Nome file 931218SP_RC1.pdf data 18/12/1993 Contesto ANTE Relatore R Colombo Liv. revisione Trascrizione Lemmi Colpa Edipo Figlia Hartman von Aue Incesto Padre Scandalo CORSO DI SCUOLA PRATICA DI PSICOLOGIA E PSICOPATOLOGIA 1993-1994 IL LEGAME SOCIALE E LE QUATTRO PSICOPATOLOGIE 18 dicembre 1993 4° LEZIONE RAFFAELLA COLOMBO HARTMAN VON AUE, GREGORIUS Leggo alcuni brani della prima parte 1. «Chi racconta questa storia in versi di lingua tedesca è sire Hartman von Aue. Incomincia a questo punto la vicenda senza pari dell’innocente peccatore. Giace in Francia una regione che è chiamata Aquitania, né dal mare essa è lontana. Il signor di quella terra generò dalla sua sposa due fanciulli che d’aspetto erano belli quanto mai, un maschietto e una bambina. Ma la madre dei fanciulli morì già nel partorirli. Allorché furono giunti all’età di dieci anni, anche il padre venne a morte. Quando questa s’annunciò ed al letto lo costrinse dove per la malattia alla morte egli s’arrese, fece come i saggi fanno: mandò subito a chiamare i migliori del suo regno in cui aveva ogni fiducia, 1 Hartman Von Aue (1165 ca.-1215) poeta tedesco. Tradusse l’Erec di Chrétien de Troyes, inserendo il ciclo arturiano nella cultura tedesca e scrisse i poemi Gregorius ed Enrico il misero. Qui, del Gregorius, viene utilizzata la traduzione di Laura Mancinelli nell’edizione Einaudi del 1989. 1 ché affidare lor voleva la sua anima e i figli. Quando furono a lui innanzi servi, uomini e parenti, ai suoi figli volse gli occhi: simili erano tra loro, e d’aspetto sì grazioso nella lor persona tutta che al sorriso avrebber mosso la più dura delle donne se li avesse mai veduti. (…) Quando vide i figli pianger a suo figlio si rivolse: «Perché piangi, figlio mio? A te sono ora soggetti la mia terra e il gran potere. Ma io nutro dei timori per la bella tua sorella. Più profondo è il mio rimorso e tardivo il pentimento che nei giorni di mia vita al suo stato non provvidi: non è questo agir da padre». (…) « Cerca il saggio qual compagno, fuggi il giovin sprovveduto. Ama Dio sopra ogni cosa, segui il suo comandamento nel governo della gente. La mia anima ti affido e la bella tua sorella, perché sempre a lei provveda, qual fratello le stia accanto: così avrete buona sorte». (…) Quando i nobili fanciulli furono privi anche del padre, non fu tardo il giovinetto a soccorrer la sorella e di lei si prese cura come l’onor suo voleva. Al suo cuore egli fu guida con affetto e gentilezza, non fu mai con lei severo. Ne ebbe cura (e dirò come ) sì che mai le rifiutò cosa che ella a lui chiedesse o di vesti o di altri agi. Eran sempre in ogni cosa lieti insieme l’un con l’altro, né si separavano mai, e si stavano ogni ora sempre insieme fra di loro (come a lor si conveniva). Non si stavano mai disgiunti né a tavola né altrove. Tanto accosto erano i letti 2 che pur scorgersi potevano. Altro dire non potresti se non che egli era sollecito per la cara sua sorella come deve un buon fratello. E più saldo era l’affetto che per lui ella nutriva. In tal modo erano felici. Quando questo viver lieto vide quel che tutti odia, nell’inferno incarcerato per l’invidia sua e superbia, dall’onor dei due fu roso (perché grande gli appariva) e agì come al consueto: soffrì sempre e ancor ne soffre d’ogni ben che all’uomo tocchi e non lascia dal suo artiglio quel che può perseguitare. Pensò allor di rovinare la lor gioia e il loro onore, col cercar di trasformare in sventura la lor gioia. Ad amar la sorella oltre debita misura spinse il giovane signore, finché affetto di fratello trasformò in tentazione. Fu l’amor la prima cosa che traviò l’animo suo, e seconda la bellezza che adornava la sorella, terzo fu il malvolere del demonio, e quarta infine la sua stolta giovinezza, alleata del demonio, che a tal punto lo traviarono finché prese a meditare di dormir con la sorella. Maledetta sia, o Signore, di quel cane dell’inferno la scaltrezza che ci inganna! Perché Dio permette a lui ch’ egli compia tanto scempio di creature ch’ Egli ha fatto a sua immagine e figura? Quando questo gran peccato per consiglio del demonio cominciò ad avere in cuore, notte e giorno il cavaliere con maggiore affetto ancora stava accanto alla sorella. La fanciulla molto ingenua era cieca a tale amore, né sapeva, sconsigliata, 3 nella sua grande innocenza da che cosa stare in guardia,e cedeva in tutto a lui. Non li lascia più il demonio finché in lor compie sua voglia. Aspettò quindi una notte che nel sonno abbandonata la fanciulla si giaceva. Ma non dorme suo fratello: si levò il giovin stolto, scivolò in gran silenzio fino al letto ove giaceva la sorella, alzò la coltre tanto adagio e lievemente che di nulla ella s’accorse finché egli le fu accanto e la prese tra le braccia. Che voleva, ahimé, là sotto? Meglio fosse nel suo letto! Ad entrambi eran le vesti state tolte, e sol coperti si giacevan dalle coltri. Allorché si fu destata, egli a sé già la stringeva. La sua bocca e le sue guance sentì tanto a lui compresse come dove il diavol vince. Cominciò ad accarezzarla più di come far soleva al cospetto della gente. La fanciulla allor s’ accorse che la cosa era assai grave. Ella disse: «Mio fratello, ma che cosa vuoi tu fare? non lasciar che la ragione il demonio ti sconvolga. A che mira questa lotta?». E pensava: «Se io taccio fà il demonio il suo volere, e son sposa a mio fratello, ma se grido e chiamo gente, noi per sempre avrem perduto tutti e due il nostro onore». Indugiava in tal pensiero mentre lui con lei lottava, lui era forte, debole lei, sì che contro il suo volere portò a fine la sua impresa. Troppa fu l’intimità. E la cosa fu compiuta. Fu in quella stessa notte dal fratello messa incinta. Sempre più poi li sedusse seduzione del demonio, cominciaron col peccato ad amar la seduzione. 