II
CULTURA FANESE
QUANDO I NOSTRI AVI ERANO “FANESTRI”
Dai “Commentarii de bello civili” di Giulio Cesare, che occupò Fanum
senza combattere e che vi lasciò una coorte, sappiamo che nel 49 a.C.
Fano, Fanum, indicata senza la specificazione di Fortunae, esisteva.
Era più piccola di quella a noi nota e non ci è attestato come si chiamavano i suoi abitanti. Solo dopo che Fanum divenne con Augusto
“Colonia Iulia Fanestris” possiamo dire cose più certe sul nome dei
suoi abitanti facendoci guidare da alcune iscrizioni marmoree conservate nel Museo Civico; molte altre sono andate distrutte: speriamo che
qualcuna possa essere ritrovata. Apro una parentesi: non si deve scrivere Julia (errore in cui anch’io sono caduto) per il semplice fatto che
la “i lunga” (iota) non fa parte dell’alfabeto latino. Tale lettera fu in
seguito usata da alcuni vocabolari e da molti editori di classici “per
comodità”, come dice il Gandiglio nella sua grammatica.
Un’iscrizione che attira subito la nostra attenzione è quella in cui
Colonia Iulia appare chiaramente: è la lapide sepolcrale di Lucio
Tituleno. Per documentare i “fanestri” ci sono le iscrizioni sulle tombe
di Caio Vergisio sèviro “fanestrium” e quella dell’oculista (medicus
ocularius) Quinto Gelio Nicomede anche lui sèviro della Colonia Iulia
Fanestris. Dalla intera scritta di questa lapide sembra che Fanester
venisse addirittura usato come nome di persona.
C’è da ricordare che, secondo un codice a noi pervenuto, Vitale, il
vescovo di Fano (498-501) di cui si ha per primo notizia certa, si firmò
“Vitalis episcopus fanestrensis” in calce alle decisioni prese nel sinodo indetto nel 499 dal Papa Simmaco. Ma quel fanestrense sembra solo
un’amplificazione di fanestre e quindi pensiamo che i nostri antenati
mai vennero chiamati fanestrensi. A questo punto qualcuno chiederà:
ma è possibile che in proposito non ci sia nulla nel Codice
Nonantolano che comprende la “Vita Sancti Paterniani”?
In quella Vita non solo non vengono mai nominati i fanesi, ma non
compare la stessa Fano che l’amanuense, insicuro sulla grafia carolina
in cui era scritto il codice dal quale attingeva, scrisse il nome della città
in modo tale che agli occhi di successivi copisti l’espressione “episco53
pus Fani” diventò “episcopus Turi, Suri, Juri”, creando gran confusione negli storici. Il fatto è che quella “Vita” non è tutta da accettare (così
è stato detto da illustri studiosi), basta ricordare che Paterniano, negli
anni di vicende che tradizionalmente a lui si attribuiscono, è fatto passare per eremita quando l’eremo era completamente sconosciuto in
occidente.
Nei secoli seguenti a volte si usò “fanese”, a volte “fanestre”. Sopra
l’effigie dell’Arco di Augusto scolpita nel primo decennio del 1500
(sulla facciata della chiesa di S. Michele) c’è scritto che la rovina della
parte superiore dell’arco avvenne nella guerra di Pio II “contra fanenses”. Qualche decennio dopo, invece, nella lapide dettata da Adriano
Negusanti e che fu murata sotto l’immagine di Clemente VIII (Papa
Aldobrandini, nato a Fano da padre fiorentino) il Consiglio, che volle
quella lapide in occasione di una sosta a Fano del Pontefice (1598) ,
definisce se stesso “fanester”. Nel 1743 la Bolla con cui Papa
Benedetto XIV (Lambertini) comunica al Capitolo della cattedrale e ai
canonici la concessione di alcuni privilegi parla di Chiesa fanese
(fanensis); Tommaso Massarini, che scrive dal 1791 al 1840, intitola i
suoi resoconti “Cronaca fanestre”. Dunque fanese e fanestre si alternarono, ma alla fine ebbe la meglio, e giustamente ci sembra, il primo
termine.
2007
54
CON VITRUVIO ANDIAMOCI PIANO
I resti dell’edificio pubblico d’epoca romana visitabili nell’area sotterranea di S. Agostino (ex convento e chiesa) non coincidono con la basilica, civile o forense che dir si voglia, di cui si parla nel V libro del “De
architectura” di Vitruvio. Ma la questione è un’altra. Sono veramente
di Vitruvio le misure e la descrizione della basilica (una specie di foro
coperto: lo preciso per chi non ha dimestichezza con l’archeologia)
costruita a Fano?
Ho riletto attentamente quello che il Pellati scrisse per attribuire a
Vitruvio la paternità delle righe dedicate alla basilica di Fano: ma le
sue argomentazioni mi sono sembrate piuttosto esili. Mi sembra invece possibile che il brano attribuito a Vitruvio sia stato interpolato, cioè
sia stato messo in mezzo al testo vitruviano dall’amanuense che vergò
l’unica copia del “De architectura” vitruviana ai posteri giunta per
merito di Poggio Bracciolini che la trovò nel 1414 a Montecassino e
che in seguito purtroppo andò perduta. Il passo che riguarda la basilica di Fano poteva essere una nota a margine del testo vitruviano o un
foglio risalenti al vero architetto costruttore della nostra basilica. Ecco
perché parecchi filologi e latinisti (Schmidt, Krohn, Silvio Ferri, ma
sostanzialmente anche Marchesi e Paratore) hanno considerato di “non
sicura paternità vitruviana” il brano che riguarda la basilica fanese e
mi sembra troppo facile non prendere in considerazione le loro riserve, le loro critiche. In fondo ci invitano ad essere prudenti e a studiare
filologicamente tutta la questione. Del resto se Vitruvio non avesse
costruito niente a Fano sarebbe grande lo stesso.
Si faccia pure il “Centro di studi vitruviani”, come leggo su “Fano
stampa”, ma si vada cauti prima di attribuire a Vitruvio la sistemazione di Fano augustea, delle sue mura etc. etc. Elementi vitruviani, ma
solo elementi, possono anche essere indicati, ma di qui a dare per quasi
certo che le mura, la porta d’Augusto, la basilica e non so quant’altro
siano opera di Vitruvio ce ne corre. Nel brano in questione si parla
della “Aedes Augusti” cioè del “Tempio di Augusto”, dove ha sede
anche il tribunale, ma è l’unica volta che nel “De architectura”
55
Ottaviano viene chiamato Augusto: Vitruvio dedica la sua opera a
Cesare Imperatore e sempre lo nomina con uno di questi due nomi, mai
lo chiama Augusto, titolo diventato poi nome, che era stato dato ad
Ottaviano nel 27 a.C.; Augusto fu considerato divino solo dopo la sua
morte e non risulta che in qualche parte d’occidente fosse a lui vivente dedicato alcun tempio.
Aggiungo che Vitruvio pensava che nell’età in cui lui viveva il progresso umano aveva raggiunto il suo culmine soprattutto nella tecnica
delle costruzioni e può quindi sembrare assurdo che dopo aver delineato i normali caratteri della basiliche e aver ricordato solo la basilica Iulia di Aquileia, si fermi ad illustrare abbondantemente una basilica, quella di Fano, che invece si distacca dai modelli da Vitruvio stesso presentati come ideali. Lui si aspettava di “farsi valere” presso i
posteri con quello che aveva studiato e aveva scritto, dando ordine a ciò
che si era giunti a realizzare nel campo dell’architettura.
2004
56
FANO SOTTERRANEA: REALTÀ O IMMAGINAZIONE?
La faccenda di Fano sotterranea sta diventando per qualcuno una specie di fissazione. Pian piano si scenderà a livello dei tesori nascosti,
come i “fusi d’oro” di Carignano e di Caminate! Parecchie persone mi
chiedono se è vero che sotto Fano c’è addirittura un’altra città. Un tale
mi assicurava calorosamente che l’antica Fano (gliel’avevano detto i
vecchi di casa…) era sprofondata: quindi, volendo, si potrebbe
ecc.ecc.!
Ultimamente l’iniziativa, in sé lodevolissima, dell’Archeoclub di organizzare una visita al Museo e ad una nota zona archeologica ha fatto
accorrere, ahimè, tutte insieme, circa 400 persone. Il numero ideale di
persone per gustare la visita di certi nostri ambienti stretti, o affollati
di quadri, non dovrebbe essere superiore a quindici-venti.
In realtà gli unici scavi che consentono di prendere visione di un grande interessante edificio, forse di carattere termale, sono quelli eseguiti nella prima metà dell’Ottocento (Sovrintendenza Pontificia) e poi
proseguiti saltuariamente fino a qualche decennio fa sotto il convento
di S. Agostino (oggi Usl). Sono noti come “scavi di Vitruvio” anche se
Vitruvio, a quel che pare, non c’entra affatto. Quegli scavi diverranno
ancor più interessanti quando sarà realizzata un’idea che vado caldeggiando da molti anni: cioè l’acquisizione e l’apertura al pubblico della
cantina dell’ex convento, di notevolissimo valore archeologico.
Già nel 1980 il mons. Micci aveva dato la sua disponibilità riconfermata da mons. Cecchini.
Un altro scavo interessante e ben presentato, anche se non eccezionale, è quello eseguito nel sotterraneo del palazzetto comunale dell’urbanistica in piazza XX Settembre.
Altri ambienti, o perché situati in edifici privati o perché di difficile
accesso, non sono fruibili dal grande pubblico. Anche i resti di basi di
colonnine fittili (scantinato del “Luigi Rossi”) hanno, turisticamente
parlando, ben poco da dire in una città che oltre alla sezione
Archeologia del Museo consente di ammirare monumenti di prim’ordine come l’Arco d’Augusto, le mura romane, la porta della Mandria.
57
Dicono i soliti ben informati che in Inghilterra bisogna fare addirittura la fila per vedere pochi metri di muro romano! Appunto, in
Inghilterra; non a Fano.
1994
58
VITRUVIO: UN PROGETTO, UNA STORIA
L’Archeoclub di Fano, con il contributo della locale Fondazione Cassa
di Risparmio e nella Sala di rappresentanza della stessa, ha tenuto l’annunciato Convegno su Vitruvio: un progetto per relazionare sui risultati degli interventi promossi dallo stesso Archeoclub nel chiostro e nell’area archeologica di S. Agostino, interventi, come si è detto altre
volte, completamente finanziati dalla Fondazione Cassa di Risparmio
di Fano. La sala era affollatissima: buon segno! Dieci gli interventi
programmati (troppi per un solo pomeriggio), seguiti da una visita guidata a S. Agostino nella sottostante area archeologica cui è stata dedicata la maggior parte delle relazioni.
Invece è stata rinviata la visita del chiostro per vedere le prime sette
lunette su ventuno affrescate dal Begni nel 1640 e già recuperate, esaurientemente illustrate dalla relazione del dott. Claudio Giardini. Il
commento al convegno, che per la brevità del tempo si è concluso a
spronbattuto, è sostanzialmente positivo, soprattutto in riferimento alle
acquisizioni di ordine artistico (le lunette) e strutturale-documentario
(area archeologica) illustrate dai relatori.
Il materiale recuperato negli scavi (monete, oggetti, timbri ecc.) facilita, come ha ben detto la dott. Maria Adele Mariotti, la “lettura nel
tempo” del grandioso edificio pubblico romano di cui tuttora non è
stata identificata con sicurezza la funzione: santuario della Fortuna?
Impianto termale? Basilica o altro? Erano molto attesi, per la novità
del loro impianto, le relazioni dell’arch. Taus e dell’ing. Clini su “la
Basilica di Vitruvio dalla memoria storica alla realtà virtuale”. I loro
interventi non hanno deluso anche se, come essi stessi hanno detto, si
tratta di una ricerca “in fieri” per raggiungere una proposta il più possibile esaustiva. Molto discutibile in alcuni particolari, la ricostruzione
compiuterizzata (Clini) della Basilica vitruviana: un metodo nuovo che
può dare buoni frutti.
Dunque, una basilica civile certamente esisteva a Fano con misure e
proporzioni esposte nel famoso brano vitruviano che, però, alcuni illustri studiosi non attribuiscono a Vitruvio; ma (a parte questo problema
59
filologico) esiste, come si accennava, quello della identificazione del
grandioso edificio romano sotto S. Agostino: a tal proposito mi sembra che la ripetuta espressione “la così detta basilica di Vitruvio”,
apparentemente prudenziale, tenda in effetti ad avvalorare ciò che
ancora deve essere dimostrato come se lì debba esserci nient’altro che
la basilica: si continui lo studio e la ricerca, poi si vedrà.
1996
60
FANO ARCHEOLOGICA: IN QUALE ZONA SCAVARE?
Una vecchia, ormai superata, diceria asseriva che Fano antica poteva
essere in gran parte “tirata fuori”. Sciocchezze! Dal momento che nel
medioevo la nuova città è via via sorta sul tessuto urbanistico antico
era inevitabile che andassero distrutti anche elementi interessanti e
significativi antichi o coperti o inglobati nelle nuove costruzioni.
Dirò che un errore secolare, dovuto certamente a scarsa cultura o a prevenzione, è stato quello di cercare le reliquie romane trascurando o
addirittura distruggendo e alterando rovinosamente ciò che il
Medioevo aveva costruito (e non solo a Fano), sicché è tuttora aperto
(benché compromesso) il problema della conoscenza dell’urbanistica
fanese, specie dell’alto medioevo.
Ripensavo a queste cose in occasione di un casuale ritrovamento di
tombe a ridosso della Flaminia (bivio delle Benedettine). Di altre sei
tombe (poi malamente manomesse) rinvenute in un’area fabbricabile
davanti alla vecchia chiesa avevo dato notizia io stesso nel n. 2 (1968)
del Notiziario di informazione.
Rosciano, l’antico fundus roscianus, il podere di Roscio, certamente
sede di un’antica villa romana, e la vicina Forcolo hanno già restituito
importanti reperti romani.
La campagna è ricca di ritrovamenti, gelosamente tenuti nascosti
(quasi sempre), riseppelliti o, purtroppo, distrutti.
Ma lasciando stare il fundus roscianus, o l’altra interessante zona
archeologica di Caminate, direi che si potrebbero tentare assaggi consistenti anche nella zona urbana. Premetto che è quasi impossibile
poter scavare in aree private; in città c’è chi recentemente ha volontariamente rinunciato a scavare sotto casa per timore di trovare “qualcosa” che avrebbe fermato i lavori. La sospettosità e la segretezza dei privati sono giustificabili sebbene non comprensibili. Ma in aree comunali la ricerca deve essere facilitata. Quali aree? Ne indico tre.
La prima è tutto l’interno, ora erboso, della ex chiesa di S. Francesco,
attaccata al municipio, che secondo Nereo Alfieri dovrebbe essere
prossima al cardine massimo della città, e mostrare i segni di un’anti61
ca, se non antichissima, urbanizzazione. Ma bisogna andare a vedere,
bisogna organizzare con la Sovrintendenza Archeologica un cantiere di
scavi: ritengo che sia auspicabile e possibile.
Il secondo sito da “assaggiare” è il cortile della Corte Malatestiana
dove è stato segnalato un canale fognario (parallelo a via Nolfi) e che
potrebbe restituirci o il perimetro delle insulae abitative o addirittura
una piazza molto antica, poiché sembra che nel medioevo non vi sorgesse alcuna abitazione.
Il terzo sito è quello della Madonna a Mare (colonia ex CIF), a destra
dell’Arzilla, messo all’asta dal Comune. In quella zona ritenuta nel
Settecento persino sede del primo tempio della Fortuna (!), e di cui ho
diffusamente parlato in Nuovi studi fanesi (n. 10, pag. 62-67), furono
reperti già in passato “avanzi di marmo, embrici, avanzi di olle cinerarie e una moneta con la testa di Augusto, pezzi di colonne.” È una zona
da tenere d’occhio: non può essere manomessa come se niente fosse.
1999
62
NOVITÀ SUL PRESTIGIOSO ARCO D’AUGUSTO
Non c’è bisogno di ripetere che l’Arco, o porta, di Augusto è il monumento più prestigioso di Fano. In tutti i testi che ne trattano è riportata la scritta posta sulla sua principale trabeazione IMP. CAESAR, etc.
etc., ma osservandola bene ho visto che dopo PONTIFEX MAXIMUS
manca una lastra di forma trapezoidale che si estende alla seconda riga
sicché anche le ultime parole MURUM DEDIT sono monche sia dell’ultima “M” di MURUM che della prima “D” di DEDIT. Tutti coloro
che hanno riportato la scritta intera si sono basati su quella scolpita
nell’altorilievo dell’Arco effigiato sulla facciata della ex chiesa di San
Michele, o l’hanno riferita fidandosi in buona fede su quanto era stato
precedentemente scritto. Non ho trovato cenno della suddetta anomalia nella scheda del Restauro conservativo recentemente redatta (2001)
dagli architetti Giampiero Cuppini e Luca Boiardi, però guardando
vecchie foto dell’Arco (1937) mi sono accorto che già risultava confusamente visibile la perdita che ora appare in tutta la sua gravità poiché
il teleobiettivo messo in essere dalla prof. Valeria Purcaro (che qui ringrazio) non dice menzogne.
Per curiosità ho riguardato il prospetto dell’Arco nella ricostruzione
geometrica data dall’ing. Cesare Selvelli nel 1922. La scritta è suddivisa in sei lastre rettangolari (le prime e le ultime), in due tra trapezoidali e, al centro, in nove trapezoidali più piccole. Una di esse manca,
ma le lettere che vi erano scolpite sono state ripetute incidendo alla
meglio il conglomerato posto sotto la lastra che fu tagliata o strappata
(questo lo diranno gli esperti) forse per prendere il bronzo delle lettere celatae nei solchi predisposti. Oppure la lastra è caduta per conto
suo. Ma quando è avvenuto tutto questo? Non è possibile rispondere.
Mi basta aver segnalato il guasto che da me è stato già comunicato al
Sovrintendente Onorario prof. F. Battistelli.
Aggiungo poche righe al mio precedente articolo sulla Basilica attribuita a Vitruvio. Le mura e la Porta date da Augusto furono terminate
verso il 9 d.C. Siccome lo stesso Vitruvio, che in quella data era morto
da parecchi anni, dice più volte nel suo trattato che gli edifici pubblici
63
si costruiscono “dopo” innalzate le mura si deduce che né la Basilica
né tantomeno la Porta sono opera del grande studioso di architettura.
