Studi e ricerche 7 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo a cura di Lorenzo Luatti e Marco La Mastra Osservatorio Provinciale sulle Politiche Sociali - Sezione Immigrazione Provincia di Arezzo - Assessorato Servizi Sociali e Sanitari, Multiculturalità Osservatorio sulle Politiche Sociali - Sezione Immigrazione Via Montefalco, 49/55 - 52100 Arezzo - tel. 0575.39981 - fax 0575.3998226 www.provincia.arezzo.it - [email protected] Funzionario Responsabile Politiche per l’immigrazione: Giovanni Ralli Responsabile Osservatorio: Marco La Mastra Ucodep Via Madonna del Prato, 42 - 52100 Arezzo - tel. 0575.401780 - fax 0575.401772 www.ucodep.org - [email protected] - [email protected] Responsabile progetto: Lorenzo Luatti ([email protected]) Ricercatrice: Barbara Tellini Università degli Studi di Siena, sede di Arezzo Facoltà di Lettere e Filosofia Viale Cittadini (Loc. Pionta) - 52100 Arezzo - tel. 0575.9261 www.unisi.it Comitato Direttivo della Sezione Immigrazione: Giuseppe Cirinei, Marco La Mastra, Lorenzo Luatti, Giovanni Ralli, Rosa Pugliese Gruppo Operativo: Marco La Mastra, Lorenzo Luatti, Barbara Tellini Consulenti: Fabio Berti (Università di Siena); Giovanna Dallari (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, Azienda USL di Bologna); Graziella Favaro (pedagogista, Centro COME di Milano). La realizzazione di questo Rapporto è stata possibile grazie alla collaborazione di: Questura e Prefettura di Arezzo; Azienda U.S.L. 8 di Arezzo; INAL - Sede di Arezzo; INPS - Sede di Arezzo; Camera di Commercio di Arezzo; Amministrazioni Comunali; Associazioni di categoria; Istituti scolastici; Ufficio Scolastico Provinciale di Arezzo. Questa pubblicazione è stata realizzata nell’ambito del progetto della Provincia di Arezzo “Un Territorio per Tutti”, con il finanziamento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, della Regione Toscana, della Provincia di Arezzo, degli enti locali e delle associazioni di categoria, sindacali e di volontariato del territorio aretino. Progetto grafico di copertina: Multimedia B&B - Sansepolcro (AR) Grafica e impaginazione: Domenico Alloggio, Daniela Giglio e Demostenes Uscamayta Ayvar Stampa: Litograf Editor s.r.l. - Città di Castello (Pg) Finito di stampare: aprile 2007 Distribuzione gratuita INDICE Presentazioni xx Mirella Ricci, Vice Presidente della Provincia di Arezzo e Assessore Politiche sociali e multiculturalità xx Francesco Petrelli, Presidente di UCODEP xx Introduzione 9 Parte Prima - La presenza 15 Lorenzo Luatti La presenza degli stranieri in provincia di Arezzo. Dimensioni, caratteristiche, evoluzione, di Barbara Tellini e Marco La Mastra 1. Premessa 2. Il dato nazionale 3. Arezzo: una provincia sempre più multiculturale e plurilingue 3.1. La Toscana e la provincia di Arezzo 3.2. Le acquisizioni di cittadinanza 3.3. La distribuzione di genere 3.4. I movimenti e le caratteristiche della popolazione immigrata 4. Le nazionalità 5. I motivi del soggiorno Riferimenti bibliografici (Parte I) 17 17 17 19 20 24 26 27 29 34 38 Parte Seconda - L’inserimento scolastico Una scuola per l’integrazione interculturale, di Graziella Favaro 1. Il contesto italiano e alcune peculiarità 1.1. I soggetti e le storie 1.2. Le politiche e le pratiche 2. Elementi critici e alcuni rischi 3. La necessità di un “modello di integrazione” 3.1. In Europa: scelte diverse 3.2. La generazione che verrà: accompagnare il futuro 39 41 42 42 45 48 51 51 54 La presenza degli alunni stranieri, di Lorenzo Luatti 1. Un quadro d’insieme: presenza, aspetti problematici, normativa 2. Il livello regionale 3. Gli alunni stranieri in provincia di Arezzo 3.1. Una crescita costante e diffusa 3.2. La distribuzione territoriale 3.3. Le nazionalità di provenienza 4. Ritardo ed esiti scolastici 4.1. Il ritardo scolastico 4.2. Gli esiti scolastici 55 55 60 63 63 65 69 71 73 80 La scuola plurale. Organizzazione scolastica, attività e formazione interculturale (Seconda indagine), di Lorenzo Luatti 1. Scopi e modalità della rilevazione 2. Strumenti, risorse, dispositivi per l’accoglienza 3. Iniziative e progetti per fare intercultura 4. La formazione dei docenti 5. Bisogni, nodi critici, proposte 6. I comuni e la scuola multiculturale 7. Brevi osservazioni conclusive 89 89 90 93 97 98 100 101 Ricerca: I. Adolescenti stranieri a scuola. Una ricerca esplorativa nelle scuole superiori, di Graziella Favaro e Lorenzo Luatti 103 Presentazione 104 I.1. Le dinamiche dell’integrazione nella scuola superiore. Uno strumento per osservarle, di Graziella Favaro 1. Gli aspetti dell’integrazione 2. Le criticità individuate 3. Uno strumento per l’osservazione: alcune considerazioni sul Quaderno dell’integrazione 4. Dalla lettura dei quaderni: storie e problemi di integrazione 109 111 I.2. Le interpretazioni delle insegnanti tra nuove domande, difficoltà ed esperienze positive, di Lorenzo Luatti 1. Introduzione 2. Presenza e nuovi arrivi 3. Le modalità di inserimento 4. Difficoltà a scuola e nel rapporto con le famiglie 5. Alcune storie di “successo” scolastico 6. Le iniziative della scuola 7. Alcune proposte 114 114 115 116 118 124 125 127 I.3. “A scuola vado normale…”. Ragazzi stranieri e riuscita scolastica, di Graziella Favaro 1. Premessa 2. Le ragazze e i ragazzi intervistati 3. I percorsi scolastici 130 130 130 132 I.4. I racconti delle ragazze e dei ragazzi, a cura di Barbara Tellini, Lorenzo Luatti, Valentina Cioncolini 1. Introduzione 2. I racconti Riferimenti bibliografici (Parte II) 135 135 136 159 Parte Terza - L’inserimento lavorativo 106 106 108 Immigrazione e mercato del lavoro: un idillio possibile?, di Fabio Berti 161 163 Immigrati e lavoro dipendente, di Fabio Berti 1. Un’introduzione al tema 167 2. Gli immigrati nel mercato del lavoro italiano e toscano 3. Immigrati e lavoratori: una lettura attraverso i motivi del soggiorno 4. I lavoratori stranieri in provincia di Arezzo 4.1. Assunzioni sempre più numerose 4.2. I settori di impiego della manodopera immigrata 4.3. Le tipologie di aziende che assumono immigrati 4.4. … e soprattutto lavoratori sempre più giovani 5. Differenze di genere e inserimento occupazionale 5.1. Immigrate e lavoratrici: un mercato del lavoro discriminante per le donne? 5.2. Collaborazioni familiari e lavoro di cura 5.3. Una giovane assistenza in “nero”? 6. Sicurezza sui luoghi di lavoro e immigrazione 6.1. Il problema della sicurezza per i lavoratori immigrati 6.2. Lavoratori a rischio? 6.3. Differenze di genere e infortuni sul lavoro 7. Riflessioni finali 168 170 173 173 177 179 180 183 183 185 187 189 189 191 194 195 Immigrati e lavoro autonomo, di Valentina Cioncolini e Lorenzo Luatti 1. L’imprenditoria degli immigrati: dibattito scientifico e dati empirici 2. Il contesto nazionale e regionale 2.1. Quadro generale 2.2. I limiti delle fonti statistiche 3. Immigrati e lavoro autonomo in provincia di Arezzo 3.1. Il dato complessivo e le forme giuridiche di impresa 3.2. La distribuzione territoriale delle imprese immigrate 3.3. Provenienza nazionale dei titolari di imprese individuali 3.4. Fasce di età 3.5. Settori di attività 4. Conclusioni 198 198 201 201 202 203 203 206 208 210 210 216 Percorsi di crescita professionale di lavoratori immigrati, di Irene Ortolano e Lorenzo Luatti 1. Ambiti e metodologia della ricerca 2. Le interviste con i lavoratori immigrati 2.1. Il progetto migratorio e l’inserimento lavorativo in Italia 2.2. L’inserimento in azienda e l’inizio della crescita professionale 2.3. La soddisfazione sul lavoro 3. Le interviste agli imprenditori italiani 3.1. Le motivazioni dell’assunzione 3.2. Le motivazioni della “promozione” 3.3. Il rapporto con i colleghi 4. Conclusioni 219 219 221 221 224 226 228 228 231 234 238 La comunicazione interculturale nei luoghi di lavoro, di Rosa Pugliese 1. L’oggetto della ricerca 2. Gli obiettivi 3. I dati 4. Il quadro teorico interdisciplinare e la metodologia di analisi 5. Analisi di alcuni fenomeni ricorrenti 6. Conclusioni: la rilevanza pratica dell’analisi Riferimenti bibliografici (Parte III) 241 241 244 246 247 249 263 267 Parte Quarta - L’accesso e l’uso dei servizi sanitari La salute dei migranti: determinanti e rischi specifici, di Giovanna Dallari 273 274 Salute degli immigrati e ricorso alle strutture sanitarie in provincia di Arezzo, di Sandra Bartolucci, Giuseppe Cirinei e Giovanna Dallari 1. Introduzione 2. I dati relativi all’utilizzo dei servizi sanitari in Italia 3. L’accesso ai servizi sanitari in provincia di Arezzo: l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale 3.1. L’Anagrafe degli assistiti dell’Azienda USL 8 3.2. Gli stranieri non iscritti all’anagrafe degli assistiti 4. Le prestazioni ambulatoriali 4.1. Le prestazioni di diabetologia 4.2. Le prestazioni di medicina e chirurgia d’urgenza 5. I ricoveri ospedalieri 5.1. I reparti e le cause del ricovero in ospedale 5.2. I tassi di ospedalizzazione e i primi DRG 6. Le interruzioni di gravidanza 7. Le nascite e i problemi connessi 8. Gli interventi di mediazione culturale 281 282 284 285 287 289 291 294 297 299 306 309 Il Piano Sanitario Regionale: la salute degli immigrati e il progetto regionale HPH “Ospedale interculturale”, di Alessandra Pedone 1. I Piani Sanitari Regionali 2. Gli strumenti proposti dal PSR e la situazione aretina 3. Il Progetto HPH 311 311 312 313 Il rapporto paziente immigrato-medico di famiglia. Indagine tra i medici di medicina generale, di Debora Previti, Stefania Ricci e Giovanna Dallari 1. Scopi e metodologia della ricerca 2. Le caratteristiche dell’utenza straniera 3. La difficoltà di comunicazione e nella relazione terapeutica 4. Le richieste e le patologie più frequenti dei pazienti 5. I bisogni 6. L’utenza femminile e le “badanti” 7. Osservazioni conclusive Riferimenti bibliografici (Parte IV) 317 317 318 320 321 323 324 325 327 Allegati 324 Allegato 1. Il Quaderno dell’integrazione – versione scuole superiori (Ricerca: Adolescenti stranieri a scuola) Allegato 2. Griglia per le interviste ai lavoratori immigrati e ai datori di lavoro (Ricerca: Percorsi di crescita professionale) Allegato 3. Il questionario per le interviste ai medici di famiglia (Ricerca: Il rapporto paziente immigrato-medici di famiglia) 276 276 280 330 344 346 Gli Autori 354 La Sezione Immigrazione 358 Ucodep 361 La presenza Introduzione Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 10 La presenza 11 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 12 La presenza 13 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 14 La presenza PARTE PRIMA LA PRESENZA 15 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 16 La presenza La presenza degli stranieri in provincia di Arezzo Dimensioni, caratteristiche, evoluzione di Barbara Tellini e Marco La Mastra 1. Premessa La Sezione Immigrazione dell’Osservatorio per le Politiche Sociali della Provincia di Arezzo registra periodicamente i cambiamenti demografici prodottisi nel territorio aretino per effetto delle migrazioni internazionali. La percezione quotidiana di un territorio multiculturale di fatto, caratterizzato dalla compresenza di una pluralità di culture, religioni e lingue, è qui supportata da dati e analisi quantitative. La componente immigrata rappresenta una fetta sempre più ampia all’interno della popolazione complessiva della provincia: a documentarlo sono i dati forniti dalle Anagrafi comunali, relativi ai residenti di origine straniera nei 39 Comuni della provincia di Arezzo, e dalla Questura di Arezzo, relativi ai soggiornanti, ovvero ai titolari di permesso e carta di soggiorno. L’ultimo aggiornamento a nostra disposizione, a cui fa riferimento questo contributo, è al 1° gennaio 2006. Il confronto con le serie storiche relative agli anni precedenti ci consentiranno di svolgere, per ciascuna delle due fonti menzionate, una serie di analisi e osservazioni. L’evoluzione in termini di crescita quantitativa degli immigrati negli ultimi anni è una caratteristica costante, benché si manifestino delle discrepanze significative tra le due fonti amministrative utilizzate: si tratta, infatti, di valori che non sempre vanno nella direzione di uno sviluppo uniforme (tab. 1). Un dato omogeneo è l’incremento annuale avvenuto tra il 2002 e il 2003 – anno in cui si sono registrati gli effetti più rilevanti della regolarizzazione ex l. 189/02 e l. 222/02 – sia per i residenti stranieri (26,9%) sia per i permessi di soggiorno (21,9%). Prima di presentare i dati è necessario effettuare – anche alla luce di quello che è il panorama regionale e nazionale relativo alla popolazione immigrata – alcune osservazioni sulle fonti istituzionali adottate in questo capitolo. 17 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 1. Quadro riepilogativo delle presenze degli immigrati e degli incrementi registrati annualmente in base a due fonti diverse. Anni 2000/2005 Anno 2000 2001 2002 2003 2004 2005 Iscrizioni Anagrafi comunali 11.626 13.283 13.647 17.322 20.263 22.526 Incrementi % annuali 14,2 2,7 26,9 17,0 11,2 Permessi di soggiorno 9.787 10.161 12.152 14.812 13.489 16.221 Incrementi % annuali 3,8 19,6 21,9 -8,9 20,3 I dati forniti dalla Questura di Arezzo considerano i permessi di soggiorno validi al 1° gennaio di ogni anno (dato di stock) e i permessi rinnovati e rilasciati per la prima volta nell’arco di ogni anno solare (dato di flusso): questi dati permettono di avere una panoramica della distribuzione dei titolari di permesso di soggiorno e delle cittadinanze estere presenti nel territorio della provincia, non suddivise, tuttavia, per comune di residenza. Come è noto, il dato dei permessi di soggiorno sottodimensiona il numero effettivo di stranieri regolari presenti sul territorio – elemento che emerge anche dal confronto all’interno della tabella 1 e che diverse analisi mettono in evidenza – per varie ragioni: a) i minori al di sotto di 14 anni non dispongono di un documento di soggiorno autonomo, salvo per alcune categorie particolari di minori (non accompagnati), mentre i minori stranieri con oltre 14 anni dovrebbero avere un permesso di soggiorno autonomo rispetto ai genitori. Difatti, i minori di 14 anni vengono iscritti sempre sul permesso di soggiorno di uno di entrambi i genitori (conviventi con il minore) o del tutore. Quando compie 14 anni il minorenne che vive con uno o entrambi i genitori regolari può chiedere un permesso di soggiorno per motivi familiari. Da alcuni anni la Questura di Arezzo fornisce all’Osservatorio il dato dei “conviventi” – secondo la terminologia della fonte –, che rappresenta un dato interessante sulla presenza dei minori stranieri (teoricamente il segmento che va da 0 a 14 anni); b) non include i permessi scaduti che, al momento dell’estrazione del dato da parte della Questura, sono in attesa di rinnovo. Il dato fornito dalle Anagrafi comunali relativo ai cittadini stranieri residenti in provincia di Arezzo alla data del 1° gennaio 2006, sul quale si basano le analisi presenti nella prima parte del contributo, dà una veduta d’insieme della distribuzione territoriale e delle caratteristiche della popolazione immigrata in termini di differenza di genere e di provenienza nazionale, pur non essendo presente al loro interno una ripartizione per fasce d’età. Inoltre, attraverso le iscrizioni e le cancellazioni anagrafiche avvenute nel corso dell’anno preso in esame, è possibile evidenziare l’evoluzione di alcuni tassi demografici e osservare la mobilità territoriale degli immigrati, comparandola anche con quella della popolazione autoctona. In definitiva, le informazioni che possono essere ricavate dai permessi di soggiorno sono rilevanti, non tanto e non solo per i valori assoluti, quanto perché consentono di individuare linee di tendenza più recenti dell’immigrazione regolare rispetto ai dati sui residenti. D’altra parte quest’ultimi, estremamente più analitici, permettono di analizzare nel dettaglio le caratteristiche dei migranti. Nell’esame della componente stabile degli stranieri, tuttavia risente di alcuni limiti: non tutti gli stranieri segnalano regolarmente 18 La presenza la loro residenza, l’Anagrafe comunale non sempre i soggetti si trasferiscono da una città all’altra comunicando la variazione di residenza al comune. Inoltre non è detto che la città di residenza e quella dove è stata rilasciato il permesso di soggiorno coincidano. 2. Il dato nazionale Gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2006, in base ai dati Istat, sono 2.670.514 (1.350.588 maschi e 1.319.926 femmine): rispetto allo scorso anno si registra una crescita di 268.357 unità, l’11,2% in più rispetto ai residenti stranieri nell’arco del 2004. L’incremento è inferiore a quello registrato nei due precedenti anni, quando l’aumento dei residenti stranieri era stato determinato in larga misura dagli ultimi provvedimenti di regolarizzazione, grazie ai quali numerosi immigrati, già irregolarmente presenti in Italia, avevano potuto sanare la propria posizione ed iscriversi successivamente all’anagrafe. Tab. 2. Popolazione straniera residente in Italia: bilancio demografico degli anni 2002-2005 (fonte ISTAT) Anni 2002 2003 2004 2005 1.356.590 1.549.373 1.990.159 2.402.157 Nati Morti Saldo naturale Iscritti dall’estero Cancellati per l’estero Saldo migratorio con l’estero Saldo altri iscritti, altri cancellati Acquisizioni cittadinanza italiana 33.593 2.137 31.456 161.914 9.982 151.932 21.662 12.267 33.691 2.559 31.132 424.856 12.886 411.970 14.889 17.205 48.925 2.931 45.994 394.756 14.019 380.737 4.407 19.140 51.971 3.133 48.838 282.780 15.951 266.829 18.651 28.659 Popolazione straniera residente al 31 dicembre 1.549.373 1.990.159 2.402.157 2.670.514 Variazione % tra inizio e fine anno 14,2 28,4 20,7 11,2 Incidenza % della popolazione straniera sulla popolazione totale a fine anno 2,7 3,4 4,1 4,5 353.139 412.432 501.792 585.496 22,8 20,7 20,9 21,9 Popolazione straniera residente al 1° gennaio di cui minorenni (a) Incidenza % dei minorenni sulla popolazione straniera La crescita della popolazione straniera residente nel nostro paese è dovuta anche all’aumento dei nati di cittadinanza straniera (figli di genitori entrambi stranieri residenti in Italia) che nel 2005 si è tradotta in un saldo naturale (differenza tra nascite e decessi) in attivo di 48.838 unità. Il saldo è particolarmente significativo soprattutto se contrapposto al bilancio naturale della popolazione residente di cittadinanza italiana, che risulta invece negativo per 62.120 unità. 19 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo A livello nazionale, nel 2005 il saldo migratorio con l’estero (differenza tra “immigrati” e “emigrati”) si è attenuato rispetto agli anni precedenti, anche se si è mantenuto elevato, con 266.829 nuovi immigrati. Nel complesso, il flusso di nuovi immigrati stranieri contribuisce alla crescita della popolazione residente in Italia – passata da 58.462.375 a 58.751.711 unità nel corso del 2005 – per oltre il 92%, cosicché l’incidenza percentuale degli stranieri sulla popolazione complessiva raggiunge, alla fine del 2005, il 4,5% rispetto al 4,1% di inizio anno. Si tratta di valori che collocano l’Italia tra i paesi europei con una presenza straniera relativamente bassa rispetto alla popolazione complessiva: alla fine del 2004 i cittadini stranieri nei 25 Stati membri dell’Unione, escludendo quelli che hanno già acquisito la cittadinanza, sono risultati 26 milioni e 61mila su una popolazione di 457 milioni di abitanti e un’incidenza di poco superiore al 5%, con punte del 9% in Germania e in Austria, dell’8% in Spagna, del 5% nel Regno Unito e in Francia (Caritas/Migrantes 2006). L’insediamento della popolazione straniera nel nostro Paese interessa in modo assolutamente preponderante le regioni del Centro-Nord; il Mezzogiorno accoglie soltanto il 12,0% della popolazione straniera, la parte restante è suddivisa fra il Nord-Ovest (36,6%), il Nord-Est (27,4%) e il Centro (24,0%). Nel Centro-Nord la popolazione straniera è distribuita piuttosto uniformemente in rapporto alla popolazione complessivamente residente: l’incidenza è più elevata nelle regioni settentrionali (mediamente pari al 6,4%), il Centro segue a non molta distanza (5,7%), mentre nel Sud e nelle Isole la quota di stranieri è molto inferiore e pari, mediamente, all’1,6% (ISTAT 2006). 3. Arezzo: una provincia sempre più multiculturale e plurilingue In questo paragrafo ci soffermeremo su alcune caratteristiche generali del fenomeno migratorio partendo, per ogni singolo aspetto, dal dato nazionale per poi scendere a quello locale relativo alla provincia di Arezzo. 3.1. La Toscana e la provincia di Arezzo In Toscana la percentuale di residenti di origine straniera nel 2005 è stata pari al 6,0% della popolazione complessiva, con un valore dunque superiore a quello medio nazionale (4,5%). In termini assoluti, i residenti stranieri in Toscana registrati al 1° gennaio 2006 sono stati 215.490, l’11,3% in più rispetto all’anno precedente, in linea con il trend di crescita sul piano nazionale. Nel territorio aretino gli immigrati residenti sono aumentati nell’arco del 2005 dell’11,1%, una percentuale che si colloca al centro di una forbice che vede come estremi la provincia di Firenze (8,9% di incremento annuale) e quella di Prato (18,1%). I residenti stranieri in provincia di Arezzo costituiscono il 6,7% della popolazione totale, mostrando un valore al di sopra dell’incidenza media regionale. Nel panorama toscano la provincia di Arezzo si colloca subito dopo Prato e Firenze, dove i cittadini immigrati rappresentano rispettivamente il 9,6% e il 7,3% (ISTAT 2006). L’incidenza percentuale della popolazione immigrata varia tra le cinque zone socio-sanitarie: si passa dal 9,2% del Casentino, che si conferma ormai da alcuni anni come l’area dove è più alta la concentrazione di stranieri rispetto alla popolazione totale, alla Valdichiana, dove gli immigrati rappresentano il 7,0%, mentre nella zona Aretina sono il 6,9%. 20 La presenza Tab. 3. Popolazione straniera residente in Toscana. Anno 2005 Province Arezzo Firenze Grosseto Livorno Lucca Massa-Carrara Pisa Pistoia Prato Siena Toscana M F MF Var. % su 2005 % sulla popolazione residente 11.251 34.973 4.900 5.967 7.526 3.797 10.602 7.713 12.521 8.513 11.275 35.176 5.652 6.846 7.939 3.632 9.515 8.473 10.824 8.395 22.526 70.149 10.552 12.813 15.465 7.429 20.117 16.186 23.345 16.908 11,1 8,9 14,7 12,3 11,7 9,7 11,6 10,3 18,1 11,0 6,7 7,3 4,8 3,8 4,1 3,7 5,1 5,8 9,6 6,5 107.763 107.727 215.490 11,3 6,0 Tab. 4. Quadro sintetico dei residenti stranieri e delle percentuali d’incidenza sulla popolazione complessiva al 1° gennaio 2006 nelle zone socio-sanitarie e nella provincia Zone Aretina Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina Totale Tot. stranieri 2005 Tot. residenti 2005 Incidenza % stranieri 8.645 3.333 5.103 3.546 1.899 125.926 36.335 91.458 50.596 31.274 6,9 9,2 5,6 7,0 6,1 22.526 335.589 6,7 Se scomponiamo ulteriormente il dato delle incidenze a livello comunale, emerge che la presenza maggiore in valori assoluti si registra ovviamente ad Arezzo, mentre per incidenza (mappa 1) il capoluogo è preceduto da vari comuni dove la presenza immigrata è consistente, come Bibbiena che, insieme a Poppi, detiene il primato del 10,6%, ma anche da piccoli comuni, quali Sestino (9%), Stia e Talla (rispettivamente 9,2 e 9,1%) e da molti altri che variano tra l’8 e il 7%. Il Valdarno è la zona in cui gli immigrati hanno un peso minore (5,6%) con un valore che rimane al di sotto della soglia regionale, anche se la zona è comunque caratterizzata dalla presenza di comuni che, quantitativamente e in termini di incidenza, risultano essere tra i più consistenti, come Montevarchi e Terranuova. 21 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Mappa 1. Incidenza percentuale della popolazione straniera sulla popolazione residente in provincia di Arezzo Stia Badia Tedalda Poppi Pratovecchio Chiuse della Verna Sestino Poppi Bibbiena Montemignaio Badia Tedalda Castel San Niccolò Poppi Pieve Santo Stefano Ortignano Raggiolo Chitignano Castelfranco di Sopra Caprese Michelangelo Loro Ciuffienna Castel Focognano Talla Sansepolcro Subbiano Pian Di Scò San Giovanni Valdarno Cavriglia Capolona Terranuova Bracciolini Castiglion Fibocchi Anghiari Laterina Montevarchi Monterchi Arezzo Pergine Valdarno Bucine Civitella in Val di Chiana Castiglion Fiorentino Monte San Savino Legenda Marciano della Chiana Incidenza Straniera (valore percentuale) Lucignano Cortona Foiano della Chiana 2,8 % - 5,8 % 5,9 % - 7,3 % 7,4 % - 10,6 % 22 La presenza Tab. 5. Primi 10 Comuni per presenza di immigrati in valori assoluti della provincia di Arezzo Comuni Tot. stranieri 2005 Tot. residenti 2005 Incidenza stranieri 6.786 1.791 1.295 1.491 948 928 882 738 646 622 95.279 22.945 12.170 22.560 15.892 12.638 17.067 8.890 6.077 11.858 7,1% 7,8% 10,6% 6,6% 6,0% 7,3% 5,2% 8,3% 10,6% 5,2% Arezzo Montevarchi Bibbiena Cortona Sansepolcro Castiglion Fiorentino San Giovanni V.no Foiano della Chiana Poppi Terranuova B.ni La serie storica della popolazione straniera in provincia di Arezzo tra 2000 e 2005 mostra un quadro articolato e sempre in evoluzione (graf. 1): Valdichiana e Valtiberina emergono come le zone che più di altre hanno visto aumentare la popolazione immigrata tra 2004 e 2005, con un incremento del 13,0% rispetto alla media provinciale dell’11,2%. Da notare come la crescita sia decisamente inferiore alla variazione verificatasi tra 2003 e 2004 sia a livello provinciale, quando l’incremento è stato del 17,0%, sia nelle zone, tra le quali era il Valdarno a detenere il primato, con oltre il 20,0%. A livello comunale, nel periodo 2004-2005, il rapporto cambia e i maggiori valori relativi si hanno in Casentino, dove spicca un aumento dell’83% nel Comune di Montemignaio; i restanti Comuni delle cinque zone rimangono, con poche eccezioni, al di sotto o di pochi punti al di sopra della media di crescita provinciale dell’11,2% (graf. 2). Graf. 1. Presenze degli immigrati in base ai dati forniti dalle Anagrafi comunali: serie storica 22526 23000 20263 17322 18000 13000 13283 13647 2001 2002 11626 9624 8000 3093 3620 4694 3000 -2000 1991 1996 1997 1999 2000 23 2003 2004 2005 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Graf. 2. Incidenza della popolazione straniera nei Comuni della provincia aretina Incidenza stranieri in provincia 12,0% 10,0% Residenti 8,0% 6,0% 4,0% Subbiano AREA ARETINA PROVINCIA AREZZO Civitella Monte San Savino Sestino AREA VALTIBERINA Arezzo Capolona Castiglion Fiorentino Badia Tedalda Caprese Michelangelo Monterchi Pieve Santo Stefano Sansepolcro AREA VALDICHIANA Anghiari Terranuova Bracciolini AREA VALDARNO Castiglion Fiorentino Cortona Foiano della Chiana Lucignano Marciano della Chiana Pian di Scò San Giovanni Valdarno Ortignano Poppi Pratovecchio Stia Talla AREA CASENTINO Bucine Castelfranco di Sopra Cavriglia Laterina Loro Ciuffienna Montevarchi Pergine Valdarno Castel San Niccolò Chitignano Chiusi della Verna Montemignaio 0,0% Bibbiena Castel Focognano 2,0% incidenza stranieri 3.2. Le acquisizioni di cittadinanza Le acquisizioni di cittadinanza sono un dato interessante da analizzare nei contesti nazionale e locale: nel nostro Paese la dicotomia cittadino italiano/cittadino straniero non è più sufficiente a distinguere la popolazione “italiana” dalla popolazione immigrata. Sono sempre più numerosi infatti gli immigrati che diventano italiani per acquisizione di cittadinanza. Si tratta di un fenomeno in crescita (28.659 nuovi cittadini italiani nel 2005, circa il 50% in più rispetto al 2004) anche se ancora relativamente limitato, considerando che dal 1996 – anno in cui è iniziata la rilevazione delle acquisizioni di cittadinanza nell’ambito dell’indagine anagrafica sulla popolazione straniera – esse sono complessivamente 146.500. Ancora oggi la maggior parte delle acquisizioni di cittadinanza italiana avviene per matrimonio, e, poiché i matrimoni misti si celebrano prevalentemente fra donne straniere e uomini italiani, fra i nuovi cittadini italiani le donne sono più numerose. Le concessioni di cittadinanza per naturalizzazione sono circa il 15% del totale (ISTAT 2006). 24 La presenza Come oggi si diventa italiani Lo straniero può ottenere la cittadinanza italiana in due modi (legge n. 91/2002): - se vive da almeno 10 anni in Italia; - se sposa un cittadino italiano. In questo caso, può fare la richiesta in due momenti: dopo almeno sei mesi di residenza legale in Italia dopo le nozze, oppure dopo tre anni di matrimonio (se residenti all’estero). Nel frattempo non ci devono essere stati separazione legale o scioglimento. Se lo straniero vuole ottenere la cittadinanza dopo 10 anni di soggiorno in Italia, questo periodo deve essere stato regolare e senza interruzioni. Si chiede, quindi, che sia entrato e abbia vissuto in Italia rispettando tutte le leggi per quanto riguarda l’ingresso e il soggiorno, e deve avere la residenza in un comune italiano. Oltre al matrimonio e alla residenza per 10 anni in Italia, ci sono altri modi particolari per diventare cittadini italiani: se si hanno discendenti italiani che hanno vissuto all’estero ma non hanno rinunciato alla cittadinanza italiana, se lo straniero presta servizio, anche all’estero, alle dipendenza dello Stato per almeno cinque anni oppure nel caso in cui siano resi “eminenti servizi all’Italia”. I figli degli stranieri extracomunitari senza cittadinanza che nascono in Italia acquistano automaticamente la cittadinanza in due casi: - quando un genitore è straniero ma l’altro è cittadino italiano; - quando il figlio ha tutti e due genitori extracomunitari ma non riceve da loro la cittadinanza secondo la legge dello Stato di cui sono cittadini. Negli altri casi, il figlio di stranieri extracomunitari nato in Italia acquista la cittadinanza se ha risieduto legalmente senza interruzioni nel nostro Paese fino a quando compie 18 anni, e appena diventa maggiorenne dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana. Nel 2006 è stato presentato un nuovo disegno di legge (d.d.l. Amato, dal cognome del ministro dell’Interno che lo ha presentato) secondo il quale lo straniero può chiedere la cittadinanza se risiede in Italia, in modo legale, da cinque anni e non più da dieci, come previsto finora. Se i figli sono nati in Italia seguono la sorte del genitore: acquisterebbero immediatamente la cittadinanza italiana, se hanno un genitore che risiede legalmente in Italia da almeno cinque anni con un reddito superiore alla somma minima stabilita con decreto ministeriale. I tempi di approvazione del disegno di legge si prefigurano molto lunghi ed è probabile che la nuova legge sia in parte diversa rispetto alla sua versione iniziale. Nella provincia di Arezzo, i nuovi iscritti alle anagrafi comunali per acquisizione di cittadinanza sono ancora un numero esiguo: nel 2005 sono state 204 persone complessivamente, a fronte di 4.040 nuovi residenti di origine e cittadinanza straniera. È da sottolineare come lo scarto tra uomini e donne che hanno acquisito la cittadinanza italiana non sia molto rilevante in termini numerici, ma rimane comunque interessante approfondire le motivazioni dell’acquisto della cittadinanza in un’ottica di genere. 25 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 6. Dato di flusso della popolazione residente nella Provincia di Arezzo, sia di origine straniera sia italiana, dal 1° gennaio 2005 al 1° gennaio 2006 Popolazione residente al 1/1/2005 Nati Vivi Morti Iscritti Residenti provincia di Arezzo Popolazione straniera Popolazione italiana M F Totale M F Totale M F 162.554 170.920 333.474 10.231 10.036 20.267 152.323 160.884 1.426 1.436 2.862 210 187 397 1.216 1.249 1.898 1.886 3.784 10 5 15 1.888 1.881 Totale 313.207 2.465 3.769 da altri Comuni italiani 3.957 3.839 7.796 875 763 1.638 3.082 3.076 6.158 dall’estero 1.076 1.378 2.454 1.003 1.298 2.301 73 80 153 acquisizione cittadinanza* 95 109 204 0 0 0 95 109 204 Altri Totale iscritti Cancellati 122 5.250 46 5.372 168 10.622 71 1.949 30 2.091 101 4.040 51 3.301 16 3.281 67 6.582 per altri Comuni italiani 3.423 3.382 6.805 814 721 1.535 2.609 2.661 5.270 per l’estero 143 129 272 104 76 180 39 53 92 acquisizione cittadinanza* 95 109 204 95 109 204 0 0 0 Altri 165 139 304 116 128 244 49 11 60 3.826 3.759 7.585 1.129 1.034 2.163 2.697 2.725 5.422 Totale Cancellati Popolazione al 1/1/2006 163.506 172.083 335.589 11.251 11.275 22.526 152.255 160.808 313.063 Differenza tra nati e morti -472 -450 -922 200 182 382 -672 -632 -1304 Differenza tra iscritti e cancellati 1424 1613 3037 820 1057 1877 604 556 1160 Incremento o 952 1163 2115 1020 1239 2259 -68 -76 -144 Decremento *Il dato viene ripetuto tra le iscrizioni di nuovi cittadini italiani e, successivamente, tra le cancellazioni di cittadini stranieri, in quanto nel periodo considerato – dall’1/1/2005 all’1/1/2006 – questi cittadini passano dall’essere conteggiati come cittadini stranieri residenti all’essere considerati facenti parte della popolazione residente italiana in virtù dell’acquisto di questa cittadinanza. 3.3. La distribuzione di genere Nel complesso, a livello nazionale, l’Europa centro orientale rappresenta ormai, con oltre 1 milione di presenze, quasi il 39% della popolazione straniera residente in Italia, a fronte del 26% costituito dall’intero continente africano (695 mila) e del 17% dell’Asia (455 mila cittadini). All’inizio del 2006, il rapporto tra i sessi appare sostanzialmente equilibrato (102 maschi per 100 femmine) anche se permangono, ed in alcuni casi si accentuano rispetto al passato, significative differenze tra le comunità: i cittadini provenienti dall’Ucraina, dall’Ecuador e dal Perù mostrano un rapporto decisamente favorevole per le donne (22 maschi per 100 26 La presenza femmine ucraine e 62 maschi per 100 femmine per le altre due comunità), mentre tra residenti africani e asiatici il rapporto volge a favore degli uomini (rispettivamente 165 e 122 maschi per 100 femmine). Rispetto alla composizione di genere, nella provincia di Arezzo si può osservare che già dal 2003 l’elemento femminile dell’immigrazione ha superato, seppure di stretta misura, la componente maschile: attualmente, la media provinciale di donne nella popolazione immigrata è del 50,1%, con una scala di valori che, a livello comunale, parte dal 40,3% di incidenza a Castel San Niccolò fino al 59,2% a Monterchi. Tra le zone è il Casentino quella in cui vi è la minor incidenza della componente femminile immigrata con il 47,6%, mentre il 52,6% degli stranieri residenti in Valtiberina sono donne. Tab. 7. Incidenza della componente femminile sulla popolazione residente straniera e su quella complessiva, distribuita per comuni e zone Zone Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina Aretina Totale Tot. stranieri 2005 M F Incid. % F su totale stranieri Tot. residenti 2005 M F Incid. % F su totale residenti 3.333 5.103 3.546 1.899 8.645 1.748 2.533 1.751 901 4.318 1.585 2.570 1.795 998 4.327 47,6 50,4 50,6 52,6 50,1 36.335 91.458 50.596 31.274 125.926 17.984 44.754 24.674 15.189 60.905 18.351 46.704 25.922 16.085 65.021 50,5 51,1 51,2 51,4 51,6 22.526 11.251 11.275 50,1 335.589 163.506 172.083 51,3 3.4. I movimenti e le caratteristiche della popolazione immigrata Come precedentemente accennato, dal dato delle Anagrafi comunali si possono ricavare importanti informazioni circa i movimenti e le caratteristiche demografiche della popolazione, con particolare attenzione alla componente immigrata, quali i tassi di emigratorietà ed immigratorietà, quelli di natalità e mortalità, e alla comparazione con la popolazione autoctona. Facendo una panoramica complessiva, sul piano nazionale si evidenzia che gli ingressi dall’estero sono 282.780, inferiori a quelli del 2004 (394.756), anno in cui molti stranieri si sono iscritti all’anagrafe dopo aver regolarizzato la propria presenza; le cancellazioni per l’estero sono 15.951, numero che negli anni si è mantenuto pressoché costante, anche per la scarsa propensione degli stranieri a dichiarare, in caso di rimpatrio, la cancellazione dall’anagrafe. Il saldo migratorio con l’estero, come già accennato, resta dunque molto elevato (266.829). Il basso numero di cancellazioni per l’estero è in parte compensato dalle cancellazioni per irreperibilità di cittadini stranieri (35.674 nel 2005), effettuate a seguito degli accertamenti periodici disposti dalle Anagrafi comunali, le quali rendono negativo il “saldo degli iscritti e di cancellati per altri motivi”, ampiamente positivo del 2002 e del 2003 a causa del reintegro nella popolazione residente di stranieri sfuggiti alle operazioni censuarie (ISTAT 2006). Premesso che il censimento del 2001 ha confermato a livello nazionale che la popolazione immigrata è notevolmente più giovane di quella italiana, l’età media degli stranieri residenti è di 30 anni (30,4 per gli uomini e 31,4 per le donne) contro i 41,7 degli italiani (40,1 27 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo per gli uomini e 43 le donne); e prima dell’ultimo censimento si è verificato un aumento costante del numero di nascite da entrambi i genitori stranieri (Caritas/Migrantes 2005). Le nascite da coppie di cittadini immigrati sono passate, quindi, da 8.028 nel 1994 (1,5% del totale) a 48.384 nel 2004 (sei volte di più nello spazio di un decennio) e un’incidenza superiore al 6% che è circa il doppio di quella relativa alla totalità della popolazione italiana. Anche nella provincia di Arezzo, tra i cittadini immigrati la mortalità è un valore molto vicino allo zero, dal momento che, come abbiamo osservato sopra, la popolazione è in gran parte compresa in fasce d’età giovani. D’altro canto risulta subito evidente l’alto tasso di natalità all’interno delle loro famiglie (doppio rispetto a quello della popolazione italiana): i nuovi nati da genitori immigrati rappresentano il 17,6% delle nascite complessive nel 2005 e costituiscono una significativa causa di incremento della popolazione straniera, non solo nel contesto aretino, bensì in tutto il panorama nazionale (tab. 8). In comparazione, tra la popolazione italiana la natalità (7,9‰) è inferiore al tasso di mortalità e la differenza tra nuovi nati e morti è di segno negativo: la tabella 6 mostra che la forte spinta data dalle nascite all’interno delle comunità immigrate non basta a dare un andamento positivo alla popolazione complessiva. Vale la pena mettere in luce alcuni spunti legati alla lettura delle cancellazioni e delle iscrizioni anagrafiche come fonte per l’osservazione del fenomeno della mobilità geografica interna. La tabella 8 riporta i tassi di immigratorietà ed emigratorietà per la provincia aretina che presentano, per ovvii motivi, valori nettamente più alti per la popolazione straniera rispetto a quella italiana: l’immigratorietà è al 174,9‰ per gli stranieri, provenienti sia dall’estero sia da altre parti dell’Italia, mentre per gli italiani è al 20,2‰; e sono ancora gli stranieri a lasciare in numero maggiore il territorio per l’estero o per altri comuni italiani (76,1‰ a fronte del 17,1‰ degli italiani). Tab. 8. Tassi di natalità e mortalità, immigratorietà ed emigratorietà della popolazione residente nel suo complesso e distribuita per origine, straniera e italiana. Anno 2005 Residenti provincia Arezzo Popolazione straniera Popolazione italiana Indicatori di rilevazione demografica al 1° gennaio 2006 M F Tot. M F Tot. M F Tot. Tasso natalità (nati per ogni 1000 residenti) 8,7 8,3 8,5 18,7 16,6 17,6 8,0 7,8 7,9 Tasso mortalità (morti per ogni 1000 residenti) 11,6 11,0 11,3 0,9 0,4 0,7 12,4 11,7 12,0 Tasso di immigratorietà (iscritti per ogni 1000 residenti) 30,8 30,3 30,5 166,9 182,8 174,9 20,7 19,6 20,2 Tasso di emigratorietà (cancellati per ogni 1000 residenti) 21,8 20,4 21,1 81,6 17,4 16,9 17,1 28 70,7 76,1 La presenza 4. Le nazionalità Le caratteristiche e le dimensioni della trasformazione in senso multiculturale e plurilingue del territorio provinciale vengono in evidenza dall’esame delle varietà delle cittadinanze rappresentate. In Italia al 1° gennaio 2006, le comunità cresciute maggiormente sono quelle provenienti dall’Europa centro orientale, che, escludendo i paesi neocomunitari (UE a 25), sono più che raddoppiate (113,5%) rispetto al 1° gennaio 2003. Alcune cittadinanze mostrano incrementi straordinari: gli ucraini sono passati in tre anni da meno di 13 mila unità a 107 mila, i romeni da 95 mila a 298 mila e gli albanesi da 217 mila a 349 mila. Aumenti consistenti si registrano anche per i cittadini dell’Asia orientale, in particolare per i cinesi, cresciuti da 70 mila a 128 mila unità. Più contenuto, ma comunque sostanziale – ancora una volta grazie anche alla regolarizzazione – risulta l’aumento degli stranieri originari dell’Africa (50% nel complesso), tra cui spicca la crescita dei marocchini, che al 1° gennaio 2006 raggiungono quota 320 mila e che hanno usufruito in grande misura della regolarizzazione, nonostante si tratti di una delle comunità di più antico insediamento in Italia. Va segnalato, inoltre, l’incremento dei cittadini provenienti dall’America centro-meridionale (87%), soprattutto degli ecuadoriani, che sono una delle comunità cresciute di più (dalle 15 mila unità del 2003 alle 62 mila del 2006). Incrementi di questa portata sono sì dovuti alla regolarizzazione, ma non va dimenticato che un certo rilievo, probabilmente differenziato per cittadinanza, lo hanno avuto anche le operazioni di aggiustamento post-censuario effettuate dai comuni per riscrivere coloro che erano sfuggiti alla rilevazione censuaria del 2001. Con l’ingresso nell’UE della Romania e della Bulgaria dal 1° gennaio 2007 si determinerà evidentemente un forte mutamento nei dati descritti. Il numero complessivo delle nazionalità estere presenti nel territorio aretino nel 2005 sono 121, ripartite tra tutti i cinque continenti: per quanto riguarda l’Europa i paesi dell’Unione Europea sono 23, mentre 15 sono le rappresentanze nazionali per il resto del continente; 32 sono le nazionalità africane, 24 quelle americane e 25 le asiatiche; infine, 2 sono i paesi dell’Oceania presenti – Australia e Nuova Zelanda – con un numero ristretto di persone. La tabella 9 sintetizza i valori di incidenza dei paesi appartenenti ad aree di provenienza in ciascuna zona socio-sanitaria: emerge chiaramente che è l’Europa non comunitaria la macroarea preminente, rappresentando il 68,3% dell’intera popolazione immigrata in Casentino, il 58,7% in Valdichiana e il 57,7% in Valdarno, tutti e tre i valori al di sopra della media provinciale (55,6%). Le incidenze delle nazionalità di altri continenti assumono valori molto inferiori, anche se spicca soprattutto nell’area Aretina il 27,4% della popolazione asiatica, superiore all’incidenza media provinciale del 17,7%. 29 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 9. Incidenze delle macroaree di provenienza nel 2005 sul complesso degli immigrati in ciascuna zona della provincia aretina Incid. % dei paesi UE a 25 Incid. % dei paesi europei non UE Incid. % dei paesi americani Incid. % dei paesi asiatici Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina Aretina 8,7 8,6 14,2 15,2 7,5 68,3 57,7 58,7 51,0 49,3 1,6 7,7 5,2 6,8 5,9 14,1 15,9 4,7 9,4 27,4 Totale 9,6 55,6 5,6 17,7 Zone Tra tutti i comuni della provincia, Arezzo presenta i numeri assoluti più rilevanti per tutte le macroaree di provenienza, seguita da realtà importanti, quali Montevarchi, Bibbiena, Cortona e Sansepolcro, in cui sono nettamente prevalenti le rappresentanze dei paesi europei non UE. Il quadro si capovolge se ci soffermiamo sulle incidenze delle diverse aree di provenienza sul totale degli stranieri: alcuni comuni, in particolare del Casentino, presentano valori molto alti di incidenza dei paesi europei non comunitari (Montemignaio 90,9%, Stia 88,4%, Poppi 84,5%); ad Arezzo questi Stati rappresentano il 45,8% di tutta la popolazione immigrata presente, accanto ad un rilevante 31,8% dei paesi asiatici. Tab. 10. Incrementi annuali in valori percentuali della presenza straniera ripartita per area di provenienza. Serie storica anni 1999-2005 Area di provenienza Europa U.E. (Unione Europea) Altri paesi europei Africa America Asia Oceania Apolide Totale (*) calcolato rispetto al 1996 1999 (*) 315% 5476% 230% 71% 39% 130% 16% -33% 2000 23% 4% 29% 13% 7% 26% 0% 50% Incrementi % annuali 2001 2002 2003 16% 8% 33,2% 2% -6% 5,1% 20% 11% 37,7% 10% -10% 10% 5% -1% 19% 15% -1% 21% 9% -33% 25% 33% -50% - 166% 21% 14% 3% 27% 2004 17,4% 5,8% 18,8% 15% 12% 19% 0% - 2005 11,8% 67,8% 5,7% 8% 9% 12% -10% 0% 17% 11% Gli incrementi annuali mostrano come nel 2005 le nazionalità più cresciute sono quelle asiatiche con il 12% di incremento, seguite dall’11,8% di quelle europee, tra cui si distinguono i cittadini comunitari che aumentano del 67,8% (“effetto” Polonia, allargamento UE), mentre i cittadini non comunitari solo del 5,7%). Inoltre, sono già emersi negli anni precedenti gli effetti della regolarizzazione sui cittadini di alcuni Paesi: le comunità immigrate che maggiormente ne hanno beneficiato, ottenendo le quantità più rilevanti di permessi di soggiorno rilasciati per la prima volta, sono state la romena, albanese, polacca, ucraina e bengalese. 30 La presenza Tab. 11. Prime 20 nazionalità per numero di presenze e incidenze, distribuzione per genere e incidenza femminile. Anno 2005 Nazionalità Romania Albania Marocco Bangladesh India Polonia Pakistan Serbia - Montenegro Macedonia Germania Regno Unito Dominicana Rep. Cina Filippine Tunisia Ucraina Russia Sri Lanka Bulgaria Senegal Altre nazionalità Totale M F Totale 2005 % presenza femminile Incidenza per nazionalità 2.786 2.437 862 767 551 204 480 318 346 190 183 153 199 144 209 71 49 124 73 125 980 3.110 1.943 622 442 332 479 187 275 203 250 243 255 180 215 115 250 199 110 122 66 1.677 5.896 4.380 1.484 1.209 883 683 667 593 549 440 426 408 379 359 324 321 248 234 195 191 2.657 52,7 44,4 41,9 36,6 37,6 70,1 28,0 46,4 37,0 56,8 57,0 62,5 47,5 59,9 35,5 77,9 80,2 47,0 62,6 34,6 63,1 26,2 19,4 6,6 5,4 3,9 3,0 3,0 2,6 2,4 2,0 1,9 1,8 1,7 1,6 1,4 1,4 1,1 1,0 0,9 0,8 11,8 11.251 11.275 22.526 50,1 100,0 A livello regionale toscano la prima comunità è quella albanese, la cui incidenza sul totale degli stranieri residenti è del 21,9%: questo dato è omogeneo per tutte le province, escluso quelle di Prato, dove domina la comunità cinese (40,4%), e di Arezzo. In quest’ultima provincia la nazionalità estera numericamente più rappresentata è la romena con il 26,2%; segue quella albanese con il 19,4% del totale immigrati. Dunque, i primi due gruppi nazionali raccolgono quasi il 50% di tutti gli immigrati presenti nel territorio aretino. Seguono, con valori nettamente più bassi, il Marocco (6,6%), il Bangladesh (5,4%), l’India (3,9%), la Polonia e il Pakistan (entrambi al 3,0%). La tabella 12 mostra come sia cresciuta la presenza dei gruppi nazionali di maggior consistenza nell’arco di alcuni anni: considerando la variazione tra 2004 e 2005, le nazionalità più numerose (Romania, Albania e Marocco) registrano ancora un’interessante dinamicità, con incrementi intorno al 10%. Tale aspetto caratterizza maggiormente altre nazionalità, in particolare la Moldavia che ha un incremento del 54,9%, seguita da Cuba (20,3%), Polonia (19,8%), Ucraina (19,3%), Pakistan (16,6%). 31 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 12. Incrementi delle principali nazionalità presenti sul territorio aretino tra 2004 e 2005 e confronto con altri incrementi annuali Incremento % 2003-04 Incremento % 2004-05 Incremento % 1999-2005 Moldavia Cuba Polonia Ucraina Pakistan Algeria Ecuador Serbia-Montenegro India Filippine Regno Unito Romania Brasile Sri Lanka Russia Bangladesh Tunisia Bulgaria Stati Uniti d’America Albania Marocco Somalia Dominicana Rep. Cina Francia Senegal Macedonia Argentina Nigeria Svizzera Germania 41,7 25,4 24,2 46,2 18,9 6,5 23,8 18,9 33,6 5,4 12,0 24,5 17,5 19,8 20,2 17,9 17,3 11,4 3,5 14,0 14,4 9,7 14,9 14,3 4,3 7,4 4,8 7,1 22,2 -5,0 0,6 54,9 20,3 19,8 19,3 16,6 15,9 15,4 15,1 15,0 14,7 14,5 14,3 14,0 13,6 12,7 11,4 11,3 10,8 10,7 10,6 8,4 6,9 6,0 5,3 3,4 1,6 0,2 0,0 0,0 -4,4 -10,8 1875,0 128,2 137,2 1906,3 141,7 196,9 650,0 49,4 206,6 88,0 46,4 419,9 53,3 103,5 222,1 196,3 58,8 99,0 12,2 160,1 90,3 -66,4 46,8 78,8 17,8 50,4 160,2 84,2 125,0 -19,9 -14,2 Totale 17,0 11,2 134,1 Nazionalità Andando ad esaminare l’arco temporale compreso tra il 1999 e il 2005, si osserva che: • c’è una fascia di cittadinanze straniere cresciute numericamente a ritmi straordinari: le comunità ucraina e moldava sono aumentate addirittura di 18-19 volte: si tratta in larga parte di donne impiegate nell’ambito domestico e dell’assistenza alla persona; • una seconda fascia è rappresentata da paesi con un incremento sostenuto, quali l’Ecuador e la Romania; • altri paesi presentano valori decisamente più bassi, ma comunque medio alti (Russia 222%, India 206%, Bangladesh e Algeria 196%). Inoltre, merita segnalare come alcune nazionalità storicamente presenti sul territorio aretino abbiano conosciuto in questi anni un netto ridimensionamento: ci riferiamo in 32 La presenza particolare alla comunità somala, che nell’ultimo quinquennio è decresciuta di oltre il 60%, benché evidenzi nell’ultimo anno un segno positivo di ripresa. Per i Paesi a Sviluppo Avanzato, segnaliamo il calo della presenza dei cittadini di nazionalità tedesca. Se mettiamo in relazione le nazionalità e la loro differente distribuzione sul territorio provinciale, possiamo ottenere una chiave di lettura dei modelli di insediamento territoriale (Ambrosini e Torre 2005). Alcune nazionalità registrano maggiori addensamenti in alcune aree, altre mostrano un insediamento diffuso sul territorio, naturalmente più forte nella zona Aretina e, nello specifico, nella città di Arezzo, ma significativo anche nei comuni delle altre zone. La distribuzione territoriale della componente immigrata della popolazione è il risultato finale di molteplici meccanismi: sui percorsi migratori e sulle modalità di insediamento delle diverse collettività incidono gli insediamenti dei connazionali che sono emigrati precedentemente, la strutturazione delle reti etniche, le opportunità di sistemazione abitativa e di inserimento lavorativo in un territorio, il tipo di specializzazione occupazionale, il progetto migratorio in relazione alla durata e quindi all’intenzione di stabilirsi nel contesto di arrivo. Alcune nazionalità tendono a rimanere concentrate nella città di Arezzo e si può parlare in questo caso di un modello di insediamento “cittadino-metropolitano”. Rientrano in questo modello, ad esempio, le seguenti nazionalità: Filippine, Pakistan, Bangladesh, Cina e Sri Lanka. Un secondo modello di insedimento può essere definito “accentrato” ed è rappresentato da coloro che si addensano in alcune realtà territoriali piuttosto che altre, al di fuori della città di Arezzo (o zona Aretina): indiani e albanesi in Valdarno, tunisini in Valdichiana, serbi e montenegrini in Valtiberina, macedoni in Casentino. Altri gruppi tendono invece a diffondersi sull’intero territorio provinciale, insediandosi in modo “diffuso” nelle cinque zone (anche se con una significativa prevalenza in quella Aretina): romeni, marocchini, polacchi, senegalesi. Tab. 13. Modelli di insediamento delle principali comunità nazionali. Valori percentuali Zone/ Nazionalità Aretina Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina Totale zone Comune di Arezzo Romania Albania Marocco Bangladesh India Polonia Pakistan Serbia-M. Macedonia Dominicana Cina Filippine Tunisia Ucraina Russia Sri Lanka Bulgaria Senegal 39,1 30,0 24,7 74,5 13,1 42,6 78,6 22,9 22,2 53,2 65,4 81,1 29,3 31,2 48,0 66,2 36,9 38,2 30,1 3,2 10,9 21,2 18,8 10,4 3,0 9,1 39,3 0,7 4,5 0,9 0,6 4,4 1,7 0,5 28,3 12,2 41,3 18,4 3,5 61,4 14,8 10,2 17,5 13,5 37,5 10,6 5,8 31,2 34,3 16,5 12,3 9,7 18,8 16,5 18,5 28,1 0,6 5,2 22,8 1,2 11,6 5,3 7,1 9,2 7,2 35,2 11,8 14,5 5,6 28,2 6,8 2,2 7,1 17,9 0,3 1,5 9,4 6,9 38,8 19,7 1,5 10,3 5,8 3,4 22,1 16,5 14,1 24,6 7,9 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 30,6 19,9 19,0 70,0 8,4 32,4 74,1 10,1 8,6 47,5 50,9 77,4 23,5 27,4 40,3 59,8 31,8 20,4 33 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 5. I motivi del soggiorno Ribadendo le considerazioni fatte all’inizio di questo capitolo sulle caratteristiche delle fonti utilizzate, ci soffermiamo adesso ad esaminare i dati sui permessi di soggiorno, facendo attenzione a leggere le discrepanze, di tipo soprattutto numerico rispetto al dato delle Anagrafi comunali, come effetti di quel sottodimensionamento legato soprattutto alle procedure e alle tempistiche di rilascio/rinnovo dei permessi di soggiorno. Particolarmente interessante è rilevare le motivazioni di rilascio dei permessi: in generale, possiamo dire che i permessi di soggiorno rilasciati per motivi di lavoro (suddivisi in subordinato, autonomo, attesa occupazione) e familiari, costituiscono i principali canali di ingresso regolare nel nostro Paese; gli altri motivi, residuali quanto a consistenza numerica, fanno riferimento ad adozione, affidamento, richiesta di asilo politico, salute, religione, studio e umanitari, minori non accompagnati, residenza elettiva. Quest’ultima, va detto, è soprattutto legata ad alcune nazionalità, europee ed extraeuropee, relative ai Paesi ad alto tasso di sviluppo economico, i cui cittadini sono storicamente presenti sul territorio italiano e, nello specifico, toscano e aretino. L’analisi dei permessi di soggiorno consente dunque di evidenziare due differenti dinamiche migratorie: da una parte aumentano le presenze per effetto dei ricongiungimenti familiari, che costituiscono un importante indicatore del processo di stabilizzazione del fenomeno immigratorio nella nostra provincia. A questo numero di ingressi si aggiunge l’ampia categoria dei permessi di soggiorno per motivi di lavoro, di cui una parte è senza dubbio costituita da persone che sono venute per motivi familiari e poi si sono inserite nel mercato occupazionale. Confrontando i dati del 2004 e 2005 relativi a rinnovi, primi rilasci e altri permessi di soggiorno validi – che non necessitano di rinnovo nell’anno considerato perché sono a scadenza pluriennale –, osserviamo che questi due anni presentano caratteristiche molto simili: i rinnovi costituiscono una fetta consistente delle procedure legate al permesso di soggiorno, il 67,9% nel 2004 e il 59,6% nel 2005, con un decremento rilevante in quest’ultimo periodo. I primi rilasci nel 2005 sono appena il 14,8%, con un lieve innalzamento rispetto al 14,0% dell’anno precedente. I primi rilasci per motivi di lavoro sono cresciuti del 46,1% mentre i rinnovi sono scesi del 5,5%, a fronte di una situazione inversa per i ricongiungimenti familiari, per cui i primi rilasci diminuiscono dell’8,0% e i rinnovi crescono del 33,7%. Tab. 14. Incidenza di primi rilasci e rinnovi suddivisi per motivo del rilascio. Anno 2004 Motivo di soggiorno Primi rilasci Rinnovi Altri validi Totale Incid. % primi rilasci Incid. % rinnovi Incid. % altri validi Lavoro Famiglia Altri motivi 960 622 306 6.762 2.118 278 1.126 1.059 259 8.848 3.799 843 10,8 16,4 36,3 76,4 55,8 33,0 12,7 27,9 30,7 1.888 9.158 2.444 13.490 14,0 67,9 18,1 Totale 34 La presenza Tab. 15. Incidenza di primi rilasci e rinnovi suddivisi per motivo del rilascio. Anno 2005 Motivo di soggiorno Primi rilasci Rinnovi Altri validi Totale Incid. % primo rilascio Incid. % rinnovi Incid. % altri validi Lavoro Famiglia Altri motivi 1.403 572 429 6.393 2.832 445 2.592 1.349 206 10.388 4.753 1.080 13,5 12,0 39,7 61,5 59,6 41,2 25,0 28,4 19,1 Totale 2.404 9.670 4.147 16.221 14,8 59,6 25,6 Durata del permesso di soggiorno La durata del permesso di soggiorno è quella prevista dal visto d’ingresso: • fino a tre mesi per visite, affari e turismo • fino a sei mesi per lavoro stagionale e fino a nove mesi per lavoro stagionale nei settori che richiedono un’estensione • fino a un anno, per la frequenza di un corso per studi o formazione professionale (ovviamente documentato) • fino a due anni per lavoro autonomo, per lavoro subordinato a tempo indeterminato e per ricongiungimento familiare La tabella 16 presenta le incidenze, per ciascuna zona, dei permessi di soggiorno, distribuiti in base ai motivi di lavoro, famiglia o altri, sul totale dei permessi validi al 1° gennaio 2006. Da essa si evidenzia la rilevanza di quelli concessi per motivi di lavoro che costituiscono il 64,0% di tutti i permessi rilasciati, anche in considerazione del fatto che il permesso di soggiorno si è, in concreto, trasformato in un “contratto di soggiorno” valido finché si dimostra di avere un lavoro. Tab. 16. Incidenza percentuale dei motivi di lavoro e di famiglia nelle zone della provincia Zona Aretina Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina Totale Tot. stranieri con perm. sogg. Motivi lavoro Incid. % Motivi familiari Incid. % Altri motivi Incid. % 6.313 2.269 3.506 2.601 1.532 4.390 1.329 2.108 1.654 9.07 69,5 58,6 60,1 63,6 59,2 1.632 745 1.183 714 479 25,9 32,8 33,7 27,5 31,3 291 195 215 233 146 4,6 8,6 6,1 9,0 9,5 16.221 10.388 64,0 4.753 29,3 1.080 6,7 35 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Nella zona Aretina la percentuale dei permessi di soggiorno rilasciati durante l’anno per motivi di lavoro ammonta al 69,5% della totalità dei permessi concessi nell’intera zona, accanto al 25,9% per motivi familiari e al 4,6% per tutti gli altri motivi. Allo stesso modo, la Valdichiana presenta un’incidenza rilevante del 63,6%, soprattutto in comparazione con i permessi assegnati per motivi familiari che costituiscono il 27,5% del totale. In generale, questo orientamento si riflette in tutte le cinque zone, riportando una situazione che è, in primo luogo, una realtà nazionale e regionale. Tab. 17. Incidenza percentuale dei motivi di lavoro e di famiglia nelle nazionalità più numerose Nazionalità Albania Algeria Argentina Bangladesh Bosnia Erzeg. Brasile Bulgaria Cina Cuba Ecuador Filippine Francia Germania Giappone India Serbia - Mont. Macedonia Marocco Moldavia Nigeria Olanda Pakistan Polonia Regno Unito Rep. Dominicana Romania Russia Senegal Somalia Sri Lanka Stati Uniti Svizzera Tunisia Ucraina Uzbekistan Altri Totale Totale soggiornanti Incidenza % lavoro Incidenza % famiglia 2.744 61 82 727 36 108 188 317 92 99 257 81 201 46 646 387 343 918 79 74 43 379 806 202 286 4.653 239 103 54 162 139 112 203 359 67 928 58,3 70,5 42,7 70,7 61,1 38,0 76,1 71,0 19,6 76,8 80,9 19,8 16,9 28,3 59,8 57,1 62,4 66,1 75,9 58,1 20,9 77,0 82,0 10,9 59,4 72,6 51,5 75,7 55,6 79,6 12,2 8,9 74,9 83,0 44,8 50,9 38,7 29,5 51,2 28,6 36,1 58,3 23,9 29,0 80,4 20,2 17,5 29,6 16,9 41,3 30,2 39,3 36,7 32,5 22,8 39,2 9,3 22,7 11,8 10,9 40,2 26,0 39,3 22,3 37,0 20,4 34,5 13,4 24,6 15,3 55,2 32,3 16.221 64,0 29,3 36 La presenza Tra le nazionalità più consistenti, la Romania è al primo posto in valori assoluti per motivi di lavoro, sia subordinato che autonomo, e per motivi familiari, seguita da Albania e Marocco. Gli albanesi detengono il primato dei permessi di soggiorno rilasciati per motivi di studio e per minore età (minori non accompagnati). Tra i permessi assegnati per altri motivi – residenza elettiva, religione, salute, affidamento, turismo, attesa cittadinanza – emergono in modo particolare i paesi dell’Unione Europea, gli Stati Uniti e la Svizzera. L’Ucraina, le Filippine, la Moldavia e il Bangladesh si evidenziano per una significativa incidenza percentuale dei permessi di soggiorno per motivi di lavoro: per l’Ucraina e la Moldavia in particolare, ricordiamo che si tratta in gran parte di immigrazione al femminile impegnata nel settore lavorativo domestico e della cura alla persona. Lo Stato estero numericamente più rappresentato è la Romania, come già abbiamo evidenziato relativamente al dato delle Anagrafi comunali, con un’incidenza del 32,7% su tutti i permessi rilasciati all’1/1/2006: la tabella 18 evidenzia, inoltre, come tale indice sia cresciuto rispetto al 2000, quando era del 15,6%, di poco inferiore a quello della comunità albanese. Tab. 18. Prime 10 nazionalità presenti nei permessi di soggiorno validi all’1/1/2006 Tot. permessi di soggiorno anno 2000 Incidenza % Tot. permessi di soggiorno anno 2005 Incidenza % Romania Albania Marocco Bangladesh India Polonia Serbia - Mont. Macedonia Pakistan Cina 796 808 326 231 136 233 114 110 66 161 15,6 15,8 6,4 4,5 2,7 4,6 2,2 2,2 1,3 3,2 4.684 2.744 932 727 650 387 381 359 347 317 32,7 19,2 6,5 5,1 4,5 2,7 2,7 2,5 2,4 2,2 Tot. prime 10 nazionalità 2.981 58,3 11.528 71,1 Nazionalità Tot. altre nazionalità 2.129 41,7 4.693 28,9 Totale 5.110 100,0 16.221 100,0 Il dato relativo alle espulsioni (fonte: Questura di Arezzo) conferma che i cittadini di nazionalità romena sono i principali destinatari di tali provvedimenti, con una incidenza del 58,1% sul totale delle espulsioni decretate nel 2005. Un dato che ha trovato puntuale conferma negli ultimi anni, ma che è destinato a scomparire visto che la Romania è entrata a far parte dell’Unione Europea dal 1° gennaio 2007, e i romeni sono cittadini comunitari a tutti gli effetti. Sono però i cittadini della Nigeria - o meglio, le cittadine nigeriane - a detenere il primato di incidenza delle espulsioni (14,3%). 37 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 19. Stranieri espulsi nel corso del 2005 in provincia di Arezzo Permessi di soggiorno all’ 1/01/2006 165 30 21 11 7 7 5 5 5 5 23 Incid. % sul totale espulsioni 58,1 10,6 7,4 3,9 2,5 2,5 1,8 1,8 1,8 1,8 8,1 4.684 2.744 932 77 108 79 381 727 203 359 5.927 Incid. % espulsioni su permessi sogg. 3,5 1,1 2,3 14,3 6,5 8,9 1,3 0,7 2,5 1,4 0,4 284 100,0 16.221 1,8 Nazionalità Stranieri espulsi anno 2005 Romania Albania Marocco Nigeria Brasile Moldavia Pakistan Bangladesh Tunisia Ucraina Altri Totale Riferimenti bibliografici AA.VV. (2004), I sommersi e i sanati. Le regolarizzazioni degli immigrati in Italia, il Mulino, Bologna. Ambrosini M., Salati M. (a cura di) (2004), Uscendo dall’ombra. Il processo di regolarizzazione degli immigrati e i suoi limiti, FrancoAngeli, Milano. 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Luatti L., Ortolano I., La Mastra M. (a cura di) (2003), L’immigrazione straniera in provincia di Arezzo. Rapporto 2003, Provincia di Arezzo, Ucodep, Arezzo. Peruzzi W. (2004), Nuovo Atlante delle migrazioni, Regione Toscana, Porto Franco, Firenze. 38 La presenza PARTE SECONDA L’INSERIMENTO SCOLASTICO 39 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 40 La presenza Una scuola per l’integrazione interculturale di Graziella Favaro E’ questo per la scuola italiana, e la società in genere, un momento cruciale segnato da molteplici cambiamenti. Uno di questi, forse il più visibile, riguarda le modificazioni che stanno intervenendo nel paesaggio sociale e culturale delle città e dei servizi per tutti. Luoghi fino a poco tempo fa “monoculturali” e riconoscibili, sono ora abitati da bambini, adulti e comunità che vengono da lontano o che hanno radici altrove. L’incontro quotidiano con le diversità è dunque esperienza di molti, così come la gestione di classi eterogenee per lingua e riferimenti culturali d’origine è compito professionale di gran parte degli educatori e dei docenti. E’ dunque il tempo di definire un orizzonte e un “modello” di integrazione per la scuola italiana che tenga conto dei cambiamenti, li indirizzi e li accompagni. Un documento di ampio respiro nel quale collocare le azioni quotidiane, che non sia solo la fotografia di quanto già accade, una registrazione della realtà e della dimensione del contingente, ma che disegni anche la dimensione del possibile e necessario. E che delinei inoltre i modi e le forme per poter coniugare l’unità con la diversità, l’attenzione alla storia di ciascuno con la comune appartenenza, il quadro comune dei diritti e dei doveri con la sfida del riconoscimento di ogni persona. Nelle note che seguono proponiamo alcune questioni riferite alla realtà attuale che possono fornire spunti per la riflessione su una via italiana all’integrazione interculturale e che riguardano: le peculiarità e gli aspetti positivi da cui partire, i nodi critici e i problemi che si sono evidenziati e che attendono risposta; la necessità di elaborare un “modello” adeguato ai tempi e alle situazioni reali dell’incontro. Iniziamo dunque delineando alcuni tratti caratteristici della scuola italiana, e della società, diventate in breve tempo multiculturali. 41 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 1. Il contesto italiano e alcune peculiarità La ricchezza e la varietà delle esperienze di integrazione e di educazione interculturale fin qui realizzate nelle scuole, ma anche la loro frammentazione e casualità, chiedono oggi di definire un orizzonte comune che dia senso alle pratiche, le indirizzi verso una meta, delinei i punti forti di una scuola inclusiva, integrativa, interculturale. Tutto questo a partire però da alcune considerazioni e da un’analisi che riguardano la nostra scuola e la situazione italiana, paragonabili certamente per certi aspetti a quelle di altri Paesi, e tuttavia peculiari e specifiche. La definizione di un “modello”, della via italiana all’integrazione deve infatti partire dalla lettura della realtà così com’è venuta configurandosi, dai suoi punti forti e dalle sue debolezze, per non correre il rischio di mutuare un modello da altri contesti, che si discostano per molti aspetti dal caso italiano. Vediamo allora di descrivere alcuni elementi che caratterizzano la scuola e la società italiana e che potrebbero avere un impatto significativo ai fini dell’integrazione. Lo facciamo, distinguendo tra aspetti di tipo strutturale, legati alle caratteristiche della popolazione straniera, adulta e minorile, e aspetti legati alle politiche e alle pratiche di accoglienza fin qui seguite e sviluppate. Per il primo aspetto, consideriamo dati quali: la stabilizzazione delle presenze, la loro provenienza plurale, il livello di scolarità, la disseminazione territoriale… Per il secondo aspetto, prendiamo in considerazione la normativa in materia, le forme della collaborazione tra scuola ed extrascuola, il ruolo di dispositivi specifici, quali: la mediazione e la facilitazione. 1.1. I soggetti e le storie Un multiculturalismo quotidiano La prima considerazione ha a che fare – come peraltro si ribadisce in tutte le ricerche sul tema – con il fatto che la presenza dei bambini e dei ragazzi stranieri nella scuola italiana è un fatto strutturale, che potrà assumere nel tempo caratteristiche e fisionomia diverse (per provenienza, luogo d’origine…), ma che farà delle classi italiane sempre di più delle “comunità colorate”, microcosmo di lingue, tracce culturali, storie diverse. Oltre al fenomeno migratorio, altri fattori rendono i luoghi di vita e i servizi per tutti multiculturali e plurilingui; tra questi: l’arrivo dei bambini per adozione internazionale (si calcola che siano entrati in Italia, nel corso degli anni, circa 40.000 minori adottati), la presenza numerosa dei figli di coppie miste, con uno dei due genitori straniero (nel 2005 i matrimoni misti rappresentavano il 12,5% del totale delle unioni e il loro numero è in forte aumento). L’incontro con chi viene da lontano è un fatto ormai normale e ordinario, e non è un’emergenza da riportare a norma. Insegnare e apprendere in contesti multiculturali e plurilingui è dunque esperienza quotidiana dei docenti e degli alunni. Dagli angoli del mondo: la pluralità Una caratteristica peculiare della situazione italiana (e per questo diversa dall’immigrazione, quantomeno nella sua fase iniziale, in Francia, Olanda, Germania, Gran Bretagna) è la sua pluralità di provenienze, culture, lingue d’origine. Nell’anno scolastico 2005/2006, nella scuola italiana erano inseriti alunni provenienti da ben 191 Paesi: è proprio il caso di dire “il mondo in classe”! A questo proposito, possiamo chiederci: la varietà nazionale, culturale e linguistica rappresenta un elemento positivo, o è un dato critico ai fini dell’integrazione? Ricerche condotte in altri contesti e anche la prima ricerca promossa dal MIUR sugli esiti 42 La presenza scolastici degli alunni stranieri (MIUR 2004) rilevano il fatto che la pluralità gioca un ruolo positivo. La presenza di diversi gruppi e comunità facilita infatti lo scambio e l’apertura; impedisce che si formino “piccole patrie” chiuse che possono produrre esclusione o auto-esclusione. Certamente, la presenza plurale può costituire una fatica aggiuntiva per gli operatori e i docenti. Essi si sono appena formati una sorta di rappresentazione di massima sulle modalità e i processi di integrazione dei bambini provenienti dal Marocco o dall’Albania ed ecco che, nella scuola arrivano alunni romeni e cinesi… E tuttavia, questa capacità di rivedere continuamente stereotipi e rappresentazioni, di allargare i “copioni cognitivi” di massima, attivati per far fronte ai cambiamenti, è un esercizio fortemente interculturale che facilita la gestione dei cambiamenti e dell’accoglienza. L’“anello forte”: la presenza femminile Fin dall’inizio del fenomeno, fra gli immigrati presenti in Italia, la distribuzione per genere è stata pressoché bilanciata. Gli ultimi dati (Caritas/Migrantes 2006) mostrano che le donne sono esattamente la metà dei tre milioni circa di soggiornanti regolari. Donne che sono giunte qui per ricongiungimento familiare, ma soprattutto immigrate che sono arrivate qui per prime, in maniera autonoma e che si occupano per lo più del lavoro di cura. Sono dunque loro, capovolgendo il tradizionale percorso migratorio, a far giungere in un secondo tempo il coniuge e i figli e ad organizzare la ricomposizione del nucleo. In genere, le donne preparano con maggior cura il momento del ricongiungimento dei figli, prendono contatti in anticipo con la scuola e i servizi educativi, cercano un posto per il bambino che sta per arrivare, attivando così precocemente la scuola e gli insegnanti. Una delle ragioni che sono alla base dell’esodo femminile è proprio quella di garantire ai figli buoni livelli di scolarità; di conseguenza, le donne investono moltissimo nel progetto di scolarità delle nuove generazioni. Futuri cittadini: la stabilizzazione In maniera piuttosto veloce, gli immigrati stanno dunque mettendo radici nel nostro Paese, trasformando profondamente la geografia sociale e culturale delle comunità. Gli elementi della stabilizzazione di fatto sono sotto gli occhi di tutti: è sempre più consistente il numero di coloro che ottengono la cosiddetta carta di soggiorno e di coloro che hanno i requisiti per chiedere la cittadinanza. Significativa anche la percentuale di immigrati che ha acquistato un alloggio in Italia e in forte aumento il numero di nati stranieri (10% a livello nazionale, ma già oltre il 20% in alcune grandi città). Un dato per tutti è eloquente e fotografa la realtà che cambia: fra i minori stranieri il 48% è nato in Italia e può dunque essere definito italiano de facto, se non ancora de jure (lo sarà, sulla base dell’attuale legge n. 91 del 1992, alla maggiore età). Si deve aggiungere a questo proposito che è in discussione una proposta di legge sulla riforma della cittadinanza che renderà più fluido e veloce l’iter di naturalizzazione. Se entriamo in una scuola dell’infanzia, la stragrande maggioranza dei piccoli inseriti è nata in Italia; nella scuola primaria, la percentuale stimata dei bambini nati qui è intorno al 60-65%; nella scuola secondaria risultano invece predominanti coloro che sono nati all’estero. Anche per questa ragione, parlare oggi di “alunni stranieri”, senza distinguere fra storie, viaggi e biografie diverse risulta fuorviante e astratto, sia ai fini della descrizione del fenomeno, sia ai fini dell’intervento didattico. 43 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Nelle città, nei piccoli centri: la disseminazione Un’altra caratteristica peculiare italiana è la distribuzione geografica degli immigrati stranieri – e in particolare dei nuclei familiari – sul territorio nazionale. Essi si concentrano naturalmente nelle regioni del Centro-nord e, in queste aree risiedono, sia nelle città medio-grandi, sia nei piccoli centri. Anzi, in generale, è maggiore la percentuale degli alunni stranieri che frequentano le scuole collocate nei comuni della provincia, rispetto a quelli inseriti nelle scuole della città capoluogo. L’effetto di attrazione delle grandi città risulta dunque ridotto, se paragonato a quanto avvenuto in altri Paesi europei (in Olanda, ad esempio, la quasi totalità della presenza immigrata si concentra nelle quattro città maggiori e, all’interno di queste, in determinate aree residenziali). Anche in Italia si registrano tuttavia situazioni e scuole in cui vi è il rischio di una forte concentrazione delle presenze e questo richiede una gestione attenta e concertata delle politiche abitative, del territorio e dei servizi. L’inserimento nell’istruzione superiore: l’arrivo degli adolescenti La fotografia dei bambini e dei ragazzi stranieri raccoglie dunque storie e viaggi differenti e li colloca in luoghi e situazioni diverse. Presenti in tutti gli ordini di scuola, da un paio d’anni essi hanno fatto il loro ingresso significativo anche nell’istruzione superiore, sollecitando i docenti di queste scuole a dare risposta ai loro bisogni di inserimento. Se osserviamo l’incremento percentuale registrato dall’anno scolastico 2004/2005 al 2005/2006, vediamo che: - nella scuola primaria esso è stato di +13,6%; - nella secondaria di primo grado di +14,5%; - nella secondaria di secondo grado è stato di ben di + 38,2%. L’inserimento quindi degli alunni stranieri nelle classi del primo ciclo dell’istruzione sta diventando sempre di più un fatto ordinario, quotidiano e presenta ritmi di crescita più contenuti e “fisiologici”; mentre, nel ciclo dell’istruzione superiore, esso rappresenta un fatto “nuovo” e dirompente, soprattutto negli istituti professionali. Un’attenzione specifica deve quindi essere indirizzata oggi ai bisogni degli adolescenti che si trovano a dover ricominciare da capo e ai docenti che li accolgono. I livelli di scolarità dei genitori Le ricerche registrano questo dato da qualche anno e anche in questo caso, la situazione italiana si discosta dalla fotografia tradizionale dell’immigrazione rilevata in altri contesti europei ed extraeuropei (e che ci riguardava allora come Paese di emigrazione): gli stranieri presenti in Italia hanno livelli di scolarità medio-alti e più elevati di quelli della popolazione autoctona, come i dati ISTAT hanno rilevato (censimento 2001). Fra i fattori che giocano a favore della riuscita scolastica dei minori, le ricerche sul tema ci dicono che il livello di scolarità dei genitori riveste un ruolo cruciale. Esso produce infatti investimenti positivi, simbolici e reali, sullo sviluppo delle nuove generazioni; mobilita risorse familiari; fa emergere alte aspettative e motivazione e rappresenta dunque un “punto di forza” della realtà italiana. 44 La presenza Tab. 1. Livelli di scolarizzazione. Valori percentuali Laurea Sc.uola Superiore Scuola Media Scuola Elementare Alfabeti senza titolo 12,1 27,8 32,9 12,6 12,1 2,5 Italiani 7,5 25,9 Fonte: dati Istat, censimento 2001 30,1 25,4 9,7 1,5 Stranieri Analfabeti I percorsi scolastici nei Paesi d’origine Abbiamo visto che i bambini e i ragazzi stranieri giungono dai quattro angoli del mondo e in tempi diversi della loro vita. Coloro che hanno seguito in patria un percorso scolastico, quasi sempre lo hanno fatto in maniera regolare (frequenza continuativa, esiti scolastici positivi…) e seguendo, in genere, un programma di studi di livello adeguato. Possiamo dunque affermare che vi sono alcuni fattori che possono agire in maniera positiva sulla riuscita scolastica dei minori; tra questi: il tasso di scolarità medio-alto di una gran parte dei genitori, il forte investimento familiare nella scolarità dei figli, la qualità di molte scuole nei contesti di origine. Le competenze e i saperi già acquisiti in patria rappresentano quindi delle chance da riconoscere e valorizzare: di tipo linguistico, logicomatematico, espressivo… Il problema sta nella capacità/possibilità di rilevare e riconoscere queste competenze e di non sottolineare solo le carenze e le mancanze, rese evidenti dalla situazione di non italofonia. 1.2. Le politiche e le pratiche Dopo avere delineato alcuni tratti specifici della realtà e della scuola italiana, riferiti in particolare ai “nuovi” soggetti che varcano la soglia dei servizi per tutti, vediamo ora di ripercorrere la storia dell’”integrazione all’italiana”, così come si è venuta strutturando negli anni recenti, cogliendone anche in questo caso gli aspetti peculiari. Naturalmente facciamo riferimento alle realtà più avanzate e significative che rappresentano dunque i contesti privilegiati dai quali partire per un’efficace politica nazionale di integrazione interculturale. Gli orizzonti ideali: la normativa Fin dagli esordi e dalle prime circolari in materia (n. 301 del 1989 e n. 205 del 1990), ma anche nella normativa più recente (DPR n. 394 del 1999 e “Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri”, febbraio 2006) i due grandi temi dell’educazione interculturale, da un lato e dell’inserimento degli alunni stranieri, dall’altro sono trattati in maniera congiunta. Le grandi trasformazioni della scuola (in senso multiculturale di fatto) e la necessità di un approccio interculturale per tutti (anche nelle situazioni educative ancora “monoculturali”) sono state dunque “accompagnate” da documenti di indirizzo comuni. Alcuni hanno visto in questa scelta un limite, soprattutto per le ricadute che essa ha avuto sull’approccio interculturale. Hanno cioè rilevato il rischio che l’educazione interculturale potesse essere confusa e sovrapposta alle azioni e agli interventi mirati e specifici per l’inserimento positivo degli alunni stranieri; e quindi nei fatti ridotta a forme di pedagogia compensatoria. Quando invece la necessità di “aprire il cuore e le menti di tutti” (per dirla con Morin) – agendo, ad un tempo, sulla dimensione cognitiva e su quella relazionale e affettiva – è oggi finalità pedagogica “alta e per tutti”. 45 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Indubbiamente, il rischio di “ridurre“ l’approccio interculturale all’organizzazione di un laboratorio linguistico per l’insegnamento dell’italiano L2 o all’uso della mediazione linguistico-culturale è – ed è stato – reale. E infatti, nei progetti di alcune scuole, sotto il titolo altisonante di “intercultura” trovano posto azioni specifiche, destinate a rispondere ai bisogni linguistici e di inserimento di un gruppo ristretto di alunni stranieri. E tuttavia, il procedere congiunto (pur se a volte confuso) dei due grandi temi, riuniti nei documenti e nelle normativa, rappresenta un fatto positivo e un “punto di forza” italiano. L’orizzonte interculturale ha infatti contribuito, almeno in parte, a dare senso alle pratiche quotidiane per l’integrazione e queste sono state, a loro volta, collocate al centro di un progetto più ampio e inclusivo. Il limite della normativa prodotta in questi anni, non sta tanto in questo intreccio di riferimenti e parole/chiave, ma piuttosto, da un lato, nella sua “genericità” (molti richiami e numerosi auspici, ma scarse indicazioni riguardanti le risorse, gli impegni concreti e verificabili a breve e medio termine; le linee di una progettualità efficace) e, dall’altro, nel suo essere (nelle parti più specifiche e operative) quasi una sorta di fotografia dell’esistente, dei dispositivi sperimentati nelle scuole, e non invece una proposta innovativa e lungimirante di ampio respiro che guida le azioni. Le scuole si organizzano: le pratiche e i progetti Dalla periferia al centro; dalle azioni e gli interventi delle singole scuole alle istituzioni locali e nazionali: in questi anni molte sono state le iniziative promosse e organizzate dagli istituti scolastici per dare risposta ai bisogni linguistici degli alunni non italofoni, comunicare con le famiglie straniere, rivedere obiettivi e “adattare i programmi e i contenuti di studio”. I contatti informali fra i docenti, le reti sempre più dense stabilite fra le scuole, le iniziative locali di formazione, lo scambio dei materiali didattici…: tutto questo ha contribuito, almeno in parte, a far diventare le pratiche organizzate qua e là delle routine ormai piuttosto diffuse e a tradurre in progetti operativi parole/chiave, relativamente nuove, quali: accoglienza, facilitazione didattica, mediazione… E ciò è avvenuto nonostante le scarse risorse e talvolta anche senza avere la possibilità di capire e verificare quali pratiche sono effettivamente delle buone pratiche. Un aspetto positivo della scuola italiana che “fa integrazione” è dunque rintracciabile nell’atteggiamento di responsabilità diffusa che la connota e nella ricchezza degli interventi che sono stati prodotti e organizzati in questi anni, ma che richiedono con urgenza di essere riletti e riproposti sulla base di un progetto condiviso che risponde a criteri di qualità ed efficacia. Le città, gli Enti locali e le forme della collaborazione L’attuazione di molti progetti condotti nelle scuole sui temi dell’integrazione e dell’educazione interculturale è stata resa possibile in questi anni grazie all’apporto e alla collaborazione degli Enti locali, dell’associazionismo, del privato sociale. Anche in questo caso, la diversità delle situazioni da città a città è la regola. Vi sono contesti locali che da tempo propongono politiche e azioni di supporto alle scuole diventate multiculturali e plurilingui, regolate da appositi protocolli di intesa e di collaborazione inter-istituzionale e vi sono invece casi in cui gli interventi sono sporadici, “tampone”, di dubbia qualità. Le “zone e i bisogni” di intervento privilegiato, sui quali la scuola richiede la collaborazione e le risorse al territorio riguardano, in genere: l’insegnamento dell’italiano L2, la comunicazione con le famiglie, la mediazione linguistico-culturale, la disponibilità di materiali e strumenti. 46 La presenza Se osserviamo le modalità di collaborazione fra Ente locale e scuole, vediamo che vi sono tre diverse forme organizzative: • l’erogazione di fondi da parte dell’Ente locale, sulla base di un progetto, e che vengono poi direttamente gestiti dalle scuole; • l’integrazione delle risorse della scuola e dell’Ente locale, attraverso la disponibilità di operatori (insegnanti facilitatori di italiano L2, educatori, mediatori linguisticoculturali…) e di “beni e materiali” (strumenti, documentazione, percorsi formativi…) che fanno capo all’amministrazione locale; • l’organizzazione diretta di interventi e di azioni da parte dell’ente locale, attraverso la realizzazione di progetti mirati: centri di “alfabetizzazione”, laboratori interculturali nella città, luoghi di aggregazione, doposcuola e forme di aiuto allo studio… Data la varietà dei modelli organizzativi, sarebbe oggi importante prevedere momenti di scambio e di confronto sulle diverse modalità e forme di collaborazione, sperimentate nelle città diverse, per rilevarne i punti critici e gli aspetti positivi e trasferibili. La mediazione linguistico-culturale: un dispositivo innovativo La presenza e la diffusione ormai sedimentata, nella scuola e nei servizi in genere soprattutto delle città medio-grandi, dei mediatori linguistico-culturali costituisce anch’essa una peculiarità italiana. Si calcola che nel nostro Paese siano oggi attivi oltre 2000 mediatori, che tuttavia operano in maniera precaria e saltuaria e per lo più “su chiamata”. Alcune regioni (l’Emilia Romagna, ad esempio) hanno molto investito su questa nuova figura professionale e ne hanno promosso l’utilizzo nei servizi, anche attraverso precisi riferimenti normativi (Luatti 2006). Il mediatore è certamente un operatore che può avere nella scuola un ruolo importante: facilitare la relazione con i genitori stranieri; tradurre e interpretare parole e messaggi; informare gli insegnanti e i genitori, accompagnare la fase dell’orientamento e gestire in alcuni casi, accanto ai docenti, la fase iniziale dell’inserimento dei bambini neoarrivati… Ma talvolta viene usato in maniera impropria e confusa, per rispondere a bisogni che dovrebbero trovare altre risposte; ad esempio, viene chiamato a insegnare l’italiano agli alunni non italofoni, tradurre le lezioni, riparare situazioni di disagio… Il rischio è dunque quello di assegnare a un operatore esterno – spesso solo sulla base della sua “etnicità” – compiti e funzioni, quali quelli della mediazione educativa, che sono propri della scuola e di tutti i docenti. I centri interculturali: la rete delle risorse Un’altra grande risorsa presente abbastanza diffusamente in varie zone del Paese è rappresentata dai centri interculturali. Luoghi di documentazione, progettazione e scambio sui temi dell’integrazione e dell’intercultura sono, in genere, inter-istituzionali, o collocati dentro le iniziative pubbliche. In questi anni (la rete è attiva dal 1998), i centri hanno contribuito a diffondere idee, progetti, pratiche, disseminare materiali e strumenti, elaborare pensiero e strategie, mettere in relazione servizi e operatori. L’incontro annuo dei centri interculturali, che si tiene di volta in volta in una diversa città e su temi cruciali per costruire l’integrazione, è un appuntamento atteso e un’occasione importante per riflettere, confrontarsi, stabilire contatti e forme di collaborazione a distanza. 47 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 2. Elementi critici e alcuni rischi L’assenza di un modello chiaro e definito di integrazione ha consentito finora alle scuole e ai servizi di procedere “a vista”, aggiustando di volta in volta il tiro, man mano che i bisogni e le necessità si rendevano evidenti. Per certi versi, questa “via italiana” all’integrazione, priva di un modello di riferimento vincolante, ha permesso di provare, sperimentare, percorrere cammini anche innovativi, slegati dal “dover essere” e dalle imposizioni ideologiche. Può essere considerato anche questo un fattore peculiare e “positivo” della realtà italiana e della sua scuola. Ma oggi, nelle classi si colgono chiari segnali di “sofferenza”, un diffuso senso di solitudine e disorientamento, la difficoltà a gestire i cambiamenti che si susseguono e le situazioni di distanza, conflitto e controversia rispetto ai valori. Casi – ancora sporadici e tuttavia in aumento – di discriminazione e aggressività di gruppo, motivati anche da componenti “etniche”; l’uso offensivo di “etichette” che esprimono appartenenze che sono diventate stigma; l’evidenziarsi di situazioni di disagio e disuguaglianza sociale: tutto questo chiede una lucida analisi e un forte coinvolgimento di tutti i soggetti in gioco. E’ dunque il tempo di definire con più chiarezza a che punto siamo e quale scuola vogliamo per quale società. Accanto alle peculiarità e ai “punti di forza” che possiamo rintracciare nella situazione italiana alle prese con i cambiamenti multiculturali, è importante dunque sottolineare anche i nodi critici. Ne citiamo alcuni, riferiti, sia alla qualità dell’inserimento scolastico degli alunni stranieri, sia agli aspetti organizzativi e alla situazione delle comunità locali e delle scuole. Alunni stranieri ed esiti scolastici: quattro elementi di preoccupazione Se osserviamo i percorsi di inserimento dei bambini e dei ragazzi stranieri e i dati di alcune recenti ricerche nazionali (MPI 2006) o locali, vediamo che le criticità riguardano, in particolare, quattro aspetti: • la situazione di abbandono degli studi e di dispersione di una quota significativa di ragazzi stranieri ultraquattordicenni (a questo proposito, vi sono ricerche condotte solo a livello locale); • l’inserimento degli alunni giunti in Italia per ricongiungimento familiare in classe inferiore rispetto all’età anagrafica di uno, due o più anni. Nonostante la normativa indichi in maniera chiara l’età anagrafica come criterio privilegiato per la determinazione della classe, il problema del ritardo scolastico continua ad essere diffuso: penalizza infatti il 22,5% dei bambini stranieri inseriti nella scuola primaria; il 54,4% di coloro che frequentano la secondaria di primo grado; il 72,6% degli studenti stranieri inseriti nella secondaria di secondo grado; • i risultati scolastici ottenuti dagli alunni stranieri al termine dell’anno scolastico si discostano in misura significativa da quelli dei pari autoctoni: il divario è di 3,2 punti percentuali, a sfavore dei bambini immigrati, nella scuola primaria; di 7,9 nella scuola secondaria di primo grado; di 12,8 punti di differenza nella scuola superiore; • la prosecuzione degli studi nella secondaria di secondo grado vede una concentrazione dei ragazzi stranieri nei percorsi più brevi e meno esigenti: il 40,6% di coloro che proseguono lo fa infatti negli istituti professionali, mentre la scelta dei professionali riguarda il 20,6% degli alunni totali. 48 La presenza L’italiano come seconda lingua: una sfida, una necessità I dati che abbiamo indicato delineano dunque percorsi di studio segnati da criticità e da penalizzazioni, dovute nella maggior parte dei casi (così dichiarano gli insegnanti) a problemi di tipo linguistico. La ridotta competenza linguistica non consente agli alunni poco italofoni di seguire i contenuti del curricolo comune, partecipare alle attività della classe, superare positivamente le tappe della valutazione. Per i docenti, l’insegnamento dell’italiano come seconda lingua rappresenta una richiesta professionale nuova, sulla quale molti esprimono inadeguatezza, così come è inedita l’esperienza di dover gestire una classe che non condivide la stessa lingua materna. Vi sono infatti almeno tre grandi consapevolezze che devono essere interiorizzate da parte di coloro che operano in situazioni plurilingui: • l’italiano seconda lingua per comunicare (concreto e contestualizzato) viene appreso in tempi relativamente brevi; • l’italiano seconda lingua per lo studio – codice veicolare attraverso il quale passano gli apprendimenti comuni – richiede tempi lunghi, facilitazioni linguistiche protratte, il coinvolgimento di tutti i docenti; • la competenza nella lingua d’origine (orale e scritta) e le diverse forme di bilinguismo rappresentano sempre una chance e una risorsa, da riconoscere e valorizzare, e non sono un ostacolo all’apprendimento dell’italiano. Su questi temi, è urgente oggi impostare un’efficace azione di formazione e di informazione dei docenti e promuovere un fitto scambio per la diffusione di materiali e strumenti didattici “mirati”. Una normativa, per certi aspetti, “lacunosa” La normativa emanata in questi anni indica con precisione alcuni diritti e doveri; tra questi: • l’inserimento di tutti i minori stranieri; • l’accoglienza durante tutto l’anno scolastico; • il criterio privilegiato (ma non rigido) dell’età anagrafica per la determinazione della classe. Lascia tuttavia in una zona d’ombra e di dubbio alcune grandi questioni che riguardano oggi soprattutto l’inserimento degli adolescenti neoarrivati. Se per gli alunni che hanno un’età corrispondente al primo ciclo di scolarità, il momento dell’accoglienza prevede “solo” di individuare la classe più adatta a un inserimento positivo; il problema delle scelte si pone, in maniera immediata e urgente, per coloro che arrivano a quattordici anni e oltre. In questo caso, le necessità dell’accoglienza si intrecciano con quelle di un orientamento efficace. In quale ordine e tipo di scuola inserire le ragazze e i ragazzi neoarrivati? Oltre a dover elaborare in fretta l’indicazione più efficace di inserimento, alcune questioni burocratiche complicano il cammino. Alcune scuole superiori esigono la certificazione di “terza media”; altre inseriscono i ragazzi stranieri anche sprovvisti di questo titolo; altre ancora li indirizzano verso il recupero della certificazione contestualmente alla loro frequenza della scuola secondaria di secondo grado. Molti altri dubbi sono di natura pedagogica e didattica e riguardano, ad esempio, le modalità, previste della normativa, di “adattamento del programma” e il conseguente tema della valutazione. Come modificare il piano formativo per tutti: riducendone i contenuti; sostituendo una disciplina (ad esempio, una lingua straniera con la lingua d’origine dell’allievo); limitando gli obiettivi? E quali tempi e criteri devono essere seguiti per la valutazione degli allievi stranieri ancora poco italofoni (dare 49 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo tempo, ma quanto tempo?)? E’ necessario prevedere una fase “ponte”, di transizione, durante la quale la valutazione tiene conto dei progressi individuali, più che degli standard comuni, date le diverse situazioni di partenza? Come rendere trasparenti per tutti gli allievi questi criteri, evitando così critiche e rimostranze? Questioni burocratiche e organizzative si intrecciano dunque con questioni pedagogiche e didattiche e chiedono di essere chiarite e approfondite. La scuola dell’autonomia ha ampi margini di decisione e responsabilità, ma il rischio è che, in assenza di riferimenti comuni ed espliciti, si instauri una situazione di forte discrezionalità, in cui trovano posto rilevanti differenze e interpretazioni contrastanti e confuse. Il rischio di una “localizzazione dei diritti” L’autonomia delle scuole, le differenti politiche degli enti locali, l’attuale situazione critica di contrazione delle risorse: sono alcuni degli elementi che possono produrre la differenziazione che si osserva oggi, rispetto alle modalità di accoglienza e di integrazione dei bambini e dei ragazzi che vengono da lontano. Così, due alunni stranieri alle prese con gli stessi bisogni linguistici e di accoglienza possono trovare risposte e forme di aiuto differenti a seconda della scuola e della città in cui capitano. In un caso, le forme di accompagnamento e i dispositivi di risposta ai bisogni linguistici specifici possono essere già entrati nel piano formativo d’istituto (anche grazie alla collaborazione con l’ente locale) ed essere ormai diventati routine. Nell’altro caso invece, l’alunno straniero si può trovare invece ad essere ancora “invisibile”, rispetto alle necessità e ai bisogni specifici e dover fare tutto il cammino per inserirsi e apprendere in solitudine e nell’inconsapevolezza del contesto (“sink or swim”, nuota o annega è l’espressione inglese che descrive questa situazione). Se osserviamo le situazioni di diverse città italiane, il rischio di una “localizzazione dei diritti” appare evidente e il quadro che ne emerge descrive una realtà segnata da differenze importanti quanto a: impegni espliciti, risorse finanziarie, azioni realizzate. La concentrazione nelle scuole, la scelta delle famiglie Negli ultimi tempi, in alcune città e, all’interno di queste, in determinate zone, si è riscontrato il rischio della concentrazione della presenza degli alunni stranieri in alcune scuole. Quali ragioni portano a una distribuzione disomogenea in un quartiere? Le cause possono essere diverse: la situazione abitativa di quel territorio; la mobilità delle famiglie italiane, quanto a scelte educative per i loro figli; la rappresentazione e l’immagine di una certa scuola che si diffonde fra le famiglie italiane e il loro timore di una diminuzione della qualità dell’apprendimento… In alcune città italiane, il tema è stato posto all’attenzione delle istituzioni scolastiche e amministrative, è stato gestito congiuntamente e ha trovato alcune risposte esemplari. Tra queste: l’elaborazione di documenti di intesa fra le scuole di una certa zona e l’impegno a definire insieme i criteri per la formazione delle classi; la responsabilità condivisa e “distribuita” fra tutte le scuole, rispetto all’inserimento degli alunni neoarrivati; il dialogo costante con le famiglie per chiarire le situazioni e presentare loro i dati di realtà (ad esempio: molti alunni stranieri inseriti sono nati in Italia e sono italofoni al momento dell’inserimento scolastico) e diffondere la consapevolezza del fatto che l’incontro con le diversità nel quotidiano – e fin dall’infanzia – è un’occasione per tutti di apertura, arricchimento, confronto. 50 La presenza L’educazione interculturale: un’idea messa fra parentesi Data la situazione di forte cambiamento che rende l’incontro con l’altro – distante o prossimo che sia – esperienza diffusa e comune del vivere insieme nelle classi e fuori dalla scuola, l’approccio interculturale dovrebbe essere posto al centro dell’educazione per tutti. L’idea interculturale è stata oggetto di normative, pronunce del CNPI, corsi di formazione, documenti diffusi a livello nazionale fino al 2000 circa, poi è stata “accantonata” e sostituita dal tema della “convivenza civile”. Prima di essere messa fra parentesi, quali sono state le iniziative e le azioni che le scuole hanno realizzato definendole “interculturali”? Due sono stati soprattutto gli approcci seguiti nella traduzione operativa dell’idea. Da un lato, come abbiamo visto, sono stati ricondotti all’idea interculturale gli interventi mirati destinati ai bambini e ai ragazzi stranieri. Dall’altro lato, l’intercultura è stata intesa come percorso di conoscenza delle culture e, grazie a un approccio euristico e descrittivo, sono stati presentati alcuni temi e aspetti dei Paesi d’origine (talvolta in maniera un po’ folclorica ed esotica). E’ importante oggi mettere al centro l’approccio interculturale e riconsiderare in questa prospettiva i contenuti del curricolo comune, le stratificazioni culturali che segnano la nostra storia e cultura, le sfide relazionali fra uguali e differenti, le diversità e le corrispondenze che vi sono in ciascuna biografia e avventura umana. 3. La necessità di un “modello di integrazione” 3.1. In Europa: scelte diverse Le note che abbiamo presentato nelle pagine precedenti e che descrivono la realtà italiana e le sue scuole indicano chiaramente il fatto che anche nel nostro Paese il quadro è sufficientemente “maturo” e articolato per fare un passo avanti e gestire i cambiamenti con consapevolezza ed efficacia. Diamo ora uno sguardo d’insieme ad altri contesti. Così come nell’esplorazione e traduzione operativa del tema “intercultura” esistono numerose interpretazioni e proposte pedagogiche, anche per l’integrazione possiamo individuare una varietà di cammini e di politiche sperimentati in diversi contesti e Paesi. Tralasciando le situazioni e i contesti che hanno percorso la via della “separazione” dei cittadini immigrati e dei loro figli, considerati provvisori e in transito (scuole o classi separate, servizi specifici, non possibilità di accesso alla cittadinanza), vi sono almeno tre possibili opzioni, realizzate in maniera più o meno coerente, dalle istituzioni scolastiche (e non solo) di Paesi diversi (Unione Europea 2004). • Vi è l’integrazione multiculturale, modello adottato soprattutto dalla Gran Bretagna e dai Paesi Bassi, che assegna un importante spazio e un forte protagonismo alle comunità etniche e alle minoranze e che riconosce e valorizza apertamente e intenzionalmente le differenze e i diversi apporti culturali. • Vi è l’integrazione in-differente, modello adottato in passato soprattutto in Francia, che prevede un percorso di inclusione/assimilazione degli individui – e non dei gruppi delle comunità. Riconosce i diritti e i doveri di ciascun cittadino e tende a collocare le differenze culturali nello spazio del privato, al di fuori dei luoghi pubblici e “per tutti”. • Vi è infine il modello dell’integrazione interculturale, che cerca di coniugare insieme il meglio delle due opzioni precedenti. In tal senso, riconosce i diritti e i doveri dei singoli – evitando i rischi del comunitarismo e della creazione di “piccole patrie” – ma è 51 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo attento anche al processo di scambio, contaminazione reciproca, stratificazione, che si compie nell’incontro tra storie e culture differenti. Culture dunque, non più considerate come costrutti impermeabili, rigidi, “saturi “, ma come il risultato della relazione, delle scelte individuali, delle metamorfosi singolari che gli scambi comportano. L’enfasi posta sul prefisso inter rende bene l’idea delle culture come oggetti aperti e “insaturi” che si vivificano e reinterpretano grazie all’apporto di ciascuno. Attualmente sono sufficientemente articolate le critiche che vengono espresse nei riguardi di un modello di integrazione, e di cittadinanza, di tipo assimilatorio. Esso tende a relegare le differenze nella dimensione del privato, a sottolineare con forza i caratteri di unitarietà del contesto che accoglie, consegnando così le differenze alla rimozione e all’invisibilità. “L’assimilazionismo, presupponendo la superiorità di una cultura sulle altre, è una versione mite di razzismo culturale che giustifica la pretesa di fagocitare culture recessive e così di cancellarle dalla faccia della terra o, al più, di lasciarle sopravvivere come folclore” (G. Zagrebelsky, La sfida multiculturale alla società occidentale, in “la Repubblica”, 25/11/2006). Allo stesso modo, sono oggi sufficientemente chiare anche le critiche che vengono mosse al modello multiculturalista. Esso sembra attribuire troppo spazio e protagonismo alle comunità, segnando così confini e irrigidendo le differenze, con il rischio di sedimentare in realtà “una pluralità di monoculturalismi”. La terza strada, quella dell’integrazione interculturale si propone di procedere sui due binari paralleli: da un lato, quello dell’inclusione e dell’estensione dei diritti e dei doveri di cittadinanza ai nuovi cittadini e, dall’altro, quello di un riconoscimento della pluralità. Non quindi di differenze considerate come un segno distintivo, definito una volta per tutte, una “sostanza e un fatto“, fissi nel tempo, ma come tratti che si modificano e interagiscono, oggetto di infinite elaborazioni. Dal momento che: “l’identità collettiva di cui l’individuo è parte non è mai unica. Gli esseri umani non hanno alcuna difficoltà ad assumere più identità alla volta e dunque a provare molteplici solidarietà. Questa pluralità è la regola, non l’eccezione. Ognuno, come un giocoliere, maneggia questa pluralità” (Todorov 1997). Possiamo dire ancora, citando Demetrio (1992) che il processo che deve essere voluto e accompagnato è, ad un tempo, quello dell’integrazione e quello dell’interazione. “L’incontro tra soggetti, gruppi e culture sul lungo o breve periodo si rivela quindi un gioco di scambi, di prestiti, di debiti. Si acquista (integrazione) e si scambia (interazione) all’interno di un ritmo di vita che non sempre riesce a dettare regole e orientamenti, dal momento che esso appartiene alla morfogenetica delle cose: è cioè in divenire continuo, mai del tutto definibile e prevedibile” (Id. 1992). Come si possono tradurre nella scuola i due riferimenti di base, dell’inclusione positiva e dell’uguaglianza (integrazione) da un lato, e il riconoscimento della singolarità di ciascuno (interazione interculturale), dall’altro? Proponiamo alcuni esempi di azioni da condurre nella scuola multiculturale e plurilingue che si richiamano all’una e all’altra parola/chiave. 52 La presenza Due riferimenti / chiave e alcune azioni Uguaglianza dei diritti e dei doveri (integrazione) Facilitare l’accesso ai servizi educativi e scolastici comuni attraverso una maggiore chiarezza delle norme e la rimozione degli ostacoli che si frappongono all’inserimento alla pari. Promuovere l’inserimento precoce nella scuola dell’infanzia dei bambini stranieri 3-6 anni: l’esperienza educativa precoce rappresenta un fattore positivo ai fini dell’integrazione. Prevenire e contenere la situazione attuale di “ritardo scolastico” (inserimento in classi inferiori) e di esiti scolastici negativi degli alunni stranieri. Promuovere l’insegnamento/apprendimento dell’italiano L2 di qualità, come lingua di contatto e come lingua veicolare, anche attraverso modalità e strumenti multimediali e la formazione/informazione dei docenti. Promuovere l’informazione e la partecipazione delle famiglie straniere anche attraverso l’uso di messaggi plurilingui, la mediazione linguistico-culturale, le forme della rappresentanza. Promuovere un’azione a livello nazionale, destinata ai genitori immigrati, di apprendimento dell’italiano e informazione sul sistema scolastico, le sue norme, le finalità… Migliorare i dispositivi di orientamento – e di accoglienza/orientamento contestuali per gli adolescenti neoarrivati – al fine di rendere più diffusa ed efficace la prosecuzione degli studi. Potenziare i dispositivi di diritto allo studio e prevedere forme di tutela per le situazioni di svantaggio socio-economico. Favorire le situazioni di aggregazione in tempo extrascolastico e promuovere attività ludiche, sportive e di scambio… Riconoscimento della storia e dei riferimenti culturali (interazione interculturale) Rilevare, anche attraverso l’uso della L1, le competenze e la storia scolastica degli alunni stranieri neoinseriti, che esprimono bisogni – soprattutto di tipo linguistico – ma portano con sé anche saperi e acquisizioni. Prevedere azioni e messaggi di valorizzazione delle lingue d’origine, anche “solo” di tipo simbolico: visibilità degli alfabeti diversi, messaggi plurilingui, testi in varie lingue… Prevedere in alcune situazioni l’insegnamento/apprendimento di alcune lingue (arabo, cinese, russo, spagnolo) rivolto a tutti gli alunni. Riconoscere in maniera esplicita le situazioni di bilinguismo. Presentare gli aspetti culturali dei Paesi d’origine nei percorsi curricolari comuni, portando l’attenzione alla cultura materiale e alla cultura “alta”; alla dimensione del passato e a quella del presente; alle molteplici forme dello scambio e della stratificazione fra culture. Promuovere nelle classi, fra i bambini e i ragazzi, le espressioni culturali/ interculturali frutto dello scambio e del lavoro comune. Rivedere /integrare i curricoli in senso interculturale. 53 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Rilanciare l’educazione interculturale per tutti, promuovendone sia l’approccio cognitivo (conoscere, informarsi) sia l’approccio emotivo/affettivo (stabilire relazioni, gestire i conflitti, gestire le differenze...). Porre attenzione alle relazioni fra pari – a scuola e fuori dalla scuola – e contrastare ogni forma di discriminazione. 3.2. La generazione che verrà: accompagnare il futuro In questi anni, segnati da cambiamenti profondi, molte scuole e insegnanti, come abbiamo visto, hanno indirizzato la loro attenzione a elaborare strumenti e pratiche per accogliere gli alunni che vengono da lontano. Poco tempo è rimasto per osservare e accompagnare i cambiamenti che stanno avvenendo da parte di chi accoglie: le trasformazioni in atto nelle comunità e nelle scuole diventate multiculturali e plurilingui. Quali aggiustamenti, relazionali e cognitivi, stanno avvenendo? Quali stereotipi reciproci e forme di disponibilità e di scambio si stanno sedimentando? Quali distanze e reciproche diffidenze si stanno irrigidendo tra ragazzi italiani e stranieri, tra famiglie autoctone e immigrate? E’ soprattutto alle forme molteplici e in ebollizione del multiculturalismo quotidiano cui oggi dobbiamo guardare: agli ambiti relazionali, ai luoghi diffusi in cui le pratiche culturali si esprimono, ricevono senso, vengono spiegate e talvolta “addomesticate”. Ai luoghi complessi e talora conflittuali in cui accadono cose diverse, entro i quali agiscono singoli individui di diversa origine, nuclei familiari plurilingui, gruppi di vicini con storie differenti, bambini e adolescenti di origini diverse… senza che nessuno si arroghi il compito di fare da portavoce identitario. La sfida è dunque quella di andare oltre il monologo eurocentrico e autoreferenziale, proprio della logica assimilatoria, di superare il dialogo tra sordi, che talvolta caratterizza la convivenza senza contatti significativi del “condominio multiculturale” per allacciare una conversazione a più voci. Una conversazione ora stentata, ora fluida, che ha bisogno ancora di mediazioni, di spazi per comprendersi, di molteplici e faticose traduzioni. Una conversazione che prende avvio dalle cose concrete, dagli oggetti condivisi, dalle situazioni comuni. Continuamente contestualizzata e ricontestualizzata e che non ha paura di confrontarsi con i malintesi, dell’autenticità, con l’opacità. I luoghi privilegiati in cui promuovere e sostenere la conversazione interculturale sono certamente oggi gli spazi educativi per tutti. Luoghi di mediazione per eccellenza, dove gli adulti possono diventare partner educativi alla pari per un progetto comune. E dove i bambini e i ragazzi sperimentano la normalità di avere nomi, visi, abitudini, parole, simili e diversi. Perché “passano largamente dalla scuola le possibilità di costruire una società insieme plurale e coesa, in cui gli stranieri non siano considerati ospiti in prova perenne, ma come nuovi cittadini con diritti e doveri; e in cui anche il Paese che accoglie sia disponibile e in grado, pur senza rinunciare alle proprie specificità, di misurarsi con l’apporto delle culture degli altri” (dal discorso del Ministro Fioroni in occasione dell’apertura dell’anno scolastico). Affinché questo sia possibile servono oggi parole chiare, un orizzonte e un “modello” di integrazione interculturale condiviso, in cui si coniughino l’uguaglianza dei diritti e dei doveri e la molteplicità delle storie; servono risorse dedicate e un’attenzione costante a cogliere e analizzare l’efficacia delle risposte. Con lungimiranza, pazienza, un po’ di ottimismo. 54 La presenza La presenza degli alunni stranieri di Lorenzo Luatti 1. Un quadro d’insieme: presenza, aspetti problematici, normativa Apprendere e insegnare in una classe multiculturale e plurilingue è diventato un’esperienza quotidiana per insegnanti e educatori, e così sarà sempre più nel futuro. Se il numero assoluto di alunni stranieri è di tutto riguardo (425 mila nell’anno scolastico 2005/06 e le stime dicono che supereremo le 500 mila unità nell’anno scolastico in corso) e in forte crescita da un anno all’altro, l’incidenza sulla popolazione studentesca complessiva appare ancora molto bassa, soprattutto se confrontata con gli altri Paesi europei (siamo al 4,8%). Spagna e Portogallo, ad esempio, hanno percentuali superiori alla nostra (MPI 2006). La specificità della situazione italiana è da ricercare altrove. Nella rapidità con cui si è prodotto tale cambiamento: in vent’anni la presenza di minori stranieri è aumentata di oltre 60 volte ed è raddoppiata nel corso dell’ultimo triennio. Velocità che ha i suoi evidenti riflessi sulla capacità delle istituzioni scolastiche di elaborare risposte adeguate e efficaci. In gran parte degli altri Paesi europei tutto ciò è avvenuto in un arco di tempo molto più lungo, in Francia e in Inghilterra è stato addirittura il prodotto di un processo durato un secolo. E’ poi da considerare la pluralità delle provenienze: quasi tutti i paesi stranieri esistenti al mondo sono rappresentati sui banchi della scuola italiana (191 su 194). Uno studio di alcuni anni fa stimava in circa 80 le lingue “immigrate” parlate a scuola. Terzo elemento da considerare è il forte policentrismo con cui tale presenza si distribuisce nei territori. I poli di attrazione non sono solo le grandi città, ma anche quelle piccole o medio piccole, i paesi della provincia piuttosto che il capoluogo. E’ dunque nella “periferia” che le classi si presentano accentuatamente multiculturali e plurilingui. Infine, negli ultimi anni, l’inserimento dei minori stranieri nei diversi ordini di scuola si è fatto sempre più omogeneo: non solo la fascia dell’obbligo è interessata dal fenomeno, ma a crescere con ritmi sostenuti sono la scuola dell’infanzia, che accoglie i tanti piccoli nati qui, e la scuola secondaria di II grado. 