Domenica
La
di
DOMENICA 30 LUGLIO 2006
Repubblica
l’inchiesta
Salma, la principessa scalza del Marocco
TAHAR BEN JELLOUN e FRANCESCA CAFERRI
la memoria
Marcinelle cinquant’anni dopo
GIORGIO BOCCA e LEONARDO COEN
il cuore segreto
Comincia il viaggio estivo di “Repubblica”
Un’avventura fuori schema e fuori rotta
lungo milletrecento chilometri di montagne
PAOLO RUMIZ
È
SAVONA
un attimo. Come infilo la chiavetta a forma di
chiodo nella toppa dell’accensione, la Calabria diventa lontana come la Patagonia. E l’Aspromonte, capolinea del viaggio, si trasforma in un infuocato purgatorio, perso nei miasmi della
distanza. Ce la farò? Non accendo nemmeno il motore.
Guardo le spiagge roventi della Riviera di Ponente, i primi lumini dei ristoranti, le donne tirreniche, le palme,
le agavi, e mi chiedo come ho fatto a cacciarmi in un
guaio simile. Fare gli Appennini per le strade minori è
già una follia. Gli Appennini non finiscono mai. Ma farli con una Topolino del 1953 è un delirio assoluto.
È la sera della vigilia — domani si sale al Grande Inizio, Cadibona — e la capretta meccanica è appena arrivata nel parcheggio di un hotel assieme al proprietario, un bolognese simpatico con barbetta da ufficiale di
cavalleria; uno che all’auto un po’ ci somiglia. Si chiama Roberto Righi da Bologna e mi guarda con invidia.
Vorrebbe partire anche lui, ma il lavoro non glielo permette. Ignora completamente la “Reisefieber”, la febbre da viaggio che mi divora. Non lo sfiora che possa
avere dei dubbi. O forse ignora quali pazzeschi sali-
scendi ho in mente di fare. Sessantamila metri in su e
in giù, più o meno.
Ho un bel dire a me stesso che tutto questo ha un
senso, che nel 2006 la Topolino compie settant’anni (il
primo modello è del ‘36), e che è cosa buona e giusta
fare un viaggio italiano con un’auto italiana. Italianissima, anzi, come la littorina, la divisa dei carabinieri e
il profumo del ragù. Il meglio del meglio. Un’auto simpatica, priva di arroganza, capace di svegliare ricordi,
propiziare incontri. Una capretta ideale per provocare gli italiani divorati dalla fretta, adattissima a un
viaggio di montagna. Nonostante tutto questo, la
sproporzione fra il trabiccolo e l’immensità del Paese
mi schianta già prima di partire.
La guardo, la annuso. Sa di ferriere e praterie. Ha
mille anni, non 53. Apro il cofano. Non c’è dentro niente. Pistoni, benzina e basta. Elettronica zero. La porta
si apre controvento. Le marce non sono sincronizzate, la freccia manuale non si spegne a curva finita, il
cambio è una sbarra diagonale lunga ottanta centimetri, il contrario del freno a mano, che è una leva cortissima e scomodissima all’altezza dei piedi. Devo imparare da zero cose come taccopunta, doppia debraiata, partenza da fermo in salita. Se fossi in bici,
partirei con meno preoccupazioni.
(segue nella pagina successiva)
i luoghi
La Siberia del fotoreporter Tornatore
GIUSEPPE TORNATORE
cultura
Andrea Pazienza, i disegni mai visti
MICHELE SMARGIASSI
la lettura
Così l’uomo ha catturato il fulmine
DARIA GALATERIA e RUGGERO PIERANTONI
spettacoli
Truffaut, il cinema istruzioni per l’uso
STEFANO MALATESTA
FOTO MARCELLO BERENGO GARDIN/CONTRASTO
Repubblica Nazionale 27 30/07/2006
Appennino
28 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
la copertina
Cuore segreto
DOMENICA 30 LUGLIO 2006
Domani si parte, a bordo di una utilitaria costruita nel ’53
e con regole di ferro: niente città, niente pianure, niente guide
e soprattutto niente rettilinei. Il nostro è un mondo fuori rotta,
una storia di paracarri e tornanti, un viaggio fatto di curve
nella pancia del Paese, una pista cheyenne incollata
alla spina dorsale della nostra lunghissima penisola
Con la vecchia Topolino dentro
PAOLO RUMIZ
(segue dalla copertina)
ome se non bastasse, si chiama «Nerina», ed è blu. Valla a capire. Dev’essere una vecchia zia stizzosa e intrattabile. «Ma no — ride il Righi — l’ha
battezzata così un tedesco che l’ha
avuta negli anni Sessanta e l’ha dipinta di nero. Io l’ho riportata al colore originale,
ma non potevo più cambiarle il nome, porta male». Sorride con malizia: «Non è affatto una vecchia zia. È una vivandiera partigiana, una donna
di bocca buona. Arrampicatrice implacabile.
Nervosetta, dispettosa, perfino aggressiva. E poi,
se apri la capote e la sai tenere ben bene su di giri,
ah, d’estate è una meraviglia».
Proviamo a fare un giretto insieme, nel traffico asfissiante della Riviera. Il cambio gratta, bisogna farsi l’orecchio. Devo capire che Nerina
non è un’auto, è un’altra cosa. Devo spingere,
premere, afferrare, tirare, girare con forza. Faticare più di un camionista. Lei non è un corridore di gran fondo. È un lagunare che striscia sui gomiti
col coltello fra i denti. Il treno ha un’andatura sincopata, la bici un “sound” binario
e frusciante. La Topolino ha
un moto muscolare, a strattoni. Morde le salite con una
voce rauca, persino autoritaria, da contralto.
Domani si parte, con regole di ferro. Niente città. Niente pianure. Niente guide rosse, verdi o blu ai monumenti. Soprattutto, niente rettilinei. Non c’è nessun mistero
in fondo a un rettilineo. Il
rettilineo non accorcia un
bel niente: ti mangia la vita, è
un interminabile nulla, una
condanna come la galera. La
nostra, invece, è una storia di
paracarri e tornanti. Un
viaggio fatto di curve, nella
pancia del Paese. Migliaia di
curve. A falcata lunga o di culo basso, spigolose o rotonde, non importa. Un viaggio
di uomini e incontri. Una pista cheyenne incollata alla
spina dorsale del Paese. E allora sì che non esiste auto
migliore di questa. La più simile al mulo che trovi sul
mercato.
In assenza di guide basta
una buona carta. Basta fidarsi dei nomi, e l’Appennino ne ha di favolosi.
Doppi, come Buonalbergo, Rupecanina, Castelsaraceno, Girifalco o Papasìdero. Allarmanti, come Latronico, Timpa del Demonio, Passo
della Femmina Morta. Evocativi: Alpe della Luna, Sasso Tignoso, Gole dell’Infernaccio. Enigmatici: Cozzo Gummario. Sperduti: Badia di
Repubblica Nazionale 28 30/07/2006
C
Moscheta. Vuoi mettere con Brescia Ovest, Cavenago, Sasso Marconi… Muti, afoni, spenti;
con l’anima rubata da svincoli e tangenziali?
Questo è un viaggio topografico a caccia di toponimi. Lavoro perfetto per
una Topolino.
Chi ha detto che in Italia
non c’è più terra incognita?
Provate a infilarvi in Val
Quaderna, a pochi chilometri da Bologna. Vi perderete.
Sentirete un vuoto ansiogeno da altopiano iranico.
Avete mai sentito nominare
la Val Sèllaro e la Valle Sallustra, che stanno lì accanto?
Non provate a dire di sì, perché non vi crederò. Gli Appennini sono deserti e sconosciuti. Li scopri solo se un
orrendo ingorgo ti espelle dall’autostrada. Soltanto allora ti capita di scoprirne l’infinito labirinto. E se spegni per un attimo il motore,
senti un immenso silenzio di cicale, torrenti e
lucciole. Altro che Alpi.
Quando fate la E 45 da Ravenna a Perugia, nulla vi dice che a Sàrsina, a pochi metri da voi, nel
santuario con il collare di San Vicinio, si spalanca l’abisso di un mondo popolato di dei — e oscure deemadri — molto più antichi
di Roma. I ladri rubano meglio vicino alle questure: per
motivo analogo i posti più
misteriosi stanno spesso accanto alle grandi strade,
ignorati dal flusso che le percorre. Un giorno m’è bastato uscire di pochissimo dalla A 25 Roma-Pescara per
scoprire l’incanto di Santa
Maria in Valle Porclaneta. O
per trovare frate Osvaldo,
custode dei polverosi manoscritti dell’abbazia di Valleverde a Celano.
Stelle, una terrazza a mare, un chinotto freddo, sul tavolo la carta uno a un milione col piano del viaggio. È da due mesi che ci appiccico
Per questo tipo
di viaggio non c’è
auto migliore
della vecchia Nerina:
la più simile al mulo
che trovi sul mercato
meticolosamente, sugli spazi laterali, rettangoli su misura con le indicazioni dei luoghi e delle
persone da incontrare. Un viaggio comincia
sempre così: con un affascinante inventario, un
grande disordine dove poi sceglierai la strada in
leggerezza. Ma già la mappa, da sola, svela l’arcano di questo mondo fuori rotta. Cose come: il
caravanserraglio di San Martino di Paravango,
sulla via del sale tra Tirreno e Piemonte. O il santuario della dea Vacuna, nel Reatino, dove un toro ogni anno deve segnare il solco con l’aratro
dall’orizzonte.
Righi esplora la mappa, è come se scoprisse
un altro pianeta. Ci perdiamo nelle galassie, navighiamo dalle inspiegabili mummie cinesi seicentesche nel museo di Ferentillo in Umbria alle terribili storie partigiane raccolte da Roberta
Biagiarelli in Val d’Arda sopra Piacenza. Ecco il
Monte Fumaiolo con le sorgenti del Tevere, rubato alla Toscana e annesso dal Duce alla “sua”
provincia di Forlì come legame imperituro con
Roma. Ecco, in fondo a destra, il tunnel di Balvano, dove nel ‘44 un treno a vapore pieno di
borsaneristi non riuscì a superare la galleria e
VOLTAGGIO
Grande ponte medievale
a schiena d'asino. Inizia
la terra selvaggia
degli antichi Liguri segnata
da migliaia di chilometri
di muretti a secco
BACUGNO
PORRETTA TERME
Trattoria di Pellegrino
Castelli, vulcanico oste
di destra amato
da famosi "sinistri",
come Sergio Cofferati, Dario
Fo e Francesco Guccini
Qui, lungo l'antica via
Salaria, torna ogni inizio
d’agosto il rito della dea
Vacuna. Un toro ara
i campi dall'orizzonte fino
alla Madonna della Neve
DOMENICA 30 LUGLIO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 29
UN TOUR IN VENTIQUATTRO TAPPE
In queste pagine lo schema e le anticipazioni del viaggioreportage compiuto dal nostro inviato Paolo Rumiz a bordo
di una vecchia Topolino lungo l’intera catena degli Appenini
Il viaggio, alla scoperta di un’Italia quasi sconosciuta
ma non minore, proseguirà da domani e fino al 24 agosto,
ogni giorno sulle pagine di “Repubblica”. Ventiquattro puntate,
dalla Liguria alle porte della Sicilia, ventiquattro racconti
in presa diretta sulla storia e le storie, su territorio, borghi,
tradizioni e personaggi della spina dorsale del nostro Paese
Un percorso lungo le strade meno battute della nostra Italia,
guardata dall’angolatura meno consueta. Qui a sinistra,
il logo del viaggio-reportage disegnato da Altan
il labirinto dei tesori d’Italia
asfissiò tutti i passeggeri. Ecco la casa di Vasco
Rossi e quella di Enzo Biagi. Un po’ dappertutto, favolose osterie e uliveti.
È scandaloso quanto poco si nomini l’Appennino. Nei titoli dei giornali compare cinque volte di meno rispetto alle Alpi. Della catena dominante si parla continuamente. Convegni sulla
transumanza degli orsi, sulle regioni a statuto
speciale, i dialetti occitani, il post-fordismo del
Nordovest pedemontano, la biodiversità nelle
Orobiche e i fiumi del Bellunese. Non parliamo
dell’Alto Adige con i suoi maledetti gerani.
Un’inflazione. Eppure, diavolo, le Alpi sono solo la cornice esterna del Paese. Gli Appennini ne
sono l’anima. E sono lunghi quasi il doppio.
Senza di loro la penisola si affloscerebbe come
un dirigibile senza gas nella pancia.
Giorni fa passavo in aereo sulle Alpi. Dal finestrino riconoscevo tutto. Sulle Alpi è impossibile perdersi, hai quei grandi pilastri che ti orientano sempre. Quando volo da Roma a Milano,
invece, non riconosco quasi nulla, a parte i laghi. Navigo nell’indistinto, come in un mare in
tempesta. Perché? Perché non so collocare Te-
ramo, Macerata o Ascoli su una carta muta d’Italia? Dove sono i Simbruini, le Mainarde o i
Monti della Daunia? Dove sono i vertiginosi Alburni? Qual è il passo della Raticosa e dove sta il
Furlo? E Annibale, dove ha
scollinato nella sua marcia
su Roma?
Domande a cascata. Come mai gli Alpini non si chiamano Appennini? Per quale
maledetta ragione non ci
hanno insegnato nessuna filastrocca — tipo «Ma-congran-pe-na-le-re-ca-giù» —
per orientarci nella principale catena montuosa del
Paese? Perché questo
straordinario terreno grondante di storia ha un ruolo
subalterno nell’immaginario nazionale? E come mai nessuno convoca gli
stati generali dell’identità appenninica? Si teme
che si risveglino i Sanniti, gli Apuani o i favolosi
Etruschi? La nostra anima cattolica ha paura de-
gli dei in esilio? O c’è qualcosa di non risolto nell’identità d’Italia?
Attento, mi hanno detto, gli Appennini sono
come la ribollita. C’è dentro di tutto e rischi di
perderti, di spezzare l’andatura nella ricerca dei singoli
ingredienti dell’italico minestrone che, invece, va
mangiato tutto assieme. Per
non smarrirti devi seguire i
gangli della spina dorsale,
non perdere di vista quei
becchi inconfondibili chiamati «Pen» che hanno dato il
nome al tutto. Monte Pènice, Penna, Pennino, Penne,
Pennabilli, Pescopennataro. Li trovi dalla Liguria al
Molise. Sono le boe di una
regata, i paletti di un supergigante. Luoghi sacri di cui è rimasto solo il nome, celtico. E quel brivido che ti prende sulla
cima, dove — mentre guardi l’universo — una
voce ti tenta dicendoti: «Ecco, un giorno tutto
Perché si parla
sempre delle Alpi
e di questi monti mai?
Eppure sono l’anima,
non la cornice,
della nostra terra
ISERNIA
Chiesa dei Santi Cosma
e Damiano. Qui, sino
a ieri, le donne portavano
in chiesa falli di cera
e gli uomini si facevano
benedire il sesso
CALITRI
Da qui alla Sella
di Conza (Avellino)
funzionano innumerevoli
pale eoliche
sullo spartiacque ventoso
tra Adriatico e Tirreno
SANTUARIO DI POLSI
Nella Locride più
inaccessibile
Sul lato "greco"
della montagna trovi i segni
di ritorno del cristianesimo
ortodosso degli antenati
questo sarà tuo».
Il Righi mi apre il libretto. Logoro, in una busta di pelle dal profumo carovaniero. Nei passaggi di proprietà c’è la storia d’Italia dal dopoguerra. Un inizio in sordina, un onorato servizio
negli anni del miracolo economico, l’acquisto
del tedesco che la usa in Italia come auto da
scorribanda. Poi la vecchietta acciaccata cambia vita, viene restaurata, entra nel giro dei Topolino Club, partecipa ai raduni, raggiunge il
Gargano, percorre le Consolari, s’arrampica sul
Sella, il Gottardo e l’Abetone. Per questo viaggio
di Repubblica la Fiat la spedisce nientemeno
che alla Ferrari di Maranello.
In caso di guasto, sul pianale posteriore c’è di
tutto: albero motore, differenziale, frizione, cacciaviti e chiavi inglesi che tintinnano appena si
mette in moto il trabiccolo. Aggiungiamo sulla
mappa i nomi di specialisti capaci di metterci le
mani. Gente come Gigino Tramparulo da Castellammare di Stabia, detto «o professore», uno che
un giorno — in assenza di ricambi — aggiustò il
monoblocco col tappo-corona di una bottiglia di
lambrusco. Ci salutiamo a malincuore.
Sciabordio, il Tirreno è
stanco, l’aria ferma. Le montagne dei tostissimi Liguri,
osso duro di Roma imperiale, incombono nella foschia.
Cerco Cadibona, ma forse
lassù non c’è nessun inizio.
Gli Appennini sono solo la
continuazione delle Alpi.
Ma, a pensarci, anche le Alpi
sono la prosecuzione della
catena Dinarica. La quale a
sua volta viene dai Monti Rodopi, dall’Anatolia e dal
Caucaso, e oltre ancora fin
nel cuore dell’Asia. Se nel
Buthan accendessero un
fuoco, di cima in cima la segnalazione arriverebbe fin
qui, e poi oltre, lungo le cime
chiamate «Pen», per quel
promontorio interminabile
che si chiama Italia. Fino al
monolito dell’Aspromonte,
fermo in mezzo al Mediterraneo. Il grande capolinea,
dirimpettaio di un altro fuoco da leggenda. L’Etna.
Riguardo il percorso di domani verso il confine tra Piemonte, Liguria, Emilia e
Lombardia. Anche lì fantastici nomi. Montenotte,
Combascura, Barbagelata,
Fontanigorda. Quei nomi ti
fanno il nido dentro, non ti
lasciano in pace, chiedono
di essere ascoltati e decifrati. Parole, lo so, che si
svelano di notte: allora senti che mormorano
come se chiedessero il silenzio per essere comprese davvero. Ce la faremo. Se a cavallo del secolo il capo del governo Zanardelli ha fatto la Basilicata a dorso di mulo, noi saremo pur capaci
di fare l’Italia in Topolino.
30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 30 LUGLIO 2006
l’inchiesta
Islam che cambia
Si chiama Salma Bennani, è una borghese di Fes, ha ventotto
anni e una laurea in ingegneria. Per le ragazze marocchine
la sposa di re Mohammed VI è un simbolo di emancipazione
Anche se troppo spesso le riforme illuminate del sovrano
restano lettera morta in una società maschilista presidiata
da giudici e funzionari. Come il nuovo codice di famiglia...