4 E lo tennero nascosto fino a che ella s’ avvide, come san presto le donne, che d’un figlio ella era incinta. Fu la gioia allor tristezza, né potè celarla più. Manifesto fu il dolore. La sventura li travolse per la grande intimità: se ne fossero rifuggiti ora indenni ne sarebbero. Sia ciascun da questo esempio messo in guardia dal trattare con sorella o con figliuola in sì grande intimità: questo spinge a tal misfatto che ognun deve maledire. Quando il giovan cavaliere vide questo mutamento alla sua sorella in volto, così disse a lei in disparte: «Dimmi, cara mia sorella: tu sei triste, che ti accade? Ho notato già da tempo che il tuo aspetto è molto mesto: in te insolito mi appare». Ella allora incominciò con grande pena a sospirare e l’angoscia dolorosa sgorgò tutta dai suoi occhi. «Più non posso a te celarlo, — disse, — sono in gran tormento. Io sono morta, mio fratello, e nell’anima e nel corpo. Ahimé, povera infelice, perché mai io venni al mondo? Per tua colpa, io ho perduto Dio in cielo e qui l’onore. Il misfatto che finora nascondemmo a tutto il mondo non può più essere celato. Io mi guardo dal parlarne: ma il figliuolo che io porto lo dirà a tutto il mondo.» Cominciò il fratello allora a compiangere la sorella: fu il suo pianto ancor più grande. Nella triste lor sventura mostrò allora il dio Amore la crudele usanza sua: dopo gioia dà il dolore. Dato fu ad essi insieme con il miele anche l’amaro. Pianse allora tristemente, chino il capo fra le mani, 5 con quel gesto di dolore che a chi soffre è familiare. Rimpiangeva il suo prestigio: ma ancor più commiserava il soffrir di sua sorella che la stessa pena sua. Ella in volto lo guardò, disse: «Agisci come un uomo, lascia il pianto femminile, (non ci può giovar in nulla), un rimedio cerca a entrambi, che se noi per nostra colpa siamo ormai per Dio perduti, faccia sì che nostro figlio non si perda ancor con noi e sia tripla la sventura. Molte volte è stato detto che il figliuolo non è oppresso dalle colpe di suo padre. Non, per questo, deve perdere la sua grazia presso Dio se all’inferno siam dannati, perché lui in tal misfatto non ha certo alcuna colpa». Nel suo cuore egli incomincia a esplorare vie diverse. Stette a lungo silenzioso. Disse: «Fatti ora coraggio. Ho trovato a entrambi un mezzo che consente di celare la vergogna nostra al mondo. Nella terra mia conosco un signore molto saggio che può darci un buon consiglio. Me lo consigliò mio padre d’affidarmi al suo parere quando giacque presso a morte; anche a lui fu consigliere. Consigliere a noi sarà (so che molto egli è fedele) e farem quel che egli dice: salveremo il nostro onore». Quel consiglio ella accettò, e ne fu così contenta come a lei era concesso: non poteva ormai conoscere una gioia al tutto piena. Quel che un tempo era tristezza, quando ell’ era senza affanni, era adesso grande gioia, interrotta del suo pianto. Del progetto fu contenta, disse: «Quel che a noi consiglio dovrà dar, fallo venire, che il mio tempo è già vicino». 6 Il vassallo consiglia al giovane di partire per la Terra Santa e lasciare il governo del ducato alla sorella. Disse il saggio: «Io consiglio che alla corte voi chiamiate i signori a voi soggetti, dai più giovani ai più vecchi, consiglier di vostro padre. Voi allor rivelerete che intendete partir presto, pellegrino in Terra Santa. A noi tutti chiederete di giurare fedeltà a madonna la duchessa (e nessuno s’opporrà) perché possa governare finché voi starete assente. (…) La conduco alla mia casa, ogni comodo procuro sì che quando partorisca nessun sappia l’accaduto. (…) Resti qui nella sua terra, dove può il suo peccato espiare ancora meglio. Alleviar le pene ai miseri con denaro e buon volere può, se i beni suoi mantiene. Ma se nulla più possiede non le resta che il volere. Senza mezzi il buon volere come può aiutare qualcuno? A chi giova senza beni possedere il buon volere? O ricchezza senza bontà? La bontà vale anche sola, ma più vale col denaro. E per questo a me par bene che bontà abbia e ricchezza. Così può col suo denaro seguir l’impeto del cuore e il volere di Dio può compiere con corpo, cuore e ricchezza. Questo a voi pure consiglio». Giusto parve a tutti e due il consiglio, e senza indugio il suo buon parere accolsero. Separati lei e il fratello, come il vecchio consigliò, egli tosto deperiva (prigioniero ancora d’amore) e arrestare dovette il viaggio per amore di Dio intrapreso. Tanta era la nostalgia per l’amata sua sorella 7 che trovar non gli era dato un sol attimo di pace. Il suo corpo ne appassiva. Se si dice che le donne amin più che non gli uomini, qui si vede che è menzogna, che la pena del suo cuore, quale in lui era palese, era piccola in confronto di quel solo grande amore che fu causa di sua morte: ella, aveva quattro pene e guarì. Lui prigioniero fu d’amore, e ne morì. (…) Quando ella ebbe in suo potere il ducato, e la notizia per il mondo si diffuse, dei signori assai potenti da vicino e da lontano la chiedevano per moglie. Per la nascita e l’aspetto, per potenza e giovinezza, per bellezza e per prestigio, cortesia e gran ricchezza e per tutto l’animo suo, d’ un gran principe era degna. Furon tutti rifiutati. (…) Un signor allor regnava in sue terre a lei vicine, pari a lei per signoria, nobilissimo e potente: ogni impegno egli metteva perché in sposo l’accettasse. Poiché l’ebbe corteggiata con messaggi e con preghiere, come a lui si conveniva, e lei sempre lo respinse, conquistarla volle altrimenti. Con assalti e con minacce senza indugio egli l’oppresse devastando le sue terre. Conquistò città e castelli, i migliori che ella avesse, e tal punto la ridusse che più nulla le rimase se non sol la capitale. Ed anch’essa era assediata e ogni giorno sorvegliata, che se Dio Signor non vuole in sua grazia essere d’aiuto, anche quella perderà. Ma lasciamo ora questa storia e diciamo come andò al figliol della duchessa, che i selvaggi venti portano, 8 pur di Dio con il volere, alla vita od alla morte. Volle Dio nostro Signore a lui essere di salvezza, come per sua grazia Giona si salvò dal vasto mare, poi che fu tre notti e giorni tra le onde imprigionato dallo stomaco di un pesce. Al bambino fu custode finché salvo lo avviò sulla costa di una terra. Leggo il brano in cui — Gregorio ha ormai 11 anni, ha frequentato la scuola nel monastero, è stato cresciuto dai pescatori — la moglie del pescatore, in un momento d’ira, saputo che questo bambino era stato trovato in mare, rivela il segreto di Gregorio a Gregorio. Così accadde un dì per caso che Gregorio giovinetto coi compagni suoi di gioco venne in luogo al gioco adatto. Qui accadde un fatto strano (non da lui certo voluto): fece male (unica volta) a un figliuol del pescatore sì che quel si mise a piangere. E piangendo corse via. Allorché sua madre vide che giungeva tutto in pianto, corse incontro al suo figliuolo. E gli chiese con affanno: «Perché mai piangi così?» «Il Gregorio mi ha picchiato» «Ti ha picchiato? perché mai?» «Madre mia, io non lo so» «Gli hai tu fatto qualche cosa?» «Per Dio, nulla, proprio nulla!» «Dove fu?» «Su quella riva». Ella disse: «O me infelice! Quello sciocco d’un superbo! Dunque lo ha allevato a questo, che mi picchi i figli miei nella lor stessa famiglia. Non s’addice ai tuoi di casa ch’io sopporti questo oltraggio da quel tale che non ebbe mai famiglia che sua fosse. Che abbia osato di picchiarti un che è giunto chissà come, sarà sempre a me un affronto. Non si può più tollerare che per Dio lo si sopporti. Nessun sa chi egli sia. [Quant’è vero che son viva, voglio dirlo al mondo intero che è un bambino trovatello, (buon Signore, Tu m’aiuta) pur se adesso ha fatto strada. 