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Ricordi
Biblioteca di Quistello
Curatrice Anna Giraldo
Editor Anna Maria Bondavalli
Copyright dei testi e delle immagini dei rispettivi autori
Pubblicazione gratuita priva di ISBN
Immagine di copertina Max Laurenzi
Progetto grafico di copertina Azzurra Ponti
Impaginazione Azzurra Ponti
Sommario
Antonella Boschini
1 Alex e Paci
Marisa Gianotti
9 Gli emigranti
Guido Sostaro
13 Estratto da “Schiena Dritta”
Loredana Rossetti
31 Ricordi d’infanzia
Franca Rossetti
36 La Statistica al tempo dell’Unità d’Italia
Maria Grazia Papotti
46 La Festa di Santo Stefano
Gianni Schiavinato
49 Il Melis
Enzo Manfredini
55 Cerenaica
Lilia Rebecchi
73 Via Filippo Corridoni
78 Ritorno alla vita
Giorgio Pavesi
83 La guerra di Spagna
87 I Bombardamenti
Biografie
Alex e Paci
L’arrivo di Alex
In un freddo giorno di inverno, durante le vacanze
di Natale del lontano 1997, arrivò in dono un bellissimo cucciolo di spitz, o volpino di Pomerania.
Tutti, in famiglia, erano sempre stati piuttosto
contrari a ospitare un animale: chi sosteneva che
l’appartamento al terzo piano fosse troppo piccolo,
chi si giustificava lamentando l’assenza da casa per
buona parte della giornata.
Si sa, però, che non sempre siamo noi a scegliere,
ma è la vita che lo fa al nostro posto ed ecco che il
volpino arrivò in regalo, senza essere scelto o cercato.
Per prima cosa gli fu dato un nome: si optò per Alex
in onore del famoso calciatore Alex Del Piero e, forse
proprio per questo, il cucciolo mostrò ben presto di
prediligere il gioco della palla.
In un primo momento, nonostante i timori di cui si
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parlava, Alex incontrò approvazione da parte di tutti.
Effettivamente, il suo aspetto così dolce e tenero
invogliava a strapazzarlo di coccole: quanta tenerezza facevano quegli occhietti neri e furbi circondati
da una morbida cascata di pelo dorato! A ostacolare
un pochino la piena accettazione del cucciolo contribuì il fatto di avere da poco adottato una gattina
che era stata trovata da Linda fra i cespugli del parco
condominiale.
La gatta, alla quale il papà Giuseppe aveva dato il
nome di Paci, non aveva creato grossi problemi. Era
alquanto pulita, tranquilla e, soprattutto, autonoma;
una presenza che di certo non aveva stravolto la
routine della famiglia.
Alex, al contrario, in quanto cucciolo di cane, si
rivelò un vero problema: faceva pipì ovunque e, nonostante tutti a turno si impegnassero ad accompagnarlo in giardino, persisteva a scaricarsi di continuo
sul pavimento di casa. Quale disperazione per Antonella! Era lei che doveva sobbarcarsi il supplizio di
raccogliere i frequenti “regalini” del cane e fu proprio
lei a decidere che Alex avrebbe dovuto andarsene. La
situazione era insostenibile.
Alberto, il fratello di Linda, aveva accolto con grande
entusiasmo i due nuovi acquisti: aveva desiderato fin
da piccolo avere degli animali da compagnia e, finalmente, il sogno si era avverato. Ma la nuova esperienza gli stava arrecando disagi insospettabili. Per
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esempio, era spesso compito suo farsi diverse rampe
di scale per portare Alex in cortile a far pipì.
Dopo lunghe ricerche, un’amica di Linda si dichiarò
disponibile all’adozione. Ma fu in quel momento che
l’Angelo custode di Alex fece scoccare una scintilla
nel cuore di Antonella.
Antonella e Giuseppe, i “Tati” di Alex
Antonella non aveva mai cresciuto un cagnolino e
questa nuova esperienza, giorno dopo giorno, aveva
fatto nascere in lei sentimenti di affetto e tenerezza
che la riportavano con la memoria a un tempo ormai
lontano. Il cucciolo stava, infatti, sostituendo in
qualche modo i suoi figli ormai divenuti grandi. In lei
era innato il senso materno e, poterlo esercitare nuovamente nei confronti di un cucciolo, rappresentava
un’esperienza gratificante.
A pensarci bene, un cucciolo di cane manifesta gli
stessi bisogni di un cucciolo d’uomo: deve essere
accudito, educato, sgridato quando lo merita, ha
necessità di giocare, di passeggiare, di essere guidato
nella conoscenza del mondo che lo circonda. Tutto
questo deve essergli dato con tanto amore misto a
una giusta dose di severità e intransigenza. Antonella
sembrava possedere le caratteristiche per assolvere a
questo compito e fu così che Alex riconobbe molto presto
in lei il suo capobranco, la sua mamma, la sua “Tata”.
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Proprio in nome della relazione veramente speciale
che stava nascendo, Antonella decise, infine, che
Alex sarebbe rimasto in famiglia.
Il tempo passava e il piccolo cresceva sano, forte e di
una bellezza esemplare. Ormai tutti beneficiavano della
sua presenza. Pieno di energia e di vitalità, non perdeva
occasione per farsi apprezzare lanciandosi in giochi frenetici sul pavimento di casa o nel giardino sottostante.
I condomini non manifestavano una grande approvazione nei confronti del nuovo arrivato, ma il Regolamento non vietava di tenere animali nel proprio
appartamento e la Tata faceva del suo meglio per
arrecare il minor disturbo possibile.
Giuseppe, al rientro dal lavoro, chiedeva subito di
Alex e dei suoi progressi. Antonella cominciò a intravedere nello sguardo del marito una dolcezza che da
un po’ non notava. Tutto questo era bello e faceva
bene anche alla coppia.
Sembra strano o può apparire un tantino esagerato,
ma è proprio così: i cani hanno il potere di aggregare,
rappresentano una specie di collante per gli esseri
umani, trasmettono amore e questo sentimento si
diffonde piano piano trascinando tutti quanti in una
rete di armonia e serenità.
Il cucciolo, con le sue frequenti moine, era riuscito
a ottenere una buona dose di privilegi, fra cui quello
di sdraiarsi sul centro del lettone, in mezzo ai “suoi”
Tati per almeno dieci minuti prima di dormire. Questo
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era uno dei momenti più felici per Alex: il contatto
fisico con loro lo gratificava molto e lo rassicurava.
Una gatta per amica
Alex era arrivato in inverno, quando la stagione non
permette di uscire spesso, ma per lui non era così
difficile far passare le ore nell’appartamento lassù
al terzo piano. Aveva mostrato da subito un grande
interesse per la gattina, ed era un vero spasso stuzzicarla o rincorrerla in quei piccoli spazi. Entrambi,
prendendo sempre più confidenza con l’ambiente, si
erano impossessati del divano e a poco a poco anche
dei letti dove si esibivano in infinite piroette e saltelli.
Ciò indispettiva un po’ la mamma, ma le era risultato praticamente impossibile impedirlo.
Capitava, ormai d’abitudine, che la sera, dopo cena,
si trovassero a condividere quel piccolo divano a due
posti almeno in quattro: Antonella, Giuseppe, Alex
e Paci. Ritrovarsi così, vicini vicini, era un bellissimo
momento di rilassamento e tranquillità per tutti.
Mentre Alex si stava abituando alla passeggiata
quotidiana, Paci non aveva questa opportunità di
conoscere il mondo esterno in quanto non usciva
mai dall’appartamento. Ma in una fredda mattina di
quel primo inverno insieme, Paci fece brutalmente la
conoscenza del giardino sottostante.
La micia, nelle rare giornate di sole, adorava sdra6
iarsi all’esterno della finestra e a poco a poco il tepore
la faceva cadere in un sonno profondo. Ma, quella
volta, perse l’equilibrio e fece un volo di almeno otto
metri. Toccato terra, spaventatissima, prese a correre
nel parco e, vagando alla ricerca di un rifugio, scomparve per molte ore.
In famiglia erano tutti disperati. Paci avrebbe ritrovato la strada di casa? Avrebbe sopportato le rigide
notti invernali? Lei, che conosceva soltanto il suo
appartamento, chissà se ce l’avrebbe fatta!
Dopo affannose ricerche rientrarono con il timore
di non rivederla più. Alex capì molto presto che
qualcosa era accaduto: la sua amichetta non era lì
con lui puntuale a gustare le pappe serali.
Il giorno successivo il cagnolino entrò in un evidente
stato di depressione: smise di giocare e si rintanò in
un angolino, mogio mogio, tutto sconsolato.
La sera, a tavola, nessuno fiatò con la speranza di
percepire nel silenzio qualche miagolio. A un tratto,
dal piano di sotto si udì la voce della signora Milena
pronunciare poche, ma chiare parole:
- Antonella, c’è una gatta sotto le mie finestre che
miagola disperatamente, forse è la vostra!
In un attimo, tutti volarono giù per le scale e, felici,
riconobbero la loro piccola amica seminascosta fra
i cespugli. Che gioia rivederla! Paci stessa sembrò
sollevata quando varcò la soglia di casa e iniziò a
gironzolare alla ricerca del suo compagno di giochi.
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Quando Alex la vide la sommerse di coccole e,
nel contempo, improvvisò un modo di abbaiare
alquanto insolito che i Tati interpretarono come un
chiaro rimprovero:
- Brutta sciocchina, ci hai spaventati tutti quanti!
Non farlo più!
Paci cadde altre volte dalla finestra, rischiando la
vita e salvandosi puntualmente. Alex con il suo fiuto
facilitò ogni volta le ricerche, guadagnandosi in tal
modo gli onori per l’ardita impresa. Si dice che i cani
non amino molto intrecciare relazioni intime con i
gatti, ma l’affetto che univa Alex e Paci dimostrava
esattamente il contrario. Conoscersi da piccoli aveva
permesso loro di instaurare da subito un rapporto
esclusivo che si rafforzò sempre di più nel tempo.
Spesso, Alex si infuriava con gli altri gatti intenzionati a invadere il territorio della sua amichetta: lei
rappresentava l’amica del cuore, quella che correva
a salutare ogni volta che rientrava dalla passeggiata,
quella a cui cedeva il primo bocconcino, quella a cui
rispondeva con una leccatina sul musetto quando si
strofinava contro il suo manto fulvo.
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Gli emigranti
Il comandante, insieme al signor Archimede,
(l’agente accompagnatore degli emigranti che non
dava loro nessuna confidenza), arrivò con la sua
divisa in perfetto ordine. Salutò con un breve cenno
della mano sulla visiera del berretto e con espressione severa disse: - Vi ho convocato per dirvi che
ormai stiamo avvicinandoci all’Equatore e questa
sera potrete vedere ancora le stelle che conoscete,
quelle che avete visto da quando siete nati.
Poi non vedrete più la stella Polare, il Grande Carro
e il Piccolo. Vedrete stelle nuove. Tutto sarà diverso.
Vi dico questo perché in questa sera serena facciate
vedere ai vostri bambini il cielo che voi e i vostri vecchi
avete sempre visto e che probabilmente non vedrete
più. Io ho già fatto questa traversata tante volte, per
la precisione sette, e ogni volta è emozionante. Mi
sentivo in dovere di avvisarvi. Lo dovevo soprattutto
a questi giovani. Questa sera vi concedo di stare sul
ponte con i bambini. Ma dovete stare in silenzio. Non
dovete fare confusione.
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Stesso saluto e un veloce dietrofront. Non volle soffermarsi su quei visi pietrificati.
Conosceva bene la pena, lo smarrimento, il dolore
che trapelavano da quegli sguardi attoniti. Non lasciò
spazio a nessuna domanda. Doveva dimostrarsi
imperturbabile. Il suo grado glielo imponeva.
Tutti rimasero letteralmente a bocca aperta.
Se ne andò anche il signor Archimede.
Pochi avevano compreso cosa sarebbe veramente
successo. Dopo un po’ qualcuno ruppe il silenzio e
manifestò la sua ignoranza. Solo i pochi che erano
andati a scuola e avevano avuto fra le mani qualche
libro con illustrazioni avevano capito. Fra questi fortunati c’era la famiglia di Domenica.
Tutti si commossero e quel giorno fu il più silenzioso di tutta la traversata.
Arrivò la sera.
Mai giornata sembrò più lunga!
Non era ancora completamente buio e tutti erano
già sul ponte.
Ogni nucleo familiare era saldamente vicino. I
genitori tenevano protetti i loro figli e nell’attesa del
buio, sottovoce, per non disturbare e per non essere
uditi dai vicini, facevano loro confidenze sulla loro
infanzia e sui parenti rimasti al paese. Sembrava loro
doveroso raccontare ai figli episodi importanti che
non dovevano dimenticare come ciò che si apprestavano a vedere in quella sera irripetibile.
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Guardavano il cielo in attesa delle stelle ma
vedevano i volti dei loro cari, le loro case, i loro paesi,
il pezzo di terra che avevano coltivato. Anche gli
animali che avevano allevato ai quali avevano dato
un nome proprio come alle persone, apparivano con
le loro caratteristiche a volte bizzarre.
Finalmente fu buio e la Volta Boreale apparve.
Nessuno aveva mai guardato il cielo con tanta attenzione!
Dopo aver identificato le stelle che tutti conoscevano e che indicavano con l’indice alzato ci fu un
silenzio di tomba.
Si udivano solo il suono dell’Oceano e il rumore del
piroscafo che seguiva la sua rotta e inesorabilmente
portava lontano.
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Estratto da “Schiena Dritta”
Correva l’anno 1948, abitavo con la mia famiglia nel
casello ferroviario 16 della Ferrovia Suzzara-Ferrara,
località Bugno Martino di San Benedetto Po. Ero nato
proprio lì, tre anni prima, nella casa in cui i miei erano
andati a vivere nel ’38, traslocando dal casello 46 di
Felonica. Nuova destinazione: Quistello.
