SPIGOLANDO NEI RICORDI (1925-1949). DIARIO DI MARCELLA GALMOZZI
PREMESSA - Nel mese di ottobre 1998, il Museo Storico della Città, in collaborazione con l’Istituto per la Storia
della Resistenza e dell’Età Contemporanea, propone presso il Chiostro di S. Agostino la mostra “La menzogna
della razza”; a tale mostra è collegata un’esposizione riguardante la persecuzione anti ebraica a Bergamo.
La mostra, come sempre per il Museo Storico della Città, è anche l’occasione per avviare ricerche storiche
volte ad approfondire i temi in oggetto e a preparare le future sezioni del Museo stesso.
In particolare, il Museo ha avviato uno studio sui periodici bergamaschi del periodo 1938-1945, che troverà
ospitalità sulla prestigiosa rivista Studi e ricerche di storia contemporanea di dicembre; inoltre, è iniziata anche
una ricerca presso l’Archivio Comunale e l’Archivio di Stato volta a studiare i provvedimenti presi a livello locale
dopo l’approvazione delle leggi razziali nel 1938.
Il diario stupendo che pubblichiamo in questo numero dei Quaderni del Museo Storico della Città si pone in
questa direzione di studio e ricerca e, ci auguriamo, possa diventare uno strumento anche a livello didattico.
Il gruppo di ricerca del Museo, che stiamo studiando di trasformare in Laboratorio permanente di studi
sull’antisemitismo, è composto da: Simone Gamba, Marco Rotoli, Chiara Adobati, Barbara Crotti, Mauro Gelfi,
Gruppo Culturale Didattico del Museo Storico. Un particolare ringraziamento alla Sig.ra Emanuela Sacerdote e
al Prof. Angelo Bendotti.
Mauro Gelfi
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INTRODUZIONE - Oggi mi è venuta tra le mani una vecchia lettera che la mamma mi aveva scritto in tempo di
guerra.
E' stata trovata fra vecchie carte, un foglietto vecchio e sbiadito che mamma mi aveva spedito da Gandino, ove
si era rifugiata, nascosta in un convento di suore, perché di origine ebraica. Era una lettera che doveva essere
strappata appena letta e che, invece, non era stata distrutta; il caso ha voluto che rimanesse per parecchi anni
nascosta.
Alla vista di quello scritto così caro, è scattato in me qualcosa che mi ha spinto a realizzare ciò che da tempo
pensavo di fare: raccogliere i miei pensieri, i miei ricordi.
Voglio fissare sulla carta, quasi fossero dei flash, quello che oggi è ancora vivo nella mia memoria perché non
vadano smarriti i miei tanti ricordi, ricordi più o meno lieti, più o meno tristi, che illustrano periodi della mia vita
ma che possono illustrare anche un’epoca ormai tramontata e dimenticata.
Non voglio tralasciare niente di ciò che di vivo mi è rimasto. Voglio ricordare per me, voglio ricordare insieme a
Camillo, tutti i momenti della mia vita, desidero lasciare questi ricordi ai miei figli, perché attraverso questi scritti
conoscano meglio la loro mamma, la loro mamma bambina in tempi tanto lontani; perché conoscano i loro
nonni, Elisabetta che non hanno mai visto, Ferruccio che hanno conosciuto da bambini; perché anch’essi
abbiano a rivivere un mondo lontano così diverso dal mondo di oggi. E' un mondo un po' da "Albero degli
zoccoli". Pare impossibile, ma il modo di vivere oggi è talmente cambiato, che il mondo della mia infanzia
sembra un mondo veramente lontano.
Marcella
Milano, 7 Ottobre 1989
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LA LETTERA RITROVATA DI MAMMA ELISABETTA - La lettera viene trascritta con gli stessi errori con
cui l'ha scritto la mamma. Mamma era russa e benché si trovasse in Italia da parecchi anni e fosse laureata in
medicina, quando parlava o scriveva, commetteva degli errori. Direi quasi che per noi figli i suoi errori erano
vezzi che non volevamo correggere.
Cara Marcella, ti scrivo dall'alto del mio... solaio. Ecco dove mi trovo oggi e non mi dispiace. Star nella stanza fredda,
gelata? meglio qua. Vedo le colline, le montagne, coperte anche dalla neve e mi sembra di essere a F. sù quel piano
superiore e veder davanti la Gaiana, monte Bronzone, San Giovanni delle F... E' un ballatoio sopra il portico dove sto
sempre. Da questo solaio scrivevo a Carlo quella famosa lettera che ha fatto piangere e lei e Carlo. Domenica con voi ho
passato così bene e speravo di vivere dolcemente almeno una settimana nel caro ricordo, ma subito lunedì dopo sono
cominciati i guai. La pulizia che hanno fatto qua!!! Dal solaio fino al fondo delle cantine, persino hanno chiamato un uomo
con la scala lunga, lunga, con la pertica lunga, lunga a pulire...i muri e la ragnatela sotto i cornicioni del tetto!... Puoi
immaginare come mi sentivo spostata. A papà ho descritto tutto, per non ripetermi continuo. Sono contenta, che almeno la
messa la posso sentire spero tutti i giorni e fare la mia Comunione.
La M.G. (Madre Generale) è molto gentile con me. Siccome il predicatore ha usurpato il mio salottino per tutto il giorno, io
pranzo in quell'altro salottino (mi accendono per quel momento la stufetta elettrica) e scendo giù adagio, adagio in punta di
piedi, mentre lui mangia, poi sono venuta sù, perché lui va dormire in una stanza vicina a me. Vedi come debbo fare io? Tu
mi scrivi che eri offesa per la mancia. Io avrei preso questa cosa con più spirito, avrei accettata la mancia e o avrei tenuto i
soldi per tutta la mia vita come un ricordo o avrei dato al primo povero che entrava in casa a cercare l'elemosina, sarebbe
l'umiltà offerta al Signore. Ma è lo stesso, tu già hai offerto la umiliazione per me ed il Signore l'ha accettata. Io ragiono
adesso così, perché mi sono cambiata, forse nei tempi passati avrei fatto lo stesso. Come vedi ho troncato di scriverti a
riprendo adesso. Non sto neppure nel solaio. Mi hanno scoperta le suore di D. Come vedi in che condizioni di umiliazioni mi
trovo io. Non mangio due pasti della giornata nello stesso posto, non sto due ore nel medesimo sito. Appena vedo da
lontano una cuffia nera di una suora o l'abito caffè del frate, scappo. Ogni piccolo scricchiolio della porta, o un passo
leggero mi fa battere cuore forte, forte, mi fa venire le vampate alla faccia... E corri, corri povero uccelletto sperduto nella
tua gabbia dorata! Qualche volta capita anche che la suora mia comincia a ridere, ridere, che finisco a ridere anche io, che
poi quel riso si trasforma in un pianto dirotto e povera suora non sa come domandarmi scusa. No, non potrei lamentarmi di
loro, fanno tutti per diminuire la mia brutta umiliante posizione. Non hanno colpa loro. E' il destino mio così. Pensare che la
M.G. mi ha mandato parecchie volte un pezzo di torta paradiso la mia damigella mi porta ogni tanto un minuscolo
mazzettino di viole profumate, raccolte nell'orto....
Io che mi sono capitata tra i piedi non certo desiderata.
Ti assicuro che sono così stanca dopo tutta la giornata di correre (mi sembra di giocare a nascondiglio!) che da qualche
giorno vado veramente contenta a coricarmi sul letto. Almeno per un po' di tempo il cuore non mi palpita tanto, ed il cervello
riposa un po'. Se potessi almeno dormire 5-6 ore di seguito. Sono 5-6 ore nelle 24 che non penso niente. Ma invece non ci
riesco. Pazienza, tutto, tutto offro al Signore. Manda la pace! Manda la pace o Signore. Poi mi si è aggiunta la
preoccupazione per Nicola. Sono quasi sicura di aver capito bene, quello che parla il giornale. Povero Nicolotti. Poveretto
papà! Non basta di avere la moglie via, adesso anche N. Perché certamente non potrà non presentarsi, per le condizioni
mie. Rispondi per Nicola e per l'esame di Luciano. Se c'è a Bergamo mandami il mio vestito nero con fascia - se puoi
subito, altrimenti lunedì massimo, presto viene qua la M.S. manda con lei anche vostre notizie -Ti ringrazio di tutto, il pane è
eccellente -Mandami una coroncina qualunque. L'altra si è rotta subito e poi in tanti pezzi. Ti hanno pagato le suore?
Saluta Marussia. Non ho tempo adesso di scriverle, perché devo consegnare oggi questa lettera. Fammi piacere dopo aver
preso la nota, strappa questa lettera bruciala -Saluti e baci a Andrea, Luciano, Gian M. M-a tua.
Anche io ho detto lo stesso al Signore; ancora 100 giorni, ma non di più! Non ne posso più.
1) Avevo ricevuto una mancia perché mi avevano presa per la cameriera di papà.
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CONCLUSIONE
Questa è una raccolta di ricordi fissati sulla carta così come si sono affacciati alla mia memoria. E’ una raccolta
forse un po’ disordinata, i ricordi si accavallano e si sovrappongono; non sono altro, come ho già detto, che dei
flash. Sono stati scritti, per lo più, alla sera al termine di intense giornate di lavoro; sono stati scritti durante
notti senza sonno. Sono stati scritti senza curare la forma e qualche volta, forse, nemmeno la grammatica e la
sintassi. Non poche volte periodi e frasi sono stati interrotti nel bel mezzo della stesura, perché in casa si
presentava la necessità di qualche intervento più necessario e non rimandabile; e ripresi dove erano stati
interrotti, senza fare troppa attenzione a quello che già era stato scritto, lasciando che la memoria vagasse
libera. Non sono stati né corretti, né revisionati per non far perdere loro immediatezza e freschezza. Ricordi
revisionati possono diventare falsi. Questa raccolta non è stata scritta con intendimenti letterari e non vuole
avere intendimenti letterari. E’ semplicemente una raccolta spontanea e sincera.
Il modo di vivere oggi è talmente cambiato, che il mondo della mia infanzia sembra lontanissimo,
incomprensibile. Chi non ha vissuto quegli anni non può nemmeno immaginare come fosse allora la vita. I libri
la possono descrivere, ma credo che solamente i diari possano illustrarla compiutamente. Perché più vivi, più
attendibili. Questa raccolta di ricordi è destinata ai miei figli, perché i miei figli, attraverso questi miei ricordi,
abbiano a conoscere quella vita. Vita di famiglie comuni, di famiglie contadine, di persone semplici ma piene di
dignità e meritevoli di pieno rispetto e anche, perché no, vita di una città.
Questa raccolta termina con il ricordo del mio matrimonio; sono passati quarant'anni e più di vita insieme a
papà Camillo. Anche nella nostra vita, come del resto succede a tutti, gioie e dolori si sono alternati, momenti
sereni si sono alternati con momenti difficili; anche noi abbiamo saputo godere dei momenti felici, abbiamo
saputo superare i momenti difficili. Di questi non ne parlo perché sono troppo nostri. E, d’altra parte, i figli ben li
conoscono.
Marcella
Milano, 11 Giugno 1991
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CAPITOLO I
1925 - 1926 I primi sbiaditi ricordi - I primi ricordi risalgono a questo periodo. Una
bambina di quattro anni, fra tanti fratellini: Luciano, Marussia, Andrea, io, Nicola, Lisetta. Tutti vicinissimi; allora
era così. Eppure mamma faceva la dottoressa a Torre Boldone. Non ricordo questo periodo. Ricordo
benissimo, invece, la casa di Bergamo. Mamma aveva avuto due gemellini GianFranco e GianCarlo e aveva
lasciato il posto presso l'ospedale di Torre; e ci eravamo trasferiti a Bergamo. Papà era medico all'ospedale di
Bergamo, perciò il sacrificio di andare avanti e indietro in bici da Torre (di macchine non se ne parlava) non era
più necessario.
Ecco tutti a Bergamo con mamma in casa, mamma a tempo pieno con otto figli; Luciano, il primo, aveva otto
anni.
Viale Santuario 1. La casa vicino alla Chiesa del Santuario, in Borgo S. Caterina, c'è ancora , ora è un po'
trasformata ma è rimasta all'esterno come allora.
Abitavamo al primo piano, si saliva per una scala lunga e buia, si entrava in una sala, questa la ricordo bene,
che aveva due finestre che davano sul Borgo, sotto le finestre un po' in rientranza, c'era il nostro angolino
preferito. Si giocava, si rideva, come tutti i bambini di questo mondo.
Quando suonava il campanello, perché tornava papà, ricordo che tutti si correva incontro, e mamma, sempre
con un piccolo in braccio, ci invitava a star calmi.
Il Baratto - Due bambini nell' angolino preferito, sotto la finestra della sala che guarda sul
Borgo. Lui a mala pena tre anni, lei quattro. Stanno contrattando mezza pasta dolce.
"Io ti do un po' della mia, tu mi dai un po' della tua."E' domenica e come al solito papà Ferruccio ha portato a
casa un pacchetto, ma piccolo, di paste. Forse otto paste, una intera per papà e mamma. Le altre, secondo un
gran rito, venivano diligentemente divise a metà. Ognuno sceglieva una metà, ma erano così perfette queste
metà che era impossibile che una fosse più grande dell'altra.
Vedo ancora gli occhi di noi fratellini su quelle paste, che difficoltà scegliere! Sembrava sempre di sbagliare
nella scelta. Finalmente soddisfatti si andava con le nostre due mezze paste a goderci il nostro dolce tra il
sorriso compiacente di mamma e di papà, convinto di averci fatti contenti,
ma anche di aver rispettato il suo senso di imparzialità.
Ecco noi, Marcella e Nicola, con le nostre mezze paste in mano avviarci
verso l'angolo preferito. Ci sediamo e, a nostra volta, barattiamo la nostra
pasta "Io ti do questa, tu mi dai quella" ecc., ecc., oppure dividiamo di nuovo
a metà la nostra mezza pasta.Chissà perché, anche questo rito si ripeteva
metodicamente. Mi sembra di rivivere una di quelle domeniche.
Rivedo il volto di papà divertito, di mamma allegra. Come eravamo felici con
poco.
Il tenente medico Ferruccio Galmozzi
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Lisetta e i gemellino - Di Lisetta, purtroppo, ricordo molto poco. So che era bionda,
bella, vispa, allegra. Ricordo vagamente il suo canto preferito "La bella lavanderina" e il giro tondo che
facevamo con lei.
Poi la malattia, l'ansia di papà e mamma, medici tutti e due, impotenti davanti al male della loro piccola di due
anni e mezzo ed insieme all'ansia, le preoccupazioni, le notti insonni di genitori che avevano due gemellini di
pochi mesi da crescere e come tutti i piccoli rubavano ore di giorno e sonno di notte. Eppure papà, tornato dal
lavoro, quando si sedeva a tavola, aveva sempre il più piccolo in braccio e i due gemellini, a turno, sedevano
sulle sue gambe. Il resto, le preoccupazioni, le ansie ed anche le soddisfazioni che potevano dare la numerosa
schiera di bimbi, le posso solo immaginare.
Poi improvvisa la tragedia.
Quasi non bastasse la preoccupazione per Lisetta ammalata gravemente di meningite, i due piccoli che non
avevano nulla, si ammalarono anche loro e in otto giorni la morte passò tre volte da questa casa felice per
rapire tre angioletti.
Gli ultimi, i più piccoli, quelli che avevano più bisogno di tutto, i fiori più freschi e più belli, sparirono.
Mamma e papà si aggiravano per casa come inebetiti.
Ricordo molto bene il funerale. Fiori bianchi, gente, gente che piangeva, gente che ci accarezzava.
Noi fratellini vestiti della festa. Cosa potevamo capire? Io avevo quattro anni. A me tutta quella gente, tutti quei
fiori mi facevano pensare ad una festa. Ricordo solo che guardavo il mio grembiulino (o vestito) bianco forse
era il vestito dell'asilo, il mio nastrone bianco sui capelli; ero solo compiaciuta di essere ammirata, accarezzata.
Dei tre piccoli non ho altro ricordo. Eppure al cimitero a distanza di tanti anni porto un fiore sempre anche per
loro. A casa li ricordavamo come i nostri angioletti.
E' un anno molto importante. Ho finito di andare all'asilo. L'asilo del Borgo, c'è ancora oggi, uguale. A quel
tempo era veramente bello, stanze ampie, corridoi vasti dove i bambini potevano giocare senza pericoli.
In fondo al corridoio c'erano i gabinetti, i piccoli lavabi, gli spogliatoi. Dell'asilo ricordo molto poco.
Vagamente Suor Lucia, un' istituzione per il borgo.
Era un po' la mamma di tutti quei bimbi.
Probabilmente noi eravamo contemporaneamente in tre all'asilo. C'era anche un grandissimo giardino con
l'altalena ed altri giochi molto semplici. Certamente avrò trascorso ore liete e spensierate, anche perché
mamma con tutti quei bimbi non poteva portarci molto a passeggio e in casa eravamo sacrificati.
Ottobre 1927. Marcella ha sei anni e va a scuola . Dicono tutti che il primo giorno di scuola non si dimentica
mai. Io non lo ricordo affatto. Ricordo e vagamente mi tornano alla mente le mie prime compagne. Allora la
maestra era sempre quella dalla prima alla quinta. La maestra la ricordo bene. La Signora Milesi era la moglie
del direttore didattico. Un omone grande e grosso (almeno così mi pareva) che nelle grandi feste si metteva in
divisa fascista. Lo ricordo con l'orbace e il fez in testa. Pareva un gran condottiero, incuteva timore a tutti,
eppure era buono come il pane. La maestra non aveva figli e riversava su di noi tutto il suo affetto.
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Le compagne erano le stesse che avevo avuto all'asilo, che incontravo nel Borgo e con le quali trascorrevo
qualche ora domenicale in Oratorio.
Nossa, Coffetti, Minelli, Conti, Broggi, Gentili, Carminati, qualche nome mi ritorna alla mente, qualche vecchia
compagna la ritrovo ancora quando vado a Bergamo, magari ancora in S.Caterina. Si sono sposate con
compagni del Borgo ed abitano ancora li.
Della scuola ne parlerò ancora, man mano che i ricordi riaffiorano.
Un avvenimento molto importante per la nostra famiglia. Dopo la tragedia della morte dei tre fratellini, papà e
mamma si erano dati da fare per cambiare casa. Era diventata troppo triste e troppo piena di mesti ricordi la
casa del Santuario. Papà voleva una casa grande, un giardino dove i suoi bambini potessero sfogarsi, ma non
voleva nemmeno abbandonare il Borgo dove la nostra famiglia si era bene inserita ed era tanto amata.
Ed in Borgo Santa Caterina n.6 trovammo la casa giusta. Questa è la casa più bella che io ricordi. Gli anni
trascorsi qui, nessuno di noi fratelli la può dimenticare.
Cercherò di descrivere questa casa e il suo magnifico giardino. Mi piacerebbe avere la mano magica di Luciano
e fare un bello schizzo (ecco una delle deficienze di cui ho tanto sofferto, avrei sempre voluto disegnare e non
sono mai stata capace).
Un grandissimo giardino dava sul borgo. Un grande cancello per entrarvi con la macchina (quando arrivò) o
con il carro; vicino al cancello un grandissimo portone che immetteva in un grande atrio, poi un gran viale ed in
fondo la casa. Le stanze del pianterreno davano tutte sul giardino, e sul giardino davano anche il garage, la
cantina e altre stanze adibite a rustico. Dall'entrata si saliva al primo piano con una scala molto ampia. Al primo
pianerottolo una grande statua. Era l'Italia, una donna formosa col petto nudo. Subito mamma fasciò il petto
con la bandiera d'Italia. I bambini non dovevano scandalizzarsi. Eppure ricordo ancora io e Nicola sforzarci a
salire fino al petto della statua ed alzare la bandiera. Chissà cosa credevamo di vedere. Da questo pianerottolo
si entrava in un piccolo appartamentino dove era stato ricavato il gabinetto, una grande stanza da bagno che
serviva da lavanderia, da deposito ecc. Altri gradini sette o otto e si arrivava in un lungo corridoio che portava
alle camere da letto. Erano cinque. Quindi una magnifica casa, ampia, spaziosa che certamente procurava
anche molto lavoro.
Fortunatamente allora c'erano le donne di servizio: Lucia, Maria, Rosina, ne sono passate tante da casa nostra.
Belle ragazzotte di campagna che venivano in città a lavorare e che, contrariamente a quanto si pensa oggi,
vivevano in armonia nelle famiglie dove si integravano. C'era chi era allegra, chi meno, ognuna aveva il proprio
carattere, ma tutte in casa nostra si trovavano bene, perché in casa nostra tutte erano trattate con gentilezza e
generosità.
Descrivere il giardino è una cosa che faccio con tanta gioia. Mi pare di sentire il profumo del gelsomino e del
caprifoglio quando in maggio e giugno fiorivano. I muri della casa ne erano ricoperti. Qua e là rose fiorite in
tutte le stagioni, e fiori, fiori piccoli e grandi, dalle grandi peonie alle zinnie, dalle primule ai fiori profumatissimi
del paradiso, alle piante di serenelle. Ogni stagione ci offriva i suoi colori, i suoi profumi. Ma la cosa più bella
del giardino era quella magnifica secolare pianta di magnolie. Quando fioriva, i suoi fiori bianchi emanavano un
profumo indescrivibile, ma era bellissima anche senza fiori perché le sue foglie lucide e verdi erano stupende.
La pianta era altissima e ricordo che i fiori venivano staccati con una lunga pertica che finiva con un uncino.
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Una metà del giardino, prima incolto, venne trasformato in orto. Li cresceva di tutto, dalle patate ai pomodori,
dalle insalate ai piselli, fagioli e via dicendo. Questo orto faceva fronte alle necessità della numerosa famiglia.
Inoltre in mezzo al giardino e all'orto c'erano alberi da frutta, ciliegie, albicocche ma soprattutto prugne. Era
talmente tanta la frutta che maturava tutta insieme che un po' tutti, nel Borgo, ne godevano. Mi ricordo che
veniva specialmente donata all'asilo. E come dimenticare l'uva spina, il ribes, le fragole. Quanta ricchezza in
quel piccolo regno. Al giardino e all'orto accudiva un uomo di nome Francesco, un'istituzione nella famiglia
Galmozzi.
Era un povero contadino di Torre Boldone rimasto vedovo giovanissimo con cinque figli. In casa nostra faceva
di tutto, tagliava la legna, infiascava il vino e non poche volte si ubriacava. Lo rivedo ancora con quelle vecchie
brache che scendevano sotto la pancia. Ancora oggi noi fratelli quando vediamo un paio di calzonacci sformati
e sdruciti diciamo "I braghe del póer Francesco".
Questa casa e questo giardino hanno una parte molto importante nella nostra famiglia.
Oggi, quando passo davanti a quel giardino, a quella casa dei nostri giochi, dei nostri sogni, mi viene
un'indicibile tristezza. Sono cresciute quattro brutte villettine con giardinetti disordinati, c'è un'officina di
macchine, tutto messo in qualche modo e persino quello che era l'atrio d'entrata sotto il portone è diventato un
negozio. Quando passo davanti, quasi corro per non vedere questa trasformazione e torno col pensiero ai miei
tempi, alla mia infanzia per tornare a sognare.
In questa casa ci siamo vissuti quasi dieci anni, in questa casa sono passate le persone più care alla mamma,
lo zio Volodia, fratello di mamma che abitava a Parigi e veniva spesso a trovarci, la zia Nina, sorella di mamma
che trascorse con noi quasi sei mesi. Venuta dalla lontana Romania, trovò in noi figlioli una compagnia allegra,
lei che, senza figli, aveva tanto affetto da dare.
In questa casa veniva a trovarci tante volte un'altra persona cara a mamma. La dott.ssa Rosina Filchevich,
anche lei come mamma non aveva più potuto tornare in Russia, ma mentre mamma aveva una grande
famiglia, lei era rimasta sola.
Cartolina di auguri natalizi da mammma Elisabetta a papà Ferruccio
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In questa casa passarono momenti felici anche una vecchia zia di papà, la zia Caterina rimasta vedova e sola,
il dottor Rabbeno, amico di papà, professore all'università di Torino. Non era sposato, perciò veniva spesso in
casa nostra. E ancora altre persone a noi care frequentavano questa casa.
E in questa casa, a noi tanto cara, nacque GianMaria, l'ultimo nostro fratello, nato tre anni dopo la morte dei tre
fratellini. Ne parleremo più avanti di questo grande avvenimento nella nostra famiglia.
Ed ora descritta più o meno bene questa casa, mi sembra giusto parlare del trasloco.
Il trasloco, lo ricordo benissimo.
Su un carretto, tirato da un cavallo, venne trasportata la masserizia. Penso che il viaggio con tutti i mobili da
una parte all'altra del Borgo, il cavallo lo abbia fatto più volte perché, sebbene i mobili non fossero stati tanti, la
famiglia era numerosa e almeno otto letti e i rispettivi materassi ci saranno stati.
Io ho presente questa scena. Un carro stracolmo di mobili, in alto i materassi e sui materassi felici e trionfanti
due fratellini, Marcella e Nicola. Abbiamo attraversato tutto il Borgo così, che felicità! E pensare che una
trentina di anni dopo si ripeteva la stessa scena con mio figlio Giorgio. Solo che il trasloco avveniva in
Inghilterra in quel di Guildford.
FORESTO SPARSO (1927) - L'anno 1927 è stato proprio l'anno delle grandi novità.
Oltre aver cambiato casa ed essere andata a vivere in una casa grande, bella, circondata da un grande
giardino, papà, dopo la terribile disgrazia della morte dei tre bambini, cercava disperatamente una casa in
campagna ove si potesse vivere nei giorni estivi.
Non so come trovò questa casa a Foresto Sparso; apparteneva a un medico che, innamorato della caccia,
aveva dedicato tutte le sue cure ad un'uccellanda che si trovava nel bosco di sua proprietà.
Come posso parlare della casa di Foresto senza un senso di commozione? Lì abbiamo trascorso le estati più
belle della nostra infanzia e giovinezza. Lì abbiamo anche trascorso i terribili anni della guerra.
Era una vecchia casa padronale, caratteristica casa padronale di campagna di fine 1700.
Posta su quattro piani, in fin dei conti non aveva che otto stanze, due su ogni piano. Stanzoni enormi che
davano su porticati altrettanto enormi. Poche stanze con una grandissima cucina e una altrettanto grande sala,
ognuna con il camino, poche stanze, dicevo, ma capaci di contenere moltissima gente.
Mentre la parte inferiore era adibita a rustico, per una scaletta si saliva in cortile e di qui si entrava in un portico
a tre archi. Praticamente qui si svolgeva la nostra vita. Poiché si viveva d'estate, la vita era sempre all'aperto. In
cucina si lavava, si stirava, si cucinava, si facevano i nostri bagni di bambini (nel famoso semicupio), in sala si
entrava a pranzare solo quando pioveva o nella prima stagione autunnale quando incominciava a far freddo.
Due scale, una dalla cucina e una dal portico esterno portavano al primo piano. Altro grandissimo portico che
introduceva in due camere da letto. Dal secondo portico si saliva per una scala al terzo portico, altrettanto
grande, che introduceva in altre due camere da letto.
Dal retro, dalla cucina a pian terreno si usciva su un'altra terrazza che dava in una stanza che chiamavamo il
pozzo.
Non c'era né luce né acqua, quando papà ha comperato la casa.
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L'acqua piovana veniva raccolta in una cisterna. Veniva poi messa nei secchi e depositata nella stanza di cui
ho parlato, perché doveva servire per tutti i vari servizi.
L'acqua potabile si doveva andarla a prenderla ad una fonte distante non meno di un quarto d'ora da casa.
Erano i contadini, uomini o donne, che andavano a prenderla. La raccoglievano nei soliti secchi e venivano
portati a due a due sulle spalle tramite un lungo bastone (si chiamava ol bàsol) che nella estremità aveva due
spacchi nei quali si introducevano i manici dei secchi. Mi ricordo con quale gioia, quando ottenevamo il
permesso, andavamo alla fonte anche noi coi contadini, magari con un fiaschetto per raccogliere l'acqua fresca
per papà quando arrivava da Bergamo. Quella fontana ora non c'è più. C'erano dei gradini lucidi e scivolosi per
scendere alla sorgente, ma aveva un che di poetico.
E la luce?, anche quella non c'era ancora. Si andava avanti con le candele e le lampade a petrolio. L'arrivo
della luce elettrica, qualche anno dopo, fu una cosa importantissima. Mi ricordo ancora che qualche volta alla
sera queste lampade a petrolio accese riflettevano sui muri strani disegni. Tutti avevano un po' di paura, ma
forse più di tutti mamma che però non voleva farsi vedere impaurita dai suoi bambini. L'arrivo della luce fu un
sollievo e una gioia per tutti .
Parlare della casa e non dei campi è impossibile. La casa era circondata da ben cinquanta pertiche (misura
bergamasca) quasi tutte coltivate a vite. C'erano pure molte piante di frutta, ma tutto era piuttosto in stato di
abbandono.
Cominciò così per papà un nuovo lavoro di cui conosceva ben poco. Fu presa una famiglia di contadini che
doveva far andare a mezzadria questo appezzamento di terreno e si cominciò a lavorare la terra.
Più di vanghe, badili, rastrelli, secchi, canestri non c'era. Il lavoro veniva svolto tutto a mano.
Ricordo il lavoro duro dei contadini e delle donne, lavoravano sodo da mattina a sera e la terra qualche volta
era generosa, qualche volta avara.
Anche le giovani donne andavano nei campi, mentre le nonne curavano la casa alla bell’e meglio e allevavano i
piccoli.
Non sono favole da "Albero degli zoccoli", è pura realtà di cinquanta anni fa o poco più.
Rivedo i contadini partire presto all'alba con la gerla e il forcone, rivedo la vecchia Maria ninnare eternamente
con il piede la piccola "cúna" ove stava l'ultimo nato e intanto fare andare le mani per aggiustare vecchi calzoni
o per sferruzzare le grosse calze che dovevano servire per l'inverno.
Vicino alla casetta dei contadini c'era anche una stalla con tre mucche, "la Bionda", "la Formenta", "la
Garofala", di cui ricordo persino il nome.
Mangiavano l'erba dei campi, in compenso, ci davano latte fresco che serviva per tutti. Si facevano persino
burro e ricotta. E la stalla serviva anche per scaldarci d'inverno.
Noi non passavamo l'inverno a Foresto, però quando in autunno incominciavano le giornate fredde si scendeva
noi ragazzi, specialmente di sera, nelle stalle per scaldarci.
Allora per noi era un divertimento, oggi penso a quanta miseria e a quanta semplicità c'era nella vita dei
contadini di allora.
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Eppure c'era tanta legna del bosco, non mancavano i camini e le stufe, ma l'idea dell'economia e del risparmio
era una fissa di allora.
Come dicevo, c'era la legna del bosco. Sì, perché la casa, i campi non erano tutto, c'era annesso a questo
possedimento un bel pezzo di bosco ricco di castagni.
Nel mezzo di questo bosco si trovava un'uccellanda e una piccola casa in legno verde ove il cacciatore viveva
nel periodo di cacciagione. Ma né il papà, né i contadini erano cacciatori, per cui per noi questa casetta era
diventata la casetta dei nostri sogni. Ogni tanto noi bambini andavamo con la mamma per passare la giornata e
pranzare al sacco. Che bella quella piccola casa verde, per noi era la casetta delle fate. Quanti giochi in quella
piccola terrazza cui si accedeva con tre gradini pure di legno. Quello era il nostro tram. Cosa può fare la
fantasia dei bambini.
La legna del bosco era tanta, serviva per i lunghi inverni cittadini. Non c'era calorifero allora. Perciò ogni
autunno partiva da Foresto un carro, carico di legna, più o meno grande e fino a Bergamo un povero cavallo lo
trainava.
Non vi dico la festa a Bergamo quando arrivava il carro con il cavallo. Allora il nostro "póer Francesco" dava
una mano al contadino per scaricare la legna, le eventuali damigiane del vino nuovo e qualche sacco di frutta,
in genere castagne, noci e mele che servivano per tutto l'inverno.
Quante cose abbiamo imparato vivendo in campagna.
Intanto abbiamo imparato ad apprezzare il duro lavoro dei contadini, abbiamo imparato a conoscere le bestie,
dal cavallo alle mucche, delle galline ai conigli. Abbiamo visto mungere le mucche, pulire le stalle, andavamo
anche noi a dar da mangiare ai conigli e alle galline. Abbiamo visto nascere i piccoli pulcini ed abbiamo
conosciuto cosa sono le ansie dei contadini per una mucca ammalata o la loro gioia per la nascita di un vitello.
Esperienze che non dimenticheremo mai, e pensare che i miei figli hanno imparato a conoscere gli animali
solamente dalle figure dei libri.
Parlerò ancora tanto di Foresto, troppo legata ai miei ricordi d'infanzia. Parlerò dei contadini che hanno vissuto
con noi, parlerò degli ospiti che hanno allietato le nostre vacanze. .
LA NASCITA DI GIANMARIA (1929) - I ricordi si susseguono. Uno dei più cari è
certamente il ricordo della nascita di GianMaria.
Dopo la morte dei tre piccoli, in mamma e papà era rimasto un vuoto profondo ed anche se cinque figlioli erano
pur tanti, il vuoto rimasto fu solo colmato dalla nascita di GianMaria, nato a tre anni di distanza dalla morte degli
altri.
Mamma non era giovane per una nuova gravidanza, eppure fu questa nuova gravidanza a riportare gioia e
sorriso nella nostra casa. Non ricordo bene come mamma ci aveva preparato a questa sua nuova maternità. I
discorsi su certi argomenti allora non si facevano, ricordo bene i preparativi di un nuovo lettino e qualcosa di
vago ancora.
Ricordo assai bene invece il giorno della nascita, il 29 maggio. Per tutti noi bambini fu trovata una sistemazione
presso case di conoscenti. Allora i bambini nascevano in casa, perciò i fratellini venivano allontanati.
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Io ero in casa della Signorina Maria Benvenuto, una buona amica della mamma, giovane maestra ventenne,
che fu poi mia madrina di Cresima.
La Signorina Maria, voleva molto bene ai bambini e veniva spesso a dare una mano in casa a mamma.
Diciamo era, la "baby-sitter" di allora. Aveva passato con noi a Foresto le prime due estati, quando tutti così
piccoli davamo pensieri e preoccupazioni in questa casa così grande, ma anche così solitaria. La Signorina
Maria era un'istituzione in casa nostra, teneva tanta compagnia a mamma, ci allietava con le sue fiabe, con la
sua preziosa mano ci confezionava golfini e calzini ed i suo ricami ornavano la nostra casa. Bellissime le tende
di rete che aveva ricamato per la casa di Foresto.
Dunque, in occasione della nascita di GianMaria, mi ero trasferita nella casa dei Signori Benvenuto, in via
Vezza d'Oglio 4.
Fui accolta in casa come una reginetta. La famiglia era composta da papà e mamma, due fratelli che
studiavano medicina e un'altra sorella, Anna, che studiava da maestra.
Io mi sentivo, piccola piccola fra tanti adulti, ma non mi dispiaceva certo, essere coccolata. Ma, come spesso
succede quando non dovrebbe, mi ammalai in casa loro. Febbre molto alta, spavento degli ospitanti e arrivo di
corsa di papà. Non era altro che la reazione ad una certa vaccinazione che avevo fatto, ciò non toglie che tutti
si spaventarono e come conseguenza, la Signorina Maria di ritorno dalla scuola dove insegnava, mi comprò un
bellissimo ferro da stiro. Me lo ricordo ancora, era piccolo, ma in ferro (o ghisa) come quelli veri e si apriva
sopra per mettervi la carbonella accesa.
Quanti vestiti di bambola ho stirato con quel ferro! Passati i giorni cruciali per mamma, tornai a casa, e insieme
a me tornarono anche gli altri fratellini.
Accogliemmo tutti con gioia GianMaria; non vi dico come io e Marussia ci contendevamo il nuovo fratellino per
tenerlo un po' in braccio.
A mamma e papà ritornarono il sorriso e la gioia, per mamma ricominciò una nuova giovinezza, sempre
ridente, sempre contenta pur fra tanto lavoro.
Papà ricominciò a tenere a tavola, in braccio, durante il pranzo l'ultimo nato.
I giorni passavano sereni e felici pur fra tanto trambusto.
Non posso ricordare GianMaria piccolo, senza accennare al vecchio caro signor Luigi Valoti.
Abitava anche lui in Borgo S. Caterina n.6.
Le stanze da letto di casa nostra al primo piano confinavano con l'appartamento del signor Valoti.
Un unico terrazzo univa i due appartamenti, separati solamente da una cancellata in ferro. Non so come, un bel
giorno, la cancellata fu tolta e così liberamente si passava da un appartamento all'altro. Veramente strana
l'amicizia fra due famiglie così diverse. Da una parte papà e mamma con sei figli, dall'altra una famiglia
composta da un'unica persona, appunto il Signor Valoti. Noi lo consideravamo molto vecchio, forse non aveva
più di sessant'anni, piuttosto alto, magro camminava con un bastone, ma il più delle volte lo trovavamo seduto
su una poltrona a causa della sua malattia. Aveva la gotta, per cui portava degli stivaletti alti, sformati
probabilmente per le grandi malformazioni che aveva ai piedi.
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Ricordo che il nostro sguardo di bambini arrivava sempre a quei piedi deformati.
Viveva con lui una donna sui quarant'anni che era a suo servizio, Felice. Felice di nome e di fatto, una bella
donna con una faccia sempre sorridente.
Questo signore, molto ricco perché viveva di rendita, era proprietario di tutta quella casa che noi abitavamo,
aveva conosciuto papà in Parrocchia perché fabbriciere l'uno e l'altro.
Divenne poi cliente di papà ed infine amico di famiglia. Tanto amico che fece togliere la cancellata in ferro
perché potessimo andare a casa sua quando e come volevamo. Era molto solo e la compagnia dei bambini gli
faceva tanto piacere.
Non vi so dire la sua gioia, quando, nato GianMaria, papà nostro gli propose di diventare suo padrino di
battesimo.
La vicinanza di GianMaria lo rendeva felice, e così quando Gian cominciò a sgambettare, non poche volte se lo
prendeva fra le braccia, lo posava sulle sue ginocchia e se lo coccolava come un nipotino.
La sua casa, vuota di bambini, ma piena di mobili, ninnoli e ninnoletti era tenuta alla perfezione dalla buona
Felice. Felice era anche una brava cuoca e non poche volte i suoi dolcetti finivano nelle nostre tasche.
A questo punto non posso non raccontare un episodio che ha dell'incredibile.
Un giorno papà, come al solito, presa la macchina dal garage uscì di casa per andare a fare una visita. Dal
garage al cancello in fondo al giardino c'era un lungo viale. Quando papà usciva, bisognava perciò andare ad
aprire il cancello mentre egli si preparava alla manovra, e poi richiuderlo. Anche quel giorno qualcuno aprì il
cancello, papà uscì, ma il cancello rimase aperto, qualcuno dimenticò di chiuderlo.
