È una storia realmente accaduta,
ricca di coincidenze, che ha come
protagonisti principali tre persone:
Antonio, Oreste (il don) e
Paolo (mio padre).
Anni fa avrei ritenuto più semplice
incastrare tutto nelle caselle delle
casualità; oggi mi appare più
affascinante considerarle come
un intreccio di storie che, quasi
si fosse in un racconto biblico,
vogliono svelare qualcosa d’altro.
In molte email personali che
troverete in questo racconto, mi
rivolgo al Signore. È una preghiera
sincera che però, ahimè, è sempre
accompagnata da una sottaciuta
domanda: “ma ci sei veramente?”
Copertina e impaginazione: Kaleidon
nella treccia, la speranza
walter toni
nella treccia,
la speranza
Uno speciale ringraziamento per i suggerimenti
a Giacomo Ruggeri, Barbara Mondaini e Alessandro Ramberti.
Il guadagno dell’autore sarà interamente devoluto a Casa Betania, una casa di pronta
accoglienza, presso la Parrocchia della S. Famiglia di Fano, in grado di ospitare persone
prive di un posto dove dormire e di una cena calda. Le accoglienze durano circa sette
giorni e non hanno la pretesa di risolvere i problemi e i bisogni materiali delle persone,
ma vogliono semplicemente offrire, a chi è ospitato, la possibilità di riposarsi e di godere
di un clima familiare con lo scopo di potersi meglio dedicare alle proprie esigenze, come
la ricerca di una casa o di un lavoro.
Se il libro ti è stato regalato, e desideri comunque sostenere Casa Betania, lo
puoi fare attraverso un bonifico su conto corrente bancario intestato a:
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Progetto grafico e copertina: Kaleidon - Rimini
© 2010 Tau Editrice
Pian di Porto - 06059 Todi (PG)
Tel. 075.8980433
www.editricetau.com
[email protected]
ISBN 978-88-87472-95-0
Proprietà letteraria riservata.
Nessuna parte di questo volume può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma
o con qualsiasi mezzo elettronico, meccanico o altro senza l’autorizzazione scritta dei
proprietari dei diritti e dell’editore. L’editore è a disposizione degli eventuali detentori di
diritti che non sia stato possibile rintracciare.
A mia madre
e come sempre,
come ogni cosa,
a Lisetta, Sofia,
Aurora e Bianca.
Premessa importante
Capita di essere protagonisti di coincidenze che incuriosiscono e a volte lasciano interdetti chi le vive. Anni fa avrei
ritenuto più semplice incastrare tutto nelle caselle delle casualità; oggi mi appare più affascinante considerarle come
un intreccio di storie che, quasi si fosse in un racconto biblico, vogliono svelare qualcosa d’altro.
Ho iniziato a scrivere questo testo con molto timore perché so bene quanto io sia narcisista – un “pavone” come mi
definiscono in famiglia – e sento quindi forte il pericolo di
mettere in mostra prima di tutto me, e non quella “treccia”
di vicende veramente vissute, che se lette con un briciolo di
fede, possono diventare la chiave interpretativa della propria
esistenza.
È per questo che, anche se più avanti dirò che lo faccio per le mie figlie, mettere nero su bianco quanto ho effettivamente vissuto, in realtà nasce prima di tutto da un
mio bisogno, in modo che nella mente confusa e sempre
più frammentata i ricordi non svaniscono, e continuino ad
alimentare il desiderio di ricerca.
–7–
Per cultura, famiglia d’origine, io avrei tendenzialmente
una concezione del mondo più simile a quello di Margherita Hack. Ma l’incontro con persone particolari, l’intreccio
di certe situazioni non poteva che innescare in me il dubbio
e far crescere sempre più forte il desiderio di essere uomo
di fede.
Molte volte, nelle email personali che troverete in questo
racconto, io mi rivolgo al Signore. È una preghiera sincera
che però, ahimè, è sempre accompagnata da una sottaciuta
domanda: “Ma ci sei veramente?” Un po’ come quando mi
trovo a messa a proclamare il credo e mentalmente mi viene
da aggiungere “ci provo”.
Poca fede, un po’ d’amore, ma tanta, tanta speranza, di
questo almeno son sicuro. La speranza, spesso nascosta nella
diatriba tra il valore della fede e dell’amore, è la virtù che in
questo periodo della vita faccio completamente mia. Con
speranza ricerco, provo a pregare, e scrivo.
Oh, quante email i miei amici hanno dovuto sopportare! Eppure questo compagno di lavoro, il portatile, che da
oltre quindici anni viaggia con me ogni mattina in treno, è
sicuramente uno strumento di vera relazione, di questo ne
sono certo.
Prima che creassimo una mailinglist parrocchiale, inviavo email di auguri e riflessioni a tutto il mio indirizzario,
ottenendo moltissime risposte inaspettate, e relazioni inattese. Penso soprattutto a confronti, profondi e sinceri con
gli studenti dell’ISIA di Urbino che dovevano assorbirsi un
docente di Informatica design esistenzialista.
Per questo motivo le email inserite nel racconto non svelano nulla di privato perché erano già state inviate a centinaia di destinatari.
Consapevole del rischio di suscitare lo stesso scarso interesse di quando si obbliga ad assistere alla visione di diapositive di vacanze a cui non si è partecipato, per aiutarvi ad
entrare nel contesto del racconto che ha inizio nell’ottobre
del 2006, ho raccolto alcune delle email più significative,
che precedono quel momento.
Potete tranquillamente saltarle, o leggerne solo alcune
per farvi una idea del “brodo” in cui avevo iniziato a galleggiare, perché le cose non nascono mai casualmente dall’oggi
al domani, ma sono il frutto quasi sempre di percorsi, a volte
obbligati come sensi unici, ma molto spesso scelti.
–8–
–9–
A queste email, fa seguito il racconto che ha per protagonisti tre persone: Antonio, Oreste (il don) e Paolo (mio
padre).
2003-2006
Ogni tanto, una email dal treno tra Fano e Rimini
Da: Valter Toni <[email protected]>
Data: 11 luglio 2003 09.29.56 GMT+02.00
Oggetto: Sulla morte.
La settimana scorsa con sentimento turbato riflettevo sulla morte
dopo aver visto un piccolo topo che era diventato dimora di vermetti bianchi.
Faremo la stessa fine? Certamente sì, tutti.
Ma ieri mentre facevo la doccia, forse grazie al santo patrono,
o alla più assidua riflessione e lettura di testi sacri (sto leggendo
con più attenzione la 1ª lettera di San Giovanni), mi sentivo in
animo di dire come San Francesco: “Laudato sii mi signore per
nostra morte corporale.”
Ma te l’immagini – ho pensato – se non ci fosse la morte, la
fine, una data di scadenza. Il tempo non avrebbe senso. Gli scopi
dell’esistere verrebbero sicuramente meno. Lo vedi nelle piccole
cose, nei bambini, in noi stessi. Più hai e meno sei stimolato. Figuriamoci: se avessimo l’immortalità sembrerebbe di avere tutto. Eppure spesso vorrei fermare il tempo. Soprattutto quello dei
ricordi. Ma a quale età? A venti, trenta... Quella sì che sarebbe
– 11 –
la vera morte! Al di là di tutte le credenze religiose. L’immortalità non è sicuramente per questo viaggio in questa dimensione
terrena...
Ce ne saranno altre di dimensioni? Forse. Spesso lo spero, perché
comunque la morte senza un continuo mi lascia un senso di incompletezza. Per bella che sia la vita (e quando non lo è si apre
l’altro grande problema della sofferenza) mi parrebbe una sinfonia incompiuta. Oppure una specie di occasione persa, di non
avere fatto, o meglio, amato come avrei potuto. Cristo ce ne ha
dato un assaggio. Un Amore stolto, folle, ma totale e per questo
incomprensibile come l’infinito spaziale e temporale...
Ritorna sempre Qoelet: “Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo,
ma egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore, senza
però che gli uomini possano capire l’opera compiuta da Dio dal
principio alla fine.”
Bene. Sulla morte mi son fatto qualche ragione.
E sulla sofferenza? Forse devo farmi un’altra doccia...
Valter
Chiedo scusa se ho turbato qualcuno con l’argomento, ma fra
tante “cazzate” che ogni giorno arrivano nella posta, pensare ad
argomenti “vitali” e condividerli anche attraverso la tecnologia
mi sembra una occasione da non perdere.
Non so per quale motivo il tuo indirizzo è nella mia rubrica, ma
se desideri che lo cancelli fammelo sapere.
– 12 –
Da: Valter Toni <[email protected]>
Data: 08 agosto 2003 08.31.17 GMT+02.00
Oggetto: Dove sono i miei nonni?
Mi rivolgo soprattutto a chi si dice “credente”...
Morte, morte, morte
Scusate se insisto... non lo faccio per angoscia, ma per ignoranza,
per essere certo di “saper di non sapere” (da bambino non sono
stato un assiduo frequentatore di momenti formativi; a dottrina
ci andavo poco, mi sembravano storielle per piccoli).
Nessuno, credo, può dire qualcosa di certo sulla morte, ma un
aiuto ve lo chiedo: – il cristiano, il cattolico cosa deve pensare di
fronte alla morte? O se volete, mettiamola sotto forma di sondaggio: come pensi che il cristianesimo concepisca questo “straordinario evento” a cui “nullo omo può scampare”?
Dante ha creato solo confusione coi suoi viaggi? Le omelie durante i funerali sono coerenti con la dottrina della Chiesa, o semplici parole consolatorie da psicoterapie di gruppo? I santi dove
sono? I miei nonni, è vero che mi vedono dal cielo?...
Quasi mi vergogno a fare certe domande. Sono banali? Lo so,
lo so: importante è amare, bla, bla, bla... ma nel dialogo tra credente e non credente (anche quello dentro di me), nel rapporto
con altre religioni, questi argomenti vengono fuori e io non so
neanche cosa pensi effettivamente il mio parroco.
Buon ferragosto.
Valter
– 13 –
Da: Valter Toni <[email protected]>
Data: 31 dicembre 2004 00.52.47 GMT+01.00
A: [email protected]
Oggetto: Dopo l’uomo ragno, l’uomo moscerino
Carissimi.
È diverso tempo che non vi scrivo le mie considerazioni esistenziali. Ma ieri mi è capitato di riflettere su quanto accaduto in
questi giorni in Asia. Mentre ripulivo la soffitta da uno sciame
di migliaia di piccoli moscerini morti in terra mi è venuto di fare
una associazione visiva con le immagini di tutti quei cadaveri
dilaniati dal maremoto. Dentro di me si è lacerato il pensiero.
Signore, se esisti, come è possibile che possa accadere una tragedia
così grande. Ammassi di corpi spostati da ruspe... dove è finita
la loro dignità di creature “fatte poco meno di angeli”, dove sarà
ora il loro spirito devastato da un inferno d’acqua. Che grande
mistero! Davanti a queste tragedie, come anche le guerre, riesco quasi a dare un senso alla morte “solitaria” in un incidente
stradale, o causata da una malattia che, seppur lunga e tragica,
prende almeno per sé, tutta una attenzione di preghiera o di romantico rimpianto.
Qui no! Le ruspe appiattiscono la terra dall’ammasso di corpi e
la mia fragile fede viene messa ancora una volta a dura prova, e
sento il bisogno di pregare per non sentirmi un moscerino.
E pensare che è Natale.
Buona notte, ma soprattutto Buon 2005
Valter
– 14 –
Da: Valter Toni <[email protected]>
Data: 20 gennaio 2005 09.13.33 GMT+01.00
A: [email protected]
Oggetto: piccolo, piccolo.
Del recente viaggio al Cairo, oltre ai motivi che lo hanno determinato, ricorderò alcune cose che voglio condividere. Mi son
sentito piccolo, piccolo... ma veramente! Lo ripeto piccolo, piccolo.
– piccolo di fronte alla città. 17 milioni di persone che usano non
so quanti milioni di auto che rendono ridicolo anche il traffico di
Roma, figuriamoci quello di Fano.
– piccolo di fronte alla storia. Cose di 5 mila anni fa che brillano la loro bellezza e che ridicolizzano il tuo sentirti al centro
del mondo come cultura, come tempo, come tutto... Devo dire con
sincerità che la visita al museo Egizio, che tra l’altro avevo già
visitato, è una esperienza mistica.
– piccolo di fronte alle grandi religioni. La grande moschea, il
grande rispetto verso il divino che respiri dentro, da noi dimenticato, credo che non possa lasciare indifferente neanche il più
“cristiano” dei cristiani.
– piccolo di fronte ai luoghi comuni. Di fronte alle bugie, di
fronte alle immagini e ai racconti pressapochisti della tv che appiattiscono un’area che va dal Marocco all’Irak come fosse tutta
uguale.
– piccolo di fronte alla rinuncia di un Bacio Perugina. Al Cairo,
ripeto 17 milioni di persone, la Nestlé marchia in bella vista
quasi la totalità delle bottiglie di acqua minerale. “Nestlé is life”
o qualcosa del genere te la ritrovi, in compagnia dei telefonini,
nella maggior parte dei cartelloni pubblicitari... E sarà così chissà in quanti altri Paesi... Come non mai ho percepito la maestosità di queste potenze economiche, e il mio acquisto di un prodotto
equo e solidale uguale a quella di un “moscerino”...
Valter
– 15 –
Da: Valter Toni <[email protected]>
Data: 23 marzo 2005 10.10.58 GMT+01.00
A: [email protected]
Oggetto: Auguri per una Pasqua piena di speranza
Comunque la pensiate vi prego di non leggermi con gli occhi del
pregiudizio.
Vi racconto la sensazione di smarrimento che ho vissuto ieri...
cinque lunghi minuti in cui la mia testa non riusciva a trovare
un appiglio ad alcun lembo di razionalità. Sospeso, frastornato,
mi son sentito un po’ male... forse non abbastanza.
Sono ancora un po’ scosso. Come persona, ma soprattutto come
uno che ci prova a credere in Dio. Alcuni amici o parenti che fanno più fatica di me a credere, sentiranno nelle mie parole puzza
di sacrestia. Ma non mi importa. Racconto ugualmente ciò che
ho provato.
È accaduto che un amico mi a chiesto un parere tecnico/comunicativo sul montaggio di una sequenza fotografica. Il tema era
l’interruzione di gravidanza. Ma il mio giudizio è andato a
farsi friggere. Le immagini con corpicini, grandi come le piccole
bambole delle mie figlie, ammassati in sacchetti neri di spazzatura, dilaniati come barbie con testa e gambe spezzate a causa
degli interventi, non poteva che farmi ricordare le foto in bianco
nero di un vecchio sterminio.
Adesso io invece mi chiedo continuamente:
Mentre discutiamo della dignità degli embrioni come è possibile
non piangere per ciò che accade in molti ospedali ogni settimana
ad appuntamenti prestabiliti? Come faccio a non vedere quel filo
elettrico spinato che tiene lontana la mia coscienza di buon cattolico da questo sterminio? Possibile che siano bastate poche foto per
interpellarmi così fortemente sul male che l’umanità sta facendo
a sé stessa, su ciò che pensiamo renda le persone libere?
Una volta era il lavoro a rendere liberi... oggi l’avere un figlio
in meno!
Sono arrabbiato, moltissimo, sicuramente non con le povere
mamme, ma con la nostra società perbenista e ipocrita che le porta a questa scelta.
Colgo l’occasione di inviare un grosso abbraccio a Franca e agli
amici del servizio “Maternità difficile” della APG-XXIII e auguro a tutti un giovedì di passione tormentato di pensieri e una
Pasqua piena di speranza.
Valter
p.s. su l’opportunità di mostrare le foto non riesco ad esprimere
un giudizio sereno perché se da un lato hanno provocato in me
una forte reazione solitamente io sono a favore di una comunicazione “positiva”... ma avrò ragione?
E con la stessa analogia visiva con i campi di concentramento mi
sono venuti in mente quei tedeschi che si dice non potessero essere
consci di ciò che stava accadendo e anche il successivo dibattito
sull’opportunità di fare vedere quelle foto terribili alla fine della
guerra per non scuotere ulteriormente la coscienza dell’umanità
già dilaniata dalle bombe.
– 16 –
– 17 –
Da: Valter Toni <[email protected]>
Data: 11 ottobre 2005 09.37.50 GMT+02.00
A: Don Giacomo <[email protected]>
Cc: [email protected],
Oggetto: Re: Ciao Valter, un parere per un articolo che ...
Caspitina Giacomino, mi prendi in un momento che a confronto
Leopardi era un giullare di corte, spero comunque che in ciò che ti
scriverò riecheggi qualche nota ottimistica.
Comunque ci provo, in questo veloce tragitto Fano-Rimini:
Sento forte il rischio di banalizzare la risposta ad una domanda
così importante, perché secondo me dietro il problema della costruzione/distruzione di una famiglia c’è quell’elemento venuto
meno in tanti ambiti del nostro vivere: la buona comunicazione.
Non che un tempo fosse tanto buona, ma oggi questa assenza
mi sembra essere messa in forte risalto dall’avere tanti mezzi a
disposizione (sembriamo tutti delle piccole emittenti locali), ma
che “bruciamo” in tante occasioni perse. E questo è un discorso che
vale non solo per la famiglia, ma per la società tutta: nella scuola,
nelle comunità laiche e religiose, ed anche, purtroppo, con sé stessi. Ho la fortuna di lavorare nella comunicazione e forse di avere
qualche recettore abbastanza sviluppato per affermare questo. Questa contradizione, che apparentemente sembra essere solo un
problema sociologico/psicologico e che mette in luce tutte le difficoltà che posso vivere come sposo, come padre, come collega di lavoro, ha bisogno in realtà di un’analisi ancora più profonda e che,
per quanto mi riguarda, trova risposta solo in ambito religioso.
Cerco di spiegarmi: io credo che tutto ciò di cui ho parlato sopra,
questa paradossale schizofrenia di un mondo in cui siamo ipertecnologicamente attrezzati per poter comunicare e non riuscire
a farlo è semplicemente dovuto al fatto che la società oggi cerca di
farci credere che ognuno può bastare a sé stesso. Il rapporto con gli
altri è un optional che possiamo usare in poche circostanze, se può
farci comodo. Un rapporto di autosufficienza che arriva a negare la comunicazione a tutti i livelli persona-persona, famiglia-
– 18 –
famiglia, gruppo-gruppo. Quand’anche ci fosse un tentativo, un
desiderio di allacciare rapporti, questo raramente è volto ad una
comunicazione vera fatta anche di ascolto. Un vecchio detto dice
che non a caso abbiamo due orecchie e una bocca, perché dobbiamo
ascoltare il doppio. E qui credo di essere al cuore della questione e
della crisi della famiglia. L’incapacità di ascoltarsi, di ascoltare.
Una crisi comunicativa che investe anche la famiglia cristiana
che faticosamente trova momenti per accogliere non solo ciò che
Dio dice, ma anche i propri cari. Pronti sempre a chiedere. A
trasmettere tante informazioni volte alla domanda, per me, per
la famiglia, per la comunità... Questo anche con Dio: l’ascolto,
fatto di lettura e preghiera silenziosa, mi pare ridotta a pochi
piccoli secondi.
E sono venuto ad un altro punto a mio avviso focale. Il silenzio.
Non quello determinato dalla rottura di un televisore, citando
don Oreste, che mette in evidenza solo il rumore delle forchette
a tavola. Un silenzio che è volto, lo ridico, all’ascolto soprattutto
di chi ti è vicino, messo lì forse non a caso (almeno una coppia cristiana dovrebbe credere questo).
Penso che una comunicazione più vera (=ascolto), che in alcuni
casi può essere aiutata da qualche strumento tecnologico (senza
abusarne), e che coinvolga direttamente i nostri cinque poveri
sensi ormai ridotti a solo studio di marketing, sia la base, sia il
fondamento principale per costruire una casa sulla roccia. Sto arrivando a Rimini, e può bastare.
Invio questa email anche alla mailinglist della santafamiglia per
cogliere l’occasione di invitare, a nome mio e di Lisetta, Sabato
29 ottobre (probabilmente alle ore 16) fidanzati che vogliono
sperimentare strumenti per comunicare un po’ meglio.
Ciao
Valter
– 19 –
Da: Valter Toni <[email protected]>
Data: 19 novembre 2005 09.59.36 GMT+01.00
A: [email protected]
Oggetto: [tutti] sul vangelo di oggi
Della serie a volte ritornano. :-) - dai era un po’ che non scrivevo.