2004
64
DEVE TORNARE LA STATUA ROMANA DELLA FORTUNA
Fra poco tempo, forse pochissimo, la risposta che la Sovrintendenza
Archeologica regionale darà al Comune di Fano circa la logica e naturale “restituzione” della bella statua marmorea raffigurante la “Fortuna
con cornucopia” sarà questa: “Spiacenti, cari signori, la statua della
Fortuna, del II secolo dopo Cristo, trovata a Fano nel 1948 resta in
Ancona, al Museo Nazionale, dal momento che vi è stata ricollocata
dopo i lavori di restaurazione del Museo stesso: ormai fa parte dei
pezzi esposti ed è inclusa nel catalogo dello stesso Museo”.
È proprio così: i pezzi già esposti non cambiano sede e allora bisogna
concludere il discorso prima che la sezione romana del Museo
Archeologico di Ancona sia riaperta. Altrimenti non torneranno né la
Fortuna (che non ha nulla a che fare con la brutta statuina della Fortuna
posta in Piazza) né le altre statue e statuette, né la bella testa di Ercole,
né la preziosa ara con la dedica al Sole Invitto, etc. Ci daranno, per
consolazione, alcune iscrizioni marmoree e qualche vasetto trovato
nelle tombe di via Fanella con i tegoloni di coccio che le costituivano.
Le nostre cose più belle e significative le dovremo andare a vedere in
Ancona, città che dal punto di vista della tradizione culturale non ha
mai avuto nulla a che vedere con Fano.
È bene precisare che la Fortuna, Ercole e l’altro materiale non furono
rinvenuti in mezzo ai campi di non si sa quale sperduto borgo (come i
“Bronzi dorati” di Cartoceto e di Pergola), ma proprio sotto il campanile del Duomo, nel bel mezzo di Fanum Fortunae: quei marmi (e
anche altri) appartengono a Fano, alla sua storia, alla sua cultura. E
Fano ha un Museo che proprio quei pezzi che sono in Ancona possono
e debbono completare.
Essi potranno essere collocati, in attesa di nuovi locali, in qualche sala
liberata da cose meno importanti. So che è stato scritto dalla
Sovrintendenza che, è naturale, intanto ha preso tempo… Invece non
bisogna farne passare molto se si vuol risolvere il problema.
E allora il Sindaco, l’Assessore alla Cultura, la Giunta intera, le
Associazioni culturali si attivino con energia e continuità: il ferro va
65
tenuto caldo ogni giorno! Potrebbe darsi che per colpa nostra i beni che
storicamente ci appartengono rimangano in esilio fuori della città che
li ha voluti, pagati e ammirati nei secoli antichi.
1995
66
UN MOSAICO DA CURARE
Sotto il portico della Corte Malatestiana, con infelice scelta, fu rimontato e murato poco più di quarant’anni fa (a cura del Comune), il bel
mosaico detto della Pantera rinvenuto nel settembre 1952 qualche
metro sotto la sala Manzoni (angolo di via Guido del Cassero), che
faceva parte del circolo di A. C. San Paterniano, ora trasformato in
Casa del Clero. Il mosaicista restauratore dovette sudare le proverbiali
sette camicie perché il distacco del grande reperto era stato eseguito
rozzamente da chi aveva poca dimestichezza coi mosaici.
Comunque il restauro (con integrazioni semiarbitrarie) riuscì abbastanza bene e il mosaico della Pantera è ora indubbiamente un pezzo
forte della Fano romana. Prudenza e interesse storico consiglierebbero
di vigilare sulla conservazione del grandioso pavimento a tessere bianche e nere.
Purtroppo non è così. Le tessere laterali e quelle del tutto marginali
hanno molto risentito degli sbalzi climatici sicché da tempo si è incominciato a manifestare un processo di distacco. Processo che certamente favorirà (non è la prima volta che accade) nei turisti, nelle scolaresche, negli spettatori della Corte Malatestiana la tentazione di portarsi a casa, con poca fatica, un pezzetto di Fano romana! Mi è stato
riferito che a volte sulle tessere marginali del mosaico ruspano e raspano i piccioni. Insomma il mosaico rischia di sfaldarsi ai lati e di perdere la compattezza del suo complesso. Bisogna intervenire per ben
fissare le file di tessere che stanno per staccarsi e inoltre bisogna pensare a qualcosa che protegga l’antico manufatto (II sec. d. C.) dal gelo.
Auspichiamo che l’intervento dell’Assessorato alla Cultura sia rapido
e risolutivo.
1999
67
SELCI ROMANE IN VIA NOLFI?
Ho già scritto altre volte sulle false ricostruzioni che dovrebbero o
avrebbero dovuto rendere interessante qualche angolo di Fano (ricordo
il falso mastio malatestiano, la falsa torre merlata affiancata alla chiesa di S. Maria del Ponte Metauro, Porta Maggiore, ecc.), né dimentichiamo la “felice” falsità della parte esterna dalla Cassa di Risparmio
ad opera dell’arch. Calzabini. A queste ne aggiungo oggi una che ai più
è sfuggita: me ne ha dato l’occasione più volte la vista di alcuni turisti
perplessi di fronte a un tratto di lastricato romano che, fra le recenti
selci di porfido, d’improvviso appare alla vista del “passeggero” in via
Nolfi poco lontano dalla torre (ex campanile) della scomparsa chiesa
di S. Croce.
Selci romane? Dunque reliquie d’un selciato romano. Dunque questo
era uno dei cardini più importanti della Colonia Iulia Fanestris? Tutte
chiacchiere, tutto falso. Quelle selci “romane” non sono autentiche; ma
sono la riproduzione, operata qualche anno fa, di un tratto di selciato
che fu trovato quando furono eseguiti i lavori di sterro per sistemare le
fognature di via Nolfi. Le selci autentiche coprivano una tratto di fogna
romana che stava per essere distrutto… Per essere buoni facciamo
conto che si tratta di un “falso a scopi didattici”; però mi chiedo: con
tutte le cose autentiche che ci sono pervenute dalla romanità (basta
l’Arco d’Augusto) era proprio necessario ricorrere a un falso per ricordare all’ignaro visitatore che Fanum è stata municipio e poi colonia
romana? A che serve quel tratto di selciato rifatto? Serve alla retorica
della romanità: tanto più che non è accompagnato da alcun cartello o
lapide esplicativa che, almeno, eviterebbe di confondere le idee a chi
transita per quel tratto di via Nolfi.
Sì, lì passava una strada romana, ma almeno un metro più sotto: è
infatti noto che il livello delle strade (e della città) dopo le distruzioni
barbariche si alzò anche di molto in certi posti. Le macerie non venivano portate via: ci si costruiva sopra!
1998
68
TRE LEGGENDE FANESI
Ogni città (quindi anche Fano) ha il proprio leggendario, e purtroppo
il tempo (specialmente il nostro preso da preoccupazioni nuove e da
vari idoli) cancella dalla memoria e dalla tradizione ciò che un tempo
era patrimonio di tutti o di molti.
La prima leggenda riguarda il ponte detto di S. Cipriano che era sulla
Flaminia vicino alla chiesa da cui prendeva il nome, scavalcava il Rio
Maggiore, affluente del Metauro, immediatamente a monte di
Tavernelle per chi veniva da Fano; era al confine col Ducato d’Urbino
e aveva origini romane. L’umanista Antonio Costanzi stimava che fosse
stato costruito da Cesare Augusto. Su quel ponte nacque una leggenda
che mi è capitato di leggere nelle “Notitie historiche...” di Vincenzo
Nolfi. Dunque ai suoi tempi (si era in pieno Seicento) la qualità e la
grandezza delle pietre del ponte - ormai diventato un rudere a cui tutti
attingevano pietrame - fece sì che (dice il Nolfi) “il volgo di quei villaroli credeva essere stato fatto, quel ponte, in una notte da spiriti infernali, non sapendo di qual peso fosse a quei tempi la potenza Romana
e particolarmente quella di Augusto”.
La seconda riguarda l’Arco d’Augusto e precisamente la sua chiave di
volta in cui era scolpita una protome, cioè una immagine animalesca
che rappresentava un elefante (animale caro a Giulio Cesare) non un
toro come affermò, credo, l’astrologo Giulio Firmico e come è scolpito nella riproduzione cinquecentesca dell’arco sulla facciata della chiesa di S. Michele e come molti erroneamente ancora affermano. Scrive
nel Seicento Carlo Andrea Negusanti nei suoi “Frammenti istorici...”:
“Sopra l’Arco d’Augusto in Fano v’era una testa di toro, di marmo, e
(sic!) dove il demonio se ne era impadronito, e turbava non poco gli
abitanti di quei contorni, e San Fortunato Vescovo della medesima città
e Protettore, l’espurgò, e vi fece il segno della S. Croce come oggi si
vede”. Ebbene anche noi osservando attentamente la protome scalpellata possiamo ancora vedere il segno della Santa Croce. Dove prese il
Negusanti questa notizia? È un mistero, ma la Croce c’è e forse essa
ha dato luogo alla leggenda, non viceversa.
69
Più conosciuta è la terza cinquecentesca leggenda: quella della “carrozzaccia dei Martinozzi”. Si diceva che nelle notti senza luna in via
dell’Inferno (ora via Avveduti, ove si fa mercato di frutta e di verdura
il sabato, fra via Montevecchio e via Arco d’Augusto) uscisse una carrozza tirata da due cavalli neri governati da un cocchiere in livrea;
all’interno sedeva un personaggio vestito di nero dall’aspetto pauroso.
Fra sinistri bagliori la carrozza percorreva più volte via dell’Inferno
poi si dirigeva verso l’Arco d’Augusto, lo raggiungeva e sprofondava
davanti alla chiesa di S. Michele, l’avversario di Lucifero. Simile leggenda circolava ben adattata anche in altre città: era sicuramente il
modo più spiccio con cui, vox populi, qualche personaggio malvisto
era mandato al diavolo.
2004
70
I MERLI DI FANO
Con l’intento di fare o promozione turistica o promozione commerciale sono state pubblicate guide e carte topografiche di Fano. Non sappiamo chi sia l’autore dei testi, ma diciamo subito che è necessario evitare errori e sviste. Non si deve pensare che i lettori siano una massa
di sprovveduti per i quali tutto fa brodo né si deve copiare (specie da
una vecchia guida regionale, a suo tempo da noi criticata) per non ripetere gli errori altrui e anche perché non tutti sanno copiare.
Abbiamo sotto gli occhi cinque di queste pubblicazioni su Fano di cui
due, in forma di libretto, hanno carattere di ufficialità; anzi “Fano, città
d’arte e di mare” risulta edita, con foto molto belle, dall’assessorato al
turismo. Possiamo sorridere di fronte a certe esagerazioni propagandistiche (a fin di bene) che presentano Fano come “una piccola città con
un grande cuore” o addirittura come “un luogo incantato” capace di
offrire “una vacanza da sogno”; però diventiamo seri di fronte a certe
altre cosette anche se qui non intendiamo scolasticamente correggere
foglio per foglio, limitandoci a segnalare, preso qua e là, qualcosa che
speriamo non rivedere in eventuali ristampe.
Prima di tutto non bisogna dare per certo ciò che non ha riscontro nella
realtà: per esempio, non si può pubblicare la foto della facciata del
Duomo e, in ben due carte topografiche, scriverci sotto “Chiesa di S.
Pietro in Valle”.
Non si può dire che il Bastione del Nuti (sec. XV) a porta Maggiore è
“nelle mura augustee” perché non è vero, come non è vero che l’A14
è “l’autostrada del sole” o che la via Flaminia “fin dall’antichità ha
avuto il suo terminale a Fano” quando, invece, lo aveva a Rimini.
Né si deve affermare che Garibaldi è stato ospite della Fortezza malatestiana perché non si è mai fermato a Fano; vi transitò in carrozza nel
dicembre 1848 andando da Cesena ad Ancona. La Fortezza ospitò,
invece, la “legione Garibaldi”. Non esistono né piazza Galeazzo
Malatesta (non c’è nessun Galeazzo fra i Malatesta fanesi) né via
Guido Nolfi, ma solo via Nolfi. Nessuno ha visto a Fano “porte merlate” medievali: i merli di porta Maggiore, mal restaurata negli anni
71
trenta del secolo scorso, non sono medioevali, sono rifatti. Il
Domenichino (non Momenichino) dipinse la Cappella Nolfi nel 1618,
come è scritto nel contratto, non nel 1619. Non è barocca la chiesa di
S. Silvestro, ma solo la sua facciata: tutto l’interno è stato rifatto dopo
l’ultima guerra. Giulio Cesare non presidiò Fano “con una corte”, ma
con “una coorte”. È meglio dire “battigia” piuttosto che “bagnasciuga”, termine che si usa per le navi; lo usò maldestramente e clamorosamente Mussolini nel luglio 1943 quando assicurò che se gli alleati
fossero sbarcati in Sicilia sarebbero stati stesi “sul bagnasciuga”! Da
nessuna parte vengono nominate le Terme di Carignano, ma Urbania,
l’antica “Castedurante” (l’errore di stampa è evidente) sì. Risulta
anche sconosciuto uno dei nostri più preziosi pezzi archeologici: il
Cippo Graccano. In una cartina piazza Marconi appare spropositata
così come è immensa piazza Clemente VIII: questo secondo errore si
capisce perché mancano il Duomo e il Palazzo vescovile! Non vogliamo insistere sugli errori di stampa che capitano a tutti: ma non si può
scrivere cinque volte aereoporto anziché aeroporto, né che il nostro
Torelli è (per due volte) “danese”, né si possono spostare i Bronzi dorati dal I secolo d.C. al I a.C.
Ci fermiamo per mangiare un pezzo di carne di “assoluta genuità” e
speriamo che le prossime guide di Fano siano più corrette e più aggiornate.
2003
72
VIENE DAL MEDIOEVO L’ANTICO STEMMA DI FANO
È piuttosto intricata la questione dello stemma di Fano che qui, naturalmente, diamo in sintesi. Se ne occuparono parecchi nostri storici a
partire da Vincenzo Nolfi (ma già siamo nel XVII secolo). Ricordiamo
anche Amiani, Masetti, Cesare Selvelli, Giuseppe Castellani.
Quest’ultimo ne trattò diffusamente da par suo in un articolo apparso
sul Gazzettino il 28 agosto 1904.
Selvelli in Fanum Fortunae (1943) parla di uno stemma medievale
diverso da quello che noi oggi abbiamo in adozione che, però, è ugualmente antico. Selvelli dice che “lo stemma della città non è più quello
che adottò il Comune medievale, il quale impresse nei suoi sigilli un
glorioso marziale ricordo dei tempi di Roma: l’arco di Augusto su cui
sovrastava la civetta e stava a guardia un leone, con il motto… In Fani
Portis Custos Est Io (sic) Leo Fortis.
Vada per il leone che dai tempi salomonici è simbolo di regalità e
forza, ma la civetta che è sull’arco non ha affatto l’aspetto che ci
aspettiamo: si tratta di un volatile indecifrabile. Forse l’incisore voleva fare una civetta, simbolo di saggezza, ma è venuta fuori una immagine strana.
Il Selvelli seguendo più una leggenda che la storia (dato che non c’è
nessun documento in proposito) dice che “lo stemma antico mutò nell’ultimo decennio del XIII secolo quando due potenti famiglie si
riconciliarono”. Allude alle nozze di Guido il Giovane, del Cassero,
con Oriana da Carignano. Il primo aveva nello stemma una rastrelliera d’argento che “alla banda” attraversava lo scudo rosso, la seconda
aveva una rastrelliera rossa che “alla banda” attraversava lo scudo
d’argento.
Fondendo i due stemmi nacque quello di Fano con la rastrelliera verticale risultante dall’incastro della parte d’argento con quella rossa.
Si noti che non c’è il bianco (come vediamo anche nell’attuale gonfalone) ma l’argento. Ora nelle carte con lo stemma del Comune l’argento è graficamente reso col bianco e il rosso con un colore più scuro.
L’originale, però, era argento e rosso, non bisogna dimenticarlo.
73
La scritta Ex concordia felicitas pare di origine ecclesiastica, infatti la
città si trovava nello Stato della Chiesa.
2008
L’antico stemma medievale
Lo stemma dopo il XIII secolo
74
FANO NEL DECAMERONE
Oso credere che a molti sia noto che ben tre fanesi di alto lignaggio
sono ricordati da Dante nella Divina Commedia: Guido del Cassero
con Angiolello da Carignano (Inferno, XXVIII) e Jacopo del Cassero,
vero e proprio personaggio (Purgatorio V), tutti e tre morti ammazzati. Ad alcuni invece è sfuggita la novella V della quinta giornata del
“Decamerone” di Giovanni Boccaccio nella quale “sotto il reggimento
di Fiammetta si ragiona di ciò che ad alcuno amante, dopo alcuni fieri
e sventurati accidenti, felicemente avvenisse”. È una novella poco
conosciuta e non delle più belle: vi si parla di Agnese una ragazza
faentina che trovò salvezza e passeggero rifugio e residenza proprio a
Fano a metà del Duecento.
Il Boccaccio non si sofferma a descrivere Fano, che di monumentale
aveva allora solo l’Arco d’Augusto e la nuova Cattedrale. Non si tratta quindi di una novella descrittiva da cui trarre l’immagine di Fano,
ma l’aver scelto la nostra città mostra, perlomeno, che a quei tempi
essa era sicura anche se un po’ isolata. È Neifile che parla; ascoltiamola: “dico adunque che già nella città di Fano due lombardi abitarono, dei quali uno fu chiamato Guidotto da Cremona e l’altro Giacomin
di Pavia uomini ormai attempati e stati nella loro gioventude quasi
sempre in fatti d’arme e soldati...” E proprio in uno di questi fatti d’arme, contrassegnati da distruzioni e ruberie, Guidotto da Cremona
aveva salvato una bambina di due anni rimasta sola e che vedendolo lo
aveva chiamato istintivamente “padre”.
Poi Guidotto la prese con sé e la portò a Fano dov’egli morì. Intanto
Agnese ritornata a Faenza crebbe facendosi sempre più bella tanto da
fare innamorare di sé sia Giannòle di Severino sia Minghino di
Mìngole. Qui Boccaccio ricorre a un diversivo caro ai latini, l’agnizione o riconoscimento, infatti si scopre che Giannòle è fratello di Agnese
che sposa con tutti gli onori Minghino. E Fano? Rimane sullo sfondo
della novella ed è inutile cercare altro.
2004
75
UNA IPOTESI SUL COGNOME “MALATESTA”
I Malatesta, che dalla fine del secolo XIII consideravano Fano come
loro preda, divennero Signori della nostra Città nel 1397 quando
Galeotto I Malatesta ebbe il Vicariato pontificio di Fano (che di fatto
egli già dominava) dal card. Albornoz il quale, per conto del Papa,
mirava a ridare consistenza ai territori del vecchio Stato ecclesiastico.
