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Benito Poggio
1945-2015
“La Resistenza italiana ha settant'anni”
riflessioni, digressioni e racconti
Sommario:
Origini, significati e personaggi eroici della “Resistenza”: ribellione e lotta a
favore dell'Uomo e della sua umanità – Cattolici e “Resistenza” nei sotterranei
della “Casa dello Studente” a Genova – Felice Cascione (1918-1944), un eroe
leggendario e figura esemplare della “Resistenza” in Liguria – 1945-2005:
L'eroica figura dell'antifascista e partigiana Liana Millu (1914-2005), efficace
scrittrice deceduta nel sessantesimo della “Resistenza” – A ricordo dei martiri e
delle stragi della “Resistenza
***
1.Origini, significati e personaggi eroici della “Resistenza”:
ribellione e lotta a favore dell'Uomo e della sua umanità
Non ricordo chi l'ha scritta o dove m'è capitato di leggerla, ma è la più azzeccata
definizione – secondo me – che ha illuminato ieri e illumina oggi, nella concretezza,
il concetto ideale, morale e, perché no?, religioso, storico e politico di “Resistenza”,
peraltro strettamente connesso a “Liberazione”, da intendersi “Giustizia e Pace nella
Libertà” e che – dal 9 settembre 1943, quando in accordo i sei partiti antifascisti
(democristiano, comunista, socialista, liberale, d'azione e democratico del lavoro)
diedero vita al C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale) – coinvolse e convinse a
lottare e “resistere” persone di ogni età, di ogni formazione culturale e di tutte le
classi sociali.
Eccola riportata qui di seguito per la sua concezione sovratemporale: “[Resistenza] è
l'urgere dell'azione a difesa di valori umani ferocemente (e, aggiungo io,
bestialmente) aggrediti dai demoni dell'irrazionale”. Personalmente la ritengo valida
e adatta in tutti i tempi e in tutte le epoche (compresa quella in cui viviamo) per
lottare contro e “resistere” con determinazione ad analoghe manifestazioni di ferocia
e di irrazionalità che si manifestano nel corso di ogni guerra e di ogni conflitto, quali
che siano.
Se oggigiorno, a distanza di ben settant'anni, consideriamo a mente fredda e con
occhio sereno, il “movimento resistenziale” non possiamo per nessuna ragione fare a
meno di coglierne il valore permanente e transgenerazionale. Per quale concreto
motivo è di così notevole importanza?
Perché esso portò alla “liberazione” del nostro paese dalla dittatura, dalla guerra,
dall'irrazionale demone nazifascista: un movimento per il quale calza a pennello
l'indicazione di “secondo risorgimento” data dal fisico, saggista (sua l'opera: “Classi
e generazioni nel secondo risorgimento”, postumo 1955) e partigiano comunista
Eugenio Curiel (1912-1945), condannato a cinque anni di confino a Ventotene dove si
ritrovò, tra le centinaia di confinati antifascisti, a contatto di figure storiche e di eroici
personaggi da non dimenticare e da continuare anzi a proporre ai giovani d'oggi. Ed
intendo qui elencarne alcuni in ordine alfabetico: Lelio Basso (1903-1978), Luigi
Longo (1900-1980), Sandro Pertini (1896-1990), Pietro Secchia (1903-1973), Alberto
Spinelli (1907-1986), Umberto Terracini (1895-1983), senza tralasciare quell'Eugenio
Colorni (1909-1944, che morì sotto il falso nome di Franco Tanzi), filosofo e politico
oltre che fidato amico dello stesso Curiel , e che venne assassinato a Roma dai
componenti fascisti della famigerata e crudele “Banda Koch”, specialista in sevizie e
torture.
Nell'anno in corso, in cui ricorre il 750° anniversario della nascita di Dante Alighieri,
come possiamo non richiamare e connetterci alle sue imprescindibili parole che
vengono proposte nel canto XXVI dell'Inferno (vv. 118-120) e che sono da rimeditare
proprio nel tempo in cui viviamo:
“Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir vertute e canoscenza.”
È drammatico come l'Uomo debba sempre riflettere e ricordare il proprio passato
fatto da una sequela ininterrotta di guerre nate da contrapposizioni immotivate e odio
irrazionale di qualsivoglia natura, sempre sacrificando e mandando per giunta al
massacro “la meglio gioventù”.
Quest'anno, nel 2015, si commemora la “Prima Guerra Mondiale” d'un secolo fa e
protrattasi dal 1915 al 1918. A cent'anni da quella che l'inascoltato Papa pegliese
Benedetto XV definì “l'inutile strage”, i cosiddetti “Ragazzi del '99” che furono
chiamati alle armi nel fiore della loro gioventù e non ancora ventenni, sono ormai
scomparsi tutti (o quasi), ma – graziaddio! – il ricordo del loro sacrificio, anche
attraverso eventi, manifestazioni e mostre in corso un po' ovunque, si perpetua nel
tempo e nelle generazioni.
Con la sia pur lenta ma inevitabile scomparsa di chi ne fu parte e linfa viva e vitale,
anche la “Resistenza”, fulcro della “Seconda Guerra Mondiale” combattuta dal 1939
al 1945, si sta inesorabilmente avviando a diventare mero e nebuloso ricordo, specie
nella memoria dei più giovani:
*di qui, a settant'anni ormai di distanza nel tempo, l'urgente e cogente necessità di
non lasciarla cadere nella tetra oscurità di un insopportabile e vergognoso oblìo;
*di qui, per volontà di alcuni volenterosi e appassionati studiosi non dimentichi di chi
nella lottato ha donato la propria vita e saldamente legati ai valori autentici e
impareggiabili della “Resistenza”, la pubblicazione e la diffusione di un numero
speciale, se non specialissimo, nei “Quaderni del Tempietto” a far sì che resti valida
documentazione e traccia indelebile, fornendo ai giovani d'oggi e di domani seria e
pacata occasione di riflessione e, per dirla con Primo Levi, efficace opportunità di
ripensamento su “ciò che è stato” in Italia e in Europa.
Venendo all'origine prima, se ci rifacciamo ad un'indagine storico-filologica, siamo
portati a sostenere che, con ogni plausibile probabilità, il temine “Resistenza”, accolto
e adottato in seguito non solo dall'Italia, ma anche da tutta l'Europa, conta e si fonda
su un'origine francese. Pare infatti che nel corso di un appello trasmesso via radio
dall'Inghilterra sia stato pronunciato per la prima volta – si era nel giugno del 1940 –
dal generale De Gaulle: col suo appello mirava a rinfrancare e risollevare gli animi
abbattuti dei Francesi sopraffatti e sconfitti.
In realtà si può affermare che in Italia la “Resistenza” ebbe inizio circa vent'anni
prima di analoghi movimenti resistenziali europei: tanto come manifestazione di lotta
contro il “fascismo”, quanto come “antifascismo” attivo e sempre più diffuso da
intendersi quale motivata e legittima reazione all'oppressione della sempre più
imperante ed estesa dittatura fascista.
Mussolinì teorizzò e avviò il “fascismo” nel 1919, lo costituì in partito nel 1921 e,
come esito della “marcia su Roma” del 1922 – non avendo incontrato alcuna azione
di contrasto né dal re Vittorio Emanuele III né da Luigi Facta, presidente del
consiglio nel governo di transizione – ricevette il mandato di dare forma al nuovo
governo. Dopo un primo apparente rispetto delle regole democratiche, nel medesimo
anno Mussolini, ormai in determinata ascesa, creò il “Gran Consiglio” e l'anno
successivo la “Milizia”, avviando una feroce e violenta lotta squadristica in occasione
delle elezioni politiche del 1924. Fu in questa situazione che si verificò il rapimento e
l'assassinio di Giacomo Matteotti, di cui Mussolini, respingendo le accuse dei
secessionisti dell'Aventino, si dichiarò responsabile politicamente e moralmente. In
conseguenza del gravissimo fatto, personalità del calibro di Gramsci e Gobetti e i
partiti democratici uscirono allo scoperto e, nonostante la promulgazione delle
cosiddette “leggi fascistissime” che soffocarono ogni forma di vita politica e di
opposizione al regime, si coalizzarono per “resistere”, contrastare e far decadere il
regime fascista opprimente e illegale fin dalla sua nascita. Data l'impossibilità di una
legittima vita democratica e di una libera attività politica in Italia, molte personalità
(Salvemini, don Sturzo, Turati, et al.) e migliaia di lavoratori scelsero di vivere fuori
dell'Italia, da “fuoriusciti”, fomentando e portando avanti quell'azione di intensa e
meticolosa propaganda antifascista destinata a sfociare in quello che sarà il vittorioso
“movimento resistenziale”.
