Domenica
La
di
DOMENICA 27 AGOSTO 2006
Repubblica
la memoria
Il compagno americano nei gulag di Mao
FEDERICO RAMPINI
il racconto
Jesse James, la saga del bandito razzista
ANTONIO MONDA
Quarantesimo
compleanno
per un impero
industriale
made in Italy
venuto dal nulla
a forza di buone
idee e voglia
di rischiare
Benetton
FOTO GIUSEPPE PINO, 1991
Repubblica Nazionale 31 27/08/2006
così ho colorato il mondo
NATALIA ASPESI
L’
CORTINA D’AMPEZZO
azienda che ha colorato il mondo compie quarant’anni e il suo fondatore, in attesa della gran festa
del 10 ottobre al Centre Pompidou di Parigi, sta per
raggiungere la Siberia, la Bielorussia, il Kazakistan,
alla ricerca degli ultimi luoghi sulla terra non ancora invasi da quei
rutilanti colori, da quei vestiti giovani, da quel celebre marchio.
Agli inizi dell’avventura Luciano Benetton aveva trent’anni, era
un giovanotto dall’aria severa e forse un po’ triste, capelli neri lisci, occhiali da vista scuri come li portano i timidi, rigidi abiti manageriali per affrontare la foresta sconosciuta dell’imprenditoria
italiana di allora, sapendo già che quei confini gli sarebbero stati
stretti; e che oltre c’era l’Europa, c’erano i continenti a lui ignoti,
che aspettavano di essere conquistati.
Oggi il presidente del Gruppo Benetton è uno di quei nuovi
settantenni che cancellano le vecchie e ormai obsolete regole
degli anni, vivono il presente con l’intensità di una sapiente giovinezza illimitata, mantengono fermamente il potere, pianificano un futuro senza fine. E impegnano con disinvoltura e distacco la loro immagine fisica per confermare questa idea di
energia, di potere, di successo sconfinato. Un’immagine, la sua,
che col tempo ha perso la gravità degli inizi di carriera, è diventata leggera e leggiadra: i capelli candidi, ariosi e lunghi, la figura snella e impaziente, gli occhiali quasi invisibili che non nascondono più gli occhi azzurri, e un modo di vestire molto Be-
netton, anche quando il gran cappello da cacciatore e la camicia
a quadri sono casual americani.
Nelle foto da bambino, figlio della lupa, marinaretto, in mutandine, canottiera e valigino della merenda, non sorride mai, imbronciato, pensieroso, insicuro, come se la vita di allora, semplice,
angusta, forse difficile, non gli andasse per niente bene, e già sognasse altro, senza sapere cosa. Poi l’ha saputo, e con sicurezza, e
infatti da tempo sorride sempre, candidi denti ovviamente perfetti, e in modo addirittura smagliante nelle occasioni ufficiali, quando lo ritraggono assieme alla sorella Giuliana e ai fratelli Gilberto e
Carlo, con addosso magliette e jeans della casa, oppure, per eventi più formali, lo smoking classico portato con sommessa ironia.
I sorrisi saranno trentotto nella copertina di Vanity Fair in occasione della mostra parigina: una foto davvero unica, perché i
tanti Benetton non si ritrovano mai tutti insieme, se non forse una
sola volta l’anno, quando però manca sempre qualcuno. In più il
primogenito Luciano ha sempre sfuggito il ruolo di patriarca, che
non sente come suo, e già essere padre di cinque figli, quattro dalla moglie Teresa, uno da Marina Salamon, («ma l’amore tra industriali non è una grande soluzione»), e nonno di dieci nipotini, non
lo commuove più di tanto. Ma per amore del marchio ha fatto anche questo: una fotografia con tutti i Benetton, i quattro capostipiti, i loro figli, quindici, i figli dei figli, diciassette, nessun coniuge. Di tutta questa folla familiare, solo Alessandro, secondogenito di Luciano, compagno di Deborah Compagnoni, padre dei piccoli Tobias e Agnese e presto di un terzo figliolino, occupa un ruolo importante nel gruppo Benetton, come vicepresidente.
(segue nelle pagine successive)
cultura
I quadri di Michelangelo Antonioni
BEPPE SEBASTE
la lettura
L’insostenibile leggerezza del maiale
DARIO FO e MICHELE SERRA
spettacoli
Star Trek, quarant’anni nell’iperspazio
ERNESTO ASSANTE e PINO CORRIAS
l’incontro
Alda Merini, le mie parole di latte
DARIO CRESTO-DINA
32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 27 AGOSTO 2006
1958
Maglione “Très jolie”
1968
Cardigan giallo “Godiva”
1970
Abito sportivo in lana
la copertina
Colorare
il mondo
NATALIA ASPESI
(segue dalla copertina)
Repubblica Nazionale 32 27/08/2006
M
a, come si sa, gli interessi di una famiglia valutata cinque miliardi di
euro dal mensile economico
americano Forbes sono molto vasti, vanno ampiamente al di là dei
120 milioni di capi di vestiario che
ogni anno si irradiano in più di 5000 negozi in 120
paesi. Usciti dalla Benetton per decisione comune
nel 2003, i fratelli si sono divisi le competenze nell’impero di famiglia, e adesso un figlio per uno —
Franca, 38 anni, figlia di Giuliana; Christian, 34 anni, figlio di Carlo; Sabrina, 31 anni, figlia di Gilberto;
oltre naturalmente ad Alessandro, tutti carichi di
lauree e master prestigiosi — sono diventati consiglieri delle cassaforte di casa, la Edizione Holding,
che come si usa adesso controlla di tutto e con diverse fortune non sempre vincenti. Tra cui, ma non
solo, le partecipazioni in Telecom, Autostrade, Autogrill, Grandi Stazioni, più il cento per cento di due
immense tenute, Maccarese in Italia e Compania
Tierras Sud in Patagonia: 900mila ettari, 16mila bovini, 260mila pecore, un milione e 300mila chili di
lana esportata in Europa, risentimenti e contrasti
con la popolazione locale, scambio di lettere con il
premio Nobel argentino Adolfo Pérez Esquivel, e alla fine una donazione di terreno ai contadini mapuche, con una lettera firmata Luciano Benetton,
«…La nostra donazione non ha e non potrà mai avere l’ambizione finale di accelerare i ritmi quotidiani
del tempo e della storia. Ma può essere una piccola
luce per guidarci nel buio, passo dopo passo, lungo
il sentiero tormentato del progresso socialmente
responsabile».
Sono le grandi ricchezze di oggi, saldamente disperse in mille rivoli, e Luciano Benetton è di quelli
che ne godono appieno ma non le ostentano o peggio ancora le sprecano negli orrori dell’estate di gusto celebrity: ha trascorso le sue vacanze a Cortina,
nel grande fienile del Seicento che apparteneva all’architetto Vietti e che della sua monumentale antichità conserva i pavimenti, i soffitti, le pareti di rustico legno. Con la più giovane e vivace compagna
degli ultimi dieci anni, Laura Pollini, amministratore delegato di Fabrica, il centro di ricerche sulla comunicazione nella bellissima sede di Ponzano Veneto costruita da Tadao Ando, fa colazione in pieno
sole su un tavolinetto nel retro della casa, servito da
un omino in maglietta, guardando il grande prato su
cui si affacciano altre case. A Cortina non ci sono
steccati, né cancelli, tutto è libero, tale è il mito elegante del luogo che nessuno, neppure Benetton, teme intrusioni, sorprese, molestie.
Al potere finanziario che la famiglia ha accumulato, Luciano guarda con apparente distacco, perché in questo momento è molto più impaziente di
riprendere il suo girovagare di lavoro, per rinsaldare il gruppo Benetton su nuovi indispensabili mercati. «Ci vado io stesso, non solo perché gli eventuali soci e clienti sono più contenti, ma perché mi diverto, mi affascina addentrarmi in queste nuove
realtà. In Siberia per esempio non sapevano nulla di
mercato, adesso tutti vogliono commerciare, abbandonano le professioni di medico, di avvocato, e
aprono negozi. Vogliono arricchirsi, come tutti, ma
non sempre si incontrano persone affidabili. È per
questo che in certi paesi non promuoviamo più il
franchising, i negozi li compriamo noi nei punti
strategici e li affidiamo a gestori-soci. Per evitare, co-
1987
Vestito stretch
me è capitato,
c h e
quando
il negozio è avviato, arriva un altro marchio, offre
più soldi e
noi ci ritroviamo senza
punto vendita».
Eppure è stato
proprio Luciano Benetton a inventare il
franchising, il negozio di
proprietà di altri cui affidare il marchio e vendere il
prodotto, ed è stato questo l’inizio del successo. Lui
è forse uno degli ultimi imprenditori di grande fortuna che hanno cominciato dal nulla: la sua leggenda dice che, nato a Treviso nel 1935, primogenito di Leone che mantiene la famiglia noleggiando automobili e biciclette, resta orfano di padre a
quattordici anni e per questo lascia la scuola. Va a
lavorare, commesso in un negozio di tessuti, e qui
comincia a innervosirsi perché nella povertà dell’economia di quegli anni, sente che c’è bisogno di
qualcosa di nuovo per accendere il mercato. «C’è
stato un fatto determinante per me, e sono state le
Olimpiadi del 1960 a Roma. Io amavo molto il canottaggio, avrei dato qualunque cosa per partecipare alle gare, ma mi accontentai di andarci come
spettatore. Fu una emozione inimmaginabile: venivo dalla provincia di allora, chiusa e ancora arretrata, e lì in mezzo a quella folla immensa venni a
contatto col mondo, mi ritrovai tra gente di ogni
razza e colore, tra le bandiere di decine e decine di
nazioni. Avevo venticinque anni e mi prese una
grande voglia di far parte di quei colori, di quelle
bandiere, di quella moltitudine, del mondo. Era
tutto da conquistare, bastava farsi venire un’idea,
sperare nella fortuna, non temere nulla».
L’idea venne da un maglione che la sorella Giuliana gli aveva confezionato: non aveva nulla di
speciale, se non che era giallo, e i giovanotti non
portavano allora maglioni colorati. Quindi lui suscitava curiosità, e tutti lo guardavano e gli chiedevano come mai avesse osato e gli amici alla fine ne
chiesero uno simile: «Capii in quel momento che
attirare l’attenzione, imporre un’immagine soprattutto se imprevista, fare eco, suscitare discussioni, poteva essere una strategia imprenditoriale
vincente». Non se l’è mai dimenticato, arrivando
per una delle tante campagne Benetton, seguite da
reazioni scandalizzate, a farsi fotografare nudo.
Era il 1993, Luciano aveva cinquantotto anni ed era
senatore della Repubblica eletto per il partito repubblicano; sfrontato, coraggioso e sorridente,
non un pezzo di stoffa sul corpo, si protesse soltanto con la scritta gigante trasversale, naturalmente
in inglese, «I want my clothes back» e poi «Empty
your closets». Era una delle tante campagne pubblicitarie concordate con Oliviero Toscani, questa
volta a scopo umanitario e in collaborazione con la
Caritas svizzera, la Croce rossa e il Crescente rosso
di Ginevra, un piano mondiale di ridistribuzione di
capi di abbigliamento usati da destinare alle popolazioni indigenti. «Ridammi i miei vestiti» e «Vuota
i tuoi armadi» ebbe molto successo, forse perché
non si era mai visto un imprenditore nudo, e alla fi-
1989
Maglione a rombi
ne i
contenitori
posti nei negozi Benetton raccolsero 460mila
chili di indumenti.
L’immediato
successo commerciale dei primi anni era arrivato con idee nuove, nate da una
intuizione imprenditoriale ma anche dalla natura parsimoniosa di
Luciano. La prima idea fu aprire negozi nei centri storici o comunque
nei luoghi più eleganti delle città,
però in franchising, cioè a spese degli
altri. E poi, illuminazione semplice,
pratica e del tutto nuova, produrre capi di maglia di lana color naturale e poi
tingerli al momento, secondo le richieste, in una gamma di colori vastissima, almeno una sessantina. Quasi vent’anni dopo, negli anni Ottanta, con più di 1.000 punti vendita in Italia, 250 in Germania, 280 in
Francia, 100 in Inghilterra, 25 in Olanda e in Belgio, il marchio consolidato come simbolo del vestir giovane, Luciano cominciava a divertirsi meno.
Che soddisfazione c’è a vendere milioni di magliette se però nessuno ne parla più, non fanno più
notizia, sono tornate alla loro natura di semplice
anche se fortunata merce, senza contare che ci sono ancora continenti, mondi, non ancora benettonati?
Racconta Oliviero Toscani: «Una sera, mentre
assistevo al parto di una delle mie cavalle Appaloosa, mi telefona Luciano. Il puledro nacque da lì a
poco e in quella mezzanotte di buon auspicio nacque anche una straordinaria collaborazione». Un
sodalizio artistico-mercantile che univa due personaggi appassionati del potere dell’immagine e
del piacere di far notizia, di sorprendere e provocare. Ma ancor prima dell’arrivo in azienda di Toscani, il marchio negli anni Settanta già tendeva all’anticonformismo (fotomontaggi di Jimi Hendrix,
Andy Warhol con addosso la nuova linea Jean’s
West, una Laura Antonelli seminuda e un Salvador
Dalì che attacca un manifesto in favore dell’aborto).
Dice Luciano: «I giovani avevano idoli trasgressivi, contestavano, occupavano le università, sognavano di cambiare il mondo. Ero giovane anch’io, e non sentivo la differenza di pensiero: e poi
quei ragazzi mi piacevano perché li vedevo tutti come potenziali clienti». La rivoluzione vestita, colorata Benetton. «Anch’io contestavo, nel mio caso la
categoria imprenditoriale, che non aveva attenzione per i lavoratori. Io ce l’avevo, e anche se abbiamo avuto rapporti burrascosi coi sindacati rispettavamo le regole del gioco, erano la controparte
con cui trattare. E poi io mi sentivo davvero uno di
loro, uno degli operai, e alle sei di mattina arrivavo
in fabbrica con la Due cavalli per il primo dei tre turni. Lavoravamo tutti come pazzi, ma non bastava:
sino al 1978 non riuscimmo a soddisfare tutte le ri-
1999
DINASTIA
La famiglia Benetton
in una foto
del 1937: Luciano
con la sorella Giuliana
e la mamma Rosa
Fabrica, la mostra
Il nome stesso lo suggerisce,
Fabrica è un luogo del fare,
un laboratorio. Ma non in senso
stretto. Nata nel 1994 e fiore
all’occhiello culturale
di Benetton, è un’“officina”
di comunicazione: grafica,
cinematografica, musicale,
editoriale e fotografica
Vi lavorano pochi giovani creativi
selezionati in base ai loro progetti
e ospitati in una grande struttura
a Treviso. “Les yeux ouverts”,
una mostra organizzata al Centre
Pompidou di Parigi dal 6 ottobre
al 6 novembre, intende
far conoscere i progetti nati
a Treviso. È divisa in sezioni:
comunicazione visiva, reportage
fotografici, sperimentazioni
interattive
Maglia metalizzata
DOMENICA 27 AGOSTO 2006
1971
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33
1972
Completo a strisce
1974
Maglia a righe
1974
Maglia colorata
Cardigan patchwork
Alla vigilia della mostra al Beaubourg che celebrerà
i quarant’anni del marchio, Luciano Benetton racconta
la storia di uno straordinario successo imprenditoriale
fatto di idee nuove, gusto del rischio e della provocazione
chieste perché lo sviluppo era fino al settanta per
cento all’anno. Gli altri imprenditori ci guardavano
male, come alieni della categoria. Quando nel 1963
costruimmo la prima fabbrica a Ponzano Veneto,
installammo subito l’aria condizionata per tutti, ed
era una cosa rivoluzionaria. L’entusiasmo era tanto, non potevamo spendere molto, ma pensavamo
a una struttura non usuale, più intelligente, più ottimista del solito capannone. Volevamo farci conoscere, anche attraverso l’architettura, e infatti affidammo il progetto a Tobia Scarpa, che conoscevo
perché era di Motebelluna, aveva vent’anni, era ancora studente e, malgrado la fama del padre, poco
costoso, in più condivideva con me il piacere del rischio. In questo caso un’unica trave vuota di cemento di ottanta metri che sosteneva tutta la costruzione. Gli esperti dissero che non sarebbe rimasta in piedi, e invece è ancora lì, tuttora moderna e affascinante».
Con Oliviero Toscani, e per i diciotto anni della loro collaborazione, ogni campagna pubblicitaria divenne uno shock, uno scandalo, una rivoluzione permanente nel modo di comunicare. «Volevamo una pubblicità nuova, moderna,
soprattutto internazionale: eravamo ormai così solidi da poter osare. Certo, quando cominciarono ad arrivare le prime proteste, rimanemmo male, pensammo persino di smettere e chiedere scusa. Ma capimmo che si trattava di posizioni razziste, e noi il razzismo
non potevamo accettarlo. E poi, dal punto di
vista degli affari, quelli che protestavano non
erano il nostro pubblico, non erano interessati al nostro prodotto, quindi dovevamo
andare avanti».
Infatti più la gente si indignava, i giornali polemizzavano sino a rifiutare l’inserzione e il gran giurì della pubblicità stigmatizzava (ci furono persino picchetti fuori dai
negozi inneggianti al boicottaggio) per la
suora che bacia il pretino, per il neonato
bianco sul seno nudo di una donna nera,
per quella specie di pietà caravaggesca
attorno a un malato di aids morente, più
Benetton vendeva, prosperava, ingigantiva. Di anno in anno, scomparso
il prodotto dalla pubblicità, solo in
un angolo un tassello verde con la
scritta “United Colors of Benetton”, la dispettosa genialità di
Toscani e la partecipazione ideologica e mercantile di Luciano
continuarono a provocare con la
brutalità del reale: nascita, sesso,
dolore, morte, razzismo, pena
di morte, antimilitarismo, pacifismo; il
neonato attaccato al
cordon e
1999
Abito spray printed
2000
Felpa floreale
2000
Girocollo “Tye & Dye”
ombelicale, i preservativi, le carrette del mare grondanti clandestini, il delitto di mafia, i bambini lavoratori, il cimitero di guerra, la serie di sessi femminili e maschili (opera invitata in gigantografia alla
Biennale d’arte veneziana nel 1993, rifiutata da tutti i giornali tranne Liberation).
Sempre più scomoda, beffarda e brutale, la pubblicità dell’azienda affronta tabù impensabili per la
comunicazione commerciale: ecco la divisa insanguinata, vera, di un soldato bosniaco morto in guerra, donata dal padre (1994); ecco i ragazzini disabili
di un istituto bavarese (1998); e l’ultima campagna,
quella che suscita massimo scandalo e probabilmente incrina il rapporto tra Benetton e Toscani: i
ritratti di 28 condannati nel raggio della morte di un
carcere americano (2000). I magazzini Sears che
hanno 400 negozi negli Stati Uniti rompono il contratto di distribuzione; un intero stato, il Missouri, fa
addirittura causa (poi rientrata) all’azienda. L’imprenditore chiederà pubblicamente scusa ai parenti delle vittime di quei criminali, mentre Toscani respinge ogni accusa. Il genio della pubblicità e il genio dell’imprenditoria si separano, e da gentiluomini, eviteranno polemiche.
