G. Scarduelli - dipinto a olio, Chiesa di S. Francesco - Brescia
Il dolore che provo
Madre amorevole,
sento di non poter concludere questo giorno
senza esprimere la mia amarezza
per averti contristato,
disobbedendo a Gesù.
Il dolore che provo
sia balsamo al tuo cuore.
Ardo dal desiderio di riparare,
per quanto mi è possibile,
anche le offese dei miei fratelli:
siano imputate a me.
Offro a te e a Gesù un sacrificio d’amore
per tutte le amarezze che vi arrechiamo.
“Diario” di Fra Giacomo" (1956, cart 14, fasc. 1, 20rv)
03
Fra Giacomo
Luglio/Settembre 2012
Foglio trimestrale sul Servo di Dio fra Giacomo Bulgaro (1879-1967) - Frate Minore Conventuale - Direzione e Redazione: Convento San Francesco - Piazza San Francesco 3 A - 25122 Brescia - Italia - tel. 030.29.26.701
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Postale - D.L. 353/2003 (conv. L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 2 DCB Brescia - Realizzazione Grafica: Cidiemme/Brescia - Stampa: Grafica Sette/Bagnolo Mella (Bs) - Anno XIV, n. 02 | Luglio-Settembre 2012
UNA PREZIOSA TESTIMONIANZA
Piacevolissima sorpresa
l’arrivo in redazione della testimonianza
di Piero Lazzarin, eclettico giornalista
e conosciuto da molti nostri lettori
per la bellissima biografia di Fra Giacomo
ed i suoi articoli
sul Messaggero di Sant’Antonio.
Così ci scrive:
Ho conosciuto e convissuto con fra
Giacomo negli anni (quattro non consecutivi) tra la seconda metà dei Cinquanta e i primi Sessanta. Ero allora
un irrequieto studente di ginnasio e
poi di liceo. L’idea, almeno nei primi
tempi, che il fraticello, così schivo e
riservato, che vedevamo scivolare silenzioso per i corridoi o lungo il chiostro per recarsi in chiesa o ritirarsi
nel bugigattolo a fare il portinaio e a
rattoppare le nostre scarpe (faceva il
calzolaio prima di entrare in convento) fosse un santo, non ci sfiorava
nemmeno.
Non perché il suo comportamento non
fosse ineccepibile, ma perché l’idea
che avevamo dei santi prevedeva che
costoro di tanto in tanto stupissero
con i miracoli, si staccassero da terra
rapiti in sfolgoranti estasi o, cosa più
facile, segnalassero la loro presenza
con effluvi di misteriosi profumi. Nulla
di questo succedeva (per quel che ne
sapevamo) in fra Giacomo, il quale,
tuttavia, ci stupiva per la rigorosa fedeltà alla regola francescana che guidava la sua vita di frate. Rigore, che
si stemperava in accogliente sorriso,
quando lo incrociavi o parlavi con lui.
Poi, più avanti, ho avuto modo di conoscerlo meglio, per via di palloni da
calcio spesso sbrecciati. Io con il pallone in campo non ci ho mai saputo
fare, mentre i compagni di corso, più
abili di me, avevano messo su una
squadretta, che non “faceva tremare
il mondo” come il mitico Bologna, ma
dava del filo da torcere a chiunque la
sfidasse. Per non sentirmi tagliato fuori, sono entrato allora nello staff (si fa
per dire), con il delicato compito di ricucire i palloni, allora formati da tanti
pentagoni di cuoio tenuti insieme da
spago che, pur irrobustito dalla pece, sui campetti rovinosi di periferia
si consumava rapidamente, mettendo pericolosamente a nudo la camera
d’aria. Si poteva, anzi si doveva, viste
le magre finanze di allora, ricucire.
Chi meglio di fra Giacomo poteva spiegarmi come fare, cioè come trattare
adeguatamente lo spago con la pece,
come usare gli aghi, il punteruolo e
così via. Eccomi, allora a lezione da
fra Giacomo, il quale con infinita pazienza mi faceva provare e riprovare
finché lo spago non aveva raggiunto
la giusta consistenza e il dovuto spessore. E poi, chiesti i dovuti permessi al
Superiore, mi rifilava scagliette di pece, metri di spago e qualche attrezzo
perché facessi i compiti a casa.
Incontri tecnici, si dirà. Sì, ma da essi
veniva fuori tutta la bontà dell’uomo,
la gentilezza, la disponibilità, che te
lo rendeva simpatico. In seguito, oltre a cucir palloni, mi sono dedicato
a sostituire tacchetti, ad azzardare
qualche rattoppo, caldamente sconsigliato da fra Giacomo, visti gli sconsolanti risultati.
Andavo spesso a trovarlo: quando non
era a colloquio con chi aveva suonato il campanello, ed erano spesso poveri che chiedevano aiuto, era chino
sul deschetto a tentare di rimettere in
strada scarpe consunte dei confratelli
o di qualche povero.
