Le letture del rapporto Gramsci-Togliatti (Seminario della IGS - ITALIA del 21 giugno 2013) Francesca Chiarotto Di Gramsci, Togliatti ha scritto si può dire ininterrottamente per quasi quarant’anni, fissandone a più riprese l’immagine in tutti i momenti importanti della propria vita e della storia del Partito comunista italiano; ne ha tramandato un ricordo culturale e politico costantemente animato dalla consapevolezza della svolta decisiva che la sua personalità e la sua opera rappresentano nella storia d’Italia, anche quando poteva apparire che alle impostazioni di Gramsci arridesse una fortuna e una attualità minori nel movimento comunista internazionale; ha presieduto alla salvezza e alla pubblicazione dei suoi manoscritti con la coscienza, manifestata appena poté averne notizia, all’indomani della morte di Gramsci, dell’enorme valore che essi potevano assumere. Eppure, non c’è da dubitarne, il rapporto Gramsci-Togliatti costituirà un problema continuamente ricorrente, destinato ad attirare l’attenzione degli storici fino a che la svolta realizzatesi nel movimento operaio italiano con la formazione del partito comunista avrà il senso di un avvenimento decisivo nella storia d’Italia1. Ernesto Ragionieri, nell’introduzione alle Opere di Togliatti, ci richiama, sottolineando l’importanza del 1921, al significato stesso del rapporto Gramsci-Togliatti, ma spesso l’interesse per questo complesso sodalizio ha preso altre strade, in qualche caso a dir poco fuorvianti o – peggio – dirette verso interessate menzogne. E ciò fino ai nostri giorni, quando, come è facile constatare, quell’“attenzione” non si è affatto placata, e viene rilanciata costantemente tanto sul versante della riflessione critica, quanto su quello della polemica politica2. Parto da qualche titolo recente, in un repertorio che avendo tempo e voglia potrebbe continuare a lungo: Il compagno Gramsci? Che resti in carcere3 e ancora: Fu il PCI di Togliatti a volere Antonio Gramsci in 1 E. Ragionieri, Introduzione a P. Togliatti, Opere, vol. I, 1917-1926, Editori Riuniti, Roma 1974, pp. XVII-CCXII (XXX). 2 Su questo rapporto e sulle interpretazioni di Gramsci, v. G. Liguori, Gramsci conteso. Interpretazioni, dibattiti e polemiche. 1922-2012, Editori Riuniti University Press, Roma 2012. v. in particolare il cap. X, Liberaldemocratico o comunista critico? (19972000), pp. 345-72. 3 R. Pertici, Il compagno Gramsci? Che resti in carcere. Furono molto complessi i rapporti tra il Partito comunista d’Italia e uno dei suoi fondatori in prigionia, in «L’Osservatore Romano», 14 aprile 2012. 2 carcere? Una ipotesi sconvolgente4. Quelle carte di Gramsci che Togliatti nascose per non irritare Stalin5. Avendo lavorato sulla ricostruzione del percorso togliattiano del dopoguerra per il recupero e la diffusione del pensiero e della stessa figura di Gramsci, mi sono più volte imbattuta in affermazioni non solo critiche ma assai polemiche nei confronti dell’operazione togliattiana, in particolare sul ruolo di censore dei testi di Gramsci6. Anche in questo caso, solo qualche titolo a scopo puramente esemplificativo: 31 agosto 1951: Gramsci censurato dai compagni7?; 19 gennaio 1958: Si pubblichi integrale l’opera di Gramsci!8, 23 ottobre 1960: Il compagno Gramsci censurato dal P.C.9, 10 maggio 1965: «la incredibile e meschina censura operata dal PCI»10. E ancora, più recentemente: I testi di Gramsci usati e censurati11 o l’ultimo saggio di Mauro Canali, significativamente intitolato Il tradimento. Gramsci, Togliatti e la verità negata12. Non posso soffermarmi troppo a lungo su questo argomento; tra gli “eterodossi” più interessanti (e più aspri nelle valutazioni), si può menzionare il giudizio di Cesare Bermani nel suo Gramsci, gli intellettuali e la cultura proletaria, che già dal primo capitolo, Il Gramsci di Togliatti e il Gramsci liberato lascia ben intendere quale sia il giudizio sulla gestione togliattiana dell’eredità gramsciana; al grido di «Liberare Gramsci» si sarebbero battuti, oltre all’Autore, «una sparuta minoranza di studiosi e militanti per ristabilire il Gramsci “vero” rispetto a quello costruito dopo il ’45 dall’apparato del PCI e funzionale alla sua linea politica»13. Bermani riprende – facendola sua – la tesi di Franco Fortini il quale si spingeva a definire «politicamente truffaldina» l’operazione togliattiana, tanto più grave per «averci privato 4 http://www.criticalibera.it/fu-il-pci-di-togliatti-a-volere-antonio-gramsci-in-carcereuna-ipotesi-sconvolgente-13541/ . consultato il 16 giugno 2013. 5 A. Mezzena Lona, Quelle carte che Gramsci nascose per non irritare Stalin, «Il Piccolo», 5 marzo 2013, p. 35 6 Cfr. F. Chiarotto, Operazione Gramsci. Alla conquista degli intellettuali nell’Italia del dopoguerra, Milano, Bruno Mondadori 2012; in particolare si veda cap. 8, ma il tema attraversa l’intero volume. 7 E. Falqui, Gramsci censurato dai compagni?, in «Il Tempo», 31 agosto 1951, p. 3. 8 Si pubblichi integrale l’opera di Gramsci!, in «Corrispondenza Socialista», II, n. 28 (19 gennaio 1958), p. 3. 9 E. Falqui, Il compagno Gramsci censurato dal P.C., in «La Fiera Letteraria», XV, n. 43. 10 A. Petacco, Bordiga silurato da Togliatti mentre era confi nato a Ustica, in «Il Telegrafo», 10 maggio 1965. Rec. Alle Lettere dal carcere (1965). 11 G. Belardelli, I testi di Gramsci usati e censurati, in «Corriere della Sera», 6 agosto 2011, p. 53. 12 M. Canali, Gramsci, Togliatti e la verità negata, Marsilio, Padova 2013. A partire dall’immagine di copertina, un viso composto dai volti di Gramsci e Togliatti, appare chiara la tesi dell’autore, per il quale Togliatti sarebbe di fatto il traditore di Gramsci, il «pifferaio magico» a seguito del quale tutti «si incolonnarono […] che riuscì ad andarsene senza aver detto la verità sui suoi reali rapporti col vecchio compagno di lotta». [nota inserita nel dicembre 2013 durante la revisione del saggio]. 13 C. Bermani, Gramsci, gli intellettuali e la cultura proletaria, Colibrì, Milano 2007, p. 5. 