Gli storici concordano nel sostenere che in Italia la vera e propria “Resistenza”, come
movimento e come guerra di liberazione, ebbe il suo inizio con l'8 settembre 1943,
allorché, quale conseguenza dell'armistizio firmato dal governo Badoglio con gli
Anglo-americani, le truppe tedesche procedettero all'occupazione del territorio
italiano e si concluse, esattamente settant'anni fa, il 25 aprile 1945 quando l'Italia
settentrionale insorse vittoriosamente e si sbarazzò finalmente e per\ sempre
dell'obbrobrio nazifascista così a lungo subìto. C'è sùbito da dire che, sul piano
militare, i partigiani favorirono e portarono avanti la “resistenza italiana” soprattutto
in montagna per ovvie ragioni di libertà di movimento e di autodifesa, ma la lotta
partigiana si sviluppò anche nelle campagne e nelle città.
Per nostra grande fortuna, a perpetuare il ricordo dei partigiani – d'età matura, giovani
e giovanissimi appartenenti a tutti i ceti sociali – ci sono simbolicamente le lapidi e le
targhe di vie e piazze d'Italia a loro dedicate: qui a Genova, come in tante altre città
grandi e piccole. Percorrere, ad esempio, le vie di San Pier d'Arena è tutto un
ricordare i nomi di quei giovani ventenni o poco più, semplicemente definiti “caduti
per la libertà” (ma sarebbe bene e decoroso che ogni nome fosse arricchito da brevi
ed essenziali notizie sul martire), che, convintamente e coraggiosamente, hanno
lottato e combattuto nella “Resistenza”.
Ricordo qui quattro figure di giovani esemplari: Giacomo Buranello (1921-1944),
studente alla Facoltà di Ingegneria; Stefano Dondero (1924-1944), operaio
dell'Ansaldo e calciatore dilettante; Walter Fillak (1920-1945), studente, espulso dal
Liceo Scientifico “Cassini” per motivi politici, che completò gli studi da privatista e
si iscrisse poi alla Facoltà di Chimica; Walter Ulanowski (1923-1944), studente alla
Facoltà di Economia e Commercio. Con loro dovrei citarne tanti altri che erano
membri del “Comitato antifascista” di San Pier d'Arena e che, sorpresi in agguati,
caddero vittime della furia nazifascista.
Il ricordo non si ferma alle targhe e alle lapidi, ci sono anche numerose e importanti
opere letterarie, prevalentemente in prosa, che dovrebbero (ma auguriamoci che lo
siano davvero!) essere doverosamente proposte e lette nelle scuole.
Per citarne solo alcune, si va dalle raccolte di Lettere di condannati a morte della
resistenza italiana (1952) e Lettere di condannati a morte della resistenza europea
(1954) a opere di singoli autori quali Uomini e no (1945) di Elio Vittorini, Il sentiero
dei nidi di ragno (1947) di Italo Calvino, L'Agnese va a morire (1949) di Renata
Viganò, I ventitré giorni della città di Alba (1952) di Beppe Fenoglio, Si fa presto a
dire fame (1954) di Piero Caleffi, per non dire di quell'insieme significativo e
memorabile di epigrafi, orazioni e meditazioni riunite in Uomini e città della
resistenza (1955) di Piero Calamandrei.
Sono narrazioni e resoconti che rendono palpabili i momenti di lotta e fanno
comprendere quanto è costata, in coraggio e abnegazione, la ri-conquista della libertà
e della democrazia, quanti sacrifici sono stati necessari da parte di chi la “Resistenza”
l'ha vista con i propri occhi e l'ha vissuta di persona tanto da poterla descrivere in
prima persona, tramandarla alle generazioni future perché continuino ad apprezzare e
non si stanchino di difendere quei valori supremi di giustizia e pace conditi dalla
libertà per i quali tanti e tanti hanno dato la loro vita.
1a Zona operativa Liguria -imperiese- Garibaldini della V Brigata L. Nuvoloni nella quale militò Italo Calvino
E, soprattutto, sono testimonianze che, opportunamente portate a conoscenza dei
giovani e di tutti coloro che non l'hanno né vista con i propri occhi né vissuta sulla
propria pelle, fanno sì che “Resistenza” non suoni né oggi né mai come parola vuota
di senso, ma conservi e mantenga ancora e sempre un alto significato anche col
trascorrere del tempo, anche a ben settant'anni di distanza.
2. Cattolici e “Resistenza”
nei sotterranei della “Casa dello Studente” a Genova
-Premessa. Quello della presenza operativa e della partecipazione fattiva dei Cattolici
alla Resistenza, anche se ormai storicamente assodate e confermate, continua tuttavia
ad essere (ed è), se non proprio, come sosterrebbe Fedro, causa iurgii, certo
argomento assai controverso e assai dibattuto, soprattutto perché, a mio modo di
vedere, ai Cattolici, per non averne mai sentita la necessità essendo la loro non
un’adesione di programma (e di ideologia) ma un’adesione di coscienza (e di fede), è
sempre venuta meno o, meglio ancora, è del tutto mancata la spinta all’eccesso
dell’esaltazione retorica e dell’eroismo a tutti i costi delle loro azioni; azioni che – dal
punto di vista di uomini di concordia e di pace (i pacifici delle Beatitudini
evangeliche) quali i Cattolici (Laici e Sacerdoti, s’intende), come fedeli seguaci del
pensiero della Chiesa (e dei Papi, su tutti Pio XII in tempore belli; e in seguito, fino a
tutt’oggi, Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto
XVI e Papa Francesco), intendevano di essere – erano (e rimanevano) pur sempre
azioni di violenza e di guerra, cui la loro coscienza e la loro fede si opponevano,
contro nemici o avversari che, essendo tali e tali restando, non perdevano mai i
connotati evangelici di prossimo.
Il comportamento dei Cattolici resistenti, intendo, al pari di quello delle migliaia di
martiri cristiani vittime delle feroci persecuzioni sotto gli imperatori Diocleziano,
Nerone e Domiziano, per citare le più cruente, non mirava né all’approvazione né alla
gloria su questa terra, ma teneva presente la finalità ultima dell’uomo che deve
comportarsi ed essere, in ogni circostanza, vir iustus: giusto primamente agli occhi di
Dio e coerente con la propria coscienza e con la propria fede, vale a dire disposto
sempre al perdono, alla misericordia e alla riconciliazione.
Compito indubbiamente arduo e difficile quant’altri mai, mi si dirà; ma possibile e
realizzabile come esemplarmente dimostrò quella piccola e ristretta ma compatta e
unita “comunità di Sacerdoti Cattolici” descritta nella pubblicazione (esaurita e fuori
commercio, difficile pertanto da ritrovare, ma che meriterebbe una riedizione) di
Adriano Guglielmi, “Sacerdoti Cattolici nella Resistenza” (edita per conto
dell’Associazione Partigiani Cristiani e col contributo della Cassa di Risparmio di La
Spezia), oggetto della presente riflessione.
