LA GESTIONE DEL TERRITORIO
E DELL’AMBIENTE A VERONA
BREVI CENNI DI STORIA DELL’URBANISTICA
I PIANI E I
PROGRAMMI
LA SITUAZIONE ATTUALE
LE PROPOSTE
di
Giorgio Massignan
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TERRITORIALI
Ciò che accade alla terra accade anche ai figli della terra.
Se l’uomo sputa sul suolo, sputa su se stesso.
Questo sappiamo…
Non è la terra che appartiene all’uomo, ma l’uomo alla terra.
Tutte le cose sono unite tra loro come il sangue che lega una famiglia.
Ciò che accade alla terra accade anche ai figli della terra.
Non è l’uomo che ha tessuto la ragnatela della vita; lui ne è solo un
figlio.
Ciò che fa alla ragnatela lo fa a se stesso.
(Cavallo Zoppo)
PREMESSA
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Le note contenute in questo libretto non hanno velleità di essere studi storici e
neppure analisi critiche delle diverse vicende territoriali di Verona, dagli anni della
ricostruzione post bellica ad oggi.
Ho ritenuto opportuno presentare gli strumenti urbanistici che hanno permesso si
realizzasse la città in cui viviamo, analizzare i meccanismi che hanno determinato la
formazione di tali strumenti ed evidenziare il ruolo degli operatori che hanno
partecipato alla formazione e gestione del territorio.
Ho tentato di dimostrare come i vecchi meccanismi dei decenni passati siano rimasti
gli stessi anche ora.
Tutto questo, quale introduzione per analizzare le scelte delle ultime amministrazioni,
in particolare quelle del sindaco Flavio Tosi.
Infine, alcune pagine sulla Verona che vorrei, con il dubbio se si tratti di una
possibile realtà o solo di una bella e sognata utopia.
BREVI CENNI STORICI SU VERONA
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Dopo l’unità d’Italia, Verona registrò una discreta crescita demografica, poiché gli abitanti della
campagna veronese, che stavano vivendo i momenti più difficili e poveri della loro storia moderna,
diedero vita a un flusso migratorio dalle zone rurali e dai centri minori verso il capoluogo. Tutto
questo causò un forte aumento di domanda di abitazioni e la necessità urgente, da parte degli organi
pubblici, di rispondere a tale esigenza.
Nacquero proprio in quel periodo i primi quartieri popolari a San Bernardino, a Porta Palio e a
Porto San Pancrazio.
Nonostante questi provvedimenti, la richiesta di alloggi popolari non fu soddisfatta e si rese
necessario realizzare altri interventi in zona Tomba e Tombetta, a sud della città.
Il fenomeno del primo inurbamento portò all’emanazione del R.D. del 10 novembre 1910, che
consentì la prima vera espansione della città. Furono programmati i piani d’ampliamento che in
seguito daranno vita ai quartieri Venezia, San Pancrazio, Roma, e si permise di costruire anche in
Spianà, sino a quel momento bloccata per motivi militari.
Gli edifici del centro storico, dove possibile, aumentarono di volume con sopraelevazioni e
superfetazioni.
Dopo la prima guerra mondiale, grazie alle risorse previste dal Testo Unico per l’Edilizia
Economico Popolare del 1919, si poté provvedere con interventi di edilizia popolare nelle zone che
in seguito saranno definite come i quartieri di Borgo Milano, Borgo Trento e Valdonega.
Tra le due guerre mondiali, nel primo decennio fascista, alcuni piccoli comuni confinanti con
Verona, quali: San Massimo, Santa Lucia, Palazzina, Ca’ di David, Avesa, Parona, San Michele,
Montorio, Santa Maria in Stelle, Mizzole, Quinto; furono aggregati al capoluogo. In questo modo la
superficie dell’ampliato comune di Verona arrivò a 20.000 ettari con 154.000 abitanti.
LA RICOSTRUZIONE A VERONA NEL DOPOGUERRA
Verona, per la sua felice collocazione nel controllo delle vie di comunicazione con il mondo
germanico, è stata considerata in tutti i tempi e da tutti i suoi occupanti una piazzaforte militare di
tale importanza da richiedere costanti e poderose opere di potenziamento delle strutture difensive.
Questa caratteristica, se da un lato le permise di evitare di scadere a secondaria località di provincia,
dall’altro rallentò e ritardò, a causa delle pesanti servitù militari, il processo economico
dell’industrializzazione e la conseguente attrazione di lavoratori residenti, sino ai primi anni del
dopoguerra, quando con la pianificazione economica e territoriale venne programmato il sorgere di
nuove strutture produttive.
La sua posizione geografica come nodo cruciale per i traffici commerciali e militari, durante la
seconda guerra mondiale, ha rappresentato la principale causa dei pesanti bombardamenti aerei
contro la città ed i suoi obiettivi strategici.
Verona, a poco più di un mese dalla liberazione era ancora devastata dai danni subiti, ampi squarci
si aprivano nel centro storico, le strade erano invase dalle macerie e dai detriti causati dagli
sganciamenti di bombe, la città risultava distrutta per il 45%.
I veronesi reagirono: finita la barbarie della guerra c’era voglia di rifare e di lavorare. In quel
periodo nacquero le premesse della ricostruzione, dell’intervento pubblico, del primo sviluppo
urbano e del Piano Regolatore.
L’intervento di ripristino iniziò con la demolizione delle protezioni antiaeree che chiudevano gli
arcovoli dell’Arena utilizzata come rifugio.
1948 - Il Piano di Ricostruzione. Il Decreto Luogotenenziale del 1 marzo 1945, il n. 154, stabiliva
che tutte le città che avevano subito gravi danni bellici si dovevano fornire di un Piano di
ricostruzione. Verona era uscita dalla guerra con 11.627 vani distrutti e 8.347 lesionati. Venne
pertanto inserita tra i comuni che si dovevano dotare di un Piano di Ricostruzione. La Giunta
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Comunale, con delibera del 31 gennaio 1946, affidò l’incarico di redarlo all’architetto Plinio
Marconi. Il Piano venne adottato nell’ottobre del 1946 e approvato nel marzo del 1948. Riprendeva
le direttive del Decreto 154 e si proponeva come un piano particolareggiato per le zone urbane
devastate dai bombardamenti aerei, soprattutto quelle del Centro Storico.
Risaliva a quel periodo l’inizio dei lavori di ricostruzione dei ponti sull’Adige distrutti dai tedeschi
in fuga, di alcune chiese storiche, della stazione ferroviaria di Porta Nuova e di parti del centro
cittadino danneggiate. Nel marzo del 1946 venne eletto sindaco il socialista Aldo Fedeli, alla guida
di una giunta comunale di formazione ciellenistica, costituita da esponenti democristiani, socialisti e
comunisti. La nuova amministrazione approvò tutta una serie di provvedimenti per dare lavoro a
migliaia di disoccupati e per porre rimedio ai danni causati dalla guerra.
Nell’agosto del ’46 il ponte Catena fu rifatto ed aperto al traffico, vennero portati a termine i
rifacimenti, conforme agli originali distrutti, nel 1951 del ponte di Castelvecchio e nel 1959 del
ponte della Pietra.
Palazzo Barbieri venne ricostruito fedelmente dopo un acceso dibattito sulla questione se
intervenire sul vecchio edificio per conservare il volto tradizionale di piazza Bra, o se costruire
altrove un immobile moderno. Scelta l’ipotesi della ristrutturazione, al vecchio volume fu aggiunto
sul retro un nuovo corpo di fabbrica semicircolare progettato dagli architetti Benatti e Troiani per
poter rispondere a tutte le necessità dei nuovi uffici municipali.
Il Piano fornisce due prime ipotesi progettuali che segneranno la storia economica, residenziale ed
urbanistica della città: la formazione di una zona agricola ed industriale a sud della città, dove già
erano insediati i Magazzini Generali, ed il futuro sviluppo residenziale nel quartiere Trento.
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Per il centro storico, l’architetto Marconi aveva previsto numerosi sventramenti e abbattimenti di
case e di quartieri, per far posto a nuove opere edilizie. Metodo di intervenire nei vecchi tessuti
urbani, che ricordava il funesto “piccone risanatore” di mussoliniana memoria!
1958 - Primo Piano Regolatore. Fino al 1955 l’attività edilizia fu rappresentata dalla ricostruzione;
solamente dopo qualche anno, sostenuto da nuove leggi nazionali e dagli strumenti urbanistici, sarà
incentivato il settore delle nuove costruzioni. Le principali leggi che hanno favorito il fenomeno
dell’ aumento delle aree edificate furono la “legge Fanfani”, che prevedeva la costituzione della
gestione autonoma INA-CASA e la “legge Tupini”, che stabiliva l’esenzione venticinquennale
dall’imposta sui fabbricati per gli edifici nuovi non di lusso e la concessione di convenienti mutui
trentacinquennali a favore di enti e società.
A Verona l’intervento pubblico diretto, in quegli anni fu irrilevante e le poche operazioni furono
localizzate, in modo diffuso, nelle aree di immediato sviluppo urbano.
Le zone interessate dalla nuova urbanizzazione, abbruttite dai guasti bellici e non più collegate
all’attività agricola, erano territori senza identità, spazi di transizione con erbacce che crescevano
stentate e terreni secchi ed assetati. I nuovi insediamenti residenziali che sorgevano in quei non
luoghi, privi di servizi e circondati da altri cantieri edili e baracche di lamiera, furono i pionieri
delle nuove espansioni urbanistiche.
Nel 1954 Plinio Marconi iniziò a progettare il primo Piano Regolatore di Verona, che riprendeva i
concetti del precedente Piano di Ricostruzione, ampliando la pianificazione all’intero territorio
veronese nella sua complessa organicità. Il Piano Marconi fu il primo per Verona coerente con la
legge urbanistica n.1150 del 1942, fu lo strumento urbanistico base, e le successive Varianti
Generali ne manterranno l’impostazione di fondo, pur modificando, anche considerevolmente, il
dimensionamento e gli obiettivi. Identificò la forma della città futura, definendo qualitativamente e
quantitativamente le zone di espansione a destinazione residenziale o di altro tipo.
Nel 1954 Verona contava 200.000 abitanti, il nuovo piano ne prevedeva un aumento di altri
100.000 in 30 anni, per un accrescimento di poco più di 3.000 unità all’anno. Erano previsti nel
centro e nei quartieri periferici 228 ettari a destinazione residenziale con 153.000 abitanti e 271
ettari con 147.000 abitanti nelle frazioni. Le direttrici di espansione indicate dall’architetto Marconi
seguivano quelle delle maggiori arterie di penetrazione da Milano, da Mantova, da Bologna, da
Venezia e da Trento.
L’espansione dei quartieri di San Michele, Madonna di Campagna, Borgo Roma, Golosine e Santa
Lucia era prevista fosse realizzata da “casette” singole, doppie, multiple o a schiera, ma non
superiori in altezza ai 12 metri, o da palazzine con altezza massima di 19 metri; mentre nelle zone
di Borgo Milano, Stadio, Ponte Catena, Borgo Venezia e Ca’ di Cozzi, oltre ai villini era prevista
un’altezza di 22 metri.
A sud fu localizzata e dimensionata la Zona Agricola Industriale. Venne espropriata un’area
immensa di 6.600.000 metri quadri per fornire la possibilità al Consorzio Z.A.I., costituito nel 1948,
con decreto legislativo da Comune, Provincia e Camera di Commercio, di incrementare il sorgere e
lo svilupparsi dell’industria. Saranno definite le strutture produttive che caratterizzeranno il futuro
urbanistico ed economico della parte meridionale del territorio cittadino come il Mercato
Ortofrutticolo, la Fiera Internazionale dell’Agricoltura, la Manifattura Tabacchi, il Nuovo Macello,
qualche decina di aziende per la conservazione e la trasformazione di prodotti ortofrutticoli ed
alcune centinaia di imprese di piccole e medie dimensioni.
Il risultato immediato fu la preferenza delle nuove industrie ad installarsi nella Z.A.I., nonostante
fossero presenti altri insediamenti industriali in Borgo Milano e Borgo Venezia.
Funzionale alla Z.A.I. fu progettata una infrastruttura stradale per collegarla con Parona, Chievo,
San Massimo e Croce Bianca.
Il Piano determinò, anche se parzialmente, l’organizzazione della mobilità, senza comunque
pianificare delle soluzioni tecnologicamente avanzate. Progettò l’assetto del tessuto urbano del
centro storico, stabilendone alcuni sventramenti con la giustificazione di renderlo agibile e per
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rafforzarne la terziarizzazione, specificò moderatamente la sua intangibilità, compatibilmente con le
necessità edificatorie. Queste scelte, favorendo la terziarizzazione del centro storico, furono una
delle cause dello spopolamento dei gruppi sociali originari.
In quel periodo furono decentralizzati alcuni servizi pubblici e insediamenti direzionali come le
sedi dell’I.N.P.S., gli Uffici Comunali del Compartimento Ferroviario, gli Uffici Giudiziari, quelli
Finanziari, dell’Università, etc., che si localizzarono prevalentemente nel quartiere di Cittadella,
tranne l’Università che finì a Veronetta. La Cittadella, infatti, fu individuata come polo direzionale,
con l’insediamento di numerosi uffici pubblici e nell’ex Recinto Riformati (attuale piazza Renato
Simoni), fu indicato il futuro polo degli affari e delle sedi commerciali.
Non furono imposti vincoli di inedificabilità alle aree di particolare pregio e valore paesaggistico
come quelle collinari che, nonostante fossero riconosciute come panoramiche, furono interessate da
ampie possibilità di fabbricazione.
In quel periodo la principale necessità fu fornire un tetto ai cittadini e di rimettere in funzione la
macchina dell’economia. La tutela dell’ambiente e del paesaggio, la tutela del patrimonio storico e
monumentale e l’esigenza di pianificare con preveggenza, furono sostituite dall’euforia
dell’edificazione, dai facili guadagni che garantiva la speculazione edilizia e da norme urbanistiche
che lasciavano la massima libertà ai privati di intervenire. Purtroppo gli effetti di quegli anni e di
quelli che seguiranno sull’equilibrio urbanistico del territorio e sulla qualità urbana, li stiamo
soffrendo ora…
Dal 1952 in poi la Valdonega conobbe una costante, anche se limitata, attività edilizia.
Ma sarà a Borgo Trento, dove il Piano Marconi stabiliva il massimo di edificabilità, che si registrò
il maggior volume di attività costruttiva con il completamento delle aree libere e la sostituzione
delle strutture edilizie tradizionali, mono o bifamiliari, con complessi condominiali mediamente di
circa quindici alloggi, secondo solo a Cittadella.
Già dal 1953 era diffusa l’ambizione ad abitare in Borgo Trento, il “Parioli” veronese; l’arrivo dei
militari americani (SETAF) a Verona ed il loro insediamento in questo quartiere, dove si
costruivano le abitazioni più grandi e prestigiose, rappresentò un ulteriore motivo di fascino.
Gli appartamenti si vendevano facilmente e ad un prezzo superiore di circa 20.000 lire al mq
rispetto alle altre zone della città.
Negli anni ‘50 l’ espansione della città fu abbastanza graduale; la crescita industriale, lo sviluppo
demografico e gli intensi movimenti migratori, furono fenomeni non emergenti e che non
caratterizzarono la crescita urbana di Verona, come era avvenuto in altre città. Mancò
l’immigrazione meridionale, mentre era presente, anche se non con un peso determinante nella
domanda di case, quella dalla provincia.
Nel 1957 si costruirono ancora edifici rurali in periferia e nelle frazioni, a significare come fosse
ancora presente, nelle vicinanze della città, l’attività agricola.
A Verona, anche se più lentamente rispetto ad altre realtà urbane, l’industrializzazione, iniziata alla
metà degli anni ‘50, grazie soprattutto alla costituzione della Z.A.I., raggiunse in dieci anni la
massima espansione come numero di addetti, mentre cominciarono a calare quelli in agricoltura.
Uno dei motivi dello sviluppo della città a macchia d’olio, che tanti problemi causerà negli anni a
seguire, fu il Piano delle Zone per l’Edilizia Economico Popolare (P.E.E.P.) del 1965. Distribuendo
15 zone “167”, per un totale di complessivi 39.581 abitanti, dislocò piccoli insediamenti in parte
nelle frazioni della cintura esterna ed in parte tra il centro storico ed i nuclei residenziali periferici,
con funzione di collegamento. In molti casi l’intervento di edilizia pubblica servì ad iniziare un
processo di urbanizzazione e di edificazione non pianificato delle zone rurali; di fatto contribuì a
rinchiudere il centro storico in cerchi concentrici di tessuto urbano, realizzato in successivi
interventi dagli operatori privati.
Il Piano Regolatore del 1958, con il trascorrere del tempo e con le modificate caratteristiche del
territorio, risultò non essere più adeguato. In particolare le nuove infrastrutture viarie, quali la
realizzata autostrada Serenissima e la progettata del Brennero, ebbero delle ripercussioni non
indifferenti sul sistema della mobilità urbana. Il bisogno di un ampliamento della Z.A.I. per
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rispondere alle nuove esigenze economiche; il disordine urbanistico causato dagli insediamenti non
previsti nel settore residenziale, come le casette abusive sorte su lotti minimi di 2.000 metri quadri
in zone rurali; l’urgenza di nuove aree di edilizia economica popolare; la necessità di ipotizzare, in
armonia con le previsioni delle nuove infrastrutture (porto canale e autostrada del Brennero), nuove
zone industriali; l’opportunità di una nuova normativa per il centro storico e per la collina che ne
tutelasse gli aspetti storici e naturalistici; determinarono la volontà, da parte dell’Amministrazione
Comunale, di pianificare una Variante Generale, che fosse in grado di fornire le risposte adeguate
alle nuove richieste della città.
Piano Regolatore del 1958 (da n.56 della rivista Architetti Verona)
1975 - Variante Generale al P.R.G. Nel 1962, la Giunta comunale, presieduta dal sindaco
Zanotto, affidò l’incarico di elaborare la Variante Generale al P.R.G. del 1958, giudicato
insufficiente alle esigenze di sviluppo della città, all’architetto Plinio Marconi.
La prima stesura della Variante rimase a lungo bloccata a Roma, in attesa che le competenze
urbanistiche passassero dal Ministero dei Lavori Pubblici alle Regioni.
Nel frattempo a Verona nacque la prima Giunta di centro sinistra con esponenti del P.S.I.
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La Variante fu modificata e la previsione di aumento demografico entro il 1984, calò dai 600.000
abitanti iniziali, con conseguente incremento delle aree di espansione, a 410.000, ancora troppi.
Nell’ ottobre 2012, gli abitanti sono circa 250.000.
Nel 1966, l’architetto terminò il suo lavoro.
Il piano consolidò la struttura monocentrica di quello precedente, potenziando una forte funzione
direzionale al centro storico, assieme ad un energico processo di terziarizzazione.
Il centro storico fu diviso in tre sottozone, con tre diversi gradi di conservazione e conseguenti
metodologie di intervento. La prima sottozona, di Restauro Conservativo, era relativa ai quartieri di
Città Antica e Veronetta. La seconda sottozona, di Restauro Integrativo e la terza di Trasformazione
e di Ristrutturazione comprendevano gli ambiti entro la cinta magistrale (Cittadella e San Zeno).
Con la stesura definitiva, nel 1975, della Variante Generale al P.R.G., a seconda del valore
accertato, sarà dato un diverso grado di protezione.
Di grande importanza fu il piano della collina, che vincolava ampie zone a nord del centro storico a
verde pubblico e imponeva una normativa che consentiva l’edificazione ex novo solo in presenza di
grandi appezzamenti e con indici molto bassi, 0,5 - 1,0 mc/mq, bloccando così una grossa
operazione immobiliare su quelle aree.
Una seconda norma positiva fu quella che obbligava i privati che lottizzavano, a costruire a proprie
spese le diverse opere di urbanizzazione, precedendo l’articolo 17 della 765, la cosiddetta legge
Ponte, ed evitando l’enormità di lottizzazioni che vennero approvate in Italia nel periodo precedente
l’applicazione delle norme della nuova legge.
Nella Verona degli anni ’50, le famiglie della borghesia cittadina abbandonarono il fatiscente centro
storico e si spostarono nel nuovo quartiere che stava nascendo oltre Ponte Garibaldi e Ponte della
Vittoria, dove, in corrispondenza delle villette liberty, si stavano edificando i primi insediamenti.
Le nuove urbanizzazioni si concentrarono lungo l’arteria che proseguiva la direzione di ponte della
Vittoria: via IV Novembre.
Esaurita la direttrice di via IV Novembre, si iniziò ad urbanizzare la zona di Ponte Catena.
Poi, verso la fine degli anni ’70, ci fu il lento ma graduale ritorno delle classi sociali benestanti negli
edifici ristrutturati del centro storico. Gli abitanti delle classi meno abbienti furono espulsi dalle loro
vecchie case fatiscenti del centro e condotti nei nuovi complessi edilizi della periferia, dove erano
stati costruiti i condomini per la residenza, ma non gli spazi per i servizi.
Il centro storico fu occupato soprattutto dagli studi dei professionisti e dalle attività commerciali. A
quel tempo il traffico permetteva di raggiungere le zone centrali della città abbastanza agevolmente
e il parcheggio non era un problema insolubile, come ai giorni nostri.
Iniziò allora il fenomeno di abbandono del centro da parte di molte famiglie con figli. La
conseguenza fu un lento ma continuo invecchiamento della popolazione. Fu in quegli anni che
cominciò l’agonia del centro storico, che si stava trasformando in un centro direzionale e poi
commerciale in ‘crosta medievale’.
Già dalla fine degli anni Settanta, la Z.AI. storica, che fu il motore economico del secondo
dopoguerra, iniziò ad esaurire la propria funzione. Si rese necessario, da parte del Consorzio Z.A.I.,
cercare nuove direttrici di sviluppo. Risale a quegli anni, esattamente al 1977, la nascita del centro
intermodale al Quadrante Europa; la realizzazione della seconda Z.A.I. avvenne alla Bassona nel
1978; seguì la definizione della zona La Marangona a Verona sud, per ospitare il Parco
dell’Innovazione, con lo scopo di richiamare le aziende, nazionali e internazionali,
tecnologicamente avanzate. Un ottimo progetto che i nostri amministratori assieme alla locale
categoria imprenditoriale, non permisero si realizzasse, sciupando così un’ottima opportunità per
qualificare la capacità produttiva di Verona.
Furono reintrodotte le ipotesi per le soluzioni viabilistiche, già presenti nel P.R.G. del 1958, quali la
complanare a nord con il traforo della collina che avrebbe dovuto collegare Borgo Venezia con
Borgo Trento; e la strada denominata Mediana, a sud.
Fortunatamente, la Regione non ritenne queste due proposte idonee perché ‘costituiscono una
turbativa ambientale’ e furono ritenute ‘un errore ecologico ed urbanistico’. Verrà invece approvato
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il collegamento tra il casello autostradale di Verona nord e la zona stadio, bretella costruita nel
1990 con i finanziamenti dei Mondiali di calcio.
Variante Generale al Piano Regolatore del 1975 (da n.56 della rivista Architetti Verona)
1984/1991 - Variante 33 sul Centro Storico. Essa fu elaborata, utilizzando una metodologia
definita ‘storico – tipologica’, che studiava il valore storico, monumentale e ambientale di ogni
edificio del Centro Storico, e sulla base di quelle analisi oggettive, definiva i limiti dell’ intervento.
Venivano cioè individuate le tipologie su cui formulare le indicazioni tecniche e funzionali.
Lo studio per la Variante iniziò con il professor Leonardo Benevolo e proseguì con l’architetto
Maurizio Veronelli.
A quell’epoca, la Pubblica Amministrazione considerava basilari l’apporto e il ruolo degli uffici
tecnici comunali nella pianificazione e conservazione del Centri Storico.
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Il Consiglio Comunale respinse la versione Veronelli, che venne allontanato, temendo che bloccasse
l’attività edilizia dei privati e affidò all’architetto Giacomo Delucca, dipendente del Comune, il
compito di elaborare una nuova versione di Variante, più permissiva rispetto alla precedente stesura
del 1981.
Nella nuova Variante non comparvero gli studi tipologici del tessuto storico, che avrebbero potuto
vincolare gli interventi. In questo modo si evitò di approvare una normativa rigorosa, chiara e
obiettiva. Era comunque confermato l’obiettivo di permettere il recupero degli edifici favorendo le
destinazioni d’uso residenziali rispetto alle non residenziali. Furono ammesse nuove destinazioni
d’uso non abitative esclusivamente al piano terra.
Al progetto di Variante vennero prodotte 38 osservazioni. Tra queste, quella dell’associazione
Italia Nostra che espresse il suo disappunto nei confronti del provvedimento definitivo approvato,
ritenendo quest’ultima versione priva delle indicazioni sul modo di restaurare gli edifici, definite dal
gruppo di lavoro diretto dall’architetto Maurizio Veronelli, contenute nella prima versione della
Variante del 1981. Lo stesso Veronelli affermò: “Nel piano adottato ho trovato poco della parte più
significativa del mio lavoro”.
Il giudizio della Regione sulla Variante 33 al P.R.G. ne colse i limiti: “La Variante è priva dei
percorsi analitici fondamentali per la motivazione delle metodologie disciplinari e delle scelte di
intervento”. Coerentemente la Regione propose che fossero incluse alcune modifiche, quali la
reintroduzione nel piano delle norme e delle indagini contenute nella precedente versione del 1981.
Nel novembre del 1991, considerata l’inerzia da parte del Comune, la Regione approvò la Variante
ritenendo le modifiche richieste automaticamente introdotte.
1993 - Progetto Preliminare di Piano. Dall’approvazione della Variante Generale al P.R.G. del
1975 sino al 1993, ci furono oltre duecento modifiche e varianti parziali al Piano.
Il Progetto Preliminare aveva il compito di abbozzare le linee programmatiche del futuro territoriale
della città, che sarebbero poi dovute essere specificate nel dettaglio dal Piano Regolatore Generale.
Il Progetto Preliminare o Piano di Salvaguardia bloccava ogni nuova lottizzazione e aveva durata di
tre anni, per permettere l’elaborazione del Piano Regolatore a cosiddette ‘bocce ferme’, evitando
così che l’equilibrio territoriale venisse modificato da pesanti operazioni edilizie.
Definiva i limiti urbani della città da non superare con nuove aree di espansione; ridefiniva e
completava i tessuti dei quartieri e delle periferie; individuava le nuove centralità e recuperava la
qualità dello spazio pubblico: piazze, corsi, viali; delimitava e qualificava le aree produttive;
consolidava il sistema insediativo agricolo in funzione della sua salvaguardia produttiva e
ambientale; stabiliva quali zone potevano essere considerate A.R.U. (aree di riqualificazione
urbanistica); dettava i criteri per tutelare i centri storici; progettava il parco dell’Adige; favoriva il
recupero delle aree industriali dismesse, evitando in tal modo altro consumo del suolo e collegava i
quattro sistemi di programmazione del tessuto urbano: quello residenziale, quello produttivo, quello
viabilistico e quello ambientale.
