2015
notiziario
d’informazione
sezionale
club alpino italiano
sezione di ivrea
sottosezione di sparone
ALPINISMO
CANAVESANO
a
n
n
u
a
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o
Tesseramento 2016
Come da verbale dell’Assemblea Ordinaria dei Soci del 20 marzo 2015,
le quote sociali per il tesseramento 2016 sono:
Soci ordinari:
Soci familiari:
Soci giovani:
Soci Juniores (sono i soci ordinari tra i 18 e i 25 anni):
Soci giovani (a partire dal secondogenito con socio ordinario di riferimento):
€ 45,00
€ 25,00
€ 20,00
€ 25,00
€ 9,00
I nuovi soci potranno associarsi esclusivamente in sede.
Le quote sono maggiorate di € 1,00 per coloro che rinnoveranno presso la “Galleria del Libro”.
Le quote sono maggiorate di € 1,00 per coloro che rinnoveranno con bonifico bancario (IBAN
IT68W0326831650053858461820 e chiederanno l’invio del bollino al proprio domicilio.
Importante:
Tutti i nuovi soci, oltre a portare una foto formato tessera, dovranno:
• Prendere visione dell’informativa sulla privacy e dare l’assenso al trattamento
dei dati personali
•Si ricorda
Comunicare
fiscale, essere
data escaricati
luogo preventivamente
di nascita, domicilio,
telefono
che tutti i codice
moduli possono
dal sito www.caiivrea.it
(Download - > Moduli).
In mancanza di questi requisiti non sarà possibile procedere al tesseramento.
Si ricorda che tutti i moduli possono essere scaricati preventivamente dal sito
www.caiivrea.it (Download - > Moduli).
Convenzioni sci 2016
Breuil Cervinia - Valtournenche:
Rilascio di tessera strettamente personale presso l’ufficio informazioni adiacente le biglietterie, con una
cauzione del 5 € (il rimborso della cauzione, con la restituzione del tesserino, va poi richiesto entro il 30
Settembre). KEY-CARD e D-CARD con sconti nella parte italiana.
SKI festivo: -10% SKI Feriale: -20% SKI 6 giorni:-15% Menù dello sciatore nei locali convenzionati: -20%
Affitto noleggi convenzionati: -10%.
Monterosa 2000
Giornaliero Monterosa ski dal lunedì al venerdì, festività escluse: 37 € anzichè 41 €.
Offerte valide presentando la tessera CAI con bollino in corso di validità
5 X 1000
Dona il 5 x 1000 alla tua sezione del CAI di Ivrea apponendo il seguente codice nella tua dichiarazione
dei redditi:
84004230011
In questo modo aiuti la tua sezione a rendere viva la montagna finanziando la manutenzione dei nostri
rifugi.
A n nu a r i o A l pi n i s m o C a n av e s a n o 2 0 1 5
2
Verbale Assemblea ordinaria dei soci 2015
7
In ricordo di Renata Bottan
di Amedeo Dagna
9
Un anno di Alpinismo Giovanile
di Renzo Ruggia
13
36
Trekking a Madeira
di Dorina Albertin
38
Sentiero Matilde
di Piera Crotta
41
Una bianca cappella
Testo e foto di Massimiliano Fornero
Alpinismo Giovanile -Attività con le Scuole
46
14
di Alessandro Massa
di Luigi Giachetto
Acqua, Acquolina (in bocca), Fuochino,
Fuoco
di Gabriele Guabello
18
Concorso “...la montagna dei nostri sogni...”
di Luca Gera
19
Si sa non è ancor nato
di Gabriele Guabello
21
In cammino sulle tracce di mori e Walser
di Roberto Pasquino
24
Parco Nazionale del Cilento
di Rosanna Ambrogio
27
Neve sui capelli e primavera nel cuore!
di Amedeo Dagna
30
Il Cervino 150 (in vetta alla storia
dell’alpinismo)
49
Ciao mamma!
di Giulio Conta
51
Dent Blanche
di Alessandro Massa e Stefano Bertino
52
Cerro Torre
di Marino Pasqualone
54
Willy Jervis – Uomo Alpinista Partigiano
della Sottosezione CAI di Sparone
55
Giornata mondiale dell’ambiente
di Giancarlo Tarrone
58
Africano a chi?
di Michele Pregliasco
Tre giorni sul Pasubio
62
34
di Amedeo Dagna
di Amedeo Dagna
Momenti magici a Madeira
di Angela e Sara
Sommario
Sono tornati i lupi sulle Alpi !
Si può convivere?
68
Convocazione Assemblea dei Soci
1
Verbale Assemblea ordinaria dei soci 2015
Sezione di Ivrea
I
l XX marzo 2015, nei locali della sede sociale
in via Jervis 8 a Ivrea, andata deserta la prima
convocazione alle ore 20:30, si riunisce alle
h.21:00 in seconda convocazione l’Assemblea
generale dei soci del Club Alpino Italiano sezione
di Ivrea con il seguente ordine del giorno:
1) Nomina del Presidente dell’Assemblea e della
Commissione elettorale
2) Consegna distintivi ai soci venticinquennali,
cinquantennali e sessantennali
3) Relazione attività 2014
4) Lavori ai rifugi B. Piazza e G. Jervis
5) Determinazione della quota massima di adesione alla sezione per il tesseramento 2016
6) Approvazione bilancio consuntivo 2014 e presentazione bilancio preventivo 2015
7) Elezione cariche sociali: elezione di quattro
consiglieri (uscenti Piera Crotta, Alberto Giovine,
Alessandro Massa, Giacomo Quagliotti)
8) Elezione di un Revisore dei conti (uscente Carlo
Fortina)
9) Elezione di due Delegati all’Assemblea Generale del C.A.I. (uscenti: Amedeo Dagna, Giuseppe
Franza)
10)Varie ed eventuali
1)Nomina del Presidente dell’Assemblea e della
Commissione elettorale
Aldo Pagani è nominato Presidente dell’assemblea. Flora Mozzo ed Elisabetta Sanna sono gli
scrutatori. Plinio Sperotto è nominato Presidente
della Commissione Elettorale. Nicola Baggetta è il
rappresentante del Consiglio direttivo nella Commissione elettorale. Marisa Arborio è nominata
segretaria dell’Assemblea.
2)Consegna distintivi ai soci venticinquennali,
cinquantennali e sessantennali
Soci venticinquennali: Gilberto Airoldi, Marisa
Arborio, Maria Balice, Riccardo Benso, Renzo Boglino, Giorgio Bolgan, Roberta Chiaro, Maria Rita
Dalla Pozza, Piero Valter Di Bari, Marco Durando, Ernesto Ferrando, Stefano Ghirardo, Gerolama Irene Maduli, Maria Fiorenza Maffeis, Angelo
Mancuso, Andrea Marinone, Andrea Franco Meinero, Domenico Nicolotti, Daniele Peraga, Giacomo Raffa, Mauro Rivetti, Daniele Sanna, Giancar2
lo Savino, Laura Savino, Daniela Scalco, Giacomo
Spadacini, Marco Alberto Spadacini, Igor Tonino,
Luca Tonino, Chiara Maria Vesco, Francesco Vigna.
Soci cinquantennali: Cesare Borrini, Anna Maria
Gnavi, Gustavo Gnavi.
Soci sessantennali: Mario Piazza.
Il Presidente consegna i distintivi ai soci venticinquennali, cinquantennali e sessantennali presenti
in Assemblea. I soci che non sono presenti potranno ritirare il distintivo in sede durante l’apertura
del venerdì.
3)Relazione attività 2014
Alpinismo.
Nicola Raimo – segretario della Scuola di Alpinismo e Scialpinismo.
Corsi: da alcuni anni non viene più effettuato il
corso di Sci-Alpinismo. Si sono svolti con successo i tre corsi previsti (Ghiaccio, Alpinismo, Roccia) per un totale di 19 iscritti. Il corso di roccia
ha avuto ben 12 iscritti, ed è stato il migliore degli
ultimi anni dal punto di vista tecnico e fisico.
Gite: sono state organizzate tre gite di Sci-Alpinismo, ben riuscite e con numerosi iscritti, che
fanno ben sperare in una ripresa di questa attività
a Ivrea. Si è invece effettuata una sola gita di Alpinismo, anche per le condizioni meteo avverse di
quest’anno.
Istruttori: la Scuola può contare su 32/34 istruttori, dieci titolati più gli aiuti. Il 2014 ha visto l’ingresso di due neo-istruttori regionali, Alessandro
Massa e Giulio Conta, che hanno superato gli esami finali del Corso regionale.
Progetti per il 2015: si è già svolto il corso di
Arrampicata su Ghiaccio che ha avuto numerosi
iscritti, tra poco si effettuerà il corso di Alpinismo
e in autunno il corso di Roccia. Ci saranno inoltre
numerose gite di Alpinismo e Sci-Alpinismo, ed
anche un evento di due giorni sulle vie storiche
della Palestra di Roccia di Traversella, con un concerto Rock in serata. Nicola invita tutti i presenti
a diffondere le informazioni che si trovano anche
sul libretto delle attività e su Facebook.
Soccorso Alpino.
Stefano Bertino – Capo Stazione Soccorso Alpino
di Ivrea
Sezione di Ivrea
Mandato capostazione e vice: a fine 2014 c’è stato
l’avvicendamento dei Capostazione e dei loro Vice
in tutte le stazioni per la scadenza del mandato
triennale. I nuovi responsabili delle quattro stazioni della XII Delegazione sono:
Ivrea
Capo Stazione: Stefano Bertino
Vice Capo Stazione Vicario:Massimo Lacchio
Vice Capo Stazione:
Ilario Bertino
Ceresole Reale
Capo Stazione:
Stefano Oberto
Vice Capo Stazione Vicario:Marco Blanchetti
Vice Capo Stazione:
Davide Blanchetti
Locana Capo Stazione:
Fabrizio Riva
Vice Capo Stazione Vicario:Renzo Vottero
Vice Capo Stazione:
Roberto Coggiola
Valprato Soana
Capo Stazione:
Diego Gallo
Vice Capo Stazione Vicario:Franco Gallo
Vice Capo Stazione:
Daniele Savin
Interventi: nell’anno sono stati effettuati 60 interventi di cui 12 nella Stazione di Ivrea, 19 nella Stazione di Ceresole Reale, 13 nella Stazione di Locana e 16 nella Stazione di Valprato.
Prevenzione: nonostante le condizioni meteo non
favorevoli, si è svolta con successo la giornata dedicata alla prevenzione “sicuri con la neve”, grazie
anche alla collaborazione della Scuola di Scialpinismo del CAI Valle Orco.
Esercitazioni: sono state organizzate diverse esercitazioni con altre Stazioni di Soccorso e con altri
Enti operanti in ambito di emergenza. C’è stata anche la partecipazione, con due squadre, alla corsa
in montagna “Dolomiti Rescue Race” riservata ai
volontari del Corpo Nazionale Soccorso Alpino,
che prevede lo svolgimento di prove tecniche specifiche di soccorso durante la corsa.
Applicativo GeoResQ: è stato implementato, a
livello nazionale, un importante servizio di tracciamento in tempo reale delle escursioni e archiviazione su portale dedicato dei dati degli utenti.
Questo servizio permette al Soccorso Alpino di
abbattere notevolmente i tempi di intervento con
l’inoltro diretto della richiesta di soccorso e delle
coordinate GPS alla Centrale Operativa. Il servizio è a pagamento, e per i soci CAI è previsto uno
sconto del 50%.
Sede Stazione di Ivrea: la sede è stata rinnovata per
rendere più funzionale e agevole lo spazio dedica-
to al Soccorso.
Bertino ringrazia il volontario Carlo Lana che
è uscito dal Soccorso per raggiunti limiti di età
dopo ben 50 anni di onorato servizio, e segnala
l’inizio del percorso di affiancamento di un nuovo
volontario: Federick Lissolo.
Ricorda la prematura scomparsa, ad inizio 2015,
di Giovanna Autino, responsabile ufficio stampa
XII Delegazione, che si è sempre prodigata con
estrema passione per far conoscere l’operato del
Soccorso Alpino.
Escursionismo.
Oddone Albertin – Coordinatore Escursionismo
Le attività di Escursionismo, Ciaspole e Trekking
hanno avuto un notevole aumento complessivo
dei partecipanti e del numero di gite effettuate,
nonostante le condizioni meteo siano state spesso
sfavorevoli. Albertin ringrazia tutti i soci volontari che hanno contribuito alla buona riuscita delle
attività, e rivolge un ringraziamento particolare a
Roberto Sgubin per l’assistenza prestata alla gite
con ciaspole.
Manifestazioni ed eventi.
Barbara Fontanelli – Comitato eventi
Sono state organizzate alcune iniziative che hanno avuto molta partecipazione: una gita al rifugio
Jervis con letture sulla figura di G. Jervis, La Festa
degli Auguri a fine anno 2013, il pranzo dei senior,
la presentazione del programma 2015 con gara
delle torte e intrattenimento musicale, la Festa
della Donna con la presenza di due atlete famose:
Carmela Vergura e Gabriela Monti. Durante la Festa degli Auguri e nelle gite dei Seniores, sempre
disponibili e generosi, sono state raccolte donazioni per la sezione.
Alpinismo Giovanile.
Renzo Ruggia – Accompagnatore
Tutte le attività previste dal programma si sono
svolte regolarmente, anche se non sempre sotto un
sole pieno. In totale hanno partecipato alle attività
31 ragazzi con l’assistenza di 10 accompagnatori.
Corso primaverile: al corso di avvicinamento alla
montagna hanno partecipato 13 ragazzi tra gli 8 e
i 14 anni, con alcuni nuovi iscritti. Sono state effettuate cinque uscite: una giornata di arrampicata
a Traversella e quattro facili escursioni, l’ultima al
rifugio Jervis.
Soggiorno estivo: alla settimana al Pian di Verra hanno partecipato 27 ragazzi, alcuni dei quali
alla prima esperienza, con l’appoggio di 5 accom3
Sezione di Ivrea
pagnatori. Se il tempo incerto ha condizionato
in parte la programmazione delle uscite, non ha
però intaccato il buonumore e il divertimento dei
ragazzi. Si è svolta inoltre la consueta attività di
formazione con nozioni di cartografia e orientamento e dei primi rudimenti sulle tecniche di assicurazione per l’arrampicata.
Uscite autunnali: il programma dell’Alpinismo Giovanile si è chiuso con una giornata di
arrampicata a Montestrutto e la partecipazione
alla castagnata sezionale al B. Piazza, dopo una
escursione ai Piani di Cappia.
Ruggia conclude l’intervento esprimendo la soddisfazione e la gioia che gli vengono trasmesse
dall’entusiasmo contagioso dei ragazzi durante le
attività.
Baby aquilotti.
Nicola Baggetta – Coordinatore
Concorso per le scuole: si è svolta la 2° edizione
del concorso rivolto alle scuole dell’infanzia e dei
primi due anni delle elementari, con buona partecipazione, e con la premiazione in sala S. Marta.
L’iniziativa sarà ripetuta per il 2015 con la 3° edizione. L’attività dei “Baby aquilotti” prosegue con
successo con gite e iniziative varie.
Sentieri.
Valter Di Bari
L’attività di tracciatura e manutenzione sentieri
continua in collaborazione con la Regione Piemonte. Gli operatori CAI provvedono alla segnalazione di eventuali frane o altri problemi su
sentieri esistenti e poi la regione finanzia gli interventi. Di Bari rivolge un appello a tutti i soci per
avere la disponibilità di altri volontari. Si tratta di
una attività di tre o quattro giornate all’anno. Per il
2015 si dovrà provvedere a modificare il sentiero
di salita al Nel e continuare ad occuparsi dell’Alta
Via Canavesana.
Il Presidente Giovanni Lenti relaziona su altre attività della sezione.
Sede sociale. Sono state cambiate alcune tegole
del tetto della sede per risolvere i problemi di umidità nei locali al primo piano. E’ stata cambiata la
trave di sostegno della tettoia davanti ai garage. Si
provvederà alla tinteggiatura esterna utilizzando i
fondi appositamente raccolti.
Cicloescursionismo. Nella grande famiglia
dell’escursionismo è compresa anche l’attività con
mountain bike, che ha avuto un notevole incremento negli ultimi tempi con gite organizzate du4
rante tutto l’anno.
Eventi culturali. In ottemperanza all’art. 1 dello statuto sociale sono state organizzate serate di
divulgazione della cultura di montagna: si è già
svolto un breve ciclo di conferenze allo ZAC per
la presentazione di libri di De Rossi e Camanni,
e prossimamente sarà effettuata la proiezione di
filmati sulla prima ascensione del Cervino, in occasione del 150° anniversario di tale ascensione.
Sono previste inoltre proiezioni sulla civiltà contadina e sulla transumanza, mentre in autunno
ci sarà un incontro con i responsabili dell’ ARPA
Piemonte sui cambiamenti del clima.
Segreteria. Da quest’anno abbiamo di nuovo una
segretaria, Marisa Arborio, che si occupa regolarmente della stesura dei verbali e che provvede ad
inviare a tutti i soci e-mail di informazione sulle
iniziative che vengono organizzate dalla sezione.
Annuario. La rivista semestrale Alpinismo Canavesano è stata trasformata in un numero unico che
riguarda solo la sezione di Ivrea e non più quella
di Cuorgnè. L’annuario viene distribuito ai soci al
momento del tesseramento.
Nuovi Titolati. Il socio Massimo Bigo ha conseguito la qualifica di Operatore Naturalistico e Culturale.
Assemblea GR a Ivrea. In occasione del 140°
anniversario della fondazione la sezione di Ivrea
ospiterà la 10° Assemblea Regionale dei Delegati
delle Sezioni Piemontesi che si svolgerà Domenica
29 marzo 2015 presso il Polo Universitario Officina H.
Tesseramento. I soci nel 2014 sono stati 1045, una
decina in meno rispetto al 2013.
Nei primi mesi del 2015 i numeri del tesseramento
sono in linea con l’anno passato.
Il Presidente termina il suo intervento ricordando
a tutti che è possibile devolvere il 5 per mille alla
sezione, che ha bisogno del sostegno dei suoi soci.
4)Lavori ai rifugi B. Piazza e G. Jervis
In assenza del coordinatore Beppe franza, relaziona Giovanni Lenti.
Il rifugio Jervis avrà nuovi gestori: sono tre giovani lombardi, selezionati tra i partecipanti al
bando che è stato indetto dopo la rinuncia degli
ex-gestori. La nuova gestione inizierà a giugno.
Saranno eseguiti alcuni lavori per adeguamenti a
normative regionali e nazionali e a disposizioni
dell’ASL, tra i quali la sostituzione della porta del
Sezione di Ivrea
dormitorio.
Al rifugio Piazza è stata sostituita nell’inverno la
fossa biologica e dovranno essere eseguiti altri lavori prossimamente.
5)Determinazione della quota massima di adesione alla sezione per il tesseramento 2016
La proposta del Consiglio Direttivo è di mantenere per il 2016 le stesse quote di iscrizione del 2015,
salvo allineamento ai valori minimi che saranno
stabiliti nell’Assemblea Generale dei delegati del
maggio prossimo. Pertanto le quote proposte sono
le seguenti:
Soci Ordinari
€ 45.00
Soci Familiari € 25.00
Soci Giovani € 20.00
Soci juniores
€ 25.00
L’Assemblea approva all’unanimità.
6)Approvazione bilancio consuntivo 2014 e presentazione bilancio preventivo 2015
Il tesoriere Giacomo Quagliotti illustra il bilancio consuntivo. Spiega la variazione di alcune
voci della Situazione Patrimoniale: la diminuzione dell’importo dei “Materiali in conto vendita”
è stata approvata dal Consiglio Direttivo per il
deterioramento di alcuni materiali in magazzino;
l’aumento del valore delle “Macchine d’ufficio” è
dovuto al PC e alla Stampante che sono stati donati alla sezione; nella voce “ Attrezzi Tecnici” è
stato inserito il valore della sedia Joelette oltre a
quello di corde e materiali per arrampicata acquistati. Tra le voci del Rendiconto il tesoriere segnala
che il costo della rivista Alpinismo Canavesano è
relativo al secondo numero del 2013.
L’Assemblea approva il bilancio consuntivo 2014
all’unanimità.
Il tesoriere presenta poi il bilancio preventivo per
il 2015. Il risultato negativo del conto rifugi è dovuto alle rilevanti spese di manutenzione dei nostri rifugi, già effettuate o in corso di esecuzione,
che dovranno essere saldate nel 2015. Inoltre una
considerevole perdita di acqua al rifugio Piazza,
dovuta alla rottura di un tubo esterno, ha generato
una bolletta molto alta che si sta cercando di ridimensionare con un patteggiamento.
Per contenere il forte disavanzo si è deciso di risparmiare su alcune voci di spesa.
Alla domanda di Irene Maduli sulla possibilità
di stipulare una assicurazione per la tubazione
dell’acqua al Piazza, il Presidente risponde che
non è possibile assicurare un tubo che non è interrato e soggetto al gelo. Si cercherà comunque di
applicare una protezione.
Enzo Ramella chiede invece se ci sarà quest’anno
la possibilità di richiedere un finanziamento del
CAI per i rifugi, visto che l’anno scorso non c’è
stata nessuna erogazione. Il presidente risponde
che nel 2014 non sono stati erogati nuovi finanziamenti perché dovevano essere ancora evasi quelli
richiesti nel 2013 per una cifra doppia di quella
disponibile. Ora le sezioni versano un euro per
ogni socio ordinario allo scopo di finanziare un
fondo rifugi, e dovrebbe essere emesso un bando
nel mese di aprile. Faremo sicuramente richiesta
alla Commissione Regionale Rifugi per accedere
ad eventuali finanziamenti.
Si passa poi alla votazione, e l’Assemblea approva
il Bilancio Preventivo 2015 con la sola astensione
del socio Renzo Ruggia. Il motivo dell’astensione
non riguarda il merito della previsione di spesa,
ma il fatto che consuntivo e preventivo dovrebbero avere la stessa struttura.
7)Elezione cariche sociali: elezione di quattro
consiglieri
I soci presenti in Assemblea hanno votato e sono
terminate le operazioni di scrutinio dei voti. I soci
con diritto al voto sono 965 – i votanti sono stati
61, di cui 10 per delega – schede valide 61 – schede
bianche 0 – schede nulle 0.
I risultati delle votazioni per il Consiglio Direttivo
sono i seguenti:
Ornella Cerutti46
Giulio Conta44
Giacomo Quagliotti
43
Franco Grosso Sategna
43
I candidati risultano tutti eletti.
8)Elezione di un Revisore dei conti (uscente
Carlo Fortina)
Fortina Carlo54
Risulta eletto.
9)Elezione di due Delegati all’Assemblea Generale del C.A.I. (uscenti: Amedeo Dagna, Giuseppe Franza)
Amedeo Dagna51
Giuseppe Franza45
Risultano eletti.
5
Sezione di Ivrea
10)Varie ed eventuali
Assicurazioni.
Interviene il Dott. Spagna, che si occupa dei contratti di assicurazione stipulati dal CAI Centrale
e validi per tutti i soci CAI, per illustrare la nuova polizza infortuni in attività personale. E’ una
polizza a cui possono aderire i soci per avere una
copertura in tutte le attività di montagna svolte individualmente, valida per attività svolte in tutto il
mondo e con pochissime esclusioni (abuso di sostanze nocive, alcoolismo, ecc.).
La socia Maria Balice chiede se sono coperte anche le persone affette da malattie quali il diabete;
Spagna risponde di sì, ma con alcune limitazioni.
Nicola Baggetta si informa sulla copertura per attività di cicloescursionismo; Spagna risponde che
Lago Dres (foto di Eva Volpato)
6
l’attività è coperta se svolta in montagna, ma non è
coperta se svolta in pianura.
Ricorda poi all’Assemblea che tutte le informazioni e le condizioni della polizza sono riportate sul
sito internet del CAI, e dichiara la propria disponibilità a risolvere eventuali problemi e dubbi, e a
rispondere a tutte le domande che i soci vorranno
inoltrargli tramite il Presidente Lenti.
Non essendoci altre domande e neppure altri interventi, il Presidente dichiara chiusa l’Assemblea
alle ore 23:45.
Il Presidente
(Aldo Pagani)
La segretaria
(Marisa Arborio)
In ricordo di Renata Bottan
di Ame de o D ag na
E
anche Renata ha voluto “andare avanti” su
quei sentieri sopra le nuvole, dove ci attenderà, per riprendere con noi, il tranquillo
camminare con cui ci siamo accompagnati tante
volte in questa vita...
Apro queste note in ricordo di Renata con le
commosse parole che le ha voluto dedicare un altro nostro comune grande amico, Pietro Tonino,
compagno di tante escursioni:
Renata Bottan
Direttore, e Sauro Malaspina, Presidente ed anima
della Sezione, riuscii a sopravvivere ed a superarlo
senza fare troppo schifo.
Ma nell’estate del 1995 un altro personaggio mitologico del CAI eporediese, Giorgio Cavallo, aveva
organizzato un trekking sul percorso Macugnaga
– Ivrea in sette tappe. Mi sentii subito attirato e mi
Un ricordo, di Pietro Tonino:
“Renata, se n’è andata alla chetichella, senza disturbare nessuno.
La nostra prima reazione è stata di incredulità e
stupore. Sì, stupore: perchè solo otto mesi prima
avevamo condotto insieme la gita sociale al Monte
Crabun, e non è una gita per persone in difficoltà.
Quelli che l’hanno frequentata sanno che era una
roccia, competente ed organizzata, ma attenta
e sensibile anche alle cose che sembrano di poco
conto e, spesso, fanno la differenza. Per lunghi
anni si è prodigata generosamente per le attività
della nostra Sezione, sia dal lato pratico che con
interventi che erano vere lezioni di vita.
Il nostro grato ricordo l’accompagni in sentieri che
non percorrerà più con noi.”
Ed anche io vorrei ricordare il percorso escursionistico che per un ventennio ci ha visto procedere,
Renata ed io, parallelamente sui sentieri, prima
partecipando e poi organizzando e guidando alcuni trekking che, senza enfatizzare, sono rimasti
nella storia della nostra Sezione.
Tutto iniziò nell’estate del 1995. Mi ero appena
iscritto al CAI poiché Rosanna, mia moglie, preoccupata di vedermi andar per sentieri da solo,
mi aveva voluto regalare per l’ormai lontano compleanno sia l’iscrizione al sodalizio che al Corso
di Alpinismo organizzato dalla Sezione in quella
primavera. Sul Corso non avevamo le idee chiare,
né lei né io, pensavamo piuttosto a quello che oggi
chiameremmo “corso di avviamento all’escursionismo”, ma grazie alla pazienza di Gianni Predan,
Renata che sale al Crabun (foto di Michele Parola)
iscrissi. Fu durante questa avventura che conobbi
ed iniziai ad apprezzare quella piccola, paziente
e tosta signora che era Renata, ovviamente insieme agli altri indimenticabili compagni: Gianni,
Vittorio, Giacomo, Ezio, Toni, Augusta, Franco e
mi scuso con chi ho dimenticato, ma il mio unico
neurone a volte sonnecchia.