55 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 1.1. Principali informazioni Quadro generale a.s. 2004/05 a.s. 2005/06 Alunni con cittadinanza non italiana Incremento % rispetto all’anno precedente 361.576 + 27,9% 424.683 + 17,5% Incremento % rispetto all’anno precedente nella scuola secondaria di II grado + 32,6% + 38,2% 4,2% 4,8% Incidenza alunni con cittadinanza non italiana sul totale degli alunni Scuole con incidenza più elevata primarie (5,4%) primarie (6,0%) Area del paese con incidenza più elevata Nord Est (7,4%) Nord Est (8,4%) Regione con incidenza più elevata Emilia Romagna (8,4%) Emilia Romagna (9,5%) Provincia con incidenza più elevata Comune capoluogo con incidenza più elevata Mantova (10,9%) Milano (10,9%) Mantova (11,9%) Milano (12,7%) 60,7% 64,5% 186 191 Albania (16,7%) Albania (16,3%) Romania + 14.068 (+ 50,9%) Romania + 11.126 (+ 26,7%) Percentuale di scuole con presenza di alunni con cittadinanza non italiana Numero di cittadinanze straniere rappresentate (su 194 cittadinanza estere esistenti) Paese di provenienza più rappresentato (con % sul totale degli stranieri) Paese di provenienza con la maggiore crescita di alunni rispetto all’anno precedente Fonte: MPI, dicembre 2006 Grazie alle numerose indagini e ricerche realizzate negli ultimi anni abbiamo un panorama abbastanza dettagliato degli aspetti di maggiore difficoltà che incontrano i percorsi di integrazione. Questi studi sollecitano tutti i protagonisti dell’incontro a prestare maggiore attenzione al tema delle eguali opportunità rispetto all’inserimento scolastico, al successo formativo e al diritto allo studio. Obiettivi minimi per ogni alunno, indipendentemente dalla sua provenienza nazionale. Un recente rapporto del Ministero della Pubblica Istruzione (MIUR 2005) ha evidenziato il significativo divario dei tassi di successo/insuccesso scolastico tra gli allievi italiani e gli allievi stranieri: 3 punti percentuali di differenza nelle scuole primarie, 7 nelle secondarie di I grado e oltre 12 nelle superiori. Benché il rapporto ministeriale non lo espliciti, le motivazioni di tale divario chiamano in causa, da una parte, la situazione di maggiore debolezza degli alunni stranieri (lacune linguistiche, situazione familiare e socio-economica instabile, mancata valorizzazione del bagaglio delle competenze/conoscenze dell’alunno, insufficienti misure scolastiche di sostegno...); dall’altra, le modalità di valutazione adottate dalla scuola che talvolta possono fortemente penalizzare l’alunno neoarrivato o inserito da poco tempo. In questi casi pare opportuno “sospendere” la valutazione per un certo periodo di tempo, come previsto da alcuni sistemi scolastici europei dove un “adattamento” della valutazione può prolungarsi anche due anni (Eurydice 2004). L’indagine MIUR inoltre sembra confermare un’ipotesi già avanzata da altre ricerche: gli esiti migliori si registrano nelle scuole che hanno un numero di minori stranieri significativo, ma non prevalente, e con provenienze differenti. Quando invece predomina un gruppo nazionale i rischi di maggiore chiusura e distanza, di insuccesso, sono maggiori. 56 La presenza Alcune ricerche locali hanno poi evidenziato una diffusa situazione di ritardo scolastico rispetto all’età anagrafica, spesso di grave ritardo, di 2-3 o più anni (Luatti, Ortolano, La Mastra 2003; ISMU 1997, 2000 e 2005). Il ritardo scolastico è uno degli indicatori che solitamente vengono considerati come segnali dell’integrazione scolastica. L’ultima indagine dell’ISMU ha evidenziato che dall’anno scolastico 1999-2000 all’anno 2003-2004 la situazione del ritardo degli alunni stranieri è peggiorata in Lombardia: è in ritardo il 65% degli allievi stranieri nelle scuole superiori, il 53% nella scuola media e il 20% nella scuola primaria (ISMU 2005). L’aspetto interessante è che la bocciatura degli alunni stranieri colpisce proprio quelli che sono partiti in ritardo: coloro che sono collocati all’inizio del loro percorso scolastico in classi inferiori rispetto alla loro età anagrafica più probabilmente vengono bocciati di coloro che sono collocati nella stessa classe. Il fatto di essere collocati in classi precedenti porta gli alunni ad avere una motivazione minore all’apprendere e quindi il rischio di essere bocciati è più alto. Recentemente sono stati resi noti anche i dati del ritardo scolastico a livello nazionale, e la situazione che emerge è molto più grave di quella fino ad oggi evidenziata nelle indagini locali. I dati riportati nel Rapporto del Ministero della Pubblica Istruzione mostrano che: già in prima elementare il 10% dei bambini stranieri è in ritardo di uno o più anni e in quinta elementare la percentuale dei bambini in ritardo aumenta arrivando al 37%; in terza media arriva al 60% e in terza superiore è del 75% (MPI 2006). Ultimi arrivati in ordine di tempo sono i fenomeni di “descolarizzazione”, delle classi separate e delle scuole polarizzate. Il primo esprime un mancato accesso all’istruzione e alla formazione, è fenomeno ancora poco conosciuto e denunciato, benché si segnalino ormai numerosi casi in alcune realtà territoriali. La situazione tipica è quella dello studente immigrato arrivato a metà o a fine anno scolastico che viene rifiutato dalla scuola, abbandonato a se stesso e alla sua famiglia, contravvenendo alle disposizioni di legge e al diritto fondamentale all’istruzione. In alcuni contesti poi si sono diffuse esperienze di classi separate e classi di accoglienza. Se circoscritta nel tempo, come prassi transitoria, la classe di accoglienza può costituire una risposta efficace ai bisogni linguistici degli alunni neoarrivati, prevedendo moduli intensivi di breve durata da svolgersi preferibilmente a scuola. Se invece sono pensate per lunghi periodi, e quindi si configurano più come classi separate, esse sono in aperto contrasto sia con la norma che vieta la costituzione di classi in cui la presenza straniera sia dominante (art. 45 del DPR 394/99), sia con il modello integrativo e interculturale adottato per la scuola italiana. Le scuole polarizzate, dove la presenza straniera è maggioritaria, si avviano a diventare scuole di “ghetto” soprattutto nelle grandi città, ma il fenomeno è suscettibile a diffondersi rapidamente anche nelle città di medie e piccole dimensioni. Esse sono – possono essere – il risultato di un processo a più fattori e talvolta circolare: perché su quel territorio c’è una presenza maggioritaria di stranieri, oppure perché gli italiani se ne vanno. La concentrazione territoriale degli stranieri legata ai bisogni di istruzione, come hanno evidenziato talune ricerche, si evidenzia quando le famiglie straniere che devono iscrivere i propri figli appena ricongiunti tendono a rivolgersi a istituti in cui siano presenti, se non insegnanti di sostegno (“facilitatori di apprendimento”), quantomeno numerosi connazionali, coetanei che possano far sentire i propri figli meno soli e aiutarli a interagire con insegnanti e compagni italiani. A tal fine, le famiglie devono spostare la propria residenza nei distretti scolastici in cui i propri connazionali sono più numerosi e così facendo contribuiscono ulteriormente a “polarizzare” le scuole di quel territorio. In risposta all’incremento degli allievi 57 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo stranieri e delle famiglie d’immigrati nel quartiere, gli italiani tendono a ritirare i propri figli dalle scuole e magari a cambiare zona: difatti, la presenza di stranieri provoca nei genitori italiani timori e paure che i figli possano partecipare ad attività scolastiche non qualificate. In questo caso, occorrono dispositivi efficaci per gli studenti stranieri che tengano conto anche della giusta richiesta di obiettivi adeguati per gli italiani, altrimenti il rischio è di giungere ad una situazione ingovernabile. Ma perché si sono diffuse situazioni come quelle descritte? E soprattutto, come arginare questa discrezionalità, più o meno diffusa da territorio a territorio, nella tutela dei diritti soggettivi? Il silenzio normativo e la mancanza di linee guida a livello nazionale sull’integrazione scolastica e l’educazione interculturale, protrattosi per oltre cinque anni – dal 1999 al 2006 – ha prodotto i suoi effetti negativi: nella varietà di interventi, talvolta molto fantasiosi e casuali, che appaiono privi di regia; nel clima sociale e nelle forme di allarme che hanno ormai contribuito a creare “etichette”, distanze, diffidenze, chiusure; nel mutato quadro legislativo che regola il soggiorno e la permanenza in Italia che ha introdotto elementi di “costante provvisorietà” nella definizione/ridefinizione dei progetti migratori. La situazione di oggettiva debolezza giuridica e sociale della famiglia immigrata, con meno “risorse” rispetto a quella autoctona, partner scolastico spesso inesistente, fa venire meno un interlocutore importante in grado di tutelare i propri diritti e renderli esigibili. L’autonomia scolastica infine, se in alcuni casi ha favorito progetti ed esperienze di eccellenza, può aver acuito le distanze tra le diverse realtà in termini di discrezionalità nella tutela dei diritti soggettivi (Favaro e Luatti 2004). Recentemente sono intervenute alcuni importanti novità che hanno riportato a parlare di intercultura, integrazione e scuola multiculturale nei documenti ufficiali del Ministero. Su queste iniziative ministeriali occorre brevemente soffermarsi. La C.M. 1° marzo 2006, n. 24, “Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri” ha rilanciato la scelta dell’educazione interculturale, proponendo indicazioni operative tratte dal recupero di normative degli anni passati, attingendo dall’esperienza delle scuole e dei centri interculturali. In essa si tratta di temi come il diritto dei minori stranieri a percorsi scolastici il più possibile regolari; l’orientamento scolastico; la valutazione degli alunni stranieri (che non può prescindere dalla storia di migrazione e dalla biografia linguistica dello studente). La Pronuncia del CNPI del 20 dicembre 2005 n. 11890 “Problematiche interculturali” ha parlato della necessità del passaggio ad una nuova fase della scuola nella società multiculturale e globale, capace di “ri-assumere a scuola l’incontro tra culture, una risorsa per la società che cambia”: ri-assumere non nel senso di omologazione ma di assumere nuovamente al centro l’incontro tra culture. Anche la pronuncia è consapevole di non poter demandare alla scuola troppi compiti, e richiama l’importanza del coinvolgimento dei vari soggetti impegnanti nel territorio (su entrambi i documenti citati: Bettinelli 2006). Infine nel dicembre 2006 si è insediato al Ministero della Pubblica Istruzione l’Osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri e l’educazione interculturale. Rinasce così quella Commissione ministeriale per l’interculturalità che bene aveva operato prima della sua inopinata “sparizione”. L’Osservatorio ha tre articolazioni: un comitato scientifico composto da esperti del mondo accademico, culturale e sociale; una consulta dei principali istituti di ricerca, associazioni ed altri enti che operano a favore dell’integrazione degli alunni stranieri; un comitato tecnico di incaricati in materia presso gli Uffici del Ministero. 58 La presenza Accanto a queste iniziative, che segnano comunque un importante cambiamento di rotta, bisognerebbe aggiungere anche quelle avviate e preannunciate dal governo nazionale, che sembrano segnare un mutato approccio all’immigrazione, alle politiche di integrazione, nel rispetto dei diritti e dei doveri di tutti, autoctoni e immigrati. Occorrono pertanto nuove politiche di integrazione dei minori stranieri e delle loro famiglie in grado di rimuovere gli ostacoli che si frappongono all’accesso e all’uso delle strutture educative, a sostegno dei diritti e delle eguali opportunità, “nella consapevolezza che investire sul futuro dei nuovi cittadini significa investire sul futuro di tutti” (G. Favaro). La normativa di riferimento In tema di inserimento scolastico, educazione interculturale, prevenzione del razzismo e della xenofobia, tutela e valorizzazione della lingua e della cultura di origine la normativa italiana è sicuramente avanzata e innovativa. E’ dalla fine degli anni ‘80 che il Ministero della Pubblica Istruzione, cogliendo le peculiarità della problematica che andava emergendo e recependo i principi e le linee contenute in direttive e leggi sopranazionali e europee, ha accompagnato, sollecitato e supportato l’azione progettuale delle scuole sia con disposizioni amministrative sia con indicazioni e orientamenti di carattere culturale e pedagogico. Recentemente (dicembre 2006), come abbiamo riferito nel testo, si è costituito l’”Osservatorio nazionale per l’integrazione degli studenti stranieri e per l’educazione interculturale” presso il MPI. Tra i testi normativi più importanti per l’accesso alla scuola e per il rispetto delle specificità culturali, linguistiche, religiose di ogni bambino e ragazzo, da qualunque paese arrivi, segnaliamo: • Costituzione della Repubblica Italiana, art. 3. • Convenzione ONU sui diritti del fanciullo del1989, art. 3 (“In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza sia delle istituzioni pubbliche sia private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere considerato come preminente”) e art. 28 (insegnamento primario obbligatorio e gratuito per tutti, garanzia dell’accesso all’insegnamento superiore). • Direttiva CEE 25 luglio 1977, n. 77/486, relativa alla formazione scolastica dei figli dei lavoratori migranti. • CM 26 luglio 1990, n. 205 del MPI, “La scuola dell’obbligo e gli alunni stranieri. L’educazione interculturale”. • CM 2 marzo 1994, n. 73 del MPI, “Dialogo interculturale e convivenza democratica: l’impegno progettuale nella scuola”. • CM 28 aprile 1992, n. 122 del Consiglio Nazionale della P.I., “Pronuncia sull’educazione interculturale nella scuola”. • CM 24 marzo 1993, n. 138 del Consiglio Nazionale della P.I., “Razzismo e antisemitismo: il ruolo della scuola”. • D. l.vo 25 luglio 1998, n. 286, “Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero” (art. 38, Istruzione degli stranieri. Educazione interculturale). 59 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo • D.P.R. 31 agosto 1999, n. 394, “Regolamento di attuazione del T.U. delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero” (art. 45, Iscrizione scolastica). • Pronuncia C.N.P.I. 20 dicembre 2005, n. 11890, “Problematiche interculturali”. • CM 1° marzo 2006, n. 24, “Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri”. • MPI dicembre 2006, “Documento Generale di indirizzo per l’integrazione degli alunni stranieri e per l’educazione interculturale (presentato in occasione dell’insediamento dell’Osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri e l’educazione interculturale, 12 dicembre 2006). 2. Il livello regionale L’esame della distribuzione degli alunni stranieri sul territorio nazionale (a.s. 2005/06) ci consente di formare una graduatoria che vede al primo posto la Regione Emilia Romagna (9,5%), seguita dall’Umbria (8,9%), dalla Lombardia, dal Veneto, dal Lazio e dalle Marche (8,0%), dal Piemonte (7,6%) e, buon ottava, dalla Toscana (7,3%) e a seguire tutte le altre regioni italiane. Dunque, nel corso dell’ultimo quinquennio, l’incidenza degli alunni stranieri è cresciuta più nelle altre regioni del Centro Italia che in Toscana, regione quest’ultima che solo alcuni anni fa si collocava subito dopo le grandi regioni del Nord. La Toscana emerge comunque come una delle regione più coinvolte in numeri assoluti: circa 34 mila studenti stranieri presenti nelle scuole di ogni ordine e grado, di cui circa la metà sono studentesse. Al suo interno, la provincia di Arezzo, si colloca ai primissimi posti quanto a presenze di alunni stranieri: è seconda soltanto alla provincia di Prato, in termini di incidenza percentuale e alla provincia di Firenze in termini di presenza assoluta (mentre a livello nazionale occupa la 27esima posizione rispetto al dato assoluto). Come vedremo più avanti, ormai quasi tutte le scuole di ogni ordine e grado presenti sul territorio provinciale si trovano a dover affrontare questa situazione e conseguentemente a darsi, al di là della propria tradizione educativa, una vocazione plurilingue e multiculturale. 60 La presenza Tab. 2.1 Distribuzione regionale. A.s. 2005/06 Province Alunni stranieri di cui femmine Incidenza % sul totale alunni italiani e stranieri Arezzo Firenze Grosseto Livorno Lucca Massa Pisa Pistoia Prato Siena 4.147 10.673 1.459 1.691 2.380 1.182 3.102 2.851 3.589 2.909 2.010 4.964 714 830 1.154 563 1.427 1.347 1.675 1.333 8,9 8,6 5,4 4,0 4,8 4,5 6,2 7,6 11,4 8,8 Totale 33.983 16.017 8,0 Fonte: MPI, dicembre 2006 Altri elementi di riflessione sulle differenti caratteristiche della distribuzione degli alunni stranieri tra le province toscane ci sono offerti dalla tabelle 2.2. e 2.3. In primo luogo, emerge una differente incidenza tra capoluogo e “periferia”. Alcune città come Firenze, Prato, ma anche Lucca e Pisa presentano una concentrazione superiore rispetto al proprio territorio provinciale; mentre Siena, Arezzo, Grosseto, Pistoia, Massa e Livorno presentano una situazione inversa. Certamente, a determinare questa differente distribuzione concorrono svariati fattori e dinamiche (opportunità lavorative, questione alloggiativa, reti etniche…) che soltanto una analisi approfondita, territorio per territorio, potrebbe illustrare compiutamente. Cosa che faremo limitatamente alla provincia di Arezzo. Anche il numero complessivo delle cittadinanze presenti a scuola varia da provincia a provincia: Firenze appare come la provincia più multiculturale e multilingue della Toscana, almeno in termini di pluralità di provenienze; seguono le scuole di Pisa, Siena, Arezzo e via via tutte le altre. Un ulteriore dato significativo che emerge dalla tabella 2.2. è relativo al gruppo nazionale più presente e alla sua incidenza rispetto al numero complessivo degli alunni stranieri: di fronte ad un panorama provinciale piuttosto “monotono”, che vede una diffusa preminenza di alunni albanesi, e a parte la tradizionale supremazia numerica dei cinesi nel pratese (che rappresentano il 42,6% di tutti gli alunni stranieri), è proprio la provincia di Arezzo che introduce un elemento di discontinuità con la superiorità numerica degli alunni romeni. 61 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 2.2. Quadro sintetico provinciale sugli alunni stranieri. Valori percentuali. A.s. 2005/06 Province Alunni con cittadinanza non italiana per 100 frequentanti Alunni stranieri per 100 frequentanti comuni provincia Cittadinanze rappresentate Stato estero più rappresentato % stato estero più rappresentato su alunni stranieri in totale nel comune capoluogo negli altri comuni provincia Arezzo 7,8 9,5 8,9 86 Romania 27,2 Firenze 9,4 8,0 8,6 125 Albania 24,5 Grosseto 3,9 6,7 5,4 66 Albania 18,2 Livorno 3,3 4,7 4,0 81 Albania 25,4 Lucca 5,6 4,4 4,8 81 Albania 23,4 Massa C. 3,7 5,1 4,5 73 Albania 30,2 Pisa 6,9 5,8 6,2 97 Albania 35,8 Pistoia 6,7 8,1 7,6 82 Albania 52,0 Prato 11,5 10,7 11,4 77 Cina 42,6 9,7 8,8 91 Albania 28,8 Siena 6,4 Fonte: MPI, dicembre 2006 La tabella 2.3. infine ci offre un quadro completo dell’incidenza percentuale degli alunni stranieri in ogni livello di istruzione. Rimandiamo il lettore ad una sua attenta lettura e ad una comparazione tra le diverse realtà provinciali. Qui possiamo segnalare il dato relativo ad Arezzo che risulta sempre tra i più alti registrati nelle province toscane; in particolare, si guardi al dato di incidenza relativo alle scuole secondarie di II grado e alla forte concentrazione degli studenti stranieri negli istituti professionali aretini (13,4%), il più alto a livello regionale. Tab. 2.3. Indicatori provinciali del sistema scolastico: incidenza degli alunni stranieri. A.s. 2005/06 Province Scuola infanzia Scuola primaria Arezzo 8,8 11,1 Firenze 9,2 9,8 Grosseto 5,5 6,6 Livorno 3,2 4,9 Lucca 4,8 6,0 Massa C. 5,2 5,2 Pisa 6,5 7,3 Pistoia 8,0 8,7 Prato 11,7 12,6 Siena 8,5 10,4 Toscana 7,5 8,6 Fonte: MPI, dicembre 2006 Scuola sec I grado Scuola sec. II grado Licei classici e psicopedagogici Istituti tecnici Istituti professionali Istituti d’arte e licei artistici 10,8 10,6 6,2 5,3 5,7 5,1 7,3 10,5 15,2 10,2 9,0 5,9 5,5 3,8 2,9 2,8 3,3 3,9 4,4 6,8 6,3 4,7 2,7 2,6 2,3 1,6 1,5 1,7 2,4 2,4 3,8 2,9 n.d. 6,1 5,5 2,7 2,8 2,2 3,1 3,5 3,8 8,2 7,1 n.d. 13,4 11,8 7,0 5,5 5,8 6,4 8,4 6,7 10,0 11,7 n.d. 6,3 4,7 3,2 3,9 4,5 2,1 5,4 5,9 15,1 7,3 n.d. 62 La presenza 3. Gli alunni stranieri in provincia di Arezzo 3.1. Una crescita costante e diffusa Nell’anno scolastico 2005/06 la presenza di alunni stranieri nella provincia di Arezzo è cresciuta del 19,2% rispetto al 2004/05, con un livello di concentrazione che quest’anno ha raggiunto il 9,6% dell’intera popolazione scolastica provinciale. Dunque, ogni 100 alunni 10 hanno nazionalità non italiana: un punto e mezzo percentuale in più rispetto allo scorso anno scolastico. Un’incidenza che in un quinquennio è più che raddoppiata, dal 4,4% al 9,6%. Tale incidenza è comunque differente per i diversi ordini di istruzione: alle primarie è l’11,5%, nelle scuole dell’infanzia è pari al 9,6%, nelle secondarie di I grado è l’11,6%, mentre nelle secondarie di II grado è il 6,5% (v. tabb. 3.1. e 3.2.). Tab. 3.1. Distribuzione degli alunni stranieri per ordine di scolarità e rapporto con totale alunni iscritti. A.s. 2005/06 Livello istruzione Alunni stranieri % di colonna Alunni totale % stranieri su totale Infanzia* Primaria Sec. I grado Sec. II grado 593 1.610 1.017 979 14,1 38,3 24,2 23,3 6.192 13.955 8.764 15.018 9,6 11,5 11,6 Totale 4.199 100,0 43.929 9,6 6,5 * Il dato è comprensivo delle scuole statali e comunali. Non sono comprese le scuole dell’infanzia FISM Tab. 3.2. Alunni stranieri ed italiani nelle scuole della provincia di Arezzo. Serie storica Anno scolastico 1996/97 1997/98 1998/99 1999/00 2000/01 2001/02 2002/03 2003/04 2004/05 2005/06 Stranieri Italiani Totale alunni Rapporto % stranieri su totale 438 675 870 1.162 1.450 1.938 2.597 3.039 3.524 4.199 41.742 40.953 39.130 42.435 42.273 41.770 41.747 39.626 39.735 39.730 42.180 41.628 40.008 43.181 43.723 43.708 44.344 42.665 43.259 43.929 1,0 1,6 2,2 2,7 3,3 4,4 5,9 7,1 8,1 9,6 In termini assoluti, gli alunni stranieri iscritti alle scuole statali e non statali nella provincia di Arezzo sono 4.199, in rappresentanza di 89 nazionalità, variamente distribuite in tutti i continenti. Rispetto al precedente anno scolastico, si registra un incremento di circa 700 alunni stranieri1, il più alto in valori assoluti mai registrato. 63 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 3.3. Distribuzione per ordine di scolarità. Serie storica Livello Istruzione 96/97 97/98 98/99 99/00 00/01 01/02 02/03 03/04 04/05 05/06 Variaz. % 04/0505/06 Infanzia 107 n.d. 141 210 239 401 556 533 516 593 14,9 Primaria 176 299 391 513 663 825 1.050 1.247 1.357 1.610 18,6 Sec. I gr. 84 149 216 275 353 438 588 675 839 1.017 21,2 Sec. II gr. 71 n.d. 122 164 195 274 401 584 812 979 20,6 Totale 483 675 870 1.162 1.450 1.938 2.595 3.039 3.524 4.199 19,2 La scuola dell’obbligo accoglie il maggior numero di studenti stranieri: oltre 6 alunni stranieri su 10 frequentano le scuole primarie e medie con una netta prevalenza delle prime (38,3%) sulle seconde (24,2%). E’ tuttavia quest’ultimo livello di scolarità insieme alle secondarie di II grado a evidenziare quest’anno il ritmo di crescita più alto (intorno al 21%). Se consideriamo l’ultimo biennio, la crescita maggiore ha interessato la scuola secondaria di II grado (+68%). Un risultato, questo, che viene confermato anche alla distanza, prendendo in considerazione il dato di cinque anni fa (a.s. 2001/02): +573%. Graf. 3.1. Andamento percentuale della presenza di alunni stranieri sul totale degli iscritti nelle scuole della provincia di Arezzo 12,0 10,0 9,6 8,1 8,0 7,1 6,0 5,9 4,4 4,0 3,3 2,7 2,0 06 05 /2 0 05 20 04 /2 0 04 20 /2 0 20 /2 0 02 03 03 02 20 01 /2 0 01 20 00 /2 0 00 20 99 /2 0 99 19 /1 9 98 19 98 /1 9 97 19 19 96 /1 9 97 0,0 2,2 1,6 1,0 La presenza degli alunni stranieri e la relativa incidenza di questi sul totale degli alunni diminuisce con il passare da un livello di istruzione inferiore a quello superiore, anche se ovviamente riscontriamo valori più elevati nella fascia dell’obbligo. Tale andamento risulta ancora più evidente se si esaminano i dati distintamente per ogni anno di corso. Andamenti di questo tipo, e cioè valori che sembrano ridursi man mano che si progredisce negli anni di corso, sono, invece, il più delle volte indicativi di una situazione di incremento per il futuro. In altri termini: i valori elevati dei primi anni di corso si riscontreranno successivamente anche in quelli seguenti. 64 La presenza Tab. 3.4. Alunni stranieri, tipologia di scuola, classe frequentata. A.s. 2005/06 Scuola Classe Italiani Stranieri Totale Primaria 1 2 3 4 5 Sec. II grado Totale 22,1% 19,4% 20,6% 19,8% 18,0% 100,0% 30,3% 33,8% 36,0% 100,0% 23,8% 21,4% 20,1% 18,2% 16,5% 100,0% 22,4% 19,3% 19,4% 19,9% 18,6% 100,0% 31,5% 34,0% 34,4% 100,0% 41,3% 22,4% 18,9% 10,0% 7,4% 100,0% 22,1% 19,4% 20,5% 19,9% 18,1% 100,0% 30,4% 33,8% 35,9% 100,0% 24,9% 21,4% 20,0% 17,7% 15,9% 100,0% Totale complessivo 34.151 3.607 37.758 Primaria Totale Secondaria di I grado Sec. I grado Totale Secondaria di II grado 1 2 3 1 2 3 4 5 La componente elevata di stranieri nella prima superiore (di II grado) può essere dovuta ad una maggiore “permanenza” a causa delle ripetenze degli studenti nel primo anno di corso, didatticamente considerato tra i più critici. Il dato in esame lascia pensare ad un abbandono dopo i primi anni di corso d’istruzione secondaria superiore: il progressivo calo delle frequenze contraddistingue, anche se attenuato dalla presenza di alunni ripetenti, tutti gli anni dell’istruzione secondaria superiore. Occorre osservare, tuttavia, che rispetto a quanto rilevato negli anni scorsi2, si nota una maggiore presenza di alunni stranieri nelle classi successive alla prima e questo, come si diceva, è espressione di una progressione negli studi. Il confronto con gli studenti italiani evidenzia un forte scostamento non solo nella prima classe delle superiori di II grado, ma anche nelle ultime due classi di questo livello di istruzione. Già in terza superiore si avverte un calo che tuttavia si fa nettamente più marcato nelle classi quarta e quinta: il che conferma la difficoltà degli alunni stranieri a portare a termine positivamente il percorso scolastico, riconducibile a una pluralità di fattori (ritardo scolastico, bocciature e ripetenze etc.). 3.2. La distribuzione territoriale Alcune considerazioni possono essere svolte, inoltre, analizzando l’articolazione delle presenze sul territorio provinciale. In primo luogo, va detto che essa non si presenta omogenea: diversa è la distribuzione e l’incidenza del fenomeno sul territorio e, dunque, l’impatto sull’attività didattico gestionale delle scuole. Il distretto scolastico più coinvolto per presenze assolute è l’Aretino (36,6%); inferiore, ma di tutto riguardo, è la presenza straniera nel Valdarno (23,1%), mentre valori più bassi si registrano nei distretti del Casentino e della Valdichiana (rispettivamente, il 16,9 e il 14,3%) e della Valtiberina (9,1%). 65 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 3.5. Distribuzione territoriale. A.s. 2005/06 Distretto Totale % di colonna Aretina Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina 1.536 708 970 602 383 36,6 16,9 23,1 14,3 9,1 Totale 4.199 100,0 Rispetto all’anno scolastico precedente risalta, in particolare, il nuovo incremento delle presenze di alunni stranieri in Casentino (+26,9%); va comunque segnalato il generale incremento della componente straniera in tutti gli altri distretti scolastici, anche se in misura nettamente più contenuta rispetto al dato del Casentino. In particolare la zona Aretina e il Valdarno registrano nell’ultimo anno un incremento superiore alla media (pari al 20%), mentre la Valdichiana segna soltanto un 10% di crescita. Tab. 3.6. Distribuzione per ordine di scolarità. Serie storica Distretto Variaz. Variaz. % % 96/97 97/98 98/99 99/00 00/01 01/02 02/03 03/04 04/05 05/06 99/0004/0505/06 05/06 Aretina Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina 169 69 79 79 42 266 110 142 114 43 326 139 182 151 72 428 173 259 187 115 549 238 299 234 130 673 341 442 315 166 958 470 548 365 254 1.085 537 714 409 294 1.280 558 810 548 328 1.536 708 970 602 383 258,9 309,2 274,5 221,9 233,0 20,0 26,9 19,8 9,9 16,8 Totale 438 675 870 1.162 1.450 1.938 2.595 3.039 3.524 4.199 261,4 19,2 E’ interessante notare il ribaltamento che si è verificato quest’anno rispetto allo scorso, quando la Valdichiana fece registrare l’incremento più alto (+34%) e il Casentino quello più basso (+11%). Tale andamento non deve tuttavia sorprenderci: le oscillazioni dei flussi migratori si manifestano ogni anno, interessando diversamente i vari territori provinciali. Se guardiamo al medio-lungo periodo (ultimi 5 anni), tutti i distretti scolastici hanno conosciuto un sensibile incremento di presenze: tra il 210 e il 310% (dove ancora il Casentino esprime i valori più alti). La tabella 3.7., inoltre, disaggrega il dato della presenza assoluta tra i vari distretti e gli ordini di scolarità. 66 La presenza Tab. 3.7. Alunni stranieri per distretto scolastico e ordine di scuola. A.s. 2005/06 Distretto Infanzia Primaria Sec. I grado Sec. II grado Totale V.a. % di riga V.a. % di riga V.a. % di riga V.a. % di riga V.a. % di riga Aretina Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina 197 84 147 97 68 12,8 11,9 15,2 16,1 17,8 536 313 381 266 114 34,9 44,2 39,3 44,2 29,8 372 160 239 139 107 24,2 22,6 24,6 23,1 27,9 431 151 203 100 94 28,1 21,3 20,9 16,6 24,5 1.536 708 970 602 383 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale 593 14,1 1.610 38,3 1.017 24,2 979 23,3 4.199 100,0 I dati sopra menzionati si modificano sensibilmente se consideriamo l’incidenza di tale presenza sulla popolazione studentesca complessiva. Dalla tabella 3.8. viene confermato che le scuole più interessate dal fenomeno in esame sono quelle dislocate in Casentino, dove su 100 studenti circa 17 sono di nazionalità straniera (o meglio il 16,5%). Il dato di incidenza degli altri distretti è invece inferiore o pari alla media e oscilla tra l’8,5% e il 9,1%. Tab. 3.8. Incidenza alunni stranieri per distretto scolastico. A.s. 2005/06 Distretto Alunni stranieri Alunni totali % Aretina Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina 1.536 708 970 602 383 17.324 4.302 11.379 6.699 4.226 8,9 16,5 8,5 9,0 9,1 Totale 4.199 43.930 9,6 Discorso analogo per il livello comunale: sono i piccoli paesi di provincia, per lo più collocati nella zona del Casentino, a presentare i livelli più alti di concentrazione di alunni stranieri. I comuni con incidenza più alta di alunni stranieri sono: a. Chitignano e Stia in Casentino, Castiglion Fibocchi nel distretto Aretino presentano una concentrazione altissima di studenti stranieri, che oscilla tra il 21 e il 26% circa, dove cioè oltre un quarto e un quinto degli alunni sono stranieri; b. Bibbiena, Castel S. Niccolò, Talla, Chiusi della Verna e Sestino si collocano tra i comuni con un livello di incidenza alto, tra il 16 e il 19%; c. Subbiano, Castel Focognano, Pratovecchio, Castelfranco di Sopra, Caprese Michelangelo e Monterchi, evidenziano una concentrazione medio-alta, pari al 13%. 67 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 3.9. I comuni della provincia di Arezzo con incidenza più elevata di alunni stranieri. A.s. 2005/06 Comune Alunni stranieri Alunni totali % di riga Chitignano Stia Castiglion Fibocchi Bibbiena Castel S. Niccolò Talla Sestino Chiusi della Verna Pratovecchio Monterchi Caprese M.lo Castel Focognano Bucine Poppi Anghiari Altri comuni 9 72 29 323 35 8 20 37 28 27 47 45 76 145 67 3.258 35 304 140 1.731 210 48 126 234 194 189 331 329 578 1.146 537 37.797 25,7 23,4 20,7 18,7 16,7 16,7 15,9 15,8 14,4 14,3 14,2 13,7 13,1 12,7 12,5 8,6 Totale 4.199 43.929 9,6 Infine la tabella 3.10. elenca tutti i comuni, suddivisi per distretto scolastico, con il dato percentuale di presenza assoluta e di incidenza. E’ evidente che sono i comuni più grandi, cioè quelli che offrono maggiori opportunità lavorative per le famiglie straniere e ove è dislocato il maggior numero dei plessi scolastici, ad accogliere il maggior numero di alunni stranieri. Circa un terzo si concentra nelle scuole ubicate nella città di Arezzo (il 29,7%); seguono, con valori nettamente più bassi, Montevarchi (8,0%), Bibbiena (7,7%), San Giovanni Valdarno (6,3%), Cortona (5,6%), Castiglion Fiorentino (4,3%) e Sansepolcro (4,3%). Tab. 3.10. Presenza di alunni stranieri per comune. A.s. 2005/06 Comune Alunni stranieri % colonna Alunni totali Incidenza % Arezzo Capolona Castiglion Fibocchi Civitella V.na Monte S. Savino Subbiano 1.248 63 29 69 77 50 29,7 1,5 0,7 1,6 1,8 1,2 14.595 616 140 719 887 366 8,6 10,2 20,7 9,6 8,7 13,7 Aretina Totale 1.536 36,6 17.323 8,9 323 45 35 9 7,7 1,1 0,8 0,2 1.731 329 210 35 18,7 13,7 16,7 25,7 Bibbiena Castel Focognano Castel S. Niccolò Chitignano 68 La presenza Chiusi della Verna Montemignaio Ortignano Raggiolo Poppi Pratovecchio Stia Talla 37 3 3 145 28 72 8 0,9 0,1 0,1 3,5 0,7 1,7 0,2 234 30 37 1.146 194 308 48 15,8 10,0 8,1 12,7 14,4 23,4 16,7 Casentino Totale 708 16,9 4.302 16,5 Bucine Castelfranco di Sopra Cavriglia Laterina Loro Ciuffenna Montevarchi Pergine Valdarno Pian di Sco’ San Giovanni V.no Terranuova B.ni 76 16 50 42 54 334 17 27 265 89 1,8 0,4 1,2 1,0 1,3 8,0 0,4 0,6 6,3 2,1 578 235 693 360 513 3.437 180 466 3.921 996 13,1 6,8 7,2 11,7 10,5 9,7 9,4 5,8 6,8 8,9 Valdarno Totale 970 23,1 11.379 8,5 Castiglion F.no Cortona Foiano della Chiana Lucignano Marciano della Chiana 181 236 117 36 32 4,3 5,6 2,8 0,9 0,8 2.050 2.955 1.036 315 343 8,8 8,0 11,3 11,4 9,3 Valdichiana Totale 602 14,3 6.699 9,0 Anghiari Badia Tedalda Caprese M.lo Monterchi Pieve S. Stefano Sansepolcro Sestino 67 5 47 27 38 179 20 1,6 0,1 1,1 0,6 0,9 4,3 0,5 537 93 331 189 487 2.463 126 12,5 5,4 14,2 14,3 7,8 7,3 15,9 Valtiberina Totale 383 9,1 4.226 9,1 4.199 100,0 43.929 9,6 Totale complessivo 3.3. Le nazionalità di provenienza Altro aspetto del fenomeno migratorio è quello delle provenienze, cioè delle cittadinanze anch’esse fortemente differenziate presenti nella scuola. Si tratta, evidentemente, di un dato importante poiché le problematiche che l’amministrazione del sistema scolastico deve affrontare per attuare la piena integrazione degli alunni stranieri non dipendono solo dal progressivo aumento di questi, ma anche dalla loro eterogenea provenienza. 69 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 3.11. Numero delle cittadinanze presenti nelle scuole della provincia di Arezzo. A.s. 2005/06 Europa UE (25 stati) 17 Paesi non UE 13 Africa America Asia Oceania Totale 18 19 21 1 89 Nell’anno scolastico 2005/06 sui banchi delle scuole della provincia di Arezzo erano presenti 89 nazionalità straniere differenti, in rappresentanza di tutti i continenti. Anche in questo caso si registra un lieve incremento (lo scorso anno erano 83 le nazionali estere), benché il dato sia soggetto a forti oscillazioni da un anno all’altro. Il dato relativo alle cittadinanze evidenzia la grande eterogeneità dei gruppi linguistici e culturali presenti sul territorio. Anche se la metà di tutti gli alunni stranieri presenti in provincia di Arezzo appartiene a due nazionalità: la romena e l’albanese. In particolare si possono sottolineare le seguenti peculiarità: a. primeggiano le presenze degli alunni provenienti dall’Europa non comunitaria, che sono il 64,7% del totale: romeni (26,9%), albanesi (23,1%), serbi e montenegrini (3,8%) e macedoni (3,3%) sono tra le cittadinanze più numerose nelle scuole della provincia di Arezzo; b. il continente asiatico si colloca al secondo posto nella graduatoria delle presenze per continente con il 13,5%. Le nazionalità quantitativamente più consistenti sono: India (3,7%), Bangladesh (2,5%) e Pakistan (2,2%); c. dal continente africano proviene il 10,8% degli alunni stranieri con una netta prevalenza di studenti marocchini (8,1%); d. un numero di presenze ridotto per il continente americano (6,5%) e l’Europa comunitaria (4,5%). Tradizionalmente, il primo riguarda in misura più consistente l’America Latina (6,0%), con una netta prevalenza di alunni dominicani (2,3%); il secondo, invece, fa registrare una presenza forte di studenti tedeschi e polacchi (rispettivamente al 2,2% e al 2,9%). Tab. 3.12. Distribuzione degli alunni stranieri per continente di appartenenza. A.s. 2005/06 Area geografica di provenienza Alunni stranieri % colonna Paesi UE (a 25 Stati) Paesi non UE Africa America Latina Nord America Asia Oceania 188 2.716 454 253 19 567 2 4,5 64,7 10,8 6,0 0,5 13,5 - Totale 4.199 100,0 70 La presenza Tab. 3.13. Le nazionalità straniere numericamente più presenti nelle scuole statali e non statali della provincia di Arezzo. A.s. 2005/06 Alunni stranieri 2005/06 Incidenza % Alunni stranieri 2004/05 Variazione incidenza % rispetto al 2004/05 Romania Albania Marocco Serbia - Mont. India Macedonia Polonia Bangladesh Rep. Dominicana Germania Pakistan Cina Bulgaria Russia Altre 1.131 969 342 160 157 137 123 106 97 91 92 73 66 54 601 26,9 23,1 8,1 3,8 3,7 3,3 2,9 2,5 2,3 2,2 2,2 1,7 1,6 1,3 14,3 953 763 314 147 130 102 74 109 83 64 82 59 49 75 520 18,7 27,0 8,9 8,8 20,8 34,3 66,2 -2,8 16,9 42,2 12,2 23,7 34,7 -28,0 15,6 Totale 4.199 100 3.524 19,2 Nazionalità Tab. 3.14. Principali provenienze degli alunni stranieri per livello di scolarità. A.s. 2005/06 Infanzia V.A. Primaria V.A. Sec. I grado V.A. Sec. II grado V.A. Romania Albania Marocco India Serbia - Mont. Bangladesh Pakistan Regno Unito Tunisia Germania Altre 119 124 63 29 27 34 16 12 15 11 143 Romania Albania Marocco Bangladesh Serbia - Mont. India Macedonia Pakistan Polonia Germania Altre 476 362 138 72 68 54 53 42 41 32 272 Romania Albania Marocco Serbia - Mont. Macedonia India Germania Dominicana Bangladesh Polonia Altre 260 254 73 42 37 37 26 24 22 21 221 Romania Albania Marocco India Dominicana Russia Serbia - Mont. Germania Polonia Macedonia Altre 276 229 68 37 35 28 23 23 20 17 223 Totale 593 Totale Totale 993 Totale 979 1.610 4. Ritardo ed esiti scolastici L’indagine ha poi approfondito gli aspetti relativi alla carriera scolastica dell’alunno straniero, con particolare attenzione all’esame di situazioni di ritardo e degli esiti scolastici3. Si tratta di cause – o meglio di indicatori – che rientrano nel più ampio fenomeno della dispersione scolastica e che comportano un rallentamento o un’interruzione del corso di studi prima del conseguimento del titolo, durante tutto il ciclo di studi. 71 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Il ritardo scolastico – che esprime lo scarto esistente tra l’età anagrafica e l’età scolare dalla classe di inserimento – è indicativo di una tendenza alla “permanenza” nella scuola, nonostante l’insuccesso scolastico; mentre la ripetenza e la mancata promozione sono principalmente degli indicatori rappresentativi del diverso grado di selettività che caratterizza i singoli anni di corso. La questione del ritardo, come è stato osservato, “è un aspetto costante dell’inserimento dei ragazzi stranieri nella scuola italiana” (Besozzi 2002) e, ugualmente, si potrebbe dire per il minor successo degli studenti stranieri nei diversi ordini di scuola. Le varie indagini condotte a livello nazionale del MPI e a livello locale da vari organismi di ricerca, come abbiamo già visto, confermano queste affermazioni. Anche se il ritardo non si traduce automaticamente in insuccesso scolastico è chiaro che esso può seriamente pregiudicare il proseguimento degli studi. Queste ricerche evidenziano tutte come la situazione di ritardo sia spesso dovuta a una sorta di “bocciatura iniziale”: l’alunno neoarrivato viene inserito quasi generalmente in una classe inferiore, anche di due anni rispetto alla sua età. Eppure la vigente normativa sull’iscrizione scolastica dei minori stranieri è molto chiara (art. 45, DPR 394/99; ora anche C.M. n. 24/2006, recante le “Linee guida”): inserimento nella classe corrispondente all’età anagrafica dei minori soggetti all’obbligo scolastico quale regola generale da seguire; in via di eccezione, quando ricorrono specifiche ipotesi espressamente indicate dalla norma citata, il collegio dei docenti può stabilire, motivando, un inserimento in una classe inferiore di un anno. Se l’inserimento in una classe inferiore di un anno, e quindi con un ritardo contenuto, può essere spiegato da ragioni diverse e rivelarsi, in certi casi, una scelta positiva per il successo scolastico dell’alunno non italofono, il ritardo di due o più anni risulta invece spesso penalizzante. Difatti al ritardo “iniziale” si sommano talvolta ripetenze e bocciature: sono molti gli allievi stranieri che poi abbandonano durante i primi due anni di scuola superiore. E inoltre, il mancato riconoscimento dell’esperienza pregressa dei ragazzi – che spesso si cela nell’inserimento in classe inferiore – comporta per loro non solo una degradazione simbolica, ma anche una perdita di risorse e di abilità che va a discapito del successo scolastico. La distribuzione disonomogenea dei ragazzi con ritardo scolare, evidenziata da alcune ricerche, fa supporre che vi siano sistemi diversi adottati dalle scuole (Commissioni di accoglienza, dirigente…) per determinare le classi di frequenza dei ragazzi stranieri. Manca quindi un coordinamento metodologico e operativo, entro il quale condividere le proprie prassi. La creazione di un sistema di coordinamento permetterebbe un proficuo scambio di idee e proposte tra scuole e darebbe la possibilità alle Commissioni di confrontarsi su singoli casi e procedure. La forte concentrazione degli studenti stranieri nei percorsi scolastici più brevi considerati meno esigenti (istituti professionali, CTP…) sono spesso sia il frutto di questa discontinuità dei percorsi scolastici, sia il frutto di scelte al ribasso, di un orientamento svalorizzante talvolta favorito dalla scuola stessa. La riuscita scolastica è, invece, correlata ad una pluralità di fattori: alle risorse sociali ed economiche delle famiglie, al clima scolastico, alle motivazioni e all’investimento formativo con le proprie aspettative per il futuro. E se questo vale per tutti, italiani e stranieri, alcuni fattori fortemente influenzanti gli esiti scolastici sono invece caratteristici degli alunni d’origine immigrata, tra i quali spiccano le competenze linguistiche: le scarse conoscenze di una lingua aumentano le difficoltà di apprendimento e di studio, anche se la riuscita scolastica non dipende solamente da questo fattore, ma da una concatenazione 72 La presenza di fattori tra quelli precedentemente esposti. Dalle indagini del Ministero della Pubblica Istruzione (MIUR 2005) emerge che tra gli elementi aventi influenza sugli esiti scolastici è possibile identificare il precoce inserimento nell’esperienza culturale e linguistica nel paese ricevente: la nascita in Italia ed una rapida integrazione nel sistema d’istruzione produce, infatti, esiti migliori. In generale. la buona riuscita scolastica può essere assunta dalla scuola come “un indicatore oggettivo di buon funzionamento quindi di raggiungimento di obiettivi di efficacia ed efficienza” (Besozzi 2002). 4.1. Il ritardo scolastico I dati raccolti sul ritardo scolastico in provincia di Arezzo ci dicono che, nell’a.s. 2005/06, quasi la metà (il 49,6%) degli alunni stranieri delle scuole primarie, secondarie di I e II grado sono in ritardo di uno o più anni4. Una situazione identica a quanto rilevato con l’indagine da noi realizzata nell’anno scolastico 2002/03 (Luatti 2003). Dunque, 5 studenti stranieri su 10 presentano una situazione di ritardo (soprattutto di uno/due anni: il 44,6%), mentre solo uno studente italiano su 10 è in ritardo. Tab. 4.1.1. Ritardo scolastico degli alunni stranieri e italiani in provincia di Arezzo. A.s. 2005/06 Ritardo Italiani Stranieri Totale in anticipo in pari 1 anno 2 anni 3 anni 4 anni e + Maggior. (nato prima del 1980) totale ritardo 1,6% 88,3% 7,4% 1,8% 0,3% 0,3% 0,4% 10,1% 0,9% 49,6% 33,8% 10,8% 2,9% 1,3% 0,6% 49,5% 1,5% 84,5% 9,9% 2,6% 0,5% 0,4% 0,4% 13,9% 100,0% 100,0% 100,0% Totale In particolare, nelle scuole primarie il 26,0% degli alunni stranieri ha un’età anagrafica superiore a quella scolare, nelle scuole secondarie di I grado il 56,2% e nelle scuole superiori di II grado l’80,3% (tab. 4.1.3.). Ancora utile può essere il confronto/differenza con il ritardo scolastico accusato dagli studenti italiani: l’1,0% alle primarie, il 3,9% alle secondarie di I grado, e il 21,2% alle superiori. Rispetto a tre anni fa diminuisce il ritardo degli stranieri nella scuola dell’obbligo e aumenta significativamente nella scuole superiore. Il divario rispetto al curricolo regolare aumenta con il progredire del livello scolastico. Alle scuole primarie, infatti, il 2,6% degli alunni stranieri ha due anni di ritardo, alle medie il 10,6% e alle superiori il 24,3%. Coloro che accusano tre o più anni di ritardo sono una percentuale pari quasi a zero nelle scuole primarie, il 2,7% alle medie e il 14,6% alle superiori. 73 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 4.1.2. Ritardo scolastico degli alunni stranieri. Valori assoluti. A.s. 2005/06 Ritardo Primaria Sec. I grado Sec. II grado Totale in anticipo in pari 1 anno 2 anni 3 anni 4 anni e + Maggior. (nato prima del 1980) totale ritardo 27 1.151 369 42 2 413 4 449 444 110 23 4 1 582 3 191 409 240 78 44 22 793 34 1.791 1.222 392 103 48 23 1.788 Totale 1.591 1.035 987 3.613 Tab. 4.1.3. Ritardo scolastico degli studenti stranieri. Valori percentuali. A.s. 2005/06 Ritardo in anticipo in pari 1 anno 2 anni 3 anni 4 anni e + Maggior. (nato prima del 1980) totale ritardo Totale Primaria Sec. I grado Sec. II grado Totale 1,7% 72,3% 23,2% 2,6% 0,1% 26,0% 0,4% 43,4% 42,9% 10,6% 2,2% 0,4% 0,1% 56,2% 0,3% 19,4% 41,4% 24,3% 7,9% 4,5% 2,2% 80,3% 0,9% 49,6% 33,8% 10,8% 2,9% 1,3% 0,6% 49,5% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% Le dimensioni e la significatività dei dati sopra illustrati emergono anche dalla loro comparazione con il dato del ritardo scolastico a livello nazionale che, come tale, è una media tra le tante e differenti realtà territoriali. Dall’ultima indagine nazionale (MPI 2006) emerge che nella scuola primaria complessivamente più di 2 bambini su 10 sono in ritardo di uno o più anni rispetto ai compagni di scuola italiani; nella scuola secondaria di I grado più della metà degli alunni è in ritardo; nella scuola secondaria di II grado si registra una media di oltre 7 studenti stranieri in ritardo scolastico. Ritornando al dato relativo alla provincia di Arezzo, occorre segnalare come il ritardo penalizzi più i ragazzi che le ragazze straniere, benché la differenza sia molto contenuta: i primi sono in ritardo per il 51,8%, le seconde per il 46,9% (tabb. 4.1.4. e 4.1.5.). Sono soprattutto i ragazzi a presentare le situazioni più gravi con due o tre anni di ritardo scolastico. Rispetto al dato sugli studenti italiani, i maschi sono quasi in numero doppio in ritardo rispetto alle femmine, pur con percentuali nettamente più basse a quelle viste per gli stranieri (rispett. 7,6% e 12,5%). 74 La presenza Tab. 4.1.4. Ritardo scolastico alunni stranieri per genere. Valori assoluti. A.s. 2005/06 Ritardo in anticipo in pari 1 anno 2 anni 3 anni 4 anni e + Maggior. (nato prima 1980) totale ritardo Totale F M Totale 17 902 595 148 33 16 21 813 17 889 627 244 70 32 2 975 34 1.791 1.222 392 103 48 23 1.788 1.732 1.881 3.613 Tab. 4.1.5. Ritardo scolastico alunni stranieri per genere. Valori percentuali. A.s. 2005/06 Ritardo in anticipo in pari 1 anno 2 anni 3 anni 4 anni e + Maggior. (nato prima 1980) totale ritardo Totale F M Totale 1,0% 52,1% 34,4% 8,5% 1,9% 0,9% 1,2% 46,9% 0,9% 47,3% 33,3% 13,0% 3,7% 1,7% 0,1% 51,8% 0,9% 49,6% 33,8% 10,8% 2,9% 1,3% 0,6% 49,5% 100,0% 100,0% 100,0% Volendo intraprendere un confronto tra le diverse realtà territoriali e considerando i tre ordini di scuola, possiamo notare come la situazione tra le varie zone sia abbastanza diversificata: in Valdichiana troviamo il valore più alto di ragazzi e ragazze straniere con età anagrafica corrispondente a quella scolare o in anticipo (il 57,3%); seguono il Valdarno con il 53,9%, il Casentino con il 50,8%, la Valtiberina con il 48,2%. La zona Aretina si conferma, anche rispetto a tre anni fa, come l’ambito territoriale dove le percentuali di ritardo scolastico degli alunni stranieri è più alto: è pari al 53,6% (ma è più elevato anche per gli alunni italiani). Ciò si spiega, ovviamente, dal fatto che questa zona raccoglie il maggior numero di istituti superiori di II grado dove, come abbiamo visto, il fenomeno del ritardo è generalmente diffuso e assume un peso significativo. 75 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 4.1.6. Ritardo scolastico alunni stranieri per zona socio-sanitaria. Valori percentuali Ritardo in anticipo in pari 1 anno 2 anni 3 anni 4 anni e + Maggior. (1980) totale ritardo Totale Aretina Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina Totale 1,4% 45,0% 34,2% 12,5% 3,9% 2,1% 0,9% 53,6% 1,0% 49,8% 35,8% 10,6% 1,5% 1,0% 0,2% 49,1% 0,6% 53,3% 32,7% 10,4% 2,2% 0,7% 0,1% 46,1% 0,6% 56,7% 33,9% 6,7% 1,6% 0,6% 0,0% 42,7% 0,3% 47,9% 31,4% 12,0% 4,5% 1,2% 2,7% 51,8% 0,9% 49,6% 33,8% 10,8% 2,9% 1,3% 0,6% 49,5% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% In tutte le zone, i bambini stranieri delle primarie con un curricolo regolare sono più della metà, con punte più alte in Valtiberina (ben l’80%) e in Valdarno (77,1%). La percentuale scende in corrispondenza delle scuole secondarie di I grado, dove i valori medi si attestano al 43,4% di ragazzi con un curricolo regolare (da un minimo del 36,8% del Casentino ad un massimo del 49% in Valdichiana) e alle superiori di II grado, dove la media dei ragazzi in pari con gli studi si abbassa ulteriormente al 19,4%; soltanto i dati di Valdichiana e Valdarno sono sopra la media (tabb. 4.1.7.-4.1.9.). Tab. 4.1.7. Ritardo scolastico alunni stranieri iscritti alle scuole Primarie della provincia di Arezzo. A.s. 2005/06 Ritardo in anticipo in pari 1 anno 2 anni 3 anni 4 anni e + Maggior. (1980) totale ritardo Totale Aretina Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina Totale 2,8% 67,9% 26,4% 3,0% 29,3% 1,7% 71,6% 21,9% 4,8% 26,7% 1,3% 75,8% 20,5% 1,9% 0,5% 22,9% 0,4% 74,3% 24,5% 0,8% 25,3% 0,8% 79,2% 17,5% 2,5% 20,0% 1,7% 72,3% 23,2% 2,6% 0,1% 26,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 76 La presenza Tab. 4.1.8. Ritardo scolastico alunni stranieri iscritti alle scuole Secondarie di I grado della provincia di Arezzo. A.s. 2005/06 Ritardo Aretina Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina Totale 0,8% 43,4% 39,9% 12,0% 3,5% 0,3% 0,3% 55,9% 0,6% 36,2% 53,4% 8,6% 1,2% 0,0% 63,2% 44,7% 41,9% 10,6% 1,6% 1,2% 55,3% 49,0% 42,8% 8,3% 51,0% 43,8% 40,0% 12,4% 3,8% 56,2% 0,4% 43,4% 42,9% 10,6% 2,2% 0,4% 0,1% 56,2% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% in anticipo in pari 1 anno 2 anni 3 anni 4 anni e + Maggior. (1980) totale ritardo Totale Tab. 4.1.9. Ritardo scolastico alunni stranieri iscritti alle scuole Secondarie di II grado della provincia di Arezzo. A.s. 2005/06 Ritardo Aretina Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina Totale 0,2% 18,3% 39,1% 24,6% 9,0% 6,3% 2,5% 81,5% 17,8% 45,0% 26,4% 5,4% 4,7% 0,8% 82,2% 22,1% 44,1% 26,0% 5,9% 1,5% 0,5% 77,9% 2,0% 22,5% 45,1% 19,6% 7,8% 2,9% 75,5% 17,4% 38,5% 22,0% 10,1% 3,7% 8,3% 82,6% 0,3% 19,4% 41,4% 24,3% 7,9% 4,5% 2,2% 80,3% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% in anticipo in pari 1 anno 2 anni 3 anni 4 anni e + Maggior. (1980) totale ritardo Totale I valori relativi alle scuole superiori sono poi suddivisi per tipologia di istruzione secondaria (tabb. 4.1.10 e 4.1.11). Come era prevedibile, il ritardo colpisce di più gli allievi stranieri che frequentano gli istituti professionali e quelli tecnici (entrambi all’84,5% circa); scende in parte nei licei classici (75,0%), artistici (71,3%), scientifici (68,7%) e psicopedagogici (67,6%). Una situazione comunque più grave rispetto alla media nazionale5. Tab. 4.1.10. Ritardo scolastico alunni stranieri per tipologia di istruzione secondaria. Valori assoluti. A.s. 2005/06 in anticipo in pari 1 anno 2 anni 3 anni 4 anni e + Maggior. (1980) Totale Artistica Classica Magistrale Professionale Scientifica Tecnica 1 2 25 3 24 55 30 54 30 9 33 119 46 172 20 14 114 18 74 9 3 40 4 22 2 27 15 1 3 18 87 12 74 358 99 357 Totale 3 191 409 240 78 44 22 987 Tipo istruzione 77 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 4.1.11. Ritardo scolastico alunni stranieri per tipologia di istruzione secondaria. Valori percentuali. A.s. 2005/06 in anticipo in pari 1 anno 2 anni 3 anni 4 anni e + Maggior. (1980) Totale Artistica Classica Magistrale Professionale Scientifica Tecnica 1,0% 0,6% 28,7% 25,0% 32,4% 15,4% 30,3% 15,1% 34,5% 75,0% 44,6% 33,2% 46,5% 48,2% 23,0% 18,9% 31,8% 18,2% 20,7% 10,3% 4,1% 11,2% 4,0% 6,2% 2,3% 7,5% 4,2% 1,1% 0,8% 5,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% Totale 0,3% 19,4% 41,4% 24,3% 7,9% 4,5% 2,2% 100,0% Tipo istruzione Un dato particolarmente significativo riguarda il rapporto tra il ritardo scolastico e la provenienza. Ad avere una situazione meno svantaggiata – a parte gli studenti italiani e quelli degli altri paesi Ue – sono gli alunni africani o figli di africani che per il 60,5% sono in pari (o in anticipo) con gli studi; mentre quelli che sembrano stare peggio sono i ragazzi e le ragazze latinoamericane: solo il 42,7% è in pari con gli studi. Un dato di sicuro interesse e che fa riflettere, considerando l’enfasi che viene posta sulla conoscenza dell’italiano quale fattore di avanzamento e buon esito negli studi e la “vicinanza” linguistica tra lo spagnolo e l’italiano. Tab. 4.1.12. Ritardo scolastico degli alunni per continente di provenienza. A.s. 2005/06 in anticipo in pari 1 anno 2 anni 3 anni 4 anni e + Maggior. (1980) Totale Africa America Asia Europa-Non Ue Europa-Ue Italia Oceania 1,9% 2,1% 1,9% 0,4% 2,7% 1,6% - 58,6% 40,6% 57,7% 46,2% 73,6% 88,3% - 19,5% 34,3% 25,7% 38,4% 18,2% 7,4% 100,0% 11,8% 14,2% 8,2% 11,2% 4,7% 1,8% - 5,1% 5,9% 3,9% 2,2% 0,3% - 2,9% 2,5% 1,8% 1,0% 0,3% - 0,3% 0,4% 0,9% 0,7% 0,7% 0,4% - 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% Totale 1,5% 84,5% 9,9% 2,6% 0,5% 0,4% 0,4% 100,0% Continente Se poi scendiamo alle singole nazionalità, prendendo in considerazione quelle quantitativamente più significative ed escludendo quelle dell’Unione Europea, sono gli studenti che provengono dal Bangladesh o con genitori di questo paese che per il 73,6% presentano un curriculum regolare; seguono gli allievi yugoslavi (65,5%), indiani (63,9%), marocchini (61,3%). Nella situazione opposta, di forte svantaggio rispetto all’età anagrafica, si trovano gli alunni bulgari che soltanto per il 25,9% del totale sono in pari con gli studi; seguono poi i russi (32,4%), i romeni (33,8%) e i cinesi (37,0%). Per alcune di queste nazionalità il dato è connesso al sistema scolastico del paese di origine: ad esempio, in Romania la primaria inizia a 7 anni e quindi i bambini e ragazzi romeni neo-arrivati sono già indietro di un anno rispetto al sistema scolastico italiano (a questo riguardo, si noti 78 La presenza come per i ragazzi romeni, russi e bulgari il ritardo è soprattutto di un anno). In generale, questi dati sembrano confermare, anche nei differenti andamenti nazionali, quanto emerso con l’indagine del 2003, a cui rinviamo per ulteriori considerazioni (Luatti 2003). Tab. 4.1.13. Ritardo scolastico degli alunni stranieri: le prime 20 nazionalità. Valori assoluti. A.s. 2005/06 in anticipo in pari 1 anno 2 anni 3 anni 4 anni e+ Maggior. (1980) Totale Romania Albania Marocco Serbia - Mont. India Macedonia Bangladesh Dominicana Rep. Polonia Pakistan Germania Russia Bulgaria Cina Regno Unito Filippine Tunisia Argentina Ecuador Ucraina Brasile Altre 1 2 3 3 2 2 1 2 2 1 2 3 2 1 7 336 500 173 88 74 63 80 35 34 36 57 22 14 18 35 22 17 13 13 13 8 140 491 256 53 34 31 30 20 19 29 26 17 33 28 19 4 10 6 9 12 8 7 80 132 77 32 7 9 16 6 17 13 9 3 6 10 7 2 3 3 3 2 2 2 31 19 20 16 3 2 3 1 9 2 5 2 1 6 2 1 1 10 12 4 9 3 1 2 2 1 1 2 1 2 8 7 1 1 1 1 4 1 7 998 860 287 139 119 114 110 82 81 79 77 68 54 54 44 37 29 27 27 24 20 283 Totale 34 1.791 1.222 392 103 48 23 3.613 Cittadinanza 79 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 4.1.14. Ritardo scolastico degli alunni stranieri: le prime 20 nazionalità. Valori percentuali in anticipo in pari 1 anno 2 anni 3 anni 4 anni e+ Maggior. (1980) Totale Romania Albania Marocco Serbia - Mont. India Macedonia Bangladesh Dominicana Rep. Polonia Pakistan Germania Russia Bulgaria Cina Regno Unito Filippine Tunisia Argentina Ecuador Ucraina Brasile Altre 0,1% 0,2% 1,0% 2,2% 1,7% 1,8% 0,9% 2,4% 2,5% 1,3% 3,7% 6,8% 6,9% 3,7% 2,5% 33,7% 58,1% 60,3% 63,3% 62,2% 55,3% 72,7% 42,7% 42,0% 45,6% 74,0% 32,4% 25,9% 33,3% 79,5% 59,5% 58,6% 48,1% 48,1% 54,2% 40,0% 49,5% 49,2% 29,8% 18,5% 24,5% 26,1% 26,3% 18,2% 23,2% 35,8% 32,9% 22,1% 48,5% 51,9% 35,2% 9,1% 27,0% 20,7% 33,3% 44,4% 33,3% 35,0% 28,3% 13,2% 9,0% 11,1% 5,0% 7,6% 14,0% 5,5% 20,7% 16,0% 11,4% 3,9% 8,8% 18,5% 13,0% 4,5% 8,1% 10,3% 11,1% 7,4% 8,3% 10,0% 10,9% 1,9% 2,3% 5,6% 2,2% 1,7% 2,6% 0,9% 11,0% 2,5% 6,3% 2,9% 1,9% 11,1% 0,0% 5,4% 3,4% 5,0% 3,5% 1,2% 0,5% 3,1% 2,2% 0,8% 1,8% 2,5% 1,5% 1,9% 3,7% 3,7% 10,0% 2,8% 0,7% 0,1% 0,3% 0,7% 1,2% 5,9% 4,2% 2,5% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% Totale 0,9% 49,6% 33,8% 10,8% 2,9% 1,3% 0,6% 100,0% Cittadinanza 4.2. Gli esiti scolastici E’ questa la prima volta che siamo in grado di esaminare i dati sugli esiti scolastici degli alunni stranieri e italiani. I dati che presentiamo fanno riferimento al 95,5% degli studenti iscritti nelle scuole di ogni ordine e grado della provincia di Arezzo (a.s. 2005/06). Si tratta di una percentuale molto elevata che ci consente di illustrare caratteristiche, dimensioni, andamenti del fenomeno menzionato. Con una avvertenza: se i valori assoluti considerano anche i dati non disponibili, le percentuali invece sono calcolate sui soli dati utili. Le tabelle considerano il dato sui promossi e, per contro, dei respinti; il dato dei ritirati (abbandoni) e dei trasferiti in altra scuola della provincia o fuori provincia. Dall’osservazione degli esiti scolastici degli alunni italiani e stranieri in provincia di Arezzo si rivela come sia costante il minor successo scolastico degli studenti stranieri nei diversi ordini di scuola. Il divario fra i tassi di promozione degli stranieri e quelli degli italiani aumenta in modo progressivo passando dalla scuola primaria alla scuola secondaria di II grado. Il divario fatto registrare nell’anno 2005/06 tra un ordine di scuola e il successivo è di 5,5 punti percentuali: gli italiani presentano un tasso di promozione pari al 94,9%, mentre gli stranieri dell’89,4%. Con il progredire dei cicli scolastici cresce quindi anche la selettività che si fa più severa, e dove diviene più difficile colmare le lacune formative, differentemente da quanto accade nei livelli d’istruzione inferiori. Nel passaggio da un grado scolastico all’altro il gap aumenta notevolmente, evidenziando una criticità nel 80 La presenza percorso formativo superiore degli studenti stranieri legata a cause multifattoriali: tra queste, i primi inserimenti direttamente nella scuola secondaria senza una precedente scolarizzazione in Italia. Da segnalare come i fenomeni di abbandono scolastico (i “ritirati”) incidano molto di più tra gli studenti stranieri: oltre 3 ragazzi stranieri su 100 hanno lasciato la scuola nell’anno 2005/06, rispetto all’0,8 degli italiani (tabb. 4.2.1 e 4.2.2.). I motivi che più di frequente si legano all’alta percentuale di abbandoni nel primo periodo della formazione superiore potrebbero risiedere nelle difficoltà linguistiche, che rappresentano un aspetto critico non solo dal punto di vista dell’apprendimento ma anche e soprattutto da quello della socializzazione. Tab. 4.2.1. Esiti scolastici alunni italiani e stranieri in provincia di Arezzo. A.s. 2005/06 Esito Italiani Stranieri Totale Non disponibile Promosso Respinto Ritirato Trasferito 1.393 30.582 1.302 265 70 304 2.959 235 105 10 1.697 33.541 1.537 370 80 Totale 33.612 3.613 37.225 Tab. 4.2.2. Esiti scolastici alunni italiani e stranieri in provincia di Arezzo. Valore percentuale. A.s. 2005/06 Esito Italiani Stranieri Totale Promosso 94,9% 89,4% 94,4% Respinto 4,0% 7,1% 4,3% Ritirato 0,8% 3,2% 1,0% Trasferito 0,2% 0,3% 0,2% 100,0% 100,0% 100,0% Totale Vediamo nel dettaglio gli esiti scolastici dei bambini e ragazzi stranieri nei vari ordini di istruzione della provincia di Arezzo. Nella scuola primaria si raggiunge un tasso di promozione molto alto, pari al 99,3%, sostanzialmente identico a quello fatto registrare dagli alunni italiani (99,8%); si scende al 93,7% nella scuola secondaria di I grado e al 69,8% nella secondaria di II grado. In questi ultimi casi le differenze con i tassi di promozione degli italiani sono netti (il 98,9% alle medie e l’88,8% alle superiori). Dunque, ricapitolando i divari tra i tassi di promozione degli alunni stranieri rispetto agli alunni italiani in provincia di Arezzo sono: -0,5 per le primarie, -5,2 per le secondarie di I grado, -19,0 per le secondarie di II grado. 81 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 4.2.3. Esiti scolastici degli studenti stranieri in provincia di Arezzo. Valori assoluti. A.s. 2005/06. Esito Primaria Sec. I grado Sec. II grado Totale Non disponibile Promosso Respinto Ritirato Trasferito 151 1.430 7 1 2 95 881 51 5 3 58 648 177 99 5 304 2.959 235 105 10 Totale 1.591 1.035 987 3.613 Tab. 4.2.4. Esiti scolastici degli studenti stranieri in provincia di Arezzo. Valori percentuali . A.s. 2005/06 Esito Promosso Respinto Ritirato Trasferito Totale Primaria Sec. I grado Sec. II grado Totale 99,3% 0,5% 0,1% 0,1% 93,7% 5,4% 0,5% 0,3% 69,8% 19,1% 10,7% 0,5% 89,4% 7,1% 3,2% 0,3% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% Ad essere promosse sono di più le studentesse che gli studenti stranieri: le prime arrivano al 92,5% e i secondi soltanto all’86,5%. Il divario tra i tassi di promozione dei ragazzi e delle ragazze straniere rispetto ai ragazzi e alle ragazze italiane è comunque significativo: -6,8% per i primi (che sono al 93,3%), -4,1% per le seconde (al 96,6%). Anche le percentuali di ripetenza seguono questo andamento: per le ragazze straniere è pari al 5,1% e per quelle italiane al 2,7%; per i ragazzi stranieri è del 9,9%, mentre per gli italiani siamo al 5,3%. Tab. 4.2.5. Esiti scolastici degli studenti stranieri in provincia di Arezzo suddivisi per genere. A.s. 2005/06 Esito Promosso Respinto Ritirato Trasferito Totale F M Totale 92,5% 5,1% 2,1% 0,2% 86,5% 8,9% 4,1% 0,4% 89,4% 7,1% 3,2% 0,3% 100,0% 100,0% 100,0% I tassi di riuscita scolastica variano da zona a zona soprattutto per la differente distribuzione degli istituti scolastici nel territorio. La Valdichiana è la zona che presenta la percentuale di promossi tra gli alunni stranieri più alta di tutta la provincia, il 93,7%; seguono il 82 La presenza Valdarno con il 91,2% e il Casentino con l’89,7%. Se invece andiamo ad analizzare i tassi di promozione degli alunni italiani, vedremo come sono la Valtiberina, il Valdarno e la Valdichiana a presentare le percentuali più alte di promozione, intorno al 96%. I tassi di promozione poi variano da zona a zona e tra i vari ordini di istruzione. Le situazioni migliori/peggiori sembrano riscontarsi: per la scuola primaria nell’Aretino (100,0% di promossi) e Valtiberina e Valdichiana (97,6%); nella scuola secondaria di I grado in Casentino (97,3%) e Valdarno (90,5%); nella scuola superiore in Valtiberina (79,0%) e Casentino (52,0%). Come si può notare, si tratta di divari tra le zone anche molto rilevanti come quest’ultimo del Casentino, che descrive una situazione di grave insuccesso per gli studenti stranieri, che comunque riguarda anche gli studenti italiani (siamo al 77,7% rispetto ad una media provinciale dell’88,8%). Tab. 4.2.6. Esiti scolastici degli studenti stranieri in provincia di Arezzo per zona. A.s. 2005/06 Esito Non disponibile Promosso Respinto Ritirato Trasferito Totale Aretina Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina Totale 70 1.122 104 60 5 1.361 60 470 29 24 1 584 41 716 49 16 4 826 64 416 26 2 508 69 235 27 3 334 304 2.959 235 105 10 3.613 Tab. 4.2.7. Esiti scolastici degli studenti stranieri in provincia di Arezzo suddivisi per zona. A.s. 2005/06 Esito Promosso Respinto Ritirato Trasferito Totale Aretina Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina Totale 86,9% 8,1% 4,6% 0,4% 89,7% 5,5% 4,6% 0,2% 91,2% 6,2% 2,0% 0,5% 93,7% 5,9% 0,5% - 88,7% 10,2% 1,1% - 89,4% 7,1% 3,2% 0,3% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% Tab. 4.2.8. Esiti scolastici degli alunni stranieri nella Scuola Primaria. Valori percentuali. A.s. 2005/06 Esito Aretina Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina Totale Promosso Respinto Ritirato Trasferito 100,0% - 99,6% 0,4% 99,4% 0,3% 0,3% 97,8% 2,2% - 97,7% 2,3% - 99,3% 0,5% 0,1% 0,1% Totale 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 83 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 4.2.9. Esiti scolastici degli alunni stranieri nella Scuola Secondaria di I grado. Valori percentuali. A.s. 2005/06 Esito Promosso Respinto Ritirato Trasferito Totale Aretina Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina Totale 93,6% 5,6% 0,3% 0,6% 97,3% 2,0% 0,7% - 90,5% 8,2% 0,9% 0,4% 96,9% 2,4% 0,8% - 91,7% 8,3% - 93,7% 5,4% 0,5% 0,3% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% Tab. 4.2.10. Esiti scolastici degli alunni stranieri nella Scuola Secondaria di II grado. Valori percentuali. A.s. 2005/06 Esito Promosso Respinto Ritirato Trasferito Totale Aretina Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina Totale 66,4% 19,3% 13,6% 0,7% 52,0% 25,5% 22,5% - 77,5% 15,0% 6,5% 1,0% 78,2% 20,7% 1,1% - 79,0% 18,1% 2,9% - 69,8% 19,1% 10,7% 0,5% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% Significativo è poi il dato in relazione alle varie tipologie di istruzione secondaria. I tassi di promozione più alti si registrano nei licei classici (91,7%), scientifici (82,7%), psicopedagogici (82,8%). I valori più bassi, invece, si riscontrano in quegli istituti dove si concentra prevalentemente la presenza di alunni stranieri come gli istituti tecnici (65,7%), professionali (66,3%) e artistici (71,3%). C’è tuttavia una somiglianza nell’andamento degli esiti scolastici di italiani e stranieri che sono influenzati anche dai contenuti, programmi e stili didattici di ciascun tipo di istruzione secondaria di II grado. In definitiva per gli istituti tecnici e professionali questi dati confermano una nota situazione di sofferenza e criticità. Tab. 4.2.11. Esiti scolastici degli alunni stranieri per tipologia di istruzione superiore. Valori assoluti. A.s. 2005/06 Ordine Istruzione Superiori Totale Artistica Classica Magistrale Professionale Scientifica Tecnica Non disp. Promosso Respinto Ritirato Trasferito Totale 10 17 1 30 62 11 53 226 81 215 9 1 10 70 14 73 16 45 1 37 1 2 2 87 12 74 358 99 357 58 648 177 99 5 987 84 La presenza Tab. 4.2.12. Esiti scolastici degli alunni stranieri per tipologia di istruzione superiore. Valori percentuali. A.s. 2005/06 Ordine Istruzione Superiori Artistica Classica Magistrale Professionale Scientifica Tecnica Totale Promosso Respinto Ritirato Trasferito Totale 71,3% 91,7% 82,8% 66,3% 82,7% 65,7% 10,3% 8,3% 15,6% 20,5% 14,3% 22,3% 18,4% 13,2% 1,0% 11,3% 1,6% 2,0% 0,6% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 69,8% 19,1% 10,7% 0,5% 100,0% Infine consideriamo l’area geografica e il paese di provenienza degli studenti o, se nati in Italia, dei loro genitori. Gli studenti stranieri che raggiungono un tasso di promozione più alto provengono dall’Europa non Ue (90,1%) e dall’Africa (89,2%), mentre quelli originari dall’America Latina presentano la percentuale più bassa (85,3%). Tra le singole nazionalità, considerando solo quelle più numerose, il tasso di promozione più basso è detenuto dagli studenti cinesi (76,1%), dominicani (83,5%), argentini e pakistani (84,0%), bulgari (84,8%), russi e filippini (85,7%); mentre gli studenti polacchi e del Bangladesh hanno un tasso di promozione inferiore soltanto di pochi decimali nel primo caso (94,7%), o di un punto percentuale nel secondo caso (93,9%), a quello fatto registrare dagli studenti italiani (94,9%). Tab. 4.2.13. Esiti scolastici degli alunni stranieri per continente di provenienza. Valori percentuali. A.s. 2005/06 Continente Promosso Respinto Ritirato Trasferito Totale Africa America Asia Europa- Non Ue Europa-Ue Italia Oceania 89,2% 85,3% 87,0% 90,1% 92,6% 94,9% 100,0% 7,6% 9,8% 6,6% 6,9% 5,9% 4,0% - 3,2% 4,5% 6,4% 2,6% 1,5% 0,8% - 0,4% 0,4% 0,2% - 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% Totale 94,4% 4,3% 1,0% 0,2% 100,0% 85 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 4.2.14. Esiti scolastici degli alunni stranieri. Le prime 20 cittadinanze. Valori assoluti. A.s. 2005/06 Cittadinanza Non disp. Promosso Respinto Ritirato Trasferito Totale Italia Romania Albania Marocco Serbia - Mont. India Macedonia Bangladesh Dominicana Rep. Polonia Pakistan Germania Russia Bulgaria Cina Regno Unito Filippine Tunisia Argentina Ecuador Ucraina Brasile Altre 1.393 70 44 44 10 13 20 11 3 5 10 4 2 8 8 7 2 5 2 1 1 2 32 30.582 827 747 221 118 91 85 93 66 72 58 67 57 39 35 35 30 22 21 24 19 14 218 1.302 62 51 14 9 7 5 3 9 4 4 6 8 6 9 1 2 1 3 1 4 2 24 265 34 14 8 2 8 4 3 3 2 9 70 5 4 1 - 33.612 998 860 287 139 119 114 110 82 81 79 77 68 54 54 44 37 29 27 27 24 20 283 Totale 1.697 33.541 1.537 370 80 37.225 7 1 1 2 1 3 1 1 1 Non poche, dunque, sono le similitudini tra ritardo ed esiti scolastici negli andamenti delle varie nazionalità e nei vari tipi di istruzione secondaria: sono gli studenti di certe nazionalità che sembrano sommare situazioni di ritardo e una riuscita scolastica problematica, così come sono certi istituti – il professionale e i tecnici – a presentare i tassi di ritardo e di insuccesso più elevati. Le corrispondenze tuttavia sembrano fermarsi qui: se difatti incrociamo i dati sugli esiti e quelli sul ritardo di tutti gli alunni, notiamo come la variabile nazionale – italiani e stranieri – non influisce negativamente sugli esiti, ma gli esiti sono (per tutti) molto più condizionati dal ritardo (graf. 4.2.1.). Insomma, se gli alunni stranieri e italiani con un curriculo regolare (in pari o in anticipo) presentano un tasso di promozione identico, quando c’è un ritardo di uno o due anni sono nettamente gli studenti stranieri ad avere gli esiti migliori rispetto a quelli italiani in una situazione di uguale ritardo; mentre la situazione si inverte a favore di questi ultimi quando il ritardo è di tre o più anni. Tale andamento si può spiegare con il fatto che per i ragazzi stranieri il ritardo è dovuto essenzialmente ad inserimenti in classi non corrispondenti all’età anagrafica, e non certo ad assenza di motivazione e di competenze; una volta appresa la nuova lingua il ragazzo è in grado di “farsi valere” e di dimostrare che non è un alunno “vuoto”, ma che ha un bagaglio di conoscenze e competenze “da 86 La presenza scoprire”. Per gli italiani il ritardo invece è dovuto essenzialmente a ripetenze e quindi a scarsa motivazione. Tuttavia, quando il ritardo assume dimensioni rilevanti, di tre o più anni, al ritardo iniziale si è probabilmente sommata una bocciatura: la riuscita scolastica per l’alunno straniero può rivelarsi in questi casi, una vera e propria impresa. Tab. 4.2.15. Esiti scolastici degli alunni stranieri. Le prime 20 cittadinanze. Valori percentuali. A.s. 2005/06 Cittadinanza Promosso Respinto Ritirato Trasferito Totale Italia Romania Albania Marocco Serbia - Mont. India Macedonia Bangladesh Dominicana Rep. Polonia Pakistan Germania Russia Bulgaria Cina Regno Unito Filippine Tunisia Argentina Ecuador Ucraina Brasile 94,9% 89,1% 91,5% 90,9% 91,5% 85,8% 90,4% 93,9% 83,5% 94,7% 84,1% 91,8% 86,4% 84,8% 76,1% 94,6% 85,7% 91,7% 84,0% 92,3% 82,6% 77,8% 4,0% 6,7% 6,3% 5,8% 7,0% 6,6% 5,3% 3,0% 11,4% 5,3% 5,8% 8,2% 12,1% 13,0% 19,6% 2,7% 5,7% 4,2% 12,0% 3,8% 17,4% 11,1% 0,8% 3,7% 1,7% 3,3% 1,6% 7,5% 4,3% 3,0% 3,8% 10,1% 1,5% 2,2% 4,3% 2,7% 8,6% 4,2% 4,0% 3,8% 11,1% 0,2% 0,5% 0,5% 1,3% - 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% 100,0% Totale 94,4% 4,3% 1,0% 0,2% 100,0% Concludiamo questa indagine con una riflessione che vorrebbe essere una indicazione metodologica per le future ricerche sul tema. Abbiamo qui analizzato una mole notevole e rilevante di dati che, a nostro avviso, hanno offerto molti elementi di conoscenza, alcuni peraltro inediti rispetto a precedenti ricerche realizzate in provincia di Arezzo. Il limite grosso di questa nostra indagine – condiviso peraltro con quelle realizzate dal MPI a livello nazionale e da altri enti di ricerca a livello locale – è che non si dice “chi sono” gli alunni stranieri. Nel senso che queste ricerche accomunano “alunni stranieri” che hanno diversa durata di permanenza nel nostro paese: quelli nati in Italia e quelli nati all’estero, quelli arrivati in tenera età e quelli arrivati in età adolescenziale, quelli con elevata scolarizzazione e quelli che non hanno avuto un percorso scolastico consistente… Che vi siano anche profonde differenze nel ritardo e nella riuscita scolastica tra queste tipologie di “alunni stranieri” è cosa del tutto evidente (chi nasce qua, ad esempio, segue un percorso scolastico regolare e non è soggetto a inserimenti tardivi…). Confondere 87 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo queste differenti situazioni non contribuisce a “collocare” i problemi, a dire dove sono i punti di criticità e quindi a prendere misure adeguate e mirate. A maggiore complessità e diversificazione del fenomeno migratorio a scuola, occorre che anche gli strumenti di ricerca e l’analisi si facciano più articolati e scendano in profondità. Graf. 4.2.1. Andamento percentuale dell’esito in funzione del ritardo Andamento % dell’esito in funzione del ritardo 100,0% 90,0% Promossi Stranieri 80,0% Respinti Stranieri 70,0% 60,0% Ritirati Stranieri 50,0% Promossi Italiani 40,0% 30,0% Respinti Italiani 20,0% Ritirati Italiani 10,0% 0,0% in pari 1 anno 2 anni 3 anni ritardo scolastico Note Il dato non comprende gli alunni stranieri iscritti nelle scuole dell’infanzia della FISM (Federazione Italiana Scuole Materne) e quindi il numero complessivo è superiore rispetto a quello indicato. 1 Vedi il capitolo dedicato alla scuola nel libro a cura di Luatti, Ortolano, La Mastra 2003 e il Rapporto n. 14/2005 della Sezione Immigrazione dell’Osservatorio Sociale Provinciale di Arezzo. 2 Si ringrazia il dott. Donato Panessa del Servizio Istruzione dell’Assessorato alla Cultura della Provincia di Arezzo per la collaborazione offerta nell’elaborazione statistica dei dati sul ritardo e gli esiti scolastici. 3 Dalla nostra indagine sono state escluse le scuole materne, per le quali non esistono criteri che possano stabilire un eventuale svantaggio. 4 Che evidenzia un ritardo maggiore negli istituti professionali (circa l’80%); scende in parte negli istituti tecnici e nei licei artistici (rispett. con il 73% e il 71%); si attesta al 56% nei licei classici, scientifici e psicopedagogici (MPI 2006, p. 124). 5 88 La presenza La scuola plurale. Organizzazione scolastica, attività e formazione interculturale (Seconda indagine) di Lorenzo Luatti 1. Scopi e modalità della rilevazione L’indagine che presentiamo in questo contributo, realizzata nel corso dell’a.s. 2005/06, aggiorna e amplia i dati raccolti con la rilevazione effettuata nel 2002 (Luatti 2003, p. 239 ss.). Ha coinvolto le scuole di ogni ordine e grado della provincia di Arezzo e, per la prima volta, i comuni della medesima provincia. La ricerca ha consentito di raccogliere una pluralità di dati dagli istituti scolastici e dalle amministrazioni locali in ordine alle trasformazioni in senso multiculturale delle scuole e dei servizi educativi. Alle scuole e ai comuni è stato chiesto – attraverso un questionario strutturato a risposte chiuse e aperte, compilato dal dirigente e/o dall’insegnante referente/ i, dal funzionario comunale o direttamente dall’assessore –, di fornire dati e informazioni, esprimere bisogni e formulare richieste, suggerire proposte in relazione alle principali questioni posti dalla compresenza nelle classi di tante culture, lingue, religioni diverse. I dati che presentiamo fanno riferimento all’80% circa degli istituti scolastici della provincia di Arezzo: al questionario hanno risposto difatti 49 istituti scolastici sui 62 totali. Un campione quindi molto significativo anche se inferiore inferiore a quello della prima indagine quando tutti gli istituti scolastici rinviarono il questionario compilato. Nello specifico hanno risposto 9 Direzioni didattiche su 12 (il 75%); 24 Istituti comprensivi e Scuole medie su un totale di 29 (pari all’83%); 16 Istituti di Istruzione Superiore sui 21 totali (il 76%). Piuttosto deludente la risposta dei comuni: soltanto un quarto ha rinviato il questionario compilato. I risultati in questo caso sono meno significativi: dedicheremo comunque ad essi una paragrafo conclusivo. Partiamo dunque dall’esame delle risposte delle scuole. 89 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 2. Strumenti, risorse, dispositivi per l’accoglienza Come è noto, il D.P.R. 394/99, all’art. 45 “Iscrizione scolastica” attribuisce al collegio dei docenti numerosi compiti deliberativi e di proposta in merito all’inserimento nelle classi degli alunni stranieri. Per sostenere questi compiti, per organizzare l’accoglienza, sia di coloro che si iscrivono nei tempi previsti, sia soprattutto di coloro che arrivano nel corso dell’anno, è stata proposta da parte di esperti e studiosi la costituzione presso ogni scuola di una commissione di accoglienza, come gruppo di lavoro e articolazione del collegio. La commissione, che rappresenta l’istituto, è formata in genere dal dirigente scolastico, da due o tre insegnanti di classe che hanno avuto precedenti esperienze di inserimento di alunni stranieri e da altri eventuali operatori. Ad essa sono demandati numerosi compiti tra cui raccogliere informazioni sull’alunno e sul suo percorso scolastico, organizzare un colloquio con la famiglia, proporre le prove di rilevazione della situazione iniziale... Un’altra risorsa importante interna alla scuola per favorire l’accoglienza e la realizzazione delle attività di educazione interculturale è l’insegnante referente (o la figura obiettivo). Ad essa è demandato il compito di elaborare e tenere aggiornato un quadro ragionato dell’inserimento degli alunni immigrati, realizzando opportuni monitoraggi; progettare percorsi, organizzare e gestire dispositivi di accoglienza, integrazione, apprendimento L2; elaborare e aggiornare il quadro delle risorse culturali-umane-professionali-economiche dell’Istituto scolastico e del territorio. Per attuare in modo operativo le indicazioni normative contenute nell’art. 45 del D.P.R. 394/99 il collegio dei docenti adotta un protocollo di accoglienza cioè un documento, uno strumento di lavoro che contiene criteri, principi, indicazioni riguardanti l’iscrizione e l’inserimento degli alunni immigrati, delinea prassi condivise di carattere amministrativo, comunicativo e relazionale, educativo e didattico, sociale, definendo i ruoli dei vari operatori scolastici (dagli uffici di segreteria, agli insegnanti al collegio dei docenti etc.). Si tratta di uno “strumento” proposto e diffuso nelle scuole già alla fine degli anni Novanta, e recentemente ripreso anche dalle Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri (CM n. 24/2006). Pur mantenendo tutta la sua validità, è evidente che rispetto alla sua formulazione iniziale tale dispositivo richieda di essere rivisto e aggiornato, in considerazione dei significativi mutamenti prodottisi nell’ultimo quinquennio nella scuola multiculturale e plurilingue. La prima domanda del questionario chiedeva alla scuola di indicare le risorse attivate per l’accoglienza tra commissione, gruppo di lavoro, insegnante referente, risorse di altro tipo. Soltanto l’8% degli istituti scolastici della provincia di Arezzo ha dichiarato di non aver attivato alcunché (si tratta di 2 Istituti comprensivi e 2 Istituti superiori). Dalle altre risposte emerge che: • la figura più diffusa è quella dell’insegnante referente (67,3%); • poco meno della metà degli Istituti scolastici ha istituito una commissione di accoglienza (40,8%); • circa un terzo delle scuole ha un gruppo di lavoro per supportare le attività di integrazione (30,6%). Se andiamo ad esaminare i dati suddividendoli tra tipologia di scuola possiamo osservare che la commissione di accoglienza e il gruppo di lavoro sono decisamente più diffusi nelle Direzioni didattiche (66,7%), l’insegnante referente negli Istituti comprensivi (70,8%). Dunque chi sembra essersi attrezzato meglio e con una pluralità di strumenti sono le 90 La presenza Direzioni didattiche dove si riscontrano più risorse per l’accoglienza; scarsa la presenza della commissione di accoglienza, peraltro non sostituita dal gruppo di lavoro, negli Istituti comprensivi. Rispetto a tre anni fa sembra crescere, seppur gradualmente, la disponibilità complessiva di tali risorse; in particolare, nelle Direzioni didattiche e più lentamente negli Istituti Superiori, mentre il dato deludente sulla commissione di accoglienza per gli Istituti comprensivi sembra evidenziare un arretramento nella diffusione di questo importante “strumento”. Tab. 2.1. Risorse per l’accoglienza attivate dagli istituti scolastici Risorse Commissione Acc./Interc. Gruppo di Lavoro Insegnante Referente Altro Tipologia scuole Dir. Didattica Ist. Compr. Ist. Superiore Tot. su risposte 66,7% 66,7% 55,6% 33,3% 37,5% 20,8% 70,8% 33,3% 31,3% 31,3% 33,3% - 40,8% 30,6% 67,3% 22,4% La seconda domanda chiedeva informazioni circa la disponibilità di risorse/strumenti/ dispositivi per favorire l’accoglienza. Oltre la metà degli Istituti scolastici dichiara di essersi dotato di un Protocollo di accoglienza (il 53,1%), che ancora risulta fortemente presente presso le scuole dell’obbligo, mentre pochissimi gli Istituti superiori che dichiarano di averlo (solo il 18,8%). Circa i due terzi degli Istituti interpellati dichiara di aver costituito uno scaffale multiculturale o di poter contare con strumenti bibliografici e multimediali a supporto del lavoro educativo dei docenti, ovvero, come si precisava nel questionario, di una “piccola/grande biblioteca con materiali per l’accoglienza e plurilingui, per l’educazione interculturale”: il 63,3% delle scuole dichiara di avere questa risorsa. Una risorsa tuttavia che sembra poco presente nel livello di istruzione superiore. Il laboratorio linguistico e il laboratorio artistico espressivo sono risorse abbastanza diffuse in tutti gli ordini di scolarità: oltre una scuola su due dichiara di averlo attivato. Infine, soltanto un quinto delle scuole afferma di aver diffuso/utilizzare le scritte plurilingui, che per molti, dunque, appaiono ancora semisconosciute. Gli Istituti di istruzione superiore poi sembrano ignorarle. Tab. 2.2. Risorse, strumenti, dispositivi presenti nella scuola Risorse Tipologia scuole Dir. Didattica Ist. Compr. Ist. Superiore Tot. su risposte Protocollo di accoglienza Scaffale multiculturale 88,9% 88,9% 62,5% 83,3% 18,8% 18,8% 53,1% 63,3% Laboratorio o spazio linguistico 66,7% 62,5% 50,0% 59,2% Laboratorio artisticoespressivo 55,6% 66,7% 43,8% 57,1% Scritte plurilingui Altro 33,3% 11,1% 29,2% 12,5% 18,8% 20,4% 14,3% 91 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Se poi scendiamo tra le varie tipologie di istituti scolastici vediamo che: • la stragrande maggioranza delle Direzioni didattiche si sono dotate del protocollo di accoglienza e di uno scaffale multiculturale; significativa anche la presenza di uno spazio linguistico (i 2/3). Questi Istituti scolastici si confermano come quelli “più attrezzati”; • i 2/3 degli Istituti comprensivi dichiara di avere il protocollo di accoglienza e i laboratori/spazi linguistici ed espressivi, nonché in numero maggiore (83,3%) una piccola/grande biblioteca con materiali interculturali e per l’accoglienza; • circa la metà delle Superiori si è dotata di laboratori/spazi linguistici ed espressivi, mentre pochissimi hanno un protocollo di accoglienza o risorse bibliografiche specifiche per l’intercultura e l’accoglienza. Rispetto a tre anni fa tutte le “risorse” citate sembrano comunque in progressiva diffusione, e questa tendenza interessa tutte le tipologie di istituti menzionati. Nelle scuole si stanno costruendo e aggiornando le strategie e le risorse per curare soprattutto la fase dell’accoglienza e di inserimento dell’alunno straniero. La percentuale di istituti che ha dichiarato di mettere in atto dispositivi per curare questa fase si aggira intorno al 71,4%. Una identica percentuale di scuole sembra aver puntato sulla ricerca di forme di intervento per favorire la socializzazione nella scuola (69,4%), l’alfabetizzazione L2 ad anno scolastico avviato (l’80%), il rapporto con le famiglie (49,2%), l’alternanza attività classe/sezione (oltre il 50%), e ciò soprattutto nelle Direzioni didattiche. Appaiono “poco curate”, invece, le attività di recupero e soprattutto di alfabetizzazione dei genitori. Tab. 2.3. Metodi e strategie Metodi e strategie Fase accoglienza Raccordo precedente esperienza Alternanza attività classe/sezione Processo socializz. interno scuola Incontro con la famiglia Processo socializz. esterno scuola Orientamento Alfabetizz. L2 anno in corso Alfabetizz. genitori Attività recupero Altro Tipologie scuole Dir. Didattica Ist. Compr. Ist. Superiore Tot. su risposte 88,9% 44,4% 88,9% 77,8% 33,3% 11,1% 11,1% 88,9% 33,3% 11,1% 79,2% 41,7% 54,2% 75,0% 37,5% 29,2% 41,7% 79,2% 16,7% 16,7% 50,0% 18,8% 31,3% 56,3% 25,0% 18,8% 43,8% 75,0% 6,3% 12,5% 6,3% 71,4% 34,7% 53,1% 69,4% 32,7% 22,4% 36,7% 79,6% 2,0% 18,4% 12,2% Le domande successive chiedevano agli istituti scolastici di fare il quadro delle risorse professionali interne ed esterne alla scuola per favorire l’inserimento e l’integrazione degli alunni stranieri, a cui la scuola medesima ha fatto ricorso negli ultimi due anni scolastici. Per quanto concerne le risorse interne la figura più ricorrente è l’insegnante di classe (65,3%) soprattutto negli Istituti comprensivi, mentre la metà delle scuole fa ricorso all’insegnamento individualizzato e/o delle classi aperte (49,0%). Più basse le percentuali di scuole che utilizzano gli insegnanti facilitatori (38,8%), l’insegnante di sostegno 92 La presenza (22,4%), l’insegnante di lingua straniera (10,2%). Numerose le risposte che hanno indicato “Altre” risorse professionali interne, tra le quali troviamo l’insegnante in orario aggiuntivo, l’insegnante di lingua italiana, i docenti utilizzati negli “sportelli” pomeridiani per fornire risposte di tipo linguistico… Dall’indagine emerge, inoltre, che le scuole dispongono di un certo numero di risorse aggiuntive rappresentate da facilitatori linguistici (61,2%), mediatori linguistici e culturali (34,2%), animatori interculturali (17,8%). Altri istituti dichiarano di aver fatto ricorso a insegnanti in quiescenza, ai volontari, agli assistenti socio-sanitari. Tab. 2.4. Risorse professionali interne alla scuola utilizzate negli ultimi due anni scolastici Risorse professionali Tipologie scuole Dir. Didattica Ist. Compr. Ist. Superiore Tot. su risposte Insegnante di classe in orario di compresenza o contemporaneità 77,8% 91,7% 18,8% 65,3% Insegnamento individ. e classi aperte 55,5% 58,3% 31,3% 49,0% Insegnanti facilitatori Insegnante di sostegno Insegnante di lingua straniera Altro 55,5% 22,2% 44,4% 44,4% 45,8% 25,0% 4,2% 33,3% 18,8% 18,8% 62,5% 38,8% 22,4% 10,2% 44,9% Tab. 2.5. Risorse professionali esterne alla scuola utilizzate negli ultimi due anni Risorse professionali Totale Facilitatore linguistico Mediatore interculturale Animatore interculturale Altro 61,2% 34,2% 17,8% 6,8% 3. Iniziative e progetti per fare intercultura Un secondo blocco di domande ha cercato di esplorare l’insieme delle iniziative di educazione interculturale realizzate dalle scuole della provincia di Arezzo. Occorre osservare che i dati raccolti potrebbero sottodimensionare la realtà complessiva delle attività interculturali svolte nei singoli plessi scolastici, probabilmente molto più ricca e diversificata di quanto è conosciuto a livello di sede centrale di istituto scolastico. Dalle risposte al questionario emerge che più dell’80% delle scuole dichiara di aver realizzato nell’ultimo biennio iniziative/attività per sensibilizzare alle tematiche relative all’educazione interculturale. In primo luogo emerge l’importanza che le scuole danno al “rapporto scuola-territorio”, considerando che attività e progetti che implicano un coinvolgimento di questa sfera raggiungono il 61,2% degli istituti interpellati. Per quanto riguarda gli ambiti di attuazione di programmi legati all’educazione interculturale, si registrano dati significativi in relazione alla “didattica interculturale per progetti” nelle scuole primarie e secondarie di I grado (coinvolge difatti l’89% delle Direzioni didattiche 93 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo e il 62% degli Istituti comprensivi), mentre è nettamente più bassa l’attività di “didattica interculturale per disciplina”. Un’altra modalità di lavoro che sembra riscuotere interesse fra gli insegnanti, anche se nettamente ridimensionata rispetto al dato registrato quattro anni fa, è quella denominata di animazione “artistico-espressiva”, che prevede una serie di iniziative di gioco, teatro, mostre, video e filmati. In particolare, le proiezioni di video e film raggiungono il 49,0% delle adesioni, le feste multiculturali il 24,5%, le attività di “animazione e teatro” soltanto il 4,1%. “Gli incontri e gli scambi con l’estero” risultano essere intrapresi soprattutto dagli Istituti secondari di I grado (37,5%). Esiguo è invece il numero delle scuole che intraprendono “iniziative rivolte ai genitori stranieri”: il 24,5% delle scuole ha risposto positivamente a questa domanda. Ad eccezione di alcune specifiche attività e iniziative – rapporti con il territorio e attività con gli insegnanti – il coinvolgimento della scuola superiore appare ancora molto limitato rispetto alle scuole primarie e secondarie di I grado. Tab. 3.1. Iniziative e attività interculturali realizzate dalle scuole nell’ultimo biennio Iniziative/Attività Rapporti scuola/territorio Didattica interc. per progetti Attività per gli insegnanti Proiezione di video/filmati Conoscenza culture altre Didattica interc. per disciplina Scambi e corrisp. con estero Feste multiculturali Iniziative rivolte ai genitori stranieri Animazione e teatro Altro Tipologie scuole Dir. Didattica Ist. Compr. Ist. Superiore Tot. su risposte 77,8% 88,9% 66,7% 22,2% 66,7% 22,2% 22,2% 22,2% 11,1% 11,1% 66,7% 62,5% 50,0% 70,8% 41,7% 45,8% 37,5% 29,2% 20,8% 8,3% 12,5% 43,8% 37,5% 43,8% 31,3% 12,5% 6,3% 12,5% 18,8% 37,5% 12,5% 61,2% 59,2% 51,0% 49,0% 36,7% 28,6% 26,5% 24,5% 24,5% 4,1% 3,2% Per realizzare queste iniziative e progetti gli istituti scolastici hanno potuto contare con risorse finanziarie, professionali e collaborazioni esterne da parte di una pluralità di soggetti. Difatti circa il 67,3% delle scuole interpellate dichiara di aver usufruito di supporti di questo genere: nel dettaglio, il 67% delle Direzioni didattiche, il 71% degli Istituti comprensivi, il 63% degli Istituti superiori. Se poi esaminiamo quali sono questi soggetti emerge che: • nel 47% dei casi sono enti locali (provincia, comuni, comunità montane, circoscrizioni, zone sociosanitarie); • il 33% circa appartengono al mondo dell’associazionismo locale (con una presenza preponderante del Centro di Documentazione Città di Arezzo); • il 16% fa riferimento a istituzioni centrali (in particolare, il MPI) ed europee. In misura inferiore, ma nettamente in crescita rispetto al dato registrato tre anni fa, sono poi richiamati altri soggetti per lo più facenti parti del mondo del volontariato, nonché il centro d’ascolto o d’integrazione locale, la consulta e alcuni non ben precisati “enti privati”. 94 La presenza Gli enti locali confermano così il ruolo riconosciuto di “primo sostenitore” per promuovere le attività e i progetti di accoglienza e di educazione interculturale, ma con una percentuale in decrescita rispetto alla precedente indagine, a vantaggio del dato relativo alle associazioni no profit e al volontariato, che pertanto sembrano aumentare la propria visibilità. Inoltre, bisogna osservare che il dato relativo agli enti locali e alle associazioni dovrebbe essere letto, almeno in parte, congiuntamente, poiché accade spesso che i primi si avvalgano delle seconde (e viceversa) per supportare le attività di formazione, consulenza, animazione, facilitazione e mediazione nelle scuole. Nel complesso si conferma, almeno da un punto di vista quantitativo, un buon livello di interazione tra scuola e territorio, mentre restano sullo sfondo, non molto sfruttate, le opportunità progettuali offerte dagli organismi regionali, nazionali ed europei. Tab. 3.2. Risorse e collaborazioni attivate dalle scuole Soggetti Tot. su risposte Enti locali Associazioni no profit Ministeri Unione Europea Altro 46,9% 32,7% 12,2% 4,1% 18,4% Le due domande successive hanno chiesto di evidenziare le attività considerate più efficaci e quelle meno efficaci, fornendo una motivazione, tra quelle realizzate nell’anno scolastico precedente (2004/05). L’attivazione di risorse professionali esterne alla scuola sia nella fase di accoglienza e inserimento che in quella di apprendimento dell’italiano come lingua seconda è vista positivamente dagli istituti scolastici interpellati. Particolare attenzione è rivolta a tutta l’attività di apprendimento dell’italiano come L2. Il gruppo di attività che sembra riscuotere una diffusa positiva percezione fa riferimento all’apprendimento dell’italiano: corsi di italiano L2 e laboratori linguistici, insieme, superano il 50% delle preferenze. Sarà forse per il forte ricorso alla figura del facilitatore linguistico avvenuto in questi ultimi anni, ma sembra proprio questo il soggetto su cui si concentra l’attenzione delle scuole: si giudica positivamente il suo intervento “perché consente all’alunno straniero di raggiungere velocemente una buona padronanza della lingua italiana”. Talvolta, comunque, l’intervento viene considerato poco efficace se non è tempestivo; in altre risposte il facilitatore viene ancora confuso con il mediatore. Quanto alle attività e ai percorsi di animazione sono molte le scuole che le segnalano tra le più efficaci (40,8%) per numerose ragioni: perché in grado di coinvolgere tutti gli alunni; perché pongono al centro dell’attenzione tematiche verso cui spesso c’è disinteresse; perché l’utilizzo di più codici comunicativi consente a tutti i bambini di esprimersi facilmente, perché favoriscono l’approccio ludico… Le scuole hanno poi segnalato come efficaci molte altre attività tra le quali ricordo gli sportelli didattici micro-linguistici (?) per il successo formativo; l’alfabetizzazione degli adulti/dei genitori; le mostre interculturali realizzate in collaborazione con le famiglie; i laboratori extrascolastici. In taluni casi, perchè queste “altre” azioni/attività hanno dato 95 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo buoni risultati: ad esempio, perché hanno favorito l’attivazione di dinamiche relazionali all’interno delle classi stimolando così l’empatia nei confronti delle diversità; perché il progetto di alfabetizzazione per adulti ha permesso alla scuola di rispondere alle esigenze delle famiglie; perché hanno favorito un rafforzamento del rapporto con i vari attori che operano nel territorio agendo in tal modo su più ambiti del processo di integrazione e di conoscenza reciproca. Tra le iniziative meno efficaci troviamo anche quelle considerate, nella precedente domande, tra le meno efficaci. Non c’è contraddizione tra le due risposte, ma una valutazione differente da scuola a scuola e talvolta nella stessa scuola in ordine a singoli interventi. Così la mediazione e la facilitazione sono state considerate inefficaci “perché tardive”, non tempestive; parimenti gli interventi di animazione, da taluni sono stati considerati poco efficaci perché “isolati”, “sporadici”, “calati dall’alto”, non inseriti in una programmazione scolastica annuale e “poco” condivisi soprattuto quando proposti dall’esterno. Tra le altre iniziative inefficaci, vengono poi segnalati, in altri casi, i protocolli di accoglienza, che qualcuno considera “stereotipati”, ovvero anche in questo caso “calati dall’alto”, non frutto di un processo condiviso tra i docenti; nonché le difficoltà di organizzazione interna del tempo scuola. Tab. 3.3. Le iniziative/attività interculturali PIU’ efficaci negli ultimi due anni scolastici Iniziative/ Attività Animazione interculturale Corsi italiano L2 Laboratori linguistici Iniziative per le famiglie Percorsi individualizzati Formazione insegnanti Mediazione interculturale Altro Tipologie scuole Dir. Didattica Ist. Compr. Ist. Superiore Tot. su risposte 55,6% 22,2% 22,2% 33,3% 11,1% 11,1% 11,1% 55,5% 54,2% 37,5% 25,0% 16,7% 12,5% 12,5% 12,5% 37,5% 12,5% 37,5% 6,3% 6,3% 43,8% 40,8% 34,7% 18,4% 14,3% 10,2% 8,2% 8,2% 42,9% Tab. 3..4. Le iniziative/attività interculturali MENO efficaci negli ultimi due anni scolastici Iniziative/ Attività Mediazione interculturale Corsi L2 in orario post scolastico Rapporto scuola/territorio Iniziative per le famiglie Altro Tipologie scuole Dir. Didattica Ist. Comprensivo Ist. Superiore 11,1% 33,3% 22,2% 4,2% 8,3% 4,2% 8,3% 16,7% 18,8% 6,3% 6,3% 96 Tot. su risposte 10,2% 10,2% 4,1% 4,1% 14,3% La presenza 4. La formazione dei docenti Alcune domande hanno poi cercato di mettere in evidenza come la scuola si è “preparata” per meglio affrontare i temi dell’educazione interculturale e dell’educazione linguistica per i minori stranieri. Per quanto concerne l’aggiornamento dei docenti, le percentuali di adesione all’educazione interculturale, all’educazione linguistica e alla formazione sui temi trasversali risultano essere abbastanza rilevanti: rispettivamente il 55,1%, e per le ultime due, il 42,9%. Anche se si evidenzia una netta diversificazione tra le scuole primarie e secondarie di I e II grado: per le prime – soprattutto la fascia dell’obbligo – le attività di formazione interculturale e linguistica sono molto presenti (una media superiore al 50%), mentre sono poco presenti quelle di educazione linguistica nelle scuole superiori (25,0%) che invece privilegiano una formazione/aggiornamento con valenza trasversale (psicologica, pedagogica, metodologie didattiche) (pari al 43,8%). Soltanto un terzo delle Direzioni didattiche e circa la metà degli Istituti comprensivi, dichiara di realizzare una formazione dei docenti di quest’ultimo tipo. Nel complesso comunque i valori riportati testimoniano lo sforzo fatto dai docenti per arricchire la propria professionalità e per renderla più attuale rispetto ai nuovi scenari educativi. Tab. 4.1. Formazione insegnanti. Partecipazione a corsi di aggiornamento nell’ultimo biennio Formazione Educazione interculturale Educazione linguistica (it. L2) Formazione trasversale Altro Tipologie scuole Dir. Didattica Ist. Compr. Ist. Superiore Tot. su risposte 44,4% 55,6% 33,3% - 58,3% 50,0% 45,8% 4,2% 56,3% 25,0% 43,8% - 55,1% 42,9% 42,9% 6,1% Una seconda domanda chiedeva alle scuole di indicare i punti chiave su cui orientare la formazione futura dei docenti. Le opzioni suggerite dal questionario erano molteplici e potevano essere scelte fino ad una massimo di tre. Le risposte, tuttavia, si sono concentrate soprattutto su tre punti chiave: • formazione per l’insegnamento dell’italiano L2 e organizzazione dei luoghi e tempi per l’insegnamento dell’italiano come L2 (entrambi intorno al 50%); • conoscenza delle culture “altre” per l’inserimento scolastico (42,9%); • conoscenza e miglior utilizzo delle risorse presenti nel territorio (biblioteche, scaffali multiculturali, centri interculturali...) (32,7%). Dunque, l’esigenza di sviluppare nel corpo docente competenze linguistiche e interculturali è ancora molto avvertita: a tal fine, può risultare molto utile, in termini di risorse e collaborazioni da attivare, una buona conoscenza delle opportunità che il territorio è in grado di offrire. Una percentuale inferiore di scuole considera poi importante orientare la formazione insegnanti sulla progettazione di percorsi/interventi operativi interculturali all’interno della scuola (28,6%), sull’uso di strumenti e normativa sull’accoglienza e sull’organizzazione dell’accoglienza dei bambini e ragazzi stranieri (entrambe oltre il 20%). 97 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 4.2. I punti chiavi sui quali orientare la formazione futura degli insegnanti in ambito interculturale Punti chiave Tipologie scuole Dir. Didattica Ist. Compr. Ist. Superiore Tot. su risposte Organizzazione accoglienza alunni stranieri 33,3% 16,7% 31,3% 24,5% Uso strumenti e normative sull’accoglienza 11,1% 16,7% 31,3% 20,4% Competenze professionali per educazione interculturale 33,3% 37,5% 56,6% 42,9% Conoscenza delle culture altre per inserimento scolastico 33,3% 41,7% 25,0% 34,7% Organizzazione luoghi e tempi per insegnamento L2 88,9% 41,7% 37,5% 49,0% Formazione per insegnamento L2 22,2% 50,0% 75,0% 53,1% Progettazione percorsi/interventi per intercultura 22,2% 20,8% 43,8% 28,6% Comunicazione interculturale e linguaggi non verbali 22,2% 12,5% 18,8% 16,3% Conoscenza e utilizzo risorse territorio 22,2% 29,2% 43,8% 32,7% Altro 11,1% - - 2,0% 5. Bisogni, nodi critici, proposte Un ultimo blocco di domande intendeva far emergere in modo diretto ed esplicito i bisogni, i nodi critici e le proposte della scuola. Una sorta di “cartina di tornasole” rispetto a quanto già affermato via via nel questionario. Tra i bisogni più avvertiti dalla scuola si conferma ancora l’alfabetizzazione linguistica (il 40,8%): insomma, passano gli anni ma ancora sembra che dall’emergenza linguistica non si riesca ad uscire, come se ogni volta ci si sorprendesse che l’arrivo di un nuovo alunno straniero significa avere a che fare con studenti non italofoni. A seguire, coerentemente alla prima risposta, troviamo il bisogno di “mediazione” linguistica culturale (32,7%); e poi la formazione degli insegnanti (20,4%), il coinvolgimento della famiglia immigrata (18,4%) e via di seguito. Differenti sono i valori tra i vari Istituti scolastici. 98 La presenza Tab. 5.1. I bisogni Principali risposte Alfabetizzazione linguistica Mediatore interculturale Formazione insegnanti Coinvolgimento famiglia Conoscenza/raccordo scolarità pregressa Protocollo accoglienza Progetti di accoglienza Progetti di ed. interculturale Rapporto scuola/territorio Tipologie scuole Dir. Didattica 77,8% 44,4% 11,1% Ist. Comprensivo Ist. Superiore Tot. su risposte 37,5% 25,0% 29,2% 20,8% 25,0% 37,5% 18,8% 18,8% 40,8% 32,7% 20,4% 18,4% - 16,6% 18,8% 14,3% 15,5% 11,1% 11,1% 11,1% 8,3% 16,7% 12,5% 16,7% 12,5% 6,3% 6,3% - 14,3% 12,2% 10,2% 10,2% Tra i nodi critici riscontrati nelle fasi di accoglienza e inserimento degli alunni stranieri ritorna il problema della lingua quale principale problema/preoccupazione delle scuole. Un complesso di nodi critici fa riferimento alla fase di accoglienza e di inserimento: l’arrivo dello studente ad anno in corso, l’assegnazione alla classe, la non conoscenza della scolarità pregressa… Le “difficoltà di comunicazione” evidenziate da molte scuole come forte nodo critico stanno forse più nel rapporto con la famiglia straniera, anche se in parte potrebbero essere riferite alla questione dell’apprendimento linguistico degli alunni stranieri. Un ulteriore approfondimento sulle criticità nel rapporto con la famiglia immigrata ha evidenziato come principale ostacolo la difficoltà di comprensione e comunicazione (77,6%), oltre all’assenteismo e alla scarsa presenza dei genitori alla vita scolastica (entrambe al 14%). La mancanza del mediatore, il disagio economico e sociale della famiglia, l’“incapacità” dei genitori a supportare i figli, il diverso approccio alla scuola da parte della famiglia, sono alcune delle principali concause che, secondo la scuola, rendono in molti casi faticoso se non impossibile un rapporto continuativo e proficuo con le famiglie (sul rapporto scuola-famiglia vedi i contributi successivi). Tab. 5.2. I nodi critici Principali risposte Tipologie scuole Dir. Didattica Ist. Compr. Ist. Superiore Tot. su risposte Difficoltà linguistiche Difficoltà comunicazione 11,1% 11,1% 33,3% 29,2% 43,8% 6,3% 32,7% 18,4% Inserimenti anno scolastico in corso 44,4% 12,5% - 14,3% Mancanza criteri condivisi assegnazione classe 22,2% 16,7% 6,3% 14,3% Difficoltà conoscenza scolarità pregressa 11,1% 16,7% 6,3% 12,2% Mancanza mediatori Difficoltà di socializzazione Rapporto con i genitori 11,1% 11,1% - 8,3% 8,3% 8,3% 12,5% 6,3% 6,3% 10,2% 8,2% 6,1% 99 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 5.3. I nodi critici nel rapporto scuola-famiglia immigrata Principali risposte Tipologie scuole Dir. Didattica Ist. Compr. Ist. Superiore Tot. su risposte 77,8% 87,5% 62,5% 77,6% - 8,3% 31,3% 14,3% Scarsa presenza e partecipazione 11,1% 25,0% - 14,3% Altro 22,2% 33,3% 37,5% 32,7% Difficoltà di comunicazione e comprensione reciproca Assenteismo Tra le proposte avanzate per favorire una migliore accoglienza, un positivo inserimento e il successo scolastico degli alunni stranieri, le scuole sottolineano l’importanza di una alleanza con il territorio (24,5%), il rafforzamento della formazione degli insegnanti (18,4%), le attività di animazione interculturale (14,3%), risorse economiche e professionali adeguate ai problemi da affrontare, il sostegno linguistico e la mediazione interculturale (12,2%). Tab. 5.4. Le proposte Proposte Tipologie scuole Dir. Didattica Ist. Compr. Ist. Superiore Tot. su risposte Rapporto scuola territorio Formazione insegnanti Animazione interculturale Mediazione interculturale Risorse economiche adeguate Sostegno linguistico Coinvolgimento genitori 11,1% 44,4% 11,1% 11,1% 22,2% 44,4% 22,2% 37,5% 12,5% 16,7% 12,5% 8,3% 8,3% 12,5% 12,5% 12,5% 12,5% 12,5% 12,5% - 24,5% 18,4% 14,3% 12,2% 12,2% 12,2% 8,2% Costituzione di gruppo docenti tutor - 8,3% 12,5% 8,2% 11,1% 4,2% 12,5% 8,2% Progetti in rete tra scuole 6. I comuni e la scuola multiculturale Come abbiamo detto in apertura del contributo, la risposta dei comuni al questionario – in parte diverso da quello somministrato alle scuole –, è stata molto debole. Pochi i questionari compilati e restituiti per svolgere una valutazione approfondita. Ci limitiamo a enunciare solo alcuni elementi generali che ricorrono nelle risposte. In primo luogo, le amministrazioni locali sembrano avere una percezione del fenomeno migratorio a scuola non molto realistica. La presenza di alunni stranieri nelle scuole, sui banchi delle classi, è vista ancora come quantitativamente poco rilevante, quando i dati diffusi sia a livello nazionale che a livello provinciale/zonale/comunale evidenziano, già da diversi anni, una presenza significativa e in crescita, caratterizzata da una pluralità diversificata di provenienze. E’ questo un primo elemento di riflessione anche per il lavoro svolto da questo Osservatorio. 100 La presenza Ciò nonostante, sui principali nodi critici che la scuola e i servizi educativi stanno affrontando in relazione all’immigrazione, le risposte dei comuni concordano con quelle della scuola: ad esempio, la questione dell’apprendimento linguistico e del rapporto con le famiglie straniere sono viste come punti di maggiore problematicità. Sorprende non poco, e positivamente, scoprire che i tre quarti dei comuni che hanno risposto, dicono di aver realizzato iniziative a carattere interculturale, anche in collaborazione con la scuola. Ciò evidenzia una certa vivacità e una progettualità autonoma dell’ente locale, nonché una alleanza tra scuola e territorio che lascia ben sperare. Alcuni comuni, consapevoli delle trasformazioni in senso pluriculturale e multilinguistico della società, dicono di organizzare corsi di aggiornamento per i loro dipendenti su questi temi. Infine, tra le azioni e le attività proposte ritroviamo l’esigenza di rafforzare le attività di educazione interculturale, di alfabetizzazione linguistica, il raccordo tra scuola e territorio. Come si vede, ulteriori punti di convergenza con le richieste delle scuole. 7. Brevi osservazioni conclusive L’esame complessivo delle risposte date dalle scuole ai questionari ci consente di svolgere alcune brevi riflessioni. In primo luogo, rispetto all’indagine di quattro anni fa, le principali risorse e gli strumenti per l’intercultura e per l’accoglienza sono in generale espansione nelle scuole della provincia di Arezzo: dal protocollo di accoglienza allo scaffale multiculturale, dagli spazi linguistici all’insegnante referente, dalla commissione di accoglienza…). Rispetto a qualche anno fa le scuole sembrano più “attrezzate” per fronteggiare positivamente i cambiamenti in atto, almeno da un punto di visto organizzativo e professionale. Ciò significa che in questi anni è proseguito quel lavoro paziente di diffusione di materiali, strumenti, dispositivi, buone pratiche, che tuttavia deve consolidarsi, e nel contempo, riadeguarsi alle mutevoli caratteristiche del fenomeno migratorio. L’indagine ci conferma che, per ragioni note, “chi sta peggio” sono gli Istituti superiori di II grado. Da pochi anni investiti in forma significativa dall’immigrazione, si trovano in una posizione di retroguardia rispetto alla scuola dell’obbligo, sia in termini organizzativi, di conoscenza delle opportunità offerte dal territorio, di pratiche sperimentate e diffuse. Ciò nonostante, sempre rispetto a quattro anni fa, qualcosa sembra essersi mosso anche per questo ordine di scolarità. Il problema della conoscenza della lingua da parte degli alunni stranieri si conferma ancora come il nodo critico più avvertito da tutte le scuole, espresso con particolare forza dagli Istituti superiori, dove il tema si pone anche in misura differente rispetto agli altri ordini di scolarità, e che comunque risulta amplificato da una “impreparazione” da ricollegarsi al carattere di novità del fenomeno, come sopra ricordato. Un altro aspetto assai avvertito riguarda la relazione con la famiglia straniera caratterizzata da una comunicazione molto difficile, assenteismo, incomprensioni…; anche se sembra aleggiare un certo scoraggiamento da parte della scuola nel riuscire a cambiare una situazione che più volte viene identificata come elemento di grande criticità. Infine, da alcune risposte/proposte emerge un richiamo della scuola al sistema scuola/ territorio: vi è la percezione e, spesso, la consapevolezza (della scuola) che da soli non è possibile farcela, che occorre lavorare insieme, cooperare tra reti di scuole, e ricercare un rapporto forte e continuativo con il territorio, con tutti i differenti attori interessati. 101 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Anche per uscire dalla sporadicità degli interventi, privi di una regia. Del resto numerose ricerca condotte in questi anni su varie realtà territoriali hanno evidenziato come la logica di rete fra i diversi attori locali dell’integrazione – scuole, Csa/Usp, enti locali, università, agenzie sociali, associazionismo – sia fondamentale nell’organizzare gli interventi, nella circolazione dell’informazione, nello sviluppo del sistema di formazione e qualificazione del personale, nel collegamento fra politiche educative e politiche sociali, nell’impiego e nel reperimento delle risorse, nella valutazione dei passi compiuti. Soltanto attraverso una programmazione pluriennale di azioni che coinvolga attivamente la scuola, gli enti locali, l’associazionismo e gli altri attori interessati, è possibile far crescere, insieme, le competenze interculturali e il livello di accoglienza di un territorio. Una sollecitazione impegnativa e complessa, per tutti, che indica tuttavia, per dirla con il titolo di un noto studio, la via obbligata dell’interculturalità. 