1 Sommario Le Cento Città * Direttore Editoriale Mario Canti Comitato Editoriale Laura Cavasassi Ettore Franca Alberto Pellegrino Anna Maria Zallocco Direzione, redazione, amministrazione Associazione Le Cento Città [email protected] Direttore Responsabile Edoardo Danieli Prezzo a copia Euro 10,00 Abb. a tre numeri annui Euro 25,00 Spedizione in abb. post., 70%. - Filiale di Ancona Reg. del Tribunale di Ancona n. 20 del 10/7/1995 Stampa Errebi Grafiche Ripesi Falconara M.ma 3Album Attualità del paesaggio di Gennaro Pieralisi 7Editoriale Il Manifesto di intenti, un percorso fra tradizione ed innovazione di Alberto Pellegrino 9Economia Santoni, l’impresa dei valori di Edoardo Danieli Il contributo della Facoltà di Economia Giorgio Fuà allo studio del modello marchigiano di sviluppo di Enzo Pesciarelli 15 Lo spettacolo Proposta di legge per una nuova Disciplina degli interventi regionali in materia di spettacolo di Ivana Iachetti 18 Paesaggio Paesaggio come luogo della memoria e dell’identità di Mario Canti 21 Arte Luigi Fontana (Monte San Pietrangeli, 1827-1908) di Marisa Calisti Fano e la Magnani di Alberto Berardi Periodico quadrimestrale de Le Cento Città, Associazione per le Marche Sede, Piazza del Senato 9, 60121 Ancona. Tel. 071/2070443, fax 071/205955 [email protected] www.lecentocitta.it * Hanno collaborato a questo numero Alberto Berardi, Marisa Calisti, Mario Canti, Edoardo Danieli, Giovanni Danieli, Pier Luigi Falaschi, Ettore Franca, Ivana Iachetti, Alberto Pellegrino, Enzo Pesciarelli, Gennaro Pieralisi, Giacomo Vettori In copertina Matelica, Mostra Potere e splendore degli antichi Piceni: Olla fittile con sostegno, entrambi decorati da numerose tazze e figurine zoomorfe appese. Matelica, località Passo Gabella. Tomba 1 (625-600 a.C.) Madonne d’Urbino, Banane del Congo e Nature morte di Fano di Alberto Berardi Giro di parole intorno alla parola. Dai graffiti a Dante e a Piero passando per internet di Giacomo Vettori 32 Enogastronomia La moretta di Ettore Franca 33 Il costume Il Settecento a Camerino visto da Verri di Pier Luigi Falaschi 37 Libri ed eventi L’opera lirica - Le mostre d’arte - I libri di Alberto Pellegrino 46 Vita dell’Associazione a cura di Giovanni Danieli Le Cento Città, n. 36 Album 3 Attualità del paesaggio di Gennaro Pieralisi Figura 1 Ho scelto di iniziare questo intervento mostrando le foto dei filari di alberi, soprattutto querce, che accompagnano per circa quattro chilometri la Statale 76 tra le uscite di Jesi nord e Jesi sud (Fig. 1 - 2 - 3 - 4), convinto che esse documentino in modo esauriente lo stato di degrado e di abbandono che sempre di più caratterizza la componente arborea del nostro paesaggio. Attenzione, non è un problema presente soltanto lungo questo breve tratto di strada, è un problema che riguarda tutta Italia, perché se focalizzate la vostra vista su questo obiettivo vi accorgerete che attorno a voi è pieno di alberi che stanno morendo. Figura 2 Figura 3 Figura 4 Figura 5 (Fig. 5) Ci sono querce secolari che stanno morendo senza che nessuno se ne preoccupi, poi se qualcuno, magari per necessità, ne deve abbattere una prende quattro anni di galera; allora a coloro che dovrebbero provvedere a tutelare questo aspetto del nostro paesaggio, quanti vogliamo darne? Questo della conservazione del patrimonio arboreo costituisce un problema che io ritengo determinante per la tutela del nostro paesaggio Le Cento Città, n. 36 Album 4 Fig. 6: ... c’erano i filari e le alberate; c’erano tutta una serie di coltivazioni che oggi non ci sono più che derivavano in realtà dall’organizzazione mezzadrile fondata in primo luogo sull’autoconsumo della famiglia coltivatrice... Fig. 7: ... poi la mezzadria è morta e a quel punto si è modificato il paesaggio, abbiamo tolto i filari di viti, c’abbiamo fatto la cultura estensiva del grano... Le Cento Città, n. 36 Album 5 agrario; che non é un paesaggio creato dalla natura, il nostro è un paesaggio che sa di sudore, sa di fatica, perché è un paesaggio fatto dall’uomo e che con l’uomo si modifica. Ho una certa età e sono nato in campagna, ricordo perfettamente quando il paesaggio era totalmente diverso da quello di oggi: c’erano i filari ad alberate (Fig. 6), c’erano tutta una serie di coltivazioni che oggi non ci sono più e che derivavano in realtà dall’organizzazione mezzadrile, fondata in primo luogo sull’autoconsumo della famiglia coltivatrice, c’erano gli ulivi, le viti, il granoturco, il boschetto per fare la legna; in tal modo il paesaggio si era modellato. La mezzadria è oggi scomparsa e si è modificato il paesaggio (Fig. 7), abbiamo tolto le alberate di sostegno alle viti, abbiamo messo le vigne a filari, abbiamo fatto la cultura estensiva del grano, abbiamo accorpato un po’ di colture. Cosa che per me poi non è un dramma perché il paesaggio è quella cosa che va con l’uomo, però sono un metalmeccanico che ama la natura e come cacciatore e pescatore la vivo dal di dentro. Il mio paesaggio è quel posto dove io ricevo l’impressione di starci bene, quello è il mio posto e allora quello è il mio paesaggio che può essere più o meno bello, ma è qualche cosa che è nato, è cresciuto, si è modificato con me, io non potrei vivere in un paesaggio di un altro, io sto qui, sono nato qui e questo è il mio paesaggio e penso che ognuno di noi ha il suo paesaggio, che far parte un po’ del nostro interno, del nostro modo di pensare e di vedere le cose. Io non ritengo necessaria una tutela rigida del paesaggio, pur non accettando la sua devastazione, penso sia necessario che questo si evolva con l’uomo, mi pongo infatti la domanda: se cinquecento anni fa avessero emanato tutte le leggi di protezione che ci sono oggi, ci sarebbe un paesaggio da tutelare? Il nostro paesaggio è questo, questi sono gli alberi che ci sono rimasti e francamente uno come me che da pescatore ha visto tante albe stando dentro l’acqua del fiume, ed è bellissimo vedere questi alberi da dentro l’acqua (Fig. 8), vederli morire così senza dire niente mi dispiace; io mi impiccio di molte cose, mi impiccio anche dell’edera che uccide gli alberi. Fig. 8: ... è bellissimo vedere questi alberi da dentro l’acqua del fiume, vederli morire così senza dire niente mi dispiace... Le Cento Città, n. 36 Editoriale 7 Il Manifesto di intenti, un percorso fra tradizione e innovazione di Alberto Pellegrino Cari amici de Le Cento Città, mi accingo ad assumere la presidenza regionale dell’Associazione per il prossimo anno sociale e rivolgo a tutti agli illustri Soci onorari un caloroso saluto e un sentito ringraziamento per la fiducia accordatami in modo plebiscitario, per cui ho ritenuto doveroso accettare questo prestigioso incarico, nonostante i molti impegni professionali e il “peso” degli anni che comincia a farsi sentire. Penso sia doveroso definire per prima cosa e in modo sintetico le linee morali e “politiche” che faranno da indirizzo durante questo anno di presidenza, partendo da una frase del filosofo cristiano-sociale Felice Balbo, tratta dal suo prezioso scritto L’uomo senza miti, scritta nell’ormai lontano 1945, ma ancora carica di affascinante attualità: L’Uomo è affermazione di libertà. La libertà si attua in ogni pensare, in ogni mestiere fatto non per se stesso, ma per farlo servire agli altri. Si attua con la fede nel programma, ma nel disprezzarlo in quanto mito, con l’adoperarlo solo per quello che serve e poi romperlo… Solo sull’Uomo ci si può fidare e non sulle formule, che sono il mezzo della sua vita ma non sono la sua vita stessa. In questo anno sociale la presidenza, il consiglio direttivo e il comitato editoriale delle rivista, nel redigere e attuare il programma, dovranno fare un costante riferimento al nostro Manifesto di intenti, che indica come valori “fondanti l’etica, il dialogo, la creatività, le conoscenze scientifiche, la serietà professionale, la cultura regionale”. Inviteremo pertanto tutti i soci e gli amici, che sono vicini alla nostra Associazione, a sentire un forte spirito di appartenenza e a vivere le nostre proposte come un’avventura dello spirito, intesa ad approfondire la conoscenza della cultura marchigiana nella sua interezza ed unità, nel pieno rispetto di quelle caratteristiche polimorfe che ren- dono così interessante la storia, le tradizioni, il patrimonio artistico e letterario, il tessuto sociale ed economico della nostra regione. Si tratta cioè di tenere sempre presente in primo piano quella ricchezza di valori morali e culturali che, senza ottusi localismi, può costruire uno strumento d’interpretazione e di umanizzazione della globalizzazione, di attenta “lettura” e di dialogo con altre culture ormai presenti nelle Marche. Il secondo impegno da assumere riguarda l’immissione di nuove personalità valide sotto il profilo culturale e professionale, che siano in grado di introdurre una nuova linfa generazionale e di allargare l’area delle competenze, in modo da aprire nuove frontiere alla ricerca, alla progettazione e alla realizzazione di iniziative capaci di fra crescere il prestigio e la possibilità d’intervento sul territorio della nostra Associazione. I tre obiettivi fondamentali dell’Associazione, anch’essi indicati dal Manifesto di intenti, saranno pertanto: 1. Informare nel modo più completo ed efficace i soci e gli ambienti esterni per quanto riguarda le molteplici componenti culturali, artistiche, economiche, sociali, antropologiche e geografiche della nostra regione. Questo obiettivo potrà essere realizzato nel modo migliore attraverso un’attiva partecipazione alle nostre iniziative, con il coinvolgimento di altre Associazioni e Istituzioni regionali, con l’uso di tutti i possibili canali di comunicazione, fra cui la nostra rivista che deve essere lo strumento di divulgazione delle nostre idee e dei nostri programmi, per tenere aperto un continuo dialogo con la società civile. 2. Incontrarsi con passione e impegno per trasformare ogni nostra iniziativa in una occasione di approfondimento delle nostre Le Cento Città, n. 36 conoscenze, per attivare un dialogo su gli argomenti più disparati e complessi, avvalendosi sia delle molte competenze presenti in mezzo a noi, sia delle competenze esterne, in una continua osmosi che consentirà all’Associazione di entrare sempre più in sintonia con la realtà marchigiana, sempre osservata e studiata in rapporto alla realtà nazionale e internazionale. 3. Contribuire con la nostra qualificata partecipazione alla riuscita di iniziative organizzate dalle Istituzioni o da altre Associazioni, secondo quello spirito di servizio e di volontariato che ha sempre caratterizzato l’Associazione, con l’unico fine di contribuire, attraverso idee, progetti e riflessioni comuni, allo sviluppo culturale, sociale e umano della nostra regione. Per questa ragione ho proposto al Consiglio direttivo l’istituzione delle seguenti aree specialistiche di programmazione e intervento con i relativi responsabili: - Area medica, Giovanni Danieli - Area del paesaggio e della tutela ambientale, Mario Canti - Area dell’etica e delle problematiche religiose, Laura Cavasassi - Area socio-economica, Folco Di Santo - Area del teatro lirico e di prosa, Enrico Paciaroni - Area di storia dell’arte e della Tela strappata, Grazia Calegari - Area storico-letteraria, Alfredo Luzi - Area dell’antropologia culturale e dell’enogastronomia, Hermas E. Ercoli In base alle nuove norme statutarie che riconoscono facoltà d’iniziativa e organizzativa ai comitati provinciali e ai pastpresident, facoltà estesa anche ai responsabili d’area, sarà possibile programmare e attuare particolari iniziative, previa consultazione del Consiglio diretti- Editoriale vo regionale. Da queste premesse derivano le Linee programmatiche generali per l’anno sociale 2008/2009 Vivere un rapporto creativo tra territorio e cultura Per approfondire la conoscenza del territorio regionale e per un migliore approccio nei confronti della cultura marchigana, vengono individuati alcuni convegni di studio e delle visite guidate di alcuni centri delle Marche, privilegiando la parte centrosud della nostra regione. Tutte queste iniziative e manifestazioni saranno caratterizzate da un approccio multidisciplinare, basato su informazioni rapide ma scientificamente valide, riguardanti la storia locale, la società e il costume, l’economia, l’archeologia, l’architettura e le arti figurative, la letteratura e il 8 teatro. • Iniziative “alla scoperta delle Marche” e visite a mostre e musei: 1) 21 settembre 2008 – Fermo, la sua arte, la sua storia. Mostra di Vincenzo Pagani. 2) 12 ottobre 2008 – Matelica, la sua arte la sua storia. Mostra Potere e splendore degli antichi Piceni 3) 9 novembre 2008 – Il Tour del sorriso. Tolentino – San Severino Marche – Montelupone 4) 24-26 Aprile 2009 – Viaggio alla scoperta di una grande corte rinascimentale: Arte, teatro, letteratura e architettura nel Ducato di Parma 5) Giugno 2009 – Un percorso nel Parco dei Sibillini alla scoperta del mito della Sibilla – Amandola • Iniziative di conoscenza e apprendimento della cultura marchigiana 1) Gennaio 2009 – Presentazione de La Carta della Terra – Recanati 2) Marzo 2009 – Convegno Il teatro di prosa ed il teatro lirico musicale (sede da definire) 3) Maggio 2009 – Convegno sulla civiltà del mare nella Marca del Nord - Fano 4) 5 Giugno – Convegno di Storia della Medicina nelle Marche, in collaborazione con la Facoltà di Medicina dell’Università Politecnica delle Marche – Ancona • Adempimenti associativi 1) 14 dicembre 2008 – Assemblea generale – Hotel Federico II – Jesi 2) Febbraio 2009 – Festa di Carnevale – Alla riscoperta delle antiche tradizioni carnevalesche marchigiane, musicali, gastronomiche e ludiche 3) 12 luglio 2009 – Antichi boschi e castelli settempedani. Assemblea di fine mandato - San Severino Marche. Le Cento Città Associazione per le Marche La pubblicazione de Le Cento Città avviene grazie al generoso contributo di Banca Marche, Carifano, Fox Petroli, Gruppo Pieralisi, Proel, Banca dell’Adriatico, Santoni, TVS Le Cento Città, n. 36 Economia 9 Santoni, l’impresa dei valori di Edoardo Danieli Trasmettere valori, questo è il vero lusso. Perchè i valori bisogna averli e, soprattutto, perché si deve essere in grado di costruire un ambiente in cui questi valori possano vivere. Andrea Santoni è un imprenditore che sa trasmettere valori. Produce calzature del desiderio restando coerente a una scala gerarchica di sentimenti che ne fanno non solo un’eccellenza ma soprattut- to una rarità. Famiglia, lavoro e qualità. Si declina attorno a questi tre capisaldi la vicenda imprenditoriale dai risultati straordinari oggetto di studio da parte delle più grandi università e per la sua unicità. E probabilmente irripetibilità. Perché c’è un’alchimia che sfugge ai dati e alle analisi numeriche e che, forse, si può cogliere soltanto visitando la fabbrica di Andrea e Giuseppe Santoni. Le Cento Città, n. 36 Corridonia. Quell’alchimia nasce dall’amore per il proprio lavoro e per il posto di lavoro. Quella “fabbrica”, talvolta invisa alle nuove generazioni specie marchigiane, è piuttosto il luogo dell’orgoglio. Ma non del padrone, di chi vi lavora. Di chi è chiamato a scegliere la pelle; di chi la taglia stando attento a non sprecare neanche un angolino, di chi la cuce, di chi Economia applica i tacchi rigorosamente Ilenia Santoni. fatti in casa. Potrebbe sembrare la più classica delle manovie a cui i capannoni immersi nella ex campagna, ora zone industriali, ci hanno abituato. Quando, però, vedi con che attenzione, si confrontano le due scarpe che dovranno vivere appaiate, capisci che non c’è solo attenzione. Ancor di più, nel reparto in cui avviene la “coloratura”. Come non pensare a quegli antichi laboratori artigianali in cui è nato il Rinascimento italiano? Macchine, testa ma soprattutto cuore. Lo assicura chi lavora qui. Al centro di questa alchimia c’è lui: Andrea Santoni. È vero, una ventina di anni fa ha “dato le chiavi” al figlio Giuseppe, a cui ora competono le decisioni. Ma è un dato di fatto che Andrea sia praticamente tutti i giorni in fabbrica, a verificare che quello che esce dalle mani dei suoi collaboratori sia quello che lui desidera. Perché in fondo, come sempre, è proprio il desiderio la molla della perfezione. La qualità, delle forme e del prodotto, è prima di tutto una necessità estetica interiore che non si può tradire. Dunque, Andrea al centro di questo sogno diventato talmente concreto da collezionare fatturati in continua crescita, da dar lavoro a 350 persone, da essere in vetrina nelle strade più eleganti di mezzo mondo. Andrea Santoni, fino al 1975, è stato capofabbrica in un’azienda calzaturiera. Accanto alla moglie Rosa, altra figura straordinaria e centrale di questa vicenda, affianca all’attività di dipendente, quella, per così dire, di libero professionista. Anni in cui alla mattina si lavora in fabbrica; alla sera nel laboratorio di casa. La 10 data che segna lo spartiacque è il 1975. C’è un desiderio di cambiamento, dettato dall’innovazione, altro valore a cui Andrea Santoni sarà sempre fedele, che spinge a mettersi in proprio. Nasce la Santoni, inizia quella cavalcata, tuttora in corso, che porta l’azienda a consolidare un marchio divenuto uno dei più celebri rappresentanti del Made in Italy. Nasce quell’ambiente in cui l’idea primigenia di impresa, sicuramente già chiara nella mente di Andrea, potrà crescere. Qualità allo stato puro. È questa la linea da rispettare. Nella lavorazione, nella scelta delle materie prime, nella ricerca estetica delle forme. Fino alla confezione in cui questi tesori per piedi vengono custoditi e ai negozi in cui potranno essere acquistati. Lo spirito Santoni informa una calzatura che non è mai ostentazione ma che è lusso proprio per i valori che incorpora. Adesso, nel marketing, si chiama brand. È la parte immateriale di un prodotto, è il sussurro che segna la differenza. Nelle calzature di Santoni, la tradizione del saper fare del calzolaio marchigiano si declina al futuro. L’artigianoartista si fa impresa; la continuità s’arricchisce della capacità di andare avanti. Certo che nessun cinese potrà mai copiare; certo che anche le nostre università si interroghino su come sia stato possibile questo connubio tra artigianato e imprese. È indecifrabile, ma sicuramente comprensibile. La continuità, per esempio. Niente la rappresenta meglio della famiglia. Così, non appena Giuseppe e Ilenia, i figli di Andrea e Rosa, hanno l’età della ragione, ecco che c’è spazio per Le Cento Città, n. 36 loro. Altra intuizione formidabile per un’imprenditoria gerontocratica come quella marchigana in particolare ed italiana in generale. Giuseppe diventa amministratore delegato una ventina di anni fa; Ilenia è consigliere delegato e responsabile amministrazione e finanza. La