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QVOTA 864
QVADERNI DI VITA DI MONTAGNA
“Quando arrivi in vetta ad un monte non fermarti, continua a salire”
Un Maestro del buddismo Zen
ANNO XIV. N. 28. DICEMBRE 2013. Semestrale
Registrato presso la Cancelleria del Tribunale di Belluno col n. 15/2000 in data 01.08.2000
Iscritto al Registro Nazionale della Stampa n. 10331 - R.O.C. N. 6944
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PAOLA DE FILIPPO ROIA
Direttore Responsabile
GLAUCO GRANATELLI
Direttore Editoriale
e-mail: glaucogra natelli @ virgilio.it
COMITATO DI REDAZIONE
Alberto M. Franco (G.I.S.M.)
Mirco Gasparetto (G.I.S.M.), Mario Spinazzè
Questo numero esce in collaborazione con l’Istituto Geografico Polare “Silvio Zavatti” di Fermo
HANNO COLLABORATO:
Borsetto L., Cella E.D., Censi C., Checchinato E.,
Corte P.F. Cucci F., Giardini F., Kern A.A., Orlich V.
Mason V., Vaia F., Vallegiani A.A.
FOTOGRAFIE di Cappellari E., Granatelli G., Vaia F., Vincenzi G.
EDITORE - CLUB ALPINO ITALIANO
Sezione Cadorina “Luigi Rizzardi”
Piazza Regina Pacis, C.P. 30, 32041 Auronzo di Cadore BL - Tel. 0435.99454
REDAZIONE
Via B. Ricasoli, 13 - 30174 Venezia-Mestre - Tel. 041.942672
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STAMPA
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© Proprietà letteraria, artistica e scientifica riservata. Tutti i testi possono essere liberamente riprodotti citando la fonte
Unione Stampa Periodica Italiana
Questo periodico è aperto a quanti desiderino collaborarvi ai sensi dell’art. 21 della Costituzione della Repubblica Italiana che
così dispone: “Tutti hanno diritto di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni mezzo di diffusione”. La pubblicazione degli scritti è subordinata all’insindacabile giudizio della Redazione; in ogni caso, non costituisce alcun rapporto
di collaborazione con la testata e, quindi, deve intendersi prestata a titolo gratuito. Notizie, articoli, fotografie, composizioni
artistiche e materiali redazionali inviati alla rivista, anche se non pubblicati, non vengono restituiti. Gli scritti pubblicati rispecchiano esclusivamente le idee personali dell’autore e non riflettono necessariamente il pensiero ufficiale del Club Alpino Italiano.
SOMMARIO
3
4
ORGANICO DELLA SEZIONE
VIVERE SOBRIAMENTE - Paola De Filippo Roia
6
Ognuno di noi deve far propria una certa idea di sobrietà
140 ANNI - Massimo Casagrande
Proviamo a illuminare il nostro futuro attingendo all’olio della nostra esperienza passata
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A COLLOQUIO CON I LETTORI a cura di Glauco Granatelli. G.I.S.M.
150 ANNI NEL 2013 - Massimo Mila (conclude)
VAGABONDANDO PER VENEZIA - Arrigo Attilio Kern
Due passi per Venezia e un ricordo lontano, di un tempo che ha lasciato tracce indelebili sui nostri monti
LIBRI, TANTI LIBRI, UN BOSCO - Inaugurata la biblioteca nel Bosco di Buzzati
QUANDO LA MONTAGNA RITORNA ALLA PIANURA - Vittorino Mason. G.I.S.M.
La trasformazione di un luogo dimenticato in un bosco didattico
20
RICHIAMI DAGLI ALTI LUOGHI - Mirco Gasparetto. G.I.S.M.
Un incontro con Dante e Virgilio a lungo desiderato
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PAUL PREUSS. ORIGINE DELL’IDEA - Mirco Gasparetto. G.I.S.M.
Ricordo del grande alpinista a 100 anni dalla sua scomparsa
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LA TRINCEA SUL LAGORAI - Franco Vaia
Ritornare lassù per ricordare, ascoltare, sapere, capire
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I LUOGHI DEL SACRO
Chiesetta Madonna della Salute. Misurina - Paola De Filippo Roia
RIFUGIO AURONZO - Elisa Cella De Dan
L’esperienza della gestione diretta
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A PROPOSITO DELLA CAMIGNADA POI SIE REFUGE - Gli Organizzatori
Una sfida con se stessi e contro il tempo, ma anche un momento d’incontro e di aggregazione
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CAMIGNADA ADDIO - Luca Borsetto
Le montagne sono sempre lì per accoglierci e donarci sempre emozioni infinite
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ANNO DI FONDAZIONE 1874
Presidente - Massimo Casagrande
Vice-Presidente - Davide Da Damos
Segreteria - Elisa Cella De Dan
Consiglieri - Siro Maschio, Paolo Monti, Stefano Muzzi,
Giuseppe Pais Becher
Revisori dei Conti - Sergio Boso, Francesca Caldart,
Federica Monti
SOCI N. 656: Ordinari N. 282 - Familiari N. 192 - Giovani N. 98 - Aggregati N. 82
Vitalizi N. 2: Magnifica Comunità di Cadore (Delibera del 15.9.1925), Leonardo Vecellio
Venticinquennali: Borghi Paola, Cattaruzza Dorigo Elena, Cella De Dan Vittore
Larese Gortigo Bruna, Paganin Luciano, Pais Golin Monica, Pais Marden Mariarosa,
Pontello Roberto, Tabaro Giannino, Zandegiacomo Bianco Pietro
STRUTTURE DELLA SEZIONE
Rifugio Auronzo - Forcella Longéres m 2330 slm alle Tre Cime di Lavaredo - tel. 0435.39002 - 62682
Rifugio G. Carducci - Alta Val Giralba m 2297 slm alla Croda dei Tóni - 0435.400485
TESSERAMENTO ll tesseramento è un atto d'amore verso la montagna e un atto responsabile.
GIUBILEO TRE CIME - Paola De Filippo Roia
UN INVERNO DA RICORDARE (o da dimenticare) - a cura di Paola De Filippo Roia
Il Club Alpino Italiano, a partire dalla campagna associativa 2014, si avvarrà di una nuova piattaforma per il
Una memoria dal diario del dott. Aldo Vianello
vatezza: sono questi alcuni dei miglioramenti introdotti dal nuovo servizio. Questi i vantaggi del nuovo sistema:
ABBIAMO LETTO PER VOI
L’uomo che sussurrava ai cavalli - Nicholas Evans
LIBRI, RIVISTE, GIORNALI... E ALTRO ANCORA
T.C.I. Grande Escursione Nazionale Alpina nel Cadore. 1913
Salita al Monte Viso. Narrazione di Guglielmo Matkews (pag. 61 - conclude)
RACCONTI, LEGGENDE, POESIE...
Amare il Cadore - Angela Maria Vallegiani
D’estate - Cesare Pavese ( pag. 66 )
Le montagne - Antonia Pozzi ( pag. 68 )
Lamento degli alpinisti sfortunati - René Daumal ( pag. 69 )
Il lago d’Antorno - Corte Pause Francesca ( pag. 70 )
IBN BATTUTA: IL PRINCIPE DEI VIAGGIATORI - Cesare Censi
È stato considerato il più grande viaggiatore dell’umanità
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ORGANICO DELLA SEZIONE 2013-2014
LA CAPINERA
STRADE DL GRAPPA E DI PASSO ROLLE - Ierma Sega
A TAVOLA CON I LARES
GFM - GRUPPO FILATELICI DI MONTAGNA
Meravigliose Lavaredo (pagg. 82-84)
Ritorno alle Tre Cime (pag. 85)
Il Festival di Trento (pagg. 86-87)
Maner Lualdi a Milano (pagg. 88-93)
Spedizioni al Polo Nord e... dintorni
IN COPERTINA
- Il Rifugio Principe Umberto. 1935. Foto di Anonimo
tesseramento dei soci. Completezza dei dati, istantaneità delle registrazioni ai fini assicurativi, cura della riser- garanzia della correttezza e dell'istantaneità delle registrazioni ai fini assicurativi tramite il tesseramento on-line;
- risoluzione di omonimie e duplicazioni di dati attraverso l'utilizzo del codice fiscale;
- rispetto della normativa sulla privacy nel contesto di Statuto e Regolamento generale del Sodalizio.
La nuova Piattaforma del tesseramento costituisce un trattamento dati dei soci nuovo ed indipendente dal precedente: pertanto tutti (nuovi e vecchi soci) sono invitati a prendere visione e sottoscrivere una nuova informativa
sulla privacy, che darà loro modo di esprimere la propria volontà in merito alla conservazione dei propri dati ed
alle modalità con cui ricevere le comunicazioni (per esempio, via mail) dalla propria Sezione/Sottosezione.
Sul sito www.cai.it o www.caiauronzo.it è disponibile la nuova informativa sulla privacy.
QUOTE ASSOCIATIVE: Socio Ordinario € 41,00 - Socio Famigliare € 22,00 (I Soci famigliari devono essere
componenti del nucleo famigliare del socio ordinario, con esso conviventi, di età maggiore di anni diciotto)
Socio Giovane € 16,00 (I minori di anni diciotto nati nel 1997 e seguenti). Dal secondo socio giovane coabitante
all'interno del nucleo familiare è prevista la quota di € 9,00 a condizione che esista il socio ordinario di riferimento
(capo nucleo - quota intera).
Per informazioni vi invitiamo a chiamare il n. 0435/99454 (con servizio di segreteria telefonica) o ad inviare una
mail a [email protected]
Il versamento delle quote può avvenire a mezzo di:
c/c postale n.63312789 intestato al CAl, Sezione Cadorína - 32041 Auronzo di Cadore BL
Unicredit Banca Spa Agenzia Auronzo di Cadore IBAN IT86E0200861020000003411021
ABBONAMENTI: Le Alpi Venete € 5,00 - Le Dolomiti Bellunesi (soci non locali) € 8,00
2 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
ORGANICO DELLA SEZIONE 3
VIVERE SOBRIAMENTE
e nostre vallate sono considerate isole felici perché non vi
esiste criminalità, l'ambiente non è inquinato, la vivibilità
è buona. Pur essendo piccole realtà, purtroppo presentano grandi problemi di gestione da parte degli enti locali
che devono offrire tanti servizi con esigue risorse, con procedure
burocratiche sempre più complesse, nel rispetto della legge di stabilità, della spending rewiev e di tanto altro.
È per questo che dai vertici, in modo sempre più pressante, ci giunge
l'invito all'unificazione dei servizi.
Per quanto riguarda il nostro Cadore, il professore universitario
Giancandido De Martin, già presidente della Magnifica Comunità di
Cadore, lancia un allarme e definisce l'unione dei servizi: "traguardi indispensabili da raggiungere il prima possibile per il bene delle nostre piccole municipalità per la gestione dei
servizi e del territorio". Ma non voglio addentrarmi in questo argomento, su queste pagine,
nonostante che tanto ci sarebbe da scrivere.
Sono convinta, anche, che senza l'impegno individuale non si può andare da nessuna parte.
Perciò ognuno di noi dovrebbe far propria una certa idea di sobrietà, utilizzando innanzitutto
con rispetto ciò che la natura offre, eliminando gli sprechi: evitando, ad esempio, di acquistare
continuamente nuovi beni, mentre in casa ve ne sono ancora di perfettamente integri, e
imparando ad indossare un maglione in più per tenere in casa una temperatura più bassa.
E qui dovrebbero darci buon esempio molti uffici pubblici! Piccole attenzioni che possono
diminuire di molto le spese di ognuno di noi ed anche ridurre le tracce lasciate dal nostro passaggio sul pianeta che abitiamo.
Dobbiamo uscire dalla logica della mondializzazione, per cui ci ritroviamo a consumare
prodotti provenienti da oltreoceano con tutto il costo aggiuntivo di imballaggi e carburante per
il trasporto. Valorizzando invece i prodotti locali, le cosiddette filiere corte, ridurremmo di molto
i consumi di energia, eviteremmo vari passaggi tra produttori e consumatori e mangeremmo
più genuino. Se inoltre, utilizzerò i prodotti del mio orto, farò decrescere il prodotto interno
lordo, il famoso PIL, ma mangerò biologico al massimo e a costo zero.
E poi ci sono le abitazioni. Oggi le case vengono costruite in modo tale che devono durare
poco. Troppo spesso si costruisce senza rispettare le secolari tradizioni dei luoghi; si disattendono così elementari aspetti architettonici ed energetici. I nostri nonni e bisnonni costruivano in montagna case con determinate caratteristiche perché avevano sviluppato, nel corso
dei secoli, conoscenze che portavano in quella direzione. La posizione delle finestre e l'inclinazione dei tetti erano preposte a catturare anche i più flebili raggi del sole invernale. Invece
di utilizzare tecnologie che causano sprechi, dovremmo recuperare questi saperi.
E che dire della più grande ricchezza delle nostre vallate: il bosco! I nostri vecchi ne avevano
un rispetto reverenziale. Oggi lo si sfrutta soltanto per una rendita economica, senza le dovute
attenzioni ed è troppo scarso l'utilizzo che ne facciamo nel campo dell'energia.
Abbiamo ereditato questa ricchezza e dobbiamo passarla di mano integra alle generazioni
future.
L
Paola De Filippo Roia
Direttore
EXPO delle DOLOMITI 2013
4 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
foto g.g.
140 ANNI
l giorno 2 novembre 1873 ad opera di alcuni promotori si fondava in Auronzo una Sezione del Club Alpino Italiano che
votò il proprio Statuto Speciale, stabilì la sua residenza nei
locali della Società del Gabinetto di Lettura e Musica gentilmente concessi ed assunse la denominazione di Sezione Cadorina
del Club Alpino Italiano in Auronzo. Questo testo è tratto dalla circolare diramata il 20 febbraio 1874 ai comuni del Cadore dalla "Nuova
Sezione Cadorina" per merito principale del Cav. avv. Luigi Rizzardi e
che dal 1° gennaio del 1874 cominciò la sua regolare esistenza.
Si stanno concludendo le celebrazioni per il 150° anniversario del Cai
nazionale e già ci ritroviamo immersi nel turbinio delle celebrazioni per
i nostri 140 anni. Un'occasione, questa, per rendesi conto di quanto
sia davvero lungo il cammino fatto fino a qui e per assorbire dal passato lo slancio per
affrontare il futuro. Sono consapevole che le difficoltà non mancheranno, per questo voglio
scoprire insieme a voi quali zone d'ombra e quali successi abbiano incontrato i nostri predecessori. Ho sempre apprezzato l'aforisma di Guicciardini "… le cose passate fanno lume alle
future, perché il mondo fu sempre di una medesima sorte e tutto quello che è e sarà, è stato
in altro tempo, e le cose medesime ritornano sotto diversi nomi e colori…" senza la presunzione di essere tra i savi e diligenti osservatori in grado di accorgersene, ma con la curiosità
di chi si illumina e si compiace di fronte al successo altrui, di chi si vuole assumere oneri e
onori del ruolo che ricopre. Ritengo che viviamo in un periodo difficile e complesso per l'associazionismo e per ogni forma di aggregazione: una società insicura ed incerta genera immobilismo e sfiducia, di conseguenza si ragiona e si agisce in economia, si risparmiano energie,
tempo, idee, iniziative, volontà. La sensazione è quella di inoltrarsi, intimoriti ed incerti, in una
profonda foresta: si avverte il pericolo e si cerca strenuamente di comprenderne la natura,
l'entità, la forza, il potere deflagrante.
Il recente e tanto blasonato riconoscimento ottenuto dall'Unesco ci ricorda che le nostre vite
si dispiegano in un "paradiso terrestre", ma sebbene se ne avverta il potenziale, non riesco
ad avere una raffigurazione completa delle dinamiche di interazione con l'ambiente in cui viviamo, come esso possa influenzarne o determinarne i comportamenti, condizionarne le scelte
e, si badi bene, non mi riferisco solo all'ambiente naturale ma a tutto il contesto nel quale
siamo immersi. Se esiste l'interazione di luogo e identità allora la possiamo definire con la
locuzione di genius loci, intendendo individuare l'insieme delle caratteristiche socio-culturali,
naturali, architettoniche, di linguaggio e di abitudini che caratterizzano un luogo, un ambiente
appunto. Esiste davvero il desiderio di interagire con questo ambiente? E come si manifesta
negli individui? E nella collettività? E, se esiste, qual è la vera natura del desiderio? Quale
bisogno accende la scintilla? Il più prosaico amore per la montagna non può trovare declinazione anche ai nostri tempi? È possibile che le linee guida dell'economia, le basi della cultura e le sinapsi dei rapporti sociali non possano trovare un minimo comun denominatore attingendo da quanto ci circonda e ispirandosi semplicemente alla magia della natura? Se la
bellezza travolgente dei luoghi fa sempre da sfondo alle idealizzazioni di tutti i paradisi
promessi, perché non riusciamo ad invertire i fattori presupponendo che da un territorio di per
sè magnifico non discenda una vita appagante e gratificante?
La nostra Sezione è già passata attraverso varie esperienze, talune delle quali non si possono
certo definire usuali, dal momento che hanno costituito o accompagnato eventi che hanno
caratterizzato la storia dell'alpinismo, perlomeno nelle Dolomiti. Ma altre volte si è vissuti in
periodi ancor più bui di oggi, con la necessità di prendere decisioni cruciali e affrontarne le
conseguenze, e le difficoltà sono sovente state interpretate e quindi affrontate come nuove
I
6 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
sfide da vincere, nuove vette da conquistare. Se oggi ci sembra di vivere in mezzo ad una
tempesta di sabbia ed in essa non scorgiamo nessun riferimento familiare e rassicurante è
perché probabilmente le vecchie indicazioni non sono più valide e sufficienti, al passo con i
tempi. Nuove formule e nuovi linguaggi vanno ricercati affiché possano divenire una regola
comune, un punto fisso verso il quale volgere il timone della nostra imbarcazione che altrimenti sarà come una nave senza ancora, in balìa della corrente.
Proviamo allora a illuminare il nostro futuro attingendo all'olio della nostra esperienza passata, impegnandoci per il prossimo anno nella ricerca delle nostre radici, nella rievocazione dello
spirito e delle motivazioni che hanno costituito impulso e linfa vitale della nostra antica istituzione. Abbandoniamo atteggiamenti caratterizzati da disinteresse, incuria, indifferenza e
negligenza che altrimenti ci condurranno inesorabilmente verso una foresta i cui alberi saranno sempre più alti e fitti e l'aria più densa e pesante.
Intacto vertice ardens.
Massimo Casagrande
Presidente
In occasione di questo inizio anno vogliamo presentare il logo che simboleggia e ricorda i 140
anni della Sezione Cadorina del Cai cercando di esplicitare i contenuti della grafica:
Tratti e scritte nere, il colore azzurro e lo sfondo bianco riprendono il logo del Cai nazionale;
lo Scudo e la Stella provengono anch'essi dal logo nazionale.
La Stella si trasforma poi nelle Tre Cime di Lavaredo stilizzate che identificano la nostra montagna-icona ma nello stesso tempo diventano la cresta del gallo che ha il suo occhio nel pallino del 140°, il gallo è simbolo del nostro paese ricordando la famosa leggenda e l'esito
favorevole della disputa dei confini con Dobbiaco.
CAI AURONZO è la denominazione corrente della nostra sezione mentre sez. CADORINA
ricorda l'origine del sodalizio 140 anni fa.
140 ANNI 7
A COLLOQUIO CON I LETTORI
'anno che si chiude - proiettati verso i 140 Anni della nostra Sezione - è stato un
grande anno che i nostri figli ricorderanno, memori dei loro padri. Giorni con il
cuore in alto, tutti insieme a gioire per quell'amore che ci lega, per quella fede
che ci fa soffrire.
Tante occasioni che ci hanno riportato indietro nel tempo rinnovando nella memoria e nel
cuore sentimenti sopiti dal vivere quotidiano, un vivere spesso monotono e senza emozioni.
Poi ecco un libro, due libri… una rivista, tante riviste marchiate da un logo che ci ricorda che
"La montagna unisce".
Ci fu un giorno chi mi disse di smetterla con
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questa montagna. Ma è più forte di me e poi
ci siete tutti voi - volti spesso sconosciuti ma
anime vive e presenti - cui mi lega questo
periodico incontro che abbandonare
sarebbe come morire.
Parlavo con Aldo, 92 anni, e sentivo il fluire
appassionato di vibrazioni mai sopite e quell'ultimo: "Viva la montagna!".
Allora capisci quanto grande è questo
amore, infinito, eterno.
“La montagna unisce” e lo senti sia nei
momenti di grande gioia - quando tutti
insieme ci si ritrova in grande serenità e fraterna amicizia - sia nei momenti difficili della
vita. “La montagna unisce” te lo dice una
voce amica, un sorriso, un abbraccio.
Ognuno di noi ha una storia da raccontare e
sarebbe bello raccoglierle tutte in un libro.
Un libro - tante voci, per raccontare come è
nato questo amore.
Nel 2014 compirò i miei primi cinquanta anni
con il CAI. L’ultimo arrivato della mia
famiglia, Max, aveva appena un giorno
quando l’ho iscritto al CAI. Anche lui, quando sarà grande, nell’appuntare sul petto il
distintivo dei cinquanta anni, sentirà la mano
di suo nonno: “La montagna unisce”.
Sarebbe veramente bello!
L
A Torino ci siamo ritrovati, come ogni anno, a primavera, ma è stata una primavera diversa
dalle altre, molto più intima, molto più sentita. Al di là di ogni formalità d’obbligo in queste occasioni, abbiamo partecipato all’apertura del 150° CAI: dall’alto dei Monte del Cappuccini la
visione della catena delle Alpi, meravigliosa - visione che si è ripetuta una volta saliti al tempietto sotto la guglia della Mole Antonelliana.
Se è vero che “La montagna unisce”, l’abbiamo provato, ancora una volta, in occasione dell’incontro avvenuto il 21 settembre al Rifugio Auronzo nell’anniversario della Grande escursione del Touring Club nel Cadore nel 1913. È strano come spesso trascorri una vita senza
accorgerti di chi sta accanto. Poi un giorno? Può diventare amicizia vera.
Passato l’incanto dei giovani anni, come dimenticare, Angela Maria, le tue parole rivolte alla
Montagna: “L’anima di chi non può raggiungerti ti ammira!!”, mentre continua il dialogo con
Bianca che rende ancor più amabile questo nostro impegno. Sono le sue parole: “non si scrive
semplicemente di montagna ma si esprimono soprattutto sentimenti e, cosa rara, si suscitano
emozioni”. La posta, nella sua immediatezza, ci porta pensieri e spaccati d’anima. Scrivevo a
Franco che quasi quasi mi andavo convincendo che stiamo facendo “qualcosa di buono e
forse di diverso”. Forse è come dici tu: “È bello sfogliarle, queste pagine, coinvolgono e
comunque rasserenano”. Grazie.
Glauco Granatelli
Redattore
Bonfiglioli. Torino, Monte dei Cappuccini “La Vedetta Alpina”, manifesto 1900
La “Vedetta Alpina”, oggi
8 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
A COLLOQUIO CON I LETTORI 9
150
ANNI NEL 2013
E’ una lunga storia di cui anche noi facciamo parte. Riviviamola insieme.
e generazioni si succedono con distacchi infinitesimi, dando lugo a sfumature di concezione alpinistica, che
forse sfuggiranno un giorno all’occhio
dello storico [...].
Nel 1926 destarono sensazione nell’ambiente
alpinistico piemontese le imprese di una cordata
di giovani provenienti dall’ambiente SARI, che
nel corso di una fortunata campagna nel gruppo
del Bianco e nelle Aiguilles de Chamonix avevano dimostrato di muoversi con brillante facilità, senza guide, a quel livello tecnico di difficoltà cui era giunto nell’anteguerra l’alpinismo
anglo-sassone con le classiche cordate RyanLochmatter e Young-Knubel. La cordata dei giovani senza guide torinesi era composta da
Gabriele Boccalatte, Guido Derege di Donato,
Michele Rivero. Nella prima italiana alla via
Dunod al Grépon era con loro anche Paolo Fava
(1907-1961) che ben presto avrebbe dato prova
della sua eccezionale forza di arrampicatore [...].
A ripensarala ora, col senno di poi, quella di
Gabriele Boccalatte si presenta come una di
quelle esistenze predestinate, interamente
votate alla montagna, dove tutto concorre e si
coordina, purtroppo fino alla tragiga fine, nel
servizio di quell’unica passione. Nato nel 1907,
Boccalatte si era diplomato in pianoforte con
esito eccellente, e avrebbe probabilmente potuto svolgere una carriera artistica di non poche
soddisfazioni. Ma l’amore per la montagna era
troppo grande e non c’è posto nella vita di un
uomo per due passioni così esigenti ed esclusive come sono l’arte e l’alpinismo [...]. Quel
temperamento artistico che Gabriele celava così
gelosamente nella vita privata, si manifesta
invece gloriosamente nella sua azione alpinistica: in fondo la legge che governa le sue salite è
una sola, il bello. [...] Compagna della sua vita e
di alcune delle più difficili sue imprese fu Ninì
Pietrasanta, eccezionale esponente dell’alpinismo femminile che, proveniente dall’ambiente
milanese, aveva già al suo attivo numerose e
importanti salite con la guida Giuseppe Chiara,
come la cresta Sud della Thurwieser, la parete
Nord de Lyskamm e la parete Nord del Corno
Bianco.
Trasferito a Torino dalla natia Val d’Aosta per gli
L
10 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
studi liceali, Renato Chabod si affiatò subito col
gruppetto dei giovani arrampicatori cittadini più
in vista, Rivero, Boccalatte, Derege, Fava, e vi
portò una componente nuova e insolita, che si
potrebbe dire lo spirio del montanaro. fatto di
astuzia e di esperienza atavica nella lotta con la
montagna.
Giovanissimo aveva già al suo attivo numerose
salite, altre ne seguiranno.
Abbandonerà, troppo presto, il grande alpinismo
attivo ma non l’interesse pere le cose della montagna e per le sorti del Club Alpino Italiano di cui
nel 1953 diviene il vice-presidente.
Scrittore efficacissimo e in realtà studioso profondo della storia dell’alpinismo, sotto le
apparenze scherzose d’una vena umoristica,
Chabod ha impresso un sigillo inconfondibile a
due fra le più importanti guide della collana dei
Monti d’Italia: quella del Gran Paradiso e quella
del Monte Bianco, nelle quali lo scrupolo della
verità storica è portato a rigore e coerenza di
metodo scientifico. [...]
Quando morì sul Cervino Amilcare Cretier, formidabile alpinista, aveva al suo attivo ben 51 vie
nuove. Figura schiva e ombrosa, ricca per contro di motivi interiori, è stata ricostruita da
Giuseppe Mazzotti nel bel libro “Montagnes
Valdôtaines”. Era un innamorato della sua valle,
dalla quale non era, alpinisticamente, mai uscito. Potevano parlargli di Dolomiti, di Grigna, di
Val Masino, di Bernina e di Oberland: lui sapeva
che tutta una vita non gli sarebbe bastata per
esaurire a fondo le risorse della sua Val d’Aosta.
[...] Era un innamorato del Cervino, montagna
sulla quale tracciava itinerari circolari e orizzontali, quasi volesse abbracciarla ed esplorarla da
tutte le parti.[...]
In mezzo alla affermazione sempre più crescente ed esclusiva dell’alpinismo senza guide,
non sono da dimenticare i prosecutori di un’attività classica, come Enzo Benedetti, risolutore,
insieme alle guide Luigi Carrel e maurizio Bich,
degli ultimi problemi del Cervino.
Un posto a parte spetta alla singolare e romantica figura di alpinista solitario che fu Ettore
Zapparoli, musicista e scrittore, nativo di
Mantova e scomparso a 50 anni d’età, durante
un’ascensione sull’immensa parete Est del
Rosa, nel 1951.
Più che solitario, bisognerebbe dire contro cor-
rente, ché oltre ad affrontare da solo i rischi dell’alta montagna, aveva percorso per così dire a
ritroso la tendenza dell’alpinismo moderno a
spostarsi dal terreno di Gioco del Monte Rosa a
quello del Bianco. Ma il mondo del Monte
Bianco non era riuscito a cancellare in lui il fascino irresistibile esercitato dal candore abbacinante, dall’ampiezza di proporzioni e d’orizzonti
di quel versante orientale del Monte Rosa. [...]
Inesauribile nell’escogitare nuovi itinerari sull’immensa parete, vi scomparve appunto durante
un’impresa di cui ha portato con sé il segreto.
Gli anni che seguono sono anni di cambiamento. Già negli ultimi anni era intervenuto un cambiamento di stile, di tecnica e di concezione dell’alpinismo. Quel cambiamento dovuto all’influenza dell’alpinismo dolomitico che da Preuss
a Dülfer ai moderni vincitori del sesto grado,
aveva fatto compiere passi da gigante al progresso della tecnica d’arrampicata su roccia.
Volente o nolente, il conservatorismo classico
dell’alpinismo occidentale fu scosso e beneficamente. Sfogliando le ultime pagine di questa rievocazione storica, il pensiero corre a tutti coloro
che hanno segnato gli anni della nostra
giovinezza: Giusto Gervasutti, Celso Gilberti,
Hans Steger, Emilio Comici, Domenico Rudatis,
Attilio Tissi, Alvise Andrich, Raffaele Carlesso, i
fratelli Dimai, Piero Mazzorana, G.B. Vinatzer,
Ettore Castiglioni, Romano Apollonio, Ignazio
Dibona, Giorgio Graffer, Bruno Detassis,
Riccardo Cassin, Vittorio Ratti, Walter Bonatti,
Andrea Oggioni, Armando da Roit, Armando
Aste, Spiro Dalla Porta Xidias, Guglielmo Del
Vecchio, Mauro Botteri... è una galleria meravigliosa di tipi fuori serie quella che ci viene
incontro, [...] una categoria d’uomini privilegiati,
che dalla vita hanno spremuto qualcosa, in fatto
di gioie, di ebrezze, di soddisfazioni interiori, che
a nessun altro è dato conoscere. Gente che
sotto qualunque latitudine e in qualunque paese
del mondo, si riconoscono istintivamente, da
qualche segno misteriorso, sia il colore della
pelle, siano le rughe del volto, sia il modo di
camminare, sia l’espressione dell’occhio abituato a scrutare i segreti della roccia o del ghiacciaio; e, riconoscendosi, si salutano con un sorriso d’intesa ed una strizzatina d’occhi, come
dicono che facessero gli àuguri romani quando
si incontravano per strada. Massimo Mila Si conclude la rievocazione storica tratta dal volume I CENTO
ANNI DEL CLUB ALPINO ITALIANO del C.A.I. Milano.
150 ANNI NEL 2013 11
Due passi per Venezia e un ricordo lontano, di un
tempo che ha lasciato tracce indelebili sui nostri monti.
VAGABONDANDO
PER VENEZIA
di Arrigo Attilio Kern
Venezia, una città ai piedi delle montagne.
La storia ci ha tramandato un forte legame tra
la Repubblica Veneta e il Cadore.
Crollato il potere temporale dei patriarchi, il doge
Tomaso Mocenigo invitò i cadorini ad accettare
il dominio di Venezia.
I cadorini chiesero al patriarca lo svincolo
dal giuramento di fedeltà, quindi si radunarono,
assistettero alla Messa dello Spirito Santo
nella cappella di Valle e poi votarono la dedizione
del Cadore a Venezia al grido di
"Eamus ad bonos venetos". Era il luglio del 1420.
Pochi anni dopo, nel 1429, il Senato concedeva
ai cadorini la cittadinanza veneziana.
Il miglior bosco del Cadore, quello di Somadida,
venne donato alla Repubblica Veneta e poi
per sempre chiamato il "Bosco di San Marco".
Dal canto suo la Repubblica fu sempre generosa
verso la piccola regione cadorina che
non mancò di soccorrerla in occasioni diverse.
Nel XV sec. contribuì, ad esempio, alla lotta contro
i turchi fornendo il legname per le galere.