102 La presenza Ricerca Adolescenti stranieri a scuola Una ricerca esplorativa nelle scuole superiori di Graziella Favaro e Lorenzo Luatti 103 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Presentazione Negli studi condotti finora in Italia sull’inserimento scolastico dei minori stranieri, l’accento viene quasi sempre posto sugli elementi di criticità che connotano i loro percorsi di studio: esiti scolastici spesso negativi, casi di abbandono degli studi, dispersione scolastica più in generale. Nei paragrafi precedenti abbiamo visto quale sia, anche ad Arezzo, la situazione del ritardo e dell’insuccesso scolastico degli allievi stranieri: una situazione preoccupante soprattutto nelle scuole secondarie di secondo grado. Ma ciò costituisce soltanto una parte dello scenario. Continuando a presentare il percorso scolastico dello studente straniero disseminato da fallimenti, c’è il rischio reale che si formi un cliché, un’etichetta da cui è poi difficile liberarsi. E invece alcune ricerche svolte in altri paesi e ultimamente anche in Italia ci fanno riflettere su come stiano diventando riduttive tali definizioni. Non pochi sono gli studenti stranieri che ottengono risultati positivi, e tra questi quelli con risultati apprenditivi di alto profilo. Insomma, la realtà è costellata di tanti “bravi da scoprire”, per riprendere l’azzeccato titolo di un recente libro (Santelli Beccegato 2005). E’ quanto emerge anche dalla ricerca che qui presentiamo e che ha preso in esame 20 casi di studenti di “successo” scolastico – studenti immigrati in Italia in età adolescenziale – e frequentanti gli ultimi anni della secondaria di secondo grado o recentemente diplomati. Ci interessava concentrare l’attenzione su una precisa fascia di giovani studenti immigrati, quella che frequenta la scuola superiore di secondo grado, per alcune ragioni essenziali: a) l’analisi della scelta della scuola, dopo quella dell’obbligo, tra gli adolescenti immigrati tra i 14 e i 18 anni rappresenta, in tutto il contesto europeo, un indicatore di integrazione, e offre la possibilità, più che per altre fasce di età, di misurare la capacità/incapacità di integrazione della popolazione immigrata all’interno di una società; b) in vari paesi europei la fascia 14-18 anni risulta problematica e vulnerabile, e fa emergere, a seconda dei contesti nazionali, fenomeni socio-culturali specifici. Lo scopo della ricerca era dunque anche di natura preventiva per ciò che riguarda il contesto italiano; c) la scuola secondaria, da alcuni anni, presenta il trend di crescita nella frequenza di studenti stranieri più alto rispetto agli altri livelli di istruzione. 104 La presenza La ricerca, dunque, ha inteso evidenziare i fattori e gli eventi che hanno svolto un ruolo positivo nei percorsi scolastici di questi studenti. Si tratta di fattori ed eventi, come osserva Graziella Favaro nella sua rilettura delle interviste ai ragazzi e alle ragazze, che consentono al cammino dell’integrazione scolastica di svilupparsi in modo positivo e di diventare un punto di forza per l’integrazione in generale. Per tutti, comunque, si è trattato di un cammino duro, faticoso, fatto di rinunce e di sacrifici, di sforzi di adeguamento al nuovo contesto e di impegno quotidiano per il superamento delle difficoltà. All’impegno scolastico molti studenti affiancano un impegno, più o meno continuativo, nel lavoro. Rileggendo la propria storia e il percorso scolastico i ragazzi e le ragazze intervistate considerano i primi tempi (i primi mesi, il primo anno) di inserimento nella nuova scuola come determinanti: è il processo di socializzazione con i compagni che ai loro occhi – oggi – assume una importanza cruciale nel percorso di integrazione e nella riuscita scolastica: “Non ti devi chiudere, non devi rimanere in disparte, bisogna iniziare a parlare conoscersi, bisogna cercare il contatto…”; “È importante aprirsi con i compagni, non aspettare che siano loro a volerti conoscere, occorre a te fare il primo passo”, perché “…in questo modo è molto più facile sentirsi accolti e ricevere aiuto”. Molti dichiarano di aver scelto l’Italia come il Paese dove costruiranno il loro futuro, a partire, per molti di loro, dalla scelta di proseguire gli studi all’università; nei pochi casi in cui la riuscita scolastica non si è rivelata sufficiente a favorire una più ampia integrazione sociale, la frattura tra il qui e l’altrove è ancora aperta e sofferta, il proprio futuro è ancora in bilico tra più riferimenti, come afferma una ragazza argentina, che se lo immagina viaggiando da una parte all’altra dell’Oceano. Una lettura approfondita dei percorsi di riuscita scolastica – e all’opposto, delle storie di insuccesso scolastico – ci viene offerta dai contributi iniziali della ricerca, che hanno inteso esplorare, dal punto di vista dei docenti degli istituti di istruzione superiore, le dinamiche dei processi di integrazione scolastica, le difficoltà e i punti di forza, i bisogni e le proposte della scuola… E’ dall’analisi qualitativa del contesto di riferimento – qui nella lettura “parziale” ma molto significativa del corpo docente – che è possibile inquadrare correttamente i casi di successo scolastico degli alunni stranieri. E questa parte iniziale evidenzia ancora l’inadeguatezza di molte scuole superiori ad accogliere positivamente chi viene da fuori, conoscere la storia e i percorsi di arrivo, riconoscere con cura i saperi e le competenze, insomma valorizzare la ricchezza di cui sono portatori gli adolescenti immigrati. Specie per i ragazzi stranieri che giungono in Italia in età adolescenziale, quando la loro carriera scolastica è già abbastanza avanzata, le difficoltà rischiano di essere innumerevoli (di tipo linguistico, didattico, contenutistico, comportamentale) e richiedono un impegno di programmazione e valutazione adeguata che la scuola italiana è ancora lontana dall’aver posto con sistematicità. Nonostante i tanti passi in avanti compiuti in questi anni. (Lorenzo Luatti) 105 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Le dinamiche dell’integrazione nella scuola superiore Uno strumento per osservarle di Graziella Favaro 1. Gli aspetti dell’integrazione Il lavoro con le scuole condotto in questi anni nella provincia di Arezzo, la lettura dei dati che fotografano la scuola multiculturale, il racconto autobiografico di numerosi ragazzi immigrati ci hanno aiutato ad evidenziare alcuni ostacoli e criticità che possono rendere più difficile il cammino dell’integrazione. Ci hanno anche permesso di rendere più esaustiva la definizione di integrazione, cogliendone la multidimensionalità e i significati. Quando una ragazza o un ragazzo straniero stanno procedendo positivamente sul cammino dell’integrazione /inclusione? E quando invece è necessario sostare per interrogarsi più a fondo sulle difficoltà, le forme di esclusione, gli inciampi? Abbiamo provato a sintetizzare le componenti importanti dei processi di integrazione in una lista di indicatori e a ricavarne uno strumento (il Quaderno dell’integrazione), utile ad osservare le dinamiche individuali e il clima della classe. Il Quaderno è stato sperimentato inizialmente e con esito positivo nel 2003-2004 nelle scuole primarie e secondarie di primo grado (Favaro e Luatti 2004). Nell’ambito della ricerca sulla scuola superiore, lo strumento è stato rivisto e sperimentato in un numero limitato di istituti scolastici superiori. Proponiamo di seguito gli indicatori di integrazione e i possibili profili individuali che sono serviti come riferimento per la stesura del Quaderno dell’integrazione. 106 La presenza Tab. 1. Indicatori di integrazione: possibili profili Integrazione positiva Alcuni problemi Difficoltà di integrazione 1. Modalità dell’inserimento scolastico e risultati scolastici • alla pari • risultati scolastici buoni o sufficienti • ritardo di un anno • risultati scolastici accettabili e tendenti al miglioramento • ritardo di due o più anni • risultati scolastici insufficienti 2. Competenza linguistica in italiano • competente in italiano L2, sia per la comunicazione interpersonale, che per lo studio • ha buone capacità comunicative, ma persistono difficoltà nell’italiano dello studio (lettura, scrittura, contenuti disciplinari) • difficoltà linguistiche, sia per comunicare che per studiare 3. Relazione in casse • ben inserito e accettato negli scambi con i pari • richiede e richiama attenzione • chiede spiegazioni, esprime dubbi, domande, richieste • talvolta è isolato • ha un numero ridotto di scambi con i pari e di scelta da parte dei compagni • sollecita raramente attenzione e aiuto • isolamento relazionale dovuto a autoesclusione, o a clima della classe di non accettazione e di chiusura • non richiama l’attenzione per chiedere aiuto 4. Relazione con i pari nel tempo extrascolastico • partecipa ad attività ludiche, sportive, di aggregazione • viene invitato dai compagni di classe e li invita • è inserito in scambi e relazioni con i pari nel tempo extrascolastico, ma in misura e intensità ridotte • solitudine nel tempo extrascolastico • esclusione dalle iniziative promosse ai compagni di classe 5. Storia personale • mantiene e sviluppa la L1 a casa e con i connazionali • parla volentieri del proprio paese; racconta, fa confronti • riferisce aspetti del proprio paese e racconti autobiografici e fa riferimento alla L1, solo se sollecitato • nei confronti della propria lingua, storia e del paese di origine esprime chiusura, difesa eccessiva, vergogna 6. Autostima e fiducia in se stesso • ha fiducia nelle proprie • alterna momenti di capacità e si confronta fiducia in se stesso ad con le “prove” e i compiti altri di scoraggiamento del quotidiano • esprime desideri • esprime desideri e e progetti solo se progetti sollecitato e sostenuto • è motivato ad motivazione è apprendere e a seguire il • la discontinua curricolo comune 107 • spesso apatico e scoraggiato, oppure manifesta il disagio con aggressività e non rispetto delle regole • mancanza di motivazione ad apprendere • non riesce a esprimere desideri e progetti Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 2. Le criticità individuate La situazione dell’inserimento e i risultati scolastici dipendono in larga misura dalla qualità dell’accoglienza, dalla flessibilità organizzativa della scuola, dalla disponibilità di risorse e di dispositivi efficaci. Tre sono i punti di criticità che abbiamo già segnalato in questo libro: il ritardo scolastico, l’insuccesso scolastico, e le difficoltà a proseguire gli studi dopo la terza media1. L’apprendimento della nuova lingua, per comunicare e per studiare, è conseguenza diretta dell’attenzione che viene posta nel dare risposta ai bisogni linguistici dell’alunno non italofono e alle modalità di facilitazione linguistica adottate in classe. Gli elementi di criticità riguardano in questo caso l’impreparazione della scuola rispetto al compito dell’insegnamento della L2. Vengono sottolineati – e talvolta drammatizzati – i bisogni comunicativi propri della prima fase di inserimento (“non parla una parola di italiano”), ma non vi è sufficiente consapevolezza sulla portata dello sforzo richiesto dall’apprendimento dell’italiano per lo studio: compiti richiesti all’apprendente, durata nel tempo, necessità di facilitazioni linguistiche protratte da parte di tutti i docenti curricolari. Vi è allora il rischio di valutare l’alunno, che ha imparato a capire e a parlare nelle situazioni quotidiane, ma che necessita ancora di molto tempo e di attenzioni per sviluppare e perfezionare l’italiano per studiare, in termini di capacità/incapacità cognitive, e non invece di bisogni linguistici di livello più alto. La ricchezza, o povertà, delle relazioni in classe e delle scelte amicali dipende in larga misura dal “clima” sociale della scuola e dalle situazioni di contatto nel tempo extrascolastico. Molti ragazzi immigrati si trovano a dover convivere con uno stigma negativo che può riguardare l’essere immigrato, in generale, o la loro appartenenza a un determinato gruppo. La rappresentazione negativa che connota la propria comunità di origine, gli stereotipi diffusi, le difficoltà ad essere accettati anche a causa delle differenze somatiche: sono esperienze di esclusione che molti si trovano a vivere nell’incontro con i pari. Nei confronti delle lingue d’origine e delle diverse forme di bilinguismo dei ragazzi stranieri continua ad essere diffuso nella scuola il non riconoscimento delle competenze acquisite in L1 e la considerazione dell’alunno non italofono come “vuoto”, un tabula rasa da riempire con la nuova lingua. Anzi, in alcuni casi, gli insegnanti, pensando di favorire l’apprendimento dell’italiano, deplorano la comunicazione familiare in L1, fino a consigliare i genitori (spesso poco italofoni) di parlare solo italiano con i loro figli. Ancora una volta gli elementi di criticità che rendono più faticoso il cammino dell’integrazione hanno a che fare con la necessità della formazione degli operatori e della diffusione di consapevolezze psico-pedagogiche (linguistiche, didattiche) tra coloro che operano in scuole multiculturali e plurilingui. Anche a causa di questa sorta di silenzio sulla storia precedente e di negazione dei saperi pregressi possono originarsi nei minori immigrati vissuti di autosvalorizzazione e di vergogna, la caduta della motivazione all’apprendimento, la perdita dell’autostima. Uno dei compiti aggiuntivi che viene richiesto ai ragazzi che hanno vissuto una storia di migrazione, consiste nella necessità di ricomporre la propria storia, di costruire l’identità personale saldando insieme le origini e il passato e i progetti futuri. L’integrazione, come integrità della persona, si propone proprio di sostenere questo processo di ricomposizione della propria vicenda e dei riferimenti, accogliendo negli spazi di tutti senza negare la storia di ciascuno. 108 La presenza Osservare dinamiche di integrazione dei minori immigrati e utilizzare per questo alcuni descrittori ci porta in realtà a interrogarci sull’efficacia delle modalità di accoglienza, sulle scelte pedagogiche e didattiche e sul clima relazionale a scuola e nei luoghi di vita. In altre parole, osserviamo l’integrazione degli alunni stranieri e in questo modo, osserviamo noi stessi: l’efficacia delle azioni e delle proposte didattiche, la qualità delle relazioni, le capacità di facilitare, trasmettere e insegnare, la capacità di sostenere il formarsi delle identità che hanno radici e origini altrove. 3. Uno strumento per l’osservazione: alcune considerazioni sul Quaderno dell’integrazione Per osservare le dinamiche dell’integrazione dei ragazzi immigrati abbiamo messo a punto, come abbiamo scritto sopra, un “quaderno dell’integrazione” che declina – ora in maniera strutturata, ora su modalità di risposta di tipo “aperto” – le dimensioni dell’integrazione e i sei indicatori individuati (vedi Quaderno in Allegato n. 1). Proponiamo di seguito le ragioni che hanno portato alla sua elaborazione, alcune osservazioni dei docenti “sperimentatori” e prime considerazioni tratte dalla lettura dei quaderni compilati. Lo strumento, che è stato proposto a un gruppo di docenti, si proponeva di: • sollecitare gli insegnanti a osservare i processi di integrazione degli alunni stranieri, affinando il loro sguardo rispetto alle diverse dimensioni dell’integrazione; • fare spazio all’emergere dei frammenti di storia e dei vissuti dei ragazzi stranieri nella fase di disorientamento e riorientamento iniziale; • sollecitare l’attenzione degli adulti rispetto alle interazioni in classe fra pari e alla situazione relazionale nel tempo extrascolastico; • registrare i passaggi, le conquiste, le soste, le difficoltà dei cammini di integrazione di ciascuno, cogliendone i punti di forza, le occasioni di sblocco, ma anche le ragioni degli impacci e delle stagnazioni; • sollecitare l’attenzione degli insegnanti nei confronti dei percorsi di apprendimento (in particolare della L2), ma anche dei segnali e messaggi non verbali, del linguaggio del corpo, della gestione dello spazio, dei tempi, delle routine scolastiche... Il gruppo dei docenti che ha sperimentato lo strumento l’ha ritenuto utile per varie ragioni: • perché costringe a fermarsi e a riflettere su ciò che sta succedendo in classe, attorno e oltre l’apprendimento; • perché consente alle biografie dei ragazzi stranieri di “uscire dal silenzio” e di essere accolte; • perché permette di osservare insieme i diversi passaggi dell’integrazione e di considerare nello stesso tempo tutte le dimensioni: l’acquisizione linguistica, la relazione in classe, l’interazione con gli adulti, i comportamenti quotidiani, le motivazioni e gli atteggiamenti... Un’osservazione critica è stata fatta a proposito del rischio di soggettività eccessiva che può essere espressa nel caso delle domande “aperte”. Per ridurre questo rischio, si suggerisce di compilare il “quaderno dell’integrazione” in gruppo, dando la possibilità a ciascun docente di proporre e confrontare il proprio punto di vista sullo stesso alunno. Tutti i docenti che hanno utilizzato il quaderno, lo ritengono dunque uno strumento utile 109 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo ai fini di un’osservazione più attenta e approfondita dei percorsi di integrazione individuale e delle dinamiche di relazione che si instaurano a scuola e fuori dalla scuola. Alcune considerazioni rilevano tuttavia la necessità di prestare attenzione ad alcuni aspetti poco trattati nel quaderno o, viceversa, di snellire altre modalità osservative. Un docente (ITIS) rileva, ad esempio, che sono carenti le parti relative alla storia personale dello studente e che questo lascia in ombra molte informazioni che potrebbero risultare utili anche ai fini del percorso scolastico. Altri invece osservano che il quaderno dovrebbe essere più snello e costruito per ogni item sulla modalità di risposta di tipo chiuso per permettere una sua compilazione più puntuale e veloce. “Il quaderno sembra adeguato ad un’osservazione completa, ma il problema è che noi insegnanti siamo troppo oberati dal carico di lavoro in classe e abbiamo troppo poco tempo per osservare, coinvolgere, approfondire”, aggiungono altri docenti. In generale, gli insegnanti coinvolti sottolineano il fatto che uno strumento di auto-riflessione come vuole essere il quaderno, potrebbe trovare maggiori possibilità di uso se nella scuola le necessità immediate – legate all’inserimento degli alunni stranieri neoarrivati – avessero già trovato risposta. Si tratta cioè di costruire le condizioni per poter permettere il positivo avvio del processo di integrazione. Nel gruppo dei docenti sperimentatori, in particolare, il problema dell’apprendimento dell’italiano come seconda lingua è considerato cruciale e a questa difficoltà – essi aggiungono – la scuola cerca oggi di dedicare le risorse e le attenzioni disponibili. In sintesi, dunque gli insegnanti esprimono un giudizio positivo sullo strumento, che ha rappresentato per loro un’occasione di auto-formazione, consapevolezza, scambio con i colleghi, ma individuano come priorità la risposta ai bisogni linguistici emergenti dei ragazzi non italofoni. Tab. 2. Scuole e docenti coinvolti Istituto Superiore Numero docenti Disciplina insegnamento docenti Osservazione in coppia o individuale Geometri 3 Italiano (2) e Italiano-Storia (1) Individuale ITIS 4 Lab. tecnico e disegno (1), Lettere (2) e Matematica (1) In coppia: Lab. Tecnico e Lettere Liceo Scientifico Magistrali PACLE 1 1 1 Lettere Lettere Italiano-Storia Individuale Individuale Individuale Professionali 5 Sostegno (2), Ed. fisica (1), Lettere (2) In coppia: Sostegno e Lettere; Ed. fisica e Lettere Ragioneria 5 Ed. Fisica (1), Italiano (3), Storia (1) In coppia: Ed. fisica e Lettere 110 La presenza 4. Dalla lettura dei quaderni: storie e problemi di integrazione I ragazzi “osservati” La quasi totalità degli studenti osservati (tranne un caso) si trova in una condizione di ritardo scolastico. È inserita cioè in una classe inferiore rispetto all’età anagrafica; in genere il ritardo è di un anno; in due casi, il ritardo è di due o più anni. L’inserimento penalizzante in una classe inferiore riguarda sia i ragazzi direttamente iscritti nella scuola secondaria di secondo grado, sia coloro che sono stati inseriti precedentemente nella scuola media. Il dato relativo al gruppo degli studenti “osservati” corrisponde alla situazione nazionale. Secondo i recenti dati del MPI (a.s. 2005/06), più del 75% degli allievi stranieri frequentanti la prima superiore si trovava nella condizione di ritardo scolastico. Tab. 3. Quadro generale degli studenti “osservati” con il Quaderno Nazionalità alunno Bangladesh Albania Albania Albania Brasile Equador Marocco Romania Romania Romania Russia Russia M/F Classe F M M M M F M F M M F F 1 1 1 1 1 2 1 1 2 1 2 2 La situazione linguistica Come abbiamo già visto in precedenza, il problema dell’apprendimento dell’italiano seconda lingua è al centro delle preoccupazioni e delle attenzioni dei docenti. Le difficoltà linguistiche si presentano con due modalità diverse: vi sono le necessità immediate legate all’iniziale situazione di non italofonia (l’italiano per comunicare) e vi sono i problemi connessi alla lingua dello studio, che permangono a lungo e incidono pesantemente sull’apprendimento in generale. Anche gli studenti presenti a scuola da qualche tempo e che hanno una sufficiente fluenza nell’italiano per comunicare manifestano difficoltà importanti nelle competenze di lettura/comprensione e scrittura di testi a carattere disciplinare. Se guardiamo le valutazioni espresse dai docenti che hanno sperimentato l’uso del quaderno a proposito del livello di competenza in italiano L2 dei ragazzi “osservati”, il divario è indicato in maniera chiara. 111 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 4. Competenza in L2 e valutazione dei docenti Italiano per comunicare insufficiente sufficiente medio buono orale 1 1 5 3 scritto 5 2 3 / Italiano per studiare orale 4 2 3 1 scritto 9 1 / / A fronte di una competenza orale nella lingua contestualizzata e “concreta” che evolve in maniera veloce e che ottiene valutazioni positive, permangono nel tempo le difficoltà legate agli usi della lingua più astratti e decontestualizzati. Ma sono queste abilità che possono permettere ai ragazzi di seguire gli apprendimenti comuni e che devono quindi essere sostenute da dispositivi e strumenti efficaci di aiuto e facilitazione. Gli atteggiamenti nei confronti della scuola “La relazione con gli insegnanti è decisamente educata e riservata. Si limita al minimo indispensabile, al rispetto delle regole, ma non è aperta al confronto”. “Ha un atteggiamento riservato e non espansivo”. “È molto rispettoso con gli insegnanti. Non partecipa attivamente alla relazione con i pari; è spesso assorto nei suoi pensieri”. “All’inizio era molto timida e chiusa”. “Ha un atteggiamento sfuggente; sta in disparte”. Le parole dei docenti descrivono un atteggiamento dei ragazzi osservati di rispetto e distanza, nei confronti degli insegnanti e di una certa distanza anche nei confronti dei compagni di classe. Oltre che alle iniziali difficoltà linguistiche e comunicative, questo atteggiamento di riservatezza può avere altre spiegazioni. Tra queste: • una rappresentazione della scuola e della relazione con i docenti più “tradizionale”, asimmetrica, basata sul rispetto; • l’età più elevata rispetto ai compagni di classe e spesso un’esperienza di vita e di migrazione che li ha resi più “grandi”, rispetto ai pari; • le difficoltà iniziali a far parte di un gruppo nuovo, ad essere accettati nella propria differenza, a sentirsi “accolti”. Le relazioni con i compagni “Con i compagni mostra una particolare riservatezza, come se dovesse difendersi da eventuali discriminazioni e forme di razzismo”. “Il fatto di essere più grande lo porta a snobbare i compagni e quindi a relazionarsi pochissimo con loro”. “Cerca amici della stessa nazionalità, o della stessa comunità”. “Durante la ricreazione è solo nell’aula in atteggiamento pensoso”. “Predilige un compagno romeno al quale si appoggia”. “Il suo atteggiamento di diffidenza porta una parte dei compagni a non essere corretti verso di lei”. 112 La presenza Le osservazioni che descrivono le difficoltà relazionali, riferite al mondo dei pari, ribadiscono quanto abbiamo scritto in precedenza. Nella fase iniziale – che può tuttavia permanere a lungo, in certi casi – la vicinanza nei confronti dei pari è resa più difficile dai problemi linguistici, dalle diverse condizioni di vita, dalla timidezza, dalla paura di non essere accettati, da atteggiamenti di rifiuto e discriminazione. In un momento della vita – quello adolescenziale – in cui il rapporto con i coetanei assume un’importanza cruciale, spesso la migrazione comporta una riduzione e complessità delle relazioni orizzontali. È come se il viaggio di migrazione interrompesse, o rallentasse, il processo naturale di allargamento dello spazio relazionale verso l’esterno, al di là della dimora. La relazione con le famiglie Le osservazioni proposte dai docenti e ricavate dai quaderni a proposito del rapporto tra la scuola e i genitori stranieri confermano il dato già emerso in altre ricerche della distanza tra i due spazi educativi. “I genitori dell’alunno non hanno mai partecipato alle varie attività”. “Ci sono stati solo gli incontri canonici e le comunicazioni ufficiali”. “Invitati a un colloquio, non si sono mai presentati”. “Gli insegnanti non hanno mai visto i genitori”. La situazione di distanza tra scuola e famiglia viene citata in parecchi quaderni. Ancora una volta, sono certamente le difficoltà linguistiche e i problemi organizzativi (tempi, distanza dalla scuola, orari...) i fattori che stanno alla base di una relazione da costruire. Ma spesso è anche l’idea di scuola (modellata su quella del paese d’origine) che le famiglie portano con sé ad agire sullo sfondo e a porle in una situazione di delega, più che di partecipazione attiva. Delega che tuttavia non significa scarsità di aspettative e di investimento, rispetto alla scolarità dei figli. Anzi, la riuscita scolastica di questi è una delle ragioni che stanno alla base del progetto migratorio e che rendono le difficoltà e le sofferenze dell’esodo più sopportabili. Note Su questi punti rinvio ai contributi Una scuola per l’integrazione interculturale (G. Favaro) e La presenza degli alunni stranieri (L. Luatti), in questo libro. 1 113 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Le interpretazioni delle insegnanti tra nuove domande, difficoltà ed esperienze positive di Lorenzo Luatti 1. Introduzione L’incremento significativo e crescente della presenza di studenti immigrati o figli di immigrati nelle scuole superiori ha fatto sì che, negli ultimi anni, l’attenzione delle istituzioni scolastiche, dei ricercatori e degli enti locali abbia investito progressivamente anche questo ordine scolastico. Se da una parte le scuole superiori possono usufruire del notevole lavoro, delle pratiche e dell’esperienza maturata in oltre un quindicennio dalle scuole primarie e secondarie di I grado, occorre notare, dall’altro, che l’inserimento dei minori stranieri presenta problematiche diverse in relazione all’ordine scolastico e influisce sui diversi piani dell’accoglienza, del rapporto docenti-alunni, del rapporto con le famiglie, delle relazioni fra i pari. L’arrivo direttamente nelle superiori, rispetto ai passaggi dalle scuole medie, comporta in molti casi una situazione di difficoltà per le istituzioni scolastiche, che non sempre sono preparate a gestire il fenomeno. Protagonisti di un impegno nato per affrontare nuove e urgenti esigenze educative, gli insegnanti sono oggi testimoni privilegiati di profondi cambiamenti, ma anche di difficoltà e carenze di sostegno. Hanno dovuto inventare nuovi percorsi, fare riferimento a inesplorate metodologie, per cercare di superare l’insieme dei problemi causato, almeno all’inizio, dall’arrivo di un nuovo studente. Nel corso delle varie fasi della ricerca, nelle e con le scuole superiori aretine, gli insegnanti hanno costituito senza dubbio un anello significativo e fondamentale per comprendere una serie di dinamiche didattiche, relazionali e personali. In questo contributo abbiamo cercato di approfondire le questioni relative all’accoglienza e all’integrazione dei ragazzi immigrati e figli di immigrati con alcune insegnanti degli istituti di istruzione superiore della provincia di Arezzo. La modalità adottata è stata quella del focus group al quale hanno partecipato, nel corso dell’a.s. 2005/06, 10 docenti del biennio, provenienti dai seguenti istituti superiori: 2 insegnanti dall’ITIS (discipline: matematica; italiano), 1 dal 114 La presenza Liceo scientifico (italiano), 1 dal Liceo socio-psico-pedagogico, 2 dall’Istituto professionale (ins. sostegno; italiano), 2 da Geometri (italiano e storia) e 2 da Ragioneria (italiano e storia; matematica). Nel corso dell’incontro sono stati affrontati alcuni temi. Si è partiti chiedendo di illustrare la situazione nella propria scuola in relazione agli studenti stranieri, distinguendo tra alunni neo arrivati e quelli con un percorso precedente nella scuola italiana. Si è poi passati ad individuare i problemi di inserimento e di integrazione degli studenti stranieri, di tipo linguistico e relazionale, gli abbandoni, l’orientamento, il rapporto con la famiglia… Rispetto alle problematiche evidenziate si è cercato poi di avere un quadro delle iniziative e dei progetti della scuola. Insomma, cosa è stato fatto o si sta facendo per rispondere ai bisogni e agli interrogativi posti da questa presenza. Infine, le insegnanti hanno potuto liberamente avanzare le loro proposte per migliorare la qualità dell’accoglienza, l’integrazione e il successo scolastico dei loro studenti. 2. Presenza e nuovi arrivi Come è noto, le iscrizioni di studenti stranieri non sono distribuite uniformemente nelle diverse scuole superiori, ma risalta la forte concentrazione negli istituti professionali e negli istituti tecnici. La tendenza da parte dei ragazzi e delle famiglie a prediligere determinate scuole appare sorretta da diversi tipi di motivazioni: tra le principali vi sono l’orientamento verso corsi che introducono rapidamente nel mondo del lavoro, la presenza di connazionali già iscritti, l’accessibilità della scuola dal punto di vista burocratico, la percezione di una maggiore probabilità di riuscita rispetto ad altre scuole ritenute più impegnative e meno accoglienti verso l’utenza straniera. La precarietà del progetto migratorio per gli stranieri o, più in generale, la vulnerabilità sociale che migranti (o italiani a rischio di esclusione sociale) esprimono, si traduce secondo gli insegnanti, in investimenti formativi a breve termine centrati su una rapida immissione sul mercato del lavoro dequalificato. Questa considerazione tuttavia, non smentisce quanto è stato evidenziato da numerose ricerche, che raccontano di un forte investimento educativo delle famiglie migranti diretto soprattutto verso l’istruzione tecnica e professionale rispetto a quella liceale. Sono, dunque, i docenti degli istituti professionali e degli istituti tecnici a sentire in misura maggiore “il problema”, ad avere un’esperienza pluriennale con classi eterogenee, multiculturali e multilingui. Questo dato emerge con forza dal primo tema sottoposto all’attenzione degli insegnanti, che spingeva ad una iniziale descrizione della “situazione” del proprio istituto: Nella mia scuola [professionale] da qualche anno a questa parte gli stranieri aumentano sempre di più, in qualche classe rappresentano un terzo dei ragazzi. Sono tutti maschi, essendo la scuola per periti elettrici e meccanici. Molti sono quelli privi di famiglia, che stanno in case famiglia, a volte con un vissuto scolastico precedente in Italia, principalmente albanesi, qualche romeno. Quest’anno sono molti, tanti sono nelle prime. Noi [tecnico industriale] abbiamo più di un migliaio di alunni, circa il 4% è straniero, 7 i neo-arrivati, tutti con situazioni abbastanza difficili, perché non conoscono assolutamente la lingua, sono quasi privi di documenti. 115 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Ci sono dei ragazzi [stranieri] nelle classi terze, quarte e quinte e mi sembra che il problema stia diventando ora più pressante. Quest’anno sono presenti 5 ragazzi neo-arrivati, inseriti dalla prima alla terza classe, quindi alunni che non conoscono la lingua per la comunicazione, “gettati” nella classe; alcuni arrivati addirittura ad agosto e inseriti nella scuola senza conoscere minimamente l’italiano. In prima c’è un ragazzo bulgaro, a cui ho chiesto il nome ma non mi ha risposto perché non riusciva neppure a comprendere questa semplice domanda. Ha 16 anni, però ha perso soltanto un anno, perché, come mi hanno spiegato i ragazzi stessi, sia in Bulgaria sia in Romania si comincia il corso di studi successivamente rispetto a noi. [geometri] L’esperienza del liceo scientifico è abbastanza recente, fino a 4-5 anni fa non avevamo ragazzi stranieri. Ora su circa 1100 alunni, abbiamo 10 stranieri, la maggior parte sono albanesi e romeni, che non hanno però particolari problemi, sono abituati a studiare in modo più rigoroso dei nostri, sono inquadrati e sono molto motivati. Il nostro istituto [ragioneria] si compone di 600 studenti compresi quelli del serale. Gli stranieri sono 21 al mattino e 11 al serale; bisogna però considerare che gli studenti del mattino sono molti di più. Gli stranieri che abbiamo sono quasi tutti di secondo inserimento. Come si vede dunque, c’è una forte diversità di situazioni tra i vari istituti e tra i differenti indirizzi di scuola superiore che va al di là del pur rilevante dato quantitativo; attiene piuttosto alle caratteristiche e alla qualità dell’inserimento (neo arrivati, di secondo inserimento, assenza di procedure “dolci”…), alle condizioni familiari di questi studenti. 3. Le modalità di inserimento L’arrivo direttamente nelle superiori determina spesso una situazione di difficoltà per la scuola che non sempre è preparata a gestire il fenomeno. Un primo problema riguarda i criteri da utilizzare per la scelta della classe in cui inserire tali alunni: la situazione più diffusa prevede la retrocessione in classi non corrispondenti all’età, con evidenti effetti di degradazione simbolica per gli alunni. In numerosi casi si tratta infatti di ragazzi che hanno già iniziato, e a volte anche quasi concluso, un percorso scolastico nel paese di origine e si trovano qui a doverlo interrompere per ricominciare l’intero ciclo di studi. Inoltre, le reazioni e le modalità di intervento rispetto alla presenza di questi nuovi alunni differiscono a seconda delle istituzioni scolastiche, producendo effetti diversi sugli andamenti e i risultati scolastici degli studenti stranieri. Dunque: quali procedure e modalità vengono seguite per l’inserimento di un alunno straniero neoarrivato? Rispetto a questo punto, gli insegnanti offrono un quadro molto diversificato di modalità, di criteri e procedure seguite nel proprio istituto. Non è una novità, è noto piuttosto che le disposizioni normative al riguardo sono ampiamente disattese in molte scuole italiane, come afferma con grande sincerità un’insegnante: […] so che esiste una normativa, ma il preside mi ha detto che nella pratica è disattesa da tutti. 116 La presenza Le soluzioni, anche “creative”, adottate di volta in volta, sono spesso descritte dai docenti a partire da casi, esempi, recenti e concreti. Le decisioni le prende il preside: [nel caso citato] ha valutato l’età del ragazzo, per evitare al ragazzo di 16-17 o più anni il disagio psicologico di trovarsi con ragazzini di 14 anni. Spesso valuta questo più che il livello di preparazione. Il livello di preparazione è stato considerato in seguito dal consiglio di classe che non lo valutava neppure da seconda classe, ma il preside non ha voluto che fosse inserito in una classe inferiore alla seconda per evitare un maggiore disagio psicologico. Il mio dirigente in un caso analogo [un ragazzo brasiliano di 18 anni] si è comportato diversamente, non valutando l’età ma la competenza. Io lo valutavo adatto ad una prima e devo dire la verità, visto che veniva dalla scuola serale, è stato lui stesso a chiedere di essere inserito in prima. Anche perché da anni nella nostra scuola abbiamo attivato un corso di alfabetizzazione di cui usufruiscono tutti. Ai neoarrivati abbiamo dovuto far sostenere loro una sorta di esame integrativo per verificare il loro livello di preparazione e inserirli quindi in una classe che si confacesse loro, non tanto per età come è successo all’inizio, quanto in termini di preparazione. E’ stato assolutamente difficile perché qualcuno non conosce veramente la lingua e ad esempio all’interno del mio consiglio di classe non siamo proprio riusciti ad individuare il livello di preparazione del ragazzo che abbiamo esaminato. Parlava pochissimo l’italiano, era arrivato alla fine di agosto per ricongiungimento familiare con la madre ed era stato inserito subito in una terza perché aveva già frequentato 11 anni di scuola nel suo paese. Non c’era particolare predisposizione del ragazzo a sapersi inserire e dopo l’esame integrativo, che è stato abbastanza deludente, abbiamo parlato con il preside il quale ci ha consigliato di inserirlo in una seconda, ma non al di sotto di questa classe per via dell’età. I disagi saranno sicuramente tanti perché non conosce comunque la lingua; inoltre per lo studio dell’italiano in seconda in quest’istituto occorre non solo una conoscenza della lingua ma anche della letteratura. Per il primo inserimento gli insegnanti evidenziano l’esistenza di alcuni supporti, soprattutto di natura linguistica; nel complesso, oltre ad evidenziare un “ritardo” organizzativo, tali supporti sembrano del tutto insufficienti per affrontare adeguatamente una situazione molto complessa. Fino all’anno scorso sono stati attivati dei corsi di facilitazione linguistica, quest’anno il preside non vuole farli la mattina e di pomeriggio ci sono tanti ostacoli. Negli altri anni, in molti casi, i professori si attivavano individualmente nelle ore a disposizione, prendevano il ragazzo e lo aiutavano nello studio della lingua. Negli altri anni facevamo ben poco, non sono stati attivati corsi di alfabetizzazione se non lo scorso anno; quest’anno vorremmo attivarne almeno due con due livelli differenti. Non abbiamo ancora corsi di alfabetizzazione ma penso che ora ci dovremo attivare. 117 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 4. Difficoltà a scuola e nel rapporto con le famiglie Tanti e differenti sono i nodi critici e le difficoltà che gli insegnanti segnalano nel dover affrontare l’inserimento di un nuovo alunno straniero e nella gestione delle classi multiculturali e plurilingui. Alcuni nodi cruciali riguardano le pratiche di iscrizione, spesso molto complicate e cui sovente consegue l’inserimento iniziale già in una posizione di ritardo scolastico; la questione linguistica, che può comportare inizialmente una maggiore lentezza nell’apprendimento; l’integrazione all’interno della classe con i compagni di altre nazionalità; l’abbandono scolastico, che si mantiene su livelli elevati per gli alunni stranieri, soprattutto nelle classi prime; l’impreparazione degli insegnanti a gestire il cambiamento e la loro capacità di modificare le pratiche didattiche in rapporto alla comparsa di nuove esigenze. Si tratta di aspetti variamente toccati dagli interventi degli insegnanti e che sicuramente meriterebbero di essere approfonditi singolarmente. In generale, molti docenti sono consapevoli dell’importanza del loro ruolo e dei compiti loro assegnati. Il problema è che questa consapevolezza si traduce spesso in una qualità di rapporto, in scelte curriculari e didattiche del singolo insegnante e non sempre riesce a connotarsi come impostazione espressa dal collegio docente. Connesso a questo punto, come lasciano chiaramente intendere le testimonianze di molti insegnanti, vi è un diffuso senso di “solitudine” causato da un sistema scolastico occupato in riforme e iter burocratici, ma indifferente rispetto alle difficoltà che l’insegnante deve cercare di affrontare e superare in classe, con gli studenti, nel rapporto con i genitori. Un primo blocco di problemi fa riferimento a questioni generali che interessano la scuola (aspetti organizzativi, didattici, formativi, di risorse professionali…), gli studenti stranieri e le loro famiglie (difficoltà linguistiche, difficili condizioni socio-economiche…). Le problematiche rimangono tante, c’è bisogno di una sensibilizzazione sul territorio, perché in effetti abbiamo classi sempre più numerose e percorsi individualizzati non sono possibili, tutto è affidato al volontariato dei docenti con tutti gli impegni, i corsi e i progetti che ci sono. Il problema dello scientifico è che non siamo ancora abituati a questo tipo di cose, non siamo preparati ad aprirci in questo senso e forse per il tipo di studio non sarà neanche facile che si riesca prima o poi a farlo. Ma ci stiamo iniziando a porre il problema. I nostri principali problemi sono: la lingua innanzitutto, perché se non conoscono l’italiano non sappiamo dove appigliarci. Molti poi sono neo arrivati ed è la loro prima esperienza scolastica in Italia quando vengono da noi, quindi c’è la necessità di accoglierli. Anche l’organizzazione scolastica è un problema, gli manca il materiale, non lo portano, non riescono a prendere appunti… […] semmai qualche problema in prima e seconda, di inserimento in classe, spesso per motivi economici, non potendo uscire la sera, andare in pizzeria con i compagni, e in generale partecipare alle attività extrascolastiche della classe… in seconda una ragazzina albanese ha avuto questo tipo di problemi, ma alla fine si è sciolta e ha legato con il resto della classe. Comunque non ci sono di solito problemi didattici. 118 La presenza Un secondo gruppo di problematiche fa riferimento, e non poteva essere altrimenti, ai bisogni linguistici, sia per la comunicazione che per lo studio, anche se talvolta tale sottolineatura appare enfatizzata. I bisogni linguistici dei ragazzi stranieri sono complessi: orientarsi nella scuola, nei modelli di apprendimento e nelle sue regole implicite ed esplicite; comunicare e interagire con i pari e gli adulti in situazioni diverse; studiare e apprendere i contenuti di altre discipline. Accade molto spesso, negli interventi degli insegnanti, che queste difficoltà linguistiche siano collegate al paese di provenienza del ragazzo e della ragazza straniera, per cui si stabiliscono – nell’esperienza didattica dell’insegnante – differenti livelli di difficoltà di apprendimento linguistico. Si leggano al riguardo le storie e le osservazione raccolte in questo primo blocco di interventi. In base alla mia esperienza i ragazzi che vengono dall’est trovano molta meno difficoltà con la lingua. I romeni e gli albanesi non hanno mai avuto particolari problemi, tanto meno linguistici, anzi hanno dimostrato capacità di studio, di organizzazione e di astrazione molto elevate. […] i ragazzi dell’est a livello didattico si inseriscono molto bene perché probabilmente sono abituati a pensare e a riflettere in una lingua difficile che può essere il russo o l’albanese; per i romeni è un po’ meno difficile imparare l’italiano perché comunque la loro è una lingua neolatina… gli albanesi nella maggior parte dei casi conoscono già molto bene l’italiano e sono capaci di riflettere sulla lingua e di appropriarsi dei suoi meccanismi logici. I ragazzi russi non sempre riescono a padroneggiare bene i meccanismi logici dell’italiano e ad avere una certa ricchezza lessicale, ma hanno questa capacità di astrazione che li aiuta. La ragazza pakistana quando è arrivata parlava solo inglese… io in seconda facevo soltanto italiano e lei trovava molte difficoltà ad esempio nella lettura dei ‘Promessi Sposi’ che proprio rifiutava. Comunica abbastanza bene a livello normale ma non a livello di comprensione e capacità di analisi della letteratura e di studio in generale. Anch’io ho notato le difficoltà lessicali che incontrano [gli alunni stranieri], anche quando riescono ad apprendere e arrivano ad un buon livello di comunicazione linguistica. Talvolta, accanto alla nazionalità, vengono in rilievo anche le differenze di genere: […] i ragazzi che vengono da Pakistan, Bangladesh… trovano più difficoltà, però anche qui ci sono differenze tra maschi e femmine. Dai primi solitamente le famiglie pretendono di più, per cui loro frequentano i corsi di lingua e s’impegnano; mentre dalle femmine non pretendono niente, anzi abbiamo avuto nella nostra scuola ragazze a cui abbiamo indicato di fare corsi nella scuola stessa, le famiglie le hanno mandate una volta ma poi non sono più tornate. Non hanno appreso niente, del resto spesso sono le stesse famiglie che non ritengono sia particolarmente utile per le donne approfondire gli studi, anche perché hanno dei concetti culturali lontani dai nostri. 119 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Per quanto riguarda i cinesi, vengono a scuola, prendono appunti non si sa in che lingua lo facciano, in generale sono bravissimi, però anche fra di loro e a casa parlano solo cinese, mentre per imparare la lingua ti devi immergere altrimenti tanti vocaboli li perdi. Loro invece su questo si dimostrano chiusi. In altri casi, invece, lo studente straniero neo arrivato ha fatto progressi enormi nell’apprendimento della nuova lingua, nel processo di socializzazione con gli altri compagni. Gli insegnanti cercano di fornire alcune spiegazioni: […] alcuni ragazzi parlano bene la lingua perché non vivono in famiglia ma in centri di accoglienza o case-famiglia. Loro stessi mi hanno spiegato quali sono le modalità iniziali di apprendimento della lingua. I ragazzi che da un po’ più di tempo sono in Italia e parlano bene la lingua, si dividono in gruppi, ciascuno dei quali prende al suo interno un ragazzo neo arrivato che non parla italiano: fra di loro riescono ad ottenere generalmente dei buoni risultati. Io ho notato spesso la solidarietà tra i ragazzi, in particolare provenienti dai centri: se uno non capisce una cosa il compagno mi dice “non si preoccupi glielo dico io”, oppure “lo dico al suo educatore”. A quel punto diventa una cosa importante che il ragazzo sia seguito. Un terzo nodo critico è costituto dal rapporto tra la scuola e la famiglia immigrata, rapporto che si rivela molto problematico, caratterizzato da incomprensioni, fraintendimenti, silenzi, incomunicabilità. Gli insegnanti individuano nella lontananza, il tratto comune alle famiglie immigrate, che di volta in volta si traduce in disinteresse, delega, abbandono, fiducia assoluta nella scuola e nell’istruzione. Il disagio forte e diffuso da parte di genitori che non conoscono (o conoscono poco) l’italiano, pressati da esigenze lavorative spesso molto dure, con situazioni familiari di particolare complessità sono tutte condizioni che concorrono a tenere lontano dalla scuola queste persone. La scuola, consapevole di queste situazioni, che si impegna per superare disagi, per agevolare forme di partecipazione è una scuola che potenzia il suo ruolo sociale e si costituisce come risorsa formativa importante non solo per i suoi alunni e per i loro familiari, ma come punto di riferimento per la comunità. La capacità di instaurare un dialogo tra le istituzioni scolastiche e le famiglie è dunque elemento centrale per comprendere meglio la situazione e le difficoltà degli alunni di origine straniera e per mediare tra l’educazione trasmessa a scuola e quella impartita dalla famiglia. Alcune testimonianze degli insegnanti legano la difficoltà di comunicazione con la famiglia immigrata ad una certa appartenenza nazionale. In altre parole, agli occhi degli insegnanti il tipo di famiglia è assai diverso in relazione all’origine del flusso migratorio. L’organizzazione e la cultura del nucleo familiare incide infatti sulle richieste e sulle aspettative nei confronti della scuola; tuttavia una lettura schiacciata sull’appartenenza etnica, di tipo “culturalista”, che pretende di riscontrare “un comportamento tipico” in cui categorizzare un’intera comunità, viene smentita dall’esistenza di esperienze differenti e di segno contrario. Così facendo si costruisce una categoria, quella della famiglia immigrata che è tutto fuorché omogenea: tantissime sono le differenze dal punto di vista culturale, linguistico, di classe sociale, di istruzione. 120 La presenza Per le famiglie cinesi è una mancanza di rispetto andare a parlare con gli insegnanti… Avevo un ragazzo cinese, che si è diplomato quest’anno con 100 e i suoi genitori sono sempre venuti a parlare con me, però non so da quanto tempo effettivamente siano in Italia... Una cosa che ho notato è che alla fine della seconda il ragazzo smise di venire a scuola. Durante i recuperi di settembre un compagno mi disse che il ragazzo cinese non avrebbe iniziato la terza, che non sarebbe più venuto a scuola ma sarebbe andato a lavorare. In segreteria infatti mi dissero che si era ritirato. Allora lo chiamai a casa e rispose lui: alla fine della seconda era stato promosso e anche bene, ma mi disse che ora voleva aiutare i suoi, ma quando gli chiesi se era lui che non voleva più venire non ha risposto. Gli proposi in questo caso di venire a parlarne con i suoi genitori… dal giorno dopo è tornato a scuola. Non siamo più tornati sul discorso, ma si è diplomato. Per i ragazzi che vengono allo scientifico hanno delle famiglie molto motivate dietro, che vogliono per i figli una ascesa sociale, anche se si tratta di famiglie semplici, che non hanno studiato o che hanno difficoltà economiche. Ho avuto l’anno scorso due ragazze romene molto determinate a far bene. Le famiglie si vedono sempre; e anche il padre della ragazza *** è sempre venuto, viene con la figlia che fa da interprete. […] la situazione è più difficile con alcuni genitori che non vengono mai ai colloqui o perché lavorano tutto il giorno o perché le madri non escono di casa, non parlano la lingua, si vergognano… […] per quanto riguarda la famiglia del ragazzo, non è mai venuta, perché lui voleva a tutti i costi fare la scuola ma la famiglia non ha partecipato alla sua decisione. La madre non si fa vedere… mi hanno detto che l’anno scorso sarà andata una volta, quest’anno è stata chiamata più volte, perché lui [il ragazzo] di tanto in tanto fa assenze anche di una settimana. So che la madre lavora e non ha tempo per venire a parlare con noi. Io ho notato in questi ragazzi un atteggiamento di disponibilità, quasi umiltà; anche da parte delle famiglie, che in genere sono presenti, qualcuna un po’ meno per problematiche economiche e situazioni di conflitto. L’inefficacia del criterio di appartenenza etnica, quale chiave di lettura per giustificare certi comportamenti delle famiglie, riporta in evidenza il ruolo di altri fattori. Tra questi va ricordata la condizione economica delle famiglie e il ruolo che giocano le non rare situazioni di marginalità sociale. A giocare un ruolo significativo è poi il capitale culturale detenuto dai nuclei familiari sull’investimento formativo. Il livello culturale familiare struttura le relazioni tra famiglie e scuole, nonché contribuisce a determinare il rendimento scolastico e la propensione alla prosecuzione negli studi del figlio. Nelle percezioni dei docenti la questione alla fine si concentra sugli aspetti della valutazione, che non può o non dovrebbe essere identica per alunni inseriti in percorsi regolari e duraturi e alunni arrivati ad anno scolastico iniziato e con carriera scolastica 121 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo intermittente o spezzata. E’ un tema che emerge con forza in alcuni interventi dei docenti: come valutare ragazzi e ragazze inserite da poco o anche da un tempo più lungo che non riescono ad esprimere appieno il ricco patrimonio di competenze e saperi, a causa di una scarsa conoscenza della lingua italiana? Quando siamo di fronte ad un tema suo [di una studentessa di origine pakistana] ci troviamo tra colleghi e ci chiediamo come fare. Come valutarlo? Con il solito metro usato per gli allievi italiani o con un altro metro? Per esempio una volta abbiamo fatto un tema sul terrorismo e lei lo ha affrontato da un punto di vista originale, e anche se la forma italiana non era assolutamente corretta io lo valutai sufficiente in base al contenuto. Però non sempre è possibile valorizzare i contenuti senza tenere conto della forma italiana; inoltre in terza si fanno temi di letteratura e lei si trova in forte difficoltà, la collega che le fa italiano mi dice che al triennio va molto male e mi chiede come andava al biennio, io rispondo che si valorizzava quello che c’era ma ora è sempre più difficile continuare a farlo. Il tema della valutazione porta un insegnante a mettere in discussione la rigidità di certi programmi (e di certi suoi colleghi), resa ancora più evidente dalla presenza in classe di un alunno straniero. Come si fa a valutare questi ragazzi rispetto agli altri? I livelli di partenza sono diversi, io cerco di far capire loro [agli altri colleghi] che non è possibile pretendere da questi ragazzi, anche se sono qui da alcuni anni, l’italiano non è la loro lingua madre… i colleghi spesso mi rispondono che devono comunque andare avanti con il programma di letteratura. Io penso a questo punto che forse noi dovremmo cambiare mentalità. Non dobbiamo arrivare a fare i poeti albanesi perché sinceramente non li conosco neppure io, e non siamo assolutamente preparati a far questo… ma forse è possibile fare un poeta albanese se un ragazzo ci porta un esempio, forse dovremmo spingere i nostri colleghi affinché i ragazzi sappiano interpretare e analizzare un testo in lingua italiana con la stessa tecnica che può essere utilizzata con le loro lingue di origine. Forse è diverso per le lingue orientali, perché lì c’è anche una cultura completamente diversa e quindi anche un diverso modo di apprendere. Ma per quello che riguarda la nostra area, è possibile forse non soffermarsi proprio sui contenuti, non irrigidirsi totalmente sul fatto di dover fare in modo esaustivo Dante e Petrarca. Se non mi fanno ad esempio l’Eneide pazienza, gliela posso riassumere io… ma i colleghi non riescono spesso a vedere oltre il programma, non riescono a sganciarsi, forse perché ancora il problema non è così grande e sentito, ma prima o poi ci dovremo fare i conti. Per voi che ne avete già un terzo […] inizia ad essere una cosa preoccupante… bisogna cambiare completamente la nostra mentalità e non è facile per i nostri colleghi, perché si va ad incidere su convinzioni profonde… ma non è facile per nessuno. Questo intervento apre una vivace discussione tra i docenti, che evidenzia una esigenza sinceramente avvertita da molti – l’apertura dei programmi ad un approccio interculturale –, che tuttavia ancora non è riuscita a trovare adeguati canali didattici per essere praticata. Si avverte, insomma, il potenziale di rinnovamento della didattica che può liberarsi da questo processo di trasformazione multiculturale della scuola, nonché l’arricchimento culturale e linguistico che discende dalla presenza di ragazzi e ragazze provenienti da altri paesi. 122 La presenza Certo sono sempre più gli alunni stranieri e dunque sarà necessario cominciare ad occuparsi anche di questo aspetto, di dare spazio alla letteratura dei loro paesi di origine… Questa differenza culturale l’ho notata con la ragazza albanese quando si faceva gli arabi a storia: lei è musulmana e aveva delle conoscenze vastissime in questo campo e da un punto di vista diverso dal nostro. Fu interessante notare proprio questo diverso rapporto con il mondo arabo musulmano rispetto all’approccio utilizzato nel nostro libro. Sarebbe veramente interessante valorizzare queste differenze di punti di vista ma spesso gli spazi scolastici per valorizzare questi aspetti non ci sono, anche se i ragazzi stranieri si sentirebbero molto gratificati da tutto questo. Loro vivono queste mancanze della scuola attuale come una penalizzazione della loro cultura. La ragazza albanese voleva in questo modo da una parte sottolineare la propria diversità rispetto alle compagne, dall’altra non voleva che questo si notasse, c’era proprio questo contrasto. È una ragazza molto intelligente e sensibile però aveva questo continuo contrasto che la portava a irrigidirsi anche nei rapporti con la classe, poi si è un po’ sciolta. Poi c’è la difficoltà ad immergersi nel nostro ambito culturale e una specie di isolamento culturale legato al fatto che ci sono tanti poeti e scrittori che appartengono alle loro culture e che non vengono trattati. C’è una totale mancanza di richiami alla cultura dei loro paesi di origine… Un predittore significativo dell’andamento scolastico si richiama al funzionamento degli istituti educativi e al loro grado di disponibilità al cambiamento. Con l’aumento costante della presenza di studenti stranieri nelle scuole, si è verificato un graduale passaggio, seppure non uniforme e generale, da una visione della diversa appartenenza culturale come ostacolo per l’apprendimento e motivo di insuccesso scolastico, a una valorizzazione della differenza come importante risorsa da preservare. Tuttavia, a livello di applicazioni pratiche rimangono numerose ambiguità, dovute soprattutto a una conoscenza superficiale delle “culture” di cui sono portatori i singoli soggetti, con il rischio di una loro banalizzazione e relegazione nella sfera folclorica. Tuttavia, come evidenziano le insegnanti, talvolta basta che la scuola manifesti un interesse genuino per la cultura e la lingua di origine per sbloccare una situazione di incomunicabilità, di difficoltà o impasse nei rapporti, provocando adesione e persino “entusiasmo”. Mostrare da parte dell’insegnante interesse per la cultura d’origine dell’alunno, nella scuola superiore diviene una probabile “carta vincente” che riesce a innescare anche l’attenzione e il rispetto da parte dei compagni. […] qualche anno fa con una collega di italiano abbiamo fatto una poesia e l’abbiamo tradotta in albanese, argentino e napoletano. I ragazzi albanesi erano veramente entusiasti perché si dava valore anche alla loro cultura. Ma ha destato grande interesse anche nei ragazzi italiani. Anch’io ho sempre percepito e capito la loro esigenza di mantenere il legame con la cultura d’origine. In un caso sono riuscito a far fare delle ricerche ad una ragazza albanese, ricollegandosi alla storia del suo paese, che è a sua volta legata alla nostra storia. 123 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Gli interventi degli insegnanti hanno poi evidenziato vari casi di abbandono scolastico soprattutto nelle classi prime. I motivi che più di frequente si legano all’alta percentuale di abbandoni nel primo periodo della formazione superiore potrebbero risiedere nelle difficoltà linguistiche, che rappresentano un aspetto critico non solo dal punto di vista dell’apprendimento ma anche e soprattutto da quello della socializzazione. Inoltre i problemi espressi nell’ambiente scolastico, che di frequente conducono all’interruzione del percorso scolastico, spesso si originano in situazioni di disagio più ampie, che riguardano dimensioni esterne alla scuola ed in particolare l’ambiente familiare, dove possono svilupparsi tensioni e conflitti che si ripercuotono su tutti gli aspetti di vita del soggetto in età adolescenziale. Per questo motivo risulterebbe di particolare importanza un coinvolgimento delle istituzioni educative anche in ambiti che vanno oltre quelli strettamente scolastici, e una collaborazione con le altre agenzie di socializzazione per costruire maggiori possibilità di integrazione sociale. Numerose sono poi le storie difficili di ragazzi e ragazze straniere raccontate dagli insegnanti: evidenziano problemi, anche gravi, ma anche potenzialità nascoste. Situazioni difficili che fanno riferimento al comportamento in classe e al rendimento di questi studenti, spesso collegate al divario di età rispetto ai compagni e alla mancanza di supporti da parte della scuola e della famiglia. Le difficoltà di rendimento, come evidenziano alcune ricerche, sono dovute essenzialmente al persistere, nei sistemi educativi, di disuguaglianze legate all’origine sociale e al capitale culturale della famiglia. Infatti, la convinzione che i risultati scolastici insoddisfacenti tra i figli degli immigrati dipendano da scarse capacità di apprendimento è stata rimessa in discussione da una serie di indagini statistiche, che mostrano come a parità di condizione sociale e culturale di provenienza, i figli dei migranti presentino livelli di performance e di propensione all’investimento educativo simili, e molte volte superiori, a quelli dei loro pari italiani. 5. Alcune storie di “successo” scolastico Accanto ai nodi critici e alle storie di difficile integrazione, agli insegnanti piace raccontare e far riemergere dalla propria memoria, le storie di integrazione, gli sblocchi avvenuti in questo percorso faticoso, gli eventi e le occasioni che lo hanno determinato. Raccontano queste storie con passione e talvolta con un forte coinvolgimento emotivo. Così facendo i docenti offrono alcuni esempi che ci aiutano a comprendere alcune dinamiche che regolano i processi di integrazione. […] ci sono anche tanti casi di ragazzi eccellenti… io ho un ragazzo in seconda che è uno dei migliori della classe… […] adesso io ho in quarta e quinta due fratelli russi che hanno seguito il corso e la ragazza russa l’anno scorso ha avuto la pagella migliore dell’istituto. Ha una comprensione della lingua elevata e lei è bravissima. Come tutti i ragazzi che vengono dall’est, in matematica e informatica, sono ragazzi che hanno una marcia in più. Volevo parlare di tre successi scolastici e voglio ricordare questi tre ragazzi con affetto. Una è Rozeta, albanese, un’altra è Albana, albanese, e un tunisino Slimane. Rozeta è stata con me per cinque anni, era ben integrata nella classe, e ha avuto la fortuna di avere una compagna che l’ha sempre aiutata tanto. Io l’ho sempre trattata con severità 124 La presenza perché volevo da lei il massimo e l’ho sempre trattata alla pari di tutti gli altri, non volevo far differenze, non volevo che fosse o si sentisse diversa dagli altri. Ha preso decorosamente il suo diploma ed è felicemente tornata in Albania, felicemente non proprio perché le è morta la mamma e quindi voleva tornare là. Albana invece l’ho avuta per quattro anni, molto diligente, con una buona base linguistica, aveva frequentato il ** qui ad Arezzo, era qua con i genitori. Era completamente isolata dal resto della classe, mai accettata, malvista, addirittura bistrattata dai ragazzi e accettata con sufficienza dalle compagne, forse perché metteva in evidenza la sua diversità e la sua preparazione che era superiore a quella degli altri dal punto di vista del profitto. Quest’anno fa lingue all’università. E poi voglio parlare del ragazzo tunisino, che non profferiva una sola parola di italiano; c’era un compagno del Congo che faceva da traduttore simultaneo utilizzando il francese, io vedevo i suoi occhi intelligenti e mi sforzavo di ricordare qualche parola in arabo ma la comunicazione era difficilissima. Nelle materie scientifiche però era particolarmente dotato, è stato felicemente bocciato e ora sta ripetendo la prima ma è rimasto nella nostra scuola e anche questo lo considero un successo scolastico, perché è rimasto comunque da noi e a scuola. Una mia studentessa di seconda è riuscita in pochi mesi ad esprimersi molto bene, a fare l’analisi del testo di brani dei “Promessi Sposi”. Sempre grazie al supporto del corso di alfabetizzazione, negli anni passati ho avuto studentesse che sono riuscite a terminare bene gli studi. Infine, questo frammento, pur non parlando di una situazione di “successo”, testimonia un clima di apertura e di socializzazione nella classe: Ho una studentessa, F., da quattro anni, che non è una grande studiosa, ha sempre fatto il minimo. Qualche tempo fa è stata l’unica a tornare per ben quattro volte a vedere una mostra di pittura a cui avevo portato l’intera classe, mostrando una sensibilità che nessun altro ha avuto. Si confrontano tra loro, c’è anche da dire che io insegno al linguistico, quindi i ragazzi fanno gemellaggi, sono più predisposti, più aperti verso la cultura diversa e altra, studiano più lingue, sono più spinti di altri a creare un ambiente poliglotta e pluriculturale intorno a sé, per cui gli stranieri difficilmente si sentono esclusi. 6. Le iniziative della scuola L’ultimo tema sottoposto all’attenzione degli insegnanti cercava di far emergere quanto e cosa si fa ed è stato fatto nelle scuole per l’accoglienza, l’integrazione degli studenti stranieri e per l’educazione interculturale. Più di una volta gli insegnanti avevano già evidenziato le poche risorse e le iniziative a supporto presenti a scuola. In questa parte si è cercato di approfondire tale aspetto. Una considerazione va comunque rivolta alla disponibilità e all’impegno che si è potuto riscontrare da parte di alcuni istituti superiori nell’attuare programmi e interventi specifici per fronteggiare il fenomeno dell’aumento significativo degli studenti stranieri e modificare le pratiche scolastiche in funzione di nuove esigenze. Pur nella consapevolezza che ancora, nelle scuole superiori, siamo soltanto agli inizi e molto resta da fare. 125 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Per quanto riguarda la nostra scuola posso dire che questo è il quarto anno che facciamo facilitazione linguistica sia di primo che di secondo livello con il supporto del Centro di Documentazione e della Provincia, dal punto di vista finanziario, ma anche la scuola stessa ha messo delle risorse. I ragazzi e gli insegnanti hanno seguito questi corsi di alfabetizzazione o di insegnamento della lingua per lo studio delle discipline. Altro, che io sappia, non è stato fatto. Sarebbe importante sapere cosa stanno facendo le altre scuole superiori, avere uno scambio, capire come si stanno movendo… Allo scientifico non si è fatto ancora niente in pratica, a parte qualche ora pomeridiana fatta dagli insegnanti. Il problema è che siamo noi impreparati ad affrontare il problema dell’italiano, della valutazione dei temi, della letteratura; siamo noi che abbiamo eluso il problema finché è stato possibile, ma ora abbiamo capito che il problema è concreto […] Il padre di ***, sollecitato l’anno scorso dal preside a cambiar scuola alla figlia, per mandarla in una dove perlomeno non ci fosse il latino, ha detto che loro volevano che la figlia facesse questa scuola. Di fronte a questo la scuola deve poter dare una risposta. Per il momento ci sono solo dei tentativi poco efficaci dei docenti, ma occorrono strumenti più adeguati, non siamo preparati. Per questo è importante comunicare tra noi e tra le scuole le esperienze, le metodologie, gli strumenti utilizzati, le risorse. Noi abbiamo fatto tutti i progetti possibili e immaginabili, finanziati dalla Provincia, ma i tempi di finanziamento spesso non corrispondono alle necessità delle scuole, per cui le cose che è necessario fare immediatamente non sono fatte nei tempi giusti. Gli insegnanti non sanno come affrontare il problema: i ragazzi sono frustrati perché non riescono a capire le situazioni, il collega si sente frustrato, il ragazzo ci rimette, la scuola non sa cosa fare, allora si fa il viottolo al Centro di Documentazione, ma anche questo non sa cosa fare perché le risorse non ci sono. L’ideale sarebbe creare una rete di scuole e fare un progetto cercando di accedere ai fondi europei. Bisogna fare qualcosa, un progetto insieme, lavorare in rete per avere accesso ai fondi europei, perché i fondi italiani non ci sono. Noi ci stiamo attivando. Abbiamo finanziato un corso di alfabetizzazione, e forse attiveremo, facendo leva anche sulle risorse della scuola, un altro corso di italiano L2 usufruendo di un facilitatore esterno, perché riteniamo che anche noi insegnanti dovremmo acquisire delle competenze di questo tipo, perché non siamo formati, e non siamo preparati come istituzione ad accogliere questi nuovi alunni. Credo sia giusto attivare questi corsi di alfabetizzazione, 20-30 ore, ma per esempio la mia necessità riguardo ai ragazzi neo-arrivati è stata quella di intervenire immediatamente, dal 1° settembre non dal primo giorno di scuola, con un laboratorio mattutino. Innanzitutto la nostra scuola manca di sussidi didattici, non abbiamo gli strumenti operativi perché fino ad ora il problema non è stato pressante. Il consiglio di classe però non è preparato per questo: io chiesi a suo tempo di fare questo laboratorio mattutino, di far uscire i ragazzi in alcune ore, mettendo quindi a disposizione le mie, per poter interagire con loro. La reazione immediata è stata di netto rifiuto, “pensi di portare il ragazzo fuori dalla classe?” è stata la risposta del consiglio, ad indicare che non abbiamo una mentalità adeguata. Probabilmente noi non facciamo altro che calare su questi ragazzi il comportamento che avremmo con un ragazzo diversamente abile, 126 La presenza per cui l’integrazione passa attraverso la socializzazione. Ma la problematica qui è completamente diversa, perché non ci può essere socializzazione quando ancora non c’è conoscenza della lingua. Non avendo lo strumento linguistico quindi non ci si può integrare. Però il laboratorio non è stato attivato. […] Tempo fa siamo stati a vedere una mostra d’arte dal titolo “Donne manifeste”, che aveva un’esposizione di manifesti del movimento femminile italiano dal ’45 ad oggi; in un manifesto del 2004 stava scritto “Donne in Italia” e subito la ragazza russa che ho nella mia classe mi ha chiesto: “Che vuol dire? Che comprende tutte le donne che stanno in Italia? Anche quelle che non hanno la cittadinanza italiana ma vivono qui?”. Poi mi ha raccontato che proprio in quei giorni il mio collega di diritto l’aveva accompagnata in Prefettura per il primo colloquio per la cittadinanza. Questo sta a significare che anche noi con i nostri mezzi artigianali possiamo fare molto e che l’apprendimento passa in primo luogo attraverso l’affettività, da parte sia degli insegnanti sia degli altri compagni – vedi il caso del compagno che decodifica il linguaggio semplificandolo e quindi rendendolo più comprensibile – perché è questo atteggiamento che determina il cambiamento nel ragazzo… noi dobbiamo far scattare le categorie dell’affettività. Da questi e da altri interventi emergono, tra l’altro, tre importanti note critiche, a ben vedere strettamente collegate. La prima fa riferimento ai bisogni formativi degli insegnanti. Sono loro a dichiararsi “impreparati” a dare risposte competenti ai nuovi compiti che gli si presentano davanti; proprio per questo sono consapevoli della necessità di uno studio che consenta di scavare ulteriormente nei significati, di approfondire analisi e di raffinare la ricerca di soluzioni. Un secondo rilievo che emerge con forza fa riferimento all’importanza della disponibilità di effettive risorse, di poter disporre di quanto necessario in termini di spazi, nella prospettiva sia di scuola, sia di aula, di materiali documentativi, di strumentazione varia per poter affrontare con sufficiente fiducia i nuovi bisogni posti dall’arrivo di studenti stranieri. Con una terza nota critica, invece, gli insegnanti esprimono la difficoltà di capitalizzare le diverse esperienze per ricavare suggerimenti e strumenti per altri insegnanti. Per cui ci si ingegna di fronte a situazioni e difficoltà che già altri avevano superato. Vi è dunque una forte carenza di momenti e occasioni di dialogo, scambio e possibilità di creare una solida rete, in cui gli insegnanti possano comunicare le proprie esperienze, scambiarsi le metodologie, gli strumenti utilizzati e i risultati. 7. Alcune proposte Gli insegnanti sono stati invitati ad enunciare una serie di proposte, ad ampio raggio, per migliorare e favorire l’accoglienza e il processo d’integrazione degli studenti stranieri. Ne è uscito un elenco “operativo”, molto variegato di proposte, sollecitazioni, richieste che qui riproduciamo quasi integralmente, con piccole modifiche e nostre osservazioni. Accoglienza • fare un’accoglienza “orientante” all’interno della scuola da parte di persona competente che sappia accoglierlo, coadiuvata dal mediatore nei casi in cui non parli bene o per 127 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo • • • nulla italiano; una persona che possa consigliare il ragazzo, anche indagando per sapere quello che ha fatto prima di arrivare a scuola; stilare un piccolo vademecum per valutare il livello delle competenze dei ragazzi stranieri; utilizzare la figura dei tutor stranieri e italiani, “che si organizzano tra loro per quanto riguarda le modalità con cui seguono i ragazzi delle prime classi. Ci sono due periodi in cui si attivano, alla fine dell’anno e all’inizio dell’anno scolastico. I risultati sono positivi, perché c’è anche un supporto degli insegnanti e poi c’è lo psicologo”; estendere le modalità di accoglienza valide per le classi prime a tutti i ragazzi stranieri in qualsiasi momento arrivino durante l’anno: occorre avere una totale apertura ai problemi, con o senza il mediatore, se non c’è il problema della lingua; bisogna capire che cosa vuole il ragazzo, se questa è la scuola adatta a lui, discutere delle problematiche che incontra fin dall’inizio, dare a tutti gli strumenti per fare la loro scelta con consapevolezza. Lingua • presenza in ogni scuola di un insegnante di italiano L2, un insegnante, non necessariamente esterno, formato e preparato in questo ambito, disponibile a lavorare all’interno della classe in collaborazione con gli altri insegnanti; • prevedere un periodo full immersion nello studio della lingua e della cultura italiana, meglio se prima dell’inserimento ma da continuare anche dopo l’inizio della scuola, perché se è neo arrivato e non dice una parola di italiano non importa se comincia la scuola un poco più tardi, purché riesca a destreggiarsi con la lingua; • utilizzare le ore di religione per i ragazzi che non la fanno per fare italiano intensivo con personale interno alla scuola stessa, una specie di insegnamento ad personam. Formazione • prevedere uno sviluppo professionale degli insegnanti che vada oltre il breve periodo e l’episodicità, che eviti la dispersione delle esperienze di aggiornamento mediante un’opera di coordinamento, sintesi, documentazione. Revisione dei programmi • Inserire nei programmi spazi, richiami e legami con la cultura di origine degli studenti stranieri, trovando degli equilibri con i programmi nostri; • fornire ai ragazzi stranieri dei collegamenti con il territorio, finalizzandoli al discorso della cittadinanza attiva e partecipata che permetta loro di non sentire come estranea l’identità culturale italiana ed europea in generale, ma anzi li faccia sentire parte di uno stato di diritto. Operativamente questo si traduce in un rafforzamento del concetto di cittadinanza attraverso lo studio del diritto e del senso di appartenenza ad una comunità tutelata da norme, dunque con diritti e doveri. Quindi una delle proposte è quella di lavorare di più nelle scuole anche su percorsi di educazione alla cittadinanza. Accesso alle risorse, rapporto con il territorio, diffusione e scambio di esperienze • attivare i mediatori per facilitare la comunicazione con i genitori; • fare in modo che ogni scuola non si senta isolata, ma abbia un punto di riferimento e un interlocutore valido sul territorio; 128 La presenza • • sensibilizzare sponsor/finanziatori/donatori su progetti per un’accoglienza più efficace ma anche calorosa dei ragazzi stranieri nelle scuole partendo da una maggiore sensibilizzazione del territorio, delle sue componenti sociali e dell’opinione pubblica; facendo capire che questo potrebbe avere una ricaduta positiva sul territorio e sulla qualità della vita perché se i ragazzi stranieri sono ben inseriti “siamo tutti più contenti”; costruire reti fra scuole, connessioni con il territorio e impegni organizzativi, e le alleanze fra scuole e i rapporti di rete devono coinvolgere soggetti pubblici e privati. E’ attraverso queste connessioni, è mediante lo scambio di informazioni e conoscenze e l’interazione delle risorse, che risulta possibile nella quotidianità operare scelte e mettere in pratica strategie d’azione che – sottolineano in conclusione gli insegnanti – sono nello stesso tempo politiche ed educative. Così facendo la scuola si fa luogo privilegiato per diffondere una nuova cultura della solidarietà e della cooperazione. 129 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo “A scuola vado normale…” Ragazzi stranieri e riuscita scolastica di Graziella Favaro 1. Premessa Negli studi (ancora in numero limitato) condotti finora in Italia sull’inserimento scolastico dei minori stranieri, l’accento viene quasi sempre posto sugli elementi di criticità che connotano i loro percorsi di studio. Come già evidenziato in altri contributi di questo libro, la situazione è per alcuni aspetti preoccupante, dato il ritardo scolastico molto diffuso (il 75% degli studenti che frequentano la prima superiore non è alla pari tra classe e età anagrafica), gli esiti scolastici spesso negativi, i casi di abbandono degli studi e di dispersione scolastica. Consapevoli del fatto che la situazione generale di inserimento è alquanto critica, con questa piccola indagine di tipo qualitativo si intendeva portare invece l’attenzione sui percorsi di riuscita. Si voleva cioè rilevare quali sono i fattori – individuali, famigliari e di contesto – che fanno sì che il cammino dell’integrazione scolastica – pur se disseminato di ostacoli e compiti da superare – si sviluppi in modo positivo e diventi un punto di forza per l’integrazione in generale. Per fare questo, si è data voce alle storie personali e scolastiche di un gruppo di giovani stranieri che risiedono ad Arezzo. 2. Le ragazze e i ragazzi intervistati Sono stati intervistati, attraverso la modalità del colloquio in profondità, 20 ragazze e ragazzi stranieri, diversi per provenienza e lingua di origine, ma con alcuni elementi in comune, rispetto alla loro storia di vita. Essi sono: • il fatto di essere nati all’estero e di essere immigrati in Italia in età adolescenziale; • una scolarità sviluppata in due fasi: parte nel paese d’origine e parte nel paese di accoglienza; • il vissuto di “frattura” e di discontinuità, rispetto alla loro storia di infanzia, ai luoghi, agli affetti; 130 La presenza • la necessità dunque di dover “ricominciare da capo” dal punto di vista scolastico, linguistico, relazionale... In sintesi, si tratta di ragazze e ragazzi che hanno intrapreso il viaggio di migrazione durante l’adolescenza, avendo già vissuto nel loro paese un’esperienza di scolarità, apprendimento, sviluppo. Vediamo alcune loro caratteristiche in maniera più analitica. Nazionalità I giovani intervistati provengono da 10 diversi paesi, ma il contesto maggiormente rappresentato è quello dell’Europa orientale; in particolare, 8 su 20 sono di nazionalità albanese. - Albania: 8 - Romania: 3 - Russia: 1 - Polonia: 1 - Bulgaria: 1 - Brasile: 1 - Argentina: 1 - Rep. Dominicana: 1 - Cina: 2 - Eritrea: 1 Modalità di arrivo La maggior parte dei ragazzi si colloca nella categoria dei “ricongiunti per motivi famigliari” ed è arrivata in Italia per raggiungere la madre (4 casi); ricomporre il nucleo con entrambi i genitori (8); riunirsi al padre (1). In 6 casi (tutti ragazzi albanesi), i minori sono giunti in Italia da soli, avendo tuttavia già come riferimento alla partenza l’intenzione di raggiungere la comunità “La Provvidenza” di Arezzo; in un caso (la ragazza di origine eritrea), il percorso è stato quello dell’adozione internazionale. Età al momento dell’arrivo La maggior parte dei giovani intervistati si collocava, al momento dell’arrivo in Italia, nella fascia di età 14-18 anni (13 casi), mentre 7 di loro avevano da 10 a 13 anni. La distribuzione per “età al momento della migrazione” è la seguente: - 10 anni: 1 - 11 anni: 2 - 12 anni: 2 - 13 anni: 2 - 14 anni: 3 - 15 anni: 2 - 16 anni: 5 - 17 anni: 1 - 18 anni: 2 La fotografia che si delinea è quindi di un gruppo di ragazze e ragazzi che hanno lasciato il loro contesto di origine nell’adolescenza, hanno interrotto il loro percorso di studi in patria, hanno abbandonato coetanei e amici in un momento della vita in cui l’appartenenza 131 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo al gruppo dei pari e le relazioni “orizzontali” sono estremamente importanti. Al momento dell’arrivo in Italia si sono trovati dunque a dover ritessere fili affettivi nei confronti del genitore (dei genitori) espatriato tempo prima e, per certi versi, estraneo; inserirsi nella scuola italiana e in un ordine di scuola complesso per compiti e contenuti (scuola secondaria); acquisire la nuova lingua in un tempo definito dai linguisti “età critica”. Tab. 1. Quadro generale sugli intervistati Nazionalità Albania Albania Albania Albania Albania Albania Albania Albania Argentina Brasile Bulgaria Cina Cina Eritrea Polonia Dominicana Romania Romania Romania Russia M/F Anno di nascita Situazione scolastica Cosa fa adesso Classe Come è arrivato M M F M M F M M F M F M M F F F F F F F 1983 1984 1984 1984 1986 1985 1986 1985 1986 1983 1985 1984 1986 1985 1980 1984 1986 1984 1986 1984 diplomato diplomato diplomato scuola scuola scuola scuola scuola scuola scuola scuola scuola scuola scuola scuola scuola scuola scuola scuola scuola II anno Università Lavoro II anno Università ITIS ITIS Ragioneria Magistrale Profess.-meccanica Geometri Professionale-orafi Magistrale ITIS Ragioneria ITIS Professionale-orafi Professionale-orafi Liceo linguistico Liceo scientifico Ragioneria Ragioneria diplomato diplomato diplomata 5 4 4 4 5 5 5 5 5 4 4 5 5 4 5 3 4 Provvidenza Provvidenza Famiglia Provvidenza Provvidenza Famiglia Provvidenza Provvidenza Padre Madre Madre Famiglia Famiglia Adozione Madre Famiglia Madre Famiglia Famiglia Famiglia 3. I percorsi scolastici Pur partendo da una condizione di oggettiva difficoltà iniziale, i 20 ragazzi intervistati stanno compiendo (o hanno già concluso) un percorso di studi nella scuola superiore con esiti positivi. Attualmente, essi sono inseriti in questa tipologia di scuola: 9 negli Istituti tecnici (Ragioneria e Geometri); 4 negli Istituti professionali (orafi e meccanici): 2 nel Liceo Psico-pedagogico; uno nel Liceo linguistico e uno nel Liceo scientifico; 2 sono all’Università e uno lavora. Se ripercorriamo il cammino nella scuola italiana, osserviamo alcuni aspetti comuni che si ritrovano nelle loro storie: • l’inserimento, al momento dell’arrivo è avvenuto in una classe inferiore, rispetto all’età, di 1-2 o più anni; • il tasso di ritardo scolastico aumenta con l’aumentare dell’età: è di un anno per coloro che arrivano fra i 10 e i 14 anni; diventa più importante per i ragazzi più grandi; • la scelta della tipologia di scuola per la prosecuzione degli studi è in gran parte dovuta al caso e avviene per motivi diversi: la presenza di altri stranieri nella stessa scuola, il 132 La presenza consiglio di un insegnante, l’esempio di altri ragazzi connazionali, la presunta facilità (linguistica) di una scuola rispetto ad un’altra. Raramente, l’opzione ha tenuto conto delle aspettative, le attitudini, i desideri del ragazzo. Se questa è la situazione di partenza, quali sono i fattori e gli eventi che hanno avuto un ruolo positivo nei percorsi scolastici dei ragazzi coinvolti? Possiamo raggrupparli in tre diverse categorie: • i fattori legati alle caratteristiche individuali; • i fattori connessi al contesto famigliare o comunitario; • i fattori legati alla situazione di inserimento scolastico. Fattori legati alle caratteristiche individuali Rientrano in questo blocco gli elementi personali che connotano le storie scolastiche dei ragazzi coinvolti. Fra di loro si notano: • adeguati percorsi scolastici nel paese d’origine, che li hanno “preparati” ad affrontare la nuova avventura di formazione; • forti aspettative nei confronti della scuola italiana e delle sue possibilità di preparare un buon futuro lavorativo; • l’intenzione di proseguire gli studi e la formazione, per coloro che stanno frequentando la scuola secondaria di secondo grado; • un atteggiamento verso la scuola connotato da impegno, responsabilità individuale, senso del dovere. Fattori legati alla situazione famigliare o comunitaria I ragazzi intervistati vivono tutti una situazione famigliare o di accoglienza non marginale o precaria, anche se in tre casi devono contribuire al proprio mantenimento lavorando. I fattori legati alla condizione famigliare, o comunitaria, che hanno giocato un ruolo positivo nei percorsi di studio dei ragazzi sono da rintracciarsi soprattutto: • nelle alte aspettative nei confronti della scuola da parte dei famigliari; • nel ruolo positivo di sostegno/rimotivazione, accompagnamento che hanno avuto alcuni famigliari, anche solo uno, in particolare (“la zia, una cugina, il compagno italiano di mia madre”); • nel ruolo positivo e di sostegno che hanno avuto altre figure di tutela e accompagnamento. • Fattori legati alla scuola Dentro la scuola, gli elementi che hanno contribuito al buon inserimento dei ragazzi intervistati hanno a che fare soprattutto con: • la disponibilità di dispositivi di accoglienza efficaci (le ore di insegnamento dell’italiano, i momenti di aiuto allo studio, le attenzioni specifiche nella fase di accoglienza...); • la presenza di adulti “competenti” che hanno accompagnato il cammino iniziale, disseminato di ostacoli, con pazienza, fiducia, ottimismo. I ragazzi intervistati attribuiscono un ruolo positivo soprattutto agli insegnanti (“dei professori meravigliosi”; “mi ha aiutato soprattutto la professoressa di inglese”; “mi ha dato una mano il prof. di matematica”), ma anche agli educatori che li hanno aiutati in orario extrascolastico e ai giovani obiettori che hanno funzionato un po’ da “fratelli maggiori” nei momenti di scoraggiamento e di difficoltà. 133 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 2. I fattori di riuscita Fattori individuali • • • • • • caratteristiche individuali (attitudini, capacità, responsabilità...) motivazione e impegno alte aspettative nei confronti della scuola adeguata scolarità precedente, nel paese di origine L1 tipologicamente vicina all’italiano progetto futuro (continuazione degli studi o lavorativo) Fattori legati al contesto famigliare e di accoglienza • • • • condizioni socio-economiche non precarie e forme di tutela buone aspettative dei famigliari nei confronti della scuola sostegno alla motivazione e rimotivazione da parte di adulti affettivamente vicini ruolo positivo delle figure di accoglienza (per coloro che vivono in comunità) Fattori legati al contesto di inserimento scolastico • dispositivi efficaci di accoglienza e di accompagnamento nella scuola (insegnamento dell’italiano L2; orientamento...) • forme di aiuto allo studio in orario extrascolastico • presenza di adulti “competenti” (docente, educatore, obiettore...) che hanno giocato un ruolo di méntore 134 La presenza I racconti delle ragazze e dei ragazzi a cura di Barbara Tellini, Lorenzo Luatti e Valentina Cioncolini 1. Introduzione Riportiamo di seguito le interviste a 20 studenti della provincia di Arezzo frequentanti gli ultimi anni delle scuole secondarie di II grado o recentemente diplomati. Il lavoro svolto si è posto l’obiettivo di indagare i vissuti e le esperienze degli studenti immigrati per comprendere motivazioni, caratteristiche, punti di forza, prospettive future. Una sintesi dei risultati è stata offerta, nel precedente contributo, da Graziella Favaro, con particolare attenzione ai fattori che hanno favorito il “successo” scolastico degli studenti intervistati. La metodologia utilizzata è stata quella delle interviste in profondità sulla base di una traccia comprendente una serie di argomenti prefissati precedentemente1. La traccia dell’intervista si è articolata secondo gli argomenti qui elencati: breve storia personale dell’intervistato (quando sei arrivato in Italia; con chi sei venuto; chi è arrivato in Italia prima di te; eventualmente, con chi sei rimasto nel tuo paese fino al momento della partenza; cosa ricordi del tuo viaggio e dell’arrivo in Italia: quali emozioni, aspettative…); storia scolastica/percorso scolastico (quali scuole hai frequentato nel tuo paese; per quanti anni sei andato a scuola nel tuo paese; in quale classe sei stato inserito una volta giunto in Italia; il tuo percorso scolastico in Italia; chi ti ha orientato verso la scuola che stai/hai frequentato…); momenti critici e difficoltà. Figure/risorse di riferimento (momenti critici e difficoltà incontrate…; figure di riferimento che ti hanno guidato/aiutato in queste fasi più difficili, dentro e fuori la scuola; cosa fai/facevi nel tempo libero; hai amici italiani/ amici del tuo paese; luoghi d’incontro frequentati; come hai cercato/cerchi di entrare in contatto con nuovi amici); “Come vedo il mio futuro”: aspettative e autorappresentazione (come immagini il tuo futuro; pensi di continuare a studiare; che lavoro pensi di/ti piacerebbe fare; dove ti vedi…); domanda di tipo proiettivo (immagina di dover dare dei consigli sulla scuola italiana ad uno studente della tua stessa nazionalità che viene in Italia…). 135 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo I 20 ragazzi e ragazze sono stati individuati sostanzialmente tramite tre modalità: per lo più attraverso il contatto diretto con le scuole (dirigente e insegnanti); altri per conoscenza diretta o mediante la rete amicale dei mediatori linguistici. Gli intervistati presentano alcune caratteristiche generali che merita qui esplicitare: a) hanno una scolarità pregressa nel paese di origine (quindi non nati in Italia o giunti in giovanissima età); b) appartengono a varie nazionalità, con una prevalenza dei Paesi dell’Europa dell’est; c) sono metà maschi e metà femmine; d) frequentano (anno 2005) la classe IV o V superiore o si sono da poco diplomati, iscritti al I o II anno di università; e) presentano – o presentavano per quelli già diplomati – buoni/eccellenti risultati scolastici. Questa composizione pertanto non vuole né può essere esaustiva o restituiva dell’universo delle storie e dei percorsi dei ragazzi e delle ragazze immigrate; piuttosto, si propone di portare testimonianza e strumenti di lettura utili alla comprensione delle dinamiche e dei fattori che facilitano percorsi positivi di integrazione e di riuscita scolastico. Si è scelto di pubblicare i casi e i racconti inventando i nomi dei ragazzi in modo che non fossero riconoscibili, mantenendo invece inalterate le storie personali e i Paesi di provenienza. La lettura di questi frammenti di “storie di sé” offrono molti spunti e motivi di riflessione per tutti, giovani e adulti. Si vogliono dunque ringraziare i ragazzi e le ragazze che hanno concesso l’intervista, nonché le scuole aretine e, in particolare, i loro dirigenti e insegnanti che hanno collaborato a questa parte della ricerca. 2. I racconti Adriana (Albania) Era marzo del 1997 quando con i miei genitori siamo arrivati in Italia. Avevo 13-14 anni. Abitavamo in un paesino vicino a Valona e in Albania c’erano stati grossi problemi. Il viaggio è stato abbastanza lungo, perché la nave non era proprio perfetta, nel senso che aveva qualche problemino. Quando sono arrivata sapevo già l’italiano, me la cavavo, ero l’unica tra i pochi in tutta la nave che lo parlavo, e quindi mi chiedevano come era andato il viaggio, mi chiedevano di tradurre qualcosa a qualcuno che non capiva e di prendere i nomi e la data di nascita di quelli che venivano dopo di noi. Siamo sbarcati a Brindisi e ci hanno portati tutti a Lecce in un centro di accoglienza. Dopo qualche giorno ci hanno trasferito a Campobasso, e lì ci siamo stati un mese, qualcuno anche di più, e io facevo sempre l’interprete. Un giorno, quando una bambina si ammalò e la dovevano portare all’ospedale e non c’era nessuno che capiva, mi chiamarono per tradurre; era l’una di notte e lo dovevo fare, ricordo che fu un compito abbastanza complesso. L’accoglienza, a me personalmente, è stata splendida. A Lecce era un po’ più difficile perché eravamo in tanti e quindi è ovvio che non potevi avere il massimo, però a Campobasso benissimo. Io mi sono affezionata a tutti dalla cuoca a quelli che facevano assistenza, ai volontari della Croce rossa… erano bravissimi. Dopo siamo venuti ad Arezzo da mia zia, perché se non c’era un parente che ospitava non si poteva lasciare il centro di accoglienza. Nel mio paese facevo la terza media, che non ho finito quando sono partita. In Italia ho perso un anno perché sono rientrata dalla terza media, ma non subito; sono entrata gli ultimi quattro mesi quindi ho dovuto fare gli esami, per andare alle superiori. Ricordo che non fu facile: non c’era nessuno, dovevi trovare la scuola che accettava di farti entrare per problemi di lingua… 136 La presenza Con gli esami di terza media è andata abbastanza bene. I professori davano una mano, la professoressa di italiano faceva delle ore in più per farci capire meglio… I professori erano veramente bravi, anche la preside, ci voleva integrare, voleva che andassimo alle gite. Tra i ragazzi della classe c’era qualcuno un po’ più disponibile e qualcun altro meno. Ero con questa ragazza ** [una compagna albanese]; abbiamo iniziato insieme, abbiamo fatto le superiori insieme nella stessa classe, e ora ci siamo iscritti alla stessa università. La conoscevo già in Albania, al mio paese. Dopo la media ho fatto il linguistico aziendale. E’ stata una mia scelta, però i professori mi hanno indirizzata perché vedevano in quali materie andavo meglio e quindi… matematica era ed è una delle mie materie preferite ed economia. In questa scuola non ho mai avuto grandi problemi perché sono una persona molto tranquilla, che si inserisce subito, senza tante difficoltà. Le persone che avevano qualche problema cercavo di evitarle. Certo i primi giorni alle superiori sono stati un po’ critici: quando non conosci nessuno hai paura dei giudizi che possono fare su di te; magari dopo conoscendoti uno ti può apprezzare oppure no, e quindi all’inizio c’era questa paura di come avrebbero preso questo ingresso, mio e della mia amica, se lo avrebbero apprezzato o no, però dopo quando uno lega e non ha più problemi. Poi ci sono stati episodi di ragazze che non potevano apprezzare, legate al fatto che ero straniera… insomma dipende dal carattere della persona, c’è a chi non gli importa di dove sei e a chi sì, è normale. Alla fine però ho legato molto con le mie compagne di scuola, uscivo anche con loro più che con amici della piazza, sono una persona che si inserisce subito senza problemi. Ricordo che all’inizio in molti mi chiedevano, erano interessati alla mia storia, soprattutto l’insegnante di religione per le differenze di religione e culturali, era lì mi che chiedeva tutte queste cose e anche la classe era presa dalla storia che raccontavo. Le professoresse comunque mi hanno aiutato molto in quel periodo, con la mia famiglia ne parlavo poco, e cercavo di risolvere tutto a scuola senza portare i problemi a casa. Anche ora, se ho bisogno, vado da alcuni di loro e mi aiutano come quella di francese o di diritto, loro per me ci sono sempre Con qualche professore ho avuto però qualcosa da ridire… non ho mai capito se aveva dei pregiudizi nei miei confronti, o se era un’antipatia, perché la mia amica la preferivano a me. Con l’inglese all’inizio ho trovato molte difficoltà perché non lo avevo fatto in Albania. A parte l’inglese nelle altre materie andavo bene. Sono passata con 80/100. L’italiano invece era una mia passione. Con mia zia, che lo sapeva di già perché lo aveva fatto all’università, parlavo molto in italiano e questo mi è servito tanto. Di albanesi ne conosco pochi, frequento più gli italiani, anche ora che faccio l’università, il secondo anno di economia. Poi mi piacerebbe fare economia bancaria a Siena, magari prendo quella specializzazione… mi piacerebbe tanto lavorare in banca, però non so sarà facile. Cosa potrei dire ad un ragazzo o a una ragazza albanese che viene adesso in Italia? Beh, che non ti devi chiudere, non devi rimanere in disparte, l’unica cosa è iniziare a parlare, a conoscersi, non devono essere solo gli altri ad andare da te, ma anche te devi andare dagli altri… dipende anche dal carattere però se stai in disparte puoi essere visto come una che non ha voglia di inserirsi, che non gli importa, bisogna cercare il contatto. Poi devi scegliere una cosa che ti piace, dove ci sono materie che ti piacciano, e lo devi fare tu, non lasciare che siano gli altri a decidere per te! E’ poi importante seguire le lezioni, se uno segue dopo a casa studia poco. Però io all’università non frequento e prima invece ero abituata a seguire, e quindi mi trovo non tanto bene a studiare da sola. Eppoi, lavoro, assisto un signore anziano, gli faccio compagnia, due ore al giorno. 137 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo A volte ci penso a ritornare in Albania, ma non mi do una risposta perché a vivere qua ormai mi sono abituata e mi piace tantissimo. Mi sono inserita così bene che tornare là mi fa un po’ paura: anche se è il mio paese, oramai mi sono abituata qua, però chissà. Magari penserei diversamente se avessi avuto un’esperienza negativa in Italia, e invece mi sono trovata benissimo, sia alle medie che alle superiori, ed ora all’università. Altin (Albania) Sono arrivato in Italia per lavorare. Mio padre è morto in un incidente e sentivo che dovevo essere io a mantenere mia madre e le mie sorelle. Nel 2000 quando sono venuto qua avevo solo 16 anni e ho scoperto che non potevo lavorare. Avevo parenti a Alessandria e Assisi che mi hanno dato i soldi per fare il viaggio dall’Albania e mi hanno trovato un posto a “La Provvidenza” ad Arezzo, a patto che mi iscrivessi a scuola. Al mio paese avevo già fatto le elementari, le medie e due anni di superiori, sempre un professionale con indirizzo meccanico, come faccio adesso qua. Sono arrivato a marzo in Italia ma ho cominciato la scuola a settembre, prima in un altro paese poi il secondo quadrimestre in una scuola di Arezzo. Dovevo essere inserito in terza ma sono ripartito dalla prima superiore perché avevo problemi di lingua e anche perché tante cose che si fanno qua in Albania non le avevo fatte. Diverse materie, come meccanica, si chiamano allo stesso modo ma trattano argomenti diversi. Certo in Albania la scuola è più tosta, i prof più severi, però avevo trovato quello che mi piaceva, la meccanica dei motori, mentre qua faccio tecnica e industria meccanica, magari un giorno farò l’ingegnere ma non sarò meccanico come avrei voluto. Con questa scuola si fa molta teoria e poca pratica. Il mio babbo faceva il meccanico e io stavo sempre dietro a lui e ai motori, ad aggiustare macchine, mi piaceva parecchio. I primi anni i compagni di scuola mi guardavano con occhio strano essendo straniero e sono arrivato anche a litigare, a alzare le mani, perché non sopportavo i loro sguardi. Poi le cose sono migliorate, abbiamo iniziato a uscire insieme la sera, mi sono fatto conoscere per quel che sono non per quello che pensavano che fossi. Il problema è che ti trovi in un altro contesto, un’altra cultura e lingua, senza appoggi, è difficile inserirsi, in più all’inizio io stavo molto da solo. Per fortuna hanno capito presto come ero fatto e abbiamo fatto amicizia. Un aiuto me lo hanno dato anche i ragazzi e gli educatori de La Provvidenza, parlandomi, facendomi capire che se anche sentivo delle offese dovevo lasciar perdere, resistere per farli smettere di trattarmi male. Così ho imparato che per noi stranieri è importante non chiudersi, fare amicizia e farsi valere comportandosi bene, essendo sinceri e avendo meno difetti possibile. In Albania ci sono tornato due volte, l’anno scorso per una settimana. Una grande nostalgia, erano due anni che non tornavo, ma non potevo stare tanto perché qua devo anche fare il cameriere d’estate. Invece quando vado a scuola mi piace fare volontariato alla Misericordia, uscire con gli amici, sia italiani che albanesi, mi piace viaggiare, negli ultimi tre anni sono riuscito a andare in gita con la scuola a Barcellona, Budapest, Praga e mi sono divertito. Quest’anno ho gli esami di quinta e devo mettermi sotto ma penso di farcela. Quando ho finito vorrei andare a fare l’accademia militare a Grosseto, studiare i motori degli aerei, diventare pilota. Ma mi serve la cittadinanza, mi manca ancora un po’ per averla. Perché tra qualche anno mi vedo sempre qui in Italia, ma insieme ai miei. 138 La presenza Arbi (Albania) Il 3 settembre del ‘98 sono arrivato in Italia, avevo 11 anni, ero solo. Non avevo parenti stretti qui, solo un cugino di mia mamma. All’epoca in Albania c’era la guerra civile, era un momento strano, non molto stabile e non avendo più il padre io ero l’uomo della famiglia. Ne parlai con mia madre e le dissi che dovevo aiutare la mia famiglia ma non in quelle condizioni, allora sono andato ad informarmi con gli scafisti e mi hanno detto quanto costava il viaggio, e sono montato nel gommone e sono venuto, con la consapevolezza che potevo rimanerci nel mare o attraversarlo, loro me lo avevano detto, non mi assicuravano niente. Mia mamma, mia nonna, le mie zie, i miei affetti insomma sono rimasti là. Sono andato dal parente di mia madre, ma non sapevo bene l’italiano e viaggiavo per la prima volta; perciò era dura arrivare ad Arezzo, sono arrivato piano piano. Sono passati 7 anni ma ricordo tutto bene. Mi sono imbarcato da Valona a Barletta, il viaggio è durato un oretta circa, avevo un po’ paura, però lo scafista più giovane mi tranquillizzava, nel gommone io ero l’unico bambino, quando siamo arrivati ho visto la spiaggia, siamo scesi, ero contento. A Barletta sono andato a fare colazione, poi alla stazione dove ho chiesto il treno per Arezzo. Sono arrivato a Roma e mi sono trovato in una stazione grandissima: io non l’avevo mai vista una così grande perché in Albania le ferrovie non funzionano tanto bene. Mi sono informato per Arezzo, avevo dei soldi con me, sono salito sul treno e sono arrivato ad Arezzo per cercare il parente di mia madre: alla fine del viaggio sono arrivato a casa sua. La cosa strana è che quando il controllore mi chiedeva il biglietto non pensava mai “questo bambino è da solo”, e non capisco, perché il controllore non me lo abbia chiesto. Insomma sono stato fortunato perché mi potevano fermare a Roma, mi avrebbero messo in un centro di accoglienza là e così ad Arezzo non ci sarei mai arrivato. Sono stato una settimana dal parente di mia madre che io chiamo zio, poi lui conosceva ** e mi ha portato da lui, che mi ha inserito a scuola. Le medie le ho fatte qua… alla scuola *** è cominciata la mia lunga strada in questa società che era un po’ strana, c’era la gente all’inizio che mi guardava male, non c’era dialogo perché non sapevo quasi niente d’italiano e il poco lo avevo appreso alla televisione. Mi ha fatto un effetto stranissimo la diversità delle abitudini: questa gente che mangiava il panino per la strada, che mangiava la pasta al bar, che in Albania non si mangia mentre qui è un piatto tradizionale. Ero partito con l’idea di lavorare poi piano piano è cresciuta in me la voglia di studiare, con difficoltà perché il mio italiano era povero. In Albania ho fatto solo le elementari, infatti l’albanese non lo so quasi più scrivere. Qua dovevo essere inserito in seconda perché sono dell’86, ma mi hanno messo in prima per via dell’italiano, anche se l’ho imparato molto velocemente, in tre mesi già sapevo comunicare bene. Così ho iniziato subito a settembre, ho scelto la sezione musicale, volevo suonare la tromba ma poi mi hanno detto che ero più portato per il violino. Comunque all’inizio mi sono trovato male perché, stando con ragazzi italiani, dovevo abituarmi alle cose che facevano loro, che mi parevano strane. Ad esempio, la ricreazione non c’è in Albania, andavi a casa da solo, mangiavi e tornavi; poi il fatto che non mi accettavano, ma alla fine uno si deve far conoscere piano piano, così hanno scoperto chi sono veramente. Con i compagni un po’ meno, però con i professori delle medie ho avuto sempre un buon rapporto, ancora vado a trovarli. In prima ho avuto difficoltà con le materie, però ce l’ho fatta a passare perché sono molto testardo e alle cose ci voglio arrivare in tutti i modi. La seconda è stata più leggera e in terza la galoppata finale perché c’erano gli esami. 139 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Con l’italiano scritto ho un po’ di difficoltà anche ora, all’esame di terza però ho fatto il tema sull’immigrazione, la droga e la prostituzione in Albania come le ho viste io. Era molto lungo perché avevo molte cose da scrivere, il contenuto è piaciuto molto, sono passato con buono, anche se l’italiano non era proprio perfetto. In terza media ci facevano vedere delle scuole, ci davano delle spiegazioni, io volevo fare l’agraria alle Capezzine. Poi parlando con i professori e ** mi hanno detto che ero più portato per le materie umanistiche e quindi ho scelto il liceo psico-pedagogico. Volevo fare la guardia forestale però ora sono contento della scelta che ho fatto. Il primo anno in questa scuola non mi sono trovato molto bene perché bisognava studiare molto, è il più delicato, con i compagni un po’ così così perché ero albanese; i professori invece hanno cercato di mettermi a mio agio, abbiamo instaurato subito un buon rapporto. Negli inserimenti sono stato sempre aiutato molto dai professori e dai tutori sennò non ce l’avrei fatta, poi quando ho appreso il modo di studiare, non ci sono stati più problemi gravi. ** mi ha aiutato più di tutti perché un ragazzo bisogna educarlo, anche se mia mamma l’educazione me l’ha insegnata, però educarlo ad inserirsi in una determinata società, nel contesto in cui vive, ecco lui con me lo ha fatto con delicatezza, è stato bravissimo. E lui è tuttora il mio riferimento e una figura paterna. Ma mia madre mi manca, e cerco di andarla a trovare quando posso. Mia mamma ha sempre detto che lei non aveva potuto studiare più di tanto perché nell’epoca del comunismo c’erano delle difficoltà, però è contenta che io abbia questa possibilità. Fuori dalla scuola mi vedo con i miei compagni di classe, con quelli che ho legato maggiormente: ho amici italiani, dell’India, Bangladesh, Libia e Sudafrica, poi c’è il gruppo della comunità, con loro siamo cresciuti insieme, siamo più uniti e io penso a noi come ad una grande famiglia. Prima giocavo a calcio, mi ero integrato bene nella squadra, poi ho smesso e ho cominciato a giocare a rugby e lì ho trovato un ambiente favoloso, perché hanno una grande attenzione nei nostri confronti, le regole mi piacciono, c’è tutta una filosofia dietro, non è tanto il gioco di per sé ma come si sta insieme, i valori che condividiamo. Lo sport è molto importante per me, ma faccio anche volontariato e l’animatore all’oratorio. Ho le idee chiare su come mi vedo nel futuro, sono un tipo deciso, voglio prendere un bel voto alla maturità, per una soddisfazione mia personale, ho la media del 7 ma devo fare molto di più, e posso fare di più, finirò le superiori e mi iscriverò all’università, giurisprudenza. C’è stata una professoressa che l’anno scorso mi ha fatto conoscere il diritto in un modo bello. Abbiamo solo 2 ore di diritto, però quando una cosa ti piace la studi più volentieri e se devo studiare 50 pagine le faccio anche in 3 ore non mi importa, lo faccio volentieri. Questa professoressa è molto contenta perché sono il primo ragazzo straniero a cui piace il diritto, io le ho detto che è stata lei a farmi amare il diritto e ora voglio fare l’avvocato. Se dovessi dare un consiglio a un ragazzo albanese come me… gli direi di non abbandonare mai la scuola perché è il suo futuro, in Italia l’istruzione è abbastanza buona in confronto a quella albanese, ci sono dei corsi scientifici, pedagogici, sociali, insomma le scuole sono ben definite per il percorso che tu vuoi fare, ma poi puoi andare all’università che vuoi, mentre in Albania non è così. Il metodo di istruzione albanese è un po’ severo sono rimasti legati alla tradizione comunista, quando io ero alle elementari bisognava portare il fazzolettino ben stirato, la divisa… qua sei libero, una mattina hai la maglietta poco 140 La presenza stirata ma chi se ne importa… il professore e l’alunno qui cercano di trovare un punto di incontro che è molto importante, non si può fare una scuola di cinque anni stando con il muso con il professore perché stai male te e anche il professore. Alvaro (Brasile) Sono arrivato in Italia il 18 aprile del 2000. Avevo 17 anni. Mia mamma era già ad Arezzo, da molti anni. Lei qua, e io in Brasile con mia zia. All’inizio, in Italia, era tutto nuovo e bello, poi con il tempo è diventato una normalità. Il mio desiderio era studiare e lavorare, perché in Brasile non è facile. Là ho fatto le superiori, il liceo scientifico, ma senza completarle perché sono partito per l’Italia. Mi mancavano 2 anni per finire. Arrivato in Italia ho dovuto iniziare tutto daccapo, dalla prima superiore. La scuola non l’ho scelta io, non sapevo neanche che esistesse. E’ stata un’amica di mia mamma che mi ha detto che c’era questa scuola per gli stranieri che non parlavano tanto bene, e difatti quando sono arrivato qua io non parlavo una parola di italiano, allora sono andato lì. E’ lei che mi ha consigliato di fare la sezione orafi, perché chiaramente qui ad Arezzo… Ma dopo i primi anni avrei voluto cambiato scuola. All’inizio c’era un po’ di freddezza da parte degli altri ragazzi, non ero l’unico ragazzo straniero c’erano molti altri ma parlavano molto meglio di me, e quindi sono riusciti ad inserirsi prima. Verso la terza ho cominciato a fare amicizia con gli altri. I primi anni sono stato più da solo e neanche con gli altri ragazzi stranieri legavo molto nella classe per il fatto che non parlavo bene. Non è come in Brasile, qui per farsi degli amici è un’impresa. Certo, quando ripenso ai primi tempi, mi ricordo di essere stato chiuso, poco socievole. I professori hanno sempre cercato di aiutarmi, di correggermi. Con mia mamma non ho parlato quasi mai dei miei momenti difficili. Direi che il tempo mi ha aiutato: un po’ conoscendosi, perché qua la gente è molto diffidente, quando uno non conosce qualcosa tende a stare lontano. Poi faccio l’insegnante di capoera e nella palestra dove insegno ho alcune amici. Ogni tanto esco con loro ma è più un rapporto da maestro con gli allievi. Ho degli amici brasiliani, i pochi che sono ad Arezzo, ma anche a Perugia e a Firenze. Ora, dopo gli esami, vorrei provare con l’università. Penso anche che qui ad Arezzo potrei fare l’incastonatore: vedo che è un lavoro che mi riesce bene. Ma penso ad un futuro da tecnico informatico, in Brasile. Mia mamma a volte dice che non vuole stare più in Italia e poi dice che non va più in Brasile. Io me ne vado. Il mio futuro è in Brasile Anja (Russia) Sono arrivata in Italia nel 2000, all’età di 16 anni, con il babbo, la mamma e un fratello. Siamo venuti tutti insieme, in aereo, dalla Germania. Siamo partiti in autobus dalla Cecenia verso la Germania e qui ci siamo stati per sette mesi. Noi là volevamo rimanere, però c’erano delle leggi per cui non si poteva arrivare in Germania con l’autobus, solo con l’aereo, perciò avevamo il visto italiano e ci hanno mandato qui… non sapevamo neanche che era italiano. Quando siamo arrivati in Italia, per la verità, mi aspettavo un po’ più di accoglienza, non conoscevo la lingua, l’impatto è stato molto forte. Mi aspettavo che sarebbe andato tutto bene e invece sono subito iniziati i problemi. Arrivati a Firenze, la polizia ci ha portato ad Arezzo. Siamo rifugiati politici. Il primo mese all’hotel ** e poi in una comunità dove ospitano i ragazzi stranieri senza genitori. 