Lasciamo perdere i numeri da circo che riuscii a
farmi io, che da brava recluta ne combinai davvero
di tutti i colori, ma questo sarà magari oggetto di
future chiaccherate, però ebbi modo di apprezzare
la vera atmosfera dell’andare in montagna insieme, del condividere per diversi giorni ogni istante
di vita, dalle banalità del quotidiano ai momenti
7
Renata Bottan
di più intenso essere uniti. E Renata da subito mi
si palesò con le sue grandi doti umane, di pazienza, tolleranza, tranquilla bonomia, disponibilità
ad aiutare, ma unita ad una grande determinazione nell’affrontare tutti i problemi del muoversi in
montagna.
Dopo questa prima gratificante esperienza di
muoversi in gruppo per sentieri e per rifugi, iniziò
con Renata un affiancamento destinato a durare
per parecchi anni e che ci ha portati a condividere belle esperienze su tanti sentieri delle nostre
montagne:
...Vorrei ricordare:
• 1995 Da Macugnaga ad Ivrea
• 1996 Giro del Monterosa
• 1997 Giro del Monte Bianco
• 1998 Sentiero delle Orobie
• 1999 Alta Via numero uno delle Dolomiti
• 2000 AltaVia numero due della valle d’Aosta –
da Champorcher a Courmayeur
• 2001 Alta via numero uno della Valle d’Aosta
– Da Gressoney a Courmayeur
• 2002 Valtellina – Da St Moritz a Bormio
• 2003 Val Malenco
• in vari anni – con il ritmo di due settimane
all’anno - l’Alta Via dei Monti Liguri da Ventimiglia a La Spezia
• Trekking dell’Etna, in questo caso non come
conduttori ma come partecipanti.
E poi le decine di gite giornaliere a cui abbiamo
partecipato negli anni, e che hanno cementato la
nostra amicizia ed il nostro senso del collaborare
per poter sempre cogliere in ognuna delle escursioni il vero spirito dell’andare tutti insieme in
montagna.
Vi risparmio altri elenchi di camminate e di eventi
ma non posso fare a meno di citare alcuni piccoli,
per i più di voi, insignificanti e banali episodi, ma
che oltre alla tenerezza del ricordo possono dare
un miglior senso della tranquilla personalità di
questa piccola grande signora dei sentieri.
Durante una delle settimane in cui percorrevamo
un tratto dell’Alta Via dei monti Liguri, aveva notato che un partecipante, a dire il vero occasionale
ed estraneo al nostro nucleo storico, la faceva oggetto di una corte tanto ingenua quanto infantile.
8
Ovviamente sapeva gestire il problema con discrezione ed efficacia ma capitò l’imprevisto che in
uno dei posti tappa non era attrezzato con il solito
camerone collettivo da rifugio, ma con camerette a
due letti. Ebbene, sfoderando la grinta del consumato capo gita mi si rivolse imponendomi: “questa sera dormi tu con me! E se non hai capito non
mi chiedere il perché!”
Con questa frase, seguita poi dal rispetto del suo
programma, ottenne tre risultati: risolvere il problema del noioso spasimante – darmi prova della
sua fiducia in me – sancire definitivamente e pubblicamente il fatto che io ero assolutamente innocuo!
Percorrendo l’Alta via delle Dolomiti, sostammo
una sera nel bel Rifugio Cinque Torri, gestito dal
favoloso Berto, uno dei “Lupi di La Thuile” (formazione che apparteneva alla Scuola Militare Alpina di Aosta) che ci accolse con grande simpatia,
e col quale in seguito durante numerose soste abbiamo stabilito un grande rapporto umano.
Finita la cena il buon Berto, con aria sorniona ci
propose un brindisi con le sue grappe: in breve sul
bancone si allinearono un numero imprecisato ed
impressionante di bottiglie, ognuna con un delizioso nettare. Graziella ne assaggiò pochissime,
Aldo era notoriamente e ferocemente astemio (ma
era simpatico lo stesso!) per cui gli onori li dovemmo fare Renata, Franco ed io. E ci facemmo onore
guadagnandoci stima ed ammirazione da parte di
Berto, che di bevitori se ne intendeva. Ma Renata
aveva in serbo il colpo da 90: andò a pescare nel
fondo del suo minuscolo zaino una preziosa bottiglia della grappa prodotta in quel di Montestrutto
da suo marito: una eccellenza, con meravigliosi
sapori ottenuti da infusioni di varie erbe alpine
aggiunte, tra cui spiccava il genepy! Fu una serata
mitica e abbiamo ottenuto plauso stima ed ammirazione dal grande Berto, ma abbiamo fatto un po’
di fatica a ritirarci nelle nostre cuccette!
Un giorno ci rivedremo tra le nuvole, per qualche
buon trekking, magari sulla Via Lattea. E fino ad
allora sarai sempre nel nostro ricordo e nei nostri
cuori!
Ciao Renata!
Un anno di Alpinismo Giovanile
di R enzo Rug g i a
Alpinismo Giovanile
Rifugio Jervis (foto di Renzo Ruggia)
A
nche quest’anno, come sempre, l’attività dell’Alpinismo Giovanile di Ivrea si è
sviluppata con un ricco e articolato programma di uscite, con la consueta entusiastica
partecipazione dei giovani soci della Sezione.
Le buone condizioni meteo di questa estate hanno
consentito di svolgere regolarmente tutte le attività previste dal programma, anche se non sempre
sotto il sole pieno.
Corso primaverile
Al corso primaverile di avvicinamento alla montagna, articolato su sei uscite domenicali, dal 3 maggio al 7 giugno, hanno partecipato 14 ragazzi con
un’età compresa tra gli 8 e i 14 anni, coadiuvati da
6 accompagnatori.
Anche quest’anno la presenza tra gli iscritti di
alcune new-entry dimostra come l’interesse per
l’attività continui a restare vivo all’interno della sezione e a diffondersi tra i ragazzi.
La prima uscita, coma da tradizione dedicata
all’arrampicata, per le condizioni instabili del tempo si è svolta a Montestrutto, anziché al nostro Rifugio B. Piazza.
La mattinata è dedicata a riprendere confidenza
con la roccia, approfittando delle solide placche
di gneiss della Turna, e il pomeriggio, sotto il sole
tornato a splendere, una lunga escursione tra i vigneti si chiude, come d’obbligo, con un “gelato di
gruppo”, a suggello di una giornata lieta e festosa
che ha consentito ai ragazzi, vecchi e nuovi, di ricreare quei legami di amicizia che caratterizzano
tutto il nostro gruppo.
Un immenso mare di ciottoli accatastati come
dune del deserto, immensi cumuli separati da lunghi valloni ricoperti di folta vegetazione. Questa è
la Bessa, che con il suo aspetto inconsueto, talvolta
quasi lunare, ci accoglie domenica 10 maggio.
Una lunga escursione tra i sentieri del Parco consente di scoprire le tracce della secolare attività
9
Alpinismo Giovanile
estrattiva che ai tempi di Roma aveva fatto della
Bessa uno dei punti nevralgici del dominio romano, con l’utilizzo di migliaia di schiavi nella faticosa ricerca dell’oro.
Il 17 maggio, invece, partendo da Sommarese saliamo, in una strepitosa giornata primaverile, alla
Testa di Comagna, splendido belvedere su tutta la
Valle d’Ayas.
Il percorso, semplice ma ripido, si sviluppa tra
boschi e prati fioriti fino a raggiungere la lunga e
panoramica cresta finale, ed è un’ideale preparazione per le gite in quota che ci attenderanno nelle
prossime domeniche.
La quarta uscita, domenica 24 maggio, si svolge
in Val di Gressoney, tra i boschi di larici e i prativi
che portano alla Cappella del Kiry, da cui proseguiamo fino alle Case Nantrey. Le nuvole si abbassano minacciose, e scendiamo in tutta fretta.
A Fontainemore, sotto un cielo di nuovo sereno,
una lunga sosta al parco chiudeva tra giochi e risate una nuova giornata tutta da ricordare.
L’estate sta arrivando, la neve incomincia ad abbandonare le praterie alpine, dove si affacciano le
prime marmotte, e possiamo incominciare a salire
di quota.
Domenica 31 maggio raggiungiamo i Laghi di
Thoules, sopra Ollomont, in Valpelline.
Qui l’inverno è passato da poco, e la conca su cui i
due laghi sbocciano come grandi fiori blu è ancora coperta da ampie tracce di neve. Nelle limpide
acque si specchia la lunga cresta dei Morion, e in
fondo il pianoro si apre invitante verso la Fenêtre
Durand.
Infine, l’ultima domenica, il 7 giugno, saliamo al
Colle Sià, da Ceresole Reale, attraverso pascoli e
boschi di larici. Ancora una volta lo spettacolare panorama che si gode dal colle, le Levanne, il
Courmaon, la Becca di Monciair, il Ciarforon, ripaga ampiamente della fatica fatta.
10
Soggiorno estivo
Una pausa di un paio di mesi, e ad agosto inizia
il consueto soggiorno estivo dei ragazzi dell’A.G.
del CAI di Ivrea, dal 16 al 22 agosto, con la partecipazione di 28 ragazzi, alcuni dei quali alla prima
esperienza, con l’appoggio di 5 accompagnatori.
Come lo scorso anno la sede del soggiorno è stata
la casa vacanza della Parrocchia di Angera al Pian
di Verra Inferiore, in Val d’Ayas, il lungo e ampio
pianoro ai piedi dei ghiacciai del Monte Rosa a
un’altitudine di 2050 metri.
Domenica 16
Appuntamento a St. Jacques, al posteggio di Frachey. Carichiamo i bagagli sul camion di Alberto,
e dopo un ultimo saluto ai genitori, via, tutti in
fila, per il Pian di Verra.
Il tempo non è granché, ma le previsioni sono
buone, e un po’ di ottimismo non guasta mai……
Appena arrivati ci sistemiamo nelle camerate e
prendiamo confidenza con quella che sarà la nostra casa per i prossimi giorni.
Nel frattempo noi accompagnatori verifichiamo
che tutto funzioni regolarmente; la cantina è quasi completamente allagata, a causa dei temporali
della settimana precedente, e dobbiamo sistemare
le cassette di frutta e verdura lungo la scala di accesso.
Nel pomeriggio tutti nel salone con Iesse, a ripassare le nostre nozioni sui nodi.
Lunedì 17
Il mattino ci sveglia con una splendida giornata di
sole, con un cielo azzurro e sgombro di nubi.
Saliamo al Palon di Resy, passando dal rif. Ferraro.
Qualche fatica, il pendio finale è davvero ripido, e
poi siamo tutti in cima, al cospetto dei ghiacciai
del Rosa. Lo spettacolo ci ripaga ampiamente dello sforzo fatto, e dopo aver consumato con appetito i panini del nostro pranzo torniamo al Pian di
Verra, fermandoci al Ferraro per una prima lezione di cartografia e orientamento.
Le nuvole incominciano ad addensarsi minacciose
sul Gran Tournalin, e ci avviamo rapidamente per
rientrare al Pian di Verra.
Alpinismo Giovanile
Martedì 18
Al mattino, il tempo si presenta molto instabile, e
decidiamo di dedicare la mattinata al gioco, anche
per recuperare la fatica fatta il giorno precedente.
Per fortuna il tempo migliora rapidamente, e nel
pomeriggio riusciamo a fare una piccola escursione al Lago Blu. Al rientro abbiamo ancora il tempo
per una lezione di cartografia, e poi tutti a cena:
stasera pizza!!!!
Mercoledì 19
Una fredda e grigia mattina, quasi autunnale, ci
accoglie al risveglio. Il Rosa è coperto da una coltre di nubi minacciose, che non promettono nulla
di buono.
Il meteo però è in miglioramento; decidiamo di
scendere a Fiery in mattinata, per una breve passeggiata, sperando che nel frattempo il tempo si
metta al bello, e ci incamminiamo sotto qualche
goccia di pioggia, che per fortuna cessa presto.
Dopo pranzo, un’occhiata al cielo: i primi squarci
di azzurro incominciano a farsi largo tra le nuvole,
e allora rimettiamo gli scarponi e saliamo fino al
Pian di Verra superiore, con un giro ad anello sui
due versanti del vallone.
Giovedì 20
E’ la giornata dedicata all’arrampicata.
Una mattina spettacolare, con un cielo azzurro
senza nuvole, ci accoglie al risveglio, ripagandoci
del tempo mutevole dei giorni scorsi.
Iesse e Roberto attrezzano il roccione all’inizio del
Pian di Verra; un po’ di teoria, e poi tutti a provare
ad arrampicare.
A mezzogiorno, pranzo speciale con la tradizionale polentata all’aperto, e subito dopo riprendiamo
le nostre imbragature.
La sera, dopo cena, abbiamo ancora il tempo per
l’ormai tradizionale e attesissima tombolata, e poi
tutti a nanna, per smaltire le emozioni e le fatiche.
Domani c’è il Mezzalama, il nostro 3000……
Rifugio Mezzalama (foto di Renzo Ruggia)
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Alpinismo Giovanile
Venerdì 21
Il tempo non è bellissimo, ma speriamo nell’esattezza del meteo, che prevede un miglioramento
della situazione. Partiamo di buon mattina, e man
mano che saliamo lungo la morena che porta al
Mezzalama il cielo si schiarisce sempre di più e il
sole prende ad affacciarsi deciso tra le nuvole.
La salita diventa via via più ripida e faticosa, ma
continuiamo di buon passo il nostro cammino.
Arriviamo al rifugio, e le nuvole d’improvviso si
aprono lasciandoci ammirare la bellezza abbagliante dei ghiacciai.
L’aria è gelida, nonostante il sole, e consumiamo
rapidamente il pranzo. Un’ultima foto di gruppo e
poi iniziamo a scendere, stanchi ma felici per essere riusciti a finire nel migliore dei modi la nostra
settimana di vacanza.
Sabato 22
E’ l’ultimo giorno, anche quest’anno…..
Le nuvole dell’alba si dissolvono rapidamente in
un’altra giornata di sole. Il Rosa risplende alla luce
del mattino, in tutta la sua bellezza, quasi a volerci
salutare.
Dopo colazione i ragazzi si scatenano negli ultimi
giochi fuori delle baite, e poi tutti nelle camerate a
preparare zaini e valige.
Arriva Alberto con il camion; si caricano i bagagli
e poi tutti a pranzo.
E’ l’ora della partenza: un saluto a Norma, alla sua
bimba, a Elvis e a tutti i nostri vicini, e poi ammainiamo la nostra bandiera, che scende sventolando
al vento un’ultima volta.
Il camion di Alberto parte con i nostri bagagli, e ci
incamminiamo lungo il sentiero del ritorno.
E’ proprio finita, ma ci resta ancora il tempo di
una lunga sosta a Fiery, per giocare a “alce rosso”.
Ci giriamo un’ultima volta indietro, a salutare il
Pian di Verra che ci ha regalato ancora una volta
una settimana indimenticabile, e scendiamo tra
chiacchere e risate fino al piazzale di St. Jacques,
portando nel cuore tutti i nostri ricordi.
12
Uscite autunnali
Il programma dell’Alpinismo Giovanile continua
in autunno con un’uscita al Rifugio Jervis e con
la partecipazione alla castagnata della Sezione al
B. Piazza.
Domenica 20 settembre una splendida giornata di
fine estate, calda e luminosa, ci accoglie a Chiapili,
da dove saliamo con 16 ragazzi al nostro rifugio.
Andiamo ad ammirare i laghetti del Pian del Nel
e poi tutti a tavola per una buona polenta, sotto
lo sguardo delle Levanne imbiancate dalla prima
neve.
Domenica 18 ottobre l’ultima uscita, con 15 ragazzi. Ci troviamo al mattino a Traversella, per una
breve escursione sul versante delle miniere. Una
breve sosta per il pranzo, e dopo aver dato fondo ai
nostri panini, tra chiacchere e risate, saliamo al B.
Piazza, in tempo per partecipare come di consueto
alla castagnata sezionale.
E qui si chiude la nostra stagione, nel nostro rifugio di Traversella.
Una stagione molto positiva, per le attività svolte, per il tempo clemente che ci ha accompagnato, e soprattutto per la partecipazione attenta ed
entusiasta dei ragazzi, che costituiscono ormai un
gruppo consolidato da un processo di maturazione collettiva.
Un anno da ricordare, che ci consente di guardare
al 2016 con ottimismo e con l’impegno di proseguire ancora il nostro cammino.
Alpinismo Giovanile -Attività con le Scuole
di Luig i Gi achetto
Alpinismo Giovanile
E
’ proseguita nel 2015 a cura di chi scrive e
di Albertina Zamboni l’attività di accompagnamento delle classi delle scuole primarie
alla scoperta del nostro bel territorio.
Gli interventi sono stati ben apprezzati dalle insegnanti che in alcuni casi hanno pubblicato le
relazioni e le impressioni delle/gli allieve/i su Face
Book.
La proposta della nostra sezione comprende 8
diversi itinerari: dalla traversata Carema Settimo
Vittone, alla salita a Nomaglio da Montestrutto o
da S. Germano, al giro dei laghi intramorenici, alla
salita a Brosso per la strada delle “vote” e fino alla
Parej Auta di Pavone.
Le gite, di una giornata con pranzo al sacco, sono
tutte raggiungibili con mezzi pubblici, con un
sensibile risparmio sul costo del trasporti.
Le Scuole che hanno aderito sono state:
S.Bernardo, Pavone, Samone, Nigra, Olivetti per
un totale di 7 uscite e 245 alunni partecipanti.
Grazie ai volontari Lenti, Agnoletto e Albertin
è stata anche usata la Jolette per consentire a un
bambino disabile la traversata dalla Bacciana a
Montalto.
Nelle scuole Nigra e S.Bernardo è anche stata presentata l’attività di Alpinismo Giovanile della sezione.
Laghi di Thoules (foto di Renzo Ruggia)
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Acqua, Acquolina (in bocca), Fuochino, Fuoco
di Gabr iele Gu ab el lo
Baby Aquilotti
In giro col giro (foto archivio baby aquilotti)
N
ella sindrome da foglio bianco che mi ha
preso nello scrivere questo articolo decido di ascoltare un po’ di musica: “magari
le parole di altri ispireranno le mie” infatti… “È
questa la vita che sognavo da bambino” canta Jovanotti e poi ancora “Non c’è montagna più alta
di quella che non scalerò, non c’è scommessa più
persa di quella che non giocherò”. La scommessa
è stata quella di portare una ciurma di bambini a
scalare la loro montagna e a giocare la loro scommessa a volte anche contro le loro stesse forze, a
suon di sfide. Lo so “ciurma” è un termine marinaro ma mica posso solo accentrare tutto sulla montagna perché si parla di tante attività organizzate
per i più piccoli e…si è andati anche sull’acqua e vi
assicuro che in questo caso il termine utilizzato è
più che adeguato.
La prima “acqua” come nelle migliori lezioni di
scienze apprese (si spera) a scuola, arriva dal cielo
sotto forma di neve per la prima attività invernale
che vede come meta l’Alpe Cavanna il 22 febbraio.
La gita all’Alpe Cavanna è stata caratterizzata dalla fitta nevicata della notte precedente, la neve era
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presente in abbondanza già da Andrate. Lasciate le
macchine prima del Trecciolino, siamo saliti fino
a Pian Bres (partenza abituale per la Cavanna) e
lì abbiamo attrezzato un campo bob e scavato un
tunnel sotto la neve per il divertimento di grandi
(sì anche loro) e di piccini. Per il resto tutto bene,
non è venuto a mancare il momento del pranzo al
sacco ma degna di nota la megacaffettiera di Tina!
La giornata era comunque fredda ed un buon caffè caldo (ahimè solo per gli adulti) è stato molto
confortante.
La stessa neve speravamo fosse copiosa anche
nella successiva attività che prevedeva un weekend all’Ostello Lavesè in Val Tournenche, nel
fine settimana de 14 e 15 marzo purtroppo così
non è stato e gli scarponi sono stati più che sufficienti per giungere a destinazione senza l’utilizzo delle previste ciaspole. Purtroppo il ghiaccio
non mancava e la camminata lungo la dorsale che
partiva dal Colle del Saint Pantaleon non ha visto la sua conclusione direttamente all’Ostello, che
si trova in una radura sotto uno strapiombo, ma
alla chiesetta di Saint Evance luogo in cui ci siamo
Baby Aquilotti
fermati per un pranzo al sacco dove la parte del
leone l’ha fatta il bagnetto della mitica mamma di
“Bizzo” gustato con tutti gli abbinamenti possibili
e, soprattutto, con quelli che sembrano impossibili. Rifocillati e riposati abbiamo fatto ritorno sullo
stesso sentiero fino alle autovetture per giungere,
attraverso la strada asfaltata, all’imbocco del sentiero più in basso che portava all’Ostello, giusto in
tempo per riposarsi, lavarsi e mettere i bambini
affamati come un branco di squali (ve l’ho detto
il tema è acquatico, inutile insistere!) a mangiare
quanto preparato dai gestori della struttura. Finita
la cena dei bambini li abbiamo intrattenuti con un
film d’animazione mentre anche gli adulti si rifocillavano con una pantagruelica cena a base di polenta, spezzatino e Zuppa alla Valpellinese il tutto
innaffiato da abbondante vino rosso. Il giorno seguente bambini e adulti si sono divertiti con bob e
slitte sulla neve, quella sì rimasta in buone quantità, attorno al rifugio prima di fare pranzo al sacco
(Salutare soprattutto per lo stomaco degli adulti
già soddisfatto la sera precedente) e tornare alle
automobili lasciate la sera prima e dunque a casa.
Con l’arrivo del caldo sono iniziate le escursioni
che quest’anno hanno avuto un comune denominatore: l’Anfiteatro Morenico creato dal Ghiacciaio Balteo (neve, ghiaccio sempre acqua…). La
prima, il 12 aprile, sulla mulattiera che collega il
fondovalle della cerulea Dora, partendo da Settimo Vittone, con Nomaglio. Una bella salita che
ha messo a dura prova soprattutto i più piccoli ma
che attraverso i soliti espedienti di storie, qualche
tappa di riposo e caramelle, sono riusciti ad arrivare fino ai piedi del paese vicino al mulino (ad
acqua, cosa se no) che serviva per fare la farine
di castagne, unico mezzo di sostentamento per la
popolazione locale fino all’inizio del secolo scorso. Anche in questo caso il meritato riposo è stato allietato da un pranzo al sacco non senza che
uscisse l’immancabile bottiglia di vino (l’acqua la
si usa per lavarsi o irrigare no?). Dopo pranzo, poi,
un piccolo giretto in paese (con gli adulti che si
sono presi un caffè al bar) prima di fare ritorno a
Settimo Vittone nella frazione Montestrutto presa d’assalto da tantissima gente vista la splendida
giornata di sole. Prima di congedarsi una breve
passeggiata ci ha portato alla vicina agrigelateria
che ha concluso dolcemente la giornata: gelato per
tutti!
Nell’ultimo weekend di maggio, con il passaggio
del Giro d’Italia ad Ivrea, abbiamo atteso gli atleti in Via Torino prima mangiare qualcosa velocemente e inforcare a nostra volta le biciclette e
pedalare verso nord in direzione Settimo Vittone.
Questa volta con noi c’erano anche i ragazzi della
scuola di mountain bike di Pagliughi che avevano
organizzato un percorso per i più piccoli in piazza Lamarmora prima di aggregarsi nella pedalata
attraverso le strade sterrate che costeggiavano l’autostrada e la SS 26 fino a giungere a Monte Strutto.
C’è da dire che tenere unito il gruppo è stato parecchio difficile data la “differente preparazione atletica” tra i ragazzi della scuola ben allenati ed abituati ad andare in bicicletta ed il resto del gruppo
formato da bambini più piccoli ma anche da adulti non altrettanto allenati. Difficoltà che ha colto
anche Maurizio, un vigile del Comando di Ivrea
che ci ha accompagnati e scortati nel pomeriggio
dopo aver lavorato al mattino in città. Nonostante
la muta di predatori da pedali che spingeva siamo giunti tutti quanti a destinazione ed anche in
questo caso abbiamo avuto modo di riposarci e
rifocillarci grazie a quanto preparato della mitica
Tina (E chi se no!) prima di fare ritorno, sempre in
bicicletta, a Ivrea. Questa attività è stata una sorta di allenamento per la biciclettata di due giorni
che nel weekend seguente ha visto i piccoli ciclisti
affrontare un percorso che da Ivrea li ha portati
fino a Viverone. Fondamentali, dal punto di vista
logistico e non solo, in questo caso sono state le
“ammiraglie” formate dal camper di “Tina” e dal
furgone di “Peppino” che hanno fornito assistenza ma soprattutto hanno permesso ai ciclisti di
scaricare le tende e le vettovaglie e viaggiare così
“leggeri” verso la parte più orientale del Anfiteatro
Morenico fino al Lago di Viverone (ve l’ho detto
che l’acqua era il tema dominante!). Dopo un’ora
di pedalata (e una personale arrabbiatura con un
automobilista particolarmente insensibile al fatto che cinquanta ciclisti stessero attraversando la
strada) siamo giunti alla prima breve sosta al parco giochi di Bollengo, sosta salutare per stoppare i
primi segni di fame e sete e gli inevitabili bisogni
fisiologici. Ripartiti la pedalata si è snodata sulla
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Baby Aquilotti
vecchia strada statale fino a Palazzo C.se e poi, attraverso le stradi poderali, perlopiù sterrate, fino
ad Azeglio luogo designato per il pranzo. Dopo
una pausa ristoratrice abbiamo ricominciato a pedalare verso Viverone e la nostra meta: il Camping
“Sole” dove abbiamo montato le tende, ci siamo
lavati nelle docce della struttura (ecco a cosa serve
l’acqua!!) ed abbiamo lasciato i bambini giocare
mentre gli adulti preparavano i tavoli per la cena
che, in realtà, si è trasformata in una lunga Merenda Sinoira che ci ha portati a mangiare e bere
fino quasi al tramonto quando abbiamo iniziato a
notare intorno a noi dei lampi che qualcuno credeva “di calore” e che in realtà si sono dimostrati
un vero e proprio temporale che ha messo a dura
prova, con la complicità del vento, le nostre tende creando anche qualche disagio ad alcuni di
noi che, purtroppo, si sono trovati con la tenda
bagnata nella notte. Tutto questo ha influito non
poco sulla tenuta fisica di alcuni di loro soprattutto il giorno seguente nella pedalata ma non, per
fortuna, nell’umore complice anche il sole che ci
ha accolti. L’appuntamento importante era fissato
per le 10.00 quando siamo saliti sul battello che
ci ha portati a fare il giro del lago osservando dal
centro dello stesso i diversi ambienti e soprattutto la fauna. I più fortunati (o forse svegli) di noi
hanno anche potuto vedere un cormorano che
si è immerso in acqua uscendone con un pesce.
Terminato il tour abbiamo nuovamente ripreso le
biciclette e siamo arrivati fino alla chiesetta di S.
Antonio dove le ammiraglie ci stavano aspettando e stavano preparando la tavolata per il pranzo.
Come sempre la tavola ha unito la ciurma (ormai
da definire così dopo l’esperienza da capitani coraggiosi dei piccoli marinai alla conduzione del
battello) che è riuscita a dimenticare le fatiche del
giorno precedente e, per qualcuno, anche quelle
della notte. Ripartiti per tornare a Ivrea il viaggio
è proseguito senza problemi e, per fortuna soprattutto del sottoscritto, senza incidenti meccanici e
quindi la tappa alla chiesa di Pobbia è servita solo
per un ultimo ristoro prima di affrontare l’ultima
parte del tragitto ed è servita anche per i soliti bisogni fisiologici espletati in un bagno vero grazie
anche alla disponibilità del parroco che ci ha aperto i locali della parrocchia giungendo a casa nello
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stesso momento in cui giungevamo noi. Arrivati a
destinazione la stanchezza palese per la due giorni sui pedali è stata mascherata bene dai sorrisi
di piccoli e grandi per la soddisfazione di essere
giunti al termine dell’impresa senza problemi e
con le proprie forze.
