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LE DELIZIE DI UNA VACANZANZIANI
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C
hi si ricorda di Guglielmo Inglese? Pochi, suppongo: però ve lo dico io chi
era.
Era quel caratterista del cinema italiano degli anni ’40-50 del Novecento
che si sentì dire da Totò: “Buon uomo, lei in Italia è un ospite”, e che a Walter Chiari,
che recitava la parte di un testimone in un processo di pretura, lui, che faceva la parte
di un cancelliere, disse: “Alzate la mano e dite lo ggioro”.
Uno che parlava alla Guglielmo Inglese, due miei amici, marito e moglie di una certa
età, se lo trovarono come commensale nella sala da pranzo piuttosto disadorna
dell’Hotel Barmoral di Miramare di Rimini, quello in fondo a Viale Andria proprio
poco prima della ferrovia.
Quel tipo non era al loro tavolo, ma era capotavola di una dozzina di pugliesi di
Montemurlo che avevano al seguito mogli e cognate tutte appena uscite dalla
parrucchiera e con le unghie laccate di rosso.
Il resto della comitiva (Vacanzanziani: soggiorni balneari e montani per la terza età
organizzati dal consiglio di quartiere Centro, ma aperti a chiunque ne faceva richiesta
per tempo: di qui la presenza dei pugliesi di Montemurlo) era composto da una
trentina di donne ed una decina di uomini: dai vari accenti, oltre ai pugliesi molti
sembravano pratesi o fiorentini della Piana, ed i rimanenti campani ma non
necessariamente napoletani.
Uno di questi, uno spilungone dallo sguardo truce e con moglie alta quanto un soldo
di cacio, pareva uscito da un film-sceneggiata di Mario Merola, ove avrebbe potuto
recitare comodamente nella parte di O’Malamente.
Altri, erano tipi piuttosto anonimi che apparivano la mattina a colazione in canottiera
alla camionista insieme alle rispettive mogli.
Uomini soli non ce n’erano; al contrario, c’erano molte donne sole e per di più tutte
vedove e tutte pronte a spiattellare racconti a base del mi’povero marito.
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I miei due amici avevano scelto quel tipo di compagnia e quel tipo di vacanza un po’
per celia e un po’ per non morir di noia in una città che si stava svuotando già dai
primi di Luglio, ed anche per un motivo strettamente bottegaio: la vacanza sulla costa
romagnola, tutto sommato, era a buon mercato perché, oltre all’albergo con pensione
completa ed al bagno, l’organizzazione offriva anche il viaggio in pullman andata e
ritorno.
C’era, teoricamente, anche la possibilità di fare un po’ di turismo, andando, con i
servizi pubblici che non dovevano mancare, alla scoperta di quella Romagna solatia
dolce paese cui regnarono i Guidi e i Malatesta che era ancora nei loro ricordi di
scuola; dei tempi, cioè di quando le cose belle - e in questo caso le belle poesie in
rima - venivano fatte studiare a memoria.
Per di più c’era la possibilità di un abbinamento mare-terme perché avevano scoperto
via Internet che a Rimini, e poco lontano da Miramare, c’è uno stabilimento di
talassoterapia che andava a fagiolo per il loro bisogno annuale di inalazioni ed
insufflazioni.
Gli anni prima, si erano arrangiati facendo avanti e indietro con Montecatini ove
facevano queste cure inalatorie alle Terme Leopoldine, quelle tutte in travertino quasi
in fondo al Viale Verdi, a cento metri dal Tettuccio.
Ma era una cosa faticosa: prima il treno fino alla stazioncina pomposamente chiamata
Montecatini Centro, poi una lunga scarpinata a piedi fino alla Leopoldine con tappa
obbligata al Bar Biondi con vista di tardone e di gente dal sesso ambiguo assidua
frequentatrice della zona.
Esaurite le formalità burocratiche e le pendenze amministrative, i nostri due coniugi
ebbero dall’organizzazione una comunicazione con la quale si davano
raccomandazioni un po’ infermieristiche – tipo: portare con sé il libretto sanitario e i
farmaci di uso quotidiano - accompagnate dall’indicazione del luogo della partenza:
alle sette e mezzo dal piazzale del tribunale.