L’obiettivo era quello di poter analizzare e stendere la nuova Variante Generale al P.R.G. a
cosiddette bocce ferme. Nel sistema della mobilità erano previsti una linea di tramvia elettrica su
sede fissa ed esclusiva; il completamento del sistema Complanare/Tangenziale; l’ampliamento delle
Z.T.L.; il potenziamento della viabilità urbana di primo livello ed il completamento della viabilità
urbana di secondo livello, ponendo quali interventi prioritari quelli che interessavano i quartieri di
Borgo Milano, Borgo Venezia, S. Massimo, l’area di Verona sud e Cà di David. Le scelte di qualità
per il sistema della mobilità riguardavano lo spostamento del traffico di attraversamento e
penetrazione all’esterno dei quartieri, dei borghi e dei centri minori; la riorganizzazione delle linee e
delle aree di servizio ferroviarie integrate con le diverse mobilità di trasporto pubblico, urbano e
metropolitano; la realizzazione di un sistema di luoghi e percorsi pedonali e di percorsi per il
trasporto pubblico; la realizzazione del sistema pedociclabile integrato con il sistema del verde
fruibile e connesso alla riqualificazione dei tessuti urbani.
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Il piano elaborato dal professor Vittorini con l’assessore alla Pianificazione Massignan fu approvato
in Giunta. Dopo la crisi politica e la caduta della Giunta Sala, ci fu la formazione di una nuova
Giunta con nuovo sindaco e nuovo assessore alla Pianificazione. Il Piano venne leggermente
modificato e portato in Consiglio per l’adozione dal nuovo assessore Conta. Nella nuova versione
conteneva il traforo delle Torricelle.
Il Piano di Salvaguardia dopo tre anni fu fatto scadere dalla Giunta guidata dal sindaco Sironi e non
rinnovato. In tal modo si sono potute esaurire e cementificare tutte le aree ancora verdi che, nella
Variante Generale del 1975, erano previste edificabili per una città di 410.000 abitanti.
La speculazione edilizia aveva vinto ancora una volta.
Il progetto preliminare alla Variante Generale al P.R.G. vigente
o Piano di Salvaguardia (da n.56 della rivista Architetti Verona)
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2006 - Primo P.A.T. 2007 secondo P.A.T. 2011 P.I. Il Piano Regolatore Generale, poi denominato
P.A.T., sarà adottato solo nel 2006 dalla giunta del sindaco Paolo Zanotto e successivamente
modificato nel 2007, dalla nuova giunta guidata dal sindaco Tosi. La stessa giunta, nel 2011,
approvò il P.I.
(vedi pag. 22)
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I MECCANISMI DI GESTIONE DEL TERRITORIO
L’ analisi dei piani urbanistici permette di leggere le scelte d’uso del territorio ed i relativi effetti
che queste avranno sulla formazione e sviluppo della città, ma non chiariscono quali sono stati i
meccanismi che hanno determinato quelle scelte.
La pianificazione territoriale avrebbe l’esigenza di essere preservata sia dagli eccessivi appetiti
economici che da quelli politico-elettorali. Ma non è mai stato così e gli interessi economici,
assieme a quelli politici, hanno influenzato le scelte d’uso del territorio.
L’utilizzo dello strumento del piano regolatore per onorare le promesse fatte in periodo di
consultazioni elettorali e/o consolidare i disegni della speculazione si è rivelato estremamente
dannoso per l’equilibrio territoriale della città.
Lo studio dei meccanismi e degli operatori che nel passato hanno determinato l’attuale assetto
urbanistico di Verona è fondamentale per capire il metodo che ha portato alla stesura dei piani
urbanistici; metodo che non rispondeva certamente alle richieste della cittadinanza nel suo
complesso, ma era funzionale ad una piccola minoranza.
Una caratteristica dello sviluppo economico della società italiana nel primo dopoguerra è stato il
forte impulso dato dal settore edilizio. La conseguenza fu una frenetica cementificazione del suolo
e un ampliamento delle città.
Verona non si discostò da questo modello, ma mantenne sino agli anni ‘90 una sua specifica
particolarità. Chi gestiva il potere politico-amministrativo ebbe sempre la massima attenzione per
evitare che si formassero potenti gruppi di interesse economico-politico, in grado di modificare
sostanzialmente gli equilibri tra i diversi operatori economici e politici della città.
Alcune grosse operazioni urbanistico-edilizie, che avrebbero potuto permettere ad alcuni operatori
locali, assieme ad altri provenienti da altre province, di modificare l’assetto urbanistico della città e
conseguentemente il sistema di potere, sono state, con acuta preveggenza, bocciate dalle allora
amministrazioni comunali e segreterie politiche.
Da evidenziare alla fine degli anni ‘60 la bocciatura di tre grosse lottizzazioni, di cui una sulla
collina veronese, che avrebbe modificato il metodo consueto di intervenire sul territorio.
In quegli anni fu creato una sorta di ombrello clientelare, garantito dal maggior partito cittadino, che
consentiva a diversi operatori del settore edilizio di intervenire, senza permettere che si costituisse
un centro monopolistico, in grado di modificare una gestione del potere che lasciava libertà di
iniziativa a differenti soggetti.
Le caratteristiche delle città medie, l’opera calmieratrice della D.C. e la mancanza di un massiccio
fenomeno di industrializzazione hanno permesso a Verona, sino agli anni ‘90, di non subire grossi
squilibri urbanistici, con conseguenti aree di conflitto politico-economiche.
Si è perseguito un modello di sviluppo che, alla concentrazione di grossi impianti industriali, ha
preferito la parcellizzazione di piccole industrie, non alterando così la tipologia della struttura
economica e sociale veronese.
Dal periodo della ricostruzione, per avere l’autorizzazione a urbanizzare il proprio terreno e quindi
a edificare, il solo proprietario fondiario non era sufficiente. Per ottenere il cambio d’uso dei
propri terreni, era indispensabile il collegamento con l’operatore politico-amministrativo che
decideva la concessione del permesso. Tale collegamento, il più delle volte, era svolto dal tecnicoprofessionista, connesso alle segreterie dei partiti politici. Meccanismo questo che ha permesso al
fattore politico di controllare l’intero settore edilizio e di evitare il formarsi di condizioni di
monopolio e oligopolio, che avrebbero potuto determinare degli squilibri e degli scompensi.
Lo sforzo era finalizzato a raccogliere tutti gli operatori del settore, dai più piccoli ai più grossi, per
difenderne gli interessi. Venivano così ricavati spazi operativi per tutti.
Il meccanismo consisteva nell’ampliare continuamente le aree fabbricabili appartenenti ai vari
proprietari, che con l’ausilio del progettista tenevano i rapporti con la Pubblica Amministrazione.
In quell’epoca mancavano operatori specializzati nelle sole attività edilizie ed immobiliari.
14
L’assenza di operatori fondiari in grado di gestire grosse porzioni territoriali ha contribuito al
frazionamento progressivo della struttura della proprietà, presentando delle concentrazioni solo a
scala di singolo operatore periferico.
Diverso è invece il ruolo del progettista, che ha visto solo una piccola percentuale degli iscritti agli
ordini partecipare alla gestione degli interventi più significativi.
Gli studi professionali, alla specializzazione tecnica in specifici settori di intervento, hanno preferito
svariare in tutti i campi, alternando il restauro al piano di lottizzazione, alla nuova edificazione, ai
piani urbanistici.
Le diverse giunte comunali che si sono alternate e la loro diversa composizione e colore, sono
accompagnate dall’ingresso ai meccanismi di gestione del territorio di professionisti con colori
politici speculari a quelli dei partiti che amministrano la città.
Cambiano i soggetti politici, ma il sistema rimane lo stesso, non viene sconvolto l’equilibrio
generale instauratosi.
E sin dai primi anni ’60, la Pubblica Amministrazione non ha mai avuto la volontà di intervenire
direttamente nello sviluppo della città, favorendo uniformemente gli operatori privati.
Da tutto questo è possibile dedurre che i meccanismi che formano e gestiscono il territorio sono il
prodotto di due fattori, quello economico e quello politico, con un ruolo molto importante del
professionista-progettista, che si pone come tramite tra i due fattori principali e non di rado come
controllore incaricato dalle segreterie politiche.
Dagli anni ’90 in poi, la crisi dei partiti e lo scioglimento della D.C., che nel Veneto e a Verona
aveva rappresentato il grande distributore e compensatore, hanno modificato tutto.
In questi ultimi anni il fattore politico si è dimostrato, o meglio ha voluto dimostrarsi, incapace di
controllare quello economico, perché succube dello stesso.
Mentre nel passato, tra i due fattori, quello politico-amministrativo era il più forte, ora quello
economico ha preso il sopravvento, gestendo e/o creando direttamente i soggetti politici.
A differenza del vecchio ombrello clientelare, ora i più forti emergono e determinano le scelte sul
territorio. Così si ricerca la grande opera che, anche se inutile, accontenta il potente di turno.
I tecnici e gli urbanisti.
Sono i notai delle scelte immobiliari. La pianificazione territoriale, o meglio la non pianificazione
territoriale, è ridotta a un atto burocratico per giustificare e legalizzare la speculazione edilizia.
La progettazione del territorio si basa solo sul valore economico delle aree. Non si progettano
porzioni di città, con quota parte di abitazioni, di negozi e di uffici, con spazi pubblici sia aperti che
chiusi, con relative aree pedonali, ma poli funzionali accessibili soprattutto con i mezzi privati a
motore. Le moderne città sono degli agglomerati con zone monofunzionali per la residenza, il
commercio, o il direzionale, concentrati disordinatamente attorno ad un nucleo storico, sulla base
del valore immobiliare delle aree.
Il ruolo degli urbanisti è di giustificare tecnicamente le scelte dettate dalla speculazione edilizia. I
risultati li abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni: città concentriche con problemi insolubili di
traffico e con un consumo di suolo che ha ridotto, ed in molti casi annullato, il rapporto
città/campagna, riunendo le sfrangiature periferiche del tessuto urbano cittadino con i borghi rurali
esterni.
Dalla metà degli anni ’50, il territorio e l’ambiente sono stati considerati una riserva di caccia per
gli operatori economici e per i loro referenti politici. Le aree ‘vuote’, sono considerate in
parcheggio in attesa di essere edificate.
I risultati sono stati:
-sviluppo delle città a macchia d’olio, concentrate attorno ai centri storici;
-carenza di seri ed efficienti piani della mobilità pubblica;
-annullamento del concetto di limite urbano;
-disinteresse per il recupero del patrimonio edilizio esistente;
-consumo irrazionale ed eccessivo di suolo.
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Una piccola percentuale dei professionisti del settore edilizio iscritti agli ordini, furono
determinanti, e in parte lo sono anche oggi, come mediatori tra gli operatori economici e la pubblica
amministrazione.
Per quanto riguarda gli architetti, coloro che sono intervenuti ed hanno gestito le operazioni più
importanti, sono passati nell’arco di circa 50 anni dal 9% del 1954 a circa il 3% del 2010, sul totale
degli iscritti all’Ordine. Questi numeri esprimono in modo inequivocabile il sistema oligarchico che
esisteva ed esiste anche oggi tra i professionisti del settore.
Il numero dei progettisti più importanti sul mercato edilizio veronese è pressoché costante nel
tempo. Aumentano gli iscritti all’Ordine e diminuisce la percentuale dei più potenti.
Le diverse giunte che si sono alternate, con una diversa composizione e colore, sono accompagnate
dall’ingresso ai meccanismi di gestione del territorio da professionisti con colori politici speculari a
quelli dei partiti che amministrano la città.
Cambiano, o meglio, si aggiungono altri soggetti politici, ma il sistema rimane lo stesso, non viene
sconvolto l’equilibrio generale instauratosi.
Un importante ruolo di controllo è delegato alla commissione edilizia, eletta in Consiglio Comunale
e rappresentata da tecnici proposti dai partiti politici.
Gli strumenti urbanistici.
Sono le piattaforme tecniche che giustificano e notificano la speculazione edilizia.
I nostri politici e amministratori pubblici sono sensibili ad una pianificazione urbanistica più vicina
agli interessi immobiliari che alla tutela delle risorse comuni. In questo modo il suolo è considerato
come una piattaforma sempre disponibile a generare rendita.
Anche a Verona, nelle scelte di piano, il suolo non è stato valutato come una risorsa finita, soggetto
agli effetti ambientali, che può subire e a sua volta rimandare.
Prima del P.A.T. e del P.I. della giunta Tosi, le ultime scelte urbanistiche per la nostra città furono
fatte nel 1975 con l’approvazione della Variante Generale al P.R.G., poi solo modifiche e varianti
parziali, oltre 200 sino alla recente approvazione del P.A.T. (2007). Per tutto quello che è accaduto
dal 1975 al 2007, non si può parlare di scelte urbanistiche. Per oltre trent’anni si è perso di vista il
progetto unitario di città e dato luogo a uno sviluppo dispersivo degli insediamenti, a un
incontrollato consumo di suolo e alla mancata realizzazione delle necessarie opere infrastrutturali.
I soli interventi di una certa importanza, giusti o sbagliati che fossero, sono stati eseguiti sulla
viabilità, (le bretelle, i sottopassi dei Mondiali ’90 e le tangenziali, inserite nella Variante del ’75),
non sulla mobilità, che avrebbe consentito di pianificare organicamente alle scelte d’uso del
territorio, i diversi sistemi di spostamento.
Gli estensori dei recenti P.A.T. e P.I. non hanno considerato le condizioni di un territorio sovraurbanizzato e i conseguenti danni.
Così, ancora una volta, non hanno colto l’opportunità economica che il rinnovo del patrimonio
edilizio esistente, la rinaturalizzazione e la messa in sicurezza di ampie zone a rischio idrogeologico
e la conservazione del magnifico patrimonio storico monumentale avrebbero potuto offrire al
settore dell’edilizia.
I P.D.L. e i P.D.Z. Un dato importante che conferma l’ipotesi che i piani regolatori sono stati
modificati dalle richieste degli operatori privati, riguarda l’iter di approvazione dei P.D.L. (piani di
lotizzazione).
Dal 1954 alla metà degli anni ’70, l’attività edilizia si è espressa per l’80% tramite richiesta di
licenza edilizia ed il rimanente 20% attraverso la concessione di P.D.L. E’ dall’analisi di questi
ultimi che si possono definire i meccanismi che hanno determinato le scelte urbanistiche.
Dallo studio dei circa 295 presentati dal 1954 al 1976, (109 sono stati presentati entro il 1967, anno
in cui venne approvata la legge 765 che permetteva la concessione di P.D.L. solo attraverso delibera
16
e prevedeva degli oneri per l’urbanizzazione), di cui 174 approvati, risulta che il 60% di questi ha
causato delle varianti al piano.
Nel 49% dei casi la variante avviene dopo la presentazione del P.D.L. e causa un aumento degli
indici di edificabilità; nel rimanente 51% si attende a presentare il P.D.L. che una variante provveda
ad aumentarne l’indice.
Solitamente, l’alleanza tra un progettista potente e un forte operatore economico, è in grado di
definire una determinante pressione politico/amministrativa, che può causare la variazione degli
indici.
Da esempio è il caso di un P.D.L. in zona ovest, che vede l’indice di edificabilità dell’area in cui
insiste, aumentare una prima volta dal piano del ’58 a quello del ’67, ed una seconda nel piano del
’75; oppure di un P.D.L., sempre ad ovest, nella cui zona era prescritta un’altezza massima di 5
piani, ma che ne vennero tranquillamente realizzati 6.
Non è raro che l’aumento degli indici di edificabilità di un’area interessata da un p.d.l. presentato da
operatori “importanti”, sia poi allargato anche alle aree limitrofe, modificando così le volumetrie
pianificate..
La maggior parte dei P.D.L. presentati ed approvati insistono principalmente nelle zone ovest e sud
della città, attorno ai P.D.Z. (piani di zona di edilizia economica popolare) della legge 167.
L’influenza avuta dal P.E.E.P. (piano edilizia economico popolare) sulla localizzazione e sull’iter di
realizzazione dei P.D.L. è verificata proprio per le caratteristiche dei P.D.Z. che uniscono gli
elementi urbanistici propri del piano generale (indicazione di infrastrutture, zoonig, determinazione
degli standards), a quelli del piano di intervento diretto (individuazione delle aree da edificare,
esecuzione di progetti, realizzazione delle opere di urbanizzazione).
Ma anche i P.D.L. hanno influenzato la localizzazione dei P.D.Z., considerando che il 53% delle
lottizzazioni approvate prima del 1965 (anno di approvazione del P.E.E.P.), sono in aree limitrofe ai
P.D.Z. futuri. Qualcuno era stato fornito della mitica palla di cristallo.
Di fatto, la presenza di molte piccole zone di edilizia popolare, in un contesto rurale, ha funzionato
come elemento pilota per l’urbanizzazione del territorio, con il conseguente interesse da parte
dell’operatore privato ad intervenire.
Importante sottolineare come a borgo Milano 21 P.D.L. su 43 presentati e realizzati, erano su ex
proprietà comunali cedute ai privati prima del 1967.
La pubblica amministrazione ha volutamente tralasciato di realizzare edilizia economica popolare in
aree comunali. Ben 9 P.D.L. su 19 attorno ai P.D.Z. erano su ex aree comunali.
Emblematico è il caso di un P.D.Z. in Borgo Milano, dove il Comune riacquista dei terreni dai
privati dopo averglieli venduti precedentemente. Poco lontano, a circa 300 metri, la Pubblica
Amministrazione era proprietaria di una vasta area libera.
Da tutto questo si può dedurre la mancanza di volontà da parte della Pubblica Amministrazione a
voler intervenire direttamente nello sviluppo della città, favorendo uniformemente gli operatori
privati, gratificandoli con aumenti di indice di piano o con interventi a testa di ponte tramite il
P.E.E.P. che localizzava le aree su cui intervenire attorno alla cintura periferica, guidando a
macchia d’olio uno sviluppo edilizio concentrico al centro storico.
La forma della città e la relativa funzionalità, rispecchiano la molteplicità dei fattori sociali,
economici, politici e culturali che intervengono nella loro formazione.
Operatori e settori economici.
Una caratteristica dello sviluppo economico della società italiana e quindi anche di Verona, nel
primo dopoguerra, è stato il forte impulso dato dal settore edilizio.
La prima conseguenza fu l’ampliamento delle città e l’inurbamento a scapito delle popolazioni
rurali.
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Infatti, a Verona, gli operatori economici che negli anni della ricostruzione hanno investito in
edilizia, provenivano per il 43% dal settore primario, per il 27% dal secondario ed il 30% dal
terziario. E’ così dimostrato che quasi la metà dei capitali proveniva dal settore agricolo.
Un’altra caratteristica tipica di quel periodo fu la mancanza di operatori specializzati nelle sole
attività edilizie ed immobiliari.
Repetita non iuvant.
Purtroppo la storia non ha insegnato nulla ai nostri attuali amministratori, che hanno ancora ripetuto
e ripetono l’errore del passato.
Ancora una volta non hanno pianificato l’uso del territorio sulle reali esigenze e vocazioni della
città, per poi consentire all’operatore privato di investire e intervenire seguendo chiare ed obiettive
linee programmatiche. Hanno preferito delegare tale processo agli operatori economici che,
attraverso varie forme, non ultima la cosiddetta ‘manifestazione d’interesse’, scelgono e pilotano lo
sviluppo della città sulla base dei propri specifici interessi.
Negli anni passati la speculazione edilizia era stata aiutata dagli interventi di edilizia economica
popolare, sparsi a pelle di leopardo attorno al centro storico nelle zone rurali, che hanno consegnato
agli operatori privati terreni urbanizzati su cui edificare.
Ora, sono direttamente gli speculatori privati che pianificano il territorio, progettando i loro
interventi e facendoli poi approvare dalla pubblica amministrazione.
Di esempi ne esistono in abbondanza, ne cito solo alcuni: le ex Cartiere Verona, le ex Officine
Adige; le varie ‘manifestazione di interesse’ accolte nel P.I.; il polo commerciale Ikea, proposto
qualche mese dopo l’approvazione del P.I.; il piano per la Spianà; la lottizzazione al Nassar
(Parona), in una zona esondabile; etc…
La giustificazione è sempre la stessa: con i soldi che ricaviamo da queste concessioni realizziamo
servizi pubblici. Anche l’obiezione è sempre la stessa: quanto costerà alla collettività, in termini
economici, sanitari e di qualità urbana, lo squilibrio territoriale che questi interventi causeranno?
Di fatto, la scelta di come investire e agire sul territorio è suggerita dalla partecipazione degli
operatori immobiliari privati nei processi decisionali e strategici pubblici locali. Il tutto in un
contesto amministrativo, in cui la questione ambientale è debolmente rappresentata e poco
sostenuta; e dove provvedimenti fiscali tipo la possibilità di usare più della metà degli oneri di
urbanizzazione per finanziare la spesa corrente, hanno creato le condizioni favorevoli per il
consumo del suolo.
Le amministrazioni locali si sono così appropriate di una pratica, secondo la quale il suolo viene
concesso alle trasformazioni immobiliari, per finanziare servizi, stipendi ed eventi locali.
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IL CONSUMO DEL SUOLO.
Il suolo, con le sue funzioni ecosistemiche, ospita le specie animali e vegetali, favorisce il ciclo
vegetativo e idrico, l’assetto climatico, assorbe i rifiuti, fissa la CO2, depura le acque e ci permette
così di vivere.
Purtroppo in Italia non è percepito come una risorsa esauribile, ma come terreno in attesa di essere
edificato.
La speculazione edilizia, prodotta dal rapporto tra il potere politico/amministrativo e quello
economico, ha determinato la cosiddetta città diffusa, che ha saturato i pochi vuoti urbani rimasti,
originato l’allargamento del confine urbano edificato e favorito la proliferazione di capannoni, di
centri commerciali e direzionali, collegati tra loro da strade, tangenziali, bretelle, svincoli e rotonde.
La città compatta storica, dove era necessario minimizzare i movimenti, ora non esiste più;
abbiamo la città aperta, in cui le aree urbanizzate (strade, parcheggi, etc…) possono arrivare anche
al 70% del costruito.
Purtroppo, l'urbanizzazione è collegata all’idea di sviluppo, di progresso; in realtà dipende da una
cattiva o inesistente pianificazione territoriale, dove gli urbanisti sono costretti a notificare le scelte
fatte dai politici e da chi investe denari.
Non è neppure vero che l’attività edilizia aumenta il PIL, infatti, nel quinquennio 1998/2003,
l’attività edilizia è cresciuta del 17,6%, mentre il PIL nazionale, nello stesso periodo, è cresciuto
solo del 7,2%.
L’attività estrattiva e la produzione di cemento sono collegate al consumo di suolo. La produzione
2007 di sabbia, ghiaia, pietrisco è stata di 375 milioni di tonnellate, e quella di argilla, gessi, marmi
di 320 milioni di tonnellate. Un’enormità. Riguardo alla produzione di cemento l’Italia vanta il
primato europeo. Nel triennio 2005/2007 abbiamo prodotto 126,5 milioni di ton. circa 700 kg/annuo
pro capite, il doppio della Germania.
Il consumo di suolo provoca vari e tragici effetti collaterali come le alluvioni e i sismi che
distruggono abitazioni realizzate con materiali scadenti e in aree geomorfologicamente inadatte.
Inoltre la cronaca giudiziaria ci riferisce che lo smaltimento dei rifiuti nei sottofondi stradali o nelle
cave, e l’eliminazione delle scorie tossiche nei cantieri, sono spesso gestiti dalla malavita
organizzata, la stessa che spesso ricicla il denaro sporco nelle grandi opere edilizie, altrimenti
incomprensibili in questo periodo di crisi economica. Il risultato della dissennata pianificazione
territoriale è che la superficie coltivata è passata in 40 anni da 18 a 13 milioni di ettari (fonte
Eurima).
Per anni in Italia non si è potuto legiferare sull’uso del suolo. Chi ci ha provato ha fatto una triste
fine politica (Fiorentino Sullo, 1963). Ora ci prova il governo Monti, che in settembre ha approvato
un disegno di legge presentato dal ministro Mario Catania, ed è un disegno di legge che si potrebbe
definire “rivoluzionario”. Infatti, si propone di promuovere l’agricoltura e di contenere il consumo
di suolo. Nel presentarlo, il presidente del Consiglio ha dichiarato: “L’obiettivo principale è di
garantire l’equilibrio tra i terreni agricoli e le zone edificabili, ponendo un limite massimo al
consumo del suolo e stimolando il riutilizzo di zone già urbanizzate…Negli ultimi 40 anni - ha
continuato Monti- la superficie agricola è passata da 18 a 13 milioni di ettari, con una perdita pari
alla somma dei territori di Lombardia, Liguria ed Emilia Romagna...La sottrazione di superfici alle
coltivazioni ha effetti negativi sul paesaggio, e di conseguenza sul turismo, oltre a minare la
sicurezza del territorio, incidendo sull'assetto idrogeologico e aumentando i rischi di dissesto".
Attualmente in Italia si consumano circa 100 ha al giorno di suolo agricolo. Se la legge sarà
approvata, questo spreco dovrebbe essere bloccato, e favorito invece il recupero del patrimonio
edilizio rurale. Ma soprattutto verrà abrogata la norma, introdotta dal senatore Bassanini, che
consente che i contributi di costruzione siano parzialmente distolti dalla loro naturale finalità e siano
destinati alla copertura delle spese correnti da parte dell’Ente locale.
19
A Verona, il Piano Attuativo Territoriale (PAT) e il Piano degli Interventi (PI) risultano totalmente
in contrasto con le linee guida del disegno di legge sopracitato. Nel comune di Verona, secondo i
dati censuari, nel 2000 c’erano circa 7.500 ettari di superficie agricola totale. Nel 2011 dovrebbe
essersi ridotta a circa 6.000 ettari. Se il Piano degli Interventi sarà realizzato, la superficie agricola
di Verona subirà un’ulteriore negativa contrazione.
Situazione idrogeologica.
Oltre mezzo secolo di pianificazione dissennata, di cementificazione del territorio, di
disboscamento, di canalizzazione dei corsi d’acqua e di abusivismo edilizio, ha causato un grave
dissesto idrogeologico che, durante le intense precipitazioni piovose, causate dai mutamenti
climatici, rendono la nostra nazione ad alto rischio per i disastri ambientali.
La mancanza di un’oggettiva pianificazione territoriale è dovuta soprattutto alle ingerenze
politico/economiche sulle destinazioni d’uso urbanistiche.
Sono purtroppo cronaca di questi giorni le catastrofi causate da una gestione sconsiderata del
territorio, in cui gli interessi economici della speculazione edilizia, supportati da politici conniventi,
hanno determinato la tragica situazione attuale.
Il presidente della Regione Zaia potrebbe fare molto in questo senso; per esempio può dare impulso
alla definizione del Piano Paesaggistico Regionale, così come previsto dal Codice dei Beni
Culturali e del Paesaggio emanato nel 2004.
Tale legge prevede che gli enti locali adeguino i propri strumenti urbanistici alle previsioni del
Piano Regionale, che dovrebbe dare le linee generali riguardanti la salvaguardia, la gestione e la
pianificazione territoriale.
Il Codice e la Convenzione Europea sul paesaggio richiedono che i piani regionali individuino
immobili o aree di notevole interesse pubblico da sottoporre a specifiche misure di salvaguardia,
perché presentano aspetti e caratteri che costituiscono “rappresentazione materiale e visibile
dell’ identità nazionale”.
Ma la legislazione nazionale e comunitaria non si limita a questo: i criteri della pianificazione
paesaggistica sono estesi a tutto il territorio, alla gestione dei “paesaggi ordinari” e alla
riqualificazione delle aree degradate, così frequenti nella nostra regione.
Mentre il presidente Luca Zaia denuncia che per troppi anni si è ceduto “territorio in cambio di
ricchezza; terra, in cambio di cemento; spazio, in cambio di capannoni,” facendo chiaramente
intendere che sarebbe auspicabile una svolta nella gestione del territorio veneto, l’amministrazione
Tosi ha programmato scientificamente il metodo di affidare ai privati e al loro potere economico la
pianificazione del territorio; e anziché considerare il suolo una risorsa sostanzialmente non
rinnovabile, un elemento del paesaggio e del patrimonio culturale, persevera con il suo consumo
dissennato.
