Anno VII - Numero 1
Gennaio - Marzo 2013
l’EstroVerso
No Muos
Periodico d’Informazione, Attualità e Cultura - Direttore Responsabile Grazia Calanna
Memorie
Grazia Calanna
“Non siamo contro gli
americani. Ma vogliamo
tutte le garanzie per la
tutela della salute dei cittadini”. Il Presidente Rosario Crocetta, dopo una
nottata di scontri a Niscemi, in Sicilia, ha bloccato i
lavori per l'installazione
delle antenne militari statunitensi nonostante il
richiamo formale del Ministro dell'Interno. Quella
sera, anziché restare incollati alla lobotomizzante tv
o (meglio?) intrappolati
tra le fitte maglie della
rete, un gruppo di cittadini
sono insorti per difendere
la nostra terra dal Muos,
sistema di telecomunicazioni satellitare che, secondo studi condotti da
esperti del Politecnico di
Torino, comporterebbe
inquinamento elettromagnetico e rischi per la
salute. Esiste il comitato
“No Muos”, chiede al
Presidente del Consiglio
dei Ministri, ai Ministeri
Salute, Difesa e Ambiente, “l’adozione di ogni
utile provvedimento finalizzato alla revoca delle
rispettive autorizzazioni
rilasciate per l’inizio dei
lavori di realizzazione del
sistema Muos”, abbiamo il
dovere morale di sostenerlo con la forza di
un’indignazione unanime,
immune da singoli tornaconti. (Memento mori).
Nessuno di noi è abbastanza distante da potersene
disinteressare.
Ritratto di Cristina Campo
di Gianfranco Draghi
Laura, la mia prima moglie,
figlia di un generale dei bersaglieri, di un cognome pisano, Salvadori, perché nato
vicino a Pisa, e di una mamma invece di Carpi, di Carpi
era anche lo scrittore Arturo
idea grafica di Nino Federico Loria con cui mi ha legato
una profonda amicizia, era
stata a scuola con Marcella Amadio, figlia di due musicisti,
un organista e una violinista, tutti e due insegnanti al Conservatorio e il papà di Cristina Campo era appunto il direttore
dei conservatorio. La Marcella era un'esile ragazza molto
bellina di un viso aristocratico che aveva avuto la polio da
bambina e quindi camminava un po' zoppetta, aveva una voce
anch'essa espressiva, ma esile, ed era incerta su quello che
avrebbe voluto fare, aveva anche una forsennata passione
letteraria per la letteratura inglese, soprattutto per ragazzi.
Marcella conosceva Vittoria Guerrini per via di questa concomitanza dei genitori musicisti, e Marcella che era così amica
di Laura, conobbe anche me, anzi io la invitai sia da mia nonna vicino a Bologna con Laura e Lamberto Maccioni, sia una
volta, ma qui posso sbagliare, sul lago di Como, no anzi qui
mi sbaglio, invitai sul lago la Francesca Sanvitale. Comunque
Marcella parlò molto di noi di me e di Laura, con CristinaVittoria che espresse il desiderio di conoscermi. Così io che
allora ero appena sposato e stavo in Costa San Giorgio 30
inforcai la mia bicicletta e andai a trovarla in via dei Lauger
12, sul viale dei Mille, portandole in dono propiziatorio il
libretto elegantissimo e tipograficamente raro, in cui il grande
tipografo Giulio Preda aveva stampato le Lettere ad una giovinetta, il mio primo libro in assoluto, di cui avevo stampato
con giovanile e un po' sciocca ritrosia soltanto 50 copie. Un
giorno Giulio Preda venne lì nello studio di mio padre a Milano, in corso di Porta Nuova 15, in quelli che erano i resti di
casa nostra dopo i bombardamenti, e mi disse "le faccio spendere la stessa cifra, facciamo 200 copie", ma io fui irremovibile nella mia ritrosa modestia. Così entrai nel piccolo appartamento dei Guerrini, nel piano sopraelevato di questa piccola
villetta o casa che aveva attorno a sé un piccolo giardino. Da allora
fin quando Vittoria/Cristina rimase a Firenze, cioè per circa tre anni,
la andavo a trovare due o tre volte per settimana, una vera grande
amicizia. L'intensità, l'assoluta non formalità, nel rapporto con me,
era ciò che mi attraeva, che ci portava subito nel mezzo di un rapporto intimo, come fosse stato un rapporto d'amore che non era, era
un rapporto di chiara e squillante amicizia, e di fraterno e devoto
sodalizio. Cristina sorrideva ai bordi della labbra, quando entravo
nella stanza…
(segue a pag. 2)
Allo Specchio di un quesito
“La parola umana è come una caldaia incrinata su cui
battiamo musica da far ballare gli orsi quando vorremmo commuovere le stelle”. Con Flaubert per chiedere:
qual è la tua più intima definizione di scrittura?
Davide Orecchio
Vivo la scrittura come un atto d’insubordinazione. A
chi disobbedisco (o provo)? Alla realtà. Ai fatti cucinati male, accostati senza garbo, già scaduti prima di avverarsi, rozzi, inavvertiti e
maleducati che noi definiamo come “l’accadere”, oppure come “la
concatenazione degli eventi”, “le cause e gli effetti” o anche, proverbialmente, come “ciò che è stato, è stato” e tu datti pace. La realtà
con la sua pretesa di comandare lo stile e la vita, è detestabile. Ma
non è una rivolta semplicemente estetica, la scrittura per me. È un
gesto etico. È il racconto per bocca dell’essere umano, per mano
dell’uomo e della donna, per l’occhio della donna e dell’uomo che
rompe il silenzio delle cose che avvengono, muoiono e una volta
morte spariscono. Il silenzio dell’universo, della natura, di una storia
che senza storie elaborate da noi non si vedrebbe nell’impassibile
inerzia del mondo: quello è l’avversario. La scrittura è ricreare la
vita, assegnare giustizia, sottolineare ingiustizia, protestare, comandare la realtà rifacendola, interrogare il passato, recuperare i morti,
esistere, soprattutto essere felici nel gesto imperfetto di ciò che si
scrive. Quanto si possa essere felici nella scrittura è il mistero più
acuto, che però si attutisce nel controcanto di un altro mistero: quanto si possa fallire e soffrire nella materia della vita non scritta, subita.
Mirò, alla scoperta di una realtà ‹‹profondamente poetica››
di Laura Cavallaro
Forme e segni semplici, appena accennati o marcati, che laPalma di Maiorca che ha prestato le opere. Una piacevole pausa
sciano intuire nulla o qualcosa, ora una donna, ora un occhio,
verso un immaginifico regno della fantasia, capace di stupire i
una stella, il sole, un corpo, uno strano uccello; e poi i colori,
bambini, privi di preconcetti ed anguste gabbie di pensiero, e di
pieni di luce, ampiamente distesi sulla tela o incorniciati da
far sorridere quegli adulti che hanno conservato uno spirito puro
spesse pennellate nere senza oggetto né titolo, ed ancora
e che sanno godere della magia dell’arte. Sono cinquanta oli di
chiazze, gocciolature, impronte… tutto ciò che è fantasia, sogrande formato ma anche acquerelli, bronzi e terrecotte, a costigno, impulsività, essenza, creazione pura, immediatezza, evatuire il nucleo della mostra cronologica e tematica che si consione dal reale, movimento, sperimentalismo, concorre a creacentra essenzialmente sugli ultimi trent’anni di attività
re l’arte del pittore catalano Joan Miró (1893-1983) che, dopo
dell’artista, trascorsi a Palma di Maiorca, luogo definito da Mila tappa romana, è possibile osservare ancora, fino al 7 aprile
ró simbolo di poesia e luce, come preannuncia il titolo della
2013, al Palazzo Ducale di Genova dove è stata allestita la
mostra, e al quale egli si sentiva indissolubilmente legato non
mostra “Miró! Poesia e luce”, prodotta da Arthemisia e 24 Ore Cultura e solo per le sue caratteristiche ma in quanto paese d’origine della madre.
curata da María Luisa Lax Cacho, in collaborazione con la Fundació Miró di
(segue a pag. 5)
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Società&Sapere
(segue da pag. 1)
Ritratto di Cristina Campo
Munch
di Gianfranco Draghi
La passeggiata in città
di Fabrizio Bernini
Con fiera ed esasperata lentezza amo camminare lungamente per
la città. Mi stupisco sempre, per esempio, quando passo davanti
un bel palazzo del Settecento e allora alzo immediatamente lo
sguardo alle sue eleganti finestre, alla sua rigorosa facciata esterna, così sobria e imponente, e qualche volta, da un vetro
spalancato, dietro una tenda ricamata finemente e solleticata da
un vento leggero, mi arriva la soave musica di un pianoforte a
coda. Oh, com’è ancora piacevole poter puntare gli occhi in alto,
e meravigliarsi delle antiche statue che sporgono dai discreti
balconi o dalle semicolonne che si allungano snelle e leggere.
Una meraviglia! Una delizia dei sensi! Finché, appunto, occhi e
orecchie si perdono beatamente in ciò che ancora di bello ti può
regalare lo sguardo verticale di una strada di città. Ma quando
inesorabilmente i sensi tornano a percepire quello che sta in
basso, allora quella lieta sospensione di gradevolezza si schianta
al suolo! Orrendi agglomerati di automobili di tutte le dimensioni possibili che occupano la strada, i marciapiedi, perfino i passaggi pedonali, e che sputano gas maleodoranti e venefici, che
strombazzano senza ritegno al conducente che li precede, reo di
non scattare al semaforo anche se per farlo deve scavalcare il
cadavere di una vecchietta appena falciata da un Suv. Gente che
bofonchia orribilmente, che snocciola il suo tetro linguaggio
sessuale, che di sessuale e virile non ha proprio nulla, se non
l’impotenza! Ridicoli signori pluridivorziati e pluriprotestati che
si accaniscono sul proprio corpo falcidiandosi senza pietà le
sopracciglia, tostando impunemente la propria pelle con le lampade solari, infilandosi sulla panzetta, a mò di profilattico, la
felpa che hanno visto indosso al figlio la sera prima! Allora gli
occhi, avviliti da tanta miseria, vanno verso il basso, per non
incontrare più cotanta immondizia per le pupille. Ma non possono far altro che annichilirsi nuovamente perché spiaccicate al
suolo spuntano miliardi e miliardi di chewing gum che maculano l’intero marciapiede, e a fargli compagnia milioni di mozziconi di sigarette che tappezzano perfino la scala della metropolitana. Mi immagino le lugubri signore del passeggio masticare la
loro gomma mentre fumano la sigaretta, tanto da annullare vicendevolmente le reciproche funzioni! Per poi lasciarci questi
splendidi ricordini! Dei veri geni! E mentre mi rammarico per lo
scarso senso civico del “buon cittadino” mi accorgo di aver
spiaccicato l’ennesima cacca di cane, che questi educati e autocelebranti animalisti ci donano senza riserve. E allora, sconsolato, cerco nuovamente un angolo di città dove poter riposare lo
sguardo, scantono velocemente, cerco di lasciarmi alle spalle
l’obbrobrio a cui sono quotidianamente condannato, e in testa
mi ripeto i versi del grande Giuseppe Parini: “Col dubitante piè
torno al mio tetto”.
l’EstroVerso
Numero 1 - Anno VII
Registrazione Tribunale di Catania
n. 5 del 9 febbraio 2007
Direttore Responsabile
Grazia Calanna
Segretario di Redazione
Luigi Carotenuto
Editore
EstroLab
www.lestroverso.it
…di solito entravo e mi sedevo nel piccolo salotto ad aspettarla e lei arrivava poco dopo. Quegli
occhi scuri battevano come piccole ali di uccelli e frangevano con la loro luminosità lo spazio
fra lei e l'interlocutore. Le risposte erano sempre nella direzione non esteriore, piuttosto di una
scoperta quasi nuda interiorità. Il mio libretto iniziale creò tra di noi un legame di corrispondenza, come se Vittoria/Cristina trovasse lì un fratello, un po' più giovane di lei, ma psicologicamente, umoralmente, solido e affettivo a cui poteva consegnare i costosi drammi amorosi che
allora la affliggevano, fin dal nostro primo incontro. Raccontandomi senza indiscrezioni, senza
troppe parole, ma con fremente emotività, il suo rapporto con Leone Traverso di cui era stata,
già verso i 15, 16 anni, una devota allieva culturale e una appassionata amante. Leone Traverso
era un signore più grande di noi, un veneto che girava con un grande cappello a lobbia, dei begli
occhi azzurri, ammiccanti e insieme quasi teneri, un veneto tipico di dolcezza e di ironia, anche
se poi tutta la sua etica, il modo di concepire il rapporto con le donne, alla mia seriosissima, e
diciamo così per essere onesti, piuttosto severa etica giovanile, non andavano troppo. Però avevo una grande simpatia per lui, perché era anche suadente e limaccioso e io ero un giovane ardente, bisognoso di affetto, carico di progetti di amicizie. Lo conobbi proprio attraverso Cristina, così come conobbi tutto il gruppo dove c'erano Luzi, Leone, Bigongiari, Parronchi, etc.
Mentre Arturo Loria mi arrivò indipendentemente da tutti loro, ma non so più in che modo.
Cristina si vestiva come le giovani donne di allora, come mia moglie Laura, con delle camicie
di seta bianche, o di seta cruda, brevi tailleur scuri, cappottini attillati neri, qualche volta portava
un cappellino, come anche Laura. Cristina era non alta, non posso dire piccola, come non era
piccola Laura, erano donne non alte, ben proporzionate, collegate bene col terreno. Laura è stata
anche una donna sportiva, Cristina per via del guizzo al cuore, no. Le piaceva nuotare, fare i
bagni al mare e ai laghi e abbastanza camminare. Ma niente di più. Quel giorno quando andai
quella prima volta da lei scoprimmo di avere tanti interessi comuni, io conoscevo bene le letterature francese, tedesca e inglese, certi miei libri da comodino, erano gli stessi libri che amava
Cristina, a parte come ovvio i grandi classici. Aveva una grande ammirazione per Mario Luzi, e
attraverso Traverso e le sue traduzioni conosceva bene alcuni classici. Ma i discorsi letterari fra
di noi non erano mai avulsi dal contesto della vita e le sue situazioni. Io mi divertivo molto ad
andare da Cristina, perché era così vivace, sdrammatizzava bene la sua vita, e quando tornavo a
casa raccontavo a Laura tutte le nostre conversazioni con molto entusiasmo e la Laura un poco
diventava gelosa, ma neanche poi tanto, perché si rendeva perfettamente conto del tipo di amicizia che mi legava a Cristina. Cristina aveva un piccolo sorriso che le stava ai lati degli occhi che
erano piuttosto grandi e scuri che poi scendendo lungo le guance, ai lati delle labbra, poteva
avere anche un aspetto leggermente ironico o allegro a seconda dei casi. Aveva delle mani abbastanza piccole, ma non deboli o fragili, anzi, sembravano mani abbastanza forti, le unghie
rettangolari, ben curate e userei un aggettivo un po' bizzarro: nobili. Con me in tutti quei primi
anni di amicizia in fondo ero come nei drammi di Calderón de la Barca o Lope de Vega, una
figura di confidente, quasi di confessore a cui lei poteva esporre tutta la sua fragilità, le pareva
di essere confortata e mai assolutamente moralizzata. Sia perché non era nel mio stile moralizzare le persone fin da allora, sia perché le sue storie erano semplicemente delle confessioni, a
volte drammatiche, commosse, d'amore senza nessuna implicazione troppo concreta. La concretezza stava dietro alle cose, alle parole, non veniva utilizzata altro che nel suo aspetto sentimentale. Poi Cristina nel bel mezzo del dramma era capace di buttare lì una frase faceta o scherzosa
con cui forse cercava di depotenziare la sua stessa personalità, molto forte. Cristina era nata a
Bologna e anche la mamma e il papà erano bolognesi, userò questo termine psicologico che non
uso mai, ma è molto significativo, Cristina era esigentissima sia con se stessa che con gli altri, e
questo essere esigente molto spesso toccava un strato proprio moralistico, diciamo così, super
egoico, anche se poi sapeva essere generosa e poteva perdonare, non avere scarti verbali antipatici. Bastava prenderla per il verso giusto, cioè il verso dell'affettività. Infatti sennò non si capirebbe la sua grande tenerezza, amicizia, oltre alla stima come poeta, la grande intimità affettiva
che ebbe con mio fratello Piero che era un tipo, per l'epoca, piuttosto stravagante.
Talvolta Cristina poteva essere, non voglio dire violenta, però improvvisa, molto impulsiva.
Avevamo passioni in comune come per quel grande libro incompiuto per la sua morte improvvisa, la Citadelle, di Saint-Exupéry.
Credo che ci scambiassimo molte notizie, informazioni, passioni reciproche anche senza squadernarle di fronte all'altro, semplicemente introducendole nel discorso che stavamo facendo, poi
Cristina era molto generosa e si dava da fare per i suoi amici, si è data molto da fare per me, per
i miei libri inediti, e si impegnò veramente per anni per Piero. Mi ricorderò sempre un giorno
che la vidi sul Lungarno dovevo essere in bicicletta, oltre il Ponte Vecchio, che aveva sotto il
braccio il mio manoscritto Infanzia che stava in mezzo tra Luzi e Traverso, e che portava il manoscritto da qualche parte. Non aveva però peli sulla lingua, quando parlava anche di qualcosa
di un amico, e non bisognava assolutamente prendersela, anche se di solito non cambiava spesso i suoi punti di vista. Infatti io ero cauto nelle cose che le davo da leggere, non le presentavo
mai degli scritti che immaginavo potessero suscitare la sua irritazione. Poteva avere anche un
bel sorriso largo, grande, soprattutto con i bambini. Te l'ho già raccontato, mi telefonava presto la mattina, era anche un'epoca in cui ci alzavamo
tutti piuttosto presto, magari mi telefonava verso le 7 e 30. Il nostro rapporto quei primi anni a Firenze ebbe un aspetto giovanilmente festoso,
era come se facessimo tutti insieme, e coinvolgo in questo la Laura, la
Margherita e poi mio fratello e gli altri amici, Ferruccio Masini, Lamberto Maccioni, e anche altri che pure frequentavamo meno, come l'ispanista
Maurizio Costanzo, l'Anna Chiavacci, Renzo Gherardini e forse anche in
qualche modo laterale il pittore amico di Renzo [...], un viaggio nel mondo della letteratura, tentassimo un cammino tutto nostro e personale.
3 l’EstroVerso Gennaio - Marzo 2013
Società&Sapere
di Luigi Taibbi
di Raffaella Belfiore
Missioni di pace o corse al massacro? È questo l’interrogativo che
accompagna le riflessioni sull’impegno militare italiano all’estero.