Centro Pecci, raccordo autostradale e poi, finalmente, Autostrada del Sole con grande
goduria dell’autista che non se la vedeva mezza di togliersi dal traffico: e via con
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Roncobilaccio, Piandelvoglio e gli altri posti noti solo per le tormente invernali e le
code di decine di chilometri sotto la neve, al gelo e schiacciati tra un autotreno ed una
bisarca.
Aria condizionata quel che basta, ed animatore che ogni tanto tentava la freddura.
Poi, Bologna e l’inevitabile ingorgo al raccordo tra la suddetta Autostrada del Sole e
quella Adriatica, con fermata di una mezzoretta sotto il solleone, ma con in bella vista
il cartellone verde che indica l’aereoporto di Borgo Panigale.
“Di qui è partita la mi’ognata – disse ad alta voce una donna – quando andiede con la
su ditta in vaanza premio alle Mardive.”
Poi, una fermata per un caffè ed una pipì in un autogrill fra nugoli di gente seminuda,
e di nuovo via, fra frutteti a perdita d’occhio e i vigneti del Lambrusco, fino al tanto
sospirato cartello indicante Rimini ed il centro commerciale Le Befane.
Toh! Sapevano dell’arrivo di quelle del mi’povero marito.
L’animatore prese il microfono ed annunciò che, in albergo, ci sarebbe stato un
aperitivo di benvenuto e che la giornata era dedicata all’approccio con lo stabilimento
balneare ed alla scelta di ombrelloni e sdraie.
Sistemarono le valige alla bell’e meglio e si diedero una rinfrescata, ma mal gliene
incolse perché, scesi nella hall (meglio sarebbe dire ingresso) per l’aperitivo di
benvenuto, trovarono sui tavoli i vassoi vuoti con qualche patatina Pai ed una mezza
bottiglia di spuma.
Tutto era già stato sbafato dalla comitiva, che non aveva neanche portato su le valige
pur di ingoiare pistacchi e salatini e tracannare cochecole e fante; ora era già
stravaccata sulle poltroncine di plastica del resede in attesa del pranzo delle dodici e
mezza.
Stabilimento balneare: molto bello e molto in stile romagnolo con spogliatoi fatti
apposta per una clientela solo alberghiera che arriva al bagno già con il costume sotto
le vesti . Ombrelloni con sdraie e lettini rigorosamente suddivisi albergo per albergo
con precisione da geometra, sabbia fine, fondali per non nuotatori, pochi vuccumprà
perché già cacciati a viva forza fin dai primordi della stagione.
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Tutto il contrario di quanto succede in Versilia e nella Riviera Apuana, dove le
cabine, sdraie ed ombrelloni sono affittati alle famiglie per tutta la stagione, ed ove i
vuccumprà si fanno vivi ogni trenta secondi.
Non si parli, poi, di Liguria dove, per entrare negli stabilimenti balneari, si paga il
biglietto d’ingresso: poi, si paga di nuovo cabina, sdraia ed ombrellone, ammesso che
sia possibile piantarlo fra i sassi grossi così o negli scogli; vuccumprà ovunque,
anche nei bagni di scoglio con equilibrismi da camoscio.
Approccio con l’albergo Barmoral, ove sicuramente non avevano mai soggiornato né
Carlo principe di Galles né Camilla duchessa di Cornovaglia: era di tre stelle, ma
francamente ne meritava sì e no due.
Unica differenza con le ex pensioncine di una volta, l’ascensore.
Per il resto, cose piuttosto banali e camere che davano tutte sulla strada o su cortili;
vista mare neanche a parlarne, anche perché il mare non era a settanta metri come
pubblicizzato in un sito Internet, ma a un centocinquanta-duecento metri, previo
attraversamento a piedi della strada nazionale Adriatica ove è continuo il passaggio,
non solo di auto, moto, filobus e pullman di ogni nazionalità, ma anche di
autobetoniere gigantesche dirette a dei cantieri non lontani da Miramare.
La maggior parte delle camere erano esposte a mezzogiorno, quindi colpite dal
solleone dalla mattina alle sette di sera alle nove e passa.
Aria condizionata, niente per via della faccenda delle stelle: se l’albergo Barmoral la
avesse avuta, sarebbe salito d’acchito alle quattro stelle che lo avrebbero posto fuori
mercato, data la posizione infelice. Era, infatti, su una strada di difficile accesso, per
di più lontana sì e no cinquanta metri dalla ferrovia, ove il passaggio di treni
passeggeri e merci della linea adriatica era continua, con fracasso quasi infernale
giorno e notte.
