IL SISTEMA PREVENTIVO
Don Bosco padre e maestro dei giovani
CHIAMATO PER I GIOVANI
A nove anni Don Bosco aveva fatto un sogno. Aveva visto un campo dove si divertiva una
moltitudine di ragazzi. Gli uni ridevano, altri giocavano, altri bestemmiavano, una Signora – la vergine
Maria, nell’interpretazione di Don Bosco - gli appariva maestosa e circondata di luce. “ Guarda”, gli diceva.
I ragazzi erano spauriti. Una folla di capretti, di cani , di gatti, d’orsi e di altre bestie ne aveva preso il posto.
“ Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare, aveva continuato a dirgli la Signora. E gli animali, più o
meno eccitati, si erano trasformati in mansueti agnelli, che saltellavano e correvano attorno alla Signora
come per farle festa. Il sogno era stato inequivocabile. Il campo di apostolato di Giovanni sarebbe stato la
gioventù. La lezione del sogno continuerà a pesare su li lui lungo il corso di tutta la vita. ( F.
Desramaut: Spiritualità salesiana)
Giovanni Bosco mandato ai ragazzi da ragazzo, è cresciuto con i ragazzi, è vissuto con i giovani
e per i giovani. La sua missione è stata sempre ricca di cuore, di affetto, di amicizia, di paternità. Non ha
aiutato i giovani a compiacersi della loro giovinezza, ma li ha stimolati a crescere. Ha avuto la capacità
di radunarli, di unirli, di compaginarli nell’amicizia, nella fraternità, nella lealtà, nella sincerità, nella
solidarietà. Per loro è stato un leader, un padre, un amico, un maestro un educatore.
COLLABORATORI PER I GIOVANI
Quando cercò aiuto e, a tale scopo, fondò le due Congregazioni religiose, dei Salesiani e delle
Figlie di Maria Ausiliatrice, lo fece in modo prioritario per la “salvezza della gioventù”. Secondo il primo
articolo delle Costituzioni salesiane del 1874, lo scopo della Società di S. Francesco di Sales, ossia dei
Salesiani, oltre la “perfezione cristiana” dei suoi membri , perché si trattava di religiosi, era “ogni opera
di carità spirituale e corporale verso i giovani, specialmente poveri, e anche l’educazione del giovane
clero”. Parimenti le Costituzioni contemporanee delle Figlie di Maria
Ausiliatrice dicevano che le
Salesiane avevano lo scopo, assieme alla “propria formazione” spirituale, quello di “coadiuvare alla
salute del prossimo, specialmente col dare alle fanciulle del popolo una cristiana educazione”.
La gioventù era
prioritaria per il Don Bosco delle origini. Il primo capitolo delle
Costituzioni di Don Bosco specificava in dettaglio le tre forme che doveva assumere questa azione
salesiana al servizio della gioventù, ovvero quelle per le quali egli stesso aveva optato al suo tempo. La
prima consisteva nel “raccogliere giovanetti poveri e abbandonati per istruirli nella santa cattolica
religione, particolarmente nei giorni festivi” (art 3) . Ma siccome lo stato di abbandono di alcuni rendeva
inutile ogni lavoro educativo a loro favore, se non si assicurava loro un riparo, una seconda forma
dell’azione educativa salesiana era quella di aprire case dove, con il vitto e l’alloggio, fosse loro
assicurata un’educazione religiosa e insieme professionale” (art. 4). La terza forma d’azione riguardava
i giovani aspiranti allo stato ecclesiastico, più precisamente, i giovani che, dotati di buona condotta morale
e di capacità intellettuali, necessarie per intraprendere gli studi secondari, davano qualche speranza di
divenire un giorno preti. Don Bosco proponeva loro un ambiente morale e religioso favorevole (art. 5).
Solamente dopo questi tre articoli sui giovani, i due ultimi articoli del capitolo costituzionale
prevedevano attività salesiane dirette al mondo degli adulti, attraverso la predicazione e la stampa (art 6 e
7). ( F. Desramaut: Spiritualità salesiana)
EDUCATORE DEI GIOVANI
La vocazione di Don Bosco fu orientata decisamente verso l’educazione dei giovani: l’esperienza
iniziale, il contatto con la gioventù reclusa nelle carceri di Torino, lo stimolò ad adoperarsi per prevenire
tali devianze sociali. Creò così l’Oratorio domenicale a Valdocco (1841-1844). Tra gli stessi giovani
trovò l’elemento adatto per attuare il suo programma di risanamento morale della città, avviata già a forme
di industrializzazione accentuata. Diede origine alla Congregazione che prese il nome, come l’Oratorio, da
San Francesco di Sales. Con la collaborazione di S. Maria Domenica
Mazzarello (+ 1881)
fondò
l’Istituto delle Figlie di
Maria Ausiliatrice per estendere l’opera di educazione morale e religiosa anche in campo femminile. Egli
è ricordato in maniera particolare come grande educatore, che ha anche lasciato in eredità un suo metodo
educativo, il “Sistema preventivo”.
SANTO DEI GIOVANI
Nella storia tanto ecclesiastica che civile, la caratteristica principale e più originale della figura di
Don Bosco è di essere stato il santo dei giovani. Don Bosco ha talmente voluto bene ai giovani da
diventare per loro un santo! E per amore dei giovani che ha avuto il desiderio e il coraggio di essere
santo. Don Bosco è essenzialmente un dono di Dio ai giovani. In tutta l’agiografia cristiana non troviamo
nessun santo che si sia come lui in certo modo immedesimato ai giovani, che abbia avuto come lui la
santa ossessione della felicità dei giovani, soprattutto quelli poveri, che abbia speso come lui l’amore e la
vita per i giovani. Egli non ha fatto dei bei discorsi sulla giovinezza e sulla gioventù. Non ha adulato i
giovani per sfruttarli più o meno palesemente. Ma li ha amati sul serio, ha creduto in loro, ha pagato di
persona per condurli alla vera gioia, ha bruciato tutte le sue forze per loro, fino alla fine. Sul letto di
morte, tra supreme sofferenze, la sua anima era ancora piena di loro. Il 25 gennaio 1888, cinque giorni
prima di morire, molto indebolito, parlava a stento, aveva sete . Assopito un momento, a un tratto si scosse,
battè a palma le mani e gridò allucinato: “Accorrete, accorrete presto a salvare quei giovani… Maria
santissima, aiutateli”. Il salesiano che l’assisteva gli domandò che cosa desiderasse. Rispose chiedendo: “
Dove siamo in questo momento?”- . “Siamo all’Oratorio”, “ E i giovani casa fanno?”. Due giorni dopo,
disse ad un altro salesiano: “Di’ ai giovani, che li attendo tutti in paradiso”. Fu una delle sue ultime
parole. ( J. Auybry “Don Bosco padre dei giovani” )
HA AMATO I GIOVANI
La vita di Don Bosco è un meraviglioso poema dell’amicizia tra un prete di Cristo e i giovani.
Li ha amati profondamente con un cuore sensibilissimo, e non in blocco, ma uno per uno. Il suo
principale biografo Don Lemoyne, in testa ad un’immensa raccolta di documenti (45 volumi), . dice: “ Ho
scritto la storia del nostro amatissimo padre D. Giovanni Bosco. Non credo che al mondo vi si stato un
uomo che più di lui abbia amato e sia stato riamato dai giovani”.
Nel primo capitolo del suo libretto, intitolato “ Il giovane provveduto”, egli scrisse: “ Miei cari, io
vi amo di tutto cuore, e basta che siete giovani, perché io vi ami assai; e vi posso accertare che voi
potete trovare molti libri propostivi da persone di gran lunga più virtuose e più dotte di me, ma
difficilmente potrete trovare chi più di me vi ami in Gesù Cristo, e che più desideri la vostra vera
felicità” . Negli ultimi giorni della sua vita nel Bollettino Salesiano del Gennaio 1888 dava addio ai sui
benefattori, e, tra l’altro, così scriveva: “ In modo affatto particolare vi raccomando la cura dei giovanetti
poveri e abbandonati, che furono sempre la porzione più cara del mio cuore in terra, e che per i meriti
del nostro Signore Gesù Cristo spero saranno la mia corona e il gaudio in cielo”. ( J. Auybry “Don Bosco
padre dei giovani”)
LIBERATORE DEI GIOVANI
Don Bosco era convinto che l’adolescenza e la giovinezza sono il periodo più ricco di promesse
della vita e più decisivo per il resto dell’esistenza. I giovani hanno in loro delle ricchezze e delle
possibilità formidabili: sono come alberi sovraccarichi di fiori, ma può venire un vento troppo forte o una
notte di gelo e tutto è distrutto. I giovani, diceva, sono la speranza del rinnovamento della Società e della
Chiesa. Un paese in cui la gioventù è sana e piena di ideali e di coraggio è un paese salvo. Se la sua
gioventù è corrotta o debole, il paese è finito. A queste convinzioni venne ad aggiungesi l’esperienza
decisiva che fece da giovane prete di 26 anni, nel 1841, nelle carceri di Torino. Vide turbe di giovani
dell’età dai 12 ai 18 anni, sani, robusti, d’ingegno sveglio, fatti per vivere e correre, che erano privi della
libertà, parecchi perché abbandonati a se stessi, inoperosi, sporchi
prigionieri anche della miseria e
della delinquenza, rovinati per sempre! Allora Don Bosco decise di dare la vita per impedire questo. Lui
stesso lo dirà: “ho promesso a Dio che fino all’ultimo mio respiro sarebbe stato per i giovani poveri” .
E s’impegnò ad essere liberatore dei giovani, non solo dal carcere materiale, ma anche da
tutte le carceri dentro le quali i giovani sono mantenuti: quelle della solitudine, dell’ignoranza, di non
saper cosa fare della propria vita, del vizio, della disperazione. La grandezza di Don Bosco è di aver
voluto liberare i giovani da tutte le carceri. Egli si mise subito all’opera creò oratori, case in cui
accoglieva, scuole, laboratori e li aiutò a diventare “ onesti cittadini e buoni cristiani”. ( J. Auybry “Don
Bosco padre dei giovani”)
PADRE DEI GIOVANI
La figura di don Bosco uomo, educatore, fondatore, santo, è così ricca che si può esaminarla sotto
mille aspetti, ma Don Ceria, un suo biografo, dice “ Non comprenderà mai Don Bosco chi non riesca a
figurarselo come padre in mezzo ai figli”. Il suo terzo successore, Don Filippo Rinaldi, ha scritto : “ il
nostro Fondatore non è mai stato altro che padre, nel senso più nobile della parola. Tutta la sua vita è un
trattato completo della paternità che viene dal Padre celeste e che il santo ha praticata quaggiù in grado
sommo, quasi unico, verso la gioventù e verso tutti con totale dedizione e sacrificio di sé. E come la sua
vita non fu altro che paternità, così le sue opere e i suoi figli non possono sussistere senza di essa.
Di fronte agli adolescenti difficili e infelici ai quali aveva dedicato la sua vita, Don Bosco ha
avuto per istinto di saggezza naturale e per grazia, l’intuizione fondamentale che non sarebbe riuscito nel
suo compito di prete educatore se non facendosi per loro un padre e adempiendo a loro riguardo, con un
cuore di padre, i doveri paterni. Orfano egli stesso all’età di tre anni, aveva sofferto l’assenza del
padre; però aveva ritrovato i valori della paternità attraverso la figura di sua madre, l’ammirabile e santa
“mamma Margherita”
In molti casi le circostanze gli imponevano di adempiere i più visibili di questi doveri. Come un
vero padre di famiglia doveva procurare a centinaia di adolescenti tutte le cose necessarie per l’esistenza:
tetto, vestito, nutrimento, istruzione, apprendimento di un mestiere, divertimenti e più ancora
l’affetto, nello stesso tempo tenero e forte, di cui tanti dei suoi giovani erano privi. Lui stesso si presenta
come vero padre. A Domenico Savio fin dal primo momento disse: “ Io ti condurrò a Torino, e da
questo momento tu sei nel numero dei miei figli” . Nella vita del giovane santo ha scritto: “ La mia
affezione per lui era quella di un padre verso il figlio che merita maggiormente”. Nell’introduzione alla
biografia di un altro ragazzo, Besucco Francesco, lasciò scritto:“ vedete in me un padre che parla di un
figlio che ha teneramente amato”. In un sermone di “buona notte” del 1859 apriva il suo cuore: “ Miei
cari figlioli, voi sapete quanto vi ami nel Signore” e in un altro sermone del 1865 diceva: “ Lontano da
voi, ho sempre pensato ai miei cari figli e sempre pregato per loro” .
Questi testi , e più ancora la vita stessa, rivelano qualcosa che va oltre una semplice bontà
umana, persino straripante. Don Bosco era prete, inviato da un Dio che è precisamente Padre infinito dal
quale, come dice San Paolo, “ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome” (Ef 3, 15) . La
convinzione da cui è stato preso fino in fondo del suo essere è che doveva incarnare, agli occhi dei giovani,
l’amore paterno di Colui che lo mandava presso di loro. E in questi giovani che accorrevano a lui da ogni
parte, doveva suscitare dei figli che potessero affezionarsi a lui, ma al di là di lui, potessero percepire la
sorgente del suo amore e imparare a sentirsi figli di Dio Padre, e a realizzare con questo la loro vera
vocazione.
CARATTERISTICHE DELLA PATERNITA
L’amore di Don Bosco, paterno ed affettuoso aveva cinque chiare caratteristiche. Egli
amava per primo. Ai suoi diceva: “ Per carità non aspettate che i giovani vengano a voi. Andate
voi a loro, fate voi il primo passo. E per essere accolti, discendete dalla vostra altezza. Conservando il
senso di una “autorità” che viene compresa, mettetevi al loro livello, dalla loro parte; sforzatevi di
comprenderli, di amare ciò che essi amano. Allora saranno provocati ad amarvi e potrete condurli a Dio” .
amava ciascuno. Non escludeva nessuno, soprattutto non escludeva i giovani cosiddetti “poco
interessanti”. A Valdocco ciascuno dei suoi cinque o seicento ragazzi si sapeva conosciuto ed amato da lui,
avendo ciascuno ricevuto un sorriso, una parola cordiale, un consiglio e molti si credevano i “ preferiti”.
Don Bosco non aveva davanti a sé una serie di giovani, degli iscritti su schede o liste; aveva i singoli
giovani, ciascuno così differente, ciascuno con i suoi problemi personali, con la sua vita e li conosceva tutti
come il buon pastore: “ il buon pastore conosce le sue pecore, e le chiama ciascuna per il suo nome” ( Gv
10, 3.14 ).
otteneva una libera risposta al suo amore. I giovani lo amavano, come avviene al buon pastore. Il
Buon Pastore conosce le sue pecore le chiama ciascuna per nome, allora le sue pecore a loro volta lo
conoscono, ascoltano la sua voce, ed egli le guida ai pascoli. E’ ciò che Don Bosco ha voluto e lo ha detto
esplicitamente: farsi amare. Non per una specie di ricerca sentimentale, ma per una rettitudine assoluta,
perché il risveglio dell’amore filiale è una prima riuscita dell’educazione stessa, che permette di spingerla
avanti.
amava per liberare. Il suo era un amore non possessivo ma liberante, paterno non paternalista.
Don Bosco ha condotto i suoi figli alla reale maturazione di uomini e di cristiani secondo lo spirito di
libertà del Vangelo. Le vigorose personalità sorte a Valdocco ne sono la prova. Da Domenico Savio a
Michele Magone, fino ai pionieri missionari Cagliero, Lasagna, Fagnano, e tante altre figure di alto rilievo.
Questo rifiuto del paternalismo lo manifestava tra l’altro facendo interferire la sua relazione paterna
con l’amicizia, come succede quando i figli crescono e il rapporto tra padri e figli, pur restando tale
diventa sempre più amicale. Don Bosco dava e domandava amicizia ai suoi figli. Diceva in una buona
notte: “ Non voglio che mi consideriate come vostra superiore e vi domando la vostra confidenza, quella
che aspetto da veri amici”; presenta la biografia di Michele Magone come “quella del nostro amico
comune!”; ad un adolescente nel 1856 scrive: “ Ti ricordi il contratto concluso tra noi? Essere amici e
unirci insieme per amare Dio con un cuore solo e un’anima sola” .
formava nei suoi ragazzi delle libertà. Li voleva illuminati sui motivi delle loro decisioni; dava
tutto il posto dovuto alla ragione nei suoi principi pedagogici; spiegava perché e come si deve credere,
voleva i suoi ragazzi energici, volitivi nelle risoluzione, senza rispetto umano. E li spingeva a delle
iniziative. Essi avevano delle responsabilità piccole o grandi. I più decisi, dai 15 ai 16 anni si vedevano
affidare un po’ di insegnamento o qualche attività importante. Domenico Savio a 14 anni fondò la
compagnia dell’Immacolata e non temeva di rivolgere delle osservazione allo stesso Don Bosco. Infine
Don Bosco, mentre raccomandava grande prudenza e moltiplicava i consigli di fuggire le cattive, educava
allo spirito di servizio con la parola e con l’esempio. Egli non fece della sua casa un tutto autosufficiente:
si aprì sulla parrocchia, sui bisogni della città, della Chiesa, delle missioni, del mondo. Insinuava lo
spirito di servizio con la parola e con l’esempio. Aiutava i giovani nella loro autonomia e a diventare
maturi e li inviava a tracciarsi nella Società e nella Chiesa la propria strada.
amava tendendo a fare amare Dio. Il gesto essenziale di Don Bosco padre era di dare ai suoi figli
Gesù Cristo, di metterli a contatto intimo e vivente con il Figlio unico nel quale soltanto siamo figli. Era
per i giovani un grande catechista e confessore, li introduceva ai misteri liturgici e distribuiva loro le
ricchezze della Parola, del perdono e del Corpo di Cristo. L’impegno di Don Bosco educatore si
confondeva con la propria santità: conduceva a Dio i suoi figli camminando lui steso per primo,
insieme a loro, verso Dio. (tratto da : J. Auybry “Don Bosco padre dei giovani”)
MANDATI AI GIOVANI
Coloro che fanno parte della Famiglia Salesiana, i Salesiani, le Figlie di Maria Ausiliatrice, i
Cooperatori, hanno la vocazione alla missione giovanile, sono inviati ai giovani.
