RONDONI- Un' esperienza di poesia contemporanea. Rischio e inseguimento del reale. Le opere della letteratura italiana. Verso un canone del Novecento. Accettare di parlare qui di un’esperienza di poesia contemporanea significa accettare, come diceva il Prof. Langella, di avere alle spalle di tutto: il canone, l’anticanone, la discussione del canone, la contorsione del canone, la deviazione, il divertimento del canone. Ho tutto questo alle spalle, infinite voci, discordi e concordi, e dunque di che esperienza posso parlare ? Cosa può rimanere da esperire? Alcuni critici al riguardo della poesia contemporanea ammettono una specie di paralisi. Tra voi c’è qualcuno che si è occupato in maniera sistematica di poesia contemporanea e sa bene che alcuni suoi colleghi, tra cui qualcuno che interverrà nei prossimi giorni, dicono che sulla poesia contemporanea non si può fare critica perché è troppo frastagliata, è troppo confusa. Insomma è troppa e troppo. Quindi è quasi inutile parlarne in termini critici e sistematici. Io non lo so se questo è vero perché mi trovo dentro l’Impasto, non fuori, quindi faccio fatica a valutare se questa ipotesi abbia senso. Quel che posso dire io è che c’è un motivo più forte della pur forte tradizione italiana per continuare a scrivere poesia in italiano. Questo motivo più forte pesca ad un livello che non è quello della letteratura. È il motivo per cui per me la poesia non andrebbe insegnata nelle scuole come materia letteraria, perché non è letteratura. Perché c’è un livello diciamo così, antropologico, di cui fa parte il fenomeno poesia che è più forte di qualsiasi connotazione la tradizione possa dare. C’è una continua insorgenza del fenomeno, un imprevisto come norma, una sorpresa germinante, il che non significa che non sia criticamente leggibile, ma c’è una continua insorgenza del fenomeno che pesca ad un livello, come diceva giustamente il poeta- di cui vi invito a leggere i saggi che si chiamano significativamente “Lettere della beozia”, un poeta vivente che si chiama Les A. Murray, un grande poeta australiano, forse il più grande poeta australiano del secolo- che diceva che la poesia appartiene a quel livello della vita proprio del cibo, del sesso…Perciò, insisto, così come non si insegna sesso a scuola, non bisognerebbe insegnare nemmeno la poesia come materia obbligatoria….Si insegna educazione sessuale, non sesso… il che è diverso…così come l’educazione letteraria è diversa dalla poesia, e in entrambi casi le si insegna quasi come per prevenire rischi...Comunque questo per dire che con la poesia si deve avere a che fare con un livello che appartiene ad una specie di “nodo senoattriale”… che è quella cosa - m ha spiegato una studentessa di medicina- che si muove comunque, volontà o non volontà. Quello va. Tanto è vero che quando non va bisogna mettere un peacemaker, che fa fare al cuore il passo automatico. Ma quello c’è sempre. Ecco, la poesia è così: c’è sempre. Anche se non si vuole, anche se si vuol dire tutto e il contrario di tutto, c’è sempre. Questo è una specie di strano fenomeno che evidentemente appartiene a una sfera che non è riducibile alla tradizione, alla materia scolastica ecc. Dico queste prime cose apparentemente ovvie, non solo per giustificare il fatto che qualcuno scriva poesia. Quante volte quando mi chiedono: cosa fai nella vita e dico :”Sai io mi occupo di poesia, di letteratura, scrivo poesie”, mi sento subito un verme. Perché è chiaro che scrivere poesie in italiano, con una tradizione di cui abbiamo sentito solo i più recenti scampoli, poi se andiamo indietro è ancora peggio, uno si sente male. Perché è come dire, non so…: “Entra in campo a giocare dopo che ha finito di giocare il Barcellona. Adesso tocca a te”. È una situazione un po’ di merda, non