Mi capita di riflettere e trovarmi con inquietudine di fronte a
due pensieri apparentemente opposti e assurdi:
- guardo Gaia alla TV, dove il presentatore mostra un fossile
che ha milioni di anni... una storia così grande, che tocca quasi l’infinito. Faccio fatica a farci entrare Dio in questa storia e
soprattutto a pensare alla mia vita oltre gli spazi e i tempi che
conosciamo. E penso al sipario finale della mia vita. Si chiuderà
e, come per tutti... avanti un altro!
- contemplo le mie domande, ma soprattutto l’amore dei santi che
mi fa sudare acido sotto le ascelle e dico: sono cotto, sono presuntuoso a chiudere il creato dentro i miei ragionamenti...
mi gira la testa... ma mi sento come un ateo che ha voglia di
ringraziare Dio...
perché è diventato carne come la nostra,
perché ha sofferto e così nessuno potrà dirgli - “no, tu non puoi
capire”,
perché continuamente ci tocca col suo Spirito, e addirittura lo si
può “mangiare” ogni giorno,
perché (per me una assoluta new entry) ci conforta con Colei che
lo ha accolto in seno!
E così la testa non gira più.
– 20 –
Da: Valter Toni <[email protected]>
Data: 28 novembre 2005 09.46.23 GMT+01.00
A: [email protected]
Oggetto: Il potere del passato
Sabato scorso l’incontro con i fidanzati ha avuto come titolo “Il
potere del passato”. È stata una bella occasione per riflettere sui
propri legami con le famiglie d’origine, per mettere in luce quelle dinamiche di rapporto, a volte di ostacolo, che soprattutto nei
primi anni di matrimonio possono incontrarsi.
Stamattina ho guardato a me stesso, non tanto per pensare a quei
fatidici problemi annuali del dove passare il pranzo di Natale,
ma sul ruolo che la mia famiglia ha avuto nel formarmi come
“uomo che pensa in un certo modo”.
La mia famiglia mi ha trasmesso un forte senso critico, tollerante, di cui non posso che essere fiero. Contemporaneamente ha sempre messo in primo piano gli aspetti pratici, razionali e materiali
della vita. E questo non me lo tolgo più di dosso. O meglio sento
che faccio più fatica di altri. Senza una tradizione respirata da
bambino in cui il Natale è vissuto come evento cristiano, è molto
difficile dopo, fare i corsi di recupero. Puoi anche andare alla messa tutte le mattine, ma un tarlo, o meglio un nocciolo duro, resistente, dentro te rimane sempre. Se non fosse per alcuni momenti
forti che ti fanno scoprire che questa parte di te, grazie a Dio, è
dura ma non impermeabile alle lacrime, mie, di chi mi è vicino,
e non solo. Saranno forse solo emozioni, le famose “sudate acide”
tante volte provate semplicemente per aver incontrato don Oreste e i suoi ragazzi. Forse non romantiche e gradevoli quanto il
profumo di rose di Padre Pio, ma sicuramente vere fino in fondo.
Non è per niente facile credere per chi ha vissuto solo il Natale
di Babbo Natale. E anche se amare è possibile a chi non crede,
rimane comunque difficile vedere le persone oltre quella scatola,
quel corpo che le contiene, e adorare l’altro per il valore di ciò che
– 21 –
contiene. Almeno per me è così. In questo senso la grande testimonianza, fatta a volte di semplice
dignità, di chi soffre nel corpo, per malattia, handicap o anche per
razzismo per un aspetto un po’ diverso nella forma o nel colore, è
il regale di Natale più grande che il Signore mi fa.
Buon Avvento a tutti
Valter
Da: Valter Toni <[email protected]>
Data: 07 aprile 2006 10.01.40 GMT+02.00
A: [email protected]
Oggetto: confusamente...
Anche se lo spunto di questa mia riflessione può essere politico, per
le continue sollecitazioni che mi vengono da più parti, il pensiero
che ne consegue credo sia più di “persona che cerca” (cosa ancora
ben non so), ma cerca...
Ad ogni modo... gli ingredienti, quelle sollecitazioni a cui ho accennato sopra, di questa miscela di riflessione sono:
- amici, che forse fanno più fatica a credere di me, che mi chiedono perché un cristiano è contro l’aborto.
- vedere su FanoTV Casini circondato da amici che discutono su
cose importanti.
- il giornale Libero che ieri scriveva “È vero. Anche oggi in Cina
si mangiano i bambini”
- il prof. Bonetti che da non credente al liceo, con tono provocatorio, citava Dostojevski dicendo: “senza Dio tutto è permesso”
- Don Vincenzo che con tono fermo dice ai fidanzati futuri sposi:
“ragazzi, se voi non siete convinti che Cristo è sempre in mezzo a
noi, ora come il giorno delle nozze, il vostro matrimonio è nullo”.
Ho miscelato, un po’ pregato, e formulato questo pensiero.
Ha ragione Dostojevski. Perché dentro di me c’è una persona che
potenzialmente potrebbe farsi convincere che sia giusto buttare la
bomba atomica (citazione di Carretto), che sia giusto emarginare i diversi (per abilità, per colore, per religione, per sessualità...),
che sia giusto sopprimere un bambino ancora non nato perché
destabilizzante di un equilibrio (economico, psicologico, fisico),
che alla fine “materialismo per materialismo” un buon e seducente
lavaggio del cervello potrebbe convincermi (vedi film “Metropolis” - o “Quarto potere” - o perché no “Momo”), potrebbe convincermi del contrario dell’umanità, fino (non scherzo) a ritenere
– 22 –
– 23 –
giusto il cannibalismo. In fin dei conti, come mi diceva un amico
medico, la pipì non è altro che acqua con qualche sostanza chimica e quindi in caso di estrema necessità non vi è alcun problema
a farne uso come bevanda per sopravvivere, estremizzando “materialismo per materialismo” cosa siamo noi se non un ammasso
di cellule ben ordinate, ben composte e nutrienti!?
Se non sentissi un pezzettino di Gesù vicino a me non so se mi
sentirei così felice di vederla: quasi con la voglia, non dico di
abbracciarla, ma di farle un grosso saluto.
Scusate la provocazione, quasi blasfema, ma alla fine dico: grazie
a Dio anche i comunisti sovietici hanno avuto bisogno di creare
mausolei per onorare i propri morti. Non avranno capito niente
perché hanno negato Dio, ma a modo loro si sono contraddetti.
L’uomo ha bisogno di eternità. Quella che ti fa sentire immerso
in un pensiero più grande che non ha né inizio né fine. Che ti
fa sentire questa vita come il passaggio, il viaggio dall’Egitto a
Gerusalemme, con tutte le sue fatiche. Che ti fa sentire Gesù presente, vicino, a me che scrivo, a te che leggi, ai politici che lo ascoltano solo per ciò che interessa loro... a tutti insomma! È grazie a
Dio se amo. Gli altri, me stesso. Altrimenti sarei capace di fare
del male, ma tanto male, eccome! Basterebbe poco a convincermi.
Può bastare un bel film fatto da Goebels. Può bastare qualcuno
che dica che al mondo siamo troppi. Mi ci vuole davvero poco!
Come al solito confusamente Walter.
In diretta, mentre vi scrivo, la signora si appoggia per dormire e
mi chiede scusa se mi gira le spalle...
Ma è necessario un cambiamento forte. Dice Giovanni: come
puoi amare Dio che non vedi, se non ami il fratello che vedi?
Aggiungo io: come puoi pretendere di amare e proteggere un embrione che vedi al microscopio se non ami la moglie, i fratelli, gli
uomini, gli avversari, i nemici che forse non vorresti vedere, ma
che invece vedi benissimo!
È per questo che voglio a tutti i costi diventare cristiano.
E mentre salvo questo confuso scritto nella stazione di Rimini,
una signora malconcia, che puzza di urina che ride e parla da
sola mi si siede accanto.
– 24 –
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Da: Valter Toni <[email protected]>
Data: 16 luglio 2006 16.46.59 GMT+02.00
A: [email protected]
Oggetto: Un quesito che ha 2000 anni
Durante il biblico di venerdì scorso sarei voluto intervenire con
le parole di Don Nino Nicolini: “su, tiriamoci un po’ su... il Signore non ci ha fatto poi così male...” e pensavo che in quel clima
sollecitato dalle belle domande proposte dalla tribù di turno, ad
un qualsiasi giovane che fosse capitato lì per la prima volta non
so se saremmo riusciti a trasmettergli che essere cristiani “è bello
e conviene”...
Invece la riflessione che è continuata dentro me è stata innescata
dall’intervento di Giorgio sulla spiritualità e rinvigorita poi da
un colloquio con Luciano che mi ha fatto capire ancora di più il
senso di un quesito che da duemila anni antepone la fede all carità, Marta a Maria, o con un paradosso di Luciano, Gino Strada
a Madre Teresa.
Il quesito mi tocca non tanto perché mi sento chiamato a redigere
una classifica di santità che certamente non mi compete.
Il quesito mi interroga fortemente su me stesso. Rispetto la carità,
l’Amore per il prossimo, che differenza c’è tra il Valter che negli
anni ottanta (quello che ascoltava Radio Radicale e provava un
senso di ammirazione verso quei giornalisti che nei paesi dell’Est
comunista davano la vita per gridare la libertà) e il Valter di
oggi che dedica alcuni frammenti della giornata per dare un senso alla vita in nome di Gesù Cristo? Tristemente mi sembra di
poter rispondere: apparentemente c’è poca differenza.
Gino Strada in prima linea, ma anche Beppe Grillo con le sue
denunce e tanti altri oracoli di questo tempo hanno la mia ammirazione.
Ma il quesito di don Oreste (oh, potrebbe sbagliare anche lui) di
pochi giorni fa mi rintrona e mi fa meditare: “A che serve guarire
il corpo se la persona rimane nei suoi peccati? Non solo non serve,
ma aggrava la situazione perché con il corpo ristabilito in salute
peccherà ancora di più, se prima della guarigione del corpo non
avrà guarito l’anima dal peccato.”
Sembra uno scritto medievale, ma voglio farmi comunque provocare.
Forse come direbbe Nino (il nostro, non il don) tutto deve essere
visto nella prospettiva del tempo finale, di una vita che va oltre
quella che pensiamo di gestire con il nostro sapere, il nostro denaro, il nostro tempo.
In questo senso la “deriva spirituale” dei nostri discorsi può aiutarci a vivere meglio l’Amore fino in fondo, e diventare come San
Cristoforo portatori di Gesù... senza nulla togliere a tutti quelli
che lo sono inconsapevolmente.
Questa è la mia Speranza.
Valter-Walter
La mia àncora di salvezza è quell’ “apparentemente”.
Voglio sperare ardentemente che vi siano frutti d’Amore che forse
oggi non appaiono, ma come in un investimento di talenti, si
manifesteranno nel tempo voluto dal Signore.
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Da: Valter Toni <[email protected]>
Data: 25 luglio 2006 09.30.15 GMT+02.00
A: [email protected]
Oggetto: Dignità
“grazie”
- a Luciano che sa essere così chiaro nel dare voce ai miei pensieri.
- a tutti gli altri che, non sempre in sintonia con me, mi costringono a riflettere e forse mi spingono a volare più in alto.
E in questa riflessione confesso pubblicamente il mio peccato di
non riuscire a mettere sullo stesso piano guerra e embrioni. Forse
solo perché, come tanta gente, sono figlio di questa cultura delle
immagini, che si commuove di fronte ad un bambino martoriato,
si raggela rispetto alla foto di un aborto, ma non riesce ad “amare
ciò che non vede”. Mi serve ancora molta strada, molto studio o
forse molta preghiera, per mettere sullo stesso piano tutto questo
con ciò che Chico definisce “delirio hitleriano”.
Mi dispiace per Chico perché starà pensando: “se uno come Valter,
che è vicino alla Chiesa, ha conosciuto don Oreste, mi dice questo,
ma quanto lavoro mi spetta!”
Già! È proprio così. Penso che ci sia molto lavoro per te, anche
perché in questo caso io mi sento un po’ la cartina tornasole di un
pensiero diffuso. Forse Chico avresti bisogno più di alleati soprattutto fuori dalla chiesa, persone tipo Pier Paolo Pasolini, del
quale, un servizio televisivo qualche sera fa, mi ha fatto sentire
una grande mancanza.
http://www.pasolini.net/saggistica_campofreda_controaborto.htm
Comunque non disperare Chico, ho scritto ciò che la mia (sincera)
razionalità mi spinge a pensare, ma come sempre io ce la metto
tutta.
Grazie
Valter
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La treccia.
Ottobre 2006.
La scuola era iniziata da poco più di un mese, e come
ogni mattina prima di prendere il treno per Rimini, mi trovavo ad accompagnare le figlie affrontando con l’orologio
alla mano il traffico di Fano, che pur non essendo una metropoli, tra le 7,45 e le 8,15, faceva di tutto per imitare il caos
di una grande città.
Sofia già frequentava le scuole medie per cui era la prima a scendere al semaforo di Porta Maggiore, mentre con
Aurora e Bianca arrivavo vicino alla Chiesa di Santa Maria
Nuova, perché lì, subito dopo, si trovavano i portoni delle loro scuole. Bianca in realtà doveva essere accompagnata
all’interno dell’istituto perché ancora frequentava la materna e così ero costretto a parcheggiare lungo il viale con le
quattro frecce lampeggianti. A volte capitava anche che non
essendo riusciti a preparare la merenda a casa, dovevo allungare la sosta per comperare i panini nel bar vicino della
piccola piazzetta.
Ottobre cominciava già a far sentire il cambiamento di
stagione, e da un po’ di giorni capitava sempre più di frequente di notare sotto il grande portico della chiesa di
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S. Maria Nuova, vicino all’ingresso della scuola, un paio di
sacchi a pelo che sicuramente ospitavano qualcuno, ma che
allo sguardo di noi genitori che accompagnavamo di fretta
i figli, apparivano come qualcosa di confuso, ammassi gonfi
e disordinati.
A volte erano due i sacchi a pelo, altre uno solo, straordinariamente tre. Di fianco, qualche sacchetto di plastica con
qualcosa da mangiare, un cartoccio tetrapak di vino. Ogni
tanto anche un cane era lì a dormire, probabilmente compagno di strada di alcuni di loro.
Quasi sempre i pochi minuti di questo spettacolo, a cui
nessun genitore avrebbe voluto assistere, non riservavano la
scena del risveglio, per cui “i barboni” oltre a non avere un
nome non avevano neppure un volto.
Tutto poteva finire lì, con al massimo uno sguardo accompagnato da quel pizzico di compassione che non ti fa
sentire crudele. Invece un fastidio interiore “buono”, quello
provocatore, a cui il più delle volte tendo a fuggire, ha dato
inizio ad una storia, questa storia, che ho deciso di appuntare se non altro per lasciarne una memoria proprio alle figlie
che accompagnavo a scuola.
Chi mi conosce sa che da diversi anni mi sono avvicinato
ad un percorso di fede, che in realtà preferisco chiamare di
ricerca, e che trova nutrimento in due momenti fondamentali.
Il primo è la messa all’alba insieme a Don Vincenzo. Si
tratta di una tentata fedeltà, perché, pur provando piacere a
respirare l’aria delle prime ore del mattino, non è poi sempre così facile rimanere fedeli a questo impegno. Qualcuno
a volte mi dice: “ma quanta fede hai per alzarti così presto”.
No, è profondamente vero il contrario; lo faccio esclusivamente perché dopo aver vissuto lontano dalla Chiesa, sento
profondamente che la mia fede, è ancora molto fragile, e
che se non la nutro con un po’ di preghiera, ogni momento
è buono per cedere. C’è un nocciolo duro di “non credente”,
dentro di me, che è sempre lì in agguato in tante banali situazioni. A volte mi sembra di essere in lotta con Dio, come
lo fu Giacobbe, perché mi aiuti ad eliminare tutte le scorie
di incredulità ancora forti. Quella del mattino è un’ora tutta mia che non toglie niente a nessuno, a cominciare dalla
mia famiglia, che già trascuro molto per il lavoro. Anzi loro
sono contenti perché così ci guadagnano qualche buona colazione che riporto dopo la messa. In quelle ore l’andare o
il non andare a pregare, è determinato esclusivamente da
me e non da volontà o motivazioni esterne. Insomma, non
posso dare la colpa ad altri. A volte scherzando, ma non
troppo, a chi mi chiede se riesco ad essere fedele a questo
impegno, racconto che passando per il campo, che divide la
mia via dal quartiere della chiesa, incontro gente che porta il
proprio cagnolino a fare i “bisognini”, e mi chiedo: “ma che
forza di volontà hanno queste persone? Sono da ammirare!
Così fedeli e puntuali. Possibile che io non riesca ad esserlo
altrettanto? Con tutto il rispetto per loro, la mia anima, il
desiderio di incontrare Dio, se veramente esiste, varrà almeno quanto la pipì di un cagnolino!” E così a volte nel mio
cuore ringrazio questi signori perché sono per me diventati
un sprone a continuare. Ma a parte gli scherzi, con la preghiera del mattino, sento che la giornata parte con il piede
giusto e più facilmente prosegue con un andamento molto
più scorrevole, bello e positivo, soprattutto nel rapporto con
le persone che incontro e che vivono vicino me. Se ne giova
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la mia debole fede che solo in questo modo con maggior
forza sovrasta il Valter dei dubbi e dell’incredulità.
Quando scrivo queste cose ho sempre molto timore di
puzzare come una vecchia sacrestia, o apparire troppo semplice e banale, perché mi sembra di nascondere le lacerazioni interiori che un dubbioso come me prova soprattutto
di fronte alla morte, interrogandosi continuamente sul reale
valore, religioso e spirituale, di certe scelte. Mi chiedo a volte, se una messa feriale abbia solo un significato di “igiene”
psicologica simile ad una bella passeggiata fatta la mattina in
riva al mare; oppure che senso abbia venire in chiesa quando
si è così in pochi e tutto sembra ridursi ad una esperienza
esclusivamente personale. Altre volte invece mi rimprovero:
piuttosto che andare a messa non sarebbe meglio dedicare
più tempo alle persone che hanno bisogno, andare a dormire a Casa Betania, l’appartamento messo a disposizione da
don Vincenzo in cui un gruppo di volontari ospita per una
settimana persone che non hanno un tetto?
Sono ragionamenti, forse tentazioni, che nascono dalla
fatica, che a volte riesco a superare pensando a coloro che
hanno fatto grandi cose innanzitutto perché si sono nutriti
di tanta preghiera e di ore di contemplazione. E sicuramente, voi che leggete, lo sapete meglio di me.
questo rito usiamo da anni un piccolo libretto in cui don
Oreste Benzi commenta le letture del giorno.
Mi pare che fu proprio dopo la lettura della parabola del
“buon samaritano” che il nostro pensiero andò immediatamente a quei sacchi a pelo, e così il consiglio famigliare
ristretto, formato da me, Aurora e Bianca, deliberò all’unanimità e senza alcun indugio che quella mattina avremmo
“dato da mangiare agli affamati”. E così in quella fatidica
mattina di ottobre del 2006, invece che comperare due panini ne acquistammo tre, e con un atto, che purtroppo, e non
so per quale motivo, ancora oggi ha dell’incredibile, ci trovammo ad appoggiare un sacchetto bianco contenente un
panino con la mortadella, di fianco ad un sacco a pelo che
senza dubbio non profumava né di violette né di lavanda.
Ricordo quel momento con una certa particolarità. Ero
emozionato, il gesto fu decisamente frettoloso per la paura
forse del giudizio di altri genitori che accompagnavano i
figli a scuola.
Però fu fatto, e fu un gesto molto importante.
Il secondo momento importante con cui mi piace iniziare
la giornata, sono le letture quotidiane del Vangelo insieme
alle figlie durante il viaggio verso scuola, in mezzo al traffico. Anche questo a raccontarlo, un po’ mi imbarazza, ma
vi assicuro che sono situazioni altrettanto edificanti, anche
quando al posto dell’amen, le auto ferme in fila mi inducono
a gesti e pensieri non proprio liturgici. Ad ogni modo, per
Al di là della lettura del “buon samaritano” credo che
ognuno di noi in certe situazioni si trovi a fare, o forse sarebbe meglio dire, a ripetere, ciò che altri testimoni hanno
lasciato come segni indelebili nella propria vita. Penso ai
genitori, a mio padre che, quando gestiva il bar all’interno
dell’ospedale, non disdegnava di fermarsi a scambiare due
parole con persone che avevano disturbi mentali, oppure agli
incontri avuti con il don Oreste commentatore del libretto,
che definiva l’odore dei barboni come profumo degli angeli.