9 Certo lui se l’è scordato che infelice fu trovato ben legato in una botte su una barca alla deriva. Se ai miei figli egli fa male, non lo posso sopportare. Nessun sa chi egli sia]. Che gli viene ora in mente? L’ha portato qui il demonio perché sia la mia rovina! Ora so di dove viene, miserabil trovatello! Si curasse che si taccia dell’indegna sua esistenza? Ne vivrebbe più tranquillo. Maledetti siano i pesci che non l’hanno divorato, quando messo fu sul mare! Egli ha preso la via giusta qui giungendo dall’abate. Che se quello al padre tuo non l’avesse allor sottratto, e suo protettor non fosse, Dio lo sa che a noi sarebbe altrimenti sottomesso: i vitelli ed i maiali porterebbe a pascolare. Dove aveva mai la testa quel tuo padre, quando in mare lo trovò tutto gelato, e all’abate l’ha ceduto anziché asservirlo a sé, come era suo diritto, farne un servo o uno stalliere?» Ma Gregorio quando ebbe il fratello suo picchiato, ne fu triste e corse a casa. Egli aveva tanta fretta perché aveva gran paura che il fanciullo a lui togliesse della madre sua l’affetto. E sentì, là nella casa, un gridare senza fine. Si fermò fuor della soglia e udì quell’insultare, ed apprese fino in fondo cose a lui prima nascoste, ch’era estraneo in quella terra poiché spesso con il nome di straniero era chiamato. La sua gioia fu sommersa sotto pene sconosciute. Si chiedeva in grande affanno se non fosse quel discorso verità o pur menzogna, che diceva la nutrice, e di corsa al monastero 10 ritornò, trovò l’abate, e il sant’uomo prese a parte dove non vi fosse alcuno. Gregorio si rivolge all’abate e saprà da lui la sua storia. Si risolve a partire e l’abate deve lasciarlo partire perché l’insistenza di Gregorio è notevole. «Figlio mio, non voglio più trattenerti qui più oltre, (vedo che è il tuo intento serio), anche se con cuore triste mi separo ora da te. Figlio mio vieni con me: ti farò vedere quanto mi rimane dei tuoi beni». E il fedele lo condusse, molte lacrime versando in un grande bel salone che era pieno di tessuti di assai bella fine seta, e gli diede nella mano la sua tavola, in cui lesse tutto della sua persona. Ne fu triste e insiem felice. La tristezza gli veniva da quel ch’or vi voglio dire: il peccato egli piangeva da cui era generato. E la gioia lo coglieva per la nobile sua nascita e la grande sua ricchezza, di cui nulla egli sapeva. Disse allora il fedelissimo che era stato suo signore: «Ora hai letto, figlio mio, quel che sempre ti ho taciuto: te l’ha detto la tua tavola. Con il tuo oro ho fatto quello, come era mio dovere, che ordinava la tua madre: l’ho accresciuto in gran misura con l’aiuto del Signore. (…) La ricchezza tua è assai grande. Questo e quel che acquisterai ti darà da viver bene, se tu avrai senno e misura.» (…) Allor tese lo straniero [Gregorio] mani e cuore verso il cielo, e pregò ardentemente il buon Dio che lo mandasse alla terra a cui il suo viaggio era volto dal destino. Ordinò ai marinai che alla volontà dei venti si rendessero obbedienti 11 e lasciasser che la nave se ne andasse in lor balia né altrove dirigessero. Si levò un vento forte, che costante si mantenne, e in pochi giorni furono trascinati da tempesta alla terra di sua madre. Devastata ed incendiata era questa, come ho detto, sì che sol le era rimasta la città sua capitale, con pericolo assediata. Quando vide la città ordinò ai marinai di far vela verso quella e approdarono laggiù. (…) Quando seppe il lor pericolo, disse: «Giungo in buon momento. Questo è ciò che chiesi a Dio, di condurmi a una città dove avessi ben da fare, dove già si combatteva, perché il giovane mio tempo non passasse in pigro ozio. Se lo vuole la signora, suo soldato io sarò». (…) Quando apprese la notizia che era bella la regina, e ancor giovane e pulzella, e accadeva quella guerra con disgrazia e con rovina perché il duca respingeva, e che s’era prefissata di non prendere mai marito, egli allor volle vederla. Chiese quindi lo straniero se potesse ciò accadere senza danno per nessuno. Anche a lei fu riferito il suo pregio e nobiltà sì che anch’ella fu contenta di vedere l’ospite estraneo. Cosa rara per straniero. Era questo il suo costume: dimostrare in questo modo il dolore suo angoscioso (sconosciuta era la gioia): fosse misero o potente o straniero oppur del luogo a nessuno si mostrava se non fosse nella chiesa, ove immersa era in preghiera come usava tutto il giorno, tranne per il sonno e il pranzo. 12 Consigliò l’ospite al giovane che pregasse il siniscalco della donna di condurlo dove lei veder potesse. Fece questo il siniscalco. Egli un giorno lo condusse alla messa mattutina, per la mano lo guidò dove ella era in preghiera, sì che lui la vide bene. Poi le disse il siniscalco: «Mia signora, salutate questo sire: vuol servirvi». Salutò ella il figliuolo come fosse uno straniero. Anche a lui è cieco il cuore, e gli appare sconosciuta lei che in grembo lo portò. Lo guardò con attenzione più che mai avesse fatto con nessun altro uomo prima: questo fu per la sua veste. Quando l’ebbe ben guardata, riconobbe con se stessa che la seta del tessuto che con le sue mani aveva al suo bimbo avvolto intorno e la veste di quest’ospite erano molto somiglianti e per prezzo e per colore: il tessuto era lo stesso, ed entrambi erano stati intessuti da una mano. Rinnovò questo il dolore. A lui piacque la signora come a un uom piace una donna in cui tutto è a perfezione: anche