IL PUNTO
Le notizie di
LiberaUscita
Luglio 2009 - n° 61
SOMMARIO
LE LETTERE DI AUGIAS
1300 - Noi medici tra legge e volontà del paziente
1301 - L’amore al confine della vita
1302 - Il ciarpame italiano e la lezione di Tommaso Moro
ARTICOLI, INTERVISTE, COMUNICATI STAMPA
1303 - Il cattolico adulto che il papa non vuole - di Vito Mancuso
1304 - Cristiani: disobbedite come a Los Angeles - di padre Alex Zanotelli
1305 - I comportamenti politici e il giudizio della chiesa - di Nadia Urbinati
1306 - L’etica pubblica perduta - di Stefano Rodotà
1307 - La chiesa e il regalo di papi - di Silvia Ballestra
1308 - La fede e le giaculatorie – don Paolo Farinella risponde a Luca Volonté
1309 - La sentenza della Cassazione sul “crocifisso”
1310 - Via libera alla RU486, ma scomunicato chi la usa – di Michele Bocci
I REGISTRI PER I BIOTESTAMENTI E LE BIO-CARD
1311 – Roma - Il registro dei testamenti biologico al Municipio XI
1312 – Roma - Le associazioni laiche chiedono una “casa” al Municipio XI
1313 - Genova - Lanciato il registro per il testamento biologico
1314 - Modena (provincia) – Iniziativa del “comitato art. 32”
1315 - Calenzano (Firenze) – Istituito il registro
1316 – Cagliari – 1° Provincia italiana col registro
NOTIZIE DALL’ESTERO
1317 – Svizzera - Nuove regole per il suicidio assistito in cantone Zurigo
1318 – UK - Dibattito sul suicidio assistito
1319 - Canada – Si discute sul suicidio assistito
DALLA ASSOCIAZIONE
1320 - In morte di un amico: Leo Solari
1321 - Tolleranza e laicità nel pensiero di Norberto Bobbio
1322 - LiberaUscita a Legri
1323 - Laicità all’amatriciana
1324 - Firenze – Iniziativa per il commiato laico
PER SORRIDERE…
1325 – Le vignette di Staino - Non sono un santo…
LiberaUscita
Associazione nazionale laica e apartitica per il testamento biologico e l’eutanasia
Sede: via Magenta 24, 00185 Roma – Telefono: 338.9595790
Fax: 06.5127174 - Sito web: www.liberauscita.it - email: [email protected]
1300 - NOI MEDICI TRA LEGGE E VOLONTÀ’ DEL PAZIENTE - DI CORRADO AUGIAS
da: la Repubblica di giovedì 15 luglio 2009
Caro Augias, nella nostra storia medica ci sono stati in passato numerosi momenti di sintesi
fra evidenze scientifiche, principi dell’ordinamento, differenti visioni etiche. Questo ha
consentito la stesura di ottime leggi che noi medici applichiamo in piena coerenza. Ad
esempio la legge 194/78 sull’interruzione di gravidanza, la legge 578/95 sull’accertamento
della morte. Negli ultimi anni questa armonizzazione è venuta meno con preoccupante
crescendo. Presupposti ideologici, in cui ha avuto un peso il magistero Cattolico, sono stati
presentati come certezze “non negoziabili”, giustificando scelte politiche in contrasto con
l’oggettività delle evidenze scientifiche.
Così la Legge 40 /04 sulla procreazione assistita per la cui stesura non è stata tenuta in
alcun conto nè l’opinione delle società scientifiche nè quella dei giuristi che vi scorgevano un
impianto anticostituzionale. Infatti una sentenza della Corte Costituzionale ha poi affermato
che “in materia di pratica terapeutica la regola di fondo deve essere la autonomia e la
responsabilità del medico che, con il consenso del paziente, opera le necessarie scelte
professionali”. La stessa linea scientificamente errata informa ora il disegno di legge detto
‘testamento biologico’ approvato al Senato e tra poco in discussione alla Camera.
I cittadini sempre più spesso chiedono di conciliare le possibilità del progresso scientifico
con le proprie scelte esistenziali, in un contesto di pluralismo etico e culturale. Saremo
capaci di corrispondervi?
Davide Mazzon - Direttore Dipartimento Chirurgico Ospedale di Belluno
Risponde Augias
Non lo so. Sul testamento biologico (dichiarazione anticipata di volontà sul proprio fine vita)
s’è scatenata una guerra di religione. La Chiesa vuole dimostrare la forza con la quale sa
condizionare le scelte legislative; il capo del Governo potrebbe usare il provvedimento come
moneta di scambio, dopo le note oscenità, per recuperare favore nelle gerarchie vaticane.
In una parte della lettera che ho dovuto tagliare, il professor Mazzon elencava le numerose
società scientifiche e mediche, oltre al Codice di deontologia medica, che hanno affermato,
più volte, “che il paziente può rifiutare qualsiasi trattamento, compresi quelli che il medico
ritenesse proporzionati”. Tra le numerose mostruosità contenute nel progetto di legge c’è
quella di cui all’art. 3 comma 6 dove si afferma con assoluta antiscientificità che la Nutrizione
artificiale forzata non è trattamento medico bensì “sostegno vitale destinato ad alleviare la
sofferenza”.
Chiede il professor Mazzon, e io con lui: si può immaginare il sollievo di un morente
nell’essere ingozzato per legge? Meglio non immaginare, il solo pensiero è raccapricciante.
1301 - L’AMORE AL CONFINE DELLA VITA – DI CORRADO AUGIAS
da: la Repubblica di venerdì 24 luglio 2009
Gentile dott. Augias, da quando ho perso mia moglie sei mesi fa a causa di un tumore, mi
provoca disgusto e rabbia la sola idea che si possano imporre per legge idratazione e
alimentazione forzata anche ai malati terminali. Affrontare l’argomento mi costa fatica,
confesso d’aver interrotto più volte la scrittura perché prae lacrimis scribere non possum.
Costoro non sanno di che cosa parlano, anzi forse qualcuno lo sa, ma agisce per calcolo
politico. Se la legge sul testamento biologico fosse stata in vigore, mia moglie, giunta alla
fase terminale di un tumore, impossibilitata a mangiare e bere, avrebbe dovuto esser tenuta
artificialmente in vita per giorni o settimane perché il tumore continuasse la sua
devastazione procurandole ulteriori sofferenze, da contrastare con la morfina. Quale
sarebbe la volontà del Dio? Volere il male e la sofferenza per mia moglie e tutti quelli nelle
sue condizioni? Allora perché si dovrebbero alleviare queste sofferenze con i farmaci?
Lasciamo che questo Dio decida per ciascuno di noi non solo la morte, ma anche quanta
sofferenza la deve precedere. Gabriella aveva predisposto il suo testamento biologico
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rispettato da tutti i medici. Il chirurgo che l’ha operata l’ultima volta, le ha descritto cosa si
accingeva a fare, quali parti avrebbe rimosso e le conseguenze possibili. Gabriella ebbe così
la possibilità di rifiutarne una parte che comportava conseguenze che non voleva,
consapevole che, in ogni caso, non sarebbe stato risolutivo.
Il miglior regalo di Natale che ho ricevuto da lei fu la storia di Filemone e Bauci trascritta a
penna su un bel quaderno rilegato in pelle: purtroppo Giove non ci ha fatto il dono di
trasformarci in due alberi che intrecciano le loro fronde in modo che nessuno potesse vedere
la morte dell’altro.
Carlo Boldi - [email protected]
Risponde Augias
Non vorrei aggiungere una parola a questa lettera piena di rimpianto e di amore. Leggo le
dichiarazioni di coloro che si apprestano a votare un testamento rigido come un cappio che
si stringerà alla gola di ognuno di noi. Parlano di ‘amore’, di ‘assistenza fino alla fine naturale
della vita’; parole dissennate. La fine naturale della vita è un confine che segue la tecnologia
medica, cambia secondo il tempo e il luogo.
E’ uno strano dio quello in cui dicono di credere, un dio che soggiace alla scienza, rispetta i
protocolli, muta parere a seconda del paese, più o meno evoluto, in cui il malato patisce la
sua fine. Dal punto di vista civile è una sopraffazione della libera volontà degli individui. Ma
anche da un punto di vista religioso non sono certo che costoro non dovranno un giorno
rendere conto del male che procurano.
1302 - IL CIARPAME ITALIANO E LA LEZIONE DI TOMMASO MORO – DI C. AUGIAS
Cortese dott. Augias, ho letto quanto Umberto Eco su l’Espresso ha scritto sulla libertà di
stampa, un pezzo dove propone un estratto del ciarpame che “la maggioranza degli italiani
ha accettato, il conflitto di interessi, le ronde, il lodo Alfano, la mordacchia messa (per ora
sperimentalmente) alla stampa ... l’andare a veline di Berlusconi, perché tanto anche i buoni
cristiani in genere, vanno a mignotte anche se il parroco dice che non si dovrebbe”.
Pur essendo più giovane di Eco, sarà perché valgono anche per me gli effetti di una età che
comincia a farsi tarda, confesso che arrivato in fondo, nel leggere e convenire con Eco che
al ciarpame imperante “bisogna talora dire di no anche se, pessimisticamente, si sa che non
servirà a niente”, mi sono venute le lacrime agli occhi. Non so dire se è perché so che
appunto non servirà a niente, oppure perché mi commuove l’idea che almeno qualcuno lo
dica. Senza concedersi tregua.
Vittorio Melandri - [email protected]
Risponde Augias
Sere fa ho visto in Tv il bel film ‘A Man for all Seasons’ regia di Fred Zinneman, tratto dalla
commedia di Robert Bolt (Bbc, 1954) recitato magistralmente da due ‘mostri’, uno nel ruolo
del titolo (Paul Scofield) l’altro in quello del cardinale Wolsey (Orson Welles).
La vicenda illustra in modo esemplare il principio esposto da Eco. More, cattolico fervente, è
contrario al fatto che re Enrico VIII divorzi da sua moglie per sposare Anna Bolena. Invano
cercano di convincerlo, di piegarlo. Preferisce dimettersi dalla carica di cancelliere. Pensa
che ritirandosi in silenzio a vita privata, re Enrico lo lascerà vivere e studiare in pace. Non è
così. Il re sente come un rimprovero intollerabile il peso di quel silenzio. More sostiene che
un essere umano è definito, identificato, dalla sua coscienza. Sa, come tutti, che il papa
(Clemente VII de’ Medici) è un uomo corrotto, molto lontano dal vangelo. Sa che nega il
divorzio a Enrico non per ragioni di fede ma perché a questo lo forza la logica politica,
ovvero la volontà dell’imperatore Carlo V. More sa tutto ma, come dice a un certo punto:
«Non importa che tutto questo sia o no vero. Conta che io, io capisci, lo creda vero». Una
questione di coscienza, appunto.
Sir Thomas More (Tommaso Moro) che alla fine Enrico manderà al patibolo, è stato fatto
santo dalla Chiesa, ed è giusto. La sua resistenza dovrebbe avere valore esemplare ma da
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noi simili esempi non contano molto. More era cattolico ma la sua era una religiosità diversa
dalla blanda fede che prevale nell’area Mediterranea dove tutto si aggiusta, si concilia, si
perdona, si adatta alle circostanze, soprattutto quelle della politica. Anche da noi ci sono
stati uomini capaci di resistere, di non piegarsi, eroi borghesi, eroi per lo più civili.
1303 - IL CATTOLICO ADULTO CHE IL PAPA NON VUOLE - DI VITO MANCUSO
da: la Repubblica di lunedì 6 luglio 2009
Nell’omelia di chiusura dell’Anno paolino Benedetto XVI ha dedicato la sua attenzione al
concetto dì “fede adulta”. Si tratta di un’espressione con esplicite radici bibliche, cara a un
filone importante della teologia del ‘900 (così il teologo martire antinazista Dietrich
Bonhoeffer «Il mondo adulto è senza Dio più del mondo non adulto, e proprio perciò forse
più vicino a lui»), divenuta famosa nella vita politica italiana per l’uso che ne fece l’allora
premier Romano Prodi rifiutando l’allineamento sull’astensione voluto dalla Conferenza
episcopale in ordine al referendum sulle tematiche bioetiche. Il ragionamento di Benedetto
XVI si può riassumere così:
1) E’ necessaria una fede adulta: «Con Cristo dobbiamo raggiungere l’età adulta,
un’umanità matura... Paolo desidera che i cristiani abbiano una fede matura, una fede
adulta».
2) La fede adulta passa per il rinnovamento del pensiero: «la nostra ragione deve diventare
nuova... il nostro modo di vedere il mondo, di comprendere la realtà - tutto il nostro pensare
deve mutarsi a partire dal suo fondamento».
3) C’è un modo giusto e un modo sbagliato di rinnovare il pensiero in vista di una fede
adulta, e il modo sbagliato è il seguente: «Fede adulta negli ultimi decenni è diventata uno
slogan diffuso. Lo s’intende spesso nel senso dell’atteggiamento di chi non dà più ascolto
alla Chiesa e ai suoi Pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere
- una fede fai da te, quindi» (corsivi di Benedetto XVl).
