1
Sommario
Le Cento Città
*
Direttore Editoriale
Mario Canti
Comitato Editoriale
Laura Cavasassi
Ettore Franca
Alberto Pellegrino
Anna Maria Zallocco
Direzione, redazione,
amministrazione
Associazione Le Cento Città
[email protected]
Direttore Responsabile
Edoardo Danieli
Prezzo a copia
Euro 10,00
Abb. a tre numeri annui
Euro 25,00
Spedizione in abb. post.,
70%. - Filiale di Ancona
Reg. del Tribunale di Ancona
n. 20 del 10/7/1995
Stampa
Errebi Grafiche Ripesi
Falconara M.ma
3Album
Attualità del paesaggio
di Gennaro Pieralisi
7Editoriale
Il Manifesto di intenti, un percorso fra tradizione ed
innovazione
di Alberto Pellegrino
9Economia
Santoni, l’impresa dei valori
di Edoardo Danieli
Il contributo della Facoltà di Economia Giorgio Fuà allo
studio del modello marchigiano di sviluppo
di Enzo Pesciarelli
15 Lo spettacolo
Proposta di legge per una nuova Disciplina degli
interventi regionali in materia di spettacolo
di Ivana Iachetti
18 Paesaggio
Paesaggio come luogo della memoria e dell’identità
di Mario Canti
21 Arte
Luigi Fontana (Monte San Pietrangeli, 1827-1908)
di Marisa Calisti
Fano e la Magnani
di Alberto Berardi
Periodico quadrimestrale de
Le Cento Città, Associa­zione per le
Marche
Sede, Piazza del Senato 9,
60121 Ancona. Tel. 071/2070443,
fax 071/205955
[email protected]
www.lecentocitta.it
*
Hanno collaborato a questo numero Alberto Berardi, Marisa Calisti,
Mario Canti, Edoardo Danieli, Giovanni
Danieli, Pier Luigi Falaschi, Ettore Franca,
Ivana Iachetti, Alberto Pellegrino, Enzo
Pesciarelli, Gennaro Pieralisi, Giacomo
Vettori
In copertina
Matelica, Mostra Potere e splendore degli
antichi Piceni: Olla fittile con sostegno,
entrambi decorati da numerose tazze e figurine zoomorfe appese. Matelica, località Passo
Gabella. Tomba 1 (625-600 a.C.)
Madonne d’Urbino, Banane del Congo e Nature morte
di Fano
di Alberto Berardi
Giro di parole intorno alla parola. Dai graffiti a Dante e
a Piero passando per internet
di Giacomo Vettori
32 Enogastronomia
La moretta
di Ettore Franca
33 Il costume
Il Settecento a Camerino visto da Verri
di Pier Luigi Falaschi
37 Libri ed eventi
L’opera lirica - Le mostre d’arte - I libri
di Alberto Pellegrino
46 Vita dell’Associazione
a cura di Giovanni Danieli
Le Cento Città, n. 36
Album
3
Attualità del paesaggio
di Gennaro Pieralisi
Figura 1
Ho scelto di iniziare questo intervento mostrando le foto dei filari di alberi, soprattutto querce,
che accompagnano per circa quattro chilometri la
Statale 76 tra le uscite di Jesi nord e Jesi sud (Fig. 1
- 2 - 3 - 4), convinto che esse documentino in modo
esauriente lo stato di degrado e di abbandono che
sempre di più caratterizza la componente arborea
del nostro paesaggio.
Attenzione, non è un problema presente soltanto lungo questo breve tratto di strada, è un problema che riguarda tutta Italia, perché se focalizzate la
vostra vista su questo obiettivo vi accorgerete che
attorno a voi è pieno di alberi che stanno morendo.
Figura 2
Figura 3
Figura 4
Figura 5
(Fig. 5)
Ci sono querce secolari che stanno morendo
senza che nessuno se ne preoccupi, poi se qualcuno, magari per necessità, ne deve abbattere una
prende quattro anni di galera; allora a coloro che
dovrebbero provvedere a tutelare questo aspetto
del nostro paesaggio, quanti vogliamo darne?
Questo della conservazione del patrimonio
arboreo costituisce un problema che io ritengo
determinante per la tutela del nostro paesaggio
Le Cento Città, n. 36
Album
4
Fig. 6: ... c’erano i filari e le alberate; c’erano tutta una serie di coltivazioni che oggi non ci sono più che derivavano
in realtà dall’organizzazione mezzadrile fondata in primo luogo sull’autoconsumo della famiglia coltivatrice...
Fig. 7: ... poi la mezzadria è morta e a quel punto si è modificato il paesaggio, abbiamo tolto i filari di viti, c’abbiamo
fatto la cultura estensiva del grano...
Le Cento Città, n. 36
Album
5
agrario; che non é un paesaggio creato dalla
natura, il nostro è un paesaggio che sa di sudore,
sa di fatica, perché è un paesaggio fatto dall’uomo e che con l’uomo si modifica.
Ho una certa età e sono nato in campagna,
ricordo perfettamente quando il paesaggio era
totalmente diverso da quello di oggi: c’erano i
filari ad alberate (Fig. 6), c’erano tutta una serie di
coltivazioni che oggi non ci sono più e che derivavano in realtà dall’organizzazione mezzadrile,
fondata in primo luogo sull’autoconsumo della
famiglia coltivatrice, c’erano gli ulivi, le viti, il granoturco, il boschetto per fare la legna; in tal modo
il paesaggio si era modellato.
La mezzadria è oggi scomparsa e si è modificato il paesaggio (Fig. 7), abbiamo tolto le alberate
di sostegno alle viti, abbiamo messo le vigne a
filari, abbiamo fatto la cultura estensiva del grano,
abbiamo accorpato un po’ di colture.
Cosa che per me poi non è un dramma perché il
paesaggio è quella cosa che va con l’uomo, però
sono un metalmeccanico che ama la natura e
come cacciatore e pescatore la vivo dal di dentro.
Il mio paesaggio è quel posto dove io ricevo
l’impressione di starci bene, quello è il mio posto
e allora quello è il mio paesaggio che può essere
più o meno bello, ma è qualche cosa che è nato,
è cresciuto, si è modificato con me, io non potrei
vivere in un paesaggio di un altro, io sto qui, sono
nato qui e questo è il mio paesaggio e penso che
ognuno di noi ha il suo paesaggio, che far parte
un po’ del nostro interno, del nostro modo di
pensare e di vedere le cose.
Io non ritengo necessaria una tutela rigida del
paesaggio, pur non accettando la sua devastazione, penso sia necessario che questo si evolva
con l’uomo, mi pongo infatti la domanda: se
cinquecento anni fa avessero emanato tutte le
leggi di protezione che ci sono oggi, ci sarebbe un
paesaggio da tutelare?
Il nostro paesaggio è questo, questi sono gli
alberi che ci sono rimasti e francamente uno
come me che da pescatore ha visto tante albe
stando dentro l’acqua del fiume, ed è bellissimo
vedere questi alberi da dentro l’acqua (Fig. 8),
vederli morire così senza dire niente mi dispiace;
io mi impiccio di molte cose, mi impiccio anche
dell’edera che uccide gli alberi.
Fig. 8: ... è bellissimo vedere questi alberi da dentro l’acqua del fiume, vederli morire così senza dire niente
mi dispiace...
Le Cento Città, n. 36
Editoriale
7
Il Manifesto di intenti, un percorso fra tradizione e innovazione
di Alberto Pellegrino
Cari amici de Le Cento Città,
mi accingo ad assumere la presidenza regionale dell’Associazione
per il prossimo anno sociale e
rivolgo a tutti agli illustri Soci onorari un caloroso saluto e un sentito ringraziamento per la fiducia
accordatami in modo plebiscitario, per cui ho ritenuto doveroso
accettare questo prestigioso incarico, nonostante i molti impegni
professionali e il “peso” degli
anni che comincia a farsi sentire.
Penso sia doveroso definire per
prima cosa e in modo sintetico le linee morali e “politiche”
che faranno da indirizzo durante
questo anno di presidenza, partendo da una frase del filosofo
cristiano-sociale Felice Balbo,
tratta dal suo prezioso scritto
L’uomo senza miti, scritta nell’ormai lontano 1945, ma ancora
carica di affascinante attualità:
L’Uomo è affermazione di libertà.
La libertà si attua in ogni pensare, in ogni mestiere fatto non
per se stesso, ma per farlo servire
agli altri. Si attua con la fede nel
programma, ma nel disprezzarlo
in quanto mito, con l’adoperarlo
solo per quello che serve e poi
romperlo… Solo sull’Uomo ci si
può fidare e non sulle formule,
che sono il mezzo della sua vita ma
non sono la sua vita stessa.
In questo anno sociale la presidenza, il consiglio direttivo e il
comitato editoriale delle rivista,
nel redigere e attuare il programma, dovranno fare un costante
riferimento al nostro Manifesto
di intenti, che indica come valori
“fondanti l’etica, il dialogo, la creatività, le conoscenze scientifiche,
la serietà professionale, la cultura
regionale”. Inviteremo pertanto
tutti i soci e gli amici, che sono
vicini alla nostra Associazione, a
sentire un forte spirito di appartenenza e a vivere le nostre proposte come un’avventura dello
spirito, intesa ad approfondire
la conoscenza della cultura marchigiana nella sua interezza ed
unità, nel pieno rispetto di quelle
caratteristiche polimorfe che ren-
dono così interessante la storia, le
tradizioni, il patrimonio artistico
e letterario, il tessuto sociale ed
economico della nostra regione.
Si tratta cioè di tenere sempre
presente in primo piano quella ricchezza di valori morali e
culturali che, senza ottusi localismi, può costruire uno strumento
d’interpretazione e di umanizzazione della globalizzazione, di
attenta “lettura” e di dialogo con
altre culture ormai presenti nelle
Marche.
Il secondo impegno da assumere riguarda l’immissione di nuove
personalità valide sotto il profilo culturale e professionale, che
siano in grado di introdurre una
nuova linfa generazionale e di
allargare l’area delle competenze,
in modo da aprire nuove frontiere alla ricerca, alla progettazione
e alla realizzazione di iniziative
capaci di fra crescere il prestigio e
la possibilità d’intervento sul territorio della nostra Associazione.
I tre obiettivi fondamentali dell’Associazione, anch’essi
indicati dal Manifesto di intenti,
saranno pertanto:
1. Informare nel modo più
completo ed efficace i soci e
gli ambienti esterni per quanto
riguarda le molteplici componenti culturali, artistiche, economiche, sociali, antropologiche e
geografiche della nostra regione.
Questo obiettivo potrà essere realizzato nel modo migliore attraverso un’attiva partecipazione
alle nostre iniziative, con il coinvolgimento di altre Associazioni
e Istituzioni regionali, con l’uso
di tutti i possibili canali di comunicazione, fra cui la nostra rivista
che deve essere lo strumento di
divulgazione delle nostre idee e
dei nostri programmi, per tenere
aperto un continuo dialogo con
la società civile.
2. Incontrarsi con passione e
impegno per trasformare ogni
nostra iniziativa in una occasione
di approfondimento delle nostre
Le Cento Città, n. 36
conoscenze, per attivare un dialogo su gli argomenti più disparati e complessi, avvalendosi sia
delle molte competenze presenti
in mezzo a noi, sia delle competenze esterne, in una continua osmosi che consentirà all’Associazione
di entrare sempre più in sintonia
con la realtà marchigiana, sempre
osservata e studiata in rapporto
alla realtà nazionale e internazionale.
3. Contribuire con la nostra qualificata partecipazione alla riuscita di iniziative organizzate dalle
Istituzioni o da altre Associazioni,
secondo quello spirito di servizio
e di volontariato che ha sempre
caratterizzato l’Associazione, con
l’unico fine di contribuire, attraverso idee, progetti e riflessioni
comuni, allo sviluppo culturale, sociale e umano della nostra
regione.
Per questa ragione ho proposto al Consiglio direttivo l’istituzione delle seguenti aree specialistiche di programmazione e
intervento con i relativi responsabili:
- Area medica, Giovanni Danieli
- Area del paesaggio e della tutela
ambientale, Mario Canti
- Area dell’etica e delle problematiche religiose, Laura Cavasassi
- Area socio-economica, Folco
Di Santo
- Area del teatro lirico e di prosa,
Enrico Paciaroni
- Area di storia dell’arte e della
Tela strappata, Grazia Calegari
- Area storico-letteraria, Alfredo
Luzi
- Area dell’antropologia culturale
e dell’enogastronomia, Hermas
E. Ercoli
In base alle nuove norme statutarie che riconoscono facoltà
d’iniziativa e organizzativa ai
comitati provinciali e ai pastpresident, facoltà estesa anche
ai responsabili d’area, sarà possibile programmare e attuare
particolari iniziative, previa consultazione del Consiglio diretti-
Editoriale
vo regionale.
Da queste premesse derivano
le Linee programmatiche generali
per l’anno sociale 2008/2009
Vivere un rapporto creativo tra
territorio e cultura
Per approfondire la conoscenza
del territorio regionale e per un
migliore approccio nei confronti
della cultura marchigana, vengono individuati alcuni convegni
di studio e delle visite guidate
di alcuni centri delle Marche,
privilegiando la parte centrosud della nostra regione. Tutte
queste iniziative e manifestazioni saranno caratterizzate da
un approccio multidisciplinare,
basato su informazioni rapide ma scientificamente valide,
riguardanti la storia locale, la
società e il costume, l’economia,
l’archeologia, l’architettura e le
arti figurative, la letteratura e il
8
teatro.
•
Iniziative “alla scoperta delle
Marche” e visite a mostre e musei:
1) 21 settembre 2008 – Fermo, la
sua arte, la sua storia. Mostra di
Vincenzo Pagani.
2) 12 ottobre 2008 – Matelica, la
sua arte la sua storia. Mostra Potere
e splendore degli antichi Piceni
3) 9 novembre 2008 – Il Tour del
sorriso. Tolentino – San Severino
Marche – Montelupone
4) 24-26 Aprile 2009 – Viaggio
alla scoperta di una grande
corte rinascimentale: Arte, teatro, letteratura e architettura nel
Ducato di Parma
5) Giugno 2009 – Un percorso nel
Parco dei Sibillini alla scoperta
del mito della Sibilla – Amandola
•
Iniziative di conoscenza e
apprendimento della cultura
marchigiana
1) Gennaio 2009 – Presentazione
de La Carta della Terra – Recanati
2) Marzo 2009 – Convegno Il teatro di prosa ed il teatro lirico musicale
(sede da definire)
3) Maggio 2009 – Convegno sulla
civiltà del mare nella Marca del
Nord - Fano
4) 5 Giugno – Convegno di Storia
della Medicina nelle Marche, in
collaborazione con la Facoltà di
Medicina dell’Università Politecnica delle Marche – Ancona
• Adempimenti associativi
1) 14 dicembre 2008 – Assemblea
generale – Hotel Federico II – Jesi
2) Febbraio 2009 – Festa di
Carnevale – Alla riscoperta delle
antiche tradizioni carnevalesche
marchigiane, musicali, gastronomiche e ludiche
3) 12 luglio 2009 – Antichi
boschi e castelli settempedani.
Assemblea di fine mandato - San
Severino Marche.
Le Cento Città
Associazione per le Marche
La pubblicazione de Le Cento Città avviene grazie al generoso contributo di
Banca Marche, Carifano, Fox Petroli, Gruppo
Pieralisi, Proel, Banca dell’Adriatico, Santoni, TVS
Le Cento Città, n. 36
Economia
9
Santoni, l’impresa dei valori
di Edoardo Danieli
Trasmettere valori, questo è il
vero lusso. Perchè i valori bisogna averli e, soprattutto, perché
si deve essere in grado di costruire un ambiente in cui questi
valori possano vivere. Andrea
Santoni è un imprenditore che
sa trasmettere valori. Produce
calzature del desiderio restando
coerente a una scala gerarchica
di sentimenti che ne fanno non
solo un’eccellenza ma soprattut-
to una rarità. Famiglia, lavoro
e qualità. Si declina attorno a
questi tre capisaldi la vicenda
imprenditoriale dai risultati straordinari oggetto di studio da
parte delle più grandi università e per la sua unicità. E probabilmente irripetibilità. Perché
c’è un’alchimia che sfugge ai
dati e alle analisi numeriche e
che, forse, si può cogliere soltanto visitando la fabbrica di
Andrea e Giuseppe Santoni.
Le Cento Città, n. 36
Corridonia.
Quell’alchimia nasce dall’amore
per il proprio lavoro e per il posto
di lavoro. Quella “fabbrica”, talvolta invisa alle nuove generazioni specie marchigiane, è piuttosto il luogo dell’orgoglio. Ma
non del padrone, di chi vi lavora.
Di chi è chiamato a scegliere
la pelle; di chi la taglia stando
attento a non sprecare neanche
un angolino, di chi la cuce, di chi
Economia
applica
i tacchi rigorosamente
Ilenia Santoni.
fatti in casa. Potrebbe sembrare
la più classica delle manovie a
cui i capannoni immersi nella ex
campagna, ora zone industriali, ci hanno abituato. Quando,
però, vedi con che attenzione,
si confrontano le due scarpe che
dovranno vivere appaiate, capisci
che non c’è solo attenzione. Ancor
di più, nel reparto in cui avviene la
“coloratura”. Come non pensare a
quegli antichi laboratori artigianali
in cui è nato il Rinascimento italiano? Macchine, testa ma soprattutto cuore.
Lo assicura chi lavora qui. Al
centro di questa alchimia c’è lui:
Andrea Santoni. È vero, una ventina di anni fa ha “dato le chiavi” al figlio Giuseppe, a cui ora
competono le decisioni. Ma è
un dato di fatto che Andrea sia
praticamente tutti i giorni in fabbrica, a verificare che quello che
esce dalle mani dei suoi collaboratori sia quello che lui desidera.
Perché in fondo, come sempre,
è proprio il desiderio la molla
della perfezione. La qualità, delle
forme e del prodotto, è prima di
tutto una necessità estetica interiore che non si può tradire.
Dunque, Andrea al centro di
questo sogno diventato talmente
concreto da collezionare fatturati in continua crescita, da dar
lavoro a 350 persone, da essere in
vetrina nelle strade più eleganti
di mezzo mondo.
Andrea Santoni, fino al 1975, è
stato capofabbrica in un’azienda
calzaturiera. Accanto alla moglie
Rosa, altra figura straordinaria
e centrale di questa vicenda,
affianca all’attività di dipendente, quella, per così dire, di libero
professionista. Anni in cui alla
mattina si lavora in fabbrica; alla
sera nel laboratorio di casa. La
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data che segna lo spartiacque
è il 1975. C’è un desiderio di
cambiamento, dettato dall’innovazione, altro valore a cui Andrea
Santoni sarà sempre fedele, che
spinge a mettersi in proprio.
Nasce la Santoni, inizia quella
cavalcata, tuttora in corso, che
porta l’azienda a consolidare un
marchio divenuto uno dei più
celebri rappresentanti del Made
in Italy. Nasce quell’ambiente in
cui l’idea primigenia di impresa, sicuramente già chiara nella
mente di Andrea, potrà crescere.
Qualità allo stato puro. È questa
la linea da rispettare. Nella lavorazione, nella scelta delle materie prime, nella ricerca estetica
delle forme. Fino alla confezione
in cui questi tesori per piedi
vengono custoditi e ai negozi in
cui potranno essere acquistati.
Lo spirito Santoni informa una
calzatura che non è mai ostentazione ma che è lusso proprio per
i valori che incorpora. Adesso,
nel marketing, si chiama brand.
È la parte immateriale di un
prodotto, è il sussurro che segna
la differenza. Nelle calzature di
Santoni, la tradizione del saper
fare del calzolaio marchigiano
si declina al futuro. L’artigianoartista si fa impresa; la continuità s’arricchisce della capacità di
andare avanti. Certo che nessun
cinese potrà mai copiare; certo
che anche le nostre università si
interroghino su come sia stato
possibile questo connubio tra
artigianato e imprese. È indecifrabile, ma sicuramente comprensibile.