Dono di legname, ma anche di denaro, che si ripeté
nel 1574 quando un incendio danneggiò parte del
Palazzo Ducale. Dura, invece, e carica di vessazioni
e sopraffazioni fu, per oltre quattro secoli, la lotta per i
confini con i doblacesi e l'Ampezzo.
Il 12 maggio 1797 il Maggior Consiglio sciolse il
Governo Veneto e diede la città ai francesi.
a giornata prometteva bene, un bel sole marzolino penetrava attraverso i vetri e faceva sentire tutta la sua gradevolezza. Dopo settimane di bora più che sostenuta, anzi,
in certi momenti decisamente forte e soprattutto inusuale per la persistenza, che
aveva fatto precipitare le temperature tanto da gelare la laguna, non certo come nel
lontano 1929, sentire questo tepore pervadere le stanze, dava quel certo non so che così positivo
da essere chiamati ad una pronta e fattiva reazione.
Sì ottimo, ma presi alla sprovvista così su due piedi che fare? Piedi?... uguale camminare: idea!!
Venezia?! E perché no! Certo, perché no. Corriamo tutto il giorno, tutta una settimana e non vado
oltre, e quando si materializza quasi per magia l'occasione di fare quello che si vuole siamo tutti, chi
più chi meno, spiazzati, sorpresi, increduli per cotanta grazia, il vortice del quotidiano e del logorio
della vita moderna, come diceva una famosa pubblicità, quasi ci inibisce la fantasia decisionista,
creativa e organizzatrice del nostro inatteso e non programmato tempo libero, salvo restituirla integra e prepotente quando non si può più.
Pensare che c'è gente che viene dall'altro capo del mondo e che magari fa il viaggio della vita per
venire a Venezia per vedere qualcosa di unico, magico e noi che abbiamo la fortuna di averla qua
vicina a pochi chilometri magari non siamo mai entrati a Palazzo Ducale o nella Basilica di San
Marco, o se l'abbiamo fatto è avvenuto in occasione di una di quelle gite scolastiche in cui ce ne fregavamo nel modo più elevato di tutto, tranne del fatto di non essere a scuola.
Sentivo sempre più crescente l'esigenza di fare il turista nella mia città, di confondermi tra la gente
che vaga per calli e campielli armata di cartina, macchina fotografica e con uno sguardo misto tra
L
Le Dolomiti viste da Venezia, da “Attraverso le Dolomiti” di A. Robertson, Londra 1896
12 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
VAGABONDANDO PER VENEZIA 13
lo stupito e l'attento alle indicazioni, cercare di cogliere le loro emozioni vedendo le cose dalla loro
prospettiva, cercando di dimenticare però di avere un gran bel vantaggio, quello di conoscere già
cosa mi trovo davanti. Scarpette da trekking, zainetto leggero e macchina fotografica. La cartina no,
quella non serve. Mascherato così quasi da turista perfetto via partenza senza meta, tanto qualsiasi direzione è buona con tutto quello che c'è da vedere.
Come il treno abbandona la terra ferma ed entra sul ponte translagunare, per chi non ci è mai stato
deve sicuramente essere un'emozione acqua a destra e a sinistra sopra la quale sembra di volare
sospesi a pochi metri, barche che vanno su e giù, Murano chiaramente visibile, Burano e Torcello
lontanissime, insomma un altro mondo.
La prima cosa che si incontra di Venezia, uscendo dalla stazione è la chiesa dei Santi Simeone e
Giuda Taddeo Apostoli meglio nota come San Simeon Piccolo, in stile neoclassico con una scalinata che porta ad un colonnato corinzio che sostiene un timpano triangolare con tanto di bassorilievo raffigurante il martirio dei santi titolari.
La chiesa nonostante le sue dimensioni non va confusa con quella di San Simeon Grande che
invece è piccola e si trova a poca distanza. San Simeon Piccolo oltre ad avere una cupola imponente. visibile chiaramente già dal ponte translagunare, con quella sua bella lanterna che la completa degnamente, ha una particolarità: infatti, ogni domenica alle 11.00 viene celebrata la Santa
Messa con rito tridentino o antico che dir si voglia, insomma per intenderci meglio la Messa in latino quella che si usava fino alla fine degli anni 60. Assistervi è un momento così particolare pieno di
fascino e suggestione che riporta indietro nel tempo.
Sulla scalinata della stazione e giù verso il Canal Grande una moltitudine di persone, di tutte le razze
e lingue; valige, zaini, giovani, vecchi, scolaresche italiane e non; gruppi con e senza guida c'è chi
non perde tempo ed è già con la macchina fotografica in funzione, chi consulta una cartina, chi
sfoglia un libro per trovare un itinerario, un mondo pronto ad addentrarsi nella Storia.
Vista la giornata magnifica e il movimento già notevole con sicura tendenza al rialzo si rafforza in
me l'idea originaria, ossia quella di fare un itinerario defilato da quelle che sono le rotte turistiche
classiche, per cui motoscafo 5.1 e giro esterno destinazione Celestia per visitare la chiesa di San
Francesco della Vigna chiamata così per il fatto che sorge in una zona dove in tempi passati la terra
era coltivata a vigneto e la tradizione vuole che in quei luoghi l'evangelista Marco avesse cercato
rifugio per una tempesta ricevendo la visita di un angelo che lo salutò: "Pax tibi Marce Evangelista
meus" profetizzandogli la futura nascita di Venezia e anche il luogo del suo riposo con quel: "Hic
requiescet corpus tuum."
La Celestia si trova nel sestiere di Castello, il più esteso e popoloso della città (i quartieri a Venezia
si chiamano sestieri perché sono sei: San Marco, San Polo, Santa Croce, Cannaregio, Castello,
Dorsoduro). Vicino all'arsenale c'è la chiesa di San Francesco della Vigna situata nell'omonimo
campo e facilmente individuabile per l'alto campanile a cuspide che ricorda molto quello più famoso
di San Marco. La chiesa, come del resto la parrocchia affidata alla cura dei Frati Minori, è stata
eretta tra il 1534 e il 1554, ampliando una già preesistente, su disegno di Jacopo Sansovino. La
prima pietra fu posta nel 1534 dal doge Andrea Gritti. Nel 1564 Andrea Palladio ornò la chiesa con
la grandiosa facciata che tutt'oggi possiamo ammirare. La chiesa ha notevoli dimensioni, è a croce
latina, ha un'unica navata e ai lati sei cappelle a destra e altrettante a sinistra con monumenti funebri di importanti personalità della Serenissima: il 77° doge Andrea Gritti, colui che posò la prima
pietra, per esempio, Andrea Bragadin governatore di Famagosta, Giovanni Grimani cardinale e
patriarca, Francesco Contarini 95° doge ecc. ecc. Come tutte le chiese di Venezia anche questa è
ricca di preziosi quadri da Bellini a Tiepolo, dal Tintoretto al Veronese è tutto un susseguirsi di delizie
per gli occhi. Al fianco della chiesa due magnifici chiostri, luoghi che invitano ad una sosta, a un po'
di meditazione nella pace e nel silenzio dove il tempo sembra essersi ulteriormente fermato.
Una porta con scritto Clausura indica chiaramente che il convento dei frati è ancora attivo cosa che
non è più per quello quasi dirimpettaio, ossia quello del cimitero di San Michele.
Dopo aver rinfrancato lo spirito, riprendo la marcia tra calli e ponti dirigendomi verso una zona
decisamente più frequentata: infatti a San Francesco ci si arriva in due modi, o volutamente o perché ci si è persi, essendo appunto defilata da quelli che sono i classici itinerari.
14 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
Venezia non è solo una città magica, romantica, unica ma è anche una città piena di misteri e
leggende e proprio qui dove i miei passi mi hanno portato ve ne sono addirittura tre. Proprio qui sul
retro della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo si narra che alla notte gli spiriti di tre dogi vaghino
senza pace. Marin Faliero il doge traditore condannato a morte e decapitato alla base della Scala
dei Giganti nel cortile di Palazzo Ducale dopo soli otto mesi dalla sua elezione si aggira qui intorno
in cerca della sua testa, inseguito da un altro doge Enrico Dandolo che vuole vendicare l'onore della
città. Il terzo è Tommaso Mocenigo che predisse tempi grami qualora alla sua morte nel 1423 fosse
stato eletto doge Francesco Foscari, cosa che avvenne e che portò poi a quanto temuto dal doge
Mocenigo che ora fa su e giù senza darsi pace. Percorrendo la lunghezza della Basilica verso il suo
ingresso esiste sulla sinistra una corte, dove può succedere di incontrare lo scheletro dell'ultimo
campanaro di San Marco che abbandonando il suo posto nel museo di storia naturale per andare a
suonare la mezzanotte al campanile caracolla con la sua campanellina nella mano e ferma i passanti per chiedere un obolo col fine di poter ricomprare se stesso.
Ma evidentemente questa zona, come tante altre del resto, deve essere un punto caldo per le
leggende visto che anche la storia della Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, per i veneziani San
Zanipolo, inizia con il sogno del doge Jacopo Tiepolo in cui la voce del Signore gli indicava questo
luogo come prescelto per i Suoi predicatori.
Questa splendida Basilica gotica costruita dal 1246 per i Domenicani è da considerarsi il Pantheon
di Venezia e non solo dei suoi Dogi. Qui le sepolture dei dogi sono tante, qui si svolgevano i funerali dei dogi per decreto della Serenissima, anche se la loro sepoltura avveniva altrove.
Nella immensa basilica, la più grande chiesa di Venezia, troviamo la lapide che ricopre l'urna in cui
è conservata la pelle dell'eroe veneziano per antonomasia, quel Marcantonio Bragadin difensore di
Famagosta e morto scorticato dai Turchi nel 1571. Ogni monumento parla della gloria e della potenza della Serenissima, come Vettor Pisani vincitore della battaglia di Chioggia del 1380 contro
Genova. Prima di entrare nella cappella della Madonna del Rosario c'è il monumento sotto il quale
riposano le spoglie del vincitore della battaglia di Lepanto del 1571 Sebastiano Venier - quanta storia, quanti eroismi, quanti sacrifici come quelli in tempi certamente più recenti di Attilio ed Emilio
Bandiera e Domenico Moro morti il 25 luglio 1844 nei pressi di Cosenza e anch'essi sepolti a San
Zanipolo ai quali, per altro, è intitolato un campo di Venezia quello della Bragora o campo Bandiera
e Moro.
Non si possono non ammirare le opere pittoriche di Paolo Veronese, Cima da Conegliano, Vivarini
o il Polittico del Bellini, tanto per citarne alcuni; mentre gran dolcezza e un senso di pace danno l'icona della Madonna della Pace ubicata in una cappella laterale attribuita addirittura a San Luca.
Opere la cui contemplazione non stanca, anzi coinvolge. Nella sacrestia poi è meglio sedersi per
ammirare quei 360 gradi di meraviglie altrimenti può succedere che giri la testa.
Ancora calli e ponti, del resto non potrebbe essere diverso, avanti verso campo dei SS. Apostoli, da
qui via in Strada Nuova, trafficatissima.
Poco dopo mi intrufolo in una calle stretta, poi un'altra, un ponte e Fondamenta San Felice; prima
di svoltare a sinistra non si può fare a meno di notare un ponte senza le sponde. Credo che sia l'unico dei circa 400 di Venezia che sia rimasto così come erano un tempo la maggior parte; ecco la
Scuola Nuova della Misericordia o più semplicemente la Misericordia che per i veneziani sportivi
vuol dire pallacanestro vuol dire Reyer, la gloriosa Reyer.
Sembra impossibile che in questo edificio, molto più somigliante ad una chiesa che ad un palazzetto dello sport, al piano superiore sia stato ricavato un campo da pallacanestro che poteva ospitare
circa 1500 spettatori e dove furono vinti due titoli nazionali. Se ad uno che non è di Venezia gli si
dice che lì si giocava a Basket ne rimane indubbiamente stupito.
Mi domando cosa mai avrà potuto pensare un giocatore che per la prima volta si sia trovato a disputare una gara in una realtà così particolare e unica nel suo genere; credo che se glielo avessero
detto prima, avrebbe pensato che si stessero burlando di lui eppure era tutto vero, era una vera bolgia la Misericordia, e non era facile giocare lì per nessuno nemmeno per le grandi dell'epoca.
Proseguo per l'omonima Fondamenta, lasciandomi alle spalle le glorie cestistiche e già che sono da
queste parti vado a vedere la casa di Jacopo Robusti meglio conosciuto come il Tintoretto.
VAGABONDANDO PER VENEZIA 15
A sinistra per Calle Larga ponte Campo dei Mori davanti e sulla destra eccola la casa dove il pittore
vi dimorò fino al 31 maggio 1594, giorno della morte.
Anche in questa zona ci sono tre leggende: una riguarda proprio il Tintoretto e la sua casa ed in
modo particolare una delle sue figlie; ma quella più curiosa e verosimile è legata al palazzo che sta
praticamente davanti alla casa del grande pittore. Il palazzo in questione è il Palazzo Mastalli, non
ci si può ingannare in quanto è riconoscibile dall'altorilievo di un mercante della morea che conduce
un cammello.
La storia narra di un innamorato non corrisposto e che per il dolore abbandona la sua terra e lascia
detto che qualora la sua amata cambiasse idea lo avrebbe trovato a Venezia e per facilitare la ricerca alla dama il segnale era appunto quell'immagine consegnata alla pietra. L'attesa fu lunga quanto vana per il povero innamorato.
C'è però anche chi sostiene che il mercante una volta all'anno abbandoni il suo posto accanto al
cammello. Questo succede la notte dell' Epifania, salvo ritornavi alla mattina; comunque sia, curiose
sono pure le quattro statue in pietra dei mercanti: una in particolare attrae l'attenzione, quella con il
naso di ferro chiamato Sior Toni Rioba con tanto di nome inciso su ciò che porta sulle spalle, più
noto come il Pasquino di Venezia.
Ovviamente manco a dirlo anche queste quattro statue sono protagoniste di una leggenda.
Però di strada ne ho fatta, confesso che un po' le gambe si fan sentire, non è certo come andar per
monti ma tutto questo camminare, fermarsi per ammirare i vari capolavori, cercare di leggere, non
dico tradurre, ma quanto meno vedere di interpretare alla meno peggio alcune iscrizioni in latino presenti nelle sepolture delle chiese, il rimettersi a camminare, fermarsi ancora, stare in piedi nuovamente e poi i ponti e la gente da schivare che si ferma in mezzo ai piedi sul più bello, vuoi per la
foto vuoi perché si siano accorti di aver perso qualcuno per strada, alla fine risulta essere faticoso
e non poco.
Ritorno sui miei passi Calle Larga e poi a destra Fondamenta degli Ormesini, anche qui come in
quella precedente un sacco di localini stuzzicanti, i cosiddetti bacari, con i loro tavolini sistemati vicino al bordo del canale invitano più che mai ad una sosta vuoi per uno spritz o una qualsivoglia
ombra di bianco o di rosso o, perché no, un bel prosecco fresco; meglio che tiro dritto sennò fiacco
quel poco di gamba rimasta.
Un ponte di ferro mi introduce nel Ghetto ebraico di Venezia che fu istituito dalla Serenissima nel
1516 quando, in seguito all'espulsione dalla Spagna nel 1492 degli Ebrei, questi cercarono rifugio
un po' in tutta Europa, Venezia compresa. Dopo una prima sistemazione sull'isola della Giudecca,
che pare prenda questo nome proprio da questo avvenimento, sebbene vi sia un'altra versione, il
Senato ne ordinò la nuova sistemazione nel Ghetto appunto, con tanto di pesanti portoni che venivano chiusi dal tramonto al levar del sole.
Oggi sono pochi gli ebrei veneziani rimasti nel Ghetto. Il complesso rimasto integro testimone è il
campo del Ghetto Nuovo con i suoi alti edifici e la Casa di Riposo, vi sono anche negozi che offrono
specialità ebraiche; per arrivare al Ghetto Vecchio si notano i pannelli commemorativi delle vittime
veneziane della Shoah e poi le Sinagoghe ancora aperte al culto.
Una calle stretta, un breve sottoportico e sono fuori dal Ghetto, il ponte delle Guglie sopra il Canale
di Cannaregio e via lungo la trafficatissima Lista di Spagna, gente che va e che viene, valige, scolaresche, famiglie, una babele di lingue tutto come questa mattina, non è cambiato nulla.
Eccomi nuovamente alla stazione pronto per il rientro a casa, ma prima va fatto un salto nella meravigliosa Chiesa di Santa Maria di Nazareth o Chiesa degli Scalzi, progetto di Baldassarre
Longhena, per una visita alla Sacra statuetta del Gesù Bambino di Praga e un ringraziamento al
buon Dio di questa bella giornata non solo dal punto di vista atmosferico ma anche per tutto il bello
che ho potuto ammirare, ma soprattutto per le immense doti che hanno gli uomini, capaci di creare
opere che sopravvivono non solo a chi le ha realizzate ma anche ai secoli, capaci sempre e
comunque di creare emozioni, stupore, meraviglia sempre nuove anche in chi già le conosce e le
ha ammirate tante volte ma soprattutto su chi ha modo di ammirarle per la prima volta in assoluto.
Beh ho ancora un poco di tempo prima del treno e visto che l'acqua è finita un buon prosecchino
penso di essermelo guadagnato. Sani e Prosit. 16 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
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crode. Da ieri si è compiuto un miracolo.
Se hai l’animo disposto, non ti sembrerà
strano veder aggirarsi tra gli alberi, accanto a Emilio o a Severino, Jack London e
Rigoni Stern, stringersi la mano Luisa e
Konrad Lorenz...
Provalo anche tu e vedrai che emozione
sfogliare un libro, emozionarti e sentire
presenze vive che fino ad ieri non avresti
pensato fosse possibile. E poi il Bosco.
“Il bosco di san Marco riposa tranquillo sul
largo bacino delle sorgenti dell’Ansiei.
Immenso, sembra dall’alto un morbido
tappeto, penetrante furtivo tra le nere gole
e nei valloni circostanti, abbarbicantesi
sulle ripide e scosce pendici degli alti
crodoni che l’attorniano. Al di sopra, il
Corno del Doge, attenta sentinella
vigilante sulla prodiga e benefica foresta
veneziana! Per primo salutava le cime più
alte degli abeti secolari che spuntavano tra
le dense conifere, gareggiando con gli altri
in altezza e robustezza per essere preferiti
dalla città incantata e servire antenne
sicure alle marivore galere. E per primo
dava l’addio agli unici testimoni per lungo
tempo della sua grandezza, presagendo
loro la regale potenza del Leone.”
Tu che mi leggi, se vieni ad Auronzo, vieni
nel Bosco.
(1)
QVOTA 864 N. 27 pag. 44
(2)
Severino Casara ARRAMPICATE LIBERE. Hoepli MCML, pag. 82
LIBRI, TANTI LIBRI, UN BOSCO 17
QUANDO LA MONTAGNA RITORNA ALLA PIANURA
di Vittorino Mason. G.I.S.M.
Fausto De Stefani
a chi glielo fa fare a un alpinista
famoso, che ha scalato tutti gli
ottomila, e non solo quelli,
Accademico, Socio Onorario del
Cai, presidente di Mountain Wilderness, impegnato in convegni, manifestazioni e conferenze
a favore della montagna e l'ambiente, persona
che in Nepal ha realizzato scuole e ospedali per
bambini di strada, a dannarsi l'anima, correre
tanto e cimentarsi ancora in imprese ben più
improbe che scalare il K2?
Mah, forse sono gli occhi di quei bambini che lui,
Fausto De Stefani, si trova davanti e incrocia
quando va per le scuole a raccontare storie e
favole, le stesse che il vecchio Mandelo, barba
folta, in sella a una bicicletta scassata, raccontava a Fausto e agli altri bambini. Forse è per
quegli sguardi, quelli occhi pieni di luce e capaci
ancora di stupirsi e meravigliarsi ascoltando favole e storie, che nessuno ha più il tempo di raccontare, che Fausto continua ad andare entusiasta creando sogni e speranze, anche per chi
non crede più a niente.
Si è fatto contadino Fausto. Semina, coltiva e
lavora, soprattutto con e per i ragazzi, perché
rappresentano l'investimento più importante che
l'umanità può fare per salvarsi e preservare il
pianeta Terra.
Ed è forse una favola anche quello che gli è capitato tre anni fa. Un giorno si presenta a casa
sua un compaesano che gli dice: "Nel testamento mio padre ha lasciato un pezzo di terra
per te, un bosco". Fausto stenta a crederci e
come un bambino fa salti di gioia e passa
tutta la notte camminando per le vie di Mantova
parlando con il Dio dei dimenticati.
M
18 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
Si ritrova con un terreno di grande valore commerciale, appetibile per i falchi della speculazione edilizia e le agenzie immobiliari. Ma quel
bosco, immerso in avvallamenti che ricordano
delle colline, stretto in un paesaggio di campagna che rimanda ad altre epoche, a contadini
piegati alla terra, non è in vendita e Fausto ne è
solo il custode. Il bosco, che si trova nel comune
di Castiglione delle Stiviere (Mantova), era il
luogo dove fin da bambino e poi da grande,
Fausto si recava per cercare natura, vedere animali, fotografare uccelli. È lì che ogni tanto
incontrava il proprietario, colui che gli avrebbe
lasciato in eredità il luogo. E questi un giorno,
sapendo di Fausto esperto alpinista, gli chiese
se poteva fare qualcosa affinché dal bosco lui
potesse riconoscere per nome le montagne che
si vedevano all'orizzonte. Fausto allora costruì
uno strumento semplice che posizionò nel
bosco: un paletto di ferro con saldati vari tubicini direzionati e riportanti il nome del monte
osservato attraverso gli stessi.
Forse è per questa piccola gioia che Fausto gli
aveva regalato, o forse perché aveva capito gli
intenti, l'operato e la bontà del famoso alpinista,
che il proprietario, un ricco imprenditore, prima
di morire pensò di lasciargli il bosco. Quello strumento rudimentale, ma efficace, è ancora lì,
come un totem alla memoria.
Investito di una grande responsabilità, ora
Fausto vuole trasformare quel luogo dimenticato
in un bosco didattico. Far conoscere ai bambini e
ai ragazzi le biodiversità, farli giocare, guardare,
ascoltare e lavorare tra e con le piante. Nel corso
di poco più di un anno, grazie anche al contributo di alcuni amici e volontari, si è ripulito il bosco,
estirpato rovi, tagliato alberi secchi, creato un
percorso naturalistico, alzato altane per l'osservazione degli animali, e ristrutturato due piccoli
abitati: uno atto ad ospitare studiosi e l'altro, che
ricorda un bivacco, per accogliere i ragazzi. C'è
pure un orto, un pollaio con gli armenti, uno stagno e un campo annesso dove crescono diverse
specie di orchidee. Una parte del bosco è stata
lasciata selvaggia e in un'altra, che per morfologia ricorda un anfiteatro, si è pensato di realizzare una piattaforma, una sorta di palco dove
forse già dalla prossima estate, amici di Fausto
come Marco Paolini, Erri De Luca, Mario
Brunello e Paolo Rumiz, cercheranno di dialogare con gli alberi e gli spettatori.
È qui, in questo luogo dove ancora resiste un
lembo di antica pianura, che Fausto attende le
scolaresche per far didattica ambientale e
trasmettere l'amore per la natura. È qui che
l'alpinista sotto un cappello in feltro e una folta
barba che ricorda la figura del vecchio Mandelo,
insegna, gioca, cammina e costruisce con i
ragazzi casette di legno per gli uccelli. È qui che
Fausto sta ritrovando l'altra montagna, quella
che non ha bisogno di essere salita. Ed è sempre lì, in quel bosco di carpini e scommesse, che
gli alpinisti della domenica, gente della pianura
che scappa dalle città per cercare avventura e
bellezza, hanno deciso di dedicare parte del
proprio tempo e rinunciare alle altezze per una
gioia ben più grande.
Poteva sembrare una scommessa, può sembrare una favola, ma pensare che, grazie alla
rete e a comunicati stampa, persone provenienti da molte parti abbiano rinunciato a qualcosa e
si siano ritrovati insieme per condividere un
progetto e lavorare per qualcosa di bello, che sa di
alberi e terra, beh, non può che far felici. In
questo mondo individualistico ed egoistico, che
disgrega e lascia sempre più soli, con tanti vuoti
e incertezze, questo fare diventa motivo di
comunione.
In fondo, tutti noi che frequentiamo la montagna
in cerca di emozioni e bellezze naturali, dovremmo arrivare a capire che la montagna non può
diventare l'ultima terra dell'uomo. Per quanto
amore possiamo avere per i monti, dovremmo
aspirare anche a preservare la pianura,
ritrovando e riportando alla luce quelli spazi di
terra sepolti sotto asfalto e cemento. Una quotidianità che ci è così vicina e così lontana, ma
pur sempre Madre e Terra delle nostre radici. E
con questo bosco, fazzoletto di terra avanzato
alla città, l'eredità di Fausto non vuole essere
che una promessa e un impegno per lasciare ai
posteri un'altra responsabile eredità. Fausto mentre coordina i lavori nel bosco
QUANDO LA MONTAGNA RITORNA ALLA PIANURA 19
RICHIAMI
DAGLI ALTI LUOGHI
di Mirco Gasparetto. G.I.S.M.
ante e Virgilio, impietriti nei loro
mantelli, attraggono da sempre le
mie attenzioni. Lo fanno fin da quando avevo imparato a riconoscerli,
seppure piccoli e lontani, ancora ai tempi delle
lunghe vacanze famigliari a Pieve di Cadore;
quelli del Fadalto, della Cavallera e delle tre ore
d'auto da Treviso. Ad accoglierci, tutte le estati,
una grande casa bianca col prato, l'orto e le
ortiche, che ancora adesso, dopo tanti anni,
sento mia. Le ampie finestre concedono
d'avvistare, sopra i boschi di Col Contràs, le due
rocciose figure ben scolpite nell'aria, arroccate
sul fianco della grande montagna che le sovrasta benevolmente. Del resto, la grande montagna si era fatta notare ben prima delle due
miniature dolomitiche. Una sagoma, la sua, perfettamente piramidale, al punto da farla coincidere con l'istintivo disegno di un bambino.
Pure il suo nome consente di fantasticare:
Croda Bianca. Perché se le Marmarole richiamano al senso etimologico del chiarore, è pur
vero che ai piedi di quella montagna giace
sepolta la nobile Bianca, principessa di Làgole.
Sogno e letteratura, leggenda e storia, avventura e mistero. Ecco che l'alpinismo, per me, doveva divenire il tramite per corrispondere a irresistibili richiami cerebrali.
Nel mio andare, ho incontrato con periodicità la
Croda Bianca. Una presenza discreta ma continua. Appuntamenti apparentemente casuali,
diluiti nel tempo. Oltre a prevalere sull'orizzonte
delle mie finestre cadorine, la ritrovo nel titolo di
un vecchio romanzo in cui occhieggia la dedica
di un primo amore. C'è ancora Lei in un bianconero dei primi anni Sessanta, in cui il giovane
M posa in vetta sul fondo, neanche troppo lontano, delle Lavaredo. Come in un gioco d'assonanze, quella foto è impressa da I, che diverrà
protagonista d'una memorabile prima ascensione sulla sua larga parete est, quella che si rivolge al Pian dei buoi. Non passa troppo tempo
ed A, un attempato amico (e saggio maestro), mi
dona una cartolina: la affido a te. È inviata da
Luisa Fanton ad Antonio Berti e ripropone la
grande Croda che esibisce il suo profilo più
bello, quello con il lungo spigolo sud-orientale.
D
20 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
L'ingannevole filo di cresta mette in rilievo una
somiglianza - neppure troppo vaga - con il
Cervino preso dall'Hörnli. Nel retro, un'emozionante china scolorita trasmette i particolari dell'ascensione.
Per qualche tempo la via di Arturo e Umberto
Fanton, quella che dal 1910 risale proprio lo
spigolo, si lascia chiamare "via Reale". Uno spot
pubblicitario dedicato ad Alberto Re dei Belgi,
che la percorse durante i suoi elegantemente
anonimi soggiorni a Calalzo, all'Hotel Marmarole
degli stessi Fanton (certo, uno stile d'altri tempi).
Insomma: Lei non cambia, rimane continuamente ipnotizzante. Mi tira la giacchetta. Sì, non
mi lascia stare. Ci dovrei proprio andare. Poi
penso: ci sarei dovuto andare almeno vent'anni
fa, prima che mi ricucissero più volte le fibre
logore dei tendini; prima di darla troppo vinta
all'adipe della pigrizia; prima di chiudermi in
autodeterminati steccati socio-famigliari (gli alibi
potrebbero continuare…). Eppure, con la Croda
Bianca sento che dovrei sistemare le cose…
che non sono in equilibrio. Anche altre montagne ho coccolato e poi lasciato da parte, distratto da sinuose linee al tempo più attraenti.
Nomi accantonati per un ipotetico futuro che,
senza alcun avvertimento, adesso mi trova in
ritardo. Anche questa è una delle regole del
Grande Gioco. Al ché, di solito, me ne faccio una
ragione. Con la Croda Bianca però è diverso.
Ipnotizzante, dicevo. Noto i suoi profili, ancora
riservati, scendendo dalla sella verso il lago di
Santa Croce. Dopo poco, invece, ecco che si
annuncia con distaccata prepotenza all'uscita
del tunnel sul Ponte Cadore. Elegante, appuntita e ineffabile. Mi basterebbe giungere ai solitari
Dante e Virgilio… magari ripercorrendo le
antiche orme di Darmstaedter e delle sue
esperte guide… bah… lasciamo stare.
Mettiamola così: a suo tempo l'ho snobbata...
ora è tardi. Capitolo chiuso.
…il 31 agosto lascio Pian dei buoi alla volta dello
spigolo Fanton, azzerando le logiche della
coscienza. Un precedente pernottamento nella
grande casa bianca ha favorito l'intenzione, rinvigorendo preziosi ricordi (e risparmiandomi
drammatiche levatacce). Buoni presupposti:
« e il sole calante le aguglie tinga a le pallide Dolomiti
sì che di rosa nel cheto vespero le Marmarole care al Vecellio
rifulgan, palagio di sogni, eliso di spiriti e di fate... »
da A. Berti, Dolomiti Orientali, 1971 pag.373
Marmarole. Croda Bianca m 2841 slm
foto g.g.
Entrambi in bilico sulla stretta Forcella di Croda
Bianca. Hey, buongiorno signori!… ché la dritta
via era smarrita.
Fiancheggiamo l'arco di roccia, risaliamo l'ultima
cresta e siamo in cima, accompagnati da una
lattiginosa nebbiolina. Una grande croce metallica, isolata nel cielo, custodisce in grembo il
libretto di vetta. Stretta di mano, borraccia, stecca di "fondente", tabacco e cartina da arrotolare.
Relax. Un'epifania di sensazioni che scorrono
lucide, ordinatamente, senza fretta. Nebbia che
si alza, e panorami UNESCO. Un sacco di click!
Con N mi faccio fotografare nei pressi del disordinato ometto che ha come sfondo le Tre Cime.
Mi accorgo che da quel cumulo di pietre
sporgono i legni, segnati dal tempo, della vecchia croce di cima. Poi lo sguardo individua, lontani, i magri Campanili di Popera e affiora il ricordo di una salita legato a M (già!… quello citato in
principio). Ancora un'ultima occhiata dall'alto, e
poi il ritorno. Sfiliamo con attenzione ai piedi di
Dante e Virgilio, caliamo pazientemente da
Forcella Marmarole, incontriamo una tranquilla
mandria di camosci e infine brindiamo a Lei, già
rosa di luce calante, alzando un festoso boccale
di birra. Sosto un'altra notte presso la grande
casa bianca. Mi addormento come un bambino.
Trascorre una manciata di giorni.
Rifugio Pordenone e cielo sereno di settembre:
anche qui, ricordi di torri pietrificate e di splendidi giorni senza ore. Con un folto gruppo di amici
m'incamminerò verso il discreto Cadinùt pensile,
tributario della Val Monfalcon di Cimoliana.
Luogo leggero, sospeso, protetto dalla colorata Cima
d'Arade. Lì, ci sarà un altro
amico ad aspettarci.