Senza rispetto alcuno per la loro veste e per la loro missione, quei Sacerdoti furono
trattati al pari dei peggiori delinquenti comuni e, dopo un interrogatorio con botte e
torture nei famigerati sotterranei della “Casa dello Studente” di Genova in Corso
Gastaldi (già Corso Giulio Cesare), furono gettati e rinchiusi nel carcere di Marassi e
colà, dopo essere stati sottoposti a brutali e bassi ulteriori interrogatori, si trovarono
costretti a soffrire violenze e sopportare angherie d’ogni sorta perpetrate con estrema
ferocia e malvagità nei loro confronti. Colpendoli e abbrutendoli, si voleva debilitare,
e soffocare se possibile, la forza delle loro testimonianze pubbliche, specie, ma non
solo, nelle prediche domenicali tenute nelle rispettive chiese; testimonianze, sempre
collegate al messaggio evangelico, cariche e dense di forti principi morali e di
giustizia in grado di smascherare e di sgretolare le nequizie e le falsità delle teorie
ideologiche in auge, vuoi fascistiche, vuoi nazistiche.
Di loro ci dice, non per sentito dire, bensì per testimonianza diretta (essendo
anch’egli, tra loro, nel medesimo carcere), Adriano Guglielmi (alias Pietro Sirte I
delle Organizzazioni Franchi e Stella), a quel tempo giovanissimo studente
d’Ingegneria (oggi ingegnere), il quale, dopo essere stato catturato, interrogato e
seviziato con l’amico Leopoldo Gamberini nei sotterranei della “Casa dello
Studente”, aveva ottenuto di essere trasferito in cella con loro e con loro ebbe a
condividere le atroci e disumane sofferenze e con loro patì gli insopportabili e gravi
disagi. Adriano Guglielmi e l’amico Leopoldo Gamberini, entrambi scomparsi non
molti anni fa, avevano frequentato a Genova il rinomato Liceo Classico Statale “A.
D’Oria” ed avevano avuto tra i loro insegnanti quel don Giuseppe Siri – dapprima
segretario del card. Pietro Boetto (riconosciuto Defensor Civitatis) e in seguito per
lunghi anni arcivescovo di Genova – il quale aveva consigliato e spronato il giovane
Guglielmi e altri, a lui rivòltisi per consiglio, “a lottare senza paura e secondo
coscienza, per la libertà e per la giustizia”. E proprio il card. Siri, a guerra conclusa,
unì in matrimonio l’ing. Adriano Guglielmi con la prof.ssa Annaviola Costaguta, per
lunghi anni docente di latino e greco proprio al D’Oria (l'attore Luca Bizzarri fra i
suoi studenti!).
-Il contenuto del libro. Non si tratta certamente né di pettegolezzo né di gossip come
taluno crede e l’ha definita; si tratta, invece, di una autentica e verace testimonianza
vissuta e raccontata in prima persona dall’autore, allo stesso modo che sono da
considerare autentiche le sofferte testimonianze vissute sulla loro pelle: in passato, le
vicende di Le mie Prigioni narrate (Chi oserebbe definirle pettegolezzo?) dal patriota
e scrittore Silvio Pellico; in tempi recenti e a noi più vicini, le esperienze di deportati
rievocate – per citarne solo alcune – in Se questo è un uomo da Primo Levi, in Il fumo
di Birkenau da Liana Millu, in La risiera di San Sabba da Ferruccio Folkel, in Tu
passerai per il camino da Vincenzo Pappalettera, in Le cavie dei Lager da Luciano
Sterpellone, in Marzabotto da Renato Giorgi, e molti altri scritti-testimonianza
ancora.
Senza alcuna acrimonia e senza recriminazioni di sorta, Adriano Guglielmi l’ha
fortemente voluta e amorevolmente curata tanto sul piano del “vero storico” quanto
sul piano prettamente documentale; proprio lui che da sempre, con obiettività, si batté
perché emergessero le eroiche virtù di sopportazione e di santità di “quel gruppetto di
Sacerdoti”, con lui e con altri “420 rastrellati” nel territorio di La Spezia, detenuti
nelle tetre e dure celle del carcere di Marassi a Genova, ov’erano stati condotti via
mare per evitare che, sul passo del Bracco, i partigiani – come s’era sparsa notizia –
tentassero di liberarli.
Quei religiosi non soltanto furono a lui di esempio e di sostegno, ma, com’egli ebbe a
scrivere, manzonianamente “videro ogni loro atto coordinarsi nei disegni del loro
Dio”. Il libretto, una cinquantina di pagine, non è altro, come afferma l’autore, che
una lunga “Testimonianza di un compagno di prigionia”, tal quale l’autore si ritiene,
confortata in aggiunta da “quanto appreso dalla lettura del Diario di Don Mario
Devoto, integrato da quanto scritto da Padre Pio Rosso e da Don Bruno Duchini”. A
buon diritto e a tutti gli effetti, essa rientra, come l’altra opera dello stesso autore “Il
piano inclinato. (1943-1945). Giovani nello spionaggio (L’arma segreta)”, EL
(Editrice Liguria), Savona, nella cosiddetta letteratura resistenziale, che varrebbe la
pena conoscere.
Vi si dice, con tutta l’obiettività e con tutto il distacco possibili, di come
quell’innocuo manipolo di poveri Sacerdoti cattolici venissero, di continuo, si passi il
termine, martirizzati e immotivatamente, sottoposti a pesanti maltrattamenti con
impietose battiture che provocarono lividure ed ecchìmosi, costole rotte e ossa
dissestate, mascelle massacrate e ginocchia frantumate, unite ad altri simili, si fa per
dire, rudi complimenti tali da giungere fino al limite della vera e propria tortura:
maltrattamenti che, per non rivelare alcunché e per non essere di danno ad alcuno, da
quei santi e pazienti religiosi, autentici martiri, furono, “nel loro silenzio discreto”,
accettati sempre ad maiorem Dei gloriam e per la conversione e il pentimento dei
loro torturatori, nazisti o fascisti che fossero.
-Come i Dodici Apostoli. Chi erano quei Sacerdoti, compagni di prigionia del
giovanissimo Adriano Guglielmi, incarcerato assieme all’amico Leopoldo Gamberini,
anch’egli giovanissimo, ma già allora – lui destinato a diventare, qual è poi diventato,
notissimo musicologo e compositore – innamorato della musica al punto di formare,
proprio all’interno del carcere, e dirigere, per le feste pasquali, un coro formato da
altri prigionieri?
Chi erano quei Sacerdoti la cui “presenza – così come scrive il Guglielmi – era
sentita, come aiuto e conforto, da tutti nel carcere” e la cui “ora della preghiera
collettiva era un momento che ritmava gradevolmente la giornata carceraria”?
Nel libro si dice di quei Sacerdoti singolarmente e della loro forza d’animo ché quasi
mai traspaiono sentimenti di paura o di vigliaccheria; e di ognuno di loro vengono
tratteggiati anche i lati umani: dagli abiti goffi e rappezzati che indossavano sotto la
veste talare all’obbligo mattutino di svuotare in gran fretta i buglioli e le catinelle
d’alluminio e altri recipienti con la propria orina e i propri escrementi; dalle piccole e
pervicaci manìe notturne di fare il bucato per lavare alla meglio i poveri laceri
indumenti e i calzini bucati alla generosa e non richiesta cessione di parte del misero
rancio (altrimenti detto “sbobba”) fino, indossate con religiosa ufficialità le tonache
per quanto sgualcite e malridotte, alla recita vespertina delle preghiere e del canto di
“qualche inno religioso popolare” dopo che, la sera, il carceriere era passato a
“spegnere la fioca luce in ogni cella”.
