Semest Seme stral ralee del de l CL C L UB ALPINO IT I TALIANOO - Sez Sezii on onee Cado Cadorr ina “Lui “ Luigi gi Rizzardi Rizzardi”” AURONZO DI CADO CAD O RE (BL (B L ) - ANNO ANN O XIV n. 28. Dicembre 201 20133 - € 3,80 - Spe Sp e diz dizio ione ne in A.P A. P. - 455 % - art a rt.. 2 , co comm mmaa 20/ 20/b, b, Le L e gge n. 662/ 662/96 96 - DCI - Be Bellllun unoo QVOTA 864 QVADERNI DI VITA DI MONTAGNA “Quando arrivi in vetta ad un monte non fermarti, continua a salire” Un Maestro del buddismo Zen ANNO XIV. N. 28. DICEMBRE 2013. Semestrale Registrato presso la Cancelleria del Tribunale di Belluno col n. 15/2000 in data 01.08.2000 Iscritto al Registro Nazionale della Stampa n. 10331 - R.O.C. N. 6944 Spedizione in abbonamento postale - 45% - art. 2, comma 20/b, Legge n. 662/96 - D.C.I. Belluno PAOLA DE FILIPPO ROIA Direttore Responsabile GLAUCO GRANATELLI Direttore Editoriale e-mail: glaucogra natelli @ virgilio.it COMITATO DI REDAZIONE Alberto M. Franco (G.I.S.M.) Mirco Gasparetto (G.I.S.M.), Mario Spinazzè Questo numero esce in collaborazione con l’Istituto Geografico Polare “Silvio Zavatti” di Fermo HANNO COLLABORATO: Borsetto L., Cella E.D., Censi C., Checchinato E., Corte P.F. Cucci F., Giardini F., Kern A.A., Orlich V. Mason V., Vaia F., Vallegiani A.A. FOTOGRAFIE di Cappellari E., Granatelli G., Vaia F., Vincenzi G. EDITORE - CLUB ALPINO ITALIANO Sezione Cadorina “Luigi Rizzardi” Piazza Regina Pacis, C.P. 30, 32041 Auronzo di Cadore BL - Tel. 0435.99454 REDAZIONE Via B. Ricasoli, 13 - 30174 Venezia-Mestre - Tel. 041.942672 e-mail: quota864@ca iauronzo.it STAMPA Grafiche Vianello srl - Via Postioma, 85 - 31050 Ponzano TV Prezzo di copertina € 3,80 - Numeri arretrati € 7,00 Abbonamento 2014: Ordinario € 6,00 - Sostenitore € 8,00 - Benemerito € 12,00 C.C.P. n. 63312789 intestato al C.A.I., P.za Regina Pacis, 32041 Auronzo di Cadore (BL) © Proprietà letteraria, artistica e scientifica riservata. Tutti i testi possono essere liberamente riprodotti citando la fonte Unione Stampa Periodica Italiana Questo periodico è aperto a quanti desiderino collaborarvi ai sensi dell’art. 21 della Costituzione della Repubblica Italiana che così dispone: “Tutti hanno diritto di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni mezzo di diffusione”. La pubblicazione degli scritti è subordinata all’insindacabile giudizio della Redazione; in ogni caso, non costituisce alcun rapporto di collaborazione con la testata e, quindi, deve intendersi prestata a titolo gratuito. Notizie, articoli, fotografie, composizioni artistiche e materiali redazionali inviati alla rivista, anche se non pubblicati, non vengono restituiti. Gli scritti pubblicati rispecchiano esclusivamente le idee personali dell’autore e non riflettono necessariamente il pensiero ufficiale del Club Alpino Italiano. SOMMARIO 3 4 ORGANICO DELLA SEZIONE VIVERE SOBRIAMENTE - Paola De Filippo Roia 6 Ognuno di noi deve far propria una certa idea di sobrietà 140 ANNI - Massimo Casagrande Proviamo a illuminare il nostro futuro attingendo all’olio della nostra esperienza passata 8 10 12 17 18 A COLLOQUIO CON I LETTORI a cura di Glauco Granatelli. G.I.S.M. 150 ANNI NEL 2013 - Massimo Mila (conclude) VAGABONDANDO PER VENEZIA - Arrigo Attilio Kern Due passi per Venezia e un ricordo lontano, di un tempo che ha lasciato tracce indelebili sui nostri monti LIBRI, TANTI LIBRI, UN BOSCO - Inaugurata la biblioteca nel Bosco di Buzzati QUANDO LA MONTAGNA RITORNA ALLA PIANURA - Vittorino Mason. G.I.S.M. La trasformazione di un luogo dimenticato in un bosco didattico 20 RICHIAMI DAGLI ALTI LUOGHI - Mirco Gasparetto. G.I.S.M. Un incontro con Dante e Virgilio a lungo desiderato 23 PAUL PREUSS. ORIGINE DELL’IDEA - Mirco Gasparetto. G.I.S.M. Ricordo del grande alpinista a 100 anni dalla sua scomparsa 24 LA TRINCEA SUL LAGORAI - Franco Vaia Ritornare lassù per ricordare, ascoltare, sapere, capire 26 27 I LUOGHI DEL SACRO Chiesetta Madonna della Salute. Misurina - Paola De Filippo Roia RIFUGIO AURONZO - Elisa Cella De Dan L’esperienza della gestione diretta 30 A PROPOSITO DELLA CAMIGNADA POI SIE REFUGE - Gli Organizzatori Una sfida con se stessi e contro il tempo, ma anche un momento d’incontro e di aggregazione 31 CAMIGNADA ADDIO - Luca Borsetto Le montagne sono sempre lì per accoglierci e donarci sempre emozioni infinite 33 34 38 40 65 73 ANNO DI FONDAZIONE 1874 Presidente - Massimo Casagrande Vice-Presidente - Davide Da Damos Segreteria - Elisa Cella De Dan Consiglieri - Siro Maschio, Paolo Monti, Stefano Muzzi, Giuseppe Pais Becher Revisori dei Conti - Sergio Boso, Francesca Caldart, Federica Monti SOCI N. 656: Ordinari N. 282 - Familiari N. 192 - Giovani N. 98 - Aggregati N. 82 Vitalizi N. 2: Magnifica Comunità di Cadore (Delibera del 15.9.1925), Leonardo Vecellio Venticinquennali: Borghi Paola, Cattaruzza Dorigo Elena, Cella De Dan Vittore Larese Gortigo Bruna, Paganin Luciano, Pais Golin Monica, Pais Marden Mariarosa, Pontello Roberto, Tabaro Giannino, Zandegiacomo Bianco Pietro STRUTTURE DELLA SEZIONE Rifugio Auronzo - Forcella Longéres m 2330 slm alle Tre Cime di Lavaredo - tel. 0435.39002 - 62682 Rifugio G. Carducci - Alta Val Giralba m 2297 slm alla Croda dei Tóni - 0435.400485 TESSERAMENTO ll tesseramento è un atto d'amore verso la montagna e un atto responsabile. GIUBILEO TRE CIME - Paola De Filippo Roia UN INVERNO DA RICORDARE (o da dimenticare) - a cura di Paola De Filippo Roia Il Club Alpino Italiano, a partire dalla campagna associativa 2014, si avvarrà di una nuova piattaforma per il Una memoria dal diario del dott. Aldo Vianello vatezza: sono questi alcuni dei miglioramenti introdotti dal nuovo servizio. Questi i vantaggi del nuovo sistema: ABBIAMO LETTO PER VOI L’uomo che sussurrava ai cavalli - Nicholas Evans LIBRI, RIVISTE, GIORNALI... E ALTRO ANCORA T.C.I. Grande Escursione Nazionale Alpina nel Cadore. 1913 Salita al Monte Viso. Narrazione di Guglielmo Matkews (pag. 61 - conclude) RACCONTI, LEGGENDE, POESIE... Amare il Cadore - Angela Maria Vallegiani D’estate - Cesare Pavese ( pag. 66 ) Le montagne - Antonia Pozzi ( pag. 68 ) Lamento degli alpinisti sfortunati - René Daumal ( pag. 69 ) Il lago d’Antorno - Corte Pause Francesca ( pag. 70 ) IBN BATTUTA: IL PRINCIPE DEI VIAGGIATORI - Cesare Censi È stato considerato il più grande viaggiatore dell’umanità 75 76 78 81 ORGANICO DELLA SEZIONE 2013-2014 LA CAPINERA STRADE DL GRAPPA E DI PASSO ROLLE - Ierma Sega A TAVOLA CON I LARES GFM - GRUPPO FILATELICI DI MONTAGNA Meravigliose Lavaredo (pagg. 82-84) Ritorno alle Tre Cime (pag. 85) Il Festival di Trento (pagg. 86-87) Maner Lualdi a Milano (pagg. 88-93) Spedizioni al Polo Nord e... dintorni IN COPERTINA - Il Rifugio Principe Umberto. 1935. Foto di Anonimo tesseramento dei soci. Completezza dei dati, istantaneità delle registrazioni ai fini assicurativi, cura della riser- garanzia della correttezza e dell'istantaneità delle registrazioni ai fini assicurativi tramite il tesseramento on-line; - risoluzione di omonimie e duplicazioni di dati attraverso l'utilizzo del codice fiscale; - rispetto della normativa sulla privacy nel contesto di Statuto e Regolamento generale del Sodalizio. La nuova Piattaforma del tesseramento costituisce un trattamento dati dei soci nuovo ed indipendente dal precedente: pertanto tutti (nuovi e vecchi soci) sono invitati a prendere visione e sottoscrivere una nuova informativa sulla privacy, che darà loro modo di esprimere la propria volontà in merito alla conservazione dei propri dati ed alle modalità con cui ricevere le comunicazioni (per esempio, via mail) dalla propria Sezione/Sottosezione. Sul sito www.cai.it o www.caiauronzo.it è disponibile la nuova informativa sulla privacy. QUOTE ASSOCIATIVE: Socio Ordinario € 41,00 - Socio Famigliare € 22,00 (I Soci famigliari devono essere componenti del nucleo famigliare del socio ordinario, con esso conviventi, di età maggiore di anni diciotto) Socio Giovane € 16,00 (I minori di anni diciotto nati nel 1997 e seguenti). Dal secondo socio giovane coabitante all'interno del nucleo familiare è prevista la quota di € 9,00 a condizione che esista il socio ordinario di riferimento (capo nucleo - quota intera). Per informazioni vi invitiamo a chiamare il n. 0435/99454 (con servizio di segreteria telefonica) o ad inviare una mail a [email protected] Il versamento delle quote può avvenire a mezzo di: c/c postale n.63312789 intestato al CAl, Sezione Cadorína - 32041 Auronzo di Cadore BL Unicredit Banca Spa Agenzia Auronzo di Cadore IBAN IT86E0200861020000003411021 ABBONAMENTI: Le Alpi Venete € 5,00 - Le Dolomiti Bellunesi (soci non locali) € 8,00 2 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 ORGANICO DELLA SEZIONE 3 VIVERE SOBRIAMENTE e nostre vallate sono considerate isole felici perché non vi esiste criminalità, l'ambiente non è inquinato, la vivibilità è buona. Pur essendo piccole realtà, purtroppo presentano grandi problemi di gestione da parte degli enti locali che devono offrire tanti servizi con esigue risorse, con procedure burocratiche sempre più complesse, nel rispetto della legge di stabilità, della spending rewiev e di tanto altro. È per questo che dai vertici, in modo sempre più pressante, ci giunge l'invito all'unificazione dei servizi. Per quanto riguarda il nostro Cadore, il professore universitario Giancandido De Martin, già presidente della Magnifica Comunità di Cadore, lancia un allarme e definisce l'unione dei servizi: "traguardi indispensabili da raggiungere il prima possibile per il bene delle nostre piccole municipalità per la gestione dei servizi e del territorio". Ma non voglio addentrarmi in questo argomento, su queste pagine, nonostante che tanto ci sarebbe da scrivere. Sono convinta, anche, che senza l'impegno individuale non si può andare da nessuna parte. Perciò ognuno di noi dovrebbe far propria una certa idea di sobrietà, utilizzando innanzitutto con rispetto ciò che la natura offre, eliminando gli sprechi: evitando, ad esempio, di acquistare continuamente nuovi beni, mentre in casa ve ne sono ancora di perfettamente integri, e imparando ad indossare un maglione in più per tenere in casa una temperatura più bassa. E qui dovrebbero darci buon esempio molti uffici pubblici! Piccole attenzioni che possono diminuire di molto le spese di ognuno di noi ed anche ridurre le tracce lasciate dal nostro passaggio sul pianeta che abitiamo. Dobbiamo uscire dalla logica della mondializzazione, per cui ci ritroviamo a consumare prodotti provenienti da oltreoceano con tutto il costo aggiuntivo di imballaggi e carburante per il trasporto. Valorizzando invece i prodotti locali, le cosiddette filiere corte, ridurremmo di molto i consumi di energia, eviteremmo vari passaggi tra produttori e consumatori e mangeremmo più genuino. Se inoltre, utilizzerò i prodotti del mio orto, farò decrescere il prodotto interno lordo, il famoso PIL, ma mangerò biologico al massimo e a costo zero. E poi ci sono le abitazioni. Oggi le case vengono costruite in modo tale che devono durare poco. Troppo spesso si costruisce senza rispettare le secolari tradizioni dei luoghi; si disattendono così elementari aspetti architettonici ed energetici. I nostri nonni e bisnonni costruivano in montagna case con determinate caratteristiche perché avevano sviluppato, nel corso dei secoli, conoscenze che portavano in quella direzione. La posizione delle finestre e l'inclinazione dei tetti erano preposte a catturare anche i più flebili raggi del sole invernale. Invece di utilizzare tecnologie che causano sprechi, dovremmo recuperare questi saperi. E che dire della più grande ricchezza delle nostre vallate: il bosco! I nostri vecchi ne avevano un rispetto reverenziale. Oggi lo si sfrutta soltanto per una rendita economica, senza le dovute attenzioni ed è troppo scarso l'utilizzo che ne facciamo nel campo dell'energia. Abbiamo ereditato questa ricchezza e dobbiamo passarla di mano integra alle generazioni future. L Paola De Filippo Roia Direttore EXPO delle DOLOMITI 2013 4 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 foto g.g. 140 ANNI l giorno 2 novembre 1873 ad opera di alcuni promotori si fondava in Auronzo una Sezione del Club Alpino Italiano che votò il proprio Statuto Speciale, stabilì la sua residenza nei locali della Società del Gabinetto di Lettura e Musica gentilmente concessi ed assunse la denominazione di Sezione Cadorina del Club Alpino Italiano in Auronzo. Questo testo è tratto dalla circolare diramata il 20 febbraio 1874 ai comuni del Cadore dalla "Nuova Sezione Cadorina" per merito principale del Cav. avv. Luigi Rizzardi e che dal 1° gennaio del 1874 cominciò la sua regolare esistenza. Si stanno concludendo le celebrazioni per il 150° anniversario del Cai nazionale e già ci ritroviamo immersi nel turbinio delle celebrazioni per i nostri 140 anni. Un'occasione, questa, per rendesi conto di quanto sia davvero lungo il cammino fatto fino a qui e per assorbire dal passato lo slancio per affrontare il futuro. Sono consapevole che le difficoltà non mancheranno, per questo voglio scoprire insieme a voi quali zone d'ombra e quali successi abbiano incontrato i nostri predecessori. Ho sempre apprezzato l'aforisma di Guicciardini "… le cose passate fanno lume alle future, perché il mondo fu sempre di una medesima sorte e tutto quello che è e sarà, è stato in altro tempo, e le cose medesime ritornano sotto diversi nomi e colori…" senza la presunzione di essere tra i savi e diligenti osservatori in grado di accorgersene, ma con la curiosità di chi si illumina e si compiace di fronte al successo altrui, di chi si vuole assumere oneri e onori del ruolo che ricopre. Ritengo che viviamo in un periodo difficile e complesso per l'associazionismo e per ogni forma di aggregazione: una società insicura ed incerta genera immobilismo e sfiducia, di conseguenza si ragiona e si agisce in economia, si risparmiano energie, tempo, idee, iniziative, volontà. La sensazione è quella di inoltrarsi, intimoriti ed incerti, in una profonda foresta: si avverte il pericolo e si cerca strenuamente di comprenderne la natura, l'entità, la forza, il potere deflagrante. Il recente e tanto blasonato riconoscimento ottenuto dall'Unesco ci ricorda che le nostre vite si dispiegano in un "paradiso terrestre", ma sebbene se ne avverta il potenziale, non riesco ad avere una raffigurazione completa delle dinamiche di interazione con l'ambiente in cui viviamo, come esso possa influenzarne o determinarne i comportamenti, condizionarne le scelte e, si badi bene, non mi riferisco solo all'ambiente naturale ma a tutto il contesto nel quale siamo immersi. Se esiste l'interazione di luogo e identità allora la possiamo definire con la locuzione di genius loci, intendendo individuare l'insieme delle caratteristiche socio-culturali, naturali, architettoniche, di linguaggio e di abitudini che caratterizzano un luogo, un ambiente appunto. Esiste davvero il desiderio di interagire con questo ambiente? E come si manifesta negli individui? E nella collettività? E, se esiste, qual è la vera natura del desiderio? Quale bisogno accende la scintilla? Il più prosaico amore per la montagna non può trovare declinazione anche ai nostri tempi? È possibile che le linee guida dell'economia, le basi della cultura e le sinapsi dei rapporti sociali non possano trovare un minimo comun denominatore attingendo da quanto ci circonda e ispirandosi semplicemente alla magia della natura? Se la bellezza travolgente dei luoghi fa sempre da sfondo alle idealizzazioni di tutti i paradisi promessi, perché non riusciamo ad invertire i fattori presupponendo che da un territorio di per sè magnifico non discenda una vita appagante e gratificante? La nostra Sezione è già passata attraverso varie esperienze, talune delle quali non si possono certo definire usuali, dal momento che hanno costituito o accompagnato eventi che hanno caratterizzato la storia dell'alpinismo, perlomeno nelle Dolomiti. Ma altre volte si è vissuti in periodi ancor più bui di oggi, con la necessità di prendere decisioni cruciali e affrontarne le conseguenze, e le difficoltà sono sovente state interpretate e quindi affrontate come nuove I 6 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 sfide da vincere, nuove vette da conquistare. Se oggi ci sembra di vivere in mezzo ad una tempesta di sabbia ed in essa non scorgiamo nessun riferimento familiare e rassicurante è perché probabilmente le vecchie indicazioni non sono più valide e sufficienti, al passo con i tempi. Nuove formule e nuovi linguaggi vanno ricercati affiché possano divenire una regola comune, un punto fisso verso il quale volgere il timone della nostra imbarcazione che altrimenti sarà come una nave senza ancora, in balìa della corrente. Proviamo allora a illuminare il nostro futuro attingendo all'olio della nostra esperienza passata, impegnandoci per il prossimo anno nella ricerca delle nostre radici, nella rievocazione dello spirito e delle motivazioni che hanno costituito impulso e linfa vitale della nostra antica istituzione. Abbandoniamo atteggiamenti caratterizzati da disinteresse, incuria, indifferenza e negligenza che altrimenti ci condurranno inesorabilmente verso una foresta i cui alberi saranno sempre più alti e fitti e l'aria più densa e pesante. Intacto vertice ardens. Massimo Casagrande Presidente In occasione di questo inizio anno vogliamo presentare il logo che simboleggia e ricorda i 140 anni della Sezione Cadorina del Cai cercando di esplicitare i contenuti della grafica: Tratti e scritte nere, il colore azzurro e lo sfondo bianco riprendono il logo del Cai nazionale; lo Scudo e la Stella provengono anch'essi dal logo nazionale. La Stella si trasforma poi nelle Tre Cime di Lavaredo stilizzate che identificano la nostra montagna-icona ma nello stesso tempo diventano la cresta del gallo che ha il suo occhio nel pallino del 140°, il gallo è simbolo del nostro paese ricordando la famosa leggenda e l'esito favorevole della disputa dei confini con Dobbiaco. CAI AURONZO è la denominazione corrente della nostra sezione mentre sez. CADORINA ricorda l'origine del sodalizio 140 anni fa. 140 ANNI 7 A COLLOQUIO CON I LETTORI 'anno che si chiude - proiettati verso i 140 Anni della nostra Sezione - è stato un grande anno che i nostri figli ricorderanno, memori dei loro padri. Giorni con il cuore in alto, tutti insieme a gioire per quell'amore che ci lega, per quella fede che ci fa soffrire. Tante occasioni che ci hanno riportato indietro nel tempo rinnovando nella memoria e nel cuore sentimenti sopiti dal vivere quotidiano, un vivere spesso monotono e senza emozioni. Poi ecco un libro, due libri… una rivista, tante riviste marchiate da un logo che ci ricorda che "La montagna unisce". Ci fu un giorno chi mi disse di smetterla con Tori orino no e la vi visione sione de della lla ca catena tena de dell le Al Alpi. pi. questa montagna. Ma è più forte di me e poi ci siete tutti voi - volti spesso sconosciuti ma anime vive e presenti - cui mi lega questo periodico incontro che abbandonare sarebbe come morire. Parlavo con Aldo, 92 anni, e sentivo il fluire appassionato di vibrazioni mai sopite e quell'ultimo: "Viva la montagna!". Allora capisci quanto grande è questo amore, infinito, eterno. “La montagna unisce” e lo senti sia nei momenti di grande gioia - quando tutti insieme ci si ritrova in grande serenità e fraterna amicizia - sia nei momenti difficili della vita. “La montagna unisce” te lo dice una voce amica, un sorriso, un abbraccio. Ognuno di noi ha una storia da raccontare e sarebbe bello raccoglierle tutte in un libro. Un libro - tante voci, per raccontare come è nato questo amore. Nel 2014 compirò i miei primi cinquanta anni con il CAI. L’ultimo arrivato della mia famiglia, Max, aveva appena un giorno quando l’ho iscritto al CAI. Anche lui, quando sarà grande, nell’appuntare sul petto il distintivo dei cinquanta anni, sentirà la mano di suo nonno: “La montagna unisce”. Sarebbe veramente bello! L A Torino ci siamo ritrovati, come ogni anno, a primavera, ma è stata una primavera diversa dalle altre, molto più intima, molto più sentita. Al di là di ogni formalità d’obbligo in queste occasioni, abbiamo partecipato all’apertura del 150° CAI: dall’alto dei Monte del Cappuccini la visione della catena delle Alpi, meravigliosa - visione che si è ripetuta una volta saliti al tempietto sotto la guglia della Mole Antonelliana. Se è vero che “La montagna unisce”, l’abbiamo provato, ancora una volta, in occasione dell’incontro avvenuto il 21 settembre al Rifugio Auronzo nell’anniversario della Grande escursione del Touring Club nel Cadore nel 1913. È strano come spesso trascorri una vita senza accorgerti di chi sta accanto. Poi un giorno? Può diventare amicizia vera. Passato l’incanto dei giovani anni, come dimenticare, Angela Maria, le tue parole rivolte alla Montagna: “L’anima di chi non può raggiungerti ti ammira!!”, mentre continua il dialogo con Bianca che rende ancor più amabile questo nostro impegno. Sono le sue parole: “non si scrive semplicemente di montagna ma si esprimono soprattutto sentimenti e, cosa rara, si suscitano emozioni”. La posta, nella sua immediatezza, ci porta pensieri e spaccati d’anima. Scrivevo a Franco che quasi quasi mi andavo convincendo che stiamo facendo “qualcosa di buono e forse di diverso”. Forse è come dici tu: “È bello sfogliarle, queste pagine, coinvolgono e comunque rasserenano”. Grazie. Glauco Granatelli Redattore Bonfiglioli. Torino, Monte dei Cappuccini “La Vedetta Alpina”, manifesto 1900 La “Vedetta Alpina”, oggi 8 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 A COLLOQUIO CON I LETTORI 9 150 ANNI NEL 2013 E’ una lunga storia di cui anche noi facciamo parte. Riviviamola insieme. e generazioni si succedono con distacchi infinitesimi, dando lugo a sfumature di concezione alpinistica, che forse sfuggiranno un giorno all’occhio dello storico [...]. Nel 1926 destarono sensazione nell’ambiente alpinistico piemontese le imprese di una cordata di giovani provenienti dall’ambiente SARI, che nel corso di una fortunata campagna nel gruppo del Bianco e nelle Aiguilles de Chamonix avevano dimostrato di muoversi con brillante facilità, senza guide, a quel livello tecnico di difficoltà cui era giunto nell’anteguerra l’alpinismo anglo-sassone con le classiche cordate RyanLochmatter e Young-Knubel. La cordata dei giovani senza guide torinesi era composta da Gabriele Boccalatte, Guido Derege di Donato, Michele Rivero. Nella prima italiana alla via Dunod al Grépon era con loro anche Paolo Fava (1907-1961) che ben presto avrebbe dato prova della sua eccezionale forza di arrampicatore [...]. A ripensarala ora, col senno di poi, quella di Gabriele Boccalatte si presenta come una di quelle esistenze predestinate, interamente votate alla montagna, dove tutto concorre e si coordina, purtroppo fino alla tragiga fine, nel servizio di quell’unica passione. Nato nel 1907, Boccalatte si era diplomato in pianoforte con esito eccellente, e avrebbe probabilmente potuto svolgere una carriera artistica di non poche soddisfazioni. Ma l’amore per la montagna era troppo grande e non c’è posto nella vita di un uomo per due passioni così esigenti ed esclusive come sono l’arte e l’alpinismo [...]. Quel temperamento artistico che Gabriele celava così gelosamente nella vita privata, si manifesta invece gloriosamente nella sua azione alpinistica: in fondo la legge che governa le sue salite è una sola, il bello. [...] Compagna della sua vita e di alcune delle più difficili sue imprese fu Ninì Pietrasanta, eccezionale esponente dell’alpinismo femminile che, proveniente dall’ambiente milanese, aveva già al suo attivo numerose e importanti salite con la guida Giuseppe Chiara, come la cresta Sud della Thurwieser, la parete Nord de Lyskamm e la parete Nord del Corno Bianco. Trasferito a Torino dalla natia Val d’Aosta per gli L 10 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 studi liceali, Renato Chabod si affiatò subito col gruppetto dei giovani arrampicatori cittadini più in vista, Rivero, Boccalatte, Derege, Fava, e vi portò una componente nuova e insolita, che si potrebbe dire lo spirio del montanaro. fatto di astuzia e di esperienza atavica nella lotta con la montagna. Giovanissimo aveva già al suo attivo numerose salite, altre ne seguiranno. Abbandonerà, troppo presto, il grande alpinismo attivo ma non l’interesse pere le cose della montagna e per le sorti del Club Alpino Italiano di cui nel 1953 diviene il vice-presidente. Scrittore efficacissimo e in realtà studioso profondo della storia dell’alpinismo, sotto le apparenze scherzose d’una vena umoristica, Chabod ha impresso un sigillo inconfondibile a due fra le più importanti guide della collana dei Monti d’Italia: quella del Gran Paradiso e quella del Monte Bianco, nelle quali lo scrupolo della verità storica è portato a rigore e coerenza di metodo scientifico. [...] Quando morì sul Cervino Amilcare Cretier, formidabile alpinista, aveva al suo attivo ben 51 vie nuove. Figura schiva e ombrosa, ricca per contro di motivi interiori, è stata ricostruita da Giuseppe Mazzotti nel bel libro “Montagnes Valdôtaines”. Era un innamorato della sua valle, dalla quale non era, alpinisticamente, mai uscito. Potevano parlargli di Dolomiti, di Grigna, di Val Masino, di Bernina e di Oberland: lui sapeva che tutta una vita non gli sarebbe bastata per esaurire a fondo le risorse della sua Val d’Aosta. [...] Era un innamorato del Cervino, montagna sulla quale tracciava itinerari circolari e orizzontali, quasi volesse abbracciarla ed esplorarla da tutte le parti.[...] In mezzo alla affermazione sempre più crescente ed esclusiva dell’alpinismo senza guide, non sono da dimenticare i prosecutori di un’attività classica, come Enzo Benedetti, risolutore, insieme alle guide Luigi Carrel e maurizio Bich, degli ultimi problemi del Cervino. Un posto a parte spetta alla singolare e romantica figura di alpinista solitario che fu Ettore Zapparoli, musicista e scrittore, nativo di Mantova e scomparso a 50 anni d’età, durante un’ascensione sull’immensa parete Est del Rosa, nel 1951. Più che solitario, bisognerebbe dire contro cor- rente, ché oltre ad affrontare da solo i rischi dell’alta montagna, aveva percorso per così dire a ritroso la tendenza dell’alpinismo moderno a spostarsi dal terreno di Gioco del Monte Rosa a quello del Bianco. Ma il mondo del Monte Bianco non era riuscito a cancellare in lui il fascino irresistibile esercitato dal candore abbacinante, dall’ampiezza di proporzioni e d’orizzonti di quel versante orientale del Monte Rosa. [...] Inesauribile nell’escogitare nuovi itinerari sull’immensa parete, vi scomparve appunto durante un’impresa di cui ha portato con sé il segreto. Gli anni che seguono sono anni di cambiamento. Già negli ultimi anni era intervenuto un cambiamento di stile, di tecnica e di concezione dell’alpinismo. Quel cambiamento dovuto all’influenza dell’alpinismo dolomitico che da Preuss a Dülfer ai moderni vincitori del sesto grado, aveva fatto compiere passi da gigante al progresso della tecnica d’arrampicata su roccia. Volente o nolente, il conservatorismo classico dell’alpinismo occidentale fu scosso e beneficamente. Sfogliando le ultime pagine di questa rievocazione storica, il pensiero corre a tutti coloro che hanno segnato gli anni della nostra giovinezza: Giusto Gervasutti, Celso Gilberti, Hans Steger, Emilio Comici, Domenico Rudatis, Attilio Tissi, Alvise Andrich, Raffaele Carlesso, i fratelli Dimai, Piero Mazzorana, G.B. Vinatzer, Ettore Castiglioni, Romano Apollonio, Ignazio Dibona, Giorgio Graffer, Bruno Detassis, Riccardo Cassin, Vittorio Ratti, Walter Bonatti, Andrea Oggioni, Armando da Roit, Armando Aste, Spiro Dalla Porta Xidias, Guglielmo Del Vecchio, Mauro Botteri... è una galleria meravigliosa di tipi fuori serie quella che ci viene incontro, [...] una categoria d’uomini privilegiati, che dalla vita hanno spremuto qualcosa, in fatto di gioie, di ebrezze, di soddisfazioni interiori, che a nessun altro è dato conoscere. Gente che sotto qualunque latitudine e in qualunque paese del mondo, si riconoscono istintivamente, da qualche segno misteriorso, sia il colore della pelle, siano le rughe del volto, sia il modo di camminare, sia l’espressione dell’occhio abituato a scrutare i segreti della roccia o del ghiacciaio; e, riconoscendosi, si salutano con un sorriso d’intesa ed una strizzatina d’occhi, come dicono che facessero gli àuguri romani quando si incontravano per strada. Massimo Mila Si conclude la rievocazione storica tratta dal volume I CENTO ANNI DEL CLUB ALPINO ITALIANO del C.A.I. Milano. 