Comunque il gesto ci piacque ripeterlo il giorno dopo,
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anche perché capimmo subito che farlo una sola volta aveva
un senso molto limitato.
Anche la seconda volta la consegna fu fatta in maniera
piuttosto veloce, mentre il terzo giorno, il gesto del porre
il sacchetto con il panino fu accompagnato dal risveglio e
dalla apertura di pochi centimetri della cerniera del sacco a
pelo da cui finalmente uscì un volto a cui a breve avremmo
dato persino un nome.
“Buongiorno, ci siamo permessi di darle un panino. Immaginavamo che le avrebbe fatto piacere.”
“Oh grazie, siete molto gentili.”
“Queste sono Aurora e Bianca… salutate ragazze.”
“Buongiorno.”
“Buongiorno.”
“Oh come siete carine! Io mi chiamo Antonio, vi ringrazio tanto.”
“Arrivederci Antonio, io mi chiamo Walter, buona giornata.”
sicurazioni non riconosciute, a giustificare la sua presenza lì.
Facevo fatica a capire fino a che punto i suoi racconti fossero
veri, avevano comunque un che di affascinante che alimentava in me la voglia di dargli un po’ di aiuto, una possibilità
di riscatto.
Per dare uno sviluppo positivo e concreto a questo incontro, un giorno alla fine della chiacchierata feci ad Antonio
la proposta di presentarsi a Casa Betania. Antonio con una
certa lucidità mi rispose di aver già saputo di Casa Betania
dalla Caritas, ma di voler lasciare quella “carta” per quando
avrebbe fatto più freddo.
Mi raccontò di aver lavorato in una ditta che asfaltava le
strade, ma che poi fu costretto a smettere per un incidente
che gli causò seri problemi alla colonna vertebrale (indicandomi con precisione i numeri dei dischi lesi). Era in attesa
che gli venisse riconosciuta l’invalidità che gli avrebbe dato
una pensione, ma nel frattempo era stato sfrattato per il
mancato pagamento dell’affitto.
Accompagnai le figlie e ritornando verso la macchina,
feci un gesto veloce per salutare Antonio. Veloce perché
perdevo il treno, ma anche perché si era accumulata dentro
me una tensione molto grande per quell’incontro.
I suoi racconti continuavano a creare in me un miscuglio di sentimenti e a farmi sentire al limite tra il “buon
samaritano” e un giornalista di Santoro alla ricerca di storie
sofferte. Sentivo il desiderio di conoscere meglio quel mondo e allora, dal treno che mi portava verso Rimini, decisi di
scrivere agli amici di Casa Betania una email che intitolai
“poveri ed extraterrestri” per togliermi alcune curiosità:
- quante storie, forse semplici, ma contemporaneamente
incredibili come queste, vi capitano?
- fino a che punto saranno vere, e che tipo di filtro bisogna mettere per interpretarle in maniera corretta?
I giorni seguenti, la consegna del panino fu ripetuta e
non potei più sottrarmi allo scambio di alcune veloci parole,
che mi permisero di conoscere qualcosa di più di Antonio. Il
treno delle 8 e 20 spesso era perso, ma fortunatamente dopo
un quarto d’ora ve ne era un altro.
Incominciò a raccontarmi un po’ tutta la sua storia, a farmi vedere pezzi di carta, certificati sanitari, documenti, as-
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Nella lettera aggiunsi anche una riflessione, e cioè che
ammettendo pure che queste storie fossero vere solo in parte, è bello conoscerle, e anche farle conoscere, sia a noi adulti
duri di cuore, ma soprattutto ai giovani, ai ragazzi e persino
ai bambini, in maniera da pulire (quando ancora si è in tempo) il facile e banale giudizio che ti fa vedere i poveri come
fossero esseri extraterrestri, capitati in questo mondo non si
sa per quale ragione.
Un giorno, approfittando del fatto che sarei poi rimasto
la mattina a casa, mi trattenni per un po’ più di tempo a
parlare con Antonio. Non ricordo bene cosa mi disse, ma ho
bene in mente il viaggio in macchina verso casa. Ero un po’
frastornato, continuavo a ripetermi “Walter, tranquillo, non
stai facendo nulla di che… hai fatto semplicemente ciò che
si dovrebbe fare. Dare un panino a chi ha fame, scambiare due parole con chi è solo, dovrebbe essere la normalità,
almeno per un buon cristiano. Al contrario ciò che solitamente facciamo, cioè ignorare se non addirittura disprezzare, dovrebbe essere posto alla nostra attenzione.”
Confuso, sterzai verso la chiesa della mia parrocchia, don
Vincenzo non c’era, rimasi perciò un po’ in silenzio nella
cappellina.
Poi tornai a casa e scrissi una email agli amici:
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Data: Da: Oggetto:
A: 17 ottobre 2006 10.42.01 GMT+02.00
Valter Toni <[email protected]>
Extraterrestri e superman
[email protected]
Il Signore oltre ad avermi donato un tratto di viaggio in treno
utile a riflettere e a scrivere, mi ha regalato il martedì mattina
a casa dove dovrei preparare la lezione che tengo di pomeriggio
a Urbino. Sta di fatto che senza la fretta dell’orario di partenza,
mi ritrovo con più tempo a disposizione per pensare, scrivere e
angosciare chi ha la pazienza di leggermi.
Stamattina insieme a Bianca, prima di entrare all’asilo, abbiamo portato un po’ di colazione ad Antonio, di cui vi ho scritto
giorni fa. Ci è capitato anche qualche altra volta, ma sempre
con una certa fretta. Fretta reale, ma più spesso emotiva. Senso
di vergogna, orgoglio e paure, che ti fanno correre ancora di più
del necessario. Stamattina, senza il timore di perdere il treno,
abbiamo parlato un pochino di più...
POSSIBILE CHE BASTINO 3 MINUTI DI COLLOQUIO
CON UN POVERO PER FARTI VENIRE LA TREMARELLA NELLE GAMBE??????
Cosa cavolo ho fatto di così tanto straordinario da uscire malconcio e frastornato? È il Signore o l’orgoglio da Superman che
mi spinge? La voglia di portarlo in un posto caldo a lavarsi è
materia da guida spirituale o da psicoterapeuta?
Ho cercato Donvi per parlarne, ma non l’ho trovato e così mi
sfogo col mio portatile e con chi ha voglia di leggere.
In questa società, in molti, siamo così poco abituati a fare del bene
a chi ne ha urgente bisogno, che se dai una fetta di panettone ad
un povero, ti senti per due minuti Madre Teresa... Che adolescente, che mondo malato!!! C’è qualcosa che non va! Ci diciamo
che essere onesti nel lavoro, trasmettere una buona educazione ai
figli oggi è una conquista. CI MANCHEREBBE!!!! Dovrebbe
essere la norma. Ma anche mangiare e dormire al caldo dovrebbe
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essere una norma per tutti! A volte ho come la sensazione, parlo solo esclusivamente per me, che dietro al dedicare tempo alla
parola di Dio, ci sia il nascosto desiderio di tener lontano questo
impegno che costa più fatica. Eppure sento che nel mio continuo
vacillare e dubitare su cosa ci stia io a fare dentro una chiesa
(altro che diacono!) la risposta che ti danno questi frammenti di
vita passati con un povero hanno un valore immenso!
Vi prego, amici di casa Betania, di Casa Nazareth, della Santa
Famiglia, ditemi che è così, che non è emotività da piccolo superman, da Vip superuomo, ma c’è dell’altro: che effettivamente i
poveri, come tutte le persone che incontri che hanno bisogno di te,
sono il vero modo per incontrare il Signore, anche quelli misteriosamente fastidiosi come Angela.
Quante volte abbiamo la parola “poveri” in bocca. Quante volte
la sentiamo durante le funzioni religiose, anche durante i matrimoni “sappiate riconoscer Dio nei poveri e nei sofferenti”, quante
volte, quante volte... come in questa email che mi faccio bello per
quella fetta di panettone ad Antonio! Quante volte!
È dura!
E se malgrado le stupende messe domenicali in parrocchia, di cui
non puoi più fare a meno, in cui ti viene detto che ci verrà dato
“cento volte tanto”, malgrado i venerdì sera, malgrado l’eucarestia quotidiana, io faccio ancora fatica a darmi la patente di
“buon credente” la strada del servizio rimane forse l’unica speranza.
espressione, l’icona per eccellenza che ti scava, ti si insinua nelle
budella, ti fa, appunto, tremare le gambe. Capisci perché il Signore li ha definiti “beati”.
Ed è forse vero, e comunque sicuramente bello, pensare che colui
che servi – povero, ammalato, studente, bambino, fidanzato...
comunque persona, volto – sarà colui che ti precederà e ti aprirà
la porta all’incontro con colui che continuamente cerchi.
È vero o no?
con speranza vi abbraccio
Valter
Quando si è premuto il tasto “invia” la prima reazione è
quella di pensare “ma cosa vuoi che freghi alla gente”, chiedendomi anche se tutto questo scrivere email non sia altro
che desiderio di mettersi in mostra.
Mi sembrava di rivivere la situazione di una quindicina
d’anni prima, nel fervore della presunta conversione, quando, dopo aver conosciuto don Oreste, mi fermai a parlare
con Ermanno, un barbone doc che girava per Rimini, e telefonai a casa con la testa un po’ tra le nuvole da una cabina,
sfarfugliando qualcosa che deve aver preoccupato non poco
la mia futura moglie.
E in effetti, a pensarci bene, anche dopo gli incontri con il gruppo
di fidanzati, spesso capita di sentirti stanco ma con una gratificazione, buona e sincera, diversa da quella che provi nel lavoro
fatto bene e persino nella prestazione musicale, e che ti fa sentire
in pace con te stesso, con gli altri e forse con Dio. Sì, forse la
parola chiave è proprio “servizio”. I poveri ne sono la massima
In realtà l’email spedita ha avuto risposte che mi hanno
molto consolato: alcune di ringraziamento, di condivisione del sentimento, e soprattutto quella di un amico, il mio
omonimo Walter che, avendo i figli nella stessa scuola, si è
poi “aggiunto” nell’aiuto verso Antonio, regalandogli addirittura un sacco a pelo nuovo per affrontare il freddo:
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Caro Valter,
solo due righe veloci dall’ufficio dopo aver letto a casa le tue su
Antonio. Io ne sono certissimo: saranno i poveri a venirci incontro, quel giorno. Né soldi, né capi, né altro, solo quelli che avevano bisogno per farci sentire tristezza o felicità, infinita, appunto. Ho parlato con Antonio alcune mattine, di notte mi sveglio
spesso e sento il letto “duro”, mi alzo e vado a sentire, aprendo
la finestra, quanto freddo fa fuori. Mi immagino a dormire
nell’umidità della notte. Mi sembra tanto “innaturale” prima
che immorale, che io abbia una casa, coperte e ci sia qualcuno che
dorma sotto S. Maria Nuova, anche se gli abbiamo regalato un
sacco a pelo nuovo a prova -13°C.
Una mattina chiamai al telefono Stefano, segretario di
don Oreste, per sapere se si poteva fare qualcosa per una
persona che stava vivendo delle difficoltà. Come sempre
trovai la massima disponibilità per cercare una soluzione,
anche se il caso era difficilmente inquadrabile, benché tipico
per una comunità come la Papa Giovanni.
La situazione non era ancora molto chiara, difficile dire
ancora chi fosse veramente Antonio. Era molto bello ascoltarlo, ti faceva capire come dietro ogni persona esiste un
potenziale “film”, che di “fiction” ha ben poco, seppur al narratore probabilmente piaceva dare coloriture che evidenziavano solo alcune parti. Forse Antonio di mezze verità ne ha
dette tante, perché la realtà da lui vissuta è stata sempre ricca
di situazioni dure, crude, momenti tristi, come gli anni che
aveva passato in galera.
Già, la galera. Antonio, al di là delle prime storie raccontate che non erano bugie, si trovava lì perché probabilmente
uscito a causa dell’indulto. Non ho capito bene come sia
effettivamente andata, perché su questo argomento il racconto era spesso confuso, e in diversi punti contraddittorio.
Però la galera era vera, come il tatuaggio che mi ha mostrato
dopo una mia esplicita domanda. E con molta probabilità,
uscendo ed entrando diverse volte, non erano stati neppure
pochi gli anni passati dentro. Furti e spaccio i motivi principali, iniziati con il consumo di droga in quei fatidici anni
settanta. Gli anni dei “fontaneros”, i tanti giovani che davanti alla statua della Fortuna trovarono l’incontro, all’inizio
forse con la politica, ma poi con la droga e qualcuno con la
morte. Ragazzi intorno ai vent’anni di cui non ho certo la
capacità io di raccontarne la storia; molti lo hanno fatto con
diari e film stupendi come “La meglio gioventù”.
Sicuramente tra quei giovani fanesi vi era Antonio, anzi
Tony lo svizzero. Svizzero perché oltre le Alpi era nato negli
anni cinquanta da due emigranti italiani. Infanzia difficile
tra collegi e difficoltà dovute innanzitutto ad un padre che
ad un certo punto sarebbe sparito dalla circolazione dopo
aver messo al mondo quattro figli. Ho usato il condizionale
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Il dialogo con Antonio continuava, la storia si arricchiva
di tanti particolari, e la sua vita diventava come un racconto
a puntate. Spesso mi capitava, prima di salutarlo, di voler
trovare qualche soluzione immediata ai suoi problemi. Son
fatto così, al limite tra il tenace e il frettoloso; delle cose mi
piace vedere presto il fondo, soprattutto quando c’è qualcosa
che non va, come quando mi si rompe un computer e divento un ossessione per chi lo deve aggiustare finché non me lo
riconsegna.
Nel caso di Antonio, a costo di apparire ingenuo, sentivo
che se non aggredivo subito la cosa, sarebbero bastati pochi
minuti perché diventasse una storia dimenticata.
perché questo è il racconto di Antonio, ma sapete com’è,
meglio lasciare il beneficio del dubbio: a volte la ricerca di
pietà potrebbe portare a “romanzare” un po’ la propria vita.
Ma a me poco interessava la verità provata. Molti riscontri
li stavo ottenendo da persone che lo avevano conosciuto, e
la cosa che mi colpiva di più era forse proprio la sua ricerca
di aiuto, condita di orgoglio e disperazione. Tutte le persone
che lo avevano conosciuto in verità mi dicevano di lasciar
perdere. “Chi? Tony lo svizzero? Non perdere tempo…”,
“Un drogato, un vero delinquente che ha fatto tanto soffrire
sua madre”.
Di sua madre, ammalata, che viveva lontano, accudita dalla figlia più giovane, me ne parlò. Lo fece perché mi
mettessi in contatto per avere un po’ di danaro. Ci parlai
con quella donna, di cui non oso pensare la sofferenza. Le
raccontai tutto, anche della richiesta, ma fui io a consigliare
di non dare soldi, perché secondo me Antonio, per quello
che incominciavo a capire, aveva bisogno di tutto fuorché
di danaro da spendere. La madre era d’accordo e con voce
rassegnata, ma non priva di speranza, mi disse: “Faccia lei,
ma sarà dura”. Dovetti giocare un po’ d’astuzia per giustificarmi con Antonio dicendo che vi erano difficoltà tecniche
a ricevere quanto lui si aspettava.
Stava emergendo una realtà più complessa, dura e difficile da accettare, e spesso fui lì, lì per far cadere nel dimenticatoio l’esistenza di Antonio, ma poi, a volte per casualità, a
volte per cocciutaggine, l’intreccio della mia vita con la sua
diventò più difficile da sciogliere.
Come quella volta che dopo avergli proposto di farsi
accogliere a Casa Betania, gli diedi un appuntamento con
Simonetta che gestiva i colloqui per l’accoglienza; e lui quel
venerdì sera non si presentò.
Non c’era neppure il lunedì seguente sotto il porticato
della chiesa dove solitamente dormiva. Dapprima pensai:
“ok, doveva andare così: lasciamo perdere”, ma poi, mentre
stavo andando alla stazione, sterzai all’improvviso per ritrovarmi con l’auto in piena “isola pedonale” con la speranza di
incontrare Antonio per dargli ancora una chance. Mi trovavo lungo il corso di fronte ai giardini del vecchio “Luigi
Rossi” e vidi un gruppo di persone intorno ad una panchina
che nella normalità delle cose avrei volentieri evitato. Tra
di loro c’era Antonio con in testa un basco che sembrava
un pittore. Mi fermai, misi le quattro frecce pensando forse
così di schivare l’infrazione stradale. Scesi, e da una debita
distanza chiamai Antonio. Subito si girò mi venne incontro
sorridendo come a volermi dire che in realtà anche lui stava cercando me. Era andato come ogni mattina al Sert per
prendere la sua dose di metadone e, per non so quale motivo, c’era dovuto andare un po’ prima.
Stranamente queste difficoltà non servirono ad altro che
ad aumentare il mio desiderio di mettere a posto i tasselli di
una storia che mi aveva ormai coinvolto. E poi come potevo
tirarmi indietro? Dopo un po’ Antonio, mentre mi accompagnava verso l’auto, scoppiò a piangere: – Basta, non ne
posso più! Questi non mi aiutano. Io voglio andare da “Papa
Giovanni”. Vedi quello – mi indicò una persona vicino ad
una panchina – tu non sai quante volte è stato nelle comunità! Entra, esce, poi va in galera, poi rientra... Io lo so che
da Papa Giovanni non è così, li ti vogliono veramente bene.
L’ho capito quando mi sono venuti a trovare in prigione a
Pesaro, poi sono uscito e non ho più avuto modo di incontrare nessuno.
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Vedere piangere un viso con occhi dolci posti sopra una
bocca da pirata, vedere mani rugose fare il tipico gesto dei
bambini quando si asciugano le lacrime agli occhi, non lascia indifferenti.
Ero commosso, ma sorridevo anche per quel modo di
dire con strano accento svizzero-fanese “voglio andare da
Papa Giovanni”, e non “alla Papa Giovanni”, quasi volesse
andare da Roncalli direttamente.
Ero anche molto emozionato, perché in quel momento
Antonio appariva ai miei occhi come un angelo che dava significati particolari alle vicende della mia vita; a cominciare
proprio da Papa Giovanni, il cui faccione ha probabilmente
segnato la mia infanzia. Sono nato l’anno della sua morte.
Benché la mia famiglia non fosse cristiana praticante, il suo
ritratto di profilo mi ha accompagnato fino a ventiquattro
anni, perché era posto in bella vista nel bar gestito dai miei
genitori in un quadro retro-illuminato che incorniciava una
carta filigranata di Fabriano. Le suore dell’ospedale, che mi
hanno fatto per così dire da asilo privato, avevano giocato forte sulla mia sensibilità, tanto che alla domanda che
cosa volessi fare da grande, rispondevo: “il papa”. E lo dicevo
pensando sicuramente a Giovanni XXIII e non a Paolo VI.
Ricordo che anche durante gli anni in cui mi definivo
ateo, la voce di Roncalli della famosa sera con la luna e la
carezza del papa, mi procurava una certa emozione.
Vi ho poi già detto che decisamente importante per me,
per la mia vita, fu l’incontro con don Oreste Benzi, un altro
bel faccione, che alla fine degli anni sessanta diede vita alla
Comunità Papa Giovanni XXIII.
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Il timore della retorica mi porta a non parlare di quest’uomo, che non ha certamente bisogno della mia presentazione. Grazie a Dio le nostre strade si intrecciarono in diverse
occasioni, e per me è stato un grandissimo onore, anche dal
punto di vista professionale, poter disegnare quel marchio
“Xxiii” che da ormai dieci anni è diffuso in tutti i continenti.
Nel frattempo, proprio Stefano mi diede una serie di
contatti per affrontare l’emergenza, anche perché il freddo
incominciava a farsi sentire. Benché vi fossero problemi
da superare, non solo dal punto di vista burocratico, individuammo nella “Capanna di Betlemme” di Rimini la struttura che poteva effettuare una prima accoglienza.
La mattina dopo trovai Antonio particolarmente stanco
e con una tosse molto forte. Lo obbligai a presentarsi la sera
stessa a Casa Betania. Questa volta andò, e fu Michele ad
accoglierlo. È stato un bel momento che mi ha permesso di
approfondire la conoscenza di questa importante struttura
di accoglienza nella nostra parrocchia: con alcuni operatori
e responsabili siamo diventati amici.