Al di là di qualsiasi ideologia politica, appare quanto meno futile
la bipartizione tra interventisti e neutrali, e questo perché quando si
gioca con la vita dei propri ragazzi la politica conta poco, se non
nulla. È di queste ultime settimane la denuncia di un caporal
maggiore dell’esercito ammalatosi di tumore dopo la sua
Rik
partecipazione alla missione di pace in Iraq. In realtà dal 2007 a
oggi i casi si sono moltiplicati spaventosamente palesando, tra l’altro, un’allarmante
discordanza tra i dati numerici a seconda delle fonti. Secondo il Ministero della Difesa,
infatti, dalla fine del 2007 a oggi le morti riconducibili all’uranio impoverito sarebbero 77 su
312 militari ammalati, ma l’Osservatorio Militare attesta invece dati più drammatici con
2500 malati e 170 morti dagli anni ’90 al 2012. A tal proposito rinviamo ad una lettura
particolarmente interessante, l’inchiesta “L’Italia chiamò”, realizzata da Leonardo Brogioni,
Angelo Miotto e Matteo Scanni (libro e dvd, Edizioni Ambiente 2009), opera multimediale
che riassume le testimonianze di quattro militari italiani che hanno prestato servizio in
Bosnia, Kosovo e Iraq. Allegato all’inchiesta è anche un video, girato dai soldati, che mostra
le procedure standard utilizzate in Kosovo durante la cosiddetta “Operazione Vulcano”, una
bonifica effettuata nel 1996. I soldati seppelliscono dentro una buca scavata nel suolo le armi
e le munizioni lasciate dall’esercito americano e dagli alleati e poi le fanno brillare. La
nuvola radioattiva che si alza in cielo li ricopre come un manto di morte e va da sé che i
ragazzi non erano protetti né da tute né da maschere anti gas. Dei 14 elementi che
componevano la squadra, otto si ammalano, due muoiono e altri due mettono al mondo figli
con gravi malformazioni genetiche. Se è vero che i soldati, come veri Fratelli d’Italia si
dichiarano pronti alla morte, crediamo che l’Italia, dal canto suo, tacendo o assottigliando e
falsificando dati tanto tragici, si dimostri una volta ancora indegna dei suoi figli.
Franz Kafka
“Amore… tu sei per me il coltello
con cui frugo dentro me stesso”
di Carina Spurio
Aprile 1920. Dalla pensione “Ottoburg” di Merano, dove si
era recato per un soggiorno di cura, Franz Kafka scrisse le
prime lettere a Milena Jesenská – Polak, una giovane traduttrice ceca che aveva conosciuto a Praga. Gli amici la ricordano avida di vita, di denaro e di sentimenti. “Lei è un fuoco vivo come non ne ho visti” scrive, evidenziando delicatamente alcune caratteristiche della sua personalità. La corrispondenza tra Kafka e Milena divenne molto stretta e intima. Si racconta che nella vita di Kafka ci furono altre donne, ma che
nessuna riuscì a penetrare il suo animo così in profondità. Le Lettere a Milena restano eterne e
sono la testimonianza di un amore profondo, dentro il quale, prendono vita scintille d’infinito
che illuminano i nostri giorni. Due mesi dopo scrive: "Tu mi appartieni, anche se non dovessi
vederti mai più". Sembra una frase d’amore qualunque, come se ne leggono tante. Sembra il
solito amore che si manifesta nel mondo ma non appartiene al mondo e di cui gli esseri umani
hanno paura. Sette mesi dopo il turbato Franz scrive: “Questo incrociarsi di lettere deve cessare, Milena, ci fanno impazzire, non si ricorda che cosa si è scritto, a che cosa si riceve risposta
e, comunque sia, si trema sempre”. S’incontrarono soltanto poche volte: a Vienna e poi a
Gmünd. Kafka pose fine alla loro relazione anche a causa del fatto che Milena non voleva
lasciare il marito. La loro corrispondenza quasi quotidiana, si interruppe nel novembre 1920
ma si scrissero ancora nel 1922 e nel 1923. Quando la conobbe, aveva trentotto anni e «i capelli bianchi delle vecchie notti»; lei era sposata, scriveva sui giornali, «Era bella come un angelo», era molto giovane, ventitré o venticinque anni; lui si stava consumando, lei era fresca e
coraggiosa. “Milena se n' è andata, alla metà di maggio del 1944, fra i reticolati del campo di
Ravensbrück, sfinita dai patimenti, con il peso della memoria e l'affanno d'un congedo senza
dolcezza” (da I turbamenti del giovane Kafka di E. Biagi). Milena rimase un'ombra nei suoi
sogni impossibili e disperati. «Cara signora Milena», comincia l'ultima lettera, «per favore non
mi scriva più». Non c'è neppure un'ora per il dialogo, bisogna che l'uomo Kafka si prepari all'
addio. È la fine. Anche se una volta aveva detto: «Non prendo commiato. Come potrei farlo se
tu sei viva?».” Meno di un secolo dopo Franz e Milena la corrispondenza non è più epistolare.
Una lettera diventata “email”, poi “sms”, prima di “Whatsapp”, un'applicazione di messaggistica istantanea per smartphone. Nell’era post-carta nessuno ha storie da ricordare, semmai ha
storie da dimenticare. I rapporti sono appesi come le t-shirt nei grandi magazzini, in bilico, tra
la presa in giro e l’amicizia. L’amore costa di meno. La vecchia cena “a lume di candela” è
stata sostituita dai “fast food”. “Ci frequentiamo” ha sostituito il “ti amo”. Ci si conquista di
meno e ci si concede di più. I messaggi istantanei consumano le storie velocemente: si può
lasciare qualcuno senza nemmeno avvisarlo, senza camminare a piedi fino a casa sua per comunicarglielo, senza imprecare per la difficoltà di parcheggio e senza bagnarsi con una goccia
di pioggia, in caso di pioggia. La nuova civiltà è social. L’individuo è posseduto dalla smania
di allargare le proprie conoscenze. L’inizio e la fine di una storia sembrano contenute nello
stesso attimo. In un nanosecondo: velocemente si ama, velocemente si consuma, velocemente
si passa ad una nuova conquista. Nelle vene dei messaggi social regna l’impulso del momento,
posseduto da una proiezione di sé molto fugace e uno stato mentale altrettanto effimero. Non
esistono emozioni che arrivano al giorno successivo, ma solo conversazioni luminose e fragili.
Eppure, dentro un attimo fuggente, ci si può far male di dolore vero!
La legge non ammette ignoranza. Eppure si
contraddice da sola. In Italia, infatti, si è creato, negli ultimi quattordici anni, un polverone
giudiziario legato alle cure tumorali. Ciò che ha interessato questi
processi sulla salute dei cittadini non riguarda solo il diritto a ricevere una cura, ma, anche, il diritto a essere sostenuti economicamente per essa. Utilizzare una parola come “business” vicino a
una parola come “tumori”, può apparire inopportuno solo a chi
non si è mai informato sui rimborsi che lo stato paga alle grandi
case farmaceutiche per i medicinali antitumorali. A parlare di cure
alternative a quelle legalmente riconosciute e ritenute standard, ci
si sente sprofondare in una diatriba sterminata senza confini dialettici e morali, dove l’inganno è sempre dietro l’angolo. Quando
poi si tocca l’argomento soldi, ecco che anche alcuni magistrati,
politici, capitalisti e medici perdono ogni contegno. Partendo dal
presupposto che ciò che importa non è la cura adottata, piuttosto
che funzioni, oggigiorno le cure tumorali discusse nel mondo sono molte, ma quelle riconosciute in Italia e dal blocco dei colossi
farmaceutici sono esclusivamente: chirurgia, radioterapia e chemioterapia. Secondo uno studio australiano (Morgan G.) terminato nel 2004 e iniziato nel 1990, prendendo in esame quasi 230.000
casi di pazienti affetti da tumori negli stati degli USA e
nell’Australia, solo il 2% di coloro che si sono sottoposti a cure
chemioterapiche sono sopravvissuti fino a 5 anni dall’inizio del
trattamento. Cosa significa nello specifico? Significa che 2 pazienti su 100 riescono a sopravvivere più di 5 anni alla chemioterapia. I farmaci chemioterapici hanno, infatti, tra le varie controindicazioni, quella di distruggere il sistema immunitario e causare
(senza alcun condizionale) lo sviluppo di nuovi tumori. Ma la
raccolta di statistiche ufficiali è un’impresa che sfiora
l’impossibile, perché, come denunciato da molti medici fuori dal
coro, i dati vengono volontariamente integrati male, di modo da
mostrare risultati al pubblico migliori di quelli reali. Ma siamo
sicuri che non ci sia un’alternativa? Alcuni medici italiani,
tutt’oggi, si ostinano a prescrivere la cura Di Bella. Bisogna sottolineare proprio il fatto che si ostinino, perché se consideriamo che
le multinazionali del farmaco, i media e i ministeri della salute,
hanno demonizzato le cure “alternative” tra cui la Di Bella, questi
medici (in regola come tutti gli altri) devono esserne proprio convinti per metterci la faccia. Nel 1998, il Ministero della Salute
fece partire una sperimentazione in grande stile, coinvolgendo 51
ospedali ma escludendo il dott. Di Bella. La cura fu dichiarata
fallimentare. Poco dopo, però, il procuratore aggiunto di Torino,
Raffaele Guariniello, aprì un’indagine in seguito a denunce su
irregolarità nella sperimentazione presso gli 8 centri piemontesi,
con la prospettiva che l’indagine si allargasse a macchia d’olio.
L’ipotesi di reato fu “somministrazione di medicinali guasti o
imperfetti”. Il Metodo Di Bella è stato quindi messo alla berlina.
Alcune centinaia di medici però, sembra che abbiano continuato a
prescriverlo caso per caso, nonostante esso sia stato bandito. Nel
frattempo, i casi di malati affetti da cancro guariti, o le cui condizioni di salute sono decisamente migliorate, grazie alla terapia Di
Bella, si sono moltiplicati, benché questa non sembri proprio immune ai fallimenti. È recente il caso, per dirne uno, di Barbara
Bartorelli, 40enne imprenditrice bolognese, guarita totalmente dal
“linfoma di Hodgkin” grazie al metodo Di Bella. Ironia della sorte, l’Ausl ha vinto il ricorso contro la donna, sostenendo che
dev’essere l’imprenditrice a pagarsi le cure ricevute dato che nonostante esse abbiano funzionato perfettamente, solo chirurgia,
radioterapia e chemioterapia sono riconosciute dalla legge italiana
come terapie ufficiali per la lotta al cancro e quindi sovvenzionate. In breve, Barbara Bartorelli si sarebbe dovuta curare con i metodi ufficiali, sarebbe morta (come previsto nel suo caso, dato che
la chemioterapia a cui fu sottoposta non ebbe effetti positivi), ma
avrebbe avuto il rimborso. Se mai dovesse accadervi di ammalarvi
di questa tremenda malattia, forse sarebbe il caso, prima di darsi
ciecamente a un ospedale, o a un presunto guaritore, o a un rinomato chirurgo, o a chiunque altro, di informarsi per bene, perché
si sa che la legge, la morte e le case farmaceutiche hanno una cosa
in comune: non ammettono ignoranza. Buonanotte.
Edvard Munch
Notturni
Nuvole radioattive, manti di morte
taciuti da “madre” indegna
4 l’EstroVerso Gennaio - Marzo 2013
Arte&Creatività
Alea iacta est… nell’arte
di Daniele Cencelli
Giulio Cesare, dopo aver sconfitto Vercingetorige nel 52 a.C., è sicuro di ottenere
un’accoglienza trionfale nella lontana Roma, ma i suoi nemici, guidati da Pompeo, sono pronti per privarlo del suo comando, l’imperium. Cesare cerca quindi di
negoziare col Senato una tregua, proponendo così di lasciare il potere a patto che
anche Pompeo faccia lo stesso. Il Senato continua la sua ostilità così Giulio Cesare decide di commettere uno dei più gravi affronti per la Res publica Populi Romani: superare il confine meridionale della Gallia Cisalpina, il fiume Rubicone.
Con questo evento, verificatosi tra il 10 e l’11 gennaio, inizierà la guerra civile
tra Cesare e Pompeo. Proprio questo fatto, data la sua importanza storica, è stato
spesso soggetto d’arte. Un dipinto in tempera cattura questo evento, si tratta del
pannello di Francesco Granacci (1469-1543) attivo nel fiorentino. La scena rappresentata è ispirata a un fatto prodigioso raccontatoci da Svetonio: mentre Cesare meditava sul da farsi gli apparve accanto un bellissimo giovane, suonante un
EscogitArte
flauto. D’improvviso il giovane prese una tromba dalle mani di un soldato di
Cesare e, suonando il segnale di tromba, attraversò il fiume. Il dipinto di Granacci (nella foto) racconta l’evento in ogni particolare: la scena è unica e continua,
con i protagonisti che si ripetono per “recitare” la loro parte, un espediente di
magnifico effetto che permette di vedere l’ambientazione senza tagli. Alla fine di
questa “pellicola dipinta” Cesare si dirige a Roma col suo esercito, trovandosi
dinanzi una città circondata da possenti mura. Ad altra opera letteraria, precisamente Farsaglia di Lucano, è ispirato il lavoro di Richard Westall, pittore inglese
del XVIII secolo: in procinto di attraversare il Rubicone apparve a Cesare la
grande dea Roma in ansia, luminosa ma immersa nell’oscurità, con i capelli bianchi che le cadevano dal capo turrito. La scena di Westall è avvolta dalla luce
divina, una luce che non è però, aperta, piena ma nebulosa così da rilevare la
paura e lo stupore dell’esercito, come traspare tra l’altro dai loro volti. Giulio
Cesare è invece rappresentato sicuro, come se si fosse aspettato le apparizioni
preoccupate delle divinità. Jean-Léon Gérôme, pittore e scultore francese di fine
Ottocento, dedica all’impresa di Cesare una statua bronzea che immortala il generale romano nell’attimo in cui, in sella al suo cavallo, è uscito dalle acque. La
statua, di modeste dimensioni e conservata nella National Gallery of Canada,
mostra tutta la fisicità dell’evento, dalla fatica del destriero al vento che innalza
le vesti di Cesare. Le raffiche sono così forti che quasi sembrano aiutare nella
risalita i due soggetti, così come accentuate sono le increspature dell’acqua. La
plasticità classicheggiante, accademica, dell’opera di Gérôme, conferma le convinzioni dell’artista nel rifiutare l’impressionismo francese, protraendo quindi lo
stile neoclassico.
Daniel Richter
Raimondo Ferlito
“Rimeditare la lontananza”
di Elisa Toscano
Tracce del passato ci parlano di un’esistenza immortale che riaffiora
tra i colori e le fibre delle tele del pittore Raimondo Ferlito. È lo stesso
artista che afferma: “L’idea dello spazio e del tempo è connessa a quella del viaggio dell’andata, del ritorno, del ripensamento nostalgico,
della rimeditazione nella lontananza, per una ripartenza magari verso
un medesimo tragitto ma con altro sguardo e più ricco bagaglio”. È
proprio il viaggio ad ispirare l’artista, un viaggio dal significato simbolico e catartico, che vede l’uomo, moderno Ulisse, errare lungo i percorsi della propria vita verso un luogo, una meta che si scopre essere il
punto d’origine. La circolarità di questo iter, lontana dall’accezione
cristiana e lineare del tempo, è permeata dall’esperienza, dal ricordo
nostalgico e da nuovi punti di vista di uno stesso tragitto. Luogo di
incontro tra modernità e passato, sono i lini settecenteschi ed ottocenteschi, usati un tempo per avvolgere opere sacre, che compongono e accolgono l’espressione artistica di Ferlito assumendo una nuova funzione e riscaldandosi di nuova vita. Sono tele che comunicano e si donano
come ricordi e segni di un tempo passato, intriso di significati colti e
raccontati dall’artista che esalta le tracce di oli, colori e umori rendendoli parte della propria opera. La materia, intesa non solo come presenza o assenza di colore o di altri materiali, ma anche come elemento,
tecnicamente necessario, per valorizzare e lasciare spazio ad ombre e
luminosi riflessi creati dalla superficie irregolare delle opere. Elementi diversi perfettamente armonizzati vivono e comunicano con
grande forza espressiva un rasserenante senso
di equilibrio. Il linguaggio pittorico
dell’artista esprime, tramite la combinazione
di scrittura, pittura e materia, una continua
ricerca esistenziale che solo un’anima lirica e
sensibile può percepire. È un racconto mai
negativo, seppure fortemente impregnato da
elementi nostalgici, che riportano l’uomo a
confrontarsi con la propria memoria. Esperienze e ricordi del passato tradotti in una
prospettiva attuale e moderna che impreziosisce e rende eterna l’opera
di questo artista.
L’astrazione come “ideale purezza”
di Rosario Leotta
Piazza George Pompidou, Parigi. Agosto 2007. Un pittore di strada come tanti ritrae
i turisti vendendo loro disegni per cinque euro. Pochissimo, ad ogni modo, in confronto al collega “più bravo” che chiede ben cinquanta euro a ritratto. Immediatamente molti lo snobbano per lo stile strambo, un cinese addirittura lo paga con tre
euro anziché con i cinque dovuti, accusandolo di consegnare in pochi minuti i suoi
ritratti senza impegnarsi. Solo giorni dopo si scoprirà che in realtà si trattava di Daniel Richter, uno dei più grandi pittori contemporanei, quotato per milioni di euro a
dipinto. Una delle tante provocazioni sotto forma di performance dell’artista tedesco, che ci fa riflettere ancora una volta sui meccanismi del gusto e dell’estetica. Il
linguaggio di Richter si evolve quasi all’inverso rispetto al consueto: a differenza di
molti pittori esso parte dall’astrazione, intesa da lui come “ideale di purezza”, per
poi recuperare la figurazione tramite una sorta di unione tra lo stile simbolista del
secolo scorso e la cultura pop e dei mass media attuale. "In definitiva, non c'è differenza tra pittura astratta e figurativa, a parte alcune forme di decifrabilità, i problemi
di organizzazione dei colori sulla superficie rimangono sempre gli stessi. In entrambi i casi lo stesso metodo si insinua in forme diverse", afferma Richter. Queste nuove figure da lui inserite sono rappresentazioni contemporanee della realtà ed esprimono un chiaro disagio politico e sociale. Tematiche che emergono fortemente nella
sua ultima personale a Parigi “Voyage Voyage”. A Debrecen in Ungheria è in corso
una collettiva alla quale è stato invitato, sulle nuove tendenze della pittura figurativa,
il cui tema è ispirato all’inquietante racconto “Nightfall” di Isaac Asimov.
5 l’EstroVerso Gennaio - Marzo 2013
Arte&Creatività
(segue da pag. 1)
Mirò, alla scoperta di una realtà
‹‹profondamente poetica››
di Laura Cavallaro
Qui si trasferì nel 1956 e realizzò il suo sogno di un
grande studio, ricostruito in mostra con gli arredi originali, in cui poter lavorare liberamente, mettendo da
parte pennelli e cavalletto e sperimentando, in un prolifico fervore creativo, nuovi mezzi e tecniche espressive che lo portarono a camminare sulla tela, a bucarla, a spruzzarvi sopra il colore o a lasciarlo gocciolare, spesso stendendolo con le mani. Il processo di
creazione artistica di Miró, apparentemente semplice
ma carico di un senso profondo e di significati nascosti, si poteva riassumere, per sommi capi, in tre fasi:
seguire un impulso, organizzare le forme ed arricchire
infine la composizione. Dietro a tutto ciò un artista
che non aveva confini e non amava incappare in
“etichette” artistiche che lo definissero surrealista o
astrattista: ‹‹Voglio scoprire la realtà profonda ed
oggettiva delle cose, - disse - una realtà che non è
superficiale e neppure surrealista, ma è profondamente poetica››.
Talani
Pyromanie
di Erica Donzella
“‹‹Dammi un bacio forte prima di andare via. Prima di
richiuderti nella tua crisalide vetro opaco, verde edera.
Ramificata dentro la schiena. È per troppa materia a
cui abbiamo dato nomi e cifre che non sappiamo più
sfiorare l'attimo. Schiavi seviziati dalla paura.Come se
l'aria potesse dividersi in atomi tutti uguali, schegge
affilate dentro la gola, le parole che rimangono in silenzio. ›› Era il pensiero abortito, raschiato e vomitato
lucidamente dopo molte bocche passate sulla sua. Se
avesse potuto strozzare quella rabbia, mai gridata,
sempre decorata di sguardo collerico, di quel gioco
della filosofia, scudo d'oro alle urla bulimiche.