Le accuse, a dire degli inquisitori inoppugnabili e cavillose, per sorprenderli e
sequestrarli, schedarli e, data, si fa per dire, l’estrema gravità e fondatezza delle
motivazioni addotte, gettarli senza alcuna preventiva istruttoria, senza alcun ulteriore
interrogatorio o procedimento giudiziario e senza tanti complimenti direttamente in
prigione, erano (se si esclude quella inventata di sana pianta di “nascondere depositi
di armi nelle sacrestie”) sempre le stesse e riconducibili principalmente a due:
*di aver aiutato e nascosto nelle loro chiese o nelle loro canoniche nuclei di “Ebrei”,
non solo non rispettando, ma andando anzi contro le famigerate e deprecabili Leggi
razziali imposte, a partire dal 1938, dal regime fascista;
*di aver procurato cibo e conforto ai “ribelli partigiani”, agendo nella più palese
illegalità e ponendosi così, e consapevolmente, a favore della parte avversa al – si fa
per dire – legale regime dittatoriale.
Ma certamente ci sarà chi si chiederà: Come erano potuti finire tutti insieme, e in un
unico blocco, nelle mani dei Fascisti e dei Nazisti? Tal “Aurelio Gallo, già autista
dell’allora vescovo di La Spezia, Mons. Giovanni Costantini”, era stato allontanato
dall’incarico per manifesta pedofilia ed era caduto anche in disgrazia delle autorità
italo-tedesche del luogo. Pertanto, per risalire la china, aveva voluto farsi bello agli
occhi dei gerarchi nazi-fascisti locali e, prove alla mano di cui lui subdolamente era
venuto a conoscenza in Arcivescovado, insieme ai nominativi di oltre quattrocento
civili (uomini e donne d’ogni ceto e delle più varie professioni trasportati a Genova,
come detto, via mare, dopo essere stati ammassati “nel ventre della bettolina... con
gran celerità e brutalità”), da novello Giuda non solo aveva tradito, ma altresì aveva
“soffiato”, per vendicarsi, i nomi di quei sacerdoti rei di aver prestato aiuto e sollievo,
senza esigere “purezza di razza” o “tessera di partito”, a quanti erano venuti a
trovarsi in gravi difficoltà o in situazioni di pericolo: Ebrei e Partigiani compresi.
Riuniti in carcere dapprima in un gruppo di dieci, tanti erano i Sacerdoti della Diocesi
della Spezia presi contemporaneamente nella retata, a loro si aggiunsero quasi subito
Don Gianluca Spadoni, parroco nella Diocesi di Massa-Carrara e Don Giovanni
Battista Parodi, parroco di Cravasco, nella Diocesi di Genova. E fu così che, dopo
violenti interrogatori nei sotterranei della “Casa dello Studente”, quei Sacerdoti,
proprio come era stato per i dodici Apostoli che s’erano adunati nel Cenacolo, si
ritrovarono forzatamente adunati in dodici anch’essi, ammassati e “immagazzinati”
(il termine è quello usato dall’autore, così come tutti i corsivi virgolettati riportano le
precise parole dell’autore) nella medesima cella, un po’ più grande delle altre e di
“circa due metri per cinque”: tra gli uni, gli Apostoli nel Cenacolo, e tra gli altri, i
Sacerdoti nella cella, la presenza confortatrice di Maria, spesso invocata con
preghiere e canti, fu di massimo conforto e sollievo; così come sugli uni
nell’evangelico Cenacolo e sugli altri nella “cella di Marassi”, rinnovato e autentico
Cenacolo, l’assistenza ispiratrice dello Spirito Santo infuse il suo soffio vivificatore e
la sua forza spirituale ed emise nei loro animi il suo vigore divino.
-I Sacerdoti, uno per uno. Come non fornire di seguito un brevissmo ritratto di
ciascuno dei dodici Sacerdoti cattolici, novelli martiri? Una volta caduti nella retata,
erano stati tradotti nel supercarcere di Marassi a Genova, sorvegliati dalle SS armate
e guardati a vista quasi si trattasse dei peggiori e più pericolosi malfattori, essendo
essi considerati “rei soprattutto di non aver adeguato il loro ministero alle direttive di
imposizioni della dittatura... perché con la loro chiarezza e indipendenza di pensiero
e di parola, ottenevano largo consenso infondendo in chi li seguiva dignità e
coraggio... vizi imperdonabili per le dittature di qualsiasi colore esse siano”.
*Don Giovanni Bertoni, parroco di Migliarina, era “uomo di poche parole”, “di
statura normale, con i capelli corti, non poteva chiudere completamente la bocca,
perché la mandibola, sotto i colpi e le percosse ricevute, non combaciava più con i
denti superiori”. Al suo riguardo Guglielmi precisa: “Non sentii mai da lui
recriminazioni per quanto gli era successo. Sapevo dai suoi confratelli che era stato
massacrato con particolare accanimento...”;
*Mons. Ferruccio Casabianca, “chiuso e dolentemente ieratico”, “alta figura avvolta
dal lungo mantello consumato”, il quale, nell’ora d’aria concessa ogni quindici giorni
dalle SS, “non passeggiava, ma si fermava ritto in un angolo... con i grandi occhi
rassegnati che guardavano lontano”, in direzione di Sarzana, ove, “ignaro del suo
arresto e della sua vicenda”, era morto suo padre;
*Don Mario Devoto, “simpatico prete musicista”, è il sacerdote che rivela al
Guglielmi l’umana sofferenza di Mons. Casabianca ed è ancora il sacerdote di cui
Guglielmi ha l’opportunità di leggere il diario, “integrato da quanto scritto da Padre
Pio Rosso e da Don Bruno Duchini”, che dà il supporto della verità e costituisce gran
parte della presente testimonianza;
*Don Bruno Duchini, “esile figura, quasi serafica”, dalla “voce squillante in cui
l’accento spezzino si sposava ad un linguaggio sonante e aulico”; “era noto per la
chiarezza inequivocabile delle sue prediche in parrocchia nelle quali sosteneva i
principi evangelici coraggiosamente incurante se apertamente in contrasto coi
principi fascisti di violenza e razzismo”; egli, essendo giovane come Don Scarpato,
viveva “un po’ all’ombra dei confratelli più anziani”;
*Mons. Antonio Mori, parroco alla Scorza, “non alto e abbastanza minuto di
persona, la faccia larga e pallida, la bocca sottile, lo sguardo freddo e severo”,
“grande educatore di giovani”, dotato di “una notevole forza d’animo interna” e in
grado di “confortare o distrarre i suoi compagni di cella” abbandonandosi al racconto
di lunghi aneddoti e interminabili fantasie. “I tedeschi e i repubblichini erano
particolarmente attenti alle mosse di Don Mori e di Don Scarpato”, specialmente per
“la sfacciata azione di protezione che svolgevano in difesa di Ebrei spezzini”.