Lavorava e pregava. Di altri frati portinai, finiti poi sugli altari, si legge che
sono intervenuti gli angeli a svolgere i
loro lavori, nel tempo che erano rapiti
nei colloqui con Dio. Non ho mai visto
angeli chini sul deschetto di fra Giacomo, avrebbero magari lavorato anche meglio di lui, trasformando anche
vecchie ciabatte in scarpe fiammanti,
però avevo ogni volta la sensazione di
interrompere, con le mie banali visite,
qualcosa, e non era solo il lavoro che
stava eseguendo, ma qualcosa di più
forte, intenso, coinvolgente, che gli
illuminava il volto, gli faceva rilucere
gli occhi e muovere impercettibilmente le labbra. Di certo, era in colloquio
con Dio, ma poi quando si rivolgeva a
me per parlare delle nostre banalissime cose, lo faceva con lo stesso brillio
negli occhi, la stessa dolcezza come
se proseguisse il suo dialogo con Dio.
Con il tempo, mi sono fatto l’idea che
la cifra umana e spirituale di fra Giacomo sia stata non il fare cose straordinarie, ma il fare straordinariamente
bene le piccole cose di tutti i giorni,
come santa Teresa di Lisieux. Ho potuto, però, anche sperimentare che
aveva qualcosa in più. Ero andato a
chiedergli non rammento più che cosa,
ma lui aveva capito che non era quello che mi serviva e allora, con la sua
abituale dolcezza e pudore, comincia
a dirmi cose che mi avrebbe detto se
io gli avessi raccontato per filo e per
segno i crucci che in quel momento arruffavano la mia anima. Non gli avevo
detto nulla, proprio nulla, ma pareva
che lui sapesse tutto. Da quel giorno,
ho preso ad andare a trovarlo anche
se i palloni avevano ancora appeso il
cartellino d’acquisto.
Ho avuto anche altre occasioni, più
solenni e più intime insieme, per approfondire un po’ la conoscenza di fra
Giacomo. Mi avevano nominato “sacrestano”, con il compito di curare e
preparare quanto serviva per le messe
quotidiane, e anche, all’occasione, di
predisporre l’occorrente per la comunione in stanza a frati malati.
Fra Giacomo, con tutti gli acciacchi
dell’età, era costretto a periodi più
o meno lunghi di degenza a letto, e
in quel tempo, ogni mattina, finita la
messa, correvo in camera sua a predisporre per il rito della comunione. Lo
trovavo sempre seduto con la schiefra Giacomo 03 | LUG.-SET. 2012 - 02
na appoggiata alla testiera del letto,
le mani raccolte sul petto, assorto,
quasi rapito, in preghiera, ma sentendomi arrivare, si girava a guardarmi,
mi sorrideva, mi salutava e poi, a rito
concluso, ringraziava. Niente più, ma
uscivo quasi inondato dalla dolcezza di
quello sguardo, dal piacere di quel saluto, dalla leggerezza di quel grazie…
Avevo cominciato a capire qualcosa
dell’umile, buono e schivo fraticello
che, pur senza noi saperlo, riempiva
le nostre giornate con il suo esempio,
la sua preghiera.
Ho capito molto di più quando, in altre
strade e in altre faccende affaccendato, padre Lucio Condolo, autore di una
voluminosa, articolata e documentata
biografia di fra Giacomo, mi ha invitato a tradurla in una Vita più agile, più
scorrevole, buona a essere letta senza
mal di testa, da chiunque.
Ho accettato volentieri, anche per
senso di riconoscenza verso i frati,
che mi sono sempre stati amici. Così, sulla scorta delle nozioni di padre
Lucio e pescando nella mia memoria,
ho ripercorso passo dopo passo, con
gioia di testimone e freschezza di linguaggio, senza remore e senza tabù,
la vita di fra Giacomo: dall’infanzia a
Corticelle Pieve alla inquieta giovinezza a Brescia fino all’entrata in convento, con tutto quel che ne è seguito. Ne
ho scoperte di cose su fra Giacomo,
sulla sua vita interiore, sulla sua spiritualità, che da ragazzo avevo solo
appena intuito. Però, si libra su tutto,
ed è quel che mi ha toccato il cuore
sin dall’inizio, la sua bontà, la sua dolcezza, il suo saper farti sentire vicino,
compreso e amato, pur espresso con
tanto pudore e umiltà. Che sia questo
il nocciolo della santità? P. Lazzarin
fra Giacomo 03 | apr.-giu. 2012 - 03
Le ferie e i viaggi
di Giacomo
Oggi, anche se in forma ridotta a
causa della recessione economica, si
parla di ferie, di weekend, di scampagnate fuori porta, di traffico da bollino
nero o rosso sulle strade in uscita o
entrata delle grandi metropoli per evidenziare la ricerca di un relax più o
meno consistente. Altri tempi ed altra mentalità quella di fra Giacomo:
rarissime le sue uscite dal convento.
L’abitudine delle vacanze era generalizzata da tanto tempo anche nella
comunità francescana di Brescia ed è
attestata nella cronaca conventuale a
partire dall’estate 1932. Fra Giacomo
non fece mai uso di tale giusta consuetudine. P Bruno Garbo riferì che,
durante gli anni di liceo nel convento di San Francesco, alla vigilia delle vacanze estive del 1951 salutò fra
Giacomo e “gli chiesi perché non venisse anche lui con noi a passare un
periodo di vacanze a Rio di Pusteria,
facendogli notare che era sempre
malaticcio e che l’estate a Brescia era
molto nociva per la sua salute. Allora
egli, come risposta, segnalandomi il
numeroso gruppo di poveri che stava
in attesa alla porta del convento, mi
disse: - Loro non vanno mai in vacanze”. Le vacanze di fra Giacomo, mai
da lui richieste, furono molto rare e
ridotte a poche giornate.