Panta rei. Non passa un cazzo senza lasciare taglio.
Sempre cullata col senno di poi, pur sempre spina
dorsale di ogni giorno, notte, alba rubata al sonno,
mano vibrante di mancanza. Tremava. Per quella vita
che sentiva troppo, che le drogava la bocca e anestetizzava il dolore, pur sempre canto, caduta libera dentro uno specchio riflesso di sé. Se avesse potuto spegnersi, per morire almeno in pochi millimetri di pelle,
da ricucire senza sentire il graffio dell'abbandono, se
avesse dimenticato di respirare per il dovere di rimanere viva, avrebbe ingaggiato un patto con la sua
malsana patologia, si sarebbe resa vulnerabile e avrebbe gettato la maschera della fragilità. Era il simulacro del suo stesso essere. Essere troppo, essere
sempre, per sempre. Es, per trovarsi sempre dov'era
stata lasciata. <Mi muovo in base alla mia violenza>.
Allo stato brado delle sue emozioni, sfiniva la mente di
innumerevoli intrecci e visioni, fotogrammi, rebus sfilacciato di nervi rossi e neri. Sinapsi incazzate."
6 l’EstroVerso Gennaio - Marzo 2013
Cultura
L’aforisma di Claudio Bagnasco
Impossibile amare una sola persona: o tutti o nessuno.
L’antro della Pizia
di Savina Dolores Massa
Il male oscuro
La Pizia oggi non ha voglia di parlare di Arti, di disperati poeti, di amabili
scrittori, di registi geniali, e di pittori tanto meno. La Pizia ha freddo in
quest’antro di gennaio ragnateloso, grigio come un topo denutrito. Sta sul trespolo, immobile, lo sguardo spalmato sulla parete di fronte. Non ha pensieri
saettanti nel cuore delle pupille. Può accadere, questo, quando leggendo e frugando con accanimento nel mondo delle Arti il cervello si riduce a schegge
appuntite rivolte verso la propria carne. E ci si dissangua in un momento sopra
le ceneri di un Majakovskij, di una Woolf, di una Plath, di un Bacon. Anime
bruciate, impazzite, straziate. Meglio sarebbe stato scegliere di non incontrare
nessuno di loro? Rinunciare alla ricchezza di opere commoventi, se golosamente afferrando non si è stati in grado di ignorare il doloroso percorso che ha
condotto tali artisti alla svenata espressione di sé?
Dubbi d’inverno, quando il male oscuro avvolge, ed è un lugubre velo.
Brutti discorsi, oggi, in quest’antro. Sono desolata, ma dalla Pizia avrete sempre e solo ciò che lei è, e adesso la Pizia non indossa piume di pappagallo caraibico, né le scorre la risata in gola, e come mai come mai? Perché finora dentro
la sua testa aveva eretto scale di pietra, gradini sui quali collocare libri, quadri,
fotografie, città intere con i propri abitanti.
La Conoscenza non sempre è un dono quando per ottenerla si disprezza il tempo da dedicare a un passo leggero in un viale che merita, anch’esso, di essere
conosciuto. Si disprezzano, - con un’alzata di spalle perché “non si ha il tempo” - il mutare delle stagioni, il sapore di un cibo, la domanda di un figlio,
l’occhio dolce di un cane che timidamente, per non disturbare, ti domanda,
Guardami.
Distratti da troppi stimoli, pur bellissimi, si precipita nel disoriente, ci si scorda
di ascoltare l’ignoranza, che dietro alle spalle, sempre, sa nascondere esistenze
di uguale valore a quelle scritte nei libri della Storia.
La Conoscenza ha l’obbligo della misura se non si vuole incorrere nel danno
dell’onanismo fine a se stesso o di vedersi trasformati in tanti miserabili cloni,
pappagalletti con nulla di autentico di se stessi da dire. La Conoscenza ha un
senso se si è capaci di trovare l’equilibrio tra ciò che si scopre e ciò che contemporaneamente si è capaci di vivere in prima persona. Il topo da biblioteca,
per quanto si impegni, resterà sempre e soltanto un ratto nel momento in cui
non saprebbe neanche descrivere il colore del cielo che si è lasciato alle spalle,
prima di entrare nell’edificio.
Alla Pizia che sono: disordinata, pasticciona, sognatrice con sette gatti e due
cani è stato prescritto, Riposa, dormi, passeggia, contempla. Il mio oracolo per
voi è, Fate altrettanto: la fretta, la vanità e l’avidità fanno inciampare anche il
più astuto tra i corridori.
Ecco, questo è tutto, confusamente espresso come il mio cervello adesso esige.
Se non mi avrete compreso, sarete giustificati. Buon anno.
SDM
7 l’EstroVerso Gennaio - Marzo 2013
Cultura
Scrivere
di Selenia Bellavia
La scrittura è effectio corporis. Indistinti rimuginìi cerebrali esigono
una edificazione, un alcunché di
tangibile, una cristallizzazione in
forma. Una reflexio anatomizzata e
assettata, che non sfumi in un reflexus cerebri, reclama un corpo. Tuttavia, la sua genesi, come ogni concepimento, mostra la sua insidia: in
aggiunta all’evidente effetto prodotto da una spoglia sostanziale che
confina l’intelletto entro i suoi margini, quantunque necessari per dare
ordine e gravità ai pensieri, tende a
fondere, subdolamente, l’io scrivente con l’oggetto narrato. L'io
incombe sulla cosa e questa, di rimando, s’imprime nel soggetto.
La contrazione indotta da tale contaminante infiltrazione innesca
un’identificazione che trascina verso un esiziale deragliamento: la
comunicazione.
Antitetica all’espressione, epiphania del rapporto con se stesso e con
il proprio spirito, riguarda quel correlarsi con l’altro che origina dalla
necessità di vivere in branco. È
spontaneità d’esistenza, come un
digrignìo di fiera, un ammiccamento d’intesa o un’emanazione feromonale. Chi comunica non può non
identificarsi con la cosa che, in quel
momento, lo sta abitando. È quel
passaggio dall’oralità al gergo scritto che annienta la forma in favore
della fretta e riduce la parola a traccia d’inchiostro analoga a cartello
stradale o insegna promozionale.
Quantunque la scrittura sia condizionata dalla pulsante materia antropica, l’io determinato a esprimersi può, nondimeno, fiaccare tale
assorbimento con una coercizione,
vale a dire con l’attuazione di una
frattura tra se stesso e il proprio
actus.
Stendere uno iato che s’interponga
tra scrittura e ordinaria esistenza di
funzioni fisiologiche e bisogni equivale a staccarsi da se stesso,
tuttavia deve tentare con ogni mezzo.
Tale scarto è risonanza della sua
attenzione e può preservarlo dallo
sdrucciolare verso un io comunicante.
l’editore
racconta…
Le Edizioni Clichy nascono a Firenze dalla ex redazione di Barbès, marchio editoriale nato nel 2007 e messo
in liquidazione alla fine del 2012 a seguito dei problemi finanziari del gruppo che la possedeva, Edison. La
nuova casa editrice, del tutto indipendente, prende il nome dal quartiere parigino di Clichy, teatro del capolavoro di Truffaut I 400 colpi, ed è composta dallo stesso staff (la caporedattrice Franziska PeltenburgBrechneff, le redattrici Giada Perini e Maria Pia Secciani, l’addetto stampa Silvio Bernardi, con l’aggiunta di
Tania Spagnoli, già traduttrice e consulente per Giunti, Garzanti e Fanucci) e diretta da Tommaso Gurrieri,
artefice della nascita di Barbès. Le Edizioni Clichy, le cui prime pubblicazioni partiranno a fine gennaio 2013,
guarderanno con un occhio di riguardo alla Francia odierna, sempre più luogo di incontro tra la storica cultura
europea e quelle “altre”, da sempre nuova linfa per la creatività di artisti e scrittori: la topografia di Parigi sarà
richiamata, infatti, non solo dal nome della casa editrice, ma anche dalle collane. Il “mondo nel mondo”, parafrasando Stephen Spender, della città delle Luci, fungerà così da ponte per una produzione che abbraccerà la
narrativa contemporanea - sia essa di stampo letterario o legata alla cultura popolare, sempre col denominatore comune della qualità della scrittura - e quella classica. Altro aspetto importantissimo della proposta di
Clichy saranno i libri per ragazzi, scelti accuratamente tra le più ricercate proposte straniere e italiane. Infine,
centrale sarà il dialogo con la Toscana e in special modo Firenze, città che ospita la redazione e con cui
quest’ultima si augura di sviluppare un rapporto privilegiato e tutt’altro che univoco, offrendo e raccogliendo
stimoli sia attraverso un marchio integralmente dedicato alle proposte toscane, Firenze Leonardo Edizioni, sia
con la programmazione di corsi, reading ed eventi all’interno della sede di via Pietrapiana.
Ecco nello specifico la presentazione delle collane e delle prime uscite.
La stazione parigina Gare du Nord, frenetica e multiculturale, dà il nome alla prima collana, dedicata alla
narrativa contemporanea di stampo letterario, francofona ma non solo: tematiche forti, autori dalla scrittura
inconfondibile, senza timore di assumere posizioni di rottura di fronte all’establishment culturale e sociale.
Simbolica in tal senso è la scelta del primo titolo, in libreria dal 23 gennaio, I miei luoghi: si tratta di un librointervista di Marguerite Duras, scritto con Michelle Porte e finora inedito in Italia, in cui l’autrice de
L’amante si racconta dal di dentro, attraverso i luoghi della sua vita che fanno da contrappunto a tutti i suoi
straordinari romanzi. Sempre il 23 gennaio uscirà Scrittori di Antoine Volodine, autore franco-russo di grande
complessità e originalità, celebratissimo dalla critica di tutto il mondo. A fine febbraio sarà poi la volta di La
conversazione, romanzo breve in cui l’Accademico di Francia Jean d’Ormesson immortala Napoleone Bonaparte nel momento prima della scelta più importante della sua vita: proclamarsi imperatore. E ancora, nei
prossimi mesi: le storie di banlieue di Pierric Bailly, l’America secondo Philippe Besson e il lunatico e imprevedibile Mago di Oz secondo Claro. Il Centre Pompidou, luogo d’incontro di giovani artisti e performer, musicisti e skater, presta il nome a Beaubourg, la collana di Clichy che più di tutte darà voce allo spirito della
cultura pop, in tutte le sue espressioni: dalla musica al cinema, alla narrativa postmoderna che sappia venire
incontro ai lettori più diversi. Il primo titolo (anche questo in libreria il 23 gennaio), Woody, Cisco & Me, romanzo autobiografico dell’americano Jim Longhi che racconta, in tono spigliato e rocambolesco, delle sue
esperienze in Marina durante la Seconda Guerra Mondiale al fianco della leggenda del folk Woody Guthrie,
incarna in unico libro le diverse anime della collana. Il percorso a tutto tondo sulla cultura pop non si fermerà
alla parola scritta: tra i titoli di Beaubourg figureranno anche graphic novels, selezionate tra le migliori proposte del settore, senza paura di affrontare argomenti difficili o scomodi, secondo le molteplici possibilità di
espressione di un mezzo che sempre meno viene considerato alla stregua delle arti minori. I primi due albi di
questo filone saranno il doloroso Estate ‘79 di Hugues Barthe e Fern Grove della finlandese Katie Närhi.
Sembrerà un azzardo intitolare una collana a un cimitero, ma il Père Lachaise è da sempre molto di più di
questo: è un luogo di memoria storica e culturale, monumentale, di culto anche pagano, di scoperta delle proprie radici. In questo senso la collana che ne prende il nome proporrà autori considerati fondamentali per la
storia della letteratura, riscoprendone opere minori, inedite o assenti da lungo tempo dalle librerie italiane,
con traduzioni e curatele nuove. Faranno parte di questo filone una breve raccolta di scritti di Herman Melville mai tradotti in Italia, in programma per metà 2013, e un’opera teatrale di Ottiero Ottieri, I venditori di Milano, pubblicata per la prima volta nel 1951 e mai più riproposta. La piazza in cui sorge la piramide di vetro
del Museo Louvre, e che originariamente ospitava una grande giostra a cavalli, dà il nome Carrousel, collana
per ragazzi che avrà grande spazio nella produzione di Clichy: comprenderà albi scritti e disegnati dai migliori illustratori del mondo, scelti in base al carattere inconsueto o alla storia avvincente, al tratto originale o al
testo sognante. Tra i primi titoli, lo spiritoso e variopinto Il ladro di calzini di Marie Paruit e il dolcissimo
Grande lupo piccolo lupo di Olivier Tallec. Il rapporto con Firenze, città pulsante e dalla vita intensa al di là
dei circuiti turistici, è infine centrale nelle intenzioni della nuova casa editrice. In tal senso ecco un marchio
dedicato alla produzione toscana e fiorentina, Firenze Leonardo Edizioni, che pubblicherà libri incentrati
sulla storia e i costumi della città dei Medici, senza dimenticare il vernacolo e l’umorismo fiorentino, ma anche con particolare attenzione ai personaggi che hanno fatto la storia della Firenze di oggi. In questo senso si
inserisce La Pira: la città e l’urbanistica, raccolta di scritti sulla città dello storico sindaco Giorgio La Pira,
curate da Francesco Gurrieri e già in libreria da pochi giorni.
Tommaso Gurrieri (Direttore Edizioni Clichy)
8 l’EstroVerso Gennaio - Marzo 2013
Inediti d’autore
Diego Caiazzo
Paolo Aldrovandi
Diego Caiazzo è nato a Napoli il 25 ottobre 1955. Vive a Pomigliano
d’Arco. I suoi interessi principali sono la letteratura, e in particolare
la poesia; la musica, suona il pianoforte con predilezione per Bach;
gli scacchi, è Candidato Maestro della Federazione Scacchistica Italiana e inserito nel ranking internazionale della Fédération Internationale des Échecs. Considera la poesia una finestra sull’anima. Scriverla o parlarne significa guardarsi dentro, senza mentire. La sua opera è
ancora interamente inedita. Questa è la prima pubblicazione su rivista. Le seguenti poesie sono tratte dalla raccolta “La via lattea”.
Mi chiamo Paolo Aldrovandi. Sono nato a Mantova nell’agosto
afosissimo e pieno di mosche del 1974. Da allora, credo, non ho
mai più sopportato il caldo. Da buon essere invernale, ho scritto la
mia prima poesia a tredici anni per un amore non corrisposto
(ovviamente). Ma ricordo che già allora trovai il modo per essere
assai poco carino nel far notare il mio disappunto. Infatti, quando
la lei del momento si ritrovò la mia poesia tra le mani e la lesse,
non mi abbracciò affatto. Il mio modo di scrivere è così: crudo,
reale e poeticamente quotidiano… Nel mondo e nella vita, anche
nella peggiore, esiste uno strato di poesia ben compatto, anche se il
più delle volte impercettibile… Viaggiando molto, e spesso da solo,
ho avuto la possibilità di farmi più idee e di prendere spunto da
queste. Di osservare i vari mondi e le diverse abitudini, di parlare
con persone che quasi certamente non incontrerò mai più… È stata
essenzialmente questa la linfa vitale della mia poesia. Non ho nessuna pubblicazione rilevante: ho scritto per decine di riviste di poesia, sia cartacee che online, ma non ne ricordo nemmeno i nomi.
Scrivere poesia è una liberazione obbligatoria, e io faccio così.
Dagobert D. Runes
dizionario di filosofia
Oscar Studio Mondadori
“stampato nell’aprile 1975”
l’ultima pagina rivela l’età
i fogli sono gialli
come una pelle malata
picchiettati di puntini neri
come minuscoli nei
segno d’una corruzione
chimica della carta
non avevo ancora vent’anni
quando comprai questo libro
considerandolo eterno
come me stesso
ora dopo altri trenta
l’ittero della cellulosa
ne denuncia la fragilità
ricorda che non resisterà
ancora a lungo
al passare del tempo
una tragica avvertenza
al lettore sul suo
disfacimento.
***
Si sa,
scrivere è un tentativo
di sopravvivere a sé stessi,
di sprigionare l’anima
per metterla in salvo
sulla carta;
forse ci si illude
di valicare il muro
della morte
usando una scala
di sillabe;
e così,
sillabando,
la vita si attenua,
scritta sembra
quella di altri,
di cui si è pronti
a consolare il dolore.
***
Forse è questo la poesia
una via di salvezza
come la religione
un’invocazione alla divinità
sacrificio e preghiera
ogni componimento è una tappa
di riposo e di conoscenza
stazione di posta
del pensiero e dell’anima
in una via altrimenti smarrita.
Dormiveglia
La schiuma resta in testa
e vorrei non dormire mai
nella mia risacca omicida
che ricopre tende la notte
sbalzando anime passate
e rimuovendo fantasmi pagliacci
che portano allo sgomento del mattino
con incapacità recidiva
che abbraccia come una scimmia
e gratta con unghie sporche
e dita nere come la povertà
entrata nella mia casa nuda
col sorriso dal volto mancato
pensando al momento eterno
come al sangue tenuto stretto
nelle vene piene d'aria
in embolia costante
sparata come uno zero
da siringhe sante
capaci di far dormire l'idea
e di salvarsi dall'estasi momentanea
nell'infimo viaggio riciclabile
Non ti allontanare
Non ti allontanare
resta e sbriciola
quel pezzo di pane
lascia lo smalto fluire lento
in arteria rosso scomposta
nel tocco del senso
che è padrone del vedere
di questi occhi buttati
che rubano colore al sole
nella speranza d'incendiare i fronti
del tuo bollente pudore
che scivola in languide serietà
come il braccio armato
della sua stessa vita
domandandosi se l'amore
è spedito in posta celere
da postini pazzi che fischiano
mille volte al giorno sotto casa
la stessa nenia in ripetizione
permettendo di frugare rapido
tra scatoloni di non amore schiacciati in soffitte
che preferiamo tenere
sempre chiuse agli altri
9 l’EstroVerso Gennaio - Marzo 2013
Inediti d’autore
Il senso negato di Letizia Dimartino
Racconti uniti da un comune denominatore. Protagoniste le donne.
Flaminia
Flaminia è il suo nome.
Ha capelli verdi, occhi gialli. Ha pure due- tre sogni. Le si attorcigliano lungo le gambe, su per il corpo allungato quando
la sera cerca, inutilmente, di pensarsi stesa sul letto al di là della sponda e cerca di vedersi immobile e sdoppiata in un vano tentativo di training. Succede invece che al posto della visione, difficile da immaginare, le si inerpicano i sogni per le
gambe immobili e tese, che invano cerca di rendere molli. Arrivano, i sogni, immediatamente alla testa e vi dimorano nei
rimanenti cinque minuti necessari al
raccoglimento.