Rimasi colpito dal clima fraterno che trovai la prima sera
in un dopocena, e allo stesso tempo mi dispiacevo che qualcosa di tanto bello fosse in fin dei conti poco conosciuto,
non dico alla città, ma persino agli stessi parrocchiani.
Una coincidenza strana volle poi che anche Lisetta, in
quegli stessi giorni si trovava ad aiutare una donna albanese
che con l’intera famiglia era rimasta senza casa. Anche in
quel caso, Michele, Eleonora e forse anche “the big president” Ireneo, furono determinanti per trovare una sistemazione a cinque persone in mezzo alla strada.
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Mi venne spontaneo la mattina dopo scrivere una lettera
nella mailinglist della Santa Famiglia:
Data: Da: Oggetto: A: 23 novembre 2006 09.13.14 GMT+01.00
Valter Toni <[email protected]>
Casa Betania
[email protected]
Torno alla carica con la proposta: aiutiamo i giovani a conoscere
questa realtà. Non solo perché un giorno potranno collaborare,
ma anche e soprattutto per far capire come la vita possa avere
risvolti diversi da quelli che siamo abituati a conoscere.
Ne ho parlato stamattina in treno nel breve tratto Fano- Pesaro
con Alessio. Una pazzia: “Che ne dici di far incontrare il gruppo
giovani con un operatore e un ospite... una cosa un po’ così alla
don Oreste?” Io, pazzia per pazzia, lo avrei organizzato anche
per stasera... ma lo so, io sono un istintivo, invadente, lascio poco
tempo al ragionamento e alla programmazione. Però per il futuro pensiamoci. Casa Betania, i suoi “Angels” (operatori e ospiti),
hanno veramente tanto da dare a tutti noi che forse non saremo
mai né operatori e né, speriamo, ospiti.
Circa un mesetto fa vi presentai in una mia email una persona, Antonio, che dormiva di fronte a Santa Maria Nuova, e in
quell’occasione proposi di organizzare incontri pubblici con gli
operatori di Casa Betania.
Bene, credo che il Signore ci abbia messo del suo nel resto della
vicenda. Non so come andrà a finire per Antonio, che in questi
giorni dorme a Casa Betania e che la prossima settimana verrà
accolto dalla Papa Giovanni, ma il mio cuore è veramente gonfio
di gioia.
C’è stata anche un’altra storia che ha riguardato una bella famiglia albanese in grande difficoltà, e anche qui, benché ancora
lontani dalla soluzione, mi sembra che il Signore ci stia mettendo
delle pezze non indifferenti.
Ma la cosa di cui vi vorrei parlare oggi sono i volontari di Casa
Betania.
Ehi ragazzi! Ma di cosa vi nutrite di kryptonite? Siete eccezionali!! Siete una forza della natura!!
Avere visto come operate, come vi coordinate, come vi volete
bene, è stata per me una delle più belle scoperte di questi anni!
Spesso andiamo alla ricerca in giro per il mondo di esperienze significative per ridare un giusto senso alla vita e non ci accorgiamo di averle nella porta a fianco della chiesa che frequentiamo.
Non vado avanti con i complimenti che vorrei fare a “Casa Betania” nel suo insieme, e soprattutto ai singoli, uno ad uno, con i
propri nomi... ma siccome non li conosco tutti, per non fare torto
a qualcuno lo farò un’altra volta.
A casa Betania, Antonio ha avuto la possibilità di farsi voler bene e non credo perché fosse, diciamo così, raccomandato dai miei racconti. Antonio è come un cocktail
agro-dolce, un mix di umanità, delinquenza e gentilezza.
Forse in lui, benché l’età fosse tra i 50 e 60 anni, vi erano
ancora tutti i segni di riconoscimento di una infanzia passata tra durezza e collegi svizzeri. Lo si capiva anche dalla
scrittura, tipica di chi aveva frequentato scuole, come quelle
germaniche, che ancora oggi danno un voto in calligrafia.
I giorni passati a Casa Betania permisero di conoscerlo
meglio, anche perché i volontari che si alternano la sera e
che dormono con gli ospiti hanno una occasione incredibile
di conoscere la vita delle tante persone meno fortunate di
noi.
– 48 –
– 49 –
Grazie Casa Betania
Valter
p.s. W la Sicilia
Antonio contraccambiava l’ospitalità anche con il desiderio di collaborare, gli piaceva farsi vedere volenteroso
e, malgrado il pregiudizio che dietro certi atteggiamenti ci
fosse anche la furbizia, anche questo era un modo per farsi
accettare più facilmente.
La permanenza in Casa Betania non fu a dire il vero una
settimana tutta rose e fiori. Una sera alcuni suoi vecchi amici,
di quelli che possono vantare un curriculum analogo al suo,
suonarono al citofono perché volevano parlare con Antonio.
Sono questi momenti, a cui io non ho assistito, che mettono
a dura prova il servizio svolto dai volontari. Antonio scese, e
mi è stato raccontato che l’incontro fu molto duro. Vi era fra
questi anche una che si definitiva la fidanzata, erano lì per
chiedere ad Antonio cosa stesse mai facendo e di venire via
da lì. Ma Antonio si arrabbiò molto e ribadì che la decisione
l’aveva presa: “voglio andare da Papa Giovanni”.
La sera dopo mi chiamò Claudio, volontario di Casa
Betania e mi chiese di andare subito lì perché Antonio mi
voleva parlare. Ero preoccupato, chissà cosa era accaduto di
tanto urgente.
Antonio aveva raccontato di me e della proposta della
Papa Giovanni ai responsabili di un ufficio pubblico che si
prende cura di chi vuole entrare in una comunità di recupero. Questi, forse con qualche giusto sospetto, dissero ad
Antonio che volevano conoscermi e se quindi fossi stato disposto una mattina ad accompagnarlo. Cosa dovevo fare?
Dire no? Diedi la mia disponibilità.
Da: Valter Toni <[email protected]>
Data: 24 novembre 2006 11.48.42
A: [email protected]
Oggetto: Servizi pubblici e rosario
Abbiano pazienza tutti coloro che sono volontari da anni e che
conoscono bene le strutture pubbliche che dovrebbero aiutare il
prossimo. Prendetemi come un bambino che non ha mai visto le
mucche e si meraviglia di tutto... Ma come siamo messi????
Questa mattina, il treno era in forte ritardo, ho approfittato allora per andare presso un ufficio del servizio sanitario per i tossicodipendenti perché volevano dei chiarimenti su questa “Casa
Betania” che ospita Antonio, se si tratta di una setta, quanti soldi
vogliamo, e perché lo facciamo.
È stata una esperienza veramente allucinante. L’impressione che
ho avuto è che se uno non si droga, passando lì potrebbe iniziare.
Tutto norme e burocrazie: questo non si può, questo neppure... e
non provate a parlare di Papa Giovanni, eventualmente San
Patrignano... (ma non credo per rispetto del santo anche perché
Roncalli non è da meno). Consiglio a chi dovesse aver a che fare
con questi servizi di armarsi di rosario da stringere forte in tasca
fra le mani, per non farsi prendere dall’emozione e far uscire
parole sensate.
E se anche i consultori pubblici sono sullo stesso piano siamo messi proprio bene.
Valter
Come andò questo incontro lo racconto in questa email:
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– 51 –
Dopo un’ora da questa email, la testa continuava a girare
e ne inviai un’altra per precisare.
Da: Valter Toni <[email protected]>
Data: 24 novembre 2006 13.12.40
A: [email protected]
Oggetto: Dicono che siamo in Europa
Più ci penso più questa storia mi sembra assurda.
Il problema principale è la territorialità.
Se sei un tossicodipendente marchigiano non puoi andare a curarti in Emilia Romagna perché la Regione può pagare solo le
comunità del proprio territorio. Come dire che chi è di Gabicce o
Gradara non può andare a Cattolica. Ma questo è un risultato
del federalismo? O è sempre stato così? Dicono che siamo in Europa e per certe cose sembra di essere in un feudo. Per i calciatori
si scomodano sentenze “Bosman” per il libero mercato e per curarti non puoi uscire dal castello. Sempre chiaramente per una
questione di soldi.
Boh! Sarò strano io... o siamo veramente il paese di Azzeccagarbugli?
Valter
Sì, effettivamente questa storia mi presentava l’ennesima
faccia di come i servizi pubblici siano imbrigliati da leggi,
cavilli burocratici lontani dai bisogni del cittadino, soprattutto quando questo è debole. Un altro aspetto su cui ho
riflettuto è come persone che non siano animate da valori
“alti” e “altri” rispetto a quelli dello stipendio, rischiano fortemente di aumentare questo solco. Non avevo creduto ad
Antonio quando mi aveva raccontato che in un giorno di
festa gli fu “donata” una razione doppia di metadone, alla
faccia del dosaggio a scalare che dovrebbe aiutare ad al-
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lontanare dalla droga. Ma dopo aver visto con i miei occhi
l’ambiente di quella mattina, i suoi racconti hanno acquistato punti di probabilità. Ho incominciato a pensare che
anche intorno al metadone vi fossero vicende un po’ simili a
quelle che si raccontano sull’incentivazione al consumo del
latte artificiale e medicinali; tutto può aiutare il business,
anche qualche dose in più. Un pensiero purtroppo confermato qualche tempo dopo quando un’altra persona raccontò
che, dopo essere uscito da una comunità (non proprio psicologicamente recuperato), ma comunque disintossicato, un
servizio pubblico dell’entroterra lo avrebbe ricondotto candidamente all’uso del metadone. Anche in quel caso pensai:
“questo esagera, chissà come sono andate le cose”. Ebbene
no! La stessa struttura ha confermato! Così candidamente,
senza farsi tanti problemi, donando al malcapitato un po’ di
metadone come fosse camomilla per dormire. È chiaro che
dopo aver visto cliniche della civile Lombardia aumentare
gli interventi chirurgici per fini economici, questa sembra
una storia di serie B. E non vorrei neppure prendermela solo
con la sanità perché sappiamo bene quanti ambiti della nostra società siano macchiati da comportamenti che in maniera dolce definiamo malcostume.
A tal proposito un amico medico a cui inviai una email,
mi ha poi risposto con questa bella riflessione:
Carissimo Walter,
non può che essere così; il trattamento della tossicodipendenza
dato in mano a “tecnici’’ non può che essere questo; si pensa possa
esistere una neutralità educativa.
Si pensa che le verità sulla persona siano semplicemente opinioni:
se tu sentissi che cosa pensa dei Sert Don Oreste, ti renderesti
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conto di una necessità impellente: ricominciare a vedere l’uomo
in modo nuovo riprendendo in mano l’educazione.
Con tutta la pochezza dei nostri mezzi, noi in parrocchia abbiamo iniziato a discutere di educazione: guarda caso iniziando dalla tossicodipendenza. Questo è il compito imprescindibile
della Chiesa non disgiungibile dall’annuncio del Vangelo. Purtroppo il servizio pubblico e tanta ideologia ci impongono una
versione di uomo che non corrisponde a verità. Conosco le cose
che raccontano gli operatori delle tossicodipendenze nelle scuole, i
consultori o che altro.
A costo di sembrare Don Chisciotte mi faccio avanti perché (ahimè) nel panorama non penso che il sentirsi inadeguati alle sfide
della educazione possa farci desistere.
Mi rendo conto che non si può improvvisare, ma ci costringe a
lavorare (a studiare) e probabilmente anche per Donvi diventerà una necessità, perché la Parola cade su un terreno sempre in
movimento.
Io rimango stupito da don Oreste per la lucidità e la preparazione in ordine alla realtà delle cose.
Credetemi: la Chiesa è una grande opportunità e una grande
fonte di conoscenza della realtà umana.
Antonio comunque in quei pochi giorni di permanenza a
Casa Betania, aveva già assunto un aspetto completamente
diverso. Me lo ricordo la domenica sera parlare con Don
Vincenzo, il quale malgrado fosse stanco per tre messe celebrate, lo ascoltò con molta attenzione. Chissà quante storie
simili a questa aveva già avuto modo di sentire, e forse per
questo capivo dalle espressioni del suo volto che si faceva
molte meno illusioni, anche se non si risparmiò nel dare ad
Antonio tante parole di incoraggiamento per la nuova vita
che avrebbe iniziato qualche giorno dopo a Rimini.
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Il viaggio verso Rimini
Don Oreste diceva: “Ci sono tanti poveri che non ci cercheranno mai! Quelli, li dobbiamo cercare noi.”
Fu così che a metà degli anni ottanta nacque “La Capanna di Betlemme”, la prima destinazione romagnola per
Antonio.
In realtà quella non poteva che essere una struttura provvisoria, per dare possibilità poi alla comunità di trovare la
giusta collocazione rispetto alle esigenze di una persona
senzatetto, ex-detenuto e dipendente dal metadone.
Ero contento di fare quel viaggio insieme ad Antonio
anche perché era una occasione per conoscere la Capanna.
Ne avevo sentito parlare parecchie volte, avevo letto molte
cose, ma non c’ero mai stato. Avevo avuto diversi contatti
telefonici per questo incontro e desideravo vedere le persone con cui avevo parlato. Quel giorno ero sicuramente più
confuso del solito: ricordo che tra i tanti pensieri avevo pure
quello di tutelare la mia famiglia dal punto di vista igienico,
perché il passeggero era decisamente insolito.
Durante il viaggio Antonio parlò in continuazione. Non
so fino a che punto fosse consapevole che la sua narrazione
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era degna del miglior scrittore di trame di serial televisivi,
dove ogni puntata riserva allo spettatore quelle sorprese utili
a creare una sorta di dipendenza dalla storia. E in questa
puntata, una delle più lunghe, gli “scoop” furono tanti. Dal
fratello morto tragicamente diversi anni prima in conseguenza della vita “storta”, alla esistenza di un figlio ormai
quasi trentenne che viveva in Svizzera con la madre.
Parlammo anche dei giovani, perché diceva di essere
molto preoccupato per loro. “Non sai quanti ce ne sono che
vengono nei giardini a cercare la droga. Non ti rendi conto
di quanti vengono giù da Urbino perché vogliono un po’ di
sballo. Ma questi non hanno niente nella testa, mi fanno
una gran pena. Almeno noi avevamo degli ideali, eravamo
presi dalla politica... ma oggi sono vuoti, è importante solo
sballare”. Quando diceva queste cose lo avrei voluto proporre a qualche nostro catechista del gruppo giovani, per fargli
fare un incontro, perché dal suo viso certe verità, benché
note, assumevano un valore del tutto particolare.
Arrivammo alla Capanna di Betlemme verso le dieci e
fummo accolti bene, con quella gentilezza bella e sincera
tipica nelle persone della comunità, priva di formalità e convenevoli inutili. Un operatore ci offrì un caffè permettendoci di raccontare qualcosa. Antonio era visibilmente emozionato e ancora una volta stava mettendo in atto le sue doti
seduttive. Mi accorgevo però subito che la persona davanti a
lui, una di quelle che per amore vive a contatto con persone
simili ad Antonio, aveva una capacità particolare di riconoscere le parole vere da quelle un po’ romanzate; lo si capiva
dalle domande. Dopo un po’ che eravamo lì, incominciai a
sentirmi di troppo, e con una certa soddisfazione mi sembrava che fosse terminata la mia missione.
Antonio mi accompagnò verso l’auto, era molto felice, e
mi salutò calorosamente, con tre baci perché, così – disse lui
– bisogna fare. Era la prima volta che lo sentivo dire.
Io gli regalai una piccola rubrica con il mio numero di
telefono sperando che l’aiutasse ad avere un po’ più ordine
rispetto ai tanti foglietti che aveva sparsi nelle tasche.
Sul frontespizio un augurio sincero di buona fortuna, che
per me era anche segno di ringraziamento verso una persona che mi aveva svelato lati nuovi dell’umanità.
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Caro Antonio
Ti auguro veramente di trovare la strada che fino ad oggi hai
faticato a trovare, e che mi permetterà di rincontrarti in giro
sereno e felice come io ti ho visto in questi giorni che sei stato
ospite a Casa Betania. Quel giorno potrai dire di avere vinto,
perché avrai riconquistato la vita. Anche io mi sentirò vittorioso
con te, soprattutto verso tutti coloro che mi avevano consigliato
di lasciare perdere perché stavo perdendo tempo.
Tieni duro e buona strada.
Mi sentivo molto leggero, e mi sembrava di capire appieno quelle frasi tipo: “far del bene fa bene” oppure “quanta
gioia c’è nel dare” che tante volte abbiamo sentito e ripetuto
condite di quella retorica che non vorrei certo trasmettere
ora mentre scrivo.
Mi sembrò comunque giusto comunicare agli amici che
la storia per il momento aveva preso la giusta piega.
Da: Valter Toni <[email protected]>
Data: 29 novembre 2006 00.48.40 GMT+01.00
A: [email protected]
Oggetto: [SF] Fine della prima serie...
Volevo vivere nel silenzio questa giornata...
Ma vi ho inviato tante email su angosce, dubbi, riflessioni, che
mi sembra giusto, una volta tanto, rendervi partecipi della gioia
di un lieto fine (anche se è solo la prima parte di una storia che
non è una fiction).
Antonio questa notte dorme a Rimini, e la APG23 farà del suo
meglio per aiutarlo.
Valter
Mi ero ripromesso che avrei cercato comunque di mantenere dei contatti con Antonio, di sapere come andava. Poteva accadere che in assenza di punti di riferimento esterni
alla comunità avesse bisogno di qualcosa. Infatti vi erano
ancora molte cose da sistemare, a cominciare da quella pensione d’invalidità a cui probabilmente aveva diritto. Devo
dire che, forse grazie al coinvolgimento che avevo prodotto
con le mie email, trovai molte persone disponibili a dare una
mano.
Alle belle parole di un amico risposi con questa email in
cui faccio il primo accenno alle coincidenze che mi hanno
spinto a scrivere questa storia, ma che sono un niente rispetto a ciò che poi capiterà in seguito.
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Da: Valter Toni <[email protected]>
Data: 02 dicembre 2006 12.56.25 GMT+01.00
Oggetto: Re: [SF] Fine della prima serie...
Grazie Angiolo delle belle parole.
Mi danno carica, e mi permettono di aggiungere poche cose.
Il Walter della mattina, quello che fa meno fatica a credere (i
dubbi non so perché mi arrivano sempre la sera) si è convinto
che troppe vicende in questa storia sono accadute, per non vederci
una mano superiore che guidava il tutto. La dinamica, i tempi,
le situazioni nelle quali mi sono spesso trovato senza volerlo mi
hanno fatto sentire, ti giuro, uno strumento a cui va il solo merito di non essersi opposto. Mi ha forse aiutato un po’ di tenacia che
metto nelle cose, in tutte, quando vorrei vederci la fine. Divento
un po’ insistente e rompiscatole anche nel lavoro con i miei clienti
e fornitori, pretendo sempre molto dagli studenti. Se mi si rompe
un computer arrivo a infastidire la Apple in California. Quando in famiglia qualcuno non sta bene stresso i medici... ne sanno
qualcosa in pediatria alla nascita delle tre figlie con la storia del
latte materno (ero diventato discepolo di Barbara).
E così, anche in questa vicenda, molte cose che mi sembravano
non giuste, di fronte ad un volto sofferente, mi hanno spinto a
voler trovare una qualche soluzione alternativa rispetto a tutte
quelle, devo dire un po’ rassegnate e di basso profilo, che mi venivano proposte. Tutto qui.
È una vicenda che sicuramente, a prescindere da come andrà a
finire, mi ha maturato e mi ha fatto conoscere una realtà diversa,
e sono grato di essermi sentito strumento, e nulla più... provando
una gioia veramente grande. Nello stesso tempo mi imbarazzo
a parlarne perché mi sembra di farmi grande, quando invece ci
sono persone veramente grandi che fanno cose grandissime ogni
giorno nel silenzio.
E comunque grazie. W(v)alter
p.s. le ultime notizie mi dicono di un Antonio sereno.
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Durante il periodo di permanenza alla Capanna di Betlemme ho avuto di Antonio solo qualche sporadica notizia.