Il primo articolo delle Costituzioni della Società di San Francesco di Sales dice: “ Con senso di
umile gratitudine crediamo che la Società di San Francesco di Sales è nata non da solo progetto umano, ma
per iniziativa di Dio. Per contribuire alla salvezza della gioventù, “questa porzione la più delicata e la
più preziosa dell’umana società”, lo Spirito Santo suscitò, con l’intervento di Maria, San Giovanni Bosco.
Formò in lui un cuore di padre e di maestro, capace di una dedizione totale: “ Ho promesso a Dio che
fino all’ultimo respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani”. Per prolungare nel tempo la sua
missione lo guidò a dar vita a varie forze apostoliche, prima fra tutte la nostra Società. La Chiesa ha
riconosciuto in questo l’azione di Dio, soprattutto approvando le Costituzione e proclamando santo il
Fondatore. Da questa presenza attiva dello Spirito attingiamo l’energia per la nostra fedeltà e il sostegno
della nostra speranza”.
Don Bosco educatore
L’EDUCATORE
Don Bosco fu un grande educatore dei giovani. Questo apostolato non era nuovo nella
Chiesa, già altri santi prima di lui si sono dedicati ai giovani per educarli a Cristo e per farne onesti e
laboriosi cittadini. Don Bosco si segnalò su tutti, perché fece dell’ambiente educativo un ambiente
familiare, dove i giovani trovavano le stesse cure, la stessa assistenza, che avevano nelle famiglie cristiane.
Amava quanto i giovani amavano e guadagnava così il loro cuore. Viveva con loro con intima
familiarità, partecipava ai loro giochi e alle loro iniziative, ne conosceva l’indole, le aspirazioni, le
particolari tendenze e poteva più facilmente indirizzarli al bene. Tenne alto il concetto della dignità del
giovane.
Non fu un teorico o uno studioso di pedagogia, non ha scritto su di essa trattati. Egli ha però
studiato l’animo dei giovani con amore e intelligenza, ha conosciuto la vera scienza dell’educazione, ha
lasciato un metodo, che ha adottato con successi duraturi, e pensieri preziosi e significativi nella loro
semplicità, che equivalgono a un vero trattato. Il vero libro della sua arte educativa è il libro della sua
vita vissuta, le cui pagine svolgeva ogni giorno a contatto con i ragazzi, nella chiesa, nella scuola, nel
cortile, nel teatrino, nelle passeggiate.
Con la sua pedagogia fatta di amore, di studio, di osservazione, di pazienza, che sgorgava
spontanea dalle pagine del Vangelo, educò saggiamente moltitudini di ragazzi.
Sorgente ispiratrice e norma pratica del suo metodo educativo fu l’amore. Dedicatosi
all’apostolato tra la gioventù, prendeva queste risoluzioni: “ E’ cosa assai importante e utile per la gioventù
fare in modo che mai un ragazzo parta malcontento da noi. Al contrario si lasci sempre qualche regalo,
con qualche promessa e con qualche parola, che lo animi a venirci volentieri a trovare in confessione.
Mantenere costantemente le promesse fatte ai fanciulli. O almeno dare qualche ragione perché non
furono adempiute. Per correggere con frutto, non far rimproveri in presenza
di altri. Cerca di farti amare, poi ti farai obbedire con tutta facilità”.
Don Bosco voleva che nelle opere salesiane tutti fossero un cuor solo e un’anima sola e ci fosse
un ambiente di famiglia e dava la massima : “Amare sinceramente i fanciulli e farsi amare”. Diceva
che quando un giovane si convince che gli educatori lo amano e che le loro sollecitudini sono dirette
esclusivamente al suo vantaggio spirituale e temporale, corrisponde con amore e fa anche quanto gli verrà
richiesto. In un clima simile anche i giovani più difficili, diffidenti, meno buoni, attirati dalla bontà
dell’educatore, che s’interessa di essi, si mostra amico, li lascia parlare molto, e parla volentieri con loro,
pian piano si lasciano conquistare. Il male infatti si vince col bene.
Il Santo diceva ai suoi figli: “Ricordatevi bene che i ragazzi mancano più per vivacità che per
malizia; più per non essere assistiti, che per cattiveria. Bisogna trovarsi tra loro, prender parte ai loro
giochi, assisterli attentamente senza l’aria di farlo, metterli insomma nell’impossibilità morale di
peccare”. E come insegnava operava, praticava una continua vigilanza ispirata all’amore e alla soavità.
Dice il suo biografo che, quanto notava certi capannelli dove poteva dubitare che si facessero
mormorazioni o discorsi men che convenienti, trovava mille maniere per distrarre i ragazzi o per
impegnarli in qualche attività. Assisteva sempre i suoi ragazzi, senza averne l’aria e senza che i giovani
se ne accorgessero. ( Vedi: Salotti- opera indicata )
DON BOSCO UOMO DI AZIONE
Don Bosco era essenzialmente un uomo di azione, che non ha elaborato, forse perché
gliene è mancato il tempo. una trattazione organica e completa del suo pensiero pedagogico e non ha mai
espresso in forma pienamente sistematica la propria pedagogia educativa. Ha però dimostrato interesse
per problematiche pedagogiche e ne ha fatto cenno in alcuni suoi scritti, come “Le memorie
dell’Oratorio di S. Francesco di Sales” scritte tra il 1873 e il 1879, “Il sistema preventivo
nell’educazione della gioventù” del 1877, e vari altri libri, come “Il giovane provveduto”, le Biografie di
D. Savio, di Besucco Francesco, di Michele Magone, la “Storia sacra”, la “Storia della Chiesa”, la
“Storia d’Italia”, ecc..
ATTENTO AL MUTARE DEI TEMPI
Le idee educative di Don Bosco sono molto vicine alla comune mentalità e al buon senso
pedagogico del suo tempo. Egli era un profondo conoscitore del mondo in cui viveva e attento al mutare
dei tempi, ai bisogni del momento storico cercò di darvi una risposta valida ed efficace. Egli diceva:
“bisogna conoscere e adattarci ai nostri tempi” e questo esigenza è diventata tradizionale tra i salesiani
che affermano di voler stare “con Don Bosco e con i tempi”.
Cresciuto e formato in un ambiente contadino, rurale, tradizionalista, ha svolto la sua attività nell’
ambiente urbano di Torino, che assumeva sempre più le caratteristiche di un centro industriale e finanziario
e si preparava a diventare il centro propulsivo dell’unità nazionale. Durante la sua vita ha dovuto fare i
conti con lo sviluppo del liberalismo, con i problemi suscitati dall’unità nazionale, con la fine dello
stato pontificio, col fenomeno dell’anticlericalismo e dell’opposizione cattolica, con le questioni
meridionale e sociale, con l’espansione europea nel mondo e con il colonialismo di fine ottocento, e con
le idee che si diffondevano dell’illuminismo, del romanticismo, dell’idealismo, del positivismo,
dell’evoluzionismo materialista.
Gli storici dicono che dal punto di vista ideologico Don Bosco era un “conservatore illuminato” .
E forse la sua passione educativa gli fece superare i limiti ideologici e le irrisolutezze ideali; i giovani e i
loro problemi lo hanno portato là dove neppure lui prevedeva e certamente dove per solo suo conto non
sarebbe forse mai andato. (Vedi: Carlo Nanni- opera indicata )
ATTENTO AI BISOGNI DEI GIOVANI
Di continuo invitava i suoi collaboratori a sacrificarsi per i giovani,e ai direttori delle opere
salesiane diceva: “vedi di farti amare”, d’altra parte, nella “Lettera da Roma “ del 1884, ammoniva tutti che
non bastava amare i giovani, voler loro bene: “ non solo siano amati, ma che conoscano di essere amati”.
Ed ancor prima stimolava i suoi collaboratori a conoscerli individualmente, a seguirli passo passo, ad
essere solidali con i loro interessi vitali, a mettersi in consonanza con i loro bisogni e le loro
intenzionalità, a rapportarsi con il contesto storico in cui essi si trovavano, a crescere e si sviluppava la
loro personalità. In termini attuali potremmo dire che l’amicizia e il dialogo educativo, che nulla toglie alla
disparità relazionale ed esperienziale tra giovani ed educatori, fu la modalità costante dell’azione educativa
di Don Bosco; e ad essa spinse i suoi salesiani, che in ciò mostrano ancora oggi il meglio della loro
tradizione educativa. ( Carlo Nanni : opera indicata )
PREOCCUPAZIONE PREVENTIVA
L’azione di Don Bosco si collega con la tradizione caritativa cristiana dell’età moderna, che ha
trovato una via regia nell’azione educativa della gioventù, in particolar modo in favore dei giovani e delle
giovani delle classi popolari. Nel clima del Concilio di Trento e nei secoli successivi sorsero molte
Congregazioni religiose maschili e femminili che prendevano l’educazione come fine primario del loro
esistere e la improntavano ai principi evangelici dell’amore e della misericordia.
L’idea di prevenzione come strategia alternativa ai modi assolutistici, autoritari e repressivi era
divenuta comune fin dalla fine del 1700. Don Bosco si colloca a questo filone che, come egli ebbe a
scrivere nella sua storia Sacra intendeva “illuminare la mente per rendere buono il cuore”. Don Bosco ha
dato un’anima all’insieme di idee sulla prevenzione. ( Vedi: Carlo Nanni- opera indicata )
“SISTEMA PREVENTIVO”
Don Bosco “non ha inventato il sistema preventivo ma l’ha riplasmato, innovato, arricchito.
Ha modificato anche il modo di essere e di operare degli operatori, singoli e in comunità e del loro
convivere tra i i giovani e in comunità. Ne è nato un particolare stile di incontro con l’età giovanile, che a
un certo punto Don Bosco ha creduto di poter tradurre in formule e in strutture concettuali che ha chiamato
“sistema” pratico-operativo più che teoria. Il fine era formare” onesti cittadini e buoni cristiani”, ma esso
doveva raggiungersi con novità e genialità di modalità e di percorsi anche nell’uso dei mezzi
tradizionali, religiosi e profani. Più che nelle parole dette o scritte esso si era forgiato e continuava ad
esserlo nell’esperienza vissuta delle istituzioni da lui volute, maschili e femminili. Trasformando i rapporti
con i giovani il “sistema” riplasmava anche tutte le relazioni con i benefattori delle istituzioni giovanili, i
cooperatori, le autorità civili e religiose e , in genere, tutto il mondo delle relazioni interpersonali all’interno
e all’esterno degli spazi assistenziali e pedagogici. Esso finiva col definire anche un nuovo stile di
convivere e di interagire sociale in tutte le sue forme.
La scarsa sistematicità, naturalmente dava origine alle più svariate traduzioni e valutazioni
secondo le differenti età e categorie di giovani, le relative istituzioni, spazi geografici e culture. Per questo
esso è stato e continua ad essere oggetto di continue letture teoriche e pratiche, che attingono alla
freschezza e ricchezza delle origini e lo trovano del tutto disponibile al mutare dei tempi e dei contesti.
Determinante vi è il ruolo dell’educatore, che sa veramente amare. Il giovane entra nel ciclo:
riceve amore forte e disinteressato, si sente amato; si apre a sua volta e vi risponde. Raymond Buyse parla
dell’opera di Don Bosco quale risposta ai bisogni del fanciullo e della società contemporanea,
individuando nel sistema preventivo di Don Bosco, sintesi di buon senso e di saggezza, le migliori
acquisizioni della pedagogia moderna: le relazioni affettive tra l’educatore, padre, fratello, amico, e
l’alunno, l’ambiente attivo e lieto, il valore della libertà, dell’azione, del lavoro, della gioia, l’educazione
integrale rappresentata dal trinomio: “ragione, religione, cordialità” o “ studio, preghiera, attività
comuni”.
Asistematico e pratico di illimitate potenzialità, l’esperienza pedagogica del sistema preventivo
proposta da Don Bosco offre sicuri criteri di metodo per la permanente innovazione, di cui è stato scritto
autorevolmente in anni recenti a proposito di “nuova evangelizzazione”, “nuova educazione”, “nuovo
sistema preventivo”, Esso è realmente un “sistema aperto”. ( P. Braido : opera indicata )
IDEE FORZA
Nel corso della pratica educativa e degli anni si fecero sempre più chiare in Don Bosco e nei suoi
collaboratori alcune idee-forza, che in estrema sintesi si possono così elencare:
1) l'azione di Don Bosco si radica in una scelta personale di fondo proiettata ad operare per il
bene, nel senso più vasto del termine; e che in lui, come cristiano e prete, si esprimeva in una viva
sollecitudine pastorale, che lo portava a ricercare in particolare il bene spirituale dei giovani («Da mihi
animas»): ciò che in una espressione sintetica potremmo dire il «primato della carità operativa». Questa
carità operativa ha d'altra parte trovato la sua forma nell'educazione e nella preoccupazione per la
condizione e i problemi vitali dei giovani con cui si è venuto ad incontrare;
2) una profonda fede nella benignità e nella paternità misericordiosa di Dio, che fu tra le ragioni
per cui volle san Francesco di Sales quale esempio per i suoi collaboratori e quale protettore della sua
Congregazione di preti e laici votati all'educazione dei giovani, specie quelli delle classi popolari, poveri,
abbandonati, pericolanti;
3) una profonda convinzione circa la grandezza e la fragilità del ragazzo e la sua dignità di
figlio di Dio. Le Memorie Biografiche (una raccolta di documenti della vita e delle opere di Don Bosco in
20 volumi in edizione non-commerciale) al volume V, p. 367, riportano la convinzione di Don Bosco
secondo cui «in ogni giovane anche il più disgraziato avvi un punto accessibile al bene e dovere primo
dell'educatore è cercar questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto». Egli, inoltre,
radica la sua azione educativa sulla fiduciosa speranza della presenza provvidenziale di Dio nel mondo,
che gli faceva ripetere ai suoi collaboratori il «niente ti turbi» che fu di Gesù, di san Paolo, di santa Teresa
d'Avila, di san Francesco di Sales;
4) uno stile di intervento nei confronti dei giovani improntato a ragionevolezza, ad amorevolezza e
alle motivazioni profonde che discendono da una visione religiosa della vita, come afferma ne II sistema
preventivo nell'educazione della gioventù:
«Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la
religione e sopra l'amorevolezza»;
5) una struttura educativa di base, fondata su una presenza attiva ed amichevole che doveva
favorire l'iniziativa, invitare a crescere nel bene e che incoraggiava a liberarsi da ogni schiavitù, affinché il
male non superasse e vincesse le forze migliori degli individui e del gruppo («assistenza e preventività»);
ed esemplata sulla struttura, le dinamiche, le funzioni e lo spirito di famiglia, in modo tale che ci si sentisse
«a casa propria»;
6) fin dagli inizi la sua opera era finalizzata a formare «buoni cristiani ed onesti cittadini», che si
«guadagnassero il pane con il proprio lavoro». È da dire tuttavia che negli ultimi anni, in relazione ai tempi
e ad una visuale più universalistica della sua opera (che ormai aveva travalicato il Regno di Sardegna e lo
stesso Regno d'Italia per aprirsi all'Europa, alle Americhe, al mondo) anche il quadro di riferimento
finalistico si allargò, nella linea di un progetto-uomo (che coniugava insieme lavoro, religione, virtù) con
un più vasto progetto-società (che ricercava pietà, moralità, cultura, civiltà). ( Carlo Nanni : opera
indicata )
DISPOSITIVI PEDAGOGICI
A queste idee-forza Don Bosco ha dato anche un «corpo», cioè consistenza istituzionale,
procedurale, giuridica, storica. In questo senso l'Oratorio di Valdocco, come dicono le Costituzioni
rinnovate dei Salesiani all'art. 40, fu per i giovani «casa che accoglie, parrocchia che evangelizza, scuola
che avvia alla vita e cortile per incontrarsi con gli amici e vivere in allegria». Per tal motivo
l'esperienza dell'Oratorio di Don Bosco rimane per i salesiani criterio permanente di discernimento e di
rinnovamento di ogni attività e opera.