Nell’ultimo weekend di giugno si è svolto quello
che, senza dubbio, è l’evento più atteso da tutti: il
Camping dei papà. Se pensate che quest’affermazione sia esagerata vi sbagliate. È attesa dai padri
e dai bambini che finalmente possono passare due
giorni insieme ma anche dalle madri che finalmente si liberano dei mariti e dei figli (o almeno
da parte di loro), anzi, aggiungo che stanno arrivando richieste dalla parte femminile della coppia
genitoriale di organizzare qualcosa di simile senza i mariti nello stesso luogo o di organizzare in
proprio un evento più consono alle loro esigenze
e attitudini. C’è poi un altro aspetto che lo rende
importante: è stato l’evento che ha dato il via ai
Baby Aquilotti a Ivrea. Come ormai tradizione i
padri e i figli si sono ritrovati ad Ivrea nel piazzale
di un noto Discount per poi partire alla volta del
Camping Nosy di Settimo Vittone gestito dal mitico “Ciarlino” e dalla moglie e figli. Giunti a destinazione si è subito provveduto a montare le tende
per la notte prima di radunare le vettovaglie utili
per l’aperitivo (ben più che) antipasto della cena
a base di carne e polenta previste per gli adulti.
Anche i bambini hanno utilizzato a fondo le loro
mandibole per la ginnastica facciale intervallata
dalle corse nel prato e le “scalate” all’escavatore
presente in un angolo dello stesso vicino alle tende. A noi si è unito anche un gruppo proveniente da Pavia ospite dello stesso camping. La cena,
come da copione collaudato, ha visto mangiare
prima i bambini e poi il desco, immancabilmente
abbondante, è stato preparato anche per gli adulti.
Successivamente l’evento importante è stata la cerimonia di “incoronazione” dei nuovi alpinisti del
futuro e il rinnovo dei “vecchi” prima di radunarsi
davanti al fuoco per una storia letta con la solita
maestria del mitico “Carloski” e successivamente
tutti (o quasi) in tenda per dormire. Il giorno seguente, complice la bella giornata, si è svolta una
passeggiata fino all’Alpe Maletto, affrontata senza
problemi dagli “alpinisti del futuro”, seguita dal
Baby Aquilotti
pranzo al sacco e momenti di gioco per i bambini
prima dalla discesa al campeggio, lo smontaggio
tende (per chi non lo aveva fatto di prima mattina)
e il ritorno a Ivrea non prima di essersi augurati
“buone vacanze”.
Di ritorno dalle vacanze “si chiude il cerchio” con
Anfiteatro Morenico del Ghiacciaio Balteo con una
camminata sul suo versante occidentale sul sentiero che da Calea sale fino a Brosso, su quel sentiero utilizzato anche dai minatori per l’estrazione e
la lavorazione del ferro delle miniere presenti su
quella direttrice. Una camminata non lunghissima
ma con una forte pendenza che ha impegnato non
poco i più piccoli che hanno superato le difficoltà
perché “distratti” da quest’ultime in quanto intenti
a ricercare le tracce lasciate dai minatori stessi. La
ricerca dei binari, delle fornaci, delle vasche di raffreddamento ci hanno comunque portati in vetta
fino alla Chiesa di S. Michele Arcangelo di Brosso
che è ben visibile anche da Ivrea. Fermati nel vicino parco giochi i bambini hanno subito dimenticato la stanchezza (ed in parte anche la fame) per
buttarsi sui giochi presenti. Dopo pranzo siamo
saliti fino alla Chiesa per ammirare il panorama e
l’Anfiteatro prima di fare ritorno a valle. In discesa
abbiamo fatto tappa alla cascata detta del “Pisun”
(ancora acqua! Ve l’ho detto che era il tema dell’articolo se no i titoli che li scrivo a fare!) e da qui
siamo scesi, assieme a qualche goccia di pioggia
dal cielo (non dico niente…), fino alle automobili
lasciate a Calea in mattinata.
Approfittando, infine, della doppia occasione:
la Castagnata organizzata dalla Sottosezione del
CAI di Sparone e la splendida giornata offerta
dall’estate di S. Martino un gruppo ormai consolidato di circa 45 persone l’8 novembre, si è recata
nella vicina Valle Orco per una passeggiata che da
Sparone si inerpica fino a Frachiamo un gruppo
di case raggiungibile in automobile ma anche,
come nel nostro caso, da una mulattiera con passaggi spettacolari tra pietraie e boschi di castagni
che, solo nell’ultimo tratto, si ricongiunge con la
strada asfaltata. La camminata ci ha permesso di
conoscere i luoghi in cui le castagne che avremmo
mangiato nel pomeriggio erano cresciute. Arrivati nella frazione il pranzo al sacco ha rifocillato i
presenti prima di fare ritorno a Sparone per gu-
stare le castagne, le frittelle di mele preparate dei
mitici cuochi. Successivamente si è svolta la lotteria che metteva in palio come primo premio delle
ciaspole, oltre ad altri graditi premi. Ebbene con
grande soddisfazione ad aggiudicarsi il premio è
stato “il nostro” Nicola Baggetta, un premio per
gli sforzi che negli anni ne hanno fatto l’anima del
gruppo Baby Aquilotti.
Al termine vorrei ringraziare i tanti che hanno
reso possibili e attività di questo 2015: il già citato
Nicola Baggetta, vera anima del gruppo per l’entusiasmo con cui propone le attività, Luca Gera che
si è molto prodigato per il concorso con le scuole
e i contatti con l’amministrazione comunale nonché per organizzare le gite premio e poi tutti gli
accompagnatori in ordine alfabetico: Aldo Lucca
Barbero al quale dobbiamo la “gita” in battello
sul Lago di Viverone nonché la scoperta di nuovi itinerari sempre nella zona di Viverone, Paola
“Paolina” Arcuri che ci accompagna durante le
gite in bicicletta e non solo, ci aiuta nel concorso
con le scuole a gestire i rapporti con le maestre, e
suo marito Peppino che ci ha messo a disposizione
la casa per le riunioni e soprattutto il furgone per
la biciclettata, Luigi Cardillo e sua moglie Tina
per l’entusiasmo con cui ci accompagnano (nonostante potrebbero godersi la meritata pensione)
senza mai risparmiarsi, perché anche loro ci offrono la mitica tavernetta per le riunioni senza che
manchino mai libagioni ma soprattutto il calore
dell’ospitalità, Alberto Gambella e Bruno Garda
per l’entusiasmo e la disponibilità con cui si buttano in ogni attività ed aiutano sempre nell’organizzazione e la gestione delle stesse sacrificando parte
del tempo che potrebbero dedicare alla rispettive
famiglie. Vorrei ringraziare poi anche Andrea Marinone, Ludovico Nolfo, Massimo Sereno Garino e
Nicola Tonso che con lo stesso entusiasmo si sono
offerti di accompagnare tutti i bambini nelle gite
proposte e organizzate anche grazie al loro aiuto
ed infine un ringraziamento a Giovanni Lenti che
ci permette di svolgere le nostre attività. L’ultimo
ringraziamento va, infine, a tutti i genitori (a partire dalle mogli dei sopracitati che “ci lasciano” i
loro mariti) che accettano le nostre proposte e ci
stimolano ad andare avanti e migliorare ulteriormente le nostre attività. Arrivederci al 2016!!
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Concorso “...la montagna dei nostri sogni...”
di Luc a G era
Baby Aquilotti
U
na bella giornata di sole ha salutato il
20 maggio 2015 l’attesa gita premio per
le scuole dell’infanzia del concorso “ …
la montagna dei nostri sogni…” , promosso dalla
Sezione CAI di Ivrea con la partecipazione dell’Assessorato ai Sistemi Educativi del Comune di Ivrea,
presso l’area della Turna, con la camminata sulle
mulattiere intorno al castello di Montestrutto.
Il concorso era stato indetto nel mese di Settembre
2014 con l’obiettivo di avvicinare i nostri bambini alla montagna, con curiosità, rispetto, attività
didattiche e divertimento, ed era aperto a tutte le
sezioni della Scuola dell’Infanzia, alle classi della
Scuola Primaria del Comune di Ivrea facenti parte
dei due Istituti.
Il concorso, giunto alla terza edizione, frutto della collaborazione fra il Club Alpino Italiano e il
Comune di Ivrea, ha prodotto elaborati finali di
alta qualità (disegni, cartelloni, sculture, collage)
che sono stati analizzati e giudicati da una giuria
di operatori qualificati - a cui va il nostro sentito
ringraziamento – come la (ex) dirigente scolastica Elsa Rei Rosa, l’attuale Presidente del CAI sez.
Ivrea Giovanni Lenti, il Responsabile dell’Asilo
Nido Dr. Giovanni Repetto, la ex maestra della
Scuola d’Infanzia Anna Borga, l’autrice ed illustratrice di libri per bambini Lucia Panzieri.
La classifica, dopo approfondite riflessioni ed
analisi, ha visto prevalere per la sezione Scuola
d’Infanzia l’istituto di San Giovanni, guidata dal
responsabile Stefano Ferrero Aprato; e per la sezione Scuola Primaria la classe 2° della Scuola di
San Bernardo diretta dalla responsabile Paola Saccuman.
Un folto pubblico ha letteralmente riempito la Sala
Santa Marta sabato 11 Aprile 2015 per visionare i
vari lavori e per assistere alla premiazione in trepidante attesa.
Cogliamo l’occasione per ringraziare l’assessore
Augusto Vino e tutto il suo staff per il costante
appoggio, e nell’aver permesso di avere a disposizione la prestigiosa sala per la premiazione e lo
scuola-bus per accompagnare le classi vincitrici
alla gita.
Tutto il team dei Baby Aquilotti (gruppo di genitori e bambini dai 3 ai 7 anni della Sezione CAI
di Ivrea) ringrazia i partecipanti per l’entusiasmo
trasmesso e vi aspetta per le prossime iniziative!
La gita premio (foto archivio baby aquilotti)
I vincitori! (foto archivio baby aquilotti)
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Si sa non è ancor nato
di Gabr iele Gu ab el lo
Baby Aquilotti
Si sa non è ancor nato, chi goda l’avventura, guardando il mondo dietro al buco della serratura
Il ponte sui tronchi (foto archivio baby aquilotti)
C’è un canto scout che ha ormai più di 25 anni che
si intitola “Cenerentola” che prende in considerazione tutta una serie di fatti storici e non, più o
meno noti, che non sarebbero avvenuti se non ci si
fosse messi in gioco tra cui la povera e nota Cenerentola che se si fosse rassegnata al ruolo di serva
imposto dalle sorelle non sarebbe andata al ballo
e non avrebbe conosciuto il principe…insomma
la storia la conoscete tutti, ma è il ritornello che
è significativo, dice così: “Si sa non è ancor nato,
chi goda l’avventura, guardando il mondo dietro
al buco della serratura”. Ecco cos’è un’avventura:
buttarsi e giocarsi fino in fondo, non rassegnarsi
al ruolo imposto ma mettersi continuamente in
gioco. Se poi ci si trova a che fare con dei bambini
è inevitabile: ci si deve mettere in gioco e costruire
con loro e per loro tante avventure. Avventure che
non devono per forza essere pericolose o portare in posti sperduti e lontani ma che mettano in
gioco quel pizzico di imprevedibilità che metta
pepe alla semplice esperienza, se a tutto questo
si aggiunge la certezza del posto tutto diventa più
semplice. Il posto, ovviamente, è un Parco Avventura. Il “nostro” si trova a Montestrutto, frazione
di Settimo Vittone e si snoda sopra le falesie, meta
di arrampicatori più o meno esperti ma anche di
semplici famiglie che vogliono trascorrere una
giornata alternativa dato l’ampio prato a disposizione e la disponibilità di Ilario e Manuela gestori
dell’intera struttura. La sicurezza è garantita dal
fatto che nei due percorsi, differenziati per età e
altezza degli utenti, si può entrare ed uscire in un
unico punto e si è sempre vincolati ed assicurati da
potenti cavi d’acciaio e da moschettoni. C’è anche
la possibilità di riposarsi deviando in alcuni punti
sicuri per far passare chi segue senza comunque
mai staccarsi dai cavi di sicurezza. L’adrenalina, invece, è data dai passaggi sui cavi sospesi, sui tronchi mobili, sulle reti ma soprattutto sui passaggi
nel vuoto superati attraverso le carrucole anch’esse
molto sicure. Se pensate che dica tutto questo solo
per fare pubblicità vi assicuro che, mio malgrado,
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ho visto una bambina non del nostro gruppo, che
ha mancato il punto di presa con la corda a fine
percorso della carrucola, è rimbalzata sui materassi e si è trovata a metà percorso senza poter fare
nulla ma, visti i miei inutili sforzi di raggiungerla
per spingerla verso il fondo ho dovuto chiamare
Ilario che è intervenuto prontamente senza che ci
fossero conseguenze per la bambina che, tra l’altro, aspettava divertita. Se volessimo, poi, aggiungere avventura ad avventura, beh, da Ivrea il modo
migliore per giungere a destinazione è quello di
dimenticarsi della scatola di lamiera a motore e
di salire su una bicicletta e iniziare a pedalare per
raggiungere la meta passando attraverso le strade
Il ponte tibetano (foto archivio baby aquilotti)
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poderali che, parallele alla Statale 26 e all’autostrada giungono a destinazione. Anche questo è un
modo avventuroso di fare le cose, i nostri Baby
Aquilotti ormai ci sono abituati e stanno diventando sempre più abili ciclisti e se la città non offre
loro gli spazi per muoversi e giocare la loro avventura è necessario trovare nuovi modi e nuovi spazi
di avventura soprattutto all’aria aperta senza paura
delle previsioni atmosferiche perché come diceva
Lord Baden Powell, fondatore degli scout, “Non
esiste buono o cattivo tempo, ma buono o cattivo
equipaggiamento” e se l’equipaggiamento prevede
un sano entusiasmo ed un giusto spirito d’avventura allora si ha già tutto l’occorrente.
In cammino sulle tracce di mori e Walser
di R ob er to Pas quino
Escursionismo
Grazie Aldo, Lucia, Loretta, Irene, Piera, Valter, Piero, Elisabetta, Piero Tonino e Mariella, per aver condiviso una splendida giornata in Valle Anzasca tra storia e natura.
“Guarda di qui come si vede bene la Margherita….” (foto di Roberto Pasquino)
Domenica 30 Agosto - Alpe Bill (m 1703): l’ennesimo anticiclone africano di quest’estate è garanzia
di tempo buono. Una volta salutato Aldo, che proseguirà in funivia e ci aspetterà più in alto, intorno
alle 10 siamo pronti per iniziare l’escursione verso
i 2868 metri del Passo di Monte Moro.
Dopo il primo piacevole tratto nel bosco il sentiero sale a lato di un torrentello per poi contornare
una barra rocciosa; oltrepassata la pista da sci i
larici iniziano a lasciare spazio al rado pascolo; i
ciuffi di erica fiorita appaiono qua e là tra le macchie di rododendro. La presenza dei piloni ed altri
manufatti del comprensorio sciistico tende a snaturare la dimensione storica del percorso, così descritta dal famoso alpinista Edward Whimper: “Si
dice che il passo abbia preso il nome dai Mori che
in epoca alto medievale si sono spinti a controllare
i passi alpini fino a questi luoghi remoti (i nomi di
Mischabel, Almagell, Alphubel, Allalin sarebbero di
origine moresca). Il camminatore ordinario segue
questa strada per raggiungere la valle del Rodano
o la valle di Zermatt, attraverso i paesi di Saas e
Stalden. Il montanaro più avventuroso potrebbe
tentare il passaggio attraverso il Weissthorn. E’ un
passo che non presenta particolari difficoltà per
l’arrampicatore esperto, ma è una prova severa per
i camminatori non allenati.”
Intanto il Monte Rosa si mostra con tutta l’imponenza della sua parete orientale, la più alta delle
Alpi: 2500 metri di dislivello per 3 Km di larghezza. Proprio su questa montagna ha mosso i
suoi primi passi l’alpinismo moderno. Il 14 Agosto 1778 sette ragazzi di Gressoney, inseguendo il
mito della Valle Perduta dei loro antenati Walser,
raggiungono un isolotto roccioso denominato Entdeckunsfelsen (Roccia della Scoperta) poco sopra
il colle del Lys alla base dell’attuale via normale al
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Escursionismo
Lyskamm Orientale. Inutile dire che si tratta di
un’impresa eccezionale da tutti i punti di vista:
per la prima volta viene superata la quota di 4000
metri utilizzando dei primitivi attrezzi alpinistici; si cominciano a scoprire e descrivere gli effetti
del mal di montagna: tutto questo 8 anni prima
dell’ascensione al Monte Bianco di Balmat e Paccard.
di Varese; il traguardo del VII grado raggiunto da
un gruppo di arrampicatori sloveni che si stavano
allenando per delle spedizioni extra-europee, fino
alle ultime ascensioni del famoso scalatore francese Patrick Gabarrou a cavallo dei primi anni 2000,
portate a termine nonostante i primi pesanti effetti
sulla montagna causati dal cambiamento climatico.
I tempi per l’esplorazione della parete Est sono
ormai maturi: un’avventura iniziata con i primi
tentativi pionierisitici nell’estate 1787 del conte
torinese Carlo Lodovico Morozzo della Rocca durante la sua campagna di rilievi cartografici, passando poi al 1789 con la salita all’anticima del Pizzo Bianco da parte del famoso naturalista svizzero
Horace Benedict de Saussure che giudicava troppo
difficile impegnarsi con il Rosa, per arrivare alla
prima ascensione della punta Dufour il 22 luglio
1872 grazie all’intraprendenza del reverendo inglese Charles Taylor ed alla caparbietà della guida
Ferdinand Imseng, abilissimo nel condurre la cordata tra notevoli pericoli oggettivi e l’incognita di
una lunga serie di passaggi su roccia che sfiorano
il IV grado.
La prima tragedia dell’alpinismo italiano legata
allo sfortunato tentativo di ripetizione della via alla
Dufour l’8 Agosto 1881 da parte di Damiano Marinelli con le sue guide Imseng e Pedranzini non
frena il desiderio dei migliori alpinisti dell’epoca
di confrontarsi con la grande parete. Achille Ratti,
il futuro papa Pio XI, compie la prima traversata
da Macugnaga a Zermatt via Colle Zumstein nel
1889, i due specialisti del Monte Bianco Jacques
Lagarde e Lucien Devies, senza alcun mezzo artificiale e fidando solo in una tecnica perfetta di
“cramponnage” il 17 Luglio 1931 aprono una via
diretta alla punta Gnifetti ancor oggi annoverata
tra le grandi classiche delle Alpi. La storia della Est
si arricchisce di nuovi capitoli: le solitarie ai limiti dell’impossibile dell’alpinista-musicista Ettore
Zapparoli tra il 1934 ed il 1948, le grandi salite
invernali in condizioni climatiche estremamente
difficili realizzate negli anni ‘60 dalle guide alpine ossolane Armando Chiò, Luciano Bettineschi,
Michele Pala e Lino Pironi; gli accademici del CAI
Dopo un paio d’ore di marcia raggiungiamo il
tratto più ripido dell’itinerario in corrispondenza
della conca detritica sottostante il rifugio ObertoMaroli; l’ascesa è facilitata da una serie di gradinate in pietra che, seppur deteriorate in vari punti,
rendono l’idea dell’antico cammino. In un documento del 1267, citando il “passo di Macugnaga”,
viene attribuito al conte Gotofredo di Biandrate il
merito di aver ricostruito la mulattiera che risaliva
il Monte Moro; secondo altre fonti nel 1403 i valligiani di Saas si erano impegnati a mantenere in ordine la strada sul loro versante e altrettanto quelli
di Anzasca per il tratto che correva attraverso la
loro valle. Reso praticabile ai muli ed alle bestie
da soma, il sentiero fu molto frequentato fino al
XVI secolo; a fine ‘700 De Saussure racconta che:
”sopravvivono i resti di una strada lastricata con
grande cura che, però, le frane hanno reso impraticabile alle bestie da soma e molto difficoltosa per gli
uomini”. Difficoltà con cui si misureranno ancora
i viaggiatori inglesi di metà Ottocento attratti dalle
vallate delle Alpi Occidentali, i contrabbandieri in
cerca di una fonte di sostentamento ed in tempi
abbastanza recenti i profughi ebrei vittime delle
leggi razziali, gli ex prigionieri di guerra inglesi
provenienti dai colli Valsesiani ed i partigiani della
Repubblica dell’Ossola che necessitavano una via
sicura per il trasferimento dei feriti; il mondo in
fin dei conti non è molto cambiato!
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Al termine di un breve canalino, la sagoma del
rifugio: il successivo tratto di sfasciumi conduce
all’inizio della “ferrata” oltre la quale si esce sulla
cresta di frontiera vicino alla grande statua della
Madonna delle Nevi che da alcuni anni ha sostituito come meta finale il piccolo intaglio del passo.
Nonostante l’affollamento dei gitanti domenicali
Escursionismo
giunti direttamente in funivia da Macugnaga risaliamo rapidamente la serie di gradini in legno ancorati alle placche rocciose; dopo un centinaio di
metri, accolti da un vento assai fastidioso possiamo finalmente affacciarci sul versante svizzero al
cospetto di uno splendido panorama a 360°. Sono
circa le 13,30: la stretta di mano di rito, qualche
foto mentre Aldo, forte dei suoi ricordi di alpinista
navigato, aiuta a mettere ordine tra i nomi delle
vette circostanti. Il freddo pungente consiglia di
non indugiare troppo; rapidamente discendiamo
fino alla sponda del lago Smeraldo in modo da
trovare un posto riparato per la pausa pranzo. Qui
ci incontriamo con Elisabetta, Mariella e Piero Tonino rimasti un po’attardati; insieme a Valter risalgo nuovamente alla Madonna per accompagnare
Mariella, che, nonostante un po’ di stanchezza nella gambe, desidera concludere la salita in bellezza.
Una volta in cima mi hanno colpito le sue parole:
”in questo momento mi stanno uscendo tutte le
emozioni che ho dentro”; non lo nascondo, dopo
tanti anni di montagna è stata una grande lezione…..
La bellezza del luogo inviterebbe a prolungare la
sosta ma purtroppo occorre fare i conti con le ferree tempistiche degli impianti a fune. La prospettiva di aggiungere altri 400 metri di dislivello per
raggiungere Macugnaga ci sprona ad iniziare la
discesa verso l’alpe Bill, conclusa agevolmente nel
giro di un paio d’ore, in perfetto orario per l’ultima
corsa delle 16,30 e la meritata merenda al rientro
in paese.
Ogni anno la Commissione Sezionale di Escursionismo propone in calendario due o tre uscite
domenicali al di fuori delle montagne più prossime ad Ivrea con l’intento di fare conoscere altre
zone interessanti dal punto di vista tecnico e paesaggistico: è veramente un peccato non riscuotano molto successo in termini di partecipazione.
Con la speranza di maggiori consensi, arrivederci
all’anno prossimo.
OTUGN AN VAL CIUSELA
AUTUNNO IN VALCHIUSELLA
Un ragg ëd sol ch’as pòsa sle montagne
già bianche ‘d fiòca neuva tut antorn
a cangia an ôr le feuje dle castagne,
ma ‘nt ij pra ancora verd dla Val Ciusela
andoa j’ariss as mes-cio al giàun dle feuje
i l’hai ancor trovà na gensianela.
Un raggio di sole che si posa sulle montagne
già bianche di neve nuova tutt’intorno
muta in oro le foglie delle castagne,
ma nei prati ancora verdi della Valchiusella
dove i ricci si mescolano al giallo delle foglie
ho ancora trovato una genzianella.
D’otugn an Val Ciusela ël sol a fà
pi bianche le casòte cite ‘d pera
rijente ‘nt ij pogieuj tuti anfiorà
e ‘nt ël silensi pasi dla natura,
an mes un pra, su d’un tapiss dë vlù
a-i é në strop ëd fèje ch’a pastura.
In Autunno in Valchiusella il sole fà
più bianche le casette piccole di pietra
ridenti nei balconi tutti infiorati
e nel quieto silenzio della natura,
in mezzo a un prato, su di un tappeto di velluto
c’è un gregge di pecore che pastura.
A randa d’un vej mur coatà d’urtìa
a canta l’eva ciàira al fontanin
e ‘nt l’aria a va seren-a un’armonìa
ch’a sà ël frisson dle feuje.
Pï lontan-a,
ant ël Ciusela, l’onda trasparenta
a smija ch’as fërma lagiù
an fond dla piana.
Presso un vecchio muro coperto d’ortiche
canta l’acqua chiara del fontanino
e nell’aria va serena un’armonia
che il frisone delle foglie intende.
Più lontana,
nel Chiusella, l’onda trasparente
sembra fermarsi laggiù
in fondo alla piana.
Giovanni Calchera
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Parco Nazionale del Cilento
di R os anna Ambrog io
TREKKING
D
al 23 al 30 maggio il nostro viaggio in Cilento, a parere dello scrivente, si è svolto
nel migliore modo immaginabile in armonia con i luoghi, la natura, le persone. Ben 47
i partecipanti più l’organizzatore Beppe Franza, a
cui dobbiamo un grazie riconoscente per la scelta del luogo e per l’organizzazione. Tra chi già si
conosceva e nuove conoscenze la simpatia è stata
immediata e così l’affiatamento, per cui i sei giorni
sono scivolati in fretta con vero spirito di cameratismo. E poi i luoghi, la natura, l’ospitalità degli
abitanti, la gentilezza e il garbo degli accompagnatori locali hanno reso questo viaggio gradevole e
rilassante.
Arrivati a Napoli sono state necessarie circa due
ore di pulmann per arrivare nel parco del Cilento
e subito il nostro primo riferimento è stato Castellabate, comune capoluogo, tranquillo e ordina24
to paesino a 4-5 km dal mare. Lì ci hanno accolto
le viuzze, le strade tranquille, il silenzio interrotto da una celebrazione liturgica in inglese (?), si
trattava di un matrimonio, a metà pomeriggio,
con una quarantina di invitati (troppo pochi per
il Sud)e troppo pallidi, sposi e invitati. Si trattava di un matrimonio di Irlandesi con parenti che
avevano evidentemente scelto questo luogo pieno
del calore mediterraneo e della luce calda del Sud
Italia. Come è facile capire quanto l’Italia è per gli
stranieri il luogo della bellezza e dell’arte, un luogo unico. Quanti di noi prima del viaggio avevano
idea di Castellabate, così lontano dalle grandi vie
di comunicazione, così tranquillo e poco turistico,
ma……noto agli Irlandesi..
Scesi a piedi dal paese si è raggiunto il mare di
S.Maria, frazione di Castellabate e l’albergo che
per tre giorni ci ha deliziato con una cucina ot-
TREKKING
tima e, vista la sua ubicazione, con tramonti da
grande schermo, che erano diventati per tutti noi
un appuntamento fisso con il sole che tramontava
dietro l’isola d’Ischia e sorvegliato in lontananza
da Capri. L’essenzialità della bellezza dei luoghi,
il mare trasparente e pulito, lo scorrere tranquillo
del tempo credo siano stati per tutti noi una rigenerazione della mente e del corpo.