Effettivamente, così come nella vita di campagna
era frequente spostarsi da una corte all’altra in cerca
di fortuna, altrettanto consueto era, per la famiglia
di un ferroviere, passare da un “cantone” all’altro,
da una casa cantoniera all’altra, per via di un’assunzione, un pensionamento, una promozione, o un trasferimento. Sia per i contadini sia per i ferrovieri il
carico era limitato e i mobili modesti; tuttavia, se i
primi si muovevano solo al termine del raccolto, in
autunno, usando carretti trainati da cavalli1, i secondi
caricavano invece la propria roba direttamente su un
vagone o, se il tragitto era breve, su un carrello.
1 Le strade bianche di allora, come raccontano i nostri anziani, nel giorno dell’11 novembre
si riempivano di gente che caricava la masserizia per dirigersi verso una nuova abitazione. Da
qui il detto “fare San Martino”, diffusissimo nella nostra zona.
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Ah, il mitico carrello … quel piccolo grande mezzo,
il TIR dell’epoca, oserei dire!
Vedendolo passare, chiunque si fermava a osservarlo. Poterci salire sopra era il desiderio di ogni
ragazzo, e ricordo che anche noi amici, sperando
nella “bontà” di qualche ferroviere, ci radunavamo
spesso dove i lavori si svolgevano.
[…]
Anche la linea ferroviaria aveva subito danni in vari
punti, soprattutto nelle stazioni e nei pressi dei ponti.
Le squadre cantoniere avevano ripreso regolarmente
servizio dopo gli ultimi ritorni di chi era partito per
la guerra e, nel tronco di San Benedetto, insieme a
mio padre c’erano: Cesare Aguzzi, Enrico Papazzoni,
Ruggero Alberini, Lino Santini (al Gnin), Antenore
Malavasi, succeduto a suo padre Fabio.
Il lavoro era molto pesante, tutto veniva svolto con
la sola forza delle braccia: spostamento delle rotaie,
sostituzione delle traverse, sollevamento e allineamento dei binari, rincalzatura e sistemazione ghiaia
sulla massicciata, il tutto con la “sofisticata tecnologia” di quei tempi: picconi, palanchini, mazze, trivelle,
badili. Per il trasporto di questi attrezzi ogni squadra
era dotata del carrello, per il cui movimento servivano sempre forti braccia. Era bello vederlo correre
sui binari, con i ferrovieri che, disposti in piedi sui due
bordi, spingevano con elegante sincronismo i lunghi
bastoni sulla massicciata, come stessero danzando.
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Si può facilmente immaginare quanto fosse faticosa
l’attività della manutenzione dei binari, soprattutto nelle torride giornate estive quando il solleone
rendeva roventi i binari. I miei ricordi sono di persone
contente, di braccia che faticano con sudore, di
picconi che battono la ghiaia e di mazze che piantano
chiodi a fissare le rotaie alle traverse. Tuttavia la
fatica non costituiva un gran problema, i ferrovieri
erano uomini avvezzi fin da giovani al lavoro duro
e al sacrificio, quindi temprati nel fisico, nel carattere ed educati alla corretta divisione e condivisione
del lavoro. I più giovani, rispettosi dei colleghi più
anziani, accettavano infatti di buon grado l’onere dei
lavori più gravosi. Ciò che era importante, ciò a cui
veniva dato valore, era l’aver trovato lavoro e con
esso maggior serenità e fiducia per il futuro.
[…]
Era soprattutto d’estate, quando i lavori agresti
erano più intensi e le giornate più lunghe, che si
notava la presenza di tanti personaggi stanziali provenienti soprattutto da zone più povere delle nostre.
Erano persone in cerca di maggiore fortuna che si
accontentavano il più delle volte di piccoli compensi e
di un giaciglio su cui dormire.
Sul finire della giornata, quando l’intensità del
lavoro si allentava e il livello del vino nelle botti diminuiva … si assisteva agli episodi più divertenti.
Valentino, detto al Magnàn, un lavoratore sta16
gionale che veniva dal Veneto, era solito prendere
delle sbornie da rimanere stecchito, dove crollava
rimaneva fino al mattino successivo. Quando arrivava
a sera, un po’ meno brillo, cantava all’infinito sempre
lo stesso ritornello: - Cavallino corri e va, che nessun
ti fermerà … -, attirandosi le burla di tutta la corte.
Qualcun altro, invece, coi fumi dell’alcol diventava
furioso, e allora giù bestemmie e imprecazioni, senza
sapere bene mai contro chi e contro che cosa.
Gli uomini più giovani, ventenni che a noi bambini
sembravano comunque adulti, trovavano nel gioco
un momento di svago e divertimento dopo le fatiche
della giornata nei campi; a tal proposito era stata
ricavata un’area tra il palazzo e la strada, in cui era
possibile giocare a bocce. Il terreno lì era stato ben
livellato e protetto (un anticipo della legge 626 che
riduceva il rischio per gli astanti di essere colpiti
quando as buciaua).
Particolarmente impegnativo era il gioco di barichèi,
che consisteva nell’abbattere dei birilli posti a 10-15
metri di distanza, mediante il lancio di dischi di ferro
del diametro di 8-10 centimetri.
Quando invece gli adulti giocavano col pallone at
curam, sempre bislungo per via di quel laccio di cuoio
(guai a colpirlo di testa nel punto che racchiudeva
la camera d’aria) erano anche i più grandicelli tra
noi a chiedere di poter partecipare al gioco (naturalmente dopo essersi resi utili in qualche lavoretto,
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come riempire l’albi con la classica tromba, per abbeverare le mucche). Non erano rare le volte, poi, in
cui qualche pallonata maldestra mandava in frantumi
qualche vetro e allora erano tuoni e saette … quindi
via, a gambe levate!
Nelle corti spesso arrivavano viandanti e girovaghi che vendevano e riparavano le cose semplici di
allora (nulla si buttava), tra questi l’umbarlèr (ombrellaio), al scragner, al magnàn, e via dicendo. E chi, poi,
avendo vissuto quegli anni non ricorda al mületa Fava,
all’anagrafe Fava Angelo. Lui si spostava da una corte
all’altra con la sua müla montata su una sgangherata
intelaiatura in legno, trainata dalla bicicletta e dall’aiuto di un cane nero tutt’altro che docile (come il suo
proprietario, del resto).
Altro grande personaggio era Zucchi Giuseppe,
nome d’arte al Memu, pochi sono stati quelli che a
quell’epoca non hanno indossato un paio di pantaloni da lui confezionati a domicilio, su misura. E
sulle misure al Memu aveva occhio … almeno fino
a una certa ora del pomeriggio, quando l’ennesimo
bicchiere non rendeva indistinti i centimetri dai decimetri. Ma quando era sobrio era un fenomeno! A tal
proposito si racconta di un episodio sulle misure che
doveva prendere a un tale.
- Ciao Carnera, - disse al Memu, rivolgendosi al
personaggio (il cui soprannome lasciava intendere
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che era un emulo del grande campione di box o
l’esatto contrario), - allora lo facciamo ‘sto vestito?
Sono venuto a prenderti le misure.
- Porc … Proprio adesso dovevi venire? Non vedi
che sono sul fienile a buttar giù il fieno per le bestie?
- Ma qual è il problema? Non ho bisogno che tu
scenda, mi basta che tu ti faccia vedere bene, dai
mettiti dritto, tira su bene il cavallo dei pantaloni …
su le braccia … allargale … ecco, già fatto. Visto che
non ti ho fatto perdere tempo? Tra una settimana hai
il vestito pronto, vedrai.
E Carnera un po’ sorpreso e perplesso: - Ma quando
me lo provi?
- Ma che provare?! Non ti fidi di me?
- Sì, mi fido, ma … ma … ho speso un capitale per
la stoffa, sai com’è …
Al Memu, più sicuro che mai:
-Stai tranquillo
Carnera, fra una settimana avrai il vestito pronto e
farai furore.
Quale genere di furore fece il Carnera non è dato
sapere. Al Memu non era certo Valentino, ma i suoi
abiti erano tutto sommato dignitosi. Tuttavia, né io
né mio fratello eravamo entusiasti di ospitarlo, si dà
il caso, infatti, che “la suite” in cui dimorava il povero
Memu (che era vita sola) non fosse dotata dei migliori
comfort, sicché l’igiene personale un po’ ne soffriva …
Insomma a dirla tutta, il sarto dormiva sul fienile alla
Corte Belvedere e l’acqua che usava, quando non era
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troppo fredda, era quella della tromba, l’abbeveratoio
delle mucche. Per questo la cura della sua persona gli
era così difficile.
[…]
Altra bella giornata di divertimento si viveva quando
nelle corti vicine veniva la machina da bàtar (trebbiatrice), anche quello era un momento in cui il Landini
veniva messo sotto tiro. Si cominciava a vivere l’atmosfera già la sera precedente il giorno della trebbiatura, quando il trattore con la trebbia e la pressa
entrava in corte attraverso diverse manovre, per la
ristrettezza della pasaia (ingresso). Noi seguivamo le
operazioni di piazzamento con grande curiosità.
Il mattino seguente, quello della trebbiatura, c’era
sempre un movimento di gente mai visto (tra uomini
e donne più di venti erano le persone impegnate)
in un’impressionante nuvola di polvere: chi a prelevare i covoni sistemati sui grandi cumuli sull’aia, chi
addetto a slegarli, chi in cima alla trebbia a introdurli
nei battitori, c’era poi chi era addetto alla pressa, e
chi a trasportare pula (al lóc), balle di paglia (botuli),
sacchi di grano.
Perfino noi ragazzi eravamo occupati, ci tenevano
impegnati alla “tirafili”, un attrezzo che aveva un
trancino a un’estremità e dall’altra una manovella per
attorcigliare e formare un occhiello ai fili di ferro usati
per la legatura delle botole.
La giornata avanzava e il sole a picco rendeva quelle
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giornate di luglio sempre più bollenti, ma il Landini
(che emetteva un calore tale da rendere impossibile
stargli vicino) continuava con ritmo incessante a far
girare il cinghione incrociato, che a sua volta metteva
in movimento una grande puleggia della trebbia
insieme ad altre cinghie e crivelli. Un meccanismo
veramente ingegnoso.
Noi, incuriositi da tutto questo e stanchi del lavoro
ripetitivo alla tirafili, gironzolavamo attorno alla
macchina, preferendo il lato in cui il volano muoveva
il cinghione, fino a quando una serie di imprecazioni
e di bestemmie (che vibravano più del battito del
super) ci investiva. - Vi ho già detto di andare via da
qui … ma non sentite che calore e che rumore?! E poi
se salta la cinghia c’è da ammazzarsi, porc …
Quel povero motorista aveva straragione, e allora
noi via a correre da un’altra parte, magari vicino
alla bocca da cui usciva il grano e i sacchi venivano
riempiti. In quella zona della macchina stazionava spesso il conduttore del fondo: quanto grano
avrebbe reso quell’annata? A questo prodotto, infatti,
era molto legato l’andamento economico familiare,
allora il grano era ancora elemento di sopravvivenza
(nonché di confronto:
- Io ne ho fatti 20 quintali
per biolca -; - Io 22! -), proprio come sempre era
stato dalla notte dei tempi. Noi ne prendevamo una
manciata e lo masticavamo a mo’ di chewing-gum.
A furia di masticare ottenevamo un impasto appunto
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simile alla gomma americana, la stessa che i soldati
statunitensi avevano fatto conoscere agli europei
pochi anni prima.
La giornata degli addetti alla macchina, alla fine,
era gratificata da una grande tavola imbandita nel
fresco andito, protetto dal calore esterno da spesse
pareti in pietra. Quel giorno era uno dei più importanti dell’anno: il grano significava pane e il pane si
mangiava.
Le portate erano costituite da una buona minestra,
polli arrosto, salami profumati e succulenti, pane
fresco, il tutto annaffiato con buon vino. E così la
lunga giornata e il lavoro sembravano alleggerirsi.
Ciò che invece attendeva me a fine giornata era un
bel bagno nella mastella del bucato (la suiöla) piena
d’acqua riscaldata dal sole (quale magnifica anticipazione dei pannelli solari), la cui energia abbiamo
riscoperto solo dopo cinquant’anni di distruzione del
pianeta.
[…]
Eravamo nell’inverno del 1956, la sera era fredda
e la nebbia tale che non si vedeva niente a un palmo
dal naso, a gh’era ‘na fümana cla n’as taiaua gnanca cun
al curtel, na fümana c’an s’ag vdea gnanca a biastmar, na
sira da ladar, insomma (c’era una nebbia che non si
tagliava neanche col coltello, una nebbia che non ci
si vedeva neanche a bestemmiare, una sera da ladri,
insomma). Era l’ora dell’ultimo treno delle 20.30,
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nelle campagne e per le abitudini contadine dell’epoca significava quasi notte. Nessuno era in giro, e
il silenzio veniva rotto soltanto dall’ululare dei cani
pastore, che si “davano voce” da una corte all’altra,
o dal muggito di qualche mucca gravida che teneva
sveglio il contadino per l’imminente nascita del vitellino.
Nella cucina del nostro casello (una stanza ricavata
nella parte posteriore della struttura principale negli
anni Trenta da mio nonno Giulio) c’era un bel caldo,
generato da una stufa alimentata senza economia con
legna di traversa spettante ai cantonieri, e bastoni
di robinia, tagliata da mio padre dalla siepe spinosa
che fiancheggiava la ferrovia, (quante volte l’ho visto
farsi togliere, da mia madre, le spine conficcate nelle
mani). La debole luce elettrica (la nostra era l’ultima
abitazione collegata a quel tratto di linea elettrica,
nelle altre si usava ancora la lucerna a petrolio) sobbalzava continuamente, non riuscendo a sopportare
i carichi delle poche lampadine e delle pochissime
motopompe elettriche del circondario.
Si era in attesa dell’ultima corsa, il Ferrara-Suzzara, che dopo la sosta notturna nella rimessa di
Suzzara sarebbe ripartito alle 5.30. Il lungo rettilineo
fra la stazione di S. Rocco e il casello 20 consentiva, in condizioni di buona visibilità, la chiusura delle
sbarre (quelle che si accompagnavano a mano da
una parte all’altra della strada) alla vista del treno,
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ma il nebbione di quella sera imponeva la chiusura
del passaggio a livello secondo l’orario.