*Can. Giuseppe Pieroni, “un vecchio sacerdote, ex cappellano della milizia fascista,
grassottello, con una faccia cotta dal sole e due occhi azzurri fanciullescamente
maliziosi”, oggetto di... aneddoti e invenzioni da parte di Don Mori e che, la mente
sconvolta, cedette allo sconforto, ma, prontamente soccorso dai confratelli e “aiutato
dalla grazia di Dio”, ricuperò rassegnazione e serenità. Di fronte alla figura di don
Pieroni, sacerdote che “per propria determinazione aveva accettato l’umiliazione e il
dolore delle torture per non confessare” e nel momento in cui lo coglie “uomo come
gli altri”, il Guglielmi esprime tutta la propria ammirazione per lui;
*Don Vittorio Reali, “vocazione tardiva di un uomo risoluto e coraggioso”, già inviso
ai tedeschi per “il libero parlare da lui spesso usato dall’altare”, mise tutto il suo
impegno col prefetto Turchi in “trattative, spesso rischiose, per ottenere scambi di
prigionieri tra tedeschi e partigiani”; fu altresì accusato, pretestuosamente e senza
alcun fondamento di verità, di aver “nascosto un deposito d’armi nella sua
sacrestia”;
*Padre Pio Rosso, che portava spesse lenti, era un domenicano, alto e massiccio, al
quale i suoi – si fa per dire – benefattori, avevano provveduto a dissestargli le ossa, a
rompergli le costole e un ginocchio sì che procedeva claudicando; questi fu richiesto
come confessore dal Guglielmi, allorché, “terrorizzato dal cattivo andamento dei suoi
interrogatori”, era convinto d’essere ormai prossimo alla fine;
*Don Mario Scarpato e Don Bruno Duchini (di cui sopra) erano “i due più giovani e
probabilmente più affamati”. “Figlio di un operaio, repubblicano per antica
convinzione”, Don Scarpato, parroco di Pagliari, “aveva gravi reati sulla coscienza
perché da anni svolgeva attività cospirative”: aiutava e confortava cioè, senza
distinzione di colore politico o di razza, tutti quelli che a lui si rivolgevano, sicuri
sempre della sua “segretezza”... tanto che lui e Don Mori “avevano materialmente
aiutato” perfino quel tal Aurelio Gallo di cui s’è detto e che, con altri complici,
“cercò prove per poter muovere accuse gravissime, quelle che allora venivano
chiamate reati di sangue: reati che, generalmente, venivano pagati col piombo dei
mitra o peggio con l’invio in vagoni piombati a Bolzano, Mauthausen, Dachau,
Auschwitz, Birkenau, ecc.”;
*Don Rinaldo Stretti, insieme a “un certo numero di intellettuali, dottori, avvocati,
alcuni operai”, fu il prete scelto dal solito, e infido, Aurelio Gallo, che “cercò prove
per poter muovere accuse gravissime” contro lui e contro gli altri, torturandoli e
usando tutti i mezzi per far “loro confessare anche reati mai commessi”. Don Stretti,
“previamente massacrato a dovere” e “spinto dalla volontà tedesca di operare in
odium religionis”, fu letteralmente “terrorizzato” al punto che “arrivò ad indossare
addirittura la divisa fascista” e fu portato a “falsamente testimoniare”, creando
inspiegabile sconcerto tra i suoi parrocchiani, ma specialmente tra i confratelli;
*Don Gianluca Spadoni, “mandato in campo di concentramento” prima dell’entrata
del Guglielmi “in canonica” (così il Guglielmi definiva la cella di Marassi con i
Sacerdoti), apparteneva alla Diocesi di Massa-Carrara e, pur non rientrando nella
famigerata “operazione Gallo”, era stato rinchiuso in carcere perché “reo di essere
stato il cappellano dei partigiani”;
*Don Giovanni Battista Parodi, arrestato per rappresaglia a seguito dell’uccisione di
9 tedeschi proprio a Cravasco, il paesino della Val Polcevera ov’era parroco, venne
sottoposto a “interminabili interrogatori al Comando prima, a Marassi poi”.
Rinchiuso nel carcere di Marassi “prega in silenzio, prega sempre: per i cinque
tedeschi uccisi (dallo scoppio di una bomba al cinema Odeon in via Vernazza a
Genova), per i suoi parrocchiani lasciati al paese tra gli incendi e le razzie” e
quando viene a sapere che, per ritorsione, 32 prigionieri politici rinchiusi nella IV
sezione del carcere di Marassi e “18 partigiani (i martiri dell’eccidio nel Vallone
della Benedicta del 9 aprile 1944) sono morti, fucilati, prega per loro”. Sopravvisse
agli orrori della guerra (tra cui l’eccidio di Cravasco del 23 marzo 1945) e, alla sua
morte, il card. Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova, ebbe a dire di lui “non fece mai
chiasso, ma fece bene tutto”.
-Conclusione. Occorre ricordare, prima di concludere, l’atto finale. Grazie
all’intervento perentorio e alle indomite trattative col comando nazista
dell’arcivescovo di Genova, card. Pietro Boetto e del suo giovane segretario don
Giuseppe Siri, fu il maresciallo Rudholf Lassner, uno dei responsabili delle SS di
stanza in città, ad annunciare “ai sacerdoti con nazistica impudenza che erano
risultati innocenti, facendo loro le sue scuse e annunciando la loro immediata
scarcerazione”.
Il farsesco voltafaccia, che portò alla liberazione dei dodici Sacerdoti, “questi miti e
terribili testimoni”, era il frutto della “certezza che a La Spezia i repubblichini
avrebbero provveduto nel proprio interesse a farli tacere per sempre”. Così non fu.
I preti furono avvisati di rimanere a Genova, perché “a La Spezia si preparava per
loro una trappola mortale”; così essi, vissuti nascosti e in clandestinità fino alla
liberazione di Genova, “il 5 maggio 1945 raggiunsero le loro parrocchie, che li
accolsero con le loro campane nell’aria della primavera spezzina”.Si chiude qui
quella che, pur nella sua tragicità, mi piace metaforicamente definire la favola bella
dei dodici Sacerdoti. Da parte mia penso che le numerose e qualificate testimonianze,
che ho a lungo indagate e di cui ho dato conto con la massima fedeltà possibile,
debbano risultare oltremodo preziose e oltremodo valide non solo e non tanto per
chiarire, ma altresì, ove e qualora ce ne fosse bisogno, per giustificare la consistenza
e avvalorare lo spessore dell’apporto dei Cattolici – Laici (e sono numerosi, oltre che
noti a tutti), ma anche, come in questo caso specifico, Sacerdoti (forse non meno
numerosi, ma, fiaccole sotto il moggio, assai meno noti) – al grande evento storico
della Resistenza.
L’autore, allora poco più che ventenne, Adriano Guglielmi, saggiamente osserva e
saggiamente giunge a scrivere un pensiero forte e un concetto profondo pur se
certamente già espresso da tanti altri che ebbero, prima di lui, a soffrire,
immeritatamente, la durezza del carcere: “Solo quando si perde la libertà se ne
afferra il valore nel suo significato più ampio”.
E la sua validità va intesa tanto sul piano civile quanto su quello religioso. Sempre
lui, il giovane Guglielmi, francescanamente, con parole clarite et belle, chiude e
conclude il suo scritto-testimonianza, mi sia consentito sostenerlo e riaffermarlo, dal
contenuto e dal peso altamente storico: “Sono cattolico, e per me il seme vero della
libertà l’ho scoperto in quella cella fra quei dodici preti, alla luce della loro dignità e
fede”.
Sono parole che, al giorno d’oggi in cui si tende a generalizzare le macchie e le colpe
di alcuni (sempre troppi, comunque, e per i quali Papa Francesco esprime la sua più
totale), rivalutano tante e tante figure di Sacerdoti che, uomini tra gli uomini, in ogni
continente, danno con generosa abnegazione il loro aiuto e il loro conforto a chi più
ne ha bisogno e a tutti coloro che indistintamente a loro si rivolgono.
3. Felice Cascione, un eroe leggendario e una figura esemplare
della “Resistenza” in Liguria
“Il mio pensiero è questo: il dottore e il sacerdote debbono seguire l’esempio del grande Maestro
dell’Umanità: passare beneficando.”
Di chi sono mai queste parole sublimi? Le ha pronunciate non un mistico o un religioso,
ma un partigiano, sì, proprio un partigiano verace: un coraggioso ed eroico partigiano
imperiese, indimenticabile eroe e indimenticabile simbolo della “Resistenza”.
Com’è facilmente intuibile, le parole in avvio esprimono, senza se e senza ma, un
indiscutibile amore totale verso il prossimo, richiamandosi a Cristo e mettendo sullo
stesso piano due nobilissime professioni: quella del medico e quella del sacerdote. È pur
vero che il medico cura le malattie del corpo e il sacerdote cura i mali dell’anima, ma
entrambi sono convintamente uniti nel preoccuparsi – materiale o spirituale che sia – del
benessere di ogni persona. Non lo si può negare: quelle citate in apertura suonano parole
ricche davvero di sconfinata bontà e dense di disinteressato altruismo tanto da sembrare
scaturite e prese direttamente dal Vangelo.