Dopo un po' di chiacchiere,
caffè e pacche sulle spalle,
muoviamo dal rifugio e mentre
imbraccio il mio zaino, dico ad A
che ho fatto lo spigolo Fanton…
che in cima ho trovato la sua
recente firma… accenno alla
giornata entusiasmante... E lui,
che le Marmarole le conosce
proprio bene, mi dice… hai fatto
il Campanile San Marco? No?…
beh, allora ci dovresti proprio
andare. Ridiamo.
Intanto s'accende, istintivo, il
moto del mio pensare. In vetta alla Croda Bianca
casèra Baion il cielo è blu e la dolomite brilla.
Risalendo verso Forcella Peronàt in un torpore
mentale carico di aspettative, rimugino intorno
alla richiesta che avevo espresso a N, dopo che
su mio consiglio aveva salito (e sceso) lo spigolo in inverno, un paio di stagioni fa (al terzo tentativo… perché la Croda Bianca non è certo
fessa): quest'estate lo facciamo insieme?
Domanda improvvida, per tutta quella serie di
motivi esposti più sopra. Tant'è che ora il buon N
mi cammina allegramente davanti, corda a tracolla. Con noi anche "B" e M perché, in questi
casi, la compagnia diviene per me elemento taumaturgico. Dislivello, grande cengia diagonale,
antichi camini e paretine. Sudore sotto il casco,
sosta. Commenti, qualche risata… fantastico! In
lontananza luccica, oblungo, lo specchio del
famoso lago. È, il mio, un cosmico viaggio nel
roccioso cuore pulsante del Cadore. Parecchi
click! Quindi ancora paretine, inaspettati
caminetti e traversate a ingannare il vuoto. Tutto
senza grande difficoltà, eppure con richiesta di
concentrazione. Nuvole sospette ci avvolgono,
poi ci lasciano all'azzurro dei fondali dolomitici
visti mille volte, e tuttavia sempre spiazzanti.
Accanto a noi scorre, impennandosi clamorosamente, un altro misterioso spigolo di roccia,
quello della Cresta degli Invalidi, che percorse
Oliviero Olivo, da solo, nel 1924 (uno dei non
pochi episodi che mette in crisi la storia dell'alpinismo dei luoghi comuni). Eccoli finalmente!
…Dante e Virgilio… Li osservo da vicino, dall'alto. Quassù diventano grandi sagome sfingee.
22 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
PAUL PREUSS. ORIGINE DELL’IDEA
Cronache di cent'anni fa. Si diffuse la voce che Preuss risultava disperso. Io ero sposata con
Hartwich e Mina con Relly. I due uomini si misero immediatamente in cammino per cercarlo,
mentre Mina ed io e molta altra gente aspettavamo ad Altaussee con grande
preoccupazione. Ero da Mina quando giunse la notizia della sua morte. Fu il momento più
terribile della mia vita. Neppure la morte del mio amatissimo padre mi aveva addolorata allo
stesso modo. A ricordare il drammatico momento è Emmy Eisenberg, donna dalla
pronunciata personalità; non solo grande amica di Paul Preuss e della sorella maggiore
Mina, ma pure sua compagna di cordata. Il 3 ottobre 1913 (presumibilmente, visto che il
corpo fu ritrovato solo undici giorni dopo), fu lo spigolo nord del Mandlkogel, nel massiccio
del Dachstein, in Stiria, a decretare la fine del geniale arrampicatore. Successe durante un
tentativo di prima ascensione solitaria a una linea non certo difficile per le sue capacità (250
m, IV). Una via da cui tutti si tennero alla larga per una buona decina d'anni.
Quel giorno d'ottobre, spazzata via da una rapida tempesta, si concluse la parabola umana
del ventisettenne "Pauli". Avvenne non lontano da Altaussee, paese in cui era nato e dove la
famiglia - viennese d'origine ebraica - possedeva un villino. Oltre l'alpinista, sopravvissero i
personali e reazionari concetti filosofici, a cui il giovane stiriano aveva sempre aderito con
straordinaria, perseverante coerenza. Un'idea di alpinismo, la sua, che non aveva mai
lasciato spazio all'utilizzo di artificialismi per salire la montagna. E ancora oggi (nonostante
tutto), sulle pareti del Campanile Basso o della Piccolissima di Lavaredo, è possibile ritrovare
il suo spirito. Tuttavia, è necessario porre attenzione quando si analizzano i significati. È lo
stesso Preuss a ribadire… Non ho mai detto che non si possa mai ricorrere alla corda! Non è
questione, quindi, di scansare a tutti i costi il concetto di sicurezza, bensì… quando parlo di
una lotta ad armi impari, intendo dire che noi uomini abbiamo sempre dovuto tener conto dei
pericoli della montagna, e quindi anche della caduta di pietre, della friabilità della roccia e
così via mentre - inteso in senso metaforico - la montagna non può difendersi dal fatto che gli
uomini le danno l'assalto con i chiodi, il martello, lo scalpello, il perforatore, e un domani
forse con il cemento. Un pionieristico pensiero forte (qui estremamente sintetizzato) destinato
a rimanere sempre attuale e a risiedere in ogni fase evolutiva della storia dell'alpinismo.
Eppure anche oggi, autorevoli ed esperti arrampicatori, nell'istintivo confronto pratico tra
Preuss e Dülfer, tendono a far notare una complessiva sopravvalutazione delle ascensioni
del primo rispetto a quelle del secondo (in riferimento a importanza delle pareti, difficoltà
tecnica, continuità, lunghezza…). Dati di fatto certamente tangibili, che a ragione proiettano
pure il giovane Dülfer nella storia. È, comunque, altrettanto innegabile come sia tutta
preussiana l'origine di un'idea che produrrà un frangente alpinisticamente fertile già tra i suoi
contemporanei (basti pensare i nomi di Fehrmann, Haupt, Sixt, Dülfer stesso…) per poi
replicarsi, più di mezzo secolo dopo, nei principi fondanti la grande arrampicata libera (non
solo dolomitica) degli anni Settanta.
Ad Altaussee, la tomba di Paul Preuss è adorna di geometrici ometti di pietre. A chi frequenta
la montagna, tali costruzioni ricordano il modo più bello e antico di segnalare una direzione,
di rappresentare un elemento di sicuro passaggio. Nella tradizione ebraica, invece, questi
sassi hanno un ben preciso significato: colui che viene per rendere omaggio lascerà una
pietra sulla tomba, semmai accatastandone una sull'altra. Perché la pietra è dura. Come il
ricordo.
Mirco Gasparetto [corsivi tratti da Messner, R. (a cura di): L'arrampicata libera di Paul Preuss, Novara, 1987]
PAUL PREUSS. ORIGINE DELL’IDEA 23
LA
TRINCEA SUL LAGORAI
di Franco Vaia
on era tardi, ma il sole ormai si avviava verso il riparo notturno dietro le
creste del Lagorai e un'ombra tenue,
bluastra, dolce e inquietante, si diffondeva lentamente su tutte le forme del versante nord.
Stava camminando da qualche ora, dopo aver
lasciato il suo lavoro a orario otto-quattordici,
con un panino nello stomaco e la voglia mai
esaurita di vagare per quei luoghi carichi di
memorie. Ricordi di infanzia e di adolescenza,
seminati dai lunghi racconti della nonna e dell'unico prozio rimasto in vita, ma ravvivati dal
costante incontro con ciò che di quei tempi lontani le montagne conservavano ancora ed
offrivano agli occhi e al cuore di chi aveva voglia
di cercarli e di leggerne le pagine di pietra.
Aveva deciso, senza capirne chiaramente i
motivi, di passare la notte, quella strana notte
agostana, in una delle malghe alte, dove sapeva di trovare tutto quello che occorreva e bastava per accontentare il suo improvviso desiderio.
Il crepuscolo cominciava a colorare con riflessi
stupendi d'oro antico, di rame preistorico, di
porpora affascinante per la sua austerità. le
rocce viola delle antichissime colate vulcaniche.
Dapprima gli venne da ridere: quelle rocce, con
cui nella contigua Val Vanoi facevano cubetti e
pavimentavano strade un po' dappertutto, assumevano in quei momenti magici ben altro
interesse, ben altro valore.
Poi si fece serio, in viso e nel cuore: le tinte di
quelle rocce erano anche quelle del sangue di
migliaia di soldati italiani e austriaci e delle
medaglie che si erano guadagnate con la vita da
forti e con la morte da eroi.
Raggiunta la malga che si era prefissato come
meta, si girò un attimo sulla soglia a percorrere il
panorama di creste, di boschi e giù giù di prati bui
e di luci dei paesi a mezza costa e in fondovalle,
il tutto gradualmente, ma inesorabilmente, sommerso dal manto blu della notte. Osservò il
maestoso larice che si ergeva sulla morena poco
distante dalla malga. e pensò a sua Madre.
Istintivamente si chiese perché mai quel pensiero, quell'accostamento e gli fu subito chiaro:
l'imponente albero, contorto dalle bufere, dal sole
e dalle difficoltà che quel rude ambiente aveva
opposto per decenni alla sua crescita gli ricordava Lei. Così vedeva sua Madre: come un larice,
spezzatosi improvvisamente al termine di una
lunga, impegnativa, ma importante, esistenza.
N
24 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
Certo, non era stata solo lei a vivere in quel
modo. Tante Madri infatti sono passate fra miserie, guerre, fatiche e patimenti che ancora non
finiscono. Lei gli appariva come un larice, perché il larice ti guarda dall'alto della sua imponente e snella figura, lungo e leggero. E quando
il vento passa tra i suoi rami, coperti da quegli
aghi sottili sottili, allora chiacchiera, ti parla dolcemente, si china su di te per salutarti, per
ripararti, per vedere se stai bene o se ti serve
qualcosa.
Il larice ti fa ombra d'estate, ma non ferma il
vento fresco, semplicemente lo trattiene, lo rallenta, lo fa passare pian piano, perché ti sia più
piacevole, ma in inverno lascia passare il sole,
che ti riscaldi. In primavera comincia a far
spuntare quegli aghetti delicati, di un verde
chiaro che fanno riposare gli occhi dopo il bianco abbagliante della neve, e quando il sole comincia a intiepidirsi durante l'autunno, ecco che
il larice diventa tutto d'oro, a darti ancora un po'
di luce prima che faccia troppo scuro.
Così gli sembrava fosse stata sua Madre, pronta
a dare tutto ciò che poteva, anche a perdere
qualche ramo se la bufera era troppo forte o il
ghiaccio troppo spesso. Pronta a lasciar
spuntare attorno a sé l'erba fresca e le fragoline
e i lamponi e i mirtilli, per far felici i piccoli,
concedendo loro la luce del giorno, del sole, e
proteggendoli di notte con il calore emanato
dalla scorza.
Quando i rami si sono seccati un po' alla volta, il
larice ha cominciato a emettere lacrime di resina
splendente e profumata, per il dispiacere di
doversene andare anch'esso nel vento e di lasciarti a guardarlo perdere quei delicati aghi
dorati, facendo cadere, per salutarti, le ultime
pigne, anche quelle ormai leggere e vuote, che
un tempo erano piene di colore, di profumo e di
semenza.
Seccandosi, ha perso le forze e l'ultimo, più
forte, colpo di vento ha rotto i rami più grossi,
che aveva cercato di tenere per darti ancora un
saltuario appoggio, e infine l'ha spezzato. Ma è
rimasto il ciocco, è rimasto e non sparisce mai
completamente sotto la terra e tutto intorno
crescono sempre quei piccoli frutti, colorati e
dolci, e le erbe buone da raccogliere.
Così vedeva sua Madre, e gli sembrava che
fosse stata un grande, eccezionale larice.
Solo quando sopra il Cauriol riuscì a distinguere
la prima stella aprì completamente la porta e
varcò la soglia. Stranamente il buio lo turbò per
un attimo, poi accese lo Zippo, trovò la lampada
a petrolio e la calda, tenue, luce aranciata frugò
gli angoli scacciandone le ultime ombre. Si
rilassò, accese il fuoco, pur avendo nulla da
cucinare, mangiò un poco di ciò che era nello
zainetto, accarezzò la vecchia borraccia che
aveva riempito ad una delle tante sorgenti
incontrate salendo, bevve un lungo sorso e si
incantò di nuovo. Accadeva sempre più spesso,
quando gli capitava di toccare cose di suo
nonno o del suo prozio, soprattutto i cimeli della
Grande guerra, che ornavano diversi angoli
della casa e che la nonna, e la mamma un
tempo, spolveravano religiosamente, talora con
fare esitante, pensoso, forse con amarezza.
Sfiorandoli, sempre più spesso il suo pensiero
veniva richiamato indietro nel tempo, come a rivivere ricordi suoi, che suoi non erano, a far riaffiorare sofferenze che non aveva mai realmente
provato. Per un po' aveva ignorato la cosa, poi
aveva tentato di capire, infine ci si era abituato.
Non ne aveva tuttavia parlato con alcuno. Forse
se ne vergognava un po'.
Ma ora, ora era diverso. Era solo, nella baita;
fuori era buio; soltanto il fuoco del focolare, una
volta spenta l'ormai inutile lampada a petrolio,
illuminava dolcemente la borraccia ammaccata
che teneva ancora in mano e che finalmente si
decise a posare sul tavolo. Chiuse gli occhi,
allungò la mano a sfiorare il metallo, che
inaspettatamente gli trasmise una sensazione di
calore e non quella dell'acqua freschissima che
conteneva.
Una voce, quasi un sussurro, gli giunse, non
capì bene se alle orecchie o direttamente al
cervello: ne udì distintamente l'intonazione, il
timbro, e ne colse la sfumatura affettuosa che
contribuì a farlo rimanere tranquillo, in ascolto,
sempre ad occhi chiusi per non farsi distrarre
dalle pur poche cose che gli stavano attorno.
Sei vicino, molto vicino, a noi e ai luoghi della
nostra sofferenza, dai quali ormai possiamo solo
inviarti messaggi di pace, di serenità, di
preghiera.
Noi siamo qui per sempre, ma è importante che
tu, e un giorno tuo figlio e poi ancora altri di voi,
di noi, conoscano e vengano su, a ricordare, ad
ascoltare, per sapere, per capire.
Ormai i tramonti del Lagorai sono per noi solo
gioiosa sinfonia di colori e solo questo tu devi
sentire nel tuo cuore: non rivivere mai le situazioni di dolore e di morte che ogni giorno noi, ma
solo noi, abbiamo dovuto vivere fino al giorno
del buio eterno.
Solo noi; neppure le donne giù, nel fondovalle,
hanno mai saputo quanto dolore e quanta morte
ci abbiano accompagnato fino all'ultimo passo.
Nessuno deve saperlo, perché il ricordo deve
essere contraddistinto dalla convinzione che il
dolore e la morte erano necessari, ma solo in
quel momento, per poi essere dimenticati anche
da chi li ha dovuti subire e per essi concludere la
propria esistenza tra queste rocce meravigliose.
Il sole ne trae colori di pace, non vedervi
sangue, non vedervi l'ombra della morte.
Si risvegliò al primo raggio che, di traverso tra
alcuni tronchi sconnessi, gli si posò dolcemente
sul capo abbandonato fra le braccia piegate
sopra il tavolo.
Così aveva trascorso la notte: dormendo, sognando, ascoltando, non sapendo come interpretare quelle voci, quelle sensazioni incredibili
eppure nettamente provate.
Si riscosse, un po' smarrito per il sonno e per il
sogno, e uscì.
Era domenica, non doveva scendere a valle, ma
la direzione verso cui si era avviato lo stupì
quando ormai era in viaggio da un bel po' di
tempo. Il giorno prima aveva pensato, così, un
po' vagamente, di salire alle trincee del Cauriòl,
ma si accorse che da un paio d'ore stava andando da tutt'altra parte, viaggiando sotto la cresta
del Formentone, diretto a Cima Litegosa.
Perché, si chiese perplesso, stava andando
dove non aveva mai pensato di andare, almeno
ultimamente? Comunque, c'era acqua da quelle
parti e quasi automaticamente si diresse verso il
Passo. Non si era accorto che il sogno della
notte precedente lo aveva imprigionato e
costretto a dormire un po' più del suo solito e
che il raggio di sole che lo aveva svegliato era in
realtà ormai sorto dalla cresta del Cauriòl: quindi si era ridestato tardi. Infatti era ormai pomeriggio avanzato quando pose il piede nella trincea
sulla Litegosa.
L'aria era ancora calda, il cielo terso, solo un po'
velato dalla condensa dell'umidità che saliva dal
fondovalle.
Si sedette sui lastroni che coronavano la trincea
e constatò che era austriaca, data la sua
posizione. Mangiò un panino, bevve la fresca
acqua stringendo forte la vecchia borraccia e
ancora una volta lo prese quella strana sensazione che lo aveva sconcertato nella baita, la
sera precedente. Ancora una volta gli parve di
sentire le voci sussurrargli parole rasserenanti,
nei colori del nuovo tramonto che lo avvolgeva.
Si avvolse nella giacca a vento, pose lo zainetto
a fare da guanciale e si sdraiò sull'erba corta,
dura e profumata, che copriva il fondo della
trincea.
Non serviva più altro. Ora sapeva. Ed era
sereno. LA TRINCEA SUL LAGORAI 25
I luoghi del Sacro
CHIESETTA MADONNA DELLA SALUTE. Misurina
di Paola De Filippo Roia
iungendo a Misurina, da Auronzo,
colpisce subito alla nostra destra una
imponente struttura. È l'Istituto Pio
XII, un moderno centro di diagnosi, cura e
riabilitazione dell'asma infantile.
L'Opera Diocesana S. Bernardo degli Uberti di
Parma, proprietaria del complesso, ha in carico
anche l'attiguo Centro San Benedetto che ospita gruppi per soggiorni alpini.
A ridosso della casa di cura, nel bosco accanto
alla partenza della seggiovia che conduce in Col
de Varda, troviamo la chiesetta della Madonna
della Salute che è stata eretta tra il 1899 ed il
1900 dalla Società del Grande Albergo Misurina.
Viene benedetta il 21 agosto 1900, alla presenza della regina Margherita di Savoia, nel trigesimo della morte del re Umberto I°. Alla Santa
Messa, celebrata dal pievano di Auronzo, monsignor Da Rin, funge da diacono don Achille
Ratti che diverrà Pio XI°, il papa alpinista.
Sobria, di stile neoclassico, ha un solo altare, a
suo tempo arricchito da una pala della Madonna
della Salute di Tommaso Da Rin. Durante la
guerra, nel 1917 o 18, la pala viene rubata; è
stata sostituita da una analoga nel 1923, opera
del sappadino Pio Solero.
Anche esternamente l'edificio si presenta semplice, con due piccoli
corpi esterni.
Il tetto, restaurato
recentemente, è in
scandole di legno,
che ben si inseriscono
nell'ambiente.
Le suore, impegnate
nella
conduzione
della casa di cura, ne
sono fedeli custodi.
Tra l'altro, recentemente si sono impegnate a raccogliere i
fondi per l'acquisto e
posa di una campana,
essendone
sprovvista
l'intera
Misurina.
G
26 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
IL RIFUGIO AURONZO L’esperienza della gestione diretta
di Elisa Cella De Dan
Un'iscrizione in marmo all'interno della chiesetta, testimonia la presenza della regina
Margherita all'inaugurazione, poco dopo l'uccisione del re Umberto I°, avvenuta a Monza il 29
luglio. Infatti, l'edificazione è stata completata in
fretta, in previsione del soggiorno della regina,
deciso in seguito alla morte del marito. 2013. Il Giro d’Italia alle Tre Cime di Lavaredo
Questa chiesetta è stata dedicata a Dio Infinito
Onnipotente in onore della Beata Vergine Maria
il 21 agosto 1900
alla presenza di Margherita dolentissima vedova
del Re Umberto che ora su questi monti
cerca conforto al suo dolore.
...in alto i Cadini di Misurina
a stagione 2013 si è aperta con l'importante evento sportivo del traguardo di tappa del Giro d'Italia di ciclismo. Tappa definita epica per l'arrivo
nella bufera di neve. Il rifugio Auronzo è stato
base logistica per gli addetti delle varie testate
giornalistiche che seguivano la tappa e per la
conferenza stampa; piuttosto gravoso il nostro
impegno nell'organizzare al meglio l'accoglienza, ma ampiamente ripagato dalle numerose
attestazioni di stima e i complimenti ricevuti.
Anche il rifugio ha avuto la sua maglia rosa, consegnataci dai responsabili della RCS prima della
loro partenza.
Un po' di storia prima di arrivare ai tempi recenti. Il rifugio ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo da
sempre ha avuto vicende molto movimentate
legate spesso agli avvenimenti politici.
La sua costruzione inizia nel 1912 ma l'inaugurazione, con il nome di "Rifugio Longeres", non
può aver luogo per lo scoppio la guerra. La struttura viene bombardata.
Riparte la ricostruzione e nel 1925 assume il
nome di "Rifugio Principe Umberto", in onore
dell'allora principe ereditario, frequentatore
appassionato delle nostre Dolomiti.
Con la caduta della monarchia, il rifugio viene
intitolato a "Bruno Caldart", giovane guida auron-
L
zana, morto sulla Cima Piccola di Lavaredo. Nel
1955 il rifugio viene distrutto da un incendio.
Ricostruito due anni dopo, prende il nome di
"Rifugio Auronzo".
La nostra Sezione da allora è stata per diversi
anni spettatrice di quanto avveniva al rifugio, sia
pure intervenendo economicamente nei lavori
sull'edificio. Nel 2010 abbiamo deciso di
intraprendere la grossa sfida della gestione
diretta. Diverse considerazione hanno portato a
questa scelta. Tralascio in questo contesto quello che è l'aspetto puramente commerciale
anche se i maggiori ricavi e una maggiore
disponibilità economica ci hanno permesso in
questi ultimi anni di adeguarne e migliorarne la
struttura.
Ma non è stato solo questo l'obiettivo che ci
siamo proposti di realizzare. Vogliamo rinvigorire il rapporto con gli ospiti, puntamdo sull'accoglienza, rendendo l'ambiente e l'atmosfera
confortevoli e facendo si che nei frequentatori
del rifugio rimanga un bel ricordo del loro soggiorno. Anche se gli attuali mezzi di comunicazione hanno sicuramente favorito il marketing
nel promuovere l'attività e il contatto, rimane fondamentale offrire una adeguata accoglienza agli
ospiti affinché sia i turisti che gli auronzani possano vivere della vita del rifugio.
Al rifugio passano ogni anno migliaia di persone,
tra le quali anche grandi nomi dell'alpinismo
mondiale. Quello che più mi colpisce è la multietnicità, l'internazionalità dei vari visitatori.
Rifugio Principe Umberto. 1925
IL RIFUGIO AURONZO 27
È il mondo intero che passa ai piedi delle Tre
Cime di Lavaredo! Molti sono gli aneddoti e le
situazioni particolari che si presentano al rifugio;
numerosi sono i rapporti di amicizia e stima che
nascono con le persone e che si mantengono
nel tempo. Dopo quattro anni possiamo dire di
essere soddisfatti dei risultati finora ottenuti, di
aver raggiunto parte degli obiettivi prefissati
anche se, come in tutte le avventure, c'è ancora
molto da migliorare. Nel 2010, all'inizio di questa gestione, credo che non ci rendessimo conto
delle potenzialità e della cassa di risonanza rappresentata dalle Tre Cime di Lavaredo. Gli effetti positivi si ripercuotono sull'intero nostro territorio e dovremmo essere orgogliosi di questa
grande ricchezza naturale. Non voglio fare retorica su argomenti come turismo ecosostenibile,
l'indiscussa bellezza della montagna e altro
ancora: credo ci sia veramente la necessità di
puntare sempre di più sulle potenzialità del territorio, come perno trainante per nuove iniziative. Per realizzare le nostre ambizioni, gli obiettivi di valorizzazione e la promozione del nostro
territorio é indispensabile mettere da parte personalismi ed interessi individuali, che giocoforza
inibiscono i progetti comuni. Facendo il bilancio
della nostra esperienza, non può mancare un
pensiero di ringraziamento e un ricordo per tutti
i nostri predecessori all'interno delle Sezione,
che, con caparbietà e lungimiranza, hanno da
sempre voluto e mantenuto il rifugio ai piedi
delle Tre Cime di Lavaredo.
Il vivere la partecipazione diretta alla gestione
del rifugio, come referente della Sezione, é personalmente un’esperienza che sicuramente
richiede molto impegno ed energia, ma che
porta anche grandi soddisfazioni e crescita.
Lavorare in questo ambiente montano meraviglioso - riconosciuto dall'Unesco quale Patrimonio naturale Mondiale dell'Umanità - e il costante
rapporto con gli ospiti mi hanno regalato esperienze straordinarie e indimenticabili. Ho un solo
desiderio, quello di poter continuare questa bella
avventura con l’entusiasmo di sempre.
Rifugio Auronzo. Notturno
foto di Enrico Cappellari - www.framefarmfilm.com
28 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
“Ragazzi di ogni terra, di ogni lingua e nazione, con le loro nuove vie sopra il limite umano,
a goccia d’acqua, in giornate di sole e lunghe settimane di tormenta, fino a trenta gradi
sotto zero, hanno incastonato nella liscia roccia delle Tre Cime, molti e molti brillanti, che
nella notte si confondono con le stelle.”
Bepi Degregorio. Accademico del Club Alpino Italiano
A PROPOSITO DELLA CAMIGNADA POI SIE REFUGE
Camignada
addio
di Luca Borsetto
bbiamo ricevuto dal nostro socio Luca la lettera che pubblichiamo di seguito e che
riporta la sua esperienza e le sensazioni vissute in tante edizioni con la “Camignada”.
Rispettiamo quello che è il pensiero di Luca ma vogliamo da parte nostra fare alcune
riflessioni sull'evoluzione della “Camignada” in questi quarant'anni. La cosa che balza
subito all'occhio è il numero dei partecipanti, cresciuto di anno in anno, che provengono da tutta
Italia e non solo. Alle ultime edizioni abbiamo avuto la presenza di qualche straniero. Nel 2013 gli
iscritti a numero chiuso sono stati 1300 e le persone che avrebbero voluto partecipare sarebbero
state ancora molte.
Per scelta del CAI la manifestazione ha mantenuto il suo carattere di marcia non competitiva anche
se da sempre vengono rilevati i tempi e stilata una classifica finale. Indipendentemente dall'orario di
arrivo tanti partecipanti si informano sul tempo impiegato e con orgoglio vogliono che siano riportati
il tempo e la posizione sul loro cartellino.
Per molti è una sfida con loro stessi e con il tempo impiegato nelle precedenti edizioni, ognuno
comunque con il proprio ritmo e le proprie aspettative. Sono tanti i volti conosciuti che si ritrovano
già da molti anni alla partenza la domenica mattina a Misurina: agonisti e semplici camminatori, giovani e meno giovani. Per questo pensiamo che non sia stata snaturata la caratteristica della
“Camignada”, ma che si sia adattata ai cambiamenti naturali di questo tipo di manifestazione.
Nonostante le iscrizioni online, il rapporto con gli iscritti è sempre cordiale; lungo il percorso e all'arrivo si respira un clima di festa. In particolar modo se la giornata è accompagnata dal bel tempo che
permette la visione, lungo il percorso, dei panorami affascinanti e spettacolari delle Dolomiti!
Nei giorni successivi, passata la fatica, molti sono i messaggi che riceviamo da parte degli iscritti
che con toni entusiastici ricordano la domenica passata lungo i sentieri delle Dolomiti e che prendono già un appuntamento per l'anno successivo.
Il nostro obiettivo è quello di far vivere e far conoscere il Territorio e riteniamo che questa manifestazione dia il suo bel contributo. Molte sono le persone che arrivano da più lontano e che si trattengono ospiti nelle strutture ricettive per qualche giorno.
Quest'anno, unitamente ad altre manifestazioni di corsa la Transcivetta, la Transpelmo e il Giro delle
Mura Città di Feltre, abbiamo avviato un progetto "Run in Dolomiti" con lo slogan “Dolomiti di corsa
ma non di fretta”, con lo scopo di promuovere oltre allo sport gli aspetti culturali, paesaggistici e gastronomici del territorio alpino, prima e dopo la manifestazione sportiva. L'iniziativa presentata a
Palazzo Ferro Fini a Venezia lo scorso mese di luglio ha avuto il patrocinio della Fondazione Unesco
e della Regione del Veneto. I quattro Comitati promotori si augurano che in futuro anche altre manifestazioni aderiscano a questo progetto. Altro aspetto che ci piace ricordare è
il volontariato che ruota attorno all'organizzazione. Collaborano per la buona
riuscita della corsa più di un centinaio
di persone che danno la loro disponibilità per le varie necessità: preparazione
dei pacchi gara, sui ristori, per l'allestimento dell'arrivo e tanto altro ancora.
Ecco anche questo è un aspetto per noi
molto importante che permette un
momento di incontro e di aggregazione
fra tutti.
Un arrivederci alla 42° edizione in programma domenica 3 agosto 2014.
Gli Organizzatori
Fin da piccolissimi io e mio fratello abbiamo trascorso le intere vacanze estive ed invernali in Auronzo con il
nonno materno che già negli anni cinquanta aveva costruito una villetta in località Tornede, tra i primi 'foresti'
ad aver scelto la Val d'Ansiei come luogo fisso di villeggiatura. I miei genitori lavoravano duro e per i miei
primi dodici anni, nei mesi estivi il nonno Piero Caporello, molto conosciuto in paese e di cui ancora oggi tanti
anziani si ricordano, fu per noi ragazzi un "badante", un compagno di giochi e di gite, ma anche e soprattutto
un amico e maestro di vita.
Avevo 11 anni ed era la prima domenica di agosto del 1974, mio padre mi stava portando al Rifugio Auronzo
in automobile per andare al Rifugio Locatelli e fare il giro delle Tre Cime. Caso strano il nonno aveva da fare e
papà approfittava di una domenica libera per stare un po' con me. Arrivati a Misurina, sul piazzale della Loita,
ci dovemmo fermare.
Il traffico era bloccato perché la strada era piena di gente ammassata dietro ad una corda tesa in fianco alla
pensione Genzianella. Scendemmo dalla macchina e aspettando di poter ripartire, mentre curiosavamo qui e
là, mio padre scattò una foto alla partenza della seconda edizione della Camignada. Ricordo come fosse ieri:
Alziro Molin, che mi aveva dato qualche lezione di sci, era a lato della linea di partenza con il fucile da caccia
in braccio: pronto a sparare il colpo che dava inizio alla manifestazione. In prima fila gli atleti del Centro
Forestale che nell'occasione gareggiavano tra loro, dietro invece tanta gente comune, uomini, donne, giovani
ed intere famiglie che con scarponi ai piedi e zaino in spalla si apprestavano a giungere ad Auronzo
attraversando le montagne e toccando sei rifugi.
La partenza fu un momento così speciale che io e mio padre, arrivati in auto al rifugio Auronzo, decidemmo di
seguire i partecipanti alla Camignada fino a Giralba, dove, non essendo iscritti, facemmo l'autostop per
rientrare a Tornede. Fu solo il giorno dopo in paese che venimmo a sapere i dettagli di questa meravigliosa
camminata che attraversa le Dolomiti di Sesto da Misurina ad Auronzo per 30 chilometri di paesaggi unici al
mondo. L'entusiasmo di aver partecipato anche se fuori gara fu tale che l'anno successivo volli
assolutamente partecipare da 'regolare'; il nonno era mancato, mio padre non se la sentiva, alla fine mi iscrissi
con mia madre alla terza edizione, 1975.
Ricordo che avevo gli scarponi e che nello zaino la mamma aveva portato anche le mie scarpe da ginnastica
per paura che mi venissero le vesciche dell'anno prima. Sbagliai tutto, tenni su gli scarponi e misi le scarpe da
ginnastica solo al Carducci, così mi vennero le vesciche prima e dovetti scendere lentamente la val Giralba.
La mamma, nonostante tutto, andava forte e andò avanti, io arrivai in 6 ore, con 40 minuti di ritardo su di lei….