150 ANNI NEL 2013 11 Due passi per Venezia e un ricordo lontano, di un tempo che ha lasciato tracce indelebili sui nostri monti. VAGABONDANDO PER VENEZIA di Arrigo Attilio Kern Venezia, una città ai piedi delle montagne. La storia ci ha tramandato un forte legame tra la Repubblica Veneta e il Cadore. Crollato il potere temporale dei patriarchi, il doge Tomaso Mocenigo invitò i cadorini ad accettare il dominio di Venezia. I cadorini chiesero al patriarca lo svincolo dal giuramento di fedeltà, quindi si radunarono, assistettero alla Messa dello Spirito Santo nella cappella di Valle e poi votarono la dedizione del Cadore a Venezia al grido di "Eamus ad bonos venetos". Era il luglio del 1420. Pochi anni dopo, nel 1429, il Senato concedeva ai cadorini la cittadinanza veneziana. Il miglior bosco del Cadore, quello di Somadida, venne donato alla Repubblica Veneta e poi per sempre chiamato il "Bosco di San Marco". Dal canto suo la Repubblica fu sempre generosa verso la piccola regione cadorina che non mancò di soccorrerla in occasioni diverse. Nel XV sec. contribuì, ad esempio, alla lotta contro i turchi fornendo il legname per le galere. Dono di legname, ma anche di denaro, che si ripeté nel 1574 quando un incendio danneggiò parte del Palazzo Ducale. Dura, invece, e carica di vessazioni e sopraffazioni fu, per oltre quattro secoli, la lotta per i confini con i doblacesi e l'Ampezzo. Il 12 maggio 1797 il Maggior Consiglio sciolse il Governo Veneto e diede la città ai francesi. a giornata prometteva bene, un bel sole marzolino penetrava attraverso i vetri e faceva sentire tutta la sua gradevolezza. Dopo settimane di bora più che sostenuta, anzi, in certi momenti decisamente forte e soprattutto inusuale per la persistenza, che aveva fatto precipitare le temperature tanto da gelare la laguna, non certo come nel lontano 1929, sentire questo tepore pervadere le stanze, dava quel certo non so che così positivo da essere chiamati ad una pronta e fattiva reazione. Sì ottimo, ma presi alla sprovvista così su due piedi che fare? Piedi?... uguale camminare: idea!! Venezia?! E perché no! Certo, perché no. Corriamo tutto il giorno, tutta una settimana e non vado oltre, e quando si materializza quasi per magia l'occasione di fare quello che si vuole siamo tutti, chi più chi meno, spiazzati, sorpresi, increduli per cotanta grazia, il vortice del quotidiano e del logorio della vita moderna, come diceva una famosa pubblicità, quasi ci inibisce la fantasia decisionista, creativa e organizzatrice del nostro inatteso e non programmato tempo libero, salvo restituirla integra e prepotente quando non si può più. Pensare che c'è gente che viene dall'altro capo del mondo e che magari fa il viaggio della vita per venire a Venezia per vedere qualcosa di unico, magico e noi che abbiamo la fortuna di averla qua vicina a pochi chilometri magari non siamo mai entrati a Palazzo Ducale o nella Basilica di San Marco, o se l'abbiamo fatto è avvenuto in occasione di una di quelle gite scolastiche in cui ce ne fregavamo nel modo più elevato di tutto, tranne del fatto di non essere a scuola. Sentivo sempre più crescente l'esigenza di fare il turista nella mia città, di confondermi tra la gente che vaga per calli e campielli armata di cartina, macchina fotografica e con uno sguardo misto tra L Le Dolomiti viste da Venezia, da “Attraverso le Dolomiti” di A. Robertson, Londra 1896 12 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 VAGABONDANDO PER VENEZIA 13 lo stupito e l'attento alle indicazioni, cercare di cogliere le loro emozioni vedendo le cose dalla loro prospettiva, cercando di dimenticare però di avere un gran bel vantaggio, quello di conoscere già cosa mi trovo davanti. Scarpette da trekking, zainetto leggero e macchina fotografica. La cartina no, quella non serve. Mascherato così quasi da turista perfetto via partenza senza meta, tanto qualsiasi direzione è buona con tutto quello che c'è da vedere. Come il treno abbandona la terra ferma ed entra sul ponte translagunare, per chi non ci è mai stato deve sicuramente essere un'emozione acqua a destra e a sinistra sopra la quale sembra di volare sospesi a pochi metri, barche che vanno su e giù, Murano chiaramente visibile, Burano e Torcello lontanissime, insomma un altro mondo. La prima cosa che si incontra di Venezia, uscendo dalla stazione è la chiesa dei Santi Simeone e Giuda Taddeo Apostoli meglio nota come San Simeon Piccolo, in stile neoclassico con una scalinata che porta ad un colonnato corinzio che sostiene un timpano triangolare con tanto di bassorilievo raffigurante il martirio dei santi titolari. La chiesa nonostante le sue dimensioni non va confusa con quella di San Simeon Grande che invece è piccola e si trova a poca distanza. San Simeon Piccolo oltre ad avere una cupola imponente. visibile chiaramente già dal ponte translagunare, con quella sua bella lanterna che la completa degnamente, ha una particolarità: infatti, ogni domenica alle 11.00 viene celebrata la Santa Messa con rito tridentino o antico che dir si voglia, insomma per intenderci meglio la Messa in latino quella che si usava fino alla fine degli anni 60. Assistervi è un momento così particolare pieno di fascino e suggestione che riporta indietro nel tempo. Sulla scalinata della stazione e giù verso il Canal Grande una moltitudine di persone, di tutte le razze e lingue; valige, zaini, giovani, vecchi, scolaresche italiane e non; gruppi con e senza guida c'è chi non perde tempo ed è già con la macchina fotografica in funzione, chi consulta una cartina, chi sfoglia un libro per trovare un itinerario, un mondo pronto ad addentrarsi nella Storia. Vista la giornata magnifica e il movimento già notevole con sicura tendenza al rialzo si rafforza in me l'idea originaria, ossia quella di fare un itinerario defilato da quelle che sono le rotte turistiche classiche, per cui motoscafo 5.1 e giro esterno destinazione Celestia per visitare la chiesa di San Francesco della Vigna chiamata così per il fatto che sorge in una zona dove in tempi passati la terra era coltivata a vigneto e la tradizione vuole che in quei luoghi l'evangelista Marco avesse cercato rifugio per una tempesta ricevendo la visita di un angelo che lo salutò: "Pax tibi Marce Evangelista meus" profetizzandogli la futura nascita di Venezia e anche il luogo del suo riposo con quel: "Hic requiescet corpus tuum." La Celestia si trova nel sestiere di Castello, il più esteso e popoloso della città (i quartieri a Venezia si chiamano sestieri perché sono sei: San Marco, San Polo, Santa Croce, Cannaregio, Castello, Dorsoduro). Vicino all'arsenale c'è la chiesa di San Francesco della Vigna situata nell'omonimo campo e facilmente individuabile per l'alto campanile a cuspide che ricorda molto quello più famoso di San Marco. La chiesa, come del resto la parrocchia affidata alla cura dei Frati Minori, è stata eretta tra il 1534 e il 1554, ampliando una già preesistente, su disegno di Jacopo Sansovino. La prima pietra fu posta nel 1534 dal doge Andrea Gritti. Nel 1564 Andrea Palladio ornò la chiesa con la grandiosa facciata che tutt'oggi possiamo ammirare. La chiesa ha notevoli dimensioni, è a croce latina, ha un'unica navata e ai lati sei cappelle a destra e altrettante a sinistra con monumenti funebri di importanti personalità della Serenissima: il 77° doge Andrea Gritti, colui che posò la prima pietra, per esempio, Andrea Bragadin governatore di Famagosta, Giovanni Grimani cardinale e patriarca, Francesco Contarini 95° doge ecc. ecc. Come tutte le chiese di Venezia anche questa è ricca di preziosi quadri da Bellini a Tiepolo, dal Tintoretto al Veronese è tutto un susseguirsi di delizie per gli occhi. Al fianco della chiesa due magnifici chiostri, luoghi che invitano ad una sosta, a un po' di meditazione nella pace e nel silenzio dove il tempo sembra essersi ulteriormente fermato. Una porta con scritto Clausura indica chiaramente che il convento dei frati è ancora attivo cosa che non è più per quello quasi dirimpettaio, ossia quello del cimitero di San Michele. Dopo aver rinfrancato lo spirito, riprendo la marcia tra calli e ponti dirigendomi verso una zona decisamente più frequentata: infatti a San Francesco ci si arriva in due modi, o volutamente o perché ci si è persi, essendo appunto defilata da quelli che sono i classici itinerari. 14 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 Venezia non è solo una città magica, romantica, unica ma è anche una città piena di misteri e leggende e proprio qui dove i miei passi mi hanno portato ve ne sono addirittura tre. Proprio qui sul retro della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo si narra che alla notte gli spiriti di tre dogi vaghino senza pace. Marin Faliero il doge traditore condannato a morte e decapitato alla base della Scala dei Giganti nel cortile di Palazzo Ducale dopo soli otto mesi dalla sua elezione si aggira qui intorno in cerca della sua testa, inseguito da un altro doge Enrico Dandolo che vuole vendicare l'onore della città. Il terzo è Tommaso Mocenigo che predisse tempi grami qualora alla sua morte nel 1423 fosse stato eletto doge Francesco Foscari, cosa che avvenne e che portò poi a quanto temuto dal doge Mocenigo che ora fa su e giù senza darsi pace. Percorrendo la lunghezza della Basilica verso il suo ingresso esiste sulla sinistra una corte, dove può succedere di incontrare lo scheletro dell'ultimo campanaro di San Marco che abbandonando il suo posto nel museo di storia naturale per andare a suonare la mezzanotte al campanile caracolla con la sua campanellina nella mano e ferma i passanti per chiedere un obolo col fine di poter ricomprare se stesso. Ma evidentemente questa zona, come tante altre del resto, deve essere un punto caldo per le leggende visto che anche la storia della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, per i veneziani San Zanipolo, inizia con il sogno del doge Jacopo Tiepolo in cui la voce del Signore gli indicava questo luogo come prescelto per i Suoi predicatori. Questa splendida Basilica gotica costruita dal 1246 per i Domenicani è da considerarsi il Pantheon di Venezia e non solo dei suoi Dogi. Qui le sepolture dei dogi sono tante, qui si svolgevano i funerali dei dogi per decreto della Serenissima, anche se la loro sepoltura avveniva altrove. Nella immensa basilica, la più grande chiesa di Venezia, troviamo la lapide che ricopre l'urna in cui è conservata la pelle dell'eroe veneziano per antonomasia, quel Marcantonio Bragadin difensore di Famagosta e morto scorticato dai Turchi nel 1571. Ogni monumento parla della gloria e della potenza della Serenissima, come Vettor Pisani vincitore della battaglia di Chioggia del 1380 contro Genova. Prima di entrare nella cappella della Madonna del Rosario c'è il monumento sotto il quale riposano le spoglie del vincitore della battaglia di Lepanto del 1571 Sebastiano Venier - quanta storia, quanti eroismi, quanti sacrifici come quelli in tempi certamente più recenti di Attilio ed Emilio Bandiera e Domenico Moro morti il 25 luglio 1844 nei pressi di Cosenza e anch'essi sepolti a San Zanipolo ai quali, per altro, è intitolato un campo di Venezia quello della Bragora o campo Bandiera e Moro. Non si possono non ammirare le opere pittoriche di Paolo Veronese, Cima da Conegliano, Vivarini o il Polittico del Bellini, tanto per citarne alcuni; mentre gran dolcezza e un senso di pace danno l'icona della Madonna della Pace ubicata in una cappella laterale attribuita addirittura a San Luca. Opere la cui contemplazione non stanca, anzi coinvolge. Nella sacrestia poi è meglio sedersi per ammirare quei 360 gradi di meraviglie altrimenti può succedere che giri la testa. Ancora calli e ponti, del resto non potrebbe essere diverso, avanti verso campo dei SS. Apostoli, da qui via in Strada Nuova, trafficatissima. Poco dopo mi intrufolo in una calle stretta, poi un'altra, un ponte e Fondamenta San Felice; prima di svoltare a sinistra non si può fare a meno di notare un ponte senza le sponde. Credo che sia l'unico dei circa 400 di Venezia che sia rimasto così come erano un tempo la maggior parte; ecco la Scuola Nuova della Misericordia o più semplicemente la Misericordia che per i veneziani sportivi vuol dire pallacanestro vuol dire Reyer, la gloriosa Reyer. Sembra impossibile che in questo edificio, molto più somigliante ad una chiesa che ad un palazzetto dello sport, al piano superiore sia stato ricavato un campo da pallacanestro che poteva ospitare circa 1500 spettatori e dove furono vinti due titoli nazionali. Se ad uno che non è di Venezia gli si dice che lì si giocava a Basket ne rimane indubbiamente stupito. Mi domando cosa mai avrà potuto pensare un giocatore che per la prima volta si sia trovato a disputare una gara in una realtà così particolare e unica nel suo genere; credo che se glielo avessero detto prima, avrebbe pensato che si stessero burlando di lui eppure era tutto vero, era una vera bolgia la Misericordia, e non era facile giocare lì per nessuno nemmeno per le grandi dell'epoca. Proseguo per l'omonima Fondamenta, lasciandomi alle spalle le glorie cestistiche e già che sono da queste parti vado a vedere la casa di Jacopo Robusti meglio conosciuto come il Tintoretto. VAGABONDANDO PER VENEZIA 15 A sinistra per Calle Larga ponte Campo dei Mori davanti e sulla destra eccola la casa dove il pittore vi dimorò fino al 31 maggio 1594, giorno della morte. Anche in questa zona ci sono tre leggende: una riguarda proprio il Tintoretto e la sua casa ed in modo particolare una delle sue figlie; ma quella più curiosa e verosimile è legata al palazzo che sta praticamente davanti alla casa del grande pittore. Il palazzo in questione è il Palazzo Mastalli, non ci si può ingannare in quanto è riconoscibile dall'altorilievo di un mercante della morea che conduce un cammello. La storia narra di un innamorato non corrisposto e che per il dolore abbandona la sua terra e lascia detto che qualora la sua amata cambiasse idea lo avrebbe trovato a Venezia e per facilitare la ricerca alla dama il segnale era appunto quell'immagine consegnata alla pietra. L'attesa fu lunga quanto vana per il povero innamorato. C'è però anche chi sostiene che il mercante una volta all'anno abbandoni il suo posto accanto al cammello. Questo succede la notte dell' Epifania, salvo ritornavi alla mattina; comunque sia, curiose sono pure le quattro statue in pietra dei mercanti: una in particolare attrae l'attenzione, quella con il naso di ferro chiamato Sior Toni Rioba con tanto di nome inciso su ciò che porta sulle spalle, più noto come il Pasquino di Venezia. Ovviamente manco a dirlo anche queste quattro statue sono protagoniste di una leggenda. Però di strada ne ho fatta, confesso che un po' le gambe si fan sentire, non è certo come andar per monti ma tutto questo camminare, fermarsi per ammirare i vari capolavori, cercare di leggere, non dico tradurre, ma quanto meno vedere di interpretare alla meno peggio alcune iscrizioni in latino presenti nelle sepolture delle chiese, il rimettersi a camminare, fermarsi ancora, stare in piedi nuovamente e poi i ponti e la gente da schivare che si ferma in mezzo ai piedi sul più bello, vuoi per la foto vuoi perché si siano accorti di aver perso qualcuno per strada, alla fine risulta essere faticoso e non poco. Ritorno sui miei passi Calle Larga e poi a destra Fondamenta degli Ormesini, anche qui come in quella precedente un sacco di localini stuzzicanti, i cosiddetti bacari, con i loro tavolini sistemati vicino al bordo del canale invitano più che mai ad una sosta vuoi per uno spritz o una qualsivoglia ombra di bianco o di rosso o, perché no, un bel prosecco fresco; meglio che tiro dritto sennò fiacco quel poco di gamba rimasta. Un ponte di ferro mi introduce nel Ghetto ebraico di Venezia che fu istituito dalla Serenissima nel 1516 quando, in seguito all'espulsione dalla Spagna nel 1492 degli Ebrei, questi cercarono rifugio un po' in tutta Europa, Venezia compresa. Dopo una prima sistemazione sull'isola della Giudecca, che pare prenda questo nome proprio da questo avvenimento, sebbene vi sia un'altra versione, il Senato ne ordinò la nuova sistemazione nel Ghetto appunto, con tanto di pesanti portoni che venivano chiusi dal tramonto al levar del sole. Oggi sono pochi gli ebrei veneziani rimasti nel Ghetto. Il complesso rimasto integro testimone è il campo del Ghetto Nuovo con i suoi alti edifici e la Casa di Riposo, vi sono anche negozi che offrono specialità ebraiche; per arrivare al Ghetto Vecchio si notano i pannelli commemorativi delle vittime veneziane della Shoah e poi le Sinagoghe ancora aperte al culto. Una calle stretta, un breve sottoportico e sono fuori dal Ghetto, il ponte delle Guglie sopra il Canale di Cannaregio e via lungo la trafficatissima Lista di Spagna, gente che va e che viene, valige, scolaresche, famiglie, una babele di lingue tutto come questa mattina, non è cambiato nulla. Eccomi nuovamente alla stazione pronto per il rientro a casa, ma prima va fatto un salto nella meravigliosa Chiesa di Santa Maria di Nazareth o Chiesa degli Scalzi, progetto di Baldassarre Longhena, per una visita alla Sacra statuetta del Gesù Bambino di Praga e un ringraziamento al buon Dio di questa bella giornata non solo dal punto di vista atmosferico ma anche per tutto il bello che ho potuto ammirare, ma soprattutto per le immense doti che hanno gli uomini, capaci di creare opere che sopravvivono non solo a chi le ha realizzate ma anche ai secoli, capaci sempre e comunque di creare emozioni, stupore, meraviglia sempre nuove anche in chi già le conosce e le ha ammirate tante volte ma soprattutto su chi ha modo di ammirarle per la prima volta in assoluto. Beh ho ancora un poco di tempo prima del treno e visto che l'acqua è finita un buon prosecchino penso di essermelo guadagnato. Sani e Prosit. 16 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 LIBRI, TANTI TA NTI LIB LIBRI, RI, UN BOSCO I nau naugu gurata rata la bi bibliote blioteca ca n el Bo Bosc sco o di Bu Buzz zzati ati ome avevamo prea preannuncia nnunciato to(1) è stat st ata a inaug inaugurata urata in Soma Somadida dida la “Bibl “B ibliot ioteca eca de dell Bos Bosco”. co”. Eve Evento insoli ins olito to per chi è us uso o anda andarr per per crode. Da ieri si è compiuto un miracolo. Se hai l’animo disposto, non ti sembrerà strano veder aggirarsi tra gli alberi, accanto a Emilio o a Severino, Jack London e Rigoni Stern, stringersi la mano Luisa e Konrad Lorenz... Provalo anche tu e vedrai che emozione sfogliare un libro, emozionarti e sentire presenze vive che fino ad ieri non avresti pensato fosse possibile. E poi il Bosco. “Il bosco di san Marco riposa tranquillo sul largo bacino delle sorgenti dell’Ansiei. Immenso, sembra dall’alto un morbido tappeto, penetrante furtivo tra le nere gole e nei valloni circostanti, abbarbicantesi sulle ripide e scosce pendici degli alti crodoni che l’attorniano. Al di sopra, il Corno del Doge, attenta sentinella vigilante sulla prodiga e benefica foresta veneziana! Per primo salutava le cime più alte degli abeti secolari che spuntavano tra le dense conifere, gareggiando con gli altri in altezza e robustezza per essere preferiti dalla città incantata e servire antenne sicure alle marivore galere. E per primo dava l’addio agli unici testimoni per lungo tempo della sua grandezza, presagendo loro la regale potenza del Leone.” Tu che mi leggi, se vieni ad Auronzo, vieni nel Bosco. (1) QVOTA 864 N. 27 pag. 44 (2) Severino Casara ARRAMPICATE LIBERE. Hoepli MCML, pag. 82 LIBRI, TANTI LIBRI, UN BOSCO 17 QUANDO LA MONTAGNA RITORNA ALLA PIANURA di Vittorino Mason. G.I.S.M. Fausto De Stefani a chi glielo fa fare a un alpinista famoso, che ha scalato tutti gli ottomila, e non solo quelli, Accademico, Socio Onorario del Cai, presidente di Mountain Wilderness, impegnato in convegni, manifestazioni e conferenze a favore della montagna e l'ambiente, persona che in Nepal ha realizzato scuole e ospedali per bambini di strada, a dannarsi l'anima, correre tanto e cimentarsi ancora in imprese ben più improbe che scalare il K2? Mah, forse sono gli occhi di quei bambini che lui, Fausto De Stefani, si trova davanti e incrocia quando va per le scuole a raccontare storie e favole, le stesse che il vecchio Mandelo, barba folta, in sella a una bicicletta scassata, raccontava a Fausto e agli altri bambini. Forse è per quegli sguardi, quelli occhi pieni di luce e capaci ancora di stupirsi e meravigliarsi ascoltando favole e storie, che nessuno ha più il tempo di raccontare, che Fausto continua ad andare entusiasta creando sogni e speranze, anche per chi non crede più a niente. Si è fatto contadino Fausto. Semina, coltiva e lavora, soprattutto con e per i ragazzi, perché rappresentano l'investimento più importante che l'umanità può fare per salvarsi e preservare il pianeta Terra. Ed è forse una favola anche quello che gli è capitato tre anni fa. Un giorno si presenta a casa sua un compaesano che gli dice: "Nel testamento mio padre ha lasciato un pezzo di terra per te, un bosco". Fausto stenta a crederci e come un bambino fa salti di gioia e passa tutta la notte camminando per le vie di Mantova parlando con il Dio dei dimenticati. M 18 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 Si ritrova con un terreno di grande valore commerciale, appetibile per i falchi della speculazione edilizia e le agenzie immobiliari. Ma quel bosco, immerso in avvallamenti che ricordano delle colline, stretto in un paesaggio di campagna che rimanda ad altre epoche, a contadini piegati alla terra, non è in vendita e Fausto ne è solo il custode. Il bosco, che si trova nel comune di Castiglione delle Stiviere (Mantova), era il luogo dove fin da bambino e poi da grande, Fausto si recava per cercare natura, vedere animali, fotografare uccelli. È lì che ogni tanto incontrava il proprietario, colui che gli avrebbe lasciato in eredità il luogo. E questi un giorno, sapendo di Fausto esperto alpinista, gli chiese se poteva fare qualcosa affinché dal bosco lui potesse riconoscere per nome le montagne che si vedevano all'orizzonte. Fausto allora costruì uno strumento semplice che posizionò nel bosco: un paletto di ferro con saldati vari tubicini direzionati e riportanti il nome del monte osservato attraverso gli stessi. Forse è per questa piccola gioia che Fausto gli aveva regalato, o forse perché aveva capito gli intenti, l'operato e la bontà del famoso alpinista, che il proprietario, un ricco imprenditore, prima di morire pensò di lasciargli il bosco. Quello strumento rudimentale, ma efficace, è ancora lì, come un totem alla memoria. Investito di una grande responsabilità, ora Fausto vuole trasformare quel luogo dimenticato in un bosco didattico. Far conoscere ai bambini e ai ragazzi le biodiversità, farli giocare, guardare, ascoltare e lavorare tra e con le piante. Nel corso di poco più di un anno, grazie anche al contributo di alcuni amici e volontari, si è ripulito il bosco, estirpato rovi, tagliato alberi secchi, creato un percorso naturalistico, alzato altane per l'osservazione degli animali, e ristrutturato due piccoli abitati: uno atto ad ospitare studiosi e l'altro, che ricorda un bivacco, per accogliere i ragazzi. C'è pure un orto, un pollaio con gli armenti, uno stagno e un campo annesso dove crescono diverse specie di orchidee. Una parte del bosco è stata lasciata selvaggia e in un'altra, che per morfologia ricorda un anfiteatro, si è pensato di realizzare una piattaforma, una sorta di palco dove forse già dalla prossima estate, amici di Fausto come Marco Paolini, Erri De Luca, Mario Brunello e Paolo Rumiz, cercheranno di dialogare con gli alberi e gli spettatori. È qui, in questo luogo dove ancora resiste un lembo di antica pianura, che Fausto attende le scolaresche per far didattica ambientale e trasmettere l'amore per la natura. È qui che l'alpinista sotto un cappello in feltro e una folta barba che ricorda la figura del vecchio Mandelo, insegna, gioca, cammina e costruisce con i ragazzi casette di legno per gli uccelli. È qui che Fausto sta ritrovando l'altra montagna, quella che non ha bisogno di essere salita. Ed è sempre lì, in quel bosco di carpini e scommesse, che gli alpinisti della domenica, gente della pianura che scappa dalle città per cercare avventura e bellezza, hanno deciso di dedicare parte del proprio tempo e rinunciare alle altezze per una gioia ben più grande. Poteva sembrare una scommessa, può sembrare una favola, ma pensare che, grazie alla rete e a comunicati stampa, persone provenienti da molte parti abbiano rinunciato a qualcosa e si siano ritrovati insieme per condividere un progetto e lavorare per qualcosa di bello, che sa di alberi e terra, beh, non può che far felici. In questo mondo individualistico ed egoistico, che disgrega e lascia sempre più soli, con tanti vuoti e incertezze, questo fare diventa motivo di comunione. In fondo, tutti noi che frequentiamo la montagna in cerca di emozioni e bellezze naturali, dovremmo arrivare a capire che la montagna non può diventare l'ultima terra dell'uomo. Per quanto amore possiamo avere per i monti, dovremmo aspirare anche a preservare la pianura, ritrovando e riportando alla luce quelli spazi di terra sepolti sotto asfalto e cemento. Una quotidianità che ci è così vicina e così lontana, ma pur sempre Madre e Terra delle nostre radici. E con questo bosco, fazzoletto di terra avanzato alla città, l'eredità di Fausto non vuole essere che una promessa e un impegno per lasciare ai posteri un'altra responsabile eredità. Fausto mentre coordina i lavori nel bosco QUANDO LA MONTAGNA RITORNA ALLA PIANURA 19 RICHIAMI DAGLI ALTI LUOGHI di Mirco Gasparetto. G.I.S.M. ante e Virgilio, impietriti nei loro mantelli, attraggono da sempre le mie attenzioni. Lo fanno fin da quando avevo imparato a riconoscerli, seppure piccoli e lontani, ancora ai tempi delle lunghe vacanze famigliari a Pieve di Cadore; quelli del Fadalto, della Cavallera e delle tre ore d'auto da Treviso. Ad accoglierci, tutte le estati, una grande casa bianca col prato, l'orto e le ortiche, che ancora adesso, dopo tanti anni, sento mia. Le ampie finestre concedono d'avvistare, sopra i boschi di Col Contràs, le due rocciose figure ben scolpite nell'aria, arroccate sul fianco della grande montagna che le sovrasta benevolmente. Del resto, la grande montagna si era fatta notare ben prima delle due miniature dolomitiche. Una sagoma, la sua, perfettamente piramidale, al punto da farla coincidere con l'istintivo disegno di un bambino. Pure il suo nome consente di fantasticare: Croda Bianca. Perché se le Marmarole richiamano al senso etimologico del chiarore, è pur vero che ai piedi di quella montagna giace sepolta la nobile Bianca, principessa di Làgole. Sogno e letteratura, leggenda e storia, avventura e mistero. Ecco che l'alpinismo, per me, doveva divenire il tramite per corrispondere a irresistibili richiami cerebrali. Nel mio andare, ho incontrato con periodicità la Croda Bianca. Una presenza discreta ma continua. Appuntamenti apparentemente casuali, diluiti nel tempo. Oltre a prevalere sull'orizzonte delle mie finestre cadorine, la ritrovo nel titolo di un vecchio romanzo in cui occhieggia la dedica di un primo amore. C'è ancora Lei in un bianconero dei primi anni Sessanta, in cui il giovane M posa in vetta sul fondo, neanche troppo lontano, delle Lavaredo. Come in un gioco d'assonanze, quella foto è impressa da I, che diverrà protagonista d'una memorabile prima ascensione sulla sua larga parete est, quella che si rivolge al Pian dei buoi. Non passa troppo tempo ed A, un attempato amico (e saggio maestro), mi dona una cartolina: la affido a te. È inviata da Luisa Fanton ad Antonio Berti e ripropone la grande Croda che esibisce il suo profilo più bello, quello con il lungo spigolo sud-orientale. D 20 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 L'ingannevole filo di cresta mette in rilievo una somiglianza - neppure troppo vaga - con il Cervino preso dall'Hörnli. Nel retro, un'emozionante china scolorita trasmette i particolari dell'ascensione. Per qualche tempo la via di Arturo e Umberto Fanton, quella che dal 1910 risale proprio lo spigolo, si lascia chiamare "via Reale". Uno spot pubblicitario dedicato ad Alberto Re dei Belgi, che la percorse durante i suoi elegantemente anonimi soggiorni a Calalzo, all'Hotel Marmarole degli stessi Fanton (certo, uno stile d'altri tempi). Insomma: Lei non cambia, rimane continuamente ipnotizzante. Mi tira la giacchetta. Sì, non mi lascia stare. Ci dovrei proprio andare. Poi penso: ci sarei dovuto andare almeno vent'anni fa, prima che mi ricucissero più volte le fibre logore dei tendini; prima di darla troppo vinta all'adipe della pigrizia; prima di chiudermi in autodeterminati steccati socio-famigliari (gli alibi potrebbero continuare…). Eppure, con la Croda Bianca sento che dovrei sistemare le cose… che non sono in equilibrio. Anche altre montagne ho coccolato e poi lasciato da parte, distratto da sinuose linee al tempo più attraenti. Nomi accantonati per un ipotetico futuro che, senza alcun avvertimento, adesso mi trova in ritardo. Anche questa è una delle regole del Grande Gioco. Al ché, di solito, me ne faccio una ragione. Con la Croda Bianca però è diverso. Ipnotizzante, dicevo. Noto i suoi profili, ancora riservati, scendendo dalla sella verso il lago di Santa Croce. Dopo poco, invece, ecco che si annuncia con distaccata prepotenza all'uscita del tunnel sul Ponte Cadore. Elegante, appuntita e ineffabile. Mi basterebbe giungere ai solitari Dante e Virgilio… magari ripercorrendo le antiche orme di Darmstaedter e delle sue esperte guide… bah… lasciamo stare. Mettiamola così: a suo tempo l'ho snobbata... ora è tardi. Capitolo chiuso. …il 31 agosto lascio Pian dei buoi alla volta dello spigolo Fanton, azzerando le logiche della coscienza. Un precedente pernottamento nella grande casa bianca ha favorito l'intenzione, rinvigorendo preziosi ricordi (e risparmiandomi drammatiche levatacce). Buoni presupposti: « e il sole calante le aguglie tinga a le pallide Dolomiti sì che di rosa nel cheto vespero le Marmarole care al Vecellio rifulgan, palagio di sogni, eliso di spiriti e di fate... » da A. Berti, Dolomiti Orientali, 1971 pag.373 Marmarole. Croda Bianca m 2841 slm foto g.g. Entrambi in bilico sulla stretta Forcella di Croda Bianca. Hey, buongiorno signori!… ché la dritta via era smarrita. Fiancheggiamo l'arco di roccia, risaliamo l'ultima cresta e siamo in cima, accompagnati da una lattiginosa nebbiolina. Una grande croce metallica, isolata nel cielo, custodisce in grembo il libretto di vetta. Stretta di mano, borraccia, stecca di "fondente", tabacco e cartina da arrotolare. Relax. Un'epifania di sensazioni che scorrono lucide, ordinatamente, senza fretta. Nebbia che si alza, e panorami UNESCO. Un sacco di click! Con N mi faccio fotografare nei pressi del disordinato ometto che ha come sfondo le Tre Cime. Mi accorgo che da quel cumulo di pietre sporgono i legni, segnati dal tempo, della vecchia croce di cima. Poi lo sguardo individua, lontani, i magri Campanili di Popera e affiora il ricordo di una salita legato a M (già!