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cineforum Anno XVII
I FILM VISTI: 1 Il cacciatore di aquiloni • 2 Sanguepazzo • 3 Amore, bugie e calcetto • 4 Pa-ra-da • 5 Un amore senza
tempo • 6 Pranzo di ferragosto • 7 Il papà di Giovanna • 8 Mamma mia! • 9 Miracolo a Sant’Anna • 10 Giù al nord
• 11 Changeling • 12 The burning plain • 13 Si può fare • 14 Nessuna verità • 15 Machan • 16 The Millionaire
• 17 Solo un padre • 18 Il bambino con il pigiama a righe • 19 Australia • 20 Come dio comanda • 21 Revolutionary road
Marzo 2009
lun 30 ore 20.45
mar 31 ore 21.00
Aprile 2009
merc 1 ore 21.15
Regia
Jan Sverak
~
Interpreti
Zdenek Sverak, Tatiana
Vilhelmová, Daniela
Kolarova, Alena Vránová,
Jirí Machacek, Miroslav
Táborský, Martin Pechlát,
Nella Boudová, Jan Budar,
Pavel Landovský, Filip
Renc, Jirí Schmitzer,
Ladislav Smoljak, Vera
Tichánková, Ondrej
Vetchy, Jan Vlasák
~
Anno
Repubblica ceca,
Gran Bretagna, 2007
~
Genere
Commedia
~
Durata
100’
Vuoti a rendere
S
ono la coppia meno edipica del cinema mondiale.
Eppure sono padre e figlio. Zdenek scrive e interpreta. Jan dirige. Attenzione: il regista è il figlio, di solito
accade il contrario. E questo già dice la tenera eccentricità di Vuoti a rendere, terzo capitolo di una trilogia resa celebre da Kolya (Oscar '96). L'ambientazione è particolare (la Praga neocapitalista di oggi). Il tema universale: la vecchiaia. Meglio: l'invecchiare insieme. Joseph infatti ha una moglie ma
cerca, come dire?, di non pensarci troppo.
Spiritoso e vitale com'è, farebbe di tutto per
non annoiarsi. Dunque cambia lavoro più volte
(insegnante, pony express, magazziniere...).
Sogna a occhi aperti. Si concede complicate
fantasie erotiche (se sono solo fantasie).
Insomma partecipa divertito allo spettacolo del
mondo cercando di non essere mai troppo vicino né troppo lontano. Nel frattempo accasa un coetaneo bisbetico, "piazza" la figlia abbandonata a un collega ignaro, scopre di poter provare, oltre che ispirare, gelosia. Il tutto raccontato con un tocco lieve e scanzonato come lo sbuffo d'aria calda che porta in alto la mongolfiera nel gran finale. Troppo in alto o troppo in basso? Troppo pericoloso o non abbastanza? Poco importa
in fondo. L'essenziale è continuare a volare.
Fabio Ferzetti (Il Messaggero)
V
uoti a rendere è molto più di un film. Il pur divertente e acuto film ceco, campione d'incassi, ha una
storia dietro più bella e affascinante di quella che porta
dentro. Se apparentemente è l'abile conclusione della
trilogia della famiglia Sverak - i De Sica della
Repubblica Ceca, Jan, il figlio regista e Zdenek, il padre
sceneggiatore e attore - la realizzazione di quest'opera
annunciata e molto attesa ha rappresentato uno dei più
affascinanti viaggi nel mondo del cinema. Sverak raccontò l'infanzia nel delizioso Scuola elementare e si rivolse all'età adulta per il premio Oscar 1996 per il miglior film straniero Kolya. Doveva e voleva arrivare alla
terza età, concludere la vita di un uomo che aveva visto
crescere nel suo cinema. Ed era suo padre la vittima designata, anche come attore. Sicuri del progetto, decisero di dedicargli un documentario, Tatinek (papà).
Voleva essere celebrativo, divenne uno psico-cinedramma, con uno scontro familiare e creativo tra le due
generazioni. Nel 2004, questo Lost in la Mancha dell'est
si concluse con una separazione, anche fisica, tra il cast
22
e papà Zdenek. Che però avendo grinta e tigna da vendere, in un anno ha riscritto il film. Il risultato è un passo indietro, ma diverte e intrattiene, con una leggerezza
sentimentale che sceglie strade dirette e semplici per
raccontare una terza età un po' troppo rassicurante.