3 completamente della possibilità di recuperare quello che veramente diceva Gramsci»14. Concludo questa brevissima premessa, rilevando l’innalzamento del grado di “qualità” del dibattito su Gramsci, Togliatti e il Partito comunista: molte affermazioni – spesso impresse su carta stampata – sembrano portatrici di una “nuova proposta culturale” –; non sono più in discussione la storia del partito o la sua leadership: le istanze di cui il Partito comunista e i protagonisti della sua storia si sono resi portatori, non sono più di moda: l’uguaglianza, soprattutto, è un principio quasi svanito dal lessico politico. Ma entro ora nel vivo della relazione, che verterà soprattutto sulle letture del rapporto Gramsci-Togliatti, a partire dal fatidico anno 1991: l’anno della morte ufficiale dell’URSS, dell’«Addio al passato», della “fine della storia”. Dopo il biennio 1989-1991 si proclamò a gran voce la «vittoria» dell’Occidente «che aveva una precisa identità politica» e sanciva il «trionfo del modello democratico-liberale su quello socialista»15: I comunisti morirono di colpo, in blocco, il 9 novembre: e rinacquero, seduta stante, come liberali, democratici, o al massimo generici «riformisti». E un’intera tradizione, che era stata variegata, sfaccettata, ricca di nobili impulsi e di generose passioni, fu demonizzata16. La pratica del revisionismo subì anch’essa un’accelerazione notevole, colpendo l’intera tradizione comunista. Fino ad allora, escluse le letture liberali o della “sinistra antitogliattiana”, il rapporto tra Gramsci e Togliatti era stato ritenuto quasi idilliaco, all’insegna di una normale contiguità e di una ovvia continuità; questa certamente era la versione “ufficiale” del PCI dal dopoguerra in poi, che come è noto, proprio per volere di Togliatti accreditò Gramsci – sebbene con inclinazioni e sfumature diverse a seconda delle contingenze politiche – quale padre indiscusso e fondatore del Partito di cui egli fu segretario fino alla morte. La lettura e l’interpretazione del dissenso tra Gramsci e Togliatti del 1926, è evidentemente fondamentale per chiunque intenda ricostruirne i 14 Ivi, p. 6. Fortini fece questa drastica e storicamente infondata affermazione in occasione di una tavola rotonda (Milano, 27 giugno 1989) sul volume Modern Times. Gramsci e la critica dell’Americanismo (a cura di G. Baratta e A. Catone, Atti del Convegno internazionale organizzato dal Centro di Iniziativa politica e culturale di Roma in collaborazione con l’Amministrazione comunale di Roma, Roma, 20-22 novembre 1987, Cooperativa Diffusioni ’84, 1989). 15 Sulle cause e le conseguenze di questo biennio, v. A. D’Orsi, 1989. Del come la storia è cambiata, ma in peggio, Ponte alle Grazie, Roma 2009 (la cit. a p. 37). 16 Ivi, p. 34. 4 rapporti in modo serio, critico, al di là delle polemiche e di ogni propaganda; mi riferisco alla lettera scritta da Gramsci a nome dell’Ufficio politico del PCd’I al Comitato Centrale del Partito comunista russo che Togliatti – d’accordo con Bucharin – decise di non far pervenire. Non c’è dubbio che quello debba essere ritenuto il momento di frattura nei rapporti tra i due. Rapporto che per ragioni oggettive non potè essere ricucito. Ma si trattò di una rottura “tattica”, “politica” o “umana”? Il contenuto della lettera è noto, ma forse è bene riportarne almeno i passaggi fondamentali: Scrive Gramsci il 14 ottobre 1926: Oggi, alla vigilia della vostra XVa Conferenza17, non abbiamo più la sicurezza del passato, ci sentiamo irresistibilmente angosciati; ci sembra che l’attuale atteggiamento del blocco di opposizioni e l’acutezza delle polemiche nel P.C. dell’URSS esigano l’intervento dei partiti fratelli. È da questo convincimento preciso che noi siamo mossi nel rivolgervi questa lettera […]. La funzione che voi avete svolto non ha precedenti in tutta la storia del genere umano che la uguagli in ampiezza e profondità. Ma voi ora state distruggendo l’opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il P.C. dell’URSS aveva conquistato per l’impulso di Lenin18. Gramsci fa inoltre riferimento ai compagni «Zinovief, Trozky, Kamenef», che definisce «i nostri maestri». Infine chiosa: L’unità del nostro Partito fratello di Russia è necessaria per lo sviluppo delle forze rivoluzionarie mondiali; a questa necessità ogni comunista e internazionalista deve essere disposto a fare i maggiori sacrifizi. I danni di un errore compiuto dal Partito unito sono facilmente superabili; i danni di una scissione latente possono essere irreparabili e mortali19. Togliatti risponde, lo stesso giorno: Il difetto essenziale della lettera consiste nella sua impostazione. Al primo piano è posto il fatto della scissione che ha avuto luogo nel gruppo dirigente del Partito comunista dell’Unione e solo in un secondo piano viene posto il problema della giustezza o meno della linea che viene 17 La XV Conferenza del Partito russo si aprì a Mosca il 27 ottobre 1926. L’intero documento si può leggere in Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca. Il carteggio del 1926 cit., pp. 404-12 (404, 408) 19 Ivi, p. 411. 