Come una pubblicità di qualche anno addietro ironizzava sui turisti fai da te che finivano
inevitabilmente nei guai, così il papa descrive quei credenti che per la loro visione del mondo
scelgono di vagliare autonomamente quanto ospitare, o non ospitare, nella mente. La critica
papale diviene a sua volta ironica (“battuta impagabile”, commenta un editoriale di Avvenire)
col dire che tale discernimento autonomo «lo si presenta come coraggio di esprimersi contro
il Magistero della Chiesa, mentre in realtà non ci vuole per questo del coraggio, perché si
può sempre essere sicuri del pubblico applauso» (corsivo di Benedetto XVI). Qual è invece
per il papa il modo giusto di vivere una fede adulta? Lo si ricava facilmente volgendo al
contrario le sue critiche: non scegliere autonomamente quanto ospitare nella propria mente,
ma ascoltare la Chiesa e i suoi Pastori, laddove il verbo ascoltare va inteso nel senso forte
di obbedire. La maturità della fede si misura quindi sul livello di obbedienza alla gerarchia
ecclesiastica. Il che vale anche per il coraggio, per nulla necessario quando si tratta di
criticare la Chiesa (perché anzi si ricevono gli applausi del mondo) ma indispensabile nel
caso contrario: «Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se
questa contraddice lo schema del mondo contemporaneo». In sintesi il perfetto cattolico per
Benedetto XVl è chi vive la fede come obbedienza a quanto stabilito dalla gerarchia
ecclesiastica, senza temere di contrastare il mondo e i suoi falsi applausi.
Ma perché il papa insiste così tanto sull’obbedienza alla Chiesa? Non certo perché vuole
trasformare i cattolici in un esercito di soldatini senza razionalità, ma perché è convinto che
solo aderendo in toto alla dottrina della Chiesa si aderisce alla pienezza della verità e della
razionalità. La ragione infatti gioca da sempre un ruolo essenziale nella teologia di
Ratzinger: «La fede cristiana è oggi come ieri l’opzione per la priorità della ragione e del
razionale», scriveva da cardinale, aggiungendo che «con la sua opzione a favore del
primato della ragione, il cristianesimo resta ancora oggi razionalità». Nel celebre discorso di
Ratisbona del settembre 2006 il termine ragione coi suoi derivati ricorre per ben 43 volte. A
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questo punto appaiono chiari i due pilastri su cui si regge l’impostazione papale:da un lato
l’autorità della Chiesa, dall’altro l’autorità della ragione. Lo specifico dell’architettura
ratzingeriana sta nel mostrare che in realtà i due pilastri sono uno solo, perché tra la dottrina
della Chiesa e la razionalità c’è, per il papa, perfetta identità. Per questo egli sostiene che il
cristiano veramente adulto è colui che obbedisce alla Chiesa e ai suoi Pastori senza vagliare
autonomamente i contenuti da credere, e con questa obbedienza compie perfettamente
l’esigenza di razionalità intrinseca in ogni uomo giungendo alla pienezza della verità.
L’equazione è cristallina: «Dottrina ecclesiastica = razionalità = verità».
Ma è proprio così? Io temo di no. Senza entrare in complesse argomentazioni teoretiche che
ci condurrebbero alla teologia apofatica, è sufficiente un’occhiata alla storia per rendersi
conto che non è sempre così e che qualche volta la Chiesa con la sua dottrina stava da una
parte e la verità e la razionalità dall’altra. Tralascio lo scontato riferimento alle verità
scientifiche e faccio riferimento alla libertà religiosa, oggi tanto spesso difesa dal papa ma
fino al Vaticano II osteggiata dal magistero cattolico.
Benedetto XVI sa benissimo che se oggi lui sostiene la libertà religiosa in tutte le sedi
istituzionali del pianeta lo deve anche a un cattolico adulto quale Felicité de Lamennais che
la promosse senza temere di contraddire il magistero della Chiesa del tempo. E quindi chi
era più vicino alla verità, Lamennais, cattolico dalla fede adulta non sempre allineato alla
Chiesa e ai suoi Pastori, oppure papa Gregorio XVl che per la difesa della libertà religiosa lo
scomunicò? Lo stesso vale per una materia ancora più importante per il cristianesimo, cioè
la Bibbia. Benedetto XVI sa benissimo che se oggi la Chiesa cattolica promuove
intensamente la lettura della Bibbia lo deve prima ai protestanti e poi ai quei cattolici adulti
non sempre allineati (un esempio tra tutti, Pasquier Quesnel) che nel passato lottarono
contro il magistero che ai laici ne proibiva la lettura. E quindi, chi era più vicino alla verità,
Quesnel, cattolico dalla fede adulta non sempre allineato alla Chiesa e ai suoi Pastori,
oppure papa Clemente XI che per la promozione della lettura della Bibbia lo condannò? E’
impossibile negare che oggi di fatto la Chiesa insegna alcune idee promosse da cattolici
adulti del passato, oggetto, quando le manifestarono, di esplicite condanne ecclesiastiche.
Una significativa controprova è rappresentata dai lefebvriani, perfetta fotografia di come
sarebbe oggi la Chiesa cattolica se non avesse dato ascolto a quei cattolici dalla fede adulta
grazie ai quali si è attuato il rinnovamento conciliare.
Nella ricerca della verità e della giustizia non bisogna mai interrompere l’ascolto di ciò che lo
Spirito dice alla Chiesa, senza cercare l’applauso del mondo, ma neppure senza temere le
condanne della gerarchia.
1304-CRISTIANI: DISOBBEDITE COME A LOS ANGELES- DI PADRE ALEX ZANOTELLI
da: www.cronachelaiche.blog.kataweb.it
Mi vergogno di essere italiano e di essere cristiano. Non avrei mai pensato che un paese
come l’Italia avrebbe potuto varare una legge così razzista e xenofoba. Noi che siamo vissuti
per secoli emigrando per cercare un tozzo di pane (sono 60 milioni gli italiani che vivono
all’estero!), ora ripetiamo sugli immigrati lo stesso trattamento, anzi peggiorandolo, che noi
italiani abbiamo subito un po’ ovunque nel mondo.
Questa legge è stata votata sull’onda lunga di un razzismo e una xenofobia crescente di cui
la Lega è la migliore espressione.
Il cuore della legge è che il clandestino è ora un criminale. Vorrei ricordare che criminali non
sono gli immigrati clandestini ma quelle strutture economico-finanziarie che obbligano le
persone a emigrare. Papa Giovanni XXIII nella Pacem in Terris ci ricorda che emigrare è un
diritto.
Fra le altre cose la legge prevede la tassa sul permesso di soggiorno (i nostri immigrati non
sono già tartassati abbastanza?), le ronde, il permesso di soggiorno a punti, norme restrittive
sui ricongiungimenti familiari e matrimoni misti, il carcere fino a quattro anni per gli irregolari
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che non rispettano l’ordine di espulsione ed infine la proibizione per una donna clandestina
che partorisce in ospedale di riconoscere il proprio figlio o di iscriverlo all’anagrafe.
Questa è una legislazione da apartheid, che viene da lontano: passando per la legge TurcoNapolitano fino alla non costituzionale Bossi-Fini. Tutto questo è il risultato di un mondo
politico di destra e di sinistra che ha messo alla gogna lavavetri, ambulanti, rom e
mendicanti. Questa è una cultura razzista che ci sta portando nel baratro dell’esclusione e
dell’emarginazione.
«Questo rischia di svuotare dall’interno le garanzie costituzionali erette 60 anni fa - così
hanno scritto nel loro appello gli antropologi italiani - contro il ritorno di un fascismo che
rivelò se stesso nelle leggi razziali». Vorrei far notare che la nostra Costituzione è stata
scritta in buona parte da esuli politici, rientrati in patria dopo l’esilio a causa del fascismo.
Per ben due volte la costituzione italiana parla di diritto d’asilo, che il parlamento non ha mai
trasformato in legge.
E non solo mi vergogno di essere italiano, ma mi vergogno anche di essere cristiano: questa
legge è la negazione di verità fondamentali della Buona Novella di Gesù di Nazareth.
Chiedo alla Chiesa Italiana il coraggio di denunciare senza mezzi termini una legge che fa a
pugni con i fondamenti della fede cristiana.
Penso che come cristiani dobbiamo avere il coraggio della disobbedienza civile. È l’invito
che aveva fatto il cardinale R. Mahoney di Los Angeles (California) , quando nel 2006 si
dibatteva negli Usa una legge analoga dove si affermava che il clandestino è un criminale.
Nell’omelia del mercoledì delle ceneri nella sua cattedrale, il cardinale di Los Angeles ha
detto che, se quella legge fosse stata approvata, avrebbe chiesto ai suoi preti e a tutto il
personale diocesano la disobbedienza civile. Penso che i vescovi italiani dovrebbero fare
oggi altrettanto.
Davanti a questa legge mi vergogno anche come missionario: sono stato ospite dei popoli
d’Africa per oltre vent’anni, popoli che oggi noi respingiamo, indifferenti alle loro situazioni
d’ingiustizia e d’impoverimento. Noi italiani tutti dovremmo ricordare quella Parola che Dio
rivolse a Israele: «Non molesterai il forestiero né l’opprimerai, perché voi siete stati forestieri
in terra d’Egitto» (Esodo 22,2)
1305-I COMPORTAMENTI POLITICI E IL GIUDIZIO DELLA CHIESA-DI NADIA URBINATI
da:la Repubblica di mercoledì 8 luglio 2009
Dopo tanto tergiversare dei laici é arrivata infine la scure della Conferenza Episcopale
Italiana che per bocca del suo Segretario generale ha in un colpo solo liquidato qualche
secolo di arte liberale della distinzione per dire quello che molti italiani in cuor loro pensano:
che il nostro Presidente del consiglio é un immorale e il suo comportamento non può essere
rubricato come affare privato. Monsignore Mariano Crociata lo ha detto dal pulpito di una
chiesa, non in un luogo pubblico-civile. Il suo é un giudizio morale e così vuole essere. Ma,
nelle condizioni eccezionali nelle quali versa il nostro paese, questo giudizio morale ha
immancabilmente una valenza pubblica e politica. Quando i padri fondatori del liberalismo
hanno messo in chiaro la distinzione tra le sfere di vita - quella economica e politica quella
privata e pubblica, quella religiosa e civile - essi presumevano che alla base di questa
distinzione ci fosse una sostanziale condivisione da parte di tutti i membri della comunità di
un codice di comportamento che viveva nel senso comune senza dover essere imposto con
la forza. Perché solo a questa condizione sarebbe stato possibile edificare una società di
individui autonomi, dotati cioè di un senso della norma che li rendesse in grado di agire
moralmente senza la presenza di un’autorità coercitiva che li controllasse direttamente. Se
per operare correttamente ci fosse sempre bisogno del gendarme, si avrebbe una società di
soffocante autoritarismo nella quale nessuno sarebbe libero. La distinzione tra pubblico e
privato, quindi, non é un dualismo schizofrenico perché non contempla individui doppi come
il Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Presume invece persone che sappiamo valutare le conseguenze
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delle loro azioni e in alcuni casi, come quelli che riguardano gli uomini pubblici, le azioni
private non possono che avere molto spesso conseguenze pubbliche. È dunque obsoleta la
distinzione liberale? No, non é obsoleta, Occorre però interpretarla senza semplicismi.
La regola aurea della distinzione é che il potere civile (lo stato, per intenderci) debba
giudicare le azioni dei suoi cittadini con il metro non del moralmente “buono” ma del
legalmente “giusto”. La legge non può punire chi invita a casa propria uno stuolo di ragazze
non minorenni. Ma la legge deve e non può esimersi dal punire chi, avendone la possibilità,
promette incarichi pubblici (per esempio un seggio in un parlamento o in un consiglio
comunale) in cambio di favori privati – quali che essi siano, sessuali o monetari.
Ora, provato che la persona pubblica in questione non sia incorsa in questa o altre azioni
penalmente perseguibili, quale é il ruolo del giudizio pubblico? E’ ammissibile che le azioni
private diventino oggetto di scrutinio pubblico? Detto altrimenti, è giustificabile l’applicazione
della regola aurea della separazione delle sfere di vita in un caso in cui é coinvolto non un
cittadino ordinario, ma un rappresentante eletto (le cui azioni devono poter essere
monitorate pérché i cittadini abbiano la possibilità di giudicarle)?
In circostanze normali, il giudizio pubblico dovrebbe contenersi nei limiti dei comportamenti
pubblici o che abbiano rilevanza pubblica. Si tratta come si può intuire di categorie molto
scivolose e lasciate all’interpretazione del buon senso; fino a quando il comportamento del
politico non ha così tanto tracimato i limiti del senso comune da non poter essere ignorato,
anche con la buona volontà dei liberali più ortodossi Ad un certo punto, la quantità si fa
qualità.