è così semplice. Però, ha un senso? Perché ha un senso, se lo ha? Beh, uno può cavarsela -anzi, non cavarsela- dicendo: “È il mio destino”. Però, oltre a questo, c’è un senso che si può dire e provare a condividere? Credo che oggi sia un momento molto interessante per un’esperienza di poesia contemporanea. Leggevo stamattina sulle pagine di un giornale che sta uscendo un libro di un filosofo e uno psicologo molto importanti, Hofstadter e Sander, molto noti che mettono a fuoco il tema dell’analogia: l’uomo cresce e conosce per analogia. L’articolo annuncia il testo che è di 700 pagine e lo leggeremo. L’anno scorso e quest’anno, due grandi ritrovi di filosofi, prima a Parigi e poi a Modena, si sono intrattenuti su un tema che è “amare”. Io quando ho visto questa cosa ho detto: “Beh, ragazzi, benvenuti. Vi siete finalmente accorti che il problema della conoscenza non può essere slegato dal problema dell’affectus, come sapevano gli antichi e come i poeti hanno sempre saputo”. Hanno smesso di parlarne- forse, a volte- ma è così. Anche solo nelle bellissime relazioni di prima, abbiamo sentito che i poeti si occupano di conoscere la realtà. Il problema della poesia è la conoscenza. In un tempo come questo, in cui i filosofi dicono: “Forse dobbiamo ridiscutere dell’affectus, del legame ratio-affectus”. Dopo un’epoca iper-razionalistica e post- razionalistica, i filosofi più accorti, da Marion in Francia, ad altri suoi colleghi italiani hanno cominciato a dire: “Beh, come rimettiamo a posto le cose?” (ratio-affectus). Nella poesia, sono sempre state insieme. Conoscenza per ardore, scriveva Mario Luzi. Perché l’idea di ragione che c’è nella poesia è molto più ampia di qualsiasi razionalismo; e l’idea di affectus è molto più ampia di qualsiasi sentimentalismo. Per questo credo che oggi ci sia una sfida molto forte per un’esperienza di poesia contemporanea dove per esperienza intendo quella che faccio io con le mie poesiuole, ma anche quella che fate voi quando la insegnate o studiate. L’esperienza della poesia non appartiene solo al poeta, ovviamente. Ma appartiene al lettore quanto al poeta. Quindi c’è una chance per l’esperienza della poesia contemporanea oggi, che ha a che fare con il problema della conoscenza. Che è ciò su cui la nostra epoca sta andando in una voluttuosa deriva, in una sincera interrogazione. E' possibile conoscere il mondo? È possibile conoscere la realtà? Questo, che è il problema che la poesia ha sempre avuto, come documenta la grande riflessione sul tema nelle opere che sono alla origine della tradizione europea, dai Trovatori, ai siciliani allo Stul Novo...e anche oggi, pur senza porselo apparentemente...Il problema discusso dai grandi filosofi, i grandi scienziati allora è qualcosa su cui la poesia ha qualcosa da dire. Smetteremmo forse di trattare la poesia come quell’ambito, quel genere letterario un po'' astruso che si fa a scuola in nome del fatto che serve "per esprimere i sentimenti"- bisogna bastonare i professori che dicono così- o per fare una specie di educazione secondaria. Come dire: il mondo si conosce veramente attraverso la scienza, la politica, la sociologia e l’economia, poi c’è la poesia per esprimere le anime belle. Questa idea, favorita anche da alcuni pseudopoeti, ha creato il motivo per cui la poesia non conta più quasi nulla - o meglio, quasi non esiste nello spazio pubblico, salvo andare un po' sotto la superficie occupata da chiacchiere e luoghi comuni. Li', a quel livello a cui i media non entrano quasi mai c'è n è un mondo. Di certo, conta poco nella formazione della gente. I motivi per cui la maggior parte degli editori maggiori non pubblicano più poesia non è perché non vende, o perché non ha mai vendutoanche Montale ha pubblicato il suo primo libro pagando- non