Anche adesso: «È stata una decisione comune.
Era finita una stagione, e non solo tra noi: stava
cambiando la società, cambiavano i giovani, il modo di consumare e i desideri. Noi dobbiamo interpretare il mondo che viene non come lo vorremmo
ma come è, per vendere bisogna essere contemporanei». Poi oggi i problemi sono altri, giganteschi:
Benetton era il solo marchio internazionale che assicurava abbigliamento di qualità a buon prezzo,
adesso la concorrenza è durissima. «Ma il nostro sistema industriale è buono, investiamo ovunque,
cresciamo in termini di fatturato, apriamo sempre
più negozi, in Cina per esempio, in India l’anno
prossimo saranno un centinaio. Resta da conquistare l’Africa che, a parte i paesi affacciati sul Mediterraneo e il Sudafrica, dove già sventolano gli United Colors, è ancora soggiogata dalla povertà, dalla
fame, dalla sudditanza delle donne e da quelle
guerre civili che Benetton illustra ancora nella sua
comunicazione. «Però cominceremo presto dall’Angola che, tra diamanti e petrolio, sta avviandosi verso una forma di benessere». Le magliette continuano a trionfare in luoghi sempre più esotici, lo
spirito libertario e mondialista del marchio si è addolcito ma esiste ancora, come per la campagna
promossa assieme al World Food Program, con i bei
ritratti di persone che vivono in paesi disagiati e le
semplici scritte, in inglese, Cibo per studiare, Cibo
per lavorare, Cibo per la pace, Cibo per la vita.
«Nel 1969 aprimmo il primo negozio all’estero, e
fummo tanto temerari da scegliere Parigi, rue Bonaparte, nel cuore della massima eleganza
mondiale. Era come sottomettersi a
un duro esame con professori molto esigenti. Eravamo coscienti
del rischio, ma se non rischi,
che divertimento c’è? È
per quella prima sfida di
noi provinciali neoimprenditori, che oggi
abbiamo scelto Parigi e il suo celebre
Centre Pompidou per festeggiarci».
2000
“Metallic pull”
34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
la memoria
DOMENICA 27 AGOSTO 2006
Amicizie pericolose
A 85 anni Sidney Rittenberg è in ottima forma. Nella sua casa
di Pechino racconta una vita eccezionale: fu uno stretto
collaboratore del padre della rivoluzione cinese, ma due volte
cadde in disgrazia e venne incarcerato per un totale di sedici
anni. Nel trentennale della morte del “Grande Timoniere”,
il suo giudizio è equanime: “Fece grandi cose e gravi danni”
Il “compagno americano”
finito nelle prigioni di Mao
FEDERICO RAMPINI
«L
PECHINO
’ultima volta che parlai a tu
per tu con Mao fu la festa del
Primo maggio 1967, mentre
imperversava la Rivoluzione culturale che lui aveva scatenato. Quel
giorno ero nel gruppo di dignitari insieme a
lui, mentre passava in rassegna le giovani
Guardie rosse su piazza Tienanmen. Mi aveva
regalato una copia del suo Libretto rosso con
autografo, scambiammo due chiacchiere.
Mao scherzò: “Io non ho fatto nulla, sono questi ragazzi che fanno tutto, io ho solo scritto
qualche poema”. Sembrava sicuro di sé, allegro, ironico, rilassato, al culmine della sua potenza. Pochi minuti dopo lo rividi, si era allontanato dal palco ed era seduto a riposare in disparte, da solo. Improvvisamente la sua faccia
era cambiata: gonfia, livida, con uno sguardo
tra l’odio e la disperazione. In seguito per anni,
rinchiuso in prigione, ripensai a quel contrasto. Era come se capisse di aver suscitato dei
demoni che non avrebbe saputo controllare».
Sidney Rittenberg mi racconta questi ricordi nel lussuoso salotto della sua casa cinese,
un moderno appartamento in un grattacielo di Pechino vicino all’hotel Peninsula. È
un quartiere da ricchi e Rittenberg potrebbe confondersi con tanti uomini
d’affari americani che prosperano nel
boom della Cina. A 85 anni è in gran forma, è un sinologo autorevole, alterna
incarichi universitari e attività di consulenza per le multinazionali che investono in Estremo Oriente.
Ma Rittenberg è un personaggio
unico, con una biografia eccezionale. È il solo occidentale ad essere stato al tempo stesso uno stretto collaboratore di Mao Zedong e ad essere precipitato per due volte in disgrazia, sperimentando di persona sia l’ebbrezza del potere che la
feroce violenza del maoismo. In
Cina ha scontato due condanne
al carcere di massimo isolamento, due purghe politiche per un
totale di sedici anni. A differenza
di tanti suoi compagni di sciagura, è sopravvissuto alle torture
degli interrogatori ed è ancora
qui per testimoniare.
Molti dettagli sono agghiaccianti. Pochi mesi dopo l’ultimo incontro con Mao l’immagine di Rittenberg sparì di colpo dalla foto di gruppo pubblicata sulla stampa di regime: fu
l’indizio che il grande capo lo
aveva abbandonato, il segnale
premonitore dell’orrore che
stava per abbattersi su di lui,
una delle ricorrenti persecu-
Paracadutato in Cina
nel 1945, decide
di restare per aiutare
i comunisti. Il primo
arresto è del ’49 e finisce
con le scuse del governo
zioni che Mao scatenava nei ranghi del partito colpendo alla cieca anche i suoi fedelissimi.
«Il 21 febbraio 1968, nella notte più fredda di
tutti i miei inverni di Pechino, alle undici di sera bussarono alla porta di casa. Erano due
guardie del ministero della Propaganda, dove
lavoravo. Dissero: “Il capo vuole parlarti di un
nuovo incarico”. Mia moglie capì subito. Sarebbero passati nove anni, otto mesi e un giorno prima che io rivedessi lei, i miei figli, e la luce del sole».
Quella sera d’inverno del ‘68 la storia per lui
si ripeteva. Rittenberg piombava in un incubo
già vissuto il 21 gennaio 1949, quando un compagno gli aveva mentito annunciandogli che
sarebbe stato nella prima colonna dell’Esercito di liberazione popolare in marcia su Pechino, poi una volta salito sulla jeep gli aveva det-
to: «La Commissione militare ti dichiara in
stato di arresto. Hai avuto istruzioni dall’imperialismo americano, sei una spia mandata a
sabotare la rivoluzione cinese». Eppure l’essere stato sepolto vivo per due volte nei gulag
maoisti non ha intaccato l’affetto di Rittenberg per la sua seconda patria. Trent’anni dopo la morte di Mao, l’ex «compagno americano» oggi ha uno sguardo imparziale sul tiranno che fu all’origine delle sue disgrazie.
La storia d’amore con la Cina inizia un po’
per caso, anche se le premesse ideali ci sono
dall’infanzia. Rittenberg nasce da una famiglia ebrea e atea nell’America razzista e bigotta del profondo Sud (Charleston, South Carolina), ha un nonno materno russo che si è distinto nella rivoluzione bolscevica. Da ragazzo “Sid” si appassiona per le lotte operaie e si
iscrive al piccolo Partito comunista americano. Arruolato per la Seconda guerra mondiale, lo addestrano a una missione in Estremo
Oriente insegnandogli il mandarino a
Stanford. La vera passione per la Cina la accende una bambina di dodici anni, Li Muxian
ovvero “Li la fata del bosco”, che lui non ha mai
conosciuto. Nel 1945 i comandi militari lo paracadutano in Cina dove gli americani assistono Chiang Kai-Shek nella sua duplice guerra contro il Giappone e contro i partigiani comunisti. Il primo incarico di Rittenberg 24enne è una triste incombenza amministrativa:
smaltisce pratiche per il risarcimento alle vittime di incidenti provocati da soldati americani. A Kunming, nello Yunnan, un giorno Rittenberg consegna la miserabile somma di 26
dollari a un tiratore di risciò, il padre di Li
Muxian, per “rimborsargli” la sua bambina investita e uccisa da un G.I. ubriaco. Con grande
sorpresa del giovane americano, il povero tiratore di risciò non protesta di fronte all’esiguità della somma. Anzi, il padre della vittima
offre la metà dei soldi al militare straniero che
lo sta pagando: un riflesso condizionato, l’abitudine alla dilagante corruzione cinese.
Quel ricordo della “fata del bosco” e della rassegnata disperazione di suo padre di fronte all’ingiustizia accompagnerà Rittenberg per
tutta la vita. Nei suoi giudizi sul maoismo, non
dimenticherà mai in quali condizioni versava
la Cina prima della rivoluzione.
Disgustato dal sostegno americano ai nazionalfascisti di Chiang Kai-Shek, alla fine della guerra Rittenberg resta in Cina per aiutare i
comunisti. Incontra Mao Zedong in persona
per la prima volta nel 1946, sulle montagne di
Yanan, dove il leader è rifugiato nelle grotte al
termine della Lunga marcia. L’americano si
rivela utile come interprete e redattore dei testi diffusi via radio nelle prime trasmissioni internazionali della propaganda maoista. Ha
inizio la sua lunga carriera nella nomenklatura del partito, interrotta dal primo arresto nel
‘49. I primi sei anni di carcere, tra interrogatori brutali e lunghi isolamenti, sono un viaggio
nella follia autodistruttiva: lungi dal criticare
il regime, Rittenberg dà ragione ai suoi aguz-
LE TAPPE
LA GIOVENTÙ
LA LOTTA PARTIGIANA
Mao Zedong nasce
il 26 dicembre del 1893
nel villaggio di Shaoshan,
provincia di Hunan. È figlio
di contadini agiati. Nel 1918
ottiene il diploma magistrale
Dal 1921 milita nel Partito
comunista cinese
Guida le rivolte contadine
del 1927 e poi la lotta
partigiana contro il governo
nazionalista di Chiang Kaishek. Durante la Lunga
Marcia (1934-35) emerge
come capo del Partito
comunista cinese
DOMENICA 27 AGOSTO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
Sidney Rittenberg nasce in una famiglia ebrea
e atea della South Carolina. Il nonno materno
era un bolscevico, lui sceglierà la rivoluzione
cinese. Nella foto qui sotto è con Mao,
che ha in mano una copia del suo celebre
“Libretto rosso”. In basso, un ritratto del 1979;
a sinistra, oggi, a 85 anni, nella sua casa
di Pechino con la moglie Wang Yulin
Repubblica Nazionale 35 27/08/2006
zini, colpevolizza se
stesso. «Scrutando nel
mio passato trovavo
tante ragioni che avevano di sospettare di
me. A Yanan avevo avuto una relazione sentimentale non approvata
dal partito. Avevo messo
in dubbio la dottrina leninista sulla dittatura del
proletariato. Avevo auspicato l’indipendenza del Tibet.
Ora trovavo la tranquillità identificandomi con la verità di partito, l’unica verità. Sopravvivevo alla sofferenza persuadendomi che me l’ero
meritata».
Quando il 4 aprile 1955 il direttore
del carcere lo dichiara innocente e gli
presenta «le scuse del governo popolare», Rittenberg si è talmente convinto di essere nel torto che non riesce a capire quelle scuse. Rieducarsi
alla vita normale è difficile. «Dopo sei
anni in cui avevo chiesto il permesso
anche per usare la latrina, dovevo
riabituarmi a stare in mezzo ad altre
persone, mi venivano attacchi di panico, avevo paura di prendere la parola, l’apparizione di una uniforme
mi terrorizzava. Ero stato rilasciato da una cella ma ne avevo costruito un’altra dentro di
me». Lo aiuta il matrimonio con Wang Yulin,
coraggiosa compagna di una vita, che nelle avversità metterà sempre l’amore coniugale al
di sopra della fedeltà di partito. La riabilitazione di Rittenberg è totale: viene promosso ai
vertici dell’apparato di propaganda, con incarichi di fiducia come la traduzione in inglese
delle opere di Mao. Diventa uno dei più autorevoli comunisti stranieri residenti in Cina, il
leader di una singolare diaspora di “rossi”
americani — alcuni fuggiti dagli Stati Uniti
durante la caccia alle streghe del maccartismo
— tra cui figura Jane Sachs, figlia del fondatore della banca Goldman Sachs.
Nel 1966 Mao lancia la Rivoluzione culturale e Rittenberg ne è affascinato per la stessa ragione che accende gli animi dei giovani cinesi: la parola d’ordine «Bombardate il quartier
generale» autorizza la base a criticare i vertici.
Il popolo può scagliarsi contro la burocrazia
del partito. «Prima che degenerasse nell’anarchia e nella dittatura delle piazze, fu l’unico
esperimento di democrazia di massa mai tentato in Cina. C’era una spontaneità vera, nelle
assemblee la gente eleggeva i propri leader,
nascevano organizzazioni politiche dal basso, si pubblicavano giornali senza chiedere
permessi». Rittenberg si lancia nel movimento con ardore, diventa un trascinatore, i suoi
comizi lo rendono famoso, è nella cerchia dei
favoriti di Mao. Nella sua ingenuità non si accorge che il vento gira in fretta. Dopo avere
usato la Rivoluzione culturale per sgominare
“Una notte del febbraio
1968 bussarono
alla porta. Sarebbero
passati nove anni, otto
mesi e un giorno prima
di rivedere moglie e figli”
la corrente moderata che stava prendendo il
controllo del partito, Mao abbandona le
Guardie rosse quando il caos rischia di sfuggirgli di mano. Rittenberg continua a esaltare
la rivolta antiautoritaria mentre già dall’alto è
partito il contrordine. Quando nel ‘68 lo sbattono in una gelida e lurida cella larga due metri e mezzo, «l’impossibile, l’inconcepibile ricominciò di nuovo: eccomi ancora una volta
in un carcere di massimo isolamento per qualche reato che non avevo commesso, sottoposto a pratiche disumane che credevo fossero
state abbandonate; tutto si ripeteva daccapo,
come se i 13 anni di libertà dopo la prima galera fossero stati solo un sogno».
Gli interrogatori da Grande Inquisizione, le
umilianti preghiere in ginocchio davanti al ritratto di Mao, le urla strazianti dei torturati
LA PRESIDENZA
IL DECLINO
Vinta la guerra civile
contro il Kuomintang
e proclamata la Repubblica
popolare cinese, nel 1949
Mao è eletto presidente
Dopo aver dato avvio
al “Grande balzo in avanti”(‘58)
nel ’60 rompe con Mosca
Nel 1966 Mao lancia
la Rivoluzione culturale
Il suo potere è ormai
assoluto. Dal ’69 per
il Grande Timoniere inizierà
però il declino. Ormai stanco
e malato di Parkinson, Mao
muore il 9 settembre del ‘76
nella notte: è un
calvario micidiale
ma stavolta la sua
psiche non cede.
Sa di essere innocente e la sua certezza non vacilla
mai, fino a quel 19
novembre 1977 in
cui la porta del carcere si apre una seconda volta e un colonnello gli annuncia: «Sei stato vittima di un errore. Sei un bravo compagno». Torna libero in una società irriconoscibile,
già in evoluzione sotto l’effetto delle
riforme di Deng Xiaoping. Il capitalismo diventa il nuovo Verbo, le nuove
generazioni sono materialiste e filoamericane, rinnegano gli ideali
che avevano legato Rittenberg alla
Cina. E così nel 1980 per la prima volta dopo 35 anni lui si riconcilia con il
suo Paese, torna in America, porta
con sé la moglie e i quattro figli cinesi, inaugura una seconda vita da studioso e businessman, pendolare tra
le sponde del Pacifico. Sa di avere
sbagliato molto, ma ha pagato tutto
fino all’ultimo, e di persona. È un
uomo sereno, senza rancori né
rimpianti. Ha conservato amicizie importanti nella nomenklatura di Pechino (ci volle l’intercessione di Rittenberg per convincere Deng Xiaoping a
dare la prima ed unica intervista a una
tv straniera, l’americana Cbs).
Ha fatto pace anche con il ricordo del
suo carnefice. «Ho conosciuto Mao
troppo bene per liquidarlo solo come
un mostro. È stato due persone diverse, ha avuto due vite. Quando lo conobbi nel 1946 emanava già quel carisma da cui io fui affascinato, eppure
era anche un attento ascoltatore, un
ex contadino autodidatta dalla mente aperta e brillante, capace di assorbire molto dagli altri. Vent’anni dopo non ascoltava più nessuno, si era
trasformato in una figura imperiale, un sovrano assoluto e distante.
Nessuno più di lui è stato corrotto
dal potere. Ha creduto di poter governare la Cina con gli stessi metodi usati nella guerriglia partigiana. Ha rovinato la vita di un numero immenso di persone. Decine di milioni di cinesi sono morti, non per una volontà deliberata di sterminio, ma per gli errori
catastrofici della sua politica.
Inseguiva un gigantesco esperimento di ingegneria sociale, sognava di plasmare il mondo con
la mente di un uomo solo. Nessun altro ha fatto così grandi cose e così gravi danni come lui».
36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 27 AGOSTO 2006
il racconto
Leggende del West
Torna sugli schermi col volto di Brad
Pitt il mito di Jesse Woodson James,
guerrigliero sudista, alleato del Ku Klux
Klan e poi rapinatore. Un criminale
feroce ma anche un abile costruttore
della propria immagine di Robin Hood
Jesse, il bandito schiavista
che ha stregato l’America
ANTONIO MONDA
NEW YORK
È
stato un criminale capace di
agghiaccianti efferatezze, e
non se ne è mai pentito. È stato un uomo introverso e selvaggio, animato da confusi ideali politici e motivato in primo luogo da rancore,
frustrazione, voglia di vendetta. È stato
un bandito da strada che non conosceva la fatica e la paura, eppure era in grado di manipolare la stampa illudendosi
di non esserne a sua volta manipolato.
Insieme al fratello Frank, ha terrorizzato il Missouri, il Kansas e poi l’intero West, in un crescendo di azioni audaci, inaspettate e violentissime. Ha amato due
donne che portavano lo stesso nome,
Zerelda, la madre e una cugina che poi
divenne sua moglie, ma neanche con
loro si è mai aperto completamente,
neanche a loro ha confidato cosa lo tormentava al punto di scegliere senza remore la strada del crimine e cercare ossessivamente la fama attraverso gli
omicidi e le rapine.
Chi lo ha conosciuto da vicino lo ha
descritto come un ribelle feroce e velleitario, solitario e disperatamente bisognoso della ribalta, che nel momento
della massima gloria riuscì ad essere celebrato come il “Robin Hood americano”. La sua parabola ha molte affinità
con quelle dei nostri briganti, e per alcuni versi è stato il precursore dei moderni terroristi, ma nello stesso tempo
l’icona di un mondo indifendibile che
rifiuta di arrendersi all’ineluttabilità del
proprio tramonto. Come molti dei protagonisti dell’epopea del West, Jesse
Woodson James si è trovato a recitare il
personaggio che era riuscito a creare,
intuendo che i contemporanei, e soprattutto i posteri, avrebbero sempre
preferito la leggenda alla realtà. Ma più
di ogni altra cosa è stato e continua ad
essere un mito, come testimoniano la
magnifica biografia di T. J. Stiles recentemente pubblicata dal Saggiatore (Jesse James, storia del bandito ribelle), la riproposizione della ballata tradizionale
che ne celebra le gesta da parte di Bruce
Springsteen, e l’ennesimo film agiografico che questa volta vede come protagonista Brad Pitt e sin dal titolo mette in
chiaro chi sia l’eroe della vicenda: L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford.