Ormai mi ero innamorato della Camignada poi Sie Refuge, e l'anno dopo, il 1976, mi iscrissi con mio fratello,
io 13 anni e mezzo, lui 12. Noi due, bambini di una volta, vestiti uguali con pedule, pantaloni di velluto alla
zuava e camicia a quadretti, non conoscevamo nessuno e stringemmo i denti perché, anche se la
manifestazione non era assolutamente competitiva (se non per i pochi atleti del CFS), non volevamo fare
brutta figura e arrivare ultimi. E' ancora vivido nella mia memoria il ricordo dell'arrivo insieme a piazza Vigo,
con Enzo Lancellotti, nostro vicino di casa, che parlando al microfono del CAI all'arrivo, ci fece sentire due
piccoli eroi definendoci i rappresentanti di Tornede, la nostra frazione appunto. Eravamo bambini, abitavamo
in città ma l'auronzana scuola "militare" del nonno che ci portava su e giù dal bivacco Tiziano ed
obbligatoriamente dovevamo giungere a casa per pranzo, ci aveva irrobustiti parecchio: arrivammo in 5 ore.
Poi vennero gli anni di una gioventù turbolenta, della motocicletta e della ragazze, del marinare la scuola e
scappare di casa, e non mi interessai più
alla Camiganda.
A 21 anni la vita mi portò lontano a
lavorare in Cina e non ebbi più modo di
partecipare, anche se ogni anno trovavo il
tempo per una scappata a Tornede, per
fare qualche bivacco, almeno il tradizionale
giretto al Tiziano (leggi Bivacco, non Bar)
dal quale, come era abitudine con il nonno,
bisognava rientrare assolutamente prima di
mezzogiorno per preparare il pranzo.
Nell'estate 1995, in visita in Italia,
passeggiando in paese vidi la locandina
della Camignada e mi iscrissi di getto con
mia moglie.
Da allora sono venuto regolarmente in
montagna nei mesi estivi ed ho avuto
modo di partecipare a varie edizioni della
Camignada, 1996, 1997, 1999.
A
30 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
CAMIGNADA ADDIO 31
Ricordo un temporale improvviso alle 6 e 30
di mattina che mi fece rinunciare all'edizione
1998. Poi alle 8 venne un sole meraviglioso
ma io non ero a Misurina alla partenza, che
delusione!
In seguito ebbi modo di partecipare ad altre
edizioni e, coinvolto dall'amicizia con Gigi
Larese e dall'entusiasmo di Simone Brogioni,
per la natura del mio lavoro ebbi modo di
collaborare con il CAI per la produzione dei
pettorali e di alcuni gadgets. Così dal 2003 al
2013 per 11 edizioni di fila non sono mai
mancato né alla partenza né all'arrivo.
Purtroppo con gli anni la maggioranza dei
partecipanti, quelli con lo zaino per
intenderci, si e' ridotta sempre più, lasciando
il posto a corridori esperti, spesso in gruppi di
associazioni podistiche, gente con
equipaggiamento professionale che corre, corre, corre.
Nel 2012 su 1200 partecipanti ben 435 l'hanno completata entro le 5
ore, 743 entro le 6 ore.
In passato incontravo tanti amici, gente locale o incontrata nelle edizioni
precedenti, si camminava insieme, si parlava un po', si scherzava con
quelli che avevano i miraggi, quasi sempre verso forcella Giralba; se
invece avevano un passo diverso dal mio trovavo sempre da
camminare in compagnia di qualcuno ammirando il paesaggio,
cercando di andare spedito ma senza correre, 'festina lente' come
riportava lo storico latino Svetonio, 'affrettati lentamente'. Nelle ultime
edizioni invece nessuno; erano tutti scatenati contro il tempo, tutti a
lottare contro il cronometro, alla faccia della Marcia Non Competitiva.
Già' da qualche tempo mi ero accorto che l'atmosfera non era più la
stessa, non si riusciva neppure a scherzare con qualcuno, e devo
ammettere che piano piano se n'è andato definitivamente lo spirito
iniziale della manifestazione che era quello dell'ammirare il paesaggio
stupendo che ci donano le montagne camminando, così come il nome
stesso della manifestazione Camignada suggerisce.
I tempi sono cambiati, nuovi partecipanti e nuove motivazioni sono
arrivate, perciò se ne va una mia vecchia gloria, finisce una tradizione
che per tanti anni è stata parte della mia vita e alla quale ho deciso di
non partecipare più perché non è più in sintonia con il mio spirito di
andare in montagna: rimangono i bei ricordi e le 17 medaglie
commemorative appese in baita.
Ma soprattutto rimangono le montagne, sempre lì, immutabili ed
imperscrutabili, pronte ad accoglierci in ogni momento e a donarci
sempre emozioni infinite.
32 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
GIUBILEO
TRE CIME
di Paola De Filippo Roia
er la prima volta, ai piedi della più
famosa triade dolomitica, rappresentanti dei Comuni di Auronzo di
Cadore, Dobbiaco e Sesto, dei
Consorzi Turistici, delle Guide Alpine e del CAI,
mettendo da parte le ataviche rivalità campanilistiche, si sono riuniti in una tavola rotonda
per discutere su: "Cultura alpinistica sulle Tre
Cime di Lavaredo: puro divertimento o un modo
di vivere" - 3 Cime, 3 pietre miliari, 3 vie. Una
giornata di sole, con uno spettacolo ineguagliabile, ha accolto una quindicina di alpinisti, di un
tempo e giovanissimi, italiani e tedeschi.
Bene Benedikt, Direttore di "ALPIN" - la più
autorevole rivista tedesca di montagna - ha
diretto il dibattito. A rappresentare il mondo della
montagna auronzana c'erano Alziro Molin e
Valentino Pais Tarsilia, due pilastri della nostra
storia alpinistica.
Certo, la montagna sarebbe materia inerte se
l'alpinista non le avesse dato un'anima, ma
bisogna sempre valutare la sicurezza, tenendo
presente che il limite del "poter fare" è il “saper
fare".
La data ed il luogo non sono stati scelti a caso,
ma in occasione di alcune ricorrenze alpinistiche
che hanno segnato la storia delle Tre Cime, “un
cristallo che si può guardare da ogni lato, che ha
la forma di una montagna ideale”.
1a pietra miliare.100 anni fa Hans Dülfer lasciava sulle Tre Cime una traccia indelebile della
sua abilità di scalatore. Nel 1913 supera infatti
per la prima volta il famoso “Camino Dülfer”
sulla parete ovest della Cima Grande.
2a pietra miliare. 80 anni fa è Emilio Comici
che conquista la parete nord della Cima Grande.
La Via Comici, che Emilio apre nell’agosto 1933
con i fratelli Dimai di Cortina, è uno dei classici
estremi di roccia in assoluto.
3a pietra miliare. Inizia così ben presto la cosiddetta “epoca delle direttissime”, avviatasi sulle
Tre Cime con la prima ascensione lungo la via
Hasse Brandler. Un’evoluzione che raggiunge il
suo apice 50 anni fa con la Direttissima invernale sulla parete nord della Grande. Nel gennaio del 1963, in 17 giorni, 16 bivacchi in parete,
con temperature di 20 gradi sotto zero,
P
“Ora stiamo per compiere la più
bella
passeggiata
delle
Dolomiti.
“Ricordiamo subito al turista
che ama vedere i colori, le
sagome di queste rocce, che
attende paziente il gioco delle
luci e delle ombre per ritrarle
con l’obiettivo fotografico,
ricordiamo subito, che quelle
crode sono pure belle perché
lassù si sono svolte e si svolgono ancora grandi lotte, sublimi sacrifici, nobili vittorie.
“Lassù, su quelle muraglie
hanno combattuto e combattono degli uomini audaci che il
mondo certe volte suol chiamare pazzi e pazzi sono essi
davvero, ma pazzi di un grande
amore per i monti.
“Sono felici quegli esseri arditi,
quando vivono lassù tra quelle
crode infocate dal sole e sferzate dalla tormenta, e felici
ancora quaggiù, racchiusi nelle
mura delle città vivono la vita
sociale; perché il loro sguardo,
il loro pensiero è sempre rivolto
alle cime”.
Severino Casara
R. Kauschke, P. Siegert e G. Uhner salgono
lungo la cosiddetta “linea a goccia d’acqua” dell’ostile parete nord, segnado quella che passerà
alla storia come la Via dei Sassoni o dei
Kolibris.
In Auronzo abbiamo voluto dare particolare rilievo ad un altro compleanno: gli 80 anni della
"prima" allo “Spigolo Giallo”, impresa compiuta da Emilio Comici, Renato Zanutti e la grande
Mary Varale. Un tracciato di incomparabile
bellezza, in un ambiente affascinante, con uno
spigolo di colore dorato che limita l'enorme
obelisco verticale dell' Anticima Sud. Le Guide
Alpine "Tre Cime", con la collaborazione del
Consorzio Turistico, del Comune, dell' Elifriulia e
del C.A.I., hanno realizzato per l’occasione il
cortometraggio "Spigolo Giallo - la conquista"
- con il commento autorevole e suadente di
Spiro della Porta Xidias - che è stato presentato
al cinema-teatro Kursaal di Auronzo, alla presenza di alpinisti e storici dell'alpinismo, quali
Gianni Gianeselli, Manrico Dell'Agnola, Alberto
Franco, Valentino Pais Tarsilia e Lio De Nes.
Regista della serata il giornalista RAI e Guida
emerita Bepi Casagrande.
Lo stesso 1933 vedeva la “prima” dello
“Spigolo Demuth” sulla parete nord della Cima
Ovest da parte di F. Demuth, S. Lichtenegger
e F. Peringer.
Il Comune e Consorzio Turistico, quale
riconoscimento a questi grandi alpinisti, hanno
voluto allestire - al Museo Corte Metto - la
mostra fotografica e storica "Emilio Comici: un
uomo avanti", realizzata con grande esperienza
e attenzione dall'alpinista e fotografo Manrico
Dell' Agnola.
In futuro, la mostra verrà ampliata ed allestita in
altre città italiane.
A conclusione di questi eventi, possiamo affermare che le Tre Cime si sono dimostrate simbolo dell'amicizia tra due realtà: Auronzo e
Dobbiaco, Veneto ed Alto Adige.
Ancora una volta le "crode", Patrimonio
dell'Umanità, ci invitano a studiare il passato per
capire l'evoluzione alpinistica nel tempo e per
sapere dove siamo oggi ed in quale direzione
vogliamo proseguire. GIUBILEO TRE CIME 33
UN INVERNO DA RICORDARE (o da dimenticare)
dal diario del dott. Aldo Vianello a cura di Paola De Filippo Roia
“Armato di pesanti sci da
discesa, potevo allora
recarmi a fare le visite nei
vari paesi e frazioni, con in
spalla il ruch-sack che
conteneva medicinali e
strumenti di primo soccorso.
La neve non mancava...” 34 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
ell'approssimarsi dell'inverno, talvolta il pensiero si
sofferma sul prossimo futuro ed una domanda mi
viene spontanea: come sarà l'andamento climatico? Avremo
abbondanza di neve o un inverno asciutto? Qualcuno ne
invoca in quantità, altri preferirebbero camminare
sull'asciutto. Per fortuna che il Padre Eterno decide senza
ascoltare nessuno.
Se, per gli operatori turistici, la neve viene considerata "oro
bianco", di contro, per gli enti locali, il suo smaltimento è un
onere che incide in modo pesante sui bilanci.
In autunno, la stampa ha dato notevole risalto all'allarme del
responsabile di Veneto Strade per la provincia di Belluno
che, qualora la Regione non dovesse intervenire
economicamente, non si potranno appaltare i lavori per lo
sgombero neve sull'arteria stradale dell'intera Provincia.
Ed allora mi son detta: facciamo gli scongiuri per tener
lontana la neve! Ma no... significherebbe un danno
economico per il settore turistico, considerato oramai uno
delle principali fonti di reddito per i nostri paesi.
Se non dovesse esserci il denaro per lo sgombero neve,
saremo costretti a chiuderci in casa ed attendere la
primavera con il sole che provvederà a sostituire il lavoro
dell'uomo.
N
Questi pensieri mi hanno riportata ad un simpatico libretto del dottor-primario Aldo Vianello
che ricorda la sua particolare esperienza di Medico Condotto in Comelico, nell'inverno 1951-52
che, coloro non più giovani, ricorderanno come particolarmente nevoso.
Ricerche storiche, per trovarne di peggiori, ci riportano all'inverno 1916 e l'analogo 1917,
proprio nel corso del conflitto mondiale. Allora non c'erano i mass-media che talvolta
ingigantiscono anche eventi comuni. Né si poteva contare sui soccorsi della Protezione Civile,
se non in forma strettamente autarchica. Ma il montanaro del tempo, dignitoso ed abituato a
duri destini, si adattava con spirito di sacrificio e senso di reciproca solidarietà, senza sperare
in aiuti esterni.
Esperienza particolare questa, per un giovane medico che, per fortuna, accanto all'entusiasmo per lo svolgimento di un'attività che lo assorbiva in pieno, sapeva porre l'attenzione e
l'apprezzamento su un paesaggio da incanto.
"Pratica e poesia nell'età degli idealismi".
In tale circostanza, oltre che portare le cure, era compito del medico trasmettere le notizie da
un paese all'altro. Anche a causa della neve che obbligatoriamente veniva rimossa dai tetti
per evitare lo sfondamento, l'accesso alle abitazioni avveniva attraverso le finestre del primo
piano. E chi incontrava il nostro medico nel suo peregrinare da un paesino all'altro?
Lungo le strade che erano divenute camminamenti tracciati dai rari viandanti, era facile
incontrare il capo-elettricista che si recava da un'estremità all'altra del paese per riparare i fili
elettrici strappati dalle intemperie, ma soprattutto per assestare i terminali dei pali spezzati
appena sotto le crociere degli isolatori. A tanto arrivava il livello della neve che aveva
cancellato ogni cosa. Come talpe, i valligiani si erano organizzati a scavare tunnel e
camminamenti, in direzione di un'ipotetica via principale. Pochissime erano le auto che
circolavano, comunque sempre attrezzate di vanghe, piccozze ed altro.
Ad un certo punto, con l'isolamento, bisognava razionare il cibo; sindaco e carabinieri
controllavano sistematicamente le riserve di farina che dovranno essere utilizzate per
garantire il pane. Per fortuna in quel periodo sono stati registrati rari decessi e pochi i ricoveri
nell'ospedale di Auronzo, effettuati con il trasporto del malato su "liode" sospinte a mano.
Da anni, con le riforme, le condotte sono state soppresse, sostituite dal più comodo lavoro dei
Medici di Base: orario fisso e notti garantite dalla Guardia Medica. Il nostro dr. Aldo, si era
anche trovato con due condotte a scavalco. Infatti, un altro medico trevigiano che quell'inverno doveva assumere servizio nel Comelico, giunto a Cima Gogna e vista la situazione, non
pensò due volte a girare l'auto a 180° e, senza spegnere il motore, riprendere la strada del
ritorno. Il giovane medico si spostava su pesanti sci, con in spalla un ruch-sack contenente
medicinali ed attrezzi per primo soccorso.
Il suo lavoro presentava aspetti diversi in ogni paese. All'inizio di Costalissoio, ad esempio,
una signora lo attendeva una volta alla settimana. Spettava a lei raccogliere in una cassettina
- sigillata per la privacy - le richieste di visite domiciliari. La donna dimostrava particolari
attenzioni per il medico e, mentre gli offriva un caldo zabajone, raccontava con orgoglio del
suo unico figlio lontano, impegnato nella Nunziatura Apostolica in Estremo Oriente, essendo
interprete di lingue orientali. Ne conosceva otto, non poche per quei tempi!
L'inverno, per tanti aspetti, diveniva la stagione del letargo, soprattutto per i boscaioli che nulla
potevano fare a causa delle condizioni climatiche.
Così trascorrevano spesso le giornate all'osteria tra un bicchiere di vino ed una partita a morra.
Non dopo aver messo alla porta una sentinella per un eventuale arrivo della Guardia di Finanza
proterva contro i giochi d'azzardo. Viaggiare di notte, quando un semplice fruscio di un ramo
inosservato di giorno, con il buio si presta alle più oscure interpretazioni, non è piacevole.
Mentre nel cuore della notte Aldo si sta spostando per una visita, sente dei lamenti. Punta la
torcia verso la provenienza di questi. Trova un giovane riverso. Avendo fatto il "pieno", aveva
perso l'orientamento ed era giunto nella neve fresca, incapace di uscirne.
UN INVERNO DA RICORDARE (o da dimenticare) 35
Lavori di apertura della
valanga del Travaccon. 36 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
Un'altra notte, il maresciallo dei carabinieri invita il medico
a visitare un giovane che asserisce di vedere i fantasmi.
Questi non erano altro che ombre delle figure di un
cartellone pubblicitario, illuminate dal chiarore della luna ed
amplificate dal riverbero della neve.
Gli ultimi giorni dell'anno, dal Ministero della Difesa, giunge
al medico la cartolina-precetto per il richiamo alle armi.
Il sindaco, consapevole di non poter trovare alcun sostituto,
consegna al medico una dichiarazione, sottolineando lo
stato di emergenza e la necessità che il dottore rimanga in
loco. A Roma, con questa dichiarazione, il medico viene
sollevato dal precetto. Il giorno seguente l'Epifania, scende
dal treno a Calalzo e raggiunge Cima Gogna. Amaramente,
scopre che la valle del Piave, orrida in molti tratti, è invasa
da valanghe: precisamente sedici, nell'arco di 10 Km.
La strada stessa rimarrà interdetta per mesi. Il Comelico e
Sappada rimangono isolati. Aldo deve raggiungere i paesi
del Comelico. Per fortuna la linea telefonica funziona.
Il sindaco di Danta rassicura il medico che troverà il modo
per il trasferimento. Ben diciotto persone, sindaco in testa,
il giorno dopo giungono in Auronzo, al bar Cella. Hanno
aperto un varco lungo la strada del passo S. Antonio.
Si rifocillano, si scaldano con qualche bicchiere, e
ripartono. Rudi, esperti montanari affrontano la salita.
Il gruppo ha le sembianze di una spedizione polare: due
battipista con gli sci, in testa e gli altri dietro con le ciaspe.
Il medico, dotato di bastoncini da sci e ciaspe è al centro,
come una reliquia. Il paesaggio intorno è di indescrivibile
bellezza. Madre Natura è generosa ma severa; nonostante
ciò, a quei tempi l'uomo le serbava particolare rispetto.
Quel passaggio, quella trincea che unisce Danta ad
Auronzo sarà - per un po' di tempo - l'unico filo di
collegamento tra il Comelico ed il resto del mondo. Dopo
un siffatto inverno, giunge la tanto agognata primavera.
A seguito di questo duro periodo, i commercianti riprendono
i contatti con i fornitori per riempire le mensole, rimaste
vuote a lungo. Vittime di una inconscia nevrosi da
isolamento, i comeliani anelano la libertà. Riprendono le
attività con frenesia, "a lolo, a lolo". I primi turisti, "i foreste"
hanno nel volto espressioni di meraviglia: c'è qualcosa di
insolito nel paesaggio. Lungo la valle del Piave, le valanghe
di Travaccon e Pontalto, anche se intaccate dal tepore
estivo, sono ancora lì, tagliate di netto dall'opera faticosa e
tenace di spalatori, completata dai mezzi meccanici per il
ripristino della sede stradale. Oggi la lunga galleria
consente di evitare questa fascia molto esposta e
pericolosa. Nella piazza di Santo Stefano, all'ombra della
chiesa, il cumulo di neve, che ha la parvenza di un trullo,
non sparirà del tutto ma andrà a saldarsi con la neve
dell'inverno successivo. Santo Stefano
Febbraio 1951. La neve
accumulata in piazza è tale da
impedire la vista della chiesa
parrocchiale. In primo piano
un camminamento per il
passaggio delle persone. UN INVERNO DA RICORDARE (o da dimenticare) 37
Abbiamo letto per voi
L’UOMO CHE SUSSURRAVA AI CAVALLI
di Nicholas Evans
La mandria risaliva verso di lui lungo il fianco della montagna come un fiume nero in
piena. In quel punto, la conformazione stessa del terreno faceva da guida creando un
percorso obbligato che, sebbene non fosse protetto né segnato, rappresentava l’unica scelta possibile per il bestiame. Tom amava precedere la mandria e fermarsi in
cima al pendìo per osservarne il fluire”.
“Gli altri cavalieri la seguivano mantenendo le proprie posizioni strategiche: Joe e Grace sulla
destra, Frank ed Annie sulla sinistra e in coda Diane e i gemelli, che stavano comparendo alla
vista proprio in quell’istante. Dietro di loro, l’altopiano che avevano appena attraversato si stendeva come un mare fiorito un cui il loro passaggio aveva tracciato una scia verde scuro. Ai margini di quella landa lontana si erano riposati sotto il sole di mezzogiorno osservando la mandria
abbeverarsi.
Dal punto in cui Tom aveva fermato il suo cavallo si poteva scorgere soltanto il fievole luccichio
dello stagno, ma non si intravedeva nulla della valle che più in là scendeva verso i prati i torrenti e
i pioppi di Double Divide. Sembrava quasi che la distesa di fiori digradasse senza ostacoli verso le
vaste pianure e l’orizzonte a oriente.
Le vacche procedevano forti e vivaci, e i loro mantelli brillavano al sole. Tom sorrise nel rammentare i gracili esemplari che avevano condotto ai pascoli la primavera di una trentina d’anni
prima, appena arrivati a Double Divide. Alcune erano così magre che si sentivano sbatacchiare le
costole.
I duri inverni che Daniel Booker aveva affrontato nella proprietà vicino al Clark’s Fork si erano rivelati una bazzecola in confronto a ciò che gli avevano riservato le Montagne Rocciose. In quel
primo anno aveva perso un numero di capi quasi pari a quelli che era riuscito a salvare, e il freddo e le preoccupazioni avevano inciso solchi ancora più profondi sul suo volto già provato dalla
vendita della fattoria. Ma sulla cresta che Tom aveva appena raggiunto, suo padre aveva sorriso e
per la prima volta si era reso conto che in quel luogo la famiglia sarebbe sopravvissuta e forse
avrebbe persino prosperato.
Di tutto ciò Tom aveva parlato con Annie durante la traversata dell’altopiano. Nel corso della mattinata e persino quando si erano fermati per rinfocillarsi c’era stato troppo da fare per potersi
abbandonare alle chiacchiere. Avevano ripreso la marcia a ritmo più lento. Tom le si era messo al
fianco ed Annie gli aveva chiesto i nomi dei fiori, ascoltandolo con quella sua espressione seria e
facendo tesoro di quanto imparava come se un giorno potesse essere interrogata.
Era una primavera calda, la più calda che Tom ricordasse. l’erba umida e rigogliuosa frusciava a
contatto con gli zoccoli dei cavalli. Tom aveva indicato a Annie la cresta della catena che s’innalzava davanti a loro, raccontandole di quel giorno lontano in cui insieme al padre l’aveva raggiunta per controllare se stessero procedendo nella direzione dei pascoli alti.
Tom cavalcava una delle sue giovani giumente, un bell’esemplare di roano dal mantello rossiccio.
Annie era in sella a Rimrock, Per tutto il giorno Tom non aveva potuto fare a meno di notare quanto fosse bella sul suo cavallo. [...] La traversata dell’altopiano era stata tranquilla. Ma nel raggiungere la base della catena montuosa, la mandria era sembrato intuire che da quel punto in avanti il
percorso si sarebbe trasformato in una lunga scalata e aveva accelerato, muggendo ripetutamente
come per incitarsi all’impresa. Tom aveva chiesto a Annie di cavalcare in testa insieme a lui, ma
lei gli aveva risposto con un sorriso che avrebbe fatto meglio a raggiungere Diane per vedere se
aveva bisogno di aiuto. E Tom si era ritrovato solo sulla cima.
La mandria l’aveva quasi raggiunto. Fece voltare il cavallo e superò la cresta. Un piccolo branco
di cervi muli si allontanò a grandi balzi. Giunti a distanza di sicurezza, si fermarono e presero a fissarlo. Le femmine erano gravide, e lo studiarono con le grosse orecchie piegate prima che il maschio le spingesse a ripartire. Oltre le loro teste, Tom scorse il primo degli stretti passi disseminati
di pini che conducevano ai pascoli alti, e ancora più a monte i massicci picchi innevati.
Avrebbe voluto godersi quello spettacolo insieme a Annie, e quando lei aveva declinato il suo invito
“
38 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
era rimasto deluso. Forse aveva intuito, nella proposta, un’intimità che non era nelle sue intenzioni,
un desiderio che esisteva ma che lui si era ben guardato dal manifestare.
Quando gli altri lo raggiunsero, il passo era già immerso nell’ombra proiettata dalle montagne.
Salendo fra macchie sempre più scure di alberi, si guardarono alle spalle e videro l’ombra stendersi verso oriente come una chiazza e lambire le pianure lontane ancora immerse nella luce del sole.
Oltre le cime degli alberi, le ripide pareti grigie del passo sembravano circondarli, riecheggiando
delle grida dei ragazzi e dello scalpiccio della mandria. [...]
Erano giunti a destinazione poco prima delle nove, mentre il sole tramontava anche sulle pianure
lontane. L’ultimo passo, fiancheggiato da montagne ripide come pareti di una cattedrale, era stato
impegnativo. Alla fine aveva seguito la mandria attraverso un antico passaggio di pietra e avevano
visto i pascoli spalancarsi di fronte a loro.
Alla luce tenue della sera l’erba sembrava più scura. Vi erano meno fiori, ed Annie immaginava che
ciò fosse dovuto al ritardo con cui la primavera giungeva a quelle altitudini. Ora si stagliava davanti a loro soltanto il picco più alto della catena. Era possibile intravedere il versante occidentale, sul
quale una lingua di neve rifletteva i raggi dorati del sole al tramonto. [...]
Annie scivolò fuori dal sacco a pelo [...] L’acqua scorreva lenta e silenziosa, e la sua superficie
vetrosa rifletteva soltanto la massa scura della foresta che si stendeva al di là. Annie ne risalì il
corso fin dove la corrente si divideva attorno a un isolotto. Con due lunghi passi attraversò il ruscello e camminò seguendo la sponda per raggiungere una sporgenza sulla quale poteva inginocchiarsi e bere.
Da quella posizione, l’acqua rifletteva soltanto il cielo. Il disco della luna vi si stagliava così perfetto
che Annie esitò a spezzarlo. Quando si decise, trasalì. L’acqua era gelida, squasi scorresse direttamente dall’antichissimo cuore pleistocenico della montagna. Annie vi immerse le candide mani
spettrali rinfrescandosi il volto. Quindi ripetè l’operazione e si dissetò.
Lo vide riflesso nell’acqua. La sua ombra si profilò all’imporovviso davanti alla luna, quella luna
ammaliante che le aveva fatto perdere il senso del tempo. Non ne fu spaventata. Ancora prima di
sollevare lo sguardo, sapeva che era lui. «Tutto bene?» le chiese Tom. Era fermo sull’argine opposto, più in alto, e per guardarlo Annie fu costretta a socchiudere gli occhi per difenderli dall’abbagliante chiarore lunare. [...] Tom raggiunse l’isolotto e attraversò il ruscello, e mentre lo osservava Annie si rese conto all’improvviso che ciò che stava varcando era ben più di un corso d’acqua.
Tom le sorrise e quando le fu vicino s’inginocchiò e senza dire una parola immerse le mani nella corrente e bevve. I rivoli che gli scorrevano fra le dita brillavano argentei ai raggi della luna. Le sembrò
e sempre le sarebbe sembrato, che in ciò che accadde in seguito non vi fosse possibilità di scelta.
Vi erano cose il cui corso non poteva essere cambiato. Tremò, mentre accadevano, allo stesso
modo in cui in futuro, ripensando a quella sera, avrebbe avvertito un fremito di emozione, mai di
rimorso”. Il testo è tratto dal libro di
Nicholas Evans “The Horse
Whisperer” BURextra Rizzoli,
2010.
Un’avventura spirituale, nella
cornice di una natura
maestosa e benevola, capace
di assorbire e medicare i
dolori dell’uomo.
Da questo libro - uno dei più
grandi successi editoriali internazionali degli ultimi anni l’omonimo film diretto e interpretato da Robert Redford.
Attrice protagonista
Kristin Scott Thomas nella
parte di Annie MacLean.
L’UOMO CHE SUSSURRAVA AI CAVALLI 39
Libri, riviste, giornali... e altro ancora
"Non perdete tempo in cose futili se non volete soffrire di rimpianti da grandi.
Rifuggite banalità e conformismi. Leggete libri e innamoratevi”.
Mario Rigoni Stern
Marco Albino Ferrari, nell’Editoriale del N.63 di Meridiani Montagne, a
proposito di Bruno Detassis scrive: “Lo incontrai la prima volta negli anni
Novanta, prima che cadesse nel buio della cecità. [...] pensando alla storia del
Brenta non si può non vedere Detassis, e pensando a Detassis non si può
non ritrovare il Brenta.”
Erano i giovani Anni Sessanta quando, ospite del Brentei, conobbi Bruno in
una notte da tregenda. Il ricordo di quella notte l’ho sempre portato con me.
Il rifugio rigurgitava di gente in un frastuono immane. La birra nei calici scorreva a fiumi e la “ola” scuoteva financo le pareti. Seduta in un’angolo una
ragazza, bella nel volto incorniciato da lunghi capelli neri, si dipingeva le labbra guardandosi in un piccolo specchio, uno di quelli che le donne usano
portare sempre con sé. Bruno le si avvicinò invitandola dolcemente a seguirlo fuori del rifugio e, tenedola per mano, le disse: “Quanto sei bella, specchiati
nelle stelle”. Non so aggiungere altro. Bruno è e rimane per me quello di quella notte. Percorrendo la Valsugana i miei passi si accompagnano al dardeggiare della Brenta e ognora risalgono la valle sino alle montagne. La mia casa
non è lontana dalla Riviera del Brenta e allo scorrere della Brenta si associano sempre i ricordi di quei giorni, ed ancor più oggi che il libro di Giuseppe
V. Badin ci offre un legame storico ricco di preziosi documenti.
“Ci sono Documenti importanti - ci dice l’Autore - con anche lettere e curiosità
di interesse Storico-Politico-Militare oltre che Sociale-Umano e Postale, di
grado molto elevato, come anche di meno appariscenti ma utili nel contesto,
perché se avessi messo i documenti in ordine cronologico e i paesi per alfabeto, gli abitanti di ciacun paese avrebbero letto solo di quello interessato,
tralasciando tutto il resto, non venendo così a conoscere fatti e aneddoti
molto importanti accaduti in un’altra località, così facendo si perderebbe il
gusto di conoscere notizie e fatti accaduti, ma anche molte notizie varie di
paesi e cittadine, con anche curiosità di importanza Storico Culturale [...] Si è
cercato di dare anche lustro alla Storia Postale con Bolli, Annulli e segni di
Posta, siano essi Prefilatelici o Filatelici, con la più ampia cronologia storica
possibile nel contesto e con francobolli di varie epoche anche messi assieme
per varie vicissitudini (vedi Guerre o altro); ho cercato di dare un contributo
anche alla Storia Postale con documenti, lettere e il contenuto delle stesse,
perché il contenuto va letto e studiato con attenzione, per conoscere anche
la Storia di altri paesi o città citate.”
In chiusura un Quinto e ultimo capitolo straordinario, che occupa circa un
terzo del volume, è dedicato a
documenti che l’Autore è riuscito
a recuperare in molti anni di
ricerche: quali scritti della maggior parte dei paesi del comprensorio del catino della Riviera di
Brenta, dichiarazioni del 1700 di
parroci, atti di nascita e di morte,
lettere dai campi di concentramento e cartoline dei nostri soldati delle due Guerre Mondiali.
STORIA DELLA RIVIERA
DI BRENTA CON I DOCUMENTI
Giuseppe Vincenzo Badin
EDIZIONI LEONE Dolo
40 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
Bruno Detassis
foto g.g.
LE MONTAGNE DELLA PATRIA
Natura e nazione nella storia d’Italia. Secoli XIX e XX
Marco Armiero.