Sinceramente non davo per scontato nulla, neppure che uno
come lui potesse resistere come aveva promesso. Ma fortunatamente dopo una ventina di giorni Antonio fu assegnato
ad una nuova struttura:
Da: Valter Toni <[email protected]>
Data: 19 dicembre 2006 10.59.05 GMT+01.00
A: [email protected]
Oggetto: Il resoconto del martedì mattina
Approfitto della mattinata leggera da impegni per darvi qualche
aggiornamento su Antonio: ora non è più ospite alla Capanna di
Betlemme, ma è entrato in una struttura di recupero a Rimini,
in via Dardanelli, che per coincidenza si trova a due passi dal
mio studio. Sarà per lui questo il momento sicuramente più difficile. Mi pare molto bella l’idea di Michele che chi l’ha conosciuto
gli faccia avere un biglietto d’auguri per Natale.
Rispetto ai problemi dovuti alla legge che chiede che un tossicodipendente si “curi” nella propria regione non si sono trovate altre
soluzioni se non quella che la Ass. Papa Giovanni farà a meno
del contributo della regione e pagherà in proprio le spese dell’accoglienza. A maggior ragione speriamo che Antonio non rifiuti
questo privilegio. Anche perché l’entrata di Santa Maria Nuova
ha trovato un nuovo inquilino: Carmine, 3 anni di galera, e che
rifiuta di dormire nei luoghi di accoglienza perché - dice - dopo è
più dura ritornare all’aperto...
non so, avrà ragione anche lui.
È probabile che questa email preoccupò qualcuno perché
immaginava di doversi sorbire una nuova valanga di informazioni su Carmine. In realtà pure questa segnalazione fu
recepita da alcuni amici che si interessarono di lui, anche se
non ho poi più saputo come sia andata a finire.
Da: Valter Toni <[email protected]>
Data: 21 dicembre 2006 14.27.11 GMT+01.00
A: [email protected]
Oggetto: [SF] Tanti saluti da Antonio
Oggi, come ogni giovedì all’ora di pranzo, sono stato cacciato dalla signora delle pulizie che non vuole nessuno fra i piedi
quando i pavimenti son bagnati, e allora ho approfittato per far
visita ad Antonio, che ora abita a 5 minuti a piedi da qui.
L’ho trovato molto bene, malgrado il rigore dei limiti imposti
dalle regole, l’ho visto forte e determinato... affascinato, e ci mancherebbe, da don Oreste. Mi ha detto: “Oh, lo sai, alla fine della
messa ci viene a salutare tutti!!”
Mi ha chiesto di portare gli auguri a Fano specialmente a tutte le
persone che ha conosciuto a Casa Betania.
V.W.
Buon martedì
Valter
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2007
Un nuovo anno era da poco iniziato. Grande festa in famiglia perché mio padre, Paolo, compiva 80 anni nello stesso giorno, il 19 gennaio, in cui mia madre, Rina, ne compiva
75. Sì, ho avuto anche questa fortuna, due genitori uniti in
tutto, anche nel compleanno. Anche a loro, come al resto
della famiglia d’origine, raccontai qualcosa di Antonio, ma
con molta discrezione, senza esagerare, forse per quegli stessi motivi che mi facevano posare il panino in maniera veloce,
agli inizi di questa storia, sempre più ricca di “coincidenze”.
Con tutti i posti della Comunità Papa Giovanni sparsi
per il mondo, il fatto che Antonio fosse finito a pochi metri
dal mio ufficio a Rimini non poteva che essere interpretato
come un primo segnale di quella “treccia” di cui vi sto raccontando.
Antonio si era già ben inserito nella struttura in via Dardanelli, in una accogliente villetta verde che ospita per pochi
mesi coloro che entrano in comunità per ricostruire una vita
distrutta dalle droghe. Lì avviene la prima fase del programma, quando ancora le dipendenze dagli stupefacenti sono
più di natura fisica e non solo psicologica.
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Antonio aveva nel giro di pochi giorni tolto completamente l’uso del metadone, e io non capivo come potesse
essere che lì ci fosse riuscito in pochi giorni, mentre a Fano
lo davano per irrimediabilmente spacciato e destinato alla
eterna dipendenza.
Dopo avermi presentato praticamente tutti gli ospiti, che
mi colpirono per la cordialità del saluto, mi mostrò con orgoglio la lavanderia e la stireria di cui era diventato responsabile. Mi raccontò poi anche della festa di capodanno, se
non ricordo male presso la colonia di Marebello, dove nel
1990 conobbi da vicino la comunità in una esperienza che si
chiamava “Due giorni giovani”.
Antonio era sbalordito dalla figura di don Oreste. “Per
me quello non è normale, la notte di San Silvestro è venuto
da noi e c’è anche stato parecchio, poi è andato dalle prostitute, poi è andato a dir messa... ma ti rendi conto tutta la
notte in giro e ha ottantadue anni?!”
Sì, lo aveva proprio inquadrato bene questo prete straordinario che ha dato tutta la sua vita per stare accanto ai
poveri, alle prostitute, lottando per la giustizia e la pace nel
mondo. Quanto ci sarebbe da scrivere su quest’uomo! Credo che chiunque lo abbia incontrato anche per pochi istanti
avrebbe la possibilità di scrivere cose stupende.
In via Dardanelli sono andato diverse volte. Avevo preso
come impegno ogni giovedì verso l’ora di pranzo, facendo
così un favore a chi svolgeva le pulizie settimanali dell’ufficio. Ma già dopo un paio di mesi la permanenza di Antonio
in via Dardanelli aveva i giorni contati per una nuova destinazione, che di certo non sarebbe stata altrettanto agevole
per le mie visite.
– 64 –
Da: Valter Toni <[email protected]>
Data: 08 febbraio 2007 14.10.17 GMT+01.00
A: [email protected]
Oggetto: [SF] Saluti da Antonio
Antonio si è raccomandato di farvi avere i suoi calorosi saluti, in
special modo agli amici e amiche di casa Betania.
È molto contento, oggi è entrato in contatto con la seconda fase
del programma e presto, 1 o 2 settimane, lascerà Rimini per una
casa di Cesena (dove tra l’altro verrà operato alla schiena).
Valter
La nuova sistemazione in effetti non era più a Rimini,
ma in una bella casa di campagna nell’entroterra romagnolo.
Anche lì, come del resto durante la prima fase, le visite
esterne erano ammesse solo avvisando prima e soprattutto
con il consenso dei responsabili. Anzi, a dire il vero, la possibilità di incontrare gli ospiti veniva data solo una volta al
mese, in una giornata in cui solitamente sono i genitori far
visita ai propri figli. Per Antonio era diverso, e forse anche
per questo fu fatto uno strappo alla regole, e mi fu permesso
di andarlo a trovare sempre all’ora di pranzo.
Per arrivare a Bagnolo dal mio ufficio ci volevano circa
quaranta minuti di una strada panoramica molto bella ricca
di salite e discese, che ho saputo essere la gioia dei ciclisti.
La distanza comunque era un problema per me, e non so
se ci fosse relazione tra la mancanza di quei giovedì passati
a parlare con Antonio, ed il ritornare a ragionare in maniera dubbiosa sulla fede, quasi a testimoniare la veridicità del
fatto che, come diceva Tonino Bello, è la solidarietà con i
poveri (i beati) che ci porta ad essere benedetti.
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From: “Valter Toni” <[email protected]>
To: <[email protected]>
Sent: Thursday, April 05, 2007 9:27 AM
Subject: [SF] Buona Pasqua dal mio trenino...
In questo ultimo viaggio quaresimale in treno verso Rimini mi
permetto di scrivere due righe per augurare a tutti Buona Pasqua.
È stata per me una quaresima non facile dal punto di vista spirituale, vissuta fortemente, più che mai, nel grande contrasto fra
l’invito ad assumere responsabilità nella Chiesa di Dio e il sentirti attore della più grande fiction della storia.
Ma non voglio tediarvi con le solite mie questioni del credente e
non credente che spero, anzi prego, di terminare il più presto possibile. Anche perché, se a volte mi sembra assurda la pretesa che
quel cerchietto bianco di farina possa realmente contenere Dio,
ho raggiunto la piena consapevolezza che anche quest’ammasso
di cellule e di atomi che stanno pensando e scrivendo queste cose,
sono, razionalmente, una grande assurdità...
né più e né meno della prima.
E così, ringraziando il Signore della mia bella famiglia, di tutte
le persone che mi fa conoscere, per Lucia e sui cari che ieri hanno
riempito il cuore di tutta la comunità, per Antonio che proprio
l’altro giorno mi ha detto essere molto felice nella sua nuova sistemazione vicino Cesena, e ringraziando il Signore soprattutto
perché non mi colma mai pienamente di felicità così da non privarmi della nostalgia e voglia di cose più grandi... auguro a voi
tutti BUONA PASQUA nel Signore.
Valter
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Da: Valter Toni <[email protected]>
Data: 22 maggio 2007 14.30.05 GMT+02.00
A: [email protected]
Oggetto: [SF] APG
Lo so, non ce n’è bisogno, ma voglio ancora una volta manifestare
tutta la mia infinita ammirazione per la Papa Giovanni.
Non per Don Oreste, che conosciamo e ammiriamo tutti, ma per
gli operatori nei centri di recupero che da veri angeli custodi dedicano la propria vita per aiutare le persone che nessuno vorrebbe
più accanto, a cominciare da chi qualche anno fa, partendo magari da un po’ di cannabis, si è ritrovato ai margini del mondo.
Stamattina ho fatto visita ad Antonio, che ha passato un momento un po’ difficile, nella sua nuova sistemazione in un centro,
molto affascinante, ma un po’ sperduto nelle colline romagnole,
dove 18 ragazzi vivono il proprio programma di recupero.
Se qualcuno un giorno, per caso, si trovasse a non sapere per chi
pregare... beh, sappia che una preghiera per loro non è sprecata.
Antonio saluta calorosamente Don Vincenzo e tutti gli amici di
Casa Betania che ricorda con tanto affetto.
La distanza aveva diradato le mie visite, e questo però mi
permise di apprezzare ancora di più i grandi progressi che
Antonio stava facendo dal punto di vista relazionale. Forse anche a causa dell’età, per qualche ragazzo poteva essere
tranquillamente il padre, ma sicuramente per il suo modo
garbato, aveva acquisito una autorevolezza che lo faceva
sembrare un piccolo responsabile della struttura. In realtà
una responsabilità vera e propria l’aveva: l’orto e gli animali,
a cui orgogliosamente mi fece far visita.
Ho capito, conoscendo da dentro una comunità di recupero, quanto sia importante far sentire responsabili le persone. Credo che da queste esperienze avremmo tutti molto
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da imparare, come genitori e come educatori in genere. Mi
pare che uno dei più gravi furti che in questi anni sia stato fatto ai giovani, sia proprio quello di averli privati della
responsabilità. Sicuramente questa esperienza mi ha fatto
apprezzare ancora di più l’attività scout iniziata dalle mie
figlie dove l’essere responsabili è fondamentale nel percorso
di crescita.
A dire il vero il programma di recupero prevede anche altre forme di rieducazione basate sulla disciplina e persino la
punizione che sembra apparentemente entrare in contrasto
con la concezione di libertà individuale a cui siamo abituati.
Ma come diceva giustamente Antonio: “Ho sgarrato e per
questo mi hanno tolto cinque sigarette. Ma per uno che è
stato in galera cosa vuoi che sia?”
Un sabato di luglio, nella giornata in cui i genitori facevano visita ai propri figli, andai a trovare Antonio con tutta
la famiglia, eccetto Sofia che era ad un campo scout.
Era una bella giornata di sole che ci permise di godere dell’ampio e bel giardino intorno alla casa. Antonio quel
giorno era di turno in cucina e quindi ci accolse con tanto di
grembiule e cappello. Era un bello spettacolo vederlo muovere fra i fornelli, dettare ordini ai compagni, come fosse lo
chef di un grandhotel.
A pranzo tutti sotto l’ombra, di fuori di fronte la casa.
Un’occasione per conoscere tante storie di giovani, per certi
versi uniche, ma che allo stesso tempo con tanto in comune.
Ad esempio l’essere benestanti. Oppure avere una esperienza sportiva alle spalle di un certo valore. Un giovane giocava nella nazionale di calcio di San Marino, un altro era
campione internazionale di vela. Anche questo fatto me-
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riterebbe una riflessione non banale su cosa possa indurre
un giovane a non ritenersi soddisfatto neppure delle glorie
sportive. Vicino a noi era seduto il padre di un ragazzo che
dai suoi racconti sembrava aver fatto tutto per il figlio. Forse era vero. Lo stava facendo anche in quel periodo, organizzando per tutta la casa d’accoglienza gite in collina che
raggiungevano il culmine della festa con grigliate all’aperto
di carni argentine, che avevano poi solleticato la fantasia di
Antonio tanto che affermava: “Quando verremo fuori da
qui metteremo su un ristorante con la carne Argentina che
ci procurerà il padre di questo ragazzo.”
Di fronte a me a tavola vi era un responsabile che era un
po’ come il vice della casa. Infatti quel giorno il responsabile
principale che avevo già conosciuto in altre occasioni non
c’era, e un po’ mi dispiaceva, perché avrei voluto presentarlo
a Lisetta.
Il vice, invece, era un po’ diverso, un modo di fare un
po’ più burbero: con lui Antonio mi confidò di non essere
proprio in sintonia. Ma anche questo ci sta in una grande
famiglia, in una casa che ospita una ventina di persone.
– 69 –
Settembre 2007
Le vacanze stavano ormai terminando. Come ogni anno
il 26 di agosto è occasione di incontro con la mia famiglia
d’origine, perché quel giorno oltre che essere mio compleanno è l’anniversario di matrimonio dei miei genitori.
Antonio stava concludendo l’estate con una vacanza in
una località balneare nel sud d’Italia, e la sua permanenza a
Bagnolo scorreva nel migliore dei modi.
La mia mente e quella di mia moglie in quei giorni era
occupata, oltre che dall’inizio della scuola e dal rientro al
lavoro, da due carissimi amici che per le loro difficoltà ci
stavano toccando profondamente il cuore e coinvolgendo in
maniera totalizzante. Storie di vita, purtroppo sempre più
frequenti, che non ha alcun senso raccontare se non per dire
che, anche in questo caso come per Antonio, ero sicuro che
vi fossero possibilità per trovare vie d’uscita positive.
Il 16 settembre, oltre che essere il decimo compleanno
della nipote Elisabetta, si presentava come una bella domenica per la dedicazione di un parco alla figura di Baden
– 71 –
Powell. La bellezza dell’evento era dovuta soprattutto al fatto che in quella giornata i due gruppi scout fanesi, FSE e
Agesci, sarebbero stati non antagonisti, ma uniti nell’evento.
In realtà i due gruppi si erano già avvicinati grazie ai loro
rispettivi capi, Luca e Alessandra, che si erano sposati dopo
aver frequentato il corso per fidanzati nella nostra parrocchia. Proprio da loro, che avevo conosciuto in quella occasione, venni coinvolto per la realizzazione di una speciale
targa da inserire nel parco.
Purtroppo però le feste di quella domenica non furono
completamente serene. Il giorno prima mio padre era stato
accompagnato da mia sorella e da mia madre in ospedale
perché era ormai da un paio di mesi che si sentiva come
vinto da una continua stanchezza. Io non c’ero perché mi
trovavo fuori Fano da un amico prete per studiare una strategia d’aiuto per gli amici in difficoltà.
Mio padre, grazie all’interessamento di Pierpaolo, amico
medico da sempre, con cui ho condiviso elementari, medie,
liceo, gruppi musicali, e l’essere testimoni alle reciproche
nozze, venne ricoverato per iniziare tutti gli accertamenti
diagnostici. Quando la sera lo andai a trovare ricordo che
parlammo anche del viaggio fatto, perché la mia mente quel
giorno era piena di discorsi, di preoccupazioni più per quegli amici che per mio padre, che pensavo avesse qualcosa di
facilmente risolvibile.
Malgrado la mia mente fosse occupata e stanca, leggendo
un’articolo sui quotidiani locali a proposito di una ordinanza del sindaco sui barboni, trovai il tempo per sfogare la mia
rabbia verso quanto stava accadendo a Fano.
– 72 –
Da: Valter Toni <[email protected]>
Data: 15 settembre 2007 17.50.35
Oggetto: Barboni e stampa
A mio modesto avviso gli articoli usciti negli ultimi tempi sulla
stampa locale a proposito del problema barboni, sono a dir poco
scandalosi e razzisti, non solo per le scelte politiche che descrivono, ma per il tono e il taglio con il quale vengono espressi. Quasi
che il problema dei barboni non avesse a che fare con persone,
volti, drammi umani, ma si trattasse esclusivamente di un problema di decoro urbano di una città turistica.
Sinceramente disgustato
Walter Toni
Con sorpresa ricevetti il giorno seguente la cortese telefonata di Scatassi, giornalista de «Il Messaggero», nella
quale precisava che il suo pensiero era lontano dalle scelte
politiche sui barboni e mi ringraziava per aver espresso una
opinione diretta su quanto scritto sulla cronaca locale.
La discussione su quella ordinanza continuò non solo a
livello politico, perché si sa quanto certi argomenti siano banalmente utilizzati per raccogliere facili e demagogici consensi, fino a calpestare la dignità dell’essere umano. Sempre
più spesso mi capita di pensare, forse l’ho scritto anche in
qualche email, che lo spirito di Goebbels, quello che ti seduce e convince che il male sia un bene, continua purtroppo ad
aleggiare subdolamente anche nel nuovo millennio.
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Da: Valter Toni <[email protected]>
Data: 22 settembre 2007 10.18.05
A: [email protected]
Oggetto: Sondaggi barbosi e barboni...
Il Carlino ha lanciato un sondaggio:
Sei d’accordo con l’ordinanaza anti-barboni del sindaco di Fano?
Risultati:
Sì, è giusto salvaguardare l’igiene pubblica (73.96%) No, provvedimento eccessivo (26.04%)
Scusatemi, sarà un mio limite, ma il fatto che Antonio, l’amico
che dormiva di fronte a S. Maria Nuova (che oggi con Michele
andremo a trovare) si stia rifacendo una vita, non riesco proprio
a vederla in termini di vantaggio igienico per Fano.
Mi sembra di essere ancora ai tempi dei “Promessi Sposi”.
In questi casi mi aiuta pensare che se Kennedy fosse stato a sentire i sondaggi non avrebbe abolito alcuna legge razziale contro
i neri...
Buon Weekend
Walter
Nel mese di ottobre, esattamente un anno dopo il primo
incontro, Antonio non riuscii mai ad incontrarlo.
La malattia di mio padre inaspettatamente rimaneva
senza soluzione: non si capiva cosa causasse una febbre costante con valori del sangue sballati rispetto alla percentuale
del ferro. Aveva iniziato una cura piuttosto forte a base di
cortisone che avrebbe dovuto mettere un po’ a posto le cose.
E così quello che doveva essere un ricovero di controllo di
pochi giorni durò circa un mese, per poi addirittura riprendere verso fine ottobre, perché erano esplosi i valori della
glicemia probabilmente in conseguenza ad alcuni medicinali.
– 74 –
Anche altri impegni caratterizzarono quel periodo. Sicuramente piacevole fu il week-end con Aurora ad Assisi
insieme alle scuola per una manifestazione di sensibilizzazione alla pace. Dal punto di vista professionale trovai la
grande soddisfazione di concludere finalmente un cdrom
proprio sull’educazione alla pace, pubblicato dalla Erickson
a cui stavo lavorando da parecchio tempo e che mi aveva
permesso di conoscere meglio il prof. Andrea Canevaro,
persona intelligente, sensibile e disponibile, molto gradevole da incontrare.
Di quel mese ricordo con piacere il fatto che mi venne
dato l’incarico dalla Comunità Papa Giovanni di ridisegnare il sito internet. Per me ogni occasione di contatto con
amici della comunità, è un momento di ricarica. Poter lavorare a contatto di persone che alle idee aggiungono ideali è
per me il massimo.
Ricordo con simpatia un giorno mentre dialogavo attraverso skype con Daniele, il webmaster di apg23.org, e ad un
certo punto scrisse:
[18/10/07 16.12.45] Daniele:
scusa ma è arrivato don Oreste e qui si è bloccato tutto!!!
[18/10/07 16.13.01] Daniele:
quando passa è peggio di un tornado.
– 75 –
Novembre 2007
Novembre è il mese in cui si inizia la raccolta delle olive,
e anche la mia famiglia come ogni anno era impegnata, per
quel che poteva, ad aiutare Italo e Marisa, i genitori di mia
moglie, che hanno una ottantina di olivi a Montegiano, vicino al Beato Sante.
Il due novembre cadeva di venerdì, e le scuole erano rimaste chiuse per il ponte dopo la festa di tutti i santi.
