commerciale con un massimo di due piani fuori terra. 432, 525. Non è necessario che il limite urbano verso San Felice e verso la tangenziale sia ulteriormente espanso a scapito di un territorio agricolo ancora funzionante e di grande valore storico paesaggistico. 432. E’ invece previsto un insediamento residenziale di 1.950 mq con massimo tre piani fuori terra. 525. Sono previsti 800 mq di abitativo con massimo due piani fuori terra. 271, 402, 454. E’ un’area che rappresenta l’ultimo lotto di separazione tra San Michele e San Martino, deve rimanere vuota. Da valorizzare l’ex cava Cercola, con falda affiorante e che si è rinaturalizzata. 271. Invece sono previsti 2.000 mq commerciali. 402. Insediamento di 52.400 mq di cui 20.000 abitativi, 24.550 commerciali, 7.850 terziari per un massimo di quattro piani fuori terra. 454. P.U.A. di 1.550 mq di abitativo da realizzare con un massimo di due piani fuori terra. 508. Deve essere lasciata libera l’area vicino a Forte Biondella, nel contesto figurativo di Villa San Giuseppe, a ridosso del Parco delle Mura. Invece è prevista la realizzazione di 340 mq di abitativo da realizzare con un massimo di due piani fuori terra. A.T.O. 7 - Poiano, Quinto, Marzana, Montorio, Santa Maria in Stelle. 112, 119, 332. Sono gli ultimi lotti liberi nell’abitato di Quinto, contigui al tessuto storico della contrada di Lumialto. Per mantenere la qualità urbana, vanno tenuti inedificati. 112. Invece è previsto un insediamento di 700 mq con massimo tre piani fuori terra. 119. Il P.U.A. è suddiviso in due aree. In quella a nord verranno costruiti 1.350 mq di residenziale, con un massimo di tre piani fuori terra; quella a sud conterrà una piazza. 141. Crinale di Cancello, Dorsale delle Mire. Territorio ricco di vaj, sorgenti, aree boscate e strade storiche di collegamento. Anche alla luce di prevenire eventuali dissesti idrogeologici, sono da escludere interventi di edificazione. Invece è previsto l’insediamento di 1.200 mq di residenziale per un massimo di due piani fuori terra. 234. Attenzione alle tensostrutture e alle coperture degli impianti sportivi che potrebbero impoverire il contesto paesaggistico della bassa Torricella e delle Mura. 410. A Santa Maria in Stelle è stato proposto un progetto per nuove residenze con relativi parcheggi e nuova viabilità. Con questo intervento si trasforma in una generica periferia urbana 33 un’area di grande valore storico-architettonico (Pantheon di Santa Maria in Stelle), mistico (una sorgente che sgorga da questo sito) e paesaggistico. E’ invece previsto l’insediamento di 730 mq di residenziale. A.T.O. 8 - Bassona, Fenilon. 311. Vanno eliminati gli 8.100 mq di abitativo su quattro piani fuori terra in una zona di carattere rurale. Andrebbe tolta completamente la possibilità di un aumento volumetrico degli edifici con valore storico e soprattutto delle Ville Venete. La Verona rateriana 34 IL PROGETTO DELLE CASERME PASSALACQUA E SANTA MARTA La Pubblica Amministrazione di Verona ha sciupato irrimediabilmente le opportunità offerte dalla dismissione di importanti strutture militari come l’Arsenale, Castel San Pietro, la Passalaqua e le future caserme che il demanio militare probabilmente metterà in vendita. I nostri amministratori, come risposta alle critiche per le loro scelte dissennate, replicano che senza l’intervento della speculazione privata il Comune non avrebbe i denari sufficienti per intervenire e quelle preziose aree rimarrebbero degradate diventando il covo degli sbandati. E’ certamente vero che il nostro Comune non ha le risorse finanziare sufficienti per intervenire adeguatamente in tutte quelle zone, ma ritengo che piuttosto di rovinarle irreversibilmente con operazioni più legate alla speculazione edilizia che al servizio della città, sia meno grave lasciarle come sono in attesa di tempi e di amministratori migliori. La più grande fortuna di Verona è stata quella di essere una città militare, la più grande iattura che i militari se ne siano andati lasciando o vendendo al Comune di Verona i loro beni architettonici. Le varie amministrazioni hanno dimostrato di non aver capito l’enorme valore di questo patrimonio di edilizia storica. Infatti si sono limitate ad intervenire analizzando area per area, contenitore per contenitore, come se fossero tante isole, senza tenere presente che appartengono al tessuto urbanistico della città e come tale andrebbe pianificato. Ma soprattutto si deve capire di che cosa ha bisogno Verona. Di case? Non credo proprio, dato che ci sono circa 10.000 appartamenti inutilizzati e la città è piena di cartelli con ‘vendesi’ o ‘affittasi’. Una seria politica della casa avrebbe stanato tutti quei proprietari che preferiscono tenere il loro patrimonio edilizio sfitto in attesa che aumenti il prezzo al mq. Verona ha bisogno di servizi e spazi per l’università, per la cultura, per le esposizioni e le manifestazioni. La nostra città non ha un’economia che si basa sull’industria, ma sui servizi, sul terziario e soprattutto sul turismo. L’obiettivo degli amministratori dovrebbe essere quello di realizzare strutture ed eventi tali da aumentare non solo il numero dei turisti, ma soprattutto il loro periodo di soggiorno. Le nostre grandi aree ex militari andrebbero pianificate per raggiungere questo scopo. La ristrutturazione delle ex caserme Santa Marta e Passalacqua avrebbe potuto rappresentare una stupenda opportunità per realizzare un campus universitario nel centro storico della città e per aumentarne la qualità urbana. Purtroppo la giunta Tosi – Giacino ha preferito regalare alla speculazione edilizia privata la possibilità di costruire 140 appartamenti, oltre ai 103 di edilizia convenzionata e sovvenzionata ed ai negozi, sul luogo dove sorgevano circa 200 alberi d’alto fusto. Al posto degli alberi sta sorgendo una barriera di edifici che, di fatto, isolerà l’area dell’ex caserma dal resto del quartiere. Non si capisce perché gli amministratori pubblici non abbiano voluto che le residenze fossero recuperate ristrutturando una parte delle migliaia di appartamenti sfitti che ci sono anche nel quartiere Veronetta. Ancora una volta, anziché riqualificare il patrimonio edilizio esistente e non utilizzato, si è preferito costruirne di nuovo. Con questo assurdo intervento si è perduta l’opportunità di realizzare un vero e proprio campus universitario nel centro storico. Quante altre città se lo possono permettere in Europa? Poche, molto poche. Ma i nostri amministratori hanno preferito concedere alla speculazione edilizia privata la possibilità di costruire. Il nostro assessore difende questa scelta spiegando che saranno create palestre, piscine ed abitazioni per le persone che non si possono permettere una casa. Dimentica che Verona offre molte altre possibilità di rispondere a certe necessità che non siano la Passalacqua. Le case per non abbienti possono essere trovate in molti altri modi, magari recuperando l’enorme patrimonio edilizio non 35 utilizzato. Si può accettare la costruzione di palestre e di piscine alla Passalacqua solo se questa diventerà un vero ed importante campus universitario da richiamare studenti da ogni parte d’Italia e magari d’Europa, per trasformare Verona in una vera città universitaria. Ma per nutrire certe ambizioni è necessario volare alto, non ingolosirsi dei denari della speculazione. Una cittadella universitaria necessita di grandi aree verdi, (invece il boschetto lo hanno fatto sparire!), di spazi coperti e scoperti per le attività sportive, di biblioteche, emeroteche, videoteche, etc…, di spazi espositivi, didattici, di ristoro, di laboratori, di foresterie, comunque di servizi esclusivamente destinati all’attività didattica e culturale. Nessun privato dovrebbe abitare all’interno del campus. Sarebbe sufficiente che i nostri amministratori avessero copiato i modelli che ci sono all’estero per evitare di fare scelte dissennate e penalizzanti per l’intera città e la sua economia. Ma soprattutto una cittadella degli studi di questo tipo avrebbe dovuto diventare un grande spazio organizzato da vivere e gestire assieme alla città. Sarebbe stata l’occasione per aprire l’università all’intera cittadinanza e migliorarne così il rapporto. Si è così persa la possibilità di realizzare un’università moderna che operi assieme al contesto sociale in cui è inserita, vivendone i problemi e le contraddizione. Ma forse questa apertura avrebbe potuto risultare scomoda a qualcuno… Immagino che il nostro sindaco ed il nostro assessore risponderebbero che le mie proposte sono solo un bel sogno e che mancano i soldi per realizzarlo. Rispondo loro che, se venisse redatto il “piano regolatore” delle aree e dei contenitori storici dismessi e non, si potrebbe, sulla base di una pianificazione organica del territorio, decidere le loro funzioni e destinazioni d’uso. In questo modo alcuni contesti storici, come la Passalacqua, l’Arsenale (adatto per ospitare il museo di scienze naturali), le caserme dismesse (ideali per l’edilizia economica e popolare), ed altri ancora, avrebbero una loro funzione, mentre alcuni, dopo che gli strumenti urbanistici ne avranno definito chiaramente la destinazione d’uso, potrebbero essere messi sul mercato e venduti. Sono stati censiti 500 alberi di alto fusto. Di questi, oltre 200 sono stati abbattuti 36 Progetti approvati e compresi nel P.A.T. e nel P.I. LA TANGENZIALE NORD (IL TRAFORO DELLE TORRICELLE) Premessa. La città di Verona è ubicata in una zona poco ventosa, protetta dalle colline, dai monti Lessini e dal monte Baldo. I romani la costruirono in pianura, all’interno dell’ansa dell’Adige e lo sviluppo urbanistico dei secoli seguenti allargò la città ai piedi delle aree collinari e nelle zone di pianura. La posizione, la morfologia e la conseguente carenza di ricambio d’aria, oltre ad un alto grado di umidità media, la rendono particolarmente soggetta all’inquinamento atmosferico ed alla difficoltà di eliminarlo. Una delle principali sorgenti dell’inquinamento dell’aria del nostro territorio è il flusso di traffico sulle tratte stradali ed autostradali, assieme a quello aereo ed alla localizzazione di siti produttivi. Purtroppo Verona è circondata da nastri autostradali e da un traffico urbano eccessivo. La nostra Pubblica Amministrazione, anziché ridurre il carico inquinante del traffico con motori a combustione di idrocarburi e potenziare il trasporto pubblico non o poco inquinante, progetta nuove autostrade urbane che porterebbero all’interno della città il traffico pesante, con le relative conseguenze per la salubrità dell’ambiente. Chi ci amministra sembra ignorare che a Verona si sono riscontrati frequenti sforamenti annuali delle concentrazioni degli inquinanti (oltre i 120 giorni di sforamento PM10 nel 2009), e quindi un elevato rischio per la salute dei cittadini residenti. “Proprio la Regione Veneto ha documentato nell’arco degli ultimi dieci anni una netta inversione di tendenza per quanto concerne le principali cause di inquinamento dell’atmosfera: dalle emissioni prevalentemente di origine industriale, si è passati ormai ad un inquinamento originato in larga prevalenza dai veicoli a motore, a causa di una crescita infrenabile del parco auto circolante, distribuito su una rete viaria inefficiente. Da sottolineare infine a tale proposito che, fra le strategie e le risposte istituzionali che anche la Regione Veneto ha indicato nel suo Rapporto sulle misure da ritenere prioritarie ai fini di un efficace contenimento del problema, in primis è previsto “l’alleggerimento del contributo emissivo”, soprattutto mediante aggiornamento dei mezzi e della rete di trasporto pubblico. La stessa Provincia di Verona, nel suo documento di programmazione, indica come linea di condotta da seguire quella basata su strategie orientate alle variazioni del contributo emissivo mediante contenimento del traffico veicolare e ricorso all’aggiornamento dei mezzi di trasporto pubblico urbano ed extra-urbano.” (Documento prof. R. Dal Negro). Nonostante le competenti Autorità Europee abbiano da tempo ingiunto all’Amministazione Comunale di Verona l’obbligo di ridurre consistentemente le emissioni nocive rispetto ai livelli attuali, la stessa sta tentando di realizzare una nuova autostrada urbana. L’idea è quella di costruire un anello autostradale a nord della città (traforo delle Torricelle) lungo 11.600 m, di cui 2.200 a doppia canna in galleria naturale (traforo della collina) e 2.400 in galleria artificiale, con un costo preventivato di circa 450 milioni di euro. Sarà realizzato con la formula del project financing. La ditta privata Technital, a capo di un gruppo di aziende veronesi, è stata scelta nel 2009 per la progettazione e realizzazione dell’infrastruttura. I privati avranno in gestione l’opera e potranno chiedere i pedaggi. Nel caso in cui fossero insufficienti al numero preventivato e quindi non rendessero i proventi previsti, il Comune cederà agli stessi delle aree compensative all’entrata ed all’uscita del traforo, su cui poter costruire. 37 La cementificazione di grandi aree ora verdi, della collina e della pianura, impedirebbe alle stesse di proseguire nella loro opera depuratrice, e si aggiungerebbe agli altri fattori di inquinamento. Un’opera di questo tipo, ad elevato traffico veicolare, risulta in controtendenza rispetto a qualsiasi strategia di tutela ambientale nei confronti del territorio e di attenzione alla salute della cittadinanza. L’infrastruttura viabilistica con il suo carico inquinante sarebbe a circa 2 km da piazza Bra, il centro della città, a 500 m, dall’Ospedale Maggiore, limitrofa a istituti scolastici e a zone intensamente abitate con scuole materne ed asili nido. Il nuovo passante produrrebbe (previsioni ufficiali) oltre 370 tonnellate/anno di PM10. “In chiave salute dei cittadini, esistono infine ragionevoli perplessità relativamente all’efficacia dei filtri elettrostatici AIGNER, da impiegare nelle zone in galleria; alla conseguente necessità di manutenzione, e quindi all’attendibilità dei dati indicati nel progetto. La stessa ditta produttrice indica un’efficacia di assorbimento accettabile solo per PM10 (circa 90%), fornendo dati meno rassicuranti per PM≤2,5 (circa 50-60%). Non solo, tali performance di assorbimento sembrano dipendere dai ritmi di manutenzione degli stessi: quantomeno settimanali e non annuali come indicato sommariamente nel progetto. Inoltre, contrariamente a quanto affermato nel progetto “Traforo”, dal quale si evince che l’aria così filtrata può essere re-immessa in galleria, nell’unica galleria allestita con i medesimi sistemi di filtrazione (Cesena, galleria Le Vigne, peraltro più corta di quella in questione), è stato necessario costruire due camini di 25 metri sopra la galleria per emettere l’aria “filtrata”, affinché i contenuti emissivi non risultassero concentrati nelle strette vicinanze della galleria stessa.” (Documento prof. R. Dal Negro) Inoltre l’attraversamento dell'abitato di Parona, una frazione a nord del centro storico, costituirà una situazione critica ai limiti della sostenibilità, soprattutto per le relazioni con Negrar e S. Pietro Incariano in Valpolicella. Il traforo della collina, per completare l’anello, verrà collegato con l’arteria denominata Gronda Nord. Quest’ultima, che si allaccerà alla tangenziale che proviene da sud, attraverserà le ultime aree rurali a ridosso del fiume e limitrofe al Parco dell’Adige, che sono tra le paesaggisticamente più pregiate del Comune e le devasterà. Nella fattualità del progetto, si riscontra, invece, che le relazioni che interessano l'attraversamento di Parona non vengono intercettate dalla Gronda Nord, in quanto l’accesso alla nuova infrastruttura è ammessa solo nello svincolo di via Preare, a est della frazione. Si può paventare che la velocizzazione delle provenienze da est possa determinare un aumento della pressione su Parona e quindi della congestione per i flussi in uscita verso la Valpolicella. Tale limitazione funzionale costituisce un fattore di criticità del progetto che risulta prevalentemente finalizzato a servire aree a modesta domanda di traffico ed esclude invece quelle sottoposte a una quotidiana pressione veicolare ai limiti della congestione. Breve illustrazione del progetto. (Le frasi scritte in corsivo sono citazioni dei documenti ufficiali.) Da un attenta lettura dello “Studio di fattibilità relativo all’analisi del traffico per il completamento dell’anello circonvallatorio a nord (traforo delle Torricelle)”, elaborato dal C.D.R. Mobilità e Traffico del Comune di Verona, si evince che la cosiddetta tangenziale nord e la sua continuazione ad ovest con la Strada di Gronda non possono risolvere i problemi principali e più urgenti della mobilità urbana del Comune di Verona. Infatti a pagina 26 lo studio cita: “Il nuovo sistema poco efficace rispetto alle penetrazioni dal settore meridionale della città e nei confronti della mobilità nell’ area urbana più centrale, a dimostrazione che risultano necessari contestuali interventi a 38 più ampio livello di sistema, che orientino l’utenza sul trasporto pubblico (magari con l’introduzione di un sistema di trasporto di massa efficiente e attrattivo quale potrebbe rappresentare una tranvia) e una limitazione crescente del traffico nelle aree centrali magari con l’introduzione di un ‘road princing’che pur tuttavia andrebbe approfonditamente testato.” Dalla sintesi del modello di simulazione utilizzato dal C.D.R Mobilità e Traffico del Comune risultano due scenari di riferimento all’anno 2033, il primo con la Tangenziale nord, il secondo senza. 