è un problema derivato dal fatto che la poesia una volta vendeva e adesso non vende o che una volta c’erano i lettori di poesia che adesso non ci sono. Sono tutte balle. Anche perché la poesia non è un fenomeno editoriale. Nel senso che vive non solo attraverso i libri, ma anche e soprattutto attraverso la condivisione orale. Il problema è che non è entrata più nella formazione di chi si occupa di cultura in Italia. Se voi parlate di poesia, i capi delle case editrici, i maggiori giornalisti, vi guardano come se parlaste della patata nella Papuasia orientale. Qualcosa che non è mai entrata nella loro formazione, nella loro conoscenza del mondo. Non la stimano, non è che non la vendono. È diverso. E questo avviene anche nei collegi docenti, nei programmi scolastici ecc e su questo ho già scritto un libro che mi ha procurato abbastanza guai, quindi vi rimando a quello. ( Contro la letteratura, Il Saggiatore). La sfida oggi di un’esperienza di poesia contemporanea è avere qualcosa da dire sulla conoscenza del mondo. E questo ha a che fare con un movimento antropologico. Si poetizza il mondo e si narra il mondo, per conoscere. Non per imbellettarlo o intrattenerci. O per farci discorsi morali. La sfida è la conoscenza della realtà. Un altro aspetto della chance dell’esperienza della poesia contemporanea è, come sapete, a dispetto di ciò che dicono i sociologi, noi siamo nell’epoca delle parole. 40 anni fa i sociologi profetizzavano l’epoca delle immagini, ma mai come in quest’epoca noi ci siamo scambiati parole. Soprattutto le generazioni più giovani di me e di molti di voi, hanno uno scambio continuo di parole come non c’è stato in nessuna epoca. Sono lettori e scrittori come nessuna fase dell’umanità è mai stata. Perché, quelli che sono stati inventati come modi di comunicazione, hanno “riabilitato” un uso della parola addirittura spropositato. Chi conosce un po’i ragazzi, sa benissimo che le parole contano tantissimo. Forse le immagini hanno esaurito la loro forza molto più delle parole. Quindi in un’epoca in cui c’è un parlare continuo, un ronzare continuo di parole, la poesia si pone- interessante come Palazzeschi venisse dal teatro- come una delle poche esperienze in cui la lingua, la voce, il fisico, il corpo, hanno un’esperienza in qualche modo comune, e in cui la lingua torna ad essere un elemento primario insieme al fisico, al fiato, al corpo… questo viene percepito nell’esperienza della poesia. Non è un caso che c’è un fiorire di reading, di letture pubbliche, che la poesia oggi è molto più di ieri affidata ad un ritorno all’oralità… è finita un’epoca del libro anche nella poesia, libro nel senso tradizionale… è iniziata un’altra epoca di supporti diversi con un ritorno dell’oralità fortissimo. Questo perché, a dispetto di un’epoca che abusa delle parole, la poesia detta o ascoltata diventa uno dei momenti in cui fisico e linguaggio tornano a comporsi come un’esperienza povera e ricchissima. È straordinario vedere il fatto che – sarà capitato anche a voi- …parlavo di D’Annunzio e del suo rapporto con San Francesco a 400 studenti a Pescara, in un grande teatro, quindi immaginate la situazione, quando tu leggi una poesia c’è un ascolto molto più forte di quando parli. Un’altra chance riguarda questo aspetto fisico/lingua che secondo me è uno dei problemi più forti oggi. Un poeta di cui consiglio un altro libretto tradotto da un bravo professore di Bologna che si chiama Czesław Miłosz, “La testimonianza della poesia”… è un libretto di riflessioni molto interessanti, di questo grande poeta del secondo Novecento dove, tra le altre cose, lui dedica un saggio ad un suo prozio molto strano che era quell’Oscar Milosz che ha scritto Miguel Manara, la storia presuntivamente vera del Don Giovanni. Un saggio