… quello citato in principio). Ancora un'ultima occhiata dall'alto, e poi il ritorno. Sfiliamo con attenzione ai piedi di Dante e Virgilio, caliamo pazientemente da Forcella Marmarole, incontriamo una tranquilla mandria di camosci e infine brindiamo a Lei, già rosa di luce calante, alzando un festoso boccale di birra. Sosto un'altra notte presso la grande casa bianca. Mi addormento come un bambino. Trascorre una manciata di giorni. Rifugio Pordenone e cielo sereno di settembre: anche qui, ricordi di torri pietrificate e di splendidi giorni senza ore. Con un folto gruppo di amici m'incamminerò verso il discreto Cadinùt pensile, tributario della Val Monfalcon di Cimoliana. Luogo leggero, sospeso, protetto dalla colorata Cima d'Arade. Lì, ci sarà un altro amico ad aspettarci. Dopo un po' di chiacchiere, caffè e pacche sulle spalle, muoviamo dal rifugio e mentre imbraccio il mio zaino, dico ad A che ho fatto lo spigolo Fanton… che in cima ho trovato la sua recente firma… accenno alla giornata entusiasmante... E lui, che le Marmarole le conosce proprio bene, mi dice… hai fatto il Campanile San Marco? No?… beh, allora ci dovresti proprio andare. Ridiamo. Intanto s'accende, istintivo, il moto del mio pensare. In vetta alla Croda Bianca casèra Baion il cielo è blu e la dolomite brilla. Risalendo verso Forcella Peronàt in un torpore mentale carico di aspettative, rimugino intorno alla richiesta che avevo espresso a N, dopo che su mio consiglio aveva salito (e sceso) lo spigolo in inverno, un paio di stagioni fa (al terzo tentativo… perché la Croda Bianca non è certo fessa): quest'estate lo facciamo insieme? Domanda improvvida, per tutta quella serie di motivi esposti più sopra. Tant'è che ora il buon N mi cammina allegramente davanti, corda a tracolla. Con noi anche "B" e M perché, in questi casi, la compagnia diviene per me elemento taumaturgico. Dislivello, grande cengia diagonale, antichi camini e paretine. Sudore sotto il casco, sosta. Commenti, qualche risata… fantastico! In lontananza luccica, oblungo, lo specchio del famoso lago. È, il mio, un cosmico viaggio nel roccioso cuore pulsante del Cadore. Parecchi click! Quindi ancora paretine, inaspettati caminetti e traversate a ingannare il vuoto. Tutto senza grande difficoltà, eppure con richiesta di concentrazione. Nuvole sospette ci avvolgono, poi ci lasciano all'azzurro dei fondali dolomitici visti mille volte, e tuttavia sempre spiazzanti. Accanto a noi scorre, impennandosi clamorosamente, un altro misterioso spigolo di roccia, quello della Cresta degli Invalidi, che percorse Oliviero Olivo, da solo, nel 1924 (uno dei non pochi episodi che mette in crisi la storia dell'alpinismo dei luoghi comuni). Eccoli finalmente! …Dante e Virgilio… Li osservo da vicino, dall'alto. Quassù diventano grandi sagome sfingee. 22 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 PAUL PREUSS. ORIGINE DELL’IDEA Cronache di cent'anni fa. Si diffuse la voce che Preuss risultava disperso. Io ero sposata con Hartwich e Mina con Relly. I due uomini si misero immediatamente in cammino per cercarlo, mentre Mina ed io e molta altra gente aspettavamo ad Altaussee con grande preoccupazione. Ero da Mina quando giunse la notizia della sua morte. Fu il momento più terribile della mia vita. Neppure la morte del mio amatissimo padre mi aveva addolorata allo stesso modo. A ricordare il drammatico momento è Emmy Eisenberg, donna dalla pronunciata personalità; non solo grande amica di Paul Preuss e della sorella maggiore Mina, ma pure sua compagna di cordata. Il 3 ottobre 1913 (presumibilmente, visto che il corpo fu ritrovato solo undici giorni dopo), fu lo spigolo nord del Mandlkogel, nel massiccio del Dachstein, in Stiria, a decretare la fine del geniale arrampicatore. Successe durante un tentativo di prima ascensione solitaria a una linea non certo difficile per le sue capacità (250 m, IV). Una via da cui tutti si tennero alla larga per una buona decina d'anni. Quel giorno d'ottobre, spazzata via da una rapida tempesta, si concluse la parabola umana del ventisettenne "Pauli". Avvenne non lontano da Altaussee, paese in cui era nato e dove la famiglia - viennese d'origine ebraica - possedeva un villino. Oltre l'alpinista, sopravvissero i personali e reazionari concetti filosofici, a cui il giovane stiriano aveva sempre aderito con straordinaria, perseverante coerenza. Un'idea di alpinismo, la sua, che non aveva mai lasciato spazio all'utilizzo di artificialismi per salire la montagna. E ancora oggi (nonostante tutto), sulle pareti del Campanile Basso o della Piccolissima di Lavaredo, è possibile ritrovare il suo spirito. Tuttavia, è necessario porre attenzione quando si analizzano i significati. È lo stesso Preuss a ribadire… Non ho mai detto che non si possa mai ricorrere alla corda! Non è questione, quindi, di scansare a tutti i costi il concetto di sicurezza, bensì… quando parlo di una lotta ad armi impari, intendo dire che noi uomini abbiamo sempre dovuto tener conto dei pericoli della montagna, e quindi anche della caduta di pietre, della friabilità della roccia e così via mentre - inteso in senso metaforico - la montagna non può difendersi dal fatto che gli uomini le danno l'assalto con i chiodi, il martello, lo scalpello, il perforatore, e un domani forse con il cemento. Un pionieristico pensiero forte (qui estremamente sintetizzato) destinato a rimanere sempre attuale e a risiedere in ogni fase evolutiva della storia dell'alpinismo. Eppure anche oggi, autorevoli ed esperti arrampicatori, nell'istintivo confronto pratico tra Preuss e Dülfer, tendono a far notare una complessiva sopravvalutazione delle ascensioni del primo rispetto a quelle del secondo (in riferimento a importanza delle pareti, difficoltà tecnica, continuità, lunghezza…). Dati di fatto certamente tangibili, che a ragione proiettano pure il giovane Dülfer nella storia. È, comunque, altrettanto innegabile come sia tutta preussiana l'origine di un'idea che produrrà un frangente alpinisticamente fertile già tra i suoi contemporanei (basti pensare i nomi di Fehrmann, Haupt, Sixt, Dülfer stesso…) per poi replicarsi, più di mezzo secolo dopo, nei principi fondanti la grande arrampicata libera (non solo dolomitica) degli anni Settanta. Ad Altaussee, la tomba di Paul Preuss è adorna di geometrici ometti di pietre. A chi frequenta la montagna, tali costruzioni ricordano il modo più bello e antico di segnalare una direzione, di rappresentare un elemento di sicuro passaggio. Nella tradizione ebraica, invece, questi sassi hanno un ben preciso significato: colui che viene per rendere omaggio lascerà una pietra sulla tomba, semmai accatastandone una sull'altra. Perché la pietra è dura. Come il ricordo. Mirco Gasparetto [corsivi tratti da Messner, R. (a cura di): L'arrampicata libera di Paul Preuss, Novara, 1987] PAUL PREUSS. ORIGINE DELL’IDEA 23 LA TRINCEA SUL LAGORAI di Franco Vaia on era tardi, ma il sole ormai si avviava verso il riparo notturno dietro le creste del Lagorai e un'ombra tenue, bluastra, dolce e inquietante, si diffondeva lentamente su tutte le forme del versante nord. Stava camminando da qualche ora, dopo aver lasciato il suo lavoro a orario otto-quattordici, con un panino nello stomaco e la voglia mai esaurita di vagare per quei luoghi carichi di memorie. Ricordi di infanzia e di adolescenza, seminati dai lunghi racconti della nonna e dell'unico prozio rimasto in vita, ma ravvivati dal costante incontro con ciò che di quei tempi lontani le montagne conservavano ancora ed offrivano agli occhi e al cuore di chi aveva voglia di cercarli e di leggerne le pagine di pietra. Aveva deciso, senza capirne chiaramente i motivi, di passare la notte, quella strana notte agostana, in una delle malghe alte, dove sapeva di trovare tutto quello che occorreva e bastava per accontentare il suo improvviso desiderio. Il crepuscolo cominciava a colorare con riflessi stupendi d'oro antico, di rame preistorico, di porpora affascinante per la sua austerità. le rocce viola delle antichissime colate vulcaniche. Dapprima gli venne da ridere: quelle rocce, con cui nella contigua Val Vanoi facevano cubetti e pavimentavano strade un po' dappertutto, assumevano in quei momenti magici ben altro interesse, ben altro valore. Poi si fece serio, in viso e nel cuore: le tinte di quelle rocce erano anche quelle del sangue di migliaia di soldati italiani e austriaci e delle medaglie che si erano guadagnate con la vita da forti e con la morte da eroi. Raggiunta la malga che si era prefissato come meta, si girò un attimo sulla soglia a percorrere il panorama di creste, di boschi e giù giù di prati bui e di luci dei paesi a mezza costa e in fondovalle, il tutto gradualmente, ma inesorabilmente, sommerso dal manto blu della notte. Osservò il maestoso larice che si ergeva sulla morena poco distante dalla malga. e pensò a sua Madre. Istintivamente si chiese perché mai quel pensiero, quell'accostamento e gli fu subito chiaro: l'imponente albero, contorto dalle bufere, dal sole e dalle difficoltà che quel rude ambiente aveva opposto per decenni alla sua crescita gli ricordava Lei. Così vedeva sua Madre: come un larice, spezzatosi improvvisamente al termine di una lunga, impegnativa, ma importante, esistenza. N 24 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 Certo, non era stata solo lei a vivere in quel modo. Tante Madri infatti sono passate fra miserie, guerre, fatiche e patimenti che ancora non finiscono. Lei gli appariva come un larice, perché il larice ti guarda dall'alto della sua imponente e snella figura, lungo e leggero. E quando il vento passa tra i suoi rami, coperti da quegli aghi sottili sottili, allora chiacchiera, ti parla dolcemente, si china su di te per salutarti, per ripararti, per vedere se stai bene o se ti serve qualcosa. Il larice ti fa ombra d'estate, ma non ferma il vento fresco, semplicemente lo trattiene, lo rallenta, lo fa passare pian piano, perché ti sia più piacevole, ma in inverno lascia passare il sole, che ti riscaldi. In primavera comincia a far spuntare quegli aghetti delicati, di un verde chiaro che fanno riposare gli occhi dopo il bianco abbagliante della neve, e quando il sole comincia a intiepidirsi durante l'autunno, ecco che il larice diventa tutto d'oro, a darti ancora un po' di luce prima che faccia troppo scuro. Così gli sembrava fosse stata sua Madre, pronta a dare tutto ciò che poteva, anche a perdere qualche ramo se la bufera era troppo forte o il ghiaccio troppo spesso. Pronta a lasciar spuntare attorno a sé l'erba fresca e le fragoline e i lamponi e i mirtilli, per far felici i piccoli, concedendo loro la luce del giorno, del sole, e proteggendoli di notte con il calore emanato dalla scorza. Quando i rami si sono seccati un po' alla volta, il larice ha cominciato a emettere lacrime di resina splendente e profumata, per il dispiacere di doversene andare anch'esso nel vento e di lasciarti a guardarlo perdere quei delicati aghi dorati, facendo cadere, per salutarti, le ultime pigne, anche quelle ormai leggere e vuote, che un tempo erano piene di colore, di profumo e di semenza. Seccandosi, ha perso le forze e l'ultimo, più forte, colpo di vento ha rotto i rami più grossi, che aveva cercato di tenere per darti ancora un saltuario appoggio, e infine l'ha spezzato. Ma è rimasto il ciocco, è rimasto e non sparisce mai completamente sotto la terra e tutto intorno crescono sempre quei piccoli frutti, colorati e dolci, e le erbe buone da raccogliere. Così vedeva sua Madre, e gli sembrava che fosse stata un grande, eccezionale larice. Solo quando sopra il Cauriol riuscì a distinguere la prima stella aprì completamente la porta e varcò la soglia. Stranamente il buio lo turbò per un attimo, poi accese lo Zippo, trovò la lampada a petrolio e la calda, tenue, luce aranciata frugò gli angoli scacciandone le ultime ombre. Si rilassò, accese il fuoco, pur avendo nulla da cucinare, mangiò un poco di ciò che era nello zainetto, accarezzò la vecchia borraccia che aveva riempito ad una delle tante sorgenti incontrate salendo, bevve un lungo sorso e si incantò di nuovo. Accadeva sempre più spesso, quando gli capitava di toccare cose di suo nonno o del suo prozio, soprattutto i cimeli della Grande guerra, che ornavano diversi angoli della casa e che la nonna, e la mamma un tempo, spolveravano religiosamente, talora con fare esitante, pensoso, forse con amarezza. Sfiorandoli, sempre più spesso il suo pensiero veniva richiamato indietro nel tempo, come a rivivere ricordi suoi, che suoi non erano, a far riaffiorare sofferenze che non aveva mai realmente provato. Per un po' aveva ignorato la cosa, poi aveva tentato di capire, infine ci si era abituato. Non ne aveva tuttavia parlato con alcuno. Forse se ne vergognava un po'. Ma ora, ora era diverso. Era solo, nella baita; fuori era buio; soltanto il fuoco del focolare, una volta spenta l'ormai inutile lampada a petrolio, illuminava dolcemente la borraccia ammaccata che teneva ancora in mano e che finalmente si decise a posare sul tavolo. Chiuse gli occhi, allungò la mano a sfiorare il metallo, che inaspettatamente gli trasmise una sensazione di calore e non quella dell'acqua freschissima che conteneva. Una voce, quasi un sussurro, gli giunse, non capì bene se alle orecchie o direttamente al cervello: ne udì distintamente l'intonazione, il timbro, e ne colse la sfumatura affettuosa che contribuì a farlo rimanere tranquillo, in ascolto, sempre ad occhi chiusi per non farsi distrarre dalle pur poche cose che gli stavano attorno. Sei vicino, molto vicino, a noi e ai luoghi della nostra sofferenza, dai quali ormai possiamo solo inviarti messaggi di pace, di serenità, di preghiera. Noi siamo qui per sempre, ma è importante che tu, e un giorno tuo figlio e poi ancora altri di voi, di noi, conoscano e vengano su, a ricordare, ad ascoltare, per sapere, per capire. Ormai i tramonti del Lagorai sono per noi solo gioiosa sinfonia di colori e solo questo tu devi sentire nel tuo cuore: non rivivere mai le situazioni di dolore e di morte che ogni giorno noi, ma solo noi, abbiamo dovuto vivere fino al giorno del buio eterno. Solo noi; neppure le donne giù, nel fondovalle, hanno mai saputo quanto dolore e quanta morte ci abbiano accompagnato fino all'ultimo passo. Nessuno deve saperlo, perché il ricordo deve essere contraddistinto dalla convinzione che il dolore e la morte erano necessari, ma solo in quel momento, per poi essere dimenticati anche da chi li ha dovuti subire e per essi concludere la propria esistenza tra queste rocce meravigliose. Il sole ne trae colori di pace, non vedervi sangue, non vedervi l'ombra della morte. Si risvegliò al primo raggio che, di traverso tra alcuni tronchi sconnessi, gli si posò dolcemente sul capo abbandonato fra le braccia piegate sopra il tavolo. Così aveva trascorso la notte: dormendo, sognando, ascoltando, non sapendo come interpretare quelle voci, quelle sensazioni incredibili eppure nettamente provate. Si riscosse, un po' smarrito per il sonno e per il sogno, e uscì. Era domenica, non doveva scendere a valle, ma la direzione verso cui si era avviato lo stupì quando ormai era in viaggio da un bel po' di tempo. Il giorno prima aveva pensato, così, un po' vagamente, di salire alle trincee del Cauriòl, ma si accorse che da un paio d'ore stava andando da tutt'altra parte, viaggiando sotto la cresta del Formentone, diretto a Cima Litegosa. Perché, si chiese perplesso, stava andando dove non aveva mai pensato di andare, almeno ultimamente? Comunque, c'era acqua da quelle parti e quasi automaticamente si diresse verso il Passo. Non si era accorto che il sogno della notte precedente lo aveva imprigionato e costretto a dormire un po' più del suo solito e che il raggio di sole che lo aveva svegliato era in realtà ormai sorto dalla cresta del Cauriòl: quindi si era ridestato tardi. Infatti era ormai pomeriggio avanzato quando pose il piede nella trincea sulla Litegosa. L'aria era ancora calda, il cielo terso, solo un po' velato dalla condensa dell'umidità che saliva dal fondovalle. Si sedette sui lastroni che coronavano la trincea e constatò che era austriaca, data la sua posizione. Mangiò un panino, bevve la fresca acqua stringendo forte la vecchia borraccia e ancora una volta lo prese quella strana sensazione che lo aveva sconcertato nella baita, la sera precedente. Ancora una volta gli parve di sentire le voci sussurrargli parole rasserenanti, nei colori del nuovo tramonto che lo avvolgeva. Si avvolse nella giacca a vento, pose lo zainetto a fare da guanciale e si sdraiò sull'erba corta, dura e profumata, che copriva il fondo della trincea. Non serviva più altro. Ora sapeva. Ed era sereno. LA TRINCEA SUL LAGORAI 25 I luoghi del Sacro CHIESETTA MADONNA DELLA SALUTE. Misurina di Paola De Filippo Roia iungendo a Misurina, da Auronzo, colpisce subito alla nostra destra una imponente struttura. È l'Istituto Pio XII, un moderno centro di diagnosi, cura e riabilitazione dell'asma infantile. L'Opera Diocesana S. Bernardo degli Uberti di Parma, proprietaria del complesso, ha in carico anche l'attiguo Centro San Benedetto che ospita gruppi per soggiorni alpini. A ridosso della casa di cura, nel bosco accanto alla partenza della seggiovia che conduce in Col de Varda, troviamo la chiesetta della Madonna della Salute che è stata eretta tra il 1899 ed il 1900 dalla Società del Grande Albergo Misurina. Viene benedetta il 21 agosto 1900, alla presenza della regina Margherita di Savoia, nel trigesimo della morte del re Umberto I°. Alla Santa Messa, celebrata dal pievano di Auronzo, monsignor Da Rin, funge da diacono don Achille Ratti che diverrà Pio XI°, il papa alpinista. Sobria, di stile neoclassico, ha un solo altare, a suo tempo arricchito da una pala della Madonna della Salute di Tommaso Da Rin. Durante la guerra, nel 1917 o 18, la pala viene rubata; è stata sostituita da una analoga nel 1923, opera del sappadino Pio Solero. Anche esternamente l'edificio si presenta semplice, con due piccoli corpi esterni. Il tetto, restaurato recentemente, è in scandole di legno, che ben si inseriscono nell'ambiente. Le suore, impegnate nella conduzione della casa di cura, ne sono fedeli custodi. Tra l'altro, recentemente si sono impegnate a raccogliere i fondi per l'acquisto e posa di una campana, essendone sprovvista l'intera Misurina. G 26 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 IL RIFUGIO AURONZO L’esperienza della gestione diretta di Elisa Cella De Dan Un'iscrizione in marmo all'interno della chiesetta, testimonia la presenza della regina Margherita all'inaugurazione, poco dopo l'uccisione del re Umberto I°, avvenuta a Monza il 29 luglio. Infatti, l'edificazione è stata completata in fretta, in previsione del soggiorno della regina, deciso in seguito alla morte del marito. 2013. Il Giro d’Italia alle Tre Cime di Lavaredo Questa chiesetta è stata dedicata a Dio Infinito Onnipotente in onore della Beata Vergine Maria il 21 agosto 1900 alla presenza di Margherita dolentissima vedova del Re Umberto che ora su questi monti cerca conforto al suo dolore. ...in alto i Cadini di Misurina a stagione 2013 si è aperta con l'importante evento sportivo del traguardo di tappa del Giro d'Italia di ciclismo. Tappa definita epica per l'arrivo nella bufera di neve. Il rifugio Auronzo è stato base logistica per gli addetti delle varie testate giornalistiche che seguivano la tappa e per la conferenza stampa; piuttosto gravoso il nostro impegno nell'organizzare al meglio l'accoglienza, ma ampiamente ripagato dalle numerose attestazioni di stima e i complimenti ricevuti. Anche il rifugio ha avuto la sua maglia rosa, consegnataci dai responsabili della RCS prima della loro partenza. Un po' di storia prima di arrivare ai tempi recenti. Il rifugio ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo da sempre ha avuto vicende molto movimentate legate spesso agli avvenimenti politici. La sua costruzione inizia nel 1912 ma l'inaugurazione, con il nome di "Rifugio Longeres", non può aver luogo per lo scoppio la guerra. La struttura viene bombardata. Riparte la ricostruzione e nel 1925 assume il nome di "Rifugio Principe Umberto", in onore dell'allora principe ereditario, frequentatore appassionato delle nostre Dolomiti. Con la caduta della monarchia, il rifugio viene intitolato a "Bruno Caldart", giovane guida auron- L zana, morto sulla Cima Piccola di Lavaredo. Nel 1955 il rifugio viene distrutto da un incendio. Ricostruito due anni dopo, prende il nome di "Rifugio Auronzo". La nostra Sezione da allora è stata per diversi anni spettatrice di quanto avveniva al rifugio, sia pure intervenendo economicamente nei lavori sull'edificio. Nel 2010 abbiamo deciso di intraprendere la grossa sfida della gestione diretta. Diverse considerazione hanno portato a questa scelta. Tralascio in questo contesto quello che è l'aspetto puramente commerciale anche se i maggiori ricavi e una maggiore disponibilità economica ci hanno permesso in questi ultimi anni di adeguarne e migliorarne la struttura. Ma non è stato solo questo l'obiettivo che ci siamo proposti di realizzare. Vogliamo rinvigorire il rapporto con gli ospiti, puntamdo sull'accoglienza, rendendo l'ambiente e l'atmosfera confortevoli e facendo si che nei frequentatori del rifugio rimanga un bel ricordo del loro soggiorno. Anche se gli attuali mezzi di comunicazione hanno sicuramente favorito il marketing nel promuovere l'attività e il contatto, rimane fondamentale offrire una adeguata accoglienza agli ospiti affinché sia i turisti che gli auronzani possano vivere della vita del rifugio. Al rifugio passano ogni anno migliaia di persone, tra le quali anche grandi nomi dell'alpinismo mondiale. Quello che più mi colpisce è la multietnicità, l'internazionalità dei vari visitatori. Rifugio Principe Umberto. 1925 IL RIFUGIO AURONZO 27 È il mondo intero che passa ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo! Molti sono gli aneddoti e le situazioni particolari che si presentano al rifugio; numerosi sono i rapporti di amicizia e stima che nascono con le persone e che si mantengono nel tempo. Dopo quattro anni possiamo dire di essere soddisfatti dei risultati finora ottenuti, di aver raggiunto parte degli obiettivi prefissati anche se, come in tutte le avventure, c'è ancora molto da migliorare. Nel 2010, all'inizio di questa gestione, credo che non ci rendessimo conto delle potenzialità e della cassa di risonanza rappresentata dalle Tre Cime di Lavaredo. Gli effetti positivi si ripercuotono sull'intero nostro territorio e dovremmo essere orgogliosi di questa grande ricchezza naturale. Non voglio fare retorica su argomenti come turismo ecosostenibile, l'indiscussa bellezza della montagna e altro ancora: credo ci sia veramente la necessità di puntare sempre di più sulle potenzialità del territorio, come perno trainante per nuove iniziative. Per realizzare le nostre ambizioni, gli obiettivi di valorizzazione e la promozione del nostro territorio é indispensabile mettere da parte personalismi ed interessi individuali, che giocoforza inibiscono i progetti comuni. Facendo il bilancio della nostra esperienza, non può mancare un pensiero di ringraziamento e un ricordo per tutti i nostri predecessori all'interno delle Sezione, che, con caparbietà e lungimiranza, hanno da sempre voluto e mantenuto il rifugio ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. Il vivere la partecipazione diretta alla gestione del rifugio, come referente della Sezione, é personalmente un’esperienza che sicuramente richiede molto impegno ed energia, ma che porta anche grandi soddisfazioni e crescita. Lavorare in questo ambiente montano meraviglioso - riconosciuto dall'Unesco quale Patrimonio naturale Mondiale dell'Umanità - e il costante rapporto con gli ospiti mi hanno regalato esperienze straordinarie e indimenticabili. Ho un solo desiderio, quello di poter continuare questa bella avventura con l’entusiasmo di sempre. Rifugio Auronzo. Notturno foto di Enrico Cappellari - www.framefarmfilm.com 28 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 “Ragazzi di ogni terra, di ogni lingua e nazione, con le loro nuove vie sopra il limite umano, a goccia d’acqua, in giornate di sole e lunghe settimane di tormenta, fino a trenta gradi sotto zero, hanno incastonato nella liscia roccia delle Tre Cime, molti e molti brillanti, che nella notte si confondono con le stelle.” Bepi Degregorio. Accademico del Club Alpino Italiano A PROPOSITO DELLA CAMIGNADA POI SIE REFUGE Camignada addio di Luca Borsetto bbiamo ricevuto dal nostro socio Luca la lettera che pubblichiamo di seguito e che riporta la sua esperienza e le sensazioni vissute in tante edizioni con la “Camignada”. Rispettiamo quello che è il pensiero di Luca ma vogliamo da parte nostra fare alcune riflessioni sull'evoluzione della “Camignada” in questi quarant'anni. La cosa che balza subito all'occhio è il numero dei partecipanti, cresciuto di anno in anno, che provengono da tutta Italia e non solo. Alle ultime edizioni abbiamo avuto la presenza di qualche straniero. Nel 2013 gli iscritti a numero chiuso sono stati 1300 e le persone che avrebbero voluto partecipare sarebbero state ancora molte. Per scelta del CAI la manifestazione ha mantenuto il suo carattere di marcia non competitiva anche se da sempre vengono rilevati i tempi e stilata una classifica finale. Indipendentemente dall'orario di arrivo tanti partecipanti si informano sul tempo impiegato e con orgoglio vogliono che siano riportati il tempo e la posizione sul loro cartellino. Per molti è una sfida con loro stessi e con il tempo impiegato nelle precedenti edizioni, ognuno comunque con il proprio ritmo e le proprie aspettative. Sono tanti i volti conosciuti che si ritrovano già da molti anni alla partenza la domenica mattina a Misurina: agonisti e semplici camminatori, giovani e meno giovani. Per questo pensiamo che non sia stata snaturata la caratteristica della “Camignada”, ma che si sia adattata ai cambiamenti naturali di questo tipo di manifestazione. Nonostante le iscrizioni online, il rapporto con gli iscritti è sempre cordiale; lungo il percorso e all'arrivo si respira un clima di festa. In particolar modo se la giornata è accompagnata dal bel tempo che permette la visione, lungo il percorso, dei panorami affascinanti e spettacolari delle Dolomiti! Nei giorni successivi, passata la fatica, molti sono i messaggi che riceviamo da parte degli iscritti che con toni entusiastici ricordano la domenica passata lungo i sentieri delle Dolomiti e che prendono già un appuntamento per l'anno successivo. Il nostro obiettivo è quello di far vivere e far conoscere il Territorio e riteniamo che questa manifestazione dia il suo bel contributo. Molte sono le persone che arrivano da più lontano e che si trattengono ospiti nelle strutture ricettive per qualche giorno. Quest'anno, unitamente ad altre manifestazioni di corsa la Transcivetta, la Transpelmo e il Giro delle Mura Città di Feltre, abbiamo avviato un progetto "Run in Dolomiti" con lo slogan “Dolomiti di corsa ma non di fretta”, con lo scopo di promuovere oltre allo sport gli aspetti culturali, paesaggistici e gastronomici del territorio alpino, prima e dopo la manifestazione sportiva. L'iniziativa presentata a Palazzo Ferro Fini a Venezia lo scorso mese di luglio ha avuto il patrocinio della Fondazione Unesco e della Regione del Veneto. I quattro Comitati promotori si augurano che in futuro anche altre manifestazioni aderiscano a questo progetto. Altro aspetto che ci piace ricordare è il volontariato che ruota attorno all'organizzazione. Collaborano per la buona riuscita della corsa più di un centinaio di persone che danno la loro disponibilità per le varie necessità: preparazione dei pacchi gara, sui ristori, per l'allestimento dell'arrivo e tanto altro ancora. Ecco anche questo è un aspetto per noi molto importante che permette un momento di incontro e di aggregazione fra tutti. Un arrivederci alla 42° edizione in programma domenica 3 agosto 2014. Gli Organizzatori Fin da piccolissimi io e mio fratello abbiamo trascorso le intere vacanze estive ed invernali in Auronzo con il nonno materno che già negli anni cinquanta aveva costruito una villetta in località Tornede, tra i primi 'foresti' ad aver scelto la Val d'Ansiei come luogo fisso di villeggiatura. I miei genitori lavoravano duro e per i miei primi dodici anni, nei mesi estivi il nonno Piero Caporello, molto conosciuto in paese e di cui ancora oggi tanti anziani si ricordano, fu per noi ragazzi un "badante", un compagno di giochi e di gite, ma anche e soprattutto un amico e maestro di vita. Avevo 11 anni ed era la prima domenica di agosto del 1974, mio padre mi stava portando al Rifugio Auronzo in automobile per andare al Rifugio Locatelli e fare il giro delle Tre Cime. Caso strano il nonno aveva da fare e papà approfittava di una domenica libera per stare un po' con me. Arrivati a Misurina, sul piazzale della Loita, ci dovemmo fermare. Il traffico era bloccato perché la strada era piena di gente ammassata dietro ad una corda tesa in fianco alla pensione Genzianella. Scendemmo dalla macchina e aspettando di poter ripartire, mentre curiosavamo qui e là, mio padre scattò una foto alla partenza della seconda edizione della Camignada. Ricordo come fosse ieri: Alziro Molin, che mi aveva dato qualche lezione di sci, era a lato della linea di partenza con il fucile da caccia in braccio: pronto a sparare il colpo che dava inizio alla manifestazione. In prima fila gli atleti del Centro Forestale che nell'occasione gareggiavano tra loro, dietro invece tanta gente comune, uomini, donne, giovani ed intere famiglie che con scarponi ai piedi e zaino in spalla si apprestavano a giungere ad Auronzo attraversando le montagne e toccando sei rifugi. La partenza fu un momento così speciale che io e mio padre, arrivati