Sono stati percorsi luoghi che richiamano i miti
omerici, ad es. Punta Licosa dal nome della sirena Leucosia, una delle tre incontrate da Omero.
Questi luoghi furono abitati sin dal Paleolitico,
poi occupati dai Greci e dai Romani; non lontano da qui sorgeva la colonia greca di Elea,(circa
2550 anni fa) sede di una delle prime e importanti scuole filosofiche e altrettanto vicina la più
conosciuta Paestum, di circa 100 anni più antica
di Elea, importante colonia greca dedicata al dio
del mare Poseidone.
A Paestum siamo andati nel pomeriggio di do-
menica. Di fronte ai templi, alle loro crepe non
si respira la decadenza, ma il senso dell’eternità.
La maestosità delle costruzioni in questo meraviglioso parco archeologico, lontani da ogni contatto di modernità, tranne qualche fugace squillo di
telefonino, ha tracciato un filo sottile tra noi e un
lontanissimo passato, la consapevolezza che quello che noi siamo è dovuto anche a quel lontano
passato, che le nostre radici sono qui, nel Mediterraneo, che da sempre è un crocevia di popoli.
Paestum è una delle immagini forti che restano
nella mente del viaggiatore, come accadde a Goethe nel corso del suo Gran Tour.
Le camminate, dal monte Stella al monte Bulgaria
hanno coniugato alture e mare, con spettacolare
viste sulla costa , sulle insenature e sui golfi.
A Pertosa, nelle grotte dell’Angelo, sotto il massiccio dei monti Alburni, oltre ad ammirare il
fenomeno carsico creato dagli sgocciolamenti, abbiamo sperimentato la navigazione, quasi novelle
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TREKKING
anime guidate da Caronte, sul fiume Nigro, in un
ambiente interno e soprattutto esterno molto curato ed accogliente, dove ci hanno raggiunte le nostre vivandiere, dispensatrici, quasi ogni giorno di
bontà culinarie locali e anche questo ha di molto
allietato il trek e i loro pic-nic sono diventati un
appuntamento atteso quasi ogni giorno.
Nel pomeriggio, percorrendo le strade tortuose
e ormai di altura, con una densità abitativa pari
quasi a zero, abbiamo potuto immaginare come
potevano essere quei luoghi nel passato, come, a
parte una strada impervia, ma asfaltata, poco era
cambiato. Il paesaggio aspro è un tutt’uno con il
paesaggio lucano, in linea d’aria non molti km
oltre troviamo infatti le Dolomiti lucane, oggetto
di un altro appuntamento Cai pochi anni fa. Siamo giunti alla Certosa di S. Lorenzo, nel comune
di Padula, la più grande certosa in Italia, fondata
agli inizi del 1330 dalla famiglia dei Sandeverino,
signori del Vallo di Diana. La sua struttura ricorda una graticola in onore del santo cui è dedicata,
s.Lorenzo bruciato vivo su una graticola. Si estende per 51.500 mq e possiede ben 320 stanze, una
grande comunità abitata nel passato dai monaci
certosini, un ordine monastico fondato in Francia
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da S. Bruno ai piedi del Massif de la Chartreuse
in val d’Isère. Attualmente l’immensa struttura è
disabitata e in attesa di interventi manutentivi e di
un eventuale utilizzo. Purtroppo il martedì è chiusa per cui abbiamo potuto visitare solo l’esterno e
immaginare ad occhi aperti gli interni e il chiostro
gigantesco.
Nel tardo pomeriggio siamo ritornati sul mare e
a Marina di Camerota abbiamo avuto la nuova
sistemazione nelle camere del camping “ l’Isola”,
gradevolmente sulla spiaggia e dove siamo stati
nuovamente trattati in modo eccellente e ospitale.
I giorni sono trascorsi con escursioni piacevoli,
qualche bagno per i meno freddolosi in un mare
d’incanto, abbiamo visitato Palinuro e il suo Capo,
prima località del Cilento resa famosa in anni lontani dal Club Méditerranée, cala degli Infreschi,
monte Bulgaria, in una giornata purtroppo nuvolosa.
Ahimè i giorni sono trascorsi rapidi nella loro piacevolezza e siamo arrivati alla partenza con un po’
di rimpianto. Abbiamo goduto di giorni tranquilli,
i turisti non erano ancora arrivati e i luoghi erano
tutti per noi, la compagnia affiatata e simpatica,
tutto è stato eccellente.
Neve sui capelli e primavera nel cuore!
Siamo i “diversamente giovani” del mercoledì!
di Ame de o D ag na
Escursionismo Senior
D
a qualche anno chi transita al mercoledì
mattina intorno alle otto, dalle parti del
supermercato sito in Via Circonvallazione, di fronte al Castello dalle Rosse Torri, vede
con un certo stupore il radunarsi di gruppetti di
persone, abbigliate in tenuta sportiva, con zaini e
bastoncini al seguito, che si salutano con grande
entusiasmo e poi, raggruppati in un piccolo corteo
di macchine, lasciano il parcheggio e se ne vanno verso la periferia della città, in direzione delle
montagne. Ma chi saranno mai?
Sono i “diversamente giovani” del Cai di Ivrea, ossia quegli escursionisti che, in genere, avendo concluso la loro vita lavorativa, dispongono del tempo
da dedicare alla passione dell’andare a camminare
sui monti anche nei giorni feriali della settimana.
Ma ovviamente non si tratta solo di felici dipendenti INPS (cioè pensionati) ma spesso si aggregano a questo già nutrito gruppetto di escursionisti anche altri amici che possono disporre, a volte
saltuariamente ed occasionalmente della giornata
del mercoledì.
Da una felice intuizione della nostra carissima
Barbara è nata la consuetudine di andar per sentieri ogni settimana, al mercoledì, organizzando di
volta in volta delle camminate che siano appaganti come interesse escursionistico e paesaggistico e nello stesso tempo siano abbastanza dolci per
i notri muscoli già con qualche piccola ragnatela
(ma non è mica vero!).
Le escursioni sono adatte a tutti e tutti vi partecipano con la frequenza che gli impegni del
quotidiano permettono, magari spostando, dove
possibile, altre incombenze ed incastrandole in
qualche altro momento.
Pare che alcuni predicatori, simpatizzanti, abbiano raccomandato dai pulpiti: “Cari Fedeli ricordatevi di santificare le feste e voi – penne bianche del
Cai – ricordatevi di camminare al mercoledì!”
Barbara, ideatrice ed anima di questa iniziativa
escursionistica, ha voluto intitolare le camminate
del mercoledì come “Escursioni Senior”, poiché
come già detto i principali fruitori sono persone
che per vari motivi dispongono con relativa facilità del loro tempo durante la settimana. Le escursioni dei Senior non si pongono in competizione
con le varie uscite programmate dalla nostra (od
altre) Sezione Cai, calendarizzate alla domenica,
anzi, bisogna riconoscere che in genere parecchi
Senior partecipano numerosi anche alle escursioni programmate nei fine settimana.
Si avvale della collaborazione tecnico logistica di
bravi e competenti Soci, come Roberto Sgubin e
Oddone Albertin, ma sovente individua, ed incoraggia, tutti coloro che possono essere buoni
conoscitori di particolari percorsi ad assumere la
responsabilità di organizzare e condurre a turno
sui terreni di loro competenza e conoscenza.
Ed allora ecco che la formula ideata e messa a punto dal nostro “Caschetto d’oro” si è rivelata vincente sia per le soddisfazioni che può dare il fare della
buona attività, sia per lo spirito di coesione e di
integrazione che il Gruppo Senior ha progressivamente e costantemente acquisito ed aumentato.
Dalle prime dozzine di partecipanti delle prime
escursioni si è arrivati, direi abbastanza velocemente, a numeri importanti, che si incrementano
ad ogni uscita, e che forse francamente non erano
attesi.
Ognuno porta nel gruppo la propria personalità,
la propria capacità di stare assieme, il proprio spirito di adattarsi al progredire di tutti sul terreno,
senza prevaricare e senza dare sciocchi ed inopportuni episodi di “io sono il meglio!” (qualcuno
magari ci tenta, poiché è stato morso in fasce dal
morbo del “quanto sono bravo io!, ma si tratta di
episodi molto isolati ed infantili). Anzi bisogna riconoscere che vi è una grossa integrazione fra tutti che porta a genuine manifestazioni di autentico
piacere nel ritrovarsi alla partenza della gita.
L’occhio, tranquillamente vigile di Barbara e dei
suoi collaboratori, fa in modo che la coesione e
compattezza del gruppo sia sempre sotto controllo, pronti ad intervenire per consigliare ed aiutare
qualora il terreno o le situazioni personali lo richiedano.
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Escursionismo Senior
Nel 2015, l’anno sociale appena concluso, il Gruppo Senior ha svolto una attività di tutto rispetto,
divisa tra escursioni con “ciaspole” nel periodo
invernale e quindi le camminate sul terreno non
innevato per il resto dell’anno:
Ecco in breve alcuni numeri delle attività nel corso
del 2015:
• 9 uscite con “ciaspole” per un totale di 164
partecipanti – media per uscita 18 persone
• 32 uscite escursionistiche per un totale di 750
partecipanti – media per uscita 24 persone
• 41 uscite totali nel 2015 con 914 partecipanti
e media per uscita 23 persone
A fine anno, a conclusione delle attività, Barbara
ha voluto organizzare una serata nella sede Cai
di Ivrea dove si è rivista la documentazione fotografica delle varie uscite ma soprattutto si sono
premiati i partecipanti più assidui e fedeli con una
simpatica cerimonia. I premiati, non si aspettavano questo evento che li ha visti protagonisti, si
sono piacevolmente commossi; l’elenco-classifica
è riportato nella tabella allegata, ma vorrei commentare che alcuni di loro non hanno potuto trattenere lacrime di gioia e soddisfazione: Alberto
Boidi, primo classificato Senior del 2015, aveva il
volto rigato da lacrime verdi, sicuramente la linfa
botanica che circola nelle sue vene.
Ma come non ricordare le gradevoli soste, in ogni
escursione, per la pausa spuntino dove dagli zaini
spuntavano piacevoli sorprese enogastronomiche:
le torte che spesso Lady M. ci serviva con grazia
(tanto da meritarsi il titolo di Lady Torta Valdostana), i graditissimi caffè di Clelia, i biscotti di
tanti altri cari amici, la cotognata di Dino (lui distributore ma Donatella valente ed assente cuoca).
Tino (Gusto) mai avaro nell’offrirmi un sorso del
suo vino! E tuuto questo in fraterna e piacevole
amicizia.
Ma sempre durante le camminate abbiamo apprezzato lo spirito gogliardico di Roberto, sempre
attento a consigliare ed aiutare tutti, ma altrettanto
pronto ad allietarci con le sue battute sulla mitica
“Global” che include un gradito apprezzamento
per le sue “Global-girls” (un po’ meno apprezzati i
Global-Boys, ma è meglio così!).
LA MADÒN-A DËL ZERBIÒN
Una Madôn-a ch’a smija d’argent,
coma ‘nt una preghiera a slarga ij brass
a protession dla Val e dla soa gent
ant una eterna invocassion ëd pas.
LA MADONNA DELLO ZERBION
Una Madonna che sembra d’argento,
come in una preghiera allarga le braccia
a protezione della Valle e della sua gente
in una eterna invocazione di pace.
Mi preme, prima di concludere queste note, ricordare che Barbara aveva già in passato organizzato
una serie di uscite, guarda caso quasi sempre di
mercoledì, dove supportata anche dal mitico Aldo
Pagani, anticipava questa idea dei Senior, adesso
realizzata con grande successo e maestria.
Avevamo fatto una lunga serie di escursioni, e ne
ricordo alcune:
Testa Bernarda sopra Courmayeur
Testa di Comagna
Alta Luce da Staffal, passando dal Colle di Salza.
Mi fermo perchè il mio povero unico neurone non
deve essere sottoposto a sforzi mnemonici troppo
intensi. E partecipavamo, allora, oltre ai già citati
Barbara ed Aldo (splendidi organizzatori) di volta
in volta Gianni Cobetto, Ottin, Giorgio Cavallo,
Berruto, Dante Ceresa, la Dada, Ofelia, e modestamente anche io (ovviamente ne ho dimenticati
un sacco e mi scuso!)
Concludo con un grosso grazie a Barbara, a Roberto ed Oddone per la cura e l’entusiasmo messo
nell’accompagnarci, nell’individuare, provare con
ricognizioni i vari percorsi e nel supportarci (e per
quanto mi riguarda anche nel sopportarmi).
Grazie!
Giovanni Calchera
28
Escursionismo Senior
CLASSIFICHE SENIOR 2015 N° GITE
1°
MADULI TERESA
COPPA
1° CLASSIFICATA SENIOR 2015
28
1°
BOIDI ALBERTO
COPPA
1° CLASSIFICATO SENIOR 2015
28
2°
TAPPERO AGOSTINO COPPA
2° CLASSIFICATO SENIOR 2015
25
3°
GARBO LORETTA
COPPA
3° CLASSIFICATA SENIOR 2015
24
4°
VALLOMY CLELIA
MEDAGLIA SENIOR 2015
20
5°
GARELLA IDA“20
6°
DEROSSI MARISA“19
6°
CARDILLO LUCIA“19
6°
CAVALLERO MARISA“19
7°
CENA ALFONSINA“17
8°
CROTTA PIERA“16
8°
REGGIANI ANNA MARIA“16
9°
ENDRIZZI MARIANGELA“15
10°
MADULI GEROLAMA“14
10°
GIAGHINO MARIA RITA“14
MEDAGLIA D’ORO: MARGHERITA PELLEREY SUPERSENIOR LADY 2015
ALDO PAGANI SUPERSENIOR MAN 2015
29
Tre giorni sul Pasubio
di Ame de o D ag na
TREKKING
Le sette croci del Pasubio (foto di Amedeo Dagna)
D
a martedì 16 a giovedì 18 giugno un nutrito gruppo di escursionisti delle Sezioni Canavesane, essenzialmente Ivrea e
Cuorgnè, ha voluto rendere omaggio ad una delle
zone che furono teatro per oltre tre lunghi anni
della prima Guerra mondiale, di aspri e sanguinosi combattimenti, tanto da meritarsi dopo il 1922
la denominazione di “Zona Sacra del Pasubio”.
La visita rientrava nel programma delle celebrazione del centenario dell’entrata in guerra dell’Italia nel maggio 1915.
Il Monte Pasubio, o meglio quel complesso di territorio che viene ormai comunemente chiamato
Pasubio si trova nelle Prealpi Vicentine, ai confini
tra le province di Vicenza e di Trento, ed è compreso tra la Val Leogra, Passo del Pian delle Fugazze, Vallarsa, Val Terragnolo, Passo della Borcola,
Val Posina e Colle Xomo, congiungendo le Piccole
Dolomiti all’Altopiano di Folgaria.
30
Si tratta di un altopiano che si sviluppa intorno ai
2000 metri con conche prative, bassi boschi di pini
mughi, delimitato da crinali e che ai suoi margini
scende rapidamente con valli spesso ripide e scoscese.
Il paesaggio è tipicamente dolomitico, rocce calcaree, colonizzate sull’esteso altopiano da prati e
boschi.
Tutto il territorio ha mostrato dal punto di vista
archeologico, numerose frequentazioni umane
che si fanno risalire al periodo mesolitico (tra
i 10000 e 8000 anni fa) dovute al passaggio dei
cacciatori-raccoglitori. Parecchi reperti, in particolare strumenti di caccia e di uso domestico, in
materiale litico in selce, sono stati ritrovati nella
parte che oggi si trova amministrativamente nella Provincia di Trento (Alpi Pozze, Monte Roite
e Col Santo) e sono visitabili presso il Museo di
Scienze Naturali di Trento.
TREKKING
L’intera zona del Pasubio è stata teatro per tre anni
e mezzo di aspri combattimenti che ne ha sconvolto il territorio, segnandone in modo cruento
la superficie ed anche le profondità. Ancora oggi,
grazie anche alla cura con cui si è voluto conservare questo pezzo martoriato della nostra storia,
i numerosi sentieri che lo percorrono si snodano
tra trincee, crateri di bombe, camminamenti, ricoveri e gallerie.
E’ con profonda commozione, ma lungi da me il
cadere nella retorica, che ognuno di noi ha camminato su questi sentieri per tre giorni. E non
potevi fare a meno di pensare che ogni passo che
facevi era stato segnato dal sangue di tanti fratelli
che ci hanno preceduti, di qualunque colore fosse
la loro divisa, forse a volte ignari, o poco convinti,
del motivo di essere lì, del perchè del combattere
e morire così lontano da casa, così crudelmente.
Ed allora il passo si faceva più lieve, posavi il piede
con delicatezza, avevi timore che il tuo scarpone
potesse far male a qualcuno, quei tanti qualcuno
che tu non vedevi più, ma che erano morti lì ed
avevano bagnato di sangue quelle rade zolle, ma-
gari sotto una nevicata avendo come ultima visione il mare della Sicilia od i vigneti delle Langhe.
E la montagna orna, ancora oggi in questo splendido giugno della nostra escursione, quel paesaggio cruento e crudele con i piccoli, umili ma meravigliosi fiori spontanei, rendendo omaggio a tutti
i caduti, che la vita aveva voluto nemici e la morte
reso fratelli.
Il nostro programma, messo a punto con la solita cura, diligenza e competenza dal buon Beppe
Franza, prevedeva inizialmente di raggiungere con il nostro bus il Passo Xomo, Bocchetta di
Campiglia (m 1216) e poi percorrendo la Strada
delle 52 gallerie arrivare al Rifugio Papa (m 1928),
che sarebbe stata la nostra base per la durata del
trekking.
Le avverse condizioni meteo dei giorni immediatamente precedenti l’escursione hanno reso difficoltoso il procedere nelle gallerie, rese scivolose
dall’acqua penetrata dopo le abbondanti piogge e,
non solo, ma alcune impraticabili a causa di frane che costringevano a problematici aggiramenti
dall’esterno.
Lungo la Strada delle 52 gallerie (foto di Amedeo Dagna)
31
TREKKING
Cresta del Palon (foto di Amedeo Dagna)
Pertanto, assunte le doverose informazioni in
loco, il nostro Beppe metteva rapidamente in atto
un programma alternativo che ci ha permesso di
raggiungere il Rifugio percorrendo la “Strada degli Eroi”.
Ed ora il vostro cronista farà in modo da far venire
a galla (possibilmente senza annoiarvi troppo) i
ricordi dei partecipanti, e solleticare la curiosità di
chi non ha potuto essere con noi, raccontandovi le
piccole e grandi emozioni del nostro camminare e
vivere questa esperienza.
Il nostro percorso inizia con la visita all’Ossario
del Pasubio, monumento eretto in posizione panoramica che raccoglie i resti di molti dei Caduti.
Raggiunto poi Pian delle Fugazze (m 1162) abbiamo imboccato, prima su ripido sentiero e poi su
comoda sterrata, la via che ci ha portati alla Galleria d’Havet dove inizia il tratto della Strada degli
Eroi. Su questa strada, che attraverso le Porte del
Pasubio arriva sino al Rifugio Papa, sono collocate
le lapidi a ricordo dei quindici decorati di Medaglia d’Oro. Ricordo in particolare i trentini Cesare
Battisti, Fabio Filzi, Damiano Chiesa. Paesaggio
32
bellissimo, coinvolgente, con qualche tratto in
galleria, ripidi versanti sulle valli sottostanti; macchine fotografiche che scattavano a mitraglia per
catturare quei ricordi da rivedersi, con emozione e
commozione, poi a casa. Alberto Boidi scatenato a
confrontare (e, gran birichino! A raccogliere semi
e fiori endemici, con la scusa che “mi a Vialfrè ed
susì i n’hai pa!”) le varie specie di piante e di fiori,
avendo anche un orgasmo botanico alla scoperta,
e successiva cattura, di una pianta di lino.
Il giorno successivo, dopo una bella serata nella
accogliente ospitalità del Rifugio Papa, abbiamo
compiuto una escursione di largo respiro raggiungendo il punto più alto del Pasubio, ossia Cima
Palon (m 2239)salendo sul crinale principale che
si sviluppa in direzione nord-sud dal Cogolo Alto.
Accurata e commossa visita a trincee, camminamenti e ricoveri fino al Dente Italiano ed al Dente
Austriaco, dove erano attestati gli opposti schieramenti.
Con un lungo e panoramico traverso, in mezzo
ai bassi cespugli di pini mughi, abbiamo poi raggiunto il Rifugio Lancia (m1825) dove abbiamo
TREKKING
rifocillato il corpo con prelibatezze locali e ritemprato lo spirito con lo spettacolare panorama.
Ottima la coesione del gruppo di escursionisti,
ognuno arricchisce con le proprie particolarità il
bello dell’essere insieme. In particolare notato un
sodalizio di nuova composizione, messo rapidamente insieme per l’occasione, denominato CAA
(Cecilia-Alberto-Amedeo; incorporato ma distinto, nel CAI) per passare in piacevoli ciacole il pestar pietre sui sentieri.
Si è chiuso l’anello tornando dal Lancia al Papa
sul percorso alternativo attraverso Sella dei Campiluzzi, Malga Buse Bistorte, Sette Croci.
Il terzo giorno, si affrontava la Strada dell 52 gallerie, rassicurati dalla ispezione condotta da Beppe
sulla percorribilità, per rientrare a Bocchetta di
Campiglia. Buon pranzo di chiusura e rientro a
casa.
A conclusione di queste poche righe vi vorrei descrivere brevemente le caratteristiche di questa famosa “Strada delle 52 gallerie” (detta anche Strada
della Prima Armata) che collega, come già detto
Bocchetta Campiglia (m 1216) alle Porte del Pasubio (m 1934) con una lunghezza di 6555 metri, di
cui ben 2235 metri suddivisi nelle cinquantadue
gallerie. E’ stata voluta principalmente per rifornire la prima linea sul Pasubio e costruita nel 1917,
da febbraio a novembre, sul versante meridionale
del monte, al riparo dai tiri dell’artiglieria austroungarica, e comunque percorribile tutto l’anno, in
alternativa alla rotabile degli Scarubbi, esposta al
tiro nemico e percorribile, è vero anche dai mezzi
motorizzati, ma solo nel periodo estivo. La particolare conformazione del terreno ha reso indispensabile costruire i lunghi tratti in galleria, vuoi
per proteggere maggiormente i rifornimenti da
eventuali esposizioni al tiro nemico, (quando ho
fatto l’Ufficiale io mi hanno insegnato che “l’inimico non è mai fesso!” E per quanto furbi noi si
possa sembrare troverà sempre il modo di aggirare le nostre difese!) ma soprattutto per renderla
percorribile in tutto l’anno ed in tutte le condizioni
meteo.
La larghezza minima era prevista in metri 2,20
(ma con raggio esterno in curva di almeno 3 metri) in modo da permettere il transito contemporaneo di due muli con relativo carico (salmerie).
La pendenza della strada è di media del 12 per
cento con punta massima del 22 per cento.
Alcune curiosità:
Tutte le gallerie sono numerate ed hanno un nome,
che viene riportato su di una targa posta all’inizio
di ognuna. Sono intitolate agli eroi del Pasubio, ai
realizzatori dell’opera (Ten. Zappa) ai reparti che
vi hanno lavorato, alle Brigate militari Italiane che
hanno operato sul territorio.
• La galleria più lunga è la 19ma (320 m), intitolata al Re Vittorio Emanuele III, con un
tracciato elicoidale a quattro tornanti scavata
in un torrione roccioso.
• La 20ma, lunga 86 metri, intitolata al Gen
Luigi Cadorna, si avvita su se stessa come un
cavatappi per superare un notevole dislivello.
• Quando si esce dalla 47ma (22 m ed intitolata al Reggimento Fanteria “Pallanza”) si
raggiunge il punto più elevato a quota 2000m
con un panorama spettacolare.
Un ultimo ricordo che però risale alla mia prima
escursione sul Pasubio, col Cai di Ivrea credo almeno dieci anni fa, mi riporta alla memoria una di
quelle bislacche battute goliardiche che ogni tanto,
chi ha la disgrazia di trovarsi vicino a me durante
una escursione deve inevitabilmente sorbirsi.
Stavamo salendo al Rifugio Papa lungo la Strada
delle 52 gallerie e qualcuno, più attento a dove
metteva i piedi che agli ostacoli del soffitto basso
(le gallerie furono in parte scavate dai meravigliosi
soldati sardi del genio Militare della Brigata Sassari, appena un pelo più alti di un nostro attuale
uomo politico le cui incazzature sono inversamente proporzionali alla statura - ma sono naturalmente affari suoi) riportava, una volta uscito
all’aperto, sulla fronte i segni del duro scontro con
l’altrettanto duro soffitto. Inutile dire che i segni
erano più evidenti per coloro che hanno la fronte
ampia, tanto per capirci, quelle fronti che vanno
dalle sopracciglie al colletto del pile sulla schiena.
Mi venne naturale esclamare, in presenza delle legittime consorti degli infortunati: “Ma santo Cielo, le vostre mogli ci mettono tempo ed impegno a
farvi le corna e voi le rompete subito!”
E’ un altro modo per farsi degli amici!
Un grazie a Beppe per la solita ineccepibile conduzione dell’escursione ed un arrivederci a tutti al
più presto!
33
Momenti magici a Madeira
di Angel a e Sara
TREKKING
S
ei giorni passati a fare trekking sull’isola che
si è rivelata un tesoro in mezzo l’Atlantico
Quest’anno a febbraio, mentre stavo camminando su per via Palestro in Ivrea ho dato uno
sguardo alla bacheca del CAI, sempre curiosa di
sapere cosa facevano e dove andavano. Vedo le parole ‘trekking’ e ‘Madeira’ e senza proprio capire
cosa mi prende faccio la foto del manifesto. Raggiungo l’amica Angela per pranzo nel bel mezzo di
una giornata piena di lavoro e le faccio vedere la
foto dicendo ‘ci vado’. Pochi giorni dopo mi manda un messaggio lei ‘ci vengo anch’io’. Poi sorgono
i dubbi del tipo ‘saremo all’altezza, saranno tutti
più bravi di noi a camminare, ci sarà da arrampicare, saranno degli alpinisti …?’
La presentazione della gita era già stata fatta per
cui abbiamo raggiunto Madeira un po’ alla cieca.
Sapevo del vino Madeira e ho scoperto che ce ne
34
sono quattro varietà e addirittura un’altra bevanda, la poncha. Avevo immaginato frutta in abbondanza ma mai il sapore così diverso e intenso
delle banane. Mi avevano parlato delle levadas ma
finché non le vedi non riesci ad immaginare quei
lunghi stretti canali di acqua limpidi in costante
movimento che scorrono giù dall’alta montagna
costeggiate da fiori in abbondanza e da piccoli sentieri stretti, la cui costruzione deve essere stata una
bell’impresa circa cento anni fa senza alcun mezzo
meccanizzato per arrivare in alto. E la lingua, sì,
portoghese ma piena di suoni strani e affascinanti.
E le camminate … una diversa dell’altro per la
maggior parte nella parte centrale est dell’isola.