Nel corso dell’estate 1940, fu inviato
per una settimana ad Arsio di Brez,
nella Val di Non (Tn), dove dal 1932
i frati possedevano una casa estiva. Fra Giacomo vi rimase da lunedì 8 luglio a martedì 16 luglio. Brevi
passeggiate gli ristorarono l’animo
e si conclusero sempre in chiesa. Il
Diario di quella settimana descrive
ogni giorno la gioia esperimentata
di fronte ai colori, ai monti, alle alpine chiesette.
“8 luglio. Oggi il Signore mi condusse ad Arsio. Viaggio lungo; lo feci
pienamente felice. Vi rendo grazie,
mio Dio, per la vostra bontà e misericordia.
9 luglio. Questa mattina salendo
su un monte, vedevo tutta la natura verdeggiante e guardando d’intorno si vedevano alte cime di monti (il
Gruppo Brenta) che s’innalzano verso il cielo a lodare Dio.
10 luglio. Questa mattina sono sceso in una valle, nella quale scorre un
torrente (il Novella); le acque, con il
loro rumore, innalzavano preghiere
al loro Creatore. Felice l’anima che,
lontana dal rumore mondano, ascolta la voce del suo Dio.
11 luglio. Il Signore mi chiamò su
un monte sul quale sorgeva un magnifico tempio. Entrai nella sua Casa,
>
TESTIMONIANZE PERSONALI E DEI CONFRATELLI
Egli stava rinchiuso nel Santissimo
Sacramento. Lo adorai di tutto cuore.
12 luglio. Questa mattina il Signore
mi indirizzò verso una valle dove c’era
un umile tempio. Entrai: Egli era rinchiuso nel tabernacolo e lo adorai di
tutto cuore.
13 luglio. Questa mattina il Signore
mi fece andare verso un paesello.
Quando entrai nel sacro tempio del
Signore, stava per cominciare la Santa
Messa, il divino Sacrificio. Com’ero felice in quel momento!
14 luglio. Questa sera la Madonna mi
chiamò a trovarla su una piccola altura
dove sorge un piccolo tempio in suo
onore (S. Maria di Arsio): come ero
felice alla sua presenza!
15 luglio. Oggi, sceso sul fondo della
valle e passato il torrente, sono salito su un erto pendio, in cima al quale
si elevava un tempio del mio Signore.
Dopo averlo salutato, ridiscendevo al
mio romitaggio.
16 luglio. Oggi il Signore mi fa ritornare alla mia cella, nel mio monastero. O mio Dio, vi ringrazio di tutti i
benefici che avete dato a me, vostro
indegno servo.
Gazzolo è un borgo della Val Trompia,
alle porte di Lumezzane, ad una ventina di chilometri da Brescia. Agli inizi
del 1900 i frati si insediarono in quella località che, canonicamente eretta
a parrocchia, fu affidata ai nostri religiosi. Fra Giacomo vi venne inviato in
seguito al bombardamento di Brescia
del 2 marzo 1945. In quel giorno, all’ora di pranzo, suonò l’allarme in città.
I frati si rifugiarono nel campanile,
che però venne colpito e decapitato.
Rovinarono al suolo la cappella di San
Pietro e l’atrio della sacrestia, mentre
danni ingenti subirono il tetto della
chiesa, il chiostrino della Madonna e
la casa delle suore. Per grazia di Dio,
non ci furono feriti. Il 4 marzo, nel capitolo conventuale, fu deciso lo sfollamento delle suore e di alcuni religiosi,
tra i quali appunto fra Giacomo. I frati
ripararono a Gazzolo, mentre le suore
trovarono ospitalità a Concesio. Non
sappiamo per quanto tempo rimasero fuori città; presumibilmente tornarono in comunità dopo l’ingresso degli
americani a Brescia, il 28 aprile 1945.
Il cronista del convento annotò un altro soggiorno di fra Giacomo a Gazzolo
nel 1962: “17 luglio... fra Giacomo,
che veleggia serenamente verso gli
ottantaquattro anni, avverte qualche
rollio alla collaudata navicella, ma una vacanza a Gazzolo, per calatafarla
ancora una volta, lo riporterà a galla”.
Una visita al santuario della Madonna
di Bonate, in provincia di Bergamo;
qualche sporadica visita ai fratini di
Rivoltella del Garda e rare e brevi visite a Corticelle Pieve, e qui terminano le “rarisssime uscite di fra Giacomo
dal convento”.
Nel suo “Diario” Giacomo
racconta la sua entrata in
convento: “Eccomi, Padre, /
nel chiostro! /
Quei buoni Padri / e religiosi mi
/ attendevano per l’ora di cena:
fui / puntuale.