1) SCENARIO DI RIFERIMENTO AL 2033 CON LA TANGENZIALE NORD (TRAFORO) REALIZZATA. La bretella Verona nord - centro si decongestiona soprattutto nella parte più esterna perché in grado di diversificare gli accessi. Decongestionamento della fascia nord, sgravata dal traffico di attraversamento di media e lunga percorrenza, assorbito dal traforo, che viene percorso da 3600 autovetture nell’ora di punta. La Strada di Gronda sarà satura all’80%. La tangenziale est raggiunge una saturazione al 60% . Effetti sulla mobilità urbana centrale. Poco efficace rispetto alle penetrazioni dal settore meridionale della città. Nei confronti della mobilità urbana più centrale. Consigliamo un sistema di trasporto pubblico di massa, (tramvia). 2) SCENARIO DI RIFERIMENTO AL 2033 IN ASSENZA DELLA TANGENZIALE NORD (TRAFORO). Saturazione dell’ 80% degli archi stradali. Si saturano: a) la bretella Verona nord-centro; b) gli assi di penetrazione urbana, in particolare le direttrici est e nord. La tangenziale est rimane sottoutilizzata tranne la prima parte in cui si innesta la SS11, con funzioni di distribuzione urbana e non di attraversamento. La rete urbana si aggrava saturando i margini ancora presenti nel 2013. Traffico leggero 2007-2013 2013-2023 2023-2033 1% 1% 0,75% Traffico pesante 1,75% 1,5% 1,0% La lettura di questi due scenari dimostra come la realizzazione della tangenziale nord non abbia effetti positivi sulla mobilità urbana centrale e sulle penetrazioni dalle zone meridionali del territorio veronese. In sintesi, risultano tre grossi attrattori di traffico: le aree storiche centrali, la zona produttiva e fieristica di Verona sud e l’area di Borgo Trento con il polo ospedaliero. A queste vanno sommati i micro poli di attrazione dei centri scolastici. La Pubblica Amministrazione ritiene di risolvere questi problemi con la realizzazione della complanare a nord, ma gli scenari sopraesposti dimostrano che sarebbe utile solo a scala extra urbana, facilitando la percorrenza da est a nord e ovest, senza tuttavia intercettare il flusso che non avrà come destinazione il casello di Verona nord o la Valpolicella. Questa opera non servirà a decongestionare le circonvallazioni, gli assi di penetrazione e le aree critiche di Borgo Trento e Porta Vescovo, delle zone meridionali, di Santa Lucia e del Centro 39 Storico. Le stesse arterie di attraversamento di Veronetta che da via Santa Chiara giungono a via Mameli, per collegare le zone a est con quelle a ovest non ne trarranno certamente benefici. Quanti andranno a prendere la complanare nord a Poiano per uscire allo svincolo di Ca’ di Cozzi, pagando un pedaggio? Recenti studi hanno dimostrato che solamente il 30% del flusso veicolare che passa per via Mameli prosegue verso la Valpolicella o la statale del Brennero. Viene inoltre rilevato che l’aumento più cospicuo riguarda il traffico pesante. Realizzare la complanare nord significa portare il traffico merci all’interno del tessuto urbano, aumentando l’inquinamento acustico, atmosferico e paesaggistico. Operazione questa certamente sconsigliabile e metodologicamente scorretta, che andrebbe in totale controtendenza rispetto ai modelli progettuali seguiti dalle altre città, che cercano di allontanare dai centri abitati il traffico pesante su gomma. La stessa relazione del C.D.R. Mobilità e Traffico consiglia l’ attuazione di un efficace sistema di trasporto pubblico (tranvia) per risolvere il problema delle penetrazioni dal settore meridionale della città e quello della mobilità nell’ area urbana più centrale, oltre ad una limitazione crescente del traffico nelle aree. Non si capisce perché non si inizi proprio con la realizzazione di un sistema di trasporto pubblico di massa su sede protetta, di parcheggi scambiatori, di una organica rete di piste ciclabili e da una limitazione crescente del traffico privato. Forse la costruzione di una infrastruttura così onerosa come la complanare nord, con entrate ed uscite delle ‘canne’ in zone ancora verdi e inedificate, può essere considerata una sorta di cavallo di Troia per modificare la destinazione d’uso di quelle aree paesaggisticamente pregiate. Una tale operazione, oltre a non portare alcun beneficio alla mobilità, causerà lo sfrangiamento del tessuto urbanizzato della città, iniziando un processo di edificazione che di fatto porterà in futuro alla congiunzione delle aree edificate del Comune di Verona con quelle dei comuni della Valpantena. Quella che era una valle ricca di campagne e di aree verdi, si trasformerà in una spianata di cemento, aumentando proporzionalmente i flussi ed i problemi di smaltimento del traffico. La conclusione della relazione del C.D.R. Mobilità e Traffico chiarisce in modo inequivocabile l’inutilità della complanare nord per risolvere la saturazione degli assi di penetrazione dal settore meridionale e la situazione di criticità in cui si trova attualmente la mobilità nell’area urbana più centrale. Non sono pertanto giustificati: a) l’enorme costo che la Pubblica Amministrazione dovrà sostenere per realizzare tali opere, indebitando il Comune per i decenni a venire ed impedendo così la realizzazione di altre opere più utili; b) le soluzioni che prevedono una tariffa-pedaggio per l’uso del traforo e di tutte le tangenziali. Questa decisione obbligherebbe tutti i cittadini, che ora usano le attuali complanari, a sostenere parte della spesa per la realizzazione del traforo; c) la scelta di concedere aree di compensazione edificabili ai costruttori, a parziale compenso dell’opera, in contrasto con ogni seria pianificazione urbanistica; d) l’aumento dei fattori di inquinamento prodotti dal flusso di mezzi leggeri e pesanti in una zona (quartieri Pindemonte e Crencano) che, per caratteristiche morfologiche, è posta in una sorta di conca, e per la carenza di vento, subirebbe un grave peggioramento della qualità dell’aria; e) l’impatto ambientale che causerebbe: e1) il passaggio di una autostrada sotto le colline di Avesa e Quinzano, deturpando le ultime aree verdi in una delle zone più preziose e fragili della città; e2) la realizzazione di un nuovo ponte sul fiume Adige. Le due figure che seguono, dimostrano la quasi inutilità dell’opera. 40 41 42 LA COMPLANARE NORD PROPOSTA TECNITAL Progetto vincente secondo la commissione tecnica organizzata dalla Pubblica Amministrazione di Verona PASSANTE NORD E TRAFORO DELLE TORRICELLE Lunghezza complessiva: 11.600 m Galleria naturale (traforo): 2.200 m Galleria artificiale: 2.000 m Altri tratti coperti: 4.00 m Costo dell’opera: 445 milioni Un progetto a soli due chilometri dall’Arena. Quattro corsie di marcia, due di emergenza. Cinque uscite che andranno a collegare i caselli autostradali di Verona nord e Verona est. 43 Il paesaggio sarebbe rovinato in modo irreversibile. Nelle vicinanze di Parona verrà costruito un viadotto sull'Adige 44 Il traforo verrà realizzato in project financing dall’azienda Technital Il passante inizia con la galleria naturale sotto la collina, a Ca´ Rossa di Poiano, ed esce all ´altezza di Avesa. In galleria artificiale coperta arriva allo svincolo di via Preare, a Ca´ di Cozzi. Prosegue in superficie, su una superstrada, superando con un ponte l’Adige e poi da lì fino al casello di Verona nord. Saranno costruiti anche una bretellina verso Arbizzano e uno svincolo su viale Brennero (statale per Trento). Altri svincoli in via Gardesane, via Bresciana, strada per Arbizzano-Valpolicella. Analisi sui rischi geologici: Per il Passante Nord, secondo il Comune, non serve il parere sismico perché il comune di Verona è in zona 3, come Mirandola, Finale Emilia, Modena, cosicché il parere preventivo ai fini antisismici sugli strumenti urbanistici non è obbligatorio per un´opera che prevede un tunnel di 4.200 metri con il passaggio previsto di circa 20 milioni di auto e camion all’anno. Il traforo potrebbe costituire uno sbarramento al defluire dei corsi d’acqua sotterranei in Valdonega verso l’Adige, stagnando il terreno delle colline veronesi già di per sé piuttosto argillose. Si potrebbe parlare anche di possibili frane. 45 Programmazione territoriale e P.I.R.U. Dal 1975, anno dell’ultima Variante Generale al P.R.G. di Verona, escluso il Piano di Salvaguardia del 1993, il primo atto che l’ Amministrazione Comunale ha approvato è stato il P.I.R.U., il piano di riqualificazione urbana, che una legge regionale del 1999, la 23, permetteva di utilizzare per le aree degradate. La procedura era relativa ai modelli di urbanistica concordata, per cui il privato proprietario dell’immobile o dell’area da recuperare, cedendo una quota parte della stessa, o vincolando il 30% del patrimonio residenziale realizzato con i criteri dell’edilizia convenzionata, oppure monetizzando, calcolando non meno del 10% dell’utile che si sarebbe realizzato con l’operazione, poteva costruire in una zona non prevista edificabile dal piano regolatore vigente. Procedura questa che, se fosse stata inserita in una programmazione urbanistica chiara e obiettiva, con definite le zone a servizi, a verde, a parcheggi e per la mobilità, avrebbe potuto risultare positiva per i tempi brevi di approvazione ma, usata come scorciatoia ad un vero e proprio strumento di pianificazione, come è stato il caso di Verona, ha causato danni molto gravi all’equilibrio urbanistico della città, creando le premesse per costruire in zone dove erano stati programmati servizi o verde pubblico di quartiere. Il numero dei P.I.R.U. avrebbe dovuto essere limitato ai veri casi in cui esisteva una domanda di riqualificazione urbana, e non dove sussisteva un’area non edificata, come è successo a Verona con più di 70 richieste. Lasciato scadere il Piano di Salvaguardia, il sindaco Michela Sironi, nell’arco di due mandati consecutivi, non è riuscita ad approvare alcuna Variante Generale, ed ha invece portato all’approvazione del Consiglio Comunale il piano dei P.I.R.U. Dal 1993 al 2004 si erano esaurite tutte le aree edificabili residue progettate nel 1975 per una città di 410.000 abitanti; si era pesantemente ridotta l’area del parco dell’Adige; era stato praticamente cancellato il parco della Spianà redatto dal professor Arrigo Rudi; si era tolto il vincolo di verde pubblico e/o privato alla collina; le A.R.U. erano cresciute di numero, aumentati gli indici di edificabilità e modificato la normativa, riducendo la quota parte di superficie che i proprietari avrebbero dovuto cedere alla Pubblica Amministrazione. Dal 1975 (ultima Variante Generale) ci sono state oltre 270 varianti parziali, tra cui alcune molto importanti: 1981, n.19 Variante del Quadrante Europa; 1984, n. 40 Variante della Spianà; 1988, n. 33 Variante del centro storico; 1989, n. 87 Variante della Mediana; 1989, n. 70 Variante dell’ISAP; 1992, n. 107 Variante sulla tutela degli edifici (119) degli anni ’30; 1994, n. 100 Variante di Ca’ del Bue. Utilizzando lo strumento dei P.I.R.U., non si è assolutamente voluto mettere in atto un sistema di urbanistica partecipata, ma si è preferito pianificare al chiuso di pochi uffici. Le vecchie proposte della cosiddetta Variante “Cesari” di modificare parte delle aree a verde o servizi soprattutto nei quartieri della cintura esterna in aree di completamento edilizio; sono state fatte proprie dalla scelta dei P.I.R.U. Le zone che hanno presentano più P.I.R.U. sono quelle di Borgo Roma e di Borgo Milano. Tutto ciò ha dimostrato la totale assenza di una pianificazione e programmazione territoriale realmente partecipate e oggettive. Con l’intervento P.I.R.U. si iniziò la trasformazione del tessuto urbano, da insieme organico e collegato, ad una sorta di abito di arlecchino, dove i protagonisti più potenti potevano ottenere vantaggi di posizione che ad altri, più deboli, erano preclusi. . 46 Solo un’Amministrazione forte, con obiettivi chiari, con Piani Regolatori elaborati in modo trasparente e partecipato da tutte le forze sociali, con normative precise ed oggettive, avrebbe potuto trattare con i soggetti privati che manifestavano la richiesta di accogliere le loro interessate proposte. 