Scriveva John Stuart Mill nel Saggio sulla libertà che se é vero che non si può con la legge
interferire nelle decisioni personali di un adulto qualora non arrechino danno ad alcuno (un
concetto, quello del “danno”, di per sé molto complicato e controverso), é altrettanto vero
che noi possiamo decidere di non voler come amico colui le cui azioni disapproviamo.
Tradotta questa decisione morale in termini di opinione pubblica, l’esito è questo: tutti noi
possiamo decidere di non approvare e anzi di criticare pubblicamente quelle azioni che,
sebbene non illecite, confliggono gravemente con le nostre concezioni morali. La critica, il
giudizio pubblico, é anzi la sola arma ammissibile in una società liberale, anche se non va
mai trasformata in incitamento alla violenza o alla discriminazione. L’opinione pubblica é un
potere molto efficace e per questo lo si dovrebbe usare sempre con cautela. Ma é un potere
fondamentale senza il quale nessuna democrazia può essere al riparo da chi detiene il
potere (e cerca di nascondere i propri misfatti).
A maggior ragione quando si tratta di giudicare le azioni di uomini politici, poiché se queste
diventano, così come succede oggi in Italia, un vero e proprio caso nazionale, allora é chiaro
che non é in questione il giudizio morale semplicemente, ma la fiducia politica stessa. E noi
sappiamo che la democrazia moderna riposa su due pilastri: la volontà che si esprime con il
voto, e la fiducia che si esprime con il giudizio pubblico. Il primo pilastro é depositario
dell’autorizzazione formale a governare (legittimità istituzionale), il secondo
dell’autorizzazione informale nel tempo che intercorre tra un’elezione e l’altra (legittimità
politica).Anche se il voto resta il dato incontrovertibile, può tuttavia succedere che nel corso
del suo mandato un governo perda la fiducia dei cittadini, e il giudizio negativo espresso
dagli organi di informazione e dalla società civile é un segno importante di questo declino di
fiducia.
La Chiesa dunque ha le sue buone ragioni a criticare l’operato degli uomini pubblici con
argomenti morali e privati; e in questo senso di partecipare indirettamente alla costruzione
del giudizio. Ma il suo linguaggio non é il solo di cui noi disponiamo e possiamo avvalerci. La
politica, o se si vuole l’etica pubblica, ha anch’essa strumenti altrettanto severi e, nel rispetto
della distinzione tra pubblico e privato, sa comprendere quando i limiti vengono travalicati e
un’azione, anzi una serie di azioni private hanno un impatto che é decisamente pubblico.
Del resto, qui è in questione l’immagine intera del paese perché un popolo si porta addosso
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l’immagine che di esso dà il suo rappresentante politico. A questo punto le azioni immorali
del nostro leader hanno effetti politici diretti, non solo effetti morali. L’immoralità di chi ci
governa costituisce un gravissimo danno all’immagine di ciascuno di noi; é da questo punto
di vista che occorrerebbe criticarla, ovvero per il danno politico che arreca.
1306 - L’ETICA PUBBLICA PERDUTA - DI STEFANO RODOTA’
da: la Repubblica di venerdì 10 luglio 2009
Etica pubblica. Parole perdute, e al loro posto un deserto, dove scompare la responsabilità
della politica, privacy vuol dire fare il comodo proprio, il senso dello Stato è ormai
un’anticaglia. Ogni giorno, più che una nuova pena, porta una mortificazione continua del
vivere civile, con un circuito di imbarazzanti ospitalità, che vanno da quella generosamente
offerta a schiere di ragazze dal Presidente del Consiglio fino a quella elargita con altrettanta
generosità allo stesso Presidente da giudici costituzionali.
Registrare questi fatti vuol dire moralismo; eccesso di voyeurismo, ultima spiaggia di una
opposizione senza idee, antiberlusconismo da abbandonare? O siamo di fronte ai segni di
un processo di decomposizione di cui i protagonisti non sembrano neppure consapevoli,
tanto sono sgangherate le difese loro e dei loro sostenitori, affidate alla disinvoltura del
mentire e del contraddirsi senza pudore, a censure televisive, a lettere imbarazzanti e più
rivelatrici d’una confessione?
Il catalogo è questo, ed è lungo. Tutto comincia con la pretesa dell’impunità totale, che non
si concentra solo nel lodo Alfano e dintorni ma si estende in ogni direzione, diventa diritto
assoluto di stabilire che cosa possa essere considerato lecito e che cosa (poco, assai poco)
illecito, che cosa sia Pubblico e che cosa debba rimanere Privato. Il voto popolare diventa
un lavacro e una unzione. Ancora oggi, quando si parla di conflitto d’interessi, spunta una
schiera di avvocati difensori che esibisce un argomento in cui si mescola arroganza e
disprezzo d’ogni regola: “Di conflitto d’interesse si è parlato mille volte, i cittadini lo sanno e il
loro voto a Berlusconi, quindi, respinge nell’irrilevanza politica e giuridica quel conflitto» Non
si potrebbe trovare una mortificazione della democrazia e della sovranità popolare più
eloquente di questa. Il voto dei cittadini è degradato a scappatoia per sottrarsi alle regole e
alla decenza etica. E, quando, finalmente qualcuno dice che il re è nudo (ahimè, in tutti i
significati possibili), il re s’infuria, si comporta come se chiedere spiegazioni fosse un delitto
di lesa maestà.
Improvvisamente lo spazio pubblico gli sembra insopportabile, proprio quello spazio che
aveva voluto costruire a propria immagine e somiglianza, e nel quale si radica non piccola
parte del suo consenso. Alla vigilia di una tomata elettorale di qualche anno fa, milioni di
italiani ricevettero un colorito libretto dove Silvio Berlusconi esibiva e rivelava infiniti dettagli
della propria vita privata, compresi il nome del suo camiciaio e quello del fornitore di
cravatte. Campagna all’americana si disse, ovviamente. Ma l’America è un’altra cosa, è il
paese dove la Corte Suprema fin dal 1973 ha stabilito che gli uomini pubblici hanno una
minore “aspettativa di privacy”, dove proprio in questi giorni, sull’onda di uno scandalo che
rischia di spegnere le ambizioni del governatore della Carolina del Sud, si sono
unanimemente ribaditi due capisaldi dell’etica pubblica: un uomo politico non può mentire;
deve accettare la pubblicità di ogni sua attività quando questa serve per valutare la
coerenza tra i valori proclamati e i comportamenti tenuti. Niente doppia morale, niente vizi
privati e pubbliche virtù per chi riveste funzioni pubbliche, alle quali è giunto per scelta e non
per obbligo, e del cui esercizio deve in ogni momento rendere conto alla pubblica opinione.
Ma il contagio berlusconiano si è diffuso, come dimostra l’imbarazzante vicenda che ha visto
protagonisti due giudici costituzionali.
“A casa mia faccio quello che mi pare”, diceva il Presidente. “A casa mia invito chi mi pare”
(con contorno di assicurazioni sulla riservatezza della fedele domestica), viene di rincalzo il
giudice. E chi non accetta queste sbrigative forme di autoassoluzione viene bollato come
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gossipparo, guardone dal buco della serratura, spione, nostalgico dell’Inquisizione, fautore
della società della sorveglianza... Ma le cose non stanno così, e basta un’occhiata alle
regole della tanto invocata privacy per confermarlo. Certo, anche le “figure pubbliche” hanno
diritto a un loro spazio di intimità, ma questa tutela è garantita solo se le informazioni non
hanno “alcun rilievo” per definire il ruolo nella vita pubblica della persona interessata (articolo
6 del codice deontologico sull’attività giornalistica in tema di privacy).
Proprio così: “alcun rilievo”. Non solo questa formula è netta, senza equivoci, ma proprio
l’attenzione della stampa internazionale è prova evidente dell’esistenza di un interesse forte
a conoscere, così come è clamoroso il fatto che vi sia stata una cena “privata” tra il
Presidente del Consiglio, il ministro della Giustizia che ha dato il nome al famoso “lodo” e
due tra i giudici che dovranno valutare la costituzionalità della più personale tra le leggi ad
personam. Non si può invocare la privacy per interrompere il circuito del controllo
democratico.
Proviamo di nuovo a dare un’occhiata alle regole, alle odiatissime regole. Qui troviamo
un’altra formula eloquente “commensale abituale” Dobbiamo ritenere che questa sia la
condizione del Presidente del Consiglio, visto che il giudice costituzionale invitante ha detto
che quella cena non era la prirna e non sarebbe stata l’ultima. Gli implicati in questa vicenda
protestano, dicendo che quella situazione, che obbliga ogni altro magistrato ad astenersi
quando abbia frequentazioni della persona che deve giudicare, non è prevista per i giudici
costituzionali. Ma questo non vuol dire che i giudici della Consulta possano fare i loro
comodi. Proprio perché la loro funzione richiede indipendenza assoluta da tutto e da tutti, sì
che giustamente il Presidente della Repubblica ha escluso la possibilità di un suo intervento,
massimo deve essere il rigore del loro comportamento. Non un meno, ma un più, rispetto
agli altri giudici.
Moralismo, o grado minimo della deontologia professionale e dell’etica pubblica? Proprio
questi riferimenti sembrano scomparsi. Mentre la quotidiana attività legislativa smantella
pezzo a pezzo lo Stato costituzionale di diritto, negando diritti fondamentali agli immigrati o
dando in outsourcing a ronde private l’essenziale compito della sicurezza pubblica (qui
s’incontrano le pulsioni della Lega e la concezione aziendalistica del Presidente del
Consiglio), è quasi fatale che il senso dello Stato venga relegato in un angolo, considerato
un inciampo dal quale liberarsi.
Interviene qui la questione del moralismo, del quale in altri tempi ho scritto un pubblico
elogio e del quale torno a dichiararmi un fedele. Non voglio nobilitare le miserie di questi
tempi invocando la lettura di quelli che, giustamente, vengono detti “moralisti classici”.
Registro due fatti. Il primo riguarda l’uso italiano e inverecondo dell’esecrare il moralismo per
liberarsi della moralità. E’ una vecchia trappola, alla quale si può sfuggire solo se si hanno
convinzioni forti e non si cede al realismo da quattro soldi, che spinge ad accettare qualsiasi
cosa in nome d’una politica senza respiro.
Il secondo lascia aperto uno spiraglio alla speranza. Proprio una rivolta in nome della
moralità politica e dell’etica pubblica ha scosso le fondamenta d’un potere che sembrava
saldissimo e che i vecchi riti della politica d’opposizione non riuscivano a scalfire. Lo
conferma l’annuncio che il Presidente del Consiglio vorrebbe compiere una “svolta
personale”.
Ancora uno sforzo, moralisti!
1307 - LA CHIESA E IL REGALO DI PAPI - DI SILVIA BALLESTRA
da: l’Unità di lunedì 13 luglio 2009
Alcuni lo chiamano cinismo, altri la chiamano semplicemente politica (segno che sono già
cinici), per alcuni è semplice cattiveria, per altri è dietrologia. In ogni caso è una cosa
piuttosto schifosa.
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E si tratta di questo: per ripristinare un po’ di buoni rapporti con le gerarchie ecclesiastiche
che si mostrano fredde a causa del suo privato peccaminoso e del suo essere “utilizzatore
finale”, pare che Silvio Berlusconi sia deciso a fare qualche nuovo regalo alla parte cattolica
del Paese. In soldoni, come ha scritto ieri questo giornale, il prezzo di un possibile perdono
per le sue marachelle sessuali potrebbe essere un’accelerazione della legge sul testamento
biologico. In soldoni e detto in parole povere, mentre qualche signorina si può comprare con
duemila euro e qualche collanina, per le alte gerarchie vaticane ci vuole di più: una legge
fatta sulla pelle degli altri.
La cosa è terribile a dirsi (e pure a pensarsi), eppure è così. Dimostrare all’elettorato
cattolico che il premier non sarà magari uno stinco di santo, ma che quando si tratta di fare
concessioni al Vaticano non è secondo a nessuno. Se così sarà, se questo osceno scambio
sarà reale - la legge restrittiva gradita al Vaticano sul testamento biologico in cambio di
silenzio per le porcate troppo umane di Silvio - si sarà toccato il punto più basso, un vero e
definitivo punto di non ritorno.
Nessuna pietà per migliaia di famiglie immerse nella sofferenza e nel dolore, nessuna
soluzione umana e dignitosa per i malati senza speranza a cui accorciare l’agonia.
Tutto questo in cambio di un’improvvisa amnesia dei vescovi sulle maialate di papi?
Possibile? Vi pare troppo cinico? Esageratamente enorme? Anche a me, ma basta
aspettare e si vedrà.
Del resto, se siamo abituati al peggio non è colpa nostra: qualcuno ci ha sapientemente
addestrato..:.