Nulla a che vedere con Pranzo di ferragosto, che pur gli
si avvicina nello stile e nello spirito, e neanche con l'hard Wolke 9 , che l'amore ai tempi degli 80 lo racconta tra le pieghe di un letto caldo e sensuale. Qui siamo in
Anziani: gioie e dolori
della terza età.
una casa piccolo borghese, due insegnanti in pensione e
lui c'è andato da poco. Si ritrovano e riscoprono un
amore stanco, tra le preoccupazioni di lei (Daniela
Kolarova, bravissima) per la figlia bigotta (Tatiana
Vilhelmova) e le fantasie ero(t)iche di lui, esilaranti e
goffe, sempre ambientate in treni con controllore discinte. Se il ménage affaticato e il marito farfallone e stakanovista sembra banalotto, il carisma di Zdenek
Sverak e i suoi commenti sul mondo e sui familiari sono
le cose migliori, le più intelligenti, trovando la sua realizzazione proprio nello sportello dei vuoti a rendere di
un supermercato. Ben girato e scritto, si sta bene in sala
senza sentirsi troppo scorretti. Si può fare.
Boris Sollazzo - Liberazione)
S
offerto ma spiritoso finale della trilogia (vedi Kolya)
di Jan Sverak che scrittura papà Zdeneck, qui un
professore cèco che deve decidere cosa farà da vecchio.
Fra problemi concreti (fare il pony in moto!) ed esistenziali (sogni erotici alla Fellini) alla fine lavorerà in un
supermercato diventando l' ago della bilancia degli affetti del gruppo, mentre la moglie ha un tentativo sentimentale a vuoto. La terza età funziona al cinema e se qui
non c'è un pranzo di Ferragosto, il tono del racconto è di
esemplare, acida misura, non sbanda nella retorica né
nel pietismo, inquadra bene i passaggi e i paesaggi interiori del prof. che alla fine festeggia 40 anni di matrimonio con un viaggio pure simbolico in mongolfiera, come
il nonnino di Giulietta degli spiriti. Cast ottimo e vario,
la sceneggiatura garantisce attenzione per tutta una serie di indovinati, buffi caratteri femminili.
Maurizio Porro - Il Corriere della Sera)
Aprile 2009
lun 6 ore 20.45
mar 7 ore 21.00
merc 8 ore 21.15
Regia
Gus Van Sant
~
Interpreti
Sean Penn, Emile Hirsch,
Josh Brolin, Diego Luna,
James Franco, Alison Pill,
Victor Garber, Denis
O'Hare, Joseph Cross,
Stephen Spinella, Lucas
Grabeel, Brandon Boyce,
Zvi Howard Rosenman,
Kelvin Yu, Jeff Koons, Ted
Jan Roberts, Robert Boyd
Holbrook.
Anno
USA, 2008
~
Genere
Biografico
~
Durata
128’
~
Vincitore
Oscar 2009
Miglior attore Sean Penn
Miglior sceneggiatura
23
Milk
T
ra i migliori registi in attività oggi, Gus Van Sant
alterna film decisamente indipendenti con produzioni mainstream, più tradizionali e interpretate da
star. Quel che è certo, è che non fa mai cose banali.
Come in questo Milk, biografia dell’attivista gay “nominata” all’Oscar (e prima ai Golden Globes), sia come miglior film sia per l’interpretazione (davvero notevole) di Sean Penn. Compiuti da poco i quarant’anni, Harvey Milk si trasferisce con il compagno Scott
nel quartiere popolare di Castro, San Francisco, che
sta diventando porto franco per gli omosessuali, all’epoca apertamente perseguitati, picchiati, additati al
pubblico disprezzo come pericolosi pervertiti.