47 LE EX CARTIERE VERONA A poco meno di 500 metri di distanza da Porta Nuova, in un’area di circa 150.000 mq, sarà costruita una city con 300.000 metri cubi di nuova cementificazione, che ospiterà 70 negozi per 15.000 mq, 12 bar e ristoranti, palestre, centri per il fitness, multisale cinematografiche per 4600 mq e uffici per trentamila mq. Tutto questo significherà modificare pesantemente i già precari equilibri urbanistici e sociali della nostra città. In quella zona andranno giornalmente a lavorare circa 1500 persone e molte altre migliaia vi arriveranno con le loro automobili per usufruire dei servizi commerciali e direzionali. La realizzazione di sette nuove rotonde spartitraffico è stata la risposta della pubblica amministrazione ai gravi problemi che saranno causati dal futuro aumento dei flussi di traffico. Viale Piave, via Basso Acquar, il ponte sull’Adige, via Tombetta, già ora congestionati dai mezzi a motore, saranno sottoposte ad un ulteriore carico di traffico. Quando la nuova city sarà ultimata, l’intera zona cadrà nel totale collasso viabilistico. Verona, non sentiva la necessità di una tale struttura per il terziario e per il direzionale. I 40.000 mq di parco urbano, all’interno di quel nuovo insediamento di uffici e negozi, rappresentanp il classico fumo negli occhi per tentare di celare i veri obiettivi di quell’enorme operazione edilizia: speculare. Come sempre i guadagni andranno ai privati, mentre i costi per risolvere i guasti urbanistici causati da questo tipo di interventi, li pagheremo noi cittadini con le tasse. Piano Urbanistico Attuativo ex Cartiere Verona 48 Proposta alternativa: mi sarebbe piaciuto che in quella zona si fosse realizzato un grande centro attrezzato per lo sport dilettantistico a livello nazionale e internazionale, collegato al campo scuola del Coni, mantenendo e anzi potenziando il bosco trentennale di pioppi, che invece è stato tagliato. Questa idea avrebbe potuto fornire un reale servizio per la città. Il Complesso delle ex Cartiere Verona prima dell’intervento Parte della vegetazione che esisteva nel Complesso delle ex-cartiere di Verona 49 Le nuovi torri alle ex Cartiere Verona. Verona è stata dichiarata Patrimonio dell'Umanità, dall'Unesco proprio per la sua peculiarità di città fortificata. Il progetto per le ex Cartiere Verona prevede la realizzazione di due enormi torri direzionali alte oltre 110 metri, (rispettivamente 112,77 e 120,90 metri, che con l'antenna sul tetto arriva a 140,50!), distanti poco più di 200 metri dalle mura magistrali. Se saranno costruite rappresenteranno il definitivo stravolgimento del paesaggio urbano. L’armonia e gli equilibri, che si erano stratificati e conservati in secoli di storia, in questo modo verranno totalmente e irreversibilmente stravolti. Le enormi Torri delle ex Cartiere saranno visibilissime: da Castel S. Pietro, dalla Torre dei Lamberti, da Corso Porta Nuova, sovrastando minacciose la Porta e le mura magistrali, dai gradoni dell'Arena e, saranno la prima immagine, purtroppo distorta della città, per chi arriva da sud, umiliando Porta Nuova e la città storica con lo sfondo delle colline, del Carega e del Monte Baldo. Alcune simulazioni dell’impatto delle torri sulla città storica 50 Richiesta di riesame dello Studio di Impatto Ambientale fatta dal consigliere Giuseppe Campagnari Al Dirigente Settore Ambiente Amministrazione Provinciale Via S. Maria Antica, 1 Verona Oggetto: richiesta di riesame complessivo dello Studio di Impatto Ambientale con valutazione complessiva e unitaria del Progetto di attuazione del PUA ex Cartiere di Basso Acquar in Comune di Verona Premesso che alla luce delle vigenti norme in materia di Valutazione di Impatto Ambientale (D. Lgs. 152/2006 - Testo Unico dell'Ambiente) non si comprende come, a partire dal 2010, possano già essere state effettuate due VIA separate (e non una VIA unitaria) per le Opere stradali interne ed esterne (le famose sette rotonde) e dell'Edificio polifunzionale (Centro Commerciale e multisala )che costituiscono il completamento degli interventi per l'attuazione del Piano Attuativo delle ex Cartiere di Verona; Considerato che è stata recentemente avviata (2012) dalla competente Commissione Provinciale la procedura di VIA per le due torri direzionali da 100 metri di altezza, comprese nel progetto di PUA delle ex Cartiere in Comune di Verona, il sottoscritto consigliere provinciale Giuseppe Campagnari chiede che la VIA del PUA delle ex Cartiere venga riesaminata, riavviando ex novo una procedura unitaria di Valutazione di Impatto Ambientale complessiva sul progetto edilizio (Edificio Polifunzionale e Torri Direzionali) e sugli interventi previsti nel sistema viario cittadino, rivalutando complessivamente l'impatto ambientale dell'intervento, considerando le ricadute complessive del Piano Attuativo sui quartieri sud della città, tenendo conto delle pesanti sinergie negative con gli altri rilevanti interventi edificatori previsti dal recente Piano degli Interventi tra la linea ferroviaria Verona-Venezia ed il tracciato dell'autostrada Serenissima e oltre (vedi progetto Ikea). In particolare ritengo che la rivalutazione dell'Impatto Ambientale complessivo del PUA delle ex Cartiere sia assolutamente necessaria, non solo per un preciso obbligo di legge fissato dal Testo Unico dell'Ambiente, ma nache per le particolari e rilevanti criticità del sito di Verona sud dove è previsto il nuovo insediamento: 1. la posizione a ridosso della cinta magistrale delle mura di Verona, patrimonio mondiale dell’umanità – tutelata dall’UNESCO - dal punto di vista paesaggistico dovrebbe consigliare un deciso ridimensionamento dell'altezza delle torri direzionali (ad es. altezza massima 30 metri), per evitare uno sfregio irrimediabile al profilo collinare e del centro storico della città. Le torri direzionali alte 100 metri sono anche in contrasto con l’art. 15 delle Norme Tecniche del vigente PAT di Verona che prevede di “individuare i coni visuali ed i contesti da tutelare per l’integrità della percezione visiva e d’insieme del centro storico dagli accessi principali della città e dal 51 fondale panoramico collinare, ponendo limiti all’edificazione, agli indici di edificabilità ed alle altezze”; 2. nella Sintesi non tecnica del SIA i promotori dell'intervento riconoscono che: ”L'intervento impatta in modo sensibile sul profilo urbano e sulle visuali percepibili dai principali ambiti di interesse vedutistico. La realizzazione delle opere in progetto porta all'alterazione non reversibile” (che vuol dire IRREVERSIBILE) “dello skyline urbano..”, “... inoltre occuperanno i coni visuali che dal centro storico si rivolgono in direzione del Basso Acquar e che sono localizzati in corrispondenza della cinta muraria”; 3. L'eccesso di volumetria, che dovrebbe comportare una riduzione delle costruzioni e l’eliminazione del centro commerciale, invece potenziato nel nuovo progetto, per rispettare i limiti volumetrici del PAQE, finora calcolati artificiosamente, fissando la quota zero su Viale Piave anziché su Basso Acquar, senza considerare il volume dei parcheggi, che non sono interrati, come prescrive il Piano d'Area; 4. La congestione del traffico esistente nell’area - Viale Piave - Basso Acquar - che dovrebbe subordinare l’avvio del progetto all’esistenza di un sistema di trasporto rapido di massa (tramvia) come prevedeva il Piano Particolareggiato Gabrielli per Verona Sud. 5. L'insufficienza di soluzioni per la mobilità nell'area basate solo sulle numerose rotonde stradali previste dal progetto ex Cartiere, ritenendo che possano essere soluzione sufficiente per evitare la paralisi in tutta l'area di Verona Sud a valle della linea ferroviaria; 6. La necessità del ripristino dei 40.000 mq. di verde pubblico (il bosco esistente, già raso al suolo qualche anno fa) per compensare parzialmente all’assenza di spazi verdi nelle zone sud della città, storicamente già in credito di verde pubblico per oltre mezzo milione di metri quadri; 7. L'impossibilità di ampliamento dell’impianto di depurazione di Basso Acquar, già attualmente con una potenzialità di trattamento insufficiente per ricevere gli scarichi dei nuovi edifici e degli altri numerosi insediamenti previsti a Verona sud dal Piano degli Interventi. Inoltre una delle Torri ricade nella fascia di rispetto dei pozzi AGSM che servono l'acquedotto di Verona; 8. L'apertura di una nuova grande struttura “Centro Commerciale”, a metà strada tra il centro storico ed i quartieri di Verona sud, avrà gravi ricadute sociali con la chiusura di negozi e punti vendita al dettaglio e con la perdita di numerosi posti di lavoro. Infine qualità dell’aria e livelli di rumore intollerabili (effetti sulla salute e sul benessere urbano) dovrebbero consigliare una nuova valutazione complessiva della sostenibilità dell’intervento alla luce dei sempre più preoccupanti dati sull’inquinamento acustico ed atmosferico delle zone di Tombetta, Borgo Roma, Golosine e zona Fiera che saranno ulteriormente peggiorate dal nuovi mega-insediamenti delle ex Cartiere – oltre 250.000 metri cubi – delle ex Officine Adige, dell'ex Manifattura Tabacchi e degli altri numerosi interventi edilizi previsti dal Piano degli Interventi approvato dal Comune di Verona nel 2012! Giuseppe Campagnari Consigliere Provinciale 52 Progetto inserito nel P.A.Q.U.E. Piano di lottizzazione dei terreni in località Nassar a Parona di Verona. Oltre mezzo secolo di interventi hanno causato un grave dissesto idrogeologico: cementificazione del territorio, disboscamento, canalizzazione di corsi d’acqua, abusivismo edilizio, mancata pianificazione territoriale e ingerenze politico/economiche sulle destinazioni d’uso urbanistiche, hanno reso la nostra nazione ad alto rischio per i disastri ambientali. Sono purtroppo cronaca di questi giorni le catastrofi causate da una gestione sconsiderata del territorio, in cui gli interessi economici della speculazione edilizia, supportati da politici conniventi, hanno determinato la tragica situazione attuale. Italia Nostra si appella al buon senso dei nostri amministratori affinché venga bloccato il progetto denominato: Porte della Città al Nassar di Parona, dove, in una zona a pochi metri dall’Adige e di possibile esondazione, è ipotizzata la costruzione di un complesso abitativo, direzionale e commerciale. Si tratta di un residuo delle vecchie aree edificabili del precedente P.R.G. del 1975 che prevedeva una città di oltre 400.000 abitanti. Nessuna amministrazione del passato, tranne una prima stesura del Progetto Preliminare di Piano del 1993 approvato solo dalla Giunta, ha potuto o ha voluto cancellare quella vecchia ed errata scelta di edificare in una zona ambientalmente pregiata, a pochi metri dall’Adige, confinante con la campagna, dove esiste ancora uno dei rari casi di rapporto senza soluzione di continuità tra il terreno coltivato e le rive del fiume. All’estero le aree verdi ancora inedificate vicino alle città ed in particolar modo se adiacenti ai fiumi, vengono rigidamente tutelate perché ritenute preziose. Da noi invece si intende realizzare su un’ area d’intervento di 72.399 mq una colata di cemento composta di 11 fabbricati alti 11 metri con una superficie coperta di 6.780 mq per la residenza e di 2 fabbricati di 11 metri con una cubatura di 24.930 mc per una superficie coperta di 3.110 mq. di direzionale e commerciale. Tutto ciò potrebbe causare un grave danno paesaggistico ed un dissesto idrogeologico, tradendo i principi stessi che dovrebbero promuovere la stesura dei Piani d’Area regionali. Pericolo di esondazione. Allego una fotografia scattata nel 1993, che mostra la zona oggetto della lottizzazione completamente allagata. Risulta strano, come si evince dalla lettura della stessa Delibera del Consiglio Comunale, che la Conferenza dei Servizi, in data 05/11/2007, il Consiglio della 2° Circoscrizione in data 15/11/2007, la Commissione Edilizia in data 08/11/2007 e la Giunta Comunale con delibera n. 441 del 09/11/2007, abbiano approvato il piano presentato dalla ditta La Ronchesana s.r.l. ed altri, senza tenere conto dei pericoli di esondazione. LA ZONA NEL 1993 E’ STATA INVASA DALLE ACQUE DELL’ADIGE 53 Ikea non compreso nel P.A.T. e nel P.I. La proposta progettuale presentata dalla società immobiliare bresciana Arena 2010 riguarda una superficie di 598.752 metri quadrati a sud dell´autostrada A4 e a nord della frazione di Ca’ di David, nell´area compresa tra il canale Giuliari, via Vigasio e via Gelmetto. Il piano urbanistico prevede la bonifica e la collocazione di attività articolate in quattro comparti: insediamento Ikea e shopping center correlato, parco commerciale, insediamento residenziale, torre Biasi, dove si trasferirà la polizia municipale. I privati si accolleranno i costi degli interventi per potenziare la viabilità stradale. Tali opere riguardano la riqualificazione dello svincolo di via Golino, la realizzazione di due nuovi accessi alla tangenziale da via Vigasio e da via Morgagni e di una bretellina di circonvallazione del centro abitato di Ca’di David. L’intervento accolto dalla giunta sull’area Biasi prevede 241 mila mq, a cui vanno aggiunti altri 90 mila metri quadri tra ricettivo, direzionale e ludico ricreativo, altri 75 mila mq di nuove residenze per 1.700 nuovi abitanti, per un totale di 411 mila mq. L´Ikea ne utilizzerà solo 273 mila, meno della metà della superficie, e avrà una potenzialità edificatoria di soli 141 mila metri quadrati a destinazione commerciale, mentre accanto ad essa, sorgerà un “Parco commerciale” altrettanto grande: 267 mila metri quadri, con capacità edificatoria di 190 mila metri quadrati, 50 mila più dell’Ikea. Se appare insostenibile l’insediamento commerciale previsto al Motor City, è insostenibile l’intervento proposto per l’area Biasi che è forse anche peggiore. Come a Vigasio il circuito automobilistico fungeva da grimaldello per la colata di cemento, nell’area Biasi, a svolgere questa funzione, è proprio l’IKEA. E’ contrario ad ogni regola urbanistica approvare un intervento edificatorio massiccio e improvviso come quello presentato dall’IKEA per l’area Biasi, pochi mesi dopo l’approvazione del P.A.T. e del P.I. Questo è l’ennesimo esempio di come le scelte sull’uso del territorio sono prese all’interno di uffici blindati dove i protagonisti sono gli operatori finanziari e quelli politico-amministrativi. Con superficialità si intende approvare un altro centro commerciale, come se i 4 milioni di metri cubi di commerciale e direzionale già previsti dalla riqualificazione di Verona Sud non fossero più che sufficienti a saturare l’intera capacità di assorbimento della città. In realtà, l’IKEA è il cavallo di Troia per un’operazione che vuole portare a Verona ed in un’area assolutamente inidonea, un altro e diverso centro commerciale più grande dell’IKEA stessa e più grande del doppio rispetto alla somma di tutti i centri commerciali già presenti in provincia. Sostenibilità e viabilità, già definita, sono stravolte. Buona parte del traffico ordinario di Verona sud, più tutto quello diretto ai centri commerciali dell’area Biasi, graverà sulla viabilità ordinaria. A quel punto il sistema delle sei rotonde previste attorno all’area sarà inutile come si è rivelato inutile il sistema di rotonde nell’area delle ex Cartiere. Progetto per l’Ikea di Casale 54 L’inceneritore di Ca’ del Bue La prima proposta di costruire un termovalorizzatore (inceneritore) a Verona è datata intorno ai primi anni ’80. La zona individuata era quella vicina alla sede dell’AMIA in Basso Acquar, a pochi metri dall’Adige. Le associazioni ambientaliste si mobilitarono e protestarono, non tanto per l’inceneritore in sé, ma per la sua localizzazione. L’amministrazione comunale, come d’incanto, presentò una nuova zona: Ca’ del Bue. La prontezza nel passare dal Basso Acquar a Ca’del Bue ed alcuni passaggi di proprietà dell’azienda agricola Ca’ del Bue fecero nascere il sospetto che l’inceneritore fosse il classico cavallo di Troia per intervenire in un’area rurale, paesaggisticamente pregiata. Nonostante le fiere opposizioni degli ambientalisti, l’inceneritore venne ultimato nel 1988, ma non entrò mai in piena funzione. La giunta Sironi nel 2000 rimise mano all'impianto di Ca’ del Bue, chiamando l'Ansaldo a rimettere in sesto i forni. Alla fine del 2002, quando i forni ritornarono a funzionare, ci si accorse che essi non erano più adatti al tipo di rifiuto che nel frattempo si era venuto a creare. Era cominciata la raccolta differenziata, e il forno, a cui era stata sottratta buona parte della carta, del legno e della plastica di cui necessitava, non riusciva a raggiungere una soddisfacente temperatura di funzionamento, che per i forni a letto fluido è di gran lunga superiore ai forni a griglia. Nel 2005 l’impianto perdeva 1 milione di euro al mese e la giunta Zanotto, dopo aver chiuso il contenzioso con l'Ansaldo, incassando 23 milioni di risarcimento, nel marzo 2006 decise di spegnere i forni, in attesa di trovare un socio privato che ne finanziasse la riconversione, cosa che tuttavia non è mai avvenuta. Tosi, vinte le elezioni contro il sindaco uscente Zanotto, in accordo con i programmi dell’assessorato all’ambiente, allora presieduto da Giancarlo Conta, si impegnò a costruire una nuova sezione di forni di tipo "a griglia" (quelli usati nei comuni inceneritori, come quello di Brescia) in aggiunta e non certo in sostituzione dei vecchi forni a letto fluido, già