presenza e l’attenzione di Andrea, come detto, non vengono meno. Come non viene meno la coerenza: anche quando dissente dalle idee del figlio, è sempre pronto ad accettarne la decisione. C’è un solo presidente, citando Barack Obama. Anche perché gli anni di Giuseppe sono gli anni del consolidamento e dell’allargamento dell’attività al settore donna e bambino. Sono gli anni in cui, anche qui con una lungimiranza rara dalle nostre parti, al nucleo famigliare s’affiancano manager che, in specifici settori, aggiungono competenze innovative, che rispettano la tradizione, ma sono sicuramente una marcia in più. Tra l’altro, da sottolineare, l’alta capacità attrattiva della Santoni rispetto ad aziende dalla collocazione geografica ben più facile. La presenza della Santoni s’estende ai negozi di Stati Uniti e Giappone, dopo aver conquistato Russia e Nord Europa. E qui nelle Marche? E qui c’è il colpo di genio. Un altro. La vera cifra di un successo che, prima che professionale, è sicuramente umano perché l’impresa non si nutre di solo profitto. Nasce la Scuola per calzature. Sempre nella fabbrica di Corridonia, in fondo alle linee produttive, ci sono cinque postazioni in cui gli anziani maestri calzolai insegnano ai giovani i segreti dell’antico mestiere con trincetto, lesina e martello. Un’iniziativa fortemente voluta da Andrea, viste anche le difficoltà dell’azienda di trovare manodopera qualificata: la disaffezione verso il lavoro manuale è il grande pericolo, più della concorrenza o della crisi dei consumi. Perché questo sogno è diventato realtà proprio grazie alla capacità delle mani di saper costruire opere d’arte. Perché il sogno vuole continuare. Economia 12 Il contributo della Facoltà di Economia Giorgio Fuà allo studio del modello marchigiano di sviluppo di Enzo Pesciarelli* 1. Se si dovesse sintetizzare in un unico messaggio l’obiettivo della Scuola di economia diretta da Giorgio Fuà - ideatore e fondatore della Facoltà a lui intitolata - si potrebbe dire che essa è stata orientata alla formazione di un economista utile, ossia di un economista impegnato a “studiare i problemi della società nella loro concretezza e completezza”. L’economista deve essere pienamente consapevole dei limiti degli strumenti che usa, deve costantemente impegnarsi a migliorarli e deve necessariamente adottare un approccio interdisciplinare, interagendo con altri scienziati sociali (demografi, sociologi, giuristi, aziendalisti, statistici, storici), se vuole cogliere a fondo le determinanti dello sviluppo e del benessere collettivo. Un metodo dunque che sembra anticipare gli studi contemporanei sulla governance, che sono espressione di un nuovo modo di guardare alle determinanti dello sviluppo economico, non più limitate a fattori prettamente economici, ma istituzionali in senso lato. 2. Su queste premesse si fonda l’analisi fuaiana di quella particolare traiettoria di sviluppo che si afferma in Italia, soprattutto nelle regioni del Nord Est e del Centro (NEC), fondata sulla diffusione di sistemi produttivi locali basati sulla presenza di piccole imprese. Fuà evidenzia nei suoi studi la relazione esistente fra la piccola dimensione di impresa e il particolare quadro ambientale in cui essa opera, frutto di un’articolata serie di fattori che fanno da sfondo al processo di industria* Preside della Facoltà di Economia Giorgio Fuà dell’Università Politecnica delle Marche lizzazione. Viene così elaborato un modello di sviluppo del tutto originale caratterizzato da una relazione non conflittuale fra ambiente e potenzialità imprenditoriali che dovrebbe dar luogo a un processo propulsivo di crescita senza traumi né fratture. Cioè di una forma decentrata di sviluppo che, senza sconvolgere in modo irreparabile il territorio e il paesaggio, nonché il quadro sociale della comunità che in essi vive ed opera, riesce a tenere assieme vecchio e nuovo, storia e presente. 3. Ma è lo stesso scopo dell’economista a mutare in una sorta di ritorno al futuro. L’economista politico e il riformatore sociale nell’ottica di Fuà sono infatti strettamente connessi, nel solco della tradizione classica del pensiero economico: “L’economista politico ha dunque questa prospettiva: egli cerca di valutare ciò che è meglio per la collettività, ma un metro di valutazione universalmente riconosciuto non c’è e quindi qualunque soluzione egli arrivi a proporre resterà aperta a controversie”. Da un lato, dunque, il fine che Fuà stesso definiva «ambizioso, forse addirittura presuntuo- Giogio Fuà. Le Cento Città, n. 36 so» di perseguire il maggiore benessere collettivo come tema principe dell’indagine economica, dall’altro, la puntuale attenzione al «miglior funzionamento dei meccanismi sociali», da cui quel benessere trae origine. In questo senso possiamo osservare il passaggio da una logica meramente quantitativa ad una che tiene sempre più conto degli elementi qualitativi dello sviluppo. A mio parere è questo uno dei risultati più interessanti e fruttuosi del metodo interdisciplinare adottato da Fuà. Esso infatti - attraverso l’alternarsi dei diversi punti di osservazione - permette di assumere una concezione più completa dell’uomo e delle condizioni che influiscono sul suo benessere, allargando lo sguardo ai nessi che legano popolazione e ambiente. Come è stato felicemente osservato: Economia “Da un simile approccio emerge il rapporto difficile e irrisolto tra le trasformazioni di un’Italia cresciuta in fretta ed in modo disomogeneo ed il suo territorio modellato dalla cultura e dalla storia. Nel quadro affiorano le ferite prodotte da un uso dissennato e miope delle risorse ambientali, le lacerazioni sociali e i rischi ancora incombenti di un mutamento tecnologico e dei costumi rapido e poco accorto: di fronte ad essi l’urgenza di una conciliazione attraverso una politica complessa capace di contempcrare la conservazione del paesaggio e della sua memoria storica con l’esigenza economica di un’evoluzione accettabile, basata da un lato sul rispetto e la valorizzazione dell’ambiente nelle componenti naturale e storica, attraverso interventi di riorganizzazione e riqualificazione del territorio e dall’altro sulla creazione delle condizioni per un armonico sviluppo delle diverse parti del territorio”. Donde la critica che Fuà svolge al crescente processo di mercificazione che caratterizza lo 13 sviluppo economico contemporaneo e che sembra assumere tratti a un tempo profetici ed utopici: “l’estensione del mercato ai diversi aspetti della vita e la quantità di merce prodotta hanno raggiunto dimensioni tali... che ulteriori aumenti non presentano più connotati così nettamente positivi dal punto di vista del benessere della popolazione”. 4. Attraverso la crescente aporia fra la definizione usuale di crescita e il più ampio ma problematico concetto di benessere, entrano in crisi anche i contorni dell’espressione più piena dell’uomo e delle sue potenzialità creative, cioè del lavoro. Egli scrive: “II lavoro può risultare più interessante se chi lo fa è posto in condizioni di sentirsi partecipe della gestione e dei successi dell’operazione produttiva in cui viene impegnato, se ha modo di riconoscere nel prodotto una propria creazione; e così via. Oggi nei paesi ricchi è probabilmente più urgente studiare le vie per restituire interesse al lavoro nei sensi sopra accennati, piuttosto che le vie per aumentare di qualche punto percentuale la quantità di merce prodotta... Eppure noi economisti continuiamo a dedicare tanti studi alla produttività e al salario, ma quasi nessuno alla soddisfazione del lavoratore”. Un simile approccio determina necessariamente anche una diversa concezione dell’imprenditore, visto come colui che “considera propria missione quella di formare, guidare, sviluppare un gruppo di persone facendole sentire partecipi di un’operazione creativa comune della quale essere tutte orgogliose”. Ma sotto questo profilo le conseguenze non si fermano qui. Fuà pensava che compito precipuo dello scienziato sociale fosse anche quello di analizzare: a) i casi di attività attualmente mercificate per le quali fosse possibile pensare un’alternativa più soddisfacente organizzata in forma non mercificata; b) le formule non mercificate di organizzazione che potrebbero essere utilmente impiega- Il cortile interno della ex caserma Villarey ora sede della Facoltà di Economia. Le Cento Città, n. 36 Economia te; c) l’influenza che la forma giuridica, la dimensione e il modo di organizzazione dell’impresa hanno sulla soddisfazione del lavoro; d) la praticabilità di un sistema di partecipazione agli utili e alla gestione dell’impresa da parte dei lavoratori; e) i possibili vantaggi che da ciò potevano scaturire dal punto di vista dell’occupazione, della produzione e della retribuzione, nonché dal punto di vista dell’integrazione sociale e dell’autorealizzazione. Da ultimo, ma non per ultimo, non posso non accennare ad un’altra realizzazione di Fuà come imprenditore culturale. Intendo la fondazione dell’ISTAO - Istituto per gli studi economici e sociali Adriano Olivetti - avvenuta nel 1967 sul modello, fortemente innovativo per l’epoca nel nostro Paese, delle business school di tradizione anglosassone. Con ciò Fuà intendeva percorrere una via italiana alla formazione degli economisti, con una particolare attenzione agli studi manageriali. In che senso si può parlare oggi di una continuità nella nostra Facoltà rispetto all’insegnamento di Fuà? Quanto all’ISTAO i rapporti con il nostro Ateneo e la Facoltà di Economia si sono fortemente consolidati sia sotto il profilo istituzionale che sostanziale e stiamo operando attivamente affinchè possano dar luogo a ulteriori sviluppi. Quanto alle direttrici di ricerca la nostra Facoltà continua a lavorare sulle indicazioni di Fuà sotto molteplici aspetti. L’attenzione allo sviluppo dell’economia nazionale e regionale sia sotto il profilo reale che finanziario, alle tendenze demografiche, al territo- 14 rio, alla tutela dell’ambiente e del paesaggio, ai profili istituzionali, alle prospettive economiche, sociologiche e giuridiche del mercato del lavoro, ai possibili sviluppi insiti in una concezione pluralistica delle forme di impresa, per ricordarne solo alcuni, sono tutti temi al centro della nostra attività di ricerca. Si può ben dire che se di continuità si può parlare, si tratta di una continuità che è nell’aria nella nostra Facoltà e che, anzi, si è rafforzata, coinvolgendo - quasi inconsapevolmente - anche studiosi esterni alla più ristretta cerchia degli allievi diretti di Fuà. Al tempo stesso si è andati oltre, tenendo conto dei nuovi pressanti problemi che sono apparsi sull’orizzonte del nostro modello di sviluppo. Sono emersi così studi centrati sui punti di forza e di debolezza tipici dell’Italia che risultano accentuati in questa piccola regione, nella quale, come è stato osservato, “ai vantaggi di coesione sociale, imprenditorialità diffusa, flessibilità produttiva si contrappongono i rischi di frammentazione localistica, fragilità competitiva e periferizzazione”. Con conseguenze non di poco conto su alcune debolezze strutturali in termini di produttività e internazionalizzazione. Quanto al primo aspetto sono maturate indicazioni ormai ben note, ma non ancora evase, relative alla necessità di introdurre innovazioni tecnologiche, organizzative e infrastrutturali tali da determinare un generale innalzamento della produttività. Un ruolo centrale non può che essere assunto sotto questo profilo dall’attività di ricerca che è però largamente sottofinanziata sia a livello nazionale che locale, sia sotto il profilo pubblico che privato. Le Cento Città, n. 36 Quanto al secondo aspetto, un tema su cui si è concentrata l’attenzione riguarda quello che è stato definito da un autorevole collega come il rischio di una progressiva perdita di centralità della economia marchigiana. Secondo questo approccio il rischio da evitare è quello di subire passivamente l’integrazione esterna e di saper gestire in modo attivo le varie fasi dell’internazionalizzazione, evitando che la regione diventi semplicemente terreno di conquista e si accentui la dipendenza da centri decisionali e gestionali esterni. A mio parere una delle due grandi sfide che oggi questa regione ha di fronte a sé è proprio quella di contrastare il rischio della perdita di centralità. Il rischio di tornare ad essere, attraverso un processo apparentemente lento, ma che può però diventare inesorabile, ciò che nella storia precedente le Marche sono sempre state: Marca, cioè regione di confine. L’altra, e con ciò mi ricollego idealmente alla tradizione fuaiana, si riferisce alla tutela dell’ambiente e del paesaggio - una ricchezza fondamentale della nostra regione anche sotto il profilo economico - che oggi è seriamente minacciata a causa di una pericolosa carenza di pianificazione territoriale. Per concludere, io credo che i possibili esiti negativi relativi a queste due criticità possano essere efficacemente contrastati, ma per far ciò occorre che le professionalità e le competenze intellettuali, in una parola il capitale umano, di cui la nostra regione è così ricca - ma che sono spesso sottoutilizzate - abbiano la possibilità di essere messe concretamente alla prova. Lo spettacolo 15 Proposta di legge per una nuova Disciplina degli interventi regionali in materia di spettacolo di Ivana Iachetti L’intervento trova un particolare significato se si ricollega all’iniziativa che due anni fa questa stessa Associazione aveva promosso attraverso un convegno che si interrogava se un sistema lirico musicale nelle Marche c’era; è molto soddisfacente che oggi ci si ritrovi a dimostrare che appunto il sistema innanzitutto c’è, e si sta sempre più consolidando. Già allora era nato il Circuito Lirico dalla collaborazione tra il Teatro Pergolesi di Jesi, il Teatro dell’Aquila di Fermo e il Teatro V. Basso di Ascoli Piceno. Nel frattempo nel 2007 è nato il Polo lirico, M3 Marche Musica per il Mondo tra lo Sferisterio di Macerata, la Fondazione Muse di Ancona e la FORM, (trasversale ovviamente a questi due accordi c’è anche la Corale Bellini che nella maggior parte dei casi canta nelle produzioni liriche). Recentemente, ed è per la prima volta, nella Stagione lirica del Teatro Pergolesi di Jesi 2008 verranno rappresentate due opere, una delle quali è in coproduzione con lo Sferisterio di Macerata, la Tosca e una con il ROF, Viaggio in Reims; questo è un altro segnale molto importante, che va a completare quel quadro di sistema e integrazione. Per completare tale panorama musicale marchigiano, c’è in parallelo quello che è successo nel campo della musica contemporanea dove le tre associazioni che tradizionalmente organizzavano jazz nella nostra regione, ovvero Ancona Jazz, il TAM di Porto Sant’Elpidio e Fano Jazz Club, fino a qualche anno fa non avevano alcuna collaborazione né una visione armonica nella loro programmazione, hanno fondato nel 2007 Marche Jazz * Responsabile Attività Culturali e Spettacolo dell’Assessorato Beni ed Attività Culturali della Regione Marche. Relazione tenuta al Convegno Il sistema lirico musicale nelle Marche, promosso da Le Cento Città ad Ancona, Teatro delle Muse, il 15 maggio 208. Network prevedendo una condivisione di cartelloni e di strategia comunicativa. E se tutte queste cose che sono successe, un po’ di merito va sicuramente al nostro lavoro, anche se non si finirà mai di dire che i fondi per la cultura dovrebbero essere raddoppiati e considerati strategici. Oltre a questo però sicuramente un grazie va a tutti gli operatori che hanno lavorato con noi con passione e competenza; quindi se il sistema c’è è un frutto assolutamente condiviso e compartecipato. Passiamo all’analisi della proposta di legge che è bene sottolineare attualmente è in fase di discussione presso la 1° Commissione Consiliare e potrà essere ampiamente rivista e modificata; questa è la prima volta che in qualche Ivana Iachetti. Le Cento Città, n. 36 modo si esemplifica l’attenzione sullo spettacolo, perché la legislazione regionale in tutti questi anni si è occupata di spettacolo sempre stata in modo trasversale. Si iniziò negli anni Ottanta con la legge 16/81 che genericamente dava contributi alle attività culturali in cui c’erano tutte iniziative sparse di spettacolo, poi con l’avvento dell’Assessore Troli, si passò alla legge 75/97 che prevedeva un Piano della cultura al cui interno un paio di programmi riguardavano lo spettacolo. Dopo di che sono nate altre leggi “ad hoc”: la L.R 20 del ‘96 che assicura contributi per la promozione e l’immagine turistica al ROF e allo Sferisterio, e poi la L.R. 2 /00 che ha istituito la FORM. Quindi questa di oggi è sicuramente una proposta di legge che affronta il settore spettacolo nella Lo spettacolo sua complessità, dal vivo e riprodotto. Intanto quest’atto si rivela quanto mai significativo, perché non solo colma un vuoto legislativo regionale, ma colma un vuoto legislativo che è prima di tutto nazionale, perché, come saprete, a livello nazionale la legge sulla musica, la 800, ha ormai più di 40 anni, la prosa non ha mai avuto una legge di settore, e il Fus L.163 /85, è andato sempre avanti con regolamenti attuativi che ovviamente non hanno il peso e la dignità di una legge. L’obiettivo principale della nostra legge è anche quello di razionalizzare le risorse in un momento in cui gli investimenti nel settore cultura già a livello nazionale non danno segnali rassicuranti e probabilmente continuerà ad essere così. Pari attenzione è dedicata alla possibilità anche di incentivare nuovi progetti che siano in grado di garantire attraverso dei ricambi generazionali l’ampliamento del pubblico, la realizzazione e la diffusione mirata di prodotti da qualità che possano incentivare anche il turismo, con un’offerta di spettacoli che fra l’altro si rivela sempre più concorrenziale con quello che fanno le altre regioni. La promozione e l’organizzazione delle attività dello spettacolo dal vivo, comprendenti teatro, musica, danza, spettacoli di strada e circensi, perché fra l’altro i Comuni hanno anche competenze in questo settore, nonché del settore cinematografico audiovisivo, sono poi demandati all’individuazione di strumenti programmatici, uno di più ampio respiro che noi faremo coincidere con la durata della legislatura o almeno triennale, e uno più breve, che è appunto il Programma operativo annuale fatto in concorso con le Province e i Comuni, nel rispetto delle relative competenze e delle funzioni gerarchiche. Per rendere più agevole, questa è una novità molto attesa dagli operatori, la gestione dei programmi d’intervento, si dispone intanto l’introduzione di un fondo unico regionale destinato a raccogliere tutte le risorse finanziarie pubbliche, ed eventualmente