1308- LA FEDE E LE GIACULATORIE– DON P. FARINELLA RISPONDE A L. VOLONTE’
Lettera dI Luca Volontè, Presidente UdC, ai parroci italiani
venerdì, 12 giugno 2009
Camera dei Deputati - Gruppo Parlamentare UDC - Il Presidente Egregio Signor Parroco,
sono [sic!] a disturbarla per chiederle la cortesia di inviarmi, se possibile con sollecitudine,
una giaculatoria, di quelle che insegnavano le nonne ai nipotini. Io le ho imparate così e così
le insegno alle mie figlie. Purtroppo vedo che questa sana memoria cristiana, che ci
accompagna durante la giornata, và [sic!] scomparendo e rischia così di finire una ricca e
proficua 'trasmissione di fede'.
Perciò mi sono deciso a chiederle una (o più) 'giaculatorie' che insieme a quelle dei suoi
confratelli delle altre parrocchie italiane, vorrei raccogliere in un volumetto semplice che
penso utile ed edificante. Confido nel potere aver una sua risposta entro il mese di luglio.
Spero di averla convinta e non averla disturbata,
Suo in Cristo
Luca Volontè
Ps. Nel caso le sia comodo i miei indirizzi sono:
Luca Volontè - c/o Gruppo UdC
Via Uffici del Vicario 21 - 00100 Roma
oppure via mail (ancora più comodo e rapido): [email protected]
Risposta di don Paolo Farinella, parroco a Genova
Sig. Luca Volontè - Camera dei Deputati - Roma
e p.c.
ad una marea di amiche e amici che prego di diffondere ciascuno con i propri mezzi via email
Lei non mi conosce perché se mi conoscesse non mi avrebbe scritto la delirante richiesta, di
cui sopra. In quanto cristiano la ritengo responsabile in solido dello sfascio dell'Italia in cui il
governo Berlusconi da lei e dal suo partito sostenuto e condiviso anche in appoggio a leggi
immorali totalmente in contrasto con la dottrina della Chiesa, quella Chiesa di cui lei ora si
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fregia per convenienza partitica, raccogliendo "giaculatorie" da pubblicare, mi pare di capire,
in un libro, non per le sue figliole (poverette!), ma per inviarlo come propaganda a tutte le
parrocchie italiane e istituti religiosi, maschili e femminili, credendo così di millantare un
credito che eticamente lei ha perso il giorno in cui ha votato la prima legge ad personam,
favorendo gli interessi personali e di casta del deputato Berlusconi e famigli.
D'altronde, anche nel suo partito, lo stesso segretario Follini si è dissociato, sebbene in
ritardo e per questo lo avete dimissionato. Dal punto di vista della morale cristiana è ladro
tanto chi ruba quanto chi para il sacco. Lei di sacchi ne ha parati uno stock intero in cinque
anni. Da cattolico?
Ogni volta diceva una "giaculatoria" per non rischiare di fare "finire una ricca e proficua
'trasmissione della fede'"?. Quando ha votato il conflitto d'interessi quale giaculatoria ha
detto, potrebbe inviarmela? O per la legge sulle tv del padrone, a chi ha chiesto protezione?
A santa Chiara? A santa Scura? o a Santa Opaca?
La "sollecitudine" che lei invoca per inviarle le "giaculatorie", la impegni più proficuamente a
meritarsi il lauto stipendio (12.000?/15.000? euro al mese?) che noi con le nostre tasse le
paghiamo perché serva il paese e non perché si preoccupi della "trasmissione della fede".
Lei è stato eletto non per assemblare giaculatorie, ma per servire il popolo sovrano, facendo
una opposizione legittima ma proporzionata al dovere della maggioranza di governare il
Paese, specialmente nello stato comatoso in cui voi lo avete lasciato.
Se lei ha imparato le giaculatorie da piccolo, le reciti in silenzio e non le sbandieri in piazza
perché così fanno anche gli ipocriti e i pagani: per farsi vedere e per averne un utile. Lei
vorrebbe farmi credere che è preoccupato per la "trasmissione della fede"? Via, sig.
deputato! lei crede veramente che io sia così stupido da non capire il suo diabolico piano?
Lei ha perso le elezioni e il potere, vuole mantenere i contatti con quel bacino di riferimento
cattolico che sono le parrocchie (la maggior parte delle quali sono da lei distanti, tanto per
precisare, ovvia!) e accreditarsi come deputato credente e praticante fino al punto da
raccogliere "giaculatorie" e pubblicarle con il suo nome e cognome (Andreotti docet!) e fare
così propaganda sistematica per i gonzi che possono cascarci.
Vedo anche che lei ha fretta in questa santa fatica editoriale se mi chiede una giaculatoria
entro luglio: forse che vanno in scadenza come il tonno e l'insalata?.
Io, invece, Paolo Farinella, prete di Genova, elettore e quindi pro quotaparte attiva del
popolo sovrano di cui lei è dipendente, considerato che ha scritto con la carta intestata della
Camera (quindi gratuita), chiedo a lei che ha l'obbligo morale e giuridico di rispondere:
1. Ritiene lei che la raccolta delle giaculatorie, una per parrocchia di tutta Italia (circa 40.000)
sia una priorità essenziale ed esiziale per la sopravvivenza del popolo che lo ha eletto al
parlamento? Presenti un disegno di legge, sia discusso in commissione e in Camera e si voti
sulla proposta e sulla copertura finanziaria (forse si ridurranno le pensioni minime perché
con una giaculatoria al giorno gli anziani riescono a levare il medico di torno?).
2. Se la sua iniziativa è privata perché usa la carta intestata della Camera che le compete
solo nell'esercizio della sua funzione di deputato che nulla a che a fare con questa stupida e
ignorante iniziativa? Non è questa la morale cattolica? Lei ha studiato una morale ad
elastico?
3. Quante copie intende stamparne dell'eventuale libro di giaculatorie? A spese di chi? Per
la spedizione eventuale alle parrocchie e/o ad altri chi paga le spese postali? Il francobollo di
posta prioritaria che c'è sulla busta della sua missiva chi lo ha pagato? Lei di tasca sua o noi
di tasca nostra per intromissione indebita delle sua mani? Lei ha il pudore ancora di dire che
non avete aumentato le tasse e non avete messo le mani in tasca ai cittadini? Cosa sta
facendo lei, non sta mettendo le mani nelle mie e altrui tasche?
4. Per preservare la "trasmissione della fede", sarebbe meglio che non usasse i soldi dei
cittadini, come esige la morale cattolica per spedire lettere sue personali o per stampare libri
di giaculatorie inutili e fuorvianti. Deputato Volontè "giaculi" meno e non sperperi i soldi degli
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Italiani e impegni il suo tempo a servizio del popolo. Per la morale cattolica con o senza
giaculatorie, se così fosse, si chiama furto e se lei persiste furto aggravato che, secondo san
Paolo è sanzionato con l'inferno.
Comunque voglio accontentarla e le mando la seguente giaculatoria che mi insegnò mio
nonno oltre cinquant'anni fa: "Dai democratici cristiani che si servono della fede per i loro
sporchi affari, liberaci, o Signore" che io aggiorno per suo diletto e trastullo fideistico: "Dalla
peste, dalla fame, dalla lebbra e dall'Udc liberaci, o Signore, ora e sempre. Amen".
Spero che non ci sia più una prossima volta, ma se dovesse esserci, la prego di non firmarsi
più "in Cristo, suo..." perché lei non è "mio", essendo la schiavitù abolita da qualche secolo e
poi perché è meglio non mischiare il suo partito con l'acqua santa in quanto incompatibili ex
radice.
Mi saluti le sue figlie e esprima loro tutta la mia umana solidarietà in caso di una loro
autonoma e sperabile rivolta filiale.
Paolo Farinella, prete
Genova - (la mia e-mail la conosce)
PS. Se lei dovesse pubblicare un libro di giaculatorie a spese pubbliche, io citerò in giudizio
lei e aventi causa, chiedendo i danni materiali e morali. Un consiglio gratis: impegni il suo
tempo libero a studiare la grammatica e la sintassi, sicuramente le sarà più utile.
1309 - LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE SUL “CROCIFISSO”
da: Adista Notizie n. 82/2009 di sabato 25 luglio 2009
La Corte di Cassazione aveva già assolto il giudice Luigi Tosti che si era rifiutato, per
rispetto al principio costituzionale di laicità dello Stato, di tenere udienze in aule dove fosse
affisso il crocifisso. Ora, lo scorso 10 luglio, sono state pubblicate le motivazioni della
sentenza di assoluzione: la presenza del crocifisso nelle aule di tribunale è stabilita da una
circolare amministrativa del 29 maggio 1926 – in pieno ventennio fascista, quando era
ministro di Grazia e Giustizia Alfredo Rocco – non sorretta da alcuna legge e soprattutto non
in linea con il principio di laicità. Quindi, argomenta la Cassazione, il giudice Tosti aveva
ragione.
Si conclude così una vicenda iniziata nel maggio 2005 quando il giudice, in servizio presso il
Tribunale di Camerino, sollevò per la prima volta la questione della violazione del principio di
laicità dello Stato a causa della presenza del crocifisso in aula e poi respinse la proposta
dell’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli che gli aveva messo a disposizione
un’apposita aula priva di crocifisso.
Seguì il processo, con l’accusa di “interruzione di pubblico servizio”, la condanna in primo e
in secondo grado (sette mesi di reclusione e un anno di interdizione dai pubblici uffici) poi,
nello scorso febbraio, l’assoluzione in Cassazione “perché il fatto non sussiste” (v. Adista n.
22/09).
Ed ora le motivazioni della sentenza: la tesi del giudice Tosti – scrivono i magistrati della
suprema corte – “ha una sostanziale dignità e meriterebbe un adeguato approfondimento,
per verificarne la fondatezza o meno, considerato che, allo stato, non risultano essere state
congruamente affrontate e risolte alcune tematiche di primario rilievo per la corretta
soluzione del problema”.
I giudici della Cassazione evidenziano che, a tutt’oggi, l’esposizione del crocifisso nella aule
giudiziarie è prevista solamente dalla circolare amministrativa del 1926, un atto che “appare
privo di fondamento normativo e quindi in contrasto con il principio di legalità dell'azione
amministrativa” e soprattutto “non più in linea con il principio costituzionale di laicità dello
Stato e con la garanzia della libertà di coscienza e di religione”.
E aggiungono che “occorre individuare l'eventuale sussistenza di una effettiva interazione
tra il significato, inteso come valore identitario, della presenza del crocifisso nelle aule di
giustizia e la libertà di coscienza e di religione, intesa non solo in senso positivo, come tutela
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della fede professata dal credente, ma anche in senso negativo, come tutela del credente di
diversa fede che rifiuta di avere una fede”.
“La sentenza era scontata, perché questo processo non si doveva fare: non c’era nulla di
penalmente rilevante”, l’unico commento del giudice Tosti. (l. k.)
1310-VIA LIBERA ALLA RU486, MA SCOMUNICATO CHI LA USA – DI MICHELE BOCCI
Via libera alla pillola abortiva denominata RU486. L’Agenzia Italiana per il Farmaco a
maggioranza ha approvato la registrazione del farmaco nel Prontuario dei Farmaci. Non
appena la delibera del Cda dell’AIFA apparirà nella Gazzetta Ufficiale, la RU486 potrà
essere somministrata negli ospedali italiani.
Violenta la reazione della Chiesa. Monsignor Sgreccia ha già annunciato la scomunica per
chi utilizzerà la nuova pillola abortiva. Il sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, dice
che «rispetta la decisione ma ritiene che l’utilizzo del farmaco sarà incompatibile con la
194». Da parte sua Giovanni Bissoni, assessore alla Sanità in Emilia, ribadisce che era
necessario fissare «un punto fermo evitando rinvii».
La Ru486 entra nel prontuario farmaceutico italiano e tra pochi giorni, dopo che la
registrazione sarà pubblicata dalla Gazzetta Ufficiale, potrà essere somministrata negli
ospedali italiani. Ieri il Cda delI’Agenzia italiana per il farmaco ha dato il via llbera
all’ammissione nel nostro sistema sanitario della pillola abortiva prodotta dalla Exelgyn, al
centro negli ultimi anni di violenti scontri ideologici. Si è trattato dell’ultimo atto ed era
largamente atteso, essendo stato preceduto da una serie di pareri positivi dei tecnici
dell’AIFA. Non è mai successo che un farmaco fosse bloccato dal Cda all’ultimo momento. Il
Consiglio di amministrazione si è espresso a maggioranza di quattro contro uno dopo una
riunione fiume, oltre 6 ore, in cui si sarebbe anche valutata la possibilità un rinvio della
decisione a settembre. L’ipotesi poi è tramontata ed è arrivato il via libera con il solo voto
contrario di Romano Colozzi, assessore alle Finanze della Regione Lombardia. E’ stata
decisa anche una modifica al regolamento che detta la somministrazione: la pillola andrà
presa entro la settima settimana di gestazione.