La Signoria malatestiana fanese durò fino al 1463 allorché Pio II,
avvalendosi della forza militare dell’allora conte Federico da
Montefeltro, scacciò il “chiomato Sigismondo” come lo chiama
D’Annunzio, (citato da Cesare Selvelli), “la procellosa anima imperiale/ ch’ebbe poche castella e non il mondo”.
Sono vicende i cui particolari sono ben conosciuti da chi ha qualche
dimestichezza con la storia fanese.
Quel cognome “Malatesta” da dove viene? C’è una sola ipotesi sulla
sua origine, ma non è da tutti condivisa. Dante, che non aveva simpatia per quella casata, indicando i Malatesta come Signori di Rimini (“Il
mastin vecchio e il nuovo da Verrucchio”, Inf. XXVII,45) ce li presenta come avidi e cattivi. Il fatto è che un’antica arme o stemma dei
Malatesta aveva sopra le sbarre scaccate, poste nel “campo” dello
stemma stesso, una fascia in cui era dominante una testa di mastino,
appunto “la mala testa”. Da quello stemma forse è derivato il cognome
della famiglia.
Il citato verso dantesco in cui viene chiamato in ballo il mastino si
trova in una terzina strettamente legata ad altre riguardanti alcune città
della Romagna i cui Signori avevano nello stemma qualche figura di
animale. Così Ravenna è unita all’aquila dei Da Polenta e Forlì al leone
verde presente nello stemma degli Ordelaffi; col “Lioncel dal nido
bianco” (nell’arme dei Pagani di Susinana) Dante indica Faenza e
Imola.
A Fano non c’è traccia di mastini, anzi è da notare che una pietra murata sul porticato dell’ex- chiesa di san Francesco, dove sono le tombe
malatestiane, è dominata dall’ippogrifo, animale fantastico completamente diverso dal mastino.
76
Dei Malatesta, oltre ai preziosi codici amministrativi, conosciamo
quattro iscrizioni incise su pietra: vi si legge sempre il cognome
“Malatesta”. Ma oggi è in gran voga la forma “Malatesti”, una forma
antica e legittima, specialmente usata da cronisti e storici che si occuparono di questa famiglia.
2005
77
RITROVATE LE STATUETTE DELLE TOMBE MALATESTIANE
Anche da parte de “Il Nuovo Amico” un cordiale riconoscimento all’opera della Polizia di Stato e in particolare al Commissario Dott. Paolo
Mataloni e agli uomini del Commissariato di Fano che hanno reso possibile il ritrovamento dell’Arcangelo Gabriele e dell’Annunziata, le
preziose statuette di marmo, trafugate nell’ultima decade di giugno a
Fano.
Questa pagina è stata chiusa felicemente; ma il capitolo dei beni culturali che debbono essere invece protetti a dovere non lo è affatto. Per
Fano e per gli altri centri della nostra provincia.
Per quanto riguarda la tomba di Paola Bianca Malatesta abbiamo suggerito di togliere tutte le sculture che (lo si è visto) possono essere portate via troppo facilmente. Questa naturalmente è solo la prima misura da prendere. Poi deve seguire il restauro di tutta la tomba; infine,
dopo la collocazione delle difese dallo smog e dai trafugatori, tutti i
preziosi pezzi potranno tornare a fare bella mostra di sé, come prima e
meglio di prima. È meglio privarsi della vista del bellissimo monumento per un anno o due, piuttosto che piangere e pentirsi dopo…!
1991
78
SI RESTAURANO LE MURA MALATESTIANE
Se le passate amministrazioni comunali avessero operato per il teatro
della Fortuna (tuttora gravato dalle lentezze della Sovrintendenza ai
Monumenti) con la determinazione con cui la Giunta ha proceduto al
restauro delle vecchie mura, a quest’ora il magnifico monumento
polettiano sarebbe già in funzione.
Ma torniamo al restauro delle mura il cui “giro” fu progettato dai
Malatesta, ma fu portato alla forma definitiva dal Governo di Fano e
da quello dello Stato Ecclesiastico. Del resto anche la porta Maggiore
che comunemente viene chiamata “Malatestiana” fu modificata dopo
il 1463 (anno in cui terminò la Signoria Malatestiana) anche perché
gravemente danneggiata dalle bombarde del Conte poi Duca di
Urbino.
Mentre si sta portando a termine il restauro delle mura che guardano il
mare, la Giunta Giuliani procede ad altri due importanti lavori: il restauro del quattrocentesco torrione costruito dall’Architetto fanese Matteo
Nuti a destra di Porta Maggiore (pure opera sua), e il consolidamento del
poderoso baluardo cinquecentesco dei Sangallo (esattamente Antonio e
Luca da San Gallo, Svizzera).
Per il primo la spesa prevista è di 300 milioni, finanziata con un mutuo
con la Cassa Depositi e Prestiti e col contributo del 5% sugli interessi
da parte della Regione Marche. Il consolidamento del baluardo di
Sangallo è finanziato per 400 milioni in conto capitale, a fondo perduto, dalla Regione.
Dopo che l’amministrazione comunale avrà realizzato le entrate previste con la urbanizzazione dell’area Montevecchio sarà la volta, finalmente, delle mura romane. Accanto al disinteresse dello Stato, che
però dovrà essere chiamato in causa per il restauro dell’Arco
d’Augusto, ci piace segnalare l’impegno dell’amministrazione comunale e della Regione.
1993
79
SI POSSONO COSTRUIRE MONUMENTI FALSI?
In un precedente articolo ho cercato di mettere in luce l’assurdità di
quella parte della “relazione di bilancio 1998” dove la Giunta fanese
delibera in via definitiva il programma di “recupero”, fra l’altro, della
Torre civica disegnata (1739) dal Vanvitelli e mai esistita; e proprio per
questo ho l’impressione che il testo votato dalla maggioranza consiliare corra sul filo del falso ideologico.
Nello stesso paragrafo si parla del Maschio della Rocca Malatestiana
(sec. XV) da ricostruire dove era e come era dopo l’incongruo intervento del 1931-32, quando fu inventata quella scenografica merlatura
operistica che, insieme all’ antica copertura, tolse all’intero complesso
della fortezza l’aspetto severo di “bello e forte arnese” piantato a guardia del Porto da Sigismondo Malatesta.
Insomma il nostro Consiglio comunale ha deliberato a maggioranza di
ricostruire “il falso di un falso”; che tipo di dottrina del restauro sia
questa proprio non so. Piuttosto mi chiedo: dove andremo a finire? Di
questo passo andremo a finire che Fano (con una forte spesa) sarà sempre più una città falsa e volutamente falsificata. Del resto il Calzabini
a suo tempo costruì le false case dei Malatesta, e fu poi falsificata la
Porta Maggiore nel 1933-34, e negli stessi anni fu falsificato il
Campanile della Chiesa di Ponte Metauro. Dobbiamo andare avanti
così? Credo di no. Credo che se si vuole intervenire nella zona del
Maschio, a 54 anni dalla sua demolizione, sia logico operare con
metodi e materiali moderni. Vado dicendo da qualche decennio che
sarebbe opportuno restituire solo “lo spazio” occupato dal Maschio
senza ricostruirvi i muri, bensì con la costruzione di una articolata e
moderna struttura di acciaio modellata in modo da ridisegnare pari pari
solo il volume del Maschio stesso come era fino all’ottobre del 1930,
allorché il terremoto lo rese pericolante e ne provocò l’abbattimento
della parte più alta.
Ho avuto la soddisfazione di leggere in una tesi di laurea in architettura, recentemente discussa, che i giovani laureandi (pur non conoscendo la mia idea) sono sostanzialmente giunti alla stessa conclusione
80
aggiungendo col loro approfondimento dei problemi e con sensibilità
artistica e urbanistica moderne, interessanti soluzioni tecniche.
Questa mi sembra la strada da seguire per disegnare finalmente nella
nostra tormentata urbanistica un segno veramente nuovo, un monumento sui generis, unico nelle Marche e forse in Italia: un segno degno
di Fano del 2000, un segno capace di tramandare pulitamente la memoria di ciò che è appartenuto alla nostra storia senza ricorrere a falsificazioni di sorta.
1998
Il Mastio della Rocca Malatestiana
prima e dopo il 1930
81
UN ROMANZO SU MALATESTA
È uscito recentemente Sigismondo, un romanzo dello scrittore spagnolo Alberto Cousté che ha per protagonista Sigismondo Pandolfo
Malatesta signore di Rimini e di Fano. Giustamente Rosetta Copioli
presentando a Rimini il libro ha affermato che Sigismondo non é né un
romanzo storico né una biografia, ma piuttosto un romanzo-affresco,
un romanzo-sinfonia d’una preziosa e spesso sensuale evocazione di
fantasmi, soprattutto del fantasma di Sigismondo, bastardo di Pandolfo
III, nato a Brescia il 19 giugno 1417; nato tra Medioevo e
Rinascimento, perciò uomo di due età, giunto tardi all’una e troppo
presto all’altra. Con la sua procellosa anima imperiale - cantò di lui il
poeta - avrebbe avuto “cuore di conquistare il mondo ed ebbe poche
castella”!
Scriviamo queste righe non per giudicare il romanzo, ma solo per soddisfare una curiosità: come è stata trasfigurata Fano quattrocentesca
dalla fantasia, dalla sensibilità di Cousté? Trattandosi di un romanzo è
logico che Fano sia diventata solo un luogo della fantasia, ma quelle
pagine sembrano scritte apposta per far stridere tutti i solenni lodatori
di Fano: “...la terza città delle Marche”, definizione che di volta in
volta può suonare vanto, lamento, delusione, minaccia; Fano la sede
“del più antico Carnevale d’Italia”, “la città dei Cesari” e tante altre
cosette piuttosto provincialotte.
Cousté dice che Fano era la città proprio giusta per i Malatesta. È qui
che essi esistono più che in qualunque altra parte, nessun luogo è,
come loro, così disgraziatamente uguale, nessun’altra città assomiglia
tanto a loro. Più di Rimini, dove la loro fama e il loro potere furono più
grandi, più di Cesena, pur seminata dalle loro impronte, più di Pesaro,
Cervia o Savignano, più dei borghi dove incrudelirono e dei bastioni
che eressero, più delle molteplici cappelle nelle quali imprecarono in
silenzio, più dei fienili dove fornicarono, più delle polveri delle strade
e dei dirupi che ancora li ricordano.
E perché Fano somiglia tanto ai Malatesta? Bisogna ricordare che la
dinastia malatestiana generalmente non procedette per “figli legittimi”
ma per “figli naturali”. E per Cousté Fano, la città dell’infanzia di
82
Sigismondo, è la piccola Fano moribonda, meticcia della riva
dell’Adriatico, bastardissima....
Ahimé cosa dobbiamo leggere: “Addormentata nel suo torpore per otto
o nove secoli, qualche volta risvegliata con violenza da genti saracene,
cullata da remoti bulgari e commercianti bizantini, uomini di passaggio che lasciarono figli e suoni nelle case latine, soprattutto questa lingua che ha il suono dei Carpazi e di imbarcazioni straniere; questo profondo idioma di concubinaggi ibridi e accoppiamenti singolari, non
certo di sposalizi, perché una lingua cosiffatta non sgorga da legalismi
e contratti, ma da tradimenti e pagliericci” ... “Lingua di Fano, gente di
Fano, pietre di Fano immobili sotto un cielo indolente, secoli di soldati straccioni e di furtivi mercanti hai rimescolato nelle tue mura...”.
A parte i diritti della fantasia, sembra proprio che Fano e il suo dialetto abbiano fatto una gran brutta impressione a Cousté. Per fortuna che
qui non comanda Komeini e non si emettono sentenze di morte per
“lesa maestà”; anzi, civilissimi e tolleranti come siamo ci vien da pensare: “Toh! prendi su e porta a casa...!”.
1992
83
NEL MARE DI FANO
Magnifico tripode di bronzo, con delfini, ritrovato nel mare di Fano
insieme con un cannone datato 1580. Il tripode è di epoca rinascimentale e ricorda lo stile di Jean Boulogne: è conservato in una collezione
privata fuori Provincia.
Nel Cinquecento erano assai fitti i traffici tra le Marche, soprattutto
Ancona, e Ragusa che disponeva di una imponente flotta commerciale. Il tripode probabilmente naufragò insieme con una nave anconetana o ragusea.
Il destino dei pezzi d'arte pescati nel nostro mare sembra ormai segnato: non restano a Fano, ma vanno a finire in collezioni private o in
musei forestieri o addirittura stranieri.
E' inutile fare appello al civismo dei pescatori; se questi pezzi hanno
un valore, e certamente lo hanno, bisogna dare a chi li trova una ricompensa adeguata al loro effettivo valore, sarebbero soldi ottimamente
spesi; altrimenti questi pezzi prendono il volo e Fano rimane a protestare, a sognare; ma sempre a bocca asciutta!!!
1993
84
IL BASTIONE DEL SANGALLO
Il Bastione del Sangallo è ora considerato un monumento; per i
meno distratti si deve aggiungere che è un monumento della Fano
pontificia. Alla sua recente riapertura, dopo il restauro, era presente una squadra di figuranti in costume vagamente medioevale o
malatestiano che dir si voglia. Comunque il medioevo col bastione
del Sangallo non c’entra proprio niente. Dopo la fine del dominio
malatestiano (1493) e il ritorno dello Stato della Chiesa ci si rese
conto che a Fano non era ben difesa la parte nuova della città gravitante a sud est, dove ora c’è la stazione ferroviaria. Nel 1532 il
papa Clemente VII (che nel 1527 aveva subito il tremendo sacco di
Roma ad opera dei lanzichenecchi protestanti) inviò a Fano il celebre architetto Antonio da Sangallo (la cui famiglia era originaria di
San Gallo, Saint Gallen, in Svizzera) per fabbricare torrioni e
soprattutto per risarcire le nostre mura verso il mare, in gran parte
diroccate. In seguito si interessò della questione Paolo III, ma non
furono trovati i soldi per eseguire i lavori progettati. Finalmente il
lavoro riprese e fu portato a termine nel 1552 sotto la cura di Luca
da Sangallo, regnando il pontefice Giulio III, di lui fu posta la ciclopica arme nel 1550, cioè lo stemma che ancora vediamo al sommo
dello sperone del bastione. Quell’anno non ricorda solo l’elezione
di papa Giulio, ma anche l’anno giubilare, si era in pieno
Rinascimento.
Ma perché fu costruito quell’enorme bastione allora tanto desiderato dai fanesi? È presto detto: soprattutto per difendere la città da
possibili incursioni dei turchi. Questi costituivano un continuo pericolo coi loro sbarchi improvvisi: rubavano quello che potevano e
portavano via uomini e donne per farli schiavi o per chiedere esosi
riscatti.
La minaccia andò avanti per un pezzo: ricordiamo che nel 1658
fuste turche provenienti da Dulcigno e Santa Maura si presentarono
davanti a Senigallia: catturarono barche e più di cento pescatori. Poi
toccò a Pesaro; racconta il Bonamici che il 10 settembre 1672
85
“quattro fuste di Dulcignotti e Turchi Barbareschi” si presentarono
davanti al porto a “alla vista delle urlanti donne” presero cinquantanove pescatori “parte dei quali barbaramente portarono in Dulcigno e
parte in Algeri”. Nel 1687 sbarcarono vicino al Metauro, ma furono
respinti.
Il bastione del Sangallo però visse il suo momento “storico” il 5 e 6
settembre del 1791 quando per protestare contro una speculazione
sulla farina e su una possibile penuria di pane, vi si asserragliarono
“settanta uomini in circa, che armati teneansi nel baluardo” con un
numero non precisato di donne e ragazzi. Avevano puntato due cannoni contro la città e chissà cosa sarebbe successo se non li avesse convinti ad uscire il vescovo mons. Gabriele Severoli che assicurò l’impunità a tutti. Leggo queste notizie in vecchie carte dell’Archivio
Storico Vescovile. In esse quello che noi chiamiamo “bastione” viene
detto “baluardo”.
Proprio così, i fanesi lo hanno sempre chiamato “baluardo” o anche la
“polveriera”. In una lettera del 1886 all’attore Cesare Rossi, il patriota fanese Marino Froncini, esule in Argentina, gli dice che oltre ad
incontrarsi con lui (Rossi era a Buenos Aires per un ciclo di recite) avrà
piacere di parlare in dialetto come si usava al baluardo: “cum parlemi
malagiù al us del balvèrd”.
Durante la prima guerra mondiale nel bastione fu ricavato un rifugio,
ma i proiettili sparati nel 1915 dalla flotta austriaca contro la stazione
ferroviaria colpirono la chiesa di S.Francesco di Paola (che fu poi
ristrutturata e rimpicciolita) la quale si trovava a qualche decina di
metri dal bastione; gli austriaci spararono poi contro i ponti
dell’Arzilla e - questo molti non lo sanno - uccisero un asino!
2004
86
LA BELLA MOSTRA SU TORELLI
Quando si parla del primo Teatro della Fortuna si parla anche di lui.
Del cavaliere gerosolomitano Giacomo Torelli (1608-1678), valido
combattente e soprattutto “maestro stregone” delle scene teatrali a
Venezia e alla corte di Parigi.
Torelli, di nobile famiglia fanese, è uno di quei personaggi capaci di
mostrare come il Seicento italiano, che conobbe anche aria di crisi non
fu, però, secondo la convenzionale e divulgata critica romantica (quante cose devono farsi perdonare il nostro romanticismo e il nostro risorgimento) un’età buia e stravagante (non bastano Galileo e Sarpi a risollevarne le sorti?), ma fu un’età che presentì il futuro, specie melodrammatico e plaudì alla “invenzione” in tutti i campi. Ma tant’è, è un
secolo che veniva dopo la Riforma cattolica e gli “intellettuali” si dettero da fare per mostrarne solo i lati negativi.
Torelli era di quei fanesi “moderni” che non volevano la loro città via
via ridotta a paese; egli era sulla linea dei grandi slanci e delle creazioni tutte nuove. E così, esperto scenografo (il Sabbatini pesarese gli
aveva insegnato molte cose), inventò il Teatro della Fortuna, costruito
ex-novo nella vecchia Sala della Commedia del centralissimo Palazzo
del Podestà. Tra gli ammiratori dell’opera torelliana ci basta ricordare
il celebre architetto Milizia.
Ora una mostra, nell’ex Luigi Rossi, una mostra molto bella e candida
(persino troppo abbagliante negli sfondi) curata dal prof. Francesco
Milesi, ci mette a diretto contatto col lavoro grafico progettuale e pittorico del Torelli e riesce perfettamente a darci l’idea del genio e dell’ingegno di questo nostro lontano concittadino.
È noto che recentemente il Seicento doveva rinascere teatralmente proprio a Fano, ma nonostante il valore degli organizzatori, non ha trovato terreno adatto a crescere e ad affermarsi. Forse per Fano era troppo.