“Cara mia Flaminia,
hai dimenticato più cose in bagno. Ti elenco: salvelox cotton fioc forbici dalle punte arrotondate (a che servono?) spazzola
con capelli vecchio dentifricio. Ho raccolto il tutto in un sacchetto da farmacia e l’ho posato sulla mensola di vetro, quella
sempre schizzata d’acqua. Non penso verrai mai a prendere quanto ti ho detto, conserverò il sacchetto per un’altra settimana - poi si vedrà. In bagno ho fatto finta di parlarti, ti ho detto: oggi racconterò una storia, una storia breve e concisa; tu
l’ascolterai poi verrai a dormire, finalmente per sempre, in quella stanza bianca che cosi’ poco ti piace, ma piace a me perché fatta di luce, priva di tende, assolata e vicina alle nuvole. La storia è una poesia, la poesia che cerco sempre nella mia
mente, quella che arriverà prima o poi nella tua vita e sarà la poesia del sempre e del tutto. L’unica che io sappia e sappia
dirti. Quella che tu ascolterai e seguirai; io, quando tu la ripeterai, camminerò ai margini della tua vita confusa, rassettando e raccogliendo i tre sogni che ogni sera si attorcigliano lungo le tue gambe. Le sentirai finalmente sciolte, immobili ma
lente, molli di carne ossa e sangue. I tre sogni saranno dentro la mia poesia, non la declamerò ma tu l’ascolterai lo stesso
perché ti giungerà oltre la spalliera del letto e ti vedrai stesa - figura dormiente - sdoppiata e leggera. E sarai tu, in questi
versi rilassati, pronta a sciogliere il nodo ai capelli che stringe i pochi pensieri di troppo, quelli che attanagliano la tua piccola mente inquieta. Ascolterai la poesia dei tuoi giorni qualunque, ogni parola ti giungerà sommersa, sfoglierà giorni di
calendario, trapasserà ore immaginifiche, si poserà sul tuo sguardo irriflesso e strapperà, straccerà, i tre sogni che ti hanno
fatto fuggire e urlare lungo le scale del mio palazzo antico che, mai, ha ascoltato simili urla. Il tuo grido mi è giunto ed io
ne ho raccolto l’ultima frangia del lamento contenuto, per trasformarlo in poesia. Nessun computer potrà conservare il
canto compresso dei miei versi slabbrati ma io so, per primo, quante parole contiene il silenzio di questa poesia che tu mi
strappi e chiedi da giorni e mesi. So che vuoi parole silenziose quelle che non giungeranno mai - così dicevi commossa
con il brillio dei tuoi occhi gialli che riempiva la stanza bianca, ed era luce sulle tue parole. Ora che te ne sei andata attendi pure versi imbrigliati perché nessuna magia verrà più fatta".
Moltevoltecaro Diego, l'urlo di cui tu parli io non l'ho sentito né emesso. Chi dunque ha gridato al mio posto il giorno in
cui ho sceso le lunghe scale di casa tua, stentando non poco per il peso di una valigia troppo scomoda e pesante? C'era
silenzio in fondo alla mia gola secca, bruciava di dolore compresso ma tu non hai potuto sentire molto delle piccole frasi
che ti dicevo, scalino dopo scalino. Del fuoco della testa, di quello avresti dovuto sentire l'odore acre …ma tu pensavi alla
poesia che mi avresti detto un giorno. Quale giorno? le attendo, le parole sparse; ma che colore avranno e che sapore? gusterò le vocali che si attardano sul foglio bianco - perché ci sarà un foglio bianco - e finalmente divorerò le tue parole nel
silenzio che tu conosci bene. Il silenzio dei miei occhi della mia voce, il silenzio che inseguo. Tu invece insegui i miei tre
sogni. Vuoi conoscerli, li inventi, li immagini, li vedi strisciare per le mie gambe tese. Ma io, io li conosco i miei tre sogni? Mi accompagnano da anni, credevo di averli trovati fra le pieghe delle lenzuola stropicciate del tuo disordinato letto,
nella camera bianca vicino alle nuvole minacciose oltre la finestra, nel miagolio del tuo grigio gatto che sfugge al mio
minimo gesto, tra le trame del tuo unico maglione color arancio, intrecciato ai riccioli corti della tua piccola e tonda testa.
E ancora potrei dire. Ma ricorda, non li conosco i miei tre sogni e non sono andata via perché li cerco da sempre. La tua
poesia dovrebbe dirmi che le mie gambe sono finalmente morbide, niente si attorciglia intorno ad esse ed io mi vedo oltre
la sponda del letto, supina e dormiente in altro letto, ormai, in altra casa in un misero pianoterra vicinissimo ai rumori di
una strada di periferia, fra le nuvole di traffico senza colore. Chi, allora, ha gridato quella mattina durante la mia lenta e
impacciata discesa? Non aspettarti più niente, perché poco verrà da me e io sono incapace di fare magie. Nessuno cambierà i miei tre sogni in semplice realtà. Né permetterò mai che tu lo faccia, anche se con una splendida e unica poesia".
Diego si alza e va alla finestra. La sera della città è dietro i vetri della sua alta casa. Poco giunge del traffico, la camera è
invasa d'altri rumori: un computer che attende, acceso, d'essere accarezzato; un gatto grigio che sogna sussultando sulla
poltrona, il ronzio del frigorifero quasi vuoto, la spia rossa e ticchettante del vecchio scaldabagno. Diego non attende più.
Lì, fra le pieghe delle lenzuola stropicciate del suo disordinato letto si attarda un capello verde. Apre la finestra, il primo
infisso, il secondo infisso e poi nel vuoto, leggero, il capello si attorciglia, si slarga. Galleggia nell'aria della notte sopraggiunta.
Nessuna magia è stata fatta.
Nata a Messina nel 1953, Letizia Dimartino vive a Ragusa. Ha pubblicato nel 2001 la sua prima raccolta di poesie, Verso
un mare oscuro (Ibiskos), seguita nel 2003 da Differenze (Manni) e, nel 2007, da Oltre (Archilibri). Nel 2010 è uscito La
voce chiama per Archilibri. La silloge Cose, tratta da La voce chiama, è stata pubblicata sull'Almanacco dello Specchio
2009 (Mondadori). Nel novembre 2010 Metallo, primo premio per l’inedito (premio Gilda Trisolini) del circolo culturale
Rhegium Julii, è divenuto un libro a opera della stessa associazione. A maggio 2012 è uscito per Ladolfi Editore Ultima
stagione con un testo critico di Renato Minore.
10 l’EstroVerso Gennaio - Marzo 2013
Notizie Letterarie
Fotoracconto
di Massimiliano Raciti
Belli da leggere
di Grazia Calanna
Chiacchiericcio
Dario Spoto
di Marco Saya (Marco Saya Edizioni)
Mio padre suonava la chitarra; era bello ascoltarlo alle feste
insieme a tutti i vicini. Quando cantava aveva uno spirito e
una verve tale da ammaliare tutti.
Una volta se qualcuno voleva ascoltare della musica doveva
bussare alla porta di un musicista e chiedergli se poteva suonare per lui. Se il musicista accettava bene, se no niente, dovevi aspettare il momento giusto. A parte gli strumenti, mica
esistevano supporti per riprodurre musica.
Poi fu la radio; la sera c'era quasi sempre un concertino dopo
il bollettino di guerra, piccole orchestre trasmettevano Bach in
onde medie.
Poi un tizio inventò il disco in vinile, arrivò il grammofono
per sentire qualche disco.
Era come avere Beethoven ospite a cena quando volevi.
Ogni disco era un tesoro speciale, ricordava una data ben precisa, una ricorrenza, un regalo e le note intrappolate nel vinile
erano vive dentro la mente di chi ascoltava, meditava, imparava.
Poi arrivarono le case discografiche e gli LP. I Long Plain,
meravigliose suite musicali tutte da gustare, nacque il rock,
figlio di jazz e blues... quelli sì che furono anni memorabili...
arrivava anche l'elettronica.
Costavano i dischi, mica era per tutti, mettevi da parte qualche
cosa e poi correvi in un negozio o aspettavi di ricevere per
posta i primi successi dei grandi stranieri.
Quando finalmente arrivarono anche le musicassette si diffuse
quella che ancora oggi chiamano pirateria.
Poi l'alta fedeltà, il compact disc, plastica, fibra ottica, dati
elettronici letti da un laser rosso.
Adesso basta un mini lettore mp3 per conservare oltre 300
canzoni in 2 centimetri per 1.
Mi sono diplomata al conservatorio, suono l'arpa, il violino, la
chitarra, il piano e sto pian piano imparando anche la tromba.
Amo la musica, è la mia vita, mi fa sentire mio padre ancora
vicino, come quando mi vide per la prima volta alla filarmonica, il mio debutto.
Ormai però non trovo più lavoro, pazzesco.
Le lezioni private mica bastano a pagare tutto, ormai i ragazzini giocano a guitar hero, uno stupido giochino con una chitarrina a tasti colorati in cui devi schiacciare in sequenza quello che ti dice il video.
Ricordo con malinconia gli sguardi che cercavano mio padre e
aspettavano in silenzio che lui accordasse la chitarra e ci regalasse un sogno fatto di note, accordi, voce. Magari alla fine ci
regalava anche qualcosa da ballare tutti insieme.
Assurdo, sono quasi cinque anni che lavo scale dei condomini
ormai.
E quest'oca giuliva mi ha appena macchiato con il suo gelato
zeppo di conservanti, come la musica confezionata dalle case
discografiche che ha nelle cuffie.
“cinque muniti per dirvi di non ascoltare / codeste cassandre puttane / travestite da lauree con master a seguito, /
figlie di un capitalismo abortito / e di una democrazia stuprata. […] cinque minuti per riprendervi quella dignità /
persa nella sabbia fine di qualche deserto”. Marco Saya,
edita se stesso, e, tra virgolette, si scusa per il tempo rubato
al nostro tempo chiamandoci alla malmenante lettura del
suo spregiudicato Chiacchiericcio. Dopo averlo scusato, lo
ringraziamo. Converrebbe Cioran, esistono solo le cose che
abbiamo scoperto da soli, le altre sono tutte chiacchiere.
Saya, cosciente della “precarietà della parola”, addita la
menzogna, “verità tramandata da previi accordi”, figlia dell’umanità intrappolata nel
cerchio perpetuo della reiterazione, “ricordo quei convogli / che, allora, avevano /
un’unica destinazione”. Plasma versi agili, “il caleidoscopio della mente / ricicla immagini variopinte / come ruote di pavoni”, fotogrammi verbali di un paese popolato da
lacchè, opinionisti senza opinioni, morti sul lavoro, precari in cerca di dignità, in cui
“la povertà precipita / fracassandosi sull’asfalto / cosparso da compresse di xanax”.
Versi acuti, “mi domando se, oggi, l’idea abbisogni / di un nuovo re-styling / ma gli
orchestrali della mente / dirigono solo metà emisfero / perché a corto di dipendenti”, di
sociale interpellanza, “ri-apprendere come sfregare le pietre focaie / potrebbe essere il
miglior inizio / per dar fuoco a questo presente?”.
SoloMinuscolaScrittura
di Silvia Rosa (La vita felice)
“Il linguaggio è uno specchio della mente in un senso profondo e significativo; è un prodotto dell’intelligenza umana, ricreato ex novo in ogni individuo mediante operazioni che si situano ben oltre il limite della volontà e della consapevolezza”.
Leggendo “SoloMinuscolaScrittura” di Silvia Rosa, sovviene
la riflessione di Noam Chomsky. Siamo in presenza di una
prosa poetica che non sfugge il silenzio, bensì lo accoglie in
policroma (faconda) pienezza. Taciturne, “le parole sono carne
tenera dell’anima, l’alfabeto di occhi mani labbra che siamo,
eterni a svanire”. Con verità cristallina, “a denti stretti”,
l’autrice partecipa il lettore del proprio “precipitare nell’ansa
nuda di parole”. Indaga le geografie del tempo, pur (talvolta) assente da se stessa, instancabile, pur (talvolta) stanca dell’immobilità che la “preme contro i minuti sbeccati
taglienti dei giorni che scorrono in fretta, e si sbriciolano”. Sveste i propri dubbi esistenziali, “bolo indigesto che ulcera la coscienza”. Sul “candore delle pagine” adagia
desideri cosmici, riconoscibili, anche quando taciuti, “vorrei che ci scambiassimo le
fiabe, e le dolcezze che teniamo nascoste al mondo intero, […], il tempo di un sospiro
di piacere che tremi il cuore e frani cielo e terra fino all’origine di (un) noi - possibile”.
Ebbene, cardine è l’amore, che, insegna Ludwig Feuerbach, è passione, contrassegno
della vita, senza il quale, ricorda (semplicemente) Silvia Rosa, “i giorni (e le notti)
precipitano nel vuoto”.
la ferrovia
di Lina Maria Ugolini (L’Arca Felice)
“Il segno ferrato dei caratteri tipografici traccia un percorso
emotivo aperto dentro il quale il lettore può ritrovarsi e aggiungere tratte, destinazioni, fermate. Il senso dell’itinerario è
racchiuso in questo verso: - Corre sui binari la scrittura ma il
conoscere è meta provvisoria -. Esprime a mio avviso una
necessità fondamentale per l’uomo: l’anelito laico
dell’intelletto al mai-finito auspicabile nella dimensione di un
oltre”. Parole di Lina Maria Ugolini, autrice, per le Edizioni
L’Arca Felice (collana arte-poesia a cura di Mario Fresa,
progetto grafico di Ida Borrasi), della plaquette lineare la
ferrovia ornata da una litografia di Roberto Matarazzo. La
Ugolini celebra il viaggio, porta attraverso la quale si esce dalla realtà come per penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno (Guy de Maupassant). La meta
è “l’ignota stazione Ω”, ricorda. Dovremmo imparare a mitigare la corsa, lontani dalla
“retta oraria alla ragione”; imparare a sostare, “Ti volevo salutare: / una mano sulla
spalla, un abbraccio fraterno”; imparare (meditando) che non basta “spostarsi per essere altrove // scendere dal treno e ricominciare / il lavoro sporco in un’altra piazza”. Un
canto lirico con esteso registro acuto (accorto), “Il fischio del capostazione / arriva
come una lama di coltello // fende la nebbia / cola sangue grigio / sulla cicatrice del
ricordo”, e grave (intenso), “tra le dita della morte / prossima a recidere / minuti pezzetti / estreme briciole di un tempo vuoto / coriandoli / al carnevale della vita”.
11 l’EstroVerso Gennaio - Marzo 2013
Anteprima
"Mi hanno detto
di Ofelia"
di Cristina Bove
“Ho cominciato da piccolissima a nutrire la passione per le
arti, la lettura e la scrittura. A
tredici anni scrivevo poesie,
alcune furono pubblicate sul
quotidiano Il Mattino. A diciotto anni mi suicidai (non “tentai”il suicidio, come
comunemente si dice, perché non avevo sperato né previsto di sopravvivere). “Viva per miracolo dopo un
volo dal quarto piano” titolarono i giornali. Ho vissuto
da giovanissima tre anni a Tunisi dove fu allestita con
successo la mia prima personale di pittura. È mia la
scultura in bronzo nell’atrio dell’hotel Sabbiadoro a S.
Benedetto del Tronto. Negli ultimi tempi mi dedico
soprattutto alla poesia. Mi sento testimone del mio tempo e della mia esistenza. Credo nella libertà e nella giustizia. Considero la poesia un linguaggio universale,
l’esperanto dell’anima”. Parole di Cristina Bove autrice
dopo, Fiori e fulmini (2007), Il respiro della luna
(2008) e Attraversamenti verticali (2009), di Mi hanno
detto di Ofelia (Edizioni Smasher 2013).
“Divagazioni, divertissement, diletto? Le definizioni
colgono solo una parte dell’essenza, restringono il campo e, delimitandolo, lo tradiscono, restituendone, appunto, una versione tranquillizzante perché divulgabile.
È bene, allora, diffidare di etichette sbrigative, sottrarsi
alla tentazione di catalogare. Consiglio, questo, particolarmente calzante per Mi hanno detto di Ofelia di Cristina Bove. Silloge proteiforme, nel senso più ampio e
nobile del termine, poiché dalla ricchezza e dalla mutabilità di forme e di declinazioni della poesia essa trae
una linfa originalissima. La parola, quanto mai duttile
qui, attraversa tutti gli stati della materia e altri ne crea,
mescolando sapientemente e in guisa mai scontata gli
elementi ‘naturali’. Chi legge è invitato qui ad avventurarsi su Holzwege, sentieri interrotti nel bosco, a seguire vene sotterranee erroneamente date per esaurite, a
percorrere traiettorie divergenti dal canone consolidato,
anche da quello che l’epidermica impressione può far
percepire come inusuale e innovativo e che troppo
spesso, nella poesia contemporanea, non osa oltrepassare la striminzita e logora tessera del canovaccio pseudoermetico-essenziale”. Estratto dalla nota critica di Anna
Maria Curci.
La strada per il molo
Hai sogni dipinti in verticale
come gli occhi dei gatti
tristi di vissuto a gabbie
per infinitesimi chiacchierii riposti
scaffali imbarcati al centro
a sostenere il peso
dei miracoli
una cicca d'avanzo tra le labbra
il respiro invetriato nella tosse
mi prendo tempo e giro oltre la strada
a filo di gessetti - il marciapiede
dilaga di madonne
dipinte con l'assenzio ed il vetriolo non è tempo da tetti né comignoli
vieni sul mare
a guardare velieri controluce
doppiare l'orizzonte e il calendario.
L’ANGOLO DEL COMMERCIALISTA
I risvolti positivi dell’IMU
di Danilo Lizzio - [email protected]
L’Imposta Municipale Propria (IMU) ha portato conseguenze negative nell’anno 2012, per
l’innalzamento delle tariffe e degli esborsi che
si sono abbattuti sui possessori di immobili,
terreni e aree fabbricabili. Però l’IMU ha anche un risvolto positivo; riduce, infatti, il peso
fiscale dell’IRPEF sugli immobili non locati.
Tale vantaggio è visibile già adesso con la
consultazione delle bozze dei modelli di dichiarazione per l’anno 2012 (Unico PF 2013 e
730/2013), ma lo sarà ancor di più al momento del versamento dell’IRPEF in sede di dichiarazione dei redditi. Per il periodo
d’imposta 2012, l’IMU sostituisce l’IRPEF e
le sue addizionali (regionale e comunale) per
ciò che riguarda i redditi fondiari sui beni non
locati. In pratica questo vuol dire che per gli
immobili non locati nell’anno 2012 non si
pagherà né IRPEF né addizionale regionale e/
o comunale in quanto già sostituite dall’IMU;
tale meccanismo sarà possibile escludendo gli
imponibili di tali immobili (ovvero le rendite
catastali rivalutate) dal reddito complessivo
sul quale calcolare l’imposta sul reddito delle
persone fisiche e, di conseguenza, delle sue
addizionali.
Quanto detto vale anche per i redditi dominicali dei terreni (mentre il reddito agrario continuerà ad essere gravato da IRPEF e addizionali), per gli immobili in comodato d’uso
gratuito e quelli adibiti promiscuamente ad
uffici da parte di liberi professionisti. Fanno
eccezione gli immobili esenti dall’IMU, che
sconteranno le imposte. Per gli immobili locati, come recita la circolare 3/DF/2012, anche se in comodato gratuito o ad uso promiscuo, si pagherà sia l’IRPEF e le sue addizionali sia l’IMU.
Per le abitazioni adibite a prima casa locate
parzialmente, si pagherà soltanto l’IMU se la
rendita catastale rivalutata del 5% è maggiore
del canone annuo di locazione, al netto della
riduzione spettante, altrimenti sono dovute
anche IRPEF e addizionali.