Jesse era nato in un piccolo villaggio
del Missouri chiamato Centerville, ribattezzato in seguito Kearney senza
cambiare la propria natura di desolata
entità nel centro del nulla. Il padre era un
reverendo battista di nome Robert, noto
per le sue prediche infervorate a difesa
del diritto di possedere schiavi, che un
bel giorno abbandonò la moglie Zerelda
e se ne andò in cerca di fortuna in California, dove visse di espedienti e morì in
miseria durante la corsa all’oro. Ridotta
ai limiti della povertà, Zerelda cercò di riscattare la propria condizione economica sposando Benjamin Simms, un uomo
d’affari che la lasciò nuovamente vedo-
L’incontro-chiave
della sua vita
fu con John Edwards,
giornalista
e razzista militante,
che ne divenne
l’agiografo e costruì
il suo personaggio
va nel giro di poco tempo, e quindi un
medico di nome Reuben Samuel. Il terzo marito era un uomo dal carattere fragile e sin dai primi giorni fu soggiogato
dall’energia della donna, che riuscì a impiantare una coltivazione di tabacco e
acquistare alcuni schiavi.
Dopo un lungo periodo di stenti ed
umiliazioni sembrava che le cose si
mettessero finalmente bene per Zerelda e i suoi figli, ma in quegli anni l’America si ritrovò immersa nella tragedia della guerra civile e il Missouri, diviso tra unionisti e simpatizzanti per il
Sud, fu uno degli stati che visse il conflitto in maniera più lancinante. Zerelda fu molto orgogliosa quando il figlio
Frank decise di arruolarsi per combattere gli «orribili invasori abolizionisti»
del Nord. La contea di Clay, dove sorgeva la fattoria dei James, era continuamente teatro di violentissime razzie, e
una sera Zerelda e il giovanissimo Jesse
videro arrivare un gruppo di unionisti
che trascinarono l’imbelle Reuben nell’aia, lo massacrarono di botte e lo appesero a un albero minacciando di impiccarlo se non avesse rivelato dove si
nascondeva Frank, che si era unito ai
bushwackers, i temutissimi
guerriglieri confederati.
Terrorizzato, Reuben rivelò le poche cose di cui
era a conoscenza e ebbe
salva la vita, ma da allora
campò circondato dal disprezzo della famiglia.
Jesse, che era stato a sua volta umiliato e malmenato dal gruppo di unionisti,
decise di darsi alla macchia e dopo aver
raggiunto il fratello si unì con lui ad una
banda di bushwackerschiamata “Quantrill Raiders”. Si trattava di uomini che
vivevano con vergogna e furore l’invasione del proprio stato e propugnavano
attraverso la guerriglia la difesa dei principi nei quali erano cresciuti, a cominciare dalla schiavitù. Jesse, che aveva solo sedici anni, si trovò immediatamente
a proprio agio con questi uomini che
ammantavano di ideali politici le razzie
e i linciaggi: i “Quantrill Raiders” erano
capaci di ogni efferatezza, come testimonia l’attacco condotto alla cittadina
abolizionista di Lawrence, che portò al
massacro di duecento persone.
Nulla al confronto con quello che successe in seguito, quando Jesse e Frank si
arruolarono nella banda di Bill “Bloody”
Anderson, un bushwacker noto per l’a-
bitudine di fare a pezzi le proprie vittime. L’episodio più barbaro del loro sodalizio è quello avvenuto nel settembre
del 1864 a Centralia, quando la banda
bloccò il passaggio di un treno sul quale
tornavano a casa dei soldati unionisti,
che vennero massacrati dopo essere
stati costretti a denudarsi. L’orrore suscitato dall’episodio mise in moto una
gigantesca caccia all’uomo, ma i centoventi soldati del reggimento inviato per
catturare i bushwackers vennero attirati in una imboscata e a loro volta trucidati. Per lungo tempo Anderson e compagni mostrarono con orgoglio gli scalpi delle vittime, e continuarono a organizzare spietate azioni di guerriglia per
tenere in piedi un fronte che si stava avviando alla disfatta.
Può risultare sconcertante che un uomo coinvolto in simili atrocità sia diventato un personaggio positivo del folklore americano. Ma dopo l’uccisione di
“Bloody” Bill per mano dei soldati, più
esperti e numerosi, di un secondo reggimento, e dopo la resa di Appomattox
che decretò la vittoria degli stati del
Nord, ci furono una serie di episodi che
segnarono l’inizio del mito di Jesse James, a cominciare dal suo graduale passaggio da sanguinario partigiano al servizio di una causa
sconfitta a vero e proprio bandito.
La resa dei confederati non
attenuò minimamente i conflitti
nati negli anni della guerra, e la devastazione dei territori di frontiera finì per
inasprire ulteriormente le tensioni, l’odio e la voglia di riscatto. All’interno di
un mondo che aveva visto crollare i propri principi fondanti, a cominciare dal
“diritto” a possedere schiavi, Jesse intuì
che sarebbe potuto diventare un punto
di riferimento e persino un modello: era
giovane, bello, coraggioso e ribelle, e
non riusciva ad accettare che quelli che
considerava dei valori irrinunciabili
fossero stati spazzati via dai repubblicani abolizionisti, dai «rapaci predatori» del Nord. È importante ricordare
che, a cominciare da Lincoln, in quel
periodo erano i repubblicani a combattere per la causa abolizionista, mentre i
democratici difendevano con ogni
mezzo lo status quo.
L’incontro più fortunato di Jesse James in vista della costruzione del suo
mito fu quello con John Edwards, uno
spregiudicato giornalista di fede democratica e di sicure convinzioni razziste.
Nello stesso momento in cui Jesse, insieme a Frank e ai fratelli Younger, cominciò a rapinare le banche e i treni,
Edwards divenne l’agiografo della banda, celebrando le formidabili gesta della «cavalleria del crimine», del gruppo di
banditi che offriva una risposta «personale e coraggiosa» allo sfascio di un paese minato nelle fondamenta dai «soprusi dei nordisti». Nella stragrande
maggioranza dei casi, la banda JamesYounger non derubò i passeggeri dei
treni né i clienti delle banche, ma puntò
direttamente alle casseforti di istituzioni finanziarie solidamente nelle mani
degli odiati nordisti, e questo diede gioco facile a Edwards per costruire il mito
del nuovo Robin Hood. In uno dei pezzi più osannanti, paragonò la banda ai
DOMENICA 27 AGOSTO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
Ispirato all’omonimo romanzo di Ron Hansen e diretto da Andrew
Dominik, “The assassination of Jesse James” (nei cinema italiani,
“L’assassinio di Jesse James”) racconta l’ultimo giorno di vita
del bandito più amato del West. La storia è nota: Jesse James
(Brad Pitt) si trova nella propria fattoria e riceve la visita di un “collega”
di banda, Robert Ford. Il bandito è salito su una sedia per spolverare
un quadro e dà le spalle a Ford. All’improvviso l’ospite spara a James
con la sua Colt 45 e lo colpisce alla nuca. Ford si meriterà così i dollari
della taglia messa su James. Ma non potrà goderseli...
Il film sarà nelle sale americane dal prossimo 15 settembre
EROE POPOLARE
Jesse James
sulle copertine di alcune
riviste dell’epoca
Nella pagina di sinistra,
I fratelli-banditi Jesse
e Frank James
con la madre, Zerelda
Samuel
IL MITO
Anche la sua morte
fece sensazione
Gli sparò alle spalle
Robert Ford,
I FILM/1
I film girati sulla figura
di Jesse James sono
almeno una ventina
Il primo della serie,
“The James boys
of Missouri”, è del 1908
Tra i tanti, spiccano
“The true story of Jesse
James” di Nicolas Ray
(1957) e “I cavalieri dalle
ombre lunghe”, del 1980,
con regia di Walter Hill
FOTO CORBIS
Repubblica Nazionale 37 27/08/2006
I FILM/2
I LIBRI
“The assassination
of Jesse James”
è ispirato all’omonimo
romanzo di Ron Hansen
Da leggere anche
il ritratto biografico
di T.J. Stiles “Jesse James”
LE CANZONI
La più popolare è la folk
song intitolata Jesse
James e interpretata
anche da Bruce
Springsteen. Il bandito
è stato cantato anche
da Bob Dylan e Elton John
il suo braccio destro
che era al soldo
del governatore
del Missouri
cavalieri della tavola rotonda e esaltò il
fatto che i suoi componenti rubassero
«alla luce del sole e di fronte alla folla».
Inebriato dall’improvvisa celebrità e
dalla simpatia crescente di una popolazione che vedeva in lui l’eroico vendicatore, Jesse cominciò ad arricchire le sue
scorrerie con gesti ad effetto e battute
studiate per essere immortalate dalla
stampa. Cominciò a scrivere lettere ai
giornali, revisionate dallo stesso
Edwards, nelle quali celebrava le proprie azioni, negando gli addebiti più
gravi. La strategia si rivelò perfetta, e
Jesse divenne per molti un eroe popolare. Poco importava che non esitasse a
massacrare chi tentava di resistere alla
rapine, e agisse spesso in simbiosi con
gli esponenti del Ku Klux Klan,
celebrati a loro volta da
Edwards, che individuava
nelle loro azioni, come in
quelle del bandito, la residua
speranza di restaurare il vecchio regime sudista.
Ma l’apoteosi fu al termine della lunga battaglia con l’agenzia Pinkerton, assoldata dai proprietari delle ferrovie per
dargli la caccia. Jesse riuscì a individuare e uccidere due agenti che avevano
tentato di infiltrarsi nella sua banda. In
risposta, il capo dell’agenzia guidò personalmente un assalto notturno alla
fattoria della madre Zerelda, pensando
che lì fosse nascosto Jesse. La spedizione punitiva si concluse con un sanguinosissimo fiasco: fu ucciso il fratellino
di dieci anni dei due banditi e venne ferita la madre, che fu poi costretta a farsi
amputare un braccio. Agli occhi della
popolazione e dei lettori di Edwards,
Jesse divenne immediatamente la vittima di cacciatori di taglie sanguinari e
inetti. Un effetto del fiasco fu l’immediato abbassamento delle taglie sul suo
capo, e quindi la proposta di immunità
per i suoi delitti attraverso un’amnistia,
proposta avanzata dall’amministrazione democratica, che aveva preso il potere nello stato del Missouri anche grazie alle sue azioni, e che aveva restaurato la segregazione razziale.
Dopo aver ottenuto questa doppia
vittoria, personale e politica, Jesse e
Frank assaltarono insieme ai fedelissimi Younger una banca a Northfield, nel
Minnesota. Il colpo fallì per la resistenza di un impiegato che rifiutò di aprire la
cassaforte, e con sgomento la banda si
rese conto in quell’occasione di non
avere alcun supporto da parte della popolazione. All’uscita dalla banca si trovarono sotto il tiro di una moltitudine di
fucili e pistole. Due dei tre fratelli Younger rimasero uccisi, Jesse e Frank riuscirono miracolosamente a defilarsi dalla
caccia che per molti giorni gli diedero
più di mille uomini armati. Quando seppe che erano stati traditi da un informatore infiltrato nella banda, Frank decise
di abbandonare per sempre la vita di
bandito. Jesse, che non riusciva a capire
come i tempi fossero ormai cambiati, si
convinse invece di non avere altro destino. Scrisse all’amico Edwards in cerca di
aiuto, ma il giornalista non rispose. Jesse ne fu profondamente ferito e da quel
momento cominciò a cercare la morte.
Cambiò identità e si ritirò a St. Joseph,
nel natio Missouri, con la moglie Zerelda che gli aveva dato quattro figli.
Formò una nuova banda con uomini di
cui non si fidava e, in un crescendo paranoico, cominciò a giustiziarli ogni
volta che cominciava a sospettare della
loro lealtà. Morì per mano di colui che
considerava il suo nuovo braccio destro, un uomo capace di sparargli alle
spalle mentre stava appendendo un
quadro. Il suo nome era Robert Ford. Insieme al fratello Charlie era al soldo del
nuovo governatore del Missouri Thomas Crittenden, che aveva promesso
alla popolazione di liberare il paese dal
pericoloso criminale. La notizia si sparse rapidamente per tutto lo stato e una
folla enorme accorse per vedere il cadavere e partecipare al funerale. Le due
Zerelde della sua vita maledissero pubblicamente l’assassino, che venne graziato dal governatore ma fu accusato
ferocemente da tutta la stampa.
Per l’occasione scrisse un necrologio
anche John Edwards, che si chiese «cosa
altro poteva fare un uomo come Jesse
James se non quello che ha fatto?», descrisse come «vigliacca e inutile» l’uccisione e concluse: «Volesse Iddio che fosse vivo oggi per massacrare giustamente qualcun altro». La sorpresa per la
morte inaspettata generò un’emozione
dagli esiti imprevisti: Frank James si
consegnò personalmente a Crittenden
e venne assolto dopo uno spettacolare
processo che vide opposta la stampa repubblicana, propugnatrice di una condanna esemplare, a quella democratica
che giustificava ogni azione criminale
con il disordine morale dei tempi.
Quando tornò in libertà, Frank organizzò insieme all’unico fratello
Younger rimasto in vita uno spettacolo nel quale metteva in scena le loro gesta più celebri. Fecero lo stesso i due
fratelli Ford, fin quando Charlie decise di togliersi la vita e Robert venne misteriosamente assassinato. John
Edwards rientrò nell’oscurità, vide
fallire i suoi ideali politici e morì alcoolizzato. Ma Jesse, la sua più grande
creazione, si trasformò in un mito, celebrato da canzoni, libri e film bellissimi come I cavalieri delle lunghe ombre, prendendo negli anni le sembianze di Tyrone Power, James Keach, Robert Duvall e, tra breve, Brad Pitt.
38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 27 AGOSTO 2006
i luoghi
Sorge nel sud-est dell’India, ha meno di 2000 abitanti che vivono
secondo le regole dettate da Sri Aurobindo, uno dei padri
dell’indipendenza convertitosi al misticismo. Da 35 anni la comunità
degli aurovilliani, venuti un po’ da tutto il mondo, si nutre di filosofia
e scienza per prepararsi al salto spirituale che renderà l’anima
degli uomini, diceva il guru, “spaziosa come l’universo”
Sogni e realtà
VITA DA AUROVILLIANI/1 Un guardiano al cancello della spiaggia di Auroville, due architetti aurovilliani al lavoro e una vecchia casa della città
Auroville, la città perfetta
«C
RAIMONDO BULTRINI
AUROVILLE
i dev’essere un posto sulla Terra che
nessuna nazione
rivendica come sua
proprietà, un posto dove tutti gli uomini di buona volontà, dall’aspirazione
sincera, possono vivere liberamente
come cittadini del mondo, obbedendo
a una sola autorità, la Verità Suprema».
Il sogno della città utopica di Auroville nasce da questa preghiera-auspicio recitata all’inizio del secolo scorso
da Mirra Alfassa, compagna spirituale
di Sri Aurobindo, uno dei guru dell’indipendenza indiana. Negli ultimi trentacinque anni la
“creatura” di questa coppia unita
da grandiose visioni mistiche ha
continuato lentamente ma senza
sosta a prendere
forma. Si chiama
Auroville, una
città con meno di
duemila abitanti
di ogni razza e
classe sociale:
1.200 ettari di terra rossa, un tempo
arida e ora ripopolata di alberi, lungo la costa equatoriale tra il Tamil Nadu e la piccola, incantevole ex colonia
francese di Pondicherry, a tre ore d’auto a nord di Madras.
Aurobindo non ha mai spiegato come sarebbe dovuta essere in concreto
la città, destinata a ospitare al massimo
cinquantamila abitanti, ma ha fissato i
principi dell’esperimento: nel perimetro urbano vanno progressivamente
abolite tutte le forme di competizione
per soldi, fama, potere. Per riuscirci bisogna cominciare a cancellare alcuni
tra i fattori che causano le competizioni: politica, sistema monetario, religioni istituzionalizzate, sesso, droga, inquinamento, eserciti, polizie e, soprattutto, il concetto del possesso.
Tra viali sterrati e abitazioni dalle architetture bizzarre disseminate in di-
Chi sceglie di vivere
qui lascia i suoi averi
alla Fondazione e rinuncia
Repubblica Nazionale 38 27/08/2006
a ogni forma di competizione
Sono banditi politica, droga
e sesso. Ma non ci sono
guardiani a imporlo
sordine lungo i tracciati di un piano regolatore a forma di galassia ellittica (in
gran parte ancora sulla carta), gli aurovilliani si nutrono di filosofia e scienza
nel ventre-laboratorio che costruisce
la «Nuova razza umana», una «Superrazza» che sarà — a detta dei suoi profeti — l’ultima evoluzione dell’homo
sapiens. «L’utopia dell’uguaglianza tra
gli uomini ha condizionato tanti movimenti dell’Asia e dell’Occidente, ma
Auroville vuole dimostrare che la vera
uguaglianza non si raggiunge per voto
unanime di un comitato centrale»,
spiega Paulette Hadnagi, una ex militante di Potere Operaio negli anni di
piombo italiani, che sperimenta qui la
sua seconda vita di rivoluzionaria, stavolta della coscienza.
Mirra Alfassa rappresenta per Paulette e per gli altri aurovilliani una personalità eccentrica rispetto ai canoni
femminili del primo Novecento: origini turco-egiziane, due matrimoni burrascosi, l’abbandono del secondo marito per correre da Parigi a Pondicherry
ai piedi del guru visto in un sogno d’infanzia. Posseduta fin dalla tenera età da
questa e da altre visioni oniriche, Mirra
adeguò nei trent’anni passati con Aurobindo i suoi poteri psichici all’immane compito che le era stato assegnato
dal guru: dare forma ai disegni ultramondani della “Supermente”, o “Supercoscienza generatrice”, da lei descritta come una forma d’energia e di
saggezza inesauribili posta esattamente al centro di ogni essere umano e dunque al centro dell’universo. Per questa
sua capacità di attingere alla fonte della creatività universale, Mirra fu chiamata “Madre” e ispirò uno stuolo di architetti, esecutori del primo nucleo
storico di Auroville. «Un giorno Madre
disse che la Città già esiste a un livello
sottile», ha raccontato in un’intervista
il primo architetto, Roger Anger. «È già
costruita e basta portarla giù, farla discendere sulla Terra».