Salma, la principessa scalza
e le libere donne del Marocco
L
FRANCESCA CAFERRI
Repubblica Nazionale 30 30/07/2006
RABAT
alla Salma non stira più i capelli e raramente li raccoglie: da qualche tempo anche nelle occasioni ufficiali li lascia sciolti sulle spalle, una cascata di riccioli rossi a incorniciare un ovale chiaro e grandi occhi verdi. La ragazza ventiquattrenne avvolta nella
jellaba che nel 2002 sorrideva tesa dalla prima foto scattata a Palazzo oggi
cammina sicura sotto i flash: largo sorriso, tailleur bianco d’alta moda, scarpe con il tacco, lunghi pendenti alle
orecchie. A quattro anni dal suo matrimonio con sua maestà Mohammed VI,
erede della millenaria dinastia alawita,
il Marocco ha imparato ad amare i riccioli di Salma Bennani, e l’aria nuova
che la giovane ingegnera, nata in una
famiglia borghese di Fes, ha portato a
corte e in tutto il Paese.
Che non sarebbe stata una principessa come le altre a Rabat lo hanno capito subito, quando nell’ottobre 2001
un comunicato ufficiale annunciò il fidanzamento con il re, succeduto al padre tre anni prima. Per la prima volta il
nome della sposa veniva svelato prima
delle nozze, per la prima volta la donna
prescelta dal sovrano aveva un volto:
per il Paese che non aveva mai visto
neanche in foto Latefa, la berbera che
per più di tre decenni aveva vissuto accanto ad Hassan, fu una rivoluzione.
Confermata dallo stesso
sovrano: «Salma sarà Sua
altezza reale, ma non regina, perché questo ruolo
non esiste nell’Islam…
per lo meno, non in Marocco», disse. Seguirono le
foto del matrimonio e poi
quelle, sempre più numerose, della principessa al
fianco del marito in patria
e all’estero. Il rapido arrivo dell’erede Sidi Moulay
Hassan, che oggi ha tre anni, consacrò definitivamente il suo posto nel
cuore dei marocchini. Oggi Lalla — titolo acquisito
con il fidanzamento, significa nobildonna — Salma sorride dalle foto in
ogni angolo del Paese, seconda in popolarità solo al
marito. Ad amarla sono soprattutto le
ragazze che passeggiano nelle città più
grandi in jeans e a capo scoperto: la
principessa che segue la moda è un
simbolo per la nuova generazione di
donne marocchine, che nei vincoli imposti dalla tradizione stanno sempre
più strette. Ma per gli osservatori stranieri Lalla Salma è molto di più di questo: l’ex ingegnera dai riccioli rossi è la
migliore immagine di un regno che di
modernizzazione e cambiamento ha
fatto le sue parole d’ordine, pur non rispettandole sempre.
In sé Sua altezza reale raccoglie tutte
le contraddizioni del Marocco. Non è
regina, ma non è neanche, come le
donne che la hanno preceduta, solo «la
madre dei principi»: non ha un incarico ufficiale ma nessuna prima di lei era
stata tanto attiva sulla scena pubblica.
Guida da sola l’auto ma raccontare
troppe cose di lei può costare caro, come hanno imparato i giornali marocchini. È un punto di riferimento per le
donne ma di concreto per loro fa poco.
Così è Lalla Salma, a metà strada fra ciò
che fu e ciò che sarà, come il Marocco di
Mohammed VI.
A cinquant’anni dall’indipendenza
si può dire senza timore di sbagliare che
il figlio di Hassan II è il monarca che più
ha fatto per la modernizzazione del suo
paese. La Commissione per la Verità e
la Riconciliazione è stato il primo tentativo mai fatto da un Paese musulmano per far luce su un periodo di sangue:
è stato il re a creare l’organo che ha indagato sugli assassini, le scomparse, le
detenzioni arbitrarie e gli abusi che
hanno macchiato il regno del padre.
Ma quando la relazione finale ha messo alla gogna la gestione paterna del potere, Mohammed VI non si è scusato, né
ha perseguito i responsabili: una scelta
che ha lasciato molti con l’amaro in
bocca. «L’ennesimo passo sospeso a
metà», hanno commentato quelli che
alla Commissione si sono opposti.
Nulla come la riforma della Mudawana — il codice della famiglia — sintetizza meglio le contraddizioni che ancora
circondano il regno del giovane sovrano. Mohammed VI ha imposto ai conservatori la riforma del codice che condannava la moglie a una posizione di
assoluta inferiorità rispetto al marito e
ne ha festeggiato, due anni fa, l’entrata
in vigore. Ma basta mettere il naso dentro un’aula di tribunale a Rabat per toccare con mano i limiti della sua azione.
Nadia Oulehri è stata una delle prime
a usufruire della nuova legge. Da giuri-
Sua altezza reale concentra in sé
tutte le contraddizioni del Paese:
non è regina ma nemmeno
soltanto la “madre dei principi”,
non ha incarichi ufficiali
ma è attivissima
sulla scena pubblica
sta ha gioito di fronte alla norma rivoluzionaria che le garantiva uguali diritti rispetto al marito sulla gestione dei figli,
lo obbligava al suo e al loro mantenimento e gli toglieva dalle mani l’arma
del ripudio. Non appena è stato possibile è stata lei a chiedere il divorzio dall’uomo che per 28 anni l’ha picchiata e
tradita, utilizzando la più innovativa
delle norme della nuova Mudawana.
Oggi a due anni da quel giorno, e a uno
da quando la fine del matrimonio è stata sancita, è di nuovo di fronte al giudice, a pretendere che l’ex marito paghi
per il mantenimento dei figli. Al suo
fianco Zina, 23 anni, studentessa di economia, che appoggia le richieste della
madre, e Fassi Fihri Sanaa, la battaglie-
La battaglia lenta e sottotraccia
di un paese di figlie e spose
TAHAR BEN JELLOUN
itemi come trattate le vostre
donne e vi dirò in che situazione
sta il vostro Paese! Questo slogan
non è una caricatura. L’esame della
condizione della donna in una società è
il parametro migliore per valutare i progressi o i ritardi di quella società. L’Europa ci ha messo un bel po’ prima di
concedere il voto alle donne (in Francia
si è dovuto aspettare il 1945!), e poi ha
dovuto affrontare e metabolizzare le
lotte femministe degli anni Sessanta, e
tutto ciò continua ancora oggi.
Con l’eccezione della Tunisia, gli altri paesi del Maghreb hanno un codice
della famiglia tra i più retrogradi del
mondo arabo e musulmano. Il Marocco, grazie a re Mohammed VI, ha modificato il codice dello statuto personale, migliorando alcuni aspetti riguardanti i diritti della donna. Questa
riforma della Mudawana è il risultato
di due anni di lavoro di una commissione composta da giuristi ed esponenti della società civile.
L’età del matrimonio è fissata a 18 anni per la donna, contro i 15 della legge
precedente. La donna marocchina non
ha più necessità di un tutore per agire e
viaggiare; gli sposi sono corresponsabili della famiglia, sono uguali sotto il profilo dei diritti e dei doveri. Il ripudio — il
marito aveva il diritto di mandare via la
moglie senza doverle praticamente
nulla — non è più possibile o, per essere
più precisi, è stato sostituito dal divorzio
giudiziario (la donna può chiedere il divorzio). La poligamia — che è rara — è
sottomessa a condizioni tali che si può
dire sia stata resa impraticabile. In definitiva, è meglio di prima, ma non è ancora la liberazione della donna.
Rimane la vita quotidiana e il comportamento dell’uomo in generale. Qui
bisogna distinguere fra città e campagna. Nelle campagne, la donna da sempre lavora più dell’uomo. Non porta il
velo, si occupa sia dei lavori di casa che
di quelli dei campi. L’uomo ha il ruolo
da protagonista, prende le decisioni,
scende nei suq per vendere il raccolto,
dà gli ordini, eccetera. Ma la donna contadina non si lascia mettere i piedi in testa, soprattutto se ha un carattere forte.
In città le cose sono leggermente diverse. Il rapporto di forze è variabile. L’uomo lavora e la donna anche. L’uomo fa
riferimento alla religione quando vuole giustificare la sua supremazia, spingendosi fino a citare versetti del Corano
che interpreta come più gli fa comodo.
La nuova Mudawana è stata criticata
soprattutto dagli uomini, di tutte le tendenze politiche. Hanno visto minacciato il loro potere, rimesso in discussione il loro ruolo. Le mentalità resistono, perché sono abituate ad avere il diritto dalla loro parte.
L’applicazione di nuove leggi, soprattutto per quello che riguarda il divorzio (la custodia dei figli, il calcolo
della pensione, il seguito delle decisioni giudiziarie) non è sempre giusta e rigorosa. Il giudice è libero di valutare
D
Quando un giornale
ha però osato rivelare
particolari, del tutto
innocenti, della sua
vita familiare,
è subito incappato
nei rigori
della censura
RICCIOLI ROSSI
Dall’alto: Sua altezza reale Salma Bennani;
una mano decorata con henné;
due ragazzine sbirciano da una porta
quello che bisogna decidere, la donna
non può far altro che sottomettervisi. In
realtà tutto dipende dal giudice con cui
si capita, ma questo succede ovunque,
è una questione di sensibilità o addirittura di ideologia.
Il Marocco progredisce lentamente.
È obbligato a tenere conto del fatto che
più del quaranta per cento dei suoi cittadini sono analfabeti (una gran parte
dei quali donne delle campagne), che la
gente è sempre più legata alla religione,
religione che taluni sfruttano a loro piacimento. Questa riforma non è una rivoluzione, ma un’evoluzione che tiene
conto di tutti questi parametri.
La Mudawana non è stata dettata dalla shari’a, cioè dal diritto islamico, ma si
ispira alla cultura dell’islam. Per questo
nella nuova Mudawana gli articoli relativi all’eredità non sono stati modificati. Non si possono toccare, perché provengono direttamente dal Corano (la
Sura delle donne): la sposa ha diritto a
un ottavo del patrimonio del marito, e
la figlia eredita la metà della parte che
spetta al figlio. In Marocco, queste regole continuano ad essere applicate, e
chissà se qualcuno avrà mai il coraggio
di cambiarle, considerando quanto
fanno comodo agli uomini, che tengono al loro privilegio.
Lo stesso vale per l’adozione. È possibile adottare, ma senza dare al bambino
il proprio cognome, in modo da evitare
problemi di eredità e di incesto. Il versetto 4 della Sura al-Ahzab (Sura delle
fazioni alleate) recita: «Dio non ha fatto
[…] dei vostri figli adottivi dei veri figli».
Lo stesso profeta Maometto aveva adottato un ragazzo chiamato Zayd, uno
schiavo affrancato, e lo fece sposare con
Zaynab. Quando Zayd ripudiò Zaynab,
fu il profeta a sposarla, un modo per dimostrare che il figlio adottato non ha lo
stesso status del figlio biologico.
Altro problema spinoso: quale status
dare ai figli delle ragazze madri? Per la
religione e per la tradizione sono dei bastardi, quindi destinati a non essere riconosciuti. Fortunatamente, delle associazioni femminili lottano quotidianamente per trovare delle soluzioni caso per caso a dei bambini che la società
non vuole.
La società civile è nelle mani delle
marocchine. Sono in prima linea e difendono in tutti i modi le sinistrate della vita e dell’amore. Lottano contro la
descolarizzazione delle ragazze nelle
campagne, contro il lavoro delle ragazzine che fanno le domestiche in città.
Tutto quello che si fa di positivo è
ispirato da donne che restano nell’ombra. Il re lo sa e ne tiene conto. Ci sono
donne (non moltissime) in Parlamento, ce ne sono altre che fanno le ambasciatrici, le ministre o le consigliere. Il
Marocco nuovo avanza lentamente. Altrettanto lentamente progredisce la
mentalità della gente. Malgrado il suo
ostentato dinamismo, il Marocco è diventato un Paese di una certa lentezza.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
DOMENICA 30 LUGLIO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31
LA MUDAWANA RIFORMATA
Uno degli atti più rivoluzionari del regno
di Mohammed VI è stata la riforma
del codice della famiglia o Mudawana,
che il re ha imposto ai conservatori islamici
dall’alto della sua carica di suprema autorità
religiosa. Varata a ottobre del 2003, entrata
in vigore qualche mese dopo, la nuova
Mudawana rende più difficile per il marito
ripudiare la moglie o prenderne più di una.
Lo sposo inoltre è obbligato a provvedere
al mantenimento della consorte e dei figli
La legge rende più facile per le donne
chiedere il divorzio e innalza da quindici
a diciotto anni l’età necessaria perché
una ragazza possa prendere marito
È anche previsto che uomini e donne
abbiano la stessa autorità in famiglia
e che anche le madri possano ottenere
la custodia dei figli
TRADIZIONE
Due donne
musulmane
sono a passeggio
e indossano
il tradizionale
chador nikab
nei colori blu
e azzurro
L’abito lascia
scoperti
solo gli occhi
ra avvocatessa che la rappresenta. A turno le tre donne si rivolgono al giudice
mentre il pubblico le ascolta in silenzio:
donne e bambini da una parte, uomini
dall’altra. L’aula è affollata, soprattutto
la metà femminile: donne in attesa dell’udienza di divorzio, che seguono con
attenzione lo strano terzetto: Nadia indossa un velo bianco e nero, in tono con
le scarpe e la borsa; Fassi agita la manica della lunga tunica nera da avvocato
quando parla; Zina, a capo scoperto, è la
più tranquilla. La loro storia attira l’attenzione delle donne, che improvvisamente comprendono che anche quando il giudice sancirà la fine del matrimonio i problemi non scompariranno. Alla
fine il dibattimento viene rimandato: «È
ingiusto — sbotta Nadia quando esce
dall’aula — la legge c’è, ma i giudici rifiutano di applicarla. E nessuno dice loro nulla». E il re? «Il re lascia che le riforme marciscano sulla carta».
«È una storia come tante altre», dice
Rabea Naciri. Capelli ricci, aria dura, è la
presidentessa dell’Associazione donne
democratiche del Marocco (Adfm): «La
legge c’è ma il suo impatto reale è ancora tutto da valutare: non c’è assistenza
sociale per le donne abbandonate dal
marito, i giudici non applicano le norme. In Marocco negli ultimi anni c’è stata un’evoluzione democratica, ma non
siamo ancora uno Stato di diritto. Troppe cose sono ancora in sospeso». In cima alla lista di Rabea c’è la nuova legge
sulla cittadinanza, che consentirebbe
alle madri di trasmettere la nazionalità
marocchina ai figli, diritto che finora
spetta solo al padre. Il re si è impegnato
per promuovere la riforma, eppure finora nulla si è mosso: l’Adfm ha inviato un
memorandum al governo, ma nessuno
ha risposto. Perché non chiedere l’appoggio di Lalla Salma? Rabea lancia uno
sguardo di sufficienza, e torna a concentrarsi sulle sue carte.
Il fatto è che Sua altezza reale per la vita pratica dei suoi sudditi fa poco o nulla: presiede un’associazione contro il
cancro e poche settimane fa è stata nominata ambasciatrice dell’Organizzazione mondiale della sanità sul tema.
Accompagna il marito alle cerimonie
ufficiali e nei viaggi. In qualche occasione ha rappresentato il suo Paese all’estero. Tutti sanno che è una delle menti
dietro all’Iniziativa nazionale per lo sviluppo umano, il piano con cui Mohammed VI punta a costruire scuole e ospedali per i tre milioni di persone che vivono nelle baraccopoli e nelle zone rurali. Ma a Rabat o Marrakech di questioni come questa, dei cinque milioni di
marocchini che vivono in povertà o dei
tredici milioni di analfabeti (su una popolazione di 30 milioni), non la si è mai
vista parlare in pubblico. Lalla Salma è
una speranza, un simbolo: non un riferimento reale. Talvolta ai sudditi appare come un’icona lontana: i servizi fotografici che la ritraggono sono appannaggio delle riviste spagnole o francesi,
mai di quelle marocchine. Il settimanale di Rabat che ha osato parlare di lei come fanno le riviste dell’altra sponda del
Mediterraneo ha pagato caro l’azzardo:
il direttore di Al Jarida al-Oukhra si è visto recapitare una lettera di censura da
parte del ministro del Protocollo, custode della privacy e della sacralità della famiglia reale. «Vi siete spinti troppo oltre», recitava. Fra gli eccessi segnalati,
l’aver rivelato che il piatto preferito di
Sua altezza reale è la tajine alle carote,
che la principessa ama la moda straniera, che spesso è lei stessa a dare da mangiare al figlio, che le capita di pranzare
seduta al tavolo dei suoi collaboratori. E
— scandalo supremo — che Lalla Salma
ama camminare scalza nei corridoi dei
palazzi reali dove vive.
La censura ha creato un caso in Marocco, ma Sua altezza reale non ha dato
segno di curarsene. Il tam tam di palazzo la dà concentrata nell’educazione
del piccolo Sidi Moulay Hassan. Spetterà a lui, forse, portare a termine il processo di modernizzazione iniziato da
Mohammed VI. Un futuro ancora lontano, in cui una cosa però appare certa:
nessuna principessa marocchina potrà
più scomparire dietro le mura di un Palazzo. Nei suoi quattro anni a corte la
sua rivoluzione personale Salma Bennani l’ha già consegnata alla storia.
32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 30 LUGLIO 2006
la memoria
Tragedie operaie
Accadde l’8 agosto 1956: un banale incidente dà fuoco
al Bois du Cazier, miniera del bacino carbonifero di Charleroi
in Belgio, ed è l’inferno. Muoiono 262 minatori, 136 sono
italiani e la metà vengono dal paesino abruzzese di Manoppello
Cinquant’anni dopo siamo tornati a Manoppello per ricordare
Marcinelle, gli orfani
del “lavoro sotterraneo”
LEONARDO COEN
Repubblica Nazionale 32 30/07/2006
S
MANOPPELLO
tavolta Geremia Iezzi non ha voglia di raccontare. Di dire come
è scampato alla tragedia, e come invece i fratelli Rocco e Camillo sono morti asfissiati, inseguiti dalle
fiamme, nel pozzo della miniera di Marcinelle, al Bois du Cazier, quel maledetto
mattino dell’8 agosto 1956. Non ha nemmeno voglia di rievocare la disperazione, la
sofferenza e il dolore della sua famiglia, che
poi era il dolore di un’Italia disperata, avvilita. La tv belga voleva intervistarlo: «Lo faccia per i giovani di oggi, che devono il loro
benessere ai vostri sacrifici, è quasi un dovere il suo. Il dovere della memoria». Che
paroloni. Ha scosso la testa, Geremia.
Metà delle 136 vittime italiane di Marcinelle erano abruzzesi. Un Abruzzo ben diverso da quello ricco di oggi. C’era una fame da non finire. Ventidue minatori venivano da Manoppello. Dieci da Lettomanoppello che sta a cinque chilometri e otto
da Turrivalignano, che è ancor più vicino.
Da queste parti — Pescara è a trenta chilometri, Chieti la metà e l’autostrada a un tiro di schioppo — c’era campagna povera, e
povera era anche la pastorizia, la gente per
sopravvivere s’arrangiava. Lettomanoppello era chiamato il paese degli scalpellini,
abilissimi artigiani che plasmavano la pietra nera e bianca della Maiella. C’erano le
miniere d’asfalto della Valle Romana e le
cave. Ma il dopoguerra aveva seppellito
questo mestiere e riempito la vita di stenti.