Si chiamava Felice Cascione, il giovanissimo medico (s’era laureato a Bologna nel 1942)
che le aveva pronunciate con determinata convinzione scrivendole in una delle sue
numerose lettere inviate alla madre, la maestra Maria Baiardo, rimasta vedova (il marito
Giobatta Giacomo Cascione morto di ritorno dalla I Guerra mondiale) quando il figlio
contava soli cinque mesi.
Felice era nato a Porto Maurizio (Imperia) nel 1918 e di lui la madre era orgogliosa:
*bravissimo nella pallanuoto (con la sua bravura trascinò l’Imperia a vincere addirittura
uno scudetto!);
*bravissimo come medico (anche se sua madre non era del tutto d’accordo: nel suo
studio lui curava, con competenza, tutti i pazienti, bisognosi o meno, senza farsi mai
pagare… come poteva fare solo un santo quale lui era!);
*bravissimo come capo del suo manipolo di ribelli partigiani (seguendo la mammamaestra di paese in paese nei suoi trasferimenti punitivi perché antifascista, aveva
imparato a conoscere e conosceva i monti alle spalle dell’Imperiese e del Cuneese come
le sue tasche!).
Il coetaneo Alessandro Natta, suo primo biografo, delineando personalità e carattere di
Felice, scrisse che egli volle “essere medico per fare il bene, per sacrificarsi a favore del prossimo” e
affermò: “Se una nota prima dev’essere posta in luce dell’animo nobile e puro di Felice Cascione, è la
bontà. Un evangelico e disinteressato amore del prossimo e soprattutto degli umili, dei sofferenti, dei
vinti”.
Convinto comunista della primissima ora (era nato solo un anno dopo la Rivoluzione
russa), decise di aderire alla “Resistenza” e assunse il nome di battaglia di “u megu” alla
guida della Prima Divisione partigiana di Imperia: per lui “comunismo” non era certo
un’utopia, ma significava mettere integralmente in pratica (come ha detto anche Papa
Francesco!) le parole del Vangelo ed essere “compagno” vero di tutti gli umili e di tutti i
poveri, di tutti i reietti e di tutti gli emarginati, ma soprattutto, da autentico “buon
samaritano”, l’amico sempre pronto, anche rischiando in proprio, ad accorrere in aiuto di
chiunque avesse bisogno o si trovasse in difficoltà.
La sua bontà d’animo era tale che giunse al punto di vietare agli uomini della sua
Divisione di uccidere seduta stante, come avrebbero voluto fare, due fascisti che erano
stati catturati e riuscì a convincere tutti i suoi compagni, anche i più ritrosi, affermando:
“Ho studiato da dottore per curare e salvare la vita degli altri, non per uccidere!”
Purtroppo uno dei due riuscì a evadere e a mettersi in salvo fuggendo a rotta di collo: fu
certamente lui la spia che, rivelando i nascondigli della Divisione comandata
dall’intrepido Felice Cascione, fece sì che fascisti e nazisti della zona arrivassero a lui,
l’astuto comandante che aveva dato loro tanto filo da torcere, l’imprendibile “primula
rossa delle Resistenza del Ponente Ligure” e su cui volevano mettere le mani. E lui, ferito ad
una gamba, sanguinante e impossibilitato a fuggire come aveva fatto tante altre volte,
visto che avevano catturato un membro della sua Divisione e, credendolo il comandante,
stavano per fucilarlo, alla pari di quanto aveva fatto Padre Massimiliano Kolbe ad
Auschwitz, ebbe l’altruistico coraggio e l’ammirevole ardimento di attirarli su di sé
dicendo: “Lasciatelo, sono io Felice Cascione, sono io il Capo che cercate!” Tanta erano la rabbia e
l’odio contro di lui che non fu risparmiato e venne fatto fuori immediatamente con una
raffica sul posto. C’è un cippo, oggi, a Case Fontane di Alto, che ricorda il luogo esatto in
cui il nostro eroe – davvero leggendario e, lasciate che lo dica, davvero santo – fu ucciso
sacrificandosi per salvare quel suo compagno e, con lui, tutti gli altri della sua Divisione,
che così ebbero il tempo di darsi alla fuga e mettersi in salvo.
Alto e bello, intelligente e buono: era l’idolo delle donne; non temeva il rischio e, da
medico, correva sempre a curare chiunque lo cercasse, anche nel paesino più sperduto o
nell’angolo più difficile da raggiungere: e per questo era ammirato e benvoluto proprio
da tutti, nessuno escluso.
Un giorno i ribelli partigiani della sua Divisione, mentre ascoltavano uno di loro che
suonava sulla chitarra, che non abbandonava mai, il melanconico motivo russo di
“Katjuša”, dissero al loro comandante che non avevano un loro canto per riconoscersi e
gli proposero di comporne lui uno tutto per loro.
Felice non se lo fece dire due volte e, adattandole alla nostalgica musica del popolare
canto russo, ideò e buttò giù a Curenna, nel comune di Castell’Ermo, alcune strofe che
dovevano diventare una sorta di universale inno partigiano: “Soffia il vento, urla la bufera ecc.
ecc.”. E quelle strofe buttate giù su un foglietto di sottile carta velina le inviò per una
revisione a sua mamma, l’integerrima maestra antifascista convinta e proprio per questo
inviata, per punizione, ad insegnare e a fare la maestra in disagiati paesini di montagna.
La mamma-maestra, più che vere e proprie correzioni, apportò qui e là alcuni ritocchi
stilistici. Tanto per cominciare l’iniziale “Soffia” (verbo proprio del vento) diventò
“Fischia” (un verbo che univa a quello del vento il sibilo delle sparatorie) e tale è rimasto
per sempre sulle bocche e nei cuori di tutti gli antifascisti che ancor oggi lo cantano.
“Fischia il vento”, certo il più noto canto partigiano al mondo e che rievoca atmosfere e
coraggio della “Resistenza”, è anche il titolo che la scrittrice Donatella Alfonso ha voluto
dare alla sua ultima fatica: che sia sussurrato in sordina o cantato a squarciagola, quel
canto – nato da “u megu” per i suoi compagni di battaglia per la giustizia e la libertà –
trasmette nostalgìa e ricrea quel clima di solidarietà che idealmente affratellava tutti i
partigiani nella loro dura lotta resistenziale contro l’efferata dittatura nazifascista.
Anche se sono trascorsi ben settant’anni dal tempo della “Resistenza”, il dottor Felice
Cascione non è certo sorpassato né un personaggio fuori tempo: le sue imprese non solo
sono ancora in grado di stupire e di affascinare, ma di essere anche di esempio per i
giovani d’oggi.
Dobbiamo, pertanto, essergli grati e riconoscenti per l’eroica prova che ha saputo dare
fino a cadere vittima a soli 26 anni, nel 1944, della spietata crudeltà di fascisti e nazisti.
Lui, che, da comunista verace, aveva messo in pratica le parole del Vangelo, amava sì il
prossimo, ma amava nella stessa misura anche i nemici tanto da non volerli uccidere,
semmai convincerli che avevano scelto la parte sbagliata perché nessuno aveva loro
insegnato la parte giusta; e convincerli, soprattutto, d’aver commesso un grave errore nel
sostenere coloro che, giungendo fino alla tortura, soffocavano democrazia e libertà.
Per questo – e me ne assumo tutta la responsabilità civile e morale – meriterebbe proprio
d’essere proclamato “santo” dalla Chiesa e scelto come “santo protettore” di tutti i
partigiani uniti nella condivisa buona “Resistenza” e di tutti coloro che, credendo nella
giustizia e nella libertà, nel rispetto per gli altri e nell’amore del prossimo, combatterono
perché fossero sconfitti i seminatori d’odio e i sopraffattori nazifascisti.
4. 1945-2005: L'eroica figura dell'antifascista e partigiana Liana Millu (19142005), efficace scrittrice deceduta nel sessantesimo della “Resistenza”
-Premessa. La mia conoscenza dell’autrice, rafforzatasi nel tempo, risale a svariati
anni fa. Insegnavo allora al Liceo Classico Mazzini di Sampierdarena e, a nome della
scuola, ebbi l’incarico di invitare la scrittrice ad un incontro assembleare con gli
studenti del mio liceo.