private, destinate alle attività di spettacolo, ma soprattutto si dà vita all’istituzione di 16 un fondo di anticipazione, che altrove è stato chiamato fondo di rotazione, prendendo spunto da quello che e successo in altre regioni, e soprattutto da quello istituito dalla Regione Toscana che lo ha previsto per alcuni soggetti dello spettacolo. Questo fondo consentirà alla Regione di anticipare alle istituzioni che ne hanno accesso, identificate come soggetto di primario interesse regionale e con le dovute garanzie, un credito rapportato al contributo assegnato dallo Stato, anticipato a inizio anno, evitando l’oneroso ricorso ai prestiti bancari in attesa dei fondi statali. Questa legge prevede anche il recepimento di quello che il decreto legislativo 28/2004, il cosiddetto decreto Urbani, dà come competenza alle Regioni, ovvero il parere per l’apertura o la destinazione d’uso delle sale cinematografiche, oltre alla promozione del cinema di qualità, una competenza questa, che già le Regioni avevano e hanno svolto in tutti questi anni. C’è da dire una cosa molto importante, il testo dell’articolato è stato oggetto di ampia e partecipata condivisione e tiene conto delle molte osservazioni fatte; perché noi abbiamo condiviso, sentito e, per quanto è stato possibile, ovviamente, tenuto conto degli emendamenti che non stravolgessero quella che era l’idea della legge. Con deliberazione di Giunta la legge è stata trasmessa in Consiglio Regionale, dove la Commissione Consiliare competente ha fatto altre audizioni con gli enti e gli operatori del settore e, ripeto, sta lavorando assiduamente sulla pdl per farla approvare e diventare operativa entro gennaio 2009. Il testo è fatto di 15 articoli e chi volesse consultarlo, cosi come licenziato dalla Giunta, può trovarlo sul nostro sito www. cultura.marche.it Passiamo intanto all’analisi degli articoli. - l’art. 1 definisce le finalità e l’oggetto della legge, il rispetto dello statuto regionale da quanto previsto dalla norma statale, ecc., Le Cento Città, n. 36 viene posta questa attenzione alle nuove generazioni, sia come fruitori che come produttori di spettacolo ai nuovi linguaggi, all’intercultura, una meta per le persone socialmente svantaggiate, per i disabili, in questo abbiamo anche recepito molte indicazioni della Convenzione Unesco. Un’attenzione per i piccoli Comuni con un’offerta di servizi culturali, ecc., poi ci sono alcuni commi che riguardano il settore del cinema. - L’art. 2 individua le funzioni della Regione ai fini poi della programmazione, del coordinamento, del controllo dei settori disciplinati dalla legge. È importante perché nell’art. 2 c’è la distinzione che qualifica tutto l’articolato delle leggi tra i progetti regionali e i soggetti regionali perché i progetti regionali sono quelli dove può finire il nuovo, o quelli eventualmente rimasti fuori dai PIR, quindi progetti che hanno bisogno appunto di passare al vaglio della Regione, di avere certe caratteristiche; invece i soggetti regionali sono quelli, appunto i PIR dell’art. 8 e quelli che costituiscono l’Albo all’art. 9. Anche qui ci sono una serie di commi che prevedono la nascita della Film Commission ,la riformulazione della Mediateca delle Marche, ecc. - L’art. 3 definisce e attribuisce competenze alle Province in merito sempre a degli interventi nel settore dello spettacolo come ente di raccordo e di recepimento delle stanze territoriali, ovviamente tutto questo dovrà essere in piena sintonia con la programmazione regionale, infatti ad un certo punto si dice che dovrà esserci una verifica di conformità regionale, significa che in qualche modo se già nel passato il piano della cultura dava indicazioni programmatiche alle Province, non sempre poi eravamo in grado di controllarle, questa volta nel piano dello spettacolo daremo delle indicazioni programmatiche e le Province in qualche modo quello che accoglieranno come ipotesi di sostegno allo spettacolo, dovranno farcelo conoscere prima. - L’art. 4 stabilisce le funzioni dei Comuni; soprattutto c’è l’attenzione alla valorizzazione anche dei beni culturali, cioè dei siti Lo spettacolo monumentali, i teatri, ecc. che ricade sotto la competenza più diretta dei Comuni e anche un’attenzione maggiore alle comunità locali. - Dall’art. 6 cominciano ad essere articoli dove si parla della programmazione, quindi si prevede l’approvazione da parte del Consiglio Regionale di un piano pluriennale dello spettacolo, che individua le priorità e le strategie, e poi da parte della Giunta Regionale, sentita la Commissione Consiliare, di un programma operativo annuale che individui le modalità di riparto e delle risorse da destinare agli interventi, anche i criteri e le modalità per la presentazione e la valutazione dei progetti da finanziare. Qui si prevede di individuare degli indicatori di verifica, di efficienza e di efficacia; ma questo non è nuovo, perché noi nel tentativo di mettere degli sbarramenti alle domande, all’inizio del 2006 introducemmo dei bandi di accesso ai finanziamenti della L.R.75-97 relativi allo spettacolo che sono stati presi e un po’ copiati dalla Regione Emilia Romagna che molti hanno giudicato farraginosi, e complicati, però in essi era già predisposta quella verifica di indicatori di efficacia e di efficienza che vengono richiesti anche adesso. - L’art. 7 definisce i progetti di iniziativa regionale e locale, è un articolo breve e dà indicazioni di quello che Regione prevede debbano essere i progetti regionali, che si dice debbano riguardare in particolare attività di carattere innovativo, in grado di produrre servizi, esperienze, metodologie, modelli disseminabili ed esportabili finalizzati alla riduzione degli squilibri sociali e territoriali che interessano una pluralità di soggetti istituzionali o che investano ampie porzioni del territorio regionale. È importante poi il comma 2 perchè i progetti locali predisposti dagli enti locali e dai soggetti pubblici e privati, dovranno prevedere l’impiego da parte dei soggetti iscritti all’Albo di cui all’art. 9 (condizione di priorità per la concessione dei contributi regionali). Con questo ci è sembrato di dare dignità all’albo perché esso dovrà fotografare qualitativamente quello che è 17 il mondo dello spettacolo, ed è giusto che i progetti prevedano quindi l’utilizzo poi di quei soggetti. - Arriviamo all’art. 8, ovvero i famigerati PIR; in qualche modo abbiamo pensato che forse richiamandoci a quelli che sono i riconoscimenti ministeriali era la cosa più tranquilla, non abbiamo messo i nomi, ma li abbiamo messi nelle norme transitorie, perché altrimenti significava davvero fare la fotografia ancora una volta seppur dei soggetti di primario interesse regionale, abbiamo preferito privilegiare quelle che sono le funzioni di questi soggetti, quindi leggiamoli insieme perché in qualche modo questo è un articolo che sta a cuore a molti. Sono iscritti nel settore dello spettacolo dal vivo i soggetti operanti nel territorio regionale da almeno un decennio, di cui la Regione è socio fondatore o riconosciuta ai sensi di norme statali o regionali per i settori ai quali la Regione medesima riconosce un ruolo di rilievo nelle seguenti attività di cui ai decreti ministeriali attuativi della legge 30 aprile 1985, n. 163, ovvero attività teatrale stabile, teatro di figura, distribuzione, promozione e formazione del pubblico, promozione della danza e perfezionamento professionale, teatri di tradizione, istituzioni concertistico-orchestrali, festival e rassegne.. - Il comma b) I Comuni e gli altri soggetti che svolgono attività di lirica ordinaria ai sensi di norme statali per il settore e c) le strutture innovative che coinvolgono almeno tre soggetti iscritti all’albo di cui all’art. 9 e poi sotto si passa a parlare del settore cinema . - L’art. 9 prevede l’istituzione dell’albo regionale allo scopo di creare un quadro dei soggetti dello spettacolo in grado di rispondere ad elevati standard di qualità; qui ci sono una serie di caratteristiche che appunto denotino un’attività consolidata e un progetto artistico di rilievo, ecc. ecc., osservanza dei contratti collettivi nazionali sottoscritti dalle principali sigle sindacali . Anche questo Albo non è blindato, nel senso che di volta in volta c’è chi entra, c’è chi esce, di questo c’è già un registro per la legge 7/93 (Associazionismo Le Cento Città, n. 36 culturale) sperimentato da anni . - gli artt. 10 e 11 sono due articoli che appunto prevedono le creazioni del Fondo unico, cioè il settore che poi programma lo stanziamento della cultura partendo dallo “storico”.Questo speriamo che sia un articolo che possa prevedere anche un peso maggiore, per ora ovviamente noi parliamo solo di questa istituzione, al cui interno viene anticipato il fondo di anticipazione di cui all’art. 11 L’art. 11 direi di leggerlo perché è molto importante. E’ istituito un fondo di partecipazione per il settore dello spettacolo dal vivo finalizzato a garantire il tempestivo utilizzo delle risorse statali assegnate ai soggetti di cui all’art. 8, comma 2. I beneficiari dell’anticipazione regionale possono richiedere l’erogazione anticipata dei fondi statali loro assegnati fino ad un massimo del 90% del contributo statale riscosso dalla precedente e comunque non oltre il contributo regionale assegnato per il funzionamento ordinario. Sono tenuti al rimborso dell’anticipazione senza alcun onere di interesse, questa è la cosa importante, perché sappiamo bene quanto le banche siano esose , entro il termine dell’esercizio finanziario in cui vengono riscossi i contributi statali. La Giunta Regionale determina i criteri e le modalità, definisce altresì le modalità e i contenuti degli accordi preliminari da sottoscrivere tra le Regioni e i soggetti coinvolti, nel senso che comunque abbiamo bisogno di qualche garanzia e quindi ci dovrà essere un accordo che regoli questa modalità di anticipazione. -L’art. 12 interessa il cinema, l’art. 13 fissa le disposizioni finanziarie a livello tecnico per l’attuazione della legge e l’art. 14 è l’articolo che come norma transitoria e finale recepisce quello che nell’art. 8 era stato invece enunciato. Siamo arrivati alla fine perché ovviamente l’art. 15 prevede le abrogazioni; finalmente la vecchia legge 16 va in pensione, anzi va nell’archivio! Viene anche abrogata la legge n. 20/96 a favore dello Sferisterio e del Rof .Invece la legge sulla Form non può essere abrogata in quanto legge istitutiva. Paesaggio 18 Paesaggio come luogo della memoria e dell’identità di Mario Canti Attualità del paesaggio Il paesaggio appare essere un argomento di gran moda, almeno a livello dei mezzi di comunicazione, stampa, televisione, internet; se ne parla come di una attrattiva turistica, come di una risorsa, come un bene culturale, ecc. ecc. In realtà il termine viene rivestito di significati, talora sostanzialmente diversi, a seconda dell’uso che se ne vuol fare, e questo comporta di conseguenza difficoltà di comprensione tra i diversi operatori e disomogeneità di valutazione delle azioni che su di esso si intendono porre in essere. In questa comunicazione ci si limiterà a considerare il paesaggio sotto un profilo culturale, cercando di porre in evidenza i diversi significati e le valutazioni che anche con questa “limitazione di campo” pure permangono. Genesi della forma Se il paesaggio è concepito come la “forma del territorio”, quale essa appare alla vista, non v’è dubbio che questa forma è stata plasmata, in gran parte del mondo e sicuramente nel continente europeo, dall’azione che l’uomo nel corso di millenni ha esercitato sull’ originario assetto, geologico, geomorfologico e vegetazionale della superficie terrestre. Azione che si è sviluppata con intensità e mezzi diversi nei diversi luoghi; si può immaginare che ogni fase della cìvilizzazione umana sia stata come una sorta di alluvione che abbia coperto grandi estensioni di territorio, lasciando i suoi sedimenti in modo disomogeneo sullo stesso; così le tracce di ogni cultura, che pure si riconoscono, sono singolarmente sempre diverse nei diversi luoghi, il che conferisce ad ognuno questi una identità specifica ed unica. Queste tracce possono essere state lasciate in modo episodico e per tempi assai brevi, che so. le tracce delle devastazioni prodotte in Italia dalla guerra gotica-bizantina, ovvero possono derivare da azioni assai durevoli ed estese, la sistemazione agricola-pastorale del latifondo romano, quella della riforma benedettina o dell’appoderamento mezzadrile. Possono essere apparentemente tenui e quasi invisibili, quali appaiono le centuriazioni romane ancora leggibili nelle Marche ed in altre regioni italiane, o possono apparire puntuale ed imponenti: le piramidi, la grande muraglia, il vallo di Adriano. In ogni caso le une come le altre sono poi state più volte sconvolte da azioni ed eventi successivi, ma pure qua e là riappaiono, costituendo nel complesso una sorta di memoria materiale di un determinato territorio. Da queste semplici e condivisibili considerazioni derivano implicazioni molteplici e problemi di non facile soluzione; ci sembra opportuno ricordare almeno due delle proprietà che le argomentazioni fin qui svolte attribuiscono al paesaggio: il carattere identitario e la qualità culturale. Il carattere identitario del paesaggio Le diverse parti del territorio si riconoscono in virtù dei loro caratteri paesaggistici e questa identificazione di carattere fisico tende a trasferirsi, in modo più o meno preciso, dal luogo ai suoi abitanti che in essa si riconoscono. In una qualche misura tutti gli uomini si “portano dentro” il paesaggio dei luoghi dove hanno vissuto, nell’infanzia, nella giovinezza, nella maturità; i poeti in ogni epoca hanno Le Cento Città, n. 36 testimoniato nelle loro opere questa presenza, talora citata direttamente e talora adombrata nelle immagini ed evocata dai sentimenti. Per ognuno di noi di conseguenza “comprendere” il paesaggio, la forma dell’ambiente urbano o rurale nel quale vive o che percorre in un certo momento, dovrebbe essere una necessità, un obbligo da assolvere per comprendere meglio i luoghi, i suoi abitanti e, in definitiva, se stessi. Non sempre purtroppo riusciamo a prestare sufficiente attenzione alla forma dei luoghi e comunque assai raramente possediamo gli strumenti per leggerla, comprenderla, comunicarla; strumenti che sono divenuti indispensabili nella società contemporanea caratterizzata da una forte mobilità dei soggetti, viaggiamo tanto e in tanti, ma anche da veloci trasformazioni degli assetti fisici dei luoghi. Le trasformazioni del paesaggio, dei caratteri identitari di un luogo avvenivano, prima della civiltà industriale, in tempi lunghi, rispondenti alla vita di intere generazioni; le trasformazioni, per quanto vaste e profonde fossero, avvenivano con la mediazione degli strumenti culturali e dei mezzi tecnici della tradizione e quasi non venivano avvertite, il nuovo assetto che da queste trasformazioni veniva prodotto, conservava, e talora accentuava, l’identità del luogo e della comunità che lo abitava. Mobilità delle popolazioni e velocità delle trasformazioni fisiche a partire dalla fine del XIX secolo si sono accentuate al punto da non consentire oggi alle stesse popolazioni residenti di collegarsi alla identità fisica dei luoghi riconoscendosi in essa; le implicazioni a livello soggettivo e sociale di questa sorta di straniamento dai luoghi che pure si abitano sono stati avvertiti Paesaggio da tempo da studi psicologici e sociologici. Conoscenza degli elementi costitutivi Nasce per queste ragioni un nuovo interesse per il paesaggio in quanto bene di valore identitario che richiede una attenzione diversa da quella che si è soliti destinare allo stesso quando viene considerato per i suoi valori estetici; non si tratta solo di ammirare o godere una bellezza naturale o paesaggistica, e conseguentemente di proteggerla, ma di comprendere un sito nella sua forma e per la sua storia per trasformarlo consapevolmente ove necessario. La conoscenza critica del paesaggio, che oggi tende a sostituire l’appartenenza ad una tradizione, comporta la messa a punto di strumenti conoscitivi idonei a rendere comprensibile la complessità morfologica di un sito attraverso la lettura sincronica sia dei suoi componemti fisici: geologici, geomorfologici, vegetazionali, architettonici, sia la conoscenza degli eventi che nel tempo hanno interessato quel sito. 19 Questo è quanto vanno facendo i diversi gruppi di specialisti nelle più diverse discipline che hanno lavorato in passato e lavorano in questi anni alla redazione dei cosiddetti piani paesaggistici di livello regionale e locale, finalizzati alla conservazione del paesaggio italiano, almeno di una sua parte o alla progettazione di adeguamenti funzionali e di trasformazioni che conservino nel nuovo assetto morfologico le tracce del passato, o, meglio, la sua memoria. Il paesaggio come memoria Il paesaggio, conservando le tracce delle trasformazioni prodotte sul territorio dalle diverse civilizzazioni, costituisce infatti una sorta di memoria fisica, di archivio, della civilizzazione umana; in quanto tale fa parte del patrimonio culturale dell’umanità, che deve essere conservato per le generazioni future. Il paesaggio possiede quindi due caratteri fondamentali nel suo insieme e nelle sue parti componenti: in quanto testimonianza materiale di civiltà costiLe Cento Città, n. 36 tuisce un bene culturale riconosciuto meritevole di conservazione, in quanto fattore identificativo per eccellenza delle comunità umane presenti alle diverse scale territoriali (locale, regionale, nazionale) e geomorfologiche richiede di essere compreso tra i fattori di crescita culturale delle comunità. Un approccio rigorosamente geografico e storicistico porterebbe quindi, se applicato nelle sue implicazioni estreme, alla esclusione di ogni modificazione dello stato attuale che peraltro, come abbiamo visto, costituisce solo la ultima delle fasi che segna la vita del pianeta da millenni. Tutela e progetto Una prospettiva del tutto teorica ovviamente inaccettabile, anche se forse gradita nell’intimo dell’animo da qualche esasperato conservatore del patrimonio culturale; di conseguenza nella prassi operativa si pone la necessità di trovare dei criteri guida che consentano di valutare le nuove trasformazioni del paesaggio, rispondenti alle esi- Paesaggio genze reali dei nostri tempi, in relazione alla memoria fisica del passato che lo stesso racchiude e ai valori identificativi che ad esso attribuiscono le comunità. In tal senso l’indicazione più pregnante viene dalla convenzione europea del paesaggio, adottata nel 2000, che distingue tre tipologie di paesaggio; quello eccezionale, quello ordinario e quello degradato, suggerendo