Al / vedermi, una / generale
allegrezza / esprimevano nei /
loro volti; e / il Guardiano del /
chiostro mi assegnava /
il posto a sedere.
Era da pochissimo / tempo che
i religiosi / avevano fatto il loro
/ ingresso in questo chiostro,
/ da due mesi soltanto / cioè il
28 ottobre del medesimo anno.
/ In brevissimo tempo / ebbi
molte occasioni / di entrare
nel loro / monastero, sicché
/ la sera in cui entrai /
definitivamente non fui / per
loro un viso nuovo!”.
In altra parte del Diario spiega
le motivazioni per la scelta
religiosa fatta quando scrive:
“Sì, o Gesù, / Tu mi hai fatto /
intimamente comprendere / la
parola precisa / e energica. /
Può la mia vita / esser legata
alla cella / di un chiostro,
ovvero essermi ritirato in / un
deserto: / io devo farmi santo!
/ Che importa che io sia / qua o
là? Ch’io / sia in compagnia di /
questa o quella persona? / Che
abbia questo o quell’ufficio?
Che mi sia / dato passar lunghe
ore / a piè degli altari, / ovvero
non potervi essere / che solo
con il desiderio? / Che abbia ad
obbedire a / questo o a quello?
Che mi si tratti con / dolcezza
ovvero con / asprezza? /
Ch’io sia conosciuto, stimato, /
o che mi si lasci tutto /
solo in disparte, ignorato? /
Che io sappia tutte le / notizie
del mondo, / ovvero non
sappia mai / nulla di nulla? /
Che importa? / Devo tenermi /
perfettamente / contento.
La / volontà del mio Signore
/ è là, in ogni particolare della
mia / vita.
/ Potrà mancarmi di / tutto, /
ma il mio Dio è sempre / con
me! / Potrà il Signore togliermi
/ la possibilità di pregare,
/ di leggere, di recarmi /
in chiesa, di comunicarmi, /
ma nulla, nulla / mi impedirà
di potere / in ogni momento
amare, / unirmi fervorosamente
/ alla volontà del mio Dio, /
e soffrire ed offrire / a Lui nel
segreto del / mio cuore, le mie
/ povere ma pur / preziose
immolazioni; / e correre nella
via / della perfezione e /
della santità nell’ascesa /
del santo Monte”.
C’è chi lo ricorda intento a
pulire il pavimento del chiostro
trecentesco, con segature
bagnate nell’olio. Nel giorno
della pulizia settimanale della
chiesa, volentieri collaborava
con il fratello sacrestano,
consapevole dell’amore
di san Francesco per le chiese
linde e profumate.
Quando il sacrestano si
assentava dal convento o era
indisposto, gli veniva affidata
l’assistenza alla chiesa. Altre
volte il sacrestano lo pregava
di provvedere all’apertura
mattutina della chiesa.
Padre Fulgenzio Campello,
ricorda fra Giacomo nei primi
anni dopo la professione solenne:
“La giornata di fra Giacomo
trascorreva nella preghiera
e nel lavoro.
Faceva il calzolaio ed era
addetto anche alla pulizia
del convento e del chiostro
trecentesco.
Era sempre umile e rispettoso
con i confratelli e paziente
specialmente in portineria
quando distribuiva il pane al
martedì ad una lunga fila di
poveri nel chiostro grande
vicino alla strada.
Era obbediente
sino allo scrupolo”.
Anche p. Cristoforo
Pasqual, riferì:
“Lo ricordo ancora tanto
bene nel bellissimo chiostro
trecentesco attorniato
da numerosi poveri ai
quali somministrava del
cibo: minestra e pane nel
mezzogiorno. Naturalmente
questi tumultuavano un
po’ per essere i primi;
fra Giacomo li richiamava
all’ordine con modi dolci ma
anche fermi e posso dire che
tutti lo veneravano.
Era questo uno dei momenti
in cui il volto di fra Giacomo
si illuminava di gioia perché
anche lui amava i poveri”.
P. Serafino Guarise
testimoniò: “Anche nel
corso della mattinata o dei
pomeriggi io, sacerdote,
notavo che fra Giacomo
passeggiava tenendosi
al tratto di chiostro che
unisce il refettorio alla
portineria. All’epoca non
ricordo di averlo visto
lavorare da calzolaio nello
stanzino in legno e vetri
sistemato presso la porta
d’uscita del convento, sulla
piazza antistante la nostra
chiesa. Chiesi, incuriosito
“Perché fra Giacomo lei
sta a pestarsi i piedi su
quei quattro metri, quando
altri tre lunghi lati ha il
chiostro, oltre al cortile
interno...”. Spiegò secco:
“Ma farei aspettare chi
arriva alla porta! E poi le
scampanellate ripetute che
danno, disturbano i padri”.
Alla sua morte, la salma fu
trasportata in chiesa facendo
un corteo che si snodò lungo
il chiostro, perché si voleva
che il Servo di Dio avesse a
percorrere in un certo modo
per l’ultima volta quella via
che egli aveva percorso in
tanti anni di servizio.