in auto al rifugio Auronzo, decidemmo di seguire i partecipanti alla Camignada fino a Giralba, dove, non essendo iscritti, facemmo l'autostop per rientrare a Tornede. Fu solo il giorno dopo in paese che venimmo a sapere i dettagli di questa meravigliosa camminata che attraversa le Dolomiti di Sesto da Misurina ad Auronzo per 30 chilometri di paesaggi unici al mondo. L'entusiasmo di aver partecipato anche se fuori gara fu tale che l'anno successivo volli assolutamente partecipare da 'regolare'; il nonno era mancato, mio padre non se la sentiva, alla fine mi iscrissi con mia madre alla terza edizione, 1975. Ricordo che avevo gli scarponi e che nello zaino la mamma aveva portato anche le mie scarpe da ginnastica per paura che mi venissero le vesciche dell'anno prima. Sbagliai tutto, tenni su gli scarponi e misi le scarpe da ginnastica solo al Carducci, così mi vennero le vesciche prima e dovetti scendere lentamente la val Giralba. La mamma, nonostante tutto, andava forte e andò avanti, io arrivai in 6 ore, con 40 minuti di ritardo su di lei…. Ormai mi ero innamorato della Camignada poi Sie Refuge, e l'anno dopo, il 1976, mi iscrissi con mio fratello, io 13 anni e mezzo, lui 12. Noi due, bambini di una volta, vestiti uguali con pedule, pantaloni di velluto alla zuava e camicia a quadretti, non conoscevamo nessuno e stringemmo i denti perché, anche se la manifestazione non era assolutamente competitiva (se non per i pochi atleti del CFS), non volevamo fare brutta figura e arrivare ultimi. E' ancora vivido nella mia memoria il ricordo dell'arrivo insieme a piazza Vigo, con Enzo Lancellotti, nostro vicino di casa, che parlando al microfono del CAI all'arrivo, ci fece sentire due piccoli eroi definendoci i rappresentanti di Tornede, la nostra frazione appunto. Eravamo bambini, abitavamo in città ma l'auronzana scuola "militare" del nonno che ci portava su e giù dal bivacco Tiziano ed obbligatoriamente dovevamo giungere a casa per pranzo, ci aveva irrobustiti parecchio: arrivammo in 5 ore. Poi vennero gli anni di una gioventù turbolenta, della motocicletta e della ragazze, del marinare la scuola e scappare di casa, e non mi interessai più alla Camiganda. A 21 anni la vita mi portò lontano a lavorare in Cina e non ebbi più modo di partecipare, anche se ogni anno trovavo il tempo per una scappata a Tornede, per fare qualche bivacco, almeno il tradizionale giretto al Tiziano (leggi Bivacco, non Bar) dal quale, come era abitudine con il nonno, bisognava rientrare assolutamente prima di mezzogiorno per preparare il pranzo. Nell'estate 1995, in visita in Italia, passeggiando in paese vidi la locandina della Camignada e mi iscrissi di getto con mia moglie. Da allora sono venuto regolarmente in montagna nei mesi estivi ed ho avuto modo di partecipare a varie edizioni della Camignada, 1996, 1997, 1999. A 30 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 CAMIGNADA ADDIO 31 Ricordo un temporale improvviso alle 6 e 30 di mattina che mi fece rinunciare all'edizione 1998. Poi alle 8 venne un sole meraviglioso ma io non ero a Misurina alla partenza, che delusione! In seguito ebbi modo di partecipare ad altre edizioni e, coinvolto dall'amicizia con Gigi Larese e dall'entusiasmo di Simone Brogioni, per la natura del mio lavoro ebbi modo di collaborare con il CAI per la produzione dei pettorali e di alcuni gadgets. Così dal 2003 al 2013 per 11 edizioni di fila non sono mai mancato né alla partenza né all'arrivo. Purtroppo con gli anni la maggioranza dei partecipanti, quelli con lo zaino per intenderci, si e' ridotta sempre più, lasciando il posto a corridori esperti, spesso in gruppi di associazioni podistiche, gente con equipaggiamento professionale che corre, corre, corre. Nel 2012 su 1200 partecipanti ben 435 l'hanno completata entro le 5 ore, 743 entro le 6 ore. In passato incontravo tanti amici, gente locale o incontrata nelle edizioni precedenti, si camminava insieme, si parlava un po', si scherzava con quelli che avevano i miraggi, quasi sempre verso forcella Giralba; se invece avevano un passo diverso dal mio trovavo sempre da camminare in compagnia di qualcuno ammirando il paesaggio, cercando di andare spedito ma senza correre, 'festina lente' come riportava lo storico latino Svetonio, 'affrettati lentamente'. Nelle ultime edizioni invece nessuno; erano tutti scatenati contro il tempo, tutti a lottare contro il cronometro, alla faccia della Marcia Non Competitiva. Già' da qualche tempo mi ero accorto che l'atmosfera non era più la stessa, non si riusciva neppure a scherzare con qualcuno, e devo ammettere che piano piano se n'è andato definitivamente lo spirito iniziale della manifestazione che era quello dell'ammirare il paesaggio stupendo che ci donano le montagne camminando, così come il nome stesso della manifestazione Camignada suggerisce. I tempi sono cambiati, nuovi partecipanti e nuove motivazioni sono arrivate, perciò se ne va una mia vecchia gloria, finisce una tradizione che per tanti anni è stata parte della mia vita e alla quale ho deciso di non partecipare più perché non è più in sintonia con il mio spirito di andare in montagna: rimangono i bei ricordi e le 17 medaglie commemorative appese in baita. Ma soprattutto rimangono le montagne, sempre lì, immutabili ed imperscrutabili, pronte ad accoglierci in ogni momento e a donarci sempre emozioni infinite. 32 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 GIUBILEO TRE CIME di Paola De Filippo Roia er la prima volta, ai piedi della più famosa triade dolomitica, rappresentanti dei Comuni di Auronzo di Cadore, Dobbiaco e Sesto, dei Consorzi Turistici, delle Guide Alpine e del CAI, mettendo da parte le ataviche rivalità campanilistiche, si sono riuniti in una tavola rotonda per discutere su: "Cultura alpinistica sulle Tre Cime di Lavaredo: puro divertimento o un modo di vivere" - 3 Cime, 3 pietre miliari, 3 vie. Una giornata di sole, con uno spettacolo ineguagliabile, ha accolto una quindicina di alpinisti, di un tempo e giovanissimi, italiani e tedeschi. Bene Benedikt, Direttore di "ALPIN" - la più autorevole rivista tedesca di montagna - ha diretto il dibattito. A rappresentare il mondo della montagna auronzana c'erano Alziro Molin e Valentino Pais Tarsilia, due pilastri della nostra storia alpinistica. Certo, la montagna sarebbe materia inerte se l'alpinista non le avesse dato un'anima, ma bisogna sempre valutare la sicurezza, tenendo presente che il limite del "poter fare" è il “saper fare". La data ed il luogo non sono stati scelti a caso, ma in occasione di alcune ricorrenze alpinistiche che hanno segnato la storia delle Tre Cime, “un cristallo che si può guardare da ogni lato, che ha la forma di una montagna ideale”. 1a pietra miliare.100 anni fa Hans Dülfer lasciava sulle Tre Cime una traccia indelebile della sua abilità di scalatore. Nel 1913 supera infatti per la prima volta il famoso “Camino Dülfer” sulla parete ovest della Cima Grande. 2a pietra miliare. 80 anni fa è Emilio Comici che conquista la parete nord della Cima Grande. La Via Comici, che Emilio apre nell’agosto 1933 con i fratelli Dimai di Cortina, è uno dei classici estremi di roccia in assoluto. 3a pietra miliare. Inizia così ben presto la cosiddetta “epoca delle direttissime”, avviatasi sulle Tre Cime con la prima ascensione lungo la via Hasse Brandler. Un’evoluzione che raggiunge il suo apice 50 anni fa con la Direttissima invernale sulla parete nord della Grande. Nel gennaio del 1963, in 17 giorni, 16 bivacchi in parete, con temperature di 20 gradi sotto zero, P “Ora stiamo per compiere la più bella passeggiata delle Dolomiti. “Ricordiamo subito al turista che ama vedere i colori, le sagome di queste rocce, che attende paziente il gioco delle luci e delle ombre per ritrarle con l’obiettivo fotografico, ricordiamo subito, che quelle crode sono pure belle perché lassù si sono svolte e si svolgono ancora grandi lotte, sublimi sacrifici, nobili vittorie. “Lassù, su quelle muraglie hanno combattuto e combattono degli uomini audaci che il mondo certe volte suol chiamare pazzi e pazzi sono essi davvero, ma pazzi di un grande amore per i monti. “Sono felici quegli esseri arditi, quando vivono lassù tra quelle crode infocate dal sole e sferzate dalla tormenta, e felici ancora quaggiù, racchiusi nelle mura delle città vivono la vita sociale; perché il loro sguardo, il loro pensiero è sempre rivolto alle cime”. Severino Casara R. Kauschke, P. Siegert e G. Uhner salgono lungo la cosiddetta “linea a goccia d’acqua” dell’ostile parete nord, segnado quella che passerà alla storia come la Via dei Sassoni o dei Kolibris. In Auronzo abbiamo voluto dare particolare rilievo ad un altro compleanno: gli 80 anni della "prima" allo “Spigolo Giallo”, impresa compiuta da Emilio Comici, Renato Zanutti e la grande Mary Varale. Un tracciato di incomparabile bellezza, in un ambiente affascinante, con uno spigolo di colore dorato che limita l'enorme obelisco verticale dell' Anticima Sud. Le Guide Alpine "Tre Cime", con la collaborazione del Consorzio Turistico, del Comune, dell' Elifriulia e del C.A.I., hanno realizzato per l’occasione il cortometraggio "Spigolo Giallo - la conquista" - con il commento autorevole e suadente di Spiro della Porta Xidias - che è stato presentato al cinema-teatro Kursaal di Auronzo, alla presenza di alpinisti e storici dell'alpinismo, quali Gianni Gianeselli, Manrico Dell'Agnola, Alberto Franco, Valentino Pais Tarsilia e Lio De Nes. Regista della serata il giornalista RAI e Guida emerita Bepi Casagrande. Lo stesso 1933 vedeva la “prima” dello “Spigolo Demuth” sulla parete nord della Cima Ovest da parte di F. Demuth, S. Lichtenegger e F. Peringer. Il Comune e Consorzio Turistico, quale riconoscimento a questi grandi alpinisti, hanno voluto allestire - al Museo Corte Metto - la mostra fotografica e storica "Emilio Comici: un uomo avanti", realizzata con grande esperienza e attenzione dall'alpinista e fotografo Manrico Dell' Agnola. In futuro, la mostra verrà ampliata ed allestita in altre città italiane. A conclusione di questi eventi, possiamo affermare che le Tre Cime si sono dimostrate simbolo dell'amicizia tra due realtà: Auronzo e Dobbiaco, Veneto ed Alto Adige. Ancora una volta le "crode", Patrimonio dell'Umanità, ci invitano a studiare il passato per capire l'evoluzione alpinistica nel tempo e per sapere dove siamo oggi ed in quale direzione vogliamo proseguire. GIUBILEO TRE CIME 33 UN INVERNO DA RICORDARE (o da dimenticare) dal diario del dott. Aldo Vianello a cura di Paola De Filippo Roia “Armato di pesanti sci da discesa, potevo allora recarmi a fare le visite nei vari paesi e frazioni, con in spalla il ruch-sack che conteneva medicinali e strumenti di primo soccorso. La neve non mancava...” 34 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 ell'approssimarsi dell'inverno, talvolta il pensiero si sofferma sul prossimo futuro ed una domanda mi viene spontanea: come sarà l'andamento climatico? Avremo abbondanza di neve o un inverno asciutto? Qualcuno ne invoca in quantità, altri preferirebbero camminare sull'asciutto. Per fortuna che il Padre Eterno decide senza ascoltare nessuno. Se, per gli operatori turistici, la neve viene considerata "oro bianco", di contro, per gli enti locali, il suo smaltimento è un onere che incide in modo pesante sui bilanci. In autunno, la stampa ha dato notevole risalto all'allarme del responsabile di Veneto Strade per la provincia di Belluno che, qualora la Regione non dovesse intervenire economicamente, non si potranno appaltare i lavori per lo sgombero neve sull'arteria stradale dell'intera Provincia. Ed allora mi son detta: facciamo gli scongiuri per tener lontana la neve! Ma no... significherebbe un danno economico per il settore turistico, considerato oramai uno delle principali fonti di reddito per i nostri paesi. Se non dovesse esserci il denaro per lo sgombero neve, saremo costretti a chiuderci in casa ed attendere la primavera con il sole che provvederà a sostituire il lavoro dell'uomo. N Questi pensieri mi hanno riportata ad un simpatico libretto del dottor-primario Aldo Vianello che ricorda la sua particolare esperienza di Medico Condotto in Comelico, nell'inverno 1951-52 che, coloro non più giovani, ricorderanno come particolarmente nevoso. Ricerche storiche, per trovarne di peggiori, ci riportano all'inverno 1916 e l'analogo 1917, proprio nel corso del conflitto mondiale. Allora non c'erano i mass-media che talvolta ingigantiscono anche eventi comuni. Né si poteva contare sui soccorsi della Protezione Civile, se non in forma strettamente autarchica. Ma il montanaro del tempo, dignitoso ed abituato a duri destini, si adattava con spirito di sacrificio e senso di reciproca solidarietà, senza sperare in aiuti esterni. Esperienza particolare questa, per un giovane medico che, per fortuna, accanto all'entusiasmo per lo svolgimento di un'attività che lo assorbiva in pieno, sapeva porre l'attenzione e l'apprezzamento su un paesaggio da incanto. "Pratica e poesia nell'età degli idealismi". In tale circostanza, oltre che portare le cure, era compito del medico trasmettere le notizie da un paese all'altro. Anche a causa della neve che obbligatoriamente veniva rimossa dai tetti per evitare lo sfondamento, l'accesso alle abitazioni avveniva attraverso le finestre del primo piano. E chi incontrava il nostro medico nel suo peregrinare da un paesino all'altro? Lungo le strade che erano divenute camminamenti tracciati dai rari viandanti, era facile incontrare il capo-elettricista che si recava da un'estremità all'altra del paese per riparare i fili elettrici strappati dalle intemperie, ma soprattutto per assestare i terminali dei pali spezzati appena sotto le crociere degli isolatori. A tanto arrivava il livello della neve che aveva cancellato ogni cosa. Come talpe, i valligiani si erano organizzati a scavare tunnel e camminamenti, in direzione di un'ipotetica via principale. Pochissime erano le auto che circolavano, comunque sempre attrezzate di vanghe, piccozze ed altro. Ad un certo punto, con l'isolamento, bisognava razionare il cibo; sindaco e carabinieri controllavano sistematicamente le riserve di farina che dovranno essere utilizzate per garantire il pane. Per fortuna in quel periodo sono stati registrati rari decessi e pochi i ricoveri nell'ospedale di Auronzo, effettuati con il trasporto del malato su "liode" sospinte a mano. Da anni, con le riforme, le condotte sono state soppresse, sostituite dal più comodo lavoro dei Medici di Base: orario fisso e notti garantite dalla Guardia Medica. Il nostro dr. Aldo, si era anche trovato con due condotte a scavalco. Infatti, un altro medico trevigiano che quell'inverno doveva assumere servizio nel Comelico, giunto a Cima Gogna e vista la situazione, non pensò due volte a girare l'auto a 180° e, senza spegnere il motore, riprendere la strada del ritorno. Il giovane medico si spostava su pesanti sci, con in spalla un ruch-sack contenente medicinali ed attrezzi per primo soccorso. Il suo lavoro presentava aspetti diversi in ogni paese. All'inizio di Costalissoio, ad esempio, una signora lo attendeva una volta alla settimana. Spettava a lei raccogliere in una cassettina - sigillata per la privacy - le richieste di visite domiciliari. La donna dimostrava particolari attenzioni per il medico e, mentre gli offriva un caldo zabajone, raccontava con orgoglio del suo unico figlio lontano, impegnato nella Nunziatura Apostolica in Estremo Oriente, essendo interprete di lingue orientali. Ne conosceva otto, non poche per quei tempi! L'inverno, per tanti aspetti, diveniva la stagione del letargo, soprattutto per i boscaioli che nulla potevano fare a causa delle condizioni climatiche. Così trascorrevano spesso le giornate all'osteria tra un bicchiere di vino ed una partita a morra. Non dopo aver messo alla porta una sentinella per un eventuale arrivo della Guardia di Finanza proterva contro i giochi d'azzardo. Viaggiare di notte, quando un semplice fruscio di un ramo inosservato di giorno, con il buio si presta alle più oscure interpretazioni, non è piacevole. Mentre nel cuore della notte Aldo si sta spostando per una visita, sente dei lamenti. Punta la torcia verso la provenienza di questi. Trova un giovane riverso. Avendo fatto il "pieno", aveva perso l'orientamento ed era giunto nella neve fresca, incapace di uscirne. UN INVERNO DA RICORDARE (o da dimenticare) 35 Lavori di apertura della valanga del Travaccon. 36 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 Un'altra notte, il maresciallo dei carabinieri invita il medico a visitare un giovane che asserisce di vedere i fantasmi. Questi non erano altro che ombre delle figure di un cartellone pubblicitario, illuminate dal chiarore della luna ed amplificate dal riverbero della neve. Gli ultimi giorni dell'anno, dal Ministero della Difesa, giunge al medico la cartolina-precetto per il richiamo alle armi. Il sindaco, consapevole di non poter trovare alcun sostituto, consegna al medico una dichiarazione, sottolineando lo stato di emergenza e la necessità che il dottore rimanga in loco. A Roma, con questa dichiarazione, il medico viene sollevato dal precetto. Il giorno seguente l'Epifania, scende dal treno a Calalzo e raggiunge Cima Gogna. Amaramente, scopre che la valle del Piave, orrida in molti tratti, è invasa da valanghe: precisamente sedici, nell'arco di 10 Km. La strada stessa rimarrà interdetta per mesi. Il Comelico e Sappada rimangono isolati. Aldo deve raggiungere i paesi del Comelico. Per fortuna la linea telefonica funziona. Il sindaco di Danta rassicura il medico che troverà il modo per il trasferimento. Ben diciotto persone, sindaco in testa, il giorno dopo giungono in Auronzo, al bar Cella. Hanno aperto un varco lungo la strada del passo S. Antonio. Si rifocillano, si scaldano con qualche bicchiere, e ripartono. Rudi, esperti montanari affrontano la salita. Il gruppo ha le sembianze di una spedizione polare: due battipista con gli sci, in testa e gli altri dietro con le ciaspe. Il medico, dotato di bastoncini da sci e ciaspe è al centro, come una reliquia. Il paesaggio intorno è di indescrivibile bellezza. Madre Natura è generosa ma severa; nonostante ciò, a quei tempi l'uomo le serbava particolare rispetto. Quel passaggio, quella trincea che unisce Danta ad Auronzo sarà - per un po' di tempo - l'unico filo di collegamento tra il Comelico ed il resto del mondo. Dopo un siffatto inverno, giunge la tanto agognata primavera. A seguito di questo duro periodo, i commercianti riprendono i contatti con i fornitori per riempire le mensole, rimaste vuote a lungo. Vittime di una inconscia nevrosi da isolamento, i comeliani anelano la libertà. Riprendono le attività con frenesia, "a lolo, a lolo". I primi turisti, "i foreste" hanno nel volto espressioni di meraviglia: c'è qualcosa di insolito nel paesaggio. Lungo la valle del Piave, le valanghe di Travaccon e Pontalto, anche se intaccate dal tepore estivo, sono ancora lì, tagliate di netto dall'opera faticosa e tenace di spalatori, completata dai mezzi meccanici per il ripristino della sede stradale. Oggi la lunga galleria consente di evitare questa fascia molto esposta e pericolosa. Nella piazza di Santo Stefano, all'ombra della chiesa, il cumulo di neve, che ha la parvenza di un trullo, non sparirà del tutto ma andrà a saldarsi con la neve dell'inverno successivo. Santo Stefano Febbraio 1951. La neve accumulata in piazza è tale da impedire la vista della chiesa parrocchiale. In primo piano un camminamento per il passaggio delle persone. UN INVERNO DA RICORDARE (o da dimenticare) 37 Abbiamo letto per voi L’UOMO CHE SUSSURRAVA AI CAVALLI di Nicholas Evans La mandria risaliva verso di lui lungo il fianco della montagna come un fiume nero in piena. In quel punto, la conformazione stessa del terreno faceva da guida creando un percorso obbligato che, sebbene non fosse protetto né segnato, rappresentava l’unica scelta possibile per il bestiame. Tom amava precedere la mandria e fermarsi in cima al pendìo per osservarne il fluire”. “Gli altri cavalieri la seguivano mantenendo le proprie posizioni strategiche: Joe e Grace sulla destra, Frank ed Annie sulla sinistra e in coda Diane e i gemelli, che stavano comparendo alla vista proprio in quell’istante. Dietro di loro, l’altopiano che avevano appena attraversato si stendeva come un mare fiorito un cui il loro passaggio aveva tracciato una scia verde scuro. Ai margini di quella landa lontana si erano riposati sotto il sole di mezzogiorno osservando la mandria abbeverarsi. Dal punto in cui Tom aveva fermato il suo cavallo si poteva scorgere soltanto il fievole luccichio dello stagno, ma non si intravedeva nulla della valle che più in là scendeva verso i prati i torrenti e i pioppi di Double Divide. Sembrava quasi che la distesa di fiori digradasse senza ostacoli verso le vaste pianure e l’orizzonte a oriente. Le vacche procedevano forti e vivaci, e i loro mantelli brillavano al sole. Tom sorrise nel rammentare i gracili esemplari che avevano condotto ai pascoli la primavera di una trentina d’anni prima, appena arrivati a Double Divide. Alcune erano così magre che si sentivano sbatacchiare le costole. I duri inverni che Daniel Booker aveva affrontato nella proprietà vicino al Clark’s Fork si erano rivelati una bazzecola in confronto a ciò che gli avevano riservato le Montagne Rocciose. In quel primo anno aveva perso un numero di capi quasi pari a quelli che era riuscito a salvare, e il freddo e le preoccupazioni avevano inciso solchi ancora più profondi sul suo volto già provato dalla vendita della fattoria. Ma sulla cresta che Tom aveva appena raggiunto, suo padre aveva sorriso e per la prima volta si era reso conto che in quel luogo la famiglia sarebbe sopravvissuta e forse avrebbe persino prosperato. Di tutto ciò Tom aveva parlato con Annie durante la traversata dell’altopiano. Nel corso della mattinata e persino quando si erano fermati per rinfocillarsi c’era stato troppo da fare per potersi abbandonare alle chiacchiere. Avevano ripreso la marcia a ritmo più lento. Tom le si era messo al fianco ed Annie gli aveva chiesto i nomi dei fiori, ascoltandolo con quella sua espressione seria e facendo tesoro di quanto imparava come se un giorno potesse essere interrogata. Era una primavera calda, la più calda che Tom ricordasse. l’erba umida e rigogliuosa frusciava a contatto con gli zoccoli dei cavalli. Tom aveva indicato a Annie la cresta della catena che s’innalzava davanti a loro, raccontandole di quel giorno lontano in cui insieme al padre l’aveva raggiunta per controllare se stessero procedendo nella direzione dei pascoli alti. Tom cavalcava una delle sue giovani giumente, un bell’esemplare di roano dal mantello rossiccio. Annie era in sella a Rimrock, Per tutto il giorno Tom non aveva potuto fare a meno di notare quanto fosse bella sul suo cavallo. [...] La traversata dell’altopiano era stata tranquilla. Ma nel raggiungere la base della catena montuosa, la mandria era sembrato intuire che da quel punto in avanti il percorso si sarebbe trasformato in una lunga scalata e aveva accelerato, muggendo ripetutamente come per incitarsi all’impresa. Tom aveva chiesto a Annie di cavalcare in testa insieme a lui, ma lei gli aveva risposto con un sorriso che avrebbe fatto meglio a raggiungere Diane per vedere se aveva bisogno di aiuto. E Tom si era ritrovato solo sulla cima. La mandria l’aveva quasi raggiunto. Fece voltare il cavallo e superò la cresta. Un piccolo branco di cervi muli si allontanò a grandi balzi. Giunti a distanza di sicurezza, si fermarono e presero a fissarlo. Le femmine erano gravide, e lo studiarono con le grosse orecchie piegate prima che il maschio le spingesse a ripartire. Oltre le loro teste, Tom scorse il primo degli stretti passi disseminati di pini che conducevano ai pascoli alti, e ancora più a monte i massicci picchi innevati. Avrebbe voluto godersi quello spettacolo insieme a Annie, e quando lei aveva declinato il suo invito “ 38 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 era rimasto deluso. Forse aveva intuito, nella proposta, un’intimità che non era nelle sue intenzioni, un desiderio che esisteva ma che lui si era ben guardato dal manifestare. Quando gli altri lo raggiunsero, il passo era già immerso nell’ombra proiettata dalle montagne. Salendo fra macchie sempre più scure di alberi, si guardarono alle spalle e videro l’ombra stendersi verso oriente come una chiazza e lambire le pianure lontane ancora immerse nella luce del sole. Oltre le cime degli alberi, le ripide pareti grigie del passo sembravano circondarli, riecheggiando delle grida dei ragazzi e dello scalpiccio della mandria. [...] Erano giunti a destinazione poco prima delle nove, mentre il sole tramontava anche sulle pianure lontane. L’ultimo passo, fiancheggiato da montagne ripide come pareti di una cattedrale, era stato impegnativo. Alla fine aveva seguito la mandria attraverso un antico passaggio di pietra e avevano visto i pascoli spalancarsi di fronte a loro. Alla luce tenue della sera l’erba sembrava più scura. Vi erano meno fiori, ed Annie immaginava che ciò fosse dovuto al ritardo con cui la primavera giungeva a quelle altitudini. Ora si stagliava davanti a loro soltanto il picco più alto della catena. Era possibile intravedere il versante occidentale, sul quale una lingua di neve rifletteva i raggi dorati del sole al tramonto. [...] Annie scivolò fuori dal sacco a pelo [...] L’acqua scorreva lenta e silenziosa, e la sua superficie vetrosa rifletteva soltanto la massa scura della foresta che si stendeva al di là. Annie ne risalì il corso fin dove la corrente si divideva attorno a un isolotto. Con due lunghi passi attraversò il ruscello e camminò seguendo la sponda per raggiungere una sporgenza sulla quale poteva inginocchiarsi e bere. Da quella posizione, l’acqua rifletteva soltanto il cielo. Il disco della luna vi si stagliava così perfetto che Annie esitò a spezzarlo. Quando si decise, trasalì. L’acqua era gelida, squasi scorresse direttamente dall’antichissimo cuore pleistocenico della montagna. Annie vi immerse le candide mani spettrali rinfrescandosi il volto. Quindi ripetè l’operazione e si dissetò. Lo vide riflesso nell’acqua. La sua ombra si profilò all’imporovviso davanti alla luna, quella luna ammaliante che le aveva fatto perdere il senso del tempo. Non ne fu spaventata. Ancora prima di sollevare lo sguardo, sapeva che era lui. «Tutto bene?» le chiese Tom. Era fermo sull’argine opposto, più in alto, e per guardarlo Annie fu costretta a socchiudere gli occhi per difenderli dall’abbagliante chiarore lunare. [...] Tom raggiunse l’isolotto e attraversò il ruscello, e mentre lo osservava Annie si rese conto all’improvviso che ciò che stava varcando era ben più di un corso d’acqua. Tom le sorrise e quando le fu vicino s’inginocchiò e senza dire una parola immerse le mani nella corrente e bevve. I rivoli che gli scorrevano fra le dita brillavano argentei ai raggi della luna. Le sembrò e sempre le sarebbe sembrato, che in ciò che accadde in seguito non vi fosse possibilità di scelta. Vi erano cose il cui corso non poteva essere cambiato. Tremò, mentre accadevano, allo stesso modo in cui in futuro, ripensando a quella sera, avrebbe avvertito un fremito di emozione, mai di rimorso”. Il testo è tratto dal libro di Nicholas Evans “The Horse Whisperer” BURextra Rizzoli, 2010. Un’avventura spirituale, nella cornice di una natura maestosa e benevola, capace di assorbire e medicare i dolori dell’uomo. Da questo libro - uno dei più grandi successi editoriali internazionali degli ultimi anni l’omonimo film diretto e interpretato da Robert Redford. Attrice protagonista Kristin Scott Thomas nella parte di Annie MacLean. L’UOMO CHE SUSSURRAVA AI CAVALLI 39 Libri, riviste, giornali... e altro ancora "Non perdete tempo in cose futili se non volete soffrire di rimpianti da grandi. Rifuggite banalità e conformismi. Leggete libri e innamoratevi”. Mario Rigoni Stern Marco Albino Ferrari, nell’Editoriale del N.63 di Meridiani Montagne, a proposito di Bruno Detassis scrive: “Lo incontrai la prima volta negli anni Novanta, prima che cadesse nel buio della cecità. [...] pensando alla storia del Brenta non si può non vedere Detassis, e pensando a Detassis non si può non ritrovare il Brenta.” Erano i giovani Anni Sessanta quando, ospite del Brentei, conobbi Bruno in una notte da tregenda. Il ricordo di quella notte l’ho sempre portato con me. Il rifugio rigurgitava di gente in un frastuono immane. La birra nei calici scorreva a fiumi e la “ola” scuoteva financo le pareti. Seduta in un’angolo una ragazza, bella nel volto incorniciato da lunghi capelli neri, si dipingeva le labbra guardandosi in un piccolo specchio, uno di quelli che le donne usano portare sempre con sé. Bruno le si avvicinò invitandola dolcemente a seguirlo fuori del rifugio e, tenedola per mano, le disse: “Quanto sei bella, specchiati nelle stelle”. Non so aggiungere altro. Bruno è e rimane per me quello di quella notte. Percorrendo la Valsugana i miei passi si accompagnano al dardeggiare della Brenta e ognora risalgono la valle sino alle montagne. La mia casa non è lontana dalla Riviera del Brenta e allo scorrere della Brenta si associano sempre i ricordi di quei giorni, ed ancor più oggi che il libro di Giuseppe V. Badin ci offre un legame storico ricco di preziosi documenti. “Ci sono Documenti importanti - ci dice l’Autore - con anche lettere e curiosità di interesse Storico-Politico-Militare oltre che Sociale-Umano e Postale, di grado molto elevato, come anche di meno appariscenti ma utili nel contesto, perché se avessi messo i documenti in ordine cronologico e i paesi per alfabeto, gli abitanti di ciacun paese avrebbero letto solo di quello interessato, tralasciando tutto il resto, non venendo così a conoscere fatti e aneddoti molto importanti accaduti in