Gradualmente, si scopre una tempra di combattente e
un forte istinto politico, un carisma di eroe per caso
che lo obbliga a farsi paladino dei diritti della comunità gay. Bocciato più volte alle elezioni non si tira indietro, ma ritenta fin quando, nel 1977, è eletto nel
“board of supervisors” (i consiglieri comunali) di
Frisco, amministrata dal sindaco George Moscone. Da
lì, promuove una battaglia civile per difendere i cittadini dai licenziamenti per orientamento sessuale;
inoltre, deve parare
i colpi dell’integralismo religioso rappresentato da Anita
Bryant (una specie
di Sarah Palin dell’epoca) e battersi
contro un referendum statale che mira a cacciare dalle
scuole gli insegnanti gay e chi li sostiene. Abile oratore,
Milk affronta bene i
dibattiti televisivi;
ma soprattutto sa
mobilitare le piazze, con l’aiuto di un gruppo di giovani militanti che ha convinto a sposare la causa. (...)
Nei casi di biopic basati su vicende reali, è uso compiacersi se il regista non fa il santino del protagonista.
In Milk, però, c’è parecchio di più. Van Sant immerge
lo spettatore in un perfetto contesto d’epoca, mischiando la pellicola nuova (trattata con colori anni
70, alla “Woodstock”) a riprese di repertorio, con l’aggiunta di idee originali: come lo split-screen, il mosaico visivo che suddivide lo schermo in tanti piccoli
schermi, a restituire il corrispondente visivo del “passaparola”.
Altro merito, quello di non enfatizzare o additare
troppo gli elementi già “forti” del film: come la trasformazione della politica in spettacolo, per la quale
gli anni 70 furono decisivi, o una sorta di fatalismo
drammatico implicito negli eventi (...).
Saggiamente, il regista sceglie la via del dramma a
freddo, mentre delega l’implicita essenza melodrammatica alle note di “Tosca”, opera molto amata dal-
l’attivista. Quanto a Penn (ma ai Globes gli è stato
preferito Rourke), si cala nel personaggio con l’intensità dolente degli adepti del “metodo” Actor’s Studio,
tirando fuori la parte femminile che è in lui, come in
ciascun uomo. Lo contrasta bene Josh Brolin, che abbiamo appena visto nella pelle di George W. Bush.
Roberto Nepoti - La Repubblica
S
ean Penn, che ha adesso 48 anni, diventa sempre
più bravo, coraggioso e maturo, come attore e regista, come persona: davvero per questo Milk di Gus
Van Sant dovrebbero premiare con l’Oscar una sua interpretazione eccellente. Milk è Harvey Milk, primo
gay americano ad avere un incarico pubblico notevole a San Francisco e popolarissimo attivista del movimento per i diritti degli omosessuali (...).
Il film segue gli ultimi otto anni della sua vita, da
quando, trasferitosi da New York a San Francisco (uno
dei pochi luoghi in cui negli Anni Settanta i gay potevano vivere con relativa libertà), aprì nel quartiere
Castro un piccolo negozio di fotografia, divenuto presto un centro di aggregazione e organizzazione per il
movimento gay. Per quattro volte, tenacemente, si
presentò alle elezioni amministrative.
La quarta volta venne eletto consigliere comunale.
L’orgoglio omosex
dell'attivista Sean Penn:
una storia che evita la
trappola della retorica.
Continuò sino alla morte a battersi per i diritti dei gay,
contro la Proposition 6 che intendeva espellere i gay
dalla scuola pubblica e da ogni ufficio statale, dando
appoggio all’adozione della Rainbow Flag, la bandiera
arcobaleno, come simbolo della LGBT (l'associazione
di lesbiche, gay, bisessuali, transgender) (...). Nel
1985 il documentario The Times of Harvey Milk di
Rob Epstein vinse l’Oscar.
Milk è un film bello, importante, appassionante: e
non soltanto perché è uno dei pochi in cui i gay non
vengano rappresentati come vittime tragico-sentimentali o come personaggi comico-grotteschi.
Il regista Gus Van Sant sa stabilire un equilibrio tra vita pubblica e privata, tra militanti e amanti; sa evocare il movimento gay americano dei Settanta non soltanto con esattezza storica, ma con assoluta mancanza
di manierismi; sa presentare le battaglie gay contro il
pregiudizio come lotte sindacali e insieme come avventure umane, non ancora concluse.
E Sean Penn, spiritoso, leggero, amoroso, senza alcuna
retorica, ricco di ardire, recita un personaggio bellissimo. Da non perdere.