La nascita di Auroville, ritardata dai
lunghi periodi di malattia di Mirra dovuti forse ai frequenti stati di trance, avvenne il 29 febbraio 1968, diciotto anni
dopo la morte di Aurobindo. Come una
sacerdotessa, Mirra Alfassa impartì la
benedizione all’urna riempita con le
terre provenienti da 124 nazioni e 23
stati indiani che fu collocata al centro
dell’anfiteatro dove sarebbe sorto, tre
anni dopo, il cuore della futura città, il
Matrimandir. Della forma di una gigantesca palla da golf a piccoli ottagoni
verniciati di oro vero, il tempio senza
statue né icone è un monumento surreale dedicato all’evoluzione dell’umanità. Un’evoluzione della quale Auroville, col suo 55 per cento di verde obbligatorio, si considera la capitale presente e futura.
L’Unesco e il governo dell’India si sono ritrovati fin dall’inizio artefici del
progetto-esperimento anche se l’utopia è stata affidata a una fondazione
senza fini di lucro, commissariata fino
al 1988 a causa di cospicui ammanchi
di “vile” denaro. Ma da allora la fondazione è tornata a essere quasi del tutto
indipendente e almeno formalmente
«Auroville», come scrisse Madre, «non
appartiene a nessuno in particolare ma
all’umanità intera».
Lontano dalla visione di Dio delle re-
ligioni monoteistiche e dal politeismo
di quella hindu, Sri Aurobindo crebbe
in Inghilterra, lesse Nietzsche e Freud,
si ispirò a Mazzini e alla rivoluzione
americana. Dopo il suo rientro in India,
mentre Gandhi predicava la non violenza, organizzò gruppi di indipendentisti in Bengala e li spedì in Europa a imparare come costruire bombe, finché
l’impatto con la cultura vedica e i poteri dello yoga risvegliarono il suo genio
mistico. Paradossalmente, fu in una
prigione degli inglesi che fece la sua prima scoperta spirituale, il “silenzio interiore”, uno stato privo di quel dialogo
conflittuale della psiche che impedisce
all’uomo di comprendere i messaggi
più sottili del cosmo e disturba la percezione dell’entità unica e inscindibile
DOMENICA 27 AGOSTO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
ALTRE UTOPIE
SAN GIOVANNI IN FIORE
LE REDUCCIONES
NEW LANARK
LA NUOVA SION
Fu fondata nel 1189
dall’eretico Gioacchino
da Fiore sui monti della Sila
La vita dei suoi abitanti
era ispirata a ideali
di povertà, ascetismo
e di spiritualismo mistico
Piccoli nuclei fondati
dai gesuiti a partire
dal 1606 in Cile, Brasile
Uruguay e Argentina
Il modello sociale era
collettivistico e teocratico
Ispirarono il film “Mission”
Nata in Scozia come
villaggio industriale nel 1800
fu acquistata da Robert
Owen che mise in pratica
gli ideali del socialismo
utopistico facendone una
sorta di industria-modello
Si trovava sul monte
Amiata (Gr) e fu fondata
nel 1868. Fu la patria
dei giurisdavidici, i seguaci
di Davide Lazzaretti
La comunità si ispirò
a un socialismo mistico
VITA DA AUROVILLIANI/2 Una scultura che adorna il tempio indù della città, due aurovilliani in moto e una casa moderna. Nella foto in basso, il Matrimandir
creata dalla “Supermente”
Repubblica Nazionale 39 27/08/2006
alla quale tutti saremmo collegati, la
“Supermente”.
Per questo all’interno del Matrimandir, considerato l’anima di Auroville,
l’isolamento acustico è quasi totale e a
migliaia ogni giorno vengono qui muniti dei “passi per la meditazione” necessari soprattutto per accedere alla
“camera interna”, dove una sfera di cristallo di settanta centimetri di diametro costruita in Germania dalla Zeiss riflette nel buio totale un sottile raggio di
luce solare captato dall’alba al tramonto grazie a un complesso sistema computerizzato di specchi ed eliostati. Il
raggio simboleggia il processo di ricezione della chiarezza (la conoscenza)
nella mente umana, mentre tutt’attorno, tra marmi di Candoglia come quel-
li del Duomo di Milano, sono in costruzione dodici stanze chiamate petali,
dai diversi nomi e colori, dedicate a riflessioni come “Pace ed eguaglianza”
(l’unica già pronta e accessibile su prenotazione), “Sincerità” (di colore celeste), “Generosità” (violetto), “Coraggio” (rossa) e via elencando.
Tutto attorno, carezzate dall’Oceano
e dal vento caldo equatoriale, tra il verde intenso di palme, banyan e frangipane, spuntano come oggetti marziani
le palazzine e gli uffici della città utopica con le loro forme avveniristiche.
Spesso le costruzioni sono lasciate alla
fantasia di architetti giunti da mezzo
mondo per sbizzarrirsi — come nell’eccentrico complesso a tratti gotico di
Auromodel — a tradurre in forma i concetti universali di perfezione e armonia
predicati da Aurobindo e Madre.
Ad Auroville non ci sono leggi codificate, né agenti in divisa per far rispettare le regole contro il fumo, le droghe, il
sesso che vigono spontaneamente tra i
mistici, i residenti-monaci vestiti sempre di bianco. Sebbene siano tutti consapevoli che ogni attaccamento mondano rallenta il distacco dalle “imperfette” forme fisiche attuali, in questa fase cosiddetta di transizione agli aurovilliani è ancora concesso di sbagliare e
di correggersi con i propri tempi.
Per diminuire la dipendenza dal denaro il negozio Pour Tous (per tutti) offre mercanzie in baratto. Un falegname
può offrire il suo lavoro in cambio di
buoni merce, lo stesso un elettricista,
un maestro di yoga, un ingegnere di
computer, un architetto. «Ognuno dovrebbe dedicare un terzo del suo tempo a lavori per la collettività», diceva
Madre. Ma anche gli scansafatiche, se
sono benvoluti per il loro buon carattere, trovano ospitalità in qualche stanza
della città in perenne costruzione.
L’aurovilliano diventa tale a tutti gli
effetti dopo due anni di prova come
“nuovo arrivato” e dovrà lasciare da
quel momento ogni suo avere precedente. In cambio potrà sperimentare le
proprie potenzialità creative liberate
dall’assillo dei problemi quotidiani. È
la comunità che mantiene i singoli disposti a condividere gli ideali e le aspirazioni dei fondatori, chi costruendo
case (la casta degli architetti ha un ruolo speciale ad Auroville), chi insegnando nelle speciali scuole della futura
umanità, oppure scrivendo libri e articoli per il bollettino comunitario o i
giornali, coltivando e distribuendo i
prodotti organici delle terre di proprietà della Fondazione, inventando e
installando pannelli e pompe solari o
impianti eolici, producendo incensi,
essenze e tessuti naturali nelle fabbriche relativamente ecologiche dell’area
industriale. È questo lo yoga integrale
insegnato da Aurobindo: per praticarlo
non pochi ricchi indiani, europei, sudafricani, statunitensi hanno affidato
tutti i loro averi alla Fondazione.
Un terzo degli attuali 1.800 abitanti
viene dall’India. Seguono i francesi
(300), i tedeschi, gli olandesi e gli italiani (un’ottantina), ben inseriti nella direzione collettiva della città. Uno di
questi è Luigi Zanzi, ex viaggiatore
hippy che da circa trent’anni si è stabilito qui e ora è responsabile del padiglione internazionale dedicato «all’u-
manità dei cinque continenti». «Non
siamo borghesi dell’avventura mistica,
siamo molto pratici e lavoriamo sodo»,
spiega. «Continuamente vengono qui
scienziati e consulenti per studiare
ogni soluzione ecologica esportabile
altrove. Stiamo anche lavorando a
un’enciclopedia di parole chiave che
definiscano concetti comuni a diverse
culture e tradizioni».
Luigi ammette però che l’utopia di
Auroville è certamente ancora molto al
di sopra delle capacità ricettive dell’attuale stato di coscienza del pianeta. Ma
per la ex rivoluzionaria Paulette Hadnagi, che ha scritto diversi libri sulle linee guida dettate da Madre, gli stessi
aurovilliani sono ancora ben lontani
dalla meta. Paulette alloggia nell’area
residenziale, in un complesso di casette un po’ buie e dal
disegno semplice, dove vivono
scrittori e artisti,
distribuiti anche
in molte delle altre aree chiamate
“Creatività”,
“Perfezione”,
“Nuova creazione”. Molti residenti con capitale
personale non
hanno lesinato
spazio e costose
soluzioni architettoniche ed è
difficile stabilire
quanti tra loro abbiano abbandonato
davvero tutti i beni per vivere di quello
che la comunità produce e vende per
mantenersi nel mondo assai poco utopico di oggi. «Il motivo è semplice»,
commenta con passione Giorgio Molinari, un fotografo e architetto ancora
“aurovilliano in prova”. «Molti di noi
non sanno se dopo qualche anno riusciranno ancora a vivere qui, abbandonando tutto per mettersi al servizio
della comunità e della divina coscienza. Ci vuole un grande e difficile salto
interiore».
Lo stesso Aurobindo disse una volta
di trovarsi solo al primo dei tre stadi
che danno accesso a quella dimensione dove i veri superuomini evocati nel
laboratorio di Auroville «hanno la
mente spaziosa come l’universo».
Il cuore del progetto
è la grande cupola dorata
del “Matrimandir”
All’interno il silenzio
è quasi perfetto e un unico
raggio di luce riflessa
simboleggia l’illuminazione
40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 27 AGOSTO 2006
Quattro anni fa il grande regista,
non domato dall’età né dalla malattia,
ha dato inizio a una nuova avventura:
instancabilmente dipinge, scegliendo i toni freddi
e opachi che predilige. A settembre, in occasione
dei suoi 94 anni, esporrà a Roma al Tempio di Adriano
S
ROMA
i chiama Silenzio a colori, e sembra la didascalia di
un suo film, ma è una mostra di dipinti su carte e
tele di Michelangelo Antonioni. Anche il lessico
per descriverli richiama le parole con cui generazioni di spettatori hanno cercato di evocare lo stile di quello
che il grande regista ha narrato sullo schermo: plastici silenzi, appunto, ellissi narrative, storie costruite intorno al vuoto;
l’eloquenza del vuoto, l’espressività straordinaria di inquadrature tanto più parlanti quanto più indirette, fino alla potenza del colore degli ultimi film (ma forse già l’intensità, l’evidenza del bianco e nero de L’avventura, La Notte, L’Eclisse,
era una sorta di colore); la sua sottigliezza infine, «sincope del
senso», come la definì Roland
Barthes celebrando Antonioni ventisei anni fa, paragonato già allora ai pittori (Braque
e Matisse) e all’estetica dell’Oriente. Ovvero il suspense
di immagini e storie che coglievano le realtà interstiziali,
i cosiddetti tempi morti delle
avventure. Esiste qualcosa di
più vero?
Dal 2002, cioè dal suo novantesimo anno, nel silenzio
della sua casa sul Tevere a Tor
di Quinto, per nulla domato
dalla malattia e dall’età, Michelangelo Antonioni passa
ore e giorni a dipingere il vuoto, a disegnare altri tipi di ellissi e di curve, di pieni e di
vuoti, di linee frastagliate e
riccioli che sembrano ideogrammi cinesi, geometrie
non euclidee e coloratissime.
Ha cominciato a dipingere in
campagna guardando i bambini, i nipoti. Un amico gli regalò un quaderno bianco e cominciò a fare disegni col pennarello. La moglie Enrica lo
incoraggiò offrendosi di aiutarlo a mettere il colore. Trascorsero l’estate del 2002 a
Roma a dipingere sul tavolo, il
rumore lieve del traffico fuori simile al brusio del mare, immersi nell’arancio, nel verde, nel rosa. A stendere i colori sono subentrate come assistenti Alessandra Giacinti e Monica
Dabbicco, diplomata in pittura all’Accademia di via Ripetta:
«Sono solo un pennello per lui, uno strumento», dice Monica, e mi parla della concentrazione, della determinazione di
colui che, pur dandogli del tu, chiama rigorosamente “Maestro”: «A differenza di me, Michelangelo non è mai stanco».
Entrambe hanno raggiunto una rara empatia nel silenzio della pittura, come testimonia il film realizzato da Enrica Antonioni: Con Michelangelo.
È lì che ho scoperto i suoi quadri, guardando la mano anziana che traccia linee sulla tela, le istruzioni assorte e appena percettibili che dà all’assistente per scegliere e disporre i
colori in un sovrapporsi di forme che suggerisce una tridimensionalità della tela. A chi fosse stupito (il regista de L’avventura divenuto espressionista astratto?), dico che questi
quadri illuminano magicamente tutto il lavoro di Antonioni.
Se è vero, come scrisse Walter Benjamin, che ogni testo letterario contiene in sé tutte le future e possibili traduzioni in altre lingue, l’espressività pittorica di Antonioni rivela una coerenza anteriore a ogni categoria e a ogni facile definizione.
Non ha forse detto lui stesso che «sotto l’immagine rivelata ce
n’è un’altra più fedele alla realtà, e sotto quest’altra un’altra
ancora, e di nuovo un’altra sotto quest’ultima?». Il celebre
passaggio, del 1964, così concludeva: «Fino alla vera immagine di quella realtà, assoluta e misteriosa, che nessuno vedrà
mai. O forse fino alla scomposizione di qualsiasi immagine,
di qualsiasi realtà. Il cinema astratto avrebbe dunque una sua
ragione di essere».
È per rendermi conto della visibilità di ciò che prima era invisibile che sono andato da Michelangelo Antonioni. È quasi
un genere letterario la “visita all’atelier” dell’artista, ma è con
apprensione, oltre all’onore per l’invito, che mi sono trovato
nella casa-studio dove vive da cinquant’anni. Faccio parte,
confesso, di quella generazione il cui entusiasmo per il cinema di Wenders (almeno i primi film) era in fondo un succedaneo a quello per i film di Antonioni (ero troppo piccolo per
parlarne in presa diretta). Del resto anche Wim Wenders ha
Plastici silenzi, ellissi narrative,
storie costruite intorno al vuoto:
tra le sue pellicole e la sua pittura
corre un filo di grande coerenza
Già Gilles Deleuze lo aveva
descritto come “uno tra
i più grandi coloristi del cinema”
FOTO DI ENRICA ANTONIONI
BEPPE SEBASTE
espresso la sua venerazione per il Maestro in un memoriale
che racconta la realizzazione di Al di là delle nuvole (Il tempo
con Antonioni. Cronaca di un film, edizioni Socrates). Eccomi dunque qui, di fronte alle vetrate che offrono una vista a
360 gradi, compresa la curva del Tevere e le pinete, i campi da
tennis di un centro sportivo, e altre pareti coperte di libri e
quadri tra cui, oltre a una delle bellissime Montagne incantate che il regista cominciò a dipingere negli anni Settanta, riconosco le sue nuove geometrie colorate. Accanto al tavolo
da lavoro noto le decine di boccette di colori acrilici (polycolor), varietà di verde, giallo, lilla, rosa, tutti i colori “freddi” e
opachi che Antonioni predilige. Quindi ci sediamo fianco a
fianco, e guardiamo i suoi quadri già scelti per la mostra che
sarà inaugurata a Roma in settembre. Prima i grandi formati,
un metro per uno e mezzo, che Enrica e Monica ci mettono
davanti agli occhi. Michelangelo Antonioni è impaziente
quanto me di riguardarli.
Il primo si chiama Cornucopia, e il fondo color oro è l’ultima cosa che ha messo. Emergono forme azzurre, verde acqua, rosa e rosse, le sue “icone”, riccioli e altre forme a volte
morbide a volte appuntite che fanno pensare a segni calligra-
fici, caratteri cinesi stilizzati, kangji, ma anche a una sua firma reiterata. Alla domanda se abbia influito su di lui il viaggio
in Cina e il documentario che ne fece negli anni Settanta, la risposta è che l’Oriente (Cina e Giappone) lo hanno sempre affascinato e coinvolto, e di viaggi ne fece parecchi (Roland
Barthes, l’autore de L’impero dei segni, non aveva torto). È in
Cina che Antonioni inventariò una serie infinita di tonalità di
blu. Guardiamo ora un quadro caotico e imponente, grandi
righe nere verticali, e forme dai colori delicati. Poi Tanti punti, un quadro dal fondo nero da cui emergono diramazioni come cactus dense di colori rossi, gialli e verdi primaverili, una
primavera frizzante come una canzone di Brian Wilson. Così
come Fuoco d’artificio, esplosione di colori gioiosi, blu e verde soprattutto, su un fondo rosso-rosa. Totem, una superficie
verde chiaro, una spazialità quasi desertica, e poi Festival del
cinema, frutto di mesi di lavoro, dove prevale il particolareggiamento, una varietà di forme minuziose, caleidoscopio di
colori e linee che si intersecano o si costeggiano in una miriade di scene di colori e forme astratte, dove ancora prevale il
verde, un verde creato dal pittore. Il verde, dice Monica, è il
colore preferito dal maestro, insieme al viola. Vedo nei qua-
DOMENICA 27 AGOSTO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
I DIPINTI IN MOSTRA A SETTEMBRE
La mostra dei dipinti su tela e su carta di Michelangelo Antonioni
sarà inaugurata a Roma il 29 settembre prossimo, nel giorno
del novantaquattresimo compleanno del grande regista,
al Tempio di Adriano, e si concluderà il 22 ottobre. L’allestimento
è stato curato da Renzo Piano, Massimo Alvisi, Junko Kirimoto
e Enrica Antonioni, moglie di Michelangelo. La mostra
è una delle iniziative legate alla “Festa del cinema di Roma”,
in programma dal 13 al 21 ottobre
Michelangelo
Antonioni
Il silenzio a colori, dai film ai quadri
Si riconosce il verde-giallastro
del cappotto di Monica Vitti
in “Deserto rosso”, il blu e rosso
delle baracche di Ravenna,
DALLA MANO ALLA TELA
I titoli delle tre tele di Michelangelo Antonioni,
dall’alto: “Totem”, “Cornucopia”,
“Festival del cinema”, foto di Luca Pron
Le foto del Maestro che dipinge
sono di Enrica Antonioni
dri il verde giallastro del cappotto di Monica Vitti in Deserto
rosso, il blu e il rosso delle baracche del porto di Ravenna, i colori delle camicie di Jack Nicholson in Professione: reporter, e
così via. E penso a una frase altrettanto ellittica di Antonioni
all’epoca del suo primo film a colori: «Se c’è ancora dell’autobiografia, è nel colore che essa deve essere trovata».