Voglio dire che si era puntato troppo in alto. Insomma c’è stata una
scommessa “mondiale” che abbiamo valutato male e, naturalmente,
l’abbiamo perduta. Al solito, siamo stati “larghi di bocca e stretti di
mano” come dice l’antico proverbio. E così passiamo il tempo a pian87
gere e ripetere lo stantio luogo comune che “noi”, “terza città delle
Marche...!!” ecc. ecc.!
Torelli già era stato fatto conoscere ai fanesi da Anton Giulio Bragaglia
nel secondo dopoguerra. Ora i modelli scenici torelliani sono stati
costruiti dalla scuola milanese di Brera e, finalmente, c’è materiale che
giunge da Parigi.
Notevole è il restauro (merito del Rotary Club) delle quattro statue di
legno che ornavano il boccascena del teatro torelliano che, come si sa,
fu restaurato nel 1718 da Ferdinando Galli da Bibbiena.
Bello e atteso il plastico in legno del Teatro, plastico realizzato dal
prof. Gianfranco Grandoni. Il Teatro della Fortuna è una delle poche
cose europee che ebbe Fano e che interessa gli studiosi di ogni parte
del mondo che in questa mostra possono ben rendersi conto della bellezza di ciò che ormai non esiste più. Per tutti noi, profani di costruzioni teatrali, è una lezione da non perdere!
2000
88
SANT’AGOSTINO E LA “BATTAGLIA” COI SASSI
Sant’Agostino (lo scrive padre Cremona su Avvenire) racconta che una
volta andò a predicare a Cesaréa di Mauritania e che, prima di iniziare, sentì davanti alla cattedrale un vociare piuttosto scalmanato. “Sarà
gente che viene alla predica” pensò. Gli dissero che, invece, si trattava
della “caterva”, una “festa” celebrata ogni tanti anni: metà popolo a
destra, metà a sinistra e sassate a non finire fra le due parti senza tener
conto di niente; volavano sassi e pietre da un fronte all’altro come capitava capitava: ci scappavano sempre i feriti, a volte il morto. Si divertivano così!
Sant’Agostino uscì fuori e dal sagrato gridò “Fermi tutti”. Fece poi un
predicozzo così salato che tutti si vergognarono. Il santo raccontava
poi, con compiacenza, che da quell’anno la caterva “non fu più giocata”. A Cesaréa no, ma a Fano sì. Non si chiamava “la caterva” ma “la
battaglia”: strana e violenta usanza vietata definitivamente solo nel
1707 da Papa Clemente XI, Albani.
La battaglia a suon di sassate fra due opposte schiere è forse l’antenata del famoso “getto” carnevalesco chiamato curiosamente
nell’Ottocento “il combattimento”: era fatto col lancio dei confetti (i
mandulòn), fagioli e ceci patinati di gesso colorato; Giulio Grimaldi in
una sua poesia dialettale parla anche di patate tirate sulla folla.
La battaglia, di cui parlavamo, si svolgeva ogni anno ai primi di settembre, forse nei pressi della porta S.Leonardo. Vi prendevano parte
un po’ tutti, tanto è vero che il vescovo Ranuzzi nel 1685 scriveva da
Parigi all’abate Federici incaricato di vigilare in spiritualibus: “Si proceda pure contro i Sassaiuoli Chierici”.
La “battaglia” dopo l’abolizione fu immortalata in un quadro, ormai
disperso, posseduto dalla famiglia Carrara: un segno che quella spericolata “festa” era abbastanza radicata benché gli storici antichi, per es.
Nolfi e Amiani, non ne parlino forse per non evidenziare la brutalità di
certi fanesi. Ciò che successe a Sant’Agostino ci fa però capire che tale
brutalità aveva diffuse radici lontane e antiche.
2003
89
QUALCOSA DI EBRAICO NEL DIALETTO FANESE
È noto che il sabato è per gli ebrei giorno festivo dedicato al riposo e
alla preghiera: recenti episodi, purtroppo tragici, lo hanno messo per
tutti in chiara evidenza.
Anticamente anche a Fano c’era la presenza di una comunità ebraica. I
Malatesta erano clienti di prestatori ebrei ed erano protettori di quella
comunità. All’inizio del Cinquecento il celebre tipografo ebreo
Gerolamo Soncino stampò proprio a Fano parecchi suoi libri famosi. La
sinagoga e il cimitero ebraico c’erano, però non esistette mai un ghetto.
Qualche parola di origine ebraica adattata o, se volete, storpiata passò
nel dialetto; pochissime sono giunte sino a noi. Il sabato, da cui abbiamo preso le mosse (shabat o shabbat, da leggere sciabat) è presente col
vocabolo sciabà: fare sciabà in fanese - ma forse anche in altri dialetti
della provincia pesarese - significa non tanto “fare festa”, ma spendere o, addirittura, “sprecare”: ha fat sciabà de ognicò, ha sprecato tutto.
C’è poi, il verbo dialettale asciatare, sciatare che rende l’italiano “soffocare”. Nei Malefici una carta fanese, nientemeno del 1372, parla di
una lite fra due ebrei e fra l’altro vi si legge che Massario offeso da
Manuele gli dice sel non fusse per lo bando eo te asateria cioè “io ti
asciatterei”, ti soffocherei, ti ammazzerei. L’origine ebraica della voce
chi la fa derivare da sahat (macellare secondo l’uso ebraico) chi, con
maggiore precisione, dal termine shechitàh (da leggere scescità) che si
riferisce all’azione del macellaio il quale prende alla gola l’animale e
gli recide la trachea.
C’è anche un vocabolo rimbalzato a Fano dal dialetto giudaico-romanesco: è il fanese batanài. I batanài sono principalmente costituiti dalla
ferraglia che fa uno sgradito rumore quando è sbattuta, ma a volte ci si
riferisce a qualsiasi altra cianfrusaglia; ebbene nel dialetto giudaicoromanesco, come scrive in un suo articolo Luigi Magni regista del film
In nome del Papa Re, badanài erano chiamati gli ebrei che a Roma da
secoli esercitavano il mestiere degli stracciaroli. E lo stracciarolo,
come tutti sanno, raccoglieva nella sua carretta anche i ferri vecchi:
cioè, per dirla in fanese, ogni sorta de batanài.
2003
90
CIALOCCA, FACOCCHI, PICAROLA
Non mi soffermo a lodare quelle compagnie teatrali che cercano di salvare il dialetto fanese, quello autentico (perché ora sta diventando un
gergo mescolandosi ad altre pronunce e anche ad altre parole). Ho
interrogato a suo tempo i vecchi fanesi perché mi chiarissero il significato di “cialocca” che avevo trovato in una poesia del 1876, ma nessuno seppe darmi una risposta.
In una lettera del 1° giugno 1873 alla madre di Ruggero Mariotti (la
sora Lucia) un certo Federico de Vergon ci assicura che le poche donne
che percorrevano il Corso al mattino (forse era il giorno della festa
dello Statuto) erano chiamate “le lumache” e giravano per “fè veda el
vestit”. Lumache addio per sempre! Quante parole si sono perdute con
la cessazione di vecchi mestieri! Vocaboli che riguardavano gli arnesi,
i materiali, il gergo stesso che ogni artiere inventava per conto suo o
imparava dal padrone. Non solo sono venuti meno (com’è naturale)
“facocchi” (fabbricanti di carrozze), ma anche molto di quello che era
legato alla seta e alle setarole. Lo stesso sta per accadere ai “vetturini”.
Chi di voi sa cos’è la “picarola”? Era un arnese pieno di punte che usavano i fabbricanti di cotechini i quali “piccavano” il loro prodotto perché risultassero meglio i profumi alla cottura.
Sta per scomparire il “fratello di latte” (el fratel de lat) che era un bambino dato a balia, in genere in campagna, perché la balia gli desse il
latte che alla madre naturale mancava, o che non aveva voglia di dare
per motivi estetici. El fratel de lat era una sorta di parentela che veniva riconosciuta per tutta la vita. Dove sono adesso (con tutti gli omogeneizzati) i “fratelli di latte”? Credo che più nessuno si ricordi di loro.
Quando veniva offerto un po’ di mistrà per cacciare giù qualcosa che
s’era inghiottito si diceva: Ne prend una sigrimina per ligerì ne prendo
una goccia per digerire; e quando nel piatto si lasciava un nonnulla si
diceva esortando: “Non lasciare i miracoli”, en lasciè i mirècul, frase
che non aveva nulla da fare col sacro (ma che certamente derivava da
miror che indicava meraviglia, stupore).
Un’altra frase che non si dice più è quella che riguarda l’indulgenza, e
91
anche questo non ha niente a che fare col sacro (deriva da “indulgere”);
si diceva per compiacere la padrona di casa: El prend per indulgensa,
lo prendo per indulgenza. Non si voleva passare da scortesi, tutto qui,
l’indulgenza sacramentale non c’entrava nulla: era però il vecchio latinorum che faceva la sua comparsa anche nel dialetto. Ora non più.
2004
92
LA FIERA “DI SCALDIN”
Tre erano le fiere principali che fino a qualche decennio fa si tenevano a Fano: la fiera di S. Paterniano (in luglio); quella di S. Bartolomeo,
che in dialetto diventava San Bartulumea e, agli inizi del secolo scorso, era addirittura San Bartlumea, che si tiene in agosto (ed è l’unica
sopravissuta); e la fiera di S. Lucia (13 dicembre) detta, appunto, la
fiera di scaldin. Ne era venuto fuori il detto che certamente i più anziani ricordano: Chi vol veda le bel de Fan venga el giorn de San
Paternian; chi le vol fnì da veda venga a San Bartulumea; chi le vol
cum se sia venga el giorn de Santa Lucia (13 dicembre con la variante
chi le vol purtà via venga el giorn de Santa Lucia).
Cosa era lo scaldino che, ormai come tante altre cose, non si usa più?
Era un recipiente a forma di secchiello, era di coccio smaltato all’esterno di marrone scuro (famosi quelli di Fratte Rosa), oppure era di
metallo, forse alluminio; riempito di brace, la cenigia (in dialetto la
c’niscia), coperta da cenere serviva a scaldare le mani. Era usato
soprattutto dalle donne anziane che lo tenevano sotto la scialina, rigorosamente nera. Oppure lo mettevano in inverno dentro lo scaldapiedi,
un attrezzo di legno che, come dice il suo stesso nome, serviva a dare
un po’ di caldo ai piedi.
Ma ora la modernità (il progresso!) incalza; un grande supermercato
vale più di tre fiere; pensare al passato serve solo a non perderne la
memoria: non serve ad altro; ma la vera memoria è sempre da coltivare; il mondo come è oggi, quello che conosciamo tutti i giorni ci rende
davvero felici e contenti?
2006
93
I POVERI DEL SABATO
Oggi, giustamente, si parla e si cerca di provvedere alle “nuove povertà”, sicché quelle vecchie, da cronaca che erano, ormai sono storia che
è bene non dimenticare.
Chi erano a Fano “i poveri del sabato”, i purét del sabet? Erano una
pattuglia di poveri, uomini e donne generalmente anziani o vecchi, che
ogni sabato, a schiera facevano tutto il percorso da San Leonardo a
Porta Giulia battendo negozi e botteghe per chiedere l’elemosina: saltavano quelli dove sapevano che non c’era niente da rimediare; dai “più
buoni” ricevevano qualche spicciolo. C’erano, però, anche gl’indipendenti che, non volendosi confondere nella suddetta mesta pattuglia,
andavano alla cerca in altre strade bussando solo a quelle porte che abitualmente si aprivano; mai si spalancavano, però! Finirono per passare
in proverbio: Me pèri un purét del sabèt; mi sembri uno di quei poveri
del sabato, si diceva a chi appariva piuttosto ridotto male.
Venivano ad elemosinare anche da fuori Fano; ricordo un povero storpio che accovacciato su una specie di carrettino trainato da due cani
sfiancati gridava “Mamma, lo vedi come sono? Dammi una mela, un
tozzo di pane, una piccola offerta”. Mi faceva venire in mente quel
cieco analfabeta di cui Ildefonso Nieri, alla fiera di Sant’Ansano a
Ponte a Moriano (Lucca), registrò l’esemplare, italianissima supplica.
Quel cieco, non dimentico di parlare a gente cristiana, fra l’altro diceva “Benedetti cristiani di Dio, vedete i miei occhi bruciati, distrutti…
Fratelli, sorelline mie non mi dibandonate, poverino! Ché io non
dibandonerò voialtri con le mie orazioni!” Poi con eleganza trecentesca toscana aggiungeva: “Oh, buttamelo un piccolo sollievo di carità,
che vi saranno tante rose e fiori in Paradiso”.
Non sono certo che a Fano sempre si foderasse religiosamente la propria richiesta di aiuto, ma le donne questuanti solevano tenere in mano
la corona del rosario: muto segno religioso anche quello.
“Mutiam dolore”, diceva l’Aleardi: la fame; sì, c’era in giro anche
quella! Quando non erano in funzione le cosiddette cucine economiche
comunali molti poveri andavano a procurarsi un po’ di minestra sotto
94
le finestre della caserma Paolini, in via Bixio. Tra le inferriate delle
finestre i soldati travasavano il rancio o i suoi avanzi nelle pentole o
nelle gavette che i poveri tendevano. Tutto ciò oggi sembra impossibile e forse ci fa schifo, ma allora, ricordo gli anni ’30 e ’40, quella brodaglia era un ben di Dio per qualcuno. Poi essa fu venduta a chi allevava maiali! E furono messe fitte retine alle finestre della caserma per
far cessare “lo scandalo”. I poveri: quante umiliazioni hanno subito e
subiscono!
2002
95
LE VILLE DELLA CAMPAGNA FANESE
Da pochi giorni Fano può contare su un bel libro che arricchisce la sua
storia. Infatti la bella serie di pubblicazioni sulle ville suburbane e residenze signorili sparse nella nostra provincia (et extra) promossa dal
prof. Peris Persi, dell'Università di Urbino, si è arricchita di un volume
su "Ville e ‘Casini di delizie’ nella campagna di Fano".
II libro ha per autori lo stesso prof. Persi e la dott. Erika Roccato; lo
hanno presentato nel salone della Fondazione Cassa di Risparmio di
Fano, di fronte a un vasto pubblico, i proff. Franco Battistelli e Carlo
Pongetti.
Sono trentaquattro le ville, i palazzi, le case signorili della campagna
fanese che, per il fatto di essere presentate in un quadro organico di
studio e di valutazione della loro origine e funzione attraverso una
documentazione archivistica di prima mano, e con l'ausilio di materiale fotografico vecchio e recente, fissano e salvano una parte non
secondaria di storia civile, economica e paesaggistica di Fano; una storia che riguarda sia il rapporto città-campagna, proprietari (nobili o
borghesi e territorio), sia l'evoluzione strutturale ed estetica nonché
l'uso pratico (vicinanza all'azienda agricola, casa di villeggiatura o di
residenza panoramica) delle costruzioni stesse.
Una storia che rimarca quella differenza che un tempo esisteva con
rigidi confini tra città e campagna, differenza oggi scomparsa per la
dilagante dissipazione e urbanizzazione del territorio che, dicono bene
gli autori, ha addirittura inglobato nel perimetro cittadino certe ville
signorili un tempo “fuori città”.
È giusto che tra le prime venga passata in rassegna Villa Castracane
(sui colli della Galassa, di fronte a1 mare) ritratta con bella suggestione in una foto di Paolo Del Bianco: è la più antica (1566) delle dimore signorili extra urbane fanesi quando ben poche tra le decine di famiglie nobili locali (lo lascia capire Vincenzo Nolfi che scrive nel
Seicento) potevano permettersi il lusso di costruire comodi "casini di
delizie". Gran parte di essi sorse nel Settecento e nell'Ottocento.
Distintamente ricordiamo ancora, negli anni Trenta, quelle ville sui
96
colli di S. Biagio, di Monte Giove (la Villa Rinalducci e S. Cristina, tra
le più belle e ora tra le più abbandonate), di S. Andrea in Villis dove
passeggiavano facendo la ruota i soliti impettiti e striduli pavoni.
Ricordiamo (è scomparsa per far "apparire" un condominio) Villa
Cinti, a S. Orso, con i suoi due centenari cipressi all'ingresso, la cappellina esterna col campaniletto e i busti neoclassici che l'adornavano.
Ricordiamo soprattutto Villa Apolloni (è rimasta in piedi pressoché la
sola torretta) che nel 1832-33 ospitò stabilmente la famiglia del principe Enrico Barberini, "latore" pontificio della “rosa d'oro” riservata ai
regnanti: con lui era Urbano, suo figlio, che invitava a pranzo, al giuoco, a merenda noi suoi compagni di scuola (al S. Arcangelo); e ci pareva una stranezza quasi uno scherzo venir serviti da un distinto cameriere in guanti bianchi! O ascoltare l'arcigno precettore che parlava
esclusivamente in inglese!
Un mondo perduto, che è bene non vada interamente sepolto.
A questo serve il bel libro di Persi e della Roccato che, oltre a planimetrie e schizzi, fa rivivere tanti personaggi che in quelle ville o lasciarono molto di sé o trovarono qualcosa del loro stesso esistere.
1997
97
IN ATTESA DI NAPOLEONE
La prossima settimana cade il duecentesimo anniversario dell’occupazione repubblicana di Fano e naturalmente le dedicheremo la prossima
puntata di queste cronache. Nel febbraio 1797 si aprì direttamente e
concretamente un periodo di trasformazioni anche in casa nostra: ma
non è mia intenzione proporre o discutere interpretazioni storiografiche su quel tumultuoso “lungo periodo”. Mi limito a ricordare che le
attese, le realizzazioni dei rivoluzionari, detti anche “patrioti” e “giacobini”, e il loro scontro con chi era contrario alle novità e lavorava poi
alla restaurazione generarono fra la popolazione paure, sofferenze,
delusioni, né mancarono lutti, ruberie, prepotenze. Fu dunque variegato il corollario.
Lasciamo dunque un po’ di spazio a qualche episodio di cronaca degli
anni che precedettero l’innalzamento dell’albero della libertà in Piazza
Maggiore, la Piassa Granda, dei fanesi. Un albero che certamente non
prometteva nulla di buono a chi deteneva il potere dal momento che
veniva celebrato con una strofetta che diceva: “Or che piantato è l’albero/ s’abbassino i tiranni/ sui lor superbi scanni/ salga la libertà”.
Strofetta che in una sua versione sintetica e canagliesca suonava trucemente: “Con le budella dell’ultimo prete/ noi strozzerem l’ultimo re!”.
Anche allora, prima della ghigliottina, furono le parole a giustiziare gli
avversari.