Gli uomini emigravano in America, in Australia, in Francia. E in Belgio.
«No, non me la sento più di ripetere sempre le stesse cose — ha risposto ai belgi il signor Iezzi — mi fa troppo male, ormai, ricordare. E poi sono offeso. Hanno invitato le
vedove alla cerimonia di Marcinelle. Con le
vedove ci andranno i parenti. Io no. Mi hanno messo da parte. Eppure ho perso due fratelli. Potevo esserci anch’io, con loro. Rocco,
il più giovane, mi aveva chiesto di cambiar
turno, per stare insieme almeno una volta.
Ma la mia futura moglie, una ragazza belga,
aveva un piccolo negozio di frutta e verdura,
mi aveva pregato di andare ai mercati generali quel mattino. Mi salvai così. Per puro caso. Rocco stava per compiere ventun anni.
Camillo andava per i ventisei. Io ero il fratello di mezzo. Se volevamo metter su famiglia
dovevamo trovar lavoro. Qui non c’era. Siamo saliti sul treno diretto a Milano».
Milano, già. A piazza Sant’Ambrogio c’era il Centro di emigrazione. La Federazione
carbonifera belga reclutava «operai italiani»
per il «lavoro sotterraneo» nelle miniere di
carbone. Da Milano al Belgio, il viaggio «dura solo 18 ore», si leggeva sul manifesto rosa
affisso in ogni comune d’Italia. Elencava i salari giornalieri «di ogni categoria di lavoratori di fondo miniera». Chi apparteneva al
gruppo X (10) avrebbe
guadagnato 315,95
franchi belgi, ossia
3.949 lire. Quelli classificati manovali
semplici si sarebbero
dovuti accontentare
di 2.451 lire. A lato,
altre promesse: «Assenze giustificate
per motivi di famiglia». «Carbone
gratuito». «Biglietti
ferroviari gratuiti».
«Premio di natalità». «Ferie»: ordinarie, complementari. E ancora: vitto e alloggio
«presso la cantina della miniera,
al massimo 55
franchi belgi al
giorno». Contratto annuale.
Per convincere
gli uomini già
sposati, in fondo al manifesto c’era scritto in neretto:
«Compiute le
semplici formalità d’uso, la vostra
famiglia potrà raggiungervi in Belgio».
«Mio padre scoprì subito che la realtà era
tutt’altra», racconta Giuseppe Pompilio Di
Donato, assessore alla Cultura di Manop-
pello. Suo padre Santino era emigrato nel
1953, con la moglie Lucia: «Per cercare un
futuro». Aveva 25 anni. Era contadino ma la
campagna non bastava a tirare avanti. Giuseppe nasce nel febbraio del ‘54, a Marcinelle. Diventerà orfano a due anni. Di suo
padre non ricorda nulla. Si è imposto di
onorarlo e di onorare tutti gli altri sventurati compagni di miniera. Certe volte, basta
un nome. Una strada. A Marcinelle esiste
una via che si chiama Manoppello. O una
piazza. A Manoppello, la piazzetta dei Portici è diventata piazza Marcinelle. In mezzo, un monumento importante, firmato
Cascella (costato 300 milioni). Più due lapidi. Una, dei sindacati. L’altra ha 262 stelline: ognuna simbolizza la vita perduta dei
262 minatori periti nell’incidente.
«Oggi si sta bene. C’è lavoro. Non manca
nulla». Tanto per dire, a Lettomanoppello,
tremila abitanti, ci sono dodici bar e sette
ristoranti. A Manoppello gli abitanti sono
il doppio e continuano ad aumentare perché giù a fondo valle si sta allargando la zona industriale. Se lo sognavano, i centocinquanta dei tre paesi che finirono a Marcinelle. Che si erano fatti illudere dalle promesse di un manifesto
rosa, pensando che sarebbe stata rosa la vita da
quel momento in poi.
Macché: «Le condizioni
di lavoro erano durissime. L’alloggio, spesso, in
baracche di ex internati»,
sottolinea l’assessore Di
Donato. Quelle di Marcinelle avevano accolto —
si fa per dire — i prigionieri di guerra tedeschi e
prima ancora quelli russi. Il lavoro era pericoloso, le condizioni di sicurezza minime: dal 1946 al
1963 sarebbero morti
867 italiani nelle miniere
belghe. Chi voleva guadagnare di più poteva
farlo optando per l’estrazione e l’avanzamento
della galleria, lì la paga
era a cottimo, tanti metri
si facevano tanto si guadagnava. Per frantumare
la roccia si usava l’esplosivo. I detriti dovevano
essere sgomberati velocemente in modo da armare subito la galleria. La maschera in dotazione per filtrare
la polvere di carbone serviva a ben poco: si
intasava quasi subito, e faceva sudare moltissimo. Per diminuire gli effetti devastanti della polvere, tutti ciccavano continuamente tabacco.
«Di questo, della silicosi che uccideva,
che rendeva impotenti, che consumava la
vita non c’era traccia, nel manifesto rosa»,
ricorda Nino Domenico Di Pietrantonio,
presidente dell’associazione Minatori-Vittime Bois du Cazier (sede a Lettomanop-
“Io avevo nove anni,
mio padre trentanove
Ricordo tutto
di quel giorno:
il fumo che si levava
dal pozzo, le sirene,
i gendarmi, le grida,
l’odore della morte
Poi tornai al paese,
le stesse donne vestite
di nero, le stesse
case diroccate”
IL DOLORE
Immagini della tragedia
al Bois du Cazier: il fumo
dalla miniera, i soccorsi,
e la foto di una famiglia
italiana. Nella pagina anche
due messaggi di solidarietà:
una lettera di lavoratori
italiani in Germania
e un telegramma dell’Udi
pello) e figlio di Emidio che morì nel pozzo
Saint Charles: «Io avevo quasi nove anni, lui
39. Ricordo tutto di quel giorno. Il fumo che
si levava dalla miniera, le sirene, i gendarmi,
le grida, la confusione, l’angoscia, l’odore
della morte». Da anni Di Pietrantonio persegue uno scopo: ristabilire la verità sulla dinamica dell’incidente. Sei anni fa incontrò
a Toronto Antonio Iannetta, l’ex minatore
ritenuto, sia pure accidentalmente, il responsabile della tragedia: «Ammise l’errore. Mi disse di aver ottenuto una bella casa,
e una sorta di vitalizio».
Iannetta nel frattempo è sparito. La casa
dove viveva, demolita. Spariti anche i figli e
i nipoti, così asserisce Di Pietrantonio. Mistero fitto. Non è invece sparita dalla mente
l’immagine del ritorno a casa: «Le stesse case diroccate. La stessa frana di quando ero
partito. Le stesse donne vestite di nero,
sdentate, precocemente invecchiate, sfiancate dalla fatica dei lavori da uomo. Io mi
sentivo diverso, ormai. Il Belgio mi aveva
dato uno schiaffo, mi aveva tolto papà, però
mi aveva dato anche una carezza: una cultura, una mentalità più aperta e moderna,
un modo di vedere le cose diversamente».
Successe lo stesso a gran parte di quelli che
tornarono. Sapevano che ora la miniera era
lì, a cielo aperto. Erano i loro paesi.
I documenti nella pagina sono tratti
dall’archivio storico Cgil, serie Atti
e corrispondenze 1956, Emigrazione
DOMENICA 30 LUGLIO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33
LA STORIA
LA MINIERA
IL DISASTRO
LE VITTIME
IL PROCESSO
Dallo sfruttamento
del giacimento
di Marcinelle, Le Bois
du Cazier, ogni anno
venivano prodotte 170mila
tonnellate di carbone
I minatori che lavoravano
nel bacino carbonifero
di Charleroi erano 25mila
Alle 8,10 dell’8 agosto
1956 il fumo si alza
dalla miniera. Il pozzo
Saint Charles a 975 metri
di profondità brucia
Il disastro è provocato
da un ascensore chiamato
per errore e da un carrello
che resta incastrato
I soccorsi sono disperati
Il 23 agosto uno
dei soccorritori esclama:
“Tutti morti”. Intrappolati
tra i 975 e i 1.035 metri
rimangono 262 uomini
di 12 nazionalità diverse,
fra questi 136 italiani
Solo sei i superstiti
L’inchiesta sulla sciagura
dura trenta mesi
Il processo si apre
nel 1959 a Charleroi
Nel 1961 la Corte d’appello
di Bruxelles condanna
a sei mesi un ingegnere
delle miniere, chiudendo
così la vicenda
Così gli emigranti
pagavano il conto
all’Italia del boom
GIORGIO BOCCA
ra l’8 agosto del ‘56 e in una miniera di carbone di Charleroi, al Bois du Cazier di Marcinelle, in un incendio morivano 262 minatori, 136
dei quali italiani, abruzzesi e calabresi della Sila,
gente di San Giovanni in Fiore, Castelsilano, Rocca
Bernarda e dell’intero marchesato di Crotone. Una
parte dei centoquarantamila emigrati in Belgio di
quegli anni, una parte del prezzo che gli italiani poveri pagavano alla ricostruzione, al “miracolo”,
una parte del buon affare che il governo italiano
aveva fatto con quello belga. Ogni anno migliaia di
disoccupati nostri mandati a lavorare nelle miniere di Charleroi, lavoro italiano in cambio di carbone a basso costo per le industrie del triangolo Torino-Genova-Milano, la nostra locomotiva.
Lavoro pesante, avvertiva un minatore, lavoro
ingrato. «Perché è cusì, alla miniera nunn’è cosa
facile, è cosa difficilissima. Tocca aprì gli occhi alla miniera, se no nun ci vai». Ma tocca andarci, la
povertà è grande nell’Italia del miracolo, bisogna
lasciare le montagne luminose e profumate della
Sila del Bruzio e venire a vivere in questo paese
straniero e ostile, la Vallonia: in superficie i villaggi operai con le casette eguali dove tutti si riscaldano con il carbone della miniera, dove tutti campano faticando nelle viscere della terra, dove le
donne sono vestite di nero quasi in attesa di un lutto, dove la terra è perforata da chilometri di cunicoli a volte non più alti di mezzo metro, dove si respira gas e si vive nel terrore che il gas si incendi.
Il patto che il governo italiano ha fatto con
quello belga è del tipo schiavistico: nessuna garanzia per la sicurezza del lavoro, nessuna assicurazione seria sulla salute, sugli incidenti, sulla
vecchiaia. Un gregge da sfruttare, ma avercene in
quel dopoguerra di patti così. Sembrava anzi di
aver trovato una fortuna, al principio dell’estate
il popolo rimesso in carne della emigrazione tornava in Italia sulle Fiat scassate di seconda e terza mano, macchine cariche di gente felice di conoscere una vacanza. Fra questa gente che restava legata alle sue origini si è celebrato per decenni il rito della Vallonia amica e memore che si
schierava lungo le strade per vedere i Magni, i
Bartali, i nostri ciclisti famosi, quel vento di paese che passava fra un frusciar di ruote, la LiegiBastogne-Liegi, la Freccia Vallone e le altre classiche sul terribile pavé lucido fra i bistrot con le
baguette morbide e il casse-croûte.
La cronaca della catastrofe è breve e disperata,
si apre e si chiude con l’annuncio del primo dei
soccorritori che riemerge da un pozzo: «Tutti cadaveri». Anche quelli che hanno scritto su una tavola di legno: «Fuggiamo davanti al fumo. Siamo
una cinquantina, ci dirigiamo verso lo snodo 26».
Anche loro, il fumo dell’incendio e il gas li hanno
fermati a pochi passi dal pozzo di soccorso. Ci sarà
naturalmente una inchiesta governativa sulla catastrofe da cui non risulteranno colpe della proprietà della miniera. Neppure quella di non aver
fornito ai minatori le maschere antigas, ma non è
lo stesso risparmio che noi abbiamo fatto nelle
miniere del Sulcis o della Valle d’Aosta?
L’unico colpevole del disastro, secondo la commissione di inchiesta, è l’operaio che stava di manovra all’ascensore del pozzo uno: quello dove è
scoppiato l’incendio. Il fatale incidente avviene a
livello meno 975. Due vagoncini pieni di carbone
vengono caricati sulla gabbia-ascensore. Il primo
è bloccato da un carrello incastrato. La gabbia si
mette in moto e li trascina, così che una putrella
che sporge da un vagoncino trancia dei fili telefonici e due cavi elettrici ad alta tensione. Vengono
tranciate anche la condotta dell’olio e dell’aria
compressa, gli archi elettrici appiccano il fuoco all’olio e alle parti in legno del pozzo.
Alimentato dall’aria compressa e dalla ventilazione, l’incendio di inaudita violenza si estende a
tutta la miniera: un incidente di carico si è trasformato in un disastro. A meno di un’ora dallo scoppio dell’incendio ogni contatto fra il fondo della
miniera e la superficie è divenuto impossibile.
Sotto l’azione del calore i cavi di estrazione si spezzano, le gabbie degli ascensori restano bloccate, la
trappola infernale si è chiusa. Quando si sarà riaperto un ascensore e si tenterà di scendere in miniera, ci si fermerà a quota centosettanta dove un
tappo di fumi stagnanti blocca l’operazione.
Sei minatori vivi vengono trovati dalle squadre
di soccorso: tre si sono riparati sotto un vagoncino;
altri tre vengono trovati in una galleria per il riflusso dell’aria. Una folla di parenti si è riunita davanti
alla miniera, una folla di donne vestite di nero. Una
ragazza in stato di gravidanza viene schiacciata
dalla ressa contro il recinto degli ingressi.
Marcinelle segna la fine della tragica vicenda
mineraria in Europa. L’estrazione del carbone
diminuirà fino a finire completamente nel 1993.
Nei giardini di Marcinelle è stato inaugurato il
monumento ai caduti di Manoppello, il comune
abruzzese che ha avuto il maggior numero di
morti. La miniera di Cazier è chiusa dal 1967. Ormai è un monumento «permanente a ricordo dei
minatori». La sera dell’8 agosto prossimo vi sarà
scoperta una targa commemorativa e si pregherà, di nuovo, per le vittime. Chi ha avuto ha
avuto, chi è morto è morto.
FOTO PUBLIFOTO - OLYCOM
Repubblica Nazionale 33 30/07/2006
E
DOMENICA 30 LUGLIO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
le storie
Mestieri aristocratici
Alduino Ventimiglia di Monteforte Lascaris, nobile
siciliano imparentato con Federico II, si dedica
in un castello toscano all’antica e sofisticata
arte dell’addestramento dei falchi alla caccia
“Loro non ti riconosceranno mai come padrone”, dice
“Bisogna fargli credere che sono loro a usare noi”
Il principe falconiere
che nel volo dei rapaci
fa rivivere il passato
quell’imperatore che sui falchi scrisse
De arte venandi cum avibus, un trattato
che ancora ai giorni nostri rappresenta
LURIANO
un’opera ornitologica di valore e un testo sacro per l’addestramento dei rapan picchiata Hikmett, il predatore che porci e che si può trovare in libreria (Laterta il nome di un emiro, è un puntino nero
za, 1.444 pagine, 83 euro).
nel cielo. Precipita, si avvita su se stesso e
La falconeria non è mai stata solo una
scompare nell’aria rarefatta. È veloce,
caccia da carniere ma una caccia per risempre più veloce. Sfiora i quattrocento chilovelare la capacità del cervello umano di
metri l’ora quando, con l’ultimo sussulto, si avcomandare, un’esibizione di forza che
venta sulla sua anatra. Va a caccia sopra le cime
era anche di grande efficacia mediatica.
dei cerri e dei lecci che coprono le colline toscaSi faceva davanti a tutti, si dimostrava a
ne intorno a Siena. Tra i boschi scorre un torrentutti quanto si era potenti. Le sue origini si
te, c’è una grande casa sul picco più alto. Hikmett
perdono nella preistoria. Veniva praticae tutti gli altri abitano qui. «E qui siamo in cima al
ta in Cina e in Mongolia già nel
mondo», dice Alduino Ventimiglia
2000 avanti Cristo; addestradi Monteforte Lascaris, un siciliano
vano rapaci le tribù nomadi
successore della dinastia normanna
dell’Arabia prima di
che ci presenta i suoi amici. Uno è
Maometto; in Europroprio Hikmett, poi c’è Arbalat, un
pa si è diffusa in
altro è Firusè, c’è Odalisca, in fondo
Grecia e poi semfa capolino anche Sham. Sono in fila
pre più su, fino
su una pertica bassa, tutti con un
in Germania.
cappuccio di cuoio in testa che copre
Il principe sii loro occhi, tutti che aspettano per
ciliano fa un po’
alzarsi un’altra volta in volo.
di conti. FederiSono i cento falchi del principe.
co II, incoronato
Una sua antenata, Emma, sposò un
re nel 1208 a quatfiglio dell’imperatore Federico II.
IMPERATORE
tordici anni, di falchi
Poi uno dei rami dei Ventimiglia si
Federico
II,
l’imperatore
ne aveva duecento. Lui,
divise la Sicilia fino all’Unità d’Italia.
che
possedeva
che di anni ne ha cinquanta, li ha co«La falconeria ce l’abbiamo in famiduecento
falchi
minciati ad allevare un quarto di seglia da più di mille anni», racconta il
colo fa sulle Madonie, le grandi monnobile Alduino nel castello di Luriatagne della Sicilia. Dopo una laurea in agraria a
no, un tempo antica dogana senese e oggi proCatania, dopo l’avventura dei fiori nelle serre del
prietà del casato dei Chigi. Per arrivare quassù
Ragusano, dopo il servizio militare al Centro alleabbiamo attraversato la campagna selvatica tra
vamento e rifornimento quadrupedi di Grosseto
le province di Grosseto e Siena, ci siamo arram— i cavalli, altra attrazione fatale per Alduino —
picati lungo uno sterrato che finisce dove c’è un
prato e dove ci sono loro. Immobili sui trespoli, i
becchi adunchi, le zampe grigioblu dei più giovani e quelle gialle degli adulti, gli artigli aguzzi,
la livrea color ardesia.
Sono lì, pronti a sollevarsi ancora e avvistare la
prossima preda. Arrivano dagli allevamenti della
Germania o della Norvegia e nelle voliere di Luriano vengono nutriti, curati, coccolati. Mangiano la loro razione quotidiana di piccioni e il principe li addestra per mesi, a volte per anni. «È un
lavoro infinito farli crescere in cattività e soprattutto prepararli, è sufficiente un movimento brusco o una decisione sbagliata e si deve ricominciare tutto daccapo», spiega il falconiere mentre
si infila il tradizionale guanto per far accomodare sul suo braccio uno dei rapaci. È un rapporto
ad incastro, quello tra il falco e l’uomo. Lo descrive così Alduino: «Lui non ti riconoscerà mai come padrone, non si sentirà mai sottomesso ma al
massimo amico. Bisogna far credere al falco che
noi siamo usati da lui e non il contrario, è una relazione dove nessuno dei due può perdere la propria identità, comunque c’è un momento preciso dove entrambi capiamo che finalmente si è
raggiunto un legame di fiducia e di amicizia».