la conservazione del primo, la qualificazione del secondo, il recupero del terzo. Secondo i caratteri fondamentali che abbiamo fin qui attribuiti al paesaggio le indicazioni espresse dalla Convenzione Europea porterebbero alla necessità di individuare i siti o le aree che presentano i più alti valori testimoniali od identitari; quelli che non posseggono queste caratteristiche, ma che attraverso nuove trasformazioni di alto valore qualitativo possono divenire l’espressione delle nostra attuale identità e costituire di conseguenza un nuovo valore testimoniale da trasmettere al futuro; infine quelli degradati da usi e condizioni improprie che possono acquisire valori e significati nuovi grazie ad opportune trasformazioni di uso e di forma. Nei fatti l’applicazione di questi apparentemente semplici criteri non è poi tanto facile, poiché implica l’utilizzazione di giudizi di valore, sui quali dissensi e distinguo sono all’ordine del giorno, come sa bene chi segue il dibattito sul patrimonio culturale e sulla sua conservazione. Possiamo affermare con orgoglio che in Italia è stata messa a punto una vera e propria cultura della conservazione, sia per quanto riguarda gli aspetti giuridici della tutela del patrimonio, sia per quanto attiene alle tecniche operative finalizzate alla conservazione e al restauro di quello stesso patrimonio. Un insieme di norme e di pratiche che costituisce il riferimento obbligato a livello mondiale per quanti operano nel campo della 20 tutela e del restauro. Questa attenzione al patrimonio, alla sua tutela e alla sua conservazione ha origini lontane e nobili: la riscoperta dell’antichità classica da parte dell’umanesimo rinascimentale portò a considerare la necessita di conservarne le vestigia. La prima espressione di questa nostra “cultura della conservazione” viene individuata nella celeberrima lettera di Raffaello a Papa Leone X, nella quale trova espressione concreta e chiara il problema della tutela dell’eredità artistica e culturale del passato. In conseguenza di questa impostazione, gli strumenti finalizzati alla tutela sono stati rivolti in primo luogo ad assicurare la protezione di singoli beni o particolari situazioni ambientali piuttosto che il paesaggio nella sua generalità, mentre per le nuove realizzazioni è parso sufficiente esprimere indicazioni di carattere meramente quantitativo, standard, regolamenti d’uso, ecc. Diverse sono le valutazioni che oggi, alla luce della Convenzione Europea del paesaggio sopra richiamata, siamo chiamati ad esprimere: quali siano i paesaggi esemplari e/o eccezionali che devono essere conservati integralmente; quali i caratteri formali ed identitari che dovrebbero qualificare le ulteriori necessarie trasformazioni; quali i livelli qualitativi minimi dovrebbero essere raggiunti negli interventi di recupero dei paesaggi degradati. Queste valutazioni comportano, come si è detto, una inevitabile soggettività dei giudizi; possiamo comunque immaginare alcuni fattori di qualita che dovrebbero caratterizzare le nuove, ulteriori trasformazioni del paesaggio esistente: la sostenibilità ambientale, le reversibilità, o quanto meno la prospettiva di successivi recuperi, la qualità formale del nuovo ambiente in termini di figurabilità’ e di capacità di “assorbire” i valori di memoria presenti ripropo- Le Cento Città, n. 36 nendoli a nuove e più complesse percezioni. Nel suggerire questi criteri operativi di carattere generale sembra importante sottolineare un aspetto del problema conservazione che spesso i fautori della stessa tendono ad ignorare; nel caso del paesaggio e delle architetture non esiste la possibiltà di una conservazione passiva, se non nell’ipotesi ruskiana della tendenziale destinazione a rudere delle testimonianze del passato. La conservazione è sempre sinonimo di manutenzione, e perchè questa sia la più rispettosa possibile dei caratteri dell’ambiente o dell’opera occorre che questi ultimi siano noti nei loro caratteri costitutivi e nelle loro specificità formali. Il paesaggio “si muove” e muta in continuazione, che lo si voglia o meno; cresce la vegetazione, così come si degradano le murature o cambiano le colture e così via. La percezione nel tempo Nel compiere le operazioni conoscitive e progettuali finalizzate alla conservazione o alla trasformazione dovremmo essere sempre consapevoli che guardiamo alle memorie del passato con gli strumenti e la sensibilità del momento attuale che, in ogni caso, costituisce uno dei punti di osservazione, ma non l’unico; la nostra è sempre una visione della realtà critica ed innovativa. Ogni epoca ha guardato al paesaggio con i propri specifici strumenti culturali, con la propria percezione del reale e talora del soprannaturale: in questo senso un utile insegnamento ci viene dall’esame del rapporto che nelle diverse epoche è intercorso tra il paesaggio nella sua realtà fisica e la sua rappresentazione pittorica. Arte 21 Luigi Fontana (Monte San Pietrangeli, 1827-1908) Celebrazioni del primo centenario della morte di Marisa Calisti Con le celebrazioni del centenario della morte di Luigi Fontana si vuole restituire al patrimonio della cultura marchigiana una significante figura dell’arte del XIX secolo. Personaggio singolare della pittura italiana dell’Ottocento rappresenta il riflesso di una precisa stagione culturale che vede il trapasso dai modelli neo-quattrocenteschi imposti dal Purismo all’Ecclettismo della seconda metà del Secolo. Fu quella di Luigi Fontana un’esistenza lunga, intensa, animata da forti principi religiosi, espressi con grande determinazione morale anche quando nuove correnti intellettuali orientavano l’arte in direzioni diverse. Allievo del Palmaroli e del Minardi, Fontana esordisce negli anni cinquanta con dipinti di soggetto storico eseguiti con tecnica raffinata, condizionata dagli insegnamenti accademici, per poi aprirsi nei decenni successivi ad uno stile più eclettico che, pur senza mai abbandonare i modelli della tradizione rinascimentale, si confronta spesso con la teatralità dell’arte barocca. Decoratore di grande esperienza, come attestano i suoi interventi nelle basiliche romane dei Santi Apostoli e di San Lorenzo in Damaso, egli seppe raggiungere effetti di grande impatto scenografico eseguendo spesso anche decorazioni plastiche e figurazioni in stucco che andavano a completare l’intervento pittorico. Intensissimo fu il suo rapporto con le Marche per le cui chiese eseguì decorazioni di grande suggestione come attestano i suoi dipinti a Montalto, Grottazzolina, Montefiore dell’Aso, Montegiorgio, decorò inoltre il Teatro di Tolentino. Per un ironico gioco del destino, commentava il professor Papetti, il primo centenario della morte del pittore viene a coinci- dere con la perdita di una delle sue opere più importanti, la decorazione della volta del Teatro Vaccaj di Tolentino, distrutta da un incendio pochi mesi or sono: “prosegue così, proprio nell’anno in cui ci si propone di rivalutare la figura di questo grande pittore marchigiano dell’Ottocento, quella sorta di damnatio memoriae nei suoi riguardi che ne ha condizionato fino ad oggi la notorietà nell’articolato della pittura romana del XIX”. L’indagine dell’attività dell’artista, la sua stessa vicenda critica strettamente connessa alle lacerazioni e al forte dissidio che si scatenò tra correnti di pensiero laico e pensiero religioso, la conoscenza dell’arte come documento che forma lo spessore e la ricchezza della tradizione, mettono a fuoco la cultura e la complessità storica della nostra regione. Le tracce per quanto devitalizzate ed astratte di quel mondo spirituale profuso nel tema sacro e che Luigi Fontana ha proposto con equilibrio nella forma sono la nostra memoria storica ed esprimono i sentimenti della collettività. Nel contraddittorio rapporto che i nostri tempi hanno intrattenuto con il passato, generalmente respinto come eredità non desiderabile, si avverte necessaria un’azione di conoscenza, recupero e tutela del patrimonio storico e artistico cittadino. La storia rientra nella sua funzione di testimonianza del passato e di legame insostituibile del nostro presente. Conoscere le drammatiche lacerazioni che sono state alla base di scelte spirituali difficili e contraddittorie, riflettere sulla temperie di accadimenti che demolivano certezze consente equilibrio di giudizio. Restituire all’artista Luigi Fontana la sua piena dimensione culturale anche quando sollecitazioni estetiche mi Le Cento Città, n. 36 inducono altrove è restituire alla conoscenza il suo valore etico. Breve excursus dell’attività dell’artista Il 29 marzo del 1827 a Monte San Pietrangeli nacque Luigi Fontana. Tra gli anni 1838 e 1843 fu allievo di Gaetano Ferri di Macerata, professore di architettura e ornato, quindi del pittore Gaetano Palmaroli, di formazione romana e accademica. Questo apprendistato artistico proseguì sul finire degli anni ’40 a Roma dove arrivò giovanissimo, raccomandato dal cardinal De Angelis di Fermo a Tommaso Minardi. Dal punto di vista della sua formazione il soggiorno romano rappresentò il momento cruciale. Roma significava la “città della storia” ed era allora uno dei massimi poli del mondo artistico europeo, con le sue accademie d’arte che favorivano gli incontri fra gli artisti d’ogni paese dimoranti nella capitale, con le sue periodiche mostre, premi e concorsi, e Minardi era il più grande disegnatore dell’epoca. Minardi rappresentava un punto di riferimento fondamentale per i giovani artisti. Esponente della pittura romana e di quel singolare periodo che fu il purismo, seppe contenere le istanze di rinnovamento espresse dagli studenti di belle arti contrapposte al conservatorismo dell’Accademia. Negli anni ’50, conclusosi i moti del ‘48 con la restaurazione del governo pontificio e il sogno deluso di un neoguelfismo moderato, Minardi, che dichiarò la propria fedeltà al papa e alla religione, divenne oramai l’artista ufficiale della chiesa. Si moltiplicarono le committenze pubbliche e, benché malato, pose mano a dipinti fino allora rimasti incompiuti. Fontana discepolo serio ed attento dell’Accademia Arte 22 San Matteo Evangelista. San Marco Evangelista. San Giovanni Evangelista. San Luca Evangelista. Roma, Basilica dei Santi dodici Apostoli. Le Cento Città, n. 36 Arte 23 Tolentino, Teatro Vaccai, il plafone distrutto dall’incendio. di San Luca, seppe imporsi nel giro di brevissimo tempo all’attenzione del maestro che lo volle con se in qualità di collaboratore. Tra il maestro e l’allievo s’instaurò una stima, un affetto e un sodalizio che, se pure animato da qualche contrasto, tuttavia durò fino alla morte del Minardi sopravvenuta nel 1871. È documentata da molti l’intera esecuzione di Fontana, sotto la regia di Minardi, della grande tempera del Quirinale La propagazione del Cristianesimo, ovvero La Mis-sione degli Apostoli, ultimata intorno al 1864. Il clima spirituale dei tempi fu segnato dalla Chiesa e dalla sua risposta all’avanzata del pensiero laico. Personaggi come Minardi, con L’Allegoria della Chiesa Cattolica e L’Allegoria del Pontificato di Pio IX, misero in atto una complessa macchina iconografica secondando la volontà della curia, ma il connubio tra l’arte e il mondo della morale fu confortato anche da una pietà religiosa autentica e non formale che, alla severa luce del Sillabo, si tradusse nel tentativo di alcuni artisti di applicare alla pittura sacra ed anche storica quel “principio di verità inteso come presupposto per un rinnovamento dell’arte”. Quando Fontana realizzò nel 1862 la preziosa statua del Presbitero Siro Filippo d’Argirio, per la comunità di Zebbug e l’immagine fu sottoposta al giudizio della commissione costituita da Minardi e Overbech e fu approvata con plauso, egli era già un artista affermato che portava a termine, su commissione del fermano Monsignor Matteucci, potente prelato della curia romana, gli affreschi dei Profeti in San Salvatore in Lauro. Aveva già presentato al reverenLe Cento Città, n. 36 dissimo Capitolo di San Lorenzo il progetto per le decorazioni della chiesa Collegiata di Monte San Pietrangeli, ultimando nel 1862 le pitture del coro, mentre ottemperava ad una serie di incarichi di destinazione pubblica e privata tra Tolentino dove lavorò nel Santuario di San Nicola con La visione di Ezechiele, e Fermo, con La Madre del divin Pastore e San Giuseppe con Gesù Bambino per la Chiesa dei Cappuccini. L’iconica raffigurazione del santo protettore di Zebbug, pregevole nell’esecuzione e nella forma, si colloca al culmine delle possibilità puriste, per l’incedere maestoso nell’unità di azione, “nel sentimento di una fede che nasce rigogliosa sulla superbia del mondo”, come dissero i cronisti di allora, ma con istanze più narrative, le stesse che attraverso una ricchissima e delicata trama cromatica, descrivono del profeta Arte Isaia, in San Salvatore in Lauro, solitarie e insondabili meditazioni. L’attività romana Sul finire degli anni Sessanta Fontana gode a Roma della importante committenza ufficiale. In Sant’Angelo in Pescheria, Fontana dipinge la volta con La Caduta degli Angeli ribelli; per il convento dei Santi Apostoli aveva realizzato due grandi tempere rappresentanti La Vergine Immacolata e I Santi Apostoli Pietro e Paolo con in basso il loro martirio. L’impresa decorativa totalmente autonoma nel suo dinamismo compositivo è del 1870, quando Fontana sottoscrisse l’impegno per il ciclo di decorazioni della Basilica dei SS. Apostoli che sarebbe stato ultimato nel 1873. Il progetto iconografico prevedeva i Dodici Apostoli e gli otto Dottori della chiesa, il Salvatore nel timpano, i quattro Evangelisti con gruppi di angeli e relativi emblemi. In seguito al 1877 Fontana tornò ai SS.mi Apostoli lavorando nella Cappella del Santissimo Sacramento, dedicata a San Giuseppe da Copertino, eseguì anche la ristrutturazione e decorazione della Cappella di San Francesco dei principi Colonna, che ne avevano il giusto patronato dal 1464. Eseguì i graffiti di palazzo Ricci, in via Giulia, e quelli del palazzo del farmacista Sinimberghi, in via Condotti, (di questi restano solo delle vecchie foto). Sono stati distrutti quelli di villa Carradori in Osimo, sopravvivono, ma ormai sono solo vaghe ombre, sulla facciata di una casa a Monte San Pietrangeli e nel palazzo Massimi a Roma. Sempre nella capitale, in San Lorenzo in Damaso, riallacciandosi alla tradizione classica Fontana dipinge gli affreschi nella navata centrale, iniziati nel 1876 e ultimati nel 1882, con episodi della storia della chiesa. Fontana propone nel complesso apparato decorativo scene a prospettiva centrale articolate in uno spazio solennemente scandito da quinte architettoniche, in cui forte è l’eco dello stile di San Lorenzo fuori le mura. L’Ovidi ricorda, nella basilica 24 lateranense, i due dipinti autografi del Fontana nella Cappella del Crocefisso, ultimati nel 1886 e impropriamente attribuiti nelle guide moderne a Francesco Grandi, rappresentanti l’Adorazione dei pastori e la Presentazione al tempio. I soggiorni marchigiani In contemporanea dei cicli decorativi nella capitale, durante le stagioni estive Fontana lavorava in cantieri fuori Roma avendo sottoscritto contratti che prevedevano per il loro compimento quattro o cinque anni (dodici anni per la collegiata di Monte San Pietrangeli), tanto che è quasi impossibile ripercorrere le tappe dell’evoluzione dello stile mutuato tra la capitale e la provincia. Si può parlare solo di fasi, di cui una, di connotazione moderatamente purista è esemplificata nelle giovanili decorazioni dell’abside di Monte San Pietrangeli. L’altra, che potremmo definire neobarocca, mostra frequenti ritorni al tradizionale schema cinquecentesco ed è intrisa di suggestioni venete: con essa percorse gli anni della maturità, sia quando dipinse per la prestigiosa committenza romana, sia quando, con analoga sensibilità, in una dimensione di alto respiro narrativo, dipinse per la comunità appenninica di Montalto, di Montefiore, affrontando sia il tema sacro che decorazioni di destinazione privata. Eseguì il ciclo di decorazioni per il palazzo dei conti Bernetti e la stessa ricchezza del colore, l’uso dei bianchi dorati, dei turchini intensi e dei rossi amaranto sarebbe stata profusa in una sinfonia di ritmi briosi sulla volta del teatro dell’Aquila di Tolentino Appartengono a questo periodo le due tele con le storie di Santa Lucia eseguite sul finire degli anni ’70, per la chiesa collegiata di Montefiore dell’Aso dove ritroveremo lo stesso caldo eloquio del dipinto dell’Angelo Custode per la chiesa omonima di Fermo. Gli affreschi del 1876 della cattedrale di Montalto e successivamente della chiesa della Vergine Le Cento Città, n. 36 del Rosario di Grottazzolina con l’umile e concreta natura dei personaggi che partecipano della situazione divina, con la vita e la morte che rinunciano ad inconcepibili eccessi mistici e si confrontano con il colloquio confidente degli umili, propongono una carica comunicativa suadente, un diverso e immediato coinvolgimento . Sul finire del secolo: una stanca maniera Trascorso un ventennio da quando era stata promulgata, nel 1854, l’enciclica Innefabilis Deus, Fontana portava a termine in Aquila, nella cappella del Vescovo Filippi in duomo, i dipinti della Proclamazione del Dogma dell’Immacolata Concezione, libera rielaborazione di quello del Podesti, e quello rappresentante Il Concilio Vaticano. La preoccupazione di Leone XIII di fronte allo ‘scempio’ dei tempi moderni, a differenza di Pio IX, il quale si era chiuso in una cupa atmosfera di rifiuto e condanna, era quella di una massiccia conversione dei popoli alla parola di Cristo. La conversione sarebbe passata attraverso un titanico sforzo di riavvicinamento al mondo moderno, che il pontefice romano continuava a non comprendere e a giudicare anzi in modo severo, ma nei cui confronti la chiesa doveva, per forza di cose, disporsi con atteggiamento di parziale adeguamento, nel senso di una viva presenza all’interno della società. Esaurita la calda ventata mariana, la pittura sacra, con i suoi intenti alcune volte più teatrali che sinceramente autentici, oscillanti tra il patetico e il tragico, priva di chiare direttive, si riproponeva secondo stilemi da tempo collaudati. Sospeso fra questa realtà cattolica e il mondo che diventava sempre più laico e indifferente ai problemi della fede, consapevole di un nuovo sentire che la sperimentazione lasciava intravedere vasto quanto appassionante, Fontana intuiva che l’esistente andava in questa direzione, tuttavia ebbe ancora il sopravven- Arte 25 San Francesco riceve le stimmate. Monte San Pietrangeli, Collegiata dei Santi Lorenzo e Biagio (particolare). to la narrazione emblematica di gerarchie superiori, trattenuta nei limiti della ‘prudenza