esistenti ma mai entrati in funzione. Verso la metà del 2008, smascherato il piano del Comune di Verona e della Regione Veneto, montò la protesta che ha coinvolto e coinvolge i comitati di cittadini e anche i sindaci del centrodestra dei tre Comuni confinanti con l'inceneritore (San Giovanni Lupatoto, San Martino Buon Albergo e Zevio). Sotto accusa sono la soluzione dei forni a griglia e le emissioni dell'inceneritore, negative per la salute di tutti coloro che abitano vicino al complesso. La proposta alternativa sarebbe la riconversione della struttura in un impianto di trattamento di rifiuti a freddo Da tenere presente che la Corte dei Conti da anni sta monitorando i conti dell’impianto di Ca’ del Bue. Di conseguenza non sarebbe possibile smantellare il vecchio impianto, per evitare di considerare perduti i soldi già spesi e i fondi pubblici già erogati. I pubblici amministratori, molto probabilmente, sarebbero accusati di danno erariale. Per questi motivi, il sindaco Tosi ha previsto la riaccensione dei vecchi forni, costati 40 milioni di euro; e solo successivamente l’avvio del progetto dei nuovi forni a griglia. Operazione non poco azzardata perché prevede di avviare il progetto di un nuovo impianto, procedendo al raddoppio, prima di avere definito la questione di quello vecchio. Ignorando totalmente la salute dei cittadini, la giunta Tosi segue la logica perversa che più si brucia, più si guadagna. Anche in questo caso come in molti altri, non ultimo il progetto del traforo della collina, si offrono ai privati proposte molto remunerative. Nel bando di project financing per la costruzione dei due nuovi forni, approvato nel dicembre 2008, è stata proposta una tecnologia a griglia, capace di trattare 600 tonnellate al giorno (190 mila all’anno) di rifiuti solidi urbani (la parte non differenziata 55 del rifiuto) con una tariffa di conferimento (cioè quello che devono pagare i Comuni per portare i rifiuti all’impianto) di 112 euro per tonnellata. E’ ovvio che il business funziona se giornalmente vengono bruciate almeno 600 tonnellate di rifiuti, a scapito della raccolta differenziata che attualmente a Verona e provincia raggiunge il 40%. Attualmente, la produzione giornaliera di Verona viaggia sulle 350 tonnellate, insufficienti per alimentare un forno da 600, quindi, per sfruttare la potenzialità dell’impianto, dovranno giungere rifiuti da altre province. Questo per quanto riguarda i nuovi forni a griglia; ma, come si osservava prima, si devono riattivare anche i vecchi forni, in grado di trattare altre 400 tonnellate al giorno. In questi ultimi finiranno i non ancora meglio precisati rifiuti speciali. Stando poi a quanto dice Erasmo Venosi, fisico esperto in Valutazione di impatto ambientale (Via), già vicepresidente della Commissione Autorizzazioni integrate ambientali (Aia) del Ministero dell'Ambiente, l’iter avviato per i due nuovi forni a griglia presenta molti buchi. «In tema di gestione di rifiuti, il diritto comunitario pone una sequenza ben precisa: la prima azione da mettere in campo è quella della riduzione della produzione di rifiuti – spiega Venosi – accompagnata dal riuso e dal riciclaggio. In seconda battuta c’è l'estrazione di materia prima dai rifiuti prodotti che non possono essere né riutilizzati né riciclati. Solo in terza battuta – sottolinea – qualora i rifiuti non possano in alcun modo venire recuperati, la normativa europea prevede il recupero energetico mediante trattamento». «Nel caso di Ca’ del Bue – critica il tecnico – la politica locale veronese ha saltato a piè pari i primi due passaggi. E lo si vede pure dal mancato rispetto del limite cogente di raccolta differenziata, che al 31 dicembre 2010 prescrive il raggiungimento della quota del 55% , mentre la provincia di Verona è ancora sotto di 10 punti». E’ molto recente (ottobre 2012), la riduzione a 150.000 tonnellate l’anno, imposta dall’assessorato regionale all’ambiente, della quantità di rifiuti da portare a Ca’del Bue, passando da 600 a 400 tonnellate al giorno. Nasce il sospetto che il termovalorizzatore sia stato sovradimensionato e che si sia bloccata l’espansione della raccolta porta a porta proprio per non creare problemi all’inceneritore. 56 La pianificazione del Centro Storico Intorno agli anni ‘60 si iniziò a superare la concezione del bene culturale da tutelare, visto come ‘monumento isolato’, per giungere all’idea di contesto storico urbano. In quegli anni si consolidò la consapevolezza della necessità di recuperare i centri storici e di porre fine allo ‘spreco edilizio’ che, con una continua espansione urbana, cementificava le zone rurali e sottoutilizzava il patrimonio edilizio esistente. Purtroppo questi concetti sono stati espressi e teorizzati, ma quasi mai applicati dalle nostre pubbliche amministrazioni. Verso la fine degli anni ‘70, la legislazione urbanistica, con la Legge n. 457 del 1978 “Norme per l’edilizia residenziale”, le leggi regionali n. 40 del 1980 “Norme per l’assetto e l’uso del territorio,” e la n. 80 del 1980 “Norme per la conservazione ed il ripristino dei Centri Storici del Veneto”, permise alle Pubbliche Amministrazioni di definire i contenuti tecnici e culturali per intervenire nel recupero e nella tutela dei centri storici. Nel 1984 la pubblica amministrazione di Verona, incaricò il professor Leonardo Benevolo e l’archittetto Maurizio Veronelli di redigere la variante al centro storico di Verona, la n. 33. (vedi pag.11) Quello che da anni si prevedeva e si paventava, purtroppo si sta avverando. La fobia di ‘conquistare’ sempre più aree verdi per la cementificazione ha causato l’abbandono e l’incuria del nostro vecchio patrimonio edilizio, anche di quello monumentale, che non appartiene solo a noi, ma a tutta l’umanità. Tutto questo è la conseguenza di un meccanismo perverso che dal dopoguerra regola la stesura dei piani regolatori e delle normative che si riferiscono al territorio. Tranne qualche amministrazione illuminata, nella maggior parte dei casi le scelte di come pianificare la città sono state e sono il prodotto di due fattori, quello politico amministrativo e quello economico, degli affari. L’uso del territorio ha da sempre ripagato i politici con i voti dei propri clientes e gli speculatori con grossi guadagni. A rimetterci sono stati e sono la collettività, la cultura, la memoria storica, l’ambiente e la città. Per chi ci amministra e per chi detiene il potere economico, il centro storico interessa solo per l’indotto che produce. Perciò è conosciuta solo la zona compresa tra i portoni della Bra e Piazza Dante. Quella della movida notturna, dei finti scenari medievali creati negli anni ’30 e dell’eterna storia d’amore tra Romeo e Giulietta. L’autentica Verona storica, quella romana, medievale, veneziana e asburgica, quella visibile attraverso i frammenti archeologici o le strutture architettoniche ancora efficienti, per chi ci amministra rappresenta solo un vincolo allo ‘sviluppo’. I brani archeologici sono considerati solo pietre inutili. Io invece sono convinto che una città, in cui fosse possibile leggere le stratificazioni fisiche della sua storia, aumenterebbe il proprio valore culturale, storico e, perché no, di indotto economico prodotto da un certo turismo. Forse mi illudo, ma spero sempre che qualche amministratore illuminato ricollochi l’Arco dei Gavi sull’antica via Postumia, portata alla luce almeno per una cinquantina di metri e che valorizzi i resti medievali ritrovati sotto piazza Viviani collegandoli poi ai ruderi in evidenza in via Dante. Di esempi così potrei citarne a decine. Ho però il triste sospetto che il patrimonio storico monumentale della nostra città sia stato considerato anche dalle passate amministrazioni come un intralcio alla libertà di costruire. Non si spiegherebbe altrimenti l’aver causato, con una pianificazione sbagliata, l’abbandono degli abitanti dal centro storico, l’ampliamento a macchia d’olio della periferia, i quasi 10.000 appartamenti sfitti, l’incuria in cui sono stati lasciati monumenti come Villa Pullè, Castel San Pietro, l’Arsenale e tanti altri. Se si fosse programmato l’uso del territorio sulla base delle reali esigenze dei cittadini, probabilmente ora non ci troveremmo con gran parte degli edifici storici in condizioni di vergognosa fatiscenza. Un’altra grossa opportunità che le pubblica amministrazioni si sono lasciate sfuggire è stata la pianificazione e la scelta d’uso degli edifici monumentali e storici. Prima di qualsiasi valutazione per realizzare nuovi edifici e lottizzazioni, sarebbe stato utile capire quali risposte si potevano ricavare dai nostri cosiddetti contenitori monumentali. I Palazzi Pompei, Gobetti e Forti, 57 Castelvecchio, l’Arsenale, le caserme Passalacqua e Santa Marta, la Gran Guardia e i Palazzi Scaligeri erano tutti di proprietà pubblica. Ho scritto “erano”, perché il nostro sindaco ne ha già venduti parecchi alla Fondazione Cariverona amministrata dal suo amico Biasi, per fare liquidità. La loro ampiezza, le caratteristiche architettoniche e la localizzazione avrebbero rappresentato delle preziosissime opportunità per dotare Verona di quegli spazi per la cultura, le esposizioni, i congressi ed i musei, necessari per farle fare il salto di qualità che da anni si auspica. Ritengo sarebbe saggio: 1) predisporre un piano per la tutela e la rivitalizzazione del nostro centro storico, con facilitazioni economiche e risparmi fiscali per i proprietari che intendessero restaurare i propri edifici storici; 2) indire una sorta di moratoria per le nuove costruzioni sino a quando tutte le migliaia di case sfitte nel comune di Verona saranno sistemate e utilizzate; 3) anziché destinare ampi lotti di aree esterne per l’edilizia convenzionata (167), siano indirizzate per quello scopo le caserme militari dismesse nel centro storico (erano cinque). Si riporterebbero coppie giovani con i relativi figli nel cuore della città. Il recente incendio dell’edificio di via Cantore e i crolli di altre parti della città storica hanno evidenziato la contraddizione tra le enormi cubature che stanno per essere costruite a Verona sud e il centro storico semi-disabitato, con interi stabili vuoti, pericolanti e pericolosi per la sicurezza pubblica. Inoltre, con l’enorme quantità di nuovi mq previsti nelle zone della cintura esterna, si rischia che l’offerta di case superi di molto la domanda, con la conseguenza che interi edifici appena costruiti rimarranno disabitati e che il centro storico passi così dall’agonia alla morte. In Borgo Venezia e Borgo Roma ci sono da anni intere palazzine sfitte. Mi sto seriamente chiedendo chi ha interesse a costruirne ancora. 58 La cava Speziala Sull’ex cava Speziala, sita a San Massimo, insistono gli interessi dei proprietari, che vorrebbero trasformarla in una discarica. Per loro sfortuna, la cava, in questi ultimi trent’anni, da quando è stata dismessa l’attività estrattiva, si è naturalizzata e il bosco si è riconquistato il proprio habitat. E’ stata stimata la presenza di circa 32.000 piante, molte di queste ad alto fusto, ( il calcolo è stato fatto suddividendo la superficie in aree omogenee, avvalendosi di foto aeree e di rilievi invernali dall’alto dei bordi della cava). L’ex cava si è trasformata in un bosco di 160.000 mq. Per i proprietari, l’ostacolo da superare è il bosco. Senza quel meraviglioso ambiente naturale, avrebbero già potuto riconvertire l’ex cava in una discarica. Ultimamente i proprietari hanno effettuato una serie di carotaggi, che potrebbero essere stati ingiunti dagli uffici comunali preposti ai controlli sul terreno e sul tipo di rifiuti presenti nel sottosuolo, dato che per anni la cava è stata utilizzata come una discarica abusiva. Ma, con la scusa di effettuare i carotaggi, sono state tagliate centinaia di alberi ad alto fusto nell’area boscata, così come definita nel PAT, all’interno del perimetro di cava. La storia sull’utilizzo delle cave ci insegna che da una cava si può realizzare una molto redditizia discarica. Ma l’ex cava Speziala non è più una cava, ma un biotopo molto interessante e prezioso, all’interno di un quartiere abitato. Il bosco che si è creato naturalmente e il conseguente patrimonio di fauna e avifauna che lo popola, rendono la Speziala un luogo da tutelare e da preservare. Il primo maggio del 2012, il sindaco uscente e poi rieletto, Tosi, dichiarava su un quotidiano locale che “ a prescindere dal vincolo, escludiamo nel modo più assoluto che possa essere rilasciato ai proprietari un qualsiasi tipo di permesso per un riuso industriale, compresa l´attività di discarica. L ´unico futuro possibile per l´ex cava Speziala è la destinazione per attività a fine sociale o a parco pubblico”. Ma se questa è la sua reale volontà, perché non è intervenuto bloccando gli interventi di sbancamento e di taglio degli alberi, precedenti al carotaggio, considerato che in quella data lo scempio era già in atto? Sarebbe stato sufficiente appellarsi sia alle norme del P.A.T. ma anche alla Legge Forestale Regionale n. 52/1978, che conferma in maniera inoppugnabile il vincolo insistente sull’area. L’art. 1, infatti, definisce “… bosco tutti quei terreni che sono coperti da vegetazione forestale arborea associata o meno a quella arbustiva, di origine naturale o artificiale, in qualsiasi stadio di sviluppo…” e prosegue all’art. 14 comma 8 bis specificando che “I boschi, come definiti al presente articolo, devono avere estensione non inferiore a 2.000 metri quadrati e larghezza media non inferiore a 20 metri”. Appare quindi ampiamente motivato un immediato intervento di sospensione di qualsiasi attività, supportato sia dall’art. 15 della già citata legge forestale che “… vieta qualsiasi riduzione della superficie forestale, salvo espressa autorizzazione della Giunta regionale…” sia in applicazione dell’art 142 del D. Lgs n. 42/2004 (Codice di Beni Culturali e del Paesaggio) che sottopone i territori coperti da foreste e da boschi alle disposizioni dello stesso Codice per il loro interesse paesaggistico . In realtà, l´Area s.r.l. di Bergamo, l’impresa proprietaria dell’ ex cava, ipotizzando la contaminazione del terreno della Speziala e delle sottostanti falde acquifere, aveva ottenuto dalla Guardia Forestale il permesso di abbattere gli alberi per eseguire carotaggi e prelievi. Ma, secondo il buon senso, non avrebbe nessun diritto di assumere contemporaneamente il doppio ruolo di controllato e controllore e le eventuali analisi dovrebbero essere compiute da un ente pubblico come l’Arpav. E’ realistico pensare che i proprietari dell’ex cava, disboscandola, riescano a fare decadere il vincolo di legge sulle aree boscate e realizzare la, per loro, tanto ambita discarica. 