Così, in un attimo Gian che probabilmente si trovava in giardino, visto il cancello aperto, uscì di casa.
GianMaria aveva solo due anni e balbettava le prime parole. Iniziò la sua grande avventura di esploratore.
Mamma e noi tutti per un po' non ci accorgemmo della scomparsa di Gian. Probabilmente ognuno pensava che
fosse con l'altro. Quando ci si accorse che veramente GianMaria non era né in casa, né in giardino e si vide il
cancello aperto, allora fummo colti tutti dal panico. Tutti fuori strada a cercare in preda al terrore questo
bambino. Quale fu la sorpresa di mamma d'incontrare in Via Pitentino, non molto lontano da casa, Gian
accompagnato dal Signor Valoti. Ma il fantastico era che il Signor Valoti non aveva riconosciuto il suo amato
figlioccio, incredulo all'idea che fosse scappato da casa, e aveva preso per mano questo bimbo, trovato solo
per strada, con l'idea di portarlo da noi e decidere il da farsi.
Tutto finì in un grande abbraccio di gioia, ma i momenti di panico furono grandi se a tanti anni di distanza
ricordo l'episodio con grande emozione.
Per noi fratelli il ricordo del Signor Valoti è legato a questo episodio.
Fu proprio in quell'anno 1929 che venne in Italia, fin dalla lontana Romania, una sorella di mamma.
La zia Nina. Era una giornalista, sposata ad un giornalista, non aveva figli; era venuta per trascorrere un po' di
tempo in casa nostra. Anche lei, come mamma, aveva dovuto scappare dalla Russia e rifugiatasi in Romania,
conduceva una vita abbastanza tranquilla. Non so dire come abbia potuto venire dalla Romania in Italia. Era
apolide, come del resto lo zio Volodia.
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Io la ricordo ancora con in braccio Gian, le piaceva tanto ninnarlo e intanto cantava le ninna nanne russe,
"Aluli...." , le stesse che poi ho cantato ai miei figli. Se lo stringeva al petto come se fosse suo figlio. Forse con
GianMaria aveva provato anche lei la gioia di un bimbo da ninnare, forse in cuor suo immaginava di essere
mamma.
Cara zia Nina chissà che fine avrai fatto! Ti rivedo pettinata con un chignon dietro la nuca, con la schiena
leggermente incurvata, vestita di nero. E mi ricordo di te anche a Foresto; avevi passato un'estate con noi in
campagna e parlavi e parlavi con mamma in russo e mamma finalmente poteva sfogarsi con te a parlare la sua
lingua che non parlava mai.
E noi bambini incantati a guardarvi, senza capire niente. Aveva voluto mamma insegnarci un po' di russo e
quando eravamo a tavola ci faceva ripete in russo gli oggetti che vedevamo. Ma eravamo troppo piccoli e
troppi, per cui ogni fine pranzo facevamo gli stupidini e finivamo a storpiare le parole e tutto finiva in gioco.
A questo punto prima di andare avanti nei ricordi, mi sembra giusto presentare la mia mamma con la sua storia
passata, la storia di mamma, giovane russa arrivata in Italia.
STORIA DI MAMMA
speranze e di voglia di studiare, arrivò in Italia.
ELISABETTA - Aveva 18 anni mamma, quando, piena di
Eliisabetta Ghelfenbain nel suo studio medico
Già dal 1905 una violenta campagna antiebraica era in atto in Russia. Gli Ebrei non potevano iscriversi
all'Università. Ed allora, ecco la giovane Elisabetta pensare di venire in Italia per iscriversi alla facoltà di
medicina. Non so la ragione per cui sia andata a Torino, diciamo il destino, lì doveva incontrare papà Ferruccio.
Se penso che nel primo novecento mamma si preparava ad un viaggio lungo, avventuroso, mi pare
impossibile.
Erano tre le studentesse ebree, che abbandonata la Russia si preparavano all'impresa di seguire il difficile
corso di medicina senza sapere una parola di italiano. So che prima dell'iscrizione dovettero sostenere un
esame integrativo, latino compreso. Il viaggio durava due giorni. In treno, dalla lontana Odessa armate di
bagagli e di tanta buona volontà si preparavano alla difficile impresa. Ci raccontava mamma, con quanto amore
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la sua mamma le preparava tutto il cibo per il lungo viaggio. Sarà stata anche una bella avventura, ma che
coraggio! Lasciava là papà, mamma e sei fratelli e non sarebbe tornata in Russia che per l'estate.
A Torino si sistemò in una pensione insieme alle sue amiche e cominciò l'avventura.
Penso alle difficoltà che avrà incontrato, esami di chimica, patologia, istologia ecc. ecc...tutto in italiano.
Furono aiutate, questo sì. Si può immaginare cosa volesse dire per degli studenti universitari trovarsi con delle
ragazze per di più straniere (non bisogna dimenticare che le studentesse in medicina erano allora assai rare).
Mia mamma poi era veramente bella, dalle foto che ci sono rimaste possiamo immaginare quanto fascino
suscitasse nei suoi compagni.
Elisabetta Ghelfenbein
Ed ecco mamma studentessa, superare piano piano i suoi esami. Gli anni scorrevano ed ogni estate mamma
riprendeva il lungo viaggio verso Odessa. Fra i compagni di scuola, il più solerte ad aiutarla e a farle
compagnia fu papà Ferruccio. Era bravissimo a scuola, si distingueva fra tutti e perciò aiutare mamma gli fu
facile. Si frequentarono sempre di più.
Ma quale diversità fra loro. Nazionalità diverse, religione diversa. Papà allora era un giovanotto, impegnato non
solo nella scuola, ma anche nelle organizzazioni cattoliche: universitari cattolici, animatore ne era Mons. Pini
amico di papà, movimento popolare di Don Sturzo.
Da una parte papà, impegnato nella scuola, sempre bravo, sempre primo, disposto ad aiutare chi era in
difficoltà, dall'altra parte mamma, intenta nei difficili studi, impegnata ad imparare la lingua, a conoscere usi e
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costumi di un'altra nazione. Due vite diverse che correvano parallelamente e nello stesso tempo s'incrociavano.
I primi approcci non solo scolastici, le prime gite insieme, li accomunavano. Papà rispettoso delle usanze di
mamma, della sua diversità religiosa, non voleva assolutamente influire sulle sue scelte. . Mamma sempre più
affascinata di questo giovanotto che non voleva disturbare ed intromettersi nell'intimità delle sue scelte,
maturava qualcosa. Forse fu proprio questo rispetto, questa non ingerenza nelle cose altrui, che affascinarono
mamma. Volle incominciare a capire gli interessi di questo suo compagno nel campo religioso.
Lei, ebrea non praticante, volle conoscere il cristianesimo, volle andare a lezione di religione, imparare, capire.
E piano piano si avvicinò alla nostra religione e ne fu entusiasta. Raccontava la nostra mamma di avere avuto
in casa da bambina come cameriera una "babusca", così era chiamata la cameriera, che all'insaputa dei
genitori portava qualche volta la piccola Elisabetta in Chiesa, e mamma ricordava di essere stata fin da piccola
affascinata dalle cerimonie religiose a cui qualche volta aveva assistito.
Mamma Elisabetta sposa, 12 febbraio 1917
Era la Chiesa ortodossa quella che qualche volta frequentava, non la sinagoga, perché la famiglia non era
praticante. E così mentre si preparava alla laurea in medicina, si preparava anche alla conversione.
Deve essere stato bello e solenne il giorno del matrimonio di papà e mamma.
In quel giorno Mons Pini, amico di papà Ferruccio, prima di unire in matrimonio Elisabetta e Ferruccio,
battezzò, cresimò e diede il sacramento della Comunione a mamma. Nelle foto vediamo mamma vestita di
bianco vicino a papà. Che bella sposa! Penso all'emozione di questi sposi, di mamma soprattutto, sola qui in
Italia, lontana da tutti i parenti.
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Perché era avvenuto un fatto grave durante la permanenza di mamma in Italia per gli studi universitari. In
Russia era scoppiata la rivoluzione e mamma rimase in Italia, tagliata fuori per sempre dal suo mondo.
Povera mamma. Penso a quanto avrà sofferto così lontana da tutti. Per quanto tempo non ebbe notizie dei
suoi.
Per fortuna la Provvidenza le ha fatto incontrare papà, si sposarono e formarono una bella e grande famiglia.
Ma le radici della propria terra non si possono dimenticare e nel corso della sua esistenza, tanto spesso
travagliata, molte volte avrà provato nostalgia della sua terra, dei suoi cari.
La conversione al cattolicesimo deve essere stata molto importante nella sua vita, noi figlioli abbiamo imparato
da lei tantissimo anche nel campo religioso. La sua fede così viva la trasmise a noi, i suoi insegnamenti religiosi
e morali furono insieme a quelli di papà esempi per tutta la nostra vita.
I RICORDI RIAFFIORANO - La prima bugia. Avrò avuto sette o otto anni, me lo ricordo
come se fosse oggi. Stavo facendo in cucina i miei compiti, le operazioni erano il mio tormento. Ho sempre
avuto una avversione per l'aritmetica fin da bambina.
Un gran tramestio nel rustico; erano corsi fuori di casa tutti i fratellini per vedere la nascita dei pulcini.
Finalmente la chioccia aveva finito di covare. Anch'io ero corsa per vedere ed assistere all'avvenimento,
dimentica che mamma mi aveva detto di non muovermi finché non avessi finito le operazioni. La curiosità era
più forte di me. Ed ecco che mamma mi domandò perché ero uscita di casa. Ed io subito a dire che avevo fatto
tutto, il compito era finito, e... non era vero. Non ricordo se ebbi un castigo per questa bugia, so però con
certezza che alla prima confessione questa bugia ritornò in mente.
A proposito di bugia vorrei rammentare un gesto tanto caro a noi fratelli.
Quando si discuteva di qualcosa e si voleva convincere l'altro della verità di ciò che si diceva usavamo
un'espressione strana, mai sentita da altri "Mano sul cuore" dicevamo, mentre appoggiavamo sul serio la mano
sul cuore.
E anche a mamma e papà quando volevamo confermare di aver detto la verità, ripetevamo le stesse parole
con lo stesso gesto.
Un'altra volta invece avvenne (per me bambina) un miracolo. Stavo facendo un compito e la mamma mi chiese
un favore; andare a comperare il latte dalla lattaia che aveva il negozio dirimpetto a casa nostra.
Non ne avevo voglia, ma la mamma me lo chiese con tanta insistenza di farle questo piacere che io uscii
sebbene a malincuore. Cosa successe: tornai a casa e trovai il compito fatto. Era l'angioletto che lo aveva fatto
perché ero stata brava. Non credo che fossi così sciocca di crederci, ma alla mamma faceva piacere pensare
che lo credessi ed io accettai il compromesso.
Piaceri a mamma devo dire ne facevo parecchi. Un po' perché mamma voleva che imparassimo fin da piccoli
che non si deve essere serviti, un po' perché mi piacevano i lavori di casa. Si apparecchiava e sparecchiava la
tavola a turno, io, Marussia e qualche volta i fratelli. Spolveravo qualche volta, ma soprattutto mi piaceva
andare a fare la spesa. Andavo dal Fornaio Pirotta e dalla lattaia Maria. Si comperava tanto pane ai nostri
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tempi. Due o tre chili al giorno. Buon pane fresco e durante la strada se ne mangiava uno magari appena
sfornato, ancora caldo. Qualche rara volta, forse a Natale e a Pasqua per la colazione del mattino si
mangiavano delle ottime veneziane piene di zuccherini sulla crosta.
La latteria era una piccola bottega fredda, dove oltre il latte si vendevano le uova, il burro e qualche caramellina
o liquerizia. Le liquerizie si chiamavano stringhe per le forme che avevano. La vecchia Maria, portava sempre
uno scialle sulle spalle. Nella botteguccia c'erano due o tre bidoni di latte contenenti cinquanta litri. Noi si
andava a prendere il latte con la pentola che la lattaia riempiva con i suoi misurini di un quarto o mezzo litro
che venivano immersi nel bidone e travasati nella pentola.
Parlando di liquerizie, legno dolce e caramelle, non posso dimenticare le mie domeniche pomeriggio all'oratorio
femminile.
Merita proprio un discorso a parte l'oratorio.
Questa istituzione che fortunatamente esiste tutt'ora, era di grande aiuto per le mamme.
Esisteva l'oratorio femminile e maschile. Uno era condotto dalle suore e l'altro dai sacerdoti. Io e Marussia
frequentavamo volentieri l'oratorio.
Si passava tutto il pomeriggio della domenica. Prima si faceva lezione di catechismo, poi si giocava e verso le
cinque si andava alle "operine".
La dottrina era tenuta dalle stesse suore che conducevano l'asilo, aiutate da alcune signorine, fra le quali c'era
la Giuseppina Mometti, un'istituzione nella nostra famiglia. Giuseppina, "Peppina" per tutti, era la figlia di un
infermiere di papà e veniva in casa nostra ad aiutare mamma nei servizi. Non era la vera donna di servizio (la
colf di oggi); veniva solo nel pomeriggio per lo studio di papà. Riceveva i clienti, rispondeva al telefono e intanto
aggiustava le calze, o meglio si addormentava sulle calze da aggiustare. Conosceva tutta la gente del Borgo, e
tutta la gente conosceva lei, perciò a lei si raccomandavano quando occorreva qualcosa presso il dottore.
Alla domenica, dunque, Giuseppina ci accompagnava all'oratorio, i fratellini li affidava all'oratorio maschile
mentre noi con lei rimanevamo a quello femminile.
Pensate come si sentiva importante. Lì era la signorina maestra. L'insegnamento del catechismo, consisteva
allora, nello studio a memoria del famoso "Catechismo di Pio X". Domande e risposte di pagine e pagine. Oggi
uno studio così mnemonico sarebbe incomprensibile. Eppure quante cose sapevamo. Attraverso questo studio
si imparavano a conoscere le verità di fede.
Quando da adulta diventai anch'io insegnante di dottrina di bimbe più piccole, usai un altro metodo perché si
cambiò sistema; anche dopo sposata insegnai ai miei figli con altri metodi più razionali, ma non disprezzerò mai
quello che imparai da piccola. Quante cose ancora oggi ricordo per averle imparate allora. Alla fine dell'anno il
Parroco veniva ad interrogarci e le alunne più brave venivano mandate al Centro Diocesano dove un altro
sacerdote le interrogava e alla fine veniva consegnato un diploma. Era un orgoglio per le maestre di dottrina
riuscire ad inviare al centro Diocesano parecchie allieve, perciò la nostra Peppina si raccomandava tanto a noi.
E io e Marussia riuscivamo a farla contenta prendendo il diploma. Dopo un'ora di catechismo e dopo la
Benedizione Eucaristica che si riceveva nella nostra cappella, si andava nel grande cortile a giocare.
Si giocava tanto a corda, a mondo, si correva come matti sotto la sorveglianza delle Suore e delle signorine.
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A proposito di corse non posso dimenticare uno scontro frontale di Marussia con una sua compagna di gioco.
Fu tale la violenza dello scontro che Marussia svenne e fu accompagnata a casa con un occhio gonfio e
tumefatto che la fece soffrire parecchio. Cose che succedono da che mondo è mondo ma che non possono
non lasciare un segno.
Verso le cinque di sera, quando cominciava a farsi buio aveva inizio lo spettacolo, le cosiddette "operine".
In un teatrino, non proprio infame a dire il vero, venivano presentate delle commedie e persino delle tragedie. Il
vecchio parroco, Don Garbelli, amante di spettacoli era il direttore e la compagnia era formata tutta da
signorine che svolgevano anche le parti maschili.
Erano operaie, impiegate, ragazze comuni che, con una passione immensa, passavano tutte le sere all'oratorio
per studiare le parti e fare le prove.
Chi può dimenticare la Pedrali, la Coffetti, ma soprattutto la Chigioni che faceva sempre la parte dell'uomo, il
bello o il principe che veniva a salvare dalle situazioni drammatiche? "Il Padrone delle Ferriere", "I miserabili", "I
tre moschettieri" per ricordare soltanto qualche titolo fra i più importanti presentati.
Ricordando il teatrino dell'Oratorio rivedo le mie vecchie compagne di scuola e di giochi, rivivo quei momenti
gioiosi della mia infanzia e risento il profumo tipico di mandarini, arachidi e carrube che si mangiavano durante
lo spettacolo e che si vendevano insieme a liquerizie e legno dolce.
NATALE IN CASA GALMOZZI - Era una festa grande molto importante e molto
sentita. Le solite preghiere di ritiro, così si chiamavano, le riunioni nei vari oratori in preparazione alla Messa di
Natale.
Finché si era piccoli si andava tutti insieme alla Messa con papà e mamma non solo il giorno di Natale ma
anche tutte le domeniche alle 6.30 del mattino.
Era una vera levataccia e vi assicuro che facevamo tutti una grande fatica. Ma papà ci teneva molto che si
andasse tutti insieme e, poiché lui, domenica o non domenica, doveva essere all'ospedale al mattino presto,
questo rituale si svolgeva tutte le domeniche. Va bene che la famiglia Galmozzi era additata ad esempio in
Parrocchia, ma oggi da adulta penso che fosse una richiesta inutile di sacrificio a bambini così piccoli.
Solo più tardi e più grandi, quando incominciammo a frequentare altre associazioni, cambiammo gli orari della
Messa. Penso che papà di questo fatto ne soffrisse.
Dunque anche il giorno di Natale andavamo a messa alle 6.30.
A casa ci aspettava una colazione speciale. Cioccolata e veneziane, fresche, croccanti che papà comperava in
pasticceria.
Poi tutti in fila si andava davanti al presepe.
I doni non li portava Gesù Bambino, perché qualche giorno prima arrivava Santa Lucia: 13 dicembre.
Avvenimento speciale nella città di Bergamo.
Non pensate che i doni fossero come quelli di oggi.
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Un cavallo a dondolo, una bambola, una palla magari fatta di fili colorati di lana e parecchi zuccherini dai colori
variopinti e mandarini e arance. Eppure eravamo contenti.
Vorrei anche dire che noi bambini, eravamo particolarmente fortunati perché papà Ferruccio riceveva a Natale
un mucchio di doni dai suoi clienti che lo adoravano.
E, poiché sapevano che la casa era piena di bambini non vi so dire quante leccornie arrivavano; panettoni,
panettoni, caramelle, cioccolatini e non dimenticherò mai il cestone di arance e mandarini splendidi che ogni
anno arrivava dalla Sicilia.
La preparazione del presepio richiedeva un lavoro lungo. Noi avevamo una cucina molto ampia, praticamente
uno stanzone diviso da un arco che formava due stanze.
Da una parte c'era la vera cucina con lavandino, stufa e tavolone ecc. , dall'altra parte un lungo tavolone e i
mobili da tinello. In un angolo su un gran tavolo (evidentemente i tavoli non mancavano) si faceva il nostro
presepio.
Il tavolo era coperto di muschio vero che il nostro Francesco ci procurava, rametti di pino componevano gli
alberi, e cartapesta e carta azzurra a stelle dorate formavano le montagne e il cielo. Non mancavano pezzi di
legna che servivano per comporre le varie stalle e non ultima la capanna. Era tutto un lavoro artigianale fatto
con tanto impegno; ogni anno era nuovo anche se apparentemente sempre uguale. Ai fratelli più grandi era
concesso preparare il fondo e il lavoro di base, ai più piccoli era concesso deporre le statuine.
Come in tutti i vecchi presepi oltre al Bambino, San Giuseppe, la Madonna, l'asino e il bue, gli zampognari, i
pastori e le pecorelle, non mancavano l'arrotino, il fabbro, il calzolaio, il mugnaio ecc., non mancava il laghetto
fatto con la carta d'argento e le ochette. Il mio bel presepio non lo dimenticherò mai.
Questo presepio deve essere finito in casa di GianMaria, il più piccolo dei nostri fratelli, che, una volta sposato,
mantenne le stesse usanze della casa paterna.
Ma, cosa strana ai quei tempi, in casa nostra esisteva anche un gigantesco albero di Natale. Un vero
gigantesco pino che alla fine delle feste veniva poi piantato in giardino.
La mamma dalla Russia aveva portato questa usanza, veramente originale a quei tempi e l'albero con tutti i
colori, le palline, le candeline le ricordavano la sua lontana Russia. Oltre ai vari aggeggi natalizi, con filari d'oro
e d'argento, venivano appesi tanti piccoli doni. Torroncini, soldini di cioccolato, pupazzi di cioccolato, zuccherini
ecc.
A Natale veniva sempre a trascorrere un periodo di riposo in casa nostra un fratello di mamma, lo zio Volodia.
Era uno zio, anche lui fuggito dalla Russia, che viveva a Parigi e lavorava in borsa. Caro, povero zio Volodia,
era ricco, molto ricco e quando arrivava ci riempiva di doni di una certa consistenza.
Si godeva con noi le feste Natalizie, familiarizzava con tutti, ed era tanto portato alle lingue che in pochi giorni
non solo parlava bene l’italiano, ma persino parlava il bergamasco con le nostre donne di servizio e coi
contadini che scendevano in città per gli auguri natalizi.
Lo zio aveva una voce bella e intonata, sapeva brani di musica operistica a memoria, individuava
immediatamente un brano musicale e si metteva a cantare.
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Ogniqualvolta sento cantare "E lucean le stelle ", ricordo con quanto vigore cantava questo brano lo zio
Volodia.
Mi sembra di risentire la sua voce, ad ogni panettone che arrivava: "E undici, e dodici", uno per ogni
componente la famiglia, diceva. Dove sei finito povero zio!, in un campo di concentramento a Dachau. Nessuno
aveva pensato di farti fuggire, e tu ti illudevi che a un povero uomo di mezza età, inerme e solo, nessuno
potesse far del male. Invece anche tu fosti prelevato e in un treno carico di ebrei finisti miseramente in
Germania.
Ti penso sovente, ricordo il tuo sorriso, le ore liete che passavi con noi illudendoti anche tu di avere una
famiglia.
Ancora ho in una libreria un bel libro di favole scritte in francese che mi portasti un Natale, ancora tengo fra le
cose care una collana azzurra che mi portasti in una delle tue venute. Ma torniamo al Natale.
La festa passava serena in famiglia, il pranzo certamente sarà stato diverso dal solito, anche se non
pantagruelico, e già si cominciava a pensare al giorno dopo.
La seconda festa di Natale era una festa non solo della nostra famiglia, ma del Borgo.
Non posso dimenticare questa festa voluta dalla mamma e portata avanti per tanti anni, senza provare un
senso di commozione. Quante cose con quel gesto ha voluto insegnare la nostra mamma a noi bambini.
Mamma ci continuava a dire che noi eravamo bambini fortunati, molti altri non lo erano.
Ed allora cosa aveva organizzato.
La seconda festa di Natale casa Galmozzi era aperta a tutti i bambini più poveri del borgo.
Veniva imbandita una grande tavola con panettoni, biscotti, dolci, frutta di ogni genere, torroncini e leccornie a
più finire.
Toccava alla buona Giuseppina selezionare i bimbi del Borgo. Erano tanti, tutti non potevano venire, ma ogni
famiglia aveva almeno un rappresentante.
Li vedo ancora i bambini del Borgo col vestito della festa e tanta gioia nei volti. Mangiavano con voracità ma
pensavano anche ai fratellini rimasti a casa e ognuno richiedeva un po' di carta per mettere qualcosa da
portare a casa e così la festa continuava nella loro famiglia.
Mi rivengono alla memoria i volti di quei bambini, le loro grida di gioia e il volto sereno di mamma e papà.
Nel borgo questa festa non venne mai dimenticata.
Proprio in questi giorni nella Parrocchia di Santa Caterina venne commemorata la figura di papà non solo come
uomo politico, ma anche come medico e uomo.
Il relatore non dimenticò di evocare questa festa di famiglia fatta e voluta da mia mamma.
Oggi, tutti hanno tutto, una festa così non solo sarebbe incomprensibile, ma anche forse mal interpretata.
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Io mamma ti ringrazio per tutto quello che mi hai insegnato. Pensare agli altri, non chiuderti, dare a chi ha di
meno e soprattutto offrire amore e comprensione.
Non sono pochi gli avvenimenti che ricordo e riguardano questi atteggiamenti che ci hai insegnato.
Ricordo quando con Nicola salivamo le scale di una vecchia casa dirimpetto a casa nostra. Andavamo tutti i
giorni a portare la minestra calda e fumante e qualcosa d'altro ad una donna che aveva tanti bambini.
Il marito non so cosa facesse, so che lei stava a letto tutto il giorno in una lurida stanza coi bambini piangenti e
che avevano bisogno di tutto.
Tutti la criticavano perché era sporca, non si dava da fare, ma la miseria non è solo povertà, è ignoranza e non
si può lasciare che bambini abbiano a patire la fame solo perché i genitori sono ignoranti.
La mamma ci aveva insegnato ad aiutare gli altri senza guardare troppo per il sottile, per non lasciar soli i più
deboli, i più bisognosi.
Voglio ricordare un gesto caratteristico e originale di noi fratellini. Durante l'anno erano innumerevoli i nostri
compleanni, i nostri onomastici; non passavano mai inosservati in casa nostra. Festeggiavamo le feste di papà
e mamma e festeggiavamo i nostri anniversari. Un regalino non mancava mai per il festeggiato e una torta fatta
da mamma. Del resto è un'usanza che ho conservato anche io coi miei figli. Ma l'originalità della cosa sta in
questo fatto.
Noi fratellini non possedevamo certamente soldi; allora nessun bambino riceveva la mancia.
Come potevamo allora noi fratelli fare un dono al festeggiato?
Non ricordo da chi era partita tale iniziativa, forse da Marussia. Per un dieci quindici giorni prima
dell'onomastico o compleanno del fratello che doveva essere festeggiato, tutti noi fratellini rinunciavamo alle
caramelle, al biscotto, magari anche alla frutta che ricevevamo e si raccoglieva tutto.
Mamma ci dava una bella scatoletta elegante e giorno dopo giorno questa scatoletta si colmava.
Vi assicuro che alla fine si riempiva la bella scatoletta con leccornie di vario colore, caramelle, qualche raro
cioccolatino, biscotti, datteri, arachidi ed infine per riempirla bene si mettevano persino i mandarini.
Il giorno atteso arrivava, il festeggiato che già sapeva cosa conteneva la scatola che trovava sul tavolo, fingeva
un oh! di meraviglia, e compiaciuto in tono solenne ridivideva coi fratelli dolci e dolcetti. La scatola si esauriva in
due o tre giorni, poi consegnata alla mamma veniva riciclata per una successiva festa.
E' un piccolo gesto, ma quanto amore trovo in questo episodio, a distanza di anni noi fratelli lo ricordiamo
ancora con struggente malinconia.
Piccoli episodi di un'età felice, di un periodo molto semplice della nostra vita.
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LA SCUOLA CONTINUA - Le elementari in Via Alberico da Rosciate scorrono serene.
In seconda o in terza elementare ricordo di avere preso un premio della Bontà. Era intestato a Maria Valli.
Era un premio che il padre di questa bambina "Maria" morta giovane dava ai bambini più buoni delle elementari
di Bergamo.
La festa veniva fatta al Teatro Rubini in forma solenne. Un anno per la scuola elementare di Via A. da Rosciate
toccò a me. Il diploma deve essere ancora in solaio insieme a qualche fotografia mia delle elementari.
Il premio consisteva in un libretto di risparmio credo con venti lire. Certamente per allora sarà stato tanto.
L'importante era aver ricevuto il premio. Se non mi sbaglio il testo diceva pressapoco così. “Bambina sempre
disponibile ad aiutare le compagne a scuola, i fratelli a casa".
Per un po' in casa si parlò dell'avvenimento e poi tutto finì lì.
Un altro episodio che ricordo della scuola fu una vincita favolosa in una lotteria. Non ricordo lo scopo della
lotteria, forse si raccoglievano soldi per la Croce Rossa.
Fatto sta che fui così fortunata che vinsi il secondo premio della lotteria. Era un magnifico servizio di posate da
dodici. Ricordo ancora con quanta gioia fui accompagnata a casa dal bidello con questo scatolone.
Le posate certamente furono apprezzate perché in casa vennero messe in uso, e ricordo di averle viste per
parecchi anni. Non vinsi mai più nulla in nessuna lotteria.
Delle elementari ricordo ancora le visite del direttore (che era poi il marito della maestra). Si mostravano al
direttore i quaderni, venivano sempre interrogate le più brave perché la maestra facesse bella figura, io ero
bravina in tutto fuorché in disegno, le mie barchette venivano confuse con sedie a sdraio, i disegni dei bambini
erano veramente penosi.
Eravamo in pieno periodo fascista, durante le ricorrenze patriottiche si andava a scuola in divisa da balilla e
piccole italiane, si facevano i saggi sportivi al campo "Brumana" e si cantavano canzoni fasciste.
I libri delle elementari non facevano che parlare del Duce "il nostro buon papà lavoratore indefesso", le famiglie
numerose erano l'orgoglio della Patria, tutto era fatto per il Duce.
Sui muri delle città si leggevano le scritte mussoliniane inneggianti alla forza del popolo italiano ed il clima
intorno a noi era il clima fascista.
Per fortuna che in casa si respirava un'altra aria. Mussolini e il fascismo erano fuori dalla nostra vita, tutto
questo finché fu possibile.
Ricordo ancora che papà dovette sostenere il concorso di primario in quel periodo. Si preparava studiando di
notte dopo giornate d'intenso lavoro. Mamma gli era sempre vicina, lo sosteneva, lo aiutava, interveniva con
tazze di caffè, mentre papà studiava e fumava.
Doveva gareggiare contro un avversario che non so quanto fosse bravo, ma era gerarca fascista; papà non
aveva la tessera, eppure vinse il concorso di primario e mi ricordo che in casa si fece una grande festa.
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Papà era medico di parecchi istituti di suore.
Le suore non dimenticavano certamente che papà aveva a casa un bella nidiata, per cui non passava
occasione che non si ricordassero di inviare dolci fatti da loro. Erano spumiglie o torte paradiso o biscotti
savoiardi, specialità delle suore cuoche. Ma un'usanza che non dimenticheremo mai noi fratelli era l'invito a
merenda fatto dalle Suore Orsoline. Due o tre volte all'anno, mamma e noi bambini venivamo solennemente
invitati ad una merenda.
Ricordo ancora tutti noi bambini, vestiti con i vestiti della festa, partire con mamma verso l'Istituto di via
Masone. Mille raccomandazioni di essere buoni, di comportarci bene a tavola ecc. ecc.
Eccoci giungere alla Casa Madre dell'Istituto; attraverso vari cortili venivamo accompagnati in una elegante
sala. Alla parete della sala, ritratti del Papa, del Vescovo, delle suore fondatrici dell'ordine che sembrava ci
guardassero dai loro ritratti e ci incutevano timore.
In mezzo alla sala una bella tavola imbandita. Torte, biscotti, cioccolatini, torroncini ecc...
Ci veniva offerta una cioccolata calda, budino e tante altre cose buone.
Noi timorosi e silenziosi mangiavamo mentre mamma discorreva con la Madre Superiora.
Due suore andavano avanti e indietro coi loro piatti per servirci.
Ogni tanto noi fratellini ridevamo nascostamente fra di noi, mamma ci guardava di sott'occhio per indurci al
silenzio. Alla fine della merenda si ripeteva con noi fratelli, la stessa scena che facevano i nostri ospiti della
seconda festa di Natale.
Ci veniva consegnata della carta per avvolgere gli avanzi di questa merenda.
Al ritorno a casa avevamo dolci per almeno una settimana; eravamo davvero bambini fortunati.
E a proposito di Suore Orsoline, non posso dimenticare un altro episodio.
Si era nel 1929, un anno particolarmente freddo tanto che furono chiuse le scuole per quindici giorni.
Naturalmente eravamo anche noi tutti a casa.
Solo Nicola che frequentava la prima elementare delle Suore Orsoline continuava ad andare a scuola.
Perciò le Suore pensando a mamma che aveva tutti a casa invitò me e Marussia a frequentare la scuola delle
suore per quindici giorni.
Partivamo in tre al mattino per la nuova scuola, mentre Nicola frequentava regolarmente la sua prima, noi
facevamo i corsi di disegno e di lavoro.
Furono quindici giorni di godimento. A mezzogiorno tutti i bambini frequentavano la mensa scolastica, ma a noi,
figli del dottore veniva riservata una colazione speciale.
Perciò nella solita sala che già ho descritto avevamo il nostro pranzo di mezzogiorno.
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Immaginate la scena. Tre piccoli che a malapena raggiungevano con la sedia la tavola apparecchiata con ogni
ricercatezza. Dietro ai bimbi due suore silenziose e premurose che andavano e venivano per servire ogni cosa
con proprietà. Noi mangiavamo silenziosi, ma non potevamo trattenere i nostri risolini.
A casa a raccontare tutto e a ridere a ridere perché il giorno dopo ricominciava la stessa scena e bisognava
essere seri.
Povere suore, quanta bontà nei riguardi di mamma.
Eppure a queste suore, alla direttrice generale Suor Dorotea, quanta parte del nostro mondo è stata legata. I
tristi anni della guerra ci ricollegheranno a loro in un vincolo stretto.
GLI ESAMI DI AMMISSIONE- A quei tempi gli esami erano molto importanti e seri.
Prima di tutto, si dovevano fare a scuola gli esami di quinta elementare, obbligatori per tutti. Chi voleva
continuare gli studi doveva poi sostenere altri esami, appunto esami di ammissione a una scuola superiore. Si
facevano gli esami al ginnasio liceo Paolo Sarpi di Città Alta.
Frequentavo regolarmente la IV elementare, ero bravina, ma certamente non un genio; eppure alla mia
maestra Milesi venne in mente che le più brave della classe potevano guadagnare un anno saltando la quinta
elementare. Così verso la fine del mese di marzo dopo aver parlato coi genitori, fu deciso che io, la Broggi, la
Fin, e la Gnecchi, potevano frequentare il corso di IV e V insieme e prepararci agli esami. Io avevo nove anni,
avrei compiuto i dieci solo in ottobre. Ricordo che a scuola si lavorava di più e la buona Signorina Maria prese
a cuore la cosa e mi preparò per gli esami.
Ricordo ancora che si doveva portare per gli orali d'italiano un numero imprecisato di poesie a memoria, inoltre
dieci episodi da saper ripetere.
Come sempre si portavano i racconti mensili del "Cuore", il famoso libro di De Amicis che quasi si conosceva a
memoria.
"Sangue Romagnolo", "La piccola vedetta lombarda", "Dagli Appennini alle Ande", ecc..
Per storia si portavano dieci medaglioni. Era la storia dei nostri grandi del Risorgimento: Mazzini, Garibaldi,
Cavour, Pellico, ecc..
Per geografia bisognava conoscere bene l'Italia: fiumi, monti, città, regioni, ecc..
E bisognava sapere le tabelline a menadito, fare bene le operazioni, i problemini .
So che studiavo tanto, sapevo quasi tutto a memoria. Inoltre facevo molti temi in modo che all'esame non
dovessi fare brutta figura.
L'esame venne superato con gioia di tutti, ma soprattutto della maestra, orgogliosa della sua scoperta.
Io ricordo ancora l'aula del Ginnasio deve si svolse l'esame, ricordo il Prof. Capuani che mi interrogò e che
mostrando alla mia mamma il mio disegno chiese ridendo cosa fosse quella barchetta che avevo cercato di
disegnare e che probabilmente anche lui confondeva con una sedia.
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Fui in seguito iscritta alle Magistrali Secco Suardo, la scuola di Piazza Cittadella.
RICORDI DI ESTATI FELICI - Prima d'inoltrarmi a parlare dell'esperienza scolastica
delle Magistrali, voglio ricordare qualche estate passato a Foresto.
Noi trascorrevamo a Foresto un lungo periodo, dalla fine delle scuole di giugno all'inizio dell'anno scolastico in
ottobre.
Si arrivava su, di solito nel periodo della raccolta delle ciliegie. Buone, belle, rosse, nere: di tutte le qualità se
ne raccoglievano, non mancavano in seguito alle gran mangiate qualche mal di pancia e qualche cucchiaio di
olio di ricino.
Mamma, molto previdente, incominciava a preparare in giugno le marmellate di ciliegie per finire solo in ottobre
con quelle di fichi.
Era un lungo lavoro. Ciliegie, prugne, pesche, pere, fichi. Gran marmellate, gran pentoloni di frutta che
cuocevano sulla stufa.
Poi venivano messe nei vasi di vetro ed infine i vasi fatti bollire a "bagnomaria".
Ogni lunedì mattina papà partiva con la scorta di vasi di marmellata per l'inverno.
Su ogni vaso l'etichetta il nome della frutta e l'anno di raccolta. Che buone marmellate! Qualche volta le mele
erano così abbondanti che il frutto veniva pulito, tagliato a spicchi ed esposto al sole.
Si otteneva così la frutta secca, soprattutto di mele e fichi. Anche queste, raccolte in sacchetti, venivano
accantonate per l'inverno.
Nella stagione dei pomodori maturi si preparavano anche le salse; prezzemolo, sedano, carote tutto veniva
adoperato per rendere le salse più buone.
Tutto questo lavoro richiedeva tanto tempo, ma gli scaffali della cantina di Bergamo si riempivano e si poteva
stare tranquilli.
Se questo lavoro veniva svolto durante tutte le estati, vi potete immaginare quanto fu indispensabile e
necessario durante la guerra. Anche in questo fummo più fortunati di altri.
Ad aiutarci a svolgere questi lavori; sbucciature di mele, puliture di frutta ecc... venivano spesso Marianna e
Dina Brevi.
I Brevi erano una famiglia di Borgo Santa Caterina, amici nostri.
All'inizio, le due ragazze erano invitate a casa nostra a Foresto; in seguito, la famiglia Brevi trovò una
sistemazione in una casa di Foresto che affittavano per l'estate. Distavano da casa nostra un buon venti minuti
di cammino, ma camminare ci costava poco; per le strade non c'era il via vai di oggi e noi ci incontravamo tutti i
giorni o a casa loro o a casa nostra.
Faceva parte della famiglia anche Giovanni che aveva l'età di Andrea.
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Si giocava sempre insieme, si facevano insieme le passeggiate, si facevano insieme i compiti delle vacanze e
molto spesso si mangiava insieme.
Ricordo il lungo lavoro dei contadini per i bachi da seta, in giugno quando si arrivava, almeno per qualche
anno.
Erano gli anni in cui si lavoravano ancora i bachi da seta. Nell'ultimo piano di casa nostra si mettevano dei
grandi graticci su cui venivano appoggiate le foglie dei gelsi. I semi dei bruchi buttati su questi graticci si
trasformavano presto in grossi bruchi divoratori di foglie di gelso. Mangiavano e con la loro bava lavoravano e
così in pochi giorni si trasformavano in bellissimi bozzoli dorati. Tanto erano schifosi come bruchi, tanto
diventavano belli come bozzoli.