Lietta Tornabuoni - La Stampa
Aprile 2009
lun 13 ore 20.45
mar 14 ore 21.00
merc 15 ore 21.15
Il curioso caso di
Benjamin Button
U
Regia
David Fincher
~
Interpreti
Brad Pitt, Cate Blanchett,
Tilda Swinton, Julia
Ormond, Jason Flemyng,
Taraji P. Henson, Lance E.
Nichols, Elias Koteas, Faune
A. Chambers, Donna
DuPlantier, Jacob Tolano,
Ed Metzger, David Jensen,
Joeanna Sayler,
Mahershalalhashbaz Ali,
Fiona Hale, Jared Harris,
Joel Bissonnette
~
Anno
USA, 2008
~
Genere
Drammatico
~
Durata
159’
~
Vincitore
Oscar 2009
Miglior scenografia
Miglior trucco
Migliori effetti speciali
n lungo flashback, che parte dal presente di un letto d'ospedale dove una madre lascia che la figlia
legga il diario della sua vita.
Si aprono le pagine e si torna
indietro nel tempo, all'epoca
in cui (fine della Prima guerra mondiale) un uomo inventò un orologio che camminava all'indietro nella speranza
di veder tornare dalla guerra
suo figlio morto sul campo. E'
lo stesso giorno in cui un neonato affetto da sindrome di
Hutchinson-Gilford (nato
vecchio) viene abbandonato
sulle scale di un pensionato.
E' l'inizio del Curioso caso di
Benjamin Button film di David Fincher ( Seven , Fight
Club , The Game ) tratto da un breve racconto di
Francis Scott Fitzgerald del 1922. A trasformarlo in
una pellicola di tre ore e con 13 candidature all'Oscar è
stati una squadra di sceneggiatori infinita (da Robin
Swicord a Charlie Kaufman, fino a Eric Roth. Si sono
passati la palla ad ogni cambio di regista) e il risultato
ha un suo fascino. Perché alla fine veniamo non solo a
conoscenza della vita al contrario di Benjamin (un
Brad Pitt incartapecorito dal trucco per due terzi del
film), del suo incontro folgorante con l'amore (che li
incontra lei bambina, lui ancora anziano), del magico
momento in cui l'età anagrafica dei due si sfiora e poi
del punto di svolta, discesa senza freni verso l'adolescenza fino all'infanzia portatrice di morte. Di tutto
questo, Fincher fa soprattutto un film sul "tempo", fatto di vènto e di ore, di stagioni e di rughe, di pagliette e
guerre, le cui folate ci attraversano incuranti dei nostri
liberi arbitri. (...) Il soffio del tempo si sente e lascia
un'emozione struggente.
Roberta Ronconi - Liberazione
G
razie al ruolo di Benjamin Button, nato ottantenne e morto bambino, l'attore è il candidato favorito per la statuetta. Qui il regista del film (con altre dodici nomination) parla di come ha scelto questa storia e il
suo protagonista: «Oltre che bello è molto bravo. Ma è
meglio che non si sappia in giro»
Potrebbe la nostra vita essere migliore se invece di dover invecchiare potes simo ringiovanire? George
Bernard Shaw disse che la giovinezza è sprecata nei giovani e Mark Twain lamentò che il meglio della vita è all'inizio e tutto il peggio alla fine: quanto preferibile sarebbe godere della giovinezza con l'esperienza di chi ha
già vissuto, di chi sa apprezzarla...
Da questa malinconica fantasia nasce Il curioso caso di
Benjamin Button, storia di un uomo che vive la propria
vita al contrario: nato come un piccolo ottuagenario rugoso, affetto dagli acciacchi tipici dell'età avanzata, con
il trascorrere degli anni recupera energia, prestanza e vi-
24
rilità. Per poi lentamente scivolare verso l'infanzia e alla fine spegnersi per non essere ancora nato.
È il settimo film di David Fincher, regista di Fight Club
e Zodiac, tratto da un breve racconto che Francis Scott
Fitzgerald scrisse nel 1921, incuriosito dalle parole di
Twain. Ed è un film bellissimo, premiato dal botteghino
americano e dall'Academy, che gli ha assegnato tredici
Il tempo protagonista
delle nostre emozioni.
candidature all'Oscar. Raccontata in flashback da una
vecchia in punto di morte alla figlia in un ospedale di
New Orleans, mentre l'uragano Katrina, fra scrosci di
pioggia violentissima, sta per abbattersi su di loro, la storia di Benjamin, che la donna ha amato, diviene la metafora dell'inadeguatezza di ognuno di fronte alla vita e
l'amore, la transitorietà dei rapporti e dei momenti che
riusciamo a spartire con gli altri.