59 Gli alberi dell’Arco dei Gavi Da qualche giorno i nostri amministratori si stanno sforzando di trovare giustificazioni accettabili per motivare l’abbattimento dei grandi alberi che da sempre accompagnano l’arco dei Gavi, e le centinaia di migliaia di euro che necessitano per realizzare un costoso e inopportuno progetto di ‘protezione’ del monumento e di ‘riqualificazione’ della piazzetta. Questo ‘capriccioso’ progetto rischia di essere l’occasione per privare la nostra città di parte del suo patrimonio arboreo che, oltre ad avere un ruolo estetico per il paesaggio, è determinante per la salute dell’ambiente. Si sono lette affermazioni che ci stupisce possano essere state fatte da persone che ricoprono le massime cariche della nostra amministrazione, relative al valore degli alberi e alla possibilità di spostarli, come se fossero scenari areniani e non grandi e ben radicati organismo viventi. Forse a costoro piacerebbe di più una città con alberi finti forniti di ruote e di foglie che non cadono e non sporcano. Ma il vero nocciolo della questione è se l’Arco dei Gavi sia in una posizione accettabile. Se si ritiene che non lo sia, la soluzione è di spostare l’arco (quello sì, non gli alberi) nella sua posizione originale, più consona al suo valore e al suo primitivo significato urbano. Tanto più che l’Arco potrebbe essere inserito, a pochi metri di distanza, nella originaria Via Postumia. Quale occasione migliore per valorizzare veramente il monumento, mettere in luce un frammento di strada romana, creare una nuova attrazione turistica e ridurre al minimo i problemi di controllo? Tutti sappiamo che le opere di architettura devono essere lette nel loro contesto. Cosa sarebbero Porta Palio, Porta Nuova, Porta Vescovo o altri monumenti cittadini se non avessero intorno, per quanto adattato ai nostri tempi, un chiaro riferimento spaziale? Nel frattempo, se la situazione della mobilità e i finanziamenti per riportare il monumento sulla via Postumia (Corso Cavour) non ci fossero, per “difendere” il monumento dai writers, sarebbe sufficiente, con costi sicuramente inferiori e senza alcun bisogno di tagliare grandi e preziosi alberi, controllare l’antico arco con delle semplici telecamere e delle poco invasive catene, come si fa in gran parte del mondo civile. A tale riguardo, a nome e per conto del Consiglio provinciale di Italia Nostra, che presiedo, mi permetto di sollecitare l’autorevole parere della soprintendente, dottoressa Gianna Gaudini, perché intervenga con una decisa e chiara presa di posizione a favore della città e dei suoi alberi. 60 Villa Pulè E’ un complesso architettonico con un ampio parco in località Chievo a pochi metri dall’Adige. Le sue origini, si può dedurre, siano della fine del Seicento. Intorno alla fine del Settecento, l’architetto Ignazio Pellegrini ampliò la Villa e le diede la fisionomia che ha mantenuto sino ad oggi. Lo stile è chiaramente neoclassico. Gli affreschi dei soffitti della Villa: “L’apoteosi” di Angelo Da Campo, “Il Trionfo di Venere” di Domenico Cignaroli, alcune scene decorative di Marco Marcola e la decorazione delle pareti con magnifiche prospettive ornamentali furono commissionati dal conte Marco Marioni. In quel periodo fu impreziosito anche il parco. Nel teatro della Villa erano spesso organizzate iniziative artistiche, culturali e rappresentazioni teatrali. Assistettero agli spettacoli sovrani e imperatori. Ben presto, gli eventi della Villa diventarono un richiamo politico ed artistico. Tutto questo circa trecento anni fa. Ora, l’intero complesso sta crollando. L’I.N.P.S. è il proprietario di quella che dovrebbe essere una delle più importanti eccellenze monumentali di Verona ed è anche il responsabile del suo vergognoso degrado. La stessa Soprintendenza non è mai riuscita a fare rispettare all’ente proprietario del bene culturale, l’obbligo, sancito dalla legge, di garantirne la conservazione. L’ Amministrazione Comunale, che assieme a quella Provinciale, è proprietaria del parco, si è limitate a mettere a disposizione 300.000 euro per la sua riqualificazione. In realtà, entrambe si sono sempre nascoste dietro l’impossibilità di intervenire sulle strutture monumentali della Villa, perché la proprietà era dell’I.N.P.S. Da tempo, le associazioni ambientaliste, assieme all’associazione Amici di Villa Pullè, insistono perché la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici, l’ Igei (società che gestisce il patrimonio dell’Inps), il Comune e la Provincia di Verona, diventino parte attiva per trovare i fondi economici necessari a riqualificare l’intero contesto della villa e del suo parco. Purtroppo alcune parti della struttura architettonica, che è costruita in tufo, sono irreparabilmente rovinate, così come la preziosa decorazione interna che sta letteralmente cadendo a pezzi. Gli affreschi settecenteschi all’interno della Villa sono sottoposti ai danni causati dalle infiltrazioni d’acqua e dalle muffe. “Un affresco del Cignaroli è rovinosamente crollato e irrimediabilmente perduto,” afferma l’associazione Amici di Villa Pullè, “i soffitti a stucco dei due saloni ai lati del salone principale sono crollati e la tela che era sul vano scala è scomparsa senza lasciare traccia.” 61 L’Arsenale Verona, dopo il 1848, diventa il centro principale del famoso Quadrilatero per il controllo militare del Veneto. Si trattava di una serie di fortezze che riunivano le quattro città di Peschiera, Mantova, Legnago e appunto Verona. Verona ha il compito di rifornire l’intero complesso difensivo di munizioni, equipaggiamenti e vettovaglie. Questo è il motivo per cui, nell'ansa nord dell'Adige, di fronte a Castelvecchio e alla città antica, è stato costruito l'Arsenale. Dopo quello di Vienna, era il più grande arsenale dell’epoca, occupando una superficie di ben 140.000 mq. E’ un complesso formato da 9 edifici. Il principale ospitava la sede del Comando, proprio davanti a Castelvecchio. Sul retro, nel lato destro e sinistro, erano ubicati gli edifici destinati a magazzini. Nella corte centrale c’erano le officine e i laboratori degli artigiani. Lo stile architettonico è un miscuglio tra neogotico e neo romantico. L'uso alternato di corsi di tufo e cotto vuole rappresentare un omaggio all’architettura veronese del XII secolo. L’Arsenale, ceduto dal Demanio militare al Comune di Verona, si trova ora in uno stato di drammatica fatiscenza. Sull’uso da destinare a questo complesso di architettura militare austriaca, si sta dibattendo da anni, ed ora la Pubblica Amministrazione, considerata la scarsità di risorse economiche, ha deciso di ricorrere a un intervento pubblico-privato, soluzione che consentirà agli operatori privati di intervenire su un patrimonio che avrebbe dovuto essere mantenuto ad esclusivo uso pubblico. Nel nuovo Arsenale saranno ubicati: un asilo, alcuni uffici della Seconda circoscrizione e soprattutto bar, ristoranti, servizi e negozi di privati. Si rinuncia così all’idea di realizzare un percorso museale-espositivo che, partendo dal palazzo della Gran Guardia, continuando con il museo Maffeiano e con quello di Castelvecchio (liberando gli spazi ora occupati dal Circolo Ufficiali per poter esporre le opere depositate negli scantinati), terminerebbe con il museo di scienze naturali all’Arsenale. In tal modo viene abbandonata l’opportunità di dotare Verona di ottimo ed omogeneo impianto museale. 62 Il Lazzaretto Lettera delle associazioni ambientaliste alla Soprintendenza. Le associazioni ambientaliste Italia Nostra, Legambiente, W.W.F., chiedono alla Soprintendenza ai Beni Architettonici ed Ambientali di Verona di intervenire per bloccare il progetto relativo alla zona del Lazzaretto. Nel progetto la perimetrazione dell’intervento ingloba tutto il Lazzaretto. Dal parcheggio si accede lungo l’attuale via Lazzaretto alla prima area di impianti sportivi, quindi direttamente al recinto monumentale e da lì ad una seconda area che si estende fino all’Adige. Prima considerazione: non riteniamo corretto privatizzare un monumento come il Lazzaretto. Non intendiamo entrare nel merito del progetto, anche se sarebbero da commentare le ripetute sinuosità dei percorsi e delle forme inserite nella linearità del paesaggio agrario e del monumento, ma contestare l’opportunità di intervenire in un’area così fragile e delicata.. Sull’ idea di trasformazione dell’area, Paolo Rumiz dice che finché resta il toponimo, il luogo rimane nella memoria collettiva. Via Lazzaretto nel Catasto austriaco è denominata Dosso San Pancrazio e non a caso: il toponimo identifica la forma del luogo che ha le quote più alte lungo la strada per scendere verso i tre orizzonti definiti dall’ansa del fiume. La Corte Dogana con l’abitato storico contiguo è il perno del dosso. Ma il toponimo è scomparso e via Lazzaretto, pur ricordando il monumento, ha eliminato la forma del luogo dalla toponomastica. Inoltre quest’ansa ha forti caratterizzazioni sia per il territorio agricolo sia per presenze architettoniche legate tra loro proprio da questo dosso/filo: il Forte Santa Caterina, la Corte Dogana con il Borgo San Pancrazio, il Lazzaretto con un proseguo, per ora solo visivo (ma che dovrebbe diventare, questo sì è fondamentale, concreto con un attraversamento dell’Adige, vuoi passerella, vuoi traghetto) verso Villa Buri. La Corte Santa Caterina e la Centrale di Colombarolo (la prima centrale idroelettrica di Verona), danno spessore al “filo” verso sud-est, dove la città/campagna non ha caratteri connotativi precisi. Nel Piano ambientale del Parco dell’Adige redatto per conto dell’Assessorato all’Ecologia del Comune di Verona e consegnato nel 1992, si dice che la riqualificazione del Lazzaretto (come luogo/monumento) ha come presupposto la valorizzazione delle aree demaniali a bosco fluviale e del paesaggio agricolo circostante, in quanto la passeggiata in relax lungo il fiume e i giochi liberi all’aperto nell’area prativa attigua al Lazzaretto ben si inseriscono nella complessa rete di attività del tempo libero che si dovrebbero insediare in tutto il Parco sud, tra cui (vicino al Lazzaretto, appena superato il ponte del Porto) il Centro sportivo attrezzato esistente (di proprietà comunale) di cui si ipotizza l’ampliamento (per superficie e per funzioni) di Villa Poggi. Tutto ciò è stato ribadito nell’aggiornamento del Piano ambientale del 2007. Seconda considerazione: contestiamo la proposta progettuale di un centro sportivo/ricreativo/commerciale nell’area comprendente lo stesso Lazzaretto per i seguenti motivi: 1. L’area è particolarmente “fragile” dal punto di vista naturalistico, paesaggistico e storicoarchitettonico. In questo luogo natura, paesaggio e architettura hanno costruito un sistema talmente integrato da essere uno e unico e quindi modificabile solo se si comprendono e si utilizzano le stesse modalità con cui questo sistema si è saldato. Quindi la storia non è solo del monumento, ma del luogo, dell’evoluzione del fiume stesso, delle stratificazioni dei paleoalvei, di come e perché il Lazzaretto trovò allora questa collocazione. Sono questioni basilari per intervenire attorno ad un luogo/monumento con una struttura (quella proposta nell’ipotesi progettuale) così diversa e diversificata nelle funzioni. 63 In sinistra Adige si affaccia la Villa Buri, il suo parco/giardino e il parco comunale che, senza soluzione di continuità, si sono caratterizzati come spazi pubblici o in ogni caso aperti liberamente al pubblico. L’area Poggi è il centro sportivo attrezzato di proprietà comunale. Sono stati eseguiti in vari momenti interventi di ampliamento più o meno qualificanti, ma ad ogni buon conto è già un centro vitale per il Parco Sud. Forse varrebbe la pena rafforzare questo nucleo esistente in vicinanza alla città, con spazi predisposti per altri tipi di sport e di funzioni del tempo libero, operando in sintonia tra pubblico e privato. Riteniamo che rappresenti una contraddizione rinchiudere il Lazzaretto (che è proprietà pubblica, così come l’ampia golena che in riva destra segue il fiume dal ponte del Porto fino alla conclusione dell’ansa) e l’area contigua necessariamente in uno spazio privato, tenendo presente che le attività proposte necessiteranno di una tessera o di un biglietto d’ingresso e quindi di una recinzione e quant’altro che controlli gli spazi interni. 2. Si ipotizza anche la “sistemazione degli argini”. Significa adeguarli in altezza? In questo modo si modificherebbe uno sky-line prezioso per tutta l’area. Vogliamo rammentare che l’Adige è una zona SIC. Dal Quadro Descrittivo allegato all’Aggiornamento del Piano ambientale del 2007, risulta che anche in questo tratto ripario sono stati segnalati habitat prioritari ai sensi della Direttiva CEE Rete Natura 2000. Come verranno tutelati? Le più recenti tecniche di ingegneria idraulica hanno codificato per i corsi d’acqua che contro il rischio di esondazione (l’area è interessata a tale problema), invece di innalzare gli argini, è molto più efficace allestire in aree non urbane idonee casse di espansione. Alzando gli argini si opererebbe in controtendenza. 3. Per ultimo, ma non per importanza, il tema della viabilità. Un centro così diventa redditizio se attrae giornalmente dalle 200 alle 500 persone minimo. Possiamo ben immaginare che cosa potrà succedere se non verrà allargata la strada, oltre che allestiti adeguati parcheggi. Si potrebbe sostenere che ci si arrivi solo in bicicletta. Ma non è possibile arrivare in bicicletta per chi utilizza il prato di avviamento per il golf, il beach volley su erba artificiale, il tennis, la piscina, compresa quella coperta e riscaldata, la palestra e quant’altro. Sono tutte attività sportive che necessitano di attrezzature difficilmente trasportabili con la bicicletta e quindi l’auto sarà senz’altro il principale mezzo di arrivo. Ma allora che relax ci sarà nel “Parco Lazzaretto”, se la passeggiata avverrà in un luogo di traffico automobilistico? Il valore della “biodiversità” e dell’ “identità dei luoghi”, con questo progetto sarebbe eliminato, perché porterebbe all’omologazione dei luoghi e delle funzioni ovunque. Tra un bosco fluviale ed un giardino esiste una sostanziale differenza. Perseguendo questo modo di operare corriamo il rischio di togliere alle generazioni future la possibilità di riconoscersi nella storia dei luoghi. 64 Il Parco dell’Adige Purtroppo, il progetto approvato è solo una parte del vero parco dell’Adige redatto nel 1993 dall’equipe del prof. Ruffo, che comprendeva sia la parte nord che quella sud e che interessava sia le aree pubbliche che private. Nel 1993 il progetto del professor Ruffo dell’architetto Anna Braioni e della dottoressa Beatrice Sambugar fu inserito nel Progetto Preliminare di Piano. Da allora non si è fatto più nulla. E’ tramontata l’ipotesi di collegare tra loro partendo dal percorso lungo le mura, le aree che, a sud e a nord della città, avrebbero dovuto costituire il Parco dell'Adige. La parte nord del parco sarà devastata dal progetto di un doppio viadotto che, uscendo dal traforo delle Torricelle, proseguirebbe proprio sull'ansa a sud di Parona, dichiarata un sito di interesse comunitario. La nostra speranza di restituire ai veronese il rapporto con il proprio fiume, tutelando e valorizzando l’ambiente con interventi atti a salvaguardare il fiume, la qualità delle acque, dei suoi ecosistemi e la valorizzazione del paesaggio, è stata definitivamente perduta appena conosciute le nuove proposte di parco e l’ipotesi della realizzazione della tangenziale nord. L’attuale progetto preliminare approvato riguarda 450.000 mq di territorio e quindi, rispetto agli originali 800.000 mq del progetto Ruffo, è stato ridotto di quasi la metà. Non comprendiamo la dichiarata futura necessità di acquistare i terreni di proprietà privata con un oneroso costo economico per la Pubblica Amministrazione, quando sarebbe sufficiente utilizzare delle ben precise destinazioni d’uso urbanistiche. Nel progetto approvato sono troppo vaghi i riferimenti alla gestione del parco. Questo è un aspetto strategico fondamentale per la riuscita di un’area verde (la manutenzione deve iniziare prima ancora che il Parco sia ultimato!). Il pericolo è di realizzare un’opera che rischia di essere trascurata fin dal nascere. Va tenuto presente che il Comune ha già parecchie aree a verde pubblico di pregio a cui non riesce a far fronte con la manutenzione ordinaria (esempio: la maggior parte delle mura e l’area di Castel San Pietro). La dislocazione dei parcheggi all’interno del Parco (specie quello dietro corte Molon), presuppone che l’accesso automobilistico avvenga per gran parte da Via Cà di Cozzi, trascurando che l’attraversamento di questa arteria di grande traffico è estremamente pericoloso; inoltre le auto transiteranno nel cuore del parco, con problemi di interferenza con la viabilità pedonale e ciclabile e con aumento dell’ inquinamento. Non c’è alcun accenno alla possibilità di raggiungere il Parco con i mezzi pubblici, prevedendo idonee fermate per autobus. Uno degli aspetti emergenti dell’area del Saval, che ha determinato la scelta di questo luogo come Parco Urbano, è senz’altro la vocazione agricola di tipo familiare, che ha conservato nel tempo una immagine di campagna fluviale che sta scomparendo (broli, orti, piccoli vigneti e frutteti, siepi agrarie, canalette irrigue, capezzagne erbose…). Ritengo che una parte delle aree dovrebbe essere lasciata alla sua vocazione naturale di area agricola per cooperative di agricoltura biologica, orti per anziani… Sarebbe prioritario, anche per questioni di costi di gestione, rendere fruibili ad usi flessibili queste aree, riducendo al minimo le strutture fisse irreversibili e investendo le risorse nella gestione. 