18 5 seguita dalla maggioranza del Comitato centrale. Questo procedimento […] non corrisponde a una esatta impostazione di questi problemi 20. È bene ricordare subito, inoltre, che lo stesso Gramsci confermava, nella sua replica a Togliatti scritta questa volta «a titolo personale», di averlo autorizzato a modificare la lettera nel modo che lo ritesse opportuno, pur accusando il suo interlocutore di «burocratismo» e non nascondendo il suo disappunto rispetto al ragionamento togliattiano, che gli aveva fatto «un’impressione penosissima»21. Sono documenti resi noti da Angelo Tasca (in evidente polemica non solo antitogliattiana ma anticomunista) l’8 maggio 1937, nel bell'articolo Una perdita irreparabile: Antonio Gramsci, pubblicato su «Il Nuovo Avanti», col quale l’ex compagno di lotte a Torino commemorando Gramsci dava avvio a una sua ricostruzione della storia dei primi anni di vita del Pcd’I. In questo articolo Tasca poneva anche per la prima volta la questione della pubblicazione degli scritti di Gramsci fino al 1926 e rendeva noti stralci della corrispondenza degli anni 1923-1924 (lettere inviate e ricevute da Gramsci durante il soggiorno a Vienna), e, appunto, brani della lettera indirizzata da Gramsci al Comitato centrale del Partito comunista russo, nell’ottobre del 1926. Il documento fu poi dallo stesso Tasca pubblicato integralmente, con una nota introduttiva, nell’aprile 1938 su «Problemi della Rivoluzione italiana». Il carteggio fu quindi pubblicato su «Rinascita» nel maggio del 1964, dunque mentre Togliatti era ancora in vita (T. morrà – come è noto – il 21 agosto di quello stesso anno). Una delle prime letture della decisione di Togliatti di non consegnare la lettera, fu veicolata da Paolo Spriano (che oggi viene additato da qualcuno come esponente di una “storia sacra”…), che nel volume Gramsci in carcere e il partito avvalorava l’ipotesi che «Togliatti […] da Mosca, considerò sbagliata la iniziativa dell’Ufficio politico italiano assunta da Gramsci […] fino a rifiutarsi di consegnarla ufficialmente al Comitato centrale del partito bolscevico a cui era destinata»22, presentandola cioè come una decisione personale ed arbitraria. Spriano sottolineava nella sua «inchiesta storiografica» come «la lettera di Togliatti a Gramsci del 18 ottobre 1926 […] è stata la lettera di un dirigente che motiva il proprio disaccordo generale, e non la obiezione 20 Togliatti a Gramsci, 18 ottobre 1926, Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca cit., pp. 420-25 (420). 21 Gramsci a Togliatti, 26 ottobre 1926, in Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca cit., pp. 435-39 (437; 438). 22 P. Spriano, Gramsci in carcere e il partito, Editrice l’Unità, Roma 1988, p. 32 (1° ed. 1977). 6 timida di un rappresentante legato a un mandato, un “ambasciatore”»23. Si metteva in luce, dunque, un aspetto anche caratteriale di Togliatti, che avrebbe agito come «longa manus di Stalin, operando una “dissociazione” da Gramsci che in seguito avrebbe causato la progressiva emarginazione di questi nel Comintern e nel suo stesso partito»24. L’interpretazione di Spriano, che si può riassumere nei termini di un Gramsci profetico ed un Togliatti realista e consapevole della situazione, si basava sostanzialmente sui ricordi di Giuseppe Berti, il quale sosteneva che la lettera sarebbe stata comunicata da «Bucharin all’Up del Pc dell’URSS e personalmente a Stalin […] in attesa che il Pci si riunisse e decidesse se ritirarla o meno». Secondo Berti, insomma la lettera «non venne ufficialmente comunicata all’organismo a cui era diretta»25. Il rinvenimento dell’intero carteggio del ’26 pubblicato da Franco Ferri nel 197026, il verbale del Comitato centrale del novembre 1926 e altri documenti ritrovati più recentemente, consentono di rivedere la vicenda in modo più articolato. Molto utile in questo senso è il libro di Michele Pistillo del 1996, Gramsci-Togliatti. Polemiche e dissensi nel 1926, che ricostruisce «passo passo» tutte le fasi che portarono alla “deflagrazione” del ’26, contestualizzandole nel clima nazionale di consolidamento del regime fascista e nel contesto internazionale, con particolare attenzione alle discussioni interne al partito bolscevico. Pistillo riconosce che «spesso i protagonisti del dibattito del 1926 sono stati trasferiti, puramente e semplicemente, nella polemica e politica storiografica di questi ultimi decenni»: un’«operazione assurda e dissennata, la quale non ci fa cogliere tutte le particolarità del dibattito e del contrasto insorto tra Gramsci e Togliatti, quest’ultimo appoggiato dai massimi dirigenti dell’I.C., in primo luogo da Bucharin, che ne era il presidente»27. Pistillo ritiene che 23 Ivi, p. 33. G. Vacca, Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca cit., p. 5. 25 G. Berti, I primi dieci anni di vita del Partito Comunista Italiano. Documenti inediti dell’Archivio Angelo Tasca curati e presentati da Giuseppe Berti, in «Annali dell’Istituto Giangiacomo Feltrinelli» VIII (1966), Feltrinelli, Milano 1966, pp. 3012-302. 26 Il carteggio completo tra Gramsci e Togliatti sulla situazione nel partito bolscevico (1926), a cura e con introduzione di F. Ferri, in «Il Contemporaneo» (supplemento mensile di «Rinascita», XXVII, n. 17 (24 aprile 1970), pp. 11-19. 27 M. Pistillo, Gramsci-Togliatti. Polemiche e dissensi nel 1926, Lacaita, Manduria-BariRoma 1996 (12). Tra i molti interventi “accusatori” nei confronti di un Togliatti asservito a Stalin, A. Natoli – S. Pons, L’età dello stalinismo, Editori Riuniti, Roma 1991. v. anche M. Pistillo, Gramsci, Togliatti, Grieco e lo scontro politico del 1926, in «Critica Marxista» n.s., n. 6, novembre-dicembre 2000, pp. 45-54 e Gramsci come Moro?, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 1989 e Gramsci in carcere. Le difficili verità di un lento assassinio, ivi, 2001. 24 7 lo scontro e la polemica aspra che si svolge tra [Gramsci] e Togliatti nell’ottobre 1926, non vanno inquadrati in una inesistente lettura, ma in quel dibattito ed anche scontro che non era certo mancato fra i comunisti italiani, e che era caratteristico della grande serietà politica e morale, oltre che intellettuale, di questi uomini che svolgevano la politica e la vivevano al più alto livello di tensione e impegno28. Lo stesso Togliatti, in una lettera a Berti del 1930, ricordando i dissensi con Terracini sull “svolta” del 1930, inquadrò le divergenze tra compagni come «le cose normali della vita di un partito (si discute, si precisa, ci si mette d’accordo e si constata che esiste un disaccordo e a non farci su dei castelli in aria)»29 Nella stessa prospettiva si inserisce il corposo saggio introduttivo di Giuseppe Vacca alla raccolta Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca: il carteggio del 1926 (1999)30. Nel volume sono pubblicati alcuni importanti