un’altra località, così facendo si perderebbe il gusto di conoscere notizie e fatti accaduti, ma anche molte notizie varie di paesi e cittadine, con anche curiosità di importanza Storico Culturale [...] Si è cercato di dare anche lustro alla Storia Postale con Bolli, Annulli e segni di Posta, siano essi Prefilatelici o Filatelici, con la più ampia cronologia storica possibile nel contesto e con francobolli di varie epoche anche messi assieme per varie vicissitudini (vedi Guerre o altro); ho cercato di dare un contributo anche alla Storia Postale con documenti, lettere e il contenuto delle stesse, perché il contenuto va letto e studiato con attenzione, per conoscere anche la Storia di altri paesi o città citate.” In chiusura un Quinto e ultimo capitolo straordinario, che occupa circa un terzo del volume, è dedicato a documenti che l’Autore è riuscito a recuperare in molti anni di ricerche: quali scritti della maggior parte dei paesi del comprensorio del catino della Riviera di Brenta, dichiarazioni del 1700 di parroci, atti di nascita e di morte, lettere dai campi di concentramento e cartoline dei nostri soldati delle due Guerre Mondiali. STORIA DELLA RIVIERA DI BRENTA CON I DOCUMENTI Giuseppe Vincenzo Badin EDIZIONI LEONE Dolo 40 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 Bruno Detassis foto g.g. LE MONTAGNE DELLA PATRIA Natura e nazione nella storia d’Italia. Secoli XIX e XX Marco Armiero. Giulio Einaudi Editore Il volume di Marco Armiero si è aggiudicato il Premio Gambrinus “Giuseppe Mazzotti” 2013, Sezione “Montagna: cultura e civiltà”. Nonostante la montagna in Italia goda di una centralità geografica è rimasta marginale nella storia e nella memoria del Paese. Marco Armiero ci restituisce una storia di appropriazione e resistenza, di modernizzazione e marginalità, troppo spesso cancellata dalle narrazioni ufficiali. Volume di grande interesse che affronta la relazione fra l'identità italiana e le montagne. Un'analisi che aiuta a comprendere la transizione dalla montagna intesa come simbolo a montagna come risorsa da sfruttare. "Un tentativo di far interagire tra loro la storia ambientale, la storia politica, la storia culturale e la storia sociale. [...] Alcuni, temo, lo troveranno insolito, ma poco male: le montagne - e forse anche la storia ambientale - non sono fatte per il conformismo". Così Marco Armiero definisce nell'Introduzione il progetto che ha animato la scrittura di «Le montagne della patria». Lupi e fascisti, società idroelettriche e alpinisti, memoriali di guerra e insetti nocivi convivono in un libro che racconta il ruolo cruciale della montagne nella storia dell'Italia e nel suo divenire "nazione”. In una intervista rilasciata a Wu Ming 2, originariamente apparsa su Giap, Marco Armiero si dilunga sul rapporto Alpi-Grande Guerra, un tema in questi giorni di grande attualità: “ Le Alpi hanno incarnato lo spazio della nazione in armi e del soldato. Pochi ricordano che la Grande Guerra in Italia è stata soprattutto guerra di montagna, combattuta sulle Alpi. Il rapporto tra guerra e natura mi ha sempre molto affascinato. Sarà che quando mi chiedono cosa è la storia ambientale, tutti si aspettano che sia qualcosa che abbia a che fare con quello che si ritiene essere "natura". Insomma, che uno storico ambientale si occupi di parchi nazionali, di inquinamento e di caccia va bene, ma se si occupa di guerre mondiali, nation-state building e fascismo, allora c'è qualcosa che non va. L'idea di fondo è che la storia, quella vera, importante, è un'altra; al massimo alla storia ambientale si può dedicare una di quelle finestre che si vedono sui libri di testo e che nessuno legge. Una roba marginale e, soprattutto, separata. Invece, io credo che la natura sia mischiata a tutte queste cose; non si tratta di cercare una specie di fondale immobile sul quale si svolgono le storie ufficiali, quelle importanti; la natura del mio libro non è né solo una costruzione culturale né solo ecologia. È un ibrido. L'esempio della Grande Guerra, secondo me, funziona molto bene per illustrare questo approccio. Nel libro provo a raccontare come uno spazio geografico diventi uno spazio narrativo e storico al tempo stesso; la guerra nazionalizza le Alpi, le politicizza, trasforma i montanari in alpini, rompendo la tradizione romantica della montagna ribelle. “Al contrario, in questa nuova narrativa la montagna insegna l'obbedienza, la gerarchia e la rassegnazione. “Tuttavia, la guerra non trasforma solo l'immaginario delle Alpi, ma anche le montagne in carne e roccia; nel libro racconto delle mine che sfigurano pareti e picchi alpini, della foreste distrutte dalle bombe e poi dagli insetti che si inseriscono nell'ecologia post bellica e ne traggono vantaggio, delle teleferiche, mulattiere, e altre infrastrutture che arrivate lì con la guerra, ci rimangono per sempre; e poi cosa sono il rosario di sacrari alpini e monumenti ai caduti che vanno a ridisegnare il paesaggio alpino, iscrivendo per sempre la memoria della guerra dentro quel territorio?” Le ultime parole a chiusura dell’intervista ci fanno pensare: “La memoria è uno strumento potente . [...] Come dice Naomi Klein in apertura del documentario ispirato al suo Shock Doctrine: «Uno shock non è solo quando ci accade qualcosa di brutto, ma anche quando perdiamo le nostre storie, la nostra narrativa, quando siamo disorientati. Quello che ci dà orientamento e ci fa stare lontani da uno stato di shock è la nostra storia». Se il mio libro fosse riuscito almeno un po' a contribuire a questa memoria resistente, allora sarebbe per me un buon risultato.” LIBRI, RIVISTE, GIORNALI... E ALTRO ANCORA 41 VAJONT “Era il 9 ottobre 1963. Trecento milioni di metri cubi di roccia franarono dal Monte Toc nel lago artificiale del Vajont. La frana provocò un’onda di cinquanta milioni di metri cubi, parte della quale scavalcò la diga e si abbatté sulla vallata sottostante a una velocità di 100 km/h, spazzando via ogni cosa al suo passaggio. L’onda passò sui comuni di Erto, Casso, Castellavazzo, Codissago, Pirago, Villanova, Faè, Rivalta e sulla cittadina di Longarone, che fu quasi completamente annientata”. Secondo i calcoli degli esperti, l’energia liberata dalla frana fu pari a circa due volte quella sprigionata dalla bomba di Hiroshima. Le vittime furono circa duemila. All’indomani della sciagura la rivista dei vigili del fuoco pubblicò una descrizione apocalittica dell’area colpita dall’onda: «Un paesaggio tenuto a bagno in acido corrosivo e cancellato con la scolorina da tutti gli atlanti. Era il vuoto, sotto un cielo cinicamente terso e un sole sfrontato e assurdo come furono appunto il cielo e il sole del 10 ottobre, trionfanti sulla valle della morte.» (Pais 1963) “Secondo solo al terremoto di Messina del 1908, il disastro del Vajont è stato l’evento più tragico della storia dell’Italia moderna e non solo. Nel 2008 l’UNESCO ha incluso il Vajont tra i cinque più gravi disastri ambientali di natura antropica. Secondo l’UNESCO, si è trattato di «un classico esempio di quello che succede quando gli ingegneri e i geologi si rivelano incapaci di cogliere la natura del problema che stanno cercando di affrontare». Il disastro del Vajont racconta una storia tragica e potente della scienza, la politica e la modernizzazione delle montagne italiane”. “[...] ...il ricordo di quella vicenda non ha ancora trovato il suo posto nella storia di questo paese.” Nel ricordo dei morti del Vajont a cinquanta anni del disastro, dal volume di Marco Armiero, pag. 191. Einaudi Vajont, ottobre 1963 42 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 da Marco Armiero “Le montagne della patria”. Giulio Einaudi editore LIBRI, RIVISTE, GIORNALI... E ALTRO ANCORA 43 NOTIZIARIO BIBLIOGRAFICO Periodico della Giunta Regionale del Veneto Editore Il Poligrafo - Regione del Veneto Quale migliore connubio tra Arte, Cultura, Storia e Filosofia, Ambiente e Scienze naturali, Tradizioni, Musica e quant’altro costituisca il patrimonio inestimabile della nostra produzione bibliografica. Fondato nel 1988 e diffuso in quindicimila copie sul territorio nazionale ed estero, il "Notiziario Bibliografico" è una rivista quadrimestrale edita dalla Giunta Regionale del Veneto che ha saputo proporsi con crescente efficacia come strumento di informazione e ricerca per quanti sono interessati alla società e alla cultura venete nelle loro diverse e molteplici espressioni. La rivista, infatti, raccoglie e pubblicizza, in maniera il più possibile esaustiva, quanto pubblicato nel Veneto e sul Veneto non solo dagli editori, ma anche da tutte le associazioni culturali e da tutti gli enti presenti sul territorio regionale, contribuendo ad offrire un quadro preciso della situazione della nostra regione. Dopo una parte iniziale dedicata a saggi su argomenti culturali di particolare interesse istituzionale, la rivista si articola in una serie variabile di rubriche: dalla "Rassegna bibliografica", che raccoglie le schede di informazione sulle opere a stampa prodotte nel Veneto o riguardanti argomenti regionali, alla "Rivisteria Veneta", dedicata allo spoglio dei periodici di cultura del Veneto. Una parte consistente della rivista è poi occupata dalla ricca sezione di recensioni di opere che riguardano la storia, la cultura e la società del Veneto. Il rilievo numerico dei volumi recensiti nel corso di questi anni rispecchia la ricchezza della produzione editoriale regionale, la vivacità e la molteplicità delle iniziative culturali e l'interesse sempre più attento da parte degli studiosi per tutti gli aspetti della cultura e della società venete. Altre rubriche sono dedicate a presentazioni di biblioteche, archivi e associazioni culturali; bibliografie ragionate su specifiche aree geografiche; profili di personaggi veneti dei secoli scorsi ancora poco conosciuti ecc. Coordina la rivista un Comitato di redazione di cui fanno parte il dirigente del competente servizio regionale, il direttore responsabile della testata, il Soprintendente archivistico per il Veneto, il direttore della Biblioteca Nazionale Marciana, il direttore della Biblioteca Capitolare di Padova, il rappresentante de "Il Poligrafo" di Padova che cura la realizzazione del "Notiziario Bibliografico". Attenta e puntuale l’attenzione dedicata ai libri ed ai periodici di montagna con citazioni ed approfondimenti. Infine, sorprendente la selezione iconografica, certamente affascinante per la scelta del bianconero, dedicata ogni numero ad un particllare tema, come il ritratto femminile, la raffigurazione di soggetti sacri, di personaggi mitologici, Madonne, paesaggi, o altro. Uno tra tutti il fascicolo 56 ricco di immagini d’autore: Canaletto, “Capriccio palladiano con Basilica, Palazzo Chiericati e il progetto per il Ponte di Rialto, 1755-1759; Giuseppe Zais, Paesaggio con ponte, sec. XVIII; Annibale Carracci, Paesaggio fluviale romano con castello e ponte, 1600 ca.; Giovanni Bellini, Estasi di San Francesco, 1475-1478 ca.; Marco e Sebastiano Ricci, Paesaggio con lavandaie, sec. XVIII; Giorgione, Giudizio di Salomone, 1503-1505. Sorpendono, infine, perché inattese in questo contesto le foto di Marguerite Duras, figura chiave del Novecento, da un volume di Chiara Bertola e Edda Melon. 44 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 MONTAGNE MUTE, DISCEPOLI SLENZIOSI Percorsi di filosofia della montagna a cura del “gruppo filosofia&montagna” Il Poligrafo casa editrice Concepire la montagna come teatro del pensiero. Fornirle un cast di attori e farli entrare in scena. Biancoia, sull’Altopiano di Asiago, il palcoscenico della pièce. A dargli respiro e vita, studenti universitari spinti dal desiderio di creare una rete di condivisione, fornendo i presupposti per un dibattito vis-à-vis lontano dalla cattedra, come in un “Simposio d’altura”. La montagna, simbolo che attraversa la civiltà occidentale e quella orientale dall’antichità ai giorni nostri, diventa, al contempo, scenario e oggetto del pensiero, sperimentando modalità inedite per evocare il racconto filosofico. I saggi raccolti in questo volume affrontano la simbologia della montagna nelle sue varie declinazioni e rappresentazioni: dai fondamenti del pensiero occidentale – le Sacre Scritture e la filosofia antica – ai diversi esiti della cultura orientale, dalle sentenze nietzscheane fino alla riflessione contemporanea sulle implicazioni etiche e sulle derive postmoderne dell’alpinismo come business mediatico. Ne risulta un percorso scandito dalle endiadi ascesa-discesa, alto-basso, profondo-superficiale, che giungono a configurarsi come momenti fondamentali di una metafora complessa e stratificata, il cui fascino non cessa di interrogare il pensiero. Riassume il senso di questa esperienza e dà titolo al volume la sentenza di Goethe: «Le montagne sono maestre mute e fanno discepoli silenziosi ». Il gruppo "filosofia&montagna" nasce dall'idea di alcuni studenti dei corsi di laurea di Filosofia e Scienze Filosofiche dell'Università degli Studi di Padova, con l'obbiettivo di creare uno spazio di confronto intellettuale tra studenti e professori, per portare anche all'esterno delle aule universitarie la riflessione filosofica. Il volume raccoglie contributi di Adone Brandalise, Maria Grazia Crepaldi, Antonio Da Re Giovanni Gurisatti, Giangiorgio Pasqualotto, Gaetano Rametta. LA NATURA DIMENTICATA contributi d'autore a cura di ittorino Mason Cierre Grafica Editore Vittorino Mason ha voluto far incontrare e convergere in un unico e grande progetto trentadue persone che, in vari modi, già erano impenate nella valorizzazione e salvaguardia ambientale: Ermanno Olmi, Erri De Luca, Mario Brunello, Michele Zanetti, Spiro dalla Porta Xydias, Cesare Lasen, Andrea Zanzotto, Fausto De Stefani, Padre Alex Zanotelli, Mario Rigoni Stern, Giuseppe Cederna, Enrico Camanni, solo per citare alcuni autori. Arricchito da 33 foto in bianco e nero del fotografo bellunese Loris De Barba, il libro è suddiviso in cinque argomenti: Esperienze di Wilderness, Filosofia nella Natura, Segni e gesti dell'uomo, Battaglie, Sogni. Ma perché ricordare la natura? Perché nel tentativo di sottometterla e dominarla, l'uomo si è allontanato dal senso della vita dimenticando di esserne parte. Quando lo sfruttamento del pianeta non aveva ancora superato una determinata soglia di pericolo, la natura poteva difendersi e provvedere da sola al rinnovo delle risorse. Questo ora non è più possibile, neppure nelle regioni montuose più remote della terra. Di segnali la Terra ce ne ha dati molti, ma l'uomo, intento solo ad accumulare e badare a se stesso sembra non farci caso. Dobbiamo lottare ed impegnarci per rivendicare il diritto all'aria, all'acqua, alla terra e a tutti quei beni essenziali che danno un senso profondo alla nostra vita. Sottobraccio "Il sergente nella neve", nell'animo una grande emozione: l'ultima passeggiata prima del grande viaggio. "L'umanità sta andando verso il baratro; non abbiamo ancora toccato il fondo, ma ci arriveremo presto. “Questa civiltà ha fallito ed è destinata a scomparire per rinascere a cosa nuova, altra. “L'uomo dovrà passare per una presa di coscienza e consapevolezza, dovrà ritrovare l'antica saggezza, tornando a vivere con poco, in armonia e pace con la natura, facendosi bastare, ritrovando il tempo per ascoltare…". Ci ha lasciati così Mario Rigoni Stern; lui aveva capito l'importanza di ricordarsi della natura. LIBRI, RIVISTE, GIORNALI... E ALTRO ANCORA 45 EDIZIONI VERSANTE SUD MOUNTAIN BIKE IN DOLOMITI Enrico Raccanelli - Luca De Antoni Dobbiamo essere grati agli autori che con il loro lavoro ci offrono la montagna sotto una dimensione insolita grazie ad un mezzo salutare, economico, a inquinamento zero: la MTB. Ed ecco soregre emozioni forti e insospettate: "Le ruote mangiano il terreno, lente ma inesorabili. Avvolto nel paesaggio che ti circonda quasi non senti la fatica, salendo. Poi uno strappo, ripido, ti riporta alla realtà: ora lo sforzo si fa sentire. Il cuore batte forte nel petto. Respiri a fondo. Il sudore cola dalla fronte. Finalmente la salita ha termine. Intorno a te lo spettacolo dei monti e delle valli. Il battito rallenta, il respiro si fa via via meno affannato, meno frenetico. Un soffio di aria fresca dona nuovo ossigeno ai tuoi polmoni affaticati. Ora è tempo di abbassare la sella, di prepararti alla discesa. È lì che ti aspetta. Studi la linea da seguire. Monti sui pedali e via giù. Tutto si fa più veloce, indistinto a tratti. Emozioni. Forti. L'adrenalina scorre nelle vene. La bici, da lenta nel suo costante risalire il ripido tracciato, ora si fa rapida e scattante. I tasselli si aggrappano al terreno. Aria sul volto, velocità. E sorriso stampato in faccia". GIACCIO D'APPENNINO Cristiano Iurisci Le notizie sull'autore che l'Editore ci fornisce ci lasciano sorpresi là dove leggiamo che a soli cinque anni ha effettuato la sua prima escursione in solitaria, all'insaputa delle zie che lo 46 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 COLLANA LUOGHI VERTICALI avevano in custodia. Il seguito possiamo immaginarlo: un su e giù vertiginoso dai Sibillini al Gran Sasso, dal Velino-Sirente ai Monti della Marsica: creste, canalini e canaloni, cascate ghiacciate. Un mondo unico e fascinoso. GIACCIO SVIZZERO Mario Sertori Questo libro è oltre tutto una stupenda collezione d'immagini "da brivido". Sono qui raccolte le scalate su cascate di ghiaccio del Canton Ticino e della parte meridionale del Canton Grigioni. "Oggi è una giornata con sole e non sento freddo, la temperatura è perfetta, questo non capita spesso. Sto salendo e seguo la verticalità. Il ghiaccio mi accoglie. Fino ad una nicchia sarà così, poi la linea sfuma, non so più come. Con Valentina avevamo attaccato tardi, i miei primi ramponi non si chiudevano, pesanti, come un bazooka russo, il manico delle picche era congelato e poco curvo, ma rigorosamente senza dragonnes. Valentina, più saggia, era diffidente, in fondo non era così folle come me, l'avevo trascinata qui in nome delle quote rosa. Ricordo che era stanchissima e timorosa del muro che avevamo davanti, ma era coraggiosa e pronta. Una socia perfetta. Andata. Quando siamo uscite in cima, eravamo così drogate dalla felicità che abbiamo smarrito il senso del tempo e delle spazio e ci siamo perse nella discesa a piedi, con il cielo che illuminava tutto, in uno stato di beatitudine." SCIALPINISMO NELLE ALPI GIULIE OCCIDENTALI Paul Ganitzer, Christian Wutte, Robert Zink Meno di dieci anni fa, le Alpi Giulie erano una zona poco conosciuta e frequentata: chi l’avrebbe mai detto che questi monti a lungo appartati e nascosti sarebbero un giorno diventati un vero paradiso per gli appassionati degli sport invernali? Tra questi monti si incontrano oggi soprattutto italiani, sloveni e austriaci: è meraviglioso vedere e toccare con mano come questo territorio sia diventato ai tempi nostri un punto di incontro di diverse etnie. Oggi infatti gli appassionati di sport invernali non salgono più su queste montagne per prenderne possesso, quanto piuttosto per assaporare il legame che li unisce ad esse come parte della madre Terra, per sentire l'energia vitale pulsare nel corpo e nell'anima e forse per prendersi una pausa - una volta giunti in cima - in segno di gratitudine, amore e umiltà di fronte alla grande creazione. L'energia dei monti è senza confini, tutto sta nell'essere pronti a riceverla! SCIALPINISMO IN DOLOMITI Enrico Baccanti, Francesco Tremolada Questa guida raccoglie una selezione d'itinerari sci alpinistici nei più importanti gruppi dell'area centrale e settentrionale delle Dolomiti, dal Passo San Pellegrino al lago di Braies e dalle Odle all’Antelio, offrendo una scelta di percorsi molto diversi tra loro, per impegno e ambientazione, ma tutti ricompresi nei settori più noti di queste montagne. Sono proposte soluzioni alternative, discese inedite o vere e proprie traversate che consentono di apprezzare, sotto una nuova veste, anche le cime più frequentate: si trovano itinerari ad alto livello destinati all’interesse degli appassionati dello scialpinismo dolomitico improntato alla ricerca del percorso e dello sci ripido. Grazie alla specificità delle sue montagne oggi lo sci alpinismo dolomitico conosce una popolarità inimmaginabile fini a pochi anni or sono; accanto agli itinerari classici di ogni ordine di impegno, avanza l’interesse per quei pecorsi di alto livello divenuti punti di riferimento e tappe dello sviluppo di questa disciplina. ARCO PARETI Diego Filippi Una nuova guida, rinnovata e corretta nei testi e completamente rifatta negli schizzi. Una terza edizione frutto di profonda passione di uno dei protagonisti assoluti dell’arrampicata nella Valle del Sarca. Negli anni, la Valle del Sarca è letteralmente esplosa, sia come numero di vie aperte sia come numero di alpinisti presenti. Una valle sempre più bella. “La luce colora la parete d’infinito [...]. Tutte queste montagne, tutte queste linee non sarebbero nulla se non ci fossero gli uomini con i loro sogni [...] che ci conducono verso qualcosa d’indecifrabile per la maggior parte delle persone ma estremamente nitido per l’alpinista”. La Valle del Sarca è un mondo fantastico, fatto di luci e colori, fatto di sogni e di desideri. LIBRI, RIVISTE, GIORNALI... E ALTRO ANCORA 47 48 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 “Noi dobbiamo mantenere la montagna come luogo di esperienza e di pericolo” R. Messner - Tema discusso al simposio di International Mountain Summit di Bressanone. Traiamo uno stralcio da uno scritto di Annibale Salsa, past presidente del C.A.I., pubblicato da Alpinismo goriziano. “Uno dei tratti costitutivi più rilevanti della società contemporanea è rappresentato dalla ricerca ossessiva della sicurezza ad ogni costo. Ci troviamo al centro di quella che molti scienziati hanno definto “società sicuritaria” o “società del rischio”. Tale società si ispira a modelli culturali nei quali il calcolo del rischio non ammette gradi di approssimazione o di errore.[...] Nella misura in cui il rischio calcolato è in grado di prevedere ogni situazione, l’alea del pericolo non ha più alcun senso: anzi suscita scandalo.[...] Se trasferiamo tali assunti teorici alla pratica della montagna, andiamo incontro al grande conflitto fra libertà e sicurezza. Un conflitto che rimanda al freudiano “disagio della civiltà”, secondo il quale un incremento di libertà fa arretrare i livelli di sicurezza, mentre un incremento di sicurezza fa arretrare gli spazi di libertà.[...] In questa ottica, ogni incidente non viene imputato all’imprevedibilità degli eventi, alla dimensione dell’imponderabile che appartiene alla natura delle cose, bensì alla violazione “misurabile” delle regole e delle procedure. Scatta, quindi, l’effetto blaming, ossia il meccanismo psico-culturale dell’attribuzione della colpa.[...] L’ambiente montano non è un ambiente artificiale in cui si possa eliminare quasi interamente l’incertezza. Gli ambienti naturali travalicano l’onnipotenza della tecnica e aprono alla libertà della scelta fondata sull’esperienza individuale, sulla trasmissione culturale, sulla capacità e sull’intuito nell’interpretare i fenomeni. La montagna non è una tecnostruttura. È spazio fisico e mentale che insegna il senso del limnite invalicabile. Limite relativo a ciascuno di noi e difficilmente calcolabile in senso oggettivo e assoluto. Nella società del no limits le protesi tecnologiche danno l’illusione di una “volontà di potenza” governabile e accrescibile a piacere. L’alpinismo, invece, è l’oasi forse l’ultima - delle libertà umane e, come tale, deve essere riconosciuto.” T.C.I. Grande Escursione Nazionale Alpina nel Cadore. 1913 “FACHIRI” ECHI VERTICALI una storia su Enzo Cozzolino DVD Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia Il Centro Produzioni Televisive ci regala periodicamente dei preziosi filmati su luoghi e personaggi delle loro montagne. Sono documentari carichi di tanta poesia, coinvolgenti e che ti prendono dentro. Il 14 e 15 gennaio del 1972 Enzo Cozzolino, eccezionale alpinista della XXX Ottobre di Trieste, nonostante la giovane età - ha solo 23 anni - assieme all’amico e compagno di cordata Flavio Ghio, apre in invernale la celebre via dei “fachiri” sulla parete sud-ovest della cima Scotoni. Il 18 giugno dello stesso anno, muore cadendo durante una scalata in libera in un camino poco sotto la cima della Torre di Babele nel gruppo del Monte Civetta, in Dolomiti. Quarant’anni dopo, da quella amicizia nasce la storia di questo film perché: “un’amicizia rimane impegnativa, anche quando l’amico scompare. Enzo non ha scritto un’autobiografia, lì avremmo potuto ritrovare lui e i suoi pensieri. Questo vuoto mi ha spinto a raccontarlo.” La val Rosandra, la strada napoleonica, sopra Trieste e le Dolomiti, sono gli scenari nei quali si snoda il racconto. Il ricordo di quelle salite e del modo in cui Cozzolino le realizzava, è il linguaggio filmico scelto per avvicinarsi, il più possibile, a quello che è stato il suo alpinismo; quel suo grande alpinismo interrotto. Enzo aveva in sé i segni di un tempo aperto. Per certi aspetti era un precursore, un innovatore: “...io sogno ad occhi aperti una fantastica parete la cui roccia è particolarissima, perché non presenta fessure per i chiodi, ma solamente appigli ed è talmente compatta da respingere persino il perforatore per i chiodi ad espansione.” Una grande parete, senza chiodi, di difficoltà superiore a quanto normalmente è ritenuto estremo. Era questa idea che voleva realizzare? Era solo un sogno che la luce del giorno cancella e rimuove? Non lo sapremo mai. Quello di Enzo Cozzolino è un discorso interrotto. Sfidare l’incognita è il significato di una vita sospesa tra ansia e follia. dalla RIVISTA MENSILE del TOURING CLUB ITALIANO, Ottobre 1913 “Salita al Monte Viso” di Guglielmo Matkews (continua da “QVOTA 864” N. 27 pag. 64 e conclude) Collezione Vladimiro Orlich Racconti, leggende, poesie... AMARE IL CADORE “ Non il tramonto, ma è il Cielo che ti illumina. L’anima di chi non può raggiungerti ti ammira!! Chi lassù ti ha abbracciato ha ascoltato la tua voce, chi non può ad un sogno si abbandona e ti ama. ” Angela Maria Vallegiani 21 settembre 2013 al Rifugio Auronzo AMARE IL CADORE 65 D'ESTATE Mi ondeggia ancora innanzi agli occhi il ramo donde come una freccia s'è involato l'uccello via pe 'l cielo azzurro. L'erba, dove siedo, scintilla di rugiade al sol nascente e su dai larghi boschi, di tra le foglie umide e verdi, sale innumerevole e vivo nel cielo un pigolio un cinguettio immenso inneggiante al risorger della luce. Molli le rame s'agitano in alto, sul cielo azzurro pallido, e un susurro vasto trascorre per le verdi fronde a ondate, or lento or rapido, col vento. Dietro la chioma densa di un ontano sta il sole e a tratti getta scintillii per le foglie fluttuanti. Tutto il resto è quiete, silenzio. Odo lontano sui colli circonfusi nella luce spandersi l'armonia che pe' i sensi mi colma il cuore… Tutto il cielo s'accende nel tramonto, nuvole sparse brillano vermiglie sul cupo azzurro in alto e sopra i monti, dov'è scomparso il sole, strati splendidi s'ammassan rossi, argentei, dorati. M'accarezza sul volto un vento tiepido che mi giunge tra i pini, cupi, ritti sul cielo pallido crepuscolare. La vallata imbrunisce nella sera e con netto profilo le colline distaccan scure su uno sfondo roseo, tenero, inesprimibile. Le case sparse sui larghi fianchi verdeggianti di boschi e prati paion riposarsi nella freschezza dolce. Sol lontano, lontano, ad occidente, dove s'apre la valle e si distende lunga, azzurra la catena dei monti, ancor s'accende d'un rosso tenue l'immenso orizzonte. Un profumo freschissimo di foglie mi giunge nella notte. Alberi enormi si rizzan scuri frondeggiando. Lungi, per i colli vanenti nel leggero lume lunare, rauchi a tratti i cani abbaiano. La brezza ingagliardisce, poi cade, ed incessante sale al cielo lo stridio monotono d'un grillo perduto chi sa dove: sale tremulo fino a una grande stella scintillante sull'immensa campagna addormentata. Cesare Pavese. Poesie giovanili (1923-1930). Einaudi. Torino 1989 Marmarole 66 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 foto Giandomenico Vincenzi D’ESTATE 67 LE MONTAGNE Occupano come immense donne la sera: sul petto raccolte le mani di pietra fissan sbocchi di strade, tacendo l’infinita speranza di un ritorno. Mute in grembo maturano figli all’assente. (Lo chiamaron vele laggiù - o battaglie. Indi azzurra e rossa parve loro la terra). Ora a un franare di passi sulle ghiaie grandi trasalgon nelle spalle. Il cielo batte in un sussulto le sue ciglia bianche. Madri. E s’erigon nella fronte, scostano dai vasti occhi i rami delle stelle: se all’orlo estremo dell’attesa nasca un’aurora e al brullo ventre fiorisca rosai. LAMENTO DEGLI ALPINISTI SFORTUNATI Il tè sa d’alluminio, per trenta poveracci solo dodici pagliericci, vero che ci faceva caldo, ma più presto di noi son partiti, son partiti tra il bianco e il nero, nell’aria a lama di rasoio. L’orologio mi s’è fermato, il tuo s’è ingarbugliato, invischiati siam di miele, c’è lassù dei grumi in cielo, si parte ch’è giorno fatto, già il nevaio divien giallo e piovon i sassi della frana, c’è del freddo nella mano, nella mano appesantita, c’è petrolio nella borraccia, son torpide le dita, e la corda irrigidita per la raspa fatta a spini degli spazzacamini. La capanna era un pulciaio, disgustosi i ronfatori, ho le orecchie congelate, fino all’ossa sei ghiacciato, io non ho tasche abbastanza, la mia bussola ritrovi in un nocciolo di prugnola, ho scordato il mio coltello, ma tu hai quello dei tuoi denti. Sono venticinquemila ore e ore che si sale, ma restiamo sempre in basso, impiastricciati di cioccolatto, il vetrato spiccozziamo, nel formaggio annaspiamo, c’è dell’aere in questa nube, a due passi vediam bianco. Ferma