E dopo la fatica e il piacere di scoprirsi uno con
l’altro, in mezzo alle valli si trasformano in un’arma da guerra. Pesano poco meno o poco più di un
chilo, l’apertura delle loro ali va da ottantacinque
a centodieci centimetri, attaccano anche le gru
che sono quattro o cinque volte più grosse e con
un calcio possono spezzarli in due.
Ce ne sono di tre specie nella tenuta di Luriano.
I falchi lanario che sono i più piccoli, i girifalchi
quelli più grossi, i falchi pellegrini che sono i più veloci e
cacciano solo in volo.
«Nel medioevo avere in
mano un animale selvatico e così temibile
era una prova di potere: chi governava un
falco poteva governare il mondo», ricorda il discendente di
ATTILIO BOLZONI
FOTO CORBIS
Repubblica Nazionale 35 30/07/2006
I
Gli esemplari più pregiati
fatti crescere in Europa
vengono venduti a Dubai
e ad Abu Dhabi. Possono
arrivare a valere
anche centomila euro
il falconiere venuto dal sud si è accampato in questo angolo di Toscana fondando l’“Accademia
italiana cavalieri di alto volo”. Prima i cavalli. Ricerche di anni e anni per individuare quelli dell’antica razza di Persano, selezionata proprio da
Federico II, l’unica italiana riconosciuta a livello
internazionale. E poi i falchi.
Ricostruisce il suo arrivo nella tenuta di Luriano: «L’antica razza di Persano fu scelta per la
guerra e per la falconeria, il rapace incute paura
al cavallo e quindi il quadrupede deve avere caratteristiche particolari, ecco perché qui alleviamo anche quei cavalli». Ma anche il falco ha le sue
paure. È terrorizzato dall’uomo. «Specialmente
dalla sua faccia, credo che la veda orribile», spiega Alduino Ventimiglia di Monteforte Lascaris.
Per quella paura una volta lo tranquillizzavano
chiudendogli gli occhi, “cigliandolo”, cucendo le
due palpebre inferiori. Piano piano si aprivano e
il falco ricominciava a vedere. Il cappuccio lo inventarono gli arabi, in Europa lo importò uno
straordinario naturalista-scienziato-falconiere,
il solito Federico II.
Vicino alle stalle di Luriano c’è una grande voliera. E dietro i caseggiati quelle più piccole dove
fanno crescere i falchi. Ci vogliono almeno quarantacinque giorni perché prendano il volo. Dai
paesi del nord arrivano quasi tutti dai “laboratori”, incroci con l’inseminazione artificiale, ibridi
per farli resistere in un altro mondo. Dai freddi e
dai ghiacci scandinavi fino ai bollori delle terre
mediorientali.
È laggiù, a Dubai e ad Abu Dhabi, che vanno a
finire gli esemplari più pregiati addestrati in Europa. Li usano soprattutto per la caccia all’ubara,
una gallina delle zone desertiche. È un mercato
da milioni e milioni di dollari. «Gli esemplari migliori possono arrivare a valere anche 100mila
euro», assicura il principe. Il costo medio dei girifalchi va dai 10 ai 20mila euro, per allevarli ce ne
vogliono circa millecinquecento, l’addestramento è sudore e tecnica e passione che non ha
prezzo.
Alduino guarda i suoi rapaci e sospira: «Loro ti
aiutano a non pensare da terra ma ti fanno pensare dall’alto, l’arte della falconeria è quella di
mettere il piccolo falco contro un animale più
forte e combatterlo con intelligenza e coraggio».
In combattimento le femmine sono più affidabili dei maschi. Sono meno imprevedibili in cielo.
Sono loro che cacciano sopra il fiume Merse, che
si lanciano dal picco più alto tra Chiusdino e Luriano per inseguire cornacchie e fagiani. «In quel
momento si crea un senso tale di stupore e di riconciliazione con la natura che ti fa sentire vivo,
che ti fa sentire incredibilmente vicino a Dio»,
sussurra il principe dei falchi.
È ora di farli alzare. Cerca la direzione del vento, calcola la sua posizione e quella degli altri animali che stanno intorno, misura le distanza dal
ruscello e dagli alberi. E comincia a pensare. Il
principe comincia a pensare cosa farà il suo falco
in quel momento. E un attimo dopo.
36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 30 LUGLIO 2006
i luoghi
Scatti d’autore
Nel buio di una sala-moviola arriva una telefonata:
“Venga a fotografare Novij Urengoi, una città nella tundra
siberiana che non sta neanche sulle mappe...”. E per il regista
premiato con l’Oscar comincia un’avventura che è anche
un viaggio a ritroso nel tempo e che adesso sta per diventare
una mostra al Tuscan Sun Festival di Cortona
Tornatore fotoreporter nel
Repubblica Nazionale 36 30/07/2006
GIUSEPPE TORNATORE
opo mesi e mesi vissuti in una moviola, al buio, con gli occhi
eternamente puntati a vedere, rivedere, rivedere, rivedere e
ancora rivedere sempre le stesse immagini, a un regista accade fatalmente di smarrirsi nelle viscere della storia che sta raccontando, di non percepirne i contorni, addirittura di non riuscire più a “vederla”. Un sognatore perso in un sogno insognabile. E senza apparente promessa di risveglio.
Ero in questo limbo dell’immaginazione, quando un bel giorno, inaspettatamente, una voce nordica e gentile giunge a insinuarsi come una nota stonata nel quotidiano coro telefonico: «So che da ragazzo lei è stato un fotografo. Se la
sentirebbe di tornare a fare fotografie?». Freno la corsa della moviola, spengo la proiezione, già pronto a
urlare: «Magari!». Molto più discretamente chiedo di
che cosa si tratta. «Dovrebbe venire in Siberia — replica la voce — a fotografare una città di centomila
abitanti che appena diciotto anni fa non esisteva
neppure, e ancora adesso non è disegnata neanche
sulla carta geografica. Si chiama Novij Urengoi».
Ora, non è che la parola “Siberia” in genere faccia
pensare a qualcosa di concreto, di preciso e di palpabile, e men che meno l’impronunciabile nome di
quella sconosciutissima città, ma in quel momento a me evocarono la solidità di
una lima di ferro nascosta dentro la pagnotta impavidamente inviata al carcerato.
Pochi mesi dopo, durante il complicato viaggio per Novij Urengoi, l’eccitazione non era svanita per nulla. Anzi. Mi sembrava un viaggio a ritroso nel tem-
D
“Io dai 9 ai 25 anni ho usato
la fotocamera tutti i giorni:
la mettevo in spalla come ai piedi
mettevo le scarpe. Una stagione
della vita spesa a rubare immagini”
po, verso quella stagione della mia vita spesa ad andare in giro a rubare immagini con la mia indimenticata Rolleicord. Anni di pedinamenti e appostamenti, anni che mi hanno insegnato a osservare la gente, a studiarne le espressioni e i movimenti, sino a prevenirne quasi le azioni, sino all’illusione di condizionarne il comportamento. Anni in cui ho scoperto che se fotografi uno sconosciuto, nell’istante stesso in cui fai scattare l’otturatore, quella persona
smette di esserti estranea, perché la porterai sempre con te.
Ecco, andare per le strade di Novij Urengoi, intrufolarsi nelle case, nei mercati, negli ospedali, negli uffici, nei negozi, nelle fabbriche, nelle scuole, inseguendo sorrisi e stupori, frugando proporzioni e geometrie, non è stata per me
una fuga verso un mondo che non conoscevo, al contrario, un ritornare a un
paese perduto di cui, in qualche maniera, sapevo già tutto e di cui, per mezzo
della macchina fotografica, mi sarei finalmente riappropriato.
Oggi mi capita spesso di pensare a quella città quasi metafisica, circondata
dal grande nulla della tundra, ed è il non poter continuare a fotografarla, l’esserne lontano, la distanza, che me la restituisce in tutta la sua estraneità.
Ma rivedo i volti misteriosi e gentili dei suoi abitanti, e mi sorprendo a fantasticare su cosa stiano facendo nel momento stesso in cui mi ritornano in
mente. L’anziana donna a una fermata d’autobus con le spalle disinvoltamente rivolte all’infinito deserto di neve. Lo scultore poverissimo che si ostinava a non vendere le sue opere. La signora che dormiva sulla corriera diretta
alla stazione da cui avrebbe raggiunto Mosca in tre giorni di treno. Il giovane
chiuso nella cabina telefonica del centralino pubblico che parlava animatamente e voltava le spalle per non farsi leggere in volto. La bellissima ragazza
che vendeva aglio all’ingresso di un supermercato. I bambini che suonavano
all’impazzata le campane della chiesa. I nomadi oltre il circolo polare artico,
che vivono oggi come i loro antenati qualche secolo fa.
È stata una meravigliosa distrazione che mi ha restituito quel risveglio ne-
DOMENICA 30 LUGLIO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
VITA QUOTIDIANA
Nelle pagine: scene
di vita quotidiana a Novij
Urengoi, città di 100mila
abitanti in Siberia
Il centro, nato negli ultimi
vent’anni, non è segnato
sulle carte geografiche
In una delle immagini
a fondo pagina,
Giuseppe Tornatore
con la sua fotocamera
Repubblica Nazionale 37 30/07/2006
grande nulla della Siberia
cessario a riconquistare i confini delle storie che amo raccontare. Se oggi mi
capitasse di nuovo accetterei di corsa, partirei subito per la Siberia, magari anche con la cinepresa. È un luogo che esercita un’attrazione fortissima su un fotografo, un luogo in cui le proporzioni tra figura umana e paesaggio sono così
estreme da rendere molto accattivante la ricerca visiva, la composizione delle immagini: questa vastità infinita in cui la figura umana si perde.
Oggi, che in qualche modo a Cortona, al Festival del Sole, si stringe il rapporto tra le immagini e la musica, mi scopro sempre più convinto che il linguaggio
più affine all’inesprimibile è proprio la musica, l’unico che suggerisce quelle
sensazioni assolute, indefinibili, estremamente profonde, di spazi così aperti,
incommensurabili. Spazi in cui l’attesa, la noia anche, il silenzio, sembrano essere la dimensione più familiare, consueta. Questo tempo dell’attesa, prima
che il gesto si compia, è il tempo della fotografia, il suo spirito. Con la fotografia
ho imparato ad attendere che la figura umana compisse un gesto, ho imparato
ad osservare l’uomo, a studiarne le mosse, talvolta a prevederne le azioni, a inseguirle, in un certo senso a provocarle. Il “pedinamento zavattiniano”, per
esempio, l’ho sperimentato in maniera del tutto naturale e naïf con la fotografia prima d’avere studiato Zavattini. C’è un attimo in cui speri che la figura che
hai “inseguito”, il tuo personaggio, faccia qualcosa. E talvolta accade.
Anche perché la fotografia, a differenza del cinema, è semplice, agile: è libertà espressiva. In Siberia per esempio ero da solo, non ho voluto neanche un
assistente, talmente ero attratto dall’idea di “fare un film” con la macchina fotografica, riuscendo a cogliere immagini con estrema immediatezza. Cosa impossibile con la cinepresa, con la quale devi sapere prima quello che vuoi riprendere. La fotografia, invece, ti lascia il piacere della sorpresa nel cogliere la
microdrammaturgia del quotidiano.
La fotografia è una grande palestra: io, dai nove ai venticinque anni, ho usato la macchina fotografica tutti i giorni: la mettevo in spalla ogni mattina come
ESPOSIZIONE E CONCERTI A CORTONA
La mostra fotografica “Giuseppe Tornatore, fotografo in Siberia”
(300 scatti in bianco e nero) è in programma dal 5 al 20 agosto
al Palazzo Casali di Cortona, Arezzo
L’esposizione del regista siciliano viene presentata nell’ambito
del Tuscan Sun Festival, rassegna internazionale di musica
classica e cultura, che vede in cartellone, tra l’altro, il concerto
della soprano russa Anna Netrebko e del baritono siberiano
Dmitri Hvorostovsky (sul palco l’11 e il 16 agosto)
Ad accompagnarli il direttore artistico del Festival Nina Kotova,
musiche di Chajkovskij. L’appuntamento con la Siberia
prosegue il 12 agosto alle 11 a Palazzo Casali con “Un’ora
in Siberia”. Una conversazione tra Tornatore e Hvorostovsky
ai piedi mettevo le scarpe. La portavo a scuola, oppure quando uscivo con gli
amici. Era sempre con me. La mia prima macchina fu il regalo che chiesi finita la quinta elementare: mi ero messo da parte un po’ di soldi, mancavano quarantamila lire, una somma impossibile per me, ci pensò mio padre. Ultimamente più che altro è uno strumento di ricerca durante i sopralluoghi, mi aiuta a fissare le atmosfere ambientali, le foto sono dei suggerimenti per il mio scenografo. Poi ogni tanto ritrovo tutto il gusto di quando ero bambino: in viaggio è il mio taccuino di appunti. In famiglia torna ad essere la mia quotidianità:
amo fotografare soprattutto mia figlia.
Come per la foto anche l’incontro con la musica classica è avvenuto quando avevo sei, sette anni. Amo tantissimo la musica,
non scrivo se non ascoltando musica, la concentrazione necessaria viene dalla magia che la musica mi trasmette. Ma a Cortona, per il Tuscan Sun
Festival, sarò semplicemente uno spettatore. Non
vedo l’ora di farmi catturare da questa notte di
grande musica russa, con il concerto di Anna Netrebko e l’Orchestra Russa. Negli ultimi anni ho riascoltato e studiato moltissimo Shostakovich che
mi regala emozioni molto forti. Su Rachmaninov
mi era stato addirittura proposto di fare un film.
La notte dell’11 agosto, quando ci saranno solo
musicisti e cantanti russi, credo che mi intrigherà
molto cogliere nelle voci le tracce dei luoghi d’origine. Per esempio nella voce del baritono Dmitri Hvorostovsky, nato proprio in
Siberia. Credo che nelle pieghe di una voce si nascondano gli elementi più veri, più rivelatori di un’essenza, di un vissuto. D’altra parte, come nelle pieghe di
un movimento o di un gesto rubato con la macchina fotografica, appunto.
“Ripenso a quella città metafisica,
allo scultore che non voleva cedere
le sue opere, alla ragazza bellissima
che vendeva aglio, ai bambini
che suonavano le campane in chiesa”
38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 30 LUGLIO 2006
Diciotto anni fa, appena trentaduenne, moriva Andrea Pazienza:
il più esplosivo, il più enigmatico, il più solare ma anche sulfureo genio
del fumetto italiano. Ora Sandro Visca, il “prof” che lo scoprì in un liceo
di Pescara e che ne fu l’amico-mentore degli anni di formazione, ha aperto i cassetti
e recuperato quei primi, già straordinari disegni. Ne sono usciti un libro per Fandango,
e i disegni mai visti pubblicati in queste pagine
Paz
Inedito
perché somigliava a me da ragazzo: ribelle, un po’ esibizionista, gran voglia
di ridere e di far ridere. Che fosse un gePESCARA
nio lo capii subito dopo». Quel giorno,
nella classe di Disegno di figura, il futuimabue, il pittore, tutti
ro Apaz s’annoia vistosamente, come
sanno chi è. Il nome di
sempre. «Prof, copiare dal vero è una
Sandro Visca, invece, dirà
rottura». Visca non è un professore alpoco a chi non frequenta
l’antica, ma rispetta ruoli e doveri. «Pale gallerie d’arte e non ha confidenza
zienza vieni un po’ qui, prendi questo»,
col Bolaffi. Qui però si dimostrerà che
un Fabriano ruvido A3, «e disegnami
l’artista e professore abruzzese fu più
una mano». La mano, croce dei pittori,
grande, almeno come uomo, dell’antila prova più difficile. «Uffa
co maestro toscano. Al giovane
prof». «Poche storie, e disegnaGiotto, pastorello di Vespignala bella grande, anche». Silenno scoperto con «grandissima
zio di sfida. «Prende il carbonmaraviglia» mentre su un sasso
cino e comincia a
disegnava le sue
disegnare. Frenepecore, Cimabue
tico, velocissimo,
offrì la sua bottega
senza pause, come
e la sua sapienza.
un plotter meccaAl suo Giotto, un
LICEALE DI TALENTO
nico. Una mano,
sedicenne dolce e
Vignette e disegni inediti, storie
piccola; poi un’alimpertinente ina fumetti mai viste prima
tra, un’altra ancocontrato nell’aula
Quello che esce a tutto tondo
ra... In due minuti
d’un liceo, il prodal libro Andrea Pazienza
sul foglio ci sono
fessor Visca mise a
di Sandro Visca (Fandango Libri,
sette mani dispodisposizione la sua
164 pagine, 22 euro) è il profilo
ste ad arco, in
bottega, la sua saadolescente di un genio
realtà una mano
pienza e anche il
del fumetto italiano, morto
sola, semiaperta,
suo corpo. Come
ad appena 32 anni nel 1988
congelata in sette
cavia, modello,
Sono le prove d’autore realizzate
pose mentre ruota
soggetto, vittima,
nei primi anni Settanta, gli anni
su se stessa. E io
materia plastica
di studio al liceo artistico
penso: questo non
per l’apprendista“Misticoni” di Pescara
è possibile».
to di colui che (Vi«Senza essergli
sca l’aveva capito
insegnato modo
subito) sarebbe dinessuno altro che
ventato il più
dallo estinto della natura», così pensò,
esplosivo, il più enigmatico, il più solastrabiliato, Cimabue di Giotto. Così pure ma anche sulfureo, il più indiscutibire pensò, affascinato, Visca di Pazienle genio del fumetto italiano: Andrea
za. «Aveva un mondo di forme in testa.
Pazienza.
Un database immenso. Sapeva l’aspetChi oggi non si stanca di rileggere le
to e le flessioni di qualsiasi muscolo
storie di Zanardi, di Penthotal, di Pomumano o animale. Il professor Sciarretpeo, e rimpiange che non abbiano avuta, il collega di anatomia, me lo rubava
to eredi, e maledice quell’ultimo
per fargli disegnare alla lavagna mentre
“schizzo” (l’unico schizzo sbagliato di
spiegava. Gli bastava pensare una figuun disegnatore che non conosceva la
ra per riprodurla, perfetta». Un Mozart
gomma da cancellare, uno schizzo fatto con la siringa, non con la matita) che
diciotto anni fa ci portò via Andrea appena trentaduenne, chi continua a leggere i suoi romanzi a pennarello deve
sapere che Zanardi, Penthotal e Pompeo ebbero un fratello maggiore, un
personaggio magro allampanato baffuto, quasi sempre nudo, costantemente sbeffeggiato, triturato, massacrato in ogni posa, movimento, atteggiamento, in decine e decine di pagine
strappate da quaderni a quadretti. Un
personaggio che non era solo di carta e
inchiostro, infatti eccomelo qui davanti, in carne ed ossa, sessantaduenne,
senza più baffi e coi capelli diventati di
cenere, nel suo studio d’artista al primo
piano di un condominio di Pescara, tra
i suoi grandi quadri di stoffa cucita, i
suoi teatrini di cartone e oggetti incollati, le sue sculture di legno. Visca: un
cognome che già sa di fumetto, se il professore non s’offende. Ma se non s’è offeso allora... «Sono stato il primo personaggio di Andrea», ammette, orgoglioso ed esitante, «e non è stato facile, sa.