Giulio Einaudi Editore
Il volume di Marco Armiero si è aggiudicato il Premio Gambrinus
“Giuseppe Mazzotti” 2013, Sezione “Montagna: cultura e civiltà”.
Nonostante la montagna in Italia goda di una centralità geografica è
rimasta marginale nella storia e nella memoria del Paese. Marco Armiero
ci restituisce una storia di appropriazione e resistenza, di modernizzazione e marginalità, troppo spesso cancellata dalle narrazioni ufficiali.
Volume di grande interesse che affronta la relazione fra l'identità italiana
e le montagne. Un'analisi che aiuta a comprendere la transizione dalla
montagna intesa come simbolo a montagna come risorsa da sfruttare.
"Un tentativo di far interagire tra loro la storia ambientale, la storia politica, la storia culturale e la storia sociale. [...] Alcuni, temo, lo troveranno
insolito, ma poco male: le montagne - e forse anche la storia ambientale
- non sono fatte per il conformismo". Così Marco Armiero definisce
nell'Introduzione il progetto che ha animato la scrittura di «Le montagne
della patria». Lupi e fascisti, società idroelettriche e alpinisti, memoriali di
guerra e insetti nocivi convivono in un libro che racconta il ruolo cruciale della montagne nella storia dell'Italia e nel suo divenire "nazione”.
In una intervista rilasciata a Wu Ming 2, originariamente apparsa su Giap, Marco Armiero si dilunga
sul rapporto Alpi-Grande Guerra, un tema in questi giorni di grande attualità: “ Le Alpi hanno incarnato lo spazio della nazione in armi e del soldato. Pochi ricordano che la Grande Guerra in Italia è
stata soprattutto guerra di montagna, combattuta sulle Alpi. Il rapporto tra guerra e natura mi ha
sempre molto affascinato. Sarà che quando mi chiedono cosa è la storia ambientale, tutti si aspettano che sia qualcosa che abbia a che fare con quello che si ritiene essere "natura". Insomma, che
uno storico ambientale si occupi di parchi nazionali, di inquinamento e di caccia va bene, ma se si
occupa di guerre mondiali, nation-state building e fascismo, allora c'è qualcosa che non va. L'idea
di fondo è che la storia, quella vera, importante, è un'altra; al massimo alla storia ambientale si può
dedicare una di quelle finestre che si vedono sui libri di testo e che nessuno legge. Una roba marginale e, soprattutto, separata. Invece, io credo che la natura sia mischiata a tutte queste cose; non
si tratta di cercare una specie di fondale immobile sul quale si svolgono le storie ufficiali, quelle
importanti; la natura del mio libro non è né solo una costruzione culturale né solo ecologia. È un ibrido. L'esempio della Grande Guerra, secondo me, funziona molto bene per illustrare questo approccio. Nel libro provo a raccontare come uno spazio geografico diventi uno spazio narrativo e storico
al tempo stesso; la guerra nazionalizza le Alpi, le politicizza, trasforma i montanari in alpini, rompendo la tradizione romantica della montagna ribelle.
“Al contrario, in questa nuova narrativa la montagna insegna l'obbedienza, la gerarchia e la rassegnazione.
“Tuttavia, la guerra non trasforma solo l'immaginario delle Alpi, ma anche le montagne in carne e
roccia; nel libro racconto delle mine che sfigurano pareti e picchi alpini, della foreste distrutte dalle
bombe e poi dagli insetti che si inseriscono nell'ecologia post bellica e ne traggono vantaggio, delle
teleferiche, mulattiere, e altre infrastrutture che arrivate lì con la guerra, ci rimangono per sempre; e
poi cosa sono il rosario di sacrari alpini e monumenti ai caduti che vanno a ridisegnare il paesaggio
alpino, iscrivendo per sempre la memoria della guerra dentro quel territorio?”
Le ultime parole a chiusura dell’intervista ci fanno pensare: “La memoria è uno strumento potente .
[...] Come dice Naomi Klein in apertura del documentario ispirato al suo Shock Doctrine: «Uno shock
non è solo quando ci accade qualcosa di brutto, ma anche quando perdiamo le nostre storie, la nostra narrativa, quando siamo disorientati. Quello che ci dà orientamento e ci fa stare lontani da uno
stato di shock è la nostra storia». Se il mio libro fosse riuscito almeno un po' a contribuire a questa
memoria resistente, allora sarebbe per me un buon risultato.”
LIBRI, RIVISTE, GIORNALI... E ALTRO ANCORA 41
VAJONT
“Era il 9 ottobre 1963. Trecento milioni di metri cubi di roccia franarono dal Monte
Toc nel lago artificiale del Vajont. La frana provocò un’onda di cinquanta milioni di
metri cubi, parte della quale scavalcò la diga e si abbatté sulla vallata sottostante a
una velocità di 100 km/h, spazzando via ogni cosa al suo passaggio. L’onda passò
sui comuni di Erto, Casso, Castellavazzo, Codissago, Pirago, Villanova, Faè,
Rivalta e sulla cittadina di Longarone, che fu quasi completamente annientata”.
Secondo i calcoli degli esperti, l’energia liberata dalla frana fu pari a circa due volte
quella sprigionata dalla bomba di Hiroshima. Le vittime furono circa duemila.
All’indomani della sciagura la rivista dei vigili del fuoco pubblicò una descrizione
apocalittica dell’area colpita dall’onda:
«Un paesaggio tenuto a bagno in acido corrosivo e cancellato con la
scolorina da tutti gli atlanti. Era il vuoto, sotto un cielo cinicamente terso e
un sole sfrontato e assurdo come furono appunto il cielo e il sole del 10
ottobre, trionfanti sulla valle della morte.» (Pais 1963)
“Secondo solo al terremoto di Messina del 1908, il disastro del Vajont è stato
l’evento più tragico della storia dell’Italia moderna e non solo. Nel 2008 l’UNESCO
ha incluso il Vajont tra i cinque più gravi disastri ambientali di natura antropica.
Secondo l’UNESCO, si è trattato di «un classico esempio di quello che succede
quando gli ingegneri e i geologi si rivelano incapaci di cogliere la natura del
problema che stanno cercando di affrontare». Il disastro del Vajont racconta una
storia tragica e potente della scienza, la politica e la modernizzazione delle
montagne italiane”.
“[...] ...il ricordo di quella vicenda non ha ancora trovato il suo posto nella storia di
questo paese.” Nel ricordo dei morti del Vajont a cinquanta anni del disastro, dal volume di Marco Armiero, pag. 191. Einaudi
Vajont, ottobre 1963
42 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
da Marco Armiero “Le montagne della patria”. Giulio Einaudi editore
LIBRI, RIVISTE, GIORNALI... E ALTRO ANCORA 43
NOTIZIARIO BIBLIOGRAFICO
Periodico della Giunta Regionale del Veneto
Editore Il Poligrafo - Regione del Veneto
Quale migliore connubio tra Arte, Cultura, Storia e Filosofia, Ambiente e
Scienze naturali, Tradizioni, Musica e quant’altro costituisca il patrimonio inestimabile della nostra produzione bibliografica.
Fondato nel 1988 e diffuso in quindicimila copie sul territorio nazionale
ed estero, il "Notiziario Bibliografico" è una rivista quadrimestrale edita
dalla Giunta Regionale del Veneto che ha saputo proporsi con crescente
efficacia come strumento di informazione e ricerca per quanti sono interessati alla società e alla cultura venete nelle loro diverse e molteplici
espressioni.
La rivista, infatti, raccoglie e pubblicizza, in maniera il più possibile
esaustiva, quanto pubblicato nel Veneto e sul Veneto non solo dagli editori, ma anche da tutte le associazioni culturali e da tutti gli enti presenti sul territorio regionale, contribuendo ad offrire un quadro preciso della
situazione della nostra regione.
Dopo una parte iniziale dedicata a saggi su argomenti culturali di particolare interesse istituzionale, la rivista si articola in una serie variabile di
rubriche: dalla "Rassegna bibliografica", che raccoglie le schede di informazione sulle opere a stampa prodotte nel Veneto o riguardanti argomenti regionali, alla "Rivisteria Veneta", dedicata allo spoglio dei periodici di cultura del Veneto.
Una parte consistente della rivista è poi occupata dalla ricca sezione di
recensioni di opere che riguardano la storia, la cultura e la società del
Veneto.
Il rilievo numerico dei volumi recensiti nel corso di questi anni rispecchia
la ricchezza della produzione editoriale regionale, la vivacità e la
molteplicità delle iniziative culturali e l'interesse sempre più attento da
parte degli studiosi per tutti gli aspetti della cultura e della società
venete.
Altre rubriche sono dedicate a presentazioni di biblioteche, archivi e
associazioni culturali; bibliografie ragionate su specifiche aree geografiche; profili di personaggi veneti dei secoli scorsi ancora poco conosciuti ecc.
Coordina la rivista un Comitato di redazione di cui fanno parte il dirigente del competente servizio regionale, il direttore responsabile della
testata, il Soprintendente archivistico per il Veneto, il direttore della
Biblioteca Nazionale Marciana, il direttore della Biblioteca Capitolare di
Padova, il rappresentante de "Il Poligrafo" di Padova che cura la realizzazione del "Notiziario Bibliografico".
Attenta e puntuale l’attenzione dedicata ai libri ed ai periodici di montagna con citazioni ed approfondimenti.
Infine, sorprendente la selezione iconografica, certamente affascinante
per la scelta del bianconero, dedicata ogni numero ad un particllare
tema, come il ritratto femminile, la raffigurazione di soggetti sacri, di personaggi mitologici, Madonne, paesaggi, o altro.
Uno tra tutti il fascicolo 56 ricco di immagini d’autore: Canaletto,
“Capriccio palladiano con Basilica, Palazzo Chiericati e il progetto per il
Ponte di Rialto, 1755-1759; Giuseppe Zais, Paesaggio con ponte, sec.
XVIII; Annibale Carracci, Paesaggio fluviale romano con castello e
ponte, 1600 ca.; Giovanni Bellini, Estasi di San Francesco, 1475-1478
ca.; Marco e Sebastiano Ricci, Paesaggio con lavandaie, sec. XVIII;
Giorgione, Giudizio di Salomone, 1503-1505. Sorpendono, infine, perché inattese in questo contesto le foto di Marguerite Duras, figura chiave del Novecento, da un volume di Chiara Bertola e Edda Melon.
44 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
MONTAGNE MUTE,
DISCEPOLI SLENZIOSI
Percorsi di filosofia della
montagna
a cura del “gruppo
filosofia&montagna”
Il Poligrafo casa editrice
Concepire la montagna
come teatro del pensiero. Fornirle un cast di
attori e farli entrare in
scena. Biancoia, sull’Altopiano di Asiago, il palcoscenico della pièce. A
dargli respiro e vita, studenti universitari spinti
dal desiderio di creare una rete di condivisione,
fornendo i presupposti per un dibattito vis-à-vis
lontano dalla cattedra, come in un “Simposio
d’altura”.
La montagna, simbolo che attraversa la civiltà
occidentale e quella orientale dall’antichità ai
giorni nostri, diventa, al contempo, scenario e
oggetto del pensiero, sperimentando modalità
inedite per evocare il racconto filosofico.
I saggi raccolti in questo volume affrontano la
simbologia della montagna nelle sue varie declinazioni e rappresentazioni: dai fondamenti del
pensiero occidentale – le Sacre Scritture e la
filosofia antica – ai diversi esiti della cultura orientale, dalle sentenze nietzscheane fino alla riflessione contemporanea sulle implicazioni
etiche e sulle derive postmoderne dell’alpinismo
come business mediatico.
Ne risulta un percorso scandito dalle endiadi
ascesa-discesa, alto-basso, profondo-superficiale, che giungono a configurarsi come
momenti fondamentali di una metafora complessa e stratificata, il cui fascino non cessa di
interrogare il pensiero.
Riassume il senso di questa esperienza e dà
titolo al volume la sentenza di Goethe: «Le montagne sono maestre mute e fanno discepoli
silenziosi ».
Il gruppo "filosofia&montagna" nasce dall'idea di
alcuni studenti dei corsi di laurea di Filosofia e
Scienze Filosofiche dell'Università degli Studi di
Padova, con l'obbiettivo di creare uno spazio di
confronto intellettuale tra studenti e professori,
per portare anche all'esterno delle aule universitarie la riflessione filosofica.
Il volume raccoglie contributi di Adone
Brandalise, Maria Grazia Crepaldi, Antonio Da
Re Giovanni Gurisatti, Giangiorgio Pasqualotto,
Gaetano Rametta.
LA NATURA DIMENTICATA
contributi d'autore a cura di
ittorino Mason
Cierre Grafica Editore
Vittorino Mason ha voluto far incontrare e convergere in un unico e
grande progetto trentadue persone che, in vari
modi, già erano impenate nella valorizzazione e salvaguardia
ambientale: Ermanno Olmi, Erri De Luca, Mario
Brunello, Michele Zanetti, Spiro dalla Porta
Xydias, Cesare Lasen, Andrea Zanzotto, Fausto
De Stefani, Padre Alex Zanotelli, Mario Rigoni
Stern, Giuseppe Cederna, Enrico Camanni, solo
per citare alcuni autori.
Arricchito da 33 foto in bianco e nero del
fotografo bellunese Loris De Barba, il libro è
suddiviso in cinque argomenti: Esperienze di
Wilderness, Filosofia nella Natura, Segni e gesti
dell'uomo, Battaglie, Sogni.
Ma perché ricordare la natura? Perché nel tentativo di sottometterla e dominarla, l'uomo si è
allontanato dal senso della vita dimenticando di
esserne parte.
Quando lo sfruttamento del pianeta non aveva
ancora superato una determinata soglia di pericolo, la natura poteva difendersi e provvedere
da sola al rinnovo delle risorse. Questo ora non
è più possibile, neppure nelle regioni montuose
più remote della terra.
Di segnali la Terra ce ne ha dati molti, ma l'uomo, intento solo ad accumulare e badare a se
stesso sembra non farci caso.
Dobbiamo lottare ed impegnarci per rivendicare
il diritto all'aria, all'acqua, alla terra e a tutti quei
beni essenziali che danno un senso profondo
alla nostra vita.
Sottobraccio "Il sergente nella neve", nell'animo
una grande emozione: l'ultima passeggiata
prima del grande viaggio.
"L'umanità sta andando verso il baratro; non
abbiamo ancora toccato il fondo, ma ci arriveremo presto.
“Questa civiltà ha fallito ed è destinata a scomparire per rinascere a cosa nuova, altra.
“L'uomo dovrà passare per una presa di
coscienza e consapevolezza, dovrà ritrovare
l'antica saggezza, tornando a vivere con poco,
in armonia e pace con la natura, facendosi
bastare, ritrovando il tempo per ascoltare…".
Ci ha lasciati così Mario Rigoni Stern; lui aveva
capito l'importanza di ricordarsi della natura. LIBRI, RIVISTE, GIORNALI... E ALTRO ANCORA 45
EDIZIONI VERSANTE SUD
MOUNTAIN BIKE IN DOLOMITI
Enrico Raccanelli - Luca De Antoni
Dobbiamo essere grati agli autori che con il loro
lavoro ci offrono la montagna sotto una dimensione insolita grazie ad un mezzo salutare, economico, a inquinamento zero: la MTB.
Ed ecco soregre emozioni forti e insospettate:
"Le ruote mangiano il terreno, lente ma inesorabili. Avvolto nel paesaggio che ti circonda quasi
non senti la fatica, salendo. Poi uno strappo,
ripido, ti riporta alla realtà: ora lo sforzo si fa sentire. Il cuore batte forte nel petto. Respiri a
fondo. Il sudore cola dalla fronte. Finalmente la
salita ha termine. Intorno a te lo spettacolo dei
monti e delle valli. Il battito rallenta, il respiro si
fa via via meno affannato, meno frenetico. Un
soffio di aria fresca dona nuovo ossigeno ai tuoi
polmoni affaticati. Ora è tempo di abbassare la
sella, di prepararti alla discesa. È lì che ti aspetta. Studi la linea da seguire. Monti sui pedali e
via giù. Tutto si fa più veloce, indistinto a tratti.
Emozioni. Forti. L'adrenalina scorre nelle vene.
La bici, da lenta nel suo costante risalire il ripido
tracciato, ora si fa rapida e scattante. I tasselli si
aggrappano al terreno. Aria sul volto, velocità. E
sorriso stampato in faccia".
GIACCIO D'APPENNINO
Cristiano Iurisci
Le notizie sull'autore che l'Editore ci fornisce ci
lasciano sorpresi là dove leggiamo che a soli
cinque anni ha effettuato la sua prima escursione in solitaria, all'insaputa delle zie che lo
46 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
COLLANA LUOGHI VERTICALI
avevano in custodia. Il seguito possiamo
immaginarlo: un su e giù vertiginoso dai Sibillini
al Gran Sasso, dal Velino-Sirente ai Monti della
Marsica: creste, canalini e canaloni, cascate ghiacciate.
Un mondo unico e fascinoso.
GIACCIO SVIZZERO
Mario Sertori
Questo libro è oltre tutto una stupenda
collezione d'immagini "da brivido". Sono qui raccolte le scalate su cascate di ghiaccio del
Canton Ticino e della parte meridionale del
Canton Grigioni. "Oggi è una giornata con sole e
non sento freddo, la temperatura è perfetta,
questo non capita spesso. Sto salendo e seguo
la verticalità. Il ghiaccio mi accoglie. Fino ad una
nicchia sarà così, poi la linea sfuma, non so più
come. Con Valentina avevamo attaccato tardi, i
miei primi ramponi non si chiudevano, pesanti,
come un bazooka russo, il manico delle picche
era congelato e poco curvo, ma rigorosamente
senza dragonnes. Valentina, più saggia, era diffidente, in fondo non era così folle come me,
l'avevo trascinata qui in nome delle quote rosa.
Ricordo che era stanchissima e timorosa del
muro che avevamo davanti, ma era coraggiosa
e pronta. Una socia perfetta. Andata. Quando
siamo uscite in cima, eravamo così drogate
dalla felicità che abbiamo smarrito il senso del
tempo e delle spazio e ci siamo perse nella
discesa a piedi, con il cielo che illuminava tutto,
in uno stato di beatitudine."
SCIALPINISMO
NELLE ALPI GIULIE OCCIDENTALI
Paul Ganitzer, Christian Wutte, Robert Zink
Meno di dieci anni fa, le Alpi Giulie erano una
zona poco conosciuta e frequentata: chi
l’avrebbe mai detto che questi monti a lungo
appartati e nascosti sarebbero un giorno diventati un vero paradiso per gli appassionati degli
sport invernali? Tra questi monti si incontrano
oggi soprattutto italiani, sloveni e austriaci: è
meraviglioso vedere e toccare con mano come
questo territorio sia diventato ai tempi nostri un
punto di incontro di diverse etnie. Oggi infatti gli
appassionati di sport invernali non salgono più
su queste montagne per prenderne possesso,
quanto piuttosto per assaporare il legame che li
unisce ad esse come parte della madre Terra,
per sentire l'energia vitale pulsare nel corpo e
nell'anima e forse per prendersi una pausa - una
volta giunti in cima - in segno di gratitudine,
amore e umiltà di fronte alla grande creazione.
L'energia dei monti è senza confini, tutto sta nell'essere pronti a riceverla!
SCIALPINISMO IN DOLOMITI
Enrico Baccanti, Francesco Tremolada
Questa guida raccoglie una selezione d'itinerari
sci alpinistici nei più importanti gruppi dell'area
centrale e settentrionale delle Dolomiti, dal
Passo San Pellegrino al lago di Braies e dalle
Odle all’Antelio, offrendo una scelta di percorsi
molto diversi tra loro, per impegno e ambientazione, ma tutti ricompresi nei settori più noti di
queste montagne.
Sono proposte soluzioni alternative, discese
inedite o vere e proprie traversate che consentono di apprezzare, sotto una nuova veste,
anche le cime più frequentate: si trovano itinerari ad alto livello destinati all’interesse degli
appassionati dello scialpinismo dolomitico
improntato alla ricerca del percorso e dello sci
ripido.
Grazie alla specificità delle sue montagne oggi
lo sci alpinismo dolomitico conosce una popolarità inimmaginabile fini a pochi anni or sono;
accanto agli itinerari classici di ogni ordine di
impegno, avanza l’interesse per quei pecorsi di
alto livello divenuti punti di riferimento e tappe
dello sviluppo di questa disciplina.
ARCO PARETI
Diego Filippi
Una nuova guida, rinnovata e corretta nei testi e
completamente rifatta negli schizzi. Una terza
edizione frutto di profonda passione di uno dei
protagonisti assoluti dell’arrampicata nella Valle
del Sarca. Negli anni, la Valle del Sarca è letteralmente esplosa, sia come numero di vie
aperte sia come numero di alpinisti presenti.
Una valle sempre più bella.
“La luce colora la parete d’infinito [...]. Tutte
queste montagne, tutte queste linee non sarebbero nulla se non ci fossero gli uomini con i loro
sogni [...] che ci conducono verso qualcosa d’indecifrabile per la maggior parte delle persone
ma estremamente nitido per l’alpinista”.
La Valle del Sarca è un mondo fantastico, fatto
di luci e colori, fatto di sogni e di desideri.
LIBRI, RIVISTE, GIORNALI... E ALTRO ANCORA 47
48 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
“Noi dobbiamo mantenere la montagna come luogo di
esperienza e di pericolo” R. Messner - Tema discusso al
simposio di International Mountain Summit di Bressanone.
Traiamo uno stralcio da uno scritto di Annibale Salsa, past
presidente del C.A.I., pubblicato da Alpinismo goriziano.
“Uno dei tratti costitutivi più rilevanti della società contemporanea è rappresentato dalla ricerca ossessiva
della sicurezza ad ogni costo. Ci troviamo al centro di
quella che molti scienziati hanno definto “società sicuritaria” o “società del rischio”. Tale società si ispira a
modelli culturali nei quali il calcolo del rischio non
ammette gradi di approssimazione o di errore.[...]
Nella misura in cui il rischio calcolato è in grado di
prevedere ogni situazione, l’alea del pericolo non ha
più alcun senso: anzi suscita scandalo.[...] Se trasferiamo tali assunti teorici alla pratica della montagna,
andiamo incontro al grande conflitto fra libertà e
sicurezza. Un conflitto che rimanda al freudiano “disagio della civiltà”, secondo il quale un incremento di libertà fa arretrare i livelli di sicurezza, mentre un incremento di sicurezza fa arretrare gli spazi di libertà.[...]
In questa ottica, ogni incidente non viene imputato
all’imprevedibilità degli eventi, alla dimensione dell’imponderabile che appartiene alla natura delle cose,
bensì alla violazione “misurabile” delle regole e delle
procedure. Scatta, quindi, l’effetto blaming, ossia il
meccanismo psico-culturale dell’attribuzione della
colpa.[...] L’ambiente montano non è un ambiente artificiale in cui si possa eliminare quasi interamente l’incertezza. Gli ambienti naturali travalicano l’onnipotenza della tecnica e aprono alla libertà della scelta fondata sull’esperienza individuale, sulla trasmissione
culturale, sulla capacità e sull’intuito nell’interpretare i
fenomeni. La montagna non è una tecnostruttura. È
spazio fisico e mentale che insegna il senso del limnite
invalicabile. Limite relativo a ciascuno di noi e difficilmente calcolabile in senso oggettivo e assoluto. Nella
società del no limits le protesi tecnologiche danno l’illusione di una “volontà di potenza” governabile e
accrescibile a piacere. L’alpinismo, invece, è l’oasi forse l’ultima - delle libertà umane e, come tale, deve
essere riconosciuto.”
T.C.I. Grande Escursione Nazionale Alpina nel Cadore. 1913
“FACHIRI” ECHI VERTICALI
una storia
su Enzo Cozzolino
DVD
Regione Autonoma Friuli
Venezia Giulia
Il Centro Produzioni
Televisive ci regala periodicamente dei preziosi
filmati su luoghi e personaggi delle loro montagne. Sono documentari carichi di tanta poesia, coinvolgenti e che ti
prendono dentro.
Il 14 e 15 gennaio del 1972 Enzo Cozzolino,
eccezionale alpinista della XXX Ottobre di
Trieste, nonostante la giovane età - ha solo 23
anni - assieme all’amico e compagno di cordata
Flavio Ghio, apre in invernale la celebre via dei
“fachiri” sulla parete sud-ovest della cima
Scotoni. Il 18 giugno dello stesso anno, muore
cadendo durante una scalata in libera in un
camino poco sotto la cima della Torre di Babele
nel gruppo del Monte Civetta, in Dolomiti.
Quarant’anni dopo, da quella amicizia nasce la
storia di questo film perché: “un’amicizia rimane
impegnativa, anche quando l’amico scompare.
Enzo non ha scritto un’autobiografia, lì avremmo
potuto ritrovare lui e i suoi pensieri. Questo
vuoto mi ha spinto a raccontarlo.”
La val Rosandra, la strada napoleonica, sopra
Trieste e le Dolomiti, sono gli scenari nei quali si
snoda il racconto. Il ricordo di quelle salite e del
modo in cui Cozzolino le realizzava, è il linguaggio filmico scelto per avvicinarsi, il più possibile,
a quello che è stato il suo alpinismo; quel suo
grande alpinismo interrotto.
Enzo aveva in sé i segni di un tempo aperto. Per
certi aspetti era un precursore, un innovatore:
“...io sogno ad occhi aperti una fantastica parete
la cui roccia è particolarissima, perché non presenta fessure per i chiodi, ma solamente appigli
ed è talmente compatta da respingere persino il
perforatore per i chiodi ad espansione.”
Una grande parete, senza chiodi, di difficoltà
superiore a quanto normalmente è ritenuto
estremo. Era questa idea che voleva realizzare?
Era solo un sogno che la luce del giorno cancella e rimuove? Non lo sapremo mai.
Quello di Enzo Cozzolino è un discorso interrotto. Sfidare l’incognita è il significato di una vita
sospesa tra ansia e follia.
dalla RIVISTA MENSILE del TOURING CLUB ITALIANO, Ottobre 1913
“Salita al Monte Viso” di Guglielmo Matkews (continua da “QVOTA 864” N. 27 pag. 64 e conclude)
Collezione Vladimiro Orlich
Racconti, leggende, poesie...
AMARE IL CADORE
“ Non il tramonto,
ma è il Cielo che ti illumina.
L’anima di chi non può raggiungerti
ti ammira!!
Chi lassù ti ha abbracciato
ha ascoltato la tua voce,
chi non può
ad un sogno si abbandona
e ti ama. ”
Angela Maria Vallegiani
21 settembre 2013 al Rifugio Auronzo
AMARE IL CADORE 65
D'ESTATE
Mi ondeggia ancora innanzi agli occhi il ramo
donde come una freccia s'è involato
l'uccello via pe 'l cielo azzurro. L'erba,
dove siedo, scintilla di rugiade
al sol nascente e su dai larghi boschi,
di tra le foglie umide e verdi, sale
innumerevole e vivo nel cielo
un pigolio un cinguettio immenso
inneggiante al risorger della luce.
Molli le rame s'agitano in alto,
sul cielo azzurro pallido, e un susurro
vasto trascorre per le verdi fronde
a ondate, or lento or rapido, col vento.
Dietro la chioma densa di un ontano
sta il sole e a tratti getta scintillii
per le foglie fluttuanti. Tutto il resto
è quiete, silenzio. Odo lontano
sui colli circonfusi nella luce
spandersi l'armonia che pe' i sensi
mi colma il cuore…
Tutto il cielo s'accende nel tramonto,
nuvole sparse brillano vermiglie
sul cupo azzurro in alto e sopra i monti,
dov'è scomparso il sole, strati splendidi
s'ammassan rossi, argentei, dorati.
M'accarezza sul volto un vento tiepido
che mi giunge tra i pini, cupi, ritti
sul cielo pallido crepuscolare.
La vallata imbrunisce nella sera
e con netto profilo le colline
distaccan scure su uno sfondo roseo,
tenero, inesprimibile. Le case
sparse sui larghi fianchi verdeggianti
di boschi e prati paion riposarsi
nella freschezza dolce. Sol lontano,
lontano, ad occidente, dove s'apre
la valle e si distende lunga, azzurra
la catena dei monti, ancor s'accende
d'un rosso tenue l'immenso orizzonte.
Un profumo freschissimo di foglie
mi giunge nella notte. Alberi enormi
si rizzan scuri frondeggiando. Lungi,
per i colli vanenti nel leggero
lume lunare, rauchi a tratti i cani
abbaiano. La brezza ingagliardisce,
poi cade, ed incessante sale al cielo
lo stridio monotono d'un grillo
perduto chi sa dove: sale tremulo
fino a una grande stella scintillante
sull'immensa campagna addormentata.
Cesare Pavese. Poesie giovanili (1923-1930). Einaudi. Torino 1989
Marmarole
66 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
foto Giandomenico Vincenzi
D’ESTATE 67
LE MONTAGNE
Occupano come immense donne
la sera:
sul petto raccolte le mani di pietra
fissan sbocchi di strade, tacendo
l’infinita speranza di un ritorno.
Mute in grembo maturano figli
all’assente. (Lo chiamaron vele
laggiù - o battaglie. Indi azzurra e rossa
parve loro la terra). Ora a un franare
di passi sulle ghiaie
grandi trasalgon nelle spalle. Il cielo
batte in un sussulto le sue ciglia bianche.
Madri. E s’erigon nella fronte, scostano
dai vasti occhi i rami delle stelle:
se all’orlo estremo dell’attesa
nasca un’aurora
e al brullo ventre fiorisca rosai.
LAMENTO
DEGLI ALPINISTI SFORTUNATI
Il tè sa d’alluminio, per trenta poveracci solo dodici pagliericci, vero che ci faceva caldo, ma più presto di noi son partiti, son partiti tra il bianco e il nero, nell’aria
a lama di rasoio.
L’orologio mi s’è fermato, il tuo s’è ingarbugliato, invischiati siam di miele, c’è
lassù dei grumi in cielo, si parte ch’è giorno fatto, già il nevaio divien giallo e
piovon i sassi della frana, c’è del freddo nella mano, nella mano appesantita, c’è
petrolio nella borraccia, son torpide le dita, e la corda irrigidita per la raspa fatta
a spini degli spazzacamini.
La capanna era un pulciaio, disgustosi i ronfatori, ho le orecchie congelate, fino
all’ossa sei ghiacciato, io non ho tasche abbastanza, la mia bussola ritrovi in un
nocciolo di prugnola, ho scordato il mio coltello, ma tu hai quello dei tuoi denti.
Sono venticinquemila ore e ore che si sale, ma restiamo sempre in basso,
impiastricciati di cioccolatto, il vetrato spiccozziamo, nel formaggio annaspiamo,
c’è dell’aere in questa nube, a due passi vediam bianco.
Ferma un po’ a tirare il fiato, ma il mio sacco ha barcollato, ed il cuore mi ha
strappato. Là balzella verso il basso, dove c’è dei buchi neri più che verdi, dei
glùglù, delle rotaie, diecimila sacchi c’è nella morena laggiù, falsi sacchi e buchi
veri e schifosi rompigambe; riecco infine il mio sac-caos, mettici la pappatoria, ed
armiamoci di noccioli di prudenza e di prugnole.
Ride il crepaccio a crepapelle, fino alle barbe sprofondiamo, ecco lo spazio che
nevischia, s’è sbagliato il canalone, le ginocchia sbattono i denti, il gendarme si
difende, ho nella memoria un blocco e nello stomaco uno strapiombo, non si può
più dir che sete, ho due dita bianche e gonfie.
Non abbiam visto la cima, solo la scatola di sardine, s’incastravan le corde
doppie, per districar la fune c’è voluto una vita intera. Siam caduti tra le vacche.
«Bella passeggiata, è vero?». «Straordinaria, ma un po’ dura».
Antonia Pozzi 9 settembre 1937
“Complainte des Alpinistes Malchanceux” da René Daumal, “Le Mont analogue“,
Gallimard, Paris, 1952, pp. 100-02.