Questi gran bozzoli venivano raccolti in ceste e venduti per essere portati alle filande dove venivano lavorati
per ricavare la seta.
Questo lavoro durò per qualche anno, poi non so perché non se ne fece più niente.
Probabilmente era un lavoro che richiedeva tanto tempo e rendeva poco.
Ricordo il buon gusto delle more bianche di gelso, forse un po' troppo dolci, non se ne potevano mangiare
molte. Poi a poco a poco le piante di gelso furono tagliate e sostituite da altre piante da frutto. Ora a Foresto
non esistono più.
La prima famiglia di contadini che avevamo era composta da padre, madre e tre figli.
Ricordo che un figlio, Angelo, morì giovane di diabete. Poi morì anche la vecchia Maria ed Alessio, così si
chiamava il capo famiglia, sposò poco dopo una sua giovane nipote rimasta vedova con due bambini:
Giacomina e Luigi.
Alessio, il capo di famiglia, era un vero padre padrone, comandava tutti anche con la verga.
Lavoratore indefesso, molto brutto dall'aspetto, a noi incuteva molto timore.
Tutta la sua rabbia la rivolgeva specialmente verso quei poveri bambini non suoi.
Giuseppina, la madre piangeva sempre, ma non poteva far niente, lì aveva trovato una casa sicura.
Ricordo ancora le sgridate violente di quell'uomo. La mia mamma correva in loro aiuto e qualche volta salvava
la situazione.
Ma quante volte avvenivano questi tristi episodi mentre noi non c'eravamo.
Poveri Giacomina e Luigi; li ricordo sempre, piccoli passeri spaventati; come venivano volentieri da noi, la mia
mamma preparava loro buone cose e per un po' dimenticavano la loro triste condizione.
Eppure ricordo un episodio avvenuto in una magnifica sera d'estate.
Eravamo tutti, noi e i contadini, in contemplazione di una stellata stupenda. Contavamo le stelle, formulavamo i
nostri sogni e non sapevamo staccarci dal magnifico spettacolo.
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Anche Alessio, questo rude e diciamo pure cattivo padre, guardava le stelle con meraviglia. Ad un tratto
esclamò: "Come si può dire che Dio non c'è? Chi se non Lui ha creato queste meraviglie?".
Ero piccola, ma questa frase mi rimase impressa e mi meravigliò non poco, sentita dire da quell'uomo che non
stimavo.
Povera Giacomina. Seppi che morì, giovane sposa perché imprudentemente si mise a stirare mentre si trovava
a piedi nudi su un pavimento bagnato. Rimase fulminata.
La famiglia di Alessio non si fermò a lungo da noi.
Ora voglio ricordare un altro episodio che sembra appartenere addirittura ad un altro secolo.
Celestino, il figlio maggiore della famiglia era un lavoratore indefesso. Dalla mattina alla sera era nei campi; il
lavoro al mattino incominciava molto presto; vangava, zappava, raccoglieva l'erba ecc..
Un giorno mentre falciava l'erba dei prati, con la falce si tagliò in modo grave un piede. Bisogna ricordare che i
contadini allora lavoravano sempre a piedi nudi.
Come se fosse niente corse verso casa, tutti si precipitarono da mia mamma dottoressa perché desse un
parere.
Il taglio era profondo e mamma consigliò di correre all'ospedale o quanto meno di chiamare il medico condotto.
Celestino non volle sapere ragione. Si preparò da solo un ago con refe piuttosto forte.
Gettò della grappa sulla ferita per disinfettarla e in men che non si dica, tutto solo, si mise a cucire la sua gran
ferita. Eravamo tutti inorriditi, eppure ... ci credete, guarì, e non ebbe nessuna complicazione.
A Foresto venivano a trovarci molti amici.
Mamma era di una generosità meravigliosa, apriva la casa a tutti, specialmente a chi più ne aveva bisogno. Lei
diceva sempre che in questa sua ospitalità si rivelava l'animo russo.
Oltre alla buona Signorina Maria, veniva spesso a trascorrere l'estate anche la sua sorella Anna. Era più
anziana di noi di qualche anno.
Ci insegnava a giocare, ci raccontava storie. Aveva poi una bellissima voce e così non mancavano nemmeno i
cori. Venivano da noi ospiti pure le sorelle Brevi delle quali già ho parlato e molto spesso Lina, la figlia del
Francesco, giardiniere e tutto fare in casa Galmozzi.
Ricordo che un'estate questa Lina lasciò a noi sorelle un bruttissimo regalo. I pidocchi; non vi so dire la
disperazione di mamma e quanto lottare per eliminarli dalle nostre testoline.
Fra gli altri ospiti c'era sovente a passare con noi l'estate la zia Caterina.
Era una vecchia zia di mio papà che viveva a Capergnanica vicino a Crema. Rimasta vedova, il nostro papà la
invitava a trascorrere qualche mese da noi.
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Non era molto simpatica questa zia. Piuttosto scorbutica, non andava affatto d'accordo con mamma, che
sopportava la sua presenza finché non ne poteva più. Mamma era buona e sopportava, però vi assicuro che
qualche volta era ben duro sopportare la zia.
Ricordo ancora qualche episodio.
Un giorno, dopo che mamma aveva preparato un buon minestrone che stava cuocendo sulla stufa, arrivò zia
Caterina, guardò nel pentolone e senza dire né ahi né ohi, prese il pentolone e buttò giù tutto dal lavandino,
perché a suo parere il minestrone era schifoso.
Eppure zia Caterina aveva tutto il giorno il Rosario in mano e non era certo cattiva.
Si ritirava sovente nell'ultimo piano e andando avanti e indietro nel corridoio pregava.
Noi bambini la sentivamo e ogni tanto ripetevamo "310 ave Maria, 450 ave Maria", pensavamo che non dicesse
meno di un migliaio di Ave Maria al giorno.
Ricordando la nostra casa di Foresto, non posso dimenticare che dall'ultimo piano si dominava tutto il paese. Si
vedevano tutte le colline circostanti, S. Giovanni delle Formiche, i Gafforelli, le Gaiane, i colli di San Fermo ed
imponente il Monte Bronzone. Dall'alto si vedeva anche l'unica strada che dal fondo del paese giungeva fino
alla Vallunga e poi a casa nostra.
Foresto Sparto, dal nome si capisce quanto sia sparso questo paese. A forma di una grande scodella, formato
di tante frazioni collegata con un'unica strada statale e tanti sentieri.
Dall'alto della casa dominavamo tutto il paese, la nostra casa si chiamava "Ol Palàs" tanto era imponente.
Dall'ultimo piano mamma aspettava sempre la venuta di papà. Quando arrivava in fondo al paese, papà
cominciava a suonare il clacson, poi si vedeva man mano salire la macchina per la strada lunga e tortuosa,
finché arrivava alla Vallunga, dove tutti correvamo incontro.
Lì, dopo qualche anno papà fece costruire un garage. Gli ultimi dieci minuti erano fatti a piedi attraverso le
contrade dove tutti i contadini si affacciavano a salutare "ol siùr dutùr".
Papà e mamma dietro, noi bambini davanti, tutti con un pacchetto. C'erano anche le paste che regolarmente
alla domenica allietavano la nostra tavola.
Erano poche le ore che papà godeva con noi.
Arrivava nelle prime ore della domenica pomeriggio e qualche volta, durante la settimana, alla sera tardi.
Quando rimaneva a Foresto, al mattino di buon'ora si alzava per andare a fare un giro nei campi, cogliere
qualche frutto direttamente dalle piante e poi con gioia assaporare una scodella di latte appena munto.
Ripartiva felice non più tardi delle otto del mattino perché a Bergamo lo attendeva il suo lavoro.
Eppure non c'era domenica pomeriggio che non arrivasse qualche contadino a farsi visitare o qualche donna
che non portasse un bambino malato da far vedere.
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Papà borbottava sotto voce, voleva un po' di pace; ma non c'era volta che alla fine non visitasse tutti quelli chi
arrivavano, senza mai farsi pagare. E quei contadini rasserenati dalla visita di papà tornavano alle loro case
non senza aver consegnato a papà o un salame o una bottiglia di grappa.
Dall'alto della casa la mamma seguiva anche i nostri spostamenti. Possedevamo tutti una bicicletta, più o meno
bella, e fatti più grandi la bicicletta diventò il nostro mezzo di trasporto. Da Bergamo a Foresto c'erano 30
kilometri, li facevamo con abbastanza disinvoltura, certo che gli ultimi chilometri erano ben duri perché dai
Tremellini alla Vallunga il dislivello era notevole, le strade molto brutte per cui gli ultimi chilometri ci pesavano
sempre. Bisognava proprio spingere a mano la bici e si perdeva una buona mezz'ora.
Quando più grandi incominciammo a fare le nostre gite anche verso il lago d'Iseo, l'ultimo tratto fatto a piedi
spingendo la bici, ci pesava proprio. Mamma ci lasciava sempre andare a fare le gite, ma quando si avvicinava
l'ora del rientro, dall'alto della casa ci aspettava con ansia finché in lontananza ci vedeva arrivare e tirava un
sospiro di sollievo. Povera mamma! Anche lei, tardi, volle imparare ad andare in bici e cominciò anche lei a fare
i suoi viaggi da Bergamo a Foresto in bici, specie durante la guerra. Le passeggiate a piedi non mancavano
mai, mamma era la prima che ci invogliava a camminare. Intanto i primi anni, bisogna ricordare che papà non
arrivava nemmeno alla Vallunga in macchina ma doveva lasciarla alla frazione "Franzi".
E noi ogni volta attraverso il bosco andavamo incontro a papà. C'era almeno mezz'ora di strada da casa nostra
ai Franzi. Eppure andavamo felici incontro a papà e non ricordo ci pesasse la gita nel bosco.
Di gite ne facevamo spesso; a mamma piaceva molto camminare e ci aveva insegnato a camminare.
Tutti i giovedì a Sarnico (8 km da Foresto) si teneva il mercato. Bisogna pensare che a Foresto in quegli anni
c'erano pochissimi negozi, i pochi erano esclusivamente di viveri.
Forse si vendeva qualche fodera o qualche bottone o aghi, ma vi assicuro niente di più.
Lungo la settimana passavano per il paese dei venditori ambulanti; in una grossa gerla sulle spalle c'era un po'
di tutto. Lana, refe, bottoni, spille, spillette, qualche calza, fodere, velluto e qualche stoffetta.
Erano i "Monze" così si chiamavano i due fratelli che passavano di contrada in contrada con la loro mercanzia
e molte volte erano pagati con doni in natura.
Le contadine erano felici di poter con qualche uovo ottenere un po' di mercanzia.
Ora anche a Foresto ci sono negozi di ogni tipo, e quando passo ai Tremellini mi meraviglio degli abiti eleganti
e costosi esposti nelle vetrine.
Non c'è assolutamente più differenza fra negozi di città e negozi di campagna.
Dunque, dicevo, al giovedì c'era sempre a Sarnico un bel mercato che, per quei tempi, era abbastanza ricco. Si
poteva comperare di tutto in quelle bancarelle, era oltretutto un diversivo vedere la compra vendita degli
animali da cortile: pulcini, oche, conigli e anche piccoli suini.
Perciò, armati di coraggio, con mamma in testa partivamo, sacco sulle spalle, al mattino di buon ora; dopo due
ore di passeggiata si arrivava a Sarnico. Giro al mercato, piccole compere forse di poca importanza ma che ci
facevano piacere e poi il pranzo al sacco vicino al lago. Ricordo ancora il nostro posto preferito. Dove il lago
finiva ed iniziava il fiume Oglio c'erano dei gradini che portavano su una spiaggetta. Lì seduti su quei gradini,
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all'ombra di un magnifico piantone facevamo il nostro pranzo al sacco, giocavamo con i nostri secchielli e
palette e quel poco di sabbia che c'era sulla riva. Avevamo anche il permesso di bagnarci i piedi. Verso le
quattro riprendevamo il cammino per Foresto, molto lo si faceva attraverso le scorciatoie dei boschi, qualche
prato da attraversare, e finalmente quando già in lontananza si vedeva "ol Palàs" ci sembrava di essere a casa.
Ci stancavamo anche, eppure eravamo contenti e più di tutti lo era la mamma, soddisfatta di averci fatto fare
una bella passeggiata.
Altra gita che si faceva almeno due o tre volte lungo l'estate era la gita a San Giovanni delle Formiche.
Distava da casa nostra circa un'ora, ma era una gita molto bella perché si saliva fino quasi a settecento metri.
Era una gita in mezzo ai castagni, si passava vicino anche al nostro bosco, perciò era d'obbligo o nell'andata o
nel ritorno una visita al nostro chalet, la nostra casetta dei sogni.
San Giovanni delle Formiche si trovava su un cucuzzolo da cui si dominava uno spettacolo particolare.
Il monte Bronzone, il monte Guglielmo, i piani di San Fermo, più in basso si vedeva Foresto, Gandosso,
Zandobbio, la pianura verso l'Oglio ed infine il lago d'Iseo. Bellissimi prati e piante secolari (su cui si
arrampicavano formiconi grossi e perciò il nome S.Giovanni delle Formiche) circondavano una graziosa
chiesetta col suo bel campanile; su questo si poteva salire, e il custode ci permetteva pure di suonare le
campane.
Una piccola trattoria lì vicino era pronta ad accoglierci. Bei tavoli e panche in pietra ci permettevano di fare il
nostro pranzo al sacco con comodità.
Lì si beveva la gazzosa ("champagne de la balet", così la chiamavamo) oppure una tazza di latte caldo o un
buon caffè per mamma fatto con la moka.
Ricordo le corse nei prati, il gioco delle bocce. Nel giorno poi della festa del luogo (credo fosse il 24 giugno) la
collina si animava: contadini e contadine coi loro bimbi arrivavano da tutti i paesi vicini, c'era la Messa Solenne,
la Benedizione, le campane suonavano gioiosamente e il loro rintocco si perdeva per tutta la vallata.
Purtroppo questo luogo tanto caro a tutti i valligiani è stato distrutto qualche anno fa.
L'ho rivisto una decina d'anni fa e avrei pianto. La chiesetta completamente demolita, la bella casetta vicina
distrutta, ... così per niente, pura opera di vandalismo.
Ora pare che la stiano ricostruendo, mi propongo di rivederla solo quando saprò che la chiesetta è stata
ricostruita.
E i Gafforelli! Anche lì c'era la festa della Madonna il giorno 12 settembre.
Altra frazione di Foresto dove c'era una bella chiesetta. Distava da casa nostra un'oretta. La vigilia della festa,
alla sera, la chiesetta era tutta illuminata ed il 12 settembre anche noi andavamo lassù per la Messa con tutti i
contadini. Anche lì pranzo al sacco e la gioia di una “gasüsa” come premio della gita.
Negli anni della nostra fanciullezza a Foresto non arrivava la corriera, bisognava andarla a prendere a Credaro
che distava da casa nostra circa 6 Km, oppure ancora più faticoso era prendere la corriera ad Entratico,
bisognava raggiungere i Gafforelli, salire un'altra mezz'oretta circa per arrivare alla cima della collina, quindi
scendere dall'altra parte della valle attraverso i boschi per un'altra oretta.
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Non dico che si facessero spesso queste sfacchinate per andare a prendere la corriera, noi eravamo più
fortunati di tanti altri perché papà possedeva una macchina e poi diventati più grandi preferivamo usare la bici.
Eppure ricordo che fatti più grandi avevamo fatto amicizia con una famiglia di Bergamo, gli Zoia
possedevano a Borgo di Terzo una magnifica casa.
che
Ci trovavamo quasi tutte le settimane, un giorno venivano loro da noi, un giorno andavamo noi da loro. Ci
volevano due buone ore di cammino, ma lo facevamo con tanto entusiasmo. La casa degli Zoia era una
vecchia casa padronale molto bella, c'era un magnifico salone con persino un soppalco, posto destinato
all'orchestra, era un vero salone da ballo e noi con qualche disco ci cimentavamo alle prime imprese di
ballerini. La casa possedeva persino una chiesetta privata. Quante gite abbiamo fatto insieme, quanti giochi
allegri. Venne la guerra a distruggere tutte queste belle usanze, poi la vita ci separò e ormai molto raramente
mi capita d'incontrare a Bergamo Enrica e Mariolina, vere amiche di gioventù.
La passeggiata che aveva per noi un fascino speciale era la passeggiata ai colli di San Fermo.
Ci volevano tre ore buone per raggiungere i colli di San Fermo, era una passeggiata lunga e impegnativa,
eppure una volta all'anno la facevamo con mamma in testa. Andavamo sempre con qualche contadino del
posto per non perderci, perché era possibile perdere il sentiero se non lo si conosceva bene.
I prati di San Fermo, quando ero piccola mi parevano come un miraggio. Li vedevamo, li vedevamo e non
arrivavano mai. Ma una volta giunti lassù che felicità! La più orgogliosa di tutti a raggiungere la meta era
mamma. Felice di camminare, felice di portarci con lei. Credo proprio che la voglia di camminare, l'amore della
montagna che abbiamo ancora oggi ce l'abbia inculcata proprio lei.
Abbiamo sempre festeggiato questa festa con tanta solennità. Era l'onomastico di mamma.
Non so a chi di noi fratelli fosse nata l'idea, forse a Luciano che certamente fu il regista.
Preparavamo un vero spettacolino, recitavamo noi fratelli ma coinvolgevamo anche i bambini della contrada.
Qualche giorno prima facevamo i preparativi, mamma lasciava fare fingendo di non vedere. Si preparavano
poesie, piccole scenette prese da libri infantili o dal "Corriere dei Piccoli".
Alla rappresentazione veniva invitata mamma, ma naturalmente anche tutte le persone della contrada.
La parte centrale del portico fungeva da palcoscenico. Si tirava un bel cordone con appese due coperte, era il
sipario. La gente arrivava con la propria sedia, perché naturalmente non c'erano sedie sufficienti per tutti. Nel
cortile dunque la gente si accomodava.
Usciva il regista (Luciano) e annunciava lo spettacolo. Suonava pure il campanello d'inizio.
Tutti in silenzio gli spettatori e noi bambini via con le nostre poesie, scenette.
Battimani, esclamazioni di "Che bravi"; commozione di mamma. Finiva tutto con una bella torta, biscotti offerti
da mamma a tutti, a quelli che recitavano, a quelli che assistevano.
Alla sera quando arrivava papà altra festa in famiglia e commenti a non più finire. Noi quella sera andavamo a
letto felici, ma soprattutto ci sembrava di essere più buoni, perché con quello spettacolino avevamo voluto far
sapere a mamma, a modo nostro, quanto le volevamo bene.
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Uno degli avvenimenti più importanti dell'estate era certamente la trebbiatura del grano.
Verso la fine di giugno veniva tagliato il frumento, raccolto in covoni e depositato nell'ultimo piano di casa
nostra, nell'ampio corridoio. Parte del terreno era seminato a frumento, parte a granoturco e, se non erro,
l'anno seguente s'invertivano le semine, dove c'era stato grano veniva seminato frumento, dove c'era frumento,
grano. Probabilmente era una tecnica redditizia. Verso i primi di luglio, arrivava in contrada "La Ca'" la
trebbiatrice. La macchina era proprietà di qualcuno che l'affittava a chi ne aveva bisogno, perciò girava tutto il
paese. Arrivava il giorno anche per noi.
Gran preparativi, la macchina era piuttosto ingombrante e pesante, tuttavia ingegnosa per quei tempi.
Portata nel nostro cortile piuttosto grande, richiedeva il lavoro di parecchi uomini.
Ricordo che prima di accingerci all'opera, chiudevamo porte e finestre di tutta la casa per cercare di evitare un
po' di polvere che tuttavia penetrava ovunque.
Le donne che aiutavano si mettevano dei gran fazzolettoni in testa. Dall'ultimo piano si gettavano i covoni nel
cortile e iniziava il lavoro.
In un primo tempo la macchina divideva la spiga dalla paglia, che raccolta con i rastrelli da una parte, veniva
poi portata in un rustico più lontano. Tutto il lavoro si svolgeva a mano. La paglia raccolta in grandi gerle.
Finalmente con un altro ciclo la macchina compiva un altro lavoro, separava il chicco dalla pula. E qui c'era il
trionfo della polverina bianca.
Il grano dorato risplendeva raccolto nel nostro atrio, ricordo ancora la bellezza, il luccichio di questo raccolto,
frutto di tanto lavoro.
Era una festa e una gioia per i contadini e per noi bambini una giornata tutta speciale.
A piedi nudi entravamo nel raccolto, mi sembra ancora di sentire entrare fra un dito e l'altro del piede i teneri
grani. Oggi questo lavoro non esiste più. Il frumento a Foresto non viene più coltivato e nelle pianure padane la
raccolta del frumento è tutta meccanizzata. Quando passi per le strade lombarde e vedi questi lavori, ti accorgi
di balle di paglia ben raccolte e ordinate nei campi, il frumento in chicchi raccolto in grandi sacchi.
L'unico spettacolo rimasto uguale prima del raccolto sono le distese di spighe dorate, i papaveri rossi, i fiordalisi
azzurri che rendono sempre belli e affascinanti queste distese coltivate.
Altro avvenimento importante per la vita di una fattoria, altro avvenimento legato a cari ricordi.
Se con la raccolta del grano iniziava l' estate, con la vendemmia finiva l'estate ed iniziava l'autunno.
La massima parte dei campi nostri era coltivata a vite. Il frumento e il granoturco, trasformati poi in farina
bianca o gialla servivano più che tutto per soddisfare i fabbisogni della nostra famiglia e quella dei contadini per
un anno.
La vendemmia iniziava solitamente ai primi di ottobre, si aspettava sempre che gli ultimi giorni caldi di
settembre rendessero l'uva più matura.
Al lavoro della vendemmia partecipavamo anche noi. Occorrevano molte braccia e se anche eravamo bambini
il nostro lavoro era utile.
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Anche qui ritorniamo ai ricordi di una cinquantina di anni fa, nulla di meccanizzato, tutto a mano (o coi piedi) ma
ben organizzato.
I contadini iniziavano il lavoro di preparazione. Ceste e cestini in vimini ne occorrevano molti, come pure gerle. I
bravi contadini li sapevano fare a mano, come pure sapevano riparare quelli rotti. Nella cantina si preparavano
le botti vuote pulite, le tinozze che dovevano accogliere le grate, anche queste ben pulite; inoltre, fuori dalla
cantina, c'erano delle grandi tavole, tipo graticci depositate su cavalletti; lì veniva raccolta l'uva portata con le
gerle dai campi.
Sotto i filari avveniva il primo lavoro. Ognuno con una cesta e un paio di forbici tagliava i grappoli.
Due uomini raccoglievano i grappoli dalle ceste e le gettavano nelle gerle che sulle spalle venivano portate
fuori dalla cantina e versate sui graticci.
Qui, altro lavoro; un gruppo di donne mondava l'uva, ossia toglieva gli acini poco maturi che venivano raccolti in
una tinozza a parte (con questi acini si faceva la grappa) e gli acini marci.
L'uva pulita veniva rimessa nella gerla, portata nella cantina, e versata nella tinozza in attesa del lavoro di
pigiatura.
Come si può immaginare era un lavoro notevole che richiedeva molto tempo e molte persone.
Perciò si usava aiutarsi a vicenda. Nella contrada c'erano tre famiglie che dovevano vendemmiare, a turno tutti
svolgevano il proprio lavoro aiutandosi. Eppure con tanto aiuto il lavoro durava almeno una settimana. Che
differenza dal lavoro d'oggi. Graziano, marito di mia figlia Cristina, mi racconta che oggi a casa loro raccolgono
direttamente l'uva nel trattore, poi il trattore viene portato alla cantina sociale e là, tutto meccanicamente, l'uva
viene pigiata.
Ricordo con piacere quei giorni di vendemmia, al mattino faceva molto freddo, eppure anche noi bambini fatti
un po' più grandicelli ci rendevamo utili.
Mentre raccoglievamo l'uva in genere si cantava e da una parte all'altra della valle si ripercuotevano i canti, mi
pare di risentire le voci di questi cori improvvisati così gioiosi, così sereni.
Credo che questi cori esprimessero la gioia di chi raccoglieva il frutto dopo un anno di duro lavoro.
Non sempre la vendemmia era buona, qualche volta durante l'estate, la tempesta rovinava e distruggeva tutto.
Ricordo con quanta ansia, quando c'era il temporale, si guardava il cielo, ricordo il sospiro di sollievo dei
contadini se passava senza lasciare danni, e la rabbia, il dispiacere dopo una grandinata.
Qualche volta, per fortuna raramente, la grandine era tremenda, grossa come chicchi di noce si abbatteva sulla
vite, sulle piante da frutta, si abbatteva sui tetti della casa lasciandoci impauriti ed impressionati specialmente
quando succedeva di notte e ci lasciava al buio.
Al mattino la desolazione, lo sconforto prendeva tutti. Un anno di lavoro distrutto, per i contadini che vivevano
solo della terra una vera tragedia.
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Conoscere da vicino anche tutte queste avversità è stato per noi una scuola di vita. Abbiamo imparato ad
apprezzare il lavoro e la fatica dei contadini, abbiamo visto da vicino cosa sono le ansie e le gioie dei lavoratori
più umili.
Il lavoro della vendemmia continuava alla sera.
Avevamo a Foresto una bellissima, grande cantina, invidiata un po' da tutto il vicinato.
Qui alla sera si svolgeva il lavoro di pigiatura.
Anche noi bambini avevamo il permesso di assistervi.
In una grossa tinozza due uomini a piedi nudi e coi calzoni arrotolati al ginocchio pigiavano, pigiavano per
diverse ore. Per entrare in questa tinozza dovevano salire da una scaletta.
E noi per osservare pigiare dovevamo a turno salire la scala. Quello che mi faceva più effetto erano i piedi dei
contadini color viola, già tutto il giorno il viola dei piedi era intensissimo. L'odore poi, almeno per me, non era
gradevole, la luce della cantina era piuttosto fioca per cui lo spettacolo non mi diceva più di un tanto.
So che subito si provava il primo vinello, chi lo trovava buono, chi no, chi lo trovava forte ecc...Io certo non
sapevo giudicare perché non bevevo vino, ma vi assicuro che mi faceva schifo l'idea di assaggiare quel vino
appena pigiato coi piedi.
Altra uva, non so per qual ragione, veniva invece torchiata, credo che fosse l'uva moscato e mi pare che
fossimo invidiati perché avevamo il primo torchio in paese.
Bisognava arrivare alla fine della settimana per raccogliere il risultato finale. In genere si parlava di brentine,
qualche anno se ne faceva di più, qualche anno meno, certo il vigneto era forse l'unico vero guadagno di
Foresto.
In settembre poco prima della vendemmia veniva raccolto pure il granoturco. Non ne avevamo molto, anche
quello era seminato per poter garantire la farina gialla sia per la nostra famiglia che per la famiglia dei contadini
per un anno intero. Se pensiamo che i contadini facevano la polenta, e ben grossa, tutti i giorni e che anche noi
ne consumavamo parecchia, devo concludere che non fosse proprio un raccolto esiguo.
Con la crusca, la parte di scarto della farina, si doveva provvedere al mangime delle bestie, al pasto delle
galline, dei conigli ecc...
Le belle pannocchie di color giallo dorato venivano portate una volta raccolte, nel solito granaio (ossia il grande
portico dell'ultimo piano di casa nostra).
Alla sera si saliva in tanti all'ultimo piano, anche noi bambini avevamo il permesso di aiutare i contadini nel
lavoro della sgranatura del granoturco.
Ci si sedeva per terra o meglio sui cumuli di pannocchie e si lavorava intensamente per liberare la pannocchia
dalle sue foglie. Durante questo lavoro si cantava, si parlava e si pregava. La scena vista nel film "L'albero degli
zoccoli" noi bambini Galmozzi l'abbiamo proprio vissuta. E' vero, si recitava il rosario sgranando il granoturco.
Le pannocchie venivano portate al consorzio, solo alcune rimanevano in casa, appese sui muri, sui loggiati
quasi per bellezza.
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Mia mamma aveva un'usanza per allora insolita.
Poco prima che le pannocchie fossero proprio mature, ne raccoglieva i chicchi, li faceva bollire e li mangiavamo
cotti ricoprendoli di burro fresco.
Erano veramente squisiti. Da anni non li ho più provati, ma mi pare di gustare ancora il tipico gusto e di sentirne
il profumo.
In ottobre finiti i lavori pesanti della vendemmia veniva anche il momento del raccolto delle castagne.
Purtroppo durante questo raccolto noi eravamo già a Bergamo perché le scuole riprendevano all'inizio di
ottobre.
So che il raccolto veniva fatto nel bosco dove con lunghe pertiche si scuotevano gli alberi ed i ricci cadevano a
terra. Bisognava che le castagne fossero mature al punto giusto perché cadendo a terra uscissero dal loro
riccio.
Noi le vedevamo arrivare a Bergamo nei sacchi portati col solito carro che scendeva con legna, damigiane di
vino, mele e tanto altro ben di Dio. Erano tante e buone e belle, distese per terra nella stanza delle provviste ci
servivano per tutto l'inverno, le facevamo cuocere ogni sera e ci duravano almeno fino alla fine di marzo.
Mi viene in mente come in un flash, un viaggio da Bergamo a Foresto in macchina.
Pensate ad un'auto piuttosto piccola, era, se non erro, una Peugeot a due posti, la prima macchina di papà.
Il sedile della macchina era piuttosto largo, papà si sedeva alla guida, vicina mamma con Gian Maria in
braccio, dietro nello spazio restante dal sedile, io, Marussia e Nicola in piedi con la testa un po' inclinata per
non urtare contro la capote dell'auto.
Pare impossibile ma non è finita.
La macchina si apriva sul retro come se ci fosse un bagagliaio, in realtà c'era un sedile sul quale poteva
sedersi qualcuno. Ebbene Andrea e Luciano viaggiavano seduti su quel posto riservato. E così la famiglia
"Brambilla" cioè Galmozzi partiva per la sua vacanza.
Forse di questi viaggi non ne avremo fatti tanti, perché crescendo non potevamo certamente caricare più di un
tanto la macchina, ma certamente i primi viaggi furono così, li ricordo ancora e mi sembra strano che papà
tanto prudente facesse viaggi di quel genere; però bisogna ricordare che le strade allora erano vuote e che la
macchina si fermava alla frazione Franzi, l'ultimo viaggio non era fatto dalla macchina ma dai nostri piedi.
I Perletti entrarono come mezzadri del fondo di Foresto nel '38 - '39. La vecchia famiglia di contadini si era
ridotta notevolmente. Celestino si era sposato ed era andato a vivere altrove, praticamente era rimasto il
vecchio Alessio con la sposa (la seconda sposa giovane) Pina e suoi due figli Giacomina e Luigi ed il piccolo
nato dopo il secondo matrimonio.
La conduzione del terreno non poteva andare avanti, d'altra parte papà con il suo senso altruista e generoso
non voleva lasciare senza lavoro questi contadini.
Comperò perciò, nel paese vicino di Villongo, un piccolo appezzamento di terreno con una casetta e l'affittò per
poco prezzo ai vecchi contadini che andarono a vivere là facendo fronte benissimo alle loro necessità.
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Da noi entrò una nuova famiglia, la famiglia Perletti; visse molto tempo con noi a Foresto, ma soprattutto
condivise con noi i tristi anni della guerra. Ancora oggi siamo molto legati a loro; vi assicuro che loro ci
considerano come parenti.
La famiglia era composta dal papà Amilcare (detto Milcher), dalla moglie Rosa e da cinque figli più o meno
della nostra età; Angelo, Giovanni, Giuditta, Maria e Luigi, inoltre nella casa vivevano altri due bambini più
piccoli Ettore e Gesuina, erano nipoti diretti del padre, rimasti senza papà e mamma giovanissimi, perciò erano
stati affidati dal tribunale allo zio.
Il Micher
Ecco che una numerosa famiglia entrava a far parte viva nella vita di Foresto.
La famiglia era esattamente l'opposto della precedente. L'armonia e direi anche l'allegria era parte integrante
della loro vita.
Il padre Amilcare era di compagnia piacevole, sempre allegro, lavorava parecchio, ma trovava sempre il tempo
per andare a caccia.
Sapeva farsi rispettare dai suoi figli che l'obbedivano e l'assecondavano in tutto. Si davano del voi; allora i figli
davano del voi ai genitori e lo ubbidivano senza tanto discutere.
Per fortuna che buono e comprensivo era il padre e buoni i figli perciò problemi grossi non ce n'erano.
Specialmente Angelo e Giovannino lavoravano molto la terra, Giuditta e Maria, fatte più grandicelle aiutavano
mamma nostra nei lavori di casa. Il più piccolo Luigi, "il molètta" come lo chiamavano perché imparava a fare
l'arrotino, collaborava con padre e fratelli nei lavori dei campi quando erano più impegnativi.
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La casa dei contadini era veramente cadente e per tutta quella famiglia era molto piccola.
Solo più avanti, non ricordo l'anno, papà fece costruire per loro una vera casa con ogni confort, compreso il
bagno. Del resto anche nella nostra casa non esisteva il bagno e solo un gabinetto ampio, rifatto, rispondeva
alle nostre esigenze. Parlare di quegli anni antecedenti la guerra è veramente piacevole. I contadini lavoravano
con impegno, noi quando potevamo ci univamo a loro con qualche aiuto (vedi vendemmia - raccolta di frutta e
frumento). Stavamo bene insieme, giocavamo con loro nei momenti di libertà, facevamo insieme lunghe
passeggiate, insieme, specialmente Gian Maria, andava con loro a raccogliere funghi. Nessuno dei miei fratelli
aveva la passione della caccia che occupava molto invece il padre Amilcare. In un rustico teneva gabbiette con
tordi, ciücì e uccelli da richiamo che curava con premura. In settembre e ottobre al mattino presto, molto presto,
andava a caccia e tornava verso le dieci con pochi uccelli ma tanto contento.
Molto spesso nei lunghi pomeriggi estivi Giuditta e Maria si univano a me e a Marussia a ricamare.
In campagna non c'era ragazza, anche se povera, che non preparasse il suo corredo. Ricamavano lenzuola,
federe, asciugamani, incominciavano da bambine, anno per anno mettevano qualcosa da parte e arrivavano al
matrimonio con un corredo discreto.
Chi ricamava veramente bene era la Delfina, la moglie del primo figlio Angelo. Ricamava non solo per se, ma
anche per preparare il corredo di altre ragazze, perciò il suo lavoro era diventato fonte di guadagno.
Le estati si susseguivano uno dopo l'altro serene, noi ci riposavamo, ma anche studiavamo per non arrivare
impreparati alla riapertura della scuola.
Cosa posso ricordare ancora della vita di campagna?
Erano avvenimenti importanti la nascita di un vitello o l'uccisione del maiale. Erano giornate di festa per i
contadini, di movimento, di allegria anche per noi.
Ricordo invece una volta la grande agitazione dei contadini per una mucca ammalata. La venuta del
veterinario, la sua visita, l'apprensione dei contadini e la gioia ritrovata dopo la guarigione della mucca.
Non posso dimenticare questo grido che ricorreva da una parte all'altra della vallata quando arrivavano a
Foresto i finanzieri.
Perché bisogna sapere che Foresto era rinomata per la grappa. I contadini di Foresto erano famosi per la
grappa che facevano, forte e buona a detta di tutti, con le vinacce, coi fichi secchi e con altri prodotti ancora,
non so quali.
Naturalmente non era permesso fare la grappa, perciò i contadini, andavano a svolgere il loro lavoro nei boschi
in posti molto nascosti. Non so come la facessero, so che occorrevano gli alambicchi che non tutti
possedevano, perché molto costosi, ma che si prestavano uno con l'altro.
Quando facevano questo lavoro, da lontano si vedevano file di fumo che si alzavano lungo i sentieri vicini a
ruscelli e dove operavano si poteva inciampare in cataste di fichi secchi e di vinacce ed un acre odore
indescrivibile si espandeva ovunque.
Sul più bello del lavoro, si sentiva qualche volta questo grido "Ocio al lüf" ossia "Attenti al lupo".
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Arrivavano i finanzieri con la loro macchina in fondo al paese, nella parte bassa; prima che giungessero nel
bosco, tutti erano scappati abbandonando tutto, magari la grappa già pronta. Riuscivano a mala pena a
nascondere caldaie di rame e alambicchi e a nascondersi loro.
Arrivavano i finanzieri buttavano tutto all'aria, versavano la grappa pronta nel ruscello, l'odore diventava
indescrivibile, la rabbia dei contadini tanta.
Qualche volta, ma raramente, i finanzieri riuscivano a cogliere sul fatto i contadini che venivano portati a
Bergamo in carcere. Allora avveniva una cosa strana. Condannati o a una multa o a due o tre mesi di carcere, i
contadini propendevano per la seconda soluzione ed avevano la facoltà di scegliere il periodo. Allora il
contadino sceglieva di andare in "pensione" in Città Alta (ossia nelle carceri) durante l'inverno quando la
stagione dei campi era morta.
Papà non voleva assolutamente che i nostri mezzadri facessero la grappa, credo proprio che la facessero di
nascosto non solo dai finanzieri, ma anche dal nostro papà. Furono fortunati perché la fecero sempre franca.
La grappa era veramente fonte di guadagno per i contadini di Foresto, riuscivano a portarla dovunque nel
Bergamasco. Partivano di notte, attraversavano boschi per arrivare in altre valli e la trasportavano con i mezzi
più vari. Le donne diventavano grosse e sotto le loro gonne con mezzi ingegnosi trasportavano litri di grappa.
Il grido "Ocio al lüf" lo abbiamo sentito purtroppo in altri momenti ben più tristi, durante la guerra.
Quando da lontano si vedevano arrivare i "repubblichini" il grido rimbalzava da una parte all'altra della vallata.
Tutti, donne, vecchi, bambini lanciavano questo grido e così i ragazzi del paese scappati o i partigiani nei
dintorni avevano il tempo di scappare e nascondersi, perciò il più delle volte i fascisti se ne tornavano con le
pive nel sacco.
GLI ANNI DELLA SCUOLA MEDIA - Dopo aver ricordato con tanto piacere gli anni
felici trascorsi a Foresto durante le vacanze, voglio tornare col pensiero a Bergamo, agli anni trascorsi a scuola,
prima alle Magistrali "Paolina Secco Suardo" in Città Alta, poi alla "Scuola Privata Beata Capitanio".
Finite le elementari, papà e mamma mi iscrissero alle Magistrali in Città Alta.
Non avevo ancora 10 anni, la grande sciocchezza di aver saltato la quinta elementare mi costò cara.
Ero entrata in una nuova scuola dove non conoscevo nessuno; nessuna compagna delle elementari, nessuna
compagna di giochi. La scuola era mista, prima novità, i professori tanti e a mio parere molto severi.