Da giorni i nemici della Ru486 si erano schierati compatti per convincere i cinque membri del
Consiglio di amministrazione a bloccare l’approvazione, magari a rimandarla. Anche ieri
pomeriggio, quando la riunione era già in corso, sono arrivati gli strali del sottosegretario alla
Salute Eugenia Roccella, del presidente emerito della Pontificia Accademia della Vita,
monsignor Elio Sgreccia, del Movimento per la vita e di Scienza e Vita. «La pillola uccide»,
«Fa soffrire le donne», «Aumenterà il numero degli aborti», «Chi la usa e chi la somministra
sarà scomunicato».
Nei giorni scorsi il direttore generale dell’AIFA, Guido Rasi, aveva promesso che il Cda non
si sarebbe fatto condizionare. Già da alcuni mesi il Comitato tecnico dell’Agenzia aveva dato
il via libera al farmaco ed era arrivata anche la fissazione del prezzo per il servizio pubblico:
14,28 euro per la confezione da una compressa, 42,80 per quella da tre.
Ieri pomeriggio è stato particolarmente duro monsignor Sgreccia, che ha minacciato la
scomunica per chi dovesse prescrivere e per chi dovesse prendere la pillola: «Mi auguro che
il Governo e i ministri competenti intervengano, questo non è un farmaco ma un veleno
letale» ha aggiunto.
Grande soddisfazione ha invece espresso L’Associazione italiana per l’educazione
demografica (Aied), da dove si commenta: «Ci si allinea con i paesi europei, recuperando un
ritardo che ha penalizzato le donne italiane». Dello stesso tenore la reazione di Silvio Viale,
il ginecologo che per primo ha sperimentato, a Torino, laRu486: «Finalmente. Prima di tutto
è una vittoria per le donne italiane, che da oggi sono più libere e hanno un’opportunità in più.
Sono però dispiaciuto che la decisione sia arrivata (solo adesso. nota Sestini), i politici per
questo dovrebbero chiedere scusa. Adesso bisogna lottare per offrire l’aborto medico in tutta
ltalia».
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La Ru486, utilizzata in Francia dall’88 e in gran parte degli altri paesi europei dalla flne degli
anni Novanta, è un farmaco abortivo che blocca l’azione dei progesterone, cioè l’ormone che
sostiene l’evoluzione della gravidanza. In Italia si usa dal 2005, cioè da quando Viale,
esponente dei Radicali, avviò una sperimentazione del farmaco al Sant’Anna di Torino. Altre
regioni seguirono quell’esperienza, acquistando direttamente dalla casa produttrice il
farmaco per il singolo caso.
In tarda serata, quando è arrivata la decisione, il deputato dell’unione di centro Luca Volonté
ha commentato. «Con la commercializzazione della pillola assassina trionfa la cultura della
morte. Altro che ‘estremamente sicura’: la RU486 non è un’aspirina per il mal di testa».
Commento. Sicuramente l’on.le Luca Volontè è un esperto farmacologico di fama mondiale,
che ne sa più dell’Agenzia nazionale incaricata di approvare l’efficacia e la innocuità dei
farmaci distribuiti negli ospedali pubblici e nelle farmacie, più dell’Associazione italiana per
l’educazione demografica, più dei medici che per anni hanno sperimentato negli ospedali la
pillola RU486. Infatti l’on.le Volontè si è laureato in Scienze Politiche, facoltà che
notoriamente studia medicina e farmacologia, ha lavorato nello showroom della “Filanto
calzature spa”, ha diretto l’Istituto di studi “Giovanni Paolo II”, ha seguito un master di “Storia
delle dottrine politiche” negli USA, è stato assistente parlamentare (alias “portaborse”) di
Rocco Buttiglione nel PPI e quindi parlamentare prima della CDU poi dell’UDC. Se dall’alto
della sua professionalità ed esperienza medica l’on.le Luca Volontè dichiara che la “pillola
del giorno dopo è un’assassina”, le donne italiane debbono seriamente preoccuparsi, specie
se sono cattoliche, in quanto se l’assumono moriranno e saranno anche scomunicate. Ma se
non la prendono e poi abortiscono, saranno scomunicate ugualmente. Altrettanto
fondamentale è l’altra dichiarazione dell’on.le Volontè: “la RU486 non è un’aspirina per il mal
di testa”. Meno male che c’è l’on.le Volontè, altrimenti non l’avremmo mai saputo. (gps)
1311 – ROMA:IL REGISTRO DEI TESTAMENTI BIOLOGICO NEL MUNICIPIO XI
Riceviamo e diffondiamo con piacere il comunicato stampa diramato dal Presidente del
Municipio XI di Roma, Andrea Catarci. Con l'occasione vogliamo esprimere al Presidente
Catarci, alla Giunta e al Consiglio del Municipio XI il più vivo e sincero ringraziamento della
nostra associazione (ma anche di tutte le associazioni laiche di Roma) per aver finalmente
reso concreto il diritto dei cittadini romani ad esprimere e registrare pubblicamente,
liberamente e gratuitamente le loro volontà non solo riguardo ai trattamenti sanitari ai quali
vogliono o non vogliono essere sottoposti ma anche riguardo alle altre disposizioni di fine
vita.
Confidiamo che l'iniziativa dell'XI Municipio, che segue quella del X Municipio ed è
perfettamente in linea con la legislazione vigente, venga adottata anche dagli altri Municipi
di Roma e costituisca un esempio anche per le altre città dello Stato italiano, nelle quali
peraltro lo Stato del Vaticano non ha la propria sede.
Giampietro Sestini - Segretario di LiberaUscita
COMUNICATO STAMPA
"Nel Municipio XI sottoscritti i primi Registri per i testamenti biologici"
"Come è noto la Giunta del Municipio Roma XI, su mandato del Consiglio Municipale, ha
deliberato l'istituzione del Registro dei Testamenti Biologici e delle Disposizioni di fine vita.
La Delibera oltre al registro per il testamento biologico permetterà ai residenti di dichiarare la
volontà di avere o meno l’assistenza religiosa in punto di morte, di scegliere il tipo di esequie
(religiose o civili), di esprimere la volontà di donazione degli organi nonché la decisione se
essere o non essere cremati."
Proprio in questi giorni sono stati sottoscritti i primi Registri dei Testamenti Biologici e delle
Disposizioni di fine vita. I primi protagonisti sono stati alcuni consiglieri municipali e membri
della Giunta. Alla presenza del Presidente del Municipio Roma XI, Andrea Catarci,
dell'Assessora alla Cultura, Carla Di Veroli e del Delegato alla Sanità del Municipio XI,
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Antonio Bertolini, la Presidente del Consiglio Municipale, Valeria Baglio e il Consigliere
Giancarlo Balsamo hanno sottoscritto i primi due registri dei Testamenti Biologici e delle
Disposizioni di fine vita. In allegato le foto della firma dei registri del testamento biologico.
"I registri possono essere sottoscritti presso l'Ufficio Demografico di via degli Armatori 13. L
'Ufficio riceve solo su appuntamento, tutti i mercoledì dalle ore 14,30 alle ore 16,30. Per
l'appuntamento è necessario contattare l'Ufficio Relazioni con il Pubblico (URP), recandosi
di persona in via Benedetto Croce 50 oppure chiamando lo 06.696.11.333\ 6, nei seguenti
giorni e orari: lunedì, mercoledì e venerdì ore 8.30\12.30 martedì e giovedì 8.30\12.30 e
14.30\16.30".
1312 – ROMA: LE ASSOCIAZIONI LAICHE CHIEDONO UNA “CASA” AL MUNICIPIO XI
In data 24 luglio, su iniziativa di LiberaUscita, le Associazioni laiche di Roma hanno proposto
unitariamente all’XI Municipio di Roma di istituire una “casa laica” comunale allo scopo di
incontrare i cittadini e informarli sui contenuti del “registro” per i biotestamenti e le altre
disposizioni di fine vita deliberato dal Municipio stesso. Si riporta qui sotto la lettera firmata
unitariamente e trasmessa agli organi di stampa.
- Al Presidente del Municipio XI di Roma
Andrea Catarci
- All’assessore alle politiche sociali dell’XI Municipio - Roma
Andrea Beccari
Loro email
Caro Presidente, caro Assessore,
nel complimentarci ancora una volta per l’iniziativa assunta dall’XI Municipio di istituire il
registro per le dichiarazioni anticipate di volontà, valide non solo per quanto concerne i
trattamenti sanitari ma anche per gli altri eventi connessi alla fine della vita, vi proponiamo
un’altra iniziativa finalizzata a dare maggiore concretezza e fruibilità ai “nuovi servizi sociali”
che ne derivano.
Si tratta di organizzare e rendere funzionante un luogo, o centro, o casa, o spazio, o ufficio
polifunzionale che sia in grado di fornire informazioni, assistenza, collaborazione a tutti i
residenti nell’XI Municipio, e se possibile a tutti i residenti nel Comune di Roma, in ordine
agli adempimenti necessari per fruire dei vari e nuovi servizi derivanti appunto dalla
istituzione del registro e non soltanto da esso.
Se l’XI Municipio potesse mettere a disposizione di tale progetto uno spazio adatto
(comprendente almeno una sala per le riunioni), con i necessari strumenti operativi e la
relativa manutenzione, le scriventi associazioni potrebbero impegnarsi, ognuna per le
materie di propria competenza, a garantire una presenza programmata, gratuita e
concordata degli operatori eventualmente necessari.
Qualora riteniate possibile realizzare tale progetto, potremmo insieme organizzare, alla
ripresa autunnale, una occasione pubblica di incontro con i cittadini dell’XI Municipio per
diffonderne i contenuti e le potenzialità, una sorta di “Festa dei diritti” o “Festa della Laicità”.
Tale iniziativa, volendo, potrebbe essere realizzata in accordo con il X Municipio, e con
eventuali altri Municipi che si dichiarassero disponibili.
Ovviamente, si tratta di alcune idee, che se incontrano la vs. approvazione potrebbero
essere sviluppate nel corso di appositi incontri.
In attesa di cortese riscontro, vi porgiamo cordiali saluti
Le associazioni laiche di Roma
Altrevie
Associazione democratica "Giuditta Arquati"
Associazione Internazionale per la difesa della libertà religiosa
Associazione "Luca Coscioni" - Roma
Centro romano per la difesa dei diritti nella scuola
15
Consulta romana per la laicità delle istituzioni
Democrazia Laica
Italialaica.it
Libera Cittadinanza - Roma
LiberaUscita
NoGod
Società laica e plurale
Unione Atei Agnostici e Razionalisti – Circolo di Roma
1313 - GENOVA – LANCIATO IL REGISTRO PER IL TESTAMENTO BIOLOGICO
da: www.genova.repubblica.it - martedì 7 luglio 2009
Lo annuncerà Beppino Englaro, il papà di Eluana, il 16 luglio a Palazzo Tursi: il Comune di
Genova, prima grande città in Italia, istituisce il registro per il testamento biologico dei
cittadini. L´ha voluto la sindaco Marta Vincenzi e ha deciso che a darne l´annuncio sia il
simbolo della lotta per la libertà di cura, in una data simbolica, l´inizio della "Settimana dei
diritti", organizzata a Genova dal 16 al 22 luglio dal consulente per la Promozione della
sindaco, Nando Dalla Chiesa.
Gli uffici dell´avvocatura del Comune stanno lavorando intensamente per realizzare uno
strumento efficace e che possa dare un segnale forte e, insieme, una risposta ad
un´esigenza crescente dei cittadini, come indicano i dati nazionali. Sono infatti oltre 2.000
coloro che hanno finora affidato - in mancanza d´altra possibilità - le proprie "dichiarazioni
anticipate di trattamento" al modulo pubblicato online dalle associazioni "A buon diritto"
presieduta da Luigi Manconi e "Luca Coscioni". Oltre alla "rete" (in crescita) di notai che per
un euro registrano testamenti biologici.
A sostenere l´iniziativa di Vincenzi arriva il senatore Ignazio Marino, genovese, autore di un
disegno di legge sul testamento biologico, in corsa per la segreteria del Pd al congresso
d´ottobre. E Vincenzi si è schierata, tra i primi, a sostegno della sua candidatura. «E´
un´iniziativa coraggiosa e meritoria. Marta Vincenzi - commenta il senatore - è una donna
capace di gestire una città complicata come Genova e, al contempo, di affrontare con
determinazione e convinzione temi difficili come quello del biotestamento». Marino indica il
peso ma disegna anche i limiti di un registro come quello che sta preparando il Comune: «In
termini operativi non ha alcun valore legale, ma sotto il profilo politico serve a sensibilizzare
e a far capire al Parlamento l´orientamento reale che questo Paese ha sul tema».
E il clima politico, sul tema, si sta nuovamente surriscaldando perché domani, nella
Commissione affari sociali della Camera, si aprirà la discussione sulla legge sul testamento
biologico, già approvata, tra mille critiche trasversali, in Senato.