Io ero rimasto a casa da solo con Bianca e non ero andato a messa la mattina presto perché ci sarebbe stato un
momento di preghiera la sera. Comunque lessi le letture del
giorno nel mio solito libretto. Il due novembre è un giorno
in cui un cristiano dovrebbe dare particolare attenzione alla
preghiera per i defunti, ma anche al senso più ampio del
significato della morte, e don Oreste aveva scritto un commento molto bello, toccante, non solo perché, come avrete
ormai capito, tratta di un tema che invade nel profondo le
mie debolezze di fede. No, si trattava di un testo bello di per
sé, per la capacità descrittiva con cui don Oreste riusciva a
spiegare il senso della morte per lui:
– 77 –
Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra, la gente che
sarà vicino dirà: è morto. In realtà è una bugia. Sono morto per
chi mi vede, per chi sta lì. Le mie mani saranno fredde, il mio occhio non potrà più vedere, ma in realtà la morte non esiste perché
appena chiudo gli occhi a questa terra mi apro all’infinito di Dio.
Noi lo vedremo, come ci dice Paolo, faccia a faccia, così come Egli
è (1Cor 13,12). E si attuerà quella parola che la Sapienza dice
al capitolo 3: Dio ha creato l’uomo immortale, per l’immortalità,
secondo la sua natura l’ha creato. Dentro di noi, quindi, c’è già
l’immortalità, per cui la morte non è altro che lo sbocciare per
sempre della mia identità, del mio essere con Dio. La morte è il
momento dell’abbraccio col Padre, atteso intensamente nel cuore
di ogni uomo, nel cuore di ogni creatura.
Tratto da “Pane quotidiano”, novembre-dicembre 2007, Edizioni Sempre.
Ero di fronte al computer, con il pensiero di riscrivere
questo commento per inviarlo agli amici, quando mi chiamò al telefono don Vincenzo che con voce sottile mi dice:
“Avrai sicuramente già saputo che è morto il don. Pensavo
di organizzare per questa sera un momento di preghiera per
lui, cosa dici? Avvisi tu tramite una email?” Lì per lì quasi
non capii a chi si riferisse con quel “don” senza nome, dato
con tono tanto confidenziale, ma fu solo questione di attimi,
un intontimento di pochi secondi per poi capire che “il don”
era lui, don Oreste.
Un po’ freddamente e sconcertato ringraziai di avermi
avvisato e della bella idea che avrei subito diffuso. Immediatamente chiamai Lisi che era andata a raccogliere le olive e
non riuscii a trattenermi dal pianto quasi singhiozzante.
Ricordo che dicevo: “Scusami Lisi, ma mi fa così, non ce
la faccio a trattenermi.”
– 78 –
Mi sedetti poi nel grande tavolo del soggiorno per scrivere al computer e diffondere la notizia. Avevo vicino a me
Bianca che giocava, ma con un occhio scrutava le mie mosse:
Da: “Walter (Valter Toni)” <[email protected]>
Data: 02 novembre 2007 10.02.47 GMT+01.00
A: [email protected]
Oggetto: E’ morto don Oreste
Don Oreste è morto questa notte 2 novembre alle 2.22.
Don Vincenzo invita tutti questa sera in chiesa: “Sarebbe bello
che tutta la comunità lo sapesse e che si riunisse in maniera speciale questa sera al rosario delle 20.30 per il Don.”
Il mio pianto spontaneo è stato consolato da Bianca vicino a me:
“Babbo la morte non è brutta perché don Oreste è adesso da Gesù.”
Nel giro di pochi minuti la notizia era su tutte le principali testate giornalistiche online, accompagnata da numerosi commenti, compreso quello di Benedetto XVI che lo ha
definitivo “un infaticabile apostolo della carità a favore degli
ultimi e degli indifesi”.
Subito dopo pranzo, con tutta la famiglia insieme a don
Vincenzo, approfittando della nostra capiente Multipla, ci
recammo a Rimini presso la chiesa della Resurrezione, nella
zona chiamata Grotta Rossa, dove don Oreste era già stato
posto in poche ore per l’ultimo saluto.
Don Oreste era morto lì, nel suo vecchio appartamento
dove aveva vissuto per anni come parroco, ma che da diverso tempo non usava, non solo per i suoi numerosi viaggi in
giro per il mondo, ma perché quando si trovava a Rimini,
aveva deciso di vivere vicino a i poveri della Capanna di
Betlemme.
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Chissà, forse anche aver chiuso gli occhi vicino al suo
vecchio amico don Elio, era qualcosa di già scritto.
Il clima nella chiesa era particolare, molto composto,
qualcuno intonava un canto. La cosa che più mi colpì era il
volto delle persone, commosse, ma come trasfigurate da una
felice sicurezza: don Oreste era comunque lì presente più di
prima, oltre quel suo corpo posto ad accogliere la preghiera
dei tanti “piccoli fratellini” che amava.
La sera andai a trovare mio padre all’ospedale. Chiaramente aveva saputo di don Oreste, e quando arrivai fece
un commento che mi toccò profondamente: “Mi dispiace,
so che per te era come un secondo padre”. Ancora oggi mi
commuove pensare un padre, mio padre, che riconosce la
paternità anche di un’altra persona. Si trattava della paternità di quella fede che mio padre era ben consapevole di non
essere riuscito a darmi. Ma a Paolo il Signore aveva forse
chiesto altro, e questo lui lo ha fatto sicuramente bene.
Mio padre, don Oreste lo aveva ascoltato diverse volte, a
cominciare da quell’ottobre 1990 quando ero andato a prendere il don a Rimini con la mia Renault 5 per un incontro
nella chiesa di San Cristoforo che festeggiava sessant’anni.
A dire il vero quella volta mio padre brontolò un po’ per il
notevole ritardo. Ma chi lo ha conosciuto sa che don Oreste, come lui diceva scherzosamente, ai ritardi era sempre
puntuale. Se quella volta non lo fossi andato letteralmente
a rapire a Rimini, forse quell’incontro non ci sarebbe stato,
perché era lunga la fila delle persone che volevano parlare
con lui, e tutti avevano un buon motivo.
Ci fermammo a prendere un caffè al primo autogrill, e
durante il viaggio mi raccontò della registrazione che aveva
fatto a Tele San Marino in quel pomeriggio. La mia emo-
zione era tanta, avrei voluto che quel momento fosse durato
di più per dialogare, ma poi come spesso capita in queste
situazioni, ti senti un po’ rincretinito e dici cose diverse da
quelle che avresti voluto dire. E comunque a don Oreste
non servivano le parole per capire le persone. Ogni volta che
mi vedeva mi diceva che tanto prima o poi avrei ceduto, ed
era anche piuttosto insistente, riuscendo a trovarmi anche
in mezzo al pubblico durante le conferenze, chiamandomi
per fare una domanda. “Tu, tu, sì tu, vieni” e io mi guardavo
intorno se ero ancora una volta io. “Non vi dico chi è costui,
lo sa solo Dio. Da quant’è che resiste! Speriamo che questa
volta il Signore gli dia una buona benedizione!”
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Stavo dicendo che mio padre lo aveva ascoltato diverse volte, ma salutato scambiando due parole solo una volta,
dopo un incontro presso la “Spiaggia dei talenti”. Ho un
ricordo molto affettuoso di quel confronto fra due quasi coetanei, in una specie di gara su chi fosse più anziano. Don
Oreste vinceva di due anni, era del venticinque, mio padre
del ventisette.
Il vuoto lasciato da don Oreste era comunque qualcosa
che da subito iniziava a lasciare segni di cristiana unione
fra le persone, nella comunità, ma anche fra gente comune
come me e Lisi che lo avevamo semplicemente conosciuto.
Da: “Walter (Valter Toni)” <[email protected]>
Data: 04 novembre 2007 23.57.10 GMT+01.00
A: [email protected]
Oggetto: Don Oreste per noi. Walter e Lisi
Don Oreste per noi.
In questi giorni sono state scritte e dette tante belle cose su don
Oreste... non poteva essere altrimenti. Lo si fa quasi sempre per
chi muore. Ma in questo caso credo sia percepibile a tutti, anche a chi non lo ha conosciuto, che siamo di fronte a qualcuno
veramente del tutto speciale. Sono giorni, questi, in cui la nostra mente ripercorre continuamente le tappe di quegli incontri
iniziati nel lontano 1989, nelle chiese, i convegni alla Grotta
Rossa, alla Fiera, le “due giorni giovani”, le vacanze a Canazei.
Quanta energia benefica... quanta voglia di Gesù!
Capivi che in Don Oreste Gesù aveva trovato veramente, come
ha detto il papa l’altro giorno, un apostolo. Tutti quei ragazzi
riportati in vita dal buco dell’eroina, le sedie a rotelle che diventavano la normalità e non ti accorgevi più che ci fossero, tutto incredibile, dove il bello e il giusto diventavano possibili, cose dell’
“altro mondo” come diceva lui scimmiottando la famosa discoteca. Tanti momenti, alcuni pubblici, altri più intimi che è bello
ripercorrere in questi giorni in cui siamo presi dallo sconforto per
non poter più vedere quel fantastico sorriso.
Ma è bello anche che insieme a lui, al grande Don, si presentino
in fila nei nostri ricordi anche i volti di tante persone, che come
per contagio o per emanazione dello Spirito, sono diventate a
pieno titolo gente di Dio. Questo ci conforta e ci rende certi che la
Papa Giovanni continuerà ad essere sempre la Papa Giovanni.
Persone che a noi hanno dato tanto. Persone che a volta appaiono
eccezionali perché il Signore le ha volute più vicino agli ultimi,
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in casa famiglia, in centri di accoglienza o recupero. Ma la Papa
Giovanni è molto di più di questo “eccezionale” che appare. La
Papa Giovanni è fatta anche di gente “normale” la cui eccezionalità è data dall’aver capito chi è Gesù per loro. Gesù nella propria
vita, nella coppia, nella famiglia, nel lavoro, nella scuola, nella
pace... Troppo spesso ci è capitato di parlare della Papa Giovanni con amici che la identificavano solo per una sua parte, per lo
più le case famiglia. No, la Papa Giovanni è molto di più: è come
dire che don Oreste è il prete delle prostitute... cosa fra l’altro
percepita in maniera limitata in questi giorni. No don Oreste è
molto di più, e la Papa Giovanni è molto di più... e grazie a lui
stesso e a Dio è anche molto di più di don Oreste che sarà riconosciuto santo.
Don Elio, Giorgio, Davide ed Elisabetta che sono in paradiso, Stefano, Alessandra, Giuliano, Grazia, Pier, Pino, Daniela,
Ferdinando, Beatrice, Italo, Eros, Eraldo, Barbara, e tanti, tanti
altri di cui a volte è rimasto nella nostra mente solo un volto,
hanno aiutato Gesù ad entrare nella nostra casa.
Questa è la Papa Giovanni.
Walter e Lisi
Il 5 novembre era il giorno dei funerali. Tanta gente era
prevista e quindi l’idea iniziale di celebrare il rito in duomo
fu abbandonata in favore della vecchia fiera riminese dove
don Oreste aveva tenuto tanti incontri e congressi. Fu proprio lì che nel 1990 forse avvenne la “folgorazione”, quando
per organizzare l’incontro di cui ho scritto prima, andai ad
un convegno sulle tossicodipendenze. Mi sembra ieri, ricordo benissimo quel momento in cui mi avvicinai a lui, era attorniato da tantissime persone, mi pare ci fossero anche Vit-
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torino Andreoli, Antonio Riboldi, e lui mi fulminò con un
saluto come fossimo amici da chissà quanti anni. Eppure ci
eravamo incontrati una sola volta. Ho capito poi che questa
manifestazione è tipica dei santi, che imitano Gesù quando
riconosce Natanaele sotto il fico. Devo ammettere che per
organizzare l’incontro di Fano sono stato molto fortunato
perché ogni volta che in seguito lo cercavo per decidere, o
rassicurarmi che la data scelta fosse confermata, riuscivo ad
incontrarlo malgrado tutti lo ritenessero irraggiungibile.
In realtà avevo scoperto un modo semplice: andare alla
grotta Rossa alle sette del mattino, quando celebrava lodi e
messa, insieme a non più di una decina di persone. Momenti per me indimenticabili perché era un modo di conoscere
un don Oreste più intimo e confidenziale, che giocherellava
con le aste degli occhiali e chiedeva perdono per le sue apparizioni televisive, domandandosi se fossero effettivamente
per amore del prossimo, di Cristo, e non invece per sé stesso.
Oh, quanto avevi ragione! Me lo chiedo anche adesso mentre scrivo: perché lo faccio?
Avvolto anche da questi ricordi mi diressi a piedi con
molte altre persone verso la vecchia fiera. Tenevo stretto in
mano, dentro la tasca del giaccone, un rosario che non ho
mai imparato ad usare bene. Qualche ave-Maria l’ho detta
con la mente che rimbalzava tra la celebrazione a cui stavo
per assistere, i problemi di mio padre, la mia fede vacillante.
Quando entrai c’era sul palcoscenico montato come altare
e l’amico Giorgio, vestito di bianco, che organizzava alcune
preghiere e riflessioni in attesa della messa.
Il clima dentro quel palacongressi era incredibile, si percepiva il senso di una preghiera forte che ti faceva capire
quanto non siano i luoghi, ma le persone a determinarla.
Rimasi colpito da tanti particolari, dalla sensibilità e cura
nelle cose, nell’attenzione alle persone soprattutto i piccoli
fratellini amati da don Oreste. Per fare un esempio: sul lato
sinistro del palco c’era una persona che con segni interpretava la messa per chi non aveva l’udito.
Si dice che ci fossero diecimila persone, ma dal silenzio,
dal raccoglimento era come ce ne fossero dieci.
Tutto si è svolto perfettamente, anche grazie alla collaborazione di CL che, nella organizzazione di incontri, non
è seconda a nessuno, e di Rinnovamento dello Spirito che
aveva lì concluso la propria conferenza il giorno prima. Anche questo fatto, qualcuno lo interpretò ironicamente come
il primo miracolo di don Oreste, avere cioè intorno a sé la
Chiesa nel suo insieme compresi i movimenti.
Il Vescovo di Rimini, Francesco Lambiasi, attorniato da
tanti sacerdoti e vescovi, riuscì subito ad entrare nello spirito
della comunità, con giuste parole semplici e toccanti, attraverso un racconto scherzoso su una ipotetica discussione in
paradiso fra i santi Tonino Bello, Madre Teresa e Helder
Câmara che raccomandavano don Oreste al Signore.
Al termine della messa, tutta la gente uscì composta, e
mi colpì il senso di pace, per niente affranta, tranquilla veramente consapevole che d’ora in poi don Oreste avrebbe
avuto la possibilità di essere più vicino a tutti. Io ero solo,
giravo in qua e là, alla ricerca di qualche viso noto da salutare. Presi un ricordino con la foto di don Oreste che veniva
distribuito insieme al libretto con il dorso viola “Pane quotidiano” di quei due mesi, novembre-dicembre 2007, in cui
era contenuto il commento che aveva scosso non solo la mia
sensibilità.
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Incontrai il responsabile della casa di Bagnolo, che mi
disse che Antonio era lì. Lo cercai, ma non lo trovai.
Da: “Walter (Valter Toni)” <[email protected]>
Data: 09 novembre 2007 09.25.44 GMT+01.00
A: [email protected]
Oggetto: [SF] Basiliche maggiori e minori
Sette giorni fa, in queste ore, si stava diffondendo nel mondo la
notizia che don Oreste non è più su questa terra con il suo corpo.
Vi sono in questi casi diversi modi per dire che uno è morto: “ci ha
lasciati”, “è tornato al Signore”, “è nella casa del Padre”. Ma non
voglio tediarvi con le mie solite riflessioni su questo tema perché
ho già la mia “maestra” Bianca che, anche stamattina, invitandola ad una preghierina per i morti mi ha detto in auto mentre
andavamo a scuola: «babbo non ti preoccupare perché la parola
“vita” vuol dire “invito” ad andare alla festa con Gesù quando
moriremo». Vi giuro che potevo rischiare l’incidente se non ero
fermo in colonna perché io, insieme alle altre figlie, ci siamo fermati a guardarla con occhi increduli...
barbone ubriaco puzzolente che dormiva a casa mia e che non
ho avuto il tempo di salutare perché ora il suo corpo giace su una
lastra di marmo senza che nessuna persona cara possa accompagnarlo alla sepoltura.”
Signore, io non so cosa sia la morte, ma ho capito che le idee più
chiare non sono in molti ad averle. Quelle che mi convincono di
più sono quelle di questi tuoi grandi testimoni come don Tonino,
don Oreste di cui domani ricorre l’onomastico.
Grazie per averceli donati e dona ancora alla tua Chiesa un numero di sacerdoti e laici che continuino la loro missione. Sai, a
volte, quando penso a quel settembre di tanti anni fa, in cui mi
trovavo all’arena di Verona e sul palco erano presenti alcuni “beati” che oggi non sono più tra noi mi sento un po’ orfano.
Ma so che è un problema mio che, forse più che a contemplare Te,
mi incanto a guardare chi sta col dito puntato verso Te.
eccomi qua, stazione di Rimini.
Buona giornata a tutti.
Walter
A parte questo, mi viene spontaneo, a sette giorni dalla morte del
Don, ringraziare il Signore per averlo lasciato su questa terra
per 82 anni a testimoniare il volto di Cristo che si manifesta
soprattutto nei poveri, nei sofferenti, in coloro che non hanno
alcun apparente potere. E nella giornata di oggi in cui la Chiesa celebra la dedicazione della Basilica Lateranense, ho pensato
all’altro grande profeta dei nostri anni, Tonino Bello, quando
a Fano raccontò un aneddoto sulla dedicazione di una basilica
minore, e trovandosi impreparato di fronte alla domanda su che
differenza ci fosse fra basilica minore e maggiore, improvvisò
una delle sue solite uscite di alta poesia, all’incirca così: “Basilica
maggiore siamo noi, sei tu, è il cardinale qui vicino a me, e il
In quei giorni stava poi accadendo intorno a me qualcosa
di strano, che da un certo punto di vista non poteva che
farmi piacere. Don Oreste era entrato con una certa prepotenza nella mia quotidianità. Don Vincenzo aveva deciso
che la nuova bella sala adiacente alla parrocchia, che avrebbe
inaugurato prima di Natale, si sarebbe chiamata “Sala di fraternità Don Oreste Benzi”. Qualcuno chiamò me e Lisetta
a raccontare di don Oreste ai giovani, cosa che facemmo volentieri, ma non ci sentivamo di certo con le carte in regola
più di tanti altri che, anche a Fano, sono stati segnati dalla
sua conoscenza. Molte persone mi chiamavano e scrivevano,
quasi fossi un manager della Papa Giovanni, perché erano
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interessate ad avere lo stupendo dvd intitolato “Do you love
Jesus?” che racconta la vita di don Oreste.
Anche per il periodo d’avvento, don Vincenzo voleva
che la figura del “don” fosse posta al centro, visto che il 2
dicembre sarebbe stata la ricorrenza del trigesimo, e per l’occasione avevamo due invitati speciali: Giorgio, amico della
prima ora della Papa Giovanni e don Nino, amico prete di
Bologna, che per quanto mi riguarda, pur non avendo giocato lo stesso ruolo di don Oreste, è stato indubbiamente
incisivo insieme a figure come Tonino Bello per darmi una
bella spinta al di là del muro dell’ateismo.
All’adrenalina dolce che accompagnava questi fatti si aggiungeva quella amara rispetto alla salute di mio padre. Non
stava andando per niente bene: febbre e debolezza perenni.
I medici decisero di andare più a fondo con le analisi e fare
quindi una biopsia polmonare rispetto ad una piccola zona
che appariva sospetta sulle lastre.
Anche per questo decisi un giorno di prendermi una
pausa da tutto e durante l’ora di pranzo pensai di andare a
trovare Antonio. Erano passate un paio di settimane dalla
morte del don, e mi piaceva sapere da lui come l’aveva vissuta, e quale clima ci fosse in casa.
Come sempre chiamai, mi rispose il responsabile che immediatamente senza giri di parole disse: “Ah ciao Walter,
vieni, vieni, che c’è Antonio che non si sta comportando
proprio bene”. Partii immediatamente e durante il viaggio
incominciai a pensare che cosa mai potesse essere accaduto.
Quando arrivai, non c’era come al solito Antonio ad aspettarmi. I più erano tavola, Antonio no. “Dov’è Antonio?”
chiesi.