un po’ a tirare il fiato, ma il mio sacco ha barcollato, ed il cuore mi ha strappato. Là balzella verso il basso, dove c’è dei buchi neri più che verdi, dei glùglù, delle rotaie, diecimila sacchi c’è nella morena laggiù, falsi sacchi e buchi veri e schifosi rompigambe; riecco infine il mio sac-caos, mettici la pappatoria, ed armiamoci di noccioli di prudenza e di prugnole. Ride il crepaccio a crepapelle, fino alle barbe sprofondiamo, ecco lo spazio che nevischia, s’è sbagliato il canalone, le ginocchia sbattono i denti, il gendarme si difende, ho nella memoria un blocco e nello stomaco uno strapiombo, non si può più dir che sete, ho due dita bianche e gonfie. Non abbiam visto la cima, solo la scatola di sardine, s’incastravan le corde doppie, per districar la fune c’è voluto una vita intera. Siam caduti tra le vacche. «Bella passeggiata, è vero?». «Straordinaria, ma un po’ dura». Antonia Pozzi 9 settembre 1937 “Complainte des Alpinistes Malchanceux” da René Daumal, “Le Mont analogue“, Gallimard, Paris, 1952, pp. 100-02. Dolomiti Ampezzane. La Croda da Lago 2709 m slm foto Giandomenico Vincenzi LAMENTO DEGLI ALPINISTI SFORTUNATI 69 IL LAGO D’ANTORNO di Corte Pause Francesca "Dal crinale del Tre Croci, Churchill compì una escursione fino ad un lago, nascosto tra i fianchi del Cristallo e Cadini. Superando questo lago e risalendo fino alla sommità del Monte Piana, a Nord, il viaggiatore viene a trovarsi proprio nel cuore del mondo dolomitico." J. Gilbert e G. Churchill - Le montagne dolomitiche ercorrendo la strada che da Misurina porta alle Tre Cime di Lavaredo, si incontra un piccolo lago che non gode certo della fama del suo illustre vicino, ma che ha la caratteristica di avere delle acque di un colore particolare che riflettono, come in uno specchio, i boschi che lo circondano. Sulle sue sponde cresce una vegetazione ricca e caratteristica; troviamo, infatti, la "lingua d'acqua", una pianta che appoggia le sue foglie sull'acqua. Il piccolo lago si chiama d' Antorno. Il suo nome si spiega con il fatto che al centro dello specchio d'acqua si forma un mulinello per cui "l'acqua gira intorno" frase che in dialetto auronzano diventa "l'aga che va 'ntorno". Ma perché l'acqua "gira intorno"? Leggete la nostra storia e lo capirete! In un tempo molto lontano un cacciatore di Misurina, di nome Giacomo, era andato nei boschi vicini al lago; era un abile cacciatore e conosceva quei luoghi come le sue tasche. Ma dopo alcune ore di cammino, Giacomo si accorse di essersi perso: la colpa di tutto questo era sicuramente del mazaruò, il folletto vestito di rosso che faceva perdere la strada alla gente che incautamente metteva i piedi sulle sue orme. Scese la sera e Giacomo arrivò in una piccola radura circondata da boschi, al centro c'era una pozza d'acqua scura e maleodorante; era troppo pericoloso continuare a camminare: era meglio fermarsi e aspettare la luce del giorno per riprendere il cammino. Si sdraiò sull'erba, cercando di coprirsi alla meglio con il suo mantello. Proprio quando stava per addormentarsi, ecco che un suono dolce e melodioso lo svegliò del tutto: tra gli alberi avanzava una bellissima ragazza che intrecciava fiori di erica tra le lunghe trecce, indossava una lunga veste di un verde particolare: sotto l'ampia gonna spuntavano dei piedi di capra e proprio da questo particolare Giacomo la riconobbe subito: era un’anguana, una di quelle misteriose creature che P 70 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 Cuan che fasòn la strada che mena fin su a le Tre Zime, se n batòn de n pìzol lago. No l e por nùia cognosù, autro che chel de Mesurina che i vien a vedelo da n ciòu l mondo, ma piase porcè le so aghe le a n color cavòu dai solite. Se te vas su por sora, apède, te pòs specate inze. Nbòta ntorno, crese na pianta che no la podarae sta zenza aga; nfati le so foie le pòia pròpio sora l aga. Stò lago se ciama d' Antorno porcè, pròpio n mèdo se vede senpro moese n tondo l aga. Par fin che duto gire 'ntorno a algo che se ciata pròpio n medo. Ma dùto chesto se podarà capì se se liede sta storia. N bar de ane fa, Giacomin, n cazad de Mesorina, come tante autre ote, l era d por i bosche 'ntorno a st lago. L cognosèa stì poste come le so fònde, ma daspò n grumo de ore che l dèa n giro, l sencorde de no savè agnò che l e ruoù. L se era perdù. Nbòta l capìse che la colpa e de l Mazaruò, chel piciulìato vestiù senpro de ròs che, por despèto, l fei perde la strada a chi che l ciàta su por pede. Ntanto vien scuro. L se varda 'ntorno. Giacomin se ciata pròpio de n bel prà. N medo e n boiòn de aga scura, co n odor, n tanfo cusì forte che fei dì de schena. Ma l se ferma lo steso, porcè e masa scuro por caminià 'ncora. L decide de pasà là la niote. L se bìcia dò e l se scuerde col tabàro, no l a pròpio aùtro. Ma cuan che i stà por vinì do la son, l siente na bela musica, de chele dolze. L se varda 'ntorno e l vede ruà na tosa bela, che de pì bele no l avèa mai visto. Ntanto che la cianta, la se féi su la drèza de càvei co i fiore de erica. Ntornese la a n bel vestìto de n color verde, come l erba dei prade. Ma l se ncorde nbòta che da sòte le còtole spunta fòra i pès da càura. popolano i laghi e i torrenti alpini, di cui aveva tanto sentito parlare, ma che non avrebbe mai pensato di poter vedere. (*) Fu amore a prima vista. Giacomo chiese all' anguana di sposarlo e di andare a vivere con lui a Misurina. - sai bene che questo non è possibile - gli disse l' anguana - gli uomini odiano noi anguane e non mi vorrebbero mai come loro vicine di casa. - Allora costruirò in questo luogo nascosto una piccola casa di legno e vivremo qui insieme - replicò Giacomo, che non voleva perdere l'amore della donna. Così fecero e per alcuni mesi le cose andarono avanti a meraviglia: Giacomo andava a caccia e l' anguana che conosceva tutti i segreti degli alberi e dei fiori della zona, procurava frutta, verdura e i funghi più prelibati. Un giorno, tuttavia, l'anguana si accorse che Giacomo non era più felice come un tempo: guardava spesso in direzione di Misurina e un giorno arrivò su di una altura per osservare le case e il lago che si vedeva in lontananza. - Perché sei così triste? - gli chiese la donna Hai forse nostalgia del tuo villaggio e delle persone che hai lasciato là? - Non delle persone - rispose Giacomo - ma del mio lago con le sue acque limpide ed azzurre, che non posso davvero fare a meno di paragonare alla pozza scura che abbiamo davanti alla nostra casa. L'anguana rimase molto male nel sentire queste parole: fino a quel momento aveva pensato che Giacomo fosse felice insieme a lei e non le faceva proprio piacere essere preferita ad un lago. - Hai nostalgia del tuo bel lago? - disse adirata. Giacomin capìse che la e n anguana. Lui a tanto sentiù parlà de stè femene, n tin cavade, ma chesta e la prima ota che l vede una; mai no l avrae pensoù che le fose cusì bele. (*) Apena vista, l e bèlo n amoroù e no l tardiva a domandà se lo sposa. Ma ela i fei presente che la dente no la po' vede le anguane, nesùn vorae avela n davesìn, a vive su por sòra. Ma Giacomin, che pì la varda, pì l se n amora, a bèlo deciso: farèi na ciasùta de len pròpio cà, de stò posto, lontàn da dùte e cusì no vedaròn mai nesun. Den dito al fato la ciasa e fata. I doi i sta benon nsieme; lui fei senpro l cazad e ela va a ciat erbe. Nesun cognose dute le erbe che sa t?e su ela. Daspo de n ghero de tenpo, l anguana la capìse che Giacomin no l è pì tanto contento come n ota. Cuan che lui crede che ela no lo vede, l va su por n batél a vardà do Mesorina e le so ciase. Ela i domanda se l a vòia de vede la so dente. Alora lui i dìs che l unica roba che pròpio i mancia e le aghe bele nete de l lago de Mesorina. Davante la cìasa sòa no i a n lago, ma na poza lurida. Rappresentazione di una Anguana - creatura legata all’acqua, dalle caratteristiche in parte simili a quelle di una ninfa e tipica della mitologia alpina. Vignetta di Elena Alexandrina Bednarik (1883-1939). 1908 da Zâna Apelor (Water Fairy). IL LAGO D’ANTORNO 71 Ti accontento subito! Immediatamente si immerse nella pozza scura e iniziò a ruotare su se stessa, creando un vortice d'acqua: il suo abito incominciò a sciogliersi in un'acqua chiara e dai riflessi più incredibili. Giacomo rimase come pietrificato e non fece in tempio a trattenere la sua sposa che attimo dopo attimo scompariva nelle acque del laghetto, diventate chiare e di un colore scintillante Giacomo rimase solo e non lasciò mai più quel luogo, dove aveva vissuto momenti tanto felici, nella speranza di veder un giorno riapparire dalle acque la sua anguana. Gli abitanti di Misurina non vennero mai a sapere la storia di Giacomo e dell' anguana, ma chiamarono il laghetto Antorno per lo strano mulinello che talvolta si crea nel centro del laghetto, proprio nel punto in cui l' anguana è scomparsa per sempre. La casetta dove Giacomo abitava è ora diventata un rifugio che accoglie tutti coloro che vogliono ammirare il piccolo lago immerso nel verde. La tosa, nbòta la va n medo a la poza e la cominzia a giriase ntorno, senpro n medo. Pian pian l so vestito l se desfèi e l aga la diventa cìara e lùstra. A Giacomin i par de sognà. Lui l e cusì nbarlumiou che no l capise nbota che l anguana pian pian la sparise inze de chel tin de lago. Cuan che l torna n chià e belo masa tarde; ela e sparida Giacomin no l lasarà mai chel posto agnò che l a pasòu i pì biei dì de la so vita. L restarà là por senpro, a spitìa che la so bela anguana la torne a vinì fòra da chele aghe. (*) Il Regno delle Anguane A Deppo, in Domegge, si trova una grotta che, dice la tradizione, era abitata dalle anguane. La gente diceva che le anguane avevano piedi di capra, in realtà erano i loro tipici calzari in pelle di capra secondo un uso antichissimo. Un giovane, molto tempo fa, incontrò durante la caccia una di queste donne, se ne invaghì e decise di sposarla. L'anguana acconsentì a patto che nessuno le dicesse mai "piede di capra". Nacque un bel bambino. Un'estate che il grano cresceva rigoglioso l'anguana si mise a falciarlo prima del tempo. Il marito tornato a casa e visto il fatto andò su tutte le furie e le disse "Ci hai rovinati, sei proprio un'anguana piede di capra". L'anguana fuggì in preda all'ira. Da quel giorno iniziò una terribile carestia, ma il marito dell'anguana e il figlio ebbero non solo di che sfamarsi, ma abbastanza da arricchirsi. Solo che l'anguana aveva fatto una terribile maledizione: il figlio non avrebbe mai dovuto sposarsi o i suoi figli avrebbero avuto piedi di capra. Quando il bimbo crebbe conobbe una ragazza e se ne innamorò, ma conosceva il suo terribile destino. Allora, preso dalla disperazione, si gettò da una rupe. La terra ne tremò violentemente e si aprì una grande voragine che inghiottì il laghetto di Dacù sottostante. Sembra che in certe giornate d'agosto, mese della morte del giovane, si oda un lamento dalla profondità della montagna: sono forse le vecchie anguane o lo spirito del giovane che non trova pace nella profondità della grotta. 72 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 IBN BATTUTA: IL PRINCIPE DEI VIAGGIATORI di Cesare Censi. Istituto Geografico Polare “Silvio Zavatti” - Fermo l viaggio di scoperta nel Medioevo non aveva ancora le caratteristiche dell'esplorazione che avrebbe assunto nei secoli futuri, con la conseguenza che - in questo periodo - non si ebbero grandi scoperte geografiche. I secoli XIII e XIV, nelle regioni mediterranee del Nord-Africa e della odierna Spagna, sono ricordati come un periodo di transizione. La riconquista delle più importanti città dell'Andalusia da parte delle truppe cristiane, confinò la civiltà musulmana nei territori tradizionalmente da loro occupati. La città di Tangeri, proprio sullo stretto di Gibilterra, grazie alla sua posizione divenne il centro commerciale dove si incontravano l'Africa e l'Europa, il Mediterraneo e l'Atlantico. Questo suo cosmopolitismo e incrocio di culture influenzava sicuramente la vita dei residenti più di ogni altro frangente. Fu in questo contesto storico che il 25 febbraio 1304 nacque Abu 'Abdallah Muhammad ibn 'Abdallah ibn Muhammad ibn Ibrahim al-Lawati ibn Battuta da una famiglia berbera di giuristi. Della sua infanzia non si sa molto se non che imparò a leggere e scrivere a dodici anni, che studiò la Shari'a (la legge islamica) e "altre scienze islamiche che Tangeri poteva offrire e che durante l'adolescenza acquisì i valori e la sensibilità di un uomo colto". Come insegna la shari'a, un buon musulmano deve compiere almeno una volta nella vita - il hajj (il pellegrinaggio) alla Sacra Moschea di La Mecca per visitare la tomba del Profeta e "sottoporsi alla serie di cerimonie collettive previste dalla shari'a". Così il 14 giugno 1325 Ibn Battuta partì "solo, senza una carovana cui potermi unire, ma spinto dal mio impulso irresistibile e dal desiderio, a lungo coltivato in cuor mio, di visitare questi nobili santuari". Durante il viaggio ricevette offerte volontarie da I governatori locali, giuristi, sapienti, in base a una delle cinque regole basilari dell'Islam che prevede questo principio per alcune categorie tra cui i viandanti. La prima tappa importante fu Tunisi, dove soggiornò due mesi presso la locale accademia seguendo anche dei corsi, e quando ripartì si aggregò a una carovana in qualità di qadi (giudice). Il viaggio verso la Mecca lo portò in Egitto, ad Alessandria e al Cairo, dove rimase un mese frequentando le varie accademie e gli intellettuali locali. Ciò che ad Alessandria lo impressionò maggiormente fu il porto, da fargli affermare di non aver "visto uguale nel resto dell'universo", e a Il Cairo fu il Maristan che "nessuna discussione è adeguata alla sua bellezza". Qui si aggregò a una carovana di circa 20.000 persone diretta a La Mecca e vi giunse nel mese di ottobre del 1326. Nel periodo di permanenza e nell'intento di portare a termine le cerimonie del pellegrinaggio in uno stato di consacrazione, "non si lasciò coinvolgere in dispute o liti, non uccise animali e piante, non ebbe rapporti sessuali, né si tagliò i capelli e unghie, né indossò abiti con cuciture o gioielli". Quando finì i rituali legati al pellegrinaggio Ibn Battuta si sentì libero e, con le conoscenze acquisite, non avrebbe più viaggiato "per assolvere un obbligo religioso e neppure per raggiungere una particolare destinazione. Andava in Iraq solo per il gusto dell'avventura. Fu allora che cominciò veramente la sua carriera di giramondo". 1327-1330. Lasciò La Mecca per intraprendere un viaggio verso l'Iraq e la Persia in compagnia di altri pellegrini che tornavano nelle loro terre. Visitò Baghdad, che trovò "il suo aspetto esteriore sparito e nulla resta di essa tranne il nome… Non vi è bellezza in lei che colpisca l'occhio, o costringa l'indaffarato passante a dimenticare le IBN BATTUTA: IL PRINCIPE DEI VIAGGIATORI 73 proprie faccende per contemplare la scena", Bassora, Tabriz, "principale nodo delle vie transiraniane che collegavano tra loro il Mediterraneo, l'Asia Centrale e l'oceano Indiano" e Mossul. In un anno percorse quasi 6.500 km visitando le più importanti città della Persia e dell'Iraq, poi tornò alla Mecca. Da qui ripartì alla volta dello Yemen, costeggiò l'Africa fino alla Tanzania, visitò Mogadiscio, Aden e ritornò ancora alla Mecca. 1330-1341. Ibn Battuta, saputo che il sultano di Delhi stava cercando un qadi da impiegare nell'amministrazione, si industriò per arrivare in India. Scelse di passare per l'Anatolia, attraversò il Mar Nero, giunse in Crimea e percorrendo la Transoxiana e l'Afghanistan arrivò in India. Così come aveva programmato fu nominato qadi dal sultano Muhammad Tughluq e nell'esercizio della sua funzione "applicava la precisa punizione contemplata dalla shari'a". Purtroppo, un'amicizia sbagliata compromise la sua posizione e per evitare di finire sul patibolo chiese al sultano un periodo di ritiro spirituale. Dopo cinque mesi fece la richiesta di compiere un hajj e, "con suo grande sollievo", il sultano acconsentì. Quando era tutto pronto per la partenza, il sultano lo chiamò e, ben conoscendo il suo "amore per i viaggi e per i luoghi nuovi", lo nominò ambasciatore alla corte mongola della Cina. 1341-1349. L'imperatore cinese aveva chiesto al sultano dell'India di poter costruire un tempio buddista in territorio indiano. Ovviamente ciò non era possibile e il sultano incaricò Ibn Battuta di portare il suo messaggio alla corte di Pechino. Si sarebbe dovuto imbarcare nell'India meridionale e raggiungere la Cina attraversato il golfo del Bengala con quattro navi. La sera prima della partenza un'improvvisa tempesta affondò due navi e danneggiò le rimanenti. Non potendo ritornare a Delhi per ovvie ragioni, decise di imbarcarsi su una nave diretta a Ceylon passando per le Maldive. A Male fu riconosciuto da alcuni persiani che rivelarono la sua vera identità al visir Jamal al-Din che lo costrinse a rimanere sull'isola. Prese quattro mogli e assunse la carica di qadi, ma anche qui, per questioni politiche, si scontrò con il gran visir e fu costretto ad andarsene. Riparò a Ceylon e da qui nel Malabar dove si imbarcò su una giunca che lo condusse nel Bengala. In seguito visitò la Birmania e Sumatra per giungere poi in 74 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 Cina, a Canton. Qui trovò un passaggio su una nave per Zafar, in Arabia, da dove partì per recarsi nuovamente a La Mecca e, attraverso l'Egitto e la Tunisia, ritornò in patria, a Fez. 1349-1354. Gli ultimi viaggi lo videro a Gibilterra, Granada e in Mali. Morì nel 1368. Ibn Battuta è stato considerato il più grande viaggiatore dell'umanità. Il resoconto delle sue avventure, la rilha, è stato raccolto da Ibn Juzayy, un giovane letterato Andaluso. In ventinove anni ha percorso circa centoventimila km e attraversato quarantaquattro paesi rischiando molte volte la vita, "ma non ho alcun rimpianto in quanto la mia maggiore preoccupazione è stata scoprire e cercare di comprendere i miei fratelli, quelli che condividono la mia fede, ma anche gli altri che vivono la loro". RICORDO DI RENZO Non vogliono queste poche righe essere uno sterile elenco a ricordo della figura di Renzo... le solite frasi: chi era, cosa ha fatto ecc ecc. ma piuttosto vogliono essere una riflessione sulle parole di stima e di affetto che, di mio padre, hanno esternato le tante persone che lo hanno conosciuto. In taluni casi, per noi familiari, è stato piacevole ed inaspettato scoprire la profondità di sentimenti che lo legava a molta gente. È stato l'amico, il confidente, il compagno di imprese e di baldorie... per qualcuno quasi un padre. In tutti il sentire da parte sua una schietta vicinanza, un ascolto e soprattutto, sempre, un aiuto perché, come quando si va in montagna, si va avanti insieme e nessuno deve restare indietro. Amava fortemente le sue montagne ed anche se, negli anni, le sue uscite di caccia erano sempre più infruttuose (… colpa del fucile!), rimanevano per lui occasioni di evasione ed anche di incontro perché, come soleva ripetere, quando incontri qualcuno, in montagna, ci si dà del tu! Forse è in questa semplicità che possiamo scoprire il segreto del vivere? Una semplicità che viene da uno stile sobrio, quasi severo, come le crode appunto, che sono dure ma che se riesci a comprenderne l'essenza, ti danno emozione vera. Il mio più sincero grazie a quanti ci hanno resi partecipi del loro ricordo perché, come famiglia, ci rende orgogliosi ma anche consapevoli che, quando arriva la sera e ti guardi indietro, quello che realmente vale è il ricordo che hai lasciato dietro di te. Il figlio Antonio LA CAPINERA Calde lame di luce penetrano la foresta e volute di vapore salgono verso l’alto. Come d’incanto il bosco si ravviva e si riempie di canti e suoni: scriccioli, fringuelli, cince tornano a muoversi a terra e tra i rami. Ma oltre ai canti usuali, un nuovo richiamo proviene dal folto: “ciakciak”, sono capinere, decine, che bloccate dalla pioggia, stanno nascoste nel folto, in attesa. Attraversano le Alpi per raggiungere i siti riproduttivi posti più a nord. Possono migrare solo quando il cielo è sereno e quindi attendono: se questa sarà una notte tersa e stellata, ben protette dal buio, le capinere potranno riprendere il loro grande, affascinante viaggio. La capinera è uno degli uccelletti più eleganti dei nostri boschi e delle nostre campagne: un piccolo passeriforme dalle forme aggraziate, dalla bella colorazione grigio-olivastra con un cappuccio nero nel maschio e bruno- rossiccio nella femmina. Eppur, nonostante la bella stagione sia uno degli uccelli più comuni e diffusi, è pressoché sconosciuta: pochi l’hanno mai vista e saprebbero riconoscerla. Come altri uccelletti della stessa famiglia, infatti, la capinera vive perennemente nel folto della vegetazione, ben protetta dal fogliame e risulta pertanto dificilmente osservabile. A seguito della sua elusività, la capinera non riveste un ruolo particolare cultura e sono poche le leggende e le testimonianze che la riguardano. Tra queste la più significativa è forse il racconto di Giovanni Verga “Storia di una capinera”. “ Avevo visto una povera capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia; ci guardava con occhio spaventato; si rifugiava in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell’azzurro del cielo, li seguiva con nuno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi, non osava tentare di rompere il fil di ferro che teneva carcerata, la povera prigioniera. Eppure i suoi custodi, le volevano bene, cari bambini che si trastullavano col suo dolore e le pagavano la sua malinconia con miche di pane e con parole gentili. La povera capinera cercava rassegnarsi, la meschinella; non era cattiva; non voleva rimproverarli neanche col suo dolore, poiché tentava di beccare tristamente quel miglio e quelle miche di pane, ma non poteva inghiottirle. Dopo due giorni chinò la testa sotto l’ala e l’indomani fu trovata stecchita nella sua prigione. Era morta, povera capinera! Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino c’era qualche cosa che non si nutriva soltanto di miglio, e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete”. da “Adamello Brenta Parco” n.1/2013 STRADE del Grappa e di passo Rolle di Ierma Sega - foto di Giovanni Cavulli Con la strada statale provinciale 50 del Grappa e di passo Rolle, continua il viaggio lungo le strade storiche del Trentino.Un viaggio alla scoperta delle antiche vie: le strade uniscono, creano rapporti, scambi, comunicazioni, contaminazioni, e la lungimiranza e il volere dei cittadini, mecenati, progettisti hanno aperto nuove vie e ne hanno promosso la realizzazione. Un impegno di proporzioni di prima grandezza che, a distanza di anni e alla luce dei progressi ingegneristici e tecnologici, appare oggi come una vera e propria conquista sulla natura. l tratto tra Predazzo e passo Rolle della strada 50 del Grappa e del passo Rolle collega le due province di Trento e Belluno. Si sviluppa in Trentino lungo un itinerario che è un autentico inno al turismo collegando tra loro mete conosciute e apprezzate: San Martino di Castrozza, Predazzo, il Parco naturale di Paneveggio e il valico alpino di Passo Rolle che, a 1984 metri metri sul livello del mare, è un luogo spettacolare della natura dove le rocce in porfidi quarziferi del Lagorai nelle loro colorazioni tra rosso, bruno e verde, si contrappongono alle candide cime dolomitiche delle Pale di San Martino. Proprio il turismo è una delle evidenti costanti delle località messe in collegamento dalla strada che conduce a quella che è la sua vetta simbolo: il Cimon della Pala. Asceso per la prima volta il 3 giugno 1870 da E.R. Whitwell e Santo Siorpaés di Cortina e Christian Lauener di Lauterbrunnen, il Cimon della Pala è una cima nota non solo a turisti a appassionati di montagna ma anche lettori e bibliofili. Il suo “battesimo letterario” è del 1867 allorché l’irlandese John Ball (1818-1889) diede alle stampe la prima guida turistica delle Alpi Orientali. Fu lui a coniare un paragone rimasto caro a tanta parte di letteratura e mettere in relazione il Cimon della Pala col Cervino. «Per quanto ardito sia lo sviluppo del Cervino, esso ha tuttavia l’impronta della solidità, mentre pel Cimon è da supporre che il cader di una sola pietra dell’immane torrione, trarrebbe con sé in rovina tutta la gigantesca costruzione», scrisse anticipando le osservazioni che, anni dopo, saranno riproposte anche dall’alpinista, scrittore e fotografo Guido Rey (1861-1935). Pure quest’ultimo paragonò il Cimon della Pala a «un Cervino più scosceso, più sottile del mio... non so se per magia di questo cielo orientale che ha trasparenze e veli ignoti agli altri cieli delle Alpi, o pel segreto delle proporzioni mirabili delle architetture dolomitiche». Nel 1872 la scrittrice Ameila Edwards I (1831-1892) nel suo “Cime inviolate e valli sconosciute” descrive «spaccature verticali così terrificanti che sembra debbano spalancarsi da un momento all’altro e fare precipitare l’intera massa di rocce» e tre anni dopo l’alpinista inglese Douglas William Freshfield (1845-1934) nel suo capolavoro letterario “The Italian Alps” scrive come una «vetta del Cimone irrompente attraverso la nebbia può spaventare un viaggiatore nervoso, il quale può avere l’impressione di sentirsela crollare addosso da un momento all’altro». La fortuna letteraria del Cimon della Pala trova compimento anche al di fuori del genere della letteratura di montagna. Nel 1924 sarà lo scrittore e drammaturgo tedesco Arthur Schnitzler (1862-1931) a far esprimere alla sua signorina Else, sentimenti di estatica ammirazione: «È così bello che quasi piangerei - afferma lei, per poi aggiungere - troppo grande il Cimon, fa paura, pare che voglia cascarmi addosso». E il viaggiatore moderno? Quale la sua reazione al cospetto di un simile spettacolo della natura? Difficile sottrarsi alla malia di tanta forza. Chi ha la fortuna di ammirare il Cimon della Pala al tramonto difficilmente ne scorda l’emozione: l’accesa tonalità rosso-porpora che si esalta alla luce crepuscolare ed è dovuta alla presenza di una piccola percentuale di ossidi di ferro nella roccia, è uno spettacolo imperdibile. Così come lo sguardo sulle montagne visibili dal passo: oltre al Cimon della Pala, Cima Vezzana - la più alta del gruppo con i suoi 3192 metri di altitudine sul livello del mare -, Cima Colbricon all’inizio della catena del Lagorai, Cima Bocche e Cima Juribrutto, la Val di Fiemme con il Gruppo Adamello-Brenta. Ma l’incontro con un luogo tanto generoso non si esaurisce così. E’ impossibile non lasciar indugiare lo sguardo sui fienili con tronchi di legno nei pascoli e i prati in località Bellamonte, sul lago artificiale di Fortebuso, su Forte Dossaccio, che da qui si raggiunge, sul Parco Paneveggio Pale di San Martino. Con una superficie di quasi 20mila ettari, il parco è l’abitat ideale di numerosi animali tra i quali il cervo e, su un area di 2700 ettari, ospita la foresta di violini, un’area ricca di abeti rossi che gli antichi liutai utilizzarono per realizzare le casse armoniche di numerosi strumenti ineguagliabili. Ad aguzzare bene la vista, sullo sfondo pare ancora di intravvedere l’incedere lento di Stradivari, attento a cogliere nel fremere della foresta la risonanza perfetta di uno dei suoi magici violini... da “il Trentino” Rivista della Provincia Autonoma di Trento n. 321 76 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 A tavola con i Lares L’ALLORO ’alloro è una pianta assai rinomata sia per le forti proprietà aromatiche, molto sfruttate nell’arte culinaria per quel gradevole sapore che comunica ai cibi, sia per le sue numerose proprietà medicinali. Tuttavia, presso gli antichi popoli, questa pianta aveva anche altre funzioni: in Grecia era consacrata ad Apollo, che era raffigurato sempre con la corona d’alloro; e la leggenda narra che in alloro fu trasformata Dafne, quando volle sfuggire ad Apollo. Sempre d’alloro fu la corona dei vincitori ad Olimpia e a Roma; con le sue fronde furono pure incoronati imperatori, poeti, uomini illustri, medici e filosofi. Nel Medioevo l’alloro era utilizzato per le ghirlande con le quali si incoronavano gli artisti e i neodottori (usanza tuttora in vigore), da cui l’origine della parola “laurea”. La pianta è originaria dell’Asia Minore, ma già fin dai tempi antichi, era diffusa in tutta l’area mediterranea. [...] è ampiamente coltivato e talora pure inselvatichito e può vegetare fino a quote vicino ai 1000 metri d’altitudine, qualora il luogo sia ben esposto. [...] L’alloro (Laurus nobilis) è chiamato anche lauro (dal celtico “lauer”, ossia “verde”, per le foglie persistenti); con questo appellativo, dal quale deriva anche il nome della famiglia (Lauracee), è da sempre considerato simbolo di gloria e di vittoria. [...] Dell’alloro si utilizzano le foglie e i frutti: le prime si possono raccogliere tutto l’anno, i secondi si raccolgono a completa maturazione (ottobrenovembre). Le foglie si possono essiccare, lasciandole attaccate ai rami, in un locale ombroso e ben aerato; andranno poi riposte al buio, chiuse in contenitori di vetro. I frutti vanno essiccati al sole o in forno a temperatura non molto elevata. L’alloro possiede spiccate proprietà carminative, stimolanti, aromatizzanti, espettoranti, antisettiche, diaforetiche (provocanti sudorazione) ecc., ma la sua efficacia terapeutica è legata soprattutto allo stomaco: ne calma gli spasimi, favorisce la digestione e ne combatte l’astenia. Le foglie e i frutti contengono un olio essenziale, detto cineolo, la cui azione, anche a dosaggi bassissimi, è molto marcata: per scopi terapeutici va perciò usato con prudenza e moderazione, ricordando che la dose massima giornaliera per un adulto non dovrà mai superare le 10 gocce! L’essenza, date le sue proprietà lenitive e antidolorifiche, viene utilizzata anche per massaggiare zone colpite da reumatismi, distorsioni, slogature, artriti, torcicolli ecc. L’infuso, ottenuto mettendo due foglie secche spezzettate in una tazza d’acqua bollente (lasciare in infusione per 10 minuti e poi filtrare), agisce come stimolante generale dell’organismo ed è anche antisettico e purificatore di tutto l’apparato digerente. Per fare un bagno tonico e ristoratore si può versare nella vasca il decotto ottenuto con due manciate di foglie fresche, messe a bollire per cinque minuti in un litro d’acqua. In cucina l’olio essenziale è utile per cuocere il fegato o aromatizzare pesci, carni di maiale, lessi, ragù e tanti altri piatti: poche gocce sono sufficienti per aromatizzare la pietanza e togliere ai condimenti stessi l’eccesso di grasso. Le foglie, unitamente all’aglio, al vino, alle spezie ecc., entrano di diritto in tutte le carni marinate; tuttavia, data l’intensità del sapore, si dovrà fare molta attenzione al dosaggio. L AI LARES Splendido agriturismo fattoria didattica realizzato in una ex caserma militare ubicata quasi al culmine del passo di Sant’Antonio, valico collegante Auronzo di Cadore e Padola di Comelico Superiore. Immerso nel verde di boschi e pascoli in estate è ideale punto di partenza di passeggiate ed escursioni. In inverno sono comodamente accessibili il comprensorio sciistico di Padola e le Terme di Valgrande. 