Benjamin (Brad Pitt) è, almeno in apparenza, un vecchio quando incontra la prima volta Daisy bambina
(che da adulta è interpretata da Cate Blanchett). Le vite dei due si sfioreranno per anni, finché in apparenza le
loro età saranno compatibili. Due esseri che hanno già
sperimentato i sentimenti e il dolore ora sono capaci di
scegliere di amarsi, finché le correnti opposte che guidano il trascorrere dei loro anni li separeranno nuovamente. In definitiva, per gran parte della nostra vita,
siamo «troppo giovani o troppo vecchi», come cantava
Bette Davis degli uomini che la guerra non aveva chiamato a combattere.
Fincher era interessato al progetto dal '92 e l'idea di portare sullo schermo questo «curioso caso», che nelle poche pagine del racconto includeva la Guerra di secessione, affascinava Hollywood dagli anni Sessanta. Solo
che era troppo difficile, troppo costoso. Tanto che persino Steven Spielberg rinunciò. Poi, sei anni fa, Eric
Roth, sceneggiatore di Forrest Gump, scrisse un adattamento che partiva dalla Prima guerra mondiale e che
dell'originale conservava solo l'idea di partenza.
«Ed era finalmente possibile girarlo» racconta Fincher
«perché con la tecnologia digitale si poteva fare ormai
quasi tutto. Siamo stati costretti a sperimentare, a volte
sbagliando, durante un periodo di preparazione che
sembrava non dover mai finire, ma possiamo essere fieri del risultato».
Mentre la Blanchett è progressivamente invecchiata
dal trucco, Pitt, con un magnifico esercizio di sovrimpressioni, dà tracce del suo volto al neonato vecchio
dell'inizio e attraversa ogni fase della sua vita per cedere
il posto a un bambino solo nel finale. «Se avessimo avuto ancora più soldi, saremmo riuscito a fargli interpretare anche quello. Ma spendere di più sarebbe stato irragionevole» ammette il regista.
Claudio Masenza - Ciak
Aprile 2009
lun 20 ore 20.45
mar 21 ore 21.00
merc 22 ore 21.15
Regia
Bryan Singer
~
Interpreti
Tom Cruise, Kenneth
Branagh, Bill Nighy, Tom
Wilkinson, Carice van
Houten, Thomas
Kretschmann, Terence
Stamp, Eddie Izzard, Jamie
Parker, Christian Berkel,
Tom Hollander, Julian
Morris, Kenneth Cranham,
Kevin McNally, Harvey
Friedman, David Schofield,
Andy Gatjen, Halina Reijn,
Werner Daehn, David
Bamber, Matthias
Schweighöfer.
~
Anno
USA, Germania, 2008
~
Genere
Thriller
~
Durata
120’
Operazione Valchiria 25
A
volte la mente fa strani scherzi. A proposito di un
film che si presenta seriamente, parlo di
Operazione Valchiria, mi riaffiora a sorpresa un ricordo
buffo. Molti anni fa, a un festival di Locarno, un tipo
estroso che fra amici chiamavamo la Madre Badessa,
volle trascinarci al vicino cimitero di Minusio per visitare la tomba di Stefan George
(1868-1933). Trovammo la lapide
del poeta ingombra di fogliame e rifiuti, tanto che la nostra guida pretese
dal custode una ramazza e montò in
piedi sull’avello per spazzarlo. Ci raccontò, dall’alto dell’insolita tribuna,
che George si era ritirato in quel tranquillo angolo del Ticino per prendere
le distanze dalle convulsioni politiche della Germania. Ma quando morì la corona inviata ai suoi funerali dal
ministro Goebbels non fu ritirata, rimase a marcire nel deposito della stazione. Fu una decisione degli adepti di «un circolo molto esclusivo» di cui facevano parte i fratelli von
Stauffenberg, antica nobiltà, incluso il sottotenente
conte Claus. Proprio il militare che una decina d’anni
più tardi, avendo subìto nel ’43 in Tunisia la perdita dell’occhio sinistro, della mano destra e di due dita dell’altra, ed essendo pervenuto al grado di colonnello dello
stato maggiore, avrebbe attentato alla vita di Hitler. Sul
personaggio vale la pena di leggere un puntuale libretto
di Peter Steinbach edito da Bruno Mondadori:
«Testimone nel fuoco». Lo animarono idealismo, patriottismo e senso del dovere: lo stesso amalgama che
motiva la poesia di George, indiscusso maestro dei patrioti «diversi». Scoppiata la guerra, Stauffenberg si mostrò leale con i nemici e corretto verso la popolazione civile, mettendosi così in contrasto con gli alti comandi