La continuità, per esempio.
Niente la rappresenta meglio
della famiglia. Così, non appena Giuseppe e Ilenia, i figli di
Andrea e Rosa, hanno l’età della
ragione, ecco che c’è spazio per
Le Cento Città, n. 36
loro. Altra intuizione formidabile per un’imprenditoria gerontocratica come quella marchigana
in particolare ed italiana in generale. Giuseppe diventa amministratore delegato una ventina
di anni fa; Ilenia è consigliere
delegato e responsabile amministrazione e finanza.
La presenza e l’attenzione di
Andrea, come detto, non vengono meno. Come non viene
meno la coerenza: anche quando dissente dalle idee del figlio,
è sempre pronto ad accettarne
la decisione. C’è un solo presidente, citando Barack Obama.
Anche perché gli anni di
Giuseppe sono gli anni del consolidamento e dell’allargamento dell’attività al settore donna
e bambino. Sono gli anni in cui,
anche qui con una lungimiranza
rara dalle nostre parti, al nucleo
famigliare s’affiancano manager
che, in specifici settori, aggiungono competenze innovative,
che rispettano la tradizione, ma
sono sicuramente una marcia
in più. Tra l’altro, da sottolineare, l’alta capacità attrattiva della
Santoni rispetto ad aziende
dalla collocazione geografica
ben più facile. La presenza della
Santoni s’estende ai negozi di
Stati Uniti e Giappone, dopo
aver conquistato Russia e Nord
Europa.
E qui nelle Marche? E qui c’è il
colpo di genio. Un altro. La vera
cifra di un successo che, prima
che professionale, è sicuramente umano perché l’impresa non
si nutre di solo profitto. Nasce
la Scuola per calzature. Sempre
nella fabbrica di Corridonia, in
fondo alle linee produttive, ci
sono cinque postazioni in cui gli
anziani maestri calzolai insegnano ai giovani i segreti dell’antico mestiere con trincetto, lesina
e martello. Un’iniziativa fortemente voluta da Andrea, viste
anche le difficoltà dell’azienda
di trovare manodopera qualificata: la disaffezione verso il lavoro
manuale è il grande pericolo, più
della concorrenza o della crisi dei
consumi. Perché questo sogno
è diventato realtà proprio grazie
alla capacità delle mani di saper
costruire opere d’arte. Perché il
sogno vuole continuare.
Economia
12
Il contributo della Facoltà di Economia Giorgio Fuà allo studio
del modello marchigiano di sviluppo
di Enzo Pesciarelli*
1. Se si dovesse sintetizzare in
un unico messaggio l’obiettivo
della Scuola di economia diretta
da Giorgio Fuà - ideatore e fondatore della Facoltà a lui intitolata - si potrebbe dire che essa è
stata orientata alla formazione
di un economista utile, ossia
di un economista impegnato a
“studiare i problemi della società nella loro concretezza e completezza”.
L’economista deve essere
pienamente consapevole dei
limiti degli strumenti che usa,
deve costantemente impegnarsi a migliorarli e deve necessariamente adottare un approccio
interdisciplinare, interagendo con altri scienziati sociali
(demografi, sociologi, giuristi,
aziendalisti, statistici, storici), se
vuole cogliere a fondo le determinanti dello sviluppo e del
benessere collettivo.
Un metodo dunque che sembra anticipare gli studi contemporanei sulla governance, che
sono espressione di un nuovo
modo di guardare alle determinanti dello sviluppo economico,
non più limitate a fattori prettamente economici, ma istituzionali in senso lato.
2. Su queste premesse si fonda
l’analisi fuaiana di quella particolare traiettoria di sviluppo che
si afferma in Italia, soprattutto
nelle regioni del Nord Est e
del Centro (NEC), fondata sulla
diffusione di sistemi produttivi
locali basati sulla presenza di
piccole imprese. Fuà evidenzia
nei suoi studi la relazione esistente fra la piccola dimensione di impresa e il particolare
quadro ambientale in cui essa
opera, frutto di un’articolata
serie di fattori che fanno da
sfondo al processo di industria* Preside della Facoltà di Economia
Giorgio Fuà dell’Università Politecnica
delle Marche
lizzazione. Viene così elaborato
un modello di sviluppo del tutto
originale caratterizzato da una
relazione non conflittuale fra
ambiente e potenzialità imprenditoriali che dovrebbe dar luogo
a un processo propulsivo di crescita senza traumi né fratture.
Cioè di una forma decentrata di
sviluppo che, senza sconvolgere
in modo irreparabile il territorio
e il paesaggio, nonché il quadro sociale della comunità che
in essi vive ed opera, riesce a
tenere assieme vecchio e nuovo,
storia e presente.
3. Ma è lo stesso scopo
dell’economista a mutare in
una sorta di ritorno al futuro.
L’economista politico e il
riformatore sociale nell’ottica di
Fuà sono infatti strettamente
connessi, nel solco della tradizione classica del pensiero economico: “L’economista politico
ha dunque
questa prospettiva: egli
cerca di valutare ciò che è
meglio per la
collettività,
ma un metro
di valutazione universalmente
riconosciuto
non c’è e
quindi qualunque soluzione egli
arrivi a proporre resterà
aperta a controversie”.
Da un lato,
dunque, il
fine che Fuà
stesso definiva «ambizioso, forse
addirittura
presuntuo- Giogio Fuà.
Le Cento Città, n. 36
so» di perseguire il maggiore
benessere collettivo come tema
principe dell’indagine economica, dall’altro, la puntuale attenzione al «miglior funzionamento
dei meccanismi sociali», da cui
quel benessere trae origine.
In questo senso possiamo
osservare il passaggio da una
logica meramente quantitativa
ad una che tiene sempre più
conto degli elementi qualitativi
dello sviluppo.
A mio parere è questo uno
dei risultati più interessanti e
fruttuosi del metodo interdisciplinare adottato da Fuà. Esso
infatti - attraverso l’alternarsi
dei diversi punti di osservazione
- permette di assumere una concezione più completa dell’uomo
e delle condizioni che influiscono sul suo benessere, allargando
lo sguardo ai nessi che legano
popolazione e ambiente. Come
è stato felicemente osservato:
Economia
“Da un simile approccio emerge
il rapporto difficile e irrisolto
tra le trasformazioni di un’Italia
cresciuta in fretta ed in modo
disomogeneo ed il suo territorio
modellato dalla cultura e dalla
storia. Nel quadro affiorano le
ferite prodotte da un uso dissennato e miope delle risorse
ambientali, le lacerazioni sociali
e i rischi ancora incombenti di
un mutamento tecnologico e dei
costumi rapido e poco accorto:
di fronte ad essi l’urgenza di
una conciliazione attraverso una
politica complessa capace di contempcrare la conservazione del
paesaggio e della sua memoria
storica con l’esigenza economica di un’evoluzione accettabile,
basata da un lato sul rispetto
e la valorizzazione dell’ambiente nelle componenti naturale e
storica, attraverso interventi di
riorganizzazione e riqualificazione del territorio e dall’altro sulla
creazione delle condizioni per un
armonico sviluppo delle diverse
parti del territorio”.
Donde la critica che Fuà svolge al crescente processo di mercificazione che caratterizza lo
13
sviluppo economico contemporaneo e che sembra assumere
tratti a un tempo profetici ed
utopici: “l’estensione del mercato
ai diversi aspetti della vita e la
quantità di merce prodotta hanno
raggiunto dimensioni tali... che
ulteriori aumenti non presentano più connotati così nettamente
positivi dal punto di vista del
benessere della popolazione”.
4. Attraverso la crescente
aporia fra la definizione usuale di crescita e il più ampio
ma problematico concetto di
benessere, entrano in crisi anche
i contorni dell’espressione più
piena dell’uomo e delle sue
potenzialità creative, cioè del
lavoro. Egli scrive: “II lavoro può
risultare più interessante se chi lo
fa è posto in condizioni di sentirsi
partecipe della gestione e dei successi dell’operazione produttiva
in cui viene impegnato, se ha
modo di riconoscere nel prodotto una propria creazione; e così
via. Oggi nei paesi ricchi è probabilmente più urgente studiare
le vie per restituire interesse al
lavoro nei sensi sopra accennati,
piuttosto che le vie per aumentare di qualche punto percentuale
la quantità di merce prodotta...
Eppure noi economisti continuiamo a dedicare tanti studi alla
produttività e al salario, ma quasi
nessuno alla soddisfazione del
lavoratore”. Un simile approccio
determina necessariamente anche
una diversa concezione dell’imprenditore, visto come colui che
“considera propria missione quella di formare, guidare, sviluppare
un gruppo di persone facendole
sentire partecipi di un’operazione
creativa comune della quale essere
tutte orgogliose”.
Ma sotto questo profilo le
conseguenze non si fermano
qui. Fuà pensava che compito
precipuo dello scienziato sociale fosse anche quello di analizzare:
a) i casi di attività attualmente
mercificate per le quali fosse
possibile pensare un’alternativa
più soddisfacente organizzata
in forma non mercificata;
b) le formule non mercificate
di organizzazione che potrebbero essere utilmente impiega-
Il cortile interno della ex caserma Villarey ora sede della Facoltà di Economia.
Le Cento Città, n. 36
Economia
te;
c) l’influenza che la forma giuridica, la dimensione e il modo
di organizzazione dell’impresa
hanno sulla soddisfazione del
lavoro;
d) la praticabilità di un sistema di partecipazione agli utili
e alla gestione dell’impresa da
parte dei lavoratori;
e) i possibili vantaggi che
da ciò potevano scaturire dal
punto di vista dell’occupazione,
della produzione e della retribuzione, nonché dal punto di
vista dell’integrazione sociale e
dell’autorealizzazione.
Da ultimo, ma non per ultimo, non posso non accennare
ad un’altra realizzazione di Fuà
come imprenditore culturale.
Intendo la fondazione dell’ISTAO - Istituto per gli studi economici e sociali Adriano Olivetti
- avvenuta nel 1967 sul modello,
fortemente innovativo per l’epoca nel nostro Paese, delle business
school di tradizione anglosassone.
Con ciò Fuà intendeva percorrere
una via italiana alla formazione degli economisti, con una
particolare attenzione agli studi
manageriali.
In che senso si può parlare
oggi di una continuità nella
nostra Facoltà rispetto all’insegnamento di Fuà?
Quanto all’ISTAO i rapporti
con il nostro Ateneo e la Facoltà
di Economia si sono fortemente
consolidati sia sotto il profilo
istituzionale che sostanziale e
stiamo operando attivamente
affinchè possano dar luogo a
ulteriori sviluppi.
Quanto alle direttrici di ricerca la nostra Facoltà continua a
lavorare sulle indicazioni di Fuà
sotto molteplici aspetti.
L’attenzione allo sviluppo dell’economia nazionale
e regionale sia sotto il profilo
reale che finanziario, alle tendenze demografiche, al territo-
14
rio, alla tutela dell’ambiente e
del paesaggio, ai profili istituzionali, alle prospettive economiche, sociologiche e giuridiche del mercato del lavoro, ai
possibili sviluppi insiti in una
concezione pluralistica delle
forme di impresa, per ricordarne solo alcuni, sono tutti temi
al centro della nostra attività
di ricerca. Si può ben dire che
se di continuità si può parlare,
si tratta di una continuità che
è nell’aria nella nostra Facoltà
e che, anzi, si è rafforzata, coinvolgendo - quasi inconsapevolmente - anche studiosi esterni
alla più ristretta cerchia degli
allievi diretti di Fuà.
Al tempo stesso si è andati oltre, tenendo conto dei
nuovi pressanti problemi che
sono apparsi sull’orizzonte del
nostro modello di sviluppo.
Sono emersi così studi centrati
sui punti di forza e di debolezza tipici dell’Italia che risultano accentuati in questa piccola
regione, nella quale, come è
stato osservato, “ai vantaggi di
coesione sociale, imprenditorialità diffusa, flessibilità produttiva si contrappongono i rischi
di frammentazione localistica,
fragilità competitiva e periferizzazione”. Con conseguenze
non di poco conto su alcune
debolezze strutturali in termini
di produttività e internazionalizzazione.
Quanto al primo aspetto sono
maturate indicazioni ormai ben
note, ma non ancora evase, relative alla necessità di introdurre
innovazioni tecnologiche, organizzative e infrastrutturali tali da
determinare un generale innalzamento della produttività. Un
ruolo centrale non può che essere assunto sotto questo profilo
dall’attività di ricerca che è però
largamente sottofinanziata sia a
livello nazionale che locale, sia
sotto il profilo pubblico che privato.
Le Cento Città, n. 36
Quanto al secondo aspetto, un tema su cui si è concentrata l’attenzione riguarda
quello che è stato definito da
un autorevole collega come il
rischio di una progressiva perdita di centralità della economia
marchigiana. Secondo questo
approccio il rischio da evitare è
quello di subire passivamente
l’integrazione esterna e di saper
gestire in modo attivo le varie
fasi dell’internazionalizzazione,
evitando che la regione diventi
semplicemente terreno di conquista e si accentui la dipendenza da centri decisionali e
gestionali esterni.
A mio parere una delle due
grandi sfide che oggi questa regione ha di fronte a sé
è proprio quella di contrastare
il rischio della perdita di centralità. Il rischio di tornare ad
essere, attraverso un processo
apparentemente lento, ma che
può però diventare inesorabile,
ciò che nella storia precedente
le Marche sono sempre state:
Marca, cioè regione di confine.
L’altra, e con ciò mi ricollego idealmente alla tradizione
fuaiana, si riferisce alla tutela
dell’ambiente e del paesaggio
- una ricchezza fondamentale della nostra regione anche
sotto il profilo economico - che
oggi è seriamente minacciata a
causa di una pericolosa carenza
di pianificazione territoriale.
Per concludere, io credo che
i possibili esiti negativi relativi
a queste due criticità possano
essere efficacemente contrastati, ma per far ciò occorre che
le professionalità e le competenze intellettuali, in una parola il capitale umano, di cui la
nostra regione è così ricca - ma
che sono spesso sottoutilizzate - abbiano la possibilità di
essere messe concretamente
alla prova.
Lo spettacolo
15
Proposta di legge per una nuova Disciplina
degli interventi regionali in materia di spettacolo
di Ivana Iachetti
L’intervento trova un particolare significato se si ricollega all’iniziativa che due anni fa questa
stessa Associazione aveva promosso attraverso un convegno
che si interrogava se un sistema lirico musicale nelle Marche
c’era; è molto soddisfacente
che oggi ci si ritrovi a dimostrare
che appunto il sistema innanzitutto c’è, e si sta sempre più
consolidando. Già allora era nato
il Circuito Lirico dalla collaborazione tra il Teatro Pergolesi
di Jesi, il Teatro dell’Aquila di
Fermo e il Teatro V. Basso di
Ascoli Piceno. Nel frattempo nel
2007 è nato il Polo lirico, M3
Marche Musica per il Mondo
tra lo Sferisterio di Macerata, la
Fondazione Muse di Ancona e la
FORM, (trasversale ovviamente
a questi due accordi c’è anche la
Corale Bellini che nella maggior
parte dei casi canta nelle produzioni liriche).
Recentemente, ed è per la
prima volta, nella Stagione lirica del Teatro Pergolesi di Jesi
2008 verranno rappresentate
due opere, una delle quali è in
coproduzione con lo Sferisterio
di Macerata, la Tosca e una con
il ROF, Viaggio in Reims; questo è un altro segnale molto
importante, che va a completare
quel quadro di sistema e integrazione.
Per completare tale panorama musicale marchigiano, c’è in
parallelo quello che è successo
nel campo della musica contemporanea dove le tre associazioni
che tradizionalmente organizzavano jazz nella nostra regione,
ovvero Ancona Jazz, il TAM di
Porto Sant’Elpidio e Fano Jazz
Club, fino a qualche anno fa non
avevano alcuna collaborazione
né una visione armonica nella
loro programmazione, hanno
fondato nel 2007 Marche Jazz
* Responsabile Attività Culturali e
Spettacolo dell’Assessorato Beni ed
Attività Culturali della Regione Marche.
Relazione tenuta al Convegno Il sistema
lirico musicale nelle Marche, promosso
da Le Cento Città ad Ancona, Teatro
delle Muse, il 15 maggio 208.
Network prevedendo una condivisione di cartelloni e di strategia
comunicativa.
E se tutte queste cose che sono
successe, un po’ di merito va sicuramente al nostro lavoro, anche
se non si finirà mai di dire che i
fondi per la cultura dovrebbero
essere raddoppiati e considerati
strategici. Oltre a questo però
sicuramente un grazie va a tutti
gli operatori che hanno lavorato
con noi con passione e competenza; quindi se il sistema c’è è un
frutto assolutamente condiviso e
compartecipato.
Passiamo all’analisi della proposta di legge che è bene sottolineare attualmente è in fase di discussione presso la 1° Commissione
Consiliare e potrà essere ampiamente rivista e modificata; questa
è la prima volta che in qualche
Ivana Iachetti.
Le Cento Città, n. 36
modo si esemplifica l’attenzione
sullo spettacolo, perché la legislazione regionale in tutti questi
anni si è occupata di spettacolo
sempre stata in modo trasversale.
Si iniziò negli anni Ottanta con
la legge 16/81 che genericamente
dava contributi alle attività culturali in cui c’erano tutte iniziative sparse di spettacolo, poi con
l’avvento dell’Assessore Troli, si
passò alla legge 75/97 che prevedeva un Piano della cultura al
cui interno un paio di programmi
riguardavano lo spettacolo. Dopo
di che sono nate altre leggi “ad
hoc”: la L.R 20 del ‘96 che assicura contributi per la promozione e
l’immagine turistica al ROF e allo
Sferisterio, e poi la L.R. 2 /00 che
ha istituito la FORM.
Quindi questa di oggi è sicuramente una proposta di legge che
affronta il settore spettacolo nella
Lo spettacolo
sua complessità, dal vivo e riprodotto. Intanto quest’atto si rivela
quanto mai significativo, perché
non solo colma un vuoto legislativo regionale, ma colma un vuoto
legislativo che è prima di tutto
nazionale, perché, come saprete,
a livello nazionale la legge sulla
musica, la 800, ha ormai più di
40 anni, la prosa non ha mai
avuto una legge di settore, e il Fus
L.163 /85, è andato sempre avanti con regolamenti attuativi che
ovviamente non hanno il peso e
la dignità di una legge.
L’obiettivo principale della
nostra legge è anche quello di
razionalizzare le risorse in un
momento in cui gli investimenti
nel settore cultura già a livello nazionale non danno segnali rassicuranti e probabilmente
continuerà ad essere così. Pari
attenzione è dedicata alla possibilità anche di incentivare nuovi
progetti che siano in grado di
garantire attraverso dei ricambi generazionali l’ampliamento
del pubblico, la realizzazione e la
diffusione mirata di prodotti da
qualità che possano incentivare
anche il turismo, con un’offerta
di spettacoli che fra l’altro si rivela sempre più concorrenziale con
quello che fanno le altre regioni.
La promozione e l’organizzazione delle attività dello spettacolo dal vivo, comprendenti teatro,
musica, danza, spettacoli di strada e circensi, perché fra l’altro i
Comuni hanno anche competenze in questo settore, nonché del
settore cinematografico audiovisivo, sono poi demandati all’individuazione di strumenti programmatici, uno di più ampio respiro
che noi faremo coincidere con la
durata della legislatura o almeno
triennale, e uno più breve, che è
appunto il Programma operativo
annuale fatto in concorso con le
Province e i Comuni, nel rispetto
delle relative competenze e delle
funzioni gerarchiche.
Per rendere più agevole, questa è una novità molto attesa dagli operatori, la gestione
dei programmi d’intervento, si
dispone intanto l’introduzione di
un fondo unico regionale destinato a raccogliere tutte le risorse
finanziarie pubbliche, ed eventualmente private, destinate alle
attività di spettacolo, ma soprattutto si dà vita all’istituzione di
16
un fondo di anticipazione, che
altrove è stato chiamato fondo
di rotazione, prendendo spunto
da quello che e successo in altre
regioni, e soprattutto da quello
istituito dalla Regione Toscana
che lo ha previsto per alcuni
soggetti dello spettacolo.