65 Il Parco delle Mura Storia delle mura. “Nel 1320-25 Cangrande della Scala fa costruire una nuova, grande cinta (una muraglia merlata con torri e fossato) a difesa dei borghi più esterni e della collina. Dopo la sconfitta contro gli eserciti della Lega di Cambrai e la lunga guerra per recuperare i suoi domini di terraferma, Venezia, nel 1517-70, rinnova le difese di Verona con terrapieni, rondelle (torrioni circolari) e bastioni. Capitano generale è Francesco Maria della Rovere; il principale architetto è Michele Sanmicheli, che realizza i bastioni di San Francesco, Santa Toscana, Riformati, San Bernardino, San Zeno e Spagna, e le magnifiche porte. Dopo le guerre napoleoniche e l'occupazione francese della città, che causarono la distruzione dei bastioni di destra Adige, di Castel San Pietro e Castel San Felice, Radetzky ordina che le mura di Verona siano ricostruite e adattate ai nuovi principi della difesa attiva. I lavori, iniziati nel 1833 secondo i piani del grande architetto tedesco Franz von Scholl, durano fino al 1845. Il Novecento, dal 1912, apertura delle brecce stradali a Porta Nuova, ai lavori per i sottopassi del '90, è un secolo di manomissioni. Per completezza andrebbero ricordati gli interventi di Alberto della Scala (1287-89) e di Galeazzo Visconti (1387-1404) di cui restano poche tracce”. (da sito Legambiente) Verona ha la fortuna di possedere un’importante cinta muraria, anzi una serie di cinte, che dal periodo romano arrivano sino a quello austriaco, passando per l’epoca degli Scaligeri e quella della Serenissima. Un patrimonio monumentale che ha permesso alla nostra città di essere gratificata dall’Unesco quale città Patrimonio mondiale dell’Umanità, proprio per l'importanza delle fortificazioni, che fanno di Verona un museo a cielo aperto dell'architettura militare. La quarta cinta muraria, i cosiddetti bastioni, realizzati da von Scholl nel 1845, potrebbero diventare un magnifico parco urbano a servizio dei cittadini. Da anni si sta lavorando a questo progetto; sono anche stati stanziati fondi economici e realizzate alcune opere di manutenzione delle strutture murarie, ma ancora molto è da compiere. Sarebbe necessario restaurare le mura della città dai guasti creati dal tempo e dagli eserciti nemici; organizzare il percorso verde che accompagna la cinta muraria tutto intorno al tessuto urbano storico; garantire una continua manutenzione delle zone verdi e delle antiche strutture difensive. Verona è caratterizzata dalle colline, dal fiume Adige, e dalla cinta muraria che li racchiude e li collega. La cinta delle mura magistrali, le porte ed il vallo sono state di proprietà dello stato, che le ha trascurate, lasciandole cadere in un colpevole degrado. In virtù di una convenzione col Demanio militare, la gestione di buona parte delle mura cittadine è passata al Comune che, lentamente, sta iniziando a compiere qualche opera di recupero di parti delle mura dapprima non fruibili. Il Comune, sotto la spinta della locale sezione di Legambiente, è intervenuto stanziando dei finanziamenti e permettendo così il restauro delle parti più malandate e l’inizio del processo che dovrebbe portare alla realizzazione di un vero parco urbano. Soprattutto, almeno si spera, non ci sarà più il rischio di rifare i clamorosi errori del passato, che hanno permesso la vendita del bastione cinquecentesco della Bacola e la realizzazione di parcheggi, di strutture sportive e di edifici privati e pubblici nei valli e sui bastioni. Legambiente si occupa del parco delle mura da diversi anni, non limitandosi al ruolo di denuncia e proposta, ma impegnandosi direttamente nell’azione concreta. “Credevamo di essere un’avanguardia e di essere poi seguiti da altri, dotati di mezzi adeguati; se occorre andremo avanti anche da soli, ma è evidente che una vita sola non ci basterebbe”. 66 Il Parco delle Colline Verona ha due caratteristiche morfologiche che ne hanno determinato prima la genesi e poi lo sviluppo: le colline e l’Adige. La collina di Verona, come già esposto nelle pagine precedenti, è stata più volte oggetto di progetti speculativi. Solo il vincolo a verde pubblico della Variante al P.R.G. l’ha potuta preservare da una cementificazione selvaggia. Sino ai primi anni ’70, la collina era per buona parte coltivata e gli operatori agricoli della zona hanno permesso la salvaguardia del paesaggio e la tutela dell’equilibrio ambientale e idrogeologico. Il lento abbandono di una pratica agricola difficile e poco redditizia, ha causato il degrado territoriale e favorito gli attacchi della speculazione edilizia. La deprecata legge regionale n. 24, che consentiva l’ampliamento o la costruzione ex novo degli annessi rustici in zone a destinazione agricola, ha poi permesso a tanti finti contadini di costruirsi in collina finti annessi rustici che, qualche anno più tardi, si trasformavano in ville. Il mancato controllo da parte dell’ente pubblico e, in molti casi, la connivenza, hanno causato la proliferazione di edifici nelle zone più fragili e panoramiche del territorio collinare. Così, nonostante la posizione strategica dell’arco collinare che abbraccia il centro storico di Verona, rappresentandone il polmone verde e la sua prosecuzione sino ai monti Lessini, nel corso degli anni la zona ha subito un’intensa cementificazione ed è stata fatta oggetto di sfruttamento intensivo delle risorse. Per bloccare questo processo negativo e per permettere un uso più adatto alle caratteristiche di quel suolo, da anni le associazioni ambientaliste propongono alle diverse Giunte comunali, purtroppo senza successo, l’approvazione del Parco della Collina nei comuni di Negrar, Grezzana e Verona. In Regione e in Provincia, da anni si dibatte su come tutelare dalle continue spinte edificatorie la fascia collinare dei tre comuni sopracitati, che rappresenta un collegamento naturale della zona urbanizzata con il Parco della Lessinia. In particolare sia l’area collinare delle Torricelle che quella pianeggiante a ridosso, rappresentano un complesso omogeneo che andrebbe analizzato e pianificato tenendo conto dell’insieme organico del territorio, con le zone più antropizzate collegate a quelle caratterizzate da insediamenti sparsi, sino a quelle naturalisticamente più intatte e pregiate. 67 Il nuovo mostro Motorcity Campagna di Vigasio e Trevenzuolo. IL CAVALLO DI TROIA = L’AUTODROMO Nella campagna tra Vigasio e Trevenzuolo, in un’area di oltre quattro milioni e mezzo di metri quadrati, in cui potrebbero stare città come Reggio Emilia e Ferrara, sta per essere realizzato il mostro Motorcity, autorizzato da una delibera della Regione Veneto il 29 dicembre 2009. L’intera zona è caratterizzata dalla presenza di risorgive che rende l’ambiente fragile e prezioso. Da tenere presente che l’economia si è sempre basata sulla produzione agricola, in particolare del riso. La realizzazione di Motorcity cambierà completamente l’economia della zona, penalizzando gli operatori agricoli, i piccoli commercianti e premiando gli speculatori edilizi. L’apertura del più grande centro commerciale d’ Europa, di un parco dei divertimenti più ampio di Gardaland, di 500.000 mq di capannoni produttivi, di 230.000 mq di residenza, di due hotel ed infine di una pista automobilistica, non sono certamente in sintonia con la storia sociale ed economica della zona. Si è utilizzata l’idea dell’autodromo quale testa di ponte per un’enorme e sconsiderata operazione speculativa. In questo modo è stato possibile aggirare i vincoli urbanistici ed edificatori per la costruzione di nuovi centri commerciali. L’impatto ambientale sull’area sarà devastante: 68 a) inquinamento atmosferico causato dall’enorme aumento del traffico (circa 75.000 auto al giorno); b) distruzione dell’equilibrio idrogeologico dell’area; c) cementificazione ed impermeabilizzazione del territorio. Simulazione dell’intervento 69 CARATTERISTICHE DEL TERRITORIO DEL COMUNE DI VIGASIO : Economia: Caratteristiche: Agricola. Produzione di riso. Area di fontanili e risorgive. Evoluzione demografica Abitanti censiti Situato nella fertile pianura detta Bassa Veronese, Vigasio vede derivare probabilmente il suo nome da “vicus atii”, ovvero città degli Attii. Il paese è attraversato dal Fiume Tartaro, nome che compare anche nelle storie del poeta latino Tacito,che parla di “paludes tartari fluminis”, nel cui letto furono raccolte, a cominciare dal 1000, le acque dei fontanili. Fu importante nella storia perché nodo di comunicazione, trovandosi sulla strada consolare romana che congiungeva Mantova a Verona. Numerose armi ed utensili celtici sono state trovate in varie zone, in particolare nei pressi della località Campagna Magra, dove sono venuti alla luce una spada e una serie di tombe, con ricchi corredi di vasi e spade. Nei primi secoli dopo Cristo, il terreno su cui ora sorge Vigasio era prevalentemente paludoso. Furono i Frati Benedettini ad iniziare una grandiosa opera di bonifica. Il gambero, presente nello stemma comunale, indica la vasta presenza del crostaceo nel luogo quando il terreno era ancora ricoperto dalle paludi. Accanto ad esso si può notare una rapa, simbolo che ricorda i primi prodotti frutto della coltivazione delle poche terre allora emergenti dalle acque. Le prime notizie certe su Vigasio risalgono però solo al 1014, quando l’imperatore Enrico II stabilì che il territorio doveva appartenere all’abbazia di San Zeno di Verona. Nel 1164 l’imperatore Federino Barbarossa, venuto in Italia per opporsi alle ribellioni di alcuni comuni, si scontrò con le truppe comunali della lega veronese, che lo sconfissero, sui prati di Vaccaldo, una corte sita lungo la strada che da Vigasio va verso Castel d’Azzano. Nel 1226 Vigasio si costituì ufficialmente come comune. 70 Esiste infatti uno statuto, risalente a quell’epoca, che è un significativo esempio di ordinamento giuridico di un comune rurale. A quei tempi era sviluppata non solo l’agricoltura, ma anche la pastorizia. A capo del comune c’era il Decano, affiancato dai consiglieri, con il Massaro, ovvero l’amministratore, e il Saltaro, che regolava lo sfruttamento di boschi e pascoli. Sotto la Repubblica Veneta, dal 1405 al 1797, Vigasio fu centro di importanti commerci, e fu anche sede di un prestigioso vicariato. Il municipio era ubicato in piazza ove ora esiste l’osteria del Leone, e in facciata riportava un affresco raffigurante il leone di San Marco, simbolo della Repubblica Veneziana. Nei piani superiori dell’edificio che ospitava il municipio si amministrava la giustizia, ed esiste ancora oggi la cella con il soffitto a volta nella quale erano rinchiusi i condannati. Nelle zone in precedenza occupate dalle paludi si insediarono successivamente le risaie. In paese esistevano otto pile per la lavorazione del riso, azionate dai corsi d’acqua che irrigavano i campi. I corsi d’acqua stessi erano di proprietà delle aziende che possedevano la terra e coltivavano il riso, tanto che ancora oggi alcuni proprietari di fondi agricoli vantano antichi diritti su corsi d’acqua per l’irrigazione dei propri campi. Seguirono grandi opere di disboscamento, che lasciarono spazio alle colture di gelsi, utili per l’allevamento dei bachi da seta. Tale attività fu di grande importanza per il paese fino alla seconda guerra mondiale, tanto che era sorta una filanda, fonte di guadagno e occupazione. Nel dopoguerra l’economia di Vigasio si è maggiormente differenziata, e il territorio ha visto sorgere vari insediamenti industriali di piccole e medie dimensioni. Attualmente fa parte dell'area di produzione del Riso Nano Vialone Veronese che viene coltivato su terreni della pianura veronese irrigati con acqua di risorgiva. Nel dopoguerra l’economia di Vigasio si è sviluppata, con la creazione di industrie di piccole e medie dimensioni. Simulazione dell’intervento nella campagna di Vigasio 71 DATI Autodromo: Parco divertimenti: Due hotel: Zona commerciale: Parco scientifico-tecnologico: Motor show room: Residence: 1.000.000 mq 360.000 “ 150.000 “ 470.000 “ 500.000 “ 420.000 “ 230.000 “ Verde a parco e parcheggi: Strade, marciapiedi, ciclabili: 1.100.000 “ 350.000 “ TOTALE: 4.580.000 “ SUPERFICIE OCCUPATA DA EDIFICI: SUPERFICIE SCOPERTA O LIBERA: 1.080.000 mq 3.500.000 “ VOLUME COMPLESSIVO: 7.000.000 mc 72 23% 77% PARCHEGGI PER 44.000 POSTI AUTO: 1.100.000 mq TRAFFICO GIORNALIERO PREVISTO: MIN. 34.182 CENTRO COMMERCIALE. SUPERFICIE COPERTA: ALTEZZA: VOLUME: POSTI AUTO: 300.000 mq 18 m 5.400.000 mc 18.000 TRAFFICO GIORNALIERO PREVISTO: MIN. 19.025 MAX. 40.436 Simulazione dell’intervento PROPOSTE Concludo con un sogno, come vorrei fosse la mia città, Verona. 