adusi a comportamenti ben peggiori. Ne derivò un’opposizione sempre più articolata. Fu così che
Stauffenberg si trasformò in un aspirante chirurgo della
storia: come Bruto, Bresci e gli altri che nei secoli hanno tentato di modificare a mano armata i destini della
patria. Sotto tale profilo, fallita la vasta congiura che riuscendo avrebbe risparmiato al mondo ulteriori milioni
di vittime, Claus fu atrocemente denigrato. Perfino il
New York Times, nel dare la notizia, lo chiamò «the assassin»: bella gratitudine da parte americana, non c’è
che dire. E gli alleati non mossero un dito per aiutare gli
antinazisti: «Sono fatti loro», dissero all’epoca. A lavare l’onta arriva Tom Cruise, che in Operazione
Valchiria, da ispirato europeo di complemento, illustra
il tormentato itinerario spirituale dell’eroe.
Sull’argomento c’era già stato, con parecchi altri, un
film di Pabst non molto riuscito, Accadde il 20 luglio
(1955). Sarà che l’inglese è una lingua abbastanza vicina al tedesco, ma qui gli attori anglosassoni (Kenneth
Branagh, Terence Stamp, Tom Wilkinson e compagni)
parlano e si comportano come veri ufficiali della
Wehrmacht. Notevole anche David Bomber, grigio e
viscido nella raffigurazione del Fuehrer annidato nella
Tana del Lupo. Da accreditare al controllo rigoroso del
regista Bryan Singer la perfetta ricostruzione ambienta-
le, gli impeccabili costumi, la suggestiva fotografia; ma
soprattutto il coraggio di non concedere niente al romanzesco. Perfino al tenero rapporto di Claus con la
moglie si accenna soltanto e con insolita sobrietà. Chi
al cinema cerca solo lo spettacolo ne esce magari annoiato, ma chi sa approfittare dell’occasione impara cose importanti. Assume evidenza un contesto dal quale,
giocando il caso la sua parte imprevedibile, si desume il
disordine, l’incertezza e il generale intontimento di
un’epoca. Il miserabile e sanguinoso balletto che segue
Il giorno in cui Hitler
sarebbe dovuto morire.
la falsa notizia della morte di Hitler, diffusa e poi smentita, è qualcosa che non si era mai percepita con tanta
chiarezza. E anche se il film non lo dice, il grido finale di
Stauffenberg («Lunga vita alla santa Germania!») nacque proprio a Minusio fra i catecumeni di Stefan
George.
Tullio Kezich - Il Corriere della Sera
B
attaglia di dimensioni epiche: da una parte Tom
Cruise, ex re delle stelle di Hollywood e dall’altra
un personaggio storico come Adolf Hitler. Ecco il complotto organizzato da uomini che il 20 luglio del 1944
osarono sfidare il male. La mattina del 20 luglio 1944 il
colonello Claus von Stauffenberg (lo interpreta Tom
Cruise), arrivò al quartier generale di Adolf Hitler in
Prussia per partecipare ad una riunione; l’uomo portava
con sé una valigetta esplosiva. Entrato nella sala, alla
presenza del führer, Stauffenberg attivò il timer, impostandolo a sei minuti. Senza farsi notare uscì dalla stanza: quando si trovò a 200 metri di distanza vide l’esplosione. Sfortunatamente qualcuno all’ultimo minuto
aveva involontariamente spostato la valigetta. Questo
spostamento e il resistente materiale del tavolo salvarono la vita a Hitler che ne uscì incolume nonostante i diversi morti provocati dallo scoppio. Stauffenberg rientrò a Berlino, pensando di essere riuscito nell’attentato
(...). Questo fu il triste esito dell’operazione Valchiria,
ovvero il tentativo di uccisione di Adolf Hitler e rovesciamento del terzo Reich da parte di alcuni uomini ancora puri all’interno delle S.S. Diretto da Bryan Singer
e sceneggiato dal premio Oscar Christopher McQuarrie
(lo stesso duo de I soliti sospetti), il film è il primo grande progetto internazionale di Tom Cruise come produttore con la sua nuova United Artists. La star americana
fa grande gioco di squadra, circondandosi dei migliori
attori del cinema europeo. Un cast all british che comprende Terence Stamp, Bill Nighy e Kenneth Branagh.