Questo fondo consentirà alla
Regione di anticipare alle istituzioni che ne hanno accesso,
identificate come soggetto di
primario interesse regionale e
con le dovute garanzie, un credito rapportato al contributo
assegnato dallo Stato, anticipato
a inizio anno, evitando l’oneroso
ricorso ai prestiti bancari in attesa dei fondi statali.
Questa legge prevede anche
il recepimento di quello che il
decreto legislativo 28/2004, il
cosiddetto decreto Urbani, dà
come competenza alle Regioni,
ovvero il parere per l’apertura o
la destinazione d’uso delle sale
cinematografiche, oltre alla promozione del cinema di qualità,
una competenza questa, che
già le Regioni avevano e hanno
svolto in tutti questi anni.
C’è da dire una cosa molto
importante, il testo dell’articolato
è stato oggetto di ampia e partecipata condivisione e tiene conto
delle molte osservazioni fatte;
perché noi abbiamo condiviso,
sentito e, per quanto è stato possibile, ovviamente, tenuto conto
degli emendamenti che non stravolgessero quella che era l’idea
della legge. Con deliberazione di
Giunta la legge è stata trasmessa
in Consiglio Regionale, dove la
Commissione Consiliare competente ha fatto altre audizioni
con gli enti e gli operatori del
settore e, ripeto, sta lavorando
assiduamente sulla pdl per farla
approvare e diventare operativa
entro gennaio 2009.
Il testo è fatto di 15 articoli e chi volesse consultarlo, cosi
come licenziato dalla Giunta,
può trovarlo sul nostro sito www.
cultura.marche.it
Passiamo intanto all’analisi
degli articoli.
- l’art. 1 definisce le finalità e l’oggetto della legge, il rispetto dello
statuto regionale da quanto previsto dalla norma statale, ecc.,
Le Cento Città, n. 36
viene posta questa attenzione
alle nuove generazioni, sia come
fruitori che come produttori di
spettacolo ai nuovi linguaggi,
all’intercultura, una meta per le
persone socialmente svantaggiate, per i disabili, in questo
abbiamo anche recepito molte
indicazioni della Convenzione
Unesco.
Un’attenzione per i piccoli
Comuni con un’offerta di servizi
culturali, ecc., poi ci sono alcuni
commi che riguardano il settore
del cinema.
- L’art. 2 individua le funzioni
della Regione ai fini poi della
programmazione, del coordinamento, del controllo dei settori
disciplinati dalla legge. È importante perché nell’art. 2 c’è la
distinzione che qualifica tutto
l’articolato delle leggi tra i progetti regionali e i soggetti regionali
perché i progetti regionali sono
quelli dove può finire il nuovo,
o quelli eventualmente rimasti
fuori dai PIR, quindi progetti
che hanno bisogno appunto di
passare al vaglio della Regione, di
avere certe caratteristiche; invece
i soggetti regionali sono quelli,
appunto i PIR dell’art. 8 e quelli
che costituiscono l’Albo all’art.
9. Anche qui ci sono una serie di
commi che prevedono la nascita
della Film Commission ,la riformulazione della Mediateca delle
Marche, ecc.
- L’art. 3 definisce e attribuisce competenze alle Province in
merito sempre a degli interventi
nel settore dello spettacolo come
ente di raccordo e di recepimento delle stanze territoriali, ovviamente tutto questo dovrà essere
in piena sintonia con la programmazione regionale, infatti ad un
certo punto si dice che dovrà
esserci una verifica di conformità
regionale, significa che in qualche
modo se già nel passato il piano
della cultura dava indicazioni
programmatiche alle Province,
non sempre poi eravamo in grado
di controllarle, questa volta nel
piano dello spettacolo daremo
delle indicazioni programmatiche
e le Province in qualche modo
quello che accoglieranno come
ipotesi di sostegno allo spettacolo, dovranno farcelo conoscere
prima.
- L’art. 4 stabilisce le funzioni dei
Comuni; soprattutto c’è l’attenzione alla valorizzazione anche
dei beni culturali, cioè dei siti
Lo spettacolo
monumentali, i teatri, ecc. che
ricade sotto la competenza più
diretta dei Comuni e anche
un’attenzione maggiore alle
comunità locali.
- Dall’art. 6 cominciano ad essere articoli dove si parla della
programmazione, quindi si prevede l’approvazione da parte
del Consiglio Regionale di un
piano pluriennale dello spettacolo, che individua le priorità
e le strategie, e poi da parte
della Giunta Regionale, sentita la Commissione Consiliare,
di un programma operativo
annuale che individui le modalità
di riparto e delle risorse da destinare agli interventi, anche i criteri
e le modalità per la presentazione e la valutazione dei progetti
da finanziare. Qui si prevede di
individuare degli indicatori di
verifica, di efficienza e di efficacia; ma questo non è nuovo, perché noi nel tentativo di mettere
degli sbarramenti alle domande,
all’inizio del 2006 introducemmo
dei bandi di accesso ai finanziamenti della L.R.75-97 relativi allo
spettacolo che sono stati presi
e un po’ copiati dalla Regione
Emilia Romagna che molti hanno
giudicato farraginosi, e complicati, però in essi era già predisposta quella verifica di indicatori di efficacia e di efficienza che
vengono richiesti anche adesso.
- L’art. 7 definisce i progetti di
iniziativa regionale e locale, è
un articolo breve e dà indicazioni di quello che Regione prevede debbano essere i progetti
regionali, che si dice debbano
riguardare in particolare attività
di carattere innovativo, in grado
di produrre servizi, esperienze,
metodologie, modelli disseminabili ed esportabili finalizzati alla
riduzione degli squilibri sociali e
territoriali che interessano una
pluralità di soggetti istituzionali
o che investano ampie porzioni
del territorio regionale.
È importante poi il comma 2
perchè i progetti locali predisposti dagli enti locali e dai soggetti
pubblici e privati, dovranno prevedere l’impiego da parte dei
soggetti iscritti all’Albo di cui
all’art. 9 (condizione di priorità
per la concessione dei contributi regionali). Con questo ci è
sembrato di dare dignità all’albo
perché esso dovrà fotografare
qualitativamente quello che è
17
il mondo dello spettacolo, ed è
giusto che i progetti prevedano quindi l’utilizzo poi di quei
soggetti.
- Arriviamo all’art. 8, ovvero i
famigerati PIR; in qualche modo
abbiamo pensato che forse
richiamandoci a quelli che sono
i riconoscimenti ministeriali era
la cosa più tranquilla, non abbiamo messo i nomi, ma li abbiamo messi nelle norme transitorie, perché altrimenti significava
davvero fare la fotografia ancora
una volta seppur dei soggetti
di primario interesse regionale,
abbiamo preferito privilegiare
quelle che sono le funzioni di
questi soggetti, quindi leggiamoli insieme perché in qualche
modo questo è un articolo che
sta a cuore a molti.
Sono iscritti nel settore dello
spettacolo dal vivo i soggetti operanti nel territorio regionale da
almeno un decennio, di cui la
Regione è socio fondatore o riconosciuta ai sensi di norme statali
o regionali per i settori ai quali
la Regione medesima riconosce
un ruolo di rilievo nelle seguenti
attività di cui ai decreti ministeriali attuativi della legge 30 aprile 1985, n. 163, ovvero attività
teatrale stabile, teatro di figura,
distribuzione, promozione e formazione del pubblico, promozione della danza e perfezionamento
professionale, teatri di tradizione,
istituzioni concertistico-orchestrali, festival e rassegne..
- Il comma b) I Comuni e gli altri
soggetti che svolgono attività di
lirica ordinaria ai sensi di norme
statali per il settore e c) le strutture innovative che coinvolgono
almeno tre soggetti iscritti all’albo
di cui all’art. 9 e poi sotto si passa
a parlare del settore cinema .
- L’art. 9 prevede l’istituzione
dell’albo regionale allo scopo
di creare un quadro dei soggetti dello spettacolo in grado di
rispondere ad elevati standard
di qualità; qui ci sono una serie
di caratteristiche che appunto
denotino un’attività consolidata
e un progetto artistico di rilievo,
ecc. ecc., osservanza dei contratti collettivi nazionali sottoscritti
dalle principali sigle sindacali .
Anche questo Albo non è blindato, nel senso che di volta in
volta c’è chi entra, c’è chi esce,
di questo c’è già un registro per
la legge 7/93 (Associazionismo
Le Cento Città, n. 36
culturale) sperimentato da anni .
- gli artt. 10 e 11 sono due articoli che appunto prevedono le
creazioni del Fondo unico, cioè
il settore che poi programma lo
stanziamento della cultura partendo dallo “storico”.Questo
speriamo che sia un articolo che
possa prevedere anche un peso
maggiore, per ora ovviamente noi
parliamo solo di questa istituzione, al cui interno viene anticipato
il fondo di anticipazione di cui
all’art. 11 L’art. 11 direi di leggerlo perché è molto importante.
E’ istituito un fondo di partecipazione per il settore dello spettacolo
dal vivo finalizzato a garantire il
tempestivo utilizzo delle risorse
statali assegnate ai soggetti di cui
all’art. 8, comma 2. I beneficiari
dell’anticipazione regionale possono richiedere l’erogazione anticipata dei fondi statali loro assegnati
fino ad un massimo del 90% del
contributo statale riscosso dalla
precedente e comunque non oltre
il contributo regionale assegnato
per il funzionamento ordinario.
Sono tenuti al rimborso
dell’anticipazione senza alcun
onere di interesse, questa è la
cosa importante, perché sappiamo bene quanto le banche siano
esose , entro il termine dell’esercizio finanziario in cui vengono
riscossi i contributi statali. La
Giunta Regionale determina i criteri e le modalità, definisce altresì
le modalità e i contenuti degli
accordi preliminari da sottoscrivere tra le Regioni e i soggetti
coinvolti, nel senso che comunque abbiamo bisogno di qualche
garanzia e quindi ci dovrà essere un accordo che regoli questa
modalità di anticipazione.
-L’art. 12 interessa il cinema,
l’art. 13 fissa le disposizioni finanziarie a livello tecnico per l’attuazione della legge e l’art. 14 è
l’articolo che come norma transitoria e finale recepisce quello
che nell’art. 8 era stato invece
enunciato.
Siamo arrivati alla fine perché
ovviamente l’art. 15 prevede le
abrogazioni; finalmente la vecchia legge 16 va in pensione, anzi
va nell’archivio! Viene anche
abrogata la legge n. 20/96 a
favore dello Sferisterio e del Rof
.Invece la legge sulla Form non
può essere abrogata in quanto
legge istitutiva.
Paesaggio
18
Paesaggio come luogo della memoria e dell’identità
di Mario Canti
Attualità del paesaggio
Il paesaggio appare essere un
argomento di gran moda, almeno a livello dei mezzi di comunicazione, stampa, televisione,
internet; se ne parla come di
una attrattiva turistica, come di
una risorsa, come un bene culturale, ecc. ecc.
In realtà il termine viene rivestito di significati, talora sostanzialmente diversi, a seconda
dell’uso che se ne vuol fare,
e questo comporta di conseguenza difficoltà di comprensione tra i diversi operatori e
disomogeneità di valutazione
delle azioni che su di esso si
intendono porre in essere.
In questa comunicazione
ci si limiterà a considerare il
paesaggio sotto un profilo culturale, cercando di porre in
evidenza i diversi significati e
le valutazioni che anche con
questa “limitazione di campo”
pure permangono.
Genesi della forma
Se il paesaggio è concepito
come la “forma del territorio”,
quale essa appare alla vista, non
v’è dubbio che questa forma è
stata plasmata, in gran parte del
mondo e sicuramente nel continente europeo, dall’azione che
l’uomo nel corso di millenni ha
esercitato sull’ originario assetto, geologico, geomorfologico
e vegetazionale della superficie
terrestre.
Azione che si è sviluppata
con intensità e mezzi diversi nei diversi luoghi; si può
immaginare che ogni fase
della cìvilizzazione umana
sia stata come una sorta di
alluvione che abbia coperto
grandi estensioni di territorio, lasciando i suoi sedimenti
in modo disomogeneo sullo
stesso; così le tracce di ogni
cultura, che pure si riconoscono, sono singolarmente sempre diverse nei diversi luoghi,
il che conferisce ad ognuno
questi una identità specifica
ed unica.
Queste tracce possono essere
state lasciate in modo episodico e per tempi assai brevi, che
so. le tracce delle devastazioni
prodotte in Italia dalla guerra
gotica-bizantina, ovvero possono derivare da azioni assai durevoli ed estese, la sistemazione
agricola-pastorale del latifondo
romano, quella della riforma
benedettina o dell’appoderamento mezzadrile.
Possono essere apparentemente tenui e quasi invisibili,
quali appaiono le centuriazioni
romane ancora leggibili nelle
Marche ed in altre regioni italiane, o possono apparire puntuale ed imponenti: le piramidi,
la grande muraglia, il vallo di
Adriano.
In ogni caso le une come le altre
sono poi state più volte sconvolte da azioni ed eventi successivi,
ma pure qua e là riappaiono,
costituendo nel complesso una
sorta di memoria materiale di un
determinato territorio.
Da queste semplici e condivisibili considerazioni derivano
implicazioni molteplici e problemi di non facile soluzione;
ci sembra opportuno ricordare
almeno due delle proprietà che
le argomentazioni fin qui svolte attribuiscono al paesaggio: il
carattere identitario e la qualità
culturale.
Il carattere identitario
del paesaggio
Le diverse parti del territorio
si riconoscono in virtù dei loro
caratteri paesaggistici e questa
identificazione di carattere fisico tende a trasferirsi, in modo
più o meno preciso, dal luogo
ai suoi abitanti che in essa si
riconoscono.
In una qualche misura tutti
gli uomini si “portano dentro”
il paesaggio dei luoghi dove
hanno vissuto, nell’infanzia,
nella giovinezza, nella maturità; i poeti in ogni epoca hanno
Le Cento Città, n. 36
testimoniato nelle loro opere
questa presenza, talora citata
direttamente e talora adombrata nelle immagini ed evocata dai sentimenti.
Per ognuno di noi di conseguenza “comprendere” il paesaggio, la forma dell’ambiente urbano o rurale nel quale
vive o che percorre in un certo
momento, dovrebbe essere
una necessità, un obbligo da
assolvere per comprendere
meglio i luoghi, i suoi abitanti
e, in definitiva, se stessi.
Non sempre purtroppo riusciamo a prestare sufficiente
attenzione alla forma dei luoghi e comunque assai raramente possediamo gli strumenti per leggerla, comprenderla, comunicarla; strumenti
che sono divenuti indispensabili nella società contemporanea caratterizzata da una forte
mobilità dei soggetti, viaggiamo tanto e in tanti, ma anche
da veloci trasformazioni degli
assetti fisici dei luoghi.
Le trasformazioni del paesaggio, dei caratteri identitari di un luogo avvenivano,
prima della civiltà industriale,
in tempi lunghi, rispondenti
alla vita di intere generazioni;
le trasformazioni, per quanto vaste e profonde fossero,
avvenivano con la mediazione
degli strumenti culturali e dei
mezzi tecnici della tradizione e
quasi non venivano avvertite,
il nuovo assetto che da queste
trasformazioni veniva prodotto, conservava, e talora accentuava, l’identità del luogo e
della comunità che lo abitava.
Mobilità delle popolazioni e
velocità delle trasformazioni
fisiche a partire dalla fine del
XIX secolo si sono accentuate al punto da non consentire oggi alle stesse popolazioni residenti di collegarsi alla
identità fisica dei luoghi riconoscendosi in essa; le implicazioni a livello soggettivo e
sociale di questa sorta di straniamento dai luoghi che pure
si abitano sono stati avvertiti
Paesaggio
da tempo da studi psicologici
e sociologici.
Conoscenza degli elementi
costitutivi
Nasce per queste ragioni un
nuovo interesse per il paesaggio in quanto bene di valore
identitario che richiede una
attenzione diversa da quella che si è soliti destinare allo
stesso quando viene considerato per i suoi valori estetici;
non si tratta solo di ammirare
o godere una bellezza naturale
o paesaggistica, e conseguentemente di proteggerla, ma di
comprendere un sito nella sua
forma e per la sua storia per
trasformarlo consapevolmente
ove necessario.
La conoscenza critica del paesaggio, che oggi tende a sostituire l’appartenenza ad una tradizione, comporta la messa a
punto di strumenti conoscitivi
idonei a rendere comprensibile la complessità morfologica
di un sito attraverso la lettura
sincronica sia dei suoi componemti fisici: geologici, geomorfologici, vegetazionali, architettonici, sia la conoscenza degli
eventi che nel tempo hanno
interessato quel sito.
19
Questo è quanto vanno facendo i diversi gruppi di specialisti nelle più diverse discipline
che hanno lavorato in passato
e lavorano in questi anni alla
redazione dei cosiddetti piani
paesaggistici di livello regionale
e locale, finalizzati alla conservazione del paesaggio italiano,
almeno di una sua parte o alla
progettazione di adeguamenti
funzionali e di trasformazioni
che conservino nel nuovo assetto morfologico le tracce del passato, o, meglio, la sua memoria.
Il paesaggio come memoria
Il paesaggio, conservando le
tracce delle trasformazioni prodotte sul territorio dalle diverse
civilizzazioni, costituisce infatti una sorta di memoria fisica,
di archivio, della civilizzazione
umana; in quanto tale fa parte
del patrimonio culturale dell’umanità, che deve essere conservato
per le generazioni future.
Il paesaggio possiede quindi
due caratteri fondamentali nel
suo insieme e nelle sue parti
componenti: in quanto testimonianza materiale di civiltà costiLe Cento Città, n. 36
tuisce un bene culturale riconosciuto meritevole di conservazione, in quanto fattore identificativo per eccellenza delle comunità
umane presenti alle diverse scale
territoriali (locale, regionale,
nazionale) e geomorfologiche
richiede di essere compreso tra
i fattori di crescita culturale delle
comunità.
Un approccio rigorosamente
geografico e storicistico porterebbe quindi, se applicato nelle
sue implicazioni estreme, alla
esclusione di ogni modificazione
dello stato attuale che peraltro,
come abbiamo visto, costituisce
solo la ultima delle fasi che segna
la vita del pianeta da millenni.
Tutela e progetto
Una prospettiva del tutto teorica ovviamente inaccettabile,
anche se forse gradita nell’intimo dell’animo da qualche esasperato conservatore del patrimonio culturale; di conseguenza nella prassi operativa si pone
la necessità di trovare dei criteri
guida che consentano di valutare le nuove trasformazioni del
paesaggio, rispondenti alle esi-
Paesaggio
genze reali dei nostri tempi, in
relazione alla memoria fisica del
passato che lo stesso racchiude
e ai valori identificativi che ad
esso attribuiscono le comunità.
In tal senso l’indicazione più
pregnante viene dalla convenzione europea del paesaggio,
adottata nel 2000, che distingue
tre tipologie di paesaggio; quello eccezionale, quello ordinario
e quello degradato, suggerendo la conservazione del primo,
la qualificazione del secondo, il
recupero del terzo.
Secondo i caratteri fondamentali che abbiamo fin qui attribuiti al paesaggio le indicazioni
espresse dalla Convenzione
Europea porterebbero alla
necessità di individuare i siti o
le aree che presentano i più alti
valori testimoniali od identitari; quelli che non posseggono
queste caratteristiche, ma che
attraverso nuove trasformazioni
di alto valore qualitativo possono divenire l’espressione delle
nostra attuale identità e costituire di conseguenza un nuovo
valore testimoniale da trasmettere al futuro; infine quelli
degradati da usi e condizioni
improprie che possono acquisire valori e significati nuovi grazie ad opportune trasformazioni di uso e di forma.
Nei fatti l’applicazione di
questi apparentemente semplici
criteri non è poi tanto facile,
poiché implica l’utilizzazione di
giudizi di valore, sui quali dissensi
e distinguo sono all’ordine del
giorno, come sa bene chi segue il
dibattito sul patrimonio culturale e sulla sua conservazione.