documenti, sebbene si tratti ancora, come viene precisato, di «una piccola parte di quelli scambiati tra l’Italia e Mosca nel 1926 e conservati nel fondo “513”»31. In particolare il ritrovamento del fonogramma di Camilla Ravera del 26 ottobre e quello di Togliatti del 1° novembre – che pure erano già stati pubblicati da Pistillo dieci anni prima – sollevano Togliatti dall’accusa di scorrettezza verso Gramsci e i dirigenti del PCI 32: «non si può attribuire a una decisione di Togliatti la sospensione dell’inoltro della lettera. Essa fu presa dallo stesso organismo a nome del quale Gramsci l’aveva scritta»33. Si sarebbe trattato, dunque, per riprendere un’espressione di Ragionieri di molti anni prima (sulla quale si muoveva, come abbiamo visto, lo stesso Pistillo), di un «dissenso di metodo e di merito nella valutazione delle questioni russe» che ravvisava nella rispettiva concezione del partito dei due leader, «la radice oggettiva del dissenso»34. Lo storico fiorentino, sottolineava come ritornassero, nello scambio personale tra i due, «espressioni […] riconducibili ad un mondo di valori intellettuali e morali comuni» che testimoniano la «serietà» e la «durezza» dello scontro tra i due che certamente non si vuole qui 28 M. Pistillo, Gramsci-Togliatti. Polemiche e dissensi nel 1926 cit., p. 101. APC, Lettera di Ercoli a Jacopo (Giuseppe Berti), 15 ottobre 1930, 825 (I), 5. 30 Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca. Il carteggio del 1926, a cura di C. Daniele. Con un saggio di Giuseppe Vacca, Einaudi, Torino 1999, Il saggio di Vacca alle pp. 3-149. 31 Ivi, p. 153. 32 Il fonogramma di Camilla Ravera: «Sta bene per la non avvenuta trasmissione della lettera al Cc del Pcr», ivi, p. 435; fonogramma di Togliatti: «[…] Allegate a questa lettera due copie della lettera del B.P. del P.C.I. al CC del PCR. Lettera non presentata in base alla vostra comunicazione telegrafica, ivi, p. 440. 33 Ivi, p. 8. 34 E. Ragionieri, Introduzione a P. Togliatti, Opere, vol. II, 1926-1929, Editori Riuniti, Roma 1972, pp. XLII-XLV. 29 8 negare35. Si trattava però di uno scontro dialettico in cui i protagonisti ribadivano le loro posizioni, come erano soliti fare condividendo peraltro tale metodo ed essendosi formati nella medesima temperie culturale. Segnalo anche che, tra i recensori al carteggio del 1926 vi fu chi intravvide, nel titolo stesso di quel volume, un possibile appiglio per i revisionisti per ribadire il topos – assai diffuso – della “doppiezza” togliattiana36: «Gramsci a Roma, nella bufera della repressione fascista, a farsi arrestare; Togliatti a Mosca, a tessere la trama dell’organizzazione comunista»37. E passiamo ora ad un altro libro importante, per la gran mole di documenti che presenta (856 lettere): mi riferisco al Carteggio GramsciSchucht pubblicato nel 1997 con prefazione di Aldo Natoli; come si legge nell’introduzione, «L'avvertenza alla prima edizione del 1947 delle Lettere del carcere di Antonio Gramsci sottolineando il carattere parziale e i criteri di selezione del materiale inserito nella raccolta, attestava implicitamente il diritto dei curatori a intervenire sul materiale documentario in base al principio dell'"utilità per il partito": un principio con il quale, pur in varie declinazioni, si è trovata a fare culturalmente e politicamente i conti ogni successiva raccolta (1964, 1965, 1988) dell'epistolario gramsciano»38. Non mi pare che un’affermazione del genere possa essere accolta in maniera così poco argomentata. La questione della “censura” andrebbe assai meglio sostenuta e non presentata in termini tanto semplificatori. Natoli aveva acceso, pochi anni prima, una nuova luce sulla figura di Tatiana39 col suo Antigone e il prigioniero: egli rimproverava all’ortodossia comunista di aver tenute nascoste alcune lettere “scomode” per il PCI, che confermavano il sospetto di Gramsci di essere stato abbandonato dal partito. Natoli avviava la pratica di un uso “disinvolto” delle missive gramsciane, con l’estrapolazione di alcune frasi, insinuando così la tesi di un Togliatti traditore non solo di Gramsci, ma della sua stessa memoria. Tale pratica sarà ripresa da Lo Piparo nelle sue recenti posizioni – sulle quali torneremo a breve. Ora – avendo imparato da Labriola che «le idee non cascano dal cielo; né noi riceviamo il ben di Dio in sogno» – non sembra fuori luogo ritenere che il fatto di essere stato espulso dal PCI col gruppo del 35 Ivi, pp. XLIV-XLV. V., infra, Togliatti nel suo tempo, a cura di R. Gualtieri, C. Spagnolo, E. Taviani, Carocci, Roma 2007. 37 M. Scavino, recensione al volume Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca. Il carteggio del 1926, in «L'Indice», 1999, n. 3. Scavino accusa Vacca di «operare una cesura [troppo] netta tra il significato» della vicenda del ’26 «e il senso più complessivo dell’elaborazione gramsciana». Cfr. anche la recensione di A. Agosti, Gramsci e Togliatti, in «L’Unità», 20 ottobre 2004. 38 Antonio Gramsci – Tatiana Schucht, Lettere 1926-1935, a cura di A. Natoli e C. Daniele Einaudi, Torino 1997. 39 A. Natoli, Antigone e il prigioniero, Tania Schucht lotta per la vita di Gramsci, Editori Riuniti, Roma 1990. 