La Giunta, sentiti gli operatori privati, ha deciso di seguire il mercato immobiliare per permettere la
realizzazione di tipologie edilizie commercialmente allettanti per i privati e remunerative per le
fiscalità locali.
Ribadisco che, nel rispetto di quanto ha stabilito recentemente la Corte Costituzionale, il paesaggio
deve ritenersi “un valore primario ed assoluto”, che “precede e comunque costituisce un limite agli
altri interessi pubblici” (sentenza n. 367 del 2007). E solo poi, alla luce di questi criteri, si
dovrebbe decidere rispetto agli interventi puntuali.
20
Una conseguenza del dissesto idrogeologico
del nostro territorio
L’URBANISTICA del sindaco FLAVIO TOSI
21
e dell’assessore VITO GIACINO
Il sindaco Tosi e l’assessore Giacino, relativamente alla prima approvazione del Piano degli
Interventi da parte del Consiglio comunale, hanno dichiarato: «È finita l'epoca delle regalie, i
privati finanzieranno investimenti per i quartieri». E ancora: «Questo piano, a differenza di quanto
succedeva con il PRG, non sarà uno strumento per fare regali a destra e a manca, perché si
dovranno seguire criteri logici di sviluppo urbanistico e chi proporrà di trasformare un’area dovrà
versare cifre importanti per la realizzazione di opere pubbliche, il cui costo una volta era a carico
del Comune…”
Non è proprio così. L’amministrazione Tosi – Giacino, con il P.A.T. e il successivo Piano degli
Interventi, ha affidato ai privati e al loro potere economico la pianificazione del territorio,
espropriando in questo modo la Pubblica Amministrazione del diritto/dovere di programmare e
gestire l’uso del suolo.
La conferma è la non pianificazione di Verona sud e la definizione del P.I. sulla base delle
“manifestazioni d’interesse” da parte dei privati.
Gli amministratori pubblici, anziché analizzare il potenziale che offriva il territorio e coniugarlo con
la vocazione e le necessità di Verona, all’interno di un piano territoriale unitario e organico, hanno
preferito ricucire le differenti proposte che i vari gruppi di imprenditori avevano presentato,
realizzando così una sorta di abito di Arlecchino.
Alle diverse obiezioni, l’assessore risponde che non ha fatto altro che seguire il P.A.T. della
precedente amministrazione di centro sinistra, come se quel piano fosse stato il Vangelo.
In realtà, sia il piano Zanotto-Uboldi che quello Tosi-Giacino si sono dimostrati più sensibili agli
interessi immobiliari che alla tutela delle risorse comuni, considerando il suolo come una
piattaforma sempre disponibile a generare rendita.
Il P.A.T. (Piano Assetto del Territoriale) e il P.I. (Piano degli Interventi), firmati
dal sindaco Tosi e dall’assessore Giacino.
Nascono con due gravi peccati originali:
1. Il consumo di suolo. Nonostante siano state edificate aree per una città di oltre 400.000 abitanti
(Variante Generale al P.R.G. del 1975), e nella provincia di Verona siano stimati oltre 50.000
appartamenti non utilizzati, dei quali, oltre 10.000 solo nel comune di Verona, (secondo l’Istat,
circa il 20% del nostro patrimonio edilizio abitativo non è occupato. Una quota quattro volte
maggiore di quella tedesca), nel P.A.T. sono pianificati 10.900 nuovi alloggi; e malgrado la crisi
economica abbia notevolmente ridotto la domanda di edifici ad uso commerciale, terziario e
produttivo, nel nuovo strumento urbanistico ne sono previsti altri 750.000 mq.
Inoltre, le aree agricole collinari, paesaggisticamente più preziose e ambientalmente più fragili, non
sono state salvaguardate e sono previsti 25.000 mq di residenziale ad Avesa e Quinzano.
L’assessore Giacino ha inoltre ritenuto opportuno destinare nuove aree all’espansione edilizia, per
un ipotetico, quanto improbabile, aumento di popolazione. Non ci si spiega, infatti, su quali basi
possa ritenere che la popolazione veronese possa crescere sino a raggiungere i 300.000 abitanti nel
2021.
Un raffronto con la Germania di Kohl, che nel 1998 pose l’obiettivo, rispettato, di non investire
ogni giorno nell’urbanizzazione più di 30 ettari, mette in risalto la differenza con la nostra realtà,
dove consumiamo suolo almeno 4 volte tanto. L’obiettivo di Kohl è stato rispettato da tutti i
governi che gli sono succeduti, sia di centro sinistra che di centro destra.
Attualmente, le amministrazioni pubbliche tedesche si stanno dotando di opportuni strumenti per
realizzare “un’economia di rotazione delle aree”. Per ogni nuova occupazione di suolo dovrebbe
essere naturalizzata una superficie equivalente da un’altra parte.
Parecchi stati europei considerano il suolo una risorsa sostanzialmente non rinnovabile, un elemento
del paesaggio e del patrimonio culturale che ci fornisce cibo, biomassa e materie prime; che svolge
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un ruolo fondamentale come habitat. Nel suolo sono stoccate, filtrate e trasformate molte sostanze,
tra le quali l’acqua, i nutrienti e il carbonio. Purtroppo, i nostri amministratori non la pensano in
questo modo.
2. Una pianificazione urbanistica più sensibile agli interessi immobiliari che alla tutela delle
risorse comuni. Si è considerato il suolo, cioè, come una piattaforma sempre disponibile a generare
rendita.
Nelle scelte di piano non hanno considerato che il suolo non è una risorsa infinita. Coloro che
hanno deciso questo tipo di pianificazione non hanno valutato le condizioni di un territorio sovraurbanizzato e i conseguenti danni che potranno causare.
E’ vero che nel P.I. l’80% degli interventi presentati dai privati (300 su 418 proposte di privati
accolte dalla giunta), prevedono il recupero e la riqualificazione delle aree esistenti ed il 20%
riguarda le aree di espansione. Ma com’è stato considerato il recupero? La trasformazione delle aree
dismesse è stata, di fatto, suggerita dalla partecipazione degli operatori immobiliari privati nei
processi decisionali e strategici pubblici locali (l’esempio delle ex Cartiere è emblematico). Il tutto,
in un contesto amministrativo in cui la questione ambientale è debolmente rappresentata e poco
sostenuta; e dove demagogici provvedimenti fiscali tipo l’eliminazione dell’ICI, o la possibilità di
usare più della metà degli oneri di urbanizzazione per finanziare la spesa corrente, hanno creato le
condizioni favorevoli per il consumo del suolo.
L’ amministrazione locale si è così appropriata di una pratica secondo la quale il suolo viene
concesso alle trasformazioni immobiliari per finanziare servizi, stipendi ed eventi locali.
Non vi è alcuna correlazione tra l’ipotetico aumento della popolazione, la presunta necessità di
nuovi insediamenti direzionali, commerciali e alberghieri, e le scelte del P.I.
Il Piano di assetto del territorio (P.A.T.). Prima della stesura del P.A.T., sarebbe stato
corretto, nelle analisi di piano, fornire delle soluzioni sull’impiego dei circa 10.000 appartamenti
non o sottoutilizzati del centro storico e della periferia. Inoltre, prima di definire le nuove
destinazioni d’uso e le aree edificabili, si sarebbe dovuto elaborare il cosiddetto piano regolatore
degli edifici storici, militari e monumentali. La loro analisi filologica e tipologica e le conseguenti
destinazioni d’uso, avrebbero dovuto, assieme al piano della mobilità, rappresentare la base per la
stesura del P.A.T.
In realtà le scelte urbanistiche fatte dalla nostra Pubblica Amministrazione sono state del tutto
estranee a una pianificazione unitaria del territorio.
Chi ha steso il piano ha preferito ignorare le potenzialità del patrimonio edilizio esistente e valutare
caso per caso le diverse ‘richieste’ degli operatori privati.
Non ha voluto definire quale forma dare alla città, come rapportarla con la campagna circostante e
con i comuni contermini.
Quelli che potevano rappresentare gli atti urbanistici in grado di impostare un modello di sviluppo
sostenibile, in realtà si stanno dimostrando programmi a cui sono stati tolti il valore e l’importanza
che avrebbero dovuto avere, sia per motivi di metodo che di merito.
Sul metodo: credo che la cosiddetta partecipazione della città alle scelte sulla pianificazione
territoriale, come detta la recente legge regionale sull’urbanistica, non ci sia realmente stata, e
sostenere che l’obbligo di legge sia stato osservato con le esposizioni fatte dalla Pubblica
Amministrazione alla Gran Guardia, che si riducevano a trionfalistiche esposizioni della grande
Verona che sta per realizzare, sia sbagliato e non possa essere ritenuto sufficiente ad ottemperare
agli obblighi di legge.
Sul merito: è necessario evidenziare come, sulle grandi aree strategiche, il P.A.T. non abbia deciso
nulla, in attesa delle cosiddette “manifestazione di interesse” da parte dei privati per definire il P.I.
o Piano del Sindaco.
Tutto questo non significa programmare e pianificare il territorio, ma mantenersi la massima
discrezionalità sulle scelte più importanti e la conferma della delega, che la Pubblica
Amministrazione ha affidato ai capitali privati per pianificare la città.
23
Il Piano degli Interventi (P.I.). Dai risultati dell’ultimo censimento si evince che Verona, dal
2001 al 2011 ha perso circa 3000 abitanti, passando dai 257.000 del 2001 ai 254.607 del 2011.
Dal 1975, anno della Variante Generale al P.R.G. che prevedeva un grosso aumento della
popolazione veronese, sono state urbanizzate aree verdi e costruiti edifici residenziali per una
popolazione prevista di oltre 400.000 abitanti.
Le proiezioni sono risultate clamorosamente errate, provocando così lo spreco di migliaia di mq di
territorio agricolo e l’accumulo di circa 10.000 abitazioni sfitte. Secondo l’Istat, circa il 20% del
nostro patrimonio edilizio abitativo non è occupato. Una quota quattro volte maggiore di quella
tedesca. Nonostante tutto ciò, l’assessore Giacino, nella pianificazione, ha ritenuto opportuno
destinare nuove aree all’espansione edilizia, per un ipotetico, quanto improbabile, aumento di
popolazione.
Quello che risulta certo è che, ancora una volta, si è utilizzato il vecchio meccanismo, che
considera le scelte sulle destinazioni d’uso dei piani urbanistici, come il prodotto tra gli interessi
del fattore politico-amministrativo con gli interessi del fattore relativo agli investimenti dei privati.
In definitiva il P.I. di Verona si basa solamente sulle manifestazioni di interesse (ex art. 6 L.R. 11)
che per volumetria e per limite regolamentato di consumo del suolo agricolo, occupano l’intera
possibilità edificatoria e di trasformazione del suolo agricolo prevista per i prossimi cinque anni.
Non è un piano che programma il territorio, come richiesto dalla nuova legge regionale, ma un
piano che si adegua alle diverse spinte dei vari gruppi di interesse privati.
Il P.I. permette che siano occupate le poche aree ancora libere all’interno del tessuto urbano e si
sfrangi ulteriormente con una edificazione disordinata e diffusa.
In tal modo non si è interpretato coerentemente il significato dell’articolo 6 ad accettare quelle
manifestazioni di interesse che proponevano progetti di trasformazione programmati dal P.I. e di
eliminazione degli elementi di degrado, valutando la localizzazione del credito edilizio non
necessariamente in loco, soprattutto se in zone fragili (versanti collinari, zone a ridosso dell’Adige,
contesti caratterizzati dalla presenza di elementi storico-architettonici importanti).
Inoltre dovevano essere privilegiate quelle che proponevano un intervento in aree dismesse o già
programmate per la dismissione, in modo da attuare un processo di riqualificazione in aree di
degrado.
Nel P.I. si nota come non siano stati assolutamente considerati il ruolo ed il valore dei vuoti urbani,
di quelle zone libere che dovrebbero rimanere tali per delimitare la città consolidata rispetto ai
borghi periferici. Anziché ‘utilizzarle’ per servizi vari che sono urbanizzazioni vere e proprie,
andrebbero considerate fondamentali per migliorare la qualità dell’ambiente, per alleggerire
l’inquinamento acustico e dell’aria e per aumentare la superficie drenante del territorio.
Il P.I. ha inoltre mancato uno dei principali obiettivi indicati dalla legge regionale: quello di
mantenere e/o recuperare le funzioni agricole del territorio comunale, e di valorizzare le
trasformazioni, se compatibili con l’assetto ambientale e paesaggistico a favore della collettività.
In questo caso l’affermazione contenuta nel P.I. “la corretta gestione del territorio non deve
svilupparsi attraverso limitazioni assolute e vincoli alla possibilità di edificare”, senza una chiara
valutazione e conseguente definizione di quali siano le condizioni oggettive per gli interventi di
nuova edificazione, di miglioramento e/o ampliamento delle strutture esistenti, nonché di nuove
destinazioni degli edifici agricoli non più funzionali, potrebbe causare un’ulteriore edificazione nel
territorio rurale.
Alcuni particolari del P.I.
24
Spianà. In quella zona, si costruiranno diversi edifici che trasformeranno l’uso del territorio
dall’attuale verde rurale a sportivo.
Il principale intervento sarà quello previsto su 180mila mq con la realizzazione di diversi impianti,
tra cui piscine coperte, campi da tennis, una palestra, un centro per il golf e un circuito per Bmx
omologato agli standard olimpici.
Montorio. Un nuovo centro sportivo con una palestra, campi da basket e da volley e con un centro
ricreativo estivo attrezzato con un laghetto, con giochi d'acqua e un bagnasciuga, è previsto a
Montorio. Inoltre saranno riqualificati i campi sportivi di via dei Cedri.
E’ proprio necessario costruire alla Spianà? La città ha più bisogno di un grande parco urbano
piantumato o di altri centri sportivi?
Quinzano. Un intervento di 13mila mq di residenziale consentirà di finanziare (con 2.500.000 euro)
i 700 metri mancanti per congiungere via Are Zovo e via Zavarise.
Si tratta di una specie di circonvallazione della frazione ai piedi delle colline. Questo intervento si
collega alla struttura viabilistica realizzata per la contestata lottizzazione del Monsel.
Saval. Sul luogo della contestata “quarta torre” sarà realizzato un parco di quartiere.
I proprietari dell’area che avevano ottenuto dal TAR il diritto a costruire hanno avuto in cambio dal
Comune un credito edilizio da utilizzare nella quarta circoscrizione.
Parona. E’ stata resa edificabile l’area ancora libera della rinascimentale villa Monastero (oltre
4mila mq), mantenendo sulla zona adiacente, di proprietà degli stessi privati, alcune attrezzature in
gestione alla parrocchia (impianti sportivi, un teatro all'aperto, un parco giochi).
Ca’ di David. La parrocchia ha ottenuto la possibilità di valorizzare un'area con 2.900 mq di nuove
abitazioni.
Il Comune considera le seguenti come le opere pubbliche di maggior rilievo:
-un parcheggio di mille metri quadrati a San Zeno;
-un’area di quasi 20mila mq. per la costruzione di impianti sportivi, un teatro all’aperto e un parco
giochi gestiti dalla parrocchia a Parona;
-un parco di 3.500 mq alla Spianà;
-un parcheggio pubblico da 5mila mq. e una nuova strada di accesso per le scuole medie Aleardi e
gli istituti Marconi e Fermi;
-20mila mq di verde attrezzato in località Fracazzole;
-impianti sportivi su 27mila mq a San Felice;
-un parcheggio scambiatore di 30mila mq a servizio della filovia a Madonna di Campagna;
-un nuovo centro sportivo in via dei Tigli e la riqualificazione di quelli esistenti in via dei Cedri, a
Montorio.
Su 313 manifestazioni di interesse approvate, 212 sono state protocollate ed hanno ottenuto il
rogito.
Con la stipula degli atti notarili per i progetti privati approvati con il Piano degli Interventi il
Comune comincerà ad incassare il dieci per cento del contributo di sostenibilità, vincolato a
finanziare opere pubbliche nei quartieri degli stessi interventi.
I progetti non ancora protocollati sono un centinaio. I proponenti che non avvieranno l’iter di
protocollo e quindi di approvazione del rogito, prima riceveranno una lettera di diffida e poi la loro
autorizzazione decadrà. Saranno quindi riconsiderati i progetti che, in fase di esame del Piano degli
Interventi, erano stati ammessi ma poi non accolti, perché i precedenti avevano già esaurito il totale
di nuove costruzioni.
25
Finora alle casse comunali gli accordi firmati hanno assicurato entrate, vincolate alla realizzazione
di opere pubbliche, per oltre 100 milioni di euro: 57 dai contributi di sostenibilità, 27 dalle quote di
credito vendute e altri 20 dai contributi a costruire. Tosi sottolinea che dal «tesoretto» potenziale di
43 milioni del credito edilizio, il Comune ne ha già incassati 27.
Il piano di Verona sud. La zona sarà rivoltata come un calzino. Già i primi progetti approvati
sono all’ insegna del gigantismo.
Sull’ area di 100.500 mq delle ex Officine Adige (si chiamerà Adige City) verranno costruiti
appartamenti, uffici, spazi commerciali e un albergo. I proponenti (si tratta del C.I.S.) hanno
acquistato dal Comune un credito edilizio pari a 45.515 mq aggiuntivi. Ben 3.833.627 euro da
versare a Palazzo Barbieri, in aggiunta a tutti gli altri oneri.
Risalendo viale del Lavoro, a fianco della Fiera, un altro mega progetto è pronto al via: la
riqualificazione dell'ex Manifattura Tabacchi: uffici, negozi e un albergo per un totale di 79.500
metri quadri, cui si aggiungono crediti edilizi per 8.490 mq (del valore di 1.867.910 euro).
Al Comune 1.334.700 euro di contributo di sostenibilità, oltre al recupero del Magazzino Nervi e
una piazza pubblica.
I 79.500 mq della ristrutturazione dell’area dell’ex Autogerma saranno principalmente residenziali.
L'intervento frutterà a Palazzo Barbieri 2.456.600 euro di contributo di solidarietà e altri 2.798.380
per l'acquisizione di 12.720 mq di crediti edilizi.
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Tutto questo rappresenta la conferma che la delega affidata dalla pubblica amministrazione ai
capitali privati di pianificare la città, è facilmente desunta dalle scelte fatte per la trasformazione
urbanistica di Verona sud: una zona ricca di grandi aree dismesse da riqualificare.
Gli amministratori pubblici, anziché analizzare il potenziale che offrivano e coniugarlo con la
vocazione e le necessità di Verona, all’interno di un piano territoriale unitario e organico, hanno
preferito ricucire le differenti proposte che i vari gruppi di imprenditori privati avevano presentato.
Lo scorporo dell’area di Verona sud dal resto del territorio veronese, ipotizzato e tentato già negli
anni ’80, è stato portato a termine dalla giunta Tosi - Giacino.
Gli interventi più importanti sono firmati da alcuni tra i maggiori architetti internazionali, (Rogers,
Bellini, Gabbiani, Crocioni e Porrino), quasi si volessero nascondere dietro i nomi degli archistar, il
fallimento della pianificazione pubblica e la mancata coniugazione tra l’architettura e l’urbanistica.
In particolare:
1)
Nella grande zona dello scalo merci della ferrovia, si sta vanificando l’opportunità di
realizzare un grande parco urbano per migliorarne la qualità ambientale e per realizzare una cerniera
di collegamento ciclabile e pedonale tra la stazione e la fiera e tra la zona di Verona sud e quella
dello stadio con la Spianà. Nel recente piano sono previsti il passaggio di una superstrada in
trincea e la costruzione di centri direzionali pubblici.
2)
Le ex Cartiere Verona: in un’area di circa 150.000 mq, è stata recentemente approvata la
mega lottizzazione di una city con 300.000 metri cubi di nuova cementificazione, che ospiterà 70
negozi per 15.000 mq, 12 bar e ristoranti, palestre, centri per il fitness, multisale cinematografiche
per 4600 mq e uffici per trentamila mq.
In quella zona andranno giornalmente a lavorare circa 1500 persone e molte altre migliaia vi
arriveranno con le loro automobili per usufruire dei servizi commerciali e direzionali.
Le risposte per questo enorme aumento dei flussi di traffico sono sette nuove rotonde spartitraffico.
E’ facile prevedere che quando i lavori saranno terminati tutta la zona sarà al collasso viabilistico.
Verona non sentiva la necessità di un tale attrattore di traffico tra due arterie, Viale Piave e Via
Basso Acquar, sempre intasate e soprattutto alle porte di Verona sud che dovrebbe divenire la city
del direzionale e del terziario.
(Vedi scheda a pag. 48)
Il solo edificio non demolito delle ex Cartiere
27
IL SISTEMA DELLA MOBILITA’
L’Italia, tra i membri dell’Unione Europea, vanta il triste primato di avere la più alta mobilità di
passeggeri su strada: 15.400 km/ab/anno, il 60% in più della Germania, il 31% sulla media europea.
Verona è totalmente allineata alla situazione italiana; e le conseguenze sulla salute dell’aria sono
drammatiche. La nostra città, nel 2009, ha avuto oltre 120 i giorni di sforamento PM10; 68 nel
2010, anno molto piovoso; 132 nel 2011 e 71 giorni sino a ottobre 2012. La normativa U.E.
stabilisce entro i 35 giorni il limite massimo di sforamento annuo.
La principale sorgente dell’inquinamento dell’aria del nostro territorio sono il flusso di traffico
sulle tratte stradali e autostradali e un traffico urbano eccessivo.
La congestione del traffico è causata dalla mancanza di una pianificazione territoriale organica.
La dispersione della città e degli insediamenti abitativi ha comportato un aumento smisurato del
pendolarismo. Non sono aumentati gli spostamenti, ma le distanze.
La congestione del traffico urbano non è causata solo dal numero delle automobili, (oggi abbiamo
un’auto per ogni patentato, significa che abbiamo raggiunto una densità-limite), ma anche e
soprattutto dalle percorrenze e dalle dislocazione degli attrattori di traffico. E’ necessario muoversi
meno e meglio, come richiesto dall’Unione Europa.
La complanare nord (il traforo della collina). Anziché pianificare la mobilità basandola
su un ecologico ed efficiente sistema di trasporto pubblico, come sta facendo la maggior parte delle
città europee, i nostri amministratori, per rispondere alle esigenze del traffico urbano, hanno
preferito scegliere la grande opera infrastrutturale, la complanare nord con il traforo della collina e
la strada di Gronda. In questo modo forniranno risposte solamente ai problemi di viabilità extra
urbana e autostradale. Questa scelta modificherà lo sviluppo della città, spostandolo verso le aree
settentrionali e occidentali. Soprattutto, con un discutibile accordo con i privati che realizzeranno
l’opera, saranno rese edificabili zone paesaggisticamente molto importanti, come la Valpantena e
l’area di Boscomantico, a ridosso del parco dell’Adige. Inoltre, considerando che gli investimenti
economici sono concentrati a Verona sud, non sono chiari i motivi che hanno spinto gli
amministratori a realizzare una tangenziale, del costo di circa 500 milioni, nelle aree ad ovest e a
nord della città. Ancora una volta la giunta comunale ha scelto di operare con le imprese private
che, in particolari casi, potranno richiedere, come compensazione per i loro finanziamenti, alcune
preziose aree che da rurali saranno rese edificabili.
(vedi scheda a pag. 37)
Il progetto della tramvia elettrica su sede fissa ed esclusiva. Lo sviluppo urbanistico
della città a cerchi concentrici attorno al centro storico non ha sicuramente favorito la fluidità dei
trasporti cittadini. Verona, dopo Roma e Firenze, ha il centro storico più rilevante e intatto d’Italia,
ma, essendo caratterizzato da una formazione medievale, i relativi spazi e percorsi male si adattano
al passaggio delle automobili.
Se a queste peculiarietà strutturali si aggiunge la difficoltà delle nostre amministrazioni a prendere
delle decisioni chiare in tema dei trasporti, pur avendo interpellato alcuni tra i migliori esperti
nazionali tra cui il compianto professor Guglielmo Zambrini, preferendo lasciare le cose come sono
e dibattere su eventuali quanto impossibili panacee, tipo il traforo della collina, si può capire perché
la situazione della mobilità sia uno dei problemi più urgenti da risolvere.
Dalla metà degli anni ’80 si iniziò a dibattere su delle moderne e tecnologicamente avanzate
strutture per il trasporto pubblico, si discusse di metropolitana e di tramvia, infine la scelta cadde
sulla tramvia, tanto da essere inserita, come tracciato, nel Progetto Preliminare di Piano, o Piano di
Salvaguardia del 1993.
Dopo diverse fasi di studi tecnici e di dibattiti politico/amministrativi il Consiglio Comunale
all’inizio degli anni 2000 votò per la progettazione e realizzazione della tramvia.
28
Finalmente Verona poteva superare il sistema di trasporti datato anni ’60.
I sedici chilometri di tramvia avrebbero potuto trasportare 7000 passeggeri in un’ora: 3500 auto in
meno in un’ora, 40.000 auto in 12 ore che non avrebbero emesso più benzene e polveri sottili.
La tramvia avrebbe consentito di integrare la rete dei trasporti urbani con quelli della provincia, ma
soprattutto con il treno dalle altre aree della regione, dai grandi bacini nazionali (Milano, Roma) e
da quelli europei (Monaco, Parigi, Zurigo, Vienna).
Avrebbe permesso la soluzione per il trasporto delle grandi quantità di passeggeri in città, ma
soprattutto avrebbe assorbito l’elevato volume dei treni e dei bus della provincia.
In città si sarebbe potuto avere un numero maggiore di bus nei quartieri e nelle zone non toccate
dalla tramvia; nel territorio provinciale avremmo avuto meno autobus sulle direttrici ferroviarie e di
più nei paesi finora poco serviti.
Risultava essenziale che il percorso della tramvia coprisse i più elevati flussi di traffico cittadino.
A Verona ogni giorno ci sono 725 mila spostamenti, di cui 110 mila nelle ore di punta: il 70% è
dato dalle auto private, solo il 13% dal trasporto pubblico.
Ogni giorno circolano in città oltre 150 mila auto: la metà nelle ore di punta.
Il centro storico è l’area che attrae il maggior volume di traffico, con la penalizzazione della sua
struttura viaria storica.
L’avvento della tramvia avrebbe portato la quota di trasporto pubblico a superare il 20%,
contribuendo, oltre che a decongestionare il traffico, a ridurre l’inquinamento.
Ovviamente assieme alla tramvia avrebbero dovuto essere realizzati i parcheggi scambiatori e la
mobilità alternativa: piste ciclabili e percorsi pedonali.
Esempio di tramvia elettrica su sede esclusiva e fissa
29
Il maxi bus ibrido (a gasolio in centro storico ed elettrico in periferia). Invece della
tramvia, il sindaco Tosi e l’assessore alla mobilità Corsi hanno preferito il maxibus ibrido.
Ci costerà oltre 200 milioni. Gli amministratori della città, dopo anni di discussioni, hanno
definitivamente abbandonato il progetto della tramvia elettrica su rotaia, optando per un sistema di
trasporto su gomma, un maxi bus a motore elettrico ed a gasolio. La differenza tra il sistema di
trasporto su rotaia della tramvia e quello su gomma del maxi bus è sostanziale. Il primo sarebbe
realmente alternativo al trasporto privato a motore: riduce sensibilmente l’inquinamento dai gas di
scarico, viaggia su sede propria ed esclusiva e per portata è un tipo di trasporto di massa. Il secondo,
utilizzando le strade comuni anche al traffico privato, ne sarà di conseguenza impedito dallo stesso
e rallentato; inoltre, avendo capienze molto più ridotte, sarà ovviamente complementare al trasporto
privato e, attraversando il centro storico con i motori a gasolio, causerà un aumento
dell’inquinamento, in una delle città che da anni è tra le più malate d’Italia.