Volendo, si potrebbe fare un elenco più circostanziato dei «dispositivi», messi in atto da Don
Bosco, nella sua ricerca di un appropriato «armamentario» pedagogico. Si va dall'organizzazione
dell'ambiente, alla regolamentazione della vita comunitaria, di gruppo, di massa; all'insieme delle
attività ricreative, ludiche, fisiche, culturali, religiose; alla scansione dei tempi di festa e della
quotidianità giornaliera, settimanale, periodica,
annuale; al vivo senso di coinvolgimento di
corresponsabilità, di partecipazione di tutti ed ognuno alla vita del centro educativo; all'uso ricorrente di
momenti rituali e di momenti di spontaneità e di svago; al ricorso a forme di comunicazione di massa o
indiretta e a forme di comunicazione interpersonale, diretta, intima (fino alla famosa «parolina
all'orecchio»), ecc. Si pensi a certune forme tipiche: come la banda, il teatro, le passeggiate annuali, la
festa delle castagne, dell'Immacolata (soprattutto per i collegiali), di san Giuseppe (soprattutto per gli
artigiani), di Maria Ausiliatrice (di maggiore respiro pubblico)... Evidentemente tale armamentario risente
del tempo. Ne rimane però il senso della ricerca e della individuazione educativa concreta. ( Carlo Nanni:
opera indicata )
L’EDUCAZIONE OPERA COMUNE
Nella esperienza pedagogica di Don Bosco il sistema preventivo, così come le sue iniziative
educative, sono in effetti qualcosa di sommamente personale, ma insieme «opera comune», frutto della
riflessione personale e dell'interazione con i giovani, i salesiani, i cooperatori, i simpatizzanti, le figlie di
Maria Ausiliatrice e tutti gli altri che, con genialità e flessibilità, associò via via, con il tempo, alla sua
opera o che cercò in vario modo di coinvolgere in essa. In ciò Don Bosco è andato oltre le stesse
limitazioni ideologiche, politiche, sue e degli altri, in vista di quel fine supremo della sua vita, che fu
l'educazione della gioventù. ( Carlo Nanni : opera indicata )
Bibliografia
C. Salotti
C. Nanni
P. Braido
Il Santo Giovanni Bosco
Il sistema preventivo di D. Bosco
D. Bosco nel secolo delle libertà
( pagine 518-521)
( II° .pagina 674 )
( pagine 7-17 )
Sei 1955
Ldc 2003
Las 2002
Il sistema preventivo
Il termine “preventivo” Don Bosco iniziò ad usarlo nel 1877, quando ad un fascicolo da lui
scritto per l’inaugurazione della sua opera di Nizza Marittima, mise in appendice alcune note dirette ai
benefattori del luogo che lo avevano interrogato sullo stile pedagogico che avrebbe usato nella nuova opera.
In quelle note Don Bosco si esprimeva così : «Più volte fui richiesto di esprimere verbalmente o per
iscritto alcuni pensieri intorno al così detto sistema preventivo, che si suole usare nelle nostre case. Per
mancanza di tempo non ho potuto finora appagare questo desiderio, e presentemente volendo stampar il
regolamento che finora si è quasi sempre usato tradizionalmente, credo opportuno darne qui un cenno che
però sarà come l'indice di un'operetta che vo preparando se Dio mi darà tanto di vita da poterlo terminare, e
ciò unicamente per giovare alla difficile arte della giovanile educazione. [...] Il sistema Preventivo [...]
consiste nel far conoscere le prescrizioni e i regolamenti di un Istituto e poi sorvegliare in guisa che gli
allievi abbiano sempre sopra di loro l'occhio vigile del Direttore o degli assistenti, che come padri amorosi
parlino, servano di guida ad ogni evento, diano consigli ed amorevolmente correggano, che è quanto dire:
mettere gli allievi nella impossibilità di commettere mancanze. Questo sistema si appoggia tutto sopra la
ragione, la religione, e sopra l'amorevolezza; perciò esclude ogni castigo violento e cerca di tenere
lontano gli stessi leggeri castighi». (II Sistema Preventivo nella educazione della gioventù: 1877)
Le poche pagine, che Don Bosco qualificò come “alcuni pensieri”, e hanno per titolo “Il sistema
preventivo”, non danno solo indicazioni di “prevenzione”, ma di tutto lo stile educativo di Don Bosco,
caratterizzato anche da vari altri elementi, come per esempio, “la ragione, la religione, l’amorevolezza”.
Concentrare il sistema del Santo sulla sola “prevenzione” fa correre il rischio di interpretare
erroneamente il suo pensiero.
UN “SISTEMA”
E’ doveroso restituire alla sua vera dimensione il “sistema” educativo di don Bosco. Diverse
nozioni sull'educazione religiosa sparse nelle sue proposte o rilevabili nei suoi comportamenti si innestano
naturalmente sui dati del suo trattatello del 1877. Pare legittimo schematizzare in una visione globale
questo «sistema preventivo», divenuto sistema salesiano.
Prima di tutto, si tratta di un «sistema», cioè di un insieme di elementi correlati, dove la
modifica di un elemento si ripercuote su tutti gli altri. La preventività salesiana agisce a sistema, vale a dire
si regge e si collega a tutti e ai singoli gli aspetti che la caratterizzano.
PREVENIRE NON REPRIMERE
Il sistema è detto «preventivo», in opposizione a «repressivo». Piuttosto che reprimere le
esperienze destrutturanti, l'educatore tenta di prevenirle e di sviluppare al meglio le virtualità
dell'educando.
Alcuni educatori e pedagogisti hanno sospettato che il sistema preventivo fosse un grosso
imbroglio educativo. Con l'intenzione di «mettere il ragazzo nella morale impossibilità di commettere
peccato», si sarebbe contrabbandata una pesante forma di autoritarismo educativo che avrebbe impedito
qualsiasi crescita libera e responsabile. Il sistema preventivo avrebbe al massimo fabbricato persone
obbedienti, passive o semplicemente esecutive.
Oggi la tutela e la difesa dei giovani dalla droga sembra rialzare le quotazioni della preventività.
Peraltro, di fronte ai fatti di violenza e di criminalità perpetrati da giovani nei confronti di genitori, amici o
amiche, di anziani e disabili, di stranieri o di persone comuni, molti invocano pesanti misure repressive.
Al contempo, si muovono forti accuse al permissivismo dei genitori e degli insegnanti, alle pratiche
educative delle nuove generazioni di genitori cresciuti negli anni della contestazione giovanile,
femminilistica e quelli trascinati dalle logiche perverse del consumismo e della ricerca sfrenata del
benessere.
Per dirla in termini tradizionali, si sono denunciati il rilassamento dei costumi, il relativismo dei
valori, la paura dei genitori di dire «no» ai figli perché non avessero a soffrire quello che loro avevano
dovuto soffrire con i loro genitori, lasciandoli, invece, crescere nella bambagia, abituandoli ad avere
«tutto e subito», senza preparazione alcuna di fronte alla complessità dell'esistenza, alla diversità delle
concezioni di vita, alle contrarietà degli avvenimenti.
Il sistema preventivo salesiano ha qualcosa da dire in vista del superamento sia del
permissivismo sia dell'autoritarismo.
FONDAMENTO
Il fondamento del sistema è la carità. L'amore di Dio, Creatore e Padre, di cui l'educatore
dovrebbe essere strumento, attraversa tutto il sistema. «La pratica di questo sistema — scriveva don
Bosco - è tutta appoggiata sopra le parole di S. Paolo che dice: “Charitas benigna est, patiens est; omnia
suffert, omnia sperai, omnia sustinet”. (La carità è benigna, è paziente la carità; tutto soffre, tutto spera,
tutto sopporta. La sua dinamica interna tende a far vivere al seguito di Gesù nell'amore di Dio.
FINALITA
Don Bosco intendeva formare buoni cristiani e onesti cittadini. Per l'educando si tratta di esser
abilitato a occupare in modo responsabile il proprio posto nella vita sociale (essere un «onesto cittadino»)
e a divenire «santo» mediante l'amicizia con Gesù (essere un «buon cristiano», secondo l'accezione oggi
prevalente del termine «santità»).
RAGIONE - RELIGIONE – AMOREVOLEZZA
Don Bosco, faceva poggiare tutto il suo edifìcio educativo sulla triade: ragione, religione e
amorevolezza, tre termini da comprendere correttamente.
La «ragione» voleva dire, per lui, il rifiuto dell'autoritarismo e di una malsana seduzione.
L'educatore fa sistematicamente appello alla capacità di discernimento del suo interlocutore.
Per «religione», don Bosco intendeva l'insegnamento religioso cristiano e la pratica dei
sacramenti della penitenza e dell'eucaristia. In ambiente non cristiano, il ricorso alla «religione»
richiesto dal sistema preventivo si tradurrà legittimamente nel tener conto delle questioni metafisiche degli
educandi e dell'eventuale loro cammino diretto ad accogliere la buona novella del cristianesimo.
Quanto all'«amorevolezza», essa è la bontà affettuosa, grazie alla quale il giovane si sente
amato. Il palese affetto dell'educatore secondo don Bosco era necessariamente regolato dalla virtù della
castità. D'altronde, l'amorevolezza dell'educatore corregge l'aggressività, perché l'assistenza, secondo don
Bosco, è imbevuta di dolcezza. L'assistente «salesiano» ha come modello il «dolce» san Francesco di
Sales, diceva e ripeteva don Bosco.
Seguendo le indicazioni di Don Bosco, la preventività salesiana si poggia sulla ragionevolezza,
vale a dire sulla ricerca delle buone ragioni, dei motivi, della saggezza e della ponderatezza umana, della
giusta considerazione da dare alle forze e alle possibilità di ognuno. Non agisce in modo indiscriminato,
omologato, indifferenziato. Tiene sempre di fronte le persone concrete con il loro nome e cognome, con il
loro momento vitale, con i loro ritmi esistenziali.
Ma si fonda pure su qualcosa che vale: a cominciare dal quel concentramento di valore che è
ciascuna persona, soggetto della propria crescita e luogo concreto di dignità e di umanità, creatura e
persona. La fede ci dice che per ciascuno «nominativamente» Dio si è mosso a crearci. Gesù è morto in
croce, lo Spirito Santo ci ammaestra e ci sostiene dal più profondo della interiorità (come diceva
sant'Agostino). La preventività salesiana vede in quelli che il Concilio ha invitato a considerare «segni dei
tempi» delle risorse educative contestuali, preziose per l'educazione di individui, gruppi, comunità, nel
concreto della loro collocazione in una cultura, in un territorio, nei processi storici in atto. In tal senso Don
Bosco parlava di «religione». Su questa base di valore, la preventività salesiana pone come fine generale
dell'educazione il binomio «buoni cristiani e onesti cittadini». Oggi esso è, indubbiamente, da ripensare e
reinterpretare alla luce della complessità, del pluralismo, della multiculturalità e multi-confessionalità, che
pervadono l'esistenza contemporanea.
A sua volta, nel sistema preventivo, ragione e religione, valori e fini, si coniugano con
l'amorevolezza, con quell'intelletto d'amore educativo che vuole bene ai ragazzi e ai giovani con cui
cerca di entrare
in relazione educativa, non schivando le difficoltà e le differenze generazionali,
temperamentali, personali; che vuole il bene loro; e che lo vuole bene, cioè cercando di armonizzare
impulsi, sentimenti, prudenza, carità, ma anche coraggio, efficienza, impegno ed iniziativa. Come scrive
nell'introduzione a “II giovane provveduto”, Don Bosco confessava: «Basta che siate giovani, perché io vi
ami assai».
CAMMINO DI SANTITA
Qualunque sia la sua situazione nel mondo (sia egli religioso o laico, celibe o sposato), il discepolo
di don Bosco può trovare nella pratica del sistema preventivo un «cammino di santità». Infatti, il sistema
preventivo che uno si guarderà bene dal rinchiudere nelle poche pagine del 1877, è lo stile della persona
stessa di don Bosco, ossia un insieme organico di atteggiamenti, convinzioni, atti, mezzi, interventi,
metodi e strutture che, progressivamente, hanno creato una maniera caratteristica di essere e di agire, tanto
personale che comunitaria. E’ centrato sulla persona sia dell'educatore che dell'educando e attento alle
loro situazioni particolari. Confidando nell'intelligenza e nella buona volontà innate del soggetto umano,
ha di mira la sua piena promozione.
Il «prevenire» della formula consisterà nel far crescere, in modo intelligente, i germi di bene
presenti nella persona e nella comunità, e congiuntamente, nel far loro evitare le deformanti esperienze del
male. Questo sistema, che vede nell’amorevolezza uno dei suoi principi, è fondato sulla carità, che cerca di
sviluppare tanto nell'educatore che nell'educando. Non si accontenta di pensieri sublimi. Ritiene necessario
tradurre in atti, gli insegnamenti della religione e della scuola. Il sistema preventivo vissuto da don Bosco
nei suoi rapporti con i giovani e con i suoi fratelli e anche nel mondo che frequentava, ha fatto di lui un
santo. In un contesto cristiano, un tale sistema avvicina effettivamente al bene e, di conseguenza, a Cristo
e al Dio di bontà, tanto l'educatore che lo applica quanto l'educando che ne beneficia. Il sistema preventivo
può ben essere un cammino di santificazione ed anche di santità.
PUNTO ACCESSIBILE AL BENE
Le Costituzioni dei Salesiani, all'articolo 20, affermano che «Don Bosco visse nell'incontro con i
giovani del primo oratorio un'esperienza spirituale educativa che chiamò sistema preventivo. Era per lui un
amore che si dona gratuitamente, attingendo alla Carità di Dio che previene ogni creatura con la sua
Provvidenza, l'accompagna con la sua presenza e la salva donando la vita». Se si vuole che il sistema
preventivo possa dare buoni frutti educativi oggi, sarà certamente da guadagnare anzitutto questo
orizzonte religioso di senso. Peraltro, c'è anche da far capo ad una forte idealità educativa.
Ma, alla fin fine, ci sarà da fare - con coraggio - una scelta di campo: il sistema preventivo gioca
tutte le sue carte sul positivo, sulle risorse e le potenzialità di vita e di bene che ciascuno di noi ha come
dotazione nativa e come dono ricevuto dalla vita familiare e dal contesto sociale ed ecclesiale di
appartenenza. Per Don Bosco «nel ragazzo anche il più disgraziato c'è un punto accessibile al bene»: il
sistema preventivo gioca tutte le sue carte educative a partire da quel «punto», per quanto minimale o
disagiato o rovinato esso possa essere. Di più: oltre che punto di partenza, ne fa il punto di forza per
suscitare la volontà di bene, per stimolare verso forme di autorealizzazione positive, autentiche,
umanamente degne per sé per gli altri e per il mondo, in modo - come diceva il fondatore dello scoutismo
Baden Powell – da «lasciare il mondo un po' meglio di come lo si è trovato»: riconoscendo, apprezzando,
stimolando ad andare oltre, ad essere e fare di più.
PRESENZA DELL’EDUCATORE
In questo sistema è essenziale un tipo di presenza dell'educatore in rapporto all'educando, che è
un'«assistenza» amichevole, arricchente e benefica, e non già una «sorveglianza» più o meno oppressiva.
L'assistente, secondo don Bosco, è fisicamente e spiritualmente vicino all'educando: gli parla, si interessa
delle sue gioie e delle sue pene, si mostra capace di lavorare e anche di giocare con lui. «Il sistema
preventivo - assicurava don Bosco rende amico l'allievo, che nell'assistente ravvisa un benefattore che lo
avvisa, vuoi farlo buono».
FIDUCIA E REGOLAMENTI
E poi, l'universo dell'educazione, per quanto piccolo possa essere, è retto da leggi. L'educando
deve conoscere il regolamento della sua istituzione, diceva don Bosco, pur potendo dialogare sulla sua
applicazione. Uno ne dedurrà che, nel sistema preventivo, lo spazio educativo è retto dalla fiducia e
insieme dalla legge, che è passata, come si dirà subito, attraverso il vaglio di un discernimento razionale.
IL PREVIO, IL PREPARATO, IL PROGETTATO
Preventivo è sinonimo pure di «previo», di «preparato», di «predisposto», di creazione delle
condizioni positive per il conseguimento di un traguardo efficace e soddisfacente umanamente. Con tutta la
circospezione possibile, per non essere rigidi e inquadrare tutto e tutti in schemi prefissati, certamente, sa di
scontato pensare che le cose preparate riescono meglio. L'attenzione alle strutture, ai supporti, alle
buone condizioni di esercizio, ad un ambiente accogliente e favorevole, stare insieme ed essere presenti a
quello che fanno i giovani e dove essi sono, cercare di costruire una «piattaforma» di comunicazione:
sono alcune piste «preventive» a cui dedicare tempo, fatica... denaro!
C'è ancora da dire che preventivo è anche sinonimo di «prospettato», di «progettato». Non basta
vedere il bene ed accoglierlo: c'è da impegnarsi a cercare di vedere come attuarlo; c'è da ricercare,
insieme, strategie, tempi, alleanze, modalità attuative per renderlo concreto e coglierne i buoni frutti. In
questa linea acquista tutto il suo sapore educativo la ricerca e la costruzione di «progetti educativi»,
realizzati insieme con i giovani, in comunità educative, nell'interazione con il territorio e con la Chiesa
locale.