a lei quello straniero piacque più che mai nessuno. (…) Lui lasciò il suo cuore a lei, e poiché l’aveva vista si impegnò ancor più di prima in onore ed in prestigio. I cortigiani sollecitano la signora a scegliersi uno sposo. Poiché tante giuste cause essi [i cortigiani] a lei misero innanzi, il consiglio loro accolse per compiere di Dio il volere, e promise di sposarsi. Quel che vollero fu fatto e d’accordo furon tutti di lasciare a lei la scelta che sposasse chi voleva. Poi che questo era deciso, saggiamente ella pensò 13 molte volte nel suo cuore che colui che avrebbe scelto e al suo cuore più piaceva non era altri che quell’uomo — e contenta ella era in cuore — che le aveva Dio mandato a salvare lei e il regno. Era il figlio suo, Gregorio. E ben presto egli divenne il marito di sua madre. Si compì il voler del diavolo. Non fu mai gioia più grande, la gioia che ebbero essi, il signore e la signora, perché entrambi lor godevano con l’amor grande fede. E vedete finì in pianto. Egli fu buon reggitore e generoso in largheggiare. Ciò che a un uomo fu mai dato di perfetta gioia al mondo, egli l’ebbe a suo talento. Ma poi tutto finì male. Grande cura [Gregorio] ebbe in segreto ogni giorno per la tavola che celava in suo possesso, sì che mai nessuno seppe che su lui s’era trovata. Vi leggeva tutti i giorni la sua storia di peccato per tormento dei suoi occhi. Come fosse concepito e qual peso di peccato ne portasse il padre e madre. E pregava Dio il Signore che entrambi perdonasse, né vedeva quel peccato che portava sul suo dorso, che ogni giorno ed ogni notte consumava con sua madre e con cui Dio offendeva. Era in casa una servetta troppo scaltra, a dire il vero, che s’accorse del suo pianto come ora vado a dirvi, quella sala rassettando in cui stava la sua tavola. Egli aveva al suo tormento scelto un tempo del suo giorno che non alterava mai. La fanciulla aveva visto, nel passare accanto a lui, che egli entrava là sereno e ne usciva tutto triste, rossi gli occhi suoi di pianto. Ogni giorno più zelante fu a spiar segretamente per scoprire quale fosse la sorgente di quel pianto, 14 finché un giorno lo seguì quando entrò a far penitenza, pur seguendo suo costume. Quando il pianto fu finito, la ragazza andò di corsa dalla sua padrona e disse: «Mia signora, qual dolore tanto opprime il mio signore mentre voi ne siete indenne?». La signora disse: «Che intendi? Poco fa si è accomiatato molto lieto qui da noi. Che potrebbe avere appreso dopo che da noi partì che sì triste l’abbia reso? Se qualcosa gli fu detto, non l’avrebbe a me taciuto. Nulla accadde a lui sì triste. Tu devi esserti ingannata». «No, signora, no purtroppo. Io per vero l’ho veduto prigioniero in tal tormento che m’ha fatto male al cuore». «Sempre è stato tuo costume, e più volte tu per questo m’hai irritato grandemente, di portar cattive nuove. Meglio avresti tu taciuto che non dir queste menzogne sol per farmi ancor soffrire». «Mia signora, io non mento. Io sostengo solo questo: che a voi dico cosa vera. Che può essere mai, signora, questa cosa che vi cela, poiché nulla vi nasconde? Ma qualunque cosa sia, ha sul cuore un grave peso». La signora disse triste: «Ahimè, mio signore caro. Che gli può fare tanta guerra? Del suo affanno non so nulla. So che è giovane e in salute e ha potere in gran misura. Nulla inoltre io trascuro per far quello che egli vuole e lo faccio con gran gioia perché il merito suo è grande. Se altra donna ha uom più caro, non mi muove alcuna invidia, ma più caro mai non nacque. Ahimè, misera infelice. Mai non v’è nella mia vita alcun bene tanto grande nè verrà in alcun tempo che non venga dal prestigio di quel solo uomo al mondo. Alla giovinezza sua 15 che può essere accaduto che lo faccia pianger tanto come tu mi riferisci? Ora dammi tu il consiglio, poiché tace egli con me. Per scoprire il suo tormento, senza ch’io mi scopra a lui. Temo che se a lui lo chiedo posso perderlo per questo. So che qualsifosse cosa che lo tiene sì in tormento che possa essere svelata non la tacerebbe a me. Non vorrei sapere nulla che va contro al suo volere. Questo solo con l’astuzia ora mi occorre di scoprire, perché forse il suo dolore posso in qualche mai maniera alleviare col mio aiuto o del tutto allontanare. Abituata io non sono che una cosa lui mi taccia, che dia gioia oppure no, e per questo son sicura che tal cosa non vuol dirmi». La duchessa, leggendo la tavoletta che la serva le porta, riconosce quella che lei stessa aveva scritto, aveva inciso e posto nella culla di Gregorio. Gregorio rientra e la donna gli chiede notizie della sua nascita. Il duca giunse dove ebbe fine la sua gioia, quando scorgere dovette, della cara sposa sua la vista desolante. Dalle guance era fuggito per dolore ogni rosato, ogni bel color sbiadito. La trovò color di morte. Anche in lui fuggì la gioia e al suo posto entrò il dolore, poiché mai non furon visti due c he sì tanto s’amavano. L’innocente peccatore disse: «Che v’accade, mia signora?» «Sire, sono in grande pena» «Che v’angoscia, mia signora?» «Sire, ne ho tanto motivo che al Signor quasi rinfaccio d’esser mai venuta al mondo, ché inimica a me ogni gioia. Maledetta fu quell’ora dalla bocca del Signore in cui io fui concepita: guerra a me giurò la gioia e tien fede al giuramento e mi dà mille sventure 16 per un attimo di gioia. Sire, voi dovete dirmi di qual stirpe voi nasceste. Prima già dovevo farvi la domanda che ora faccio. Forse adesso è troppo tardi…» «So, signora, che v’opprime. V’ha qualcuno raccontato che io nobile non sono? Se sapessi chi con questo rattristata v’ha cotanto, non potrei avere pace fino al giorno di mia morte. Ben si celi, ne ha motivo. Chi si sia egli ha mentito: è provato senza dubbio che son figlio io d’un duca. Concedetemi senz’ira che di questo più non dica. Non vi posso dir di più». Così a lui disse la donna: «Non è questa la ragione. Sa il Signore che giammai guarderei in faccia un uomo che di voi mi raccontasse cosa indegna mai di voi. Nessun credito qui avrebbe. Temo che la vostra nascita a me sia troppo parente». Quella tavola allor trasse. «Se voi siete — disse — l’uomo, non tenetelo nascosto, di cui qui è stato scritto, il volere del demonio ci ha sommersi anima e corpo: vostra madre sono e sposa». Or pensate quel che prova l’innocente peccatore. Del dolore egli fu preda. E la collera levò contro Dio dicendo: «Questo è quel che io chiedevo a Dio, di condurmi in luogo tale che io avessi l’avventura di vedere con occhi lieti la carissima mia madre. O Dio buono e onnipotente! Altra cosa mi hai concesso, che non quella che chiedevo. Nel mio animo sognavo una gioia e un grande bene. Or mia madre ho conosciuta sì che gioia mai né avrò. Vorrei esser di lei privo che non intimo così». 