Guardo col Maestro una grande tela verticale dove domina
l’ocra. Guardo le carte, le tempere, una bellissima dal titolo
African rug. Tutti i suoi quadri inducono un andirivieni continuo dell’occhio dello spettatore, tutti evocano una tridimensionalità raggiunta dall’accostamento delle forme e dei
colori, che lungi dall’apparire grafici acquistano rilievo. A
proposito di alcuni dipinti che all’inizio la sconcertano, Mo-
FOTO DI LUCA PRON
Repubblica Nazionale 41 27/08/2006
le tinte delle camicie di Nicholson
in “Professione: reporter”
nica mi dice che «il Maestro arriva sempre a un equilibrio, è
capace alla fine di armonizzare tutto», anche i segni apparentemente più incongrui. E guardo il Maestro osservare i
propri quadri, seguirne con le dita le superfici, accarezzarli
senza toccarli, guardarli con le mani, infine controllarne la firma (idea, ancora, che le sue “icone” ricorrenti siano altrettante firme). È spettatore divertito e intrigato delle sue stesse
creazioni, come se non ne fosse l’autore. Guarda se stesso come un altro. Finché li licenzia con un gesto, non senza avere
pronunciato un commento: «Bello», «molto bello», oppure
un ironico «mamma mia!», come a dire: che follia avere fatto
questo quadro. Il distacco dai suoi quadri, mi dice Enrica, ripete l’atteggiamento che aveva nei confronti dei suoi film, e
va connesso col detto pascaliano che amava ripetere citando
il pittore Giorgio Morandi (che Antonioni frequentò e amava
molto): «Il vero artista è colui che sa stare da solo in una stanza». Ma nel suo atteggiamento, come nei suoi dipinti, c’è anche una componente di gioco e di audacia che forse solo la senilità — infanzia riconquistata — può dispiegare con tanta
anarchica leggerezza: le sue opere sono una festa della libertà.
La loro tridimensionalità trova conferma in altri suoi lavori, sculture e collages, fatti di cartoncino con dentro polistirolo oppure legno. Intagli di diversi colori, incastrati e incollati
creando scenografie complesse, spesso impossibili (come si
diceva delle ipotesi spaziali e volumetriche dell’architetto
Frank Gehry), prolungano il piacere tattile della sua ricerca.
Monica, l’assistente di Antonioni, sottolinea di nuovo la capacità del Maestro di trovare sempre una ricomposizione a
ciò che si presenta all’inizio come una frammentazione irredimibile, di giungere ogni volta a una soluzione armoniosa
dell’informe, anche a dispetto della sua incredulità.
La mostra di Michelangelo Antonioni sarà accompagnata,
tra l’altro, dal testo di un patologo americano e studioso di cinema, David Kaminsky. Alludendo all’aspetto terapeutico di
questo “silenzio a colori”, parla di «una dimensione comunitaria di colori che sembra violare l’austerità e la solitudine dello stile dei suoi film». Può darsi. Ma a me viene in mente che il
filosofo Gilles Deleuze, nel suo primo libro sul cinema (L’immagine-movimento), scriveva già di Antonioni come di «uno
tra i più grandi coloristi del cinema». Ne tratta nel capitolo dedicato al “volto”, cioè al primo piano, “immagine-affezione”
che conferisce qualità di volto a ogni inquadratura, cioè intensità, capacità di rilanciare l’affettività e la potenza dell’immagine con un effetto più ampio e duraturo di ogni causa e di
ogni logica rappresentativa. Questa qualità di volto, o primo
piano, sarebbe data proprio dal colore. Deleuze notava quindi «l’uso di colori freddi spinti a massimo della loro pienezza
o della loro intensificazione, per oltrepassare la funzione assorbente», in cui «il colore porta lo spazio fino al vuoto, cancella quanto ha assorbito», fino ad arrivare (scopo del cinema
di Antonioni secondo Deleuze) «al non-figurativo», «un’avventura il cui termine è l’eclisse del volto, la cancellazione dei
personaggi». È la vocazione al deserto di Antonioni (Deserto
rosso, Zabriskie Point, Professione: reporter, ma anche il parco e il campo da tennis di Blow up). L’amore di Antonioni per
i quadri di Mark Rothko, attestato da un loro carteggio, conferma questa estetica, dove il silenzio delle storie e delle relazioni umane, quella “incomunicabilità” fin troppo insistita
dai critici, è viatico e tensione verso lo spazio puro, e da esso
al vuoto.
Penso tutto questo riguardando i quadri del Maestro nel silenzio dell’attico che si affaccia sul vuoto, e sulle pinete lungo il Tevere, e sui campi da tennis rossi che macchiano quel
verde. Che cosa è il colore? Ricordo un dialogo centrale di Deserto rosso. Lei: «Che cosa vogliono che faccia coi miei occhi?
Cosa devo guardare?» Lui: «Lei dice: “cosa devo guardare”. Io
dico: come devo vivere? È la stessa cosa».
Ha detto Michelangelo Antonioni all’epoca di quel film:
«Non esiste il colore in assoluto. È sempre un rapporto. Un
rapporto tra l’oggetto e l’osservatore (addirittura lo stato fisico dell’osservatore), tra l’oggetto e la direzione dei raggi che
l’illuminano, tra la materia di cui è formato l’oggetto e lo stato psicologico dell’osservatore, nel senso che entrambi si suggestionano a vicenda. L’oggetto cioè con il suo colore ha una
determinata suggestione sull’osservatore, e questi contemporaneamente vede il colore che in quel momento ha interesse o piacere a vedere in quell’oggetto». E ancora: «È con l’abitudine che si impara a guardare i colori. È dopo una certa
esperienza che riusciamo a distinguere quanto c’è di grigio in
un giallo o quanto c’è di blu in un grigio. E questi sono fattori
dai quali non si può prescindere nel cinema a colori perché la
pellicola riproduce molto più fedelmente di quanto l’occhio
umano non sia in grado di vedere e riprodurre quel colore in
un determinato oggetto. […] Ma nel cinema tutto ciò che nella vita comune è inconscio deve diventare consapevole. E lo
diventa appunto con l’abitudine, l’abitudine a guardare i colori così come sono, a guardare la realtà così com’è. Colorata». Il cinema di Michelangelo Antonioni continua nel silenzio a colori delle carte e delle tele.
42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 27 AGOSTO 2006
la lettura
Animali-simbolo
Angelicato e demonizzato, leccornia e alimento-tabù
Ora questa bestia controversa sarà protagonista
al Festivaletteratura di Mantova grazie a un libro
di Stefano Scansani, arricchito dall’opera teatrale
in gramelot di Dario Fo che qui anticipiamo
Il maiale, istruzioni per l’uso
MICHELE SERRA
er misteriosissime ragioni (il caso? remote epidemie?
ossessioni private di individui influenti poi divenute
tabù sociali?) il maiale è, tra tutte le bestie, quella più
controversa nel giudizio degli uomini. Oggetto del
più radicato e diffuso veto religioso-alimentare presso alcuni, divorato con devozione e passione presso
altre culture che lo hanno posto su un vero e proprio altare gastronomico. In ogni caso, l’animale sacro per eccellenza: demonizzato oppure angelicato, impuro o viceversa così puro da poter essere consumato dalle orecchie al codino, comprese le trippe e i grassi garretti, comunque levato dalla mediocrità per assurgere a un ruolo di notevole eccellenza simbolica.
Repubblica Nazionale 42 27/08/2006
P
Porcelli
con le ali
in paradiso
e ritorno
DARIO FO
GIULLARE
Dario Fo dietro una tavola con le zampe di maiale
Lo sguardo umano, le orecchie
che paiono una pettinatura
estrosa, il grugno vibratile,
il codino riccio: tutto in lui,
per sua sventura, è simpatico
e affabile, irresistibile già da vivo
In alcuni luoghi della Terra, per esempio la Pianura Padana,
questa bestia cilindrica, in forma di boiler semovente, è in pratica deificata. Le si dedicano mostre piuttosto colte (memorabile quella di una ventina d’anni fa a Reggio Emilia, che è un po’
la città santa dei suini), scienza zootecnica e culinaria raffinatissima, culto iconografico diffuso (molti i collezionisti di maialini di ceramica, panno, legno e altri materiali). In Spagna li si
nutre di sole castagne per ricavarne prosciutti famosissimi,
contadini di ovunque allevano il loro personal-maiale nutrendolo da pascià prima della sinistra cerimonia della mattanza, e
l’allevamento intensivo è così intensivo da interessare il bacino
del Po, fino al delta e al mare, di un allarmante inquinamento da
cacca e pipì di porco, oggi un po’ più sotto controllo ma fino a
pochi anni fa da allarme rosso.
Questo testo di Dario Fo, intitolato “La presunzione del maiale”,
è tratto dal libro “Fenomenologia del maiale”, in uscita a settembre
L’attore e premio Nobel lo recitò a Castell’Arquato nel 2004
per il programma di Raidue “Teatro in Italia”. I disegni, sempre di Fo,
sono tratti dalla “Bibbia dei villani”
Q
uando ol Segnòr Padreterno Iddio u
l’ha creato ol porco, u l’ha dit: «Bon,
sperémo de no’ avér combinàt ‘na
purselàda».
El porco l’era felìz, beato de la so’ condisiùn. Lü, porsèl, maiàl, puórco,
quàrche volta ciamà anca vèrro... l’era satisfà,
alègro d’avérghe cossì tanti nomi. Ol stava tüto ol
ziórno, inséma a la sóa fémena, a roversàrse, a
sgorgonciàr inta la buàgna, nello smerdàsso, nello scòrco, nello scagàsso che ol faséva: ol se sprignàva, ol criàva, ol ciapàva
dei srobodón, ol cantava e ol
rideva. Faséva dei sgrogognà,
no’ soltanto ne’ lo sòo de
smerdàsso, ma anca in quèlo
de tüti j artri anemàli, perché
ol diséva: «Pü spüssa, pü qualetà!».
I fasévan l’amor a sbàtisbàte che l’era un obséno
scàndelo! I criàva de plazér
che pareva se scanàsse! I
sbròffi e i schìsi degli
smerdàssi ‘rivàva fin al ziél,
co’ tüti i rumori e le spüsse,
‘me stciòpo de sboàsso, che
un ziórno el Padreterno, fa
per vegnìr fora de ‘na nìvola...
puhaa... ghe ‘riva ‘na sbruffàda che par poco no’ el lava tüto!
«Ohi!, se l’è? Ehi, porsélo! Ma te sèit proprio un
puórco! Ma no’ te vergogni andàrte a srotolàrte in
‘sta manéra a sgrofón, a sbati-sbate, a far l’amor!
Fra ti e la tua fémena, sit proprio la zozza sporselénta del creàt!».
«Ma Segnòr Padreterno... — sgrógna mortefecàt
ol maiàl — te sèit stàito pròpi ti che me gh’ha creàt
con ‘sto sfìsio gaudurióso de sguasàr in la fanga de
scagàsso. Noàltri no’ ghe se pensava mìga!».
«D’acòrdo, ma ti ol te sèit esageràt! Te ghe va
dentro sànsa creànsa e co’ gran solàzzo in ‘sta
boàgna e a farghe l’amor. Ma dico, te set già inta la
merda... state bon! No! Ti te va a cantàr l’Excèlsis
Gloria a Deo! Va ben... ad ogne manera, se te va ben
e sèit cuntènto de ‘sta condesión, staghe pure
tranquìlo!».
«No, en veretà Segnor, no’ per sopèrbia... no’
vorrìa che te se offende... ma mi no’ so’ tanto sotisfàtto de la mia condesión».
«Cossa te voi? Che te torga via la spüssa a la merda?».
«No! Sarìa come cavàrghe l’ànema a un cristiàn!».
«E allora, cosa te voi?».
«Vorarìa le ali!».
«Le ali?!».
«Sì... pe’ volare!».
«Ahahaaa!... Ma sèit proprio mato! Ma te pensi...
ti che te vai volando?! Un porsèlo volante che va
spantegàndo tanfo e smerdasso par tüto ol creato!
Co’ gli anemàli de sóto che i crìa: oh cos’è ‘sto desàstro!».
«No, nol sarìa spantegàr boàgna, ma ol sarésse
conzéme maravegiòso per ogne lògo... despàrgere sanetà e ‘bondànzia per fiori, frutti e frumenti!».
«Ohé, tu gh’ha un bel zervélo! Porsélo questo de
lo smerdàzzo che va a conçemàre nol gh’avéa miga pensào! Bravo! Te me gh’hai convenzùo. Te fàgo le ali».
«Grazie Deo!».
«Ma soltanto a ti, al verro... la fémena niente! A
pìe!».
La fémena se mette a piàgnere desperàda: «Ecco, ol savéo... sempre de contro a noàltre fémene!
Me l’avéan dit che ti, Deo, ti era un po’ mesògeno!».
Tàse fémèna e sta in la tòa boàgna! Basta! Pitòsto ti verro, se te voi proprio portàrte la tòa fémena per el ziélo, te lo poi fare: te la embràsi tütta ben
bene e ten vai volando».
«No, non pòdo Segnor. È emposìble, perché mi
gh’ho le brassa cürte... sémo slarghi... sémo co’ de
le panze che no’ finìsse. Come che se stregnémo
ambrassàdi, co’ tutto lo smerdàsso che gh’émo
adòso, entànto che volémo, la méa scrofa scarlìga
dei man e me slìsega de föra... puhaam... la presìpeta... se schìscia par le tere e me resto senza fémena!».
«Ehee, ma mi so’ miga vegnü Deo per racomandasión! Ti te pensi che mi te pòdo farte le ali
se no’ gh’ho già avüt il pensiér, ante, de la solusiùn?».
«Che solusiùn?».
«Faghe mente! Mi t’ho fàito apòsta un pindorlón tüto sbìrolo come un cavabusción... ti
t’ambràssi la tua fémena e te lo ghe sfrìssi profùndo, te la strìsi de fròca de amòr e te poi andàr volando anca senza man! Nol te la devi tegnìre!».
«Grazie Deo! Nol gh’avéo pensàito!».
«Bon, adeso pónete en genógio che fago ‘sto
meracolo meravegiòso!».
El Segnòr volse i ögi al ziél, fa un segn co’ la mano santa e... sfrum, sfram... su la stcéna del verro
ghe spónta le ali meravegiòse, d’argento! La fémena lo ambràssa e dìse: «Ohi, l’è nasùo l’ànzelo
dei porsèli!».
Ol Deo dìse: «Férmete, no’ te andar de prèscia.
Ol gh’è ‘na condesiòn: stàit aténto, le ali so’ legàt
co’ la ciéra!».
«Co’ la ciéra? — fa il porco — Come quèle de Icaro?».
«Sì, te gh’hai endovenàt. Ma cosa te ne sai ti dell’Icaro?».
«No’ te se desméntegare che noàltri porséli sémo dentro tüte le fàvule de Fedro!».
«Ohi!, a gh’émo un porsèlo classico! Chi l’avarìa
mai ditto?! Alóra, tel cognóse ben quèl che gh’è capetàt a l’Icaro, che volando verso el sole ghe se son
sparghegnà tüte le ale e l’è sprofondàt par tèra e ol
s’è tüto stcepàt! Quèlo el pò succéder anca a ti.
DOMENICA 27 AGOSTO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
IL LIBRO
Il libro da cui è tratto questo testo è “Fenomenologia
del maiale” (Tre Lune Edizioni, 220 pagine, 30 euro)
di Stefano Scansani, giornalista e antropologo culinario
È un’esplorazione dell’universo del maiale in ogni sua
dimensione: fisica, chimica, religiosa, sociale, magica,
economica, psicanalitica. Il volume, corredato
da un ricco apparato iconografico, sarà presentato
al Festivaletteratura di Mantova il 7 settembre da
Scansani e dallo stesso Fo alle 21,30 in Piazza Castello
Repubblica Nazionale 43 27/08/2006
Probabile che questa tradizione contribuisca al disgusto che
alcuni popoli semiti hanno per noi mangiatori di maiale, ulteriore prova a carico della nostra impurità. Per altro, il clima temperato o meglio ancora freddo pare stemperare parecchio, fino
a cancellarli del tutto, i tabù alimentari, quasi tutti nati nel deserto e nei climi caldi, quando solo il preziosissimo sale, o l’ancor più prezioso miele, servivano a conservare gli alimenti. La
scoperta del frigorifero e del sotto-vuoto è evidentemente ancora troppo recente, rispetto ai ritmi solenni della storia umana, per disinnescare gli antichi anatemi contro il porco e altre
mirabilia proteiche.
Nell’attesa che, entro qualche millennio, gli uomini trovino
ragioni meno arcaiche per scannarsi, noi di quassù possiamo
continuare a godere del porco sotto una quantità di forme qua-
Aténto, alóra!».
«Sì, d’accordo!».
E ol vola via ol Deo. Ol porsélo e la sòa fémena i
resta lì un momento; ol porsélo prova a volare, fa
un ziro, zira de novo: «L’è un plazér!».
«Ferma, aspècia, ambràssame, spìrcame!» vusa la scròfa. Proock... Svrip, svop, svuom... fra le
nìvole i vola. La fémena crìa: «Che maravégia! Me
par de esser in del Paradiso!».
«Paradiso? Ol tu gh’hàit rezòn! Andremo in Paradiso, mi e ti!».
«Ma no, non se pol. No’ deméntegarte coss l’ha
dit ol Deo Patreterno... che gh’è el sole... «.
«Ma no’ gh’è besogna d’andàrghe col sole! Speciémo che ghe sia el tramonto, andarém con lo
scuro, quando che gh’è note!».
«Ti ha un zervèlo davéra! Ma come fasémo a
ciapàr ‘na rencórsa tanto da rampegàrse, tüti embrassàdi, lassù?».
«Basta far ‘na zivolàda!».
«Come, ‘na zivolàda?».
«Prima se spargémo bélo ungi de grassa e de
smerdàsso. Andémo, ecco, qua, végne, végne, végne, andémo sulla salìda longa che gh’è in su ‘sta
montagna, slassighémo giò per le valli, vai, vai,
vai... Strìgneme! Vai, aténta che slargo le ali!...
puhaa!... ieheee!».
I monta, i monta, i monta, cala una maravegiòsa ùffia de vento che va e che tira e arriva in fondo,
i salta la luna e arriva in Paradiso. Come i sont in
Paradiso, oh Deo, Deo, maravegióso! A gh’è la fémena che quasi desvégne, a gh’è dei frùcti!, a gh’è
delle pérseghe!, delle ciréise!, grande, grande...
Oheu che grande! I par che i se pol stàrghe dentro
in dói, imbrassài a sgorgognàr in de la polpa: «Varda quèlo, pare ‘na cupola de catedràle, che meravégia!, andémo dentro!». Puhaa! I va dentro, se
sròtola, se sprégna, i fa l’amore, i crìa.
Entanto, en quel momento, appresso, o gh’è
tüti i santi del Paradiso e i ànzeli che canta le glorie del Signore. «Oheu che spüssa!... che tanfo tremendo!».
«Ma chi stona?! — ariva ol Padreterno — Che
spüssa tremenda! Chi è che l’ha scurrezzà?».
E tütti se volta a sguardàrse entórno, e allora il
Padreterno el dise: «Ohi, so ben mi da dove vegne
‘sta spüssa sgragagnàda! Jè el tanfo de ‘sto maiale
porsélo che l’è vegnüd chi lò in Paradis e che s’è
si incredibile. Un glossario improvvisato (prosciutto, salame,
mortadella, coppa d’inverno e coppa d’estate, culatello, braciole, cotolette, arrosti, nervetti, strutto, cotechino, zampone,
zampetto, testina, lardo, fegato, orecchie…) schiude un universo sterminato di alimenti e dunque di tradizioni, cotture,
conservazioni, metodi di tritatura e insaccatura, stagionature,
tagli (il salame sempre e solo al coltello, gli altri insaccati anche
con l’affettatrice).