molto affettuoso su questo prozio Milosz… Credo che al suo funerale ci fosse una persona e qualche motivo ci deve essere stato. Comunque il premio Nobel cita un saggio del prozio che se non ricordo male si chiama “Qualche parola sulla poesia” dove dice: “La poesia è un inseguimento appassionato del Reale”. E scrive Reale con la maiuscola. Leopardi avrebbe detto Natura. Reale o Natura, il Mondo. Il Mondo nella sua possibile significatività. Questo inseguimento appassionato del reale di cui il vecchio Milosz parlava nei primi del Novecento, si è più complicato. E arricchito. E per dire di questa complicazione, vi rimando alla lettura di due poesie: una molto famosa di Pound che si chiama “Litania notturna”, una delle 7 o 8 poesie più belle, secondo me, che siano mai state scritte, forse uno dei 15 motivi per cui vale la pena essere vivi. Pound arriva a Venezia e rimane così sbalordito dalla bellezza del luogo che dice in quella poesia, “Cosa abbiamo fatto di così bello in passato, e ce lo siamo dimenticati, per meritarci questo dono? O che cosa orrenda ci aspetta in futuro per avere oggi questa consolazione?” Cioè, la realtà come una dismisura immeritata, qualcosa davanti a cui rimani tra lo stupito e il senso del tremendo. O Dieu, purifiez nos coeurs! Purifiez nos coeurs! Oh si, la mia strada hai segnato In piacevoli luoghi E la bellezza di questa tua Venezia m'hai rivelata Che la sua grazia è divenuta in me una cosa di lacrime. O Dio, quale grande gesto di bontà abbiamo fatto in passato, e dimenticato, Che tu ci doni questa meraviglia, O Dio delle acque? O Dio della notte, Quale grande dolore Viene verso di noi, Che tu ce ne compensi così Prima del tempo? O Dio del silenzio, Purifiez nos coeurs, Purifiez nos coeurs, Poiché abbiamo visto La gloria dell'ombra della Immagine della tua ancella, Si, la gloria dell'ombra della tua Bellezza ha camminato Sull'ombra delle acque. In questa tua Venezia. E dinanzi alla santità Dell'ombra della tua ancella Mi sono coperto gli occhi, O Dio delle acque. O Dio del silenzio, Purifiez nos coeurs, Purifiez nos coeurs, O Dio delle acque, illimpidiscici il cuore, Poiché ho visto L'ombra di questa tua Venezia Fluttuare sulle acque, E le tue stelle Hanno visto questa cosa, dal loro corso remoto Hanno visto questa cosa O Dio delle acque, Come le tue stelle A noi son mute nella loro corsa remota, Cosí il mio cuore in me è divenuto silenzioso. Purifiez nos coeurs! O Dio del silenzio, Purifiez nos coeurs! O Dio delle acque. Da : Ezra Pound, Personæ, 1908,1909, 1910 La realtà è qualcosa che stupisce e mette inquietudine. Vittorio Sereni, poeta che oggi va per la maggiore, anche per la responsabilità avuta come direttore editoriale in Mondadori, scrive una poesia che si chiama tipo “Venezia con Biasion", dove cita e rifà il verso a quella poesia di Pound circa 80 anni dopo. È in un libro, il suo più bello a mio avviso - "Stella variabile", 1987- e parla del congetturare Venezia. Col male di una domanda non fatta di una risposta non giunta si va su acque in perpetuo turbate : su slontananti acque nere, una notte, una nostra Venezia congetturando tra quelle luci rade. Tra lo stupore di Pound e il congetturare di Sereni, c’è tutto un passaggio filosofico ed esistenziale che è quello in cui la nostra epoca si è dibattuta. Cioè, la realtà è un dato che ti stupisce e ti dà inquietudine o è una congettura? Perché se è una congettura, la poesia diventa l’arte della congettura, appartiene all’arte della congettura, arte nobile. Se invece è lo stupore e il tremendo, la poesia appartiene alla conoscenza dello stupore e del tremendo. E del riconoscimento. Della aletheia, cioè del rive lamento del vero ( di cui parla Maria Zambrano, giocando sul doppio senso del termine sia in spagnolo che in