Pescara è una piccola città, e nel ‘72 era
ancora più provinciale». Nel liceo che
oggi esibisce Pazienza come il più illustre tra i suoi alumni,veder circolare vignette con un professore nudo faceva
scandalo. «Fermare Andrea però sarebbe stato un delitto. E io, al diavolo i
pudori, non l’ho fermato».
Sarà perché in fondo erano entrambi
ragazzi. Quando s’incontrarono, Visca
aveva appena 27 anni, solo undici più di
Pazienza, pur avendo già lavorato a Roma e a Milano con grandi artisti come
Burri. Andrea poi si dava arie da più
grande della sua età: del resto a Pescara viveva da solo, i suoi lo avevano mandato al liceo artistico Misticoni, che
aveva buona fama in tutto il centrosud, ma erano rimasti a San Severo. Un
ragazzino anni Settanta, «stessa età di
Miguel Bosé», scrisse nel curriculum;
alto, scheletrico, caschetto di ricci neri
narcisisticamente lavati ogni mattina,
un’ombra di peluria sul labbro superiore sempre tirato da un sorriso un po’
beffardo un po’ complice. «Mi piacque
MICHELE SMARGIASSI
C
La matita ribelle e maudit
del vignettista-ragazzino
“Frenetico, velocissimo, senza pause:
in due minuti sul foglio c’erano sette mani,
perfette. E io mi dissi: non è possibile...”
con la matita, un discolo irriverente ma
baciato dalle muse. Andrea ne era consapevole: «So disegnare qualsiasi cosa
in qualunque modo», ha lasciato scritto, «ma disegno poco e controvoglia».
Falso. «Falsissimo. Andrea disegnava
continuamente, compulsivamente,
ovunque si trovasse, qualunque foglio
o penna avesse sottomano». Poco gli
interessavano le attempate modelle in
posa sul palchetto dell’aula di disegno.
Amava Rembrandt e Duchamp, ma di
immagini ne aveva già troppe di sue,
nella mente, da far uscire già perfette
come Minerva dalla testa di Giove. Il
primo fu un orsetto, a diciotto mesi. Per
la meraviglia di papà Enrico, acquerellista di talento. Voleva farne un pittore,
papà. Ma Andrea svignettava e basta.
Disegnini sottobanco, caricature dei
professori e dei compagni di classe,
scherzi, sberleffi, disegnati in classe tra
lo strabilio dei compagni e subito regalati, a decine, a centinaia. Visca, il profragazzo che gli aveva aperto la porta del
suo studio e della sua amicizia, diventò
il suo bersaglio preferito. Forse perché
era più artista che prof, e non si ribellava. «Per tutti, anche per i miei colleghi,
erano disegnini stupidi. Invece guardi
qui», fruga tra vecchie carte, «sono io,
vede? Nudo, in tutte le pose, decapitato, sbranato, evirato, ecco guardi questa dove ho le gambe in alto, guardi
questa coscia di scorcio, la curva delle
natiche: solo un grande riesce a disegnare a memoria un corpo in questa
prospettiva. Aveva bisogno di usare me
per esprimersi così? Bene, lo facesse
pure. Non era giusto fermarlo».
Chi avrebbe potuto? Andrea sedicenne era «un vulcano», era anche «sicuro di sé, vanitoso, felice di essere al
centro dell’attenzione». Irrispettoso,
sardonico, sospeso già il primo giorno
di scuola, «ma solare», consapevole di
essere molto bravo e capace di approfittarne come di un lasciapassare: così
per Visca. Anche se Pazienza, degli anni pescaresi, ricordava un’esistenza
sdoppiata: di giorno «bravo, fertile e
sgarbato», di notte in «condizione tudemònchei» (to the monkey, scimmiesca?), irriverente, oltraggioso, trasgressivo. Sfogandosi su Visca, forse, poteva
ricongiungere le sue metà. A tutto rischio di Visca. «Un giorno arrivo a scuola e tutti, professori e ragazzi, appena
mi vedono ridono e svicolano. Mi dico:
qui è successo qualcosa. In classe Andrea ha la sua faccia furba. Gli altri ridacchiano. Capisco che sono l’unico a
non sapere. Allora Andrea trova il modo di informarmi. Finge un litigio col
compagno di banco, “No, lascia, nascondilo!”, io ovviamente intervengo,
“Pazienza portami quel foglietto”. È
l’ennesima caricatura mia, ma terribile: io che mi masturbo leggendo Topolino e immaginandomi Minnie nuda.
Mi vien da ridere. Ma devo rispettare il
ruolo: “Pazienza, fuori”. Lui fa la scena,
m’abbraccia le ginocchia, “Perdono!”,
anch’io recito, “Fuori di qui!”, lui esce
fingendo disperazione. Tre ore dopo
vado a cercarlo, il bidello mi dice che è
al gabinetto, infatti eccolo, sdraiato
sulle piastrelle a pancia in giù a disegnarmi ancora, nudo, mentre mi faccio
uno spinello». E lei? «Non aveva biso-
DOMENICA 30 LUGLIO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
GIOVANISSIMO
gno di un professore. Aveva bisogno di
attenzione, forse di affetto. Il pomeriggio, come sempre, era nel mio studio».
Gli invidiò mai quel talento maudit?
«Ero troppo felice di insegnargli quel
poco che potevo».
«Gli tolga di testa quelle sciocchezze,
quelle caricature», papà Enrico andò
apposta da Visca a lamentarsi, «ne faccia un artista». «Ma lui era già un artista,
di un’arte che nessuno ancora apprezzava». In quei primi anni Settanta poche e poco stimate le riviste “nobili” di
fumetti in Italia: quasi solo Linuse il suo
Alter. Non era previsto che si potesse
uscire dal liceo artistico altro che pittori. E tutti se lo immaginavano pittore,
Andrea. A un certo punto provò anche
a esserlo». C’era una coraggiosa galleria d’arte, a Pescara: si chiamava Laboratorio comune d’arte Convergenze,
l’aveva creata, con Visca e altri artisti,
Giuseppe D’Emilio, uno di quegli intellettuali estroversi che hanno permesso
alla provincia italiana di non essere
provinciale. «Gli proponemmo di
esporre: quadri, però. E lui ci si mise di
buon grado. Grandi bristol 70x100 che
riempì di colori, tutto a pennarelli. Sono splendidi. Ma a lui non piacevano. “I
vostri quadri finiscono nei salotti e lì
muoiono”. Forse aveva ragione. Allora
segui la tua strada, gli dissi, però non ti
perdere con le vignette. Col disegno
puoi raccontare storie. Provaci». Il giorno dopo tornò in classe con un mazzetto di fogli. Don Viskotte della Mancia,
«dove io percorrevo l’Abruzzo in avventure inverosimili. Ero diventato il
suo primo personaggio». Quell’incunabolo è andato perso. Ma seguirono
Visc8 Il poliziotto, Visco Little, storie
oniriche come L’ulcera, tutte inedite fino a quando, più di trent’anni dopo, Visca ha pensato fosse arrivato il tempo di
farle vedere a tutti. «Andrea non solo disegnava benissimo: scriveva benissimo. Follie in una lingua nuova, come i
suoi disegni. Ma geniali follie, perché
leggeva molto, leggeva di tutto, e sapeva raccontare tutto».
Durò tre anni l’educazione sentimentale del giovane Pazienza a Pescara. «Lui voleva restare qui. Ma qui tu
muori, Andrea. E lui: tu allora perché
vivi qui? Ma io avevo scelto Pescara dopo aver fatto la mia strada, e dopo aver
rinunciato a un mondo che non mi piaceva. Andrea invece aveva il futuro davanti». Scelse Bologna, il Dams. Tornò
a Pescara solo nel ‘75 per una mostra
personale, sempre a Convergenze, stavolta solo di disegni:
quelli inediti che vedete in
queste pagine, già straordinari, già all’altezza di quelli dell’artista maturo. Col vecchio
prof, solo telefonate. «Non mi
invitò mai a Bologna, e io so perché». Perché a Bologna Pazienza
incontrò il suo giorno e la sua
notte. Divenne famoso, pubblicò
le sue sturiellètt, conobbe l’albero
del bene e del male, lo sperimentò
e lo raccontò. «Zanardi è un personaggio disgustoso e affascinante,
ma il vero Io di Andrea non era Zanardi, era Pompeo, come il suo luogo era l’eden senza tempo di San
Menaio, non il caos del ‘77 di Bologna. Cercava il sole. Ma non riusciva
a non raccontare il buio che vedeva
crescere intorno a sé».
Quando Pazienza si ritirò in un cascinale a Montepulciano con la sua
compagna Marina, Visca sospirò di
sollievo. «Non immaginavo che i pusher lo avrebbero trovato anche lì».
Pochi giorni prima dell’epilogo, una
telefonata: «Sandro vieni a trovarmi,
ci sono novità, ho in mente una cosa
straordinaria, poi ti dico». Visca non
ebbe il tempo di sapere quale. La fulminea, torrenziale esistenza del Mozart col pennarello era al capolinea.
«Dieci minuti dopo mi ritelefonò solo
per dirmi “Sandro Sandro ti voglio bene”». I personaggi dei fumetti raramente piangono, e Visca è un personaggio come si deve. «Ma darei i suoi
disegni per riavere lui».
FOTO DI RICCARDO ZANELLO DALLA COPERTINA DEL LIBRO "I DOLORI DEL GIOVANE PAZ!" DI RICCARDO FARINA, CONIGLIO EDITORE
Nella foto accanto,
un giovanissimo
Andrea Pazienza
al lavoro con carta,
matita e cavalletto
A sinistra, alcuni disegni
di “Paz” del tutto inediti
40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
la lettura
Natura e cultura
DOMENICA 30 LUGLIO 2006
I temporali d’estate, le saette che uccidono: molto meno
che i bagni di mare o l’autostrada, ma evocando una misura
magica della morte, una fine mitologica voluta dagli dei
Per questo, da sempre, scienziati, poeti e pittori lavorano
per capire e addomesticare quel lampo di luce accecante,
fino a illudersi di averlo replicato nei fuochi d’artificio
Così l’uomo ha catturato il fulmine
U
n tetto di tavole coperte di muschi antichi nel New England. Il
mare si vede bene, in fondo alla
valle che diviene golfo allungato e sfumato. Ma quello che
commuove il pennello di Andrew Wyeth, e siamo nel 1957, è un antico parafulmine. Una sottile guglia di metallo attraversa, per il diametro, una sfera di color miele semitrasparente. Ne esce in alto, dal polo
nord, e punta e chiede ancora verso un cielo
lirico di gabbiani. Nel cuore di vetro vinoso e
ambrato della sfera si devono essere addormentati tanti fulmini, da allora. E nessuna
traccia ne è restata. Ma per Emily Dickinson
avvenne una catastrofe e i frammenti non si
composero più. «Era bella, bella, silenziosa
vestita di bianco» e ci canta ancora:
Sentii una frattura nella mente —
come se il cervello mi si fosse spaccato —
cercai di ricongiungerlo — giunta a giunta —
ma non riuscii a farle combaciare.
Repubblica Nazionale 40 30/07/2006
Il pensiero di dietro cercai di attaccarlo
al pensiero davanti —
ma la sequenza si srotolò dal suono
come un gomitolo — sul pavimento.
Così Massimo Bacigalupo, splendidamente, traduce Emily Dickinson ed è questa
la sua poesia The Lost Thought (Il pensiero
smarrito) del 1864. L’urto e la lacerazione
che separa «il pensiero di dietro» dal «pengliaia di occhi, commossi o inflessibili o sosiero davanti» ha prodotto due nuove menlo distratti osservarono il fulmine composto
ti che non combaciano più. Nel 1927 Paul
da due o tre segmenti rettilinei tra loro conKlee dipinge un Physiognomischer Blitz (fulnessi attraverso angoli acuti e, di certo, nesmine fisiognomico). Un viso ovale è frattusuno ebbe a ridire. L’evidente, elementare,
rato da un fulmine convenzionale, letteranon conformità assoluta tra il fulmine “sulrio, la cui forma “a zig-zag” mostra, dietro,
la carta” e quello “nel cielo” non scandalizzò
un nulla oscuro e che tiene
separate, come i lembi di una
IL GRAFICO
ferita recalcitrante, le due
Nel
disegno:
la turbolenza
metà, ormai irriconciliabili,
nella nuvola fa spezzare
della stessa, ma doppia e vacua, faccia umana. Nel 1919,
le molecole di acqua
sempre Klee in un curioso
POTENZIALE
autoritratto si mostra ancora e ghiaccio. Alcuni frammenti
NEGATIVO
unito, simmetrico ma già
hanno carica positiva, altri
con tutti i segni di un clivagnegativa. Come regola
gio doloroso e gli occhi sigilgenerale, i primi salgono
lati in un dolore profetico
della frattura. È la litografia
verso l’alto della nuvola
che egli intitola, almeno nelSCARICA
e i secondi scendono
la mia edizione della UniverELETTRICA
Tra la nuvola e il terreno, o
sity of Berkeley, Press, 1964
dei Diari: 1898-1918: Lost in tra due nuvole vicine, si crea
Thoughts (Smarrito nei penuna differenza di potenziale
sieri). L’esperienza interiore
di Emily, quel sentirsi attraelettrico che provoca
versata da una improvvisa
la scarica, grande fino
corrente di nulla ma che laPOTENZIALE POSITIVO
a diversi milioni di volt
scia, dietro, un tempo per
sempre fratturato, si traduce, pochi anni dopo, nelle mani esperte di
Klee, in un fulmine che strappa una faccia
umana impedendole, ormai per sempre, di risigillarsi e di cicatrizzare un tempo ormai per
sempre interrotto.
Con meno sottile filosofia, assoluto disinteresse per la scienza fisiognomica, pur così
in voga a quei tempi, ma con sbrigativa e sulfurea violenza aveva un fulmine posto fine
alla vita del Herr Professor Wilhelm Richmann esattamente il 6 agosto 1753 a San Pietroburgo. La cosa non deve esser durata più
di pochi millesimi di secondo e l’imprudente scienziato che aveva attirato attraverso fili e ganci e lunghi trespoli metallici il fulmine nel suo bell’appartamento russo rimase
fulminato. Ai superstiti restò il compito della cristallizzazione, della eternizzazione
dell’evento fulmineo. In almeno due occasioni il povero professore venne rappresentato nell’atto supremo della sua vita: quasi
nello stesso tempo e, poi, nel 1880, ad almeno 130 anni di distanza. Naturalmente, la
morte nel 1880 è divenuta assai più bella. Il
corpo snello e giovane s’inarca sotto la potente scarica, una gamba è flessa all’indietro, l’altra protesa in avanti. I polsini di pizzo, elettrizzati, si sventagliano attorno alle
mani spalancate, il tricorno sta ancora sospeso in aria. Gli strumenti scientifici, muti
e innocenti, testimoniano della sua sventurata imprudenza.
Il disegnatore della stampa ebbe il compito leggero e impossibile di rappresentare il
fulmine: bianco su nero. Figlio del suo tempo, lo rappresentò rigorosamente “a zigzag”
e lo consegnò, senza particolari sussulti di
incertezza, agli inchiostri di stampa. Mi-
La forma a zigzag
nacque per illustrare
la folgorazione
di uno studioso del ’700
ti, schizzi, francobolli e affreschi. Non possiede alcuna originalità, venne clonato in
decine di migliaia di esemplari. La sua esoterica forma angolare, quel suo articolarsi in
segmenti successivi che indicano una sostanziale incertezza nel procedere ma, al
tempo stesso, una scientifica determinazione ad aspirare ad un superiore “status” geometrico, non venne adattata alla parallela
“forma naturale”. La ricoprì, invece, la oltrepassò e si installò, in sua vece, nei nostri
pensieri fornendo una traduzione stabile,
semi-permanente e scrivibile di una forma
originale irregolare, riottosa, assurdamente
e abbondantemente ramificata, a-geometrica, istantaneamente arborea.
A parte alcuni cammini iconografici che si
possono tentare per cercare di ricostruire la
nascita e il procedere imperiale dello “zigzag” e che sono e resteranno sempre insoddisfacenti e inconclusi, resta il problema più
bello: la necessità morale, logica, estetica di
“rappresentare” un tempo infinitesimo.
Molto probabilmente, un fulmine è “la cosa” visibile la cui durata è la più breve tra tutte. Da una delle tante immagini fotografiche
ad alta velocità fornite dal New Mexico Institute of Mining and Technology si deduce
facilmente che un fulmine in cui siano presenti tutte le componenti (correnti “leader”,
scarica di ritorno, corrente in discesa, eccetera) duri circa 90 millesimi di secondo. Si
tratta, in questo caso particolare, di un fulmine che si sviluppa sulla distanza di tre chilometri tra la nube e il terreno. La nostra attrezzatura sensoriale e percettiva ce ne connessuno. La fisionomia del fulmine era staserva una “immagine interiore” per un temta assai ben afferrata e conchiusa in quella
po assai più lungo, naturalmente. Ma i detforma rettiliana e geometrica assieme e tuttagli strutturali si obliterano assai in fretta e
to procedette tranquillamente. Naturalsi nascondono efficacemente alla memoria
mente, il fulmine che sta uccidendo dal 1753
e alla coscienza. In definitiva, l’unico modo
il Professor Richmann è uno delle migliaia
che è utile seguire per avere una idea del feche hanno popolato immagini, tele, appunnomeno è di studiarne le serie fotografiche. I cosiddetti
IL LIBRO
“superfulmini”, adesso asIl nuovo libro di Ruggero
POTENZIALE
sai di moda, si palesano, inPOSITIVO
Pierantoni, scrittore
vece, assai bene mediante
ragionevoli ma coloratissie studioso della percezione
me simulazioni digitali.
acustica e visiva, si intitolerà
Il 16 luglio 1864 viene scattata la prima fotografia di un
Uno scherzo fulmineo.
fulmine dal dottor Kaiser in
Cinquecento anni di fulmini
Berlino e, certamente, non
dal 1929 al 1447 (240 pagine, mostra un fulmine “a zigzag”. Ma l’effetto sull’icono22 euro) e sarà in libreria
grafia del fulmine è praticaa ottobre per i tipi
mente nullo. La forma geodi Rosellina Archinto editore
metrica e regolarizzata possiede troppi elementi rassiTra gli scritti precedenti:
curanti, seduttivi e “razionaVortici, atomi e sirene.
li” per essere spazzata via da
una banale immagine fotoImmagini e forme del
grafica. Ma, come stavamo
pensiero esatto
intravedendo, non è tanto la
(Electa Mondadori)
forma che viene consegnata
al fulmine ad essere interessante, quanto l’intenzione e la convinzione di
poter rappresentare una percezione istantanea e darle forma stabile e perenne. Insomma, l’antica illusione irriducibile della potenza venatoria della scrittura: della sua insuperabile capacità d’impossessarsi di forme naturali, per quanto veloci, potenti, pericolose
esse possano essere.