Possiamo affermare con orgoglio che in Italia è stata messa a
punto una vera e propria cultura della conservazione, sia per
quanto riguarda gli aspetti giuridici della tutela del patrimonio, sia per quanto attiene alle
tecniche operative finalizzate
alla conservazione e al restauro
di quello stesso patrimonio. Un
insieme di norme e di pratiche
che costituisce il riferimento
obbligato a livello mondiale per
quanti operano nel campo della
20
tutela e del restauro.
Questa attenzione al patrimonio, alla sua tutela e alla
sua conservazione ha origini
lontane e nobili: la riscoperta
dell’antichità classica da parte
dell’umanesimo rinascimentale
portò a considerare la necessita di conservarne le vestigia.
La prima espressione di questa
nostra “cultura della conservazione” viene individuata nella
celeberrima lettera di Raffaello a
Papa Leone X, nella quale trova
espressione concreta e chiara il
problema della tutela dell’eredità artistica e culturale del passato.
In conseguenza di questa
impostazione, gli strumenti finalizzati alla tutela sono stati rivolti
in primo luogo ad assicurare la
protezione di singoli beni o particolari situazioni ambientali piuttosto che il paesaggio nella sua
generalità, mentre per le nuove
realizzazioni è parso sufficiente
esprimere indicazioni di carattere meramente quantitativo,
standard, regolamenti d’uso, ecc.
Diverse sono le valutazioni che oggi, alla luce della
Convenzione Europea del paesaggio sopra richiamata, siamo
chiamati ad esprimere: quali
siano i paesaggi esemplari e/o
eccezionali che devono essere
conservati integralmente; quali
i caratteri formali ed identitari
che dovrebbero qualificare le
ulteriori necessarie trasformazioni; quali i livelli qualitativi
minimi dovrebbero essere raggiunti negli interventi di recupero dei paesaggi degradati.
Queste valutazioni comportano, come si è detto, una inevitabile soggettività dei giudizi;
possiamo comunque immaginare alcuni fattori di qualita che
dovrebbero caratterizzare le
nuove, ulteriori trasformazioni
del paesaggio esistente: la sostenibilità ambientale, le reversibilità, o quanto meno la prospettiva di successivi recuperi, la qualità formale del nuovo ambiente
in termini di figurabilità’ e di
capacità di “assorbire” i valori
di memoria presenti ripropo-
Le Cento Città, n. 36
nendoli a nuove e più complesse
percezioni.
Nel suggerire questi criteri
operativi di carattere generale
sembra importante sottolineare un aspetto del problema
conservazione che spesso i
fautori della stessa tendono ad ignorare; nel caso del
paesaggio e delle architetture
non esiste la possibiltà di una
conservazione passiva, se non
nell’ipotesi ruskiana della tendenziale destinazione a rudere
delle testimonianze del passato.
La conservazione è sempre sinonimo di manutenzione, e perchè questa sia la più
rispettosa possibile dei caratteri dell’ambiente o dell’opera
occorre che questi ultimi siano
noti nei loro caratteri costitutivi
e nelle loro specificità formali.
Il paesaggio “si muove” e
muta in continuazione, che lo si
voglia o meno; cresce la vegetazione, così come si degradano
le murature o cambiano le colture e così via.
La percezione nel tempo
Nel compiere le operazioni
conoscitive e progettuali finalizzate alla conservazione o
alla trasformazione dovremmo
essere sempre consapevoli che
guardiamo alle memorie del
passato con gli strumenti e la
sensibilità del momento attuale
che, in ogni caso, costituisce
uno dei punti di osservazione,
ma non l’unico; la nostra è sempre una visione della realtà critica ed innovativa.
Ogni epoca ha guardato al
paesaggio con i propri specifici
strumenti culturali, con la propria percezione del reale e talora del soprannaturale: in questo
senso un utile insegnamento
ci viene dall’esame del rapporto che nelle diverse epoche è
intercorso tra il paesaggio nella
sua realtà fisica e la sua rappresentazione pittorica.
Arte
21
Luigi Fontana (Monte San Pietrangeli, 1827-1908)
Celebrazioni del primo centenario della morte
di Marisa Calisti
Con le celebrazioni del centenario della morte di Luigi
Fontana si vuole restituire al
patrimonio della cultura marchigiana una significante figura
dell’arte del XIX secolo.
Personaggio singolare della
pittura italiana dell’Ottocento
rappresenta il riflesso di una precisa stagione culturale che vede
il trapasso dai modelli neo-quattrocenteschi imposti dal Purismo
all’Ecclettismo della seconda
metà del Secolo.
Fu quella di Luigi Fontana
un’esistenza lunga, intensa, animata da forti principi religiosi,
espressi con grande determinazione morale anche quando
nuove correnti intellettuali orientavano l’arte in direzioni diverse.
Allievo del Palmaroli e del
Minardi, Fontana esordisce negli
anni cinquanta con dipinti di
soggetto storico eseguiti con
tecnica raffinata, condizionata
dagli insegnamenti accademici,
per poi aprirsi nei decenni successivi ad uno stile più eclettico
che, pur senza mai abbandonare
i modelli della tradizione rinascimentale, si confronta spesso con
la teatralità dell’arte barocca.
Decoratore di grande esperienza, come attestano i suoi
interventi nelle basiliche romane dei Santi Apostoli e di San
Lorenzo in Damaso, egli seppe
raggiungere effetti di grande
impatto scenografico eseguendo spesso anche decorazioni
plastiche e figurazioni in stucco
che andavano a completare l’intervento pittorico.
Intensissimo fu il suo rapporto con le Marche per le cui
chiese eseguì decorazioni di
grande suggestione come attestano i suoi dipinti a Montalto,
Grottazzolina, Montefiore dell’Aso, Montegiorgio, decorò
inoltre il Teatro di Tolentino.
Per un ironico gioco del destino, commentava il professor
Papetti, il primo centenario della
morte del pittore viene a coinci-
dere con la perdita di una delle
sue opere più importanti, la decorazione della volta del Teatro
Vaccaj di Tolentino, distrutta da
un incendio pochi mesi or sono:
“prosegue così, proprio nell’anno
in cui ci si propone di rivalutare
la figura di questo grande pittore
marchigiano dell’Ottocento, quella sorta di damnatio memoriae
nei suoi riguardi che ne ha condizionato fino ad oggi la notorietà
nell’articolato della pittura romana del XIX”.
L’indagine dell’attività dell’artista, la sua stessa vicenda critica
strettamente connessa alle lacerazioni e al forte dissidio che si scatenò tra correnti di pensiero laico
e pensiero religioso, la conoscenza dell’arte come documento che
forma lo spessore e la ricchezza
della tradizione, mettono a fuoco
la cultura e la complessità storica
della nostra regione.
Le tracce per quanto devitalizzate ed astratte di quel mondo
spirituale profuso nel tema sacro
e che Luigi Fontana ha proposto
con equilibrio nella forma sono la
nostra memoria storica ed esprimono i sentimenti della collettività.
Nel contraddittorio rapporto
che i nostri tempi hanno intrattenuto con il passato, generalmente respinto come eredità
non desiderabile, si avverte
necessaria un’azione di conoscenza, recupero e tutela del
patrimonio storico e artistico
cittadino. La storia rientra nella
sua funzione di testimonianza
del passato e di legame insostituibile del nostro presente.
Conoscere le drammatiche
lacerazioni che sono state alla
base di scelte spirituali difficili e contraddittorie, riflettere
sulla temperie di accadimenti che demolivano certezze
consente equilibrio di giudizio. Restituire all’artista Luigi
Fontana la sua piena dimensione culturale anche quando sollecitazioni estetiche mi
Le Cento Città, n. 36
inducono altrove è restituire
alla conoscenza il suo valore
etico.
Breve excursus dell’attività
dell’artista
Il 29 marzo del 1827 a Monte
San Pietrangeli nacque Luigi
Fontana.
Tra gli anni 1838 e 1843 fu
allievo di Gaetano Ferri di
Macerata, professore di architettura e ornato, quindi del pittore
Gaetano Palmaroli, di formazione romana e accademica.
Questo apprendistato artistico
proseguì sul finire degli anni ’40
a Roma dove arrivò giovanissimo, raccomandato dal cardinal
De Angelis di Fermo a Tommaso
Minardi. Dal punto di vista della
sua formazione il soggiorno
romano rappresentò il momento
cruciale.
Roma significava la “città della
storia” ed era allora uno dei massimi poli del mondo artistico
europeo, con le sue accademie
d’arte che favorivano gli incontri
fra gli artisti d’ogni paese dimoranti nella capitale, con le sue
periodiche mostre, premi e concorsi, e Minardi era il più grande
disegnatore dell’epoca. Minardi
rappresentava un punto di riferimento fondamentale per i giovani artisti. Esponente della pittura romana e di quel singolare
periodo che fu il purismo, seppe
contenere le istanze di rinnovamento espresse dagli studenti di
belle arti contrapposte al conservatorismo dell’Accademia.
Negli anni ’50, conclusosi i
moti del ‘48 con la restaurazione
del governo pontificio e il sogno
deluso di un neoguelfismo
moderato, Minardi, che dichiarò
la propria fedeltà al papa e alla
religione, divenne oramai l’artista ufficiale della chiesa. Si moltiplicarono le committenze pubbliche e, benché malato, pose
mano a dipinti fino allora rimasti
incompiuti. Fontana discepolo
serio ed attento dell’Accademia
Arte
22
San Matteo Evangelista.
San Marco Evangelista.
San Giovanni Evangelista.
San Luca Evangelista.
Roma, Basilica dei Santi dodici Apostoli.
Le Cento Città, n. 36
Arte
23
Tolentino, Teatro Vaccai, il plafone distrutto dall’incendio.
di San Luca, seppe imporsi nel
giro di brevissimo tempo all’attenzione del maestro che lo volle
con se in qualità di collaboratore.
Tra il maestro e l’allievo s’instaurò una stima, un affetto e
un sodalizio che, se pure animato da qualche contrasto, tuttavia
durò fino alla morte del Minardi
sopravvenuta nel 1871. È documentata da molti l’intera esecuzione di Fontana, sotto la regia
di Minardi, della grande tempera del Quirinale La propagazione del Cristianesimo, ovvero La
Mis-sione degli Apostoli, ultimata
intorno al 1864.
Il clima spirituale dei tempi
fu segnato dalla Chiesa e dalla
sua risposta all’avanzata del pensiero laico. Personaggi come
Minardi, con L’Allegoria della
Chiesa Cattolica e L’Allegoria del
Pontificato di Pio IX, misero in
atto una complessa macchina iconografica secondando la volontà
della curia, ma il connubio tra
l’arte e il mondo della morale fu
confortato anche da una pietà
religiosa autentica e non formale
che, alla severa luce del Sillabo,
si tradusse nel tentativo di alcuni
artisti di applicare alla pittura
sacra ed anche storica quel “principio di verità inteso come presupposto per un rinnovamento
dell’arte”.
Quando Fontana realizzò
nel 1862 la preziosa statua del
Presbitero Siro Filippo d’Argirio,
per la comunità di Zebbug e l’immagine fu sottoposta al giudizio
della commissione costituita da
Minardi e Overbech e fu approvata con plauso, egli era già un
artista affermato che portava
a termine, su commissione del
fermano Monsignor Matteucci,
potente prelato della curia romana, gli affreschi dei Profeti in San
Salvatore in Lauro.
Aveva già presentato al reverenLe Cento Città, n. 36
dissimo Capitolo di San Lorenzo
il progetto per le decorazioni
della chiesa Collegiata di Monte
San Pietrangeli, ultimando nel
1862 le pitture del coro, mentre
ottemperava ad una serie di incarichi di destinazione pubblica e
privata tra Tolentino dove lavorò
nel Santuario di San Nicola con
La visione di Ezechiele, e Fermo,
con La Madre del divin Pastore e
San Giuseppe con Gesù Bambino
per la Chiesa dei Cappuccini.
L’iconica raffigurazione del
santo protettore di Zebbug, pregevole nell’esecuzione e nella
forma, si colloca al culmine delle
possibilità puriste, per l’incedere maestoso nell’unità di azione,
“nel sentimento di una fede che
nasce rigogliosa sulla superbia del
mondo”, come dissero i cronisti di allora, ma con istanze più
narrative, le stesse che attraverso
una ricchissima e delicata trama
cromatica, descrivono del profeta
Arte
Isaia, in San Salvatore in Lauro,
solitarie e insondabili meditazioni.
L’attività romana
Sul finire degli anni Sessanta
Fontana gode a Roma della
importante committenza ufficiale. In Sant’Angelo in Pescheria,
Fontana dipinge la volta con La
Caduta degli Angeli ribelli; per
il convento dei Santi Apostoli
aveva realizzato due grandi tempere rappresentanti La Vergine
Immacolata e I Santi Apostoli
Pietro e Paolo con in basso il loro
martirio.
L’impresa decorativa totalmente autonoma nel suo dinamismo
compositivo è del 1870, quando Fontana sottoscrisse l’impegno per il ciclo di decorazioni
della Basilica dei SS. Apostoli che
sarebbe stato ultimato nel 1873.
Il progetto iconografico prevedeva i Dodici Apostoli e gli otto
Dottori della chiesa, il Salvatore
nel timpano, i quattro Evangelisti
con gruppi di angeli e relativi
emblemi.
In seguito al 1877 Fontana
tornò ai SS.mi Apostoli lavorando nella Cappella del Santissimo
Sacramento, dedicata a San
Giuseppe da Copertino, eseguì
anche la ristrutturazione e decorazione della Cappella di San
Francesco dei principi Colonna,
che ne avevano il giusto patronato dal 1464.
Eseguì i graffiti di palazzo Ricci,
in via Giulia, e quelli del palazzo
del farmacista Sinimberghi, in via
Condotti, (di questi restano solo
delle vecchie foto). Sono stati
distrutti quelli di villa Carradori in
Osimo, sopravvivono, ma ormai
sono solo vaghe ombre, sulla
facciata di una casa a Monte San
Pietrangeli e nel palazzo Massimi
a Roma. Sempre nella capitale,
in San Lorenzo in Damaso, riallacciandosi alla tradizione classica Fontana dipinge gli affreschi
nella navata centrale, iniziati nel
1876 e ultimati nel 1882, con
episodi della storia della chiesa.
Fontana propone nel complesso apparato decorativo scene a
prospettiva centrale articolate in
uno spazio solennemente scandito da quinte architettoniche, in
cui forte è l’eco dello stile di San
Lorenzo fuori le mura.
L’Ovidi ricorda, nella basilica
24
lateranense, i due dipinti autografi del Fontana nella Cappella
del Crocefisso, ultimati nel
1886 e impropriamente attribuiti nelle guide moderne a
Francesco Grandi, rappresentanti l’Adorazione dei pastori e
la Presentazione al tempio.
I soggiorni marchigiani
In contemporanea dei cicli
decorativi nella capitale, durante
le stagioni estive Fontana lavorava in cantieri fuori Roma avendo
sottoscritto contratti che prevedevano per il loro compimento
quattro o cinque anni (dodici
anni per la collegiata di Monte
San Pietrangeli), tanto che è
quasi impossibile ripercorrere
le tappe dell’evoluzione dello
stile mutuato tra la capitale e la
provincia. Si può parlare solo di
fasi, di cui una, di connotazione
moderatamente purista è esemplificata nelle giovanili decorazioni dell’abside di Monte San
Pietrangeli. L’altra, che potremmo definire neobarocca, mostra
frequenti ritorni al tradizionale
schema cinquecentesco ed è
intrisa di suggestioni venete:
con essa percorse gli anni della
maturità, sia quando dipinse
per la prestigiosa committenza
romana, sia quando, con analoga sensibilità, in una dimensione
di alto respiro narrativo, dipinse
per la comunità appenninica di
Montalto, di Montefiore, affrontando sia il tema sacro che decorazioni di destinazione privata.
Eseguì il ciclo di decorazioni
per il palazzo dei conti Bernetti
e la stessa ricchezza del colore,
l’uso dei bianchi dorati, dei turchini intensi e dei rossi amaranto
sarebbe stata profusa in una sinfonia di ritmi briosi sulla volta del
teatro dell’Aquila di Tolentino
Appartengono a questo periodo le due tele con le storie di
Santa Lucia eseguite sul finire degli anni ’70, per la chiesa
collegiata di Montefiore dell’Aso
dove ritroveremo lo stesso caldo
eloquio del dipinto dell’Angelo
Custode per la chiesa omonima
di Fermo.
Gli affreschi del 1876 della cattedrale di Montalto e successivamente della chiesa della Vergine
Le Cento Città, n. 36
del Rosario di Grottazzolina con
l’umile e concreta natura dei personaggi che partecipano della
situazione divina, con la vita e la
morte che rinunciano ad inconcepibili eccessi mistici e si confrontano con il colloquio confidente degli umili, propongono
una carica comunicativa suadente, un diverso e immediato coinvolgimento .
Sul finire del secolo: una stanca
maniera
Trascorso un ventennio da
quando era stata promulgata, nel
1854, l’enciclica Innefabilis Deus,
Fontana portava a termine in
Aquila, nella cappella del Vescovo
Filippi in duomo, i dipinti della
Proclamazione del Dogma dell’Immacolata Concezione, libera rielaborazione di quello del Podesti, e
quello rappresentante Il Concilio
Vaticano.
La preoccupazione di Leone
XIII di fronte allo ‘scempio’ dei
tempi moderni, a differenza di
Pio IX, il quale si era chiuso in
una cupa atmosfera di rifiuto e
condanna, era quella di una massiccia conversione dei popoli alla
parola di Cristo.
La conversione sarebbe passata attraverso un titanico sforzo di
riavvicinamento al mondo moderno, che il pontefice romano
continuava a non comprendere e a giudicare anzi in modo
severo, ma nei cui confronti la
chiesa doveva, per forza di cose,
disporsi con atteggiamento di
parziale adeguamento, nel senso
di una viva presenza all’interno
della società. Esaurita la calda
ventata mariana, la pittura sacra,
con i suoi intenti alcune volte più
teatrali che sinceramente autentici, oscillanti tra il patetico e il
tragico, priva di chiare direttive,
si riproponeva secondo stilemi
da tempo collaudati.
Sospeso fra questa realtà cattolica e il mondo che diventava
sempre più laico e indifferente ai
problemi della fede, consapevole di un nuovo sentire che la sperimentazione lasciava intravedere vasto quanto appassionante,
Fontana intuiva che l’esistente
andava in questa direzione, tuttavia ebbe ancora il sopravven-
Arte
25
San Francesco riceve le stimmate. Monte San Pietrangeli, Collegiata dei Santi Lorenzo e Biagio (particolare).
to la narrazione emblematica di
gerarchie superiori, trattenuta
nei limiti della ‘prudenza accademica’ .
Il maestro fu impegnato sul
finire del secolo in imprese di
notevole prestigio. Nel 1883 a
Gennazzaro, per la chiesa della
Madonna del Buon Consiglio,
dipinse l’Incoronazione della
Vergine, e qualche anno dopo
tra il 1887 e il 1888, decorò la
chiesa collegiata di San Giovanni
Battista a Grotte di Castro e
durante i periodi estivi attese ai
restauri della cattedrale di Sutri,
dove lavorò per circa dieci anni.
Gli allievi pittori presero parte
all’impresa e fornirono, secondo una prassi ampiamente sperimentata, le decorazioni floreali e
geometriche indispensabili alla
completezza delle decorazioni.
Quindi svolse l’intero ciclo
pittorico a Montefiascone, nella
Cattedrale di Santa Margherita.
Terminato il ciclo decorativo nella chiesa Abbaziale di
Campofilone tra il 1898 e il 1899,
e fatte pervenire a Montefiore
dell’Aso, nella Collegiata di
Santa Lucia per la cappella del
Sacramento La cena e La Lavanda
dei piedi, il maestro, ormai “presso alla ottantina”, tra gli anni
1901 e il 1903 affrontò l’ultimo complesso lavoro, nella cattedrale di Amelia Umbria. Gli
affreschi narrano le storie di
Santa Fermina protettrice della
città di Amelia, rappresentano,
unitamente all’’inconfondibile
tessuto pittorico, evocatore di
valori cromatici madreperlacei
e lucenti, della cappella dell’Addolorata di Montegiorgio, le ultime ‘manifestazioni luminose di
un astro vicino al tramonto’.