17 Chi volesse fino in fondo raccontare il lor dolore più di me dev’esser bravo. Credo che non sia possibile che una sola umana bocca tutto questo vi racconti. Quando mai uomo, oppure donna, provò tanto duro affanno e sì greve a sopportarsi senza alcun confronto al mondo? Era l’anima atterrita dall’incendio dell’inferno e il corpo lor soffriva della lor separazione. Il poter di Dio ha creato un’ambigua comunione, che persiste tuttavia, e dell’anima e del corpo. Ciò che al corpo piace tanto non fa bene alcuno all’anima. Ciò per cui l’anima è salva spesso al corpo causa pena. Ma in entrambi essi feriti doppia morte ne pativano. «Oh, mio figlio, mio signore, voi che molto avete letto, mi sapete dir se esiste penitenza a tal delitto, poiché nulla può cambiarsi — e di questo sono certa — né all’inferno sfuggir posso, con cui in qualche parte almeno espiar sì che più lieve sia che altre vite ancora all’inferno pur dannate?» «Madre mia, —disse Gregorio — non parlate più così. È contrario alla Sua legge. Voi di Dio non disperate, ché potete ancora salvarvi. Lessi un tempo d’un conforto che Dio stima il pentimento espiazione del delitto. Ora noi dobbiamo agire sì che Dio ci accolga un giorno ancora insieme». Gregorio parte mendicante e la duchessa , madre e sposa, rimane a reggere il regno. La penitenza di Gregorio, suggerita dall’occasione di un incontro con il pescatore, che lo disprezza, è trascorrere 17 anni legato a una catena su uno scoglio in mare. (…) Alcuni saggi ricevono la rivelazione che il Papa da eleggere — essendo vacante il soglio pontificio a Roma — sarebbe un uomo che vive in Aquitania su uno scoglio: decidono di andare a prenderlo. I due saggi partono, senza sapere dove andare, e giungono alla casa del pescatore. Quando furono alloggiati, 18 disse il pescatore agli ospiti: «È per me una gran fortuna di vedere in casa mia gente tanto di prestigio. Ho pescato proprio oggi un bellissimo gran pesce». Il pescatore, 17 anni prima, aveva chiuso a chiave il lucchetto e la catena, gettato la chiave in mare, e posta una condizione: Gregorio sarebbe stato sicuro della sua innocenza se un giorno la chiave sarebbe tornata nelle sue mani, per poter aprire il lucchetto. «È per me una gran fortuna di vedere in casa mia gente tanto di prestigio. Ho pescato proprio oggi un bellissimo gran pesce». Sopra un tavolo esso stava alla vista dei signori. Non mentiva il pescatore perché grosso era e ben lungo. Già di quello pregustava il guadagno in buon denaro. E fu presto affare fatto: ordinarono di comprarlo e pregarono il loro ospite che lui stesso lo sventrasse. Cominciò quello ad aprirlo, mentre tutti lì guardavano e trovò quell’uomo esoso nello stomaco la chiave di cui già sentiste dire, con la quale Gregorio aveva chiuso senza compassione 17 anni prima e gettata aveva in acqua, asserendo che a quell’ora, che l’avesse ritrovata ripescandola dal lago, lui di colpe sarà puro. Quando la ritrovò nel pesce all’istante egli comprese che era stato sordo e cieco e con ambedue le mani si strappò i capelli in testa. E aiutato anch’io lo avrei sol che fossi stato lì, tanto irato io sono con lui. Il pescatore con i due saggi si dirigono allo scoglio, benché il pescatore sia sicuro che non troveranno più nessuno, e invece trovano Gregorio. Lo pregano di dire se Gregorio è il suo nome. Gli dicono che egli è stato eletto e nominato, stabilito reggitore in Sua vece sulla terra da parte di Dio. Gregorio non vuole. «Se tra voi oggi io fossi accader potrebbe ai giusti di pagar i miei delitti, tanto grande è la mia colpa. Che per guida mi vogliate 19 è un inganno pien di beffa. Da Signore nostro Iddio ho piuttosto meritato il suo odio e la sua ira e non certo che egli volga la Sua grazia a me e l’onore che d’un Papa son sigillo. Non io sono in Roma atteso: nessun bene ne verrebbe. Non vedete il corpo mio? E si descrive. «Fui di nefandezze vaso pieno e di peccato, quando qui su questa rupe fui legato in questi ceppi che vedete ai piedi miei, che con pena ancora porto. Fu celata allor la chiave con la quale nelle catene chiuso fui sì strettamente. Fu gettata in fondo al lago e colui che l’ha gettata disse che sol perdonato io sarei se la trovasse. Non c’è mai sì gran peccato che più forte sia la grazia di colui che aprì l’inferno. Se il Signore nostro Iddio s’è dei miei molti debiti, delitti, per bontà dimenticato, e io son di nuovo puro, a noi tre di questo deve dare un segno che sia indubbio o dovrà la vita mia trovar fine in questo scoglio. Egli deve qui mandarmi quella chiave con la quale qui sono stato incatenato o di qui io non mi parto». Il pescatore dice di avere trovato la chiave e apre le catene. Gregorio cerca la tavoletta che aveva dimenticato la mattina quando era stato svegliato dalla moglie del pescatore perché si era addormentato e la trovano fra le macerie e le ceneri della catapecchia in cui era stato ospitato anni prima. La vuole affinché delle sue colpe più gravoso fosse il peso. Su quella tavoletta stava scritta la sua origine. Viene condotto a Roma. E la città grande di Roma ricevette il suo signore con il cuore tutto in festa. E per tutti fu un gran bene, poiché mai nella città era stato eletto un Papa che così sanar sapesse le ferite di ogni anima. Conduceva vita santa 20 poiché dava a lui misura del Signore il Santo Spirito: rispettava la giustizia ed è giusto mantenere nel potere l’umiltà. Hanno i poveri qui asilo. Ed è giusto col timore fustigare empi costumi e piegare con diritto quei che son contro giustizia. E se un figlio del demonio tien la stola in poco conto senta il peso del potere: giuste son le due leggi. Esse insegnano giustizia e colpiscono l’arroganza. Ma si deve il peccatore pur correggere con dolcezza, con la mite penitenza che fa dolce il pentimento, che la legge è sì severa, ché se viene a un peccatore applicata con rigore non può il corpo sopportarla. Chi cercare vuol la grazia, più dura penitenza spesso alfine ne dispera, sì che a Dio può rinunciare e tornare preda del demonio. Perciò viene ognor la grazia prima della dura legge. Diede giusta la misura alla vita spirituale, perché salvo il peccatore e costante fosse il giusto. Col suo forte insegnamento del Signor la gloria accrebbe e si sparse saldamente nell’impero dei romani. Veniamo ora all’ultimo atto. La sua madre, sposa e zia, tre persone in un sol corpo, quando seppe in Aquitania di quel Papa che per vero un rifugio e un conforto era a tutti i peccatori, lo cercò per un consiglio al peccato capitale perché il peso dei peccati fosse tolto alle sue spalle. Allorché lo vide e a lui confessandosi parlò, alla nobile signora pur non venne alcun sospetto sopra il corpo di quel Papa, che cioè fosse suo figlio. 