L’infantile e necessaria illusione del fermare il tempo che si manifesta nella mano del
pittore che sta tracciando il suo lampo accecante di biacca contro una nuvola gravida,
verdastra e minacciosa non è diversa da quel
gioco doloroso e triste che giochiamo contro
di noi nel vedere i fuochi artificiali. Il dotare i
fulmini di una vita misurabile, l’averli estesi
miseramente nel tempo, li dota, molto semplicemente, di una morte. E, per compensarla, per assicurarci che, tutto sommato, tutto
continua per il meglio, che siamo noi a definirlo il tempo, a dargli forma ed assicurargli
una decente illusione di continuità ripetiamo
e ripetiamo il lampo. Si alzano contro il cielo
nero parabole dorate e subito si polverizzano,
si espandono perfette sfere color fragola e sono subito fiammelle disperse da Purgatorio.
Si propelle più in alto di tutto, altissima sul
promontorio notturno, l’ultima lama accecante di luce candida e subito dopo tutto è già
nulla. Segue, incoerente e solitario, uno strano boato. Buio, ancora una volta.
MIRCO TANGHERLINI
RUGGERO PIERANTONI
Sommarsi come il tuono sul finire
poi grandiosamente crollare
mentre ogni cosa creata si nasconde
questa — sarebbe poesia.
Sempre Emily...
La metafora di Paul Klee
ed Emily Dickinson:
una frattura nella mente
che disperde il pensiero
DOMENICA 30 LUGLIO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
La folgore tra miti classici e letteratura
Da Athena a Justine
era il castigo degli dei
DARIA GALATERIA
«I
l colpo di fulmine ha questo di buono, che fa risparmiare un sacco
di tempo», medita l’umorista francese Pierre Doris. Il tempo è lento e inarrestabile. Il fulmine, subitaneo e imprevedibile. Così insensato, e più veloce del tempo, si è messo presto dalla parte del sacro; e
così mirato nell’incenerire, è sembrato un fuoco punitivo: l’arma (saetta, sagitta, freccia) di Giove. Lucrezio, essendo pazzo, si sforzò di spiegarne la natura in termini ragionevoli; per trecento versi (De rerum natura, L. VI), si scaglia contro le interpretazioni teologiche del fulmine. Se
Giove punisce con corrucciate saette i mortali, perché tutti i colpevoli,
«folgorati, non esalano fumo?». Perché il dio trafiggerebbe alberi e luoghi
isolati, e senza peccatori?
Ma più forte di Lucrezio (e di Empedocle, Democrito e Aristotele, e dei
miti nordici, con la scintilla celeste creata da Thor battendo sull’incudine)
la poesia epica e la tragedia avvolgono i lampi di corruschi aloni divini.
«Zeus mi promette il fuoco del suo fulmine, per colpire gli Achei e incendiarne le navi», si vanta, nelle Troiane di Euripide, Athena, cui i Greci hanno oltraggiato il tempio.
Sade, nel 1791, polemizzerà con l’idea della folgore punitiva. Ha scritto alla Bastiglia la storia della virtuosa Justine, sottoposta contro la sua
volontà a ogni sorta di violenza (quasi sempre retrograda) e alle più
alambiccate angherie erotiche escogitate da libertini infiammati — perlopiù giudici e frati: tutti soprusi e corali assalti subiti con i begli occhi
inondati di lacrime, e invocando il soccorso divino. Ora, mentre la sorella Juliette prospera nel vizio, la virtuosa Justine muore colpita da un
fulmine «che la scaglia in mezzo al salone»: prova provata che la provvidenza sembra accanirsi sulle creature immacolate, e soccorrere propizia il crimine. L’Essere Supremo squaderna un universo crudele: «Stolto, perché non mi imiti?».
«Ah cielo che sento? Un fuoco invisibile mi brucia!» si lamentava invece
a giusto titolo Don Giovanni di Molière, della schiera di atei e libertini colpiti dalla folgore divina. Il Seicento devoto restaura il Cielo tuonante sui reprobi; ma con che leggerezza Shakespeare invia lo spiritello Ariel, su incarico dello spodestato duca di Milano Prospero, a fiammeggiare tra le sartie
dell’usurpatore: «I flam’d amazement, ho fiammeggiato terrore», racconta Ariel, più veloce della vista, come lampo di Giove. Tutti salvi, alla fine;
rinsavimento e amore concludono La tempesta (1611). Il pentimento è pure il fine dei fulmini di Defoe, un anno dopo Robinson Crusoe; Il capitano
Singleton (1720) è convinto dal quacchero Guglielmo, complice un fulmine estremamente persuasivo, a abbandonare vita dissoluta e filibusta. Nell’Oberon di Wieland — è il 1780 — il paladino Huon, incaricato dall’imperatore Carlo di riportargli quattro molari del califfo di Bagdad, riesce nell’impresa, ma non a mantenersi virtuoso sulla nave del ritorno, in una notte di luna, in compagnia dell’amata: tuoni, fulmini, tempesta, erranza, e
guai di ogni tipo — fino alle nozze benedette dal papa.
Ormai i fulmini sono ridicoli, o mal consigliati. A inizio Ottocento, la Batracomiomachia, e gli annessi, leopardiani Paralipomeni, deridono il Padre Giove che, mosso a compassione delle rane, disperde l’“armata intiera” dei topi (IV,6). A metà secolo, il Rigoletto verdiano, abituato a esecuzioni
verbali, sogna di vendicarsi più concretamente sul suo padrone: «Qual fulmin scagliato dal cielo, la mia mano colpirti saprà» — ma il fulmine si sa è
cieco, e il pugnale per errore colpisce la figlia adorata del giullare.
La giustizia divina era ondivaga peraltro anche nella tradizione classica;
perché colpire con la folgore il benemerito Esculapio, dio della medicina?
Plutone era bensì irritato dalla rarefazione dei morti; e Zeus dà ascolto alle sue recriminazioni. Ride Giove del resto alla richiesta di Numa Pompilio, che cerca il segreto dei fulmini (Ovidio, Fasti, III).
Il Novecento ha un senso nebuloso della colpa, e vividissimo il terrore
del tempo. Così, sorge Eugenio Montale a ritenere che «la bufera che
sgronda sulle foglie» abbia a che fare con l’eternità: i colori improvvisi creati dai fulmini («il lampo che candisce / alberi e muri e li sorprende in quella / eternità d’istante») sono l’immagine dei fotogrammi della memoria,
che a sorpresa illuminano certi attimi, per sempre.
42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 30 LUGLIO 2006
Esce “Il piacere degli occhi”,
un libro di minimum fax
che raccoglie i saggi
del grande regista francese. Una galleria di vividi
ritratti degli attori e degli autori che hanno contato
nella sua formazione e nella creazione dei suoi film
Ma anche una lezione sulla settima arte impartita
da uno scrittore di straordinaria qualità
STEFANO MALATESTA
rançois Truffaut, come tutti
sanno, ha scritto molto sul cinema: probabilmente il regista
europeo che ha scritto di più,
da critico e da cinefilo; da sostenitore del cinema americano e da ammiratore del suo contrario, Roberto Rossellini; da capofila della Nouvelle Vague a tollerante e un po’ ecumenico
ex “giovane turco” diventato regista famoso. Una produzione letteraria che è
apparsa ancora più ampia e fitta di interventi di quanto non sia stata perché molte cose che diceva non erano tratte da suoi
scritti personali, ma dalle interviste, un
genere spurio e interessante, applicato
non so bene perché soprattutto al cinema.
È rimasta famosa l’intervista data da
Buñuel allo scrittore e sceneggiatore francese Carrier, rallegrata o funestata non saprei dire dal traduttore perché a un certo
punto Buñuel richiesto di indicare cosa
rimpiangesse di più della Spagna, da dove
mancava dal tempo della guerra civile, diceva: «Gli aperitivi», e tutti noi avevamo
commentato: ma questo Buñuel si è rimbambito. Rimbambito invece era stato il
traduttore: gli aperitivi stavano per «ta-
F
Truffaut
François
Un film dove è protagonista
potrebbe quasi fare a meno
di raccontare una storia [...]
Lei ha la naturalezza delle
ragazze nate dopo la guerra
ROBERTO ROSSELLINI
Mi ha insegnato
che il soggetto di un film
è più importante dei titoli
e una buona sceneggiatura
deve stare in dodici pagine
‘‘
CATHERINE DENEUVE
‘‘
Repubblica Nazionale 42 30/07/2006
“Vi racconto il cinema
e i suoi fuoriclasse”
pas», parola che però indica anche quei
locali coloriti e pieni di atmosfera dove si
mangiano acciughe, tonno o fritti, tutto
un mondo di bevute e di amicizie, introvabili fuori dalla Spagna.
In una raccolta di interviste a Truffaut
uscita nell’88, ad un certo punto la prefatrice sentenziava: «François adopera le
parole con grande virtuosismo». Poi aggiungeva: «Un dono raro per un cineasta».
Mica vero. Chi abbia ascoltato anche una
sola volta Federico Fellini involarsi in uno
dei suoi racconti su cose e persone, non si
sapeva mai se vere o inventate, ma descritte con una cura straordinaria nei dettagli elaborati con la mimica e che la sua
voce sottile rendeva ancora più nitidi e
precisi come fossero lavorati al tornio, si
rendeva conto che a trascriverli sarebbero stati dei pezzi straordinari. E così, anche se non in questa misura, molti altri registi avrebbero saputo tenere la penna in
mano (qualcuno l’ha fatto, da Bergman a
Orson Welles; Roberto Rossellini, che lavorava quasi senza sceneggiatura, era veramente un caso all’opposto) se avessero
avuto tempo, voglia e un minimo di fiducia nella possibilità della scrittura di genere alto o elegante che non avevano.
Gli uomini del cinema sono uomini di cinema, uomini di cinema, uomini di cinema, incantati da questa arte così istintiva e
gelosa che ha altri modi di rappresentazione della letteratura, e si nutre più di intuizioni che di ragionamenti, più di visioni che
di razionalizzazioni, che non ha quasi mai
permesso che ci si allontanasse troppo da
lei. Il mondo del cinema, degli attori, dei registi, è fatto di immensi vuoti, mascherati
da un attivismo forsennato per evitare la
pazzia, in attesa della messa in opera del
film, che si può prolungare per tempi infiniti. E più questi tempi si prolungano più i
registi sono o fingono di essere indaffaratissimi e non c’è testa per altro.
Provate a immaginare un regista che si
sveglia di buonora la mattina, prende con
calma il suo caffè, esce, raggiunge la casa
di produzione e al chiuso di una confortevole stanza, sotto l’occhio benevolo del
produttore che sta cercando ansiosamente di chiudere il pacchetto, si mette a
vergare decine di saggetti come Il cinema
DOMENICA 30 LUGLIO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
IN LIBRERIA
Il piacere degli occhi, selezione
di scritti sul cinema di François
Truffaut, è in libreria da domani
Il volume fa parte del cofanetto
L’uomo più felice del mondo,
con due film in dvd, I quattrocento
colpi e La signora della porta
accanto (coedizione minimum faxBim, 302 pagg., 99 + 106 minuti,
28 euro)
‘‘
ISABELLE ADJANI
‘‘
STEVEN SPIELBERG
‘‘
FANNY ARDANT
‘‘
ALFRED HITCHCOCK
È la sola attrice che mi abbia
fatto piangere davanti
alla televisione. Pensavo
che filmandola avrei potuto
rubarle cose preziose
FOTO MAGNUM
Ha la speciale capacità
di rendere plausibile
ciò che è straordinario [...]
Ha reso più quotidiane
possibili le scene fantastiche
è una maschera o uno specchio?
Truffaut ha fatto esattamente il cammino inverso cominciando giovanissimo a
scrivere interventi diventati famosi, e
molto prima che iniziasse a girare una
scena di un vero film. Non vorrei qui ripetere per la milionesima volta i passaggi
dell’infanzia truffautiana, conosciuta dai
cultori del suo mito quasi come quella di
Pinocchio: la liberazione, l’arrivo dei film
americani tra i quali spiccava Citizen Kane visto venti volte (François non era solo:
un altro pazzo per i film di guerra aprì un
american bar in Rue Delambre, a Montparnasse, la prima a destra venendo dalla
Coupole, chiamato “Rosebud Bar”. Rosebud era la misteriosa parola che fa da leitmotiv al film); e poi i lavori manuali, la
breve galera, il recupero da parte di André
Bazin, inquieto ma perbene ultimo erede
della schiatta dei moralisti francesi, dove
moralismo sta per un sistema qualche
volta religioso, ma sempre scettico di eleganti proporzioni, che manteneva alto il
tono della cultura in Francia.
Ma se il giovane François la mattina indossava la tuta da operaio, la sera andava
a letto presto con uno dei volumi della collezioni Classiques Fayard, da A-Aristofane a V-Voltaire. Dietro di lui si innalzava
ancora potente e riverita la società letteraria di un paese in cui anni più tardi un
presidente della Repubblica in carica
dirà: «Avrei preferito fare lo scrittore». Viviamo in tempi così miserabili per tutto
quello che riguarda il dibattito culturale
che ci siamo scordati che una volta, non
molti anni fa, esistevano luoghi differenti
e un po’ più eleganti di Porta a Porta per
parlare di tutto e anche di cinema. Per
esempio i caffè di una Rive gauche, sia pure di maniera e risaputa, dove scendevano Sartre e la Beauvoir, Althusser e Merlau-Ponty e magari più tardi Deleuze e
Guattari e i “noveau philosophes”, e gli
studenti facevano la fila dall’alba per
ascoltarli. È verissimo che molti di questi
che venivano definiti, con un termine or-
ribile, “maitres à penser”, soprattutto gli
ultimi, facevano passare dei luoghi comuni per folgoranti rivelazioni e loro stessi
erano di una vanità ributtante. Ma almeno i ragazzi tornavano a casa con qualche
ideuccia in più e qualche conformismo in
meno e nelle polemiche tra loro erano ancora abbastanza lontani dallo stile “ultrà
curva sud” di quelli che avrebbero urlato:
«Sartre, devi MO-RI-RE».
In quegli stessi anni Cinquanta durante
i quali Truffaut pubblicava sui Cahiers, Roland Barthes scriveva i sarcastici commenti intitolati Mitologie. E
il modo classico di costruire la frase e poi di
spezzarla per mostrarsi modernissimi era
molto simile. Anche se
Truffaut aveva abbandonato la scuola a
quattordici anni e l’altro rappresenterà la
crème de la crème dell’alta accademia. Non
a caso il libro che
uscirà nei prossimi
giorni, in cui sono raccolti i testi più significativi del regista francese, ha come titolo Il
piacere degli occhi, che
ricorda immediatamente Il piacere del testo di Barthes.
Poi è venuta la stagione dei film. Il primo,
I quattrocento colpi, rivelò subito un talento. Servendosi della sua corazza di maniaco cinefilo, Truffaut è riuscito in un’impresa quasi impossibile: respingere le lusinghe della letteratura evitando di trasformare i libri in pièces de théâtre. Solo in Jules e Jim la letteratura sembra che si avanzi
fino a un punto di non ritorno, ma il talento di Truffaut trasformò lo spunto per un
film letterario in grande cinema. Conosco
solo Pasolini che sia riuscito a superare indenne la metamorfosi da scrittore a regista
girando il meraviglioso Accattone.
I quattrocento colpi deve molto all’influenza di Rossellini per la chiarezza e per
la volontà di non complicare la narrazione con troppi personaggi e fatti. Ma il richiamo che hanno sempre esercitato i
suoi film su un pubblico vastissimo, in
particolare quello femminile, ha altre ragioni. Le sue storie sono molto differenti
tra loro e François stesso diceva di girare
un film per smentire quello che aveva
detto nel precedente. Tutti comunque
hanno in comune di essere dei racconti
privati creati da un romantico che aveva
una sola passione: quella
di perdersi in una serie
infinita di vicende amorose non molto lontane
per il contenuto dalle telenovelas ma che, elaborate e montate e graziate
dal tocco di Truffaut,
sembravano così moderne, così spiritose, così
nuove da incantare anche i critici più sofisticati.
E naturalmente dietro
c’era Parigi. Ricordate Baci rubati? Cosa sarebbe
senza Parigi di sfondo la
scena iniziale, quando il
giovanotto comincia a seguire tutte le ragazze che
vede entrare o uscire dal
metrò mentre Charles Trenet canta Que reste-t-il de nos amours.
Sono tutti film da cui traspare, molto più
che dai saggi, l’amore di Truffaut verso le
donne, da lui adorate in quella sua maniera che nascondeva e mascherava: una maniera che aveva come effetto di esporle ancora di più: Fanny, Marie France, Catherine, Françoise, Janet e tutte le altre che con
le loro gambe a compasso, come lui diceva,
prendevano le misure del globo.
ALLA MACCHINA
DA PRESA
François Truffaut,
che ha contribuito
alla nascita
della Nouvelle
Vague, dietro
alla macchina
da presa sul set
del film Le due
inglesi del 1971
Dalla sua opera
traspare l’amore
per le donne
In lei ho subito apprezzato
vitalità, coraggio, umorismo
ma anche il suo gusto
del segreto e, soprattutto,
qualcosa di vibrante
Con le loro gambe
a compasso amava dire prendono le misure
al mondo
La sua carriera dimostra
che un regista
cinematografico
può arrivare al successo
e restare fedele a se stesso
44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 30 LUGLIO 2006
i sapori
Profumi di cucina
Amatissimo o odiato, dal gusto inconfondibile,
il bulbo accompagna da secoli carni, pesce
e verdure. E ora è diventato protagonista
di ricette creative, nonché di una fiera che lo
celebra il prossimo fine settimana nel ferrarese
Aglio
È lo spicchio più forte
d’obbligo schierarsi
LICIA GRANELLO
tiamo diventando intolleranti al buono. Gli odori intensi ci urtano, i sapori vigorosi ci
preoccupano. Ci stanno insegnando a diffidare dei nostri stessi sensi: l’omologazione del
gusto passa per il cibo inodore e insapore. L’aglio, il “tartufo dei poveri”, è il primo a farne
le spese: pesto, sughi, arrosti, bruschette sempre più spesso sono orfani di un elemento
che da sempre al solo profumo scatena l’appetito.