Nelle vicende fanesi dell’ultimo decennio del Settecento spicca la
figura del Vescovo, il faentino Antonio Gabriele Severoli (1752-1824)
che guidò la diocesi dal 1787 al 1807, anche se nel 1802 si trasferì a
Vienna come Nunzio apostolico: poi divenne Cardinale.
Un dato della cronaca da non tralasciare è che dal 1790 al ‘95 egli chiamò a Fano come Vicario generale mons. Francesco Saverio Castiglioni,
nativo di Cingoli: siccome nel conclave che seguì la morte di Pio VII
nel 1823 il nostro Severoli stava per essere eletto Papa (gli mancarono
pochissimi voti) e siccome nel Conclave del 1829, dopo la morte di
Leone XII, fu proprio il Castiglioni ad essere eletto Papa col nome di
Pio VIII, possiamo dire che per cinque difficili anni la nostra diocesi
98
fu guidata da un tandem di eccezione: un futuro papabile e un futuro
Papa!
Un segnale di malessere civile si ebbe nel settembre 1791 quando un
centinaio di popolani, con donne e ragazzi, esasperati per il prezzo del
pane e per un permesso di esportazione di farina improvvidamente
rilasciato dal governatore mons. Bisleti, dopo aver assaltato un deposito di grano si impadronirono di armi e occuparono il bastione del
Sangallo dove trovarono un paio di cannoni con munizionamento. Li
puntarono minacciosamente contro la città, esigendo assicurazioni sul
prezzo del pane e sugli approvvigionamenti di derrate alimentari.
La rivolta, benché circoscritta nel numero, fu giudicata gravissima e
addirittura si pensò ad un complotto per far partire da Fano una insurrezione che “incendiasse” tutto lo Stato Ecclesiastico. A parte queste
esagerazioni, il momento fu davvero critico e purtroppo né il governatore (un incapace) né i priori, espressi dalla nobiltà, seppero affrontare
la situazione. Solo il Vescovo si recò dai rivoltosi, li supplicò di desistere dalla violenza, promise di far avere a tutti l’indulto sovrano (si
commosse e si turbò talmente che a un certo punto svenne): lo ascoltarono e uscirono tutti dal “baluardo” al grido di “viva Maria, viva S.
Fortunato” (questo particolare è contenuto nella relazione che il
Vescovo inviò al Segretario di Stato). Dopo 48 ore giunse l’indulto: ma
tra il ceto dei maggiorenti c’erano degli scontenti perché la restaurazione dell’ordine “con le giaculatorie del Vescovo” proprio non andava giù.
A rendere amareggiato l’animo del Severoli, che insistentemente chiedeva a Roma di provvedere la città di un buon governatore perché lui
non voleva immischiarsi in cose di politica che non lo riguardavano, si
aggiunse l’accusa di tradimento lanciata contro di lui per il fatto che
nei mesi successivi alcuni dei rivoltosi già graziati continuando a contravvenire alle leggi furono arrestati, processati e condannati. Non si
riusciva a fargli capire che l’indulto valeva per i fatti del settembre
1791 e non anche per il tempo a venire!
1997
99
8 FEBBRAIO 1797: PASSA IL GENERALE BONAPARTE
Dopo la burrasca cittadina del 1791 ben altri timori serpeggiano fra la
nostra popolazione di fronte alle notizie degli eccessi rivoluzionari di
Francia in cui gli avversari del giacobinismo indicavano la mano di una
congiura non solo antimonarchica, ma anche anticattolica. Non ci
meraviglia che baluginando all’orizzonte un periodo denso di incognite a tanti del popolo sembrasse che in segno di pericolo, e di richiamo
alla devozione, numerose Madonnine, nelle cappelle o nei cantoni
delle città battessero gli occhi.
Accadde anche a Fano con la Madonnina del muro esterno della chiesa di S. Giovanni (era nell’angolo ora con le calzature Fiacconi). Il
Vescovo Severoli ordinò una inchiesta e il quadro fu attentamente esaminato da due noti pittori cittadini: Carlo Magini e Giuseppe Luzi.
Intanto l’armata comandata dal ventisettenne generale Napoleone
Bonaparte, scesa in Italia nel 1796 per tenere impegnati gli austriaci di
Lombardia, dopo aver assolto (e come!) il suo compito viene dirottata
dal suo condottiero verso altri scopi e dilaga in altri Stati e regioni
d’Italia. Napoleone punta sullo Stato Pontificio: il 19 giugno entra a
Bologna. Non mettiamo in discussione la spinta che da allora si ebbe
verso il rinnovamento delle istituzioni; pur tuttavia si dovrà notare che
i metodi non furono indolori e tanto meno furono “fraterni, liberali,
giusti”. Ma tant’è: è ben risaputo che i vincitori mettono sempre dalla
parte del “diritto” anche le loro prepotenze e iniquità.
Lo Stato Pontificio, praticamente disarmato, aveva già chiesto ai sudditi e agli enti ecclesiastici un esborso straordinario (per le spese di
difesa) pagabile anche in oggetti d’oro e d’argento che avrebbero permessa di battere monete pregiate: dalle chiese della Diocesi di Fano
partirono due quintali e 38 chili di oggetti sacri! Poco dopo, da
Bologna, fu Bonaparte ad imporre (luglio 1796) una forte contribuzione al governo pontificio: fu la seconda spogliazione in attesa di altre
sempre più pesanti. Fu giocoforza cedere, con la segreta speranza che
il Bonaparte si fermasse. Ma da Bologna, invano contrastato, si mosse
verso Ancona mentre cominciavano a manifestarsi contro i francesi
100
episodi di ribellione popolare: la cosiddetta “Insorgenza”. Il 6 febbraio
1797 i francesi entrano in Fano senza combattere perché i pontifici s’erano ritirati a Senigallia. Il Vescovo aveva raccomandato di non offendere in alcun modo le truppe repubblicane per evitare sanguinose rappresaglie. Dal canto suo, rifiuta di prestare giuramento “alla loro
Repubblica” considerando la Francia “solo potenza occupante”.
Naturalmente viene insediata una nuova Municipalità: i francesi di
solito affidavano tale incarico ai patrioti moderati, più sicuri di quelli
con la testa calda perché più propensi ad eseguire i loro ordini.
Finalmente 1’8 febbraio, sul primo pomeriggio, proveniente da Pesaro
dove aveva pranzato, il generalissimo Bonaparte fece il suo ingresso a
Fano; entrò da una porta (Porta Giulia?) ed uscì senza fermarsi da
un’altra (Porta Marina?); percorse via del Corso senza tante cerimonie
e senza salutare nessuno, nemmeno la nuova Municipalità che lo aspettava ansiosa ...! Si dice che il filosofo Hegel vedendo, anni dopo in
Germania, Napoleone in sella abbia esclamato: “Ecco la Storia che
passa a cavallo”. Un po’ più modestamente i fanesi avrebbero potuto
dire (ma non ci pensarono): “Ecco la storia che passa in carrozza!”,
perché Napoleone attraversò Fano chiuso in una carrozza preceduta da
Ussari e circondata da dragoni a cavallo che lanciavano manifestini per
assicurare che la libertà era nelle sicure mani di amici del popolo e che
l’armata avrebbe tenuto un contegno dignitoso e umana onde smentire
tutte le calunnie lanciate contro di essa.
1997
101
IL VESCOVO TENTÒ DI SALVARE UN “GUIDO RENI”
Quando i Francesi occuparono Fano il generale Napoleone Bonaparte
(come scrive nella sua “Cronaca” Tommaso Massarini) passò in carrozza per il nostro Corso l’8 febbraio 1797.
Non sappiamo da quale Porta sia entrato, forse uscì da Porta Marina;
era diretto ad Ancona. Fu allora che cominciò per Fano e per tutta la
provincia un periodo turbolento il quale per la sua lunghezza e complessità non può essere oggetto del presente articolo.
Era Vescovo diocesano Mons. Antonio Gabriele Severoli che ebbe la
consacrazione episcopale a soli trenta anni. Fu poi nominato nel 1805
Nunzio apostolico a Vienna; nel conclave da cui uscì Leone XII
(Annibale Della Genga) il Severoli non venne eletto Papa per pochi
voti.
Gli esperti francesi che accompagnavano il Bonaparte decisero di
requisire dalla chiesa di S. Pietro in Valle il quadro dell’altar maggiore, La consegna delle chiavi a S. Pietro dipinto da Guido Reni e il
S.Giovanni alla fonte del Guercino. Lasciarono stare l’Annunciazione,
altra tela del Reni, perché di proprietà privata, essendo (a quel che
parve) dei conti Gabrielli. La tela con La consegna delle chiavi era
stata restaurata, malamente, durante il Settecento.
Quando si seppe della requisizione il Vescovo scrisse una lettera (la cui
minuta si trova nell’Archivio Storico Diocesano) che inizia con un
enfatico “Invitto conquistatore”. Gli chiese 300 “rubbia di grano per
sostenere sino al nuovo raccolto una turba di infelici” di Fossombrone
e gli chiese di non portare via il quadro di Guido Reni che egli semplicemente chiama “Guido”. È tradizione che Napoleone abbia inviato
al Vescovo la propria risposta, ma tale lettera non si trova da nessuna
parte; forse il Severoli la portò con sé a Vienna e poi a Viterbo dove fu
trasferito quando venne nominato Cardinale.
Aggiungo che il celebre scultore Canova incaricato, dopo la caduta di
Napoleone, di recuperare i tesori asportati dai francesi, regalò alla
Francia il quadro del Guercino, che ora si trova nel museo di
Montpellier. Il dipinto del Reni è al Louvre; è stato esposto a Bologna
102
nel 1988 nella mostra dedicata alla pittura italiana del Seicento.
Non posso chiudere senza ricordare una battuta antinapoleonica che
allude alle opere d’arte esportate in Francia: un tale chiede: “È vero
che a Parigi rubano tutti?”. Risposta: “Tutti no, ma bona parte!”.
2007
103
“TESORI” IN VOLO PER PARIGI
Il giorno successivo al passaggio del generalissimo Bonaparte la
Municipalità fanese decretò l’apertura dei festeggiamenti di carnevale,
dal 9 al 28 febbraio. Il 25 di quello stesso mese, ma non fu certamente una carnevalata, fu innalzato in piazza l’albero della libertà. Poca
gente, poco entusiasmo, popolazione piuttosto fredda, se non addirittura ostile: a molti era chiaro che si trattava di una occupazione straniera.
Oltre alla abolizione dei titoli nobiliari, dei vestiti con i merletti, degli
stemmi patrizi, e persino dell’abito ecclesiastico, fu imposta a tutti la
coccarda tricolore e l’ordine di usare solo il titolo di “cittadino”. Non
dimentichiamo che i giacobini furono i primi a sperimentare nell’epoca moderna un regime totalitario e che hanno avuto seguaci fin nel
nostro secolo.
Continuarono le “contribuzioni” e le “requisizioni”: il nostro Comune
sborsò più di 25.000 scudi, furono requisite centinaia di rubbie di
grano nelle campagne insieme con un centinaio di buoi e una cinquantina di cavalli e persino 300 paia di scarpe. Le chiese furono spogliate delle antiche pianete e di oltre 280 chili di arredi sacri d’argento. Senza contare le ruberie perpetrate dalla truppa nonostante i severi
ordini ufficiali in contrario.
Il 19 febbraio fu firmato a Tolentino il trattato che ristabiliva la pace
tra la Repubblica Francese e lo Stato Pontificio. E Napoleone riapparve a Fano il giorno dopo insieme ad una possente carovana colma di
tesori e di opere d’arte razziati nelle Marche. Da Loreto, dov’era giunto il 13 di quel tremendo febbraio, aveva asportato tutti gli oggetti preziosi trovati nel sacello della Santa Casa, dalla Sala del Tesoro aveva
prelevato oggetti preziosi per cento chili di oro massiccio e duemila
chili di argento: erano doni votivi di sovrani, città, singoli fedeli.
Dentro uno dei carri che transitarono per Fano c’era, imballata, la statua lignea originale della Madonna di Loreto: eppure aveva assicurato
che non intendeva offendere il sentimento religioso del popolo! Quello
stesso giorno furono sottratti a Fano, per sempre, dalla chiesa di S.
104
Pietro in Valle la pala dell’altare maggiore, La consegna delle chiavi di
Guido Reni e, sempre del ‘600, il S. Giovanni alla fonte del Guercino.
Il Vescovo cercò di farsi almeno restituire la tela del Reni e scrisse una
lettera a Napoleone che così inizia: “Invitto Conquistatore, ho qui una
chiesa sacra alla memoria del principe degli Apostoli. I vostri commissari hanno posto a requisizione il quadro di essa, che è di Guido.
Assicuratevi che questo quadro non è gran cosa. Vel chieggo a monumento della vostra liberalità. Spero tutto da Voi”.
In realtà quel capolavoro era in pessime condizioni per un restauro maldestro. Mons. Paolucci ha scritto che Napoleone rispose in termini di
molta cortesia (era grato a Severoli che aveva scongiurato possibili
sommosse a Fano), ma la tela del Reni è ancora al Louvre.
Naturalmente anche la lettera di Napoleone è scomparsa...!
A Tolentino il Bonaparte praticamente “ripulì” le finanze pontificie
impoverendo lo Stato, ma anche i cittadini e pretese, oltre al resto, 30
milioni di lire francesi pagabili anche in preziosi; ed anzi Fano, con
Ancona, fu scelta (art. 15 del trattato) come ostaggio in mano alle truppe francesi finché non venisse pagata una parte della grossa somma
pattuita. Non c’è da meravigliarsi se molti sudditi pontifici presero a
schioppettate i francesi; ma di questo e del ritorno francese nell’inverno di quel 1797 parleremo a suo tempo; intanto sarà bene non dimenticare (lo diceva un lucido e distaccato intenditore che “la rivoluzione
è una faccenda lunga e noiosa”).
1997
105
SAN NAPOLEONE NON PREGA PER NOI
L’imperatore Napoleone Bonaparte aveva un cruccio, forse (ci suggerisce la psicoanalisi) fin da bambino, perché nella liturgia e nei calendari, o lunari come un tempo si diceva, non era ricordato nessuno che
portasse il suo nome, non c’era nessun San Napoleone.
Veramente la curiosità di cui andiamo parlando dovevamo ricordarla
prima di ferragosto, giorno in cui è nato Napoleone, ma, come si dice,
l’uovo è buono anche dopo Pasqua…!
Dunque l’imperatore stimandosi onnipotente, anche quando si trattava
solo di vanitosa prepotenza, tanto fece che a un certo punto, con l’intento non troppo segreto di servirsi della religione come instrumentum
regni, riuscì a far scovare da alcuni ecclesiastici, piuttosto servili verso
di lui, un eremita antico, un “padre del deserto” che non si chiamava
propriamente Napoleone, ma Naplone, Napione o qualcosa di simile.
Era il 1806 e in quell’anno venne pubblicato uno dei famosi catechismi napoleonici ora noti solo agli studiosi. Una commissione nominata dalla Santa Sede non approvò quel catechismo perché il papa Pio VII
considerava libertà irrinunciabile dei vescovi la scelta del catechismo
da proporre ai fedeli. In effetti su tale questione la Santa Sede, com’era costume di Napoleone, si trovò di fronte al fatto compiuto e, per di
più, si trovò di fronte a un decreto del 3 marzo 1806 con cui il cardinale Caprara, assai propenso ad ignorare le direttive romane, fissava
per tutto l’Impero la festa di San Napoleone il 15 agosto mettendo da
parte ogni riferimento alla tradizionale festa dell’Assunzione della
Madonna. Fu così che San Napoleone, non sappiamo con quanto
seguito fra i fedeli, ma certamente con soddisfazione dell’imperatore,
entrò fra i santi del calendario. Dopo tutto quello che la Rivoluzione
aveva fatto soffrire alla Chiesa ci mancava proprio la trovata di San
Napoleone che, però, fece poca strada sebbene nel 1807 la sua festa
fosse imposta anche nel Regno d’Italia napoleonico.
Caduto l’imperatore la festa di San Napoleone nel 1814 fu abolita in
Francia con decreto reale, ma con pervicacia la ristabilì nel 1852
Napoleone III (detto, a scanso di equivoci, Napoleone il piccolo).
106
Sconfitto dalla Prussia nel 1870 con lui finì anche San Napoleone di
cui nessuno parlò più e così il 15 agosto fu completamente restituito
alla Vergine Assunta. Oggi, però, eccezion fatta per le feste locali che
hanno radice nella storia e nella fede, in quel santo giorno si sente
molto parlare di turismo e poco di Assunzione.
2002
107
LA CASSA DI RISPARMIO DI FANO HA 155 ANNI
“Lo stabilimento della Cassa di Risparmio, da assai tempo invocato da
quanti apprezzano la virtù della beneficenza, è presso ad aver vita
anche fra noi: ed annunciando ai nostri concittadini una tale avventura
noi sentiamo vivamente nell’animo il pregio di essere stati prescelti
all’avviamento di un pubblico bene, il quale fondandosi nella moralità, nella istruzione, e nella previdente economia di un intero popolo, ad
altro non intende che a sollevarne la miseria e ad accostumarlo al
risparmio”, etc. Così inizia l’Avviso col quale il 19 maggio 1843 il
duca Giulio di Montevecchio, che ne fu il primo presidente, dava atto
della costituzione del “nuovo pio Istituto” le cui tavole statutarie erano
già state approvate, il 14 gennaio, da papa Gregorio XVI, sovrano temporale dello Stato Ecclesiastico: per memoria storica il suo stemma
dovrebbe essere dipinto nel salone di rappresentanza, accanto all’arme
dei Malatesta.
La Cassa non nacque come Istituto di Credito nel senso moderno (lo
divenne molti decenni dopo) perché all’inizio prevalsero le finalità qui
sopra enunciate, soprattutto l’educazione al risparmio perché non si
trovasse nella indigenza chi, spesso senza alcuna pensione, si ritirava
dal lavoro; e poi pubblica beneficenza e infine, sebbene nell’Avviso
non se ne parlasse, per combattere la piaga dell’usura. I depositi fruttavano il 2% annuo, i prestiti erano concessi al 4%. La Cassa iniziò la
sua attività 1’11 giugno di quello stesso 1843 con un capitale interamente versato a fondo perduto da 64 sottoscrittori privati che acquistarono 68 azioni di 20 scudi romani l’una per un totale di 1360 scudi: più
o meno 15-20 milioni di lire attuali.
Sottoscrittori furono una trentina di nobili, sedici tra ecclesiastici ed
ordini religiosi, compresi Oratoriani e Gesuiti, e poi professionisti,
commercianti, possidenti. Aprono la lista il Vescovo mons. Luigi
Carsidoni e il Gonfaloniere conte Filippo Bracci che, si badi, sottoscrissero uti singuli, a titolo personale, senza impegnare la Diocesi e il
Comune.