NUOVO SISTEMA PREVENTIVO
Di per sé, il sistema preventivo di don Bosco non aveva bisogno di ritocchi. Ma nel tempo non è
andato esente da «cadute di stile». Qualche mese prima di morire, il Rettor Maggiore don Egidio Viganò
si credette autorizzato a predicare un «nuovo sistema preventivo». Ciò facendo, non pretendeva certo
inventare un altro sistema, ma rinnovare il sistema di don Bosco. «Credo di essere il primo che usa
l'espressione "il nuovo Sistema Preventivo". Io non l'ho mai sentito da altri. Mi rallegro di questo primato,
che metto in consonanza con "nuova evangelizzazione" e "nuova educazione": la novità di valori
permanenti». In modo significativo egli presentava questo «nuovo sistema» nel corso di un elogio della
libertà evangelica. La strenna spirituale che commentava, diceva: «Chiamati alla libertà (Gal 5, 13)
riscopriamo il Sistema Preventivo educando i giovani ai valori»
Il sistema preventivo forma (o dovrebbe formare) persone veramente libere. I suoi discepoli a
volte forse l'avevano dimenticato. Il Rettor Maggiore deplorava in loro un certo misconoscimento del
risvolto positivo dell’assistenza nell'educazione. «Dobbiamo cambiare il concetto di "assistenza" che è
più importante di prima», rimarcava, rileggendo la lettera di Giovanni Paolo II “Iuvenum Patris” del 1988.
Nel suo intimo, riteneva evidente che fermarsi al versante negativo dell'assistenza: «mettere l'educando
nell'impossibilità di fare il male», era del tutto insoddisfacente.
La sua strenna spirituale diceva loro: «Riscopriamo il Sistema Preventivo educando i giovani ai
valori». Che cosa vuoi dire? — si domandava. Vuol dire forgiare convinzioni nella coscienza dei giovani
al fine di aiutarli a superare il pensiero debole, l'incostanza, l'imborghesimento, l'edonismo, ecc., che
contrassegnano la cultura in cui vivono. Questi valori sono la bontà, l'onestà, il coraggio, la generosità, il
rispetto e il dono di sé. Li trovano nel servizio, nella solidarietà, nel volontariato, nell'ambito della
famiglia o del loro gruppo. La nobiltà e la bellezza di questi valori li rendono attraenti. Farli sperimentare
è più efficace che esporli in conferenze. Gli educandi si premuniscono in questo modo dalle ideologie
perniciose, comprendono meglio la necessità di una condotta retta e imparano a vincere i loro
comportamenti individualistici e a liberarsi dall'indifferenza nella vita sociale.
Il nuovo sistema preventivo possiede l'arte di far crescere i giovani a partire dall'«interno»,
facendo leva sulla loro libertà personale, conquistandone i cuori e invogliandoli con gioia verso il bene,
preparandoli al domani attraverso una solida formazione del carattere. Ovviamente, questo messaggio
pedagogico suppone nell'educatore la convinzione che in ogni giovane, per quanto emarginato o
deviato, ci sono energie di bene che, opportunamente stimolate, possono determinare la scelta della fede e
dell'onestà e farle preferire all'indifferenza e alla disonestà.
Oggi e sempre il sistema preventivo chiede inventività e creatività per aggiornarlo ed adeguarlo
ai tempi, ai luoghi, alla cultura, alle situazioni concrete. Si affida agli educatori, come singoli, come gruppi,
come comunità e come movimenti educativi: c'è da sognarlo, progettarlo, concretizzarlo: con il senso
della misura e del limite (perché nessuno è perfetto e perché «l'ottimo» può risultare «nemico del bene»). II
sistema preventivo richiede riflessione, studio, preparazione, competenza, ascesi, senso comunitario,
discussione, abbandono del proprio narcisismo (ricercando l'oggettivo, il fine che si pone per tutti come
orizzonte di valore, nella consapevolezza che le cose che valgono costano... e valgono la pena!).
Per ogni educatore che vuole realizzare il sistema preventivo c'è da far proprio quanto diceva Don
Bosco di sé: «Io per voi studio, per voi lavoro, per voi sono disposto anche a dare la vita», come viene
ricordato da don Ruffino, un giovane cronachista dell'Oratorio (1840-1865). Ma, giorno per giorno, c'è da
ricercare anche quello che Gesù diceva nei confronti dei suoi discepoli: «Per loro santifico me stesso» (Gv
17,19). Il sistema preventivo passa anche attraverso la preghiera per i giovani: per tutti e per ciascuno, a
cominciare da quelli con cui concretamente si ha a che fare e per cui si è effettivo segno della Provvidenza
divina!
Bibliografia:
F. Desramaut Spiritualità salesiana ( p. 572 ss )
C. Nanni
Il sistema preventivo di Don Bosco ( p.19 ss)
Las - 2001
Ldc - 2003
La ragione
nel sistema preventivo
LA RAGIONE NELLE RELAZIONI UMANE
Nelle relazioni umane con gli adulti come con i ragazzi, don Bosco e i suoi hanno fatto appello
alla «ragione». La «ragione» fu uno dei tre pilastri del «sistema preventivo» di Don Bosco . «Questo
sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religione, e sopra l'amorevolezza», scrisse don Bosco nel suo
trattato sul sistema preventivo nell'educazione. Tuttavia, il termine «ragione» impiegato qui, ricco di
armoniche per noi, è di per sé poco comodo quando si tratta di interpretarlo.
Secondo un primo approccio, la «ragione» che don Bosco raccomandava, equivaleva a
«ragionevole», caratteristica propria della persona creata ad immagine di Dio. Nelle relazioni umane,
soprattutto in quelle educative, il discepolo di don Bosco fedele alle sue origini fa appello alla «coscienza»
degli agenti, alla sua e a quella di colui o di coloro a cui si rivolge. «In don Bosco la ragione appare come
un fondamentale mezzo educativo in quanto l'uso della ragione, la ragionevolezza dei discorsi, il metodo
della persuasione devono avere la meglio sull'imposizione violenta, sull'accettazione indiscussa, sulla
obbedienza cieca».
I commentatori si sono impadroniti della parola e così, a loro modo, hanno arricchito a volte la
spiritualità salesiana. Ascoltiamo il più autorevole tra loro, Giovanni Paolo II che, nella sua lettera
luvenum Patris per il centenario della morte di don Bosco, così scriveva: «II termine "ragione" sottolinea,
secondo l'autentica visione dell'umanesimo cristiano, il valore della persona, della coscienza, della natura
umana, della cultura, del mondo del lavoro, del vivere sociale, ossia di quel vasto quadro di valori che è
come il necessario corredo dell'uomo nella sua vita familiare, civile e politica». Sulla lingua di don Bosco,
la parola «ragione» evoca direttamente la ragionevolezza, cioè quello spazio di comprensione, di dialogo e
di pazienza inalterabile, che è necessario all'esercizio poco comodo della razionalità nei rapporti sociali.
Ogni discepolo di Cristo dovrebbe credere nell'uomo. Nell'enciclica Redemptor hominis, il Papa
aveva ricordato che «Gesù è la via principale della Chiesa e che questa via conduce da Cristo all'uomo». Al
suo tempo, don Bosco, con il suo appello alla «ragione», attribuì importanza agli aspetti umani e alla
condizione storica dei suoi interlocutori. Nel clima di gioia e di dono generoso di sé, in educazione, egli
faceva appello alla libertà dell'allievo, lo preparava alla vita, ad esercitare una professione e ad assumere
le responsabilità civili. Esprimeva questi obiettivi con parole incisive e semplici, quali «allegria»,
«studio», «pietà», «saggezza», «lavoro» o «umanità».
Moderazione e realismo caratterizzavano il suo ideale educativo. Nella sua proposta pedagogica,
egli combinava in maniera armonica l'essenziale che è permanente e lo storico che è contingente. La
formula felice e suggestiva: «Onesto cittadino, perché buon cristiano» sintetizzava il programma di vita
semplice e allo stesso tempo impegnativo che proponeva «ragionevolmente» ai suoi discepoli.
Insomma, il Papa credeva di poter affermare che la «ragione», questo dono di Dio a cui l'educatore
deve obbligatoriamente ricorrere, indica al discepolo di don Bosco «i valori del bene, nonché gli obiettivi
da perseguire, i mezzi e i modi da usare». La «ragione» incita i giovani a fare propri i valori da loro
compresi e condivisi. L’ interpretazione di Giovanni Paolo II vedeva nella ragione l'appoggio di chi è
diretto nel processo educativo inteso secondo don Bosco. (Desramaut : Spiritualità salesiana-Las:Roma)
Il servo di Dio Don Filippo Rinaldi, terzo successore di Don Bosco, diceva: « Nei vari sistemi di
educazione, alle volte, non si tiene nel dovuto conto la ragione. Ora così non fece Don Bosco, il quale
volle, prima di tutto, guadagnare la testa del ragazzo. E questo lo fece istruendolo, invitandolo
frequentemente a riflettere sullo scopo della vita, sul valore dei consigli e dei comandi che gli venivano
impartiti. Si tratta di rinnovare in lui le buone impressioni, i giudizi impliciti dovuti agli esempi ricevuti. Di
qui la necessità di frequenti avvisi ragionati, amorevoli, convincenti, in modo da indurlo ad una convinzione
profonda. Bisogna convincere il giovane; l'obbedienza cieca non serve se non rarissime volte ».
Non per nulla Don Bosco ha lasciato scritto: « L'allievo preventivamente
avvisato
non resta
avvilito per le mancanze commesse, come avviene quando esse vengono deferite al superiore. Ne mai si
adira per la correzione fatta o pel castigo minacciato oppure inflitto, perché in esso vi è sempre un avviso
amichevole e preventivo che lo ragiona e per lo più riesce a guadagnare il cuore cosicché l'allievo conosce
la necessità del castigo e quasi lo desidera”.
E se vogliamo su questo punto vedere in azione Don Bosco, basta che ascoltiamo una delle sue
caratteristiche « Buone Notti » in proposito: « Siamo tutti insieme per correre un arringo e guadagnarci
una bella corona, tutti voi avrete desiderio di fare una buona riuscita. Dunque mettiamoci in cammino. Io
guiderò, voi mi seguirete. Prima però bisogna che c'intendiamo nei patti. Patti chiari, amicizia lunga, dice
il proverbio. lo non sono qui per guadagnare denari, per acquistarmi un nome, per gloriarmi nel vostro
numero; sono qui nient'altro che per far del bene a voi. Perciò fate conto che quanto io sono, sono tutto
per voi, giorno e notte, mattino e sera; in qualunque momento, io non ho altro di mira che di procurare il
vostro vantaggio morale, intellettuale e fisico. Ma per riuscire in questo ho bisogno del vostro aiuto: se voi
me lo date, io vi assicuro che quello del Signore non ci mancherà ed allora tenete per certo che faremo
grandi cose. lo non voglio che mi consideriate tanto come vostro superiore quanto vostro amico. Perciò
non abbiate nessun timore di me, nessuna paura, ma invece molta confidenza, che è quella che io desidero,
che vi domando, come m'aspetto da veri amici. Io, ve lo dico schiettamente, aborrisco i castighi, non mi
piace dare un avviso con l'intimare punizioni a chi mancherà: non è il mio sistema. Anche quando
qualcheduno ha mancato, se posso correggerlo con una buona parola, se chi ha commesso il fallo si
emenda, io non pretendo di più! Anzi se dovessi castigare uno di voi, il castigo più terribile sarebbe per me,
perché io soffrirei troppo….Non già che io tolleri i disordini; ah, no! specialmente se si trattasse di certuni
che dessero scandalo ai compagni; in questo caso per forza io dovrei dirgli: tu non puoi stare in mezzo a
noi'. Ma c'è un mezzo per antivenire ogni dispiacere mio e vostro, formiamo tutti un sol cuore! Io sono qui
pronto per aiutarvi in ogni circostanza. Voi abbiate buona volontà. Siate franchi, siate schietti come io lo
sono con voi. Chi fosse in pericolo si lasci sostenere, me lo dica; chi avesse mancato non cerchi di
coprirsi, ma invece procuri di rimediare al mal fatto. Se io so le cose e da voi stessi, allora procurerò di
trovar ripieghi perché tutto proceda pel vostro meglio spirituale e temporale » . (G. B. Lemoyne, Mem.
Biogr., VII, p. 503).
IL CAMMINO DELLA RAGIONE
Ai nostri giorni si ritiene che la valorizzazione della «ragione» nella pedagogia salesiana,
considerata in seno a un mondo dominato da una mentalità del tutto differente a quella del secolo di don
Bosco, deve essere molto avanzata. La modernità, infatti, ha modificato lo statuto dell'educando e di ogni
soggetto nel mondo occidentale, a seguito di ciò che è stata chiamata, anche qui, una «rivoluzione
copernicana». La riflessione e la prassi hanno trasformato i rapporti tra giovani e adulti. L'attenzione al
fanciullo, alle sue energie esuberanti e, perciò, alla sua centralità nell'opera educativa, è divenuta
preponderante. L'autonomia dell'educando è riconosciuta, la sua maturazione intellettuale e spirituale è
voluta?
Per questo ha fatto passi avanti il suo accesso allo statuto dell'adulto. I rapporti comunitari,
qualunque siano, devono essere, si dice, liberanti e personalizzanti. Don Bosco non ha conosciuto questa
rivoluzione. Nel suo sistema pedagogico, gli educatori tenevano in mano tutto: i fini, i contenuti, i metodi
e i mezzi, quando egli esaltava, in educazione, una razionalità che, agli occhi dei nostri contemporanei,
richiede una certa condivisione di responsabilità indispensabile per costruire personalità autonome.
Giustamente, oggigiorno ci si dice che la «ragione» deve ritrovare la pienezza del suo senso in
pedagogia e, aggiungiamo qui, nell'insieme del sistema relazionale della spiritualità salesiana. Ciò non è
altro se non una riappropriazione, del resto largamente acquisita, del carisma delle origini. Chiarirne il
concetto e valorizzarne la realizzazione sono tanto più necessari in vista della prevenzione educativa
rivendicata dai salesiani, perché i giovani e gli adulti sono ormai sottoposti a forti pressioni: l'avvento
della razionalità tecnologica, l'educazione indispensabile al controllo del mondo dei desideri, l'evasione
nella gratificazione istantanea, l'immaginazione al potere, l'entrata in scena di un pensiero debole, e
contemporaneamente, la richiesta di un pensiero critico nella giungla multiculturale. Nel contempo, la
Chiesa esalta la coscienza, «centro della personalità, cuore dell'uomo, santuario della sua identità». Ma la
coscienza non è la forza della «ragione»? La tradizione spirituale nata da Don Bosco fa appello,
ricordiamocene, non alle costrizioni, ma alle risorse dell'intelligenza. Il salesiano - ci viene detto oggi non impone, ma risveglia «le forze interiori e le sorgenti vive della ragione. Siamo nel cuore
dell'intuizione spirituale di don Bosco». La paura della ricerca è pessima consigliera. Il rimedio alla
deplorata debolezza di oggi potrebbe dunque essere trovato, secondo modalità rinnovate, in un migliore
accordo tra istruire ed educare, e soprattutto con la riappropriazione della pienezza delle funzioni della
ragione tra le potenzialità diverse della persona. Il discepolo fedele a don Bosco non dovrebbe basarsi su
una ragione saggiamente illuminata. (Desramaut: Spiritualità salesiana-Las:Roma )
CAPACITA DI DIALOGO
L'appello alla «ragione» suppone, un ricorso costante al dialogo, che è un mezzo di ricerca della
verità, fa crescere l'individuo e mira alla comunione tra le persone. Don Bosco ci teneva a suscitare la
fiducia dei suoi giovani e collaboratori, e dimostrava felicemente una grande capacità di dialogo. Per cui,
responsabilizzava i suoi, ancorché fossero giovani. Ricordiamoci che i suoi collaboratori delle origini non
superavano per lo più i vent'anni. Con il dialogo, l'azione di gruppo diventa più armoniosa, le diverse
capacità delle persone si integrano. Don Bosco si sforzava di affidare a ciascuno dei suoi un lavoro
congeniale all'indole, all'ingegno e alla formazione. Sarebbe stato molto contento di vederli a loro agio
nelle sue comunità. Ciò richiedeva incontri regolari e fiduciosi . (Desramaut : Spiritualità salesianaLas:Roma )
Il dialogo tra educando ed educatore presuppone che questi sia amico, accompagnatore, che sia
una persona chiamata nel linguaggio salesiano “assistente”. E’ l’assistente che assicura una presenza
concreta e personale fatta di fede-speranza-carità («religione »), di capacità di dialogo, di buon senso e
realismo («ragione »), una presenza che ha il calore umano dell'amicizia («amorevolezza »); una presenza
vigile e incoraggiante, che sa ascoltare e comprendere e che offre, di volta in volta, spinte e sollecitazioni o
frenate e moderazioni, sempre motivate e sempre rispettose dell'originalità di ciascuno.