Sponsorizzazioni gratuite a cura di EstroLab
Réclame
12 l’EstroVerso Gennaio - Marzo 2013
Notizie Letterarie
Saggistica
di Luigi Carotenuto
Poesia senza gergo
“Il saggio, come la poesia, è un genere capace di
riflettere la superficie della realtà soltanto a partire da quel frammento deformante che è l'individuo, con il suo irripetibile retroterra e le sue idiosincrasie”. Così, cercando di contenere, e insieme espandere le sue riflessioni partendo dal continente singolare dell'individuo, Matteo Marchesini offre, in questo saggio edito da Gaffi, alcune
chiavi di interpretazione del panorama vastissimo, dissestato, a tratti prezioso, della poesia contemporanea. Il critico possiede la verve del polemista e la sua penna sa essere sottile e acuminata
nell'elencare i mali del verso odierno: “La Repubblica della poesia rifondata in questi anni,
come i gerghi hegeliani dopo Hegel e quelli fenomenologici dopo Husserl, è la città della farsa,
che si ripresenta sulle fondamenta della tragica
cittadella un tempo chiamata lirica moderna” (pagina 7); questa investitura sempre più
kitsch del ruolo e del modo di fare poesia viene
messa alla berlina: “contro i risultati del miglior
Auden, i cascami del peggior Valéry” (pag.31),
gli autori finiscono per essere fagocitati dall'entropia e non riescono a trovare giustificazioni
interne ai loro testi, che li rendano attendibili e
resistenti, a prova di complessità per così dire. La
strada indicata dal critico privilegia quindi i poeti
-critici, i poeti-saggisti, coloro che lavorano continuamente con il linguaggio e la dialettica ragionante, poeti loici che hanno scavato sui testi,
raggiunto una economia (ecologia) che contempli la controversa disarmonia del mondo, lasci
spiragli per accennare alla complessità del sistema-mondo. Tra i poeti esemplari contemplati da
Marchesini troviamo Umberto Fiori, che “si porta dietro un bagaglio leggero, sostenuto da una
sintassi robusta e sorvegliata”, la cui poesia ha la
“capacità di lustrare fino alla vertigine un linguaggio anonimo, mediocre, e così di straniarlo,
lasciando balenare nella superficie cristallina
l'abisso della sua grottesca o minacciosa insensatezza, il brivido che può offrire l'intuizione improvvisa del suo confortevole inferno, della sua
mancanza di fondamenta. Fiori sa trovare esempi
calzanti per descrivere i modi in cui gli individui
soggetti a questa lingua sperimentano la vergogna del per-sè, instabile e carente d'essere, davanti al muto, ottuso, impenetrabile in-sè delle
cose” (pag.32-33). Altro poeta è Andrea Temporelli, che “vuole ospitare nei suoi versi la maggior fetta di realtà possibile, in un equilibrato
compromesso tra la via intensiva e quella estensiva. Con molti equivoci, ma anche con molta
onestà, crede davvero nelle temperature alte della
poesia” (pag.35). A lui si aggiungono Zuccato,
che “sfrutta voracemente
l'immaginario suggerito da
un'epoca in cui la storia
fisica e quella sociale si
vanno mescolando dentro
un unico fiume gonfio di
scorie” (pag.38), Maccari,
Paolo Febbraro (poeti
definiti “pudici”), infine
Elio Pecora, Giorgio Manacorda, Alessandro Fo,
Anna Maria Carpi, Patrizia Cavalli.
Il linguaggio „Centrifuga“
Dialogo-intervista con Michael Schels
fondatore e presidente del consiglio direttivo
di „Zentrifuge“ (Centrifuga) di Norimberga
di Alessandra Brisotto
A.B. Come definisce il termine „cultura“?
M.S. La cultura consiste nel dar forma al compimento e alla nostalgia.
A.B. Quale oggetto potrebbe a Suo avviso indentificarsi
con essa e simbolizzarla?
M.S. Un pozzo: offre sinteticamente ciò che ci anima. Anche se si tratta di un'opera umana si
confà alla natura come se fosse cresciuto in lei. È creato per la vita.
A.B. Il rapporto che intercorre tra cultura, creatività ed economia potrebbe essere
comparato al rapporto uomo-donna? Si tratta di integrazione, collaborazione o
concorrenza?
M.S. Laddove il tecnico e razionale venga recepito come maschile e il sensibile e creativo come
femminile, sì. Poiché tuttavia i contrasti e le differenze oltre i loro confini danno vita anche alla
condivisione, essi compiono la propria funzione nella tensione che subiscono nella loro differenza. Da questa tensione e consapevolezza ha origine la percezione. Non dovremmo competere per
combattere ma per giocare. Se la concorrenza viene vista come una parte del gioco collaborativo
allora ha un senso ed è un diletto.
A.B. La lotta per l'esistenza si svolge nel regno animale, vegetale ed umano. Quali differenze e
quali similitudini esistono tra loro? Potremmo forse trarre un insegnamento dal sistema naturale
dal quale ci stiamo sempre più allontanando?
M.S. Ogni forma di vita tende allo sviluppo e al compimento di sé. Tanto più essa è compenetrata dallo spirito tanto più si fa presente in lei la libertà. Dalla natura impariamo l'umiltà e prendiamo coscienza della creatività del nostro essere.
A.B. Perché esiste Zentrifuge (Centrifuga in italiano) e in quale ambito, in quale regno si pone?
M.S. Zentrifuge esiste per creare spazi di pensiero, di sentire, di commercio. Il suo luogo effettivo è l'utopia. È un sensore per le possibilità. In quanto a ciò discende dal futuro. Riceve la
propria forza dalla nostalgia del compimento.
A.B. Che cosa o chi è Zentrifuge?
M.S. Zentrifuge è una struttura di sviluppo che unische persone per un determinato tempo in un
progetto comune donando loro il senso di una reale coesione.
A.B. Potrebbe svilupparsi una Zentrifuge o una sua filiale in Italia, Francia...in altri paesi?
M.S. Di Zentrifuge ce ne sono già a migliaia in tutto il mondo, in diverse forme e stadi di sviluppo. Hanno diversi nomi e compiti. Sono asserzioni di un esteso movimento sociale e creativo
rivolto ad un nuovo mondo organizzato in modo totalmente diverso.
A.B. Che ruolo hanno individuo, arte, economia, letteratura, musica, cultura... nella
Zentrifuge?
M.S. Tutto ciò che è creativo trova nella Zentrifuge ed attraverso di lei il massimo riconoscimento e partecipa allo scambio con l'inaspettato. L'alchimia del rinnovamento ottiene inimmaginabili impulsi e processi che ci preparano a ciò che verrà. Zentrifuge ci richiama nuovamente
allo stupore.
A.B. Che ruolo hanno nei vari „regni“? Nel Suo?
M.S. Suonano e danzano, vibrano e scintillano, respirano e toccano, danno un significato alla
vita. Ci fanno sentire chi e che cosa siamo. Ci aprono i sensi e ci rendono felici.
A.B. Un'ultima domanda. Ci ponga una domanda.
M.S. Può sentire il Suo pensiero?
La piattaforma creativa Zentrifuge di Norimberga collega e presenta creativi ed artisti, crea basi
per sinergie, dà vita a progetti, stimola l'impegno e la motivazione. Attraverso l'Accademia Zentrifuge sviluppa proposte di professionalizzazione di creativi e scambio culturale, economico e
amministrativo. Zentrifuge è sorta dall'arte e dalla scena creativa come cultura innovativa dinamica e finalizzata. La collocazione Auf AEG, luogo di trasformazione postindustriale, offre molto spazio allo sviluppo artistico e creativo. Dal 2008 Zentrifuge agisce in questi ambiti come piattaforma culturale-creativa di collegamento e sviluppo Auf AEG a Norimberga
(www.zentrifuge-nuernberg.de).
13 l’EstroVerso Gennaio - Marzo 2013
Notizie Letterarie
Biblioteca
Birichina
di Anna Baccelliere
Ecco, bene, con le statuine del presepe ho proprio finito di sistemare. Ora è tutto a posto. Ho messo il Natale “in scatola” e posso sedermi al calduccio accanto al camino. Pantofole, tutona
felpata, cioccolata calda con panna e cialde croccanti. E un buon
libro, naturalmente. Facile a dirsi, ma quale? Ho solo
l’imbarazzo della scelta. Ne ho ricevuti così tanti per Natale…Oh! Ciao,
ragazzi. Scusatemi. Non m’ero accorta che, tra una fetta di panettone e
una di pandoro, nel frattempo s’era
già fatta l’ ora del nostro consueto
appuntamento. Non preoccupatevi:
per voi, in fatto di libri, ho le idee
chiare perché voglio consigliarvi
un romanzo che ho letto il mese
scorso. Il mio consiglio questa
volta però è rivolto agli adolescenti che, in verità, ho un po’
trascurato negli ultimi tempi. Il
libro che vi suggerisco di leggere
è L’importante è adesso, Oscar
Mondadori, di Francesco Gungui, autore di Mi piaci così. È
Mondadori
Illustrazione di Giordana Galli
una storia moderna, delicata, a volte tenerissima, a volte dura,
nella quale tre persone per caso s’ incontrano a Londra. Giacomo arriva nella capitale perché non ha voglia di iscriversi
all’università come fanno tutti e perché teme che quella possa
non essere la strada giusta; decide così di partire per inventarsi
un’altra vita. Viola, alla quale dell’università non importa proprio niente, a Londra ci va per inseguire un sogno e costruire
una vita con il suo ragazzo, Dj X, incontrato un mese prima ad
Ibiza. E poi c’è Lucas che ha nove anni ed un padre incapace
di occuparsi di lui; vive in un istituto a Londra, che non gli piace moltissimo, ma è l’unico posto che abbia mai visto in vita
sua. I loro destini si incrociano proprio nella bella città e
l’amore, inaspettato, improvviso, entra nelle loro vite. Quello
che cercano è molto più vicino di quanto sembri. E “l’adesso”
diventa per loro tre la cosa più importante. Vedrete: il libro vi
piacerà perché è adattissimo ai vostri “gusti letterari”. Bene, ora
vi lascio alle vostre letture, io invece mi dedico alla mia scelta.
A presto, ragazzi. Buone letture.
Favole racconti e dintorni
“Un genere da leggere per tenere sempre viva la fantasia”
di Annamaria Platania
“Favole racconti e dintorni”, AA. VV. Edizioni Eracle, è nato e si sviluppato all’interno di un gruppo su Facebook,
scritto da dieci autori provenienti da ogni parte d’Italia e anche dal Regno Unito, ognuno dei quali con il loro bagaglio
di esperienze nel campo editoriale. Il libro presenta una vasta gamma di tematiche adatte all’uso che ciascun genitore o
insegnante vorrà farne. Perché la scelta di raccontare favole? Perché le favole sono e saranno un metodo sempre valido
per istruire e innestare principi di vita efficaci in tutti gli esseri umani. Gli autori si sono attenuti ad argomenti
d’importanza didattica quali: l’educazione, l’autonomia, la democrazia, l’ambiente, l’alimentazione, la mondialità, raccogliendo vari consensi e riconoscimenti tra cui “Libro del Mese di Novembre 2011” sul sito letterario il Romanziere.
Alba Cataleta, Gaetano Barreca, Daniela Frascati, Anna Maria Mustica, Annarita Amadio, Lucia Benedetto, Cristiana
Edizioni Eracle
Pivari, Carolina Pelosi, Irina Turcanu, questi i nomi dei nove autori da Favola con i quali ho condiviso questa interessante esperienza. Leggere le favole fa tornare bambini e insegna ai nostri piccoli quanto è importante tenere sempre
viva la fantasia. Tra le pagine di Favole racconti e dintorni incontrerete la dolce gattina Camilla con il suo grande coraggio. Una colorata Danza dei
libri ci porterà a scoprire l’importanza della lettura. Una simpatica tartarughina lotterà per salvare la sua isola dalla distruzione per mano dell’uomo.
Mentre il Natale con la notte più magica dell’anno si avvicina, conosceremo Giada, la renna di Babbo Natale che ci ricorderà di non perdere mai la
speranza. In un tripudio di colori sboccerà La Rosa Arcobaleno, per capire che le diversità ci rendono speciali e non diversi. Tra le placide acque di un
fiume incontreremo Hart, l’Ippopotamo dal cuore d’oro, per non farci dimenticare quanto è importante rispettare la natura. Martin e White sono i protagonisti della Storia di una grande amicizia, perché quando trovi una persona speciale con cui condividerla non ci sono ostacoli che la possano impedire. Per festeggiare tutti insieme ci sarà un grande Girotondo nella foresta, con in testa il Re Leone e tutte le varie specie di animali, per non dimenticare che possiamo essere diversi come aspetto ma il cuore è uguale per tutti. Le ore scorreranno via piacevolmente in compagnia di queste e di tante
altre bellissime Favole che coloreranno le giornate di grandi e piccini.
14 l’EstroVerso Gennaio - Marzo 2013
Notizie Letterarie
La Recensione
L’amata. Lettere di e a Elsa Morante
di Sandro De Fazi
Che rapporto c’è tra l’epistolario di uno scrittore e la sua opera? Lo stesso che esiste tra quest’ultima e la sua vita, vale a
dire nessuno. Colui che firma le lettere non è la stessa persona
che scrive i libri, in entrambi i casi non è in gioco l’io anagrafico ma la soggettività inconscia immanente, un mascheramento sostanziale dell’io che lo rende finzione, raggiro, nel senso
lacaniano che “il vero io non sono io”, e che va analizzato. Era
costruita per contraddire quanto veniva proclamato nelle occasioni ufficiali la corrispondenza di Cicerone, con grave disappunto del Mommsen nel suo feroce anticiceronianesimo («dove lo scrittore è ridotto a se stesso, come nell’esilio, nella Cilicia e dopo la battaglia di Farsalo, essa è fiacca e vuota come l’anima di uno scrittore d’appendice»);
quella di Petrarca e di Leopardi non è fatta solo per comunicare coi destinatari immediati ma nella teatralizzazione della loro personalità. La maschera attraversa le lettere e
l’opera di Nietzsche come un enigma da decifrare, quasi sempre indecifrabile o frainteso; il carteggio tra Thomas Mann e Hermann Hesse è la documentazione di un’amicizia
intellettuale durata quasi mezzo secolo; quello di Pavese è scritto per essere tramandato
a noi, comprese le lettere a Fernanda Pivano ricopiate ogni volta con la carta carbone;
quello di Pasolini – scritto verso la parte finale, negli anni del suo segretariato, da Dario
Bellezza – testimonia la diplomatica rete di rapporti coi molti destinatari illustri
all’inizio della sua carriera. Nel caso de L’amata. Lettere di e a Elsa Morante, a cura di
Daniele Morante e con la collaborazione di Giuliana Zagra (Einaudi 2012) non esiste
nessun carteggio vero e proprio, inteso cioè nel senso binario. Si tratta piuttosto di un
anti-epistolario intorno alla “Non-amata” analogamente all’«inseparabile prossimità con
se stesso ed assoluta differenza dagli altri» che Foucault ha visto nei dialoghi di Rousseau («credere ciò che dice la parola scritta, ma non crederla perché la si è letta»). Elsa è
giudice della Morante ma tra i mittenti e la destinataria, tra la mittente e i destinatari
insiste un dialogo interrotto dal monologo. Con delle eccezioni, la scrittrice o non risponde o lo fa per troncare i rapporti. È risaputo il suo anticonformismo assoluto,
l’imperativo categorico di dire la verità - di pretenderla da sé e dagli altri - anche a rischio della sua famosa inimicizia. Amicus Plato sed magis amica veritas è la sua sincerità antiadattiva specialmente dopo il 1968, in questo la già sublime autrice di Menzogna e
sortilegio e de L’isola di Arturo trova un precursore solo nell’ultimo Rousseau, per attenerci al moderno, in particolare in quello delle Passeggiate. Come se parlasse Amleto,
non siamo qui davanti alla drammatizzazione cartesiana, l’autenticità di Montaigne portata a compimento da Rousseau prevale in modo irriducibile nel segno di una unicità
irripetibile dalla forte valenza politica. Quanto Rousseau è implicato nella teorizzazione
dell’individuo astratto isolato, tanto alla Morante non interessa che la solitudine, ricerca
dell’altrove per arrivare al linguaggio dell’altro («por el analfabeto a quien escribo»).
Ce n’è la riprova soprattutto nelle espressioni di solidarietà complice di lettori vari, relativamente all’uscita di La Storia e di Aracoeli che ne è il capovolgimento e l’abiura. «Ha
qualcosa in contrario se, nel caso la traduzione riuscisse artisticamente soddisfacente, il
poema sia pubblicato in una rivista di qui?» le chiede in tedesco da Budapest György
Lukács a proposito de Il mondo salvato dai ragazzini. Dice a Bellezza nella minuta manoscritta, forse del 1969: «il fatto che tu, a differenza di quelli che mi sono amici, abbia
scelto di me proprio questa immagine, dimostra che, se è vero che tu non mi sei simpatico, anch’io non ti sono simpatica. Anzi, credo (posso anche sbagliarmi) che in fondo la
tua non simpatia per me abbia preceduto la mia, e magari l’abbia prodotta» (p. 538). E
Dario ha ricevuto questo testo e lo ha trascritto pressoché letteralmente in Angelo
(Garzanti 1979), il suo capolavoro in prosa, tutto ruotante intorno a lei, omettendo genialmente l’inciso «posso anche sbagliarmi». Ha l’«allergia per la corrispondenza», confessa a Eduardo De Filippo. Eppure è allegra e premurosa con Wilcock, innamorata di
Luchino Visconti, talora chiamato Luca, affettuosa con Leonor Fini, Carmelo Bene e
Ninetto Davoli. Rifulgono le due lettere di Anna Maria Ortese, datate a Rapallo rispettivamente il 16-5-75 e il 17-4-83. Esilarante il carteggio con Tonino Ricchezza. Densa di
forza profetica è la postfazione del nipote Daniele. Certo, come rilevò a suo tempo Cesare Garboli, sia Rousseau sia Elsa Morante hanno pagato un prezzo altissimo, ponendosi
come grandi maestri. Molte lettere de L’amata non hanno avuto dunque risposta pur
essendo assunte come carteggio sia pure unilaterale o in primo luogo, pregiudizialmente,
espunte da questa raccolta composta da stratificazioni significative molteplici. Si è parlato di criterio sentimentale di selezione e davvero non si capisce il motivo per non avvalorare «senza eccezioni tutta quella corrispondenza che non avesse significanza in sé,
ma solo in quanto testimonianza di presenza, in quanto attestante che “io c’ero” o
“c’ero anch’io”» (p. XIX). Una scelta cursoria da una parte si imponeva, ma esorbita
alquanto anche quando i curatori ricorrono direttamente ai mittenti/destinatari che avessero conservato documentazione utile al repertorio delle fonti epistolografiche, che filologicamente è il problema fondamentale di questo libro. Non ne sapremo forse mai di
più, perché il criterio è anche quantitativo e contraddittorio al punto che sono riportate
nel quarto capitolo lettere di lettori ignoti, e per l’esclusione di tutta la corrispondenza
degli amici come di chiunque altro avesse avuto «una comunicazione altra che epistolare
(o, quand’anche epistolare, non “storicamente” significativa» (ibidem). Impossibile fermarsi a una sola prima lettura, nel suo carattere d’eccezione questo libro in cui la scrittrice è percepita in absentia, dà resoconto della molteplicità di voci e situazioni in termini di ricerca veritativa ribaltabile in amica veritas sed magis amica Elsa.
leggodico
Ombra di vita
di Bruno Brunini (La Vita Felice)
“In un’apparente linearità di percorso, riservano improvvisi cortocircuiti da cui affiorano illuminazioni e straniamenti che riflettono l’inafferrabilità dell’esistenza”. Così
Giorgio Celli definisce i versi di Bruno Brunini attraversati dal dolore per la perdita di una persona amata, dal
desiderio acceso di riconciliazione con se stesso e col
mondo. “Inutilmente cerco / ciò che non può più essere raggiunto”,
“La cenere è ancora tiepida / il calice, vuotato in mare, / morbida discesa verso il riposo. / Nella luce irreale del distacco / scorri via / sei
onda, fuoco, / sei sabbia e tempo, / ti vedo partire / nel fondo del mare / dove non finirai mai di sparire”. Disillusione, smarrimento, angoscia, senso d’impotenza, lacerazione interiore, memorie di un vissuto
incolmabile, impregnano ogni singolo componimento. La poesia è
radiazione luminosa, “la poesia che rinfresca la fronte / che non ti
lascia svanire nel niente. // A te devo il futuro. Respiro / per diventare
la tua nicchia”.