Una curiosità: tra i sottoscrittori troviamo l’Intendenza Generale della
108
Casa Imperiale e Reale di Leuctemberg. Che c’entrano costoro con
Fano? I duchi di Leuctemberg erano gli eredi di Eugenio Beauharnais,
figliastro di Napoleone e Viceré del Regno Italico; in quanto Viceré
godeva di un appannaggio costituito dalle rendite di molti terreni sottratti, non solo a Fano, agli ordini religiosi. Eugenio, quando nell’aprile 1814 scomparve il Regno Italico, fu nominato duca di Leuctemberg
dal re di Baviera, suo suocero, e ottenne dal Congresso di Vienna e
dalla Chiesa di continuare a godere dell’appannaggio per sé e per i propri eredi: ecco perché tra i soci fondatori della nostra Cassa figura
anche la Reale e Imperiale Casa di Leuctemberg i cui soldi, in realtà,
erano della Chiesa.
La Cassa aprì il suo unico sportello l’undici giugno 1843: era aperta al
pubblico le domeniche e i mercoledì dalle 10 alle 13 e funzionava con
un solo ragioniere volontario e, perciò, senza stipendio. Solo una trentina d’anni dopo il portafoglio crebbe con alti e bassi: disastroso fu il
1903.
Nel 1888 il governo italiano sottopose al controllo ministeriale le
Casse di Risparmio pur riconoscendone la natura privatistica e decretando, anzi, che “in nessun caso” Comuni e Province, sindaci e assessori ne assumessero l’amministrazione; una regola d’oro.
1998
Papa Gregorio XVI
LIBERA FONDAZIONE IN LIBERO COMUNE
Ciò che ho scritto due settimane fa nel mio breve intervento sulla origine della Cassa di Risparmio di Fano fa da battistrada a ciò che penso
circa il rapporto tra Comune e Fondazione Cassa di Risparmio dato
che quest’ultima, nata sul fondamento di una recente legge, ha assunto nei confronti di Fano e di altre realtà comunali del tradizionale comprensorio della Carifano il compito di intervenire ai fini di pubblica
utilità nei campi indicati dalla stessa legge costitutiva: Arte e Cultura,
Sanità, Istruzione e Ricerca scientifica, Assistenza e Beneficenza. La
Fondazione, non svolgendo attività ‘bancaria’ o di lucro, ha così recuperato quella vocazione al pubblico bene che, pur in altre forme e con
mezzi modesti, era ben presente nelle intenzioni dei fondatori di quel
“pio istituto” che nel 1843 ebbe il nome di Cassa di Risparmio. In un
certo senso, ma più grande (per nostra fortuna), si possono recuperare
quelle benedette “radici” che in ogni campo tutti lodano, tutti cercano,
ma che non sempre vengono percepite nella loro intima sostanza. Nel
nostro specifico caso è innegabile che “le radici” affondano nel terreno della società civile, non in quello dell’attività costituita: né comunale né statale.
Detto questo mi pare del tutto naturale che oggi fra le Fondazioni e gli
Enti pubblici territoriali di più immediato riferimento, in primis i
Comuni, vada cercato e stabilito un ottimale rapporto di buon vicinato: una collaborazione senza intromissioni reciproche né ordinanze né supervisioni - né primazie che, del resto, non sono previste o consentite né da leggi ordinarie né dalla Costituzione repubblicana!
Non dimentichiamo che nelle Fondazioni bancarie c’è un quid di “privato-sociale” che le differenzia dai Comuni e che in una società libera
e democratica (i due aggettivi “insieme stanno e insieme cadono”) nessuno può pensare che il Comune sia tutto o sia “tutti noi”. Ce ne danno
vivente prova le numerosissime istituzioni di varia natura che operano
nella nostra realtà sociale; e bisogna piuttosto chiedere che, fra esse,
quelle operanti “a vantaggio del bene comune” trovino nelle
Amministrazioni comunali il referente capace di creare e favorire la
110
loro vita e il loro sviluppo. In tale quadro va collocata l’attività pubblica delle Fondazioni bancarie che con i loro mezzi e le loro strutture
decidono i propri interventi che sono di “iniziativa” attraverso i propri
progetti, o di “sussidiarietà” per andare incontro ai Comuni, agli Enti
sanitari, religiosi, culturali, del volontariato, ecc., secondo quanto è stabilito nella già accennata legge costitutiva. Da ciò consegue che le affermazioni “sopra le righe” fatte dal Sindaco di Fano in un recente convegno ad hoc svolto nella Sala Martinozzi sono apparse alquanto stonate
e certamente ben diverse da quelle fatte dal Sindaco di Pesaro.
Sono apparse stonate, dunque, e anche troppo marcatamente gramsciane: faccio riferimento a quanto Gramsci sosteneva riguardo al rapporto fra “intellettuali organici” e potere. In quella posizione ideologica vedo adombrata la teorizzazione delle “Fondazioni bancarie organiche al potere”, lo fa pensare una frase come questa: “Le fondazioni
devono uniformarsi alle linee di indirizzo impartite dal Consiglio
comunale” (cito da una corrispondenza giornalistica; e di mio aggiungo che ormai, purtroppo, il Consiglio comunale conta sempre meno),
pare fatta su misura per far perdere alle Fondazioni bancarie la loro
natura e consegnarle mani e piedi in mano ai Comuni col rischio della
loro stessa sopravvivenza. Invece è necessario non dimenticare che la
“democrazia” è concorso e anche “concorrenza” di forze libere e vitali: se mi è permesso un immodesto richiamo personale dirò che dopo
non essere più stato rieletto in Consiglio Comunale non ho affatto
perso capacità, volontà e interesse in pro della mia città.
1998
111
IL FAMEDIO NEL CIMITERO DI FANO
Via della Giustizia. A molti sembra frutto di buon senso popolare questo nome della strada che porta al cimitero urbano dal momento che
ognuno di noi deve finire fra le secche braccia di “sorella morte”. C’è
almeno (consoliamoci) una giustizia per tutti. Ma non è così!
Via della Giustizia, che anticamente seguiva un tracciato leggermente
diverso, si chiama così perché vi passavano i carri della “giustizia” con
i condannati a morte che venivano giustiziati o col taglio della testa o
con la forca nel luogo dove oggi c’è la Cappellina del cimitero che in
origine era dedicata, il titolo dice tutto, a San Giovanni Decollato. Lì,
la notizia è del Cinquecento, i giustiziati venivano sepolti in povere
fosse.
Successivamente, nel Settecento, attorno alla chiesuola vennero inumati coloro che morivano nell’ospedale annesso alla chiesa di Santa
Croce (che era in via Nolfi; c’è rimasta solo la torre che fungeva da
campanile). Quei poveri morti (e si trattava solo di poveracci perché gli
altri morivano a casa propria) collocati nei sepolcri della piccola chiesa ammorbavano l’aria della stessa e della intera zona. Fu deciso, allora, di seppellirli attorno a San Giovanni Decollato nel campo della
Giustizia; nacque così con ampliamento fatto nel 1812, al tempo del
Regno Italico Napoleonico, il nucleo di quello che sarebbe poi divenuto il Cimitero Urbano.
La sua ristrutturazione e la cessazione delle sepolture nelle chiese della
città risalgono attorno al 1864-65. La prima ad esservi sepolta fu una
bambina del rione porto.
E il Famedio?
Non è un mistero (e anzi la storia “revisionista” ormai lo dice chiaramente) che molti dei più accaniti sostenitori e realizzatori dell’Unità
d’Italia avevano in programma la scristianizzazione del popolo italiano e l’abbattimento del papato. A Fano nessuno si fece avanti (per
quanto ci risulta) per laicizzare il cimitero abbattendo la chiesetta di
San Giovanni Decollato, ma ci fu chi prestò attenzione a ciò che era
stato ideato dalle logge massoniche (a Fano c’era quella intitolata a
112
Vitruvio): cioè costruire nei cimiteri una specie di anticappella per
celebrare non già Dio, ma la scienza, l’intelligenza, le virtù civili dell’uomo: nacque così l’idea del Famedio (Famae aedis), il tempio della
fama.
Il Famedio di Fano, costruito molti anni dopo l’Unità, fra il 1907 e il
1909 dall’architetto Balducci, non ebbe un carattere anticristiano. Ha
un prospetto con pronao su cui domina la scritta Nostri monumentum
amoris (monumento di ciò che amiamo) e arieggia lo stile neoclassico.
Sulla facciata ha tre quadri: quello centrale rappresenta Cristo resuscitato! Insomma è innegabile una contaminazione fra una religiosità
laica (il primo quadro esalta l’ingegno e le arti; il terzo quadro non è
più leggibile) e la tradizione cristiana.
All’interno sono i busti dei fanesi illustri, non tutti necessariamente
massoni; c’è anche il ricordo di padre Aldo Lampetti, missionario in
Brasile, morto nel 1993. Non s’è ancora trovata la nicchia (ma forse
non c’è il posto) per Capalozza e Volpini. C’è anche una grossa lapide
coi nomi di tutti i caduti nelle varie guerre; in questi giorni abbiamo
visto una ciotola di fiori dedicata “ai ragazzi e alle ragazze di Salò”: il
revisionismo non ci autorizza, però, a dimenticare i diversi ruoli ricoperti nella nostra recente storia.
Un’ultima nota: a custodire il Famedio deve pensarci il Comune e non
altri, siano pure parenti o amici, che, invece, onorano con fiori e lumi
solo qualcuno dei defunti presenti in detto Famedio.
2001
113
PORTO DI FANO UNA STORIA TRAVAGLIATA
La sera del 28 dicembre 1860 pioveva a dirotto, ma in piazza Maggiore
(ora XX settembre) un certo numero di persone era in attesa della carrozza sulla quale, diretto a Torino, viaggiava Vittorio Emanuele II. La
sosta fu breve: dopo l’omaggio delle autorità, solo un cenno di saluto
del re mentre dai presenti si alzava la voce di Gregorio Caprini, umile
ma conosciutissimo artigiano (sellaio e costruttore di carrozze), che
gridò: “Maestà, Fano ha bisogno del porto”. Il porto, allora, era in precarie condizioni, ma l’invocazione di Caprini restò inascoltata tanto
che poco dopo il porto venne tagliato in due dal ponte di ferro su cui
doveva passare la ferrovia. Ruggero Mariotti che scrive queste notizie
nota che dopo cinquant’anni molti problemi portuali erano ancora da
risolvere.
Nel settembre 1861 il sindaco Bertozzi, in una sua lettera ufficiale al
Console della Marina con sede ad Ancona, esprimeva con parole assai
dure il suo scarso apprezzamento per i marinai da lui giudicati “gente
bestiale”! Fra tanta cattiveria ci fa però sapere che i marinai in tutto
erano 215 persone: 87 uomini, 73 giovani, 53 adolescenti, 2 vecchi.
In realtà il porto di Fano ebbe una storia molto travagliata che qui, per
ragioni di spazio, non è possibile raccontare per esteso. Diciamo solo
che la darsena e il porto iniziati nel 1612 con consenso di Paolo V
Borghese, ecco il perché del nome Portus Burghesius, erano belli esteticamente poiché aveva buon gusto l’architetto Gerolamo Rainaldi, ma
la funzionalità si rivelò ben presto quasi del tutto nulla a causa del
fango e della breccia che ostruivano i fondali vietando l’ingresso alle
imbarcazioni di qualche consistenza.
Il fiume Metauro e i suoi detriti erano accusati di tutto il danno; fatto
sta che l’intenzione di rendere Fano città autenticamente ed economicamente marinara naufragò. Col porto fangoso e puzzolente si andò
avanti per tutto il Seicento, poi nel Settecento si eseguirono altri lavori costosissimi tra cui la famosa cascata della Liscia e il ponte sulla
strada per Pesaro che migliorarono un po’ la situazione; ma i fondali
del porto e soprattutto l’imboccatura, dettero sempre da fare e per
114
tenerli puliti furono usati prima i “varocchi” (specie di argani con una
pala) che in epoca moderna lasciarono il posto alle draghe a motore.
Dunque dobbiamo dire che la tradizione marinara fanese, contrariamente a quanto si crede e a quanto si va scrivendo sulla propaganda
turistica, non è antica ma moderna. Ebbe la sua grande stagione di sviluppo soprattutto nel corso del Novecento. Il caratteristico borgo dei
marinari, dei portolotti, cominciò a delinearsi solo alla fine del
Settecento, e raggiunse nei due secoli seguenti gli attuali limiti. Nel
Seicento dentro le mura cittadine, in cui stavano 4.322 persone, le
famiglie dei marinari, mescolate alle altre, erano in tutto 22 per complessive 86 persone: è quindi assurdo parlare di tradizione marinara di
Fano. Le barche da pesca venivano tirate sulla spiaggia, quello era il
loro porto!
Che anticamente Fano non fosse nota come scalo marittimo ce lo
mostra la mappa di Ebstorf che fu disegnata nel 1235 dal monaco
Gervasio di Tilbury (mappa sconosciuta agli storici fanesi). In quella
mappa vediamo Ravenna e Ancona poste proprio sulla linea del mare,
a significare che avevano un porto; Fano (Phana) è leggermente staccata dal mare ed è indicata con un simbolo tutto terrestre: una porta
turrita.
2004
115
PIAZZA AVVEDUTI DA RIFARE
Il Palazzo Martinozzi, di cui è ignoto l’architetto, fu in un certo senso
“scoperto” dai fanesi nel 1926 allorché venne demolito il fatiscente
“palazzaccio Avveduti” che lo copriva, occupando gran parte della
piazza che ora si apre davanti al Politeama. Ebbe finalmente luce una
facciata splendida come splendidi furono altri esempi rinascimentali di
edilizia fanese: la facciata di San Michele con la loggia della annessa
Schola, la chiesa e il chiostro di San Paterniano, il Bastione Sangallo.
Adesso i fanesi hanno scoperto per la seconda volta l’antico palazzo
patrizio attraverso l’azzeccato volume PALAZZO MARTINOZZI
vicende di una famiglia e di un restauro pubblicato dalla Immobiliare
Adriatica e presentato e offerto alla Città dal Comm. Pedinotti, amministratore unico dell’Immobiliare.
I testi di Aldo Deli, Franco Battistelli, Remigio Bursi (progettista del
restauro), l’ampia serie di illustrazioni hanno decretato un immediato
successo alla pubblicazione tanto meritoria in quanto dovuta alla sensibilità di un privato cittadino.
Adesso, però, tocca all’Amministrazione Comunale dare l’ultimo
tocco per valorizzare il monumentale progetto Martinozzi. Come? In
modo semplicissimo (il suggerimento ci viene dagli stessi curatori del
libro): rimovendo il volgare insignificante manto d’asfalto di Piazza
Avveduti per sostituirlo con un selciato il cui disegno potrebbe evocare la traccia del perimetro esterno nonché del cortile interno del demolito palazzo Avveduti.
Un selciato non anonimo, insomma. Che ne pensa l’Assessore
all’Urbanistica?
1995
116
L’IRONIA DEL MINISTRO BOTTAI
Quando l’allora Ministro dell’Educazione Nazionale, Giuseppe Bottai,
venne a Fano fu ricevuto, tra gli altri, dal podestà Alberto Tonucci. Ci
fu fra i due un colloquio inedito. Tonucci portò Bottai davanti al palazzo Montevecchio e gli disse: “Questo palazzo può essere la sede
dell’Università di Fano”. E il Ministro: “Ma quando c’è stata un’università a Fano?”. Tonucci allora: “Non so precisare, c’era lo Stato pontificio”. Bottai ironicamente rispose: “Quando tornerà lo Stato
Pontificio riavrete l’Università”.
Quello Stato non è tornato, ma qualche facoltà universitaria sì; anzi
proprio in questi giorni si è avuta notizia che da noi si terrà il Corso di
laurea in Economia Aziendale. Ma già da qualche anno altre facoltà
hanno avuto sede in Fano grazie all’impegno dell’università urbinate e
al suo Rettore Prof. Bogliolo, grazie anche alla Fondazione Cassa di
Risparmio di Fano e al Comune. Nella nostra città un tempo c’era l’università che per l’esattezza si intitolava “Università Nolfi delle
Scienze in Fano”. Lo attesta una Notificazione che si trova
nell’Archivio storico diocesano. L’università fu riaperta, dopo il periodo del Regno napoleonico, nel novembre del 1815. Vi si invitava “la
prode gioventù speranza del secolo” e vi si parlava dei “soccorsi scientifici tanto desiderati”. A riaprirla fu papa Pio VII che dopo la sua elezione venne a Fano per pregare sulla tomba della madre (Giovanna
Ghini) che, rimasta vedova, si era ritirata nella clausura del convento
carmelitano di S.Teresa dove era morta nel 1777 in concetto di santità.
Quell’università ebbe quattordici facoltà: andavano dalle “Belle lettere, poetica e retorica” fino alla “Storia ecclesiastica” né vi mancava la
“Medicina”. L’università era “decorata” del Diploma cesareo concesso
da Carlo VII imperatore del Sacro Romano Impero (ormai al tramonto) e confermato da Francesco I, imperatore d’Austria. Gli allievi furono sempre pochi; la nostra non era un’università di spicco; fu soppressa nel 1824. Derivava dal Collegio Nolfi di cui qui sarebbe troppo
lunga la storia; diciamo solo che fu voluto da Guido Nolfi, morto nel
1627; il suo lascito fu rifinanziato da Rodolfo Nolfi e da Vincenzo
117
Galassi adottato dal Nolfi: però fu aperto solo nel 1680 per merito del
vescovo Ranuzzi e dell’abate Federici: in seguito fu dichiarato “ecclesiastico”.
L’attuale “Istituto di istruzione superiore Guido Nolfi” fino a pochi
anni fa era Liceo Ginnasio, che ha compiuto l’anno scorso cento anni;
ha avuto dunque un illustre antenato.
2007
118
È PROPRIO LA “VITTORIA ALATA”?
Al primo piano del palazzo comunale nel cippo che sostiene la bella statua di Adolfo Apolloni (1855-1923), cittadino onorario di Fano, l’etichetta reca il titolo “Vittoria Alata”. Fu collocata in cima allo scalone
d’ingresso quando sui muri dello stesso vennero sistemate (negli anni
‘20) le lapidi in memoria dei fanesi caduti nella prima guerra mondiale.
La statua col titolo che le fu dato era effettivamente rispondente alla sua
funzione e collocazione. Ma Apolloni l’aveva creata parecchi anni
prima, per altra funzione e con altro titolo. Mentre si trovava negli Stati
Uniti, dove aveva collocato parecchie sue sculture, gli morì improvvisamente a Boston la moglie, Marta Holt.