Dolomiti Ampezzane. La Croda da Lago 2709 m slm
foto Giandomenico Vincenzi
LAMENTO DEGLI ALPINISTI SFORTUNATI 69
IL
LAGO D’ANTORNO
di Corte Pause Francesca
"Dal crinale del Tre Croci, Churchill compì una escursione fino ad un lago, nascosto tra i fianchi del
Cristallo e Cadini. Superando questo lago e risalendo fino alla sommità del Monte Piana, a Nord, il
viaggiatore viene a trovarsi proprio nel cuore del mondo dolomitico."
J. Gilbert e G. Churchill - Le montagne dolomitiche
ercorrendo la strada che da Misurina
porta alle Tre Cime di Lavaredo, si
incontra un piccolo lago che non
gode certo della fama del suo illustre
vicino, ma che ha la caratteristica di avere delle
acque di un colore particolare che riflettono,
come in uno specchio, i boschi che lo circondano. Sulle sue sponde cresce una vegetazione
ricca e caratteristica; troviamo, infatti, la "lingua
d'acqua", una pianta che appoggia le sue foglie
sull'acqua.
Il piccolo lago si chiama d' Antorno. Il suo nome
si spiega con il fatto che al centro dello specchio
d'acqua si forma un mulinello per cui "l'acqua
gira intorno" frase che in dialetto auronzano
diventa "l'aga che va 'ntorno".
Ma perché l'acqua "gira intorno"? Leggete la
nostra storia e lo capirete!
In un tempo molto lontano un cacciatore di
Misurina, di nome Giacomo, era andato nei
boschi vicini al lago; era un abile cacciatore e
conosceva quei luoghi come le sue tasche. Ma
dopo alcune ore di cammino, Giacomo si
accorse di essersi perso: la colpa di tutto questo
era sicuramente del mazaruò, il folletto vestito di
rosso che faceva perdere la strada alla gente
che incautamente metteva i piedi sulle sue orme.
Scese la sera e Giacomo arrivò in una piccola
radura circondata da boschi, al centro c'era una
pozza d'acqua scura e maleodorante; era troppo
pericoloso continuare a camminare: era meglio
fermarsi e aspettare la luce del giorno per
riprendere il cammino. Si sdraiò sull'erba, cercando di coprirsi alla meglio con il suo mantello.
Proprio quando stava per addormentarsi, ecco
che un suono dolce e melodioso lo svegliò del
tutto: tra gli alberi avanzava una bellissima
ragazza che intrecciava fiori di erica tra le lunghe
trecce, indossava una lunga veste di un verde
particolare: sotto l'ampia gonna spuntavano dei
piedi di capra e proprio da questo particolare
Giacomo la riconobbe subito: era un’anguana, una di quelle misteriose creature che
P
70 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
Cuan che fasòn la strada che mena fin su a le
Tre Zime, se n batòn de n pìzol lago. No l e por
nùia cognosù, autro che chel de Mesurina che i
vien a vedelo da n ciòu l mondo, ma piase porcè
le so aghe le a n color cavòu dai solite.
Se te vas su por sora, apède, te pòs specate inze.
Nbòta ntorno, crese na pianta che no la podarae
sta zenza aga; nfati le so foie le pòia pròpio sora
l aga.
Stò lago se ciama d' Antorno porcè, pròpio n
mèdo se vede senpro moese n tondo l aga.
Par fin che duto gire 'ntorno a algo che se ciata
pròpio n medo.
Ma dùto chesto se podarà capì se se liede sta
storia.
N bar de ane fa, Giacomin, n cazad de
Mesorina, come tante autre ote, l era d por i
bosche 'ntorno a st lago.
L cognosèa stì poste come le so fònde, ma
daspò n grumo de ore che l dèa n giro, l sencorde de no savè agnò che l e ruoù.
L se era perdù. Nbòta l capìse che la colpa e de
l Mazaruò, chel piciulìato vestiù senpro de ròs
che, por despèto, l fei perde la strada a chi che
l ciàta su por pede.
Ntanto vien scuro. L se varda 'ntorno. Giacomin
se ciata pròpio de n bel prà. N medo e n boiòn
de aga scura, co n odor, n tanfo cusì forte che
fei dì de schena.
Ma l se ferma lo steso, porcè e masa scuro por
caminià 'ncora.
L decide de pasà là la niote. L se bìcia dò e l se
scuerde col tabàro, no l a pròpio aùtro.
Ma cuan che i stà por vinì do la son, l siente na
bela musica, de chele dolze. L se varda 'ntorno
e l vede ruà na tosa bela, che de pì bele no l
avèa mai visto. Ntanto che la cianta, la se féi su
la drèza de càvei co i fiore de erica.
Ntornese la a n bel vestìto de n color verde,
come l erba dei prade. Ma l se ncorde nbòta che
da sòte le còtole spunta fòra i pès da càura.
popolano i laghi e i torrenti alpini, di cui aveva
tanto sentito parlare, ma che non avrebbe mai
pensato di poter vedere. (*)
Fu amore a prima vista. Giacomo chiese
all' anguana di sposarlo e di andare a vivere
con lui a Misurina. - sai bene che questo non è
possibile - gli disse l' anguana - gli uomini odiano noi anguane e non mi vorrebbero mai come
loro vicine di casa. - Allora costruirò in questo
luogo nascosto una piccola casa di legno e
vivremo qui insieme - replicò Giacomo, che non
voleva perdere l'amore della donna.
Così fecero e per alcuni mesi le cose andarono
avanti a meraviglia: Giacomo andava a caccia e
l' anguana che conosceva tutti i segreti degli
alberi e dei fiori della zona, procurava frutta,
verdura e i funghi più prelibati.
Un giorno, tuttavia, l'anguana si accorse che
Giacomo non era più felice come un tempo:
guardava spesso in direzione di Misurina e un
giorno arrivò su di una altura per osservare le
case e il lago che si vedeva in lontananza.
- Perché sei così triste? - gli chiese la donna Hai forse nostalgia del tuo villaggio e delle persone che hai lasciato là? - Non delle
persone - rispose
Giacomo - ma del
mio lago con le sue
acque limpide ed
azzurre, che non
posso davvero fare
a meno di paragonare alla pozza
scura che abbiamo
davanti alla nostra
casa.
L'anguana rimase
molto male nel sentire queste parole:
fino a quel momento
aveva pensato che
Giacomo
fosse
felice insieme a lei e
non le faceva proprio piacere essere
preferita ad un lago.
- Hai nostalgia del
tuo bel lago? - disse
adirata.
Giacomin capìse che la e n anguana. Lui a tanto
sentiù parlà de stè femene, n tin cavade, ma
chesta e la prima ota che l vede una; mai no l
avrae pensoù che le fose cusì bele. (*)
Apena vista, l e bèlo n amoroù e no l tardiva a
domandà se lo sposa.
Ma ela i fei presente che la dente no la po' vede
le anguane, nesùn vorae avela n davesìn, a vive
su por sòra. Ma Giacomin, che pì la varda, pì l
se n amora, a bèlo deciso: farèi na ciasùta de
len pròpio cà, de stò posto, lontàn da dùte e cusì
no vedaròn mai nesun.
Den dito al fato la ciasa e fata.
I doi i sta benon nsieme; lui fei senpro l cazad e
ela va a ciat erbe. Nesun cognose dute le erbe
che sa t?e su ela.
Daspo de n ghero de tenpo, l anguana la capìse
che Giacomin no l è pì tanto contento come n
ota. Cuan che lui crede che ela no lo vede, l va
su por n batél a vardà do Mesorina e le so
ciase.
Ela i domanda se l a vòia de vede la so dente.
Alora lui i dìs che l
unica roba che pròpio i mancia e le
aghe bele nete de l
lago de Mesorina.
Davante la cìasa sòa
no i a n lago, ma na
poza lurida.
Rappresentazione di una
Anguana - creatura legata
all’acqua, dalle caratteristiche
in parte simili a quelle di una
ninfa e tipica della mitologia
alpina.
Vignetta di Elena Alexandrina
Bednarik (1883-1939). 1908
da Zâna Apelor (Water Fairy).
IL LAGO D’ANTORNO 71
Ti accontento subito! Immediatamente si
immerse nella pozza scura e iniziò a ruotare su
se stessa, creando un vortice d'acqua: il suo
abito incominciò a sciogliersi in un'acqua chiara
e dai riflessi più incredibili.
Giacomo rimase come pietrificato e non fece in
tempio a trattenere la sua sposa che attimo
dopo attimo scompariva nelle acque del laghetto, diventate chiare e di un colore scintillante
Giacomo rimase solo e non lasciò mai più quel
luogo, dove aveva vissuto momenti tanto felici,
nella speranza di veder un giorno riapparire
dalle acque la sua anguana.
Gli abitanti di Misurina non vennero mai a
sapere la storia di Giacomo e dell' anguana, ma
chiamarono il laghetto Antorno per lo strano
mulinello che talvolta si crea nel centro del
laghetto, proprio nel punto in cui l' anguana è
scomparsa per sempre.
La casetta dove Giacomo abitava è ora diventata un rifugio che accoglie tutti coloro che
vogliono ammirare il piccolo lago immerso nel
verde. La tosa, nbòta la va n medo a la poza e la
cominzia a giriase ntorno, senpro n medo. Pian
pian l so vestito l se desfèi e l aga la diventa
cìara e lùstra.
A Giacomin i par de sognà. Lui l e cusì nbarlumiou che no l capise nbota che l anguana pian
pian la sparise inze de chel tin de lago.
Cuan che l torna n chià e belo masa tarde; ela
e sparida Giacomin no l lasarà mai chel posto
agnò che l a pasòu i pì biei dì de la so vita.
L restarà là por senpro, a spitìa che la so bela
anguana la torne a vinì fòra da chele aghe.
(*)
Il Regno delle Anguane
A Deppo, in Domegge, si trova una grotta che, dice la tradizione, era abitata dalle
anguane. La gente diceva che le anguane avevano piedi di capra, in realtà erano i loro
tipici calzari in pelle di capra secondo un uso antichissimo. Un giovane, molto tempo fa,
incontrò durante la caccia una di queste donne, se ne invaghì e decise di sposarla.
L'anguana acconsentì a patto che nessuno le dicesse mai "piede di capra". Nacque un
bel bambino. Un'estate che il grano cresceva rigoglioso l'anguana si mise a falciarlo prima
del tempo. Il marito tornato a casa e visto il fatto andò su tutte le furie e le disse "Ci hai
rovinati, sei proprio un'anguana piede di capra". L'anguana fuggì in preda all'ira.
Da quel giorno iniziò una terribile carestia, ma il marito dell'anguana e il figlio ebbero non
solo di che sfamarsi, ma abbastanza da arricchirsi. Solo che l'anguana aveva fatto una
terribile maledizione: il figlio non avrebbe mai dovuto sposarsi o i suoi figli avrebbero avuto
piedi di capra.
Quando il bimbo crebbe conobbe una ragazza e se ne innamorò, ma conosceva il suo terribile destino. Allora, preso dalla disperazione, si gettò da una rupe. La terra ne tremò violentemente e si aprì una grande voragine che inghiottì il laghetto di Dacù sottostante.
Sembra che in certe giornate d'agosto, mese della morte del giovane, si oda un lamento
dalla profondità della montagna: sono forse le vecchie anguane o lo spirito del giovane
che non trova pace nella profondità della grotta.
72 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
IBN BATTUTA: IL PRINCIPE DEI VIAGGIATORI
di Cesare Censi. Istituto Geografico Polare “Silvio Zavatti” - Fermo
l viaggio di scoperta
nel Medioevo non
aveva ancora le caratteristiche dell'esplorazione che avrebbe assunto nei secoli futuri, con la
conseguenza che - in questo
periodo - non si ebbero
grandi scoperte geografiche.
I secoli XIII e XIV, nelle
regioni mediterranee del
Nord-Africa e della odierna
Spagna, sono ricordati come
un periodo di transizione. La
riconquista delle più importanti città dell'Andalusia da
parte delle truppe cristiane,
confinò la civiltà musulmana
nei territori tradizionalmente
da loro occupati.
La città di Tangeri, proprio sullo stretto di
Gibilterra, grazie alla sua posizione divenne il
centro commerciale dove si incontravano l'Africa
e l'Europa, il Mediterraneo e l'Atlantico. Questo
suo cosmopolitismo e incrocio di culture influenzava sicuramente la vita dei residenti più di ogni
altro frangente. Fu in questo contesto storico
che il 25 febbraio 1304 nacque Abu 'Abdallah
Muhammad ibn 'Abdallah ibn Muhammad
ibn Ibrahim al-Lawati ibn Battuta da una
famiglia berbera di giuristi.
Della sua infanzia non si sa molto se non che
imparò a leggere e scrivere a dodici anni, che
studiò la Shari'a (la legge islamica) e "altre
scienze islamiche che Tangeri poteva offrire e
che durante l'adolescenza acquisì i valori e la
sensibilità di un uomo colto". Come insegna la
shari'a, un buon musulmano deve compiere almeno una volta nella vita - il hajj (il pellegrinaggio) alla Sacra Moschea di La Mecca per
visitare la tomba del Profeta e "sottoporsi alla
serie di cerimonie collettive previste dalla shari'a". Così il 14 giugno 1325 Ibn Battuta partì
"solo, senza una carovana cui potermi unire, ma
spinto dal mio impulso irresistibile e dal desiderio, a lungo coltivato in cuor mio, di visitare
questi nobili santuari".
Durante il viaggio ricevette offerte volontarie da
I
governatori locali, giuristi,
sapienti, in base a una
delle cinque regole basilari
dell'Islam che prevede
questo principio per alcune
categorie tra cui i viandanti.
La prima tappa importante
fu Tunisi, dove soggiornò
due mesi presso la locale
accademia
seguendo
anche dei corsi, e quando
ripartì si aggregò a una
carovana in qualità di qadi
(giudice). Il viaggio verso la
Mecca lo portò in Egitto, ad
Alessandria e al Cairo,
dove rimase un mese frequentando le varie accademie e gli intellettuali locali.
Ciò che ad Alessandria lo
impressionò maggiormente fu il porto, da fargli
affermare di non aver "visto uguale nel resto dell'universo", e a Il Cairo fu il Maristan che "nessuna discussione è adeguata alla sua bellezza".
Qui si aggregò a una carovana di circa 20.000
persone diretta a La Mecca e vi giunse nel mese
di ottobre del 1326. Nel periodo di permanenza
e nell'intento di portare a termine le cerimonie
del pellegrinaggio in uno stato di consacrazione,
"non si lasciò coinvolgere in dispute o liti, non
uccise animali e piante, non ebbe rapporti sessuali, né si tagliò i capelli e unghie, né indossò
abiti con cuciture o gioielli".
Quando finì i rituali legati al pellegrinaggio Ibn
Battuta si sentì libero e, con le conoscenze
acquisite, non avrebbe più viaggiato "per assolvere un obbligo religioso e neppure per raggiungere una particolare destinazione. Andava in
Iraq solo per il gusto dell'avventura. Fu allora
che cominciò veramente la sua carriera di giramondo".
1327-1330. Lasciò La Mecca per intraprendere
un viaggio verso l'Iraq e la Persia in compagnia
di altri pellegrini che tornavano nelle loro terre.
Visitò Baghdad, che trovò "il suo aspetto esteriore sparito e nulla resta di essa tranne il nome…
Non vi è bellezza in lei che colpisca l'occhio, o
costringa l'indaffarato passante a dimenticare le
IBN BATTUTA: IL PRINCIPE DEI VIAGGIATORI 73
proprie faccende per contemplare la scena",
Bassora, Tabriz, "principale nodo delle vie transiraniane che collegavano tra loro il
Mediterraneo, l'Asia Centrale e l'oceano
Indiano" e Mossul. In un anno percorse quasi
6.500 km visitando le più importanti città della
Persia e dell'Iraq, poi tornò alla Mecca. Da qui
ripartì alla volta dello Yemen, costeggiò l'Africa
fino alla Tanzania, visitò Mogadiscio, Aden e
ritornò ancora alla Mecca.
1330-1341. Ibn Battuta, saputo che il sultano di
Delhi stava cercando un qadi da impiegare nell'amministrazione, si industriò per arrivare in
India. Scelse di passare per l'Anatolia, attraversò il Mar Nero, giunse in Crimea e percorrendo
la Transoxiana e l'Afghanistan arrivò in India.
Così come aveva programmato fu nominato
qadi dal sultano Muhammad Tughluq e nell'esercizio della sua funzione "applicava la precisa
punizione contemplata dalla shari'a". Purtroppo,
un'amicizia sbagliata compromise la sua
posizione e per evitare di finire sul patibolo
chiese al sultano un periodo di ritiro spirituale.
Dopo cinque mesi fece la richiesta di compiere
un hajj e, "con suo grande sollievo", il sultano
acconsentì. Quando era tutto pronto per la
partenza, il sultano lo chiamò e, ben conoscendo il suo "amore per i viaggi e per i luoghi
nuovi", lo nominò ambasciatore alla corte mongola della Cina.
1341-1349. L'imperatore cinese aveva chiesto al
sultano dell'India di poter costruire un tempio
buddista in territorio indiano. Ovviamente ciò
non era possibile e il sultano incaricò Ibn Battuta
di portare il suo messaggio alla corte di Pechino.
Si sarebbe dovuto imbarcare nell'India meridionale e raggiungere la Cina attraversato il
golfo del Bengala con quattro navi. La sera
prima della partenza un'improvvisa tempesta
affondò due navi e danneggiò le rimanenti. Non
potendo ritornare a Delhi per ovvie ragioni,
decise di imbarcarsi su una nave diretta a
Ceylon passando per le Maldive. A Male fu
riconosciuto da alcuni persiani che rivelarono la
sua vera identità al visir Jamal al-Din che lo
costrinse a rimanere sull'isola. Prese quattro
mogli e assunse la carica di qadi, ma anche qui,
per questioni politiche, si scontrò con il gran visir
e fu costretto ad andarsene. Riparò a Ceylon e
da qui nel Malabar dove si imbarcò su una giunca che lo condusse nel Bengala. In seguito visitò la Birmania e Sumatra per giungere poi in
74 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
Cina, a Canton. Qui trovò un passaggio su una
nave per Zafar, in Arabia, da dove partì per
recarsi nuovamente a La Mecca e, attraverso
l'Egitto e la Tunisia, ritornò in patria, a Fez.
1349-1354. Gli ultimi viaggi lo videro a Gibilterra,
Granada e in Mali. Morì nel 1368.
Ibn Battuta è stato considerato il più grande
viaggiatore dell'umanità. Il resoconto delle sue
avventure, la rilha, è stato raccolto da Ibn
Juzayy, un giovane letterato Andaluso.
In ventinove anni ha percorso circa centoventimila km e attraversato quarantaquattro paesi
rischiando molte volte la vita, "ma non ho alcun
rimpianto in quanto la mia maggiore preoccupazione è stata scoprire e cercare di comprendere i miei fratelli, quelli che condividono la mia
fede, ma anche gli altri che vivono la loro". RICORDO DI RENZO
Non vogliono queste poche righe essere uno sterile
elenco a ricordo della figura di Renzo... le solite frasi:
chi era, cosa ha fatto ecc ecc. ma piuttosto vogliono
essere una riflessione sulle parole di stima e di affetto
che, di mio padre, hanno esternato le tante persone
che lo hanno conosciuto. In taluni casi, per noi familiari, è stato piacevole ed inaspettato scoprire la profondità di sentimenti che lo legava a molta gente.
È stato l'amico, il confidente, il compagno di imprese e
di baldorie... per qualcuno quasi un padre. In tutti il
sentire da parte sua una schietta vicinanza, un ascolto
e soprattutto, sempre, un aiuto perché, come quando
si va in montagna, si va avanti insieme e nessuno
deve restare indietro.
Amava fortemente le sue montagne ed anche se, negli
anni, le sue uscite di caccia erano sempre più infruttuose (… colpa del fucile!), rimanevano per lui occasioni
di evasione ed anche di incontro perché, come soleva
ripetere, quando incontri qualcuno, in montagna, ci si
dà del tu! Forse è in questa semplicità che possiamo
scoprire il segreto del vivere? Una semplicità che
viene da uno stile sobrio, quasi severo, come le crode
appunto, che sono dure ma che se riesci a comprenderne l'essenza, ti danno emozione vera. Il mio più
sincero grazie a quanti ci hanno resi partecipi del loro
ricordo perché, come famiglia, ci rende orgogliosi ma
anche consapevoli che, quando arriva la sera e ti
guardi indietro, quello che realmente vale è il ricordo
che hai lasciato dietro di te.
Il figlio Antonio
LA CAPINERA
Calde lame di luce penetrano la foresta e volute di
vapore salgono verso l’alto. Come d’incanto il bosco si
ravviva e si riempie di canti e suoni: scriccioli, fringuelli,
cince tornano a muoversi a terra e tra i rami. Ma oltre ai
canti usuali, un nuovo richiamo proviene dal folto: “ciakciak”, sono capinere, decine, che bloccate dalla pioggia,
stanno nascoste nel folto, in attesa. Attraversano le Alpi
per raggiungere i siti riproduttivi posti più a nord.
Possono migrare solo quando il cielo è sereno e quindi
attendono: se questa sarà una notte tersa e stellata,
ben protette dal buio, le capinere potranno riprendere il
loro grande, affascinante viaggio. La capinera è uno
degli uccelletti più eleganti dei nostri boschi e delle nostre campagne: un piccolo passeriforme dalle forme
aggraziate, dalla bella colorazione grigio-olivastra con
un cappuccio nero nel maschio e bruno- rossiccio nella
femmina. Eppur, nonostante la bella stagione sia uno
degli uccelli più comuni e diffusi, è pressoché sconosciuta: pochi l’hanno mai vista e saprebbero riconoscerla.
Come altri uccelletti della stessa famiglia, infatti, la capinera vive perennemente nel folto della vegetazione,
ben protetta dal fogliame e risulta pertanto dificilmente
osservabile. A seguito della sua elusività, la capinera
non riveste un ruolo particolare cultura e sono poche le
leggende e le testimonianze che la riguardano.
Tra queste la più significativa è forse il racconto di
Giovanni Verga “Storia di una capinera”.
“ Avevo visto una povera capinera chiusa in gabbia: era
timida, triste, malaticcia; ci guardava con occhio
spaventato; si rifugiava in un angolo della sua gabbia, e
allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che
cinguettavano sul verde del prato o nell’azzurro del
cielo, li seguiva con nuno sguardo che avrebbe potuto
dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi, non
osava tentare di rompere il fil di ferro che teneva carcerata, la povera prigioniera. Eppure i suoi custodi, le volevano bene, cari bambini che si trastullavano col suo
dolore e le pagavano la sua malinconia con miche di
pane e con parole gentili. La povera capinera cercava
rassegnarsi, la meschinella; non era cattiva; non voleva
rimproverarli neanche col suo dolore, poiché tentava di
beccare tristamente quel miglio e quelle miche di pane,
ma non poteva inghiottirle. Dopo due giorni chinò la
testa sotto l’ala e l’indomani fu trovata stecchita nella
sua prigione. Era morta, povera capinera! Eppure il suo
scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino
c’era qualche cosa che non si nutriva soltanto di miglio,
e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete”.
da “Adamello Brenta Parco” n.1/2013
STRADE
del Grappa e di passo Rolle
di Ierma Sega - foto di Giovanni Cavulli
Con la strada statale provinciale 50 del Grappa e di passo Rolle, continua il viaggio lungo le strade storiche del
Trentino.Un viaggio alla scoperta delle antiche vie: le strade uniscono, creano rapporti, scambi, comunicazioni,
contaminazioni, e la lungimiranza e il volere dei cittadini, mecenati, progettisti hanno aperto nuove vie e ne
hanno promosso la realizzazione. Un impegno di proporzioni di prima grandezza che, a distanza di anni e alla
luce dei progressi ingegneristici e tecnologici, appare oggi come una vera e propria conquista sulla natura.
l tratto tra Predazzo e passo Rolle della
strada 50 del Grappa e del passo Rolle
collega le due province di Trento e
Belluno. Si sviluppa in Trentino lungo un
itinerario che è un autentico inno al turismo collegando tra loro mete conosciute e apprezzate:
San Martino di Castrozza, Predazzo, il Parco
naturale di Paneveggio e il valico alpino di
Passo Rolle che, a 1984 metri metri sul livello
del mare, è un luogo spettacolare della natura
dove le rocce in porfidi quarziferi del Lagorai
nelle loro colorazioni tra rosso, bruno e verde, si
contrappongono alle candide cime dolomitiche
delle Pale di San Martino.
Proprio il turismo è una delle evidenti costanti
delle località messe in collegamento dalla strada
che conduce a quella che è la sua vetta simbolo: il Cimon della Pala. Asceso per la prima volta
il 3 giugno 1870 da E.R. Whitwell e Santo
Siorpaés di Cortina e Christian Lauener di
Lauterbrunnen, il Cimon della Pala è una cima
nota non solo a turisti a appassionati di montagna ma anche lettori e bibliofili. Il suo “battesimo letterario” è del 1867 allorché l’irlandese
John Ball (1818-1889) diede alle stampe la
prima guida turistica delle Alpi Orientali. Fu lui a
coniare un paragone rimasto caro a tanta parte
di letteratura e mettere in relazione il Cimon
della Pala col Cervino. «Per quanto ardito sia lo
sviluppo del Cervino, esso ha tuttavia l’impronta
della solidità, mentre pel Cimon è da supporre
che il cader di una sola pietra dell’immane torrione, trarrebbe con sé in rovina tutta la gigantesca costruzione», scrisse anticipando le
osservazioni che, anni dopo, saranno riproposte
anche dall’alpinista, scrittore e fotografo Guido
Rey (1861-1935). Pure quest’ultimo paragonò il
Cimon della Pala a «un Cervino più scosceso,
più sottile del mio... non so se per magia di
questo cielo orientale che ha trasparenze e veli
ignoti agli altri cieli delle Alpi, o pel segreto delle
proporzioni mirabili delle architetture dolomitiche». Nel 1872 la scrittrice Ameila Edwards
I
(1831-1892) nel suo “Cime inviolate e valli
sconosciute” descrive «spaccature verticali così
terrificanti che sembra debbano spalancarsi da
un momento all’altro e fare precipitare l’intera
massa di rocce» e tre anni dopo l’alpinista
inglese Douglas William Freshfield (1845-1934)
nel suo capolavoro letterario “The Italian Alps”
scrive come una «vetta del Cimone irrompente
attraverso la nebbia può spaventare un viaggiatore nervoso, il quale può avere l’impressione di
sentirsela crollare addosso da un momento all’altro». La fortuna letteraria del Cimon della Pala
trova compimento anche al di fuori del genere
della letteratura di montagna. Nel 1924 sarà lo
scrittore e drammaturgo tedesco Arthur
Schnitzler (1862-1931) a far esprimere alla sua
signorina Else, sentimenti di estatica ammirazione: «È così bello che quasi piangerei - afferma lei, per poi aggiungere - troppo grande il
Cimon, fa paura, pare che voglia cascarmi
addosso». E il viaggiatore moderno? Quale la
sua reazione al cospetto di un simile spettacolo
della natura? Difficile sottrarsi alla malia di tanta
forza. Chi ha la fortuna di ammirare il Cimon
della Pala al tramonto difficilmente ne scorda l’emozione: l’accesa tonalità rosso-porpora che si
esalta alla luce crepuscolare ed è dovuta alla
presenza di una piccola percentuale di ossidi di
ferro nella roccia, è uno spettacolo imperdibile.
Così come lo sguardo sulle montagne visibili dal
passo: oltre al Cimon della Pala, Cima Vezzana
- la più alta del gruppo con i suoi 3192 metri di
altitudine sul livello del mare -, Cima Colbricon
all’inizio della catena del Lagorai, Cima Bocche
e Cima Juribrutto, la Val di Fiemme con il
Gruppo Adamello-Brenta.
Ma l’incontro con un luogo tanto generoso non si
esaurisce così. E’ impossibile non lasciar
indugiare lo sguardo sui fienili con tronchi di
legno nei pascoli e i prati in località Bellamonte,
sul lago artificiale di Fortebuso, su Forte
Dossaccio, che da qui si raggiunge, sul Parco
Paneveggio Pale di San Martino.
Con una superficie di quasi 20mila ettari, il parco è l’abitat ideale di numerosi animali tra i quali
il cervo e, su un area di 2700 ettari, ospita la foresta di violini, un’area ricca di abeti rossi che
gli antichi liutai utilizzarono per realizzare le casse armoniche di numerosi strumenti ineguagliabili. Ad aguzzare bene la vista, sullo sfondo pare ancora di intravvedere l’incedere lento di
Stradivari, attento a cogliere nel fremere della foresta la risonanza perfetta di uno dei suoi
magici violini... da “il Trentino” Rivista della Provincia Autonoma di Trento n. 321
76 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
A tavola con i Lares
L’ALLORO
’alloro è una pianta assai rinomata sia per le forti proprietà
aromatiche, molto sfruttate nell’arte culinaria per quel gradevole sapore che comunica ai cibi, sia per le sue numerose
proprietà medicinali.
Tuttavia, presso gli antichi popoli, questa pianta aveva anche altre funzioni: in Grecia era consacrata ad Apollo, che era raffigurato sempre con
la corona d’alloro; e la leggenda narra che in alloro fu trasformata Dafne,
quando volle sfuggire ad Apollo.
Sempre d’alloro fu la corona dei vincitori ad Olimpia e a Roma; con le
sue fronde furono pure incoronati imperatori, poeti, uomini illustri, medici
e filosofi. Nel Medioevo l’alloro era utilizzato per le ghirlande con le quali
si incoronavano gli artisti e i neodottori (usanza tuttora in vigore), da cui
l’origine della parola “laurea”.
La pianta è originaria dell’Asia Minore, ma già fin dai tempi antichi, era
diffusa in tutta l’area mediterranea. [...] è ampiamente coltivato e talora
pure inselvatichito e può vegetare fino a quote vicino ai 1000 metri d’altitudine, qualora il luogo sia ben esposto. [...]
L’alloro (Laurus nobilis) è chiamato anche lauro (dal celtico “lauer”, ossia
“verde”, per le foglie persistenti); con questo appellativo, dal quale deriva anche il nome della famiglia (Lauracee), è da sempre considerato
simbolo di gloria e di vittoria. [...]
Dell’alloro si utilizzano le foglie e i frutti: le prime si possono raccogliere
tutto l’anno, i secondi si raccolgono a completa maturazione (ottobrenovembre).
Le foglie si possono essiccare, lasciandole attaccate ai rami, in un locale
ombroso e ben aerato; andranno poi riposte al buio, chiuse in contenitori di vetro. I frutti vanno essiccati al sole o in forno a temperatura non
molto elevata.
L’alloro possiede spiccate proprietà carminative, stimolanti, aromatizzanti, espettoranti, antisettiche, diaforetiche (provocanti sudorazione)
ecc., ma la sua efficacia terapeutica è legata soprattutto allo stomaco:
ne calma gli spasimi, favorisce la digestione e ne combatte l’astenia.
Le foglie e i frutti contengono un olio essenziale, detto cineolo, la cui
azione, anche a dosaggi bassissimi, è molto marcata: per scopi terapeutici va perciò usato con prudenza e moderazione, ricordando che
la dose massima giornaliera per un adulto non dovrà mai superare le 10
gocce!
L’essenza, date le sue proprietà lenitive e antidolorifiche, viene utilizzata anche per massaggiare zone colpite da reumatismi, distorsioni, slogature, artriti, torcicolli ecc.
L’infuso, ottenuto mettendo due foglie secche spezzettate in una tazza
d’acqua bollente (lasciare in infusione per 10 minuti e poi filtrare), agisce
come stimolante generale dell’organismo ed è anche antisettico e purificatore di tutto l’apparato digerente.
Per fare un bagno tonico e ristoratore si può versare nella vasca il decotto ottenuto con due manciate di foglie fresche, messe a bollire per
cinque minuti in un litro d’acqua.
In cucina l’olio essenziale è utile per cuocere il fegato o aromatizzare
pesci, carni di maiale, lessi, ragù e tanti altri piatti: poche gocce sono
sufficienti per aromatizzare la pietanza e togliere ai condimenti stessi
l’eccesso di grasso.