36 9 Manifesto, possa avere giocato un ruolo nella ricostruzione storiografica di Natoli. A proposito può essere utile citare un articolo da cui emerge chiaramente il giudizio su Togliatti (che pure era già morto da un quinquennio al momento dell’espulsione di Natoli, nel 1969): L'arresto e la condanna di Gramsci contribuirono a trasformare un distacco politico in una completa rottura di rapporti, che Togliatti non cercò mai di riallacciare, come forse, dopo, non sarebbe stato impossibile. Più tardi, dopo la morte di Gramsci, e ancor più nel dopoguerra, l'immagine dell'eroe occuperà ovviamente il posto d'onore nel pantheon del partito, l’«utilizzazione del suo pensiero» (l’espressione è di Paolo Spriano) sarà largamente promossa come lievito di rinnovamento culturale e Togliatti, per conto suo, gli dedicherà un saggio nel vano tentativo di inquadrarne le idee nell'ambito del marxismo-leninismo. Ben altrimenti formativo e determinante fu il tirocinio di Togliatti presso il Comintern e Stalin. Non si dimentichi che fu, grosso modo, il decennio degli anni '30, che vide in Unione Sovietica la «costruzione del socialismo» sotto il terrore di massa, in Europa l'ascesa del nazismo hitleriano e che si concluse con la seconda guerra mondiale. Quella mescolanza di epica e di orrori va tenuta nel conto40. Per la ricostruzione delle figure e delle memorie non solo di Tania, ma dell’intera famiglia Schucht nella Russia pre-rivoluzionaria, è giunto il contributo di Antonio Gramsci jr, articolatosi in due successivi volumetti La Russia di mio nonno. L’album familiare degli Schucht e I miei nonni nella rivoluzione: 41 Non si possono capire le pulsioni che stanno dietro un pensiero così appassionato se non si conosce appieno la sua vita […]. È importante per la biografia di Gramsci perchè questa straordinaria e singolare famiglia è il veicolo del suo strettissimo legame con la Russia rivoluzionaria. Lui fu il più importante dirigente del Pci ad avere un rapporto del genere 42. Nell’intervista a Giuseppe Vacca, primo collaboratore del nipote di Gramsci in questi studi, questi ribadì che non ci fu mai un piano per nascondere Gramsci, «ma solo grandi problemi di condizionamento politico. Venne rimossa e sottaciuta tutta la vicenda familare delle donne di Gramsci, e quindi l’intreccio con la politica rivoluzionaria russa. 40 A. Natoli, Togliatti fra Stalin e Cavour, «La Repubblica», 5 agosto 1984. A. Gramsci jr, La Russia di mio nonno. L’album familiare degli Schucht, L’unità, Roma 2008 e I miei nonni nella rivoluzione. Breve storia della famiglia russa di Antonio Gramsci, con la collaborazione della Fondazione Istituto Gramsci e l'introduzione di Giuseppe Vacca, Edizioni Riformiste, Roma 2010. 42 V. l’intervista a Giuseppe Vacca in occasione dell’uscita del volume di A.Gramsci jr: La vita rivoluzionaria di Gramsci che Togliatti non poteva raccontare, in «Il Riformista», 28 agosto 2010. 41 10 Tutte e tre a vari livelli erano state collaboratrici del servizio segreto russo, con destini diversi e drammatici. Gli Schucht erano una famiglia fortemente inserita in quella che fu l’élite bolscevica degli anni Trenta»43. Nella stessa occasione, Vacca sostenne che «Togliatti non poteva far emergere che dal 1926 Gramsci era considerato un eterodosso se non un eretico, in crescente contrasto con il Comintern» e che «Gramsci già nel 1930 buttava al mare tutto il bolscevismo». Ciononostante, dice esplicitamente: «Gramsci rimase leale al Pci e all’Urss fino alla morte, cosa che ha caratterizzato molta storia del Pci, quella volontà di rifondare su basi diverse il comunismo bolscevico»44. Sullo stesso argomento, ma con tutt’altra conclusione, andava il lavoro di Giancarlo Lehner del 2008, La famiglia Gramsci in Russia, presentato peraltro in prima serata sul TG2, nel quale l’autore sosteneva con durezza la tesi per cui Gramsci rimase in carcere per volontà di Togliatti e che potè trascorrere gli ultimi anni in libertà (…) grazie all’intervento di Mussolini: Nessuna mobilitazione libera Antonio [Gramsci] dal carcere, anzi quelle effettuate hanno il potere di fargli perdere tutte le opportunità di uscirne prima. È Mussolini, per ragioni politiche e fors’anche umanitarie a “trarlo” dalla galera, non i comunisti. […]. Il dato notevole, insomma, è che il capo del fascismo si occupa in prima persona e con manifesta premura del prigioniero Gramsci45. La vicenda della lettera di Grieco del febbraio 1928 – da cui prende le mosse lo stesso Lehner ritenendo che fosse Togliatti il vero ispiratore della medesima, allo scopo di complicare ulteriormente la posizione di Gramsci, è stato oggetto anch’essa di nuove rierche e interpretazioni. La missiva fu inviata da Ruggero Grieco per il tramite di Giovanni Germanetto ai tre dirigenti più illustri del Partito: Terracini, Scoccimarro e Gramsci; anche in questo caso le vicende sono piuttosto note, ma forse è bene riassumerle brevemente. Mentre attendono l’inizio del «processone», che nel maggio del 1928 portò alla sbarra, oltre a Gramsci, la maggior parte della dirigenza comunista, Scoccimarro Terracini e Gramsci, ricevono la "famigerata" lettera di Ruggero Grieco datata 10 febbraio 1928 (in realtà quella destinata a Scoccimarro pare non essere mai stata recapitata..); la «strana» lettera, come la definì Gramsci in una missiva a Giulia, conteneva informazioni sullo scontro 43 Ivi. Ivi. Fondamentale per la ricostruzione di queste ed altre vicende, con la presentazione di numerosi documenti inediti, è il volume di G. Vacca, Vita e pensieri di Antonio Gramsci. 1926-1937, Einaudi, Torino 2012. 45 G. Lehner, La famiglia Gramsci in Russia. Con i diari inediti di Margarita e Olga Gramsci, Mondadori, Milano 2008. V. la stroncatura di M. Albeltaro: Quel cattivone di Togliatti…, in «Historia Magistra», I (2009), pp. 175-77. v. anche, di G. Liguori, Il ritorno di Lehner, in http://www.gramscitalia.it/lehner.htm 44 11 politico Stalin-Trockij, e sulla situazione politica internazionale46. Certamente quella missiva poteva aggravare l’eventuale condanna degli imputati, riconoscendo loro un ruolo chiave nella dirigenza del Partito. E Gramsci fu spinto a ritenerla più che una «leggerezza irresponsabile» un «atto scellerato» anche in seguito agli incontri da lui avuti col giudice istruttore Enrico Macis, il quale consegnandogli personalmente la lettera aggiunse la famosa frase «onorevole Gramsci, lei ha degli amici che certamente desiderano che lei rimanga un pezzo in galera»; la stessa figura del giudice Macis fu messa in luce tra i primi da Giuseppe Fiori, che ne fornì però un profilo «tanto perentorio quanto fallace»47, fondato soprattutto sulla “psicologia sarda”, grazie alla conoscenza della quale Macis avrebbe saputo insinuare in Gramsci il sospetto del