Il primo giorno nella montagna semi tropicale verso Ribeira Frio, il secondo lungo la costa a
Sao Lourenco in mezzo ad una specie di deserto
che scende drammaticamente nel mare, il terzo in
TREKKING
alta montagna con viste mozzafiato a Pico Ruivo
e Arreiro, il quarto sotto la pioggia verso la cascata incredibilmente lunga del Calderao, il quinto
di nuovo in montagna con discese e salite, una
passeggiata più breve questa volta perché essendo
l’ultimo giorno siamo poi andati un po’ in gita con
il pullman verso la parte ovest dell’isola. Che mare
spettacolare dove spuntano delle rocce vulcaniche
e dove si formano delle piscine naturali di acqua
e si può fare il bagno – favoloso e neanche tanto
freddo per essere l’Atlantico. Poi una visita in un
tunnel di un vulcano a São Vincente dove abbiamo potuto vedere come si è creata l’isola di Madeira nel tempo e osservare e riconoscere i tanti
luoghi in cui eravamo stati nei giorni precedenti.
E siamo riusciti a stare al passo con gli altri per
ben 5 giorni! Che bel gruppo. Forse c’erano degli
alpinisti o arrampicatori ma in quel luogo magico
eravamo tutti dei ‘trekkers’. Tanti si sono presentati
a noi già il primo giorno e nelle passeggiate c’era
sempre la possibilità di chiacchierare con l’uno o
con l’altro. C’era chi andava veloce e chi andava piano ma mai la fretta di arrivare. Al contrario si poteva sempre gustare il percorso – fantastico. Le sorelle austriache, Christine e Andrea ci hanno fatto
da guida e da accompagnatori mentre l’autista Ivo è
riuscito a portare noi e il pullman su per delle salite
ripidissime con tutta calma. E Barbara e Oddone
che con tutta calma ci facevano un po’ da angeli custodi. Con una gita pianificata in ogni dettaglio così
non poteva che essere un successone!
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Trekking a Madeira
di D or ina A lb er t in
TREKKING
Foto di gruppo a Madeira (foto di Dorina Albertin)
E
’ finalmente arrivato il grande giorno! Nel
cuore della notte siamo partiti per Malpensa.
Dopo uno scalo a Lisbona siamo arrivati a Funchal, trasferimento per Garajau.
Primo contatto con le nostre simpatiche guide
Cristina e Silvia, le quali, dopo una breve sosta
in albergo per prendere possesso delle camere, ci
hanno portato ad una breve passeggiata nei dintorni di Garajau: non solo una passeggiata con
tanto di funivia, ma un primo e molto piacevole
spuntino di prelibatezze locali. A dire il vero non
mi era mai capitato di scendere al mare in funivia!
Di solito salgo!
La prima escursione inizia dal paesino di Portela
a circa 600 m. di altitudine e sale, fiancheggiando la levada do Furado, una delle più antiche,
alla Montagna di Ribeiro Frio. Scopriamo così
l’umidissima Foresta di Laurisilva, la foresta che
“produce acqua” perché le foglie delle sue piante
condensano una grande quantità di vapore, di36
chiarata dall’UNESCO “patrimonio dell’umanità”.
Ammiriamo inoltre fiori bellissimi di tutti i colori, che giustificano l’appellativo di Madeira “isola
dei fiori”. Al termine una meritata pausa rilassante
con bevuta di Poncha (e non solo) in un simpatico
localino.
Il giorno dopo, alla Ponta de Sao Lourenco, il paesaggio cambia completamente: grandi scogli colorati, caldi colori delle rocce vulcaniche e variopinte falesie in un ambiente arido e selvaggio. Per
i temerari, ci scappa anche un fresco bagno nelle
acque cristalline dell’oceano.
Ed ecco, per me, il giorno più bello con l’escursione più interessante: Pico do Areiro, Pico Ruivo e
Achada do Teixeira. Ripidissimi saliscendi, sentieri scolpiti nella roccia, scalinate artificiali, stretti
passaggi, gallerie. Lo sforzo è però ricompensato
dalle viste meravigliose che questi monti ci offrono con colonne naturali di basalto. Indimenticabile!
Serata movimentata a Funchal, dove un gruppetto
TREKKING
Il promontorio di São Lourenço (foto di Oddone Albertin)
si è avventurato per ammirare la capitale by night,
non sapendo cosa l’avrebbe aspettato al ritorno:
un pazzo autista dell’autobus, a folle velocità, affrontando le numerose curve in accelerazione,
sballonzolandolo, l’ha riportato in hotel con i capelli dritti e gli occhi fuori dalle orbite: esperienza
da dimenticare.
Il giorno dopo abbiamo visitato Funchal con tranquillità: le viuzze, le porte dipinte, le chiese, la
piazza ed il mercato, festa di colori. E poi il Parco
di Santa Catarina con alberi tropicali ed un grande numero di fiori, con sculture ed un laghetto.
Completo relax con meravigliosi scorci sulla baia.
Ed ancora la chiesa di “Nossa Senhora do Monte” dove si trova la tomba dell’ultimo imperatore
d’Austria Carlo I d’Asburgo. Da lassù partono delle
slitte di legno con turisti a bordo, spinte da uomini con particolari calzature che, su strada asfaltata,
scendono a valle. Uno spettacolo strano ed inconsueto!
Un’altra escursione: al Parc Forestal das Queimadas con le case col tetto di paglia della zona di Santana. Situato a 900 m. di altezza, è il luogo ideale
per osservare la flora tipica della foresta originaria
di Madeira. Seguiamo rigorosamente una levada
che attraversa ponti, ruscelli e 4 tunnel fino ad una
cascata spettacolare di 300 m.: la Caldeirao Verde con altissime pareti ricoperte da muschi e felci
in un ambiente di primordiale bellezza. Le nostre
guide ed un solo coraggiosissimo “collega” hanno
fatto il bagno nell’acqua gelida del laghetto. Ammirevoli!
L’ultimo giorno facciamo il giro della parte nord
dell’isola e poi, seguendo un cordolo lastricato
adiacente ad una levada e protetto, nei punti più
aerei, dai cavi metallici raggiungiamo il piccolo
bacino delle 25 Fonti dove, da un’alta parete a semicerchio, ricadono da ogni parte rivoli d’acqua
provenienti dal grande altopiano di Paùl da Serra. Pic-nic, come al solito, e poi si prosegue fino a
Porto Moniz, dove alcuni più volenterosi fanno il
bagno nelle piscine naturali di lava nera, mentre
altri, seduti al tavolino di un bar, si dissetano allegramente.
Ma non è finita! Arriviamo a Sao Vincente dove
visitiamo un tunnel vulcanico molto interessante
con filmato sulla creazione dell’Arcipelago di Madeira.
Purtroppo arriva il giorno del ritorno. Salutiamo
con calore ed amicizia le nostre brave guide e riprendiamo l’aereo sulla pista, sorretta da moltissimi alti piloni, che abbiamo ammirato più volte nei
nostri spostamenti.
A Malpensa lento recupero dei bagagli e triste ritorno a casa!
37
Sentiero Matilde
di Piera Crott a
TREKKING
(foto di Sergio Cagna)
M
athilde von Tuszien (1046-1115) granduchessa di Canossa, fu una potente
feudataria, fervente sostenitrice del Papato nella lotta per le investiture; nel 1076, dopo
numerose e travagliate vicende familiari Matilde
diventa a 30 anni l’unica sovrana incontrastata di
tutte le terre che vanno da Tarquinia al lago di Garda.
I suoi resti si trovano nella Basilica di San Pietro
in Roma nella tomba scolpita dal Bernini.
Il “ Sentiero Matilde” fa parte dei percorsi turistico culturali valorizzati dal progetto di cooperazione “Cammini d’Europa”.
Il percorso si snoda nella provincia reggiana sviluppandosi da nord a sud in territori ricchi di
bellezze ambientali e di testimonianze storiche seguendo l’antico percorso alto medievale, che dallo
sbocco dell’ Enza, porta nel cuore del dominio dei
Canossa, incontra i castelli di Rossena, Canossa,
Carpineti, raggiunge Toano per dirigersi in seguito verso il crinale al Passo di San Pellegrino in
38
Alpe. L’antico percorso proseguiva poi verso la
Toscana, attraversando Lucca per arrivare fino a
Roma.
Complessivamente il dislivello totale in salita è di
4860 m. e in discesa di 3620 m; si snoda in un
paesaggio in cui è molto ricco il patrimonio degli
antichi borghi con le tradizionali case di sasso, un
territorio ricco di storia, di tradizioni, di biodiversità sia faunistica che vegetativa; non dimentichiamo, infatti, che l’appennino tosco-emiliano può
essere considerato uno dei paesaggi più complessi
e meglio conservati dell’intera nazione. A seguito
di un diffuso abbandono colturale di questi ultimi decenni, l’appennino è stato interessato dal
ripopolamento di una ricca fauna vertebrata ed
invertebrata. Inoltre è bene non dimenticare che
attraverso l’appennino si svilupparono le vie di
comunicazione che dalla pianura Padana portano
al Tirreno: commerci, immigrazioni, transumanza, pellegrinaggi; i valichi sono stati testimoni di
quelle integrazioni culturali ed etniche che hanno
TREKKING
formato l’attuale società.
Ricostituita Compagnia di Santiago :
Siamo partiti in cinque, un gruppetto di soci che
aveva avuto modo di conoscersi e di affiatarsi
lungo il Cammino di Santiago nel 2010; i chilometri percorsi sono stati quasi un centinaio e mediamente abbiamo camminato otto ore al giorno
tenendo conto di qualche variante fatta a causa
di errata interpretazione dei segnali da parte dei
partecipanti. Per fortuna gli amici del CAI di Reggio mi avevano messo in guardia dal sottovalutare
il cammino perchè, essendo abituati ad altitudini
più elevate, noi tendiamo a sminuire un percorso
che si snoda ad altitudini più basse; ma vi assicuro
che quel continuo saliscenti da una collina fino a
scendere a valle guadare il torrente e poi nuovamente risalire quindi ridiscendere ripetuto svariate volte al giorno è davvero una cosa che stronca le
gambe. Purtroppo per le prime quattro tappe del
cammino, contrariamente alle previsioni, non abbiamo avuto le guide del Cai di Reggio Emilia,
che nel frattempo avevano avuto problemi familiari; ma noi coraggiosamente abbiamo affrontato
e superato gli inghippi (pochi e non gravi, per
nostra fortuna) concordi, solidali, insomma, in
modo egregio. Anche il tempo che ci ha accompagnato per tutti i cinque giorni di cammino è stato
sempre bello e, questo, come sa chi ha fatto dei
cammini spostandosi di giorno in giorno con lo
zaino pesante sulle spalle, è un elemento importantissimo. Nella quinta tappa, l’ultimo giorno,
è stato tutto molto più semplice perchè abbiamo
camminato assieme a un gruppo di 26 reggiani
gentili, socievoli e forse desiderosi di farsi perdonare il bidone dei giorni precedenti.
Le tappe sono state le seguenti:
1a tappa: Sentiero molto bello tra calanchi e boschi, saliscendi meravigliosi dove era possibile
ammirare una vegetazione in piena fioritura. Abbiamo raggiunto il castello di Rossena in posizione
elevata che permette di ammirare uno splendido
panorama; abbiamo poi attraversato il Borgo antico di Canossa con antistante all’ingresso la statua
di Matilde e dopo aver guadato vari torrenti, aver
raggiunto Bergogno, siamo finalmente arrivati al
nostro B&B a Crocicchio.
2a tappa: da Crocicchio a San Vitale
Inizialmente abbiamo seguito l’asfalto della settencesca via Militare di Ludigiana poi imboccata
una sterrata siamo passati presso i resti di una
torre di avvistamento , raggiunto Monchio dei
Ferri siamo poi risaliti al castello di Sarzano (una
delle sedi più importanti del potere matildico) e
raggiunto Casina, paese abbastanza grande dove
è stato possibile fare rifornimento alimentare. In
seguito abbiamo continuato il nostro percorso tra
campi aperti in completa fioritura, continui saliscendi con relativi guadi di ruscelli. In lontananza
abbiamo visto l’imponente “castello” naturale della Pietra di Bismantova; talvolta incontravamo le
“case a torre”: edifici a metà tra residenze e castelli
che evocano il ricordo di piccoli feudatari. Nei
pressi di Croveglia abbiamo abbandonato il sentiero matildico e siamo passati sullo Spallanzani
che dopo traversie varie ci ha condotto all’ isolata
antica Pieve di San Vitale in cui è situato l’ostello.
3a tappa: da San Vitale a Toano
Camminando lunga una cresta abbiamo raggiunto poco dopo il Castello di Carpineti ; in seguito
su un sentiero molto bello tra boschi e prati allietati da saltellanti caprioli e, dopo aver attraversato
Savognatica , Cavola e fatte le nostre ormai solite
otto ore di cammino siamo giunti a Toano: hotel
Miramonti ( il nome non delude infatti dall’albergo abbiamo ammirato in lontananza le Apuane )
dove, unici clienti , siamo stati come sempre accolti con molta cordialità.
4a tappa: da Toano a Civago
Percorsi gli immancabili sali-scendi siamo arrivati alle sorgenti del Quara, raggiunto Castagnola e
superato il fosso Malpasso; abbiamo poi proseguito su un sentiero messo in sicurezza con tronchi
e cavi d’acciaio passando alto sulle gole del Dolo:
uno dei più emozionanti sentieri dell’appennino
reggiano. Raggiunto Cadignano, Romanoro, superata Diga eccoci finalmente a Civago, luogo di passaggio lungo le strade di valico da e per la Toscana.
Arrivati in albergo abbiamo dovuto dedicarci ad
un lavoro ingrato: eravamo pieni di zecche; questi posti forse al massimo della loro bellezza e con
quella fauna così graziosa: caprioli, lepri, gipeti e
altra di varie specie ci avevano lasciato un ricordi-
39
TREKKING
no. Ripuliti e rifocillati dalla ottima cena siamo
andati a dormire ormai tranquilli perchè il giorno seguente avremmo avuto tutto il supporto e la
compagnia dei soci del Cai di Reggio.
5a tappa: da Civago a San Pellegrino in Alpe
Abbiamo svuotato lo zaino e messo le cose non
indispensabili al percorso nel pullman dei nostri supporters; le avremmo recuperate al nostro arrivo a S. Pellegrino. Qui ho finalmente
potuto incontrare Giorgia, giovane responsabile
dell’escursionismo della sezione del Cai di Reggio, con la quale mi ero sentita moltissime volte
durante i mesi precedenti per definire la logistica
del percorso. Abbiamo conosciuto Giuseppe che
in quella tappa ci ha fatto da guida e prima di incamminarci ha dato delle spiegazioni sul territorio, sulle tradizioni e sul sentiero.
Dopo aver attraversato un bosco leggermente in
salita siamo arrivati al passo delle Forbici e raggiunto il monte Giovanello, proseguendo quasi in
cresta abbiamo raggiunto il Passo delle Radici: un
panorama splendido, la vista spazia dalle Apuane
fino al monte Cimone.
Ed ora, a partire dalla pausa pranzo, comincia a
esplodere la rinomata ospitalità reggiana: ci hanno offerto di tutto: dolciumi, torte, caffè, grappa....
Nel pomeriggio abbiamo raggiunto San Pellegrino
in Alpe, dove ad attenderci c’era il pullman; ma
I cinque partecipanti al trekking a colazione
40
prima di risalire ci hanno offerto ancora una “merenda” con tutti i prodotti tipici della loro terra e
della loro tradizione e ancora un dono da portare
con noi.
Tornati a Reggio Emilia in pullman, Giorgia e
Giuseppe ci hanno poi accompagnati con la loro
macchina a recuperare la nostra che avevamo lasciata nei pressi della stazione di Ciano d’Enza,
dove aveva avuto inizio il nostro cammino.
Un unico commento: il “Sentiero Matilde” fatto
nella stagione giusta e con tempo bello è un trekking magnifico; noi l’abbiamo fatto molto concentrato, forse qualche giorno in più avrebbe permesso di godere maggiomente sia della storicità dei
luoghi sia della bellezza dei posti.
L’esperienza fatta mi trova molto contenta perchè
quel contatto casuale con il Cai di Reggio cercato
e trovato un anno e mezzo fa avrà un seguito: i
nostri amici reggiani verranno a trovarci il 7 e 8
di Maggio del 2016 affinchè, così come noi abbiamo ammirato il loro splendido ambiente, loro
possano ammirare le bellezze, l’ambiente e le tradizioni canavesane. Li accompagneremo per due
tratti della via Francigena: il 1° giorno da Pont San
Martin ad Ivrea e il 2° fino a Cavaglià, avendo loro
espresso il desiderio di conoscere la Serra morenica.
Sarete i benvenuti cari soci del Cai di Reggio !!
Una bianca cappella
Testo e foto di Massimi li ano For nero
Alpinismo e meditazione
R
Lo strano è che ci esercitavamo a inalare il paradiso filtrato attraverso il cielo
azzurro e le tenebre e le cappelle bianche. Prima che chiudessero! “La parola
di Dio è così sincera che è argento”, proclama un salmo.
Il puro spazio dopo la morte si apre all’immaginario e la fede gli conferisce
una dimensione che oltrepassa le nostre piccolezze confuse con gli abissi.
Maurice Chappaz
icordo che da bambino, nelle domeniche
di primavera, quando ormai la neve s’era
ritirata sulle vette più alte, salivamo io e
la mia famiglia ad una piccola cappella in mezzo
ai pascoli. Una di quelle costruzioni semplici con
le pareti intonacate di calce bianca; sulla facciata un portone di legno scheggiato con ai lati due
piccole finestre, al di sotto una panca traballante
su cui poter meditare. Ve ne saranno a centinaia sulle alpi di cappelle come questa, ma a quella
in particolare ero e sono ancora oggi affezionato,
tanto che in alcuni momenti della mia vita non
ho mancato di farle visita: quando c’era bisogno
di una boccata d’ossigeno dai pesi che opprimono
l’anima o anche soltanto per ammirare gli orizzonti della mia infanzia e riscoprire la spensieratezza e
l’ingenuità di un tempo.
Oggi vi sono tornato, spinto da un desiderio di
ricerca circa i tanti interrogativi che occupano la
mia mente, come questa nebbia autunnale distesa
sul fondovalle. Tante domande, dubbi e certezze
sul significato autentico della vita, non un’avventura passeggera priva di una meta, ma qualcosa di
più grande e profondo che nutre l’anima e arricchisce lo spirito. Ho desiderato quest’attimo di pausa,
di distacco dalla vita quotidiana per lasciarmi avvolgere da quella solitudine che oggi l’umanità in
gran parte rifugge, attratta dal fascino illusorio di
vane certezze dispensate come slogan pubblicitari.
Un tempo la solitudine si ricercava nella natura,
nei boschi, tra le montagne, oggi, senza muoverci
di casa, la troviamo nella realtà virtuale, in un tablet o in uno smartphone...
Viviamo un’epoca contraddittoria sempre in bilico
tra ansia e desiderio; la meta domenicale non è più
la cappella solitaria tra il verde dei prati e l’azzurro del cielo, ma il caotico parcheggio di un centro
commerciale. Cambio di prospettiva, abbiamo
annegato la nostra libertà di scelta nel mare del
conformismo. Osservo la maestosa corona alpina,
di fronte a quest’orizzonte irto di vette è naturale
scavare nel profondo dell’anima, indagare sui misteri che avvolgono l’esistenza umana, trovare una
base su cui edificare le proprie certezze. L’immobilità delle montagne è forse l’aspetto che più di ogni
altro m’invita a quest’esercizio spirituale, anche se
molti quesiti assumono spesso i contorni di picchi
inaccessibili o di baratri spaventosi, il solo sforzo
nel tentativo di trovare una risposta mi è di grande
conforto.
Nello zaino è riposto un libro che ho quasi finito di leggere. E’ qui che vorrei giungere all’ultima
pagina, ma non per finirlo, per andare oltre, al di
là di ogni conclusione ed esplorare le parole non
scritte di un Vangelo misterioso ed enigmatico: Il
Vangelo secondo Giuda, uno di quelli denominati
“apocrifi”, perché non inclusi nel Canone. Questo
Evangile selon Judas non è il testo originale, ma
la versione proposta da Chappaz, un volume che
prende le mosse da quello gnostico del II secolo
riscritto sullo sfondo di un Canton Vallese che
si fonde con la terra giudaica. E’ proprio tra le
montagne svizzere di quell’impervia regione che
vivono e si muovono i personaggi della storia più
affascinante e rivoluzionaria di ogni tempo. Sorprendente la metamorfosi: Giuda, l’Iscariota, è il
proprietario di un bar sulle Alpi e Gesù, il Nazareno, capita spesso da lui per bere il tè. C’è un
legame fatale tra i due, entrambi predestinati, un
legame che Chappaz reinterpreta alla luce del proprio mondo, delle tradizioni e della storia che hanno reso celebre la sua terra. Una regione serrata
tra valli profonde e maestose montagne: in basso
la geometrica e ordinata presenza dei vigneti, in
alto il minaccioso e irregolare aspetto dei ghiacci eterni. Un angolo di Svizzera in cui emergono
41
Alpinismo e meditazione
evidenti le contraddizioni del progresso, le stesse
che Chappaz profetizzò nel suo Maquereaux des
cimes blanches, un grido di dolore per denunciare
la “prostituzione della terra” ad opera di imprenditori e politici corrotti.
Mi sono chiesto, perché riscrivere un Vangelo
ambientandolo in montagna? Mi è bastato alzare
gli occhi e guardarmi intorno per avere la risposta. Dove, se non in montagna, l’opera dell’uomo
sonda in profondità il mistero: questa cappella
sorge in mezzo al nulla, è come un grande punto esclamativo, una certezza costruita dalle fedeli
e infaticabili braccia dei montanari. Penso a loro,
a ciò che mi hanno insegnato, alla loro fede arcaica, forse un po’ ingenua, ma fresca come quel
mazzetto di fiori legato con un filo rosso di lana
appoggiato delicatamente sull’altare di questa candida cappella. Infatti, come scrive Chappaz: “...se
soltanto la gente di montagna custodisce il segreto
dell’umanità, Gesù non può che essere un montanaro” . Ho ancora davanti agli occhi l’immagine dei margari che in estate incontravo quand’ero
bambino: il passo lento e le spalle ricurve sotto il
peso della gerla, avevano un modo di fare gentile, le parole misurate, ma negli occhi un lampo di
Grand Cornier e Dent Blanche
42
astuzia precedeva sempre una battuta ironica o un
commento in grado di spiazzare anche il più fine
intellettuale.
Li guardavo falciare i pascoli a picco sulla valle o
liberare a fatica i prati dalle rocce per guadagnare qualche centimetro di erba. A volte, un fischio
riempiva i lunghi spazi di silenzio tra una parola
e l’altra, un suono di campani irrompeva gioioso,
portato dal vento per poi scomparire inghiottito
nelle pieghe della montagna. Così trascorrevano i
giorni e la stagione dei pascoli, per ore tenacemente aggrappati ad un impervio fazzoletto di terra
strappato alle rocce, stretti l’uno all’altro in un abbraccio solidale come coppie di betulle ingiallite.
Appoggio le spalle al muro tiepido, è così bello godere il tepore del sole in questi giorni d’autunno.
Le montagne oggi hanno un volto particolare, la
prima neve scintilla sullo sfondo azzurro del cielo
e disegna un netto confine con i pascoli bruciati
dal primo gelo. Vedo in lontananza le familiari sagome del Velan e del Combin avvolte in una luce
dorata, immobili guardiani di un regno incantato.
Penso al Vallese ed i ricordi emergono prepotentemente e con essi le emozioni, chiare e limpide
come questa luce trasparente che inonda la valle.
Alpinismo e meditazione
Grand Cornier
La settimana scorsa ero là, in una valle deserta e
solitaria, alla ricerca di una splendida montagna
semisconosciuta, scartata dalle folle di alpinisti
soltanto perché di poco inferiore a quattromila
metri: il Grand Cornier. Chiudo gli occhi, respiro forte, e in un attimo mi ritrovo nella valle di
Moiry...
L’idea di salire quella vetta m’era venuta per caso
guardando le condizioni trasmesse dall’Office de
Haute Montagne, nel clima ormai autunnale di
un’estate anomala fatta di cieli grigi, temporali e
nevicate fuori programma. Ora invece risplendeva
una luce dorata che incendiava i pascoli tinta cammello su cui era iniettato il rosso scuro delle piantine di mirtillo. C’eravamo attardati sulle rive del
lago di Moiry, sopra un masso riscaldato dal sole
avevamo pranzato con gli occhi rivolti alla grande
seraccata in fondo alla valle. Risalimmo la grande
morena a lato del ghiacciaio fino alle pendici della
Pigne de la Lè. Man mano che salivamo vedevo il
lago rimpicciolirsi e in fondo la grande diga, più in
basso il Rodano sulle cui rive tutto giace accatastato: condomini, autostrade e cassette di albicocche
in offerta sulle piazzole asfaltate.
Eccola qui la patria di Chappaz, di Bille di Ramuz,
i ricordi, le testimonianze, i segni di un passato
nemmeno troppo lontano travolto dai cambiamenti: chilometri di canali d’irrigazione, muretti
a secco e strette mulattiere che attraversano gli
impervi versanti da uno chalet all’altro; le molte
contraddizioni del presente.
In alto la Cabane de Moiry giaceva sospesa sul
ghiacciaio: la vecchia costruzione romantica e
quella nuova di vetro e d’acciaio, ecosostenibile e
confortevole.
Salimmo fin sotto le pendici della Pigne de la Lè
per cercare un po’ d’acqua e godere la bellezza del
tramonto. L’aria fresca della sera discese dalle sovrastanti seraccate spinta dalla brezza di monte.
43
Alpinismo e meditazione
Rientrammo nel rifugio e cenammo in allegria.
Le lunghe pause di silenzio, che intervallavano i
nostri intricati discorsi, erano riempite dallo scoppiettio della legna che ardeva nella stufa. Discutemmo fino a tardi e quando il fuoco si spense, ci
pensò il calore dell’amicizia a scaldare l’ambiente,
quell’amicizia schietta e sincera che qui in montagna diventa un fatto spontaneo, come recitano
le “Annotazioni per una preghiera” della Giovane
Montagna.
Prima di coricarmi uscii un attimo per il silenzio della sera. Un chiarore lattiginoso disegnava i
profili delle montagne mentre il ghiacciaio, solcato da numerosi crepacci, mi apparve ancora più
enigmatico. Pensai ai pionieri dell’alpinismo, a chi
ebbe il coraggio di superare le paure e le incertezze
per esplorare queste terre sconosciute che l’immaginario popolava di draghi e presenze soprannaturali. Pensai all’alpinismo, alla sua dimensione
Panorama dalla vetta del Grand Cornier
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esplorativa oggi troppe volte messa da parte. Rientrai e la notte trascorse tranquilla, dormimmo
cullati dalle sommesse note di un torrente glaciale.