Le Ballate (Ballata seriale)
di Domenico Donaddio (Marco Saya Edizioni)
“Questo libro è consigliato nel trattamento delle seguenti patologie: inconsapevolezza sociale semplice e
aggravata, dipendenza dal porno via internet, produzione di poesia impressionista/paesaggistica, schizofrenia, insonnia, cimurro, deficit dell’ormone della
crescita, pertosse e sindrome di Asperger”. Già dalle
avvertenze di lettura nella spassosa “Comunicazione iniziale” risalta il
carattere avventuroso, provocatorio e ludico della scrittura di Domenico Donaddio. Il vicequestore Palizzi è il protagonista di questo bizzarro “romanzo” in versi, quasi una parodia grottesca de “La ragazza
Carla” di Elio Pagliarani. Palizzi è “convinto che viviamo in un’epoca
di spiccata manipolazione fisica e mentale”, ricerca “sponde sicure per
i propri ragionamenti”, è “raro che partecipi a concorsi di poesia”.
Forse perché “…la poesia / è un’azione criminale conforme / a nessuna regola nemmeno alla propria”.
Inversi panici
di Maurizio Alberto Molinari (La Vita Felice)
“Aria in proiezione / deposita / ombre. // Mattoni e
calce / dispongono / sfumature. // Il sale / si offre al
vento. // Segni / di calendario // transiti / di senso”.
Testi di Maurizio Alberto Molinari ispirati in libertà
dalle immagini, in bianco e nero, realizzate dallo stesso autore (elaborate - si legge nell’accurata prefazione
di Cristina Balzaretti -, in poesia visiva con parole e frasi sovrapposte,
scritte in inglese o francese e a seguire, il testo poetico a fronte, in
italiano e inglese traduzione, quest’ultima, di Lucia Gazzino). Parole
come evidenziato dal sottotitolo (foglie del terzo millennio), in stretto
legame con la natura (“olivi secolari, cielo intervallato da nuvole, il
mare, il fuoco, montagne capovolte …soggetti che raccontano la realtà
e la verità del tempo, della storia, del mondo”) . “Secchi / di cielo /
traducono sentenze. // Ansa cromatica / riverbero perfetto. // Luce / su
foglie stanche / - ultima nota - // imminente / Primavera. // Silenzio //
nel riposo / del vento”.
Comici randagi
di Orazio Caruso (Sampognaro&Pupi)
Comici randagi, dopo Sezione aurea (Manni), è il
nuovo libro di Orazio Caruso che parla di teatro:
“Eugenio si lasciò sfuggire un’ultima occhiata in platea prima di ritirarsi. E gli parve di vedere che ci fossero solo donne”. Il testo - si legge nella quarta di copertina -, è diviso in quattro parti, che rispecchiano
quattro momenti dell’anno e le quattro stagioni. La
narrazione non segue le azioni dei personaggi in modo continuo durante l’anno, ma si limita a descrivere solo alcuni momenti salienti,
saltando in modo ellittico da un momento all’altro, lasciando intuire al
lettore quello che è successo nel frattempo. Ed è qui che s’intrecciano
le storie dei nostri protagonisti. La narrazione passa e ripassa sopra
alcuni grumi, aggiungendo ogni volta dei fili nuovi che modificano
l’insieme. È così, come in un puzzle, i pezzi a poco a poco vengono
messi nel loro giusto posto ed emerge la visione d’insieme. Alcune
scene, non vengo narrate, ma scritte alla maniera teatrale.
Notizie Letterarie
15 l’EstroVerso Gennaio - Marzo 2013
Scrivere per fare
opera di “resistenza”
Parola d’Autore
di Francesco Palmieri
Ho letto spesso in diversi autori, in libri diversi (ed io stesso l'ho
pensato di frequente) che la 'scrittura' salva la vita, almeno quella
di coloro per i quali la 'scrittura' si fa genio domestico, folletto
amico, o demone inquieto e inquietante, invasione, possessione
non esorcizzabile. Ed è così; non so se anche per chi lo scrive
ancora nel presente, non so se con la stessa intensità di vissuto
-e persino ossessività- di chi lo ha scritto in passato, ma per me
è così da molto tempo e per tutti i giorni che io posso ancora
ricordare. 'Scrittura' non solo come via di fuga, strategia di
sopravvivenza, vocazione coattiva, esperienza individuale
ora lirica ora filosofica ora narrativa, ma anche come forma di
“resistenza”, pratica clandestina di un Io che nella opposività privata cerca di
rimanere fuori dal coro di uno scrivere che, quando non è evasione, superfluità,
si fa cicaleccio sterile, chiacchiera o gossip, mondanità da rotocalchi in bella
mostra nelle edicole e persino nelle librerie. Scrivere oggi, nel modo in cui lo
sto intendendo, è anche fare opera di “resistenza” (in senso intenzionalmente
politico), essere un po' come gli amanuensi medioevali che hanno preservato
valori e cultura dall'irruzione iconoclasta della barbarie; scrittura, quindi, anche
come impegno civile e sopravvivenza estrema e stremata dell' umano. Mi è
stato suggerito il motto “Nulla dies sine linea” (Plinio il Vecchio) e mi ci riconosco interamente: neanche un giorno senza una linea, non un giorno senza
almeno una parola, un segno, un nero a tracciare lettere, sillabe, sintagmi a cui
affidare almeno due intenzioni forti: incidere il divenire che cancella cinicamente l'esperienza soggettiva e irripetibile dell'esserci, tentare di lasciare traccia
di un Sé vivo -ora e qui- nella Storia nullificante, e farsi sincronicamente 'segno'
Scrivere
senza aspettare
l’ispirazione
di Giuseppe Scaraffia
Ho cominciato a leggere da
piccolo perché ero ansioso di
impadronirmi del segreto racchiuso nei libri. Per questo li
ho letti febbrilmente per anni,
per questo a sedici anni avevo
divorato tutto Proust trascurando gli studi al punto da
avere ben quattro esami di
riparazione. Intanto avevo
cominciato a vivere e a esaminare la vita secondo
Byron, Baudelaire o Proust. Inutile dire quanto quelle
splendide chiavi continuassero ad aprire porte sbagliate.
Poi a lungo la mia guida è stata, proprio per la sua sofferta
astrazione dalla realtà, ottima per entrarvi o almeno tentarlo. Non mi ricordo quando ho imparato a scrivere ma ho
l’impressione di avere sempre sentito che quella sarebbe
stata la mia strada. Mi piaceva fare qualcosa che, credevo
allora, avrei potuto coltivare anche da solo, in silenzio,
lasciando ai posteri il compito di scoprirmi. Quanto al mio
ultimo libris, I piaceri dei grandi, Sellerio, è nato da uno
dei temi portanti della mia ricerca, l’idea di felicità. Chi lo
leggerà infatti scoprirà la saggezza di quei pazzi geniali.
Quasi tutti sapevano che la felicità è percepibile solo quando è sfumata e quindi, a rigore, non esiste se non, più modestamente nel paziente collage di tante piccole felicità.
Dal calice di champagne di Virginia Woolf alla motocicletta di Lawrence d'Arabia, dalla collezione di farfalle di Nabokov alle passeggiate di Thomas Mann.
Come Stendhal penso che non bisogna
aspettare l’ispirazione, ma scrivere ogni
giorno, non importa quanto e come.
Personalmente mi distraggo di perché
vivo nella letteratura con delle regolari, indispensAbili uscite nella realtà.
tangibile, specchio grafico, grammaticale, di un Io che è coscienza,
consapevolezza, ricerca della svolta di pensiero e sentimento che
possa restituire un 'senso' al vivere, un rispecchiamento identitario,
una giustificazione esistenziale nel linguaggio degli uomini e non solo
negli algoritmi neutri e necessari della chimica, della fisica, della biologia. Perché, sì, noi accadiamo come biologia ma restiamo, e presumibilmente rimarremo per sempre, biologia che pensa e sente. Soprattutto
sente. Ed è dalla dimensione del sentire, del provare -intensamente,
profondamente- che provengono gli Studi Lirici (solo parole d'amore),
ossia da quella tonalità del percepire endopsichicamente che noi chiamiamo ancora amore, eros, sentimento, passione. Un'esperienza, il libro, di
scrittura e vita in tempo sincrono, una sorta di istant movie dove l'io lirico
è quella voce fuori campo che racconta quanto la macchina da presa (il
fenomeno nudo) non può rendere, mostrare, far vedere: le immagini interiori, il
pensiero, il guizzo emozionale, il sentimento di estasi erotica o l' annichilimento, la disintegrazione, la perdita di sé. Studi Lirici è una silloge privata, intimistica certo (e la poesia resta ancora il rito
privato per eccellenza e non ancora sostituibile), ma vuole
anche essere l'eco di un dire collettivo, una voce che avendo la sua genesi in un sentimento universale - possa
farsi voce pubblica, sentire condiviso, parola comune e
non solo mia, perché amore fa spesso rima con dolore, e il
dolore ha un bisogno vitale di elegia, preghiera, di parole
che sappiano in qualche modo lenire. E se proprio non
potranno essere parole 'di tutti', spero che lo siano almeno per qualcuno. Mi basta. Mi basterà.
Scrivere per ricongiungerci
al cuore delle cose
di Valeria Spallino
Come potrebbe spiegarsi una cosa tanto grande.
L’amore per la scrittura nasce inconsapevolmente, per inclinazione ma
non casualità, e, come accade in ogni innamoramento, l’innamorato si
riconosce conquistato solo quando è ormai legato indissolubilmente
all’oggetto dell’amore, non può più farne a meno pena una mancanza,
una amputazione, un restringimento del proprio sé. Scrivere è una forma d’amore che ci ricongiunge al creato donandoci pienezza, allargando confini, superando barriere.
Cosa ci si aspetta dalla scrittura, per qual motivo la si pratica? E, nello specifico, perché la scrittura
poetica? Mi si chiede ma è una sintesi impossibile. Ed inoltre, con un sorriso, metterei le mani avanti: Non io poeta (Prova d’Autore, 2011) direi, e dovrei parlare piuttosto di silenzi. In realtà non ci si
aspetta nulla, si è persino restii a darle nome; tuttavia esercitandola si apprezzano i suoi doni, si
scoprono mondi, si traducono messaggi, si afferrano chiarimenti.
Ma perché la vita non basta! confessiamocelo, ben lo sapeva Pessoa. E di sempre nuovi doni abbiamo bisogno. Doni che ignoriamo si rivelano indagandoli, sempre cangianti in continuo svelamento
quali sono, sempre necessitando differente consapevolezza e non ultimo più importante l’altro fuori
noi, l’interpretazione del lettore nell’interazione e reciproco riconoscimento. Doni che aggiungono
vita alla vita, doni che si delineano per lampi fuggenti fortunosamente carpiti o si conquistano lentamente e a fatica per una indispensabile paziente, disperata sollecitudine (Ungaretti); in ultimo si
traducono prodigiosamente nello spazio del linguaggio quali alchimie, esercizi di magia, incanti. Tra
le forme della scrittura io credo la poesia sia la più libera, offra ed eserciti la più grande libertà; se
pur costretta in endecasillabi o altra metrica, l’essenzialità d’un haiku o la forzatura di una rima
baciata, la poesia è la forma del linguaggio che più d’ogni altra, di passo con la musica, permette
interpretazioni e continui intendimenti, comprende e armonizza in unità contraddizioni ed apparenze, allarga immaginazione istruendoci sull’infinita polifonia del vero, sulla nostra variegata moltitudine in margini di silenzio già immagine e parola.
Parola che non basta, i vocabolari sono sempre insufficienti a definire amore-libertà. È compito dei
poeti re-inventare la parola, scardinare i limiti e le catene che imprigionano il linguaggio, giocare
con sillabe e fonemi, giocare, come bambini, con la significanza delle cose,
l’ambiguità della voce, ambiguità che mai disorienta la visione poetica, al
contrario la esalta ed alimenta – dall’uno all’universale in una rifrazione
infinita di specchi. Rendere alleata la parola, tramite al sentire, strada e
ponte verso l’assoluto, l’altro e il centro esatto di noi stessi. Denunciare e
costruire speranza.
Scrivere è il tentativo, seppur talvolta maldestro, di ricongiungerci al cuore
delle cose, di non sfuggire alla nostra stessa solitudine, che in ultima analisi è la nostra miglior fonte di libertà, nasconde il nostro migliore essere
capace di sentimento: noi stessi nel mondo, col mondo. Nell’incontro con
la parola la più legata all’assenza e al silenzio, il vuoto diviene
l’enormemente pieno, l’angoscia diviene speranza, la solitudine incontro, amore condiviso. Una irrinunciabile magia.
Rimirando
16 l’EstroVerso Gennaio - Marzo 2013
Qual è il ruolo
odierno della poesia?
di Gabriella Bertizzolo
Spesso mi sono chiesta qual è il ruolo della
poesia oggi. E ogni volta non ho saputo darmi
una risposta. Bisognerebbe prima intenderci su
che cosa si intende (casuale il bisticcio di parole?) per poesia e qui si aprirebbe un'immensa
voragine. Penso comunque che anche al tempo
di internet, il valore della poesia è quello che
essa ha sempre avuto. Il poeta dirà le cose che
ha sempre detto in un modo diverso. Parlerà
della bellezza, del dolore (Alda Merini, la
"poetessa dei Navigli", soprattutto in virtù della
terribile esperienza vissuta in manicomio, è la
poetessa più letta anche dai giovani) e della
morte. Grazie alla forza evocativa che possiede,
entra nella sfera dei sentimenti e delle emozioni
del lettore, mantenendo tuttavia un necessario
distacco. Tutt'altro che avulso dalla realtà e
dalla società, il poeta testimone del suo tempo,
è investito di una grossa responsabilità nel trasmettere conoscenza. Al contrario spesso oggi
si scrive poesia con leggerezza, come si scrive
un sms, mentre la vera poesia esige un profondo esame di coscienza, un rinnegamento di sé, e
- non ultimo - un doloroso scontro con la struttura linguistica (si leggano Raboni, Bandini,
Ruffato). Come ben dice Gianmario Lucini,
bisogna ridare alla poesia, "svuotata del suo
ruolo, scissa ed esiliata in un mondo alieno", il
suo ruolo sociale, ruolo che ha detenuto fin
dall'antichità, quando costituiva il tramite col
sacro. Eppure la poesia sa stare anche in silenzio, soprattutto in momenti in cui il rumore dei
media furoreggia. A questo proposito è esemplare la lezione di Loi, poeta che ho avuto il
privilegio di incontrare anni fa nel vicentino, il
quale asserì, tra l'altro, di non ricordare i suoi
testi perché "una volta pubblicati, non appartengono più al poeta". In questo, - si licet parva
componere magnis - mi sento in sintonia: delle
tante poesie che ho scritto ne ho memorizzata
solo una formata da un unico distico. Un autore
che mi ha profondamente ispirato è David Maria Turoldo, "la coscienza inquieta della Chiesa” (personalità poliedrica che con la collaborazione di Pasolini realizzò anche un film, Gli
Ultimi, tratto dal suo stesso racconto Io non ero
fanciullo): ne ho letto l'opera omnia che mi ha
letteralmente incantata. Molti altri sono i poeti
che amo, dall'«ermetico» Eraclito al prolifico
Erri De Luca. Per concludere questa riflessione,
ricordo che Maria Luisa Spaziani definisce
Montale il "capo cordata" dei poeti di tutto il
Novecento e oltre: come darle torto?
Francesco Foti, Jettu uci senza vuci
di Grazia Calanna
Se Cartesio asseriva “Cogito ergo sum”, similmente
Francesco Foti (nella foto di Vladimir Di Prima),
autore della suggestiva raccolta di versi in vernacolo siciliano, “Jettu uci senza vuci”, edizioni Prova
d’Autore, impreziosita da undici raffinatissimi acquarelli di Alfredo Musumeci, confessa che è vivo,
esiste, se: vede, sente, canta, suona e scrive (“vidu /
sentu / cantu / sonu / scrivu / sugnu / vivu”). Coerentemente con la prima, Afotismi, contraddistinta,
dal prospero connubio tra osservazione ilare e osservazione malinconica della realtà, è un’opera
gustosa, affabilmente ironica, che richiama la riflessione di Leonardo Ortolani, “se vuoi salvarti leggi.
E se tu volessi, addirittura, salvare qualcuno, scrivi”. Un’opera dettata oltreché dalla passione perenne per la scrittura (’u vulemu capiri o no / ca n’e
pozzu ammazzari ‘sti paroli? - lo vogliamo capire o
no / che non posso uccidere queste parole?), per la
lettura (pruvulazzu / supra ’i mo’ libbra / nun
n’appigghia - polvere / sopra i miei libri / non se ne
forma), dal disincanto (m’attrovu / sulu / ’na pinna /
’n foggh’i carta jancu / e ’na chitarra - mi ritrovo /
solo / una penna / un foglio di carta bianco / e una
chitarra), dalla meraviglia dei ricordi che risorgono
nostalgici dal passato (vidu fotu antichi / d’a mô
cità / ca ’na vota fu paisi / […] / ma nenti / nun pari
mai / ’a stiss’e ’na vota - guardo foto antiche / della
mia città / ai tempi paese / […] / ma nulla da fare /
non sembra mai / la stessa come un tempo). Risalta-
no l’attaccamento palpabile alla propria terra, lo
stupore cheto dell’amore (’i to’ occhi e ’a to’ vuci // è ccu ‘sti sbrizzi ’i puisia / ca inchi d’amuri /
’stu cori - i tuoi occhi e la tua voce // è con queste
gocce di poesia / che inondi d’amore / questo cuore), l’impetuosità, quasi a voler dare uno scossone
al torpore esistenziale, ai mali del nostro tempo
quali, per citarne alcuni, gioco d’azzardo (cchi m’a
spacchìu a ffari / si pp’ammunsiddari / cincucentu
euru / ô poker online / ddoppu tri anni ’i jocu / ottu
uri ô jornu / mi scuppulau ’n computer sanu / ca
custava cchiù assai? - che senso ha vantarmi / se
per racimolare / cinquecento euro / al poker online / dopo averci giocato per tre anni / otto ore al
giorno / s’è bruciato un computer / che costava di
più?), malasanità, omologazione (facemu tutti ’a
stissa fila / ppi ffari tutti ’a stissa fini - facciamo
tutti la stessa fila / per fare tutti la stessa fine). E,
ancora, sintomatico del tentativo di appiattimento
intellettuale operato dall’alto, Foti, beffardamente,
“denuncia” l’infame proliferare di libri che del
libro conservano (a stento) la forma. Non ultimo,
tra le braccia del tempo, ora propizio ora avverso,
in un’epoca di altisonante vuoto emerge il valore
inqualificabile del silenzio, equiparabile, talora,
alla (perduta) comprensione (si ni vaddamu / senza
parrari / ni sapemu sentiri / macari / megghiu - se
ci guardiamo / senza parlare / ci capiamo / anche /
meglio).