141 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Al mio paese avevo finito le medie, otto anni di scuola in tutto. Quando sono arrivata non ho ricominciato subito la scuola, ho fatto un corso privato di italiano e poi la terza media serale. Perché era più facile per chi non era italiano e rispiegavano la grammatica. A ragioneria mi ha indirizzato il maestro che mi faceva italiano e che mi ha portato a vederla, e andava bene. L’anno scorso ho avuto la media più alta della scuola. Solo a italiano scritto ho un sette che mi abbassa la media. Uno straniero che non conosce la lingua deve fare più sforzo, deve studiare tanto. Bisogna organizzare lo studio giorno per giorno così che non arrivi ad un’interrogazione con tutto da fare. Con i professori e i compagni ora mi trovo bene, ho socializzato un po’ con tutti, però non è sempre stato così. All’inizio ero più chiusa e se anche provavano a essermi più vicini era un problema che partiva da me, ero un po’ diffidente. Però poi mi sono aperta. E’ importanti aprirsi con i compagni, non aspettare che siano loro a volerti conoscere, occorre a te fare il primo passo. Alla fine i miei compagni volevano che fossi rappresentante di classe, ma io non ho voluto. Fuori dalla scuola non esco molto. Ho un’amica con cui esco di più. Con lei ci siamo aiutate molto nei momenti di difficoltà, come quelli dell’inserimento in questa scuola. Studio molto e poi devo seguire la mia mamma che non parla bene l’italiano e sono sempre in giro a far cose con lei. Mi piace molto leggere in russo e vorrei mantenere viva la mia lingua di origine. Certo all’inizio mi concentravo molto sull’italiano Penso che sarebbe bello trovare un lavoro alla fine della scuola. Se lo trovo da ragioniera, che è quello che voglio, non proseguo gli studi, altrimenti potrei farci un pensierino. Chang (Cina) Il primo impatto con l’Italia è stato come se mi avessero catapultato in un mondo totalmente diverso. Era febbraio del 1998. I miei genitori erano già ad Arezzo, e a me ci pensavano i nonni. Poi siamo arrivati io e mio fratello più piccolo, in aereo, da Shanghai. In Cina ho frequentato fino alla prima media: in tutto ho fatto 6 anni di scuola cinese. Quando sono arrivato, a febbraio, mi hanno inserito in quinta elementare, per apprendere un po’ di più l’italiano, perché non lo sapevo. In un primo momento mi sentivo un po’ solo perché non riuscivo a comunicare, lo facevo solo con qualche parola d’inglese… quando stavo solo studiavo con il mio dizionario cinese-italiano. Ho imparato l’italiano insieme a mio fratello che nel frattempo era stato inserito in quarta elementare. Anche le maestre ci facevano delle lezioni private, apposta per gli stranieri. Dopo due anni e mezzo ho iniziato a parlare discretamente l’italiano. Durante i primi anni i risultati non erano buoni, sia per problemi di lingua sia per una preparazione di base insufficiente. Se uno non ha fatto le elementari qua è tutto più difficile. Con gli scritti poi ho incontrato molte difficoltà. La sintassi è difficile. Come straniero ti devi impegnare di più per arrivare al livello degli altri. Nonostante ciò ho avuto un percorso scolastico normale, senza bocciature. Mi hanno aiutato l’insegnante delle elementari, i corsi privati… il dizionario. Quest’anno ho la media dell’otto. A ragioneria ci sono arrivato su suggerimento dei miei genitori, perché pensavano che per gli stranieri ci fossero maggiori opportunità di lavoro ad imparare un mestiere pratico, come il commercio. All’inizio io avevo qualche dubbio perché i miei compagni prendevano tutti il liceo scientifico o musicale; ero l’unico che sceglieva ragioneria, poi pian piano mi sono affezionato alle materie che ci sono qui. Forse, se potessi tornare indietro, sceglierei il musicale... suonavo il violoncello, però visto che era di proprietà della scuola, ho smesso. 142 La presenza Se ripenso al mio percorso scolastico posso dire di non aver avuto grandi momenti di difficoltà; nella norma, e li ho risolti da solo, sono un tipo riservato, non chiederei mai aiuto per risolverli. Ho qualche amico, che frequenta altre scuole, quindi è difficile incontrarsi. Sto spesso in casa a fare i compiti, sto al computer, oppure guardo la tv. In casa con i miei parlo un dialetto; il cinese lo vedo come una lingua estera, soprattutto dopo aver imparato l’italiano. Mi piace leggerlo, questo sì. Ancora non so cosa farò in futuro. Finisco questa scuola e poi vedrò. Vorrei trovare un lavoro che mi permetta di fare l’università. Mi piacciono le lingue, parlo inglese, francese, italiano e cinese. Sicuramente me ne starò in Italia, in Cina non ci sono più tornato. Elton (Albania) Sono arrivato in Italia a settembre 2000, finivo 15 anni ad ottobre di quell’anno. Ero da solo, ho lasciato in Albania i miei genitori che vivono ancora a Valona. Sono venuto qua per andare a scuola, perché là non funzionava bene il sistema scolastico, anche se adesso so che le cose sono migliorate. L’ho deciso insieme alla mia famiglia. Sono arrivato in traghetto, non ho bei ricordi del viaggio, perché quando lasci il tuo paese e la tua famiglia a 14 anni non pensi alle cose che troverai ma a quello che stai lasciando. Quindi ho cercato di dimenticare quel viaggio… Ho frequentato le scuole elementari e medie nel mio paese, ma quando sono arrivato a Arezzo ho dovuto ripetere la terza media perché non conoscevo ancora bene l’italiano. Sono entrato a scuola a novembre e ricordo che ho socializzato subito con i miei compagni, ho avuto un buon inserimento. Dopo le medie sono andato all’ITIS: nella scelta un po’ sono stato orientato dai professori, un po’ gli amici de “La Provvidenza” dove vivevo, ma soprattutto sapevo già cosa volevo fare e cosa mi piaceva approfondire. Adesso faccio la quarta, sono sempre passato bene, senza debiti e con una media del sette più o meno… L’inserimento alle medie è stato più facile di quello alle superiori, perché siamo più grandi, è più difficile. Ma solo all’inizio, è così per tutti, non solo per me che ero straniero. Non conoscevo nessuno, poi ci siamo aiutati a vicenda, anche i professori hanno contribuito. Adesso frequento i ragazzi della classe anche nel tempo libero, oltre agli amici de “La Provvidenza” e altri italiani. Ho molti amici. Alla fine delle superiori mi piacerebbe andare all’università, ma non subito, perché finché non avrò anche i miei genitori qua mi manca il loro appoggio. Poi è un problema di soldi, io la sera vado a lavorare in una pizzeria e d’estate lo faccio a tempo pieno. Non è da molto, prima giocavo a calcio e non avevo molto tempo per lavorare. Forse il calo dei voti ultimamente dipende dal lavoro la sera! Non so se tornerò a vivere in Albania, certo lì ho i miei parenti però sono abituato a stare qua. Sono tornato poco al mio paese, solo quattro volte, e i miei genitori lavorano là, sono maestri di scuola, non pensano di venire qua, e io non ho le idee molto chiare. Intanto cerco di fare del mio meglio perché loro pensino bene di me… so che sono contenti del mio inserimento qua. Sono stato sempre me stesso, e questo è un consiglio che darei a chiunque come me arrivasse in Italia. Si dovrebbe cambiare solo se ci si comporta male… lo dico perché tanti cambiano, apprendono una cultura diversa, diversi stili di vita, senza che nessuno glielo chieda, perché pensano così di essere accettati di più. Ecco, penso invece che per esempio se viene un ragazzo africano, che viveva dove c’è una guerra civile, non è come un ragazzo italiano che è cresciuto qui, può essere più aggressivo, e allora è meglio per lui cambiare, ma lo decide lui per se stesso, non è la società che glielo impone. 143 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Elena (Polonia) Sono arrivata in Italia sette anni fa, quando avevo 18 anni. Sono venuta qua per ricongiungimento con mia mamma, che stava già qua, è sposata con un italiano. In realtà conoscevo già l’Italia, la sorella di mia mamma da molti anni vive a ***; quindi le mie prime parole in italiano le ho imparate da piccola, quando passavo qua le mie estati. Comunque ho avuto lo stesso un sacco di problemi per scrivere e leggere in italiano. Sinceramente le estati erano molto belle, però venire a vivere in Italia per i primi due anni è stato difficile, perché avevo lasciato i nonni con cui vivevo in Polonia, mi sono staccata dai migliori amici, ora però mi sono abituata e sto bene, d’estate torno sempre a Varsavia. Nel mio paese ho fatto dalla prima fino all’ottava elementare – è un po’ diverso il sistema scolastico – dopo sono andata al liceo scientifico e ho fatto quattro anni, poi ho smesso e sono andata a lavorare. Dopo un anno sono venuta qui, e ho ricominciato di nuovo dalla prima, ma non di liceo. Adesso mi pento parecchio, però allora pensavo che era meglio la scuola professionale, perché non leggevo e scrivevo in italiano, avevo paura di non farcela in una scuola più difficile, veramente avevo paura di venire a vivere in Italia e non solo per la scuola. Per un anno non sono andata a scuola, poi una ex professoressa di questa scuola, che era una vicina di casa, mi ha dato la forza di ricominciare a studiare, consigliandomi la scuola professionale visto che avevo paura di riprendere il liceo. Sono comunque contenta di questa scelta, e anche la mia mamma lo è, ha sempre sperato che tornassi a scuola. All’inizio è stata dura, mi mancavano sempre le parole, ma ora che sono arrivata all’ultimo anno mi dispiace che finisca. Mi sono trovata subito bene in questa scuola perché da noi il sistema è più rigido mentre qui è tutto più alla mano. In Polonia c’è un muro tra professori e alunni, per questo mi sono trovata meglio, perchè non avevo paura di andare a scuola come nel mio paese. Magari sono anch’io che ho un carattere che non crea problemi a scuola, con i professori sono parecchio amica, ma per me questo è uno stimolo a fare di più, mentre a essere troppo severi passa la voglia di studiare. Quando prendo il diploma mi cercherò un lavoro nel settore orafo, oppure un lavoro come commessa, ho già mandato parecchi curriculum. Non penso di continuare a studiare e non so cosa farò in futuro, però mi vedo qua in Italia, la mia mamma è qua e il mio fidanzato lo stesso, abbiamo anche preso casa insieme, anche lui è polacco. Liliana (Romania) Ho raggiunto mia mamma ad Arezzo quando si è sposata con un italiano. In Italia c’ero già venuta ma per brevi periodi. Poi, una volta risposatasi, mia mamma è venuta a prendermi, definitivamente. Avevo sedici anni ed ero felice di ricongiungermi con mamma. In Romania avevo vissuto con alcuni amici di famiglia. Ho anche una doppia storia di emigrazione. Mio papà è africano e abbiamo vissuto fino a quando avevo sei anni in Liberia: la guerra ci ha portato in Romania, ma lì non mi sono mai trovata bene. In Romania frequentavo le superiori. Quando sono arrivata sono stata inserita in prima ragioneria. La scuola era stata scelta dal marito italiano di mia mamma, pensando che fosse la scuola più adatta a me. Oggi, a distanza di alcuni anni, non la sceglierei. Mi orienterei verso il liceo scientifico, perché un giorno vorrei fare il medico. L’inserimento con i compagni è stato difficile, sentivo la nostalgia dei miei amici in Romania, delle scuole superiori del mio paese. Ha influito la mia scarsa conoscenza dell’italiano, 144 La presenza non parlavo quasi mai con loro… In quel periodo iniziale non ho avuto grandi sostegni esterni. Ho fatto tutto da sola, non ne parlavo neanche a casa. Comunque anche oggi mi relaziono poco con i compagni perché loro sono piccoli rispetto a me: io ho 19 anni e loro soltanto 15. Sento molto questa differenza e a volte mi sembra che siano cresciuti sotto miei occhi. Fuori dalla scuola però ho amici di tutte le nazionalità, mi piace conoscere altre culture. Vado in discoteca, per il corso di Arezzo, visito altre città, me ne vado via quasi ogni fine settimana. Studi permettendo… Durante l’anno scolastico studio dalle due alle otto-nove ore. Bisogna studiare molto. Ora, per l’estate, ho trovato un lavoro come cameriera. Ancora non so dove abiterò in futuro, ma di certo non in Romania, anche se mi piace parlare romeno con la mamma, anche perché lei non conosce bene l’italiano. Lida (Albania) Sono venuta in Italia da sola, quattro anni fa, per motivi di studio. Avevo sedici anni. Era una sera tardi, sono partita da Durazzo, e sono arrivata a Bari. Lì è venuto ad accogliermi mio zio, e dopo siamo partiti in treno per Arezzo. I miei genitori sono rimasti in Albania, a Tirana, la mia città. L’anno dopo è venuta mia mamma e dopo due anni mia sorella con il mio babbo. In Albania avevo fatto le scuole elementari e medie. Quando ero piccola guardavo la televisione italiana, e ho fatto corsi per l’italiano scritto. Oggi scrivo bene anche se qualche problemino con le doppie ce l’ho sempre. Comunque ho una media del 7/8 e non sono mai stata bocciata, né avuto debiti. Quando sono arrivata non avevo idea su quale scuola fare. Mia cugina aveva frequentato questa scuola e mi aveva detto che con questo diploma è facile trovare lavoro. Insomma, è lei che mi ha orientato verso questa scuola. Ancora non so se continuare con l’università: se ritorno sì, ma non qui. Mi piacerebbe fare medicina, forse, oppure storia. Intanto, nel tempo libero, lavoro come cameriera. Con i professori il rapporto è stato da subito ottimo, con i ragazzi insomma, forse ero anche io un po’ fredda, mi vergognavo, non conoscevo bene la classe, però da noi si dice che quando lasci il paese e vai in un’altra casa, da un amico, è lui che ti deve accogliere; io sono venuta in una casa che non era mia e toccava a loro starmi vicino. Il primo anno è stato difficile. Ho sofferto la lontananza dai miei genitori. Ma avevo dei punti di riferimento: mia zia a casa e una mia cara amica, **, fuori dalla scuola. Con lei abbiamo idee molto simili. Parlo e lei mi ascolta. Peccato che non ci possiamo vedere spesso, visto che abitiamo lontano l’una dall’altra. A parte lei qui non ho altri amici. Con i compagni parliamo, ma non c’è quell’intimità che c’è con **. Anche quando siamo stati in gita con la scuola, sono stata sempre con lei. Con gli altri compagni ci sono state delle dispute forti perché le mie idee non coincidono con le loro, e mi dispiace che loro si siano fatti un’idea sbagliata di me. Forse dipende dal mio carattere, non so. Comunque sento spesso le amiche che ho lasciato in Albania. Al telefono mi raccontano di lezioni più divertenti e mi diverto anch’io ad ascoltare questi racconti. Liu (Cina) Sono nato in Cina nel 1983, in una città vicino a Shanghai. Avevo 10 anni, con le mie due sorelle maggiori abbiamo raggiunto i miei genitori che vivevano già ad Arezzo. Quando siamo partiti frequentavo la quarta elementare. In Cina abitavamo a casa degli zii. 145 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Sono arrivato in Italia, nel dicembre del 1993, e mi hanno inserito nella seconda elementare. Ho subito perso due anni. Per un problema di lingua, forse, perché non conoscevo l’italiano. I primi due anni sono stati difficili; dopo, quando ho acquisito un po’ le basi linguistiche, è diventato tutto più facile. All’inizio non andavo molto bene, non avevo tanta voglia di studiare, poi verso la fine delle elementari ho iniziato a studiare, assiduamente. Ma non sono mai stato bocciato. Certo i miei compagni mi hanno aiutato e anche gli insegnanti erano disponibili. Dopo le medie mi sono iscritto in questa scuola perché a me piaceva la tecnologia, l’informatica, queste cose qua. E’ stata una scelta mia. I miei genitori mi hanno lasciato fare liberamente, anche perché loro non sanno molto del sistema scolastico italiano. Qui mi trovo abbastanza bene, le materie non sono facilissime, e bisogna studiare continuamente. Quest’anno faccio la quinta e ci sono gli esami. Non ho amici stranieri, neppure cinesi, qui ad Arezzo ce ne sono pochi. Negli altri anni ne avevo uno ma ora lui è andato via, ha cambiato città. Ho invece un amico italiano, è un compagno di classe, vado a casa sua a studiare. I primi anni delle superiori non sono stati facili, ho cambiato classe ogni anno perché ci sono state molte bocciature. La sezione che frequentavo non c’era più e ci hanno smistato, quindi ho cambiato tutti i compagni che conoscevo, i professori. E’ stato un periodo difficile, anche con le materie di studio. Poi mi sono adattato. E devo dire di avercela fatta da solo, con un grande sforzo nello studio. Ho avuto sempre una media alta: nei primi due anni non mi ricordo, ma in terza avevo la media dell’otto, in quarta dell’otto e mezzo e questo anno D sempre, ma ancora non lo so, mancano gli scrutini finali. Al momento no so se continuare gli studi. Non saprei come orientarmi nella scelta dell’università... forse andrò a lavorare… sì è più probabile che vada a lavorare. Mi piacerebbe fare qualcosa legato al computer, perché sono abbastanza pratico, un lavoro autonomo. Comunque il mio futuro lo vedo qua, ormai ho una buona conoscenza della lingua, in Cina non saprei… Ma nel mio paese ci sono ritornato qualche volta, e così farò anche in futuro. In Italia per imparare, devi studiare per forza, impegnarsi nello studio per trovare un lavoro sicuro, poi dipende anche dalla città dove uno vive. La mia esperienza mi dice che bisogna essere aperti con i compagni e con i professori. In questo modo è molto più facile sentirsi accolti e ricevere aiuto. Ludmilla (Romania) Mi chiamo Ludmilla, sono romena, ho diciannove anni e da tre vivo in Italia. Prima di partire per l’Italia nell’agosto del 2000, in Romania dove abitavo da alcuni anni con i nonni, ho preso la licenza media e mi sono iscritta al liceo con indirizzo lingue straniere: se le cose non fossero andate bene in Italia, dove mia madre viveva già da qualche anno, potevo sempre tornare al mio paese. Ma per fortuna le cose vanno bene: il compagno della mamma mi aiuta ad inserirmi a scuola e mi iscrive al primo anno del liceo linguistico, anche se la mia età mi avrebbe consentito l’iscrizione al secondo anno; ma non conoscevo abbastanza la lingua italiana e inoltre speravo che, cominciando con una classe appena formata, potessi più facilmente integrarmi con i compagni. Del viaggio verso l’Italia non ho molto ricordi: so soltanto che cercavo di non pensare a niente, di non sperare niente, per non rimanere delusa. Poi, una volta arrivata, il mio primo pensiero è stata la scuola. 146 La presenza I primi tempi non sono stati facili, ma per fortuna non ero l’unica straniera in classe, avevo compagni polacchi, albanesi e ecuadoriani, e questo mi ha permesso, dopo poco più di un mese, di sentirmi parte della classe. Il vero ostacolo però è stata la lingua. I primi giorni stavo zitta zitta in un angolino, non sapevo parlare e gli orari erano molto diversi da quelli della scuola in Romania. Però i professori mi hanno aiutata tantissimo, alle interrogazioni parlavano piano per farmi capire e poi il pomeriggio, a scuola o a casa, mi davano lezioni private di lingua. La cosa più difficile erano però i compiti scritti, perché avevo problemi con le doppie. A casa, parlo la lingua del compagno di mia madre, l’italiano, ma quando la mamma si arrabbia o mi sgrida lo fa in romeno, così capisco meglio il suo rimprovero. In fin dei conti, mi sono integrata facilmente e non ricordo eccessive difficoltà. I primi tempi uscivo soltanto con mia madre ed il suo compagno, perché non conoscevo nessuno, ma adesso, che faccio la quarta liceo ed ho la media del sette, mi trovo benissimo a scuola e con gli amici: mi sembra persino di averne di più rispetto a quando vivevo in Romania. So che gruppi di miei connazionali si incontrano, ma io non li ho mai frequentati ed i miei amici, anche il mio ragazzo, sono italiani. Del resto, il mio futuro lo immagino in Italia, anche se ancora non so con certezza cosa voglio fare: forse studiare lingue all’università, o economia aziendale. Ormai da tre anni nel tempo libero faccio la tutor per giovani immigrati romeni che si stanno inserendo nel sistema scolastico italiano: anche io, a mio tempo, fui aiutata proprio da questa figura al mio ingresso a scuola. Ai miei connazionali consiglio di impegnarsi tanto e di non farsi scoraggiare dai primi ostacoli che incontrano, dalla nostalgia per il loro paese di origine o dalla difficoltà di una nuova lingua: devono cercare di rimanere aperti ma anche di essere pronti a chiedere aiuto. Io stessa mi offro come punto di riferimento ma raramente, dopo il primo approccio, i giovani immigrati si rivolgono nuovamente a me. Margarida (Rep. Dominicana) Avevo 13 anni quando sono arrivata in Italia. Mia mamma è venuta a prendermi, lei viveva già ad Arezzo con mia sorella. Fino ad allora vivevo a Santo Domingo con la nonna. Era il ‘98. Non ho avuto neanche il tempo di ambientarmi che già ero a scuola, una settimana dopo essere arrivata. Le elementari e i primi due anni di medie le ho fatte al mio paese, ma qua non conoscevo per niente la lingua, così mi hanno rimessa in seconda media: altrimenti agli esami di terza sarei sicuramente bocciata. Con i ragazzi delle medie devo dire che non mi sono mai inserita, non ha fatto amicizia con nessuno; è stato solo alle superiori che sono riuscita a farlo abbastanza bene ed eccomi in quinta. È anche vero che alle medie ero io per prima a non cercare il contatto con gli altri, però neanche da parte loro sentivo gran voglia di conoscermi. E’ andata meglio con i professori, e anche grazie a loro e alla scuola sono migliorata molto con l’italiano. Ho scelto io questa scuola, mi piaceva più delle altre perché potevo disegnare. Sono sempre andata bene, con voti tra il sette e l’otto… comunque dopo gli esami non continuerò a studiare ma lavorerò nella pizzeria dove già sto lavorando, poi magari riuscirò anche a trovare qualcosa di meglio, ma lì mi trovo molto bene. Fuori dalla scuola frequento sempre i compagni o amici che lavorano con me, ma non ho nessun rapporto con i ragazzi del mio paese. In questa scuola non ho avuto problemi con i professori, forse pensandoci bene con uno di loro: nella sua materia non andavo male, però da parte sua ho sentito dei forti pregiudizi nei miei confronti, e qualche mese fa pensavo addirittura di non tornare a scuola. Poi la 147 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo situazione è migliorata… Comunque gli altri professori mi hanno sempre sostenuto. Certo quando si arriva qua bisogna avere molta pazienza, passare sopra a tante cose, commenti e battute dei compagni. E bisogna studiare il doppio degli italiani per il problema della lingua. In futuro penso di rimanere in Italia. Due anni fa sono tornata al mio paese… a pensarci bene non so se rimarrò qua o tornerò là… Monica (Romania) Sono arrivata in Italia nel 2002. Mia mamma era già qui da molto tempo, almeno sei anni. Sono venuta col mio babbo, per ricongiungimento familiare. Del mio viaggio ricordo… Beh, capivo che la mia vita stava prendendo una svolta radicale, ero volenterosa e anche un po’ spaventata. Quando sono arrivata ad Arezzo tutto per me era nuovo; mi ricordo la voglia di andare a scuola, per capire come funzionava, come sarei stata accolta... Adesso ho vent’anni e faccio la quinta. In Romania ho fatto le elementari, le medie, il liceo fino alla seconda. Quindi, 10 anni in tutto: quattro anni di elementari (si inizia a 6-7 anni), quattro anni di medie e due di liceo. Arrivata ad Arezzo ho voluto farmi inserire nella seconda classe perché sono nata a fine anno, sono più grande di un anno e ho pensato che non mi conveniva perdere un anno e finire il liceo a ventun anni. Mi avevano detto che avevo tanto da recuperare e mi hanno dato questa possibilità, “se ce la fai va bene sennò comunque inizi dalla seconda l’anno prossimo”. Ho dovuto fare uno sforzo grande nel II quadrimestre per recuperare le materie che io non avevo mai fatto come diritto, latino, biologia e poi italiano per riuscire a parlare. Non conoscevo l’italiano, avevo cercato di impararlo nel mio paese ma inutile dire… è differente, qui sei obbligato a parlarlo. A scuola sono stata accolta benissimo, dal preside, dai professori, dai miei compagni… devo ringraziare tutti perché non pensavo un’accoglienza di questo tipo. La scuola l’ho scelta io. Mia mamma si è interessata di tutto e si è informata al liceo classico, magistrale, liceo psicopedagogico, perché in Romania io andavo in quest’ultimo. Mia mamma è venuta in questa scuola, ha parlato con il preside, ha conosciuto i professori, e gli hanno spiegato questo corso: è rimasta molto impressionata e mi ha detto di questa possibilità o quella di continuare il mio liceo. Adesso mi trovo benissimo, i compagni sono meravigliosi, i professori pure. Certo, ci sono stati dei momenti difficili. Soprattutto all’inizio è stata dura. Un periodo pieno di cose da fare. A differenza di mia mamma che ha fatto molta fatica ad integrarsi, per me è stato diverso, ho avuto i compagni che mi hanno aiutato molto, e oggi ho quasi dimenticato le difficoltà incontrate. Molti mi chiedono come ho fatto a studiare, a recuperare tutto, e io gli dico: guarda, non mi ricordo, solo che avevo tanta voglia, tanta volontà di non rimanere indietro con i miei anni. A scuola la professoressa di italiano e quella di filosofia sono state molto pazienti e comprensive, perché all’inizio, per fare un discorso ad una interrogazione era difficile, anche nello scrivere. Per continuare con un ritmo molto constante mi sono impegnata molto, anche perché sono una persona che pretende tanto da se stessa, e mi costringo a stare a casa anche la domenica, se necessario. Il nostro corso è molto impegnativo e se non rimani in pari con le materie è molto difficile arrivare ai risultati che vorreste. Aiuti non ne ho avuti, ho fatto tutto da me, anche se qualche volta sono stata da un professore esterno. Bisogna dimostrare la volontà di impegnarsi, di non mollare, di presentare un certo interesse in quello che si studia e in quello che si vuole fare sennò non ha senso. 148 La presenza In questi tre anni sono uscita pochissimo, veramente poco. Ho frequentato soprattutto i miei compagni, per i compleanni, per le varie feste, non frequento quasi nessun romeno perché non esco e non trovo il tempo. Però parlo in casa il romeno con mia madre. All’inizio con la mia mamma si era deciso che in casa bisognava parlare solo italiano, per impararlo meglio e per un anno lo abbiamo fatto. Ma ora si parla romeno. Spero di continuare a studiare, iscrivermi all’università, a scienze politiche con indirizzo diplomatico. Quindi per altri lunghi cinque anni me ne starò ancora in Italia poi non lo so… Il mio futuro lo vedo in tutti e due i paesi: in Romania ci sono le mie radici, ma l’Italia mi ha dato delle opportunità, delle possibilità che il mio paese non mi avrebbe potuto dare. Per questo scelgo scienze politiche con indirizzo internazionale, con l’intento di trovare un lavoro tra questi due paesi. Nadia (Bulgaria) Mi chiamo Nadia e sono arrivata in Italia dalla Bulgaria nel novembre del ‘96. Mia madre già viveva in Italia da un anno, era venuta al seguito di mia zia e si era poi sposata con un italiano; allora ha fatto venire in Italia anche me, che nel frattempo avevo vissuto in Bulgaria con i nonni. Avevo 11 anni. Ero contenta di partire perché da un po’ vivevo senza mia mamma vicino e non mi piaceva. All’inizio è stato difficile, non conoscevo nessuno e quando tutti mi chiedevano “ma comprendi?” e io non capivo neppure il significato di quella frase. Mi sono iscritta alla V elementare, perché in Bulgaria si comincia la scuola a 7 anni e quindi avevo fatto solo quattro anni e mezzo di elementari, ero un anno indietro rispetto agli studenti italiani. La maestra di matematica mi ha aiutato molto e allora, piano piano, senza neppure rendermene conto, ho cominciato a capire sempre meglio la lingua italiana e in tre mesi potevo comunicare. Ho passato bene gli esami di V e non ho dovuto ripetere la classe: i professori mi avevano molto aiutato e non ho avuto problemi di sorta. Comunque, anche prima di imparare l’italiano, io riuscivo a farmi comprendere a gesti, perché zitta proprio non ci so stare. Dopo le elementari ho continuato gli studi nello stesso comune, a ***. Le medie sono state un po’ più difficili perché l’italiano è una lingua dalla grammatica complessa; ma mi piace molto, mi sono impegnata e non sono mai bocciata. D’altronde, sono fissata con la scuola e non so come avrei preso una bocciatura. Dopo le medie, mi sono iscritta al liceo linguistico. In realtà, ho sempre avuto una passione per la pittura e per la moda. Avevo inizialmente pensato di seguire questa strada, poi però ho pensato che sarebbe stato difficile trovare lavoro in quel settore e anche i miei genitori mi hanno sconsigliata. Inoltre, i professori a scuola mi hanno spiegato come l’istituto d’arte non dia una educazione generale di buon livello. Ho valutato allora l’ipotesi di andare al liceo artistico a Firenze, ma a 14 anni una ragazzina non può tutti i giorni prendere il treno per andare a scuola. Alle medie, inoltre, avevo una professoressa di inglese davvero brava che mi ha incoraggiato nell’idea di studiare le lingue; allora ho cercato di approfittare di ciò che già avevo: la conoscenza dell’italiano e del bulgaro e una naturale predisposizione, almeno credo, alle lingue in generale. Mi sono allora iscritta al liceo linguistico, anche perché vorrei fare l’università dopo, in modo da trovare un lavoro che mi permetta un tenore di vita abbastanza alto. Se ripenso al mio percorso scolastico in Italia, ora che ormai sono dieci anni che studio in questo paese, trovo che i momenti più difficili sono stati quelli iniziali: trovavo molte difficoltà a scrivere in italiano, soprattutto a causa dell’alfabeto latino che io confondevo 149 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo con quello cirillico del bulgaro: a volte scrivevo usando lettere di entrambi gli alfabeti, insomma, “facevo un brodo”. Poi però le cose sono andate molto meglio, soprattutto grazie all’insegnante di matematica delle elementari e ad una compagna di classe delle medie, con la quale studiavo tutti i giorni. A me l’italiano piace molto, e credo che adesso sia una delle materie in cui vado meglio: sono pignola, e quando una cosa la voglio fare veramente, la faccio sempre bene. I miei amici sono italiani e li ho conosciuti quasi tutti a scuola. Usciamo e ci vediamo a ***, ma non c’è molto da fare e così andiamo spesso ad Arezzo, facciamo le “vasche” per il corso oppure andiamo in un pub, qualche volta in discoteca. Quattro, cinque anni fa mia nonna materna è venuta ad abitare con noi in Italia. Ha 60 anni e per lei è molto difficile imparare una nuova lingua, quindi in casa parlo bulgaro con lei, e un misto di bulgaro e italiano con mia madre. È buffo, la gente non capisce niente di quello che diciamo. Anche il compagno di mia madre però sta cominciando a capire un po’ meglio il bulgaro. In Bulgaria sono tornata con mia madre alcune volte, ma l’ultima volta le ho detto di andare da sola: lei ha molti amici là e quindi passa bene il suo tempo, ma io conosco solo 3 o 4 persone, che del resto hanno i loro impegni e le loro amicizie, quindi mi annoio. Anche mio padre, uno zio ed un cugino abitano in Bulgaria, ma li vedo raramente. Prima di venire ad Arezzo abitavamo a Sofia, una grande città con un gran via vai di persone e molto traffico: non è stato facile abituarmi, soprattutto perché i primi tempi non andavo mai ad Arezzo, e *** è davvero piccola. Nel futuro, vorrei continuare a studiare, ma sono incerta tra scienze politiche, giornalismo, oppure infermieristica. Devo valutare bene quali materie ci sono. Il lavoro che voglio fare da grande? Non lo so ancora. Le lingue mi piacciono molto, però sono dell’idea che la scuola non sia il posto adatto ad impararle. Infatti, sto studiando inglese, francese e tedesco ma di quest’ultimo ho una conoscenza superficiale, e dovrei andare 3-4 mesi in Germania per impararlo meglio. È un’idea che non escludo, anche nel futuro, quando dovrò cercare un lavoro. Certo, integrarsi in Italia è stato molto faticoso e non avrei molta voglia di cominciare di nuovo tutto il percorso in un altro paese, ma dipenderà dalle offerte che avrò. Tornare in Bulgaria, del resto, non è una possibilità che considero seriamente: l’economia è molto diversa da quella di un paese avanzato e poi sarebbe come andare di nuovo a vivere in un paese straniero, perché anche se conosco un po’ i luoghi, ormai è troppo tempo che vivo in un altro paese. Se dovessi dare dei consigli a dei miei connazionali al loro arrivo in Italia, direi loro di prepararsi ad un cambiamento radicale e ad affrontare i pregiudizi della gente. Molte volte mi è capitato di essere giudicata prima dall’aspetto, come una ragazza dell’est, e poi come persona. A scuola, con i professori o con i genitori degli amici, mi sono sentita molte volte esclusa perché le persone volevano tenermi a distanza. Avevo solo 11 anni e mi chiedevo il perché: un bambino non andrebbe mai trattato in modo diverso dagli altri bambini. Poi ho capito che era compito mio farmi comprendere, trovare un po’ di coraggio e insistere. Non bisogna mai scoraggiarsi, altrimenti c’è il rischio di isolarsi dal mondo o, peggio, di finire in brutte compagnie. Riuscire dipende da te stesso ma anche dalle persone che hai intorno: quelle che vogliono vedere vedono, le altre no. Io ho avuto la fortuna di trovare persone intelligenti che hanno saputo guardare in profondità, che hanno saputo andare oltre le etichette, riconoscere la differenza culturale ed accettarla. Parlo dei miei amici, di quelli di mia mamma, dei professori. 150 La presenza Consiglio a tutti i ragazzi che stanno affrontando quello che ho affrontato io di provare senza vergogna, di buttarsi. Io adesso mi trovo bene e sono contenta della mia vita, rifarei tutto. Del resto, qualsiasi persona vada a vivere in un posto straniero fa un’esperienza positiva perché si confronta con persone e situazioni diverse, che fanno crescere. Ribka (Eritrea) Avevo 14 anni quando sono arrivata dall’Eritrea. Era il 1998. Ero sola, ad aspettare qua c’erano i miei genitori adottivi. Ho lasciato la guerra alle spalle, insieme a una storia molto complessa. Sono stata adottata a distanza da una coppia di ** nel ‘92. Quindi mi scrivevano sempre lettere, poi nel ‘95 sono venuti a trovarmi per la prima volta, dopo hanno iniziato a venire da me ben due volte l’anno fino al ‘97, quando mi hanno portato qui in vacanza. Nel ‘98 dovevo tornare sempre in vacanza ma prima ancora è scoppiata la guerra, sono scappata con un aereo militare e sono arrivata qui. Non sapevo niente di quello che mi aspettava, non sapevo l’italiano ed ero l’unica straniera in aereo. Sono riusciti ad adottarmi quando avevo 18 anni. Nel mio paese avevo frequentato solo le elementari e quando sono arrivata qua sono dovuta ripartire dalla prima media. Per fortuna c’erano molte femmine in classe con me, sono più pazienti e mi hanno aiutato a imparare l’italiano, mi correggevano ogni volta che sbagliavo e io ne ero contenta. Certo ho trovato un sacco di difficoltà nello studio. Mi ci vuole parecchio tempo, se un italiano ci mette 3 ore a me ce ne vogliono 6. Forse è sbagliato il mio metodo di studio, comunque non mi entrano subito in testa le cose, devo ripeterle in continuazione. Ho scelto ITIS perché mi piaceva la biologia e la mia professoressa di scienze alle medie mi ha detto che c’era questa scuola a Arezzo, sono stata l’unica della mia classe a venire qui. La stessa professoressa mi portò anche a visitare la scuola, io ero convinta e i miei mi appoggiavano. Non sono brava a fisica ma per il resto ho tutte materie tra il sei e il sette. Ho problemi a reggere i ritmi di studio, forse ero abituata a tempi più tranquilli in Eritrea, di vita ma anche di studio. Certo sono stata fortunata con i compagni e ho tanti amici fuori e dentro la scuola, tutti italiani: a scuola ci sono anche molti stranieri, che però tendono a fare dei gruppetti, mi sembra che non vogliano stare con tutti gli altri mentre a me piace stare con tutti. Io credo che i ragazzi stranieri che come me arrivano qua dovrebbero essere aperti, comunicare con tutti, in questo modo si aiuta anche se stessi, perché se uno è chiuso si trova isolato: all’inizio neanche io parlavo, ma non mi sono mai vergognata, dicevo sempre sì e basta, piano piano ho iniziato a parlare e comunque mi sforzavo sempre di comunicare. Vorrei continuare a studiare, andare all’università, fare biologia. Però in tanti me la sconsigliano perché dopo sembra difficile trovare lavoro. Insomma, ora come ora sono un po’ confusa, non riesco a vedermi in nessun lavoro. Ron (Albania) Sono arrivato in Italia nel ‘99, all’età di 15 anni, dopo un viaggio da clandestino, abbastanza pesante. Da Lecce con un taxi sono arrivato fino a Bari e lì ho preso il treno perché non parlavo italiano, ho chiamato mio cugino che sta in un paesino vicino ad Arezzo. Lui ha dovuto lasciare il lavoro per venirmi a prendermi in macchina. Io intanto l’ho aspettato praticamente tutta la giornata alla stazione di Bari… dopo aver fatto quel viaggio ero anche abbastanza sporco e se uscivo per la città avevo paura che qualcuno mi fermasse e mi rimandasse nel mio paese. 151 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Sono venuto perché… un po’ parlando col mio cugino… poi il mio babbo ha parlato con lui perché voleva mandarmi qui per continuare gli studi, perché la scuola che facevo in Albania, dopo la guerra, non è che funzionava tanto e quindi il mio babbo voleva che prendessi una scuola seria, e che continuassi il mio percorso scolastico. Io ero contento di andare in Italia, dalla televisione si vedevano le ragazze belle, il bel paese, il cibo, per me era come un sogno, la vita facile. I primi tempi sono andato a vivere con mio cugino, poi ho iniziato gli studi all’associazione [“La Provvidenza”], ho conosciuto **… è lui che mi ha aiutato a inserirmi nella scuola italiana, perché quando sono arrivato non parlavo italiano, e anche se avevo fatto un anno di superiori ho incominciato dalla terza media, ho perso praticamente due anni. Alle medie mi sono trovato bene perché le cose le avevo già fatte, per me era un ripasso, a parte italiano. In classe ero l’unico albanese, quindi dovevo per forza parlare italiano. Poi i professori mi hanno consigliato perché io volevo andare a fare meccanica, e loro mi hanno detto che ero bravissimo a matematica e potevo cavarmela anche in un’altra scuola. Con la scuola superiore all’inizio ho avuto qualche problema, mi sono trovato un po’ sperduto, anche con i compagni… l’ambiente non era tanto caldo, non ero ben visto, però dopo pochi giorni ci siamo conosciuti. Anche in quel caso ero l’unico ragazzo straniero in classe. I compagni mi hanno aiutato. Ricordo che il primo anno delle superiori volevo lasciare… c’era molto da studiare, e poi ero in quella fascia d’età che dice ho visto tutto il mondo, faccio i soldi vado di qua, di là, mi compro il cellulare più bello del mio amico. Ho lavorato un’estate in spiaggia, ho lavorato a saldare l’oro e dopo a settembre ci ho ripensato bene. Anche all’associazione mi hanno sostenuto molto. Ho poi avuto una media del sette… e quest’anno ci sono gli esami di maturità! Oggi ho dato la notizia al mio babbo che continuerò gli studi all’università, vado a fare ingegneria delle automazioni questa che è qui ad Arezzo… e lui è stato contentissimo. Studio e lavoro: faccio il cameriere da tre anni e mezzo, il fine settimana e durante l’estate poi ho fatto altre cose, volontariato, un pochino, ora non più per via degli esami, alla Misericordia poi al Centro per l’integrazione… Ma tra poco dovrò concentrarmi sull’università. La mia esperienza mi dice che bisogna studiare parecchio, bisogna darsi da fare e quando ci sono delle difficoltà bisogna dimostrare chi sei, non abbandonare, non arrendersi. Certo, il desiderio di tornare in Albania c’è sempre… non si può mai dire… bisogna prendere quello che la vita ci offre, anche se mi piacerebbe tornare perché là ho tutta la famiglia e qui sono da solo. Silvina (Argentina) Ho lasciato l’Argentina nel luglio del 1999. Avevo 12 anni. Mio papà era già qui, da 10 anni. A Buenos Aires ero rimasta con mia mamma. Ho fatto il viaggio da sola. Sono stata un po’ delusa rispetto a quello che mi aspettavo: più accoglienza, amicizie, non saprei neanche come spiegarlo, mi aspettavo un’accoglienza più ampia che non ho avuto, purtroppo. In Argentina ho fatto sette anni di elementari, dai 5 ai 12 anni. Qua sono stata inserita in terza media, per la mia età, anche se i miei avevano chiesto di farmi inserire nella seconda, perché non parlavo neanche una parola d’italiano, però hanno detto di no, perché avevo quell’età e dovevo essere inserita in terza e hanno fatto bene perché ora sono in quinta. Arrivata, non conoscevo l’italiano. Ho fatto corsi privati da luglio fino a settembre… però la professoressa che mi insegnava parlava lo spagnolo e praticamente con lei parlavo la mia lingua. Quando sono arrivata a scuola sapevo scrivere qualcosa, capivo tutto, però parlare era difficile. Poi mi sono fatta avanti e ho perso la vergogna. 152 La presenza Nella scuola media mi sono trovata abbastanza bene, non è che mi sono ambientata tanto perché ci sono stata un anno solo; nessuno mi conosceva… poi non parlavo tanto, sono stata un po’ isolata dal gruppo di amici. Ho avuto difficoltà a relazionarmi con i compagni e anche oggi ho qualche difficoltà, ma molto di meno rispetto ai primi tempi. Mi accade però di trovarmi in un circolo chiuso, non riesco ad entrare in certi rapporti, alla fine ho poche amicizie. Dopo la media mi sono iscritta a questa scuola, a geometri. Il mio babbo mi diceva fai quello che ti piace, a me piaceva disegnare e quindi ho scelto geometri, ma i professori mi dicevano assolutamente non lo prendere, perché non ci riuscirai... Mi dicevano di prendere una scuola professionale. Io invece ho insistito e mi sono iscritta a geometri. Forse me la sconsigliavano perché avevo dei problemi con l’italiano, perché non riuscivo… dopo un anno si vedeva tantissimo la mia difficoltà. Adesso mi trovo bene, sullo studio i risultati si vedono, ho avuto solo un debito, a inglese l’anno scorso, sennò per il resto, sono sempre passata col 6 e mezzo 7… ora ho aspettative maggiori per l’ultimo anno. I professori sono cambiati spesso, perciò non c’è stata una continuità di rapporto; con quelli che sono rimasti più a lungo si parla, ormai ho perso la vergogna di parlare, scherzo anche, e quindi vengo più volentieri a scuola anche per questo motivo. Anche gli amici sono aumentati, ma sempre in numero molto limitato. Sarà stata colpa mia, non lo so, non riesco a capire, perché a me piace stare in mezzo alla gente, sono socievole e in Argentina ho tanti amici. I primi tre mesi sono stati terribili perché non riuscivo a parlare, ero bloccata, non avevo relazioni con nessuno, cercavo di studiare però non c’era verso. In quel periodo non conoscevo nessuno, la mia speranza di vita erano i miei genitori, peraltro divisi uno qua e l’altro a Buenos Aires. Un altro momento difficile è stato in terza superiore, mi è preso un periodo di crisi, non volevo studiare, poi ho ripreso… In quel momento mi ha aiutato molto una cara amica che ho non qui ma in Argentina… lei mi ha tirato su di morale anche stando lontani. Quest’anno ho trovato un forte riferimento in una professoressa molto in gamba e forse mi ha fatto capire tante cose, mi ha invogliata ad andare bene… e io la ringrazio tanto. A un ragazzo e a una ragazza che arrivano ora in Italia direi che bisogna essere il più socievoli possibile, non fare come me, cercare tante vie perché la comunicazione aiuta tanto. Il mio futuro? Me lo immagino viaggiando da una parte all’altra dell’Oceano, sicuramente non vorrei stare qui ad Arezzo, non mi piace come città, è piccola, tutti si conoscono, c’è una differenza rispetto a dove abitavo prima… una mentalità molto più chiusa, la gente, non riesco ad inserirmi... poi ora vorrei fare l’università, scienze del turismo, conoscere lingue diverse che mi permettano di viaggiare in tutto il resto del mondo, non vorrei stare in un luogo fisso. Ma vorrei lavorare nello stesso tempo. Mi piacerebbe molto dirigere un hotel, immersa in un ambiente turistico. Mi vedo lontano da qui, dove di preciso non lo so ancora. Sokor (Albania) Era il 1998 quando sono arrivato con il gommone. Un pomeriggio, in Albania, mi è scattata l’idea: vado via… non volevo venire in Italia, volevo andare via, sono andato ai gommoni, senza soldi senza niente, perché abitando a Valona dove c’erano tutti questi scafisti, un pochino si conoscevano… erano i grandi del quartiere, e allora gli ho chiesto se potevo salire anch’io... mi hanno detto vieni e sono partito. I miei genitori non sapevano niente. 153 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Sono venuto così senza un progetto, senza niente, anzi volevo andare in Germania, pensa un po’… poi ho chiamato i miei, gli ho detto che ero a Bari, mi sembra… loro incavolati… e mio padre mi ha detto ho un amico ad Arezzo fermati da lui magari ti aiuta economicamente... e poi fai come ti pare. Lui aveva già parlato con questo amico, che mi voleva fregare perché io sono arrivato da lui, la mattina mi ha portato dalla polizia; ero minorenne e la polizia mi ha portato in una comunità, io volevo andare in Germania. Avevo 15 anni. Appena sono arrivato alla stazione c’era un blitz della polizia finanziaria, e prendevano tutti gli stranieri che venivano. Mi ricordo, appena vidi da lontano che fermavano delle persone, di aver visto un’edicola e allora pensai vado a prendere qualcosa da leggere così non mi faccio notare. Però le stazioni là non sono grandi, così sono passato sui binari, uno delle ferrovie ha berciato e io non ho capito perché non parlavo l’italiano bene, ho attraversato, sono andato all’edicola con mille lire – c’era la lira prima –, ho preso una rivista, penso fosse “Sorrisi e Canzoni”, una cosa del genere… con mille lire cosa si compra? gli ho detto… ho preso il giornale, sono andato in una panchina, c’era un vecchino e gli ho detto scusi mi posso mettere a sedere? Questo si è spaventato perché io avevo fatto tutto il viaggio, ero sporco, e dopo il gommone si è fatto il viaggio per i boschi…. così avevo i capelli sporchi dal mare, va a capire cosa ha pensato ed è scappato subito allora io mi sono messo a sedere e ho aperto il giornale. La polizia era lì davanti ma non mi ha neanche notato. Appena si sono allontanati sono salito su un treno, così senza sapere dove andasse, sono andato a Bologna, Firenze, sono andato, chiedendo per Arezzo, e sono venuto qua. Era la fine di agosto del 1998. Mi hanno portato in questura. Dopo è arrivato l’assistente sociale, mi ha fatto vedere la comunità, sono stato lì, siccome non avevo niente da fare sono stato per 3-4 mesi. Mi sono messo a disegnare, ho fatto il liceo artistico, il primo anno, e questi hanno visto che avevo talento nel disegno… però non potevo fare i documenti. Una famiglia ha preso la mia tutela qui ad Arezzo e sono stato un anno con loro… In Albania avevo fatto le elementari, le medie e un anno di liceo artistico. Ad Arezzo ho cominciato a fare l’istituto d’arte, il primo anno, e sono entrato con qualche mese in ritardo. Ho quindi ripetuto un anno, era meglio cominciare dal principio e un anno mi faceva anche bene… per tutto il discorso dell’italiano che non sapevo bene. Quando ero nella comunità ho guardato tutti i corsi di tutte le sezioni che c’erano, poi alla fine ho scelto quella scuola. I miei coetanei mi hanno accompagnato, mi hanno fatto vedere che c’erano vari corsi, e poi mi parlavano i professori, mi spiegavano come funzionava, però alla fine è stata una scelta mia. Anche studiando sodo francamente fino a febbraio avevo tutti insufficienti, però dopo sono arrivato a prendere la media del sette e mezzo facendo sempre così perché lavorando non avevo proprio il tempo..L’unico problema che ho avuto e ho tuttora è la grammatica… Alle superiori la grammatica non si fa e io ho chiesto tante volte a loro almeno una volta a settimana di recupero nel pomeriggio perché ancora non so scrivere bene in italiano. Mi hanno fatto comprare i libri di grammatica, ne ho 9 a casa. Il professore diceva sempre che stando a Firenze non poteva venire il pomeriggio ad Arezzo, e durante il giorno c’era da recuperare l’italiano scritto o altre materie, il programma era molto pieno, quindi non c’era spazio per la grammatica, tutti gli altri l’avevano fatta, l’unico ero io… Forse avrei dovuto fare la terza media, lì si studia la grammatica. Dalla seconda superiore, a 16 anni, ho iniziato anche a lavorare. In estate nei campi, ma anche come cameriere quando andavo a scuola, anche tutti i giorni a secondo da quando 154 La presenza avevano bisogno; poi ho lavorato in una bottega d’arte dove facevano il restauro dei lampadari antichi, poi sono entrato in un ufficio tecnico di restituzione telescopica... Li ho lavorato mentre andavo a scuola, per due anni e mi sono licenziato il mese scorso. Ora lavoro a Firenze. Praticamente dormivo in classe dopo l’interrogazione, io andavo per primo, tutte le volte dicevo alla professoressa posso andare al bagno? andavo e tornavo dopo un’ora e mezzo, per non dormire in classe. Sia i miei compagni che i professori sapevano questo, però non mi hanno mai detto qualcosa perché quando arrivavo in classe andavo subito per l’interrogazione, non aspettavo come succede di solito – mi interroga o non interroga –, io studiavo prima e andavo volontario subito, appena dicevano dalla prossima settimana si interroga. Ero il primo, poi avevo 20 persone dopo, avevo il tempo per rilassarmi... insomma mi ero organizzato un pochino. Sono passato con la media del 7 e mezzo 7,7. Tutti gli anni il primo quadrimestre era più difficile ma poi... i primi due anni sono andati bene perché stando da questa famiglia, non lavoravo; anche il secondo anno sono andato bene, poi quando ho cominciato a lavorare il primo quadrimestre avevo tutti i voti insufficienti… dopo recuperavo e passavo con una media quasi buona. I professori restavano stupiti. Dopo quell’esperienza con la famiglia tutrice sono tornato in Albania… Poi sono subito ritornato qua. Sono stato due settimane fuori a settembre, andavo a scuola, studiavo al parco della stazione, poi non ce la facevo più e sono andato da ***, gli ho chiesto se mi poteva aiutare e lui mi ha detto che mi poteva dare qualcosa da mangiare, due vestiti, e la possibilità di studiare. Era la persona giusta per me in quel momento, *** ha questo doppio carattere, lavora con il dialogo ma è anche severo; mi ha aiutato ad ambientarti piano piano… mi ha aiutato molto anche per ricominciare a studiare, perché avevo lasciato gli studi, non ci credevo più, volevo andare a lavorare dopo che avevo lasciato la famiglia; si interessava, andava ai colloqui dei genitori… uno le apprezza queste cose e dice: aspetta un attimo, ho trovato la persona che mi sta dando una mano. Quando sono arrivato per quattro mesi non ho parlato con nessuno, solo con i professori, molto gentili i miei compagni di classe, però io li vedevo come nemici, sarà che io ho vissuto in un paese chiuso anche di mentalità… era una cosa istintiva, avevo paura del contatto perché con i professori e con quelli della comunità andavo d’accordo, era solo con i miei coetanei, e alla fine dell’anno quando si è fatta una gita ho cominciato a chiacchierare con tutti, mi sono sciolto e quasi in un anno sono diventato amico di tutta la scuola. Loro capivano che era difficile per me perché quando uno non parla bene l’italiano… ti fanno una battuta e non capisci bene il senso, non sai con che intenzione te lo hanno detto. I professori sono stato molto gentili e disponibili, stavano a spiegarmi le cose oltre il tempo scolastico… almeno quelli che ho conosciuto io tuttora da lontano mi salutano. A parte questa benedetta grammatica… mi hanno dato quello che mi serviva. Sono stato un anno presidente della giunta degli studenti con una mia compagna di classe, e si andava a ragioneria, e lì ci si riuniva con gli studenti di tutte le giunte delle scuole e si parlava, e a differenza della mia scuola erano un po’ più freddi. All’istituto d’arte sono di mentalità più aperta anche i ragazzi, sono più aperti verso gli stranieri, cioè li accettano subito, ho sentito questa cosa, non lo so bene perché dovrei fare un’altra scuola per capire però… ho sentito questa sensazione a primo impatto, sono più semplici… Mi trovo bene con due amici albanesi, sono come fratelli e li conosco da 18 anni. Ma ho molti amici italiani. Non sono una persona che sta sempre in un gruppo, mi piace stare con più persone, oggi chiamo uno e usciamo, domani chiamo un altro. 155 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Sono sei anni che non torno in Albania, perché ho avuto sempre questo casino dei documenti, quando mi scadeva il permesso di soggiorno era sempre giugno e stava in questura fino a settembre, e ad agosto non ci potevo andare, le vacanze le passavo qui, o lavoravo, o stavo qui. Ma quest’anno torno, sicuro. Yuli (Albania) A 14 anni, era il ‘98, con la mia famiglia abbiamo deciso che sarei venuto in Italia. Dopo aver finito le medie, visto che tanti altri mie compagni di classe andavano all’estero, avevo piacere di andare a studiare fuori. Quindi mio padre si è attivato con le conoscenze, amici suoi in Italia: conosceva una persona che lavorava qui ad Arezzo presso un’associazione di volontariato e che poteva darmi questa opportunità di proseguire gli studi. Ero convinto che la qualità degli studi in Italia fosse migliore che in Albania. Invece studiando qui sono arrivato alla conclusione che è tutto il contorno che rende l’ambiente migliore di quello che c’è in Albania, non tanto a livello di materie scolastiche perchè anche là ne hanno abbastanza e forse anche di più. Qui c’è tutto un contesto che ti aiuta sicuramente a proseguire meglio, a scegliere quello che ti piace, a fare più cose che sono affini alle tue capacità senza le costrizioni che ci sono al mio paese. Speravo di trovare un bel paese, come lo conoscevo dalla televisione – pubblicità, programmi, cartoni animati: quindi mi aspettavo tante belle cose, con una vita sicuramente molto più agiata a livello di situazione generale rispetto all’Albania… La prima cosa dell’Italia che mi ricordo è l’arrivo in gommone: il viaggio è stato di notte, tranquillo, mare liscio, siamo scesi vicino a Monopoli mi ricordo che era bel tempo e c’era un po’ di movimento nella zona perché vicino c’era una discoteca estiva, quindi si sentiva il rumore della musica… Facendo un viaggio in gommone non si parla con le persone che stanno vicino a te, eravamo 28-29 persone su questo gommone, era abbastanza grande, lungo 15 metri, un mostro del mare… Come mezzo di navigazione era sicuro al 100% ma con le persone non c’era occasione di scambiare parola, oltre che qualcosa di occasionale. Poi niente, mi ricordo le strade, il primo impatto con un paese che conosci solo dalla televisione. Comunque è stato positivo perché prima di arrivare ad Arezzo, sono stato 25 giorni in provincia di Lecce, al mare da mio cugino quindi mi sono divertito, ho fatto le vacanze estive. Da lì sono stato ospite di un’amica di mia madre a San Gimignano… e anche lì l’impatto è stato buono, mi sono divertito, sono stati due mesi in giro: ho visto Firenze, Pisa, Lecce, Bari e altre grandi città poi verso luglio sono venuto ad Arezzo. Fino allora in Albania ero sempre rimasto in famiglia, una vita molto tranquilla. In Albania, avevo finito la terza media, avevo fatto otto anni di scuola. Una volta arrivato qua, ho iniziato le superiori, il liceo socio-psico-pedagogico. Il preside all’inizio non voleva mettermi in prima: riconosceva i miei otto anni di studio ma diceva che era prematuro iscriversi subito in prima superiore, mi suggeriva di iniziare con la terza media che mi avrebbe preparato alla prima superiore, ma io ho insistito perché non accettavo di perdere un anno di studi. Sarei tornato a casa se non potevo fare la prima e allora il preside ha ceduto. C’è da dire che io ero uno dei primi alunni stranieri in quella scuola, e quindi per il preside era una esperienza nuova. Il primo anno è andato bene. Non sapevo tanto l’italiano, soprattutto l’italiano scritto, ancora oggi le doppie le salto, un po’ di difficoltà nella costruzione delle frasi. Lo conoscevo attraverso la televisione, ma ho imparato velocemente, perché stando in una casa [“La Provvidenza”]con altri 24 ragazzi sicuramente sei costretto ad imparare una lingua comune a tutti e alla svelta! 156 La presenza Nella mia scelta della scuola ha influito parecchio la matematica, nel senso che sono arrivato alla fine della terza media che ho avuto una insegnante di matematica che è bravissima nel suo mestiere, ma io odiavo la matematica, fin da piccolo la odiavo, non tanto perché non mi riusciva ma perché non mi piaceva, e le persone me lo rinfacciavano, mi dicevano che ero solo svogliato. Così sono arrivato qui dopo le medie con l’obiettivo di scegliere una scuola superiore dove ci fosse stata poca matematica. Tanti hanno cercato di persuadermi a iscrivermi allo scientifico, ma decisamente ho scelto la scuola giusta. Ho una propensione per le materie di carattere umanistico; anche la mia professoressa di lettere in Albania alla fine della terza media aveva marcato molto queste mie capacità. Sono sempre andato bene, la maggiore difficoltà inizialmente è stato il latino, perché comunque si trattava di comprendere ed usare un certo tipo di traduzione, cioè imparare una lingua che mi obbligava a fare due passaggi perché quando uno è all’inizio ragiona molto nella sua lingua e quindi tutto passa da questa; quindi, prima dovevo capire il significato della frase latina in italiano, poi fare il passaggio in albanese e ritornare in italiano per ricostruire la traduzione in modo sensato. Inizialmente con il latino mi ha dato una mano un’ex insegnante, una signora anziana in pensione che mi ha dato le basi per permettermi poi di andare avanti da solo. Ma la situazione del latino era critica in tutta la classe, gli altri non brillavano certamente, quindi la cosa è passata abbastanza inosservata e poi ho recuperato. Nella mia classe c’erano 23 ragazze e 2 ragazzi: questa situazione mi ha aiutato moltissimo anche nel clima che si crea in classe perché comunque sono convinto che trovarsi in una classe di soli maschi in un istituto professionale rende la vita più difficile, perchè nei ragazzi c’è più pregiudizio e diffidenza in generale, mentre nelle ragazze difficilmente c’è proprio diffidenza totale o non considerazione, quindi si è instaurato subito un buon clima, di curiosità da parte loro. In più approfittavano di me qualche volta perchè quando vedevano che qualche professore era interessato all’Albania dirottavano tutta l’attenzione sul mio Paese evitando interrogazioni o compiti, quindi ero anche utile all’interno della classe. I professori sono stati fondamentali, mi hanno dato spunti di riflessione, suggerimenti su come migliorare, come andare avanti senza mai però scendere nel pietismo, senza fare “favori” solo perché straniero. All’esterno della scuola mi sono trovato abbastanza bene anche perché frequentavo degli ambienti che mi aiutavano, che non trovavo ostili anche se poi in giro durante questi cinque anni che ho fatto le superiori ci sono stati dei momenti tesi a livello di pregiudizio e razzismo: delle mega risse tra albanesi ed italiani, ragazzi giovani, soprattutto nel periodo tra il ‘99 e il 2000. Però negli ambienti che frequentavo – scout, volontariato, associazioni – non li sentivo i pregiudizi. Tra gli amici non ho mai avuto un gruppo di riferimento nel senso che sono per natura contrario: non mi sono mai piaciute le dinamiche che si creano all’interno… alla fine sembra proprio che ci si ritrova solo per tirare fuori sempre problemi, per cercare qualcuno, per creare conflitti, anche se piccoli. Così ho tanti amici e amiche che frequento ma non un gruppo preciso come unico punto di riferimento, anche perché mi sembra un po’ limitativo, ne frequento tanti a rotazione e in realtà frequento un po’ tutti, anche albanesi o di altri paesi, il mio circolo di amici è amplissimo… Ora sto facendo il secondo anno di psicologia del lavoro e dell’organizzazione a Firenze. Ma ancora non mi vedo in futuro: vorrei finire di studiare, fare un buon percorso di studi, non fermarmi solo alla laurea, fare anche qualcos’altro… continuare a studiare il più possibile 157 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo e poi dipende dalle occasioni che mi verranno offerte. È ancora troppo presto per dire dove sarò tra qualche anno, anche perché le cose cambiano da un momento all’altro e magari ti capita l’occasione giusta, gratificante a livello lavorativo o personale, di poter lavorare nel mio paese e sicuramente la prenderei al volo altrimenti non avrei problemi a restare in Italia. Ho tanti parenti non ad Arezzo ma in Italia, quasi tutta la mia parentela, è anche per questo che dico che non so bene come evolveranno le cose perché avendo tutti i parenti qui tendenzialmente anche i miei genitori sono propensi ad un trasferimento. Certamente non esistono ricette per inserirsi bene qua, consigli che risolvono le cose, ogni storia è diversa, ogni situazione è particolare: comunque se una persona mi chiede dei consigli per andare bene a scuola, io già la vedo come una persona che ha voglia di fare quella cosa per cui mi chiede aiuto, e quindi gli posso dare dei consigli come quello di impegnarsi, di fare tanto esercizio, anche da soli. Io ho letto tanto sulla storia dell’Italia, sulla cultura, perchè la scuola non ti dà tutti gli strumenti per poter capire il contesto nel quale studi. Anche per poter capire una semplice battuta devi conoscere il contesto e il significato di quella battuta perché c’è dietro una storia… Lo strumento migliore è la conoscenza, cioè più cose conosci del posto dove stai più sei preparato ad affrontare le situazioni diverse che ti possono capitare, non puoi limitarti a guardare la televisione, bisogna leggere e informarsi, sviluppare il proprio spirito critico, essere attivi nell’inserimento. Con i compagni e i professori ci vuole un po’ di scioltezza, non prendersi sempre troppo sul serio, sdrammatizzare i propri errori. Insomma, per me era normale non fare mai confusione in classe, ero introverso e osservatore all’inizio. Poi, dalla terza, mi sono lasciato un po’ più andare, avevo una buona conoscenza dell’italiano, conoscevo i compagni e i prof, per arrivare in quarta e quinta a fare cose che facevano anche gli altri a livello di comportamento in classe senza esagerare ma senza più rigidità. Alla fine più partecipi all’interno della classe e più ti fa sentire meglio, il fatto di rispondere ad una domanda che l’insegnante fa alla classe, per esempio, annulla tante differenze che possono esistere, ti metti alla pari degli altri. Note Le interviste sono state realizzate da Lorenzo Luatti e Barbara Tellini. Si ringrazia Giulia Salvini per il supporto dato all’attività di trascrizione. 1 158 La presenza Riferimenti bibliografici (Parte II) AA.VV. (2005), Uscire dall’invisibilità. Bambini e adolescenti di origine straniera in Italia, Caritas Italiana, Unicef, Roma. AA.VV. (2003), Famiglie immigrate e società multiculturale, in “Studi Zancan”, nucleo monotematico, n. 6 (nov./dic. 2003). 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Anche la “politica”, sempre più alla ricerca di consenso, spesso si appiattisce sulle sollecitazioni – a loro volta strumentali e/o strumentalizzate – provenienti dalla cosiddetta “opinione pubblica” che segue più gli stimoli della “pancia” che non le ragioni della “testa”. Da tutto ciò emerge un atteggiamento nei confronti dell’immigrazione miope e frastagliato, che non rende un giusto merito né al fenomeno in quanto tale né alle persone che lo animano. Incertezza sul futuro, paura della diversità, crisi di identità, appartenenze deboli, città e paesi che riescono sempre meno a fare “comunità” e che diventano sempre più “luoghi” dormitorio con situazioni di scarsa relazionalità sociale: sono gli effetti di quella modernità liquida (Bauman 2002) che spinge tanta gente a individuare nei processi migratori e, quindi, negli immigrati, la causa principale di una trasformazione tanto radicale quanto imprevista. Questo “clima” ha creato un inevitabile disagio che non permette un’accurata valutazione dei fatti. Per esempio si dimentica che molti di quei processi nei quali vengono accusati proprio gli immigrati sono iniziati ben prima che l’immigrazione divenisse rilevante anche nel nostro Paese1. C’è, quindi, un salto temporale rilevante tra l’inizio di alcuni processi particolarmente negativi che creano malesseri e risentimenti, e quelle che invece vengono individuate come le cause. In questo “marasma” generale si dimentica – o viene sottovalutato – un piccolo particolare, che poi tanto piccolo non è: l’immigrazione, nel nostro paese, non solo rappresenta una grande ricchezza demografica2 ma è, e lo sarà sempre più in futuro, una grande ricchezza economica. Qualche dato generale sulla realtà italiana contribuirà non solo a riattivare un approccio razionale e consapevole ai processi migratori e a smontare qualche pericoloso pregiudizio ma anche ad introdurre la situazione della provincia di Arezzo che, insieme a Prato, Firenze e Siena, risulta una delle più dinamiche in Toscana per quanto riguarda la partecipazione degli immigrati al mercato del lavoro. 163 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo “Il Sole-24 ore”, a partire dai dati Istat, ha stimato che nel 2005 gli immigrati hanno dato al Pil un contributo di 86,7 miliari di euro pari al 6,1% del totale3; in termini di crescita il loro apporto ha impedito che il Paese soffrisse due pesanti recessioni negli anni recenti. Infatti, escludendo il contributo del loro lavoro, il reddito prodotto in Italia sarebbe sceso sia nel 2002 (-0,1% in termini reali) sia nel 2003 (-0,6%) sia, soprattutto, nel 2005 (-0,9%). Il sostegno dato al Pil dai lavoratori stranieri risulta ancora più impressionante se guardato in termini longitudinali. Tra il 1993 e il 2000 il Pil totale è salito del 15,4% in termini reali ma, senza gli stranieri, sarebbe salito del 13,5%; nei cinque anni seguenti, invece, il Pil complessivo è aumentato del 3,2%, di cui 3,1% punti grazie ai lavoratori immigrati. Ciò vuol dire che il 96% dell’incremento totale del reddito è dovuto al loro contributo. Inevitabilmente l’apporto economico degli immigrati si presenta con forti differenze nei diversi settori. Sempre “Il Sole-24 Ore” ha stimato che la ricchezza creata dagli immigrati ammonta all’11,4% del totale in agricoltura, al 5,9% nell’industria in senso stretto, al 13,6% nelle costruzioni, al 4,3% nei servizi diversi dalle costruzioni e addirittura all’80,2% nelle collaborazioni domestiche. Attraverso questo tentativo di “quantificare” l’importanza economica degli immigrati, ora anche il più autorevole quotidiano economico italiano ha riconosciuto il ruolo centrale per l’economia del paese dei lavoratori stranieri allineandosi alle posizioni delle più potenti e rappresentative organizzazioni datoriali, come per esempio Confindustria4, che sempre più spesso ribadiscono come questa presenza sia indispensabile per tutto il “sistema Italia”. Nel 2005 i lavoratori stranieri erano oltre 2 milioni, l’8,5% di tutti i lavoratori attivi nel nostro paese. Parallelamente al lavoro dipendente è cresciuto anche il lavoro autonomo immigrato: secondo Unioncamere le imprese create da extracomunitari5 alla fine del 2005 erano 202 mila, pari al 5,8% del totale e a settembre 2006, a conferma del ritmo di crescita particolarmente sostenuto, erano arrivate a oltre 222 mila, pari al 6,4% del totale. Il settore che occupa il maggior numero di lavoratori stranieri è quello dei servizi, in particolare quelli domestici: si tratta di circa 700 mila lavoratori, in prevalenza donne, che costituiscono quasi la metà di tutti gli occupati del settore. Seguono i lavoratori nei servizi non domestici (994 mila pari al 4,7% del settore), l’industria (297 mila, pari al 5,8%) e l’agricoltura (149 mila, pari al 15,5%)6. Per comprendere fino in fondo la portata economica dell’immigrazione si dovrebbe almeno tenere presente anche un altro fatto assolutamente rilevante: gli immigrati non sono solo lavoratori ma anche consumatori. Gli effetti indiretti che derivano dalla domanda di consumi che gli immigrati generano spendendo una parte del loro reddito sono formidabili e lo saranno sempre più in futuro7. Già oggi possiamo vedere che l’utenza dei centri commerciali è sempre più multiculturale ed infatti, in linea di massima, un immigrato per raggiungere gli stessi “stili di vita” di un autoctono deve comprare di più. Non a caso oggi molte banche e tutto il sistema del credito al consumo prevedono strumenti particolari per l’accesso al credito – anche di quello immobiliare – per i cittadini stranieri. Infine un’ultima considerazione sul ruolo economico degli immigrati: in alcuni casi hanno prodotto una maggiore concorrenzialità all’interno del mercato italiano, tendenzialmente monopolista e piuttosto conservatore rispetto alle posizioni acquisite. Con il lavoro immigrato abbiamo assistito ad una certa riduzione – o comunque non sono stati registrati aumenti come in altri settori – di molti servizi e beni offerti dai lavoratori stranieri – basta pensare ai servizi alla persona, ma anche all’edilizia –, che così hanno garantito il potere di acquisto complessivo. 164 La presenza Insomma, gli immigrati ci servono, ci sono indispensabili e rappresentano, anche se non tutti sono ancora disposti ad ammetterlo, il futuro del nostro paese. Oggi si tratta, semmai, di decidere come organizzare, progettare e programmare questo futuro; se lasciare gli immigrati, anche attraverso politiche miopi e restrittive, in una posizione subalterna, con il rischio nel medio e lungo periodo di generare fenomeni di risentimento verso una società che può apparire discriminatoria, oppure attivare percorsi virtuosi di mobilità sociale e professionale. Questo è il bivio di fronte al quale si trova la società italiana nel suo complesso; si tratta di prendere delle decisioni che non possono più essere rimandate perché l’Italia è, nei fatti, non solo un paese multiculturale ma anche sempre di più un paese dipendente nei confronti del lavoro immigrato. In passato, in mancanza di una adeguata regolazione normativa, tanti immigrati, ma anche i datori di lavoro e gli imprenditori, si sono dovuti arrangiare per trovare da soli le soluzioni per favorire un migliore inserimento sociooccupazionale. In molti casi sono stati gli enti locali, soprattutto i comuni e le province, che insieme all’associazionismo e al volontariato hanno sopperito al vuoto normativo garantendo adeguati percorsi di integrazione; l’inserimento occupazionale, poi, ha svolto un ruolo determinante non solo per le inevitabili ricadute economiche, ma anche perché spesso è stato il motivo che ha reso la presenza di immigrati accettabile agli occhi della società ospitante. Tuttavia la complessità e il gran numero di variabili in campo fanno sì che avere un lavoro non sempre comporti anche essere integrati. E’ vero che “il rapporto tra lavoro e integrazione si presenta come un rapporto bidirezionale, anzi circolare, nel senso che il lavoro è fattore determinante di integrazione e inclusione sociale e, allo stesso tempo, avanzamenti nel percorso dell’integrazione sociale migliorano e rafforzano la collocazione nel mercato del lavoro e nella struttura professionale” (Zucchetti 2004); ma è anche vero che il lavoro può trasformarsi in un potente motore di esclusione sociale se rimane lavoro marginale, sfruttato, pericoloso, discriminato, e soprattutto se non viene adeguatamente riconosciuto il ruolo degli immigrati come lavoratori ed anche come “persone” (Dal Lago 1999). Anche la realtà aretina risente di questi condizionamenti generali. I dati sui lavoratori stranieri, sia quelli dipendenti sia quelli autonomi, mostrano bene quali sono ancora le tipologie di impiego degli immigrati, spesso relegati in quello che è stato chiamato “mercato secondario del lavoro”; in particolare, le donne non riescono ancora a svincolarsi dai lavori domestici e di assistenza. Tuttavia emergono alcuni segnali interessanti di cambiamento che mostrano l’esistenza di percorsi di crescita professionale tra i lavoratori immigrati, come evidenzia il contributo a questo volume di Lorenzo Luatti e Irene Ortolano che offre alcune analisi sulle “carriere” di questi lavoratori. Da un punto di vista quantitativo si tratta ancora di una nicchia circoscritta, sono pochi i lavoratori stranieri che, soprattutto nel lavoro dipendente, riescono a raggiungere le qualifiche e le specializzazioni più ambite, ma da un punto di vista qualitativo queste esperienze di mobilità professionale rappresentano una novità e una speranza per il futuro. Le realtà locali come quella aretina, fatte di piccole e media impresa che ripropongono il classico modello della “terza Italia”, spesso riescono ad essere più consapevoli dell’apporto della presenza immigrata alla crescita sociale ed economica del territorio superando gli stereotipi e i condizionamenti negativi. A partire da queste brevi considerazioni generali, possiamo ora analizzare il rapporto tra immigrazione e mercato del lavoro in provincia di Arezzo vedendo distintamente l’inserimento nel lavoro dipendente e quello nel settore autonomo. 165 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Note Dopo un’attenta lettura diacronica dei dati statistici sull’evoluzione dei reati in Italia, Barbagli giunge alla conclusione che “è priva di ogni fondamento l’idea che l’aumento della criminalità che si è verificato nel nostro paese sia stato provocato dall’immigrazione”. L’andamento della criminalità nel tempo ha seguito un ritmo ciclico. La prima fase espansiva, quella che ha condizionato maggiormente gli umori della gente perché ha significato un passaggio epocale da una situazione di sicurezza ad una di insicurezza, è iniziata tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70, un periodo in cui i processi migratori non erano ancora iniziati (cfr. Barbagli 1998, p. 48). 1 Si ricordi che il saldo naturale dei cittadini italiani è negativo da quasi 15 anni con un andamento tendenzialmente crescente che nel 2005 è stato di -62 mila. Questo saldo costantemente negativo è la causa del calo demografico “spontaneo” della popolazione di nazionalità italiana compensato dagli immigrati e dai loro figli. Oggi in Italia un neonato su dieci è straniero e questo trend ha portato nel 2005 ad un saldo naturale degli stranieri di +48 mila persone. 2 3 Cfr. C. Dell’Oste, L. Paolazzi, Immigrati, un lavoro da 87 miliardi, in “Il Sole-24 Ore”, 11 dicembre 2006. Cfr. intervista al responsabile immigrazione dei Giovani di Confindustria Ettore La Carruba su “Metropoli”, l’allegato del quotidiano “la Repubblica” del 15 gennaio 2006. 4 Per quanto possa risultare poco appropriata l’espressione “extracomunitari”, si ricorda che Unioncamere utilizza proprio una classificazione che prevede le voci: italiani, comunitari e extracomunitari. 5 Queste cifre sono il risultato di una elaborazione de “Il Sole-24 Ore” che ha preso in considerazione anche due elementi non considerati dall’Istat nelle sue rilevazioni sulla forza lavoro: il sommerso degli immigrati in regola con il permesso di soggiorno e l’attività dei clandestini. Cfr. C. Dell’Oste, L. Paolazzi, Immigrati, un lavoro da 87 miliardi, cit. 6 Secondo i calcoli de “Il Sole-24 Ore” mentre nel periodo 2003-2005 la spesa delle famiglie italiane è rimasta ferma (gli italiani hanno comprato la stessa quantità di beni nei tre anni considerati), il modesto aumento complessivo nei consumi totali (+0,6% in due anni) è dovuto tutto al parco shopping degli immigrati. Infatti nel quinquennio 2000-2005 la quota degli immigrati sul totale dei consumi è passata dall’1,3% al 2,4%. Cfr. C. Dell’Oste, L. Pozzi, Immigrati, i nuovi risparmiatori, in “Il Sole-24 Ore”, 18 dicembre 2006. 7 166 La presenza Immigrati e lavoro dipendente di Fabio Berti* 1. Un’introduzione al tema Il lavoro, e in particolare il lavoro dipendente, costituisce il principale punto di incontro tra due distinti portatori di interessi: gli immigrati e i datori di lavoro, ovviamente. E’ il lavoro che in molti casi rende la presenza degli immigrati accettabile agli occhi della società che li ospita anche se non sempre l’opinione pubblica ha una rappresentazione corretta del contributo dato dall’immigrazione all’economia italiana nel suo complesso. Spesso non è ben chiara a tutti la ricaduta sull’intera collettività delle opportunità offerte dai lavoratori immigrati, ritenendo che i veri beneficiari di questa presenza siano le imprese. Per questo si è parlato perfino di conflitto di interessi: da un lato gli imprenditori, le aziende e i datori di lavoro in genere, che attraverso il lavoro immigrato riescono a contenere i costi, a sviluppare la produzione, a garantire alti profitti e in molti casi semplicemente a mandare avanti l’attività; dall’altro i semplici cittadini che denunciano, invece, di subire i costi dell’immigrazione, in termini di concorrenzialità per quanto riguarda l’accesso ai benefici, per altro sempre più scarsi, del sistema di welfare, oppure di subire i fenomeni di criminalità attribuiti agli immigrati o, semplicemente, di vedere proprio a causa della presenza immigrata la propria identità in crisi di fronte alla diversità e al pluralismo che avanzano inesorabili. Di fronte a queste reazioni diffidenti rispetto all’immigrazione anche la politica tende ad assumere atteggiamenti altalenanti facendo emergere delle contraddizioni tra le sollecitazioni del mercato, che richiede più aperture e nuovi ingressi, e le chiusure da parte delle politiche governative troppo attente alle richieste di un’opinione pubblica tendenzialmente contraria all’immigrazione. Per questo al nostro paese ben si adatta la nota definizione di “importatori riluttanti” di manodopera immigrata. Eppure a trarre beneficio dal lavoro immigrato non sono solo le aziende: negli ultimi anni sempre più spesso i datori di lavoro degli immigrati sono diventate le famiglie italiane che ricorrono a donne straniere sia per garantire una fine dignitosa ai propri vecchi, sia per svolgere i lavori domestici. Le profonde trasformazioni della famiglia italiana, l’invecchiamento della popolazione, l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro richiedono, 167 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo insomma, un sostegno esterno senza il quale buona parte del sistema Italia giungerebbe al collasso. Senza le centinaia di migliaia di donne polacche, filippine, ucraine, moldave, ecc. non solo le donne italiane sarebbero in molti casi costrette a lasciare il lavoro ma molti equilibri familiari salterebbero di fronte ad esigenze che non possono più essere soddisfatte dal settore pubblico. La realtà che ci restituisce il nostro paese di fronte al lavoro immigrato è quindi una sorta di schizofrenia tra la paura dell’immigrazione in termini generali e collettivi e la disponibilità ad assumere, ed in qualche modo ad accogliere, l’immigrato come individuo concreto, con un volto e un nome, disposto a svolgere mansioni ritenute necessarie (Ambrosini 2006). In effetti queste contraddizioni vengono superate proprio in virtù delle mansioni svolte da questi lavoratori, generalmente collocati nelle fasce inferiori dei mercati del lavoro locali nei quali manca una disponibilità “autoctona”. I lavoratori immigrati sono generalmente concentrati nei cosiddetti lavori “delle cinque P”: pesanti, pericolosi, precari, poco pagati, penalizzati socialmente (Carchedi e Mottura 2003) e per questo divengono più complementari che concorrenti rispetto ai lavoratori locali1. Un’analisi dettagliata dei dati relativi all’inserimento degli immigrati nel lavoro dipendente ci restituisce la fotografia della provincia di Arezzo. Abbiamo così l’opportunità di vedere se e quanto anche ad Arezzo troviamo un lavoro immigrato debole, discriminato e sfruttato oppure se, in virtù di tutta una serie di specificità locali dovute anche alle politiche migratorie attuate dagli Enti locali, possono emergere segnali incoraggianti per quanto riguarda le opportunità di integrazione socio-professionale degli immigrati che necessariamente passano dal raggiungimento di condizioni di parità ed eguaglianza con i lavoratori locali. Prima di entrare nello specifico aretino, risulta tuttavia interessante inquadrare il lavoro dipendente immigrato sia in Italia sia, in particolare, in Toscana, in modo da avere una giusta cornice dove collocare Arezzo. 2. Gli immigrati nel mercato del lavoro italiano e toscano Analizzando i dati di stock degli assicurati Inail emerge che complessivamente in Italia alla fine del 2005 risultavano occupate 17.399.586 persone. Si tratta di una cifra totale che, disaggregata in base al luogo di nascita2, risulta essere composta per l’88,1% da italiani, per il 10,1% da extracomunitari e per il restante 1,8% da cittadini comunitari. Questo semplice dato, se confrontato con l’effettiva presenza di immigrati, offre una lettura importante sul loro ruolo economico. Il Dossier Caritas/Migrantes (2006) stima che gli immigrati regolarmente soggiornanti in Italia alla fine del 2005 siano oltre 3 milioni, 3.035.000 per l’esattezza, rappresentando così il 5,2% della popolazione italiana; questa incidenza scende tuttavia al 4,5% se consideriamo solo i 2.670.514 residenti “ufficiali” negli oltre 8 mila comuni italiani, sempre alla fine del 2005. Ciò significa che rispetto alla popolazione italiana nel mondo del lavoro gli immigrati contribuiscono per oltre il doppio del loro peso demografico (sono il 10,1% dei lavoratori e il 5% dei presenti). Se dai dati di stock ci spostiamo ai dati di flusso emerge che su un totale di 4.557.871 assunzioni nette nel corso del 2005 gli extracomunitari sono addirittura il 16% del totale. In linea generale possiamo calcolare per il 2005 un ritmo di 1 assunto ogni 3,8 occupati ma con significative differenze in base al luogo di nascita: per gli italiani la media è di 1 assunto ogni 4,1 occupati mentre per gli extracomunitari 1 assunto ogni 2,3 occupati. Se da un lato questo indica la minore tendenza alla stabilità dei rapporti di lavoro, dovuta 168 La presenza inevitabilmente anche ai settori nei quali si è occupati, più soggetti al turn over ma anche più esposti ai rischi di precarietà, dall’altro è sintomatico di una tendenza degli immigrati ad avere tassi di disoccupazione più bassi degli italiani. Insomma, spesso gli stranieri si collocano più facilmente degli italiani, sia per i settori di inserimento sia per le condizioni di lavoro che sono disposti ad accettare. Quest’ultimo aspetto è confermato da un ultimo riferimento, quello alla banca dati relativa ai nuovi assunti, ovvero a coloro che nel corso del 2005 sono stati assunti per la prima volta; in questo caso gli extracomunitari sono addirittura il 19% del totale. Così, tra gli extracomunitari l’incidenza dei nuovi assunti sugli occupati è doppia rispetto a quella registrata tra gli italiani (9,8% contro il 4,5%). Rispetto a questo dato generale in Italia emergono forti differenze tra nord, centro e sud e isole: infatti oltre 1 milione di occupati extracomunitari lavora nelle regioni del nord, poco meno di 370.000 al centro e, come prevedibile, solo 190.000 tra sud e isole. I dati Inail offrono informazioni importanti anche per quanto riguarda i settori di impiego: alla fine del 2005 i principali settori di impiego degli occupati extracomunitari sono le costruzioni (14,5%), i servizi alle famiglie (12%), le attività svolte dalle famiglie (11%) e, per finire, gli alberghi e i ristoranti. Se, come abbiamo visto, in media abbiamo 1 lavoratore extracomunitario ogni 10 totali, in alcuni settori, come i servizi alle famiglie, gli extracomunitari rappresentano oltre il 60% del totale ma anche nelle costruzioni, negli alberghi e nei ristoranti e in alcuni rami dell’industria e nell’agricoltura la presenza di lavoratori extracomunitari presenta tassi molto superiori alla media. Infine un’ultima riflessione di carattere generale riguarda i saldi occupazionali, ovvero il rapporto tra assunzioni e cessazioni. A tal proposito è interessante notare che a fronte di un saldo negativo di -57.941 lavoratori italiani è emerso un saldo positivo di +19.507 lavoratori extracomunitari. Insomma, il turn over dovuto prevalentemente ai molti pensionamenti è garantito proprio dagli immigrati. In questo quadro la realtà della Toscana si pone come una delle più dinamiche per quanto riguarda la presenza immigrata nel lavoro. Alla fine del 2005 in Toscana erano assicurate all’Inps 1.161.997 persone delle quali 148.534 risultavano nate all’estero; di queste, quasi il 90% sono nate in un paese extracomunitario (129.474). In linea di massima, quindi, possiamo ritenere che i lavoratori stranieri in Toscana sono circa il 12,5-12,8% del totale mentre circoscrivendo ai soli lavoratori extracomunitari scendiamo all’11,1%. In quest’ultimo caso siamo di 1 punto percentuale sopra alla media italiana che, come abbiamo visto, è del 10,1%. Complessivamente il 50,1% dei lavoratori stranieri lavora nei servizi, il 41,2% nell’industria e il 6,9% in agricoltura (per l’1,8% non è stato possibile stabilire il settore di occupazione). Alla stessa data, al contrario, gli italiani erano occupati nel 59,4% dei casi nei servizi, nel 35% nell’industria e nel 3,8% in agricoltura. Come possiamo vedere, il mercato del lavoro offre agli immigrati impieghi nei settori primario e secondario, mentre il settore dei servizi è quello più ambito dagli italiani. I settori in cui l’incidenza degli stranieri è elevata sono la collaborazione familiare (67,0%) e l’edilizia (24,5%); anche nei settori agricoli, dell’industria tessile, della ristorazione e nel settore alberghiero l’incidenza dei lavoratori stranieri supera il 20% del totale. Sono dati strabilianti se ricordiamo che gli stranieri regolarmente residenti in Toscana sono appena il 6% della popolazione. In provincia di Arezzo è occupato circa il 9% dei lavoratori extracomunitari presenti in Toscana mentre vi risiede circa il 10,5% degli stranieri presenti in Toscana (in questo caso sia stranieri comunitari che extracomunitari); risulta quindi un lieve scarto tra lavoratori e presenti. La variazione media annua di lavoratori extracomunitari nel quinquennio 2000- 169 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 2005 ad Arezzo è stata una delle più basse della Toscana (12,3% contro una media del 15,2%); ciò si spiega, evidentemente, con la situazione di partenza del 2000 caratterizzata già per una consistente presenza di lavoratori immigrati. In questi anni, insomma, sono state le altre province che hanno assunto più stranieri recuperando una carenza iniziale. Il vero dato significativo è offerto, tuttavia, dal rapporto tra i residenti stranieri e gli occupati stranieri sui rispettivi totali: gli stranieri residenti sono il 6,7% dell’intera popolazione ma i lavoratori ben il 14,1% del totale. Si tratta del più ampio scarto a livello regionale dopo Grosseto e Prato. Ciò vuol dire che, in linea generale, gli stranieri sono più lavoratori che residenti e quindi sono più “produttori di ricchezza” che “consumatori di servizi”. A partire da queste premesse, possiamo ora affrontare nei dettagli la realtà del lavoro dipendente in provincia di Arezzo. Tab. 1. Lavoratori extracomunitari. Assicurati Inail 2000-2005 Province 2000 2005 Variazione media annua Incidenza % assicurati stranieri su totale 2005* Incidenza % residenti stranieri su totale 2005 Arezzo 6.491 11.541 12,3 14,1 6,7 Firenze 21.629 40.371 13,3 13,9 7,3 Grosseto 2.776 5.905 16,3 12,9 4,8 Livorno 3.5.05 7.343 16,0 9,3 3,8 Lucca 4.640 8.961 14,1 10,0 4,1 Massa Carrara 1.548 3.395 17,0 8,7 3,7 Pisa 5.363 9.792 12,8 9,9 5,1 Pistoia 4.465 7.246 10,2 12,1 5,8 Prato 8.095 24.577 24,9 17,5 9,6 Siena 5.298 10.312 14,3 12,4 6,5 Toscana 63.810 129.474 15,2 12,8 6,0 *Si ponga attenzione al fatto che in questo caso l’incidenza % è stata calcolata rispetto al totale dei lavoratori stranieri e non sulla base dei soli extracomunitari. Fonte: Caritas/Migrantes 2006 su dati Inail. 3. Immigrati e lavoratori: una lettura attraverso i motivi del soggiorno La legge 189/2002, comunemente conosciuta come legge Bossi-Fini, prevede che il permesso di soggiorno per lavoro subordinato venga rilasciato a seguito della stipula del contratto di soggiorno per lavoro tra un datore di lavoro – italiano o straniero, purché regolarmente soggiornante – ed un prestatore di lavoro cittadino di un paese extra Ue. Tale normativa prevede che il datore di lavoro offra la garanzia di un alloggio e si impegni a sostenere le spese di viaggio in caso di rientro nel paese di origine del lavoratore. Le possibilità per ottenere un permesso di soggiorno per lavoro dipendente risultano quindi molto rigide e perfino penalizzanti all’interno di un mercato del lavoro che invece ha fatto della flessibilità la parola d’ordine degli ultimi anni (Berti 2003). Tuttavia, nonostante le molte contraddizioni contenute in una legge che da un lato tiene poco in considerazione le esigenze del mercato del lavoro e dall’altro si cura poco dei bisogni degli immigrati, 170 La presenza i motivi per i quali sono rilasciati i permessi di soggiorno offrono un primo spunto di riflessione sul ruolo del lavoro immigrato in una realtà locale come quella aretina. In effetti ci sono, sostanzialmente, due possibilità per ottenere un permesso di soggiorno: il lavoro e i ricongiungimenti familiari. Analizzando i dati relativi alla provincia di Arezzo, in linea con quelli regionali e nazionali, emerge che oltre nove immigrati su dieci sono presenti sul territorio per motivi di famiglia (il 29,3% del totale) e, soprattutto, per motivi di lavoro (il 64%), mentre tutti gli altri motivi hanno un ruolo residuale. Tra i motivi di soggiorno rilasciati per lavoro, poi, quelli per lavoro dipendente rappresentano oltre l’88% del totale; insomma, ad Arezzo su 16.221 permessi di soggiorno validi alla fine del 2005 ben 9.160 (il 56,5% del totale) riguardano lavoratori dipendenti. Nonostante un ruolo crescente del lavoro autonomo immigrato, quello subordinato rappresenta il principale sbocco occupazionale nelle molte industrie della provincia, nel settore agricolo e soprattutto nelle famiglie aretine. Oltre alla dimensione prettamente quantitativa, una disaggregazione per nazionalità dei motivi del soggiorno offre una prima lettura qualitativa su come i diversi network migratori si muovono sul territorio rispetto al lavoro. L’analisi disaggregata dei permessi di soggiorno rispetto ai paesi di provenienza permette, infatti, non solo di capire qualcosa in più sulle vocazioni dei diversi gruppi ma anche di avanzare delle ipotesi rispetto alle trasformazioni dei network nazionali. Quando utilizziamo l’espressione “network migratori” ci rivolgiamo all’insieme dei “complessi legami interpersonali che collegano migranti, migranti precedenti e non migranti nelle aree di origine e di destinazione, attraverso i vincoli di parentela, amicizia e comunanza di origine”. Sono proprio questi legami che variano nel tempo, non solo per intensità ma anche nei contenuti; le vicende relative ai permessi di soggiorno in qualche modo ci restituiscono alcune informazioni sulle trasformazioni in atto. Alcune nazionalità emergono per la loro spiccata vocazione al lavoro subordinato, come nel caso dei polacchi (l’82% di loro ha un permesso di soggiorno per lavoro dipendente a fronte di una media del 64%), i romeni (il 73%), i cinesi e i bengalesi (il 71%); al contrario tra gli albanesi, gli indiani, gli slavi, i macedoni e soprattutto tra i pakistani l’incidenza dei permessi per lavoro è più bassa della media. Ciò che condiziona queste differenze è da un lato l’anzianità migratoria e dall’altro il progetto migratorio. Per esempio il consistente numero di permessi di soggiorno rilasciati per motivi di lavoro dipendente ai polacchi o, meglio, alle polacche, dipende dal fatto che questa nazionalità è fortemente concentrate nei lavori di cura e di assistenza che non lasciano grandi opportunità di ricongiungimenti familiari, anche perché quasi sempre si tratta di occupazioni full time svolte direttamente nell’abitazione del datore di lavoro. Dovremo attendere i prossimi anni per capire se ci sarà un’evoluzione di questa tipologia occupazionale tale da consentire un eventuale ricongiungimento familiare, con i mariti e con i figli rimasti nei paesi di origine. Al contrario, la più bassa incidenza di questa tipologia di permessi tra gli albanesi dipende inevitabilmente dal fatto che essendo un’immigrazione consolidata nel tempo è stato possibile effettuare i ricongiungimenti; l’immigrazione albanese è un’immigrazione a carattere familiare per cui molti permessi sono proprio per motivi di famiglia. In altri casi i motivi del soggiorno ci offrono lo spunto per verificare quanto i diversi gruppi nazionali sono “portati” per il lavoro autonomo o preferiscono, piuttosto, le sicurezze del lavoro subordinato. I più intraprendenti risultano sicuramente cinesi, pakistani e marocchini, mentre tra ucraini, polacchi e indiani troviamo una fortissima concentrazione 171 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo nel lavoro subordinato. Di nuovo occorre notare che molto dipende dal rapporto tra reti etniche e mercato del lavoro: sappiamo bene che ogni gruppo nazionale trova più facilmente in determinati settori di lavoro da cui dipende anche la tipologia di inserimento. Chi svolge mansioni di assistenza o di collaborazioni domestiche difficilmente potrà inserirsi come lavoratore autonomo mentre è più facile per chi è occupato nel commercio o nelle costruzioni. Comunque da questi primissimi dati, peraltro parziali per difetto3, si evidenzia l’importante contributo offerto dall’immigrazione al sistema economico e produttivo locale. Si tratta di un contributo in forte e costante crescita nel corso degli anni, e che trova ulteriore conferma sul versante della domanda di lavoro dipendente; si pensi alle ripetute richieste di manodopera immigrata da parte degli imprenditori locali in occasione dell’annuale programmazione dei flussi migratori, nonché a quanto emerge periodicamente dall’indagine nazionale Excelsior, ad oggi il principale sistema informativo sui fabbisogni professionali e formativi delle imprese4. Tuttavia non è detto che nei prossimi anni l’incidenza dei permessi di soggiorno rilasciati per motivi di lavoro sia destinato ad aumentare; anzi, è probabile – ed anche auspicabile – che aumentino contemporaneamente i lavoratori immigrati e la quota di permessi rilasciati per motivi di famiglia, in virtù di un percorso di integrazione avviato verso la strada della maturità, fatto sia da lavoratori ma anche da tante famiglie. Tab. 2. I motivi del soggiorno. Anno 2005 Motivo soggiorno Totale permessi % di colonna Lavoro Famiglia Altri motivi 10.388 4.753 1.080 64,0 29,3 6,7 Totale 16.221 100,0 Graf. 1. Incidenza dei permessi di soggiorno rilasciati per motivi di lavoro. Prime 10 nazionalità. Anno 2005 90 80 70 60 50 40 30 20 e al To t si iP ae Al tr Ci na an ist Pa k ac ed on ia M ia- 172 M on t. ia on Se rb Po l di a In h es la d Ba ng ar oc co ia M Al ba n Ro m an ia 10 La presenza Tab. 3. Permessi di soggiorno rilasciati per motivi di lavoro. Prime 10 nazionalità. Anno 2005 Motivi di lavoro Nazionalità Totale V.A. di cui lavoro subordinato (anche stag.) di cui lavoro autonomo di cui lavoro subordinato di tipo artistico di cui attesa occup. % di col. V.A. % di col. % di riga V.A. % di col. % di riga 32,5 2.987 32,6 88,4 368 34,4 10,9 - 15,4 1.423 15,5 89,0 151 14,1 9,4 25 6,4 625 6,8 94,5 35 3,3 5,3 - - 5,8 506 5,5 83,4 101 9,4 16,6 - 4,9 465 5,1 90,4 44 4,1 8,6 5 3,7 363 4,0 94,0 23 2,1 6,0 - 2,9 292 3,2 98,0 6 0,6 2,0 2,8 242 2,6 82,9 50 4,7 2,2 166 1,8 73,8 56 % di riga V.A. % di col. % di riga - - 22 55,0 0,7 21,4 1,6 - - - - 1 2,5 0,2 - - - - - 4,3 1,0 - - - - - - - - - - - - - - 17,1 - - - - - - 5,2 24,9 3 2,6 1,3 - - - V.A. % di col. 3.377 Romania 1.599 Albania 661 Polonia 607 Marocco Bangladesh 514 386 India 298 Ucraina 292 Pakistan 225 Cina 221 Serbia-M. Altre 2.208 2,1 182 2,0 82,3 28 2,6 12,7 11 9,4 5,0 - - - 21,3 1.909 20,8 86,4 209 19,5 9,5 73 62,4 3,3 17 42,5 0,8 Totale 100,0 9.160 100,0 88,2 1.071 100,0 10,3 117 100,0 1,1 40 100,0 0,4 10.388 4. I lavoratori stranieri in provincia di Arezzo 4.1. Assunzioni sempre più numerose Come abbiamo visto analizzando la realtà italiana, i dati di stock e i dati di flusso contenuti nell’archivio Inail sugli occupati, sulle assunzioni e sulle cessazioni sono in grado di offrire un’immagine molto rappresentativa del coinvolgimento degli stranieri nel mercato del lavoro dipendente. In effetti, rispetto ai dati sui permessi di soggiorno, l’archivio Inail risulta molto più pertinente per quanto riguarda la tematica specifica del lavoro anche se in definitiva entrambi restituiscono una dimensione quantitativa molto simile: i permessi rilasciati per lavoro sono 10.388 e gli assicurati Inail nati in paesi extracomunitari sono 11.541. Analizzando i dati di flusso relativi al periodo 2003/2005 emerge che le assunzioni di lavoratori extracomunitari sono passate da 5.475 a 6.727 con un aumento del 23% in 3 anni mentre le assunzioni complessive nello stesso periodo sono aumentate solo del 16,5%5. Ovviamente questo non si traduce con uno stesso aumento della presenza netta di lavoratori extracomunitari perché parallelamente alle assunzioni sono aumentate anche le cessazioni. Nel triennio considerato, infatti, le cessazioni di extracomunitari sono passate da 5.077 a 6.656 con un +31% mentre complessivamente l’aumento è stato del 22,8%. Insomma, tra i lavoratori immigrati crescono sia le assunzioni sia le cessazioni dei rapporti di lavoro in modo più intenso rispetto alla totalità dei lavoratori aretini. Nel 2005 il 22% delle assunzioni ha riguardato lavoratori extracomunitari a fronte di una incidenza delle cessazioni pari al 21,6%. È interessante sottolineare, a questo proposito, come il saldo occupazionale, vale a dire la differenza tra assunzioni e cessazioni nell’arco di tempo considerato, sia di segno positivo per i lavoratori extracomunitari e negativo per i lavoratori italiani; trend simili sono emersi anche per il 2003 ed il 2004. 173 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Se da un lato questo aspetto conferma il ruolo crescente della forza lavoro immigrata nell’economia locale, dall’altro mette anche in evidenza che si tratta di lavoratori caratterizzati da una forte mobilità inter-aziendale; questi lavoratori, più dei loro colleghi italiani, cambiano facilmente lavoro, passano da una ditta ad un’altra, spesso cambiano anche settore di impiego passando dall’industria tradizionale alle costruzioni e perfino all’agricoltura. La mobilità è sicuramente sinonimo di una maggiore dinamicità dei lavoratori che, certamente, non rimangono passivi di fronte alle richieste del mercato del lavoro; gli immigrati vanno là dove c’è lavoro, hanno meno problemi e più capacità di adattamento. Tuttavia questa loro forte mobilità è anche sinonimo di una maggiore debolezza della loro posizione lavorativa. I lavoratori immigrati, insomma, in molti casi subiscono le richieste del mercato senza avere grandi possibilità di reagire dimostrando di avere uno scarso potere contrattuale; ecco perché troviamo tante assunzioni ma anche tante cessazioni. Al contrario le cessazioni dei lavoratori italiani rimandano piuttosto ai pensionamenti e alle uscite dal mercato del lavoro per sopraggiunti limiti di età mentre in genere hanno una maggiore stabilità sul lavoro. Per completezza di analisi è anche giusto ricordare un’ulteriore variabile che condiziona questa mobilità, ovvero l’età. Sappiamo bene che i lavoratori giovani sono molto più esposti ai rischi della flessibilità: i lavoratori stranieri sono prevalentemente lavoratori giovani. La difficoltà a radicarsi sul posto di lavoro dipende molto dalla trasformazione generale del mercato del lavoro che ha investito soprattutto le giovani generazioni; il modello fordista e il lavoro sicuro per tutta la vita sono ormai stati superati per tutti anche se gli immigrati subiscono più di altri questa trasformazione e rimangono l’anello più debole della catena. Rispetto ai dati di flusso quelli di stock evidenziano una presenza in provincia di Arezzo di oltre 11mila lavoratori extracomunitari pari al 12,2%; si tratta di un valore importante superiore di oltre 1 punto percentuale nei confronti della media toscana e di oltre 2 rispetto alla media italiana, rispettivamente – come è stato visto sopra – pari all’11,1% e al 10,1%. Se complessivamente le donne rappresentano il 43,8% degli assicurati tra gli extracomunitari questa percentuale scende al 36,4%. Evidentemente, e questo vale solo come anticipazione rispetto a quanto sarà approfondito nel capitolo dedicato al lavoro femminile, le donne immigrate incontrano maggiori difficoltà rispetto agli uomini ad inserirsi in un mercato del lavoro segmentato come è quello riservato ai lavoratori immigrati. Tuttavia anche su questo ultimo aspetto emergono segnali di cambiamento; guardando l’incidenza delle donne sui nuovi assunti durante il 2005 scorgiamo chiaramente un processo di riequilibratura tra maschi e femmine ed infatti quest’ultime rappresentano il 45,6% dei nuovi assunti extracomunitari (la media è del 46,4%). Insomma, le lavoratrici immigrate sono ancora poche ma stanno recuperando in fretta perché si stanno consolidando alcuni settori del mercato del lavoro a loro riservati. Il 2005, in effetti, è stato un anno d’oro per quanto riguarda i nuovi assicurati immigrati. Analizzando il rapporto tra assicurati netti e nuovi assicurati emerge che a fronte di una crescita complessiva del 5%, l’aumento dei lavoratori italiani si è attestato ad un misero 3,9% mentre quello degli extracomunitari è stato del 10,8% e quello dei comunitari, dovuto all’allargamento dell’UE, addirittura del 16,6%. A tal proposito è interessante notare che la crescita delle lavoratrici è stata percentualmente più alta tra gli extracomunitari (donne +13,6%, uomini +9,3%) che non tra i comunitari (donne +13,1%, uomini +19,9%). 174 La presenza Tab. 4. Flusso occupazionale nel triennio 2003-2005 in provincia di Arezzo Flusso occupazionale Assunzioni Cessazioni Lavoratori non comunitari 2003 5.475 5.077 2004 5.879 5.258 2005 6.727 6.656 Incidenza % non comunitari Lavoratori complessivi 2003 26.208 25.145 2004 25.643 24.170 2005 30.527 30.871 2003 20,9 20,2 2004 22,9 21,8 2005 22,0 21,6 Tab. 5. Assicurati netti per aree di provenienza e sesso. Archivio Inail al 31.12.2005 Provenienza Uomini Donne Totale assicurati Incidenza % su totale Incidenza % donne su totale Italiani Comunitari Non comunitari 44.812 933 7.339 36.290 881 4.202 81.102 1.814 11.541 85,9 1,9 12,2 44,7 48,6 36,4 Totale 53.084 41.373 94.457 100,0 43,8 Tab. 6. Nuovi assicurati per aree di provenienza e sesso nel corso del 2005. Archivio Inail Uomini Donne Totale nuovi assicurati Incidenza % nuovi assicurati su totale Incidenza % donne su totale nuovi assicurati Italiani Comunitari Non comunitari 1.669 186 680 1.509 115 570 3.178 301 1.250 67,2 6,4 26,4 47,5 38,2 45,6 Totale 2.535 2.194 4.729 100,0 46,4 Provenienza Qualche ulteriore spunto per la riflessione proviene prendendo in considerazione non solo il lavoro dipendente tradizionale ma anche il lavoro parasubordinato e quello interinale. Si tratta di forme “contrattuali” particolari e, spesso, particolarmente deboli per cui capire quanto e come coinvolgono i lavoratori immigrati serve a ribadire il loro posizionamento all’interno del mercato del lavoro. Il cosiddetto lavoro atipico, pur essendo sempre più diffuso soprattutto tra i giovani, in passato ha penalizzato molto gli immigrati come nel caso dell’ultima regolarizzazione legata alla legge 189/2002. Tale provvedimento ha tenuto conto quasi esclusivamente dello stereotipo dell’immigrato maschio operaio o lavoratore stagionale nei campi e dell’immigrata femmina collaboratrice domestica o badante riducendo al minimo le aperture per le “nuove” forme contrattuali non permettendo ai lavoratori atipici di beneficiare del provvedimento di regolarizzazione. Eppure oggi sempre più immigrati riescono a lavorare proprio grazie a queste forme di contratto, in particolare con l’interinale. Nel corso del 2005 rispetto alle 2.571 assunzioni con contratto di lavoro interinale ben il 20% hanno riguardato extracomunitari; al contrario i lavoratori parasubordinati extracomunitari sono stati appena il 7% del totale anche se in questo caso c’è stato un saldo positivo tra assunzioni e cessazioni dei rapporti. Il lavoro parasubordinato riguarda generalmente professionisti o collaboratori specializzati assunti a progetto e per questo interessa meno gli immigrati anche se in alcuni casi, soprattutto prima della riforma dei 175 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo cosiddetti co.co.co., erano utilizzati come vero e proprio trait d’union tra il lavoro autonomo tradizionale e il lavoro subordinato. In alcuni casi, tuttavia, il parasubordinato rappresenta un’effimera forma di mascheramento di un mondo fatto di lavoratori precari scarsamente tutelati che svolgono di fatto lavori subordinati ma che non si vedono riconosciuti i diritti più elementari (malattia, tfr, ecc.). Da questo punto di vista le sole 313 assunzioni parasubordinate mostrano che ad Arezzo non si fa un uso sconsiderato di tali contratti per gli immigrati. Al contrario il lavoro interinale è molto più diffuso: da alcune interviste realizzate in provincia di Siena con i direttori delle agenzie di lavoro temporaneo – realtà non molto diversa da quella di Arezzo – risulta che la maggior parte di quanti si rivolgono a loro sono immigrati, suddivisi tra stranieri e immigrati recenti dalle regioni dell’Italia meridionale. A tal proposito, è stata più volte sottolineata una maggiore soddisfazione da parte di questi particolari datori di lavoro nei confronti degli stranieri ritenuti affidabili e rispettosi dei vincoli contrattuali. Tab. 7. Lavoratori dipendenti: assunzioni e cessazioni per area di provenienza. Anno 2005 Assunzioni Cessazioni Saldi occupazionali % Assunzioni su totale % Cessazioni su totale Cittadini italiani Cittadini comunitari Cittadini non comunitari 22.672 1.128 6.727 23.080 1.135 6.656 -408 -7 71 74,3 3,7 22,0 74,8 3,7 21,6 Totale 30.527 30.871 -344 100,0 100,0 Provenienza Tab. 8. Lavoratori parasubordinati: “assunzioni” e cessazioni per area di provenienza. Anno 2005 Assunzioni Cessazioni Saldi occupazionali % Assunzioni su totale % Cessazioni su totale Cittadini italiani Cittadini comunitari Cittadini non comunitari 3.865 84 313 4.054 99 306 -189 -15 7 90,7 2,0 7,3 90,9 2,2 6,9 Totale 4.262 4.459 -197 100,0 100,0 Provenienza Tab. 9. Lavoratori interinali: assunzioni e cessazioni per area di provenienza. Anno 2005 Assunzioni Cessazioni Saldi occupazionali % Assunzioni su totale % Cessazioni su totale Cittadini italiani Cittadini comunitari Cittadini non comunitari 2.000 65 506 2.018 67 515 -18 -2 -9 77,8 2,5 19,7 77,6 2,6 19,8 Totale 2.571 2.600 -29 100,0 100,0 Provenienza 176 La presenza 4.2. I settori di impiego della manodopera immigrata Una certa tradizione sociologica ha per anni spiegato le dinamiche dell’inserimento degli immigrati nel mondo del lavoro ricorrendo al concetto di “mercato duale del lavoro”. In particolare Piore (1979) ha ipotizzato l’esistenza di un mercato secondario del lavoro costituito dai lavori meno qualificati, più faticosi e poco garantiti e quindi poco appetibile per gli autoctoni e all’interno del quale rimangono inevitabilmente ristretti gli immigrati; i datori di lavoro troverebbero, secondo questa impostazione, sempre più conveniente affidare i lavori peggiori ai lavoratori immigrati in virtù del loro scarso potere contrattuale piuttosto che migliorare le condizioni dei nazionali, anche per evitare che venga messo in discussione tutto il sistema salari/occupazioni. Pur rimanendo di grande attualità l’approccio di Piore, l’evoluzione più recente dei fenomeni migratori ha esteso talmente l’area occupazionale degli immigrati e fatto emergere una tale vastità di figure con collocazione lavorativa diversa e peculiare da rendere meno euristicamente valido lo schema dualistico del mercato del lavoro e la suddivisione in settore primario e settore secondario7. In effetti, pur trovando ancora settori del lavoro dove permane una forte concentrazione di lavoratori immigrati ed altri dove invece sono praticamente assenti, analizzando un quadro dettagliato dei settori di attività ci accorgiamo che gli stranieri svolgono ormai molti lavori: sono occupati, ovviamente, nelle costruzioni e nelle collaborazioni domestiche, ma anche nell’industria alimentare, nel turismo, nei servizi pubblici e nei servizi alle imprese. In linea generale gli oltre 11mila assicurati extracomunitari sono occupati nel 36% dei casi nell’industria, nel 19% in edilizia, nell’11,5% in agricoltura e la restante quota nei diversi servizi compresi quelli alla persona e alle famiglie. Ma oltre a vedere “staticamente” in quali settori lavorano è assolutamente interessante analizzare la loro incidenza sul totale per settore; solo così possiamo vedere quanto “pesano” nelle diverse attività economiche della provincia di Arezzo. Tralasciando i lavoratori inseriti in settori non specificati dell’industria e dei servizi, il settore economico con il maggior numero di assicurati non comunitari è quello dell’edilizia, dove con 2.201 occupati rappresentano il 27% del totale; segue l’agricoltura con 1.337 (22,1%), il settore alberghiero con 872 (20,9%) e l’industria metalmeccanica con 811 (21,0%). Tuttavia se dai valori assoluti ci soffermiamo solo sull’incidenza rispetto al totale, il settore nel quale gli extracomunitari lavorano in una situazione di quasi monopolio è quello delle attività di collaborazione e assistenziali svolte in famiglia. Con 355 assicurati netti nel settore rappresentano oltre il 70% del totale. Queste “vocazioni” per settore sono confermate anche dai dati di flusso relativi al 2005. Rispetto ad una incidenza complessiva dei nuovi assicurati extracomunitari pari al 26% del totale, i settori dove i valori sono superiori alla media risultano soprattutto quelli delle collaborazioni familiari, le costruzioni e l’industria metalmeccanica. Al contrario le nuove assunzioni non sono state così incisive nel commercio e nell’industria alimentare ed anche l’alberghiero, pur partendo da una situazione di forte attrazione, nel 2005 non ha brillato per capacità di coinvolgere immigrati. 