Era presente tutto il
seminario, la comunità
religiosa e molti altri
confratelli venuti da altre
comunità.
fra Giacomo 03 | LUG.-SET. 2012 - 05
Chiostro
trecentesco
Qui Giacomo passò quasi quarant’anni della sua vita conventuale, come
addetto alla portineria in un via vai di
gente: capomastri ed operai indaffarati nei restauri, poveri, fedeli, studenti
e frati della comunità. Un luogo da lui
percorso e ripercorso, spazzato e tenuto a lucido con le segature intrise d’olio per riportarlo a quel decoro, dopo
che le brutture ottocentesche l’avevano ridotto, prima, a cambusa ed infermeria per l’esercito e, poi, deposito di
legname per il panificio che sfornava
vettovaglie per le truppe alloggiate in
città. Un luogo sacro, un ambiente di
cui si cercava di recuperare quell’atmosfera di silenzio e sacralità. Un piccolo capolavoro che trasuda dalle pietre
e dai mattoni arte, misticismo e fede.
Una pergamena del 1349, il cui rogito
fu fatto “in Scolis Fratrum Minorum de
Brixia sitis in claustro inferiori ecclesiae
S.ti Francisci” avvalora la presenza di
un chiostro precedente, ma disposto
in un luogo non ben specificato. Anche
un documento del 1340 attestava che
il nobile Pietro q. Alberto Calzaveglia
fu sepolto ed ebbe una lapide “in primo claustro, in pavimento, ad portam
qua itur ad templum”. L’attuale chiostro trecentesco sostituì quello primitivo ed originale, ma allargandosi nelle
proporzioni. L’iscrizione, incisa presso
la porta d’entrata del convento, riporta
il nome dell’architetto e la data di costruzione: “MCCCLXXXXIIII Magister Gulielmus De Frixono de Cumis fecit istum claustrum”. Questo
chiostro, tardo trecentesco (1394), è
fondamentalmente d’impronta romanica accorpandosi all’originale complesso
conventuale, ma rivela, nel chiaroscuro
delle ogive, una vocazione lombardogotica. Lo spazio è compreso, nei lati est e ovest da una serie di quindici
piccole arcate; mentre il lato settentrionale e quello meridionale, più lungo, ne conta diciassette. L’omogeneità
degli elementi e la semplicità tipologica, danno al chiostro unità e coerenza
anche nello studiato bicromatismo. Le
colonnine, in marmo rosso di Verona,
contrastano con il bianco dei capitelli,
per richiamare poi le calde tonalità del
cotto, utilizzato nelle arcatelle e nel cornicione decorato con il ricamo a doppio
ordine di dentelli alternati, nelle mensoline rettangolari, nelle cordonature e
listelli, che concludono e danno unità,
con la loro linea orizzontale, alla costruzione. L’interno, in origine, aveva una
copertura di capriate a vista, ma che,
nel 1485 lo Zurlengo, su commissione
del Padre Sansone, trasformò con volto a vele. Se appare ancora romanico
l’utilizzo del plinto quadrato, che sorregge la base circolare delle colonnine,
dalla base appiattita con foglie angolari
e con quello delle foglie d’acanto stilizzate ed uncinate o, a doppio ordine e
ripiegate; per i capitelli, non mancano
introduzioni gotiche: piccole rose, teste incappucciate di frati ed altri motivi antropomorfici o di carattere grottesco. Strutturalmente, la forma acuta
degli archetti e la soluzione d’angolo,
che fonde quattro semicolonne in una
sorta di pilastro, hanno sapore trecentesco. Nel Seicento, Camillo Rama e
Antonio Gandino dipinsero le pareti,
ora spoglie di colori, ma la calda nota
cromatica del rosso e la continua vibrazione chiaroscurale sulle colonne, sugli archi e sulla ricca cornice, ne fanno
un’opera straordinariamente viva, oltre
che per l’arte, anche per le inesprimibili suggestioni spirituali.
NOTIZIE IN PILLOLE
Padre Pacifico… da 100 in su!
Chi non conosce p. Pacifico Masetto? Molti anni passati a Brescia lo hanno
messo in contatto con numerosi fraquentatori della nostra chiesa. Io, padre
Jack, lo ricordo fin dal seminario di Rivoltella negli anni sessanta. Sempre
uguale con i capelli già radi fin da allora, ma che ci stupiva perché suonava il
pianoforte anche allo scuro e senza spartiti. Abbiamo ripescato, per ricordarlo,
una foto che ha meno di un decennio a fianco del barbiere che doma le
criniere dei frati dal rischio di inselvatichire. Vi chiederete che cosa facesse lì
nel salone dei due F&F (Felice e Franco). Semplicemente una regolatina alla
rada capigliatura e tanta simpatia contraccambiata da Felice, nella foto, e da
Franco che inquadra e immortala una solida amicizia. Da loro e da tutti noi
frati e conoscenti, un cammino di “buona continuazione” sperando di battere
qualche nuovo record. Auguri, Pacifico, e “chi va piano, va sano e lontano”.
Anche i bambini…
Sicuramente lo conoscono attraverso il racconto dei loro
nonni, genitori, zii o conoscenti, ma il registro,
- posto nella cappella di fra Giacomo - che raccoglie
richieste di intercessione o preghiere di adulti
rivolte al Servo di Dio, è spesso intercalato
dalle suggestive espressioni di bambini sempre ricche
di spontaneità e di semplicità.