Singer sottolinea l’importanza che questa storia venga
raccontata anche oltre i confini tedeschi: “È la prova
che non tutti supportavano Hitler e che c’era anche una
resistenza militare. Uomini che hanno avuto il coraggio
di reagire e dire no. Più approfondivo le mie ricerche
storiche, più mi rendevo conto che era una storia memorabile”.
www.primissima.it
Aprile 2009
lun 27 ore 20.45
mar 28 ore 21.00
merc 29 ore 21.15
Regia
Giovanni Veronesi
~
Interpreti
Carlo Verdone,
Sergio Castellitto,
Riccardo Scamarcio,
Ksenia Rappoport,
Dario Bandiera,
Remo Girone,
Makram Khoury,
Valeria Solarino,
Elena Presti,
Ottaviano Blitch
Anno
Italia, 2009
~
Genere
Commedia
~
Durata
116’
26
Italians
B
eppe Severgnïni è il giornalista del Corriere che da
anni tiene una rubrica di dialogo con i lettori.
Giovanni Veronesi è il regista che ne ha preso in prestito
il titolo per un film sui vizi dei nostri connazionali. Ecco il
loro faccia a faccia.
Beppe Severgnini «Italians? Bel titolo».
Giovanni Veronesi «Grazie. Cioè, volevo dire: grazie a te
e al Corriere della Sera per avercelo prestato». (...)
BSEV «Puoi spiegare, brevemente, la trama dei due episodi di Italians, il film?».
GVE «Il primo episodio racconta di un carico di Ferrati
rubate che viene trasportato in camion dall'Italia agli
Emirati Arabi. I due camionisti - Castellitto e Scamarcio
- usano il viaggio per avviare un rapporto d'amicizia e di
iniziazione tra vecchia e nuova generazione. Sono due tipologie di italiani che viaggiano. Uno, Castellitto, è più
arrogante e sbruffone; l'altro, Scamarcio, è invece più logico e idealista. Nel secondo episodio si racconta la storia
di un dentista molto borghese - Verdone - che si trova coinvolto in una vicenda assurda, in una San Pietroburgo
popolata da nuovi ricchi e mafiosi».
BSEV «A chi è venuto in mente di raccontare le avventure degli italiani all'estero? A te, al produttore Aurelio
De Laurentiis? A qualcun altro?».
GVE «I: idea di fare un film sugli italiani all'estero è di De
Laurentiis. Solo che lui voleva lavorare sui connazionali di successo, io invece ho pensato che mi stavano più simpatici personaggi normali o perlomeno
credibili, riconoscibili. Unendo gli sforzi abbiamo tirato fuori, anche grazie agli sceneggiatori Chiti e
Agnello, due storie molto rappresentative dell'italianità. O almeno così mi sembra».
BSEV «Ho rivisto, sere fa, Bello, onesto, emigrato
Australia sposerebbe compaesana illibata (1971) di
Luigi Zampa, con Alberto Sordi e Claudia
Cardinale. Un capolavoro, nel suo genere, anche per
la fedeltà dell'ambientazione (merito dello sceneggiatore
Rodolfo Sonego, immagino, e dei suoi sopralluoghi). C'è
qualche classico cinematografico dell'emigrazione che vi
ha ispirato?».
GVE «Penso che esista tutta una serie di film sullo stesso
tema, e che alcuni siano veramente belli. Per esempio
Pane e cioccolata e Il Gaucho sono davvero particolari.