177 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 10. Assicurati netti non comunitari per macro settori di attività. Archivio Inail al 31.12.2005 Settore attività Industria Costruzione Agricoltura Altri settori Totale Assicurati netti non UE % incid. settore su totale 4.154 2.201 1.337 3.849 36,0 19,1 11,5 33,4 11.541 100,0 Tab. 11. Assicurati netti per settori di attività e provenienza. Archivio Inail al 31.12.2005 Settore Economico Italiani UE Non UE Tot. assicurati netti % non UE su tot. assicurati netti Costruzioni Agricoltura Alberghi e ristoranti Industria dei metalli Informatica e servizi alle imprese Servizi pubblici Industria tessile Attività svolte in famiglie Industria conciaria Industria alimentare Altre industrie Altri settori 5.820 4.160 3.178 3.009 6.297 3.193 5.461 98 3.949 1.674 19.164 25.099 141 566 130 45 95 80 93 52 44 33 211 324 2.201 1.337 872 811 682 659 541 355 318 295 2.189 1.281 8.162 6.063 4.180 3.865 7.074 3.932 6.095 505 4.311 2.002 21.564 26.704 27,0 22,1 20,9 21,0 9,6 16,8 8,9 70,3 7,4 14,7 10,2 4,8 Totale 81.102 1.814 11.541 94.457 12,2 Tab. 12. Nuovi assicurati per settori di attività e provenienza nel corso del 2005. Archivio Inail Settore economico Agricoltura Costruzioni Servizi pubblici Alberghi e ristoranti Informatica e servizi alle imprese Industria dei metalli Attività svolte in famiglie Industria tessile Commercio al dettaglio Industria alimentare Industria conciaria Altre industrie Altri settori Totale Italiani UE Non UE Tot. nuovi assicurati % non UE su tot. nuovi assicurati 510 306 308 339 260 94 18 112 226 137 58 345 465 182 18 21 22 18 1 13 1 5 3 1 7 9 281 208 132 109 85 56 38 37 36 32 24 143 69 973 532 461 470 363 151 69 150 267 172 83 495 543 28,9 39,1 28,6 23,2 23,4 37,1 55,1 24,7 13,5 18,6 28,9 28,9 12,7 3.178 301 1.250 4.729 26,4 178 La presenza 4.3. Le tipologie di aziende che assumono immigrati Durante le molte analisi e i molti studi sul coinvolgimento degli immigrati nel mondo del lavoro in genere non viene data la dovuta rilevanza ad un aspetto che invece offre diversi spunti interpretativi: ci riferiamo alle dimensioni, in termini di occupati, delle aziende che assumono lavoratori immigrati. Questo elemento viene semmai riportato come semplice “notizia” statistica, dimenticando che invece contiene delle informazioni preziose sia sulle condizioni della struttura produttiva locale sia sui bacini di approvvigionamento di manodopera nei quali pescano le aziende, suddivise tra piccola e media impresa e grande impresa. Pur consapevoli della forzatura interpretativa, emerge anche un altro elemento che non può essere sottovalutato e che rimanda ancora una volta alla “forza” contrattuale del lavoratore e alla sua capacità di sindacalizzarsi. Insomma, sapere che la maggior parte dei lavoratori immigrati si colloca nelle piccole e piccolissime imprese non è solo una curiosità statistica ma rileva diversi aspetti importanti nel rapporto tra immigrazione e mercato del lavoro. In particolare, ad Arezzo poco meno di un lavoratore extracomunitario su tre risulta essere l’unico dipendente del suo datore di lavoro; questo dato, evidentemente, contiene buona parte dei collaboratori familiari che, in effetti, non dipendono neppure da un’impresa. Pur non disponendo di un incrocio tra i dati relativi alla dimensione aziendale con quelli sui settori di impiego, probabilmente alcuni di questi lavoratori sono impegnati nelle piccole ditte edili o in altre micro imprese a conduzione familiare dove sono tutti con-titolari dell’azienda. Oltre agli occupati in ditte che hanno un solo dipendente, risulta ancora interessante notare che la maggior parte dei lavoratori extracomunitari è impegnato in aziende con un numero di dipendenti compreso tra 2 e 5 e comunque non superiore a 20. In generale, quindi, le assunzioni di lavoratori non comunitari mostrano un andamento inversamente proporzionale al numero di dipendenti dell’azienda ed infatti nelle aziende medie e grandi la presenza immigrata risulta assolutamente marginale. Anche i dati di flusso relativi alle nuove assunzioni avvenute nel 2005 confermano e amplificano quanto emerso con i dati di stock: rispetto ad un’incidenza del 26,4% dei nuovi assicurati extracomunitari sul totale, nelle “aziende” con un solo dipendente questi rappresentano ben il 35,5% mentre sono appena il 7,8% in quelle con oltre 200 dipendenti. Ma dove stanno le ragioni di questi forti condizionamenti? Possiamo provare ad avanzare alcune ipotesi interpretative: • ad Arezzo le grandi aziende sono prevalente quelle pubbliche mentre mancano nel settore tradizionale privato fatto prevalentemente da piccola e piccolissima impresa; • le grandi aziende private offrono maggiori sicurezze e godono di maggiore fiducia da parte dei lavoratori per cui rimangono molto ambite dagli autoctoni che non cedono spazi agli immigrati; • le piccole imprese sono quelle più esposte ai rischi del mercato e agli imperativi imposti dalla flessibilità per cui hanno bisogno di lavoratori più deboli, adattabili di volta in volta alle esigenze aziendali; • collegato a quest’ultimo punto, occorre ricordare che spesso nelle piccole imprese sono più bassi i livelli di sindacalizzazione, per cui il lavoratore gode di meno protezioni esterne; • nelle piccole e piccolissime aziende spesso il lavoro regolare, quello grigio e quello nero sono più facilmente interscambiabili, per esempio con l’abitudine di pagare fuori busta le ore di straordinario. 179 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Come possiamo intuire, la grande impresa ha pochi interessi ad assumere immigrati anche per evitare conflitti con i lavoratori autoctoni che potrebbero trovarsi in una situazione di concorrenza con gli immigrati; al contrario la complementarietà del lavoro immigrato rispetto a quello locale emerge proprio in corrispondenza di scarse tutele, di esposizioni ai rischi della precarietà, di bassa sindacalizzazione. Tab. 13. Assicurati netti per dimensione aziendale e provenienza. Archivio Inail al 31.12.2005 Dimensione aziendale Italiani UE Non UE Totale assicurati netti % non UE su tot. assicurati netti 1 dipendente da 2 a 5 dipendenti da 6 a 19 dipendenti da 20 a 99 dipendenti da 100 a 199 oltre 200 dipendenti 5.471 12.859 21.158 19.162 6.510 15.942 415 449 399 334 86 131 2.483 2.774 3.389 2.082 345 468 8.369 16.082 24.946 21.578 6.941 16.541 29,7 17,2 13,6 9,6 5,0 2,8 Totale 81.102 1.814 11.541 94.457 12,2 Tab. 14. Nuovi assicurati per settori di attività e provenienza nel corso del 2005. Archivio Inail Dimensione aziendale Italiani UE Non UE Tot. nuovi assicurati % non UE su tot. nuovi assicurati 1 dipendente da 2 a 5 dipendenti da 6 a 19 dipendenti da 20 a 99 dipendenti da 100 a 199 oltre 200 dipendenti 737 734 732 466 314 195 112 79 43 49 12 6 467 292 254 169 51 17 1.316 1.105 1.029 684 377 218 35,5 26,4 24,7 24,7 13,5 7,8 3.178 301 1.250 4.729 26,4 Totale 4.4. … e soprattutto lavoratori sempre più giovani Se fino a questo momento ci siamo occupati del lato della domanda, analizzando i settori economici e le tipologie di aziende che si rivolgono al lavoro immigrato, è importante anche soffermarsi sul lato dell’offerta per approfondire la caratteristiche di questi lavoratori. Negli ultimi anni è stata data molta importanza al ruolo delle reti etniche8 nel tentativo di capire quanto una comune provenienza da uno stesso paese condiziona l’inserimento al lavoro. Le reti etniche rappresentano un punto di convergenza tra capitale sociale e capitale umano personale: la nuova sociologia economica vede infatti ogni azione economica come un’azione sociale immersa nel contesto sociale e istituzionale in cui si produce e per questo condizionata da considerazioni di carattere morale, dal desiderio di accrescere il proprio prestigio sociale e ottenere l’approvazione altrui, dalle aspettative di reciprocità costruite nel corso dell’interazione sociale (Zanfrini 2004, p. 139). Sono le reti sociali, quindi, che mediano l’accesso ai posti di lavoro grazie all’insieme di relazioni e di contatti dei quali ogni individuo può disporre. Insomma, come sostiene Zanfrini, “il 180 La presenza capitale umano determina il successo della carriera individuale attraverso la mediazione del capitale sociale, del complesso di relazioni utili ad ottenere un impiego e migliorare la propria collocazione nella stratificazione sociale” (Zanfrini 2004, p. 141), anche se non tutti riescono a trarre gli stessi benefici dal network di riferimento. Se per alcuni le risorse etniche rappresentano una vera opportunità per implementare le capacità di inserimento nel mondo del lavoro, per altri possono diventare un vincolo, favorendo processi di stereotipizzazioni negativi con conseguenze nefaste sul processo di integrazione. Oltre all’appartenenza etnica c’è anche un altro elemento, spesso sottovalutato, che incide sul “valore” del capitale sociale e più ancora sul capitale umano personale: si tratta dell’età dei lavoratori immigrati che acquista ancora più rilevanza se messa a confronto con quella dei lavoratori autoctoni. Grazie ai dati disponibili disaggregati in base all’età e al luogo di nascita è stato possibile realizzare un approfondimento sul “capitale anagrafico” dei lavoratori in provincia di Arezzo. L’aspetto più significativo che emerge da questa analisi ci mostra che i lavoratori extracomunitari costituiscono una vera linfa vitale nel mondo del lavoro, sono il “nuovo che avanza” in un mercato occupazionale in rapido invecchiamento. Insomma, nelle aziende i lavoratori immigrati svolgono uno stesso ruolo di ringiovanimento come in generale gli immigrati sono funzionali allo svecchiamento della società nel suo complesso. Oltre il 22% dei lavoratori italiani ha più di 50 anni ma tra gli extracomunitari questa percentuale non arriva al 6%; parallelamente risulta che poco meno del 40% degli assicurati extracomunitari ha meno di 30 anni mentre si trova in questa stessa condizione solo il 22% degli italiani. È evidente che nel lungo periodo ricadrà sulle spalle di questi lavoratori una “bella fetta” del peso previdenziale complessivo: saranno loro che pagheranno le nostre pensioni. Ormai si parla spesso di questa eventualità ma i dati relativi alla realtà aretina confermano pienamente come sia in atto un vero e proprio turn over nel lavoro. Mano a mano che i vecchi operai lasciano fabbriche, cantieri, campi, gli unici disposti a rimpiazzarli sono i giovani immigrati che offrono così non tanto le loro competenze professionali, che spesso mancano a causa di deficit formativi e di esperienze lavorative insufficienti, ma la loro gioventù, la loro voglia di riscatto sociale, prima ancora che economico. Anche limitando l’analisi ai dati di flusso del 2005 troviamo una conferma della risorsa “anagrafica” offerta dal lavoro immigrato. Tra i nuovi assicurati del periodo considerato l’83% degli extracomunitari ha meno di 40 anni mentre tra gli italiani la percentuale scende al 70%; al contrario, tra i nuovi assicurati italiani ben il 16,5% ha più di 50 anni mentre tra gli extracomunitari sono il 4,6%. Mentre i giovani aretini entrano più tardi nel mercato del lavoro, anche per il prolungarsi del periodo di studio e formazione, i lavoratori stranieri che ancora rimangono quelli di “prima generazione” vi accedono subito. Sarà semmai interessante vedere in futuro che cosa accadrà con le seconde generazioni per capire se anche i figli di questi immigrati andranno assumendo i comportamenti e gli stili locali, impegnandosi nella scuola e magari nell’università. Ovviamente molto dipenderà anche dalle politiche adottate per favorire l’accesso agli studi, promuovendo corsi integrativi, borse e corsi di studio, percorsi di orientamento, ecc. Se i giovani di origine immigrata, i figli di questi giovani lavoratori stranieri, entreranno a loro volta nel mercato del lavoro con un livello di istruzione inferiore a quello mediamente raggiunto dai loro coetanei si potrebbero verificare veri e propri fenomeni di discriminazione. Insomma, occorre stare molto attenti perché non è detto che i figli rimangano disponibili a fare ciò che fanno i loro padri: quei fattori che rendono gli immigrati di prima generazione adattabili ai posti di lavoro che vengono loro 181 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo offerti decadranno nel momento in cui saranno i loro figli ad affacciarsi sul mercato del lavoro (Zanfrini 2004, p. 162). Ecco il ruolo centrale della politica nella “pianificazione” di percorsi di integrazione finalizzati a contenere il rischio che ciò che oggi è una grande risorsa si trasformi, per il futuro, in un problema. Tab. 15. Assicurati netti per fasce di età e provenienza. Archivio Inail al 31.12.2005 Italiani UE Non UE Tot. assicurati netti Distribuzione % non UE Distribuzione % italiani Incidenza % non UE su totale 360 2 82 444 0,7 0,4 18,5 da 18 a 24 anni 7.899 276 1.941 10.116 16,8 9,7 19,2 da 25 a 29 anni 9.634 348 2.451 12.433 21,2 11,9 19,7 da 30 a 34 anni 11.866 331 2.246 14.443 19,5 14,6 15,6 da 35 a 39 anni 11.786 285 2.040 14.111 17,7 14,5 14,5 da 40 a 49 anni 21.442 407 2.098 23.947 18,2 26,4 8,8 da 50 a 64 anni 15.924 153 649 16.726 5,6 19,6 3,9 65 anni e oltre 2.188 12 34 2.234 0,3 2,7 1,5 3 - - 3 - - - 81.102 1.814 11.541 94.457 100,0 100,0 12,2 Classi età fino a 17 anni Non determinata Totale 182 La presenza Tab. 16. Nuovi assicurati per fasce di età e provenienza nel corso del 2005. Archivio Inail % Distribuzione Incidenza non UE su % italiani tot. Italiani UE Non UE Tot. nuovi assicurati Distribuzione % non UE 213 1 56 270 4,5 6,7 20,7 da 18 a 24 anni 1.254 103 403 1.760 32,2 39,5 22,9 da 25 a 29 anni 299 77 257 633 20,6 9,4 40,6 da 30 a 34 anni 261 41 189 491 15,1 8,2 38,5 da 35 a 39 anni 224 32 138 394 11,0 7,0 35,0 da 40 a 49 anni 404 29 150 583 12,0 12,7 25,7 da 50 a 64 anni 355 18 50 423 4,0 11,2 11,8 65 anni e oltre 168 - 7 175 0,6 5,3 4,0 3.178 301 1.250 4.729 100,0 100,0 26,4 Classi età fino a 17 anni Totale 5. Differenze di genere e inserimento occupazionale 5.1. Immigrate e lavoratrici: un mercato del lavoro discriminante per le donne? Abbiamo già affrontato la questione generale dell’inserimento nel mondo del lavoro delle donne immigrate che, nonostante stiano rapidamente recuperando, rimangono ancora minoritarie rispetto alla presenza maschile. Tuttavia c’è un settore che è praticamente appannaggio di questa categoria di lavoratori/lavoratrici: si tratta dei lavori domestici, di pulizia e di cura. Non si tratta di una caratteristica aretina: in tutto il mondo sviluppato questo settore rappresenta una prerogativa per le nuove arrivate che, anzi, in molti casi vengono proprio perché richiamate dalla possibilità di svolgere le mansioni domestiche e di cura. Per questa particolare settorializzazione del lavoro si è parlato addirittura di “importazione di accudimento e amore dai paesi poveri verso quelli ricchi” (Hochschild 2004, p. 22) e si è parlato anche di forme di discriminazione di cui sono vittime le donne immigrate proprio perché non riescono a scrollarsi di dosso la veste della “badante” o della “colf”. Alcuni studiosi a proposito della componente femminile hanno provocatoriamente affermato che gli unici ruoli interpretabili da una donna straniera nel nostro paese, indipendentemente dalle sue origini, dalle sue aspettative e dai suoi orientamenti culturali, sono quelli di moglie, domestica o prostituta (Luciano 1994). Il percorso di regolarizzazione che ha accompagnato la legge Bossi-Fini ha confermato quanto anche in Italia sia diffuso il fenomeno ed anzi ha contribuito a dare visibilità – addirittura ha coniato il termine “badante” – ad un fenomeno ben noto legato al rapido invecchiamento della società italiana9. La banca dati dell’Inps10 aggiornata al 31 dicembre 2004 rileva un considerevole incremento nel corso del 2003, per effetto della “grande regolarizzazione”: i collaboratori domestici stranieri, includendo il dato delle badanti, sono 183 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo saliti a 408.503, aumentando del 177,3% rispetto al dato del 31 dicembre 2002. Le donne rappresentano l’84,5% di tutti i lavoratori stranieri impiegati in questo settore di lavoro; ben il 59,8% sono donne provenienti dall’Europa dell’Est, mentre il 15,8% appartengono all’America Latina e il 10,6% ad un singolo paese asiatico, la cui presenza è storica nel settore della collaborazione domestica in Italia, ovvero le Filippine. Il dato del 2004 pone semmai il problema della tenuta assicurativa di questi rapporti dal momento che la grande emersione registrata con la regolarizzazione del 2002 è stata dovuta anche alla disponibilità dei lavoratori di pagare per proprio conto i contributi, pur facendoli figurare come versati dal datore di lavoro (Inps/Idos 2004). Effettivamente i dati della fine 2004 registrano una riduzione del 10,4% rispetto ai lavoratori domestici iscritti nell’anno precedente anche se può trattarsi di un calo fisiologico dopo il grande boom della regolarizzazione. Da un punto di vista iperfunzionalistico questa presenza è anche la più accettata e nessuno mette in discussione la necessarietà del lavoro delle donne immigrate. In fondo queste donne fanno meno paura e creano meno problemi degli uomini: sono quasi sempre cristiane, bianche, poco visibili, non hanno problemi per l’abitazione, il lavoro lo trovano “al volo”, non hanno bisogno di servizi sociali per i figli che, in genere, quando ci sono rimangono nel paese di origine con la famiglia, sono giovani, spesso con titoli di studio medio alti e, per finire, in molti casi anche di bella presenza. Insomma, si tratta di quella componente dell’immigrazione che costa poco in termini di welfare e che anzi ci risolve tanti guai sostenendo le difficoltà sempre più evidenti delle famiglie italiane nel reggere carichi domestici e assistenziali crescenti. Anzi, le lavoratrici domestiche rappresentano proprio l’opposto dello stereotipo che vede negli immigrati forti consumatori di welfare: paradossalmente sono gli immigrati che producono servizi di cura e di assistenza al punto da costituire un tassello fondamentale del sistema di protezione in quasi tutti paesi economicamente avanzati (Zanfrini 2004, p. 191). Al di là delle apparenze, occorre sottolineare la complessità di questo lavoro femminile che coinvolge diversi aspetti, diversi soggetti e soprattutto entra nel vivo dei rapporti interpersonali e affettivi, riflettendo le necessità di una società italiana che sta rapidamente invecchiando nell’incapacità di provvedere autonomamente ai nuovi bisogni correlati alle trasformazioni demografiche. Parallelamente ci sono i fattori di spinta per gli immigrati, nei quali giocano un ruolo importante non solo la necessità economica o l’aumento della domanda di lavoro, ma anche l’attrazione culturale esercitata dal paese d’arrivo, l’attivazione di canali e reti in grado di intercettare la domanda, nonché le opportunità offerte dalla legislazione italiana più permissiva per questi lavoratori. Si ricordi, inoltre, che quando noi parliamo genericamente di lavoratori domestici in realtà ci troviamo di fronte ad almeno tre categorie di lavoratori o, come sarebbe meglio precisare, di lavoratrici: il primo, generalmente il più faticoso ed esigente, anche in termini psicologici, è quello di assistente a domicilio di anziani con problemi di atosufficienza che richiede anche prestazioni di tipo assistenziale e parasanitario; il secondo profilo è quello della collaboratrice familiare fissa (anche in questo caso ci troviamo di fronte al fenomeno della co-residenza con il datore di lavoro); infine, il terzo profilo è quello, generalmente più evoluto, della colf a ore, con una donna che quindi può pensare anche ad una propria vita sociale ed affettiva essendo svincolata dalla convivenza con i datori di lavoro (Ambrosini 2005, p. 139-141). In molti casi, tuttavia, non esiste un confine ben delineato tra questi profili e spesso la “badante” svolge anche lavori domestici all’interno di uno stesso posto di lavoro. Prima di entrare nel vivo della realtà aretina è utile dare un rapido sguardo a cosa avviene in Toscana. Su un totale di circa 39.000 lavoratori domestici oltre 27.000, pari al 69,4%, 184 La presenza sono stranieri e 23.333 (60%) sono donne straniere. Ecco confermato, anche per la Toscana, quanto andiamo dicendo circa il settore assolutamente di nicchia del lavoro domestico. All’interno di questo quadro regionale Arezzo spicca per essere la provincia con la più alta percentuale di donne straniere sul totale dei lavoratori domestici: sono 2.264 su 3.316 pari al 68,3%. Ciò si spiega a partire da due considerazioni: da un lato una maggiore capacità delle donne autoctone di collocarsi nel mercato del lavoro e dall’altro una situazione economica generalmente più “florida” rispetto ad altre realtà toscane. I settori tradizionali dell’economia aretina, come quello orafo e quello delle confezioni, attraggono molte donne che hanno generalmente tassi di occupazione più alti rispetto ad altre zone e così si ritrovano nella necessità di ricorrere a collaboratrici domestiche esterne. La situazione di sostanziale benessere che si vive ad Arezzo, poi, spinge le donne “locali” a rinunciare a questi lavori; in altre province, come Lucca, Massa, Pisa, Prato e Pistoia troviamo infatti una più alta incidenza di donne italiane che fanno lavori domestici. Insomma, dove le donne non hanno grandi alternative, se vogliono lavorare, fanno anche le collaboratrici ma quando ci sono opportunità di impiego diverse ricorrono alle straniere per sopperire alle difficoltà e alle mancanze di tempo per svolgere i lavori domestici. Tab. 17. Lavoratori domestici in Toscana. Anno 2004 % Stranieri stranieri su tot. Province Totale Arezzo Firenze Grosseto Livorno Lucca Massa C. Pisa Prato Pistoia Siena 3.316 13.087 2.054 3.034 3.932 1.430 3.963 2.209 3.010 2.878 2.493 10.315 1.490 2.064 2.325 857 2.410 1.375 1.772 1.912 Totale 38.913 27.013 % donne % % donne % donne straniere donne straniere straniere su tot. su su tot. su tot. donne totale stranieri lav. dom. Totale donne Donne straniere 75,2 78,8 72,5 68,0 59,1 59,9 60,8 62,2 58,9 66,4 3.063 11.009 1.930 2.842 3.580 1.336 3.574 2.022 2.806 2.664 2.264 8.369 1.401 1.891 2.031 772 2.063 1.204 1.601 1.737 73,9 76,0 72,6 66,5 56,7 57,8 57,7 59,5 57,1 65,2 92,4 84,1 94,0 93,7 91,0 93,4 90,2 91,5 93,2 92,6 90,8 81,1 94,0 91,6 87,4 90,1 85,6 87,6 90,3 90,8 68,3 63,9 68,2 62,3 51,7 54,0 52,1 54,5 53,2 60,4 69,4 34.826 23.333 67,0 89,5 86,4 60,0 5.2. Collaborazioni familiari e lavoro di cura Analizzando il fenomeno del lavoro domestico occorre ricordare che si tratta di un ambito lavorativo ampiamente caratterizzato dal sommerso o dal semi-sommerso; non possiamo dimenticare che in provincia di Arezzo gli immigrati regolarizzati per lavoro domestico e assistenziale a seguito della legge 189/2002 sono stati 2.230, di cui, nello specifico, 1.460 per lavoro subordinato-domestico e 770 per lavoro subordinato-“badante”11. Emerge così che rispetto ai lavoratori domestici stranieri censiti dall’Inps alla fine del 2004 (2.493 di cui 2.264 donne) almeno l’89,5% ha beneficiato della regolarizzazione (il 98,5% se guardiamo alle sole donne). In realtà, analizzando la serie storica, ci accorgiamo che dopo il picco del 2003 seguito alla regolarizzazione, utilizzata in diversi casi anche da persone diverse rispetto a chi 185 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo effettivamente svolgeva quei lavori (d’altronde, visti i vincoli imposti dalla Bossi-Fini la regolarizzazione può essere rappresentata come una “finestra” molto stretta dalla quale hanno tentato di passare in molti) nel corso del 2004 i lavoratori domestici sono diminuiti. Le ballerine che si erano regolarizzate spacciandosi per badanti, magari pagando di tasca propria i contributi richiesti, oppure le donne ricongiunte illegalmente che avevano sfruttato quella opportunità, sono quindi tornate nell’ombra anche se l’aumento rispetto al 2002 rimane impressionante. C’era, evidentemente, tanto sommerso da regolarizzare. Riprendendo la serie storica relativa al periodo 1998-2004 ci accorgiamo quanto sia netta la differenza tra la situazione pre-regolarizzazione e quella successiva. Nel quinquennio 1998-2002 si registra un aumento di appena il 10% dell’incidenza del lavoro immigrato sul numero totale del personale impiegato nell’ambito domestico e alla fine del 2002 su 10 impiegati nel settore denunciati all’Inps 6 erano di nazionalità straniera. Nel 2003, al contrario, i lavoratori stranieri in ambito domestico passano da 999 a 2.873, con un aumento complessivo del 187,6%, superiore alla variazione registrata a livello nazionale, per poi diminuire, come abbiamo accennato, nel corso del 2004 (-13,9%). In effetti nell’ultimo anno considerato la diminuzione di stranieri (uomini + donne -13,2%) è stata più incisiva della diminuzione totale di lavoratori domestici (-10,9%). Parallelamente all’incremento dei lavoratori domestici stranieri abbiamo assistito anche ad un processo di femminilizzazione di questo lavoro, ormai ampiamente appannaggio delle donne. In generale si è passati da un’incidenza dell’81% nel 1998 al 91% del 2004 sul totale dei lavoratori domestici stranieri. Del resto anche tra gli italiani impiegati nel settore un numero molto elevato è costituito da donne, fino ad una percentuale del 97% nel 2004. La differenza che si può notare nei dati tra le straniere e le italiane dedite al lavoro della collaborazione domestica e di cura consiste semmai nel fatto che, a fronte di un aumento tra le prime nel corso degli anni 1998-2004, nelle file delle seconde il numero rimane piuttosto stabile: sono rimaste le “vecchie” collaboratrici senza che nuove giovani italiane si dedicassero a questa occupazione. Graf. 2. Lavoratori domestici stranieri 1998-2004 600 accessi per 1000 residenti 500 400 300 200 100 0 italiani stranieri 186 La presenza Tab. 18. Lavoratori domestici 1998-2004 Totale Anno 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 Italiani Lavoratori domestici Donne % donne su tot. 1.618 1.728 1.911 1.913 1.708 3.722 3.316 1.441 1.534 1.703 1.759 1.584 3.351 3.063 89,1 88,8 89,1 91,9 92,7 90,0 92,4 Donne Italiani italiane 820 802 802 795 709 849 823 Stranieri % donne italiane su tot. italiani Stranieri Donne straniere % donne straniere su tot. stranieri 97,1 96,6 96,0 96,6 97,2 97,1 97,1 798 926 1.109 1.118 999 2.873 2.493 645 759 933 991 895 2.527 2.264 80,8 82,0 84,1 88,6 89,6 88,0 90,8 796 775 770 768 689 824 799 Graf. 3. Lavoratrici domestiche straniere e loro incidenza sul totale lavoratori domestici 80 3000 70 2500 60 2000 50 40 1500 30 1000 20 500 10 0 0 1998 1999 2000 2001 2002 Donne Straniere 2003 2004 % donne straniere su totale 5.3. Una giovane assistenza in “nero”? Le prime lavoratrici domestiche straniere giunte in Italia erano impiegate presso famiglie del ceto medio-alto urbano, nelle cui abitazioni risiedevano con serie limitazioni anche della libertà personale, riproducendo un modello di rapporto servile. Oggi, abbiamo visto, questi rapporti si sono evoluti ed è cambiata anche la domanda di lavoro domestico che proviene anche da ceti di più bassa collocazione sociale in rapporto all’invecchiamento generale della popolazione. Tuttavia, nonostante le molte protezioni sociali, il lavoro dei sindacati, la lotta al sommerso, qualcosa ci dice che in questo ambito occupazionale sono ancora ampiamente diffuse forme di sfruttamento e di lavoro sottopagato. 187 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Il dato a cui facciamo riferimento è quello relativo alle ore settimanali previste nel contratto di lavoro. Complessivamente il 46,1% dei contratti di lavoro attivi nel 2004 prevedevano un impegno settimanale compreso tra le 21 e le 30 ore, una specie part time quindi. Tra gli stranieri questa tipologia contrattuale riguardava addirittura il 51,6% degli interessati. Molto diffusi anche i contratti con impegni settimanali ancora più bassi: il 20% con contratti stipulati fino a 10 ore (ma il 14,5% tra gli stranieri) e il 22,7% con contratti tra le 10 e le 19 ore di lavoro settimanale (21,3%). Al contrario i contratti previsti per un impegno di lavoro superiore alle 40 ore riguardano appena il 2,9% del totale ma soprattutto il 3,1% di quelli stipulati a stranieri. Sappiamo invece benissimo che il lavoro di cura è quasi sempre full time, 24 ore su 24, con un pomeriggio libero o, quando va bene, con due pomeriggi liberi. E sappiamo bene anche che oltre la metà di questi contratti di lavoro riguardano proprio il lavoro di cura. Emerge quindi chiaramente l’entità del semi sommerso: un contratto di lavoro viene stipulato molto spesso, più per tutelarsi che per tutelare il lavoratore, ma poi si dichiarano molte ore meno di quelle effettivamente lavorate e, quando va bene, si integra la paga con un fuori busta ma quando si è più deboli o sprovveduti nemmeno quello. Il semi sommerso risulta quindi ampiamente diffuso ad Arezzo anche se occorre dire chiaramente che senza ricorrere a questo metodo molte famiglie che hanno bisogno di un aiuto per l’assistenza agli anziani non ce la potrebbero fare. È innegabile, quindi, che pur senza giustificare una prassi illegale e foriera di fenomeni di sfruttamento e di discriminazione, il lavoro sommerso in questo ambito è a vario titolo utile, se non addirittura indispensabile, per far funzionare tutti i complessi meccanismi di questa società postmoderna. Infine un ultimo aspetto rilevabile dai dati Inps riguarda l’età delle persone impiegate nel lavoro domestico e di cura. Da questi dati emerge che anche in questo settore i lavoratori e le lavoratrici straniere sono di gran lunga più giovani dei pochi “colleghi” italiani. Anche se nell’ultimo anno sono diminuiti molti lavoratori con età inferiore ai 25 anni, per i motivi richiamati sopra e relativi agli aggiustamenti seguiti alla regolarizzazione, la percentuale delle donne straniere sul totale dei lavoratori domestici rimane sopra al 75% fino ai 40 anni mentre tra i lavoratori più anziani troviamo anche molti italiani: per esempio nell’esiguo numero di chi ha più di 65 anni il 68% sono italiani. A questa giovane età in molti casi è correlato anche un più alto titolo di studio che però non viene riconosciuto e, anzi, per molte “badanti” si tratta di un’esperienza economicamente remunerativa ma di mobilità sociale discendente rispetto al lavoro svolto nel proprio paese di origine. Per questo in diversi casi si tratta di progetti di breve o medio periodo, finalizzati ad uno scopo economico ma con l’idea di rientrare nel proprio paese per investire i frutti del lavoro in Italia. 188 La presenza Tab. 19. Lavoratori domestici per ore settimanali di impiego. Anno 2004 Totale lavoratori domestici Variaz. % totale 03/04 Lavoratori domestici stranieri Variaz. % stranieri 03/04 Incidenza % fasce orarie su totale lavoratori domestici Incidenza % fasce orarie su lavoratori domestici stranieri fino a 10 da 11 a 20 da 21 a 30 da 31 a 40 da 41 a 50 oltre 50 662 754 1.528 277 75 20 0,3 -16,1 -9,4 -26,5 1,4 -23,1 361 532 1.286 235 63 16 4,3 -18,8 -11,3 -29,9 -3,1 -27,3 20,0 22,7 46,1 8,4 2,3 0,6 14,5 21,3 51,6 9,4 2,5 0,6 Totale 3.316 -10,9 2.493 -13,2 100,0 100,0 Ore settimanali Tab. 20. Lavoratori domestici per classi di età. Anno 2004 Totale lavoratori domestici Variaz. % totale 03/04 Lavoratori domestici stranieri Donne straniere % di colonna donne Variaz. % donne straniere 03/04 % donne straniere su totale lavoratori fino a 20 anni 24 -59,3 24 19 0,8 -55,8 79,2 da 21 a 25 anni 215 -44,6 203 184 8,1 -42,1 85,6 da 26 a 30 anni 444 -17,2 411 363 16,0 -14,2 81,8 da 31 a 40 anni 951 -10,5 775 707 31,2 -6,2 74,3 da 41 a 50 anni 1.030 -2,7 731 667 29,5 -3,9 64,8 da 51 a 60 anni 573 7,3 309 285 12,6 9,6 49,7 da 61 a 65 anni 48 0,0 30 29 1,3 26,1 60,4 oltre 65 anni 31 -13,9 10 10 0,4 -16,7 32,3 3.316 -10,9 2.493 2.264 100,0 -10,4 68,3 Classi d’età Totale 6. Sicurezza sui luoghi di lavoro e immigrazione 6.1. Il problema della sicurezza per i lavoratori immigrati Il tema della sicurezza sul lavoro offre un’ulteriore opportunità per valutare il grado di effettiva equiparazione sostanziale, e non solo formale, tra lavoratori immigrati e lavoratori italiani. In molti casi, infatti, il lavoro – quando rimane quello delle cinque “P” – invece di promuovere l’integrazione produce gravi forme di sfruttamento, lasciando alcune categorie di lavoratori non solo in condizioni di subalternità e di debolezza ma li 189 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo espone anche a gravi rischi per la salute personale. Per questi motivi i dati sull’andamento degli infortuni sul lavoro occorsi a immigrati permettono di valutare concretamente la “qualità” dell’impiego. Finora abbiamo analizzato dati destinati ad inquadrare piuttosto la dimensione quantitativa del lavoro immigrato ma con la riflessione che ci apprestiamo a fare entreremo nel vivo delle questioni più volte sollevate a proposito dei contenuti qualitativi. Il contributo sempre più consistente dato all’economia nazionale e a quella locale dai lavoratori immigrati si riflette anche sul piano infortunistico: si tratta ora di vedere se gli immigrati risultano più esposti al rischio infortunistico, perché maggiormente occupati nelle lavorazioni più pericolose, oppure se questa ipotesi non trova un riscontro netto nei dati dell’Inail. Diversi e complessi sono i fattori di rischio del lavoro immigrato, alcuni correlati direttamente alle mansioni svolte e altri dipendenti invece dalla condizione stessa di immigrato. Tra questi ultimi possiamo ricordare almeno le difficoltà linguistiche, che impediscono l’autoapprendimento dei comportamenti da tenere nell’utilizzo di determinati macchinari; il ricorso eccessivo al lavoro straordinario e un numero gravoso di ore lavorate per il bisogno impellente di guadagnare, ma con conseguenze pericolose sulla salute; la situazione abitativa e l’alimentazione, spesso non particolarmente adeguate al tipo di vita che si conduce; la mancanza di supporto affettivo e di reti sociali che creano disagi o forme di maggiore vulnerabilità personale. Sono tutte cause che muovono dalla sfera privata, ma che incidono fortemente sulla possibilità di rimanere vittima di infortunio. Il processo di sindacalizzazione che negli ultimi anni ha interessato molti lavoratori immigrati – nel 2005 erano iscritti ai tre principali sindacati italiani Cgil-Cisl-Uil 526.320 immigrati stranieri pari al 9,1% del totale iscritti – ha in parte favorito l’acquisizione di maggiori tutele sul lavoro anche se permangono aree e settori ancora scarsamente interessati dalla presenza sindacale come il lavoro presso le famiglie. In effetti la tutela della salute sul posto di lavoro, benché ritenuta fondamentale, è di difficile realizzazione per i lavoratori immigrati, anche a causa di un sistema di produzione più frammentato, difficilmente controllabile e molto esposto al sommerso12. Così anche le politiche di prevenzione diventano inadeguate o insufficienti per raggiungere quella frammentarietà legata al lavoro immigrato: 5 infortuni su 6 avvengono infatti in aziende con meno di 10 dipendenti. L’andamento infortunistico rileva ancora i numerosi passi da fare lungo il cammino di parificazione dei lavoratori immigrati a quelli italiani. In Italia si riscontra che per l’insieme dei lavoratori gli infortuni sul lavoro denunciati sono diminuiti, seppur di poco, da 977.194 nel 2003 a 966.729 nel 2004 e a 939.566 nel 2005 e è diminuita anche la grave piaga degli infortuni mortali. Anche per i lavoratori nati in paesi extracomunitari, dopo una crescita delle denunce di infortuni registrata tra il 2003 e il 2004 (da 109.847 a 117.039), nel 2005 è stata registrata una sensibile diminuzione (110.782). Tuttavia quest’ultimo dato non deve sollevare troppo il morale del lettore: per prima cosa i neo comunitari non sono più inclusi tra gli extracomunitari; secondo, se tra tutti gli occupati è stato registrato un infortunio ogni 23 lavoratori tra gli extracomunitari uno ogni 16; terzo, è risaputo che molti lavoratori immigrati, particolarmente deboli, per non perdere il lavoro denunciano gli infortuni come normali malattie o rinunciano del tutto a dichiararli. La sicurezza sul lavoro è anche un fatto culturale, oltre che un diritto; ci sono voluti molti anni e tanti incidenti prima che ne venisse richiesto il riconoscimento da parte degli stessi lavoratori italiani. Ancora oggi non sempre i lavoratori hanno una corretta 190 La presenza percezione dei rischi e in alcuni casi tendono a sottovalutare la loro esposizione agli infortuni tralasciando di attuare le misure preventive disponibili. I lavoratori stranieri, da questo punto di vista, sono ancora più esposti perché mancano di una “socializzazione” alla cultura della sicurezza e della salute sul lavoro e ciò può tornare utile a quei datori di lavoro meno sensibili alla salvaguardia dei propri dipendenti. Molti lavoratori immigrati non sanno quali sono i loro diritti e i datori di lavoro “lucrano” su questa ignoranza. In questo contesto si rivelano utili tutti quei servizi informazioni finalizzati a trasmettere ai lavoratori immigrati una piena consapevolezza non solo sui doveri, ma anche sui diritti, sui cambiamenti delle regole del mercato del lavoro, sulle opportunità di lavoro, di istruzione e di formazione professionale, sulle procedure e gli adempimenti previsti per i lavoratori non comunitari e su enti e istituzioni che erogano servizi per i cittadini stranieri. Il problema principale, quindi, è quello di riuscire a ottenere le stesse condizioni dei lavoratori italiani, contrastando tutte quelle forme di sfruttamento e di discriminazione più volte ricordate. I diritti, almeno per quanto riguarda il lavoro, ci sono, ciò che manca è la possibilità e l’opportunità di ottenerne sempre il rispetto. 6.2. Lavoratori a rischio? Complessivamente nel corso del 2005 in provincia di Arezzo sono stati denunciati 6.616 incidenti sul lavoro, di cui ben 5.828 nell’industria e servizi e 788 in agricoltura; si tratta di un dato che indica una tendenza generale alla diminuzione, come mostrano i dati relativi ai due anni precedenti che rilevavano 7.103 infortuni nel 2004 (di cui 6.242 in industria e servizi e 781 in agricoltura) e 7.279 nel 2003 (di cui 6.434 in industria e servizi e 845 in agricoltura). Il settore in cui maggiormente avvengono incidenti sul lavoro è l’industria anche se è necessario sottolineare due aspetti: in primo luogo, all’interno di questo ambito generale, si trovano classificati anche gli infortuni avvenuti nelle costruzioni e nell’artigianato; in secondo luogo, nel dato degli incidenti sul lavoro, pervenuto quest’anno direttamente dalla Consulenza statistica attuariale dell’Inail, non è presente una separazione tra industria e servizi, mentre sappiamo che quest’ultimo settore raccoglie un ampio ventaglio di professioni “immigrate”, tra cui spicca sicuramente il lavoro domestico. Con questi limiti, risulta che l’incidenza dei settori industria e servizi nel 2005 è stata dell’88,1% mentre quella dell’agricoltura dell’11,9% per quanto riguarda il territorio provinciale nel suo complesso. All’interno del territorio provinciale troviamo però molte differenze che dipendono, ovviamente, dalle vocazioni settoriali locali: in Valtiberina e Valdichiana, per esempio, la rilevanza degli infortuni in ambito agricolo è rispettivamente del 23,3% e del 20,7% mentre non arrivano al 5% nella zona aretina. Andando ora ad analizzare quanto a noi sta più a cuore, ovvero il coinvolgimento dei lavoratori immigrati negli infortuni sul lavoro, emerge che su 6.616 infortuni denunciati nel 2005, 803 hanno interessato lavoratori extracomunitari: si tratta del 12,1% del totale, un dato rassicurante e perfettamente in linea con la percentuale di assicurati extracomunitari presso l’Inps che, come è stato analizzato nei paragrafi precedenti, è del 12,2%. Da questo punto di vista non emerge, quindi, una particolare sovraesposizione dei lavoratori immigrati ai rischi di infortuni, almeno per quanto riguarda gli incidenti denunciati. Anche per quanto riguarda i settori occupazionali, non disponendo di disaggregazioni molto dettagliate, non emergono differenze significative rispetto al totale: 90,2% nell’industria/ servizi e 9,8% in agricoltura. È semmai più interessante notare alcune differenze rispetto alle zone della provincia: nella zona Aretina e in Valdarno troviamo una più alta incidenza 191 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo di infortuni in agricoltura mentre in Valdichiana e Casentino nell’industria e nei servizi. A questo proposito vale ricordare che proprio il Casentino è la zona con la più alta incidenza di infortuni accorsi ad extracomunitari (14,4%). Il dato va letto probabilmente in relazione con l’alta concentrazione di ditte edili in questa zona e con la maggiore esposizione al rischio infortunistico per i lavoratori del settore delle costruzioni. Un ulteriore spunto di riflessione che proviene dall’archivio Inail e che conferma altre considerazioni già fatte nei paragrafi precedenti proviene dalla disaggregazione per fasce di età dei lavoratori che hanno subito un incidente sul lavoro. Se è vero che per il 9% degli infortunati extracomunitari non è stato possibile risalire all’età, nei restanti casi ben il 70% ha un’età inferiore ai 40 anni. Rispetto agli infortunati italiani, quindi, gli immigrati sono molto più giovani rispecchiando la struttura occupazionale. Tra gli infortunati totali quasi il 45% ha un’età superiore a 40 anni ma tra gli extracomunitari la quota dei “maturi” scende al 21%. Anche dalla disaggregazione per zone non emergono novità rilevanti: l’unico dato da segnalare riguarda il Valdarno dove risulta per oltre il 90% degli infortunati un’età sconosciuta, segno di qualche “guaio” nel sistema informativo o di rilevazione. Tab. 20. Infortuni per settore di attività. Anno 2005 Settore Zone/Infortuni totali Agricoltura Industria e Servizi Totale % Agricoltura % Industria e servizi Aretina Casentino Valdarno Valtiberina Valdichiana 127 78 134 159 290 2.442 873 1.170 524 819 2.569 951 1.304 683 1.109 4,9 8,2 10,3 23,3 26,2 95,1 91,8 89,7 76,7 73,8 Totale 788 5.828 6.616 11,9 88,1 Infortuni a lavoratori non comunitari Aretina 18 Casentino 5 Valdarno 21 altiberina 16 Valdichiana 19 291 132 124 67 110 309 137 145 83 129 5,8 3,6 14,5 19,3 14,7 94,2 96,4 85,5 80,7 85,3 Totale 724 803 9,8 90,2 % infortuni a lavoratori non comunitari su totale Aretina 14,2 Casentino 6,4 Valdarno 15,7 Valtiberina 10,1 Valdichiana 6,6 79 11,9 15,1 10,6 12,8 13,4 12,0 14,4 11,1 12,2 11,6 Totale 12,4 12,1 10,0 192 La presenza Tab. 21. Incidenza di infortuni per classi di età e zona. Anno 2005 Inc. % fino a 29 Inc. % 30-39 Inc. % 4 0 e oltre Inc. % età indeterm. Totale Aretina totale Aretina non comunitari Casentino totale Casentino non comunitari Valdarno totale Valdarno non comunitari Valtiberina totale Valtiberina non comunitari Valdichiana totale Valdichiana non comunitari 22,2 33,7 24,1 37,3 24,3 22,1 18,2 31,3 22,5 31,8 30,6 40,7 30,6 39,4 31,5 24,8 26,8 41,0 23,4 43,4 43,6 23,0 42,1 19,7 39,9 16,6 51,2 24,1 51,2 22,5 3,6 2,6 3,2 3,6 4,3 36,5 3,8 3,6 2,9 2,3 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale 22,5 29,2 44,7 3,6 100,0 Totale non comunitari 31,6 38,1 21,3 9,0 100,0 Zone Tab. 22. Infortuni per classi di età. Anno 2005 Classi d’età Zone/Infortuni totali Fino a 29 anni da 30 a 39 anni 40 anni e oltre Età indeter. Totale 571 229 317 124 249 786 291 411 183 259 1.119 401 520 350 569 93 30 56 26 32 2.569 951 1.304 683 1.109 1.490 1.930 2.959 237 6.616 Infortuni a non comunitari Aretina Casentino Valdarno Valtiberina Valdichiana 104 51 32 26 41 126 54 36 34 56 71 27 24 20 29 8 5 53 3 3 309 137 145 83 129 Totale 254 306 171 72 803 % infortuni a lavoratori non comunitari su totale Aretina 18,2 Casentino 22,3 Valdarno 10,1 Valtiberina 21,0 Valdichiana 16,5 16,0 18,6 8,8 18,6 21,6 6,3 6,7 4,6 5,7 5,1 8,6 16,7 94,6 11,5 9,4 12,0 14,4 11,1 12,2 11,6 Totale 15,9 5,8 30,4 12,1 Aretina Casentino Valdarno Valtiberina Valdichiana Totale 17,0 193 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 6.3. Differenze di genere e infortuni sul lavoro Il lavoro immigrato si presenta fortemente caratterizzato in base alla differenza di genere: uomini e donne sono impegnati in settori fortemente differenziati tanto che le donne, di fatto, lavorano quasi tutte nel settore domestico. Da questa stratificazione del mercato del lavoro non possono non scaturire delle conseguenze evidenti anche per quanto riguarda il rischio infortunistico. Degli 803 infortuni occorsi a lavoratori extracomunitari denunciati nel 2005 solo 112, pari al 13,9%, hanno interessato delle donne mentre tra gli infortuni complessivi la quota femminile supera il 25%. Le più ridotte quote di infortuni occorsi a donne immigrate sono legate soprattutto alla loro minore presenza sul mercato del lavoro e al tipo di attività nelle quali sono impiegate. Gli infortuni che hanno interessato donne di origine extracomunitaria rappresentano il 6,7% di tutti quelli occorsi al totale delle donne lavoratrici in provincia di Arezzo, mentre nella componente maschile gli infortunati extracomunitari sono il 14% del totale. Rapportando i dati degli infortuni a quelli sulle presenze emergono ulteriori squilibri: la componente femminile dell’immigrazione in provincia di Arezzo ha superato leggermente la presenza maschile, rappresentando il 50,1% del totale immigrati ma la quota di infortuni rimane estremamente bassa. Le ragioni di questi squilibri le possiamo individuare in quattro caratteristiche: 1. le donne immigrate fanno più fatica sia delle donne aretine sia dei maschi immigrati a collocarsi nel mercato del lavoro; 2. il settore dei lavori domestici, nel quale sono collocate quasi tutte le donne immigrate, offre meno rischi oggettivi di rimanere coinvolti in incidenti sul lavoro; 3. essendo molto diffuso il sommerso e il lavoro nero tra “colf” e “badanti” c’è anche una maggiore elusione delle denunce di infortuni; 4. anche quando il lavoro non è al nero, visto il rapporto particolarmente fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore, un eventuale incidente viene fatto passare come semplice malattia. Per quanto riguarda la distribuzione territoriale del totale degli incidenti sul lavoro occorsi a donne, questi si sono verificati in numero di gran lunga maggiore nella zona aretina, ed è vero sia per la popolazione femminile nel suo insieme (28,5%) sia per le donne non comunitarie (16,2%). Evidentemente l’area urbana, dove l’economia interessa prevalentemente il settore terziario, offre maggiori opportunità di lavoro alle donne che così hanno anche maggiori possibilità di subire infortuni. Al contrario in Casentino le donne immigrate sembrano particolarmente al sicuro da questi rischi ma evidentemente il problema è che non riescono a collocarsi nel lavoro. Tab. 23. Infortuni per genere. Anno 2005 Genere Totale Non UE % non UE Donne Uomini 1.664 4.952 112 691 6,7 14,0 Totale 6.616 803 12,1 194 La presenza Tab. 24. Incidenza di infortuni per genere e zona. Anno 2005 Zone Totale Donne % donne Aretina totale Aretina non comunitari Casentino totale Casentino non comunitari Valdarno totale Valdarno non comunitari Valtiberina totale Valtiberina non comunitari Valdichiana totale Valdichiana non comunitari 2.569 309 951 137 1.304 145 683 83 1.109 129 732 50 144 7 334 25 158 9 296 21 28,5 16,2 15,1 5,1 25,6 17,2 23,1 10,8 26,7 16,3 Totale 6.616 1.664 25,2 803 112 13,9 Totale non comunitari 7. Riflessioni finali Dai molti dati presentati si delinea, anche per l’economia aretina, una presenza di lavoro immigrato necessaria e indispensabile: l’inserimento di lavoratori dipendenti immigrati non sembra avere conseguenze negative né sull’occupazione13, né sulle retribuzioni dei lavoratori italiani e serve piuttosto a rimuovere alcuni “colli di bottiglia” per lo sviluppo locale, derivanti da carenze di offerta di lavoro come avviene, del resto, in molte realtà italiane. Con il passare del tempo e man mano che l’immigrazione si stabilizzerà, diventerà ancora più a carattere familiare, acquisterà pieni diritti di welfare e diventerà anche meno adatta e disponibile a svolgere quelli che ora sono i cosiddetti “lavori da immigrati” (Zanfrini 2004, p. 175). Tale aspetto rimanda ad un problema più generale di mobilità sociale bloccata che oggi interessa praticamente tutte le fasce sociali subalterne: gli immigrati, specialmente quelli che svolgono lavori dipendenti, hanno scarse possibilità di carriera. Pur non disponendo di dati oggettivi, le sensazioni che si ricavano da una conoscenza diretta del fenomeno ci dicono che pochi sono i lavoratori immigrati che hanno avuto l’opportunità di assumere posizioni di responsabilità all’interno delle aziende nelle quali sono occupati14. A causa di questa mobilità bloccata, chi ha ambizioni e competenze professionali eventualmente sceglie la via del lavoro autonomo come strategia di carriera in un mercato del lavoro che non offre grandi occasioni di carriera agli immigrati, seguendo il percorso di tanti italiani che tra gli anni ’60 e i ’70 hanno dato vita alla cosiddetta “terza Italia”. Ad Arezzo, in generale, le cose non vanno peggio che altrove: • la quota di lavoro immigrato è superiore alla media, grazie ad una buona tenuta dell’economia locale; • le donne, pur rimanendo ancora minoritarie, continuano ad essere assunte, anche se quasi tutte concentrate nel lavoro domestico; • gli infortuni sono leggermente diminuiti e comunque proporzionali alla quantità di lavoro immigrato segno evidente che qualcosa si sta muovendo anche per ciò che riguarda la “qualità” del lavoro. Tuttavia altre cose rimangono ancora da fare come, per esempio, aumentare le opportunità di mobilità, favorire percorsi di professionalizzazione e di empowerment di genere per 195 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo sdoganare gli immigrati da certe qualifiche e da certi settori, aumentare le tutele e l’emersione del lavoro nero. Si tratta, evidentemente, di questioni che non possono avere soluzioni locali; tuttavia in un contesto particolarmente “felice” come quello di Arezzo le politiche locali possono contribuire, come in parte hanno già fatto in passato, a favorire percorsi di integrazione socio-lavorativi. A buone condizioni di lavoro corrispondono migliori condizioni di vita in un vincolo circolare: “il rapporto tra lavoro e integrazione si presenta come un rapporto bidirezionale, anzi circolare, nel senso che il lavoro è fattore determinante di integrazione e inclusione sociale e, allo stesso tempo, avanzamenti nel percorso dell’integrazione sociale migliorano e rafforzano la collocazione nel mercato del lavoro e nella struttura professionale” (Zucchetti 2004). Si deve, insomma, riconoscere il giusto merito al lavoro immigrato che in molti casi è l’unica alternativa alla delocalizzazione delle imprese verso paesi dove non solo c’è sovrabbondanza di manodopera ma il costo del lavoro è anche meno caro. Si deve correre il rischio contenuto in ogni atto di concessione di fiducia, estendendo agli immigrati parità di trattamento sostanziale – e non solo formale. Come dice Enzo Bianchi, accogliere è un infinito impegnativo: “noi sappiamo che i poveri vanno dove c’è pane, e non è il pane che va dove ci sono i poveri. Però accogliere chiunque e sempre senza interrogarci prima sulla nostra reale capacità, è un rischio: si possono creare situazioni intollerabili. Se gli stranieri sono confinati nel ghetto, aumenteremo lo scontro e diventeremo dei veri sfruttatori che chiamano a raccolta gli schiavi volendo che restino schiavi. Ed è vergognoso”15. Note * Con il contributo statistico di Barbara Tellini. I lavoratori immigrati possono divenire concorrenti degli italiani solo quando quest’ultimi appartengono alle cosiddette fasce deboli, in particolare giovani e donne scarsamente qualificati anche se nelle zone dove è alta la presenza di lavoratori stranieri le fasce deboli hanno dimensioni relativamente ridotte (Ambrosini 1999). 1 Si ponga attenzione al fatto che l’Inail fornisce una disaggregazione in base al paese di nascita e non alla cittadinanza per cui laddove si parla di lavoratori extracomunitari in realtà si deve intendere “lavoratori nati in paesi extracomunitari”. Possono dunque rientrare in questa categoria anche eventuali cittadini italiani nati in paesi extracomunitari. Ad oggi questo non costituisce un grande problema statistico; solo in futuro, con l’ingresso nel mondo del lavoro dei figli di immigrati nati in Italia potranno sorgere dei problemi interpretativi che speriamo possano andare risolti con un adeguamento alle nuove necessità dalla banca dati Inail. 2 Si dovrebbero considerare anche gli immigrati che hanno una condizione giuridica irregolare; e poi i soggiornanti per motivi di famiglia, per motivi di studio e per motivi umanitari costituiscono un’offerta di manodopera aggiuntiva, dal momento che la normativa italiana non nega loro le vie di acceso al mercato del lavoro. 3 L’indagine Excelsior registra le “dichiarazioni” circa l’intenzione ad assumere personale dipendente non stagionale. Realizzata su base campionaria, essa offre delle stime quantitative circa le previsioni di assunzione di personale; consente di comprendere oltre il “quanto”, soprattutto il “dove” tale domanda tende a concentrarsi (settori economici, tipologia e classe delle imprese, profili professionali) (Cfr. Zanfrini 2005). 4 Lavorando sui dati dell’archivio Inail è necessario ribadire che qui ci si riferisce ad assunzioni e non a posti di lavoro: ciò significa che la persona può essere assunta più volte nel corso dell’anno, quindi viene registrata più volte. Quando si parla di assunzioni non s’intendono quindi “persone assunte” e tanto meno “occupati”. Il dato 5 196 La presenza consente comunque di farsi un’idea dei fabbisogni di manodopera immigrata nel territorio di riferimento. Questo aspetto è ancora più evidente quando parliamo dei “nuovi assicurati”, cioè di lavoratori dipendenti che per la prima volta entrano a far parte del mondo degli assicurati Inail nell’anno considerato, e degli “assicurati netti”, ossia i lavoratori dipendenti, contati una sola volta, che nel periodo di riferimento hanno lavorato almeno un giorno. La teoria del mercato secondario del lavoro muove sempre dalla constatazione che le migrazioni internazionali sono causate dal fabbisogno del lavoro immigrato da parte delle ricche economie del nord del mondo, valorizzando così più i cosiddetti pull factors rispetto ai fattori di espulsione (push factors), ma aggiunge che la funzionalità dei lavoratori immigrati deriva anche dalla possibilità di lasciarli negli strati più bassi del mercato del lavoro non offrendo opportunità di mobilità e con redditi bassi (cfr. Piore 1979). 6 Contrariamente a quanto troviamo in buona parte della letteratura sul lavoro immigrato, Enrico Pugliese sostiene che una situazione di minor vantaggio nel mercato del lavoro – la collocazione in uno dei mestieri con le “tre d” (dirty, dangerous, demanding) – non implica necessariamente collocazione nel settore secondario del lavoro. In particolare questa collocazione non è applicabile al crescente numero di immigrati occupati nell’industria (Pugliese 2002, pp. 118-119). 7 Massey definisce le reti migratorie come “complessi di legami interpersonali che collegano migranti, migranti precedenti e non migranti nelle aree di origine e di destinazione, attraverso vincoli di parentela, amicizia, comunanza di origine” (cfr. Massey 1988, p. 396). 8 Nel 2004 l’Italia ha raggiunto due primati mondiali: il tasso di invecchiamento più alto del mondo pari al 18,3% e il più alto tasso di denatalità con una media di 1,2 figli per coppia e/o single. Come è stato ricordato “gli anziani rappresentano circa il 20% della popolazione e si prevede che entro il 2020 possano ancora aumentare del 10%. Dunque fra quindici anni in Italia vivranno oltre quindici milioni di anziani che se, da un lato, rappresentano un valore aggiunto e una risorsa per l’intera società, dall’altro esprimono necessità e bisogni che richiederanno interventi di cura sempre più adeguati e qualificati” (cfr. Mangano 2004). 9 L’analisi dei dati riguardanti l’ambito della collaborazione domestica fa riferimento essenzialmente ai dati Inps, che si rivelano più approfonditi dei dati forniti dai Centri per l’Impiego: in primo luogo, perché non tutti coloro che svolgono questa mansione vengono registrati con tale qualifica nel momento in cui si iscrivono al collocamento; in secondo luogo, perché essi consentono di analizzare alcuni aspetti non presenti in altri archivi, come ad esempio il numero di ore lavorative settimanali. All’Inps, infatti, in base alla normativa vigente, è necessario inviare la denuncia di assunzione del lavoratore domestico, usando un apposito modello messo a disposizione dall’Istituto medesimo al datore di lavoro e al lavoratore stesso e accompagnato dalla documentazione necessaria. Il dato Inps tuttavia, presenta alcuni limiti. In primo luogo, l’Inps elabora tali dati con due anni di ritardo: oggi, difatti, siamo in grado di esaminare i dati delle collaborazioni familiari al 31.12.2004. In secondo luogo, le iscrizioni all’Inps non sono riferite a persone fisiche, ma a “posizioni”, cioè a nominativi per i quali una determinata impresa o un datore di lavoro ha versato i contributi. Ne discende che le statistiche fornite, anche a causa di alcune incompletezze dovute ai ritardi nelle denunce mensili dei datori di lavoro, appaiono sottodimensionare nettamente la reale consistenza del numero di immigrati lavoranti. 10 Per un’analisi dettagliata dei risultati della “grande” regolarizzazione del 2002-2003 in provincia di Arezzo si veda Sezione Immigrazione-Provincia di Arezzo-Ucodep, Immigrati stranieri in provincia di Arezzo. La presenza regolare all’1.01.2004, Rapporto n. 7 (marzo 2004). 11 A tal proposito si pensi che l’11% degli infortuni mortali avviene nel “famoso” primo giorno di lavoro. Su questo e gli altri dati relativi agli infortuni sul lavoro e sul percorso di sindacalizzazione a livello nazionale si veda Caritas/Migrantes 2006, p. 304 e ss. 12 La disoccupazione italiana, pur essendo elevata in alcune aree del paese, ha una composizione sociale che l’ha resa finora tollerabile, tamponata dalla solidarietà familiare, e nello stesso tempo abbastanza rigida e poco disponibile a spostarsi in aree e ambiti occupazionali in cui esisterebbero delle opportunità di lavoro che invece vengono coperte dai lavoratori immigrati (cfr. Ambrosini 2005, p. 65). 13 14 Al riguardo vedi il contributo di Luatti e Ortolano in questo libro. 15 Cfr. M. Crosetti, Enzo Bianchi, in “La Repubblica”, 14 gennaio 2007. 197 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Immigrati e lavoro autonomo di Valentina Cioncolini e Lorenzo Luatti 1. L’imprenditoria degli immigrati: dibattito scientifico e dati empirici La crescita dell’intraprendenza immigrata nel lavoro autonomo testimonia chiaramente l’esistenza di una maggiore consapevolezza delle connessioni tra imprenditoria immigrata e sistemi economici delle società ospitanti: queste connessioni permettono al ruolo attivo degli stranieri nel mercato del lavoro di avere un alto potenziale benefico per il paese di accoglienza. Fino a pochi decenni fa soltanto gli stranieri che si erano ormai stabilizzati e integrati nella società di immigrazione tentavano di creare una impresa. Questo dato ha però subito un deciso mutamento, tanto che in Europa il tasso di crescita del lavoro autonomo immigrato è, negli ultimi anni, progredito più di quello autoctono. Gli studi sul tema, che ha risvegliato un crescente interesse nelle scienze sociali – come del resto tutte le problematiche migratorie a partire dagli anni Ottanta – si classificano in base all’approccio utilizzato nell’analisi. L’approccio culturalista (Ambrosini 2005; Berti 2006), o supply side (Lay e Ribeiro 2006), individua nei tratti culturali la propensione di una etnia a determinati lavori. Nel caso dell’imprenditoria la propensione è data, ad esempio, dall’individuazione di caratteristiche culturali adeguate, come l’etica del lavoro o la ricerca del profitto. Tuttavia, come è stato fatto notare, tali stereotipi culturali derivano spesso da etichette attribuite dagli autoctoni agli immigrati, e sono quindi segni del contatto con l’altro più che tratti caratteristici della cultura di origine (Berti 2006). Dall’approccio culturalista deriva la prospettiva dell’embeddedness, del radicamento sociale, che focalizza la sua attenzione sulle implicazioni economiche che derivano dal saper sfruttare il capitale materiale e sociale a disposizione del gruppo etnico (Lay e Ribeiro 2006). La teoria dello svantaggio, invece, individua nella difficoltà di inserimento sociale, e dunque anche lavorativo, la causa scatenante la scelta dell’immigrato di aprire un’attività imprenditoriale. Gli ostacoli, in primo luogo la lingua ma anche altre forme di discriminazione e un basso livello educativo, verrebbero così non superati ma aggirati, nel tentativo di trovare rifugio in spazi marginali dell’economia che tuttavia non possono garantire sicurezze (Ambrosini 2005). 198 La presenza Una variante meno pessimista della teoria dello svantaggio è quella della mobilità bloccata (Ambrosini 2005): in questo caso sarebbe l’ambizione alla carriera, ad un lavoro più remunerativo e più soddisfacente, a spingere l’immigrato ad abbandonare un mercato del lavoro dipendente dove è continuamente soggetto a discriminazioni ed emarginazione, per tentare la strada dell’imprenditoria. L’approccio della successione ecologica (Ambrosini 2005) o della vacancy chain (Reyneri 2005) si basa ancora sulla marginalità sociale degli immigrati ed ipotizza che gli immigrati rilevino attività poco redditizie abbandonate dai nativi. La piccola borghesia non sarebbe in grado di auto-riprodursi in misura sufficiente e sopravvivrebbe dunque grazie al reclutamento di piccoli imprenditori da classi sociali più basse; la vecchia generazione autoctona, lasciando il lavoro, verrebbe infine sostituita da nuove generazioni immigrate. Un altro filone interpretativo focalizza invece l’attenzione sulle economie di enclave, ovvero sulle aree in cui si realizza un’elevata concentrazione di imprese fondate e dirette da stranieri, che si caratterizzano per la funzionalità e la volontarietà della segregazione occupazionale degli immigrati e per la concentrazione delle imprese etniche in aree ristrette e molto caratterizzate, che producono un rafforzamento della solidarietà etnica (Ambrosini 1999 e 2005; Reyneri 2005). In queste “economie” gli immigrati di un certo gruppo etnico sono imprenditori ma anche clienti delle imprese costituite. Questa realtà costituisce un rischio per gli stranieri, in quanto può facilmente determinare una segregazione – o autosegregazione – sia occupazionale che sociale. Infine (ma molte altre varianti degli approcci qui esposti potrebbero sommarsi ad essi) la teoria della mixed embeddedness afferma che, nello studio dell’imprenditoria immigrata, si debbano tenere presenti sia i dati relativi alla domanda locale che quelli relativi all’offerta immigrata (Reyneri 2005; Lay e Ribeiro 2006). In sintesi, questa teoria si articola attorno a tre variabili, la cui correlazione determinerebbe esiti positivi o negativi nella creazione di impresa: i mercati locali, le reti sociali e l’eredità socio-culturale dei gruppi nazionale, la regolazione politica della società di accoglienza. Ma quali sono i fattori concreti che consentono la scelta del lavoro autonomo (Ambrosini 2005)? Un primo modello è quello dell’immigrato che passa all’imprenditoria grazie all’esperienza acquisita in anni di lavoro dipendente nel settore. La crescente attitudine da parte dei cittadini d’origine extracomunitaria a intraprendere iniziative imprenditoriali autonome è da attribuirsi alla possibilità che l’esercizio di un’attività propria concede nel fuoriuscire da quei circuiti lavorativi stigmatizzanti, cui sono generalmente relegati i lavoratori stranieri. Un affrancamento quindi che consente di acquisire maggiore visibilità e riconoscimento sociale reagendo alle discriminazioni subite. Questo percorso non è però l’unico possibile e può essere reso più breve e facile se si ha la possibilità di sfruttare condizioni favorevoli di partenza, quali un’istruzione di alto livello, capitali a disposizione, reti etniche dislocate sul territorio che permettono un rapido inserimento. Altre imprese immigrate nascono, soprattutto nelle grandi città, in risposta alla domanda del territorio, sollecitata a causa di trasformazioni dell’economia urbana. A seconda del contesto e delle condizioni individuali, nascono tipi diversi di impresa. L’osservazione empirica della situazione italiana ha consentito a studiosi e ricercatori di individuare i seguenti tipi di impresa di immigrati: • Le imprese etniche rispondono alle esigenze di una comunità immigrata ormai stabile sul territorio. Svolgono un’attività che mantiene legami con il paese di origine nelle caratteristiche del prodotto, nell’approvvigionamento, nel servizio offerto e il cui target coincide con il mercato interno e/o esterno dei connazionali. Il settore alimentare è 199 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo quello più consono a questa realtà e sta crescendo in importanza soprattutto nelle grandi città. • Le imprese intermediarie invece, pur rivolgendosi sempre ad un’utenza immigrata, si occupano di quei servizi che fanno da ponte tra la comunità straniera e la società autoctona. Si inseriscono in questo ambito i servizi di traduzione, consulenza legale, i phone center, la vendita di giornali in lingua originale etc. • L’impresa etnica allargata si offre ad una clientela mista, benché il prodotto risponda alle peculiarità culturali di un particolare gruppo immigrato (ad esempio, le macellerie o i mercati etnici). Queste imprese possiedono spesso un carattere evolutivo o di “transizione”: possono cioè nascere come etniche e, nel tempo, perdere tale connotazione rispetto al mercato di riferimento, mantenendola invece rispetto al tipo di attività. • Le imprese prossime, che sono dirette principalmente ad immigrati, possono risultare attraenti anche per gli autoctoni: un esempio sono le agenzie di viaggio che si specializzano in destinazioni extra europee. • L’impresa aperta si identifica meno con le radici etniche dell’imprenditore, anzi tenta di dissimularle, mirando ad un mercato più vasto. • Le imprese rifugio, infine, sono quelle che si inseriscono negli interstizi del mercato del lavoro, nei settori più marginali, e che rispondono ad un bisogno immediato dell’immigrato. Un tipico esempio sono i venditori ambulanti. In sintesi, per sottolineare come il mondo imprenditoriale immigrato possa essere diversificato, tanto quanto quello autoctono, possiamo identificare due percorsi opposti che conducono all’attività imprenditoriale: uno dettato dalla libera scelta e uno dettato dalla costrizione. Nel primo caso il mettersi in proprio è frutto di una decisione autonoma. Tra i fattori che consentono questa decisione si possono evidenziare: vivere e operare da parecchi anni nel territorio d’approdo sviluppando strumenti, conoscenze e competenze; essere fortemente determinati; possedere istruzione e formazione nel campo in cui si sviluppa l’impresa; aver maturato un’esperienza da dipendente nel settore e nel tipo di attività in cui si avvia l’impresa; disporre di una rete di relazioni lavorative e sociali adeguate al mettersi in proprio; disporre del capitale necessario per avviare l’impresa. Il caso opposto può riguardare la situazione dell’immigrato costretto a mettersi in proprio perché non ha altra possibilità di accedere al mercato del lavoro; si tratta di un caso frequente, associato ad un’elevata probabilità di insuccesso, alla marginalizzazione delle imprese che “sopravvivono” o, comunque, a forti difficoltà nella conduzione dell’impresa. Tale scelta rappresenta un ripiego, l’ultima spiaggia dopo l’insuccesso nei tentativi di inserimento attraverso un lavoro dipendente ma può anche trattarsi – come meglio vedremo più avanti – di un’imposizione voluta dal datore di lavoro. La scelta di passare al lavoro autonomo da parte degli stranieri solleva numerose questioni e non deve essere sottovalutata. I costi umani dell’intraprendenza immigrata, infatti, sono molto alti sia per gli immigrati che per la società di accoglienza. Questo perché l’imprenditoria straniera nasconde talvolta risvolti “criminali” (Berti 2006), come lo sfruttamento in ambito familiare della manodopera femminile, non retribuita e sottopagata, o come il ricorso al lavoro a cottimo per conto terzi (spesso si tratta di immigrati che sfruttano i propri connazionali: i confezionisti sono l’esempio più classico); tutti gli imprenditori immigrati, inoltre, affrontano una vita dura, molto più dura di quella dei loro colleghi locali o di quella che avrebbero condotto se fossero rimasti in patria. Infine, l’intraprendenza degli immigrati comporta dei costi anche per la società di accoglienza: il 200 La presenza lavoro a basso costo e le condizioni di impiego, infatti, creano competizione tra immigrati e autoctoni. Il lavoro autonomo, del resto, non sempre è sinonimo di successo. Le motivazioni che spingono a questa scelta, assieme al capitale economico e sociale di partenza, sono determinanti per il futuro dell’impresa creata. Come abbiamo visto, quando a dettare la scelta è il bisogno economico e la disperazione – non caparbietà, ambizioni, una adeguata conoscenza delle regole e una valida rete di relazioni sociali – quando, insomma, si ricorre al lavoro autonomo come seconda scelta, scoraggiati dalle scarse prospettive offerte dal lavoro dipendente, l’impresa ha un buona probabilità di fallire. 2. Il contesto nazionale e regionale 2.1. Quadro generale L’Italia diviene meta di abbondanti flussi migratori soltanto a partire degli anni Novanta, ed è da allora che si sviluppano in questo contesto ricerche più approfondite anche sul tema dell’imprenditoria immigrata. Fino a quel momento il lavoro autonomo sembra essere una scelta poco frequente per gli immigrati. Perché? Magatti e Quassoli (2000) ritengono che le cause siano da ricercare nella frammentazione dei gruppi nazionali, in un mercato dei prodotti etnici ridotto e nella mancanza di reti sociali immigrate in grado di permettere l’apertura di attività commerciali. L’eccezione, in questo contesto, era costituita dai cinesi, che già prima degli Novanta vantavano una immigrazione di lunga data e che approfittavano di un accordo stipulato tra il loro paese e l’Italia, accordo che consentiva ai rispettivi cittadini di costituire ditte individuali o società cooperative nell’altro paese (gli italiani in Cina ed i cinesi in Italia) (Berti 2006). Senza tale accordo che vincolasse in modo reciproco i cittadini italiani e quelli di un altro paese, questi ultimi non erano legittimati a creare in Italia alcuna impresa autonoma. Questo vincolo della reciprocità cade con la legge 40/1998 e l’imprenditoria immigrata esce finalmente dai settori classici, legati alla ricca imprenditoria cinese, quali la ristorazione, la lavorazione tessile e delle pelli (Ambrosini 2004). Quello legislativo, dunque, è il primo elemento che determina la crescita del lavoro autonomo in Italia. Il secondo è l’importanza del lavoro autonomo nell’economia italiana (si parla del 27% degli occupati: Ambrosini 2004). Ciò significa che gli immigrati trovano un contesto economico-produttivo, ma anche istituzionale, sociale e culturale, favorevole all’imprenditoria. Il terzo elemento è la formazione di mercati etnici sempre più ampi. Il quarto riguarda l’emarginazione degli immigrati nel mercato del lavoro dipendente e dunque il problema della mobilità bloccata, che tenta di essere aggirata proprio attraverso la creazione di imprese. Al 30 giugno 2006 i titolari stranieri di impresa in Italia risultano essere 130.969, circa il 38% in più rispetto all’ultimo anno (Caritas/Migrantes 2006). Il Nord Italia evidenzia una maggiore concentrazione (circa il 64%: la Lombardia registra quasi un quarto di tutte le imprese di questo tipo e Milano rimane la città più ambita per gli imprenditori stranieri), segue il Centro (23%), il Meridione (8%) e le Isole (5%). Nei Paesi del Centro Italia, se si esclude la capitale, Prato e Firenze sono le province maggiormente significative, rispettivamente con 3.300 e 3.100 imprese straniere registrate. La crescente presenza di donne a capo di imprese (+43%) costituisce senza dubbio un 201 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo elemento di grande interesse, soprattutto nelle aree del Sud e del Centro, dove rappresenta oltre il 20% dei titolari del territorio. In Toscana, Campania, Abruzzo e Lazio in particolare, questa percentuale si aggira attorno al 25%. Già da qualche anno in Toscana l’imprenditoria straniera è molto vivace, al punto da vedersi attribuito il merito di dar vita a processi di integrazione locali molto articolati (Censis 2003). Si tratta infatti di un mercato regionale del lavoro che, pur offrendo nuovi spazi agli immigrati anche come dipendenti, non riesce a superare quegli ostacoli che rendono proprio questo tipo di lavoro problematico per gli immigrati (a causa del non riconoscimento delle competenze acquisite nel paese di origine, ad esempio). I dati, del resto, testimoniano che la crescita dell’imprenditoria straniera in Toscana eccede quella nazionale, a testimonianza di un ambiente particolarmente dinamico e propenso a inglobare tale realtà nel contesto regionale. 2.2. I limiti delle fonti statistiche In linea con le cifre raccolte sul territorio regionale e nazionale, anche in provincia di Arezzo si evidenzia una crescita costante dell’imprenditoria immigrata. Tuttavia, prima di concentrarsi sulla lettura e l’interpretazione dei dati statistici è necessario dare alcune delucidazioni sulla metodologia adottata, sulle fonti e sui limiti di queste. I dati relativi all’imprenditoria immigrata provengono dall’archivio centralizzato di Infocamere. Per fare in modo che la consultazione di tali dati sia corretta e proficua si devono usare delle accortezze, senza le quali si potrebbe sovrastimare l’imprenditoria immigrata in Italia e quindi anche in provincia di Arezzo1. I dati presenti nell’archivio di Infocamere riguardano infatti: • i cittadini nati all’estero che ricoprono cariche diverse (titolare, amministratore, socio...) nelle imprese iscritte nell’apposito Registro tenuto dalla Camera di Commercio. Ne consegue che anche i cittadini italiani nati all’estero sono considerati imprenditori immigrati. Questa caratteristica dell’archivio – in base alla quale è registrato non la nazionalità ma il luogo di nascita dell’iscritto – evidenzia tutti i suoi limiti, ai nostri fini, soprattutto con le seconde e le terze generazioni: come far emergere, in un futuro non molto lontano, l’intraprendenza dei figli degli immigrati, nati in Italia?; • nominativi in riferimento alle cariche ricoperte, e non al singolo iscritto, per cui nell’archivio possono esserci stesse persone ripetute più di una volta; • aziende che non sono più attive pur continuando ad essere iscritte nel Registro della Camera di Commercio. La mortalità delle imprese a titolarità straniera, infatti, sembra nettamente più elevata rispetto a quella riscontrata per le imprese gestite da italiani. All’origine di questa realtà risiedono probabilmente la scarsa conoscenza di norme e di procedure, fiscali e contributive, e la difficoltà ad accedere al credito. Infatti, talvolta la scelta di mettersi in proprio si rivela priva di un piano aziendale dettagliato, oppure finalizzata solo al rinnovo del permesso di soggiorno tramite l’iscrizione al Registro delle Imprese; • i dati di Infocamere, infine, si riferiscono anche ad iscritti nati nei Paesi a sviluppo avanzato (PSA) che non dovrebbero rientrare nel segmento degli “imprenditori/ lavoratori autonomi immigrati” oggetto della presente indagine. 202 La presenza 3. Immigrati e lavoro autonomo in provincia di Arezzo 3.1. Il dato complessivo e le forme giuridiche di impresa Abbiamo detto che in provincia di Arezzo, come nel resto d’Italia, l’imprenditoria immigrata sta acquisendodimensioni rilevanti. Questo fatto, sebbene debba essere valutato in modo proporzionale rispetto all’aumento della presenza immigrata in generale, ha un impatto importante sul territorio aretino. I dati lo dimostrano. Al 1° gennaio 2005 risultavano iscritte alla Camera di Commercio di Arezzo 1.729 imprese con almeno una persona straniera titolare, amministratore o socio d’impresa. Un anno dopo, nel 2006 il numero è salito a 2.041 e denota un incremento dell’imprenditoria immigrata del 18%. Si tratta di una crescita molto rapida, soprattutto rispetto al 2004, quando l’incremento si era attestato al 5%. Il dato relativo alla crescita delle sole ditte individuali degli immigrati (per le quali alla forma giuridica corrisponde direttamente la persona fisica alla guida dell’azienda) rimane pressoché uguale al 2004: sono 1.493, in aumento dunque, ma il rapporto con il totale dei cittadini nati all’estero iscritti al relativo Registro della Camera di Commercio rimane invariato: 73,2%. Rispetto alle altre forme giuridiche di impresa, le ditte individuali sono in netta prevalenza (il 17,6% sono società di persone, l’8,1% società di capitale). Nella provincia di Arezzo le imprese individuali gestite da stranieri costituiscono il 6,3% di tutte le ditte individuali (di italiani e stranieri); tale rapporto scende al 5,3% se consideriamo l’intera gamma di forme giuridiche sul totale provinciale. Tab. 1. Forma giuridica dell’impresa con titolare nato all’estero. Serie storica Forma giuridica Impresa individuale Società di persone Società di capitale Altre forme Totale 2002 2003 2004 2005 Incid. % 2005 Crescita % 04/05 743 208 72 32 1.120 296 207 29 1.282 326 93 28 1.493 359 165 24 73,2 17,6 8,1 1,2 16,5 10,1 77,4 -14,3 1.055 1.652 1.729 2.041 100 18,0 Ai fini della nostra ricerca le ditte individuali sono particolarmente interessanti sia perché – come abbiamo detto – per esse è più facile l’attribuzione del ruolo di primo piano all’immigrato, sia perché tale forma è prevalente per quasi tutte le nazionalità. Su questo tipo di impresa, dunque, si concentrerà la nostra attenzione. Non prima, però, di aver offerto un panorama più ampio su tutte le forme giuridiche presenti sul territorio. Se si fa attenzione al dato relativo alla partecipazione immigrata alla creazione di impresa, divisa per nazionalità, si nota come ormai da alcuni anni i romeni dimostrano la maggiore intraprendenza (27,3% sul totale delle imprese straniere), seguono gli albanesi con il 14,1% ed i marocchini con il 9,8%. Tra i titolari di ditte individuali, si ha una prevalenza delle stesse nazionalità immigrate: romena (30,5%), albanese (16,0%) e marocchina (11,7%): queste tre nazionalità rappresentano più della metà delle imprese individuali di immigrati in provincia di Arezzo. 203 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Relativamente alle società di capitali e di persone si nota come talune nazionalità appaiano dai dati particolarmente intraprendenti. In percentuale, nelle società di persone il primato spetta, come negli ultimi anni, alla Romania (17,3%), mentre il Bangladesh ha preso il secondo posto (13,4%), superando così l’Albania (10,0%); seguono Pakistan (8,6%), Marocco (6,4%) e Cina (5,6%). Ma sono i numeri assoluti di questi dati che vanno segnalati: i romeni, infatti, hanno all’attivo 62 società di persone su 557 imprese (quindi circa l’11% sul totale delle imprese romene), mentre i bengalesi ne hanno 48 su 108 imprese (dunque il 44% circa sul totale). Nelle società di capitali, invece, le percentuali sono più frammentate, se si esclude la Romania, da dove provengono ben il 34% degli immigrati iscritti in questa categoria (in numeri assoluti i romeni gestiscono 34 società di capitale, su di un totale di 557 società). Il dato relativo alle società di persone, e soprattutto quello che si esprime in numeri assoluti di Bangladesh e Romania, è senza dubbio degno di attenzione e di maggiori approfondimenti. Si tratta di individui che sono iscritti al Registro delle Imprese in qualità di soci, consiglieri o amministratori. Le imprese romene, sia di capitale che di persone, appartengono al settore dell’edilizia per la grande maggioranza, solo in modo marginale a quello della ristorazione e dei trasporti; queste imprese si dislocano su tutto il territorio, ma in modo particolarmente rilevante nel Casentino. Le 48 imprese di persone bengalesi, invece, si collocano nel settore della lavorazione dei metalli (ben 30) e nel commercio al dettaglio e all’ingrosso, ad Arezzo. Tab. 2. Forma giuridica dell’impresa e Stato di nascita dell’imprenditore all’1.01.06 Stato nascita Romania Albania Marocco Pakistan Bangladesh Cina Argentina Serbia e Mont. Tunisia India Polonia Stati Uniti America Brasile Macedonia Bulgaria Dominicana Rep. Algeria Venezuela Iran Altre Totale Impresa individuale Società di capitale V.A. 455 239 175 78 59 58 36 44 49 36 24 14 13 20 15 11 12 6 7 142 % 30,5 16,0 11,7 5,2 4,0 3,9 2,4 2,9 3,3 2,4 1,6 0,9 0,9 1,3 1,0 0,7 0,8 0,4 0,5 9,5 V.A. 34 9 2 1 4 10 6 2 6 14 4 5 1 2 6 7 52 % 20,6 5,5 1,2 0,6 2,4 6,1 3,6 1,2 3,6 8,5 2,4 3,0 0,6 1,2 3,6 4,2 31,5 V.A. 62 36 23 31 48 20 12 7 4 10 13 8 10 6 9 5 5 3 47 % 17,3 10,0 6,4 8,6 13,4 5,6 3,3 1,9 1,1 2,8 3,6 2,2 2,8 1,7 2,5 1,4 1,4 0,8 13,1 V.A. 6 3 1 2 1 1 1 1 1 1 6 % 25,0 12,5 4,2 8,3 4,2 4,2 4,2 4,2 4,2 4,2 25 V.A. 557 287 201 112 108 82 59 58 53 49 43 37 27 25 22 20 19 18 17 247 % 27,3 14,1 9,8 5,5 5,3 4,0 2,9 2,8 2,6 2,4 2,1 1,8 1,3 1,2 1,1 1,0 0,9 0,9 0,8 12,1 1.493 100,0 165 100,0 359 100,0 24 100,0 2.041 100,0 204 Società di persone Altre forme Totale La presenza Un’analisi più approfondita del dato permette di calcolare il tasso di micro-imprenditorialità straniera, che misura il livello di intraprendenza dei vari gruppi nazionali e dunque ci permette di fare ulteriori considerazioni in merito. Per calcolare tale tasso è necessario incrociare il dato relativo agli iscritti stranieri al Registro delle Imprese con quello relativo alle presenze nel territorio dei cittadini stranieri in età lavorativa. Spiegazioni e teorie diverse competono per spiegare le cause della maggiore o minore propensione all’imprenditorialità di una determinata comunità nazionale. Alcuni indirizzi individuano ad esempio nei tratti culturali tipici dell’immigrato il motivo della predisposizione ad un particolare lavoro (si tratta della teoria culturalista, al cui riguardo si rimanda alla parte introduttiva di questo contributo). In molti casi sono le stesse reti etniche – che aiutano ma anche influenzano i membri della stessa comunità nazionale in un particolare settore lavorativo – a creare e mantenere una serie di stereotipi attribuiti agli stranieri. In accordo con tali stereotipi, oggi, ad esempio, è relativamente difficile trovare una filippina inserita in un’occupazione diversa da quella della colf o della badante, oppure un albanese al di fuori del settore dell’edilizia. Gli stereotipi possono anche essere positivi, come per i senegalesi o per gli indiani sikh, che hanno la fama di essere predisposti rispettivamente al lavoro di fabbrica e all’allevamento2. Ma al di là di queste credenze, da verificare e interpretare accuratamente – del resto pericolose perché giustificano la stigmatizzazione e dunque la segregazione e auto-segregazione lavorativa e sociale degli immigrati – cause concrete della propensione di certe comunità a fare impresa sono la quantità delle risorse a disposizione, la solidarietà interna alla comunità, le reti di mutuo aiuto e la tendenza ad avviare imprese anche nel proprio Paese di origine. Un’ulteriore cautela è necessaria al fine di lavorare in modo adeguato con i dati a nostra disposizione: un certo numero di stranieri iscritti al Registro di Impresa in provincia di Arezzo, infatti, potrebbero non risiedere su questo territorio, e quindi alterare il dato assoluto e percentuale. Con queste avvertenze, e dunque consapevoli dei limiti della nostra analisi, possiamo comunque affermare dai dati a nostra disposizione che la maggiore intraprendenza è fatta registrare dalle seguenti nazionalità: • brasiliana, pakistana, marocchina e cinese, tra il 25 e il 32% di incidenza rispetto alla consistenza del rispettivo gruppo nazionale; • serba e montenegrina, con il 23,4%; • romena e albanese, tra il 13 e il 14% circa. Discorso a parte va fatto per il dato relativo all’Argentina, poiché è sicuramente alterato dagli imprenditori di nazionalità italiana nati in questo paese (pur se non con la stessa incidenza, questo fenomeno è riscontrabile in parte anche per gli imprenditori iscritti al Registro delle Imprese tunisini di nascita)3. Altre comunità numericamente consistenti invece non presentano una particolare propensione ad intraprendere percorsi di lavoro autonomo: segnaliamo tra questi i dominicani, i polacchi e i macedoni, presenti per lo più nell’ambito del lavoro dipendente (e, segnatamente, nel lavoro di cura). 205 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 3. Tasso di micro imprenditorialità dei gruppi nazionali numericamente più consistenti (rapporto imprese individuali e permessi di soggiorno rilasciati per motivo di lavoro). Anno 2005 Nazionalità Romania Albania Marocco Pakistan Cina Bangladesh Tunisia Serbia-Mont. Argentina India Polonia Macedonia Dominic.ana R. Brasile Altre Totale Presenze permesso di sogg. Lavoro % colonna Ditte individuali % colonna % di riga rapporto P.S./D.I. 3.408 1.599 621 294 225 514 152 188 35 390 661 218 173 41 1.869 32,8 15,4 6,0 2,8 2,1 4,9 1,4 1,8 0,3 3,7 6,3 2,0 1,6 0,4 18,0 455 239 175 78 58 59 49 44 36 36 24 20 11 13 196 30,5 16,0 11,7 5,2 3,8 3,9 3,2 2,9 2,4 2,4 1,6 1,4 0,7 0,8 13,1 13,4 14,9 28,2 26,5 25,8 11,5 32,2 23,4 102,9 9,2 3,6 9,2 6,4 31,7 10,5 10.388 100,0 1.493 100,0 14,4 Per una corretta interpretazione delle statistiche, ricordiamo che il dato relativo alle imprese individuali è comprensivo delle persone provenienti dai Paesi Europei che a maggio 2004 sono entrati a far parte dell’Unione Europea, in quanto per questi, come è noto, non si applica la normativa relativa al libero movimento di persone/lavoratori almeno per i primi cinque anni successivi all’ammissione. 3.2. La distribuzione territoriale delle imprese immigrate La contestualizzazione del dato è il primo passo verso una comprensione puntuale della realtà empirica che il dato, appunto, rappresenta. Per questo è importante analizzare il territorio in modo dettagliato, riconoscendo le caratteristiche proprie delle varie parti nel quale esso si suddivide. Da questa analisi l’Area Aretina risulta il polo di attrazione più importante per le ditte straniere, sebbene il dato sia leggermente calato rispetto all’anno precedente (43% rispetto al 45,2%), a vantaggio del Valdarno e della Valdichiana che guadagnano un po’ più di un punto (e sono rispettivamente del 22,4% e del 14,4%). Segue il Casentino, dove l’imprenditoria straniera è per lo più stabile (13%) e la Valtiberina con il 7,2%. L’analisi di questi dati non può prescindere da un tentativo di interpretare le cause che stanno all’origine della realtà rappresentata. La crescita dell’imprenditoria straniera, infatti, deve essere rapportata alla crescita dell’immigrazione in generale per poter avere un dato relativo dell’intraprendenza straniera rispetto alla presenza di immigrati sul territorio. Ad Arezzo il rapporto tra imprese individuali straniere e presenza assoluta di immigrati nella medesima area territoriale (dai dati relativi ai permessi di soggiorno) conferma i dati percentuali, e l’Area Aretina risulta di nuovo in calo (7,9% di contro all’8,8% dell’anno precedente)4. 206 La presenza Parlando di crescita percentuale dell’imprenditoria straniera rispetto all’anno precedente, la Valdichiana (27,2%) registra la maggiore vivacità, seguita a sorpresa dalla Valtiberina (24,4%), fanalino di coda dello scorso anno; anche il Valdarno aumenta la sua crescita in questo ambito (22,7%), mentre il Casentino perde molto, passando dal 23% al 10,9%; la zona Aretina rimane per lo più stabile (10,9%). Tab. 4. Distribuzione zonale delle Ditte Individuali a titolarità straniera all’1.01.06 D.I. 2002 D.I. 2003 D.I. 2004 D.I. 2005 Incidenza % 2005 Crescita % 04/05 Presenza tot. (perm. sogg.) 2005 Incid. % D.I. su presenza 2005 Aretina Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina 339 107 151 98 48 514 142 240 148 76 579 175 273 169 86 642 194 335 215 107 43,0 13,0 22,4 14,4 7,2 10,9 10,9 22,7 27,2 24,4 8.154 3.241 4.785 3.401 2.007 7,9 6,0 7,0 6,3 5,3 Totale 743 1.120 1.282 1.493 100,0 16,5 21.588 6,9 Zona Ogni territorio presenta caratteristiche geografiche, socio-culturali, politiche ed economiche che evidentemente influiscono sulle scelte degli imprenditori, anche stranieri. Il modo migliore per illustrare questo percorso è mettere in relazione la distribuzione zonale delle ditte degli immigrati con i settori di attività. Dai dati emergono realtà differenziate: • nell’Area Aretina si nota una forte concentrazione di imprese individuali straniere nell’ambito manifatturiero (59,8% rispetto al totale delle imprese straniere in quella zona) e del commercio all’ingrosso e al dettaglio (48,4%); • il Valdarno si segnala invece per una significativa presenza nei settori delle costruzioni (26,5%), dei trasporti (29,6%) e della ristorazione (36,4%); • in Valdichiana e in Casentino, infine, prevalgono le ditte straniere che operano rispettivamente nel commercio al dettaglio (17,0%) e nelle costruzioni (16,2%). Un’ulteriore disaggregazione del dato in commento ci consente di conoscere la presenza e la crescita percentuale delle imprese individuali a titolarità straniera nei quindici comuni più rappresentativi. La città di Arezzo raccoglie un primato prevedibile, considerando la concentrazione di abitanti e di servizi offerti, e presenta un terzo di tutte le ditte individuali straniere presenti sul territorio provinciale (34,7%); altri comuni dove l’intraprendenza immigrata dà segni evidenti sono Montevarchi e Bibbiena (rispettivamente 6,2% e 5,6%), Cortona (6%), San Giovanni Valdarno e Castiglion Fiorentino (entrambi al 4,2%). Quelli appena menzionati sono i comuni più grandi della provincia di Arezzo, a testimonianza che l’imprenditoria straniera è particolarmente attiva in luoghi dove vi sono più residenti immigrati, dove le opportunità lavorative sono maggiori ed è più forte il bisogno e la domanda di piccole imprese in grado di fornire tutta una vasta gamma di servizi: dalla ristorazione alle opere di edilizia, alle attività commerciali aperte anche di domenica. Tuttavia, nel 2005 l’imprenditoria immigrata è ormai una realtà distribuita su tutto il territorio provinciale, sebbene non in dimensioni così consistenti come nei comuni più grandi. Rispetto al 2004 infatti, tutti i comuni della provincia sono stati interessati 207 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo da incrementi più o meno significativi del numero delle imprese individuali a titolarità straniera. In particolare, si registra una crescita: • molto sostenuta, superiore al 40%, nel comune di Sansepolcro, e di oltre il 30% a Bibbiena e Cortona; • tra il 20 e il 30% a Subbiano, Castiglion Fiorentino, Montevarchi, San Giovanni V.no e Cavriglia; • tra il 10 e il 20% a Bucine, Bibbiena, Terranuova, Foiano e Civitella; • molto bassa ad Arezzo (in linea con altri dati che dimostrano un rallentamento dell’imprenditoria straniera nel capoluogo) e Pieve Santo Stefano; • addirittura negativa a Poppi. Tab. 5. I primi 15 comuni con più imprese individuali con titolarità nato all’estero. Confronto con il dato del 2004 Comune Arezzo Montevarchi Bibbiena Cortona San Giovanni V. Castiglion F.no Poppi Bucine Terranuova B.ni Foiano Chiana Sansepolcro Subbiano Pieve S. Stefano Civitella Cavriglia Altri Totale D.I. 2003 D.I. 2004 D.I. 2005 % Anno 2005 Crescita % 2004/2005 421 60 54 60 43 38 39 32 33 30 27 27 26 28 21 181 476 73 72 68 49 48 41 38 35 31 31 30 30 30 24 189 518 92 84 90 63 62 36 45 42 36 44 39 32 36 30 244 34,7 6,2 5,6 6,0 4,2 4,2 2,4 3,0 2,8 2,4 2,9 2,6 2,1 2,4 2,0 16,3 8,8 26,0 16,7 32,4 28,6 29,2 -12,2 18,4 20,0 16,1 41,9 30,0 6,7 20,0 25,0 29,1 1.120 1.282 1.493 100,0 16,5 3.3. Provenienza nazionale dei titolari di imprese individuali La composizione dell’imprenditoria immigrata è varia anche in quanto a nazionalità rappresentate dagli imprenditori stranieri. Il dato 2005 relativo agli stranieri iscritti al Registro delle Imprese, così come quello 2004, fa registrare una netta prevalenza di imprenditori dell’Europa non comunitaria: essi costituiscono il 52,9% del totale. Questo incremento deve essere senza dubbio attribuito in buona parte alla crescita del flusso migratorio dai paesi dell’Europa dell’Est, che ha reso questi immigrati molto presenti sul territorio aretino. Valori chiaramente inferiori, ma comunque significativi, si registrano anche per Asia e Africa (rispettivamente al 16,9% e 19,4%), mentre è meno ingente la crescita percentuale dei titolari d’impresa individuale nati in America Latina (5,8%) o in Paesi comunitari (1,9%). 208 La presenza Tab. 6. Provenienze continentali dei titolari di Ditte Individuali. Anno 2005 Continente/area D.I. % di colonna Europa non UE Europa UE a 25 Stati Africa Asia America Latina America Settentrionale Medio Oriente Oceania 790 28 290 253 87 19 20 6 52,9 1,9 19,4 16,9 5,8 1,3 1,3 0,4 1.493 100,0 Totale Approfondendo il livello di analisi sulle provenienze nazionali, è possibile evidenziare i gruppi che hanno avviato o gestiscono il maggior numero di imprese nella provincia di Arezzo; inoltre, incrociando il dato con quello sulle presenze, è possibile verificare se si tratta dei gruppi maggiormente presenti sul territorio o invece di minoranze che riescono tuttavia a mobilitare risorse e ad organizzarsi efficacemente. Dai dati messi a disposizione da Infocamere si evince che le nazionalità più rappresentate sono quelle numericamente più presenti sul territorio: al primo posto troviamo la nazionalità romena (30,5%), seguita da quella albanese (16,0%) e poi marocchina (11,7%). Inoltre, incidono in modo significativo sul totale dei cittadini stranieri imprenditori i pakistani (5,2%) ed i cinesi (3,9%). Ad aver contribuito maggiormente alla crescita percentuale di imprese individuali straniere sono gli albanesi e i romeni (+20/25% circa). Molto significativa anche l’apporto dei brasiliani che pur esprimendosi con un valore assoluto basso (13), denota una crescita di +44,4%, la più alta. Tab. 7. Le prime nazionalità dei titolari di Ditte Individuali. Confronto con il 2004 Stato di nascita 2003 2004 % 2004 2005 % 2005 Crescita % 04/05 Romania Albania Marocco Pakistan Cina Bangladesh Tunisia Serbia- Mont. Argentina India Polonia Macedonia Dominicana Rep. Brasile Altre 333 161 135 59 43 37 38 30 37 22 21 10 10 8 161 415 193 151 69 51 49 41 40 38 28 24 17 12 9 132 32,4 15,1 11,8 5,4 4 3,8 3,2 3,1 3 2,2 1,9 1,3 0,9 0,7 10,3 455 239 175 78 58 59 49 44 36 36 24 20 11 13 196 30,5 16,0 11,7 5,2 3,9 4,0 3,3 2,9 2,4 2,4 1,6 1,3 0,7 0,9 13,1 9,6 23,8 15,9 13,0 13,7 20,4 19,5 10,0 -5,3 28,6 17,6 -8,3 44,4 48,5 1.120 1.282 100,0 1.493 100,0 16,5 Totale 209 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 3.4. Fasce di età Oltre alla nazionalità, l’altro dato essenziale nello studio del lavoro autonomo immigrato è l’età degli imprenditori stranieri. Le fasce d’età che prevalgono tra questi cittadini iscritti al Registro delle Imprese sono quelle dei 30-34 e 35-39 anni (il 42% circa dei lavoratori stranieri che si sono messi in proprio), seguite dalla classe di età 40-44 (15,3%). Si tratta dunque di persone che hanno raggiunto la maturità e che con molta probabilità si sono ormai inserite pienamente nel tessuto economico e sociale aretino, riuscendo pertanto a prendere confidenza con quel quadro normativo e con quelle dinamiche del mercato del lavoro che sono il contesto di riferimento delle loro imprese. Tab. 8. Fasce d’età dei titolari di imprese individuali. Anno 2005 Fascia d’età Impresa individuale % di colonna < di 20 5 0,3 20-24 94 6,3 25-29 223 14,9 30-34 307 20,6 35-39 311 20,8 40-44 229 15,3 45-49 165 11,1 50-54 88 5,9 55-59 30 2,0 60-64 19 1,3 > di 64 22 1,5 Totale 1.493 100,0 3.5. Settori di attività I settori di attività in cui operano le ditte individuali straniere sono un elemento importante per interpretare in modo adeguato la realtà della piccola imprenditoria straniera. Oltre la metà delle imprese individuali guidate da un cittadino straniero si colloca nel settore delle costruzioni (51,3%). Questo settore, peraltro, si segnala per un netto rallentamento della propria crescita: se nel 2003 faceva registrare un aumento di oltre il 78% rispetto all’anno precedente e nel 2004 questa crescita si riduceva al 22%, nel 2005 vediamo che la crescita ha rallentato ancora di più, ad una percentuale del 14,7%. È invece il dato sul commercio all’ingrosso e al dettaglio che segnala una forte intraprendenza in questo settore, mostrando una crescita del 19,2% rispetto al 2004: la parte più consistente di questo settore è costituita dalle attività itineranti (principalmente commercio ambulante). I dati provinciali sopra riportati sono in linea con quelli nazionali pubblicati nel Dossier Caritas/Migrantes (2006). In Italia, infatti, i due cardini dell’imprenditoria straniera sono quello del commercio (48.000, 37% del totale: + 23% nell’ultimo anno) e quello delle costruzioni (41.000, 31% del totale: + 39% nell’ultimo anno), che nonostante i numeri assoluti elevati testimoniano un trend in netta diminuzione rispetto agli ultimi anni. Molto probabilmente questo è dovuto ad un inizio di saturazione di imprese immigrate in quei settori, in concomitanza con la crescita di nuove realtà, quale quella dei servizi (+59%) e dei trasporti e telecomunicazioni (+86%). 210 La presenza In provincia di Arezzo è in netto aumento il settore alberghiero e della ristorazione, che cresce del 15,8%. Sia l’agricoltura che l’attività immobiliare, invece, passano da un trend negativo ad una crescita, addirittura, del 53,5% e del 21,1% rispettivamente, che pure si esprime in numeri assoluti molto bassi; lo stesso vale per i servizi pubblici e sociali, che crescono del 6%. Si stabilizza invece la crescita delle imprese di trasporti (+15% come l’anno precedente), e quella – che ancora si esprime con numeri assoluti modesti – delle aziende di telecomunicazione gestite da immigrati (sono i phone center, che si stanno diffondendo nei centri abitati). Infine, nel settore manifatturiero si segnala l’accresciuta importanza della lavorazione dei prodotti di metallo (75% di crescita). La tabella 9 mostra anche il rapporto proporzionale tra imprenditoria immigrata e totale delle imprese in provincia di Arezzo, diviso in settori di attività. Il settore che maggiormente risente dell’intraprendenza immigrata è quello delle costruzioni, dove le imprese a titolarità straniera sono addirittura il 13,6%. Molto più basse le percentuali evidenziate negli altri settori. Tab. 9. Principali settori ed attività delle Ditte Individuali complessive e D.I. a titolarità straniera. Anno 2005 Tot. D.I. in prov. di Arezzo 2005 Tot. D.I. tit. straniera 2004 Tot. D.I. tit. straniera 2005 1.792 19 22 1,5 15,8 1,2 15.070 24 48 3,2 100,0 0,3 264 19 18 1,2 -5,3 6,8 15.334 43 66 4,4 53,5 0,4 367 5 7 0,5 40,0 1,9 Altre attività dei servizi 2.621 11 10 0,7 -9,1 0,4 Totale 3.018 16 17 1,1 6,3 0,5 Commercio al dettaglio 4.608 234 284 19,0 21,4 6,1 Commercio all’ingrosso 3.034 39 41 2,7 5,1 1,3 9.700 13 16 1,1 23,1 0,1 17.342 5.689 1.462 93 286 668 - 341 766 2 1 22,8 51,3 0,1 0,1 19,2 14,7 - 1,9 13,4 0,1 1, 0 Sezioni e divisioni attività H - Alberghi e ristoranti A - Agricoltura, caccia e relativi servizi O - Altri servizi pubblici, sociali e personali G - Commercio all’ingrosso e al dettaglio; riparazione autoveicoli, motocicli etc. F - Costruzioni Attività finanziarie I - Istruzione Agricoltura, caccia… Silvicoltura, utilizz. aree forestali… Totale Attività ricreative, culturali, sportive Commercio, manut. e riparaz. autov. e motocicli Totale 211 D.I. tit. D.I. tit. % % D.I. tit. % straniera straniera straniera crescita 2005 su 2005 tot. D.I. 04/05 2005 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo K - Attività immobiliari, noleggio, informatica, ricerca, altre attività professionali e imprenditoriali Attività immob. 1686 2 1 0,1 -50,0 0,05 Altre attività profess. e impr. 1.630 16 21 1,4 31,3 1,3 Noleggio macch. e attrezz. 3.508 1 1 0,1 - - Totale 6.824 19 23 1,5 21,1 0,3 Confezione articoli vestiario 377 19 20 1,3 5,3 5,3 Preparazione e concia cuoio; fabbr. borse, calzature 458 11 14 0,9 27,3 3, 0 Industrie alimen. e bevande 526 7 13 0,9 85,7 2,4 Industrie tessili 382 6 7 0,5 16,7 1,8 Industrie del legno e prodotti in legno e sughero; fabbricaz. articoli paglia e materiali da intreccio 410 2 3 0,2 50,0 0,7 Fabbricazione e lavorazione dei prodotti in metallo 646 12 21 1,4 75,0 3,2 Fabbricazione macchine e apparecchi elettrici n.c.a. 287 3 2 0,1 -33,3 0,7 Fabbricazione prodotti della lavoraz. minerali non metalliferi 233 3 4 0,3 33,3 1,7 Fabbricazione apparecchi radiotelev. e appar. per comunicazioni 40 1 2 0,1 100,0 5, 0 Produzione metalli e loro leghe 42 3 3 0,2 - 7,1 Fabbricazione articoli in gomma e materie plastiche 52 1 1 0,1 - 1,9 Editoria, stampa… 150 2 1 0,1 -50,0 0,6 Fabbricazione mobili, altre industrie manifat. 2.368 88 91 6,1 3,4 3,8 Altre Totale 7.229 13.200 0 158 2 184 0,1 12,3 16,5 1,4 212 La presenza I - Trasporti, magazzinaggio, comunicazioni Trasporti terrestri, trasporti mediante condotta Poste e telecom. Altre Totale Estrazione minerali Totale 858 45 50 3,3 11,1 5,8 67 858 2.126 62 15 0 60 13 20 1 71 0 1,3 0,1 4,8 - 33,3 18,3 - 29,8 0,1 3,3 - 66.942 1.282 1.493 100,0 16,5 2,2 Tab. 10. Principali nazionalità titolari di imprese individuali e specializzazione settoriale. Anno 2005 Stato nascita Commercio dettaglio e ingrosso Costruzioni Attività manifatt. Trasporti Alberghi e ristoranti Totale v.a. % riga v.a. % riga v.a. % riga v.a. % riga v.a. % riga v.a. % riga Romania Albania Marocco Pakistan Bangladesh Cina Tunisia Serbia-Mont. Argentina India Polonia Macedonia Altre 26 7 128 23 35 24 5 6 6 10 3 1 67 5,9 3,0 73,1 30,7 60,3 42,1 10,6 14,3 20,7 29,4 15,0 12,5 41,6 376 208 28 6 38 34 16 1 14 6 39 85,1 88,1 16,0 8,0 80,9 81,0 55,2 2,9 70,0 75,0 24,2 28 6 5 36 22 28 1 1 5 22 1 29 6,3 2,5 2,9 48,0 37,9 49,1 2,1 2,4 17,2 64,7 5,0 18,0 10 14 12 9 1 3 1 2 1 1 17 2,3 5,9 6,9 12,0 1,7 6,4 2,4 6,9 2,9 12,5 10,6 2 1 2 1 5 2 9 0,5 0,4 1,1 1,3 8,8 10,0 5,6 442 236 175 75 58 57 47 42 29 34 20 8 161 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale 341 24,6 766 55,3 184 13,3 71 5,1 22 1,6 1.384 100,0 La tabella 10 evidenzia l’indice di specializzazione etnica, calcolato sulle principali cinque attività a cui sono dedite le ditte degli immigrati (commercio, costruzioni, attività manifatturiera, trasporti, alberghi e ristoranti). Da essa emergono almeno tre differenti situazioni: • una specializzazione in un unico settore: fanno parte di questo gruppo gli albanesi e i romeni di cui quasi 9 imprese su 10 sono collocate nel settore delle costruzioni; i marocchini e i polacchi con oltre 7 imprese su 10 nel commercio; • una specializzazione non monopolizzante: in questo secondo gruppo possiamo inserire quelle nazionalità che, pur presentando una forte concentrazione di imprese in uno specifico ambito, evidenziano una presenza significativa in almeno un altro settore. Si tratta, ad esempio, delle imprese indiane: su 10 imprese, 6 svolgono attività manifatturiere e 3 sono dedite al commercio; di quelle bengalesi, invece, 6 su 10 sono dedite al commercio, 4 alle attività manifatturiere; 213 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo • una distribuzione diffusa in più settori produttivi: è il caso delle ditte cinesi che sono presenti per il 40% nel settore del commercio, per il 50% nelle attività manifatturiere e del 10% nel settore della ristorazione; oppure il caso della Polonia (18% commercio, 64% costruzioni e 9% ristorazione) e del Pakistan (48% attività manifatturiera, 31% commercio e 12% trasporti). Un’elaborazione ulteriore del dato relativo al settore manifatturiero ci permette di analizzare un aspetto caratterizzante la realtà aretina: si tratta della imprenditoria orafa, una tipologia di imprese di lunga tradizione all’interno del mercato del lavoro locale. Anche i cittadini stranieri si sono inseriti in questo settore di attività e ad oggi sono 91 le imprese con titolari immigrati (rispetto alle 76 del 2004). Questo dato dimostra come gli stranieri si siano inseriti in un ambito tipico e redditizio dell’economia locale. La totalità di queste imprese ha una dimensione familiare: nella stragrande maggioranza dei casi si dedicano direttamente alla produzione di oggetti preziosi per conto terzi; in alcuni casi invece si occupano anche della vendita, per cui possono essere considerate alla stregua di molte ditte orafe gestite da italiani. Le tabelle 11 e 12 indagano gli aspetti relativi alla nazionalità degli imprenditori orafi e alla loro localizzazione sul territorio. Quanto alla nazionalità dei titolari, occorre osservare come anche questo dato sia caratterizzato da una forte connotazione etnica. Tre nazionalità concentrano i 4/5 di tutte le ditte individuali a titolarità straniera operanti nel settore orafo: in particolare, la pakistana (39,6%), la bengalese (20,9%) e l’indiana (14,3%). Pur trattandosi di paesi di lunga tradizione nella lavorazioni di metalli e pietre preziose, non si può escludere che si sia diffusa in questi anni presso gli operatori autoctoni del settore una certa idea-stereotipo per cui i lavoratori provenienti da questi Paesi presentano competenze meta-professionali che li rendono più adatti a questo lavoro. La maggioranza di queste imprese è localizzata nella zona Aretina (82,4%) e nella città di Arezzo in particolare. L’analisi di questo fenomeno tipico dell’imprenditorialità immigrata in provincia di Arezzo evidenzia: • una certa marginalità di queste ditte individuali, che hanno risentito indubbiamente della crisi generale che ha colpito il settore dell’oreficeria e in particolare l’imprenditoria orafa aretina negli ultimi anni; • un’importante concentrazione su base nazionale delle imprese individuali dedite alla lavorazione e commercializzazione dei metalli preziosi; • una forte corrispondenza tra la nazionalità del titolare dell’impresa e i dipendenti lavoratori della stessa; spesso, difatti, provengono dal medesimo Paese, sono familiari, parenti, amici o semplicemente concittadini. Si ricrea così un ambiente familiare e nazionale, con un’unica lingua di comunicazione, con punti di riferimento e ritmi di lavoro condivisi. Le criticità di questa situazione, accentuate in periodi di crisi del settore, fanno riferimento alle condizioni di lavoro, alla mobilità nel mercato del lavoro locale e all’integrazione sociale di queste persone. 214 La presenza Tab. 11. Imprese individuali operanti in campo orafo: distribuzione territoriale. Anno 2005 Zona Impresa individuale % di colonna Aretina Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina 75 3 6 2 - 82,4 3,3 6,6 5,5 2,2 Totale 91 100,0 Tab. 12. Imprese individuali operanti in campo orafo: Stato di nascita del titolare. Anno 2005 D.I. 2003 D.I. 2004 D.I. 2005 % di colonna Crescita % 2003/04 Pakistan Bangladesh India Altre 25 16 5 16 29 20 12 15 36 19 13 23 39,6 20,9 14,3 25,3 24,1 -5,0 8,3 53,3 Totale 62 76 91 100,0 19,7 Stato di nascita In via generale, quindi, tra le specializzazioni imprenditoriali dei vari gruppi nazionali possiamo tracciare una suddivisione di questo tipo: i romeni e gli albanesi prevalgono nel settore delle costruzioni (rispettivamente 49,1% e 27,2%), i cinesi nell’ambito della ristorazione (22,7%), i pakistani, bengalesi e indiani nel campo orafo (come abbiamo visto le tre nazionalità rappresentano l’80% del totale), i marocchini nel commercio al dettaglio (37,5%). In questo ultimo settore si inseriscono le “imprese etniche”, che svolgono attività di commercio (sia al dettaglio che all’ingrosso) e vendono prodotti tipici dei Paesi di origine, rivolgendosi principalmente ad una clientela immigrata; in provincia di Arezzo, tuttavia, queste imprese rappresentano una fetta esigua delle attività imprenditoriali commerciali. A rigor del vero, potrebbero anche essere più numerose, ma nell’archivio di Infocamere è raramente esplicitato se queste ditte si dedicano alla vendita di prodotti originari del paese di provenienza. Altre invece – la maggior parte – sono le cosiddette “imprese esotiche”, che si rivolgono principalmente alla clientela autoctona pur vendendo o producendo beni tipici del luogo di origine (i ristoranti etnici, i negozi di abbigliamento ed oggettistica...): sono soprattutto i cinesi ad avviare questo tipo di attività commerciali e nel settore della ristorazione rappresentano il 22,7% del totale, seguiti da romeni e marocchini (entrambi al 9,1%). La maggioranza delle imprese avviate dagli immigrati non si limita ad una clientela connazionale ma è inserita in segmenti ampi del mercato del lavoro, dove operano anche i cittadini italiani (settori tipici sono quelli dell’edilizia e delle attività manifatturiere). Si tratta di attività produttive che si collocano in settori spesso abbandonati dagli autoctoni. Benché il settore orafo e dei metalli preziosi non rientrino tra questi, la presenza di imprenditori stranieri in questo ambito, pur esprimendo un elemento in controtendenza (e di de-segregazione da ambiti ristretti), deve essere rivista alla luce delle osservazioni 215 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo sopra ricordate: in particolare, non scordiamo la posizione di marginalità e di rischio in momenti di forte crisi cui sono sottoposte quelle imprese che operano per conto terzi. Un altro aspetto su cui soffermarsi è costituito dagli anni di attività delle aziende analizzate. Dai dati risulta che circa un terzo delle ditte individuali a titolarità straniera presenti nel Registro delle Imprese ha effettuato l’iscrizione nell’ultimo anno, mentre un altro terzo ha solo uno o due anni di vita. Questo dato conferma la notevole crescita del numero delle imprese individuali straniere. Tuttavia, questa vivacità dovrebbe essere oggetto di costante monitoraggio per verificare se, nel tempo, queste giovani esperienze riusciranno a consolidarsi oppure se la loro mortalità è destinata a rimanere alta. 4. Conclusioni Negli ultimi anni la crescita dell’imprenditorialità straniera si è accentuata in tutta Italia, come evidenziano le numerose ricerche locali e le annuali rilevazioni statistiche pubblicate da Caritas/Migrantes e ISMU. Anche la provincia di Arezzo si inserisce in questa tendenza generale e segnala una crescita diffusa in tutto il territorio provinciale ma soprattutto nei comuni più grandi. I dati analizzati dimostrano che, oltre alle imprese straniere in settori tradizionali, come il commerciale e l’edilizia, stanno nascendo anche ditte innovative, soprattutto nell’ambito dei servizi alla persona e delle nuove tecnologie: è auspicabile che queste nuove imprese acquistino un peso maggiore in futuro. Inoltre, si conferma la presenza significativa, sebbene di nicchia, di iniziative imprenditoriali a dimensione familiare nel settore orafo, ambito tipico e redditizio dell’economia locale, che tuttavia da alcuni anni è in profonda crisi. Quella immigrata è una impresa aperta, cioè integrata nel tessuto economico e sociale della città: la maggioranza delle imprese gestite da stranieri infatti si rivolge a tutti i cittadini, non soltanto ai propri connazionali. Questo permette di essere ottimisti nei confronti dello sviluppo socio-economico della provincia e dei comuni, ma anche riguardo all’integrazione socio-culturale degli immigrati nel tessuto sociale. La diffusione di negozi, ristoranti e bar gestiti da stranieri, infatti, facilita l’interazione con la popolazione autoctona e le relazioni interpersonali, contribuendo alla costruzione di una società concretamente interculturale e al contenimento della conflittualità sociale. Le ricerche e gli studi finora svolti, tuttavia, non sono sufficienti. Una volta analizzati i dati attuali infatti occorre porsi delle domande per migliorare, e non solo monitorare, la situazione futura. Tra le molti questioni aperte, due, strettamente correlate tra loro e di primaria importanza, sono: quali le principali motivazioni che spiegano la tendenza degli immigrati a intraprendere? Cosa può favorire questa la scelta? Cerchiamo di dare una risposta a queste domande. In primo luogo, gli incrementi delle iniziative imprenditoriali devono essere attribuiti alla presenza crescente degli immigrati, che sempre più si radicano nel territorio assieme alla famiglia. Questa presenza in aumento si riflette in ogni settore della vita sociale, e dunque anche nell’imprenditoria. In generale, l’immigrato opta per il lavoro autonomo in seguito ad esperienze insoddisfacenti di lavoro dipendente, anche in settori diversi da quello che poi lo vedrà imprenditore. Queste prime esperienze permettono al cittadino immigrato di ambientarsi nel territorio e di acquisire informazioni, conoscenze, contatti e relazioni che permetteranno, in un secondo tempo, il passaggio al lavoro autonomo. 