L'altro che, in questo modo, ti sta a fianco per essere tuo compagno e tua guida, ed è tua guida
perché tuo compagno, è l'assistente salesiano. La presenza dialogante dell'adulto che accompagna il
processo di crescita del ragazzo è caratteristica essenziale e irrinunciabile del metodo educativo di Don
Bosco. La presenza dialogante con e tra tutti i componenti della famiglia è dimensione essenziale di una
spiritualità salesiana.
Vari genitori mandano allo sbaraglio i figli col pretesto di fargli fare le ossa, affinché non
vengano su « imbranati », come gente che poi non se la sappia vedere.
Don Bosco non abbandona i giovani allo spontaneismo e alla avventura, ma li aiuta a formarsi.
Con lui il ragazzo, partendo dall'amicizia e dalla fiducia, si va strutturando e attrezzando nella personalità
con un corredo di capacità abituali e di gusto dei valori tale da saper affrontare con coraggio le situazioni
che la vita gli presenta, e tutto questo in una serie di esperienze positive, come si vedrà in seguito. «
Assistenza » è saper suscitare coraggio, educare a conoscere le proprie ricchezze interiori e a vivere il
meglio di sé.
Don Bosco è contrario al metodo di « indurre in tentazione ». Quando poi avvengono certe
cose spiacevoli, a questi genitori ripeterebbe quanto disse a certe suore di un istituto dove i ragazzi
rubavano le mele lasciate sulla finestra della dispensa a portata di mano: « II torto non è dei giovani, ma
vostro... ricordatevi di non mettere mai i giovani in occasione di commettere una mancanza, ecco il sistema
preventivo di Don Bosco » (MB 10, 649).
INTERSCAMBIO DI VALORI
In famiglia i genitori, per essere « assistenti » secondo Don Bosco, diventano autentici amici dei
loro figli e del loro mondo, e insieme portatori di un messaggio di valori: sono veri animatori, non si
limitano a favorire la crescita dei figli senza pensare alla comunicazione di un contenuto. Loro compito è
quello di interpellare i figli e lasciarsi interpellare da essi: questo è il dialogo.
Non impongono la propria esperienza né i propri valori (anche se li sanno oggettivamente validi)
ma cercano di renderne coscienti i figli, riconoscendo loro la libertà di scelta: presentano esplicitamente
quei valori di cui si sentono portatori, ma lo fanno con uno stile tale che, lasciando liberi i figli, rende
loro possibile la considerazione serena di tali valori, senza essere intralciati da reazioni di difesa. Questo
atteggiamento è importantissimo: senza di esso il « consiglio » o « la buona parola » provocano una
reazione di rigetto nei figli e di frattura in seno alla famiglia, e forse anche di distacco dei figli dalla casa.
Non si tratta di mantenere un ruolo o di abbandonarlo. Non sarà questo a modificare la percezione dei
giovani, ma piuttosto l'autenticità interiore dell'adulto, la sua coerenza tra il messaggio che vuol
comunicare, il linguaggio e la sua esperienza profonda. I giovani non hanno bisogno di genitori-predicatori,
ma di genitori-modelli. ( N. Palmisano Un Cammino di semplicità . LDC )
CRESCITA COMUNE
Nella loro vita familiare impostata sul dialogo; genitori vivono così continui momenti di
autoformazione. E imparano che il « sistema preventivo » non è qualcosa-per-i-ragazzi, ma è prima di tutto
vita intcriore ed educazione dell'adulto; imparano che l'educazione e il dialogo non sono soltanto un dare,
ma anche un ricevere; non soltanto portare contenuti e valori, ma anche saperli riconoscere e accogliere;
l'educazione è umiltà, è semplicemente verità. L'educazione è aiuto reciproco, è crescita comune di genitori
e figli.
Solo in una pratica del genere, nella quale chi aiuta e chi è aiutato si sostengono reciprocamente
(anche se a livelli diversi di maturità), l'atto di aiutare non si distorce in dominio da parte di chi aiuta su chi
è aiutato. E solo così l'assistenza è veramente « salesiana», secondo il cuore di Don Bosco.
Ogni genitore che rifiuta di imparare dai figli che si vanno educando è contro il sistema di Don
Bosco, è contro la « ragione ». Don Bosco è molto esplicito: «... varie volte avviene che coi genitori stessi
bisogna usare questa carità di istruirli, correggerli, riprenderli. Si usi fortezza, si faccia anche questo, si
faccia coraggiosamente; ma nel modo si usi proprio tutta quella carità, quell'amorevolezza, quella
mansuetudine che avrebbe usato S. Francesco di Sales trovandosi nel nostro caso » (MB 12, 628).
A Don Bosco è stato possibile educare e insegnare al popolo e ai suoi figli proprio perché
imparava dal popolo e dai ragazzi.
Non va separato perciò l'atto di insegnare da quello di imparare. E in quella fucina di osmosi
educativa che era l'Oratorio di Valdocco son venuti fuori un Don Bosco continuamente aperto come un
giovane e un Domenico Savio, con tanti altri giovani, maturo come un adulto.
All'educatore, al papà e alla mamma, spetta la ricerca delle migliori vie e dei migliori mezzi che
rendano possibile al ragazzo diventare soggetto, vero protagonista del processo educativo. Sarebbe
irrealizzabile un'educazione orientata alla « ragione » se i ragazzi continuassero ad essere considerati
soltanto « recipienti », oggetti su cui ricade l'azione... educativa! (N. Palmisano Un Cammino di
semplicità. LDC )
VERSO UNA SANA CRITICITA
II ragazzo che « beve » tutto quanto gli diciamo, e il papà che pone tutta l'importanza sul proprio
discorso intorno ad una cosa, sono entrambi in posizioni irragionevoli.
Nei rapporti tra educatore e ragazzo l'importante è l'esercizio della capacità critica del ragazzo
intorno a quella cosa e non il discorso dell’educatore. Questo discorso ci deve essere, ma non come un
risultato bell' e fatto, bensì come problema, come informazione dei dati che il ragazzo non conosce, come
procedimento razionale che si svolge sempre in presenza di questa solidarietà adulto-ragazzo.
Un aspetto della « ragione » e del dialogo è l'offerta continua delle risposte ai « perché » e ai «
come ». In questo modo i ragazzi sono educati «a pensare», sviluppano in sé un sano atteggiamento critico
e in una famiglia « salesiana » si arriva così a progettare insieme, a prendere insieme le decisioni.
COSCIENTIZZAZIONE LIBERAZIONE
« Ragione » non è una semplice formula o un puro slogan. E’ il modo radicale di essere uomini, di
essere liberi. Nella nostra società si insegna sin dalla più tenera età il conformismo qualunquistico buono
per tutti i tipi di autorità e potere. L'importante è consentire e conformarsi, non ha importanza a chi, o cosa
o come, dove e quando. E così si svende la propria libertà o dignità per un posto di lavoro, per la
promozione, per la carriera, per il nome, per i soldi, in fondo in fondo per la paura. Compito della «ragione
» è quello di iniettare nelle persone la medicina contro il conformismo.
«Ragione» vuol dire essere consapevoli dei condizionamenti della società, e quindi essere capaci di
critica nei confronti dei modelli di comportamento presenti nel mondo e trasmessi attraverso il potere dei
mezzi di comunicazione sociale. Senza questa consapevolezza e capacità critica, noi viviamo non da
uomini ma da automi, diretti da altri, nelle mani di persuasori più o meno occulti che ci rendono pian piano
incapaci di pensare e di vivere nella nostra originalità e libertà. Ma chi vuol educare non deve lui stesso
svelare il potere e le vie della liberazione da questo potere. Altrimenti diventa lui stesso creatore di
consensi e conformismi: combatte un potere e ne impone un altro.
«Ragione» vuoi dire aiutare a saper discernere ciò che veramente libera le persone e le aiuta a
volgere coscientemente le proprie energie, con fantasia e realismo, verso un progetto aperto di uomo e di
vita. Così si educa alla liberazione.
« Fare loro un'istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù » vuol dire anche
scoprire insieme la «bruttezza» dei non-valori presenti nella nostra società (erotismo, profitto e avidità,
potere, astuzie e inganno) che si dimostrano ogni giorno più incapaci di rispondere alle speranze e alla sete
di felicità dell'uomo e del giovane d'oggi; e insieme soprattutto puntare sulla «preziosità » dei valori
presenti, beni non commerciali e consumistici (amore, libertà, semplicità, sobrietà, pace...).
Educare nel dialogo alla criticità vuoi dire rifiutare sia lo spontaneismo che la manipolazione e il
plagio; nel « sistema preventivo » non c'è posto nè per il permissivismo nè per autoritarismo: c'è una terza
via ed è la pratica dell'« assistenza salesiana » nei sensi già spiegati. ( N. Palmisano Un Cammino di
semplicità . LDC )
CAPACITA DI INZIATIVA
« Ragione » e « assistenza » come animazione vogliono dire anche vittoria sulla noia e sull'ozio. Si
introduce così nel sistema un autentico elemento attivistico e di pedagogia del dovere e della gioia, degli «
interessi » e della « manualità ».
Il dovere
Lo studio e il lavoro, o meglio studio e lavoro insieme, sono da Don Bosco presentati ai giovani
come « dovere », e fondati su precisi motivi religiosi e in una visione di fede, nel progetto di Dio prima che
nell'interesse personale e sociale. Lo studio e il lavoro per Don Bosco sono sacri quasi come la liturgia e,
per gli intimi nessi che legano il tempo all'eternità, direttamente riferiti al Regno di Dio, al fine ultimo,
scopo essenziale dell'educazione. « Far tutto bene, nel modo che a Ginevra si fan gli orologi; facendo cioè a
perfezione quell'incombenza che ci è affidata » (MB 10, 1086), La serietà dello studio e del lavoro è
temperata dal clima di gioia e di festa caratteristico della casa salesiana. E in questo clima fiorisce
l'attivismo con varietà di interessi e flessibilità di schemi.
Attività ricreative
I genitori, assieme ai figli, nel sistema di Don Bosco mettono in moto tutta una serie di attività
che vivacizzano la famiglia, e invitano amici, parenti e vicini alla partecipazione. Organizzano e animano i
giochi e i divertimenti più vari; o almeno riconoscono ai giovani il diritto di essere giovani e perciò di
amare l'allegria e il dinamismo, e in concreto li aiutano fornendo loro mezzi, tempo, ambienti per divertirsi.
Don Bosco fu un abile animatore di attività ricreative. All'Oratorio è l'anima della ricreazione,
passando da un punto all'altro del cortile e da un gioco all'altro (« cosa che richiedeva sacrificio e fatica
continua », MB 3, 126), sorridendo e donando allegria, correggendo e prevenendo contese. Spesso sfida
tutti i giovani nella corsa, e l'ultima di queste sfide— il biografo annota — avviene quando ha 53 anni: si
lascia indietro centinaia di ragazzi!
Sobrietà e consumismo
« Ragione » vuol dire anche semplicità, essenzialità e sobrietà di vita. Da « salesiani » non
si può vivere
nel lusso e nello spreco. In casa non si butta niente. Non si ricercano agiatezze e
comodità. Ci si educa l'un l'altro al senso del risparmio, del distacco, della rinunzia, dell'utilizzazione di
mezzi poveri. Si scoprono insieme i falsi bisogni che la società induce, e si giunge alla riduzione
volontaria e libera di tali bisogni, reagendo con coraggio a tutto l'ambiente e alle sue mode consumistiche.
Gli ambienti e i vestiti sono puliti e ordinati, ma non ricercati e appariscenti. Non c'è schiavitù di cosmetici,
c'è semplicità, « acqua e sapone »; non c'è «trucco », e se c'è, è sobrio ed essenziale. La casa non è un
idolo.
Puntare sul positivo
« Sistema preventivo » è un appello, non fatto solo dai discorsi dell'educatore, ma soprattutto dai
compiti e attività che il ragazzo vive. Compiti non sempre facili, né sempre alla portata delle sue
possibilità, ma anche leggermente superiori alle sue attuali forze conosciute, in modo che possa venir fuori
il meglio di sé, un potenziamento delle sue capacità, una gioia maggiore nella riuscita o una speranza di
riuscire in avvenire basata sull'esperienza fatta.
La « preventività » è quindi qualcosa di positivo, e sarebbe irragionevole, oltre che falso
storicamente, volerla ridurre al solo aspetto dell'evitare e impedire ogni esperienza di male.
Orientamento
II 25 aprile 1884 il journal de Rome pubblicava l'intervista di un suo giornalista a Don Bosco. Alla
domanda: « Vorrebbe ora dirmi qual è il suo sistema educativo? » la risposta non ha incertezze o reticenze:
« Semplicissimo: lasciare ai giovani piena libertà di fare le cose che loro maggiormente aggradano. Il
punto sta di scoprire in essi i germi delle loro buone disposizioni e procurare di svilupparli. E poiché
ognuno fa con piacere soltanto quello che sa di poter fare, io mi regolo con questo principio e i miei allievi
lavorano tutti non solo con attività, ma con amore. In quarantasei anni non ho mai inflitto neppure un
castigo e oso affermare che i miei alunni mi vogliono molto bene » (MB 17, 85 s). « Abbi massima cura di
secondare le inclinazioni di ciascuno affidando di preferenza le cose che si conoscono di maggior
gradimento ». Così Don Bosco diventa un «talent-scout». Al suo passaggio fioriscono personalità e
carismi; nei suoi ragazzi c'è
contemporaneamente vicinanza all'educatore e autonomia, e
diventano chi un letterato, chi un poeta, chi un musico, chi un grande missionario, chi uno scienziato, chi
onesto lavoratore... I genitori studiano e scoprono nei figli quello che l'umanità che è in loro chiede di poter
diventare, li aiutano a identificare con chiarezza le proprie inclinazioni, la propria vocazione, anche le
vocazioni più ardite, e non frappongono ostacoli, anzi li aiutano a rimuoverli. « Sistema preventivo » è
anche «orientamento ».. ( N. Palmisano Un Cammino di semplicità . LDC )
NON CASTIGHI - NON VIOLENZA
Castighi
« I modi che usava Don Bosco nell'educare e correggere i giovanotti tendevano a farli migliori per
coscienza, e non per timore di un rimprovero o di un castigo » (MB 3, 370). « Da circa quarant'anni tratto
con la gioventù e non mi ricordo d'aver usato castighi di sorta, e con l'aiuto di Dio ho sempre ottenuto
non solo quanto era di dovere, ma eziandio quello che semplicemente desiderava, e ciò da quegli stessi
fanciulli, cui sembrava perduta la speranza di buona riuscita ». In una « buona notte » del 1863 Don Bosco
dice ai suoi giovani: « lo, ve lo dico schiettamente, aborrisco i castighi, non mi piace dare un avviso con
l'intimare punizioni a chi mancherà: non è il mio sistema... » (MB 7, 503). « Io non mi ricordo, affermava
Giuseppe Bozzetti, che Don Bosco abbia mai corretto alcuno ingiustamente. Quando ci correggeva, noi
dovevamo subito confessare: Don Bosco ha ragione » (MB, 4, 559).
L'ideale nel « sistema preventivo » è che le persone (papà, mamma, figli) si accusino con sincerità e
liberamente dei propri errori ricevendone immediato perdono. Anche Don Bosco, se un giovane lo
meritava, sapeva a tempo e luogo correggerlo.
La prima punizione che dava era quella di guardare « in un certo modo » (MB 4, 560), di togliere
il sorriso o di privare di alcuni segni di affetto. Qualche volta chiedeva: « È vero che non mi vuoi più bene?
». Oppure diceva seriamente e con visibile dispiacere: «Non sono contento di voi: questa sera non dico
altro » (MB 4, 565).
Se qualcuno non se ne dava per inteso e continuava nelle sue mancanze, allora passava a qualche
castigo, escluse sempre le percosse, i digiuni, i rimproveri ingiuriosi o altre punizioni irritanti e umilianti.
Talvolta ricorreva
anche all'espulsione,
ma dopo aver umilianti. Talvolta ricorreva anche
all'espulsione, ma dopo aver usato tutti gli espedienti per tenere il ragazzo con sé. Anche Don Bosco
dunque in alcuni casi non è riuscito! (MB 16, 121 s). Il card. Cagliero osserverà « che gli stessi giovani che
avevano meritato l'espulsione dall'Oratorio conservavano pur sempre l'affetto e la gratitudine verso Don
Bosco, che era stato loro padre e benefattore » (MB 4, 570).
Sull’argomento Don Bosco scrisse una lettera, in cui leggiamo tra l’altro : «Non punite mai se
non dopo aver esauriti tutti gli altri mezzi”, “Procurate di scegliere nelle correzioni il momento
favorevole”, “Non per collera”, “Togliete ogni idea che possa far credere che si operi per passione”,
“Procurate di fare in modo che egli si condanni da sé medesimo e non rimanga altro da fare che mitigare la
pena da lui accettata”, “Non con violenza” “Regolatevi in modo da lasciare la speranza al colpevole che
possa essere perdonato”.. “Si otterrà più con uno sguardo di carità, con una parola di incoraggiamento che
dia fiducia al suo cuore, che con molti rimproveri, i quali non fanno che inquietare e comprimere il suo
vigore”.