Anche Bello, onesto... è un ottimo film sugli italiani all'estero, certo. Però, se dovessi scegliere, direi Pane e cioccolata». (...)
BSEV «Com'è stato girare un film in Russia? Complicato,
come quasi tutto il resto?».
GVE «Molto complicato. Non voglio parlare male dei
russi, però sono diventati un popolo, diciamo, strano».
BSEV «E in Medio Oriente? Com'è stato girare laggiù?».
GVE «Posso dire che gli Emirati sono un Paese veramente particolare. Sembra di stare in un luna-park per adulti,
un luogo in perenne mutamento, una specie di frontiera
dove tutti gli affari sono leciti. È un luogo per avventurieri e businessmen, sono tutti avvocati e industriali, manager e finanzieri. Insomma di artistico c'è ben poco».
BSEV «Ho sempre pensato che, una volta all'estero, noi
italiani diventiamo più italiani. Italiani alla seconda potenza, diciamo. Più generosi, più intuitivi, più reattivi; ma
anche più superficiali, più furbi, più inaffidabili. Sei d'ac-
cordo? I personaggi di Italians, da quanto ho potuto vedere, lo confermano».
GVE «È vero: gli italiani all'estero diventano molto più
italiani. Siamo l'unico popolo che si porta sempre dietro
una gran dose di "nazionalità" Siamo più romantici, parliamo ancora dello "stivale", da lontano ricordiamo
l'Italia come un luogo sereno e accogliente. Poi ci sono gli
italiani che viaggiano per mestiere, e quelli che girano il
mondo appena hanno messo due soldi da parte: ancora diversi».
BSEV «Quando hai studiato gli italiani all'estero? Sapevi
già tutto, o l'hai imparato viaggiando?».
GVE «Ho visto di tutto, in questi due anni di viaggi per il
film: un ragazzo romano che surfava sul nastro dei bagagli
in aeroporto perché voleva farsi notare da una ragazza libanese; un barone della medicina che si era costruito un
vero e proprio harem nel Paese che lo ospitava, e ci andava ogni giovedì, con la scusa di operare in una clinica privata. In Russia ho conosciuto un cuoco sardo che millantava di avere tre stelle Michelin, e poi ci ha fatto gli spaghetti scotti».
BSEV «Spiegami la frase che apre il film, come un'epigrafe. "Gli italiani sono il popolo che suona più di tutti al metal detector". Da dove sbuca, e perché ti piace tanto?».
GVE « È una citazione del New York Times, che riportava non so più quale sondaggio. Non so perché, ma mi sembra che in questa frase sia riassunto tutto quello che volevo raccontare. Hanno tanta roba da portarsi dietro gli ita-
Verdone, Castellitto e
l’Italietta all’estero.
liani: la cialtroneria e l'eroismo, la vigliaccheria e la generosità. Un bagaglio unico e ingombrante. Il metal detector, quello nascosto dentro la testa di ciascuno, suona
sempre, quando passano gli Italians».
Beppe Severgnïni - Corriere della Sera Magazine
È
vero: siamo un popolo che stenta a riconoscersi in
valori istituzionali e storici comuni. E magari per
questo sono i nostri caratteri individuali a risaltare di
più riverberando all'estero un'immagine di noi, diciamo
così, pregiudiziale. E' il tema di Italians, bi-movie firmato da Giovanni Veronesi per la Filmauro. Protagonisti
del primo episodio, Sergio Castellitto e Riccardo
Scamarcio trasportano fra vari incidenti di percorso sei
Ferrari rubate nella futuristica Dubai: si fanno riconoscere, ma nel finale assistiamo a un doppio riscatto. Nel
capitolo due, l'odontoiatra depresso Carlo Verdone, a
San Pietroburgo per un convegno, si fa tentare da un festino orgiastico con conseguenze catastrofiche finché a
salvarlo non interviene la limpida Ksenia Rappoport.
Imbroglioni ed erotomani, dunque questi Italians? Non
solo. C'è anche la simpatia, un'umanità forse un po' loffia ma piena di calore e perfino qualche imprevista resipiscenza di orgoglio nazionale: nella personificazione di
uno straordinario Castellitto e di un puntualissimo
Verdone, ben appoggiati da Scamarcio e Rappoport, come possiamo non amarli?
Alessandra Levantesi - La Stampa
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