Per la verità un telefono da campo tedesco, residuato dell’ultima guerra cessata da non tanti anni,
veniva in soccorso allorché giornate particolarmente
impervie, con nebbia, neve, intemperie, creavano
enormi ritardi ai treni, obbligando la casellante a
lunghe permanenze in strada o davanti il casello. La
povera “guardiana” doveva in questi casi ripararsi
alla meno peggio, spesso sorbendosi le intemperanze
di chi, spazientito, sostava in attesa del passaggio del
treno. Quel telefono a manovella, collegato in modo
fortunoso in deroga al regolamento (guai se qualche
funzionario, transitando sui treni, si fosse accorto
di quei fili proditoriamente uncinati alla linea telefonica), consentiva di reperire qualche informazione
sull’orario di transito dei treni; quando eccezionalmente i miei genitori mi consentivano di ascoltare
qualcosa da quel telefono, o quando lo facevo senza
farmi vedere, quasi non respiravo per paura di farmi
sentire dall’altra parte del filo. Quel telefono, dopo
che furono installati quelli ufficiali, divenne strumento
di gioco con gli amici, gli stessi a cui, nonostante il
tempo e le diverse professioni intraprese, sono legato
tuttora. Guido (Ciro per gli amici) si sarebbe occupato
senza risparmio e da bravo medico della salute dei
suoi concittadini; Gaspare si sarebbe dedicato all’insegnamento (- Di che cosa, Gaspare? -, - Ad regula quel
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ca so -.); Sergio avrebbe fatto il geometra; Giorgio,
invece, dopo la laurea si sarebbe dedicato alla formulazione mangimistica per animali. Allora eravamo
tutti complici nel “gioco dei pollastrini stecchiti”. Collegati con le zampette ai due morsetti del telefono,
dopo qualche giro di manovella, rimanevano secchi!
Più si girava forte, più elevata era la tensione. Per
tutti questi polli morti bisognava trovare una spiegazione, in questo ci aiutavano i binari …
Sotto il treno, infatti, dei polli ne finivano spesso,
ma mai così tanti e solo con il collo (li depositavamo
sulle rotaie in modo che venisse loro tagliata la testa
e il resto rimanesse intatto per essere cucinato), fu
questo che fece insospettire mia madre. Inutile dire
come andò a finire …
Quella sera, non ricordo se avessimo informazioni
sui ritardi causati dalla nebbia, ma ricordo molto nitidamente che mio padre stava compilando come di
consueto il rapportino giornaliero dei lavori e delle ore
svolte dalla squadra nel corso della giornata, io vicino
ad osservarlo, scarabocchiando su qualche foglio che
mi passava; la radio era l’unico intrattenimento all’epoca, una Geloso dotata del famoso “occhio magico”
per la sintonia, acquistata a rate sulla parola (all’epoca garanzia migliore degli assegni di oggi).
Stavano trasmettendo, dopo il notiziario delle venti,
dei racconti a puntate molto coinvolgenti, introdotti
da un ritornello cantato: “Io son mastro-resina, son
25
ciabattin, faccio scarpette di tipo assai fin …”.
In casa non c’era nessun altro, mia sorella Argia
era già sposata nella vicina corte Belvedere, mio
fratello Marino era appena partito per la Milano del
boom economico. Mia madre, in piedi fin dalle 5 del
mattino (il primo treno era alla 5.30) e stanca per i
sacrifici della lunga giornata, era fuori, finalmente in
attesa dell’ultimo della giornata. Le sbarre naturalmente erano chiuse.
Tutto a un tratto, un sordo e fragoroso tonfo, che
neanche il muro di nebbia era riuscito ad attutire, ci
fece sobbalzare: dalla bocca di mio padre un’esclamazione intrisa di spavento, preoccupazione e decisioni
immediate da prendere: - I è andà adòs a li sbari! - (Sono
andati addosso alle sbarre!).
In un attimo eravamo fuori, con lo sguardo immediatamente rivolto alla ricerca di mia mamma, angosciati al pensiero che fosse stata investita. Confortati
nel vederla incolume seppur spaventata, ciò che ci si
presentava nella scarsissima visibilità era una scena
di grande preoccupazione e pericolo: una FIAT Giardinetta, condotta da un rappresentante di tessuti di
Ferrara, aveva divelto una sbarra, facendola finire in
mezzo alle rotaie, la stessa Giardinetta con il motore
spento e fumante, impegnava i binari.
Mio padre, senza indugiare un istante, gridò a mia
madre di accendere il fanale a petrolio e predisporlo
con la luce rossa per correre incontro al treno (quello
26
normalmente usato era reso comodo da un’applicazione elettrica, ma non consentiva grossi spostamenti). Intanto mio padre tentava, con l’aiuto del
malcapitato automobilista, di sgomberare i binari.
Fortunatamente una luce fioca ottenuta da una lampadina elettrica posta su un palo in fregio alla strada
si rifletteva, tramite il classico piattello in lamiera
smaltata, sulla zona da sgomberare, rendendo un po’
più agevoli le operazioni.
Tutto questo avveniva mentre incombente e spaventoso era il pericolo dell’arrivo della littorina, che
non sempre si faceva annunciare dal classico ripetuto
fischio.
Io, noncurante dell’inadeguato abbigliamento e dei
ripetuti richiami del tipo - Va in ca’, pütin, c’at ciap dal
mal - (vieni in casa ché ti ammali!), mi sentivo molto
coinvolto. Impersonavo il ruolo di aiutante ferroviere
e volevo dare il mio contributo, anche se sicuramente
ero più che altro di disturbo.
L’automobile
semibloccata
era
difficoltosa
da
spostare, ma ancora qualche energica spinta e la
strada ferrata sarebbe stata sgombra. Mia madre,
fiera del ruolo di guardiabarriera, riprendendo il
fanale a luce bianca era pronta a segnalare la via
libera. Pochi istanti dopo la littorina ALn 72 (Automotrici Leggere a nafta) transitava sul passaggio a
livello, con il personale di macchina e i pochi viaggiatori, tutti completamente ignari del pericolo appena
27
scampato.
Seguirono in casa le procedure burocratiche di identificazione, denuncia dell’accaduto ecc … Il ricordo che
ho di quella persona era di un buon uomo, affranto
oltre che per l’accaduto, per non poter comunicare
con i propri familiari, sicuramente in ansia data l’ora
e la nottataccia. Il tutto si concluse con un gesto consolatorio: un bicchiere di vino che nessuno a quell’epoca disdegnava, un gesto che alleviava le fatiche,
rallegrava il cuore e scacciava i cattivi pensieri.
Io me ne andai a letto troppo eccitato per prendere
sonno e sotto le lenzuola, rese calde dallo scaldaletto a brace (al prét), me ne stetti a pensare e
ripensare, con l’innocente incoscienza di bambino, a
come sarebbe stato lo scenario se non fossero stati
sgombrati in tempo i binari, ma soprattutto … con la
sempre più grande convinzione della risposta da dare
a chi nei giorni seguenti mi avesse chiesto: - Che
mestiere farai da grande?
[…]
La stalla era anche il luogo in cui si faceva il bagno
domenicale nella mastella. Ebbene sì, proprio nella
stalla. Forse questo non si direbbe luogo ideale per
fare toilette, ma in realtà la cura e la pulizia che vi
dedicavano a quei tempi lo rendevano assai diverso
dall’immaginario di oggi. Le pareti venivano periodicamente rinfrescate con calce bianca, le mucche
spazzolate tutti i giorni, il loro letto rifatto quotidia28
namente con paglia pulita, e l’andana (corsia) era
sempre ben ramazzata. Ricordo i vitellini appena nati
ben custoditi nel loro recinto, che spettacolo meraviglioso vederli quando, liberati per andare a succhiare
il latte, ognuno correva dalla sua mamma senza esitazione.
Tutti i miei amici più cari, Ciro, Giorgio, Gaspare
e Sergio, con cui formavamo un gruppo inseparabile, erano figli di agricoltori ed è anche grazie a
loro se ho potuto prendere maggior coscienza delle
ansie e delle speranze di quel mondo contadino, il cui
reddito dipendeva molto dal cielo (proprio per questo
spesso si ricorreva all’aspersorio e alle benedizioni
del parroco).
Sono ancora vive nella mia mente le immagini di
quel mondo e i suoi odori. I carretti carichi di erba,
trainati dal cavallo o dall’asino, venivano condotti
senza fretta dal contadino dopo che aveva falciato
a suon di robuste bracciate. E che dire poi dell’autunno? Bella stagione della vendemmia, il risultato
di un anno di lavoro iniziato con la potatura e proseguito con la costante lotta alla peronospora. Il primo
trattamento aveva luogo al realizzarsi dei famosi
“tre dieci”: dieci gradi di temperatura, dieci centimetri di polloni, dieci millimetri di pioggia, (un metodo
empirico ma efficace, nato dall’antica saggezza contadina), con quell’arma speciale color verde/azzurro,
al vadariöl!
29
Tutto era poi accompagnato dalla costante preoccupazione della malefica tempesta, che in un attimo
poteva denudare i tralci e far sanguinare quei bei
grappoli di Ruberti, il cui mosto, trasformato in vino
dopo la bollitura, invadeva di profumo l’intera cantina
piena di botti.
30
Ricordi d’infanzia
Non ho mai amato così tanto, e non amerò mai più,
una stanza come quella: la cameretta che dividevo
con la nonna.
Una stanza piccola piccola con il tetto spiovente e
il soffitto con le travi, due delle quali erano molto
grosse e fatte di un legno così vecchio e disuguale
che io riuscivo a vederci di tutto. Visi, fiori, cavalli,
mostri.
Il letto era meraviglioso e grande, troppo grande
per quella stanzetta.
Era in ferro battuto verniciato di nero e nelle testiere
erano incastonati pezzi di madreperla che formavano
fiori e foglie collegati tra loro da finissimi fili dorati
disegnati da mano esperta.
Per me era il letto più bello del mondo.
La nonna diceva:
– Su! Svelta, facciamo presto a spogliarci! Brr … che
freddo! Qui si gela! -. Cominciava così la gara a chi
faceva prima e io frettolosamente mi toglievo gli
abiti per poter gustare il tepore delle lenzuola calde
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e sprofondare nel soffice materasso di piuma d’oca.
La nonna toglieva le braci dallo scaldaletto e
riponeva tutto in un angolo, poi, infreddolite, ci infilavamo sotto le coperte.
Fuori si sentiva il vento infierire contro la casa e i
rami nudi degli alberi.
I vetri della piccola finestra erano finemente
decorati da cristalli di ghiaccio disposti a creare forme
stupende. Sofisticati ricami, fiori bianchi ed elaborati
arabeschi mi suggerivano quanto fossi fortunata a
starmene al calduccio.
Il lume era acceso. Io mi sentivo così felice, serena,
protetta.
Ai piedi del letto c’era il comò con lo specchio che
rifletteva l’immagine degli oggetti cari, posti sul
ripiano.
Sul letto, la trapunta caldissima era fatta a mano
con tanto amore e pazienza, il tessuto di raso lucido
era lavorato con grandi fiori stilizzati.
La fioca luce della stanza faceva brillare le trame di
brina sul soffitto, come tante piccole stelle lontane. Il
tutto creava un’atmosfera magica.
La nonna amava intrecciare le sue gambe con le
mie oppure, se era molto stanca, mi dava la buonanotte e si girava dall’altra parte. Allora io, con il
corpo caldissimo e il naso rosso, cercavo di fissare
nella mente quelle sensazioni straordinarie, consapevole, come per chiaroveggenza, che sarebbero state
33
uniche, irripetibili.
Mi bastava socchiudere gli occhi per trovarmi in
una grande sala, invitata a una festa meravigliosa e
sentirmi sollevare nel vortice del ballo.
Tutto era luminoso intorno a me, dame in candidi
abiti da sera volteggiavano nella grande sala illuminata da preziosi lampadari di cristallo.
Poi ritornavo per un attimo alla mia stanza, prendevo
coscienza delle mie membra calde e immobili, per
partire per una nuova fiaba.
Il mio pensiero andava per un istante agli gnomi,
al calduccio nella loro tana ricavata nel tronco di un
albero. La mia mente vagava senza fine, andava
nella gelida campagna sottostante e vedevo i topini
correre nelle fredde zolle della terra arata.
La notte era una signora buia e fredda.
Provavo una grande tenerezza per gli alberi fermi,
infreddoliti, senza la possibilità di difendersi. Il vento
del nord, con le sue correnti gelide, si insinuava tra i
loro rami scheletrici e sibilava creando strani rumori
come rauchi lamenti.
Sentivo i brividi, ma il mio corpo era caldo e al
sicuro e accanto a me c’era la nonna, c’erano le care
pareti, le travi con i loro visi e i loro grugni famigliari.
La trapunta …
Già in dormiveglia, sentivo le palpebre pesanti.
La notte era buia e fredda … ma era anche mia
amica. A lei sola io confidavo le mie sensazioni, le
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mie fantasie, il vento, gli arabeschi …
Prima di spegnere il lume, guardavo in alto e vedevo
un grugno severo osservarmi dalla trave.
Gli rivolgevo una boccaccia e poi ridevo divertita …
tanto non mi faceva alcuna paura.
Spegnevo la luce e mi addormentavo lentamente
nella calda intimità della mia cameretta.
35
La Statistica al tempo dell’Unità d’Italia
Le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia
costituiscono l’occasione per riflettere sul percorso
storico, culturale e scientifico che ha condotto all’attuale sviluppo del nostro Paese.
In questa breve presentazione si sottolinea l’evoluzione della Statistica in quanto strumento di informazione nel passaggio dagli Stati Regionali alla proclamazione del Regno d’Italia avvenuta il 17 marzo
1861. Un cenno ai risultati dei primi censimenti
conclude le vicende del secolo XIX.