78 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 Delizie selvatiche. Nei tempi passati i nostri contadini, assieme alle tante varietà di frutta coltivata, tenevano in gran conto anche i frutti selvatici che maturavano sulle siepi e sugli arbusti ai margini dei campi, nei prati incolti, nei boschi e lungo i sentieri di campagna. Ogni stagione offriva la sue “specialità” e i bambini, in particolare, ne andavano molto ghiotti perché in quegli alimenti trovavano le vitamine e i minerali di cui il loro gracile organismo necessitava. Queste specie anche allora erano considerate “minori”, rispetto a quelle che il mercato richiedeva, tuttavia non venivano mai trascurate perché servivano, nella stragrande maggioranza dei casi, per il consumo famigliare, sia fresche che trasformate in conserve, liquori, gelatine, ecc., esse costituivano un’autentica delizia per il palato! Nel corso dei secoli la popolazione rurale delle nostre vallate ha assegnato a questi prodotti anche un importante ruolo curativo, oltre che alimentare. Il sapore delle corniole è particolarmente legato ai miei ricordi d’infanzia. Quando la bachicoltura ebbe a cessare, i gelsi rimasti accanto alle case coloniche fornirono ancora ai contadini i loro frutti dolcissimi, ossia le gustose more, bianche, nere e rosate, che costituivano un’autentica leccornia per i bambini ed anche un’opportunità per le massaie che ne traevano gustose e insolite ricette. Anche le marasche facevano parte di quei frutti minori. Talora, durante le afose giornate estive, piluccavamo direttamente dall’albero queste piccole ciliege dalla polpa piuttosto acidula e asprigna; più spesso le nostre mamme e nonne le conservavano al naturale con lo zucchero e sotto grappa o ne facevano sciroppi e gustose marmellate. E che dire del rustico sambuco, quasi sempre presente accanto alle case rurali, di cui era possibile utilizzare sia la corteccia e le foglie, che i frutti e i fiori, tutte parti dotate di proprietà numerose terapeutiche? Sono, infatti, moltissime le ricette sia mediche che culinarie, tramandateci dalla civiltà contadina, che si possono preparare con questa benefica e antichissima pianta. Una delle tante è costituita dall’ottimo infuso, col quale si possono combattere gli stati febbrili, l’influenza e tutte le malattie da raffreddamento. Basta versare 2 cucchiaini di fiori essiccati in una tazza d’acqua bollente, filtrare e bere caldo con aggiunta di latte e miele. Confettura di corniole Poiché le corniole non si prestano ad essere disossate, è necessario precuocerle per poter passare la polpa al setaccio ed eliminare i noccioli. Aggiungre poi ad ogni kg di passato circa 750 g di zucchero, cuocere a fuoco dolce e per poco tempo perché questa marmellata tende subito ad ispessire. Essendo le corniole un po’ acidule, vi si possono mescolare frutti di stagione, ad esempio pere (o mele). Liquore di more Ingredienti: g 600 di more, g 300 di zucchero e 1 litro di grappa Mettere le more, lo zucchero e la grappa in un vaso ed esporlo al sole per 4 giorni, agitandolo di tanto in tanto per far sciogliere lo zucchero. Ritirare il vaso e tenerlo al buio e all’asciutto per 40 giorni; quindi filtrare e imbottigliare. Prima di consumare il liquore lasciarlo “invecchiare” per 2 mesi. di acqua gelata, potrà costituire un’ottima bibita dissetante contro la calura estiva. Marasche giulebbate Sciroppo di sambuco Ingredienti: 2 kg di marasche e 2 kg e mezzo di zucchero Ingredienti: 12 fiori di sambuco, 4 limoni, 1 litro d’acqua, 1 kg di zucchero, un bicchiere di vino bianco o di aceto (però scarso). Dopo aver tolto i piccioli, tenere i frutti al sole per una giornata; metterli poi in un recipiente assieme a un baccello di vaniglia e ad un pezzetto di cannella e porli sul fuoco. Lasciar bollire lentamente fino a quando non si sarà formato un po’ di succo, allora aggiungere lo zucchero, un po’ alla volta e mescolando di continuo. Lasciar bollire a fuoco basso finché le ciliege saranno scure e grinzose. Invasare a caldo e chiudere ermeticamente. All’occorrenza, si potrà mettere qualche cucchiaiata nella macedonia o sopra il gelato. Una piccola dose di questo dolcissimo giulebbe privo di frutti, versando in un bicchiere Tipico della tradizione contadina ma molto noto e utilizzato ancor oggi è anche lo sciroppo di sambuco, da sempre considerato una bibita “terapeutica”, rinfrescante e diuretica. Mettere in un recipiente smaltato o di cotto l’acqua, i fiori di sambuco, i limoni spremuti e tagliati a pezzi (buccia compresa). Lasciar macerare 3-4 giorni, dopo di che filtrare il liquido dentro una pentola, strizzando bene i fiori e i limoni macerati per non perdere niente, aggiungere lo zucchero e l’aceto e portare all’ebollizione facendo cuocere per un paio di minuti. Imbottigliare freddo. A TAVOLA COI LARES 79 L’orto sottovetro. Mentre le giornate sono ancora calde e il sole manda sulla terra i suoi ultimi raggi infuocati, è davvero rilassante, e pure giovevole alla salute, poter uscire nei campi a cogliere la frutta e la verdura di stagione, per averne di riserva anche nel periodo più sterile dell’anno. Anche nei tempi passati, in particolare durante la stagione estiva, nei casolari delle vallate trentine vigeva l’usanza di mettere sotto vetro e di conservare gelosamente molti prodotti dell’orto e della campagna. Lavorati con mani sapienti dalle brave massaie e insaporiti quel tanto che bastava, frutta e ortaggi venivano poi consumati con metodicità nel corso del lungo inverno, conferendo alle pietanze un tocco di sapore particolarmente gradito. Mia madre era solita preparare due conserve un po’ insolite, ma gustose: i pomodori sott’aceto e la marmellata di pomodori verdi. Anche le zucchine si prestavano egregiamente ad essere conservate a lungo; preparate in agrodolce, costituivano un ottimo antipasto da gustare anche fuori stagione. Non potevano mai mancare sulle parche mense contadine, in occasione delle feste e delle ricorrenze più importanti, i prelibati funghi sott’olio: quando il tempo o qualche provvidenziale sosta dall’assiduo lavoro nei campi lo permettevano, si andava in montagna alla ricerca dei gustosi porcini o di altre qualità di funghi adatti alla conservazione sott’olio o sott’aceto. A casa ci si dedicava poi al gradito compito della cernita e ripulitura. In estate si preparavano anche le confetture di pesche e di albicocche, tanto deliziose quanto desiderate da noi bambini che aspettavamo spesso l’occasione propizia per andare di soppiatto in dispensa a farne... man bassa! Pomodori acerbi sott’aceto Ingredienti: pomodori verdi, aceto,, vino acidulo, cipolle, peperoni. Lavare e asciugare con cura i pomodori e riporli in un grande vaso di vetro. Unire, a piacere, qualche peperone e qualche cipolla intera (senza togliere le foglie gialle esterne), quindi colmare il vaso con l’aceto. E’ preferibile usare un aceto poco forte per non rendere le verdure troppo piccanti. L’ideale sarebbe mescolare l’aceto in parti uguali con del vino un po’ acidulo dell’annata precedente. Chiudere i vasi e conservarli in cantina o in luogo buio, fresco e asciutto. Marmellata di pomodori verdi Ingredienti: 1 kg di pomodori puliti, ¼ di kg di mele piuttosto acerbe, 800 g di zucchero, succo di un limone, un po’ di cannella (in stecche) e di chiodi di garofano. Prendere dei pomodori verdi ma al loro massimo sviluppo, lavarli e tagliarli a fettine eliminando tutti i semi, pesarli e metterli in una terrina con lo zucchero assieme alle mele sbucciate e tagliate a fettine sottili. Mescolare bene e lasciar riposare 24 ore. Il giorno 80 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 dopo metterli al fuoco, aggiungere il succo del limone, la cannella e i chiodi di garofano e cuocere a lungo, mescolando fino alla giusta consistenza. Versare in vasi ben puliti e chiudere a caldo. Zucchine in conserva Ingredienti: 1 kg di zucchine, 2½ bicchieri di olio di semi, 2 bicchieri di aceto, 3 cipolle, 9 foglie di basilico, 3 spicchi d’aglio, 3 cucchiaini di sale fino, un rametto di rosmarino e uno di origano. Tagliare a fettine sottili le zucchine, le cipolle e l’aglio e mescolarli in una pentola con tutti gli altri ingredienti. Far bollire il tutto per 5 minuti e poi lasciar raffreddare nella pentola. Versare in vasi di vetro a chiusura ermetica e assaggiare dopo 8-10 giorni. Funghi sott’olio Ingredienti:1kg di funghi porcini, uno spicchio d’aglio, 2-3 foglie d’alloro, 4 dl di aceto bianco, olio, sale. Raschiare bene i funghi per asportare il terriccio e staccare il cappello dai gambi. Lavarli più volte in acqua fredda, badando a cambiare spesso l’acqua finché essa non sarà perfettamente pulita. Mettere a bollire in una pentola l’aceto e 2 dl d’acqua; salare, immergervi i funghi e far bollire per una decina di minuti. Scolare poi i funghi, metterli sgocciolare per qualche minuto sopra uno strofinaccio pulito e sistemare infine in vasi di vetro con le foglie d’alloro e l’aglio. Coprire il tutto con buon olio d’oliva e tappare ermeticamente. Confettura di albicocche Ingredienti: 1 kg di albicocche snocciolate, 850 g di zucchero, 1 limone. Lavare e asciugare le albicocche, tagliarle in quattro asportando il nocciolo, affettare finemente il limone e mettere tutto in una pentola assieme allo zucchero, aggiungendo anche 1 dl d’acqua. Mettere al fuoco rimestando di continuo con un mestolo di legno per evitare che attacchi sul fondo. Il tempo di cottura è di circa un’ora, ma molto dipende dal grado di maturazione dei frutti e dal liquido in essi contenuto. Con queste stesse dosi si può preparare anche la confettura di pesche. Iris Fontanari © Provincia Autonoma di Trento Ass. Prov. Agricoltura e Foreste Gruppo Filatelici di Montagna * Affiliato alla Federazione fra le Società Filateliche Italiane * Socio dell’Ass. “Ardito Desio” * Socio dell’Associazione Italiana di Maximafilia * Socio del Circolo Filatelico “Guglielmo Marconi” }* Socio Centro It. Fil. Resistenza e-mail: [email protected] c/c postale n. 14266373 intestato: CAI Auronzo. 32041 Auronzo di Cadore BL “Quando arrivi in vetta ad un monte non fermarti, continua a salire” Un Maestro del buddismo Zen - MERAVIGLIOSE LAVAREDO - RITORNO ALLE TRE CIME - IL FESTIVAL DI TRENTO - MANER LUALDI A MILANO - SPEDIZIONI AL POLO NORD E... DINTORNI www.filatelicidi montagna.com MERAVIGLIOSE LAVAREDO RICORDANDO QUEL GIORNO DEL 2008 Ed. Stab. Fotogr. Lor. Fränzl. Bolzano. 1934 Eigentum und Verlag K. Redlich, Innsbruck Hans Gerl Photograph Ruhpolding (Oberb.) 82 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 24 luglio 2008 Le Tre Cime di Lavaredo, simbolo incontrastato delle Dolomiti, ottengono con l’emissione di un francobollo a loro dedicato l’ennesimo attestato di riconoscimento come splendide cattedrali di roccia universalmente conosciute ed ammirate da migliaia di visitatori. La cittadinanza auronzana è orgogliosa di essere entrata a far parte del mondo della filatelia con le sue montagne simbolo che, incorniciate in un oggetto artistico di grande suggestione e di notevole forza comunicativa come è il francobollo, sapranno portare in ogni parte del mondo l’immagine di questa splendida triade dolomitica che fa da sfondo alla valle dell’Ansiei e che può essere ammirata da tutto il centro abitato di Auronzo di Cadore e dalla sua famosa frazione di Misurina, dalla quale può essere facilmente raggiunta percorrendo una comoda strada. Una volta arrivati ai Piedi delle Tre Cime di Lavaredo, e camminando lungo i ghiaioni che le circondano, non sarà difficile intravedere nella tipica conformazione della pietra dolomitica i segni inconfondibili di quello che circa 230 milioni di anni fa era un grande mare tropicale che ha dato vita alle Dolomiti. Dalla seconda metà del 1800, con l’inizio della storia dell’alpinismo, le stesse Tre Cime sono diventate la massima espressione dell’arrampicata su roccia. Poste al confine tra il Comune di Auronzo di Cadore e quello di Dobbiaco, e storicamente su quello di Stato, durante la prima guerra mondiale sono state teatro di sanguinosi scontri in considerazione dell’importanza strategica della posizione che le cime rivestivano, ed anche attualmente nelle loro vicinanze si possono vedere numerosi ruderi di acquartieramenti militari recentemente restaurati a testimonianza della memoria storica ed a beneficio di turisti ed appassionati. Auronzo di Cadore con i suoi tre laghi di Auronzo, Misurina e d’Antorno e con le innumerevoli bellezze paesaggistiche si pone come meta turistica ideale. Bruno Zandegiacomo Orsolina Sindaco di Auronzo da “Il Collezionista” N. 11 Novembre 2013. Bolaffi Editore Fotografia Giacinto Ghedina - Cortina. 1926 Brunner & C., Como 24 luglio 2008 Superbamente isolate dalle vette circostanti, stagliate all’orizzonte, slanciate verso il cielo, irraggiungibili nella unicità e purezza delle forme, uniche per fascino, universalmente conosciute: queste sono le magiche “Tre Cime”. Naturale che esse abbiano scritto pagine memorabili nella storia dell’alpinismo, sin dal 1869, quando Paul Grohmann - alpinista viennese - con le guide altoatesine Peter Salcher e Franz Innerkofler raggiunse la “Cima Grande”. Dieci anni dopo furono Michl Innerkofler, di Sesto Pusteria con Georg Ploner - nostro concittadino di Dobbiaco - a conquistare per primi la “Cima Ovest”. Solo due anni dopo nel 1881 i fratelli Innerkofler posero per primi il loro scarpone sulla agognata “Cima Piccola”. A questi pionieri fecero seguito centinaia di scalatori ed alpinisti attratti dal fascino di queste vette, disegnandovi innumerevoli vie, sempre più ardite, sempre più dirette, che hanno scritto la storia dell’alpinismo. Risulta impossibile citarli tutti, anche se lo meriterebbero: le guide della Pusteria, gli Scoiattoli di Cortina, alpinisti di tutta Europa... Desidero solo ricordare l’impresa di R. Kauschke, P. Siegert e G. Uhnert che scalano in 16 giorni, dal 10 al 26 gennaio del 1963 ad una temperatura di -30° C la “superdirettissima” che porta alla Cima Grande, la “via dei Sassoni”! Da allora R. Kauschke non ha più lasciato Dobbiaco. Ma le Tre Cime sono state il “muto testimone” delle vicende della “Grande Guerra”. [...] Ed ancor oggi quando il ricordo di quegli anni sfuma, un residuo di reticolato, gli ultimi resti di un baraccamento, una semplice croce, ci ricordano quegli eventi, il sacrificio tremendo di decine di migliaia di giovani, e ci fanno meglio capire il valore della pace, la fortuna di poter “godere” di queste montagne e di questi panorami, di poterli offrire a tutti i nostri ospiti e visitatori, di poter essere occasione di ristoro del corpo e soprattutto dello spirito; di poter immergersi in questi ambienti magici, in quest’aria pura e tersa, in queste acque cristalline, con questi panorami e questi orizzonti ove si stagliano le Tre Cime, meraviglia del Creato, trade-union fra la terra e il cielo... Bernhard Mair. Sindaco di Dobbiaco RITORNO ALLE TRE CIME A 100 anni dalla Grande Escursione Alpina in Cadore è tornato il Touring Club Italiano Collezione V. Orlich l rag. Mario Tedeschi, Segretario del TCI, attraverso le sue conferenze di propaganda per la conoscenza della montagna e con l’organizzazione di escursioni estive, fu un fervido assertore dell’alpinismo popolare. Sotto la sua direzione il TCI effettuò nel settembre 1913 un’Escursione Nazionale Alpina in Cadore che ebbe ampia risonanza. Il Comando del 7° Reggimento Alpini, di stanza a Belluno, cooperò ai servizi logistici e fece accompagnare la carovana da 75 alpini, perfetti conoscitori della regione. A Misurina la comitiva venne salutata da Guido Larcher, Capo Console di Trento, da Giovanni Pedrotti, Presidente della Società Alpinisti Tridentini, e da Cesare Battisti, le cui calde parole strapparono insieme applausi e lagrime. [...] L’Escursione Nazionale in Cadore segnò il trapasso dai convegni ciclistici e dalle gite ciclo-alpine alle escursioni Nazionali, organizzate con nuovi criteri. [...] Il Touring allora si rivolse a manifestazioni collettive intese a far conoscere le regioni meno note del paese, dando così l’avvio a nuove correnti turistiche. Le escursioni del Touring ebbero costantemente carattere d’avanguardia e scopi culturali e di propaganda turistica; il contributo che il Sodalizio offerse così al progresso del turismo e alla reciproca conoscenza degli Italiani nelle varie regioni fu grandissimo: le sue comitive venivano ovunque accolte dalle autorità, dalle associazioni locali e dalla popolazione come prime messaggere del turismo italiano. [...] La guerra obbligò a sospendere queste e altre manifestazioni. I da “I sessant’anni del Touring Club Italiano” dal Bollettino Filatelico di Poste Italiane del 24.7.2008 84 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 RITORNO ALLE TRE CIME 85 IL FESTIVAL DI TRENTO 61 ANNI DEDICATI AL CINEMA DI MONTAGNA l cinema di montagna, una storia che va ben oltre il TrentoFilmFestival. Ne sono testimoni gli uomini - registi, alpinisti, esploratori, naturalisti e scienziati, poeti della montagna e cultori della settima arte - e le moltissime pubblicazioni di ogni genere che sono state dedicate al tema nel corso di questi anni. Soprattutto il mio pensiero va a quei pionieri che ci hanno lasciato un patrimonio immenso, riflesso di anime straordinarie; intendo riferirmi in particolare a tre di questi: Arnold Fanck, Leni Riefensthal, Luis Trenker. Mi sovviene quanto scriveva Franco de Battaglia nel 1993 e che ritengo ancora attuale: “Perché non fare della montagna attraverso il cinema un veicolo di nuovi valori fra gli uomini? Non una semplice rassegna di emozioni, ma una proposta reale con le immagini? “Sta tutto qui il manifesto innovativo del Filmfestival, la radicale differenza rispetto ai pur affascinanti dinosauri cinematografici degli anni ‘30. E qui sta anche la sua scommessa: trarre l’alpinismo dalla mitologia individuale della montagna e inserirlo in un circuito virtuoso di socialità e comunità. Portare la realtà come nuova linfa ai sogni, integrare l’energia della conquista con la riproposizione universale e internazionale di quel «modo di vivere» che è la montagna e la sua cultura. [...] proporre la montagna - attraverso i veicoli dell’alpinismo e del cinema - come una delle culture forti, delle opzioni vincenti nel vivere su questo pianeta, con pari dignità e forse con qualche chance in più rispetto alla cultura urbana. Una sfida ambiziosa [...] che ancora continua, che «resta» la sfida del Filmfestival”. Un contesto affascinante e assolutamente non facile per la filatelia ufficiale che si è limitata ad emettere un aerogramma il 19.1.1982 per celebrare il XXX FESTIVAL INTERN. DEL FILM DI MONTAGNA E DI ESPLORAZIONE “CITTA’ DI TRENTO” a proposito del quale, nel Bollettino Ufficiale di Poste Italiane N. 2/82, P. Zanotto scrive: “che è l’ «Università» del cinema di montagna, in quanto attraverso le annuali scelte delle sua commissione di selezione e quindi dei verdetti delle sue giurie, vi vengono in effetti laureate I 86 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 quelle opere che riescono a distinguersi, sul piano dell’agilità tecnica e del linguaggio formale, nella esposizione di precisi contenuti. Che sono poi quelli abbraccianti con l’alpinismo l’intera vasta gamma degli sport praticati in montagna, compresa la vita di coloro che in montagna abitano e di conseguenza l’indagine anche didattico-scientifica (talora con accenti di denuncia) rivolta alla protezione dell’ambiente; quindi le relazioni filmate sui viaggi di scoperta presso terre e popolazioni scarsamente conosciute. “Esempi di cinema dunque offerti come visioni aggiornate di problematiche emergenti e delle nuove tecniche sportive soprattuitto alpinistiche, affiancate spesso al ripescaggio di pellicole, singole o in gruppo, appartenenti al passato; per un discorso tematico, senza soluzione di continuità. “Queste ultime sono retrospettive di verifica e col sapore di omaggio nei confronti del contributo dato in epoche diverse da produzioni nazionali o da singoli cineasti coerentemente attivi nel doppio settore appunto della montagna e della esplorazione. “E menzioniamo tra gli altri per la Germania il pioniere Arnold Fanck, quindi l’allievo di questi, Luis Trenker, specializzatosi fin dagli anni trenta nel lungometraggio a soggetto ambientatao in montagna; per gli Stati Uniti Robert Flaherty; per l’Unione Sovietica Alexander Zguridi”. Ecco che allora assume particolare importanza l’impegno della Società Filatelica Trentina la quale dal 1973, ormai sono quaranta anni, ha voluto ricordare, a partire dall’allora 21a edizione, il Festival Internazionale Film della Montagna e dell’esplorazione “Città di Trento”. Una collezione che nel tempo ha assunto particolare rilievo presentandoci la sequenza pressochè completa di tutti i manifesti. Una raccolta in piccolo spazio di quanto è stato più volte oggetto di suggestive mostre. The Untouched Himalaya (1991), di Jan Boon IL FESTIVAL DI TRENTO 87 MANER LUALDI A MILANO nel 60° anniversario del Raid Artico Il GFM, di conserta con il Registro Italiano Alfa Romeo, il Registro Alfa “Matta”, l’Associazione Filatelica Lombarda, l’Associazione Italiana di Aerofilatelia, l’Associazione Italiana Collezionisti di Affrancature Meccaniche, Turinpolar e Circolo Filatelico Rhodense, ha celebrato solennemente presso l’IPER di Milano i Sessanta Anni del Raid Artico di Maner Lualdi. … È facile fra appassionati organizzare ed organizzarsi per promuovere iniziative che comunque si dimenticheranno dopo pochi giorni. È difficile invece coinvolgere in queste iniziative strutture ed Istituzioni che diano loro un supporto, non certo dovuto ma saggiamente accorto, e le trasformino da radunetti di ferri vecchi o mostre di fogli ingialliti in eventi che portino conoscenza e cultura … " Con queste belle parole, fra altre, il Dr. S. D'Amico Presidente del Registro Italiano Alfa Romeo club ufficiale ed internazionale della famosa Casa Italiana, ha posto il sigillo sulla manifestazione che i "soliti Mattisti" hanno organizzato assieme all'insostituibile sostegno del GFM e con il contributo dell'Iper attraverso il Dr. Ioppi, un Auronzano trasferitosi a Milano per la- " voro ma con il Cadore nel cuore, direttore della famosa società di grande distribuzione, che si è immediatamente resa disponibile ad aiutare la nostra iniziativa in Piazza Portello a Milano, sede di una bellisima struttura Iper. L'occasione di ricordare il 60° anniversario del Raid Artico Lualdi (1953-2013) era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire: i Mattisti ed i Filatelici di Montagna erano pronti a coglierla! Tutto infatti parte da lì, da quelle buste commemorative del Raid che nel 1953 furono trasportate con il piccolo aereo Girfalco (con motore Alfa Romeo) da Maner Lualdi e dal suo copilota Max Peroli. Una Matta accompagnò il viaggio attraverso le capitali europee, ed un ulteriore dispaccio postale fu portato da questa vettura preparata dall'Alfa Romeo per la speciale occasione: il Raid di Lualdi infatti voleva commemorare il sacrificio di Roald Amundsen disperso sull'Artico cercando l'amico U. Nobile che nel 1928 con il dirigibile Italia, a causa di un incidente dovuto alle avverse condizioni meteo, era precipitato e non aveva più dato notizie di sé e del proprio equipaggio. Nobilissimi intenti quindi, come nobile fu la partenza disgraziata del noto esploratore norvegese sacrificatosi per cercare l'amico. Maner Lualdi non era nuovo a tale tipo di nobili imprese. Nel 1948 ad esempio aveva trasvolato l'Atlantico con l'Angelo dei Bimbi, un piccolo aereo da turismo, per aiutare economicamente i mutilatini di guerra di Don Gnocchi - anche di questa impresa resta traccia con un famoso Aerogramma, tra le altre cose. L'impresa fu condivisa con il nobile Conte Leonardo Bonzi, altro grande personaggio legato alla Matta da imprese indimenticabili. Proprio su questi nobili intenti vorrei soffermare la nostra attenzione: quanti al giorno di oggi farebbero ciò ? Quanti genitori insegnano ai propri figli questi principi ispiratori? Quanta parte della società che dovrebbe dirigere il nostro Paese ci sta dando tali nobili esempi o ci fa capire che questa è la direzione giusta da seguire da parte di ognuno per poter proseguire il cammino che ci troviamo a percorrere ? La risposta è ardua. Il nostro intento, come ho avuto modo di esprimere in altra sede, oltre che il piacere personale legato alla propria passione, era soprattutto quello poter commemorare degnamente la ricorrenza di una importante impresa che vedeva un Italiano - Maner Lualdi - ed una marca Italiana - Alfa Romeo - al centro dell'attenzione mondiale non per scandali o peggio... ma per buoni sentimenti e cimenti, celebrandone al contempo la memoria perchè noi siamo anche la storia che ci portiamo dentro e che ci ha preceduto; ed in tal senso dobbiamo ricordare la Migliore Storia del nostro Paese e dei nostri Connazionali, per poter dare un insegnamento ai nostri figli. Credo che siamo riusciti a portare una ventata di conoscenza e cultura proprio nel cuore del luogo dove un tempo sorgeva una delle più importanti e storiche marche di auto: il Portello per l'Alfa Romeo è tutt'ora il cuore della Sua Storia; e chi ha avuto la pazienza di fermarsi, leggere, osservare durante la settimana di esposizione, ha potuto certamente capire e conoscere quanto non conosceva prima e quanto Milano. La postazione di Poste Italiane e del GFM con le Alfa “Matta” in mostra all’IPER 88 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 MANER LUALDI A MILANO 89 i nostri Connazionali hanno avuto a suo tempo la capacità di fare. E' importante tutto ciò in un periodo come quello che stiamo attraversando: scarsi sentimenti, scarsi buoni esempi, scarso senso Nazionale e purtroppo oserei dire anche scarsa cultura in parecchi casi. Cerchiamo quindi con le nostre "amate Matte" e con i nostri piccoli pezzetti di carta di creare non solo un capitolo di Storia, ma anche una cultura di nobili sentimenti. Se riuscissimo a farlo, almeno in parte, avremmo portato così il nostro miglior dispaccio postale. Enrico Checchinato Maner LUALDI - Nacque a Milano il 23 dic. 1912 da Adriano e da Wanda Stabile de Sailmberg. Il padre era direttore d'orchestra, compositore e critico musicale molto apprezzato, nonché direttore dei conservatori di Firenze e Napoli e organizzatore del Festival internazionale di musica di Venezia; lo studio della musica e la passione per il teatro furono alla base della formazione culturale del Lualdi (L.) e sarebbero divenuti il presupposto della professione da lui esercitata negli anni della maturità, quella di impresario teatrale, in cui profuse le energie di un temperamento dotato di un notevole spirito d'avventura. Fu proprio il carattere avventuroso che portò il L. a cimentarsi, sin dalla prima gioventù, in audaci raids aeronautici e anche automobilistici dai quali trasse spunto per reportages giornalistici, spesso poi pubblicati in volume, su cui si fondò la sua carriera di inviato speciale, principalmente per La Stampa e per il Corriere della sera. Pilota dell'Aeronautica militare, nell'estate del 1935 partecipò alla guerra in Africa orientale con la 15ª squadriglia da bombardamento battezzata la "Disperata", al comando di G. Ciano. Tra il 1937 e il 1938 si colloca l'episodio che gli dette la prima notorietà, il raid aereo da Torino a Rawalpindi, alle falde dell'Himalaya, e ritorno, a bordo di un CA 310, con cui stabilì un primato della categoria coprendo 24.000 km in 54 ore. Nel 1939 vinse il premio istituito da Il Popolo d'Italia, per aver effettuato il più rapido collegamento tra Roma e Addis Abeba con un volo senza scalo di 4500 km in 11 ore e 25 minuti. Durante la seconda guerra mondiale, come inviato della Stampa, seguì in particolare i combattimenti sulla Manica tra l'aeronautica tedesca e quella britannica, cui partecipò a fianco degli alleati tedeschi; la "battaglia d'Inghilterra", insieme con altre imprese aeronautiche, è narrata, con dovizia di particolari tecnici e militari, in Centomila chilometri di volo in pace e in guerra (Milano 1942). Nel dopoguerra continuò a praticare raids fra cui spicca quello compiuto nel gennaio 1949, a scopo benefico, al fine di raccogliere fondi per i "mutilatini" di don C. Gnocchi, da Torino a Rio de Janeiro e Buenos Aires, reso ancora più avventuroso da un uragano che fece deviare il velivolo dalla giusta rotta. Inviato speciale del Corriere della sera durante