Si rivolgono al frate come fosse una persona da sempre
conosciuta, quasi un loro nonno, attento alle richieste più
svariate: dalle espressioni simpatiche nei suoi confronti,
alla richiesta di una vita più serena, più pacifica e ricca
di gioia per tutti. Per Pasqua, avevamo trovato –
incollato su una pagina - un bel disegno multicolore
dedicato a Fra Giacomo, ed augurante “a tutti una vita
piena di colori e di Buona Pasqua”.
Per mancanza di spazio. nel precedente numero,
abbiamo fatto slittare questo gentile pensiero ad
oggi. Ringraziamo Micol, Andrea e Roberto per questa
coloratissima primizia, allora primaverile, ma che ci aiuta
a pensare in positivo per tutto l’arco dell’anno.
La pieve
Autorizzati dall’autore, abbiamo il piacere
di pubblicare, a puntate, uno scritto di
Massimo Trifirò, che tratteggia un periodo
della vita del nostro fra Giacomo
Bulgaro. Assieme ad altri racconti
biografici, sarà pubblicato in un
libro prossimo alla stampa.
No, ciò a cui poco prima, in casa della zia,
aveva assistito non era un’immagine diabolica, qualcosa che era stato partorito dal
fetido ventre di un demone per sedurlo ancora di più, e per avviarlo definitivamente
lungo la strada maestra della dannazione.
“Era lei…Era davvero la Madre…”.
Vergine madre, figlia del tuo figlio,/Umile ed
alta più che creatura,/Termine fisso d’etterno consiglio,/Tu se’ colei che l’umana natura/Nobilitasti sì ‘l suo fattore/non disdegnò
di farsi sua fattura…
Nella sterminata campagna all’intorno, un
uccello fece udire il suo canto stridulo e si
levò poi in volo con battito d’ali stanco, riempiendo della sua sagoma slanciata l’azzurro sbiadito del cielo invernale. L’uomo lo
guardò e tossì per il freddo, in quel mattino dell’otto dicembre del 1913. Avere fede,
poi si disse, si convinse, si propose. Tornare a farlo, contro il mondo che seduce,
a dispetto delle sue lusinghe, in dispregio
alla musica melodiosa dell’errore che facilmente sapeva incantare l’anima.
(2a puntata)
Credere perciò irragionevolmente, da ingenui, da zotici, da evangelici poveri di spirito,
da mentecatti, da pazzi di Dio, da idioti come il principe di quel libro russo del quale
gli aveva parlato una volta il suo parroco.
Credere anche in antitesi alla ragione, perché quando si aveva a che fare con la potestà dell’Altissimo era molto meno ingenuo
prestare cieca fiducia nel palesarsi dell’impossibile che perdersi nei meandri ingannevoli dei sottili ragionamenti umani, che
presumevano sempre di bastare a sé stessi,
di spiegare ogni cosa essendo concepiti da
un niente che a malapena respira, e che a
stento sa intessere un fragile pensiero di
troppo facile scetticismo.
“La Santa Vergine…”. Era proprio la Madonna che si era resa visibile nella stanza
a pianterreno della sua poverissima zia,
quando lui già quasi se ne stava andando
e la parente, piangendo e raccomandandogli di comportarsi da uomo perbene, aveva
levato le dita scarne per benedirlo.
L’apparizione sempre più ora gli pareva fos-
fra Giacomo 03 | LUG.-SET. 2012 - 06
FRA GIACOMO STORY
Fra Giacomo
e i mass media
La signora Dora de Carlo, redattrice di “Tele Padre Pio” di San Giovanni Rotondo, ha intervistato il
nostro vicepostulatore, p. Olindo
Baldassa, per approfondire la figura del Servo di Dio, fra Giacomo
Bulgaro, nella rubrica “Santi per
vocazione” che, ogni giovedì mattina, l’emittente propone presentando le figure di Venerabili e Servi di
Dio. In circa mezz’ora, rispondendo alle domande della intervistatrice, il p. Olindo ha tratteggiato
con efficaci e succose pennellate
la storia di fra Giacomo sottolineando il cammino percorso dal nostro confratello, prima come laico
impegnato in parrocchia, e poi come religioso del nostro convento.
Ha terminato il racconto della sua
vita recitando una bella e profonda preghiera composta dal nostro
santo religioso.
Che giornataccia!