Già dalla prima metà dell’Ottocento il ruolo da
attribuire alla Statistica era oggetto di polemiche e
di discussioni scientifiche. Garante della pubblicità
dell’azione amministrativa, metodo scientifico capace
di rivelare le leggi dell’evoluzione delle società umane
o, ancora, essenziale strumento di controllo e di intervento dello Stato sulla società?
La riflessione sullo statuto da attribuire alla disciplina, avviato da Gian Domenico Romagnosi e poi
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sviluppata da Carlo Cattaneo e da Angelo Messedaglia finì per fare della Statistica uno strumento privilegiato: di mediazione tra Stato e società.
Nel contesto delle lotte risorgimentali, inoltre, fu
riconosciuto alla Statistica, un ruolo patriottico in
quanto mezzo di propaganda di opposizione ai vari
regimi.
Tutti gli Stati regionali, a partire dagli anni Trenta
dell’Ottocento, avevano intrapreso rilevazioni statistiche a opera di Direzioni e Commissioni appositamente costituite. Gli Annuari e i Bollettini rispondevano alla necessità di una statistica ufficiale, per
rendere conto pubblicamente di tutte le rilevazioni in
materia di popolazione, lavoro, territorio, ecc.
Il primo Stato che si dotò di una vera e propria
struttura fu il Regno delle Due Sicilie. A Palermo, fin
dal 1832, fu infatti istituita una Direzione centrale di
statistica guidata da Federico Cacioppo e composta
da insigni studiosi che, dal 1836 al 1846, curarono la
pubblicazione del “Giornale di statistica” della Sicilia.
Il “Giornale di statistica” fu fondato nel 1836. La sua
vita fu, tuttavia, breve perché le minuziose indagini
sulla popolazione della Sicilia e sulla riforma postale,
oltre che sul miglior modo di formare uffici statistici,
cominciarono a infastidire il governo borbonico tanto
che, nel 1846, il periodico fu chiuso. Nel 1851 lo
stesso governo istituì, presso il Ministero dell’Interno,
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una Commissione di statistica generale col compito
di raccogliere, esaminare dati, redigere e pubblicare
ufficialmente le informazioni da essi derivanti. Fra le
pubblicazioni ufficiali, a cura della direzione statistica
del Regno di Napoli, si segnala l’Annuario Reale del
Regno delle Due Sicilie per l’anno 1857, edito dalla
stamperia reale.
Anche a Torino, nel 1836, il Re Carlo Alberto istituì
una Commissione Superiore di Statistica alla quale,
nel 1841, si aggiunse quella per la Sardegna, soppressa però alcuni anni dopo. Il modello ispiratore
era quello belga nel quale l’attività statistica era
affidata a una Commissione centrale che riceveva
l’apporto di personaggi esperti appartenenti alle
varie Giunte provinciali. (In Belgio, fin dal 1831,
operava l’ufficio di statistica che curava il movimento
della popolazione e dello stato civile, i censimenti, la
pubblicazione della statistica del Regno e, a partire
dal 1870, anche dell’Annuario statistico. L’ufficio era
affiancato da una Commissione di esperti con diritto
di iniziativa che aveva la specifica funzione di collegamento tra l’amministrazione centrale e gli organi
periferici). Dopo il 1848, a seguito dell’emergere di
nuovi problemi per lo Stato, la Commissione perse di
importanza e la sua collocazione cominciò a passare
da un Ministero all’altro. La situazione migliorò nel
1857 quando, in vista del censimento generale della
popolazione, Cavour affidò a Filippo Cordova, profes39
sore anche di Statistica, la responsabilità dell’Ufficio.
Camillo Benso, conte di Cavour, oltre a essere stato
l’artefice dell’unità nazionale, può essere considerato
anche il promotore della statistica ufficiale. Membro
della Commissione superiore di statistica, istituita a
Torino nel 1836 si occupò, tra il 1850 e il 1852, di
tutti i problemi riguardanti la statistica ufficiale collaborando alla stesura di diverse riviste tra cui gli
Annali universali.
Nel Granducato di Toscana la Direzione di statistica fu fondata nel 1849 per rilevare dati in ambito
topografico, demografico, economico e amministrativo. Tuttavia non vennero mai istituite le commissioni locali perciò mancavano gli uffici provinciali e
comunali. Fino al 1858 fu, comunque, compilato l’Annuario statistico della Toscana da parte del suo direttore, autore tra l’altro, di opere di statistica descrittiva.
Negli Stati Parmensi e nel Ducato di Modena, l’interesse sia per gli studi sia per l’organizzazione della
statistica, fu assai scarso. Per Modena va, comunque,
ricordato Luigi Serristori che, nel 1837, con la pubblicazione della Statistica dell’Italia, è da considerarsi il
precursore dell’Annuario Statistico Italiano.
Nello Stato Pontificio una Direzione centrale di
statistica fu istituita nel 1848 da Pio IX con l’incarico di raccogliere e pubblicare informazioni ogni
dieci anni. All’uopo, nel 1857, fu stampato un vero
40
e proprio Annuario che conteneva notizie sull’istruzione pubblica, sulla qualità e il valore delle terre e,
dal 1853, sui tributi pagati dalla popolazione.
Nei territori del Lombardo-Veneto, amministrati
dall’Austria, gli studi statistici erano oggetto di grande
attenzione: numerose e accurate erano le indagini
ordinate, agli uffici provinciali, dall’ufficio centrale di
Vienna circa i principali aspetti della vita demografica,
economica, culturale e sociale dell’impero austriaco.
Ragioni politiche, però, inducevano a dubitare sull’attendibilità dei dati rilevati. I patrioti lombardi si servivano delle cifre ufficiali, pubblicate dal governo imperiale, per dimostrare l’inefficacia e l’arbitrarietà della
dominazione asburgica. I dati statistici, riportati dagli
Annuari del Regno d’Italia, venivano, infatti, utilizzati
a scopo comparativo per individuare il grado di incivilimento di un popolo i cui indicatori erano, tra gli
altri, la densità della popolazione e il tasso di crescita
demografica.
Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II assunse
il titolo di Re d’Italia riunendo sotto il suo scettro i
paesi formanti l’antico regno di Sardegna tranne la
Savoia e il circondario di Nizza, le parti della Lombardia cedute dall’Austria con i trattati di Villafranca e
di Zurigo, gli ex-ducati di Parma, Piacenza, Modena,
le Romagne, l’ex-granducato di Toscana, le Marche,
l’Umbria e le due Sicilie.
41
La statistica fu utilizzata come strumento patriottico: la città di Mantova e alcuni suoi comuni entrarono nel Regno d’Italia solo nel 1866 così che serviva
il passaporto per attraversare il Mincio. In questi
territori la statistica fu utilizzata come strumento di
propaganda contro il regime asburgico nonostante le
ribellioni degli insorti fossero puntualmente pagate
col sangue. Anche alcuni antichi documenti quistellesi testimoniano la divisione del territorio in quel
periodo.
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Al 31/12/1861 veniva rilevata l’entità della popolazione tramite una scheda divisa in tre parti che faceva
riferimento, per unità abitativa, alle persone della
famiglia presenti, persone estranee alla famiglia,
persone della famiglia assenti. La somma delle
persone presenti e delle persone estranee forniva il
dato della popolazione di fatto; quella delle persone
presenti e delle persone assenti il dato della popolazione di diritto, mentre la loro differenza indicava il
movimento della popolazione.
La popolazione di fatto era indicata con dati disaggregati, comune per comune, per sesso e stato
civile distinguendo tra celibi, coniugati e vedovi. Si
43
distingueva tra popolazione accentrata e popolazione
sparsa in casali e casolari. Le famiglie erano enumerate, così come le case, distinguendo quelle abitate
da quelle vuote.
I Comuni venivano classificati in “urbani” e “rurali” e
si distinguevano i centri abitati a seconda del numero
di abitanti (più o meno di 6000) o del numero di unità
abitative, mentre Casali e Casolari costituivano le
“case sparse”.
Gli abitanti dei centri minori e dei casali e casolari, nel
loro insieme, costituivano i 3/4 dell’intera popolazione.
Gli individui senza professione risultavano essere
7.850, numerosi erano i poveri ricoverati nei “depositi
di mendicità” e gli accattoni forniti di licenza dall’autorità di pubblica sicurezza.
Veniva rilevato anche il numero dei sordomuti e dei
ciechi per ogni provincia così come il numero degli
analfabeti.
Alcuni importanti elementi erano però sfuggiti: le
mogli e i figli in età minore, gli ecclesiastici e i militari
perché incompatibili con lo stato di famiglia.
Il ceto ecclesiastico era diviso in Clero secolare e
Clero regolare e organizzato in 44 arcivescovati, 182
vescovati, non compresi i vescovi ausiliari di Lombardia, Toscana, Romagna, Umbria e Province Venete.
Nel 1866 le corporazioni religiose furono soppresse
con incameramento da parte dello Stato del patrimonio ecclesiastico.
44
Ma la nostra storia non sarebbe tale senza il contributo di Giuseppe Garibaldi che vogliamo ricordare
e omaggiare anche per i suoi interessi nel campo
matematico e statistico.
Probabilmente anche i primi studi sul clima della
piccola isola di Caprera sono dovuti alle sue rilevazioni. Infatti, i “Diari”, cinque quaderni autografi
redatti da Garibaldi, contengono, tra l’altro, dieci anni
(dall’1 giugno 1864) di osservazioni meteo relative a
Caprera: sono registrate, con grande cura e, giornalmente, temperature, pressione e umidità!
45
La Festa di Santo Stefano
Molti anni fa, quando ero bambina, il 26 dicembre,
festa di S. Stefano, si trascorreva quasi sempre
dai miei nonni in campagna. Talvolta, si partiva di
buon’ora in treno perché capitava che la mattina ci
si svegliasse con un’abbondante coltre di neve poi si
ritornava nel tardo pomeriggio.
In casa dei miei nonni si era quasi sempre in
quattordici o quindici persone a tavola, pertanto
noi bambini pranzavamo in un tavolo distinto da
quello degli adulti. Era un pranzo molto abbondante
con salumi, prevalentemente salame, cappelletti in
brodo, lesso di gallina, cappone o anatra e dolci fatti
in casa: biscotti, budino di cioccolato, torta al vento o
sbrisolona. A quei tempi il panettone e il pandoro non
erano ancora di uso corrente. Io non vedevo l’ora di
arrivare a fine pasto perché ero desiderosa di assaggiare il budino con i biscotti casalini e la torta al vento,
molto soffice e gustosa. In qualche occasione c’era
anche, tra i dolci, uno squisito semifreddo al caffè
che le mie zie preparavano con savoiardi e amaretti
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e una crema a base di zucchero, burro, tuorli di uova
sode e caffè.
Io aspettavo con ansia quel giorno perché mi ritrovavo con i miei cugini a giocare e chiacchierare di
tante cose. Si rimaneva a tavola fino nel primo pomeriggio poi mio nonno, se non si appisolava prima,
cominciava a raccontare della guerra del ‘15-18 che
egli aveva combattuto in special modo sul Piave.
A noi bambini quei racconti interessavano poco
per cui non ci distoglievamo dalle nostre occupazioni
ludiche.
Le giornate, in dicembre, sono molto brevi pertanto
non tardava l’ora della partenza. Prima di andarcene,
mia nonna si recava nella dispensa a prendere un
vasetto ricolmo di strutto e cicciole che mia madre
utilizzava durante l’inverno per fare la schiacciata.
Erano da poco trascorsi i giorni della macellazione
del maiale pertanto le cicciole fresche erano una prelibatezza a quei tempi che, per chi li ha vissuti, non
finiscono mai di destare nel ricordo una certa tristezza e nostalgia.
48
Il Melis
La guerra era da poco finita con le terribili conseguenze che tutti conosciamo. In Italia, un po’
alla volta, si cercava, con grande fatica, di rialzare
la testa, di ricucire le ferite lasciate dal conflitto e
tornare alla normalità.
Si era fatta avanti la democrazia, erano stati fondati
diversi partiti e ognuno simpatizzava per questo o
per quello. Secondo alcuni solo il loro partito aveva
ragione, gli altri non valevano nulla. C’erano anche
quelli ai quali la politica non interessava per nulla e
stavano alla finestra a guardare da che parte pendeva
l’ago della bilancia: per oltre vent’anni ne avevano
assorbite parecchie di chiacchiere con il risultato di
aver perso la guerra. Tuttavia molti anelavano alle
riforme e c’era uno spirito di rinnovamento delle istituzioni con il fine di avere un mondo migliore.
In effetti molte cose erano cambiate, altre stavano
cambiando, altre erano rimaste. Il trattato di pace
sottoscritto con gli Alleati aveva portato molte restrizioni nel campo militare, in special modo per quanto
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riguardava gli armamenti.
Un’istituzione, però, era rimasta vecchia e malandata: l’invio, ai giovani che ne avevano l’età, della
cartolina di precetto con cui si obbligava il destinatario a servire in armi la Patria. La cartolina, dato il
clima di anarchia, non era ben vista: essa portava gli
individui al recente passato in cui molti erano partiti
e non tutti erano tornati. Ma la guerra era finita e
con un po’ di buona volontà si poteva affrontare la
chiamata alle armi.
Le cartoline furono spedite in tutta Italia. Molte di
queste arrivarono anche in uno sperduto paese della
Sardegna dove, sui monti, i giovani si dedicavano
quasi tutti alla pastorizia e, a loro, un viaggio in continente non sarebbe dispiaciuto. Sembrava un’avventura a lieto fine e per loro, temprati alle fatiche, era
una cosa da poco. Si riunivano alla sera nel caffè e
discutevano del prossimo servizio militare.
Tra loro vi era un certo Melis al quale la terra della
Sardegna sembrava scottare sotto i piedi. Non vedeva
l’ora di evadere e quella di approfittare della partenza
degli amici chiamati alle armi gli sembrava un’ottima
occasione. Facendo il viaggio con loro sperava di
trovare una buona occupazione in continente. Non
incontrò alcuna obiezione, anzi, la proposta piacque
a tutti e fu accolta con vero piacere.