accademica’ . Il maestro fu impegnato sul finire del secolo in imprese di notevole prestigio. Nel 1883 a Gennazzaro, per la chiesa della Madonna del Buon Consiglio, dipinse l’Incoronazione della Vergine, e qualche anno dopo tra il 1887 e il 1888, decorò la chiesa collegiata di San Giovanni Battista a Grotte di Castro e durante i periodi estivi attese ai restauri della cattedrale di Sutri, dove lavorò per circa dieci anni. Gli allievi pittori presero parte all’impresa e fornirono, secondo una prassi ampiamente sperimentata, le decorazioni floreali e geometriche indispensabili alla completezza delle decorazioni. Quindi svolse l’intero ciclo pittorico a Montefiascone, nella Cattedrale di Santa Margherita. Terminato il ciclo decorativo nella chiesa Abbaziale di Campofilone tra il 1898 e il 1899, e fatte pervenire a Montefiore dell’Aso, nella Collegiata di Santa Lucia per la cappella del Sacramento La cena e La Lavanda dei piedi, il maestro, ormai “presso alla ottantina”, tra gli anni 1901 e il 1903 affrontò l’ultimo complesso lavoro, nella cattedrale di Amelia Umbria. Gli affreschi narrano le storie di Santa Fermina protettrice della città di Amelia, rappresentano, unitamente all’’inconfondibile tessuto pittorico, evocatore di valori cromatici madreperlacei e lucenti, della cappella dell’Addolorata di Montegiorgio, le ultime ‘manifestazioni luminose di un astro vicino al tramonto’. Ritiratosi da qualche anno a Monte San Pietrangeli, le innumerevoli richieste sempre più assillanti per la fama acquistata e le precise ingiunzioni dei committenti, per cui il pittore stesso, doveva lavorare a tema obbligato, lo indussero a servirsi sempre più di cartoni già utilizzati e di collaboratori (tra questi il figlio Tommaso) che oramai lavoravano pienamente nelle commissioni del maestro. Fontana uomo di un’integrità Le Cento Città, n. 36 forte non ha esposto pareri sul suo senso del sacro, né ha formulato, nella fitta corrispondenza con amici e committenti, giudizi riguardo all’arte, alla contrapposizione fra tradizione e innovazione che era un aspetto dell’ottocentesco ‘conflitto tra forze di continuità e forze di mutamento’. Io credo che Fontana vivesse essenzialmente per i valori dell’arte intesi come fattore d’elevazione morale e sociale. Quei valori trovarono forma nella pittura di storia, nei temi religiosi, nella mitologia, nelle allegorie, nella decorazione parietale di chiese e palazzi. Quella pittura racchiuse la consapevolezza storica della necessità di tenere viva la tradizione. Quell’arte seppe mantenere fecondo un dialogo che, dall’antica scuola umbra e toscana, attraverso Firenze e Roma con i suoi eredi, neoclassici, accademici, nazareni e puristi, eclettici avrebbe parlato, in una storia senza più simboli e in tempi di perdute memorie, di difesa di valori etici e metafisici. Arte 27 Fano e la Magnani di Alberto Berardi Correva l’anno 1928, esattamente ottanta anni fa. Il giornalista Mario Gagnatelli inviato dal suo giornale “Corriere Adriatico” lungo la costa marchigiana, si ferma a Fano per descriverne la stagione balneare. A dire il vero la prende alla lontana ipotizzando che Giulio Cesare dopo aver varcato il Rubicone avesse occupato Fano per “la bellissima spiaggia” in cui far godere “un meritato e ricostituente riposo” alle sue legioni. Poi torna al tema più sobriamente. A stagione balneare avanzata nel 1928 si contavano “circa mille bagnanti” negli alberghi: Grand Hotel dei Bagni (di proprietà comunale), Moro-Nolfi, e Sangallo (tutti scomparsi) e presso numerose pensioni e case private. Il merito del successo, giusto per non sbagliare, tutto del Podestà Tullio Blasi e del vice podestà Alessandro Marfori ai quali si doveva anche la presenza delle Colonie Marine a cominciare dai 240 bambini dei Ferrovieri fascisti, per ter- minare con i duecento bambini Orfani di guerra inviati dalla città di Como. Anche allora Fano aveva due spiagge, quella a nord del canale, oggi Lido, si chiamava allora in tempi di conquiste africane, Libia e quella a sud, Sassonia, nome che conserva anche oggi. Galante ma involontariamente comica la spiegazione del nome, Libia: “Se laggiù nella Sirte vi è qualche raro ciuffo di palmizio, qui si è invece circondati da una magnifica fioritura di belle e gaie bagnanti: fiori vivacissimi che ohimè non si possono cogliere”. I viali a mare naturalmente sono freschi, l’orchestra installata sulla veranda dello stabilimento è scelta, i capanni solo eleganti, le coppie sono danzanti, l’ospitalità dei fanesi simpatica. In poche parole “tutti coloro che hanno frequentato una volta questa spiaggia ci ritornano” lo provano i registri del Grand Hotel. Ed ecco la prima scoperta. È registrata negli stessi la presenza della sig.ra Anna Magnari Le Cento Città, n. 36 (certamente Anna Magnani), attrice da Roma. La Magnani non è ancora nota al grande pubblico come lo diventerà poi grazie alla sua stupefacente carriera cinematografica che avrà inizio soltanto nel 1934 con “La cieca di Sorrento”. Un’altra prova provata della predilezione che la Magnani sempre nutrì per la città di Fano che aveva già ospitato la madre e la sorellina nel 1922 e continuerà ad ospitare il figlio anche dopo la seconda guerra mondiale fino al punto che molte biografie fanno nascere la madre a Fano invece che a Ravenna. Un lungo amore non ricambiato evidentemente se i cento anni trascorsi dalla sua nascita non hanno meritato neanche un ricordo. Eppure Fano è stata per decenni la spiaggia di Anna Magnani e di tutta la sua famiglia. A Fano aveva conoscenti ed amici e persino una casa. Il mondo intero la celebra e noi desideriamo, con questa breve nota, contribuire a mantenerne vivo il ricordo. Arte 28 Madonne d’Urbino, Banane del Congo e Nature morte di Fano di Alberto Berardi In una lettera del 27 gennaio 1980 lo scrittore Fabio Tombari si chiedeva: “perché il più grande pittore francese di nature morte, Charles Magini, che nato a Fano e mai mosso da Fano è internazionale?”. E subito si rispondeva: “perché fanese, perché apporta alla mensa comune il sapore della propria terra”. Tombari si spiegava ed esemplificava così: “si è universali soltanto se si resta legati alle proprie origini quindi Madonne di Urbino e Banane del Congo, perché se al convivio universale si apportassero, come purtroppo avviene: Madonne del Congo e Banane di Urbino…”. E su Magini aveva certamente ragione se consideriamo che proprio la sua grandezza come pittore di nature morte aveva fatto escludere la sua provenienza da Fano. Un pittore così bravo non poteva che essere nato e cresciuto in Francia. Lo stesso Carlo aveva d’altra parte facilitato l’equivoco scrivendo in un cartiglio: “A Monsieur Charles Magini, peintre in Fano”. Dopo la grande Mostra fiorentina del ‘22 sulla pittura italiana del ‘600 e del ‘700 l’attenzione nei confronti di questo eccellente pittore diventò spasmodica. Le attribuzioni si sommarono alle attribuzioni ed il risultato fu una grande confusione perché in realtà artisticamente esistevano due Magini: il mediocre pittore dei ritratti e delle copie d’autore ed il grande autore di “Nature morte”. Fino a ieri qualcuno non aveva timore di azzardare ipotesi fantasiose, soltanto le ricerche d’archivio hanno finalmente spazzato via la polvere che si era depositata sulla vita e l’opera di questo grande ed infelice artista. I documenti lo provano, nessun caso di omonimia, è esistito un solo Carlo Magini nato a Fano Carlo Magini: Natura morta. Le Cento Città, n. 36 nel 1720 e morto sempre a Fano nel 1806, dove aveva vissuto la sua intera esistenza con l’unica eccezione di un anno dal 1742 al 1743 passato a Roma. Rimane insolubile il mistero di come egli riuscisse a dare la vita agli oggetti inanimati ed a spegnere quella degli esseri umani o celesti che fossero. Certo è che la sua fama è in crescendo ed il mercato con essa. L’inizio dell’aumento vertiginoso delle quotazione delle opere di Carlo Magini ha una data ed un luogo precisi: Londra 2005 quando all’asta Christie’s dell’ 8 luglio due Nature morte provenienti da una collezione privata di Macerata ma passate di proprietà della Foundation of Doctor Gustav Rau partirono da una quotazione massima di 130 mila euro ciascuna. Sempre Christie’s pochi mesi dopo mise all’asta un’altra Natura morta partendo da una base massima Arte 29 Carlo Magini: Natura morta. di 180 mila euro. Ma il top non era stato ancora toccato. La più importante Fiera d’Antiquariato del 2006 vedeva messe in vendita due stupende Nature morte provenienti da Montecarlo alla modica cifra di 550 mila euro. Christie’ di Londra infine ha già preannunciato una asta di Nature morte del Magini a New York. Il povero sfortunato pittore fanese gira il mondo e la sua fama ha raggiunto vertici inimmaginabili soltanto cin- quanta anni or sono quando la sua opera di naturomortista era del tutto ignota. Il grande storico dell’arte Pietro Zampetti ha documentato nel mondo, in collezioni prestigiosissime, l’esistenza di 98 Nature morte. Ben 11 di esse sono di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Fano a dimostrazione della lungimiranza dei suoi amministratori e della attenzione sempre dimostrata nei confronti della produzione artistica dei Le Cento Città, n. 36 grandi autori del territorio. Quando ho avuto la fortuna di accompagnare a Fano la direttrice del Museo Puskin di Mosca che vantava di ave-re nel suo Museo due opere del Ma-gini ho visto abbassarsi la sua mascella inferiore di fronte a tanta bellezza. Tutte le Nature morte sono composte con lo stesso schema severo, letteralmente agli antipodi delle carinerie barocche ma segnate da una poetica naturalista di grande originalità ed efficacissima nei suoi propositi. La bravura dell’artista risiede nell’utilizzo di un repertorio ristretto delle forme semplici che spesso si ripetono ma mai nella stessa posizione. Magini magistralmente e magicamente conduce lo spettatore a far dialogare l’astratto con il concreto ed il concreto con l’astratto. Il suo posto tra i grandi maestri europei della Natura morta tra coloro cioè che hanno lo stesso senso dell’oggetto “trattato per se stesso in un contesto silenzioso e quasi di raccoglimento” è ormai assicurato. Per dirla con Tombari: “Madonne d’Urbino, Banane del Congo e Nature morte di Fano”. Una poltrona al mistico convivio universale è ugualmente sicura. Arte 30 Giro di parole intorno alla parola Dai graffiti a Dante e a Piero passando per internet di Giacomo Vettori Dire significa – ça va sans dire! – il contrario del non dire. Si parla, è vero, dell’eterno ritorno della ovvietà ma questa è così banale da imporne una chiave di lettura. Me la procuro, scansando il rischio di passare da plagiario e gli inconvenienti del citarsi addosso, con il soccorso di pensieri già pensati. Del resto c’è chi, tanto per cominciare, sostiene che “per necessità, per naturale propensione, per il piacere di farlo, tutti noi citiamo” (Emerson “Letters and Social Aims”). Il fatto è che, a ragionarci sopra, il tema del comunicare appare scontato, come fosse un connotato naturale che, da che mondo è mondo, accompagna ed intreccia il percorso di ogni suo abitante. E non riguarda solamente gli umani, dal momento che la etologia, disciplina in continua crescita, rivela che gli animali (e perché no, le piante?) tendono a far sapere ai loro simili, e agli altri, qualcosa che li riguarda. Dunque in principio era, con la minuscola e senza alcuna biblica vocazione, il verbo. Prima ancora c’erano l’alfabeto dei gesti e le incisioni scoperte sul fondo di inesplorate caverne e su impervie pareti rocciose dagli archeologi che si ostinano a leggerle come messaggi diretti ai posteri. Non ci credo. Penso piuttosto che gli antenati non se ne siano affatto preoccupati, sbizzarrendosi a riprodurre qualche scabro segno della realtà circostante, mammut compresi, per via dello stesso imput dei nostri contemporanei quando schizzano murales colorati sui vagoni ferroviari tanto per sfogare una irrequietudine notturna. Tra i graffitari della preistoria e quelli metropolitani, insomma, non una grande differenza salvo che ai primi nessuno aveva minacciato addirittura la galera. Più volatile di quelle tracce, e nondimeno inalienabile veicolo per lo scambio delle opinioni, quello al quale l’uomo biblico – più uditivo che visivo – ha affidato le proprie conoscenze una volta che si è reso conto che un rumore gutturale poteva diventare un significato e sino a che, nel quarto secolo a.c., la scrittura non ha sostituito la cultura orale. Poi, verso la metà del quindicesimo, Gutemberg ha inventato la maniera di fermarla sulla carta stampata, non del tutto abrogata dall’era digitale della filiera, senz’anima e senza confine, delle chat. Ce la meritiamo: “il mezzo”, si sa, “è il messaggio” ha lucidamente sentenziato Mc Luhan. In un libro appena uscito Lucio Dalla rimarca che: “La parola ormai contiene qualcosa di obsoleto e la staticità della società contemporanea rende difficile il raccontare”. Tuttavia, inchiostrata o pronunciata, non perderà mai il ruolo di tramite di ogni rapporto, di volta in volta rivestendo di infinite sfumature un sussurro d’amore, un lampo dell’intelligenza, una estemporanea esclamazione di gioia o un rabbioso improperio, le notizie della cronaca o la pesantezza – dice Carlo Levi – delle pietre. Indirizzando un sonetto alle parole “che per lo mondo siete”, Dante anticipava la globalizzazione di un linguaggio che, dopo la maledizione di Babele, aveva indossato casacche differenti. In realtà il vocabolario del trecento non ha raggiunto la prevista diffusione planetaria né si è significativamente evoluto, stando a quello che si legge nella introduzione di Umberto Eco al recente “il mio Dante” di Roberto Benigni. A seguire le sue dotte escavazioni semiologiche, forse praticate nella campagna che circonda Montecerignone, il ventaglio delle parole che servono oggi ad un italiano di media cultura per colloquiare con i connazionali si aggira intorno alle duemila e Le Cento Città, n. 36 sono quasi tutte le stesse che ai tempi della “Commedia” erano già in circolazione. Sicchè in Italia l’universale fenomeno di modernizzazione del linguaggio non avrebbe seguito di pari passo la evoluzione del costume come è avvenuto negli altri paesi europei. Se ho capito il senso della osservazione del professore emerito, si tratterebbe di un sintomo della sclerosi del nostro sistema di comunicazione. Il fenomeno potrebbe però spiegarsi anche con la intrinseca forza del lessico al quale Dante ha affidato il pensiero poetico a resistere definitivamente al logorio dei secoli. In questo senso Henry Bergson scriveva che l’”arte di scrivere consiste nel far dimenticare al lettore che ci stiamo servendo di parole”. Come accade alla musica. “La musica è forse l’unico esempio di ciò che avrebbe potuto essere – se non ci fossero state l’invenzione del linguaggio, la formazione delle parole, l’analisi delle idee – la comunicazione delle anime” (Marcel Proust). A livello di più spicciole esperienze, ci imbattiamo ogni giorno nella fonte di tacite parole come, che so, la luce rossa del semaforo, il fischio dell’arbitro, l’applauso per un exploit, il pianto del bambino. Se poi timidamente ci si affaccia nel sublime perimetro dell’arte quando è sublime, vengono in mente la richiesta di aiuto che prorompe dall’urlo di Munch, l’annuncio di un imminente suicidio negli occhi di Van Gogh, la picassiana Guernica per condannare l’atroce anatomia della guerra. Oppure la pala di Luca Signorelli che quest’estate ha dispensato serenità, non solo a beneficio dei devoti, in quel di Arcevia. C’è da riflettere, allora, su quello che pensava Leonardo: “la pittura è poesia che si vede e non si sente, la poesia è una pittura che si sente e non si vede”. Una intrigante, nel senso lette- Arte 31 Flagellazione di Cristo, Piero della Francesca (1444-1469), tempera su tavola, 58 x 81,5 cm - Urbino, Galleria Nazionale delle Marche (particolare). rale di intrigo, dimostrazione di come si riesca con un pennello toccato dalla grazia a raccontare silenziosamente un fatto, a far balenare una intuizione, a insinuare il dubbio e addirittura a denunciare un delitto, ce l’abbiamo vicina: è la “Flagellazione di Cristo” di Piero della Francesca, tappa obbligata per i visitatori della Galleria di Urbino. In questo ultimo periodo si sono aggiunti alla abbondante bibliografia sul capolavoro del pittore di San Sepolcro, un paio di volumi incentrati sull’enigma delle tre figure in primo piano avanti la scena del martirio di Cristo con la quale palesemente nulla hanno in comune. Studiosi di ogni parte hanno proposto cento ipotesi divergenti circa quella stravagante presenza, ma la più accreditata pare rimanga quella del professor Bernd Roeck, esperto conoscitore dell’arte rinascimentale. Ebbene, secondo lui Piero ha inteso maliziosamente alludere ad un sanguinoso evento del 1444: precisamente all’impunito assassinio del duca Oddantonio di Montefeltro eseguito, o almeno commissionato, dal famoso Federico. Famoso, nelle nostre sbiadite Le Cento Città, n. 36 memorie liceali, non tanto grazie alle gloriose imprese militari, quanto per via della gobba del naso impietosamente fissata dal celeberrimo ritratto degli Uffizi. Nessuna certezza della storia ma, con i tempi della giustizia nostrana, non mi pare da escludere che qualche pubblico ministero, memore dell’insegnamento di Leon Battista Alberto per cui “bisogna che la pittura faccia pensare più di quel che lasci vedere”, una di queste sere si presenterà a “Porta a porta” per annunciare che ha individuato e fatto arrestare l’autore dell’omicidio. Enogastronomia 32 La moretta di Ettore Franca Marina di Fano. Sembra facile e si fa presto a dire caffè, ma c’è modo e modo di dire “caffè” in un Paese, come il nostro, dove gli affezionati consumatori hanno sublimato il rito nella congerie delle varianti assecondate dalla premura e dalla pazienza dei baristi ai quali ciascuno formula le personali preferenze: espresso, lungo, alto, basso, corto, ristretto, freddo, “espressino”, macchiato, corretto, con panna, con zabajone, con acqua fredda (!), con la schiuma, schiumato, decaffeinato (deca), “al vetro”, americano, marocchino, messicano, mocaccino, montebianco, nocciola, valdostano, turco e chissà quanti altri senza scendere nei “derivati” irish-coffee, jamaicano, caffelatte, cappuccino, ecc. Fra questo elenco di domande/offerte merita un posto di rilievo la “moretta” di Fano, nata verso la metà dell’“800 nell’Osteria del Porto che, rinnovata negli arredi e nobilitata a “Bar del Faro”, è sempre lì, sul Largo della Lanterna dove la via Nazario Sauro si fonde nel viale Adriatico, a preparare la “moretta” originale, la migliore. Una delle due leggende che ammantano la genesi vuole che le mogli dei pescatori, specialmente