21 Ella aveva in sé sofferto e fatiche e penitenze poiché erano separati, sì che il corpo per fatica appassito e indebolito era in forza e in colore, che neppure lui la riconobbe fino a che il suo nome disse e la terra di Aquitania. Quando udì la confessione, e null’altro ella disse se non quella stessa storia che egli già ben conosceva, riconobbe sul momento che la donna era sua madre. Quel sincero uomo santo ringraziò molto il Signore che ella avesse al suo consiglio obbedito tanto a fondo. Vide infatti chiari in lei pentimento e penitenza. on saluto assai festoso egli accolse allor sua madre e felice fu che a lui quella gioia infin toccasse di vederla ancora in vita e di averla accanto a sé nella tarda sua vecchiaia, consigliere essere a lei per la sua salvezza eterna. Ma la donna non sapeva che l’aveva già incontrato. Con parole accorte disse: «Donna, ditemi per Dio, mai sapeste qualche cosa dove fosse vostro figlio, se sia morto oppure vivo?» Per gran pena sospirò. Disse: «No, signore mio. Sono certa che tal pena ha sofferto in penitenza che se il vero ciò non smente, credo che non sia più vivo». Egli disse: «Se per grazia del Signore esser potesse che egli fosse a voi mostrato, credereste di poterlo riconoscere ancora oggi?» «Se i miei sensi non mi ingannano, se lo vedo lo conosco». Egli disse: «Dite, prego, quale dei due voi provereste? Forse gioia, oppure dolore, s e doveste rivederlo?» 22 Disse: «Voi dovete credermi. Ho da me allontanato tutti gli agi, ogni ricchezza, ogni gioia pur dell’animo e sono fatta misera donna. Non potrei in questa vita avere mai gioia più grande che di rivederlo ancora». Disse: «Fatevi coraggio che vi annuncio grande gioia. Non è molto che lo vidi e nel nome di Dio disse che più caro nulla aveva, più costante e saldo affetto che la vostra persona». E la donna: «Dite, di grazia, vive ancora?» «Sì» «E come?» «Bene sta ed è qui accanto». «E, signor, posso vederlo?» «Sì. Non è molto lontano». «Che io lo veda, mio signore». «Mia signora, è presto fatto. Se volete voi vederlo non occorre che attendiate. Cara madre, mi guardate. Sono il figlio e sposo vostro. Benché fosse grande e grave dei peccati miei il fardello, Dio ha tutto cancellato e da Dio questo potere consegnato è in mano mia. Dal volere Suo è venuto che io fossi qui eletto e a Lui ho consacrato la mia anima e il mio corpo». Così fu all’infelice compensato il suo soffrire. Dio li unì per vie mirabili per la gioia di lor due. Vissero quindi inseparati finché entrambi morirono. Ciò che a lei Gregorio disse e ordinò per penitenza, allorché lasciò la patria, tutto aveva ella compiuto, con il corpo e con gli averi, in voler di penitenza sì che nulla le restava. E quegli anni che trascorsero essi a Roma poi insieme furono tutti per entrambi a Dio solo consacrati, sì che furono per sempre figli eletti del Signore. Anche ottenne per suo padre che con lui sedesse dove mai la gioia viene meno. 23 Gloria a chi siede lassù. Dalla storia a lieto fine dei due grandi peccatori che riottengono la grazia del Signore dopo la colpa, mai non deve un peccatore trarre triste presunzione né pensar nella sua mente di potere fare guerra a Dio ragionando in questo modo: “Compi pure ogni delitto, chi potrà dannarti poi?”. Quindi deve avere il peccatore chiaro quel concetto: che se pur molto ha peccato, c’è per lui speranza ancora se si pente veramente e fa giusta penitenza. Hartman, che la sua fatica diffuse in questi versi, manda a tutti insieme, l’innocente peccatore e messaggero, il nostro affanno, perché noi nella miseria alla fine ci salviamo, come loro si sono salvati. Dio ci aiuti in questo. Ecco. NARRAZIONE DI UN CASO Dalle prime file c’è stata la richiesta, l’ennesima richiesta: «ce lo dici dov’è la colpa?». Introduco… Vi racconto adesso di una bambina di 12 anni, Sybill, che è stata inviata a me su indicazione dei docenti e che mi è stata presentata dalla madre. Una bambina, una ragazzina che frequenta la 1° media e che i docenti “non capiscono”. Una ragazzina scontrosa, che si isola, non vuol parlare con nessuno, sembra non capire; intanto, non va bene a scuola. Di lei si sa, i docenti sanno, che è figlia di genitori divorziati — il divorzio è avvenuto quattro anni fa — e non riescono, non si riesce ad avere un rapporto né con lei, né lei con i compagni di scuola. Distratta, se parla è per aggredire, per attaccare. E la madre — è venuta da me alla fine di ottobre — mi dice questo: è contenta che la figlia possa venire da me, ma teme che si rifiuterà perché ha avuto un’esperienza precedente con psicologi al momento del divorzio, quando a uno psicologo era stato assegnato il compito di facilitare la ripresa dei rapporti fra Sybill, la sorellina e il padre, perché Sybill e la sorella non volevano più vedere il padre che aveva un diritto di visita. La madre dice che la figlia era l’unica delle tre donne — la madre e l’altra sorella — era l’unica alla quale il padre obbediva. Quando il padre vedeva la figlia con un fare autoritario, andava in cantina. Il padre alcoolista e dipendente da sonniferi, aveva l’abitudine di recarsi più volte al giorno in cantina, dove aveva costruito, arredato, un locale come il suo insediamento. E la madre, la moglie, sapeva che lui beveva, ci si accorgeva, per lo meno all’olfatto e anche alla vista, ma non si riusciva a scoprire una bottiglia; cioè non si riusciva a capire, lei non riusciva a capire dove bevesse e tutte le volte che risaliva dalla cantina odorava di alcool e non c’era traccia alcuna in cantina. Dopo la separazione si è scoperto, lei ha scoperto, che in cantina lui aveva costruito un locale, un doppio muro, con una porta di accesso ben celata, che era una cantina fornitissima. 