tradimento; la stessa Tania riferì a Gramsci di una persona, «agli antipodi» del fascista, che aveva bollato la lettera come «criminale», fino a sostenere esplicitamente che Grieco sarebbe stato indotto da Togliatti a scriverla per aggravare la posizione processuale dei compagni di partito48. Anche su questa vicenda, e sul personaggio Macis ora disponiamo del libro di Vacca, che prova a fare un po’ di chiarezza anche se non sempre vi riesce, data la mole stessa di informazioni che si affastellano nel libro. Non c’è dubbio che quella lettera (Terracini confessò anni dopo di non ricordare neppure l’episodio, pur confermando che Gramsci stesso gliene aveva parlato nel carcere di Regina Coeli tra maggio e luglio del 1928) contribuì invece ad accrescere in Gramsci, per sua stessa ammissione, la diffidenza nei confronti dei compagni di partito ed arriverà a definirla «uno spartiacque nella sua vita»49. Quasi tutta la storiografia del dopoguerra, a partire da Spriano, si era schierata sostenendo la tese della “leggerezza” di Grieco, ma ci furono alcune eccezioni. Nel libro Togliatti e i dilemmi della politica50, Luciano Canfora cercò di dimostrare, con la sua indiscutibile autorità filologica, che la lettera di Grieco era un falso fabbricato dall'Ovra al fine di dissuadere la Santa Sede dal promuovere una pratica di scambio con dei sacerdoti cattolici reclusi nell'Urss. La stessa tesi, con ulteriori documenti, fu riproposta nell’altrettanto suggestivo La storia falsa51, dove si fornivano «indizi, non prove, a favore della sua tesi, e alcuni di 46 La lettera è stata pubblicata per la prima volta nel 1968 su «Rinascita». I documenti originali non furono mai rinvenuti, ma Spriano ne trovò copia nel fondo della Direzione Generale di Pubblica Sicurezza all’Archivio centrale dello Stato. 47 L’espressione è di G. Vacca, Vita e pensieri di Antonio Gramsci. 1926-1937, cit., p.73. In questo volume l’autore dedica un intero capitolo a Macis; v.pp. 63-74. 48 Questo sosteneva Stella Blagoeva in Nota informativa su Palmiro Togliatti (1940), in G. Vacca, Appuntamenti con Gramsci, Carocci, Roma 1999, p. 102. Sull’”affaire 49 Gramsci a Tatiana, 5 dicembre 1932, in Carteggio Gramsci-Schucht cit., pp. 1137-38. 50 L. Canfora, Togliatti e i dilemmi della politica, Laterza, Roma Bari, 1989. 51 L. Canfora, La storia falsa, Rizzoli, Milano 2008. Rinvio alla doppia recensione di G. Cacciatore e di A. Petrucci, in «Historia Magistra», I, 2009, 2, pp. 173-78. 12 quelli a cui dà rilievo, sembrano non ben fondati»52.Vent’anni dopo il libro del 1989, lo stesso autore, di fronte a nuovi documenti che mettevano in forte discussione le sue tesi53, ha tuttavia cambiato linea interpretativa: perché fu scritta? Grieco, che strambamente a Terracini e a Scoccimarro racconta come nuovi episodi vecchi di anni, a Gramsci scrive (se la lettera è integralmente sua) frasi insensate […]. Non basta dire che si voleva ristabilire un contatto con i tre detenuti, giacchè la questione si pone ugualmente: perché ristabilirlo scrivendo idiozie? L’ipotesi di una riscrittura provocatoria [….] certo spiegherebbe l’affollarsi di tante improprietà e stranezze…. Ma, se invece si vuole ritenere che le tre lettere siano autentiche, la questione della palese insostenibilità del contenuto, cioè appunto della sua “stranezza”, si riapre; o, per meglio dire, l’effetto provocatorio ne esce rafforzato, magari arricchito da un ammiccamento tra le righe54 Canfora insinua dunque l’ipotesi che Grieco fosse una spia della polizia fascista, che si fece «strumentalizzare da un qualcuno, mosso da torbidi fini e individuato in Angelo Tasca»55, pur affermando che «non ci sono prove definitive». Sullo stesso arresto di Gramsci «si configurano pesanti ombre e una inettitudine dei responsabili della sicurezza di Gramsci» 56. Vacca, più recentemente, ha sostenuto che Gramsci ritenne la lettera di Grieco un atto scellerato non tanto per l’andamento del processo davanti al Tribunale Speciale (che di fatto non ne fece alcun uso, essendo l’istruttoria sostanzialmente conclusa prima dell’arrivo della missiva), ma nella prospettiva di una sua possibile liberazione. Su questo argomento e sul ruolo di Togliatti e dello stesso Sraffa, si sono avuti negli ultimi anni studi di grande rilievo57. Vacca pone 52 Sulla vicenda cfr. G. De Vivo, Gramsci, Sraffa e la famigerata lettera di Grieco, in «Materiali di Discussione» n.2 (2009) del Centro Ricerche e documentazione “Piero Sraffa”, Università degli Studi Roma Tre, p. 6 (già in «Passato e Presente», n. 77, 2009, pp. 79-91). 53 In particolare v. il saggio di L. Pompeo D’Alessandro, I dirigenti comunisti davanti al Tribunale Speciale, in «Studi Storici», 2 (2009), pp. 481-553. 54 L. Canfora, Gramsci in carcere e il fascismo, Salerno, Roma 2012, p. 108. V. anche, dello stesso autore, di pochi mesi successivo, Spie, URSS, antifascismo. Gramsci 19261937, ivi. Sulla ricostruzione del percorso di Canfora sulle lettere, v. R. Giacomini, Luciano Canfora, un nuovo libro tra falsa lettera e falso Grieco, 13 dicembre 2012, in http://www.marx21.it/storia-teoria-e-scienza/storia/8139-luciano-canfora-un-nuovolibro-tra-falsa-lettera-e-falso-grieco.html. consultato il 16 giugno 2013. 55 Cfr. G. Galasso, Ecco chi ha tradito Antonio Gramsci. Canfora indaga sull’arresto del padre del Pci, in Corriere della Sera, 17 novembre 2012, p. 57. 56 Cfr. R. Platone, Grieco non era una spia fascista, 23 giugno 2012, replica alla recensione di GI.FA. al volume di Canfora, in «Il Manifesto» 17 giugno 2012. 