Arrivò il giorno stabilito e l’allegra compagnia di
giovani si avviò verso il suo destino. Il viaggio in treno
51
e nave fu una vera scampagnata con abbondanti
cibarie e libagioni del generoso vino sardo. Finalmente giunsero a destinazione e le nuove reclute,
scese dal treno, si avviarono verso i camion militari
che li attendevano nel piazzale. Sarebbero state
portate al C.A.R., il Centro Addestramento Reclute.
Il Melis, sceso anch’egli per salutare gli amici, senza
volerlo si mise in mezzo al gruppo. All’improvviso si
parò dinnanzi a lui un caporale mandato ad accogliere le reclute.
- Ehi, tu! Cosa fai ancora qui? Perché non sali sul
camion?
- Signor caporale, guardi che io non c’entro, sono
venuto solo a salutare gli amici. La prego, mi lasci in
pace.
- La pace te la do io, miserabile vermiciattolo
imbranato! Hai la sfacciataggine di rispondere a un
tuo superiore? Monta sul camion!
- Ma guardi che …
- Io non guardo un bel nulla! – e, presolo per i
fondelli, lo scaraventò in mezzo agli altri.
Il Melis un trattamento del genere non se l’aspettava. Poi pensò che forse non tutto il male viene
per nuocere, raccomandò ai suoi amici il massimo
silenzio e con essi si avviò alla vita militare. Ebbe le
due divise regolamentari, da fatica e da libera uscita,
un posto in branda, una piccola paga ogni dieci giorni
e sette sigarette. Partecipò alle prime esercitazioni e
52
al giuramento di fedeltà alla Repubblica. In seguito
andò volontario in cucina dove poteva mangiare a
sazietà e sottrarsi agli addestramenti. Passarono così
i quaranta giorni stabiliti per il C.A.R. e poi le reclute
vennero smistate ai vari reggimenti dove avrebbero
sostituito la classe che andava in congedo.
Il Melis arrivò a Mantova, al Secondo Reggimento
Contraerea, e fu subito mandato in cucina, dove
riprese il suo normale lavoro.
Tutto proseguiva regolarmente e si prospettava
anche la possibilità di diventare capo-cuciniere.
In estate il Reggimento, con uomini e mezzi,
dovette trasferirsi in campagna per le manovre
estive. Le cucine seguirono la truppa e il Melis si
trovò a dormire sotto una tenda, cosa che per lui non
era una novità. Al campo la sveglia per i cucinieri era
anticipata perché dovevano preparare il caffè.
Una mattina, però, accadde un imprevisto: il cuciniere addetto, forse per distrazione o per il sonno,
mise il sale nel caffè al posto dello zucchero.
Successe il finimondo. Tutti gettarono quella brodaglia salata imprecando contro i cucinieri. E la cosa
non finì lì: il comandante del Reggimento promise
loro una buona dose di “camera di punizione” al
rientro in sede.
Al Melis, al quale non dispiaceva la vita militare,
non piaceva la prigione.
Alla prima occasione, una volta ritornato in caserma,
53
gettò la divisa alle ortiche e si rese irreperibile.
Cominciarono le ricerche, ma non si ottenne nessun
risultato e il Melis fu dichiarato disertore. Il Reggimento scrisse ai Carabinieri del suo paese per averne
notizie, questi risposero che l’individuo in oggetto
girava libero e che a lui non si poteva imputare alcuna
colpa perché aveva espletato il suo servizio militare
alcuni anni prima. Con questa riposta terminarono
le ricerche del Melis il quale aveva trovato modo di
campare a spese dello Stato.
Forse si sarebbe fatto altri amici nello scaglione
successivo e si sarebbe aggregato pure a quello.
54
Cerenaica
Non sono più tornato in Cerenaica.
Cerenaica era una corte di campagna, ma per noi
rappresentava un mondo, un piccolo universo che
aveva per confini un cortile smisurato, il canale di
bonifica e la ferrovia.
A essere precisi, la casa padronale portava inciso
sul davanti un nome e una data: “Corte Cerenaica
1936”, ma noi, io Nelson e Zald, non siamo mai
entrati in quella casa. Marisol non so.
Andavamo in Cerenaica tutto l’anno, l’inverno un
po’ di meno. Quando lo stradone si faceva fangoso,
ci scoraggiavano i rischi cui saremmo andati incontro
al ritorno nelle nostre case, non certo le difficoltà del
percorso; ma bastava una gelata per riprendere la
consuetudine.
Un ampio spazio separava le stalle e le case dei
coloni che fiancheggiavano a debita distanza la casa
padronale. Sul lato aperto, di fronte alla grande casa,
un boschetto di aceri e robinie degradava fino al
canale.
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Risalendo la bonifica si arrivava al ponte della
ferrovia.
Gli attrezzi vari, la biada e i foraggi, i cereali che
d’estate venivano ammassati in mezzo all’aia non
occupavano che una piccola parte dell’ampio cortile; il
resto era tutto nostro per i giochi, le discussioni interminabili quando ci trovavamo in tanti e si dovevano
comporre le squadre, le liti anche.
Con l’inizio delle vacanze d’estate, noi tre eravamo
là quasi tutti i giorni. Nelson passava davanti a casa
mia e mi chiamava dalla strada, lui non ci andava mai
da solo. Era il più coraggioso di noi, lui era Nelson il
Rosso detto Rocha, il più spavaldo con gli altri ragazzi
e con i grandi; ma in Cerenaica non andava mai se
non insieme a noi. Penso che fosse per via di Marisol.
Ma questo l’ho capito molto tempo dopo.
Con Zald ci trovavamo là. Il punto di raccolta,
quando facevamo i bagni, era il ponte della ferrovia.
Ricordo quell’estate che avevamo preso a tuffarci
nel canale: dapprima dalla riva dove si faceva ripida,
poi dai piloni e infine dal muretto che costeggiava la
strada ferrata. Nelson si tuffava quando il treno stava
già per arrivare: aspettava il fischio del macchinista
e poi si lanciava. Fu così che iniziammo quel gioco
un po’ incosciente che consisteva nel gareggiare a
chi sarebbe stato l’ultimo a buttarsi. Al passaggio del
treno, il macchinista fischiava più e più volte.
Per fortuna il gioco cessò bruscamente quel pome57
riggio che due vigili, avvisati forse dal capostazione,
ci impartirono una lezione memorabile. Avevano parcheggiato la moto nel boschetto in Cerenaica e poi si
erano nascosti dietro un filare di viti; quando il treno
era passato e noi stavamo tornando a riva, erano lì
che ci allungavano la mano per aiutarci a risalire.
Nelson, che per primo aveva afferrato la situazione,
si girò e prese a nuotare verso la riva opposta, ma
quando si sentì chiamare per nome e cognome, si
rese conto che era tutto inutile; tanto valeva arrendersi e sperare che la cosa finisse con una ramanzina.
In effetti fu proprio così, solo che la predica venne
poi amplificata quella sera a casa nostra e per un
paio di giorni nessuno di noi uscì di casa.
Zald era figlio di Zaldini il falegname, detto Zaldo.
Per la verità, Zaldo si definiva “maestro del legno”,
forse per quella sua mania di scolpire delle teste. O
meglio, tante copie di un’unica testa: la sua. Queste
teste erano di due tipi, quelle che vagamente gli
assomigliavano e quelle che, all’apparenza, potevano
rappresentare chiunque, anzi, neppure si capiva se
avevano a che fare con la testa di una persona. Infatti,
qualche anno prima era stato nella sua bottega il più
famoso pittore della zona, l’unico che “vendeva”, si
diceva, a significare che era senza alcun dubbio il
più capace. Questo pittore aveva fatto un ritratto a
carboncino di Zaldo e il viso appariva deformato e del
tutto irriconoscibile.
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- Vi ha messo anche ciò che non si vede - diceva
Zaldo a quanti entravano nella sua bottega dove il
quadro era stato appeso.
Così da quella volta, anch’egli si mise a scolpire
teste deformate. Ne ricordo una che assomigliava
alla ruota di una bicicletta: il naso era il mozzo, le
rughe i raggi, la barba e i capelli si confondevano con
il copertone e via dicendo. “Zaldo e la passione per la
bici”, recitava la targhetta che vi aveva apposto.
Così, quando arrivava la sagra, che cadeva intorno
al dieci di agosto, Zaldo metteva le sue teste tutte in
fila davanti alla bottega dove restavano per due o tre
giorni e anche di notte “a rimirar le stelle”, come egli
stesso amava dire.
Il figlio, detto Zald per evitare confusioni, aveva
invece sviluppato una spiccata attitudine per il
fischio. Era il più piccolo di noi tre, aveva le labbra
un po’ sporgenti e riusciva a fischiare in tutti i modi
immaginabili. Con due dita, con le nocche della
mano, perfino senza respirare in apparenza … gli
usciva il fischio. Ogni anno cambiavamo la maestra
e lui si divertiva, seduto immobile nel primo banco
della classe, a emettere quel suo fischio fastidioso; la
maestra interrompeva la lezione, ma non riusciva a
individuare il responsabile dell’insolito disturbo. E la
cosa a ogni annata andava avanti per mesi e mesi.
Questo fino in quarta, quando la nuova maestra, al
primo fischio, interruppe la lezione e si avvicinò al registro.
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- Chi è Zaldini Erminio? – chiese.
- Sono io - disse stupito Zald.
- Bene. Devi smetterla di fare il cretino.
Diventò rosso, guardandosi attorno sconcertato.
Non si capacitava di come lei avesse potuto individuarlo così, al primo colpo e con assoluta sicurezza.
Comunque, da quel giorno a scuola non fischiò più.
Del periodo in cui giocavamo col carburo, nessuno
di noi può aver dimenticato Skneitzer. Quale fosse il
suo vero nome non l’abbiamo mai saputo, per tutti
era Skneitzer e basta. Tale nome, a dire il vero un po’
inconsueto, traeva origine dalla marca di macchine da
cucire che vendeva e riparava a domicilio. Viveva con
la famiglia del fratello, colono in Cerenaica. Nel corso
di una di quelle estati, avevamo iniziato a costruire
piccoli missili di legno inchiodati a barattoli di latta
che poi riempivamo con il carburo. Il barattolo pieno
di tale sostanza veniva immerso nell’acqua capovolto
per un po’ di tempo. Grazie a reazioni chimiche la cui
natura ci era ignota, una volta messo a contatto con
l’ossigeno dell’aria, si produceva un’esplosione che
faceva partire il nostro razzo. Non di rado qualche
lancio un po’ maldestro lasciava sulla nostra pelle
dolorose escoriazioni che mostravamo con orgoglio
come segni di coraggio.
Il carburo veniva sottratto dalla riserva del fabbro
del paese, convinti che lui non se ne sarebbe mai
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accorto: avevamo infatti aperto una breccia nel
retro del casotto dove teneva immagazzinata questa
sostanza, la trafugavamo poco alla volta per raggiungere il quantitativo necessario ai nostri scopi, poi
mascheravamo l’apertura appoggiandovi delle assi.
Ma le nostre astuzie si rivelarono del tutto inutili.
Il fabbro s’accorse della cosa e una sera, dopo
aver chiuso bottega, invece di tornarsene a casa si
nascose nel casotto, tendendoci una imboscata. Ci
fu un bell’inseguimento attraverso i campi, noi correvamo come lepri e il povero fabbro faticava non
poco a tenere il nostro passo. Facendo un largo giro,
arrivammo a casa di Nelson che già i suoi stavano
cenando, convinti in tal modo di avere raggiunto la
salvezza.
Quando ci parve che le acque si fossero calmate, mi
avviai verso casa, dove mi attendeva una sorpresa
amara. Trovai infatti mio padre in compagnia del
fabbro, il quale aveva sì desistito dall’inseguimento,
ma avendomi riconosciuto, aveva pensato di raggiungermi in un posto da cui non potevo più scappare. Gli
consegnai la mia parte di carburo con la promessa
che questi furti non si sarebbero più ripetuti. Forse
la cosa avrebbe potuto anche finire lì, ma quando il
mattino del giorno dopo informai gli amici di quanto
era successo, nel timore di ricevere altre visite dal
fabbro, decidemmo di far sparire le prove dei nostri
misfatti. Fu così che tutto il carburo che avevamo
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accumulato nelle ultime incursioni finì sotto l’asse del
cesso che si trovava nel cortile di Cerenaica.
Occorre avere ben presente che a quei tempi non
di rado tali servizi erano abbastanza primitivi, spesso
in comune, e il secondo bagno si trovava nella vasta
campagna circostante.
Qualche giorno dopo Skneitzer, esaurita l’operazione biologica e ormai pronto a uscire all’aria aperta,
per aggiustarsi come si deve i pantaloni, prima di
mettere la mano sulla maniglia della porta, si girò un
attimo per gettare dentro il buco del cesso il mozzicone di uno di quei sigari puzzolenti che fumava
abitualmente.
Ne seguì una bella esplosione e il poveretto si ritrovò
nella merda fino al mento, senza neppure rendersi
conto di quanto fosse successo.
Skneizter fu ricoverato in ospedale dove gli riuscì di
articolare le prime parole solo tre giorni dopo il fatto.
Rimase in uno stato di delirio per diverso tempo,
con allucinazioni nel corso delle quali pronunciava
frasi sconnesse, delle quali si coglievano, oltre alle
bestemmie irripetibili, incomprensibili riferimenti ai
tedeschi e agli americani.
Sull’episodio si parlò per parecchio tempo, a Cerenaica e nei dintorni. Noi ascoltavamo senza fiatare e
ne sentimmo davvero di tutti i colori: dai rischi delle
latrine in comune per arrivare ai fuochi fatui.
62
Poi c’era Marisol.
Marisol, figlia di una coppia di coloni che abitava
in Cerenaica, era più grande di noi di un paio d’anni,
che a quell’età non sono pochi.
Se giocavamo in cortile non si faceva vedere quasi
mai, tanto, dopo meno di un quarto d’ora, la madre
l’avrebbe richiamata in casa: non le si confaceva
giocare insieme a noi maschiacci.