Apolloni volle abbellire la tomba di Marta con una statua in bronzo
che esprimesse la speranza in un loro futuro ritrovarsi; nacque così
L’angelo della Risurrezione: infatti le braccia sembrano invitare ad
uscire dal sepolcro e il corpo, che ha chiare forme femminili, forse rappresenta la moglie in sembianze angeliche. La nostra “Vittoria Alata”
non è altro che la copia in gesso dell’Angelo collocato nel cimitero di
Boston con tutt’altra intenzione. Però tra le lapidi dei caduti ci sta
ugualmente bene. Ho tratto queste notizie da un appunto inedito del
Conte Pier Carlo Borgogelli.
1993
SULLA PORTA DEL TEATRO UN MARMO SPRECATO
La solenne scritta marmorea che ora, ben pulita e restaurata, sovrasta
l’ingresso del Teatro della Fortuna è nata piuttosto storpia: non so
quando né chi l’ha fatta. Ha una sessantina d’anni o forse più: ricercando in archivio sarà facile scoprirlo.
Nelle prime quattro righe ci sono quattro sbagli e una improprietà;
vediamo. “Questo palazzo della Ragione/ Sede nel sec. XIII/ del
Parlamento dei Cento Cittadini/ nel MDCLV/ divenne ad opera di
Giacomo Torelli da Fano/ Teatro della Fortuna/ Ricostruito nel
MDCCCLXIII da Luigi Poletti/ A spese pubbliche”.
Il palazzo in questione nacque come “Palazzo del Podestà” e sempre
fu chiamato così anche dopo che all’interno Torelli lo trasformò in teatro.
Fu alla fine del secolo scorso che a qualcuno venne il ghiribizzo di
chiamarlo “della Ragione” forse perché anticamente nella sala principale si amministrava la “ragione”, cioè si discutevano le cause.
Andiamo avanti: il palazzo fu “sede nel sec. XIII ecc. ecc.” Il palazzo
in questione nel sec. XIII non fu sede di niente per il semplice fatto che
non esisteva: la sua prima pietra venne posta nel maggio 1299 (proprio
agli sgoccioli del secolo decimo terzo) e fu terminato, forse, nel primo
decennio del secolo quattordicesimo: l’organismo assembleare che vi
si riuniva a partire dal secolo quattordicesimo si chiamava, e sempre si
chiamò, “Consiglio” e mai “Parlamento”.
Procediamo: la recente riapertura del Teatro ha insegnato a tutti che il
Torelli inaugurò il “suo” teatro nel MDCLVII (1677) non nel MDCLV
(1655) come afferma la lapide bugiarda.
Anche la penultima riga è equivoca, e quindi è inadatta per una lapide.
L’architetto Poletti non “ha ricostruito” il teatro progettato dal Torelli
(come se l’avesse rifatto tale e quale); ma demolito il teatro torelliano
impraticabile per vetustà ne costruì uno del tutto nuovo per stile e per
posizione topografica, in gran parte fuori del perimetro del Palazzo del
Podestà.
Conclusioni: prima di risistemare vecchie lapidi conviene verificare la
120
loro esattezza (non si sa mai!). Se buttar giù la torre di piazza non è
possibile è invece possibilissimo buttar giù la lapide strafalciona:
prima, però, bisogna assicurarsi che la nuova iscrizione venga dettata
da uno che sappia leggere, scrivere, e far di conto!
1998
121
TEATRO DELLA FORTUNA:
IGNORATA LA TRADIZIONE E L’ATTESA DEI FANESI
Nel corso del prossimo aprile riprenderà a vivere il Teatro della
Fortuna, che disastrosi eventi bellici e la susseguente scarsa attenzione
degli amministratori locali hanno reso muto per ben cinquantaquattro
anni: esattamente il triplo degli anni impiegati per costruirlo ex novo.
Anche se tuttora la splendida neoclassica sala progettata dal Poletti nel
1845 (ai tempi del governo pontificio) e inaugurata nel 1863 non ha il
soffitto lumeggiato dalle vivaci tempere del Grandi con soggetti mitologici, anche se l’architrave del proscenio non ha certi suoi riquadri
dipinti a forti colori (rosso inglese e blu molto carico), anche se gli
stucchi non rimandano il bagliore dell’oro zecchino, tuttavia è ora che
la grande sala (più scolorita di quella che abbiamo visto fino al 1944)
torni alla sua primaria e naturale funzione di contenitore artistico-culturale col teatro lirico, i concerti, la prosa. Nel passato vi trovarono
ospitalità anche cerimonie solenni, conferenze, balli, veglioni, e persino il “cinematografo”.
Con quale spettacolo inaugurale si apre il Teatro della Fortuna? Non
nascondo che in proposito, leggendo su Fano stampa (organo ufficiale
dell’amministrazione comunale) la “Programmazione 1998” sono
rimasto di sasso: e non per l’approssimativa prosa del comunicato stesso né per la programmazione in cui non viene indicata nessuna data
precisa…, ma perché è stata totalmente ignorata la tradizione e l’attesa dei fanesi. Tutte le volte che il teatro ha riaperto i battenti dopo qualche forzata chiusura lo ha fatto proponendo un’opera lirica, un melodramma.
Così fu nel 1863, alla vera e propria inaugurazione, con Il Trovatore di
Verdi, cui seguirono il Machbet e La Favorita; così fu nel 1893 (dopo
la ricostruzione di parte del soffitto) con La forza del destino, cui dettero lustro il celeberrimo Tamagno e Maria Pizzigalli, soprano nostra
concittadina; così fu nel 1936 (dopo il terremoto del ‘30) con l’Andrea
Chenier di Giordano diretto dal concittadino M° Franco Capuana. In
quelle occasioni, i nostri vecchi, da bravi e intelligenti provinciali, seppero sempre corrispondere alle attese dei cittadini.
122
Cancellata la tradizione operistica e scartata anche l’idea di un grande
concerto lirico-sinfonico (forse nemmeno presa in considerazione) il
teatro si aprirà con spettacoli di prosa che, come è detto nella sgangherata “prosa” della “programmazione”, dovrebbero avere una
“valenza europea”. L’inaugurazione del teatro vedrà poi una “Festa
barocca” con contenuto e coinvolgimento finora segreti: sembra che
anziché festeggiare la risurrezione del teatro del Poletti si debba festeggiare quella del secentesco teatro (morto e sepolto) di Giacomo Torelli.
E proprio nel nome di Torelli (scenografo e non musicista) prenderà il
via, per ripetersi ogni anno “nell’intorno di Pasqua”, così dice il famigerato manifesto di programmazione, un festival di musica barocca dal
titolo A vagheggiare Orfeo. Si tratta di un’operazione raffinata e impegnativa, e quindi costosa; un’operazione che per Fano rappresenta un
vero e proprio punto interrogativo.
In estate ci sarà poi la “irruzione” del Violino e la selce, e questa volta,
nella sua rozzezza, il più volte richiamato manifesto di programmazione dice proprio una cosa giusta, ma sarà un’irruzione semplice o una
irruzione con scasso?
1998
123
POLETTI PROGETTISTA DEL TEATRO DELLA FORTUNA:
CHI ERA COSTUI?
Il nome di Giacomo Torelli, e non quello di Luigi Poletti, è corso e
corre più volte sulle ali della festa barocca, per l’inaugurazione del
restaurato nostro teatro e sulle ali del prossimo vagheggiamento di
“Orfeo”. Il nome di Torelli, in realtà, fa “molto barocco”: un richiamo,
un ritorno di cui a Fano nessuno sentiva tanto travolgente necessità;
comunque, essendo stato chiamato in campo un esperto come Antonio
Zedda, auguriamoci almeno di trovarci di fronte a qualche bella sorpresa. Va precisato, però, che Torelli non ha nulla a che fare col teatro
che proprio oggi 18 aprile riapre i battenti: nulla di nulla, se si eccettua il fatto che il famoso teatro da lui costruito nel ‘600, e di cui oggi
niente rimane ebbe – per primo – il nome di Teatro della Fortuna. Il
quale, si badi, non aveva né la collocazione né l’orientamento dell’attuale teatro. Ad evitare confusione ed errori, platealmente presenti in
quasi tutti i dépliants di propaganda turistica, è da ricordare che il teatro torelliano costruito nel trecentesco Palazzo del Podestà, e precisamente sopra le logge, aveva la fiancata destra, molto più alta dell’attuale, fiancata che guardava verso piazza XX Settembre e il suo palcoscenico era stato ricavato in un nuovo ambiente che poggiava su un
“voltone” gettato verso il primo piano dell’edificio in cui ora c’è la
Cassa di Risparmio.
L’architetto modenese Luigi Poletti (1792-1863) progettista dell’attuale teatro (e messo oggi in un cantone!) non era certamente uno sconosciuto. Valente professionista con molto senso artistico, versatile e profondo studioso, si affermò soprattutto nello Stato Pontificio. Era un
esponente della cosiddetta “architettura purista”. Costruì con criteri
nuovi per il suo tempo tre teatri: a Terni, a Rimini, a Fano. Pio IX lo
nominò architetto municipale di Roma dove diresse e in parte progettò i lavori per la ricostruzione della Basilica di S. Paolo fuori le mura
(semidistrutta da un incendio) e dove, fra i tanti suoi lavori, collocò in
Piazza di Spagna la colonna con l’Immacolata Concezione a cui
annualmente i Pontefici rendono omaggio. Nelle Marche costruì la
chiesa di S. Venanzio a Camerino, parecchie ville signorili, a Pesaro
124
costruì la cosiddetta fronte polettiana che (rimaneggiata) è la facciata
delle Poste nella piazza centrale. Ricostruì la Basilica di S. Maria degli
Angeli ad Assisi, parzialmente distrutta da un terremoto nel 1831.
Meritava che il “suo” teatro (il più bello) fosse riaperto con quelle
musiche che lui immaginava di ascoltarvi; il resto, o moderno o più
antico, doveva e poteva venire dopo.
1998
125
È RIAPPARSO IL SIPARIO
IN TUTTO IL SUO ORIGINALE SPLENDORE
Promosso dal Gruppo Amici della Musica, organizzato dagli
Assessorati alla Cultura di Fano e della Provincia, e dalla Associazione
“Pro Arte Marche”, con il contributo della Fondazione della Cassa di
Risparmio di Fano, martedì 14 settembre al Teatro della Fortuna, tutto
esaurito (e anche questo ha un suo significato), abbiamo assistititi ad
un Recital, o meglio ad un Concerto lirico-sinfonico, che doveva avere
come protagonista Cecilia Gasdia che, ammalata, è stata egregiamente sostituita dal soprano Anna Caterina Antonacci che è stata molto più
che una sostituta. Infatti s’è imposta ed ha convinto con le sue eccezionali doti vocali che, lasciando da parte più raffinate definizioni tecniche, le fanno meritare un titolo che tutti e subito capiscono: è stata
bravissima e anche nei brani non propriamente di soprano come
nell’Habanera della Carmen o nel Che farò senza Euridice di Gluck.
Sicura e puntuale è stata la direzione dell’orchestra “Pro Arte Marche”
affidata al Maestro Bruno Dal Bon; bravo è stato il coro lirico Mezio
Agostini, diretto da Angelo Biancamano che si è esibito nei brani verdiani Va’ pensiero e Patria oppressa.
Il teatro oltre che completo di pubblico si è finalmente mostrato anche
completo di “sipario”. Infatti, entrando, si parava sul boccascena il
famoso sipario dipinto nel 1863 da Francesco Grandi con la ideale
visione delle mura dell’Arco di Augusto e delle emergenze monumentali di Fano romana, sfondo ad un immaginario ingresso dell’imperatore, su una biga dorata, nella Colonia Iulia Fanestris. Dopo il restauro
il cosiddetto “telone” è apparso in tutto il suo originale splendore coloristico (inevitabilmente accademico) e con le figure di primo piano di
Augusto e degli augustali fanestri che ricevono giusto rilievo cromatico dallo sfondo “morbido” delle mura di Fano romana.
Il telone durante la guerra e il passaggio del fronte fu messo al sicuro
nel seminterrato del Seminario Regionale Pio XI, recuperato dal
Comune restò prima nel capannone costruito entro l’ex chiesa di S.
Francesco, poi, sempre ben arrotolato, passò parecchie stagioni nel
vano dove oggi è sistemata la nuova Sala Verdi, finì la sua odissea
126
come ospite nella chiesa del Suffragio (refugium peccatorum...!) fu poi
riportato in teatro per essere affidato a maestri restauratori di Spoleto.
Domenica 27 settembre il Teatro si riaprirà per un recital col giovane
emergente tenore Salvatore Licita, reduce da due recentissimi grandi
successi: al Regio di Parma e poi nel Ballo in maschera messo in scena
all’Arena di Verona.
1998
127
TEATRO LIRICO DELLA FORTUNA:
LA SALA NON SPLENDE
È a tutti noto che a proposito del Teatro La Fenice di Venezia, distrutto da un pauroso incendio, si è subito parlato, e tuttora si parla, di ricostruirlo “com’era” perché Venezia e il mondo della lirica non possono
rinunciare alle meraviglie acustiche ed estetiche della grande sala. Però
se per Venezia (dove si dovrà ricostruire tutto) dovessero valere i criteri applicati al nostro Teatro della Fortuna che si doveva solo “restaurare”, il La Fenice non risorgerà mai dalle sue ceneri.
E’ già stato opportunamente messo in evidenza - mi riferisco ad una
recente corrispondenza giornalistica di Carlo Moscelli - che la doratura degli stucchi del nostro teatro è stata dimenticata. Molti anni fa,
manifestando il mio vivo disappunto davanti al restauro degli stucchi
mi fu risposto da un tecnico del comune che quello che vedevo era solo
il “mordente” sul quale, poi, dovevano essere applicati i preziosi fogli
della doratura: “Non abbia paura, che tutto sarà fatto a regola d’arte!”.
Siamo ancora fermi al “mordente” e la sala ha il colore di un ammalato convalescente, non di un malato guarito. Gli unici colori sono stati
dati sulla fronte del proscenio e riguardano lo stemma di Fano. Lo direste? Sono sbagliati. Il campo del nostro stemma è, araldicamente parlando, diviso da “una merlatura verticale innestata d’argento e di rosso
e di tre pezzi” (volgarmente una “rastrelliera”): ebbene, l’argento è
stato ignorato, fino al 1945 c’era; e lo stemma è banalmente bianco e
rosso!
C’è di peggio. Riguardo il soffitto e, avendo una certa età, lo confronto con quello che era prima del disastro causato (ironia della sorte) non
dagli alleati o dai tedeschi, ma da quella brava nostra gente che ricostruì il teatro nel dopoguerra; ci si accorge che sono stati esattamente
rifatti tutti i riquadri a stucco di varia forma, ma che al posto delle figure ornamentali e degli affreschi di soggetto mitologico dipinti dal
Grandi (ne conserviamo il disegno esatto) c’è il vuoto assoluto.
Gli attuali riquadri nel loro innaturale biancore fanno “volare via” il
soffitto che un tempo si stendeva sulla sala col suo prezioso cromatismo. Se questi riquadri volevano lasciarli vuoti, perché li hanno rico128
struiti ex novo? Tuttavia il rimedio ci sarebbe anche senza ridipingere
gli affreschi: basterebbe riprodurli su tela e poi montarli entro le cornici a stucco: il soffitto riavrebbe così scene e ornati come quelli dipinti dal Grandi. È possibile? Sì è possibile e non è nemmeno un’operazione scorretta in quanto le tele sarebbero pur sempre elementi mobili.
1996
129
ANCHE LA “SALA VERDI” FINALMENTE!
Molte cose sono state dette sulla bella neoclassica sala polettiana del
Teatro della Fortuna invece, mentre scrivo queste righe, ancora nulla
mi è capitato di leggere (a livello di informazione di “massa”) sulla
nuova, anzi nuovissima “Sala Verdi” che sostituisce quella con lo stesso nome diroccata e semidistrutta dall’abbattimento della torre civica.
Su quella vecchia sala, anch’essa progettata dal Poletti, l’Assessorato
alla Cultura ha opportunamente pubblicato (però è destinata a pochi)
una esauriente monografia dovuta a Franco Battistelli e a Luca Ferretti.
Era nata come “Sala da Ballo”, ma fu anche sede di concerti, saggi
musicali, veglioni, conferenze, feste di vario genere e persino comizi;
di essa venne fatto un uso piuttosto parco: in ottantun anni di vita fu
usata, in media, sì e no una volta all’anno! All’inizio di questo nostro
secolo, subito dopo la morte di Giuseppe Verdi, ci fu chi propose di
intitolarla al grande musicista scomparso, ma solo nel 1909 ebbe il
definitivo titolo di Sala Verdi. Post fata resurgo (dopo disgraziate
vicende sono risorta): ora lo può dire anche la Sala Verdi. E consiglierei di continuare a chiamarla così, senza premettere l’aggettivo
“nuova” perché le intitolazioni più sono brevi meglio è.
La sua progettazione e la sua messa in opera hanno suscitato molte
polemiche e discussioni: fino a proporre di bloccare i lavori e ricominciare tutto da capo. Non è più sala da ballo, d’accordo, ma questa
sala è indiscutibilmente la più bella, la più comoda e signorile (non
spreco aggettivi), la più attrezzata tra le sale cittadine da adibire a
manifestazioni artistiche e culturali, a convegni e congressi: può contenere circa duecento persone.
E’ mia opinione, so che non troverò tutti d’accordo, che il progettista,
architetto prof. Giovanni Battista Fabbri, e il direttore dei lavori, ingegnere Vittorio Luzi, abbiano fatto un ottimo lavoro così che il costo di
mezzo miliardo non pare sprecato, perché comprende un notevole corredo di attrezzature.
La sala di metri 11,70 per 28,70 è raggiungibile anche con un capace
ascensore, ha l’aria condizionata, possiede moderne e indispensabili
130
apparecchiature (per es. una telecamera a colori a controllo digitale
necessaria per convegni di carattere specialistico in quanto consente
collegamenti con altre città in tempo reale), vari monitor a colori e
videoregistratori, un puntatore a raggi laser, un grande schermo per
proiezioni, una lavagna luminosa, tre cabine per traduzione simultanea. E’ il caso di dire: finalmente!
A questo punto due considerazioni: prima, l’assessore e la commissione consiliare Cultura facciano ben attenzione a scegliere un degno
modo di inaugurare questa sala senza scontentare i fanesi perché, sia
ben chiaro, è ora di finirla con le provocazioni; seconda, la disponibilità di questa struttura che si aggiunge a quella dell’Auditorium S.