Ritiratosi da qualche anno a
Monte San Pietrangeli, le innumerevoli richieste sempre più
assillanti per la fama acquistata
e le precise ingiunzioni dei committenti, per cui il pittore stesso,
doveva lavorare a tema obbligato, lo indussero a servirsi sempre
più di cartoni già utilizzati e di
collaboratori (tra questi il figlio
Tommaso) che oramai lavoravano pienamente nelle commissioni del maestro.
Fontana uomo di un’integrità
Le Cento Città, n. 36
forte non ha esposto pareri sul
suo senso del sacro, né ha formulato, nella fitta corrispondenza
con amici e committenti, giudizi
riguardo all’arte, alla contrapposizione fra tradizione e innovazione che era un aspetto dell’ottocentesco ‘conflitto tra forze
di continuità e forze di mutamento’. Io credo che Fontana
vivesse essenzialmente per i
valori dell’arte intesi come fattore d’elevazione morale e sociale.
Quei valori trovarono forma nella
pittura di storia, nei temi religiosi,
nella mitologia, nelle allegorie,
nella decorazione parietale di
chiese e palazzi. Quella pittura
racchiuse la consapevolezza storica della necessità di tenere viva
la tradizione. Quell’arte seppe
mantenere fecondo un dialogo
che, dall’antica scuola umbra
e toscana, attraverso Firenze e
Roma con i suoi eredi, neoclassici, accademici, nazareni e puristi, eclettici avrebbe parlato, in
una storia senza più simboli e
in tempi di perdute memorie, di
difesa di valori etici e metafisici.
Arte
27
Fano e la Magnani
di Alberto Berardi
Correva l’anno 1928, esattamente ottanta anni fa. Il giornalista Mario Gagnatelli inviato dal suo giornale “Corriere
Adriatico” lungo la costa marchigiana, si ferma a Fano per
descriverne la stagione balneare. A dire il vero la prende alla
lontana ipotizzando che Giulio
Cesare dopo aver varcato il
Rubicone avesse occupato Fano
per “la bellissima spiaggia” in
cui far godere “un meritato e
ricostituente riposo” alle sue
legioni. Poi torna al tema più
sobriamente. A stagione balneare avanzata nel 1928 si contavano “circa mille bagnanti”
negli alberghi: Grand Hotel dei
Bagni (di proprietà comunale),
Moro-Nolfi, e Sangallo (tutti
scomparsi) e presso numerose pensioni e case private. Il
merito del successo, giusto
per non sbagliare, tutto del
Podestà Tullio Blasi e del vice
podestà Alessandro Marfori ai
quali si doveva anche la presenza delle Colonie Marine a
cominciare dai 240 bambini
dei Ferrovieri fascisti, per ter-
minare con i duecento bambini
Orfani di guerra inviati dalla
città di Como. Anche allora
Fano aveva due spiagge, quella
a nord del canale, oggi Lido,
si chiamava allora in tempi
di conquiste africane, Libia e
quella a sud, Sassonia, nome
che conserva anche oggi.
Galante ma involontariamente comica la spiegazione del
nome, Libia: “Se laggiù nella
Sirte vi è qualche raro ciuffo di
palmizio, qui si è invece circondati da una magnifica fioritura
di belle e gaie bagnanti: fiori
vivacissimi che ohimè non si
possono cogliere”. I viali a mare
naturalmente sono freschi, l’orchestra installata sulla veranda
dello stabilimento è scelta, i
capanni solo eleganti, le coppie sono danzanti, l’ospitalità
dei fanesi simpatica. In poche
parole “tutti coloro che hanno
frequentato una volta questa
spiaggia ci ritornano” lo provano i registri del Grand Hotel.
Ed ecco la prima scoperta. È
registrata negli stessi la presenza della sig.ra Anna Magnari
Le Cento Città, n. 36
(certamente Anna Magnani),
attrice da Roma. La Magnani
non è ancora nota al grande
pubblico come lo diventerà poi
grazie alla sua stupefacente carriera cinematografica che avrà
inizio soltanto nel 1934 con
“La cieca di Sorrento”. Un’altra
prova provata della predilezione che la Magnani sempre nutrì
per la città di Fano che aveva
già ospitato la madre e la sorellina nel 1922 e continuerà ad
ospitare il figlio anche dopo la
seconda guerra mondiale fino
al punto che molte biografie
fanno nascere la madre a Fano
invece che a Ravenna. Un lungo
amore non ricambiato evidentemente se i cento anni trascorsi dalla sua nascita non hanno
meritato neanche un ricordo.
Eppure Fano è stata per decenni
la spiaggia di Anna Magnani e
di tutta la sua famiglia. A Fano
aveva conoscenti ed amici e persino una casa. Il mondo intero la
celebra e noi desideriamo, con
questa breve nota, contribuire a
mantenerne vivo il ricordo.
Arte
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Madonne d’Urbino, Banane del Congo e Nature morte di Fano
di Alberto Berardi
In una lettera del 27 gennaio
1980 lo scrittore Fabio Tombari
si chiedeva: “perché il più grande
pittore francese di nature morte,
Charles Magini, che nato a Fano
e mai mosso da Fano è internazionale?”. E subito si rispondeva: “perché fanese, perché apporta alla mensa comune il sapore
della propria terra”. Tombari si
spiegava ed esemplificava così:
“si è universali soltanto se si resta
legati alle proprie origini quindi
Madonne di Urbino e Banane
del Congo, perché se al convivio
universale si apportassero, come
purtroppo avviene: Madonne del
Congo e Banane di Urbino…”.
E su Magini aveva certamente ragione se consideriamo che
proprio la sua grandezza come
pittore di nature morte aveva
fatto escludere la sua provenienza da Fano. Un pittore così
bravo non poteva che essere
nato e cresciuto in Francia. Lo
stesso Carlo aveva d’altra parte
facilitato l’equivoco scrivendo
in un cartiglio: “A Monsieur
Charles Magini, peintre in Fano”.
Dopo la grande Mostra fiorentina del ‘22 sulla pittura italiana
del ‘600 e del ‘700 l’attenzione
nei confronti di questo eccellente pittore diventò spasmodica.
Le attribuzioni si sommarono
alle attribuzioni ed il risultato fu
una grande confusione perché in
realtà artisticamente esistevano
due Magini: il mediocre pittore
dei ritratti e delle copie d’autore
ed il grande autore di “Nature
morte”. Fino a ieri qualcuno non
aveva timore di azzardare ipotesi fantasiose, soltanto le ricerche d’archivio hanno finalmente
spazzato via la polvere che si era
depositata sulla vita e l’opera di
questo grande ed infelice artista.
I documenti lo provano, nessun
caso di omonimia, è esistito un
solo Carlo Magini nato a Fano
Carlo Magini: Natura morta.
Le Cento Città, n. 36
nel 1720 e morto sempre a Fano
nel 1806, dove aveva vissuto la
sua intera esistenza con l’unica
eccezione di un anno dal 1742
al 1743 passato a Roma. Rimane
insolubile il mistero di come egli
riuscisse a dare la vita agli oggetti inanimati ed a spegnere quella
degli esseri umani o celesti che
fossero. Certo è che la sua fama
è in crescendo ed il mercato con
essa. L’inizio dell’aumento vertiginoso delle quotazione delle
opere di Carlo Magini ha una
data ed un luogo precisi: Londra
2005 quando all’asta Christie’s
dell’ 8 luglio due Nature morte
provenienti da una collezione
privata di Macerata ma passate
di proprietà della Foundation
of Doctor Gustav Rau partirono
da una quotazione massima di
130 mila euro ciascuna. Sempre
Christie’s pochi mesi dopo mise
all’asta un’altra Natura morta
partendo da una base massima
Arte
29
Carlo Magini: Natura morta.
di 180 mila euro. Ma il top non
era stato ancora toccato. La più
importante Fiera d’Antiquariato
del 2006 vedeva messe in vendita due stupende Nature morte
provenienti da Montecarlo alla
modica cifra di 550 mila euro.
Christie’ di Londra infine ha
già preannunciato una asta di
Nature morte del Magini a New
York. Il povero sfortunato pittore fanese gira il mondo e la
sua fama ha raggiunto vertici
inimmaginabili soltanto cin-
quanta anni or sono quando
la sua opera di naturomortista
era del tutto ignota. Il grande
storico dell’arte Pietro Zampetti
ha documentato nel mondo, in
collezioni prestigiosissime, l’esistenza di 98 Nature morte. Ben
11 di esse sono di proprietà della
Fondazione Cassa di Risparmio
di Fano a dimostrazione della
lungimiranza dei suoi amministratori e della attenzione sempre dimostrata nei confronti
della produzione artistica dei
Le Cento Città, n. 36
grandi autori
del territorio.
Quando ho
avuto la fortuna di accompagnare a Fano la
direttrice del
Museo Puskin
di
Mosca
che
vantava
di ave-re nel
suo
Museo
due opere del
Ma-gini ho visto
abbassarsi la sua
mascella inferiore di fronte
a tanta bellezza.
Tutte le Nature
morte
sono
composte con
lo stesso schema severo, letteralmente agli
antipodi delle
carinerie barocche ma segnate
da una poetica
naturalista di
grande originalità ed efficacissima nei suoi
propositi.
La bravura
dell’artista risiede nell’utilizzo di un repertorio ristretto
delle
forme
semplici che
spesso si ripetono ma mai nella
stessa posizione.
Magini magistralmente e
magicamente conduce lo
spettatore a far
dialogare l’astratto con il concreto ed il concreto con l’astratto.
Il suo posto tra i grandi maestri
europei della Natura morta tra
coloro cioè che hanno lo stesso
senso dell’oggetto “trattato per
se stesso in un contesto silenzioso e quasi di raccoglimento” è
ormai assicurato. Per dirla con
Tombari: “Madonne d’Urbino,
Banane del Congo e Nature morte
di Fano”. Una poltrona al mistico
convivio universale è ugualmente
sicura.
Arte
30
Giro di parole intorno alla parola
Dai graffiti a Dante e a Piero passando per internet
di Giacomo Vettori
Dire significa – ça va sans dire!
– il contrario del non dire.
Si parla, è vero, dell’eterno
ritorno della ovvietà ma questa
è così banale da imporne una
chiave di lettura.
Me la procuro, scansando il
rischio di passare da plagiario
e gli inconvenienti del citarsi
addosso, con il soccorso di pensieri già pensati.
Del resto c’è chi, tanto per
cominciare, sostiene che “per
necessità, per naturale propensione, per il piacere di farlo, tutti noi
citiamo” (Emerson “Letters and
Social Aims”).
Il fatto è che, a ragionarci
sopra, il tema del comunicare
appare scontato, come fosse un
connotato naturale che, da che
mondo è mondo, accompagna
ed intreccia il percorso di ogni
suo abitante.
E non riguarda solamente
gli umani, dal momento che la
etologia, disciplina in continua
crescita, rivela che gli animali (e
perché no, le piante?) tendono
a far sapere ai loro simili, e agli
altri, qualcosa che li riguarda.
Dunque in principio era, con
la minuscola e senza alcuna
biblica vocazione, il verbo.
Prima ancora c’erano l’alfabeto dei gesti e le incisioni scoperte sul fondo di inesplorate
caverne e su impervie pareti
rocciose dagli archeologi che si
ostinano a leggerle come messaggi diretti ai posteri.
Non ci credo.
Penso piuttosto che gli antenati non se ne siano affatto preoccupati, sbizzarrendosi a riprodurre qualche scabro segno
della realtà circostante, mammut
compresi, per via dello stesso
imput dei nostri contemporanei
quando schizzano murales colorati sui vagoni ferroviari tanto
per sfogare una irrequietudine
notturna.
Tra i graffitari della preistoria
e quelli metropolitani, insomma, non una grande differenza
salvo che ai primi nessuno aveva
minacciato addirittura la galera.
Più volatile di quelle tracce, e
nondimeno inalienabile veicolo
per lo scambio delle opinioni,
quello al quale l’uomo biblico
– più uditivo che visivo – ha
affidato le proprie conoscenze
una volta che si è reso conto
che un rumore gutturale poteva
diventare un significato e sino
a che, nel quarto secolo a.c.,
la scrittura non ha sostituito la
cultura orale.
Poi, verso la metà del quindicesimo, Gutemberg ha inventato la maniera di fermarla sulla
carta stampata, non del tutto
abrogata dall’era digitale della
filiera, senz’anima e senza confine, delle chat.
Ce la meritiamo: “il mezzo”,
si sa, “è il messaggio” ha lucidamente sentenziato Mc Luhan.
In un libro appena uscito
Lucio Dalla rimarca che: “La
parola ormai contiene qualcosa di
obsoleto e la staticità della società
contemporanea rende difficile il
raccontare”.
Tuttavia, inchiostrata o pronunciata, non perderà mai il
ruolo di tramite di ogni rapporto, di volta in volta rivestendo di
infinite sfumature un sussurro
d’amore, un lampo dell’intelligenza, una estemporanea esclamazione di gioia o un rabbioso improperio, le notizie della
cronaca o la pesantezza – dice
Carlo Levi – delle pietre.
Indirizzando un sonetto alle
parole “che per lo mondo siete”,
Dante anticipava la globalizzazione di un linguaggio che,
dopo la maledizione di Babele,
aveva indossato casacche differenti.
In realtà il vocabolario del
trecento non ha raggiunto la
prevista diffusione planetaria né
si è significativamente evoluto,
stando a quello che si legge
nella introduzione di Umberto
Eco al recente “il mio Dante” di
Roberto Benigni.
A seguire le sue dotte escavazioni semiologiche, forse praticate nella campagna che circonda Montecerignone, il ventaglio
delle parole che servono oggi ad
un italiano di media cultura per
colloquiare con i connazionali
si aggira intorno alle duemila e
Le Cento Città, n. 36
sono quasi tutte le stesse che ai
tempi della “Commedia” erano
già in circolazione.
Sicchè in Italia l’universale
fenomeno di modernizzazione del linguaggio non avrebbe
seguito di pari passo la evoluzione del costume come è avvenuto
negli altri paesi europei.
Se ho capito il senso della
osservazione del professore
emerito, si tratterebbe di un
sintomo della sclerosi del nostro
sistema di comunicazione.
Il fenomeno potrebbe però
spiegarsi anche con la intrinseca
forza del lessico al quale Dante
ha affidato il pensiero poetico a
resistere definitivamente al logorio dei secoli.
In questo senso Henry
Bergson scriveva che l’”arte di
scrivere consiste nel far dimenticare al lettore che ci stiamo
servendo di parole”.
Come accade alla musica.
“La musica è forse l’unico
esempio di ciò che avrebbe potuto essere – se non ci fossero state
l’invenzione del linguaggio, la
formazione delle parole, l’analisi
delle idee – la comunicazione
delle anime” (Marcel Proust).
A livello di più spicciole esperienze, ci imbattiamo ogni giorno nella fonte di tacite parole
come, che so, la luce rossa del
semaforo, il fischio dell’arbitro, l’applauso per un exploit, il
pianto del bambino.
Se poi timidamente ci si
affaccia nel sublime perimetro
dell’arte quando è sublime, vengono in mente la richiesta di
aiuto che prorompe dall’urlo di
Munch, l’annuncio di un imminente suicidio negli occhi di Van
Gogh, la picassiana Guernica
per condannare l’atroce anatomia della guerra. Oppure la pala
di Luca Signorelli che quest’estate ha dispensato serenità, non
solo a beneficio dei devoti, in
quel di Arcevia.
C’è da riflettere, allora, su
quello che pensava Leonardo:
“la pittura è poesia che si vede e
non si sente, la poesia è una pittura che si sente e non si vede”.
Una intrigante, nel senso lette-
Arte
31
Flagellazione di Cristo, Piero della Francesca (1444-1469), tempera su tavola, 58 x 81,5 cm - Urbino, Galleria
Nazionale delle Marche (particolare).
rale di intrigo, dimostrazione di
come si riesca con un pennello
toccato dalla grazia a raccontare
silenziosamente un fatto, a far
balenare una intuizione, a insinuare il dubbio e addirittura a
denunciare un delitto, ce l’abbiamo vicina: è la “Flagellazione di
Cristo” di Piero della Francesca,
tappa obbligata per i visitatori
della Galleria di Urbino.
In questo ultimo periodo si
sono aggiunti alla abbondante
bibliografia sul capolavoro del
pittore di San Sepolcro, un paio
di volumi incentrati sull’enigma
delle tre figure in primo piano
avanti la scena del martirio di
Cristo con la quale palesemente
nulla hanno in comune.
Studiosi di ogni parte hanno
proposto cento ipotesi divergenti circa quella stravagante
presenza, ma la più accreditata
pare rimanga quella del professor Bernd Roeck, esperto conoscitore dell’arte rinascimentale.
Ebbene, secondo lui Piero ha
inteso maliziosamente alludere
ad un sanguinoso evento del
1444: precisamente all’impunito
assassinio del duca Oddantonio
di Montefeltro eseguito, o almeno commissionato, dal famoso
Federico.
Famoso, nelle nostre sbiadite
Le Cento Città, n. 36
memorie liceali, non tanto grazie alle gloriose imprese militari,
quanto per via della gobba del
naso impietosamente fissata dal
celeberrimo ritratto degli Uffizi.
Nessuna certezza della storia
ma, con i tempi della giustizia nostrana, non mi pare da
escludere che qualche pubblico
ministero, memore dell’insegnamento di Leon Battista Alberto
per cui “bisogna che la pittura
faccia pensare più di quel che
lasci vedere”, una di queste sere
si presenterà a “Porta a porta”
per annunciare che ha individuato e fatto arrestare l’autore
dell’omicidio.
Enogastronomia
32
La moretta
di Ettore Franca
Marina di Fano.
Sembra facile e si fa presto a
dire caffè, ma c’è modo e modo
di dire “caffè” in un Paese, come
il nostro, dove gli affezionati
consumatori hanno sublimato il
rito nella congerie delle varianti assecondate dalla premura e
dalla pazienza dei baristi ai quali
ciascuno formula le personali
preferenze: espresso, lungo, alto,
basso, corto, ristretto, freddo,
“espressino”, macchiato, corretto, con panna, con zabajone, con
acqua fredda (!), con la schiuma,
schiumato, decaffeinato (deca),
“al vetro”, americano, marocchino, messicano, mocaccino, montebianco, nocciola, valdostano,
turco e chissà quanti altri senza
scendere nei “derivati” irish-coffee, jamaicano, caffelatte, cappuccino, ecc.
Fra questo elenco di domande/offerte merita un posto di
rilievo la “moretta” di Fano,
nata verso la metà dell’“800
nell’Osteria del Porto che, rinnovata negli arredi e nobilitata a
“Bar del Faro”, è sempre lì, sul
Largo della Lanterna dove la via
Nazario Sauro si fonde nel viale
Adriatico, a preparare la “moretta” originale, la migliore.
Una delle due leggende che
ammantano la genesi vuole che le
mogli dei pescatori, specialmente
d’inverno, per i loro mariti, in
certe bottiglie foderate di lana e
stracci preparavano una mistura
tonificante che li riscaldasse nelle
lunghe, fredde ore notturne delle
battute di pesca in mare.
E’ una miscela di anice, rum
e brandy, circa ciascuno per un
terzo che, sommati, hanno lo
stesso volume del caffè. Alla
mistura, in un bicchiere di vetro
di quelli da osteria, si mettono 1-2 cucchiaini di zucchero e
una scorzetta di limone quindi
si scalda (ora col getto di vapore), fino a sciogliere lo zuccheLe Cento Città, n. 36
ro. Si aggiunge il caffè espresso
facendolo scendere direttamente dai beccucci lungo il bordo
del bicchiere cercando di non
mescolarlo con il liquore affinché
rimangano bene in mostra, vanto
di chi la prepara, i tipici tre strati.