Li ricordo si può dire uno per uno. Il prof. Cachat era il professore di lettere, non ricordo a distanza di anni se
fosse bravo o meno, lo ricordo come un uomo che incuteva molta soggezione e per me timidissima questo fatto
fu negativo. La prof. di matematica era la Signora Gaido, conosciutissima per la sua bravura, ma anche per la
sua esigenza. Io ho sempre odiato la matematica, per giunta mi erano rimaste molte deficienze per il fatto di
aver saltato la quinta. Perciò credo che zoppicassi parecchio e questo per me sempre bravina a scuola influiva
negativamente.
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Ricordo che quando mamma andava a parlare con la prof., lei diceva sempre a mia mamma "Questa bambina
non è matura". Questa frase mi colpiva e mi restò impressa perché per me voleva dire che ero un po'
scemetta.
La prof.ssa di francese era la Sign. Ponti, era l'unica insegnante che mi tenesse in considerazione, insegnava
molto bene e forse se ancora oggi ricordo abbastanza il francese credo che lo debba proprio a lei.
In francese riuscivo proprio bene e qui ci sarebbe un lungo discorso pedagogico da fare. Lo scolaro rende più o
meno a seconda anche della considerazione dell'insegnante. Cercai più avanti, diventata insegnante, di
ricordare questi episodi della mia vita di scolara che mi fecero tanto soffrire. Fra me e i miei insegnanti di prima
magistrale c'era un vero muro, non riuscivo ad esprimermi e a dare il meglio di me per questa incomprensione.
Passai in seconda magistrale senza onori e gloria, fu un anno molto difficile.
In seconda, gli stessi problemi, le stesse difficoltà e fu veramente tragico per me essere stata rimandata ad
ottobre in latino e matematica.
E qui devo dire grazie a papà e mamma che capirono quanto fosse inutile proseguire una scuola fatta
malamente. Decisero di farmi passare un'estate serena senza l'incubo degli esami, decisero di farmi rifare la II
magistrale cambiando scuola e mi iscrissero alla Scuola Beata Capitanio. All'inizio accettai questa decisione
con molta fatica. L'idea di ripetere un anno mi sembrava vergognosa. Eppure quanta saggezza in questa
decisione. Avevo guadagnato un anno stupidamente, e ora sarei rientrata nella norma. A dodici anni entravo in
seconda, tutto normale. Devo dire grazie a papà e mamma. Ripresi bene la scuola e continuai sempre bene.
Delle magistrali fatte in Città Alta ricordo qualche compagno. Non so perché erano migliori i bambini che le
bambine. Dei migliori erano Giovanni e Vittorio.
Giovanni era un bambinetto orfano di padre e di madre, alloggiato all'orfanotrofio di Santa Lucia.
Probabilmente lo facevano studiare perché molto bravo. So che agli altri orfani veniva insegnato un mestiere.
Me lo ricordo ancora, biondino con gli occhiali, in divisa da collegiale. Lo ritrovai all'Università Cattolica come
studente del Magistero. Si laureò anche lui in lettere nello stesso anno in cui mi laureai io. Seppi più tardi che si
era sposato, che aveva insegnato per qualche anno e che era morto giovane.
Vittorio era figlio di un infermiere dell'ospedale. Piccolo, moro, occhi scuri molto vivaci, era bravissimo in
italiano, ma guardava un po' tutti dall'alto in basso perché era molto considerato dal prof. di lettere.
Anche lui lo incontrai al Magistero di lettere alla Cattolica. Divenne prof. insegnò per molti anni e poi divenne
preside di un istituto di Bergamo. Lo rivedo spesso quando vado a Bergamo.
Recentemente la Democrazia Cristiana di Borgo S. Caterina, affidò a lui la commemorazione di papà in
occasione del centenario della nascita.
La commemorazione fu veramente bella, parlò di papà nostro più come uomo che come politico, e ne uscì una
figura così vera, così viva che noi fratelli ci domandavamo come una persona che, pur conoscendolo
abbastanza, non era certo in intimità con papà, poteva farci rivivere la figura di papà così perfetta da lasciarci
commossi. Io gliene sono particolarmente grata e dimentico volentieri la sua superbietta di scolaro modello.
Delle compagne ricordo la Croce , anche quella ritrovata all'Università Cattolica, e la Discacciati, che ancora
incontro a Bergamo. Ancora oggi non posso certo dimenticare il piccolo Ermanni.
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Biondino, grazioso, vivace, era il coccolino del Prof. di lettere. In seconda magistrale si ammalò seriamente di
leucemia. Eravamo bambini, non sapevamo niente di malattie e di morte. La morte in verità era passata da
casa mia, ma ero tanto piccola da non poter ricordare.
A dodici anni, un compagno di scuola che muore ti lascia un'impressione profonda. Ricordo che al suo funerale
tutti piangevano e più di tutti il prof. Cachat, che forse vedeva in lui un piccolo figlio.
Per andare a scuola in Città Alta dovevamo fare una buona mezz'ora di strada. Nessuno allora si sognava di
andare in tram.
Ricordo che tutti noi fratelli partivamo da Borgo Santa Caterina al mattino presto, per raggiungere Città Alta.
Luciano, Marussia, Andrea andavano al Liceo Sarpi, io in Cittadella alle Magistrali.
Si faceva via della Noca, ripida scorciatoia che ti portava in Porta Sant'Agostino, poi tutta la Via Sant'Andrea
fino alla Piazza Funicolare, qui ci si divideva, io proseguivo per Via Gombito e loro per via Donizetti. Quanti
ricordi anche in questi lunghi tragitti.
Qualche volta questo tragitto veniva fatto quattro volte al giorno, perché si doveva tornare a scuola anche nel
pomeriggio; forse per questo avevamo sempre fame e i chili di pane andavano come non so cosa. La piazza
Sant'Agostino era una grande attrattiva. Anche allora, come del resto oggi, è un invito a fermarsi, a giocare al
pallone. Andrea specialmente si fermava volentieri e qualche volta passava il tempo dimenticando che
bisognava tornare a casa. Poi a casa arrivavano le sgridate di papà, i castighi, nonché qualche scappellotto.
Piazza Sant'Agostino diventava bellissima quando nevicava. In quegli anni nevicava spesso durante l'inverno e
per noi bambini era sempre una festa il ritorno della neve. Lo spettacolo indimenticabile, il nostro giardino un
sogno. Gli alberi spruzzati di neve, i viali del giardino coperti dal manto bianco, le foglie, i rami piegati sotto il
peso, il silenzio che regna e domina l'ambiente rende tutto suggestivo. E le palle e i pupazzi che facevamo nel
nostro giardino erano un gioco stupendo. Tornavamo a casa gelati, con mani e piedi bagnati ma con le gote
rosse e con i cappotti con le impronte delle pallate ricevute. Vi potete immaginare quanto fosse suggestiva la
Piazza Sant'Agostino così innevata, ancora più immensa se coperta di neve. Quando in una mattina di neve si
arrivava a Sant'Agostino per andare a scuola, era molto difficile continuare la strada senza fermarsi, almeno
gettare qualche palla al nostro compagno. Andando a scuola non ci si poteva fermare molto, ma nel ritorno una
bella giocata non ce la toglieva nessuno.
Ci piaceva attraversare la piazza e poi guardare le nostre impronte e confrontarcele. Ricordo come se fosse
oggi una scena che mi capitò una volta. Tornando da scuola volli anch'io provare ad attraversare la grande
distesa di neve. Avevo ai piedi delle scarpette leggere, uguali a quelle che usa adesso mia nipotina Elena, col
cinturino sottile certamente belle ma non adatte allo scopo. Avevo i calzettoni che arrivavano sì e no al
ginocchio, mentre la neve era abbondante e raggiungeva una considerevole altezza.
Quando arrivai dall'altra parte della distesa mi ritrovai senza una scarpa e con le ginocchia bagnate e tutte
rosse dal freddo. Bisognava tornare a casa, non c'era nulla da fare e così tornai a casa con una scarpa sì e
una no. Avevo molto paura di essere sgridata ed invece mamma molto comprensiva non mi sgridò, anzi quello
stesso pomeriggio uscì con me per comperarmi un paio di stivali. Non vi so dire la mia gioia, sognavo quegli
stivali da non so quanto tempo e fui felice della mia piccola avventura.
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Entrò a far parte della nostra famiglia verso i dieci, undici anni. Giulia, una bella biondina molto spigliata, era
figlia unica dei Signori Landriani, anzi dei nobili Landriani, come la sua mamma ci teneva a dire.
Il padre un impiegato delle poste, arrivava da Sondrio. Era un uomo molto alto, affettuoso, amante della
montagna, non c'era una domenica che non andasse o a sciare o ad arrampicarsi sulle montagne ed anche lui
influì su di noi con la sua passione per la montagna.
La mamma, una bella donna molto semplice, era di Bardolino del Garda ed il suo accento veneto lo conservò
fino alla fine dei suoi giorni.
Era un'abile cuoca ed una brava sarta, faceva di tutto in casa, il suo orgoglio erano i vestiti che sapeva fare a
Giulia. Una sorella del papà aveva sposato un medico condotto di Magenta e si dava un mucchio di arie. Non
avendo figli, gli zii consideravano Giulia quasi una loro figlia, non le facevano mancare nulla, loro portavano
molto rispetto alla famiglia di Giulia. Ogni estate con gli zii, Giulia faceva viaggi stupendi in tutta Italia; bisogna
pensare che allora viaggiare era proprio di pochi e nessuno o quasi andava all'estero. Io, ogni estate, ricevevo
cartoline stupende dai laghi, dai monti, dai vari posti di villeggiatura, eppure quando Giulia finiva i viaggi con gli
zii e veniva in casa nostra a Foresto si divertiva un mondo. Viveva nella nostra casa di campagna e non nei
grandi alberghi, ma la nostra vita era movimentata e vivere con tanti ragazzi spensierati ed allegri invece che
con degli zii era certamente più allettante.
Giulia abitava in Borgo S.Caterina al n. 7, noi al n. 6, proprio dirimpetto a casa nostra.
La nostra prima conoscenza fu in oratorio, solo più tardi fummo compagne di scuola alla “Beata Capitanio” per
tutto il corso delle magistrali.
Incominciò l'amicizia a poco a poco non solo con me, sua coetanea, ma con tutti i fratelli.
Giulia era sempre in casa nostra, quasi sempre anche a pranzo; i suoi genitori erano felici che avesse trovato
una famiglia come la nostra, perché Giulia non ebbe mai il complesso della figlia unica, sua mamma poi che
sentiva sempre un complesso d'inferiorità davanti alla cognata era contenta di dimostrare che la sua figliola
frequentava un ambiente come il nostro.
Giulia trascorreva perciò in casa nostra giorni felici, partecipava ai nostri giochi, alle nostre monellerie; alla
domenica poi capitava che non poche volte noi andassimo in montagna col suo papà. Specialmente Marussia
ed Andrea si univano a Giulia e al suo papà per andare o al Coca o al rifugio Curò, papà nostro non poteva
certo accompagnarci, allora i medici lavoravano sempre anche alla domenica. Io ero meno assidua a queste
passeggiate, purtroppo ero sempre complessata dal senso del dovere, da tutto quello che dovevo studiare e
preparare per la scuola, e rinunciavo...rinunciavo.
Marussia era certamente più intelligente di me, bastava che leggesse una volta la lezione per saperla. Giulia si
affidava alla mia bontà o per copiare i compiti o per sentire ripetere le lezioni che imparava in un attimo. Andrea
non aveva certo complessi, pacifico come era e lo è ancora oggi (beato lui) non si creava problemi. Affidava a
Marussia i suoi temi d'italiano perché glieli facesse. Bisogna dire che Marussia era molto brava in italiano e i
suoi temi molto apprezzati. Per Andrea bastava che Marussia scrivesse qualcosa, andava certamente bene.
Succedeva più o meno ogni domenica così; Marussia si rifiutava di aiutare Andrea, Andrea andava a letto
tranquillo lasciando sulla scrivania di Marussia un foglio col titolo del suo tema. Mamma poi, desiderosa che
Andrea non andasse a scuola senza il tema fatto, supplicava Marussia perché scrivesse qualcosa e Marussia
in men che non si dica faceva il tema che Andrea al mattino copiava tranquillo prima di andare a scuola.
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La mamma di Giulia non sapeva come fare per sdebitarsi con noi e poiché era una brava cuoca ci invitava
spesso a pranzo. Ottime le sue frittelle di riso, le sue torte alla cioccolata, e a questo punto non posso non
parlare di un episodio che ricorderò sempre.
Un giorno dunque la Signora Landriani, convinta di fare un piatto originale per Marcella, mi invitò a mangiare le
lumache. Io che non posso soffrire niente di viscido incominciai a star male al pensiero, a casa poi papà e i
fratelli mi prepararono al grande invito prendendomi in giro. Arrivò il giorno delle lumache, se penso oggi a
come eravamo stupidi e intimiditi. Non potevo semplicemente dire che non mi piacevano, no... non era
educazione.
Davanti dunque mi venne presentato un grosso piatto di lumache, incominciai a trangugiarle in tutta fretta per
finirle il più presto possibile. Non masticavo niente.
La signora alla vista del piatto svuotato tanto in fretta, pensò che le avessi gradite e mi preparò un secondo
piatto. Povera Marcella, trangugiai anche quelle ma con più calma. E' inutile dire che tornata a casa stetti tanto
male che rigettai tutto e così il gusto delle lumache mi accompagnò fino a sera. Per carità non parlatemi più di
lumache.
Quanti episodi posso ricordare di Giulia, le nostre gite in bici fatte più adulte, le nostre gare di bici in giardino, le
nostre domeniche all'oratorio, i nostri primi balli con gli amici del Borgo. Un'estate fui invitata anch'io a Magenta
nella casa degli zii di Giulia e trascorsi qualche giorno con loro. Non sapevano più cosa preparare per
festeggiare il mio arrivo. Pranzi succulenti, inviti dalle amiche della zia, che frequentava il tè delle cinque con le
signore importanti del paese, bici a nolo per me perché potessi fare passeggiate con Giulia; io che appartenevo
ad una famiglia numerosa godevo di questi privilegi e mi sentivo importante. Avrò avuto allora dodici-tredici
anni.
Parlerò ancora di Giulia che condivise con me gli studi fino all'abilitazione magistrale. Studiavamo sempre
insieme, lei faticava la metà di me e riusciva sempre meglio. Aveva una sfrontatezza che l'aiutava, io timida
come sempre figuravo meno e ne soffrivo. Mi faceva invidia la sua fortuna. Era bella e tutti la guardavano, lei
diventava signorina, io con le mie treccine rimanevo bambina. Povera Giulia! era un fiore, esuberante, allegra,
si preparava a vivere gioiosamente la sua giovinezza, ma un triste destino l'aspettava.
AMICI NEL GIARDINO DEL BORGO - Piero, Gianni, Franco, Giuseppe. Li rivedo tutti
ad uno ad uno, questi erano i compagni di mio fratello Andrea e spesso erano nel nostro giardino compagni di
giochi. Andrea, detto "il pagnotta" perché grassottello, era un ragazzo allegro, ben voluto da tutti per la sua
bonarietà. Tutti i compagni ci tenevano ad essergli amici. Giocava bene al calcio, perciò i compagni
frequentavano volentieri il nostro giardino. Avevano formato tutti insieme una vera squadretta di calcio ed
anche se qualche vetro della casa andava in pezzi per una pallonata tutto si risolveva con una sgridata o poco
più. Quante corse in bici, c'era chi faceva il vigile con tanto di fischietto e paletta, chi prendeva la multa, chi
cadeva ed aveva bisogno dell'aiuto di mamma. E con le giocate al pallone, quanti fiori stroncati, sbucciature di
ginocchi, grida a mai più finire finché interveniva papà che disturbato, mentre visitava i malati, invitava al
silenzio. Eppure i clienti dell'ambulatorio (l'ambulatorio e la sala d'attesa davano sul giardino) uscivano dalla
stanza d'attesa e partecipavano ai nostri giochi e questa allegria di ragazzi avrà influito certamente a mitigare
l'ansia per l'attesa della visita medica.
I compagni di Luciano, parecchio più grandi di me, mi incutevano più timore.
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Elena, Angela, Virginia e tante altre le compagne di Marussia, più riguardate, più signorine, più compagne di
studio che di giochi.
I compagni di Nicola erano invece un tutt'uno con le mie compagne. Facevamo combriccola insieme e ci
divertivamo un mondo. Giulia, Bice, Gianni, Antonio. Vi rivedo tutti compagni e compagne, della mia
giovinezza. Molti sono oggi illustri professionisti, dottori, avvocati, commercialisti, molte buone mamme di
famiglia ormai nonne come me, molti purtroppo sono mancati, alcuni morti giovani.
L'amica più cara di mamma era la Signorina Maria Benvenuto. Era molto più giovane di mamma e frequentava
casa nostra da sempre. Già ho parlato di lei, giovane maestra; finito il lavoro d'insegnante veniva in casa nostra
in veste d'amica. Aveva molta soggezione di papà e forse anche di mamma, ci aiutava nei compiti, aiutava
mamma ad aggiustare e soprattutto faceva molti ricami e lavori di lana. Era affezionatissima a noi bambini,
divenne la mia madrina di cresima, il suo rapporto con noi durò a lungo, anche dopo che si sposò ed ebbe i
suoi figli.
Anche dopo la morte di mamma durò la nostra amicizia e non c'era volta che la incontrassimo od andassimo a
trovarla a casa che non parlasse di mamma, della nostra famiglia a cui era tanto affezionata, non c'era volta
che non ricordasse i tempi felici delle sue estati a Foresto.
Ormai anche lei se ne è andata lasciando in noi, specie in me, un caro ricordo. Lei voleva veramente bene alla
nostra mamma e la seguì in ogni momento triste o felice della sua vita.
Altra signora tanto cara a mamma era la Signora Emma, una bella signora che ebbe tante peripezie nella sua
vita, ma aveva sempre un sorriso sulle labbra.
Frequentava molto la nostra casa la Signora Emma; ad un certo punto andò ad abitare a Presezzo dove suo
marito, che era un agronomo, prese in affitto un terreno.
Ricordo ancora le nostre gite per andarla a trovare là, era felice di vederci e quando tornavamo a Bergamo ci
riempiva di frutti e specialmente di fiori che amava coltivare.
Spesse volte, quando abitava in Città Alta ed io frequentavo le magistrali mi teneva a pranzo perché io evitassi
di ripetere quattro volte il lungo tragitto.
E' stata l'ultima amica di mamma a mancare. E' morta molto anziana e si può dire che il suo volto conservò fino
all'ultimo una freschezza e una bellezza senza pari.
La Signorina Camilla apparteneva ad una famiglia molto distinta di Bergamo. Abitava in un bellissimo palazzo
di via Pignolo con un fratello ed una sorella pure scapoli. Lei molto semplice era forse meno considerata in
famiglia, eppure era tanto cara. Sapeva fare di tutto, ma le sue specialità erano le torte e le marmellate, perciò
insegnava a mamma dandosi delle grandi arie di cuoca.
A lei piaceva lavorare e quello che non poteva fare a casa, perché aveva cameriera e cuoca, si sfogava a farlo
in casa nostra.
Qualche volta noi fratelli la prendevamo in giro, perché era un po' ridicola, eppure era tanto cara.
La Signora L ... era forse la prima persona che mamma conobbe appena arrivò a Bergamo.
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Vedova di un avvocato, madre di due figli che morirono giovanissimi, viveva con una vecchia cameriera che era
diventata tutto per lei. Viveva in una casa molto bella ma rimasta pressoché in miseria si era ridotta ad affittare
le camere. Ma faceva tutto con dignità, lei era sempre la Signora L ... , e la cameriera c'era sempre.
In un primo periodo i suoi ospiti furono i giocatori dell'Atalanta, perciò lei sapeva tutto di calcio, si era fatta una
cultura e non perdeva una partita.
Durante la guerra ebbe invece come ospiti alcuni aviatori di Ponte S. Pietro. Io non so bene la ragione perché
fossero alloggiati da lei, so solo che in quel periodo di fame, lei aveva più pane degli altri. Probabilmente era il
pane destinato agli aviatori, erano bastoncini lunghi e freschi che facevano la nostra gioia.
Io andavo a scuola alla "Capitanio", lei abitava vicino perciò ogni giorno passavo a prendere quel pane in più
che a loro avanzava e a noi faceva molto comodo.
Per la strada io avevo la fortuna di sbocconcellare almeno un bastoncino non so con quale piacere.
La Signora Minelli era la moglie del Primario di papà quando incominciò la sua carriera di medico a Bergamo.
A detta del nostro papà era bravissimo, ma soprattutto non era geloso della sua bravura ed era un abile
maestro.
Papà lo stimava moltissimo e gli era tanto riconoscente per quello che da lui aveva appreso.
La signora fu madrina di cresima di Marussia. Noi frequentavamo qualche volta la sua casa, ma ci trovavamo
piuttosto in soggezione, anche perché aveva tre figli maschi già medici e professionisti, se pur giovani, troppo
distanti da noi per età.
C'erano poi la Signora D’Amico, la Signora Giannotti, la Signora Cesareni, la Signora Cortesi. Tutte
frequentavano la nostra casa, una divenne amica di mamma quando mamma cominciò a lavorare per la
conferenza di S. Vincenzo in Santa Caterina; l'altra era invece la moglie giovane di un assistente di papà;
Cesareni e Cortesi entrarono nella nostra famiglia, prima come mamme di nostri amici, poi come consuocere.
Tante volte papà voleva invitare a pranzo i medici amici con le loro mogli e ci teneva a far bella figura.
Era la volta che si preparavano pranzi speciali con servizi belli, tovaglie di fiandra ecc. Era la volta che mamma
prendeva in casa per l'occasione una vera cuoca come aiutante.
Me la ricordo ancora questa signora che noi bambini chiamavamo"Turututu". Aveva i capelli tinti in nero scuro,
allora credo una vera rarità, noi pensavamo mettesse sulla testa il lucido nero tanto brillavano. Quando arrivava
ci mandava via tutti dalla cucina, mamma compresa e quasi fosse un chirurgo intento ad una difficile
operazione, regnava sovrana in cucina.
Non so quanto fosse valida, probabilmente sì, quando se ne andava lasciava tutto da lavare e mamma tutto
sommato tirava un respiro di sollievo.
Amici di papà che frequentavano casa nostra erano il Prof. Minelli, il dott. Regoli, assistente di papà, uno
scapolo che abitava in Borgo Palazzo e viveva con una cameriera che poi da vecchio sposò. Era simpatico,
allegro, eppure credo che venisse in casa nostra alla sera quando si sentiva un po' solo e si divertiva con noi e
desiderava un po' il clima di famiglia che lui non aveva.
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Buon amico di papà anche il dott. Parigi, che possedeva un laboratorio di analisi. Aveva due figli gemelli, Salvo
e Gianni, che frequentavamo quando ci si trovava a Borgo di Terzo, in casa Zoja, di cui erano cugini.
Il Prof. Rabbeno, era stato amico di papà fin dal tempo dell’università a Torino. Era professore di Farmacologia
all'Università di Torino. Quando era studente, poiché apparteneva ad una famiglia molto ricca, invitava spesso
papà nostro, che allora apparteneva ad una famiglia molto modesta, nei luoghi ove trascorreva le vacanze.
Compito di papà era di aiutarlo un po' nei suoi studi quando si trovava un po’ in difficoltà.
Poi si separarono, papà divenne medico, e che medico, stimatissimo e amatissimo da tutti, lui divenne
professore d'università. L'uno rimase a Torino, nella sua terra e rimase scapolo, papà venne a Bergamo e
formò famiglia, e che famiglia.
Per mezzo di lui più avanti conobbi a Venezia una famiglia, e divenni amica di Lea.
Tra tante conoscenze ed amicizie di casa Galmozzi un ricordo speciale merita Clementina.
L'abbiamo sempre vista in casa da quando eravamo bambini, ci ha accompagnato nei nostri anni di crescita,
l'abbiamo riavuta in casa anche dopo sposati.
Chi era Clementina? Quando mamma la conobbe era certamente una persona piuttosto giovane; per noi, per
me forse, era una bella donna alla quale non sapevo dare un'età. Era decisamente bella, fine di lineamenti,
occhi azzurri e profondi, uno sguardo dolce, un aspetto gentile; di condizioni certamente modeste, ma di
aspetto signorile. Faceva la sarta a domicilio.
Andava di casa in casa come guardarobiera, aggiustava e faceva capi nuovi. Se pure i suoi lavori di cucito
fossero semplici, la sua presenza era indispensabile nelle famiglie. Un giorno fisso alla settimana andava
presso le stesse famiglie, che preparavano il lavoro per lei. C'era in ogni casa pronto il cesto per la Clementina,
si accumulava la biancheria da aggiustare, i capi da rivoltare, i grembiulini da fare nuovi. Nei cambi di stagione,
capitava che Clementina si fermasse nelle case più giorni poiché il lavoro da fare era tanto.
Pensate in casa nostra con otto persone quanto lavoro e quanto aiuto per mamma.
Allora si faceva tutto in casa, grembiuli, vestitini, camicie da notte, pigiamini per i bambini, ma anche per gli
adulti, si trasformavano vecchi vestiti di mamma in vestitini per noi bambine, persino da vecchi vestiti di papà si
facevano calzoncini e giacchette per i ragazzi.
E la biancheria? Si comperavano intere pezze di stoffa bianca che si trasformavano in lenzuola, federe,
tovaglie e tovaglioli. Tutto si faceva in casa, perciò il lavoro di queste sarte a domicilio era veramente prezioso.
Naturalmente dalle sue mani era uscito anche buona parte del corredo mio e di Marussia.
Mamma nostra aveva conosciuto Clementina quando ancora faceva la dottoressa a Torre Boldone.
Nell'Ospedale di Torre, allora tubercolosario, era ricoverata una bimba di dieci, undici anni, figlia di un'amica di
Clementina, era un'ammalata grave e dopo pochi mesi di degenza, questa bimba morì.
Questa bimba era figlia di una ragazza madre, Camilla, che Clementina, ancora giovanissima, aveva accolto
nella sua casa, quando questa ragazza (probabilmente scacciata di casa) non sapeva dove andare.
E la buona Clementina (questo succedeva nel '20 -'21) iniziò la vita con Camilla e la sua bambina. Clementina
faceva la sarta, Camilla la camiciaia.
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Morì la bambina, ma le due donne vissero sempre insieme e dai racconti che la buona Clementina ci faceva
mentre lavorava, si capiva bene che anche questa vita a due non fosse delle più facili. Bisticci, ripensamenti,
forse anche rinunce da parte di Clementina a qualche buon partito, ma Clementina non abbandonò mai l'amica
più debole che si appoggiava a lei in tutto e per tutto.
Quanto era buona Clementina! Quanto anche noi bambini abbiamo imparato da lei.
Era una persona anche intelligente e piuttosto briosa per cui mentre dalle sue mani uscivano lavoretti di ogni
genere, parlava con noi, ci raccontava storie e barzellette. Chi di noi non ricorda le poesie bergamasche che lei
sapeva a memoria e ci raccontava con gusto ed un piacere da lasciarci incantati "Sùra Tecla l'è öna pöta,
vègia, magra, stòrta e bröta ecc. ecc ... "e quando arrivava ad un famoso verso dove la parlata bergamasca
diventava un po' volgarotta, si fermava di botto. "Per carità cosa insegno, ci diceva, adesso basta". Ma noi
insistevamo per sapere il seguito; intanto mamma non capiva il bergamasco e si poteva andare avanti.
Poi come per chiedere scusa diceva "ma intàt che se parla de caca e de mèrda, l’ànima se conserva" e rideva
rideva con quel suono argentino coinvolgendo pure noi in una grande risata.
Durante l'estate passava con noi una decina di giorni a Foresto. Li, si preparava il corredo per l'autunno e
l'inverno; mamma insisteva perché prendesse il lavoro con più calma, perché godesse anche lei un po' di
vacanza. E allora con gioia faceva un giro nei campi con noi e se si permetteva di perdere mezza giornata per
una gitarella, doveva ad ogni costo lavorare dopo cena, altrimenti le sembrava di mangiare il pane a
tradimento.
Era coinvolta nella vita della nostra famiglia come una parente, partecipava alle nostre gioie, alle nostre
peripezie, ai nostri dolori; durante la guerra mentre mamma era via, non ci abbandonò mai, e per me che mi
trovai giovane a dirigere una casa fu un aiuto prezioso.
Dopo sposata venne anche per qualche anno a casa mia, per cui i primi lenzuolini per i bambini, i primi
grembiulini e pigiamini di Giorgio ed Annalisa uscirono dalle sue mani.
Quando veniva a Milano si fermava generalmente una settimana, andavo a prenderla alla stazione, poi
arrivava in Via S. Genesio 6, la mia prima abitazione milanese, e lì incominciava a lavorare e i giorni passavano
in compagnia ricordando insieme gli anni della mia giovinezza e si parlava e si ricordava la vita di papà e
mamma che già era mancata e lei aveva sempre nel cuore.
Arrivava da Bergamo con un gran sacco di pane secco che lei doveva portare nella casa di una gran signora,
presso la quale viveva come dama di compagnia la sorella della sua amica Camilla. Il pane secco era,
naturalmente, per il cane. Perciò il giorno che tornava a Bergamo, prima di ripartire io l'accompagnavo in via
Turati. In una delle case più signorili di Milano, entrava questa vecchietta, vestita di nero con le gonne lunghe,
semplice ma dignitosa, con una borsetta che conteneva i suoi oggetti personali e con una gran borsa che
pesava più di lei, piena di pane secco. Io la lasciavo sul portone dove vedevo un portiere in divisa col cappello,
che cerimonioso apriva la porta per farla entrare e la salutava con rispetto.
Questa era Clementina. Frequentava tutte le case, dei ricchi e dei poveri e con il suo comportamento e la sua
dignità donava a tutti qualcosa. Ma quello che ci lasciava meravigliati era il suo profondo senso religioso della
vita. La sua fede profonda, il suo amore per Dio, il suo desiderio immenso di conoscerlo, di arrivare in paradiso
per esserGli vicino, le hanno fatto superare gli ultimi anni di vecchiaia e malattia.
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Quando l'andavamo a trovare nell'ospizio dove era ricoverata e guardavo quelle mani ormai inerti perché
deformate dall'artrite, quel viso sofferente ma sempre ridente, tornavo a casa estasiata. Era lei che insegnava,
non dovevamo essere noi a confortarla, perché lei aveva un solo desiderio "morire per vedere Dio". L'ultima
volta che la vidi mi disse "forse morirò il giorno dei Santi, che gioia! non vedo l'ora di incontrare il Signore".
E invece anche la morte che sognava si fece desiderare; morì in un giorno di maggio e al suo funerale non
sapevamo piangere, la ricordavamo con gioia perché la sapevamo felice.
Cara buona Clementina, ti avrò sempre nel cuore e ti ringrazierò sempre per tutto il bene che mi hai fatto.
SVAGHI E GITE IN CASA GALMOZZI - La fortuna di possedere un bel giardino e
soprattutto la fortuna di avere una casa di campagna a Foresto che godevamo per tutta l'estate, era più che
sufficiente per non obbligare papà a cercare qualche altro svago.
Intanto, pensiamo che a quei tempi viaggi, sia in Italia che all'estero, erano proprio rari.
Eppure papà aveva trovato modo di mandare per due estati in Francia, a Grenoble, Luciano per imparare bene
la lingua francese. Aveva mandato al mare Marussia, che era andata ospite, non so con quanto piacere,
presso una famiglia svizzera cliente di papà. Ricordo Marussia che raccontava le strane abitudini di quella
famiglia a pranzo. Quello stesso anno anche Andrea andò al mare preso una famiglia di conoscenti a Celle
Ligure, nello stesso posto dove era andata Marussia.
Tornarono a casa per niente entusiasti, solo ansiosi di ritornare al nostro caro Foresto.
Qualche rara volta, molto rara in verità, papà pensava ad un viaggetto di due o tre giorni.
Mamma ne era felice, noi a turno andavamo, due o tre una volta, due o tre un'altra volta.
Una volta papà si spinse fino a Bolzano percorrendo le strade e i passi di montagna. Eppure anche quei pochi
giorni non erano tranquilli, ricordo ancora quella volta che appena partito fu costretto a tornare perché stava
male un suo cliente.
Una volta all'anno si andava a Torino a trovare gli unici parenti. Viveva a Torino un fratello di papà, Emilio,
sposato con cinque figli.
Anche lì si andava a turno. Quale festa era per noi la gita a Torino. Anna, Tuccia, Piero, Cilli, Carlo su per giù
avevano la nostra età e le risate, le chiacchierate che facevamo non finivamo mai. Erano giorni molto brevi
anche se festosi e si tornava a casa con tanta nostalgia. Com'era bello il Parco del Valentino, a me faceva
sempre un'impressione immensa. La Chiesa della Consolata era compresa nel nostro giro, papà, credo come
tutti i Torinesi, era molto legato a quella Chiesa. Non ultima la gita ad Avigliana, a Giaveno, luoghi tanto cari a
papà che lì trascorse la sua giovinezza e dove vivevano gli ultimi suoi zii. Una corsa al Cimitero ove era sepolta
mamma Lucia e poi ritorno a casa.
Era più facile che si fermassero più a lungo a Bergamo i cugini e gli zii quando venivano loro a trovarci,
specialmente se venivano durante l'estate e passavano con noi qualche giorno a Foresto.
Qualche volta andavamo a Crema e a Capergnanica, dove vivevano alcuni cugini e cugine del nostro papà e la
zia Caterina, della quale ho già parlato.
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In questi posti si andava dalla mattina alla sera.
Ci aspettavano pranzi succulenti, specialità i ravioli all'amaretto tanto amati dai cremonesi e tanto poco
apprezzati da noi fratelli.
RICORDI PARTICOLARI DI PAPA’ E MAMMA - Come tutti i bambini anch’io avrò
detto delle bugie a mamma, forse qualche volta le avrò risposto male, ma penso proprio che mai, né io né i mie
fratelli, le abbiamo mancato di rispetto. Quando potevo, aiutavo la mamma nelle faccende domestiche, forse
non mi pesava perché avevo innata in me la passione per la casa e mi piaceva farle piccole sorprese. Mi
piaceva tenere in ordine la mia stanza che condividevo con Marussia e li erano guai. Lei per natura piuttosto
disordinata, intenta sempre alla lettura, con la testa fra le nuvole, non si curava di come lasciava le cose.
Arrivava papà, guardava la stanza in disordine e i rimbotti arrivavano a tutte due.
Che rabbia mi faceva allora, mi arrabbiavo con Marussia, ma a lei importava poco, viveva nel suo mondo.
Altre volte mi arrabbiavo con Marussia per altri motivi. Bisogna pensare che a quei tempi ogni bambino
possedeva i vestitini comuni e un vestito più bello per la festa, un paio di scarpe per tutti i giorni e un bel paio di
scarpe per la festa.
Ebbene a mamma piaceva ogni tanto regalare a me e Marussia un vestitino nuovo, elegante; otteneva da papà
il permesso di comprarcene uno, o meglio la stoffa per confezionare un vestito nuovo.
Un pomeriggio mamma usciva con me e Marussia per fare questa spesa, era un avvenimento piuttosto
straordinario, mamma era felice più di noi.
Io ero felice che mi si presentasse la prospettiva di un vestito nuovo, a Marussia non importava proprio niente,
non solo non ci teneva, ma non voleva nemmeno che mamma facesse la spesa, non vi potete nemmeno
immaginare con quanta rabbia da parte mia.
Però mamma insisteva e alla fine veniva a casa con la stoffa nuova che o la Clementina o la Signorina Gritti
trasformavano in eleganti vestitini per noi.
Quando si andava in centro, cosa piuttosto rara, mamma ci portava sempre alla latteria De Zordo in Via S.
Orsola a mangiare la panna montata. Che avvenimento!
Ad ogni modo a tanti anni di distanza voglio ricordare la mia mamma con un senso di profonda ammirazione
per certi episodi tutti particolari.
GianMaria, il coccolino di tutti perché nato dopo tanti lutti e quando mamma era già quarantenne, faceva tanta
compagnia a mamma mentre tutti noi eravamo a scuola.
A mamma venne in mente d'insegnare a GianMaria a leggere e a scrivere. Ma quello che è più sensazionale
volle fare una sorpresa a papà. Alla fine dell'anno scolastico, mentre GianMaria compiva sei anni, lo presentò
dalle Suore Orsoline per fargli fare gli esami di ammissione alla seconda elementare.
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GianMaria fu promosso, mamma felice, lei straniera era stata la prima maestra di Gian. Papà commosso,
GianMaria non solo orgoglioso di entrare in seconda a sei anni, ma anche felice di essere stato capace di
mantenere la sorpresa.
Altro episodio che voglio ricordare perché mi colpì allora, ma ancora di più mi sbalordisce oggi.
Ad un certo momento, andato a scuola anche GianMaria, mamma si sentiva disoccupata. Abituata a far la
dottoressa fino a qualche anno prima, le sembrava di perdere tempo inutilmente stando a casa. L'aiuto per i
lavori domestici non mancava a quei tempi e per quanto i figli fossero sei aveva tempo a disposizione.
Così decise di andare a scuola di taglio e cucito.
In Russia, a casa sua, mamma ci raccontava che non faceva assolutamente niente se non studiare. Non
sapeva tenere in mano l'ago, non sapeva far niente in cucina eppure arrivata in Italia imparò, a poco a poco, a
far tutto. Eccola quindi alle prese con forbici, aghi e spilli a far lavoro di sarta.
Andò a lezione dalla Signorina Gritti , una giovane maestra di taglio che guardava con ammirazione questa
mamma di famiglia cinquantenne che si apprestava a far l'allieva. Io me la ricordo ancora quando con fogli di
carta velina preparava i modelli e si dava da fare per arrivare a tutto. Mi ricordo i primi vestiti fatti a me e
Marussia, i vestiti fatti a lei stessa, ma ricordo che persino si cimentava a farci i paltò. Orgogliosa come era,
voleva riuscire bene e ci riusciva.
Quante cose potrei raccontare ancora di mamma, quante cose belle mi insegnò.
Già ho ricordato come ci insegnava a prodigarsi per i più poveri, la famosa festa di Natale in casa nostra ne è
una dimostrazione, la sua casa era sempre aperta a chi aveva bisogno, il suo interessamento per i poveri del
Borgo diventarono un lavoro fisso e costante quando entrò a far parte della Conferenza di S. Vincenzo. Aveva
assunto questo compito con passione ed amore anche se qualche volta impazziva a mantenere i conti di
cassa.
Mi sembra giusto ricordare in modo speciale mio papà.
Ottimo medico, apprezzato da tutti, lavoratore indefesso e nello stesso tempo papà pieno di premure. Riunire
tutte le doti che aveva papà è tanto difficile. Con quanto amore si prodigava verso gli ammalati lo possiamo
solo immaginare se a distanza di parecchi anni dalla sua morte tutti lo ricordano ancora come lo stimato
medico di famiglia. L'intelligenza e le capacità possono essere anche doti naturali, ma se a queste doti non
unisci costanza, amore per il prossimo servono a poco.