« Ragione » vuoi dire anche prendere le distanze, per quanto è possibile, da una società
dell'avere e del produrre e donarsi ai fratelli nell'impegno socio-politico e socio-culturale per una civiltà
dell'amore e della pace, a misura dell'uomo.
Ma non è possibile costruire la civiltà dell'amore e della pace senza volere dapprima la giustizia. E
non è possibile impegnarsi a costruire una società più umana e più giusta senza affrontare dei conflitti. In
tali conflitti, la giustizia va difesa «con le armi della giustizia ». E le armi della giustizia sono
l'amorevolezza e la ragione, la mitezza, in una parola, la nonviolenza in senso gandhiano. « Ragione »
vuol quindi dire anche condanna della guerra a tutti i livelli, da quello interpersonale a quello
internazionale.
La dolcezza di Don Bosco non tragga in inganno; non è tranquillo pacifismo ad ogni costo; non
è neutralità qualunquistica la sua « politica del Padre nostro ». La dolcezza di Don Bosco non è mai
debolezza o viltà, altrimenti i suoi nemici non avrebbero perfino attentato varie volte alla sua vita,
per strada e in casa, con fucile, pistola, coltello, bastoni, veleno nel vino...; non lo avrebbero tante volte
minacciato: « Mi alzai, misi la sedia tra me e loro dicendo: Se volessi usare la forza non temerei le vostre
minacce, ma la forza del prete sta nella pazienza e nel perdono ».
Domenico Savio esempio non violento.
A questo proposito c’è una bella pagina scritta da Don Bosco nella biografia di Domenico Savio:
Domenico si mette in mezzo a due ragazzi che litigano a colpi di pietra, disposto a farsi colpire pur di
far prendere coscienza ai suoi due compagni del peccato che stanno commettendo. Domenico mostra loro il
crocifisso dicendo di colpire prima lui. Risultato: i due ragazzi si riconciliano, la violenza è sconfitta, il
conflitto è risolto.
Con questa pedagogia è possibile ottenere ciò che non ottiene mai né la violenza né la viltà o il
nascondere la testa nella sabbia per non voler vedere i conflitti. Questa pedagogia è potente, è
infallibilmente vittoriosa. La pedagogia della croce esige però una preparazione interiore, una libertà
profonda, un esercitarsi tutti i giorni; una santità di vita. Questa pedagogia è esigente! ( N. Palmisano Un
Cammino di semplicità LDC )
La religione
cardine del sistema preventivo
LA RELIGIONE NEL SISTEMA DI DON BOSCO
Il segreto del successo del sistema preventivo va ricercato nella religione.
Dice il Cardinal
Salotti: “ Se senza questa non vivono i popoli, né prosperano le nazioni, molto meno potrebbe vivere e
sostenersi un’anima, in mezzo alle lotte della vita e alle tempeste delle passioni. La gioventù specialmente
ha bisogno di Dio; e perciò è indispensabile che si appoggi a quei presidi religiosi, che la sottraggono a tutti
gli incentivi del male e la mantengono a contatto col divino. Se si perde un tale contatto, si va incontro al
naufragio. Pertanto la più ricca miniera di mezzi educativi si trova nella religione”.
Don Bosco ha indicato come la religione abbia il suo spazio nel sistema preventivo: “ La
frequente confessione, la frequente comunione, la Messa quotidiana, sono le colonne che devono reggere
un edificio educativo, da cui si vuole tenere lontano la minaccia della sferza. Non mai obbligare i
giovanetti alla frequenza dei SS Sacramenti, ma soltanto incoraggiarli e porgere loro comodità di
approfittarne. Nei casi di esercizi spirituali, tridui, novene, predicazioni, catechismi si faccia rilevare la
bellezza, la grandezza, la santità di quella religione che propone dei mezzi così facili, così utili alla civile
società, alla tranquillità del cuore, alla salvezza dell’anima. Come appunto i Santi Sacramenti. In tal guisa
i fanciulli restano spontaneamente invogliati a quelle pratiche di pietà, vi si accosteranno volentieri con
piacere e con frutto”. ( D. Bosco: “Il sistema preventivo nell’educazione della gioventù”: 1877 n IV )
AL SEGUITO DI DON BOSCO
Durante circa un secolo, i metodi ufficiali dell’educazione religiosa dei giovani, non sono variati
nel mondo salesiano . Occorreva preparare i ragazzi e le ragazze a vivere moralmente e nel modo migliore
nella Chiesa cattolica per potere in punto di morte, portare a termine la grande impresa della salvezza
eterna. La regolarità della vita morale, garante dello stato di grazia, a sua volta condizione indispensabile
per la salvezza, implicava una sottomissione esatta alla volontà di Dio, manifestata nella sua parola e
cioè, in modo generale, nell’insegnamento della Chiesa. Logicamente l’educazione o la formazione
religiosa consisteva, quindi, innanzitutto nel far conoscere, poi nel far praticare la Dottrina della Chiesa,
schematizzata nel catechismo. In tal modo si costruiva il “buon cristiano”, la cui salvezza era assicurata, ed
era ciò che più desiderava Don Bosco.
Le pratiche religiose intessevano tutta la vita salesiana. Preghiere del mattino e della sera,
rosario e messa quotidiana erano d'obbligo. L'inizio e il termine del lavoro e dei pasti erano segnati da
appropriate invocazioni. Il numero degli uffici aumentava ancora alla domenica e nelle feste religiose. La
pratica educativa salesiana del tempo era principalmente sacramentale. Dal mattino alla sera, dal 1°
gennaio al 31 dicembre, questi giovani erano immersi in un'atmosfera pia continuamente rinnovata, che
li manteneva in stato di «religione». Le compagnie religiose, ivi comprese le conferenze di san Vincenzo
de' Paoli, contribuivano assai alla formazione cristiana dei giovani del mondo salesiano.
Alle feste e alle celebrazioni religiose doveva corrispondere nei giovani del mondo salesiano una
vita, non solamente regolare ma, nella misura del possibile, autenticamente virtuosa, perché del tutto
conforme alla legge divina, che veniva loro insegnata. La vita di Domenico Savio lo dimostrava.
Nel mondo salesiano di una volta, l'educazione religiosa comportava, tre momenti: quello
dell'insegnamento, quello della celebrazione e quello della pratica vissuta.
QUALE RELIGIONE OGGI
A partire dalla metà del XX secolo, il mondo è andato mutando rapidamente. La società da
profondamente religiosa è diventata sempre più secolarizzata. . I salesiani hanno continuato a sforzarsi di
formare dei «buoni cristiani». Ma le loro prospettive si sono spostate sensibilmente.
Il sistema preventivo «è tutto poggiato sulla ragione, religione e amorevolezza». In questo senso la
religione è un cardine del modo di educare di Don Bosco, tale che se non la si prende in considerazione e
non se ne tiene conto nella pratica non si può più parlare di sistema preventivo. Ma cosa significa questo,
in una situazione di diffusa indifferenza religiosa, di ateismo pratico, di pluralismo religioso, di risorgente
fondamentalismo e intolleranza religiosa? Che posto c'è per la religione nelle menti dei giovani e degli
adulti, preoccupati soprattutto e quasi esclusivamente di star bene, di avere soldi, di aver successo, di non
aver limiti ai desideri e alle aspirazioni personali, rinfuocati dalla propaganda della televisione e dagli spot
pubblicitari?
Nella nuova situazione culturale, i Salesiani di questo tempo hanno guardato a Don Bosco . Il
santo è vissuto in un mondo per tanti aspetti diverso dal nostro. E tuttavia anche il suo fu un tempo di
grandi cambiamenti (restaurazione dopo la rivoluzione francese, liberalismo, decollo industriale,
nazionalismo, colonialismo, iniziale socialismo; lui contadino che andò ad operare in città, nella capitale;
lui prete ma che trattò con grandi e piccoli). Non si è mai abbattuto, non si è mai stancato di fare il bene.
Non ha subito il cambiamento, l'ha affrontato e in tutti i modi si è dato da fare per vincere il male e far
trionfare il bene. Il sistema preventivo è nato dalla «carità educativa» nei confronti dei giovani del suo
tempo.
Guardando ai tempi e al Fondatore, i Salesiani hanno cercato di «ripetere l'operazione Don
Bosco»: fare nel nostro tempo, come fece Don Bosco nel suo, per quanto era nelle loro capacità e forze.
RELIGIONE IN UN MONDO DIVERSO
Il Rettor Maggiore don Egidio Viganò all'inizio del suo rettorato (1977-1995) constatò il rapido
cambio del mondo: una società in cui le religioni si mescolavano, i rapporti religiosi che espandevano, la
credenza in Dio diventata sempre più problematica, il senso stesso della vita oscurato negli spiriti
ufficialmente cristiani. Capì che la famiglia salesiana, nata da un «semplice catechismo» e, quindi, di sua
natura destinata all'educazione religiosa, doveva cercare di pianificare l'educazione alla fede di giovani
inseriti in un mondo culturalmente nuovo. Il capitolo generale dei salesiani del 1990 lo affrontò e tentò di
lo affrontò e tentò di presentare un «cammino salesiano di educazione alla fede», con tappe e
caratteristiche precise:
Il percorso.
Per il salesiano, educare il giovane alla fede è «lavoro e preghiera». Nella sua opera diretta alla
salvezza della gioventù, egli fa l'esperienza della paternità di Dio, «che previene ogni creatura con la sua
Provvidenza, l'accompagna con la sua presenza e la salva donando la vita». Riconosce quindi, nelle loro
diverse situazioni, l'azione di un Dio che ama i giovani. Per condurli fino alla fede autentica, l'educatore
comincia ad andare verso di loro. Li incontra dove si trovano, valorizzandoli con intelligenza e pazienza
in un ambiente educativo. La proposta di fede nascerà nel corso di un processo formativo che prevede:
la maturazione della personalità dei giovani e il richiamo di Cristo, che incita a costruirla secondo la
rivelazione manifestata da Lui stesso. Il percorso è cosi tracciato.
Il fine.
Occorre tener ben presente il fine a cui uno vorrebbe arrivare. Le costituzioni salesiane recitano al
riguardo: «Educhiamo ed evangelizziamo secondo un progetto di promozione integrale dell'uomo,
orientato a Cristo, uomo perfetto. Fedeli alle intenzioni del nostro Fondatore, miriamo a formare onesti
cittadini e buoni cristiani». La fede e la vita sono integrate nel progetto educativo salesiano, che unisce
in modo inscindibile la formazione del cristiano con quella del cittadino. E un progetto di maturazione dei
comportamenti umani che sollecita un'apertura sincera alla verità, al rispetto e all'amore delle persone, al
libero dono di sé e al servizio degli altri. L'esercizio della fede, della speranza e della carità, ossia della
pratica cristiana, diviene in tal modo uno stile di vita.
Aspetti della maturazione cristiana..
La maturazione cristiana concerne quattro grandi aspetti: la crescita umana verso una vita da
assumere come «esperienza religiosa»; l'incontro con Gesù Cristo, uomo perfetto, che porterà a scoprire
in Lui il senso dell'esistenza umana, individuale e sociale; l'inserimento progressivo nella comunità dei
credenti, colta come «segno e strumento» della salvezza dell'umanità; infine, l'impegno diretto alla
trasformazione del mondo. Per favorire tale maturazione, l'educatore coltiverà alcuni atteggiamenti da
sottoporre a frequente verifica; individuerà alcuni nuclei di conoscenze indispensabili per comprendere
adeguatamente la vita cristiana; sceglierà esperienze capaci di mediare e proporre atteggiamenti e
conoscenze appropriati. Insegnamento e pratica cristiana vanno quindi di pari passo nell'educazione
religiosa salesiana.
L’educatore.
Scienza e saggezza sono necessarie all'educatore per condurre il giovane alla sua maturità umana,
dove fede e vita si richiamano a vicenda.
Per una vera maturazione.
Per maturare, il giovane dovrà accogliere la vita, aprirsi agli altri,
far emergere le sue aspirazioni profonde con i loro inevitabili limiti, tentare di scoprire il senso
dell'esistenza e di anelare verso il «trascendente». In lui, la domanda e la ricerca del senso della vita
diventano allora «invocazione», desiderio cioè di una risposta, di un orizzonte o di una prospettiva che
faciliti la soluzione dell'interrogativo, posto dalla vita, sulla sua origine e il suo termine, sul compito proprio
della persona perché essa giunga a pienezza.
Pienezza in Cristo.
Il servizio di educazione alla fede non può certo arrestarsi al livello della crescita umana, anche se
cristianamente ispirata. La vita del soggetto umano raggiunge la sua pienezza solo in Gesù Cristo. «Sono
venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). L'educazione cerca di preparare
l'incontro effettivo con Lui, di offrirlo, di approfondirlo perché sia un incontro autentico nella fede. Una
vaga simpatia per Cristo, di cui parecchi si accontentano, non può bastare. Il problema che l'educatore si
trova a dover affrontare è questo: quali aspetti del mistero di Cristo occorre sottolineare preferibilmente
per mettere il giovane in rapporto profondo con Lui?
Segni di Cristo.
È necessario percepire dei segni di Cristo Salvatore. Il giovane li troverà nelle persone che
appartengono alla comunità; negli atteggiamenti che la memoria di Cristo suscita in loro; nel culto
cristiano celebrato degnamente; ed anche nello stile dell'istituzione educativa e pastorale, nei rapporti tra
le persone che la compongono, nel senso religioso che vi è additato da oggetti, da luoghi e da gesti suscitati
dalla fede. I segni hanno un loro linguaggio e trasmettono messaggi. La pedagogia li sceglie, li prepara e li
presenta perché parlino con forza alla sensibilità dei giovani.
Annunzio.
Dalla testimonianza dei segni, occorre passare all'annuncio esplicito da parte dell'apostolo e alla
scoperta della persona di Cristo da parte del credente. La vita del giovane sarà trasformata da una fede
robusta e dinamica ed egli si inserirà nella Chiesa di cui si sentirà membro attivo, sollecitato in questo dal
bisogno di amicizia e di rapporti interpersonali e dalla «voglia di gruppo». Egli crederà nel mistero della
Chiesa e realizzerà la sua partecipazione a tale mistero nella preghiera, nell'ascolto della Parola e nella
celebrazione della salvezza. La sua fede fa comprendere al credente che la Chiesa è mediatrice dell'incontro
con Dio.
Impegno per il Regno e vocazione.
La vita cristiana implica, infine, un impegno per il Regno di Dio. Esso comporta
una
scelta
vocazionale. L'educatore aiuta il giovane a discernere il proprio posto nella costruzione di questo Regno.
Perciò, prima di tutto fa scoprire al giovane le risorse che possiede. Ma, avere doni e possibilità non basta.
Occorre con questi doni essere felici. Quale gioia poterli comunicare e farlo veramente! È così
che, diretto spiritualmente dal suo educatore e secondo la propria vocazione, il giovane contribuirà al
progresso del Regno di Dio.
Incontro con Cristo.
L'accompagnamento spirituale prolunga e conclude la lunga impresa di un'educazione salesiana alla
fede, conosciuta come un percorso umano che conduce all'incontro personale con Cristo.
RELIGIONE RAGIONEVOLE
La religione nel sistema preventivo si connette intrinsecamente con la ragione e l'amorevolezza.
Con la ragione: dovrà essere pertanto una religione che trova le ragioni (oggi diremmo il senso) della vita,
dell'educazione, di tutte le piccole e grandi cose che si fanno giorno per giorno; dovrà essere ragionevole,
non bigotta, ritualistica, oppressiva e deprimente. San Domenico Savio l'aveva capito molto bene e perciò
diceva: «Noi qui facciamo consistere la santità nello stare molto allegri». E Don Bosco, nell'Introduzione a
“II giovane provveduto”, assicurava ai giovani che c'è gioia nel seguire il Vangelo («Servite il Signore nella
gioia») e augurava loro «siate felici»: di quella felicità che sa, sente e capisce che anche nelle sofferenze
«un pezzo di paradiso ( mettersi al livello di Dio e della speranza di vita senza fine che dona) aggiusta
tutto».
La religione salesiana è una religione popolare, semplice, che va all'essenziale («amore di Dio e
amore del prossimo»), senza tanti fronzoli. Una liturgia e preghiere lunghe, incomprensibili non significative per i giovani e per la gente, non si addicono al sistema preventivo. D'altra parte Don Bosco era
«l'unione con Dio», viveva la quotidianità «come se sempre vedesse l'invisibile».
Giovanni Paolo II invita a collegare «fides et ratio», le due ali che permettono di innalzarsi a Dio e
cogliere il senso della vita. Ma la fede non è solo quella dei teologi, è anche quella della tradizione, della
gente comune che fa la carità, che fa servizio, volontariato. E la ragione non è solo quella dei filosofi, è
anche quella della letteratura, della matematica, della tecnica, del computer. Vedere queste forme di «ratio»
alla luce della fede, e non contro di essa, è importantissimo per il sistema preventivo.