Sotto la schiuma dove galleggia
la scorzetta, fuma il nero del
caffè sopra il liquore ben limpido
mentre, sul fondo, rimane lo zucchero in parte non più disciolto.
Mescolare col cucchiaino è
compito di chi beve, informato
che non serve zuccherare.
Occorre tener presente che
anice, rum e brandy, secondo
la tradizione legata alla miseria,
sono di basso valore, dei grog per
intenderci.
Una volta provata si capisce
l’altra versione accreditata circa
l’origine: le moglie facevano
loro trovare “la moretta” per i
pescatori quando … rientravano
a casa.
Il costume
33
Il Settecento a Camerino visto dal Verri
di Pier Luigi Falaschi
Il tema m’è stato suggerito dagli scritti d’un caro amico,
scomparso lo scorso novembre,
il prof. Nicola Raponi, un tolentinate umile e grande, come
spesso risultano i Marchigiani
trapiantati altrove. Professore
di Storia moderna nell’Università Cattolica di Milano, più volte
valorizzò personaggi ed eventi
utili a collegare la regione d’origine con quella di lavoro.
Ma ho scelto il tema anche per
un altro motivo: noi tutti amiamo teneramente la nostra terra,
la riteniamo straordinaria (‘terra
delle armonie’), non di meno,
corrosi nell’intimo da qualche
dubbio, cerchiamo conferme e
più ci lusingano quelle di chi
è autorevole ed estraneo alla
regione.
Un lombardo illuminato e
famoso come Alessandro Verri
che, dopo aver viaggiato in
Europa, dimorò per qualche
anno nel maceratese, risponde
bene alla nostra ansia di conferma. I giudizi del Verri, affidati
ad una massa di lettere spedite
Pieve Favera.
Le Cento Città, n. 36
da qui a parenti ed amici, non
furono subito positivi: abituato
alla realtà delle metropoli del
tempo, stentò a capire questa
nostra società complessa eppure in apparenza dimessa, tanto
da definire certe nostre abitudini ‘gotiche’, aggettivo non
ancora gentile, ma bastarono
una migliore conoscenza ed un
breve ritorno a Milano per indurlo ad aderire senza più riserve
alla marchigianità.
I luoghi considerati nelle lettere sono: Camerino, Caldarola,
Il costume
Tolentino, Macerata, Cingoli,
Civitanova, ma soprattutto
Pievefavera. Gli anni quelli centrali del decennio di fine settecento, durante il quale la Francia,
col pretesto d’esportare la rivoluzione, prepara ed avvia le grandi
campagne di conquista, che travolgeranno la Penisola, in primo
luogo lo Stato pontificio e, più
specificamente, con l’occupazione delle Marche ed il trattato
di Tolentino del 1797, questa
nostra zona, martoriata altresì
nel ’99, dopo le razzie francesi,
da uno spaventoso terremoto.
La dimora tra noi del conte
Verri e della marchesa Sparapani
ha per presupposto una storia
d’amore che s’è rivelata travolgente, pur partita per la donna
già coniugata, come lenimento
al naufragio matrimoniale. La
convivenza, che si protrarrà fino
alla morte e merita rispetto, non
sembra imbarazzare né i protagonisti, né i congiunti, né i preti
che accorrono alla mensa dei
conviventi.
Alessandro Verri appartiene
alla famiglia vanto di Milano: è
figlio del giurista Gabriele e fratello di Pietro, l’economista e
letterato, fondatore de Il Caffè,
il periodico che nel corso del
1764-67 accoglie i contributi dei
maggiori riformisti lombardi,
convertiti dalle ideologie illuministe. E’ forse il caso di ricordare
che Pietro è ritenuto il padre vero
di Alessandro Manzoni.
L’Alessandro nostro, comunque, non brilla di luce riflessa:
nato a Milano nel 1741, si laurea
in Giurisprudenza ed esordisce
su ‘Il Caffè’ con una trentina di
articoli, che rivelano inclinazioni rivoluzionarie, sia in campo
politico, sia in materia di diritto
e di lingua. Con l’amico Cesare
Beccaria - che avrebbe incoraggiato a scrivere e a pubblicare la celebre operetta Dei delitti
e delle pene contro la pena di
morte, la tortura, la degradazione del carcere - soggiorna
nel 1766-1767 a Parigi, indi
raggiunge da solo Londra. Di
nuovo in Italia, visita Roma, dove
resta soggiogato dall’amore per
Margherita Sparapani e dalla bellezza della città, così da morirvi
anziano nel 1816. Partito rivoluzionario ed avverso alla chiesa,
a Roma diviene legittimista ed
insieme matura una forte ammirazione per il papato. Per l’intera
34
esistenza svolge attività letteraria
ed editoriale: convertito al classicismo dai monumenti dell’antichità, evolve poi verso percezioni
preromantiche, con propensione
per l’irrazionale, il tetro, l’oltretomba. Traduce autori greci e
tragedie di Shakespeare, compone drammi originali, ma affida la
fama soprattutto ad opere come
Le avventure di Saffo, La vita
di Erostrato, Le notti romane,
nelle quali mescola erudizione ed
inventiva.
Margherita Sparapani è una
donna avvenente, straricca,
più curiosa che colta, nata a
Camerino nel 1735, ma trasferitasi presto a Roma con la famiglia. Gli Sparapani possiedono da
pochi lustri il titolo marchionale,
comprato - come sempre accadeva - a suggello d’una ascesa
economica irresistibile dovuta
principalmente al parentado
della mamma Costanza Giori.
Costei è discendente del cardinale Angelo, del quale gode il
palazzo di Camerino, la villa della
Maddalena di Muccia, ove Gian
Lorenzo Bernini lì ospitato lasciò
tracce del suo passaggio, ed innumerevoli colonie mezzadrili. Ma
mamma Costanza è altresì nipote
ex sorore ed erede del cardinale
Antonio Saverio Gentili (+1753),
proprietario a Roma di molti
beni, fra i quali spiccano il palazzo in via S. Nicola in Arcione e
la villa di Porta S. Lorenzo, col
giardino che ingloba una torre
delle mura aureliane e l’acquedotto felice.
Neppure Costanza è persona banale: coltiva curiosità non
proprio comuni in una donna
del ‘700: dispone d’un proprio
gabinetto di storia naturale, cioè
d’una sala delle meraviglie, per la
quale riuscirà ad acquistare anche
una macchina elettrica con ruote
di cristallo e di zolfo posseduta
dall’arciduca Ferdinando d’Austria. Farà, inoltre, capricci per
avere da Milano una tabacchiera scavata in legno pietrificato.
Costanza ha lasciato Camerino
per meglio vigilare sui beni
romani e per predisporre per la
figlia Margherita un matrimonio
degno di tanta ricchezza.
È così Costanza, legittimata dalla vedovanza, il 26 marzo
1754 sottoscrive i patti nuziali col
marchese Giuseppe Boccapaduli,
che il successivo 22 aprile impalma Margherita. La convivenza
Le Cento Città, n. 36
tra gli sposi si rivela, purtroppo, impossibile. Taluno sostiene
che il matrimonio non fu mai
consumato, ma meraviglia come,
sopraggiunto il nuovo amore,
non fu invocata la famosa dispensa super rato o, in subordine, non
fu promossa la causa per vizio di
volontà. Quel che è certo è che il
Boccapaduli nel 1760 per eccesso di prodigalità è sottoposto alla
potestà d’un curatore e costretto
a riaccasarsi coi genitori.
Liberatasi
del
marito
Margherita, che dispone d’una
corte di ben ventidue servitori, apre nel palazzo di via in
Arcione uno dei salotti più
famosi della capitale, frequentato da intellettuali del calibro
di Piranesi, Canova, Alfieri, Ennio
Quirino Visconti - di cui il Verri
sarà gelosissimo - Winkelmman
e dai più illustri stranieri di
passaggio, coi quali comunica
in inglese e francese. In questo
salotto, presentato dal principe
Lante, viene introdotto nel 1767
Alessandro Verri. Tra il giovane di
ventisei anni e la donna separata
che ne conta sei di più sboccia subito la passione: trascorre
poco tempo ed il Verri si stabilisce nel palazzo di lei, e lì rimarrà fino alla morte, sopraggiunta
mezzo secolo dopo, in anticipo
su quella della marchesa.
Convivono, quindi, da circa
trenta anni quando nel 1793
Alessandro e Margherita, decidono di trasferirsi nelle Marche,
regione sconosciuta al milanese ma ormai estranea anche alla
marchesa che l’ha abbandonata
giovanetta. Cercano qui riparo
ai pericoli della capitale dove
“propaganda giacobina, minacce francesi” e, soprattutto, l’incapacità del governo pontificio
di prevenire e reprimere tumulti popolari lasciano prevedere
tempi difficili per chi è nobile,
ricco ed in vista. Commuove
Roma e accelera il viaggio dei
nostri la decapitazione di Luigi
XVI, avvenuta, com’è noto, il 21
gennaio 1793.
La marchesa e il conte si fanno
precedere da molti cariaggi per
un carico corrispondente oggi a
trenta quintali. La presunzione,
vigente un tempo a Roma, per la
quale la provincia non sarebbe
stata in grado di offrire i conforti e le novità della capitale, era
certo all’apice nel ‘700. Partiti
con la servitù il 1° aprile, lunedì
Il costume
35
piuttosto, troppo bigotta e
troppo impegnata culturalmente per
acclamare una
coppia, ritenuta co-munque
irregolare, e
per soddisfare
il suo smisurato desiderio
di frivolezze.
La descrizione
che il Verri fa
di Civitanova dove affittano
palazzo Roberti
-, cittadina allora più marginale di Camerino,
ci rivela cosa la
coppia cercasse
realmente:
La situazione
è amena: l’orizzonte è composto di colli, ben
vestiti specialmente di ulivi, e
del mare il quale
si sente muggire
da qui. … La
Signora si sente
meglio che in
Camerino e vi
trova lo stesso
clima di Roma…
Concorrono già i
signori del Paese
ad ossequiarla
e la società mi
sembra meno
Ritratto della marchesa Margherita Sparapani Gentili Boccapaduli nel suo gabinetto di alpestre.
Vi
storia naturale - opera di Laurent Pécheux, 1777, Palazzo del Drago - Roma.
sono persone
capaci di dialodi Pasqua, giungono a Camerino senza nel palazzo della marchesa
go e di qualche
il 13, dopo una sosta a Perugia Cristina Azzolino, patrizia ferma- giocondità e prontezza sociale, del
in casa Oddi. A Camerino la na e sposa separata di Alessandro che aveva io quasi perduto ogni
comitiva resterà fino al novembre Bandini, insopportabile come senso fra monti, dove prevale una
successivo, quando stanca della moglie e come vicina, accolta nel mirabile tardità ne’ pensieri ed
società locale, del clima freddo palazzo negli anni di residenza a una sonnolenza che non si riscuote
e dei Sibillini, così incombenti e Roma di Margherita per favorire né con sali, né con nuove, né con
così a lungo innevati, si trasferisce il Bandini. Il quale resta certo frizzi, né ghiribizzi, né con facezie,
il personaggio più importante né con pazzie, né in qualsivoglia
a Civitanova.
La società camerte non era del casato: coll’acquisizione e la modo a me cognito, di ben conforse squallida come la presenta trasformazione dell’abbazia di versare. Questa terra è del duca
il Verri: basterebbe pensare agli Fiastra e del castello di Lanciano, Sforza e contiene 7000 anime. Le
scrittori attivi in quegli anni, fra i fa compiere alla famiglia il balzo gite al mare sono facili… e le città
quali eccellevano i docenti della economico e nobiliare per cui di Loreto, Fermo, Macerata non
Università e due storici, cugini rimane ancora nella memoria col- sono remote.
Il timore d’un’invasione frandella marchesa: Patrizio Savini, lettiva. Cristina, insinuandosi ad
che predispone per gli amanti il ogni ora nelle stanze dei convi- cese provoca anche a Civitanova
palazzo Giori, e Luigi Sparapani, venti, li tormentava con volgari la moltiplicazione di eventi valuinvettive rivolte contro il coniuge tati miracolosi e premonitori di
arguto, straordinario polemista.
sventure: campane che suonano e
A rendere sgradevole il sog- assente.
La Camerino-bene si rivela, lumi che si accendono senza intergiorno camerte fu certo la preLe Cento Città, n. 36
Il costume
vento umano, immagini sacre che
si animano, stelle che scendono
dal cielo a segnalar cappelle. Il
tentativo di spiegare l’origine truffaldina degli eventi, concepiti per
strappare offerte ai fedeli, espone
a minacce di morte un cocchiere
della marchesa, che ella, però,
riscatta, rivendicando la priorità
nella scoperta di tre stelle posatesi
sopra una cappella…
L’agitazione diffusa e il sopraggiungere della primavera inducono la coppia ed il seguito a trasferirsi nel castello di Pievefavera,
all’interno del quale la marchesa possiede un bel palazzotto,
già residenza dei da Varano di
Camerino, pervenuto a lei dal
padre.
Pievefavera è il ‘castrum circa
vicum’, che oggi si specchia nel
lago artificiale di Caccamo. Quasi
mai i gitanti domenicali, che
accorrono sulla sponda destra
del lago, richiamati dal mercato
e dai ristorantini, raggiungono la
riva opposta e percorrono i tornanti che preludono al castello,
capace invece di suscitare forti
emozioni per la bellezza e l’autenticità. Pievefavera, che trae
appunto origine dalla Pieve che
al suo interno la domina, subentrò nel medioevo ad un insediamento romano più a valle - già
ritenuto patria dell’imperatore
Pertinace - che, seppure scomparso, continua a restituire resti
molto significativi.
A Pievefavera la Marchesa che è sommamente attiva, che
‘ama spendere e sentirsi regina
in casa sua’ - ed il Verri - che è
contemplativo, che ama scrivere,
e non di meno è incline come
la compagna a più vivaci passatempi -, riescono ad organizzare un soggiorno che può dar
ragione dell’espressione ‘casino
di delizie’, riservata un tempo,
senza alcuna malizia, a dimore di
vacanza pur solenni e splendide.
A rendere particolarmente
gradita la residenza nel castello contribuivano, nemmeno a
dirlo, i piaceri della tavola: il pane
bianco, buono come in nessun
altro luogo secondo il Verri,
era preparato da un fornaio di
Macerata, assunto come sottocuoco; la carne di vitello o di
agnellino, acquistata a Caldarola
o spedita da Camerino, non era
neppure comparabile con quella di agnellone o di pecora che
36
si commerciava a Roma; gustosissima la selvaggina locale: “un
boccone poi stupendo in questa
Provincia - scrive il Verri - sono
le starne ed i tordi…, il tordo
specialmente è così grasso e così
fragrante di ginepro… che quando vi penso soffro di deliquio”; il
pesce giungeva fresco dall’Adriatico; caciotte, prosciutti e salumi
vari squisiti si acquistavano in
qualunque paese vicino e ceste
arieggiate di prosciutti spediva
Alessandro a Milano al fratello
Pietro; Macerata e Tolentino fornivano frutta e verdura d’ogni
sorta; Camerino forniva le ‘spezierie’; olio pregiato si produceva
già nei dintorni di Pievefavera;
i vini migliori provenivano da
Tolentino; vini cotti, novità per
il lombardo, dall’intero contado maceratese. Solo del burro il
Verri si lamenta: ‘di rado è fresco
e sempre malfatto. Si supplisce
con lo strutto, che qui è come
un’eccellente manteca’. La bontà
della cucina - si sa - è legata oltre
che alla qualità dei prodotti alla
loro corretta conservazione: a tal
fine Verri progetta e realizza due
neviere, che fungono da ghiacciaia e forniscono la base per
eccellenti sorbetti.
Frequenti i pranzi offerti a
palazzo, soprattutto in occasione
di festività religiose, fra le quali
molto sentite a Pievefavera quelle di S. Antonio e del Corpus
Domini: un temporale pomeridiano costringe a rinviare la processione e a replicare il banchetto, pur puntualmente tenuto,
quasi preludio d’obbligo al sacro
rito. Ai pranzi partecipano non
meno di ottanta persone, preti
e notabili di vasto circondario.
Tra loro non manca Giuseppe
Vanni di Caldarola, l’audace - di
cui favoleggerà l’Europa - che
nel maggio 1799 guiderà l’insorgenza contro i francesi e finirà
fucilato a Roma nel 1808. Sulla
piazzetta del castello una fontana alimentata a vino consola i
non ammessi al banchetto.
Ogni sera a palazzo si fa musica: vi concorrono quattro voci
- fra le quali gradevole quella
della marchesa - ed un trio strumentale, con il Verri al violino, un
professionista al clavicembalo e
un cameriere al violoncello. La
passione per la musica impone frequenti corse in carrozza
fino al santuario di S. Nicola da
Le Cento Città, n. 36
Tolentino per ascoltare la famosa cappella musicale. Le berline
consentono anche di partecipare
alle sagre e alle fiere, attraenti
per le esibizioni di saltimbanchi
e burattinai.
Ma in special modo sono le
arti sceniche ad attrarre la brigata che, nella regione d’Italia più
ricca di teatri, insegue ovunque
spettacoli e nello stesso tempo
s’ingegna a produrre in casa
pantomime, farse, commedie,
tragedie, ricorrendo a testi collaudati come quelli di Goldoni o
di Alfieri, o avvalendosi di stesure
casalinghe, nelle quali riescono
bene la marchesa, il figlioccio
Pietrino Malvolti e Bartolomeo,
maestro di casa. Un cocchiere
di Macerata, che sa leggere e
scrivere, è assunto per integrare
la ‘compagnia comica’. Quando a
Pievefavera si recita, a Tolentino
e a Caldarola non si trovano più
cavalcature e calessetti da nolo.
Le lettere del Verri ci svelano così
una società forse non florida,
ma - attesi i tempi - in condizioni economiche accettabili e
piacevolmente disponibile agli
spassi. Singolare la sorpresa del
lumbard per la diffusione nelle
nostre contrade della piccola
proprietà contadina e dell’allevamento del bestiame.
Con i canti e i suoni lanciati
da Pievefavera e da tanti altri
borghi d’Europa, inconsapevoli
di quel che avverrà, chiude la
lunga stagione che sarà definita
d’ancien régime: cala il sipario
su una società frivola e segnata
da profonde differenze sociali,
ma per tanti aspetti forse meno
soffocante e sperequata di quella successiva. La storiografia, di
ispirazione prima sabauda o poi
laicista, ha addossato enormi
ritardi e nefandezze al governo
del papa-re. Ai detrattori mi sentirei di proporre una visita non preconcetta al nostro territorio, così
in profondità segnato da quel
regime: la bellezza delle campagne, la nobiltà dei centri storici, lo
splendore delle chiese, dei teatri
e palazzi, il cumulo delle opere
d’arte, il funzionamento delle
istituzioni culturali e di assistenza, la correttezza delle relazioni
umane, possono ben smentire
le interpretazioni imbastite dai
saputi su documenti scritti, manipolati male.
Libri ed eventi
Opera Lirica, Mostre d’Arte, Libri
di Alberto Pellegrino
L’Opera Lirica
A Jesi un frizzante Flauto magico
Quest’anno la 41^ Stagione lirica jesina è stata segnata dalla
presenza del Flauto Magico di
Mozart, caratterizzato soprattutto dalla particolare messa in
scena (regia, scene e costumi)
di Eugenio Monti Colla, illustre
esponente della scena marionettistica italiana, il quale vanta una
lunga esperienza nel campo del
melodramma rappresentato con
il suo Teatro della Marionette.
Per interpretare il capolavoro
mozartiano, considerato il manifesto musicale della massoneria
che prospetta un mondo perfetto governato dall’amore, dalla
fratellanza, dalla gioia, Eugenio
Monti Colla ha scelto una chiave di lettura fiabesca che nulla
toglie a questo “viaggio” iniziatico verso la luce della Ragione e
verso la felicità. È nato in questo
modo un Flauto magico “popolare” e nello stesso tempo raffinato, ricco di fantasia ed ironia,
carico di umanità e privo di contorsioni intellettualistiche, uno
spettacolo frizzante e divertente,
immediato e diretto che è stato
molto apprezzato dal pubblico.