italiano, del velo tolto e rimesso). Questo è il problema in cui tutti siamo, non solo i poeti. Il problema della realtà come congettura è un problema che Sereni ha poeticamente incarnato e che il Novecento ha portato in maniera eclatante sul teatro della conoscenza. È chiaro che trovandosi in questo problema- tra la Venezia di Pound ( o potremmo citare il magone di Testori o la conoscenza "per ardore" di Luzi) la Venezia di Sereni- cosa significa l’inseguimento appassionato del reale? Cosa comporta per l’esperienza della lingua, l’esperienza formale della lingua, che valgono- come diceva il grande Ungaretti- in quanto tensione? Ungaretti diceva: “Il miracolo della lingua della poesia non è il linguaggio, ma la tensione che lo anima” e l’ha detto uno che ha scritto certe poesie - ricordiamo bene che tipo di miracolo sono. Ma dice, il miracolo non è il linguaggio, ma la tensione che lo anima. Cosa è questa tensione rispetto all'inseguimento ? Sia detto per inciso, tutto questo significa che per educare alla poesia, non bisogna educare al linguaggio, ma alla tensione. Tramandare il linguaggio e non la tensione è come dare una cassetta di attrezzi a uno che non sa cosa deve fare. E, troppo spesso, nella scuola si fa proprio questo. Ma la tensione di cui parla Ungaretti, che tipo di tensione è, se non appunto una cosa che somiglia o incarna in modo speciale la tensione conoscitiva? Che, insisto, nel nostro tempo ha comunque di fronte questo bivio: la congettura “sereniana” o lo stupore e il tremendo. La tensione verso dove va? Nella nostra epoca l’esperienza presente di poesia fa i conti con il fatto che, da tradizione, la poesia può essere tutto e il contrario di tutto. Fortunatamente. Il fatto che tu abbia tra le mani una cosa che è stata tutto e il contrario di tutto, può essere o una situazione paralizzante o una situazione entusiasmante. Perché se la poesia può essere quel restringimento di spazio All' io lirico – diciamo così- fatto risalire a Petrarca, può anche essere Palazzeschi. O l’eterno dantismo che torna nel Novecento, non solo in senso stilistico. Può essere tutte queste cose, la poesia. Tanto è vero che non c’è domanda più paralizzante che quella: “Che cos’è la poesia?”. La poesia è un’esperienza della lingua…in tensione, per mettere a fuoco la realtà. Non è che puoi dire di più. Puoi aggiungere ciò che dice Dante: “son parole per legame mosaico armonizzate”, qualcosa che ha a che fare con il ritmo: la tensione è già questo. Come dicevo, avere tutto ciò alle spalle è paralizzante o esaltante. Questo lo dico – scusate un breve accenno alla mia biografia- perché mi ricordo che Mario Luzi, facendo la prefazione ad una mia raccolta di poesie, disse una frase che io lì per lì non capii: “L’esperienza delle neoavanguardie ha aperto tante strade a Davide”. Io, sinceramente, non ritenevo importante per me l’esperienza delle avanguardie perché, intendendole come anni 60 in Italia, sono state esperienze poverissime dal punto di vista poetico, con opere poco interessanti, criticamente un errore dopo l’altro (secondo i neoavanguardisti Pavese non doveva scrivere, Luzi non doveva scrivere ecc e un allenatore che sbaglia 5 giocatori in Nazionale, si cambia…). Però mi colpì quella frase. Luzi diceva che un poeta che si affaccia a scrivere – era il 1998- alla fine del Novecento, ha, dietro di sé, un sacco di possibilità che gli sono state aperte perché quello che uno può leggere come maceria, è in realtà anche una pianura. E, insisto, questo può essere paralizzante- e per molti lo è- o avventurosa. È vero che alle nostre spalle c’è si tutto e fai fatica ad escludere qualcosa. Io stesso, come tipo di posta, non ero previsto; dalla critica contemporanea la mia poesia non era prevista. Ma nemmeno la poesia di Luzi – scusate