Il modello di Tursi si ispira a una sorta di "protocollo" preparato dai municipi X e XI di Roma,
nei mesi scorsi, in cui è iniziata la raccolta delle intenzioni dei cittadini. Genova però fa un
passo in più, tutta insieme, per prima tra le grandi città italiane: istituisce un registro che
custodirà le scelte dei cittadini, che indicheranno anticipatamente quali cure accettare e quali
rifiutare nel caso non siano più in grado di comunicare o manifestare la propria volontà. Con
molta probabilità il registro prevederà anche la nomina di un "fiduciario", scelto da chi
deciderà di iscriversi, in modo che sia ulteriormente garantita la volontà dell´autore del
biotestamento.
Come reagirà la Curia di Genova, guidata dal cardinale Bagnasco, presidente della Cei, al
registro comunale? «Non ne ho idea - ammette Marino - mi auguro però che non si parli di
un provvedimento ideologico, perché si sta solo chiedendo di poter indicare i trattamenti
medici a cui si vuole o non si vuole essere sottoposti. E questo è custodito nell´articolo 32
della Costituzione: diritto, non dovere, alla cura e alle terapie».
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Tursi lavora all´istituzione del registro, la sindaco vuole che lo strumento sia pronto per il 16
luglio, anche se poi aprirà un dibattito con i cittadini "perché - ha spiegato ai suoi
collaboratori - l´operazione è vincente se partecipata".
Commento Con Genova, il registro dei biotestamenti (anzi: delle bio-card, come lo
chiamiamo noi di LiberaUscita in quanto crediamo che possa essere utilizzato anche per
registrare ulteriori disposizioni inerenti la fine della vita, quali la donazione di organi, la
cremazione, la dispersione delle ceneri, i funerali laici, ecc.) è stato realizzato o è in fase di
realizzazione in 7 capoluoghi di regione, 8 capoluoghi di provincia ed altri 10 comuni.
Tali registri, che garantiscono contemporaneamente l'autenticità delle sottoscrizioni, la
vicinanza e la conoscenza degli uffici addetti, la successiva reperibilità delle dichiarazioni
rilasciate e la gratuità del servizio, possiedono le caratteristiche necessarie per divenire
uno strumento di massa e quindi in grado di opporsi al tentativo della maggioranza di
svuotare i contenuti fondamentali della legge in discussione alla Camera dei Deputati.
Un simile tentativo non si può battere con i depositi notarili o le nomine di amministratori di
sostegno o i testamenti su You Tube, che sono validi nei casi singoli ma non costituiscono
un deterrente efficace a livello collettivo.(gps)
1314 - MODENA – INIZIATIVA DEL “COMITATO ART. 32”
In data 15 luglio u.s. il “Comitato articolo 32 per la libertà di cura” ha inviato a tutti i sindaci
dei Comuni della provincia di Modena la seguente lettera:
Egregia/o Sindaco,
il “Comitato articolo 32 per la libertà di cura” di Modena, nasce con lo scopo di tutelare la
libertà di autodeterminazione del singolo in materia di disposizioni sanitarie di fine vita,
soprattutto quando si verificano eventi tali da impedire di manifestazione espressa di proprie
volontà.
In tale ottica, assume per noi particolare importanza che ai singoli individui venga
riconosciuto il diritto di dettare disposizioni in tale campo e che venga loro garantito il rispetto
di tali volontà. Tale diritto è già rigorosamente sancito dall’art. 32 della Costituzione: di fatto
ci manca solo una regolamentazione circa le modalità di formulazione e conservazione di tali
volontà.
Per tale ragione siamo a chiedere alle sindache e ai sindaci dei vari comuni della provincia
di Modena la loro disponibilità all’istituzione di un Registro delle Dichiarazioni Anticipate di
Trattamenti sanitari, disponibilità che dovrebbe manifestarsi ponendo l’argomento all’ordine
del giorno di una prossima seduta del Consiglio Comunale. Ricordiamo in merito che a
Genova, ad esempio, tale risultato è stato raggiunto proprio per iniziativa della sindaca.
Sarebbe, ancora una volta, un risultato di punta per la provincia di Modena, che si porrebbe,
come già avvenuto da un punto di vista giudiziario, anche da un punto di vista
amministrativo, all’avanguardia nella tutela dei diritti civili. I principi della libertà di cura, della
autodeterminazione, della laicità dello Stato e della libertà personale ne uscirebbero
autorevolmente rafforzati.
In attesa di riscontro, dichiarando sin da ora la nostra disponibilità ad un eventuale incontro,
inviamo distinti saluti.
il Comitato art. 32 – le Associazioni promotrici
ANPI, ARCI, CGIL, LIBERAUSCITA, UAAR, UDI
(si prega di inviare la risposta a: Elena Clo’ – Piazzetta dei Servi n. 50 - Modena - tel. e fax:
059243344 – email: [email protected])
1315 - CALENZANO (FIRENZE) – ISTITUITO IL REGISTRO
Da: Meri Negrelli – venerdì 24 luglio 2009
Da lunedì prossimo i cittadini di Calenzano, in provincia di Firenze, potranno recarsi in
Comune per registrare il proprio testamento biologico. E' il primo Comune in Toscana che lo
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rende operativo, il secondo in Italia dopo il X Municipio di Roma. Rispetto al testamento
biologico romano quello di Calenzano offre un più ampio spettro di informazioni, utili per i
medici non solo per l'alimentazione forzata ma anche per trattare il paziente secondo le sue
volontà in altri casi (malattia terminale, rianimazione cardiopolmonare), oppure per
dichiarare le proprie preferenze in merito ad assistenza spirituale, psicologica e umanitaria o
alle disposizioni in merito a donazione degli organi e sepoltura.
'Con questo modello il cittadino può dare informazioni più precise sulle proprie volontà afferma in una nota il sindaco Alessio Biagioli (Pd) -. Il testamento biologico infatti non serve
solo a chi decide di rifiutare l'alimentazione forzata, è uno strumento utile anche a chi, al
contrario, vuole chiedere che la propria vita venga protratta il più a lungo possibile, o a chi
vuole rinunciare a cure palliative che possono anche minimamente influire in senso negativo
sulla durata della vita. Riteniamo che a prescindere da convinzioni religiose o laiche sia
doveroso offrire ai cittadini uno strumento, che non introduce nuove leggi ma favorisce
l'applicazione di norme già contenute nel nostro ordinamento'.
Per registrare il testamento (operazione gratuita di fronte a un funzionario comunale) è
necessaria la presenza del dichiarante e del fiduciario, nominato nel momento in cui si
registra il documento.
L'atto verrà poi chiuso, insieme alle copie dei documenti di identità, in una busta sigillata,
conservata dallo stesso fiduciario
Commento. Così concepito, quello di Calenzano non è un “registro”, ma una semplice
autenticazione di atto notorio poi consegnata al fiduciario, la cui figura sembra essere
indispensabile. Il “registro” è qualcosa di più: è la registrazione informatizzata delle
dichiarazioni di volontà, conservate dal Comune ed ivi consultabili dalle strutture pubbliche
(ospedali) in caso di necessità, di cui una copia autenticata viene consegnata al dichiarante
che ne dispone come vuole. (gps).
1316 - CAGLIARI – 1° PROVINCIA ITALIANA COL REGISTRO
Comunicato Agenzia ANSA del 29 luglio 2009
La Provincia di Cagliari, prima in Italia, istituirà il registro del testamento biologico, con un
ufficio ad hoc che sarà a disposizione dei cittadini che risiedono nel territorio provinciale.
L’impegno è stato assunto oggi, al termine della seduta consiliare dedicata alle tematiche
sull’etica di fine vita, dall’assessore alle Politiche sociali, Angela Quaquero, che ha accolto la
proposta avanzata dal consigliere dell’Idv, Sandro Cancedda.
“Un’istituzione - ha affermato l’assessore - ha il dovere di offrire e garantire un simile spazio,
che rientra a pieno titolo tra i servizi alla persona e alla famiglia”. Cancedda ha anche
distribuito ai consiglieri presenti la bozza di dichiarazione anticipata di trattamento sanitario,
che dovrà ora essere esaminata dalle commissioni consiliari prima di essere riportata
all’attenzione dell’aula.
La seduta, aperta dall’intervento del presidente del Consiglio provinciale, Roberto Pili, è
stata arricchita dai contributi del neuropsicofarmacalogo, Gianiulgi Gessa, del docente di
Bioetica Salvatore Pisu e di Franco Savasta, dellhospice dell’Oncologico di Cagliari.
1317–SVIZZERA: NUOVE REGOLE PER IL SUICIDIO ASSISTITO IN CANTONE ZURIGO
di Rosa a Marca - 12 Luglio 2009
Come annunciato dal procuratore generale del Cantone, Andreas Brunner, l'intesa nasce dal
fatto che nel Canton Zurigo ogni anno circa 200 persone scelgono di morire, e un terzo lo fa
attraverso Exit. Di qui la necessità, sostiene, di regole chiare e trasparenti. L'intesa è stata
approvata dal direttore della Giustizia Markus Notter, ma non dal presidente della Sanità,
Thomas Heiniger, contrario a simili regolamentazioni.
Il documento di undici pagine stabilisce quali sostanze utilizzare e fissa i termini economici.
Nella parte generale vengono ripresi i criteri adottati da Exit anche in altri Cantoni. Così, il
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termine malattia ha un'accezione molto ampia, per cui l'aiuto viene accordato non solo a chi
chiede il suicidio perché soffre di una malattia grave e dolorosa, ma anche in caso di grave
invalidità. L'altro criterio è che non sussistano dubbi sulla capacità di giudizio di chi aspira a
morire: medici e assistenti al suicidio devono acquisire la conferma del suo desiderio con
colloqui approfonditi e ripetuti a distanza di settimane; ciò che emerge dai colloqui
dev’essere poi messo per iscritto. Se il desiderio di morire è espressione o sintomo di una
malattia psichica, non viene concesso l'aiuto al suicidio, sebbene nel documento si
riconosca che anche i malati psichici possono avere capacità di giudizio rispetto a questa
scelta. Solo che in questi casi serve massima cautela e un'esauriente perizia psichiatrica,
come pretende il tribunale federale. Per persone con una diagnosi di demenza occorre che
due medici verifichino il desiderio di suicidio, e anche qui serve una perizia medica da
allegare agli atti. Resta fermo il principio che l'aspirante suicida sia al riparo da pressioni
esterne, e quindi esprima il suo desiderio indipendentemente da famigliari, isolamento
sociale o difficoltà economiche.
Il rimborso spese per l' accompagnamento al suicidio non deve superare i 500 franchi (350
euro) e un assistente non può esercitare questo compito più di 12 volte all'anno. Andreas
Brunner sostiene che la procura ha inviato copia del documento a Ludwig A. Minelli,
presidente dell'altra organizzazione, Dignitas, con l'invito a riprendere i colloqui interrotti
quasi due anni fa. Minelli non s'è espresso sul punto.
Da: "World right-to-die news list” del 13 luglio 2009
Il gruppo svizzero Exit per il diritto a morire ha concordato con la Procura di Zurigo delle
regole per la pratica del suicidio assistito, auspicando che esse possano costituire la base di
una regolamentazione nazionale.
Le regole includono l’autorizzazione al suicidio assistito solo in caso di grave sofferenza
dovuta a problemi di salute, a incidenti e a invalidità. Altre opzioni devono essere escluse,
potendosi utilizzare, per altro, solo una dose mortale dell’anestetico sodio pentobarbital.
L’accordo firmato esclude per Exit la possibilità di fare profitti assistendo la gente a morire
stabilendo che potrà richiedere un massimo di 500 Franchi Svizzeri ($461) per un suicidio
assistito. Per i doppi suicidi, ognuna delle parti interessate, separatamente, deve soddisfare
i criteri stabiliti dalle regole. La assistenza al suicidio non é permessa per persone di età
inferiore ai 25 anni a meno di severe sofferenze fisiche.
Il governo di Zurigo – dove circa 200 persone all’anno ricorrono al suicidio assistito - informa
che ha deciso di definire le regole insieme a EXIT in quanto quest’organizzazione ha sempre
fatto e continua tutt’oggi a fare
la sua campagna a favore di una appropriata
regolamentazione. Il governo, congiuntamente con Exit, ha espresso che “visto il numero dei
suicidi assistiti che avvengono nel cantone di Zurigo, regole chiare e trasparenti in materia
sono del massimo interesse”.
Mentre Exit assiste principalmente i cittadini svizzeri, Dignitas, l’altra organizzazione
svizzera per il diritto a morire, assiste anche stranieri, che sinora sono stati principalmente
tedeschi, francesi e britannici. Dignitas ha rifiutato di sottoscrivere le regole concordate con
Exit, considerandole troppo restrittive.
Gli stranieri non sono esclusi esplicitamente dalle nuove regole ma un medico svizzero che
prescriva l’anestetico mortale dovrà incontrare la persona interessata due volte in un certo
periodo di tempo per assicurarsi del suo desiderio di morire. Il suicidio assistito é permesso
in Svizzera dal 1940, anche con l’intervento di persona che non sia medico a condizione che
non abbia interessi nella morte del soggetto richiedente assistenza. L’eutanasia è legale
solo in Olanda, Lussemburgo, Belgio e nello stato dell’Oregon degli Stati Uniti.