Il problema della viabilità non si può risolvere con una grande opera, ma servono tanti interventi
che, pianificati organicamente sul territorio, possano modificare l’attuale modello di mobilità
urbana. E’ sbagliato credere che la costruzione di nuove strade possa risolvere il grave problema
del traffico cittadino e dell’inquinamento atmosferico: lo può solo peggiorare.
30
Il P.A.Q.U.E. della Regione
Al di fuori e al di sopra della pianificazione comunale, s’inserisce quella regionale che, con la non
opposizione del Comune di Verona, permetterà di costruire, attraverso il Piano d’Area, altri milioni
di mc.
In particolare:
1)
L’ex Opificio Tiberghien a Borgo Venezia. Destinazione d’uso prevista per attività
relative al direzionale, commerciale e ricettivo.
2)
L’Agorà della Croce Bianca. È un centro turistico ricettivo metropolitano.
3)
L’ Ecocittà del Crocione, sulla strada Verona-Peschiera. Si prospetta di creare un
complesso a uso direzionale, di servizi e residenziale.
4)
Le Porte della Città al Nassar di Parona. In una zona ambientalmente pregiata, a pochi
metri dall’Adige, confinante con la campagna e di possibile esondazione, è ipotizzata la costruzione
di un complesso abitativo, direzionale e commerciale, di 72.399 mq. (vedi scheda a pag.28)
5)
L’Ecoborgo di Mezzacampagna (seminario di San Massimo). Si propone di realizzare
nell’area del seminario un centro direzionale, ricettivo, commerciale, residenziale, sociale e
assistenziale.
6)
La nuova Contina a Verona sud. Si delinea la creazione di un galoppatoio che potrebbe
rappresentare il classico “cavallo di Troia” per pilotare uno sfruttamento speculativo del territorio.
31
SCHEDE
Osservazioni particolari al P.I.
A.T.O. 2 – Borgo Trento, Valdonega, Pindemonte, Ponte Crencano, Parona, Avesa, Quinzano.
123. Al limite del contesto figurativo di Villa Monastero a Parona, in un’area caratterizzata
da importanti elementi del paesaggio storico, l’edificazione demandata al P.U.A. prevede la
realizzazione di 1.800 mq di abitativo su due piani fuori terra.
131. E’ necessario eliminare tutta la nuova volumetria prevista nella zona compresa tra il
versante di San Rocco e San Rocchetto e il vajo di Quinzano. Il versante collinare è caratterizzato
da terrazzamenti coltivati con il sistema irriguo storico, tipico delle aree collinari. Inoltre è ancora
presente l’antica strada denominata via San Rocco, delimitata per gran parte da un muro di sasso,
che rappresenta la storica arteria di connessione tra l’area fluviale e il versante collinare.
Nuovi insediamenti e nuove strada distruggerebbero l’antico assetto del territorio. E’ prevista la
realizzazione di 13.000 mq di abitativo, su un massimo di cinque piani fuori terra, sempre
demandata al P.U.A.
208. E’ necessario un progetto speciale per il riordino complessivo di via Preare, vista
l’ubicazione tra l’area fluviale e il contesto paesaggistico della collina. La manifestazione
d’interesse approvata, prevede la realizzazione di 1.650 mq di abitativo su massimo quattro piani
fuori terra. Inoltre, viene delimitata l’area di ubicazione della volumetria per salvaguardare la fascia
di rispetto della rotatoria funzionale al traforo delle Torricelle (variante 305) con accesso da via San
Rocco. Questa manifestazione verrà attuata quale comparto urbanistico convenzionato.
216. Eliminazione di un’area di degrado all’interno del Parco Nord. La destinazione d’uso
dovrà essere coerente con le attività da prevedere nel Parco. E’ previsto un insediamento di 4.150
mq di abitativo su tre piani fuori terra, da attuarsi con un P.U.A.
400. E’ necessario eliminare la nuova volumetria edilizia prevista ad Avesa, a ridosso di
colle San Leonardo, nel tessuto storico che conclude villa Scopoli e il complesso dei Camaldolesi
con il sistema dei lavatoi. Con il P.U.A. è previsto l’insediamento di 4.900 mq di cui 4.154 abitativi
e 746 commerciali, massimo tre piani fuori terra.
Non dovrebbe essere accolta la proposta contenuta nel P.A.Q.U.E. di realizzare al Nassar in
un’area d’intervento di 72.399 mq, a pochi metri dall’ Adige, in zona di esondazione, (nel 1993 è
stata invasa dalle acque del fiume), 11 fabbricati a destinazione residenziale, di altezza 11 metri con
una superficie coperta di 6.780 mq; e 2 fabbricati a destinazione direzionale e commerciale, di 11
metri di altezza per una cubatura di 24.930 mc con una superficie coperta di 3.110 mq.
A.T.O. 3 - Borgo Milano, San Massimo, Croce Bianca, Saval, Stadio, Chievo.
34. La zona denominata Spianà andrebbe valutata in un unico strumento urbanistico, che
consideri geomorfologia, volumetrie, funzioni, viabilità. L’obiettivo sarebbe quello di salvare un
pezzo di campagna in città e di sviluppare attività sportive, soprattutto all’aperto. E’ invece prevista
la realizzazione di 1.750 mq di cui 950 abitativi e 800 commerciali.
178. E’ necessario che il lotto libero tra l’edificato storico di San Massimo e le nuove
lottizzazioni contigue al cimitero e all’ex cava Friuli rimanga inedificato per mantenere un vuoto
urbano in un’area che è stata fortemente dissestata. Invece sono previsti 1.200 mq di abitativo da
realizzare massimo tre piani fuori terra.
186. E’ necessario produrre un Progetto Speciale “Speziala”, con la salvaguardia del bosco
spontaneo che si è generato. Invece è prevista la realizzazione di 812 mq di abitativo e l’attuazione
attraverso P.U.A.
32
399. E’ impensabile che una zona con un impatto acustico notevole (ferrovia e nodo stradale
della tangenziale), possa essere a destinazione residenziale. In quest’ambito, nella superficie
territoriale di 66.290 mq è previsto l’insediamento di 9.950 mq. suddivisi in 7.450 di residenziale
con un massimo di sei piani fuori terra e 2.500 di commerciale, massimo un piano fuori terra.
A.T.O. 4 - Borgo Roma, Santa Lucia, Golosine, Zai storica, Palazzina.
511. L’impatto acustico della ferrovia, che sui tre lati delimita l’area, non permetterebbe
l’edificazione di residenze. Invece è prevista la realizzazione di 2.850 mq di residenziale con
massimo due piani fuori terra.
A.T.O. 5 - Porto San Pancrazio, Pestrino, San Francesco, nuclei rurali sparsi.
513. Non è necessario uno sviluppo abitativo in un ambito fluviale tra i più importanti a
livello europeo. Invece, su una superficie di 55.835 mq posizionata lungo il fiume, è ammessa
l’edificazione di 3.720 mq di abitativo con un massimo di tre piani fuori terra.
A.T.O. 6 - Borgo Venezia, Borgo Santa Croce, San Michele extra, Fondo Frugose.
72, 147. Lungo il torrente Valpantena è necessario mantenere dei vuoti urbani, sia per
permettere la sua rinaturalizzazione, sia per valorizzare il percorso pedo-ciclabile.
72. Invece sono previsti 2.100 mq di residenziale con un massimo di tre piani fuori terra.
147. E’ previsto l’insediamento di 4.622 mq di commerciale con un massimo di due piani fuori
terra.
432, 525. Non è necessario che il limite urbano verso San Felice e verso la tangenziale sia
ulteriormente espanso a scapito di un territorio agricolo ancora funzionante e di grande valore
storico paesaggistico.
432. E’ invece previsto un insediamento residenziale di 1.950 mq con massimo tre piani fuori terra.
525. Sono previsti 800 mq di abitativo con massimo due piani fuori terra.
271, 402, 454. E’ un’area che rappresenta l’ultimo lotto di separazione tra San Michele e
San Martino, deve rimanere vuota. Da valorizzare l’ex cava Cercola, con falda affiorante e che si è
rinaturalizzata.
271. Invece sono previsti 2.000 mq commerciali.
402. Insediamento di 52.400 mq di cui 20.000 abitativi, 24.550 commerciali, 7.850 terziari per un
massimo di quattro piani fuori terra.
454. P.U.A. di 1.550 mq di abitativo da realizzare con un massimo di due piani fuori terra.
508. Deve essere lasciata libera l’area vicino a Forte Biondella, nel contesto figurativo di
Villa San Giuseppe, a ridosso del Parco delle Mura. Invece è prevista la realizzazione di 340 mq di
abitativo da realizzare con un massimo di due piani fuori terra.
A.T.O. 7 - Poiano, Quinto, Marzana, Montorio, Santa Maria in Stelle.
112, 119, 332. Sono gli ultimi lotti liberi nell’abitato di Quinto, contigui al tessuto storico
della contrada di Lumialto. Per mantenere la qualità urbana, vanno tenuti inedificati.
112. Invece è previsto un insediamento di 700 mq con massimo tre piani fuori terra.
119. Il P.U.A. è suddiviso in due aree. In quella a nord verranno costruiti 1.350 mq di residenziale,
con un massimo di tre piani fuori terra; quella a sud conterrà una piazza.
141. Crinale di Cancello, Dorsale delle Mire. Territorio ricco di vaj, sorgenti, aree boscate e
strade storiche di collegamento. Anche alla luce di prevenire eventuali dissesti idrogeologici, sono
da escludere interventi di edificazione. Invece è previsto l’insediamento di 1.200 mq di residenziale
per un massimo di due piani fuori terra.
234. Attenzione alle tensostrutture e alle coperture degli impianti sportivi che potrebbero
impoverire il contesto paesaggistico della bassa Torricella e delle Mura.
410. A Santa Maria in Stelle è stato proposto un progetto per nuove residenze con relativi
parcheggi e nuova viabilità. Con questo intervento si trasforma in una generica periferia urbana
33
un’area di grande valore storico-architettonico (Pantheon di Santa Maria in Stelle), mistico (una
sorgente che sgorga da questo sito) e paesaggistico. E’ invece previsto l’insediamento di 730 mq di
residenziale.
A.T.O. 8 - Bassona, Fenilon.
311. Vanno eliminati gli 8.100 mq di abitativo su quattro piani fuori terra in una zona di
carattere rurale.
Andrebbe tolta completamente la possibilità di un aumento volumetrico degli edifici con valore
storico e soprattutto delle Ville Venete.
La Verona rateriana
34
IL PROGETTO DELLE CASERME PASSALACQUA
E SANTA MARTA
La Pubblica Amministrazione di Verona ha sciupato irrimediabilmente le opportunità offerte dalla
dismissione di importanti strutture militari come l’Arsenale, Castel San Pietro, la Passalaqua e le
future caserme che il demanio militare probabilmente metterà in vendita.
I nostri amministratori, come risposta alle critiche per le loro scelte dissennate, replicano che senza
l’intervento della speculazione privata il Comune non avrebbe i denari sufficienti per intervenire e
quelle preziose aree rimarrebbero degradate diventando il covo degli sbandati.
E’ certamente vero che il nostro Comune non ha le risorse finanziare sufficienti per intervenire
adeguatamente in tutte quelle zone, ma ritengo che piuttosto di rovinarle irreversibilmente con
operazioni più legate alla speculazione edilizia che al servizio della città, sia meno grave lasciarle
come sono in attesa di tempi e di amministratori migliori.
La più grande fortuna di Verona è stata quella di essere una città militare, la più grande iattura che i
militari se ne siano andati lasciando o vendendo al Comune di Verona i loro beni architettonici.
Le varie amministrazioni hanno dimostrato di non aver capito l’enorme valore di questo patrimonio
di edilizia storica. Infatti si sono limitate ad intervenire analizzando area per area, contenitore per
contenitore, come se fossero tante isole, senza tenere presente che appartengono al tessuto
urbanistico della città e come tale andrebbe pianificato. Ma soprattutto si deve capire di che cosa ha
bisogno Verona. Di case? Non credo proprio, dato che ci sono circa 10.000 appartamenti inutilizzati
e la città è piena di cartelli con ‘vendesi’ o ‘affittasi’. Una seria politica della casa avrebbe stanato
tutti quei proprietari che preferiscono tenere il loro patrimonio edilizio sfitto in attesa che aumenti il
prezzo al mq.
Verona ha bisogno di servizi e spazi per l’università, per la cultura, per le esposizioni e le
manifestazioni. La nostra città non ha un’economia che si basa sull’industria, ma sui servizi, sul
terziario e soprattutto sul turismo. L’obiettivo degli amministratori dovrebbe essere quello di
realizzare strutture ed eventi tali da aumentare non solo il numero dei turisti, ma soprattutto il loro
periodo di soggiorno.
Le nostre grandi aree ex militari andrebbero pianificate per raggiungere questo scopo.
La ristrutturazione delle ex caserme Santa Marta e Passalacqua avrebbe potuto rappresentare una
stupenda opportunità per realizzare un campus universitario nel centro storico della città e per
aumentarne la qualità urbana.
Purtroppo la giunta Tosi – Giacino ha preferito regalare alla speculazione edilizia privata la
possibilità di costruire 140 appartamenti, oltre ai 103 di edilizia convenzionata e sovvenzionata ed
ai negozi, sul luogo dove sorgevano circa 200 alberi d’alto fusto.
Al posto degli alberi sta sorgendo una barriera di edifici che, di fatto, isolerà l’area dell’ex caserma
dal resto del quartiere.
Non si capisce perché gli amministratori pubblici non abbiano voluto che le residenze fossero
recuperate ristrutturando una parte delle migliaia di appartamenti sfitti che ci sono anche nel
quartiere Veronetta. Ancora una volta, anziché riqualificare il patrimonio edilizio esistente e non
utilizzato, si è preferito costruirne di nuovo.
Con questo assurdo intervento si è perduta l’opportunità di realizzare un vero e proprio campus
universitario nel centro storico. Quante altre città se lo possono permettere in Europa? Poche, molto
poche. Ma i nostri amministratori hanno preferito concedere alla speculazione edilizia privata la
possibilità di costruire.
Il nostro assessore difende questa scelta spiegando che saranno create palestre, piscine ed abitazioni
per le persone che non si possono permettere una casa. Dimentica che Verona offre molte altre
possibilità di rispondere a certe necessità che non siano la Passalacqua. Le case per non abbienti
possono essere trovate in molti altri modi, magari recuperando l’enorme patrimonio edilizio non
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utilizzato. Si può accettare la costruzione di palestre e di piscine alla Passalacqua solo se questa
diventerà un vero ed importante campus universitario da richiamare studenti da ogni parte d’Italia e
magari d’Europa, per trasformare Verona in una vera città universitaria.
Ma per nutrire certe ambizioni è necessario volare alto, non ingolosirsi dei denari della
speculazione. Una cittadella universitaria necessita di grandi aree verdi, (invece il boschetto lo
hanno fatto sparire!), di spazi coperti e scoperti per le attività sportive, di biblioteche, emeroteche,
videoteche, etc…, di spazi espositivi, didattici, di ristoro, di laboratori, di foresterie, comunque di
servizi esclusivamente destinati all’attività didattica e culturale. Nessun privato dovrebbe abitare
all’interno del campus. Sarebbe sufficiente che i nostri amministratori avessero copiato i modelli
che ci sono all’estero per evitare di fare scelte dissennate e penalizzanti per l’intera città e la sua
economia.
Ma soprattutto una cittadella degli studi di questo tipo avrebbe dovuto diventare un grande spazio
organizzato da vivere e gestire assieme alla città. Sarebbe stata l’occasione per aprire l’università
all’intera cittadinanza e migliorarne così il rapporto.
Si è così persa la possibilità di realizzare un’università moderna che operi assieme al contesto
sociale in cui è inserita, vivendone i problemi e le contraddizione. Ma forse questa apertura avrebbe
potuto risultare scomoda a qualcuno…
Immagino che il nostro sindaco ed il nostro assessore risponderebbero che le mie proposte sono
solo un bel sogno e che mancano i soldi per realizzarlo. Rispondo loro che, se venisse redatto il
“piano regolatore” delle aree e dei contenitori storici dismessi e non, si potrebbe, sulla base di una
pianificazione organica del territorio, decidere le loro funzioni e destinazioni d’uso. In questo modo
alcuni contesti storici, come la Passalacqua, l’Arsenale (adatto per ospitare il museo di scienze
naturali), le caserme dismesse (ideali per l’edilizia economica e popolare), ed altri ancora,
avrebbero una loro funzione, mentre alcuni, dopo che gli strumenti urbanistici ne avranno definito
chiaramente la destinazione d’uso, potrebbero essere messi sul mercato e venduti.
Sono stati censiti 500 alberi di alto fusto. Di questi, oltre 200 sono stati abbattuti
36
Progetti approvati e compresi nel P.A.T. e nel P.I.
LA TANGENZIALE NORD (IL TRAFORO DELLE TORRICELLE)
Premessa. La città di Verona è ubicata in una zona poco ventosa, protetta dalle colline, dai
monti Lessini e dal monte Baldo. I romani la costruirono in pianura, all’interno dell’ansa
dell’Adige e lo sviluppo urbanistico dei secoli seguenti allargò la città ai piedi delle aree collinari e
nelle zone di pianura. La posizione, la morfologia e la conseguente carenza di ricambio d’aria,
oltre ad un alto grado di umidità media, la rendono particolarmente soggetta all’inquinamento
atmosferico ed alla difficoltà di eliminarlo.
Una delle principali sorgenti dell’inquinamento dell’aria del nostro territorio è il flusso di
traffico sulle tratte stradali ed autostradali, assieme a quello aereo ed alla localizzazione di siti
produttivi.
Purtroppo Verona è circondata da nastri autostradali e da un traffico urbano eccessivo.
La nostra Pubblica Amministrazione, anziché ridurre il carico inquinante del traffico con motori a
combustione di idrocarburi e potenziare il trasporto pubblico non o poco inquinante, progetta nuove
autostrade urbane che porterebbero all’interno della città il traffico pesante, con le relative
conseguenze per la salubrità dell’ambiente.
Chi ci amministra sembra ignorare che a Verona si sono riscontrati frequenti sforamenti annuali
delle concentrazioni degli inquinanti (oltre i 120 giorni di sforamento PM10 nel 2009), e quindi un
elevato rischio per la salute dei cittadini residenti.
“Proprio la Regione Veneto ha documentato nell’arco degli ultimi dieci anni una netta inversione di
tendenza per quanto concerne le principali cause di inquinamento dell’atmosfera: dalle emissioni
prevalentemente di origine industriale, si è passati ormai ad un inquinamento originato in larga
prevalenza dai veicoli a motore, a causa di una crescita infrenabile del parco auto circolante,
distribuito su una rete viaria inefficiente. Da sottolineare infine a tale proposito che, fra le strategie e
le risposte istituzionali che anche la Regione Veneto ha indicato nel suo Rapporto sulle misure da
ritenere prioritarie ai fini di un efficace contenimento del problema, in primis è previsto
“l’alleggerimento del contributo emissivo”, soprattutto mediante aggiornamento dei mezzi e della
rete di trasporto pubblico.
La stessa Provincia di Verona, nel suo documento di programmazione, indica come linea di
condotta da seguire quella basata su strategie orientate alle variazioni del contributo emissivo
mediante contenimento del traffico veicolare e ricorso all’aggiornamento dei mezzi di trasporto
pubblico urbano ed extra-urbano.”
(Documento prof. R. Dal Negro).
Nonostante le competenti Autorità Europee abbiano da tempo ingiunto all’Amministazione
Comunale di Verona l’obbligo di ridurre consistentemente le emissioni nocive rispetto ai livelli
attuali, la stessa sta tentando di realizzare una nuova autostrada urbana.
L’idea è quella di costruire un anello autostradale a nord della città (traforo delle Torricelle)
lungo 11.600 m, di cui 2.200 a doppia canna in galleria naturale (traforo della collina) e 2.400 in
galleria artificiale, con un costo preventivato di circa 450 milioni di euro. Sarà realizzato con la
formula del project financing.
La ditta privata Technital, a capo di un gruppo di aziende veronesi, è stata scelta nel 2009 per la
progettazione e realizzazione dell’infrastruttura.
I privati avranno in gestione l’opera e potranno chiedere i pedaggi. Nel caso in cui fossero
insufficienti al numero preventivato e quindi non rendessero i proventi previsti, il Comune cederà
agli stessi delle aree compensative all’entrata ed all’uscita del traforo, su cui poter costruire.
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La cementificazione di grandi aree ora verdi, della collina e della pianura, impedirebbe alle stesse di
proseguire nella loro opera depuratrice, e si aggiungerebbe agli altri fattori di inquinamento.
Un’opera di questo tipo, ad elevato traffico veicolare, risulta in controtendenza rispetto a qualsiasi
strategia di tutela ambientale nei confronti del territorio e di attenzione alla salute della
cittadinanza.
L’infrastruttura viabilistica con il suo carico inquinante sarebbe a circa 2 km da piazza Bra, il centro
della città, a 500 m, dall’Ospedale Maggiore, limitrofa a istituti scolastici e a zone intensamente
abitate con scuole materne ed asili nido. Il nuovo passante produrrebbe (previsioni ufficiali) oltre
370 tonnellate/anno di PM10.
“In chiave salute dei cittadini, esistono infine ragionevoli perplessità relativamente all’efficacia dei
filtri elettrostatici AIGNER, da impiegare nelle zone in galleria; alla conseguente necessità di
manutenzione, e quindi all’attendibilità dei dati indicati nel progetto. La stessa ditta produttrice
indica un’efficacia di assorbimento accettabile solo per PM10 (circa 90%), fornendo dati meno
rassicuranti per PM≤2,5 (circa 50-60%). Non solo, tali performance di assorbimento sembrano
dipendere dai ritmi di manutenzione degli stessi: quantomeno settimanali e non annuali come
indicato sommariamente nel progetto. Inoltre, contrariamente a quanto affermato nel progetto
“Traforo”, dal quale si evince che l’aria così filtrata può essere re-immessa in galleria, nell’unica
galleria allestita con i medesimi sistemi di filtrazione (Cesena, galleria Le Vigne, peraltro più corta
di quella in questione), è stato necessario costruire due camini di 25 metri sopra la galleria per
emettere l’aria “filtrata”, affinché i contenuti emissivi non risultassero concentrati nelle strette
vicinanze della galleria stessa.”
(Documento prof. R. Dal Negro)
Inoltre l’attraversamento dell'abitato di Parona, una frazione a nord del centro storico, costituirà una
situazione critica ai limiti della sostenibilità, soprattutto per le relazioni con Negrar e S. Pietro
Incariano in Valpolicella.
Il traforo della collina, per completare l’anello, verrà collegato con l’arteria denominata Gronda
Nord. Quest’ultima, che si allaccerà alla tangenziale che proviene da sud, attraverserà le ultime aree
rurali a ridosso del fiume e limitrofe al Parco dell’Adige, che sono tra le paesaggisticamente più
pregiate del Comune e le devasterà.
Nella fattualità del progetto, si riscontra, invece, che le relazioni che interessano l'attraversamento
di Parona non vengono intercettate dalla Gronda Nord, in quanto l’accesso alla nuova infrastruttura
è ammessa solo nello svincolo di via Preare, a est della frazione. Si può paventare che la
velocizzazione delle provenienze da est possa determinare un aumento della pressione su Parona e
quindi della congestione per i flussi in uscita verso la Valpolicella. Tale limitazione funzionale
costituisce un fattore di criticità del progetto che risulta prevalentemente finalizzato a servire aree a
modesta domanda di traffico ed esclude invece quelle sottoposte a una quotidiana pressione
veicolare ai limiti della congestione.
Breve illustrazione del progetto.
(Le frasi scritte in corsivo sono citazioni dei documenti ufficiali.)
Da un attenta lettura dello “Studio di fattibilità relativo all’analisi del traffico per il completamento
dell’anello circonvallatorio a nord (traforo delle Torricelle)”, elaborato dal C.D.R. Mobilità e
Traffico del Comune di Verona, si evince che la cosiddetta tangenziale nord e la sua continuazione
ad ovest con la Strada di Gronda non possono risolvere i problemi principali e più urgenti della
mobilità urbana del Comune di Verona. Infatti a pagina 26 lo studio cita: “Il nuovo sistema poco
efficace rispetto alle penetrazioni dal settore meridionale della città e nei confronti della mobilità
nell’ area urbana più centrale, a dimostrazione che risultano necessari contestuali interventi a
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più ampio livello di sistema, che orientino l’utenza sul trasporto pubblico (magari con
l’introduzione di un sistema di trasporto di massa efficiente e attrattivo quale potrebbe
rappresentare una tranvia) e una limitazione crescente del traffico nelle aree centrali magari con
l’introduzione di un ‘road princing’che pur tuttavia andrebbe approfonditamente testato.”
Dalla sintesi del modello di simulazione utilizzato dal C.D.R Mobilità e Traffico del Comune
risultano due scenari di riferimento all’anno 2033, il primo con la Tangenziale nord, il secondo
senza.
1) SCENARIO DI RIFERIMENTO AL 2033 CON LA TANGENZIALE NORD (TRAFORO)
REALIZZATA.
La bretella Verona nord - centro si decongestiona soprattutto nella parte più esterna perché in grado
di diversificare gli accessi.
Decongestionamento della fascia nord, sgravata dal traffico di attraversamento di media e lunga
percorrenza, assorbito dal traforo, che viene percorso da 3600 autovetture nell’ora di punta.
La Strada di Gronda sarà satura all’80%.
La tangenziale est raggiunge una saturazione al 60% .
Effetti sulla mobilità urbana centrale.
Poco efficace rispetto alle penetrazioni dal settore meridionale della città.
Nei confronti della mobilità urbana più centrale.
Consigliamo un sistema di trasporto pubblico di massa, (tramvia).
2) SCENARIO DI RIFERIMENTO AL 2033 IN ASSENZA DELLA TANGENZIALE NORD
(TRAFORO).
Saturazione dell’ 80% degli archi stradali.
Si saturano:
a) la bretella Verona nord-centro;
b) gli assi di penetrazione urbana, in particolare le direttrici est e nord.
La tangenziale est rimane sottoutilizzata tranne la prima parte in cui si innesta la SS11, con funzioni
di distribuzione urbana e non di attraversamento.
La rete urbana si aggrava saturando i margini ancora presenti nel 2013.
Traffico leggero
2007-2013
2013-2023
2023-2033
1%
1%
0,75%
Traffico pesante
1,75%
1,5%
1,0%
La lettura di questi due scenari dimostra come la realizzazione della tangenziale nord non abbia
effetti positivi sulla mobilità urbana centrale e sulle penetrazioni dalle zone meridionali del
territorio veronese.
In sintesi, risultano tre grossi attrattori di traffico: le aree storiche centrali, la zona produttiva e
fieristica di Verona sud e l’area di Borgo Trento con il polo ospedaliero. A queste vanno sommati i
micro poli di attrazione dei centri scolastici.
La Pubblica Amministrazione ritiene di risolvere questi problemi con la realizzazione della
complanare a nord, ma gli scenari sopraesposti dimostrano che sarebbe utile solo a scala extra
urbana, facilitando la percorrenza da est a nord e ovest, senza tuttavia intercettare il flusso che non
avrà come destinazione il casello di Verona nord o la Valpolicella.