A mezzanotte uscii per rimirare le stelle, guardai
l’universo ruotare lentamente sulla mia testa e
pensai alle pagine delle Scritture, a quel Vangelo
anomalo e complesso che stavo per terminare, allo
scandalo e alla scommessa di un Dio sceso in terra
per venire incontro agli uomini, caso unico nella
storia. Mi sentii coinvolto in prima persona, interrogato dalla volta celeste, un po’ come accadde a
Dante nella Divina Commedia, cercai una scusa,
un’uscita di sicurezza, ma il cielo era troppo grande per sfuggire alle domande…
Volsi gli occhi a terra e tra i massi accatastati della morena cercai di dare un senso a quel caotico
disordine. Nella penombra emergevano figure
fantastiche dall’aspetto minaccioso, improvvise
riaffiorarono incertezze e paure, vidi fuggire il
Alpinismo e meditazione
tempo con la velocità di una lepre. Forse la Giudea
non era poi così lontana da quei luoghi. Ripensai
ai fatti, agli eventi che duemila anni fa cambiarono il corso della storia: la passione, la morte e la
Resurrezione di Cristo. In cielo una stella brillò
più delle altre e finalmente mi sentii meno solo,
non più abbandonato. Forse fu proprio in una sera
come questa che tutto ebbe inizio. Pensai a Giuda
descritto come: uno di quei contadini abbastanza
religiosi da farsi benedire la pallottola con cui potrebbe uccidersi.
Sotto quel cielo stellato percepivo fino in fondo la
portata cosmica del tradimento. Per un attimo me
li immaginai, il Maestro e il suo discepolo, seduti di spalle, l’uno accanto all’altro, sul ciglio di un
burrone, così vicini, eppure così lontani. Di fronte a loro gli enigmi della notte, il grande mistero. Il suono di una parola attraversa lo spazio, un
lungo attimo di silenzio, poi il bacio e gli eventi
precipitano rapidi come sassi scagliati nel baratro
, ciò che pareva la fine non fu che l’inizio… Alzai
lo sguardo verso il cielo per avere una conferma.
Pensai alla resurrezione, al miracolo che tutti contiene. Che mette alla prova ognuno di noi, il suo
senso letterale ci travalica, tutti i misteri vi sono
legati. Conclusi: ecco il punto su cui tutto sta o
tutto cede.
Rientrando nel rifugio mi domandai: Qual’é la nostra meta? Domani saliremo il Grand Cornier, ma
dopodomani, e più oltre? - L’abbiate fede - risuonò imperativo nella mia mente. Ricordai le parole
di Chappaz: “La fede è una grazia che ci travalica,
simile alla poesia (...) Si avvicina, come l’ombra
del suono di una campana. L’universo vuole essere colto in noi: il Verbo che l’ha creato.” Pensai
alla fede di quand’ero bambino, alle certezze cui
ero legato. Quella fede che sempre ricercai tra le
montagne, nella nuda croce di legno scuro piantata in mezzo ad un pascolo, negli altari barocchi
carichi di dorature o ancora nel policromo disordine di un Giudizio Universale. Ma i tempi sono
cambiati... “Abbiamo scosso molte civiltà; come si
sbatacchiano dei vecchi susini. La mia epoca è stata spazzata via.” Cosa resterà di noi, di quest’epoca
pronta a seppellire il passato per vivere libera da
ogni memoria, naufraga di ogni tempo?
Alzai gli occhi e la luce del sole ci sorprese tra i
corni rocciosi dei Bouquetin nell’aria frizzante di
un’alba limpida e fresca. La neve recente copriva le
tracce sul ghiacciaio, tutto era nuovo, pulito come
appena creato. Ricordo quel mattino come uno
dei più chiari e belli che abbia mai visto. In breve
raggiungemmo la base del triangolo nevoso che
difende l’aerea cresta. Salimmo in conserva mentre gradualmente la pendenza aumentava fino a
sbucare in prossimità delle roccette sommitali. Da
lì ebbe inizio l’ultimo tratto affilato ed irto di gendarmi e cornici. Man mano tutto intorno sorgevano, incendiate dal sole, le più alte vette delle Alpi:
dal Monte Bianco al Combin, dall’Obergabelhorn
allo Zinalrothorn passando per la Wellenkuppe.
Aggirammo il primo torrione sulla destra, poi una
successione di salti ci costrinse a qualche passaggio non difficile, ma vertiginoso, a picco sulla parete nord della montagna. Un ultimo esile filo di
neve ci separava dalla vetta, procedemmo salendo
rispettivamente sui due lati per farci vicendevolmente contrappeso in caso di caduta. Pochi passi
e giungemmo al culmine estremo della montagna.
L’allegro suono dei campanacci rompe il silenzio.
– Già, è ora della desnalpà - dico a me stesso. Il
tempo è trascorso come un lampo e questo ritorno
a valle segna l’inizio del periodo invernale. A breve tutte le baite verranno abbandonate, resteranno
i prati e i boschi deserti e silenziosi, furtivamente
attraversati dal passo leggero dei caprioli. Raramente salirà qualcuno a fare visita alla cappella.
In una settimana la montagna si è spogliata come
gli alberi dalle foglie. Così anche io mi accingo a
scendere dove la vita di tutti i giorni mi attende,
tra mille impegni che si perdono in un groviglio di
strade. Alla sera però, nell’ora del tramonto, dopo
una lunga giornata di lavoro, alzerò gli occhi verso
le vette ancora illuminate dal sole e cercherò con
lo sguardo quella piccola costruzione bianca e solitaria in mezzo al prato, con due piccole finestre
e un portone di legno scheggiato. Nei riflessi infuocati di un tramonto invernale m’immaginerò
nuovamente seduto su questa panca traballante,
la schiena appoggiata al muro tiepido e i pensieri
rivolti a quei giorni di vento e di sole, ai tanti ricordi raccolti e legati con un filo rosso di lana, che
memore lascio sui gradini di quest’altare.
45
Il Cervino 150 (in vetta alla storia dell’alpinismo)
di A less andro Mass a
Alpinismo
difficoltà: Desposizione prevalente: Ovest
quota partenza (m): 2004
quota vetta (m): 4478
dislivello complessivo (m): 2474
località partenza: Cervinia (Valtournenche , AO )
punti appoggio: Capanna J.A. Carrel 3835 m
I
l monte Cervino, dai valligiani chiamato la “
Gran Becca “, è da sempre una delle montagne
che suscita negli alpinisti un fascino ipnotico. La
sua posizione isolata dalle altre vette circostanti
e la sua forma piramidale è lì che sovrasta Breuil
Cervinia, e chiunque arrivi sotto la sua parete non
può che ammirarlo e farsi rapire dalla voglia di voler provare a salirlo.
Considerato per lungo tempo inviolabile dal 1800,
vide l’avvicendarsi di molti alpinisti nel vano tentativo di salirlo.
Fu così fino al 1865. Quando Jean-Antoine Carrel
e Jean-Batiste Bich il 17 Luglio, seguendo quella
che oggi è considerata la via normale italiana, riuscirono nell’impresa che ancora oggi ha scritto
una tra le più belle pagine di storia dell’alpinismo.
Quella cordata, voluta fortemente da Quintino
Sella e il Club Alpino Italiano, riuscì con quell’impresa a portare avanti di vent’anni l’alpinismo che
non fu più considerato solo per studio scientifico, la cima fu conquistata il 14 Luglio per la via
46
oggi considerata la normale svizzera da Whymper
e un gruppo di compatrioti: Lord Francis Douglas, D. Hadow, ed il reverendo Charles Hudson,
accompagnati da tre guide: Peter Taugwalder padre e figlio, e Michel Croz, ma puramente sportivo
solo per primato.
Oggi chi affronta quest’ascensione può immaginare, respirare quell’incredibile impresa consapevole
però di non essere il pioniere. Al posto delle giacche in lana dell’ottocento abbiamo comodi e leggeri gusci, anzichè scarpe chiodate usiamo scarponi
in materiale moderno e ramponi, l’Alpenstock è
stato sostituito dalla picozza che ha la metà del
peso e dimensione e la corda in canapa è diventata
in nylon, molto più sottile e dinamica. Ci sono il
Rifugio Duca degli Abbruzzi e il Bivacco Capanna
Carrel come punti di appoggio al posto del nulla.
E portarsi il vino in ascensione è considerato sbagliato…
Oggi dove sorge il Rifugio Duca degli Abbruzzi
all’Oriondè ci puoi arrivare in jeep e sulla salita
Alpinismo
ci trovi canaponi, spit, cavi, catene e scale, però il
magnetismo che la Gran Becca genera nell’uomo,
penso sia rimasto invariato.
Mi ricordo che tutte le volte che sono passato sotto
di lui camminando o sciando non vi è stata volta
che non mi sia voltato a guardarlo con ammirazione e, che subito dentro di me, sorgesse sempre
la stessa domanda “ chissà che emozione vedere
Cervinia da lassù “. E la mia domanda ha trovato
risposta nel suo 150° anniversario.
Erano un paio di anni che provavo a organizzare
quest’ascensione, ma i vari impegni mi portavano
sempre a rimandare. Poi a Luglio dopo la Dent
Blanche, Stefano mi propone la salita, per la Cresta del Leone, in Agosto. Io senza esitare rispondo
“ assolutamente sì “. Quest’anno il Corso IA appena terminato mi ha risvegliato quella sana voglia
di montagna che l’arrampicata sportiva aveva un
po’ assopito. Ho trovato un compagno di cordata. E poi la Gran Becca mi ha attirato a se quando
vidi, dalla cima della Dent Blanche, la sua imponente parete nord striata dal tricolore disegnato
in cielo dalla PAN in occasione della sua commemorazione. Fui completamente preso nel cuore e
nella mente: questo era il giusto presagio!
Arriva Agosto, e un meteo inclemente caratterizzato da alte temperature costringe il sindaco di
Valtournenche a emettere un’ordinanza che vieta
le ascensioni sul Cervino per via delle continue
scariche di massi che hanno ferito già alcuni alpinisti. A quel punto appresa la notizia dai TG mentre mi trovavo in Puglia per lavoro, ho pensato “
anche stavolta nulla “ e la mia mente era passata
direttamente agli impegni prossimi (Corso Roccia, Corso Tecnico Soccorso Alpino). A Settembre, mentre sto rientrando dal lavoro, Stefano mi
telefona e mi dice “ Ho una proposta da farti, il
cervino è in condizione, andiamo? “.Io resto un attimo senza parlare, penso e dico “ Non so, dammi
un’ora per capire se riesco ad organizzarmi! “ Lui
allora risponde “ Ok. Fammi sapere al più presto!
“.
Quando arrivo al magazzino le uniche parole che
riesco a dire al capo, sono “ Mercoledì e Giovedì
non ci sono “ e la sua risposta è “ Ok “. A quel
punto in testa ho solo la montagna. La sera stessa,
mi vedo con Stefano per pianificare l’ascensione:
Saremo due cordate e partiremo di notte da Cervinia, andremo direttamente in cima e dormiremo
al bivacco nel rientro. A quel punto l’emozione sale
ma un dubbio mi attanaglia “ Fare il Cervino in
giornata?”, “ Sarò in grado? “.
Preparo lo zaino molto leggero ramponi, picozza,
imbrago e un paio di preparati. Se lo vogliamo
salire in giornata dopo la Capanna Carrel voglio
lo zaino vuoto! Poi guardo il meteo, due giorni di
tempo sereno con zero termico a 2900 m, preparo
un thermos di thè che male non farà.
Mercoledì 9 Settembre alle 3:00 del mattino sono
sotto casa di Stefano. Oltre a noi ci sono Renzo e
Marco. Caricata la macchina di Renzo, partiamo
per Cervinia. Alle 4:30 partiamo a piedi dalla strada sopra gli impianti di Cretaz per il sentiero che
porta sopra all’Oriondè. A quest’ora la Gran Becca
non si vede, la notte la nasconde ancora, ma alle
5:30, ormai sopra la Croce Carrel, una scia di luce
fatta dalle lampade frontali di altri alpinisti, partiti dalla capanna Carrel, incomincia a disegnare
i suoi tratti inconfondibili. Alle 6:30, diretti verso
la Capanna Carrel, l’alba lo illumina di una luce
spettacolare!
Verso il Colle del Leone un vento gelido ci attraversa e sostiamo per coprirci un po’, visto che
siamo vestiti leggerissimi. Arrivati sotto i ripidi
canaponi che hanno sostituito l’estetico passaggio della Cheminèe, crollata nella calda estate del
2003, però sorgono i primi problemi. Stefano ha
qualcosa che non va (probabile congestione) e
rallentiamo un sacco. Arrivati alla Capanna Carrel siamo costretti a fermarci, per noi la giornata
termina qui. La cordata di Renzo e Marco invece
sta proseguendo l’ascensione. Dopo un salutare riposo di Stefano parliamo sul da fare. Andiamo a
casa? Stiamo qui?
Decidiamo di rimanere, anche se non abbiamo
cibo, le nostre vivande sono giusto un paio di barrette ma non ci importa, siamo qui e vogliamo
provarci!
Quando il gruppo si riunisce scopriamo che Renzo e Marco sono arrivati al Pic Tyndall e a quel
punto hanno deciso di fermarsi e tornare indietro. Raccontiamo a loro la nostra disavventura e
che vogliamo rimanere per tentare la cima il giorno dopo. Loro decidono di rientrare. Nel mentre
47
Alpinismo
giunge in Bivacco la Guida Alpina Marco Appino che, salutatoci e scambiate due parole, ci dice
che sta scendendo e ha avanzato una scatola di
minestra e un vassoio di prosciutto e ce lo dona
volentieri. Io e Stefano ci guardiamo e diciamo “
Beh eravamo partiti che si stava a digiuno, questo
è un lusso ”! La cena dura pochi istanti ma meglio
un solo cucchiaio di minestra calda nello stomaco che solo aria fredda e viziata dalla latrina del
Bivacco…
Il mattino seguente alle 4:45 partiamo per la vetta, ci mettiamo in coda ad un paio di cordate di
Guide Alpine con clienti. Tutti saliamo la “ corda
della sveglia “ e sotto la “ Gran Torre “ gli altri sbagliano il canale d’ingresso quindi noi li superiamo
agilmente. Ora riusciamo a vedere solo ciò che riescono ad illuminare le nostre lampade frontali. In
breve tempo riusciamo a passare la “ cresta Coq “
, il “ Mauvais Pas “, la “ Rocher des Ecritures”, attraversiamo il ghiacciaio del Linceul e ci troviamo
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sotto la “ Gran Corda “. All’albeggiare siamo sul
filo di cresta e, infilati i ramponi e presa la picozza in mano, ci dirigiamo verso il Pic Tyndall. Qui
superiamo altre cordate senza perdere tempo, arrivati a Pic Tyndall scorgiamo “ Col Felicitè” che si
trova successivamente a “ l’Enjambèe ”. Dal “ Col
Felicitè “ prendiamo la seconda parte di canapone
che ci porta ai 25 pioli della famosa “ Scala Jordan
“, poi la “ Corda Piovano “ e la “ Gite Wentworth
“, ancora un piccolo diedro e finalmente siamo in
vetta!
Il tempo di una stretta di mano, le foto di rito e
finalmente lo sguardo chino verso Cervinia. Ci
rimettiamo subito in marcia per il rientro. Nel pomeriggio siamo a Cervinia, stanchi ma soddisfatti.
E finalmente con la risposta che attendevo da tempo ma non ve la posso raccontare, solo guardando
da lassù con i propri occhi si può capire…
Un grazie a Stefano per la tenacia e aver tenuto i
denti stretti!
Ciao mamma!
di Giu lio C ont a
Soccorso Alpino
Giovanna Autino(foto di Giulio Conta)
Q
ualcuno glielo deve pur dire, non si può
vestire come un pastore sardo, è il Delegato della Dodicesima Delegazione
Canavesana, tuo padre, Responsabile della Base di
Elisoccorso di Torino, sui Media non possiamo apparire cosi”
Addetto stampa della delegazione di cui sopra,
Giovanna Autino, collaboratrice del Soccorso Alpino della Stazione di Ivrea, era la mia mamma.
Come per molte Delegazioni Piemontesi e Italiane, fino a non molti anni addietro, la figura
dell’addetto stampa risultava inesistente o timorosa, insufficienti di fronte al mondo dei Media.
In pochi sapevano che cosa era il Soccorso, che
cosa faceva, dove interveniva, e poi ancora, era efficiente questo Corpo sconosciuto?
Lei, con la sua voglia di fare, la sua energia, spes-
so il suo sorriso, dal 2012 intraprese una via quasi
mai facile, esternabile come il far trasparire l’operato del Soccorso Alpino al di fuori del Soccorso
stesso, sia stata essa una stazione confinante o il
General du Peloton d’Haute Montagne della Gendarmerie di Briançon, sia stata la redazione di un
giornale locale piuttosto che tenere una conferenza sul Soccorso Alpino in Inglese all’ambasciata
Danese di Torino.
Maggio 2014, Vallone del Carro, esami per il passaggio a Tecnico di Elisoccorso, parte invernale:
tenendosi sotto la nostra giurisdizione, Luca Prochet fu felice di invitarla per provare a far conoscere al di fuori della struttura i percorsi formativi della scuola nazionale tecnici, le difficoltà, ma
provare anche a far trasparire gli stati d’animo di
quei ragazzi che arrivando dal cielo non possono
permettersi di sbagliare.
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Soccorso Alpino
Con Luca ancora, in Valle Stretta alla prima esercitazione ufficiale italo – francese, tra l’élite della
Gendarmeria e l’élite dei Tecnici Italiani.
E poi le collaborazioni con molti altri enti, Protezione Civile, il Corpo dei Carabinieri, e tra tutti
i Vigili del Fuoco, da cui è nata una bella amicizia, motivo in più per volersi trovare nelle esercitazioni, motivo in più per fidarsi reciprocamente
durante gli interventi. Ricordiamo la difficile esercitazione congiunta sulla cascata di Pissapolla a
Tavagnasco.
Con il correre degli anni, Giò, diventava conosciuta nei diversi ambienti, entrando con il suo sorriso
nelle stazioni più chiuse, aiutando, insieme a papà,
lo sciogliersi di quel campanilismo che esiste dove
esistono valli, volontariato e difficoltà.
Ad oggi le quattro stazioni della Dodicesima, Ceresole, Ivrea, Locana e Valprato si può dire siano
unite da un legame che prima non c’era, e collaborare in un intervento o in un esercitazione, trovarsi ad una riunione o meglio magari ad una cena,
è spunto prima di tutto della voglia di fare bene
insieme.
La Dolomiti Rescue Race, raduno prima Nazionale e poi Internazionale, è una gara di corsa a squadre che si tiene ogni anno a Pieve di Cadore, nel
Bellunese.
Durante il primo anno di partecipazione la XII
arrivò seconda classificata, e da allora, ogni anno,
capitanata da Andrea Pe combatte per il podio.
Nell’edizione del 2015, è stato dedicato a lei il discorso di apertura, lei che come ha detto Marco
Da Col, capostazione di Cadore, aveva capito più
di molti l’essenza dell’essere parte del Soccorso Alpino.
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Patrocinato dal SASP era il Progetto Nepal “Mario
Vallesi”, che la vide appassionarsi ad una terra così
lontana e magica, così povera di beni materiali ma
ricca di cultura e di fascino, di persone straordinarie.
Non posso non citare Lakpa Sherpa, gestore della
Monviso Trek, compagnia di Trekking e spedizioni in Nepal, che durante le stagioni estive lavora al
rifugio Quintino Sella sul Monviso.
Persona squisita, diverse volte sull’Everest con
clienti e non, durante gli anni divenne amico di
famiglia, erano dolci le cene che ci vedevano tutti,
quando da Katmandu transitava nel Canavese prima di prender posto al Rifugio.
Nei diversi viaggi che la mamma fece in Nepal, lui
si occupava della logistica, dell’organizzazione, ma
come piace pensare a me, di far sorridere chi viaggiava e cercava un po’ di pace.
Non è luogo per indicare gli aiuti che l’organizzazione ha portato in Nepal, il sito della stessa ne è
esauriente indicatore.
E non è luogo per indicare chi ha provato cosa, i
sentimenti di ognuno lo sono stati e lo saranno.
E allora, ciao Mamma, grazie.
“, ancora un piccolo diedro e finalmente siamo in
vetta!
Il tempo di una stretta di mano, le foto di rito e
finalmente lo sguardo chino verso Cervinia. Ci
rimettiamo subito in marcia per il rientro. Nel pomeriggio siamo a Cervinia, stanchi ma soddisfatti.
E finalmente con la risposta che attendevo da tempo ma non ve la posso raccontare, solo guardando
da lassù con i propri occhi si può capire…
Un grazie a Stefano per la tenacia e aver tenuto i
denti stretti!
Dent Blanche
di A less andro Mass a e Stefano B er t ino
Alpinismo
difficoltà: AD
esposizione prevalente: Sud
quota partenza (m): 3507
quota vetta (m): 4356
dislivello complessivo (m): 849
C
on Stefano era da un po’ che si parlava di
organizzare un’uscita in montagna assieme. Ma lavoro, scuola e soccorso ci portavano sempre a rimandare. Ma finalmente riusciamo a ritagliarci uno spazio per noi e decidiamo di
andare a salire la Dent Blanche.
Giovedì arriviamo a Ferpècle ( circa 1900 m )
all’ora di pranzo, un panino e via si sale a Bricola,
si traversa fino al ghiacciaio des Manzette, poi per
dorsale rocciosa ed infine con nevaio fino al rifugio, Cabane de la Dent Blanche situato a 3507 m
dove arriviamo intorno alle 15. L’ospitalità è stupenda, all’arrivo, un buon bicchiere di thè offerto
dalla gestrice che ci dice orari per la cena e la colazione.
Dopo un attimo di riposo sistemiamo l’attrezzatura e la prepariamo per il giorno seguente.
Venerdì alle 4.30 si parte il meteo di questi giorni
ci permette di partire vestiti leggeri ed il cielo è
limpido come non mai. La neve presenta un buon
rigelo e con i ramponi si cammina comodamen-
te. Alle 7 siamo sotto il Gran Gendarme ed incomincia la cresta molto aerea e varia. Anche se le
difficoltà non sono mai sostenute tecnicamente è
richiesta buona capacità di lettura della linea di
salita, che richiede molti cambi di assetto. Alle 9
con grande soddisfazione siamo in vetta, stretta di
mano, foto di rito e si parte per il rientro. Il tragitto
è uguale a quello della salita, anche il tempo. Alle
16 siamo al rifugio e dopo una breve pausa, prepariamo gli zaini e ripartiamo per il rientro.
Con grande soddisfazione e molta stanchezza ritorniamo a casa. Il giorno dopo si ritorna alla solita routine. Io alle 9 parto per l’uscita del corso di
alpinismo sul Mont Dolent.
Ma come sempre torniamo con qualcosa in più.
Un nuovo compagno di cordata. Una cima nuova
con le splendide vedute del Cervino, Dent d’Herans e tutto il gruppo del Rosa. Aver conosciuto
persone nuove che hanno allietato e divertito la
serata. E la voglia di organizzare una nuova ascensione.
51
Cerro Torre
di Mar ino Pas qu a lone
Alpinismo
Massimo Lucco nel “Gotha “ dell’alpinismo
Exploit del vigile-alpinista di Pont con la salita al mitico “Cerro Torre” in Patagonia
R
aggiungere la vetta del Cerro Torre, una
delle montagne più difficili da scalare
dell’intero pianeta, ha significato realizzare
il sogno della mia vita”: ha ancora gli occhi che
brillano il pontese Massimo Lucco Castello mentre racconta la sua ultima eccezionale avventura
alpinistica, quasi che in essi fosse rimasto imprigionato qualche frammento delle immense distese
ghiacciate dello Hielo patagonico argentino, da
cui si alzano verticali contro il cielo numerose vette che hanno segnato la storia dell’alpinismo mondiale dell’ultimo mezzo secolo.
E, tra queste, il posto d’onore spetta senz’altro
proprio al Cerro Torre, soprannominato l’Urlo di
Pietra, che a dispetto di un’altezza tutto sommato
non eccelsa (3.133 metri), sia per il suo isolamento
che per l’estrema difficoltà delle sue pareti verticali incrostate di ghiaccio e quasi sempre flagellate
da furiose tormente, sormontate sulla vetta da un
impressionante “fungo” di ghiaccio e neve alto alcune decine di metri, è stato scalato per la prima
volta solo nel 1974 da una cordata italiana lunga la
52
via poi denominata dei “Ragni di Lecco”.
Ed è proprio lungo la stessa via, tracciata giusto
40 anni or sono sulla parete ovest del Cerro Torre, che sono saliti il trentottenne Massimo Lucco,
di professione vigile urbano nel suo paese di Pont
Canavese, insieme ai compagni di cordata Marcello Cominetti e Francesco Salvaterra, raggiungendo la vetta lo scorso 14 dicembre 2014 dopo ben
sei giornate passate in un ambiente di montagna
che ha pochi eguali al mondo.
“ Siamo partiti lo scorso 12 dicembre dal paese di
El Chaltèn, con la previsione di una “finestra” di
quattro giorni di bel tempo (un’occasione da non
perdere su una montagna famosa per le sue condizioni meteorologiche spesso proibitive, ndr) – racconta Massimo – e per raggiungere la base della
parete abbiamo dovuto effettuare due bivacchi,
inoltrandoci in un mondo surreale ed inimmaginabile come quello dello Hielo Patagonico Sur, il
terzo ghiacciaio più grande del mondo dopo quelli
dell’Antartide e dell’Alaska, che si estende per oltre
400 chilometri”.
Alpinismo
Una salita, quella di Massimo e dei suoi due compagni di avventura, sulle orme di alpinisti leggendari come Walter Bonatti e Carlo Mauri, che già
nel 1958 tentarono senza successo di scalare questa montagna dopo che, nel 1952, il famoso alpinista francese Lionel Terray aveva dichiarato che il
Cerro Torre era impossibile da conquistare.
Ci furono poi le scalate, nel 1959 e nel 1970, dell’alpinista trentino Cesare Maestri, che tra i dubbi
sull’effettivo raggiungimento della cima ed i mezzi
utilizzati nel secondo tentativo (un compressore),
suscitarono polemiche a non finire nell’ambiente
alpinistico e, di fatto, non vennero mai riconosciute ufficialmente.
Poi, come detto, nel 1974 arriva la prima salita
ufficiale e completa della vetta sudamericana da
parte della cordata italiana dei “Ragni di Lecco”,
lungo il cui itinerario si è svolta l’impresa dei tre
alpinisti tra cui il pontese Massimo Lucco: “ E’ stata una salita dura, impegnativa ma anche divertente con i miei compagni Marcello e Francesco,
che ci ha portati a gridare e piangere di gioia sulla
montagna, dopo tanti anni di sacrifici e di passione – racconta ancora emozionato il vigile alpinista
pontese – Siamo partiti alle due del mattino del 14
dicembre e dopo dodici ore di scalata siamo arrivati sulla vetta, superando anche l’enorme “fungo”
sommitale di neve e ghiaccio alto circa 50 metri,
uno dei punti più difficili e pericolosi con pendenze superiori ai 90 gradi”.
Ed ora, al di là delle statistiche le quali annotano
che sono stati finora solo poco più di venti gli alpinisti italiani a salire integralmente questa cima
leggendaria della Patagonia, per Massimo Lucco
resta l’immensa gioia, dopo le pur già numerose
ed importanti imprese alpinistiche compiute sia
sul Monte Bianco che su molte altre montagne
famose nel mondo, di aver finalmente coronato
quello che lui stesso ha definito “il sogno della sua
vita”.