RELIGIONE AMOREVOLE
La religione nel sistema preventivo è connessa con l'amorevolezza. Quindi mette a fuoco l'amore
di Dio, la sua paternità/maternità (Dio grande nell'amore, ricco di misericordia e di perdono, fedele, che non
abbandona mai anche se è abbandonato... che ci spinge al bene e alla giustizia). Un Dio con il fucile
spianato non fa per il sistema preventivo.
La religione del sistema preventivo è la religione della «buona novella», del Vangelo, delle
beatitudini, di Gesù che ha chiamato i suoi discepoli non servi ma amici, che chiama tutti a cercare il Regno
di Dio e la sua giustizia, che è con noi ed opera con noi tutti i giorni (non un giorno sì e uno no) fino alla
fine del mondo.
Più semplicemente è la religione dell'umanesimo devoto di san Francesco di Sales, che da Dio ha
imparato ad essere amorevole, buono, capace di pazienza e di perdono; e che dall'incarnazione del Signore
ha tirato la conseguenza che si può essere santi (cioè vivere secondo Dio e il Vangelo) in tutte le condizioni
di vita, in tutti i momenti della vita, in tutte le situazioni di vita, in tutte le età della vita (una sorta di santità
permanente, parallela all'«educazione permanente» di cui tanto si parla oggi)
Più profondamente, è la religione vissuta nello Spirito che riempie la terra e «compie ogni
santificazione» e che aiuta a discernere nel tempo i segni della Sua presenza e della volontà di Dio. E’ Lui
la fonte dell'ottimismo, è Lui che non fa cadere nel pessimismo, non fa abbattersi nelle difficoltà.
Per questo, nella messa di Don Bosco si legge un brano di san Paolo che dice: «Tutto ciò che è
bene, tutto ciò che merita lode, tutto ciò che è degno di essere umanamente apprezzato fatelo e il Dio della
Pace sarà con voi». (Fil 4,8-9).
RELIGIONE EDUCATIVA
Don Bosco scandiva i tempi e le stagioni con le feste religiose e civili, ben sapendo, almeno
intuitivamente, che celebrare, far «memoria», far festa sostiene la motivazione, dà senso di appartenenza, fa
sentire di essere «popolo», fa sperimentare, toccare con mano, sentire il mistero, l'invisibile, il di più che la
ferialità non ci da tempo di cogliere e di sperimentare, fa uscire di Messa contenti, fa ricominciare il
lunedì con più coraggio e consolazione. Ma se la Messa è triste, non è partecipata, è barbosa, è una noia
continua, che Messa salesiana è? Se, come educatori, non partecipiamo a (o perlomeno non godiamo di) ciò
che è «festivo» per i giovani (non solo le feste, ma le canzoni, lo sport, gli happening...) come saremo «con»
i giovani nella loro educazione?
CONFESSIONE- COMUNIONE-MARIA
Come fare affinché la frequente comunione, la confessione, la devozione a Maria siano, come per
Don Bosco, le «colonne» del sistema preventivo?
Anche per Don Bosco erano una meta educativa, a cui gradualmente arrivare e non da imporre
subito e indiscriminatamente.
Vanno preparate con una lunga educazione alla fede e della fede ricevuta: qui si mostrerà la
capacità di catechesi effettivamente giovanile e salesiana. Tuttavia si cammina sulla scia di Don
Bosco se si cerca di far vivere «in comunione» l'esistenza personale (contro ogni isolamento,
individualismo, grettezza di mentalità, non accoglienza del diverso), se si tenta di far fare esperienze
gioiose e profonde di preghiera e azioni liturgiche (tra cui la messa) per sviluppare la comunione a livello
di Dio creatore e padre di tutti, di Gesù redentore di tutti gli uomini, e dello Spirito presente in ogni persona.
E non sarà nella linea della confessione sacramentale l'educare al perdono e anche l'azione educativa
dell'accompagnamento, della guida spirituale, della stimolazione ad aprirsi alla trascendenza, ad operare
per gli altri?
Presentare la Madonna come colei che ha dato ascolto alla parola di Dio, che ha cercato di capire,
meditando nel suo cuore, la presenza misteriosa di Gesù, che si è fatta serva di Dio e degli altri, che ha
sofferto e seguito il Figlio fino alla croce, che è stata vicino come madre ai discepoli dopo la morte e la
risurrezione del Signore, che ha accompagnato i primi passi della Chiesa nascente, che nella tradizione
della Chiesa si è fatta presente come consolazione e conforto dei poveri e di tutti coloro che cercano la
liberazione e la salvezza di Dio: equivale - a mio parere - a continuare, alla luce del Concilio, la devozione
mariana di Don Bosco a Maria Ausiliatrice e all'Immacolata, facendone un modello e un segno di umanità
redenta che cresce verso la pienezza della vita. La Madonna può essere una figura significativa e
umanamente degna di considerazione per tutti.
Bibliografia
F. Desramaut
C. Nanni
C. Salotti
Spiritualità salesiana
Sistema preventivo di D. Bosco
Il Santo Giovanni Bosco
Las
Ldc
Sei
L’ “amorevolezza”
nel sistema preventivo
L’amore diventa amorevolezza
Amore è la prima e l'ultima parola della metodologia di Don Bosco. Poiché Dio e il suo Regno di
amore sono al vertice delle sue finalità esistenziali ed educative, di conseguenza l'amore è il supremo
principio del metodo, la caratteristica fondamentale del suo stile, della sua prassi, del suo sistema. «
Studia di farti amare prima di farti temere. La carità e la pazienza ti accompagnino costantemente ».
«
Quando illanguidisce questo amore, allora è che le cose non vanno più bene ».
INNO ALLA CARITA
« La pratica di questo sistema è tutta appoggiata sopra le parole di san Paolo che dice:
“charitas benigna est, patiens est; omnia suffert, omnia sperai, omnia sustinet”. La carità è benigna e
paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo. Perciò soltanto il cristiano può con
successo applicare il sistema preventivo. Ragione e religione sono gli strumenti di cui deve costantemente
far uso l'educatore, insegnarli, egli stesso, praticarli se vuol essere ubbidito ed ottenere il suo fine ».
Mamma Margherita diceva: «... Son tanto giovani! Riflettono così poco! Usiam loro carità. La
carità trionfa sempre » (MB 3, 369). Ecco quanto Don Bosco ha vissuto. L'inno alla carità di san Paolo
l'ha cantato con la propria vita. In questo canto vitale si riassume tutta la spiritualità e tutto il problema
educativo. Si cresce in umanità solo sulla strada dell'amore. E si educa solo con l'amore.
SPIRITUALITA E PEDAGOGIA DEL CUORE
« Ricordatevi che l'educazione è cosa di cuore » e il cuore è una « fortezza chiusa sempre al rigore
ed all'asprezza. “Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere e del santo timore di
Dio, e vedremo con facilità aprirsi le porte di tanti cuori “.
L'ultimo giorno dell'anno 1859, dando la « buona notte », Don Bosco così si esprimeva: « Miei
cari figlioli, voi sapete quanto io vi amo nel Signore e come io mi sia tutto consacrato a farvi quel bene
maggiore che potrò. Quel poco di scienza, quel poco di esperienza che ho acquistato, quanto sono e
quanto posseggo, preghiere, fatiche, sanità, la mia vita stessa, tutto desidero impiegare a vostro servizio.
In qualunque giorno e per qualunque cosa fate pure conto su di me, ma specialmente nelle cose dell'anima.
Per parte mia per strenna vi do tutto me stesso; sarà cosa meschina, ma quando io vi do tutto, vuol dire che
nulla riserbo per me » (MB 6, 362).
E in una « buona notte » dell'agosto 1863: « Fate conto che quanto io sono, sono tutto per voi,
giorno e notte, mattino e sera, in qualunque momento. Io non ho altra mira che di procurare il vostro
vantaggio morale, intellettuale e fisico. Ma per riuscire in questo ho bisogno del vostro aiuto; se voi me lo
date io vi assicuro che quello del Signore non mancherà, ed allora tenete per certo che faremo grandi cose
» (MB 7, 503).
Nella lettera da Roma del 1884, « il documento più limpido ed essenziale della pedagogia di
Don Bosco, uno dei più significativi dell'educazione cristiana », Don Bosco offre il criterio pedagogico
salesiano fondamentale della « amorevolezza ».
FATTI AMARE
« I giovani non solo siano amati, ma essi stessi conoscano di essere amati». La carità e l'amore
umano diventano così «amorevolezza».
A don Rua, suo successore. Don Bosco morente bisbiglia: « Fatti amare! » (MB 18, 537): è l'anima
della sua concezione e azione educativa e spirituale. L'amore va manifestato con segni concreti e va
tradotto su misura delle persone amate (marito, moglie, figli...); deve diventare presenza, comprensione
e acccttazione dell'altro nella sua diversità; amicizia e fiducia, dolcezza e pazienza e non violenza;
buon umore e gioia; guida e animazione: ecco l'«amorevolezza»! Alcuni genitori amano, sì, ma non
hanno « amorevolezza ».
CAPIRE IL LORO LINGUAGGIO
E per prima cosa è necessario capire e far proprio il linguaggio psicologico dell'altro, dei
ragazzi. Solo così si potranno comunicare loro dei valori e accogliere quelli che essi vivono. Il problema
sta nel capire il linguaggio. Bisogna ritornare giovane per capire i giovani. Don Bosco ci suggerisce un
metodo per ritornare giovani e capire i giovani, per comprendere
la
psicologia
dell'altro: la
familiarità e la presenza amichevole e affettuosa tra eguali, che è appunto il tema della citata lettera
da Roma. Si tratta di stare-in-mezzo con simpatia.
L’amorevolezza : condivisione e comunione
Per Don Bosco l'« amorevolezza » è innanzi tutto familiarità, è esse-re-con, è condivisione, è
prendere parte agli interessi dell'altro, è prendere sul serio quello che fa l'altro: è comunione. I segni
dell'amore non sono prima di tutto i regali, i beni di un materialismo impersonale, non sono la quantità. Il
segno è la presenza, l'amicizia, la sintonia, il dono di sé: la qualità.
Tutto ciò Don Bosco lo chiama « assistenza ». Questa parola alle nostre orecchie suona male,
nell'italiano di oggi, ma riportata al suo senso etimologico ci da l'esatta finalità intesa da Don Bosco: « adsistere », vale a dire, stare presso, farsi vicino, farsi prossimo. Il che è dimensione ineliminabile, di ogni
vita cristiana, tanto più in famigliatra marito e moglie, tra fratelli e sorelle, tra genitori e figli.
Quindi l'« amorevolezza » si manifesta in questo tipo di assistenza che è condivisione e comunione.
PRESENZA
« Era sempre in mezzo ai giovani. Aggiravasi qua e là, si accostava ora all'uno, ora all'altro, e,
senza che se ne avvedessero, li interrogava per conoscerne l'indole ed i bisogni. Parlava in confidenza
all'orecchio a questo e a quello; fermavasi a consolare o a far stare allegri con qualche lepidezza i
malinconici. Egli poi era sempre lieto e sorridente, ma nulla di quanto accadeva sfuggiva alla sua attenta
osservazione » (MB 3. 119).
Nella lettera da Roma del 1884 si legge: « Veda, la famigliarità porta affetto e l'affetto porta
confidenza. Ciò è che apre i cuori e i giovani palesano tutto ... e si prestano docili a
tutto ciò che vuol
comandare colui, dal quale sono certi di essere amati ... Lei non stava sempre in mezzo ai giovani? ...
perché i suoi Salesiani non si fanno suoi imitatori? ... Trascurando il meno, perdono il più e questo "più"
sono le loro fatiche. Amino ciò che piace ai giovani e i giovani ameranno ciò che piace ai superiori »."
Ai direttori salesiani Don Bosco scriverà una parola che va bene per tutti i genitori: « Passa coi
giovani tutto il tempo possi- bile ». Purtroppo la nostra società contribuisce a togliere spazio alla
presenza amorevole in famiglia. Papa è al lavoro, spesso anche la mamma; i figli a scuola, con orari
impossibili. Durante il giorno si è divisi; forse a sera si potrebbe stare un po' insieme e parlare. Ma no! «
Zitti! Zitti! C'è il telegiornale! ». « Zitto! Zitto! C'è il film! ». E così la TV impone i suoi discorsi e i nostri
silenzi. E domani è un altro giorno come oggi.
Don Bosco si comportava diversamente: « La sua camera era sempre aperta a chiunque
desiderasse parlargli. Non si lagnava mai dell'indiscrezione con la quale era spesso disturbato... Li trattava
come grandi signori; li invitava a sedere sul divano, stando egli seduto a tavolino: e li ascoltava con la
maggiore attenzione...».
ACCOGLIENZA
Alle volte si da per scontato che la famiglia sia comunione. In realtà, ci sentiamo veramente
famiglia quando ci sentiamo accettati e accolti.
E da che cosa dipende quella certa « non accoglienza » ed estraneità tra marito e moglie, tra
genitori e figli? Dipende dal fatto che noi accogliamo gli altri solo secondo la nostra immagine e li
guardiamo solo attraverso i nostri schemi; dipende dal fatto che non abbiamo un atteggiamento di
accoglienza incondizionata. Accettiamo, ma a determinate condizioni. Così non cerchiamo l'altro, non
stiamo con l'altro, ma cerchiamo noi stessi nell'altro e stiamo con noi stessi: lo lasciamo solo e rimaniamo
soli. E la fine della comunione, della famiglia: è la solitudine. Si vive insieme, ma come estranei, capaci
forse solo di chiacchierare di notizie di cronaca o di fare discussioni su questo o quel problema e forse
accendersi in battibecchi e liti.
Manca il dialogo, questo cogliere nell'altro, e offrire di sé, tutta la
ricchezza personale. Se non c'è questo, si è assenti. E così siamo annientati come persone, perché la
persona è precisamente capacità di dialogare, di aprirsi agli altri, è trasparenza, è capacità di comunione.
ACCOGLIETEVI GLI UNI GLI ALTRI
I giovani sentono più fortemente il bisogno di essere accettati, soprattutto dagli adulti, per quello
che sono, e non per loro conformità a determinati schemi. Qualsiasi condizione posta al ragazzo per
accoglierlo è percepita come una barriera, un « non essere presente ». Esigono che l'adulto si
presenti loro con una presenza semplice e chiara. Avvertono immediatamente quando invece parla il «
ruolo », il «personaggio» legato all'istituzione (padre, madre, insegnante, sacerdote) e di fronte a questo
anch'essi rispondono con una presenza parziale e difensiva.
L'amor proprio e la paura di chi può minacciare le nostre sicurezze sono i naturali limiti
nell'accogliere gli altri così come sono. È lo Spirito Santo che spezza questi nostri limiti, quando ci da
luce per capire Gesù, « il Maestro della famigliarità », tanto accogliente da farsi uno di noi e da soffrire
per noi. Solo allora ci liberiamo dall'amor proprio e dalla paura. I pregiudizi e gli schemi cadono come
bende che ci coprivano gli occhi. L'altro con la sua diversità diventa per noi una sorpresa che accettiamo
volentieri. Nessuno inchioda più l'altro alle sue parole o ai suoi atti.
Accogliersi come Cristo ci ha accolto vuoi dire amare; e amare vuol dire conoscere
profondamente, e cioè conoscere anche i difetti dell'altro, e non per questo smettere di amarlo.
Nell'amicizia si fa l'esperienza di essere visti volentieri così come si è e di essere rispettati nella propria
libertà. A volte ci sono delle colpe, ma un amico rimane amico.
Don Bosco: « Deponi pure ogni timore. Tu sai che Don Bosco ti vuole bene; perciò se ne fai di
piccole non vi bada, e se ne fai delle grosse te le perdona » (MB 8, 420). Solo un amore adolescenziale,
che ama la propria proiezione o che fa dell'altro una fantastica figura ideale, si mette in crisi per le colpe e
i difetti dell'altro. L'amicizia vera è perciò perdono evangelico e, quindi, fedeltà.
FIDUCIA
Inoltre la personalità cresce, nella libertà, nell'apertura a tutta la realtà, ai valori, nella capacità di
scelte coerenti e ponderate, quando c'è fiducia in se stessi, nella persona che si sviluppa, questa
autofiducia è resa possibile dalla fiducia che gli altri (persone significative) hanno in lei.
Non ha senso dire di impegnarsi nell'educazione se non si ha fiducia nei ragazzi. Don Bosco ci
ricorda che « in ogni giovane, anche il più disgraziato avvi un punto accessibile al bene, e dovere
primo dell'educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trame profitto » (MB
5, 367).
Non è per natura che sviluppiamo la nostra personalità, ma solo quando qualcuno ci vuole bene e
ci stima. Gli amici si aprono l'un l'altro spazi di crescita nella libertà. Solo in questo clima di amicizia e di
fiducia si può avere l'apertura confidente e quindi la normale fioritura e maturazione delle potenzialità
giovanili.