Le camere erano dunque piccoli forni, e, se si tenevano aperte le finestre, c’era da
rischiare la disidatrazione.
A loro capitò una di queste camere esposte a mezzogiorno, e fu subito protesta della
moglie presso l’animatore, che girò la grana al proprietario.
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Quest’ultimo si difese dicendo che la camera loro assegnata era stata per vent’anni di
una coppia di Iolo che vi aveva soggiornato proprio in quel periodo di canicola senza
aver mai notato niente di strano. Cosa confermata dall’accompagnatore che disse che
loro erano l’eccezione, in quanto il resto della comitiva era di ventennale fedeltà
all’albergo Barmoral perché vi si era sempre trovata a meraviglia.
Minacce di andare dai carabinieri, e promessa di un condizionatore portatile per dare
un po’ di frescura alla camera ardente e riuscire a far dormire la signora.
Il condizionatore portatile, noleggiato pare in un negozio di elettrodomestici di
Rimini, ci mise quattro giorni a compiere il tragitto dal centro della città a Miramare,
ma alla fine arrivò.
Approccio con la sala da pranzo: avvenne quando la comitiva si precipitò, alle dodici
e mezza in punto come se avesse suonato la campanella, su per le scale per andar a
prendere posto e mangiare al più presto possibile.
Loro, essendo all’oscuro del fatto che l’assalto entrasse anch’esso nella tradizione
dell’albergo Barmoral e della sua spettabile clientela, si misero per ultimi in coda ed,
una volta arrivati al primo piano, ebbero la sensazione di vivere una fotocopia di
quanto era successo qualche ora prima per l’aperitivo di benvenuto.
Dell’antipasto di verdure era rimasto solo qualche altro vassoio vuoto, ad esclusione
di quello di granturco bollito tipo quello che si trova nei supermercati col marchio
Bonduelle, e di qualche acciuga in carpione lasciata lì perché giudicata acida.
A loro toccò un tavolino a due a fianco ad una colonna e vi si sistemarono, mentre in
tutta la sala scoppiava un fracasso di voci, urli, sbatacchio di piatti e di stoviglie che
definir casino è un eufemismo.
La comitiva, dopo aver ingurgitato ampie scodelle di quell’antipasto di verdure del
quale loro erano rimasti senza, si gettò a capofitto su pastasciutte al ragù e lasagne
alla bolognese, per continuare con cosce di pollo e braciole di ciccia pomposamente
chiamate Paillard dal proprietario dell’albergo, che riceveva in omaggio delle riviste
di cucina ove si parlava dei cuochi francesi che hanno fatto la storia della cucina;
italiana e romagnola comprese.
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Frutta di stagione che sapeva solo di frigorifero di Cesena; il tutto annaffiato da
caraffe di Tavernello alternato a Gaiosello, Marinello e Riminello.
Poi, alle due e mezzo, sotto il solleone che lardellava, tutti al mare alla barba dei
consigli medico-televisivi per gli anziani: evitare le ore più calde della giornata e
tutto quel che segue.
Approccio con l’animatore: gli fecero subito una domanda da un milione di dollari, e
cioè cosa proponeva l’organizzazione per l’escursione di un giorno compresa nel
prezzo: San Marino, San Leo, Gradara, Cattolica ove gente degli scorsi anni era stata
e si era divertita?
Nulla di tutto questo, ma casomai un’incursione ad Italia in Miniatura pagando un
piccolo supplemento. Se il parco tematico non interessava, rivolgersi a Berlusconi.
E cosa c’entrava Berlusconi?
Sì c’entrava eccome, perché aveva tagliato i fondi ai comuni ed alle Usl per il turismo
sociale, e se non ce n’è non se ne spende. Lo aveva detto anche la televisione e se lo
aveva detto la televisione vuol dire che era vero.
Alla sera dopocena, comunque, gare di scopa e di briscola assicurate.
C’erano diversi mazzi di carte: sia piemontesi sia napoletane.
Anzi, di più: l’indomani sera sarebbero andati tutti in Viale Oliveti dove c’era festa,
per vedere la danza del ventre fuori da un locale egiziano ed ad ascoltare, davanti alla
gelateria, le canzoni dei Pooh, di Cocciante e di Baglioni, Marcella, Patty Pravo e la
Berté e tutte le canzoni di hipparé.