la guerra di Corea, il L. vi prese parte in prima linea, a fianco degli Americani, in una missione aerea su un caccia a reazione B-29 contro gli Yak sovietici. Il resoconto di questa esperienza si legge in Le paure del secolo. Corea, Indocina, Africa 1951, in cui la descrizione dell'Indocina e l'analisi della delicata situazione politica internazionale si integrano con la resa puntuale dell'atmosfera esotica; una parte del libro è inoltre dedicata al raid automobilistico 90 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 Milano-Tripoli-Mogadiscio, effettuato dal L. con una Alfa Romeo, attraverso le ex colonie italiane. Il 23 sett. 1951 il L., accompagnato da un operatore cinematografico, iniziò una nuova trasvolata, promossa dal Corriere della sera, a bordo di un piccolo aereo, costruito quello stesso anno dalla Macchi (il "Macchino") - lungo appena 6,5 m per un peso di 420 kg, ma dotato di un serbatoio supplementare che gli permetteva di coprire senza scalo 1200 km - con cui da Milano avrebbe dovuto raggiungere l'Australia. Il viaggio, tuttavia, si concluse fortunosamente dopo 16.000 km di volo a causa dell'imperversare dei monsoni che costrinse il L. a un atterraggio disperato nella giungla nell'isola di Sumatra. Resoconto di questa impresa è Naufragio nella jungla (ibid. 1952), in cui - di là dalla narrazione - si possono apprezzare sia le note di costume sui paesi visitati durante le tappe del viaggio sia le ponderate riflessioni sulla colpevole incomprensione del colonialismo europeo nei confronti delle diverse civiltà con cui era entrato in contatto. Nel 1953 realizzò una nuova impresa seguendo, sempre con un piccolo aereo, l'Ambrosini-Girfalco, il percorso, alla volta dell'Artide, del dirigibile Italia di U. Nobile, in ricordo di R. Amundsen, perito 25 anni prima nel tentativo di ritrovare e soccorrere i dispersi di quel celebre disastro; tale evento gli valse, nel 1954, una medaglia d'oro ed è puntualmente ricordato in Silenzio bianco. Cronache dell'Artico (ibid. 1953). Nel 1968 partecipò ancora al raid automobilistico Roma-Pechino, conclusosi a Canton, giacché tutti i partecipanti furono espulsi dalle autorità cinesi. Nel dopoguerra il L. aveva affiancato a queste sue imprese e al giornalismo l'attività di operatore culturale, intrapresa con grande professionalità. In particolare si dimostrò un valido organizzatore di eventi teatrali a Milano, città in cui risiedeva. Il suo esordio come impresario risale al 1946, quando assunse la direzione del teatro Excelsior dove promosse il Festival degli autori italiani. Si trattava di una sorta di torneo teatrale di atti unici, organizzato alla stregua di una competizione sportiva, nel quale erano impegnati nove autori (rispettivamente divisi in tre terne, con votazioni da parte del pubblico ed eliminatorie), con lo scopo sia di riuscire a vivacizzare l'ambiente con il coinvolgimento degli spettatori sia di presentare autori noti o emergenti della scena italiana (fra cui figurarono, infatti, G. Loverso, E. Emanuelli, A. Campanile, G. Vigorelli, D. Buzzati, G. Mosca, E. Flaiano, L. Longanesi, S. Giovaninetti). Sempre nel 1946 il L., su richiesta di P. Grassi, ospitò all'Excelsior la rappresentazione di Piccoli borghesi, di M. Gorkij, con la regia di G. Strehler, che costituì una MANER LUALDI A MILANO 91 sorta di anteprima del futuro Piccolo Teatro; l'anno seguente fondò e diresse con P. De Filippo la compagnia Palcoscenico dell'Arlecchino. Nel 1955 presentò al teatro Olimpia il Teatro delle 15 novità, riproponendo il collaudato meccanismo della gara, con relativa votazione da parte degli spettatori per la pièce preferita. Il L. curò personalmente la regia di tutti gli spettacoli, rappresentati settimanalmente, dimostrando una notevole apertura culturale nella particolare scelta di testi anticonformisti o di autori non ancora affermati, di alcuni dei quali intuì subito il talento (fra gli autori: O. Vergani, Buzzati, I. Montanelli, Mosca, C. Manzoni, A. Moravia, Campanile, Longanesi, G. Marotta e B. Randone, S. Pirandello, A. Loria). Dal 1959 assunse la gestione del S. Erasmo, fondato nel 1953 da C. Lari e da L. Ferro, di cui apprezzava particolarmente la peculiarità dello spazio scenico, a pianta centrale - che permetteva un contatto immediato e diretto con il pubblico, dal L. sempre perseguito -, dove continuò a portare avanti la sua politica di promozione della produzione teatrale italiana contemporanea. La sua direzione durò sino al 1967, anno in cui per problemi economici, fu costretto a lasciare. Al S. Erasmo, come negli altri teatri che aveva diretto, il L. curò la regia di molti famosissimi spettacoli, tra i quali: Il kibbutz di Montanelli, La campana della tentazioni (commedia di Mosca liberamente tratta da Lisistrata di Aristofane) e La cena della beffe di S. Benelli nel 1961; La fiaccola sotto il moggio di G. D'Annunzio nel 1963; L'avaro di Molière e Otello di W. Shakespeare nel 1964; Tutto per bene di L. Pirandello ed Edipo re di Sofocle nel 1966. Del curriculum del L. come regista si ricordino ancora la prima rappresentazione nel XX secolo della commedia di Pietro Aretino Il marescalco, di cui curò anche la riduzione, al teatro Olimpico di Vicenza nel settembre 1960; e una memorabile edizione di Romanticismo di G. Rovetta, rappresentata in occasione delle celebrazioni per il centenario dell'Unità d'Italia, il 9 ott. 1961, alla Piccola Scala di Milano. Si cimentò anche nella regia di opere liriche dirigendo al teatro Comunale di Firenze, nella stagione lirica 1953-54, Il console di G. Menotti e La figlia del re del padre, A. Lualdi. Per il Maggio musicale fiorentino firmò le regie di Agnese di Hohenstaufen, di G. Spontini, e de Il diavolo nel campanile, di A. Lualdi, nel 1954, nonché di Falstaff di G. Verdi l'anno successivo. Generalmente la critica apprezzò nelle regie del L., soprattutto quelle degli spettacoli di prosa, il ritmo e la capacità di coinvolgere il pubblico; le stesse rivisitazioni dei classici, seppure attuate con il dovuto rigore filologico, furono generalmente caratterizzate da un tono vivace e sostenuto, quasi da vaudeville. Attivo alla televisione e alla radio, dove curò alcune rubriche fisse, fu direttore delle riviste aeronautiche Ala d'Italia e Spazio. Per il cinema, nel 1951, diresse con L. Bonzi Una lettera dall'Africa e nel 1953 produsse Eroi dell'Artide, il documentario di L. Emmer, ispirato alle imprese aeronautiche. Il L. morì il 13 sett. 1968 a Trieste, dove si trovava per un periodo di riposo dopo le fatiche del raid Roma-Pechino. Fra i suoi scritti vanno ricordate, oltre ai libri attinenti all'impegno di giornalista e inviato speciale dei quali si vedano ancora Voli di guerra in Africa, prefaz. di G. Valle, Milano 1936; Italiani per aria, ibid. 1968 -, due operette, dal tono favolistico e moraleggiante: La rivoluzione di Sepino (Torino 1944) e Storia magica del professor Alan (Roma 1946). Fonti e Bibl.: Necr., in Corriere della sera, 15 sett. 1968 (G. Mosca); R. De Monticelli, in Il Giorno, 11 nov. 1961; Id., ibid., 14 genn. 1962; G. Brera, Prefazione a M. Lualdi, Italiani per aria, cit., pp. 1117; E. Pozzi, I maghi dello spettacolo: gli impresari italiani dal 1930 ad oggi, Milano 1990, pp. 164 s. P. Bartoli Am - Tratto da Dizionario Biografico degli Italiani. Patrizia Bartoli Amici 92 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 SPEDIZIONI AL POLO NORD E... DINTORNI di Franco Giardini. Associazione Grande Nord. Leumann in dalla remota antichità le terre che si supponeva fossero a Nord delle famose "colonne d'Ercole" avevano suscitato forte curiosità ed attrattiva per i popoli navigatori. "Terra nondum cognita", così i latini, i mediterranei avevano denominato tutta quella parte del globo a settentrione; mentre i normanni, i vichinghi e i popoli nordici l'avevano identificata come Terra di Odino. Tutti ardivano andare a Nord, sempre più a Nord, a dispetto dei limitati mezzi tecnici di cui allora si disponeva. Sappiamo che Pitea, marsigliese, raggiunse la Groenlandia o forse Terranova; così come sappiamo che gli audaci Pomori, popolazione rivierasca siberiana contrapposta ai Vikinghi, certamente giunsero in Islanda e forse in Groenlandia dove invece si insediarono i biondi normanni. Poi verso il Nord estremo praticamente non si avventurò più nessuno se non Barents che nel 1596 scoprì le Spitzbergen. Solo nell'800 si ebbero i primi veri tentativi indirizzati al Polo Nord. Primo fra tutti fu l'inglese Parry che, inviato dall'Ammiragliato, tentò di raggiungere con la famosa nave "Hecla" e con due scialuppe-slitta la vetta del globo. Difficoltà incredibili lo fermarono a 82°N sopra le Svalbard. Quindi Pajer e Weyprecht "scoprirono" l'arcipelago di F. Giuseppe con la nave "Teghetthoff". Nel 1897 fu poi la volta della tragica, e al contempo romantica, spedizione di Andrèe, Strindberg e Fraenkel che con un pallone aerostatico tentarono, partendo dall'isola dei Danesi alle Svalbard, di raggiungere il Polo. La perdita di una delle catene stabilizzatrici della mongolfiera, i forti venti e l'indebolimento della tela causarono lo schianto del pallone sull'isola Bianca all'estremo Nord-Est dell'arcipelago. I corpi dei tre sfortunati esploratori furono ritrovati casualmente solo 33 anni dopo. Nel 1899-1900 la Regina Margherita aiuta il Duca degli Abruzzi, suo prediletto, a trovare la grossa somma di 900.000 lire per tentare l'avventura al Polo con la "Stella Polare". Sarebbe un successo enorme per la piccola monarchia sabauda! Raggiunta la Baia di Teplitz, all'estremo Nord dell'arcipelago di F. Giuseppe, la spedizione prepara il campo per lo sverno e poi, dopo due tentativi abortiti inizialmente, Cagni F 94 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 e la sua pattuglia raggiungono in slitta gli 86°34' di lat. Nord. Non è il Polo ma è pur sempre, per quei tempi, il primato di massima latitudine mai toccata a Nord. Seguirono poi altre importanti spedizioni che tentarono di raggiungere la cima del mondo: Jackson, l'americano Wellmann e poi soprattutto Peary e Cook, sulla cui sincerità nell'attribuirsi ciascuno l'impresa di aver toccato il Polo si sono consumati fiumi di inchiostro e si è sviluppata una "querelle" che ancora oggi appassiona gli studiosi polari. Secondo le più recenti teorie e studi oggi si dà per certo che nessuno dei due abbia raggiunto il Polo. Tra le spedizioni più storicamente importanti non possiamo dimenticare quelle di Amundsen con la nave "Maud" e quella di Nansen con la "Fram", oggi esposta in un interessante museo a Oslo. Nansen riuscì a dimostrare per primo la deriva dei ghiacci della calotta artica in senso orario. Altri audaci tentarono l'impresa. Nel 1925 Byrd, altro americano supersponsorizzato e dotato di molta ambizione e pochi scrupoli, sapendo dei progetti di Nobile volle batterlo sul tempo. Organizzò una spedizione aerea e disse di aver volato sul punto più a Nord del mondo, salvo poi esser sbugiardato ufficialmente pochi anni fa, a posteriori, dagli stessi mass-media americani. Nel 1926 e nel 1928 Nobile con i dirigibili "Norge" e "Italia" compì un'impresa audacissima e di grandissimo valore internazionale di cui solo le tipiche meschinità politiche e le invidie di qualche personaggio concorsero ad ovattare la risonanza. Del dirigibile "Italia" è nota la tragedia e l'odissea dei naufraghi della "tenda rossa". Con l'epoca di Nobile e le sue imprese entra prepotentemente in scena anche la storia postale che sino ad allora era stata un corollario - tranne che per l'impresa di Amundsen. Per la prima volta infatti è noto un certo numero di buste che hanno viaggiato con l'equipaggio e che hanno fatto un vero percorso. Dopo Nobile è la volta, nel 1931, di Sir Hubert Wilkins con un vecchio sottomarino americano battezzato "Nautilus". Nel suo progetto c'è il Polo o quantomeno l'Alto Artico - avrebbe dovuto raggiungere la Terra di F. Giuseppe ed essere presente ad un rendez-vous con il rompighiaccio sovietico Malyghin e il dirigibile tedesco Graf Zeppelin per uno scambio di posta e poi proseguire verso il Polo. Ma numerose avarie ritardano la sua navigazione e, infine, come rivelato di recente nel libro "Sabotage in the Arctic", un vero e proprio sabotaggio da parte di alcuni componenti dell'equipaggio terrorizzati all'idea di navigare sotto i ghiacci con quel "coso", ne ferma il viaggio poco a Nord delle Svalbard. Con il dopo guerra e con lo sviluppo tecnologico si aprono nuove prospettive che porteranno finalmente l'uomo a raggiungere il Polo con diverse modalità o a toccare le aree circostanti. Nel 1953 un audace pilota italiano, Maner Lualdi, con copilota Max Peroli, a bordo del "Girfalco", un piccolo aereo da turismo, volle ce-lebrare la tragedia degli uomini scomparsi con il dirigibile “Italia” nel venticinquesimo anniversario. Partito da Milano, attraverso molte tappe raggiunse l'aeroporto di Bardufoss, nel nord Norvegia, da dove poi si spinse verso le Svalbard che raggiunse in un solo balzo di 14 ore di volo e 3000 Km senza scalo. Sulla banchisa un paracadute azzurro scese portando dei fiori in ricordo di altri italiani che non erano più tornati. Nel '58 il sommergibile Nautilus, con la sua missione interamente sotto la calotta dei ghiacci, diviene un simbolo mondiale dell'esplorazione e dell'avventura, ma dopo di esso gli USA snoccioleranno una serie di nomi di sommergibili tali da far impallidire. Ne ricordiamo alcuni: lo Skate, il Sargo, il Seadragon, il Whale, il Bluefish, lo Hammerhead, il Cavalla, il Gurnard, il Trepang, il Pogy e così via sino all'ultimo, il più recente, il Topeka che ha bollato la sua posta trasportata il 21 dicembre 2012 dopo esser emerso al Polo il 20 novembre. Poi inizia l'epoca di chi intende raggiungere il Polo a piedi con gli ski o in altri modi come Plaisted nel 1968 che lo raggiunse con delle motoslitte. Diverse in questi anni le spedizioni dunque che hanno toccato i 90° di lat. Nord. Tra queste vogliamo ricordare quella di Uemura, della francese Janin, di Weber e Malakov, dell'amico Victor Boyarsky (uno dei pochi uomini al mondo ad aver attraversato a piedi con gli ski l'Antartide e la calotta Artica), di Borge Ousland e qualche altro. Ovviamente un posto di onore in questo elenco merita l'impresa al Polo di Guido Monzino, personaggio di grandi capacità organizzative e da leader, già misuratosi in numerose spedizioni alpinistiche ed artiche, che nel 1971 con alcune slitte di cani raggiunge il Polo Nord. Una vera impresa che però in patria, come spesso da noi accade, non è abbastanza lodata, pubblicizzata ed enfatizzata come avrebbe meritato. Proviamo solo per un istante a pensare se questa impresa l'avessero compiuta i francesi, gli inglesi o gli americani! Ma si sa, l'unico suo sponsor erano le sue personali finanze, e inoltre le sue imprese erano realizzate e vissute secondo lo stile dell'alpinismo italiano: poco scalpore e tanta concretezza. Una figura fuori dal tempo che se fosse vissuta a fine Ottocento-primi Novecento, sarebbe entrata d'imperio nella storia dell'alpinismo e dell'esplorazione. Tra di loro ci piace anche ricordare l'impresa di A. Fogar nel 1983, che ebbe il solo torto di la-sciarsi sovrastare e "imprigionare" dalle sponsorizzazioni, a causa delle quali non ebbe il co-raggio di dire la verità circa i suoi non progressi nell'avanzare a causa della deriva dei ghiacci che spesso rendeva la sua fatica inane. Del resto, piaccia o meno, Fogar trascorse ben 55 notti sul ghiaccio alla deriva e chi ha provato questa esperienza sa quanto sia, comunque, sempre molto, molto intensa per le sensazioni e le paure che scatena. Di certo Fogar non è stato un personaggio molto amato anche per altre famose polemiche, ma io, dopo averlo conosciuto, posso dire che perlomeno non ha reso la sua impresa ridicola come è successo alcuni anni dopo ad altri grandi personaggi che, con sicumera e senza ascoltare i consigli di chi si intende di Artico, sono stati salvati in elicottero dopo 1 giorno e mezzo di spedizione! Dei sommergibili sovietici e russi nulla si sa di preciso mentre la flotta sovietica di superficie, nettamente più forte di quella americana, con il rompighiaccio Arktika il 17 agosto 1977 raggiunge il Polo compiendo una memorabile impresa. Successivamente nei decenni a seguire i rompighiaccio sovietici e poi russi toccheranno il Polo una serie infinita di volte. Anzi, in quest'ultimo ventennio, si può dire che quasi tutte le estati vedano uno o più rompighiaccio russi raggiungere i 90° Nord con a bordo turisti nababbi che vogliono farsi fotografare in cima al mondo. Talora, come nel 1995 tra Yamal russo, Polar Sea degli Usa e Louis St. Laurent canadese, vi sono stati veri e propri incredibili rendez-vous al Polo Nord. Abbiamo parlato di ghiacci alla deriva e non possiamo tralasciare l'epopea delle basi derivanti, stazioni a finalità scientifica ma SPEDIZIONI AL POLO NORD E... DINTORNI 95 soprattutto strategica che, da parte sovietica e da parte americana, punteggiavano qua e là, attorno al Polo, i ghiacci alla deriva. Questa epopea coincise con la "guerra fredda" ed ebbe soprattutto finalità di spionaggio ed egemonia strategica com'è facile intuire. In questi ultimi anni le basi fisse su queste isole di ghiaccio alla deriva sono solo più russe, mentre quelle americane sono temporanee e sono allestite per tempi brevi, spesso in coincidenza con l'arrivo di qualche sommergibile nucleare. A proposito di basi derivanti temporanee da una quindicina d'anni i nostri amici russi di S. Pietroburgo preparano ogni anno una base derivante, denominata Barneo, a circa 100 Km dal Polo. Qui arrivano da Hatanga, in Siberia, gruppi di turisti che vengono poi accompagnati nel balzo finale con gli ski per raggiungere il Polo. Spesso questi viaggi vengono gabellati per vere e proprie spedizioni, com'è successo recentemente per un viaggio di un gruppo che, tra gli altri, includeva anche M. Bongiorno e il Duca Amedeo d'Aosta ed era organizzato dall'amico Vizzi e dai ns. amici russi. Molte ormai sono state le spedizioni che hanno tentato di raggiungere i 90° Nord, così come molte sono le spedizioni che con finalità scienti- fiche, esplorative, storiche, pur senza avere come obiettivo il Polo hanno toccato e percorso le estreme latitudini artiche .Oltre a tante singole spedizioni che sarebbe impossibile se non stucchevole elencare, ci permettiamo di citare due gruppi che hanno percorso l'Artico più volte: uno francese, il GREA che da anni con il lungimirante appoggio governativo compie ricerche ecologiche polari, e l'altro italiano, la torinese Associazione GRANDE NORD che a tutt'oggi ha il primato di esser l'unico gruppo occidentale (norvegesi a parte) ad aver compiuto una vera spedizione alla Terra di F. Giuseppe, l'arcipelago più settentrionale al mondo. Nell'aver citato, sebbene molto sommariamente, tutte queste imprese umane al Polo e nelle aree artiche, non possiamo sottacere che per quasi tutte queste spedizioni, queste missioni e queste basi derivanti ecc. esiste posta. Un tipo di posta per i collezionisti piuttosto ambita e, talora, con un valore venale di tutto rispetto e interesse. Ed è per questo che abbiamo inteso abbinare a questo scritto anche una do-cumentazione iconografica che speriamo possa esser apprezzata. Per una più ampia documentazione storica vedi QVOTA 864 N.ri 11/14. Grafiche Vianello srl Via Postioma, 85 - 31050 Ponzano / TV Fax 0422 440645 Tel. 0422 440666 www.vianellolibri.com [email protected] UNA A TERRA TERRA PER CANOVA CANOVA CA A questa terra è legato profondamente Antonio Canova (Possagno 1757 - Venezia 1822), lo scultore che fu in Europa un grande protagonista della storia e dell’arte, uno dei più grandi interpreti del Neoclassicismo. Quando, alla morte del padre Pietro, la madre, Angela Zardo, si risposò con Francesco Sartori e ritornò al suo paese, Crespano, Antonio rimase a Possagno con il nonno Pasino Canova, tagliapietre e scultore locale di discreta fama. Dimostrò fin da piccolo una naturale inclinazione alla pratica scultorea rivelandosi abilissimo nella manipolazione dell’argilla: la sua rea- Mario Guderzo lizzazione di un leone di bur burro e il consegueno te stupore suscitato tra gli ospiti di casa Falier, ai Pradazzi d’Asolo, divenne un famoso aneddoto riportato ancora nelle biografie del grande scultore. L’incontro e la conseguente vicinanza con questi nobil nobili veneziani ebbe il merito di introdu introdurlo negli ambienti accademici veneziani e divenne fondamentale per la sua futura carriera. Da queste terre, perciò, Canova, ancor giovanissimo, partì per Venezia dove lavorò nella bottega degli scultori Giuseppe Bernardi-Torretto e Giovanni Ferrari: quell’ambiente fu per il piccolo Antonio (che tutti chiamavano “Tonin”) una vera e propria scuola d’arte, i Torretto lo W Rudolph Suhrlandt, (1781-1862), Ritratto di Antonio Canova, 1805-1808, Possagno Collegio dei Padri Cavanis, in deposito al Museo e Gipsoteca Antonio Canova. Francesco Chiarottini, (1748-1796), Lo studio di scultura di Canova a Roma, 1796, Udine, Museo Civico. Antonio Canova, (1757-1822), Monumento funerario di papa Clemente XIV, particolare. Lo studio di Canova a Roma “Lo Studio del Canova era nell’antica viuzza delle Colonnette, e quanti uomini e donne celebri passarono di là! Condotta da Chateaubriand, vi mandò M.me Récamier, non poco sorpresa di trovarvi un ometto magro magro, vestito da operaio, il quale soleva coprirsi la fronte calva e raggiante di genio con un berretto di carta. Là fra gli altri uomini grandi passò più tardi Stendhal”. Era questo l’atelier disegnato da Francesco Chiarottini nel 1796 che permette di confrontare il modo di lavorare dell’artista e apprezzare alcuni fondamentali capolavori rappresentati nell’immagine come Teseo sul Minotauro e Dedalo e Icaro, o il Monumento funerario di Clemente XIV. Lo studio era frequentato da moltissime personalità della cultura, del collezionismo e della politica internazionale: da banchieri, mecenati, antiquari e mercanti d’arte. Lo studio canoviano era una vera e propria “fucina” di idee ed era una delle mete dei turisti e dei pénsionnaires cioè di coloro che arrivavano nella Città per studio o per lavoro o per compiere il grand-tour. A Roma i luoghi più ricercati erano il Caffè degli Inglesi in Piazza di Spagna (comunità inglese), il Caffè Greco in Via Condotti (comunità di spagnoli e di tedeschi) e l’Accademia di Francia a Palazzo Mancini, in Via del Corso. Per loro gli ateliers divennero i luoghi per il libero mercato che ospitavano esposizioni temporanee; dei punti di riferimento determinanti per le richieste dei collezionisti e dei mercanti d’arte. Antonio Canova non si sottraesse a queste pratiche, del resto lo scultore, per il ruolo che ricopriva, partecipava attivamente al diffuso commercio, forniva consulenze, dava indicazioni a collezionisti, a studiosi e a mercanti d’arte. Hugh Douglas Hamilton, (1740-1808), Antonio Canova nel suo studio con Henry Treshan, 1788-1789, Londra, V&A Museum. 139 TRA IL BRENTA E IL PIAVE Il Pedemonte del Grappa e l’Asolano 145 I contestati Apostoli di Possagno (1829) SAN MARTINO E IL CASTELLO DI CASTELCIÉS Il Canova aveva progettato di collocare nelle nicchie del Tempio di Possagno le statue dei 12 apostoli che egli avrebbe voluto scolpire se la morte non glielo avesse impedito. Il progetto venne modificato affidando a De Min l’incarico di dipingere a monocromo i dodici Apostoli. Non è del tutto chiaro perché, a lavoro iniziato, a monocromo, egli sia successivamente passato al colore. Oltre agli Apostoli, va aggiunto tra i lavori deminiani sopra l’altare, anche un Gesù glorioso Salvatore talvolta identificato anche come il Padreterno. È ritratto nella pienezza della sua potenza, della severità, che viene in parte stemperata dalla presenza nei due angoli opposti da piccoli angeli, quasi dei putti. Forse le rappresentazioni. Oltre ai due grandi affreschi nel coro del Duomo di Crespano rappresentanti San Paolo nell’Areopago e Il serpente di bronzo la chiesa al suo interno annovera anche le rappresentazioni dei dodici Apostoli e la raffigurazione di dieci santi. Apostoli sono gli uomini che sono stati più vicini a Cristo nel corso della sua vita di predicatore. A Possagno De Min ha avuto ampi spazi per raffigurarli, forse persino in eccesso. Quantomeno in altezza. Li ha rappresentati grandi, maestosi. A Crespano egli ha spazi ristretti. È pertanto costretto a raffigurarli seduti. Per niente disdicevoli ancorché non sempre originali le loro figure di cui spesso piacciono ambientazione, colori, disegno. Bello nella varietà dei colori il San Pietro addossato ad un albero ricco di fronde, certamente simbolo di vita e di continuità. San Giovanni Evangelista è forse quello che maggiormente esprime la spiritualità, la consapevolezza di essere uno strumento importante di Cristo mentre scrive il suo Vangelo. Nel Caffè della piazza progettato dal Segusini esisteva un monocromo realizzato dal De Min raffigurante Giove fra le nuvole in atto di scagliare un fulmine sulla terra. Tre millenni di storia tra età del bronzo e grande guerra Anna Nicoletta Rigoni La chiesetta di S. Martino di Castelciés, assieme all’area di tutto il colmello, possiede da sempre un particolare fascino in qualche modo avvolto nel mistero. Luogo sommitale sulla prima dorsale che chiude a sud la Valcavasia, permette a chi arriva lassù di dominare con lo sguardo almeno tre quarti di orizzonte, tutti contrassegnati dai punti di riferimento più importanti della zona: il grande fiume a oriente (il Piave), la grande montagna a nord (il Grappa), la grande Rocca asolana a sud. Per la gente del posto la chiesetta rappresenta ancor oggi il luogo di ritrovo simbolo della fine dell’anno agricolo (San Martino), caricato inoltre dalla magia derivante dalle raffigurazioni degli affreschi dell’interno, dalle antichissime, quanto in parte indecifrabili, iscrizioni lapidee in essa conservate, dalle storie della tradizione orale che vi si raccontavano fino a qualche decennio fa. Per i “foresti” (trevigiani, veneziani e altro), che l’hanno scoperto a partire circa dagli anni Sessanta del ‘900, è ancora la meta di gite e abbondanti pasti domenicali ed è stata nel passato recente, prima che la curia lo impedisse ai non residenti, il luogo ambito dove celebrare matrimoni più o meno esclusivi. Per gli studiosi di storia antica un enigma in quanto conserva al suo interno almeno due reperti eccezionali, quanto inattesi in area rurale e periferica, ai non addetti ancor oggi quasi incomprensibili seppure ancora motivo di misterioso e reverente rispetto: la piccola, ma importantissima, stele in alfabeto retico-etrusco, e iscrizione latina, oscura allo stesso modo, sull’altro lato, e la elegante, bianchissima, ma più “normale”, stele funeraria romana di Publio Calpurnio Saturnino. Due documenti epigrafici che fino a vent’anni fa non era considerato tanto logico fossero collocati da tempi immemorabili in quel luogo, così apparentemente isolato e fuori dai percorsi su cui marcia la “grande” storia. Da poco più di una ventina d’anni, però, queste notevoli testimonianze di storia antica, o antichissima, non appaiono più così “solitarie” o strane per quel luogo. Qualcosa d’altro, che in qualche modo le spiega, è venuto alla luce dall’oblio delle stratificazioni del terreno, del tempo e della memoria, preservate quasi gelosamente proprio dall’impianto della chiesetta che sembra sorgere quasi a prezioso “coperchio” fatato a “proteggere” il tutto. In tal modo, ad esempio, se si favoleggiava del vicino castello dei Maltraversi sul rilievo che sovrasta la chiesetta, ora, dopo tre brevi campagne di scavo (1990-92), possiamo anche dire che esisteva davvero sull’altura una fortificazione medioevale, sebbene piuttosto piccola, della quale conosciamo una pianta rettangolare delle dimensioni di circa m. 20x10, con mura rinforzate a occidente da una doppia cortina. All’interno della cortina muraria trovava posto una torre quadrangolare che utilizzava come perimetro tre lati delle mura. Ma non basta: Castelciés, con la sua chiesetta e il suo cocuzzolo incastellato, sembra quasi una “matrioska” nostrana nelle cui pieghe si nasconde dell’altro, molto altro. La struttura medioevale è solo una tappa della frequentazione 39 96 QVOTA 864 DICEMBRE 2013 Crespano. San Paolo nell’Areopago (1852) Marco da Mel, (1496-1583). Affreschi nella Chiesa di San Martino, Castelciés, 1568. Nel 1824 a Paderno del Grappa, il De Min venne incaricato di realizzare sul soffitto il suo primo Giudizio Universale. Numerosi coloro che si sono cimentati con critica descrittiva e con la poesia su questo soggetto che fu molto apprezzato dalla popolazione locale e dai visitatori. Molto spesso, troppo spesso, le opere artistiche traggono importanza dal luogo ove si trovano. Se il Giudizio di Paderno fosse stato realizzato in una città, il lavoro sarebbe altrimenti conosciuto e valutato. L’opera ha altresì seguito l’involuzione che ha accompagnato il giudizio critico sul De Min: la condanna del mondo romantico rappresentato in particolare da Pietro Selvatico, il quale peraltro doveva riconoscere: “Il Demin sortì da natura ingegno vasto, immaginativa feconda, memoria prodigiosa; e con questi doni sì rari applicati all’arte dovea riuscire e riuscì compositore ferace, copioso, vario, segnatore franco, pronto, facile”. Col soggetto del Giudizio Universale, De Min si cimentò varie volte a fresco. A Paderno per l’appunto nel 1824, a Monigo nei pressi di Treviso nel 42, a Pove del Grappa nel 45 e a Mirano nel 47-48. Certamente l’opera più magniloquente e maestosa è il Giudizio di Mirano, probabilmente il più vasto affresco di tutto l’800. 189 Giovanni De Min, (1786-1859). Giudizio Universale, 1827, Paderno del Grappa, Chiesa parrocchiale. Giovanni De Min, (1786-1859). San Paolo nell’Areopago, 1852, Crespano, Duomo di san Marco.