Ricordo ancora quando dovette sostenere gli esami per diventare Primario del reparto di Tisiologia. Lavorava
ore e ore durante il giorno e solo di notte poteva dedicare un po' di tempo allo studio. Noi bambini andavamo a
letto, papà si preparava agli esami, doveva preparare dei lavori scritti e studiare, mamma condivideva le veglie
con lui, gli preparava caffè per tenerlo sveglio, lo sorvegliava e lo aiutava come poteva. Era molto difficile
l'esame, anche perché il suo più temibile avversario era un pezzo grosso fascista, mentre papà non era
nemmeno iscritto al Partito, cosa assai grave a quei tempi per poter sfondare.
Eppure la sua superiorità fu così grande che vinse il concorso. La gioia di questa vittoria, la festa che mamma e
figli gli prepararono lo compensarono di tanta fatica.
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La professione di medico lo occupava moltissimo, ricordo che qualche volta con la febbre alta per un'influenza
che ogni tanto lo colpiva, anche per gli strapazzi fatti, andava a visitare quelli che forse stavano meglio di lui.
Quando non stava bene e non aveva voglia di nulla ricordo che si permetteva il lusso di prendere degli zabaioni
con lo champagne.
In questo compito io ero diventata espertissima, mamma gli preparava ottimi biscotti, io gli zabaioni, perché le
medicine, lui le ordinava agli altri, ma da buon medico le usava poco.
Superate le crisi delle sue influenze incominciava da capo col suo lavoro intenso. Un inverno era talmente tanto
il lavoro, che papà doveva andare a far le visite anche dopo cena, perciò si decise di prendere un autista per
essere aiutato. Si chiamava Mario. Non era certo un lusso l'autista, era un aiuto per fare in modo che papà non
arrivasse troppo esausto alla fine della giornata.
In ospedale papà era amato oltre che ammirato, bisogna pensare che a quei tempi la tubercolosi era ancora
una brutta e grave malattia e gli ammalati dovevano passare in ospedale parecchi mesi. Medici, infermieri,
suore formavano tutti una grande famiglia per far sentire gli ammalati a loro agio, per aiutarli il più possibile
anche sotto l'aspetto umano.
Il giorno di S. Andrea, 30 Novembre, in ospedale si faceva una grande festa al papà.
Papà si chiamava Ferruccio Andrea e poiché sul calendario non c'era S. Ferruccio, le suore lo festeggiavano
per S. Andrea. Mamma e noi figli eravamo invitati per la festa. C'era una Messa speciale, persino venivano
recitate da qualche bambino ammalato delle poesie. Poi fiori, piante ed una colazione speciale. Papà godeva di
questa festa perché capiva che era un modo sincero per gli ammalati di esprimere la loro riconoscenza.
Anche con i clienti a domicilio papà si prodigava con amore e tutti gli volevano un gran bene.
Vorrei ricordare un particolare che allora bambina forse non capivo troppo, ma che oggi penso quanto valore
avesse.
Diceva papà che quando era chiamato per la prima volta in una casa e non conosceva la famiglia, dopo aver
visitato l'ammalato si guardava attorno per giudicare cosa doveva prendere come compenso della visita e non
poche volte vista la semplicità dell'ambiente, intuita la miseria della famiglia se ne andava senza chiedere alcun
compenso.
Potrei citare altri cento episodi ma già li ricordano quelli che lo hanno conosciuto. Papà sempre tanto occupato
faceva parte anche della S. Vincenzo della Parrocchia ed era pure Fabbriciere, ossia consigliere del Parroco.
Anche lì prodigava la sua opera con capacità e con impegno.
Dicevo dunque che papà oltre che un bravo medico, era anche un ottimo padre di famiglia. Esigente con se
stesso, severo con se stesso, era, se pur amorevole, severo anche con i figli. Amoroso quando si prendeva in
braccio i più piccoli durante il pranzo e mangiava col più piccolo sulle ginocchia, quando ci faceva giocare e
faceva scherzi a mai più finire; eppure era severo: a tavola bisognava comportarsi bene, a tavola bisognava
mangiare tutto e non era ammesso lasciare qualcosa nel piatto. Ricordo ancora l'episodio di Andrea che non
sopportava gli spinaci, eppure doveva mangiarli, aspettava che papà non vedesse e con la forchetta dava un
gran colpo agli spinaci che si spiattellavano sul mobile dietro le sue spalle, toccava poi a mamma pulire il
mobile e nascondere l'impresa a papà. A tavola bisognava essere educati e comportarsi bene. Se qualcuno
durante la giornata aveva combinato qualche marachella, era mandato a mangiare da solo in cucina.
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Una volta, non so per quale ragione, a tavola tutti combinammo dei guai. Ebbene fummo mandati tutti a
mangiare in cucina: eppure quella volta noi, tanto timorosi verso il papà quando diventava severo, non
prendemmo sul serio quel castigo collettivo e finimmo in cucina continuando a ridere. Non ricordo come finì.
Poiché papà era severo, mamma cercava di nascondere qualche nostra marachella.
Papà era molto esigente riguardo i nostri studi.
I compiti erano per lui molto importanti, bisognava che ci impegnassimo al massimo, nonostante il suo lavoro
voleva seguirci negli studi. Al pomeriggio dall'una alle cinque papà riceveva nel suo studio in casa.
Aveva sempre voluto lo studio annesso all'abitazione perché fra una visita e l'altra entrava nelle nostre stanze e
ci controllava i compiti.
Questi contatti con papà erano quelli che ci davano più fastidio. Correggeva ora il compito dell'uno, ora quello
dell'altro, specialmente guardava i compiti di latino che egli ricordava benissimo, c’erano momenti che davanti
ad errori madornali volava qualche scapaccione, qualche sgridata.
E a mezzogiorno durante il pranzo c'era l'interrogatorio, come era andata la mattina a scuola, se eravamo stati
interrogati ecc. ecc. poi interveniva mamma che voleva un momento di serenità almeno a tavola.
Ma chi non ricorda di noi fratelli i viaggi a Foresto?
Papà guidava, però pensava di usufruire del tempo del viaggio per un interrogatorio. Qualche volta per i più
piccoli erano le tabelline, qualche volta i verbi d'italiano o di latino. E anche lì doveva intervenire ad un certo
punto mamma per far finire l'interrogatorio.
Povero papà, in quei momenti noi non eravamo certamente contenti, però egli lo faceva con l'intento di aiutarci.
Fatti più grandi devo dire che tutti noi figli, se pur lo ammiravamo, avevamo verso di lui un senso di soggezione;
quel suo sguardo profondo e severo qualche volta effettivamente incuteva soggezione.
Con papà non scherzavamo mai e tutte le nostre risate, le nostre stupidaggini di ragazzi le raccontavamo a
mamma che qualche volta capiva e qualche volta no.
Se papà arrivava in ritardo a pranzo, e noi si stava ridendo e scherzando, tutti tacevano e diventavano seri.
Voglio ricordare un episodio per dimostrare che, sebbene fossimo in ammirazione di papà, avevamo anche una
soggezione esagerata.
Papà aveva mandato Luciano e Marussia a lezione di pittura perché riuscivano bene in disegno.
Luciano, infatti, più tardi coltivò la sua passione e dipinse non pochi quadri e fece acqueforti. Nella galleria
moderna di Roma figurano ancora oggi due sue acqueforti.
Marussia come le brave ragazze di allora si limitò a dipingere qualche quadretto ed a ornare con fiori qualche
piatto o servizio in ceramica.
A papà non parve giusto che Marussia godesse di una preferenza rispetto a me, perciò decise di mandarmi a
lezione di pianoforte.
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Anche se ero intonata e mi piaceva cantare, non avevo mai avuto il desiderio di imparare a suonare, ma papà
aveva deciso così e basta.
Perciò, mio malgrado, cominciai le lezioni.
Andavo da una signorina che abitava in una villetta vicino al campo sportivo. D'inverno in una stanzetta fredda,
poco accogliente studiavo senza troppo entusiasmo e quando uscivo dopo la lezione ero fredda, intirizzita e mi
ritrovavo con le mani rosse e gonfie.
Non mi andavano proprio a genio quelle lezioni, pensare che papà mi aveva persino comperato un pianoforte
di seconda mano perché mi potessi esercitare, ma in due anni di studio, anche se avevo imparato a suonare "Il
piccolo montanaro" non avevo progredito per niente.
Dovevo prepararmi all'esame di IV magistrale, trovai il coraggio di parlare apertamente a papà. "Non posso
continuare a studiare il piano, o quello o la preparazione agli esami". Ma con quali patemi d’animo mi preparai
ad affrontare papà.
Contrariamente a quanto avevo supposto, papà non discusse e mi permise di troncare lo studio del piano.
Così una musicista mancata visse felice senza l'incubo di uno studio che non le si confaceva.
Papà era severo ma non ho ricordi di punizioni, di rimproveri, di sgridate. E se ce ne sono stati li ho
completamente rimossi, perché non ne ho alcun ricordo. Era severo e rigoroso il suo stile di vita, questo si.
Così con noi papà più che severo era rigoroso come lo erano a quel tempo tutti i padri che si curavano
dell’educazione dei figli e non se ne fregavano. Forse a quei tempi la parola “permissivismo” così di moda oggi
e così applicata non esisteva nemmeno.
GLI AMICI ALLA "CAPITANIO" SCUOLA MAGISTRALE - Sono stati anni duri, intensi di studio, di lavoro,
di preparazione alla vita, sono stati anni di passaggio dalla fanciullezza alla giovinezza. Lì, feci amicizia con
tante compagne che ancora oggi a tanti anni di distanza ricordo con gioia; lì, condivisi con loro fatiche e piaceri.
Lì, ricevetti gli insegnamenti e si completò la mia educazione di scolara, di fanciulla.
Le Suore le ricordo ad una ad una. Ci insegnavano con passione, erano esigenti anche se comprensive, non si
limitavano ad insegnarci il latino, l'italiano, la matematica, volevano che arrivassimo ben preparate ai nostri
futuri compiti di insegnanti ed educatrici, volevano che fossimo pronte per la vita che ci aspettava.
Fra le insegnanti delle magistrali inferiori (la scuola che corrisponde alla media di oggi) ricordo: Suor Pierina,
che insegnava italiano, storia e geografia, con metodi un po' superati, ricordo invece come ottima insegnante di
latino la Signorina Olivari. Ci insegnava con un metodo chiaro, ci dettava le regole con schemi evidenti.
Avevo tutto scritto in un quaderno dalla copertina nera; per quanto tempo ho usato questo quaderno non lo so
dire, credo di averlo ancora fra i miei ricordi in solaio.
Gli elementi basilari del latino li imparai tanto bene e mi piacquero tanto questi appunti, che li usai per tutti gli
anni delle magistrali; avessi imparato la sintassi come avevo imparato la grammatica, più avanti non avrei fatto
tanta fatica. Suor Maria, che ebbi come insegnante di latino nelle superiori, pur essendo brava non aveva un
metodo d'insegnamento così efficace, per cui mi rimasero tante lacune che solo più avanti con tanto studio
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all'Università si colmarono. Cara Signorina Olivari, quanto sfruttai i tuoi appunti quando a mia volta mi trovai io
a dover insegnare il latino. Doveva veramente essere un buon metodo il suo, perché a mia volta insegnando il
latino nelle medie, ebbi tanta soddisfazione dalle mie alunne che trovavano facile e piacevole il mio
insegnamento.
Altra brava insegnante era Suor Costantina, la prof. di francese. Aveva un'ottima pronuncia forse perché aveva
vissuto in Francia parecchio tempo. Il francese mi piaceva molto e le sue lezioni le trovavo piacevoli.
Suor Maria Francesca era la prof. di matematica. Severa lei, dura io a capire la matematica, non andavamo
proprio d'accordo e la lezione era per me un vero tormento.
Come non ricordare a questo punto il Maestro Gambarini. Maestro di musica, organista della Chiesa di
Sant'Alessandro veniva alla Capitanio per insegnarci a cantare. Il prof. Gambarini era molto stimato dalle
Suore.
Si preparava sempre una grande festa in occasione di S. Cecilia. I canti insegnati dal maestro erano
impegnativi. Il coro era a tre voci. Soprani, mezzi soprani, contralti. Ridevamo, scherzavamo durante le prove,
eppure avevamo imparato a cantare veramente bene, avevamo imparato ad impostare la voce, i toni alti e
bassi, ricordo persino come ci insegnava a muovere la bocca. E alla fine avevamo formato un coro bellissimo
ed il successo della festa di Santa Cecilia era sempre ottimo.
Il coro delle Zingarelle, il "Va' pensiero" e persino qualche canto in gregoriano erano i cavalli di battaglia. Mi
piaceva molto cantare in quel coro e per me erano momenti di gioia.
Ricordo ancora Suor Matilde, insegnante di disegno, alta e poco energica nell'ottenere la disciplina. L'ora di
disegno era considerata un'ora di svago e certamente per la disciplina facevamo un po' tribulare Suor Matilde.
Per ginnastica si andava in una grande palestra, non mi ricordo se ci fosse una suora o una signorina.
L'accoglienza del mattino alla scuola era fatta dalla Sorella Annetta, dalla Sorella Sandra e dalla Sorella
Assunta. Si chiamavano così le nostre bidelle, erano suore anche loro ma vestite diversamente. Praticamente
erano un gradino più giù delle suore; purtroppo a quei tempi anche negli istituti di suore c'erano delle divisioni.
Le appartenenti ad un certo ceto diventavano suore, quelle appartenenti ad un ceto inferiori diventavano
sorelle.
Fortunatamente queste divisioni non ci sono più e nei conventi ci sono solo suore.
Queste sorelle erano sempre affabili e sorridenti, ci accoglievano amorevolmente e poi, quando tutte le scolare
entravano nelle aule, cominciavano a pulire quei lunghi corridoi, gli atri, i saloni, le palestre, ecc. in modo che la
scuola era sempre un gioiello di pulizia.
Durante gli intervalli delle lezioni ci sfogavamo nei corridoi larghi e luminosi sempre sotto la sorveglianza di
qualche suora. Lì si facevano gli spuntini, qualcuno ripassava le lezioni, lì nascevano le nostre amicizie. Si
raccontava all'amica del cuore la novità della settimana, i propri segreti. Tutte con il nostro grembiulino nero e
collettino bianco; non avevamo tanto da sbizzarrirci con i nostri semplici vestitini, eppure poiché eravamo
ragazze, perciò ambiziose, ci mostravamo i nostri vestiti nuovi o le nostre scarpette.
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Quanta semplicità allora, eppure era proprio così, tutte eravamo vestite semplicemente, si aveva il vestito bello
della festa che a scuola veniva messo solo in qualche occasione importante.
Bisogna pensare che in quel periodo c'era il Regime Fascista e nelle ricorrenze delle feste patriottiche eravamo
obbligate a metterci in divisa da piccole e giovani italiane, altro che vestiti eleganti. Gonna nera, camicetta
bianca con tanto di cravatta nera; io ero la sola che sapeva fare bene il nodo della cravatta e perciò facevo nodi
di cravatta a tutte le compagne. Sfido io con tanti fratelli sarebbe stato assurdo non saper fare un nodo alla
cravatta. E qui devo ricordare un altro avvenimento annuale. Il famoso saggio ginnico che si faceva ogni anno
verso i primi di giugno.
Evoluzioni con i cerchi, colle bacchette, colle clavi; si perdevano ore e ore di preparazione perché tutto doveva
risultare perfetto, armonioso. Erano ore in più che dovevamo dedicare alla preparazione senza perdere ore di
lezione, perciò fra una cosa e l'altra eravamo impegnate tutto il giorno, e tempo per giocare ne rimaneva poco.
Come posso non ricordare la Cappella della scuola?
Tutte le mattine prima di entrare in classe si faceva una visita alla Cappellina. I primi venerdì del mese, il mese
di maggio, a Quaresima c'era sempre la Messa. Nessuno era obbligato ad andarci ma, in realtà si andava
quasi tutte.
E quante preghiere prima degli esperimenti, e quante invocazioni alla Madonna per non essere interrogate se
non ci sentivamo preparate.
I ricordi continuano, si accavallano e riaffiora un po' di malinconia al pensiero di quei tempi lontani. La nostra
giovinezza trascorreva fra quelle aule, quei corridoi con insegnanti e compagne care, con i nostri turbamenti, le
nostre trepidazioni ed ansie. A casa le nostre famiglie a loro volta trepidavano per noi, si sacrificavano per noi,
e fuori nel mondo, nella nostra nazione la vita continuava con la vita politica di allora, il Fascismo, il Duce, la
guerra d'Africa.
1935-1936: La guerra d'Africa, le conquiste dell'Abissinia, la fondazione dell'Impero Romano, i canti patriottici,
"Faccetta Nera" ecc... riempivano le giornate di allora; le facciate delle case erano ricoperte di scritte prese dai
discorsi di Mussolini, i temi che ci venivano dati a scuola, i libri scolastici contenevano scritti pieni di retorica,
insomma il Fascismo trionfava. Forse molti non capivano che il Duce era un dittatore, che non esisteva altro
partito che quello Fascista e che piano piano l'Italia stava andando alla deriva. Le barzellette sul Duce e sul
Fascismo circolavano, ma forse erano l'unico diversivo che ci si permetteva.
Non voglio ricordare questo periodo, purtroppo più avanti pagheremo tutti le conseguenze di questa euforia di
imperialismo, certamente anche noi a scuola risentivamo di questo clima e i nostri saggi ginnici finivano con il
grido "A chi il Duce?" "A noi".
Nelle nostre feste scolastiche non mancava oltre il saggio ginnico, la festa di fine anno con l'esposizione nel
grande salone dei nostri lavori, ricami, pitture, disegni, ecc.... quanta pazienza anche per quei lavori.
Ricordo ancora che un anno esposi un paio di tende ricamate a mano a punto ghepur (così si chiamava);
queste tende tornate tanto di moda in questi anni sono finite in casa di mia figlia Cristina.
Io non eccellevo nei lavori di ricamo e cucito, ma ricordo certi lavori magnifici esposti da compagne molto
brave.
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Fra le altre lezioni importanti ce n'era una che mi divertiva un mondo, era la lezione di comportamento.
La teneva Suor Francesca, l'insegnante di matematica, che si vede, aveva un certo gusto ad insegnare questa
materia. Venivamo riunite tutte insieme nel grande salone e lì ci insegnava a camminare correttamente, a stare
a tavola come si doveva, ci insegnava ad apparecchiare la tavola con proprietà e a far fronte a tante altre
situazioni.
Era per noi un'ora di spasso anche se le suore esigevano che fossimo serie.
L'arrivo a scuola dalle 8 alle 8 1/4 del mattino era un momento importante per tutti. Io raggiungevo la scuola a
piedi da Borgo S. Caterina, un tragitto piuttosto lungo. Nessuno allora si sognava di prendere il tram. Le mie
compagne di viaggio erano sempre Giulia, l'amica inseparabile, la Galli che abitava in Cesare Battisti 11 e
frequentava l’anno dopo il mio, la Monzini che abitava in via Pignolo, ci aspettavamo sempre sia all'andata che
al ritorno, si parlava del più e del meno, molte volte si ripassavano le lezioni, ci si raccontava le nostre piccole
avventure.
Arrivate in via Delcroix (allora si chiamava così, oggi è stata cambiata in via del Nastro Azzurro), si assisteva
alle solite scene. Chi correva perché era in ritardo, chi riceveva le ultime raccomandazioni da chi le
accompagnava, chi si affrettava a finire la colazione che non aveva avuto tempo di fare a casa.
E qui, fuori dalla scuola, mentre ci accingevamo a salire il grande scalone che ci portava nell'interno dell'istituto
avvenivano le scene più belle che non ho mai dimenticato a tanti anni di distanza.
Ecco giungere una grande vecchia macchina guidata dal dottor Fenaroli. Era il medico condotto di Sorisole che
accompagnava a scuola le sue quattro bambine Pasquina, Cristina, Angiola e la piccola ricciolina Franca, un
amore di bimbetta, la mascotte non solo della famiglia Fenaroli ma anche della scuola.
Il papà Giovanni tutte le mattine scendeva da Sorisole per accompagnare le sue bimbe a scuola e alla sera
tornava a prenderle.
C'era poi la macchina con autista della famiglia Giavazzi. Arrivavano da Verdello, dove possedevano una
bellissima casa e dove trascorrevano il mese di ottobre e novembre, le sorelle Tina e Sandra e la cugina
Mariolina. La macchina guidata dall'autista ci sembrava lussuosa e noi guardavamo le sorelle Giavazzi con
stupore.
Nei mesi in cui la famiglia Giavazzi trascorreva la vita in città venivano accompagnate da una signorina, una
specie di baby-sitter di allora.
Ma chi aveva una vera nurse, una damigella francese, era la Lussana. Noi guardavamo con un certo stupore
questa signorina francese vestita in un modo strano che accompagnava fratellino e sorella Lussana, parlando
sempre e solo in francese con loro.
Molte volte la nurse portava con se la sorellina più piccola dei Lussana, che assomigliava in modo
impressionante all'artista, bimba prodigio dell'epoca, Shirley Temple e la bambina veniva vestita con i vestiti
che imitavano i costumi della famosa divetta. Riccioli d'oro, vestitini costosi che suscitavano la nostra fantasia
ed ammirazione e che oggi a tanti anni di distanza giudico frivolezze. Appartenevano a famiglie considerate
molto su, oltre alle Giavazzi, alla Lussana, alla Monzini, anche le sorelle Resti e le sorelle Marini e forse
qualche altra ancora.
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Ma la scena più bella, la più originale era l'arrivo delle sorelle Monaci.
Tutte le mattine, estate, inverno, bello o brutto tempo arrivavano sempre accompagnate da un fratello in una
moto col sidecar.
Il fratello che faceva il panettiere a Seriate, dopo aver lavorato tutta la notte a sfornare il pane, accompagnava
le sorelle a scuola prima di tornare a casa a godersi il meritato riposo. Le rivedo ancora le sorelline Monaci ,
scendevano dalla loro lussuosa carrozzella con cartella e cestino per la colazione. D'inverno erano avvolte in
un grande scialle rosso, col naso paonazzo ancora intirizzite salivano le scale con le altre compagne allegre e
contente.
Pinotti e Vavassori arrivavano sempre insieme col tram da Osio Sotto, inseparabili amiche. Bolis, Acerbi e
qualche altra arrivavano accompagnate dalle suore presso le quali si trovavano in pensione.
Bertelli, Rimoldi, Borroni, Bergamo, Brolis, Scanzi erano le amiche che arrivavano da parti diverse della città. Ci
si incontrava tutte in via dei Mille per fare insieme l'ultimo tratto di strada. Vicino alla scuola, proprio a due passi
abitavano le sorelle Resti, le sorelle Zanetti e la Mazza. Cucchi e Mocchi arrivavano da Villa d'Almé. Mandozzi
arrivava da Albino. Paganoni e Lancini abitavano a due passi dalla scuola ma arrivavano spesso in ritardo.
Silva arrivava dalla stazione dove viveva perché il padre era capostazione.
Quanti episodi posso ricordare vissuti con queste compagne fuori dalla scuola, pomeriggi sereni in casa ora
dell'una, ora dell'altra o per studiare insieme o per festeggiare qualche ricorrenza. Merende semplici preparate
dalle mamme sempre compiaciute di vedere le loro figliole contente.
Ricordo ancora qualche pomeriggio passato a Sorisole in casa Fenaroli. Con Nicola, Giulia e la Peverelli
ricordo una bella gita sulla Maresana finita in casa Fenaroli con una grande scorpacciata di ciliege.
A Sarnico andavo da Foresto a trovare la Bertelli e ad Adrara S. Martino a trovare la Borroni dove si trovava
con la famiglia a villeggiare.
Superati gli esami di quarta magistrale inferiore alla scuola statale "Paolina Secco Suardo" sembrava che
dovessimo tutte separarci e noi quattro amiche del cuore, Bertelli, Rimoldi, Borroni ed io andammo da un
fotografo in divisa, grembiule nero, colletto bianco per suggellare con questa foto la nostra separazione.
Ed invece ad ottobre ci ritrovammo tutte alla stessa scuola. Ci ritrovammo quasi tutte e qualche compagna
nuova: Ruggeri di Città Alta, anzi di San Vigilio, Carminati , Fraternali, Valaguzza, qualche compagna invece
mancava, persa lungo la strada.
Incominciammo un periodo ancora più impegnativo, studi seri, qualche materia nuova, scienze, fisica, e sempre
davanti lo spauracchio degli esami finali, l'abilitazione magistrale che noi poi, privatiste dovevamo sostenere
nella solita scuola pubblica "Paolina Secco Suardo" in Città Alta.
Bisogna ricordare che gli esami di abilitazione vertevano su tutte le materie e su tutto il programma dei tre anni
delle superiori. Fra la paura delle suore che volevano prepararci bene per non fare brutta figura e il timore e la
paura nostra, trascorsero questi tre anni con alti e bassi di ansie e preoccupazioni, ma anche di risate, di
divertimenti semplici, di sogni e speranze come succede a tutte le ragazze da che mondo è mondo.
Ed ecco ora in una carrellata rivedo le mie insegnanti di questo periodo scolastico.
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Suor Rosa Maria era l'insegnante d'italiano. Era una suora grassoccia, una romana che conservava il suo
accento dialettale, molto brava.
Ricordo ancora con quale passione ci leggeva Dante (anche se il canto di Paolo e Francesca era proibito per
ragazze per bene), ci insegnava la letteratura italiana, ci spiegava e leggeva le poesie o i poemi dei vari autori.
A me l'italiano piaceva molto, mi piaceva studiare a memoria le poesie più note (a distanza di tanti anni ricordo
ancora a memoria le poesie studiate da bambina), mi piaceva moltissimo Dante, anche se lo trovavo difficile,
mi piaceva molto Tasso, Foscolo, Parini, Leopardi anche se il suo pessimismo mi faceva tristezza, mi piaceva
sia Carducci che Pascoli, forse più Pascoli, ma direi che era una cosa quasi logica per le ragazze della nostra
età. Mi piaceva molto svolgere i temi specialmente se riguardavano la letteratura italiana, gli autori o anche i
temi di storia. Molto meno mi piacevano i lavori di fantasia, forse ne avevo poca.
Più avanti quando all'Università scelsi la facoltà di lettere, non poco della mia scelta la dovetti all'amore allo
studio di lettere che mi inculcò Suor Rosa Maria.
Lo studio d'italiano della Cattolica lo feci col Prof. Chiari, un appassionato di Dante. Mi piacevano molto le sue
lezioni, non ne perdevo una e gli esami di italiano se pur pesanti e impegnativi li preparavo con molta passione.
Suor Rosina era severa, direi severissima tanto che ce la sognavamo anche di notte.
Pretendeva, pretendeva, dovevamo sapere avvenimenti in successione, e date, date. Guai a sbagliare. Era
allora uno studio un po' mnemonico, studi seri di confronto con la letteratura italiana, movimenti storici e
filosofici non erano ben inquadrati.
La prof. Baronchelli era l'insegnante di filosofia e pedagogia, ci insegnava più che altro storia della filosofia,
eppure qualche cosa delle sue lezioni mi rimase, all'esame di abilitazione presi otto sia in filosofia che in storia,
ed allora era molto difficile raggiungere simili voti e all'università superai molto bene l'esame sia di filosofia che
di pedagogia.
Il Prof. Largajolli era il nostro Prof. di scienze.
Era un bravissimo professore di scienze in pensione. Era bravo, ma troppo buono e noi ne approfittavamo.
Interrogate, uscivamo col libro e ci arrangiavamo a dare le risposte.
Il fatto è che arrivata all'esame di abilitazione, la materia di scienze mi era diventata un incubo e me la sognavo
anche di notte.
Fra la matematica che studiavo a memoria perché non la capivo e scienze che mi ero ridotta a studiare tutta in
pochi giorni perché non mi piaceva, arrivai a raggiungere il sei a malapena rovinando un po' la mia media
piuttosto alta. Eppure fui tanto contenta, finiti gli esami, di non aver più niente a che fare con matematica e
scienze che confesso di non sapere e oggi me ne vergogno un po'.
Prima di sostenere gli esami di abilitazione, si faceva una gita scolastica, meta Lovere alla casa madre delle
suore Capitanio. Gita in corriera, poi in battello da Sarnico a Lovere, lì Messa, colazione al sacco, foto ricordo.
E nella foto che ancora tengo fra le cose care, rivedo tutte le compagne.
Ricordando gli anni di scuola come non posso parlare delle mie compagne di allora. Ad una ad una tutte
riaffiorano nella mia memoria. Quante amicizie, quante risate, chiacchierate, quante paure e trepidazioni ho
vissuto con loro per una interrogazione, per un esperimento, per la preparazione agli esami.
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La vita ci ha portato lontano, solo qualche volta ho rivisto qualche compagna. Ormai tutte o quasi sposate,
madri anzi il più nonne, alcune, troppe direi, morte.
La prima a mancare è stata la mia amica più cara Giulia, la settima figlia di casa Galmozzi.
Aveva 18 anni, nel fiore della sua giovinezza, della sua bellezza, mentre le si apriva davanti una vita stupenda,
un destino crudele si abbatté su di lei.
Erano i primi di ottobre del 1940, un tifo in pochi giorni la strappò alla vita.
Papà nostro non sapeva più cosa fare per salvarla, gli sembrava impossibile di essere impotente. Ma, a quei
tempi, il tifo era una terribile malattia che ancora non si sapeva come curare.
Ricordo ancora l'ultima notte in cui papà al capezzale di Giulia insieme a suo zio, medico pure lui, si prodigò
fino all'ultimo. Arrivò a casa nostra con le lacrime agli occhi annunciandoci la sua morte.
Fu per noi tutti fratelli una tragedia, ci mancava veramente una sorella e non sapevamo consolarci.
Ricordo con quanta tristezza la guardavo su quel letto di morte, ricordo che col cuore pieno di angoscia la
mattina dopo dovetti partire per Venezia per sostenere l'esame di letteratura russa; ero iscritta a Ca' Foscari al
primo anno di lingue.
La mia cara amica, quella che io qualche volta invidiavo perché era bella e fortunata, quella che un po' tutti i
nostri amici corteggiavano, era mancata in un soffio lasciandoci costernati ed allibiti. Non ho visto una lacrima
sul volto di sua madre; la contemplava e diceva "Era troppo bella per rimanere sulla terra" e forse non aveva
torto, era tornata con gli angeli.
Più tardi venne a mancare la Luisa. Quando io mi preparavo alle nozze, lei si preparava ad entrare in convento
dalle stesse suore Capitanio. Rimase qualche anno come insegnante nella stessa scuola dove aveva studiato,
poi dopo qualche anno uscì dal convento e ritornò in famiglia.
Povera Luisa, che vita difficile deve essere per una che ha sbagliato la scelta di vita. In un incidente d'auto
sull'autostrada Bergamo - Milano finì tragicamente la sua esistenza.
3 MAGGIO 1936 - E' una domenica quieta di Maggio. In casa Galmozzi si festeggia la Prima Comunione di
GianMaria, il nostro ultimo fratellino. La cerimonia in Chiesa si era svolta la domenica prima, ora si festeggia in
casa.
Erano invitati parecchi bambini amici di Gian e della famiglia, per una bella merenda. Si era giocato molto
anche in giardino, ma improvvisamente si notano in cielo nuvoloni grossi che fanno prevedere un temporale.
Tutti corrono a casa, rimangono da noi solo le sorelline Goggi: Emilietta, Katy, Cleme. Sono in attesa della loro
donna di servizio che le venga a prendere. Ma prima che escano di casa si scatena il temporale.
Arriva la donna, e mamma nostra decide che si fermino tutti a cena finché il temporale è passato.
Verso le otto, anche papà, che come al solito è stato chiamato per una visita pur essendo domenica, arriva con
la sua bici bagnato fradicio.
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Siamo a tavola, papà appoggia la sua giacca sullo schienale della sedia perché si asciughi.
Nella nostra cucina, che ho già descritto, divisa in due da un grande arco siamo tutti a tavola.
Da una parte undici persone, papà, mamma, noi sei figli e le tre bimbette Goggi, dall'altra parte nella cucina
propriamente detta, le due donne di servizio, una nostra, una delle Goggi, praticamente ragazzotte ventenni
piene di allegria per l'inattesa festa.
Ad un tratto il cielo si scurisce ancora di più, scompare la luce ed un gran boato ci lascia sbalorditi.
Al primo momento non si capisce cosa succede, poi vediamo una cascata enorme di acqua gialla, sporca,
violenta precipitare nella nostra cucina travolgendo il grande muro che la divide da un grande prato esterno.
E' un attimo, si sente solo la voce di papà che grida "Tutti di sopra" mamma a sua volta grida "Tutti fuori".
Come ebeti, spinti dalla forte corrente ci troviamo tutti in anticamera, qualcuno riesce a salire i gradini che
portano al piano superiore, qualche altro spinto da porte divelte, da mobili che se ne vanno a spasso, si trova
all'esterno della casa nell'ampio giardino.
Alle otto di sera, in Maggio, in una serata di temporale c'è poco da vedere ormai; siamo abbandonati al nostro
destino. In otto siamo nel piano superiore, che ci separa dall'inferiore con i suoi 23 gradini. L'acqua continua a
salire in men che non si dica, arriva e si ferma al diciannovesimo gradino. Dall'alto intravediamo la sagoma di
papà e di Andrea appesi ad un lampadario; di Marussia, GianMaria ed una ragazza sappiamo solo che sono in
fondo al giardino in cerca di salvezza, ma nonostante la grandezza del giardino, anche lì l'acqua cresce
vertiginosamente.
Le ore passano lentamente, l'ansia cresce; è mezzanotte quando i pompieri ci fanno sapere d'aver posto in
salvo tutte le cinque persone mancanti. Papà ed Andrea avevano corso il maggior pericolo, gli altri in fondo al
giardino sono stati portati via sulle spalle, appena a tempo, al sicuro.
Tutti salvi dunque, ma che sfacelo! Siamo riusciti a rivederci solo al mattino e a riunirci in un grande abbraccio.
Un'altra volta nella nostra famiglia si era abbattuta una vera tempesta. Eppure ricordo con quanto amore papà
e mamma ci rincuoravano continuando a dire "Ci siamo tutti, questa è la cosa più importante".
Poveri papà e mamma! Trovarsi sì tutti vivi, ma con la casa completamente distrutta.
Il mattino seguente, quando entriamo in quella che era la nostra casa, si presenta uno spettacolo spaventoso.
L'acqua defluita completamente lascia il posto ad una melma putrida alta almeno trenta centimetri. I muri
impregnati d'acqua emanano una puzza di muffa, dappertutto mobili a terra, stoviglie rotte, biancheria
irrecuperabile sparsa ovunque, in giardino lo spettacolo terrificante continua, sugli alberi si trova appesa una
bici ormai distrutta, su un altro una damigiana capovolta, legna sparsa ovunque, qualche carogna d'animale;
evidentemente anche la cantina, il garage e il rustico hanno subìto lo stesso assalto della valanga d'acqua.
Cosa è rimasto della nostra bella casa? La cucina, la sala, lo studio di papà, la sala d'aspetto: più nulla. Anche
l’apparecchio dei raggi, un prezioso oggetto di lavoro, orgoglio di papà ha subìto danni immensi.
Intatte sono rimaste le nostre camere da letto perché nel piano superiore; la maggior parte dei vestiti, la
biancheria di casa c'è ancora. E i nostri libri? I libri di noi tutti non esistevano più.
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Alla prima gioia di esserci trovati tutti salvi segue un senso di sgomento, come faremo, cosa faremo? Papà e
mamma ci rincuorano, ci assicurano che tutto si aggiusterà. Rivedo ancora come fosse oggi la scena del
mattino dopo. Ad un certo punto papà, costretto a letto da una forte costipazione, ci riunisce tutti in camera e ci
fa questo discorso "Ragazzi, ieri sera quando tornai dalla visita appoggiai la giacca sulla sedia perché era
bagnata; in quella giacca avevo un portafoglio con dieci mila lire, mi raccomando cercatele e non dite niente a
nessuno". Dieci mila lire nel '36 erano ben tanti e si sa quanto fossero necessari a papà in quel momento.
Il giorno dopo il disastro, la nostra casa era frequentata da pompieri, da volontari e in quelle occasioni si sa che
esistono anche gli sciacalli, perciò ci si può immaginare quale fu la nostra gioia quando dopo aver percorso in
lungo e in largo il nostro giardino, trovammo appesa ad una canna di bambù la giacca di papà ridotta ad uno
straccio. Il portafoglio era ancora al suo posto e le dieci mila lire pure. Finale allegro, in camera da letto di papà
c'è stesa una corda e con dieci mollette sono appesi i biglietti da mille ad asciugare.
I giorni del disastro non sono finiti, continuano con i tanti problemi da risolvere; per qualche giorno ognuno di
noi ragazzi viene sistemato presso famiglie amiche. Io, come al solito, in casa Benvenuto, Marussia, e credo
Andrea, in casa del Prof. Minelli. Papà e mamma si danno da fare per correre ai ripari. I pochi mobili recuperati
vengono portati in falegnameria, qualcosa si aggiusta, molto si perde, i libri, quelli salvabili, esposti al sole per
asciugarli, ma più si va avanti più ci si accorge che è un grande sfacelo.
Il problema principale è scappare da quella casa, che pure ci era stata tanto cara, trovare un altro
appartamento possibilmente con giardino ancora in zona.
Ebbene un mese dopo eravamo già sistemati in un comodo appartamento grande quanto bastava per una
famiglia di otto persone, più lo studio medico.
Eccoci arrivati in Via C. Battisti 15 al piano rialzato. Ci sono quattro camere da letto, sala, salotto cucina, una
bellissima veranda che riempirà di gioia mamma che potrà dedicarsi alle piante. Nello stesso piano un grande
studio per papà, una sala d'aspetto ed anche due camere in uno spazio ricavato sopra lo studio. Lì, troverà
posto una camera da letto per la donna ed un'altra camera lasciata libera, ma destinata a raccogliere i vari
rifornimenti che giungono da Foresto.
La casa è circondata da un grande giardino con piante, soprattutto rose rampicanti e peonie rosa e rosse. C'è
pure un ampio garage dove trovano posto oltre l'auto anche le nostre immancabili biciclette, dietro al garage
altro piccolo rustico pronto a raccogliere attrezzi del mestiere, legna e cose varie.
La vita riprende con serenità, l'alluvione non rimane che un brutto ricordo da dimenticare. A me per un mese
scompare completamente la voce, frutto dello spavento.
Siamo tutti alla fine dell'anno scolastico, dobbiamo dedicarci con tanto impegno agli studi. Tutti riceviamo aiuti
dai nostri compagni di scuola, non abbiamo più i quaderni di appunti, i libri di studio, eppure superiamo tutti i
nostri esami e dopo un'estate a Foresto che farà a tutti veramente bene, ricominciamo ad ottobre la nostra vita
in Via C. Battisti, ossia alle "Muraine".