Ma quando, dopo un qualche gioco che ci aveva
sfiancato, andavamo a riposare vicino al ponte o
all’ombra degli aceri in uno spiazzo del boschetto,
Marisol ci raggiungeva. Incurante delle spine che dai
rami delle robinie spesso ci graffiavano, restava con
noi a parlare anche per ore. In quei casi, Nelson non
era mai pronto a riprendere il gioco e solo quando io
e Zald, dopo tante insistenze, ci alzavamo per andare
da qualche parte, Marisol si avviava verso casa e
anche Rocha ci seguiva.
Bionda come la madre, aveva gli occhi verdi e una
carnagione insolitamente scura; come statura ci
teneva dietro, a me e a Nelson, poi, quando venne il
tempo delle medie, ci superò rapidamente.
Strani sorrisi, ammiccamenti e discorsi bisbigliati
si accompagnavano al suo nome e a quello della
madre, ogni volta che tra i grandi si parlava della
gente che abitava in Cerenaica. - L’idea non è certo
quella del padre -. Oppure: - Quella carnagione olivastra … tutta Ton.
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Noi facevamo a gara per farla ridere e sorridere,
Nelson era certo il più bravo in questo, comunque
tutti e tre la consideravamo, fin quando giunse
nel gruppo, nostra compagna inseparabile. E non
mancava certo la concorrenza, soprattutto nel corso
dell’estate. Quando si incominciava a fare il bagno
nel canale, venivano ragazzi da ogni parte, perfino di
quelli che abitavano in piazza e si davano sempre un
sacco di arie.
Di uno di quei pomeriggi d’estate, ricordo un
biondino che si era messo a tuffarsi dal ponte, controllando ogni volta da tutte e due le parti che non
stesse arrivando il treno, a ogni tuffo, nel momento
di lanciarsi gridava:
- Mariiiiii … - con tutto il fiato che aveva in gola, per
poi riemergere dall’acqua sbraitando: - soooooool!
La cosa infastidiva non poco noi tre, e soprattutto
Nelson, che tra un tuffo e l’altro si presentò a me
tenendo un topolino in una mano, un grazioso topolino
grigio argento che stringeva per la coda, dicendomi:
- E di questo? Che ne facciamo?
Ci avvicinammo al posto dove il biondino aveva
appoggiato i vestiti e, tra un – Mari - e un – sol gridati a squarciagola, infilammo il topolino in una
scarpa.
Quando venne l’ora del ritorno a casa, Nelson, che
non stava nella pelle, disse alla nostra amica:
- Attenta, ora!
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Dopo essersi vestito, il ragazzo infilò il piede in
una scarpa; fece qualche strano movimento, come
se fosse diventata troppo stretta, poi se la tolse per
guardare dentro:
- Ma che cazzo?! - disse rivolto a un amico.
- E’ un topo – rispose questi.
Si mise a gridare ancor più di quando si tuffava e
gettò via la scarpa che finì dritta nel canale. Noi ce
la ridevamo mentre il povero topolino galleggiava tristemente.
Quando noi eravamo in seconda media e Marisol
già ci aveva ampiamente superati, e non solo nell’altezza, le sue visite cominciarono a diradarsi.
Anche parlare assieme si faceva più difficile. Io e
Zald eravamo troppo bambini, le nostre storie non la
interessavano quasi mai e d’altra parte, per noi era
arduo seguirla, quando, per esempio la sua espressione diventava stralunata. Solo Nelson mostrava di
capirla e talvolta gli riusciva ancora di farla ridere o
almeno sorridere.
Un giorno, all’inizio dell’estate, ci raggiunse tutta
fresca e profumata, si sedette al nostro fianco e
leggendo la sorpresa nei nostri occhi per tutto quel
profumo e il trucco e tutto il resto, disse:
- Ho appena fatto il bagno. Mi sono data un po’
di … - pronunciò un nome strano, probabilmente la
marca di un profumo - … e anche un po’ di crema alla
vaniglia - aggiunse.
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- E fin dove te la sei data, quella crema? - chiese
Zald appoggiandole una mano sul ginocchio.
- Beh, diciamo … nei punti giusti.
Mentre Nelson lo fulminava con lo sguardo, Zald si
spostava con la mano sotto la gonna, verso l’alto.
- Quella mano invece è nel posto sbagliato aggiunse Marisol.
Zald la ritrasse come se si fosse scottato e diventò
tutto rosso, incapace di dire una parola. Anche Nelson
e io ci sentimmo a disagio: che certe confidenze
non fossero più ammesse l’avevamo capito ormai
da tempo, ma forse in quel momento sentimmo che
le distanze stavano facendosi incolmabili, Marisol
si stava allontanando e non potevamo farci proprio
niente.
Certo non immaginavamo in quel momento che il
distacco si sarebbe consumato nel breve spazio di
due giorni.
La domenica incominciammo a frequentare il
“Florida”, io e Nelson. Zald no, lui preferiva ancora il
cinema, avventure di guerra e di eroi.
Ci sedevamo a un tavolino. Io ogni tanto mi alzavo
e chiedevo a qualche ragazza di ballare, inutilmente,
ma almeno ci provavo. Rocha se ne stava lì seduto
senza muoversi. Osservava Marisol che, coi biondi
capelli sciolti sulle spalle, volteggiava al centro della
pista o se ne stava sorridente in compagnia delle
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amiche. Aspettava che prima della fine della festa,
Marisol si accorgesse della sua presenza, sperava in
un segnale di riconoscimento, un cenno della testa
e un sorriso, uno scambio di battute magari durante
l’intervallo tra un ballo e l’altro.
Qualche volta poteva anche succedere che lei si
avvicinasse a noi e si sedesse al nostro tavolino.
Nelson naturalmente faceva finta di niente e come se
neppure se ne fosse accorto, manteneva lo sguardo
rivolto altrove. Aspettava che lei dicesse qualcosa,
del tipo:
- Ehi ragazzi, come va? - oppure: - Ciao, Rocha,
come stai? - Allora si girava e le parlava, esattamente
con lo stesso identico tono che aveva sempre usato
in Cerenaica.
Quando questo succedeva, sapevo che di lì a poco
ce ne saremmo andati.
- Beh, mi sono rotto - avrebbe detto Nelson alzandosi e io lo avrei seguito, magari simulando disappunto.
- C’era quella morettina, aveva detto che forse uno
dei prossimi balli …
- Tu puoi anche restare, se vuoi.
Quell’estate che poi saremmo andati in terza
media, Nelson propose di costruirci una barca. Convincemmo Zald a chiedere la collaborazione di suo
padre, che già ne possedeva una sulla quale andava
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a pescare al fiume con gli amici.
- Prima di tutto, dovete avere un progetto – ci disse
la prima volta che gliene parlammo.
- Un progetto? Beh, dipende dalle assi che lei ci può
prestare - replicai.
- Prestare? In che senso?
- Nel senso che poi gliele paghiamo a rate.
- Ma se siete sempre in bolletta, come San Quintino!
A ogni modo, sciolto l’equivoco iniziale, ci aiutò
davvero, nel progetto e soprattutto nella sua realizzazione. Scolpì anche una delle sue teste, in miniatura questa volta. Volle a tutti i costi installarla sulla
prua. Di Zaldo aveva poco: quella testa assomigliava
vagamente a una figura che avevo visto da qualche
parte, probabilmente in un libro di scuola, di storia o
geografia.
Con la barca il nostro territorio si ampliava, passavamo sotto il ponte e arrivavamo fino alla periferia
oppure, dall’altra parte, ci facevamo trasportare dalla
corrente fino a quando il canale si allargava in prossimità del fiume.
Marisol fece in tempo a venire in barca con noi
diverse volte; in tali occasioni, il nostro giro si
riduceva, perché lei doveva sempre essere a casa a
una certa ora; a volte poteva capitare che a noi, a
me e Zald ma anche a Marisol, uscisse di mente la
questione dell’orario. Ma a Nelson questo non succedeva mai, benché nessuno di noi a quei tempi avesse
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un orologio, lui sapeva orientarsi con il sole e dopo
quelle scorribande in barca, lei tornò sempre a casa
puntualmente.
Faceva un gran caldo quell’estate e mia madre si
era messa in testa che dopo pranzo dovevo riposarmi,
almeno fino alle quattro. Poi c’era lo stradone dritto
e polveroso che sotto il sole del meriggio diventava
interminabile.
Così quel pomeriggio arrivammo in Cerenaica
che erano già quasi le cinque; nel cortile non c’era
nessuno, ci avviammo verso il ponte, dove tenevamo
la nostra barca. Nel canale c’erano diversi ragazzi che
facevano il bagno, ma erano tutti più piccoli di noi e
li ignorammo.
Arrivati in prossimità della ferrovia, Zald si avviò
verso il palo della luce per sciogliere la catena, io
e Nelson ci dirigemmo sotto il ponte dove stava,
nascosta al buio, la barca.
Sulla barca stava Marisol. Se ne stava a capo
chino dandoci le spalle. Pensai che volesse farci uno
scherzo, ma Nelson si rese conto immediatamente
che non era così.
Fu l’unica volta, quella, che vidi Nelson e Marisol
abbracciarsi.
Lei piangeva tenendo il viso nascosto sul suo petto
piangeva senza dire niente, io non sapevo cosa fare,
osservavo Nelson che le appoggiava una mano sulle
spalle mentre con l’altra le accarezzava i capelli.
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Arrivò anche Zald, si avvicinò a me interrogandomi
con lo sguardo. Alzai le spalle: che cosa mai potevo
saperne io?
- Ma che ti è successo Marisol? Che c’è? - chiese.
- Portatemi a casa - rispose lei accennando ad
alzarsi.
Ci avviammo, lei sempre stretta a Nelson e noi due
dietro. Facemmo un lungo giro per evitare i ragazzi,
poi camminammo costeggiando il canale fino all’inizio del boschetto. Marisol e Nelson vi si inoltrarono
in direzione di Cerenaica, io e Zald ci fermammo ad
aspettare. Quando Nelson tornò, ci avviammo verso
casa.
Il mattino dopo, alle nove, eravamo già in Cerenaica. Restammo a gironzolare tra il cortile e il
boschetto fino a mezzogiorno ma Marisol non si fece
vedere. Nel pomeriggio Nelson venne a prendermi
alle due, discutemmo con mia madre che non voleva
farmi uscire a quell’ora, ma poi cedette alle nostre
insistenze.
- E Zald? - gli chiesi mentre camminavamo sotto il
sole lungo lo stradone.
- Zald ci raggiungerà alla barca – rispose.
Eravamo sotto il ponte, seduti sulla barca ad aspettare l’amico da una mezz’oretta, quando sentimmo
delle voci concitate. Venivano dall’altra parte della
ferrovia, nella direzione opposta a Cerenaica.
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Si sentiva soprattutto la voce alterata di una donna
ma di quello che diceva non riuscivamo a decifrare
quasi nulla, poi rumori, come di colluttazione.
Un’unica parola ricordo di quella voce che non mi
sembrava del tutto sconosciuta: almeno un paio di
volte distintamente pronunciò la parola – Porco! -.
Poi scese il silenzio, mentre io e Nelson ci guardavamo pallidi e muti, pareva che intorno a noi non ci
fosse più nessuno.
Dopo una decina di minuti, mi affacciai all’imboccatura del ponte. Vidi un uomo che stava scendendo
a gattoni dal fianco della strada ferrata, in mezzo ai
rovi e al sambuco. Distava da noi non più di dieci
metri, la faccia tutta sanguinante. Sentii alle mie
spalle Nelson.
- Che facciamo? Andiamo a soccorrerlo? - bisbigliai.
Nel frattempo l’uomo, adesso acquattato tra i rami
di sambuco, sporse la testa girandola prima a sinistra
e poi a destra, guardando nella nostra direzione. Non
ci vide, ma noi vedemmo lui. Sempre camminando
carponi, attraversò il sentiero e si infilò nel campo
di granoturco, scomparendo in tal modo alla nostra
vista.
- Lasciamo perdere. - disse Nelson – Aspettiamo
Zald ancora un po’; se non arriva, andiamo verso il
fiume.
- Arriva, arriva. Non ti preoccupare.
Arrivò infatti dopo una decina di minuti.
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Il giorno dopo, Rocha, che non andava mai da solo
in Cerenaica, si presentò alla porta dove abitava
Marisol, così venimmo a sapere che era andata da
certi parenti che abitavano in città.
Marisol non la rivedemmo più, né in Cerenaica né
al “Florida”.
Dopo quell’estate, in breve tempo, io Nelson e Zald
ci perdemmo. Ognuno per la sua strada, come spesso
succede nella vita.
La barca, il “Florida” e tutto il resto avevano allargato a dismisura il nostro territorio. Anche per noi,
Cerenaica era tornata a essere null’altro che una
semplice, se pur signorile, corte di campagna.
“Corte Cerenaica 1936”, appunto.
Ma io per diversi anni, nei miei sogni, vedevo comparire da un buco scavato nella roccia o nel fianco
di qualche collina oppure da un pagliaio, perfino,
emergere improvvisamente dall’acqua la testa sanguinante di Tony, figlio del vecchio Joan, padrone di
Cerenaica.
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Via Filippo Corridoni
Primavera 1945.
Le truppe alleate fanno il loro ingresso a Quistello.
Sui loro convogli sfilano per le vie del paese lanciando
gomma e tavolette di cioccolato verso la gente che le
accoglie in festa, con applausi. I soldati attraverso le
loro radio diffondono allegre canzoni per sottolineare
che l’talia è stata liberata dall’occupazione tedesca e
che la guerra è finita.
Estate 1945.
Non ci sono più pericoli di bombardamenti e noi tre
fratelli, Lilia, Andrea e io, possiamo rimanere fuori
di casa, sulla via Filippo Corridoni, dove si trova la
nostra abitazione.
Via Corridoni è una strada in terra battuta che porta
nel centro del paese. Dopo l’evento bellico, la via si è
rianimata: gli uomini e le donne hanno ripreso i loro
lavori, mentre noi bambini girovaghiamo, osserviamo
la vita che è ricominciata; giochiamo con la palla, a
bandiera, con palline di terracotta, con la fionda. I
più piccoli si limitano a guardare o a fare il girotondo.