Chi non ricorda la figura di fra Galdino nei
Promessi Sposi? Il fraticello che ha «dovuto picchiare a molte porte» prima di racimolare un buon sacco di noci? Francesco
di Assisi voleva che i suoi frati si prestassero anche all’umile servizio della questua, sia per rendere meritevoli presso
Dio i donatori: («Neppure un bicchiere
d’acqua, dato in mio nome, rimarrà senza ricompensa» promise Gesù); sia per
avere di che sfamare i poverelli che quotidianamente si presentano al convento:
(«Noi siamo come il mare che riceve acqua da tutte le parti e la torna a distribuire
a tutti i fiumi», diceva fra Galdino). Non
pochi questuanti, figli di San Francesco,
salirono agli onori degli altari, e anche fra
Giacomo oggi sarebbe annoverato fra essi,
se... Una sera, il Superiore: «Fra Giacomo
è mio desiderio, non un comando, che Lei
domani vada al mercato per la questua
della verdura». Il si di fra Giacomo è scontato. Di buon mattino, accompagnato da
un amico del convento, con una capace
cesta, si avvia al mercato: un vasto ret-
Il calzolaio di Dio
Giacomo Bulgaro a Corticelle Pieve: 8 dicembre 1913
se stata reale, concreta, tangibile, consolante più di qualsiasi altra proposta di bene
e di felicità avesse accolto negli anni bui
della sua vita falsamente allegra di peccatore. “Un segno…” allora Giacomo annuì
consapevole, riprendendo a camminare, a
sbandare, a sentirsi schiacciato, travolto,
da quella rivelazione “Un comando, un invito, una preghiera, perché io torni ad essere cristiano com’ero una volta, e restare
poi tale per sempre, per sempre…”.
Lentamente, con il passo stanco del vinto,
con lo spirito esaltato del vincitore, varcò
allora la soglia della Pieve di Santa Maria
Nascente, mentre la sua mente era troppo
confusa perché si sentisse attratto dalla disadorna maestà delle navate, dall’affresco
sopra l’altare maggiore racchiuso in una
cornice di marmo rosa, dal grande organo che campeggiava sull’ambiente gelido
e completamente deserto.
L’uomo non guardò, non pensò più a niente, tutto compreso della Grazia che, dopo
un’attesa di anni, di nuovo ricominciava a
fra Giacomo 03 | LUG.-SET. 2012 - 07
colargli calda nell’anima. Poi si inginocchiò
e calò le palpebre, proprio in faccia al vasto altare barocco. E fu allora che il Bene si
ripeté e si moltiplicò, che l’Infinito gli spalancò ancora di fronte le sue porte di luce,
che il Mistero si fece carne e sangue, che
il Figlio gli apparve dopo la Madre.
Un suono dolcissimo che proveniva da un
Altrove gli fece spalancare gli occhi. E a
quel punto vide, ammirò trasognato per
la seconda volta, fu nuovamente lacerato
dall’Onnipotenza.
Una figura gli si materializzò accanto, senza profferire parola, senza pronunciare un
solo rimprovero per la sua vita dissipata,
ma guardandolo invece con amore intenso, con tenerezza, con infinita misericordia.
Quindi, tendendo le braccia, lo sollevò e
lo accarezzò con il tocco leggero del Padre
per un figlio smarrito, mentre a Giacomo
colavano copiose le lacrime, le acque del
lavacro dalla colpa, il bagno sacro che gli
avrebbe purificato il cuore dalle impurità.
(segue/2)
tangolo circondato da uno scenografico
palazzo secentesco, dalla chiesetta della
Madonna del Lino e da famose logge del
cinquecento. Una bella piazza, per davvero! Non così i venditori e i commercianti
che la occupano con le loro variopinte bancarelle: facce congestionate, gesti sbrigativi, gergo incomprensibile, insolenze,
bestemmie. Fra Giacomo ci si trova come
un intruso: tra urla ed improperi, la sua
voce si fa ancora più fioca. Balbetta qualcosa che si capisce più dall’atteggiamento
che da quanto gli esce dalle labbra. Chi gli
butta un pizzico di radicchio, chi raccatta
da terra i rifiuti e glieli porge, chi finge di
non vederlo. Un’esperienza amara: minimo il guadagno. Di ritorno al convento
confessa al Superiore che, passando da
un banco all’altro, sudava freddo e le parole gli morivano in bocca. «Ma sono disposto a ritornare!», conclude mortificato. Il Padre gli risparmia altre umiliazioni
con la scusa che è sufficiente la questua
di un confratello il quale si reca di paese
in paese, in terra di Lombardia.
Padre Tommaso Cappelleto, che per anni fu assistente spirituale della ‘Milizia dell’Immacolata’ del convento S. Francesco di Brescia, tracciò, nel maggio del 2005, una sintesi di questo gruppo ispirato da padre Massimiliano Kolbe.
Così padre Tommaso scrisse: “Il Gruppo M.I. di Brescia, l’ho
scoperto l’altro giorno rovistando tra le carte vecchie, risale nientemeno che al 1929, un anno dopo il ritorno dei nostri frati nella
chiesa di San Francesco. All’inizio ebbe grande sviluppo numerico, specie verso il 1940-48, per opera dei padri Pacifico Masetto,
Oreste Lorin e Stefano Poletto i quali, andando a predicare nelle
parrocchie, presentavano la figura di padre Massimiliano Kolbe
(non era ancora beato) e il movimento della Milizia dell’Immacolata, la Consacrazione all’Immacolata e distribuivano la Medaglia
Miracolosa. Accoglievano i nuovi consacrati, li registravano (abbiamo ancora vari quaderni di elenchi, di cronache e di bilanci).