il paragone indecoroso- o Ungaretti dalla critica erano previste. Non c’è una previsione sulla poesia, succede. Si tratta di stare su una soglia mai prevedibile, è un’esperienza difficile. Perché uno vorrebbe dire: “Dammi il canone, dammi la via principale". Organizza la città, la mappa. Ma il canone ha senso solo se è una passerella che porta “in mezzo”…come in spiaggia a Cervia, quello che conta è ciò che si attraversa: la spiaggia, i gabbiani, i secchielli, le ondine, l'abisso del mare negli occhi, ecc non la passerella. Se il canone è l’esaurimento della spiaggia, cosa me ne faccio? Io vado in spiaggia per vedere il mare. È chiaro che i canoni fanno comodo come la passerella se la sabbia brucia, ma non è lei il panorama. Questa situazione qui è scomoda. Uno vorrebbe tante passerelle per non bruciarsi sicuramente i piedi e arrivare da un posto all’altro e quindi vorrebbe non un canone, ma 500 canoni. Ma questo non è possibile, per fortuna. Non si può allontanare l’esperienza di rischio dalla poesia. E tale esperienza non è solo quella per cui Dante ha scritto la Commedia – perché si sentiva a rischio, rischio di perdersi, perduta Beatrice, il miracolo, altrimenti non l’avrebbe scritta e ciò non viene mai detto ai ragazzi nelle scuole che pensano che Dante si sia alzato una mattina e abbia deciso: oh- oh scrivo la Commedia. Il rischio, invece, è quello che conta. Nella genesi dell’opera e, per la poesia, nella lettura. Non solo perché ogni lettura è un rischio. La lettura, infatti, o appartiene a un più grande rischio di tipo esistenziale o conoscitivo, altrimenti a cosa serve? Il motivo per cui la gente non legge non è perché non ci sono i libri o che costano troppo o che non sono disponibili, ma è che non si sente a rischio. O non si reputano i libri compagni del rischio. Non sentendosi a rischio, perché devono leggere? Cosa me ne faccio di un autore che è nel rischio, se non mi sento a rischio? Se il ragazzo non coglie in voi, in chi insegna, che sta vivendo un rischio, perché deve ascoltare? Perché deve leggere gli autori che gli dici? Se non comunichi il rischio che stai vivendo, non comunichi l’esperienza della letteratura. È connessa all’esperienza dello scrivere, del leggere, dell’insegnare, tale esperienza del rischio. La poesia sembra essere ormai uno dei pochi luoghi in cui si rischia. Dove il totale rischio del vivere è guardato, ascoltato. Finalmente. I nostri ragazzi sono all’interno di una vita scontata, dentro un meccanismo molto più grande di loro che li determina e trovano almeno un punto – il linguaggio poetico- in cui si rischia. In cui mettono a rischio sé stessi fino in fondo. E la poesia contemporanea, rispetto a quanto accade alla narrativa, spesso offerta per motivi di morale civile, non ha nessun motivo moralistico, sociologico, nessuna convenienza, se non quello di essere una voce investita dal rischio totale. Finisco con un brevissimo elenco di poeti che secondo me dovete leggere se non l’avete fatto, poeti che per me sono stati importanti, una prolunga deviante della passerella. Un poeta che non si può più saltare perché è stato importantissimo anche per i poeti è Betocchi, il suo libro “Realtà vince sogno” è un libro capitale nella poesia del Novecento. Non è un caso che Pasolini si riferisse a Betocchi in un bellissimo epistolario intorno a cosa si debba intendere per realismo: congetturao incontro ? E Pasolini parla con Betocchi di questo.Di Luzi ho detto. Anche dal punto di vista critico, Luzi ha da insegnare tantissimo. È un poeta meraviglioso che non si capisce facilmente perché abbiamo, appunto, una idea e una pratica di cosa sia la conoscenza, il capire, ridotta e banale. Capire la poesia è un altro capire. Un conto è capire, un conto è comprendere. E quando mi dicono: “La poesia contemporanea non si capisce” io chiedo: “Perché, forse, lei sua moglie la capisce? I suoi figli li capisce? La politica italiana la capisce?”