57 Cfr. A. Rossi, G. Vacca, Gramsci tra Mussolini e Stalin, Fazi, Roma 2007 e il recente Vita e pensieri di Antonio Gramsci cit.; vedi in particolare i capp. III, XV e XVII. 13 esplicitamente la domanda decisiva, sulla quale molta parte della polemica tuttora in corso ruota: Ma c’era anche un interesse di Togliatti a sabotare la liberazione di Gramsci? Non si può escluderlo, ma la ricostruzione dei fatti che abbiamo potuto compiere suggerisce una risposta che si può riassumere così: Togliatti non aveva bisogno di sabotare tentativi di liberazione che, in realtà, non furono mai compiuti seriamente dall’unico attore che poteva intraprenderli, vale a dire il governo sovietico. Adoperando un linguaggio più ‘familiare’, a tenere Gramsci in carcere ci pensava già Mussolini e la sua liberazione non aveva mai configurato l’oggetto d’un interesse statale sovietico. Non si vede, quindi, che cosa Togliatti avrebbe potuto aggiungere di suo58. Sulle campagne di liberazione per Gramsci a cui fa riferimento Vacca, è stato Raul Mordenti a mettere in luce le posizioni talvolta contraddittorie del presidente della Fondazione Gramsci, il quale da un lato sostiene che esse fossero «uno strumento irrinunciabile della lotta al fascismo e quella del 1934 aveva avuto sviluppi tali da influire favorevolmente sulla concessione della libertà condizionata a Gramsci» e, poche righe dopo, che «esse avevano un’influenza perniciosa sulle possibilità di una sua liberazione per via diplomatica»59. E siamo ora all’argomento più in voga degli ultimi mesi: L’enigma del Quaderno. La caccia ai monoscritti dopo la morte di Gramsci, per citare per intero il titolo del secondo libretto di Franco Lo Piparo, che si è imposto alle cronache con forza prorompente, sèguito dell’altrettanto fortunato I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista, col quale il suo autore ha vinto il “premio di Gramsci”, per così dire, ossia il premio Viareggio nell’anno 2012. Una sorta di nemesi storica rovesciata, un vero e proprio paradosso, come è stato messo in luce60. Lo Piparo parte da una sua ipotesi, estrapolando da alcune frasi da una lettera di Gramsci a Tania del 27 febbraio 1933 che ella definì, per la sua scrittura allusiva, «un capolavoro di lingua esopica» 61. Secondo l’autore con questa missiva «Gramsci dichiara e rende ufficiale, anche se in maniera criptica, la propria estraneità, filosofica anzitutto, al comunismo come si andava realizzando e – tendiamo a pensare – al 58 G. Vacca, Vita e pensieri di Antonio Gramsci. 1926/1937, Einaudi, Torino 2012, p, 353. 59 Ivi, p. 352. cfr., l’ampia recensione di Mordenti al libro di Vacca, in http://testoesenso.it/article/view/123/html_1. consultato il 16 giugno 2013. 60 Aristarco Scannabue, Viareggio, un Premio per tutte le stagioni, in «Historia Magistra», IV, 2010, pp. 171-74. 61 Tania a Sraffa, 9 marzo 1933. 14 comunismo tout court»62. Tutto il libro di Lo Piparo, che si conclude con la tesi che entrato in carcere come segretario del Partito comunista d'Italia, Gramsci ne uscì persuaso che tutta la sua adesione al comunismo fosse stata un grande errore, un «drizzone», appunto, si sviluppa come una spy story in cui i profili dei «personaggi del dramma con epilogo kafkiano» sono riassunti in poche righe a conclusione del volume. Vale la pena riproporre alcuni stralci di quelli di Gramsci e di Togliatti, di particolare interesse per il nostro discorso: Gramsci. Personaggio ancora da scoprire. Che negli anni trenta sia stato un critico del comunismo realizzato, ormai tutti lo riconoscono […]. Si sente prigioniero di due carceri. Probabilmente capisce i doppi ruoli che Tania e Sraffa svolgono. […]. Accetta l’ambiguità della situazione in cui tutti si trovano. Prova a sfruttarla. Alla fine riesce ad uscire dal carcere fascista, anche se con un anno di ritardo. Rimane l’altro carcere. Umanamente più doloroso. Da esso non ne esce nemmeno con la morte. La lacuna della numerazione dei Quaderni fatta da Tania è il simbolo dell’altro carcere in cui è stato rinchiuso da morto63. Ma perché Gramsci avrebbe dunque fatto domanda di espatrio per Mosca il 18 aprile 193764? È una domanda troppo semplice per essere ammessa tra le molte di Lo Piparo? Passiamo dunque a Togliatti: Col suo controllo totale dei documenti produce la santificazione di comunista di Antonio Gramsci. L’operazione riesce e produce un pezzo importante di storia ma occulta il Gramsci in carne e ossa. Squarciare il velo togliattiano che avvolge la storia reale che ruota attorno al pensatore sardo impegnerà gli studiosi del prossimo futuro? Il Togliatti degli anni sovietici fu un cinico opportunista? C’erano alternative se si voleva sopravvivere? […]. Gramsci nutriva forti sospetti verso il suo amico di gioventù. Forse esagerava. Col senno di poi, un fatto si impone: Togliatti, per quegli strani misteri della grande Storia (provvidenza? Astuzia della ragione? Caso che diventa necessità?), ci ha consentito di leggere i Quaderni.65 Per dirla con Ajello, «quella tracciata da Lo Piparo è la parabola di un comunista a sé stante, di cui il partito volle reprimere ansie e anticonformismi. Il trattamento a lui riservato dopo la morte, con l´edizione revisionata dei suoi trentatré Quaderni […] resta un 62 F. Lo Piparo, I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista, Donzelli, Roma 2012, p. 17. 63 Ivi, pp. 121-23 (122). 64 La domanda di espatrio si può leggere in P. Spriano, Gramsci in carcere e il partito cit., p. 160. 65 F. Lo Piparo, due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista cit. p. 121. 