Uno studio realizzato l’anno scorso ha dimostrato che un numero crescente di persone che
cercano il suicidio assistito in Svizzera non soffrono di malattie terminali. Questo fatto e il
recente aumento di un “turismo della morte” nel paese hanno dato origine ad un dibattito su
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queste pratiche. Il governo nazionale è diviso ma potrebbe considerare
regolamentazione più restrittiva o addirittura una proibizione del suicidio assistito.
(traduzione per LiberaUscita di Alberto Bonfiglioli)
una
1318 - UK - DIBATTITO SUL SUICIDIO ASSISTITO
Tutta la grande stampa britannica ha messo in risalto il doppio suicidio di due anziani coniugi
di questa nazionalità, avvenuto il 10 luglio u.s. a Zurigo con l’assistenza della Dignitas. La
grande risonanza mediatica non è dovuta soltanto al fatto, senz’altro raro, che due persone
abbiano preso congiuntamente, in tutta coscienza, una tale decisione. Si tratta, infatti, di un
apprezzato direttore d’orchestra, Sir Edward Downes, per lungo tempo direttore stabile
dell’orchestra sinfonica della BBC e della Royal Opera House Covent Garden, e di sua
moglie Joan Weston, ballerina al Royal Ballet, successivamente coreografa e produttrici per
la BBC. La loro morte, per altro, accade in un periodo di intenso dibattito sulla
depenalizzazione dell’assistenza al suicidio. Il “Il Punto” ha pubblicato la traduzione di articoli
della stampa britannica su questa materia. Recentemente questo dibattito sembra chiuso -al
meno per il momento- con la decisione della Camera dei Lords (sede della Suprema corte)
di respingere la proposta di depenalizzare tale assistenza. Questa quindi rimane penalmente
perseguibile, compreso il caso di famigliari che accompagnano un loro caro a trovare la
morte all’estero.
Il seguente articolo pubblicato su The Economist del 16 luglio, sintetizza bene la situazione,
offrendo per altro alternative non sempre condivisibili.
Alberto Bonfiglioli
I malati terminali dovrebbero essere aiutati ad avere una dolce morte
da: “the Economist” del 16 luglio 2009
Il 10 luglio u.s. sono morte due persone inglesi per propria decisione e con l’aiuto di terzi.
Sir Edward Downes, direttore di orchestra britannico, e sua moglie Joan si sono recati in
Svizzera, dove la legge sul suicidio assistito è la più liberale al mondo.
Lui aveva 85 anni, parzialmente sordo e quasi completamente cieco; lei 74 anni e un cancro
in fase terminale.
Tenendosi per mano e sotto gli occhi del loro figlio e della loro figlia, hanno bevuto una
dose letale di barbiturati e sono morti.
Nella maggior parte dei paesi occidentali, il suicidio non é reato, ma aiutare qualcuno a
suicidarsi lo è. Tuttavia, non tutte le persone che hanno gravi sofferenze o che sono in fase
terminale vogliono attendere la morte clinica ma neppure togliersi la vita in modo
drammatico, senza assistenza medica. Sempre più di frequente, infatti, queste persone
vanno in Svizzera, dove l’assistenza al suicidio é reato solo se si fa per profitto (circa 100
persone straniere muoiono ogni anno presso “Dignitas”, la clinica di Zurigo che pratica il
suicidio assistito).
Questa esigenza diffusa si tramuta spesso in una pressione popolare per ottenere una
legislazione che adeguata.
Solo in pochi paesi - Belgio, Lussemburgo, Olanda, gli stati Usa dell’Oregon e di Washington
- tale pressione ha avuto successo. La maggior parte dei paesi procedono invece in modo
disordinato e sconclusionato, chiudendo un occhio di fronte alle persone più determinate e
sufficientemente ricche per recarsi in Svizzera, ove Dignitas – che destina i suoi proventi in
beneficienza - fa pagare 10.000 franchi svizzeri, pari a 9.300 dollari.
Ora la polizia britannica sta indagando sulla morte di Sir Edward e di Lady Downes, così
come ha già indagato sulla morte di altri, almeno 100, “turisti suicidi”. In nessun caso sono
state prese misure contro coloro che li hanno accompagnati.
Ma la scorsa settimana, un emendamento che avrebbe evitato loro il rischio di un processo
penale è stato respinto dalla camera dei Lords. L’attuale legge, secondo i loro sostenitori,
mostra "una faccia severa e un cuore gentile”, evitando che gli avidi spingano I parenti
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vecchi e malati a morire prima che spendano i loro risparmi in case di cure per anziani,
senza rischiare la vendetta di altri parenti sinceramente in lutto.
Le complicazioni legali non sono mai desiderabili e, in questo caso, sono anche inutili. É
perfettamente possibile, infatti, scrivere una legge che permetta alle persone sofferenti che
lo desiderino di morire rapidamente e in pace, senza per ciò dichiarare aperta la caccia ai
vecchi malati. Difatti, chi cerca il suicidio deve dichiarare che non sta soffrendo pressioni che
lo inducano ad uccidersi; due medici devono dare il loro accordo testimoniando, inoltre, che
sia capace d’intendere e di volere e che si trovi in fase terminale. Un periodo di attesa, prima
di somministrare le droghe letali assicurerà ulteriormente che la decisione è stata maturata
ed è definitiva.
Tranne la Svizzera, tutti i paesi dov’é permesso il suicidio assistito hanno simili salvaguardie.
Queste precauzioni non sembrano consentire la “normalizzazione” della morte innaturale né
l’aumento dei casi di suicidio. Accade invece che dopo un incremento iniziale, il numero di
persone in cerca di aiuto a morire cala e successivamente si mantiene stazionario.
Una legge di questo tipo avrebbe permesso a Lady Downes di morire, come voleva, nel
proprio paese. Tuttavia, tale legge non avrebbe riguardato il caso di Sir Edward, vecchio,
fragile, colpito dal lutto, ma non malato terminale. Nè avrebbe riguardato il caso di Daniel
James, cittadino britannico di 23 anni, i cui genitori l’anno scorso lo hanno accompagnato in
Svizzera. Il giovane era rimasto paralizzato a causa di un incidente giocando a rugby e
voleva morire, ma non era in condizioni di uccidersi senza aiuto. Anche se severamente
incapace, non era un malato terminale e avrebbe potuto vivere ancora molti anni.
Esistono forti ragioni per permettere a persone come Sir Edward e Mr. James di essere
aiutati a morire. Si trattava della loro propria vita che loro stessi volevano far finire. Tuttavia,
se si permettesse un’uscita facile a quelli che non sono malati terminali, esiste il rischio che
parenti avidi facciano pressione sugli anziani per farli scegliere di morire. A queste persone
che non si trovino in fase terminale, pertanto, dovrebbe essere negato il diritto a morire, per
antipatico che questo possa sembrare. Ai malati terminali, invece, si dovrebbe offrire l’aiuto
che cercano. Negarglielo é aggiungere la crudeltà alla loro sfortuna.
Commento. Non sono d’accordo con questa conclusione dell’articolista dell’Economist.
Secondo lui, Eluana non aveva il diritto a morire perché non era “malata terminale”? Oppure
si riferisce soltanto ai casi di “eutanasia attiva”, ossia con somministrazione di sostanze
letali, e non ai casi di rifiuto dei trattamenti sanitari? Ed in questo secondo caso, cosa si
intende per “trattamenti sanitari”? E se l’aiuto al suicidio viene autorizzato soltanto dopo che
due medici hanno dichiarato che il paziente è capace di intendere e di volere, cosa succede
se il paziente è incapace?(gps)
1319 - CANADA – SI DISCUTE SUL SUICIDIO ASSISTITO
Da: “The Senior Times” di Montreal (Canada) - luglio 2009
Un disegno di legge che renderebbe legale il suicidio assistito nella provincia francofona del
Quebec con ripercussioni sulla legislazione nazionale, ha avuto il sostegno di un
parlamentare dell’area di Montreal contattato da “The Senior Times”. Un altro parlamentare
ha affermato che la questione merita una ulteriore indagine e un terzo si è dichiarato
fermamente contrario.
Francine Lalonde, parlamentare indipendente del blocco di Quebec per il collegio elettorale
di Point-de-l’Île, Este di Montreal, ha propiziato il disegno di legge, il quale ha avuto la sua
prima lettura ai primi di quest’anno in Ottawa. La legislazione, introdotta inizialmente nel
2005, era rimasta lettera morta a seguito della convocazione di nuove elezioni.
In un comunicato stampa dal suddetto blocco rilasciato il mese di maggio u.s. in coincidenza
con l’ultimo tentativo della Lalonde di far passare il disegno di legge, la parlamentare ha
dichiarato: “Per anni ci sono stati molti dibattiti, ma anche le angosce di tutte quelle persone
che vorrebbero che noi li aiutassimo ad accorciare le loro sofferenze, permettendo di
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mettere fine al degrado delle loro capacità quando non hanno più speranze”. “La bozza di
legislazione che stiamo proponendo ha tra le sue finalità quella di aiutare le persone
sofferenti per dolore fisico acuto senza possibilità di sollievo, o aiutare quelli che si trovano
in una fase terminale che hanno scelto liberamente e in maniera chiara di morire con
dignità.”
Lalonde insiste che la proposta di legge non é contro la vita e che non aprirà la porta ad
abusi. Olanda, Belgio, e il Lussemburgo hanno leggi che permettono il suicidio assistito dal
2000. Negli Stati Uniti, lo stato dell’Oregon ha permesso il suicidio assistito dal 1997 e lo
stato di Washington lo permette da novembre u.s. in seguito ad un referendum.
La parlamentare Marlene Jennings liberale (tendenzialmente centro-destra. ndr) del NDGLachine (Notre Dame de Grâce- Lachine, è un distretto di Quebec. ndr) ha dichiarato la sua
netta opposizione. “Penso che la vita umana abbia un valore reale” ha affermato. “Posso
capire e mi sento solidale, per esempio, ai malati terminali. Penso però che si dovrebbero
destinare le nostre risorse ad assicurare, per esempio, una appropriata gestione del dolore
piuttosto che a soluzioni estreme”.
Jennings sostiene che nei paesi in cui il suicidio assistito é legale, i medici non rispettano
sempre i protocolli. Ha dichiarato inoltre che “Esiste una seria preoccupazione che membri
di una famiglia possano chiedere l’eutanasia di un altro familiare senza che questo abbia
espresso pieno consenso”. “Penso che vi sia troppo spazio per gli abusi”. “Mentre può darsi
che vi sia qualcosa che il pubblico voglia eventualmente discutere, posso dire sinceramente
che nessuno nel mio collegio mi ha avvicinata per chiedere di cambiare il codice penale in
modo di permettere l’eutanasia”
Il parlamentare Thomas Mulcair del NDP di Outremont (New Democratic Party,
tendenzialmente progressista. Outremont é un distretto della città di Montreal, Quebec. ndr)
che é anche un uomo di punta della provincia di Quebec, ha detto,“Non credo che si tratti di
qualcosa che un membro indipendente del parlamento possa fare semplicemente. Penso
che dovremmo sederci con esperti in etica medica come Margaret Somerville, gente di
questo calibro, e vedere se c’è qualcosa che si possa realisticamente fare adesso in
Canada”.(Margaret Sommerville, prestigioso personaggio del campo della biotetica,
professore alle facoltà di Legge e di medicina dell’Università McGill, Montreal, direttricefondatrice del McGill Centre for Medicine, Ethics and Law e membro della Royal Society del
Canada. ndr)
Thomas Mulcair ha aggiunto “Allo stato attuale delle cose, penso che il Canada abbia
raggiunto un buon equilibrio”. “Non siamo un paese come la Svizzera, considerato molto
aperto in questa materia. Non penso che sia questo che vogliamo in Canada. Ci sono
momenti in cui i professionisti medici devono aver una maggiore flessibilità. Forse in
circostanze chiaramente specificate. Ma questo deve avvenire solo dopo una riflessione
molto matura e penso che non siamo ancora a questo punto”.
Jennings sostiene che i membri del parlamento non sono obbligati a seguire la linea del
proprio partito quando si vota sulle proposte di un parlamentare indipendente, e che
Lalonde abbia un scarso sostegno nel Parlamento. Invece, Nicole Demers, parlamentare del
blocco di Quebec per Laval, ha dichiarato che lei voterà a favore della proposta, così come
faranno molti altri parlamentari del suo partito. “Si tratta di un disegno di un parlamentare
indipendente, ma Francine (Lalonde) ha avuto per lungo tempo il sostegno di nostri
colleghi”.