d’inverno, per i loro mariti, in certe bottiglie foderate di lana e stracci preparavano una mistura tonificante che li riscaldasse nelle lunghe, fredde ore notturne delle battute di pesca in mare. E’ una miscela di anice, rum e brandy, circa ciascuno per un terzo che, sommati, hanno lo stesso volume del caffè. Alla mistura, in un bicchiere di vetro di quelli da osteria, si mettono 1-2 cucchiaini di zucchero e una scorzetta di limone quindi si scalda (ora col getto di vapore), fino a sciogliere lo zuccheLe Cento Città, n. 36 ro. Si aggiunge il caffè espresso facendolo scendere direttamente dai beccucci lungo il bordo del bicchiere cercando di non mescolarlo con il liquore affinché rimangano bene in mostra, vanto di chi la prepara, i tipici tre strati. Sotto la schiuma dove galleggia la scorzetta, fuma il nero del caffè sopra il liquore ben limpido mentre, sul fondo, rimane lo zucchero in parte non più disciolto. Mescolare col cucchiaino è compito di chi beve, informato che non serve zuccherare. Occorre tener presente che anice, rum e brandy, secondo la tradizione legata alla miseria, sono di basso valore, dei grog per intenderci. Una volta provata si capisce l’altra versione accreditata circa l’origine: le moglie facevano loro trovare “la moretta” per i pescatori quando … rientravano a casa. Il costume 33 Il Settecento a Camerino visto dal Verri di Pier Luigi Falaschi Il tema m’è stato suggerito dagli scritti d’un caro amico, scomparso lo scorso novembre, il prof. Nicola Raponi, un tolentinate umile e grande, come spesso risultano i Marchigiani trapiantati altrove. Professore di Storia moderna nell’Università Cattolica di Milano, più volte valorizzò personaggi ed eventi utili a collegare la regione d’origine con quella di lavoro. Ma ho scelto il tema anche per un altro motivo: noi tutti amiamo teneramente la nostra terra, la riteniamo straordinaria (‘terra delle armonie’), non di meno, corrosi nell’intimo da qualche dubbio, cerchiamo conferme e più ci lusingano quelle di chi è autorevole ed estraneo alla regione. Un lombardo illuminato e famoso come Alessandro Verri che, dopo aver viaggiato in Europa, dimorò per qualche anno nel maceratese, risponde bene alla nostra ansia di conferma. I giudizi del Verri, affidati ad una massa di lettere spedite Pieve Favera. Le Cento Città, n. 36 da qui a parenti ed amici, non furono subito positivi: abituato alla realtà delle metropoli del tempo, stentò a capire questa nostra società complessa eppure in apparenza dimessa, tanto da definire certe nostre abitudini ‘gotiche’, aggettivo non ancora gentile, ma bastarono una migliore conoscenza ed un breve ritorno a Milano per indurlo ad aderire senza più riserve alla marchigianità. I luoghi considerati nelle lettere sono: Camerino, Caldarola, Il costume Tolentino, Macerata, Cingoli, Civitanova, ma soprattutto Pievefavera. Gli anni quelli centrali del decennio di fine settecento, durante il quale la Francia, col pretesto d’esportare la rivoluzione, prepara ed avvia le grandi campagne di conquista, che travolgeranno la Penisola, in primo luogo lo Stato pontificio e, più specificamente, con l’occupazione delle Marche ed il trattato di Tolentino del 1797, questa nostra zona, martoriata altresì nel ’99, dopo le razzie francesi, da uno spaventoso terremoto. La dimora tra noi del conte Verri e della marchesa Sparapani ha per presupposto una storia d’amore che s’è rivelata travolgente, pur partita per la donna già coniugata, come lenimento al naufragio matrimoniale. La convivenza, che si protrarrà fino alla morte e merita rispetto, non sembra imbarazzare né i protagonisti, né i congiunti, né i preti che accorrono alla mensa dei conviventi. Alessandro Verri appartiene alla famiglia vanto di Milano: è figlio del giurista Gabriele e fratello di Pietro, l’economista e letterato, fondatore de Il Caffè, il periodico che nel corso del 1764-67 accoglie i contributi dei maggiori riformisti lombardi, convertiti dalle ideologie illuministe. E’ forse il caso di ricordare che Pietro è ritenuto il padre vero di Alessandro Manzoni. L’Alessandro nostro, comunque, non brilla di luce riflessa: nato a Milano nel 1741, si laurea in Giurisprudenza ed esordisce su ‘Il Caffè’ con una trentina di articoli, che rivelano inclinazioni rivoluzionarie, sia in campo politico, sia in materia di diritto e di lingua. Con l’amico Cesare Beccaria - che avrebbe incoraggiato a scrivere e a pubblicare la celebre operetta Dei delitti e delle pene contro la pena di morte, la tortura, la degradazione del carcere - soggiorna nel 1766-1767 a Parigi, indi raggiunge da solo Londra. Di nuovo in Italia, visita Roma, dove resta soggiogato dall’amore per Margherita Sparapani e dalla bellezza della città, così da morirvi anziano nel 1816. Partito rivoluzionario ed avverso alla chiesa, a Roma diviene legittimista ed insieme matura una forte ammirazione per il papato. Per l’intera 34 esistenza svolge attività letteraria ed editoriale: convertito al classicismo dai monumenti dell’antichità, evolve poi verso percezioni preromantiche, con propensione per l’irrazionale, il tetro, l’oltretomba. Traduce autori greci e tragedie di Shakespeare, compone drammi originali, ma affida la fama soprattutto ad opere come Le avventure di Saffo, La vita di Erostrato, Le notti romane, nelle quali mescola erudizione ed inventiva. Margherita Sparapani è una donna avvenente, straricca, più curiosa che colta, nata a Camerino nel 1735, ma trasferitasi presto a Roma con la famiglia. Gli Sparapani possiedono da pochi lustri il titolo marchionale, comprato - come sempre accadeva - a suggello d’una ascesa economica irresistibile dovuta principalmente al parentado della mamma Costanza Giori. Costei è discendente del cardinale Angelo, del quale gode il palazzo di Camerino, la villa della Maddalena di Muccia, ove Gian Lorenzo Bernini lì ospitato lasciò tracce del suo passaggio, ed innumerevoli colonie mezzadrili. Ma mamma Costanza è altresì nipote ex sorore ed erede del cardinale Antonio Saverio Gentili (+1753), proprietario a Roma di molti beni, fra i quali spiccano il palazzo in via S. Nicola in Arcione e la villa di Porta S. Lorenzo, col giardino che ingloba una torre delle mura aureliane e l’acquedotto felice. Neppure Costanza è persona banale: coltiva curiosità non proprio comuni in una donna del ‘700: dispone d’un proprio gabinetto di storia naturale, cioè d’una sala delle meraviglie, per la quale riuscirà ad acquistare anche una macchina elettrica con ruote di cristallo e di zolfo posseduta dall’arciduca Ferdinando d’Austria. Farà, inoltre, capricci per avere da Milano una tabacchiera scavata in legno pietrificato. Costanza ha lasciato Camerino per meglio vigilare sui beni romani e per predisporre per la figlia Margherita un matrimonio degno di tanta ricchezza. È così Costanza, legittimata dalla vedovanza, il 26 marzo 1754 sottoscrive i patti nuziali col marchese Giuseppe Boccapaduli, che il successivo 22 aprile impalma Margherita. La convivenza Le Cento Città, n. 36 tra gli sposi si rivela, purtroppo, impossibile. Taluno sostiene che il matrimonio non fu mai consumato, ma meraviglia come, sopraggiunto il nuovo amore, non fu invocata la famosa dispensa super rato o, in subordine, non fu promossa la causa per vizio di volontà. Quel che è certo è che il Boccapaduli nel 1760 per eccesso di prodigalità è sottoposto alla potestà d’un curatore e costretto a riaccasarsi coi genitori. Liberatasi del marito Margherita, che dispone d’una corte di ben ventidue servitori, apre nel palazzo di via in Arcione uno dei salotti più famosi della capitale, frequentato da intellettuali del calibro di Piranesi, Canova, Alfieri, Ennio Quirino Visconti - di cui il Verri sarà gelosissimo - Winkelmman e dai più illustri stranieri di passaggio, coi quali comunica in inglese e francese. In questo salotto, presentato dal principe Lante, viene introdotto nel 1767 Alessandro Verri. Tra il giovane di ventisei anni e la donna separata che ne conta sei di più sboccia subito la passione: trascorre poco tempo ed il Verri si stabilisce nel palazzo di lei, e lì rimarrà fino alla morte, sopraggiunta mezzo secolo dopo, in anticipo su quella della marchesa. Convivono, quindi, da circa trenta anni quando nel 1793 Alessandro e Margherita, decidono di trasferirsi nelle Marche, regione sconosciuta al milanese ma ormai estranea anche alla marchesa che l’ha abbandonata giovanetta. Cercano qui riparo ai pericoli della capitale dove “propaganda giacobina, minacce francesi” e, soprattutto, l’incapacità del governo pontificio di prevenire e reprimere tumulti popolari lasciano prevedere tempi difficili per chi è nobile, ricco ed in vista. Commuove Roma e accelera il viaggio dei nostri la decapitazione di Luigi XVI, avvenuta, com’è noto, il 21 gennaio 1793. La marchesa e il conte si fanno precedere da molti cariaggi per un carico corrispondente oggi a trenta quintali. La presunzione, vigente un tempo a Roma, per la quale la provincia non sarebbe stata in grado di offrire i conforti e le novità della capitale, era certo all’apice nel ‘700. Partiti con la servitù il 1° aprile, lunedì Il costume 35 piuttosto, troppo bigotta e troppo impegnata culturalmente per acclamare una coppia, ritenuta co-munque irregolare, e per soddisfare il suo smisurato desiderio di frivolezze. La descrizione che il Verri fa di Civitanova dove affittano palazzo Roberti -, cittadina allora più marginale di Camerino, ci rivela cosa la coppia cercasse realmente: La situazione è amena: l’orizzonte è composto di colli, ben vestiti specialmente di ulivi, e del mare il quale si sente muggire da qui. … La Signora si sente meglio che in Camerino e vi trova lo stesso clima di Roma… Concorrono già i signori del Paese ad ossequiarla e la società mi sembra meno Ritratto della marchesa Margherita Sparapani Gentili Boccapaduli nel suo gabinetto di alpestre. Vi storia naturale - opera di Laurent Pécheux, 1777, Palazzo del Drago - Roma. sono persone capaci di dialodi Pasqua, giungono a Camerino senza nel palazzo della marchesa go e di qualche il 13, dopo una sosta a Perugia Cristina Azzolino, patrizia ferma- giocondità e prontezza sociale, del in casa Oddi. A Camerino la na e sposa separata di Alessandro che aveva io quasi perduto ogni comitiva resterà fino al novembre Bandini, insopportabile come senso fra monti, dove prevale una successivo, quando stanca della moglie e come vicina, accolta nel mirabile tardità ne’ pensieri ed società locale, del clima freddo palazzo negli anni di residenza a una sonnolenza che non si riscuote e dei Sibillini, così incombenti e Roma di Margherita per favorire né con sali, né con nuove, né con così a lungo innevati, si trasferisce il Bandini. Il quale resta certo frizzi, né ghiribizzi, né con facezie, il personaggio più importante né con pazzie, né in qualsivoglia a Civitanova. La società camerte non era del casato: coll’acquisizione e la modo a me cognito, di ben conforse squallida come la presenta trasformazione dell’abbazia di versare. Questa terra è del duca il Verri: basterebbe pensare agli Fiastra e del castello di Lanciano, Sforza e contiene 7000 anime. Le scrittori attivi in quegli anni, fra i fa compiere alla famiglia il balzo gite al mare sono facili… e le città quali eccellevano i docenti della economico e nobiliare per cui di Loreto, Fermo, Macerata non Università e due storici, cugini rimane ancora nella memoria col- sono remote. Il timore d’un’invasione frandella marchesa: Patrizio Savini, lettiva. Cristina, insinuandosi ad che predispone per gli amanti il ogni ora nelle stanze dei convi- cese provoca anche a Civitanova palazzo Giori, e Luigi Sparapani, venti, li tormentava con volgari la moltiplicazione di eventi valuinvettive rivolte contro il coniuge tati miracolosi e premonitori di arguto, straordinario polemista. sventure: campane che suonano e A rendere sgradevole il sog- assente. La Camerino-bene si rivela, lumi che si accendono senza intergiorno camerte fu certo la preLe Cento Città, n. 36 Il costume vento umano, immagini sacre che si animano, stelle che scendono dal cielo a segnalar cappelle. Il tentativo di spiegare l’origine truffaldina degli eventi, concepiti per strappare offerte ai fedeli, espone a minacce di morte un cocchiere della marchesa, che ella, però, riscatta, rivendicando la priorità nella scoperta di tre stelle posatesi sopra una cappella… L’agitazione diffusa e il sopraggiungere della primavera inducono la coppia ed il seguito a trasferirsi nel castello di Pievefavera, all’interno del quale la marchesa possiede un bel palazzotto, già residenza dei da Varano di Camerino, pervenuto a lei dal padre. Pievefavera è il ‘castrum circa vicum’, che oggi si specchia nel lago artificiale di Caccamo. Quasi mai i gitanti domenicali, che accorrono sulla sponda destra del lago, richiamati dal mercato e dai ristorantini, raggiungono la riva opposta e percorrono i tornanti che preludono al castello, capace invece di suscitare forti emozioni per la bellezza e l’autenticità. Pievefavera, che trae appunto origine dalla Pieve che al suo interno la domina, subentrò nel medioevo ad un insediamento romano più a valle - già ritenuto patria dell’imperatore Pertinace - che, seppure scomparso, continua a restituire resti molto significativi. A Pievefavera la Marchesa che è sommamente attiva, che ‘ama spendere e sentirsi regina in casa sua’ - ed il Verri - che è contemplativo, che ama scrivere, e non di meno è incline come la compagna a più vivaci passatempi -, riescono ad organizzare un soggiorno che può dar ragione dell’espressione ‘casino di delizie’, riservata un tempo, senza alcuna malizia, a dimore di vacanza pur solenni e splendide. A rendere particolarmente gradita la residenza nel castello contribuivano, nemmeno a dirlo, i piaceri della tavola: il pane bianco, buono come in nessun altro luogo secondo il Verri, era preparato da un fornaio di Macerata, assunto come sottocuoco; la carne di vitello o di agnellino, acquistata a Caldarola o spedita da Camerino, non era neppure comparabile con quella di agnellone o di pecora che 36 si commerciava a Roma; gustosissima la selvaggina locale: “un boccone poi stupendo in questa Provincia - scrive il Verri - sono le starne ed i tordi…, il tordo specialmente è così grasso e così fragrante di ginepro… che quando vi penso soffro di deliquio”; il pesce giungeva fresco dall’Adriatico; caciotte, prosciutti e salumi vari squisiti si acquistavano in qualunque paese vicino e ceste arieggiate di prosciutti spediva Alessandro a Milano al fratello Pietro; Macerata e Tolentino fornivano frutta e verdura d’ogni sorta; Camerino forniva le ‘spezierie’; olio pregiato si produceva già nei dintorni di Pievefavera; i vini migliori provenivano da Tolentino; vini cotti, novità per il lombardo, dall’intero contado maceratese. Solo del burro il Verri si lamenta: ‘di rado è fresco e sempre malfatto. Si supplisce con lo strutto, che qui è come un’eccellente manteca’. La bontà della cucina - si sa - è legata oltre che alla qualità dei prodotti alla loro corretta conservazione: a tal fine Verri progetta e realizza due neviere, che fungono da ghiacciaia e forniscono la base per eccellenti sorbetti. Frequenti i pranzi offerti a palazzo, soprattutto in occasione di festività religiose, fra le quali molto sentite a Pievefavera quelle di S. Antonio e del Corpus Domini: un temporale pomeridiano costringe a rinviare la processione e a replicare il banchetto, pur puntualmente tenuto, quasi preludio d’obbligo al sacro rito. Ai pranzi partecipano non meno di ottanta persone, preti e notabili di vasto circondario. Tra loro non manca Giuseppe Vanni di Caldarola, l’audace - di cui favoleggerà l’Europa - che nel maggio 1799 guiderà l’insorgenza contro i francesi e finirà fucilato a Roma nel 1808. Sulla piazzetta del castello una fontana alimentata a vino consola i non ammessi al banchetto. Ogni sera a palazzo si fa musica: vi concorrono quattro voci - fra le quali gradevole quella della marchesa - ed un trio strumentale, con il Verri al violino, un professionista al clavicembalo e un cameriere al violoncello. La passione per la musica impone frequenti corse in carrozza fino al santuario di S. Nicola da Le Cento Città, n. 36 Tolentino per ascoltare la famosa cappella musicale. Le berline consentono anche di partecipare alle sagre e alle fiere, attraenti per le esibizioni di saltimbanchi e burattinai. Ma in special modo sono le arti sceniche ad attrarre la brigata che, nella regione d’Italia più ricca di teatri, insegue ovunque spettacoli e nello stesso tempo s’ingegna a produrre in casa pantomime, farse, commedie, tragedie, ricorrendo a testi collaudati come quelli di Goldoni o di Alfieri, o avvalendosi di stesure casalinghe, nelle quali riescono bene la marchesa, il figlioccio Pietrino Malvolti e Bartolomeo, maestro di casa. Un cocchiere di Macerata, che sa leggere e scrivere, è assunto per integrare la ‘compagnia comica’. Quando a Pievefavera si recita, a Tolentino e a Caldarola non si trovano più cavalcature e calessetti da nolo. Le lettere del Verri ci svelano così una società forse non florida, ma - attesi i tempi - in condizioni economiche accettabili e piacevolmente disponibile agli spassi. Singolare la sorpresa del lumbard per la diffusione nelle nostre contrade della piccola proprietà contadina e dell’allevamento del bestiame. Con i canti e i suoni lanciati da Pievefavera e da tanti altri borghi d’Europa, inconsapevoli di quel che avverrà, chiude la lunga stagione che sarà definita d’ancien régime: cala il sipario su una società frivola e segnata da profonde differenze sociali, ma per tanti aspetti forse meno soffocante e sperequata di quella successiva. La storiografia, di ispirazione prima sabauda o poi laicista, ha addossato enormi ritardi e nefandezze al governo del papa-re. Ai detrattori mi sentirei di proporre una visita non preconcetta al nostro territorio, così in profondità segnato da quel regime: la bellezza delle campagne, la nobiltà dei centri storici, lo splendore delle chiese, dei teatri e palazzi, il cumulo delle opere d’arte, il funzionamento delle istituzioni culturali e di assistenza, la correttezza delle relazioni umane, possono ben smentire le interpretazioni imbastite dai saputi su documenti scritti, manipolati male. Libri ed eventi Opera Lirica, Mostre d’Arte, Libri di Alberto Pellegrino L’Opera Lirica A Jesi un frizzante Flauto magico Quest’anno la 41^ Stagione lirica jesina è stata segnata dalla presenza del Flauto Magico di Mozart, caratterizzato soprattutto dalla particolare messa in scena (regia, scene e costumi) di Eugenio Monti Colla, illustre esponente della scena marionettistica italiana, il quale vanta una lunga esperienza nel campo del melodramma rappresentato con il suo Teatro della Marionette. Per