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Fa caldo e la maggior parte delle attività quotidiane
si svolge all’aperto, nei cortili o nei giardinetti.
E’ in un cortiletto che il vecchio calzolaio Borali,
seduto al suo deschetto, risuola e rifà i tacchi alle
scarpe e agli zoccoli, circondato da alcuni amici che
ricordano le tristi vicende della guerra.
Nel giardino della sua casa la sarta Lea Boriani, da
mattina a sera, confeziona i vestiti a fiori delle signorine del paese che desiderano festeggiare con abiti
nuovi il ritorno della tranquillità e della pace. Qualche
bambina le sta attorno per ricevere i ritagli di stoffa
con i quali poi vestire la propria bambola di celluloide.
Noi bambine giochiamo anche con i ritagli di carta di
vario colore che il tipografo Ceschi ci offre in quanto
resti dalla lavorazione della sua tipografia che ha
ripreso a pieno ritmo l’attività in una elegante palazzina.
Via Corridoni è tutto un via vai di persone: puoi
incontrare l’ambulante Primo e la sua aiutante Ida,
con il carretto trascinato dall’asinello, pieno di casse
di ortaggi di frutta; l’Ernesto con il suo furgoncino
carico di pezzi di ghiaccio avvolti nei sacchi, che si
reca nei caffè del centro dove si vende la granita.
Il furgoncino di Ernesto spesso è in panne, allora lo
vedi tutto indaffarato, ai lati della strada a girare la
manovella del motore che non vuole avviarsi.
Puoi incontrare della gente che porta a casa legna
e carbone, reggendoli sugli avambracci, comprati al
75
minuto dalla famiglia Ballista che ha delle riserve in
un capannone.
Nello spiazzo della nostra casa, nonna Itala, dopo il
riposo pomeridiano, lavora ai ferri, all’uncinetto, confeziona calze e suolette per la gente del paese.
Bambine delle case vicine le si siedono attorno
con gli sgabelli per imparare a lavorare a maglia e a
cucire, mentre ascoltano con occhi sognanti i racconti
dell’infanzia della nonna.
Il cortile della casa della maestra Ida Tosi è un’aula
all’aperto: parecchi bambini sotto la sua guida
paziente imparano a leggere e a scrivere. La signora
Ida cerca di far recuperare loro i mesi di scuola
perduti a causa della guerra.
Di fronte alla nostra abitazione la famiglia Perondi
tiene uno stallino dove alleva i cavalli. Noi bambini
stando in punta di piedi dal marciapiede ci soffermiamo a lungo a osservare dal finestrino i cavalli che
mangiano il fieno, a guardare incuriositi le briglie, le
selle, le cinghie appese al muro, in bella mostra.
Poco distante ha la sua bottega Mario Speciga, il
barbiere.
Nella piccola stanza attira l’attenzione un tavolino
sul quale tiene ben allineati, come soldatini, le forbici,
i pennelli, la ciotolina del sapone, i rasoi. In questa
barberia Andrea subirà il taglio dei suoi bei riccioli
biondi che, quasi per un dispetto, non ricresceranno
più dorati, ma scuri.
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Sulla grande curva che immette in via Fabio Filzi è
situato il laboratorio dei Piva e dei Fattorelli, artigianifalegnami che riparano le botti e le mastelle (i soi)
sfasciate infilando i cerchi di ferri, rifatti e battuti nei
falò di fuoco.
Nei pressi del centro della via si trovano il deposito
delle biciclette e lo stallo delle carrozze e dei calessi,
il fienile e l’abbeveratoio degli animali.
Il maniscalco Mario Lui rifà gli zoccoli ai cavalli,
pulisce le unghie con il ferro caldo, imposta il ferro
con i chiodi.
In via Corridoni non solo si lavora, ma anche ci si
diverte. Nel “Modernissimo”, una sala da ballo da
poco liberata dagli sfollati di Montecassino, dove
avevano trovato rifugio dai bombardamenti, si danno
delle feste da ballo.
Giovanotti e signorine vestite coi loro abiti più belli
e accompagnate dalle mamme, trascorrono serate
danzando sino a notte inoltrata, mangiando nell’intervallo pane e salame, bisulan e bevendo qualche
bicchiere di vino.
Dal cortile dei fratelli Marta e Lino Lui i ragazzi che
non hanno i diciotto anni guardano incantati i ballerini, le luci, l’orchestra attraverso la rete metallica,
sognando il giorno in cui anch’essi potranno avere
accesso.
77
Ritorno alla vita
Ottobre 1944, in un paese del Basso Mantovano.
E’ notte quando una bomba cade nella casa che
confina con il cortile. L’esplosione è così forte che noi
bambini, svegliandoci di soprassalto, troviamo calcinacci nel letto. I nostri genitori, spaventatissimi,
si affacciano alla finestra, senza accendere la luce
perché vige il coprifuoco, e osservano la gente che
piano piano esce di casa e si raduna nella via.
- Hanno bombardato la casa di Draghi! Sono morti
papà, mamma e bambino! - dicono alcune persone
che sono andate a vedere il disastro.
Papà e mamma decidono di portarci in salvo in
campagna: ci vestono frettolosamente, ci caricano
sulla bicicletta e, percorrendo sentieri di campagna
in alternativa alla via maestra, ci inoltriamo nella
campagna in cerca di un rifugio. La nostra meta
è Gaidella dove si trovano, sfollati e ospiti di una
famiglia di contadini, alcuni parenti.
Arriviamo all’abitazione che è ancora notte anche
se l’alba non è lontana. Papà lancia dei sassolini sui
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vetri della finestra per svegliare soltanto chi si trova
nella stanza. Dopo un tempo che appare interminabile, i parenti finalmente sbirciano dalla finestra. Sono
marito e moglie sui quaranta: lei è un po’ grassa, coi
capelli sciolti, e indossa un’ampia camicia bianca di
cotone; il marito porta una camicia sgualcita e un
paio di mutande lunghe di maglia:
- Cosa volete? - dicono, - Andate via! Qui non c’è
posto, non possiamo svegliare gli altri!
- Teneteci solo una notte! Domani si vedrà - supplicano papà e mamma.
I parenti aprono la porta e ci accolgono nella loro
stanza; adagiano noi bambini nel letto, mentre i
genitori spiegano cosa è accaduto in paese.
Il mattino, di buonora, il papà va in cerca di un
alloggio di fortuna e quando ritorna annuncia che l’ha
trovato poco distante da lì. Tutti si sentono sollevati,
anche i parenti che salutano, e raggiungiamo il nuovo
alloggio: uno stanzone, adibito a fienile fino a poco
prima. Si trova nella Corte Zucche, di fianco alla casa
padronale, sopra lo stallino. Una scaletta esterna, sul
lato, permette di accedere all’abitazione.
Il papà l’arreda con un letto di fortuna, una stufetta
a legna, con il tubo verticale che finisce sul tetto, un
tavolino e alcune sedie. La nostra vita si fa ancora più
semplice: il papà va al lavoro e ci porta tutti i giorni
una pentola con la minestrina di stelline, preparata
dai nonni che sono rimasti in paese, qualche pezzo di
80
pane e un po’ di carne.
La vita in campagna è una continua sorpresa per i
bambini. Sull’aia osservano le donne che si mettono
intorno ai cumuli di pannocchie per sgranarle coi loro
gesti sapienti, mentre le più giovani intrecciano canti
d’amore: - Bambina dall’abito blu, bambina tu mi
piaci di più …
La sera il silenzio invade la corte, mentre la padrona
va in giro con il lanternino alla ricerca di qualche
gallina smarrita da riportare nel pollaio. Di giorno, la
massaia nell’orto raccoglie fagioli e patate e li mette
nel grembiule che piega come una tasca; i bambini
la seguono anche quando va a raccogliere le uova o
entra in casa e si dispone a cucinare il minestrone
di verdure o a tirare la sfoglia con la farina presa da
sacco, in un angolo della cucina. Che profumo di cose
buone!
Anche la mamma sente lo sconforto per essere
lontana da casa, per dover rinunciare a tante cose,
soffrendo il desiderio delle cose genuine di cui poteva
godere prima della guerra.
Una mattina di tardo novembre c’è un grande
fermento nella corte. Sul carretto arriva un maiale
e in un grande paiolo bolle l’acqua. I contadini lo
fanno scendere e, quando gli conficcano uno stiletto
nel cuore, manda gridi terribili che fanno rabbrividire. I bambini spaventati si rifugiano nella stalla
e là scorgono le donne che cuciono le budella che
81
verranno riempite di carne e si trasformeranno in
salami.
Il freddo fuori è pungente e nella stalla c’è un bel
tepore e ancora tante cose da scoprire … come sono
grandi le mucche e come sono piccoli gli sgabelli
che usa il contadino per mungerle! Chinandosi si
può vedere il buon latte tiepido che scende dalle
mammelle nel secchio.
L’inverno si fa sentire: i vetri dello stanzone sono
arabescati per la brina; la legna non è sufficiente per
riscaldare i corpi infreddoliti. Abbiamo perso l’appetito, non vogliamo più mangiare la solita minestrina
che porta il papà; siamo diventati tristi e i nostri
genitori decidono di riportarci in paese.
In un tiepido pomeriggio di marzo arriva papà con
un carrettino legato alla bicicletta.
Si ritorna a casa.
La campagna sta rifiorendo.
- Mamma, guarda, le viole! Fermiamoci a raccoglierne un mazzetto.
Teniamo in mano il mazzolino di viole e lo passiamo
l’un l’altro per goderne il profumo. La guerra sta
finendo. Si ricomincia a vivere.
82
La guerra di Spagna
Nel 1936 iniziava in Ispagna la guerra civile che
avrebbe portato al potere il generale Franco, dopo
una lunga e sanguinosa lotta combattuta senza
esclusione di colpi.
Si confrontavano in quel conflitto l’idea comunista e
l’idea liberal-democratica borghese di Stato sicché da
tutto il mondo si mossero uomini, interessi e mezzi a
sostegno dell’una o dell’altra parte.
Addirittura la Germania hitleriana la usò per sperimentare nuovi modi di concepire e condurre la
guerra, fece le prime prove di bombardamento strategico-terroristico, come a Guernica, e contemporaneamente per fare la voce grossa con l’ideologia
marxista e anarchica che caratterizzava la fazione
repubblicana.
All’Italia di Mussolini non parve vero di partecipare a
quel conflitto a fianco del Caudillo con uomini e mezzi
e lo fece attraverso una Legione Italiana di volontari
reclutata, per la maggior parte, a suon di ingaggi che
al giorno d’oggi si definirebbero mercenari.
84
Divennero così legionari non molti anti-comunisti,
molti capi scarichi, molti ragazzotti attratti dal fascino
perverso della guerra, moltissimi attratti dal soldo.
Anche da Mantova partirono in molti per l’avventura
spagnola, attratti anche dalla possibilità, allora molto
remota per chiunque, di vedere un paese straniero.
Ho parlato con diversi reduci di quella avventura,
i più spaventati dalla ferocia con la quale venne
condotto quel conflitto, uno in particolare ancora
affranto per le vicende Guadalajara, dove la Legione
Italiana venne affrontata in forze dai repubblicani e
dovette affidarsi ad una lunga fuga per non venire
annientata, fuga di corsa che durò due giorni.
Ma anche altri ricordi meno brutali si sono portati
a Mantova i nostri legionari; Furio Tacconi che partì
perché lo facevano molti suoi amici, lui barbiere e
uomo di una mitezza incredibile, amante del gioco
d’azzardo e delle donne, non certo di armi e battaglie,
mi disse che in Ispagna aveva trovato un mazzo di
carte da gioco eccezionale, con gli spigoli delle carte
profilati in rame così da garantire loro una durata
pressoché eterna.
Orfeo Frignani mi raccontò che colà aveva imparato
tanti giochi di carte, dai legionari di altri paesi, come
la belote francese e i tarocchi tedeschi e che aveva
imparato un po’ di spagnolo e di francese, ma che li
aveva pagati duramente con la lunga corsa di Guadalajara.
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Nel ’39 la guerra finì con la vittoria del Caudillo
e i giornali italiani celebrarono pomposamente l’ingresso delle truppe falangiste in Madrid titolando a
piena pagina “La Legione Italiana è entrata a Madrid
cantando inni patriottici”.
Ma per i mantovani della Legione non fu esattamente così.
Bruno Pasino mi confidò che è vero che la generalità
delle truppe vittoriose entrò in Madrid cantando inni
patriottici e guerreschi, ma che l’enclave mantovana
nell’esercito vittorioso intonava, invece dei peana vittoriosi un mottetto che più mantovanamente dissacrante non si può - Alègar, alègar che ‘l bus dal cul l’è
negar.
86
I bombardamenti
L’Italia sta godendo dall’aprile 1945 un periodo di
pace, anche se in qualche modo è coinvolta, nella sua
qualità di membro delle Nazioni Unite, nelle guerre
medio-orientali ed asiatiche.
Non sente quindi da vicino l’odore acre della
guerra, che le giunge solo attraverso i pur crudi
reportage televisivi e giornalistici, atrocità a crudeltà
le giungono come avvenimenti lontani e quasi
astratti, senza una contestualizzazione sul suo territorio e sulla pelle dei suoi cittadini.
Ma dal ’40 al ’45 l’Italia ha respirato la cruda atmosfera della guerra, ha subito tutte le atrocità che vi si
perpetrano, quasi fossero necessarie alla conduzione
delle operazioni, mentre non sono che delle stupide ed
inutili rappresaglie, delle ripicche giustificabili nell’ambito di una disputa fra bambini e non fra persone con
responsabilità di governo.
Per la mia età io non posso avere ricordi diretti di
operazioni militari che mi abbiano coinvolto, ma ricordo
assai bene quello che ha sofferto la popolazione civile,
88
anche al di fuori dei coinvolgimenti diretti nelle operazioni militari.