Però, i Militi non venivano seguiti, per cui, dopo anni, rimasero in
pochi. Ci fu una ripresa con il lavoro dei chierici liceali e soprattutto per opera del compianto padre Renato Belluzzo, morto il
25 febbraio del 2005. Opera che mi sono sforzato di proseguire
da allora, quando ne divenni l’Assistente. Dalla novantina iniziale
siamo oggi 252 militi. Naturalmente tanti sono anziani o malati e
non possono partecipare agli incontri. Altri, invece, fatta la consacrazione, nonostante le promesse, si eclissano. I partecipanti agli
Incontri mensili vanno dai 70 agli 80. Ci raduniamo nella seconda
domenica del mese. È doveroso ricordare l’azione continuata e
incoraggiante della signora Maria Caraffini e del marito Giovanni”. Attualmente il gruppo è diretto dal presidente Carlo Ronchi,
Agostino Ramirez vice presidente, Luca Paganotto segretario, dai
consiglieri Caraffini Maria, Monastero Giorgio, Angelo Mortini e
Padre Mariano assistente spirituale. Il 27 maggio, nella solennità della Pentecoste - subito dopo l’omelia - abbiamo celebrato la
Consacrazione dei nuovi militi. L’Assistente, p. Mariano Doff
Sotta, ha posto al collo dei nuovi militi la medaglia miracolosa e
consegnato il libretto con il nome e il timbro della sede di Brescia.
Alla fine della S. Messa abbiamo recitato la preghiera di solenne
affidamento-consacrazione all’Immacolata (composta da p. Kolbe)
presso l’altare dell’Immacolata. Abbiamo concluso la festa con un
rinfresco offerto dai frati nel chiostro del convento e rinnovando
gli auguri di un fruttuoso cammino spirituale ai nuovi militi che
sono: Bellometti Marilena di Lumezzane - Pieve; Bellometti Maria
Luisa di Cogozzo - Villa Carcina; Bontempi Antonietta di Collebeato; Ghidini Franca di Lumezzane - S. Apollonio; Giorgi Maria Adele di Concesio; Panada Maria di S. Polo - Brescia; Pasotti Maria
di Lumezzane - S. Apollonio; Sagna Agostino di Brescia; Saleri
Marzia di Lumezzane - S. Sebastiano; Tosi Maurizio di Sarezzo.
Il 14 ottobre si è consacrata Pietta Alessandra.
Chiesa San Francesco Brescia
Orari di apertura
giorni feriali: 6,30 - 11,30; 15,00 - 19,30
giorni festivi: 7,00 - 12,30; 15,30 - 19,30
Sante Messe
feriali: ore 7,00, 9,00, 10,00; 18,30
festive: 8,00, 9,30, 10,30, 11,30; 18,30
Negli orari di apertura
è sempre disponibile un confessore
Per raggiungere la chiesa:
dall’autostrada
seguire le indicazioni per il Centro storico della città
dalle stazioni ferroviaria e autobus
in pochi minuti a piedi
Per la vostra corrispondenza con noi,
scrivete a:
fra Giacomo
Convento San Francesco
P.ta San Francesco 3/A
25122 BRESCIA - Italia
tel. 030.2926701
fax 030.2926780
In INTERNET il nostro indirizzo è:
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G. Scarduelli - dipinto a olio, Chiesa di S. Francesco - Brescia
La Milizia
dell’Immacolata
si presenta!
Il dolore che provo
Madre amorevole,
sento di non poter concludere questo giorno
senza esprimere la mia amarezza
per averti contristato,
disobbedendo a Gesù.
Il dolore che provo
sia balsamo al tuo cuore.
Ardo dal desiderio di riparare,
per quanto mi è possibile,
anche le offese dei miei fratelli:
siano imputate a me.
Offro a te e a Gesù un sacrificio d’amore
per tutte le amarezze che vi arrechiamo.
“Diario” di Fra Giacomo" (1956, cart 14, fasc. 1, 20rv)
03
Fra Giacomo
Luglio/Settembre 2012
Foglio trimestrale sul Servo di Dio fra Giacomo Bulgaro (1879-1967) - Frate Minore Conventuale - Direzione e Redazione: Convento San Francesco - Piazza San Francesco 3 A - 25122 Brescia - Italia - tel. 030.29.26.701
fax 030.29.26.780 - Direttore Responsabile: p. GIANFRANCO CATTOZZO - Redazione: p. LEOPOLDO FIOR - Autorizzazione del Tribunale di Brescia n. 3 del 1998 - Autorizzazione dei Superiori - Spedizione in Abbonamento
Postale - D.L. 353/2003 (conv. L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 2 DCB Brescia - Realizzazione Grafica: Cidiemme/Brescia - Stampa: Grafica Sette/Bagnolo Mella (Bs) - Anno XIV, n. 02 | Luglio-Settembre 2012
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Istituto Lombardo delle Missioni Estere
dei Frati Minori Conventuali
P.ta San Francesco d’Assisi 3/A - 25122 BRESCIA
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promozione della causa di canonizzazione del
Servo di Dio e per la stampa di questo foglio.
Ad ogni numero di “fra Giacomo” accludiamo
il bollettino del conto corrente postale,
non per sollecitare offerte, ma per praticità
dei nostri lettori e su loro suggerimento.
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del bollettino “fra Giacomo”, che li tratterà per i propri fini promozionali.
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Il dolore che provo - Fra Giacomo Bulgaro