24 E quando la bambina diceva al padre: «Fila in cantina! Non mi dar fastidio. Fila in cantina!», lui faceva questo, lui se ne andava. Lei lo aveva in pugno, secondo la madre. Nel momento della separazione, l’occasione della separazione è stata data da un episodio — era la fine dell’anno scolastico della terza elementare di Sybill — Sybill aveva portato a casa il libretto scolastico e i quaderni e il padre glieli aveva stracciati e stava iniziando una collisione tra lui e la moglie. La bambina alla vista di questo era fuggita di casa, si era rifugiata da un vicino, e aveva telefonato a casa dicendo che sarebbe tornata solo se la mamma avesse mandato via il papà da casa. Questa è stata l’occasione per la separazione. E la madre mi dice che il marito era un uomo violento, inaffidabile, soprattutto nei momenti in cui beveva, ma che non aveva mai picchiato Sybill; appunto la temeva. E allora racconta di alcuni sospetti sul rapporto tra il padre e la bambina, confermati dalla bambina stessa, e secondo la madre il rapporto che il padre, il modo di rapporto che il padre ha avuto a sua insaputa, a insaputa della madre, con Sybill, sono da connettere con il fatto che Sybill non riesce più ad avere rapporti, con i compagni, con la scuola. Il fatto è questo — un primo sospetto in un rapporto disturbato — è un episodio che risale all’età della scuola materna. La maestra d’asilo un giorno racconta alla madre di Sybill di un gioco che Sybill ha fatto con un compagno, un maschietto. E la maestra mette in allarme la madre sulle inusuali conoscenze della bambina riguardo alla fisiologia. Dice che ha visto Sybill giocare fra i cuscini , in un momento di gioco libero, con un maschietto, svestiti, anzi svestita dal maschietto e Sybill che diceva al maschietto, che si toccava: «Quando hai finito, dopo esce una cosa bianca». Era una indicazione, evidente, che una bambina non dovrebbe avere riguardo alla eiaculazione. Era un’indicazione a riguardo dell’eiaculazione. E la madre non ha dato rilevanza al fatto. Più tardi ha ricordato che quando lei rientrava a casa dopo delle assenze di più ore, durante le quali era il padre che era in casa e si occupava delle bambine, ricorda che trovava Sybill a letto, semiaddormentata, con il dito in bocca. Questo fino a 6-7 anni. Cioè era accaduto più volte. E che un giorno Sybill le ha raccontato dei giochi che il papà faceva con lei. E il sospetto della madre, che questi giochi siano stati realmente fatti, pur non avendone prova alcuna, se non dal racconto della bambina, mentre dal marito la negazione. E dice di avere spiegato alla bambina che queste sono cose che non si fanno e che da allora la bambina ha avuto il coraggio che prima non aveva di rifiutare di seguire il padre, che la invitata o ad andare in cantina o ad andare in bagno con lui. La bambina viene. È una ragazzina bionda, con gli occhiali, la frangetta, anzi una frangetta piuttosto lunga: le copre gli occhi. E colpisce per l’andatura, per il portamento: è piegata su di sé. Guarda da sopra gli occhiali, con il mento che tiene sul petto e siede semisdraiata sulla sedia. I vestiti le cadono di addosso; si vede che non ha nessuna cura. Questo è il primo incontro. E quello che mi dice: sa perché è venuta e io le dico che sono contenta che lei venga e che mi dica quello che vuole dirmi, che vedo che ha un cruccio. E lei mi dice di sì: è il papà. Il papà è via da casa da tre anni e lei teme di incontrarlo in città. È una cittadina: scuola, piazza, il centro è piccolo per cui la possibilità di incontrarlo è grande e teme di incontralo all’uscita da scuola. È successo più volte: il papà la invita a bere qualcosa, entrano in un bar, lui beve e poi se ne va e deve pagare lei. Questo è successo tre, quattro volte. E le facevo notare che dal suo rapporto mi sembra che non abbia voglia di seguire il papà, di andare a bere con lui. Lei mi dice che ha paura, è timida, il papà la intimidisce, non gli sa dire di no. E le chiedo che cos’è che non vada. Mi dice che il papà è ubriaco, è ammalato, è invecchiato, è diventato brutto; ha il viso coperto di foruncoli, è senza denti e lei si vergogna. Non vuole che i suoi compagni sappiano che lui è il papà. Da quando accade che il papà la venga a prendere o incontrare all’uscita da scuola, la madre tenta di evitarlo andando a sua volta a prenderla. La bambina dice che la mamma le ha detto che il papà potrebbe invitarla a casa sua e per evitare questo la viene a prendere. La mamma le ha detto che il papà potrebbe chiederle quello che le ha chiesto nel passato. La mamma teme questo, dice la bambina, e quindi la viene a prendere. Allora faccio notare alla bambina, per la quale vedo che il problema più importante, che è veramente un cruccio, è che il papà è diventato vecchio, brutto e senza denti, non vorrebbe che i compagni la vedessero figlia di quest’uomo, e allora le faccio notare, come lei ha detto, che sì il papà è ammalato, ma se è ammalato non è sempre stato ammalato. Le chiedo se non ricordi com’era suo padre quando lei era piccola. E ha dei ricordi e nel parlarne si ravviva. Le chiedo se non ha delle foto del papà da giovane, quando non era ammalato e perché non ne porti con sé. Potrebbe benissimo dire ai compagni che suo papà è questo, quell’uomo là. Questa sembra una soluzione per la bambina — momentanea — e difatti vuol venire, vuol venire ancora e la volta successiva viene e mi porta 5-6 foto ed è orgogliosissima di mostrarmi il suo papà. Intanto, dalla seconda volta in poi, è diversa: ha un portamento più eretto, i capelli…non so se ha tagliato la frangia, comunque la fronte è libera, guarda negli occhi, sorride, racconta. E mi dice che la mamma le ha detto di dirmi una cosa: e torna allora ad assumere un’espressione triste, intimidita, dispiaciuta. Mi dice che il papà ha fatto con lei delle cose che un papà non dovrebbe permettersi di fare. Lei era piccola e 25 il papà la invitava a fare delle cose che non aveva il diritto di chiederle. Io le chiedo chi le abbia