Approccio con le Terme di Rimini: molto migliore, in un ambiente ampio ed elegante
ricavato dalla ristrutturazione di un’ex colonia marina dell’Opera Balilla, dei tempi
delle campagne antitubercolari.
Era stata chiusa nel ’45 dal CNL - come tutte le altre di tutta l’Italia – su imbeccata
degli inglesi, perché testimonianza dell’aborrito regime liberticida e bastonatore.
Sessanta anni sono tanti anche per delle costruzioni che dovevano essere dei piccoli
capolavori dell’architettura razionale altrimenti detta littoria: ma tant’è un po’ l’odio
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politico, un po’ la burocrazia romana, un po’ l’aumento continuo dei costi delle
imprese edili, avevano fatto trascorrere gli anni inutilmente.
Fino a che l’Italia non scoprì, pochi anni fa, che nella parola inglese wellness si
nascondeva quella più casereccia di starbene.
E, allora, vai con le terme ed i centri benessere, e Rimini non poteva esser da meno,
tantopiù che si poteva sfruttare la novità della talassoterapia, cura pressoché
sconosciuta in Italia.
Le cure consistenti in inalazioni, insufflazioni ed aerosol, furono fatte da ambedue i
coniugi con la massima soddisfazione, anche se le terme non erano proprio a
duecento metri a piedi dall’albergo Barmoral come aveva asserito il suo proprietario
interpellato per tempo telefonicamente, ma ad un chilometro e mezzo. Si era reso
quindi necessario prendere tutti i pomeriggi il solito autobus numero 11; questa volta,
però, direzione Riccione.
Di fatto, dunque, niente ausilio dell’animatore che non animava granché, e mare la
mattina e terme di pomeriggio come nel programma iniziale.
Non restava che l’elemento turismo culturale a buon mercato, anche perché i
manifesti letti per strada parlavano di due mostre di alto livello, confermate da un
breve colloquio con l’impiegata di turno all’ufficietto di Miramare dell’Apt.
Si trattava di due manifestazioni che coinvolgevano il mondo dell’archeologia,
trattando, una, il ritrovamento a Rimini dei resti di un’abitazione romana del secondo
secolo dopo Cristo, e, l’altra, la riscoperta del mondo antico da parte dei primi
scultori italiani del Medioevo che gravitavano sulla corte di Federico II a Castel del
Monte: quello del centesimo di euro.
Altra domanda da un milione di dollari all’animatore, e cioè dove potevano essere
ubicati sia il museo civico di Rimini, sia il Castel Sismondo, sedi delle due mostre,
rispetto al capolinea dell’11.
La risposta intelligente fu che non aveva mai preso l’11 e nessuno della comitiva era
mai stato nel centro di Rimini. Quindi, niente museo civico e niente rocca
malatestiana.
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L’inconveniente fu superato chiedendo informazioni a un conducente dell’11: che,
anzi, aggiunse che Alberto Angela aveva visitato pochi giorni prima il museo civico,
perché ospita quello che era stato trovato pochi anni fa nella cosiddetta casa del
chirurgo: pinze, bisturi, cateteri ed altri strumenti arrugginiti da quasi duemila anni di
sepoltura, ma non molto dissimili da quelli usati tutt’oggi e che vengono citati
quando la cronaca nera dei giornali e delle televisioni deve occuparsi di sanità.
Quanto alla scoperta della Romagna solatia dolce paese, poco da fare perché le
escursioni organizzate dalle agenzie locali partivano tutte irrimediabilmente nel
primo pomeriggio e, cure termali a parte, era un bell’azzardo viaggiare, sì, con
pullman con aria condizionata, ma dopo averlo aspettato sotto un sole tanto feroce
che avrebbe ucciso un toro.
Così passarono ben presto le due settimane; all’atto della partenza ci fu un rinfresco a
base di bibite analcoliche (pardon: soft-drinks) e patatine Pai, e poi tutti di nuovo via
in autostrada non dopo aver costeggiato il centro commerciale Le Befane con relativo
contorno di freddure.
Al ritorno a casa, mi telefonarono e diedi loro due notiziole su due fatti accaduti nel
frattempo: una, agra, riguardava un loro conoscente comune che aveva una filatura e
che era stato costretto a chiuderla dai debiti, mettendo sul lastrico una trentina di
dipendenti; l’altra, dolce, che due loro coetanei si erano sposati in gran segreto e che
contavano di vivere ancora molto tempo felici del loro amore di serie A.
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