Liana Millu (1914-2005) ed io abitavamo nella stessa via per cui mi recai a casa sua.
Mi accolse con quella affabilità che le era consueta e fu oltremodo felice di
rispondere positivamente al mio appello, felice com'era sempre di portare la sua
testimonianza fra i giovani, indagando nel contempo se le loro coscienze si
manifestavano reattive o acquiescenti a “disvalori” quali “violenza, indifferenza,
disprezzo”.
Venne e catturò l’attenzione di quel pubblico giovanile, inizialmente irrequieto e
chiassoso, con la sua pacatezza espositiva, con le sue rievocazioni meditate ed
esposte con voluta lentezza e soprattutto con le sue risposte sempre esaurienti ai
molteplici interrogativi che aveva sollevato nei giovanissimi studenti e che gli stessi
le avanzarono.
“La vita è bella” di Benigni non era ancora uscito (ma quando uscì mi disse che non
ne condivideva né la forzata e giocosa impostazione né la falsa atmosfera) per cui
l’incontro voleva offrire spunti di riflessione e di discussione su un altro film che i
giovani studenti avevano visto: “Schindler’s List” di Spielberg, assistendo al quale,
realistico e veritiero, mi confermò che aveva rivissuto il suo dramma e aveva pianto.
-Presentazione dell’autrice. Chi era Liana Millu? Poiché accorreva a portare il suo
messaggio ovunque la chiamassero, a me piaceva definirla “un vivente libro di storia
resistenziale vagante”. Scomparsa dieci anni fa, proprio nell'anno del 60°
anniversario della Resistenza e quando aveva appena compiuto 90 anni, Liana Millu
era personalità molto nota non solo a Genova, ma in tutt’Italia e all’estero, anche se
non faceva pesare per nulla la sua notorietà tanto era alla mano, disponibile, sempre
vitale e pronta – pur con qualche fatica per l’età – a prender parte a incontri pubblici e
convegni, e in ispecie a recarsi nelle scuole, tra i giovani, per portare, come sopra
detto, la sua testimonianza (lo scrive lei: “ho l’abitudine di presentarmi subito come
testimone che parla sul filo della memoria, che è depositario di memoria”), e,
ancorché vittima degli orrori nazisti, non certo per spargere semi d’odio o per
recriminare, ma per far sì che i giovani, fàttisi adulti, non avessero a ricadere negli
orrori provocati da violenza, indifferenza e disprezzo – disvalori scaturiti da idee
assassine e da concetti errati di superiorità razzistica e religiosa e che, ahinoi, sono
sempre in agguato e si manifestano atrocemente anche nell'epoca in cui viviamo.
Qual era, dunque, la forza della Millu fra i giovani? Non tanto quella di limitarsi a
dire e a raccontare nel dettaglio la vita dei “lager” giacché – riteneva lei – i giovani
“qualcosa ne hanno letto e qualcosa ne sanno”; ma era quella di far scoprire e di
presentare loro – diametralmente opposti a quei disvalori sopra ricordati e che tanto
male e tante turpitudini hanno generato e prodotto (e continuano a generare e
produrre) contro l’umanità tutta – i valori umani della tolleranza e della
ragionevolezza, della partecipazione e della reciproca stima: valori celati o seppelliti
nei loro animi; e tutto ciò al fine di farli emergere dal silenzio dei loro animi, di farli
venire dal buio alla luce suscitando in loro quella presa di coscienza che li portasse a
capire, a riconoscere e a rendersi conto con chiarezza “dove e fino a che punto” quei
disvalori hanno condotto l'uomo e ancora lo possono condurre, se non vengono
continuamente e senza sosta contrastati dai valori.
La sua preoccupazione prima, anche nelle sue opere, era proprio quella di far
comprendere a tutti, ma ai giovani specialmente, che nella violenza, nell’indifferenza
e nel disprezzo sono da ricercare le radici di nazismi e fascismi, di razzismi e
intolleranze, anche di natura religiosa; e che se tali disvalori germinano e prevalgono
negli animi degli uomini sopraffacendo i valori e facendoli venir meno, allora ogni
forma di mistificazione, ogni forma di abbrutimento e ogni forma di violenza sono
ancora possibili: sempre e in ogni momento.
-I suoi scritti. Autrice di alcune opere fondamentali tradotte in più lingue e diffuse nel
mondo e che sono da affiancare a quelle degli autori più sopra citati e che, nel
contempo, dovrebbero, a mio avviso, entrare a far parte della biblioteca di ogni
studente: opere destinate a far sì che non si perda la memoria dei campi di sterminio e
delle torture in essi perpetrate né la memoria della “Resistenza”, messa in atto da lei
come da migliaia e migliaia di altre donne e uomini d'ogni età e d'ogni ceto sociale.
“Il fumo di Birkenau” (1947) scritto nell’immediatezza del ricordo e dell’esperienza
vissuta e “I ponti di Schwerin” (1978), tradotti in tedesco a distanza di mezzo secolo
e diventati “proprio in Germania” autentici best-sellers. Se è vero che entrambe le
opere hanno avuto varie ristampe, non hanno però potuto contare su quella diffusione
che, secondo chi scrive, meriterebbero e che, grazie al battage pubblicitario, hanno
altri libri e altre autrici di spessore di gran lunga minore.
Innoccasione e a fianco della “giornata della memoria” (a significare “l’apertura dei
cancelli di Auschwitz”) che si commemora ogni 27 gennaio come “Giornata
mondiale dell’Olocausto”, si dovrebbe anche proporre un congruo numero di libri da
essere obbligatoriamente presenti e a disposizione degli studenti in ogni aula di ogni
scuola del territorio italiano: a cominciare proprio dai libri di Liana Millu e, via
elencando, fino a “Se questo è un uomo” di Primo Levi, del quale la Millu fu amica e
in costante contatto.
Il titolo di un altro suo libro è “Dopo il fumo (...di Birkenau). Sono il n. A 5384 di
Auschwitz Birkenau”. Si tratta di una silloge tanto degli scritti della Millu, partigiana
ed ebrea, apparsi su quotidiani o riviste quanto delle testimonianze da lei portate in
incontri pubblici e convegni: un libro “parlato”, dunque. Gli scritti e le testimonianze
sono incentrate su quello che lei definisce il tentativo di perversa metamorfosi che i
nazisti tendevano ad operare in lei, trentenne prigioniera a Birkenau, nel “grande
campo di sterminio” che sorgeva a tre chilometri da Auschwitz: sterminio agevolato,
si fa per dire, grazie agli “inceneritori Topf” e alle “camere a gas” introdotte dal
comandante Hoss). In apertura di libro, a metà e in chiusura si leggono tre intensi ed
efficaci interventi dovuti allo studioso Piero Stefani al quale si deve la meritoria
opera di raccolta di questi, che a me piace definire, “gridi muti di un cuore inquieto”:
quelli del cuore di Liana Millu, che era incapace di gridare, sapeva tutt’al più
mormorare – come per la preghiera ad Auschwitz: in piedi, in silenzio.
Quelle di “Dopo il fumo” sono pagine da leggere, da rileggere e da far leggere, sono
pagine su cui riflettere e far riflettere, sono pagine che il tempo – oggi che siamo a
settant'anni esatti da quei misfatti – sta rendendo (e sempre più renderà), pur nel
trapasso di figure eroiche come quelle di Liana Millu, memorabili sul piano storico
vero e proprio, ma anche su quello estetico e letterario.
I nove capitoletti ripercorrono solo apparentemente l’itinerario, diciamo così
esteriore, di spersonalizzazione e di abbrutimento cui l’autrice, ridotta a semplice
matricola “n. A 5384”, venne sottoposta, ma cui cerca di resistere per non perdere la
propria umanità.