interpretare il capolavoro mozartiano, considerato il manifesto musicale della massoneria che prospetta un mondo perfetto governato dall’amore, dalla fratellanza, dalla gioia, Eugenio Monti Colla ha scelto una chiave di lettura fiabesca che nulla toglie a questo “viaggio” iniziatico verso la luce della Ragione e verso la felicità. È nato in questo modo un Flauto magico “popolare” e nello stesso tempo raffinato, ricco di fantasia ed ironia, carico di umanità e privo di contorsioni intellettualistiche, uno spettacolo frizzante e divertente, immediato e diretto che è stato molto apprezzato dal pubblico. Eugenio Monti Colla, oltre a curare l’interpretazione dei cantanti, ha rivolto una particolare attenzione alla contestualizzazione della vicenda con l’uso di ambienti e abiti fantasiosi e orientaleggianti, di elementi scenografici propri della tradizione marionettistica (un bosco, una caverna scavata nella roccia, enormi leoni dorati ed altri animali della foresta, troni e scalinate); con la presenza di una deliziosa nuvola-balcone che, entrando e uscendo di scena, ha consentito alle tre fatine “buone” di svolgere con leggerezza il ruolo di deus ex machina della vicenda, contrapponendosi alle tre fate “cattive” al servizio della Regina della Notte. Il segreto della fiaba mozartiana è in fondo tutto racchiuso nello scontro tra il Gran Sacerdote Sostrato (il bene e la ragione) contro la sovrana delle tenebre 37 (il potere, l’egoismo); entrambe queste forze contrapposte sono impegnate a ostacolare/realizzare sia il sogno d’amore e le nobili aspirazioni del principe Tamino e della dolce principessa Pamina, sia i desideri più terrestri dell’uccellatore Papageno che vuole per sé soltanto una vita tranquilla e una compagna da amare. La riscoperta di un’opera di Lauro Rossi L’avvenimento culturale, che ha caratterizzato Sferisterio Opera Festival 2008, è stato la riscoperta e la messa in scena della Cleopatra, un’opera praticamente dimenticata del compositore maceratese Lauro Rossi (18101885), rappresentata per una sola volta nel Teatro Regio di Torino (1876). Lauro Rossi, il cui ricordo è soprattutto legato alle due opere buffe I falsi monetari e Il Domino nero, si rifà in questo caso al grand-opéra, un genere nato in Francia ed arrivato in Italia, dove ha finito per “contagiare” una intera generazione di giovani compositori e lo stesso Verdi. La Cleopatra di Rossi, composta su libretto di Marco d’Arienzo, segue fedelmente la tragedia di Shakespeare e tende ad esaltare il fascino drammatico che emana dalla mitica regina d’Egitto, magistralmente interpretata da una straordinaria Dimitra Theodossiu. Il melodramma presenta tutte le caratteristiche del grand-opéra: la struttura in quattro atti, la ricchezza dell’orchestrazione con una presenza rilevante dei fiati e delle percussioni, il tema dell’esotismo, la non secondaria funzione del coro, una forte suggestione musicale e vocale che traspare più chiaramente nel finale del primo atto tra Cleopatra, Antonio e il coro; la maestosa intensità del finale del terzo atto, quando la regina affronta la morte con drammatica dignità. La regia, la scenografia e i costumi di Pier Luigi Pizzi hanno magistralmente messo in luce tutti i pregi di questa partitura: la vicenda è stata collocata all’interno di un minimalismo geometrico di grande eleganza; Le Cento Città, n. 36 le atmosfere sono state disegnate da una severa bicromia di bianchi e di neri per la corte d’Egitto, di rossi accesi o cupi e di ori per la corte romana; i essenziali elementi architettonici sono stati mossi secondo equilibri formali rispondenti a precise scelte concettuali; la collocazione scenica e la gestualità dei personaggi ha sempre evidenziato un sicuro gusto pittorico con citazioni dalla pittura postromantica e dai tableaux vivants della fotografia del primo Novecento; infine i rapidi ma intensi passaggi di danza hanno saputo creare una suggestione che è andata a fondersi con la qualità del canto e la sensibilità Le mostre d’arte L’Officina dei Santi di Paola Folicaldi Nei mesi di settembre-ottobre, si è tenuta a Fermo, con il patrocinio del Comune e della Carifermo, la mostra l’Officina dei Santi, una originale raccolta di dipinti realizzati con tecniche antiche e molto raffinate da Paola Folicaldi, artista fermana formatasi presso la Scuola del Libro di Urbino e l’Istituto Centrale per la Patologia del Libro di Roma. Quale è stata l’originale idea di partenza della Folicaldi? Raffigurare una serie di santi molto noti e meno conosciuti, ripristinando l’antica iconografia con aggiornamenti dettati dalla moderna sensibilità dell’artista, cogliendo l’occasione per dare a ogni santo o santa il volto di persone della propria famiglia, di amici e conoscenti. In questo modo la pittrice è riuscita a unire sia la riscoperta di un gusto per l’iconografia sacra, sia la passione per il ritratto, che costituisce una dei caratteri distintivi della sua produzione pittorica. L’altro aspetto interessante di queste opere è l’impiego di tecniche molto particolari fondate sull’uso (meno due tele) di tavole di legno antico sulle quali è stata posta una sottile tela di cotone o lino, poi ricoperta da gesso e colla di coniglio come supporto per il colore; in alcuni Libri ed eventi 38 Paola Folicaldi, Santa Cateria d’Alessandria, opera della serie Officina dei Santi. casi il fondo è stato impreziosito, facendo ricorso all’oro zecchino. Il risultato complessivo è molto suggestivo, giocato fra misticismo e ironia, con richiami all’antica arte cristiana e con una ricerca interpretativa che vuole in qualche modo essere una risposta a come possono essere i santi dei nostri giorni. Per l’autrice, come ha scritto nel catalogo Stefano Papetti, essi “sono color che vivono il presente intensamente, impegnandosi nel proprio lavoro senza risparmio, spendendo se stessi per gli altri. Ecco dunque che Paola Folicaldi, facendo ricorso al suo folto gruppo di amici, ha immaginato che alcuni fra loro vestissero i panni della santità”. Leo Longanesi a Tolentino Il Museo Internazionale della Caricatura di Tolentino ha allestito questa estate nella Galleria di Palazzo Sangallo un antologica di Leo Longanesi (19051957) in occasione del cinquantesimo anniversario della sua scomparsa. Longanesi è stato una delle maggiori ed eclettiche personalità del mondo culturale italiano del primo Novecento: scrittore e giornalista dalla penna ferocemente satirica, prima vicino al fascismo di tipo squadristico, poi fascista deluso (come accadrà ad altri intellettuali del suo gruppo), infine decisamente critico nei confronti del regime e del suo capo, verso il quale non risparmia gli strali della sua urticante ironia. Longanesi ha lasciato un segno anche nella storia giornalistica del nostro paese per l’uso raffinato dei caratteri tipografici, l’eleganza dell’impaginazione, l’impiego intelligente e persino spregiudicato dell’immagine fotografica. Dopo l’esordio con L’Italiano, Longanesi ha inventato con Omnibus il primo rotoLe Cento Città, n. 35 calco apparso nel nostro paese e, nel secondo dopoguerra, con Il Borghese, la più elegante ed acuta pubblicazione della destra italiana, spesso arricchita dai suoi disegni satirici, ma che perderà ogni smalto dopo la sua morte. L’antologica di Tolentino dimostra le qualità di Longanesi come pittore attraverso una serie di opere piene di ironia che rappresentano la società italiana del suo tempo (soprattutto quella borghese) nel solco di una grande tradizione europea di una satira graffiante, che ha avuto i suoi maestri in Daumier, ToulouseLautrec e Grosz e che è presente in altri artisti italiani come Mino Maccari, Amerigo Batoli, Alberto Savinio e Giorgio De Chirico. La pittura di Longanesi presenta una straordinaria galleria di personaggi, a volte caricaturali a volte melanconici, crudeli o pieni di dolcezza, una rassegna di variegata umanità, la quale contribuisce a mettere in luce e a chiarire molti aspetti della complessa personalità di questo artista dalla fama di “duro”, che tuttavia nascondeva nel proprio intimo la grazia e la pietà di un bambino impegnato a guardare il mondo e i suoi abitanti (a volte stupidi e malvagi) con comprensione e indulgenza. Le Historiae Pontis di Trubbiani La LVIII Rassegna Internazionale d’Arte G. B. Salvi di Sassoferrato è stata impreziosita quest’anno dalla Personale di Valeriano Trubbiani suddivisa in tre sezioni. La prima è una installazione intitolata Transumanza lucertiforme che ha subito trasformazioni e adattamenti successivi attraverso un lungo percorso creativo, compreso tra il 1997 e il 2008. Lo scultore ha assemblato in questa ultima versione 45 soggetti tra lucertole, gechi e salamandre di varie dimensioni, a cui si aggiungono 7 uova semischiuse sopra un grande prato verde. Fedele al suo mondo animale, l’artista marchigiano ha saputo creare le ormai indiscusse suggestioni che nascono da una minuziosa ricostruzione del Libri ed eventi reale e dalle implicazioni simboliche e mitologiche che da anni contrassegnano la sua opera. Sulla stessa lunghezza si colloca la splendida serie di disegni “dilavati” con inchiostri e tempera, compresi fta il 2000 e il 2008, opere di grande forza narrativa e di grande suggestione coloristica persino quando sono monocromatiche. Siamo dinanzi a dei veri e propri “racconti per immagini” racchiusi entro lo spazio dell’inquadratura, ma capaci di “venire fuori” per colpire la fantasia dell’osservatore e pretendere il suo coinvolgimento intellettivo e sentimentale. Il mondo è quello costanteme fiabesco dell’ultimo Trubbiani, fortemente poetico, segnato da un’eccezionale padronanza dei propri mezzi tecnici: un mondo fatto di città murate e Torri di Babele, fortezze e cattedrali, ponti interrotti e ponti urbani, antiche torri a guardia di profonde e drammatiche vallate; poi la consueta folla degli amati animali (cervi e babbuini, coccodrilli e rinoceronti, elefanti e giaguari, struzzi e civette, pecore e bovini, lepri, rane e colombi), una fauna variegata che invade il paesaggio e le città, ne diventa la protagonista con i grandi occhi sgranati sul mondo. Un affresco stupendo. La novità assoluta della mostra è costituita dalla serie di dodici sculture riunite sotto un’unica tematica, le Historiae Pontis. Trubbiani, pur ritornando alla sua amata scultura fatta di bronzi policromatici, rimane il narratore di sempre, l’artista capace di raccontare a sé e agli altri le fiabe della sua giovinezza e della sua terra, di far rivivere una storia antica attraverso alcuni ponti delle Marche, che prendono forma, grazie alla magica manipolazione della materia, con le loro frantumate strutture architettoniche, arricchite dalla fauna cara all’artista e dalla presenza di contadini e pastori, di treni fumanti, di fosche strutture turrite. Un’opera di grande fascinazione e poesia, una delle più alte tra quelle create dal grande Maestro marchigiano. Un autore nel solco della gran- 39 Valeriano Trubbiani, una delle dodici sculture riunite nelle Historiae pontis. de tradizione fotografica marchigiana La mostra, allestita all’inizio di quest’anno nel Museo Napoleonico di Palazzo BezziParisani a Tolentino, ha fornito l’occasione per conoscere l’opera del fotografo marchigiano Paolo Mazzanti (Pesaro, 1959), che per lungo tempo (19802003) ha svolto la sua attività professionale a Milano e all’estero e che ha fatto ora ritorno nella sua città natale. Egli ha tenuto una serie di mostre a Padova, Bergamo, Cuneo, Genova, Bologna, Spoleto e naturalmente a Pesaro, ma anche a Shanghai e Pechino, Londra, Miami e New York. La mostra di Tolentino, intitolata Energia del tempo, si rifà alla formazione professionale di Mazzanti come architetto e rappresenta un viaggio iconico, carico di significati metaforici, intorno al Duomo di Le Cento Città, n. 35 Milano, all’interno delle città di Urbino e Venezia. Movendosi fra le guglie e le statue del più grande monumento gotico italiano e facendo uso di cromatismi molto netti e incisivi, l’autore scopre inedite verticalità, suggestivi intrecci di linee architettoniche, il fascino dei dettagli e delle geometrie compositive, l’emergere delle statue dalla piccola foresta di guglie, il loro stagliarsi contro il cielo milanese nella suggestione un po’ malinconica del tramonto. Per Urbino, Mazzanti sceglie la strada del dettaglio rinascimentale in una rappresentazione bicromatica (azzurro e giallo oro) nell’ora intrigante del tramonto, attraverso una minuziosa esplorazione che si conclude con una bifora marmorea disegnata da luci e ombre contro una superficie di mattoni che resa l’affascinante colore dal tempo. Infine l’autore affronta una dif- Libri ed eventi 40 Numero speciale de L’Asino, a cura del Centro Studi Gabriele Galantara. ficile sfida con Venezia, la città più fotografata nel mondo, riuscendo a superarla a suo favore, perché l’obiettivo indaga, con puntigliosa scansione luministica, le dorate superfici della basilica di San Marco; si muove tra le figure di santi e dei progenitori Adamo ed Eva; esplora una rapida sequenza di colonne, fregi e capitelli, per concludere il suo viaggio nell’immaginario veneziano con il mitico Leone di San Marco in una gloria di Angeli dalle ali dorate che si stagliano contro il cielo. Il Travaglio delle idee, la grande satira nelle Marche Per celebrare la ricorrenza dei sessant’anni della Costituzione italiana e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, il Centro Studi Gabriele Galantara ha messo a punto il progetto, Il Travaglio delle idee. Un secolo di satira dal Risorgimento alla Costituzione: 1848-1948, ideato da Fabio Santilli e da Antonio Mele (in arte Melanton) e realizzato in collaborazione con la Provincia di Macerata, i Comuni di Montelupone e San Severino Marche, la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, l’Università di Macerata, il Museo di Roma Palazzo Braschi e il Comitato per la valorizzazione della Repubblica. Il progetto è suddiviso in tre sezioni: quella storico-documentaria, quella artistica e quella contemporanea. La prima sezione è intitolata L’altra storia 18481948, un secolo di stampa satirica italiana dallo Statuto albertino alla Costituzione repubblicana e consiste in una mostra tenuta Le Cento Città, n. 35 presso la Biblioteca Nazionale di Roma e a Montelupone con l’esposizione delle principali testate satiriche che hanno accompagnato e segnato la storia del nostro Paese, dal 1848 con il primo giornale L’Arlecchino di Napoli al Candido, l’ultimo giornale satirico nato nel 1945. La seconda sezione comprende la mostra di San Severino Marche intitolata L’arte il dramma il sorriso. Caricaturisti del Novecento con l’esposizione delle opere (molte della quali inedite) di cinque grandi artisti marchigiani che hanno segnato con i loro lavori il Novecento italiano: Gabriele Galantara di Montelupone, Cesare Giri di San Severino, Cesare Marcorelli di Tolentino, Pio Pullini di Ancona e Renzo Ventura di Colmurano. La terza e ultima sezione, allestita a Montelupone, è intitolata Esposizione Internazionale di satira e caricatura ed è articolata su due temi: il primo riguarda La Costituzione italiana: sessant’anni... ma li dimostra?, a cui hanno aderito numerosi artisti italiani e che è stata vinta da Franco Bruna: altri premi sono stati assegnati a Sergio Riccardi, Assunta Toti Buratti, Aldo Bortolotti, Sergio Ippoliti ed al marchigiano Tommaso Gianno. Il secondo tema, dedicato ai sessant’anni della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, ha visto la partecipazione di importanti artisti francesi fra cui Bernard Bouton, Francois Ougen, Alain RocheNalair e Jean Plantu. La mostra è stata documentata dal Centro Studi con la pubblicazione di un quaderno di grande formato intitolato L’Asino. Le due importanti mostre di San Severino e di Montelupone sono state corredate da un bel catalogo a cura di Fabio Santilli, Il travaglio delle idee, molto elegante e ricco di illustrazioni ed edito dal Centro Studi Gabriele Galantara. La prima parte del volume è dedicata alla mostra L’altra storia, un secolo di stampa satirica in Italia con un saggio di Alberto Pellegrino su un secolo di storia politica italiana dal 1848 al 1948 ed uno di Paola Pugliesi sulla stampa satirica italiana; infine Luigi De Angelis e Dino Aloi hanno tratteggiato la Libri ed eventi 41 figura del grande disegnatore satirico scalarini. Per quanto riguarda la mostra di San Severino, dopo un breve saggio sulla morfologia della satira di Marcello Verdenelli, i cinque artisti in esposizione sono stati presentati da Fabio Santilli (Gabriele Galantara), Antonio Mele - Melanton (Cesare Giri), Lucio Del Gobbo (Cesare Marcorelli), Alvaro Valentini (Renzo Ventura), Claudio Costa e Simonetta Tozzi (Pio Pullini). Libri La mia vita intera di Mario Giacomelli La casa editrice Bruno Mondatori ha pubblicato un volume intitolato La mia vita intera che contiene un’autobiografia molto particolare del grande fotografo marchigiano Mario Giacomelli. Si tratta di confidenze e annotazioni raccolte nel corso degli anni dalla viva voce dell’artista da parte di Simona Guerra, curatrice del volume anche lei di Senigallia, un’esperta di fotografia che ha lavorato a lungo al riordino dell’archivio giacomelliano. Il libro rappresenta un contributo di rilevante importanza per la storia della fotografia, perché consente di capire meglio non solo il percorso artistico, ma anche il percorso umano dell’artista di Senigallia , che rimane un esempio unico al mondo come narratore per immagini. Dai diversi colloqui, registrati dalla Guerra, emergono le molteplici esperienze culturali e i percorsi artistici di questo autore che, da autodidatta, ha realizzato straordinari racconti fotografici permeati di profonda poesia e segnati dalla eccezionale originalità di uno stile che ha pochi punti di riferimento nel panorama fotografico internazionale. Da questi “sfoghi” di Giacomelli affiorano anche numerosi aspetti umani fondamentali per capire la sua opera e la sua profonda umanità, soprattutto per un personaggio fondamentalmente schivo e riservato Il travaglio delle idee, un secolo di caricatura nella comunicazione e nell’arte, edito a cura del Centro Studi Gabriele Galantara. che ha sempre scelto di vivere nella provincia: dal libro si apprendono le nostalgie per la propria famiglia e il mondo contadino ormai perduto; l’amore per il paesaggio vissuto con umana partecipazione e da lui reinventato al di fuori da ogni forma di accademismo; la struggente tenerezza verso il mondo dei vecchi, degli umili, dei sofferenti, dei “diversi”; la profonda pietà per ogni forma di dolore umano; le proprie ossessioni e paure, nonché il costante terrore della morte, tutti esorcizzati e sublimati attraverso la sua straordinaria opera poetica, che inizia