Il pane, nella sua santa umiltà, rimane il compagno ideale del
porco, che pure viene ottimamente usato anche in connubio
con legumi, verdure e minestre di ogni genere, in agrodolce (la
braciola con le banane è un portento…), secco, in umido, alle
braci, freddo, bollente. Neanche la prodigiosa vacca può vantare un ventaglio di usi così vario e fantasioso.
Si deve aggiungere che l’animale, allo sguardo umano, si presenta irresistibile già da vivo. Dalle orecchie che paiono una pettinatura estrosa al codino riccio, dal grugno vibratile al doppio
unghiolo che affonda nel fango, tutto nel maiale è, per sua sventura, simpatico e affabile, anche se il suo carattere forte, tipico
delle persone intelligenti, spesso dissuade dagli eccessi di confidenza. Pare che il morso del maiale sia tra i più dolorosi e ferini. Il solo dettaglio che potrebbe giustificare la fama di bestia immonda è — quello sì — il fallo dall’inverosimile forma a cavaturaccioli, che se non vado errato è il solo pezzo del maiale che non
abbia dato vita a pietanze rinomate. Probabile che finisca anche lui negli impasti per insaccati. E dunque, in fondo alla catena alimentare, nel fondo della nostra anima, che è pur sempre
un pochino a cavaturaccioli anche lei. Impura anche lei.
infricà de següro deréntro la polpa dei frùcti! Alàrme, alàrme! Santi e beàti, catéme el porsélo e la
sòa fémena! Chi de voi altri santi riussirà a catàrli,
ghe fàgo un cerción d’aurèola come ‘na cupola!
Via!».
I ànzeli sòna le trombe: «Tàtàtàtàtàtààà!». Tüti
i córe, i vanno! Par de essere a la caccia al cervo! E
sübeto a gh’è la fémena che sente el criàre: «Andémo, scapémo, lanzémose giò per la terra!». Se ambràssono, co’ le ali strengiüde, i bórla a picco:
«Uuuahaaa!». «Slàrga le ali adéso... sémo dopo la
luna!». Puuhuaa!, se spalanca le ali... quarche pluma vola via... ma le tegne, le tegne, le tegne! «Sémo salvi, ol sole non l’è ancora spuntào! Non è ancora spuntàooo!».
Praamm! El sole no’ a l’è ancora spuntao ma
spunta el Segnor Padreterno de una nìvola:
«Ahaahaa, porsélo! Che te credevi ti? Sole! Spunta!».
«No, non vale Padre! Non è ne le regole, l’è contro la natura... l’equilibrio del creato!».
«Son mi l’equilibrio del creato! Mi fago le regole,
e fago spuntare el sole come e quando me pare!».
Wuuoomm! El sole végne fora: «Brüsaghe le
ale!» ordina el Deo. Bruuhaa... arriva ‘na sfèrzula
sovra le ali, brüsa... böje... còte! Va via le plume, le
penne va via. El porsélo resta sanza nagòta, pelà
come un polàstro... presipeta: «Uuhaaaa! Se schiscémooo!».
Meravégia de tutte le meravégie, i va a spaloccàrse deréntro ‘na gran possa de buàgna, fanga e smerdasso... Pruuahaaa! Pruumm! Tüti li
sprüzzi de lo smèrdo so’ sparà in alto, nel ziélo. Ol
Padreterno che se spórge a controlà el porsèlo
ch’ol bórla giò, de bòto se scansa... che per puòco
no’ s’è sgorgognàa! E pruuhaamm! Prooff...
puhaa... sciaffrrr... vuuaa... ploploplo... plo...
glo... gloglogloff! Ol porsélo sorte dal mastelón:
glogloglo... A gh’ha tüto ol naso schisciàdo coi do’
bögi, che ghe resta per l’eterno, schiscià per puniziùn de quel volo... proprio come adéso.
Piàgne, piàgne el porsélo: «Deo!, che pünisiun
tereménda che te m’gh’hait dàito! Le mie ale maravegiòse! Vèrra mèa... no’ anderò gimài plu in Paradisooo!».
La fémena ol càta e ol tira derentro nello
smerdàsso: «Vegne, bel porcón! Vegne co’ mi embrassàto e conténtess, che ognùn gh’ha ‘l suo Paradiso!».
44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 27 AGOSTO 2006
L’8 settembre 1966 cominciava sulla Nbc un viaggio
da record nel campo della science-fiction: settecento
episodi tv, dieci film, otto romanzi, milioni di fan,
ma soprattutto più mondi, più alieni, più tecnologia
di ogni altra saga. La ricetta di questa spettacolare
longevità? Tolleranza, ottimismo, fiducia nell’uomo
Repubblica Nazionale 44 27/08/2006
Da
qua
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PINO CORRIAS
ndiamo. Luce
bianca dell’Enterprise che frigge
sui bordi neri della Galassia.
Tenente Hikaru Sulu alla consolle: «Motori pronti per la
curvatura. Chiedo il permesso di
partire, signore».
Comandante James Tiberius Kirk:
«Permesso accordato. Andiamo».
Andiamo, d’accordo.
Da quaranta anni (decodifica in
tempo terrestre) la chiave di Star
Trek è già tutta qui. In quell’andiamo
da viaggio perpetuo. In quel lontanissimo West da cavalcare senza invadere. Da esplorare senza distruggere. Da conoscere senza conquistare. Perché è sempre proibito (per il
bene comune, il bene planetario) interferire con gli altri mondi, le altre
forme di vita, le altre civiltà cresciute
nel ghiaccio, sotto a cinque lune o
dentro a una bolla di idrogeno o governati da un finto dio misogino. Altro che guerre preventive.
Andiamo: c’è una traiettoria da seguire. Una destinazione da raggiungere. Altri mondi da visitare, dopo
quelli dei Klingon e dei Romulani.
Perché lo spazio non è freddo e non è
vuoto. Ma ha uno scopo che viaggia
lungo ogni frontiera valicata: la vita.
In movimento perpetuo. Come la luce che si espande tra le stelle. Come le
avventure che si intrecciano su ogni
quadrante galattico lungo le rotte
elaborate dal dottor Spock, il vulcaniano che non prova mai emozioni.
Come tutti i sentimenti pressurizzati nei cuori degli equipaggi che nella
sala comando della Nave decidono
infine di abbassare gli schermi protettivi Faser e trasformare il nero dello Spazio nell’iperbianco che corre
alla velocità della luce. Andiamo.
In questi quaranta anni Star Trek
ha macinato molti più anni luce di
Guerre stellari. Molta più cibernetica
di Isaac Asimov. Molti più universi
paralleli di Philip K. Dick. Nei suoi
settecento episodi televisivi, dieci
film, otto romanzi, ha generato più
mondi, più imperi stellari, più facce
aliene, più costumi, più armi, più
medicine, più androidi, più tecnologie di qualunque altra saga della fantascienza.
Ha pensato in anticipo i computer
palmari, i telefoni satellitari, i minidischi. Ha reso plausibile la magia
del teletrasporto lungo i cunicoli dello spazio tempo. Le guarigioni istantanee nell’infermeria del medico di
bordo Leonard McCoy. E naturalmente il magnifico replicatore inox,
capace di sintetizzare qualunque alimento dalle molecole dei rifiuti, al
quale il comandante Jean-Luc Picard, nella serie più bella, la seconda
di sei, Next Generation, chiede: «Tè
Earl Gray caldo, per favore».
Pure la storia dell’ideatore di Star
Trek avrebbe diritto a un film o alme-
no
a
un
episodio
specchiante. Si
chiamava Gene Roddenberry. Nato nel 1921.
Texano di El Paso. Duro. Pilota di caccia nella Seconda guerra
mondiale. Poi sulle rotte civili Pan
Am. Poi detective a Los Angeles. Poi
all’improvviso morbidissimo scrittore di science-fiction, ma senza pistola a raggi gamma per liquidare gli
alieni. Pacifista in piena Guerra
Fredda. Perciò primo episodio addirittura rifiutato dalla Paramount per
assenza di sangue, sparatorie, inseguimenti, eccetera. «Troppo cerebrale», dirà la stroncatura: tanto
sballata da passare alla storia, anno
1964. Il che voleva dire riscrivere con
un po’ più di muscoli americani in
azione. Cosa che Roddenberry fece
senza forzare mai troppo, lasciando
quel sovrappiù di introspezione ai
suoi personaggi, che sempre sorvolano non solo le differenti atmosfere
analizzate dai sensori dell’Enterprise, ma anche i misteri del bene e del
male, gli equilibri fragili della coesistenza, la chimica che lega il potere
alla violenza, l’odio all’amore. «Forse un giorno scopriremo che il tempo
e lo spazio sono più semplici dell’equazione umana», dice in un finale
d’avventura il comandante Picard.
Memorabile.
Via libera alla serie due anni più
tardi, esordio sulla rete Nbc, prima
serata dell’8 settembre 1966. Equipaggio con tute in maglia elasticizzata, niente effetti speciali a parte la
nebbiolina del “raggio traente”, le
porte elettriche degli alloggiamenti,
e le orecchie a punta del dottor Spock.
Ma specialmente equipaggio interrazziale: un russo in plancia, un giapponese al timone. E perfino una donna nera con funzioni di comando, il
tenente Uhura, che giusto in un episodio del turbolento 1968 avrebbe
baciato il comandante Kirk, bianco
caucasico, americano, come mai sarebbe potuto accadere sul Pianeta
Terra, meno che mai in televisione,
con telefonata di congratulazioni
dell’autentico Martin Luther King alla autentica attrice Nichelle Nichols.
Da lì in avanti, ingranaggi in moto
e decollo stabile della serie. Apoteosi
di Roddenberry che nella vita vera
macina due mogli, quattro figli, molti soldi, un po’ di libertà creativa. Vara i 178 episodi di Next Generation
che gli assomigliano di più. Scrive:
«Mi accorsi che creando un mondo a
parte, un mondo nuovo, con nuove
regole, si poteva parlare con più facilità di sesso, religione, Vietnam, missili intercontinentali». Si gode un po’
del successo planetario che gli sareb-
be
assai
sopravvissuto. Lui muore
nell’anno 1991: incenerito per sua volontà e
congedato dal pianeta dentro
a una capsula spedita in orbita
perpetua. Andiamo.
La serie televisiva è cresciuta come
fanno le immense stazioni orbitanti
nello Spazio, un pezzo alla volta, una
ramificazione alla volta, ma poggiandosi tutte su un solo bullone indeformabile: il principio universale
della Prima direttiva, parente stretta
della Tolleranza. La Prima direttiva
governa la Galassia dall’inizio del
ventitreesimo secolo. I fuochi delle
antiche guerre si sono spenti. I pianeti convivono dentro alla Federazione dei pianeti. La Federazione governa la Flotta stellare. La Flotta stellare ha una missione da compiere,
l’esplorazione dell’universo. L’Enterprise è la nave più potente, quella
che forza tutte le colonne d’Ercole,
tutte le barriere di energia, verso lo
«spazio, ultima frontiera», al di là di
quel diciassette per cento di universo cartografato, «where no man has
gone before», dove nessun uomo si è
mai spinto prima.
La Prima direttiva proibisce alla
flotta di interferire con la vita dei singoli pianeti, le loro civiltà progredite
o remote. Le guerre in corso o i disastri imminenti. Non più piegare il
flusso degli eventi, né correggerli.
Ma naturalmente la storia infinita di
Star Trek e del suo equipaggio, quello che muove le sue avventure astrali e che riempie le pagine del diario di
bordo, sono la trasgressione a quella
prima legge. Le sue violazioni, talvolta piccole ma cariche di conseguenze. Talvolta inevitabili. Perché ci sono sempre altri imperi e altri mondi
in conflitto. Ci sono civiltà in espansione, ognuna con le proprie ragioni,
desideri, ossessioni. I Ferenti per
conquistare ricchezze. I Klingon per
difendere l’onore. I Cardassiani per il
potere. E i Borg per programmata distruzione altrui.
I Borg sono metà umani e metà
macchine cibernetiche. La metà cibernetica rende inderogabilmente
cieca la loro volontà. Ma è la metà
umana che alimenta la loro crudeltà
totalitaria: distruggere per nutrirsi.
Nutrirsi «perché vogliamo miglio-
rarci».
I
Borg operano per mutilazione, trasformando gli
altri corpi in aggregati di
carne e circuiti elettronici. Sono i nemici puri, gli invasori perpetui. Vengono dal nulla. Sono inarrestabili. Possiedono tecnologie superiori. Non si preoccupano delle loro
perdite. Sono la vera minaccia alla
sopravvivenza di tutte le specie. Il
Buco nero. Il Male da combattere e da
sconfiggere. Andiamo.
Stavolta neppure forzando la Prima direttiva: legittima difesa. Né tradendo troppo il pacifismo di Roddenberry. Meno che mai riuscendo a
scalfire davvero il cielo rassicurante
di Star Trek. Che è poi la ragione più
profonda della sua longevità spettacolare. Quel futuro dell’avventura
umana pensato sempre al meglio e
non al peggio. Dove nessun cielo post-nucleare ha sbiancato i volti dei
suoi personaggi. Dove non c’è la fame e la miseria radioattiva che ha trasformato la Terra di Dune, nel nuovo
medioevo raccontato da Frank Herbert. E neppure la solitudine senza
scampo, l’infinito Nulla dentro a cui
fluttua l’astronave di Stanley Kurbick, al largo di Giove.
L’umanità di Star Trek è rimasta
umana. Si è liberata (o quasi) della
sua volontà di potenza. E di tutti gli
dei vendicativi che nei venti secoli
intermedi hanno trasformato in
sangue e in guerra la propria verità
monoteista. «Non abbiamo più quel
tipo di fede da centinaia di anni», dice in un episodio il comandante Picard. Che poi sarebbe il sogno anche
nostro, la nostra desiderabile Prima
direttiva. La nostra desiderabile ultima frontiera. Prima che le molte
catastrofi terrestri perfezionino
l’assedio quotidiano in una qualche
collisione finale: fare atterrare l’Enterprise una buona volta. Scambiarci i comandanti in capo. E poi spegnere la tv.
Nel turbolento ’68
il tenente Uhura,
ragazza nera,
baciò sugli schermi
il comandante Kirk,
bianco caucasico
Martin Luther King
si congratulò
DOMENICA 27 AGOSTO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
Tutti gli equipaggi, i capitani, le astronavi succedutisi nei decenni
Storia di un successo megagalattico
ERNESTO ASSANTE
S
tar Trek, non è una serie televisiva, ma molte serie differenti. La prima, quella leggendaria, con il capitano James T. Kirk al comando dell’Enterprise, è andata in onda (80 episodi, tre stagioni) dal 1966 al 1969. La seconda vede ancora Kirk come protagonista, ma è una serie a cartoni
animati, andati in onda per due stagioni dal 1973 al 1974. I
viaggi spaziali riprendono ufficialmente nel 1987, con il capitano Jacques Picard al comando della serie Next Generation, la più duratura (178 episodi, otto stagioni, in onda fino
al 1994), seguiti dalle avventure “statiche” di Deep Space Nine, ambientate in una stazione orbitante capitanata da
Benjamin Sisko, il primo nero al comando. Deep Space Nine
è andata in onda fino al 1999 (con 176 episodi), ma nel 1995
a sostituire Picard e il suo equipaggio arriva Voyager, una
nuova serie con novità radicali: l’Enterprise viene mandata
in pensione, la nuova nave si chiama Voyager e il suo capitano è una donna, Kathryn Janeway. Dopo 172 episodi i viaggi
terminano e la serie fa un balzo indietro nel tempo, proponendo nel 2001 Enterprise, ambientata in un futuro molto
prossimo, con la nave guidata dal capitano Archer prima
dell’arrivo del capitano Kirk, un “prequel” insomma delle
avventure classiche della nave spaziale. Enterprise è arrivata fino al 2005 ed è l’unica serie ad essere stata interrotta prima della sua fine naturale, lasciando i fan, per la prima volta da 25 anni, privi di nuove avventure.
Ma i fan non si sono dati per vinti e, visto che nessuno
16
le produzioni: 6 serie tv
(una animata) e 10 film
700
gli episodi complessivi
delle serie televisive
produceva nuovi episodi, hanno optato per il “fai da te”. Il
New York Times qualche settimana fa dava notizia di almeno due dozzine di progetti in lavorazione in varie parti
del mondo, dal Belgio dal quale partono le avventure della nave spaziale Intrepid (www. ussintrepid. org. uk) agli
organizzatissimi losangelini che hanno già realizzato 40
episodi di Hidden Frontier(www. hiddenfrontier. com); ai
fan di Austin, Texas, che hanno realizzato le avventure
della nave Exterer (www. starshipexeter. com); a quelli
che hanno prodotto le avventure della “starship” Farragut (www. starshipfarragut. com); ai fan autori di New
Voyages (www. newvoyages. com).
I fan di Star Trek sono legioni, e sono organizzati in moltissime associazioni sparse su tutti e cinque i continenti
del pianeta Terra. Ogni anno si svolgono decine di convention che raccolgono gli appassionati, molti dei quali
partecipano vestendo i costumi delle diverse serie televisive. Uno dei prossimi appuntamenti è previsto il 21 e il 22
ottobre all’hotel Le Conchiglie di Riccione, organizzato
dallo Stic, Star Trek Italian Club. Il 5, 6 e 7 ottobre a New
York, inoltre, una delle più celebri case d’aste del mondo,
Christie’s, celebrerà i 40 anni di Star Trek con una straordinaria vendita di oggetti legati alla serie televisiva ed ai
film: costumi, arredi, armi, modelli di astronavi usati nei
diversi episodi, accessori e molto altro ancora.
70
i romanzi ispirati alla saga
e divisi in otto serie
181
i popoli o specie aliene
dell’universo Star Trek
5 mila
le voci contenute
nell’enciclopedia ufficiale
18 mila
gli articoli su “Memory
Alpha”, la Wikipedia dei fan
46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 27 AGOSTO 2006
i sapori
Agrumi di successo
Lo usiamo come medicina, come serbatoio
di vitamine, come base per liquori e cocktail,
per dare freschezza ai cibi o per cuocerli
senza calore, per fare dolci, granite e sorbetti
Difficile trovare qualcosa di altrettanto
prezioso e versatile, ma attenti alla qualità...