73 MAX. 75.194 Mi rendo conto che alcune ipotesi che andrò ad esporre sono irrealizzabili, come per esempio il ripristino del vecchio ramo dell’Adige interrato, o l’apertura di passaggi sui muraglioni per fare in modo che la città possa ancora dialogare con il suo fiume. Altre ipotesi sarebbero invece possibili, solo se ci fossero la volontà politica e la sensibilità sociale per attuarle. La pianificazione territoriale ‘democratica’. Il metodo migliore per valutare se un determinato territorio sia stato pianificato bene o male sta nel verificare se tutti i cittadini, in egual misura, possono godere dei medesimi diritti e degli stessi doveri. Le valutazioni tecniche sul tipo di pianificazione di una città verranno dopo; i dati più importanti da analizzare sono la qualità urbana e il grado di democrazia urbanistica raggiunta. Una città si potrà riconoscere vivibile solo quando sarà in grado di ospitare dignitosamente i suoi componenti più deboli e fragili, fisicamente, psicologicamente, socialmente ed economicamente. La città ‘democratica’ non può escludere i bambini, che devono avere il diritto di passeggiare, correre e andare in bicicletta senza rischiare la vita. Così come deve essere accessibile agli anziati, ai portatori di handicap e ai “senza tetto”, che considerano l’intera città la loro casa. Potremmo parlare di città compatta, o multifunzionale, o concentrica, o radiale, etc., ma l’essenziale è capire come ci vivono le categorie più deboli. Ogni città è unica, ha caratteristiche esclusive e non si potrà mai considerare un prototipo per intervenire in altre città. Però, alcuni parametri si possono utilizzare per analizzare e confrontare le città, anche se ospitate in luoghi morfologicamente e storicamente diversi. Per esempio: i tempi di spostamento casa-lavoro e viceversa, o casa-scuola e viceversa; la percentuale di traffico privato e pubblico; la rete ciclabile; la percentuale di verde pubblico e di parchi urbani; il patrimonio edilizio non o sottoutilizzato; la percentuale di zone pedonali; il grado di inquinamento atmosferico e acustico; il rapporto con la campagna circostante; lo stato di conservazione del patrimonio storico monumentale; le strutture per i servizi culturali, sportivi e del tempo libero. La risposta a questi paramenti permette di capire la qualità e la vivibilità di una città; e per città non intendo solo il centro storico, ma l’intero contesto comunale. Purtroppo, poche delle nostre città, forse nessuna, risponderebbe in modo positivo ai parametri citati. Lo scopo principale e primario della pianificazione urbanistica cosiddetta “partecipata e democratica”, è quello di fornire delle risposte certe ai bisogni delle fasce deboli della popolazione come gli anziani, i bambini e i poveri. La pianificazione attuale appaga le richieste delle fasce più forti della società, quelle che detengono il potere economico e politico. Invece le scelte sull’uso del territorio non dovrebbero essere influenzate dagli interessi economici specifici. La tutela della salute dell’aria, dell’acqua, della terra e dell’equilibrio del sistema città, non ha un colore politico, non deve essere relegata ai fattori di interesse economico, ma rappresentare l’obiettivo da raggiungere per l’intera collettività. A tale riguardo vorrei rilevare alcuni punti: A. L’uso del suolo. Proposte: a1) Moratoria sulle nuove edificazioni residenziali, commerciali, direzionali e produttive. La nuova espansione edilizia, oltre che consumare prezioso terreno verde, sfrangia disordinatamente il tessuto urbano della città, con conseguenze negative sia per la mobilità che per i servizi. Risulta quindi necessario consolidare il limite urbano a ridosso delle aree edificate; a2) recupero di tutto il patrimonio edilizio esistente non o sotto utilizzato; a3) riqualificazione del paesaggio. Con la legge sulla perequazione urbanistica è possibile abbattere i brutti edifici e restaurare il paesaggio; 74 a4) la pianificazione urbanistica dovrà essere realmente partecipata dalla gente e fatta sulla base delle reali necessità e sulla vocazione del territorio, e non sugli interessi economici ed elettorali di chi detiene il potere; a5) ogni borgo e rione avrà la propria piazza e le proprie aree verdi pedonalizzate. Non saranno solo dei dormitori, ma porzioni di città dotate di tutti i servizi necessari. B. Il sistema della mobilità. Su questo aspetto intendo fare alcune proposte. E’ ormai appurato che il traffico è la prima causa dell’inquinamento atmosferico della nostra città. Per molti politici ed uomini d’affari risulta comodo e conveniente tentare di convincere la gente che esiste l’opera che risolve da sola i problemi della mobilità cittadina, la panacea a tutti i mali. In realtà per togliere il traffico da Verona occorrono tanti interventi coordinati e soprattutto è necessario modificare alcuni dei nostri modelli comportamentali. I migliori tecnici che hanno studiato la mobilità della nostra città hanno proposto un sistema che prevedeva un efficiente trasporto pubblico, la pedonalizzazione del centro storico ed un razionale piano parcheggi. Basandomi su queste ipotesi ritengo che: b1) il trasporto urbano si dovrebbe basare su un sistema di trasporto pubblico efficiente e comodo come la tramvia elettrica, che avrebbe il compito di collegare Verona est con Borgo Roma e Borgo Milano, toccando tutti gli attrattori di traffico come gli ospedali, la fiera, la stazione, i poli scolastici, lavorativi ed il centro storico. Una linea di tramvia elettrica su sede fissa, in grado di essere collegata con la rete ferroviaria della zona orientale del nostro territorio, con quella della Valpolicella e dell’area Baldo-Garda. In questo modo l’attuale traffico privato a motore potrebbe venire ridotto del 50%, come testimoniano analoghe esperienze all’estero; b2) il centro storico di Verona non deve essere più violentato dalle migliaia di automobili che lo attraversano o che sono alla ricerca di un parcheggio. La struttura romano - medievale della città non lo permette. L’intero centro storico all’interno delle mura magistrali dovrebbe essere vietato al traffico veicolare privato, tranne che per i residenti reali o i possessori di garage o posto auto; b3) all’estrema cintura periferica dovranno essere realizzati i parcheggi scambiatori per ricevere il traffico che proviene dalla provincia. Da questi parcheggi partiranno, al massimo ogni cinque minuti, i convogli del tram elettrico verso il centro, i poli ospedalieri, direzionali e/o commerciali della città, la fiera, lo stadio, la stazione ed in futuro l’aeroporto. Più vicino alle aree centrali, ai quattro poli cardinali della città, a Borgo Venezia, a Borgo Roma, a Borgo Trento e a Borgo Milano, dovrebbero essere localizzati altri parcheggi scambiatori da cui partano verso il centro i minibus elettrici o a metano e le piste ciclabili; b4) il centro storico sarà raggiunto e percorso da minibus elettrici e da biciclette che si potranno prendere alle fermate della tramvia; b5) la città dei bambini. I percorsi casa – scuola, casa – ritrovi, etc, saranno resi sicuri affinché i bambini possano appropriarsi della loro città; b6) sarebbe necessario un piano regolatore degli orari di apertura delle scuole e delle strutture produttive, commerciali e direzionali, in modo da evitare la sovrapposizione; b7) si dovrebbe realizzare un sistema di percorsi ciclabili in alternativa a quelli a motore. C. I parchi e il sistema del verde. Nella pianificazione urbanistica si dovrebbe comprendere il sistema urbano del verde, non singoli giardini, aiuole o parchi attrezzati, ma una rete che si rapporti con l’intero territorio. A tale riguardo, andrebbero realizzati: c1) il parco della collina con il blocco, nell’area parco, dell’attuale normativa regionale sulla costruzione degli annessi rustici, ed il controllo costante su quelli già purtroppo edificati, per verificare se sono rimasti tali o se invece si siano trasformati in normali residenze; c2) il parco dell’Adige sulla base del progetto Ruffo-Braioni degli anni ’90 – 2006; c3) il parco della Spianà progettato dal compianto architetto Arrigo Rudi; c4) il parco delle mura; 75 c5) la realizzazione di una fascia di protezione verde, quale corridoio naturalistico-monumentale, di collegamento dei forti fuori mura, da quello del Pestrino sino a quello del Chievo; c6) il parco urbano allo scalo merci della ferrovia; c7) la definizione di spazi verdi e pedonali in tutte le zone periferiche della città; c8) la costruzione di una serie di collegamenti “verdi”, tra le diverse zone della città e delle periferie, fino alla campagna; c9) la riconversione a verde delle cave dismesse (come la cava Speziala); c10) l’attuazione di una zona sportiva e per il tempo libero nella zona delle ex Cartiere Verona, da collegarsi con il centro del Coni, per realizzare un grande centro sportivo dilettantistico a livello nazionale. D. Il sistema dei contenitori monumentali. Un’altra grossa opportunità è la pianificazione e la scelta d’uso degli edifici storici. Prima di qualsiasi decisione di realizzare nuove edificazioni, è determinante capire quali risposte si possono ricavare dai nostri cosiddetti contenitori monumentali per dotare Verona di quegli spazi per la cultura, le esposizioni, i congressi ed i musei che sono necessari per permetterle di fare il salto di qualità che da anni si auspica. A tale riguardo, propongo: d1) la realizzazione di un percorso museale che, partendo dalla Gran Guardia, tocchi il Maffeiano, poi Castelvecchio, per terminare all’Arsenale quale sede del museo di scienze naturali, del museo del Risorgimento e di parte di quello di Castelvecchio; d2) la trattativa con il demanio militare per acquisire e/o permutare la sua parte dell’edificio e poter destinare così l’intero Castelvecchio a sede del museo d’arte; d3) l’organizzazione di una sede per mostre temporanee e della galleria pubblica d’arte moderna ai Palazzi Scaligeri; d4) la conferma della Gran Guardia come sede congressuale e di grandi mostre o eventi; d5) la riqualificazione del quartiere Veronetta con il recupero a fini universitari e di servizio alla popolazione dell’area delle caserme Passalacqua e Santa Marta; d6) il recupero museale e/o didattico di Castel San Pietro e del contesto ambientale in cui è inserito; d7) l’utilizzo culturale, espositivo e concertistico del contenitore a cupola dei magazzini frigoriferi; d8) il recupero del patrimonio edilizio esistente. Le caserme militari dismesse dovrebbero essere acquisite dal demanio militare, per poi essere cedute alle cooperative, per realizzare abitazioni economico popolari. In centro torneranno le famiglie giovani e i bambini; d9) l’area dell’Arsenale: una parte a disposizione della città per eventi e mostre estemporanee e il rimanente come sede del museo di scienze naturali. E. Utopia. Mi piacerebbe che l’Adige ritornasse a comunicare con la città: f1) riaprendo gli argini, dove possibile; f2) ripristinando il ramo dell’Adige interrato a Piazza Isolo. PENSIERI DELLA NOTTE 76 L’ IPOTETICO COLLOQUIO TRA UN GIORNALISTA ED UN VECCHIO SOGNATORE. Giornalista “Ci può raccontare la sua storia dal momento in cui ha iniziato ad occuparsi della salvaguardia dei monumenti e dei nuclei storici, sino alle ultime vicende?” Vecchio Sognatore: “Ero ancora un giovane studente quando ho iniziato ad occuparmi dei centri storici e della loro trasformazione.” G. “Perché questo interesse per le cose antiche?” V.S. “Non per le cose antiche, ma per le nostre radici, per salvare la nostra memoria, la nostra cultura.” G. “Si spieghi meglio.” V.S. “Mi sono sempre preoccupato che i centri storici, gli antichi borghi, le piccole vecchie contrade non subissero la violenza di essere svuotate dai loro abitanti, ristrutturate senza alcun rispetto per le loro caratteristiche tipologie e riempite delle funzioni più redditizie alla speculazione. Avete mai osservato la differenza di qualità nei rapporti sociali tra coloro che vivono da tempo in un vecchio quartiere del centro storico e chi è stato costretto a spostarsi per abitare nei nuovi, anonimi e grigi borghi moderni?” G. “Certo che l’ho osservato, sono anch’io uno di quelli che ha dovuto andare a vivere nella nuova periferia della città!” V.S. “Allora converrà con me che non è la stessa cosa che abitare dove aveva le sue radici.” G. “Convengo con lei, ma il mio quartiere è stato trasformato, i miei vecchi amici se ne sono andati e tutto è cambiato. Anche se tornassi non troverei più nessuno.” V.S. “Il suo borgo è stato svuotato e trasformato per inserire attività più redditizie rispetto agli affitti degli appartamenti che pagavano le famiglie originarie. Una volta nel centro storico ci viveva l’operaio, l’artigiano, il professionista e l’imprenditore. La spesa si faceva camminando nel proprio quartiere, spesso incontrandosi con i vicini, mentre i ragazzini popolavano le piazze e gli oratori. Ora i centri storici sono diventati durante il giorno dei centri commerciali e nella notte… lasciamo perdere.” G. “Mi pare che ci siano tante case vuote…” V.S. “Purtroppo sì, ho registrato molti casi in cui i vecchi immobili vengono liberarti dagli abitanti e poi rimangono inutilizzati in attesa che il quartiere in cui sono inseriti salga di livello e aumentino i prezzi al metro quadro. Un altro uso maldestro del territorio è la realizzazione di nuovi condomini che restano vuoti in attesa che si accresca il valore del costruito; proprio come le azioni in borsa. 77 Per gli speculatori è sempre conveniente evitare che l’offerta superi la domanda. Anche se con questa crisi tutto sta cambiando.” G. “Purtroppo ne sono a conoscenza, e so che non esistono leggi che possano rallentare questo fenomeno.” V.S. “Vede, sino a che il territorio sarà considerato un settore su cui è vantaggioso speculare ed arricchirsi, e non verrà tutelato con leggi adeguate sul regime dei suoli, fenomeni di questo tipo avverranno sempre.” G. “Che cosa si può fare?” V.S. “Informare la gente su questi meccanismi speculativi, smascherare il connubio perverso tra la politica e gli affari che priva la popolazione del proprio territorio, delle proprie radici e memorie. Purtroppo manca la tutela dello spirito del luogo; le conseguenze non sono solo quelle relative alla distruzione del verde, all’abbrutimento del paesaggio, a mantenere sempre alto il costo delle abitazioni, ma soprattutto sociali, perché si aumenta il disagio. Il prezioso ed antico patrimonio culturale dello spirito dei luoghi storici, costituitosi in secoli di relazioni sociali, viene disperso, allo stesso modo di come lo sono stati i suoi abitanti.” G. “Che sono costretti ad andare a vivere nei grigi ed anonimi contenitori dormitorio della periferia.” V.S. “Che sono costretti ad allontanarsi dai propri luoghi natali. E’ necessario promuovere l’idea di costruire ex novo solo quando sarà stato utilizzato l’intero patrimonio edilizio esistente; ma pare che questa sia un’ ipotesi a cui pochi danno ascolto.” G. “Da quando ha collegato il disagio sociale allo sfruttamento speculativo del territorio?” V.S. “Da quando capii che l’uomo ed il suo ambiente vivono in simbiosi, che la memoria e le radici dell’uomo sono le stesse del luogo in cui risiede, della sua casa, della sua strada, della sua piazza, dei rapporti che ha con gli altri abitanti. Il luogo dove viviamo non deve ridursi solo ad un dormitorio, ma deve rappresentare lo spazio delle nostre relazione, uno spazio sociale ed esistenziale in cui la solidarietà tra gli abitanti sia favorita anche da idonee condizioni urbanistiche, sociali ed ambientali.” G. “Ritiene quindi che una città vivibile a misura d’uomo possa essere determinante per ridurre il disagio sociale?” V.S. “ Certamente è così. Sono convinto che l’espulsione di migliaia di abitanti dai loro originali luoghi di appartenenza per compiacere ai bisogni della speculazione edilizia abbiano creato degli emarginati sociali e privato il territorio della propria memoria e cultura.” IL DIRITTO A GODERE LA BELLEZZA DELLA CITTA’. 78 La città è il luogo in cui si vive, dove ci si relaziona con altre persone, è il luogo in cui ci si danno gli appuntamenti, dove si passeggia, ci si diverte, ci si rilassa, si soffre, si pensa e si medita. La città è formata da spazi aperti pubblici e da altri chiusi da muri al cui interno vengono ospitati residenze, negozi e uffici. Gli spazi aperti appartengono a tutti, le strade, le piazze, i giardini, le corti, i vicoli sono la casa aperta di tutti e tutti hanno il diritto di beneficiarne. La città appartiene ai bambini che possono fare le loro prime esperienze, conquistare il loro territorio, raggiungere autonomamente le loro mete, agli anziani che possono passeggiare, prendere il fresco in un giardino o incontrare i propri amici in qualche struttura pubblica, ai “senza tetto”che trasformano l’intera città nella loro casa, la piazza nel soggiorno ed i portici nella camera da letto, ai suonatori ed artisti ambulanti, ai venditori abusivi, ai vigili, a chi vi lavora, a chi deve fare la spesa, ai gatti che cacciano topi e colombi ed ai cani che segnano il proprio territorio. La città è un organismo la cui vita è garantita dagli abitanti e da tutti coloro che vivono nella città e della città. La sensazione dell’atmosfera magica determinata dalle radici storiche, la percezione degli antichi spazi urbani, dei vicoli e delle piazze, che nei secoli passati hanno visto generazioni e generazioni di persone viverli e abitarli, conferma il ruolo della città nella storia e innesca delle profonde angosce e dubbi sul suo futuro e sulla sua sorte. Il piacere di godere della bellezza dei monumenti, delle vie storiche, del fiume e delle piazze deve rappresentare un diritto per tutti ed il fenomeno di trasformare gli antichi spazi urbani in una sorta di centro commerciale in crosta medievale con l’accesso solo alle categorie meglio paganti ne può decretare la morte con la conseguente mummificazione. La dittatura del profitto sta svuotando la città dai suoi abitanti, le categorie sociali più deboli sono costrette a cedere i loro spazi alle attività economiche più ricche, i “senza tetto” debbono essere tolti dalla vista dei benpensanti, si deve ignorare che esistono e scacciarli dal ricco centro storico. La cintura rurale periferica è pronta ad ospitare delle nuove lottizzazioni edilizie grigie ed anonime per raccogliere tutto ciò che il “mercato” espelle dal centro città. LO SPIRITO DEL LUOGO. 