“È in camera sua, vai pure...” rispose il responsabile.
Salite le scale, con le mani in tasca i pugni stretti, per
assumere un aspetto determinato pur non sapendo a cosa
andavo incontro, trovai Antonio in quel tipico atteggiamento, visto più volte nei film, di chi vuole andarsene facendo
frettolosamente e disordinatamente la valigia. Mi salutò:
“Ah ciao Walter...” ma non si fermò dal prendere le cose nei
cassetti. “Hai visto qui come mi trattano?”
Antonio non era solo, nella stanza c’era anche l’altro responsabile, il vice, che avevo conosciuto durante il pranzo
d’estate e con cui non correva buon sangue. “Perché come
ti trattiamo?” lui chiese. “Ah, non so dico! Questa estate mi
avete promesso che avrei potuto avere la patente. Sono tre
mesi che aspetto... una volta non si può, l’altra neppure, ditelo che non volete aiutarmi...”
“Antonio sai che abbiamo fatto tutto ciò che prima era
necessario fare. Prima di tutto mettere a posto la salute. Ti
abbiamo trovato il busto a nostre spese; si tratta solo di avere
pazienza. Il problema è un altro è che tu sei un grande egoista e da un po’ non ti stai comportando bene.”
Il clima stava salendo di temperatura ed io mi sentivo
come una rete in un campo da tennis. Ogni tanto intervenivo con qualche frase scontata per cercare di riportare
Antonio alla ragione, ma era proprio fuori di sé.
Non appena ebbe finito di fare le valigie ci ritrovammo
nell’ufficio del responsabile che con un po’ più di delicatezza
cercava pure lui di portare Antonio a riflettere e a ripensarci
rispetto allo sbaglio che stava facendo. “Ma dove vai? Sei
così sicuro che fuori tutti siano lì ad aspettarti?”
“Guarda che il Comune me la deve dare una casa perché
è mio diritto.”
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“Eh già! – intervenni io. – “Son tutti là fuori ad aspettarti! Figurati che vi sono famiglie intere con bambini piccoli
che sono in lista d’attesa per avere un alloggio e la vengono
dare a te! Aspetta Antonio, un giorno avrai anche la tua
casa, ma devi avere pazienza e finire il tuo percorso, che per
il momento prevede ancora di stare qui!”
“No, io sono a posto.”
“Ah se lo dici tu... ”
“Sì, sì sono a posto, dai Walter andiamo.”
“Dove, Andiamo? Io non ti porto da nessuna parte. Sono
stato tuo complice per la ricostruzione non lo sarò per la tua
distruzione, se te ne vuoi andare vai pure a piedi!”
Antonio uscì dalla porta, scese dalle scale e se ne andò.
Io rimasi ancora qualche minuto a decomprimere lo stato di tensione, commentando in maniera banale, ma reale
il futuro a cui sarebbe andato incontro uno come Antonio.
Poi me ne andai pure io, pensavo che forse avrei incontrato
Antonio lungo la strada e non avevo la benché minima idea
di come dovessi comportarmi. Ma non lo incontrai e forse
fu meglio così.
Novembre stava volgendo al termine e i miei pensieri
venivano assorbiti dalla salute di mio padre. Don Vincenzo
mi mandò un messaggio: “Come sta il babbo? vorrei condividere le tue preoccupazioni. So cosa si prova.” Io risposi in
una email:
Tutto è pesantemente più grande delle mie spalle. Chiedo il dono
di un briciolo di conforto della fede per lui e i miei familiari.Stamattina ha fatto una biopsia polmonare e siccome l’unica cosa evidente da due mesi a questa parte è che si sta spegnendo non so quale
esito sperare pur di conoscere la verità e fare una cura precisa.
– 90 –
Sì, sono le cose grandi che da un lato mettono benzina
nel fuoco delle inquietudini, ma contemporaneamente, se
incanalate nella fede assumono la dimensione di speranza:
La mia mente ha il grosso difetto di provare una sensazione di
vertigine verso le cose che non riesce a contenere. L’ho già scritto
altre volte e non mi dilungo... ma è successo anche ieri sera quando aiutando Sofia su galassie, polveri cosmiche, e miliardi di anni
mi sentivo sempre più piccolo e inconsistente. Fortunatamente il
pessimismo cosmico va oltre il “cogito ergo sum” e ti meravigli del
fatto che un puntino infinitamente piccolo come me riflette su cose
più grandi di sé... sarà pure un bel mistero?
Don Oreste lo sentivo particolarmente vicino, o forse ero
io semplicemente più vicino a lui. Una notte, girovagando
in internet trovai in un blog personale un bel dialogo con
una persona a cui proponeva di entrare nella comunità Papa
Giovanni. Questi si riconosceva quasi in tutto rispetto alla
comunità, ma aveva un problema: i dubbi sull’esistenza di
Dio, e quindi sentiva che la proposta non poteva riguardarlo.
Don Oreste lo spiazzò rispondendo che bastava, che non
era importante. “Neppure l’esistenza di Dio?” ribatté questa
persona. “No – rispose don Oreste – tanto esiste lo stesso
anche se tu pensi che non sia possibile.”
Immaginatevi poi come mi sentii quando sfogliando
«Sempre» il mensile della comunità, sull’ultimo numero
in cui don Oreste aveva potuto dare risposte nella rubrica
dedicata alle domande dei lettori trovai pubblicata questa
lettera:
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Caro don Oreste
Ieri ho letto il tuo comunicato stampa sulla vicenda delle gemelline e dell’aborto. Oggi si celebra il martirio di San Giovanni
Battista, che ancora nel seno di sua madre, percepì la presenza
del Signore. Ritorno con una riflessione che proposi al “servizio
maternità difficile” giusto un anno fa: perché non nominare Giovanni Battista protettore dei bambini ancora in seno alle proprie
madri, ed Elisabetta delle madri in difficoltà?
Con grande affetto ti abbraccio
Walter
Caro Walter
Hai avuto un’intuizione molto felice. Giovanni il Battista è stato il primo su questa terra a riconoscere Gesù, nell’incontro che
Maria ha avuto con Elisabetta, sua parente. Quando Maria è
arrivata da Elisabetta, Giovanni che era nel suo grembo sobbalzò di gioia. È stato il primo saluto dell’umanità al suo Creatore,
diventato uomo.
Ogni bambino che viene concepito e che poi nasce - biologicamente o rigenerato nell’amore - è il sorriso di Dio sull’umanità.
Chiediamo che Giovanni il Battista sia un protettore dei bimbi
non nati, perché ogni bambino è il grazie - concreto, tangibile dell’umanità al suo Creatore che continua ad amarci.
Leggere quella risposta, forse l’ultima data in quella rubrica, è stato per me un grande regalo, che feci leggere anche
a mio padre sottolineando la coincidenza e l’onore.
– 92 –
Dicembre 2007
Dicembre iniziò subito in maniera impegnativa già dal
secondo giorno, in cui avevamo ospiti sia don Nino di Bologna, che Giorgio della Papa Giovanni. A dire il vero quel
giorno la parrocchia è riuscita a dare il meglio di sé, inserendo nella messa delle undici anche un saluto di amici anglicani e la presenza dei volontari dell’Unitalsi con le “ragazze”
accolte a “Casa Serena” di Bellocchi. Alla Santa Famiglia le
cose o si fanno in grande oppure niente.
Il giorno seguente, il 3 dicembre, all’improvviso arrivò la
possibilità di portare mio padre in un centro specializzato di
chirurgia toracica a Modena dove gli approfondimenti non
riusciti a Fano sarebbero stati condotti al meglio. Così, io,
mia madre e mio padre, partimmo immediatamente, con la
speranza di riportare almeno una diagnosi certa.
Mio padre al di là della tanta stanchezza, che gli rendeva
faticoso il camminare, aveva un bell’aspetto, ancora piuttosto giovanile, evidenziato forse da una tuta blu dell’Adidas.
La cordialità del primario, e la professionalità dimostrata
nel dialogo, diedero a me e ai miei genitori una iniezione di
speranza.
– 93 –
Con il cuore gonfio, ripensando agli incontri di domenica, mi venne spontaneo scrivere:
Data: 05 dicembre 2007 09.18.42
A: [email protected]
Oggetto: [SF] Il mio vero grazie
vero che non tutti riusciamo a viverle in maniera identica, ed
è per questo che sono nate e hanno senso le comunità. Tutti non
possiamo far tutto, ma quanto meno possiamo ringraziare gli
altri che arrivano dove noi non arriviamo. E perciò grazie a chi
pulisce la chiesa, a chi prega, a chi pensa ai giovani, e chi agli anziani, a chi cura e partecipa al biblico, a chi cura Casa Betania,
Casa Nazareth, a chi ha nel cuore Mondo Comunità e Famiglia,
a chi tiene rapporti con la Apg23, a chi cucina per le feste, a chi
ha tanta voglia di parlare, a chi invece solo di ascoltare, a chi ha
la pazienza di leggere quanto scrivo, e a chi non mi sopporta e
mi aiuta a migliorare... ma anche grazie a chi non ha voglia di
fare niente, a chi rifiuta tutto questo, e che aumenta la voglia
di incontrarlo per raccontargli della bellezza di una comunità
viva che, in questo piccolo fazzoletto di terra sull’Adriatico, è
forse l’unico modo di testimoniare il Dio vivente, al di là di tutti
i miei dubbi... Tanto, come dice don Oreste, Lui esiste anche se io
lo ritengo impossibile.
Ringrazio il Signore delle letture di oggi, che rappresentano il
sigillo del mio pensiero a tre giorni dal ritiro del 2 dicembre.
Proprio ieri infatti ripensando a quella giornata, e a quelle tre
parole che tengo nel cuore, chiudendo gli occhi, mi sono venute
in mente delle immagini che possono aver più valore delle parole. Sono i volti delle donne che sono ospiti a Casa Serena e
che hanno partecipato alla messa. Lo scambio della pace è stato
per me un forte momento di commozione, non un gesto banale,
ma una valigia di ricordi condivisi appunto con l’Unitalsi. Oggi
farei fatica a ripetere quella esperienza sia per ragioni di tempo,
sia perché è più difficile per me sopportare una “divisa” che sento
come segno di “divisione” con chi fa fatica a vivere. Ma è pur vero
che le prime e forse più importanti esperienze di condivisione le
ho fatte, con l’aiuto di mia moglie, proprio a Loreto con questa
associazione. E quindi viva l’Unitalsi!
Ma i volti di quelle donne - faccio un po’ fatica a chiamarle ragazze - non mi richiamano solo ricordi, ma anche scelte sul presente e futuro. Mi fanno riflettere che anche tutte le belle parole di
domenica rimarranno parole di benpensanti se non creano scelte
di vita concrete di condivisione con chi fa più fatica a vivere. E
lodato sia quindi il Signore che ci ha donato a pochi passi da casa
nostra Casa Nazareth e Casa Betania, e soprattutto belle persone
che superano le fatiche della quotidianità, che tutti abbiamo, per
portarle avanti e rendere vive queste concrete opere di carità.
Sono proprio vere le parole del vescovo, che mi ha riportato Luciano, che la diocesi per stare in piedi deve reggersi su tre gambe
(Eucarestia, Parola e Amore per il prossimo). Ma è altrettanto
La festività dell’otto di dicembre la passai insieme a Lisetta e Sofia a Modena. Mio padre non era ancora riuscito
a fare la biopsia perché, dopo aver tolto il massiccio uso di
cortisone, la sua condizione fisica subì un peggioramento
che costrinse i medici di aiutare la respirazione con l’ossigeno.
La sera dello stesso giorno fu organizzata a Casa Nazareth una visione pubblica del film sulla vita di don Oreste.
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Questo è il nostro anello prezioso, che dobbiamo custodire e passare ai nostri figli, naturali o accolti.
Buon avvento a tutti
Walter
La sala era piena e la commozione forte, e non poteva essere
altrimenti perché “Do you love Jesus?” è un documentario
fatto veramente bene, con ottima regia e ottime musiche.
Mio padre non riusciva a migliorare, l’ossigeno stava diventando indispensabile, e di conseguenza non fu più possibile fare alcun tipo di analisi approfondita.
Una mattina verso le quattro, fui svegliato da una telefonata di mia sorella, che mi chiedeva di andare immediatamente a Modena in quanto mio padre aveva passato una
notte molto difficile dal punto di vista respiratorio. Chiamai
mio fratello e andammo insieme. Ero particolarmente turbato anche per un sogno che avevo fatto proprio quella notte: mi lavavo i denti e mi si sfilavano dalle gengive come non
avessero radici. Non potevo rimanere indifferente ad una
diceria che attribuisce a questo un presagio di lutto. Una
mente razionale come la mia rifiuta tutto questo, però può
accettare una relazione di tipo psicologico che attribuisce al
sogno il significato di paura di perdita dolorosa di qualcosa,
o di qualcuno. Comunque mi turbò.
Mio padre era lucidissimo, ma allo stato di grande debolezza si era aggiunta una grande sofferenza, che non era
dolore, ma comunque molto inquietante: il senso di soffocamento. Avvicinando il pollice all’indice indicava che il fiato
era corto, e a tutto questo i medici diedero il nome di fibrosi
polmonare, di cui in realtà si sapeva da anni, ma non gli si
era data particolare attenzione. Quanto poteva durare una
situazione come questa? Domanda a cui nessuno riusciva
dare una risposta.
Io, mia sorella Mirna, mio fratello Oscar, Lisetta e le
nipoti più grandi incominciammo a fare i turni di notte
all’ospedale, a volte anche mia madre desiderava rimanere,
ma noi la spingevamo ad andare a riposare a casa.
Con me portavo qualche libro e naturalmente il portatile
con cui di tanto in tanto entravo in contatto con qualche
amico.
Arrivati a Modena l’emergenza sembrava superata e decidemmo di tornare prima possibile a Fano, almeno avremmo ostacolato il pessimismo di mio padre che diceva: “Mi sa
che a Fano non ci torno.”
Invece ci tornò presto, in un viaggio in cui feci da scorta
con la mia auto all’ambulanza modenese. Appena arrivati i
simpatici accompagnatori non risparmiarono tutte le loro
impressioni negative sulle difficoltà di raggiungere l’ingresso dell’ospedale fanese e sull’incredibile asfaltatura accidentata della nostra città.
Son due notti che sono con mio padre in ospedale. Al giorno vengo ugualmente a Rimini... puoi immaginare come son ridotto.
Una settimana veramente dura, fatta di notti vissute come l’ultima, ma dove in una, la mia preghiera insieme al “Pane quotidiano” di don Oreste e al mio lavoro col computer portatile sul
sito della Associazione PGXIII vicino a lui sul letto dell’ospedale,
mi hanno fatto percepire come un momento di “prove tecniche” di
un miracolo, perché dopo diversi giorni di grande sofferenza mio
padre ha sempre dormito profondamente, lì accanto me... Scusami sono un po’ stanco e rischio di passare per un bigotto devoto di
un santo dei nostri giorni, cosa che sicuramente lui non voleva.
Ma è stata comunque una bella notte di preghiera e gioia.
Ora le cose sono stazionarie, e il Signore sembra volerci donare
altri momenti per riflettere insieme sui profondi significati del-
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la vita, di contemplazione dell’«oltre» che la quotidianità vuole
nascondere.
Ti chiedo una preghiera per mio padre, Paolo, che pur avendo
vissuto lontano dalla Chiesa è sempre stato un grande maestro di
valori, di rispetto per il prossimo e superbo testimone di come si
ama e si serve una moglie per 57 anni.
Walter
Credo che in quei giorni io abbia anche imparato a pregare. Ricordo una sera che durante il percorso che facevo
a piedi per arrivare in ospedale tenevo stretto in mano la
corona, ma più che dire il rosario ripensavo a don Oreste
quando diceva che prima di entrare in discoteca per parlare
con i ragazzi si rivolgeva alla Madonna e “la intortava un
pochettino” perché così l’avrebbe aiutato. Io mi trovai nella
stessa situazione. Riflettevo molto su cosa chiedere. Sicuramente non potevo pregare per la guarigione del corpo, perché la sentivo come una richiesta profondamente egoistica
e soprattutto ingiusta nei confronti dei tanti che non hanno
potuto vivere una vita tutto sommato bella come mio padre.
Allora cosa chiedere? Di vivere con fede questo momento
per avere forza nella speranza e aiutare le persone che erano
vicino a me, e che avrebbero fatto più fatica a sopportare
quel momento. Questo chiedevo.
Dopo aver fatto questa preghiera, ed essere arrivato in
ospedale pronto ad affrontare la notte, ecco accadere un fatto che, a pensarlo ancora oggi, ha dell’incredibile: mi trovo
nella stanza con mio padre, ci sono anche mia madre e mia
sorella. Giro lo sguardo verso la porta della camera, ed es-
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sendo orario di visite vedo diverse persone passare, quando
ad un certo punto con postura inconfondibile, schiena dritta, e passo un po’ da burattino, in un pigiamino rigato di altri
tempi, fa una veloce apparizione Antonio.
Non riesco a crederci. Esco immediatamente e chiamo:
“Antonio!”
“Oh, Walter che ci fai tu qui?
“Sono con mio padre, ricordi che ti avevo detto che non
stava bene. Tu piuttosto da quando sei ricoverato?”
“Da ieri, perché sono svenuto e guarda che gambe gonfie.”
“E dove sei stato tutto questo tempo?”
“Prima sono stato all’ospedale a Pesaro poi però mi hanno dimesso... vado a fumare fuori, mi accompagni?”
“Vieni un secondo che ti presento mio padre e mia madre.”
La visita inaspettata portò un po’ distrazione per alcuni
istanti nella camera. Mio padre lo guardò con occhio sospettoso, lo salutò, ma mi parve più per liquidare velocemente la visita che per altro.
Accompagnai fuori Antonio fino alla porta e poi lui uscì
al freddo in pigiama per fumare. L’incontro, indubbiamente inaspettato, fu una bella sorpresa, che per certi versi mi
faceva sorridere. Durante la notte ogni tanto pensavo: “Ma
guarda te chi mi doveva capitare di incontrare ricoverato
nello stesso reparto di mio padre!”
Nel frattempo in parrocchia ci si preparava alla grande
inaugurazione della nuova struttura, la bellissima sala di fraternità, un piccolo gioiello architettonico che avrebbe arricchito gli spazi per le attività parrocchiali:
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Da: “Walter (Valter Toni)” <[email protected]>
Data: 19 dicembre 2007 12.58.59 GMT+01.00
A: [email protected]
Oggetto: Inaugurazione Domenica alle ore 16
Carissimi tutti,
Allora, come ormai tutti sanno domenica alle ore 16 ci sarà
l’inaugurazione della sala di fraternità intitolata a don Oreste.
Don Vincenzo mi ha chiesto di coordinare un po’ il pomeriggio,
anche se sono consapevole che in questo particolare momento della mia vita, con mio padre malato, sto correndo un paradossale
rischio di devozione verso il Don trasformandolo in una sorta
di Padre Pio locale che fa prove tecniche di miracolo (dovrà pur
allenarsi, no?)... ma una sera, un po’ come faceva lui quando diceva che prima di entrare in discoteca “intortava” un pochettino
la Madonna, sono entrato in una sorta di dialogo con lui da cui
ho ricevuto solo risultati positivi... basta, abbiate pazienza sono
anche un po’ stanco!
Giorgio ci invia, oltre gli auguri, un gran bel regalo, l’omelia di
don Oreste del 27 ottobre, pochi giorni prima di morire, in cui
parla di simpatia, sintonia, sinfonia.
L’ho inserita nel nostro sito.
A domenica quindi.
Walter
Arrivò domenica e mi trovai così a fare il Pippo Baudo
della situazione di fronte ad una sala gremita e con in prima
fila addirittura il sindaco e il nuovo vescovo Armando che si
caratterizzò subito per affettuosità.
Al di là di questo è sembrato giusto estendere l’invito il più possibile alle persone della comunità Papa Giovanni; tramite Stefano
Paradisi, che sarà presente, è stata invitata tutta la zona delle
Marche Nord e quindi forse ci sarà anche Don Aldo Bonaiuto; lo
abbiamo fatto sapere a Wanda di Rimini, una grande esponente
della prima ora della comunità, ho chiamato stamattina i meravigliosi Giuliano e Grazia Galassi di Cesena, (caspita mi viene
in mente che sarebbe bello farlo sapere anche a Beatrice Mea);
l’ho ricordato anche a Giorgio Mezzini... Ma come ben sapete sono tutte persone che non stanno con le
mani in mano... e comunque senza assicurare la presenza nessuno ha detto no.