detto questo. Lei mi ha detto: «L’aveva detto la mamma. È la mamma che mi ha detto che il papà non aveva il diritto di chiedermi queste cose perché io ero piccola». E mi dice che quando era piccola lei non sapeva di che cosa si trattasse e lo faceva perché a lei piaceva; la divertiva, era una cosa nuova. E succedeva spesso che il padre le chiedesse di andare in cantina o di andare in bagno e da quando sa dalla mamma che certi atti, certi gesti un papà non li può chiedere alla bambina, da quando lo sa, il ricordo di questo, ciò che papà ha fatto con lei le provoca ribrezzo. La madre mi aveva raccontato al primo incontro, ed era una prova del fatto che era accaduto qualcosa di sconveniente tra padre e figlia, ricorda che una notte recentemente Sybill si era svegliata ed era entrata nella sua stanza, nella stanza da letto della madre, — dove da tre anni, cioè da poco dopo il divorzio dorme con un amico che ha preso il posto del padre in casa e Sybill ogni tanto parla di lui, si confonde, lo chiama con il nome proprio, poi dice il papà, poi dice il papà tale, il papà con il nome proprio — ; una sera è entrata in stanza e ha visto la mamma e il suo amico fare l’amore ed è rimasta sulla soglia. La madre se ne è accorta, è uscita e Sybill le ha detto: «Ma a te, mamma, fare queste cose, piace? Perché quando io le facevo con il papà, a me non piaceva». Notare che il fatto che non le piacesse, la bambina dice è accaduto dopo che la mamma le aveva detto di che cosa si trattava. E la madre le dice che a lei sì che piace. Successivamente, Sybill torna da me, chiede di tornare; chiede di volta in volta se davvero tornerà la settimana prossima alla tale ora. E un giorno le racconto succintamente la storia di Gregorius, facendole notare che quello che è accaduto a lei è accaduto anche ad altri e anzi, anche a re e a regine e non per questo non sono poi state donne amate da uomini e desiderate, amate. E alla fine del racconto, che aspettava volentieri, commenta dicendo: «Ah! Ma allora ce ne sono altri come me». Nel frattempo, a scuola nei rapporti è cambiato tutto: è tornata spigliata, allegra; c’è un vai-vieni di compagni a casa sua, in casa di altri. E recentemente mi ha detto che non si ricorda neanche più perché è venuta da me, che sta bene, ma ha un pensiero fisso. Ha un ricordo che ha presente fin dall’inizio e che le torna continuamente ed è legato, questo ricordo, è legato al papà, al fatto che il papà sia malato, che sia così brutto, così trascurato. Allora io torno, le chiedo perché non faccia notare al papà che può curarsi. Lei dice che ha paura, è intimidita — gliel’ha detto la mamma che lei è intimidita — . Allora racconta finalmente un episodio che le torna alla mente e che mi dice che voleva, più volte avrebbe voluto dirmi e dimenticava. Ed è il vero motivo per cui il pensiero del papà e la vista del papà le risulta spiacevole. È il fatto che a insaputa della mamma lei ha visto più volte il papà picchiare il cane. Dice di avere odiato il papà per questo, perché lei si immedesimava nel cane che veniva tenuto legato a una catena nel giardino e quando il padre — lei dice — era nervoso, picchiava con un bastone, fino al punto che hanno dovuto portar via il cane, portarlo al canile, perché era diventato pericoloso: non ci si poteva più avvicinare perché mordeva. E lei racconta che anche il papà è stato morsicato. E si dilunga nel raccontare questo, dicendo che nessuno la vedeva, la mamma non sapeva che lei vedeva, perché quando si sentiva il cane gemere, la madre portava le bambine dall’altro lato della casa e lei dice che aveva scoperto che da una finestrella nel bagno del piano superiore si poteva vedere in giardino. E tutte le volte che sentiva il cane gemere e il padre urlare, perché lo picchiava, lei andava a vedere. E insiste dicendo che lei si immedesimava in questo cane senza colpa e non capiva perché il papà si accanisse tanto … E lei si immaginava la pena di questa bestia e il papà era cattivo, in questo era cattivo. Il sollievo per Sybill è stato il notare, riconoscere lei stessa che in questi atti, per questi atti, il papà era cattivo. Per degli atti; non “il papà è un cattivo”. E in quel momento ha potuto ricordare anche aspetti gradevoli, cari, del papà; dei lavori fatti dal padre per lei che lei tiene nella sua stanza e che voleva togliere dalla stanza, e — lei dice — che da un po’ di tempo le sono tornati cari. Terminerei qua, con un commento. È un caso di incesto. La sorpresa è stata il constatare come la bambina chiedesse addirittura a me conferma, ma non era neanche necessario avere una conferma per lei, del fatto che degli atti dei rapporti con il padre erano diventati sconvenienti solo nel momento in cui aveva saputo che erano proibiti. Uno sconcerto per lei stessa: come mai quello che a me piace o che a me piaceva non era da fare? La condanna è venuta nel momento in cui la madre ne ha dichiarato, ha fatto diventare l’atto uno scandalo. Per Sybill questo atto era leggibile in lei: non voleva che i compagni sapessero che quello era suo padre. Ma il reale motivo di dispiacere riguardo al padre non è legato a quegli atti. Il ricordo che ritorna — non mi sembra che sia un ricordo di copertura — sono atti reali visti, di pena, dovuta a degli atti di cattiveria del papà, di quell’uomo. Allora, dove sta la colpa, che questa bambina non riconosceva e neanche adesso riconosce, salvo nelle parole, nel giudizio della madre: «Un padre non si può permettere queste cose»? Colpa che si sta 26 trasmettendo il lei, perché lo stesso atto visto compiere da altri e pensato per sé con un uomo le risulta fonte di ribrezzo. Ma ripete lei: «perché me l’ha detto la mamma». Erano domande mie: chi te l’ha detto? Lo pensi tu? Te lo ha detto qualcuno? E ogni volta: «Me lo ha detto la mamma». C’è l’aspetto di scandalo; mentre per il soggetto questo, per la bambina, questi atti erano — lo diceva lei stessa — era qualcosa di bello, perché era qualcosa di nuovo, di divertente. «Mi piaceva perché me lo chiedeva il papà», «Lo facevo perché me lo chiedeva il papà e mi andava bene». Allora, dov’è la colpa? © Studium Cartello – 2007 Vietata la riproduzione anche parziale del presente testo con qualsiasi mezzo e per qualsiasi fine senza previa autorizzazione del proprietario del Copyright 27