Sfusato d’Amalfi Igp
Caratterizzato dalla forma affusolata,
ha dimensioni importanti, buccia
ruvida, profumo intenso, gusto
gradevole, pochissimi semi. Tra i più
ricchi in vitamina C, viene coltivato
in tutta la Costiera amalfitana,
dove matura tra marzo e ottobre
Interdonato
Deve il nome al colonnello garibaldino
Giovanni Interdonato,
appassionato agrumicoltore
Nato da un incrocio tra cedro
e “ariddaru”, è delicato e di buccia
finissima. Coltivato sulla costiera
ionica messinese, è protetto
dal presidio Slow Food
Factotum della frutta
Limoni
Repubblica Nazionale 46 27/08/2006
LICIA GRANELLO
U
Ovale di Sorrento Igp
Grosso, succulento, di buccia spessa,
è diffuso in tutta la Penisola sorrentina,
Capri compresa. Malgrado
sia presente tutto l’anno sul mercato,
il migliore è quello estivo,
la cui maturazione viene protetta
e ritardata grazie alla tradizionale
copertura fatta con stuoie e pagliarelle
Limetta
Conosciuto in Italia grazie alla cucina
caraibica e ai cocktail cui fornisce
la base, il lime è un agrume molto
simile al limone, piccolo, rotondo,
fine. Suddiviso in più varietà,
dal dolce all’agro, viene abitualmente
raccolto verde per catturarne
tutti i profumi primari
n tesoro di limone. Alzi la mano chi conosce un altro frutto capace di guarire le malattie (scorbuto) e schiarire i capelli, trasformarsi in liquore e dar freschezza ai cibi, disinfettare ferite
e sfiammare la gola, cuocere i cibi senza calore e impreziosire dolci, marmellate, sorbetti.
Infiniti sono gli impieghi salutari e golosi: una tazza di acqua calda —
ma non caldissima, la vitamina C teme aria, luce e calore — con limone
e un cucchiaio di miele ha funzioni digestive, lassative e concilia il sonno; qualche goccia aggiunta nell’acqua di cottura del cavolfiore ne abbatte l’odore; il succo riduce la quantità di alcool nel corpo, impedisce
l’annerimento enzimatico della frutta e, in rapporto uno a due, tampona l’acidità della spremuta d’arancia.
Tale è la sua versatilità da aver ispirato perfino un neologismo paraerotico, se è vero che nel Nord Italia il verbo limonare sta per pomiciare.
Gli studiosi sostengono che l’espressione sia stata mutuata da quella usata dai vecchi venditori milanesi («Cinq ghei due i limonitt», cinque centesimi due limoni), quando vedevano una coppia d’innamorati...
È tosto, il limone: capace di esibire sulla stessa pianta quasi contemporaneamente foglie, fiori, frutti ancora immaturi e, tra ottobre e primavera, anche quelli di color giallo squillante. Da inizio a fine estate, i limoni sugli scaffali dovrebbero essere verdastri, con la sola eccezione dei verdelli di vecchia
raccolta o dei frutti in arrivo dal sud del mondo. Ma i limoni verdi non piacciono granché, e quindi vengono ingialliti artificialmente nelle cosiddette “camere di sverdimento”, dove viene immesso un gas, l’etilene, che attiva forzatamente gli enzimi della maturazione. Procedura che, tra l’altro, uccide gran parte
degli oli essenziali, responsabili di profumo e qualità benefiche.
Altra scorciatoia, quella del difenile (E230), sostanza di origine petrolchimica che
penetra nella buccia ritardando il deperimento. A scelta, si irrorano direttamente gli
agrumi o si impregnano le cartine con cui vengono avvolti. In questo modo, l’assorbimento è graduale e perfino più dannoso. Come se non bastasse — messaggio per i
cultori del Limoncello — l’alcol ha un effetto solvente sui pesticidi, che dopo la filtratura passano nel liquore.
Per fortuna, esistono anche produttori che preservano il ciclo biologico dei frutti e si distaccano dalla pessima abitudine di trattare i limoni: soprattutto nelle aree di coltivazione
storica, in Sicilia come in Campania, dove a inizio Novecento i limoni di Maiori erano quotati
alla Borsa Merci di New York, con un export annuo di oltre trecento milioni di frutti.
Oggi, di tutta la raccolta a denominazione protetta, oltre la metà finisce nel Limoncello. Peccato
che nella maggior parte dei casi i limoni compaiano solo sulle etichette, mentre nel liquore trionfano
gli aromi chimici. I responsabili del Consorzio di tutela raccontano che testando oltre trecento marchi
presenti sul mercato mondiale con la denominazione Sorrento, la materia prima certificata sia stata accertata in non più di sei bottiglie. La nuova normativa dovrebbe impedire il dilagare degli abusi ai danni di
un liquore soave, ridotto spesso a bicchierino d’alcol con pronunciato sentore di detersivo per piatti.
Del resto, un buon limone, come il prezzemolo, sta bene quasi dappertutto. Il quasi riguarda i fritti, dal
pesce alla milanese: dove lo zic di limone spremuto vanifica tutta la fatica fatta per realizzare una cottura asciutta e croccante. I cuochi tremano all’idea, ma non sanno sottrarsi a certe malsane abitudini dei
clienti. Se vi arriva il fatidico spicchio nel piatto, spostatelo sulla tovaglia. Vi tornerà utile per una sana
limonata digestiva.
DOMENICA 27 AGOSTO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47
Limone sul Garda (Bs)
Menton (Francia)
itinerari
Livia Iaccarino,
donna simbolo
dell’ospitalità
campana,
gestisce con marito
e figli il celeberrimo
“Don Alfonso”
e l’azienda agricola
biologica “Le Peracciole”,
largo spicchio di collina
orlato di limonaie
a picco sul mare
di Sant’Agata sui due Golfi
Sorrento (Na)
A pochi passi
dal confine
con l’Italia, tra mare
e delizioso centro
storico. Grazie
a un microclima
mitissimo,
ogni febbraio qui
si celebra la festa
dei limoni. E a Palazzo Carnolès trionfa
la più importante collezione d’agrumi in Europa
Cuore della Riviera
dei Limoni, l’ex
borgo di pescatori
ricco di uliveti
e limonaie, è il paese
natale di Daniele
Comboni, fondatore
dei Missionari
Comboniani
I limoni, arrivati qui nel XIII secolo, hanno segnato
a lungo la tradizione agronomica del lago
Protagonista
di mosaici pompeiani,
il limone è storico re
della Costiera, dove
terrazze e giardini
di limoni rallegrano
lo sguardo
e profumano l’aria
Intorno alla
produzione Igp si è sviluppata una variegata
economia locale, che va dalle ceramiche ai liquori
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
HOTEL RESTAURANT PARIS-ROME
79 Avenue Porte de France
Tel. (0033) 04.93357345
Camera doppia da 69 euro, colazione esclusa
HOTEL GARDEN
Via IV Novembre 14
Tel. 0365.954067
Camera doppia da 86 euro, colazione inclusa
CASA ASTARITA
Corso Italia 67
Tel. 081.8774906
Camera doppia da 85 euro, colazione inclusa
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
AU PISTOU
9 Quai Gordon Bennett
Tel. (0033) 04.93574589
Chiuso lunedì, menù da 15 euro
AL VOLT
Via Fiume 73, Riva del Garda
Tel. 0464.552570
Chiuso lunedì, menù da 32 euro
LA CONCA
III Traversa Alimuri, Meta di Sorrento
Tel.081.5321495
Chiuso domenica sera e lunedì, menù da 35 euro
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
CITRONNERAIE MAS FLORALO
Colline de l’Annonciade
Tel. (0033) 04.93357786
EL GARGNÀ
Via Don Primo Adami 11, Gargnano
Tel. 0365.791038
COOPERATIVA SOLAGRI
Via San Martino 8, Località Sant’Agnello
Tel.081.8772901
Sorbetto
Sciroppo di acqua e zucchero, succo
e scorzette in sorbettiera per il più
popolare dei chiudipasto. Si può
anche mettere il liquido in freezer e poi
frantumare nel frullatore con un bianco
d’uovo, che lo rende più cremoso.
Vodka per la versione alcolica
Insalata
Ricetta golosa e rinfrescante,
a patto di usare limoni dolci come
l’Interdonato. Una volta tagliati
a spicchi, si condiscono
con extravergine, aceto e sale
A fine pasto, invece, gli spicchi
si gustano spolverizzati con zucchero
e lasciati riposare in frigo
Limoncello
Nato agli inizi del '900 nelle
case patrizie della Costiera (ma
c'è chi sostiene fosse già preparato secoli prima nei conventi della zona), negli ultimi vent'anni il Limoncello è
diventato progressivamente uno dei liquori più amati
dagli italiani, tanto che nel
2000 l'Istat l'ha inserito nel paniere della spesa su cui calcolare l'incremento dell'inflazione. La ricetta originale prevede
l'utilizzo di scorze di limoni di
Sorrento o Amalfi, rigorosamente non trattati chimicamente,
meglio se raccolti all'alba, quando i profumi sono più intensi. Ingrediente-base, infatti, è la buccia, che va asportata senza la
parte bianca, amara, e messa
in infusione nell'alcol da liquori al buio e a temperatura ambiente. Dopo un mese di macerazione, si
Da Alessandro Magno a Trimalcione, a Goethe: gli alti e i bassi di un gusto nazionalpopolare
aggiunge lo sciroppo
di acqua e zucchero. Altre quattro-sei settimane di riposo,
poi il filtraggio e la dimora in freezer.
Così la nostra storia si tinse di giallo
MARINO NIOLA
P
er fare la prima limonata della storia ci volle una fatica bestiale. Addirittura una fatica di Ercole. L’invincibile eroe
fu costretto a scarpinare fino all’estremità occidentale
del mondo, per saccheggiare il giardino delle Esperidi e regalare ai mortali il prezioso agrume. Così almeno dice il mito.
La storia invece vuole che il limone venga dalla parte opposta, dall’Estremo Oriente. Forse dalla Cina, forse no. Certo è
che il frutto giallo era di casa nella Media, l’antica Persia, dove
Alessandro Magno lo vide, se ne invaghì e lo portò in Europa.
Da quel momento la storia del Mediterraneo si tinge di giallo. Il pomo della Media fa il suo ingresso trionfale a Roma, come pianta ornamentale e profumata, ma anche come ingrediente per ricette sofisticate. Apicio, il Brillat Savarin dei Quiriti, consiglia addirittura di adoperarne la parte bianca per
esorcizzare l’afrore del maiale. Un frutto da signori con la puzza sotto il naso, insomma, uno status symbol. Esibito da un
parvenu come Trimalcione, il furbetto del quartierino del
Satyricon, per ostentare la sua ascesa sociale.
Le tenebre barbariche che avvolgono l’Italia nel primo medioevo si inghiottono anche il limone che viene letteralmente
dimenticato. Per ritornare fra noi dopo il mille. Questa volta da
Occidente, proprio come nel mito di Ercole, seguendo la scia
della conquista araba del Mediterraneo. Prima l’Andalusia,
poi la Sicilia, finché gli astuti mercanti amalfitani fiutano il business e impiantano agrumeti a tappeto nella loro divina costiera e nella penisola sorrentina. È il trionfo definitivo del citrus limonum.
Le virtù terapeutiche, il sapore deliziosamente rinfrescante, l’inebriante profumo esperideo, la bellezza della
pianta, la fioritura perenne sono le ragioni dell’irresistibile
ascesa di un frutto che finisce per diventare l’icona del Sud.
Con il contributo davvero straordinario dei viaggiatori del
Grand Tour che creano una vera e propria mitologia del limone, facendo degli scintillanti giardini di Sorrento, di
Amalfi e delle limonaie della Conca d’oro l’immagine stessa dell’abbagliante solarità mediterranea: la goethiana
«terra dove fioriscono i limoni».
E proprio in quel Sud idealizzato da Goethe stava nascendo
l’industria dell’agrume. Che, all’inizio dell’Ottocento, grazie
alle coltivazioni intensive diventa un frutto sempre più democratico, una vitamina alla portata di tutti. Tra l’altro proprio in
quegli anni gli Inglesi scoprono che il succo di limone cura lo
scorbuto e la marina britannica include la limonata nella razione kappa della flotta di Sua Maestà. In verità, che il limone
fosse una panacea per molti mali era cosa ben nota alla saggezza popolare che con il citrus conciliava da sempre gusto e
salute. Tant’è che in città come Napoli e Palermo la spremuta
scorreva a fiumi dai banchi stradali degli acquafrescai. Ben prima che l’ungherese Albert Szent-Gyorgyi scoprisse nel 1932
quell’ascorbina, che sotto il nome di Vitamina C è diventata un
mantra del salutismo moderno.
Insomma, un po’ per passione un po’ per necessità, il Sud
ha elevato il limone a gusto jolly trasformando un ingrediente così locale in un aroma globale, un contrappunto planetario del sapore: dalla mayonnaise alla scaloppina, dal
sorbetto al lemon pie, per non dir dei frutti di mare. Un vero
universale popolare della gastronomia. Quintessenza di liquori “fai da te” come il limoncello, che una ecumenica spinta dal basso ha trasformato in uno spirito del tempo. Nazionalpopolare, of course.
Delizia
Creata in onore di Luigi Carnacina
dal pasticciere sorrentino Carmine
Marzuillo, è un dolce-culto
della Costiera. I sospiri (mezze sfere
di pan di spagna scavate), inzuppati
di sciroppo al liquore, sono farciti
e ricoperti con una ricca crema
a base di limone
Alici marinate
Per cuocere delicatamente le regine
del pesce azzurro, si emulsiona
il limone con l’extravergine,
e poi si aggiungono sale, pepe, aglio,
peperoncino, prezzemolo a piacere
I filetti puliti, lavati e asciugati,
vanno appoggiati sul dorso, irrorati
e fatti riposare in frigo
48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 27 AGOSTO 2006
le tendenze
Venerato negli anni Ottanta, finito alla gogna nei Novanta,
il marchio si prende la sua grande rivincita. Si riproduce
Vivere griffati
all’infinito, in dimensione king size, su abiti e accessori, cambia
gli arredi delle case, sostituisce gioielli e ciondoli diventando
la loro stessa essenza. È il trionfo dello stilista e della maison,
la vittoria totale del concetto di brand
VERDE INGLESE
Borsetta flap in tweed e braccialetto
di metallo, resine, strass e pietre
dure per Chanel. La doppia C?
Ça va sans dire
POLVERE DI STELLE
Ametista, topazio
cristallo, citrino
ciondolanti
e incastonati
nella stella
di Montblanc
È la collezione
di gioielli “Bohème”
IRENE MARIA SCALISE
T
ra i protagonisti della moda estiva c’è un cavallo di ritorno. Non a tutti gradito. È quel ripetersi sino all’esasperazione di un marchio, un nome e un simbolo. Insomma, il logo che, incurante delle critiche, non solo ha
ripreso a far parlare di sé, ma lo ha fatto in
modo impudico colpendo ovunque: su borse, scarpe,
cappelli e occhiali da sole. Le signore dell’estate, dimentiche dell’understatement, si presentano ogni
giorno in barca con sacche platealmente griffate, oppure tintinnano tra un ombrellone e l’altro esibendo
fieramente collane e bracciali che, al posto dei ciondoli, hanno le iniziali della maison di turno.
Il logo non si limita a tappezzare i fondali effimeri delle
vacanze. Ora invade anche gli spazi domestici ricoprendo sfacciatamente divani e poltroncine, che hanno abbandonato le classiche fantasie o i sobri rigati estivi in favore della griffe riprodotta all’infinito. Il nemico giurato
del politicamente corretto si è preso la sua rivincita. E risplende, su spiagge e non solo, alla faccia dei fiumi d’inchiostro che lo hanno contestato e di chi, come la catena
di negozi giapponesi Muji (che non a caso sta per Mujirushi Ryohin: letteralmente beni di qualità senza etichetta),
si è inventato un impero per contrastarlo.
Ma che fine hanno fatto i partigiani del
No Logo? Sembrano essere scomparsi,
oscurati da questo simbolo aggressivo ed
estremo. Venerato negli anni Ottanta e
messo alla gogna nei successivi Novanta, il
logo è l’icona incontrastata delle fashion
victim e il trionfo assoluto del mito dello
stilista. Non solo. È purtroppo anche il simbolo della contraffazione. Diventa sempre
più difficile capire se quelle “C”, o quelle
“L” incrociate con le “V”, siano la prova di
un’autenticità a molti zeri o un’abile imitazione da cinquanta euro.
Chi, in questa estate che non ha risparmiato nessuno, ha riproposto con maggiore insistenza il logo? In realtà praticamente tutti i grandi nomi dell’haute couture.
Prada ha ideato addirittura Heritage, che
tradotto significa eredità, una linea d’accessori che raffigurano lo stemma e i nodi
dei Savoia. Nel frattempo, in casa Fendi, l’iniziale maiuscola è stata mostrata in un’infinità di variazioni, specialmente su poltrone e divani. Gucci, per ferma volontà della direttrice artistica, Frida Giannini, ha fatto
stampare la doppia “G” sulla pelle di tutti gli accessori.
E lei, a chi la interroga sull’imperversante mania, dichiara: «Sono molto affezionata al simbolo “GG”, che ha
origine nelle iniziali del nostro fondatore Guccio Gucci. Queste due lettere racchiudono storia e tradizione
del marchio e ancora oggi i prodotti con la doppia “G”
hanno un gran successo perché siamo riusciti a rinfrescarli con ironia e a presentarli in modo nuovo».
E se il logo non fosse un’imposizione ma una scelta? O
meglio se il fatto di tenere o togliere il logo fosse affidato
al gusto di chi acquista un vestito o una sedia? Un caso per
tutti: Stone Island, marchio destinato all’abbigliamento
informale, al suo esordio sul mercato (negli anni Ottanta) ha deciso di applicare il logo a vista con il proprio simbolo, la rosa dei venti, offrendo un’alternativa. L’etichetta, ricamata su un rettangolo di stoffa e abbottonata sulla manica di giubbotti, maglie e camicie, era infatti
una sorta di badge e poteva essere anche sbottonata e rimossa. «Il risultato è che
la rosa non solo è rimasta al
suo posto — assicurano da
Stone Island — ma è diventata un simbolo d’appartenenza per i clienti più fedeli». Niente da fare dunque.