Questa opera non servirà a decongestionare le circonvallazioni, gli assi di penetrazione e le aree
critiche di Borgo Trento e Porta Vescovo, delle zone meridionali, di Santa Lucia e del Centro
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Storico. Le stesse arterie di attraversamento di Veronetta che da via Santa Chiara giungono a via
Mameli, per collegare le zone a est con quelle a ovest non ne trarranno certamente benefici. Quanti
andranno a prendere la complanare nord a Poiano per uscire allo svincolo di Ca’ di Cozzi, pagando
un pedaggio?
Recenti studi hanno dimostrato che solamente il 30% del flusso veicolare che passa per via Mameli
prosegue verso la Valpolicella o la statale del Brennero.
Viene inoltre rilevato che l’aumento più cospicuo riguarda il traffico pesante. Realizzare la
complanare nord significa portare il traffico merci all’interno del tessuto urbano, aumentando
l’inquinamento acustico, atmosferico e paesaggistico. Operazione questa certamente sconsigliabile
e metodologicamente scorretta, che andrebbe in totale controtendenza rispetto ai modelli progettuali
seguiti dalle altre città, che cercano di allontanare dai centri abitati il traffico pesante su gomma.
La stessa relazione del C.D.R. Mobilità e Traffico consiglia l’ attuazione di un efficace sistema di
trasporto pubblico (tranvia) per risolvere il problema delle penetrazioni dal settore meridionale
della città e quello della mobilità nell’ area urbana più centrale, oltre ad una limitazione crescente
del traffico nelle aree.
Non si capisce perché non si inizi proprio con la realizzazione di un sistema di trasporto pubblico di
massa su sede protetta, di parcheggi scambiatori, di una organica rete di piste ciclabili e da una
limitazione crescente del traffico privato.
Forse la costruzione di una infrastruttura così onerosa come la complanare nord, con entrate ed
uscite delle ‘canne’ in zone ancora verdi e inedificate, può essere considerata una sorta di cavallo di
Troia per modificare la destinazione d’uso di quelle aree paesaggisticamente pregiate.
Una tale operazione, oltre a non portare alcun beneficio alla mobilità, causerà lo sfrangiamento del
tessuto urbanizzato della città, iniziando un processo di edificazione che di fatto porterà in futuro
alla congiunzione delle aree edificate del Comune di Verona con quelle dei comuni della
Valpantena.
Quella che era una valle ricca di campagne e di aree verdi, si trasformerà in una spianata di
cemento, aumentando proporzionalmente i flussi ed i problemi di smaltimento del traffico.
La conclusione della relazione del C.D.R. Mobilità e Traffico chiarisce in modo inequivocabile
l’inutilità della complanare nord per risolvere la saturazione degli assi di penetrazione dal settore
meridionale e la situazione di criticità in cui si trova attualmente la mobilità nell’area urbana più
centrale.
Non sono pertanto giustificati:
a) l’enorme costo che la Pubblica Amministrazione dovrà sostenere per realizzare tali opere,
indebitando il Comune per i decenni a venire ed impedendo così la realizzazione di altre opere più
utili;
b) le soluzioni che prevedono una tariffa-pedaggio per l’uso del traforo e di tutte le tangenziali.
Questa decisione obbligherebbe tutti i cittadini, che ora usano le attuali complanari, a sostenere
parte della spesa per la realizzazione del traforo;
c) la scelta di concedere aree di compensazione edificabili ai costruttori, a parziale compenso
dell’opera, in contrasto con ogni seria pianificazione urbanistica;
d) l’aumento dei fattori di inquinamento prodotti dal flusso di mezzi leggeri e pesanti in una zona
(quartieri Pindemonte e Crencano) che, per caratteristiche morfologiche, è posta in una sorta di
conca, e per la carenza di vento, subirebbe un grave peggioramento della qualità dell’aria;
e) l’impatto ambientale che causerebbe:
e1) il passaggio di una autostrada sotto le colline di Avesa e Quinzano, deturpando le ultime aree
verdi in una delle zone più preziose e fragili della città;
e2) la realizzazione di un nuovo ponte sul fiume Adige.
Le due figure che seguono, dimostrano la quasi inutilità dell’opera.
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LA COMPLANARE NORD
PROPOSTA TECNITAL
Progetto vincente secondo la commissione tecnica organizzata dalla Pubblica Amministrazione di
Verona
PASSANTE NORD E TRAFORO DELLE TORRICELLE
Lunghezza complessiva:
11.600 m
Galleria naturale (traforo): 2.200 m
Galleria artificiale:
2.000 m
Altri tratti coperti:
4.00 m
Costo dell’opera:
445 milioni
Un progetto a soli due chilometri dall’Arena.
Quattro corsie di marcia, due di emergenza.
Cinque uscite che andranno a collegare i caselli autostradali di Verona nord e Verona est.
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Il paesaggio sarebbe rovinato in modo irreversibile.
Nelle vicinanze di Parona verrà costruito un viadotto sull'Adige
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Il traforo verrà realizzato in project financing dall’azienda Technital
Il passante inizia con la galleria naturale sotto la collina, a Ca´ Rossa di Poiano, ed esce all
´altezza di Avesa.
In galleria artificiale coperta arriva allo svincolo di via Preare, a Ca´ di Cozzi.
Prosegue in superficie, su una superstrada, superando con un ponte l’Adige e poi da lì fino al
casello di Verona nord.
Saranno costruiti anche una bretellina verso Arbizzano e uno svincolo su viale Brennero
(statale per Trento).
Altri svincoli in via Gardesane, via Bresciana, strada per Arbizzano-Valpolicella.
Analisi sui rischi geologici:
Per il Passante Nord, secondo il Comune, non serve il parere sismico perché il comune di
Verona è in zona 3, come Mirandola, Finale Emilia, Modena, cosicché il parere preventivo ai
fini antisismici sugli strumenti urbanistici non è obbligatorio per un´opera che prevede un
tunnel di 4.200 metri con il passaggio previsto di circa 20 milioni di auto e camion all’anno.
Il traforo potrebbe costituire uno sbarramento al defluire dei corsi d’acqua sotterranei in
Valdonega verso l’Adige, stagnando il terreno delle colline veronesi già di per sé piuttosto
argillose.
Si potrebbe parlare anche di possibili frane.
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Programmazione territoriale e P.I.R.U.
Dal 1975, anno dell’ultima Variante Generale al P.R.G. di Verona, escluso il Piano di Salvaguardia
del 1993, il primo atto che l’ Amministrazione Comunale ha approvato è stato il P.I.R.U., il piano di
riqualificazione urbana, che una legge regionale del 1999, la 23, permetteva di utilizzare per le aree
degradate.
La procedura era relativa ai modelli di urbanistica concordata, per cui il privato proprietario
dell’immobile o dell’area da recuperare, cedendo una quota parte della stessa, o vincolando il 30%
del patrimonio residenziale realizzato con i criteri dell’edilizia convenzionata, oppure
monetizzando, calcolando non meno del 10% dell’utile che si sarebbe realizzato con l’operazione,
poteva costruire in una zona non prevista edificabile dal piano regolatore vigente.
Procedura questa che, se fosse stata inserita in una programmazione urbanistica chiara e obiettiva,
con definite le zone a servizi, a verde, a parcheggi e per la mobilità, avrebbe potuto risultare
positiva per i tempi brevi di approvazione ma, usata come scorciatoia ad un vero e proprio
strumento di pianificazione, come è stato il caso di Verona, ha causato danni molto gravi
all’equilibrio urbanistico della città, creando le premesse per costruire in zone dove erano stati
programmati servizi o verde pubblico di quartiere.
Il numero dei P.I.R.U. avrebbe dovuto essere limitato ai veri casi in cui esisteva una domanda di
riqualificazione urbana, e non dove sussisteva un’area non edificata, come è successo a Verona con
più di 70 richieste.
Lasciato scadere il Piano di Salvaguardia, il sindaco Michela Sironi, nell’arco di due mandati
consecutivi, non è riuscita ad approvare alcuna Variante Generale, ed ha invece portato
all’approvazione del Consiglio Comunale il piano dei P.I.R.U.
Dal 1993 al 2004 si erano esaurite tutte le aree edificabili residue progettate nel 1975 per una città
di 410.000 abitanti; si era pesantemente ridotta l’area del parco dell’Adige; era stato praticamente
cancellato il parco della Spianà redatto dal professor Arrigo Rudi; si era tolto il vincolo di verde
pubblico e/o privato alla collina; le A.R.U. erano cresciute di numero, aumentati gli indici di
edificabilità e modificato la normativa, riducendo la quota parte di superficie che i proprietari
avrebbero dovuto cedere alla Pubblica Amministrazione.
Dal 1975 (ultima Variante Generale) ci sono state oltre 270 varianti parziali, tra cui alcune molto
importanti:
1981, n.19 Variante del Quadrante Europa;
1984, n. 40 Variante della Spianà;
1988, n. 33 Variante del centro storico;
1989, n. 87 Variante della Mediana;
1989, n. 70 Variante dell’ISAP;
1992, n. 107 Variante sulla tutela degli edifici (119) degli anni ’30;
1994, n. 100 Variante di Ca’ del Bue.
Utilizzando lo strumento dei P.I.R.U., non si è assolutamente voluto mettere in atto un sistema di
urbanistica partecipata, ma si è preferito pianificare al chiuso di pochi uffici.
Le vecchie proposte della cosiddetta Variante “Cesari” di modificare parte delle aree a verde o
servizi soprattutto nei quartieri della cintura esterna in aree di completamento edilizio; sono state
fatte proprie dalla scelta dei P.I.R.U.
Le zone che hanno presentano più P.I.R.U. sono quelle di Borgo Roma e di Borgo Milano.
Tutto ciò ha dimostrato la totale assenza di una pianificazione e programmazione territoriale
realmente partecipate e oggettive. Con l’intervento P.I.R.U. si iniziò la trasformazione del tessuto
urbano, da insieme organico e collegato, ad una sorta di abito di arlecchino, dove i protagonisti più
potenti potevano ottenere vantaggi di posizione che ad altri, più deboli, erano preclusi.
.
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Solo un’Amministrazione forte, con obiettivi chiari, con Piani Regolatori elaborati in modo
trasparente e partecipato da tutte le forze sociali, con normative precise ed oggettive, avrebbe potuto
trattare con i soggetti privati che manifestavano la richiesta di accogliere le loro interessate
proposte.
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LE EX CARTIERE VERONA
A poco meno di 500 metri di distanza da Porta Nuova, in un’area di circa 150.000 mq, sarà costruita
una city con 300.000 metri cubi di nuova cementificazione, che ospiterà 70 negozi per 15.000 mq,
12 bar e ristoranti, palestre, centri per il fitness, multisale cinematografiche per 4600 mq e uffici
per trentamila mq.
Tutto questo significherà modificare pesantemente i già precari equilibri urbanistici e sociali della
nostra città.
In quella zona andranno giornalmente a lavorare circa 1500 persone e molte altre migliaia vi
arriveranno con le loro automobili per usufruire dei servizi commerciali e direzionali.
La realizzazione di sette nuove rotonde spartitraffico è stata la risposta della pubblica
amministrazione ai gravi problemi che saranno causati dal futuro aumento dei flussi di traffico.
Viale Piave, via Basso Acquar, il ponte sull’Adige, via Tombetta, già ora congestionati dai mezzi a
motore, saranno sottoposte ad un ulteriore carico di traffico.
Quando la nuova city sarà ultimata, l’intera zona cadrà nel totale collasso viabilistico.
Verona, non sentiva la necessità di una tale struttura per il terziario e per il direzionale.
I 40.000 mq di parco urbano, all’interno di quel nuovo insediamento di uffici e negozi,
rappresentanp il classico fumo negli occhi per tentare di celare i veri obiettivi di quell’enorme
operazione edilizia: speculare.
Come sempre i guadagni andranno ai privati, mentre i costi per risolvere i guasti urbanistici causati
da questo tipo di interventi, li pagheremo noi cittadini con le tasse.
Piano Urbanistico Attuativo ex Cartiere Verona
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Proposta alternativa: mi sarebbe piaciuto che in quella zona si fosse realizzato un grande centro
attrezzato per lo sport dilettantistico a livello nazionale e internazionale, collegato al campo scuola
del Coni, mantenendo e anzi potenziando il bosco trentennale di pioppi, che invece è stato tagliato.
Questa idea avrebbe potuto fornire un reale servizio per la città.
Il Complesso delle ex Cartiere Verona prima dell’intervento
Parte della vegetazione che esisteva nel Complesso delle ex-cartiere di Verona
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Le nuovi torri alle ex Cartiere Verona. Verona è stata dichiarata Patrimonio dell'Umanità,
dall'Unesco proprio per la sua peculiarità di città fortificata.
Il progetto per le ex Cartiere Verona prevede la realizzazione di due enormi torri direzionali alte
oltre 110 metri, (rispettivamente 112,77 e 120,90 metri, che con l'antenna sul tetto arriva a 140,50!),
distanti poco più di 200 metri dalle mura magistrali.
Se saranno costruite rappresenteranno il definitivo stravolgimento del paesaggio urbano.
L’armonia e gli equilibri, che si erano stratificati e conservati in secoli di storia, in questo modo
verranno totalmente e irreversibilmente stravolti.
Le enormi Torri delle ex Cartiere saranno visibilissime: da Castel S. Pietro, dalla Torre dei
Lamberti, da Corso Porta Nuova, sovrastando minacciose la Porta e le mura magistrali, dai gradoni
dell'Arena e, saranno la prima immagine, purtroppo distorta della città, per chi arriva da sud,
umiliando Porta Nuova e la città storica con lo sfondo delle colline, del Carega e del Monte Baldo.
Alcune simulazioni dell’impatto delle torri sulla città storica
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Richiesta di riesame dello Studio di Impatto Ambientale fatta dal consigliere
Giuseppe Campagnari
Al Dirigente
Settore Ambiente
Amministrazione Provinciale
Via S. Maria Antica, 1
Verona
Oggetto: richiesta di riesame complessivo dello Studio di Impatto Ambientale con
valutazione complessiva e unitaria del Progetto di attuazione del PUA ex Cartiere di Basso
Acquar in Comune di Verona
Premesso che alla luce delle vigenti norme in materia di Valutazione di Impatto Ambientale
(D. Lgs. 152/2006 - Testo Unico dell'Ambiente) non si comprende come, a partire dal 2010,
possano già essere state effettuate due VIA separate (e non una VIA unitaria) per le Opere stradali
interne ed esterne (le famose sette rotonde) e dell'Edificio polifunzionale (Centro Commerciale e
multisala )che costituiscono il completamento degli interventi per l'attuazione del Piano Attuativo
delle ex Cartiere di Verona;
Considerato che è stata recentemente avviata (2012) dalla competente Commissione Provinciale la
procedura di VIA per le due torri direzionali da 100 metri di altezza, comprese nel progetto di PUA
delle ex Cartiere in Comune di Verona, il sottoscritto consigliere provinciale Giuseppe Campagnari
chiede
che la VIA del PUA delle ex Cartiere venga riesaminata, riavviando ex novo una procedura
unitaria di Valutazione di Impatto Ambientale complessiva sul progetto edilizio (Edificio
Polifunzionale e Torri Direzionali) e sugli interventi previsti nel sistema viario cittadino,
rivalutando complessivamente l'impatto ambientale dell'intervento, considerando le ricadute
complessive del Piano Attuativo sui quartieri sud della città, tenendo conto delle pesanti sinergie
negative con gli altri rilevanti interventi edificatori previsti dal recente Piano degli Interventi tra la
linea ferroviaria Verona-Venezia ed il tracciato dell'autostrada Serenissima e oltre (vedi progetto
Ikea).
In particolare ritengo che la rivalutazione dell'Impatto Ambientale complessivo del PUA delle ex
Cartiere sia assolutamente necessaria, non solo per un preciso obbligo di legge fissato dal Testo
Unico dell'Ambiente, ma nache per le particolari e rilevanti criticità del sito di Verona sud dove è
previsto il nuovo insediamento:
1.
la posizione a ridosso della cinta magistrale delle mura di Verona, patrimonio mondiale
dell’umanità – tutelata dall’UNESCO - dal punto di vista paesaggistico dovrebbe consigliare un
deciso ridimensionamento dell'altezza delle torri direzionali (ad es. altezza massima 30 metri), per
evitare uno sfregio irrimediabile al profilo collinare e del centro storico della città. Le torri
direzionali alte 100 metri sono anche in contrasto con l’art. 15 delle Norme Tecniche del vigente
PAT di Verona che prevede di “individuare i coni visuali ed i contesti da tutelare per l’integrità
della percezione visiva e d’insieme del centro storico dagli accessi principali della città e dal
51
fondale panoramico collinare, ponendo limiti all’edificazione, agli indici di edificabilità ed alle
altezze”;
2.
nella Sintesi non tecnica del SIA i promotori dell'intervento riconoscono che:
”L'intervento impatta in modo sensibile sul profilo urbano e sulle visuali percepibili dai principali
ambiti di interesse vedutistico. La realizzazione delle opere in progetto porta all'alterazione non
reversibile” (che vuol dire IRREVERSIBILE) “dello skyline urbano..”, “... inoltre occuperanno i
coni visuali che dal centro storico si rivolgono in direzione del Basso Acquar e che sono localizzati
in corrispondenza della cinta muraria”;
3.
L'eccesso di volumetria, che dovrebbe comportare una riduzione delle costruzioni e
l’eliminazione del centro commerciale, invece potenziato nel nuovo progetto, per rispettare i limiti
volumetrici del PAQE, finora calcolati artificiosamente, fissando la quota zero su Viale Piave
anziché su Basso Acquar, senza considerare il volume dei parcheggi, che non sono interrati, come
prescrive il Piano d'Area;
4.
La congestione del traffico esistente nell’area - Viale Piave - Basso Acquar - che dovrebbe
subordinare l’avvio del progetto all’esistenza di un sistema di trasporto rapido di massa (tramvia)
come prevedeva il Piano Particolareggiato Gabrielli per Verona Sud.
5.
L'insufficienza di soluzioni per la mobilità nell'area basate solo sulle numerose rotonde
stradali previste dal progetto ex Cartiere, ritenendo che possano essere soluzione sufficiente per
evitare la paralisi in tutta l'area di Verona Sud a valle della linea ferroviaria;
6.
La necessità del ripristino dei 40.000 mq. di verde pubblico (il bosco esistente, già raso al
suolo qualche anno fa) per compensare parzialmente all’assenza di spazi verdi nelle zone sud della
città, storicamente già in credito di verde pubblico per oltre mezzo milione di metri quadri;
7.
L'impossibilità di ampliamento dell’impianto di depurazione di Basso Acquar, già
attualmente con una potenzialità di trattamento insufficiente per ricevere gli scarichi dei nuovi
edifici e degli altri numerosi insediamenti previsti a Verona sud dal Piano degli Interventi. Inoltre
una delle Torri ricade nella fascia di rispetto dei pozzi AGSM che servono l'acquedotto di Verona;
8.
L'apertura di una nuova grande struttura “Centro Commerciale”, a metà strada tra il centro
storico ed i quartieri di Verona sud, avrà gravi ricadute sociali con la chiusura di negozi e punti
vendita al dettaglio e con la perdita di numerosi posti di lavoro.
Infine qualità dell’aria e livelli di rumore intollerabili (effetti sulla salute e sul benessere urbano)
dovrebbero consigliare una nuova valutazione complessiva della sostenibilità dell’intervento alla
luce dei sempre più preoccupanti dati sull’inquinamento acustico ed atmosferico delle zone di
Tombetta, Borgo Roma, Golosine e zona Fiera che saranno ulteriormente peggiorate dal nuovi
mega-insediamenti delle ex Cartiere – oltre 250.000 metri cubi – delle ex Officine Adige, dell'ex
Manifattura Tabacchi e degli altri numerosi interventi edilizi previsti dal Piano degli Interventi
approvato dal Comune di Verona nel 2012!
Giuseppe Campagnari
Consigliere Provinciale
52
Progetto inserito nel P.A.Q.U.E.
Piano di lottizzazione dei terreni in località Nassar a Parona di Verona.
Oltre mezzo secolo di interventi hanno causato un grave dissesto idrogeologico: cementificazione
del territorio, disboscamento, canalizzazione di corsi d’acqua, abusivismo edilizio, mancata
pianificazione territoriale e ingerenze politico/economiche sulle destinazioni d’uso urbanistiche,
hanno reso la nostra nazione ad alto rischio per i disastri ambientali. Sono purtroppo cronaca di
questi giorni le catastrofi causate da una gestione sconsiderata del territorio, in cui gli interessi
economici della speculazione edilizia, supportati da politici conniventi, hanno determinato la tragica
situazione attuale.
Italia Nostra si appella al buon senso dei nostri amministratori affinché venga bloccato il progetto
denominato: Porte della Città al Nassar di Parona, dove, in una zona a pochi metri dall’Adige e di
possibile esondazione, è ipotizzata la costruzione di un complesso abitativo, direzionale e
commerciale. Si tratta di un residuo delle vecchie aree edificabili del precedente P.R.G. del 1975
che prevedeva una città di oltre 400.000 abitanti. Nessuna amministrazione del passato, tranne una
prima stesura del Progetto Preliminare di Piano del 1993 approvato solo dalla Giunta, ha potuto o
ha voluto cancellare quella vecchia ed errata scelta di edificare in una zona ambientalmente
pregiata, a pochi metri dall’Adige, confinante con la campagna, dove esiste ancora uno dei rari casi
di rapporto senza soluzione di continuità tra il terreno coltivato e le rive del fiume. All’estero le aree
verdi ancora inedificate vicino alle città ed in particolar modo se adiacenti ai fiumi, vengono
rigidamente tutelate perché ritenute preziose. Da noi invece si intende realizzare su un’ area
d’intervento di 72.399 mq una colata di cemento composta di 11 fabbricati alti 11 metri con una
superficie coperta di 6.780 mq per la residenza e di 2 fabbricati di 11 metri con una cubatura di
24.930 mc per una superficie coperta di 3.110 mq. di direzionale e commerciale. Tutto ciò potrebbe
causare un grave danno paesaggistico ed un dissesto idrogeologico, tradendo i principi stessi che
dovrebbero promuovere la stesura dei Piani d’Area regionali.
Pericolo di esondazione. Allego una fotografia scattata nel 1993, che mostra la zona oggetto della
lottizzazione completamente allagata.
Risulta strano, come si evince dalla lettura della stessa Delibera del Consiglio Comunale, che la
Conferenza dei Servizi, in data 05/11/2007, il Consiglio della 2° Circoscrizione in data 15/11/2007,
la Commissione Edilizia in data 08/11/2007 e la Giunta Comunale con delibera n. 441 del
09/11/2007, abbiano approvato il piano presentato dalla ditta La Ronchesana s.r.l. ed altri, senza
tenere conto dei pericoli di esondazione.
LA ZONA NEL 1993 E’ STATA INVASA DALLE ACQUE DELL’ADIGE
53
Ikea non compreso nel P.A.T. e nel P.I.
La proposta progettuale presentata dalla società immobiliare bresciana Arena 2010 riguarda una
superficie di 598.752 metri quadrati a sud dell´autostrada A4 e a nord della frazione di Ca’ di
David, nell´area compresa tra il canale Giuliari, via Vigasio e via Gelmetto. Il piano urbanistico
prevede la bonifica e la collocazione di attività articolate in quattro comparti: insediamento Ikea e
shopping center correlato, parco commerciale, insediamento residenziale, torre Biasi, dove si
trasferirà la polizia municipale.
I privati si accolleranno i costi degli interventi per potenziare la viabilità stradale. Tali opere
riguardano la riqualificazione dello svincolo di via Golino, la realizzazione di due nuovi accessi alla
tangenziale da via Vigasio e da via Morgagni e di una bretellina di circonvallazione del centro
abitato di Ca’di David.
L’intervento accolto dalla giunta sull’area Biasi prevede 241 mila mq, a cui vanno aggiunti altri 90
mila metri quadri tra ricettivo, direzionale e ludico ricreativo, altri 75 mila mq di nuove residenze
per 1.700 nuovi abitanti, per un totale di 411 mila mq. L´Ikea ne utilizzerà solo 273 mila, meno
della metà della superficie, e avrà una potenzialità edificatoria di soli 141 mila metri quadrati a
destinazione commerciale, mentre accanto ad essa, sorgerà un “Parco commerciale” altrettanto
grande: 267 mila metri quadri, con capacità edificatoria di 190 mila metri quadrati, 50 mila più
dell’Ikea.
Se appare insostenibile l’insediamento commerciale previsto al Motor City, è insostenibile
l’intervento proposto per l’area Biasi che è forse anche peggiore.
Come a Vigasio il circuito automobilistico fungeva da grimaldello per la colata di cemento,
nell’area Biasi, a svolgere questa funzione, è proprio l’IKEA.
E’ contrario ad ogni regola urbanistica approvare un intervento edificatorio massiccio e improvviso
come quello presentato dall’IKEA per l’area Biasi, pochi mesi dopo l’approvazione del P.A.T. e del
P.I. Questo è l’ennesimo esempio di come le scelte sull’uso del territorio sono prese all’interno di
uffici blindati dove i protagonisti sono gli operatori finanziari e quelli politico-amministrativi. Con
superficialità si intende approvare un altro centro commerciale, come se i 4 milioni di metri cubi di
commerciale e direzionale già previsti dalla riqualificazione di Verona Sud non fossero più che
sufficienti a saturare l’intera capacità di assorbimento della città.
In realtà, l’IKEA è il cavallo di Troia per un’operazione che vuole portare a Verona ed in un’area
assolutamente inidonea, un altro e diverso centro commerciale più grande dell’IKEA stessa e più
grande del doppio rispetto alla somma di tutti i centri commerciali già presenti in provincia.
Sostenibilità e viabilità, già definita, sono stravolte. Buona parte del traffico ordinario di Verona
sud, più tutto quello diretto ai centri commerciali dell’area Biasi, graverà sulla viabilità ordinaria. A
quel punto il sistema delle sei rotonde previste attorno all’area sarà inutile come si è rivelato inutile
il sistema di rotonde nell’area delle ex Cartiere.
Progetto per l’Ikea di Casale
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L’inceneritore di Ca’ del Bue
La prima proposta di costruire un termovalorizzatore (inceneritore) a Verona è datata intorno ai
primi anni ’80. La zona individuata era quella vicina alla sede dell’AMIA in Basso Acquar, a pochi
metri dall’Adige. Le associazioni ambientaliste si mobilitarono e protestarono, non tanto per
l’inceneritore in sé, ma per la sua localizzazione. L’amministrazione comunale, come d’incanto,
presentò una nuova zona: Ca’ del Bue. La prontezza nel passare dal Basso Acquar a Ca’del Bue ed
alcuni passaggi di proprietà dell’azienda agricola Ca’ del Bue fecero nascere il sospetto che
l’inceneritore fosse il classico cavallo di Troia per intervenire in un’area rurale, paesaggisticamente
pregiata.
Nonostante le fiere opposizioni degli ambientalisti, l’inceneritore venne ultimato nel 1988, ma non
entrò mai in piena funzione.