216 La presenza La scelta di creare un’impresa è ricorrente nella provincia di Arezzo come in tutto il territorio nazionale, dando indicazioni precise sull’evoluzione del fenomeno migratorio. Su questa decisione possono influire vari elementi. In primo luogo pesa la motivazione, che se fortemente individuale può portare a maggiori probabilità di successo rispetto allo scegliere il lavoro autonomo come soluzione di ripiego. Invece, quando si ricorre all’impresa come ad una soluzione-rifugio, di fronte all’impossibilità di accedere ad altre collocazioni professionali (teoria dello svantaggio), questa scelta non paga (Camera Commercio Roma 2003): nonostante la scarsità dei dati, infatti, sembra che anche in provincia di Arezzo la mortalità di imprese gestite da immigrati sia molto elevata, a testimonianza dell’elevato rischio di “chiusura” per le ditte straniere. Accanto alla mortalità delle ditte straniere, dietro alla loro grande crescita quantitativa, si cela anche il grosso problema dei “falsi imprenditori”. E’ da verificare, infatti, se la scelta di avviare un’impresa non sia dettata – soprattutto nel settore edile – da una richiesta del mercato del lavoro, che in linea con la tendenza alla flessibilità “espelle” dipendenti per “assumere” autonomi, come avviene con il caso del ricorso alle cosiddette partite Iva e alle ditte individuali: un “sistema che permette ai datori di lavoro di far diventare ‘grigio’ il lavoro nero, svincolandosi da ogni obbligo nei confronti di un lavoratore subordinato” (Berti 2006)5. Abbiamo però visto come il rallentamento della crescita delle ditte immigrate edili induca ad ipotizzare una progressiva saturazione della domanda proprio in questo settore. Quello che rimane certo è che un cittadino straniero, nell’avviare una propria impresa, incontra maggiori difficoltà di un autoctono: la lingua poco conosciuta, l’accesso alle informazioni e alle relative documentazioni necessarie si incaglia in procedure burocratiche; ottenere finanziamenti pubblici o privati è faticoso e problematico; reperire locali economici dove svolgere l’attività non è facile. In sintesi, un immigrato può scegliere di dedicarsi al lavoro autonomo per motivazione personale o per difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro, soprattutto da quando questo è improntato alla “flessibilità”; in quest’ultimo caso, gli ostacoli burocratici ed economici possono rendere la scelta particolarmente difficile. Questi temi, dibattuti in ambito nazionale e internazionale, richiedono senza dubbio di essere approfonditi nello specifico della realtà aretina, dove è necessario conoscere meglio alcune variabili per cercare di capire in modo più dettagliato una realtà che ha ormai enormi implicazioni economiche, culturali e sociali. In particolare, una maggiore attenzione va posta ai seguenti elementi: il percorso lavorativo degli stranieri titolari d’impresa, il titolo di studio e il tipo di formazione posseduti, le difficoltà incontrate, il numero di dipendenti delle imprese (indicatore questo molto importante per valutare il grado di stabilità dell’impresa), il grado di soddisfazione dell’attività svolta, il rapporto con la propria comunità, il livello di integrazione sociale e culturale nella società aretina. Questi dati, ricavabili solo grazie ad un attento lavoro coordinato di ricerche quantitative ma anche qualitative, sono la base dalla quale partire per comprendere al meglio l’imprenditoria straniera in provincia di Arezzo, e per regolare e indirizzare adeguatamente la crescita di tale realtà. 217 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Note Vedi i capitoli sul lavoro autonomo contenuti in Luatti e La Mastra 2001 e Luatti, Ortolano, La Mastra 2003. Si fa notare che le accortezze di cui si parla sono state usate nell’elaborazione e nell’interpretazione dei dati del presente capitolo. 1 Come ha sottolineato Fabio Berti nel suo intervento al seminario finale del progetto COPFIM, Arezzo 27 settembre 2006. 2 Sulla storia, poco nota, dell’emigrazione italiana in Tunisia v. il libro di G. Gianturco, C. Zaccai, Italiani in Tunisia. Passato e presente di un’emigrazione, Guerini, Milano, 2004. 3 I dati relativi alle presenza sono ripresi dal nostro Rapporto n. 16 “La presenza degli stranieri in provincia di Arezzo all’1.01.2006” (settembre 2006). Occorre precisare, per maggiore correttezza, che il dato complessivo e zonale sulle presenze riportato nel Rapporto n. 16 e utilizzato nel testo è comprensivo anche dei permessi di soggiorno rilasciati ai nuovi comunitari e ai cittadini provenienti dai Paesi a Sviluppo Avanzato. 4 Un meccanismo ben illustrato di recente da Moulay El Akkioui, segretario nazionale della Fillea Cgil, sindacato degli edili: “la legge (Bossi-Fini) lega il permesso di soggiorno alla durata del contratto di lavoro. Nel caso dell’edilizia, le imprese assumono spesso muratori per il tempo necessario alla durata del cantiere, che può essere anche di pochi mesi. Quando finisce il contratto, il lavoratore immigrato si trova con un documento scaduto e in una situazione di irregolarità. Così, molti stranieri preferiscono richiedere un permesso di lavoro autonomo, più sicuro di un permesso per lavoratore dipendente della durata di pochi mesi […]. Molti lavoratori ci dicono che viene loro imposto di aprire la partita Iva come condizione per lavorare: questo consente all’impresa minori costi contributivi e pone il lavoratore nella condizione di lavorare di più per guadagnare di più. Così cresce la stanchezza e la disattenzione: non è un caso che nei cantieri edili le vittime di incidenti siano molto spesso liberi professionisti immigrati” (cfr. Stranieri e lavoro. 4. Il lavoro autonomo, la casa e i risparmi, supplemento de “Il Sole 24 Ore”, lunedì 18 dicembre 2006, p. 3). 5 218 La presenza Percorsi di crescita professionale di lavoratori immigrati* di Irene Ortolano e Lorenzo Luatti 1. Ambiti e metodologia della ricerca Come evidenzia, già da alcuni anni, un numero sempre più crescente di studi e ricerche, gli immigrati sono una componente strutturale della società e del mercato del lavoro italiani. All’interno di quest’ultimo gli immigrati ricoprono principalmente gli spazi lavorativi lasciati dagli autoctoni, svolgono mansioni di manovalanza, debolmente qualificate e spesso ad alto rischio di infortuni. Rispetto a questa loro posizione, ampiamente descritta dalla letteratura, è necessario interrogarsi sulle possibilità di mobilità sociale e lavorativa, sulle chances di crescita professionale dei migranti. E’ ciò che abbiamo tentato di fare con una ricerca qualitativa realizzata nel contesto territoriale della provincia di Arezzo, che si è proposta di analizzare i percorsi positivi dell’immigrazione in ambito lavorativo, come le esperienze di successo professionale e il conseguente raggiungimento di una buona posizione economica e sociale. Abbiamo deciso di circoscrivere l’oggetto dell’indagine ai lavoratori immigrati dipendenti e non agli imprenditori immigrati principalmente perché ci sembrava che la letteratura abbia sinora concentrato la sua attenzione sulle strategie di mobilità sociale degli immigrati nell’ambito del lavoro autonomo, mentre sono rimasti parzialmente inesplorati i percorsi di integrazione e di promozione occupazionale nell’ambito del lavoro dipendente (tranne pochissime eccezioni: v. Mottura 2002). La ricerca è nata dall’esigenza di rendere visibili aspetti dell’immigrazione ancora poco conosciuti ed indagati; di mostrare il protagonismo e il coraggio delle scelte dei migranti, ma anche dei datori di lavoro, il percorso che molti immigrati hanno intrapreso per migliorare la propria condizione professionale e lavorativa. I dati statistici sono noti e ci dicono che si tratta pur sempre di casi sporadici, limitati, anche se in costante crescita. Soprattutto nelle città di provincia, con un tessuto economico caratterizzato in prevalenza da piccole e medie imprese, dove sono poche le figure professionali ad alta specializzazione richieste e dove le possibilità di cambiare 219 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo lavoro e crescere professionalmente si riducono notevolmente rispetto a quelle offerte da una grande città. Un indizio dei grossi limiti alla mobilità sociale consentita dal mercato del lavoro è rappresentato dalla oggettiva difficoltà da noi incontrata nell’individuare i lavoratori immigrati con una posizione lavorativa di responsabilità. La selezione dei lavoratori immigrati intervistati è stata infatti non difficile; in parte agevolata dalle associazioni di categorie e dai sindacati che ci hanno supportato nella scelta dei lavoratori in possesso delle qualifiche di operaio specializzato o superspecializzato. Dopo aver individuato una serie di nominativi, abbiamo compiuto un’ulteriore scrematura in seguito ad un primo colloquio telefonico con il datore di lavoro, per verificare se realmente ci fossero gli estremi per parlare di promozione professionale. A volte infatti, pur avendo una qualifica elevata, al lavoratore immigrato continuano ad essere affidate le mansioni più faticose e sacrificanti e soprattutto non c’è nel datore di lavoro la sensibilità e la volontà di valorizzare le competenze del dipendente straniero. Alla fine sono stati selezionati e intervistati 20 lavoratori immigrati specializzati o superspecializzati con le seguenti caratteristiche: • sono tutti ricompresi nella fascia di età 26-38 anni e provengono da vari paesi stranieri; • hanno un’anzianità migratoria di medio-lungo periodo (da 6 anni in avanti) il che dimostra come il tempo di immigrazione rappresenti una variabile fondamentale nel processo di integrazione socio-economica; • sono in grande maggioranza uomini, per la difficoltà di trovare donne immigrate con una qualifica elevata all’interno delle aziende del territorio provinciale; • lavorano in realtà aziendali collocate in settori differenti, da quello orafo all’edile, alla ditta artigiana che lavora il legno o il ferro battuto etc. alla multinazionale nel settore degli imballaggi, e tutto ciò al fine di avere un quadro panoramico il più possibile esaustivo e confrontare realtà anche profondamente diverse. Accanto alle interviste ai dipendenti immigrati si collocano le interviste realizzate ai loro datori di lavoro. Gran parte dei 20 datori di lavoro intervistati sono imprenditori di piccole realtà aziendali, spesso a gestione familiare. Abbiamo deciso di concentrarci su questa tipologia di imprese, in primo luogo perché caratteristica tipica del tessuto economico della provincia di Arezzo; in secondo luogo perché abbiamo ritenuto interessante iniziare ad analizzare le dinamiche tra colleghi e tra datore di lavoro e dipendente che si sviluppano all’interno di una piccola ditta, osservare e valutare se, in una micro realtà, sia più facile o più difficile per un lavoratore immigrato inserirsi ed essere valorizzato. Pur essendo delle piccole e medie imprese, la maggior parte ha al suo interno almeno tre dipendenti stranieri. Le interviste sono state pensate “a specchio”, affinché le domande rivolte al dipendente immigrato si proiettassero in quelle rivolte ai datori di lavoro e vi trovassero una conferma o una smentita (per la traccia dell’intervista v. Allegato n. 2). Abbiamo deciso di adottare questo criterio per analizzare la percezione, spesso differente, che i lavoratori immigrati e i datori di lavoro maturano rispetto a varie dimensioni, dal successo professionale al rapporto con i colleghi. Le interviste sono state condotte sempre separatamente: in un primo momento il lavoratore immigrato e in un secondo momento il datore di lavoro, per evitare possibili inibizioni nelle risposte. Solo in un caso questo non è stato possibile poiché il datore di lavoro è voluto rimanere presente e ciò ha compromesso o comunque ridotto il potenziale dell’intervista, che è stata pertanto parzialmente analizzata, tenendo conto del fattore di 220 La presenza condizionamento intervenuto. Le interviste sono state realizzate nei luoghi di lavoro, per una scelta metodologica: ciò ha consentito di osservare l’ambiente, intuire le relazioni con i colleghi, comprendere il ritmo di lavoro e nella valutazione dei risultati si è tenuto conto anche di queste osservazioni. L’intervista semistrutturata ha dato la possibilità agli intervistati di esprimersi liberamente e lungamente, concedendoci maggiori opportunità di approfondire qualitativamente aspetti che ritenevamo significativi per gli obiettivi dell’indagine (analizzando anche la terminologia utilizzata, l’intonazione della voce, etc.). Si tratta di storie di vita profondamente differenti tra loro ma al contempo accomunate da alcune caratteristiche, che cercheremo di evidenziare nel corso della trattazione. Non sempre si tratta di lavori qualificati nel senso tradizionale del termine o di vere e proprie carriere all’interno delle imprese, ma sono lavori che comunque vedono l’immigrato protagonista di un percorso che lo ha portato a svolgere una professione più coerente con il proprio background formativo e più vicina alle proprie aspirazioni. Chi sono dunque gli immigrati “valorizzati” nei luoghi di lavoro e che ricoprono posizioni di responsabilità? Quali sono stati i fattori e le dinamiche che hanno consentito e facilitato il loro “successo” lavorativo? Qual è stato il ruolo del datore di lavoro e dello stesso lavoratore immigrato in questo percorso positivo? E ancora: come hanno accolto questo “successo” i colleghi italiani? 2. Le interviste con i lavoratori immigrati 2.1. Il progetto migratorio e l’inserimento lavorativo in Italia Nell’analisi della scelta migratoria della maggior parte degli intervistati possiamo distinguere due macro variabili: da una parte, emerge una sorta di “libera scelta” dovuta alla volontà di migliorare la propria situazione economica, professionale e sociale; dall’altra, vi è la condizione politico e socio-economica del Paese di provenienza che costringe l’individuo a trovare come unica via di fuga l’emigrazione. Ed è soprattutto in questo caso che il momento stesso dell’emigrazione – il gesto fisico, la dinamica dell’emigrazione – si imprime nella memoria di colui che parte, diventando il ricordo drammatico di una scelta drastica e amara. Quando sono arrivato in Italia era quel crollo totale in Albania, la speranza era zero… Sono venuto con un gommone, e la domanda più imbarazzante che mi hanno fatto è stata: “ma hai ammazzato qualcuno?”. Me l’ha fatta un mio compaesano, perché gli sembrava una cosa terribile attraversare il mare […] Ci sono rimasto male. Quella domanda mi seguirà per tutta la vita. Ma se io vedevo qualche luce sarei rimasto in Albania… La prima volta sono arrivato fino a un certo punto e poi sono tornato indietro, perché il mare era balordo. Ma dopo due settimane l’ho rifatto quel viaggio […]. Così racconta il dipendente albanese di una cooperativa agricola. E proprio quella frase pronunciata da un suo compaesano diventa l’espressione chiave, che, come un risveglio brusco ed improvviso, come un pugno allo stomaco, gli svela l’abisso in cui è precipitato: gli fa capire all’improvviso che ha superato la normale percezione della paura, del pericolo, che ha compiuto qualcosa che solo un fuggiasco, qualcuno che doveva scappare e lasciarsi tutto alle spalle, avrebbe avuto la forza di fare. Come emerge da questa intervista, la 221 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo partenza spesso assume i caratteri della fuga; in questo caso la modalità di fuga – “il gommone” – si sovrappone a un’identità di “clandestino”, che viene attribuita dagli stessi connazionali; inoltre la percezione di essere “caduti in basso” emerge con forza da numerose interviste. A ricordare con tristezza ed angoscia i momenti della propria emigrazione sono soprattutto coloro che, nel paese di origine, conducevano una vita per molti aspetti agiata, coloro che erano professionalmente realizzati e hanno vissuto l’emigrazione come una lacerante separazione da tutto ciò, acuita dalla sensazione di essere rifiutati dalla società di approdo, di essere “un peso”. Se non tutte le scelte e le esperienze migratorie sono connotate drammaticamente, ben rappresentate nell’espressione più ricorrente “sono dovuto andare via”, per la maggior parte comunque la decisione di emigrare è stata presa per migliorare il proprio status, la propria posizione lavorativa ed economica, che le condizioni esistenti nel paese di origine rendevano difficile e spesso impossibile. Ci troviamo in quel bilico tra “libertà di fuga”, per utilizzare le parole di Sandro Mezzadra e “costrizione di emigrare” (Mezzadra 2001). Come ci dice un immigrato bengalese, Io sono venuto qua per guadagnare e per fare il mio futuro un po’ migliore […] e quest’ultima espressione ci sembra paradigmatica di molte delle storie di vita analizzate. Un’altra caratteristica comune ai percorsi migratori delle persone intervistate è di essere migrazioni individuali, per lo più maschili, che hanno però tutte avuto come conclusione il ricongiungimento con la famiglia. Quasi tutti gli intervistati si sono fatti presto raggiungere dalla moglie e i figli, spesso quest’ultimi, nati successivamente in Italia. La crescita professionale è avvenuta proprio quando essi sono stati raggiunti dalla famiglia: la serenità familiare, la proiezione a vivere la vita futura in Italia – quando i vincoli che portavano a investire e sentirsi legati ancora al proprio paese di origine sono in gran parte diminuiti –, sembrano fattori che incidono positivamente sulla crescita professionale, assieme naturalmente agli anni di residenza che significano maggiore competenza linguistica e conoscenza del territorio, una rete di rapporti ricostruita, un livello di interazione con la società di accoglienza più alto ecc. Come ci rivela un datore di lavoro, il lavoratore straniero nella sua ditta aveva sin dall’inizio dimostrato talento e affidabilità ma l’arrivo della moglie ha completato il suo percorso positivo, gli ha dato un senso di fiducia nel futuro e una maggiore responsabilità. Un ulteriore aspetto di particolare rilievo è che quasi tutti gli intervistati si sono fatti raggiungere non solo dalla moglie, ma anche da altri componenti della famiglia, in particolare dai fratelli, diventando pertanto il primo anello di una catena migratoria. Dopo il primo periodo di stabilizzazione e inserimento, hanno cercato lavoro per i fratelli, trovandolo spesso all’interno della ditta nella quale loro stessi erano stati assunti. Grazie infatti alla fiducia guadagnata e alle competenze riconosciute, essi hanno potuto garantire per i familiari, dando vita al noto meccanismo dei “network etnici”, ma anche facendo propria una dinamica tipica italiana, quella di riuscire a trovare lavoro grazie ai contatti personali. Con le necessarie differenziazioni che abbiamo cercato di delineare, dalle interviste realizzate emerge comunque che i percorsi migratori sono nella maggior parte dei casi percorsi intricati, caratterizzati da una partenza drammatica e convulsa e un progetto migratorio forse non adeguatamente ragionato e pianificato. Ma tutti questi percorsi sono 222 La presenza accomunati, come vedremo a partire dal prossimo paragrafo, dalla tenacia nell’affrontare le difficoltà e riuscire a risalire e a realizzare, almeno parzialmente, le proprie aspirazioni. Molte delle persone intervistate svolgevano nel paese di origine lavori completamente differenti, sia da quelli che hanno trovato non appena giunti in Italia, sia da quelli che svolgono ora e che li hanno maggiormente gratificati. È stato sorprendente e, nel contempo, interessante riscontrare il fatto che molti svolgessero lavori artistici, creativi, intellettuali. Come F., operaio specializzato in una multinazionale che produce macchine per imballaggio, che lavorava come formatore artistico e scultore. Il percorso intrapreso dall’arrivo in Italia sino al primo inserimento lavorativo ha tratti che accomunano tutti gli intervistati: i primi lavori sono sempre precari, nascosti, irregolari, pesanti, manuali. Se le strade che hanno condotto all’emigrazione possono essere profondamente diverse, se diverse sono le aspirazioni e le storie di vita, uguale è il punto iniziale del tragitto verso l’integrazione lavorativa e sociale: tutti gli intervistati sono infatti partiti dal gradino più basso, e per questo la salita è ancora più significativa. Tabella esemplificativa di alcuni percorsi di mobilità lavorativa di immigrati Azienda di lavoro attuale Titolo di studio dichiarato Lavoro nel paese di origine Primi lavori in Italia liceo artistico Ispettore ministero arte laurea psicologia Anni si soggiorno in Italia Livello di partenza Livello attuale Anni di permanenza in azienda collaboratore domestico, giardiniere operaio apprendista operaio super specializzato 8 10 n.d. bracciante agricolo, muratore lavapiatti chef in seconda 10 14 laurea in economia n.d. operaio carrozziere operaio 4° livello operaio 6° livello 9 13 diplomato Ist. Tecnico n.d. operaio lunapark-circo operaio apprendista operaio super specializzato, caporeparto 10 13 licenza elementare n.d. bracciante agricolo operaio generico tuttofare operaio super specializzato 6 8 diplomato n.d. bracciante agricolo operaio operaio 1° livello 4 10 laurea in agraria responsabile amministrativo cooperativa operaio in macello operaio semplice operaio super specializzato 5 10 laurea insegnante collaboratrice domestica mediatrice linguistica coordinatrice servizi di mediazione 3 6 223 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Così come tutti gli intervistati sono accomunati dal fatto che i primi lavori fossero degradanti e vissuti come una drastica ma inevitabile condizione di umiliazione, è comune anche il fatto che la ricerca del primo lavoro è stata breve, così come breve è stata spesso la permanenza nel primo luogo di lavoro. Le dinamiche che entrano in gioco nel momento della ricerca del primo impiego sono simili: si può essere aiutati dalla rete dei propri connazionali, ma anche dall’interessamento di un italiano. Se infatti le reti amicali e parentali giocano, in molte di queste storie, un ruolo decisivo, soprattutto nella fase iniziale di ricerca del lavoro, non si può non considerare il ruolo svolto dalla società ricevente, specialmente nella seconda fase della promozione professionale (Ambrosini 1999, 2001, 2004; La Rosa e Zanfrini 2003). Sono molti i datori di lavoro, i vicini di casa italiani che hanno aiutato gli immigrati intervistati a cambiare lavoro e a trovare una dimensione lavorativa, economica e soprattutto umana migliore. Quando l’aiuto ed il supporto provengono da italiani, questi vengono percepiti come dei veri e propri “benefattori”, per i quali sempre si dovrà avere riconoscenza. La maggior parte degli intervistati ha utilizzato varie modalità di ricerca del lavoro: dal presentarsi spontaneamente alla ditta al ricorrere all’aiuto dei propri connazionali, sino al supporto e alla referenza data da un italiano. Nessuno degli intervistati ha dichiarato di aver fatto ricorso a modalità più istituzionalizzate di ricerca del lavoro, come il centro per l’impiego o gli annunci pubblicati sulla stampa locale: ciò può significare sia una sfiducia nei confronti di tali modalità – peraltro poco utilizzata anche dagli autoctoni –, sia un buon funzionamento dei rapporti informali e dei contatti interpersonali. È comunque un elemento su cui vale la pena riflettere: se da un lato molte volte gli stessi italiani ricorrono ai contatti informali per trovare lavoro, il fatto che per gli immigrati questa rappresenti quasi l’unica via percorribile è un fattore di ostacolo nella valorizzazione professionale, soprattutto perché il più delle volte gli immigrati possono contare come rete di supporto solo su parenti e connazionali, poco inseriti nel tessuto locale. Una componente fondamentale nel percorso professionale che dal lavoro umile e pesante ha portato gradualmente gli immigrati intervistati al miglioramento della propria posizione è tuttavia soprattutto il carattere, la tenacia nel perseguire i propri obiettivi, la forza di non arrendersi. 2.2. L’inserimento in azienda e l’inizio della crescita professionale Se nella primissima fase dell’emigrazione si è disposti ad accettare condizioni di lavoro estremamente gravose e poco coerenti con la propria storia professionale e di vita (per insicurezza dovuta allo spaesamento iniziale e alla difficoltà linguistica, per il bisogno di guadagnare immediatamente, per la condizione giuridica di irregolarità…), nella seconda fase, quando ci si è ricongiunti con la famiglia, si è appreso meglio l’italiano e si sono strette relazioni positive (con i connazionali e con italiani), si è meno pronti ad accettare qualsiasi tipo di lavoro, ma si va alla ricerca di una condizione meno pesante e più appagante. Le difficoltà che gli immigrati intervistati hanno incontrato dal momento in cui sono stati assunti nell’azienda – in cui successivamente si è cresciuti come qualifica e come posizione raggiunta – sono soprattutto legate alla lingua e alle competenze tecniche da maturare. Il primo inserimento è stato reso meno problematico quando sono state predisposte misure e strumenti di accompagnamento al lavoro. In molti casi, il datore di lavoro ha affiancato lui stesso il lavoratore immigrato, specie nel caso di piccole realtà imprenditoriali come le ditte artigiane. Altre volte l’imprenditore ha messo accanto al lavoratore immigrato un lavoratore italiano con una certa esperienza. 224 La presenza All’inizio era un lavoro nuovo per me, non andavo tanto avanti, ma poi con l’aiuto dei compagni… con l’aiuto del capofficina che mi era sempre vicino, l’ho imparato tanto… non ho sentito la differenza per il fatto di essere straniero […] In questo modo il datore di lavoro non è venuto solo incontro alle proprie esigenze “produttive” ma ha favorito la conoscenza reciproca e l’interazione tra lavoratori immigrati ed italiani. Altre volte, pur in assenza di un “tutor” esperto, il lavoratore immigrato migliora ed apprende molto velocemente o perché aveva già esperienza in quell’ambito lavorativo, o perché ha la tenacia e la curiosità di osservare e di assorbire e tradurre in azioni concrete quello che vede fare dai suoi colleghi. È quello che accade al cuoco marocchino, che, come afferma lo stesso datore di lavoro, comincia a provare da solo in cucina alcuni piatti tipici che vedeva cucinare dallo chef e il ristoratore rimane colpito dalla sua abilità. È sempre lo chef marocchino a descrivere quali sono le due componenti fondamentali che favoriscono il successo nell’inserimento lavorativo e rappresentano il presupposto essenziale per la crescita all’interno della ditta. Anzitutto, l’affiatamento con i colleghi di lavoro, la percezione di non essere considerati “stranieri”: […] a me ha aiutato che questo posto è multietnico, in cucina trovi di tutto, tutti i paesi, e siamo tutti uniti… esci fuori e i clienti sono di tutte le parti, non si parla di razzismo e questo magari mi ha dato la forza per andare più avanti. In secondo luogo, il sentire che quello che fai ha un senso profondo e che è parte di un progetto più ampio e di lunga durata: […] anche questo mi ha dato la forza per andare più avanti, per capirci di più, il rapporto tra noi, noi abbiamo lavorato insieme per questo posto… Un aspetto su cui ci siamo soffermati nel corso delle interviste è stato quello relativo alle competenze che i lavoratori immigrati erano riusciti a maturare, aspetto utile anche per comprendere e valutare la percezione che un immigrato ha di se stesso nell’ambito lavorativo. L’elemento di rilevante interesse era che quasi tutti gli intervistati hanno mostrato consapevolezza dei risultati raggiunti, delle conoscenze acquisite e delle proprie attitudini e si rendevano conto di come queste fossero state essenziali nella promozione lavorativa all’interno della ditta. Molti mettono in luce soprattutto il fatto di aver maturato e raggiunto le competenze metaprofessionali, come la capacità di relazionarsi con gli altri, o il riuscire ad apprendere velocemente regole e prassi organizzative. Ad esempio, il lavoratore albanese di una grande azienda riconosce che l’essere riuscito a integrarmi velocemente, e un pochino imparare le cose al volo, un pochino d’occhio… sono le caratteristiche che gli hanno fatto conquistare la stima e la fiducia del responsabile e dei colleghi. Altri vedono nello sviluppo delle conoscenze e competenze tecniche la chiave per il successo nella ditta e ne sono orgogliosi, perché frutto di un lungo e faticoso percorso: […] io riesco a fare qualunque cosa che si fa qui, lavoro il ferro, lamiere grosse… 225 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo […] ci vuole anche del tempo per imparare e conoscere il mestiere ma adesso è tutto a posto… penso di essere bravo nel mio lavoro. Per altri aver sviluppato determinate competenze ha rappresentato un traguardo molto significativo nella propria vita, non solo lavorativa, qualcosa che gli ha aperto un nuovo modo di percepire se stessi e la dimensione professionale. La mediatrice albanese è riuscita a operare una catarsi della propria sofferta esperienza di emigrazione, trasformandola in un valore aggiunto per potenziare attitudini e competenze indispensabili nella sua professione. Ritorneremo su questi aspetti nell’ultima parte della ricerca quando confronteremo le risposte dei lavoratori immigrati con quelle dei datori di lavoro per capire se la percezione è la medesima o è falsata e differente e per quali ragioni. 2.3. La soddisfazione sul lavoro Essere promossi, avere una qualifica alta e dunque uno stipendio soddisfacente, ricoprire un ruolo di responsabilità, non significa necessariamente essere appagati e realizzati. La realizzazione lavorativa è una dimensione non riconducibile razionalmente ed univocamente a determinate condizioni; dovremmo cercare di definire e comprendere in generale, e in modo particolare per gli immigrati, cosa precisamente significa “crescita lavorativa”, promozione professionale, valorizzazione… Dare una definizione che sia onnicomprensiva di tutte le storie individuali è non solo complesso, ma a nostro avviso errato. Sarebbe come sostenere che una qualifica di operaio specializzato o la posizione di responsabilità dentro una ditta metalmeccanica è comunque percepita dall’immigrato come appagante. Se questo vale anche per i nativi, a maggior ragione vale per gli immigrati. Non solo perché spesso la strada fatta per raggiungere quella posizione è stata dolorosa, tassellata di velate e/o esplicite discriminazioni, umiliazioni, ma anche per quello che hanno lasciato. Perché arrivando in Italia i loro studi, le aspirazioni, le ambizioni, le esperienze lavorative sono state bruscamente cancellate, considerate inutili: servono braccia forti, corpi e menti capaci di sopportare turni e lavori pesanti e gravosi… E se qualcuno aveva anche solo pensato di poter trovare un lavoro simile a quello svolto nel paese di origine o coerente alla laurea ha dovuto immediatamente rendersi conto di questa realtà, come testimonia la storia del capofficina bengalese. All’inizio ero arrivato qui per trovare un lavoro per cui avevo studiato, ma se non c’è va bene così. Questa è la premessa da non dimenticare analizzando queste interviste: pur trattandosi di immigrati valorizzati più di altri sui luoghi di lavoro, questo non equivale a una totale realizzazione personale. Per alcuni il grado di soddisfazione è molto alto, come ad esempio il disegnatore e artigiano di origine macedone nella ditta di scarpe. A me è sempre piaciuto questo lavoro. Una volta non mi trovavo tanto bene perché quando cominci un lavoro all’inizio è difficile […] adesso mi sento una potenza quando lavoro, a me piace lavorare, fare tutto, non riesco a stare senza fare nulla, mi sento forte, motivato. Sono quelli che sono riusciti a fare un lavoro che avevano da tempo sognato di fare, che rientrava nei propri progetti da realizzare, un lavoro che li fa sentire stimati ed importanti. 226 La presenza Per questi immigrati si può parlare di una reale valorizzazione delle competenze, di una crescita lavorativa, di una realizzazione professionale. È anche il caso dello chef marocchino di un rinomato e raffinato ristorante toscano. Io sono soddisfatto perché ho imparato un mestiere che all’inizio pensavo fosse difficilissimo, e quando arrivano i ragazzi della scuola alberghiera penso di avere un livello più alto di chi ha fatto la scuola… Le sue parole testimoniano l’orgoglio di essere riuscito, con le proprie forze, a costruirsi un lavoro creativo e appagante e, al contempo, rivelano come in questo processo sia stato decisivo sentirsi parte del progetto, protagonista con gli altri colleghi della creazione di qualcosa di speciale: poi mi sento soddisfatto perché ho lavorato qui che c’era solo il ristorante, si lavorava per fare di più, e quindi piano piano abbiamo fatto l’albergo… E’ il caso del rappresentante di una ditta di distribuzione di prodotti alimentari che è riuscito a superare la diffidenza, ed è al momento uno dei più richiesti sul mercato provinciale; i suoi datori di lavoro, assumendolo e promovendolo, hanno saputo potenziare e valorizzare l’attitudine a questo mestiere, la capacità relazionale, di cui egli stesso è consapevole: […] mi trovo bene con la gente, ho un buon rapporto… con certi clienti c’è un legame di fiducia, alcuni mi danno gli assegni io li riempio e loro li firmano, altri mi lasciano le chiavi dei ristoranti, scarico e vado via, nessuno mi ha mai controllato. Acquisire fiducia in Toscana è molto difficile […] ho sempre cercato di convincere la gente di essere all’altezza, non ho mai fregato nessuno, ho un rapporto chiaro con la gente. Il rapporto con i colleghi e il datore di lavoro incide in modo evidente nel grado di soddisfazione dei lavoratori intervistati. Sentirsi stimati, insostituibili per il datore di lavoro, gioca un ruolo decisivo nella percezione soddisfacente del proprio lavoro. Il rapporto con i colleghi è giudicato dalla maggior parte degli intervistati come rispettoso, positivo e spesso gratificante; molti si trovano persino ad avere una posizione di responsabilità nei confronti di uno o più lavoratori italiani, ma questo, almeno in base alle parole degli intervistati immigrati (che successivamente compareremo con l’opinione del datore di lavoro) è stato vissuto con normalità e senza conflitti, come conferma il capo reparto albanese. Io sono già capogruppo meccanico, ho sotto di me un ragazzo italiano, siamo più amici, siamo rispettosi tutt’e due, non c’è mai stato problema. L’operaio specializzato marocchino all’inizio della promozione ha percepito attorno a sé un clima conflittuale che però è riuscito a risolvere, […] i primi giorni così… poi pian piano bene, si scherza, siamo amici, si lavora bene insieme; con uno ieri abbiamo cenato insieme a casa mia, con un altro ci incontriamo, siamo amici, via! 227 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Il sentirsi competenti e valorizzati porta anche a vivere in modo positivo il rapporto con i colleghi, come è accaduto all’operatrice/mediatrice dello sportello per immigrati: Io dappertutto ho trovato il massimo della collaborazione, del rispetto dai colleghi …mi sento uguale, mi sento importante, competente… Naturalmente non per tutti la relazione con i colleghi è priva di conflitti, come rivela il lavoratore senegalese: nelle sue parole leggiamo un non volersi sbilanciare ma al contempo percepiamo un’amarezza di fondo: Il rapporto con i colleghi italiani è positivo, ma non è sempre positivo come dovrebbe andare, ci sono giorni neri […]. Dipende dal tipo di carattere delle persone. Ma ancora di più leggiamo una non totale realizzazione, un senso di velata frustrazione nell’intervista al lavoratore albanese di una grande azienda agricola: […] cambiare lavoro: devo essere sicuro al 100% che guadagnerò di più dove vado. Se non ce l’hai questa certezza devi pensarci bene ogni passo che fai. La responsabilità maggiore in un altro posto di lavoro non ti interessa quando hai la pancia vuota e non porti a casa quello che dovresti portare per i tuoi bambini. Nelle sue parole non c’è solo il bisogno che blinda altre opportunità di cambiamento; c’è soprattutto una persona che ricopre all’interno di questa ditta una posizione di grande responsabilità ma che ha vissuto una profonda lacerazione con il suo passato e che pertanto vede questo lavoro come una degradazione, una sconfitta. Io sono laureato in economia agraria: lavoravo in una cooperativa agricola con 10 mila dipendenti/abitanti; ero un capoufficio e mi occupavo della parte economica della cooperativa, con altre persone; avevo sotto di me diverse persone… Più volte nel corso dell’intervista ricorderà il lavoro svolto in Albania, le persone che aveva sotto di sé, la grandezza e l’organizzazione di questa cooperativa, e parlerà del suo attuale lavoro con un palese senso di insoddisfazione, che si riflette in modo particolare nel rapporto con i colleghi e con il datore di lavoro. Il suo atteggiamento, come vedremo nella parte dedicata all’analisi delle interviste agli imprenditori, è spesso considerato arrogante e presuntuoso, ma pochi sono andati a fondo nella sua storia, capendo cosa significhi cambiare così drasticamente la propria collocazione nella società e nel mondo lavorativo. 3. Le interviste agli imprenditori italiani 3.1. Le motivazioni dell’assunzione Per la quasi totalità dei datori di lavoro intervistati l’assunzione di uno o più lavoratori immigrati è stata quasi una scelta obbligata, a causa della difficoltà incontrate nel reperire manodopera locale, a causa delle condizioni di lavoro faticose e stressanti (per via dei turni o dei lunghi spostamenti o del tipo di mansione da svolgere), come testimonia il proprietario di un noto ristorante, parlando del suo chef marocchino: 228 La presenza […] è stato assunto come lavapiatti; nella nostra zona abbiamo grossissime difficoltà a trovare il personale, come cameriere e come cuochi non si trovano, non ci sono; li tiriamo su da noi, e quando incontriamo una persona valida cerchiamo a tutti i costi di tenerla con noi…, o l’imprenditore della ditta di lavorazione del ferro: […] li ho assunti, perché è passato un periodo che non si trovava la manodopera…, o ancora il proprietario della falegnameria: […] perché non siamo riusciti a trovare un operaio nella zona, non se ne trovava, i giovani del posto dicono “il falegname, per carità!”. Così l’imprenditore di una grande impresa edile parla dei suoi due manovali specializzati, fratelli, provenienti dalla Macedonia. Sono pavimentatori di III livello ma già pensiamo di portarli al IV livello. Sono entrati come manovali, uno quattro e l’altro due anni fa. All’inizio sono stati accompagnati da un pavimentatore […]. Abbiamo visto che erano bravi, che lavoravano bene, che avevano tanta buona volontà. Si vede che vogliono crescere professionalmente. Altri hanno addirittura sviluppato un atteggiamento di diffidenza nei confronti dei giovani lavoratori italiani (soprattutto se di origine meridionale), che considerano poco portati al sacrificio, lavativi, non disposti a rimanere in azienda più del normale orario di lavoro (una sorta di discriminazione al contrario: v. FIERI 2003). Anche queste sono constatazioni che si ripetono nelle parole di molti datori di lavoro intervistati. […] se uno è un lavativo che alle cinque smette non c’è da farci affidamento, lui [si riferisce al suo operaio immigrato] invece vedo che si dedica se c’è qualcosa da apprendere anche dopo le cinque, non va via, mentre gli altri, alcuni italiani, alle cinque precise partono e se ne vanno. Ma qui da noi alle cinque inizia la parte più consistente del lavoro!, come ci racconta il proprietario di una carrozzeria. Per gli imprenditori intervistati l’aspetto che essi valutano con maggiore attenzione è dunque la capacità di non sottrarsi agli impegni, anche se ingenti, il senso del sacrificio, vedere che il lavoro viene vissuto con scrupolo e coscienza. L’esperienza con i lavoratori stranieri è positiva e non ho nessun tipo di pregiudizio razziale. Ho trovato piuttosto molti italiani menefreghisti, testimonia il proprietario di una grande cooperativa agricola, e così ci racconta anche il proprietario di una ditta edile: […] quello che mi ha colpito di M. è che non lavora proprio per lavorare e basta. Io ho avuto tanti ragazzi anche di qui, dei dintorni, però ho trovato differenze, gli altri andavano via alle quattro anche se c’era da finire qualcosa di urgente. 229 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Questo continuo sottolineare la disponibilità a lavorare per ore e ore e il considerare lavativo chi invece rispetta i suoi orari di lavoro può essere alla fine molto pericoloso: può infatti rappresentare una forma di ricatto e sfruttamento per i lavoratori immigrati. Soltanto un imprenditore tra quelli intervistati ha affermato di aver scelto in base a precisi requisiti e competenze necessarie allo svolgimento di quel lavoro: […] lui io l’ho preso perché aveva un curriculum, era noto in zona per essere un venditore. È entrato perché sapeva la zona, perché mi avevano dato delle referenze buone e difatti era vero. Non è che volevo fare beneficenza, o rischiare più di tanto: qualcuno ha rischiato prima di me, io sono andata sul sicuro… In questo caso la scelta è caduta sul lavoratore straniero non perché non ci fossero persone disponibili a fare quel mestiere ma perché egli aveva maturato un’esperienza significativa ed aveva dimostrato attitudine e pertanto ha superato la concorrenza italiana. Complessivamente, l’inserimento di questi lavoratori stranieri (che hanno poi fatto “carriera” all’interno delle ditte nelle quali sono stati assunti) nel tessuto economico della provincia di Arezzo non è avvenuta perché essi sono portatori di caratteristiche biografiche differenti da quelle dell’offerta locale e congruenti con quelle della domanda; il loro avvio al lavoro va invece attribuito alla maggiore disponibilità a ricoprire i ruoli produttivi rifiutati dagli italiani (Zanfrini 1998) e alla maggiore disponibilità a lavorare per un maggior numero di ore. Questo significa che gli imprenditori hanno affidato ai lavoratori immigrati carichi di lavoro che difficilmente i lavoratori italiani sarebbero stati disposti a svolgere. Alla base delle prime assunzioni c’è dunque sempre l’ombra dello sfruttamento e della ricattabilità e vulnerabilità del lavoratore immigrato. Sono stati gli immigrati stessi a presentarsi, quasi a bussare alla porta del datore di lavoro per essere assunti. In molti casi ha giocato un ruolo essenziale l’azione delle reti etniche; la solidarietà dei connazionali è stata decisiva nella storia del lavoratore della falegnameria. Altre volte il datore di lavoro ha assunto il lavoratore straniero, che dopo è stato gradualmente promosso e valorizzato, perché nella ditta già lavorava un connazionale o un familiare. Ma le catene e le reti etniche entrano in gioco soprattutto in un secondo momento, quando il lavoratore immigrato si è inserito e ha conquistato la fiducia del datore di lavoro. Allora, come nella quasi totalità delle interviste realizzate, egli chiede al titolare di assumere un suo connazionale, che spesso è un suo parente. Il titolare della carrozzeria, ad esempio, ci dice che dopo alcuni mesi il dipendente senegalese […] si è raccomandato tanto di assumere anche il fratello, ho fatto una domanda e dopo tre mesi abbiamo preso anche l’altro fratello, ma l’assunzione non ha un esito positivo, perché il fratello delude le aspettative del datore di lavoro. In altre occasioni, il lavoratore immigrato insiste ma trova la resistenza del datore di lavoro. Ci sono casi in cui la catena è perfettamente riuscita; il datore di lavoro ha assunto i connazionali del dipendente e si è ritrovato pienamente soddisfatto, come nel caso del titolare della ditta orafa: 230 La presenza […] lui ha portato altri connazionali in questa azienda. Ad esempio, ho alle dipendenza altri tre bengalesi che mi sono stati presentati da A. e mi sono trovato benissimo… penso che assumerò altri bengalesi. 3.2. Le motivazioni della “promozione” La maggior parte dei datori di lavoro intervistati ha affermato di aver osservato e riconosciuto il talento, la volontà, l’affidabilità del dipendente immigrato; in particolare le caratteristiche che tutti i datori di lavoro hanno affermato di aver riconosciuto nel dipendente immigrato sono la motivazione, la responsabilità, l’affidabilità, la diligenza e la disponibilità a lavorare affrontando sacrifici ed orari pesanti e sono queste le ragioni prevalenti in base alle quali hanno deciso di promuoverli ad una posizione migliore. È quello che trapela dalle parole dell’imprenditore del calzaturificio, […] c’è da noi una macchina particolare e ci serve una persona brava che lo sappia fare perché è difficilissimo: qui manca una persona che sappia fare un po’ di tutto. C. sa fare tutto perché è stato abituato a fare tutto e questo è molto importante perché così conosce appieno ogni problematica e questo va meglio per lavorare. Ha una grande facilità di apprendere… per questo abbiamo deciso di dargli una qualifica più alta. La disponibilità a lavorare molte ore è l’aspetto che anche il titolare della cooperativa agricola ha notato maggiormente e che l’ha spinto a dare un ruolo di responsabilità al suo dipendente. E’ un ottimo lavoratore, con lui non ho avuto alcun problema difficile. Attualmente è l’unico ad essere stato promosso: io non seguo l’anzianità, ma la motivazione che il mio lavoratore esprime per quello che fa. Lui ha molta motivazione e continuerà a crescere in questa azienda. Non è tanto un discorso di bravura della persona ma della responsabilità sul lavoro. Lui è molto responsabile in quello che fa e posso fidarmi […]. Lui è il mio braccio destro. Quando lui ha fatto una cosa io non la riguardo. So che è stata fatta bene. Di lui mi fido totalmente. Quasi tutti gli imprenditori intervistati hanno affermato di voler incrementare la crescita del lavoratore immigrato nella ditta proprio in virtù del suo impegno e della sua motivazione, come il proprietario dell’impresa specializzata nella lavorazione del ferro: […] quando uno vede una persona che merita uno gli sta dietro e lo porta ai livelli dove deve arrivare…, o come afferma il titolare della falegnameria: […] ho visto che apprendeva bene ed è giusto insegnargli… certo, lui ha le chiavi in mano, ha le chiavi dello stabilimento, dove vuole arrivare non ci sono problemi… In queste ultime due storie emerge anche un altro elemento di grande rilevanza: la crescita del lavoratore immigrato è stata resa possibile grazie all’accompagnamento dello stesso 231 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo datore di lavoro, che lo ha affiancato e gli ha insegnato come svolgere al meglio la mansione assegnatagli (o quando non era possibile lo ha fatto seguire dal lavoratore più esperto), lo ha indirizzato a corsi di italiano e di sicurezza sul lavoro, etc. In molti casi, soprattutto per lavori artigianali, insegnare bene le tecniche e i segreti per realizzare nel migliore dei modi quell’attività può rappresentare un valore aggiunto per i lavoratori immigrati, che potranno decidere in futuro di mettersi in proprio ed è un aspetto di cui sono pienamente consapevoli gli stessi imprenditori intervistati, e la maggior parte non hanno manifestato resistenze a riguardo. Alcuni imprenditori, come il proprietario del ristorante sui colli toscani, hanno riconosciuto altre capacità e hanno promosso il lavoratore immigrato soprattutto per le doti tecnico professionali dimostrate sul lavoro. In questo modo ne hanno effettivamente valorizzato le potenzialità, dando al lavoratore una reale opportunità di crescita e di svolgere un lavoro coerente alle proprie ambizioni. S. entrò come lavapiatti… poi in più occasioni girando attorno alla cucina mi accorsi che osservava, aveva voglia di imparare, era sempre attento alle cose, rubava con gli occhi… cominciava a girare intorno alle pentole, una volta lo vidi che saltava della pasta, mi ricordo che dissi a mia moglie, “guarda S., è l’ora che proviamo a passarlo come cuoco”, anche perché è giusto che una persona che entra in azienda abbia il suo miglioramento in funzione delle sue capacità. A fargli fare il cuoco sono stato io […]. In questo caso nella promozione del lavoratore immigrato ha contato soprattutto la predisposizione e la bravura nel suo mestiere e non esclusivamente l’affidabilità e la responsabilità: per tale ragione egli è stato promosso non solo ad uno stipendio più alto o ad una mansione meno gravosa, ma a diventare lo chef in seconda del ristorante. Trattandosi di una promozione avvenuta con dinamiche differenti da quelle presenti nelle altre storie di lavoratori immigrati intervistati, riteniamo che sia il paradigma della riuscita e reale valorizzazione e crescita professionale del lavoratore immigrato. L’aspetto fondamentale che emerge dalle interviste realizzate è che tutti i datori di lavoro hanno deciso di promuovere i loro lavoratori immigrati non solo perché avevano dimostrato bravura e responsabilità, ma soprattutto perché erano consapevoli che era l’unico modo per tenerli con sé nella ditta, che solo valorizzando una persona potranno avere il meglio da quella persona. Questa consapevolezza, per quanto strumentale, distingue un datore di lavoro “illuminato” da un altro che si accontenta di avere gli immigrati come semplice manovalanza, non accorgendosi del loro talento e della loro responsabilità e credo che la strada per il raggiungimento di una condizione di pari opportunità tra immigrati ed italiani nell’ambito lavorativo non possa prescindere dal cercare di promuovere nei datori di lavoro questo atteggiamento. È infatti la stessa consapevolezza ad indurre un imprenditore a venire incontro alle eventuali e peculiari esigenze del lavoratore immigrato, in termini di ferie, orari, mense, etc. Se il datore di lavoro si rende conto che l’immigrato ha esigenze particolari (come il periodo di digiuno durante il Ramadan o l’avere a mensa cibi che siano coerenti con la propria appartenenza religiosa) e cerca di rispondere positivamente a queste esigenze, perché ritiene che così il dipendente si troverà a suo agio nella ditta e lavorerà in modo migliore, allora i luoghi di lavoro diventeranno realmente luoghi interculturali, spazi dove le differenze vengono valorizzate e non stigmatizzate. 232 La presenza Per tale ragione abbiamo deciso di chiedere agli imprenditori intervistati se avessero ricevuto richieste particolari dai dipendenti immigrati e quale fosse stata la loro reazione: si tratta di un elemento decisivo, parte integrante della promozione lavorativa e della valorizzazione degli immigrati. Da quanto emerge dalle interviste si possono individuare due prevalenti tipologie di richieste che i lavoratori immigrati rivolgono più frequentemente ai datori di lavoro: quelle correlate alla propria appartenenza religiosa (come il digiuno o le ferie da prendersi durante il periodo del Ramadan) e quelle legate alla condizione giuridica del Paese di accoglienza (i permessi per recarsi in questura a rinnovare il permesso di soggiorno ecc.). Come si evince dalle interviste realizzate, è più facile e frequente che un datore di lavoro conceda molti giorni di ferie durante l’anno permettendo al lavoratore di recarsi in questura o di accompagnarvi la moglie, mentre manifestano resistenza nei confronti di concessioni sul Ramadan o nei confronti di ferie più lunghe per recarsi nel proprio paese di origine. Alla base di questa diversa apertura e disponibilità vi è forse un sottile ed inconscio (ma in alcuni casi anche palese) razzismo nei confronti della religione di appartenenza, l’islam, il pregiudizio di un fanatismo da non assecondare piuttosto che un’esigenza intima da rispettare. In questo senso va anche la testimonianza dell’imprenditore edile: […] per i periodi di ferie non ci sono stati problemi, li chiedono nei periodi normali. Le loro famiglie vivono qua, ma in patria hanno i genitori. Comunque noi siamo consapevoli e comprensivi di questi bisogni. La stessa volontà di individuare forme e soluzioni operative di compromesso tra esigenze del lavoratore e ritmi aziendali è presente nelle parole del proprietario della cooperativa agricola: […] noi non creiamo mai problemi a nessuno: le ferie se le gestiscono loro, l’importante è che non se la prendano insieme. Noi diamo le ferie anche ad agosto se devono andare giù per la famiglia o per fare il ramadan, purché non sia un periodo sotto stress… e infatti abbiamo un numero di persone elevato per sopperire proprio perché possano prendere le ferie quando ne hanno bisogno e possano prendersi un momento di relax per ripartire poi… sennò dopo diventi stressato e non sei più produttivo. Altri mettono in atto soluzioni pragmatiche che non risolvono il problema ma dimostrano comunque un’attenzione ed una sensibilità verso le esigenze del lavoratore immigrato. Accanto a queste testimonianze di disponibilità e volontà di comprendere l’”altro” nelle sue peculiari esigenze, abbiamo dovuto purtroppo registrare e constatare in alcuni datori di lavoro atteggiamenti di radicale chiusura ed ostilità nei confronti della condizione del lavoratore immigrato e di sue eventuali richieste. Altre volte non compare una vera e propria ostilità, ma una preoccupazione legata alle esigenze produttive dell’azienda e ad eventuali comportamenti non precisi del dipendente immigrato. Registrare queste espressioni di malessere ed ostilità nei confronti di lavoratori che erano stati promossi e qualificati all’interno di queste realtà rende evidente come il processo di integrazione sociale e non solo economica abbia ancora ostacoli considerevoli davanti a sé. Non è sufficiente aver incontrato un lavoratore responsabile, talentuoso, onesto ed averlo promosso ad un ruolo di maggiore responsabilità/prestigio per rendere consapevoli gli imprenditori del background umano che l’immigrato si porta dietro e per spingerli 233 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo ad adottare soluzioni che rispondano ai bisogni profondi dei propri lavoratori. In questi casi ci sembra difficile parlare di una reale promozione lavorativa: questa è scritta sulla carta di un contratto, ma è ancora astratta, in quanto alla base rimane la considerazione dell’immigrato come “braccia da lavoro” e non persona. Sicuramente la richiesta di ferie prolungate per tornare nel paese di origine rappresenta un motivo di malcontento e di difficoltà molto diffuso tra gli imprenditori intervistati. In particolare, molti degli intervistati hanno dichiarato di non avere avuto problemi nel concedere le ferie più lunghe o in determinati periodi dell’anno: la difficoltà è il mancato rientro al termine dei periodi di ferie. Se la questione delle ferie prolungate è un elemento ricorrente nelle interviste ai datori di lavoro, sono relativamente pochi quelli che hanno manifestato un forte malessere, denunciando episodi come quelli descritti. La maggior parte è consapevole del significato e dell’importanza che assume per i lavoratori immigrati poter trovare la famiglia che spesso non si vede da anni e rimanere più a lungo nel paese dal quale si era lontani da tempo. E spesso sono gli stessi colleghi italiani a mobilitarsi per far avere un periodo di ferie più lungo al collega immigrato. 3.3. Il rapporto con i colleghi Come è percepita e vissuta dai colleghi la promozione del lavoratore immigrato? La ricerca ha inteso far emergere la visione del datore di lavoro in riferimento alle dinamiche relazionali tra lavoratori immigrati ed italiani; insomma, se egli percepisse un clima di integrazione o al contrario di ostilità. La maggior parte degli imprenditori intervistati ha affermato che i rapporti tra i colleghi italiani e il dipendente immigrato non sono conflittuali ma positivi. Tuttavia se andiamo ad analizzare quali sono le cause che possono spiegare il clima armonioso, l’assenza di conflitti ed eclatanti episodi di razzismo, vediamo che gli imprenditori portano due principali e differenti motivazioni. Alcuni imprenditori infatti spiegano l’esistenza di relazioni positive tra colleghi stranieri ed autoctoni attribuendola all’“assimilazione” del lavoratore immigrato alle abitudini e ai ritmi non solo dell’azienda ma dell’intera comunità, come ci racconta il responsabile risorse umane della ditta specializzata in informatica: […] per quel che mi è dato di vedere si relaziona bene più o meno con tutti. Poi credo che si sia proprio integrato nel tessuto sociale del paese: la figlia va a scuola qui, la moglie è qui, lui ha preso casa qui… oltretutto usa molte espressioni toscane… a me pare che si sia integrato. Il dubbio che rimane leggendo queste parole è cosa sarebbe avvenuto se invece questo lavoratore avesse mantenuto più visibile la propria appartenenza nazionale. Una percezione simile traspare dalle parole dell’imprenditore edile: […] con gli italiani M. non ha problemi, semmai qualche problema lo dimostra con i connazionali. Non parla mai del suo paese, preferisce parlare con gli italiani, che so, di calcio, famiglia… Per altri datori di lavoro l’assenza di conflitti e la solidarietà tra italiani e immigrati è dovuta al carattere dell’immigrato stesso, in particolare alla sua piena disponibilità sul lavoro, al suo venire incontro sempre alle esigenze dei colleghi. 234 La presenza […] è bravissimo come persona, se uno il sabato gli dice c’è da fare non si tira indietro… perciò i colleghi italiani si trovano tutti bene con lui […], come racconta il proprietario della carrozzeria, o come afferma il capo della cooperativa agricola: […] nel rapporto con i colleghi italiani ci possono essere le solite discussioni tra immigrati e italiani, come in ogni normale ambiente di lavoro, ma non ci sono litigi eclatanti. Lui comunque è un ragazzo a cui tutti vogliono bene, anche i clienti sono affezionati… perché non rifiuta mai di aiutare un collega, anche il sabato o anche se è tardi e ha finito il suo turno da un pezzo… a volte è persino capitato che abbia perso la corriera per aiutare me o un collega. Per tutti gli imprenditori intervistati è dunque il lavoratore immigrato a giocare il ruolo più importante nella costruzione di relazioni positive con i colleghi italiani: il successo dell’interazione con gli autoctoni dipende dalla sua capacità di assimilarsi alle abitudini dei colleghi o dalla sua generosità ed impegno sul lavoro. Questo rappresenta, a nostro avviso, un indicatore negativo del processo di integrazione lavorativo che abbiamo cercato di osservare nel corso dell’indagine: nessun imprenditore ha infatti riconosciuto il ruolo dei colleghi italiani, come se questi rimanessero in attesa di un passo da parte del lavoratore immigrato e fossero pronti ad isolarlo qualora non sussistessero le condizioni ora descritte. E’ inoltre limitante e pericoloso attribuire la possibilità di costruire relazioni soddisfacenti con gli italiani solo se si è assimilati, se non si rende manifesta la propria differente appartenenza (culturale, religiosa, linguistica...), se si parla poco di sé, del proprio paese e purtroppo sono considerazioni registrate frequentemente nel corso della ricerca. Un altro aspetto di sicuro rilievo che abbiamo analizzato fa riferimento alla reazione dei colleghi italiani di fronte ad una già avvenuta o potenziale promozione del lavoratore immigrato. Si è pertanto cercato di capire quale fosse al riguardo la percezione dell’imprenditore, quali conseguenze immaginasse o riscontrasse tra i dipendenti italiani in presenza di un immigrato collocato in una posizione superiore rispetto alla loro. Tale percezione può condizionare il datore di lavoro, magari inibendo la volontà di promuovere a ruoli di responsabilità il lavoratore immigrato. Sono stati numerosi gli imprenditori che hanno riconosciuto la diffidenza e la resistenza dei dipendenti italiani nei confronti di un avanzamento di carriera del lavoratore immigrato. È soprattutto nel momento iniziale della promozione del lavoratore straniero che si manifesta l’atteggiamento di ostilità dei dipendenti immigrati. Gli operai all’inizio avevano paura, sono stati molto cattivi con lui, non volevano che diventasse operaio specializzato, e non volevano che fosse lui a dare ordini ad alcuni di loro. Dicevano che non volevano ordini da un albanese, e lo dicevano anche a lui. Gli hanno fatto una vera guerra, erano davvero cattivi, gli facevano di tutto… lui ha avuto molta tenacia e io non sapevo come facesse, anche perché era molto giovane ed era la sua prima esperienza di lavoro in Italia. Ora invece gli si sono affezionati, hanno socializzato, è uno di loro… io credo che è stato merito suo, hanno capito che era bravo e che si potevano fidare […], come racconta la responsabile della ditta specializzata in lavori artistici artigianali. 235 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo La stessa reazione di rifiuto e di ostilità è descritta dal capo della cooperativa agricola: […] c’è da dire che i colleghi italiani non l’hanno presa bene che M. abbia un ruolo più importante di loro nell’azienda. Ad esempio, c’è stato un ragazzo italiano che se ne è andato via perché non voleva farsi comandare da un marocchino. Ma anche altre persone che non capivano questa mia scelta se ne sono andate via. Questa storia è esemplare non solo della resistenza da parte di molti lavoratori italiani ad accettare, rispettare e stimare un lavoratore immigrato che, per le sue competenze, acquisisce un ruolo di responsabilità nei confronti di colleghi italiani. Al contempo questa storia dimostra come la volontà del datore di lavoro nel non farsi condizionare da questi atteggiamenti di rifiuto, da questo serpeggiante razzismo sia fondamentale nel favorire la crescita e la valorizzazione del lavoratore immigrato: l’imprenditore, infatti, continuando il suo racconto afferma: […] i lavoratori italiani che sono rimasti sembrano aver capito. E comunque, se un italiano si arrabbia perché c’è uno straniero che conta di più, per me se ne può anche andare via. Dimostra la sua piccolezza, e io non so che farmene di uno così. Per me conta solo la bravura e l’onestà; se per altri contano altre cose, non mi riguarda. Anche nelle parole dell’imprenditore edile leggiamo la medesima volontà di non farsi condizionare e limitare dal comportamento diffidente dei dipendenti italiani, e riconosciamo il ruolo decisivo giocato dall’imprenditore non solo nel favorire la carriera dell’immigrato, ma nel risolvere i conflitti nella ditta: […] ha un buon rapporto con i colleghi… anche se all’inizio ci sono stati problemi perché noi italiani siamo razzisti… però se con questa persona qualsiasi ti metti a fianco diventa uno di te, se io riconosco che tu hai tutto come me te diventi uno di noi… io non ci penso mai che lui è straniero o che viene dalla Tunisia […] io ho fatto capire questo anche ai dipendenti e alla fine loro lo hanno accettato e ora, anzi, lo aiutano spesso. In altre realtà aziendali, più strutturate, come la grande ditta specializzata in informatica, gli avanzamenti di carriera sono vincolati a precise regole e parametri, come l’anzianità di servizio e le competenze maturate, per cui dovrebbero esserci reazioni meno violente e drastiche da parte dei dipendenti, come rivela il responsabile delle risorse umane dell’azienda: […] no, assolutamente, perché chi è in una posizione più bassa è entrato in tempi più recenti. Se un marocchino o un albanese diventano capo reparto è perché sanno fare bene il proprio mestiere e sono da tempo qui: gli altri colleghi lo sanno. Tuttavia avremmo voluto indagare e capire meglio se la valutazione del responsabile corrisponde alla realtà o se, invece, davanti al capo reparto immigrato possano esserci sottili, poco palesi, ma ugualmente umilianti, forme di razzismo ed ostilità. Infine, nelle piccole imprese a gestione familiare, il clima è differente. Le opportunità di carriera sono più limitate ma, forse proprio per questo, i rapporti tra colleghi sono meno tesi e si verificano meno conflitti, anche nella fase iniziale dell’inserimento: 236 La presenza […] si è integrato bene e tutti gli vogliono bene… con mio figlio poi ha un ottimo rapporto, io sgrido più lui e mio figlio sa che ho ragione, perché lui è più preciso ed affidabile… Dunque dalle interviste emerge la presenza di un atteggiamento diffuso di resistenza da parte dei lavoratori italiani nei confronti di immigrati che si inseriscono nella ditta e vi ricoprono posizioni di responsabilità, un’ostilità verso “gli immigrati qualificati e in carriera”, che possono addirittura dirigere parti dell’azienda ed essere alla guida di gruppi di soli lavoratori italiani, come registrato in molte delle aziende intervistate. Tuttavia questo non condiziona e non inibisce i datori di lavoro che, anzi, continuano a rimanere fermi nella loro decisione di valorizzare una persona che vale. Molti imprenditori intervistati hanno manifestato la possibilità di ulteriore crescita ed avanzamento di carriera per il lavoratore immigrato qualificato presente nella ditta. La maggior parte degli imprenditori intervistati ha manifestato la volontà di investire ancora sui loro lavoratori immigrati e molti hanno addirittura previsto un possibile ruolo dell’immigrato come socio dell’impresa o della cooperativa, come rivela il proprietario della falegnameria: […] quando io cesserò credo che mio figlio avrà prospettive con lui, vorrà mettere una società con questo ragazzo, comunque… credo ci potrebbe essere questa idea. Nelle dichiarazioni della quasi totalità degli imprenditori vi è una stima e una fiducia completa nelle capacità del lavoratore immigrato e molti ribadiscono l’autonomia e la responsabilità acquisita nell’azienda: ora è perfettamente autonomo, lui ha le chiavi in mano, ha le chiavi dello stabilimento, dove vuole arrivare non ci sono problemi… […] lui ha molta motivazione e continuerà a crescere in questa azienda. Non è tanto un discorso di bravura della persona ma della responsabilità sul lavoro. Lui è molto responsabile in quello che fa e posso fidarmi… […] manifesta questa ambizione e non ci sono problemi. Del resto, io sono dei 400 dipendenti l’unico dirigente non laureato, per cui non è precluso niente a nessuno. 237 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 4. Conclusioni Dai risultati emersi dall’indagine molti datori di lavoro hanno deciso di promuovere il dipendente immigrato perché ne avevano intuito e osservato la bravura e hanno ritenuto che sarebbe stato un inutile spreco per entrambi fargli svolgere mansioni non coerenti con le proprie competenze. Questo può apparire (ed in parte lo è) un ragionamento funzionalistico, ma potrebbe essere la motivazione giusta per spingere gli imprenditori a favorire l’accesso degli immigrati a ruoli più qualificati, per i quali occorre, ad esempio, una preparazione tecnica specialistica. Infine, il nostro approccio è stato quello di dare rilievo alla soggettività dei migranti, considerarli non come passivi recettori di quello che avviene nelle società di accoglienza, ma attori capaci di costruire percorsi positivi di integrazione ed inclusione sociale, capaci di imprimere un cambiamento ai meccanismi che regolano, ad esempio, il mercato del lavoro. Considerare la capacità dei migranti di attivare strategie per cambiare il corso del proprio destino, le loro risorse umane ed intellettive, le aspirazioni e le motivazioni, senza trascurare il fatto che la società ricevente svolge un ruolo fondamentale nel supportare la volontà di miglioramento e la soggettività degli immigrati. Osservando la determinazione e l’audacia di molti degli immigrati intervistati, abbiamo pertanto cercato di capire se fossero gli imprenditori o i lavoratori immigrati a giocare il ruolo più importante nel processo teso a raggiungere la promozione lavorativa. Ciò che emerge dalla ricerca è che, pur essendo gli immigrati intervistati particolarmente tenaci e preparati, gli imprenditori hanno avuto un peso molto rilevante. Se infatti la maggior parte dei cittadini stranieri intervistati si sono proposti come soggetti attivi di cambiamento all’interno dei propri contesti lavorativi, tuttavia nelle imprese in cui il datore di lavoro non ha espresso una reale volontà di valorizzare il dipendente straniero, il protagonismo dei lavoratori immigrati non è bastato. Laddove invece gli imprenditori hanno maturato questa sensibilità, mettendo in atto strategie volte a valorizzare le competenze e a rispondere alle diverse esigenze, problematiche dei dipendenti immigrati, la personalità e il carattere dell’immigrato hanno potuto accelerare il processo di integrazione lavorativa. Ci siamo ritrovati più volte ad interrogarci se l’immigrato che intervistavamo fosse effettivamente un lavoratore “realizzato”, professionalmente valorizzato ecc. In certi casi abbiamo constatato che non sussistevano le condizioni basilari per parlare di promozione e realizzazione. In alcune interviste, infatti, i lavoratori immigrati mostravano di non sentirsi affatto promossi e valorizzati ma, al contrario, di vivere la propria condizione lavorativa con frustrazione. Questo perché, nonostante gli sforzi del datore di lavoro e la qualifica elevata (corrispondente ad un salario più alto), non vi era stata una reale crescita lavorativa, ma al contrario, un’involuzione rispetto al lavoro svolto nel paese di origine e il dipendente immigrato percepiva una svalutazione delle proprie capacità e conoscenze. Questo atteggiamento di insoddisfazione non era compreso dagli imprenditori, che lo interpretavano come una sorta di arroganza, di superbia e di ostilità, giustificandolo e riconducendolo sovente a “stigmatizzazioni etniche” (sono emblematiche a riguardo le parole del proprietario della cooperativa agricola, “gli albanesi sono così, sempre insoddisfatti e pretenziosi”). Per tale ragione abbiamo cercato di essere cauti nel definire il percorso dei lavoratori immigrati intervistati come “un percorso di successo”, l’esempio di un’integrazione lavorativa raggiunta. Questa prudenza è stata dettata anche dalla consapevolezza del particolare contesto in cui si erano svolte le interviste: le aziende selezionate erano in 238 La presenza grande maggioranza piccole e medie imprese, spesso a gestione familiare, nelle quali le possibilità di assumere ruoli di grande responsabilità sono ridotte così come quelle di diversificare il proprio lavoro; imprese nelle quali sapevamo di trovare soprattutto immigrati promossi a qualifica di operaio specializzato o caporeparto ecc. Un elemento positivo emerso dalla ricerca è che la maggior parte dei dipendenti immigrati intervistati si considera stimato nella ditta e le parole dell’imprenditore ne danno conferma. Può accadere invece che a volte i lavoratori immigrati fraintendano per stima quello che è mero opportunismo strumentale. È significativo che quasi tutti gli immigrati intervistati, in particolare quelli realmente valorizzati, fossero profondamente animati dall’ambizione a non fallire il proprio progetto migratorio, realizzando, almeno in parte, quello per cui erano emigrati. E in gran parte dei casi si tratta infatti di immigrati partiti dal paese di origine non solo per sopravvivenza, ma per realizzare le proprie aspirazioni. Il possesso del titolo di studio o l’aver maturato esperienze rilevanti non sono variabili determinanti nel percorso teso alla promozione lavorativa: ciò che risulta decisivo è la tenacia, la volontà di vedersi riconoscere il proprio talento e di crescere nel lavoro. Abbiamo voluto inoltre individuare ed analizzare quali fossero le strategie messe in atto dagli imprenditori per rispondere e rapportarsi alle esigenze dei dipendenti immigrati, cercando di valutarne l’efficacia, la sostenibilità e la trasferibilità. È stato significativo verificare che molti degli imprenditori intervistati avessero superato l’idea della diversità come una minaccia, o un costo per l’azienda. Pochi tra gli intervistati hanno manifestato un atteggiamento di chiusura nei confronti delle differenze e pochi hanno costretto i dipendenti stranieri a dimenticare le proprie specificità per assimilarsi del tutto alla cultura (aziendale e non solo) dominante. Le condizioni, le esigenze poste dai lavoratori immigrati sono state vissute da molti datori di lavoro con coscienza e con la volontà di trovare una soluzione valida per entrambe le parti. Davanti alla questione del Ramadan o delle ferie prolungate, vissute comunque da tutti i datori di lavoro come situazioni problematiche da gestire, la maggior parte ha mostrato comprensione ed apertura (come la concessione delle ferie per periodi più lunghi o durante il periodo del Ramadan). Oppure come la quasi totalità degli imprenditori intervistati abbia aiutato l’immigrato a risolvere problemi come l’alloggio, trovando soluzioni per venire incontro al malessere del primo periodo. Sono tuttavia strategie ed interventi dal carattere frammentario ed episodico, non pianificate a livello di sistema, per le caratteristiche stesse delle ditte prese in esame e perché si tratta comunque di strategie nuove per le aziende italiane. Gli immigrati intervistati hanno raggiunto una dimensione di integrazione che non è solo lavorativa ed economica, ma è anche sociale: sono riusciti a costruire relazioni autentiche e appaganti con cittadini italiani e sono riusciti a ricomporre il microcosmo degli affetti. Non è riscontrabile un atteggiamento di chiusura all’interno della propria comunità, anche se a volte, nelle parole di molti, è osservabile la tendenza a voler dimenticare le proprie radici, ad allontanarsi dai propri connazionali per distinguersi, per non essere assimilati a loro. È importante notare che questo è riscontrabile soprattutto nelle parole di immigrati albanesi e marocchini, che più di altri hanno subito l’ostilità, la stigmatizzazione etnica, la discriminazione da parte della società ricevente e che per evitare di essere associati a comportamenti devianti e negativi che i locali attribuiscono ai loro connazionali, se ne separano drasticamente. Neppure ci si considera come un “immigrato di successo” - uno che ce l’ha fatta - all’interno della propria comunità nazionale o, più in generale, tra gli immigrati. 239 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tuttavia non è casuale, a nostro avviso, che queste persone “valorizzate” sui luoghi di lavoro, che hanno fatto carriera all’interno delle aziende abbiano costruito relazioni positive e durature con italiani: sembra quasi un processo circolare, per cui investire nel paese di approdo è necessario per crescere lavorativamente e, al contempo, solo acquisendo una posizione soddisfacente, si è pronti per aprirsi all’altro. Alla base rimane il dubbio amaro che, per essere pienamente accettati dalla società ricevente, si debbano in parte dimenticare le proprie origini ed il sistema culturale di riferimento. Note Il contributo è la sintesi di un lavoro più ampio realizzato con la consulenza del prof. Maurizio Ambrosini, nell’ambito delle attività di ricerca della Sezione Immigrazione dell’Osservatorio Sociale della Provincia di Arezzo. Un sentito ringraziamento alle associazioni di categoria, agli imprenditori, ai sindacati e, soprattutto, ai lavoratori immigrati che con la loro disponibilità hanno reso possibile la realizzazione della ricerca. * 240 La presenza La comunicazione interculturale nei luoghi di lavoro di Rosa Pugliese 1. L’oggetto della ricerca Le sequenze di conversazione che osserveremo in queste pagine presentano alcuni frammenti di scambi comunicativi reali tra cittadini immigrati e italiani, documentati tramite audioregistrazioni, nei diversi contesti di azione sociale in cui sono stati prodotti. Ciò che accomuna questi ultimi, dalla prospettiva dell’immigrato, è la natura di contesto lavorativo o di luogo correlato all’attività lavorativa, come nel caso dell’ufficio vertenze di un sindacato del lavoro. Nelle sequenze trascritte1 possiamo notare i dettagli del parlato spontaneo che opportune convenzioni di trascrizione ci consentono di “leggere”2. Il comportamento verbale dei partecipanti diventa così oggetto di una micro-analisi per descriverne aspetti precisi e “situati”, vale a dire considerati nel loro concreto emergere in situazioni naturali (non, dunque, costruiti ad hoc, sulla base di dati simulati, o ricostruiti da annotazioni sparse). Vediamo alcuni esempi. In una giornata di lavoro presso un’azienda che produce letti in ferro, un operaio bengalese (Ob2) e due operai italiani (Oi2 e Oi3) parlano dell’attività da organizzare (i letti da “anticare” per la consegna prevista). Così, qualcuno domanda il numero di alcuni pennelli. L’operaio bengalese, che prima si era confuso sul giorno della settimana, descrive il suo risveglio del mattino. Il racconto diventa occasione per un breve confronto sulle abitudini personali, riguardanti la sveglia e i canali televisivi: es. 1 [Az-l] 430 Ob2 tanto guarda te:: te cominci:: a fare oggi: antica o antica domani 431 Oi2 boh + ma quelli:: quelli che s’aveva da anticare lassù servon per domani o pe::r lunedì + [o pe:: per ( )] 432 Ob2 [per venerdì gio- giovedì venerdì] 433 Oi2 ora se vede se han cambiato- 434 Ob2 domani sono oggi che è martedì 435 Oi2 oggi è martedì domani è mercoledì e se carica per giovedì 241 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 436 Ob2 io pensato oggi mar- mercoledì 437 Oi2 ma te tu pensi troppe cose ((ridono)) 438 Ob2 o alzato no? perché tutti mercoledì quello che pulisce strada quello:: macchina di quello::= 439 Oi2 ah 440 Ob2 =comune no + allora ha sbagliato stamani perché io io pesato subito mercoledì no + che loro viene tutto martedì oggi sono mercoledì come mai poi + io ancora io: confuso cioè che:: pensavo oggi è mercoledì=mercoledì=mercoledì 441 Oi2 allora mettiti nell’idea- 442 Oi3 che numero sono ((nome di un collega)) quei pennelli= 443 Oi2 come 444 Oi3 dodici quattordici diciotto 445 Ob2 sedici 446 Oi2 [[sedici 447 Ob2 [[sedici 448 Oi3 [[Sedici? 449 Ob2 e stamani ((nome del collega)) una:: una bella sognanda questo momento è sbagliato mio orologio io so:: arrabbiato parecchio per questo + quando hai sbagliato no 450 Oi2 451 Ob2 no quando ha sbagliato quel orologio + verso le sei mattina questo momento io io:: una cosa bella sognando no + quando hai sbagliato questa cosa quando non c’è mio sellulare no io buttare via questa cosa + fortuna che c’è mio sellulare ( ) ((ride)) 452 Oi2 ha sbagliato quando l’ha sonato 453 Ob2 SI + questo momento io [( 454 Oi2 455 Ob2 sì 456 Oi2 eh + per alzarti carichi la sveglia 457 Ob2 no:: senza carica- io metto mio: sellulare 458 Oi2 ah te:: 459 Ob2 c’è quell’o::ra lì::= 460 Oi2 eh 461 Ob2 =alle sei + tutte le mattine se metto:: prima di andare letto 462 Oi2 io non lo carico mica 463 Ob2 nulla? 464 Oi2 m: io:: la mattina- stamani è andato via il mì nipote a::: alle cinque alla coop io ero già sveglio 465 Ob2 eh + te sei vecchio eh + te vai a letto sempre alle nove e mezzo dieci 466 Oi2 no ier sera erano quasi le undici 467 Ob2 ma qua:si 468 Oi2 vidi:: il filme + al secondo 469 Ob2 fino al secondo quello che è è:: canale cinque 470 Oi2 al secondo non è canale cinque 471 Ob2 secondo quale [boh] 472 Oi2 473 Ob2 [cosa ha sbagliato] )] [tu carichi la sveglia la mattina] [alla rai] alla rai rai io no mai visto rai casa mia rai non lo prende + solo vede chi c’è quello:: canale cinque e italia uno qualche volta quando c’è partite guardo il canale dieci + poi vedo [( )] 242 La presenza Si può subito notare come, nell’avvicendarsi dei turni di parola, emergano i cambiamenti rapidi di argomento, tipici di una conversazione informale. Non manca l’ironia, quella espressa dall’operaio italiano (ma te tu pensi troppe cose) e quella “restituita” dal collega bengalese (eh + te sei vecchio eh...), in due momenti che sembrano risultare complementari, visti in rapporto all’ordine temporale e sequenziale3. In questo secondo esempio, il dialogo si svolge in un’abitazione privata, al momento della colazione. Vi partecipano la “padrona di casa” (P), il suo convivente (C), entrambi di età media, e una ragazza romena ventiduenne, (B), impiegata come “badante” per accudire la madre anziana di (P). Nello scambio di battute in cui si parla del mal di testa che la ragazza ha avuto la sera prima, (C) prende nuovamente la parola motivando, in modo allusivo, la constatazione appena espressa dalla giovane donna – “là in Romania” non ha mai avvertito lo stesso malessere. Sollecitato a chiarire, (C) risponde, ma la ragazza contesta la spiegazione data: es. 2 [Ab-b] 1 P: via ++ oh: stamani cosa si fa ora? 2 B: si mangia 3 P: si fa colazione? 4 B: mm: 5 P: oh, ecco. intanto quello tossisce 6 B: il tè, lo vuoi? 7 P: no, il tè no. 8 C: hai visto? la ((nome della proprietaria di casa)) la cambia + stamani la si dedica al pomodoro, eh! 9 P: eh certo! ++ dormito ((nome della badante)) stanotte? 10 B: sì: = 11 C: 12 B: = [avevo] un po’ di:: = 13 C: di, di- [mal di testa] eh, succede 14 B: 15 P: ma dopo t’ha- 16 B: ma è bene che mi ha passato subito 17 P: visto! con mezza pasticca ++ t’è passato 18 B: ma non potevo dormire 19 P: eh + lo credo 20 B: dicevo dentro di me + può darsi che posso fare senza pasticca, ma + alla fine non potevo ++ risistere 21 P: quando ci vuole ci vuole. 22 B: ma questa è seconda volta quando sono qui in Italia 23 P: allora tu ti ci puoi- 24 B: là in Romania non mi è successo 25 P: [[e ti ci- 26 C: [[e là in Romania come fa a farti male la testa! 27 B: perché- = 28 C: e perché! 29 B: = che differenza c’è? 30 C: in Romania la un ti piglia il mal di testa. ++ lì dormi bene 31 B: no, non è vero = 32 C: ah, no? 33 B: = dipende dalla persona 34 C: e si vede che è anche l’aria, eh? 35 B: probabile 36 C: eh! vero? mangio:: pane e pomodoro + stamani [bene?] =[mal di testa] anch’io aspetto tanto ++ però visto- 243 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Ci spostiamo ora all’interno di una panetteria, dove lavorano il proprietario, un giovane panettiere marocchino (P) e una (nuova) “ragazza delle consegne” (qui denominata con la forma locale “citta”). Il panettiere sta servendo due clienti abituali (C3 e C4). Alle transazioni si sovrappongono vari commenti sull’aspetto del pane da acquistare, sul tempo, sulla piacevole atmosfera del negozio (qui ce se sta volentieri da te), accentuata dal saluto scherzoso, all’arrivo di un altro cliente abituale (C5): es. 3 [Pan] C3: mezzo chilo grosso modo P: +++ mezzo chi:l- ((tono scherzoso)) C3: mezzo chilo +++++ ALLORA ((rivolto all’altro cliente presente nel panificio)) C4: allora siamo qua che pio[ve] C3: [eh] che giornatucce. P: +++ °vai° + due euro ++++ (brava) C3: vai [ciao] P: [ciao] C4: me dai una spola e mezzo P: °sì° C4: bene stamani sembra bello sto pane sembra (bruciato) P: +++ come mai tardi stamani C4: eh stamani + co- cotesta è (la migliore) P: questa è bellina dai C4: dammi ‘sta costì e ‘n altra mezza P: bellina l’è + mezza °va bene°? C4: accidenta a tutto ‘l marocco ( P: ((ride)) è visto stamani la sabbia dal Marocco, è visto? C4: eh? P: stamani è piovuto la sabbia dal Marocco C4: eh n’ho visto io ++++ la citta la funziona? P: sì:: ma son tutti bravi:=ma anche quella che c’era qui + al di fuori di quel:l’ inconveniente + non era mica: °cattiva° C4: °(però questa) è meglio. ( P: ( C4: eh ma:. P: ( C5: ((pronuncia il nome di P ad alta voce)) P: oh! ((nome di C5)) buongiorno. C5: guarda chi si rivede. C4: però [qui ce se sta volentieri da te] C5: P: ) eh ( ) )° )però mi dispiaceva ‘ché era una brava citta °anche questa° ) [quante ne ( ) + una?] eh sì ((rivolto a C4)) 2. Gli obiettivi La ricerca, di cui presentiamo i risultati parziali, è nata con l’intento di osservare analiticamente come si realizza la comunicazione interetnica in svariati ambienti di lavoro e/o in luoghi correlati. In una sede industriale o artigianale, ad esempio, come interagiscono gli operai immigrati e i colleghi autoctoni, durante il lavoro o nei relativi momenti di socialità (all’inizio della giornata, nelle pause, ecc.)? Quali sono i dialoghi tipici in un’abitazione familiare presso la quale l’immigrato presta assistenza domestica? Quali varietà linguistiche dell’italiano vengono usate? Quanto sono visibili le lingue della 244 La presenza migrazione? Qual è il ruolo dei mediatori, professionali o “spontanei”, negli ambiti in cui si ricorre al loro intervento? Più in generale, quali fattori entrano in gioco nelle relazioni tra individui che appartengono a lingue – e culture – differenti? Guardare in dettaglio l’attività verbale all’interno delle interazioni interculturali, laddove queste ricorrono con maggiore frequenza, consente di identificarne alcune costanti, di isolarne dei tratti caratteristici. La descrizione riguarda i meccanismi comunicativi in atto, l’interazione nel suo svolgersi, nella sua dinamica processuale. Si possono così osservare le strategie discorsive messe in atto dai parlanti per “negoziare” il significato (per chiarire ciò che intendono dire), così come la partecipazione allo scambio verbale: le domande, le risposte, le forme della lingua italiana, dunque, ma anche la gestione degli argomenti di conversazione, l’alternarsi nei turni di parola, le interruzioni, i silenzi ecc. La qualifica interculturale, comunemente assegnata a questi incontri sociali peculiari, è riferita, innanzitutto, ad un aspetto di immediata percezione ed evidenza, vale a dire la distanza (asimmetria) linguistica data dal codice usato, che è lingua (=cultura) non condivisa come lingua madre da tutti i partecipanti. Questa condizione implica un potenziale di problemi comunicativi – impacci nel dialogo, ostacoli nella comprensione reciproca, fraintendimenti, se non veri e propri fallimenti o confitti comunicativi. Tuttavia, è vero che non sempre tali problemi derivano dalla disparità di padronanza della lingua; al contrario, a volte sorgono, anche in maniera accentuata, proprio in presenza di parlanti con una competenza elevata nella lingua non nativa. Le difficoltà nella comunicazione si possono allora ricondurre alle divergenze strettamente connesse alle lingue, cioè alle norme sottese che regolano e guidano il comportamento degli individui nelle interazioni sociali. Si tratta di presupposti taciti, di schemi di conoscenze, di norme di interpretazione dell’agire verbale e non verbale, insomma, della “cultura” in quanto insieme strutturato di comportamenti condivisi, per lo più inconsciamente, dai membri di una stessa comunità (Knapp-Pothoff 1987; Putz 1993). Se accettiamo questo assunto teorico, consideriamo, dunque, che ad un’interazione tra parlanti di lingue diverse facciano da sfondo “differenze di cultura” e che queste possono collocarsi a vari livelli: nell’accento o nel tono di voce, così come nelle scelte lessicali, nei modi di rivolgersi all’interlocutore ecc. Ciascun livello può essere analizzato (ed è stato analizzato in vari studi; cfr. più avanti: 4.) come indicatore, appunto, di una variazione culturale. Tuttavia, un’analisi che rivolga un’attenzione esclusiva verso quest’ultima potrebbe offuscare la variazione relativa all’individuo o quella che si determina localmente, cioè in un punto determinato della struttura sequenziale di uno specifico scambio verbale (cfr. Zorzi 1999). Per l’oggetto della nostra ricerca assume, così, rilievo analitico anche la posizione degli interagenti nella relazione interpersonale e sociale. Più precisamente, diventano rilevanti le valutazioni che i parlanti possono dare del proprio e dell’altrui ruolo discorsivo, la reciproca categorizzazione (straniero vs nativo, competente vs non competente nella lingua x, diverso vs simile ecc.), dichiarata o “nascosta”, in altre parole, la costruzione – tramite il discorso – dell’identità individuale. È anche attraverso (micro)meccanismi comunicativi che l’identità degli interlocutori può infatti trovare o non conferma, in modi impliciti o espliciti, localmente o nell’insieme dei comportamenti verbali attivati nell’incontro sociale (Caffi 2000; Orletti 2000). Approfondire la conoscenza di alcuni processi comunicativi collegati alle attività quotidiane in vari contesti interculturali della provincia aretina è stato l’obiettivo di partenza della ricerca. I risultati finora raggiunti non possono naturalmente essere generalizzati alla comunicazione interculturale nella società italiana, vista la natura qualitativa dell’indagine 245 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo e la costruzione di un campione non rappresentativo di interazioni verbali. Il contributo che si vuole fornire riguarda semmai la ricaduta pratica delle conoscenze acquisite che, per quanto parziali, presentano implicazioni significative per i processi formativi oggi richiesti e sollecitati dalla realtà dell’immigrazione. Ci riferiamo alla messa a punto di percorsi formativi e/o di aggiornamento rivolti a figure professionali impegnate per definizione nell’incontro sociale con i cittadini immigrati (i mediatori culturali o gli operatori dei “centri di ascolto”, ad esempio), così come a programmi e strumenti per insegnare ed apprendere la lingua italiana come lingua seconda (L2), destinati ai cittadini stessi. All’interno delle analisi promosse dalla Sezione Immigrazione dell’Osservatorio Sociale della Provincia di Arezzo, la ricerca biennale (2005-06) ha inteso, dunque, (a) aggiornare ed arricchire la banca-dati disponibile, integrandola con dati (audio e in forma trascritta) che documentano pratiche comunicative autentiche nelle realtà locali; (b) ampliare gli approcci non quantitativi negli studi sull’immigrazione tramite un’analisi che cerca di contribuire ad una migliore definizione delle esigenze comunicative dei cittadini, stranieri e autoctoni. Ciò costituisce anche il presupposto per predisporre più consapevolmente azioni mirate all’integrazione sociale dei cittadini immigrati. Nelle pagine che seguono daremo conto dell’analisi svolta, illustrando, nell’ordine: • i dati; • il quadro teorico (lo spazio interdisciplinare in cui l’indagine si colloca) e la metodologia di analisi; • alcuni fenomeni discorsivi ricorrenti. 3. I dati La prima fase della ricerca è stata dedicata alla raccolta dei dati e, in parallelo, ad una ricognizione aggiornata degli studi teorici e delle ricerche empiriche sul tema, in vista della successiva analisi qualitativa dei dati. Dopo aver identificato, nel territorio della provincia, alcuni ambienti di lavoro dipendente (imprese, aziende, assistenza domestica) e autonomo (attività commerciali), nonché contesti correlati al lavoro (come gli sportelli informativi di un sindacato del lavoro) caratterizzati dall’interazione sociale tra immigrati e autoctoni, si sono realizzate alcune registrazioni di interazioni autentiche4. Due registrazioni, effettuate precedentemente presso il sindacato (all’interno dell’ufficio vertenze) e in un “centro di ascolto” per stranieri, sono poi confluite nel corpus di dati. Le complessive 13h di interazioni audioregistrate riguardano, in dettaglio: Luoghi di lavoro e correlati Azienda letti in ferro Panificio Abitazione domestica Impresa edile Paese o area geografica di provenienza dei lavoratori immigrati Ore di registrazione audio Trascrizioni parziali o integrali Bangladesh Marocco Romania Polonia 4 h. circa 3 h. e 50m. circa 1 h. e 15m. 1 h. e 20m. x x x 246 La presenza Sportelli informativi c/o un sindacato del lavoro Ufficio vertenze c/o un sindacato del lavoro Centro di ascolto per stranieri America Latina, Africa del centro, Albania 1 h e 10m complessivi (dialoghi di durata variabile da 7 a 24m.) Bangladesh 30m circa x India 1 h. x Ai dati elencati vanno aggiunte le audioregistrazioni di 6 riunioni (di durata variabile) e di 1 seminario (di circa 1h.), centrati, rispettivamente, su temi riguardanti l’inserimento lavorativo e i bisogni formativi degli immigrati e sul progetto di costituzione di un Consiglio di rappresentanza dei residenti immigrati, presso il Consiglio Provinciale. I partecipanti, in entrambe le situazioni, includono alcuni rappresentanti istituzionali, operatori e ricercatori dell’Ucodep, rappresentanti di associazioni di immigrati, cittadini immigrati, mediatori linguistici e culturali (italiani e stranieri). Nella seconda fase della ricerca, una parte cospicua dei dati raccolti è stata trascritta (secondo le convenzioni già riportate; cfr. n. 2), prima di avviare l’analisi di alcuni fenomeni comunicativi ricorrenti. 4. Il quadro teorico interdisciplinare e la metodologia di analisi Gli studi recenti sulla comunicazione interculturale si rifanno alle categorie concettuali e agli strumenti analitici5 elaborati in diversi ambiti disciplinari (l’approccio di Goffman, la pragmatica linguistica, l’analisi della conversazione, l’analisi del discorso, l’etnografia della comunicazione, la sociologia interazionale, ecc.) delle scienze del linguaggio. Questi studi hanno notevolmente ampliato l’ambito tradizionale delle ricerche sul legame tra “lingua” e “cultura”, in cui l’oggetto di analisi era dato dalle “strutture linguistiche” (la fonologia, la morfologia, la sintassi, il lessico). Se i modi in cui la componente culturale si manifesta nella comunicazione erano già stati messi in rilievo, l’ampliamento oggi riguarda la relazione lingua-cultura nella dimensione interattiva, cioè nella gestione dell’interazione verbale6. Allo stato attuale, vengono distinti due tipi di studi che si differenziano per metodologia e finalità specifiche: quelli centrati sul confronto fra culture diverse viste in rapporto a determinati usi linguistici e quelli che si focalizzano sull’interazione verbale tra individui di lingue/culture diverse. Nei primi, si analizzano i comportamenti comunicativi espressi da un gruppo etnico, per poi confrontarli con quelli di un altro gruppo (studi cross-culturali)7. I secondi si avvalgono della metodologia dell’analisi della conversazione e mettono a fuoco la variazione culturale che emerge nel dialogo, vista sempre in riferimento ad aspetti precisi e situati del comportamento comunicativo, cioè descritti “in situazione” e in “dettaglio” (studi sulle interazioni interculturali) (Traverso 2001). Le differenze tra le culture vengono esaminate in rapporto a diversi aspetti della comunicazione: gli atti linguistici; l’organizzazione del discorso; la cortesia linguistica; i fraintendimenti; i modelli intonativi; le regole relative al mezzo comunicativo; i giochi linguistici (rime, ironia, ecc.); le “quattro chiacchiere” (small talk); i silenzi, ecc. (cfr. Clyne, cit.; Kerbrat-Orecchioni 1995). All’interno di questo secondo tipo di studi, l’interdipendenza tra cultura e interazione verbale è studiata da prospettive teoriche diverse, come si è già accennato precedentemente 247 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo (cfr. par. 2). Si parte dunque dal presupposto che le interazioni sociali siano modellate dalla cultura, dalle regole apprese durante il processo di socializzazione all’interno di una comunità. Su questa base si può così privilegiare l’assunto secondo il quale le differenze culturali sono socialmente predeterminate, costituiscono una condizione preesistente agli scambi verbali, che è possibile far emergere con l’analisi di questi ultimi. Tra le possibilità descrittive utili a tale scopo, il concetto di indici di contestualizzazione, formulato da Gumperz (1982), nell’ambito della “sociolinguistica interazionale”, è stato applicato in varie analisi. L’espressione si riferisce agli indizi che un parlante attiva nel corso del dialogo per contestualizzare quanto dice e che l’interlocutore rintraccia per attribuire un significato a quanto è stato detto, chiamando in causa le coordinate comunicative automatiche e “naturali” nella propria comunità di appartenenza. Il ruolo di tali indizi si coglie soprattutto quando emergono fraintendimenti, fenomeni comunicativi riconducibili, appunto, agli impliciti che entrano in gioco in una conversazione8. Da un’altra prospettiva concettuale, si può assumere che la cultura sia un fenomeno costruito dai partecipanti durante l’interazione, non una precondizione, ma “il prodotto (variabile, trasformabile, modificabile) di un dialogo in situazione” (Caronia 2000, p. 72) Le differenze culturali non esistono a priori, ma vengono rese rilevanti dai parlanti, che indicano ciò che conta per loro, in un determinato contesto, come adeguata rappresentazione di se stessi e della loro cultura. Se le differenze culturali sono “un costrutto intersoggettivo e relazionale” (ibid.), descriverle significa evidenziare i tratti culturali che gli individui assumono come significativi, distintivi. La variazione tra le culture, in altre parole, corrisponde ad una variazione individuale nel rappresentarle. Gli studi sulla comunicazione interculturale nei luoghi di lavoro interessano sia i contesti migratori, sia situazioni legate ad altri fenomeni di mobilità geografica (come i trasferimenti di dipendenti di una multinazionale nelle diverse sedi). Si sono sviluppati soprattutto in area anglofona (Gran Bretagna), dove è stata condotta la prima ricerca empirica, sistematica, sulla comunicazione interetnica nelle situazioni di lavoro industriale, con l’obiettivo pratico di delineare azioni formative, di orientamento e supporto per i lavoratori non nativi e, più in generale, programmi di formazione alla comunicazione interetnica (cfr. Roberts, Jupp and Davies 1992). Più recentemente, sempre in area anglofona (Nuova Zelanda), l’intersezione tra comunicazione, cultura e luoghi di lavoro è stata posta al centro di un ampio progetto denominato Language in the workplace, che ha raccolto una considerevole quantità di dati (1500 interazioni di vario tipo: faccia a faccia, al telefono, per posta elettronica, in riunioni, in mensa ecc.) e la maggiore varietà di situazioni di scambio dialogico (dalle riunioni formali alle brevi conversazioni di inizio giornata in una fabbrica, alle quattro chiacchiere durante le pause ecc. ) in una gamma di contesti (dipartimenti governativi, aziende, fabbriche, attività commerciali ecc.) caratterizzati dalla presenza di lavoratori di diverse etnie. Come precisano i promotori, il progetto integra due direzioni della ricerca mirate ad analizzare, da un lato, le caratteristiche della comunicazione nei luoghi di lavoro quali, ad esempio, gli atti linguistici direttivi (dalle forme imperative alle complesse negoziazioni di più turni di parola per ottenere qualcosa), il ruolo dello small talk e dello humor (se e quando si ricorre ad essi), le forme di miscommunication (fraintendimenti, incomprensioni e modi per cercare di prevenirle o di rimediare ad esse), la cultura dei luoghi di lavoro (workplace culture), della “comunità di discorso” in un contesto professionale; dall’altro, sono esaminati l’impatto di variabili sociali (come, ad esempio, genere e status professionale) e delle dimensioni sociali dell’identità professionale. 248 La presenza In area italiana, le analisi condotte finora sulle “interazioni tra nativi e non- nativi” hanno riguardato la produzione linguistica del non nativo o i singoli contributi verbali degli interlocutori (studi sull’acquisizione della lingua seconda). In un’ottica sociolinguistica, Orletti (2000) ha indagato i modi in cui i nativi e i non nativi gestiscono l’interazione, mentre non risulta essere stato ancora affrontato il tema del rapporto tra comunicazione interculturale e luoghi di lavoro in una prospettiva che analizzi la dimensione interattiva della variazione culturale. Un ultimo riferimento, in questa breve rassegna, rimanda, in area italiana, all’indagine conoscitiva condotta di recente all’interno del progetto LETitFLY (Learning Education and Training in the Foreign Languages in Italy), promosso e finanziato dal Ministero del Lavoro e dal Fondo Sociale Europeo. Il progetto verte sulla formazione linguistica legata ai luoghi di lavoro (apprendimento di lingue franche aziendali, come ad esempio l’inglese e l’italiano L2) e, in riferimento al nostro oggetto di analisi, sono rilevanti i dati relativi all’uso dell’italiano L2 sul luogo di lavoro (il 90,4%, rispetto al 46,8 che lo parla anche nel tempo libero) e alla consapevolezza (espressa dal 70% degli stranieri intervistati) di dover migliorare ulteriormente la padronanza comunicativa della lingua italiana, condizione necessaria per aspirare a realizzare i propri progetti di autopromozione personale e professionale. 5. Analisi di alcuni fenomeni ricorrenti Le analisi qualitative basate sul campione di dati sopra descritto hanno riguardato innanzitutto due luoghi correlati al lavoro – un centro di ascolto e un sindacato – e un tipo specifico di interazione interculturale, quella caratterizzata dalla presenza di un mediatore non professionale (“spontaneo”) a cui è affidato il compito di colmare il gap che separa le cosiddette “parti primarie” (nello specifico, gli utenti, che richiedono un servizio, e gli impiegati/operatori che assolvono il ruolo di fornirlo). Si è condotto così lo studio di due casi (case-studies), in cui il ruolo del mediatore occasionale è assolto, rispettivamente, da un bambino, che si fa interprete per i genitori (presso il centro di ascolto) e da un amico e connazionale dell’utente (presso il sindacato). Una prima analisi è stata focalizzata sulla gestione della partecipazione nelle “sequenze di apertura”, vale a dire, nei segmenti estesi che si identificano come “fasi di ingresso” nel discorso, e sulla “costruzione discorsiva dell’identità”, cioè sulla dimensione relazionale emergente nei due tipi di incontro sociale. I risultati della ricerca hanno evidenziato, in riferimento ai comportamenti verbali degli impiegati/operatori, due modi opposti di negoziare l’andamento dell’interazione: cooperativo, in un caso, e conflittuale, nell’altro. In una seconda analisi dettagliata delle stesse interazioni, si sono esaminati altri due fenomeni comunicativi: le “interruzioni” e il cosiddetto foreigner talk, il codice semplice usato dagli interlocutori nativi nel dialogo con gli stranieri9. L’esito ha confermato il carattere polarizzato delle due situazioni e i comportamenti verbali opposti dei rappresentanti istituzionali. Per una lettura approfondita delle due ricerche, rimandiamo a Pugliese, Veschi (2005)10 e a Veschi (2005)11. Prendendo ora in esame due luoghi di lavoro tra quelli introdotti all’inizio, evidenzieremo alcune peculiarità – dal punto di vista sequenziale, tematico e linguistico – che accomunano le diverse interazioni12. La descrizione sembra suggerire alcune considerazioni preliminari per una tipologia di meccanismi comunicativi ricorrenti in questi incontri interculturali nei contesti italiani considerati. 