Non digeriamo più l’aglio. Possibile? Intanto, c’è aglio e aglio. Nei mercati, sugli scaffali, l’aglio italiano è quasi scomparso. Siamo inondati da quelli cinesi, indiani, spagnoli. Grossi, lucidi, perfetti, inattaccabili da muffe e secchezza. Ma anche invadenti, mono-odori, senza grazia.
Perché l’aglio può essere seducente come un profumo d’autore, invitante e lascivo, promessa di godimenti golosi senza spiacevolezze residue. A patto di saperlo scegliere al momento della spesa, e trattarlo con cura quando arriva in cucina.
Dall’aglio ursino, pianta boschiva spontanea di cui si usano anche le foglie, a quello rosa di Lautrec,
nei Pirenei francesi, fino all’aglio di Vessalico, coltivato nell’entroterra d’Imperia, la gamma di gusti e
profumi si fa via via più soave.
Esistono anche dei piccoli trucchi, come l’uso degli spicchi “in camicia”, l’asportazione del germoglio verde interno, la marinatura nel latte, giù giù fino allo sbianchimento, con
gli spicchi sbollentati più volte, cambiando sempre l’acqua di cottura. E per
“resettare” il palato a fine pasto, basta masticare un chicco di caffè o di anice
stellato…
Le preparazioni possono essere mirabili. Basta pensare al tradizionalissimo pesto genovese, la cui ricetta venne codificata a metà Ottocento con accanto il nome alternativo di savore d’aglio. Tante anche le ricette creative, dalla mousse di Ferran Adrià alla caramellatura di George Blanc. A Gardone Riviera, la corona d’aglio candita inventata da Riccardo Camanini (le teste
sbianchite sette volte, passate in forno coperte a 60 gradi per 3 ore con zucchero di canna, sale, grasso d’anatra, e infine girate sulla brace) resiste a tutti i
cambi di menù.
Buono e terapeutico, l’aglio era già conosciuto dai Faraoni che lo distribuivano agli schiavi per aumentarne l’energia e curare le malattie. Del resto,
l’elenco delle sue virtù è lunghissimo: antibiotico naturale contro tosse, influenza, infezioni intestinali, abbassa pressione, glicemia, colesterolo e trigliceridi, attenua i disturbi epatici ed è un potente
avversario di funghi e parassiti.
Ma l’aglio è indispensabile anche ai seguaci di Bram Stoker (inventore di Dracula) e agli scaramantici. Sugli schermi Rai, quarant’anni fa, Aitano Pappagone (alias Peppino De Filippo) scacciava il malocchio con una filastrocca rituale, Aglio, fravaglie, fattura ca nun quaglia; corna, bicorna, cape 'e alice e cape d'aglio, che metteva insieme pesci (fravaglie e alici), in quanto simboli di Cristo, corna (efficaci perché appuntite) e l’immancabile aglio.
Se temete nuvole sulle vostre escursioni alpine o una medusa tra le onde, sulla strada delle vacanze fate tappa a Voghiera, Ferrara. Nel prossimo fine settimana, infatti, verrà celebrata la nona edizione della Fiera dell’aglio di Voghiera: bianco lucente, aromatico, a un passo dal riconoscimento Dop.
Tra le tombe della necropoli etrusca e le corti della reggia estense di Belriguardo, potrete fare scorta di
trecce, creme, essenze. Un pizzico di peperoncino non guasterà.
S
Bianco
I TIPI
Detto anche comune o rustico
per la sua adattabilità,
è caratterizzato da dimensioni
e aromi più o meno accentuati
a seconda dei diversi climi
e terreni di coltivazione
Zona più produttiva: il Polesine
Repubblica Nazionale 44 30/07/2006
Rosa
Esibisce tuniche di un color rosa
o giallo pallido, è precoce,
soffre l’umidità, non si conserva
facilmente, i bulbi sono grandi
e irregolari, il gusto è delicato
e aromatico. Le coltivazioni
migliori sono nel Sud
Conosciute fin
dall’antichità
le sue virtù
disinfettanti
e terapeutiche
Glossario
Vestito (in camicia)
Spellato(nudo)
Schiacciato
A fette
Testa
Resta
Rosso
Galles
Le coltivazioni più importanti
sono a Nubia e Sulmona
Il bulbo siciliano, tuniche
esterne bianche e interne rosse,
è alla base del pesto trapanese
L’altro, color porpora, è ricco
di oli essenziali e si usa vestito
Fa parte della stessa famiglia
botanica delle liliacee,
ma rispetto all’allium sativum,
il fistulosum, noto come aglio
del Galles, ha fioriture
più importanti e foglie aromatiche
Diffuso in Cina e Giappone
Bulbilli
Tuniche
Si utilizza lo spicchio intero
Viene eliminata la guaina protettiva
Si schiaccia con il palmo della mano
Spellato e tagliato sottile
dopo aver tolto il germoglio
Il bulbo intero
La treccia di bulbi lavorati a coppie
e lasciati essiccare
Gli spicchi da semina ricavati dai bulbi
migliori dell’anno precedente
Le sezioni esterne del bulbo
in cui sono incorporati gli spicchi
DOMENICA 30 LUGLIO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
itinerari
Riccardo Camanini, chef di Villa Fiordaliso,
relais affacciato sul lago di Garda, declina l’aglio in maniera
originale e leggera, sia in forma di crema per condire gli spaghetti,
sia candito, contorno strepitoso dell’anguilla alla brace
Adria (Ro)
Il centro più
importante del Basso
Polesine, adagiato
nell’ultimo fazzoletto
della pianura padana,
ha una storia antica
La coltivazione
di aglio bianco è ampia e di qualità
La nuova raccolta in questi giorni
Sulmona (Aq)
Paceco (Tp)
Patria di Ovidio
e sede della giostra
cavalleresca
d’Europa (5 e 6
agosto). Dedita
da 2000 anni
alla produzione
di confetti, la città vanta un’altra
produzione pregiata, quella dell’aglio
rosso, coltivato nella conca Peligna
Centro agricolo
adagiato nella riserva
regionale Saline
di Trapani, è famoso
per i suoi meloni
dolcissimi, gli ottimi
oli, i formaggi ovini
La produzione di aglio rosso, protetto
dal presidio Slow Food, è localizzata
nella contrada di Nubia
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
SANTA LUCIA B&B
Corso Ovidio 13 - Tel. 0864-210616
Doppia da 90 euro, colazione inclusa
BAGLIO COSTA DI MANDORLA
(con cucina)
Via Verderame - Tel. 0923-409100
Doppia da 86 euro, colazione inclusa
DOVE DORMIRE
HOTEL MOLTENI (con cucina)
Via Ruzzina 2 - Tel. 0426-42520
Doppia da 85 euro, colazione inclusa
DOVE MANGIARE
TAVERNA DEL CAVALIERE
Via Brenta Ariano, Rivà di Ariano Polesine
Tel. 0426-79300
Chiuso mercoledì e giovedì a pranzo,
menù da 35 euro
DOVE MANGIARE
CLEMENTE
Vico Quercia 5 - Tel. 0864-52284
Chiuso giovedì,
menù da 25 euro
DOVE MANGIARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
AGRICOLA BIOLOGICA IL SALICE
Via Eridania 1667, Papozze
Tel. 0426-44416
FATTORIE PINGUE
Via Lamaccio 2
Tel. 0864-33580
ORTOFRUTTA MARTINICO
Via Francesco Crispi 3
Tel. 0923-526673
MONTE SAN GIULIANO
Vicolo San Rocco 7 - Tel. 0923-869595
Erice
A lungo relegato nelle cucine contadine, viene poi ingentilito per le tavole nobili
Cibo povero, ma trasformista
MASSIMO MONTANARI
n prodotto povero, anzi di più: un “segno” di povertà, da cui i signori ostentano distacco. Questo è
l’aglio, nella nostra tradizione alimentare. Cominciamo con un testo del Decimo secolo. Un vecchio pellegrino con un sacco carico di aglio, cipolle e porri sta tornando da Roma e incrocia la sua strada con quella di un
monaco schizzinoso, di nome Giovanni. «Allontaniamoci da questo puzzo», dice il monaco al suo compagno di
viaggio, l’abate di Cluny, Oddone. Il quale gli impartisce
una bella lezione: «Vergognati: lui può mangiare queste
cose e tu neppure riesci a sentirne l’odore?». Il finale edificante dell’episodio lo rende comunque rivelatore della
percezione che allora si aveva dell’aglio, del suo odore,
del suo sapore, come di cose estranee alla cultura delle
classi alte: esse appartenevano all’universo alimentare
contadino, rustico, volgare.
Tale era l’immagine dell’aglio già in epoca antica, tale
rimarrà per secoli. Una novella di Sabadino degli Arienti, scrittore bolognese del Quindicesimo secolo, mette
al centro dell’azione proprio l’aglio, in una vicenda feroce che ha come protagonisti il duca di Ferrara e un
contadino della bassa padana di nome Bondeno. Questo Bondeno era riuscito a entrare negli ambienti di
corte come camariero del duca, e si era un po’ montato
la testa: a un certo punto addirittura pretende di essere nominato cavaliere. Il duca decide di giocargli uno
scherzo: finge di accogliere la sua richiesta e un bel
giorno invita i cortigiani alla cerimonia di investitura e
allo svelamento del blasone nobiliare appositamente
studiato per Bondeno e la sua famiglia. Si leva il drappo ed ecco apparire «uno capo d’aglio in campo azzurro», e di fianco una damigella che si ritrae turandosi il
naso per il fetore. Il senso appare chiaro a tutti con immediatezza: contadino sei, contadino resterai. E il tuo
essere contadino sempre si sentirà, come ora si sente,
LE RICETTE
U
dal puzzo d’aglio emanato dal tuo corpo.
Eppure... eppure anche l’aglio può entrare nella cucina di élite. Basta qualche piccolo accorgimento per
“ingentilirlo”. Lo stesso Sabadino, commentando la
storia di Bondeno, dopo aver ribadito il suo significato
e cioè il valore dell’aglio come rivelatore della natura
rustica di chi lo consuma, osserva che però anche l’aglio talvolta può farsi “artificiosamente civile”, ossia
entrare in un diverso universo gastronomico e culturale. Ciò accade, dice Sabadino a titolo di esempio, quando l’aglio «si conficca in uno papero arrosto», cioè si usa
come ingrediente per aromatizzare una carne pregiata, una vivanda di lusso.
È uno dei “segreti” con cui il patrimonio culinario popolare spezza le barriere ideologiche del privilegio sociale e viene assunto anche dalle élite, secondo modalità che
ritroviamo nei libri di cucina medievali e rinascimentali,
destinati alle classi alte della società, nobili e alta borghesia, ma con ampie aperture alla cultura popolare. I
meccanismi sono semplici: prendere una ricetta povera,
o un ingrediente povero, e nobilitarli facendoli parte di
un diverso sistema di cucina, arricchendo la ricetta con
ingredienti preziosi (per esempio, aggiungere spezie abbondanti su una semplice zuppa di cereali o di legumi)
oppure inserendo quegli ingredienti in preparazioni più
complesse (il caso dell’aglio «conficcato nel papero» da
questo punto di vista è esemplare).
Il gusto si disegna secondo confini sociali precisi, sul
piano ideologico. Ma facilmente supera quei confini,
nel momento in cui il signore si appropria di un piatto
o di un sapore contadino. I segni dell’identità sociale in
questo modo diventano patrimonio comune. Forse avviene anche il contrario, forse anche i contadini accolgono valori e sapori delle classi alte, ma di questo parleremo un’altra volta.
Bagna cauda
Pesto
Allioli
Bagnetto verde
Cento ricette per la più celebre
delle salse agliate: obbiettivo,
ridurne l’impatto gustativo
Ammollati in acqua o latte,
gli spicchi tritati si cuociono
a fuoco basso nel coccio
con olio, acciughe e poco burro,
fino a diventare crema
Nel mortaio di marmo, si
pestano in successione aglio
(l’ideale è quello ligure,
uno spicchio ogni 30 foglie)
sale grosso, basilico, pinoli,
parmigiano, pecorino
L’olio ligure, non aggressivo,
va aggiunto a goccia
Di matrice spagnola, prevede
l’uso degli spicchi crudi, pestati
nel mortaio e lavorati con poco
sale. Una volta ammorbiditi,
si incorpora il tuorlo d’uovo
e si monta con l’olio come
una maionese, aggiungendo
alcune gocce di aceto o limone
Si mescolano con l’olio, tritati
finemente, prezzemolo, aglio,
acciughe, mollica imbevuta
nell’aceto e strizzata. Si può
caratterizzare con peperoncino,
capperi, cetriolini, cipollotti,
tuorlo sodo. Meglio lasciarlo
riposare in frigo qualche ora
46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 30 LUGLIO 2006
le tendenze
Tessuti ultraleggeri, alluminio, titanio, gomma, poliuretano: il baule
Tempo di vacanze
e la valigia di antica memoria si trasformano in accessori fashion
pensati per offrire la massima capienza e l’immagine più trendy
Capita così che anche l’oggetto più piccolo abbia il suo contenitore
griffato, perché portare con sé iPod , computer o lettore cd non sia
mai più un problema per i nuovi viaggiatori
BASTA PER UN WEEKEND
Linee essenziali per la valigetta
da weekend Le Sac V 50
di Hermès. In pelle color visone
PROFESSIONE DOTTORE
DEGNO DI NOTA
Assomiglia alle vecchie borse
da dottore il modello proposto
da Bridge. In pelle invecchiata
con profili in ottone
Non solo una trovata per farsi
notare. È il comodo borsone
in cervo giallo firmato David & Scotti
TOUR A COLORI
Sono disponibili in molti colori
e tre dimensioni diverse
le valigie rigide di Carpisa. Dotate
di manico estensibile e rotelle
GITA LAMPO
ELEGANZA D’ANNATA
L’idea per una gita lampo? La sacca
in tessuto arancio di Salvatore
Ferragamo. Con manici in cuoio
e tasca frontale con chiusura zip
Fu lanciata nel 1924 ed era usata
solo all'interno di valigie rigide. Oggi
la Keepall di Louis Vuitton in cuoio
monogrammato è un cult
in Viaggio
Elogio della leggerezza
il bagaglio perde peso
Repubblica Nazionale 46 30/07/2006
JACARANDA CARACCIOLO FALCK
ll’inizio del secolo scorso quando
Rita De Acosta Lydig, meglio nota
come la duchessa D’Alba, arrivava all’hotel Ritz di Parigi per il suo
tradizionale soggiorno annuale,
non passava inosservata. La celebre dama si portava dietro un seguito degno di
nota: un maggiordomo, un autista, un parrucchiere, una
massaggiatrice, una segretaria
e soprattutto quaranta bauli
firmati Louis Vuitton. Vere e
proprie opere d’artigianato
traboccanti di abiti da gran sera, cappelli per ogni ora del
giorno e scarpette fatte su misura. Eppure nessuno si stupiva, perché l’elegante nobildonna, più volte ritratta da
Giovanni Boldini incantato
dalla sua bellezza, non era che
una delle tante eclettiche viaggiatrici del suo tempo. Signore
note tanto per la loro eleganza
quanto per la cura maniacale
che dedicavano alla preparazione dei propri spostamenti.
Sono passati cento anni
durante i quali il nostro modo
di viaggiare, ma anche e soprattutto di prepararci al viaggio, si è evoluto
ogni giorno di più. I pesanti bauli di allora, indispensabili per i lunghi tragitti in treno e/o in
transatlantico, sono stati via via sostituiti da
valigie, da borse destrutturate e, infine, dal mitico trolley su rotelle. Modelli ultramoderni
realizzati con materiali tecnologici, come l’alluminio o il titanio, il poliuretano o la gomma,
dalle elevate prestazioni tecniche. Riempiti
non più di veli e chiffon, ma di accessori e vestiti studiati ad hoc: abiti che non necessitano
di stiratura, giacche pieghevoli e pantaloni che
A
con un colpo di zip diventano shorts.
Insomma piano piano l’arte del viaggiare
con stile è stata sostituita da quella di sapersi
muovere, da una parte all’altra del mondo, con
sempre maggiore velocità ed efficienza. Le storiche aziende di valigeria, ma anche i grandi
stilisti e i più affermati designer hanno cominciato a fare a gara per sfornare il bagaglio — valigia o beauty case, porta-computer o ventiquattrore, zaino o sacca
estensibile — più adatto alle
esigenze del traveller moderno. Un contenitore resistente
ma al tempo stesso leggero,
pratico ma anche trendy. Studiato fin nei minimi dettagli
per contenere al meglio i sempre più numerosi gadget che
ognuno di noi ha voglia di portarsi in vacanza, dall’iPod al
personal computer, dal cellulare al blackberry. Il risultato?
Chi decide di partire ha solo
l’imbarazzo della scelta. Si
può optare per i modelli vintage proposti, ad esempio, da
Louis Vuitton o da Gucci, o
scegliere una soluzione fashion come il trolley in coccodrillo rosa shocking firmato
Prada. Si può guardare al futuro con le idee realizzate per
Samsonite da geni del design come Philippe
Starck e Marc Newson, o indirizzarsi verso l’eleganza minimal della gamma in alluminio ultraleggero firmata dalla casa tedesca Rimowa.
Si può scegliere l’eleganza di Valextra o la praticità di Desley, la creatività di Gap o l’ingegnosità di Mandarina Duck. Ma qualsiasi sia la
scelta una cosa è certa: oggi come ieri, chi decide di mettersi in viaggio si prepara con grande cura. Anche se i quaranta bauli della duchessa sono stati sostituiti da valigie grandi
poco più dei beauty case usati una volta.
E nei trolley
più tecnologici
trovano il giusto
ordine abiti
SCELTO
PER CALCOLO
Il cronografo Cs
Pilot di Seiko
è dotato di lunetta
e ghiera speciali: può
compiere operazioni
aritmetiche e calcoli
della velocità
SENZA ARIDITÀ
Combatte l'aridità
della pelle la linea
di creme e fluidi
Aquasource Biotherm
Il kit in formato mini
è ideale per i viaggi
che non si stirano
pantaloni e gonne
trasformiste
e mini beauty case
completissimi
QUASI HIPPY
Ispirazione hippy
per il beauty case
di Samsonite
Con fodere
rosa shocking
e stampe a fiori
DOMENICA 30 LUGLIO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47
LA PUBBLICITÀ
SIGNORE A BORDO
A centro pagina,
un manifesto
pubblicitario
di Marcello
Dudovich
(1878-1962)
per i grandi
magazzini
“La Rinascente”
Milano, 1925
Prada rilancia un oggetto
da viaggio per signore
che sembrava caduto
in disuso: la cappelliera
in tela ecrù con profili
rosa shocking
ATTENTI AL BEBÈ
Portare un bebè
in viaggio non è mai
facile. Per questo
Aprica propone Sling,
un innovativo modello
di marsupio
porta-enfant
ANIMA
SPORTIVA
Si chiama
Kubra lo zaino
in tessuto
tecnico
firmato
Nannini
Dotato
di scomparto
porta
documenti
Così si riscopre il vero spaesamento
Dimenticare la meta
per capire il mondo
UMBERTO GALIMBERTI
uando, in procinto di iniziare un viaggio, vedo
caricare le macchine fino all’inverosimile, in
tutti quegli oggetti che riempiono il bagagliaio,
i sedili posteriori e perfino il tetto delle vetture, scorgo solo la paura di abbandonare la casa, le proprie
collaudate abitudini e l’incapacità di offrirsi all’insolito che è la vera promessa segreta di ogni viaggio.