(di Martin C. Barry - Traduzione per LiberaUscita di Alberto Bonfiglioli)
1320 - IN MORTE DI UN AMICO: LEO SOLARI
Giovedì notte, 2 luglio, ci ha lasciato Leo Solari, avvocato, scrittore, saggista, militante
europeista, comandante partigiano, socialista e democratico, laico, socio onorario di
LiberaUscita. Ricordiamo l’amico Leo con una sua biografia sintetica.(gps).
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Leo Solari, nato nel 1916 a Milano, nel 1944 fu tra i fondatori, insieme ad Eugenio Colorni,
Giorgio Lauchard, Matteo Matteotti, e Mario Zagari, della Federazione Giovanile Socialista
con il compito di dirigerne l'attività partigiana e la propaganda. Comandante partigiano nelle
formazioni "Matteotti", fu animatore delle forze socialiste della Resistenza. Dopo la
liberazione divenne segretario generale della federazione dei giovani socialisti, fondò e
diresse il giornale Rivoluzione Socialista e fu tra i fondatori del Movimento di Unità
Proletaria, poi confluito nel Psi. Gli anni Cinquanta lo videro protagonista del primo embrione
del Partito Socialista Europeo, la "Gauche Europeenne" insieme a François Mitterand, Mario
Zagari, Paul Henri Spaak, Henri Gironella e Guy Molé. Nel 1947 partecipò, guidando la
maggioranza della FGS, alla scissione di Palazzo Barberini, divenendo membro della
direzione nazionale del PSLI. Nel 1948 si ritirò dalla vita di partito, da cui rimase assente per
circa un decennio, durante il quale si concentrò nell'attività professionale.
Rientrato nel movimento socialdemocratico nel 1957, fu relatore ufficiale per la corrente di
"Autonomia Socialista" al congresso di Milano del PSDI (1958). Membro del comitato
centrale del PSDI e del comitato centrale della UIL. Nel 1959, insieme con Mario Zagari,
Matteo Matteotti, Ezio Vigorelli ed altri diede vita al MUIS, poi confluito nel PSI, di cui fu
membro del Comitato centrale. Impegnato nelle battaglie per la laicità, i diritti civili e la libertà
di ricerca, ha rilanciato la rivista Sinistra Europea, tornata nelle edicole nel 1998. Negli anni
più recenti si è battuto per il diritto ad una morte dignitosa, divenendo socio onorario di
LiberaUscita. L’ultimo intervento fu compiuto davanti al Presidente della Repubblica, in
occasione delle commemorazioni del centenario della nascita di Eugenio Colorni.
Attualmente era Presidente onorario della Sezione Italiana della Sinistra Europea
Ha pubblicato trenta monografie su argomenti vari riguardanti in prevalenza problemi
economici e quattro volumi:
- "La disciplina della impresa pubblica nel Trattato istitutivo della Comunità Europea";
- "La rivoluzione obbligatall (con prefazione di Pietro Nenni);
- "Eugenio Colorni - Ieri e sempre" (premio Viareggio - Presidente 1980);
- "Il persuasore al servizio del cambiamento".
Commento.
Come tutti i gentiluomini autentici, ahimè ne sono rimasti sicuramente in pochi sulla Terra,
Leo Solari se ne è andato in silenzio, con quel garbo e quel tratto di distinzione che ne
avevano caratterizzato la vita. Un autentico signore che, sicuramente per tale inclinazione,
ebbe sempre poco spazio nei movimenti politici socialisti riformisti di cui fece parte. C’era
sempre, riguardo a lui, la “vicinanza con”. Ma era il “chi” che non si decideva mai a farlo
diventare protagonista e non restringerlo a restare comprimario. Sempre sorridente, sempre
elegante, con un bellissimo farfallino, era un piacer stare con lui, anche se era Persona che
non amava attardarsi su cose fatue.
Amico di Eugenio Colorni, il non dimenticato (almeno per me) Martire socialista di via
Livorno (piazza Bologna), Roma 1944.
Si deve a Leo Solari forse l’opera più completa su Colorni e che, se non ricordo male, fu
scritto nel 1980 e stampato in quell’anno da Marsilio. Testo che valse all’autore il premio
Viareggio e che la casa editrice farebbe bene a ristampare. Sarebbe anche questo un bel
modo per ricordare un caro amico ed un compagno socialista che non partecipò mai ai
traffici di bassa bottega.
Un pensiero caro per Leo Solari, sperando che il messaggio che deriva dalla vita e dalle
opera di tale personalità, non vada banalmente affogato nell’oblio di dissacrazione totale che
caratterizza le varie epoche italiche.
Leo Solari, passione politica pura, in Pace!
(Giovanni Lubrano di Scorpaniello, da: www.nogod.it)
Commento.
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Caro Giampiero, con dolore ho appreso la notizia della morte di Leo Solari. Con me è stato
sempre di gentilezza squisita. Abbiamo avuto per iscritto uno scambio di opinioni non solo
sulle nostre questioni, ma anche su altre, di carattere storico-politico, e il suo giudizio è stato
per me fonte di soddisfazione e gratitudine senza pari. Sai che non è facile per me trovare
chi capisca e condivida le mie opinioni.
Spero tanto che il suo trapasso sia stato "dolce", come desiderava. Porgi da parte mia le più
sentite condoglianze ai suoi familiari.
Maria Di Chio
1321 - TOLLERANZA E LAICITÀ’ NEL PENSIERO DI NORBERTO BOBBIO
da Graziella Sturaro
Tra le iniziative torinesi organizzate in occasione del Centenario della nascita di Norberto
Bobbio una delle prime e più attese è stata la lezione del 23 giugno 2009 a cura del Centro
di Documentazione, Ricerca e Studi sulla Cultura Laica Piero Calamandrei presso il Circolo
dei Lettori di via Bogino 9 a Torino tenuta da Gaetano Pecora, Docente di Storia delle
Dottrine Politiche dell’Università di Sannio, su “Tolleranza e laicità nel pensiero di Norberto
Bobbio” preceduta dall’introduzione di Michelangelo Bovero, Docente di Filosofia Politica
presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino.
Bovero ha introdotto la lezione definendosi un partigiano della cultura laica e sostenendo
come i protagonisti dell’incontro fossero quattro: Gaetano Pecora, Norberto Bobbio, la
tolleranza e la laicità.
Interessante il riferimento ad Alfonso Louis Miguel il quale ha elaborato un ritratto della
personalità del grande pensatore sottolineando le enormi complessità del suo carattere, le
numerose tensioni che hanno attraversato il suo pensiero tali da definirlo un filosofo
positivista, un relativista credente, certamente non in senso religioso ma in senso laico di chi
crede che la storia sia una sola e che non esista una storia sacra ritenendo che sia inutile
cercare un senso ultimo alla vita perché un senso non esiste mentre è fondamentale credere
nei valori laici ossia mondani e civili.
Relativismo non in senso di indifferentismo morale ma da intendersi come tesi teorica. Se
nella morale non è possibile il compromesso, nella politica sì. Definito anche tollerante
intransigente verso il fanatismo e non solo religioso.
Dall’altra Pecora ha ricordato come la lezione di Norberto Bobbio non offra risposte definitive
ma si presta a porre domande così come non esistono scelte definitive ma nel pensiero
umano è sempre pronto ad annidarsi il dubbio. Rimane fermo il convincimento che le idee
chiare e distinte offrano un vero servizio alla democrazia insistendo sulle tecniche giuridiche
di politica liberale.
Norberto Bobbio viene presentato come l’uomo del dialogo, come l’empirista disposto a
riconoscere i propri errori fermamente convinto che la tolleranza sia l’unico principio che si
possa considerare veramente laico.
Tolleranza che non significa indifferenza ma confronto di idee, di stili di vita diversi. Un
confronto inteso sempre come prima regola, come dovere di intendere l’altro.
E ancora commenti su principi molto dibattuti come laicità, laicismo, anticlericalismo e stato
neo-confessionale. Si sono ricordate le lezioni di Salvemini e Calamandrei.
Infine si è concluso sostenendo che per il laico liberale l’individuo è sacro e il fondamento
etico della democrazia è il riconoscimento dell’autonomia individuale.
Senza dubbio questa lezione non deve rimanere fine a se stessa ma deve indurre alla
riflessione sul ruolo civile e politico, e non solo culturale, svolto da Norberto Bobbio per oltre
mezzo secolo nell’affermazione e nella difesa di quei valori che ci permettono di
comprendere i fondamenti normativi della nostra Costituzione, delle Convenzioni
internazionali e dei Codici di Deontologia ossia i diritti inviolabili dell’essere umano.
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A tale proposito, Tullio Monti, Coordinatore della Consulta Torinese per la Laicità delle
Istituzioni, qualche mese fa scrisse che John Stuart Mill nel suo fondamentale “On Liberty”
del 1858 condensava la libertà dei cittadini che s’era andata affermando nel Continente in
queste parole: “Il solo aspetto della propria condotta di cui ciascuno deve rendere conto alla
società è quello riguardante gli altri: per l’aspetto che riguarda soltanto lui, la sua
indipendenza è, di diritto assoluta.
Su se stesso, sulla sua mente e sul suo corpo, l’individuo è sovrano”. Da allora, ovunque in
Europa, il principio è universalmente accolto. E’ preoccupante doverne discutere nel XXI
secolo la validità nel nostro paese.
1322 - LIBERAUSCITA A LEGRI
Inviato: lunedì 13 luglio 2009 18.32.50
Carissimi
nella settimana dal 6 al 12 luglio come ogni anno abbiamo avuto l'opportunità di avere un
nostro stand alla festa dell'unita di Legri (Calenzano)
Per i residenti nel comune di Calenzano è gia entrato in funzione il registro dei TB, e
abbiamo colto l'occasione per informare i cittadini.
Per i residenti in altri comuni abbiamo dato gli indirizzi dei notai disponibili (a Firenze il notaio
Aricò, il quale è stato con noi per due sere, e a Prato il notaio Francesca Volkhart, la quale
ci ha dato la sua disponibilità.
Abbiamo avuto una buona affluenza di pubblico e riscontrato molto interesse, speriamo che i
contatti presi portino qualche iscrizione all'associazione.
Allego una foto dello stand
saluti
Meri Negrelli e Irma D’Arpino
1323 – LAICITÀ’ ALL’AMATRICIANA
Data: mercoledì 15 luglio 2009 h. 0.21.09
Scrive fra l’altro Telmo Pievani nel suo articolo “Laicità all’amatriciana” riportato sul sito
www. temi.repubblica.it/micromega-online:
Essere laici in Italia significa ragionare in questi termini:
1) io ho la maggioranza (oltre che la verità) e tu no;
2) sul piano formale, sembra tutto democraticamente ineccepibile;
3) se sei d’accordo con me (per esempio, vuoi essere tenuto in vita a tutti i costi e a oltranza
con sondini e tubi), sei libero e sei laico;
4) se non sei d’accordo con me (e non vuoi finire la tua vita in quel modo perché lo ritieni
un’offesa alla tua dignità), sei un laicista e io, per legge, ti proibisco di fare come vorresti tu,
anche se hai espresso anticipatamente le tue volontà.
Purtroppo, Pievani ha ragione.(gps
Data: mercoledì 15 luglio 2009 12.46.57
da: [email protected]
Nulla da eccepire su quanto scritto da Pievani. come lui stesso sottolinea, fa irritare l'abuso
dell'uso della distinzione tra laico e laicista che, non essendo riscontrata in nessun
vocabolario, risulta essere quello che è: una strumentalizzazione nominalistica.
In più sarebbe ora di smetterla di relegare il concetto di laicità (o laicismo) soltanto ad una
parte dei diritti civili mentre riguarda tutto l'insieme del vivere sociale. un esempio,
clamoroso, l'ha rappresentato l'On. Franceschini che alcuni giorni addietro parlando della
metodologia "laica" del suo partito, ha detto quasi testualmente: " noi ascoltiamo tutti, anche
la chiesa, e poi laicamente decidiamo". a me sembra un chiarissimo esempio quanto meno
di ossimoro.
Giuliano Degli Antoni
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1324 - FIRENZE – INIZIATIVA PER IL COMMIATO LAICO
La nostra Meri Negrelli ci ha inviato l’interrogazione la seguente interrogazione, avanzata al
Sindaco di Firenze dai consiglieri Valdo Spini e Tommaso Grassi, eletti in Consiglio
Comunale nella lista della Coalizione laica, ecologista e di sinistra.
I sottoscritti Consiglieri Comunali
atteso che nella precedente legislatura comunale è stata approvata la mozione 238 per un
dignitoso funerale civile prevedendo che in ogni quartiere venga allestita una sala per le
esequie laiche in modo che siffatte funzioni abbiano una sede e delle modalità dignitose e
rispettose della persona anche se non credente;
interrogano il Sindaco
per conoscere quali siano le intenzioni dell’amministrazione per dare adempimento a quanto
previsto nella precedente mozione.
Firmato: Valdo Spini, Tommaso Grassi
1325 – LE VIGNETTE DI STAINO: NON SONO UN SANTO…
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il punto - Centro Studi Calamandrei