Eugenio Monti Colla, oltre a
curare l’interpretazione dei cantanti, ha rivolto una particolare
attenzione alla contestualizzazione della vicenda con l’uso
di ambienti e abiti fantasiosi
e orientaleggianti, di elementi
scenografici propri della tradizione marionettistica (un bosco,
una caverna scavata nella roccia,
enormi leoni dorati ed altri animali della foresta, troni e scalinate); con la presenza di una
deliziosa nuvola-balcone che,
entrando e uscendo di scena,
ha consentito alle tre fatine
“buone” di svolgere con leggerezza il ruolo di deus ex machina
della vicenda, contrapponendosi alle tre fate “cattive” al servizio della Regina della Notte. Il
segreto della fiaba mozartiana
è in fondo tutto racchiuso nello
scontro tra il Gran Sacerdote
Sostrato (il bene e la ragione)
contro la sovrana delle tenebre
37
(il potere, l’egoismo); entrambe
queste forze contrapposte sono
impegnate a ostacolare/realizzare sia il sogno d’amore e le
nobili aspirazioni del principe
Tamino e della dolce principessa Pamina, sia i desideri più terrestri dell’uccellatore Papageno
che vuole per sé soltanto una
vita tranquilla e una compagna
da amare.
La riscoperta di un’opera di
Lauro Rossi
L’avvenimento culturale, che ha
caratterizzato Sferisterio Opera
Festival 2008, è stato la riscoperta e la messa in scena della
Cleopatra, un’opera praticamente dimenticata del compositore
maceratese Lauro Rossi (18101885), rappresentata per una
sola volta nel Teatro Regio di
Torino (1876). Lauro Rossi, il cui
ricordo è soprattutto legato alle
due opere buffe I falsi monetari
e Il Domino nero, si rifà in questo caso al grand-opéra, un genere nato in Francia ed arrivato in
Italia, dove ha finito per “contagiare” una intera generazione di
giovani compositori e lo stesso
Verdi. La Cleopatra di Rossi,
composta su libretto di Marco
d’Arienzo, segue fedelmente la
tragedia di Shakespeare e tende
ad esaltare il fascino drammatico che emana dalla mitica
regina d’Egitto, magistralmente interpretata da una straordinaria Dimitra Theodossiu. Il
melodramma presenta tutte le
caratteristiche del grand-opéra:
la struttura in quattro atti, la
ricchezza dell’orchestrazione
con una presenza rilevante dei
fiati e delle percussioni, il tema
dell’esotismo, la non secondaria funzione del coro, una forte
suggestione musicale e vocale
che traspare più chiaramente
nel finale del primo atto tra
Cleopatra, Antonio e il coro;
la maestosa intensità del finale
del terzo atto, quando la regina
affronta la morte con drammatica dignità. La regia, la scenografia e i costumi di Pier Luigi Pizzi
hanno magistralmente messo in
luce tutti i pregi di questa partitura: la vicenda è stata collocata
all’interno di un minimalismo
geometrico di grande eleganza;
Le Cento Città, n. 36
le atmosfere sono state disegnate
da una severa bicromia di bianchi e di neri per la corte d’Egitto, di rossi accesi o cupi e di ori
per la corte romana; i essenziali
elementi architettonici sono stati
mossi secondo equilibri formali
rispondenti a precise scelte concettuali; la collocazione scenica
e la gestualità dei personaggi
ha sempre evidenziato un sicuro gusto pittorico con citazioni
dalla pittura postromantica e dai
tableaux vivants della fotografia
del primo Novecento; infine i
rapidi ma intensi passaggi di
danza hanno saputo creare una
suggestione che è andata a fondersi con la qualità del canto e
la sensibilità
Le mostre d’arte
L’Officina dei Santi di Paola
Folicaldi
Nei mesi di settembre-ottobre,
si è tenuta a Fermo, con il
patrocinio del Comune e della
Carifermo, la mostra l’Officina
dei Santi, una originale raccolta
di dipinti realizzati con tecniche antiche e molto raffinate da
Paola Folicaldi, artista fermana formatasi presso la Scuola
del Libro di Urbino e l’Istituto Centrale per la Patologia
del Libro di Roma. Quale è
stata l’originale idea di partenza
della Folicaldi? Raffigurare una
serie di santi molto noti e meno
conosciuti, ripristinando l’antica
iconografia con aggiornamenti
dettati dalla moderna sensibilità
dell’artista, cogliendo l’occasione per dare a ogni santo o santa
il volto di persone della propria
famiglia, di amici e conoscenti.
In questo modo la pittrice è riuscita a unire sia la riscoperta di
un gusto per l’iconografia sacra,
sia la passione per il ritratto,
che costituisce una dei caratteri
distintivi della sua produzione
pittorica. L’altro aspetto interessante di queste opere è l’impiego di tecniche molto particolari
fondate sull’uso (meno due tele)
di tavole di legno antico sulle
quali è stata posta una sottile tela
di cotone o lino, poi ricoperta
da gesso e colla di coniglio come
supporto per il colore; in alcuni
Libri ed eventi
38
Paola Folicaldi, Santa Cateria d’Alessandria, opera della serie Officina
dei Santi.
casi il fondo è stato impreziosito, facendo ricorso all’oro zecchino. Il risultato complessivo
è molto suggestivo, giocato fra
misticismo e ironia, con richiami all’antica arte cristiana e con
una ricerca interpretativa che
vuole in qualche modo essere
una risposta a come possono
essere i santi dei nostri giorni.
Per l’autrice, come ha scritto
nel catalogo Stefano Papetti, essi
“sono color che vivono il presente
intensamente, impegnandosi nel
proprio lavoro senza risparmio,
spendendo se stessi per gli altri.
Ecco dunque che Paola Folicaldi,
facendo ricorso al suo folto gruppo di amici, ha immaginato che
alcuni fra loro vestissero i panni
della santità”.
Leo Longanesi a Tolentino
Il Museo Internazionale della
Caricatura di Tolentino ha allestito questa estate nella Galleria
di Palazzo Sangallo un antologica di Leo Longanesi (19051957) in occasione del cinquantesimo anniversario della sua
scomparsa. Longanesi è stato
una delle maggiori ed eclettiche
personalità del mondo culturale
italiano del primo Novecento:
scrittore e giornalista dalla
penna ferocemente satirica,
prima vicino al fascismo di tipo
squadristico, poi fascista deluso
(come accadrà ad altri intellettuali del suo gruppo), infine
decisamente critico nei confronti del regime e del suo capo,
verso il quale non risparmia gli
strali della sua urticante ironia.
Longanesi ha lasciato un segno
anche nella storia giornalistica
del nostro paese per l’uso raffinato dei caratteri tipografici,
l’eleganza dell’impaginazione,
l’impiego intelligente e persino spregiudicato dell’immagine
fotografica. Dopo l’esordio con
L’Italiano, Longanesi ha inventato con Omnibus il primo rotoLe Cento Città, n. 35
calco apparso nel nostro paese
e, nel secondo dopoguerra,
con Il Borghese, la più elegante ed acuta pubblicazione della
destra italiana, spesso arricchita dai suoi disegni satirici, ma
che perderà ogni smalto dopo
la sua morte. L’antologica di
Tolentino dimostra le qualità di
Longanesi come pittore attraverso una serie di opere piene
di ironia che rappresentano la
società italiana del suo tempo
(soprattutto quella borghese)
nel solco di una grande tradizione europea di una satira
graffiante, che ha avuto i suoi
maestri in Daumier, ToulouseLautrec e Grosz e che è presente in altri artisti italiani come
Mino Maccari, Amerigo Batoli,
Alberto Savinio e Giorgio De
Chirico. La pittura di Longanesi
presenta una straordinaria galleria di personaggi, a volte caricaturali a volte melanconici,
crudeli o pieni di dolcezza, una
rassegna di variegata umanità,
la quale contribuisce a mettere
in luce e a chiarire molti aspetti della complessa personalità
di questo artista dalla fama di
“duro”, che tuttavia nascondeva
nel proprio intimo la grazia e la
pietà di un bambino impegnato
a guardare il mondo e i suoi abitanti (a volte stupidi e malvagi)
con comprensione e indulgenza.
Le Historiae Pontis di Trubbiani
La LVIII Rassegna Internazionale
d’Arte G. B. Salvi di Sassoferrato
è stata impreziosita quest’anno
dalla Personale di Valeriano
Trubbiani suddivisa in tre sezioni. La prima è una installazione
intitolata Transumanza lucertiforme che ha subito trasformazioni e adattamenti successivi
attraverso un lungo percorso
creativo, compreso tra il 1997
e il 2008. Lo scultore ha assemblato in questa ultima versione
45 soggetti tra lucertole, gechi e
salamandre di varie dimensioni,
a cui si aggiungono 7 uova semischiuse sopra un grande prato
verde. Fedele al suo mondo animale, l’artista marchigiano ha
saputo creare le ormai indiscusse suggestioni che nascono da
una minuziosa ricostruzione del
Libri ed eventi
reale e dalle implicazioni simboliche e mitologiche che da anni
contrassegnano la sua opera.
Sulla stessa lunghezza si colloca la splendida serie di disegni “dilavati” con inchiostri e
tempera, compresi fta il 2000
e il 2008, opere di grande forza
narrativa e di grande suggestione coloristica persino quando
sono monocromatiche. Siamo
dinanzi a dei veri e propri “racconti per immagini” racchiusi
entro lo spazio dell’inquadratura, ma capaci di “venire fuori”
per colpire la fantasia dell’osservatore e pretendere il suo
coinvolgimento intellettivo e
sentimentale. Il mondo è quello
costanteme fiabesco dell’ultimo Trubbiani, fortemente poetico, segnato da un’eccezionale
padronanza dei propri mezzi
tecnici: un mondo fatto di città
murate e Torri di Babele, fortezze e cattedrali, ponti interrotti
e ponti urbani, antiche torri a
guardia di profonde e drammatiche vallate; poi la consueta
folla degli amati animali (cervi
e babbuini, coccodrilli e rinoceronti, elefanti e giaguari, struzzi
e civette, pecore e bovini, lepri,
rane e colombi), una fauna variegata che invade il paesaggio e le
città, ne diventa la protagonista
con i grandi occhi sgranati sul
mondo. Un affresco stupendo.
La novità assoluta della mostra
è costituita dalla serie di dodici
sculture riunite sotto un’unica
tematica, le Historiae Pontis.
Trubbiani, pur ritornando
alla sua amata scultura fatta
di bronzi policromatici, rimane
il narratore di sempre, l’artista
capace di raccontare a sé e agli
altri le fiabe della sua giovinezza
e della sua terra, di far rivivere una storia antica attraverso alcuni ponti delle Marche,
che prendono forma, grazie
alla magica manipolazione della
materia, con le loro frantumate
strutture architettoniche, arricchite dalla fauna cara all’artista
e dalla presenza di contadini
e pastori, di treni fumanti, di
fosche strutture turrite.
Un’opera di grande fascinazione e poesia, una delle più alte
tra quelle create dal grande
Maestro marchigiano.
Un autore nel solco della gran-
39
Valeriano Trubbiani, una delle dodici sculture riunite nelle Historiae
pontis.
de tradizione fotografica marchigiana
La mostra, allestita all’inizio di quest’anno nel Museo
Napoleonico di Palazzo BezziParisani a Tolentino, ha fornito
l’occasione per conoscere l’opera del fotografo marchigiano
Paolo Mazzanti (Pesaro, 1959),
che per lungo tempo (19802003) ha svolto la sua attività
professionale a Milano e all’estero e che ha fatto ora ritorno nella
sua città natale. Egli ha tenuto
una serie di mostre a Padova,
Bergamo, Cuneo, Genova,
Bologna, Spoleto e naturalmente a Pesaro, ma anche a
Shanghai e Pechino, Londra,
Miami e New York. La mostra
di Tolentino, intitolata Energia
del tempo, si rifà alla formazione
professionale di Mazzanti come
architetto e rappresenta un viaggio iconico, carico di significati
metaforici, intorno al Duomo di
Le Cento Città, n. 35
Milano, all’interno delle città di
Urbino e Venezia. Movendosi
fra le guglie e le statue del più
grande monumento gotico italiano e facendo uso di cromatismi molto netti e incisivi, l’autore scopre inedite verticalità,
suggestivi intrecci di linee architettoniche, il fascino dei dettagli
e delle geometrie compositive,
l’emergere delle statue dalla piccola foresta di guglie, il loro
stagliarsi contro il cielo milanese nella suggestione un po’
malinconica del tramonto. Per
Urbino, Mazzanti sceglie la strada del dettaglio rinascimentale
in una rappresentazione bicromatica (azzurro e giallo oro)
nell’ora intrigante del tramonto,
attraverso una minuziosa esplorazione che si conclude con
una bifora marmorea disegnata
da luci e ombre contro una
superficie di mattoni che resa
l’affascinante colore dal tempo.
Infine l’autore affronta una dif-
Libri ed eventi
40
Numero speciale de L’Asino, a cura del Centro Studi Gabriele
Galantara.
ficile sfida con Venezia, la città
più fotografata nel mondo, riuscendo a superarla a suo favore,
perché l’obiettivo indaga, con
puntigliosa scansione luministica, le dorate superfici della
basilica di San Marco; si muove
tra le figure di santi e dei progenitori Adamo ed Eva; esplora
una rapida sequenza di colonne,
fregi e capitelli, per concludere
il suo viaggio nell’immaginario
veneziano con il mitico Leone
di San Marco in una gloria di
Angeli dalle ali dorate che si
stagliano contro il cielo.
Il Travaglio delle idee, la grande
satira nelle Marche
Per celebrare la ricorrenza dei
sessant’anni della Costituzione
italiana e della Dichiarazione
Universale dei Diritti dell’Uomo,
il Centro Studi Gabriele Galantara
ha messo a punto il progetto,
Il Travaglio delle idee. Un secolo di satira dal Risorgimento alla
Costituzione: 1848-1948, ideato
da Fabio Santilli e da Antonio
Mele (in arte Melanton) e realizzato in collaborazione con la
Provincia di Macerata, i Comuni
di Montelupone e San Severino
Marche, la Biblioteca Nazionale
Centrale di Roma, l’Università
di Macerata, il Museo di Roma
Palazzo Braschi e il Comitato per
la valorizzazione della Repubblica.
Il progetto è suddiviso in tre
sezioni: quella storico-documentaria, quella artistica e quella contemporanea. La prima sezione
è intitolata L’altra storia 18481948, un secolo di stampa satirica italiana dallo Statuto albertino
alla Costituzione repubblicana
e consiste in una mostra tenuta
Le Cento Città, n. 35
presso la Biblioteca Nazionale di
Roma e a Montelupone con l’esposizione delle principali testate
satiriche che hanno accompagnato e segnato la storia del nostro
Paese, dal 1848 con il primo giornale L’Arlecchino di Napoli al
Candido, l’ultimo giornale satirico
nato nel 1945.
La seconda sezione comprende la
mostra di San Severino Marche
intitolata L’arte il dramma il sorriso. Caricaturisti del Novecento
con l’esposizione delle opere (molte
della quali inedite) di cinque grandi
artisti marchigiani che hanno segnato con i loro lavori il Novecento
italiano: Gabriele Galantara di
Montelupone, Cesare Giri di San
Severino, Cesare Marcorelli di
Tolentino, Pio Pullini di Ancona e
Renzo Ventura di Colmurano.
La terza e ultima sezione, allestita a
Montelupone, è intitolata Esposizione Internazionale di satira e caricatura
ed è articolata su due temi: il primo
riguarda La Costituzione italiana:
sessant’anni... ma li dimostra?, a
cui hanno aderito numerosi artisti italiani e che è stata vinta da
Franco Bruna: altri premi sono
stati assegnati a Sergio Riccardi,
Assunta Toti Buratti, Aldo
Bortolotti, Sergio Ippoliti ed al
marchigiano Tommaso Gianno.
Il secondo tema, dedicato ai sessant’anni della Dichiarazione dei
Diritti dell’Uomo, ha visto la partecipazione di importanti artisti
francesi fra cui Bernard Bouton,
Francois Ougen, Alain RocheNalair e Jean Plantu. La mostra
è stata documentata dal Centro
Studi con la pubblicazione di
un quaderno di grande formato
intitolato L’Asino.
Le due importanti mostre di
San Severino e di Montelupone
sono state corredate da un bel
catalogo a cura di Fabio Santilli,
Il travaglio delle idee, molto elegante e ricco di illustrazioni ed
edito dal Centro Studi Gabriele
Galantara.
La prima parte del volume è
dedicata alla mostra L’altra storia, un secolo di stampa satirica in Italia con un saggio di
Alberto Pellegrino su un secolo di storia politica italiana dal
1848 al 1948 ed uno di Paola
Pugliesi sulla stampa satirica italiana; infine Luigi De Angelis e
Dino Aloi hanno tratteggiato la
Libri ed eventi
41
figura del grande disegnatore
satirico scalarini.
Per quanto riguarda la mostra
di San Severino, dopo un breve
saggio sulla morfologia della
satira di Marcello Verdenelli,
i cinque artisti in esposizione
sono stati presentati da Fabio
Santilli (Gabriele Galantara),
Antonio Mele - Melanton
(Cesare Giri), Lucio Del Gobbo
(Cesare Marcorelli), Alvaro
Valentini (Renzo Ventura),
Claudio Costa e Simonetta Tozzi
(Pio Pullini).
Libri
La mia vita intera
di Mario Giacomelli
La casa editrice Bruno
Mondatori ha pubblicato un
volume intitolato La mia vita
intera che contiene un’autobiografia molto particolare del
grande fotografo marchigiano
Mario Giacomelli. Si tratta di
confidenze e annotazioni raccolte nel corso degli anni dalla
viva voce dell’artista da parte
di Simona Guerra, curatrice del
volume anche lei di Senigallia,
un’esperta di fotografia che ha
lavorato a lungo al riordino
dell’archivio giacomelliano. Il
libro rappresenta un contributo
di rilevante importanza per la
storia della fotografia, perché
consente di capire meglio non
solo il percorso artistico, ma
anche il percorso umano dell’artista di Senigallia , che rimane un esempio unico al mondo
come narratore per immagini.
Dai diversi colloqui, registrati dalla Guerra, emergono le
molteplici esperienze culturali
e i percorsi artistici di questo
autore che, da autodidatta, ha
realizzato straordinari racconti
fotografici permeati di profonda
poesia e segnati dalla eccezionale originalità di uno stile che
ha pochi punti di riferimento
nel panorama fotografico internazionale. Da questi “sfoghi”
di Giacomelli affiorano anche
numerosi aspetti umani fondamentali per capire la sua opera e
la sua profonda umanità, soprattutto per un personaggio fondamentalmente schivo e riservato
Il travaglio delle idee, un secolo di caricatura nella comunicazione e
nell’arte, edito a cura del Centro Studi Gabriele Galantara.
che ha sempre scelto di vivere nella provincia: dal libro si
apprendono le nostalgie per la
propria famiglia e il mondo contadino ormai perduto; l’amore per il paesaggio vissuto con
umana partecipazione e da lui
reinventato al di fuori da ogni
forma di accademismo; la struggente tenerezza verso il mondo
dei vecchi, degli umili, dei sofferenti, dei “diversi”; la profonda
pietà per ogni forma di dolore
umano; le proprie ossessioni e
paure, nonché il costante terrore
della morte, tutti esorcizzati e
sublimati attraverso la sua straordinaria opera poetica, che inizia nel 1954 con i primi Paesaggi,
passa attraverso numerosi racconti ormai celebri in tutto il
mondo, per finire con le due
ultime drammatiche opere (La
mia vita intera e Questo lo vorrei
raccontare), dove l’artista per la
prima volta decide di rappresentare se stesso nella sua tragica e
Le Cento Città, n. 35
disperata lotta contro la morte,
creando l’estrema testimonianza
di un poeta dell’immagine che
ha voluto rimanere attaccato alla
sua arte fino agli ultimi momenti
di vita.