249 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Uno di questi meccanismi, già ampiamente descritto in vari studi, e confermato dai dati analizzati, consiste nella “negoziazione del significato”, dei punti problematici, in cui, ad esempio, si è verificato o può verificarsi un fraintendimento. Ne è un esempio il frammento seguente, dove l’uso della terza persona del verbo in una domanda che riferita all’interlocutore e non a un terzo, pone l’interlocutore nella necessità di formulare una richiesta di chiarimento sul referente: es. 4 [Az-l] OB2: ((ride)) oh + e stamani dov’è andato. OI3: chi? OB2: te OI3: [eh + ho portato ((nome di sua figlia)] Verificare la comprensione, controllare che si stia parlando della stessa cosa sono azioni linguistiche naturalmente non esclusive delle interazioni tra nativi e non nativi. Ciò che contraddistingue queste situazioni, rispetto alle interazioni tra parlanti nativi, è la frequenza (cfr. Pallotti 1999) con cui ricorrono le procedure discorsive e metadiscorsive mirate a negoziare la costruzione del senso delle parole e delle frasi: si tratta, dunque, anche di interventi sulla lingua stessa che “mostrano come gli interlocutori definiscono le loro risorse e non le sfruttano soltanto nel processo di enunciazione concepito come un’appropriazione contestuale della lingua” (Mondada 2001, p. 13): es. 5 [Ab-b] B: ma + non si dice costume quando::: P: costume da bagno noi si dice C: costume no! = B: da bagno C: = eh l’avrebbe detto bene ((nome della proprietaria di casa)) costume perché è un costume P: se tu voi un costume da bagno + sì va bè- C: noi si_ B: non è detto che da bagno + dovevo dire:: da:: matrimonio! non si- come si chiama? vestvest- vestito P: [[vestito abito C: [[vestito:: COMPLETO Ora, nei dati analizzati, un elemento significativo legato a queste procedure è rappresentato dal fatto che per il loro tramite trovano spazio esplicito le lingue della migrazione. Pur nell’esiguità del campione, si nota, in proposito, un certo numero di occorrenze ed è interessante osservare la dinamica comunicativa che con esse si attiva. Nel proseguimento della sequenza appena riportata, si può osservare infatti come la formulazione esplicativa di una parola dell’italiano semanticamente vicina (costume da matrimonio) a quella che il parlante sta cercando (come si chiama), slitta in un confronto interlinguistico che rende visibile anche l’altra lingua coinvolta nell’interazione, sebbene implicitamente e non a pari titolo. All’inizio, la domanda “come si chiama” sembra indurre il nativo (C) ad esaurire la gamma lessicale nella risposta, introducendo scherzosamente anche una parola in disuso, che “si diceva di prima proprio”. Il chiarimento potrebbe diventare una complicazione 250 La presenza temporanea per (B), ma è occasione invece per riflettere su una possibile confusione terminologica: es. 6 [Ab-b] C: [[vestito:: COMPLETO P: completo C: sinnò la muta P: mm:: C: di prima si diceva la muta P: di prima proprio + ora no C: vero ((nome dell’anziano)) Z: eh? C: tu la muta tu l’ha portata? Z: muta? C: la muta Z: no B: lui non lo sa che c’è- che cosa c’è P: no si + ma si diceva un po’ ma tanto tempo fa C: la muta P: la muta si C: la giacca il corpetto P: EH non era la muta la giacca e il corpetto? e i calzoni mi sembra eh C: e i pantaloni tutti uguali B: la muta [si può capire anche::] quando paghi:: P: [no no non mi piace] + [LA MULTA C: [no quella è la multa B: mul- multa? P: MULTA C: con la elle B: ah: C: invece MUTA ((la badante ride)) come una persona che sta zitta B: si [muta] ++ [ma muta si dice anche in Romania] = C: [muta] ++ [sono ( ) e allora butta] P: EH B: = in Romania si dice mu- stai mu- P: mu-? muta o multa? B: stai muta P: [[quando uno sta zitto? C: [[muta si dice? B: sì C: hai visto B: eh ma si si può dire altre cose ma:: C: eh + muta si può dire:: anche:: B: muta mm:: [qualcuna che non parla] C: [MUTTA + una donna che ] non parla con due ti o con ti solo? B: [[uno solo P: [[come con due ti? C: uno B: no noi:: non abbiamo P: non hanno le doppie loro Il confronto interlinguistico si prolunga per altri turni. Il tentativo di esemplificare una macro-differenza tra le due lingue (non hanno le doppie loro) spinge questa volta gli 251 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo interlocutori italiani a chiedere “come si dice” (com’è il gatto?) e, ricevuta la traduzione, ad usare la parola, inserendola nel contesto della comunicazione in atto. La riflessione sulle caratteristiche fonetiche si sposta su un’altra parola della lingua romena (gata) di cui (C) ricorda orgogliosamente il significato, a prova del fatto che “lui il rumeno lo sa”: es. 7 [Ab-b] C: non hanno le doppie + gato? P: il gato B: no P: com’è il gatto? Gatto B: pisica C: pisica ((nome della proprietaria di casa)) P: la pisica? C: la pisica P: dov’è il pisica [stamani]+ è andato via alle cinque= C: [la pisica] P: miao: miao: miao: B: dov’era? + è stato qua? P: era in cucina [ha cominciato a piangere-] C: [GATTA GATTA gatta cosa vuol dire? eh: basta vero? B: GATA C: gata P: gatto vuol dire basta= C: sì P: = e pisica vuol dire gatto? C: guarda io lo so il rumeno te ((nome della proprietaria di casa)) e un tu lo sai eh P: te lo sai- [c’è il tè] È forse la presenza concreta del parlante “straniero” a fornire al nativo anche occasioni per riminiscenze scolastiche sulle lingue apprese. Il confronto si estende infatti alla lingua inglese, non senza una “sequenza didattica” proposta dalla ragazza (B), un esercizio lessicale che per (C) diventa pretesto per “giocare” con le parole di due lingue, con una loro vaga somiglianza fonetica (the man/demente). Nel significato corretto, poi ripristinato da (P), la variante locale (omo) verrà sostituita dall’equivalente in italiano standard: es. 8 [Ab-b] C: [invece in inglese?] P: CAT B: cat C: cat B: the cat C: the cat + senti ((nome della proprietaria di casa)) P: [perché lo senti l’inglese ( C: = la si mette la lingua tra i denti P: si fa così eh the the C: EH B: THE CAT C: the cat P: ce l’hanno fatta più lunga con questo: questo the B: chi? P: gli istruttori a scuola è la prima cosa che ti insegnano the the the )] sicuramente meglio di me 252 La presenza C: è l’inglese? P: sì ( una- B: the women C: we: B: women C: women + cosa vuol dire? B: la donna C: donna? Women B: the man omo C: the man demente B: de:: no no ((il convivente ride)) C: no demente + the man ((la badante ride)) B: the man C: the man B: omo P: vuol dire uomo C: omo + donna invece? B: the [WOMEN] ) ancora me lo ricordo + quarant’anni fa anche di più + ci insegnavano lì una per P: [WOMEN] C: the WOMEN WOMEN P: te ((nome del convivente)) piglieranno te per fare le riunioni ride)) C: WOMEN P: un corso accellerato B: no piglia e impara anche lui C: toh + almeno- P: qualche parola C: qualche parola poi:: P: poi si deve andare in Inghilterra eh ((il convivente ((la badante ride)) Sono episodi comunicativi in cui l’attività riflessiva che è sempre intrecciata al comportamento verbale dei parlanti, quella “quotidiana interrogazione sul linguaggio” (Simone 1990) che si manifesta in ogni discorso centrato sul codice (elementi lessicali e loro significati, forme sintattiche, usi di una parola o di una frase, ecc.) o sulla comunicazione che si va svolgendo o sulle lingue, assume proprio queste ultime come oggetto. Si sviluppa così in modo esteso un “secondo piano del discorso”, prima di tornare all’argomento da cui la sequenza metadiscorsiva è originata (il vestito per una festa di matrimonio): es. 9 [Ab-b] C: EH [quando vò in Inghilterra::] P: [eh quando vai in In-] B: ti ci porta la ((nome della proprietaria di casa)) P: ti ci porto sì C: mi ci porta + la ((nome della proprietaria di casa)) mi porta in dimolti posti P: te tu mi porti in parecchi posti C: EH + io almeno in Pratomagno ti c’ho portato P: solo lì eh C: eh + ti sembra poco? P: mm in dù anni ho fatto una giratina in Pratomagno di tre ore C: ((NOME DELLA PROPRIETARIA DI CASA)):: non ti sbottonà tanto P: mi sbottono sì! C: EH P: ora cìavevo d’andà a un matrimonio manco quello mi tocca andà 253 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo L’attività metacomunicativa delimita momenti di più breve durata nel dialogo tra gli operai italiani e bengalesi, anch’essi “impegnati” a spiegare la resa grafica dei suoni e a chiarire differenze di significato. Nel frammento che segue, la traduzione della parola straniera, dopo essere passata dall’italiano standard, si arricchisce, come in uno degli stralci visti sopra, di una variante dialettale (taucco): es. 10 [Az-l] OB2: ( OI4: pago? ) pagol=pagol + cosa vuol dire lo sai OB2: pa: + go + el + [pagol] OI4: [pagol] OB2: eh OI4: eh OB1: pagol vuol dite matto OI4: VUOL DIRE MATTO? [++] pagol + vuol dire [matto,]= OB2: [matto] [°matto°] OI4: =capito. + invece qui pago vol dire dare i soldi a ‘n altro OB1: ((ride)) OI4: pago + e pagol OB2: un’altra cosa OI4: pago è quasi uguale OB2: quasi sì + però ultimo c’è una elle ((ride)) OI4: +++ pag[ol]= OB2: [OH!] OI4: =vuol dire matto OB2: taucco OI1: ((nome di OB2)) OB2: eh OI1: pagol ((scandisce)) OB2: vuol dire matto OB1: ((canta in lingua bangla; nella canzone ricorre ’pagol’)) OI1: oh pagol OB1: ((nome di OI1)) pagol ((nome di OI1)) ((nome di OI1)) pagol Anche qui, una parola della propria lingua, introdotta dall’immigrato, non resta localmente circoscritta. L’operaio italiano la riutilizza come appellativo enfatico, inserendola in quel burlarsi reciproco (cfr. più avanti) che caratterizza l’interazione verbale con i colleghi bengalesi. Se spesso i parlanti nativi e non nativi si servono della ripetizione per assicurarsi una comprensione reciproca, i due turni conclusivi nell’esempio appena riportato e il frammento successivo mostrano quella “ripetizione dialogica” che appare indicativa soprattutto della relazione interpersonale (cfr. Bazzanella 1994): es. 11 [Az-l] OI4: ++++++++++++ pagol OB2: pagol + vuol dire matto! OI4: ((SOPRANNOME DI OB1!)) OB1: OHE’! ((da lontano)) OI4: PAGOL! OB1: (sì=sì ) 254 La presenza Quando le interazioni verbali si conducono in una lingua che non è materna per uno o più interlocutori, la comunicazione, com’è stato rilevato, perde quel carattere di automaticità e naturalezza, su cui poggia in gran parte lo scambio tra parlanti appartenenti ad una stessa comunità linguistica, per diventare “la posta in gioco di un apprendimento e di un oggettivizzazione” (cfr. Abdallah-Pretceille 1989, p. 225). In altre parole, nelle situazioni in cui interagiscono individui di lingue native differenti, la differenza diventa “oggetto verbale”, tema esplicito nel discorso. Questa “tematizzazione” si articola prevalentemente attraverso uno “sguardo incrociato” e investe le lingue chiamate in causa, ma anche le rispettive culture, o meglio, altri aspetti delle culture che i parlanti selezionano come rilevanti durante l’incontro e/o in punti particolari di esso. Potremmo infatti considerare i confronti interlinguistici, fin qui illustrati, come una manifestazione specifica di comparazioni più ampie che assumono come oggetti di discorso varie dimensioni culturali – sociali, religiose, politiche ecc. All’interno dei luoghi di lavoro esaminati si conducono interazioni per lo più informali e nella discontinuità tematica che ne è tipica, gli argomenti toccano la sfera del matrimonio, le consuetudini legate ad esso, o più in generale, la relazione uomo-donna, la nascita di un figlio, le fasi della vita, la religione, i tabù alimentari, le caratteristiche geografiche dei luoghi di provenienza, il tempo atmosferico, il tempo extra-lavoro (della tv, del calcio, delle feste ecc.) l’articolarsi della giornata e i momenti che precedono o seguono l’incontro nella sede lavorativa ecc. La condivisione nel dominio sociale del lavoro diventa condivisione di “altro” e i bisogni interazionali diversi, non solo pratici, ma anche relazionali, a cui il linguaggio quotidianamente risponde, risaltano con particolare evidenza. Parallele alle attività lavorative, queste interazioni linguistiche sono vincolate alle restrizioni dell’ambiente materiale in cui si svolgono (rumori, spostamenti di oggetti, azioni di varia natura, ecc.) e agli scopi strumentali o transazionali che vi si perseguono. I temi di conversazione sono prevalentemente, ma non esclusivamente, introdotti dagli interlocutori nativi, e si sviluppano tramite strutture (patterns) sequenziali ricorrenti: “domanda-risposta” (come nella panetteria, ad esempio)13, ma anche strutture argomentative (che includono una premessa, una tesi, argomenti a sostegno ecc.), come nell’azienda artigianale. In quest’ultima, l’interazione che accompagna il lavoro è caratterizzata per lo più da una convergenza discorsiva (“si parla insieme di”)14 all’interno della quale, in vari momenti risalta una divergenza di punti di vista, una contrapposizione che a tratti assume la forma di un vero e proprio conflitto di opinioni. Il confronto su un tema si sviluppa per contrasto, lungo l’opposizione linguistica e concettuale “noi/voi”. La prima e la seconda persona singolare (io/tu), mantenute fino ad un determinato punto, cedono spazio ai pronomi plurali: es. 12 [Az-l] OI4: [dai] + non è, non è=non è dai + uno:=uno come ((nome del connazionale di OB2)) + e l’ha trentadu’ anni trentatre + e n’è mai stato con ‘na donna. OB2: [((ride))] OI4: [((ride))] OB2: °oh::° ((tra sé e sé)) + ((°nome di OI4°)) OI4: guarda che se casca te lo do in capo OB2: non casca niente! + te capisci ‘na sega ++ che ancora non capisce niente. (capito.) OI4: °sì° ((silenzio prolungato; in sottofondo rumori metallici, poi una voce di donna)) OB2: ((canticchia in lingua bangla)) + (come ) 255 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo OI4: ‘n gli fa niente. OB2: ‘n gli fa niente + (quando taglia) tuo: + te pensi, eh? OB1: quando (parlo del) mio se dici che non fa niente. OB2: taucco + barbagianni +++++ ((canticchia a OI4: voi avete solo:- OB2: eh? OI4: voi avete solo ‘na: ++ °avete solo° ‘na fortuna OB2: per quale motivo lungo in lingua bangla)) Questi elementi della “deissi personale”15 (secondo la definizione tecnica) codificano demarcazioni linguistiche che portano in primo piano identità collettive (noi italiani/ voi bengalesi), tracciando così confini più estesi. Lo scambio verbale si “etnicizza”, come direbbe Dal Lago (1999), pur senza presentare nessun aggettivo etnico. I partecipanti si fanno “categoria”, o meglio, rappresentanti di categorie: tramite una scelta linguistica compiono “quell’azione duplice di inclusione ed esclusione che costruire una identità comporta” (Remotti cit. in Aime 2004, p. 126). È un’azione comunicativa che, forse, ricorre nel rapporto interpersonale instaurato dai partecipanti, un topos delle conversazioni strettamente intrecciate alle attività lavorative, come lascia supporre la replica valutativa dell’operaio bengalese (oh: non encominciare eh...), formulata come premessa alla contestazione della tesi appena ascoltata: es. 13 [Az-l] OI4: voi avete solo una fortuna OB2: per quale motivo OI4: che la moglie ve la troveno OB2: ((ride)) OI4: sennòe ++ sennòe come ((nome del connazionale di OB2)) ce ne sarebbe tanti OB2: eh:. OI4: invece ve la [trovano] OB2: [oh:] non encominciare, eh? Italia sono cinquanta e cinquanta quello senza moglie OI4: [[sta zitto OB2: [[°quello° >senza marito< eh + tu lo dica così come fa fa allah ((prosegue forse in lingua bangla)) OI4: ‘n capisce [mica °niente°] ((ride)) OB2: [toh] + io capiscio:. OI4: ((ride)) OB2: eh + °mamma me fa ridere te°. Nel confutare la tesi del collega, il parlante non nativo si autocorregge (“in Italia sono tante le donne senza marito”) e il suo interlocutore, in due turni sovrapposti, ricorre a “controargomenti” deboli (sta zitto; non capisce niente), prima di iniziare a sviluppare pienamente la sua opinione. Questo intento, annunciato dal segnale discorsivo “ascolta”, viene accettato (tecnicamente, “ratificato”) dal destinatario a cui è rivolto (dimmela): es. 14 [Az-l] 256 La presenza OI4: ++++ ascolta OB2: dimmela OI4: se- se: ++ se a voialtri ‘n ve la trovassero. °’ha detto che ve la troveno°. eh, scusa. OB2: eh? OI4: ‘n dove l’è la vostra capa- ‘n do’ l’avete la capacità °voialtri° ++ >cioè< + in italia.= OB2: eh OI4: eh + uno va in giro [gli]= OB2: OI4: [eh] =piace ‘na ragazza + ce prova + se ce riesce [ce]= OB2: OI4: [eh] =riesce se ‘n ce riesce pa[ce] = OB2: OI4: [sì] =ne trova ‘n’al[tra]= OB2: [sì] OI4: =ma voialtri ve la trova o l’amico + o i genitori OB2: eh. OI4: basta OB2: (tanto trovo eh) OI4: ma guarda che=che=che °coglione°. OB2: (tanto trovo eh) OI4: nnome di OB1)) (invece) OB2: L’È UNICO CHE QUATTORDIC’ANNI. OI4: lascia per[de’] quattordic’anni OB2: OI4: OB2: OI4: lui l’ha presentato: + io penso che- che sia l’unico [eh] quattordi- l’è l’unico che nel banglad- laggiù nel vostro pa[ese]= [eh] =ha trovato una donna da giovane + s’è innamorato e l’ha sposata + l’[uni]co Sulla contrapposizione personale “noi/voi” poggia un percorso argomentativo che impegna l’operaio italiano innanzitutto a motivare la sua tesi precedente, esplicitandone l’origine (la dichiarazione fatta da uno dei colleghi bengalesi) e, in secondo luogo, ad evidenziare un comportamento sociale (il corteggiamento), diffuso nella propria cultura, considerato assente nell’altra, e valutato anche come espressione di una capacità individuale (se ce riesce/dove avete la capacità voialtri). Proseguendo nella comparazione, la coppia oppositiva “noi/voi” slitta in una opposizione spaziale (in Italia/nel baglad-laggiù nel vostro paese) e in questo passaggio dalla deissi di persona a quella di “spazio” (già vista in alcuni esempi, nelle pagine precedenti) si nota (con laggiù) una caratterizzazione ulteriore del referente. La demarcazione dei luoghi sembra qui dilatare i confini, marcare la differenza culturale, ma questa differenza risulta bonariamente irrisa, come conferma il tono scherzoso che permane in tutto l’episodio discorsivo: gli interlocutori ridono, esplicitano questa azione (mamma me fa ridere te), una valutazione ironica dell’opinione appena espressa dal collega italiano è rafforzata da un’espressione volgare e la discussione ritorna sulla dimensione individuale: es. 15 [Az-l] OB2: [sì] OB1: ((ride)) OB2: ‘nnamorato una sega OB1: ((ride)) OI4: insomma + tu l’ha consciuta a quattordic’anni + grosso 257 [modo] Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo In questo contesto lavorativo, vari momenti dell’interazione mostrano, sulla superficie linguistica, alcune scelte dei parlanti italiani che si potrebbero interpretare come offensive verso l’interlocutore straniero se altri elementi co-occorrenti nell’intero scambio verbale non lasciassero cogliere un tratto semi-ludico, una “conflittualità” legata ad una relazione informale tra persone che condividono una sfera di esperienza. Il confronto/scontro che segue, ad esempio, si articola lungo la stessa linea argomentativa (“noi/voi”) e il nativo ricorre anche a metafore (la rota del carro) per modulare con un rafforzamento un punto di vista verso il quale l’accordo appena espresso dall’interlocutore è solo parziale (noi sono troppo dietro questo qua va bene). Questi, però, contesta l’equivalenza che l’italiano stabilisce tra povertà/basso status sociale e fede religiosa musulmana e richiama l’attenzione su un dato che contraddice l’equivalenza stessa (“anche gli arabi sauditi, più ricchi di voi, sono musulmani”), evidenziandola come non pertinente. Il collega sembra accettare la smentita e sposta la sua opinione su un altro piano, un giudizio personale (però non è tanto giusto). Il parlante non nativo tenta allora di esplicitare come i giudizi siano relativi, dipendenti dai diversi punti di vista che si assumono: es. 16 [Az-l] OB2: sì ((nome di OI4)) posso pos- posso quello lì + posso che quello: + >come si dice quello lì< ((rivolto a OI4)) ++ eh? momento=momento + sì + va bene + vuoi noi ((riferendosi ai bengalesi)) sono troppo dietro questo qua va bene OI4: ma non dietro, voi siete come [la rota del carro] OB1: [no questo non è vero] OB2: chi? OI4: proprio dietro, come la rota del carro OB2: ((ride)) ((suona il telefono)) OB1: no questo non è dietro + ascolta OB2: è=è=è una: + >come si dice< + non è essere [indietro] OB1: [una=una] religione dice cusì OI4: ma come [la religione]. OB1: [anche] in arabia saudita non è: + dietro + più avanti di voi arabia saudita + [(loro ricco)]= OI4: OB1: [(cosa più avanti)] =più ricco + più: soldi c’è di=di [(loro )] OI2: [( )] però anche loro fatto così OB2: [tutto musulmano] fa così OI4: [( OB2: tutto musul[mano (fatto così)] )] musulmano OB1: [tutti mussulmani] è così OI4: però non è tanto giusto OB2: eh, sì + no OI2: (no ((nome di OI4)))? OB2: quando=quando quando vedo occhio=occhio su occhio [vostro vostro]= OI4: [oc- oc- occhio] OB2: =vostro:: mentalità + >no va bene< + quando vado a nostro mentalità sì va bene [così] OI4: [eh sì] sì OB2: ah basta ( ) OI4: bisogna vedere con che occhi la vedi + volevi di’ così OB2: ++ s:ì, questa cosa va bene. 258 La presenza Nell’ultimo turno della sequenza, l’operaio italiano riformula in una versione più corretta l’enunciato appena espresso dal collega e chiede conferma della sua interpretazione (volevi dì così?). Lo scambio verbale ha assunto fin qui i caratteri di una “trattativa” tesa a raggiungere un accordo, o perlomeno, a ridurre il disaccordo iniziale; prosegue, però, con un tono conflittuale, quando l’operaio bengalese sposta la differenza, fino ad allora argomentata su base etnica, ricollegandola a quella di “genere”, ad una diversità trasversale agli spazi geografici e alle culture di appartenenza (poi donna troppo furba...). È l’operaio italiano questa volta a contestare la tesi espressa, dopo aver nuovamente chiesto chiarimenti che possano assicurarlo di averla compresa correttamente: es. 17 [Az-l] OI4: + eh, vero? OB2: ++ però + lu- è: + funziona così. +++++++ poi: donna troppo furba >capito< OI4: °chi?° OB2: sia in italia che bangladesh ++ donna + tutto il mondo pure donna troppo furba ++ °troppo furba° [loro (quando)] OI4: [no:] (tu) non dire cazzate OB2: no: OI4: ++ in che senso la donna fa troppo furba OB2: furba=furba + °troppo furba° OI4: ++ ( OB2: no: (le donne sono furbe) OI4: ( OB2: (po’=po’=po’) furba perché ( OI4: ma-. OB2: ((ride)) + capito? OI4: ma tu intendi dire, le donne di tutto il mondo? o le donne italiane? OB2: no, tutto il mondo così ++ tutto il mondo funziona così + quando te sei=(fai) così così con la donna, no? ((nome di OI4)) ) le donne sono: >son come l’omini< + c’è l’omini furbi e le donne furbe ) ) i coglioni La componente etnica è una delle opzioni disponibili e i parlanti possono selezionarla localmente, introducendo un elemento di conflittualità, come nel frammento che segue. Gli aggettivi etnici qualificano qui in modo generico gli interlocutori e in questa “genericità denotativa” si annulla la dimensione individuale: es. 18 [Az-l] OI1: ( OB2: (°io sono, io sono novissimi°) ) già t’ha ‘n paio di guanti novi? OI1: ‘n altro paio de guanti novi? OB2: sì OI1: hai capito. OI4: hai capito com’è la faccenda OI1: come [fanno]. OI4: [quelli del] bangladesh sono avvantaggiati che de noi bianchi italiani + [stronzi] Oppure i parlanti possono ignorarla, come nel frammento successivo, dove ad essere rimarcata, anche con espressioni idiomatiche, è invece la componente soggettiva (qui, l’età) e interpersonale: es. 19 [Az-l] 259 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo OI4: [( compleanno)] OB2: sì, questo sabato? OI4: °sì!° OB2: eh prossima ++ fra: due settimane. OI4: eh OB2: io deventerà ventisei OI4: te ventisei anni. ++ s’e’ fatto vecchio come un cucco. OB2: sì ((ride)) ++ eh: ventise:i. OI4: quando avevo ventisei anni io + e facevo + er foco + sotto l’acqua [((ride))] OB2: [foco] + sì, no. OI4: eh OB2: foco è dentro l’acqua + non è sotto l’acqua +++ capito ((nome di OI4)) +++ eh: che vita, eh? OI4: (eh ventisei è quando) OB2: che vita +++++++++++ eh? Questi qui cosa fa. Si è prima accennato al reciproco burlarsi tramite sfide, provocazioni, parolacce, insulti che gli interlocutori mettono in atto in questo contesto lavorativo. È un tratto ricorrente, le cui forme linguistiche si possono già notare negli stralci fin qui riportati. Osservando più in dettaglio questo meccanismo comunicativo, se ne rilevano le diverse gradazioni. Si va dalla presa in giro, più attenuata, sulla pronuncia: es. 20 [Az-l] OI4: oh=oh OB2: bisogna cambiare pagina OI1: eh? ((sopraggiunge con un carrello)) OB2: ((nome di OI4)) OI4: de già stamani t’ha cambiato due pagine OB2: no uno + [uno] OI4: [e una] la cambi ora + due OB2: eh! ora cambio sì? ++ qualcosa sono due ++++ cazzo fai ((nome di OI4)). +++ eh, sì? + ho capisciato. (?) ((fischia)) OB2: ora teni ((nome di OI4)) + teni questo barattolo vai OI4: cambi pagina. ((imita OB2 nel porre l’accento sulla i anziché sulla a)) OB2: sì. + cambio pagina OI4: ++ °guarda come cambio° + trucche tricche al tono marcatamente canzonatorio, con appellativi che rimandano a riferimenti (televisivi) condivisi es. 21 [Az-l] OB1: ((NOME DI OI1)) + prendi trincetto + (caprette) + i anche + una scatola di questi ((rumore di scatoloni che vengono trascinati; poi OB1 canticchia)) ? ( OB2: come mai? + troppo dietro? OI4: eh + perché tu dormi OB2: no OI4: è tanto [semplice] OI1: ) [(sì di)] sicuro ++ eh, per forza 260 La presenza OB2: oh ++ [SIGNORINA] ((lo prende in giro; lo chiama signorina perché il suo nome, nella versione femminile, è utilizzato da un comico della TV)) OI1: [sch: taucco] OB2: SIGNORINA OI1: (zitto) OB2: SIGNORINA OI1: (zitto) OB2: MIA CARA ((OB1 parla in lingua bangla. poi OB1 e OB2 cominciano a ridere)) o a quello più sfumato con cui l’operaio italiano partecipa alla “narrazione” dell’esperienza del collega straniero di fronte alla neve, in una sequenza dove i riferimenti deittici di spazio non veicolano una contrapposizione tra punti di vista dei parlanti: es. 22 [Az-l] OB2: +++ guarda che nevica ((nome di OI4)), eh? OI4: ma cosa nevica. OB2: tutta montagna bianca ++ [visto]. OI4: [ora per] fa’ bene >bisognerei-< porta’ + quando andate giù. + d’inverno OB2: eh OI4: ne pigliate ‘n pochinina e la portate giù + perché così l’avete anche nel vo:stro [°paese°] OB2: [oh] guarda pure OI4: [at]tacca nel vo[stro paese] OB2: [pure io]=pure io sognando quando io avevo guardato questa cosa a televisione, no. ++ io pensa come mai=come possibile quella lì. così. +++ (pure) nevica fa così, no. [( )] OI4: [(>°come pure nevica°<)] OB2: come mai pensato che: + può fare così pure nevica casca così. no. OI4: da noi. OB2: sì + no qui + io pensato + quando era visto + quando era laggiù ++ perché- + ora pure ancora c’è quello lì, un sognare, sogno per tutto: + tutto persona perché + vita di mio paese, mai visto così. Si ricorre all’uso di soprannomi scherzosi, ripetuti come un “disco incantato”: es. 23 [Az-l] OB2: boccaccia da ((nome di OI1, nella versione femminile)) OI1: boccaccia da ((nome di OB2)) OB2: boccaccia da ((nome di OI1, nella versione femminile)) OB1: ((canta in lingua bangla; suona il telefono)) ++ così + così + [così] OB2: [( ] )+ oh boccaccia da ((nome di OI1, nella versione femminile)) OB1: (°prima) quegli altri + poi quelli l’altri + poi quelli OI1: (°va bene°) OB2: ( ) boccaccia da ((nome di OI1, nella versione femminile)) OB2: ( ) boccaccia da ((nome di OI1, nella versione femminile)) OI4: °che ti s’è incantato ‘l disco°. OB2: sì 261 + poi centoventi! Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Si lanciano sfide su un’operazione tecnica da svolgere: es. 24 [Az-l] OI4: eh? OB2: bisogna dare mola +++ oh:: che troiascio! OI4: no vi[en via]= OB2: [( )] OI4: vien via con ‘n cacciavite alò OB2: non va via: OI4: sì=sì=sì=sì=[sì=sì=sì oh]= OB2: [no:] OI4: =madonna av[anza] OB2: OI4: [iscom]metti? scommettiamo:. Un aspetto rilevante che emerge osservando il “funzionamento contestualizzato” (Caffi, cit., p. 11) di questo meccanismo discorsivo, come agisce, cioè, in rapporto alle condizioni pragmatiche in cui occorre, è il suo essere condiviso dai parlanti. Questi ricorrono vicendevolmente alla burla, alle parolacce, agli insulti, definendo la loro relazione (anche) su un piano scherzoso. Senza affrontare qui un oggetto di analisi complesso quale è la gamma di “parole specializzate nell’esprimere emozioni” (Tartamella 2006), ci limitiamo a richiamare alcune considerazioni riguardanti le funzioni a cui tali parole rispondono. Se esse, come si riconosce comunemente, danno visibilità alle emozioni con l’effetto di divertire, esprimere rabbia, provocare, ma anche di offendere, colpire, emarginare, l’uso reciproco, nel contesto lavorativo esaminato, suggerisce un’interpretazione del piano paritario del rapporto tra i partecipanti. L’asimmetria, vista come caratteristica centrale delle interazioni interculturali, non è data a priori, è anch’essa una dimensione negoziabile, costruita attraverso meccanismi discorsivi che possono ridurla, accentuarla o annullarla. Le espressioni canzonatorie non allontanano i parlanti, ne sottolineano, al contrario, la vicinanza. Gli “insulti di solidarietà”, secondo la definizione di Lagorgette e Larrivée (2004) esercitano una funzione aggregante, di appartenenza a un gruppo. In riferimento ad interazioni interculturali analoghe, Aime (2004, pp. 130-31) osserva che Le relazioni scherzose [...] possiedono la grande forza di portare il dialogo su un piano di parità. Se lo sfottò è reciproco significa che c’è un riconoscimento implicito dell’altro come pari. [...] se non c’è disparità, ridere della diversità altrui può diventare un elemento di comunicazione che pur basandosi su stereotipi, li caricaturizza rendendoli accettabili. “La diversità”, precisa l’autore in un altro punto della sua riflessione, può trasformarsi in argomento di scherzo, è protetta da eventuali attacchi perché è ormai accettata, può essere giocata come elemento relazionale in quanto non minacciata da un potere che la trasformi in capo d’imputazione e ne faccia motivo di scontro (cit., p. 130). 262 La presenza All’interno delle situazioni analizzate, non mancano interventi verbali degli autoctoni che sembrano portare in superficie un intento discriminatorio e un presunto senso di superiorità. Tuttavia, questa volontà e questo atteggiamento non conducono ad uno scontro reale, anzi, in diversi casi la gestione condivisa dell’interazione porta a neutralizzarli. 6. Conclusioni: la rilevanza pratica dell’analisi Un’osservazione analitica delle attività comunicative prodotte negli incontri sociali, all’interno dei luoghi di lavoro, consente di mettere in luce fenomeni eterogenei stratificati, elementi discorsivi e linguistici che non esauriscono il loro senso sulla superficie di quanto viene detto e che si intrecciano con aspetti diversi della gestione dell’interazione e del rapporto fra i parlanti. Quando questi appartengono a lingue e culture diverse, i dialoghi si infittiscono di altre peculiarità e ciò accade tanto più in quella particolare sfera della vita sociale che sono i luoghi di lavoro. Nel contesto che abbiamo esaminato più in dettaglio sono emerse sequenze di “interazione cooperativa” e sequenze di “interazione antagonista” (Caffi, cit.), sviluppate su un piano di confronto duplice, culturale e soggettivo/individuale. Le scelte linguistiche compiute dai parlanti, come si è visto, modulano i due tipi di confronto con gradazioni diverse, nella direzione, cioè, del rafforzamento o dell’attenuazione. L’analisi condotta sembra fornire un ancoraggio linguistico ad alcune riflessioni elaborate all’interno di una corrente di pensiero critico (sociologico e antropologico) che si può riassumere con il titolo eloquente di un saggio, Eccessi di culture, al cui autore abbiamo già fatto riferimento. Marco Aime si chiede, appunto, se i rapporti tra gruppi diversi debbano “passare per forza attraverso la cruna dell’identità” (p. 126) e nel dare una risposta sottoscrive quanto altri affermano: [due o più gruppi] possono intrattenere tra di loro ogni tipo di relazione, l’etnicità può esservi presente come elemento tra gli altri o può essere totalmente assente; in questo senso i rapporti sono economici, matrimoniali, politici, ideologici ecc. con o senza componente etnica, a seconda delle situazioni (Li Causi 1995, p. 18). La descrizione, qui sviluppata, evidenzia, infatti, un’interazione tra individui che appare culturalmente connotata in alcuni tratti, mentre in altri è la dimensione interpersonale ad essere dominante. Ad una base descrittiva di meccanismi salienti della comunicazione interculturale nei luoghi di lavoro si può utilmente attingere, come si diceva, per definire meglio alcune linee metodologiche di percorsi formativi destinati a figure professionali che operano nei contesti dell’immigrazione. I risultati dell’indagine finora condotta su alcuni contesti, tra quelli che compongono il campione di dati autentici, suggeriscono delle ricadute applicative in riferimento alla formazione degli insegnanti di italiano L2 e a quella dei mediatori culturali. Per il primo ambito, assumono rilievo, innanzitutto, le pratiche metacomunicative tramite le quali i parlanti non nativi “definiscono”, come si è sottolineato, le risorse linguistiche di cui si appropriano progressivamente. Assegnare uno spazio esplicito a tali pratiche, nei percorsi di formazione linguistica e nei materiali didattici, significa favorire 263 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo l’apprendimento di funzioni utili alla gestione dell’interazione con i nativi, fin dalle fasi iniziali di studio della lingua e pur con le conoscenze limitate che le caratterizzano. Non si tratta di introdurre un metalinguaggio grammaticale tramite il quale condurre, in classe, una riflessione metalinguistica secondo canoni pedagogici prestabiliti. Si tratta invece di esplicitare – in momenti didattici specificamente destinati – alcune formulazioni che consentono per esempio di “segnalare un ostacolo nella comprensione” (Non capisco. Può ripetere per favore?; Come hai detto?), di “sollecitare un dato linguistico” (Come si dice? Come si chiama?), di “prendere la parola” in un dialogo (“Sai che...”?) ecc. Possono confluire inizialmente in un “lessico della classe” come “formule” non analizzate nella loro struttura (cfr. Pallotti 1999), ma apprese per la loro funzionalità e usate nell’interazione, a partire da quella che si conduce nell’aula. In secondo luogo, emerge la rilevanza della dimensione emotiva e relazionale, spesso trascurata nell’elaborazione di corsi di italiano per adulti, a favore di esigenze comunicative ritenute prioritarie nel dominio lavorativo. D’altra parte, laddove vengono proposti, in una classe di adulti immigrati, materiali destinati a un pubblico indifferenziato, le situazioni comunicative rappresentate possono riguardare anche aspetti relazionali ed emotivi, ma questi vengono esibiti, unilateralmente, secondo i modelli che sottendono le pratiche diffuse nella società occidentale (cfr. Turchetta 2006) e non sono pochi i disagi che in tali occasioni insegnanti e alunni registrano. Se è vero che l’integrazione linguistica – e sociale – è obiettivo primario del vissuto quotidiano, è anche vero che in essa la dimensione relazionale, con i suoi risvolti emotivi, ha un ruolo, come abbiamo visto, preponderante. Occorre, allora, tenerne conto nella costruzione di materiali che adottino una prospettiva interculturale. Per quanto riguarda il profilo professionale del mediatore, l’analisi descrittiva di situazioni autentiche di mediazione suggerisce l’opportunità di selezionare esempi significativi per costruire “unità di lavoro” all’interno di percorsi formativi che favoriscano lo sviluppo di una competenza comunicativa consapevole. Come sappiamo, l’elaborazione teorica e pratica, in anni recenti, ha cercato di precisare i livelli che il concetto di mediazione investe: (a) un livello linguistico-comunicativo; (b) un livello di ordine pratico/orientativo; (c) un livello psico-sociale. Da un lato le funzioni e i compiti del mediatore sono stati identificati per lo più in un’ottica “prescrittive” (il “mediatore deve/non deve fare”) e a partire da analisi dei bisogni (linguistici, culturali, sociali degli utenti), dall’altro si è ribadita l’esigenza di studi descrittivi delle effettive pratiche messe in atto durante le interazioni cosiddette “triadiche”. Osservare ciò che il mediatore “fa” fornisce, infatti, suggerimenti utili in vista dell’acquisizione di una competenza professionale, tramite le esperienze di training e di aggiornamento. Con questo presupposto è stata condotta l’analisi dei due luoghi correlati al lavoro, prima sinteticamente illustrata. Riprendendone alcune considerazioni sulle ricadute applicative, si può ribadire come sul piano dei contenuti tematici, in un itinerario formativo specifico, siano rilevanti: il ricorso alle operazioni discorsive che possono facilitare la comunicazione; le modalità di gestione dell’interazione e la loro adozione consapevole, vista come risorsa per favorire i processi di comprensione; la considerazione del tempo di attesa per le risposte che il non nativo deve formulare; la capacità e la disponibilità all’ascolto. Su questo punto, avevamo concluso il resoconto dello studio sulla mediazione, richiamando una osservazione di Caffi (2002, p. 202) che vorremmo sottolineare anche in chiusura di questa “seconda tappa” della ricerca sulla comunicazione interculturale nei luoghi di lavoro della provincia aretina: 264 La presenza la disponibilità all’ascolto […] lungi dall’essere espressione di una generica quanto utopica buona volontà è condizione necessaria per una corretta interpretazione [di un problema]. Note Le trascrizioni sono state realizzate da Simonetta Veschi, che ha curato anche la raccolta dei dati nella fase iniziale della ricerca, e da Valentina Papini. 1 Le convenzioni adottate si rifanno al sistema elaborato da Jefferson, abitualmente utilizzato nell’ambito delle “analisi conversazionali” (cfr. par. 3.). Il modo in cui le parole vengono pronunciate è reso con l’ortografia standard (su questa scelta, cfr. Pallotti 1999). Nelle trascrizioni, i riferimenti personali agli interlocutori sono omessi. I simboli utilizzati corrispondono ai seguenti fenomeni del parlato: 2 >testo< accelerato <testo> rallentato testo enfasi particolare °testo° testo volume basso volume alto test- troncatura di un suono ‘ omissione di un suono o normale contrazione te::sto prolungamento di un suono . intonazione discendente,conclusiva , intonazione continuativa ? intonazione ascendente ! intonazione animata = turno prodotto in modo continuo (anche se, per ragioni di spazio grafico, viene rappresentato in due righe diverse) o continuità tra parole all’interno di uno stesso turno [testo] sovrapposizioni tra parlanti [[testo partenze simultanee di turni di parola + pause; la durata della pausa è proporzionale al numero di segni utilizzato (testo) espressioni dubbie ( espressioni inudibili o incomprensibili ) L’organizzazione temporale e sequenziale è uno dei presupposti fondamentali dell’analisi conversazionale, in base al quale l’azione comunicativa va descritta nel suo flusso temporale e nella sua continuità, come precisa Mondada (2006, p. 7) in una sintesi di questa particolare prospettiva analitica. 3 Questa parte della ricerca è stata interamente condotta da Simonetta Veschi, in concomitanza con il lavoro di ricerca che conduceva per la sua tesi di laurea (cfr. più avanti: par. 5). 4 La necessità di descrivere l’interazione secondo un approccio integrato, per poter ricostruire almeno in parte la complessità dello scambio comunicativo, è ribadita da più autori. 5 Cfr. Clyne (1999), per una rassegna critica. L’interesse rivolto alla dimensione interattiva delle differenze culturali si inquadra nella più ampia svolta “interazionista” che, a partire dagli anni Sessanta, ha interessato la ricerca linguistica (fondata per lungo tempo su una concezione dell’uso del linguaggio visto come “trasmissione di informazioni”). Con l’introduzione del concetto di “interazione” (di origine sociologica), è diventata centrale l’interazione verbale in contesti naturali, secondo le priorità definite dall’“analisi della conversazione”: l’oggetto 6 265 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo (il discorso orale dialogico), la metodologia (guidata da dati autentici) e i fenomeni pertinenti da osservare, tra i quali le procedure che permettono la co-produzione del discorso e la dimensione relazionale (cfr. KerbratOrecchioni 1998). Tra gli studi più noti nell’ambito della “pragmatica cross-culturale”, quello di Blum-Kulka et. al. (1989) esamina atti linguistici come le richieste e le scuse ed è riferito ad australiani, argentini, canadesi, francesi, tedeschi e israeliani. 7 In una prospettiva pragmatica, si sottolinea che “l’analista del discorso si mette dalla parte dell’interprete – [...] autorizzato da segnali e indizi del testo a trarre inferenze, entro le quali rintracciare, se non generalizzazioni stabili, regolarità significative” (Caffi 2000, p. 10). 8 L’espressione denomina una gamma di fenomeni linguistici e discorsivi, rapportabili alla funzione essenziale di agevolare la comprensione, nel processo di “adattamento” all’interlocutore. Fenomeno ampiamente documentato nella letteratura (cfr., tra gli altri; Orletti, cit. e 2001), è stato descritto nelle sue caratteristiche formali e funzionali. Per i dati relativi al foreigner talk nelle due interazioni in esame, l’analisi quantitativa e qualitativa delle occorrenze ha evidenziato forme di semplificazione corretta, nel dialogo presso il centro ascolto, e forme sgrammaticate (cfr. Bettoni 2002) come l’omissione di elementi funzionali (preposizioni, articoli, ausiliari, congiunzioni) e una riduzione della morfologia flessiva, nell’interazione presso il sindacato. In quest’ultima, la frammentazione del linguaggio dell’impiegata è ai limiti dell’intelligibile. Nel suo “adattamento” agli interlocutori emerge in particolare l’uso di categorie linguistiche e concettuali minime (Lui no bravo/io no contenta). 9 R. Pugliese, S. Veschi, Contesti istituzionali e comunicazione interculturale con mediazione spontanea, in E. Banfi et al. (a cura di), Problemi e fenomeni di mediazione linguistica e culturale, Atti del V Congresso internazionale dell’Aitla (Associazione Italiana di Linguistica Applicata), Bari, 17-18 febbraio 2005, Perugia, Guerra, 2006, pp. 35-64. 10 S. Veschi, La mediazione interlinguistica e interculturale. Analisi di alcuni fenomeni discorsivi, Tesi di laurea discussa presso l’Università di Siena, sede di Arezzo, 2005. 11 Per una maggiore chiarezza espositiva, consideriamo in maniera distinta elementi che sono strettamente intrecciati nella realtà della comunicazione. 12 Le “quattro chiacchiere” (small talk), come tratto saliente negli incontri di relativa durata che si svolgono nella panetteria, evidenziano come i partecipanti convergano sul tema introdotto e si orientino verso un “accordo.” 13 Non troviamo, infatti, le manifestazioni di divergenza nella gestione dei temi osservate nella prima analisi che abbiamo condotto dell’interazione (istituzionale) presso il sindacato del lavoro. Il tentativo di porre un nuovo argomento da parte dell’utente del servizio e del suo connazionale, lì in veste di “mediatore”, non solo non veniva “ratificato” dall’impiegata, ma spesso passava sotto silenzio, in una conduzione dell’incontro che accentuava costantemente l’asimmetria tra i partecipanti. (cfr. Pugliese, Veschi, cit.). 14 La deissi, concetto centrale nella pragmatica linguistica, “codifica le relazioni tra lingua e contesto nelle sue varie componenti: chi parla, con chi, collocando oggetti ed eventi nello spazio, nel tempo e nel discorso stesso” (Bazzanella 2005, p. 125). 15 266 La presenza Riferimenti bibliografici (Parte III) AA.VV. (2003), L’imprenditoria extracomunitaria nella realtà provinciale fiorentina: una prima analisi della sue principali caratteristiche strutturali, CCIAA di Firenze, Firenze. AA.VV. (2005), Imprenditori stranieri in provincia di Torino, CCIAA di Torino, Torino, aprile 2005. Abdallah-Pretceille M. 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Infatti, il tentativo migratorio viene generalmente intrapreso da coloro che, all’interno del proprio gruppo di appartenenza, hanno le massime possibilità di successo prevedibili per le loro caratteristiche fisiche, caratteriali oltre che socio-economiche (effetto migrante sano). Col trascorrere del tempo, le complessive condizioni di vita cui devono conformarsi possono consumare e dilapidare, in tempi più o meno brevi, il patrimonio di salute. La richiesta di salute della popolazione straniera è determinata dall’intreccio di aspetti sociali e sanitari che talvolta arrivano addirittura a confondersi. Questi comprendono l’anzianità migratoria, la condizione giuridica e lavorativa, l’alloggio, l’alimentazione, i cambiamenti climatici, il livello di istruzione, il supporto psico-affettivo e l’accessibilità ai servizi socio-sanitari. Come è stato dimostrato da una recente indagine condotta in Lombardia, l’utilizzo dei servizi dipende dalle caratteristiche del profilo migratorio. Infatti, quelle persone che vivono in Italia da almeno un decennio e che hanno raggiunto una condizione di stabilità giuridica tendono ad inserirsi molto più facilmente nel tessuto sociale del Paese e nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale, rispetto ai soggetti presenti da meno tempo. I fattori che determinano questo diverso atteggiamento sono molteplici ed un’analisi completa comporta la valutazione del problema salute e del bisogno di sanità delle persone immigrate. L’instabilità dovuta al mancato riconoscimento di uno status giuridico ben definito, l’incertezza del futuro, le difficoltà di adattamento in un paese che presenta stili di vita e modelli culturali differenti rispetto a quelli di origine contribuiscono a determinare uno stato di malessere che si manifesta talvolta sotto forma di disturbi psico-somatici. La situazione alloggiativa rappresenta un punto critico per la salute della maggior parte dei migranti. I regolari possono accedere a centri di accoglienza o case-famiglia, mentre gli irregolari affrontano il problema in modo provvisorio e precario trovando alloggio in baracche o rifugi improvvisati. Alcuni possono disporre di appartamenti o stanze in affitto o sub-affitto (in genere in aree urbane degradate, dove la speculazione economica è diffusa e gravosa) all’interno dei quali situazioni di sovraffollamento e carenza o inadeguatezza igienica dei servizi determinano il rischio di trasmissione di patologie infettive contagiose. 274 La presenza L’offerta di lavoro alle persone straniere è molto spesso circoscritta a mansioni di tipo manuale abitualmente pesanti, che sono rischiose per il lavoratore o la lavoratrice, con i relativi riflessi sullo stato di salute. Generalmente, le persone straniere lavorano in fabbriche, cantieri edili o campagne, in ambienti spesso non protetti, dove le condizioni igieniche sono scadenti e gli orari di lavoro non sempre controllati. I casi di infortunio sul lavoro si verificano con una frequenza molto superiore rispetto a quella rilevata per i cittadini italiani e spesso vengono “contrabbandati” come incidenti domestici per paura di perdere il posto di lavoro. Infine non è da sottovalutare la realtà del lavoro in nero, propria di quelle persone non in regola col permesso di soggiorno, che vivono una costante situazione di incertezza. L’alimentazione è un fattore di rischio rilevante. Sulla dieta di queste persone convergono diverse problematiche, quali: la difficoltà di adattamento ad una diversa concezione del cibo e della cucina; l’inadeguatezza delle proprie abitudini dietetiche al nuovo contesto (clima, livelli di attività fisica sostenuta, ecc.); le difficoltà nel seguire le tipiche modalità di preparazione e di cottura del cibo; preclusione di natura religiosa al consumo di particolari alimenti o bevande; vincoli economici nell’acquisto delle cibarie, ecc. Tali fattori possono determinare un’alimentazione sbilanciata e carente dell’apporto di nutrienti essenziali. Inoltre, l’esigua disponibilità economica può costringere la persona ad astenersi dal consumo di alimenti di rilevante apporto nutrizionale oltre che ad acquistare prodotti di scarsa qualità. I cambiamenti climatici si ripercuotono sullo stato psico-fisico del migrante. Lo scarto termico può raggiungere, per alcune zone di riferimento, i 15-20°C oppure la variazione di umidità può comprendere varie decine di percentuali. Tali differenze si riflettono sul metabolismo e quindi sul complessivo rendimento dell’organismo umano. Il senso di frustrazione dovuto al mancato riconoscimento dei propri titoli di studio, alla quasi impossibilità di accedere al mercato del lavoro secondo le proprie competenze e alla oggettiva difficoltà di migliorare il proprio status sociale incide sulla qualità della vita. Con il trascorrere del tempo le difficoltà nella realizzazione dei disegni iniziali acuiscono il malessere esistenziale ed espone queste persone alla fragilità del trauma dell’immigrazione in misura maggiore. Stati ansiosi, spunti di depressione e somatizzazioni, quali ad esempio patologie del tratto gastro-enterico sono i sintomi che, in molti casi, caratterizzano una profonda sofferenza psichica. Le donne arrivate in Italia per ricongiungimento familiare vivono spesso esperienze di grande solitudine, sia per la mancanza di un ruolo attivo al di fuori delle mura domestiche, sia per le difficoltà e talvolta anche l’impossibilità di parlare la lingua italiana. Un’attenzione particolare meritano le assistenti familiari che nel nostro Paese svolgono attività di cura alle persone anziane o comunque non autosufficienti. Sono donne che migrano da sole e che vivono il distacco dalla propria famiglia, e molto spesso dai figli, in modo molto doloroso e con sentimenti di impotenza. I ritmi incessanti di lavoro, la scarsa disponibilità di denaro, la totale sovrapposizione tra vita privata e lavoro e, soprattutto, la carenza delle relazioni affettive sono fattori di rischio per la salute ampiamente riconosciuti. Accanto al tema della mancanza del supporto psico-affettivo, che caratterizza la prima generazione di migranti (ovvero quella che precede il ricongiungimento con la famiglia ristretta), oggi, nel nostro Paese, si aggiungono le problematiche della “seconda generazione”. Nati e cresciuti in Italia, sono giovani che vivono una quotidianità caratterizzata da un costante stato di sospensione in cui l’educazione impartita secondo 275 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo la cultura d’origine dei propri genitori si scontra con la realtà occidentale al di fuori delle mura domestiche. Gli adolescenti soprattutto, che già vivono le difficoltà di questo delicato periodo della vita, si trovano contesi tra valori e stati d’animo che hanno una valenza duplice poiché, per queste famiglie, almeno due sono i modelli culturali coinvolti. A tutt’oggi, non esistono dati significativi sul tema, sebbene, in ambito universitario, l’interesse ha dato il via a studi di tipo qualitativo. Capire come questi fenomeni di carattere generale si manifestano e si concretizzano a livello locale è un fatto importante per giungere a promuovere politiche e azioni adeguate. La realizzazione di “profili di salute” degli stranieri è un obiettivo certamente da perseguire nelle dimensioni locali. In questa ottica vanno letti i tre lavori pubblicati in questa sezione che riguardano la salute degli stranieri e l’utilizzo dei servizi sanitari nella provincia di Arezzo, l’adeguamento della struttura sanitaria ed in particolare di quella ospedaliera alla realtà dei nuovi utenti, e l’importante questione della “comunicazione” tra medico di medicina generale e paziente straniero. 276 La presenza Salute degli immigrati e ricorso alle strutture sanitarie in provincia di Arezzo di Sandra Bartolucci, Giuseppe Cirinei e Giovanna Dallari 1. Introduzione Il primo rapporto sulla salute degli stranieri e il loro ricorso alle strutture sanitarie in provincia di Arezzo è stato pubblicato dall’Osservatorio nel marzo 2003 e riportava dati relativi al 2001 e 2002 (Cirinei e Bartolucci 2003); questo, che è il secondo, fa riferimento a dati del 2003 e 2004. Si viene così ad offrire uno strumento che, nel tempo, può essere utile per conoscere e capire l’evoluzione di problemi legati alla salute e all’accesso ai servizi sanitari di una fascia di popolazione, quella degli stranieri, componente ormai strutturale della popolazione presente sul territorio italiano. Il tentativo di descrivere un profilo di salute degli stranieri non è dovuto ad un desiderio di “separazione” bensì al riconoscimento che essi costituiscono un gruppo che, per contesto culturale, condizioni lavorative, abitative, economiche, sociali, può presentare rischi specifici per la salute. Per questo motivo nel rapporto vengono fatti vari confronti tra stranieri e italiani: le disomogeneità e le disuguaglianze possono essere assunte come indicatori dell’esistenza di problemi, criticità, livelli diversi di accesso ai servizi, rispetto ai quali definire priorità di intervento. D’altra parte, anche la definizione di “popolazione straniera” non individua un gruppo omogeneo: al suo interno sono comprese, infatti, realtà profondamente diverse per provenienza geografica e matrice culturale, per esperienza “migratoria”, per attività lavorativa, per tempi di arrivo e di permanenza in Italia. Ciascuno di questi elementi può determinare condizioni di salute diverse, condizioni sociali diverse, capacità e possibilità diverse di accesso ai servizi. Purtroppo gli attuali sistemi informativi presenti nei servizi socio-sanitari non sono in grado di fornire dati disaggregati in modo tale da consentire l’analisi di tutti questi parametri. Nel rapporto alcuni dati sono analizzati rispetto alle nazionalità, approssimando con questa distinzione anche differenze culturali e di esperienza migratoria: vengono così messi in evidenza alcuni aspetti rilevanti, sia 277 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo in termini di patologie, sia in termini di comportamenti, che hanno una distribuzione specifica proprio in relazione alla nazionalità. Vengono trattati temi ritenuti più rilevanti: • l’evoluzione dei dati concernenti la salute della popolazione straniera a livello nazionale, allo scopo di avere elementi di valutazione generale dei fenomeni. • l’iscrizione degli stranieri nell’anagrafe degli assistiti della USL 8 che copre l’intero territorio della provincia di Arezzo; l’iscrizione in anagrafe costituisce il primo passo per l’acceso “regolare” al Servizio Sanitario Nazionale e, seppur con qualche approssimazione, può essere uno degli indicatori di integrazione e di accessibilità del Servizio; • l’utilizzo delle strutture specialistiche e diagnostiche ambulatoriali; • i ricoveri ospedalieri, sia in ricovero ordinario che in Day Hospital; • le interruzioni volontarie di gravidanza; • le nascite e i problemi connessi; • gli interventi di mediazione culturale nelle strutture sanitarie. Naturalmente dal presente rapporto emerge una realtà che mostra vari aspetti, alcuni anche complessi, non sempre ben definiti dal livello attuale di informazioni, necessitanti di ulteriori approfondimenti. Emergono però anche indicazioni utili per chi deve assumere decisioni nell’ambito della organizzazione dei servizi socio-sanitari. Si rilevano infatti problemi di accoglienza (aumento dell’utenza straniera e molteplicità della nazionalità presenti) affrontabili con strumenti di informazione e di mediazione linguistico-culturale, patologie e rischi specifici (infortuni, patologie da condizioni di vita disagiate, interruzioni di gravidanza) da affrontare con interventi di prevenzione primaria, comportamenti non appropriati (accesso non corretto ai servizi, sottoutilizzo dei servizi per la tutela della gravidanza) affrontabili con iniziative mirate. L’elaborazione dei “Piani Integrati di Salute”, nella quale sono impegnate per legge regionale l’Azienda USL, tutte le Zone socio sanitarie, i Comuni e la Provincia, è una delle sedi appropriate dove, utilizzando le informazioni contenute in questo contributo, possono essere date risposte alle esigenze che il territorio esprime. Per rendere più comprensibile il testo viene definito il glossario dei principali termini usati. 278 La presenza Glossario Anagrafe assistiti: anagrafe degli iscritti al Servizio Sanitario Nazionale (SSN) presso l’azienda USL 8 di Arezzo. Anagrafe comunale: anagrafe dei cittadini di ciascun comune della provincia di Arezzo. Assistito:cittadino iscritto nell’anagrafe degli assistiti. D.H.: Day Hospital. Dato cumulato: dato relativo a più anni, considerati complessivamente; consente una valutazione più certa su fenomeni che hanno una bassa frequenza. D.R.G. (Diagnosis Related Groups): modalità di classificazione dei ricoveri ospedalieri sulla base delle diagnosi, degli interventi o procedure, dell’età, del sesso e della modalità di dimissione. I.V.G.: interruzione volontaria di gravidanza. Permesso di soggiorno: documento rilasciato dalla Questura sulla base delle norme legislative vigenti, che specifica la motivazione ed il periodo nel quale è consentita la presenza sul territorio italiano ad uno straniero. Prestazione specialistica: prestazione sanitaria di tipo ambulatoriale (senza ricovero) che consta in indagini diagnostiche e/o visite specialistiche. Ricovero: prestazione sanitaria di ricovero ospedaliero (in degenza ordinaria o day hospital): l’elaborazione dei dati avviene sulle “dimissioni” attraverso la scheda di dimissione ospedaliera (SDO); “numero di ricoveri” e “numero di dimessi” sono sinonimi. S.S.N.: Servizio Sanitario Nazionale. Straniero : cittadino con nazionalità diversa da quella italiana. Straniero residente: cittadino straniero con la residenza presso uno dei comuni della provincia di Arezzo. Straniero temporaneamente presente (S.T.P.): cittadino straniero che non ha titolo di soggiorno valido, ma ha usufruito dei servizi sanitari della Ausl 8 (ricovero o prestazione specialistica) indipendentemente dalla sua residenza o meno in un comune della provincia e dalla sua presenza regolare o irregolare dal punto di vista amministrativo. Tasso grezzo: rapporto tra casi registrati e popolazione di riferimento. Tasso standardizzato: rapporto tra casi registrati e popolazione di riferimento, modificato attraverso il procedimento statistico della standardizzazione, che annulla la specificità dovuta alla struttura per età della popolazione di riferimento: questo consente di fare confronti tra i tassi di popolazioni a differente composizione di età come sono quella degli immigrati e degli italiani residenti. U.E. (a 15): Unione Europea a 15 Stati, cioè prima dell’allargamento. 279 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Regolari/Irregolari/Clandestini: regolari sono gli immigrati che risiedono in Italia con un permesso di soggiorno rilasciato dall’autorità competente. Gli irregolari sono immigrati non in regola con il permesso di soggiorno: perché gli è scaduto e non l’hanno, o non gli è stato rinnovato; perchè, entrati come studenti o lavoratori dipendenti, svolgono di fatto altre attività. Sono diversi dai clandestini, immigrati entrati e soggiornanti senza alcun titolo di soggiorno, che quindi, per lo Stato, ufficialmente non esistono. I raggruppamenti di Paesi per aree continentali o subcontinentali usati in questa pubblicazione sono quelli definiti dall’ISTAT. 2. I dati relativi all’utilizzo dei servizi sanitari in Italia Da qualche anno, gli esperti del settore socio-sanitario hanno iniziato a raccogliere dati epidemiologici sulla salute dei migranti in modo sistematico ed analitico, per cui oggi è possibile effettuare confronti tra le diverse realtà locali, tra le diverse nazionalità e con la popolazione autoctona. Si è cominciato a concordare un insieme di dati utili al fine di definire lo stato di salute della popolazione, per giungere alla costruzione di un profilo di salute per ogni gruppo nazionale. I dati nazionali più recenti sono pubblicati nel Dossier Caritas/Migrantes 2005 e fanno riferimento ad episodi di ricovero per acuti avvenuti nel 2003, sia in regime ordinario che di “day-hospital”, erogati da quasi 1.400 ospedali pubblici e privati (accreditati e non) presenti in Italia. Vengono considerati solo i ricoveri per acuti, poiché le altre tipologie assistenziali rappresentano per gli stranieri una quota ancora trascurabile dell’attività ospedaliera erogata; è possibile inoltre che possano esserci ricoveri ripetuti per lo stesso soggetto. Il numero totale dei ricoveri per pazienti non italiani è stato pari a 401.069, con un aumento del 41,2% rispetto al 2000; nello stesso periodo gli stranieri regolarmente presenti sono aumentati del 59%. Tra i ricoveri l’incremento maggiore si osserva per le persone provenienti dall’Europa dell’Est (+58,8%) e dall’America centro meridionale (+54,2%). La distribuzione tra le Regioni dei ricoveri di pazienti stranieri vede la prevalenza della Lombardia (oltre 94.600 ricoveri), seguono il Lazio (48.200), il Veneto (42.500), l’Emilia Romagna (40.600), il Piemonte e la Toscana (31.700 e 29.800). L’Emilia-Romagna ha avuto l’incremento maggiore (+51% contro il +33,5% del Lazio e 35,1% della Lombardia). Le realtà territoriali con il maggior incremento percentuale rispetto al 2000 sono però state la Calabria (+81,6%), la Sicilia (+67,4%) e la Provincia Autonoma di Bolzano (+62,3%). La Puglia non viene considerata, in quanto la palese sovrastima degli apolidi (oltre il 51% dei ricoveri “non italiani” della regione) condiziona significativamente il dato. Nel 2003, ogni 1.000 ricoveri sul territorio nazionale 31,3 sono stati effettuati per pazienti non italiani; erano 22,4 nel 2000 e 18,9 nel 1998. Dal 2000 al 2003 gli incrementi maggiori quanto all’incidenza si sono registrati in Calabria, Marche ed Emilia Romagna. Per quanto riguarda la provenienza dei pazienti al primo posto troviamo i romeni con circa 40.000 ricoveri, seguono gli albanesi e marocchini (classifica invertita rispetto al 2000). L’Equador raddoppia rispetto al 2000 e raggiunge con 13.600 ricoveri il quarto posto, mentre per la prima volta nei primi 15 paesi troviamo l’Ucraina con oltre 12.000 ricoveri; seguono Cina, Serbia e Montenegro, Tunisia, Perù e Nigeria. 280 La presenza In linea con quanto si sta registrando nel complesso dei ricoveri nazionali, aumenta la percentuale di ricoveri in “day-hospital” anche tra gli immigrati che sono passati da circa il 17% nel 1998 al 20% nel 2000 e a poco meno del 26% nel 2003. Le regioni con le percentuali maggiori di ricoveri in day-hospital rispetto al totale dei ricoveri di stranieri, sono Lazio, Sicilia, Sardegna e Piemonte. La percentuale maggiore ha riguardato le donne (62% in regime ordinario e 71% in “day-hospital”), analogamente a quanto osservato nel 2000. Le aree geografiche con la maggior percentuale di ricoveri femminili sono l’America Centro Meridionale (75,7% di tutti i ricoveri), l’Asia Orientale (72,8%), l’Africa Orientale (69,9%) e l’Europa dell’Est (68,5%). Rispetto agli anni precedenti, l’incremento di ricoveri più significativo riguarda episodi legati al parto e alla gravidanza (complessivamente +3.500 ricoveri ordinari rispetto al 2002, ma +21.700 rispetto al 2000, passando dal 44,7% delle cause di ricovero tra le straniere al 55,2%). Tra i maschi le cause di ricovero più frequenti, come negli anni passati, sono quelle legate a traumatismi (nel 2003 circa 17.500 pari al 26% rispetto al 23% nel 2000) ed alle malattie dell’apparato digerente (oltre 9.200 ricoveri, dal 12% al 14%). Attraverso l’analisi degli Aggregati Clinici di Codici (ACC), raggruppati secondo un criterio di significatività ed omogeneità clinica, emerge che la prima causa di ricovero ordinario tra la popolazione straniera è quella legata alla salute riproduttiva della donna. Al primo posto troviamo gravidanza e parto fisiologico (11,2%), seguono al secondo e al terzo posto le complicanze della gravidanza (3,1%), del parto e del puerperio (2,8%). Al quarto posto vi sono il traumatismo intracranico (1,7%) che è al venticinquesimo tra le cause nazionali (0,9%) e subito a seguire il dolore addominale (1,5%, ventiseiesimo) e l’appendicite (2,0%, ventisettesima). Complessivamente i primi 20 ACC sono il 42% di tutti i ricoveri tra gli stranieri che raggiungono il 18% tra i nazionali. L’arteriosclerosi coronaria e l’insufficienza cardiaca congestizia, che tra i ricoveri ordinari nazionali sono al secondo e terzo posto (complessivamente il 4,8% dei ricoveri), non compaiono tra i primi 30 ACC degli immigrati. Anche la chemioterapia e radioterapia, al quarto posto nei ricoveri nazionali con 147.223 eventi (1,7%), tra gli stranieri sono rappresentanti con poco più di 1.000 ricoveri (0,9%) ma in leggero aumento rispetto alle rilevazioni precedenti. Gli ACC dei ricoveri in “day hospital” evidenziano la frequenza dell’interruzione volontaria di gravidanza, dieci volte più alto del dato nazionale, 33,8% contro il 3,3%; in entrambe le casistiche al secondo posto troviamo il ricovero per chemioterapia e radioterapia, ma con frequenze e numeri assoluti, decisamente diversi: 6,8% tra i nazionali, 3% tra gli stranieri. I ricoveri nazionali complessivi per infezione da HIV sono stati 23.867 (0,7%); tra gli stranieri sono stati 1.429 (1,7%) (nel 2000 e nel 1998 erano rispettivamente il 3,3% ed il 4,1% dei ricoveri). Anche i ricoveri per tubercolosi si sono ridotti sia in numero assoluto che in percentuale, passando da 1.109 (2,4%) nel 2000 a 791 (0,9%) nel 2003, dalla terza alla settima causa. I primi 12 ACC degli stranieri ammontano al 50% di tutti i ricoveri mentre gli stessi per quelli nazionali raggiungono il 22% (Caritas/Migrantes 2005). 281 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 3. L’accesso ai servizi sanitari in provincia di Arezzo: l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale Il diritto all’assistenza sanitaria è garantito dalla legislazione italiana a tutti gli stranieri, naturalmente secondo modalità differenti legate alla nazionalità e alla motivazione della presenza in Italia. Nel box sottostante sono riportate le modalità di iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale in vigore presso l’Azienda USL 8 di Arezzo. Iscrizione al SSN: modalità e scadenze Devono essere iscritti obbligatoriamente al Servizio Sanitario Nazionale i cittadini stranieri (per “straniero” con la nuova legge si intendono i cittadini di stati non appartenenti alla Comunità Europea e gli apolidi. Tale normativa, anche quella in materia di assistenza sanitaria, si applica ai cittadini dell’Unione Europea, solo se si tratta di disposizioni più favorevoli rispetto a quelle vigenti che disciplinano la condizione giuridica dello straniero europeo) in possesso di regolare permesso di soggiorno, che si trovino nelle seguenti condizioni: • Stranieri in possesso di regolare permesso di soggiorno (a qualunque titolo rilasciato) che abbiano in corso regolari attività lavorative • Stranieri che abbiano ottenuto il permesso di soggiorno o ne abbiano richiesto il rinnovo per i seguenti motivi: 1. lavoro subordinato o autonomo 2. motivi familiari 3. richiesta di asilo e per asilo politico 4. asilo umanitario 5. attesa adozione e affidamento 6. acquisto di cittadinanza: in questo caso sono tutti gli stranieri che hanno presentato domanda di cittadinanza italiana, avendone maturato i presupposti ed i requisiti, e che sono in attesa della definizione del procedimento di riconoscimento 7. motivi di salute solo se proroga di un permesso di soggiorno indicati nei punti da 1 a 6. NB: Nulla è innovato per quanto riguarda i rifugiati politici il cui stato sia riconosciuto ai sensi della Convenzione di Ginevra ratificata con L. 722/54: sono equiparati ai cittadini italiani e pertanto soggetti all’iscrizione obbligatoria. L’assistenza sanitaria spetta anche ai familiari a carico se regolarmente soggiornanti. L’iscrizione si effettua presso la USL di residenza o di effettiva dimora dello straniero. Se il motivo del permesso di soggiorno è per maternità, dato che questa deve essere comunque garantita, si procede all’iscrizione obbligatoria. In assenza di permesso di soggiorno, vengono rilasciati il libretto di gravidanza e il tesserino STP. Le stesse modalità vengono applicate al bambino al momento della nascita, iscrizione obbligatoria per 3 mesi rinnovabili per altri 3 in attesa dell’iscrizione nel permesso di soggiorno di uno dei due genitori aventi diritto. Altrimenti viene rilasciato STP alla prima prestazione sanitaria. 282 La presenza Scadenza L’iscrizione al SSN è effettuata per tutta la validità del permesso di soggiorno. Nel caso di soggiorno a tempo indeterminato, considerato che il programma dell’anagrafe non è ancora in grado di accettare l’iscrizione a tempo indeterminato dei cittadini stranieri, si conferma la prassi ormai consolidata presso la USL 8 di dare in tal caso validità decennale all’iscrizione al SSN. Stranieri in fase di regolarizzazione (v. legge 189/2002) Vista la circolare della Regione Toscana del 17.10.1982 sono iscritti obbligatoriamente al SSN per 3 mesi rinnovabili al rilascio del permesso di soggiorno. L’iscrizione viene effettuata anche per i figli minori che si trovano sul territorio italiano. (fonte: Ufficio stranieri Azienda USL 8) 3.1. L’Anagrafe degli assistiti dell’Azienda USL 8 L’iscrizione al SSN ha come conseguenza l’iscrizione all’“anagrafe degli assistiti”. Tale banca dati è regionale, ma articolata e gestita a livello di ogni Azienda USL. L’analisi dei dati degli stranieri iscritti all’anagrafe degli assistiti può dare tre tipi di informazione: a) l’iscrizione in anagrafe costituisce la prima forma di “accesso” al Servizio sanitario: l’allineamento o il disallineamento del numero di stranieri iscritti rispetto agli aventi diritto può dare qualche idea delle difficoltà che lo straniero incontra per essere iscritto; b) la variegata distribuzione degli stranieri nelle zone-distretto in cui è articolata l’anagrafe, può dare informazioni sul tipo di utenza presente, sulle sue caratteristiche e aspetti legati alla salute che i servizi sanitari territoriali e ospedalieri di ogni singola zona possono aspettarsi di dover affrontare; c) l’anagrafe degli assistiti è l’unica fonte di dimensione provinciale dalla quale sia possibile, nella realtà aretina, ricavare informazioni complete sulla distribuzione per classi di età della popolazione immigrata. La tabella 1 riporta il numero di stranieri iscritti in anagrafe assistiti nelle diverse zone della provincia: in totale essi sono 17.382, alla data del 31/12/2004, di cui residenti 17.274. In realtà all’anagrafe assistiti si può iscrivere anche una persona non residente, ma prevalentemente domiciliata nella zona. 283 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 1. Anagrafe degli assistiti. Popolazione iscritta per zona di residenza all’1.01.2005 Zona Casentino Valtiberina Valdichiana Aretina Valdarno Popolazione residente** Stranieri iscritti in anagrafe assistiti * Stranieri iscritti in anagrafe assistiti residenti * Percentuale di stranieri iscritti residenti su popolazione STP rilasciati nell’anno 2005*** 36.308 31.280 50.235 124.954 90.649 2.677 1.517 2.336 7.048 3.804 2.658 1.511 2.324 7.008 3.773 7,3% 4,8% 4,6% 5,6% 4,2% 18 22 8 265 45 17.382 17.274 5,2% 358 Totale 333.426 * Fonte: Anagrafe assistiti Usl ** Fonte: Anagrafi comunali *** Fonte: ufficio addetto Questo dato si avvicina molto a quello rilasciato dalla Questura di Arezzo per il 2004 che ammonta a 13.489 permessi di soggiorno rilasciati, ai quali vanno aggiunti 4.052 conviventi per un totale di presenti di 17.541. Si possono fare due considerazioni, per certi aspetti contrastanti: • il sostanziale allineamento tra dato dei permessi di soggiorno e dato dell’anagrafe assistiti lascerebbe pensare ad un buon livello di “accesso” degli stranieri al servizio sanitario e, rispetto a questo dato, ad una buon livello di integrazione; del resto a questa conclusione arrivava anche il precedente rapporto, pubblicato nel 2003 (Cirinei e Bartolucci 2003); • d’altra parte l’esame del trend degli ultimi anni porta invece alcune perplessità. Gli stranieri iscritti in anagrafe assistiti sono stati 10.874 (nel 2000), 12.358 (nel 2001), 15.291 (nel 2002), 18.907 (nel 2003), 17.382 (nel 2004). Il calo tra il 2003 e il 2004 è una apparente anomalia sulla quale giocano probabilmente più fattori: 1. il ritorno in una situazioni di irregolarità di una parte degli stranieri “regolarizzati” con la grande sanatoria del 2003, per effetto del cambiamento delle loro condizioni lavorative; 2. il grave problema dei ritardi con cui si muovono la maggior parte delle Questure (compresa quella di Arezzo) nel rinnovo dei permessi di soggiorno che priva gli stranieri dei loro diritti e, comunque, complica seriamente il rinnovo della iscrizione in anagrafe degli assistiti. Per ovviare in parte a questo problema, dal 2004, gli stranieri non vengono più cancellati alla scadenza del permesso ma la loro iscrizione è mantenuta per alcuni mesi. 3. una ristrutturazione dell’anagrafe assistiti dell’Azienda USL che ha portato alla cancellazione di eventuali doppie iscrizioni. La distribuzione degli stranieri iscritti in anagrafe assistiti nel territorio provinciale è, naturalmente, omogenea alla distribuzione degli stranieri per residenza: in realtà, gli iscritti in anagrafe assistiti non residenti sono pochi. Così, la zona con maggior stranieri è, ovviamente, la zona Aretina, ma la zona dove più alta è la concentrazione resta il Casentino, dove gli stranieri sono il 7,3% in rapporto alla popolazione (dato relativo al 2004). Questa comunque appare una situazione abbastanza stabile in rapporto all’andamento degli ultimi anni. 284 La presenza La prima conseguenza della iscrizione nell’anagrafe degli assistiti è la scelta del medico di fiducia: questa avviene abbastanza regolarmente e, sia i dati dell’anagrafe, sia le interviste fatte ad alcuni medici di medicina generale, confermano la tendenza a scegliere il medico di fiducia sulla base di catene amicali, o parentali, che suppliscono a carenze di informazione e/o a difficoltà di conoscere e comprendere un istituto estraneo all’esperienza vissuta dagli stranieri che arrivano in Italia. In tutte le zone della provincia su circa la metà dei medici di medicina generale si concentra oltre l’80% delle scelte degli assistiti stranieri. In sintesi, quindi: • l’iscrizione all’anagrafe assistiti del SSN sembra essere un adempimento sostanzialmente soddisfatto da parte della popolazione straniera regolarmente soggiornante; • restano delle perplessità sulla completezza di tale iscrizione, dovute non tanto alle procedure del servizio sanitario, ma alle difficoltà degli stranieri di conseguire permessi di soggiorno; pesano soprattutto i ritardi e i problemi che si incontrano presso la Questura di Arezzo nel rinnovo degli stessi permessi di soggiorno; • la distribuzione degli stranieri assistiti nelle zone della provincia ricalca totalmente quella dei residenti e fa intravedere alcune specificità di ogni zona che dovranno essere tenute presenti da parte dei distretti e delle nascenti Società della Salute nella redazione dei Piani Integrati di Salute. 3.2. Gli stranieri non iscritti all’anagrafe degli assistiti Gli stranieri non iscritti all’anagrafe degli assistiti sono in sostanza presenti nel nostro territorio in posizione non regolare (salvo essere cittadini UE o turisti o comunque non rientranti nelle categorie previste per l’iscrizione dagli artt. 34 e 35 del T.U. 286/98). Lo straniero non iscritto, anche se non regolare, ha comunque diritto, come detto in precedenza, all’assistenza per cure “urgenti o essenziali, ancorché continuative” e gli viene rilasciato un “tesserino STP”. Il tesserino STP Gli stranieri irregolarmente presenti che, non potendosi iscrivere al SSN, necessitano comunque di cure sanitarie, ai fini della registrazione delle prestazioni, sono codificati come STP (straniero temporaneamente presente). Al momento della prima prestazione viene rilasciato il tesserino STP valido per 6 mesi. Le prestazioni assicurate agli STP sono: prestazioni urgenti o comunque essenziali ambulatoriali ed ospedaliere, interventi di medicina preventiva a salvaguardia della salute individuale e collettiva, tutela della gravidanza e della maternità, tutela della salute del minore, vaccinazioni, interventi di profilassi internazionale, profilassi e cura delle malattie infettive, prevenzione cura e riabilitazione stati di tossicodipendenza (v. circ. Ministero Sanità del 24.03.2000). Nel caso in cui gli stranieri STP siano indigenti, le prestazioni di cui sopra sono erogate senza spese a loro carico, comprese le quote di partecipazione alla spesa se non versate (v. D.P.R. 394/99). La legge vieta agli operatori delle strutture sanitarie di segnalare alle autorità di polizia la presenza di irregolari (tranne nei casi in cui sia obbligatorio il referto anche per gli utenti italiani). (fonte: Ufficio stranieri AUSL 8) 285 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Resta il problema delle cure ordinarie (non urgenti) per queste persone. Una risposta viene dalle organizzazioni di volontariato ed in particolare dalla Caritas che offre, ad Arezzo, un proprio servizio ambulatoriale. L’ambulatorio Caritas di Arezzo La gestione del servizio è affidata all’associazione Medici Cattolici di Arezzo che prestano gratuitamente la loro attività con l’ausilio di quattro infermiere volontarie. L’ambulatorio è aperto tutti i lunedì, dalle ore 9.30 alle ore 11.00 e tutti i mercoledì dalle ore 15.30 alle ore 17.00. L’utenza è prevalentemente femminile e, per una buona parte, non ha regolare permesso di soggiorno o è ancora in attesa di riceverlo. Dal gennaio 2005 al settembre 2005 compreso, sono passate in ambulatorio 626 persone, delle quali 361 (57%) provenienti dalla Europa dell’Est (248 romeni, pari al 39%), 74 (12%) dall’Africa e 24 (4%) dall’Asia. La Caritas ha stipulato una convenzione con la Azienda USL 8 per l’accesso a particolari esami diagnostici per i quali l’utente non è in grado di sostenere i costi. (fonte: Caritas Diocesana di Arezzo-Cortona-Sansepolcro) 4. Le prestazioni ambulatoriali Le prestazioni di specialistica e diagnostica ambulatoriale fornite a cittadini stranieri nei presidi della Azienda USL 8 nel 2004 sono state 125.781, con un incremento del 62% rispetto ai dati del 2001 pubblicati nel precedente rapporto. Gli aumenti più consistenti vengono registrati in Valdichiana, in Valdarno e in Valtiberina. Le ragioni dell’aumento sono molteplici: influisce ovviamente l’aumento degli stranieri regolarmente residenti, ma anche il miglioramento del sistema di rilevamento e registrazione dei dati, che è comunque ancora in via di ulteriore perfezionamento. 286 La presenza Tab. 2. Prestazioni specialistiche e diagnostiche ambulatoriali. Prestazioni erogate, per specialità, nella provincia di Arezzo nell’anno 2004 a cittadini stranieri Arezzo Specialità Laboratorio analisi Med. e chir. di accettazione e d’urgenza Radiologia Nefrologia Ostetricia e ginecologia Pediatria Attività sanitarie di comunità Recupero e riabilitazione funzionale Ortopedia e traumatologia Psichiatria Cardiologia Diabetologia Odontoiatria e stomatologia Oculistica Altro Totale Specialità Laboratorio analisi Med. e chir. di accettazione e d’urgenza Radiologia Nefrologia Ostetricia e ginecologia Pediatria Attività sanitarie di comunità Recupero e riabilitazione funzionale Ortopedia e traumatologia Psichiatria Cardiologia Diabetologia Odontoiatria e stomatologia Oculistica Altro Casentino Valdarno V.A. 1.447 3.637 4.991 3.514 2.394 3.457 483 945 1.576 1.358 1.388 2.137 1.056 878 6.419 % 4,06 10,19 13,99 9,85 6,71 9,69 1,35 2,65 4,42 3,81 3,89 5,99 2,96 2,46 17,99 V.A. 11.490 1.587 1.258 1.203 545 1.008 1.001 274 470 422 260 331 1.387 % 54,11 7,47 5,92 5,66 2,57 4,75 4,71 1,29 2,21 1,99 - 1,22 1,56 6,53 V.A. 20.313 2.975 1.700 2.565 1.218 372 1.926 495 582 423 299 - 377 373 3.528 % 54,68 8,01 4,58 6,91 3,28 1,00 5,18 1,33 1,57 1,14 0,80 - 1,01 1,00 9,50 35.680 100,00 21.236 100,00 37.146 100,00 Valdichiana V.A. 10.833 1.860 1.255 2 238 36 683 942 691 410 304 157 134 900 % 58,73 10,08 6,80 0,01 1,29 0,20 3,70 5,11 3,75 2,22 1,65 - 0,85 0,73 4,88 Valtiberina V.A. 7.720 861 676 173 847 209 433 249 258 182 229 - 165 196 1.076 % 58,16 6,49 5,09 1,30 6,38 1,57 3,26 1,88 1,94 1,37 1,73 - 1,24 1,48 8,11 Tot. provincia V.A. 51.803 10.920 9.880 6.254 5.900 4.619 4.533 3.632 3.381 2.843 2.642 2.137 2.015 1.912 13.310 % 41,19 8,68 7,85 4,97 4,69 3,67 3,60 2,89 2,69 2,26 2,10 1,70 1,60 1,52 10,58 Totale 18.445 100,00 13.274 100,00 125.781 100,00 Note: 1) sono escluse le anagrafiche di cittadinanza non nota presenti soprattutto nel laboratorio analisi per problemi inserimento in procedura di laboratorio; 2) non è rilevata in maniera omogenea fra le zone l’attività consultoriale. 287 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Vi sono alcune specialità che appaiono più utilizzate dagli stranieri rispetto agli italiani, cioè la percentuale di prestazioni di tali specialità, rispetto al totale delle prestazioni, è più alta per gli stranieri. Il risultato è esplicitato nel grafico 1. Graf. 1. Prestazioni specialistiche e diagnostiche ambulatoriali. Confronto stranieri/italiani per alcune branche. Anno 2004 10,0 9,0 8,0 7,0 6,0 5,0 4,0 3,0 2,0 1,0 0,0 Percentuale prestazioni Stranieri di ol og ia a Ra ia tri Pe d ia ric te t ed to p Or Os ia a at ri nz on to i Od ur ge d’ M ed ici na e ch iru Di rg ia ab et ol og ia a Percentuale prestazioni Italiani Per ognuna di queste specialità si può far riferimento a problematiche specifiche per spiegare la maggior utilizzazione. La disponibilità di ulteriori dati consente di entrare più nel merito per due di queste: la diabetologia e la medicina e chirurgia d’urgenza. Per le altre occorrono ulteriori informazioni, anche se per l’ostetricia è facile far riferimento alla composizione della popolazione straniera (più donne in età feconda) rispetto a quella italiana, e per l’odontoiatria è altrettanto facile pensare a difficoltà di tipo economico per l’accesso ad ambulatori odontoiatrici privati. 4.1. Le prestazioni di diabetologia Le prestazioni di diabetologia sono rilevate presso il presidio dell’area aretina che svolge questa funzione per tutta la provincia. La tabella 3 presenta la loro distribuzione tra le diverse nazionalità. La percentuale di prestazioni fornite per ciascuna nazionalità sul totale delle prestazioni dà una idea delle nazionalità più presenti in assoluto nell’ambulatorio: Bangladesh (26%), Pakistan (15%), Romania (10%), Marocco (9%) e Albania (8%). Naturalmente questo dato deve essere rapportato al numero di residenti provenienti da questi territori: così la colonna “prestazioni per 100 residenti” consente questo confronto, fornendo un’informazione ulteriore sul problema; l’ordine delle nazionalità cambia: Pakistan (75,5 prestazioni per 100 residenti), Thailandia (72,4), Sri Lanka (62,6), Bangladesh (61,5), Etiopia (53,3) e, a seguire, gli altri. 288 La presenza Per un confronto più preciso con la popolazione italiana, occorre tener conto della differente composizione di età, cosa che viene fatta calcolando un “tasso” di prestazioni diabetologiche per 1000 residenti, troncato a 49 anni di età (cioè eliminando nel calcolo, nelle due popolazioni, italiana e straniera, coloro con più di 49 anni di età) e standardizzato rispetto all’età: il risultato riportato nella tabella 4 indica una significativa maggior frequenza di prestazioni diabetologiche per gli stranieri. Tutto ciò suggerisce come le strutture sanitarie di Arezzo debbano rivedere i propri modelli organizzativi e comunicativi, per offrire cure adeguate a questi nuovi pazienti. Tab. 3. Prestazioni specialistiche e diagnostiche ambulatoriali. Prestazioni di diabetologia erogate a stranieri nella AUSL 8, per cittadinanza. Anno 2004 Cittadinanza Bangladesh Pakistan Romania Marocco Albania Sri Lanka Dominicana Rep. Polonia Filippine Cina India Libano Tunisia Etiopia Thailandia Altro Totale Prestazioni % di colonna Prestazioni per 100 residenti 557 330 209 200 161 109 87 68 59 47 37 34 28 24 21 166 26% 15% 10% 9% 8% 5% 4% 3% 3% 2% 2% 2% 1% 1% 1% 8% 61,5 75,5 4,3 17,3 4,6 62,6 30,0 11,5 23,4 12,7 5,3 n.r 10,9 53,3 72,4 n.r. 2.137 100% 12,2 Tab. 4. Prestazioni specialistiche e diagnostiche ambulatoriali. Tassi di prestazione diabetologica anno 2004, troncati a 49 anni di età Sesso Maschi Femmine Cittadinanza Tasso grezzo per 1000 abitanti Tasso standardizzato (Europa) per 1000 abitanti Limite inferiore 95% prob. Limite superiore 95% prob. Italiani Stranieri Italiane Straniere 36,67 104,96 43,57 171,08 30,63 105,84 34,96 142,10 30,55 101,51 9,35 137,85 30,71 110,17 60,57 146,34 289 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Intervista al responsabile della UO di Diabetologia della Ausl 8 L’incremento di casi di diabete nella popolazione straniera residente nella provincia e il forte incremento di diabete gestazionale sono principalmente imputabili a fattori alimentari. Si tratta prevalentemente di gruppi di popolazione provenienti dalla penisola indiana (Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka, India) ma anche dal Marocco e dall’Europa dell’Est. Per la gran parte si tratta di soggetti che al momento in cui si sono trovati in situazioni di maggiore benessere hanno modificato il loro regime alimentare, privilegiando dolci, farinacei, riso nel caso di popolazioni musulmane, cibi ricchi di grassi animali nel caso invece dei popoli dell’Est Europa. I problemi maggiori sono l’impatto con culture diverse, che non accettano talvolta il contatto fra il soggetto femminile ed il medico senza interposta persona e che, in alcuni casi, rifiutano persino la visita; a questi si aggiungono problemi linguistici e problemi di adattamento della dieta abituale ad un regime alimentare rigido e prescritto dal medico. Le maggiori difficoltà per il controllo della dieta si verificano con le popolazioni asiatiche ed africane, che tendono a consumare, con piatti unici, un misto di alimenti dei quali è difficile controllare il dosaggio, come invece dovrebbe avvenire in una dieta controllata. Se a questo si aggiunge che spesso si preferiscono alimenti provenienti dai paesi di origine o preconfezionati secondo le tradizioni del paese di origine (pane, ecc.) si possono capire le difficoltà incontrate da medico e dietista, ma anche dagli stessi pazienti. 4.2. Le prestazioni di medicina e chirurgia d’urgenza Anche nel rapporto precedente del 2003 (Cirinei e Bartolucci 2003) veniva segnalata una maggior percentuale di questo tipo di prestazioni ambulatoriali da parte degli stranieri rispetto ai pazienti italiani. Trattasi di prestazioni che si effettuano al pronto soccorso e quindi si tratta di accessi al Pronto Soccorso non seguiti da ricovero. Naturalmente una parte di essi sono accessi impropri, cioè risolvibili in altra sede (medico di medicina generale, guardia medica, ambulatorio specialistico, ecc.) ma arrivati al pronto soccorso per vari motivi: disinformazione, difficoltà di accesso ad altri servizi, orari e altro. Nel rapporto 2003 avevamo ipotizzato che proprio la disinformazione e le difficoltà di accesso favorissero un maggior ricorso degli stranieri alle prestazioni di pronto soccorso, e a quelle improprie, soprattutto, rispetto agli italiani. Il fenomeno è ulteriormente descritto dai dati seguenti, rilevati attraverso il sistema informativo del Pronto Soccorso. Su un totale di 11.135 accessi di cittadini stranieri registrati ai Pronto Soccorso di tutti gli ospedali della provincia nel 2004, ben 10.000, corrispondenti a circa il 90%, non sono stati seguiti da ricovero. Il dato, anche se superiore, non è radicalmente diverso, rispetto a quello corrispondente dei cittadini italiani, che ricorrono ai Pronto Soccorso con un 84% di accessi non seguiti da ricovero. La differenza diviene più consistente se si considera il rapporto con la popolazione (graf. 2): per gli stranieri ci sono 571 accessi al pronto soccorso non seguiti da ricovero ogni 1000 residenti e per gli italiani se ne contano 316. Gli accessi seguiti da ricovero sono 64 ogni 1000 residenti stranieri e 58 ogni 1000 italiani. 290 La presenza Graf. 2. Accessi al Pronto Soccorso senza ricovero: confronto italiani e stranieri BDDFTTJQFSSFTJEFOUJ JUBMJBOJ TUSBOJFSJ La tabella 5 mostra il dettaglio per ciascuna zona degli accessi al pronto Soccorso seguiti o non seguiti da ricovero. Nei 10.000 accessi di cittadini stranieri non seguiti da ricovero, in 4.321, pari al 43%, non è stato codificato nessun tipo di trauma come motivo di accesso. Questo dipende anche da una carenza di codifica nel sistema informativo dei Pronto Soccorso. Anche in questo caso il dato non è molto diverso, anche se un po’ superiore, a quello relativo ai cittadini italiani per i quali abbiamo il 40% degli accessi che non riporta codificato un trauma come motivo (tab. 6). Il numero di accessi codificati come infortuni sul lavoro corrisponde ai dati forniti dall’Inail come pure quelli codificati come incidenti stradali con i dati della Prefettura. Ciò consente qualche considerazione. Fra gli infortuni che non hanno determinato ricovero fra gli stranieri abbiamo al primo posto, con l’8% del totale degli accessi, gli infortuni sul lavoro. La percentuale è di un punto in più rispetto al dato degli italiani per i quali la motivazione traumatica prevalente è l’infortunio in ambiente domestico. Per quanto riguarda invece gli infortuni gravi, che determinano un ricovero ospedaliero, abbiamo al primo posto per gli stranieri gli incidenti stradali, 5% contro il 2% per gli italiani, seguiti dagli infortuni sul lavoro, 3% contro l’1% degli italiani. 291 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 5. Accessi al pronto soccorso seguiti o non seguiti da ricovero. Anno 2004 Stranieri Zone Casentino Valtiberina Valdichiana Aretina Valdarno Totale Italiani Accessi senza ricovero Accessi con ricovero Totale accessi % senza ricovero Accessi senza ricovero Accessi con ricovero Totale accessi % senza ricovero 1.005 596 862 5.715 1.823 159 110 86 592 187 1.164 706 948 6.307 2.010 86,3 84,4 90,9 90,6 90,7 8.792 8.397 11.113 50.277 21.534 2.612 1.526 1.257 8.390 4.540 11.404 9.923 12.370 58.667 26.074 77,1 84,6 89,8 85,7 82,6 10.001 1.134 11.135 89,8 100.113 18.325 118.438 84,5 Tab. 6. Accessi al pronto soccorso NON seguiti da ricovero: motivo dell’accesso. Anno 2004 Nazionalità Stranieri Italiani Con codificato un trauma Senza trauma codificato Totale % senza trauma codificato 5.680 59.863 4.321 40.250 10.001 100.113 43,2 40,2 5. I ricoveri ospedalieri In questa sezione si riportano i dati relativi ai ricoveri ospedalieri dei cittadini stranieri nei presidi ospedalieri della Azienda USL 8, che riguardano tutta la provincia e precisamente: • Presidi Ospedalieri Pubblici: Ospedale S. Donato di Arezzo, Ospedale del Casentino, Ospedale della Valtiberina, Ospedale della Gruccia in Valdarno, Ospedale della Fratta in Valdichiana; • Presidi ospedalieri privati: Clinica S. Giuseppe di Arezzo e Clinica Poggio del Sole di Arezzo, entrambe convenzionate con il SSN. I dati riguardano complessivamente sia i ricoveri ordinari, sia i ricoveri in Day Hospital. Ad eccezione del calcolo dei tassi di ospedalizzazione, i dati si riferiscono a tutti i ricoveri effettuati, indipendentemente dalla residenza del ricoverato. Nell’anno 2004, l’insieme dei presidi ospedalieri della provincia ha effettuato 59.015 ricoveri, dei quali 3.420 (5,8%) di cittadini stranieri. Rispetto all’anno precedente i ricoveri complessivi sono diminuiti del 2%, mentre quelli degli stranieri sono aumentati del 6%. 292 La presenza Tab. 7. Ricoveri ospedalieri. Ricoveri di cittadini stranieri per presidio della USL 8. Anno 2004 Ricoveri di stranieri Ricoveri in totale % di stranieri Ospedale S. Donato - Arezzo Clinica privata Poggio del Sole- Arezzo Clinica Privata S. Giuseppe - Arezzo Totale area aretina Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina 1.845 63 35 1.943 376 610 182 309 27.297 3.436 1.745 32.478 4.971 12.630 4.178 4.758 6,8 1,8 2,0 6,0 7,6 4,8 4,4 6,5 Totale 3.420 59.015 5,8 Presidio di ricovero La quota di ricoveri per stranieri sul totale dei ricoveri è comunque allineata con la quota di stranieri nella popolazione. Questo fenomeno si osserva anche per i ricoveri nei presidi di ogni zona (graf. 3). In realtà se si confrontano le percentuali di ricoveri di stranieri con le presenze di stranieri nel territorio si nota qualche oscillazione in più per l’ospedale di Arezzo, che ha una dimensione provinciale, e per gli ospedali della Valtiberina e del Valdarno che, probabilmente, richiamano utenti da territori limitrofi. Graf. 3. Ricoveri ospedalieri. Percentuali di ricoveri di stranieri sul totale dei ricoveri. Serie storica 9,0% 8,0% 7,0% 6,0% 2000 5,0% 2001 4,0% 2002 3,0% 2003 2,0% 2004 1,0% 0,0% Aretina Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina I ricoveri in Day Hospital (D.H.) nel 2004 sono stati 941, pari al 27,5% di tutti i ricoveri (tab. 8), con un incremento del 13% rispetto all’anno precedente. Ci sono differenze nella percentuale di ricoveri in D.H. tra i presidi delle diverse zone ma più accentuata è la differenza tra le strutture pubbliche e le due cliniche private di Arezzo. 293 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo I ricoveri di stranieri nelle due cliniche (San Giuseppe e Poggio del Sole) vedono una presenza distribuita tra le diverse aree geografiche di provenienza con una forte prevalenza di cittadini dell’Europa centro-orientale (59,2% del totale); a parte 5 cittadini della Unione Europea, gli altri ricoveri di stranieri in clinica riguardano cittadini di aree geografiche a forte pressione migratoria. Le cause del ricovero presentano, nella clinica Poggio del Sole, una concentrazione su Malattie del sistema osteo-muscolare (38%) e Malattie dell’apparato genitourinario (22%). Le tabelle 9 e 10 riportano, per ogni zona, i ricoveri di stranieri del 2004 in relazione alla residenza. Si conferma l’andamento del rapporto precedente con l’82% dei ricoverati provenienti dalla provincia di Arezzo e il 10% residenti all’estero, all’interno dei quali, quindi, vanno considerati i soggetti irregolarmente presenti. Si evidenziano alcune caratteristiche dei diversi presidi: il 19,7% dei residenti in Italia della Valtiberina e il 7,2% dei residenti in Toscana del Valdarno possono essere addebitati ad attrazioni da territori limitrofi; il 13,3% dei residenti all’estero della Valdichiana è attribuibile ad un afflusso di cittadini provenienti da Unione Europea ed America del Nord, dovuto alla presenza di strutture universitarie estive. Riguardo al sesso, si evidenzia la prevalenza di ricoveri femminili dovuti chiaramente a cause collegate alla gravidanza e al parto, eccetto che in Valdichiana, come del resto è prevedibile, data la mancanza del reparto di ostetricia. Tab. 8. Ricoveri ospedalieri di cittadini stranieri in D.H. per presidio Anno 2003 Presidio di ricovero Anno 2004 Ricoveri in D.H. % D.H. sul totale dei ricoveri Ricoveri in D.H. % D.H. sul totale dei ricoveri Ospedale S. Donato - Arezzo Clinica privata Poggio del Sole - Arezzo Clinica Privata S. Giuseppe - Arezzo Aretina Casentino Valdarno Valdichiana Valtiberina 443 16 33 492 62 145 64 70 26,6 29,6 66,0 27,8 19,4 21,9 33,7 21,9 545 24 18 587 70 149 59 76 29,5 38,1 51,4 30,2 18,6 24,4 32,4 24,6 Totale 833 25,6 941 27,5 Tab. 9. Ricoveri ospedalieri. Ricoveri di stranieri per residenza e per presidio. Valori assoluti. Anno 2004 Zona ricovero/ Residenti Res. Provincia Res. Toscana Res. Italia Res. Estero Totale Aretina Casentino Valtiberina Valdichiana Valdarno 1.595 334 222 147 515 43 3 2 3 44 98 2 61 7 3 207 37 25 24 48 1.943 376 310 181 610 Totale 2.813 95 171 341 3.420 294 La presenza Tab. 10. Ricoveri ospedalieri. Ricoveri di stranieri per residenza e per presidio. Valori percentuali. Anno 2004 Zona ricovero % Provincia % Toscana % Italia % Estero % Totale Aretina Casentino Valtiberina Valdichiana Valdarno 82,1 88,8 71,6 81,2 84,4 2,2 0,8 0,6 1,7 7,2 5,0 0,5 19,7 3,9 0,5 10,7 9,8 8,1 13,3 7,9 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 Totale 82,3 2,8 5,0 10,0 100,0 5.1. I reparti e le cause del ricovero in ospedale I dati relativi ai reparti di ricovero dei cittadini stranieri consentono di avere informazioni sulla distribuzione della domanda di ricovero e sui problemi di adeguamento organizzativo dei presidi ospedalieri. Sono stati utilizzati i dati cumulati di due anni (2003 e 2004) per avere un campione che consenta un’analisi statisticamente significativa. Graf. 4. Ricoveri per reparto (anni 2003-2004 cumulato) UOMINI 20% 15% Stranieri % 10% Italiani % 5% pe Ni di do ae M tra ed um ici at na . Ot ge or n er in al ol e ar in oi at ria M Ur al . in ol og fe ia tti ve e t Ne rop . ur ol og Ca ia rd Ga io st lo ro gi en a te ro lo gi Pn a eu m ol og ia Or to Ch iru Pe di at rg ria ia ge ne ra le 0% 295 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Graf. 5. Ricoveri per reparto (anni 2003-2004 cumulato) DONNE 60% 50% 40% Stranieri % 30% Italiani % 20% 10% in m ol at ar . al i . in noi a fe tri tti a Ga ve st e ro tro en p. te ro lo gi a On co lo Ne gia ur ol og ia Oc ul ist ica M Ot or ed ia e tra u ra l e do to p Or M ed ici na ge ne Ni ra le Pe di at r ia ge e rg ia r ic ia iru Ch te t Os ne gi n ec . 0% Dai due grafici (4 e 5) si vede chiaramente la differente domanda di ricovero tra italiani e stranieri, diversa anche fra uomini e donne. Per gli stranieri le maggiori presenze sono in pediatria (18%), chirurgia generale (17%), nido (14%) e ortopedia (13%). I ricoveri delle straniere sono invece molto più concentrati e ben il 53% vengono ricoverate in ostetricia; seguono poi la chirurgia (12%) e la pediatria (8%). La distribuzione dei ricoveri per settore diagnostico, nella tabella 11, consente di entrare nel merito delle cause del ricovero. Si confermano sostanziali differenze rispetto alla popolazione italiana. Le prime tre cause di ricovero per gli stranieri maschi sono nell’ordine: traumatismi (21,2%), malattie dell’apparato digerente (13,5%) e malattie dell’apparato respiratorio (11,1%); per gli italiani, le prime tre cause sono le malattie del sistema circolatorio, le malattie dell’apparato digerente e i tumori. Per le straniere femmine si conferma la concentrazione dei ricoveri sulle problematiche legate alla gravidanza e al parto (51,3%), seguono le malattie dell’apparato digerente (7,1%) e dell’apparato genitourinario (6,1%); le donne italiane si ricoverano invece prevalentemente per malattie del sistema circolatorio, per gravidanza e parto e per i tumori. Le cause di ricovero prevalenti della popolazione immigrata sono ragionevolmente da attribuirsi alla composizione per età di questo gruppo di popolazione (meno patologie dell’età avanzata e presenza di più donne in età feconda), ma anche a situazioni di rischio specifico legate alle condizioni di lavoro, alle condizioni di disagio sociale, abitativo ed economico. 296 La presenza Tab. 11. Ricoveri di cittadini stranieri residenti nella Provincia di Arezzo per settore diagnostico (escluso il nido). Anni 2003-2004 cumulati - UOMINI Settore diagnostico Stranieri Italiani % Stranieri % Italiani Traumatismi e avvelenamenti Malattie apparato digerente Malattie apparato respiratorio Malattie sistema circolatorio Malattie apparato genitourinario Sintomi e stati morbosi mal definiti Malattie infettive Mal. sistema osteo-muscolare e del connettivo Malattie sistema nervoso e organi sensi Tumori Condizioni morbose origine perinatale Malattie pelle e tessuto sottocutaneo Malformazioni congenite 388 247 203 141 128 123 96 82 78 61 56 50 44 5.250 6.823 4.933 12.598 3.684 2.216 1.063 3.431 3.247 6.544 395 906 682 21,2 13,5 11,1 7,7 7,0 6,7 5,2 4,5 4,3 3,3 3,1 2,7 2,4 9,2 12,0 8,7 22,2 6,5 3,9 1,9 6,0 5,7 11,5 0,7 1,6 1,2 Disturbi psichici 44 895 2,4 1,6 Malattie sangue e organi ematopoietici Mal.ghiandole endocrine, metabolismo e nutrizione Fattori che influenzano lo stato di salute n.d. 37 31 24 - 569 1.203 2.365 22 2,0 1,7 1,3 - 1,0 2,1 4,2 - 1.833 56.826 100,0% 100,0 Totale Ricoveri di cittadini stranieri residenti nella provincia di Arezzo per settore diagnostico (escluso il nido). Anni 2003-2004 cumulati - DONNE Settore diagnostico Straniere Italiane % Straniere % Italiane Complicazioni gravidanza, parto e puerperio Malattie apparato digerente Malattie apparato genitourinario Sintomi e stati morbosi mal definiti Tumori Malattie apparato respiratorio Malattie sistema circolatorio Traumatismi e avvelenamenti Malattie sistema nervoso e organi sensi Fattori che influenzano lo stato di salute Mal. sistema osteo-muscolare e del connettivo Malattie infettive Condizioni morbose origine perinatale Disturbi psichici Malattie pelle e tessuto sottocutaneo Mal.ghiandole endocrine, metabolismo e nutrizione Malformazioni congenite Malattie sangue e organi ematopoietici n.d. 1.843 7.242 51,2 12,2 256 218 159 140 140 116 120 90 91 83 71 60 54 50 43 35 33 1 5.010 3.909 2.058 5.996 3.304 10.436 4.419 3.911 2.449 4.296 847 291 1.184 870 1.797 540 722 14 7,1 6,1 4,4 3,9 3,9 3,2 3,3 2,5 2,5 2,3 2,0 1,7 1,5 1,4 1,2 1,0 0,9 - 8,4 6,6 3,5 10,1 5,6 17,6 7,5 6,6 4,1 7,2 1,4 0,5 2,0 1,5 3,0 0,9 1,2 - Totale 3.603 59.295 100,0 100,0 297 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 5.2. I tassi di ospedalizzazione e i primi DRG La tabella 12 presenta i tassi di ospedalizzazione (numero di ricoverati per 1.000 residenti) della popolazione straniera, per i principali settori diagnostici. Naturalmente, per usare questo valore come riferimento rispetto alla popolazione italiana, occorre considerare la differente struttura per età delle due popolazioni: questo calcolo può essere eseguito attraverso la standardizzazione (prendendo come standard di riferimento la popolazione europea) e troncando i tassi a 49 anni di età. Il confronto quindi si può fare sulla colonna “tasso standardizzato”. Così come risultava anche nel biennio precedente (2001/2002), si conferma che le differenze nelle cause di ricovero tra italiani e stranieri non sono casuali e non dipendono dalle differenze di età. Tab. 12. Tassi di ospedalizzazione per i principali raggruppamenti diagnostici. Anni 2003-2004 cumulati - UOMINI Settore diagnostico Traumatismi e avvelenamenti Malattie apparato digerente Malattie apparato respiratorio Cittadinanza Tasso grezzo (per 1000 residenti) Tasso standardizzato (per 1000 residenti) Limite inferiore 95% prob. Limite superiore 95% prob. Italiani Stranieri Italiani Stranieri Italiani Stranieri 16,46 25,42 12,08 15,39 10,14 13,29 16,58 25,09 11,96 15,98 12,20 14,02 16,56 24,56 11,94 15,63 12,17 13,72 16,61 25,61 11,98 16,33 12,22 14,32 Tassi di ospedalizzazione per i principali raggruppamenti diagnostici. Anni 2003-2004 cumulati - DONNE cittadinanza tasso grezzo (per 1000 residenti) tasso standardizzato (per 1000 residenti) limite inferiore 95% prob. limite superiore 95% prob. Complicazioni gravid., parto e puerp. Italiane 51,63 48,84 48,77 48,90 (15-49 anni) Malattie apparato digerente Straniere Italiane Straniere 150,27 10,48 14,15 130,98 10,59 13,77 128,91 10,57 13,50 133,04 10,61 14,05 Italiane 10,03 8,97 8,96 8,98 Settore diagnostico Malattie apparato genitourinario Straniere 12,23 11,17 10,96 11,39 Metodi: tasso standardizzato (popolazione di riferimento Europa) troncato a 49 anni di età. Gli intervalli di confidenza sono calcolati al 95% di probabilità Ai fini di un confronto con altre realtà ospedaliere, può essere utile considerare i DRG relativi ai ricoveri dei cittadini stranieri. Le tabelle 13 e 14 riportano questo dato indicando i primi 10 DRG per frequenza dei ricoveri. E’ abbastanza marcata la concentrazione delle donne sui DRG relativi alla gravidanza e al parto, mentre sono molto distribuiti i DRG per gli uomini. 298 La presenza Tab. 13. Ricoveri di cittadini stranieri residenti nella provincia di Arezzo per settore DRG. Anni 2003-2004 (cumulati ed escluso il nido). Primi 10 DRG UOMINI DRG Descrizione Ricoveri 055 Miscellanea di Interventi su Orecchio, Naso, Bocca e gola 49 183 Esofagite, gastroenterite e miscellanea di malattie dell’apparato digerente, età > 17 anni senza complicazioni 38 184 Esofagite, gastroenterite e miscellanea di malattie dell’apparato digerente, età < 18 anni 36 167 162 088 Appendicectomia con Diagnosi Principale non complicata Interventi per Ernia Inguinale e Femorale, Età>17, Malattia Polmonare Cronica Ostruttiva 34 29 24 422 Malattie di origine virale e febbre di origine sconosciuta, età < 18 anni 24 206 Malattie del fegato eccetto neoplasie maligne, cirrosi, epatite alcolica, senza complicazioni 24 389 Neonati a Termine con affezioni maggiori 24 231 Escissione locale e rimozione di mezzi di fissaggio intramidollare eccetto anca e femore 23 Altro 1.528 Totale 1.833 Tab. 14. Ricoveri di cittadini stranieri residenti nella provincia di Arezzo per settore DRG. Anni 2003-2004 (cumulati ed escluso il nido). Primi 10 DRG DONNE DRG Descrizione Ricoveri 373 Parto Vaginale senza Diagnosi Complicanti 633 381 Aborto con dilatazione e raschiamento, mediante aspirazione o isterotomia 601 371 379 383 Parto Cesareo, senza complicazioni Minaccia di Aborto Altre Diagnosi Preparto con Complicazioni Mediche 229 99 86 359 Interventi su utero e annessi non per neoplasie maligne, senza complicazioni 72 183 Esofagite, gastroenterite e miscellanea di malattie dell’apparato digerente, età > 17 anni senza complicazioni 59 198 Colecistectomia eccetto laparoscopica senza esplorazione del dotto biliare comune, senza complicazioni 49 119 384 Legatura e Stripping di Vene Altre Diagnosi Preparto senza Complicazioni Mediche Altro 48 45 1.682 Totale 3.603 299 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 6. Le interruzioni di gravidanza Già in passato abbiamo segnalato il problema delle interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) come problema rilevante per la popolazione femminile straniera. I nuovi dati confermano queste considerazioni (Cirinei e Bartolucci 2003). Negli ultimi tempi, sulle questioni relative alla interruzione della gravidanza, dagli aspetti sociali e sanitari agli aspetti legislativi, si è manifestata una forte attenzione dell’opinione pubblica e degli organi politici e amministrativi. In questo rapporto tentiamo di approfondire l’argomento, utilizzando le informazioni disponibili, perché ci sembra che esso sia: • una questione importante per la salute della donna; • un banco di prova per la capacità dei servizi, soprattutto per i servizi del territorio, di adeguarsi sia in termini comunicativi, sia in termini culturali, alle esigenze e ai diversi vissuti e comportamenti delle nuove utenze rappresentate dalle donne straniere presenti nel nostro territorio. Gli aspetti salienti del fenomeno: A) dal 1996 al 2004 le IVG effettuate da donne straniere nei presidi ospedalieri della Azienda USL 8 sono passate da 117 a 351 con un incremento apparentemente imponente del 200%; B) per dare un giusto peso a questo dato occorre però tenere presente che le donne straniere registrate nelle anagrafi comunali della provincia tra il 1996 e il 2004 sono aumentate del 290%; i due dati sono disomogenei in quanto il primo riguarda IVG “effettuate” nei presidi della USL mentre il secondo riguarda le donne iscritte in anagrafe, ma certo sono in stretta relazione. Graf. 6. Confronto tra l’andamento delle IVG effettuate da straniere nei presidi della USL 8 e le donne straniere iscritte nelle anagrafi comunali 7000 350 6000 300 5000 250 4000 200 3000 150 2000 100 1000 50 0 0 19 96 19 00 20 02 20 96 04 19 20 19 400 98 8000 98 Donne Straniere 00 20 02 20 04 20 IVG Donne Straniere 300 La presenza C) Le IVG effettuate dalle donne straniere sono diventate quasi la metà (43,9%) di tutte le IVG effettuate nelle strutture della Azienda USL 8, segnalando così una problematica rispetto alla quale i servizi, soprattutto quelli consultoriali, ma anche quelli ospedalieri, dovrebbero attrezzarsi. Graf. 7. Andamento delle IVG effettuate nei presidi della Azienda USL 8 e le donne straniere e italiane dal 1996 al 2004 90 80 70 60 50 40 30 20 e al To t si iP ae a Al tr Ci n ia an ist Pa k on ac ed on t. M M ia- a ia on Se rb Po l di In sh de la Ba ng ar oc co ia M an Al b Ro m an ia 10 D) I dati ci mostrano differenze importanti tra le donne di diverse nazionalità, che denotano quindi problematiche specifiche ancora da indagare. Queste differenze si riflettono anche nelle zone della provincia, sulla base della diversa distribuzione delle nazionalità sul territorio. La tabella 15 presenta l’andamento delle IVG per ogni zona della provincia dal 1996 al 2004. Non è presente la zona della Valdichiana, perché nell’ospedale della Valdichiana non si effettuano IVG. L’ospedale del Casentino effettua, in percentuale, la quantità più alta di IVG per le donne straniere: questo elemento trova corrispondenza nella maggior presenza di stranieri in rapporto alla popolazione, rispetto alle altre zone e nella maggior incidenza di alcune nazionalità, come quella romena, che più avanti vedremo essere la più interessata al fenomeno. 301 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 15. IVG Effettuate nei presidi della USL 8 dal 1996 al 2004 Casentino Valtiberina Anno n° IVG V.A. Italiane % Italiane V.A. Straniere % Straniere n° IVG V.A. % Italiane Italiane V.A. Straniere % Straniere 1996 72 58 80,6 14 19,4 82 58 70,7 24 29,3 1997 42 32 76,2 10 23,8 66 1998 57 36 63,2 21 36,8 58 52 78,8 14 21,2 44 75,9 14 1999 66 44 66,7 22 33,3 24,1 74 62 83,8 12 2000 74 41 55,4 33 16,2 44,6 62 43 69,4 19 2001 93 61 65,6 30,6 32 34,4 76 51 67,1 25 2002 77 35 32,9 45,5 42 54,5 76 46 60,5 30 39,5 2003 94 2004 97 43 45,7 51 54,3 81 46 56,8 35 43,2 48 49,5 49 50,5 88 45 51,1 43 48,9 Valdarno Aretina Anno n° IVG V.A. Italiane % Italiane V.A. Straniere % Straniere n° IVG V.A. Italiane % italiane V.A. Straniere % Straniere 1996 279 218 78,1 61 21,9 139 121 87,1 18 12,9 1997 289 236 81,7 53 18,3 136 112 82,4 24 17,6 1998 295 229 77,6 66 22,4 177 144 81,4 33 18,6 1999 325 227 69,8 98 30,2 184 150 81,5 34 18,5 2000 362 225 62,2 137 37,8 182 151 83,0 31 17,0 2001 318 180 56,6 138 43,4 162 122 75,3 40 24,7 2002 357 199 55,7 158 44,3 175 110 62,9 65 37,1 2003 374 202 54,0 172 46,0 184 141 76,6 43 23,4 2004 394 205 52,0 189 48,0 220 151 68,6 69 31,4 La residenza delle donne straniere che effettuano IVG è riportata nella tabella 16: una quota intorno al 70% è di residenti nella provincia di Arezzo e quindi, in sostanza, sono “utenti” reali o potenziali dei servizi territoriali della Azienda USl 8. Le residenti in Toscana o in Italia, in buona parte possono essere pensate come “scambi” territoriali fra le zone di “confine” della USL, come abbiamo visto anche per i ricoveri; il 18% delle residenti all’estero, in buona parte STP, possono essere legate a presenze irregolari. Resta comunque il fatto che “il grosso” del fenomeno nasce e si risolve nell’ambito di una utenza residente nelle zone della provincia di Arezzo. 302 La presenza Tab. 16. IVG di straniere eseguite nella Ausl 8 per residenza (fonte: SDO integrate con IVG) 2002 Residenza 2003 2004 Provincia Arezzo Regione Toscana Italia Estero IVG 196 10 12 77 % 66,4 3,4 4,1 26,1 IVG 253 11 16 51 % 76,4 3,3 4,8 15,4 IVG 249 17 20 65 % 70,9 4,8 5,7 18,5 Totale 295 100,0 331 100,0 351 100,0 di cui S.T.P. di cui romene 55 35 29 17 48 41 La distribuzione per età delle donne che effettuano IVG è riportata nel grafico 8. Il confronto tra donne straniere e donne italiane mostra chiaramente uno slittamento verso età più giovani delle donne straniere che ricorrono alla IVG, ma questo elemento corrisponde anche alla stessa diversità nella composizione per età delle due popolazioni. Graf. 8. IVG per età della donna per donne residenti (SDO 2003-2004 cumulati) 250 IVG 200 150 Italiane Straniere 100 50 0 10-14 15-19 20-24 25-29 30-34 35-39 40-44 45-49 50-54 età Nell’ambito della Regione Toscana il fenomeno delle IVG presenta, stando ai dati dell’Agenzia regionale di sanità, andamenti alquanto differenziati. La provincia di Arezzo presenta un incremento tra il 2000 e il 2004 del 70% di IVG effettuate da donne straniere residenti, preceduta dalle province di Livorno (+155%), Pisa (+96%), Lucca (+72%); in aumento, ma più lieve, le province di Firenze (+60%), Siena (+59%), Pistoia (+57%), Prato (+32%) e Massa (+22%); in diminuzione, invece, la provincia di Grosseto (-24%). In ogni caso, la provincia di Arezzo presenta una percentuale di IVG effettuate da donne straniere rispetto al totale di IVG, di gran lunga più alta di tutte le altre province come si vede nella tabella 17. 303 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 17. IVG effettuate in regione Toscana (da residenti in Toscana) per provincia. Anno 2004 Provincia Arezzo Firenze Grosseto Livorno Lucca Massa C. Pisa Pistoia Prato Siena % di IVG di donne donne romene età % donne romene su straniere su tutte donne straniere età feconda (*) le IVG feconda (*) 45,6 27,5 9,5 17,3 23,3 11,8 22,5 31,6 37,6 31,0 1607 2131 n.r. 218 389 62 384 245 618 658 Tot. Toscana 26,9 6314 (*) Residenti iscritte in anagrafe degli assistiti al settembre 2005 % donne straniere su totale donne età feconda (*) 28,9 7,7 n.r 6,5 16,2 5,7 7,7 5,6 15,7 15,2 7,8 12,9 n.r. 4,6 3,0 2,6 5,7 8,3 6,4 8,0 10,9 7,4 Probabilmente le differenze tra le province sono accentuate da differenti gradi di affidabilità dei sistemi informativi delle IVG, che sono basati su due strumenti, le schede di dimissione ospedaliera (SDO) – più consolidato e certo – e le schede di IVG – meno consolidato ma più preciso nella rilevazione della cittadinanza. Ma, oltre a questo, bisogna tenere anche conto che il fenomeno IVG non è uniformemente distribuito nella popolazione straniera: così la provincia di Arezzo risulta, tra le province toscane con più alta presenza di stranieri (dopo Firenze e Prato) e quella con la più alta presenza di romeni. In particolare la provincia di Arezzo è quella con la più alta concentrazione di donne romene tra le donne straniere presenti e le donne romene sembrano avere, nel fenomeno IVG, un peso particolare. La distribuzione per nazionalità apre, infatti, ulteriori riflessioni. Nella tabella 18 sono riportate le IVG effettuate da donne straniere residenti nella provincia di Arezzo, per zona di residenza e nazionalità, negli anni 2003 e 2004. In questo caso compare anche la Valdichiana proprio perché non si tiene conto della sede in cui è effettuato l’intervento. Si nota immediatamente come il fenomeno riguardi in maniera massiccia le donne di nazionalità romena, sia riguardo al rapporto numero di IVG/donne residenti (4,54%), sia riguardo al numero in assoluto delle IVG. Anche altre nazionalità risultano in evidenza, la macedone (5,86% sulle residenti) e la cinese (4,21%) ma, la loro bassa numerosità, rende il dato di più incerta interpretazione. 304 La presenza Tab. 18. Interruzioni volontarie di gravidanza per straniere residenti nella USL 8 negli anni 20032004. Dato cumulato (fonte SDO) - numero di IVG Nazionalità Casentino Valtiberina Valdichiana Arezzo Valdarno Tot. IVG per 100 donne residenti Romania Albania Bangladesh India Macedonia Russia Cina Polonia Marocco Serbia-Mont. Ucraina Altro 41 2 6 1 9 1 4 5 6 4 1 1 2 1 5 3 10 33 10 2 3 1 3 2 1 13 104 16 22 2 2 5 5 5 1 2 2 64 24 31 11 1 3 2 1 2 6 22 208 63 28 16 13 12 11 10 10 9 9 114 4,54 2,06 3,87 3,24 5,86 3,83 4,21 1,17 0,96 1,63 2,36 3,06 Totale 69 33 68 230 103 503 3,10 Il punto di vista della responsabile e dell’assistente sociale del Consultorio di Arezzo Le operatrici del consultorio confermano che ci sono donne appartenenti a gruppi nazionali che più di altri ricorrono all’aborto e tra queste la romena. Le possibili cause sono molteplici e non è possibile dare interpretazioni esaustive del fenomeno: • probabilmente ci sono problemi di informazione e di sensibilizzazione: ci sono casi di donne che si recano al consultorio per un primo colloquio ma, al momento di affrontare il tema degli anticoncezionali, non tornano; • in secondo luogo va tenuto conto di esperienze e di situazioni caratteristiche del paese di origine: in alcuni paesi come la Romania ci sono legislazioni che prevedono modalità molto diverse per praticare l’IVG e quindi vengono maturati sensibilità e atteggiamenti diversi; • occorre inoltre considerare la condizione in cui molte donne straniere vivono: a volte sono irregolari, hanno difficoltà ad andare dal medico per ottenere le pillole anticoncezionali; molte delle romene sono “badanti” e quindi fanno orari di lavoro pesanti, senza avere tempo per andare dal medico quando hanno finito la pillola; ugualmente, per molti di questi lavori, la nascita di un figlio costituisce un ostacolo insormontabile e una causa di perdita certa del lavoro; • un esempio di questo sono le ballerine, più frequenti in alcune nazionalità; hanno un contratto molto particolare che permette di superare la frontiera con facilità e di ottenere il permesso di soggiorno: ma è chiaro che la nascita di un figlio diviene negativa perché perderebbero lavoro, contratto, permesso di soggiorno e facilitazioni di accesso. 305 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Infine viene segnalato un aspetto preoccupante: tra le utenti del consultorio che richiedono di eseguire una IVG aumentano quelle che ripetono più volte la IVG, soprattutto tra le romene, e questo è un problema serio. Il punto di vista della mediatrice culturale romena Conferma che c’è un primo problema legato alla “esperienza” derivante dal paese di origine: in Romania la legislazione sull’aborto ha avuto fasi alterne: in un periodo più lontano (1948) era vietato, poi nel 1956 è stato introdotta una legislazione definita “permissiva”, successivamente è stato di nuovo vietato, come pure vietati erano gli anticoncezionali, fino alla caduta del regime comunista quando è stato di nuovo reso molto facile ricorrere alle pratiche di IVG. Sottolinea però che, nella situazione delle donne romene presenti in Italia molto pesano le condizioni di lavoro, la precarietà del lavoro stesso e dei contratti, l’insicurezza nel rinnovo del permesso di soggiorno. In queste condizioni la nascita di un figlio diviene un elemento negativo e di rischio: gran parte delle romene fanno le badanti o altri lavori per i quali è impossibile pensare a una gravidanza. Riprendendo la segnalazione fatta dalle operatrici del consultorio, si riporta nella tabella 19 il numero di IVG ripetute effettuate dalle donne delle varie nazionalità. Di nuovo si segnala il dato preoccupante di donne romene che hanno effettuato anche 6, 8, 10 interruzioni di gravidanza. La percentuale di donne con precedenti IVG fra quelle che hanno effettuato una IVG nell’anno 2004 è del 59% fra le romene, contro il 34% fra le altre straniere e il 17% fra le italiane. In conclusione, dalle informazioni attuali si può dedurre che, per affrontare il problema IVG, i servizi del territorio (consultori) debbano riuscire ad interloquire con le donne romene in un’ottica di promozione della salute. 