AVVICINARSI
«È impossibile, disse Don Bosco al card. Tosti, poter educare bene i giovani se questi non hanno
confidenza nei superiori. “Ma come, replicava il cardinale, si può guadagnare questa confidenza?”. “Col
cercare che essi si avvicinino a noi, togliendo ogni causa che da noi li allontani”. “E come si può fare
per avvicinarli a noi?”, “Avvicinandoci noi ad essi, cercando di adattarci ai loro gusti, facendoci simili a
loro. Vuole che facciamo una prova? ». E così fecero la prova: è il famoso episodio di P. del Popolo. (MB
5, 917 s).
Questo avvicinarsi è indispensabile nei momenti di crisi e in particolare per i problemi
dell'educazione sessuale. I figli aspettano che siano i genitori a fare il primo passo. Per mantenere o
riconquistare la confidenza dei propri figli, i genitori devono aprirsi ad essi, confidandosi nella fiducia,
come amici; comprenderli quando hanno sbagliato (chi di noi non sbaglia? e poi essi sbagliano più per
vivacità che per malizia. E noi?), rispettare la loro intimità, non parlare con altri dei loro difetti o
insuccessi, non prenderli in giro per le loro prime simpatie, rispondere alle loro domande mettendoli a
loro agio senza mai mostrarsi infastiditi...
AMICIZIA
Per Don Bosco le persone, i ragazzi, non sono mai degli oggetti, ma sempre degli amici accolti
incondizionatamente così come sono, con rispetto totale; egli si offre loro non con una presenza di
mestiere, ma con la sincerità e totalità del suo intimo, con tutto il suo amore fiorito in amicizia.
Ascoltiamo un testimone. Don Bosco «era un conquistatore d'anime, che aveva per arma la
bontà. Dico di quella quotidiana, umile, cordiale, amabile, a volta a volta paterna, materna, fraterna: non
quella che degna inchinarsi ma quella che vive con chi e per chi avvicina, che mette gli altri al posto di
sé... Tramezzo al suo colossale lavoro egli aveva sempre un resto della propria persona, della mente, del
cuore, per l'ultimo venuto e in qualunque ora fosse arrivato e dopo qualunque lavoro. Voleva bene, ecco,
e noi lo sentivamo: e l'amorevolezza della quale ha fatto uno dei tre fondamenti del suo sistema, è
insomma il voler bene ai fanciulli».
Si è sani, saggi, santi nella misura in cui sappiamo farci amici degli altri. « Ogni Salesiano si faccia
amico di tutti ». Se l'amore non fiorisce in amicizia, si guasta e si corrompe.
Più diventiamo adulti, più la cerchia delle amicizie si restringe. E, poi, troviamo anche i nemici, i
concorrenti che contendono con noi sul posto di lavoro... Cosi diventiamo sempre più difficili con gli
amici e più diffidenti verso tutti. Da giovani si fa presto a fare amicizia, da adulti diventa più difficile. Col
metodo di Don Bosco, però, l'adulto potenzia le proprie facoltà di apertura e di comunione convivendo
nell'amicizia coi figli e con tutto il mondo che è dietro di loro.
GIOIA
Non esiste « sistema preventivo » senza « amorevolezza », ma non esiste « amorevolezza » in
concreto se non si vive uno « spirito di famiglia». E questo c'è dove si instaura un clima di gioia, dove
regna l'allegria, dove gli adulti sono l'anima delle ricreazioni. Cioè, esprimono l'esigenza profonda di
comunicare ai più giovani la propria gioia di esistere.
Questo gioire insieme senza egoismo e senza invidia, invitando anche altre famiglie, è vero «
sistema preventivo », è vera amicizia che non si può mai apprezzare abbastanza. È questo « congioire »
che crea l'amicizia. Nella sventura l'amicizia si verifica, ma non nasce lì!
Don Bosco a Domenico Savio: « Io voleva per prima cosa una costante e moderata allegria ». E il
suo incontro, che segna l'inizio dell'azione apostolica, con l'apprendista muratore, orfano ed emigrato, di
nome Bartolomeo Garelli, 1'8 dicembre 1841, avviene con questo stile: «con faccia allegra» e « con
l'amorevolezza a me possibile ». «Facciamo vedere al mondo quanto si possa stare allegri di anima e di
corpo, senza offendere il Signore ».
La famiglia, per l'apporto di tutti e con l'animazione dei genitori diventa ... la « società
dell'allegria » e le mamme imiteranno mamma Margherita « che era sempre di buon umore ». Chi entra
in una famiglia che vuole vivere nello spirito salesiano, deve poter vedere subito che la nota dominante è
l'allegria. Ma un'allegria fondata sulla gioia dello Spirito e della grazia di Dio, dell'amore comune,
del dovere compiuto, della semplicità e sobrietà, della libertà dei figli di Dio. La famiglia salesiana porta
un po' di questa gioia negli angoli più bui di questa società, riuscendo a trasfigurare un mondo in genere
non molto gradevole.
Qualcuno forse obietterà: « E tutti i guai e le croci che si vivono in ogni famiglia? ». Don Bosco
li ha vissuti. « E quando era maggiore la deficienza di mezzi, o più grandi le difficoltà o tribolazioni, lo si
vedeva più allegro del solito, tanto che nel vederlo più frequente e spiritoso nel dir facezie, dicevamo: “
Bisogna che Don Bosco sia ben nei fastidi, giacché si mostra così sorridente” » (MB 4, 251).
SCRIVERE E’ VISITARE
Un modo pratico di vivere l'amorevolezza-comunione, di conservare le amicizie e di diffondere
gioia è la corrispondenza epistolare. Quante lettere ha ricevute e quante ne ha scritte Don Bosco!
Aveva il culto del mettersi in contatto per iscritto, per
ringraziare, incoraggiare, consigliare, ricordare,
dimostrare affetto, assicurare solidarietà e preghiera, prolungare in un certo qual modo la propria presenza
benefica, sentire egli stesso un certo sollievo. E questo in mezzo a una montagna di carte e lettere
d'ufficio, di impegni e iniziative, e opere e viaggi e udienze.
L'«amorevolezza» vince ogni sorta di pigrizia e coglie tutte le occasioni per rendersi
opportunamente presente con una lettera, e oggi con una telefonata un e-mail, un messaggio sul
telefonino. Che gran regalo è, poi, sentirsi ricordate in particolari condizioni di vita: quando si è
immobilizzati su una sedia a rotelle o in un letto, nella solitudine e abbandono, nello sconforto e nel
pianto, nel carcere..... Ci sono persone, poi, che solo attraverso lo scritto riescono ad esprimere ciò che
hanno dentro, a farsi presenti. E allora l'amicizia si consolida e si approfondisce.
PAZIENZA E DOLCEZZA
L'«amorevolezza», poi, è pazienza e dolcezza. È tempo perso il voler trasferire messaggi e
valori mediante ordini rapidi, secondo gli schemi di una pedagogia autoritaria. Ci vuole pazienza, che
non vuoi dire passività e disinteresse, ma impegno costante e scomodo in un processo di crescita che se
per se stesso è lento va continuamente sollecitato. Pazienza vuoi dire non scegliere la strada rapida
dell'imposizione, ma la lunga strada del convincimento. Questa strada lunga è, a pensarci bene, la più
breve!
La pazienza è amicizia, e l'amicizia vive senza costrizioni: è non violenza. È per questo che la
mitezza è resistente e la sua dolce forza riesce a diventare luce di verità per l'altro. « Forse per alcuni vi
sembreranno gettate al vento le vostre fatiche e sprecati i vostri sudori. Per il momento forse sarà così; ma
non sarà sempre, neppure per quelli che vi paiono più indocili ... I tratti di amorevolezza, che avrete
loro usati, rimarranno loro impressi nella mente e nel cuore. Verrà tempo che il buon seme germoglierà,
metterà i suoi fiori e produrrà i suoi frutti » (MB 14, 513).
S. FRANCESCO DI SALES
I figli di Don Bosco si chiamiamo « salesiani » da san Francesco di Sales, «nome caro alla
Chiesa e al civile; è il Santo della mansuetudine, virtù che piace sommamente anche ai cattivi » (MB 13,
287). In un quadernetto di appunti, troviamo tra i propositi presi per la prima messa: «La carità e la
dolcezza di S. Francesco di Sales mi guidino in ogni cosa » (MB 1, 518). Ai sacerdoti ex-allievi riuniti
per festeggiarne l'onomastico nel 1880, Don Bosco dice: « Non dimenticate mai la dolcezza dei modi;
guadagnatevi i cuori dei giovani per mezzo dell'amore; ricordatevi sempre della massima di S. Francesco
di Sales: Si prendono più mosche con un piatto di miele che con un barile di aceto» (MB 14, 514). Si
possono avere scoppi di collera, però « non lasciar tramontare il sole sopra la tua ira » (Ef 4,26). Ai miti
apparterrà il mondo. «Se ci fosse proprio quella mansuetudine che ci attira il cuore degli altri! » (MB 12,
627).
IL COSTO DELLA MITEZZA
« Non crediate che non costi anche a me, dopo di aver incaricato qualcuno d'un affare, o dopo
di avergli mandato qualche incarico d'importanza o delicato o di premura, e non trovarlo eseguito a tempo
o malfatto, non costi anche a me il tenermi pacato; vi assicuro che alcune volte bolle il sangue nelle vene,
un formicolio domina per tutti i sensi. Ma che? ... impazientirci? ... Non si ottiene che la cosa non fatta sia
fatta, e neppure non si corregge il suddito colla furia. Pacatamente si avvisi, si diano le norme opportune,
si esorti, ed anche quando è il caso di gridare un poco, si .faccia, ma si pensi un momento: in questo caso,
S. Francesco di Sales come si diporterebbe? » (MB 12,456 s). Cosi Don Bosco in una predica ai
confratelli riuniti per gli esercizi spirituali il 1876.
Scrivendo di san Vincenzo de' Paoli, Don Bosco ha pagine bellissime e un po' autobiografiche
sulla dolcezza, virtù che si fonda sulla parola e sull'esempio di Gesù che dice: « Imparate da me che sono
dolce e umile di cuore », e sulla conoscenza profonda dell'umana debolezza. La dolcezza ha tre principali
atti: reprimere i movimenti della collera, offrire grande affabilità e serenità di volto rassicurante tutti,
allontanare dal proprio spirito il ricordo delle pene e delle offese che ci vennero causate (MB 3, 381-384).
BOSCO DI SALES
In seminario c'erano due chierici col cognome Bosco. Scherzando si chiedevano qual
soprannome imporsi per distinguersi quando fossero chiamati. « Uno disse: “Io sono Bosco Nespola (in
dialetto piemontese pucciu)”. E con ciò indicava essere un legno duro, nodoso, poco pieghevole. E il
nostro Don Bosco rispondeva: “ Ed io mi chiamo Bosco di Sales, cioè a dire di salice, legno dolce e
flessibile” » (MB 1, 406).
Testimonia un suo compagno di seminario: « Di natura sensibilissimo anche per piccole cose, si
capiva come senza virtù si sarebbe lasciato sopraffare dalla collera. Nessuno dei nostri compagni, ed
erano molti, inclinava come lui a tale difetto. Tuttavia era evidente la grande e continua violenza che
faceva per contenersi » (MB 1, 406 s). E il teologo Savio Ascanio: « Don Bosco aveva saputo dominare
talmente il suo naturale bilioso, da parere flemmatico » (MB 4, 559).
« La sua dolcezza era abituale. E questa formava il fondo del suo sistema ... Tutti coloro che
conversavano eziandio una volta sola con lui, restavano innammorati della dolcezza e nobiltà dei suoi
modi, della giovialità del suo tratto, dell'opportunità e grazia delle sue parole. Ciò spiega in parte il
fascino che esercitava sopra i suoi giovani attirandoli irresistibilmente a sé ... Tuttavia sarebbe illusione
credere che in Don Bosco tanta amabilità avesse talora principio da debolezza o da trascuranza. Egli
sapeva mostrarsi corrucciato, perché anche l'ira è strumento di virtù, ma non mai fuor di modo e solo
quando si trattava dell'onore di Dio oltraggiato. Lo stesso N. S. 'Gesù Cristo si adirò più volte contro de'
Farisei: “Circumspiciens eos cum ira” [guardandoli tutt'intorno con indignazione], e l'ira ben governata
non si oppone alla virtù della mansuetudine » (MB 3, 115-117).
FAMIGLIA: L’ISTRUZIONE E LO SPIRITO
Conclusione: in questo modo la famiglia-istituzione diventa famiglia carisma, dono, Regno di Dio già
presente perché si lascia pervadere dallo « spirito di famiglia »; diventa luogo salesiano dove nessuno è
solo con i suoi problemi, perché c'è una reciproca e vera presenza; dove tutti, specialmente i bambini, i
giovani e gli anziani si sentono accolti e accettati e perciò non nascondono nulla dei loro problemi e
difetti; dove non ci sono ruoli ma persone; dove ci si perdona, o almeno ci si sopporta e si lascia in pace
chi ha bisogno di pace; dove con la fiducia reciproca ci si apre spazi di maturazione dei propri talenti;
dove si è amici tra marito e moglie, tra fratelli e sorelle, tra genitori e figli, dove si è stabilmente disposti
all'ospitalità, sull'esempio di mamma Margherita che sa ospitare tutti, persino i banditi! (MB 1, 150).
L’amorevolezza : vigilanza preveniente
AMICIZIA PREVENIENTE
Don Bosco non parla anche di « vigilanza », « sorveglianza »? Certo, e insistentemente. Queste,
che possono essere espressioni di un atteggiamento « repressivo » e paternalistico, segno di sfiducia e di
diffidenza, in Don Bosco sono espressioni di un atteggiamento «preventivo »: esprimono cioè un abituale
atteggiamento di «amorevolezza», che normalmente fa prevenire le esperienze deformanti e a volte
traumatiche.
« Vigilando si previene sufficientemente il male e non c'è bisogno di reprimere » (MB 16, 168).
« Si circondino per quanto è possibile di un'amorevole assistenza... si incoraggino con parole di
benevolenza, e non appena dimostrano di dimenticare i propri doveri loro si ricordino in bei modo e si
richiamino a sani consigli » (MB 5, 53). « Abbi sempre l'occhio aperto, aperto e lungo... Vigila
specialmente sui libri che leggono, pur mostrando sempre buona stima di tutti e senza mai scoraggiare
nessuno; ma non stancarti di vigilare, d'osservare, di comprendere, di soccorrere, di compatire » (MB 10,
1022 s).
Chi vigila gioca d'anticipo e non deve ricorrere ad affannosi recuperi. Don Bosco è convinto che
è educativamente più utile evitare al ragazzo un'esperienza negativa che sforzarsi poi di cancellarne gli
efletti. Meglio evitare incidenti in cui ci si rovina il volto, che ricorrere poi alle operazioni di chirurgia
plastica! L'amorevolezza è amicizia, e l'amicizia è solidarietà preveniente.
Questi della « preventività » e della « vigilanza » sono concetti delicati: basta togliere il contesto
di amicizia e di sincerità e li si ritrova, svuotati, in una pedagogia protezionistica e repressiva nella quale
anche certi salesiani, non autentici, possono essere caduti. «Perché al sistema di prevenire con la
vigilanza e amorosamente i disordini, si va sostituendo a poco a poco il sistema, meno pesante e più
spiccio per chi comanda, di bandire leggi che, se si sostengono con i castighi, accendono odii e fruttano
dispiaceri; se si trascura di farli osservare, fruttano disprezzo per i superiori a causa di disordini
gravissimi? E ciò accade necessariamente se manca la famigliarità ».
LA
PRESENZA DI UNO CHE HA VISSUTO DI PIU’
Quando c'è la « famigliarità » ovviamente c'è anche vigilanza. Ma non è la sorveglianza
repressiva. E l'occhio più esperto di un adulto, amico, che, padre o madre, o fratello o sorella, convive e
condivide tutto con i ragazzi, partecipa alla loro vita, si interessa ai loro problemi, prende parte ai loro
giochi e conversazioni, e quindi interviene, orienta, suggerisce, corregge, risponde, guida nelle situazioni
che si vengono spontaneamente a creare. Tutto ciò che indica controllo poliziesco, o quasi, è
esplicitamente ripudiato dal concetto di « assistenza » educativa ideata e attuata da Don Bosco.
L' « amorevolezza » non è falsità, come sarebbe un giovanilismo cameratesco e permissivo che
fa « suicidare » l'adulto e l'educatore come tale. Questo « suicidio » sarebbe a danno dell'arricchente
amicizia autentica adulto-giovane. L'« amorevolezza » è sì fiducia profonda nei figli e nei ragazzi, ma
non una fiducia gratuita, vaga, ingenua, alla quale segua di conseguenza un atteggiamento
spontaneistico da parte di genitori o educatori, come se i figli, abbandonati a se stessi, non « assistiti »,
fossero capaci di scoprire con chiarezza i valori veri e gli orientamenti e atteggiamenti validi, le vie della
propria crescita verso le finalità profonde dell'uomo...
Don Bosco, da figlio di contadini, ha bene i piedi per terra, rigetta questo spontaneismo: la sua
fiducia è fiducia critica, fondata sulla «ragione», sull'esperienza derivatagli da decenni di condivisione e
comunione con i ragazzi. ( N. Palmisano : “Un Cammino di semplicità” Ldc pagine 42-55 )
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