Ma, ne siamo sicuri, anche dopo questa fondamentale realizzazione Massimo non smetterà certo di immaginare altre avventure: d’altronde crediamo sia impossibile non farlo, dopo aver vissuto
giornate indimenticabili in quei luoghi ai confini
del mondo, dove la natura regna ancora sovrana
incontrastata e l’uomo altro non è che un piccolo e
fragile granello di polvere nell’immensità di rocce
e ghiaccio.
53
Willy Jervis – Uomo Alpinista Partigiano (1901-1944)
del l a S ottos e zione CAI di Sp arone
Sottosezione di Sparone - Iniziative 2015
L
a Sottosezione CAI di Sparone è stata costituita nel gennaio 1980. Sono passati 35
anni dall’adesione al CAI e ben 40 anni dal
lontano luglio 1975, quando in forma autonoma
ed indipendente vennero mossi i primi passi con
la nascita di un’associazione che aveva come scopo
l’attività inerente la montagna.
Per celebrare questo importante traguardo, sono
state programmate, nell’anno 2015, alcune manifestazioni.
La prima iniziativa in programma per sabato 11
aprile 2015, é avvenuta in prossimità della ricorrenza del 25 aprile che segna un traguardo significativo : 70 anni dalla fine della seconda guerra
mondiale .
Siamo stati particolarmente lieti di ospitare gli
amici del CAI di Ivrea, che hanno accettato il
nostro invito di poter rappresentare, anche qui a
Sparone, il ricordo di Willy Jervis.
Un racconto a più voci, costituito dalle letture delle memorie e dei ricordi di chi lo ha conosciuto
da vicino ( familiari e amici). Gli amici di Ivrea
hanno ricordato la figura di Willy Jervis a oltre 70
anni dalla morte avvenuta nel 1944.
Un uomo normale, con una famiglia e dei figli,
ingegnere alla Olivetti, abile alpinista, non esitò a
entrare nella lotta partigiana per senso del “dovere
morale”.
Nasce a Napoli il 31 dicembre 1901, trasferitosi a
Torino con la famiglia, si laurea il 26 ottobre 1925.
Nel 1934 l’Ing. Jervis è assunto da Adriano Olivetti. Nel 1935 si trasferisce a Ivrea e vi rimane fino al
1943. Catturato dai fascisti l’11 marzo 1944, viene
impiccato a Villar Pellice il 05 Agosto 1944.
La sua storia, è ben rappresentata dal libro di Lorenzo Tibaldo “Una Vita per la libertà”. Ne emerge la figura di un personaggio del dovere morale,
come lo ricorda Giovanni Miegge: era un uomo di
azione, che in presenza di un chiaro dovere indi54
catogli dalle circostanze, non esitava, lo faceva e lo
faceva fino in fondo, con una coscienza dell’assoluto che era frutto della sua fede cristiana.
Come mai un uomo normale, con una famiglia,
una vita professionale realizzata, impiegato in
un’industria che lo esonerava da ogni impiego bellico, decide di fare il Partigiano?
Sono i suoi legami, la sua cultura a spingerlo a entrare nella resistenza, senza tuttavia aver mai sparato, mai portato armi. Entra nella lotta partigiana
senza un attimo di esitazione, senza porsi troppe
domande, senza scaltrezze, con la consapevolezza
di fare la scelta giusta.
Sul suo cadavere, sotto la camicia, viene ritrovato
un pacchetto di lettere, su di esse, un messaggio
di libertà e sacrificio per un ideale. “ Muoio per
aver servito un’idea – L’ultimo pensiero sarà per
voi miei cari – La fede non mi abbandona – Ci
troveremo certo di là – Non compiangermi e non
chiamarmi povero “
Il senso dell’impegno partigiano di Jervis è riassunto dal “Pioniere”, il giornale partigiano della
Val Pellice, quando, poche settimane dopo la sua
morte, indica le motivazioni della scelta di diventare partigiani: “Bisogna premettere che davanti
alle palesi ingiustizie dei nazifascisti, non occorre
chiedersi tanto se sia utile o no ribellarsi : è un dovere, e in questo senso del dovere Willy si è riconosciuto e identificato.”
Jervis amava la montagna, era una parte importante della sua vita. Oltre a essere stato socio del
CAI della sezione di Ivrea è stato anche alpinista accademico. Jervis considerava l’esperienza
alpinistica come fattore importante per la formazione del carattere, e, in modo particolare, quello
dei giovani, forgiandoli alla tenacia, alla pazienza,
all’autocontrollo, sopportando dolore e avversità,
abituando a vincere la debolezza e la fatica. Ma la
montagna è anche libertà, intima gioia da condividere con chi ti è accanto in spirito di amicizia.
In Val Pellice, nella Conca del Prà e in Valle Orco,
al Pian del Nel, due Rifugi portano il suo nome.
Giornata mondiale dell’ambiente
di Gi anc arlo Tar rone
Sottosezione di Sparone - Iniziative 2015
5 Giugno 2015 CAI - CONFERENZA SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI
Relatore: Daniele Cat Berro (Ricercatore presso la Società Meteorologica Italiana- redattore della rivista
“Nimbus”).
V
enerdì 05 giugno 2015, è stata la giornata Mondiale dell’Ambiente, una festività
proclamata nel 1972 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e che viene celebrata
ogni anno il 05 giugno.
La giornata – che rientrava tra le iniziative programmate per il 2015 - ha avuto una triplice articolazione : al mattino con due gruppi di ragazzi
di oltre 80 ragazzi cadauno delle Scuole e alla sera
con la partecipazione libera, aperta a tutti .
Siamo stati particolarmente lieti, di avere come
nostri ospiti i ragazzi delle Scuole Medie di Pont
e Locana e per questo, ringraziamo la sensibilità della Direzione Didattica, nella persona della
Dott.ssa Fantone e di tutti gli insegnanti, unitamente al l’Amministrazione Comunale, nella persona del Sindaco Anna Bonino e di Laura Nugai,
per la fattiva collaborazione e per averci permesso
di utilizzare il Salone Polifunzionale .
Un ringraziamento particolare a Daniele Cat Berro, relatore della conferenza, per l’attenzione che
da sempre rivolge per questo genere di iniziative.
Nella locandina di presentazione, abbiamo inserito una fotografia, nella quale si evidenzia il contrasto tra un terreno arido, asciutto e la “forza” di una
piantina che tenta di germogliare.
Un segno di “speranza” che deve essere sempre
presente in ciascuno di noi, soprattutto nei confronti della natura e dell’ambiente nel quale viviamo. Anche se ci sono dei significativi cambiamenti in corso, soprattutto meteorologici, con i quali
dovremo imparare sempre più a convivere. E’ importante capire che anche noi, nel nostro “piccolo”,
possiamo fare qualche cosa. Daniele ci ha aiutato
in questo percorso di avvicinamento che poi dovremo continuare ad approfondire.
Di seguito alcuni spunti rivolti all’attenzione dei
ragazzi:
“ Siate sempre “curiosi”, siete sicuramente molto
bravi nell’utilizzare il computer, il cellulare, bene,
quando tornerete a casa, provate a leggere con
attenzione il foglio che vi abbiamo consegnato,
troverete alcuni spunti e dei siti internet dai quali
potrete trovare molte informazioni utili per approfondire gli argomenti di cui tratteremo oggi .”
“ Provate a pensare che, molto dipende dal “modo
in cui vi comportate”, anche per quanto riguarda
l’ambiente. Ad esempio, pensate a come utilizzate
l’acqua, per cercare di non sprecarla, a quanti rifiuti producete, a come potete ridurli e come potete
fare una corretta raccolta differenziata. “
“ L’opportunità che vi da la Scuola, attraverso i vostri insegnanti, è anche quella di fornirvi gli strumenti di conoscenza per farvi crescere più “consapevoli” del vostro futuro. ”
Pur con gli opportuni cambiamenti che le nostre
conoscenze ci consentono di apportare, le “radici
del futuro” trovano ragione nell’esperienza e nella
saggezza millenaria delle culture che hanno saputo stabilire un rapporto più armonico con la natura. Le leggi del mercato, molto spesso, escludono
qualunque valutazione dei numerosissimi servizi
vitali offerti dagli ecosistemi naturali (stabilità
climatica, ciclo dell’acqua, depurazione dell’aria e
dell’acqua, etc.); occorre una profonda e progressiva revisione del mito della crescita economica,
che permetta di giungere ad una riformulazione
dell’economia in grado di tenere conto dei limiti
ambientali e di valutare correttamente l’utilizzo
delle risorse naturali.
Negli ultimi anni, si sta affermando l’idea che i
provvedimenti volti allo sviluppo sostenibile di
un territorio, non possano prescindere dall’attivo
impegno da parte dei cittadini, oltre che dalla ovvia necessità di permettere a tutti la comprensione
delle problematiche ambientali.
A titolo esemplificativo, le risultanze di un recente convegno sul cambiamento climatico, rischio
idrogeologico e pianificazione urbanistica tenutosi all’Università di Firenze. Il meteorologo Andrea
Corigliano, ha notato che “dei 74 eventi alluvionali
totali italiani che si sono verificati dal 1951, 55 si
sono manifestati dopo il 1990 e ben 26 solo ne55
Sottosezione di Sparone - Iniziative 2015
gli ultimi quattro anni”. In altre parole, gli effetti
dell’immissione di anidride carbonica nell’atmosfera (nel 2014 la più elevata da migliaia di anni)
si stanno sommando a quelli del sigillamento del
terreno: e tra le conseguenze, ci sono le devastanti
alluvioni urbane e un dissesto idrogeologico sempre più marcato su un territorio, anche montano,
sempre più fragile.
In tutto questo contesto, come si colloca e quale
ruolo riveste il CAI? La mia personale opinione è
quella che sin ora ci sia stata una formale adesione alle politiche ambientali, ma che si sia rimasti
spesso, solo nell’ambito di tutto ciò che riguarda la
montagna. Le problematiche ambientali, dovrebbero essere di tutti e come associazione si potrebbe cercare un maggiore confronto con le istituzioni per portare il nostro contributo su questi temi e
su scelte che riguardano il nostro territorio . Inviterei gli amici del CAI a rileggere la pubblicazione
“ Il CAI e la sfida Ambientale”, che racchiude gli
atti del 1° convegno nazionale tenutosi ad Ivrea il
05-06 Aprile 1986, molti gli spunti di riflessione
che ritengo ancora molto attuali a circa 30 anni
di distanza. Tra i numerosi autorevoli interventi,
riporto alcuni spunti di Carlo Alberto Pinelli: “Il
sistema socio-culturale in cui viviamo, tende ad
appiattire sempre di più l’uomo, a preselezionare
i suoi bisogni, a rendere sempre più prevedibili i
suoi comportamenti, a soffocare ogni capacità di
decisione autonoma,..”.
Parlando del ruolo del CAI, evidenziava un’incapacità culturale (ritengo solo in parte superata),
di approdare a una visione globale del problema
ecologico-ambientale e di fondare su quella visione una politica coerente.
In conclusione, ritengo che le finalità generali e specifiche che dovremmo porci,
si potrebbero riassumere in questi punti:
- Elaborare azioni e interventi volti a creare una
coscienza ambientale reale.
- Promuovere cambiamenti nelle abitudini e nei
comportamenti degli individui per un concreto
rispetto dell’ambiente.
- Coinvolgere le persone nella scoperta del territorio circostante, valorizzando tutti gli aspetti naturalistici e paesaggistici locali.
56
- Creare sinergie fra turismo, promozione del proprio territorio e rispetto dell’ambiente, in questo
senso qualche passo avanti si è iniziato ad intravedere.
Occorre acquisire consapevolezza dei nostri “comportamenti”, iniziando a rispettare maggiormente
il territorio in cui viviamo, non dando per scontato che ci sarà sempre qualcuno ad occuparsene.
Ma rendendoci attenti e partecipi protagonisti del
nostro futuro.
CAMBIAMENTI CLIMATICI IN CORSO
E’ possibile concretamente, provare a mettere in
atto azioni efficaci di contrasto ai cambiamenti
climatici in termini di prevenzione, mitigazione,
adattamento e ricerca?
Finché le esigenze dell’economia prevarranno su
quelle dell’ambiente, difficilmente si riuscirà ad invertire questa tendenza!
Il primo passo per vincere questa sfida epocale, la
cui posta in gioco è il benessere dell’intera Umanità, sta nella formazione di una “consapevolezza”
dalla quale derivino scelte razionali tanto nella politica d’alto livello quanto nella vita quotidiana di
ogni persona: di ognuno di noi
Oggi preoccupa il rapido riscaldamento atmosferico, come risulta dalle osservazioni dell’incremento delle temperature medie dell’aria e degli
oceani, dal diffuso regresso delle superfici coperte
da neve e ghiacciai e dall’aumento dei livelli medi
del mare.
Secondo i climatologi di tutto il mondo il netto
e rapido aumento della temperatura globale osservato negli ultimi decenni non è più spiegabile
considerando solo i fattori naturali, e molto probabilmente è frutto dell’emissione di gas serra da
parte delle attività umane degli ultimi due secoli.
Il cambiamento climatico è già avviato ( ve ne siete
accorti ?) e non è più possibile arrestarlo del tutto: i gas serra hanno tempi di permanenza nell’atmosfera anche superiori al secolo (120 anni per il
CO2) e gli oceani rilasciano lentamente il calore
accumulato.
L’obiettivo prioritario è dunque la sua MITIGAZIONE, contenendo il riscaldamento su livelli
meno pericolosi possibile per gli ecosistemi e
Sottosezione di Sparone - Iniziative 2015
l’uomo, vale a dire entro i 2°C circa rispetto all’era
preindustriale.
Di fronte ai problemi ambientali, di cui il riscaldamento globale è solo l’aspetto più vasto e complesso, economia, industria e singoli individui
sono chiamati a cambiare abitudini e obiettivi,
costruendo un mondo più sostenibile, attraverso
l’efficienza nell’uso delle risorse e dell’energia, la
riduzione degli sprechi, la diffusione delle energie
rinnovabili.
Dosare con saggezza i nostri consumi, evitare gli
sprechi di tutti i tipi, ridurre la produzione di rifiuti aiutano a risparmiare molta energia e dunque a
limitare le emissioni di gas a effetto serra.
La montagna e l’Ambiente in cui viviamo riguardano tutti.
Il nostro auspicio è che parta dal basso (dalla
gente) e dall’alto (dai governanti) una presa di coscienza e attenzione per l’Ambiente, per la Montagna, per la Natura per tutelare il territorio sempre
più fragile eppure così importante non soltanto
per noi, ma anche per le generazioni future.
A L’HA FIOCÀ...
A l’ha fiocà an sël Zerbiôn.
Da lontan la fiòca a smija
na pugnà ‘d farin-a
spantià con deuit da la Madòn-a
fin-a al Portòla.
Ij pra së stendo
con ëd mace viòla,
an mes a l’erba ràira.
As sent pi nen ël sonajé
dle ciòche dle fèje
ch’a pasturo an sël coston.
Ant ij valon pi creus
ël brèch a meuir ai pé dle ròche.
É NEVICATO...
É nevicato sullo Zerbiôn.
Da lontano la neve sembra
un pugno di farina
sparso con garbo dalla Madonna
fino al Portòla.
I prati si stendono
con delle macchie viola,
in mezzo all’erba rara.
Non si sente più il sonagliare
dei campanacci delle pecore
al pascolo sulla costa.
Nei valloni più profondi
il brèch muore ai piedi delle rocce.
Giovanni Calchera
57
Africano a chi?
di Michele Preg li as co
Storia geologica delle Alpi
D
ire che le Dolomiti sono africane può
sembrare bizzarro, eppure, l’intera Catena Alpina è un susseguirsi di rocce esotiche che si prendono gioco dei confini geografici
tracciati dall’uomo nei suoi 6000 anni di storia, un
istante se paragonato agli oltre 200 milioni di anni
di storia geologica delle nostre montagne.
Le Alpi sono fatte di antichissime rocce africane
ed europee e di ciò che rimane di quanto, all’epoca
dei dinosauri, separava l’Africa dall’Europa: l’Oceano Ligure-Piemontese.
Il destino degli oceani è quello delle montagne
la catena del Lagorai.
Con il passaggio al periodo Triassico si compiva
il più grande delitto della storia, un’estinzione di
massa uccideva il novanta percento delle specie
conosciute, un’occasione unica che alcuni sopravvissuti colsero per impadronirsi del pianeta. Il
clima torrido favoriva i rettili, che hanno bisogno
del calore del sole per essere attivi (eterotermi) ed
essi non persero l’occasione per ripopolare la terra
con nuove specie. Non si trattava ancora dei grandi dinosauri che seguiranno da qui a poco, erano
più piccoli, ma molto diversificati perché la natura
Impronte dei dinosauri a Lavini di Marco
Le onde del mare sui terreni triassici della Valle-Maira
sono legati insieme: per ogni oceano che scompare una nuova catena montuosa nasce. A questa
regola non fa eccezione l’oceano dei dinosauri, ma
per raccontare la sua storia dobbiamo fare un salto
nel passato e portarci al periodo precedente il dominio dei grandi rettili e più precisamente a 250
milioni di anni fa.
A quel tempo la Terra vista dallo spazio ci sarebbe apparsa incredibilmente diversa: un unico
super-continente, la Pangea, includeva tutte le
terre emerse. Questa configurazione del pianeta
comportava un clima caldo e arido e gli animali terrestri potevano spostarsi da un capo all’altro
della Pangea senza incontrare mari o oceani da
attraversare; una bella comodità! Era appena terminato ”l’esplosivo” periodo Permiano funestato da intensi e grandiosi fenomeni vulcanici che
rigurgitarono quelle ceneri e quelle lave che oggi
costituiscono i giacimenti di porfido altoatesini e
cominciò a fare esperimenti: c’era che si evolveva
per correre, chi per camminare, chi per nuotare
e ogni adattamento era lecito per sopravvivere
nella competizione tra preda e predatore. I fossili dei rettili triassici si ritrovano oggi nelle Dolomiti (gola del Bletterbach) ma non mancano le
impronte del loro passaggio lasciate in Piemonte
(Passo della Gardetta) su antiche spiagge fangose
solcate dalle onde del mare.
Il Triassico avrebbe fatto la fortuna degli stabilimenti balneari: un mare tropicale (chiamato golfo
della Tetide) lambiva le coste europee e africane
all’altezza dell’equatore, dal basso fondale emergevano isolotti vulcanici, atolli e scogliere coralline
tra i quali si aggiravano i grandi rettili marini,
come gli Ittiosauri conservati nel museo di Besano (VA). Peccato che l’Italia non ci fosse, o meglio
non era ancora stata “assemblata”; le Dolomiti,
così come alcune delle montagne più belle della
58
Storia geologica delle Alpi
val Maira, sono il ricordo di quel mare basso e
caldo, nel quale gessi, anidridi, calcari e dolomie
sedimentavano turbati, di tanto in tanto, dalle eruzioni vulcaniche.
Alla fine del Triassico due fatti inaspettati mischiarono nuovamente le carte: una nuova piccola
estinzione si consumò e una profonda lacerazione
s’insinuò proprio al centro della Pangea.
Questi eventi portarono nel Giurassico (200 milioni di anni fa) al dominio dei Dinosauri e alla
Monviso, nelle Alpi Liguri e in Val d’Aosta trasformati in altre rocce dal tipico colore verde chiamate
ofioliti, testimoni dei fondi oceanici in espansione.
Con la fine del Cretaceo una nuova estinzione
decreta la fine dei dinosauri, cosa che fece molto
piacere ai mammiferi che, complice l’evoluzione, si
apprestarono a diventare i dominatori della Terra.
Nessuno sa dire se e in che misura vulcani, meteore e carestie abbiano avuto un ruolo nella caduta
dell’impero dei rettili, quello che è sicuro e che an-
frammentazione della Pangea: Africa ed Europa
si allontanarono l’una dall’altra e in mezzo nacque
l’Oceano Ligure-Piemontese. All’epoca dei dinosauri buona parte dell’Italia era sotto il livello del
mare, ma è certo che i dinosauri passeggiarono
sulle alcune spiagge giurassiche italiane come testimoniano i Lavini di Marco (TN) per fare l’esempio più famoso nelle Alpi.
La nascita di un oceano è il risultato della lacerazione della crosta terrestre dovuta a due placche,
quella africana e quella europea nel nostro caso,
che si allontanarono con una velocità di un paio
di centimetri ogni anno. Con questo ritmo, nell’arco di milioni di anni, l’Oceano Ligure-Piemontese
si espanse raggiungendo un’estensione di circa
mille chilometri. Man mano che le placche si allontanavano, i materiali vulcanici fuoriuscivano
dalla lacerazione formando nuovo fondale oceanico di tipo basaltico. Sono gli stessi basalti che oggi
troviamo in alcuni tratti della catena alpina, sul
che il pianeta cambiò la sua configurazione geografica. Africa ed Europa invertirono il loro senso
di marcia e, anziché allontanarsi, cominciarono
ad avvicinarsi. Più esattamente fu l’Europa a muovere verso l’Africa e in questo viaggio si crearono
i presupposti per la nascita delle Alpi. Vi ricordo
che tra Africa ed Europa c’era l’Oceano LigurePiemontese che, assieme al continente europeo,
avanzava verso la placca africana per sprofondare
sotto di essa. Il margine Africano agì come un bulldozer raschiando i sedimenti sulla superficie del
fondo oceanico che gli scorreva sotto, accumulandoli ai suoi piedi (i geologi lo chiamano cuneo di
accrezione).
Quando tutto l’Oceano Ligure-Piemontese sparì
sotto la placca africana, nulla più si frapponeva tra
Africa ed Europa (ad eccezione del cuneo di accrezione) e i due continenti entrarono in collisione
dando il via all’orogenesi Alpina.
L’effetto fu come spremere una caramella mou
59
Storia geologica delle Alpi
tra le dita. Le rocce cominciarono a piegarsi e ad
avanzare sul continente europeo formando pieghe e falde che si sovrapponevano le une alle altre
allo stesso modo in cui si formerebbero spingendo l’estremità di un tappeto. I terreni africani andarono a occupare le quote più elevate di questo
edificio mentre la placca europea si incuneava
sotto a quella africana. In mezzo ai due continenti
rimasero “pinzati” e “stritolati” i sedimenti oceanici che, dopo essere stati portati a notevole pro-
è uno scoglio africano in mezzo ad un antico
oceano. In effetti, i più attenti avranno capito che
l’edificio alpino è una sorta di tramezzino: la placca europea sta sotto, sopra c’è quella africana e in
mezzo ci sono i sedimenti oceanici.
Oggi dello scontro tra Africa ed Europa rimane
nelle Alpi una profonda cicatrice che separa due
catene alpine che si sono propagate in senso opposte. Si tratta della Linea Insubrica, una serie di
faglie ben visibili da satellite che costituiscono una
fondità, ritornarono in superficie completamente
trasformati dalle alte pressioni e temperature alle
quali erano stati sottoposti. Si formarono così le
rocce metamorfiche (calcescisti e micascisti) che
caratterizzano la dorsale della catena alpina che si
estende dalla Liguria alla Valle d’Aosta lungo quello che i geologi chiamano Dominio Pennidico.
Non è raro trovare in questi terreni porzioni del
fondo oceanico basaltico, anch’esso pesantemente
trasformato dal metamorfismo di alta pressione a
costituire le metaofioliti.
Lo scontro comportò un inspessimento della crosta terrestre che, compressa tra Africa ed Europa si
sollevò di alcuni chilometri: erano nate le Alpi, ma
anche l’Himalaya stava sorgendo sotto la spinta di
India e Asia. Il sollevamento espose le cime delle
montagne agli agenti atmosferici che cominciarono a smantellare la catena, in un’eterna lotta tra la
velocità di sollevamento e l’azione disgregatrice
del clima.
Il Cervino, ottimo esempio dell’efficienza della disgregazione meteorica, è ciò che resta della falda
africana totalmente asportata nel corso del tempo,
fino a riesumare i sottostanti sedimenti oceanici.
E’ questa la ragione per la quale oggi il Cervino
linea continua che da Torino passa nel Canavese,
in Valtellina, piega a nord al passo del Tonale, per
passare a Merano fino ad arrivare nel Bacino Pannonico.
A Nord della Linea Insubrica le Alpi si sono propagate e piegate verso l’Europa, e pertanto sono
state definite nord vergenti. Nel settore occidentale-centrale troviamo il continente europeo (Dominio Elvetico) magnificamente rappresentato
dal Gruppo del Monte Bianco, confinante con i
sedimenti oceanici, piegati e sottoposti a metamorfismo, del Dominio Pennidico nel quale svetta
il Monviso. Non manca un pezzo del continente
africano (dominio Austroalpino) che, giungendo
da sud, si è staccato dalla placca di provenienza
e ha “varcato” il confine della Linea Insubrica sovrapponendosi al Pennidico, dove, come spiegato
per il Cervino, l’erosione ha lasciato solamente alcuni lembi: Dent-Blanche e zona Sesia Lanzo. Al
contrario nel settore delle Alpi Orientali il minore sollevamento ha preservato l’Austroalpino, con
buona pace di svizzeri e austriaci che oggi si trovano sotto i piedi terreni africani, interrotti da due
“finestre” di erosione (Engadina e Alti Tauri) nelle
quali affiora il Pennidico sottostante.
60
Storia geologica delle Alpi
A sud della Linea Insubrica invece le Alpi Meridionali (dominio Sudalpino), tutte africane, sono
state le ultime a essere state traslate e piegate, e
puntando decisamene verso la Pianura Padana
(sud vergenti) hanno finito per infilarvisi sotto.
Prive di rocce metamorfiche di epoca alpina (non
sono state trascinate in profondità dall’orogenesi),
non mancano di fascino e bellezza come testimoniano le Dolomiti, dove sono magnificamente
Altrettanto suggestivi sono gli ambienti sedimentari triassici-giurassici della micro placca Brianzonese che si alternano agli eventi vulcani Permiani
che dalle Alpi Liguri vanno fino ai Grigioni e che
sono meravigliosamente esposti in Val Maira. Il
Brianzonese è un piccolo continente che nel Cretaceo (140 milioni di anni fa) fu separato dall’Europa dal nascente Oceano Vallesano e si trovò a
essere un’isola a cavallo tra l’Oceano Vallesano e
esposti quei terreni triassici e permiani che abbiamo raccontato all’inizio della nostra storia, in
un’alternanza di rocce vulcaniche e sedimentarie.
Sud Alpino è anche il super vulcano della Valsesia,
balzato all’onore delle cronache geologiche per esser stato messo completamente a nudo nelle sue
profondità dall’Orogenesi Alpina, un caso forse
unico al mondo.
La Linea Insubrica non è la sola testimonianza
dello scontro Europa-Africa, altri segni sono stati
impressi nelle montagne e ci restituiscono un quadro più completo di quanto avviene nelle profondità della Terra. Chi provenendo dalla conca di
Courmayeur giunge ai piedi della maestosa catena
del Monte Bianco si trova innanzi al Fronte Pennidico, una lunga faglia, qui sottolineata dalle valli Ferret e Vény, che separa il continente europeo
dalla confinante falda oceanica pennidica. Lungo
il Fronte pennidico, la placca europea s’immerge
sotto la catena alpina per poi incontrare, in profondità, la placca Africana. Niente di nuovo rispetto a quanto narrato nella nostra storia delle
Alpi, ma qui la faglia, inserita nel panorama del
massiccio del Monte Bianco, assume connotati
davvero suggestivi.
l’Oceano Ligure-Piemontese. I frequenti inabissamenti e le conseguenti emersioni conferirono a questo territorio una particolarità: le rocce
sedimentarie furono erose durante i periodi di
emersione per cui, pur avendo banchi di limitato
spessore, documentano nell’insieme la sedimentazione di periodi molto lunghi. Inserito all’interno
del Pennidico, il Brianzonese è caratterizzato dal
metamorfismo che ha trasformato le rocce in porfiroidi, quarziti e marmi, cancellando molte testimonianze fossili.