E il filo rosso che unisce i capitoletti o il rivolo sotterraneo che fluisce dall’inizio alla
fine del libro è quel percorso tutto interiore, tutto d’anima che fa passare la Millu,
attraverso meditate riflessioni e ben ponderati pensieri, dall’ateismo – per la via del
“senso del mistero” – all’agnosticismo fino quasi alla “fede” intesa come “necessità
di credere in qualcosa” e fino alla “preghiera”: “Fa, o Signore, che io non divenga
fumo”; percorso interiore e d’anima che fa distaccare la Millu “da tutto quello che la
circondava” e che ancora la fa passare dalla violenza senza senso (il virulento attacco
per massacrare di botte la povera e incolpevole ragazza greca) alla “pietas” per sè e
per gli altri, gli aguzzini compresi: dal “biasimo” alla “compassione”, allo “stupore”
di fronte a tanta crudeltà e a tanta malvagità degli animi, per far ricorso ai termini
stessi dell’autrice.
Quanti episodi (tra tutti, almeno il viaggio Mestre-Venezia e il mozzicone di matita)
vorrei richiamare e quanti personaggi (tra tutti, almeno Edith Stein e Padre Kolbe)
vorrei rievocare: episodi e personaggi che sono frutto non del mero ricordo, ma di
una sorta di convinta missione di cui la Millu, finché visse, si sentì investita: far sì
che tali orrori non avessero mai a cadere nell’oblio, far sì che la sua esperienza e
quella di tanti altri “che c’erano” fosse trasmessa aagli uomini d'oggi, in particolare
ai giovani che saranno gli uomini di domani, i quali a loro volta dovranno assumersi
il compito di trasmetterla ai loro figli, gli uomini di dopodomani.
Senza spirito alcuno di vendetta, Liana Millu intese essere, per gli uomini tutti, voce
della memoria e testimone fedele, ma con quel distacco che si legge nei versi di
chiusura:
“Andate, o umani. Più niente
voglio a che fare
con voi”.
Con quanta più forza lo griderebbe se ancor oggi fosse viva di fronte agli orrori
perpetrati in gran parte del mondo e di cui l'uomo, ignorando il suggerimento
dantesco, continua ad essere brutale autore!
5. 25 APRILE 1945-2015: a ricordo dei martiri e delle stragi della
“Resistenza”
Come trascorre inesorabile il tempo! Esattamente un secolo fa la “Prima Guerra
Mondiale” con milioni e milioni di giovani morti in una guerra guerreggiata nelle trincee
e sui campi di battaglia e a cent’anni di distanza viene giustamente ricordata in varie e
importanti manifestazioni in numerose città italiane, San Pier d’Arena compresa.
Anche la “Seconda Guerra Mondiale” e la “Resistenza”, ahinoi! stanno sempre più
sbiadendo nel ricordo perché risalgono ad un tempo lontano e che si fa sempre più
remoto.
Ciò che, però, non deve essere cancellato dalle nostre menti e dai nostri cuori è il
sacrificio di quei tantissimi partigiani che, con animo onesto e pulito, lottarono e
affrontarono impavidi i nazifascisti.
Per nostra fortuna non ci sono solo poeti che scrivono poesie di fantasia o dicono
d’amore, di tramonti e di stelle, ma anche ispirati poeti che, come il sapido e petroso
filosofo-poeta Carlo Olivari, compongono intensa “poesia civile” perché gli eroi
partigiani non siano mai dimenticati. Egli ha pubblicato, seppure misconosciuto dai
consueti “pappagalli lusingatori”, un aulico libretto titolato “Poesie partigiane”.
Tutti, proprio tutti Carlo Olivari – il quale conobbe di persona la mamma della staffetta
partigiana Adele Rossi più sopra ricordata – li ha nel suo cuore i giovani (per lui “Gioventù
sui monti”) e forti eroi partigiani (descritti in “Momento di fucilazione”), i quali esattamente
settant’anni fa lottarono fino al sacrificio della loro vita perché, liberi dalla dittatura
nazifascista, tutti gli Italiani potessero vivere in democrazia, in pace e in giustizia, e non
sotto il giogo crudele e sanguinario del nazifascismo.
Si tratta – suddiviso in una sorta di vera e propria Via Crucis in dodici stazioni – di un
poemetto di “lirica civile” che tratta dei fatti connessi alla loro coraggiosa e sofferta
esistenza di partigiani.
Il poeta, in versi essenziali, ma densi di commossa partecipazione e accorati davanti lo
spettacolo di tanto strazio, rivive nel suo ricordo e fa rivivere a noi lettori eccidi e stragi,
massacri e fucilazioni, vittime e martiri della “Resistenza”.
*Perpetua così il ricordo dell’“Eccidio all’Oliveta” a Portofino: i versi sono dedicati alla
tragica fine dei “21” antifascisti e che fu svelata, solo dopo la Liberazione, da Vito
Spiotta, uno dei più spietati fascisti operanti in Liguria.
*Rievoca il “Calvario della Benedicta”, località presso le Capanne di Marcarolo, nel comune
di Bosio sull’Appennino ligure: ove furono ben “75” i partigiani vigliaccamente fucilati e
crudelmente massacrati.
*Dice, in versi secchi e crudi, del carcere di “Via Tasso”: luogo davvero drammatico di
umiliazione, di tortura e di morte perpetrate dal Comando tedesco ivi installatosi per
centinaia di innocenti perseguitati.
*Medita sull’attentato del 23 marzo in “Via Rasella 1944” in cui perirono “33” tedeschi e
“2” civili italiani e che, pur se giudicata “legittima azione di guerra”, viene considerata da
Olivari “Come peso, ineluttabile, su noi/dentro di noi”, concludendo drammaticamente: “Nulla
di certo, nulla… nulla, nulla”.
*Piange, in “Fosse Ardeatine”, i “335” prigionieri che il 24 marzo 1944 vennero fucilati
senza pietà come rivalsa per l’attentato del giorno precedente; il poeta li rievoca così: “A
luce ululanti, indistinte, le ombre”.
Tre stazioni olivariane sono dedicate a singoli eroi della “Resistenza”:
*“A Leonardo Cocito”, giovanissimo partigiano cui Genova ha dedicato una via che mi è
familiare perché si trova proprio nel quartiere in cui abito anch’io; il giovane Leonardo è
visto e descritto mentre, “senza tremito minimo”, stringe “quella corda, per lui, di impiccagione”.
*“A Jenny Marsili. S. Anna 1944”, vittima del disumano eccidio di “560” inermi civili tra
donne, anziani e ben “130” bambini a Sant’Anna di Stazzema; una vittima di quella
feroce ecatombe contava solo 20 giorni: “neonati dalle madri divelti”, così il poeta riassume
l’immane carneficina e la tragica “strage di innocenti”.
*“Al partigiano siculo Giorgio Renda”, fatto rivivere per noi tutti perché, lui nato nella
lontana Sicilia, fu, come recita il poeta, “ucciso nella mia Liguria”.
L’ultima stazione della Via Crucis olivariana è intitolata “Viaggio e arrivo in Germania” e
ricrea l’orribile promiscuità dei vivi e dei morti su quei treni piombati, con “fermata
subitanea” in “acherontica luce”, prima di dirigersi ad Auschwitz, Birkenau, Mauthausen,
Buchenwald, Dachau e ad altre infernali mete che hanno mille e mille volte sollevato
l’interrogativo “Dov’era Dio?” a cui il poeta risponde: “Laggiù/assente-presente, in quello
spazio” di immane tragedia.
Una lezione, quella del poeta-civile Olivari, in bilico fra la riflessione civile su così efferati
misfatti di un passato da non dimenticare; il ripensamento storico sulla disumanità
dell’uomo che, ahinoi, ancor oggi si ripropone con accentuata crudeltà e violenza
omicida; la rievocazione sofferta con spasimi interiori espressi in componimenti lirici
carichi a un tempo di piena sincerità e interiore durezza.
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25 aprile 1945