Le foglie, unitamente all’aglio, al vino, alle spezie ecc., entrano di diritto
in tutte le carni marinate; tuttavia, data l’intensità del sapore, si dovrà
fare molta attenzione al dosaggio. L
AI LARES
Splendido agriturismo
fattoria didattica
realizzato in una ex
caserma militare
ubicata quasi al
culmine del passo di
Sant’Antonio, valico
collegante Auronzo di
Cadore e Padola di
Comelico Superiore.
Immerso nel verde di
boschi e pascoli in
estate è ideale punto
di partenza di
passeggiate ed
escursioni.
In inverno sono
comodamente
accessibili il
comprensorio sciistico
di Padola e le Terme di
Valgrande.
78 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
Delizie selvatiche.
Nei tempi passati i nostri contadini, assieme alle tante varietà di frutta coltivata,
tenevano in gran conto anche i frutti selvatici che maturavano sulle siepi e sugli arbusti ai margini dei campi,
nei prati incolti, nei boschi e lungo i sentieri di campagna. Ogni stagione offriva la sue “specialità” e i bambini,
in particolare, ne andavano molto ghiotti perché in quegli alimenti trovavano le vitamine e i minerali di cui il loro
gracile organismo necessitava. Queste specie anche allora erano considerate “minori”, rispetto a quelle che il
mercato richiedeva, tuttavia non venivano mai trascurate perché servivano, nella stragrande maggioranza dei
casi, per il consumo famigliare, sia fresche che trasformate in conserve, liquori, gelatine, ecc., esse costituivano un’autentica delizia per il palato!
Nel corso dei secoli la popolazione rurale delle nostre vallate ha assegnato a questi prodotti anche un importante ruolo curativo, oltre che alimentare. Il sapore delle corniole è particolarmente legato ai miei ricordi d’infanzia. Quando la bachicoltura ebbe a cessare, i gelsi rimasti accanto alle case coloniche fornirono ancora ai
contadini i loro frutti dolcissimi, ossia le gustose more, bianche, nere e rosate, che costituivano un’autentica
leccornia per i bambini ed anche un’opportunità per le massaie che ne traevano gustose e insolite ricette.
Anche le marasche facevano parte di quei frutti minori. Talora, durante le afose giornate estive, piluccavamo
direttamente dall’albero queste piccole ciliege dalla polpa piuttosto acidula e asprigna; più spesso le nostre
mamme e nonne le conservavano al naturale con lo zucchero e sotto grappa o ne facevano sciroppi e gustose
marmellate.
E che dire del rustico sambuco, quasi sempre presente accanto alle case rurali, di cui era possibile utilizzare
sia la corteccia e le foglie, che i frutti e i fiori, tutte parti dotate di proprietà numerose terapeutiche? Sono, infatti, moltissime le ricette sia mediche che culinarie, tramandateci dalla civiltà contadina, che si possono preparare
con questa benefica e antichissima pianta. Una delle tante è costituita dall’ottimo infuso, col quale si possono
combattere gli stati febbrili, l’influenza e tutte le malattie da raffreddamento. Basta versare 2 cucchiaini di fiori
essiccati in una tazza d’acqua bollente, filtrare e bere caldo con aggiunta di latte e miele.
Confettura
di corniole
Poiché le corniole non si prestano ad essere disossate, è
necessario precuocerle per
poter passare la polpa al
setaccio ed eliminare i noccioli.
Aggiungre poi ad ogni kg di
passato circa 750 g di zucchero, cuocere a fuoco dolce e
per poco tempo perché questa
marmellata tende subito ad
ispessire.
Essendo le corniole un po’
acidule, vi si possono mescolare frutti di stagione, ad esempio pere (o mele).
Liquore di more
Ingredienti: g 600 di more, g 300 di
zucchero e 1 litro di grappa
Mettere le more, lo zucchero e
la grappa in un vaso ed esporlo
al sole per 4 giorni, agitandolo
di tanto in tanto per far
sciogliere lo zucchero.
Ritirare il vaso e tenerlo al buio
e all’asciutto per 40 giorni;
quindi filtrare e imbottigliare.
Prima di consumare il liquore
lasciarlo “invecchiare” per 2
mesi.
di acqua gelata, potrà costituire
un’ottima bibita dissetante contro la calura estiva.
Marasche giulebbate
Sciroppo di sambuco
Ingredienti: 2 kg di marasche e
2 kg e mezzo di zucchero
Ingredienti: 12 fiori di sambuco, 4
limoni, 1 litro d’acqua, 1 kg di zucchero, un bicchiere di vino bianco o
di aceto (però scarso).
Dopo aver tolto i piccioli,
tenere i frutti al sole per una
giornata; metterli poi in un
recipiente assieme a un baccello di vaniglia e ad un pezzetto di cannella e porli sul fuoco.
Lasciar bollire lentamente fino
a quando non si sarà formato
un po’ di succo, allora aggiungere lo zucchero, un po’ alla
volta e mescolando di continuo. Lasciar bollire a fuoco
basso finché le ciliege saranno
scure e grinzose.
Invasare a caldo e chiudere
ermeticamente.
All’occorrenza, si potrà mettere
qualche cucchiaiata nella
macedonia o sopra il gelato.
Una piccola dose di questo
dolcissimo giulebbe privo di
frutti, versando in un bicchiere
Tipico della tradizione contadina ma molto noto e utilizzato
ancor oggi è anche lo sciroppo
di sambuco, da sempre considerato una bibita “terapeutica”,
rinfrescante e diuretica.
Mettere in un recipiente smaltato o di cotto l’acqua, i fiori di
sambuco, i limoni spremuti e
tagliati a pezzi (buccia compresa).
Lasciar macerare 3-4 giorni,
dopo di che filtrare il liquido
dentro una pentola, strizzando
bene i fiori e i limoni macerati
per non perdere niente,
aggiungere lo zucchero e l’aceto e portare all’ebollizione
facendo cuocere per un paio di
minuti. Imbottigliare freddo.
A TAVOLA COI LARES 79
L’orto sottovetro. Mentre le giornate sono ancora calde e il sole manda sulla terra i suoi ultimi raggi
infuocati, è davvero rilassante, e pure giovevole alla salute, poter uscire nei campi a cogliere la frutta e la verdura di stagione, per averne di riserva anche nel periodo più sterile dell’anno.
Anche nei tempi passati, in particolare durante la stagione estiva, nei casolari delle vallate trentine vigeva l’usanza di
mettere sotto vetro e di conservare gelosamente molti prodotti dell’orto e della campagna. Lavorati con mani sapienti
dalle brave massaie e insaporiti quel tanto che bastava, frutta e ortaggi venivano poi consumati con metodicità nel
corso del lungo inverno, conferendo alle pietanze un tocco di sapore particolarmente gradito.
Mia madre era solita preparare due conserve un po’ insolite, ma gustose: i pomodori sott’aceto e la marmellata di pomodori verdi. Anche le zucchine si prestavano egregiamente ad essere conservate a lungo;
preparate in agrodolce, costituivano un ottimo antipasto da gustare anche fuori stagione.
Non potevano mai mancare sulle parche mense contadine, in occasione delle feste e delle ricorrenze più importanti, i prelibati funghi sott’olio: quando il tempo o qualche provvidenziale sosta dall’assiduo lavoro nei campi lo
permettevano, si andava in montagna alla ricerca dei gustosi porcini o di altre qualità di funghi adatti alla conservazione sott’olio o sott’aceto. A casa ci si dedicava poi al gradito compito della cernita e ripulitura.
In estate si preparavano anche le confetture di pesche e di albicocche, tanto deliziose quanto desiderate da noi
bambini che aspettavamo spesso l’occasione propizia per andare di soppiatto in dispensa a farne... man bassa!
Pomodori acerbi
sott’aceto
Ingredienti: pomodori verdi, aceto,,
vino acidulo, cipolle, peperoni.
Lavare e asciugare con cura i
pomodori e riporli in un grande
vaso di vetro. Unire, a piacere,
qualche peperone e qualche
cipolla intera (senza togliere le
foglie gialle esterne), quindi
colmare il vaso con l’aceto.
E’ preferibile usare un aceto
poco forte per non rendere le
verdure
troppo
piccanti.
L’ideale sarebbe mescolare
l’aceto in parti uguali con del
vino un po’ acidulo dell’annata
precedente. Chiudere i vasi e
conservarli in cantina o in
luogo buio, fresco e asciutto.
Marmellata
di pomodori verdi
Ingredienti: 1 kg di pomodori puliti,
¼ di kg di mele piuttosto acerbe,
800 g di zucchero, succo di un
limone, un po’ di cannella (in stecche) e di chiodi di garofano.
Prendere dei pomodori verdi
ma al loro massimo sviluppo,
lavarli e tagliarli a fettine eliminando tutti i semi, pesarli e
metterli in una terrina con lo
zucchero assieme alle mele
sbucciate e tagliate a fettine
sottili. Mescolare bene e lasciar riposare 24 ore. Il giorno
80 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
dopo metterli al fuoco, aggiungere il succo del limone, la
cannella e i chiodi di garofano
e cuocere a lungo, mescolando
fino alla giusta consistenza.
Versare in vasi ben puliti e chiudere a caldo.
Zucchine in conserva
Ingredienti: 1 kg di zucchine, 2½
bicchieri di olio di semi, 2 bicchieri
di aceto, 3 cipolle, 9 foglie di basilico, 3 spicchi d’aglio, 3 cucchiaini
di sale fino, un rametto di rosmarino e uno di origano.
Tagliare a fettine sottili le zucchine, le cipolle e l’aglio e
mescolarli in una pentola con
tutti gli altri ingredienti.
Far bollire il tutto per 5 minuti e
poi lasciar raffreddare nella
pentola. Versare in vasi di
vetro a chiusura ermetica e
assaggiare dopo 8-10 giorni.
Funghi sott’olio
Ingredienti:1kg di funghi porcini,
uno spicchio d’aglio, 2-3 foglie d’alloro, 4 dl di aceto bianco, olio, sale.
Raschiare bene i funghi per
asportare il terriccio e staccare
il cappello dai gambi. Lavarli
più volte in acqua fredda,
badando a cambiare spesso
l’acqua finché essa non sarà
perfettamente pulita. Mettere a
bollire in una pentola l’aceto e
2 dl d’acqua; salare, immergervi i funghi e far bollire per
una decina di minuti. Scolare
poi i funghi, metterli sgocciolare per qualche minuto sopra
uno strofinaccio pulito e sistemare infine in vasi di vetro
con le foglie d’alloro e l’aglio.
Coprire il tutto con buon olio
d’oliva e tappare ermeticamente.
Confettura
di albicocche
Ingredienti: 1 kg di albicocche
snocciolate, 850 g di zucchero, 1
limone.
Lavare e asciugare le albicocche, tagliarle in quattro
asportando il nocciolo, affettare finemente il limone e
mettere tutto in una pentola
assieme allo zucchero, aggiungendo anche 1 dl d’acqua.
Mettere al fuoco rimestando di
continuo con un mestolo di
legno per evitare che attacchi
sul fondo. Il tempo di cottura è
di circa un’ora, ma molto
dipende dal grado di maturazione dei frutti e dal liquido in
essi contenuto. Con queste
stesse dosi si può preparare
anche la confettura di pesche.
Iris Fontanari
©
Provincia Autonoma di Trento
Ass. Prov. Agricoltura e Foreste
Gruppo
Filatelici di Montagna
* Affiliato alla Federazione fra le
Società Filateliche Italiane
* Socio dell’Ass. “Ardito Desio”
* Socio dell’Associazione
Italiana di Maximafilia
* Socio del Circolo Filatelico
“Guglielmo Marconi”
}* Socio Centro It. Fil. Resistenza
e-mail: [email protected]
c/c postale n. 14266373 intestato:
CAI Auronzo. 32041 Auronzo di Cadore BL
“Quando arrivi in vetta
ad un monte non fermarti,
continua a salire”
Un Maestro del buddismo Zen
- MERAVIGLIOSE LAVAREDO
- RITORNO ALLE TRE CIME
- IL FESTIVAL DI TRENTO
- MANER LUALDI A MILANO
- SPEDIZIONI AL POLO NORD E... DINTORNI
www.filatelicidi montagna.com
MERAVIGLIOSE LAVAREDO
RICORDANDO QUEL GIORNO DEL 2008
Ed. Stab. Fotogr. Lor. Fränzl. Bolzano. 1934
Eigentum und Verlag K. Redlich, Innsbruck
Hans Gerl Photograph Ruhpolding (Oberb.)
82 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
24 luglio 2008
Le Tre Cime di Lavaredo, simbolo incontrastato delle Dolomiti, ottengono con l’emissione di un francobollo a loro dedicato l’ennesimo attestato di riconoscimento come
splendide cattedrali di roccia universalmente
conosciute ed ammirate da migliaia di visitatori. La cittadinanza auronzana è orgogliosa
di essere entrata a far parte del mondo della
filatelia con le sue montagne simbolo che,
incorniciate in un oggetto artistico di grande
suggestione e di notevole forza comunicativa
come è il francobollo, sapranno portare in
ogni parte del mondo l’immagine di questa
splendida triade dolomitica che fa da sfondo
alla valle dell’Ansiei e che può essere ammirata da tutto il centro abitato di Auronzo di
Cadore e dalla sua famosa frazione di
Misurina, dalla quale può essere facilmente
raggiunta percorrendo una comoda strada.
Una volta arrivati ai Piedi delle Tre Cime di
Lavaredo, e camminando lungo i ghiaioni
che le circondano, non sarà difficile
intravedere nella tipica conformazione della
pietra dolomitica i segni inconfondibili di quello che circa 230 milioni di anni fa era un
grande mare tropicale che ha dato vita alle
Dolomiti.
Dalla seconda metà del 1800, con l’inizio
della storia dell’alpinismo, le stesse Tre Cime
sono diventate la massima espressione dell’arrampicata su roccia.
Poste al confine tra il Comune di Auronzo di
Cadore e quello di Dobbiaco, e storicamente
su quello di Stato, durante la prima guerra
mondiale sono state teatro di sanguinosi
scontri in considerazione dell’importanza
strategica della posizione che le cime rivestivano, ed anche attualmente nelle loro vicinanze si possono vedere numerosi ruderi di
acquartieramenti militari recentemente restaurati a testimonianza della memoria storica ed a beneficio di turisti ed appassionati.
Auronzo di Cadore con i suoi tre laghi di
Auronzo, Misurina e d’Antorno e con le innumerevoli bellezze paesaggistiche si pone
come meta turistica ideale.
Bruno Zandegiacomo Orsolina
Sindaco di Auronzo
da “Il Collezionista” N. 11 Novembre 2013. Bolaffi Editore
Fotografia Giacinto Ghedina - Cortina. 1926
Brunner & C., Como
24 luglio 2008
Superbamente isolate dalle vette circostanti,
stagliate all’orizzonte, slanciate verso il cielo,
irraggiungibili nella unicità e purezza delle
forme, uniche per fascino, universalmente
conosciute: queste sono le magiche “Tre
Cime”.
Naturale che esse abbiano scritto pagine
memorabili nella storia dell’alpinismo, sin dal
1869, quando Paul Grohmann - alpinista
viennese - con le guide altoatesine Peter
Salcher e Franz Innerkofler raggiunse la
“Cima Grande”. Dieci anni dopo furono Michl
Innerkofler, di Sesto Pusteria con Georg
Ploner - nostro concittadino di Dobbiaco - a
conquistare per primi la “Cima Ovest”. Solo
due anni dopo nel 1881 i fratelli Innerkofler
posero per primi il loro scarpone sulla agognata “Cima Piccola”. A questi pionieri fecero
seguito centinaia di scalatori ed alpinisti
attratti dal fascino di queste vette, disegnandovi innumerevoli vie, sempre più ardite,
sempre più dirette, che hanno scritto la storia
dell’alpinismo. Risulta impossibile citarli tutti,
anche se lo meriterebbero: le guide della
Pusteria, gli Scoiattoli di Cortina, alpinisti di
tutta Europa... Desidero solo ricordare l’impresa di R. Kauschke, P. Siegert e G. Uhnert
che scalano in 16 giorni, dal 10 al 26 gennaio
del 1963 ad una temperatura di -30° C la
“superdirettissima” che porta alla Cima
Grande, la “via dei Sassoni”! Da allora R.
Kauschke non ha più lasciato Dobbiaco.
Ma le Tre Cime sono state il “muto testimone”
delle vicende della “Grande Guerra”. [...]
Ed ancor oggi quando il ricordo di quegli anni
sfuma, un residuo di reticolato, gli ultimi resti
di un baraccamento, una semplice croce, ci
ricordano quegli eventi, il sacrificio tremendo
di decine di migliaia di giovani, e ci fanno
meglio capire il valore della pace, la fortuna
di poter “godere” di queste montagne e di
questi panorami, di poterli offrire a tutti i nostri ospiti e visitatori, di poter essere occasione di ristoro del corpo e soprattutto dello
spirito; di poter immergersi in questi ambienti magici, in quest’aria pura e tersa, in queste
acque cristalline, con questi panorami e
questi orizzonti ove si stagliano le Tre Cime,
meraviglia del Creato, trade-union fra la terra
e il cielo...
Bernhard Mair. Sindaco di Dobbiaco
RITORNO
ALLE TRE CIME
A 100 anni dalla Grande Escursione Alpina in Cadore è tornato il Touring Club Italiano
Collezione
V. Orlich
l rag. Mario Tedeschi, Segretario del TCI, attraverso le sue conferenze di propaganda per
la conoscenza della montagna e con l’organizzazione di escursioni estive, fu un fervido
assertore dell’alpinismo popolare. Sotto la sua direzione il TCI effettuò nel settembre 1913
un’Escursione Nazionale Alpina in Cadore che ebbe ampia risonanza.
Il Comando del 7° Reggimento Alpini, di stanza a Belluno, cooperò ai servizi logistici e fece accompagnare la carovana da 75 alpini, perfetti conoscitori della regione.
A Misurina la comitiva venne salutata da Guido Larcher, Capo Console di Trento, da Giovanni
Pedrotti, Presidente della Società Alpinisti Tridentini, e da Cesare Battisti, le cui calde parole strapparono insieme applausi e lagrime. [...]
L’Escursione Nazionale in Cadore segnò il trapasso dai convegni ciclistici e dalle gite ciclo-alpine
alle escursioni Nazionali, organizzate con nuovi criteri. [...] Il Touring allora si rivolse a manifestazioni
collettive intese a far conoscere le regioni meno note del paese, dando così l’avvio a nuove correnti turistiche. Le escursioni del Touring ebbero costantemente carattere d’avanguardia e scopi culturali e di propaganda turistica; il contributo che il Sodalizio offerse così al progresso del turismo e alla
reciproca conoscenza degli Italiani nelle varie regioni fu grandissimo: le sue comitive venivano
ovunque accolte dalle autorità, dalle associazioni locali e dalla popolazione come prime messaggere del turismo italiano. [...] La guerra obbligò a sospendere queste e altre manifestazioni.
I
da “I sessant’anni del Touring Club Italiano”
dal Bollettino Filatelico di Poste Italiane del 24.7.2008 84 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
RITORNO ALLE TRE CIME 85
IL
FESTIVAL DI TRENTO
61 ANNI DEDICATI AL CINEMA DI MONTAGNA
l cinema di montagna, una storia che va
ben oltre il TrentoFilmFestival. Ne sono
testimoni gli uomini - registi, alpinisti,
esploratori, naturalisti e scienziati, poeti
della montagna e cultori della settima arte - e le
moltissime pubblicazioni di ogni genere che
sono state dedicate al tema nel corso di questi
anni. Soprattutto il mio pensiero va a quei pionieri che ci hanno lasciato un patrimonio immenso, riflesso di anime straordinarie; intendo riferirmi in particolare a tre di questi: Arnold Fanck,
Leni Riefensthal, Luis Trenker.
Mi sovviene quanto scriveva Franco de
Battaglia nel 1993 e che ritengo ancora attuale:
“Perché non fare della montagna attraverso il
cinema un veicolo di nuovi valori fra gli uomini?
Non una semplice rassegna di emozioni, ma una
proposta reale con le immagini?
“Sta tutto qui il manifesto innovativo del
Filmfestival, la radicale differenza rispetto ai pur
affascinanti dinosauri cinematografici degli anni
‘30. E qui sta anche la sua scommessa: trarre
l’alpinismo dalla mitologia individuale della montagna e inserirlo in un circuito virtuoso di socialità e comunità. Portare la realtà come nuova
linfa ai sogni, integrare l’energia della conquista
con la riproposizione universale e internazionale
di quel «modo di vivere» che è la montagna e la
sua cultura. [...] proporre la montagna - attraverso i veicoli dell’alpinismo e del cinema - come
una delle culture forti, delle opzioni vincenti nel
vivere su questo pianeta, con pari dignità e forse
con qualche chance in più rispetto alla cultura
urbana. Una sfida ambiziosa [...] che ancora
continua, che «resta» la sfida del Filmfestival”.
Un contesto affascinante e assolutamente non
facile per la filatelia ufficiale che si è limitata ad
emettere un aerogramma il 19.1.1982 per celebrare il XXX FESTIVAL INTERN. DEL FILM DI
MONTAGNA E DI ESPLORAZIONE “CITTA’ DI
TRENTO” a proposito del quale, nel Bollettino
Ufficiale di Poste Italiane N. 2/82, P. Zanotto
scrive: “che è l’ «Università» del cinema di montagna, in quanto attraverso le annuali scelte delle
sua commissione di selezione e quindi dei verdetti delle sue giurie, vi vengono in effetti laureate
I
86 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
quelle opere che riescono a distinguersi, sul
piano dell’agilità tecnica e del linguaggio formale, nella esposizione di precisi contenuti. Che
sono poi quelli abbraccianti con l’alpinismo l’intera vasta gamma degli sport praticati in montagna, compresa la vita di coloro che in montagna abitano e di conseguenza l’indagine
anche didattico-scientifica (talora con accenti di
denuncia) rivolta alla protezione dell’ambiente;
quindi le relazioni filmate sui viaggi di scoperta
presso terre e popolazioni scarsamente
conosciute.
“Esempi di cinema dunque offerti come visioni
aggiornate di problematiche emergenti e delle
nuove tecniche sportive soprattuitto alpinistiche,
affiancate spesso al ripescaggio di pellicole, singole o in gruppo, appartenenti al passato; per un
discorso tematico, senza soluzione di continuità.
“Queste ultime sono retrospettive di verifica e
col sapore di omaggio nei confronti del contributo dato in epoche diverse da produzioni nazionali o da singoli cineasti coerentemente attivi nel
doppio settore appunto della montagna e della
esplorazione.
“E menzioniamo tra gli altri per la Germania il
pioniere Arnold Fanck, quindi l’allievo di questi,
Luis Trenker, specializzatosi fin dagli anni trenta
nel lungometraggio a soggetto ambientatao in
montagna; per gli Stati Uniti Robert Flaherty; per
l’Unione Sovietica Alexander Zguridi”.
Ecco che allora assume particolare importanza
l’impegno della Società Filatelica Trentina la
quale dal 1973, ormai sono quaranta anni, ha
voluto ricordare, a partire dall’allora 21a edizione, il Festival Internazionale Film della
Montagna e dell’esplorazione “Città di Trento”.
Una collezione che nel tempo ha assunto particolare rilievo presentandoci la sequenza pressochè completa di tutti i manifesti. Una raccolta
in piccolo spazio di quanto è stato più volte
oggetto di suggestive mostre. The Untouched Himalaya (1991), di Jan Boon
IL FESTIVAL DI TRENTO 87
MANER
LUALDI A MILANO
nel 60° anniversario del Raid Artico
Il GFM, di conserta con il Registro Italiano Alfa Romeo, il Registro Alfa “Matta”,
l’Associazione Filatelica Lombarda, l’Associazione Italiana di Aerofilatelia,
l’Associazione Italiana Collezionisti di Affrancature Meccaniche, Turinpolar e
Circolo Filatelico Rhodense, ha celebrato solennemente presso l’IPER di Milano
i Sessanta Anni del Raid Artico di Maner Lualdi.
… È facile fra appassionati organizzare ed organizzarsi per promuovere
iniziative che comunque si dimenticheranno dopo pochi giorni. È difficile
invece coinvolgere in queste iniziative strutture
ed Istituzioni che diano loro un supporto, non
certo dovuto ma saggiamente accorto, e le
trasformino da radunetti di ferri vecchi o mostre
di fogli ingialliti in eventi che portino conoscenza
e cultura … " Con queste belle parole, fra altre,
il Dr. S. D'Amico Presidente del Registro Italiano
Alfa Romeo club ufficiale ed internazionale della
famosa Casa Italiana, ha posto il sigillo sulla
manifestazione che i "soliti Mattisti" hanno organizzato assieme all'insostituibile sostegno del
GFM e con il contributo dell'Iper attraverso il Dr.
Ioppi, un Auronzano trasferitosi a Milano per la-
"
voro ma con il Cadore nel cuore, direttore della
famosa società di grande distribuzione, che si è
immediatamente resa disponibile ad aiutare la
nostra iniziativa in Piazza Portello a Milano,
sede di una bellisima struttura Iper.
L'occasione di ricordare il 60° anniversario del
Raid Artico Lualdi (1953-2013) era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire: i Mattisti ed i Filatelici
di Montagna erano pronti a coglierla!
Tutto infatti parte da lì, da quelle buste commemorative del Raid che nel 1953 furono
trasportate con il piccolo aereo Girfalco (con
motore Alfa Romeo) da Maner Lualdi e dal suo
copilota Max Peroli.
Una Matta accompagnò il viaggio attraverso le
capitali europee, ed un ulteriore dispaccio
postale fu portato da questa vettura preparata
dall'Alfa Romeo per la speciale occasione: il
Raid di Lualdi infatti voleva commemorare il sacrificio di Roald Amundsen disperso sull'Artico
cercando l'amico U. Nobile che nel 1928 con il
dirigibile Italia, a causa di un incidente dovuto
alle avverse condizioni meteo, era precipitato e
non aveva più dato notizie di sé e del proprio
equipaggio.
Nobilissimi intenti quindi, come nobile fu la
partenza disgraziata del noto esploratore
norvegese sacrificatosi per cercare l'amico.
Maner Lualdi non era nuovo a tale tipo di nobili
imprese. Nel 1948 ad esempio aveva trasvolato
l'Atlantico con l'Angelo dei Bimbi, un piccolo
aereo da turismo, per aiutare economicamente i
mutilatini di guerra di Don Gnocchi - anche di
questa impresa resta traccia con un famoso
Aerogramma, tra le altre cose. L'impresa fu condivisa con il nobile Conte Leonardo Bonzi, altro
grande personaggio legato alla Matta da imprese indimenticabili.
Proprio su questi nobili intenti vorrei soffermare
la nostra attenzione: quanti al giorno di oggi
farebbero ciò ? Quanti genitori insegnano ai propri figli questi principi ispiratori? Quanta parte
della società che dovrebbe dirigere il nostro
Paese ci sta dando tali nobili esempi o ci fa
capire che questa è la direzione giusta da
seguire da parte di ognuno per poter proseguire
il cammino che ci troviamo a percorrere ?
La risposta è ardua.
Il nostro intento, come ho avuto modo di
esprimere in altra sede, oltre che il piacere personale legato alla propria passione, era soprattutto quello poter commemorare degnamente la
ricorrenza di una importante impresa che vedeva un Italiano - Maner Lualdi - ed una marca
Italiana - Alfa Romeo - al centro dell'attenzione
mondiale non per scandali o peggio... ma per
buoni sentimenti e cimenti, celebrandone al contempo la memoria perchè noi siamo anche la
storia che ci portiamo dentro e che ci ha preceduto; ed in tal senso dobbiamo ricordare la
Migliore Storia del nostro Paese e dei nostri
Connazionali, per poter dare un insegnamento
ai nostri figli.
Credo che siamo riusciti a portare una ventata di
conoscenza e cultura proprio nel cuore del
luogo dove un tempo sorgeva una delle più
importanti e storiche marche di auto: il Portello
per l'Alfa Romeo è tutt'ora il cuore della Sua
Storia; e chi ha avuto la pazienza di fermarsi,
leggere, osservare durante la settimana di esposizione, ha potuto certamente capire e conoscere quanto non conosceva prima e quanto
Milano. La postazione di Poste Italiane e del GFM con le Alfa “Matta” in mostra all’IPER
88 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
MANER LUALDI A MILANO 89
i nostri Connazionali hanno avuto a suo tempo la
capacità di fare.
E' importante tutto ciò in un periodo come quello
che stiamo attraversando: scarsi sentimenti,
scarsi buoni esempi, scarso senso Nazionale e
purtroppo oserei dire anche scarsa cultura in
parecchi casi.
Cerchiamo quindi con le nostre "amate Matte" e
con i nostri piccoli pezzetti di carta di creare non
solo un capitolo di Storia, ma anche una cultura
di nobili sentimenti. Se riuscissimo a farlo,
almeno in parte, avremmo portato così il nostro
miglior dispaccio postale. Enrico Checchinato
Maner LUALDI - Nacque a Milano il 23 dic. 1912 da Adriano e da Wanda Stabile de Sailmberg.
Il padre era direttore d'orchestra, compositore e critico musicale molto apprezzato, nonché direttore
dei conservatori di Firenze e Napoli e organizzatore del Festival internazionale di musica di Venezia;
lo studio della musica e la passione per il teatro furono alla base della formazione culturale del
Lualdi (L.) e sarebbero divenuti il presupposto della professione da lui esercitata negli anni della
maturità, quella di impresario teatrale, in cui profuse le energie di un temperamento dotato di un
notevole spirito d'avventura.
Fu proprio il carattere avventuroso che portò il L. a cimentarsi, sin dalla prima gioventù, in audaci
raids aeronautici e anche automobilistici dai quali trasse spunto per reportages giornalistici, spesso
poi pubblicati in volume, su cui si fondò la sua carriera di inviato speciale, principalmente per La
Stampa e per il Corriere della sera.
Pilota dell'Aeronautica militare, nell'estate del 1935 partecipò alla guerra in Africa orientale con la
15ª squadriglia da bombardamento battezzata la "Disperata", al comando di G. Ciano. Tra il 1937
e il 1938 si colloca l'episodio che gli dette la prima notorietà, il raid aereo da Torino a Rawalpindi,
alle falde dell'Himalaya, e ritorno, a bordo di un CA 310, con cui stabilì un primato della categoria coprendo 24.000 km in 54 ore. Nel 1939 vinse il premio istituito da Il Popolo d'Italia, per aver
effettuato il più rapido collegamento tra Roma e Addis Abeba con un volo senza scalo di 4500 km
in 11 ore e 25 minuti. Durante la seconda guerra mondiale, come inviato della Stampa, seguì in
particolare i combattimenti sulla Manica tra l'aeronautica tedesca e quella britannica, cui partecipò a fianco degli alleati tedeschi; la "battaglia d'Inghilterra", insieme con altre imprese aeronautiche, è narrata, con dovizia di particolari tecnici e militari, in Centomila chilometri di volo in pace
e in guerra (Milano 1942). Nel dopoguerra continuò a praticare raids fra cui spicca quello compiuto nel gennaio 1949, a scopo benefico, al fine di raccogliere fondi per i "mutilatini" di don C.
Gnocchi, da Torino a Rio de Janeiro e
Buenos Aires, reso ancora più avventuroso da un uragano che fece deviare il
velivolo dalla giusta rotta. Inviato speciale
del Corriere della sera durante la guerra
di Corea, il L. vi prese parte in prima linea,
a fianco degli Americani, in una missione
aerea su un caccia a reazione B-29 contro gli Yak sovietici. Il resoconto di questa
esperienza si legge in Le paure del secolo. Corea, Indocina, Africa 1951, in cui la
descrizione dell'Indocina e l'analisi della
delicata situazione politica internazionale
si integrano con la resa puntuale dell'atmosfera esotica; una parte del libro è
inoltre dedicata al raid automobilistico
90 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
Milano-Tripoli-Mogadiscio, effettuato dal L. con una Alfa Romeo, attraverso le ex colonie italiane.