Abbiamo così condensato 250 milioni di anni di
storia geologica delle Alpi in poco più di 1500
parole, i geologi mi perdoneranno, spero, se ho
usato termini imprecisi e attinto abbondantemente dal vocabolario popolare, molte cose sarebbero ancora da dire e da illustrare altre sono state
terribilmente semplificate ma, spero, di aver dato
all’escursionista qualche spunto per percorrere i
sentieri delle nostre Alpi con maggiore consapevolezza geologica. Colore che fossero particolarmente curiosi e volessero approfondire le loro
conoscenze geologiche e naturalistiche possono
ricorrere al sito degli Operatori Naturalistici e
Culturali: www.digilands.it
61
Sono tornati i lupi sulle Alpi !
Si può convivere?
di Ame de o D ag na
Sono tornati i lupi
P
remessa
Il Comitato scientifico del CAI, ed in particolare la Commissione scientifica competente per Piemonte – Liguria e Valle d’Aosta, ha affrontato questo delicato ed affascinante argomento
che tratta del lupo, animale che a metà del secolo
scorso era praticamente estinto sul territorio nazionale, e che ora sta ripopolando vaste aree del
Paese, in una serie di convegni ed in particolare
nell’autunno scorso a Savona durante i tre giorni
di “La scienza nello zaino”.
In qualità di titolato ONC mi sono sentito attratto ed affascinato da quanto esposto nei convegni
e pensando di fare cosa gradita a tanti di voi, ho
scelto le pagine del nostro annuario per tentare la
divulgazione di notizie relative a questo predatore, da sempre considerato “il cattivo”, cercando di
analizzare serenamente se quanto gli si attribuisce di ferocia e pericolosità corrisponda a realtà e
quanto a leggenda.
62
Ho chiesto, ed ottenuto, l’autorizzazione a Michele
Pregliasco, Presidente fino a tutto il 2015 del Comitato scientifico LPV, di ispirarmi ai suoi scritti
sull’argomento ed ai dati emersi nei convegni (e
saccheggiare a man bassa tutte le notizie da trasmettervi). In calce all’articoletto che vi accingete
a leggere vi darò i riferimenti degli autori degli interventi più significativi ed i siti su cui approfondire eventuali vostre curiosità.
Ho immaginato di dialogare con Stefan, il mio nipotino di sette anni dalle mille curiosità, rispondendo alle probabili (ed a volte improbabili) sue
domande sul lupo: pertanto avviso i miei abituali,
e soli, tre lettori (spero di non aver esagerato sulla
quantità e di non aver ceduto alla tentazione di
millantare credito) di aspettarsi una lettura ancora più bislacca del solito. Inoltre, sempre i miei tre
lettori che usano a scopo terapeutico i miei articoli, per addormentarsi alla sera al posto della ca-
Sono tornati i lupi
momilla e del valium, sappiano che parlare di lupi
potrebbe avere come effetto collaterale un certo
ritardo nel cadere addormentati.
Stefan – Senti, nonno, mi spieghi che animali
sono i lupi?
Nonno - Ho timore, mio caro Stefan, che alcune
delle notizie che ti darò potranno sembrarti noiose ma fingiamo di fare una ricerca per un compito
assegnato dalla tua maestra, ed allora dobbiamo
fare bella figura cercando di essere precisi:
Che animale è il lupo?:
Classe – mammiferi
Ordine – carnivori
Famiglia – Canidae
Sottofamiglia – Caninae
Genere – canis
Specie – canis lupus
Aggiungo che è un predatore, carnivoro, è presente sulla terra almeno da 11000 anni, e la sua
area di espansione comprendeva tutta l’Europa e
l’America settentrionale. In pratica dove esistevano gli ungulati da cacciare lì c’era anche il lupo.
Man mano che l’uomo ha cominciato ad insediarsi
sul territorio è entrato in competizione col lupo
riducendone l’area di espansione fino ad arrivare
alla situazione odierna che comunque, in piccole
quantità, ed i zone ben delimitate, vede i lupi presenti in tutto il mondo, dai monti dell’Europa, ai
deserti dell’Arabia, nel continente americano ed in
quello asiatico.
St - Ma il lupo è una specie di cane (due miei compagni di scuola possiedono un canelupo)?
N - La natura ha portato nel corso dei millenni
a contatti tra i cani ed i lupi dando così origine a
degli ibridi, cioè delle nuove tipologie di animali,
fecondi e quindi in grado di riprodursi, con caratteristiche tipiche dei capostipiti.
Anche l’uomo, in maniera prima un po’ casuale ed
in seguito con criteri scientifici e selettivi, ha favorito il nascere e svilupparsi di “razze canine” che
possiamo ricondurre al lupo: il pastore tedesco è
uno di questi sviluppi.
Ma il lupo selvatico, ha conservato delle sue ca-
ratteristiche particolari, sia morfologiche che
comportamentali, che lo distinguono molto bene
da quelli che possono essere gli ibridi realizzati
dall’uomo.
Alcune delle principali differenze fra lupo e cane
possono essere così descritte:
Il lupo ha la coda penzolante e non arricciata. Le
sue zampe anteriori e posteriori si muovono su
una stessa linea, mentre quelle del cane procedono
in maniera più disordinata e scomposta. Il lupo ha
muso lungo, fronte sfuggente, collo corto e robusto con folta criniera.
Attualmente, sul territorio italiano è presente
quello che viene chiamato “lupo italico” (o “lupo
appenninico”) che è di taglia più piccola del suo
corrispondente lupo europeo (lupo grigio – canis
lupus lupus) con due evidenti bande scure verticali sulle zampe anteriori. La differenziazione, fra
animali dello stesso tipo, si è sviluppata in seguito
alla forte diminuzione della loro distribuzione sul
territorio; in pratica non venendo più in contatto
fra di loro hanno nel corso dei secoli assunto caratteristiche diverse.
St – Ma perché il lupo si stava estinguendo?
N – Con il progressivo impadronirsi da parte
dell’uomo del territorio, sia destinato a coltivazione o, peggio, all’espansione industriale, sono
venuti a mancare gli spazi favorevoli alla presenza
del lupo, vuoi perché si è limitato il numero delle
prede che poteva cacciare ed anche perché dove è
entrato in competizione con l’uomo, minacciando i suoi spazi ed i suoi animali domestici, è stato
oggetto di una caccia spietata. Tagliole, bocconi
avvelenati, uccisioni con le armi, il lupo è stato oggetto quasi di una persecuzione.
In tutto il mondo il lupo è stato considerato pericoloso, nocivo, malvagio e per questo oggetto di
caccia indiscriminata. Anche nelle fiabe, nei libri
di lettura per l’infanzia il lupo è sempre “cattivo”
più di ogni altro tipo di animale.
Tutto questo ha portato come conseguenza una
forte diminuzione di individui sui territori, in
particolare europei ed italiani. Sulle Alpi gli ultimi
lupi furono catturati ed uccisi intorno agli anni ‘20
del secolo scorso, e fino agli anni ‘70 erano ridotti
63
Sono tornati i lupi
a un misero centinaio di esemplari sui rilievi appenninici degli Abruzzi e della Campania.
Proprio negli anni ‘70 si è però risvegliata in Europa una coscienza ecologico-animalista che ha portato a prendere provvedimenti quali, ad esempio,
vietare l’uso dei bocconi avvelenati, e poi arrivare
a dichiarare (1976) il lupo specie protetta e quindi
vietarne assolutamente la caccia.
E’ iniziata quindi la fase di rinascita della specie e
la partenza della sua nuova espansione. Gli esemplari, prima confinati nelle aree ben delimitate degli Appennini, hanno incominciato a risalire il territorio italiano giungendo sulle Alpi Liguri prima
e sulle Alpi Occidentali poi. Si sono poi aggiunti
esemplari provenienti dalla Slovenia, per quanto riguarda le Alpi Orientali, mentre per quelle
Occidentali si sono avuti contributi anche dalla
Francia.
64
Ma, ovviamente, non bastano le leggi a spiegare la
nuova fase di espansione della specie; si sono anche verificate condizioni ambientali decisamente
favorevoli. Il progressivo abbandono da parte degli uomini delle zone di montagna, il ridursi delle
zone coltivate e delle attività agro pastorali, il naturale aumento delle zone boschive ha permesso
il progressivo espandersi degli ungulati selvatici:
cinghiali, cervi, caprioli, daini, camosci, ossia
quelle che sono le prede del lupo. Direi che oggi
il lupo riprende la sua funzione di regolatore ecologico nell’ambito della regolamentazione e della
diffusione delle specie selvatiche.
St – Ma allora il lupo non è malvagio?
N – Il lupo, come e più di molte altre specie di
animali selvatici, è intelligente e persegue la cattura delle prede allo scopo di sfamarsi, quindi non
Sono tornati i lupi
attacca indiscriminatamente ma sceglie le sue vittime con la cura con cui la tua mamma sceglie il
cibo, in particolare la carne, sul bancone del macellaio o al supermercato. E’ un animale generalmente meno veloce della maggioranza delle sue
prede, ma molto resistente ed ha sviluppata la tecnica della caccia “in branco”, in modo da seguire
anche per parecchio tempo le prede stancandole
ed attaccandole al momento più opportuno.
La situazione odierna in pratica vede molti allevatori che operano ai margini delle zone ricolonizzate dal lupo non più abituati a proteggere i loro
greggi come nei secoli scorsi, in quanto la lunga
assenza del lupo non richiedeva più alcun tipo di
protezione. Quindi può capitare che un branco di
lupi assalga animali domestici; era consuetudine,
fino a pochi anni fa, di lasciare ad esempio greggi
nelle zone di pascolo in altura senza custodia ed il
lupo, che non sa leggere, che non ha frequentato
nessun corso di preparazione alla caccia (non ha
il patentino come i cacciatori umani – i quali poi a
volte ignorano ogni tipo di etica e si comportano
peggio dei selvatici) considera i domestici come
preda facile e si serve come al supermercato!
Infatti, e te lo dirò più avanti, oggi si sta correndo
ai ripari ponendo in essere tecniche di protezione
delle greggi e degli animali domestici.
Mi hai chiesto se il lupo è malvagio. No, non è
malvagio! E’ soltanto un animale che caccia per se
e per i suoi cuccioli al solo scopo di sopravvivere. La malvagità è una cosa diversa, tipicamente
umana! Io non ho mai avuto notizia di lupi che
abbiano messo bombe in una discoteca, che abbiano assalito al solo scopo di uccidere, non esistono
lupi-kamikaze ma solo lupi affamati.
E il lupo non assale l’uomo! Magari in epoche
passate, in condizioni ambientali diverse, è sicuramente successo, ma oggi non si ha notizia di
aggressioni da parte di lupi a uomini; gli ultimi
attacchi risalgono ai tempi della seconda guerra
mondiale. Come ti ho già detto il lupo è un carnivoro intelligente ed anche opportunista, non
riconosce l’uomo come sua preda ma come antagonista pericoloso da cui fuggire rapidamente.
Fino a quando la terribile piaga della “rabbia” era
una minaccia per i selvatici presenti sul nostro territorio (e questa malattia è stata debellata con le
vaccinazioni in particolare delle volpi) si possono
far risalire gli sporadici assalti di lupi a uomini a
soggetti affetti da questo morbo.
St – Ma se il lupo non trova le sue prede selvatiche
e cerca di assalire il bestiame domestico come ci
si difende?
N – Oggi si stanno diffondendo alcuni metodi di
difesa del bestiame che sono già collaudati e se
sperimentano altri. Gli enti pubblici che si occupano di supportare gli operatori delle attività agro
pastorali cercano di sensibilizzare gli allevatori ad
utilizzare i metodi di difesa delle proprie aziende
agricole con mezzi che siano il più efficaci possibili per la tipologia e le dimensioni delle stesse. I
due sistemi più diffusi sono i cani da guardia del
gregge e le recinzioni, in particolare quelle elettrificate.
I cani da guardia, in genere razze di grossa taglia
dall’indole particolarmente protettiva nei confronti del gregge che hanno in custodia (maremmani
– pastori dei Pirenei – abruzzesi) non temono né il
lupo né gli altri predatori, ma ovviamente devono
essere in numero sufficiente a garantire la sicurezza del gregge a loro affidato. Inoltre devono essere
addestrati, devono riconoscere il pastore come il
loro “capo branco” ed obbedirgli, per evitare di diventare pericolosi per gli ignari escursionisti che
transitino in prossimità delle loro aree di protezione. Ovviamente gli escursionisti devono essere
informati sui comportamenti da tenere in caso di
incontri con questi severi guardiani del gregge,
per evitare, con comportamenti errati, di mettersi
nei guai e questo te lo spiegherò più avanti.
Le recinzioni elettrificate, sia per la protezione
diurna delle zone di pascolo che dei ricoveri notturni del gregge, sono ovviamente un grande deterrente ed ostacolo per i predatori in genere ed il
lupo in particolare; il loro impiego ed il loro costo
è proporzionale alle dimensioni delle aree da proteggere. Inoltre la messa in opera, sia diurna che
notturna, richiede un maggior lavoro da parte del
pastore che non la pratica di lasciare il bestiame
libero nella zona di pascolo.
Non esiste il metodo assoluto di protezione del
bestiame ma in genere si combinano insieme più
metodi: recinzioni, cani da guardia e sempre la
65
Sono tornati i lupi
presenza del pastore. Si stanno sperimentando
altri sistemi la cui efficacia è ancora da verificare:
sistemi basati su dissuasori acustici (rumori di fucilate, riproduzione sonore dell’ abbaiare di cani,
grida umane, ecc...) ma occorre ricordare che la
loro efficacia è limitata nel tempo in quanto né il
lupo né gli altri predatori sono scemi e dopo un
po’ si accorgono della finzione. Lo stesso vale per
barriere fatte da bandierine rosse (“fladry”), o altri
sistemi.
St – Ma dimmi un po’, nonno, cosa devo fare se incontro un cane da guardia che mi viene incontro?
N – Sì, potrebbe capitare durante le nostre escursioni di incontrare un gregge custodito da cani da
guardia, in particolare da maremmani, grossi e bei
cagnoni dal pelo tutto bianco con la sola punta del
naso nera, ed a volte dal carattere aggressivo. Bisogna assolutamente mantenere la calma, comportarsi in modo tranquillo facendo loro capire che
noi non siamo un potenziale assalitore del gregge
da lui protetto. Evitiamo di avvicinarci agli animali custoditi, tanto meno di accarezzarli, anche se
si tratta di teneri agnellini o vitellini: attendiamo
che il pastore si renda conto della nostra presenza
e della situazione in cui il suo cane ci ha messi e
lo richiami. In ogni caso mai voltargli le spalle né
tanto meno mettersi in fuga: questo scatenerebbe
il suo istinto di custode del gregge e lo renderebbe
estremamente pericoloso. Quando si avvisti per
tempo un gregge protetto dai cani meglio fare un
po’ di percorso in più ma, dove possibile, evitare
di avvicinarsi.
La mia prima esperienza coi cani maremmani è
stata in alta Val Pellice, dove sorge il Rifugio Jervis
e vi è un lungo piano completamente occupato
da pascoli e greggi di bovini della pregiata razza
piemontese: ci siamo guardati in viso con i cani
ed abbiamo deciso, di silente e reciproco accordo
di rispettarci. Forse mi hanno considerato troppo
grosso anche per loro!
St – Nonno, raccontami ancora dei lupi! Hai detto che vivono in branco! Perché? e che cosa è il
branco?
N - La necessità di procurarsi il cibo ha sviluppato
66
nel lupo metodi di caccia che a causa delle dimensioni delle prede, i veloci ungulati di grossa taglia,
richiedono di essere condotti non da un individuo
isolato ma dalla coordinazione di più individui: il
branco appunto. Puoi considerarlo una specie di
famiglia dove si stabilisce una rigida gerarchia a
cui tutti i componenti si assoggettano (agli inizi
più o meno volentieri, ma poi con disciplina, pena
l’espulsione cruenta dal branco). Si parte da una
coppia (maschio e femmina alfa) dominante, che
è anche l’unica autorizzata a riprodursi fino ad ad
arrivare al componente omega (il più “gnugnu”
del branco). La limitazione degli accoppiamenti
è una specie di controllo delle nascite dovuta alle
dure condizioni di vita che non permette ai lupi di
avere grandi cucciolate a cui badare, ma garantire
comunque sopravvivenza e successione.
I lupi hanno sviluppato una serie di segnali di
minaccia e di sottomissione che regolano rigidamente i rapporti gerarchici: solo ai cuccioli è permesso di sfuggire a questi rigidi cerimoniali. Naso
arricciato, denti bene in vista sono un segnale di
minaccia che il dominante usa per sottolineare la
propria posizione e scoraggiare tentativi di sovvertimento dell’ordine sociale. Muso abbassato,
orecchie bene indietro, coda tra le gambe, sono
i segnali di sottomissione. Ma esistono anche segnali di amicizia come leccatine sul muso, scodinzolamenti (la coda è il sorriso dei cani e quindi
anche dei lupi).
Ci si accosta al cibo, quindi una volta catturata la
preda si va a tavola, nel rispetto della gerarchia:
prima i dominanti ed infine i “gnugnu” che non si
possono sfamare fino a quando gli altri non sono
sazi. Sono rigide ed a volte crudeli leggi di natura.
St – Hai detto che sono tornati i lupi. Ma quanti
sono ora, in Italia, e dove si trovano?
N – Dai miseri cento individui che erano sopravvissuti fino agli anni ‘70, dopo le misure protettive
hanno iniziato ad aumentare. Una stima del 1983
vedeva 220 esemplari saliti a 600 nel 2003. Inoltre
il lupo dalle zone montuose degli appennini meridionali ha cominciato a risalire l’intero settore
appenninico ricolonizzandolo fino ad arrivare nei
primi anni ‘90 nelle Alpi Occidentali.
Sono tornati i lupi
Già negli anni 80, a seguito di alcuni episodi di
predazioni di bestiame, si segnalava la presenza di
branchi nell’ Appennino Ligure, proseguendo poi
verso le Alpi Occidentali (prime segnalazioni nella zona del Colle di Tenda nel 1987) nelle valli Pesio e Stura a cavallo del confine francese. Nel 2009
sono stati censiti 32 branchi di lupi tra Francia e
Piemonte, segno indiscutibile di una presenza ormai stabile.
Ma l’espansione continua, si danno cauti segnali di
avvistamento a cavallo dei confini con la Svizzera
e verso est, grazie anche ad individui provenienti
dalla Slovenia.
St – Allora, nonno, quando mi porti a vedere i
lupi?
N – Ma Stefan, vedere i lupi non è così facile! Ci
sono ricercatori che per professione o passione seguono i branchi per parecchio tempo senza avvistarli: si devono accontentare di trovare le
loro tracce, resti di carcasse di prede e soprattutto
escrementi (i lupi fortunatamente non usano né
carta igienica né lo sciacquone, per cui le tracce
ben visibili appaiono sul terreno e sono preziosi
indicatori della loro presenza).
In ogni caso, credimi, il tuo nonno non è così
ansioso di incontrare un lupo, né tanto meno un
branco di lupi sul sentiero, specialmente durante
una escursione con te. Brave bestie, come avrai capito mi sono pure simpatiche, ma da trattarsi con
grande rispetto.
Però possiamo andare un giorno, col permesso di
mamma e papà, al Centro faunistico di Entracque,
in provincia di Cuneo, dove vivono, vengono allevati e custoditi alcuni esemplari che possono essere avvistati, con relativa facilità, stando in apposite
postazioni, e dove il personale di custodia ci metterà a disposizione notizie e materiale divulgativo
estremamente interessante.
St – Grazie nonno. Ci conto!
Notizie utili:
Ringrazio in particolare Michele Pregliasco, ONC
del Cai di Savona, e Presidente del Comitato
scientifico LPV fino a dicembre 2015, per avermi
permesso di utilizzare materiale frutto delle sue
ricerche e di quelle dei convegni scientifici.
Vi segnalo in particolare:
“Il lupo da vicino” di Michele Pregliasco – gennaio
2011
atti del convegno “Il lupo è tornato” tenuto a Savona nell’autunno 2015 nell’ambito dell’incontro “La
scienza nello zaino” con gli interventi di:
L. Boitani – Biologia e storia del lupo
F. Marucco – Il lupo nelle Alpi e nel Piemonte
G. Dinacco – Il lupo in Liguria
A. Salsa – Il lupo e l’uomo. Una convivenza possibile?
Tutto questo potete trovarlo visitando il sito della
Commissione scientifica LPV “www.digilands.it”
67
Convocazione Assemblea dei Soci
Sezione di Ivrea
VENERDI 18 MARZO 2016 alle ore 20,30 in prima convocazione e alle ore 21 in seconda con-
vocazione, nei locali della sede sociale in Via Jervis 8 ad IVREA, è convocata l’Assemblea Ordinaria dei
Soci con il seguente ordine del giorno:
1) Nomina del Presidente dell’ Assemblea e di due scrutatori.
2) Consegna dei distintivi ai:
Soci VENTICINQUENNALI:
Albertin Dorina, Ambrosi Nicola, Cametti Gianfranco, Cavallo Perin Maria, Groia Francesca Margherita, Mannella Giuseppe, Mino Renzo Giuseppe, Molon Milena, Piazza Lino, Ponsetti Roberto, Ponsetti
Tiziano, Roncaglione Ester, Vannone Giovanni, Zanat Guido, Zaretto Sergio
Soci CINQUANTENNALI:
Alberghino Fulvio, Barbero Francesco, Brucco Antonio, Goddio Adriano Piergiovanni
Soci SESSANTENNALI:
Cavoretto Walter, De Martini Martino.
3) Relazione attività dell’anno 2015
4) Lavori ai rifugi B.Piazza e G.Jervis
5) Determinazione della quota massima di adesione alla sezione per il tesseramento 2017
6) Approvazione Bilancio consuntivo 2015 e presentazione del Bilancio preventivo 2016
7) Elezione cariche sociali
• Elezione di quattro Consiglieri (uscenti: Baggetta Nicola, Fontanelli Barbara, Franza Giuseppe, Pera
Carlotta)
• Elezione di un Revisore dei conti (uscente: Sperotto Plinio).
• Elezione di due Delegati all’Assemblea Generale del C.A.I. (uscenti: Dagna Amedeo e Franza Giuseppe).
8) Varie ed eventuali.
Per le votazioni in Assemblea si ricorda che, in base al Regolamento Sezionale:
• tutti gli uscenti sono rieleggibili;
• tutte le cariche sociali sono a titolo gratuito e non possono essere affidate che a Soci maggiorenni
iscritti al C.A.I. da almeno due anni compiuti. Nelle nomine alle cariche sociali, a parità di voti, è
eletto il Socio più anziano di iscrizione al C.A.I.;
• hanno diritto al voto i Soci, di qualunque categoria, purché di età superiore ai 18 anni;
• ogni Socio avente diritto al voto può rappresentare per delega scritta uno, e uno solo, altro Socio.
Avviso:
I Soci che intendono candidarsi alle cariche sociali devono segnalarlo in segreteria entro Venerdì 11
marzo 2016. Non saranno accettate candidature dopo tale data. L’elenco dei candidati sarà affisso nelle
bacheche prima dell’Assemblea.
Sottosezione di Sparone
L
’assemblea annuale dei soci è convocata per VENERDÌ 26 FEBBRAIO 2016 alle ore 21 presso
la sede sociale di Vicolo Faletti 2 in Sparone per deliberare i seguenti punti all’ordine del giorno:
1. relazione sulla gestione dell’anno 2015 a cura del Reggente
2. relazione sulla situazione finanziaria a cura del Cassiere
3. elezione di tre consiglieri per il periodo 2016 / 2017
( uscenti : Faustino Bertoldo, Graziano Foglietta e Giancarlo Tarrone )
4. programmazione iniziative e manifestazioni per l’anno 2016
5. varie
Tutti i soci sono invitati ad intervenire all’assemblea annuale .
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Incarichi sezionali
Pagani Aldo
Presidente Onorario
Presidenza
Presidente
Lenti Giovanni
Vicepresidente
Di Bari Valter
Tesoriere
Quagliotti Giacomo
Agnoletto Dino
Consiglieri
Albertin Oddone
Commissione Escursionismo
Coordinatore
Albertin Oddone
Dagna Amedeo
Di Bari Valter
Giorgi Ezio
Parola Michele
Volpato Giovanni
Albertin Oddone
Fontanelli Barbara
Escursionismo seniores
Attività Alpinistiche
Baggetta Nicola
Cerutti Ornella
Coordinatore
Raimo Nicola
Conta Giulio
Di Bari Valter
De Marchi Giovanni
Meriggi Riccardo
Fontanelli Barbara
Franza Giuseppe
Riva Marco
Trucchi Massimiliano
Grosso Sategna Franco
Lenti Giovanni
Pera Carlotta
Quagliotti Giacomo
Arborio Marisa
Segretaria
Revisori dei conti
Groia Piero
Fortina Carlo
Sperotto Plinio
Delegati assemblee LPV e nazionali
Lenti Giovanni
Dagna Amedeo
Franza Giuseppe
Incarichi CAI Centrale
Vice Presidente
Comm. Centr.T.A.M.
Ruggia Renzo
Coordinatore
Agnoletto Dino
Albertin Oddone
Arborio Marisa
Mozzo Flora
Schenoni Erika
Segreteria tesseramento archivio
Traversa Enrica
Commissione Attività Editoriali
Coordinatore
Dagna Amedeo
Coordinatore libretto
Di Bari Valter
Agnoletto Dino
Volpato Giovanni
Foglietta Graziano
Rifugi
Ispettore Rifugio Piazza
Demarchi Giovanni
Ispettore
Rifugio Jervis
Riva Marco
Franza Giuseppe
Ramella Votta Enzo
Bordet Ines
Pasquino Roberto
Turcato Iesse
Alpinismo Giovanile
Scuola di Alpinismo e Scialpinismo
Direttore
Conta Fulvio
Segreteria
Raimo Nicola
Delegato
Conta Fulvio
Capo Stazione Ivrea
Bertino Stefano
Capo Staz. Valprato
Gallo Balma Diego
Capo Staz. Ceresole
Oberto Stefano
Capo Staz. Locana
Riva Fabrizio
Consigliere
di riferimento
Di Bari Valter
Bigo Massimo
Cardillo Luigi
Ollearo Ezio
Parola Michele
Soccorso Alpino - 12a zona
Commissione Sentieri
Sede Sociale e prenotazione sale
Agnoletto Dino
Biblioteca, archivio storico, sito web
Lenti Giovanni
Mozzo Flora
Sartorio Massimo
Ramella Votta Enzo
Volpato Giovanni
Baby Aquilotti
Consigliere di riferimento
Baggetta Nicola
Gera Luca
Marinone Andrea
Nolfo Ludovico
Reggente
Sottosezione Sparone
Foglietta Graziano
Addetto tesseramento
Bertoldo Faustino
Segretario Cassiere
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