Slam Poetry
Venerdì 1 marzo al teatro Coppola di Catania
Organizzato da Sebastiano Adernò e Salvino Maltese, venerdì 1 marzo 2013, al Teatro Coppola di Catania, si terrà uno “Slam Poetry”, ovvero, spiegano gli organizzatori,
“una competizione che “forza” la Poesia ad essere qualcosa che solitamente, nella
tradizione letteraria, viene dimenticato: cioè “messaggio” capace di scuotere ed essere
Folon
recepito nell'istante in cui viene declamato. Occorre quindi fare leva su parametri differenti. La validità del testo letterario non è l'unica discriminante. Non è un concorso di poesia a voce.
È una competizione che valuta la capacità di comunicare il proprio operato poetico, la capacità di farlo
“passare” ad un pubblico eterogeneo, che non conosce né il poeta, né i suoi testi”. Poeti invitati a partecipare: Daita Martinez, Grazia Calanna, Giovanni Parentignoti, Luigi Taibbi, Luigi Carotenuto, Salvatore Randazzo, Paolo Gulfi, Dario Matteo Gargano, Raffaele Gueli, Domenico Stagno, Simona Cannata
Di Gabriele, Santina Lazzara. Di seguito una sintesi delle regole basilari del Poetry Slam, stabilita a
Chicago durante il meeeting Slammasters del 1998. Le poesie possono essere su qualsiasi soggetto e in
qualsiasi stile. Ogni poeta deve presentare propri testi originali. Ogni testo dovrà avere una durata non
superiore ai 3 minuti. Il tempo sarà calcolato dal momento in cui inizierà la vera e propria lettura. Non è
permesso utilizzare alcuno strumento musicale o traccia musicale preregistrata. Nessun costume o oggetti di scena. La regola è: nessun costume. Una poesia può essere usata una volta sola durante la fase
preliminare o finale. Le performance saranno cronometrate. Se la performance supererà i 3 minuti saranno conteggiate delle penalità calcolate secondo quanto indicato dal regolamento. I cinque giudici
saranno estratti a sorte tra il pubblico presente all’evento. L'estrazione verrà ripetuta per almeno tre
volte: alla battuta dei Sedicesimi, Quarti e alla Finale. Il maestro di cerimonia condurrà lo show velocemente e imparzialmente. Una nota finale: “I poeti devono lasciare il loro ego alla porta”.
Rimirando
17 l’EstroVerso
Cristina Annino
“La poesia non ti obbliga a
metterla al mondo ”
Intervista a cura Luigi Carotenuto
Cristina Annino, poeta, pittrice, autrice di racconti e saggi letterari, nasce ad
Arezzo e attualmente risiede a Roma. Il suo primo libro, Non me lo dire, non
posso crederci, è edito nel 1968 dalla casa editrice Tèchne di Firenze, città
nella quale si laurea in Lettere Moderne, con una tesi sul poeta peruviano
César Vallejo. Nel 1977 esce Ritratto di un amico paziente, Roma, Gabrieli.
Nel 1979 Boiter, con Forum, Forlì (romanzo). Nel 1980 Il Cane dei miracoli,
Foggia, Bastogi. Nel 1984 L'udito cronico, in Nuovi Poeti Italiani n°3, a cura
di Walter Siti, Torino, Einaudi. Del 1987 è Madrid, Corpo 10, Milano, libro al
quale Giovanni Giudici assegnò il premio Russo Pozzale nel 1989. Quest'ultimo è un testo particolarmente significativo per l'autrice, che, sul suo sito,
scrive: “questo libro ha il suo motore emotivo in quel sentimento iberico che
già da prima costituiva una sorta di coscienza, memoria, attrazione geografico-spaziale. Negli anni anteriori all’87 ho avuto infatti rapporti culturali con
varie città spagnole, soprattutto con Salamanca (Cattedra Poetica) e con Siviglia e Madrid. A quell’epoca Leopoldo María Panero mi tradusse una raccolta
di poesie intitolata La Casa del loco su richiesta dell’editore madrileno Antonio Huerga, Edicione Libertarias. Alla fine degli anni ottanta abbandonai
l’ambiente letterario per dedicarmi al secondo matrimonio. Dopo la vedovanza - 2000 - ripresi la mia attività, pubblicando Gemello Carnivoro, Faenza,
2002, con i Quaderni del circolo degli artisti. A seguito, Macrolotto, Canopo,
Prato, in collaborazione con il pittore Ronaldo Fiesoli. All’inizio del 2008
Casa d’ Aquila, edito da Levante Editore, Bari. Proprio in quegli anni iniziai
a dipingere ed ho all’attivo svariate mostre collettive e alcune personali”.
Inoltre, ha pubblicato Magnificat (poesie 1969-2009), Puntoacapo editore,
2009; Chanson turca, Lietocolle, 2012. A breve uscirà il nuovo libro che
include poesie e dipinti (www.anninocristina.it).
“La «chanson turca» è una canzone fuori dal coro, una parola barbara”,
così scrive Walter Siti (Nuovi Argomenti n.60, Ottobre-Dicembre 2012)
sul tuo nuovo libro edito per Lietocolle. Cosa ti ha indotto alla scelta di
questo titolo e quanto conta per te la musica, citata in molti testi poetici,
anche passati?
Una volta terminato il libro, per prima cosa ho pensato all’aggettivo
dell’eventuale titolo. Hai presente la definizione “cose da turchi”? Ecco,
questo attributo mi è sembrato giusto; quanto al sostantivo Chanson l’ho
visto come un modo di presentare le varie situazioni poetiche, alleggerito
però dall’ironia di un uso diciamo improprio del sostantivo. Per quanto
riguarda la musica ritengo che questa sia inscindibile dal pensiero stesso,
dalle parole. Ogni tipo di poesia ha la sua orchestrazione musicale, e credo
che anche qui il timbro sia quello mio di sempre. Magari, là dove gli argomenti sono diversi rispetto a quelli dei libri precedenti (mi riferisco ai due
poemetti), questi hanno semplicemente “ubbidito” ai suoni dei fatti e dei
soggetti narranti. Giacché sono gli avvenimenti, ad avere una loro musica.
Anche fuori dal terreno creativo, ciascuno di noi fa musica sempre, magari
senza accorgersene, ed è tale linguaggio che lega la logica delle vicende,
dentro una casa, in una città e nel mondo. Scrivere è rispettare il ritmo già
esistente in tutto ciò di cui si parla. Musica e parola stanno tra loro come il
significato sta al significante di un vocabolo. Io la vedo così.
Nietzsche apre, in esergo, le due sezioni di Chanson turca. Credo tu possa
condividere con il filosofo la critica di tutti i valori, il ruolo di demistificazione mi pare ben attivo nella tua opera, che ne pensi?
Nietzsche demistifica tutto, io no. Da lui si può ricevere qualsiasi tipo di
stimolo emotivo, proprio perché il suo pensiero filosofico è un grande fiume dove possiamo immergerci secondo l’umore o la stagione: a mio parere
questo è uno dei più grandi fascini che lo avvicinano a ogni generazione di
lettori. Per quanto mi riguarda, più che valori, io ho delle certezze personali
che non sono mai cambiate nel corso della mia vita adulta. Per dirla seriamente: penso che i così detti valori cambino la loro valuta nel tempo e che
inoltre Nietzsche sia un esempio magnifico di come essi possano essere
contraddetti o manipolati proprio per il fatto di costituire delle categorie:
morali, religiose, filosofiche o quant’altro. Credo insomma che i valori non
aderiscano mai o poco alla condizione realmente umana. Cioè quando una
qualsiasi misura reale diventa assoluta, perde ovviamente coscienza individuale, si codifica entrando nella sfera appunto filosofica, la quale può metterla in crisi. Ciò che dico mi avvicina in parte, ma mi allontana anche dal
pensiero nicciano il quale dà importanza a ciò che demistifica capovolgendo o sostituendo un valore con un altro - che può essere anche il suo esatto
contrario -, ma di pari assolutezza drammatica, cioè ne rigenera altri (per lo
meno così mi sembra), mentre io tento di togliere credibilità a qualsiasi
valore per sostituirlo con la forza individuale di certe mie convinzioni. In
Nietzsche, inoltre, non riesco mai a trovare ironia.
Se “la vita è un affare che non copre le spese” (Schopenhauer), si può
Gennaio - Marzo 2013
dire lo stesso della poesia?
Beh, la vita, se escludi il suicidio, devi viverla,
in qualche modo; la poesia non ti obbliga a metterla al mondo. A meno che non si creda
nell’idea bizzarra della vocazione. È una scelta
personale, quindi ha il senso che tu le dai. Io
credo che avrei potuto benissimo vivere senza
scrivere perché ho un’incrollabile fiducia nella
creatività umana. È questa che muove l’universo.
Ognuno può esprimere il proprio potenziale
creativo in mille modi. Se un individuo invece
vede nella scrittura la sua unica realizzazione
possibile, ed è coerente con se stesso, rendendosi
cioè conto del tipo particolare di scommessa
rappresentata dalla poesia, le spese dovranno
risultargli obbligatoriamente coperte.
“La morte è la condizione inaccettabile
dell’esistenza. Sono sempre stato ossessionato dalla morte. Dall’età di quattro
anni, da quando ho saputo che dovevo morire, l’angoscia non mi ha più lasciato.
E’ come se avessi capito d’un tratto che non c’era niente da fare per sfuggirle e
che non c’era più nulla da fare nella vita. Scrivo anche per gridare la mia paura
di morire, la mia umiliazione di morire”. Così Eugéne Ionesco affrontava il tema
della morte, presente in maniera considerevole nella tua scrittura. Come vivi, da
poeta e da essere umano la partita a scacchi con il signor Mortis?
Il pensiero della morte (solo quella mia, ovviamente) non mi ha mai disturbato.
Direi, ecco, che la morte è un “valore”, proprio perché ha, generalmente, un peso
differente, mutevole, durante gli anni della vita. Io l’ho sempre ritenuta una grossa
fiche: nell’infanzia la vedevo come un eventuale fatto eroico o avventuroso,
nell’adolescenza come una possibile soluzione ad avvenimenti sgradevoli. Ma sempre, considerandola come un oggetto da usare subito oppure mantenersi per gli anni
a venire, quasi che lei dipendesse da me, che fosse insomma un cospicuo patrimonio da giocarmi o no. Anche oggi non penso alla morte per vecchiaia, non riesco a
darle questo senso funebre. La sento talmente mia, così dentro al mio spirito, che è
diventata un modo di esprimermi, di essere. Potrebbe cogliermi di sorpresa, potrebbe farlo subito, certo, ma conservo comunque l’idea che lei è rimasta una parte di
me stessa infinitamente inferiore. Allo stesso modo che ritengo sia meno concluso
di me un bambino. Infatti cosa rappresenta la morte confrontata con la vitalità di un
individuo? In sé e per sé non è espressiva, non ha un pensiero suo, non ha evoluzione. Tutto sommato, il signor Mortis come ricordi tu, è, per me, solo un essere competitivo, non selettivo. Non stimandola, non riesco quindi neppure a temerla.
Quale il tuo rapporto con “la valle / mitologica dell'infanzia”?
L’infanzia, per ogni individuo, è il più temibile banco di prova. Uno se ne accorge
solo dopo. Tutto si stabilisce in quegli anni. Io la ricordo appunto mitologica, come
ho scritto. Voglio dire: essa è come una sfocata gigantografia del nostro futuro, per
questo può accadere che il bambino si creda infelice nonostante la condizione di
grazia in cui vive. Non è facile spiegarlo in alcun modo, ma parlando della mia
infanzia, ammetto che all’epoca avvertivo fastidiosamente tutto il peso dell’ombra
di ciò che sarei stata da grande, in più senza capire chiaramente niente né potermi
staccare da questa doppiezza. Tale stato mi impediva insomma di “vivermi” liberamente come piccola. I “valori”, di cui parlavamo prima, cominciano a profilarsi in
quella valle, quando ancora non riusciamo ad avere nessuna convinzione da opporre, perché non abbiamo una capacità di misura. Posso dire che per me l’infanzia è
geologia allo stato puro, rappresenta la deriva del nostro continente-persona. Con
gli anni poi si trasforma in una sorta di mitologia, ripeto, che il tempo fa sfumare
progressivamente. Per questo la definisco come la più impura tra le varie tappe
dell’evoluzione di un individuo. Sto forse esagerando, ma per me è stata esagerata e
non posso esprimermi in altro modo.
“m'annoio come / il secolo, lentamente”, scrivi in un testo di Magnificat. Forse
che, paradossalmente, la nostra epoca freneticamente produttiva, materialista,
vive di una velocità statica, fagocitante, andando incontro a un'inesorabile quanto lenta fine?
Ho in più parti definito la noia come l’“otium dei poveri”, riferendomi al concetto
alto che le attribuivano i latini. Non è che io abbia un carattere troppo clemente,
però, così come non temo la morte, posso dire che amo la noia. È per me il punto
massimo di concentrazione del pensiero; devo arrivare a sentirla profondamente,
devo calarci dentro, per ottenere “una forza di spinta verso la superficie dell’acqua
e respirare”. Allora vuol dire che sto per produrre qualcosa. Ammetto che le sono
sempre vissuta accanto e da sempre con un senso refrigerante di libertà e di riposo
(sinonimo di libertà o liberazione). Ciò non mi impedisce di accorgermi del mondo
e di avere le mie certezze, appunto, anche su questo, ma la noia resta il grande catino di elaborazione dei miei dati percettivi. Tale stato psichico comporta inevitabilmente una notevole dose di solitudine, però spontanea; genera delle selezioni spinte, questo sì, ma senza compiacenze da “torre d’avorio”. Intendo dire che non mi
estraneo da ciò che la realtà offre di buono, né mi sottraggo, ripeto, a ciò che mi fa
sentire in opposizione con certi aspetti del mondo. Ossia, dal mio punto di vista, la
noia è l’esatto contrario della distrazione, potrei definirla come la rielaborazione di
quei dati cui alludevo, e che proprio grazie a lei si formulano. Inoltre - e termino -,
oltre a permettermi una concentrazione assoluta, mi pone continuamente di fronte a
me stessa, dandomi la misura di quel che sono e la distanza da ciò che mi circonda.
Io la chiamerei, ecco, la mia genesi e la mia difesa.
18 l’EstroVerso Gennaio - Marzo 2013
Rimirando
Aveni
Lucio Piccolo, folgorante preludio
di Diego Conticello
Dell’esordio di Lucio Piccolo (Palermo,
1901 – Capo d’Orlando, 1969) sulla scena
letteraria nazionale restano indimenticabili
le bizzarre vicissitudini di come questo
libriccino giunse a Eugenio Montale, suo
futuro presentatore al meeting di San Pellegrino Terme, il quale ne parlerà poi nella
celeberrima prefazione ai più famosi Canti barocchi:
Il giorno 8 aprile del 1954 ricevetti
un libriccino che portava un nome
a me sconosciuto: Lucio Piccolo.
Era contenuto in una busta gialla,
purtroppo chiusa, affrancata da un bollo da 35 lire. Per ritirarla
dovetti pagare 180 lire di tassa. […] Forse volevo appurare se
valesse 180 lire. […] Lessi le prime cinque liriche, non facili,
non immediate, senza sforzarmi di capire. Difficile è far andare
d’accordo il senso letterale e il senso musicale d’una lirica. […]
D’altra parte, una lirica non può esser fatta soltanto di musica;
essa chiede di rivelare un senso che una semplice armonia di
parole inintelligibile non può darle. […] Sarei tentato di attribuire a lui il motivo husserliano di cui egli ci parlava a San Pellegrino: la contraddizione fra un universo mutevole ma concreto,
reale, ed un io assoluto eppure irreale perché privo di concretezza; ma non definirei con questo tutta una corrente di poesia metafisica che in varî aspetti dura da sempre?
Al di là delle egregie chiavi di lettura disseminate dall’illustre padrino, ci sembra oggi fuorviante, alla luce di rinnovati studi sul poeta palermitano, tacciarlo
di estenuato onirismo basandoci solo sulle difficoltà esegetiche imposte da un
linguaggio arduo e, a prima vista, astratto. Esempio lampante di questo equivoco, ingenerato dai primi lettori, poi protrattosi, con varie eccezioni, per moltissimo tempo, è certamente Mobile universo di folate.
Mobile universo di folate
di raggi, d’ore senza colore, di perenni
transiti, di sfarzo
di nubi: un attimo ed ecco mutate
splendon le forme, ondeggian millenni.
E l’arco della porta bassa e il gradino liso
di troppi inverni, favola sono nell’improvviso
raggiare del sole di marzo.
Forse Montale pensava proprio a questa lirica nell’attribuire a Piccolo l’aporia
husserliana sopra citata. In effetti, lo stacco tra i primi cinque e gli ultimi tre
versi mette in luce una contraddizione ‘cosmica’ fra l’imponderabile vastità di
un universo in continua trasformazione (pensiamo alle violentissime correnti
interplanetarie, alle collisioni meteoritiche, agli influssi delle macchie solari,
all’ampia gamma di “raggi e onde”, alle nebulose galattiche dei più sgargianti
colori, ma anche alle terribili implosioni delle supernove, ai precari equilibri
gravitazionali, fino ad arrivare all’antimateria e, non ultime, alle teorie einsteiniane sulla relatività spazio-temporale) e l’infimo dettaglio, l’irrisoria porzione
oggettuale che tuttavia, attraversata da un minimo bagliore di quel flusso eternante, lievita fino ad assurgere a simbolo dell’estrema caducità della condizione
umana. L’ansiosa apnea ritmica, che prende forma grazie alle ripetute inarcature, alla complessa sistemazione fonica (soprattutto nei richiami delle assonanze
e delle rime interne), contribuisce ad un forsennato senso di vertigine tipico
dell’accumulazione barocca (pensiamo al procedimento spagnolo-seicentesco
della enumeración caotica). Lo stesso Lucio Piccolo ha voluto chiarirci, in una
storica intervista rilasciata a Vanni Ronsisvalle nel 1967, questa propensione ad
un particolare simbolismo trasfigurato a partire dalla quotidiana materialità:
[…] La mia è un’oggettività che può trarre in inganno, perché è
un’oggettività dell’oggetto il quale è lungamente maturato
nell’interiorità e quindi è caricato… ha una carica – la ‘parola
precisa’ è questa – ha una carica di sensi, l’oggetto rimane la sua
realtà concreta; ma l’oggetto per forza d’intensità – si può dire
anche per forza ritmica –
è elevato a simbolo.
Un evento, all’apparenza incentrato solo su analogie naturalistiche, diviene fulcro di meditazioni sul pauroso trascorrere del tempo e sul dissolversi dello spazio, che è sensoriale, ma precaria – come in Montale – incarnazione ontologica.
Dove spore di sole
frangono spume in volo…
[…] vibran spazi marini;
[…] Ma dove già si ferma
l’ombra…
[…] sapienza di sorgive
sospesa l’aria incanta.
[…] nei sonni scenderanno
reclini su l’ignoto.
Qui risuona la perpetua ossessione di trovare un varco che rallenti questo flusso
inesorabile, e Piccolo sembra individuarlo nella particolare condizione sospensiva propria dei sogni; essa ha indotto Natale Tedesco a parlare di «dormiveglia
mediterraneo». Ma non si tratta, come alcuni hanno erroneamente ipotizzato, di
una negazione della storia o della realtà quotidiana, anzi è l’esatto opposto:
l’insignificanza di eterne ripetizioni fattuali viene elevata ad emblema della
miseria umana, così ogni minimo evento trova posto in un immagine, più ampia, di fatale erosione, che sconvolge tutto sino ad annullarlo.
Di soste viviamo; non turbi profondo
cercare, ma scorran le vene,
da quattro punti di mondo
la vita in figure mi viene.