Alberto Pellegrino
La basilica
di Massimo Foghetti
Fano è ormai considerata una
delle “città del giallo” per merito
dello scrittore Luciano Anselmi,
uno dei padri del romanzo poliziesco d’autore con la serie di
racconti che hanno come protagonista il commissario Boffa
e che sono carichi di poetiche
e umane atmosfere fanesi. Nel
solco di questa tradizione lo storico Alberto Berardi e il giallista
Glauco Faroni (delle cui opere
ci occuperemo in uno dei prossimi numeri della rivista) hanno
fondato la Collana La Macchia
Gialla (Edizioni Grapho 5), che
Libri ed eventi
ha recentemente pubblicato il
romanzo La basilica di Massimo
Foghetti, giornalista e autore teatrale fanese, il quale ha
scritto un giallo “archeologico”,
dove un giornalista s’improvvisa
investigatore e cerca di svelare i segreti che si nascondono nel sottosuolo della Fano
romana. Coinvolto nella ricerca
della più o meno mitica Basilica
di Vitruvio, il protagonista è
costretto a muoversi nei cunicoli
sotterranei della città e finisce
per essere coinvolto in antichi e
magici riti pagani, ma anche in
alcuni omicidi provocati da bassi
interessi materiali e dall’avidità
di uomini senza scrupoli. Alla
fine, come è logico, la giustizia
finirà per trionfare e il giornalista detective troverà anche
l’amore a conclusione di una
vicenda che ha anche il merito,
per le fluide capacità narrative
dell’autore, di farci conoscere
il volto inedito e segreto di una
celebre città di mare.
Alberto Pellegrino
L’acqua domestica
di Eugenio De Signoribus e Nino
Ricci
La casa editrice milanese
Associazione 100 Amici del libro
ha pubblicato alla fine del 2007
un prezioso volume a tiratura limitata e numerata intitolato L’acqua domestica, opera di
due noti artisti marchigiani: il
poeta Eugenio De Signoribus e
l’incisore-pittore Nino Ricci. Si
tratta di un lavoro molto particolare, dove le dieci “acquetinte” del pittore s’intrecciano
e si coniugano perfettamente
con i testi del poeta. Eugenio
De Signoribus (1947) è da alcuni
anni considerato uno dei maggiori poeti del momento, tanto
che le sue cinque raccolte di
versi, riunite in un unico volume
dall’editore Garzanti (Poesie
1976/2007) hanno ricevuto il
“Premio Viareggio 2008” a conferma del valore di questo schivo artista marchigiano, che ha
sempre condotto una vita riservata nel suo eremo di provincia,
la natia Cupra Marittima. I suoi
versi riflettono questa condizione esistenziale attraverso una
serie di “ingredienti” (reticen-
43
za, ironia, smarrimento, dolore, malinconia, senso di colpa,
umiltà, distacco dalle cose terrene) che ricorrono frequentement nelle sue composizioni. In
questo suo ultimo lavoro, egli
è ritornato ai temi che gli sono
cari: la figura del padre e le
memorie dei lari domestici, ai
quali è legato da un “filo invisibile e felice”, perché “nulla
cambia nel purgatorio presente/
come ieri, come forse domani”.
Continua inoltre il “navigare”
di De Signoribus nelle acque
domestiche, tra le “interne maree
e alluvioni”, lontano dall’addentrarsi in un “ignoto mare periglioso” e sconosciuto. Dal suo
rifugio il poeta chiede pietà per
il fatto di non saper essere “un
attore della certezza”, per il voler
restare chiuso “nel perimetro di
casa” a difesa della propria vita,
nonostante se anche lì talvolta
“un urlo strozzato m’incatena”.
Allora, per curare le ferite e per
non affondare nel vasto oceano della vita, De Signoribus si
rifugia nelle radici della terra,
“prime naturali nutrici!”, dove
poter cercare il significato profondo della nuda esistenza e
trovare “l’impulso d’insistere/
resistere alla decadenza”. Nino
Ricci, affermato artista con alle
spalle una vasta esperienza fatta
di mostre e personali tenute in
tutta Italia, ha raccolto la non
facile sfida di coniugare la sua
pittura ai versi del poeta e l’ha
vinta con le sue forme spezzate
ma armoniose, con il suo raffinato cromatismo che si sposa a
un equilibrio compositivo finalizzato a percepire il senso profondo delle cose. Una pittura di
sentimenti, lontana dalla materica consistenza del reale, ma tesa
a trasmettere sensazioni segrete
attraverso il colore, la luce e la
forma, un modo per frantumare
il proprio rapporto con la realtà, per superare una condizione
di dolore, per arrivare a una
misura di equilibrio spirituale e
ad una serenità interiore che ci
portano agli antichi valori della
classicità.
Alberto Pellegrino
La Casa del Melograno
di Viliana De Giorgi Ricci
Ho pianto leggendo La Casa
del Melograno. Ero solo in casa,
leggevo e piangevo. Venticinque
vite, vite vere, vite vissute, vite
narrate dagli ospiti di Familia
Nova, un’associazione volontaria fanese. Fragili tessere di un
mosaico di passione, tenerezza,
dedizione, amore per la vita
e per gli altri che le generazioni contemporanee corrotte
dal “gusto eccessivo per i beni
materiali” non potrebbero mai
raccontare. Per questo ho pianto. Parlavano finalmente coloro
che avevano sempre taciuto. La
flebile voce di venticinque persone anziane alle quali non fu
mai risparmiato niente: fatica,
miseria, malattie e persino due
maledette guerre, era diventata
un coro possente. La loro voce,
un inno alla vita vissuta fino in
fondo, cadendo e rialzandosi,
cadendo di nuovo e rialzandosi
ancora. Piegate, ferite, frustrate ma sempre in piedi. Inedita
storia di una comunità in cui le
comparse diventano protagonisti ed i protagonisti comparse. Venticinque storie contestualizzate e contrappuntate da
brani di canzoni d’epoca scelti
con rara sensibilità ed intelligenza . Persone, prevalentemente di
sesso femminile, che non barano
raccontando, che non temono
di narrare quello che sono state,
che rievocano con parole semplici anni di filanda, di emigrazione, di fame ed anni di guerra,
il mostro che tutto ingoia .
Uomini mandati a morire senza
ragione nei deserti africani e
nelle steppe gelate della lontana
Russia. Padri, mariti, innamorati partiti senza neppure sapere
il perché . Le donne a casa ad
allevare figli, a piangere, a disperarsi . Non è retorica, la retorica
è quella degli altri. Quella di
cui si ammanta il potere, quella
per cui si muore innocenti .
Alcuni tra loro rientreranno, ma
morti dentro. E per le magnifiche, eroiche donne che avevano resistito a tutto, un nuovo
insopportabile fardello. Non
c’erano psicologi ad aiutarle nel
reinserimento di chi era passato
attraverso l’orrore dei combattimenti, delle ferite e della prigionia. Fecero tutto da sole e non
ebbero neppure una citazione.
E’ ora di dirlo forte, la ricostruzione del nostro Paese fu opera
delle donne, del loro lavoro, del
loro sacrificio, della loro abne-
Libri ed eventi
gazione. Ferinamente attaccate
ai figli, impegnate a dare loro un
futuro migliore, pronte a tutto
pur di “farli studiare”. La Casa
del Melograno nella sua semplicità, è un eccezionale spaccato
del Novecento. Nelle sue pagine
è racchiuso un tesoro che ci
viene offerto come ultimo gesto
di amore da coloro che hanno
tanto amato. Un messaggio in
primo luogo per figli e nipoti
che non possono ignorare coloro ai quali devono il benessere
materiale di cui oggi godono ed
un messaggio per la comunità
intera perché le storie di tutti
coloro che abitano a Familia
Nova sono la vera Storia e la
Storia , si sa , è maestra di vita.
Ha scritto il grande autore francese Albert Camus : “Non essere
più ascoltati: questa è la cosa terribile quando si diventa vecchi”.
Viliana De Giorgi Ricci però
ha fatto il miracolo. La voce
collettiva che viene dalla Casa
del Melograno è chiara e forte.
Saranno in molti, ne siamo certi,
ad ascoltarla. E si può già pensare quanto sarebbe bello se
da tutte le Case del Melograno
del nostro Paese si alzasse la
stessa voce. Una Voce d’amore e quindi di speranza. Una
Voce che riesca a far passare in
secondo piano, almeno per un
giorno, veline e calciatori ed a
dare importanza a ciò che nella
vita è veramente importante.
Rifletteva già Madame de
Stael: “Si direbbe che l’anima
dei giusti, come i fiori, emani più
profumo verso la sera”.
Prendiamo doverosamente
atto che attorno al Melograno di
Familia Nova è nato un giardino.
Alberto Berardi
C’eravamo tanto odiati...
di Rodolfo Colarizi
Silvia Editrice, 2008
Rodolfo Colarizi continua a
privilegiare insieme due settori, quelli della narrativa e della
divulgazione scientifica, dividendo equamente le sue attenzioni tra il fascino della letteratura e gli spaccati socio-sanitari
che permeano la nostra epoca.
Con questo trentesimo libro,
che testimonia la sua inesauribile
vena letteraria, Rodolfo ha dato
44
vita ad un
ro-manzo
che,
nel
contesto di
una storia
dolcissima,
analizza con
il consueto
acume che
contraddistingue la
prosa dell’Autore, la
trasformazione dei
sentimenti,
degli atteggiamenti e
dei comportamenti di
una coppia
di ex innamorati; un
romanzo
quindi profondamente intimistico perché
scava negli
anfratti più
reconditi
dell’animo.
La storia
inizia con l’incontro fortuito
di due persone ormai anziane,
Tullio e Fenisia, che si ritrovano, ormai anziani, ad Urbino,
la loro antica sede universitaria,
in occasione delle celebrazioni in onore di Carlo Bo. In
questa città quarant’anni prima,
studenti universitari, i due si
erano conosciuti, amati lungamente, finchè la differente evoluzione delle rispettive carriere
li costrinse ad una sofferta separazione, della quale nessuno dei
due volle considerarsi responsabile; dall’amore si passò quindi
all’incomprensione, alle accuse
reciproche, ma anche all’odio. Poi, l’incontro imprevisto
e la ricostruzione delle rispettive esperienze, che generano
un’intrigante ricerca sviluppata
nelle pieghe della psicologia,
nei rimpianti, nei rimorsi, nelle
aspirazioni frustate e nel lodevole tentativo di utilizzare al
meglio la vita residua. Si segue
la metamorfosi che subiscono,
col procedere degli anni, i sentimenti dei protagonisti dalla
fisicità ed ardore giovanile alla
voglia di tenerezza, al rispetto
Le Cento Città, n. 36
ed alla stima reciproci, al piacere condiviso della buona musica
e delle buone letture, alla valorizzazione dell’amicizia.
Saranno in molti a riconoscersi in questo delicatissimo
amarcord felliniano, attraversato
da continue sorprese e da colpi
di scena narrativi che rendono il
racconto snello ed accattivante,
intriso di profonda marchigianità, dal momento che l’azione si
finge, come si diceva un tempo
a teatro, per buona parte nelle
Marche.
In sintesi, un bel romanzo,
vivacizzato dalla prosa elegante
dell’Autore che usa con naturalezza sostantivi, aggettivi ed
avverbi sempre pertinenti, un
romanzo coinvolgente, che
trova nella formula dei minuscoli capitoli, un ulteriore invito
alla lettura.
Come di consueto, i diritti
di autore vengono devoluti alla
Casa di Riposo Familia Nova di
Fano.
Giovanni Danieli
Libri ed eventi
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Nino Ricci, Olio su tela, cm 80x90, 2002.
Nino Ricci, Olio su tela, cm 80x90, 2004.
Le Cento Città, n. 36
Vita dell’Associazione
Visite, Convegni, Libri
a cura di Giovanni Danieli
21 Settembre 2008, Fermo
Visita alla città di Fermo e alla
Mostra di Vincenzo Pagani
Tre momenti particolari hanno
caratterizzato la visita alla Città
di Fermo, la mostra di Vincenzo
Pagani, la visita alla Biblioteca
Comunale ed il Caffè letterario.
La mostra è stata curata, sotto la
guida di Vittorio Sgarbi, da Walter
Scotucci che, con le sue ricerche
e le sue pubblicazioni, molto ha
contribuito alla conoscenza e alla
valorizzazione di questo grande
pittore del 500 marchigiano; lo
stesso Walter Scotucci e Paola
Piergallini hanno guidato i Soci
nella visita, presentando i quadri
esposti e la loro storia.
La Biblioteca Comunale è stata
presentata da quella sensibile e
colta Direttrice che è la Dr.ssa
Maria Chiara Leonori; costruita
nel ‘700, intorno ad un ricco lascito di Romolo Spezioli, medico
fermano vissuto a Roma, curante
della Regina Cristina di Svezia, la
Biblioteca rappresenta oggi una
delle più importanti raccolte di
fondi storici di Medicina d’Europa.
Nel Caffè letterario, svoltosi in un
locale della Piazza del Popolo,
Alfredo Luzi ha ricordato un
grande poeta fermano, Franco
Matacotta, mentre Ugo Gironacci
ha descritto la tradizione musicale fermana, dallo Zingarello al
melodramma di fine ottocento; il
Caffè si è chiuso con un momento musicale, realizzato da un
quintetto d’archi di Studenti del
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Conservatorio di Fermo.
Altri momenti felici della giornata
sono stati la visita alla Pinacoteca
- tra le opere la celebre Natività
di Paolo Rubens, la Pentecoste
di Giovanni Lanfranco ed alcune pregevoli tele di Jacobello
del Fiore, la visita al Museo
Diocesano ricco di testimonianze
della religiosità di questa terra,
l’incontro conviviale alla Casina
delle Rose e la visita al Teatro
dell’Aquila, illustrato da Alberto
Pellegrino e da Ugo Gironacci.
Certamente Fermo, per la sua
storia, i suoi monumenti, le sue
Piazze, Piazza del Popolo è una
delle più belle d’Italia, i suoi
contenuti artistici e culturali,
rappresenta un polo di assoluto rilievo nel panorama storicoculturale del nostro Paese.
12 Ottobre 2008, Matelica
Visita alla Città di Matelica e alla
Mostra sulla cività dei Piceni
L’Associazione ha organizzato
domenica 12 ottobre una visita
a Matelica intitolata Alla scoperta
di una città dalla civiltà dei Piceni
al Novecento con un programma
molto nutrito di iniziative che
hanno richiamato la partecipazione di molti nostri soci e di
alcuni graditi ospiti. La giornata
ha avuto inizio con la visita, guidata con la consueta competenza
dal Dott. Renzo De Biase, del
Museo Piersanti, sede di preziose opere d’arte comprese tra
il XIII e il XVIII secolo; inoltre sono state molto apprezzate
le raccolte di oreficeria sacra e
di parametri religiosi. Si è successivamente passati a visitare la
Chiesa di San Filippo, capolavoro del Barocco marchigiano per
Fotografia di Romano Folicaldi.
Le Cento Città, n. 36
il suo impianto architettonico,
gli ornamenti e le statue. Quindi
il gruppo è stato ricevuto dal
Sindaco Gagliardi che ha guidato
la visita alla Pinacoteca comunale
ed ha successivamente portato il
saluto della Città nella Sala del
Consiglio. Qui si sono svolte le
relazioni tenute da due nostri
nuovi Soci: la Dott.ssa Carla
Carotenuto ha parlato dello scrittore matelicese Libero Vigiaretti
con particolare riferimento alla
sua produzione poetica (letture
di Paola Egidi), mentre l’Arch.
Luca Maria Cristini ha illustrato
la figura e l’opera di Giuseppe
Piermarini, che ha progettato
il Teatro comunale di Matelica.
Il pranzo conviviale si è tenuto
presso il ristorante Al Teatro, nel
corso del quale il Presidente ha
ricordato la figura e l’opera del
matelicese Amedeo Gubinelli,
scrittore e commediografo dialettale. Nel primo pomeriggio vi
è stata la visita alla mostra dei
Piceni, illustrata con particolare
competenza dalla Dott.ssa Mara
Silvestrini, della Sovrintendenza
Archeologica regionale, che ha
saputo rendere con efficacia l’importanza dei ritrovamenti avvenuti nell’area matelicese. La giornata si è conclusa con la visita alla
Chiesa di San Francesco dove
il Dott. De Biase ha illustrato
le numerose e validissime opere
pittoriche del XV e XVI secolo,
quasi tutte di artisti marchigiani.
9 Novembre 2008, Tolentino, San
Severino Marche, Montelupone
Il Tour del sorriso
Questa giornata, ideata ed organizzata dal Presidente, ha comportato la visita a tre centri del
nostro entroterra
marchigiano, nel segno dell’umorismo e
della caricatura.
Si è iniziato da
Tolentino, ove, a
Palazzo Sangallo e
guidati dall’Assessore alla Cultura
Massimo Marco
Seri, si è visitato il
Museo Internazionale della Caricatura che contiene
alcune delle opere
più
prestigiose
esposte nelle biennali che dal 1961
questa città marchigiana ospita.
Vita dell’Associazione
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A San Severino, nella Pinacoteca
Comunale, guidati da Fabio
Santilli, Presidente del Centro
Studi Gabriele Galantara, è stata
visitata la mostra L’arte, il dramma, il sorriso, dedicata a cinque
caricaturisti marchigiani, tutti
di assoluto rilievo mondiale, ci
riferiamo a Gabriele Galantara
di Montelupone, Cesare Giri di
San Severino, Cesare Mercorelli di
Tolentino, Pio Pullini di Ancona,
Renzo Ventura di Colmurano, vissuti a cavallo tra il XIX e il XX
secolo, tutti raffinati ed eclettici
artisti e pittori che hanno contribuito a far apprezzare la caricatura non come accessorio della grande arte, ma arte di per se stessa.
Il trittico si è concluso a
Montelupone con due eventi, il primo dei quali costituito dalla visita, nella Chiesa di
S. Francesco, dell’Esposizione
internazionale di satira e caricatura, articolata in due sezioni,
una dedicata ad autori italiani, La
Costituzione italiana: sessant’anni
… ma li dimostra? e la seconda
ad autori francesi, molti della
rivista “Le Canard Enchainé”: I
sessant’anni della Dichiarazione
Universale dei Diritti dell’Uomo;
il secondo evento ha visto Le
Cento Città protagoniste dell’inaugurazione della mostra L’altra
storia, un secolo di stampa satirica
italiana 1848-1948, prima rassegna internazionale di satira e caricatura contemporanea, creata nel
nome di Gabriele Galantara.
La giornata si è conclusa con la
visita al Teatro comunale Nicola
degli Angeli.
21 novembre 2008, Ancona
Conversazioni sull’etica
Nella Sala del Rettorato dell’U-
niversità Politecnica delle
Marche, si è avuto il secondo
appuntamento relativo al progetto Conversazioni sull’etica,
ideato da Tullio Tonnini e realizzato in sua memoria.
Relatore, nell’occasione, è stato
il nostro Socio Prof. Luigi Alici,
ordinario di Filosofia morale all’Università di Macerata,
che ha affrontato il tema delle
sfide dell’Etica nella cultura
post-moderna.
Come ha ricordato nella sua presentazione introduttiva Laura
Cavasassi, il punto di snodo
tematico è la concezione di
Kant, il primo filosofo dell’occidente che ha avuto coscienza
della differenza tra morale norLe Cento Città, n. 36
Tour del sorriso per Le Cento
Città. Fotografie di Ugo Gironacci.
mativa e morale che va al di là
della norma di legge positiva,
ma devono essere considerate anche l’etica della responsabilità sostenuta dal filosofo
Jonas, quella della complessità
di Prigogine e l’etica della
obbligatorietà legata al diritto
sostenuta da Habermas.
Molti concordano oggi nell’affermare che l’etica del futuro
è nella tutela delle condizioni della vita sulla terra, che
abbracci i diritti dell’umanità e
di tutti gli altri essere viventi.
Vita dell’Associazione
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Fotografie di Ugo Gironacci.
Le Cento Città, n. 36
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