. Cioè, qui non si capisce nulla e si vuole capire solo la poesia? La poesia mette in campo una rottura del potere solito. Per esempio, la lettura, prima, del “La sera fiesolana” da parte del professore Gibellini, mi ha emozionato perché il professore – e lo si capiva dal trasporto- lo ha compreso. Un lettore o uno che ascolta prende con sé un testo e per tutta la vita gli parla, continua un dialogo. Non lo capisce con due definizioni e un incasellamento storico critico, magari necessari in parte per orientare i passi. La vita non si capisce: la poesia porta sempre dentro questo scandalo. Mario Luzi ha preso tutto il Novecento e gli ha dato un altro esito, tanto è vero che in una delle ultime poesie, usa la parola "letizia" collegando così la poesia contemporanea a quella della genesi della nostra tradizione, il Cantico delle creature. Perché si torna lì': il mondo si conosce da creature o illudendosi di essere dei che lo creano o congetturano...Un poeta, Mario Luzi, che fa questo ha fatto un lavoro enorme. Caproni, quando gli chiedevano da dove deriva la sua poesia, la sua eco antica, primaria, diceva da un libro che suo padre gli regalò. Dunque principalmente non dai suoi colleghi poeti, né da ciò che ha studiato all’Università - che certo ha contato- ma il timbro, il carattere, viene da quel libro con le poesie dei siciliani, con queste rime apparentemente facili. Masticate Zanzotto con il suo ermetismo nevrotico, questo sentirsi figlio di Ungaretti, come diceva lui in una lettera, e questa nevrosi della realtà come congettura continua. E mormorate le poesie tremende e dolcissime e sperdute di Testori, che con Caproni e Zanzotto si pone come uno dei poeti più forti del secondo Novecento…Poeti che sono andati verso una poesia concentratissima sul linguaggio e sul ritmo. Altro grande poeta da leggere è Franco Loi con il suo riflettere continuamente sull’elemento aria, tra lo spirituale e il fisico in maniera continua. Milo De Angelis, altro poeta che vi consiglio: questa parola verticale che cerca il segno, il corpo, l’asfalto, la città. Mussapi di cui vi consiglio il poemetto “Atlantide” in cui fa una specie di nuova epica straordinaria. Oggi l’esperienza del poema in versi è diffusissima (vedi “Freddy Nettuno” di Les Murray e altri). E sembra paradossale: c’è il romanzo che cerca sempre se stesso, e intanto rinasce la poesia che racconta. Addirittura una famosa scrittrice australiana Dorothy Porter, ha fatto un giallo in poesia, "La maschera della scimmia" sa cui han tratto un film. Perché l’esistenza del poema? Perché è la possibilità che la realtà sia leggibile, conoscibile in un modo poetico e dunque anche raccontabile. Vi consiglio anche Umberto Piersanti che si concentra intorno alla natura e alla figura, non solo nel senso poetico, del figlio autistico creando sintesi e angolatura di visione, in una poesia fuori dal tempo che ha una grande capacità affettiva. Oppure, ancora, Mariangela Gualtieri, poetessa che viene ed è nel teatro. Maurizio Cucchi, milanese, alla fine di un percorso molto duro, quasi settecentesco come finezza letteraria, come lavoro sulla lingua. Oppure Gianfranco Lauretano che appartiene ad una sorta di acmeismo italiano: quella corrente della poesia russa che si opponeva al simbolismo. Solo per dire che sono tante le strade, e tutte rischiose. Io in genere dico che la poesia è una messa a fuoco della vita, ma dire che è un inseguimento appassionato del reale come fa Miłosz, è più o meno la stessa cosa. Egli aggiungeva una cosa straordinaria: “La poesia del futuro sarà un’ariosa prosa martellata in versetti”. Vi leggo due