Non fare che ancora mi colga
l’ebbrezza, ma lascia che l’ora si sciolga
in gocce di calma dolcezza…
In questa Di soste viviamo, Lucio Piccolo ragiona sulla rimozione della fatica
fisica che ostacola il suo desiderio di conoscenza, unica azione umana che possa rallentare l’ineluttabile divenire del tempo. La poesia diventa dunque il solo
spazio possibile per il necessario recupero del simbolico («[…] la vita in figure
mi viene»): così l’angoscia esistenziale si stempera nel fervore gnomico, e questa sarà una delle poche costanti nella poetica di Piccolo. La tensione simbolica
può giungere anche a innervare interi componimenti. Accade così in Veneris
Venefica Agrestis dove, sotto un quadro di vita contadina, si allude ripetutamente ad un erotismo elementare, ‘terragno’ che, riproponendo certe pose del
D’Annunzio alcionio, funge da contrasto al movimento verticale (purificante)
dell’elevazione interiore.
Sorge dalla macchia terragna, il volto
- ilare, arcigno - stretto nel nero fazzoletto
sembra di castagna risecchita, il capello
che ne sfugge non è vello gentile
ma riccio caprigno; quando va
(non sai se ritta o china) il bruno piede contratto
è ràdica che d’un tratto sbuca dalla terra e cammina.
Bada che non t’offra la tazza di scorza
dove l’acqua è saporosa di radici, di foglia vischiosa,
o la mora, o la sorba, il frutto silvestre che lusinga
le labbra ma lega la lingua.
Governa, sembra, la forza
delle lune crescenti
che gonfia le cortecce e alterna
gl’invincibili fermenti
i flussi, le linfe…
In questa prima parte si intuiscono le malìe in cui viene trascinato il poeta: esse
non sono quelle di una Venere, bensì di una strega. La potenza sprigionata dal
lessico dona ai versi un crescendo drammatico che sfocia nell’avvertimento:
non bisogna cedere ad una sensualità elementare che conduce alla perdizione.
Insomma la figura rustica altro non è che un’anti-Beatrice, un’omerica Circe,
un amplesso regressivo verso la primitività insita nell’animo umano. L’offerta
della megera ricorda l’immagine fiabesca della Biancaneve dei Grimm, ma cela
inoltre, seguendo l’analogia tazza-pube, un’offerta sessuale.
Come ebbe a notare Montale nella succitata prefazione, il magistero dannunziano viene oltrepassato da Piccolo senza estenuazioni formali, anzi con uno stile
compatto e inflessibile:
[…] Ma come siamo lontani da ogni parnassianesimo e dannunzianesimo; e com’è scarnito, macerato e assottigliato il linguaggio!
Mi pare che proprio qui si raggiunga, grazie al rigoglio dei cataloghi e alla pregnanza lessicale e ritmica, un limite già altissimo di “barocchismo naturalistico”. Lucio Piccolo riesce a tenere salde le redini delle metafore senza risultare
troppo manierista, preludendo così ad una tecnica che raggiungerà lo zenit armonico solo nei Canti barocchi.
19 l’EstroVerso
Rimirando
La riva
l’Autore Racconta
La poesia? Un metodo
a-sistematico di conoscenza
sinistra
di Massimo Morasso
Più di duecento anni fa, in una lettera
a Friedrich Schlegel Novalis ha enunciato la grande legge imperativa che
dovrebbe far tremare i polsi a ciascun
essere umano dedito alla buona pratica della scrittura: “nel mondo si
dev’essere quel che si è sulla carta:
creatori d’idee” - ciò che significava
allora, e significa oggi, fare poesia
con e per gli uomini a- o anti-ideali
che abitano un mondo sempre più (sempre ancora) disertato di
senso. Leggo Novalis da circa trent’anni e sono convinto, come
lui, che i poeti non esagerino abbastanza nell’uso della loro immaginazione. Ritengo, anzi, che siano soltanto oscuramente presaghi
di molte cose essenziali e che si limitino nella stragrande maggioranza dei casi a baloccarsi con la fantasia invece di avventurarsi
nella dinamica autorivelativa dell’immaginazione creatrice. Ciò
che vuol dire, insomma, che solo i più audaci o i più porosi fra di
noi sono in grado di allontanarsi per davvero dalla via larga
dell’io, per arrischiarsi nelle regioni meno conosciute del nostro
spirito. Lì dove siamo soli con noi stessi eppure stranamente separati da noi stessi, e dov’è più facile, perciò, perderci nel mare magnum dell’indifferenza verso il nostro compito più autentico. C’è
poesia e poesia, beninteso, e tutti i modi di fare poesia hanno diritto d’asilo, poiché nel gesto poetico onesto trova espressione sempre un elementare, e salutare, anelito all’umanizzazione, prima e in
un certo senso anche al di là di qualsiasi orizzonte d’officina, e di
poetica. Anche se su questo occorre intendersi. E occorre vigilare.
Per evitare equivoci, lo dico con chiarezza, rifacendomi a una antica, feconda dialettica anceschiana, ogni atto letterario non può che
essere “scelta” all’interno di una “situazione”, tecnica al servizio
della dimensione iconica del linguaggio... E tuttavia ho motivo di
credere che l’altezza di una poesia - e, mutatis mutandis, di ogni
creazione artistica - sia determinata per larga parte dall’estensione
e dalla qualità dell’esperienza estatica cui essa dà voce. Per me, la
poesia degna di questo nome non è soltanto un fenomeno magicomusicale, né un rendiconto in versi di carattere metafisico-morale,
più o meno diaristicamente (sentimentalmente) atteggiato. La penso piuttosto, la poesia, come un metodo a-sistematico di conoscenza che insegna ogni volta daccapo come avvicinarsi alla realtà e
alla materia che la costituisce dalla parte dell’anima, per così dire.
E ogni singola poesia, in questa prospettiva, la leggo in primo luogo come un segno, come il resto riflesso di un banchetto sacrificale che facilita l’incamminamento dello straniero, dell’irriducibile
al sé («mi contrappongo a me stesso, mi separo da me stesso» scrive Hölderlin). Credo che all’apice di se stesso, il poeta debba indirizzare tutte le sue migliori facoltà come un intero teso a comprendere il cuore più intimo del mistero. Pochi, ovviamente, sono
all’altezza di tale mandato. È ben vero che non tutti quelli che scrivono poesia sono poeti.
Massimo Morasso, poeta, saggista, critico e
“comunicatore culturale”, come egli stesso si definisce, è nato nel 1964. Laureatosi in Lettere Moderne
all’Università di Genova, con una tesi su Rilke traduttore di Michelangelo, ha lavorato come giornalista, consulente editoriale, culturale, organizzatore di
eventi e convegni per conto e/o in collaborazione con
alcuni dei principali centri culturali della sua città
(Centre Galliera, Goethe Institut, Fondazione Mario
Novaro, Centro Ricerche Scienze Umane, Festival
Internazionale di Poesia), è presente nelle maggiori
antologie nazionali di poesia, ha pubblicato, tra gli
altri, con Marietti, Raffaelli, Jaca Book. Ha lavorato
recentemente alla costituzione della sezione italiana di Plant-for-thePlanet, l’organizzazione internazionale di bambini che si occupa, per conto dell’ONU, di sensibilizzare le generazioni più giovani su una questione
di importanza epocale, i mutamenti climatici (www.massimomorasso.it).
Gennaio - Marzo 2013
di Andrea Giampietro
Eso Peluzzi
Di nuovo un uccello a rappresentare la figura del poeta, ma tra tutti il più nobile:
il cigno. E infatti l'autore che va ad identificarsi con questa raffinata figura selvatica è uno dei poeti più aristocratici (per qualità e spessore della propria estetica)
della storia, Stéphane Mallarmé (1842 - 1898). Al contrario del suo illustre maestro, Charles Baudelaire, che nella poesia "Le Cygne" (inserita nella sezione
"Tableaux parisiens" dei suoi "Fleurs du mal") sfrutta l'immagine del volatile come allegoria di una violenta ribellione nei confronti della condizione naturale sofferta dall'uomo o eventualmente dell'ingrato destino imposto da una divinità beffarda, Mallarmé rappresenta con glaciale ermetismo una tragedia ormai in frantumi che sta in piedi solo grazie a una perfetta struttura compositiva. Il cigno si ritrova a riconoscere il proprio splendore, che però lo ha reso perfettamente estraneo alla realtà, così da non poter far niente per concretizzare il proprio slancio
ideale verso un irraggiungibile assoluto. Conseguenza fatale del proprio ascetico
idealismo è un'annichilente immobilità, una dolorosa impotenza, un’implacabile
inadeguatezza della mente mai decisa all'azione. Allo stesso modo l’agave montaliana, che sta impietrita sullo scoglio, e i cui chiusi boccioli non sanno fiorire
(come il cigno che non è più capace di volare), soffre la propria staticità come un
tormento.
Ecco infine la mia traduzione del celebre sonetto mallarmeano:
Il vergine, il bello e il vivace presente
con un colpo d’ala ebbra a noi frantuma
il duro lago obliato che sotto il gelo assilla
il ghiaccio trasparente dei voli mai fuggiti!
Un cigno d’altri tempi ricorda di esser lui
magnifico ma sa di elevarsi invano ormai
per non aver cantato il luogo dove vivere
quando dell’inverno sterile splendeva la noia.
Il suo collo scrollerà quella bianca agonia
dallo spazio inflitta all’uccello che lo nega,
ma non l’orrore del suolo che afferra le piume.
Fantasma qui destinato dal suo puro bagliore,
s’immobilizza al freddo sogno di disprezzo
che ammanta nel suo inutile esilio il Cigno.
...
Le vierge, le vivace et le bel aujourd'hui
Va-t-il nous déchirer avec un coup d'aile ivre
Ce lac dur oublié que hante sous le givre
Le transparent glacier des vols qui n'ont pas fui!
Un cygne d'autrefois se souvient que c'est lui
Magnifique mais qui sans espoir se délivre
Pour n'avoir pas chanté la région où vivre
Quand du stérile hiver a resplendi l'ennui.
Tout son col secouera cette blanche agonie
Par l'espace infligée à l'oiseau qui le nie,
Mais non l'horreur du sol où le plumage est pris.
Fantôme qu'à ce lieu son pur éclat assigne,
Il s'immobilise au songe froid de mépris
Que vêt parmi l'exil inutile le Cygne.
Rimirando
20 l’EstroVerso
PoeSia
di Luigi Carotenuto
La casa rotta
di Annelisa Alleva (Jaca Book)
Grande controllo stilistico e dovizia di immagini, apparentemente
inesauribile, regnano nella poesia di Annelisa Alleva. Come folletti
impertinenti, i giochi verbali che troviamo soprattutto nel finire della
seconda sezione del libro, omonima, sembrano anche divertissement
di una poetica che vola sempre elegante e leggera, anche nel rasoterra della quotidianità, riuscendo a trovare il guizzo lirico, surrealista e
fumettistica a tratti, dal riso palazzeschiano, riabilitando il domestico a dignità letteraria. L'acuto principio di realtà dell'autrice rende la chiarezza figurativa e la felicità
di scrittura al servizio di un dettato più segreto, che prende le mosse dalla perdita di
un familiare, la madre, più esplicito nela prima sezione, Sogno chimico, tracciato
poi in altri punti, dove si accenna al rischio di caduta, alla paura di cadere, ossessivamente (vedi pag.40, 41, 95, 109, l'esclamazione “Fortunato se trovi un predellino”, a pag.52). Altro topos, per così dire, è quello legato al dualismo sogno-veglia,
che sembrano fondersi e confondersi, ciò nonostante, i due elementi reggono benissimo da soli, e la poesia della Alleva, riesce con arte e metodo, quest'ultimo chissà
quanto cosciente, a mostrarci in quale misura convivano l'uno nell'altra, come una
medaglia a due facce, maschile-femminile, in una sorta di indistinguibile conciliazione dei contrari. I libri, come i gatti, elementi concreti e simbolici, sembrano i
numi protettori dell'io lirico, vegliato nel dipanarsi delle vicende testuali. Storia e
Natura appaiono agli sgoccioli, della prima si invoca (e applaude) la “fine liberatoria”, la seconda (stravolgendo la visione leopardiana) “non vuole pesare. / Vuole
sfilarsi i costumi di scena”. Resta solida la buona volontà del poeta: “Vorrei pulire
le strade come il mio appartamento”.
Ossa per sete
di Sebastiano Adernò (Nuova Editrice Magenta)
L'affondo poetico di Sebastiano Adernò, in Ossa per Sete (Nuova
Editrice Magenta), s'impasta di una lingua a tratti oracolare, asciutta, in un linguaggio scarno, scavato, scheletrico, che nell'avorio cerca la purezza originaria imbrattata di sangue. Cantico torbido, esegesi in versi, dove ricorrono denti, mascelle, ossa, appunto,
come un asfodelo a indicare la presenza del non visibile. “Una
sorta di beffardo dizionario della redenzione, dove ogni lemma
diventa il sarcasmo di un dio tragico, incapace di univoco silenzio, e perciò di salvezza”, scrive con grande perspicacia Vincenzo Di Maro nella
prefazione, e aggiunge: Nell'ostensione di un equivoco linguaggio rituale avvengono smascheramento e restauro di una più giusta “norma mitica”. Adernò ha delle
intuizioni folgoranti: “morto io / Dio si dovrà sostenere sulle sue gambe”, “Per
esempio / quella che chiami madre / non è che un tentativo”; la sua “Sete (di meraviglie)” si raccoglie nel grembo della memoria, della custodia sacrale: “Colleziono
ciò che altrove fu raccolto in brandelli, / suoni subacquei, / sfiati del ventre // Colleziono ciò che alcuni chiamarono Sete”. Un poemetto che indica come unica pedagogia possibile quella ontologica: “Essere sarebbe sufficiente ad insegnare”. In una
sintassi ben oliata da un orecchio musicale, Adernò con la sua scrittura-fionda e “un
fucile caricato / a tuberi e sonagli” in spalla, difende il “Nome” con la maiuscola,
dalla ridda di coloro che “lanciano pietre / convinti / di poter lapidare / nome e miracolo”. La via battuta dagli uomini, oscura “come la notte incede / sugli occhi del
cieco”, orfana di senso, ma, ancora, a ben udire, può riconoscere “l'eco di un Dio
lontano”, e, scavando a fondo, rinvenire la Misericordia.
L’inverno apre l’ombrello in casa
di Saragei Antonini (Prova d’Autore)
Una poesia che crea scompiglio, rimescola, scombina, devia i
sensi unici dei luoghi comuni riordinando a proprio gusto con la
fantasia colorata di uno Chagall la propria anima-stanza-casa.
Testi che metamorfizzano e metaforizzano i propri umori alterni,
altalenanti, in un andirivieni giocoso e serissimo. Giustamente,
con sapienza critica, nella presentazione al libro di Saragei Antonini, Stefano Lanuzza ha parlato di “poesia per certi aspetti complessa eppure sorgiva e naturale, dal tessuto compatto”, “poesie misteriose e introverse, piene d'intelligenza e alonate d'una malinconia esistenziale o da languori innominati che non
arrestano le irruzioni – assidue, impetuose, a stento contenute – d'una gioia senza
infingimenti”. Una “quotidianità magica” vagamente alla Savinio, “sorretta da un
linguaggio frizzante quanto ipnotico, incisivo e studiatamente antilirico, dominato
dallo spirito allogeno di chiaroveggenti pensieri metafisici da intuire, altresì, come
metapsichici” (Lanuzza). Immagini floreali, nuziali, interni e finestre proiettano
fuori e difendono dentro, come armature sensibilissime, lo spirito poetico
“bambino” dell'autrice, che si declina dolcemente, con amore materno, verso una
fiabesca stimmung, di versi-filastrocche dedicati alla figlia lungo le parti finali del
libro: “vuoi meno luce / ti darò meno luce / vuoi metterti le dita in bocca / ti farò
mettere le dita in bocca / vuoi una finestra davanti e una dietro / ti darò una finestra
davanti e una dietro”. Saragei Antonini grazie alla sua immaginazione fa scacco al
tempo nichilista: “quel tempo imperfetto era solo singolare – / e me lo dettavo /
perché ero stata troppo brava a fare presente / che per me il tempo all'infinito / non
era a capo di niente –”.
Gennaio - Marzo 2013
l’étranger
di Davide Zizza
Il tempo in
un bicchiere
di vino.
Le quartine
di Omar
Khayyâm
L’interesse europeo per le quartine del «fabbricatore di tende» –
questo il significato letterale del cognome di uno dei più affascinanti poeti di lingua persiana dell’XI sec. quale fu Omar Khayyâm
– risale, ci ricorda Mario Praz, alla sua diffusione nell’Inghilterra
pre-raffaelita. Edward Fitzgerald, poeta e traduttore, basandosi su
un manoscritto del 1460-61 conservato nella Bodleian Library,
pubblicò una sua vulgata nel 1859, edizione questa scoperta da
Dante Gabriel Rossetti l’anno dopo su una bancarella. Khayyâm
apparve subito consono al clima letterario di allora, l’edonismo e
lo scetticismo dei suoi componimenti accompagnati alla raffinatezza del verso sembravano collimare con la concezione di vita
dell’epoca. Lungi dall’inquadrare in modo esaustivo l’autore e
l’opera – i dati biografici rientrano nel rango dell’aneddotica e le
interpretazioni sulla sua figura risultano controverse, inoltre rimangono ancora aperte ipotesi sull’autenticità di alcuni componimenti – per conoscere la visione di Khayyâm possiamo serenamente soffermarci su due delle edizioni più note che incontrano
ancora adesso ristampa in Italia, l’edizione di Hafez Hajdar
(Rizzoli, 1997) e quella di Alessandro Bausani. In particolare Bausani (Einaudi 1956, ristampa 1979 e successive) – allora uno dei
più forti studiosi del mondo culturale e letterario islamico – traccia dei criteri essenziali per dare una fisionomia, se non esatta
tuttavia meno incerta, riguardo il poeta e la sua raccolta. Ma a
prescindere dalla filologia, rimangono le liriche e le sensazioni
fugaci che queste comunicano al lettore. Alternando misticismo,
filosofia pessimista e ateismo venato di umorismo, Khayyâm, un
po’ alla maniera di Orazio, suggerisce di cogliere l’attimo perché la
ruota del tempo gira e ci riduce in polvere («Cogli quest’attimo,
tu, del Tempo» quartina 65; «ché passa e non resta questa tua vita
d’un giorno» quartina 83); in questo giardino-mondo la nostra
vita è racchiusa in «scrigno di terra» (quartina 57); siamo anfore
di argilla, creati da un Dio-Vasaio (quartina 117), che contengono
l’inafferrabile mistero dell’esistenza. L’amarezza nel non poter
fermare la fuggevolezza dell’istante, essendo la morte il destino
comune degli uomini, si traduce in tristezza e cerca consolazione
nel piacere di vivere. Il tema del vino ricorre spesso in Khayyâm.
Nonostante la controversia ermeneutica nel considerarlo un vino
vero o simbolico – allora vi erano delle restrizioni sul bere e al
tempo stesso il vino acquisiva valore evocativo nella creazione di
quartine – Khayyâm non manca nel consiglio di trascorrere i giorni «con una coppa e una bella fanciulla». Ma se da una parte i suoi
versi, esortandoci a non sprecare il tempo in affanni, ritornano
seducenti alle nostre orecchie, dall’altra il poeta invita a riflettere
filosoficamente sul senso di quanto accade intorno a noi («Dal
mare della Meditazione la Sapienza m’ha tratto una Perla» quartina 128). Il mistero di esistere non può essere svelato. Può essere
solo vissuto.
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Ritratto di Cristina Campo