Ricordo
perfettamente
i
bombardamenti
che
venivano compiuti quasi giornalmente su città e
paesi, costituissero o meno obiettivi strategici, operazioni intese più a fiaccare la volontà dei popoli che
la subivano che a diminuire le capacità materiali di
resistenza.
Mantova è stata risparmiata dai bombardamenti a
tappeto che sono stati compiuti su altre città, ma ha
subito anch’essa le sue incursioni aeree.
Ogni sera arrivava Pippo, un monomotore inglese
o americano che ronzava sulla città ed ogni tanto
lasciava cadere uno spezzone incendiario su una casa
mandandola a fuoco, ma nella maggior parte delle
sue incursioni si limitava a ronzare sulla città lasciandola sotto lo stress dell’allarme aereo che veniva
dato, ad ogni avvicinarsi di voli avversi, mediante un
lugubre ululato di sirene. E se il suono delle sirene
era cadenzato e ritmato su frequenze molto brevi era
il momento di preoccuparsi: c’era pericolo immediato
di essere presi a bersaglio dei bombardamenti.
Bombardamenti importanti a Mantova, in numero
di più di cento, si sono avuti sul ponte dei Mulini,
che ha visto la carreggiata coperta completamente
distrutta, così come sulla sponda del lago di sopra
fu completamente distrutto il molino Giannantonj,
che era un bell’esempio di edilizia industriale in stile
89
Liberty, un molino Stukcy in sedicesimo, e sulla chiesa
dei Filippini che era di fronte a piazza Virgiliana, la cui
esplosione lanciò un enorme groppo di pietre, evidentemente una parte di un pilastro portante della
struttura muraria, fino ad appoggiarsi alla casa di via
Virgilio dove ora è l’ufficio postale.
Durante gli allarmi per così dire minori, che non
segnalavano pericoli imminenti, si usciva in istrada
e si guardava il cielo dove passavano a grande
altezza formazioni numerosissime di bombardieri che
volavano sopra di noi per raggiungere altri obiettivi,
di maggiore interesse, in Germania o nelle zone industriali del milanese. Il passaggio durava per molto
tempo, anche più di mezz’ora, ed i moscerini che
si vedevano viaggiare in formazione lassù in alto,
lasciando scendere dal cielo solo un leggero borbottio
di motori, davano ai più accorti la misura della strapotenza materiale dei nostri avversari.
E noi come cercavamo di difenderci dal pericolo dei
bombardamenti? Portavamo i letti in cantina, dormivamo nei sotterranei, sperando che se una bomba
avesse colpito la nostra casa non sarebbe riuscita a
distruggerla sino alla cantina, risparmiandoci la vita.
Solo mio nonno Oreste, politicamente da sempre
oppositore attivo del fascismo non volle mai venire a
dormire in cantina ma rimase sempre a dormire nella
sua stanza al primo piano: - Na bomba ca libera l’Italia
la poel anca coparàm.
90
Biografie
Anna Maria Bondavalli
Editor
Anna Maria Bondavalli, con la ragione sociale
“Anna scrive”, dal 1986, accanto al lavoro di
copista-correttrice di bozze, organizza incontri
con autori e mostre di libri per scuole e biblioteche
pubbliche.
In tali contesti, ha coordinato numerosi laboratori
di scrittura e di lettura, specializzandosi nella
proposizione di percorsi tematici di lettura a voce
alta, volti a riscoprire i piaceri della narrazione
e
dell’ascolto.
Organizza,
inoltre,
attività
di
educazione ambientale per conto del WWF Italia
attraverso Parchi e Riserve Naturali del Basso
mantovano.
Ha
preso
parte
attiva
agli
incontri
del
Festivaletteratura di Mantova con gli scrittori
Mauro Corona e Mario Rigoni Stern.
“Anna scrive” - Via Ghinosi, 41 - 46035 OSTIGLIA (MN)
tel. e fax 0386 32511
e-mail: [email protected]
Antonella Boschini
Scrittrice
Dimostrando fin dall’età scolare una naturale
predisposizione per le materie letterarie, dopo la
Scuola Media ho scelto liberamente di frequentare
l’Istituto Magistrale.
Da diversi anni lavoro stabilmente in qualità di
Assistente amministrativa addetta al Personale
presso l’Istituto Superiore Manzoni di Suzzara.
Quando i miei figli hanno iniziato a crescere e
a essere maggiormente autonomi, ho voluto
dedicarmi, oltre che al lavoro e alla gestione della
famiglia, ad altre attività che sentivo necessarie
per il mio benessere. Da qualche tempo, ho
preso confidenza con la danza, con il teatro, con il
camminare, con la lettura e con l’arte dello scrivere,
un vero diletto nonché un’ottima valvola di sfogo.
Ho iniziato La Storia del mio amico Alex in un
momento di grande tristezza e strada facendo,
capitolo dopo capitolo, ho maturato quanto sia
d’aiuto trasferire sulla carta le proprie emozioni.
Riccardo Fera
Fotografo
Riccardo Fera è nato a Cosenza il primo luglio 1976.
Ha vissuto e studiato in Calabria per poi laurearsi
in Scienze Politiche all’Università “La Sapienza” di
Roma. Oggi vive a Mantova, dove lavora presso
la sede provinciale dell’Acli, occupandosi di fisco e
previdenza sociale.
Da
sempre
appassionato
di
fotografia,
ha
collaborato con diversi enti privati della Provincia
di Mantova per la riproduzione fotografica di
documenti e reperti storici.
Oggi impegnato nella fotografia digitale per la
documentazione di eventi legati alla musica e
allo spettacolo, non abbandona la pellicola e le
fotocamere d’epoca di cui è cultore.
Marisa Gianotti
Scrittrice
Nata Moglia e diplomata a Modena, ha insegnato
nella “Scuola per l’infanzia” di Modena e di
Pegognaga, dove risiede tuttora. Ha pubblicato i
romanzi “Vita a Corte Pascolo” (2004) e “Domenica
Margarita (2009).
Anna Giraldo
Curatrice, Scrittrice
Mi chiamo Anna Giraldo. Sono nata nel 1972 a
Quistello, dove risiedo tutt’ora. Dopo la Laurea in
Economia e Commercio e il Master in Informatica
gestionale, mi occupo di consulenza informatica.
La passione per la scrittura mi ha travolta nel
maggio del 2008. Scrivo romanzi e racconti di
genere fantastico. Alcuni dei miei racconti si sono
classificati in concorsi nazionali e locali e sono
stati pubblicati sia in digitale che in cartaceo.
Il 23 marzo 2011 è uscito il mio primo romanzo
dal titolo “436” a cura di Casini Editore.
Con il patrocinio della Biblioteca comunale e
dell’Assessorato alla Cultura di Quistello ho curato
questa antologia.
Max (Massimo) Laurenzi
Fotografo
Me medesimo: classe 1977, ingegnere informatico
con la passione per la fotografia digitale e
l’informatica in genere. Mi sono dilettato, in qualche
occasione, in progetti riguardanti l’impaginazione
digitale, tra i quali il famoso (a livello locale) “Al
Disiunari” di Roberto Villa.
Faccio parte della compagnia teatrale “Temenos
Teatro” da diversi anni, amo fare sport, leggere e
ascoltare musica.
Laura Leviè
Illustratrice
Laureata in Scultura.
... nella mia vita: Danza, Pallacanestro e patatine
fritte!!! ... adoro: i tatuaggi, la moto, il cinema e
le giostre!!! ... la cosa più importante della mia
vita: mia madre!!!
... la parola preferita: OLTRE ...
Enzo Manfredini
Scrittore
Insegnante di Matematica e Fisica nelle scuole
superiori, abita a Suzzara. Per alcuni anni, tra il
1985 e il 1990, ha diretto EcoLogica, quaderno
della bassa distribuito nelle province di Mantova,
Reggio Emilia, Parma e Modena.
Ha pubblicato il saggio “La scienza tra dominio e
disincanto” nel volume “Natura Natura”, Edizioni
Cierre, Verona 1992.
Nel 2002 è uscito “Io e July” presso le Edizioni
Diabasis, Reggio Emilia.
Carlo Moretti
Pittore, Poeta
É nato a Suzzara il 18 ottobre 1963, giorno di
San Luca, protettore dei pittori. Che voglia dire
qualcosa?
Pittore, scultore e poeta, esprime la sua arte
lavorando prevalentemente con il legno, cercando
di non snaturare la materia prima e applicando
due dei principi estetici che regolano la produzione
dei componimenti poetici haiku: il Wabi, povertà
e naturalezza, e lo Yùgen, ciò che è misterioso e
profondo.
Ha al suo attivo 200 mostre tra personali e
collettive. É stato Presidente dell’Associazione
Artistica Euterpe, Medaglia d’oro del Presidente
della Repubblica, Medaglia d’oro di Sua Santità
Giovanni Paolo II, finalista Premio Arte Mondadori.
Maria Grazia Papotti
Scrittrice
Ho 59 anni, da un anno sono in pensione dalla
scuola dove ho svolto carriera amministrativa. Sono
laureata in materie letterarie e sono appassionata
di arte, storia, storia locale e cronaca locale.
Saltuariamente sono corrispondente de La Voce
di Mantova e da anni, de L’Album di Poggio Rusco.
Da anni faccio parte della giuria del concorso di
poesia Don Doride Bertoldi.
Ho partecipato a vari concorsi letterari ricevendo
anche segnalazioni.
Giorgio Pavesi
Scrittore
Nato a Marmirolo del 1935, ha compiuto gli studi
medi e superiori a Mantova e si è laureato in
giurisprudenza a Bologna.
Avvocato, ha scoperto nella maturità la vocazione
alla scrittura. Ha pubblicato i libri “Ciao, ti
aspetto da Gastone”, “Al Masalìn” e “Piccole storie
mantovane” e la silloge di poesie in vernacolo “An
galèl da cità”.
Azzurra Ponti
Grafica, Illustratrice
Azzurra Ponti nasce a Mantova nel 1984, fin da
piccola adora disegnare e pasticciare con forme e
colori. Dopo anni di studio “tecnico” (è geometra)
riscopre la magia dei colori e della creatività
navigando su internet dove nuovi e meravigliosi
modi di divertirsi sono nati senza che lei ne
sapesse nulla. Scopre la grafica pubblicitaria e
l’illustrazione e decide che è quello il suo sogno
nel cassetto. Nel 2009 il web le fa conoscere il
disegno digitale, la sua ultima passione.
Lilia Rebecchi
Scrittrice
Lilia Rebecchi è nata a Quistello ed è ivi residente.
Insegnante di Scuola Materna per vocazione,
ama i bambini dai quali ha sempre ricevuto grandi
insegnamenti.
Franca Rossetti
Scrittrice
È
nata
a
Quistello.
È
stata
insegnante
di
matematica applicata presso l’ITIS Hensemberger
di Monza, collaboratrice in materia statistica
con le Università Bocconi, Cattolica e Statale
di Bergamo ed è autrice del libretto “Statistica,
storia di un nome e di un metodo” (Ed. Vita e
Pensiero – 1996).
Dopo quarantadue anni di
onorato servizio, denso di soddisfazioni, ora è in
pensione … per fare largo ai giovani, ma continua
a divertirsi dedicandosi alla ricerca, partecipando
a convegni e tenendo conferenze di statistica
in giro per l’Italia. Nell’ambito della didattica si
occupa di formazione e collabora con l’INVALSI.
Loredana Rossetti
Scrittrice, Illustratrice, Fotografa
Nata e vissuta a Quistello, madre di famiglia
in primis, ha sentito l’esigenza di esprimere il
proprio mondo interiore, dapprima attraverso le
arti grafiche e pittoriche, in seguito attraverso la
scrittura. Ha pubblicato nel maggio del 2011 la
sua prima raccolta di fiabe illustrate: “Fiabe dal
mondo segreto” (La casa dell’amico Ed.)
Gianni Schiavinato
Scrittore
Nato in provincia di Treviso, da madre veneta e
padre mantovano, ora vive a Quistello. Da diversi
anni è in pensione.
Ha pubblicato “La guerra in un paese (Quistello
8 settembre 1943 – 25 aprile 1945), “La luna la
luseva e Al can baiava”, “Piccole storie mantovane
dell’ottocento. Ovvero le avventure del Dott.
Acqua e Dieta”
Cesare Schiraldi
Fotografo
Vive a Suzzara e i suoi hobby sono da sempre la
fotografia e la montagna in tutti i suoi aspetti. È
stato campione italiano di lotta greco romana.
Guido Sostaro
Scrittore
Guido Sostaro nasce nell’immediato secondo dopo
guerra in un casello ferroviario a Bugno Martino di
S. Benedetto Po. Tutta l’infanzia e l’adolescenza
vissute “tra i binari”. Entrambi i genitori erano,
infatti, ferrovieri.
Saranno i treni a indirizzare gli studi di Guido
nel settore della meccanica, studi compiuti nella
città estense di Ferrara. Le circostanze, poi, lo
porteranno a svolgere l’attività professionale
in
ambiente
totalmente
diverso:
l’industria
elettronica. Ciò non ha mai sopito i ricordi e
l’amore per i treni, tanto da indurlo a narrare il
passato trascorso tra i binari in un libro, “… con la
schiena dritta” scritto in occasione del centenario
della mamma Ada.
TAVOLE STRETTE e i ragazzi del corso di fumetto
Illustratori
Tavole Strette, il cui foglio periodico è stato
pubblicato sulla rivista “L’Eretico”, è un
gruppo di ragazzi che condivide la passione
per la nona arte, quella del fumetto.
Grazie a Paolo Finotti, fondatore del gruppo,
e
all’associazione
“Gruppo
Giovani”,
nel
novembre 2010 ha preso il via a Quistello
il primo corso di fumetto. Giulia Casoni,
Luca Mazzola e Mattia Maiavacca hanno
frequentato il corso durante i mesi invernali
apprendendo la tecnica base del fumetto e
pubblicando alcuni lavori sul sito ufficiale di
Tavole Strette (www.tavolestrette.it).
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Ricordi - Comune di Quistello