Un ultimo episodio voglio ricordare sempre inerente alla grande alluvione.
Due o tre giorni dopo la grande batosta, ricominciò la vita normale anche per noi studenti. Il primo giorno che
tornai a scuola fui considerata quasi un’eroina. Ero vestita in modo dimesso e forse per incutere nelle
compagne un senso di commiserazione avevo anche assunto un tono compunto.
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Ero poco più che una bambina e forse con grande gioia accettai che una suora mi accompagnasse in tutte le
classi per ricevere complimenti per lo scampato pericolo e compassione perché ero rimasta priva di tutto.
E poi, sui giornali si parlava della famiglia Galmozzi, si descriveva per filo e per segno tutto quello che era
successo. Come mi sentivo importante, mi pareva quasi che le compagne mi invidiassero.
ANNI SERENI DELLA
GUERRA - Li rivedo tutti ad uno ad uno.
MIA
GIOVINEZZA
PRIMA
DELLO
SCOPPIO DELLA
Abitavamo ormai in Via C. Battisti 15 quando io e Nicola fatti più grandi incominciammo ad inserirci con ragazzi
e ragazze del Borgo.
Erano compagni di scuola, di oratorio, di giochi, nacquero fra di noi le prime simpatie, i primi filarini, le prime
gite in bici, i primi salti (così si dicevano le festicciole in famiglia) al suono di qualche disco. Qualcuno come
Nicola aveva imparato a suonare la fisarmonica, e così al suono della fisarmonica si cantava e si ballava.
Ragazze eravamo, io, l'inseparabile Giulia e Bice, che abitava dirimpetto a casa nostra e frequentava come noi
la Scuola Capitanio.
Qualche volta si inseriva fra noi anche la Monzini, compagna di Bice, ma quella apparteneva ad una famiglia
più su, come si diceva, e se anche lei si divertiva con noi, i suoi genitori forse non erano entusiasti della nostra
compagnia.
Ma quelle che furoreggiavano in quel tempo erano tre belle ragazze che attiravano l'attenzione di tutti i ragazzi
del Borgo; Tina, Biby e Caty. Avevano un fratello, più piccolo di loro, un bel ragazzone biondo con capelli ricci,
mi pare si chiamasse Elia. Tina si sposò presto, ma molto presto rimase vedova con due figlie. Si risposò con
un vecchio amico del borgo ed ebbero un'altra figlia.
C'era poi Edoardo, un bravo ragazzo di famiglia modesta, unico figlio maschio oppresso da due sorelle
zitellone e da un padre e una madre che gli concedevano ben poco. Quale era la sua gioia poter scappare
qualche ora da quella specie di gabbia che era la sua famiglia per poter trascorrere un po' di passatempo con
gli amici.
C'era poi la famiglia Carminati composta da due ragazzi, Sergio, Enry, e tre ragazze. Erano loro i più
disponibili ad aprire la loro villetta per le nostre festicciole.
Certamente papà mio non avrebbe mai capito cosa volesse dire stare insieme per ballare e suonare.
Già papà faticava a vedere me e Nicola stare sul viale davanti a casa in compagnia di amici a chiacchierare. A
mala pena ci concedeva di fare le prime gite in bicicletta.
Devo dire la verità che qualche volta io e Nicola dovevamo inventare delle scuse per partecipare a queste
festicciole.
Incominciai proprio lì ad imparare i primi balli, valzer, mazurca, niente di più.
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Eppure mi piaceva moltissimo: "Maria Laò" "Il valzer della capinera" "Firenze sei bella stasera" "Parlami
d'amore Mariù". Erano le più note canzoni romantiche d'allora, mi piacevano, le cantavo con gioia, le ballavo
con piacere, Nicola le sapeva suonare tutte sulla fisarmonica e noi restavamo in ammirazione.
Qualche volta cantavamo i cori di montagna sempre con Nicola mattatore.
Ricordo anche Giovanni un ragazzo alto, allampanato sembrava un manico di scopa.
Fra le ragazze, oltre la Giulia che riscuoteva sempre successo qualunque ambiente frequentasse, c'era la
Gaby .
Gaby aveva fatto innamorare pazzamente di sé Nino che era il più vecchio della compagnia e che
lavorava.
già
Un bravo ragazzo, niente di speciale, ma purtroppo aveva un grande handicap, era completamente calvo,
perciò sembrava molto più vecchio.
A differenza di noi senza mai un soldo in tasca (non esisteva allora il pocket money), poiché egli lavorava,
poteva permettersi il lusso di fare anche dei regali a Gaby che si sentiva importante.
Ma la ricordo quando si confidava con me perché non sapeva se accettare o no la corte di Nino.
Ma un bel giorno mi raccontò che ad una festa cui lei aveva partecipato in un ambiente diverso dal nostro, le
chiesero se Nino fosse suo padre, allora tornata a casa decise definitivamente di troncare tutto senza
tergiversare. Così finì questa prima storia d'amore sbocciata sotto i nostri occhi.
Qualche tempo dopo Nino sposò un'altra ragazza del Borgo che conoscevamo bene.
A sua volta Gaby si sposò, con un avvocato.
Ricordo la Minny, allegra, simpaticona, molto brava nel cucito e nel ricamo. Era una fascista convinta, e
durante la guerra, molto giovane e inesperta continuò diritta per la sua strada; lei volle sfidare persino i
partigiani ed uscire in strada all'arrivo degli stessi. Fu un suo amico, allora partigiano che riuscì a salvarla da
quella brutta esperienza che era la rasatura dei capelli per le donne fasciste.
Chi ricordare ancora di questi ragazzi, di questi amici coi quali avevo trascorso qualche ora di serenità?
Non avevo preferenze per nessuno. Erano tutti cari compagni che col tempo si allontanarono dalla mia vita.
Dovevo più avanti frequentare altri ambienti, conoscere persone nuove.
Le uniche festicciole da ballo le feci con loro, non ballai mai più, non ebbi l'occasione, non incontrai un marito
ballerino, ad essere sincera... mi sarebbe piaciuto qualche volta partecipare a qualche festa danzante... non ne
ebbi mai l'occasione.
Ricordare questi amici e non parlare della tristezza che provammo quando in poco più di un anno (1940-1941)
ne vennero a mancare ben quattro di questi amici, morti tutti fra i diciotto e i vent'anni, non è possibile. Mancò
per prima Giulia di cui ho già parlato, la più bella, la più ammirata, aveva diciotto anni; poco dopo morì Elia,
morì in modo tragico, credo che avesse compiuto da poco sedici anni. E poi Edoardo, morì anche lui in
pochissimo tempo di tifo. Era l'orgoglio dei genitori, l'avevano fatto studiare, lui di famiglia modestissima era
diventato ragioniere.
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Ed infine mancò anche una sorella di Gianni. Aveva vent'anni, era ammalata da lungo tempo e mi ricordo
l'effetto che provammo quando la vedemmo morta, tutta vestita di bianco come una sposa.
La mamma le aveva preparato il vestito.
Già tristi per tutti questi lutti, la compagnia a poco a poco si disgregò. Arrivò la guerra con tutti i suoi orrori,
partirono militari tutti i nostri amici, ognuno ebbe le sue traversie. Ritornarono cambiati loro che parteciparono
alla guerra, cambiati noi che li aspettavamo. Finalmente arrivarono momenti migliori, finirono tutti di studiare,
chi diventò medico, chi chimico, chi veterinario, io mi laureai in lettere, Bice insegnò come maestra.
Diventammo nel tempo tutti papà e mamme.
Ora a distanza di anni quando li incontro a Bergamo un saluto frettoloso ma cordiale mi riunisce a loro nel
ricordo e nella nostalgia.
Nicola sempre a Bergamo e per di più nel Borgo è rimasto amico di molti di loro.
LE FAMIGLIE AMICHE - Prima conoscenti, poi parenti, Giuliana Cortesi e Antonia
Cesareni da mie semplici amiche diventarono mie cognate perché sposarono i miei fratelli Luciano e Nicola.
La famiglia Cortesi abitava anch'essa in Borgo S.Caterina; i figli, cinque, tre maschi e due ragazze
frequentavano il nostro stesso ambiente, scuole elementari di Via A. Da Rosciate, oratorio del Borgo e perché
no, anche la stessa casa del Fascio, come balilla e piccole italiane.
Gigi Cortesi era compagno di scuola di GianMaria, diventarono amici, si frequentavano molto e così piano
piano introdottosi nelle rispettive famiglie, iniziò anche l'amicizia delle famiglie stesse.
Mamma Cortesi , una bella giovane signora bionda sempre sorridente, ci accoglieva festosamente nella sua
bella villa; non sembrava la mamma di cinque figli ma la sorella grande. Giuliana, Erminia erano le figliole,
Gigi, Piero e il piccolo Fiorenzo, nato quando già gli altri figli erano grandi, i maschi.
Ricordo con che orgoglio Giuliana ed Erminia portavano a spasso per il Borgo il biondo Fiorenzo vestito quasi
sempre di bianco.
Gigi frequentò il ginnasio e liceo con mio fratello GianMaria ed andavano a gara a chi era più bravo. Gian
diventò magistrato e purtroppo morì poco più che cinquantenne lasciando una bella famiglia. Gigi diventò prof.
di storia e lo è tuttora all'Università di Napoli.
Coll'andare del tempo, le loro idee li condussero su due strade diverse, ma la loro amicizia rimase sempre
uguale.
Giuliana era di due anni più giovane di me, finite le magistrali frequentò anche lei come me il Magistero di
Lingue a Ca' Foscari, a Venezia, ma poi venne la guerra e rinunciò a continuare.
Frequentando molto casa nostra divenne verso vent'anni, prima amica, quindi fidanzata di Luciano. Li rivedo a
Foresto nei primi loro incontri sotto lo sguardo vigile di mamma, ricordo le loro passeggiate in bici, le loro
scampagnate, il loro fidanzamento fra le difficoltà degli anni difficili della guerra, gli studi di Luciano che oltre
che architetto, dovette prendere anche la laurea di ingegneria per far contento papà. Nel '46 si sposarono dopo
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aver trovato un appartamento con molta difficoltà e soprattutto mentre con difficoltà Luciano muoveva i primi
passi nell'ambiente di lavoro.
La sorella Erminia si sposò, andò ad abitare a Lecco e perciò la rividi molto poco.
Persi di vista anche Piero, mentre ancora rivedo Fiorenzo, oggi padre di famiglia, ma ancora partecipe con tutta
la sua famiglia alla vita del borgo. Quando lo incontro mi saluta sempre festosamente e ricordiamo insieme i
tempi della nostra infanzia.
Il papà Cortesi aveva una fabbrica di confetti, molto nota a Bergamo, perciò confetti, confettini e dolciumi vari
non mancavano mai nemmeno in casa nostra.
Anche mamma Cortesi morì molto giovane, la ditta di confetti non so come finì; persino la bella villa dei Cortesi
si trasformò sotto la guida dell'architetto Luciano, in un condominio, eppure quando passo davanti la ex villa
non posso dimenticare la Signora Giuseppina, la cognata Lucia, la sua bella villa e le grandi giocate fatte in
quel giardino.
La frequentai per anni sia a Foresto che a Bergamo.
Sfollati anche loro a Foresto, abitavano in una vecchia casa che ricordava molto il nostro "Palas" ma ai Franzi
una frazione di Foresto, nella parte bassa del paese.
La famiglia era composta da papà e mamma Cesareni, proprietari di un vecchio negozio specializzato in velluti,
che aveva sede nel cuore della città bassa. Ricordo questo vecchio grande magazzino di tessuti in Piazza
Cavour.
All'ultimo piano della casa nella quale aveva sede il negozio c'era l'abitazione della famiglia Cesareni. Quando
divenni amica di Antonia e Bice, le due figlie, non c'era volta che passassi di là, che non entrassi nel negozio di
velluti che aveva un certo fascino. Un bancone in legno lunghissimo dove venivano srotolati grandi rotoli di
velluti di ogni dimensione e colore e sugli scaffali pezze e pezze sempre di velluto, qualche calzone già fatto,
calzoni sportivi lunghi e alla zuava, qualche vestito completo soprattutto da uomo sempre in velluto. Entravano
soprattutto commercianti all'ingrosso che comperavano metri e metri di stoffe. Mi pare ancora di sentire il
fruscio della taglierina che vinceva la resistenza della pesante stoffa.
Quanto mi piaceva quel velluto. Non c'era volta che andassi via dal negozio senza uno scampolo.
Per anni quegli scampoli mi servirono, per fare gonne, pantofole, presine per il forno e gli ultimi ritagli mi
servirono, dopo sposata per fare calzoncini per mio figlio Giorgio.
Finita la visita nel negozio, salivo in casa e lì con Antonia e Bice passavo interi pomeriggi, qualche volta per
studiare, ma Antonia era più giovane di me e non frequentavamo la stessa scuola, perciò il più delle volte ci
riunivamo per ricamare. Erano tutte due, Antonia e Bice molto brave nel ricamo ed io in casa loro preparai
buona parte del mio corredo. Quanti orli a giorno, punto quadro, gigliucci feci alle mie lenzuola di corredo.
Quanti ricami a punto ombra e punto rodi. Più brava di tutte era Bice i ricami che uscivano dalle sue mani erano
degni di esposizione. Mentre ricamavamo, non rimanevamo certo zitte, chiacchiere, pettegolezzi, confidenze.
La nostra amicizia si rinsaldava sempre di più. A farci compagnia c'era sempre anche Carlo, il fratellino più
piccolo che iniziò le elementari quando le sorelle erano quasi maestre.
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La signora Cesareni, dal suo negozio ogni tanto saliva nell'appartamento per fare quattro chiacchiere e
soprattutto per prepararci a metà del pomeriggio una buona merenda con zabaioni e biscotti vari.
La nostra amicizia si rinsaldò ancora di più a Foresto durante la guerra quando anch'essi sfollarono li.
Il piccolo Carlo frequentò a Foresto uno o due anni delle elementari, Antonia veniva in casa nostra per
prendere lezioni di latino e greco da mio cognato Carlo che la preparò all'esame di liceo classico, dopo che lei
aveva frequentato le magistrali.
S'iscrisse poi alla Cattolica e frequentò la facoltà di lettere.
Intanto Antonia che sempre di più frequentava casa nostra divenne amica di Nicola e anche questa amicizia si
trasformò in simpatia e così due mesi dopo il mio matrimonio, nel 1949 anche Antonia e Nicola si sposarono.
L’UNIVERSITÀ A VENEZIA
- Superati gli esami di abilitazione abbastanza
onorevolmente, come privatista avevo ottenuto una buona media, mi ritrovai col diploma di maestra. Non ero
soddisfatta. I miei fratelli frequentavano tutti l'Università, orgogliosa non volevo essere meno di loro Luciano
frequentava ingegneria, Marussia lettere, Andrea medicina. Che cosa potevo fare? Allora dopo le magistrali era
aperta un'unica possibilità, iscriversi al Magistero e frequentare lettere, lingue o pedagogia. C'era il Magistero
all'Università Cattolica a Milano ma per entrarvi bisognava superare un concorso, perché i posti erano limitati.
Ebbene mi preparai a questo concorso che consisteva in una prova scritta d'italiano.
Erano riservati 200 posti, ma i concorrenti che provenivano da tutta Italia erano duemila. Non fui fortunata, non
fui ammessa, eppure non mi diedi per vinta.
Cercai altre strade, così seppi che a Venezia, a Ca' Foscari, ci si poteva iscrivere al Magistero di Lingue senza
concorso. Con papà e mamma, forse non molto convinti, si prese la decisione dell'iscrizione a Venezia.
Non ero molto entusiasta all'idea di frequentare un corso di lingue in cui non mi sentivo particolarmente portata,
ma decisi di non perdere tempo.
Avrei fatto in quel primo anno universitario esami utili anche per un corso letterario e poi l'anno seguente avrei
ancora tentato il concorso alla Cattolica.
Eccomi pronta ad una nuova impresa. Sarei partita per Venezia, avrei alloggiato in pensione in un collegio di
Suore, lontana da casa per un lungo periodo.
Anche in quell'occasione mamma volle essermi vicina, mi accompagnò al "Pensionato S. Maria del Soccorso"
per presentarmi alle Suore.
Avevo visto Venezia una sola volta in un viaggio dalla mattina alla sera, con i treni popolari, un'usanza di quel
tempo; mi era rimasto il ricordo di una città fantastica conosciuta in una bella giornata d'estate.
Arrivai in un giorno tetro e nebbioso di novembre, l'impressione fu un'altra.
Arrivata in pensione fui presentata alle compagne più anziane che mi presero un po' sotto la loro protezione.
Mamma ripartì e rimasi sola con i miei pensieri, le mie preoccupazioni, le mie ansie.
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Per entrare nel mondo universitario ci vuole un po' di tempo, capire il piano di studi, scegliere le materie da
frequentare e via dicendo.
Scelsi il corso di francese perché qualcosa di questa lingua sapevo. Non sto a raccontare le difficoltà a cui
andai incontro. Corsi in madre lingua tenuti da professori di madre lingua. Dettati, esercizi ed esercitazioni a
non più finire. Era obbligo frequentare e i professori non scherzavano. Ad ogni modo frequentai pure corsi di
italiano, storia, filosofia, letteratura russa, ecc..
Il primo anno superai e direi piuttosto bene cinque o sei esami, compreso l'esame di tedesco piuttosto difficile.
Non superai l'esame scritto di francese, lingua che avevo scelto e perciò non potei fare nemmeno l'esame orale
di letteratura che pure avevo preparato.
Non sto a ricordare ora ansie e preoccupazioni di questi esami, voglio invece ricordare l'esperienza di questo
anno fuori di casa.
In pensione non stavo male, mi ritrovai con compagne più o meno della mia età.
Con me di Bergamo c'era un'altra compagna, una ragazza piccolina, brunetta, di una vivacità incredibile. Era
orgogliosa di riuscire ad andare e tornare da Bergamo a Venezia senza mai pagare il biglietto. Avrebbe goduto
i soldi in qualche altra maniera. Riusciva sempre a nascondersi in treno al momento giusto, ma quello che era
più ridicolo era che non riusciva a capire che io non facessi come lei. Vispa e allegra riusciva a farla sempre in
barba a tutti, non certo però ai professori che non si lasciavano suggestionare dalla sua aria furbetta. Riuscì a
laurearsi anche lei ma non so in quanti anni, dopo sposata. Sposò un medico di Bergamo e morì molto
giovane. La ricordo sempre con quell'aria di ragazzina sbarazzina.
Una ragazza con la quale mi trovavo molto era Maria Teresa di Mirandola (Modena). Appartenevamo a famiglie
dello stesso tipo. Molto comprese del nostro dovere di scolare modello, non dovevamo perdere tempo,
dovevamo studiare e se anche volevamo conoscere Venezia, riservavamo la domenica per andare a
passeggio. Studiavamo sempre insieme ci passavamo appunti e nei momenti di libertà ci raccontavamo segreti
e pettegolezzi. Due anni passati insieme di vera amicizia, poi io tornai a Bergamo lei rimase a Venezia e riuscì
a laurearsi in inglese dopo otto anni, ma laurearsi a Venezia era veramente difficile anche perché arrivarono gli
anni della guerra e studiare lingue senza poter andare all'estero era davvero un'impresa.
Un anno in cui suo fratello venne a Bergamo per qualche lavoro, volle fare conoscenza con me. Mi ricordo
ancora che ci incontrammo all'albergo del Moro, probabilmente Maria Teresa voleva che fra me e suo fratello
nascesse qualcosa, ma io avevo tutt'altra idea, e tutto finì con un suo omaggio floreale.
Per un po' di anni mantenemmo corrispondenza, poi finì tutto quando andai in Inghilterra. Eppure mi
piacerebbe sapere qualcosa di lei.
Altra compagna simpatica era la Conchita. Veniva da Bari, era figlia di un cieco di guerra che l'accompagnava
in ogni viaggio. Era bruna con due occhi neri come il carbone. Ricordo di lei un'avventura che ebbe con una
persona di Bari, che arrivata a Venezia la invitò al Danieli. Noi non capivamo bene cosa volesse dire
quell'invito, lei andò tutta elegante, noi quasi la invidiavamo, ma ritornò a casa tutta sconvolta e capimmo solo
più tardi che tutto non era stato semplice.
C'erano poi altre compagne di un anno più vecchie di noi, che infinocchiavano le povere suore raccontando
bugie a più non posso. Tornavano anche tardi la sera perché venivano accompagnate da un fantomatico zio o
cugino.
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Bisognava aver la testa a posto; anche ad essere in collegio di suore, si poteva fare tutto quello che si voleva;
come sempre la responsabilità è tutta tua e il buon senso pure.
Posso dire che di questo periodo veneziano mi è rimasto in complesso un buon ricordo, vuoi perché
sperimentavo una vita diversa lontana da casa, vuoi perché mi piaceva nei momenti liberi visitare Venezia,
girare per calli e callette, piazze e piazzette e vedere cose nuove. Fu in questo periodo che conobbi una
famiglia, con la quale strinsi amicizia .
Dal Prof. Rabbeno ero stata introdotta in una famiglia di Venezia. Era composta da padre, madre, da Lea e dal
fratello Guido. La madre era cugina del Prof. Rabbeno, amico di papà nostro e come ho già ricordato quasi un
parente per noi. Egli che viveva solo veniva spesso da Torino a Bergamo a casa nostra a godere qualche
giorno di vita movimentata e familiare quale poteva essere la vita della famiglia Galmozzi.
Quando venne a sapere che io mi ero iscritta a Ca' Foscari a Venezia, mi preparò una lettera di presentazione
per la sua cugina di Venezia, la mamma di Lea.
Ricordo ancora quando mi presentai per la prima volta in quella casa. Fui invitata a pranzo una domenica a
mezzogiorno.
Timida come ero, imbranata come erano le diciottenni di allora, mi presentai in casa con la lettera del Prof.
Rabbeno e un mazzo di fiori.
Ricordo persino come ero vestita.
Avevo un magnifico vestito azzurro molto elegante che la Signorina Gritti mi aveva fatto per non so quale
occasione. Ricordo ancora quanto mi piaceva e come mi sentivo importante con quell'abito.
Fui accolta con molta semplicità e cortesia e fu talmente bello quell'incontro che divenne presto un'abitudine
andare regolarmente a pranzo tutte le domeniche a casa loro. Il papà di Lea faceva l'architetto. Era un
bell'uomo, elegante, simpatico, allegro. Era amico del pittore Carrà i cui quadri ornavano la sua casa (allora
non sapevo assolutamente chi fosse Carrà ). Quello che più mi meravigliava era l'amicizia che egli aveva con
D'Annunzio, perché con lui aveva partecipato alla famosa spedizione di Fiume del 1919.
Fascista della prima ora e amico di D'Annunzio egli, ebreo, non pensava assolutamente di essere coinvolto con
la sua famiglia nella campagna antiebraica.
Ricordo che i discorsi che si facevano in casa sua erano ben diversi dai discorsi che si facevano in casa mia.
In casa mia il fascismo era mal sopportato, per diventare sempre più odiato con l'andare del tempo e con la
guerra che allora si avvicinava. Si era nell'anno scolastico 1939-40.
Quando conobbi Lea, che sarebbe diventata la mia amica, lei frequentava la V ginnasio presso un ginnasio e
liceo ebraico di Venezia, il fratellino Guido faceva la prima o la seconda media.
Era piccola, brunetta, molto semplice e carina. Familiarizzammo subito, a tutte e due piaceva studiare e
sebbene i nostri studi fossero diversi ricordo che molte volte l'aiutai specialmente in storia.
Parlare di Lea e non ricordare la sua casa veneziana è quasi impossibile. Abitava all'ultimo piano di una bella
casa che dava sul Canal Grande.
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Dall'arredo della casa, mobili antichi, quadri di valore, argenteria, ecc. si capiva benissimo che l'andamento di
quella casa era ben diverso dall'andamento di casa mia.
Eppure ricordo Lea e la sua mamma di una semplicità estrema, il papà era più ricercato, ma in complesso in
quella casa mi trovavo veramente bene e l'estate seguente Lea venne a Foresto Sparso a passare da noi
qualche giorno.
Si trovò benissimo a casa nostra, ricordo le giocate con lei a Foresto, le passeggiate in bici con lei e i fratelli, le
gite in barca a Sarnico.
Credo proprio che godesse a stare con noi nella nostra casa di campagna di Foresto, diversa certamente dalla
sua campagna di Vittorio Veneto o della casa di Acqui dove lei trascorreva parte delle sue vacanze.
Nel 1942 (29 Agosto) in piena guerra fu invitata a nozze da mia sorella Marussia.
Le prime ombre del terribile periodo della guerra e della campagna antiebraica si addensavano; noi ragazzi
vivevamo ancora un po' spensierati mentre i nostri genitori vedevano sempre più buio nel nostro avvenire e
diventavano sempre più pessimisti.
Fu l'ultima volta che trascorremmo insieme le vacanze, poi la guerra ci separò, fu terribile per noi, per Lea e la
sua famiglia.
La lotta contro gli ebrei ci separò, anche Lea e tutti i suoi dovettero abbandonare tutto e scappare, né più né
meno come fece mia mamma. Alla fine della guerra ci ritrovammo tutti sani e salvi; per due anni Lea e il fratello
Guido fecero i contadini nelle loro terre, presso i contadini che in quel modo li salvarono, papà e mamma non
so che cosa fecero ma anch'essi si salvarono.
La triste esperienza vissuta rese tutti più vecchi, più maturi. Lea riprese gli studi e più tardi si laureò anche lei a
Ca' Foscari.
Si sposò quando io avevo già avuto due figli. Andai alle sue nozze, ci mantenemmo sempre in amicizia anche
se lontane. Io ho avuto quattro figli, lei tre maschi.
Giorgio il mio primo figlio fece il militare a Padova; questa volta si invertirono le parti e fu Giorgio
ventiquattrenne a frequentare la casa della mia amica Lea a Padova, dove lei ora vive, poiché aveva
sposato un professore all'Università di Padova.
Continuò la nostra amicizia anche da lontano, qualche telefonata, qualche visita mia a Padova o di lei a Milano.
Ormai siamo tutte due nonne, ma certamente non dimenticheremo mai la nostra amicizia nata in un momento
tanto difficile della nostra vita.
Tentai un'altra volta il concorso alla Cattolica con la speranza di passare alla Facoltà di Lettere, ma anche
stavolta la fortuna non mi arrise.
Ed allora eccomi di nuovo a Venezia con tanto coraggio per riprendere gli studi senza perdere tempo.
Frequentai sempre i corsi di materie letterarie per portare avanti esami utili all'eventuale cambiamento di
facoltà. Tentai quegli orribili esami di lingue, sempre più difficili, mai nessuna delle mie compagne (e perciò non
solo io) veniva ammessa all'orale.
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Ma gli esami della lingua scelta erano quattro, ogni anno uno scritto e poi l'orale. E se non li superavi potevi
fare anche tutti gli altri esami, ma tu rimanevi inchiodato a Ca' Foscari per quelle benedette lingue.
Sentivo che chi resisteva, si laureava in sette, otto anni. Non potevo certamente permettermi questo lusso
quando sapevo che papà doveva mantenere quattro figli all'Università.
Fu questo l'anno di scuola più difficile dei miei studi, vivevo con l'incubo di questo esame di lingua tremendo, lo
sognavo notte e giorno; anche papà e mamma potevano capirmi fino a un certo punto. Tante volte fui lì lì per
piantare tutto, mi teneva in piedi solo l'orgoglio, non volevo essere meno degli altri fratelli.
Gli altri esami andavano bene, avevo anche superato gli scritti di italiano e latino. Studiavo, studiavo e mi
rodevo l'anima a pensare come uscire onorevolmente da tale situazione. Dovevo ad ogni costo tentare di
nuovo alla Cattolica. Che bel coraggio! andavo avanti con la speranza di farcela.
Intanto durante il secondo anno di studi trascorsi a Venezia cambiarono molte cose.
Era scoppiata la guerra il 10 Giugno 1940; a Venezia in Ottobre trovai la città cambiata, i monumenti erano
protetti da sacchi di sabbia, le chiese erano spoglie, perché i quadri più belli erano stati trasferiti in luoghi sicuri.
Non era più così bello passeggiare per Venezia; alla sera appena si faceva buio, si girava per la città con le
pile, e se anche noi ragazze trovavamo in ciò un certo fascino, avevamo paura.
Le notizie da casa erano buone, il peggio ancora non era arrivato.
Solo Luciano era militare di leva a Roma, ancora i bombardamenti non erano iniziati.
Andavo a casa per Natale, Pasqua, qualche altra festa importante e poi tornavo a Venezia ai miei studi.
L'unico vantaggio d'essere a Venezia era di non frequentare il GUF (Gioventù Universitaria Fascista) al quale
eravamo obbligate a iscriverci. Nelle ricorrenze patriottiche si era obbligati a vestirsi con la divisa fascista. Io
non la possedevo neppure. Ricordo ancora che in so quale ricorrenza patriottica mi trovavo a Bergamo e sicura
dei fatti miei stavo godendo una bella passeggiata sulle mura. Incontrai la capa del GUF che naturalmente
vedendomi senza divisa mi rimproverò e mi convocò al GUF per un rapporto disciplinare.
Ritornai a Venezia senza rispondere all'invito dicendo di essere impossibilitata perché assente per un esame.
Tutto finì lì, ma questo episodio che ho ricordato è soltanto per dimostrare quanta mancanza di libertà, quanta
ipocrisia regnava in quell'epoca. Cosa voleva dire obbligarci a mettere una divisa, presenziare alle adunate,
gridare "Viva il Duce", "A noi" quando tu ormai capivi che durante una guerra erano ben altri i problemi, quando
immense nubi si addensavano sull'orizzonte dell'Italia, sul mondo intero?
Passò anche il secondo anno di Università. Erano arrivate da Bergamo compagne nuove: Milena, Giuliana,
Liliana, e qualche altra ancora, tutte studiavano, si impegnavano come potevano. Alla fine dell'Università
arrivarono solo in due, le altre si ritirarono tutte; io nel tempo giusto mi laureai in lettere come volevo a Milano.
Cosa posso ancora ricordare di quei due anni a Venezia? Intanto una cosa strana; oggi a distanza di anni
penso a quanto fosse assurdo e incosciente questo episodio.
Prima degli esami andavamo in farmacia e ci facevamo dare certe pastigliette di simpamina che ci tenevano
sveglie e ci aiutavano a ricordare bene ciò che studiavamo.
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Non c'era bisogno di nessuna ricetta; il farmacista incosciente ce le dava, noi le prendevamo per due giorni
prima dell'esame. Io ricordo che le prendevo, andavo a fare il mio esame e poi, finito l'effetto, per due giorni
vivevo in uno stato di prostrazione. Ma come era possibile fare così? Oggi mi domando se non era incoscienza
da parte nostra, ma più ancora da parte del farmacista che ci assecondava come se niente fosse.
In quel periodo si era iscritto all'Università anche un ragazzo di Gandosso, amico di Carlo.
Era il periodo che Carlo faceva una corte assidua a Marussia; Mario di Gandosso viveva come pensionato in
Città Alta in casa di Carlo, per frequentare i suoi studi; d'estate Carlo andava a Gandosso in casa di Mario per
trascorrere le vacanze estive.
Gandosso e Foresto erano lontani fra loro un tiro di schioppo, li separava il colle di S. Giovanni delle Formiche;
per due ventenni attraversare i boschi in un'ora per venirci a trovare era quasi una sciocchezza.
E così durante l'estate 1940, conobbi anch'io questo ragazzo e ci frequentammo.
Non so quanto fu vera simpatia e quanto solo l'idea di avere un corteggiatore.
Fatto sta che Mario decise di iscriversi anche lui a Venezia, ma immediatamente partì di leva alla scuola allievi
ufficiali di Salerno; a Venezia non venne mai, io avevo il compito di svolgere per lui tutte le pratiche
d'Università, di scrivergli per raccontare per filo e per segno tutto quanto riguardava gli studi. Fu così che per
un anno ebbi corrispondenza con un giovane tenentino e quando ricevevo le lettere da Salerno, lo sapeva tutto
il pensionato. Chissà cosa immaginavano le mie compagne. Pensare che finito il corso, Mario fu mandato in
guerra in Africa.
Non lo vidi mai più. Sentii parlare di lui, a guerra finita dal dott. Regoli , l'aiuto di papà che frequentava casa
nostra. Anch'egli fu prigioniero in Tunisia e lo ebbe come compagno. Parlandone con noi diceva "Mi son trovato
in prigionia con un ragazzo di Gandosso - bu scèt".
Finì così la mia prima avventura romantica.
Durante l'estate '41 studiai ancora per preparare gli esami universitari e nello stesso tempo per prepararmi al
concorso della Cattolica.
"Chi la dura, la vince". Vinsi il concorso alla Cattolica. Ora si apriva un altro grosso problema. Dovevo
presentarmi all'Università con il mio libretto universitario e vedere in quale anno mi avrebbero iscritto. Al
secondo o al terzo anno? Avevo sostenuto a Ca' Foscari una dozzina di esami con una media piuttosto alta, il
mio futuro era affidato al Consiglio dei Professori. Altri patemi, altre trepidazioni finché venni convocata in
Segreteria.
ALL’UNIVERSITÀ CATTOLICA - Convocata in Segreteria mi fu consegnato un nuovo
libretto universitario e con mia sorpresa vidi di essere stata ammessa al III anno.
Ricordo ancora il colloquio con il Preside di facoltà, il Prof. Rota; guardò il mio libretto e mi disse pressapoco
così "Molti dei suoi esami fatti li abbiamo ritenuti validi, qualche esame non è stato riconosciuto, noi la abbiamo
ammessa al III anno. Ora sta a lei, se si mette in regola con gli esami, può anche farcela a laurearsi nei quattro
anni convenuti. Coraggio e buon lavoro".
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Cominciò così la mia avventura universitaria.
Viaggiavo avanti e indietro da Bergamo nelle famose carrozze di guerra. Al freddo, in carri bestiame con nuove
compagne, con qualche mio fratello. Ormai eravamo in piena guerra. Si usciva di casa al mattino presto al buio
per correre alla stazione, arrivati a Milano un lungo percorso in tram per giungere alla Cattolica.
Studi, esami, paure di bombardamenti, carte annonarie, fame, miseria, discorsi severi, preoccupazione di ogni
genere.
Sono stati questi gli anni più difficili, la guerra ci stringeva d'assedio, la vivevamo tutti con ansietà e terrore,
anche chi non aveva nessuno al fronte, perché effettivamente eravamo tutti al fronte.
A scuola, ossia alla Cattolica le cose, nonostante tante difficoltà non andarono per niente male. Mi inserii
piuttosto rapidamente, studiai a più non posso per mettermi in regola con gli esami che superai in fretta e
bene. Anche qui l'osso duro era il tema in latino. Mi preparò Carlo, mio cognato, bravo latinista e superai
quest'esame al primo colpo.
Fra le nuove compagne incontrai la Croce, la Brignoli e la Testa, tutte di Bergamo. Incominciò qui l'amicizia
con Chicca, ossia Enrica Testa che sarebbe diventata mia cognata. Abitava in Via Pitentino, vicino a casa mia,
perciò mi rivolsi a lei per avere un aiuto indispensabile al primo impatto con la nuova scuola.
Era una bella ragazza Enrica, molto in gamba negli studi e perciò cominciai a frequentarla per preparare
insieme gli esami. Era talmente intelligente che studiava e intanto lavorava. Aveva sempre per le mani un
ricamo. Come la invidiavo! Aveva una memoria eccezionale e una mano d'oro per il lavoro.
Ricordo ancora la grande cucina dove insieme studiavamo, ricordo la sua donna, la Sig.ra Emilia, che ci
teneva sempre d’occhio per accontentarci se avevamo bisogno di qualche cosa.
Quando arrivava a casa suo papà, un uomo piuttosto severo, io scappavo perché avevo molta soggezione di
lui.
Andrea deve averla conosciuta nei viaggi in treno, si innamorò di lei e le fece una corte spietata.
In realtà Chicca aveva suscitato gli interessi di molti compagni. Erano un po' tutti innamorati di lei.
Mentre noi frequentavamo la Cattolica, Andrea si trovava nella caserma di Piazza Sant'Ambrogio a Milano,
praticamente molto vicino alla Cattolica perciò molte volte essi si incontravano ed io come si dice "facevo da
terzo incomodo".
Ricordo ancora che una volta io e Chicca insieme andammo in bicicletta a Canzo dove Andrea si trovava a fare
il campo militare.
Fu questo un periodo molto importante per le amicizie che avevo fatto.
In questi anni frequentavo la FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana).
Mi trovai molto bene in quell'ambiente, compagni e compagne care che conobbi e frequentai per molti anni.
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Ecco comparire per la prima volta nella mia vita Camillo. Egli studiava a Pavia, io iscritta nei primi anni a
Venezia frequentavo solo raramente la FUCI, fu invece durante il terzo anno che diventai un'assidua
frequentatrice della FUCI di via Crispi.
In via Crispi si frequentavano i gruppi di studio, le lezioni di catechismo, i corsi teologici di Mons. Bernareggi, i
corsi di musica tenuti dall'allora studente Marcello e tante altre attività.
In Via Garibaldi, nella chiesa di San Giuseppe si teneva invece la Messa domenicale. Il primo nostro assistente
spirituale fu Don Sala, in seguito avemmo Don Giavazzi.
Ogni tanto si tenevano convegni universitari, congressi nazionali; ricordo qualche convegno, ho ancora una
foto dove ci siamo noi studenti bergamaschi con l'allora Presidente Generale della FUCI, l'attuale On.le
Andreotti; ho persino una foto in cui sono ritratta vicino a Moro. Se penso a quei tempi, ricordo con nostalgia
certi entusiasmi, certi sogni d'allora e li riguardo con l'occhio di oggi, e purtroppo mi prende una tristezza
profonda. Dov'è oggi l'entusiasmo, la certezza, la pulizia di quei tempi. Si può fare ancora qualcosa di così bello
come allora, si può sognare di rifare il mondo, la società così come noi la sognavamo?
Speriamo che i miei figli, i miei nipoti ripropongano qualcosa di valido per l'avvenire.
Contemporaneamente alle attività culturali e spirituali, si faceva attività caritativa. Partecipavamo come FUCI
alla conferenza di S. Vincenzo.
A noi universitari e universitarie erano riservate le visite settimanali alle famiglie più povere che abitavano nella
periferia della città, praticamente dove era più difficile arrivassero le parrocchie.
Ogni sabato pomeriggio ci ritrovavamo con il nostro assistente. Prima c'era la preparazione spirituale; a turno
noi ragazzi dovevamo commentare un brano del Vangelo. Mi ricordo con quanta solerzia lo preparavamo. Ci
era utilissimo il libro del Ricciotti e studiavamo con profondità il Vangelo.
Poi a turno davamo relazioni delle famiglie che assistevamo, si parlava dei loro bisogni materiali e spirituali.