nel 1954 con i primi Paesaggi, passa attraverso numerosi racconti ormai celebri in tutto il mondo, per finire con le due ultime drammatiche opere (La mia vita intera e Questo lo vorrei raccontare), dove l’artista per la prima volta decide di rappresentare se stesso nella sua tragica e Le Cento Città, n. 35 disperata lotta contro la morte, creando l’estrema testimonianza di un poeta dell’immagine che ha voluto rimanere attaccato alla sua arte fino agli ultimi momenti di vita. Alberto Pellegrino La basilica di Massimo Foghetti Fano è ormai considerata una delle “città del giallo” per merito dello scrittore Luciano Anselmi, uno dei padri del romanzo poliziesco d’autore con la serie di racconti che hanno come protagonista il commissario Boffa e che sono carichi di poetiche e umane atmosfere fanesi. Nel solco di questa tradizione lo storico Alberto Berardi e il giallista Glauco Faroni (delle cui opere ci occuperemo in uno dei prossimi numeri della rivista) hanno fondato la Collana La Macchia Gialla (Edizioni Grapho 5), che Libri ed eventi ha recentemente pubblicato il romanzo La basilica di Massimo Foghetti, giornalista e autore teatrale fanese, il quale ha scritto un giallo “archeologico”, dove un giornalista s’improvvisa investigatore e cerca di svelare i segreti che si nascondono nel sottosuolo della Fano romana. Coinvolto nella ricerca della più o meno mitica Basilica di Vitruvio, il protagonista è costretto a muoversi nei cunicoli sotterranei della città e finisce per essere coinvolto in antichi e magici riti pagani, ma anche in alcuni omicidi provocati da bassi interessi materiali e dall’avidità di uomini senza scrupoli. Alla fine, come è logico, la giustizia finirà per trionfare e il giornalista detective troverà anche l’amore a conclusione di una vicenda che ha anche il merito, per le fluide capacità narrative dell’autore, di farci conoscere il volto inedito e segreto di una celebre città di mare. Alberto Pellegrino L’acqua domestica di Eugenio De Signoribus e Nino Ricci La casa editrice milanese Associazione 100 Amici del libro ha pubblicato alla fine del 2007 un prezioso volume a tiratura limitata e numerata intitolato L’acqua domestica, opera di due noti artisti marchigiani: il poeta Eugenio De Signoribus e l’incisore-pittore Nino Ricci. Si tratta di un lavoro molto particolare, dove le dieci “acquetinte” del pittore s’intrecciano e si coniugano perfettamente con i testi del poeta. Eugenio De Signoribus (1947) è da alcuni anni considerato uno dei maggiori poeti del momento, tanto che le sue cinque raccolte di versi, riunite in un unico volume dall’editore Garzanti (Poesie 1976/2007) hanno ricevuto il “Premio Viareggio 2008” a conferma del valore di questo schivo artista marchigiano, che ha sempre condotto una vita riservata nel suo eremo di provincia, la natia Cupra Marittima. I suoi versi riflettono questa condizione esistenziale attraverso una serie di “ingredienti” (reticen- 43 za, ironia, smarrimento, dolore, malinconia, senso di colpa, umiltà, distacco dalle cose terrene) che ricorrono frequentement nelle sue composizioni. In questo suo ultimo lavoro, egli è ritornato ai temi che gli sono cari: la figura del padre e le memorie dei lari domestici, ai quali è legato da un “filo invisibile e felice”, perché “nulla cambia nel purgatorio presente/ come ieri, come forse domani”. Continua inoltre il “navigare” di De Signoribus nelle acque domestiche, tra le “interne maree e alluvioni”, lontano dall’addentrarsi in un “ignoto mare periglioso” e sconosciuto. Dal suo rifugio il poeta chiede pietà per il fatto di non saper essere “un attore della certezza”, per il voler restare chiuso “nel perimetro di casa” a difesa della propria vita, nonostante se anche lì talvolta “un urlo strozzato m’incatena”. Allora, per curare le ferite e per non affondare nel vasto oceano della vita, De Signoribus si rifugia nelle radici della terra, “prime naturali nutrici!”, dove poter cercare il significato profondo della nuda esistenza e trovare “l’impulso d’insistere/ resistere alla decadenza”. Nino Ricci, affermato artista con alle spalle una vasta esperienza fatta di mostre e personali tenute in tutta Italia, ha raccolto la non facile sfida di coniugare la sua pittura ai versi del poeta e l’ha vinta con le sue forme spezzate ma armoniose, con il suo raffinato cromatismo che si sposa a un equilibrio compositivo finalizzato a percepire il senso profondo delle cose. Una pittura di sentimenti, lontana dalla materica consistenza del reale, ma tesa a trasmettere sensazioni segrete attraverso il colore, la luce e la forma, un modo per frantumare il proprio rapporto con la realtà, per superare una condizione di dolore, per arrivare a una misura di equilibrio spirituale e ad una serenità interiore che ci portano agli antichi valori della classicità. Alberto Pellegrino La Casa del Melograno di Viliana De Giorgi Ricci Ho pianto leggendo La Casa del Melograno. Ero solo in casa, leggevo e piangevo. Venticinque vite, vite vere, vite vissute, vite narrate dagli ospiti di Familia Nova, un’associazione volontaria fanese. Fragili tessere di un mosaico di passione, tenerezza, dedizione, amore per la vita e per gli altri che le generazioni contemporanee corrotte dal “gusto eccessivo per i beni materiali” non potrebbero mai raccontare. Per questo ho pianto. Parlavano finalmente coloro che avevano sempre taciuto. La flebile voce di venticinque persone anziane alle quali non fu mai risparmiato niente: fatica, miseria, malattie e persino due maledette guerre, era diventata un coro possente. La loro voce, un inno alla vita vissuta fino in fondo, cadendo e rialzandosi, cadendo di nuovo e rialzandosi ancora. Piegate, ferite, frustrate ma sempre in piedi. Inedita storia di una comunità in cui le comparse diventano protagonisti ed i protagonisti comparse. Venticinque storie contestualizzate e contrappuntate da brani di canzoni d’epoca scelti con rara sensibilità ed intelligenza . Persone, prevalentemente di sesso femminile, che non barano raccontando, che non temono di narrare quello che sono state, che rievocano con parole semplici anni di filanda, di emigrazione, di fame ed anni di guerra, il mostro che tutto ingoia . Uomini mandati a morire senza ragione nei deserti africani e nelle steppe gelate della lontana Russia. Padri, mariti, innamorati partiti senza neppure sapere il perché . Le donne a casa ad allevare figli, a piangere, a disperarsi . Non è retorica, la retorica è quella degli altri. Quella di cui si ammanta il potere, quella per cui si muore innocenti . Alcuni tra loro rientreranno, ma morti dentro. E per le magnifiche, eroiche donne che avevano resistito a tutto, un nuovo insopportabile fardello. Non c’erano psicologi ad aiutarle nel reinserimento di chi era passato attraverso l’orrore dei combattimenti, delle ferite e della prigionia. Fecero tutto da sole e non ebbero neppure una citazione. E’ ora di dirlo forte, la ricostruzione del nostro Paese fu opera delle donne, del loro lavoro, del loro sacrificio, della loro abne- Libri ed eventi gazione. Ferinamente attaccate ai figli, impegnate a dare loro un futuro migliore, pronte a tutto pur di “farli studiare”. La Casa del Melograno nella sua semplicità, è un eccezionale spaccato del Novecento. Nelle sue pagine è racchiuso un tesoro che ci viene offerto come ultimo gesto di amore da coloro che hanno tanto amato. Un messaggio in primo luogo per figli e nipoti che non possono ignorare coloro ai quali devono il benessere materiale di cui oggi godono ed un messaggio per la comunità intera perché le storie di tutti coloro che abitano a Familia Nova sono la vera Storia e la Storia , si sa , è maestra di vita. Ha scritto il grande autore francese Albert Camus : “Non essere più ascoltati: questa è la cosa terribile quando si diventa vecchi”. Viliana De Giorgi Ricci però ha fatto il miracolo. La voce collettiva che viene dalla Casa del Melograno è chiara e forte. Saranno in molti, ne siamo certi, ad ascoltarla. E si può già pensare quanto sarebbe bello se da tutte le Case del Melograno del nostro Paese si alzasse la stessa voce. Una Voce d’amore e quindi di speranza. Una Voce che riesca a far passare in secondo piano, almeno per un giorno, veline e calciatori ed a dare importanza a ciò che nella vita è veramente importante. Rifletteva già Madame de Stael: “Si direbbe che l’anima dei giusti, come i fiori, emani più profumo verso la sera”. Prendiamo doverosamente atto che attorno al Melograno di Familia Nova è nato un giardino. Alberto Berardi C’eravamo tanto odiati... di Rodolfo Colarizi Silvia Editrice, 2008 Rodolfo Colarizi continua a privilegiare insieme due settori, quelli della narrativa e della divulgazione scientifica, dividendo equamente le sue attenzioni tra il fascino della letteratura e gli spaccati socio-sanitari che permeano la nostra epoca. Con questo trentesimo libro, che testimonia la sua inesauribile vena letteraria, Rodolfo ha dato 44 vita ad un ro-manzo che, nel contesto di una storia dolcissima, analizza con il consueto acume che contraddistingue la prosa dell’Autore, la trasformazione dei sentimenti, degli atteggiamenti e dei comportamenti di una coppia di ex innamorati; un romanzo quindi profondamente intimistico perché scava negli anfratti più reconditi dell’animo. La storia inizia con l’incontro fortuito di due persone ormai anziane, Tullio e Fenisia, che si ritrovano, ormai anziani, ad Urbino, la loro antica sede universitaria, in occasione delle celebrazioni in onore di Carlo Bo. In questa città quarant’anni prima, studenti universitari, i due si erano conosciuti, amati lungamente, finchè la differente evoluzione delle rispettive carriere li costrinse ad una sofferta separazione, della quale nessuno dei due volle considerarsi responsabile; dall’amore si passò quindi all’incomprensione, alle accuse reciproche, ma anche all’odio. Poi, l’incontro imprevisto e la ricostruzione delle rispettive esperienze, che generano un’intrigante ricerca sviluppata nelle pieghe della psicologia, nei rimpianti, nei rimorsi, nelle aspirazioni frustate e nel lodevole tentativo di utilizzare al meglio la vita residua. Si segue la metamorfosi che subiscono, col procedere degli anni, i sentimenti dei protagonisti dalla fisicità ed ardore giovanile alla voglia di tenerezza, al rispetto Le Cento Città, n. 36 ed alla stima reciproci, al piacere condiviso della buona musica e delle buone letture, alla valorizzazione dell’amicizia. Saranno in molti a riconoscersi in questo delicatissimo amarcord felliniano, attraversato da continue sorprese e da colpi di scena narrativi che rendono il racconto snello ed accattivante, intriso di profonda marchigianità, dal momento che l’azione si finge, come si diceva un tempo a teatro, per buona parte nelle Marche. In sintesi, un bel romanzo, vivacizzato dalla prosa elegante dell’Autore che usa con naturalezza sostantivi, aggettivi ed avverbi sempre pertinenti, un romanzo coinvolgente, che trova nella formula dei minuscoli capitoli, un ulteriore invito alla lettura. Come di consueto, i diritti di autore vengono devoluti alla Casa di Riposo Familia Nova di Fano. Giovanni Danieli Libri ed eventi 45 Nino Ricci, Olio su tela, cm 80x90, 2002. Nino Ricci, Olio su tela, cm 80x90, 2004. Le Cento Città, n. 36 Vita dell’Associazione Visite, Convegni, Libri a cura di Giovanni Danieli 21 Settembre 2008, Fermo Visita alla città di Fermo e alla Mostra di Vincenzo Pagani Tre momenti particolari hanno caratterizzato la visita alla Città di Fermo, la mostra di Vincenzo Pagani, la visita alla Biblioteca Comunale ed il Caffè letterario. La mostra è stata curata, sotto la guida di Vittorio Sgarbi, da Walter Scotucci che, con le sue ricerche e le sue pubblicazioni, molto ha contribuito alla conoscenza e alla valorizzazione di questo grande pittore del 500 marchigiano; lo stesso Walter Scotucci e Paola Piergallini hanno guidato i Soci nella visita, presentando i quadri esposti e la loro storia. La Biblioteca Comunale è stata presentata da quella sensibile e colta Direttrice che è la Dr.ssa Maria Chiara Leonori; costruita nel ‘700, intorno ad un ricco lascito di Romolo Spezioli, medico fermano vissuto a Roma, curante della Regina Cristina di Svezia, la Biblioteca rappresenta oggi una delle più importanti raccolte di fondi storici di Medicina d’Europa. Nel Caffè letterario, svoltosi in un locale della Piazza del Popolo, Alfredo Luzi ha ricordato un grande poeta fermano, Franco Matacotta, mentre Ugo Gironacci ha descritto la tradizione musicale fermana, dallo Zingarello al melodramma di fine ottocento; il Caffè si è chiuso con un momento musicale, realizzato da un quintetto d’archi di Studenti del 46 Conservatorio di Fermo. Altri momenti felici della giornata sono stati la visita alla Pinacoteca - tra le opere la celebre Natività di Paolo Rubens, la Pentecoste di Giovanni Lanfranco ed alcune pregevoli tele di Jacobello del Fiore, la visita al Museo Diocesano ricco di testimonianze della religiosità di questa terra, l’incontro conviviale alla Casina delle Rose e la visita al Teatro dell’Aquila, illustrato da Alberto Pellegrino e da Ugo Gironacci. Certamente Fermo, per la sua storia, i suoi monumenti, le sue Piazze, Piazza del Popolo è una delle più belle d’Italia, i suoi contenuti artistici e culturali, rappresenta un polo di assoluto rilievo nel panorama storicoculturale del nostro Paese. 12 Ottobre 2008, Matelica Visita alla Città di Matelica e alla Mostra sulla cività dei Piceni L’Associazione ha organizzato domenica 12 ottobre una visita a Matelica intitolata Alla scoperta di una città dalla civiltà dei Piceni al Novecento con un programma molto nutrito di iniziative che hanno richiamato la partecipazione di molti nostri soci e di alcuni graditi ospiti. La giornata ha avuto inizio con la visita, guidata con la consueta competenza dal Dott. Renzo De Biase, del Museo Piersanti, sede di preziose opere d’arte comprese tra il XIII e il XVIII secolo; inoltre sono state molto apprezzate le raccolte di oreficeria sacra e di parametri religiosi. Si è successivamente passati a visitare la Chiesa di San Filippo, capolavoro del Barocco marchigiano per Fotografia di Romano Folicaldi. Le Cento Città, n. 36 il suo impianto architettonico, gli ornamenti e le statue. Quindi il gruppo è stato ricevuto dal Sindaco Gagliardi che ha guidato la visita alla Pinacoteca comunale ed ha successivamente portato il saluto della Città nella Sala del Consiglio. Qui si sono svolte le relazioni tenute da due nostri nuovi Soci: la Dott.ssa Carla Carotenuto ha parlato dello scrittore matelicese Libero Vigiaretti con particolare riferimento alla sua produzione poetica (letture di Paola Egidi), mentre l’Arch. Luca Maria Cristini ha illustrato la figura e l’opera di Giuseppe Piermarini, che ha progettato il Teatro comunale di Matelica. Il pranzo conviviale si è tenuto presso il ristorante Al Teatro, nel corso del quale il Presidente ha ricordato la figura e l’opera del matelicese Amedeo Gubinelli, scrittore e commediografo dialettale. Nel primo pomeriggio vi è stata la visita alla mostra dei Piceni, illustrata con particolare competenza dalla Dott.ssa Mara Silvestrini, della Sovrintendenza Archeologica regionale, che ha saputo rendere con efficacia l’importanza dei ritrovamenti avvenuti nell’area matelicese. La giornata si è conclusa con la visita alla Chiesa di San Francesco dove il Dott. De Biase ha illustrato le numerose e validissime opere pittoriche del XV e XVI secolo, quasi tutte di artisti marchigiani. 9 Novembre 2008, Tolentino, San Severino Marche, Montelupone Il Tour del sorriso Questa giornata, ideata ed organizzata dal Presidente, ha comportato la visita a tre centri del nostro entroterra marchigiano, nel segno dell’umorismo e della caricatura. Si è iniziato da Tolentino, ove, a Palazzo Sangallo e guidati dall’Assessore alla Cultura Massimo Marco Seri, si è visitato il Museo Internazionale della Caricatura che contiene alcune delle opere più prestigiose esposte nelle biennali che dal 1961 questa città marchigiana ospita. Vita dell’Associazione 47 A San Severino, nella Pinacoteca Comunale, guidati da Fabio Santilli, Presidente del Centro Studi Gabriele Galantara, è stata visitata la mostra L’arte, il dramma, il sorriso, dedicata a cinque caricaturisti marchigiani, tutti di assoluto rilievo mondiale, ci riferiamo a Gabriele Galantara di Montelupone, Cesare Giri di San Severino, Cesare Mercorelli di Tolentino, Pio Pullini di Ancona, Renzo Ventura di Colmurano, vissuti a cavallo tra il XIX e il XX secolo, tutti raffinati ed eclettici artisti e pittori che hanno contribuito a far apprezzare la caricatura non come accessorio della grande arte, ma arte di per se stessa. Il trittico si è concluso a Montelupone con due eventi, il primo dei quali costituito dalla visita, nella Chiesa di S. Francesco, dell’Esposizione internazionale di satira e caricatura, articolata in due sezioni, una dedicata ad autori italiani, La Costituzione italiana: sessant’anni … ma li dimostra? e la seconda ad autori francesi, molti della rivista “Le Canard Enchainé”: I sessant’anni della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo; il secondo evento ha visto Le Cento Città protagoniste dell’inaugurazione della mostra L’altra storia, un secolo di stampa satirica italiana 1848-1948, prima rassegna internazionale di satira e caricatura contemporanea, creata nel nome di Gabriele Galantara. La giornata si è conclusa con la visita al Teatro comunale Nicola degli Angeli. 21 novembre 2008, Ancona Conversazioni sull’etica Nella Sala del Rettorato dell’U- niversità Politecnica delle Marche, si è avuto il secondo appuntamento relativo al progetto Conversazioni sull’etica, ideato da Tullio Tonnini e realizzato in sua memoria. Relatore, nell’occasione, è stato il nostro Socio Prof. Luigi Alici, ordinario di Filosofia morale all’Università di Macerata, che ha affrontato il tema delle sfide dell’Etica nella cultura post-moderna. Come ha ricordato nella sua presentazione introduttiva Laura Cavasassi, il punto di snodo tematico è la concezione di Kant, il primo filosofo dell’occidente che ha avuto coscienza della differenza tra morale norLe Cento Città, n. 36 Tour del sorriso per Le Cento Città. Fotografie di Ugo Gironacci. mativa e morale che va al di là della norma di legge positiva, ma devono essere considerate anche l’etica della responsabilità sostenuta dal filosofo Jonas, quella della complessità di Prigogine e l’etica della obbligatorietà legata al diritto sostenuta da Habermas. Molti concordano oggi nell’affermare che l’etica del futuro è nella tutela delle condizioni della vita sulla terra, che abbracci i diritti dell’umanità e di tutti gli altri essere viventi. Vita dell’Associazione 48 Fotografie di Ugo Gironacci. Le Cento Città, n. 36