Il 23 sett. 1951 il L., accompagnato da un operatore cinematografico, iniziò una nuova trasvolata, promossa dal Corriere della sera, a bordo di un piccolo aereo, costruito quello stesso anno dalla
Macchi (il "Macchino") - lungo appena 6,5 m per un peso di 420 kg, ma dotato di un serbatoio supplementare che gli permetteva di coprire senza scalo 1200 km - con cui da Milano avrebbe dovuto
raggiungere l'Australia. Il viaggio, tuttavia, si concluse fortunosamente dopo 16.000 km di volo a
causa dell'imperversare dei monsoni che costrinse il L. a un atterraggio disperato nella giungla nell'isola di Sumatra. Resoconto di questa impresa è Naufragio nella jungla (ibid. 1952), in cui - di là
dalla narrazione - si possono apprezzare sia le note di costume sui paesi visitati durante le tappe
del viaggio sia le ponderate riflessioni sulla colpevole incomprensione del colonialismo europeo nei
confronti delle diverse civiltà con cui era entrato in contatto.
Nel 1953 realizzò una nuova impresa
seguendo, sempre con un piccolo
aereo, l'Ambrosini-Girfalco, il percorso,
alla volta dell'Artide, del dirigibile Italia
di U. Nobile, in ricordo di R. Amundsen,
perito 25 anni prima nel tentativo di
ritrovare e soccorrere i dispersi di quel
celebre disastro; tale evento gli valse,
nel 1954, una medaglia d'oro ed è puntualmente ricordato in Silenzio bianco.
Cronache dell'Artico (ibid. 1953).
Nel 1968 partecipò ancora al raid automobilistico Roma-Pechino, conclusosi a
Canton, giacché tutti i partecipanti furono
espulsi dalle autorità cinesi.
Nel dopoguerra il L. aveva affiancato a
queste sue imprese e al giornalismo l'attività di operatore culturale, intrapresa con
grande professionalità. In particolare si
dimostrò un valido organizzatore di eventi
teatrali a Milano, città in cui risiedeva. Il
suo esordio come impresario risale al
1946, quando assunse la direzione del
teatro Excelsior dove promosse il Festival
degli autori italiani. Si trattava di una sorta
di torneo teatrale di atti unici, organizzato
alla stregua di una competizione sportiva,
nel quale erano impegnati nove autori
(rispettivamente divisi in tre terne, con
votazioni da parte del pubblico ed eliminatorie), con lo scopo sia di riuscire a vivacizzare l'ambiente con il coinvolgimento
degli spettatori sia di presentare autori
noti o emergenti della scena italiana (fra
cui figurarono, infatti, G. Loverso, E.
Emanuelli, A. Campanile, G. Vigorelli, D.
Buzzati, G. Mosca, E. Flaiano, L.
Longanesi, S. Giovaninetti).
Sempre nel 1946 il L., su richiesta di P.
Grassi, ospitò all'Excelsior la rappresentazione di Piccoli borghesi, di M. Gorkij,
con la regia di G. Strehler, che costituì una
MANER LUALDI A MILANO 91
sorta di anteprima del futuro Piccolo Teatro; l'anno seguente fondò e diresse con P. De Filippo la
compagnia Palcoscenico dell'Arlecchino. Nel 1955 presentò al teatro Olimpia il Teatro delle 15
novità, riproponendo il collaudato meccanismo della gara, con relativa votazione da parte degli spettatori per la pièce preferita. Il L. curò personalmente la regia di tutti gli spettacoli, rappresentati settimanalmente, dimostrando una notevole apertura culturale nella particolare scelta di testi anticonformisti o di autori non ancora affermati, di alcuni dei quali intuì subito il talento (fra gli autori: O.
Vergani, Buzzati, I. Montanelli, Mosca, C. Manzoni, A. Moravia, Campanile, Longanesi, G. Marotta
e B. Randone, S. Pirandello, A. Loria).
Dal 1959 assunse la gestione del S. Erasmo, fondato nel 1953 da C. Lari e da L. Ferro, di cui
apprezzava particolarmente la peculiarità dello spazio scenico, a pianta centrale - che permetteva
un contatto immediato e diretto con il pubblico, dal L. sempre perseguito -, dove continuò a portare
avanti la sua politica di promozione della produzione teatrale italiana contemporanea. La sua
direzione durò sino al 1967, anno in cui per problemi economici, fu costretto a lasciare.
Al S. Erasmo, come negli altri teatri che aveva diretto, il L. curò la regia di molti famosissimi spettacoli, tra i quali: Il kibbutz di Montanelli, La campana della tentazioni (commedia di Mosca liberamente tratta da Lisistrata di Aristofane) e La cena della beffe di S. Benelli nel 1961; La fiaccola sotto
il moggio di G. D'Annunzio nel 1963; L'avaro di Molière e Otello di W. Shakespeare nel 1964; Tutto
per bene di L. Pirandello ed Edipo re di Sofocle nel 1966. Del curriculum del L. come regista si
ricordino ancora la prima rappresentazione nel XX secolo della commedia di Pietro Aretino Il
marescalco, di cui curò anche la riduzione, al teatro Olimpico di Vicenza nel settembre 1960; e una
memorabile edizione di Romanticismo di G. Rovetta, rappresentata in occasione delle celebrazioni
per il centenario dell'Unità d'Italia, il 9 ott. 1961, alla Piccola Scala di Milano.
Si cimentò anche nella regia di opere liriche dirigendo al teatro Comunale di Firenze, nella stagione
lirica 1953-54, Il console di G. Menotti e La figlia del re del padre, A. Lualdi. Per il Maggio musicale
fiorentino firmò le regie di Agnese di Hohenstaufen, di G. Spontini, e de Il diavolo nel campanile, di
A. Lualdi, nel 1954, nonché di Falstaff di G. Verdi l'anno successivo.
Generalmente la critica apprezzò nelle regie del L., soprattutto quelle degli spettacoli di prosa, il
ritmo e la capacità di coinvolgere il pubblico; le stesse rivisitazioni dei classici, seppure attuate con
il dovuto rigore filologico, furono generalmente caratterizzate da un tono vivace e sostenuto, quasi
da vaudeville.
Attivo alla televisione e alla radio, dove curò alcune rubriche fisse, fu direttore delle riviste aeronautiche Ala d'Italia e Spazio. Per il cinema, nel 1951, diresse con L. Bonzi Una lettera dall'Africa e nel
1953 produsse Eroi dell'Artide, il documentario di L. Emmer, ispirato alle imprese aeronautiche.
Il L. morì il 13 sett. 1968 a Trieste, dove si trovava per un periodo di riposo dopo le fatiche del raid
Roma-Pechino.
Fra i suoi scritti vanno ricordate, oltre ai libri attinenti all'impegno di giornalista e inviato speciale dei quali si vedano ancora Voli di guerra in Africa, prefaz. di G. Valle, Milano 1936; Italiani per aria,
ibid. 1968 -, due operette, dal tono favolistico e moraleggiante: La rivoluzione di Sepino (Torino
1944) e Storia magica del professor Alan (Roma 1946).
Fonti e Bibl.: Necr., in Corriere della sera, 15 sett. 1968 (G. Mosca); R. De Monticelli, in Il Giorno,
11 nov. 1961; Id., ibid., 14 genn. 1962; G. Brera, Prefazione a M. Lualdi, Italiani per aria, cit., pp. 1117; E. Pozzi, I maghi dello spettacolo: gli impresari italiani dal 1930 ad oggi, Milano 1990, pp. 164
s. P. Bartoli Am - Tratto da Dizionario Biografico degli Italiani. Patrizia Bartoli Amici
92 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
SPEDIZIONI AL POLO NORD E... DINTORNI
di Franco Giardini. Associazione Grande Nord. Leumann
in dalla remota antichità le terre che si
supponeva fossero a Nord delle
famose "colonne d'Ercole" avevano
suscitato forte curiosità ed attrattiva
per i popoli navigatori. "Terra nondum cognita",
così i latini, i mediterranei avevano denominato
tutta quella parte del globo a settentrione; mentre i normanni, i vichinghi e i popoli nordici l'avevano identificata come Terra di Odino.
Tutti ardivano andare a Nord, sempre più a Nord,
a dispetto dei limitati mezzi tecnici di cui allora si
disponeva.
Sappiamo che Pitea, marsigliese, raggiunse la
Groenlandia o forse Terranova; così come sappiamo che gli audaci Pomori, popolazione rivierasca siberiana contrapposta ai Vikinghi, certamente giunsero in Islanda e forse in
Groenlandia dove invece si insediarono i biondi
normanni. Poi verso il Nord estremo praticamente non si avventurò più nessuno se non
Barents che nel 1596 scoprì le Spitzbergen.
Solo nell'800 si ebbero i primi veri tentativi indirizzati al Polo Nord. Primo fra tutti fu l'inglese
Parry che, inviato dall'Ammiragliato, tentò di raggiungere con la famosa nave "Hecla" e con due
scialuppe-slitta la vetta del globo. Difficoltà
incredibili lo fermarono a 82°N sopra le Svalbard.
Quindi Pajer e Weyprecht "scoprirono" l'arcipelago di F. Giuseppe con la nave "Teghetthoff".
Nel 1897 fu poi la volta della tragica, e al contempo romantica, spedizione di Andrèe,
Strindberg e Fraenkel che con un pallone aerostatico tentarono, partendo dall'isola dei Danesi
alle Svalbard, di raggiungere il Polo. La perdita di
una delle catene stabilizzatrici della mongolfiera,
i forti venti e l'indebolimento della tela causarono
lo schianto del pallone sull'isola Bianca
all'estremo Nord-Est dell'arcipelago.
I corpi dei tre sfortunati esploratori furono ritrovati
casualmente solo 33 anni dopo.
Nel 1899-1900 la Regina Margherita aiuta il
Duca degli Abruzzi, suo prediletto, a trovare la
grossa somma di 900.000 lire per tentare
l'avventura al Polo con la "Stella Polare".
Sarebbe un successo enorme per la piccola monarchia sabauda! Raggiunta la Baia di Teplitz,
all'estremo Nord dell'arcipelago di F. Giuseppe,
la spedizione prepara il campo per lo sverno e
poi, dopo due tentativi abortiti inizialmente, Cagni
F
94 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
e la sua pattuglia raggiungono in slitta gli 86°34'
di lat. Nord. Non è il Polo ma è pur sempre, per
quei tempi, il primato di massima latitudine mai
toccata a Nord.
Seguirono poi altre importanti spedizioni che tentarono di raggiungere la cima del mondo:
Jackson, l'americano Wellmann e poi soprattutto Peary e Cook, sulla cui sincerità nell'attribuirsi
ciascuno l'impresa di aver toccato il Polo si sono
consumati fiumi di inchiostro e si è sviluppata
una "querelle" che ancora oggi appassiona gli
studiosi polari. Secondo le più recenti teorie e
studi oggi si dà per certo che nessuno dei due
abbia raggiunto il Polo.
Tra le spedizioni più storicamente importanti non
possiamo dimenticare quelle di Amundsen con la
nave "Maud" e quella di Nansen con la "Fram",
oggi esposta in un interessante museo a Oslo.
Nansen riuscì a dimostrare per primo la deriva
dei ghiacci della calotta artica in senso orario.
Altri audaci tentarono l'impresa. Nel 1925 Byrd,
altro americano supersponsorizzato e dotato di
molta ambizione e pochi scrupoli, sapendo dei
progetti di Nobile volle batterlo sul tempo.
Organizzò una spedizione aerea e disse di aver
volato sul punto più a Nord del mondo, salvo poi
esser sbugiardato ufficialmente pochi anni fa, a
posteriori, dagli stessi mass-media americani.
Nel 1926 e nel 1928 Nobile con i dirigibili "Norge"
e "Italia" compì un'impresa audacissima e di
grandissimo valore internazionale di cui solo le
tipiche meschinità politiche e le invidie di qualche
personaggio concorsero ad ovattare la risonanza. Del dirigibile "Italia" è nota la tragedia e l'odissea dei naufraghi della "tenda rossa".
Con l'epoca di Nobile e le sue imprese entra prepotentemente in scena anche la storia postale
che sino ad allora era stata un corollario - tranne
che per l'impresa di Amundsen.
Per la prima volta infatti è noto un certo numero
di buste che hanno viaggiato con l'equipaggio e
che hanno fatto un vero percorso.
Dopo Nobile è la volta, nel 1931, di Sir Hubert
Wilkins con un vecchio sottomarino americano
battezzato "Nautilus".
Nel suo progetto c'è il Polo o quantomeno l'Alto
Artico - avrebbe dovuto raggiungere la Terra di F.
Giuseppe ed essere presente ad un rendez-vous
con il rompighiaccio sovietico Malyghin e il dirigibile tedesco Graf Zeppelin per uno scambio di
posta e poi proseguire verso il Polo.
Ma numerose avarie ritardano la sua navigazione e, infine, come rivelato di recente nel
libro "Sabotage in the Arctic", un vero e proprio
sabotaggio da parte di alcuni componenti dell'equipaggio terrorizzati all'idea di navigare sotto i
ghiacci con quel "coso", ne ferma il viaggio poco
a Nord delle Svalbard.
Con il dopo guerra e con lo sviluppo tecnologico
si aprono nuove prospettive che porteranno finalmente l'uomo a raggiungere il Polo con diverse
modalità o a toccare le aree circostanti.
Nel 1953 un audace pilota italiano, Maner Lualdi,
con copilota Max Peroli, a bordo del "Girfalco",
un piccolo aereo da turismo, volle ce-lebrare la
tragedia degli uomini scomparsi con il dirigibile
“Italia” nel venticinquesimo anniversario. Partito
da Milano, attraverso molte tappe raggiunse
l'aeroporto di Bardufoss, nel nord Norvegia, da
dove poi si spinse verso le Svalbard che raggiunse in un solo balzo di 14 ore di volo e 3000
Km senza scalo. Sulla banchisa un paracadute
azzurro scese portando dei fiori in ricordo di altri
italiani che non erano più tornati.
Nel '58 il sommergibile Nautilus, con la sua missione interamente sotto la calotta dei ghiacci,
diviene un simbolo mondiale dell'esplorazione e
dell'avventura, ma dopo di esso gli USA snoccioleranno una serie di nomi di sommergibili tali
da far impallidire. Ne ricordiamo alcuni: lo Skate,
il Sargo, il Seadragon, il Whale, il Bluefish, lo
Hammerhead, il Cavalla, il Gurnard, il Trepang, il
Pogy e così via sino all'ultimo, il più recente, il
Topeka che ha bollato la sua posta trasportata il
21 dicembre 2012 dopo esser emerso al Polo il
20 novembre. Poi inizia l'epoca di chi intende
raggiungere il Polo a piedi con gli ski o in altri
modi come Plaisted nel 1968 che lo raggiunse
con delle motoslitte. Diverse in questi anni le
spedizioni dunque che hanno toccato i 90° di lat.
Nord. Tra queste vogliamo ricordare quella di
Uemura, della francese Janin, di Weber e
Malakov, dell'amico Victor Boyarsky (uno dei
pochi uomini al mondo ad aver attraversato a
piedi con gli ski l'Antartide e la calotta Artica), di
Borge Ousland e qualche altro.
Ovviamente un posto di onore in questo elenco
merita l'impresa al Polo di Guido Monzino, personaggio di grandi capacità organizzative e da
leader, già misuratosi in numerose spedizioni
alpinistiche ed artiche, che nel 1971 con alcune
slitte di cani raggiunge il Polo Nord. Una vera
impresa che però in patria, come spesso da noi
accade, non è abbastanza lodata, pubblicizzata
ed enfatizzata come avrebbe meritato. Proviamo
solo per un istante a pensare se questa impresa
l'avessero compiuta i francesi, gli inglesi o gli
americani! Ma si sa, l'unico suo sponsor erano le
sue personali finanze, e inoltre le sue imprese
erano realizzate e vissute secondo lo stile dell'alpinismo italiano: poco scalpore e tanta concretezza. Una figura fuori dal tempo che se fosse
vissuta a fine Ottocento-primi Novecento,
sarebbe entrata d'imperio nella storia dell'alpinismo e dell'esplorazione.
Tra di loro ci piace anche ricordare l'impresa di A.
Fogar nel 1983, che ebbe il solo torto di la-sciarsi sovrastare e "imprigionare" dalle sponsorizzazioni, a causa delle quali non ebbe il co-raggio
di dire la verità circa i suoi non progressi nell'avanzare a causa della deriva dei ghiacci che
spesso rendeva la sua fatica inane.
Del resto, piaccia o meno, Fogar trascorse ben
55 notti sul ghiaccio alla deriva e chi ha provato
questa esperienza sa quanto sia, comunque,
sempre molto, molto intensa per le sensazioni e
le paure che scatena. Di certo Fogar non è stato
un personaggio molto amato anche per altre
famose polemiche, ma io, dopo averlo conosciuto, posso dire che perlomeno non ha reso la sua
impresa ridicola come è successo alcuni anni
dopo ad altri grandi personaggi che, con
sicumera e senza ascoltare i consigli di chi si
intende di Artico, sono stati salvati in elicottero
dopo 1 giorno e mezzo di spedizione!
Dei sommergibili sovietici e russi nulla si sa di preciso mentre la flotta sovietica di superficie, nettamente più forte di quella americana, con il
rompighiaccio Arktika il 17 agosto 1977 raggiunge
il Polo compiendo una memorabile impresa.
Successivamente nei decenni a seguire i
rompighiaccio sovietici e poi russi toccheranno il
Polo una serie infinita di volte. Anzi, in quest'ultimo ventennio, si può dire che quasi tutte le estati vedano uno o più rompighiaccio russi raggiungere i 90° Nord con a bordo turisti nababbi che
vogliono farsi fotografare in cima al mondo.
Talora, come nel 1995 tra Yamal russo, Polar
Sea degli Usa e Louis St. Laurent canadese, vi
sono stati veri e propri incredibili rendez-vous al
Polo Nord. Abbiamo parlato di ghiacci alla deriva e non possiamo tralasciare l'epopea delle
basi derivanti, stazioni a finalità scientifica ma
SPEDIZIONI AL POLO NORD E... DINTORNI 95
soprattutto strategica che, da parte sovietica e da
parte americana, punteggiavano qua e là,
attorno al Polo, i ghiacci alla deriva.
Questa epopea coincise con la "guerra fredda"
ed ebbe soprattutto finalità di spionaggio ed egemonia strategica com'è facile intuire.
In questi ultimi anni le basi fisse su queste isole
di ghiaccio alla deriva sono solo più russe, mentre quelle americane sono temporanee e sono
allestite per tempi brevi, spesso in coincidenza
con l'arrivo di qualche sommergibile nucleare.
A proposito di basi derivanti temporanee da una
quindicina d'anni i nostri amici russi di S.
Pietroburgo preparano ogni anno una base
derivante, denominata Barneo, a circa 100 Km
dal Polo. Qui arrivano da Hatanga, in Siberia,
gruppi di turisti che vengono poi accompagnati
nel balzo finale con gli ski per raggiungere il
Polo. Spesso questi viaggi vengono gabellati per
vere e proprie spedizioni, com'è successo recentemente per un viaggio di un gruppo che, tra gli
altri, includeva anche M. Bongiorno e il Duca
Amedeo d'Aosta ed era organizzato dall'amico
Vizzi e dai ns. amici russi.
Molte ormai sono state le spedizioni che hanno
tentato di raggiungere i 90° Nord, così come
molte sono le spedizioni che con finalità scienti-
fiche, esplorative, storiche, pur senza avere
come obiettivo il Polo hanno toccato e percorso
le estreme latitudini artiche .Oltre a tante singole
spedizioni che sarebbe impossibile se non stucchevole elencare, ci permettiamo di citare due
gruppi che hanno percorso l'Artico più volte: uno
francese, il GREA che da anni con il lungimirante
appoggio governativo compie ricerche ecologiche polari, e l'altro italiano, la torinese
Associazione GRANDE NORD che a tutt'oggi ha
il primato di esser l'unico gruppo occidentale
(norvegesi a parte) ad aver compiuto una vera
spedizione alla Terra di F. Giuseppe, l'arcipelago
più settentrionale al mondo.
Nell'aver citato, sebbene molto sommariamente,
tutte queste imprese umane al Polo e nelle aree
artiche, non possiamo sottacere che per quasi
tutte queste spedizioni, queste missioni e queste
basi derivanti ecc. esiste posta.
Un tipo di posta per i collezionisti piuttosto ambita e, talora, con un valore venale di tutto rispetto
e interesse. Ed è per questo che abbiamo inteso
abbinare a questo scritto anche una do-cumentazione iconografica che speriamo possa esser
apprezzata.
Per una più ampia documentazione storica vedi
QVOTA 864 N.ri 11/14.
Grafiche Vianello srl
Via Postioma, 85 - 31050 Ponzano / TV
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UNA
A TERRA
TERRA PER CANOVA
CANOVA
CA
A questa terra è legato profondamente Antonio Canova (Possagno
1757 - Venezia 1822), lo scultore che
fu in Europa un grande protagonista
della storia e dell’arte, uno dei più
grandi interpreti del Neoclassicismo.
Quando, alla morte del padre Pietro,
la madre, Angela Zardo, si
risposò con Francesco Sartori e ritornò al suo paese,
Crespano, Antonio rimase a
Possagno con il nonno Pasino Canova, tagliapietre e
scultore locale di discreta
fama. Dimostrò fin da piccolo una naturale inclinazione alla pratica scultorea rivelandosi abilissimo
nella manipolazione
dell’argilla: la sua rea-
Mario Guderzo
lizzazione di un leone di bur
burro e il consegueno
te stupore suscitato tra gli ospiti
di casa Falier,
ai Pradazzi d’Asolo, divenne un famoso aneddoto riportato ancora nelle biografie del grande scultore. L’incontro e la conseguente vicinanza con questi nobil
nobili veneziani ebbe il
merito di introdu
introdurlo negli ambienti
accademici veneziani e divenne fondamentale per la sua
futura carriera. Da queste
terre, perciò, Canova, ancor
giovanissimo, partì per Venezia dove lavorò nella bottega degli scultori Giuseppe
Bernardi-Torretto e Giovanni Ferrari: quell’ambiente fu
per il piccolo Antonio (che
tutti chiamavano “Tonin”)
una vera e propria scuola d’arte, i Torretto lo
W Rudolph Suhrlandt, (1781-1862),
Ritratto di Antonio Canova,
1805-1808, Possagno Collegio dei
Padri Cavanis, in deposito al Museo
e Gipsoteca Antonio Canova.
Francesco Chiarottini, (1748-1796),
Lo studio di scultura di Canova a
Roma, 1796, Udine, Museo Civico.
Antonio Canova, (1757-1822),
Monumento funerario di papa
Clemente XIV, particolare.
Lo studio di Canova a Roma
“Lo Studio del Canova era nell’antica viuzza delle Colonnette, e quanti uomini e donne celebri passarono di là! Condotta da Chateaubriand, vi mandò M.me Récamier, non poco sorpresa di trovarvi un ometto magro magro, vestito da operaio, il quale soleva coprirsi la fronte calva e raggiante di genio con un
berretto di carta. Là fra gli altri uomini grandi passò più tardi Stendhal”. Era questo l’atelier disegnato da
Francesco Chiarottini nel 1796 che permette di confrontare il modo di lavorare dell’artista e apprezzare alcuni fondamentali capolavori rappresentati nell’immagine come Teseo sul Minotauro e
Dedalo e Icaro, o il Monumento funerario di Clemente XIV. Lo studio era frequentato
da moltissime personalità della cultura, del collezionismo e della politica internazionale: da banchieri, mecenati, antiquari e mercanti d’arte. Lo studio canoviano era una
vera e propria “fucina” di idee ed era una delle mete dei turisti e dei pénsionnaires
cioè di coloro che arrivavano nella Città per studio o per lavoro o per compiere il
grand-tour. A Roma i luoghi più ricercati erano il Caffè degli Inglesi in Piazza di Spagna (comunità inglese), il Caffè Greco in Via Condotti (comunità di spagnoli e di tedeschi) e l’Accademia di Francia a Palazzo Mancini, in Via del Corso. Per loro gli ateliers
divennero i luoghi per il libero mercato che ospitavano esposizioni temporanee; dei
punti di riferimento determinanti per le richieste dei collezionisti e dei mercanti d’arte.
Antonio Canova non si sottraesse a queste pratiche, del resto lo scultore, per il ruolo
che ricopriva, partecipava attivamente al diffuso commercio, forniva consulenze, dava
indicazioni a collezionisti, a studiosi e a mercanti d’arte.
Hugh Douglas Hamilton, (1740-1808),
Antonio Canova nel suo studio con
Henry Treshan, 1788-1789, Londra,
V&A Museum.
139
TRA IL BRENTA E IL PIAVE
Il Pedemonte del Grappa e l’Asolano
145
I contestati Apostoli di Possagno (1829)
SAN MARTINO E IL CASTELLO
DI CASTELCIÉS
Il Canova aveva progettato di collocare nelle nicchie del Tempio di Possagno le statue dei 12 apostoli che egli
avrebbe voluto scolpire se la morte non glielo avesse impedito. Il progetto venne modificato affidando a De Min
l’incarico di dipingere a monocromo i dodici Apostoli. Non è del tutto chiaro perché, a lavoro iniziato, a monocromo,
egli sia successivamente passato al colore.
Oltre agli Apostoli, va aggiunto tra i lavori deminiani sopra l’altare, anche un Gesù glorioso Salvatore talvolta
identificato anche come il Padreterno. È ritratto nella pienezza della sua potenza, della severità, che viene in parte
stemperata dalla presenza nei due angoli opposti da piccoli angeli, quasi dei putti. Forse le rappresentazioni.
Oltre ai due grandi affreschi nel coro del Duomo di Crespano rappresentanti San Paolo nell’Areopago e Il serpente di
bronzo la chiesa al suo interno annovera anche le rappresentazioni dei dodici Apostoli e la raffigurazione di dieci santi.
Apostoli sono gli uomini che sono stati più vicini a Cristo nel corso della sua vita di predicatore. A Possagno De
Min ha avuto ampi spazi per raffigurarli, forse persino in eccesso. Quantomeno in altezza. Li ha rappresentati grandi,
maestosi. A Crespano egli ha spazi ristretti. È pertanto costretto a raffigurarli seduti.
Per niente disdicevoli ancorché non sempre originali le loro figure di cui spesso piacciono ambientazione, colori,
disegno. Bello nella varietà dei colori il San Pietro addossato ad un albero ricco di fronde, certamente simbolo di vita e
di continuità. San Giovanni Evangelista è forse quello che maggiormente esprime la spiritualità, la consapevolezza di
essere uno strumento importante di Cristo mentre scrive il suo Vangelo. Nel Caffè della piazza progettato dal Segusini
esisteva un monocromo realizzato dal De Min raffigurante Giove fra le nuvole in atto di scagliare un fulmine sulla terra.
Tre millenni di storia tra età del bronzo
e grande guerra
Anna Nicoletta Rigoni
La chiesetta di S. Martino di Castelciés, assieme all’area di tutto il colmello, possiede da sempre un particolare fascino in qualche modo avvolto nel mistero. Luogo
sommitale sulla prima dorsale che chiude a sud la Valcavasia, permette a chi arriva lassù di dominare con lo sguardo almeno tre quarti di orizzonte, tutti contrassegnati dai punti di riferimento più importanti della zona: il grande
fiume a oriente (il Piave), la grande montagna a nord (il Grappa), la grande Rocca asolana a sud.
Per la gente del posto la chiesetta rappresenta ancor oggi il luogo di ritrovo simbolo della fine dell’anno agricolo
(San Martino), caricato inoltre dalla magia derivante dalle raffigurazioni degli affreschi dell’interno, dalle antichissime,
quanto in parte indecifrabili, iscrizioni lapidee in essa conservate, dalle storie della tradizione orale che vi si raccontavano fino a qualche decennio fa. Per i “foresti” (trevigiani, veneziani e altro), che l’hanno scoperto a partire circa dagli
anni Sessanta del ‘900, è ancora la meta di gite e abbondanti pasti domenicali ed è stata nel passato recente, prima che
la curia lo impedisse ai non residenti, il luogo ambito dove celebrare matrimoni più o meno esclusivi. Per gli studiosi di
storia antica un enigma in quanto conserva al suo interno almeno due reperti eccezionali, quanto inattesi in area rurale
e periferica, ai non addetti ancor oggi quasi incomprensibili seppure ancora motivo di misterioso e reverente rispetto: la
piccola, ma importantissima, stele in alfabeto retico-etrusco, e iscrizione latina, oscura allo stesso modo, sull’altro lato,
e la elegante, bianchissima, ma più “normale”, stele funeraria romana di Publio Calpurnio Saturnino. Due documenti
epigrafici che fino a vent’anni fa non era considerato tanto logico fossero collocati da tempi immemorabili in quel
luogo, così apparentemente isolato e fuori dai percorsi su cui marcia
la “grande” storia. Da poco più di una ventina d’anni, però, queste
notevoli testimonianze di storia antica, o antichissima, non appaiono
più così “solitarie” o strane per quel luogo. Qualcosa d’altro, che in
qualche modo le spiega, è venuto alla luce dall’oblio delle stratificazioni del terreno, del tempo e della memoria, preservate quasi gelosamente proprio dall’impianto della chiesetta che sembra sorgere quasi
a prezioso “coperchio” fatato a “proteggere” il tutto.
In tal modo, ad esempio, se si favoleggiava del vicino castello dei
Maltraversi sul rilievo che sovrasta la chiesetta, ora, dopo tre brevi
campagne di scavo (1990-92), possiamo anche dire che esisteva davvero sull’altura una fortificazione medioevale, sebbene piuttosto piccola, della quale conosciamo una pianta rettangolare delle dimensioni
di circa m. 20x10, con mura rinforzate a occidente da una doppia
cortina. All’interno della cortina muraria trovava posto una torre quadrangolare che utilizzava come perimetro tre lati delle mura.
Ma non basta: Castelciés, con la sua chiesetta e il suo cocuzzolo
incastellato, sembra quasi una “matrioska” nostrana nelle cui pieghe si nasconde dell’altro, molto altro.
La struttura medioevale è solo una tappa della frequentazione
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96 QVOTA 864 DICEMBRE 2013
Crespano. San Paolo nell’Areopago (1852)
Marco da Mel, (1496-1583).
Affreschi nella Chiesa di
San Martino, Castelciés, 1568.
Nel 1824 a Paderno del Grappa, il De Min venne incaricato di realizzare sul soffitto il suo primo Giudizio Universale.
Numerosi coloro che si sono cimentati con critica descrittiva e con la poesia su questo soggetto che fu molto apprezzato
dalla popolazione locale e dai visitatori.
Molto spesso, troppo spesso, le opere artistiche traggono importanza dal luogo ove si trovano. Se il Giudizio di Paderno
fosse stato realizzato in una città, il lavoro
sarebbe altrimenti conosciuto e valutato.
L’opera ha altresì seguito l’involuzione che ha
accompagnato il giudizio critico sul De Min:
la condanna del mondo romantico rappresentato in particolare da Pietro Selvatico, il
quale peraltro doveva riconoscere: “Il Demin
sortì da natura ingegno vasto, immaginativa
feconda, memoria prodigiosa; e con questi
doni sì rari applicati all’arte dovea riuscire
e riuscì compositore ferace, copioso, vario,
segnatore franco, pronto, facile”.
Col soggetto del Giudizio Universale, De
Min si cimentò varie volte a fresco. A Paderno
per l’appunto nel 1824, a Monigo nei pressi
di Treviso nel 42, a Pove del Grappa nel 45 e
a Mirano nel 47-48. Certamente l’opera più
magniloquente e maestosa è il Giudizio di
Mirano, probabilmente il più vasto affresco di
tutto l’800.
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Giovanni De Min, (1786-1859).
Giudizio Universale, 1827,
Paderno del Grappa,
Chiesa parrocchiale.
Giovanni De Min, (1786-1859).
San Paolo nell’Areopago, 1852,
Crespano, Duomo di san Marco.
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