La giunta Sironi nel 2000 rimise mano all'impianto di Ca’ del Bue, chiamando l'Ansaldo a
rimettere in sesto i forni. Alla fine del 2002, quando i forni ritornarono a funzionare, ci si accorse
che essi non erano più adatti al tipo di rifiuto che nel frattempo si era venuto a creare. Era
cominciata la raccolta differenziata, e il forno, a cui era stata sottratta buona parte della carta, del
legno e della plastica di cui necessitava, non riusciva a raggiungere una soddisfacente temperatura
di funzionamento, che per i forni a letto fluido è di gran lunga superiore ai forni a griglia. Nel 2005
l’impianto perdeva 1 milione di euro al mese e la giunta Zanotto, dopo aver chiuso il contenzioso
con l'Ansaldo, incassando 23 milioni di risarcimento, nel marzo 2006 decise di spegnere i forni, in
attesa di trovare un socio privato che ne finanziasse la riconversione, cosa che tuttavia non è mai
avvenuta.
Tosi, vinte le elezioni contro il sindaco uscente Zanotto, in accordo con i programmi
dell’assessorato all’ambiente, allora presieduto da Giancarlo Conta, si impegnò a costruire una
nuova sezione di forni di tipo "a griglia" (quelli usati nei comuni inceneritori, come quello di
Brescia) in aggiunta e non certo in sostituzione dei vecchi forni a letto fluido, già esistenti ma mai
entrati in funzione.
Verso la metà del 2008, smascherato il piano del Comune di Verona e della Regione Veneto, montò
la protesta che ha coinvolto e coinvolge i comitati di cittadini e anche i sindaci del centrodestra dei
tre Comuni confinanti con l'inceneritore (San Giovanni Lupatoto, San Martino Buon Albergo e
Zevio).
Sotto accusa sono la soluzione dei forni a griglia e le emissioni dell'inceneritore, negative per la
salute di tutti coloro che abitano vicino al complesso.
La proposta alternativa sarebbe la riconversione della struttura in un impianto di trattamento di
rifiuti a freddo
Da tenere presente che la Corte dei Conti da anni sta monitorando i conti dell’impianto di Ca’ del
Bue.
Di conseguenza non sarebbe possibile smantellare il vecchio impianto, per evitare di considerare
perduti i soldi già spesi e i fondi pubblici già erogati. I pubblici amministratori, molto
probabilmente, sarebbero accusati di danno erariale. Per questi motivi, il sindaco Tosi ha previsto la
riaccensione dei vecchi forni, costati 40 milioni di euro; e solo successivamente l’avvio del progetto
dei nuovi forni a griglia.
Operazione non poco azzardata perché prevede di avviare il progetto di un nuovo impianto,
procedendo al raddoppio, prima di avere definito la questione di quello vecchio.
Ignorando totalmente la salute dei cittadini, la giunta Tosi segue la logica perversa che più si brucia,
più si guadagna.
Anche in questo caso come in molti altri, non ultimo il progetto del traforo della collina, si offrono
ai privati proposte molto remunerative. Nel bando di project financing per la costruzione dei due
nuovi forni, approvato nel dicembre 2008, è stata proposta una tecnologia a griglia, capace di
trattare 600 tonnellate al giorno (190 mila all’anno) di rifiuti solidi urbani (la parte non differenziata
55
del rifiuto) con una tariffa di conferimento (cioè quello che devono pagare i Comuni per portare i
rifiuti all’impianto) di 112 euro per tonnellata. E’ ovvio che il business funziona se giornalmente
vengono bruciate almeno 600 tonnellate di rifiuti, a scapito della raccolta differenziata che
attualmente a Verona e provincia raggiunge il 40%. Attualmente, la produzione giornaliera di
Verona viaggia sulle 350 tonnellate, insufficienti per alimentare un forno da 600, quindi, per
sfruttare la potenzialità dell’impianto, dovranno giungere rifiuti da altre province. Questo per
quanto riguarda i nuovi forni a griglia; ma, come si osservava prima, si devono riattivare anche i
vecchi forni, in grado di trattare altre 400 tonnellate al giorno. In questi ultimi finiranno i non
ancora meglio precisati rifiuti speciali.
Stando poi a quanto dice Erasmo Venosi, fisico esperto in Valutazione di impatto ambientale (Via),
già vicepresidente della Commissione Autorizzazioni integrate ambientali (Aia) del Ministero
dell'Ambiente, l’iter avviato per i due nuovi forni a griglia presenta molti buchi.
«In tema di gestione di rifiuti, il diritto comunitario pone una sequenza ben precisa: la prima azione
da mettere in campo è quella della riduzione della produzione di rifiuti – spiega Venosi –
accompagnata dal riuso e dal riciclaggio. In seconda battuta c’è l'estrazione di materia prima dai
rifiuti prodotti che non possono essere né riutilizzati né riciclati. Solo in terza battuta – sottolinea –
qualora i rifiuti non possano in alcun modo venire recuperati, la normativa europea prevede il
recupero energetico mediante trattamento».
«Nel caso di Ca’ del Bue – critica il tecnico – la politica locale veronese ha saltato a piè pari i primi
due passaggi. E lo si vede pure dal mancato rispetto del limite cogente di raccolta differenziata, che
al 31 dicembre 2010 prescrive il raggiungimento della quota del 55% , mentre la provincia di
Verona è ancora sotto di 10 punti».
E’ molto recente (ottobre 2012), la riduzione a 150.000 tonnellate l’anno, imposta dall’assessorato
regionale all’ambiente, della quantità di rifiuti da portare a Ca’del Bue, passando da 600 a 400
tonnellate al giorno.
Nasce il sospetto che il termovalorizzatore sia stato sovradimensionato e che si sia bloccata
l’espansione della raccolta porta a porta proprio per non creare problemi all’inceneritore.
56
La pianificazione del Centro Storico
Intorno agli anni ‘60 si iniziò a superare la concezione del bene culturale da tutelare, visto come
‘monumento isolato’, per giungere all’idea di contesto storico urbano. In quegli anni si consolidò
la consapevolezza della necessità di recuperare i centri storici e di porre fine allo ‘spreco edilizio’
che, con una continua espansione urbana, cementificava le zone rurali e sottoutilizzava il
patrimonio edilizio esistente.
Purtroppo questi concetti sono stati espressi e teorizzati, ma quasi mai applicati dalle nostre
pubbliche amministrazioni.
Verso la fine degli anni ‘70, la legislazione urbanistica, con la Legge n. 457 del 1978 “Norme per
l’edilizia residenziale”, le leggi regionali n. 40 del 1980 “Norme per l’assetto e l’uso del territorio,”
e la n. 80 del 1980 “Norme per la conservazione ed il ripristino dei Centri Storici del Veneto”,
permise alle Pubbliche Amministrazioni di definire i contenuti tecnici e culturali per intervenire nel
recupero e nella tutela dei centri storici.
Nel 1984 la pubblica amministrazione di Verona, incaricò il professor Leonardo Benevolo e
l’archittetto Maurizio Veronelli di redigere la variante al centro storico di Verona, la n. 33.
(vedi pag.11)
Quello che da anni si prevedeva e si paventava, purtroppo si sta avverando. La fobia di
‘conquistare’ sempre più aree verdi per la cementificazione ha causato l’abbandono e l’incuria del
nostro vecchio patrimonio edilizio, anche di quello monumentale, che non appartiene solo a noi, ma
a tutta l’umanità. Tutto questo è la conseguenza di un meccanismo perverso che dal dopoguerra
regola la stesura dei piani regolatori e delle normative che si riferiscono al territorio. Tranne qualche
amministrazione illuminata, nella maggior parte dei casi le scelte di come pianificare la città sono
state e sono il prodotto di due fattori, quello politico amministrativo e quello economico, degli
affari. L’uso del territorio ha da sempre ripagato i politici con i voti dei propri clientes e gli
speculatori con grossi guadagni. A rimetterci sono stati e sono la collettività, la cultura, la memoria
storica, l’ambiente e la città. Per chi ci amministra e per chi detiene il potere economico, il centro
storico interessa solo per l’indotto che produce. Perciò è conosciuta solo la zona compresa tra i
portoni della Bra e Piazza Dante. Quella della movida notturna, dei finti scenari medievali creati
negli anni ’30 e dell’eterna storia d’amore tra Romeo e Giulietta. L’autentica Verona storica, quella
romana, medievale, veneziana e asburgica, quella visibile attraverso i frammenti archeologici o le
strutture architettoniche ancora efficienti, per chi ci amministra rappresenta solo un vincolo allo
‘sviluppo’. I brani archeologici sono considerati solo pietre inutili. Io invece sono convinto che una
città, in cui fosse possibile leggere le stratificazioni fisiche della sua storia, aumenterebbe il proprio
valore culturale, storico e, perché no, di indotto economico prodotto da un certo turismo. Forse mi
illudo, ma spero sempre che qualche amministratore illuminato ricollochi l’Arco dei Gavi
sull’antica via Postumia, portata alla luce almeno per una cinquantina di metri e che valorizzi i resti
medievali ritrovati sotto piazza Viviani collegandoli poi ai ruderi in evidenza in via Dante. Di
esempi così potrei citarne a decine. Ho però il triste sospetto che il patrimonio storico monumentale
della nostra città sia stato considerato anche dalle passate amministrazioni come un intralcio alla
libertà di costruire. Non si spiegherebbe altrimenti l’aver causato, con una pianificazione sbagliata,
l’abbandono degli abitanti dal centro storico, l’ampliamento a macchia d’olio della periferia, i quasi
10.000 appartamenti sfitti, l’incuria in cui sono stati lasciati monumenti come Villa Pullè, Castel
San Pietro, l’Arsenale e tanti altri. Se si fosse programmato l’uso del territorio sulla base delle reali
esigenze dei cittadini, probabilmente ora non ci troveremmo con gran parte degli edifici storici in
condizioni di vergognosa fatiscenza.
Un’altra grossa opportunità che le pubblica amministrazioni si sono lasciate sfuggire è stata la
pianificazione e la scelta d’uso degli edifici monumentali e storici. Prima di qualsiasi valutazione
per realizzare nuovi edifici e lottizzazioni, sarebbe stato utile capire quali risposte si potevano
ricavare dai nostri cosiddetti contenitori monumentali. I Palazzi Pompei, Gobetti e Forti,
57
Castelvecchio, l’Arsenale, le caserme Passalacqua e Santa Marta, la Gran Guardia e i Palazzi
Scaligeri erano tutti di proprietà pubblica. Ho scritto “erano”, perché il nostro sindaco ne ha già
venduti parecchi alla Fondazione Cariverona amministrata dal suo amico Biasi, per fare liquidità.
La loro ampiezza, le caratteristiche architettoniche e la localizzazione avrebbero rappresentato delle
preziosissime opportunità per dotare Verona di quegli spazi per la cultura, le esposizioni, i congressi
ed i musei, necessari per farle fare il salto di qualità che da anni si auspica.
Ritengo sarebbe saggio:
1)
predisporre un piano per la tutela e la rivitalizzazione del nostro centro storico, con
facilitazioni economiche e risparmi fiscali per i proprietari che intendessero restaurare i propri
edifici storici;
2)
indire una sorta di moratoria per le nuove costruzioni sino a quando tutte le migliaia di case
sfitte nel comune di Verona saranno sistemate e utilizzate;
3)
anziché destinare ampi lotti di aree esterne per l’edilizia convenzionata (167), siano
indirizzate per quello scopo le caserme militari dismesse nel centro storico (erano cinque). Si
riporterebbero coppie giovani con i relativi figli nel cuore della città.
Il recente incendio dell’edificio di via Cantore e i crolli di altre parti della città storica hanno
evidenziato la contraddizione tra le enormi cubature che stanno per essere costruite a Verona sud e
il centro storico semi-disabitato, con interi stabili vuoti, pericolanti e pericolosi per la sicurezza
pubblica. Inoltre, con l’enorme quantità di nuovi mq previsti nelle zone della cintura esterna, si
rischia che l’offerta di case superi di molto la domanda, con la conseguenza che interi edifici
appena costruiti rimarranno disabitati e che il centro storico passi così dall’agonia alla morte. In
Borgo Venezia e Borgo Roma ci sono da anni intere palazzine sfitte. Mi sto seriamente chiedendo
chi ha interesse a costruirne ancora.
58
La cava Speziala
Sull’ex cava Speziala, sita a San Massimo, insistono gli interessi dei proprietari, che vorrebbero
trasformarla in una discarica.
Per loro sfortuna, la cava, in questi ultimi trent’anni, da quando è stata dismessa l’attività estrattiva,
si è naturalizzata e il bosco si è riconquistato il proprio habitat. E’ stata stimata la presenza di circa
32.000 piante, molte di queste ad alto fusto, ( il calcolo è stato fatto suddividendo la superficie in
aree omogenee, avvalendosi di foto aeree e di rilievi invernali dall’alto dei bordi della cava). L’ex
cava si è trasformata in un bosco di 160.000 mq.
Per i proprietari, l’ostacolo da superare è il bosco. Senza quel meraviglioso ambiente naturale,
avrebbero già potuto riconvertire l’ex cava in una discarica.
Ultimamente i proprietari hanno effettuato una serie di carotaggi, che potrebbero essere stati
ingiunti dagli uffici comunali preposti ai controlli sul terreno e sul tipo di rifiuti presenti nel
sottosuolo, dato che per anni la cava è stata utilizzata come una discarica abusiva. Ma, con la scusa
di effettuare i carotaggi, sono state tagliate centinaia di alberi ad alto fusto nell’area boscata, così
come definita nel PAT, all’interno del perimetro di cava.
La storia sull’utilizzo delle cave ci insegna che da una cava si può realizzare una molto redditizia
discarica. Ma l’ex cava Speziala non è più una cava, ma un biotopo molto interessante e prezioso,
all’interno di un quartiere abitato. Il bosco che si è creato naturalmente e il conseguente patrimonio
di fauna e avifauna che lo popola, rendono la Speziala un luogo da tutelare e da preservare.
Il primo maggio del 2012, il sindaco uscente e poi rieletto, Tosi, dichiarava su un quotidiano locale
che “ a prescindere dal vincolo, escludiamo nel modo più assoluto che possa essere rilasciato ai
proprietari un qualsiasi tipo di permesso per un riuso industriale, compresa l´attività di discarica. L
´unico futuro possibile per l´ex cava Speziala è la destinazione per attività a fine sociale o a parco
pubblico”.
Ma se questa è la sua reale volontà, perché non è intervenuto bloccando gli interventi di
sbancamento e di taglio degli alberi, precedenti al carotaggio, considerato che in quella data lo
scempio era già in atto?
Sarebbe stato sufficiente appellarsi sia alle norme del P.A.T. ma anche alla Legge Forestale
Regionale n. 52/1978, che conferma in maniera inoppugnabile il vincolo insistente sull’area.
L’art. 1, infatti, definisce “… bosco tutti quei terreni che sono coperti da vegetazione forestale
arborea associata o meno a quella arbustiva, di origine naturale o artificiale, in qualsiasi stadio di
sviluppo…” e prosegue all’art. 14 comma 8 bis specificando che “I boschi, come definiti al presente
articolo, devono avere estensione non inferiore a 2.000 metri quadrati e larghezza media non
inferiore a 20 metri”.
Appare quindi ampiamente motivato un immediato intervento di sospensione di qualsiasi attività,
supportato sia dall’art. 15 della già citata legge forestale che “… vieta qualsiasi riduzione della
superficie forestale, salvo espressa autorizzazione della Giunta regionale…” sia in applicazione
dell’art 142 del D. Lgs n. 42/2004 (Codice di Beni Culturali e del Paesaggio) che sottopone i
territori coperti da foreste e da boschi alle disposizioni dello stesso Codice per il loro interesse
paesaggistico .
In realtà, l´Area s.r.l. di Bergamo, l’impresa proprietaria dell’ ex cava, ipotizzando la
contaminazione del terreno della Speziala e delle sottostanti falde acquifere, aveva ottenuto dalla
Guardia Forestale il permesso di abbattere gli alberi per eseguire carotaggi e prelievi. Ma, secondo
il buon senso, non avrebbe nessun diritto di assumere contemporaneamente il doppio ruolo di
controllato e controllore e le eventuali analisi dovrebbero essere compiute da un ente pubblico come
l’Arpav. E’ realistico pensare che i proprietari dell’ex cava, disboscandola, riescano a fare decadere
il vincolo di legge sulle aree boscate e realizzare la, per loro, tanto ambita discarica.
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Gli alberi dell’Arco dei Gavi
Da qualche giorno i nostri amministratori si stanno sforzando di trovare giustificazioni accettabili
per motivare l’abbattimento dei grandi alberi che da sempre accompagnano l’arco dei Gavi, e le
centinaia di migliaia di euro che necessitano per realizzare un costoso e inopportuno progetto di
‘protezione’ del monumento e di ‘riqualificazione’ della piazzetta.
Questo ‘capriccioso’ progetto rischia di essere l’occasione per privare la nostra città di parte del
suo patrimonio arboreo che, oltre ad avere un ruolo estetico per il paesaggio, è determinante per la
salute dell’ambiente.
Si sono lette affermazioni che ci stupisce possano essere state fatte da persone che ricoprono le
massime cariche della nostra amministrazione, relative al valore degli alberi e alla possibilità di
spostarli, come se fossero scenari areniani e non grandi e ben radicati organismo viventi. Forse a
costoro piacerebbe di più una città con alberi finti forniti di ruote e di foglie che non cadono e non
sporcano.
Ma il vero nocciolo della questione è se l’Arco dei Gavi sia in una posizione accettabile. Se si
ritiene che non lo sia, la soluzione è di spostare l’arco (quello sì, non gli alberi) nella sua posizione
originale, più consona al suo valore e al suo primitivo significato urbano. Tanto più che l’Arco
potrebbe essere inserito, a pochi metri di distanza, nella originaria Via Postumia. Quale occasione
migliore per valorizzare veramente il monumento, mettere in luce un frammento di strada romana,
creare una nuova attrazione turistica e ridurre al minimo i problemi di controllo?
Tutti sappiamo che le opere di architettura devono essere lette nel loro contesto. Cosa sarebbero
Porta Palio, Porta Nuova, Porta Vescovo o altri monumenti cittadini se non avessero intorno, per
quanto adattato ai nostri tempi, un chiaro riferimento spaziale? Nel frattempo, se la situazione della
mobilità e i finanziamenti per riportare il monumento sulla via Postumia (Corso Cavour) non ci
fossero, per “difendere” il monumento dai writers, sarebbe sufficiente, con costi sicuramente
inferiori e senza alcun bisogno di tagliare grandi e preziosi alberi, controllare l’antico arco con delle
semplici telecamere e delle poco invasive catene, come si fa in gran parte del mondo civile.
A tale riguardo, a nome e per conto del Consiglio provinciale di Italia Nostra, che presiedo, mi
permetto di sollecitare l’autorevole parere della soprintendente, dottoressa Gianna Gaudini, perché
intervenga con una decisa e chiara presa di posizione a favore della città e dei suoi alberi.
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Villa Pulè
E’ un complesso architettonico con un ampio parco in località Chievo a pochi metri dall’Adige.
Le sue origini, si può dedurre, siano della fine del Seicento.
Intorno alla fine del Settecento, l’architetto Ignazio Pellegrini ampliò la Villa e le diede
la fisionomia che ha mantenuto sino ad oggi.
Lo stile è chiaramente neoclassico.
Gli affreschi dei soffitti della Villa: “L’apoteosi” di Angelo Da Campo, “Il Trionfo di Venere” di
Domenico Cignaroli, alcune scene decorative di Marco Marcola e la decorazione delle pareti con
magnifiche prospettive ornamentali furono commissionati dal conte Marco Marioni.
In quel periodo fu impreziosito anche il parco.
Nel teatro della Villa erano spesso organizzate iniziative artistiche, culturali e rappresentazioni
teatrali. Assistettero agli spettacoli sovrani e imperatori.
Ben presto, gli eventi della Villa diventarono un richiamo politico ed artistico.
Tutto questo circa trecento anni fa. Ora, l’intero complesso sta crollando.
L’I.N.P.S. è il proprietario di quella che dovrebbe essere una delle più importanti eccellenze
monumentali di Verona ed è anche il responsabile del suo vergognoso degrado.
La stessa Soprintendenza non è mai riuscita a fare rispettare all’ente proprietario del bene culturale,
l’obbligo, sancito dalla legge, di garantirne la conservazione.
L’ Amministrazione Comunale, che assieme a quella Provinciale, è proprietaria del parco, si è
limitate a mettere a disposizione 300.000 euro per la sua riqualificazione.
In realtà, entrambe si sono sempre nascoste dietro l’impossibilità di intervenire sulle strutture
monumentali della Villa, perché la proprietà era dell’I.N.P.S.
Da tempo, le associazioni ambientaliste, assieme all’associazione Amici di Villa Pullè, insistono
perché la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici, l’ Igei (società che gestisce il
patrimonio dell’Inps), il Comune e la Provincia di Verona, diventino parte attiva per trovare i fondi
economici necessari a riqualificare l’intero contesto della villa e del suo parco.
Purtroppo alcune parti della struttura architettonica, che è costruita in tufo, sono irreparabilmente
rovinate, così come la preziosa decorazione interna che sta letteralmente cadendo a pezzi.
Gli affreschi settecenteschi all’interno della Villa sono sottoposti ai danni causati dalle infiltrazioni
d’acqua e dalle muffe. “Un affresco del Cignaroli è rovinosamente crollato e irrimediabilmente
perduto,” afferma l’associazione Amici di Villa Pullè, “i soffitti a stucco dei due saloni ai lati del
salone principale sono crollati e la tela che era sul vano scala è scomparsa senza lasciare traccia.”
61
L’Arsenale
Verona, dopo il 1848, diventa il centro principale del famoso Quadrilatero per il controllo militare
del Veneto. Si trattava di una serie di fortezze che riunivano le quattro città di Peschiera, Mantova,
Legnago e appunto Verona.
Verona ha il compito di rifornire l’intero complesso difensivo di munizioni, equipaggiamenti e
vettovaglie.
Questo è il motivo per cui, nell'ansa nord dell'Adige, di fronte a Castelvecchio e alla città antica, è
stato costruito l'Arsenale. Dopo quello di Vienna, era il più grande arsenale dell’epoca, occupando
una superficie di ben 140.000 mq.
E’ un complesso formato da 9 edifici. Il principale ospitava la sede del Comando, proprio davanti a
Castelvecchio. Sul retro, nel lato destro e sinistro, erano ubicati gli edifici destinati a magazzini.
Nella corte centrale c’erano le officine e i laboratori degli artigiani.
Lo stile architettonico è un miscuglio tra neogotico e neo romantico. L'uso alternato di corsi di tufo
e cotto vuole rappresentare un omaggio all’architettura veronese del XII secolo.
L’Arsenale, ceduto dal Demanio militare al Comune di Verona, si trova ora in uno stato di
drammatica fatiscenza.
Sull’uso da destinare a questo complesso di architettura militare austriaca, si sta dibattendo da anni,
ed ora la Pubblica Amministrazione, considerata la scarsità di risorse economiche, ha deciso di
ricorrere a un intervento pubblico-privato, soluzione che consentirà agli operatori privati di
intervenire su un patrimonio che avrebbe dovuto essere mantenuto ad esclusivo uso pubblico.
Nel nuovo Arsenale saranno ubicati: un asilo, alcuni uffici della Seconda circoscrizione e
soprattutto bar, ristoranti, servizi e negozi di privati.
Si rinuncia così all’idea di realizzare un percorso museale-espositivo che, partendo dal palazzo della
Gran Guardia, continuando con il museo Maffeiano e con quello di Castelvecchio (liberando gli
spazi ora occupati dal Circolo Ufficiali per poter esporre le opere depositate negli scantinati),
terminerebbe con il museo di scienze naturali all’Arsenale.
In tal modo viene abbandonata l’opportunità di dotare Verona di ottimo ed omogeneo impianto
museale.
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Il Lazzaretto
Lettera delle associazioni ambientaliste alla Soprintendenza.
Le associazioni ambientaliste Italia Nostra, Legambiente, W.W.F., chiedono alla Soprintendenza ai
Beni Architettonici ed Ambientali di Verona di intervenire per bloccare il progetto relativo alla zona
del Lazzaretto.
Nel progetto la perimetrazione dell’intervento ingloba tutto il Lazzaretto. Dal parcheggio si accede
lungo l’attuale via Lazzaretto alla prima area di impianti sportivi, quindi direttamente al recinto
monumentale e da lì ad una seconda area che si estende fino all’Adige.
Prima considerazione: non riteniamo corretto privatizzare un monumento come il Lazzaretto.
Non intendiamo entrare nel merito del progetto, anche se sarebbero da commentare le ripetute
sinuosità dei percorsi e delle forme inserite nella linearità del paesaggio agrario e del monumento,
ma contestare l’opportunità di intervenire in un’area così fragile e delicata..
Sull’ idea di trasformazione dell’area, Paolo Rumiz dice che finché resta il toponimo, il luogo
rimane nella memoria collettiva. Via Lazzaretto nel Catasto austriaco è denominata Dosso San
Pancrazio e non a caso: il toponimo identifica la forma del luogo che ha le quote più alte lungo la
strada per scendere verso i tre orizzonti definiti dall’ansa del fiume. La Corte Dogana con l’abitato
storico contiguo è il perno del dosso. Ma il toponimo è scomparso e via Lazzaretto, pur ricordando
il monumento, ha eliminato la forma del luogo dalla toponomastica.
Inoltre quest’ansa ha forti caratterizzazioni sia per il territorio agricolo sia per presenze
architettoniche legate tra loro proprio da questo dosso/filo: il Forte Santa Caterina, la Corte Dogana
con il Borgo San Pancrazio, il Lazzaretto con un proseguo, per ora solo visivo (ma che dovrebbe
diventare, questo sì è fondamentale, concreto con un attraversamento dell’Adige, vuoi passerella,
vuoi traghetto) verso Villa Buri. La Corte Santa Caterina e la Centrale di Colombarolo (la prima
centrale idroelettrica di Verona), danno spessore al “filo” verso sud-est, dove la città/campagna non
ha caratteri connotativi precisi.
Nel Piano ambientale del Parco dell’Adige redatto per conto dell’Assessorato all’Ecologia del
Comune di Verona e consegnato nel 1992, si dice che la riqualificazione del Lazzaretto (come
luogo/monumento) ha come presupposto la valorizzazione delle aree demaniali a bosco fluviale e
del paesaggio agricolo circostante, in quanto la passeggiata in relax lungo il fiume e i giochi liberi
all’aperto nell’area prativa attigua al Lazzaretto ben si inseriscono nella complessa rete di attività
del tempo libero che si dovrebbero insediare in tutto il Parco sud, tra cui (vicino al Lazzaretto,
appena superato il ponte del Porto) il Centro sportivo attrezzato esistente (di proprietà comunale) di
cui si ipotizza l’ampliamento (per superficie e per funzioni) di Villa Poggi. Tutto ciò è stato ribadito
nell’aggiornamento del Piano ambientale del 2007.
Seconda
considerazione:
contestiamo
la
proposta
progettuale
di
un
centro
sportivo/ricreativo/commerciale nell’area comprendente lo stesso Lazzaretto per i seguenti motivi:
1.
L’area è particolarmente “fragile” dal punto di vista naturalistico, paesaggistico e storicoarchitettonico. In questo luogo natura, paesaggio e architettura hanno costruito un sistema talmente
integrato da essere uno e unico e quindi modificabile solo se si comprendono e si utilizzano le
stesse modalità con cui questo sistema si è saldato. Quindi la storia non è solo del monumento, ma
del luogo, dell’evoluzione del fiume stesso, delle stratificazioni dei paleoalvei, di come e perché il
Lazzaretto trovò allora questa collocazione. Sono questioni basilari per intervenire attorno ad un
luogo/monumento con una struttura (quella proposta nell’ipotesi progettuale) così diversa e
diversificata nelle funzioni.