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La treccia nel finale
Il giorno di Natale passò bene. Mio padre ebbe modo
di gustare i cappelletti preparati da Marisa, la mamma di
Lisetta. Di certo l’appetito non era venuto mai meno; faceva
piacere a tutti vederlo mangiare con il gusto e desiderio di
sempre, sembrava più in salute di quello che era, anche se la
quantità di ossigeno necessario alla respirazione era aumentata, e ogni tanto la comprensione del mondo intorno a sé
dimostrava avere dei cedimenti che gli procuravano come
delle visioni e allucinazioni. Chiedeva perché ci fosse l’acqua per terra, o le formiche sopra il letto. Di tanto in tanto,
soprattutto la notte, se la prendeva con qualcuno con cui
aveva avuto una discussione di lavoro cinquanta anni prima
a Cesena. Fortunatamente erano solo momenti che procuravano anche il nostro sorriso.
Ormai eravamo prossimi all’ultimo giorno dell’anno, e
domenica 30 dicembre, giorno in cui si festeggia la Santa
Famiglia, in parrocchia vi fu un grande pranzo, il primo nella sala dedicata a don Oreste a cui parteciparono tante persone. Era venuto quel giorno un ospite d’eccezione e pro-
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babilmente inatteso: Antonio, che era uscito dall’ospedale,
trovò ospitalità sia dagli amici di casa Betania, sia dall’Opera Padre Pio in centro.
Benché avessi deciso di passare la notte all’ospedale, anche durante il giorno ogni tanto facevo un salto a vedere
mio padre che quella giornata l’aveva passata completamente dormendo, molto probabilmente anche a causa dei sedativi che venivano somministrati per limitare il senso di
soffocamento ormai non più compensato neppure dall’ossigeno pompato al massimo.
Quella notte anche mia madre decise di rimanere.
Altre volte mi era capitato di addormentarmi per qualche ora; quella notte invece passai molto tempo a leggere,
vegliare e pregare.
Avevo portato con me una mezza biblioteca: un libro di
Turoldo dal titolo Il dramma è Dio, e due di don Oreste,
Trasgredite e Il sì di Maria. Quando era quasi mezzanotte
pensai di inviare una email di auguri per l’inizio del nuovo
anno:
Da: “Walter (Valter Toni)” <[email protected]>
Data: 30 dicembre 2007 23.05.30 GMT+01.00
A: [email protected]
Oggetto: Recensione non scontate.
E pure il tuo figlio
il divino tuo figlio, il figlio
che ti incarna, l’amato
unico figlio uguale
a nessuno, anche lui
ha gridato,
alto, sul mondo:
«Perché...?»
Era l’urlo degli oceani
l’urlo dell’animale ferito
l’urlo del ventre squarciato
della partoriente
urlo della stessa morte: «Perché?»
E tu non puoi rispondere
non puoi...
Condizionata onnipotenza sei!
Pretendere altro è vano.
-----------------------------------Cari amici,
Le occasioni di prendere libri in mano, come in queste notti di
silenzio rotto dal bollire dell’acqua dell’ossigeno, ti permettono
di conoscere e apprezzare ciò che difficilmente avresti tempo di
fermarti a leggere.
Oggi la mia recensione è meno scontata di quella inviata ieri,
non solo perché non è riferita a don Oreste, ma perché si tratta di
poesia, con la quale non sempre mi è facile andar d’accordo.
David Maria Turoldo, IL DRAMMA È DIO, Rizzoli 1992
-----------------------------------Chi non avrò modo di incontrare nelle prossime ore, tenga stretto
il mio augurio per un 2008 pieno di Speranza.
Walter
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Mia madre quella notte riposò quasi sempre. Verso l’una
lo strumento che indicava la percentuale di ossigeno nel
sangue scese repentinamente e fummo costretti a chiamare
assistenza attraverso quell’antipatico pulsante che innescava un delicato quanto insopportabile segnale acustico che
per molto tempo è rimasto nelle mie orecchie. Oltre ad un
medico cordiale venne una simpaticissima infermiera che
io e Lisetta avevamo conosciuto anni prima a Loreto in un
pellegrinaggio dell’Unitalsi. Controllarono le attrezzature
che regolavano il flusso delle flebo aumentando alcuni parametri del dosaggio.
Nel continuo sottofondo sonoro dell’acqua che frusciava
per il bollore dell’ossigeno, il respiro di mio padre era ritmato come un vecchio locomotore a vapore fermo alla stazione.
Verso le tre mi misi seduto alla destra di mio padre, con
la fronte appoggiata sul letto, presi la sua mano e tenendo
stretto un vecchio rosario di legno d’ulivo proveniente da
Gerusalemme, contemplavo le sue grandi dita e fantasticavo in un ave Maria che con lui non avevo sicuramente mai
detto.
ai mesi di novembre e dicembre 2007, era iniziato con quel
meraviglioso commento di don Oreste nel giorno in cui ci
lasciò. Insieme incominciammo a leggere ciò che ogni anno
la liturgia propone per il 31 dicembre. La prima lettura è
tratta dalla lettera di Giovanni, e come gli occhi si posarono
sulle prime parole, provai un brivido forte: “Figlioli, questa
è l’ultima ora...” mi fermai un attimo e poi prosegui fino alla
fine per iniziare immediatamente il Vangelo. E che Vangelo!
Giovanni 1, il prologo: “In principio era il Verbo, e il Verbo
era presso Dio e il Verbo era Dio... Dio, nessuno lo ha mai
visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.”
Lessi i due commenti di don Oreste che concludevano
l’ultima pagina del libretto con questa frase: “Rallégrati perché tu l’hai accolto! In Gesù rivélati figlio di Dio agli uomini dai quali sei atteso.”
Punto! Fine!
L’ennesima notte stava terminando. Verso le cinque e
mezza mia madre si svegliò e ne approfittai per muovermi
un po’ e prepararmi in modo che dopo un’ora sarei potuto
tornare a casa a riposarmi. Un cappuccino nella macchinetta
e poi quando erano ormai le sei mi sono rivolto a mia madre:
“Ma’, che dici se leggiamo il vangelo di oggi?”
Avevo con me due di quei piccoli libri “Pane quotidiano” con i commenti di don Oreste perché il giorno del suo
funerale li distribuivano gratuitamente. Avremmo quindi
letto le ultime pagine di quel libretto che, essendo riferito
Mi fermai un attimo chiudendo contemporaneamente
libretto e occhi per riflettere sulla preziosità di quell’oggetto che avevo tra le mani. Quando dopo pochissimi secondi
li riaprii seduto in fondo al letto di mio padre e percepii
un’atmosfera diversa, un suono ambientale differente. Mentre mia madre era ancora con gli occhi chiusi a meditare,
mi alzai, mi avvicinai al viso di mio padre appena inclinato
sulla destra e la bocca leggermente aperta dietro la maschera dell’ossigeno, e guardando il suo petto immobile mi resi
conto che non respirava più. Presi la sua mano e immediatamente sentii che nessun battito era percepibile dal polso.
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“Mamma!”
“Mamma! Credo che il babbo sia salito in cielo.”
“Cosa dici?!?! Cosa dici?!”
Saltò in piedi e si avvicinò: “Paolo!!”
E incominciò insieme a me a perdere il controllo. L’abbracciai immediatamente mentre lei accarezzava la fronte
del marito e iniziai subito a consolarla con un mio “sermone”, che però sentivo profondamente vero; ero agitatissimo,
avvolto da emozioni contrapposte paragonabili solo al momento in cui avevo assistito alla nascita delle figlie.
“Mamma ti rendi conto, se ne è andato mentre leggevamo un vangelo bellissimo!! E leggevamo l’ultima pagina
di quel libretto che si era aperto con la morte di quello che
babbo aveva chiamato «l’altro mio padre» e che diceva che
la morte non esiste!”
“Ti rendi conto che coincidenza, che miracolo! È come
se fossero andati via insieme! Don Oreste lo ha portato in
paradiso con sé!”
“È vero Walter, è vero!”
Lasciai uno dei due libretti del vangelo tra le mani di mio
padre, raccomandandomi che non venisse perso.
Dopo un paio d’ore, quando avevamo già portato via il
corpo di mio padre, passai a casa e raccontai i particolari di
questa vicenda in un clima di grande commozione, ma di
certo anche di attenzione e meraviglia per le sottolineature
che andavo facendo rispetto a quanto accaduto.
Il giorno seguente, il primo dell’anno, passammo molto
tempo insieme vicino alla bara posta nella camera mortuaria, pregando e scambiando due parole con chi veniva a fare
un saluto. Mio padre aveva un aspetto molto bello, un viso
per nulla provato dalla malattia che tutto sommato era stata
breve. Tra le mani il piccolo libro “Pane quotidiano” insieme
alla foto di don Oreste. Bianca aggiunse un suo disegno che
ritraeva il nonno con le ali vicino a Gesù.
Mi accorsi che quelle parole stavano aiutando mia madre,
ma aiutavano molto anche me che ero veramente “fuori”,
una sorta di cocktail di esaltazione e tristezza. Mai mi sarei
aspettato che, per come sono fifone pensando alla morte,
trovandomi di fronte a quella di mio padre, sarei riuscito a
lodare Dio, e ringraziarlo per i giorni che ce lo ha lasciato.
Questo era il vero miracolo che avevo ottenuto con la preghiera.
Non so sinceramente che impressione abbiano avuto mia
sorella che ho immediatamente chiamato, mio fratello e le
persone intorno che passavano in quella stanza.
Anche quel giorno capitarono situazioni strane che farò
fatica a dimenticare: come quel medico che conosceva benissimo mio padre, perché era un assiduo frequentatore del
bar gestito dai miei genitori dentro l’ospedale. Arrivò, io mi
alzai per salutarlo cordialmente, benché avessi un conto in
sospeso con lui dall’età di nove anni quando, vestito con la
maschera di Zorro, mi chiamò sergente Garcia a causa della mia stazza ciocciottina. Ebbene anche questa volta mise
un ulteriore sigillo sul nostro “buon” rapporto chiedendo
frettolosamente dove fosse un’altra nota persona deceduta
il giorno prima. Più che delusione la cosa in questo caso mi
procurò un sorriso, e comunque la situazione imbarazzante
fu pienamente compensata lo stesso pomeriggio quando, ci
trovavamo seduti intorno a mio padre e squillò il cellulare.
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Come succede in questi casi ti senti infastidito per come la
suoneria infrange il silenzio. Ero tentato di chiudere, ma
sottovoce risposi al numero che non conoscevo. Era il vescovo conosciuto una settimana prima per l’inaugurazione
della sala dedicata a don Oreste, che si trovava in viaggio
con don Giacomo e con una cordialità infinita chiamò per
un affettuosissimo saluto. La vicenda riuscì a strappare un
sorriso meravigliato anche a mia madre e mia sorella.
Il giorno dopo, quello dei funerali, arrivai piuttosto agitato in camera mortuaria per salutare il corpo di mio padre.
La tensione della situazione fu, diciamo così, distratta da
un rocambolesco incidente evitato, causato da un maldestro
operaio che stava radicalmente potando le grandi piante
nella via che porta all’ospedale. Fece cadere un enorme ramo
sul mio parabrezza da una altezza di oltre dieci metri, e non
so proprio come riuscì a non spaccarlo.
Da: Walter (Valter Toni) <[email protected]>
Data: 04 gennaio 2008 12.19.43 GMT+01.00
Oggetto: grazie
L’affetto di tante persone è meraviglioso.
Prima di tutto ti aiuta a non essere stupido e a non avercela con
Dio per non averti dato un babbo immortale.
Poi piano, piano – e qui è la meraviglia – ti permette di capire
come la tua storia si intreccia con quella di Dio, fino a farti sentire protagonista di un racconto biblico.
Cari amici, è stato un anno pieno di segni e soprattutto di incontri che sto impastando con qualche lacrima, ma che grazie a voi
mi fanno dire che il Signore è Grande.
Vostro
Walter
Il sipario su questa vicenda si stava definitivamente chiudendo e il protagonista iniziale, Antonio, decise di rimanere
tale fino all’ultima scena. Era lì anche il giorno dei funerali,
presente nella camera mortuaria, solo, che mi aspettava.
Un copione che se scritto con fantasia non credo sarebbe
arrivato a tanto. Mai avrei pensato che il giorno del funerale
di mio padre mi sarei trovato da solo con lui nella mia auto.
Tutto questo non poteva che suscitare in me, come sempre, grandi interrogativi, sul senso di quel che accade, ma
soprattutto su chi mai fosse quella persona al mio fianco con
bocca da pirata, ma occhi di un angelo.
– 110 –
– 111 –
2010, la treccia è terminata.
Come nei titoli di coda di un film che racconta una storia realmente accaduta, ho pensato di scrivere questo breve
testo conclusivo:
Antonio si trova in una comunità qui vicino a Fano, ha riallacciato i rapporti con il figlio che lo ha fatto diventare da pochi mesi
nonno. Dietro il suo letto, il muro è tappezzato di fotografie di
un nipote che gli riempie la vita di una nuova gioia.
Io invece sono qui a concludere questo racconto, sopportato e supportato da una splendida famiglia. Sono qui coi dubbi di sempre,
compreso quello di aver scritto di Antonio, di don Oreste e di mio
padre, per farmi bello e buono di fronte al giudizio della gente,
perché tanto se Dio c’è, non ha certamente bisogno delle mie prove
scritte.
Sarei per questo motivo tentato di chiudere il “file” e tenerlo per
me. Ma mi lascio andare, perché sono sicuro che il Signore riesce a rendere prezioso anche il mio essere vanitoso, considerando
quanto da me scritto, un tentativo di voler porre la luce sopra il
tavolo, per illuminare quanto di buono e bello, ho potuto vivere,
solo ed unicamente, per Sua misteriosa grazia.
– 113 –
Se fosse un film le luci inizierebbero ad accendersi, la
gente ad alzarsi dalle poltrone per uscire.
Ma il tessitore dell’intreccio, il regista straordinario di
questa storia non ha voluto essere secondo neppure al miglior Hitchcock, riservandoci un inaspettato colpo di scena
finale, che praticamente scrivo in diretta.
È stato dopo aver vissuto quella giornata che il 31 dicembre, a due anni esatti dalla morte di mio padre, ho avuto
l’ispirazione di iniziare questo libro. L’ho iniziato immediatamente dopo la messa del mattino. Dopo aver scritto
velocemente cinque pagine, le ho lette a Lisetta e alle figlie,
che mi hanno spronato a portarlo avanti, così anche solo
semplicemente per fare una sorpresa ad Antonio.
Da diversi mesi, di Antonio, avevo perso le tracce. Il cellulare non dava più segnali di esistenza, ed anche amici che
lo avevano conosciuto non sapevano nulla. Ogni tanto mi
chiedevo dove fosse, temevo di incontrarlo dove lo avevo
conosciuto o peggio che la sua vita fosse terminata senza
che io fossi venuto a sapere nulla. Ecco che a Natale, poco
più di un mese fa, mi è arrivata una bella lettera di auguri da
parte di Antonio, dove mi racconta della sua nuova residenza, ospite presso la vicina comunità di San Cesareo. Immediatamente telefono per mettermi in contatto. E dopo una
piacevole chiacchierata invita me e la mia famiglia a pranzo
per il 26 dicembre. Solitamente il giorno dopo Natale la
fame non è tanta, ma la richiesta non poteva essere delusa e
così siamo andati tutti e cinque.
Lo abbiamo trovato bene, sempre uguale con tanta forza
e voglia di vivere malgrado parecchi acciacchi e problemi di
salute apparentemente ben tamponati. È stato molto simpatico, oltre al rito di una completa visita della struttura,
della sua camera, delle foto del nipote, ha preparato dei dolciumi incartati in tre tovaglioli legati con dello scotch, uno
per Sofia, uno per Aurora e uno per Bianca, scusandosi per
la confezione.
Sabato scorso, 31 gennaio, ho posto il punto finale a
questo libro, confidando per la prima volta ad alcuni amici
ciò che avevo fatto. Anzi anche il giorno dopo, la domenica
che ricorderemo per la grande nevicata, ne ho parlato in un
incontro con don Valentino Salvoldi, in cui abbiamo affrontato il tema della fede.
Stimolato anche da questa discussione ho deciso di stampare una bozza del libro da portare ad Antonio, per chiedere
poi se aveva nulla in contrario a farne una pubblicazione
dove apparisse il suo nome, e il cui ricavato sarebbe andato
a Casa Betania.
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Ma una neve straordinaria ha bloccato la città per due
giorni, io non sono neppure riuscito ad andare a Rimini e
questo pensiero è slittato nella lista delle priorità.
Ieri mattina, era il 4 febbraio, mentre accompagnavo le
figlie a scuola e Bianca stava leggendo il vangelo di Marco,
un “tin” mi avvisa dell’arrivo di un sms; ho subito pensato a
qualcuno in difficoltà a venire al lavoro. Approfittando dello
stop per la fila nel traffico prendo con una mano il telefono
e leggo: “è morto Antonio”.
Il gelo dentro l’auto ha superato in un secondo il freddo per la neve ancora presente nelle strade, Aurora inizia a
piangere, io rimango ammutolito alcuni secondi e rompo il
silenzio con l’ “eterno riposo”.
In ricordo di Antonio, di Paolo, mio babbo, non posso
che terminare con le parole di don Oreste che, puntuale
come sempre, commenta il vangelo Mc 6, 7-13, di questo
giovedì 4 febbraio 2010.
Lascio le figlie nelle rispettive scuole. Sono frastornato,
inizio a telefonare a chi avrebbe potuto darmi notizie, ma il
mio pensiero non poteva che fossilizzarsi su questa treccia
raccontata in questo libro, sul rammarico di non essere riuscito sul fil di lana a renderne partecipe Antonio. Questa
volta è Sofia a consolarmi: “Babbo tranquillo, ora lo sta leggendo con più calma, però devi cambiare il finale.”
L’amore per le persone si nutre vedendole con gli occhi stessi di
Gesù; al di fuori di questo sguardo profondo sull’uomo si corre il
rischio di non stabilire rapporti definitivi con l’uomo.
Quando si va ai poveri con lo sguardo umano si corre il rischio
di stare con se stessi nei poveri. Sa stare del tutto coi poveri chi
sa stare del tutto col Signore. I rapporti umani, infatti, sono il
prolungamento dei rapporti con Dio.
Già, l’imprevedibile finale è veramente arrivato.
Domani si svolgeranno i funerali di Antonio presso la
nostra chiesa della Santa Famiglia, perché proprio la settimana scorsa aveva espresso il forte desiderio di venire a
messa da don Vincenzo.
Io son qui a terminare di scrivere questa storia vera e mi
accorgo con ancora più evidenza di non aver fatto altro che
aver prestato le mie dita a battere un testo, perché l’Autore
della trama, anzi della treccia, non sono certamente io.
Credo che sia Colui che fin troppo spesso chiudo nel
recinto dell’assurdità, non accorgendomi invece che ciò che
reputo assurdo non è altro che un grande mistero, che si
rende visibile nell’Amore, per essere accolto con Speranza e
contemplato nella Fede.
Tratto da “Pane quotidiano”, gennaio-febbraio 2010, Edizioni Sempre.
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Indice
Premessa importante
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pag. 7
Ogni tanto, una email dal treno
tra Fano e Rimini
» 11
Ottobre 2006
» 31
Il viaggio verso Rimini
» 55
2007
» 63
Settembre 2007
» 71
Novembre 2007
» 77
Dicembre 2007
» 93
La treccia nel finale
» 103
2010, la treccia è terminata.
» 113
walter toni
Nato a Cesena nel 1963, battezzato
col nome Walter, scopre a quindici anni
di chiamarsi Valter. Questa è forse la
ragione del continuo dialogo interiore
fra due persone, una che fatica a
credere e l’altra che aspira a diventar
santo.
Dal 1988 svolge l’attività di
progettista grafico a Rimini e di
docenza presso importanti istituti
universitari.
Appassionato di calligrafia e Mac è
autore di “Vuota il cestino”, manuale
di computergrafica - Fara Editore,
e di alcuni cdrom multimediali in
ambito culturale ed educativo tra i
quali “Lo scontro è l’occasione per
fare pace” - Edizioni Erickson.
Vive a Fano con Lisetta, Sofia,
Aurora e Bianca.
Finito di stampare nel mese di marzo 2010
Collana
€ 10,00
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Nella treccia