Vince il popolo del Sì Logo.
o
L
r
e
p
Su
Il “cattivo” è tornato
e stavolta è ovunque
MOSAICO
Décolleté in canvas con riporti in vitello
color miele. La “R” di Fratelli Rossetti
si ripete ossessivamente come un intreccio
È anche il simbolo
della contraffazione
È sempre più difficile capire
se quelle “C” o quelle “LV”
siano una prova di autenticità
da parecchi zeri
o la buona imitazione
Repubblica Nazionale 48 27/08/2006
di un falso da pochi euro
ZEPPA SÌ MA DI CLASSE
Zeppa a tacco medio
in raso bianco e finiture
in pelle bianca. La stampa
di Gucci si incrocia
sul collo del piede
fasciandolo
PUNTO E BASTA
Una sola grande
“P” puntata per
questa felpa
bicolore di Pirelli
Un esempio per
tutti dell’oggetto
dal quale è
ripartita la
“reconquista”
del logo: le felpe
appunto
SPECCHIO DELLE MIE BRAME
Il logo Monogram oro in una nuova
abbagliante versione impressa
su vinile a specchio. È la borsa
“Alma” di Louis Vuitton
DOMENICA 27 AGOSTO 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 49
IN VIAGGIO CON GIORGIO
Un beauty da uomo in ecopelle
bianco con dettagli in rosso
e bianco. L’immancabile logo
Emporio Armani è saldato
in alta frequenza
LOGO A PIOGGIA
Borsa con rifiniture
in ecopelle con stampa
a struzzo e logo Denim
per la stagione
autunno-inverno
di Guess
Che buon affare
perdere il nome
STEFANO BARTEZZAGHI
M
AVANTI SAVOIA
Repubblica Nazionale 49 27/08/2006
o
Lo stivale
da donna
Heritage
di Prada
con il logo
volutamente
reso antico
e arricchito
dallo stemma
di casa Savoia
GENTE DI MARE
Una sacca da viaggio
che ricorda fughe
per il mare
e porti lontani
Ma non possono
mancare il levriero
e la scritta
in caratteri cubitali
della maison
Trussardi
PIEDI RICOPERTI
Canvas e pelle per questa
décolleté in canvas e pelle
di Dior il cui logo si dissolve
su tutta la superficie
SECCHIELLO
La Palazzo bag
di Fendi in tessuto
jaquard con tracolla
torchon e riporti
in pelle miele, cornici
borchiate con profili
neri. La doppia “F”
è color tabacco
e moro
ORA X
Unisex, automatico
vetro in zaffiro
e cassa in ceramica
bianca, nera
o con oro rosa
e lunetta tempestata
di diamanti. E al posto
dell’ora zero,
la caratteristica greca
di Versace
arca, marchio, brand, griffe, logo, label, firma, etichetta, simbolo... un’intera galassia di lemmi circonda l’universo della merce. Dato che la Lingua batte dove l’Ente duole
non sarà troppo maligno sospettare che
questi fuochi d’artificio lessicali impieghino le loro scie luminose per lasciare al
buio il centro da cui si sprigionano. I
lemmi di questa catena di sinonimi (o
meglio quasi-sinonimi) sono tutti eufemismi che ci permettono di non menzionare il termine che, nel contesto del
marketing, sarebbe osceno: la semplice
parola nome. Se dicessimo a Giorgio Armani che “Giorgio Armani” è un nome —
proposizione del tutto sensata dal punto di vista linguistico —, probabilmente
l’interessato si offenderebbe. Dopo una
vita di lavoro, e di successi planetari, il
nome non è più un nome neppure per
chi lo porta: diventa qualcos’altro, ha
qualcosa in più. Ma a pensarci, e senza
offesa, è forse vero il contrario. “Giorgio
Armani” è qualcosa di meno di un nome.
Sui segreti e i paradossi del nome, il comune e il proprio, la filosofia del linguaggio ha riempito biblioteche: ma è
certo che un nome rimanda a un significato, a un’identità, a una possibile delimitazione della sostanza del mondo.
Ciò che è il contrario dello stile. Chiese
un amico a Joan Mirò: perché se io raccolgo un sasso quello è un sasso, se lo
raccogli tu quello è un Mirò? Perché il cognome dell’amico è rimasto un cognome; mentre il cognome di Mirò non lo
era già più, non si riferiva più a una persona, bensì a un modo d’essere: non a
una figura ritagliata dal continuo del
mondo, ma al modo di ritagliarla.
Lo stile non ha sostanza. Un libro,
come sostanza, è un assieme di pagine
rilegate, e tutti i libri sono uguali; il libro di un grande scrittore o di un editore raffinato desidera uscire dall’identità comune a tutti i libri, distinguendosi per lo stile in cui è scritto
o confezionato. Oltre una certa soglia stilistica i “bei libri” perdono la
loro sostanza di libro, al punto che
non desiderano neppure essere letti, ma si limitano a esibire uno stile
editoriale. Il vanto di un editore, il
vanto di qualsiasi produttore, è riuscire a sconnettere il proprio nome
dalla propria attività immediatamente produttiva e farlo entrare in
quello che l’interessato pensa sia il
mondo platonico delle idee, e invece è lo zoo immateriale degli stili.
Dalle marche di sigarette che negli
anni Settanta diventavano marchi di
abbigliamento, all’invasione delle
griffe di moda sugli accessori e i profumi il meccanismo è lo stesso: cedere significato in cambio di leggerezza simbolica.
Così il significato della vistosa
scritta FIAT sulla felpa è prima di tutto negativo. Dice: «Questa non è una
Fiat» (idea venuta nel 1911 con i cioccolatini della stessa casa automobilistica:
la novità è che il cioccolatino lo mangia
chi ce l’ha, la felpa la vedono soprattutto
coloro che non la indossano). Finché il
consumatore percependo la scritta FIAT
pensa immediatamente a carburatori e
marmitte — anzi: finché percependola
pensa — il marketing sa di sbagliare
qualcosa. La marca è ancora troppo nome, ha un significato, quando invece
non deve averne più. Ogni ora di lavoro
su un nome va nella direzione di togliergli significato: lo si riduce a una lettera
iniziale, a un monogramma, gli si dà una
forma grafica, un colore e tutto è pensato per spostarne la percezione da parte
del consumatore dalla testa in giù verso
la pancia. Un nome lo si ascolta con le
orecchie o lo si legge con gli occhi. Un logo deve essere odorato, sentito attraverso le papille gustative della Lingua. Anche la presenza ossessionante del logo
serve allo stesso scopo, come nel gioco
dei bambini che ripetono una parola
tante volte di seguito fino a non sapere
più cosa significhi (e non solo i bambini.
Laura, e l’aura, l’aureo, l’auro, lauro, l’aria... che gran copywriter, Petrarca...).
Esaurito il significato di un nome, il
suo riferimento a un’entità del mondo, il
suo vuoto resta a disposizione per qualsiasi investimento di senso, e affettivo,
possibile. Il nome non ha più una cosa
precisa da significare, e quindi può diventare cosa esso stesso, aggiungendo
valore simbolico, ma il più delle volte anche economico, a una felpa, a un accendino, a una qualsiasi sciocchezza.
50 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 27 AGOSTO 2006
l’incontro
Ha 75 anni, è una delle più grandi
poetesse italiane del Novecento
Il “presunto premio Nobel”,
come lei stessa ironicamente
si definisce, fuma 70 o 80 sigarette
al giorno (buttandone
i mozziconi, senza
spegnerli, sul parquet
della sua minuscola
casa): “Mi hanno
allungato la vita”, dice
Da ragazzina tentò
di entrare in convento,
poi ebbe un marito, quattro figlie
Lavora ancora molto e commenta:
“Ho avuto una bella vita”
Vita e poesia
Alda Merini
tia attento, sa! Io sono
un presunto premio
Nobel», sussurra con
tono ironico e fintamente minaccioso Alda Merini piegata
sulla cornetta del telefono. Ammicca
nella mia direzione. «Lei che ne dice?». Si
tocca la pancia, una smorfia le si ricama
sulla faccia intelligente e maliziosa, spiega che sta aspettando il medico. Era lui
all’apparecchio. «Faceva storie». Sono le
due del pomeriggio. Mi racconta che stava per fare il bagno, si era dimenticata
dell’appuntamento. Lascia che l’acqua
scorra nella vasca, dopo un po’ il suo gorgoglìo diventa una nuova forma di silenzio. Ride, spezza il filtro di una Diana, se
la infila tra le labbra e l’accende. Sul parquet brucia ancora il mozzicone di quella precedente, una sottile voluta di fumo
si alza tra libri, fogli, disegni, stoffe, abiti
non stirati, panni che da giorni attendono di finire in una misericordiosa lavatrice, scatole di gomma da masticare e
paletò macchiati appesi a un unico tronfio trespolo che sembra un babbo natale
impalato da qualche crudele ragazzino.
Alda Merini è una delle più grandi
poetesse italiane del Novecento. Di sigarette ne fuma settanta, a volte ottanta
il giorno. «In manicomio ce le passavamo gli uni con gli altri. Stavamo in fila, a
testa bassa, dentro i nostri camicioni,
nel darci la cicca indugiavamo un po’
per accarezzarci le mani. Erano le uniche ricchezze che avevamo, la sola cosa
da fare, il solo gesto umano che ci univa
nell’illusione di un breve spazio di normalità». In giro non si vedono posacenere, il pavimento assomiglia a un campo di stoppie annerite dai falò autunnali. «Le sigarette mi hanno allungato la vita». Solleva appena il vestito, mostra le
gambe bianche: «Guardi che bella pelle
che ho. Lei che ne dice?». La sua simpatia è dolce, nostalgica, attraversata da
tenerezze e pudori di bambina.
viene a trovarmi mio marito». Ettore
Carniti è scomparso nell’81. «Non credo
ai fantasmi, anche se sarei una buona
giallista. Fu Manganelli a insegnarmi la
tecnica del romanzo giallo. Ettore entra
dalla stessa porta dalla quale è passato
lei. Arriva all’improvviso, come faceva
sempre, nel timore o nella voglia di scoprirmi con qualcun altro. Io lo sento.
Portiamo i morti con noi fino a quando
moriamo a nostra volta».
Non potrei vivere senza la fede, scrisse
in passato. Quand’era ragazzina, affezionata alla storia di Santa Teresina del
Bambin Gesù, tentò di entrare in convento. Fu una fugace esperienza. «Sono
una contemplativa, non mi piacciono i
rumori, amo la solitudine». La famiglia
andò a riprendersela. Finì a fare pratica
da stenografa negli studi di alcuni avvocati fallimentari. Il primo impiego lo
perse subito perché componeva poesie
durante l’orario di lavoro. «Mi buttarono fuori. Erano taccagni, mamma mia,
lei non ne ha idea dell’avarizia degli avvocati. Ma adoravo il loro modo di scrivere gli atti. Mi accorsi che gli avvocati
scrivono bene». Nel centro di Milano
percorreva ogni mattina la stessa strada.
Era il 1948. Le capitava di incontrare sovente un signore minuto, curvo, silenzioso, di un’eleganza dimessa. A lui dedicò una delle sue prime poesie, Il gob-
Le parole sono
per me modelli
di virtù. Le bevo
come i bambini
attaccati al capezzolo
della madre
o al loro dito
FOTO FOTOGRAMMA
Repubblica Nazionale 50 27/08/2006
«S
MILANO
I poeti sono spesso poveri. Quasi mai
tristi. Si portano dentro l’allegria dei naufraghi. Oppure lo sberleffo, che è la vanità
degli artisti. È così per la Merini. La immaginavo, chissà perché, sempre sola
nel cerchio tracciato dalla sua musa e invece scopro che ha dietro moltitudini di
anime, amori, vite, dolori e piccole felicità passeggere, un’esistenza spezzata in
tanti fiumi alcuni dei quali si sono seccati nella terra mentre altri, alla fine e fortunosamente, sono riusciti a riemergere e
ricongiungersi. I poeti non perdono mai
nulla, o abbandonano soltanto ciò di cui
vogliono liberarsi. Alda Merini parla per
esempio di Eugenio Montale, uno dei
suoi uomini preferiti. Dice proprio così,
«uomini», anche se con Montale non c’è
stato nulla di più di un’amicizia. Ricorda
quei versi indimenticabili che riportano
tanti di noi al sapore dell’infanzia: Qui
tocca anche a noi poveri la nostra parte di
ricchezza, ed è l’odore dei limoni.
Anche lei, a settantacinque anni,
quindici dei quali, da quando ne aveva
ventisette a quando ne ha compiuti quarantadue, trascorsi da matta tra i matti,
fa il conto della sua ricchezza. «Ho avuto
quattro figlie. Allevate poi da altre famiglie. Non so neppure come ho trovato il
tempo per farle. Si chiamano Emanuela,
Barbara, Flavia e Simonetta. A loro raccomando sempre di non dire che sono figlie della poetessa Alda Merini. Quella
pazza. Rispondono che io sono la loro
mamma e basta, che non si vergognano
di me. Mi commuovono». Ha avuto un
marito, Ettore Carniti, molto amato,
molto geloso e, dice lei, anche parecchio
infedele. Una notte che era rientrato a
casa con addosso il profumo di un’altra
donna, come il Tomàs dell’Insostenibile
leggerezza dell’essere di Kundera, lei gli
spaccò in testa una sedia dorata. «Quella lì», me la indica. La spalliera è tutta incerottata. Mi invita a sollevarla. È pesantissima. Lui sopravvisse eroicamente allo schianto, chiamò l’ambulanza e la
portarono in ricovero coatto al Paolo Pini, l’ex manicomio di Milano ora diventato un parco e un teatro. «Ma io laggiù
non ci ho mai più messo piede, ho paura. Terrore purissimo».
Lei è così. Salta da un argomento all’altro. Li accatasta alla rinfusa, come gli
oggetti di questa minuscola casa al 47 su
Ripa di Porta Ticinese. Di fronte ci sono
una chiesa di mattoni bruniti e l’acqua
scura come la pece del naviglio. Camera
da letto, bagno, cucinino, studio. Ci si
sposta solamente mettendosi di fianco,
schiacciandosi come acciughe contro
gli indecifrabili relitti che coprono le pareti. Nel gioco dei pieni e dei vuoti, questi ultimi hanno avuto clamorosamente
la peggio. Lei ce l’ha con il padrone di casa che l’ha obbligata a liberare la soffitta
e con gli operai che spaccano, battono,
impolverano. Ma è un rancore fragile,
forse nient’altro che un aneddoto al quale si è ormai affezionata come un reumatismo che si risveglia nelle ossa quando
cambia il tempo. «Qui, adesso, è impilata tutta la mia vita. Il mio lavoro. A volte
bo: Mi viene a volte un gobbo sfaccendato, un simbolo presago d’allegrezza che
ha il dono di una strana profezia. Quell’uomo era Enrico Cuccia, il leggendario
banchiere. «Una mattina lo fermai e gli
dissi: io ho fame. “Buon segno”, mi rispose. E tirò dritto».
Dio, invece, da lei si fermò, nonostante la rinuncia alla clausura. E non se n’è
più andato dalla sua anima. Anche da altre parti del suo corpo. Dagli inguini —
scrive la Merini nella raccolta La Terra
Santa — può germogliare Dio. «La mia
religiosità è molto pagana. Pagana e gaudente. Mi sono sempre comportata da
grande peccatrice e non mi sono mai
pentita. Non vado in chiesa a mormorare, d’altra parte le chiese sono sempre
vuote. Non prego. Ma credo che Dio sia
qui con me. Ne avverto la presenza, annuso il suo odore, sento dentro di me la
pace divina. Due cose sopra tutte mi
convincono dell’esistenza di Dio: che
non sono padrona delle mie volontà e
che l’Oceano Pacifico non possono
averlo creato gli scienziati. Mi basta
questo. Nego l’aldilà e la resurrezione.
Se guardo tutto ciò di meraviglioso che
Dio ha creato su questo terra, come posso credere che mi regali anche il paradiso? Sarà per questo motivo che non penso mai alla morte. A meno che non sia già
morta. Lei che ne dice?».
Dai muri gli oggetti appesi con mano
malferma danno l’impressione di poter
precipitare da un momento all’altro. Ci
sono molte immagini di Giovanni Paolo II. «Lo amo. Era bello, coraggioso,
ostinato. Non sembrava neanche un
Papa. Ha saputo tenere annodati i cordoni della pace, ha parlato con tutti i popoli del mondo. La sua agonia è stata
terribile, penosa. Dopo i suoi funerali
non ho più acceso la tv». C’è un poster
del film Vacanze romane. Gregory Peck
e Audrey Hepburn. «I nostri grandi
amori. Oggi non ne esistono più, si è
persa la favola. Telefonini, computer,
sms. Mi trovi uno che scriva ancora lettere alla fidanzata, se ne è capace. Gli
italiani sono sempre più cretini, malati
di padreternismo, egoisti e primitivi. E
sempre più tristi. Mi era rimasto Berlusconi, il solo che mi facesse ridere in un
paese che non ride più. Con la sua caduta è morto l’ultimo pagliaccio d’Italia, aveva una stupidità che incanta».
In camera, proprio sopra il letto c’è
una riproduzione dell’Origine del mondo di Gustave Courbet. «Guardi l’offerta
piena che c’è tra le gambe di quella donna. Maria Corti diceva che le donne non
hanno sesso. Io mi considero una donna
fallica. Non ho l’ossessione del sesso, ma
so per esperienza che il sesso annienta le
nevrosi. Sono molti anni che non faccio
più l’amore. A volte provo il desiderio di
scopare un uomo, ma mi passa in fretta.
In realtà non ne ho più voglia. Noi anziani trascorriamo le giornate con un obiettivo fisso nella testa. Prima di sera — ripetiamo a noi stessi — , riuscirò a fare
questo e quello, e quell’altro ancora. Ci
illudiamo di essere forti, autosufficienti.
Viene notte e non abbiamo combinato
nulla. A fatica ci manteniamo in vita. Io
sono una vecchia che sta bene, vado a
letto presto e so che ogni giorno nuovo è
un giorno regalato».
Alda Merini lavora ancora. Molto. Con
Milva, Lucio Dalla, Roberto Vecchioni,
Giovanni Nuti. Ha appena terminato i
Vangeli apocrifi. «Scrivo per non annoiarmi. Non ho mai avuto il piacere della lettura, non so come la gente possa leggere le mie poesie. Credo di non avere
mai letto un libro fino alla fine». Confessa di fermarsi alla prima frase dalla quale viene folgorata. Di lì in poi la sua mente spicca il volo e si perde. Acrobazie,
evoluzioni, salti mortali sul filo delle parole. «Le parole sono per me modelli di
virtù. Le bevo come i bambini attaccati
al capezzolo della madre o al loro dito.
Sono stata matta d’amore per Rainer
Maria Rilke. Mi piacevano Hölderlin,
Valéry, Melville, Gide, Pirandello, Dante, Manzoni. L’errore è farci leggere I
promessi sposi a scuola. Ho avuto la fortuna di conoscere altri grandi letterati:
Quasimodo, Manganelli, Montale, Raboni, la Spaziani. Alcuni li ho amati, li ho
avuti. Non Giovanni Raboni. Giovanni
era bellissimo. Ricordo che una sera lo
incontrai al bar in un albergo di non so
più quale città. Era appoggiato al bancone e mi dava le spalle, alto, bianco, elegantissimo, un attore del cinema, un
dio. Pensai: chissà che cosa beve un uomo così. Mi avvicinai e lo sentii ordinare
al cameriere una camomilla. Avrei voluto abbracciarlo, ma non ne ebbi il coraggio». Lascia cadere sul pavimento la sigaretta ancora accesa, ne prende un’altra dal pacchetto. Dice: «Ho avuto una
bella vita. Sa qual è il più bel complimento che ho ricevuto? Me lo fece la mia
vicina, una signora che non c’è più e che
non dimenticherò mai. Mi raccontò che
in Sardegna abitava nella stessa casa di
Grazia Deledda e che io gliela ricordavo
perché come lei non mi davo arie e stavo bene anche con uno straccio addosso. Io non ho più niente da dire. E lei, lei
che mi dice?».
‘‘
DARIO CRESTO-DINA
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così ho colorato il mondo