63
In sinistra Adige si affaccia la Villa Buri, il suo parco/giardino e il parco comunale che, senza
soluzione di continuità, si sono caratterizzati come spazi pubblici o in ogni caso aperti liberamente
al pubblico.
L’area Poggi è il centro sportivo attrezzato di proprietà comunale. Sono stati eseguiti in vari
momenti interventi di ampliamento più o meno qualificanti, ma ad ogni buon conto è già un centro
vitale per il Parco Sud. Forse varrebbe la pena rafforzare questo nucleo esistente in vicinanza alla
città, con spazi predisposti per altri tipi di sport e di funzioni del tempo libero, operando in sintonia
tra pubblico e privato.
Riteniamo che rappresenti una contraddizione rinchiudere il Lazzaretto (che è proprietà pubblica,
così come l’ampia golena che in riva destra segue il fiume dal ponte del Porto fino alla conclusione
dell’ansa) e l’area contigua necessariamente in uno spazio privato, tenendo presente che le attività
proposte necessiteranno di una tessera o di un biglietto d’ingresso e quindi di una recinzione e
quant’altro che controlli gli spazi interni.
2.
Si ipotizza anche la “sistemazione degli argini”. Significa adeguarli in altezza?
In questo modo si modificherebbe uno sky-line prezioso per tutta l’area. Vogliamo rammentare che
l’Adige è una zona SIC. Dal Quadro Descrittivo allegato all’Aggiornamento del Piano ambientale
del 2007, risulta che anche in questo tratto ripario sono stati segnalati habitat prioritari ai sensi della
Direttiva CEE Rete Natura 2000. Come verranno tutelati? Le più recenti tecniche di ingegneria
idraulica hanno codificato per i corsi d’acqua che contro il rischio di esondazione (l’area è
interessata a tale problema), invece di innalzare gli argini, è molto più efficace allestire in aree non
urbane idonee casse di espansione. Alzando gli argini si opererebbe in controtendenza.
3.
Per ultimo, ma non per importanza, il tema della viabilità.
Un centro così diventa redditizio se attrae giornalmente dalle 200 alle 500 persone minimo.
Possiamo ben immaginare che cosa potrà succedere se non verrà allargata la strada, oltre che
allestiti adeguati parcheggi.
Si potrebbe sostenere che ci si arrivi solo in bicicletta.
Ma non è possibile arrivare in bicicletta per chi utilizza il prato di avviamento per il golf, il beach
volley su erba artificiale, il tennis, la piscina, compresa quella coperta e riscaldata, la palestra e
quant’altro. Sono tutte attività sportive che necessitano di attrezzature difficilmente trasportabili con
la bicicletta e quindi l’auto sarà senz’altro il principale mezzo di arrivo.
Ma allora che relax ci sarà nel “Parco Lazzaretto”, se la passeggiata avverrà in un luogo di traffico
automobilistico?
Il valore della “biodiversità” e dell’ “identità dei luoghi”, con questo progetto sarebbe eliminato,
perché porterebbe all’omologazione dei luoghi e delle funzioni ovunque.
Tra un bosco fluviale ed un giardino esiste una sostanziale differenza.
Perseguendo questo modo di operare corriamo il rischio di togliere alle generazioni future la
possibilità di riconoscersi nella storia dei luoghi.
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Il Parco dell’Adige
Purtroppo, il progetto approvato è solo una parte del vero parco dell’Adige redatto nel 1993
dall’equipe del prof. Ruffo, che comprendeva sia la parte nord che quella sud e che interessava sia
le aree pubbliche che private.
Nel 1993 il progetto del professor Ruffo dell’architetto Anna Braioni e della dottoressa Beatrice
Sambugar fu inserito nel Progetto Preliminare di Piano. Da allora non si è fatto più nulla.
E’ tramontata l’ipotesi di collegare tra loro partendo dal percorso lungo le mura, le aree che, a sud e
a nord della città, avrebbero dovuto costituire il Parco dell'Adige.
La parte nord del parco sarà devastata dal progetto di un doppio viadotto che, uscendo dal traforo
delle Torricelle, proseguirebbe proprio sull'ansa a sud di Parona, dichiarata un sito di interesse
comunitario.
La nostra speranza di restituire ai veronese il rapporto con il proprio fiume, tutelando e valorizzando
l’ambiente con interventi atti a salvaguardare il fiume, la qualità delle acque, dei suoi ecosistemi e
la valorizzazione del paesaggio, è stata definitivamente perduta appena conosciute le nuove
proposte di parco e l’ipotesi della realizzazione della tangenziale nord.
L’attuale progetto preliminare approvato riguarda 450.000 mq di territorio e quindi, rispetto agli
originali 800.000 mq del progetto Ruffo, è stato ridotto di quasi la metà.
Non comprendiamo la dichiarata futura necessità di acquistare i terreni di proprietà privata con un
oneroso costo economico per la Pubblica Amministrazione, quando sarebbe sufficiente utilizzare
delle ben precise destinazioni d’uso urbanistiche.
Nel progetto approvato sono troppo vaghi i riferimenti alla gestione del parco. Questo è un aspetto
strategico fondamentale per la riuscita di un’area verde (la manutenzione deve iniziare prima ancora
che il Parco sia ultimato!). Il pericolo è di realizzare un’opera che rischia di essere trascurata fin dal
nascere. Va tenuto presente che il Comune ha già parecchie aree a verde pubblico di pregio a cui
non riesce a far fronte con la manutenzione ordinaria (esempio: la maggior parte delle mura e l’area
di Castel San Pietro).
La dislocazione dei parcheggi all’interno del Parco (specie quello dietro corte Molon), presuppone
che l’accesso automobilistico avvenga per gran parte da Via Cà di Cozzi, trascurando che
l’attraversamento di questa arteria di grande traffico è estremamente pericoloso; inoltre le auto
transiteranno nel cuore del parco, con problemi di interferenza con la viabilità pedonale e ciclabile e
con aumento dell’ inquinamento. Non c’è alcun accenno alla possibilità di raggiungere il Parco con
i mezzi pubblici, prevedendo idonee fermate per autobus.
Uno degli aspetti emergenti dell’area del Saval, che ha determinato la scelta di questo luogo come
Parco Urbano, è senz’altro la vocazione agricola di tipo familiare, che ha conservato nel tempo una
immagine di campagna fluviale che sta scomparendo (broli, orti, piccoli vigneti e frutteti, siepi
agrarie, canalette irrigue, capezzagne erbose…).
Ritengo che una parte delle aree dovrebbe essere lasciata alla sua vocazione naturale di area
agricola per cooperative di agricoltura biologica, orti per anziani…
Sarebbe prioritario, anche per questioni di costi di gestione, rendere fruibili ad usi flessibili queste
aree, riducendo al minimo le strutture fisse irreversibili e investendo le risorse nella gestione.
65
Il Parco delle Mura
Storia delle mura.
“Nel 1320-25 Cangrande della Scala fa costruire una nuova, grande cinta (una muraglia merlata con
torri e fossato) a difesa dei borghi più esterni e della collina.
Dopo la sconfitta contro gli eserciti della Lega di Cambrai e la lunga guerra per recuperare i suoi
domini di terraferma, Venezia, nel 1517-70, rinnova le difese di Verona con terrapieni, rondelle
(torrioni circolari) e bastioni. Capitano generale è Francesco Maria della Rovere; il principale
architetto è Michele Sanmicheli, che realizza i bastioni di San Francesco, Santa Toscana, Riformati,
San Bernardino, San Zeno e Spagna, e le magnifiche porte.
Dopo le guerre napoleoniche e l'occupazione francese della città, che causarono la distruzione dei
bastioni di destra Adige, di Castel San Pietro e Castel San Felice, Radetzky ordina che le mura di
Verona siano ricostruite e adattate ai nuovi principi della difesa attiva. I lavori, iniziati nel 1833
secondo i piani del grande architetto tedesco Franz von Scholl, durano fino al 1845.
Il Novecento, dal 1912, apertura delle brecce stradali a Porta Nuova, ai lavori per i sottopassi del
'90, è un secolo di manomissioni.
Per completezza andrebbero ricordati gli interventi di Alberto della Scala (1287-89) e di Galeazzo
Visconti (1387-1404) di cui restano poche tracce”. (da sito Legambiente)
Verona ha la fortuna di possedere un’importante cinta muraria, anzi una serie di cinte, che dal
periodo romano arrivano sino a quello austriaco, passando per l’epoca degli Scaligeri e quella della
Serenissima. Un patrimonio monumentale che ha permesso alla nostra città di essere gratificata
dall’Unesco quale città Patrimonio mondiale dell’Umanità, proprio per l'importanza delle
fortificazioni, che fanno di Verona un museo a cielo aperto dell'architettura militare.
La quarta cinta muraria, i cosiddetti bastioni, realizzati da von Scholl nel 1845, potrebbero diventare
un magnifico parco urbano a servizio dei cittadini. Da anni si sta lavorando a questo progetto; sono
anche stati stanziati fondi economici e realizzate alcune opere di manutenzione delle strutture
murarie, ma ancora molto è da compiere.
Sarebbe necessario restaurare le mura della città dai guasti creati dal tempo e dagli eserciti nemici;
organizzare il percorso verde che accompagna la cinta muraria tutto intorno al tessuto urbano
storico; garantire una continua manutenzione delle zone verdi e delle antiche strutture difensive.
Verona è caratterizzata dalle colline, dal fiume Adige, e dalla cinta muraria che li racchiude e li
collega.
La cinta delle mura magistrali, le porte ed il vallo sono state di proprietà dello stato, che le ha
trascurate, lasciandole cadere in un colpevole degrado.
In virtù di una convenzione col Demanio militare, la gestione di buona parte delle mura cittadine è
passata al Comune che, lentamente, sta iniziando a compiere qualche opera di recupero di parti
delle mura dapprima non fruibili.
Il Comune, sotto la spinta della locale sezione di Legambiente, è intervenuto stanziando dei
finanziamenti e permettendo così il restauro delle parti più malandate e l’inizio del processo che
dovrebbe portare alla realizzazione di un vero parco urbano.
Soprattutto, almeno si spera, non ci sarà più il rischio di rifare i clamorosi errori del passato, che
hanno permesso la vendita del bastione cinquecentesco della Bacola e la realizzazione di parcheggi,
di strutture sportive e di edifici privati e pubblici nei valli e sui bastioni.
Legambiente si occupa del parco delle mura da diversi anni, non limitandosi al ruolo di denuncia e
proposta, ma impegnandosi direttamente nell’azione concreta. “Credevamo di essere
un’avanguardia e di essere poi seguiti da altri, dotati di mezzi adeguati; se occorre andremo avanti
anche da soli, ma è evidente che una vita sola non ci basterebbe”.
66
Il Parco delle Colline
Verona ha due caratteristiche morfologiche che ne hanno determinato prima la genesi e poi lo
sviluppo: le colline e l’Adige.
La collina di Verona, come già esposto nelle pagine precedenti, è stata più volte oggetto di progetti
speculativi. Solo il vincolo a verde pubblico della Variante al P.R.G. l’ha potuta preservare da una
cementificazione selvaggia.
Sino ai primi anni ’70, la collina era per buona parte coltivata e gli operatori agricoli della zona
hanno permesso la salvaguardia del paesaggio e la tutela dell’equilibrio ambientale e idrogeologico.
Il lento abbandono di una pratica agricola difficile e poco redditizia, ha causato il degrado
territoriale e favorito gli attacchi della speculazione edilizia.
La deprecata legge regionale n. 24, che consentiva l’ampliamento o la costruzione ex novo degli
annessi rustici in zone a destinazione agricola, ha poi permesso a tanti finti contadini di costruirsi in
collina finti annessi rustici che, qualche anno più tardi, si trasformavano in ville.
Il mancato controllo da parte dell’ente pubblico e, in molti casi, la connivenza, hanno causato la
proliferazione di edifici nelle zone più fragili e panoramiche del territorio collinare.
Così, nonostante la posizione strategica dell’arco collinare che abbraccia il centro storico di Verona,
rappresentandone il polmone verde e la sua prosecuzione sino ai monti Lessini, nel corso degli
anni la zona ha subito un’intensa cementificazione ed è stata fatta oggetto di sfruttamento intensivo
delle risorse.
Per bloccare questo processo negativo e per permettere un uso più adatto alle caratteristiche di quel
suolo, da anni le associazioni ambientaliste propongono alle diverse Giunte comunali, purtroppo
senza successo, l’approvazione del Parco della Collina nei comuni di Negrar, Grezzana e Verona.
In Regione e in Provincia, da anni si dibatte su come tutelare dalle continue spinte edificatorie la
fascia collinare dei tre comuni sopracitati, che rappresenta un collegamento naturale della zona
urbanizzata con il Parco della Lessinia.
In particolare sia l’area collinare delle Torricelle che quella pianeggiante a ridosso, rappresentano
un complesso omogeneo che andrebbe analizzato e pianificato tenendo conto dell’insieme organico
del territorio, con le zone più antropizzate collegate a quelle caratterizzate da insediamenti sparsi,
sino a quelle naturalisticamente più intatte e pregiate.
67
Il nuovo mostro
Motorcity
Campagna di Vigasio e Trevenzuolo.
IL CAVALLO DI TROIA = L’AUTODROMO
Nella campagna tra Vigasio e Trevenzuolo, in un’area di oltre quattro milioni e mezzo di metri
quadrati, in cui potrebbero stare città come Reggio Emilia e Ferrara, sta per essere realizzato il
mostro Motorcity, autorizzato da una delibera della Regione Veneto il 29 dicembre 2009.
L’intera zona è caratterizzata dalla presenza di risorgive che rende l’ambiente fragile e prezioso. Da
tenere presente che l’economia si è sempre basata sulla produzione agricola, in particolare del riso.
La realizzazione di Motorcity cambierà completamente l’economia della zona, penalizzando gli
operatori agricoli, i piccoli commercianti e premiando gli speculatori edilizi.
L’apertura del più grande centro commerciale d’ Europa, di un parco dei divertimenti più ampio di
Gardaland, di 500.000 mq di capannoni produttivi, di 230.000 mq di residenza, di due hotel ed
infine di una pista automobilistica, non sono certamente in sintonia con la storia sociale ed
economica della zona.
Si è utilizzata l’idea dell’autodromo quale testa di ponte per un’enorme e sconsiderata operazione
speculativa. In questo modo è stato possibile aggirare i vincoli urbanistici ed edificatori per la
costruzione di nuovi centri commerciali.
L’impatto ambientale sull’area sarà devastante:
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a) inquinamento atmosferico causato dall’enorme aumento del traffico (circa 75.000 auto al
giorno);
b) distruzione dell’equilibrio idrogeologico dell’area;
c) cementificazione ed impermeabilizzazione del territorio.
Simulazione dell’intervento
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CARATTERISTICHE DEL TERRITORIO DEL COMUNE DI VIGASIO :
Economia:
Caratteristiche:
Agricola. Produzione di riso.
Area di fontanili e risorgive.
Evoluzione demografica
Abitanti censiti
Situato nella fertile pianura detta Bassa Veronese, Vigasio vede derivare
probabilmente il suo nome da “vicus atii”, ovvero città degli Attii.
Il paese è attraversato dal Fiume Tartaro, nome che compare anche nelle storie
del poeta latino Tacito,che parla di “paludes tartari fluminis”, nel cui letto
furono raccolte, a cominciare dal 1000, le acque dei fontanili.
Fu importante nella storia perché nodo di comunicazione, trovandosi sulla
strada consolare romana che congiungeva Mantova a Verona.
Numerose armi ed utensili celtici sono state trovate in varie zone, in
particolare nei pressi della località Campagna Magra, dove sono venuti alla
luce una spada e una serie di tombe, con ricchi corredi di vasi e spade.
Nei primi secoli dopo Cristo, il terreno su cui ora sorge Vigasio era
prevalentemente
paludoso.
Furono i Frati Benedettini ad iniziare una grandiosa opera di bonifica.
Il gambero, presente nello stemma comunale, indica la vasta presenza del
crostaceo nel luogo quando il terreno era ancora ricoperto dalle paludi.
Accanto ad esso si può notare una rapa, simbolo che ricorda i primi prodotti
frutto della coltivazione delle poche terre allora emergenti dalle acque.
Le prime notizie certe su Vigasio risalgono però solo al 1014, quando
l’imperatore Enrico II stabilì che il territorio doveva appartenere all’abbazia di
San
Zeno
di
Verona.
Nel 1164 l’imperatore Federino Barbarossa, venuto in Italia per opporsi alle
ribellioni di alcuni comuni, si scontrò con le truppe comunali della lega
veronese, che lo sconfissero, sui prati di Vaccaldo, una corte sita lungo la
strada che da Vigasio va verso Castel d’Azzano.
Nel 1226 Vigasio si costituì ufficialmente come comune.
70
Esiste infatti uno statuto, risalente a quell’epoca, che è un significativo
esempio
di
ordinamento
giuridico
di
un
comune
rurale.
A quei tempi era sviluppata non solo l’agricoltura, ma anche la pastorizia.
A capo del comune c’era il Decano, affiancato dai consiglieri, con il Massaro,
ovvero l’amministratore, e il Saltaro, che regolava lo sfruttamento di boschi e
pascoli.
Sotto la Repubblica Veneta, dal 1405 al 1797, Vigasio fu centro di importanti
commerci,
e fu
anche
sede di
un
prestigioso
vicariato.
Il municipio era ubicato in piazza ove ora esiste l’osteria del Leone, e in
facciata riportava un affresco raffigurante il leone di San Marco, simbolo della
Repubblica
Veneziana.
Nei piani superiori dell’edificio che ospitava il municipio si amministrava la
giustizia, ed esiste ancora oggi la cella con il soffitto a volta nella quale erano
rinchiusi i condannati.
Nelle zone in precedenza occupate dalle paludi si insediarono
successivamente
le
risaie.
In paese esistevano otto pile per la lavorazione del riso, azionate dai corsi
d’acqua
che
irrigavano
i
campi.
I corsi d’acqua stessi erano di proprietà delle aziende che possedevano la terra
e coltivavano il riso, tanto che ancora oggi alcuni proprietari di fondi agricoli
vantano antichi diritti su corsi d’acqua per l’irrigazione dei propri campi.
Seguirono grandi opere di disboscamento, che lasciarono spazio alle colture di
gelsi,
utili
per
l’allevamento
dei
bachi
da
seta.
Tale attività fu di grande importanza per il paese fino alla seconda guerra
mondiale, tanto che era sorta una filanda, fonte di guadagno e occupazione.
Nel dopoguerra l’economia di Vigasio si è maggiormente differenziata, e il
territorio ha visto sorgere vari insediamenti industriali di piccole e medie
dimensioni.
Attualmente fa parte dell'area di produzione del Riso Nano Vialone Veronese
che viene coltivato su terreni della pianura veronese irrigati con acqua di
risorgiva. Nel dopoguerra l’economia di Vigasio si è sviluppata, con la
creazione di industrie di piccole e medie dimensioni.
Simulazione dell’intervento nella campagna di Vigasio
71
DATI
Autodromo:
Parco divertimenti:
Due hotel:
Zona commerciale:
Parco scientifico-tecnologico:
Motor show room:
Residence:
1.000.000 mq
360.000 “
150.000 “
470.000 “
500.000 “
420.000 “
230.000 “
Verde a parco e parcheggi:
Strade, marciapiedi, ciclabili:
1.100.000 “
350.000 “
TOTALE:
4.580.000
“
SUPERFICIE OCCUPATA DA EDIFICI:
SUPERFICIE SCOPERTA O LIBERA:
1.080.000 mq
3.500.000 “
VOLUME COMPLESSIVO:
7.000.000 mc
72
23%
77%
PARCHEGGI PER 44.000 POSTI AUTO:
1.100.000 mq
TRAFFICO GIORNALIERO PREVISTO:
MIN. 34.182
CENTRO COMMERCIALE.
SUPERFICIE COPERTA:
ALTEZZA:
VOLUME:
POSTI AUTO:
300.000 mq
18 m
5.400.000 mc
18.000
TRAFFICO GIORNALIERO PREVISTO:
MIN. 19.025
MAX. 40.436
Simulazione dell’intervento
PROPOSTE
Concludo con un sogno, come vorrei fosse la mia città, Verona.
73
MAX. 75.194
Mi rendo conto che alcune ipotesi che andrò ad esporre sono irrealizzabili, come per esempio il
ripristino del vecchio ramo dell’Adige interrato, o l’apertura di passaggi sui muraglioni per fare in
modo che la città possa ancora dialogare con il suo fiume.
Altre ipotesi sarebbero invece possibili, solo se ci fossero la volontà politica e la sensibilità sociale
per attuarle.
La pianificazione territoriale ‘democratica’.
Il metodo migliore per valutare se un determinato territorio sia stato pianificato bene o male sta nel
verificare se tutti i cittadini, in egual misura, possono godere dei medesimi diritti e degli stessi
doveri. Le valutazioni tecniche sul tipo di pianificazione di una città verranno dopo; i dati più
importanti da analizzare sono la qualità urbana e il grado di democrazia urbanistica raggiunta.
Una città si potrà riconoscere vivibile solo quando sarà in grado di ospitare dignitosamente i suoi
componenti più deboli e fragili, fisicamente, psicologicamente, socialmente ed economicamente.
La città ‘democratica’ non può escludere i bambini, che devono avere il diritto di passeggiare,
correre e andare in bicicletta senza rischiare la vita. Così come deve essere accessibile agli anziati,
ai portatori di handicap e ai “senza tetto”, che considerano l’intera città la loro casa.
Potremmo parlare di città compatta, o multifunzionale, o concentrica, o radiale, etc., ma l’essenziale
è capire come ci vivono le categorie più deboli.
Ogni città è unica, ha caratteristiche esclusive e non si potrà mai considerare un prototipo per
intervenire in altre città. Però, alcuni parametri si possono utilizzare per analizzare e confrontare le
città, anche se ospitate in luoghi morfologicamente e storicamente diversi.
Per esempio: i tempi di spostamento casa-lavoro e viceversa, o casa-scuola e viceversa; la
percentuale di traffico privato e pubblico; la rete ciclabile; la percentuale di verde pubblico e di
parchi urbani; il patrimonio edilizio non o sottoutilizzato; la percentuale di zone pedonali; il grado
di inquinamento atmosferico e acustico; il rapporto con la campagna circostante; lo stato di
conservazione del patrimonio storico monumentale; le strutture per i servizi culturali, sportivi e del
tempo libero. La risposta a questi paramenti permette di capire la qualità e la vivibilità di una città;
e per città non intendo solo il centro storico, ma l’intero contesto comunale.
Purtroppo, poche delle nostre città, forse nessuna, risponderebbe in modo positivo ai parametri
citati.
Lo scopo principale e primario della pianificazione urbanistica cosiddetta “partecipata e
democratica”, è quello di fornire delle risposte certe ai bisogni delle fasce deboli della popolazione
come gli anziani, i bambini e i poveri.
La pianificazione attuale appaga le richieste delle fasce più forti della società, quelle che detengono
il potere economico e politico. Invece le scelte sull’uso del territorio non dovrebbero essere
influenzate dagli interessi economici specifici.
La tutela della salute dell’aria, dell’acqua, della terra e dell’equilibrio del sistema città, non ha un
colore politico, non deve essere relegata ai fattori di interesse economico, ma rappresentare
l’obiettivo da raggiungere per l’intera collettività.
A tale riguardo vorrei rilevare alcuni punti:
A. L’uso del suolo. Proposte:
a1) Moratoria sulle nuove edificazioni residenziali, commerciali, direzionali e produttive.
La nuova espansione edilizia, oltre che consumare prezioso terreno verde, sfrangia
disordinatamente il tessuto urbano della città, con conseguenze negative sia per la mobilità che per i
servizi. Risulta quindi necessario consolidare il limite urbano a ridosso delle aree edificate;
a2) recupero di tutto il patrimonio edilizio esistente non o sotto utilizzato;
a3) riqualificazione del paesaggio. Con la legge sulla perequazione urbanistica è possibile abbattere
i brutti edifici e restaurare il paesaggio;
74
a4) la pianificazione urbanistica dovrà essere realmente partecipata dalla gente e fatta sulla base
delle reali necessità e sulla vocazione del territorio, e non sugli interessi economici ed elettorali di
chi detiene il potere;
a5) ogni borgo e rione avrà la propria piazza e le proprie aree verdi pedonalizzate. Non saranno
solo dei dormitori, ma porzioni di città dotate di tutti i servizi necessari.
B. Il sistema della mobilità. Su questo aspetto intendo fare alcune proposte. E’ ormai
appurato che il traffico è la prima causa dell’inquinamento atmosferico della nostra città.
Per molti politici ed uomini d’affari risulta comodo e conveniente tentare di convincere la
gente che esiste l’opera che risolve da sola i problemi della mobilità cittadina, la panacea a
tutti i mali. In realtà per togliere il traffico da Verona occorrono tanti interventi coordinati
e soprattutto è necessario modificare alcuni dei nostri modelli comportamentali. I migliori
tecnici che hanno studiato la mobilità della nostra città hanno proposto un sistema che
prevedeva un efficiente trasporto pubblico, la pedonalizzazione del centro storico ed un
razionale piano parcheggi. Basandomi su queste ipotesi ritengo che:
b1) il trasporto urbano si dovrebbe basare su un sistema di trasporto pubblico efficiente e comodo
come la tramvia elettrica, che avrebbe il compito di collegare Verona est con Borgo Roma e Borgo
Milano, toccando tutti gli attrattori di traffico come gli ospedali, la fiera, la stazione, i poli
scolastici, lavorativi ed il centro storico. Una linea di tramvia elettrica su sede fissa, in grado di
essere collegata con la rete ferroviaria della zona orientale del nostro territorio, con quella della
Valpolicella e dell’area Baldo-Garda. In questo modo l’attuale traffico privato a motore potrebbe
venire ridotto del 50%, come testimoniano analoghe esperienze all’estero;
b2) il centro storico di Verona non deve essere più violentato dalle migliaia di automobili che lo
attraversano o che sono alla ricerca di un parcheggio. La struttura romano - medievale della città
non lo permette. L’intero centro storico all’interno delle mura magistrali dovrebbe essere vietato al
traffico veicolare privato, tranne che per i residenti reali o i possessori di garage o posto auto;
b3) all’estrema cintura periferica dovranno essere realizzati i parcheggi scambiatori per ricevere il
traffico che proviene dalla provincia. Da questi parcheggi partiranno, al massimo ogni cinque
minuti, i convogli del tram elettrico verso il centro, i poli ospedalieri, direzionali e/o commerciali
della città, la fiera, lo stadio, la stazione ed in futuro l’aeroporto.
Più vicino alle aree centrali, ai quattro poli cardinali della città, a Borgo Venezia, a Borgo Roma, a
Borgo Trento e a Borgo Milano, dovrebbero essere localizzati altri parcheggi scambiatori da cui
partano verso il centro i minibus elettrici o a metano e le piste ciclabili;
b4) il centro storico sarà raggiunto e percorso da minibus elettrici e da biciclette che si potranno
prendere alle fermate della tramvia;
b5) la città dei bambini. I percorsi casa – scuola, casa – ritrovi, etc, saranno resi sicuri affinché i
bambini possano appropriarsi della loro città;
b6) sarebbe necessario un piano regolatore degli orari di apertura delle scuole e delle strutture
produttive, commerciali e direzionali, in modo da evitare la sovrapposizione;
b7) si dovrebbe realizzare un sistema di percorsi ciclabili in alternativa a quelli a motore.
C.