306 La presenza Tab. 19. Numero di donne con IVG precedenti per interventi eseguiti nella USL 8 anno 2004 -fonte schede IVG Numero di IVG precedenti / nazionalità 1 IVG prec. 2 IVG prec. 3 IVG prec. 4 IVG prec. 6 IVG prec. 8 IVG prec. 10 IVG prec. Tot. donne con Ivg prec. Italia Romania Albania Serbia-Mont. Bangladesh Russia Dominicana Rep. Cina Marocco Cuba Altro 64 57 10 1 3 2 4 2 3 3 21 14 23 - 2 2 1 - - - - 7 7 - 1 - - - - - 1 2 - 1 1 - - - - 2 - 1 - - - - 1 - - - - - - 1 - - - - - - - - - 78 93 10 5 5 4 4 3 3 3 29 Tot. donne con Ivg precedenti 170 49 9 4 3 1 1 237 Infine la tabella 20 riporta il tasso di ospedalizzazione per IVG per le italiane e le straniere. Anche in questo caso il valore di questo indicatore è stato calcolato sulla popolazione femminile tra 15 e 49 anni ed è stato standardizzato per eliminare la differente composizione per età: si nota la più elevata ospedalizzazione per IVG delle straniere. Tab. 20. Tassi di ospedalizzazione per I VG. Età 15-49 anni - Tasso standardizzato Cittadinanza Italiane Straniere Tasso grezzo TO standardizzato (Europa) per 1000 abitanti Limite inferiore 95% prob. Limite superiore 95% prob. 6,31 39,72 6,38 33,80 6,37 33,30 6,39 34,30 7. Le nascite e i problemi connessi Nella provincia di Arezzo, i punti nascita attivati dalla Azienda USL 8 sono collocati nei presidi ospedalieri del Casentino, della Valtiberina, di Arezzo e del Valdarno. Tra il 2000 e il 2004 vi è stato un incremento complessivo delle nascite passate da 2.420 a 2.789 all’anno. Questo incremento è quasi totalmente a carico della popolazione straniera: infatti, come mostrano la tabella 21 e il sottostante grafico 9, i nati da madre straniera sono praticamente raddoppiati passando da 287 a 569 e diventando il 20% di tutte le nascite della provincia. 307 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Tab. 21. Nati nei presidi della USL 8 per nazionalità della madre Totale nati da madre italiana da madre straniera Anno Numero Numero % sul totale nati Numero % sul totale nati 2000 2.420 2.133 88,1 287 11,9 2001 2.444 2.103 86,0 341 14,0 2002 2.525 2.123 84,1 402 15,9 2003 2.609 2.106 80,7 503 19,3 2004 2.789 2.220 79,6 569 20,4 Graf. 9. Nati in provincia di Arezzo da madre italiana e madre straniera 3000 2500 Nati 2000 Madre Straniera 1500 Madre Italiana 1000 500 0 2000 2001 2002 2003 2004 In questa situazione diviene importante avere informazioni utili a valutare la salute alla nascita della popolazione straniera che, per condizioni lavorative, abitative, sociali e di accesso ai servizi potrebbe presentare elementi di rischio. Due indicatori utilizzabili a questo scopo sono il numero di nati morti e il numero di nati “sotto-peso” (< 2.500 gr.) rispetto al totale dei nati. I dati relativi alla provincia di Arezzo (nati nei presidi della Azienda USL 8) hanno, allo stato attuale, valori numerici molto bassi per questi due parametri riferiti alla popolazione straniera, per cui ogni considerazione va fatta con cautela: è importante monitorare il fenomeno e costruire una serie storica, che consenta di confrontare l’andamento del problema negli anni. E’ quanto viene fatto nelle tabelle 22 e 23. Al di là del valore puntuale di ogni anno, ciò che sembra importante rilevare è un andamento costante: nei cinque anni considerati (dal 2000 al 2004) la percentuale di nati morti sul totale dei nati da madre straniera è sempre superiore a quella dei nati da madre italiana; ancora più netto è lo stesso andamento per i nati “sotto-peso”. 308 La presenza Tab. 22. Nati nei presidi della USL 8: nati morti. Serie storica Anno Madre italiana Madre straniera Nati morti Numero % sul totale dei nati Nati morti Numero % sul totale dei nati 7 7 5 7 5 0,3 0,3 0,2 0,3 0,2 3 1 4 3 6 1,0 0,3 1,0 0,6 1,1 2000 2001 2002 2003 2004 Tab. 23. Nati nei presidi della USL 8: nati vivi di peso <2500 gr. Serie storica Madre italiana Anno 2000 2001 2002 2003 2004 Madre straniera nati vivi di peso <2500 gr Numero % sul totale dei nati nati vivi di peso <2500 gr Numero % sul totale dei nati 117 127 121 113 136 5,5 6,1 5,7 5,4 6,1 26 23 27 49 54 9,2 6,8 6,8 9,8 9,6 Il calcolo statistico del “rischio relativo” dà risultati significativi per le madri straniere, come mostra la tabella 24, che evidenzia come il rischio sia più alto per tutti e tre parametri considerati. Rispetto al livello regionale, i dati di Arezzo, confrontati con quelli forniti dall’Agenzia regionale di sanità, mostrano qualche differenza e qualche analogia: in Toscana dal 2000 al 2003 i nati sotto-peso da madre straniera sono stati costantemente intorno al 6,5%, che è la stessa proporzione dei nati da madre italiana. Diverso è invece l’andamento dei nati prematuri che in Toscana sono stati mediamente, dal 2000 al 2003, il 7,5% per le madri straniere, contro il 6,9% delle madri italiane, con un rischio relativo di 1,32. Tab. 24. Nati nei presidi della USL 8: Indicatori su vitalità, peso e prematurità. Anni dal 2000 al 2004, cumulati Parametro Odds Ratio p-value Limite Inferiore 95% Limite Superiore 95% Natimortalità 2,80 0,001 1,55 5,07 Peso < 2500 gr 1,50 0,000 1,27 1,78 Prematurità 1,43 0,000 1,25 1,64 * Odds ratio = stima del rischio relativo per le straniere nei confronti delle italiane (italiane = 1) 309 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Così come segnalato nel 2003 (Cirinei e Bartolucci 2003), si continua a riscontrare una minor utilizzazione dei servizi per la tutela della gravidanza da parte delle donne straniere rispetto alle italiane. Nei presidi della USL 8, le donne straniere tra il 2000 e il 2004 hanno usufruito di una media di 5,6 visite per gravidanza contro il 6,8 delle italiane e di 4 ecografie contro le 5,7 delle italiane. La stessa differenza si riscontra anche a livello regionale: in Toscana quasi il 20% delle donne straniere ha meno di 4 visite in corso di gravidanza (le italiane sono il 3%) e addirittura il 2,3% non ne ha nessuna; per le ecografie solo il 34% delle partorienti straniere supera le 4 ecografie nel corso della gravidanza (le italiane sono il 74%) e addirittura il 3% delle straniere non ha nessuna ecografia. Probabilmente le cause sono, anche in questo caso, molteplici e vanno dalla disinformazione, alla diversa sensibilizzazione, alle difficoltà di accesso, alle condizioni di irregolarità: è comunque anche questo un terreno in cui i servizi sanitari del territorio possono intervenire efficacemente. 8. Gli interventi di mediazione culturale Tra le misure che sono state attivate per avviare un adeguamento delle strutture sanitarie alle nuove necessità presentate dalla popolazione straniera c’è quello della mediazione culturale. Nei presidi della USL 8 è attivo il servizio di mediazione culturale, che viene prestato attraverso un incarico specifico affidato all’associazione Ucodep di Arezzo: essa interviene attraverso un gruppo di mediatori e mediatrici culturali delle diverse nazionalità, specificamente formati con corsi ad hoc (per questa esperienza, vedi Renzetti 2006). Le modalità di intervento sono diverse per essere adeguate alle diverse necessità: sono organizzate presenze programmate in giorni e orari prefissati nelle diverse strutture, ma vengono altresì effettuati interventi di emergenza su chiamata da parte degli operatori del Servizio sanitario. Il servizio è sistematico dal 2004 e, nella tabella 25 sono riportati i dati relativi ai due anni 2004 e 2005, allo scopo di dare un’idea della dimensione attuale degli interventi. Il totale delle ore è incrementato nel 2005 e si è completata la copertura di tutti i presidi. Le oscillazioni sui singoli presidi sono dovute a ridistribuzione del monte ore disponibile per far fronte a tutte le esigenze. 310 La presenza Tab. 25. Ore di mediazione culturale effettuate presso i presidi sanitari della Ausl 8 Zona Casentino Valtiberina Arezzo Valdichiana Valdarno Presidio (attività programmata) e emergenze 2004 2005 Ospedale di Bibbiena 87 12 Emergenze 8 1 Ospedale Sansepolcro - 32 Distretto Sansepolcro - 10 Ospedale S. Donato 296 171 Consultorio familiare 197 231 Emergenze 23 42 Ospedale La Fratta - 9 Consultorio Foiano - 102 Consultorio Camucia 26 38 Emergenze 3 3 124 192 Consultorio Montevarchi Emergenze 9 6 Totale attività programmata Totale interventi di emergenza 730 43 797 52 Totale generale 773 849 311 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Il Piano Sanitario Regionale: la salute degli immigrati e il progetto regionale HPH “Ospedale Interculturale” di Alessandra Pedone 1. I Piani Sanitari Regionali La pianificazione regionale inserisce per la prima volta la problematica specifica della “Salute degli immigrati” nella legge 60/2002, PSR 2002-2004, nel capitolo dedicato alle azioni di piano: progetti obiettivo di alta integrazione. La Regione Toscana si è sempre dimostrata attenta alle problematiche della popolazione straniera e ha facilitato l’accesso ai servizi: con il riconoscimento del diritto all’assistenza dei cittadini extracomunitari non residenti con o senza permesso di soggiorno, anticipando la legislazione nazionale. Nonostante ciò nel PSR 2005-2007 si ritengono insufficienti le misure contenute nel precedente Piano perché non hanno prodotto gli effetti desiderati: in particolare gli stranieri, come del resto altre fasce marginali di popolazione, hanno difficoltà di accesso ai servizi e l’informazione e l’educazione alla salute non riescono sempre a raggiungere tutti i cittadini e, in particolare gli stranieri dove differenze di lingua e cultura rendono più difficile la comunicazione. L’obiettivo che si pone la Regione Toscana è di passare dalla garanzia dei servizi dell’emergenza e della prima accoglienza a servizi per tutti a partire dalla prevenzione che tengano conto delle differenti entità dei nuovi utenti. In applicazione della legislazione nazionale, sono stati individuati alcuni obiettivi per tutelare la salute degli immigrati che si possono riassumere nei seguenti punti: • Realizzare progetti aziendali per garantire il diritto all’accesso dei servizi e riorientamento degli stessi. Una parte del fondo sanitario regionale è finalizzato a obiettivi specifici quali lo sviluppo dei servizi territoriali, l’assistenza sanitaria nelle zone insulari e montane, le società della salute ed altri. Nella presentazione dei progetti per accedere ai finanziamenti si fa spesso riferimento all’abbattimento degli ostacoli per accedere ai servizi e molti progetti prevedono azioni specifiche nei confronti degli stranieri. 312 La presenza • Coinvolgere medici di medicina generale e pediatri quali responsabili della tutela della salute anche degli stranieri. A questo proposito ancora molto potrebbe essere fatto. Le iniziative sono rimandate a livello locale sia nella formazione dei medici sui rischi per la salute derivanti dall’assunzione di stili di vita nuovi, quali abitudini alimentari o dipendenze, sia riguardanti patologie sconosciute o non più diffuse nella popolazione italiana. Resta il problema dell’assistenza sanitaria ai non “regolari” rimandata al volontariato fatta eccezione per l’emergenza. • Creare un coordinamento con il volontariato, il privato sociale e con tutti gli enti pubblici e privati per realizzare l’integrazione delle politiche. Anche a questo livello molto è realizzato a livello locale: le Prefetture svolgono un ruolo di coordinamento con gli enti presenti in ambito provinciale. Le Province, a loro volta, utilizzano e hanno utilizzato fondi europei su progettazione specifica. Ad Arezzo il progetto “Un territorio per tutti” ha coordinato programmi e azioni per le politiche dell’accoglienza, dell’integrazione, dell’alfabetizzazione, sulla salute, del lavoro e della casa. • Attuare le direttive regionali sui programmi umanitari e di cooperazione internazionale, garantendo le cure mediche nelle strutture sanitarie regionali. La Regione promuove e coordina progetti di cooperazione, destina un fondo per iniziative di cooperazione che partono direttamente dalle aziende e garantisce il ricovero e interventi chirurgici a bambini, tramite l’ospedale pediatrico Meyer e ad adulti, sulla base di accordi con i Paesi di origine. • Sviluppare specifici programmi di tutela della salute delle donne, dei bambini, della gravidanza. “Nascere in Toscana” è uno dei 12 progetti speciali del PSR 2005-2007. E’ valutata positivamente l’esperienza dei consultori per stranieri nati nelle diverse aziende e della mediazione linguistico-culturale per la quale la Regione si impegna ad aumentare l’utilizzo. Azioni particolari sono indirizzate al percorso nascita anche nell’ambito dell’HPH (Health Promoting Hospitals). Altri obiettivi riguardano, oltre i servizi di diagnosi e cura, lo spazio che dovrebbe essere rivolto alla realizzazione di specifiche iniziative d’informazione e d’educazione alla salute su tematiche relative alla tutela della salute nei luoghi di lavoro, alla salute collettiva, alla prevenzione delle malattie infettive che interessano, in alcuni casi, gli stranieri più che gli stessi italiani. La regione finanzia anche le medicine tradizionali di più antica esperienza, non riconosciute nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) a livello nazionale, perché la loro articolazione con la medicina occidentale rappresenta un’occasione ulteriore di avvicinamento e comprensione delle “culture altre” anche per i toscani. Sempre tra gli strumenti indicati dalla Regione per garantire stessi diritti agli stranieri è anche il reinserimento sociale e lavorativo di stranieri trattati dai servizi dipendenze, psichiatrici e dal carcere. 2. Gli strumenti proposti dal PSR e la situazione aretina Il PSR parla della necessità di sviluppare strumenti per realizzare gli obiettivi indicati a partire dall’analisi epidemiologica per il riconoscimento e la valutazione dei bisogni di salute degli immigrati. A questo proposito, Arezzo ha ormai un’esperienza consolidata per aver prodotto diverse edizioni del “Profilo di salute degli stranieri”. Per rispondere 313 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo al bisogno di conoscenza da parte delle aziende sanitarie, dello stato di salute della popolazione immigrata, anche per programmare i servizi, l’Agenzia Regionale della Sanità (ARS) ha previsto, all’interno del portale degli indicatori di salute, apposito spazio dedicato alla salute degli stranieri. L’ARS utilizza i flussi correnti delle statistiche sanitarie ed è particolarmente attenta a evidenziare differenti condizioni di salute in gruppi di popolazione quali anziani, giovani e anche stranieri. Le aziende sanitarie ma anche i comuni, nella costruzione dei Piani Integrati di Salute (PIS), possono trarre utili informazioni dal portale dell’ARS per programmare azioni indirizzate a questi gruppi di popolazione. Altro impegno della ASL di Arezzo si è concretizzato nel cercare di garantire il diritto all’assistenza, tramite l’iscrizione al servizio sanitario, di tutti gli stranieri in possesso del permesso di soggiorno e il rilascio del tesserino per l’erogazione delle prestazioni sanitarie per i cittadini stranieri temporaneamente presenti (STP). E’ stato realizzato un “Vademecum sul diritto all’assistenza degli stranieri” ad uso degli uffici per garantire modalità di accesso omogenee su tutto il territorio provinciale. Il passaggio successivo sarà la realizzazione di materiale informativo tradotto nelle principali lingue di cui dotare gli uffici relazioni con il pubblico, i punti informativi delle aziende sanitarie oltreché il Centro per l’integrazione e gli altri luoghi di particolare accesso da parte degli stranieri. Sempre in linea con le indicazioni regionali, l’ASL si è dotata da tempo di un servizio di mediazione linguistico-culturale, unendo risorse proprie a quelle derivanti dai diversi progetti promossi a livello provinciale. I mediatori sono presenti negli ospedali, in orari fissi e più frequentemente su chiamata, nei consultori, in alcuni servizi vaccinazioni. Nonostante l’opera di sensibilizzazione svolta nei confronti degli operatori sanitari e l’utilizzo sempre maggiore che viene fatto dei mediatori, la richiesta è sicuramente inferiore alle necessità. E’ ancora insufficiente, tra gli operatori sanitari, l’attenzione mediamente rivolta agli aspetti comunicativi e relazionali tanto più quelli che coinvolgono gli stranieri. A questo proposito risulta particolarmente positiva l’esperienza dell’impiego dei mediatori negli eventi di formazione rivolti a medici e personale socio-sanitario sulle tematiche dell’immigrazione. Altro aspetto sviluppato a livello di azienda sanitaria è la formazione e l’aggiornamento degli operatori sui temi dell’interculturalità, necessaria ad adeguare le prestazioni ai bisogni dell’utenza e, al tempo stesso, sensibilizzare gli immigrati a sistemi di cura diversi. Particolare attenzione è stata posta alla formazione all’interno della programmazione dell’HPH, illustrata di seguito. Ancora da sviluppare, invece, l’utilizzo di personale appartenente a gruppi etnici stranieri presente negli organici della ASL che, anche su sollecitazione regionale, potrebbe essere coinvolto per consentire la facilitazione dei rapporti di reciprocità. 3. Il Progetto HPH Il “Progetto HPH”, Health Promoting Hospitals, nasce a seguito della Conferenza di Ottawa del 1986 in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità sancì l’importanza della promozione della salute non solo da parte del mondo sanitario ma da tutti coloro, enti e istituzioni che rivestono un ruolo nei confronti dei “determinanti della salute” (Dallari, Carrillo, Ricci 2006). Ai principi di Ottawa si ispirano anche il “Progetto Città Sane” e il “Progetto della Scuola per la Promozione della Salute”. Tutti e tre i progetti hanno 314 La presenza la caratteristica di individuare nella città, scuola e ospedale enormi potenzialità per la promozione della salute delle persone: dalle politiche che governano la città attente alla salute dei cittadini, alla educazione e formazione indirizzate alla promozione di stili di vita appropriati, all’ospedale che da luogo di cura in particolari condizioni di perdita di salute può trasformarsi in occasione per promuoverla. Verso la fine degli anni ‘90, la Regione Toscana aderisce alla rete europea del progetto OMS “HPH-Health Promoting Hospitals” e chiede alle aziende sanitarie e ospedaliere di promuovere nei propri ospedali almeno tre delle sei aree tematiche proposte dall’OMS: ospedale senza fumo, senza dolore, accoglienza, umanizzazione e sicurezza in ospedale e ospedale interculturale. La Regione individua nell’ospedale pediatrico Meyer il Centro di coordinamento della rete toscana degli ospedali per la promozione della salute. Viene nominato in ogni azienda un coordinatore aziendale e, per ciascun sottoprogetto, è formato un gruppo di lavoro con operatori indicati dalle aziende. Nel primo quinquennio 2000-2005, attraverso un laboratorio che vede coinvolti i coordinatori aziendali e dei sottoprogetti, sono definiti gli obiettivi, messa a punto una metodologia di lavoro e fissati i criteri per la valutazione in itinere del progetto. All’Ospedale Interculturale aderiscono 8 aziende: Pistoia, Prato, Pisa, Arezzo, Firenze, Empoli e le due aziende ospedaliere Meyer e di Careggi. Vengono stabiliti i 10 requisiti di un “ospedale interculturale” che le aziende aderenti al progetto devono cercare di garantire: 1. Esistenza di un servizio di mediazione linguistico-culturale. 2. Formalizzazione (delibera) della costituzione del gruppo di lavoro “Intercultura” all’interno del progetto HPH. 3. Presenza, nelle strategie aziendali, di specifici riferimenti all’interculturalità: documenti di programmazione (PAL, Piano della comunicazione aziendale, Piano della formazione, singoli progetti), carta dei servizi, ecc. 4. Sviluppo della comunicazione a livello aziendale ed extra sui temi dell’Intercultura (mass media, sito internet, intranet, giornalino aziendale, articoli su stampa locale, numero verde, segnaletica multilingue…). 5. Esistenza di progetti specifici di formazione per il personale sui temi dell’intercultura. 6. Esistenza di progetti specifici di educazione alla salute per ospedale e territorio, con il coinvolgimento dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta. 7. Periodici incontri con i rappresentanti delle comunità straniere. 8. Scambi culturali degli operatori, a parità di professionalità, con i paesi a più antica tradizione migratoria per consentire un confronto sulla modalità di gestione delle tematiche interculturali in sanità. 9. Presenza di operatori formati e sensibili sui temi dell’interculturalità all’interno dei reparti e dei servizi con maggiore affluenza di stranieri. 10. Produzione di report specifici sull’utilizzo dei servizi sanitari da parte della popolazione straniera e introduzione di indicatori di salute degli stranieri all’interno dei Profili di Salute. Sono poi individuate cinque aree in cui sviluppare azioni per migliorare la qualità dell’assistenza agli stranieri: alimentazione, nascita, dolore, culto e morte. Per ciascuna area vengono definiti degli obiettivi, le azioni per raggiungerli, definiti gli standard e le modalità di valutazione. Alla fine del quinquennio il progetto “HPH Intercultura” ha prodotto i risultati riportati nello schema di seguito. 315 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Scheda di rilevazione obiettivi previsti-risultati raggiunti dei progetti HPH interaziendali Progetto: Ospedale interculturale (verifica effettuata per 6 ospedali su 8) Obiettivi del progetto Risultati raggiunti 1. Garantire pietanze rispettose delle diverse culture Presenza della possibilità di scelta di menù/giorno che tenga conto delle diverse culture (livello di raggiungimento 60% ) Presenza di schede informative sulla corretta alimentazione per almeno 2 patologie, tradotte e utilizzate (30%) 2. Rispetto dei diversi culti all’interno dell’ospedale Almeno il 100 % dei reparti in cui sia presente la procedura (40%) l’elenco dei ministri di culto (60%), il calendario (45%) 3. Rispetto delle ritualità di appartenenza Almeno il 100% dei reparti in cui sia presente la procedura (30%), i recapiti dei ministri di culto (50%), materiale informativo tradotto in lingua compreso l’obitorio 4. Definizione di un percorso nascita con il territorio, consultorio, pediatri, medici di medicina generale per garantire il rispetto del parto secondo le scelte culturali e gruppi di appartenenza Definizione, traduzione in almeno 6 lingue sperimentazione (campione) di un questionario di soddisfazione per le donne straniere che hanno partorito in ospedale (7%) Copertura vaccinale del 95% dei bambini residenti nati da straniere all’interno dell’ospedale (53%) 5. Garantire il trattamento del dolore nel rispetto della cultura di appartenenza Scala di rilevazione adattata e tradotta (11%) Poster progetto regionale (16%) Per la ASL 8 di Arezzo inizialmente aderisce al progetto Intercultura solo l’ospedale S. Donato, alla fine della prima fase il progetto è esteso al Valdarno e, successivamente a tutti gli ospedali. Il gruppo di lavoro interno è formato da operatori di tutte le vallate sia dell’ospedale che del territorio e in particolare dei consultori per il tema della nascita, in tutto circa 30 operatori. Tra i requisiti dell’ospedale interculturale, è particolarmente importante la formazione per sensibilizzare gli operatori, per abbattere luoghi comuni e, soprattutto, per fornire strumenti di comprensione e miglioramento delle relazioni. Grazie anche al finanziamento di “Un territorio per tutti”, cui ha aderito anche la ASL, è stato progettato un percorso formativo di due giornate per ciascuna zona, ripetuto ad Arezzo e Valdarno per un totale di sette edizioni aperto non solo ai dipendenti della sanità ma anche dei comuni, servizi educativi, di accoglienza, sociali, polizia municipale, anagrafi, alla scuola e alle associazioni impegnate con gli stranieri. Con il lavoro dei gruppi della seconda giornata sono state affrontate le tematiche più rilevanti in ciascuna zona rispetto alla salute degli stranieri e predisposti dei progetti da inserire nei Piani Integrati di Salute. I progetti hanno riguardato le attività consultoriali, la sicurezza sul lavoro, le badanti, i servizi dell’emergenza, l’integrazione e, complessivamente, hanno rappresentato l’occasione per conoscersi tra operatori appartenenti a diversi enti e confrontarsi su strategie comuni. Nel novembre del 2005, a seguito delle due giornate di presentazione del progetto a tutta l’azienda, nuovi operatori hanno dimostrato un forte interesse per l’interculturalità e hanno chiesto di essere coinvolti nei lavori del gruppo. Gli incontri periodici sono sicuramente 316 La presenza interessanti per le iniziative, le problematiche e le differenti soluzioni individuate. Recentemente è stata ipotizzata la costituzione di circoli di studio sull’intercultura nelle zone, partecipando al bando della Provincia, costituiti da operatori degli enti, stranieri e cittadini interessati per creare ulteriori occasioni di scambio e di approfondimento sui temi della convivenza e dell’arricchimento reciproco. Con la II Conferenza Regionale dell’HPH nel maggio del 2006 si conclude ufficialmente la prima fase del progetto toscano. Viene valutato positivamente il lavoro fatto e rinnovato l’interesse della Regione nel portare avanti l’esperienza, con una nuova scadenza al 2010. Il vero salto sarà rappresentato dall’estensione dell’esperienza dalle 8 Aziende alla totalità delle Aziende sanitarie toscane, perché i temi dell’intercultura siano affrontati in ogni realtà e non rimangano un tema da affrontare su base volontaria: di fatto interessa tutta la realtà socio-sanitaria della regione e gli enunciati dei Piani Sanitari devono potersi concretizzare in precise azioni. Due esempi: la mediazione linguistico-culturale necessita, da parte della Regione Toscana, del suo inserimento, a pieno titolo negli organici delle aziende. Le campagne di comunicazione, informazione, gestite direttamente dalla Regione, soprattutto sui temi della prevenzione, devono prevedere materiale tradotto nelle principali lingue evitando alle aziende di “arrangiarsi” ripetendo inutili sforzi a fronte di limitate risorse per la comunicazione. Per concludere, la sensazione che si ha, lavorando a stretto contatto con i servizi, è che si stia passando dagli enunciati contenuti nella programmazione regionale, ad una prassi quotidiana che vede sempre più interesse e coinvolgimento da parte degli operatori dei servizi stessi. Aumenta la necessità di una maggiore conoscenza e consapevolezza delle “differenze” per poter rispondere in maniera adeguata alla realtà in continuo divenire. 317 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Il rapporto paziente immigrato-medico di famiglia Indagine tra i medici di medicina generale di Debora Previti, Stefania Ricci e Giovanna Dallari 1. Scopi e metodologia della ricerca Come è noto, nel nostro sistema sanitario, il rapporto tra medico di medicina generale e paziente è un elemento essenziale e decisivo sia riguardo alla qualità e all’efficacia della tutela della salute, sia riguardo alle corrette modalità di accesso dei pazienti al complesso dei servizi specialistici e ospedalieri. La presenza crescente e stabile di cittadini stranieri in Italia introduce elementi forti di novità in questo rapporto. Le persone immigrate, presenti nel territorio italiano, costituiscono ormai una porzione spesso consistente di utenti degli ambulatori dei medici di medicina generale. Mentre per i ricoveri ospedalieri si cominciano ad avere dati sistematici, a livello nazionale e a livello locale, relativamente alla quantità di ricoveri e alle patologie ricorrenti, molte meno informazioni sono disponibili su ciò che avviene negli ambulatori dei medici del territorio. Eppure, in tali strutture, per definizione le più direttamente coinvolte nei vari aspetti della salute e dell’assistenza primaria delle persone, si determinano tutti i problemi di comunicazione, di informazione, di fiducia reciproca tra medico e paziente che si presentano anche nelle altre sedi del Servizio Sanitario Nazionale (SSN); ma mentre in Ospedale, o nei poliambulatori, o in altre strutture complesse, l’“organizzazione” può meglio farsi carico di qualcuno di questi problemi e anche l’intervento di servizi esterni, come quello di mediazione, può contribuire a risolverli, nel caso degli ambulatori di medicina generale è più frequentemente il medico stesso che deve “riadattare” il proprio approccio per far fronte alle nuove esigenze. Per questo motivo è stata condotta questa indagine andando a raccogliere l’informazione sullo stato delle cose proprio dai medici di medicina generale. Gli scopi dell’indagine sono: • capire, dai medici stessi, la dimensione e la tipologia dei problemi che si presentano nei loro studi nel momento in cui si trovano a curare cittadini stranieri; 318 La presenza • capire, altresì, l’“atteggiamento” dei medici davanti a tali situazioni e valutare, di conseguenza, possibili azioni di sostegno da organizzare; • avere qualche informazione sullo stato di salute della popolazione immigrata, per come viene visto dai medici territoriali; • aprire comunque un confronto con i medici di medicina generale sul tema dell’immigrazione per poter poi continuare e contribuire nell’approfondire problemi e possibili soluzioni. La ricerca è stata realizzata attraverso somministrazione di un questionario strutturato con 34 domande (6 aperte e 28 a risposta chiusa, alcune con opzione a risposta multipla: v. Allegato n. 3). Alla fine sono stati raccolti i dati anagrafici dell’intervistato (per i quali sono state fatte le analisi statistiche di base). Le domande a risposta aperta sono state elaborate dapprima attraverso l’analisi del contenuto, che ha permesso di individuare le “categorie di contenuto” attraverso le “unità di informazione” emerse nelle interviste. Per le domande a risposta chiusa si è proceduto al calcolo delle frequenze. Una parte specifica del questionario è stata dedicata al tema delle cosiddette “badanti” in quanto la loro diffusa presenza ne fa, da un lato, una tipologia di utente caratteristica, dall’altro, un nuovo operatore assistenziale, che introduce consistenti novità nel rapporto tradizionale del medico con i suoi pazienti anziani e non autosufficienti. La ricerca si è svolta in due zone-distretto della ASL 8 di Arezzo, la zona del Casentino con 36.300 abitanti, di cui 2.677 stranieri iscritti in anagrafe assistiti (7,3%), e la zona di Arezzo con 124.954 abitanti, di cui 7.048 stranieri iscritti in anagrafe assistiti (5,6%). I dati pubblicati in questo lavoro sono ancora preliminari e si riferiscono alla sola zona del Casentino e ad un primo gruppo di 14 medici, in prevalenza di sesso maschile (n. 9), con un’età media di 50 anni. La metà dei medici intervistati ha un’età compresa tra i 51 e i 55 anni, 3 medici tra i 41 e i 45 anni, altri 3 tra i 46 e i 50 anni ed uno tra i 56 e i 60 anni. Le interviste sono state realizzate tra il 2005 e il 2006. 2. Le caratteristiche dell’utenza straniera La metà dei professionisti intervistati riferisce che l’utenza proveniente da Paesi in via di sviluppo è compresa tra i 50 e i 100 pazienti, 4 tra i 100 e i 200, mentre uno ha oltre 200 assistiti stranieri. Circa la metà dei medici afferma di effettuare da 1 a 5 visite al giorno; un’altra buona metà da 1 a 5 visite la settimana. Quasi tutti gli intervistati si rapportano più spesso con cittadini stranieri provenienti dalla Romania, la metà con persone provenienti dal Bangladesh. Quattro medici affermano di occuparsi in misura maggiore anche di persone provenienti dall’Albania e tre di pazienti di origine marocchina. Tutti gli intervistati riferiscono che la richiesta dell’utenza straniera di visite domiciliari è minore rispetto a quella dei pazienti autoctoni e che hanno visitato persone non iscritte al Sistema Sanitario Nazionale (codice STP: Straniero Temporaneamente Presente), con una netta prevalenza di pazienti romeni. Nel corso dell’ultimo anno (2005), in riferimento a questa tipologia di utenza, 8 medici riferiscono di aver visitato sino a 10 persone, mentre 4 hanno visitato dalle 21 alle 30 persone. 319 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Secondo gli intervistati, il motivo principale per cui queste persone non sono iscritte al SSN è dovuto alla posizione di irregolarità giuridica, segue quello relativo alla fase di rinnovo del permesso di soggiorno e, infine, considerano la possibilità che si dimentichino di effettuare l’iscrizione. Come spiega un medico si tratta di persone in fase di rinnovo del permesso di soggiorno e di quella percentuale di irregolari/clandestini che in seguito si regolarizzano. Il problema emerge quando scade il permesso di soggiorno in quanto non risultano iscritti al SSN, poi quando arriva lo rinnovano. Ad esempio, l’ultima volta una ragazza è venuta alla visita senza il permesso di soggiorno, ancora non era regolarizzata, poi è rimasta incinta e ha ottenuto un permesso di soggiorno per gravidanza. Uno degli intervistati spiega che la maggior parte dei suoi pazienti non iscritti al SSN sono clandestini ed è indispensabile far presente questa realtà alle strutture competenti perché ne prendano atto al fine di regolarizzare la posizione di queste persone. Di fatto ci fanno una domanda di salute e noi non sappiamo come comportarci. Spesso sono accompagnati da persone regolari, che mi conoscono, quindi tutto avviene per conoscenza, in genere la prassi è questa. Hanno pochi mezzi economici e non possiamo addossare l’onere economico a chi magari li accompagna. Le considerazioni relative ai pazienti non iscritti al SSN sono diverse e riguardano ambiti differenti, solo cinque medici non hanno risposto (dei quali tre non avevano alcuna considerazione in merito). Alcuni parlano della reale difficoltà nella prescrizione di farmaci ed esami di approfondimento, alcuni medici non hanno un’informazione corretta… tratto i non iscritti come se lo fossero, l’unico problema è che mi tocca fare un falso e le prestazioni farle passare attraverso uno scritto, il farmaco in genere lo scrivo o al datore di lavoro o ad un’altra persona… i problemi riguardano le prescrizioni di farmaci, di esami, ora c’è l’STP che dovrebbe risolvere la questione delle cure urgenti. Altri intervistati lamentano il fatto di fornire prestazioni gratuite: non so nemmeno più se sono in fase di rinnovo o meno, non lo verifico più, starei ogni minuto a cancellare. Anche prima li lasciavo iscritti e basta, l’ASL non mi pagava e, sinceramente, non ho mai fatto i conti. Un medico ammette la necessità di dover spiegare a queste persone “i loro diritti, in questo caso diritti di salute”, un altro afferma l’esigenza di uno snellimento a livello burocratico. C’è poi chi racconta che i pazienti sono spesso accompagnati da connazionali: in genere le persone non iscritte al SSN sono legate ai miei assistiti. Si tratta anche di persone giunte in Italia con visto turistico o di passaggio in visita ai parenti. Infine, un intervistato riferisce di non aver alcuna considerazione in quanto incontra le stesse difficoltà che si possono verificare con i pazienti autoctoni. 320 La presenza 3. La difficoltà di comunicazione e nella relazione terapeutica Nella relazione di assistenza ai pazienti stranieri tutti gli intervistati rilevano delle difficoltà. Appare molto interessante notare quanto la lingua non sia un fattore in grado di complicare la relazione terapeutica. Circa la metà degli intervistati afferma di “non incontrare alcuna difficoltà nella lingua”; altri dichiarano di averne “poche”, mentre soltanto alcuni ammettono di avere “abbastanza” difficoltà. Solo un intervistato riferisce di incontrare “molte difficoltà” per quanto concerne una differente visione della salute e della malattia dell’assistito. Le abitudini e lo stile di vita del Paese d’origine dei pazienti stranieri creano “poche” difficoltà nella relazione per 6 medici e “abbastanza” per 5 degli intervistati, solo uno afferma che questo aspetto compromette “molto” la relazione. La religione professata dai propri utenti non sembra essere un problema rilevante per la maggior parte degli specialisti incontrati, solo un medico ammette di incontrare “abbastanza” difficoltà e, in particolare: nel caso di prescrizione di farmaci con quei pazienti musulmani nel periodo del Ramadan. La mancanza di fiducia da parte dei pazienti nei confronti del SSN italiano comporta “nessuna” difficoltà nella relazione medico-paziente per quasi tutti gli intervistati, come pure la diffidenza nella medicina occidentale. La compliance relativa alla terapia influenza “abbastanza” la relazione medico-paziente (per 5 medici), “poco” (per 4) e crea “nessuna” difficoltà (per 5 medici). Per quanto concerne la modalità di accesso all’ambulatorio (orari, file, ecc.) da parte degli assistiti che spesso faticano ad adeguarvisi, per la stragrande maggioranza dei medici intervistati non crea alcuna difficoltà alla relazione. Le richieste dei pazienti (relative a farmaci, esami, ecc.) per un medico creano “molte” difficoltà, per 2 “abbastanza”, per 5 “poco”, per 6 “nessuna”. L’atteggiamento degli assistiti nei confronti del medico non sembra compromettere la relazione. “Nessuna” difficoltà nella relazione medico-paziente per quanto concerne la cura di patologie tropicali o comunque endemiche nei paesi d’origine per oltre la metà dei medici, mentre per altri produce “poche” o “abbastanza” difficoltà. Al fine di indagare in modo più approfondito le difficoltà che il medico incontra nella relazione terapeutica con i pazienti stranieri, è stato chiesto se queste fossero più accentuate con cittadini provenienti da alcuni Paesi in particolare. Circa la metà dei medici intervistati ha notato maggiori difficoltà con quelle persone provenienti da “alcuni Paesi”, mentre soltanto 4 hanno affermato di aver incontrato difficoltà con quei pazienti provenienti da “un solo Paese” in particolare. I Paesi menzionati con maggior frequenza sono il Bangladesh: le donne in particolare, che stanno sempre in casa da sole o con i figli, ed escono solo col marito, anche la visita passa attraverso il marito. Non si sanno esprimere e presentano patologie legate al disagio. 321 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Poi la Cina: trovo maggiori difficoltà con i cinesi, sono una casta chiusa. Hanno un modo di vedere la malattia e di curarsi completamente diverso dal nostro. Hanno una visione diversa della medicina, fatico nel far capire loro che devono assumere un certo antibiotico, glielo segno, poi invece provano il loro rimedio che non funziona e quindi tornano. E’ un problema di natura culturale e del modo di vedere la patologia, diffidano della nostra medicina, ne deriva quindi una grande difficoltà nella relazione medico-paziente. Ma anche il Pakistan: cerco di spiegare le cose con un linguaggio semplice e mentre gli albanesi o i romeni capiscono benissimo, con i pakistani incontro molte difficoltà nel far comprendere loro la situazione. Mi trovo a spiegare, spiegare e spiegare ma spesso tornano dicendo che non hanno capito eppure io ero stato preciso… non so se per diffidenza o perché non riescono a capire. Le motivazioni principali si riferiscono a problemi di natura linguistica e all’appartenenza ad una diversa cultura. Per quanto concerne la cura di patologie croniche e a trasmissione sessuale, alcuni degli intervistati si trovano spesso ad affrontare difficoltà che caratterizzano queste stesse patologie. Due medici ammettono che la difficoltà risiede “nel comunicare al paziente straniero la natura e la gravità della malattia”. In particolare, un medico spiega che nella sua esperienza le malattie a trasmissione sessuale sono spesso forme infettive dell’apparato genitale femminile, molto frequenti, resistenti e difficili da curare. Mi preoccupa la frequenza di queste infezioni. Altri riferiscono difficoltà nella compliance: ho trovato difficoltà con pazienti affetti da patologie a trasmissione sessuale perché loro stessi avevano difficoltà nel comunicarmelo e da parte mia la questione è far capire bene il problema e quindi relativa alla compliance. Infine, alcuni medici affermano che le difficoltà sono le stesse che si possono incontrare con pazienti autoctoni. 4. Le richieste e le patologie più frequenti dei pazienti La prescrizione di farmaci ed esami clinici a pazienti stranieri non rappresentano alcuna difficoltà per la maggior parte dei medici intervistati, altri spiegano che in “qualche” circostanza hanno avuto dei problemi; altri ancora affermano di avere “abbastanza” difficoltà. In generale, la motivazione principale riguarda l’aspetto economico: 322 La presenza con i farmaci a fascia C, quelli a pagamento, incontro spesso delle difficoltà. I pazienti mi chiedono di utilizzare la ricetta rosa quando, ad esempio, si tratta di una patologia banale e per curarla occorre un farmaco di fascia C. Sono restii a pagare le medicine e cercano di prendere farmaci gratuiti. Un medico risolve la questione economica prescrivendo farmaci di fascia A in quanto “la fascia C non la utilizzo per scelta”. L’atto stesso di dare un farmaco probabilmente per questioni di dosaggio, in qualche caso non viene percepita bene la finalità della prescrizione e ritornano a chiedere spiegazioni. Questo accade per problemi linguistici, quando ad esempio sono accompagnati da un interprete la situazione è più semplice. Infine, un medico afferma la difficoltà nella prescrizione di esami invasivi. In genere i pazienti stranieri richiedono al medico assistenza farmaceutica e visita medica. La richiesta che le persone straniere avanzano più frequentemente è la visita medica, poi le terapie del caso quindi assistenza farmaceutica ed eventualmente quella specialistica se proprio viene richiesta… ricordo un paziente albanese che mi diceva che aveva sempre sete, gli spiegavo che probabilmente aveva il diabete ma lui non voleva accettarlo, anche la madre aveva il diabete. Non era convinto finché non ha visto le analisi, solo in seguito si è lasciato curare ma è stata una lotta dura, ora sta benino. Buona parte degli intervistati afferma che vi sono patologie che si presentano con più frequenza negli assistiti stranieri rispetto alla media degli italiani. Tali patologie comprendono: a) disturbi collegati all’apparato gastroenterico: soprattutto i marocchini lamentano spesso mal di stomaco, forse per il tipo di alimentazione che hanno; b) disagio psichico: una mia paziente era impiegata in Romania presso la corte costituzionale, da un giorno all’altro si è trovata a fare la badante in Italia… ora fa la badante per 800-1000 euro al mese e con quello che guadagna qua rimette in sesto un’intera famiglia, [...] molte donne romene mi raccontano di mariti ubriachi e delle violenze subite, [...] caratteristica è la forma depressiva dovuta alla lontananza del Paese d’origine; 323 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo c) infezioni dell’apparato genitale femminile: vi è una certa tendenza alla promiscuità sessuale, che spiegherebbe anche questa frequenza di infezioni nelle donne; d) TBC. Inoltre, alcuni medici menzionano patologie psicosomatiche, dermatologiche, interruzione volontaria di gravidanza (IVG), bronchiti croniche e allergie: le cause possono essere riscontrate nelle abitudini di vita e negli stili comportamentali che comunque sono sempre diversi a seconda del Paese di provenienza. Infine, pressoché tutte le persone intervistate concordano che le condizioni socioabitative ed igienico-sanitarie spesso gravose incidono sullo stato di salute delle persone straniere. Secondo l’esperienza di un medico, il delicato e complesso argomento dell’IVG è particolarmente sentito dalla popolazione femminile romena. Queste donne anche sposate, fanno ricorso all’aborto come un mezzo anticoncezionale. Nel Casentino vi è il più alto tasso di IVG della provincia. Non è un problema legato esclusivamente alla mentalità, alla povertà, alla mancanza di un sistema di prevenzione e anticoncezionale nel loro Paese, ma anche al tipo di rapporto tra uomo e donna: le donne romene che emigrano sono donne che si sono sposate giovanissime, a 20 anni hanno già un figlio o due, a 30 anni sono già separate… molte hanno alle spalle una storia finita male, raccontano di mariti violenti e quindi di gravidanze non desiderate che decidono di non portare avanti. La metà degli intervistati afferma che tra i propri assistiti stranieri non vi sono patologie che si presentano con più frequenza nei cittadini di provenienza di qualche paese in particolare rispetto ad altri. L’IVG e la TBC sono frequenti tra i pazienti provenienti dall’Europa dell’Est, l’asma tra gli indiani, problemi gastrici tra i marocchini, problemi alcool correlati tra i pakistani, senegalesi e marocchini, epatopatite da alcool tra i romeni (riferita quale “piaga sociale” per queste persone) e, ancora, allergie e problematiche di tipo gastrico tra i bengalesi. 5. I bisogni Secondo il parere degli intervistati, l’utenza straniera avrebbe bisogno di aiuto in ambito economico, linguistico, sociale e culturale. Gran parte dei medici incontrati ritiene di avere un sufficiente livello di conoscenza del fenomeno migratorio; altri affermano di avere un “discreto” livello di conoscenza, altri lo considerano “scarso”. La maggior parte riterrebbe utile, per la propria professione, frequentare un corso di medicina delle migrazioni, preferibilmente il sabato mattina. Per quanto concerne il più ristretto ambito sanitario, un intervistato afferma che 324 La presenza il medico non ha mai troppe conoscenze, mancano gli accordi con i Paesi d’origine dei nostri pazienti, quindi non abbiamo le cartelle cliniche informatiche da poter consultare, gli utenti stranieri, inoltre, non le portano al seguito e spesso non sanno quali sono stati i loro problemi, le malattie precedenti per cui è difficile effettuare l’anamnesi. 6. L’utenza femminile e le “badanti” L’utenza femminile, secondo la metà dei medici intervistati, è “abbastanza” caratterizzata dalla presenza delle cosiddette “badanti”; altri affermano di avere “molte” pazienti femminili; mentre pochi medici ammetteno di incontrarne “qualcuna”. I problemi di salute che riguardano queste donne possono essere attribuibili alla professione di badante. Molti parlano di disagio psichico: riferiscono stress, insonnia. Quando devono accudire persone gravemente malate queste donne si stressano moltissimo, questo dimostra anche la loro compartecipazione al problema dell’anziano, lavorano amore, anche lo stesso familiare si stresserebbe in situazioni simili. C’è chi fa riferimento al burn out: è anche intuitivo, stare tutto il giorno accanto ad una persona anziana, senza fare nulla di diverso se non vedere un po’ di televisione…; chi ai patologie osteomuscolari: si adattano a fare la badante alzando persone immobili, con sforzi non indifferenti. Si tratta di patologie legate ai movimenti, dolori lombari… tutto quello che può riguardare il movimento attivo verso una persona passiva; [...] mi chiedono consigli e allora prescrivo qualche medicazione o spiego l’importanza di assumere determinate posture. Quasi tutti gli intervistati sono del parere che queste donne prestino un’attenzione insufficiente alla propria salute. Il 50% dei medici ritiene che un numero “sufficiente” tra i propri assistiti in età geriatria ha una “badante” straniera, mentre altri affermano che soltanto “qualcuno” si è rivolto all’assistente familiare. Secondo l’esperienza dei medici, l’assistente familiare fa “spesso” e “abbastanza” da tramite tra medico-assistito e/o familiari. In generale, i medici intervistati riferiscono che per la maggior parte delle volte hanno a che fare con la badante e non con i familiari proprio per il fatto che è la badante stessa che si prende cura del malato e conosce la sua condizione. La metà dei medici ritiene che le badanti incontrino alcune difficoltà nell’assistenza agli anziani, legate soprattutto a problemi linguistici (“spesso non riescono a comunicare con la famiglia”) e alla mancanza di una preparazione specifica per la professione di assistente familiare: 325 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo ci sono donne molto attente, che hanno frequentato corsi infermieristici ma anche donne che sono state sradicate dalla loro realtà e che facevano altri lavori e si mettono a fare la badante per questioni economiche, mentre sarebbe necessaria una maggiore formazione sul piano assistenziale per formare personale preparato. Infine viene menzionata la difficoltà relativa alla differenza di età tra la badante ed il malato. Inoltre, per quanto concerne il fenomeno badanti, alcuni intervistati ritengono siano figure professionali molto importanti per la nostra società: è l’unico modo per le persone anziane di rimanere presso il loro domicilio, E ancora il problema dell’assistenza agli anziani è sempre più grande poiché l’età media degli italiani è sempre più alta quindi cresce il bisogno dell’assistenza agli anziani. Spesso i familiari non riescono ad accudire i propri cari, per motivi di lavoro o di altro genere, inoltre molti non ce la farebbero proprio da un punto di vista fisico a fare notti insonni... non è una situazione semplice. C’è anche chi è convinto che sia un fenomeno comunque destinato a terminare: via via che le badanti migliorano le loro condizioni economiche smettono di fare un lavoro che oggi non vuole fare nessuno, nemmeno gli italiani. Sono lavori residuali, che non danno soddisfazioni… appena possono cambiano, preferendo una vita più normale, più regolare. Molte decidono di non tornare nel loro Paese, si sistemano qua anche perché tornando a casa potrebbero ripiombare nel nulla per ora. Infine, un medico spiega che la loro condizione di irregolarità le rende pressoché invisibili “sono escluse da tutto e tutti, hanno un solo giorno libero alla settimana”. 7. Osservazioni conclusive Dalla sintetica analisi delle interviste è possibile effettuare alcune riflessioni. Uno dei problemi maggiori, con cui spesso si confronta oggi il medico, è quello relativo agli utenti stranieri non iscritti al SSN. In questi casi, il medico si trova a dover gestire una situazione che non solo si riflette nella pratica clinica, ma ha altresì risvolti etici e politici. In effetti, quando è indispensabile la prescrizione di farmaci o di esami di approfondimento ed il paziente non è in possesso del tesserino STP (per mancanza di conoscenza, perché presente da poco sul territorio, ecc.) spesso il medico ricorre a soluzioni di fortuna. In molti casi, di fronte alla domanda di salute il medico non sa come comportarsi anche perché non può esimersi nel dare risposta. Proprio in questi casi, accanto al problema di tipo etico, il medico si sente coinvolto in un complesso ruolo educativo al fine di spiegare al paziente i propri diritti di salute. Come ha ampiamente spiegato uno degli intervistati, ne deriva la necessità di informare e coinvolgere le strutture competenti perché prendano atto di questa realtà al fine di regolarizzare la posizione di queste persone. Gli utenti non iscritti al SSN non sono sempre persone da poco presenti sul territorio, talvolta sono in 326 La presenza attesa del permesso di soggiorno perché in fase di rinnovo. Questo aspetto riflette una situazione complicata nella pratica medica in quanto “confusa”, tant’è che un medico afferma “non so nemmeno più se sono in fase di rinnovo o meno, non lo verifico più” . Un aspetto importante, peraltro ampiamente trattato dalla letteratura esistente in materia, riguarda la delicata questione dell’interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Soprattutto nelle realtà in cui l’immigrazione è oggi un fenomeno consolidato, l’IVG si presenta quale prima causa di ricovero tra la popolazione straniera. Un medico in particolare dedica ampio spazio alla questione mettendo in luce non solo quegli aspetti legati alla mentalità, alla mancanza di un sistema di prevenzione o alla povertà, bensì questioni di tipo culturale. In riferimento alla propria utenza, l’IVG è richiesta da giovani donne romene, che a trent’anni hanno già dei figli e hanno deciso di separarsi da mariti violenti. Secondo quanto rivelano alcuni medici, l’accesso all’ambulatorio delle persone straniere è molto cambiato rispetto a quanto accadeva in passato. Oltre ad essere aumentato, la tipologia di richiesta sembra avvicinarsi a quella delle persone autoctone e si rivolgono al medico in caso di patologie meno gravi, talvolta banali o anche solo per una parola di conforto. L’indagine mette in luce la problematica delle badanti come una problematica prioritaria a livello di assistenza primaria. Questa figura è divenuta una figura chiave nel panorama assistenziale italiano per la maggior parte delle famiglie che ritrovano a dover accudire una persona con scarsa autonomia. Ma l’indagine evidenzia che è divenuta una figura chiave anche per gli operatori sanitari: in primo luogo per gli stessi medici di medicina generale, alcuni dei quali dichiarano esplicitamente che “senza questa figura non si saprebbe più come fare”. Naturalmente ciò non è privo di problemi: in primo luogo, come del resto ci si poteva aspettare, ci sono problemi di comunicazione essendo divenuta la badante il principale strumento di contatto tra medico e famiglia del paziente; in secondo luogo si evidenziano problemi di preparazione specifica. E’ quindi giustificato pensare a interventi specifici per migliorare la situazione sia dal punto di vista delle condizioni di lavoro di questi operatori, sia la qualità tecnica della loro prestazione. Infine, la maggior parte dei medici intervistati riterrebbe utile per la propria professione un corso di medicina delle migrazioni che però non dovrebbe riguardare esclusivamente l’ambito clinico. Al medico, oggi, come chiaramente emerge dalle interviste effettuate, vengono richieste competenze su più fronti (culturale, religioso, giuridico, sociale, ecc.) sempre diverse a seconda del Paese di provenienza del paziente e della storia remota e presente del paziente stesso. 327 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Riferimenti bibliografici (Parte IV) AA.VV. (2002), Rapporto tra malattia e diritto alla salute: analisi dei ricoveri in regime di Day Hospital compresi tra il 1996 e il 2002, in Affronti M., Lupo M., Messina M.R. (a cura di), Tertio Millennio Ineunte: Migration, New Scenarios for Old Problems, Atti VII Consensus Conference sulla Immigrazione e V Congresso Nazionale SIMM, Erice, 19-22 maggio 2002, pp. 494-501. AA.VV. 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Una sola osservazione (I quadrimestre) per gli alunni stranieri con percorso scolastico in Italia B. Due osservazioni (I e II quadrimestre) per gli alunni stranieri neo-inseriti Alunni stranieri con percorso scolastico in Italia e alunni neo-inseriti I quadrimestre Domande Da 1 a 10 11 e 12 13 Da 14 a 18 Questionario Da 19 a 21 Da 22 a 27 fase iniziale X X durante II quadrimestre fase finale fase iniziale durante fase finale X X X X X Questionario di autovalutaz. 28 Solo per studenti stranieri neo-inseriti X X X X Da 29 a 30 Da 31 a 35 Questionario X X X Da 36 a 44 X 332 La presenza Dati anagrafici e scolastici dell’alunno (momento di rilevazione: inizio I quadrimestre) Per ottenere alcune di queste informazioni si può chiedere alla segreteria o all’alunno (rispetto normativa privacy) 1. Nazionalità:……………………..……………....................................................... 2. Genere: - maschio - femmina ® ® 4. Se l’alunno è nato all’estero in quale anno è arrivato in Italia?:………………….……................................................................................ 5. Se l’alunno è nato all’estero come è arrivato in Italia?: - direttamente con la famiglia ® - per ricongiungimento familiare ® - altro ® (specificare)……………......… 6. Nell’anno scolastico precedente l’alunno ha frequentato: - la stessa scuola ® - altra scuola in Italia ® - altra scuola all’estero ® - nessuna scuola ® 7. Nei precedenti anni scolastici (escluso l’anno in corso) in Italia ha frequentato: - asilo nido sì ® no ® - scuola infanzia sì ® no ® - scuola primaria sì ® no ® - scuola secondaria I grado sì ® no ® - scuola secondaria II grado sì ® no ® 8. Ha frequentato precedenti anni scolastici all’estero? - no ® - sì ® Se sì, specificare per quanti anni:…………………..................................................... 9. In quale classe è stato inserito al momento dell’arrivo in Italia? .........…..……… …....................................................................................................................... 10. Ci sono altri alunni stranieri nella classe - no ® - sì ® Se sì, indicare il numero e la nazionalità:................................................................... 333 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo I QUADRIMESTRE Momento della rilevazione: fase iniziale/durante/finale del I quadrimestre Check-list per l’insegnante I. Integrazione scolastica (momento di rilevazione: inizio I quadrimestre) 11. Indicare se l’alunno è A - in pari rispetto alla sua età anagrafica B - indietro di un anno rispetto alla sua età anagrafica C - indietro di 2 o più anni ® ® ® 12. Chi ha orientato l’alunno straniero verso questa scuola? - la scuola secondaria di I grado ® - la famiglia ® - scelta individuale ® - altro ® (momento di rilevazione: fine I quadrimestre) 13. L’alunno ha frequentato la scuola: A - regolarmente B - regolarmente ma ha fatto/fa molte assenze C - saltuariamente/con periodi lunghi di assenza D – è andato via perché ha cambiato scuola (ri-orientato) E – ha abbandonato la scuola ® ® ® ® ® II. Integrazione linguistica (momento di rilevazione: prima/e settimana/e del I quadrimestre) 14. Qual è il livello di conoscenza della lingua italiana ai fini della comunicazione? scritta orale A - buono ® ® B - medio ® ® C - insufficiente ® ® 15. Qual è il livello di conoscenza della lingua italiana scolastico? scritta A - buono ® B - medio ® C - insufficiente ® 334 ai fini dell’apprendimento orale ® ® ® La presenza 16. A livello linguistico, quali discipline presentano maggiori difficoltà di apprendimento e quali presentano risultati positivi? A – discipline con maggiori difficoltà:....................................................................... B – discipline con risultati positivi........................................................................... 17. Conoscenza della lingua di origine - no ® - sì ® Se sì, indicare se: - solo orale ® - orale e scritta ® 18. Conoscenza di altra/e lingua/e - no ® - sì ® Se sì quale/quali?.................................................................................................. 335 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo III. Socializzazione in classe e fuori della scuola (momento di rilevazione: dopo il 1° mese/metà del I quadrimestre) L’insegnante sottoponga a tutti i ragazzi e le ragazze della classe questo breve questionario (in fotocopia). Qui sotto si riportino soltanto i risultati relativi al ragazza/ragazzo “osservato”, indicando a margine la media delle risposte fornite dagli altri componenti la classe. 1. Mi puoi dire quanti amici hai nella tua classe? ® A - più di 5 amici B - 3-4 amici ® B - un amico, forse due ® C - non ho nessun amico nella mia classe ® 2. Mi sai dire quanti amici hai fuori della tua classe? A - più di 5 amici ® B - 3-4 amici ® B - un amico, forse due ® C - non ho nessun amico ® 3. Indicami, tra quelli segnati nell’elenco, i luoghi che frequenti (puoi dare anche più risposte): - la palestra ® - un centro di aggregazione ® - danza ® - squadre e gruppi sportivi ® - gruppi scout ® - la piscina ® - altro ® (specificare)…………………............. Le risposte date dai compagni, uno sguardo generale............................................ IMPORTANTE: Domande aggiuntive che l’insegnante dovrà porre in forma orale all’alunno straniero 4. Frequenti/ti vedi con ragazzi e ragazze provenienti dal tuo stesso paese di origine? - sì, in forma (quasi) esclusiva ® - sì, ma frequento/ho anche amici italiani e/o di altri paesi ® - no ® 5. Quali luoghi “etnici” frequenti normalmente? - sede associazione della comunità ® - Moschea/Tempio… ® - Bar gestito da un connazionale ® - altro ® (specificare)………………………. 336 La presenza - nessuno ® IV. Riannodare i fili della propria storia (momento di rilevazione: metà I quadrimestre) 19. Indicare quanto l’alunno racconta/esplicita/riporta elementi della propria storia (in riferimento al proprio paese di origine, agli aspetti culturali relativi, alla propria appartenenza…). A - ne parla in classe spontaneamente ® B - ne parla in classe su sollecitazione sempre ® in alcuni casi ® (indicare quali………......……) C - la rimuove, non ne parla mai ® 20. Partecipa a discussioni, conversazioni su usi, costumi, eventi significativi di diverse culture a confronto? A - sì, sempre ® B - sì, ma soltanto in alcuni casi ® (indicare quali......……….......) C - mai ® 21. Lo studente usa, se richiesto, la propria lingua di origine senza vergogna? A - sì, sempre ® B - sì, ma soltanto in alcuni casi ® (indicare quali……......………) C - mai ® V. Osservazioni libere dell’insegnante (momento di rilevazione: fase finale I quadrimestre) La check-list deve essere opportunamente integrata da osservazioni libere dell’insegnante/ dagli insegnanti sull’alunno in osservazione. In particolare, l’insegnante è chiamata a raccontare e descrivere dell’alunno straniero: 22. Gli atteggiamenti non verbali 22.1. Relazione con gli insegnanti 22.2. Relazione con i pari 22.3. Relazione nello spazio aula/scuola Osservazioni: .......................................................................................................................... .......................................................................................................................... .......................................................................................................................... 337 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 23. Le relazioni in classe con i pari nei momenti scolastici, di intervallo e nel tempo extrascolastico (es. mensa, attività ludiche, sportive) Indica tra le seguenti affermazioni il tuo grado di accordo. I valori ammessi sono 5: 1= per nulla d’accordo; 2=poco d’accordo; 3=abbastanza d’accordo; 4=d’accordo; 5=particolarmente d’accordo. Il ragazzo/ragazza: 23.1. Spesso se ne sta in disparte 1® 2® 3® 4® 5® 23.2. la classe ha un atteggiamento di chiusura nei suoi confronti 1® 2® 3® 4® 5® 23.3. spesso è solo nel tempo extrascolastico 1® 2® 3® 4® 5® 23.4. viene cercato, interpellato…. 1® 2® 3® 4® 5® 23.5. ricerca gli altri con esito positivo, chiede aiuto ai compagni con esito positivo 1® 2® 3® 4® 5® Osservazioni: ……………………………………………………………………………………………… ……………………………………………………………………………………………… …………………………………………………………………………........................... .......................................................................................................................... 24. L’apprendimento dell’alunno Indica tra le seguenti affermazioni il tuo grado di accordo. I valori ammessi sono 5: 1= per nulla d’accordo; 2=poco d’accordo; 3=abbastanza d’accordo; 4=d’accordo; 5=particolarmente d’accordo. Il ragazzo/ragazza: 24.1. Arriva sereno a scuola e non mostra comportamenti di fuga o di rifiuto 1® 2® 3® 4® 5® 24.2. Mostra interesse per l’attività scolastica (secondo le proprie preferenze e inclinazioni) 1® 2® 3® 4® 5® 24.3. Mostra interesse solo se sollecitato e sostenuto 1® 2® 3® 4® 5® 24.4. Si impegna nelle attività scolastiche 1® 2® 3® 4® 5® 24.5. E’ motivato ad apprendere, richiama attenzione, chiede spiegazioni, esprime dubbi e domande 1® 2® 3® 4® 5® 24.6. Quali discipline segue con difficoltà e quali con risultati positivi? Osservazioni: .......................................................................................................................... .......................................................................................................................... .......................................................................................................................... 338 La presenza 25. La relazione tra la scuola e i genitori dell’alunno straniero Indica tra le seguenti affermazioni il tuo grado di accordo. I valori ammessi sono 5: 1= per nulla d’accordo; 2=poco d’accordo; 3=abbastanza d’accordo; 4=d’accordo; 5=particolarmente d’accordo. I genitori della ragazza/ragazzo: 25.1. Sono presenti ai colloqui 1® 2® 3® 4® 5® 25.2. Sono informati, partecipano alle iniziative scolastiche 1® 2® 3® 4® 5® 25.3. Mantengono un costante rapporto con il corpo docente 1® 2® 3® 4® 5® 25.4. Si vedono saltuariamente 1® 2® 3® 4® 5® 25.5. Non si vedono mai 1® 2® 3® 4® 5® Osservazioni: .......................................................................................................................... .......................................................................................................................... .......................................................................................................................... 26. La valutazione complessiva degli apprendimenti Osservazioni: .......................................................................................................................... .......................................................................................................................... .......................................................................................................................... 27. Altro (ulteriori osservazioni su specifici punti che l’insegnate ritiene utile aggiungere. Ad esempio: far presente se il ragazzo/la ragazza ha usufruito di interventi di mediazione linguistica, facilitazione linguistica… ed esprimere la propria valutazione circa l’intervento, se il ragazzo/ragazza ne ha tratto vantaggio, quali modificazioni ha prodotto etc.) Osservazioni: .......................................................................................................................... .......................................................................................................................... .......................................................................................................................... 339 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo V. L’autovalutazione (momento rilevazione: fase finale I quadrimestre) Sottoporre allo studente (o a un gruppo di studenti) il seguente questionario. Allegare al presente Quaderno il questionario del nostro studente. 1. Chi ti ha consigliato questa scuola?.................................................................... 2. Come ti trovi?................................................................................................... 3. In quali materie hai buoni risultati? ..................................................................... 4. … e in quali trovi maggiori difficoltà? ................................................................. 5. Se hai difficoltà chi ti aiuta? .............................................................................. 6. I tuoi progetti futuri........................................................................................... 28. Nel I Quadrimestre l’alunno ha frequentato la scuola: A - regolarmente ® B - regolarmente ma ha fatto/fa molte assenze ® C - saltuariamente/si è ritirato durante l’anno scolastico ® D – è andato via perché ha cambiato scuola (ri-orientato) ® (specificare dove è andato)………........................................................................... E – ha abbandonato la scuola ® Per gli alunni stranieri con precedente percorso scolastico in Italia la compilazione del Quaderno 340 La presenza si conclude qui II QUADRIMESTRE Momento della rilevazione: fase finale e durante il II quadrimestre Questa parte va compilata solo per gli alunni stranieri neo-inseriti check-list per l’insegnante Nelle pagine seguenti viene riproposta, con alcune piccole modifiche, la check-list già vista nel I quadrimestre. Con l’obiettivo di verificare se e quali progressi si sono registrati nell’arco temporale che va dalla prima alla seconda rilevazione. I. Integrazione scolastica (momento di rilevazione: fase finale II quadrimestre) 29. L’alunno ha iniziato a frequentare nell’a.s. 2005/2006: A - a partire dall’inizio B - ad anno scolastico inoltrato C - nel II quadrimestre ® ® ® 30. Nel II quadrimestre l’alunno ha frequentato la scuola: A - regolarmente B - regolarmente ma ha fatto/fa molte assenze C - saltuariamente/si è ritirato durante l’anno scolastico D – è andato via perché ha cambiato scuola (ri-orientato) E – ha abbandonato la scuola ® ® ® ® ® II. Integrazione linguistica (momento di rilevazione: fase finale II quadrimestre) 31. Qual è il livello di conoscenza della lingua italiana ai fini della comunicazione? scritta orale A - buono ® ® B - medio ® ® C - insufficiente ® ® 32. Qual è il livello di conoscenza della lingua italiana ai fini dell’apprendimento scolastico? scritta orale A - buono ® ® B - medio ® ® 341 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo C - insufficiente ® ® 33. A livello linguistico, quali discipline presentano maggiori difficoltà di apprendimento e quali presentano risultati positivi? A – discipline con maggiori difficoltà:……………………………… B – discipline con risultati positivi………………………………… 34. Conoscenza della lingua di origine - no ® - sì ® Se sì, indicare se: - solo orale ® - orale e scritta ® 35. Conoscenza di altra/e lingua/e - no ® - sì ® Se sì quale/quali?…………………… 342 La presenza III. Socializzazione in classe e fuori della scuola (momento di rilevazione: durante II quadrimestre) L’insegnante risottoponga a tutti i ragazzi e le ragazze della classe questo breve questionario (in fotocopia). Qui sotto si riportino soltanto i risultati relativi al bambino/ ragazzo straniero “osservato”, indicando a margine la media delle risposte fornite dagli altri componenti la classe. 1. Mi puoi dire quanti amici hai nella tua classe? A - più di 5 amici ® B - 3-4 amici ® B - un amico, forse due ® C - non ho nessun amico nella mia classe ® 2. Mi sai dire quanti amici hai fuori della tua classe? A - più di 5 amici ® B - 3-4 amici ® B - un amico, forse due ® C - non ho nessun amico ® 3. Indicami, tra quelli segnati nell’elenco, i luoghi che frequenti (puoi dare anche più risposte): - la palestra ® - un centro di aggregazione ® - danza ® - squadre e gruppi sportivi ® - gruppi scout ® - la piscina ® - altro ® (specificare)…………........... Le risposte date dai compagni, uno sguardo generale:…………………………….. IMPORTANTE. Domande aggiuntive che l’insegnante dovrà porre in forma orale all’alunno straniero 4. Frequenti/ti vedi con ragazzi e ragazze provenienti dal tuo stesso paese di origine? - sì, in forma (quasi) esclusiva ® - sì, ma frequento/ho anche amici italiani ® e/o di altri paesi - no ® 5. Quali luoghi “etnici” frequenti normalmente? - sede associazione della comunità ® - Moschea/Tempio… ® 343 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo - Bar gestito da un connazionale ® - altro ® (specificare)…………........... - nessuno ® IV. Riannodare i fili della propria storia (momento di rilevazione: fase finale II quadrimestre) 36. Indicare quanto l’alunno straniero racconta/esplicita/riporta elementi della propria storia (in riferimento al proprio paese di origine, agli aspetti culturali relativi, alla propria appartenenza…). A - ne parla in classe spontaneamente ® B - ne parla in classe su sollecitazione sempre ® in alcuni casi ® (indicare quali…...…) C - la rimuove, non ne parla mai ® 37. Partecipa a discussioni, conversazioni su usi, costumi, eventi significativi di diverse culture a confronto? A - sì, sempre ® B - sì, ma soltanto in alcuni casi ® (indicare quali………) C - mai ® 38. L’alunno usa, se richiesto, la propria lingua di origine senza vergogna? A - sì, sempre ® B - sì, ma soltanto in alcuni casi ® (indicare quali......….) C - mai ® V. Osservazioni libere dell’insegnante (momento di rilevazione: fase finale del II quadrimestre) Rileggi le affermazioni, le risposte che hai dato e le osservazioni che hai svolto nel I quadrimestre su questa parte del “Quaderno”. Prova a illustrare la situazione in cui si trova adesso il ragazzo/la ragazza straniera al termine dell’anno scolastico: 39. Gli atteggiamenti non verbali .......................................................................................................................... .......................................................................................................................... .......................................................................................................................... 40. Le relazioni in classe con i pari nei momenti scolastici, di intervallo e nel tempo extrascolastico (es. mensa, attività ludiche, sportive) .......................................................................................................................... .......................................................................................................................... .......................................................................................................................... 41. L’apprendimento dell’alunno .......................................................................................................................... .......................................................................................................................... 344 La presenza .......................................................................................................................... 42. La relazione tra la scuola e i genitori dell’alunno straniero .......................................................................................................................... .......................................................................................................................... .......................................................................................................................... 43. La valutazione complessiva degli apprendimenti .......................................................................................................................... .......................................................................................................................... .......................................................................................................................... 44. Altro (ulteriori osservazioni su specifici punti che l’insegnate ritiene utile aggiungere. Ad esempio: far presente se il ragazzo ha usufruito di interventi di mediazione linguistica, facilitazione linguistica… ed esprimere la propria valutazione circa l’intervento, se il bambino ne ha tratto vantaggio, quali modificazioni ha prodotto etc.) Osservazioni: .......................................................................................................................... .......................................................................................................................... .......................................................................................................................... 345 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo ALLEGATO 2 Griglia per le interviste ai lavoratori immigrati e ai loro datori di lavoro 1) Intervista al lavoratore immigrato • Dati sociografici: età, provenienza, stato civile (precisare se ha familiari in Italia), anno di arrivo in Italia • Istruzione, esperienze professionali prima dell’immigrazione • Lavori svolti in Italia • Come è arrivato nell’attuale azienda? • Descrizione dell’inserimento e dell’evoluzione professionale • Descrizione del ruolo attuale • Quali cambiamenti ha comportato (orari, relazioni con le persone, fatica, senso di responsabilità…)? • Perché pensa di essere stato scelto? • Quali capacità ha dovuto sviluppare? • Quali competenze pensa di aver raggiunto nei diversi ambiti: tecnico-professionali; analitiche-cognitive; relazionali-comunicative-organizzative (in quali aree hanno raggiunto livelli maggiori? Dove eventualmente pensa di dover ancora migliorare?) • Ha responsabilità (ruolo gerarchico, di capo) nei confronti di lavoratori italiani? • Quali reazioni hanno avuto nei confronti della Sua promozione eventuali sottoposti e più in generale i colleghi italiani? • E i colleghi di lavoro stranieri? • Pensa che la Sua esperienza possa avere degli effetti anche per altri lavoratori immigrati? (servirà di esempio, verranno visti meglio...) • Quali sviluppi pensa avrà il Suo lavoro nel futuro? Che progetti ha? 2) Intervista al datore di lavoro • Notizie sull’azienda -settore -evoluzione -principali prodotti -organizzazione interna -numero di dipendenti -principali qualifiche... • Esperienza con manodopera immigrata -da quando, quante persone, di quale provenienza… -Come sono entrate in azienda? Canali formali o informali, se ci sono altri connazionali verificare se c’è stato un passa parola e una fiducia del datore di lavoro -Quali mansioni svolgono? -Giudizio sul loro inserimento: livelli di partenza, sviluppi successivi, rapporti con i compagni -Sono state introdotte modifiche organizzative per venire incontro a qualche loro esigenza? (accorpamento ferie, mensa…): il lavoratore immigrato ha avanzato qualche proposta o esigenza e come è stata ascoltata? 346 La presenza • • Promozione di lavoratori immigrati a ruoli qualificati -descrivere l’esperienza: quanti sono stati promossi, in quali ruoli, per quali ragioni -come sono state individuate e scelte le persone? C’erano altre persone candidate? Italiani? -Avevano esperienza o formazione precedente? -Quali capacità e attitudini hanno dimostrato? -Sono state formate o accompagnate nell’apprendimento delle nuove mansioni? -Quali competenze hanno dimostrato di aver raggiunto nei diversi ambiti: tecnicoprofessionali; analitiche-cognitive ( nell’apprendimento, ad esempio velocità di apprendere velocemente), relazionali-comunicative-organizzative (in quali aree hanno raggiunto livelli maggiori? Dove eventualmente devono ancora migliorare)? Esiti e prospettive -Come viene valutata l’esperienza? quali pensa che siano i punti critici? -Come l’hanno recepita i compagni di lavoro italiana? -Si prevedono altri sviluppi? -Pensa di assumere altri immigrati? -Secondo lei il lavoratore straniero manifesta aspirazioni di crescita? 3) Intervista a terza persona (ad un collega) • Da quanto tempo ci sono immigrati in questa azienda? • Come giudica il loro inserimento e comportamento in azienda? • Come sono visti dai lavoratori italiani? Ci sono stati problemi? • Il loro inserimento ha comportato modifiche nel modo di lavorare, o in qualche aspetto organizzativo? • Come è visto il fatto che uno (o più) lavoratori immigrati siano stati promossi a ruoli di maggiore responsabilità? • Perché pensa siano stati scelti? C’erano lavoratori italiani disponibili? • Si tratta di eccezioni, oppure pensa che nel futuro ci saranno sempre più immigrati in posizioni qualificate? • Quali capacità Le pare abbiano dimostrato? • Il loro ruolo più qualificato ha cambiato qualcosa nei rapporti tra le persone sul lavoro, in modo particolare tra italiani e immigrati? • Quale evoluzione prevede per il prossimo futuro? 347 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo ALLEGATO 3 Il questionario per le interviste ai medici di famiglia Il paziente immigrato: problemi di salute e di comunicazione negli studi medici Indagine tra i medici di medicina generale 1. Quanti dei suoi assistiti stranieri visita in media? 5 o più al giorno Da 1 a 5 alla settimana Da 1 a 5 al giorno Da 1 a 5 al mese Altro (specificare): _____________________________ 2. Da quale paese provengono gli cittadini stranieri con i quali si rapporta più spesso durante il suo lavoro (fino a tre risposte)? Albania Bulgaria India Polonia Senegal Altro: Argentina Cina Macedonia R. Dominicana Sri Lanka Bangladesh Ex-Jugoslavia Marocco Romania Tunisia Brasile Filippine Pakistan Russia Ucraina 3. Il numero delle visite domiciliari richieste dagli assistiti stranieri in media è: • inferiore a quelle richieste dagli assistiti italiani ® • uguale a quelle richieste dagli assistiti italiani ® • superiore a quelle richieste dagli assistiti italiani ® 4. Le è capitato nel corso dell’ultimo anno di visitare pazienti stranieri che non erano iscritti al SSN? • No ® • Sì ® • Non so ® 5. Se sì, sempre nel corso dell’ultimo anno, quanti pazienti non erano iscritti al SSN all’incirca? Fino a 10 Da 11 a 20 Da 21 a 30 Da 31 a 40 Da 41 a 50 Oltre 50 6. E da quale/i paese/i provenivano soprattutto (fino a tre risposte)? Albania Bulgaria India Polonia Senegal Altro: Argentina Cina Macedonia R. Dominicana Sri Lanka Bangladesh Ex-Jugoslavia Marocco Romania Tunisia 348 Brasile Filippine Pakistan Russia Ucraina La presenza 7. Se sì, secondo Lei, la maggioranza di loro perché non erano iscritti? • perché irregolari/clandestini ® • perché in fase di rinnovo del permesso di soggiorno ® • perché si erano dimenticati ® • non so ® Altro____________________________________________________________________ 8. C’è qualche considerazione che vorrebbe fare sugli accessi di pazienti non iscritti al SSN? ________________________________________________________________________ ________________________________________________________________________ ________________________________________________________________________ 9. In generale, nella relazioni professionali di assistenza ai suoi pazienti stranieri ha rilevato fino ad oggi delle difficoltà? (Esprima una valutazione da 1 a 4, dove: 1=nessuna difficoltà, 2= poche difficoltà, 3= abbastanza difficoltà; 4=molte difficoltà) Tipo di difficoltà 1 2 3 4 • Nella comunicazione per difficoltà linguistiche • Relative ad una differente visione della salute e della malattia dell’assistito • Relative ad abitudini e stili di vita del paziente tipici del suo paese di origine • Relative alla religione professata • Causate da una mancanza di fiducia da parte degli assistiti stranieri nel nostro SSN • Causate da una diffidenza da parte degli assistiti nella nostra medicina • Nella compliance relativa alla terapia • Nel trattare patologie tropicali o comunque endemiche nei paesi di origine • Per reazioni o scarsa risposta ai farmaci differenti da quelle a cui era abituato • Altro (specificare):_______________________________________ 10. Se nel suo lavoro Le è capitato di incontrare qualche difficoltà con gli assistiti stranieri, ha avuto l’impressione che queste fossero più rilevanti con i cittadini provenienti da alcuni Paesi in particolare oppure non ha notato discrepanze? • Sì, ho notato più difficoltà con quelli provenienti da alcuni Paesi in particolare ® • Sì, ho notato più difficoltà con un quelli provenienti da un Paese in particolare ® • No, non ho notato più difficoltà con i cittadini di qualche provenienza in particolare ® • Non mi è mai capitato di incontrare delle difficoltà nell’assistere i pazienti stranieri ® 349 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 11. Se sì, da quali paesi/quale paese? Albania Bulgaria India Polonia Senegal Altro: Argentina Cina Macedonia R. Dominicana Sri Lanka Bangladesh Serbia-Mont. Marocco Romania Tunisia Brasile Filippine Pakistan Russia Ucraina 12. A suo parere, perché? ________________________________________________________________________ ________________________________________________________________________ ________________________________________________________________________ 13. Sempre nelle relazioni professionali di assistenza Le è capitato di avere delle difficoltà con i suoi pazienti stranieri affetti da particolari patologie (es. croniche, malattie a trasmissione sessuale, ecc.)? • Sì, nel dover comunicare al paziente la natura stessa della patologia ® • Sì, per la compliance ® • Sì, ma è la stessa identica difficoltà che riscontro con i pazienti italiani con quelle patologie ® • No, nessuna difficoltà ® Altro____________________________________________________________________ 14. Le è capitato con i pazienti stranieri di avere delle difficoltà a prescrivere qualche farmaco o qualche esame? • No, mai ® • Sì, qualche volta ® • Sì, abbastanza ® • Sì, spesso ® • Sì, sempre ® 15. Se sì, perché? ________________________________________________________________________ ________________________________________________________________________ ________________________________________________________________________ 16. Nel corso della visita qual è la richiesta avanzata più frequentemente dai suoi assistiti stranieri? • la ricerca di un po’ di conforto ® • l’assistenza farmaceutica ® • l’assistenza specialistica ® • la visita medica ® • il ricovero ® Altro(specificare):__________________________________________________________ ________________________________________________________________________ 350 La presenza 17. Nella sua esperienza, vi sono patologie che si presentano con più frequenza nei suoi assistiti stranieri rispetto alla media degli italiani? • Si ® • No ® 18. Se sì, di quali patologie si tratta? ________________________________________________________________________ ________________________________________________________________________ ________________________________________________________________________ 19. Ha notato tra i suoi assistiti stranieri, se ci sono patologie che si presentano con più frequenza nei cittadini di qualche paese di provenienza in particolare rispetto ad altri? • Si ® • No ® 20. Se sì, quale/i nazionalità con quale patologia in particolare? ________________________________________________________________________ ________________________________________________________________________ ________________________________________________________________________ 21. In generale per quali problemi ritiene che i suoi pazienti stranieri avrebbero bisogno di aiuto (max 3 risposte)? • problemi economici ® • problemi sociali ® • problemi linguistici ® • problemi culturali ® • problemi di alimentazione ® • problemi di igiene ® • patologie più presenti in certe etnie ® • difficoltà a muoversi nel nostro sistema dei servizi ® • nessun problema ® Altro (specificare) _________________________________________________________ 22. Quale conoscenza ritiene di avere del fenomeno immigrazione? In generale: Sotto il profilo sanitario: Nessuna ® Nessuna ® Scarsa ® Scarsa ® Sufficiente ® Sufficiente ® Discreta ® Discreta ® Ottima ® Ottima ® 23. Ritiene che Le potrebbe essere utile per la sua professione frequentare un corso di medicina delle migrazioni? • Si ® • No ® 351 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 24. Se sì, cosa Le potrebbe facilitare maggiormente la frequenza ad un corso (possibile dare più di una risposta)? • La possibilità di frequentarlo alla domenica ® • La possibilità di frequentarlo il sabato pomeriggio ® • La possibilità di frequentarlo in orario serale ® • la possibilità di frequentarlo nella sua Provincia ® • Non so ® Altro:____________________________________________________________________ 25. Tra le sue pazienti straniere, che Lei sappia, ci sono delle assistenti familiari, le cosiddette “badanti”? • No, nessuna ® • Sì, qualcuna ® • Sì, abbastanza ® • Sì, molte ® 26. In caso affermativo, loro professione? • Sì • No • Non saprei a suo parere soffrono di qualche patologia attribuibile alla ® ® ® 27. Se sì, mi saprebbe dire quale e perché? ________________________________________________________________________ ________________________________________________________________________ ________________________________________________________________________ 28. Sempre se tra i suoi assistiti ci sono delle badanti, Le sembra che queste prestino un’attenzione sufficiente alla propria salute? • Sì ® • No ® • Non saprei ® 29. Secondo Lei, quanti dei suoi assistiti italiani in età geriatrica hanno una “badante” straniera? • Nessuno ® • Qualcuno ® • Abbastanza ® • Molti ® 30. Le capita che i suoi assistiti vengano accompagnati dalla “badante” alle visite? • Mai ® • Raramente ® • Abbastanza ® • Spesso ® • Sempre ® 352 La presenza 31. Le capita che la “badante” faccia da tramite nelle comunicazioni tra Lei e il suo assistito e/o i suoi famigliari? • Mai ® • Raramente ® • Abbastanza ® • Spesso ® • Sempre ® 32. Le è sembrato che le badanti abbiano qualche difficoltà nell’assistere gli anziani? • Sì, di comunicazione per problemi linguistici ® • Sì, dovute ad una mancanza di preparazione specifica per la professione di assistente ® • Sì, imputabili alle differenze culturali (tra assistito e badante) ® • Sì, imputabili alle differenze di età (tra assistito e badante) ® • Altro (specificare)______________________________________________________ • Nessuna difficoltà ® 33. Ha qualche altro giudizio da esprimere sul fenomeno delle cosiddette badanti? • Sì ® • No ® 34. Se sì, quale? ________________________________________________________________________ ________________________________________________________________________ ________________________________________________________________________ Dati del medico Sesso: M ® F ® Età: <40 40-50 >50 ® ® ® Quanti sono gli assistiti stranieri dell’intervistato Meno di 10 Tra 10 e 20 Tra 20 e 30 Tra 30 e 40 Tra 40 e 50 Tra 50 e 100 Tra 100 e 200 Oltre 200 Percentuale sul totale degli assistiti?________________________________________ 353 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo 354 La presenza GLI AUTORI LA SEZIONE IMMIGRAZIONE DELL’OSSERVATORIO PROVINCIALE SULLE POLITICHE SOCIALI UCODEP 355 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Gli Autori Sandra Bartolucci è dipendente a tempo indeterminato della USL 8 di Arezzo con la qualifica di Collaboratore Tecnico nella Unità Operativa Sistema Informativo. Ha collaborato alla stesura di varie edizione del “Piano di Salute” della Città di Arezzo e della Provincia di Arezzo, nonché alla redazione dei rapporti sulla salute della popolazione immigrata in Provincia di Arezzo per la Sezione Immigrazione dell’Osservatorio Sociale Provinciale (rapporti n. 5/2003 e n. 15/2006). Fabio Berti è professore associato di Sociologia presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Siena dove tiene anche il corso di Sociologia delle migrazioni. E’ il coordinatore della Sezione immigrazione dell’Osservatorio sociale della Provincia di Siena e fa parte del Centro interuniversitario sulla cooperazione e l’intercultura. Tra le sue pubblicazioni più recenti si ricordano: Per una sociologia della comunità (FrancoAngeli 2005); Il lavoro immigrato fra integrazione e nuove forme di marginalizzazione, in L. Luatti (a cura di) La città plurale (EMI 2006); le curatele dei volumi In cerca di identità (FrancoAngeli 2006); Immigrazione e lavoro con M. Ambrosini (FrancoAngeli 2003); Carcere e detenuti stranieri con F. Malevoli (FrancoAngeli 2004); Lezioni di cultura islamica con M. Salem Elsheikh (Cantagalli 2003). Valentina Cioncolini, laureata in Antropologia Culturale presso l’Università di Siena, collabora con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Siena all’organizzazione di eventi culturali. Ha conseguito il diploma di master in Diritti Umani e Azione Umanitaria dell’Università di Siena, al termine del quale ha svolto uno stage presso l’Ufficio Immigrazione di Ucodep. Ha fondato nel 2006 “Oltre Babele”, Associazione per la Mediazione dei Conflitti. Giuseppe Cirinei dal 1990 è socio fondatore della associazione Ucodep di Arezzo e dal 1997 al 2005 ne è stato presidente. Per Ucodep si è occupato di progetti di cooperazione internazionale ed in particolare di cooperazione decentrata. Per conto del “Comitato aretino per la cooperazione decentrata”, ha diretto, tra il 1997 e il 2003 i progetti “Appoggio al sistema locale di salute della provincia di Salcedo in Repubblica Dominicana” fase I, fase II e fase III; in questa veste ha partecipato a diverse missioni tecniche in Repubblica Dominicana. Attualmente è membro del Consiglio direttivo di Ucodep e si occupa di politiche per l’immigrazione; collabora con la Sezione Immigrazione dell’Osservatorio Provinciale delle Politiche Sociali di Arezzo, per la quale ha curato gli ultimi rapporti sulla salute e l’accesso alle strutture sanitarie da parte degli immigrati. In precedenza ha svolto la sua carriera lavorativa presso la USL 21 del Casentino e l’Azienda Usl 8 di Arezzo, in qualità di responsabile della Unità Operativa del Sistema Informativo ed ha pubblicato testi e articoli sull’organizzazione dei servizi sanitari. Giovanna Vittoria Dallari, medico responsabile del Progetto Salute Migranti ed Indigenti, del Dipartimento dell’Integrazione Sociale e Sanitaria dell’Azienda USL di Bologna, si occupa da diverso tempo della salute degli stranieri nel nostro Paese. Ha fatto parte del consiglio di presidenza della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, ha collaborato con il CNEL ed è stata coordinatrice del gruppo HPH-Ospedale interculturale dell’Emilia- 356 La presenza Romagna. Insegna in numerosi corsi, di alcuni dei quali è anche direttore scientifico, e in particolare è docente al Corso di Laurea in Tecniche di Radiologia Medica per Immagini e Radioterapia della Facoltà di Medicina e Chirurgia di Bologna, del Master di 1° livello in Cure ed assistenza transculturali–multietniche nel Campo della salute e del welfare presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia (Facoltà di Medicina e Chirurgia). È stata responsabile scientifico di vari progetti di ricerca finanziati dal Ministero della Salute, tra cui recentemente per Bologna del progetto interregionale “Sperimentazione interregionale per combattere le disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari”, per il quale ha curato con M. Affronti e D. Carrillo anche gli atti del convegno conclusivo. È altresì autrice di numerose pubblicazioni di management sanitario e di medicina delle migrazioni. Graziella Favaro si occupa da vari anni di apprendimento-insegnamento dell’italiano L2, di inserimento scolastico degli alunni immigrati e di educazione interculturale. E’ consulente scientifica dell’INDIRE per la sezione “Educazione interculturale”. E’ fondatrice e consulente pedagogica del Centro COME di Milano. Fra i suoi testi più recenti: Didattica Interculturale con D. Demetrio (FrancoAngeli 2002); Alfabeti interculturali (Guerini 2000); Insegnare l’italiano agli alunni stranieri (La Nuova Italia 2002); Come un pesce fuor d’acqua (a sua cura con M. Napoli, Guerini 2002); Capirsi diversi. Idee e pratiche di mediazione interculturale con M. Fumagalli (Carocci 2004); L’intercultura dalla A alla Z (FrancoAngeli 2004, a sua cura con L. Luatti); Nello stesso nido. Famiglie e bambini stranieri nei servizi educativi, con S. Mantovani e T. Musatti (FrancoAngeli 2006). Dirige le Collane “La melagrana. Idee e metodi/Ricerche e progetti per l’intercultura” (FrancoAngeli) e “Storie sconfinate” (Carthusia) di fiabe e narrazioni bilingui. Marco La Mastra, statistico, è responsabile dell’Osservatorio sulle Politiche Sociali della Provincia di Arezzo dal 1997 e collabora con l’Università degli Studi di Firenze gestendo un modulo di insegnamento inerente i Sistemi Informativi nel corso di laurea in Servizio Sociale presso la Facoltà di Scienze Politiche. I suoi contributi più recenti sono contenuti nei seguenti volumi: La realtà giovanile in provincia di Arezzo con Istituto IARD (Arezzo 2006); Secondo rapporto sulla povertà in provincia di Arezzo (Arezzo 2005); E’ stata e… sarà un’impresa – Creazione di un consorzio fra le cooperative sociali di tipo B della Provincia di Arezzo (Arezzo 2005); Gli Osservatori Provinciali Sociali con Formez (Napoli 2005); Profilo di salute della città di Arezzo - 2004 (Arezzo 2004); L’immigrazione straniera in provincia di Arezzo. Rapporto 2003 (Arezzo 2003). Lorenzo Luatti collabora con il Centro di Documentazione Città di Arezzo e con la Ong Ucodep, e coordina, per conto di quest’ultima associazione, la Sezione Immigrazione dell’Osservatorio Sociale della Provincia di Arezzo. Collabora, inoltre, con le riviste “Cem Mondialità” ed “Educazione interculturale”, di cui è redattore. I suoi contributi più recenti sono contenuti nei seguenti volumi (usciti a sua cura): L’immigrazione straniera in provincia di Arezzo. Rapporto 2003 (Provincia di Arezzo-Ucodep 2003); L’intercultura dalla A alla Z, con G. Favaro (FrancoAngeli 2004); Il Mondo in classe. Educare alla cittadinanza nella scuola multiculturale (Ucodep 2006), La città plurale. Trasformazioni urbane e servizi interculturali (EMI 2006), Atlante della mediazione linguistico culturale (FrancoAngeli 2006). E’ autore di tre volumi su testi e materiali interculturali per ragazzi e insegnanti delle scuole primarie e secondarie di I e II grado (Il Mondo in uno scaffale, Ucodep 2002, 2003 e 2004). 357 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Alessandra Pedone è responsabile dello Staff della Direzione Aziendale della USL 8 di Arezzo. Coordina il Gruppo Intercultura regionale e aziendale all’interno del Progetto HPH (Health Promoting Hospitals) promosso dall’OMS e a cui ha aderito la Regione Toscana. In tale contesto, segue i piani di formazione e aggiornamento del personale sociosanitario sui temi riguardanti la salute degli stranieri, favorisce le iniziative per migliorare l’accessibilità ai servizi quali la predisposizione di materiale informativo in più lingue e la presenza della mediazione linguistica culturale. Rappresenta l’azienda sanitaria nel Comitato di Cooperazione Decentrata con la Repubblica Dominicana per i progetti sanitari e di formazione del personale. E’ coordinatore del Progetto “Città Sane” dell’OMS a cui partecipa il Comune di Arezzo come città progetto. In tale contesto segue la realizzazione dei Profili di Salute in cui sono inseriti indicatori specifici sulla salute degli stranieri e dei Piani di Salute in cui sono sviluppati progetti specifici di miglioramento dello stato di salute degli stessi. Debora Previti è laureata in psicologia clinica presso l’Università degli Studi di Padova, con la tesi “Il parto in Italia della donna infibulata. Una indagine sul campo“ per la quale ha avuto diversi riconoscimenti (II edizione del Premio Nazionale di Etica e Pratica Medica “Gemma Gherson“ dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della provincia di Trento, 2002; Premio dell’Accademia di Medicina di Torino e di Etnostoria di Palermo: Targa d’Argento 2003; Premio Luciana Sassatelli dell’Osservatorio delle Immigrazioni di Bologna, 2004). Dal 2005 fa parte del Progetto Salute Migranti ed Indigenti dell’Azienda USL di Bologna, per cui segue attività di ricerca e divulgazione scientifica nell’ambito del progetto finanziato dal Ministero della Salute “Sperimentazione interregionale per combattere le disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari“ si è occupata dell’accessibilità ai programmi di screening delle donne straniere e italiane di fascia economica svantaggiata. È autrice di diverse pubblicazioni riguardanti il fenomeno migratorio. Rosa Pugliese è ricercatrice in Didattica delle Lingue Moderne presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Bologna, dove insegna Didattica dell’italiano L2. Dal 1998 al 2005 ha insegnato Glottodidattica e Scrittura di base presso l’Università di Siena-sede di Arezzo. Si occupa da vari anni di italiano come lingua seconda e di scrittura per scopi accademici. I suoi attuali interessi di ricerca si focalizzano sulla comunicazione istituzionale e sulla comunicazione interculturale. Tra le pubblicazioni recenti: In viaggio con Trenitalia. Linguaggi e strategie comunicative di un’azienda, in F. Della Corte et al. (a cura di), QOL (Quaderni dell’Osservatorio Linguistico), Vol. III 2004-2005, SBC Edizioni, Ravenna; Manuale di scrittura (BUP, 2006); Constructing the other: discursive processes in academic and social labelling, in W. Herrlitz & R. Maier (eds.) Dialogues in and around multicultural schools (Max Niemeyer Verlag, Tubingen 2005). Barbara Tellini collabora con Ucodep in vari progetti dell’Ufficio Immigrazione. E’ ricercatrice della Sezione Immigrazione dell’Osservatorio Sociale della Provincia di Arezzo, e ha redatto varie indagini e ricerche sul fenomeno migratorio a livello locale. Stefania Ricci si è laureata all’Università di Bologna in Scienze Politiche, indirizzo politico-sociale, con una tesi sul rapporto tra integrazione ed identità culturale. Dal 2003 fa parte del Progetto Salute Migranti ed Indigenti dell’Azienda USL di Bologna, per cui 358 La presenza segue le attività di formazione, ricerca e divulgazione scientifica. Nell’ambito del progetto finanziato dal Ministero della Salute “Sperimentazione interregionale per combattere le disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari” si è occupata del rapporto tra medici e pediatri di famiglia e paziente immigrato e dell’accessibilità ai programmi di screening delle donne straniere e italiane di fascia economica svantaggiata. È autrice di diverse pubblicazioni sulla salute dei migranti. 359 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo La Sezione Immigrazione dell’Osservatorio Provinciale sulle Politiche Sociali Scheda di presentazione Dal 2001 è attiva, presso l’Osservatorio Provinciale sulle Politiche Sociali, la Sezione Immigrazione a cui è demandato il compito di raccogliere ed analizzare un’ampia e diversificata tipologia di dati concernenti il fenomeno dell’immigrazione straniera in provincia di Arezzo. Partner operativi della Sezione sono: Provincia di Arezzo, Ucodep e Università degli Studi di Siena - sede di Arezzo Obiettivo generale della Sezione è supportare, attraverso apposite analisi, la programmazione delle politiche sociali, lavorative ed educative nel territorio della provincia di Arezzo. Gli obiettivi specifici • Favorire la raccolta di dati, informazioni e l’elaborazione di analisi adeguate, puntuali, tempestive sul fenomeno dell’immigrazione; • promuovere, attraverso analisi qualitative, l’approfondimento e la conoscenza di alcuni aspetti particolarmente significativi o problematici; • facilitare l’attività di monitoraggio del processo di integrazione della popolazione immigrata, attraverso un sistema di indicatori di integrazione; • promuovere la condivisione e messa in rete delle conoscenze, competenze e informazioni dei soggetti che a vario titolo si occupano di immigrati, per superare la frammentarietà e la sporadicità degli interventi. La struttura organizzativa • Comitato Direttivo: è il soggetto istituzionale della Sezione Immigrazione ed è composto dai rappresentanti dei partner operativi; • Comitato scientifico: è composto da alcuni esperti nazionali sui temi oggetto di ricerca da parte della Sezione Immigrazione che svolgono attività di consulenza; • Gruppo Operativo: è composto da 3 tecnici referenti partner della Sezione Immigrazione, a cui è demandato i compito di svolgere il coordinamento operativo delle attività. Di volta in volta vengono attivati i seguenti Tavoli: • Tavolo Locale: è il soggetto istituzionale di tipo consultivo della Sezione Immigrazione. Vi fanno parte i soggetti del territorio locale che svolgono un ruolo di sicura rilevanza nel settore immigrazione • Tavoli Tematici: raggruppati in base all’area tematica di competenza, i Tavoli Tematici sono le articolazioni operative del Tavolo Locale. Vi partecipa un referente per ogni soggetto fonte, sia esso presente o non nel Tavolo Locale. 360 La presenza Le attività Attività consultiva Riunioni tra Comitato Direttivo e Tavoli Locale e Tematici Raccordo con altri Osservatori sull’Immigrazione a livello regionale e nazionale Attività di ricerca Attivazione dei flussi dati e informazioni Elaborazione di report tematici Elaborazione del “Rapporto Annuale sull’Immigrazione” Pubblicizzazione e diffusione attività Immissione dati e informazioni sui siti della Provincia di Arezzo e di Ucodep Presentazione dei Report tematici e del Rapporto sull’immigrazione Seminari di studio I rapporti della Sezione Immigrazione sono reperibili nei siti internet della provincia di Arezzo, alla pagine dell’Osservatorio Provinciale sulle Politiche Sociali (www.provincia. arezzo.it) e di Ucodep, alla pagina relativa alle attività dell’Ufficio Immigrazione (www. ucodep.org). Pubblicazioni della Sezione Immigrazione Rapporti tematici Rapporto n. 0 – Gli immigrati stranieri in provincia di Arezzo. La presenza regolare al 1° gennaio 2002. Rapporto di sintesi (giugno 2002) Rapporto n. 1 – Bambini e ragazzi stranieri nelle scuole della provincia di Arezzo. Anno scolastico 2001/02 (settembre 2002) Rapporto n. 2 – Inserimento lavorativo degli immigrati in provincia di Arezzo. Il lavoro dipendente (ottobre 2002) Rapporto n. 3 – Lavoro autonomo e immigrazione in provincia di Arezzo (novembre 2002) Rapporto n. 4 – I minori stranieri in provincia di Arezzo (dicembre 2002) Rapporto n. 5 – Salute degli immigrati e ricorso alle strutture sanitarie in provincia di Arezzo – anno 2002 (marzo 2003) Rapporto n. 6 – La presenza degli stranieri in provincia di Arezzo all’1.01.2003 (giugno 2003) Rapporto n. 7 – Immigrati stranieri in provincia di Arezzo. La presenza regolare all’1.01.2004 (marzo 2004) Rapporto n. 8 – L’imprenditoria immigrata in provincia di Arezzo (aprile 2004) Rapporto n. 9 – La presenza degli alunni stranieri in provincia di Arezzo (a.s. 2003/04) (maggio 2004) Rapporto n. 10 – L’esperienza del Campo Nomadi ad Arezzo (giugno 2004) Rapporto n. 11 – La presenza degli immigrati in provincia di Arezzo. I dati sui permessi di soggiorno al 1° gennaio 2005 (marzo 2005) Rapporto n. 12 – Immigrazione e lavoro in provincia di Arezzo. I. Il lavoro dipendente (al 1° gennaio 2005) (aprile 2005) 361 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Rapporto n. 13 - Immigrazione e lavoro in provincia di Arezzo. II. Il lavoro autonomo (al 1° gennaio 2005) (aprile 2005) Rapporto n. 14 - La presenza degli alunni stranieri in provincia di Arezzo (a.s. 2004/05) (settembre 2005) Rapporto n. 15 - Salute degli immigrati e ricorso alle strutture sanitarie in provincia di Arezzo – anno 2005 (febbraio 2006) Rapporto n. 16 – La presenza degli stranieri in provincia di Arezzo all’1.01.2006 (settembre 2006) Rapporto n. 17 – La presenza degli alunni stranieri in provincia di Arezzo. A.s. 2005-2006 (settembre 2006) Rapporto n. 18 – Immigrazione e lavoro in provincia di Arezzo. II. Il lavoro autonomo (al 1° gennaio 2006) (novembre 2006) Rapporto n. 19 – Immigrazione e lavoro in provincia di Arezzo. I. Il lavoro dipendente (al 1° gennaio 2006) (dicembre 2006) Rapporti generali Luatti L., La Mastra M. (a cura di), L’immigrazione straniera in provincia di Arezzo. Presenza, inserimento scolastico e lavorativo, Provincia di Arezzo-Ucodep (Studi e ricerche n. 3), Arezzo, 2001 Luatti L., Ortolano I., La Mastra M. (a cura di), L’immigrazione straniera in provincia di Arezzo. Rapporto 2003, Provincia di Arezzo-Ucodep (Studi e ricerche n. 5), Arezzo, novembre 2003 Luatti L., La Mastra M. (a cura di), Terzo Rapporto sull’immigrazione straniera in provincia di Arezzo, Provincia di Arezzo-Ucodep (Studi e ricerche n. 7), Arezzo, 2007. 362 La presenza UCODEP E’ un’organizzazione non governativa autonoma e senza fini di lucro, riconosciuta dal Ministero Affari Esteri italiano. Fondata nel 1976 su valori di solidarietà, giustizia, equità, sobrietà, democrazia e partecipazione, opera in Italia, in Europa e nel mondo con l’obiettivo di contribuire alla costruzione di società dove siano soddisfatti i bisogni fondamentali di tutti e dove sia possibile la convivenza pacifica di culture e stili di vita diversi. In particolare, Ucodep è impegnata nella promozione di una cultura aperta al futuro, di una società interculturale e non discriminante, di un’economia solidale, di una cooperazione partecipata. Nell’ambito della promozione di una società interculturale e non discriminante, Ucodep realizza progetti, attività e servizi, tra cui: Mediazione linguistico culturale Dal 2001 Ucodep promuove e eroga servizi di mediazione linguistico-culturale. Numerose e diversificate le strutture che beneficiano di questo servizio, per lo più situate nelle province di Arezzo e Firenze: questure, Centri per l’integrazione, ASL, Case Circondariali, Comuni, scuole di ogni ordine e grado. Consulenza e formazione per amministratori e operatori dei servizi pubblici Su richiesta e in collaborazione con enti e istituzioni, Ucodep offre formazione e consulenza a amministratori e operatori al fine di accrescere le loro competenze in ambito interculturale e supportare l’introduzione di prassi e modifiche organizzative che facilitano l’accesso e l’utilizzo dei servizi da parte della popolazione immigrata residente. Supporto per l’accoglienza e inserimento degli alunni stranieri Con la collaborazione del Centro di Documentazione Città di Arezzo, associazione di secondo livello che Ucodep contribuisce a gestire, Ucodep promuove e realizza formazione e consulenza per insegnanti e interventi diretti a supporto dell’apprendimento della lingua italiana e di una più efficace comunicazione scuola-famiglia. Lotta alla discriminazione e pari opportunità Dal 2002 Ucodep ha accresciuto il suo impegno nell’ambito della lotta alla discriminazione. In collaborazione con il Ministero del Welfare italiano, ha realizzato due progetti per promuovere il “Programma d’azione europeo di lotta alla discriminazione”. Ha poi partecipato a un progetto di scambio e diffusione di buone prassi in ambito scolastico e della polizia, in cui erano coinvolte anche organizzazioni austriache, spagnole e tedesche. Nell’anno accademico 2005/2006, in collaborazione con l’Università di Firenze, ha sperimentato un Modulo universitario sulla tutela dei diritti delle persone discriminate. Promozione dell’inserimento lavorativo degli immigrati Ormai da vari anni, l’associazione opera a favore dell’inserimento lavorativo della popolazione immigrata residente. A tal fine, oltre a gestire corsi di formazione in collaborazione con associazioni di categoria, ha promosso e realizzato un progetto Leonardo per sperimentare prassi e strumenti che facilitino il riconoscimento delle competenze degli immigrati e il successivo orientamento ai fini dell’inserimento lavorativo. 363 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Documentazione e ricerca Ucodep promuove e realizza pubblicazioni sull’educazione interculturale e sul fenomeno migratorio. Dal 2002 l’associazione, in collaborazione con la Provincia e l’Università di Siena, ha dato vita a un Osservatorio sul fenomeno migratorio, che realizza rapporti periodici sulla presenza degli immigrati nella provincia di Arezzo e su singoli aspetti del fenomeno migratorio e dell’integrazione. Dal 2005 Ucodep produce un bilancio sociale annuale che rende conto del suo operato. I rapporti, ed altre informazioni sull’associazione, sono reperibili sul sito www.ucodep.org. Indirizzo: Ucodep - Via Madonna del Prato, 42 - 52100 Arezzo - tel. 0575.401780 - fax 0575.401772 - [email protected] - [email protected] - www.ucodep.org. 364 La presenza Volumi pubblicati nella Collana “Studi e Ricerche” di UCODEP 1. Cirinei G., Comanducci F. (a cura di), Da Copenaghen ad Arezzo. Analisi preliminare per una misurazione dello sviluppo sociale nella città di Arezzo, Arezzo, 2001. 2. Renzetti R., Luatti L. (a cura di), Facilitare l’incontro. Il ruolo e le funzioni del mediatore linguistico-culturale, Arezzo, 2001. 3. Luatti L., La Mastra M. (a cura di), L’immigrazione straniera in provincia di Arezzo. Presenza, inserimento scolastico e lavorativo, Provincia di Arezzo,Ucodep, Arezzo, 2001. 4. Gregorio M., Dal Piaz A. (a cura di), Seattle ’99: l’informazione negata. Sud del Mondo e squilibri Nord/Sud nei media italiani, Arezzo, 2001. 5. Luatti L., Ortolano I., La Mastra M. (a cura di), L’immigrazione straniera in provincia di Arezzo. Rapporto 2003, Provincia di Arezzo, Ucodep, Università di Siena, Arezzo, 2003. 6. Mazzali A., Zupi M. (a cura di), Finanza Locale per lo sviluppo del Sud del mondo. Alcune esperienze innovative in Europa, Cespi e Ucodep, Arezzo, 2004. 7. Luatti L., La Mastra M. (a cura di), Terzo Rapporto sull’immigrazione straniera in provincia di Arezzo, Provincia di Arezzo, Ucodep, Università di Siena, Arezzo, 2007. 365 Terzo Rapporto sull’immigrazione in provincia di Arezzo Finito di stampare nel mese di aprile 2007 dalla Litograf Editor s.r.l. di Città di Castello (Pg) 366