Quanta miseria conobbi in quegli anni; si univano alle difficoltà che tutti più o meno avevamo per la guerra,
altre difficoltà di ogni ordine e miseria.
Era poca cosa che potevamo portare in quel periodo. Buoni per la pasta o lo zucchero, qualche buono più
sostanzioso per gli ammalati e i vecchi, qualche vestito vecchio per tutti, grandi e piccoli.
Ricordo con quanto sacrificio andavamo in quelle case, ma ricordo come ci ricevevano tutti cordialmente.
Eravamo tanto giovani, eppure tutti ci parlavano con fiducia, io che avevo imparato da mia mamma cosa
volesse dire pensare agli altri, cercavo veramente in quei momenti di imitarla.
Devo dire che fu un'esperienza meravigliosa che insieme ad un'altra esperienza che feci dopo sposata come
catechista rimasero fra le cose più belle che feci nella mia vita, al di fuori della famiglia.
Ricordo con tanto piacere le amicizie nate giorno dopo giorno in quegli anni tanto difficili, eppure tanto belli
perché la nostra giovinezza, nonostante i tristi momenti che vivevamo esplodeva con le sue speranze, i suoi
desideri, i sogni, la gioia di vivere, di ridere, di cantare.
Vi rivedo tutte ad una ad una. Tina Paganoni con tutti i suoi fratelli grandi e piccoli. Le due sorelle Raffaelli,
Maria Teresa studentessa in matematica, e Antonia che già era stata mia compagna alle magistrali, la Deschi,
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la Bianca Marengoni, la Regina Orlandi, le sorelle Limonta, Anna Paganoni, Cortinovis e tante tante altre, tutte
ad una ad una laureate, sposate; qualcuna la ritrovo ogni tanto a Bergamo, con qualcuna sono rimasta in
amicizia per un po' di anni, ma la vita ci ha divise, ci ha condotto per strade diverse.
E i fucini? I compagni di allora, oggi professionisti apprezzati, padri e nonni. Quante ore serene e allegre
trascorse insieme. Frequentavano con me la FUCI i miei fratelli Nicola e Andrea, mentre Marussia e Luciano ci
avevano preceduto gli anni prima. Insieme facevamo anche belle passeggiate a piedi o in bici. Chi erano i
fucini di allora?
Bailo e Poldo, amici, che studiavano a Pavia; Vittorio, allegro, spensierato, gran suonatore di ocarina, che
studiava a Milano; Marcello, musicologo e poi ancora Bruno, Franco, Giuseppe e Camillo e tanti altri.
Giuseppe era un ragazzo di grande intelligenza e simpatia. Era iscritto ad ingegneria. Si laureò e divenne,
molto giovane, professore di Università. E’ tuttora professore al Politecnico di Milano.
Camillo, allampanato, magro, con gli occhiali, vestito sempre di scuro, mi incuteva soggezione. Era serissimo e
come si usava allora mi dava del lei.
Dopo pochi mesi che ci conoscevamo, mi propose un incontro. Ricordo come fosse oggi il primo colloquio con
quello che sarebbe diventato mio marito. Ma prima che diventasse mio marito passarono alcuni anni. Di mezzo
ci fu la guerra. Fu necessario trovare un lavoro. E Camillo lo trovò a Milano, dove cominciò la sua vita come
ricercatore farmacologo in industrie farmaceutiche. E dove ebbero inizio piacevoli avventure che mi coinvolsero
profondamente. Ed alla fine di una di queste piacevoli avventure, mi sono trovata trapiantata in Inghilterra con
Giorgio e Annalisa, che di anni ne avevano proprio pochini. Camillo dice sempre che io non ho spirito di
avventura e che se fosse per me, l’America sarebbe ancora là ad aspettare di essere scoperta. Vero, però è
altrettanto vero che mi sono lasciata coinvolgere nella sua avventura e non mi sono opposta. E non me ne
dispiace proprio per nulla. Piacevoli avventure. Degli aspetti dolorosi, che non sono mancati, non ne voglio
parlare.
Dopo quarant'anni e più di matrimonio i nostri figli possono giudicare se il mio incontro con Camillo è stato un
successo.
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GLI ANNI TERRIBILI DELLA GUERRA - Già nel corso del mio scritto mi è capitato di
accennare alla guerra scoppiata nel Giugno 1940.
Ma ora è indispensabile parlare a lungo di questo terribile evento che ha travolto il mondo intero.
Non sta certo a me rievocare eventi politici e storici di cui tutti abbiamo un ricordo ancora vivo e profondo.
Ad altri ben più esperti questo compito, a me il ricordo della guerra per quel che ha inciso nella mia vita, nella
nostra Italia, nella nostra Bergamo, ma soprattutto il ricordo di ciò che è costato alla mia famiglia, di ciò che la
guerra ha inciso nella mia vita di ragazza.
Da fanciulla diciottenne giovane e spensierata, piena di sogni e di speranze, inserita in una famiglia serena e
tranquilla, dove i pensieri e le preoccupazioni erano gli studi, le piccole traversie giornaliere, eccomi travolta in
avvenimenti ben più grandi.
Tutta la mia giovinezza dai 18 ai 23 anni è stata coinvolta mio malgrado, non solo da questa guerra che aveva
coinvolto il mondo intero, ma da una guerra civile, da lotte fratricide, da bombardamenti, da problemi di
razzismo, di fame, di miseria.
Un'esperienza terribile che mi ha trovato alla fine della guerra certamente più matura, ma anche più pessimista
per tutto quello che avevo visto, che avevo vissuto.
L'entrata in guerra dell'Italia nel Giugno '40 con il terribile discorso di Mussolini che pareva un esaltato e che
prepara gli Italiani a questa realtà quasi fosse un'avventura a cui si doveva andare incontro con gioia, mi trovò
a Venezia, in pieni esami, alla fine del primo anno universitario.
Per i primi due anni il fronte era lontano, si combatteva in Francia, in Grecia, in Africa.
Anche i primi bombardamenti erano lontani, si bombardava Londra, Parigi; in Italia non si combatteva ancora.
Il razionamento dei viveri invece coinvolse tutti fin dai primi mesi. Avevamo le tessere che ci permettevano di
ritirare ogni giorno poco pane e lungo la settimana burro, zucchero, dadi, carne ed altri alimenti indispensabili.
Ecco un'altra occasione in cui la campagna di Foresto ci fu d'aiuto.
Quella farina bianca e gialla che veniva lasciata in quantità relativamente abbondante rispetto a tanti altri che
vivevano di puro razionamento, quelle patate coltivate, quella frutta raccolta e preziosamente custodita lungo
l'inverno riusciva a sfamare la nostra famiglia composta di papà e mamma e sei fratelli, tutti in età di crescita,
tutti sempre affamati.
Perciò non è retorica dire che avevamo sempre fame.
Ricordo ancora come ci si arrabattava ad inventare pranzi che potessero accontentare tutti; ricordo ancora le
razioni di formaggio preparate dalla mamma e disposte su un piatto prima di andare a tavola. Erano tanto
uguali che sembravano tagliate col centimetro.
Il formaggio, un lungo pasticcio lavorato e confezionato in forma rettangolare, si chiamava Rex. Tagliato a
pezzettini che a me ricordavano i tasti bianchi del pianoforte. Si mangiava il castagnaccio, si faceva la torta con
il sanguinaccio delle bestie uccise. E la carne? Che sogno! Si poteva trovare al mercato nero, ma era
carissima. Noi Galmozzi eravamo ancora fortunati, ogni tanto si tirava il collo ad una gallina, si avevano uova.
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Ricordo ancora un viaggio in bici con un fratello, o Nicola o Andrea, per andare a comperare le preziose patate
nei paesi della bergamasca.
Chi stava abbastanza bene erano i contadini i quali se ne approfittavano per fare la borsa nera. Arrivavano
dalle valli le nostre donne e nascondevano sotto i loro scialli burro, uova e anche carne. Qualche volta anche
noi eravamo costretti a comperare a borsa nera. Che pazzia! Eppure se l'Italia non è morta di fame è proprio
perché gli Italiani sanno sempre arrangiarsi. Veniva razionato naturalmente anche il carbone che allora era
usato per i caloriferi rimasti spenti nelle nostre case da parecchi anni. Si andava avanti con le stufe. La famosa
cucina economica in ghisa che serviva per tutto, per far da mangiare, per scaldare l'acqua, per scaldarci,
regnava da padrona nelle nostre cucine.
Ormai si mangiava tutti in cucina per stare al caldo. Noi in sala avevamo pure una stufa in terracotta, la famosa
Becchi che si accendeva solo nel pomeriggio e serviva per scaldare oltre la sala anche un altro stanzone, lì ci
si divideva per studiare un po' al caldo. E alla sera non si aveva mai il coraggio di abbandonare la sala calda
per andare a dormire nelle camere gelide.
Ci si vestiva anche in modo adeguato per far fronte ai rigidi inverni. Si lavorava la lana greggia, la pura lana di
pecora non sgrassata che serviva per fare maglioni, sciarpe, calze. Era ruvida; mi pare ancora di avvertire sulla
pelle il pizzicore di questi indumenti, ma tenevano caldo e ci difendevano dai rigori.
Eppure tutti questi disagi non erano che la minima parte delle sofferenze che avremmo avuto più avanti.
A papà medico era concesso l'uso dell'automobile. La massima parte delle auto erano requisite.
Ricordo però che probabilmente perché la benzina (anche quella razionata) era tagliata, l'auto funzionava male
e tutte le volte che papà partiva, in due o tre dovevamo spingerla per parecchi metri, prima che si avviasse il
motore.
Ma non erano che problemi minori, ben più gravi si annunciavano altre preoccupazioni.
Intanto, anche se tutti vivevano male, ben peggio viveva chi aveva un figlio al fronte. Noi nel '41 avevamo solo
Luciano che richiamato militare, svolse il suo servizio prima a Piacenza come allievo ufficiale, poi a Roma.
Nel febbraio '42 papà e mamma festeggiarono il loro anniversario di nozze (nozze d'argento). Sebbene in
guerra ricordo questa parentesi serena in casa nostra. Una festicciola familiare. Torta, regalini. Ricordo la gioia
di mamma quando ricevette una lettera di Luciano. Il nostro tenentino doveva aver scritto a mamma una lettera
commovente perché lei la leggeva con commozione e con le lacrime agli occhi. Povera mamma! Come si
accontentava di poco. La sua gioia, la sua felicità erano i suoi figli di cui andava orgogliosa.
Mi sembra che papà per l'occasione le avesse regalato una volpe che allora si usava portare gettata sul
cappotto.
Finì questa parentesi serena, incominciarono i guai maggiori.
Intanto sempre più insistenti si sentivano voci di razzismo contro gli Ebrei. Ciò che avveniva già negli altri paesi,
si aspettava imminente in Italia.
Certe leggi fasciste che passavano inosservate in altre case, in casa nostra avevano un'eco tremenda.
Nei negozi, sulle vetrine cominciarono a essere esposti certi cartelli "Qui gli Ebrei non sono graditi".
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Il primo che espose a Bergamo questo cartello fu un pasticciere di Via XX Settembre.
Mamma nostra era ebrea, perciò queste leggi ci toccavano nel vivo. E' inutile dire che papà che si serviva da
quel pasticciere, non vi mise più piedi non solo durante la guerra, ma mai più nella sua vita. Si sentiva offeso
personalmente.
Era la prima legge di una lunga serie di soprusi sempre più gravi. Agli Ebrei era vietato avere la radio, era
possibile che anche noi fossimo coinvolti? Eppure papà era ariano, aveva fatto sempre il suo dovere di
cittadino, di italiano, era un Primario d'Ospedale che si distingueva per la sua bravura, la sua onestà. Era stato
un combattente valoroso, era stato tanti anni al fronte nella guerra '15 -'18. Non importa, la legge non guardava
in faccia nessuno.
Gli Ebrei incominciavano ad essere segnati a vista.
Noi, rispetto agli altri avevamo un vantaggio; per i primi tempi nessuno sospettava a Bergamo che mamma
fosse ebrea, era cattolica da lungo tempo, frequentava la Chiesa e la confusione dei non interessati era molta.
La gente scartava l’idea che i fascisti, che si dicevano cattolici, potessero, sull’esempio dei nazisti,
perseguitare gli ebrei.
Intanto sulle carte d'identità dei fratelli maggiorenni si scrisse: appartenente a razza mista. Non avevamo puro
sangue ariano. Che delitto! Potevamo anche noi essere perseguitati.
La guerra continua e si avvicina sempre di più all'Italia. Cominciano i primi bombardamenti sulle città italiane.
Chi non ricorda a Bergamo il bombardamento su Dalmine, la più grossa ditta metalmeccanica bergamasca. Si
contano i primi morti per bombardamenti anche da noi.
Andare nei rifugi al primo suono d'allarme, se in principio sembrava un'avventura, diviene una cosa più seria,
indispensabile. Guai se alla sera filtra una luce fuori dalle finestre delle case. Buio, silenzio, la situazione
diviene sempre peggiore. I bombardamenti si susseguono nelle grandi città.
Milano bombardata, case, chiese, palazzi, opere d'arte, industrie tutto viene distrutto, abbattuto.
Povera Italia! Povero mondo intero. Cadono bombe dappertutto, non si guardano solo gli obbiettivi militari, si
buttano bombe su case, vie. Forse a mala pena sono risparmiati gli ospedali su i cui tetti dominano i segni delle
Croce Rossa. Non bastano i morti al fronte, muoiono anche gli inermi cittadini. Cominciano gli sfollamenti, chi
appena può, abbandona la città per cercare riparo nei paesini più lontani.
Le notizie si susseguono sempre peggiori.
La Sicilia è invasa da Americani e Inglesi. L'Italia si spacca in due. Di nascosto alla sera si ascolta Radio
Londra per avere notizie più precise.
In casa nostra che succede nel '42? Marusia alla fine d'agosto si sposa nonostante la guerra. Non credo che
papà fosse entusiasta della decisione, ma la guerra continuava e non si vedeva una via d'uscita.
Luciano, militare a Roma, viene mandato a casa in convalescenza per tre mesi dopo febbri continue che lo
perseguitano. Tutti noi a casa in allarme per la malattia di Luciano, quella malattia fu la sua fortuna.
Mentre egli era ammalato a Bergamo, i suoi compagni, il suo reggimento fu inviato in Russia, in quella famosa
campagna di Russia dalla quale ben pochi tornarono.
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Non sta a me giudicare cosa fosse la campagna di Russia. Tutti sospettavano in quali condizioni fossero
mandati i soldati italiani a combattere nella terra del Don. "Centomila gavette di ghiaccio" di Bedeschi e "Il
ritorno sul Don" di Rigoni Stern e tanti tanti altri scrittori descrissero nei loro libri ciò che gli Italiani incontrarono
in quegli inverni di guerra in Russia.
Mussolini seguendo le orme del suo degno compagno Hitler mandò alla ventura tanta gioventù senza scrupolo,
senza preparazione. Lo ripeto, non sono né una scrittrice né una storiografa, ma solo una persona che ha
vissuto questi tristi eventi e non può, non deve dimenticare quello che avveniva o meglio quello che non si
sapeva, ma si intuiva.
Chi era là, moriva, chi era qua immaginava, non aveva notizie e sperava nonostante tutto.
Intanto la guerra continua, si allarga sempre di più.
A Milano viene bombardata anche l'Università Cattolica, in quelle condizioni non si poteva né frequentare, né
dare esami, il Rettore Padre Gemelli trasporta esaminandi ed esaminatori a Castel Fogliano, dove c'era una
sede distaccata dell'Università. Col coraggio che solo il fondatore e Rettore Padre Gemelli poteva avere, egli
riprese con coraggio la ricostruzione dell'Università prima ancora che la guerra finisse.
Intanto a casa anche Andrea viene chiamato al servizio militare e poiché è studente in medicina viene
assegnato al servizio di Sanità.
L'inverno '42 - '43 è uno dei più tremendi, la vita nelle case diventa sempre più triste, i lutti si susseguono, i
bombardamenti continuano, la guerra si allarga sempre di più, coinvolgendo tutti. Gli Americani e gli Inglesi
sempre in Sicilia non avanzano mai. Gli antifascisti sognano l'avanzamento delle truppe, ma i tedeschi sono
duri a cedere. Intanto in Francia dove i tedeschi invasori si sono insediati incominciano le persecuzioni
ebraiche, le stesse che da anni trionfano nelle terre occupate dai nazisti.
A Parigi vive il nostro zio Volodia, non si hanno notizie, non si sa più nulla. Possibile, pensa papà, che lo zio
che vive solo non abbia pensato, non abbia capito che non poteva aspettare i tedeschi? Possibile che non sia
scappato? Era ricco, poteva pensare a qualche soluzione. Invece no, solo, senza famiglia, già abbastanza
avanti con l'età non ha osato partire, abbandonare tutto. Per quanto tempo non abbiamo avuto sue notizie.
Dovevamo arrivare alla fine della guerra per convincerci che non si era salvato.
Anni dopo, tramite Mons. Roncalli, il futuro Papa Giovanni, che era amico di papà nostro, allora Nunzio
Apostolico a Parigi avemmo la conferma; lo zio preso dai nazisti, fu portato nei campi di concentramento a
Dacau, e di lì non tornò più. Quanto dolore fu per mamma e per noi tutti che avevamo imparato a conoscerlo
ed amarlo.
1943 - E' l'anno dei grandi avvenimenti. Lieti e tristi. Chi mai può dimenticare il 25 Luglio
1943! Fu un giorno indescrivibile. La caduta del Fascismo quasi improvvisa. Mussolini portato prigioniero alla
Maddalena e poi sul Gran Sasso nell'Abruzzo, il governo Badoglio, la fuga dei fascisti, uno dietro l'altro eventi
su eventi, impossibili, inimmaginabili, tanto da lasciarci sbalorditi, col fiato sospeso. Ma era tutto possibile?
Sogno o realtà? Cosa succedeva in Italia? La guerra era finita o continuava?
Io quella mattina scendevo in bici con mio fratello Nicola, da Foresto. Eravamo partiti all'alba ancora ignari di
tutto, ma man mano che ci avvicinavamo alla città avvertivamo qualcosa nell'aria, si sentivano commenti, ma
soprattutto osservavamo i volti sorridenti della gente senza ancora afferrare la verità, dovevamo giungere a
Bergamo per capire; nella città la gente si riversava sulle strade in preda ad un'euforia insolita. Finalmente
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papà ci accolse a casa con un volto così sereno e sorridente che da tempo non gli vedevamo. Appena gli fu
possibile, finito il lavoro, volle andare di corsa a Foresto ed aggiornare mamma delle belle novità.
La radio da mattina a sera dava notizie a tutto andare. Che euforia generale! Che senso di gioia. Quanti quadri
di Mussolini tolti precipitosamente e gettati in terra per essere calpestati e distrutti. Quante statue, obelischi
distrutti, quante scritte mussoliniane che in grassetto facevano bella mostra sui muri delle case furono
precipitosamente cancellate.
E i fascisti? Scomparsi. I pezzi grossi naturalmente chi arrestato, chi scappato. Ma anche quelli che si erano
dimostrati fascisti pure non essendo coinvolti in grosse angherie, improvvisamente si dimostrarono entusiasti
della caduta del fascismo, nemici dei nazisti ecc....
Povera Italia, povero mondo. Tanta euforia, tanta gioia doveva esaurirsi in breve.
Ai sogni ad occhi aperti di una guerra che stava per finire si succedettero notizie ben più gravi.
Gli alleati continuavano la guerra, i nazisti pure. Noi italiani eravamo per i tedeschi i traditori, essi continuarono
la loro guerra con maggior violenza, con maggior odio per quella parte degli italiani che consideravano loro
nemici.
Così passarono una quarantina di giorni fra illusioni, paure e speranza. Badoglio annunciò la continuazione
della guerra lasciandoci tutti perplessi ed arrivò solo all'otto settembre per annunciare l'armistizio con gli alleati.
Ma l'armistizio fu per l'Italia l'inizio di un'altra gran brutta realtà. Il governo Badoglio ed il re si trasferirono
nell'Italia del sud occupata dagli alleati e noi al nord e al centro rimanemmo in balia dei tedeschi e dei fascisti
che si ricomposero sotto il nome di fascisti repubblicani ed affiancati ai nazisti divennero sempre più spietati.
Iniziava in Italia una guerra civile che durò quasi due anni.
L'otto settembre '43 non ci colse certo di sorpresa, perché temevamo il peggio, ma ci colse impreparati.
Ricordo quell'otto settembre del '43 con tutto lo sgomento di allora. Quello che succedeva a Bergamo,
succedeva in tutte le città italiane del nord e del centro.
I tedeschi avevano avuto tempo per rinforzarsi e prepotenti, alteri si presentarono nelle città italiane sui loro
carri armati con la loro forza, la loro potenza.
Ricordo il "Sentierone" il nostro centro cittadino invaso dai potenti carri armati che con i loro cingoli rombavano
sul selciato incutendo un senso di terrore spaventoso.
In piedi i tedeschi, vestiti di tutto punto, elmetti e stivaloni, facce dure e sprezzanti con i mitra puntati contro la
popolazione inerme, pronti ad occupare i punti nevralgici, i posti chiave di ogni città.
Inutile dire che incutevano terrore.
Ci vollero un po' di giorni perché la gente comprendesse come la situazione precipitava, perché i soldati
sbandati capissero che bisognava non farsi prendere.
L'esercito con c'era più. Chi scappava e si rifugiava nei paesi lontani dalle città, chi si nascondeva, chi si portò
in montagna.
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Intanto, mentre da una parte si formava l'esercito repubblicano (chiamato ironicamente "repubblichino") che si
affiancava all'esercito nazista, dall'altra parte si stavano organizzando le formazioni partigiane che, aiutate da
alleati inglesi, americani russi ecc. ma soprattutto aiutate dalla parte migliore del popolo italiano, si preparavano
ad una dura lotta. Furono proprio le formazioni partigiane ad avere tanta parte nello sviluppo della guerra, nella
sconfitta dei nazisti e quella definitiva del fascismo, che aveva tentato di rifarsi vivo nel '44 -'45 sotto l'aspetto
peggiore opponendosi in modo spietato ai partigiani.
Ricordare in poche parole questo periodo assurdo e terrificante della nostra vita è veramente difficile, ma non
posso esimermi da tale compito perché tutta la mia vita e quella della mia famiglia è inserita in questo contesto
e non solo la vita mia, ma quella di tutta la gente che con me ha vissuto questa terribile esperienza.
Settembre, ottobre, novembre i mesi si susseguono inesorabili, la guerra continua, gli ostacoli individuali e
generali diventano insormontabili. La voglia di lottare contro gli invasori si fa sempre più viva.
Sulla nostra famiglia le nubi si addensavano ancora più buie. Praticamente abbiamo due fratelli militari, uno in
Sanità a Milano rimane al suo posto; sa che può essere utile, infatti nella sua posizione riesce ad aiutare quei
soldati sbandati che non sanno a chi rivolgersi, riesce a far avere molte informazioni ai partigiani.
Chi l'avrebbe mai detto, Andrea, il nostro fratello calmo e pacifico, sotto quell'apparenza bonaria, riuscire a fare
tanto.
Luciano era a casa ancora in convalescenza e avrebbe dovuto presentarsi al suo comando a Roma. Non gli
pareva vero di essere così fortunato di trovarsi fuori dalla caserma in tale situazione. Naturalmente bisognava
allontanarsi da Bergamo immediatamente, i repubblichini sarebbero venuti a rintracciarlo per farlo entrare nelle
loro file.
Dove poteva andare Luciano? A Foresto, sempre Foresto, il rifugio dei momenti tristi e dei momenti sereni della
nostra vita.
Partì da solo in bici per Foresto. Papà sapeva solo che si allontanava da casa nostra, cosa si preparasse a
fare ancora non lo sapeva, forse bene non lo sapeva ancora nemmeno lui. Non so se portasse armi o che
cosa.
Furono confusi i primi periodi di preparazione delle forze partigiane; partivano dal nulla. A Foresto si ebbero le
prime formazioni che si estesero a Lovere, alle montagne vicine, San Fermo, il Bronzone; lì arrivarono alcuni
ex-prigionieri alleati che si unirono ai partigiani, qualche russo che si nascose nelle baite dei contadini, lì a
Foresto al grido di "Ocio al lüf" (attenti al lupo) diventato il grido di allarme che si diffondeva in tutto il paese
all'arrivo delle bande fasciste, si nascondevano precipitosamente nelle buche costruite, tutti i soldati sbandati,
per cui non c'era volta che i fascisti non se ne tornassero con le pive nel sacco.
Nicola, il terzo fratello in età militare, rimase a Bergamo, anche per lui cominciò un periodo difficile, entrò anche
lui nelle formazioni partigiane, ora era qui, ora era là, in casa raccontava poco, si sapeva poco di quel che
faceva, ogni tanto arrivava a casa nostra con qualche pezzo grosso che doveva nascondere. Allora erano vere
paure. Povero papà. Egli antifascista da sempre non poteva certo condannare i suoi figli che andavano per la
giusta strada, ma quante paure, quanti timori e ansie per tutti i suoi figli.
Dobbiamo ricordare che oltre ai figli per cui tutti penavamo (in ogni famiglia c'erano figli al fronte oppure figli
partigiani, alcuni avevano persino figli fascisti che lottavano vicino ai nazisti), noi in famiglia avevamo il grosso
problema di mamma ebrea.
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Papà era preoccupato delle varie notizie che giungevano da ogni parte d'Italia. Era possibile lasciare mamma a
Foresto dove era sfollata con Marussia ed il suo piccolo Ferruccio? Papà non si sentiva affatto sicuro. Il
pensiero che un giorno o l'altro sarebbero venuti a cercar mamma lo tormentava.
Mamma era più tranquilla "Chi vuoi che si sogni di venire a cercare una povera mamma di famiglia?" s'illudeva
o voleva illudere papà.
Intanto in casa a Bergamo c'eravamo sempre papà, io e GianMaria, il più giovane fratello che faceva solo la V
ginnasio.
Papà continuava il suo lavoro di medico all'ospedale e a casa mascherava le sue preoccupazioni davanti a
tutti.
Io che più di tutti ero a contatto con lui lo vedevo sempre triste, sempre in ansia.
Una, due volte alla settimana con le nostre bici, papà, io e Gianmaria andavamo a Foresto per essere presenti
con l'altra parte della famiglia.
Io intanto avevo preso la direzione della casa a Bergamo avevo il mio bel lavoro. Stavo preparando la tesi di
laurea, avevo incominciato ad insegnare e per di più avevo la casa da seguire.
In casa avevamo sempre la Giuseppina, che non era certo un genio di velocità e bravura, ma era un aiuto
prezioso per me che mi trovai sulle spalle una casa grande da guidare. In ottobre avevo ormai superato tutti gli
esami compreso il grande scoglio del tema di latino. Mi aveva preparato a questo duro esame mio cognato
Carlo, un bravo latinista, che insegnava al liceo, mi aveva seguito un poco anche nel mio lavoro di tesi. Sembra
impossibile, ma durante la guerra, la vita continuava e chi voleva laurearsi doveva studiare e come, se voleva
prepare una tesi.
La mia tesi "Le opere di carità a Bergamo nel secolo XV" mi aveva impegnato moltissimo. Avevo passato
parecchi mesi in biblioteca a Bergamo a consultare libri e a scrivere. Ce l'avevo fatta. Mancava ancora un
esame che a quei tempi si usava sostenere alla vigilia del giorno di discussione della tesi.
Era il cosiddetto esame di cultura generale. Era uno spauracchio tremendo, ogni professore poteva far
domande sulla sua materia latino, italiano, storia, geografia, filosofia, ecc. Questo esame era il terrore di tutti gli
studenti. Se ti andava bene probabilmente influiva sul voto finale, ma se ti andava male erano guai, poteva
anche essere rimandata la discussione della tesi ad un'altra sessione.
Nell'ottobre del '43 mi fu offerto anche l'insegnamento nella scuola media "Capitanio".
Dovevo insegnare nella I media nella stessa scuola che io avevo frequentato.
Le suore che erano state mie insegnanti sarebbero diventate mie colleghe. Mi sentivo felice di essere stata
scelta, ma nello steso tempo ero molto preoccupata.
Si sa quanto sia importante il primo lavoro, si sa come sia importante iniziare bene.
Fu una esperienza bellissima. Mi piaceva insegnare, mi piaceva trovarmi in una classe con delle scolare di
undici, dodici anni a cui dare, dare con impegno, tutto quello che potevo; mancavo di esperienza, ma ero ricca
di entusiasmo e di gioia, e a scuola riuscivo persino a dimenticare tutti i grossi problemi che lasciavo a casa.
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Papà sempre più preoccupato si preparava a nascondere mamma. Il primo scoglio era mamma stessa. Non
voleva saperne di lasciare la sua famiglia, già si sentiva lontana abitando a Foresto, ma questa situazione era
simile a quella di tante altre mamme che si erano allontanate con i figli più piccoli per non vivere nelle città sul
fronte di guerra oppure prese di mira dai bombardamenti.
A Foresto aveva la compagnia di Marussia sposata che era lì sfollata col suo primo bambino Ferruccio,
andavano avanti indietro i figli che si nascondevano ora qua, ora là e la presenza di papà, mia e di GianMaria
era piuttosto frequente.
Come poteva nascondersi? Cosa voleva dire per lei abbandonare marito e sei figli per mettersi al sicuro?
Eppure papà aveva persino pensato di mandarla in Svizzera, bisognava però affidarla a qualcuno molto sicuro
che l'accompagnasse, nessuno certo di noi figli poteva accompagnarla, forse anche noi eravamo sorvegliati.
Si avvicinava l'inverno ed attraversare le montagne per mamma non sarebbe stato facile. Maturò in papà piano
piano l'idea di nasconderla in un convento non molto lontano da Bergamo.
Passò il novembre, un triste novembre con papà sempre in ansia; cominciarono gli approcci con i vari istituti di
suore che papà conosceva bene. Bisognava trovare l'istituto disposto ad accogliere mamma. Non fu facile, era
pericoloso nascondere gli Ebrei.
Ma finalmente tramite il nostro parroco, l'allora Mons. Benigno Carrara fu deciso il piano.
Mamma scese da Foresto in macchina con papà in una sera scura, a Bergamo rimase in incognito per due o
tre giorni poi finalmente una mattina scomparve.
Era il 13 dicembre. Come posso dimenticare questa data? Mamma parte da casa nostra accompagnata da
papà. Ha con sé una valigetta e tanta tanta tristezza. Col cuore gonfio di angoscia, con le lacrime agli occhi ed
un ultimo abbraccio, la nostra mamma si allontana dalla sua casa, dal suo regno. Quanta tristezza provo
ancora oggi a ricordare un fatto tanto crudele.
Si sa quando si parte, non quando si ritorna. Quante incognite davanti. La prima tappa di mamma fu la casa del
parroco ove si fermò per due o tre giorni, in attesa che una suorina delle suore Orsoline la venisse a prelevare
per portarla a Gandino in un convento delle suore stesse.
E' Gandino un paese della Val Seriana a una ventina di chilometri da Bergamo.
C'era in questo paese una casa delle suore Orsoline per il noviziato, ossia una casa ove le giovani che
avevano fatto una scelta religiosa si preparavano culturalmente, religiosamente al grande passo.
Per mia mamma vestita tutta di nero come le suorine era stata scelta questa posizione, poteva confondersi e
passare inosservata in questo convento.
Partì quindi una mattina di metà dicembre con una suora, alla volta di Gandino, dalla casa di Mons. Carrara, il
nostro parroco di Borgo S. Caterina.
In corriera dovette pur cercare di confondersi fra i viaggiatori quando riconobbe fra di essi una compagna di
Marussia, la Prof.ssa Roggeri che andava ad insegnare in una scuola del paese.
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Tutto si svolse per il meglio senza pericoli, arrivò a Gandino ed entrata nel convento le porte si chiusero dietro
di lei per parecchi mesi.
Fu una vera prigione, una prigione dorata se vogliamo, ben diversa dalla prigione nazista ove avrebbe potuto
finire, ma pur sempre prigione; dovevamo essere contenti della soluzione, non certo felici.
Come poteva essere felice una madre sradicata dalla sua famiglia, da suo marito, dai suoi figli tenuta isolata da
tutti?
A lei fu destinata una stanzetta salotto, non mancava nulla, persino una stufetta accesa tutto il giorno cercava
di mitigare i rigori del rigido inverno.
Le suore non le facevano mancare neppure il cibo così difficile da ottenere durante il razionamento.
Ricordiamo che a mamma perché ebrea era stata tolta anche la tessera annonaria.
Mamma passava il tempo pregando, lavorando a maglia cercando di riempire il vuoto e il silenzio unica
compagnia di giornate interminabili.
Il pensiero dei figli lontani, del marito rimasto in città a combattere da solo ogni avversità, le davano la forza di
andare avanti, di offrire ogni sacrificio purché un giorno tutto finisse.
E noi in città che facevamo? Proprio in quei giorni come papà si aspettava, erano venuti due poliziotti mandati
dalla Questura di Bergamo per prelevare mamma.
Il pessimismo di papà aveva avuto ragione sull'ottimismo di mamma che nei giorni precedenti voleva
convincere papà che non correva nessun pericolo.
Se vogliamo essere sinceri erano più a disagio i due poliziotti a compiere il loro ingrato dovere che papà a
mostrare la casa vuota e a invitare gli stessi ad andarsene perché egli aveva già provveduto a mettere al sicuro
sua moglie piuttosto che lasciarla in balia dei nazisti.
A nessuno, nemmeno a Giuseppina che pur viveva con noi da anni, non avevamo fatto sapere nulla riguardo al
nascondiglio di mamma.
Per tutti mamma aveva raggiunto al Svizzera, era al sicuro e basta.
I rapporti con mamma erano molti radi.
Per il primo mese non avemmo nessun contatto per non compromettere le suore, soltanto più avanti papà ed io
raggiungevamo qualche volta Gandino in bici. La gioia dell'attesa dell'incontro era subito sopraffatta dal
dispiacere del distacco.
A mamma si nascondevano tutti i pericoli che in quel periodo correvano i nostri fratelli.
Ma mamma intuiva, fingeva di accettare la verità che noi le prospettavamo, ma era impossibile nascondere
proprio tutto, la facevamo soffrire di più.
E intanto i mesi passano lenti.
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Io continuo la mia vita di casa e di scuola, sempre presa, in apprensione per tutto quello che si susseguiva in
casa nostra in particolare, nel mondo in generale.
Di solito a Bergamo il 13 dicembre si festeggia S. Lucia, penso che quel 13 dicembre '43 ben pochi avranno
potuto far festa. Forse le mamme avranno preparato qualche piccolo dono per i più piccini per non coinvolgere
anche loro in quel mondo pazzo perché i bimbi non potevano immaginare che S. Lucia non potesse scendere
dal cielo nonostante i bombardamenti. Santa Lucia era una santa ..... poteva tutto.
Insisto a ricordare quel 13 dicembre perché anche per me fu una data molto importante.
In quel giorno mentre mamma fuggiva dalla città, io mi laureavo all'Università Cattolica di Milano. Raggiungevo
finalmente il mio sogno, ce l'avevo fatta e per di più in quattro anni nonostante tutte gli ostacoli incontrati lungo
il cammino dei miei studi.
Avevo superato molto bene l'esame di cultura generale che si doveva sostenere il giorno prima della
discussione della tesi.
La tesi non venne discussa nell'Aula Magna dell'Università, ma in un'aula comune, presente però tutto il corpo
universitario in tenuta ufficiale, ossia con la toga.
Ero lì, nella mia Università, discutevo la tesi, attendevo il voto finale, ma il mio pensiero era lontano: in quello
stesso momento, mamma si allontanava da noi in cerca di salvezza.
Ebbi un bel voto 106/110.
Non potevo desiderare di più. Fu una bella vittoria, un premio alla mia costanza.
Eppure mentre i professori mi stringevano la mano proclamandomi dottore in lettere, non potei fare a meno di
trattenere le lacrime; tutti pensavano fossero lacrime di commozione, invece erano lacrime di rabbia, di dolore.
Nessuno immaginava ciò che avveniva nel mio animo.
In mezzo a tanta tristezza non posso dimenticare un episodio gentile.
Un gruppo di compagne mi accolse alla proclamazione di dottore con un bel mazzo di rose.
Alla sera, nella vettura bestiame che usavamo per tornare a Bergamo, si poteva notare un gruppo di ragazze
piuttosto allegre ed un mazzo di rose che le sovrastava.
Ero io che cercavo di sollevare in mezzo a tanto trambusto le mie rose che avevo ricevuto e che volevo salvare
ad ogni costo per farle giungere alla mamma lontana.
A casa fui festeggiata nonostante i tempi.
Queste sovrapposizioni di avvenimenti, tristi e gioiosi, mi hanno accompagnato tutta la vita e non si possono
scindere fra di loro.
I mesi si susseguono, mamma continua la sua prigionia. Il Kommandantur nazista sceglie la casa delle suore di
Gandino come quartier generale della valle Seriana.
Le suore vengono confinate in un'ala della casa, a mamma viene riservata una stanzetta all'ultimo piano.
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Si convenì di lasciare tutto come stava. Mamma veniva affidata al buon Dio.
Da una finestrella dell'ultimo piano di questo convento mamma sognava, ricordava, pregava. La finestra la
univa al mondo da cui era stata sfrattata.
A questo punto mi sembra giusto inserire nel mio testo una testimonianza viva di mamma.
Nel periodo della sua lontananza da casa scriveva sovente a me, papà, fratelli; le lettere arrivavano tramite le
suore con la viva preghiere di distruggerle appena lette. Eppure poco tempo fa mi capitò fra le mani una di
queste lettere che non ho voluto distruggere e che tengo come ricordo. E' una lettera che riflette tutto lo
struggimento e il rimpianto di una persona che si sente viva pur essendo prigioniera.
E’ la lettera che compare all’inizio di questo scritto.
LA GUERRA E I MIEI FRATELLI - Già ho accennato alla posizione dei miei fratelli durante la guerra.
Luciano prima militare regolare nell'esercito italiano, poi disertore, partecipò come partigiano alla lotta di
liberazione.
Non mi dilungo a parlare di quello che fece l'uno o l'altro dei miei fratelli nelle loro posizioni di partigiani o di
aiuto ai partigiani. Io voglio solo ricordare quello che mi coinvolse particolarmente.
Andrea era forse quello che più sornionamente fingeva di lavorare nella normalità, ma anche nel reparto
Sanità, riuscì a mandare a casa qualche malato immaginario o a far ricoverare nell'ospedale militare chi era in
pericolo.
Nicola fu quello che partecipò regolarmente in una formazione partigiana. Allora il grande centro di
smistamento della sua formazione era in casa Apice.
La famiglia Apice era composta da padre, madre, tre sorelle e un fratello, tutti dentro in questa formazione.
Quanto lavoro, anche modesto si faceva in questa casa.