I parchi e il sistema del verde. Nella pianificazione urbanistica si dovrebbe
comprendere il sistema urbano del verde, non singoli giardini, aiuole o parchi attrezzati,
ma una rete che si rapporti con l’intero territorio. A tale riguardo, andrebbero realizzati:
c1) il parco della collina con il blocco, nell’area parco, dell’attuale normativa regionale sulla
costruzione degli annessi rustici, ed il controllo costante su quelli già purtroppo edificati, per
verificare se sono rimasti tali o se invece si siano trasformati in normali residenze;
c2) il parco dell’Adige sulla base del progetto Ruffo-Braioni degli anni ’90 – 2006;
c3) il parco della Spianà progettato dal compianto architetto Arrigo Rudi;
c4) il parco delle mura;
75
c5) la realizzazione di una fascia di protezione verde, quale corridoio naturalistico-monumentale, di
collegamento dei forti fuori mura, da quello del Pestrino sino a quello del Chievo;
c6) il parco urbano allo scalo merci della ferrovia;
c7) la definizione di spazi verdi e pedonali in tutte le zone periferiche della città;
c8) la costruzione di una serie di collegamenti “verdi”, tra le diverse zone della città e delle
periferie, fino alla campagna;
c9) la riconversione a verde delle cave dismesse (come la cava Speziala);
c10) l’attuazione di una zona sportiva e per il tempo libero nella zona delle ex Cartiere Verona, da
collegarsi con il centro del Coni, per realizzare un grande centro sportivo dilettantistico a livello
nazionale.
D. Il sistema dei contenitori monumentali. Un’altra grossa opportunità è la
pianificazione e la scelta d’uso degli edifici storici. Prima di qualsiasi decisione di
realizzare nuove edificazioni, è determinante capire quali risposte si possono ricavare dai
nostri cosiddetti contenitori monumentali per dotare Verona di quegli spazi per la cultura, le
esposizioni, i congressi ed i musei che sono necessari per permetterle di fare il salto di
qualità che da anni si auspica. A tale riguardo, propongo:
d1) la realizzazione di un percorso museale che, partendo dalla Gran Guardia, tocchi il Maffeiano,
poi Castelvecchio, per terminare all’Arsenale quale sede del museo di scienze naturali, del museo
del Risorgimento e di parte di quello di Castelvecchio;
d2) la trattativa con il demanio militare per acquisire e/o permutare la sua parte dell’edificio e poter
destinare così l’intero Castelvecchio a sede del museo d’arte;
d3) l’organizzazione di una sede per mostre temporanee e della galleria pubblica d’arte moderna ai
Palazzi Scaligeri;
d4) la conferma della Gran Guardia come sede congressuale e di grandi mostre o eventi;
d5) la riqualificazione del quartiere Veronetta con il recupero a fini universitari e di servizio alla
popolazione dell’area delle caserme Passalacqua e Santa Marta;
d6) il recupero museale e/o didattico di Castel San Pietro e del contesto ambientale in cui è inserito;
d7) l’utilizzo culturale, espositivo e concertistico del contenitore a cupola dei magazzini frigoriferi;
d8) il recupero del patrimonio edilizio esistente. Le caserme militari dismesse dovrebbero essere
acquisite dal demanio militare, per poi essere cedute alle cooperative, per realizzare abitazioni
economico popolari. In centro torneranno le famiglie giovani e i bambini;
d9) l’area dell’Arsenale: una parte a disposizione della città per eventi e mostre estemporanee e il
rimanente come sede del museo di scienze naturali.
E. Utopia.
Mi piacerebbe che l’Adige ritornasse a comunicare con la città:
f1) riaprendo gli argini, dove possibile;
f2) ripristinando il ramo dell’Adige interrato a Piazza Isolo.
PENSIERI DELLA NOTTE
76
L’ IPOTETICO COLLOQUIO TRA UN GIORNALISTA ED UN VECCHIO
SOGNATORE.
Giornalista “Ci può raccontare la sua storia dal momento in cui ha iniziato ad occuparsi della
salvaguardia dei monumenti e dei nuclei storici, sino alle ultime vicende?”
Vecchio Sognatore: “Ero ancora un giovane studente quando ho iniziato ad occuparmi dei centri
storici e della loro trasformazione.”
G. “Perché questo interesse per le cose antiche?”
V.S. “Non per le cose antiche, ma per le nostre radici, per salvare la nostra memoria, la nostra
cultura.”
G. “Si spieghi meglio.”
V.S. “Mi sono sempre preoccupato che i centri storici, gli antichi borghi, le piccole vecchie
contrade non subissero la violenza di essere svuotate dai loro abitanti, ristrutturate senza alcun
rispetto per le loro caratteristiche tipologie e riempite delle funzioni più redditizie alla speculazione.
Avete mai osservato la differenza di qualità nei rapporti sociali tra coloro che vivono da tempo in
un vecchio quartiere del centro storico e chi è stato costretto a spostarsi per abitare nei nuovi,
anonimi e grigi borghi moderni?”
G. “Certo che l’ho osservato, sono anch’io uno di quelli che ha dovuto andare a vivere nella nuova
periferia della città!”
V.S. “Allora converrà con me che non è la stessa cosa che abitare dove aveva le sue radici.”
G. “Convengo con lei, ma il mio quartiere è stato trasformato, i miei vecchi amici se ne sono andati
e tutto è cambiato. Anche se tornassi non troverei più nessuno.”
V.S. “Il suo borgo è stato svuotato e trasformato per inserire attività più redditizie rispetto agli
affitti degli appartamenti che pagavano le famiglie originarie. Una volta nel centro storico ci viveva
l’operaio, l’artigiano, il professionista e l’imprenditore. La spesa si faceva camminando nel proprio
quartiere, spesso incontrandosi con i vicini, mentre i ragazzini popolavano le piazze e gli oratori.
Ora i centri storici sono diventati durante il giorno dei centri commerciali e nella notte… lasciamo
perdere.”
G. “Mi pare che ci siano tante case vuote…”
V.S. “Purtroppo sì, ho registrato molti casi in cui i vecchi immobili vengono liberarti dagli abitanti
e poi rimangono inutilizzati in attesa che il quartiere in cui sono inseriti salga di livello e aumentino
i prezzi al metro quadro. Un altro uso maldestro del territorio è la realizzazione di nuovi condomini
che restano vuoti in attesa che si accresca il valore del costruito; proprio come le azioni in borsa.
77
Per gli speculatori è sempre conveniente evitare che l’offerta superi la domanda. Anche se con
questa crisi tutto sta cambiando.”
G. “Purtroppo ne sono a conoscenza, e so che non esistono leggi che possano rallentare questo
fenomeno.”
V.S. “Vede, sino a che il territorio sarà considerato un settore su cui è vantaggioso speculare ed
arricchirsi, e non verrà tutelato con leggi adeguate sul regime dei suoli, fenomeni di questo tipo
avverranno sempre.”
G. “Che cosa si può fare?”
V.S. “Informare la gente su questi meccanismi speculativi, smascherare il connubio perverso tra la
politica e gli affari che priva la popolazione del proprio territorio, delle proprie radici e memorie.
Purtroppo manca la tutela dello spirito del luogo; le conseguenze non sono solo quelle relative alla
distruzione del verde, all’abbrutimento del paesaggio, a mantenere sempre alto il costo delle
abitazioni, ma soprattutto sociali, perché si aumenta il disagio. Il prezioso ed antico patrimonio
culturale dello spirito dei luoghi storici, costituitosi in secoli di relazioni sociali, viene disperso,
allo stesso modo di come lo sono stati i suoi abitanti.”
G. “Che sono costretti ad andare a vivere nei grigi ed anonimi contenitori dormitorio della
periferia.”
V.S. “Che sono costretti ad allontanarsi dai propri luoghi natali. E’ necessario promuovere l’idea di
costruire ex novo solo quando sarà stato utilizzato l’intero patrimonio edilizio esistente; ma pare che
questa sia un’ ipotesi a cui pochi danno ascolto.”
G. “Da quando ha collegato il disagio sociale allo sfruttamento speculativo del territorio?”
V.S. “Da quando capii che l’uomo ed il suo ambiente vivono in simbiosi, che la memoria e le radici
dell’uomo sono le stesse del luogo in cui risiede, della sua casa, della sua strada, della sua piazza,
dei rapporti che ha con gli altri abitanti. Il luogo dove viviamo non deve ridursi solo ad un
dormitorio, ma deve rappresentare
lo spazio delle nostre relazione,
uno spazio sociale ed
esistenziale in cui la solidarietà tra gli abitanti sia favorita anche da idonee condizioni urbanistiche,
sociali ed ambientali.”
G. “Ritiene quindi che una città vivibile a misura d’uomo possa essere determinante per ridurre il
disagio sociale?”
V.S. “ Certamente è così. Sono convinto che l’espulsione di migliaia di abitanti dai loro originali
luoghi di appartenenza per compiacere ai bisogni della speculazione edilizia abbiano creato degli
emarginati sociali e privato il territorio della propria memoria e cultura.”
IL DIRITTO A GODERE LA BELLEZZA DELLA CITTA’.
78
La città è il luogo in cui si vive, dove ci si relaziona con altre persone, è il luogo in cui ci si danno
gli appuntamenti, dove si passeggia, ci si diverte, ci si rilassa, si soffre, si pensa e si medita.
La città è formata da spazi aperti pubblici e da altri chiusi da muri al cui interno vengono ospitati
residenze, negozi e uffici.
Gli spazi aperti appartengono a tutti, le strade, le piazze, i giardini, le corti, i vicoli sono la casa
aperta di tutti e tutti hanno il diritto di beneficiarne.
La città appartiene ai bambini che possono fare le loro prime esperienze, conquistare il loro
territorio, raggiungere autonomamente le loro mete, agli anziani che possono passeggiare, prendere
il fresco in un giardino o incontrare i propri amici in qualche struttura pubblica, ai “senza tetto”che
trasformano l’intera città nella loro casa, la piazza nel soggiorno ed i portici nella camera da letto, ai
suonatori ed artisti ambulanti, ai venditori abusivi, ai vigili, a chi vi lavora, a chi deve fare la spesa,
ai gatti che cacciano topi e colombi ed ai cani che segnano il proprio territorio. La città è un
organismo la cui vita è garantita dagli abitanti e da tutti coloro che vivono nella città e della città.
La sensazione dell’atmosfera magica determinata dalle radici storiche, la percezione degli antichi
spazi urbani, dei vicoli e delle piazze, che nei secoli passati hanno visto generazioni e generazioni
di persone viverli e abitarli, conferma il ruolo della città nella storia e innesca delle profonde
angosce e dubbi sul suo futuro e sulla sua sorte.
Il piacere di godere della bellezza dei monumenti, delle vie storiche, del fiume e delle piazze deve
rappresentare un diritto per tutti ed il fenomeno di trasformare gli antichi spazi urbani in una sorta
di centro commerciale in crosta medievale con l’accesso solo alle categorie meglio paganti ne può
decretare la morte con la conseguente mummificazione.
La dittatura del profitto sta svuotando la città dai suoi abitanti, le categorie sociali più deboli sono
costrette a cedere i loro spazi alle attività economiche più ricche, i “senza tetto” debbono essere tolti
dalla vista dei benpensanti, si deve ignorare che esistono e scacciarli dal ricco centro storico.
La cintura rurale periferica è pronta ad ospitare delle nuove lottizzazioni edilizie grigie ed anonime
per raccogliere tutto ciò che il “mercato” espelle dal centro città.
LO SPIRITO DEL LUOGO.
79
Lo spirito di Verona, Berto, il saggio capofamiglia degli spiriti dei luoghi della città, si accorse che
erano finalmente arrivati anche gli ultimi rappresentanti delle diverse zone cittadine e iniziò a
parlare: “Miei cari, molti di coloro che erano presenti nella passata adunanza non sono più tra noi,
hanno dovuto emigrare perché hanno perduto il proprio luogo. Paolo, lo spirito delle ex Cartiere,
Fulvio, quello dell’ex caserma Passalacqua, Flavio, che dimorava alle ex Officine Adige, Matteo,
che risiedeva all’ex Foro Boario. So che alcuni di voi sono in procinto di lasciarci. I vostri luoghi al
Nassar di Parona, all’ex seminario di San Massimo, all’ex Manifattura Tabacchi e alla Spianà
stanno per essere distrutti. Anche tu, Renato, spirito dell’ex stabilimento Tiberghien, stai per essere
sfollato, sono già stati demoliti i fabbricati più recenti ed ora verranno edificati dei moderni
manufatti che ospiteranno centri commerciali, uffici e residenze; ti sarà difficile ritrovarti.” Renato,
si sentì in dovere di intervenire: “E’ vero, alla prossima riunione non ci sarò neppure io. Stanno
distruggendo anche il mio vecchio luogo. Un mattino sono arrivate delle mostruose macchine che
hanno demolito quasi tutti i capannoni che si affacciavano su viale Venezia. Hanno dimenticato di
abbattere solo la vecchia casa padronale, dove ora risiedo, ma è troppo poco per essere ancora un
luogo. Ho ascoltato le parole di alcuni umani e ho capito che saranno costruiti migliaia di mq di
negozi e di edifici alti come la ciminiera.” “Come la ciminiera? Com’è possibile?”, chiese Angelo,
che rappresentava lo spirito di Piazza Erbe ed era lo studioso della tribù. “Da quanto so, in quella
zona le altezze massime sono inferiori a quelle della ciminiera e comunque possono raggiungere al
massimo la sua altezza.” “Appunto, la ciminiera! Ma di cosa ti meravigli? Conosci l’abilità degli
uomini a scrivere le norme per poi disattenderle.”, concluse Berto.
“Sarà la stessa fine che sta facendo l’edificio dell’hotel Lux.”, disse Nino, lo spirito che vi
alloggiava. “Non scorderò mai quella notte. Auto della polizia, ambulanze, sirene spiegate e tante
luci che si accendevano e spegnevano… Sapevo perché erano lì. Qualche ora prima era stata
ammazzata una povera donna. Qualche giorno dopo decisero di demolire tutto. Anche per me
questa è l’ultima volta che potrò stare assieme a voi.” Si intromise Angelo: “Ho ascoltato due
assessori che, mentre bevevano l’aperitivo seduti comodamente in piazza, dicevano che avrebbero
triplicato i volumi del nuovo manufatto, passando dai 2305 mc previsti dal Piano Regolatore
Generale, ai 6105 mc di progetto. Pensa che sono riusciti ad aumentare l’indice di edificabilità da
2,5 mc/mq a 6.62 mc/mq, e, per poterlo fare, hanno portato l’ altezza del manufatto sino a 19,80
m. quando il P.R.G. prevede per quella zona un’altezza massima di 13 m.! Ecco perché hanno
distrutto il tuo luogo! Ho l’impressione che tu, Antonio, (lo spirito delle mura magistrali che si
trovano di fronte), tra poco non sarai più dei nostri. Quando quella torre sarà ultimata modificherà
anche il tuo luogo.” Tra i poveri spiriti calò una profonda malinconia e si osservarono tristi per
capire chi tra loro non sarebbe più venuto alle riunioni. Ognuno aveva compreso che per gli umani
80
le norme e le regole erano delle parole e dei numeri che potevano essere modificati a seconda dei
loro interessi. Qualcuno ripensò a quando Verona era un luogo magico, ricco di memorie e di
tradizioni. Un luogo dove gli spiriti non temevano che i loro luoghi potessero essere distrutti e dove
su tutti e su tutto dimorava il grande spirito della città, del tempo e della storia, che racchiudeva i
ricordi dei tempi antichi, quelli dei romani, degli Scaligeri, dei veneziani, dei francesi, degli
austriaci e infine degli italiani. Ora era il tempo dei cosiddetti barbari sognanti, e come avevano
fatto i barbari nel passato, anche quelli moderni intendevano ripulire la città dalle ‘vecchie pietre’ e
dagli spiriti del luogo che vi abitavano.
Fu allora che Renzo, lo spirito del rione di san Giovanni in Valle, esclamò: “Pensavate forse di
potervi tranquillamente fermare nei sotterranei dei vostri ruderi? Illusi, avete dimenticato che il
nostro destino è quello di essere scacciati dai nostri luoghi, distrutti dalla brama di guadagno
camuffata dal bisogno di
progresso!” “Sembrava che questa nuova amministrazione volesse
proteggere le tradizioni veronesi e l’antico spirito dei luoghi!” affermò Alessandro, lo spirito del
rione del Duomo. “Quando la storia, le tradizioni e le memorie intralciano gli interessi economici
dei cosiddetti potenti, non esiste spirito del luogo che li possa fermare. Non vi siete mai chiesti
perché alcuni operatori privati hanno volutamente tenuto in condizioni di estremo degrado i nostri
vecchi luoghi?” Nessuno rispose, in attesa della conclusione di Renzo. “Perché, contando sulla
paura della gente per le situazioni di criminalità, l’opinione pubblica avrebbe fatto forti pressioni
sugli amministratori affinché fossero ‘risanate’ quelle zone pericolose.”
“Ma sono zone che
debbono essere risanate!” sostenne Alessandro. “Sì, ma mantenendo lo spirito del luogo e facendo
rispettare autorevolmente gli strumenti di pianificazione democraticamente approvati. Non
permettendo alla speculazione immobiliare di realizzare il massimo profitto possibile! La pubblica
amministrazione non dovrebbe assecondare questi tentativi di evitare i vincoli urbanistici, ma
consentire solamente la realizzazione dei manufatti previsti dai piani regolatori vigenti. Caro
Alessandro, i nuovi luoghi, anonimi e progettati solo per speculare, non potranno mai ospitare uno
di noi…” concluse Renzo.
Tutti gli spiriti convenuti avvertirono che, se non fosse accaduto un
miracolo, tale da invertire completamente il modo di governare Verona, avrebbero perduto per
sempre i propri luoghi e la loro forza vitale..
Quando l'ultimo albero sarà stato abbattuto,
l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato,
81
vi accorgerete che non si può mangiare il denaro.
La nostra terra vale più del vostro denaro.
E durerà per sempre.
Non verrà distrutta neppure dalle fiamme del fuoco.
Finché il sole splenderà e l’acqua scorrerà,
darà vita a uomini e animali.
Non si può vendere la vita degli uomini e degli animali;
è stato il Grande Spirito a porre qui la terra
e non possiamo venderla
perché non ci appartiene.
Potete contare il vostro denaro
e potete bruciarlo nel tempo in cui un bisonte piega la testa,
ma soltanto il Grande Spirito sa contare i granelli di sabbia
e i fili d’erba della nostra terra.
Come dono per voi vi diamo tutto quello che abbiamo
e che potete portare con voi,
ma la terra mai.
(Piede di Corvo, Piedineri)
GLOSSARIO:
A.R.U. aree di ristrutturazione urbanistica.
82
A.T.O. ambito territoriale ottimale, è un territorio su cui sono organizzati servizi pubblici
integrati, ad esempio quello idrico o quello dei rifiuti.
P.A.T. piano di assetto del territorio comunale. Determina gli obiettivi generali che s’intendono
perseguire con il piano e le scelte strategiche di assetto del territorio. E’ lo strumento di
pianificazione che delinea le scelte strategiche di assetto e di sviluppo per il governo del territorio
comunale, individuando le specifiche vocazioni e le invarianti di natura geologica, geomorfologica,
idrogeologica, paesaggistica, ambientale, storico-monumentale e architettonica.
P.A.Q.U.E. Piano d'Area QUADRANTE EUROPA, è uno strumento di specificazione del Piano
Territoriale Regionale di Coordinamento (approvato con Delibera Consiglio Regionale nº 250 del
13.12.1991), per ambiti determinati che consente di "individuare le giuste soluzioni per alcuni
contesti territoriali. E’ relativo ai territori dei Comuni di: Verona, Bovolone, Bussolengo,
Buttapietra, Caldiero, Castel d'Azzano, Erbè, Isola della Scala, Mozzecane, Nogarole Rocca,
Pastrengo, Pescantina, Povegliano Veronese, S. Giovanni Lupatoto, San Martino Buon Albergo,
Sommacampagna, Sona, Ronco all'Adige, Trevenzuolo, Vigasio, Villafranca di Verona e Zevio.
P.A.T.I. piano di assetto del territorio intercomunale.
P.D.L. Piano di lottizzazione. Era un piano urbanistico proposto dagli operatori privati di
intervento diretto. Ora è stato sostituito dal P.U.A.
P.E.E.P. Piano per l’edilizia economica popolare. Varato nel 1962 con la legge 167, aveva
valenza di pianificazione urbanistica propria del piano generale (indicazione di infrastrutture,
zoonig, determinazione degli standards), che quella del piano di intervento diretto (individuazione
delle aree da edificare, esecuzione di progetti esecutivi, realizzazione delle opere di
urbanizzazione).
P.I. piano degli interventi comunali. E’ lo strumento urbanistico che, in coerenza e in attuazione
del PAT, individua e disciplina gli interventi di tutela e valorizzazione, di organizzazione e di
trasformazione del territorio programmando in modo contestuale la realizzazione di tali interventi, il
loro completamento, i servizi connessi e le infrastrutture per la mobilità. Individua le aree in cui gli
interventi sono subordinati alla predisposizione di PUA o di comparti urbanistici.
P.I.R.U. piano di riqualificazione urbana. Inquadramento legislativo: leggi regionali n.11 del 2004
e n. 35 del 2001. Interessa la riqualificazione del territorio in aree dimesse per le quali l’originaria
utilizzazione è cessata.
P.T.C.P. piano territoriale di coordinamento provinciale.
P.T.R.C. piano territoriale regionale di coordinamento.
P.U.A. piani urbanistici attuativi; sono gli strumenti urbanistici di dettaglio per dare attuazione
agli interventi di nuova urbanizzazione e riqualificazione disposti dal P.A.T. e dal P.I. Il piano
urbanistico attuativo può essere d'iniziativa pubblica o privata o, congiuntamente, di iniziativa
pubblica e privata.
83
RETE NATURA 2000 Natura 2000 è il principale strumento della politica dell'Unione
Europea per la conservazione della biodiversità. Si tratta di una rete ecologica diffusa su tutto il
territorio dell'Unione, istituita ai sensi della Direttiva 92/43/CEE "Habitat" per garantire il
mantenimento a lungo termine degli habitat naturali e delle specie di flora e fauna minacciati o rari
a livello comunitario. La rete Natura 2000 è costituita da S.I.C. (siti d’interesse comunitario) da
Z.S.C. (Zone Speciali di Conservazione istituite dagli Stati Membri secondo quanto stabilito dalla
Direttiva Habitat, e comprende anche le Zone di Protezione Speciale Z.P.S. istituite ai sensi della
Direttiva 79/409/CEE "Uccelli").
In Italia, i SIC e le ZPS coprono complessivamente il 21% circa del territorio nazionale.
V.A.S. la Valutazione Ambientale Strategica viene definita come “Il processo sistematico inteso a
valutare le conseguenze sul piano ambientale delle azioni proposte – politiche, piani o iniziative
nell’ambito di programmi – ai fini di garantire che tali conseguenze siano incluse a tutti gli effetti e
affrontate in modo adeguato fin dalle prime fasi del processo decisionale, sullo stesso piano delle
considerazioni di ordine economico e sociale”.
La V.A.S. nasce dall’esigenza, sempre più radicata sia a livello comunitario sia nei singoli Stati
membri, che nella promozione di politiche, piani e programmi, insieme agli aspetti sociali ed
economici, vengano considerati anche gli impatti ambientali. Si è infatti compreso che l’analisi
delle ripercussioni ambientali applicata al singolo progetto (propria della Valutazione d’Impatto
Ambientale) e non, a monte, all’intero programma, non permette di tenere conto preventivamente di
tutte le alternative possibili.
V.I.A. la valutazione di impatto ambientale è una procedura amministrativa di supporto per
l'autorità decisionale finalizzato a individuare, descrivere e valutare gli impatti ambientali prodotti
dall'attuazione di un determinato progetto. La valutazione sulla compatibilità ambientale di un
determinato progetto è svolta dalla pubblica amministrazione, che si basa sia sulle informazioni
fornite dal proponente del progetto, sia sulla consulenza data da altre strutture della pubblica
amministrazione, sia sulla partecipazione della gente e dei gruppi sociali.
Gli impatti ambientali - da non confondere con inquinamenti o degradi o pressioni ambientali mostrano quali modifiche di stato ambientale possono produrre le azioni e le pressioni antropiche.
V.I.N.C.A. La valutazione d’incidenza ambientale è il procedimento di carattere preventivo al
quale è necessario sottoporre qualsiasi piano o progetto che possa avere incidenze significative su
un sito o proposto sito della rete Natura 2000. Tale procedura è stata introdotta dall’articolo 6,
comma 3, della Direttiva 92/43/CEE "Habitat" con lo scopo di salvaguardare l’integrità dei siti
attraverso l’esame delle interferenze di piani e progetti non direttamente connessi alla
conservazione degli habitat e delle specie per cui essi sono stati individuati, ma in grado di
condizionarne l’equilibrio ambientale.
Z.P.S. e S.I.C. La UE, per mezzo di due Direttive ha richiesto agli Stati Membri l’individuazione
di zone speciali di protezione per gli uccelli selvatici (le ZPS) e di siti per un gran numero di habitat
e specie animali e vegetali, (i SIC).
SOMMARIO
84
Proverbio indiano.
2
Premessa
3
BREVI CENNI STORICI SU VERONA
4
La ricostruzione a Verona nel dopoguerra
4
1948 il Piano di Ricostruzione
4
1958 il primo Piano Regolatore Generale
6
1977 la Variante Generale al P.R.G.
9
1984 la Variante Generale al Centro Storico n.33
11
1993 il Progetto Preliminare di Piano
11
I MECCANISMI DI GESTIONE DEL TERRITORIO
14
I tecnici e gli urbanisti
15
Gli strumenti urbanistici
16
Operatori e settori economici
17
Repetita non iuvant
18
IL CONSUMO DEL SUOLO
19
La situazione idrogeologica
20
L’URBANISTICA DEL SINDACO FLAVIO TOSI E
DELL’ASSESSORE VITO GIACINO
22
Il P.A.T. e il P.I.
22
l Piano di assetto del territorio (P.A.T.)
22
Il Piano degli Interventi (P.I.)
24
Alcuni particolari del P.I.
25
IL SISTEMA DELLA MOBILITA’.
28
La complanare nord.
28
85
Il progetto della tramvia elettrica su sede fissa.
28
Il maxi bus.
30
IL PIANO D’AREA QUADRANTE EUROPA (P.A.Q.U.E.).
31
SCHEDE.
32
Osservazioni particolari al P.I.
32
Il progetto di ristrutturazione delle
caserme Passalacqua e Santa Marta
35
La tangenziale nord (traforo delle Torricelle)
37
Programmazione territoriale e P.I.R.U.
46
Le ex Cartiere Verona
48
Progetto inserito nel P.A.Q.U.E.
Il Piano di Lottizzazione “Le Porte del Nassar”
53
Il mega progetto IKEA non compreso nel
P.A.T e nel P.I.
54
L’inceneritore di Ca’ del Bue
56
La pianificazione del centro storico
57
La cava Speziala
59
Gli alberi dell’arco dei Gavi
60
Villa Pulè
61
L’Arsenale
62
Il Lazzareto
63
Il Parco dell’Adige
65
Il Parco delle Mura
66
86
Il Parco delle Colline
67
Il nuovo mostro. Il Motor City di Vigasio
68
PROPOSTE
74
I PENSIERI DELLA NOTTE
77
L’ ipotetico colloquio tra un giornalista
ed un vecchio sognatore
77
Il diritto a godere la bellezza della città
79
Lo spirito del luogo
80
Proverbio indiano.
82
GLOSSARIO.
83
SOMMARIO.
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meccanismi di gestione del territorio