79 Lo spirito di Verona, Berto, il saggio capofamiglia degli spiriti dei luoghi della città, si accorse che erano finalmente arrivati anche gli ultimi rappresentanti delle diverse zone cittadine e iniziò a parlare: “Miei cari, molti di coloro che erano presenti nella passata adunanza non sono più tra noi, hanno dovuto emigrare perché hanno perduto il proprio luogo. Paolo, lo spirito delle ex Cartiere, Fulvio, quello dell’ex caserma Passalacqua, Flavio, che dimorava alle ex Officine Adige, Matteo, che risiedeva all’ex Foro Boario. So che alcuni di voi sono in procinto di lasciarci. I vostri luoghi al Nassar di Parona, all’ex seminario di San Massimo, all’ex Manifattura Tabacchi e alla Spianà stanno per essere distrutti. Anche tu, Renato, spirito dell’ex stabilimento Tiberghien, stai per essere sfollato, sono già stati demoliti i fabbricati più recenti ed ora verranno edificati dei moderni manufatti che ospiteranno centri commerciali, uffici e residenze; ti sarà difficile ritrovarti.” Renato, si sentì in dovere di intervenire: “E’ vero, alla prossima riunione non ci sarò neppure io. Stanno distruggendo anche il mio vecchio luogo. Un mattino sono arrivate delle mostruose macchine che hanno demolito quasi tutti i capannoni che si affacciavano su viale Venezia. Hanno dimenticato di abbattere solo la vecchia casa padronale, dove ora risiedo, ma è troppo poco per essere ancora un luogo. Ho ascoltato le parole di alcuni umani e ho capito che saranno costruiti migliaia di mq di negozi e di edifici alti come la ciminiera.” “Come la ciminiera? Com’è possibile?”, chiese Angelo, che rappresentava lo spirito di Piazza Erbe ed era lo studioso della tribù. “Da quanto so, in quella zona le altezze massime sono inferiori a quelle della ciminiera e comunque possono raggiungere al massimo la sua altezza.” “Appunto, la ciminiera! Ma di cosa ti meravigli? Conosci l’abilità degli uomini a scrivere le norme per poi disattenderle.”, concluse Berto. “Sarà la stessa fine che sta facendo l’edificio dell’hotel Lux.”, disse Nino, lo spirito che vi alloggiava. “Non scorderò mai quella notte. Auto della polizia, ambulanze, sirene spiegate e tante luci che si accendevano e spegnevano… Sapevo perché erano lì. Qualche ora prima era stata ammazzata una povera donna. Qualche giorno dopo decisero di demolire tutto. Anche per me questa è l’ultima volta che potrò stare assieme a voi.” Si intromise Angelo: “Ho ascoltato due assessori che, mentre bevevano l’aperitivo seduti comodamente in piazza, dicevano che avrebbero triplicato i volumi del nuovo manufatto, passando dai 2305 mc previsti dal Piano Regolatore Generale, ai 6105 mc di progetto. Pensa che sono riusciti ad aumentare l’indice di edificabilità da 2,5 mc/mq a 6.62 mc/mq, e, per poterlo fare, hanno portato l’ altezza del manufatto sino a 19,80 m. quando il P.R.G. prevede per quella zona un’altezza massima di 13 m.! Ecco perché hanno distrutto il tuo luogo! Ho l’impressione che tu, Antonio, (lo spirito delle mura magistrali che si trovano di fronte), tra poco non sarai più dei nostri. Quando quella torre sarà ultimata modificherà anche il tuo luogo.” Tra i poveri spiriti calò una profonda malinconia e si osservarono tristi per capire chi tra loro non sarebbe più venuto alle riunioni. Ognuno aveva compreso che per gli umani 80 le norme e le regole erano delle parole e dei numeri che potevano essere modificati a seconda dei loro interessi. Qualcuno ripensò a quando Verona era un luogo magico, ricco di memorie e di tradizioni. Un luogo dove gli spiriti non temevano che i loro luoghi potessero essere distrutti e dove su tutti e su tutto dimorava il grande spirito della città, del tempo e della storia, che racchiudeva i ricordi dei tempi antichi, quelli dei romani, degli Scaligeri, dei veneziani, dei francesi, degli austriaci e infine degli italiani. Ora era il tempo dei cosiddetti barbari sognanti, e come avevano fatto i barbari nel passato, anche quelli moderni intendevano ripulire la città dalle ‘vecchie pietre’ e dagli spiriti del luogo che vi abitavano. Fu allora che Renzo, lo spirito del rione di san Giovanni in Valle, esclamò: “Pensavate forse di potervi tranquillamente fermare nei sotterranei dei vostri ruderi? Illusi, avete dimenticato che il nostro destino è quello di essere scacciati dai nostri luoghi, distrutti dalla brama di guadagno camuffata dal bisogno di progresso!” “Sembrava che questa nuova amministrazione volesse proteggere le tradizioni veronesi e l’antico spirito dei luoghi!” affermò Alessandro, lo spirito del rione del Duomo. “Quando la storia, le tradizioni e le memorie intralciano gli interessi economici dei cosiddetti potenti, non esiste spirito del luogo che li possa fermare. Non vi siete mai chiesti perché alcuni operatori privati hanno volutamente tenuto in condizioni di estremo degrado i nostri vecchi luoghi?” Nessuno rispose, in attesa della conclusione di Renzo. “Perché, contando sulla paura della gente per le situazioni di criminalità, l’opinione pubblica avrebbe fatto forti pressioni sugli amministratori affinché fossero ‘risanate’ quelle zone pericolose.” “Ma sono zone che debbono essere risanate!” sostenne Alessandro. “Sì, ma mantenendo lo spirito del luogo e facendo rispettare autorevolmente gli strumenti di pianificazione democraticamente approvati. Non permettendo alla speculazione immobiliare di realizzare il massimo profitto possibile! La pubblica amministrazione non dovrebbe assecondare questi tentativi di evitare i vincoli urbanistici, ma consentire solamente la realizzazione dei manufatti previsti dai piani regolatori vigenti. Caro Alessandro, i nuovi luoghi, anonimi e progettati solo per speculare, non potranno mai ospitare uno di noi…” concluse Renzo. Tutti gli spiriti convenuti avvertirono che, se non fosse accaduto un miracolo, tale da invertire completamente il modo di governare Verona, avrebbero perduto per sempre i propri luoghi e la loro forza vitale.. Quando l'ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, 81 vi accorgerete che non si può mangiare il denaro. La nostra terra vale più del vostro denaro. E durerà per sempre. Non verrà distrutta neppure dalle fiamme del fuoco. Finché il sole splenderà e l’acqua scorrerà, darà vita a uomini e animali. Non si può vendere la vita degli uomini e degli animali; è stato il Grande Spirito a porre qui la terra e non possiamo venderla perché non ci appartiene. Potete contare il vostro denaro e potete bruciarlo nel tempo in cui un bisonte piega la testa, ma soltanto il Grande Spirito sa contare i granelli di sabbia e i fili d’erba della nostra terra. Come dono per voi vi diamo tutto quello che abbiamo e che potete portare con voi, ma la terra mai. (Piede di Corvo, Piedineri) GLOSSARIO: A.R.U. aree di ristrutturazione urbanistica. 82 A.T.O. ambito territoriale ottimale, è un territorio su cui sono organizzati servizi pubblici integrati, ad esempio quello idrico o quello dei rifiuti. P.A.T. piano di assetto del territorio comunale. Determina gli obiettivi generali che s’intendono perseguire con il piano e le scelte strategiche di assetto del territorio. E’ lo strumento di pianificazione che delinea le scelte strategiche di assetto e di sviluppo per il governo del territorio comunale, individuando le specifiche vocazioni e le invarianti di natura geologica, geomorfologica, idrogeologica, paesaggistica, ambientale, storico-monumentale e architettonica. P.A.Q.U.E. Piano d'Area QUADRANTE EUROPA, è uno strumento di specificazione del Piano Territoriale Regionale di Coordinamento (approvato con Delibera Consiglio Regionale nº 250 del 13.12.1991), per ambiti determinati che consente di "individuare le giuste soluzioni per alcuni contesti territoriali. E’ relativo ai territori dei Comuni di: Verona, Bovolone, Bussolengo, Buttapietra, Caldiero, Castel d'Azzano, Erbè, Isola della Scala, Mozzecane, Nogarole Rocca, Pastrengo, Pescantina, Povegliano Veronese, S. Giovanni Lupatoto, San Martino Buon Albergo, Sommacampagna, Sona, Ronco all'Adige, Trevenzuolo, Vigasio, Villafranca di Verona e Zevio. P.A.T.I. piano di assetto del territorio intercomunale. P.D.L. Piano di lottizzazione. Era un piano urbanistico proposto dagli operatori privati di intervento diretto. Ora è stato sostituito dal P.U.A. P.E.E.P. Piano per l’edilizia economica popolare. Varato nel 1962 con la legge 167, aveva valenza di pianificazione urbanistica propria del piano generale (indicazione di infrastrutture, zoonig, determinazione degli standards), che quella del piano di intervento diretto (individuazione delle aree da edificare, esecuzione di progetti esecutivi, realizzazione delle opere di urbanizzazione). P.I. piano degli interventi comunali. E’ lo strumento urbanistico che, in coerenza e in attuazione del PAT, individua e disciplina gli interventi di tutela e valorizzazione, di organizzazione e di trasformazione del territorio programmando in modo contestuale la realizzazione di tali interventi, il loro completamento, i servizi connessi e le infrastrutture per la mobilità. Individua le aree in cui gli interventi sono subordinati alla predisposizione di PUA o di comparti urbanistici. P.I.R.U. piano di riqualificazione urbana. Inquadramento legislativo: leggi regionali n.11 del 2004 e n. 35 del 2001. Interessa la riqualificazione del territorio in aree dimesse per le quali l’originaria utilizzazione è cessata. P.T.C.P. piano territoriale di coordinamento provinciale. P.T.R.C. piano territoriale regionale di coordinamento. P.U.A. piani urbanistici attuativi; sono gli strumenti urbanistici di dettaglio per dare attuazione agli interventi di nuova urbanizzazione e riqualificazione disposti dal P.A.T. e dal P.I. Il piano urbanistico attuativo può essere d'iniziativa pubblica o privata o, congiuntamente, di iniziativa pubblica e privata. 83 RETE NATURA 2000 Natura 2000 è il principale strumento della politica dell'Unione Europea per la conservazione della biodiversità. Si tratta di una rete ecologica diffusa su tutto il territorio dell'Unione, istituita ai sensi della Direttiva 92/43/CEE "Habitat" per garantire il mantenimento a lungo termine degli habitat naturali e delle specie di flora e fauna minacciati o rari a livello comunitario. La rete Natura 2000 è costituita da S.I.C. (siti d’interesse comunitario) da Z.S.C. (Zone Speciali di Conservazione istituite dagli Stati Membri secondo quanto stabilito dalla Direttiva Habitat, e comprende anche le Zone di Protezione Speciale Z.P.S. istituite ai sensi della Direttiva 79/409/CEE "Uccelli"). In Italia, i SIC e le ZPS coprono complessivamente il 21% circa del territorio nazionale. V.A.S. la Valutazione Ambientale Strategica viene definita come “Il processo sistematico inteso a valutare le conseguenze sul piano ambientale delle azioni proposte – politiche, piani o iniziative nell’ambito di programmi – ai fini di garantire che tali conseguenze siano incluse a tutti gli effetti e affrontate in modo adeguato fin dalle prime fasi del processo decisionale, sullo stesso piano delle considerazioni di ordine economico e sociale”. La V.A.S. nasce dall’esigenza, sempre più radicata sia a livello comunitario sia nei singoli Stati membri, che nella promozione di politiche, piani e programmi, insieme agli aspetti sociali ed economici, vengano considerati anche gli impatti ambientali. Si è infatti compreso che l’analisi delle ripercussioni ambientali applicata al singolo progetto (propria della Valutazione d’Impatto Ambientale) e non, a monte, all’intero programma, non permette di tenere conto preventivamente di tutte le alternative possibili. V.I.A. la valutazione di impatto ambientale è una procedura amministrativa di supporto per l'autorità decisionale finalizzato a individuare, descrivere e valutare gli impatti ambientali prodotti dall'attuazione di un determinato progetto. La valutazione sulla compatibilità ambientale di un determinato progetto è svolta dalla pubblica amministrazione, che si basa sia sulle informazioni fornite dal proponente del progetto, sia sulla consulenza data da altre strutture della pubblica amministrazione, sia sulla partecipazione della gente e dei gruppi sociali. Gli impatti ambientali - da non confondere con inquinamenti o degradi o pressioni ambientali mostrano quali modifiche di stato ambientale possono produrre le azioni e le pressioni antropiche. V.I.N.C.A. La valutazione d’incidenza ambientale è il procedimento di carattere preventivo al quale è necessario sottoporre qualsiasi piano o progetto che possa avere incidenze significative su un sito o proposto sito della rete Natura 2000. Tale procedura è stata introdotta dall’articolo 6, comma 3, della Direttiva 92/43/CEE "Habitat" con lo scopo di salvaguardare l’integrità dei siti attraverso l’esame delle interferenze di piani e progetti non direttamente connessi alla conservazione degli habitat e delle specie per cui essi sono stati individuati, ma in grado di condizionarne l’equilibrio ambientale. Z.P.S. e S.I.C. La UE, per mezzo di due Direttive ha richiesto agli Stati Membri l’individuazione di zone speciali di protezione per gli uccelli selvatici (le ZPS) e di siti per un gran numero di habitat e specie animali e vegetali, (i SIC). SOMMARIO 84 Proverbio indiano. 2 Premessa 3 BREVI CENNI STORICI SU VERONA 4 La ricostruzione a Verona nel dopoguerra 4 1948 il Piano di Ricostruzione 4 1958 il primo Piano Regolatore Generale 6 1977 la Variante Generale al P.R.G. 9 1984 la Variante Generale al Centro Storico n.33 11 1993 il Progetto Preliminare di Piano 11 I MECCANISMI DI GESTIONE DEL TERRITORIO 14 I tecnici e gli urbanisti 15 Gli strumenti urbanistici 16 Operatori e settori economici 17 Repetita non iuvant 18 IL CONSUMO DEL SUOLO 19 La situazione idrogeologica 20 L’URBANISTICA DEL SINDACO FLAVIO TOSI E DELL’ASSESSORE VITO GIACINO 22 Il P.A.T. e il P.I. 22 l Piano di assetto del territorio (P.A.T.) 22 Il Piano degli Interventi (P.I.) 24 Alcuni particolari del P.I. 25 IL SISTEMA DELLA MOBILITA’. 28 La complanare nord. 28 85 Il progetto della tramvia elettrica su sede fissa. 28 Il maxi bus. 30 IL PIANO D’AREA QUADRANTE EUROPA (P.A.Q.U.E.). 31 SCHEDE. 32 Osservazioni particolari al P.I. 32 Il progetto di ristrutturazione delle caserme Passalacqua e Santa Marta 35 La tangenziale nord (traforo delle Torricelle) 37 Programmazione territoriale e P.I.R.U. 46 Le ex Cartiere Verona 48 Progetto inserito nel P.A.Q.U.E. Il Piano di Lottizzazione “Le Porte del Nassar” 53 Il mega progetto IKEA non compreso nel P.A.T e nel P.I. 54 L’inceneritore di Ca’ del Bue 56 La pianificazione del centro storico 57 La cava Speziala 59 Gli alberi dell’arco dei Gavi 60 Villa Pulè 61 L’Arsenale 62 Il Lazzareto 63 Il Parco dell’Adige 65 Il Parco delle Mura 66 86 Il Parco delle Colline 67 Il nuovo mostro. Il Motor City di Vigasio 68 PROPOSTE 74 I PENSIERI DELLA NOTTE 77 L’ ipotetico colloquio tra un giornalista ed un vecchio sognatore 77 Il diritto a godere la bellezza della città 79 Lo spirito del luogo 80 Proverbio indiano. 82 GLOSSARIO. 83 SOMMARIO. 88 87 88 89