poesie, la prima è una poesia che si chiama “La gloria” e ve la leggo perché la gloria è il problema della conoscenza. Una poesia che ho pubblicato in un libro molto strano che si chiama “Si tira avanti solo con lo schianto” La gloria I La gloria, balbettava, la nebbia bagnava le labbra, brillava i treni gli trapassavano il cuore senza tornare la vita gli stava sola attaccata al bracciale il tavolino del caffè con le briciole di chi sa chi e cristalli di zucchero, metà cenere nel piattino conteneva i dati fondamentali della sua esistenza e così pensava: qualcosa di infantile mi uccide e mi salva non c’è assoluzione se non nei sì ricevuti ripetuti dalle absidi del tuo corpo e da Dio airone in una terra di alberi silenziosi, acque e durissimi tramonti che si schiantano tra campi e viadotti, sono anni che ci strappiamo di mano i resti del nostro amore e crescono i suoi germogli miracolosi, e noi sempre sedotti la vita abbaia tutta la vita per un’altra giustizia. II Francesco che sguaini l’anima del lupo e la mia strepitosa, stregata battezza noi con le spine della giovinezza e con l’alba stupefatta, rinata sui crinali luadato sii per chi perdona e vaffanculo gli altri che comandano, laudato per chi ridotto nell’ombra dei suoi mali non alza il dito ma rovescia il palmo e sposta i capelli dalla fronte d’altri feriti Vieni vino vieni veleno sei? O cosa? Canzone, qualcosa che vuole esistere con forza mostruosa e chiamo: violentissima rosa con i pazzi bambini nomi dell’amore Sei dolcissimo tremendo Creatore Io mi sto fermando e morendo alle soglie del silenzio mente di sale mormoro il tuo nome airone crocifisso regale di piogge e di disastro in disastro in una luce di fondali Non voglio più eleganze e posso offrirti un manto di pelliccia come un onore fuori luogo cosa se ne fa Dio del mio vecchio cappotto… o poesie così rotte, un pezzo di pane nero tra le mani, la sconfitta, una camminata sul molo, una dura felicità, finalmente la gloria. Poi finisco con un’altra poesia che è inedita per ora, se non in una bella edizione d'arte curata da Lithos, e ora è inserita in un libretto che mi permetto sommessamente di leggere. Si chiama “L’amore non è giusto” . Io insegnerei così la poesia ai ragazzi: parlando d’amore. Anche perché se non ascoltano l’amore come ne parla Borges, o D’Annunzio o Leopardi, lo ascoltano dalle starlette o dai giornalisti. Per questo è un crimine non insegnare bene la poesia. Possiamo soltanto amare Possiamo soltanto amare il resto non conta, non funziona, al mattino appaiono la tazza, il vecchio pino, le zolle umide, il fumo dell’alito mentre apri l’auto nel gelo. Potevano non apparire, non arrivare più qui, alla riva degli occhi. E l’estate c’era, c’è nella calda bruna memoria dei rami tagliati, i visi diventano ricordi le voci gridate stracci silenziosi – i denti conoscono il sapore del niente, e l’oblio che ha portici e portici infiniti. Possiamo soltanto amare strappandoci felicemente figli dalla carne parlando d’amore continuamente ubriachi, feriti, vili ma con gli occhi lucenti come laser di fiori splendidi e il canarino nel palmo della mano. Mormorare come dare baci nell’aria. Il rametto profumato non si raddrizza con i colpi della nostra ira, lo sguardo di tuo figlio non perde il velo di tristezza se glie lo togli mille volte dal viso… Possiamo soltanto amare fino all’ultimo nascosto spasmo che nessuno vede e diviene quella specie di sorriso che si ha nell’abbraccio finalmente di morire come scendendo nell’acqua. Le stelle a miriadi saranno testimoni, e i venti passati una volta accanto sulla gioia profonda delle ossa diranno: era fatto di allegria, amava, oppure non diranno niente e poi niente per sempre. Possiamo soltanto amare il resto è il teatro amaro dell’impotenza sotto il sole giaguaro.