Arcangelo, al Salone della Fondazione Cassa di Risparmio, alle Sale
della Concordia, della Fortezza Malatestiana, alla Sala Martinozzi e
del Suffragio e alla imminente Aula capitolare di S. Agostino ponga la
parola “fine” al pensiero di progettare o restaurare altre sale da adibire a incontri, concerti, ecc: non vorrei che ci trovassimo ad avere più
sale che spettatori; per non dire dei costi che sarebbero veramente
sprecati.
1998
131
DUE PIAZZE DA NON STRAVOLGERE
Tra i propositi del nostro Comune nel settore urbanistico oltre alle fantasie (sia pur generose), come il pensare di ricostruire i campanili
abbattuti nel 1944 dalle truppe nazionalsocialiste tedesche, c’è anche
quello di disfare piazza Pier Maria Amiani che da circa un secolo (pur
cambiando alcuni particolari) è uno degli angoli più caratteristici della
città, oggetto di ammirazione (e non invento nulla) da parte di forestieri e turisti per il suo scenario verde immesso lungo la principale via
cittadina. Quella “piazza-giardino” fu una soluzione ottima quando si
trattò di occupare lo spazio già coperto dal demolito monastero dei S.ti
Filippo e Giacomo delle Clarisse. Vi si vorrebbe far sorgere una piazza vera e propria sulla base di considerazioni storico-socialpedagogiche che, ridotte all’osso, nascono prevalentemente dal desiderio (del
sindaco o di qualche assessore) di lasciare il “proprio segno” nella
città.
Ricordo che negli anni venti in questo secolo un sindaco e una giunta
volevano “lasciare il segno” (e si misero all’opera con le “mine”)
demolendo le mura romane per costruire case popolari “igieniche” sull’area finalmente liberata da quelle brutte anticaglie!!
Anche se poi fosse vero che in piazza Amiani aveva sede il foro romano non sarebbe questo un buon motivo per far fuori una soluzione
urbanistica ormai storica ed esteticamente valida. Invece sarebbe un
gran bene se il Comune pensasse a mantenere e curare il decoro di
piazza Amiani sempre, per tutto l’anno. Naturalmente non sarebbero
da escludere interventi migliorativi: penso ad esempio alla fontana e
all’aiuola in cui è inserita, tutte e due assai malridotte.
La seconda piazza che si vuol trasformare è piazza Unità d’Italia sorta
negli anni Cinquanta nel quartiere “Poderino” o, come allora si diceva
spontaneamente, “nel quartiere Fanfani”.
Siamo d’accordo, non è una piazza “bella”; qualche segno che le dia
una certa identità potrebbe essere accettato, ma con molta semplicità si
può o si deve dire che “essa è comoda e utile così come è”.
Pensare a ridurla o a stravolgerla sarebbe come ripetere l’operazione
132
che, al Lido, ha portato alla distruzione di un comodo giardino per far
posto ad una inutile (e costosa) càvea che non serve quasi a nessuno.
Piazza Unità d’Italia è comoda per il traffico che vi scorre, per il vasto
posteggio che offre e che è continuamente usufruito soprattutto a
motivo della presenza di una scuola e di una chiesa. Per rendersene
conto bisognerebbe venire a vedere la grande distesa di macchine in
occasione di cerimonie religiose o di particolari giornate legate alle
iniziative scolastiche ecc.: ma la vastità del piazzale lo rende usufruibile per feste di quartiere, raduni sportivi ecc.
Sento dire che ci si vuol ricavare un giardino: già, e dopo chi lo viene
a curare? Non sanno in Comune che le aiuole che già sorgono a mezzogiorno della piazza in questione si coprono di erbe alte più di un
metro che fanno bella mostra di sé per mesi e mesi?
Dunque, si pensi pure ad un progetto di miglioramento e di abbellimento, ma non si stravolga la funzionalità della piazza. Anche qui,
prima di lasciare a qualcuno il vanto di “lasciare il proprio segno”, si
badi a non strafare, a non stravolgere.
1997
133
I CENTO ANNI DEL S. ARCANGELO
Oggi parlare di collegio (maschile o femminile) sembra cosa assurda,
passata di moda; ma un tempo non era così e non parlo di un tempo lontano. Nel secolo scorso Fano ne ospitava parecchi sia maschili sia femminili. Quest’anno ricorre il centenario della venuta a Fano dei Fratelli
delle Scuole Cristiane, i Carissimi, che volgarmente erano conosciuti
come “i pret sa la bavarola” per via delle facciole che, secondo la moda
ecclesiastica francese, tenevano sotto il mento. Ma non erano preti
bensì appartenenti ad una Congregazione religiosa fondata nel Seicento
in Francia da S. Giovanni Battista De La Salle (morto nel 1719) per
educare i figli del popolo. I “collegi” erano lontani dalla sua mente!
Dunque nel gennaio 1905 il Vescovo di Fano Mons. Franceschini chiamò i Fratelli Lasalliani a prendere possesso del vasto ex convento delle
benedettine, il S. Arcangelo appunto, che ospitava poco più di una dozzina di “artigianelli”; soprattutto tipografi, ma il Collegio vero e proprio ebbe inizio qualche anno dopo, nel 1908-1909. La sua storia è
lunga e varia; bene ha fatto Carlo Moscelli a raccoglierla in un libro
che verrà distribuito in occasione del Raduno annuale degli ex alunni,
domenica 5 giugno.
Qui ricorderò solo qualcosa dei nove anni vissuti come esterno del collegio, dal 1932 al 1941. Indimenticabili, lasciatemelo dire, furono gli anni
del dopo-guerra quando gli ex alunni in massa si ritrovarono nel vecchio
collegio; c’era molto bisogno di stare insieme: era un modo per assicurarsi d’essere ancora vivi, dopo tutto quello che ognuno aveva passato!
In origine i Carissimi gestivano solo qualche classe elementare, per il
resto facevano doposcuola a coloro che frequentavano il Ginnasio-Liceo
“Nolfi”, l’Istituto Commerciale “Battisti” e, più tardi, l’Istituto
Magistrale “Carducci”. Di quel lontano tempo ricordo un inno composto
(parole e musica) da fratel Regolo, uno dei Direttori del Collegio. Iniziava
con le parole “Fior delle Marche, fior della Romagna”, di esso si perdette poi del tutto la memoria. Molti convittori provenivano (per studiare a
Fano) dai centri marchigiani o romagnoli, città e paesi. Il collegio ospitava anche parecchi che abitavano nei dintorni di Fano ma per i quali era
134
scomodo, specie d’inverno, venire a scuola in città. C’erano anche i semiconvittori e infine gli esterni che erano figli di artigiani, commercianti,
impiegati e anche marinai. I convittori avevano una bella divisa con mantello: la indossavano solo nelle grandi occasioni o quando andavano a
casa. Molti accettavano la vita a suon di campanello o di fischietto, altri
la rifiutavano del tutto e consideravano il collegio come una punizione
inflitta dalla famiglia. Ma a volte il collegio era una necessità per chi, non
di Fano, voleva continuare gli studi. Al S. Arcangelo si svolgevano attività che la scuola statale nemmeno sognava: basti ricordare i tornei di palla
a volo, la scherma, il canto, il lavoro manuale I primi viaggi scolastici li
ho fatti col collegio. Ricordo Urbino (un’avventura), Loreto, Ferrara ecc.
Negli ultimi anni i collegiali andarono all’estero, per es. in Spagna! Non
ho mai disprezzato la scuola statale, ma debbo dire che l’educazione
cristiana e la disciplina me l’hanno soprattutto insegnata i Carissimi.
Poi il collegio si è ingrandito, si è abbellito e dopo la guerra ha avuto la
scuola media interna e, classe dopo classe, il Liceo Scientifico. Il massimo che poteva sperare! Ma nello stesso tempo cominciò il suo declino
e alla fine fu chiuso e fu venduto (tranne la chiesa) al Comune di Fano.
2005
Cerimonia di chiusura dell’anno scolastico (1960 circa).
ESATTEZZE SU FANO
Tempo fa scrissi su questo giornale un articolo ironico “I merli di
Fano” per mettere in evidenza le sviste su Fano notate in due dépliants
che avevano la buona intenzione di illustrare storia, monumenti e vie
della nostra città sulla quale capita di dire o scrivere cose non esatte.
Nessuna tragedia perché l’esattezza non è cosa di tutti.
Comincio dalla leggenda più antica. È stato detto che la chiesetta di S.
Pietro Vescovile fu la prima cattedrale di Fano, ma nessun documento
l’attesta. Il suo titolo era S. Pietro in Episcopio forse perché sorgeva
nel quartiere episcopale mentre le altre chiese dedicate a S. Pietro
erano altrove. In dialetto la chiesetta in questione era indicata come
San Piruschin (o Pirusquìn); il che può essere interpretato San Pietro
(Piero) piccolo, San Pieruscolo, San Pieruscolino. È più sicuro pensare che la prima cattedrale sia sorta (ma non sappiamo come era) dove
è la presente. Si doveva contrastare il famoso tempio pagano della
Fortuna e San Piruschin con la sua piccolezza non contrastava nulla.
San Paterniano non fu eremita (in occidente l’eremitismo non era
conosciuto nei primi secoli cristiani) né fu il primo vescovo di Fano
come è stato affermato anche nella messa recentemente trasmessa in
TV dalla basilica del santo; certamente il redattore lo avrà letto da
qualche parte: ecco perché bisogna essere esatti!
Vengo ora alla “Vittoria alata”, l’opera dello scultore Adolfo Apolloni
che si trova in cima allo scalone del nostro municipio. Chiamiamola
pure “Vittoria alata”, ma dobbiamo sapere che quella specie di angelo
è la replica, totale e parziale non so, del monumento funebre che
l’Apolloni eresse alla moglie Marta Holt, deceduta negli U.S.A. quando correva l’anno 1889.
Angeli e croci di Apolloni sono, per dirla con Rodolfo Battistini,
“espressione d’astrazioni celesti” perché l’Apolloni, che fu per breve
tempo sindaco di Roma, era anticlericale.
Lodo (ci vuole anche la lode) il libro di Carlo Moscelli che ricostruisce gran parte della storia del Collegio Sant’Arcangelo di cui fui alunno esterno per ben nove anni. Tra i cappellani del collegio non trovo
136
quello che lo fu a lungo, cioè Mons. Riccardo Paolucci professore in
seminario e storico della Chiesa fanese; né trovo Fratel Regolo che
scrisse un inno ispirato al collegio. Aggiungo che fra gli alunni più titolati (fu mio compagno di classe) ci fu il principe Urbano Barberini che
abitava nella villa Apolloni da dove veniva in collegio tutti i giorni
accompagnato dal suo precettore inglese. Era molto generoso. Morì in
giovane età.
Per finire dirò che è giusto ricordare che l’area già occupata dai capannoni del carnevale era un tempo più bassa e adibita a gioco del pallone al bracciale. Io la ricordo anche come sede del sabato fascista quando, nel pomeriggio, vi si adunavano i balilla e gli avanguardisti spesso
arringati da maestri improvvisati che insegnavano il motto fascista:
“molti nemici, molto onore!”. Non pensavano che “chi semina vento
raccoglie tempesta”. E che tempesta!
2006
137
IL CARNEVALE È ALLE PORTE
Il Corso Mascherato un tempo si svolgeva a Fano l’ultimo giorno di
carnevale, il martedì grasso. Terminava in “Piazza grande” dove, fra i
bengala fiammeggianti, si adunavano i carri che avevano sfilato e tutto
finiva col bruciamento del Pupo. Il proverbio diceva: “Finito carneval,
finito amore/ finito di mangiare le castagnole”.
“Piazza grande” (ora “XX settembre”) fin dai secoli scorsi aveva visto
festeggiare il carnevale o con funamboli o con la grossolana “battaglia
delle trippe” che vedeva protagonisti i macellai o, come racconta
Vincenzo Monti (1754-1828), con una specie di corrida a cui egli assistette, vedendo un toro furioso di colpo ammansito quando venne avvicinato dal proprietario che esso subito riconobbe. Detto proprietariocontadino fu ritenuto dalla folla un mago, uno stregone, rischiando di
venire linciato.
Il carnevale fanese era modesto, tradizionale, casalingo. Venne mitizzato, tra gli altri, dallo scrittore fanese Fabio Tombari che in un articolo pubblicato nel lontano 1955 su “Microfono” (giornale locale) parlò
di “umana fiumana” che partecipava al Corso Mascherato, scrivendo
che ognuno che tornava sano e salvo dal carnevale di Fano (alludeva al
famoso “getto”) “parlava come un superstite, un reduce”. E più avanti
scrive “tre mesi prima per allestirlo e tre mesi dopo per commentarlo
il carnevale di Fano dura letteralmente sei mesi” e conclude: “Così nell’apoteosi finale o cremazione del Pupo, fra cascate di torrenti al
magnesio e scoppi di mortaretti e bengala, il giorno avanti le Ceneri,
Fano manda in cielo col fumo il proprio ridicolo per rinascere, come la
fenice, ogni anno dalla proprie ceneri”.
Nell’Ottocento il Corso Mascherato fu chiamato el va: ciò forse fu dovuto al fatto che alcuni correndo lungo il percorso carnevalesco con in mano
un moccolo acceso gridavano (alludendo al moccolo che continuava ad
ardere) “el va, el va”. Quel nome è ormai morto; adesso diciamo per fini
turistici che il nostro carnevale è il più antico e il più dolce d’Italia. Che
le cose stiano proprio così non sappiamo, ma è bello crederci.
2007
138
LA SOMARATA E “EL GIORN DEL VÀ”
Quest’anno il Carnevale di Fano si è aperto con successo facendo rivivere una manifestazione che sembrava archiviata per sempre: la somarata (in dialetto la sumarèta), un corteo in cui i ciuchi, o montati su una
rude sella o trainanti carretti infiochettati, ricevevano botte e frustate
da denuncia per maltrattamenti. Ricordo le somarate di sessant’anni fa
(o giù di lì). Si facevano a maggio,considerato il mese in cui gli asini
ragliano assai per cercar compagnia. Allora nel comune di Fano i
somari erano molti; adesso non più... bisogna farli venire
dall’Appennino.
Credo che la prima somarata sia del 1885: in Biblioteca ho ritrovato il
Regolamento di quella che ebbe luogo il l° maggio 1885; ha tutta l’aria di essere il primo Regolamento. “La somarata” - c’è scritto – “sarà
composta da un numero illimitato di Soci con pelo o tosatí, fatta a cura
di alcuni Soci promotori.” La partecipazione costava cinque lire, c’era
un “comandante”, la divisa consisteva in pantaloni chiari con stivaloni
o gambali, il cappello color cenere all’italiana con piuma. Non mancava la fanfara. La somarata del 1885 partì alle cinque e mezza del mattino dalla piazzetta che si trova di fronte all’attuale Istituto d’Arte: la
meta era Saltara, i Soci 96, tra essi Leandro Castellani, il nonno (credo)
dell’omonimo regista che ben conosciamo.
Le somarate partivano da Fano, toccavano i paesi vicini: portandovi il
contagio dell’aria carnevalesca che appassionava quei “matti” fanesi.
Invece “El giorn del Và” era tutto fanese e cittadino: era la sfilata per
il Corso di carrozze e di maschere; e, poi, di carri allegorici che in principio erano piccoli e semplici.
Qual è l’origine dell’espressione “El Và”? In “Nuovi studi fanesi” ho
recentemente pubblicato la cronaca di un martedì grasso
dell’Ottocento. L’autore, l’abate Francolini, fa capire che “El Và” (con
un bell’accento sulla “a” che è sonoramente marcata) si riferisce ai
moccoli accesi con cui molti, correndo, partecipavano al corteo carnevalesco dopo il tramonto. Era il moccolo che, -nonostante la corsa, se
rimaneva acceso faceva gridare “El và, el và”. Da questo fatto nacque
139
l’espressione “El giorn del Và” riferita al martedì grasso, ultimo giorno di Carnevale: unico pomeriggio in cui sfilava il corteo carnevalesco. Non sto qui a discutere se il Carnevale di Fano sia il più antico
d’Italia; forse non è vero, perché ogni città aveva il suo carnevale che
si ricollegava alle feste pagane per la fine dell’inverno. Ma per il turismo tutto fa brodo; il dato storico vero e definitivo non è alla portata
di nessuno.
2001
140
MUCILLAGINI: UNA VECCHIA CONOSCENZA
Ogni tanto sentiamo che in mare compaiono le famigerate mucillaggini.
Sono fastidiose per i bagnanti e per i pescatori, ma fortunatamente, come
scrive il prof. Corrado Piccinetti, non sono pericolose. Non recano danno
né alle persone né ai pesci. Le mucillaggini non sono legate, come qualcuno pensa, né agli scarichi fognari né alle sostanze inquinanti trasportate dai fiumi, infatti comparivano anche quando al mare non giungeva
dalla terra ciò che oggi purtroppo vi si scarica. Per documentare ciò che
qui si dice basta ricorrere a qualche vecchio documento. Sul giornale “Il
Piccolo” del 2 agosto 1891 c’è un articolo con questo titolo: “Strano
fenomeno marino”, in cui si nota che da qualche tempo i pescatori
dell’Adriatico vanno osservando un fenomeno che rende infruttuosa la
pesca e li getta perciò nella costernazione. Ad uno o due metri sotto la
superficie del mare si riscontra uno strato di materia semi solida, quasi
una crema perlacea che non permette alle reti di affondare”.
C’è poi “Sulle masse glutinose” una relazione presentata all’Imperiale Regio
Governo marittimo di Trieste dal dott. Syrski che si riferisce alle mucillaggini apparse in gran parte dell’Adriatico da giugno a luglio del 1872.
A proposito dell’estate 1872 noi fanesi abbiamo una precisa
“Memoria” stesa dall’abate conte Francesco Castracane degli
Antelminelli (1817-1899), che la scrisse per l’Accademia Pontificia
dei Nuovi Lincei, accademia di cui lui faceva parte. L’abate Castracane
era uno scienziato particolarmente esperto negli studi botanici, un vero
specialista nel campo delle diatomee e delle bacillarie, tanto che due
generi di queste alghe marine furono chiamati Bacillaria antelminellia
e Diatomea Castracania. Notiamo, per inciso, che Papa Leone XIII
aveva offerto al Castracane la porpora cardinalizia che il nostro scienziato rifiutò per dedicarsi solo ai prediletti studi.
Ebbene nella sua “Memoria” il Castracane parla a lungo dello straordinario fenomeno riscontrato nell’estate 1872 nel mare Adriatico,
anche di fronte a Fano. Concluse che non poteva trattarsi che di una
grande massa di diatomee, un’alga che in certe occasioni si rivelava
con “straordinaria apparenza”.
2004
141
Scarica

Cultura fanese - Fondazione Cassa di Risparmio di Fano