Con le sorelle, anch'io partecipavo a preparare maglie, guanti, sciarpe, scarpe, vestiario di ogni genere, scatole
di cibo da far giungere ai partigiani in montagna.
E ai ragazzi, fra cui Nicola e Umberto, toccava il compito più difficile, far giungere tutto l'occorrente, in mezzo al
quale non mancavano certamente armi e munizioni.
Un giorno, ecco un altro triste giorno che non possiamo dimenticare, ci giunge notizia che Nicola è finito a
Milano nel carcere di San Vittore.
La notizia ci giunge tramite Don Bicchierai, il cappellano di San Vittore.
Non sta a me ricordare quanto fece questo sacerdote nell'interno delle carceri. Furono lui, le suore ed altre
persone all'interno delle prigioni che riuscirono a rendere meno dure e difficili le lunghe giornate dei prigionieri,
riuscirono a lavorare coi partigiani; tanti pagarono a caro prezzo il loro aiuto, non pochi furono fatti prigionieri.
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Nicola appena trovatosi a S. Vittore si fece conoscere come fucino a questo sacerdote e servendo la Messa
biascicò in un latino maccheronico il nostro indirizzo perché il sacerdote ci facesse sapere che era finito in
carcere.
Cosa potevamo fare? Dovevamo sapere qualcosa di più.
Ed eccomi un giorno io, proprio io, smarrita ed impaurita trovarmi a far la fila davanti all'Hotel Regina di Milano.
L'Hotel Regina era la sede del Kommandantur germanico di Milano. Conosciuto come luogo infame ove i
prigionieri venivano interrogati secondo i crudeli metodi nazisti e fascisti, era ritenuto un luogo di tortura.
Quanta paura quella mattina in attesa di essere ricevuta da qualche fascistello che doveva darmi delle
precisazioni circa la cattura di Nicola.
Nicola era stato preso come trafficante di borsa nera e con questa imputazione portato in carcere; non so come
avesse potuto mascherare questa posizione piuttosto di quella di partigiano.
Questa situazione ci lasciò un po' più tranquilli; cominciai pure, sempre io, a fare la coda fuori da S. Vittore,
dove una volta alla settimana si portava ai detenuti biancheria pulita e ci veniva consegnata quella sporca.
Ricordo ancora come fuori dalla prigione ci si guardava silenziosi, nessuno osava parlare, nessuno voleva far
sapere al vicino perché era lì, chi eravamo. Si aveva paura anche del silenzio.
Un bel giorno Nicola sparì anche dalle carceri e solo molto più tardi sapemmo che era al sicuro sulle montagne
coi suoi compagni e lo rivedemmo solo alla fine della guerra sano e salvo.
Persino GianMaria, il nostro fratello quindicenne che frequentava la quinta ginnasio, un giorno non tornò a casa
da scuola, perché portato nelle carceri di S. Agata a Bergamo. Insieme a qualche compagno, Cortesi, Zoia,
Bonini furono prelevati a scuola e portati direttamente in prigione non so per quale ragione, forse per una
dimostrazione contro la guerra.
Non si poteva fiatare allora, non si guardava in faccia a nessuno. Per fortuna fu una breve esperienza per loro,
ma una gran paura per noi.
Bisognava pensare che ogni notizia grave doveva essere nascosta a mamma, ma mamma appena qualcosa
non andava nel giusto verso intuiva, soffriva e pregava.
Vorrei ricordare le ultime parole nella lettera di mamma "Ancora 100 giorni, ma non di più! Non ne posso più!"
E' quasi un grido di dolore. Pareva che mamma non sapesse più sopportare quella situazione.
1944 – 1945 - Passarono mesi e anche i famosi cento giorni tanto sospirati da mamma,
ma la situazione non cambiava, la guerra continuava sulla linea gotica, gli alleati non andavano avanti, i
partigiani sulle montagne svolgevano le loro opera preziosa, ma la fine della guerra non si vedeva.
Mamma dalla sua prigione supplicava papà di riportarla a Foresto, non voleva più sentirsi così isolata dalla sua
famiglia, non sopportava più la sua prigionia.
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E papà, dopo tanto tergiversare, esaudì il suo desiderio. Ormai era trascorso un anno da che mamma era
nascosta. Nessuno s'interessava più a lei. La trasferì, sempre di nascosto, a Foresto. Non era l'unica persona
che doveva nascondersi. C'erano molti militari scappati a Foresto, gli stessi nostri contadini ad ogni pericolo in
vista, dovevano nascondersi; e mamma si univa a loro.
Mamma nonostante la posizione non facile cominciò a rinascere; vicino a Marussia che era sfollata con la sua
famiglia, vicino a noi che da Bergamo andavamo spesso a trovarla, si sentì viva, le parve impossibile non
riprendere piano la sua posizione di madre, anche se in libertà vigilata.
Intanto io a Bergamo continuavo il mio doppio lavoro, di professoressa a tempo pieno, e di direttrice di famiglia
mio malgrado.
A questo punto vorrei fermarmi un po' a parlare anche della mia esperienza scolastica. Insegnai come
professoressa di lettere nella scuola media per quattro anni, praticamente fino alle mie nozze. Rimasi per tre
anni alla scuola Capitanio e per un anno insegnai alla scuola media Fratelli Calvi ove fui assegnata
regolarmente dal Provveditorato.
Insegnare era sempre stato il mio sogno. Trovarmi però in una classe con venti, venticinque ragazze fu proprio
difficile. In realtà qualsiasi lavoro è difficile quando si è inesperti, ma la voglia di fare, il desiderio di conquistare
la stima, la simpatia delle scolare mi ha aiutata molto.
Andavo avanti, studiando ancora tanto, con un po' di buon senso, ricordando soprattutto quello che, come
studentessa ancora fresca di studio poteva servirmi.
E piano piano anche l'insegnamento divenne una cosa naturale. Mi sembra di rivedere i visetti attenti delle mie
scolarette, ripenso alle loro preoccupazioni, alle loro difficoltà, alle loro gioie quando facevano bene, alle loro
lacrime quando trovavano difficoltà.
Memore delle mie preoccupazioni di studentessa non volevo inculcare loro terrore, ma nello stesso tempo non
volevo essere troppo indulgente. Mi preoccupavo soprattutto di essere giusta, almeno tentavo.
Verrebbe istintivo affezionarsi alle scolare migliori, mi piaceva leggere i loro temi, sentire le loro lezioni, ritrovare
in essa gli insegnamenti che avevo cercato di dare.
Eppure seguivo in modo particolare le scolare che facevano più fatica, specialmente se trovavo in queste
bambine tanta buona volontà.
A distanza di anni, ogni tanto incontro a Bergamo qualche signora che mi ferma e mi saluta "Si ricorda di me?
Sono stata sua scolara". Ci separavano al massimo dieci o dodici anni. Oggi forse sono nonne anche loro,
eppure mi ricordano. Quanto piacere!
Avrei continuato volentieri ad insegnare, ma la vita mi ha riservato un altro compito.
Sono stata mamma a tempo pieno. Con quattro figli, trasferita prima a Milano, poi in Inghilterra, ho fatto in parte
l'insegnante ai miei figli. Li ho seguiti a casa nei compiti finché ho potuto, ho aiutato i loro compagni che
facevano più fatica perché io che potevo trascorrere coi figli pomeriggi interi ed essere a loro disposizione,
trovavo giusto dedicare un po' del mio tempo a quei compagni o compagne che avevano le mamme occupate o
di più modeste istruzione, e che abbisognavano di un aiuto.
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Più tardi insegnai nel doposcuola della Parrocchia, istituito proprio per venire incontro agli scolari bisognosi.
Un'esperienza ben diversa, molto difficile perché a contatto di bambini particolari.
Ora non insegno più a nessuno, ogni tanto riprendo i miei vecchi libri scolastici con un po' di nostalgia, qualche
volta mi diletto a ripetere a memoria le vecchie classiche poesie che tutti abbiamo imparato da ragazzi, che io a
mia volta ho insegnato e che mi piacciono tuttora. Mi meraviglia la mia memoria che non m'inganna. Ora seguo
una "Università della III età", soprattutto lezioni di storia dell'arte e di italiano e godo nel risentire queste lezioni,
nel rileggere brani d'autore, riesco ad isolarmi dal mondo che mi circonda per entrare in un mondo diverso.
Anche questo è un anno da non dimenticare, verso la primavera la guerra prende la svolta giusta, gli alleati
finalmente avanzano, i tedeschi indietreggiano, la campagna di Russia è un vero fallimento, tutto precipita e
con alleati da una parte e partigiani dall'altra si arriva finalmente alla liberazione d'Italia.
La gioia provata nel lontano luglio del '43 non è nulla in confronto all’entusiasmo, all'euforia della fine della
guerra.
Lutti, dolori, bombardamenti, paure tutto finito quel "25 Aprile 1945", ecco quel giorno tanto atteso finalmente è
arrivato.
Ancora qualche scaramuccia, strascichi di guerra degli ultimi repubblichini illusi, coloro che non si volevano
arrendere anche se il loro capo Mussolini, indecorosamente vestito da tedesco cerca si salvarsi scappando.
Non riepilogo la storia degli ultimi giorni di guerra, anche in questo caso voglio ricordare ciò che per tutti noi,
per la mia famiglia in particolare, voleva dire la fine della guerra.
La famiglia si sarebbe ricomposta, mamma, soprattutto mamma poteva tornare a casa.
Ogni famiglia ha sofferto molto durante la guerra. Ognuno attendeva con ansia il figlio dal fronte o dalla
prigionia, ma noi oltre ad attendere i nostri fratelli, attendevamo la nostra mamma. Dopo tante sofferenze, non
potevamo dirci fortunati?
In pochi giorni ci ritrovammo tutti. Tutti ancora insieme, certamente provati, stanchi, ma ancora tutti insieme.
Quanta gente mancava all'appello. Quante mamme attesero invano i loro figli, ma soprattutto quanti ebrei non
tornarono dai campi di concentramento?
Ma nostra mamma era ancora con noi.
Appena per radio si ebbe notizia della fine della guerra, papà partì immediatamente per Foresto per riprendere
mamma.
Io rimasi a Bergamo con GianMaria, volevo che a mamma non mancasse nulla, avevo preparato tutto in ordine,
volevo festeggiare il ritorno con un buon pranzetto.
Avevo preparato anche una torta, però non ricordo per quale ragione dovetti andare dalla signora vicino per
metterla nel forno perché il nostro non funzionava.
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Non vi so immaginare quanto male rimase mamma quando non mi trovò in casa al suo ritorno, ma ancora
peggio rimasi io perché la torta non voleva essere pronta al momento giusto e mi obbligò fuori casa.
Tutto si risolse in un abbraccio e con una trionfante torta che doveva dissolvere ogni contrattempo.
Mamma con un volto felice, sereno, dimentica di tutto, girava per casa come per riprendere possesso del suo
regno. Rideva e piangeva come succede nei momenti commoventi della vita.
Uno alla volta tornarono Luciano, Andrea, Nicola ed ad ogni ritorno il pianto e il riso si sovrapponevano, la
commozione invadeva i nostri animi.
Certo le tribulazioni, le difficoltà non finirono.
Furono difficili anche i primi giorni d'inserimento nella vita comune. Tutto doveva tornare nella normalità. I miei
fratelli dovettero riprendere gli studi. Luciano doveva laurearsi in architettura, Andrea e Nicola in medicina.
La ripresa degli studi fu per loro molto difficile, eppure arrivarono anch'essi alla laurea.
La guerra lasciò ferite tremende, odi e incomprensioni che degenerarono anche in atti di violenza.
Ancora una volta il nostro papà ci fu da guida nell'aiutarci a comprendere anche chi aveva sbagliato, c'insegnò
a saper perdonare.
Si può perdonare è vero, ma non dimenticare e per noi la prigionia di mamma fu una vera ingiustizia e la guerra
con tutte le sue miserie e crudeltà lasciò un segno indelebile in tutta la nostra vita.
LA VITA RICOMINCIA - Mamma riprende in pieno il suo compito di sposa e madre.
Con gioia si aggira per la casa incredula che tutto sia finito, riprende a trafficare come sempre ha fatto.
Le sue piante verdi che ornavano la veranda e che io ho cercato di curare, riprendono vigore.
La casa si rianima, i figli vanno e vengono, i fratelli sono sotto pressione con i loro esami per recuperare il
tempo perduto.
Io riprendo ad insegnare più tranquilla, mamma a casa ha ripreso il suo posto ed io son ben contenta di cedere
a lei le redini ed avere più tempo per me.
Anch'io ho tanto da fare, anch'io posso pensare più a me, al mio avvenire.
Papà, come sempre, è pieno di lavoro, ma il suo volto è più sereno, presto il suo pessimismo cede il posto ad
un nuovo entusiasmo. La vita sociale e pubblica riprende ed anche papà ne sarà presto coinvolto.
Gli anni della guerra sono finiti, eppure quante difficoltà ancora da superare.
Come la nazione si riprende faticosamente ed ognuno cerca di collaborare perché tutto torni nella norma, così
anche nelle famiglie ognuno si dà da fare per riprendere il proprio lavoro, la propria posizione.
Tornano i soldati dalla guerra ormai finita.
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I meno sfortunati sono i prigionieri degli alleati, tornano dai campi di prigionia, dall'Africa, dall'America tornano
in discrete condizioni fisiche, alcuni hanno imparato l'inglese, hanno fatto amicizie, ma finalmente anche loro
hanno ritrovato la libertà che avevano perso per anni e gioiscono di questa riconquista.
Molti purtroppo non tornano, i più sono rimasti in Russia, altri in Germania. I pochi che tornano dai campi di
concentramento sono ridotti a pelle e ossa. Il loro rientro in Italia è una tortura da aggiungere a tutte le
sofferenze passate.
E a questo riguardo ricordo il compito molto importante svolto dalla Pontificia Commissione di Assistenza e
dalla Croce Rossa Italiana.
In Bergamo come in tutta Italia, ognuno cerca di fare qualcosa, bisogna andare incontro ai nostri soldati rimasti
lontano. Al vecchio "Istituto Dante Alighieri" si costituisce un Comitato della Pontificia Commissione Assistenza.
Si caricano i pochi camions vuoti con un po' di coperte, un po' di vestiario raccolto frettolosamente, un po' di
cibo per raggiungere i diversi punti della frontiera con l'Austria e la Iugoslavia dove sono attesi i nostri
prigionieri.
Le donne rimangono al Centro per raccogliere tutto ciò che è possibile prima della partenza dei camions, per
accogliere poi i prigionieri appena giunti, rifocillarli, vestirli ed avviarli poi nelle loro città di origine.
E' un lavoro immenso quello che si svolge, prima un po' incerto, come avviene in tutte le iniziative avviate
precipitosamente, poi a poco a poco ben organizzato e svolto con molta precisione.
Gli uomini svolgono il lavoro più difficile, tocca a loro partire con questi camions, cercare di raggiungere la
frontiera, trovare la benzina, aggiustare lungo il tragitto i vari pezzi dei camions che si rompono facilmente,
rintracciare lungo il viaggio che dura ore, qualche posto per riposarsi durante la notte, specie durante il viaggio
di ritorno quando sui camions si trovano i prigionieri affamati, laceri, ma soprattutto affaticati, bisognosi non
solo di cibo, ma anche di cure e ansiosi di arrivare a casa il più rapidamente possibile.
Ed eccoci un'altra volta ad incontrarci io e Camillo.
Camillo è in attesa di un lavoro definitivo, io insegno, ma tutti e due non rimaniamo indifferenti al richiamo di
aiuto.
Lavoriamo insieme, io con le volontarie, nell'Istituto, Camillo su e giù con i camions con i ragazzi che possono
guidare, organizza, raccoglie i prigionieri e li riporta alla base.
Parlare oggi di viaggi così allucinanti pare impossibile, eppure val la pena sentire i ricordi di Camillo per capire
quanto fossero tragici questi viaggi.
Arrivavano prigionieri non solo italiani, ma francesi, inglesi, russi, chiunque si trovava alla frontiera su camions
o sui rari treni, o meglio carri bestiami, per allontanarsi dalla Germania, dalla Russia.
Anche papà come medico svolge il suo lavoro. Gli vengono affidati gli ammalati più gravi specialmente quelli
che tornano con i sintomi della tubercolosi, papà è tisiologo e la sua opera è preziosa.
Persino mamma è coinvolta in questa opera. Non pochi russi approdano a Bergamo, più che tutto sono donne
prigioniere in Germania, si sono affezionate ai soldati italiani, non vogliono più tornare in Russia, si preparano a
sposare i nostri ex soldati e a vivere in Italia. E mamma diventa una preziosa interprete. Sono tre le donne
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russe che poi sposeranno tre bergamaschi e mamma rimarrà in relazione con queste giovani spose e darà loro
un aiuto perché possano inserirsi nella vita italiana.
Uno alla volta si laureano anche i fratelli, Luciano già architetto diventa pure ingegnere per fare contento papà,
Andrea e Nicola si laureano in medicina, piano piano si inseriscono nel lavoro. Solo GianMaria, giovane, ha
ancora gli studi liceali da finire ed in seguito l'Università, ma è bravo, riesce bene e non ha problemi.
Ma ormai la vita pubblica, politica coinvolge un po' tutti. E' ora di agire, bisogna lavorare, c'è tutto da fare.
Si riformano i partiti ed ognuno sceglie il partito di cui far parte. Papà entra nel Partito Democristiano, aveva
fatto parte da giovane del Partito Popolare, da cui la D.C. deriva, anche Andrea e Nicola entrano nel partito ed
anch'io faccio parte del Movimento Femminile della D.C.
Nei giorni successivi alla liberazione, il Comitato di Liberazione, CLN, nomina papà vice presidente
dell'Amministrazione Provinciale di Bergamo.
Nuove esperienze di pubblico amministratore gli si profilano nel clima di libertà riconquistata.
A 56 anni egli riprende il filo rimasto interrotto dal 1923, con slancio rinnovato e decisa volontà di agire.
Alle prime elezioni nazionali per l'Assemblea Costituente, mio cognato Carlo Cremaschi, giovanissimo viene
eletto deputato.
Marussia non è entusiasta, anche se orgogliosa, per lei comincia una vita difficile.
Mentre il marito è a Roma durante la settimana e sabato e domenica è sempre impegnato con i suoi elettori o
in giro nella bergamasca per comizi, lei è sempre sola con i bambini.
E anche qui mamma le sta molto vicina e l'aiuta come può. Anch'io che amo tanto i bambini, appena posso le
do una mano, soprattutto cerchiamo di farle compagnia.
PAPA’ SINDACO - Papà viene sempre più coinvolto nella vita pubblica, stimato, amato
da tutti non solo come medico, ma come uomo retto e giusto. E così a lui viene offerta la candidatura di
sindaco. Papà tergiversa, sa quanto lavoro lo aspetta per governare una città sconvolta, come del resto tutta
l'Italia, dalla lunga guerra.
Alla fine accetta di entrare nella lista della Democrazia Cristiana ad un patto, non fare comizi.
Egli continua il suo lavoro di medico, solo alla vigilia delle elezioni presenta alla cittadinanza il suo programma.
Il 18 Aprile 1946 viene eletto a grande maggioranza.
Il sindaco Galmozzi in città, 19 luglio 1946
Dopo la sua proclamazione a sindaco di Bergamo, papà tiene un discorso di cui riporto il punto più saliente
perché i miei figli possano conoscer bene il loro nonno.
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"In un pomeriggio dell'aprile 1923 la giunta e i consiglieri dell'ultimo Consiglio Comunale eletto liberamente
rassegna le dimissioni per la impossibilità di assolvere il loro mandato con dignità e con la necessaria libertà
d'azione. Io ero tra quei consiglieri. Scendemmo in quel giorno la scala del palazzo municipale con l'animo
pieno d'angoscia, l'amico Avv. Germati aveva previsto il peggio pronunciando "abjssus abjssum invocat". E
l'abisso invocò veramente l'abisso: l'oppressione interna prima, l'oppressione straniera poi, sventure di ogni
genere, catastrofi apocalittiche, eccidi mostruosi: questo fu il retaggio che il fascismo e il neo fascismo di Salò
lasciarono per il popolo italiano.
La liberazione non fu un dono gratuito degli alleati al popolo italiano: la Resistenza, moto spontaneo del nostro
popolo in sintonia coi liberi popoli d'Europa, è costata grandi sacrifici anche alla gente di Bergamo.
Con simili uomini non era possibile che la patria perisse e con essa il sentimento della libertà, che solo può
rendere la vita degna di essere vissuta".
Non voglio ricordare tutto quello che papà fece come sindaco. Guido Piovene nel suo libro del 1957 "Viaggio in
Italia" definisce il sindaco Galmozzi "uno dei migliori sindaci d'Italia".
Nel Corriere della Sera del 25 Maggio 1956, Enzo Grazini riconosce che per concorde riconoscimento,
Galmozzi era definito "il sindaco di tutti" perché non aveva mai chiesto a nessuno dei suoi amministrati a quale
partito appartenesse, ma solo sempre di che cosa avesse bisogno.
Voglio soffermarmi su alcuni episodi della nostra vita familiare nel periodo in cui papà fu sindaco perché in
questi episodi ritrovo l'uomo da stimare e ricordare con tanto orgoglio di figlia.
E' impossibile dimenticare quanto fosse occupato papà. L'ospedale, le visite a domicilio, lo studio a casa lo
impegnavano ore ed ore, eppure svolgeva il suo lavoro di sindaco per altre sei o sette ore al giorno. Terminati
gli impegni dell'Ospedale, entrava in Comune verso mezzogiorno dove si fermava fin verso le tre del
pomeriggio, un breve spuntino a casa e via nello studio dove lo attendevano pazientemente gli ammalati. Per
fortuna che ormai i suoi figlioli erano tutti laureati e non doveva più seguirli negli studi e nei compiti come era
suo orgoglio ed abitudine. Alla sera dalle sei alle nove e oltre ancora in Comune, apprensioni, difficoltà; egli si
sfogava qualche volta a casa ci raccontava tutto e credo che questi sfoghi gli facessero bene.
La famiglia Galmozzi
Mamma naturalmente, era orgogliosa della posizione di papà, ma non beneficiò per niente di essere moglie del
sindaco. Le piaceva essere vicino a suo marito nelle rare occasioni di qualche inaugurazione di mostre ufficiali
o qualche invito a teatro. Le pareva di rifarsi di tutti quei mesi vissuti di nascosto.
Quando per la strada incontrava qualcuno che chiedeva un aiuto particolare era disponibile per intervenire
presso di lui perché si prodigasse, se poi incontrava qualcuno che ne tesseva gli elogi, ne andava fiera. Povera
mamma! Quanto poco godette di questa libertà riconquistata, quanto poco godette di questi momenti lieti della
sua vita.
A disposizione del sindaco c'era un autista che doveva portarlo naturalmente di qui e di là dove l'attendevano i
vari impegni. Il Sig. Ravasio, l'autista del sindaco entrò in casa nostra come amico di famiglia, si può dire.
Stimava papà, lo apprezzava, qualche volta persino lo sgridava. Papà non voleva saperne di adoperare la
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macchina nera del Comune, doveva servire esclusivamente per le cerimonie ufficiali, in qualunque altra
occasione, anche se in servizio per il Comune, adoperava la sua vecchia Fiat 1500.
L'unico vantaggio era forse che la nostra vecchia macchina era sempre pulitissima.
Un'estate durante la stagione lirica all'Arena di Verona, papà fu invitato a presenziare ad un'opera diretta da
GianAndrea Gavazzeni.
Nella macchina del Comune c'era solo papà e il maestro accompagnati dall'autista .
Io mi ero permessa di chiedere se essendoci un posto vuoto potevo andare con loro. Non avessi mai osato
chiedere tanto! Alla fine però riuscii ad andare ugualmente per le insistenze del Ravasio.
Durante il viaggio io ero davanti con il Ravasio, papà e il maestro dietro. Non dimenticherò mai quel viaggio,
non mi fu mai rivolta la parola e così lo spettacolo che avrebbe dovuto entusiasmarmi ed appagare un mio
vecchio desiderio, fu un fallimento perché impresa infelice.
Quando papà non parlava voleva dire che non approvava. Per lui la mia presenza era fuori posto, mi aveva
accettata solo perché non era stato capace di dir di no all'autista Ravasio.
Questo era il sindaco di Bergamo, non concedeva nessun privilegio ai propri familiari.
ULTIMI ANNI IN CASA GALMOZZI - I più dolci, i più sereni vicino a papà e mamma,
che quasi alla fine di una vita dura, si preparavano a raccogliere il frutto di tanto lavoro, di tanti sacrifici.
La casa cominciava a svuotarsi, dopo Marussia, sposata nel '43, ecco Luciano ed Andrea sposarsi nel '46.
L'uno va in montagna a Olda a fare il medico condotto, l'altro abita in città in un appartamento di via Torretta.
Inizio di carriera difficile per tutti e due.
Andrea con la sua moglie Enrica, isolato lassù tra i monti, rimane per cinque anni, si fa ben volere da tutti; è
inesperto come ogni medico che inizia la sua carriera, ma il suo ottimismo, la sua bonarietà, la sua amicizia con
tutti lo aiutano nel difficile compito e in men che non si dica conquista i suoi malati. Ad anni ed anni di distanza
lo ricordano ancora e i figli dei figli che lui ha curato ricorrono ancora a lui quando hanno problemi per i più
piccini. Divenuto un buon pediatra a Bergamo, ormai è in pensione, dopo aver svolto il lavoro come primario
pediatra all'Ospedale di Seriate.
Luciano, vicino a Giuliana, inizia a Bergamo la sua carriera di architetto.
Anche per lui l'inizio è duro, tutti vogliono ricostruire, fare, ma il denaro è poco, i costi alti. Ad ogni modo fra i
suoi primi lavori c'è la chiesetta dei minatori nella pineta di Schilpario. Un gioiellino di architettura che ancora
oggi fa bella figura in quello scenario di montagna.
Avviati i fratelli maggiori nella loro carriera, rimaniamo a casa ancora in tre.
Io continuo ad insegnare serena e tranquilla perché svolgo un lavoro che mi piace.
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Nicola sta finendo gli studi di medicina, mentre GianMaria s'iscrive alla facoltà di legge alla Cattolica. Il suo
sogno è diventare magistrato.
In questo periodo conosce MariaPia Pettinari, una ragazza di diciotto anni, ha appena finito gli studi. E' maestra
in attesa del primo lavoro.
Figlia del direttore della Banca d'Italia, abita nella bella casa della banca stessa in Viale V. Emanuele.
Bionda, gentile, con uno sguardo dolcissimo incontra le simpatie di GianMaria, presto la loro semplice
amicizia si trasformerà in qualcosa di più. Sono troppo giovani per parlare di fidanzamento, ma la cosa è seria,
infatti Gian si sposerà con MariaPia cinque anni dopo il mio matrimonio.
Si dice rimaniamo in pochi, in realtà molto spesso la casa, specie alla domenica si riempie di nipotini che
incominciano ad invadere la casa e giardino, a sciupare qualche fiore, a rompere qualche oggetto.
A mamma non sembra vero incominciare a fare la nonna, non le pare vero di essere qualche volta ancora utile
ai suoi figli.
E in questa attenzione verso i più piccoli, non manco nemmeno io, mi piacciono troppo i bambini e non mi par
vero ogni tanto dare una mano a Marussia che ha ben presto quattro maschietti.
Un po' meno contento è Camillo che, incominciando a frequentare casa nostra come mio corteggiatore, vede
che dedico poco tempo a lui, perché sempre impegnata ad aiutare mamma nei pranzi domenicali.
Siamo nel '47 e tante incomprensioni fra me e Camillo cadono, piano piano l'amicizia si trasforma in qualcosa
di più profondo.
In quegli anni, papà sogna di costruirsi una casa; in via C. Battisti, dietro casa nostra c'era un magnifico vivaio
di piante e fiori, ma il fiorista divenuto vecchio pensa di ritirarsi e di vendere il terreno.
E' un posto grande, bello, confinante con il parco Suardi, un parco privato che col tempo, proprio mentre papà
è sindaco, diventa Parco Comunale perché papà riesce a farlo donare dal proprietario al Comune.
Ecco papà compiere il gran passo, compera il terreno ed insieme a Carlo, marito di Marussia, si accinge a
costruire una casa.
Al piano rialzato dovrebbe abitare papà con appartamento e studio, al primo piano dovrebbe entrare la famiglia
Cremaschi.
Ecco il progetto della casa nelle mani dell’architetto Luciano; passano i mesi, avanza il lavoro.
Ricordo ancora con che ansia mamma guardava quel progetto, i primi scavi, i primi lavori.
Povera mamma! Possibile che per lei tutto fu difficile. In quella casa che aveva tanto sognato non ci entrò mai.
E mentre là, nell'ex vivaio procedevano i lavori per la costruzione della casa, io continuavo a lavorare, a vivere
serena e a prepararmi al matrimonio.
Camillo aveva cominciato a lavorare in farmacia a Vaprio d'Adda, ma il suo sogno era di entrare come
ricercatore in una casa farmaceutica. Entrò alla Carlo Erba, incominciò il suo lavoro come farmacologo.
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In quegli anni entrai anch'io a lavorare nel Movimento Femminile della Democrazia Cristiana. Credevo che
fosse quasi un dovere dare il mio contributo anche nel campo politico. Mi ero buttata con entusiasmo, anche se
il mio compito era molto modesto, più che tutto un compito di organizzazione quando tutto era nuovo, tutto era
da fare; entusiasmo che durò molto poco quando compresi che la politica non era fatta certo per me, ma
soprattutto quando compresi che il meno entusiasta di tutti del lavoro che svolgevo era proprio Camillo, il mio
futuro marito che si aspettava ben altro da me.
Ad ogni modo la D.C. non perse niente a perdermi ed io ci guadagnai ancor di più a non lasciarmi coinvolgere.
Mi avvicinavo sempre più al grande passo che stavo per fare. Mamma era felice più di me e quando Camillo si
presentò in veste ufficiale a papà per chiedere la mia mano, tutto si svolse come era d'obbligo.
Camillo era un bravo ragazzo, aveva un lavoro, proveniva da una buona famiglia, niente da eccepire. Perciò
consenso ufficiale, consegna dell'anello, conoscenza con la famiglia Bianchi.
I Bianchi di Città Alta erano ben noti a Bergamo. Il papà Egidio, che lavorava al Credito Bergamasco aveva
allevato una famiglia di otto figli, di cui Camillo era l'ultimo. La mamma Annina era una Fumagalli, sorella
dell’avv. Giovan Battista, vice-sindaco quando papà era sindaco, dell’avv. Camillo poi Onorevole, del dott.
Giuseppe commercialista che aveva lo studio nelle stessa casa dove abitavano i Cesareni, del dott. Gino,
tisiologo come papà; tutti ben conosciuti a Bergamo e impegnati nella politica come esponenti cattolici. Dei
figli Fumagalli conoscevo alcune delle ragazze, ma non sapevo mai di quale ramo fossero.
I fratelli di Camillo, li conoscevo in parte anch'io. Eugenio lo conoscevo poco anche se sapevo che aveva
sposato la Rosetta Orlandi, sorella della Regina che invece conoscevo bene; Sandro lo conoscevo perché era
stato l’iniziatore e l’anima della Pontificia Commissione di Assistenza per il ritorno dei prigionieri e perché era
uno dei collaboratori del papà sindaco; Giuseppe lo conoscevo da tempo perché compagno di studi di Andrea
e perché aveva sposato la Sandra Marengoni che conoscevo; Clelia ed Anna le conoscevo dai tempi delle
Conferenze di S. Vincenzo: Anna che sposata era andata a vivere a Venezia, Clelia che insegnava e che
dedicava tutte le sue premure alla mamma e al papà. Non conoscevo per niente invece Suor Clara e Don Luigi,
missionario in America, li avrei conosciuti e tanto apprezzati dopo sposata.
Presto sarei diventata anch'io una Bianchi.
Ora si trattava di cercare casa, di preparare mobili e corredo. Anche allora cercare casa era un grosso
problema, per di più Camillo lavorava a Milano ed era sua intenzione andare a vivere là.
Ricordo ancora un viaggio fatto a Milano nell'aprile del '49 per vedere insieme a Camillo e mamma quella che
sarebbe diventata la nostra casa.
Non era pronta, bisognava per di più pagare tre anni di affitto in anticipo per aiutare il padrone a finire la
costruzione. E ancora una volta papà venne in nostro aiuto perché potessimo pagare in anticipo, avremmo
restituito il prestito quando avremmo potuto.
Come ci parve tutto bello! Incominciammo a pensare ai mobili, a recuperare qualche mobile vecchio, insomma
come tutti con tanto amore ci preparavamo a costruire il nostro nido.
Ma perché il diavolo ci mette sempre la coda? Anche questo periodo che, per me, doveva essere il più bello,
fu offuscato da un'altra brutta vicenda.
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Mamma fu colpita da un brutto male. Aveva sessant'anni, poteva incominciare a godere, a riposarsi ed invece
iniziò a stare poco bene.
Un terribile male le rovinò gli ultimi anni della sua esistenza, prima dubbi, poi certezze ci lasciarono sconvolti.
Un tumore maligno lavorava nascostamente e profondamente nel suo organismo.
Momenti di alti e bassi come sempre in questa malattia, le prime cure, le prime trasfusioni di sangue, ansie e
preoccupazioni a non più finire.
E mamma fingeva di non sapere, voleva ad ogni costo non pesare sul mio futuro, quasi voleva accelerare i
tempi del mio matrimonio perché io non venissi coinvolta dal destino che l'attendeva.
La nostra casa di Milano, sarebbe stata pronta solo in novembre, allora si decise di restare in casa Galmozzi
dal giugno, data fissata per il nostro matrimonio, fino a novembre.
La mia stanza di ragazza, fu svuotata, ridipinta e lì prese posto la nostra camera da letto e trovarono posto
perfino due poltrone in velluto marrone con tavolino, regalo degli zii d'America, due veri zii che vivevano
realmente in America, in Argentina. Erano parenti che alla fine della guerra avevano mandato a papà una
cassa con vestiti e non so cos’altro e quant’altro, anticipando gli aiuti UNRRA per le popolazioni colpite dalla
guerra. Ricordo che nella cassa assieme a tanta altra roba c’erano pezzi di sapone, scatole di lucido delle
scarpe, pacchetti di aghi per cucire. La cassa c’è ancora e fa bella mostra, verniciata di rosso, nell’anticamera
della casa di una figlia.
A proposito di aiuti UNRRA in casa mia ci sono ancora alcune di quelle coperte di lana, di colore marrone scuro
con bordi più chiari, che venivano vendute a prezzi di favore, dall’UNRRA. In casa mia nulla si distrugge,
perché tutto viene trattato con riguardo. Anche i giocattoli. Non sciupare e non sprecare è l’effetto di una
mentalità oggi non più capita e seguita. A questo proposito in casa, alla fine del pranzo, nulla deve restare sul
piatto, si prende di meno all’inizio. Sulla tovaglia non deve restare nessun boccone di pane. Credo che anche
questo mi sia venuto dal papà che quando era sindaco non faceva spese inutili sprecando i soldi di quelli di
Bergamo. Uno dei tanti insegnamenti di papà che mi sono rimasti dentro e per i quali gli sono riconoscente.
Finii a fine Maggio una supplenza scolastica che durò quasi tutto l'anno, eccomi libera per gli ultimi preparativi.
Fortunamente era un periodo buono per mamma che si dette da fare a più non posso per aiutarmi. Era allegra
e serena come non mai, non so se fingesse e dimenticasse i suoi guai, o se si illudesse, come capita spesso ai
malati di questa malattia, di guarire completamente.
Che dire di tutto quello che passava nella mia mente?
Mi si apriva una nuova vita con tutte le incognite che ne seguono.
Quarant'anni e più fa, i preparativi, sebbene più modesti di quelli di oggi, erano pressapoco uguali.
Vestito bianco, preparato dalla Signorina Gritti., fiori in Chiesa, confetti, bomboniere, preparativi per il
ricevimento e per il viaggio di nozze.
Oggi la Chiesa esige che si frequenti un corso di preparazione al matrimonio, ai nostri tempi si doveva
sostenere un piccolo esame presso il parroco.
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Il nostro parroco di allora era Don Guido Sala che era stato assistente alla FUCI nel periodo che noi
frequentavamo, perciò ci conosceva molto bene, ad ogni modo sostenemmo l'esame come tutti gli altri.
Ci avrebbe sposato Mons. Benigno Carrara, amico di famiglia che era stato per tanti anni parroco in Borgo S.
Caterina soprattutto era stato l'angelo protettore nell'avventura della nostra mamma.
Don Benigno, così era chiamato familiarmente, era stato nominato da poco Vescovo di Imola, ma certamente
non avrebbe mancato di festeggiare le nostre nozze, come poteva mancare lui, il grande amico di casa
Galmozzi?
11 Giugno 1949 il grande giorno atteso arriva, non ci siamo tutti, manca la mamma di Camillo appena uscita da
una grave malattia, ma la prima visita appena uscita dalla Chiesa è a casa sua; in un salottino pieno di fiori
bianchi ci viene incontro sorridente e festante mamma Annina.
La festa, prima in Chiesa attorniata da amici e parenti, continua a casa dove nel nostro bellissimo giardino
fiorito avviene il ricevimento.
Tutto bello, anche se semplice, tanta commozione, tanti saluti e addii alla nostra partenza per il viaggio di
nozze.
Lo sapevate che son partita per il viaggio con un cappellino di paglia con tanto di fiori e ciliege?
Proprio come la Regina Elisabetta d'Inghilterra che noi sempre prendiamo in giro.
E sapevate che per la cerimonia fu usata la vecchia auto di papà, una Fiat 1500 verde adoperata durante tutta
la guerra? Era stato, in vero, tirata a lustro dal Ravasio, ma anche questa volta vinse papà e non l'autista del
Comune che voleva ad ogni costo per le nozze della figlia del Sindaco, la macchina nera di cerimonia.
Però il Ravasio era riuscito a convincere papà ad accompagnarci in macchina fino al casello dell'autostradale
di Brescia dove sarebbe passato il pullman per Madonna di Campiglio, meta del nostro viaggio di nozze.
Risultato, non trovammo più i nostri posti prenotati e dovemmo accontentarci di viaggiare in fondo al pullman
stando tutte due poco bene.
Finale del giorno di nozze. La corriera si ferma a Pinzolo, l'autista si rifiuta di proseguire il viaggio fino a
Madonna di Campiglio con due soli passeggeri.
Lassù avevamo prenotato un bell' albergo, a Pinzolo in bassa stagione abbiamo dovuto accontentarci di una
stanzetta in un alberghetto in rifacimento.
Per fortuna il giorno seguente, Madonna di Campiglio ci accoglie con una splendida giornata di sole e
l'albergatore ci invita alla festa della I Comunione della sua figlioletta e così prolunghiamo anche noi la festa di
nozze.
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PREMESSA - Nel mese di ottobre 1998, il Museo Storico della Città