15 promemoria della perfidia di Togliatti». Ajello dichiara in esordio che quello di Lo Piparo è «Un romanzo storico e un romanzo a tesi» e conclude – rivelando forse un certo smarrimento – di non sapere «che cosa replicare», pur chiosando con una frase per certi versi inquietante che pare dunque dar credito alla tesi di Lo Piparo: «A volte, in tempi politicamente atroci, c´è più verità in un paradosso che in cento professioni di fede…»66. Ma Lo Piparo si spinge oltre, riconoscendo egli stesso «la conclusione paradossale di una storia drammaticamente intricata»: «Un Gramsci libero, in quei tempi atroci, non avrebbe avuto lunga via: un plotone di esecuzione o un attentato erano a portata di mano. Paradosso: il cinico e opportunista Togliatti salvò Gramsci da se stesso. Intenzionalmente o meno poco importa»67. Le molte congetture irrisolte di Lo Piparo, che insinua fin dal primo volume l’ipotesi che uno dei quaderni fosse stato rubato, trovano ulteriore elaborazione nel secondo volume: «un saggio tinto di giallo», appunto, i cui protagonisti sono «Sraffa e Togliatti, colpevoli di aver fatto sparire un quaderno del carcere»68. La «leggenda del quaderno “rubato”, è sostenuta dallo stesso Canfora69, ed è stata oggetto di decine di commenti, in molti dei quali si sostiene appunto che «Gramsci ripudiò il comunismo»70 in favore di un liberalismo già prefigurato negli scritti giovanili. Simonetta Fiori rileva, con garbata ironia, come «il suggestivo racconto di Lo Piparo, non privo di di un suo fascino romanzesco» «ventisei pagine finora segrete in cui Gramsci distrugge le fondamenta del comunismo sovietico» rappresenti «una golosità per il lettore democratico di oggi»71. Lo Piparo richiede – a partire proprio da queste sue convinzioni – l’istituzione di un gruppo di lavoro, costituito presso la Fondazione Gramsci, per la verifica della numerazione apposta sui Quaderni del carcere di Gramsci di cui fanno parte, oltre al richiedente, Giuseppe Vacca, Luciano Canfora, Gianni Francioni, Giuseppe Cospito e Fabio Frosini72. 66 N. Ajello, L’altro carcere di Gramsci, in «La Repubblica»¸ 28 gennaio 2012. Ivi, p. 125. 68 V. G. Liguori, Una spy-story colma di congetture irrisolte, in «Il Manifesto», 18 febbraio 2013. 69 L. Canfora, Gramsci, manca un quaderno. Sono fondati i dubbi sollevati da Franco Lo Piparo, in «Corriere della Sera», 24 febbraio 2012, p. 51; e ancora, I quaderni di Gramsci erano trenta. Parola di Tania e di Togliatti, in «Corriere della Sera, 4 febbraio 2013, p. 20. 70 A. Carioti, Gramsci ripudiò il comunismo. Il giallo del quaderno mancante, in «Corriere della Sera, 3 febbraio 2012, p. 43. 71 S. Fiori, Il mistero Gramsci. Togliatti e Sraffa nascosero il quaderno mancante, in «La Repubblica», 2 febbraio 2013, pp. 44-45. 72 I verbali del gruppo di lavoro nonché i risultati scientifici dell’Istituto centrale per il restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e libraio (ICPRCPAL) sono 67 16 Molti studiosi si sono attivati per confutare le tesi di Lo Piparo. Liguori ha giudicato «insostenibile» l’idea che «il presunto quaderno scomparso sia stato distrutto in Italia, dopo la fine del fascismo, mentre si poteva benissimo farlo sparire in Urss»73 mentre Gianni Francioni ha ritenuto «destituita da ogni fondamento» l’ipotesi di Lo Piparo (e di Canfora) che sia esistito un quaderno oggi «scomparso»74. Molto interessante mi pare l’intervista rilasciata da Canfora alla rivista «Left», in cui, presentando uno dei suoi volumi75, il filologo affrontava anche questioni più generali di revisionismo storico e storiografico, rilevando come «un piccolissimo settore di specialisti tradizionalisti, legati alla rivista Critica Marxista» fosse «andato in escandescenze dicendo anche una serie di falsità facilmente confutabili» e ritenendo «puerile» un simile atteggiamento. Ed aggiungeva «Finchè c’era un’ortodossia di partito uno poteva anche dire “va bene è una battaglia politica”, ma ora è una pura e semplice questione di indagine storica!»76. Di fronte a titoli come: Gramsci sulla via del comunismo liberale77 o ancora Gramsci socialdemocratico78, che costruiscono il senso comune dell’intellettualità media di questo Paese (con i risultati politici e sociali a dir poco disastrosi a cui siamo di fronte), forse la battaglia politica non dovrebbe arrestarsi. Forse è davvero quella del paradosso, la chiave che si può utilizzare per leggere l’interpretazione del rapporto Gramsci-Togliatti. Di paradosso parlò infatti, alcuni anni fa, il compianto Santucci: il caso Gramsci ha finito per dar luogo a un paradosso pressoché unico. A mano a mano che la ricerca s'è sviluppata, illuminando progressivamente gli angoli oscuri delle traversie gramsciane, una parallela operazione mistificatrice ha provveduto a seppellire gli studi scrupolosi sotto il chiasso dell'invettiva, relegandoli pertanto fra le conversazioni domenicali di un minuscolo club di iniziati79. disponibili sul sito della Fondazione Istituto Gramsci: http://www.fondazionegramsci.org/5_gramsci/ag_antonio_gramsci.htm. v. anche l’articolo di E. Lattanzi, in cui si dà contezza dei risultati delle prime indagini: I Quaderni al microscopio. L’opera di Gramsci all’esame dell’Istituto per il restauro, in «l’Unità», 27 maggio 2013, p. 18. 73 G. Liguori, Gramsci, l'invenzione di un teorico liberale, in «Il Manifesto», 2 febbraio 2012. 74 G. Francioni, La leggenda del quaderno «rubato», in «l’Unità», 2 febbraio 2012, p. 38. 75 Spie, URSS, antifascismo. Gramsci 1926-1937 cit. 76 E. Amalfitano, La storia senza paraocchi [Intervista a L. Canfora», in «Left», 26 gennaio 2013, pp. 52-53. 77 F. Lo Piparo, Gramsci Gramsci sulla via del comunismo liberale, in «La Stampa»¸2012. 78 F. Giannantoni, in http://www.rmfonline.it/?p=10258 consultato il 19 maggio 2013. 79 Antonio A. Santucci, Ancora su Gramsci in carcere, in «La Rinascita della sinistra», 11 gennaio 2002. 17 Allo stesso modo, più recentemente, ha scritto Raul Mordenti, uno dei più strenui e intelligenti “difensori” di Togliatti e del togliattismo: C’è qualcosa di veramente paradossale nella singolare (s)fortuna storiografica di Palmiro Togliatti. Non saprei come definire altrimenti il fatto che il massimo costruttore di egemonia sia abbandonato dopo la morte senza difesa a spregiudicate operazioni egemonicopropagandistiche dei suoi avversari, e che tali operazioni vedano anzi per protagonisti anche studiosi che, almeno per motivi biografici e professionali, dovrebbero essere annoverati fra i difensori naturali di Togliatti. Quasi un contrappasso dantesco; insomma: chi di egemonia (comunista) colpisce di contro-egemonia (anti-comunista) deve perire80. 80 R. Mordenti, Togliatti: l’egemonia in atto, in Egemonie, a cura di A. D’Orsi con la collaborazione di F. Chiarotto, Dante & Descartes, Napoli 2008, pp.207-35 (228).