Certo se il viaggio è un pacchetto d’agenzia, allora,
anche se la sua meta sono i confini del mondo, non c’è
spaesamento che percorra l’anima come un brivido
che la rende instabile. Ma quando viaggiare è offrirsi al
rischio di non essere compresi e, al limite, neppure letti come uomini o come simili, allora è la terra a offrirsi
senza nessun orizzonte, è il cielo a coprire una vastità
senza riferimento, è la storia a inabissarsi nei secoli per
evocare tutta quell’immaginazione che mai avremmo
sospettato avesse riscontri di realtà.
Il sole sorge insolito e la notte copre tutte le insidie
che l’uomo primitivo temeva nascoste nel buio. Le facce delle persone appaiono nei loro lineamenti indecifrabili, dove l’intenzione non si traduce in linguaggio
e la comprensione è affidata all’empatia dell’animale.
Qui il viaggiatore incontra quella parte dell’anima
che è la meno spirituale perché è la più istintiva. L’anima-animale appunto. E istinto qui vuol dire fondersi con gli odori, le variazioni di temperatura, i suoni, il vento, con il sole che cuoce sulla testa e porta i
pensieri su vie associative inconsuete, dove ciò che
alla fine si trova è la giusta dimensione di sé.
Questa dimensione significa consapevolezza della
propria spaesata e casuale esistenza su una terra, che
quando non è tecnicamente organizzata come la nostra, dove ogni oggetto esprime nella sua funzionalità
il suo senso, mostra, devastante nella sua vastità, la
sua totale indifferenza alla sorte umana e soprattutto alla nostra sorte.
Da questo disincanto e dall’instabilità che ne scaturisce nasce un paesaggio insolito, simile allo spaesamento, in cui si annuncia una libertà diversa, non
più quella del padrone di casa che domina la sua abitazione, ma quella del viandante che al limite non domina neppure la sua via.
Consegnato al nomadismo, l’uomo spinge avanti i
suoi passi, ma non più con l’intenzione di trovare qualcosa: la casa, la patria, l’amore, la verità, la salvezza. Anche queste parole nel viaggio si fanno nomadi, non
più mete dell’intenzione o dell’azione umana, ma
doni del paesaggio che ha reso l’uomo viandante
senza una meta, perché è il paesaggio stesso la meta, basta percepirlo, sentirlo, accoglierlo nell’assenza spaesante del suo senza-confine.
Facendoci uscire dall’abituale e quindi dalle
nostre abitudini, il viaggio ci espone all’insolito
dove è possibile scoprire, ma solo per una notte
o per un giorno, come il cielo si stende su quella terra, come la notte dispiega nel cielo costellazioni ignote, come la religione aduna le speranze, come la tradizione fa popolo, la solitudine fa deserto, l’iscrizione fa storia, il fiume fa
ansa, la terra fa solco, in quella rapida sequenza con cui si succedono le esperienze del mondo che sfuggono a qualsiasi tentativo che cerchi di fissarle e di disporle in successione ordinata, perché, al di là di ogni progetto orientato,
il viaggiatore sa che la totalità è sfuggente, che
il non-senso contamina il senso, che il possibile eccede sul reale e che ogni progetto che tenta
la comprensione e l’abbraccio totale è follia.
Ma chi sono i veri viaggiatori? Sono coloro che non
trascurano l’intervallo tra l’inizio e la fine, che non
viaggiano solo per arrivare perché per coloro che vogliono arrivare, per chi mira alle cose ultime, ma anche per chi mira alle mete prossime, del viaggio ne è
nulla. Le terre che egli attraversa non esistono. Conta solo la meta. Egli viaggia per “arrivare”, non per
“viaggiare”. Così il viaggio muore durante il viaggio,
muore in ogni tappa che lo avvicina alla meta. E con
il viaggio muore il viaggiatore stesso fissato sulla meta e cieco all’esperienza che la via dispiega al viandante che sa abitare il paesaggio e, insieme, al paesaggio sa dire addio.
L’andare che salva se stesso cancellando la meta
inaugura allora una visione del mondo che è radicalmente diversa da quella dischiusa dalla prospettiva
della meta che cancella l’andare. Nel primo caso si
aderisce al mondo come a un’offerta di accadimenti
dove si può prendere provvisoria dimora finché l’accadimento lo concede, nel secondo caso si aderisce al
senso anticipato che cancella tutti gli accadimenti che,
non percepiti, passano accanto agli uomini senza lasciar traccia, puro spreco della ricchezza del mondo.
Se siamo disposti a rinunciare alle nostre radicate abitudini, allora il viaggio ci offre un modello di
cultura che educa perché non immobilizza, perché
desitua, perché non offre mai un terreno stabile e sicuro su cui edificare le nostre costruzioni, perché
l’apertura che chiede sfiora l’abisso dove non c’è
nulla di rassicurante, ma dove è anche scongiurata
la monotonia della ripetizione dell’andare e riandare sulla stessa strada, con i soliti compagni di
viaggio, con tutto il conforto delle nostre cose che,
sotto la specie della sicurezza, sigillano solo la nostra chiusura al mondo.
Q
EFFETTO
DIGITALE
Repubblica Nazionale 47 30/07/2006
Christian Dior
lancia una linea
di borse
e beauty case
chiamata Digital
È destinata
a contenere
i nostri gadget
tecnologici,
dall'iPod
alla macchina
digitale
NON FA UNA PIEGA
Il classico giaccone
Barbour in tela
rosso-arancio
con colletto di velluto
un must per i traveller
Leggero e pieghevole
si infila in ogni valigia
48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 30 LUGLIO 2006
l’incontro
Il 20 agosto compirà 70 anni,
ma non ha timore della vecchiaia
e soprattutto non ha alcuna voglia
di smettere di danzare perché
“a ogni età si può migliorare”
E pensare che da piccola
sognava di fare
la parrucchiera, amava
la rumba e alla scuola
della Scala fu ammessa
“per il rotto della
cuffia”. Ma da allora,
lei, tenace, dolce eppure
forte come l’acciaio, non si è più
fermata perché mai ha creduto
di essere finalmente“arrivata”
Vita da étoile
Carla Fracci
l 20 agosto Nostra Signora della
Danza compie settant’anni,
«ma non ho timore della vecchiaia, il fisico tiene. Ogni giorno lavoro alla sbarra con le ballerine
del Teatro dell’Opera, e studiando osservo le ragazze, le correggo, mostro
un gesto o un passo. Mi dicono che sono unica, speciale. Non è vero! Semplicemente voglio andare avanti. La
lezione non è un riscaldamento dei
muscoli: a ogni età serve per migliorare. Anche al culmine della carriera
non ho mai pensato: eccomi arrivata.
Mi sento sempre sotto esame, mi metto di continuo in discussione. Credo
che sia questa la mia forza».
Carla Fracci è d’acciaio. Potente, solida, tenace. Altro che evanescente. Chi
la conosce sa il suo senso pratico lombardo, la sua salute del fare, la sua assoluta estraneità a svenevolezze. Dirige
da sei anni il ballo all’Opera di Roma:
sceglie, coordina, organizza, fa stagioni. Le altre, alla sua età, sono in pensione. Figuriamoci le ballerine, la cui carriera corre in un soffio. Invece lei ancora è in scena in ruoli mimici giusti: Regina Madre nel Lago dei cigni, “grande
mère” nello Schiaccianoci. Le basta un
gesto del braccio, o una camminata in
palcoscenico, per dimostrarsi unica,
“diversa”. E quando viaggia in Italia o
nel mondo la gente la riconosce, i giovani le fanno festa, le bambine la inseguono per gli autografi.
Fracci è così: un’immagine di tutti e
per tutti. Cenerentola e Grand’Ufficiale della Repubblica, emblema dell’Italia come la Loren e gli spaghetti, protagonista di un’ascesa che sembra una
fiaba: dal nulla alle vette della gloria,
dalla mingherlina figlia di un tranviere
alla diva del balletto. Riverberata dagli
abiti immancabilmente bianchi, sovrana di uno stile angelicato e senza
tempo. Altro che femminismo, altro
per il rotto della cuffia. Alla fine della
prima selezione fui inserita nel gruppo
delle bambine “da rivedere”. Poi mi
prese, ma «solo per il faccino»: così mi
disse, poco confortante. Negli anni delle classi entravo alla Scala da via Verdi,
l’ingresso delle maestranze, delle sarte,
degli operai e di noi allieve. Si saliva a
piedi fino al sesto piano, con la schiscetta, il contenitore per il pasto di mezzogiorno. All’inizio non capivo il senso
della sbarra, mi pareva una prigione.
Sognavo la mia rumba e i miei conigli».
I genitori, dice, erano «discreti, mai
invadenti. Gente solida e serena anche
nel sacrificio. Mia madre, operaia alla
Innocenti, per arrotondare faceva un
secondo lavoro: metteva i datteri nelle
scatole. Papà era un uomo allegro.
Quando passava col tram sotto la Scala
scampanellava per farmi festa. Purtroppo è andato in pensione troppo
presto ed è finito in depressione. Lui era
fatto per lavorare, come me. Nell’ultimo periodo non riusciva più a vedere i
miei spettacoli. Stava fino a un certo
punto e doveva uscire dal teatro, si
emozionava troppo. Fisicamente gli
somiglio, devo a lui questo mio corpo
Mio padre era
un uomo allegro,
quando passava
col tram sotto la Scala
mi scampanellava
Era fatto per lavorare,
come me. Devo a lui
anche questo mio
corpo asciutto...
FOTO A3
Repubblica Nazionale 48 30/07/2006
I
ROMA
che mode. Fracci ha reso il tutù e le
punte un sogno popolare, restituito i
paradisi del balletto all’uomo della
strada: «Ho danzato nei tendoni, nelle
chiese, nelle piazze. Sono stata una
pioniera del decentramento. Volevo
che questo mio lavoro non fosse d’élite, relegato alle scatole d’oro dei teatri
d’opera. E anche quand’ero impegnata sulle scene più importanti del mondo sono sempre tornata in Italia per
esibirmi nei posti più dimenticati e impensabili. Nureyev mi sgridava: chi te
lo fa fare, ti stanchi troppo, arrivi da
New York e devi andare, che so, a Budrio... Ma a me piaceva così, e il pubblico mi ha sempre ripagato».
Siamo nella sua casa di Roma, chiara
e fresca, divani bianchi e tanta luce. Il
Foro Romano è lì sotto, ti sporgi dalla finestra e quasi tocchi una colonna. «Ho
anche casa a Milano, Firenze, Venezia,
Verona. È il mio lusso. Mi piace lavorare in città diverse stando a casa mia». È
sempre uguale a se stessa, trasparente
d’incarnato, molto bella. Il vestito è
candido e pieno di pizzi e merletti, le
mani sottili sono poggiate in grembo. È
così giusta che pare finta. Lo disse un
suo collega illustre e cattivo: «Vien voglia di gridare: basta con la controfigura, datemi la Fracci vera!» Ma la Fracci
vera è identica alla sua controfigura.
Ballerina perfetta. Specchio concreto
della propria vocazione.
Eppure, dice, non scelse mai di fare
danza, «proprio non ci pensavo. Da
bambina ignoravo cosa fosse il balletto. Durante la guerra mio padre era stato dato per disperso in Russia, e la
mamma portò me e mia sorella Marisa
dagli zii a Gazzolo degli Ippoliti, in provincia di Mantova. Amavo la campagna, i fiori, le corse nei prati. Rubavo l’uva, parlavo con i conigli. Passavo dei
periodi con la nonna nella campagna di
Cremona, con le galline a beccare lungo i fossi. Non c’era la televisione, ci si
divertiva con nulla. Quando mio padre
tornò ci trasferimmo a Milano. Prima
abitavamo a via Tallone, in periferia,
col bar-biliardo a due passi e il grammofono a manovella che suonava le
canzoni di Alberto Rabagliati e Natalino Otto, poi, anni più tardi, a via Tommei, nella zona di viale Molise, in una
casa di ringhiera, col gabinetto fuori
dalla porta. A me in città è mancata
sempre la campagna, mi pesava la costrizione della scuola. La marinavo per
scappare a raccogliere margherite nei
campi dietro alle case popolari».
Sognava di fare la parrucchiera: «A
casa pettinavo tutti. Ma mi muovevo
bene, seguivo la musica con naturalezza. Ero un’attrazione tra gli adulti che
ballavano la rumba sulla pista del liscio
al laghetto di Redecesio, dopolavoro
dell’Azienda Tranviaria, dove si andava la domenica. Così un’amica dei miei,
col padre orchestrale alla Scala, li convinse a portarmi all’esame d’ammissione alla scuola di ballo. La mia insegnante, la Mazzucchelli, mi ammise
asciutto. Una fortuna, perché sono golosa. Mi piace la pasta, amo un bicchiere di vino rosso la sera».
Negli anni Cinquanta, per Carla,
giungono i primi, clamorosi successi.
Il Pas de Quatre a Nervi la svela, sfolgorante, accanto a tre dive come Alicia
Markova, Yvette Chauvirée e Margaret
Schanne. La figlia del tranviere prende
il volo: Giselle alla Scala, Giulietta a Venezia. La paragonano a Margot Fonteyn, stesso stile parco ed esatto, stesso struggente romanticismo. «Io veneravo la Fonteyn, fin da quando la vidi per la prima volta. Avevo undici anni, lei danzava col Royal Ballet alla Scala. Era la principessa Aurora, tutta
magia e bellezza. Nelle prove il coreografo, Frederick Ashton, le corresse la
posizione di un mignolo. Capii quanto nella grandezza contino i dettagli».
Osservare i massimi artisti, racconta, è
stato sempre fondamentale: «Quando
Alicia Markova venne a ballare alla
Scala avrà avuto 45 anni. Le altre ragazze la chiamavano la vecchietta. Per
me era fantastica. Che nobiltà, che incanto di piedini».
Dagli anni Sessanta le si apre la scena
internazionale: Londra, Stoccarda,
Monaco, Montecarlo, il lungo contratto con l’American Ballet Theatre. Lavora con coreografi come Cranko, Tudor,
Balanchine, Agnes De Mille, Mac Millan e Tetley, e accanto a partner come
Erik Bruhn, Bortoluzzi, Vassiliev e
Baryshnikov. E c’è l’intensa sintonia
con Nureyev, «di cui s’è detto che aveva un caratteraccio e forse era vero, ma
sapeva anche essere tenero e di gran
cuore, molto generoso. Insegnava il coraggio, lanciava sfide continue. In scena poteva fare piccoli trucchi, metterti
alla prova, darti l’assillo non facendosi
trovare dove avrebbe dovuto essere, o
ritardando un’entrata, cose del genere.
Ma in questo modo mi ha fortificato.
Eravamo amici davvero. Quand’era
molto malato, alla fine, ci parlavamo
spesso al telefono. Era sfrenato, faceva
un mucchio di follie. Mentre si lavorava alla Scala poteva decidere di volare a
New York nell’unico giorno di riposo.
Gli dicevo: ma perché non ti fermi un
attimo? E lui: se mi fermo che faccio? Tu
hai una famiglia, io non ho nessuno».
La famiglia di Carla cominciò dall’incontro con Beppe Menegatti, suo compagno da oltre mezzo secolo: «Siamo
insieme dal ‘54, ci sposammo nel ‘64. La
prima volta ci incrociammo alla Scala,
lui lavorava come assistente di Visconti. Spiavo le prove, lo guardavo dalla balaustra, mi sembrava irraggiungibile e
bellissimo. Erano i tempi della Callas,
di Giulini e Bernstein. Stagioni d’oro,
spettacoli meravigliosi». Beppe sarebbe divenuto suo regista d’elezione, il
pianificatore della sua immagine, il
provocatore dei suoi tanti volti, non solo silfide e cigno ma anche Medea e Isadora, Fedra e Dama delle Camelie, Duse e Alma Mahler, Cleopatra e Signora
Stone di Tennessee Williams. «Beppe
mi ha permesso di spaziare, mi ha dato
ruoli drammatici e lirici, mi ha fatto
uscire dagli stereotipi. Ricordo che
Paola Borboni era furiosa che ci sposassimo. Diceva che la danzatrice deve
rimanere casta e libera. Sgridava Beppe: lasciala stare! Lei profuma l’Italia!
Poi però, quando nel ‘69 nacque nostro
figlio Francesco, loro due fecero pace.
Desideravo tanto diventare madre, anche se all’epoca era una cosa insolita
per una ballerina. Oggi Francesco è architetto e io sono nonna. Per me è come
rivivere la maternità. Il mio nipotino ha
due anni ed è talmente intelligente, sono così orgogliosa».
Visto che anche una nonna può danzare, «continuano a propormi personaggi. Alicia Alonso ha fatto una coreografia per me, Desnuda luz del amor,
che interpreterò a Cuba in novembre.
E Yoshito Ohno, figlio di Kazuo Ohno,
leggendario creatore della danza moderna giapponese, mi ha offerto uno
spettacolo a Tokyo nel gennaio 2007».
Insiste che la sua fortuna sta nell’avere
conosciuto le personalità più grandi:
«Ho avuto incontri straordinari, come
Visconti, burbero e dolcissimo. Come
Herbert Ross, per cui ho fatto la Karsavina nel film Nijinsky. O come Peter
Ustinov, con cui ho girato Le Ballerine.
E la Cederna, e Manzù. E il magnifico
Eduardo. In un galà in suo onore, a Viareggio, interpretai Filumena Marturano, proprio il ruolo di Titina, e lui mi
mandò un biglietto con su scritto: “ora
posso chiamarti sorella”. Ricordo il fascino e l’ironia di De Sica. Voleva affidarmi ne La Vacanza il ruolo che poi fece la Bolkan. E rammento le estati con
Montale, a Forte dei Marmi. Ci si ritrovava ogni giorno tra persone come
Henry Moore, Marino Marini, Guttuso. Montale disegnava sempre: il mare,
le Apuane... Usava tutto, dal vino al
rossetto. Mi dedicò una bellissima
poesia: La danzatrice stanca. No, io a
settant’anni non mi sento affatto stanca. E sono quello che sono anche grazie a loro».
‘‘
LEONETTA BENTIVOGLIO
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