Voce
vallesina
della
Anno 61° - N. 32 settimanale della Diocesi di Jesi
www.vocedellavallesina.it
Domenica 28 settembre 2014
Poste Italiane spa - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (Conv. in L. 27/02/2004 n.46) art. 1, comma 1, DCB - Jesi
ORDINAZIONE DIACONALE DI ROSSOLINI
VERSO LA GIORNATA DIOCESANA
Siamo alla solita solfa
Pensavo che il rammarico della
“fermata di sei anni” fosse solo per
la Ferrari che non vince. Ma ora ci
pensa Marchionne che, passando
una mancetta di 27 milioni a Montezemolo, farà ripartire la casa di
Maranello. A Jesi invece tale sessennio di “fermata” si riferisce alla
ripartenza (si dice così in gergo
calcistico, oggi) delle lottizzazioni
residenziali private. Lo annuncia
con malcelato orgoglio l’ultimo
numero di Jesioggi (p. 7), periodico dell’amministrazione comunale.
Si tratta di 15 villette unifamiliari in zona colle Paradiso-Nuovo
Ospedale, per capirci. Sentite alcuni passaggi: “É questo un primo
intervento che riteniamo giusto
valorizzare perché sia l’indicatore di una inversione di tendenza.
Presto porteremo in Consiglio
anche il frazionamento dell’area
Appennini-Piccitù che permetterà
di sbloccare altre lottizzazioni”. E,
in cauda venenum: “[Questi sono]
interventi importanti non solo per
il settore edile, ma anche per il Comune, visto che proprio gli oneri
di urbanizzazione rappresentano
la voce principale di finanziamento delle opere pubbliche”.
Siamo alla solita, doppia solfa. Prima: si plaude alla ripresa edilizia
perché “la crisi” ha penalizzato
soprattutto questo settore. Ignorando che quanto a “consumo di
terreno” (espressione mangereccia,
ma efficace) in Italia negli ultimi
50 anni abbiamo cementificato
un’area pari a Lombardia, Emilia
e Liguria insieme. É sensato proseguire così? È sensato special-
Impôt reprisé Tassa riscossa Ufficio di Jesi
mente a Jesi, dove (lo ripeto da 30
anni!) con una popolazione ferma
a 40.000, la superficie della città
si è dilatata di almeno cinque volte? Quanto ai muratori a spasso,
quelli del nostro Comune seguono
la logica dei mercanti di armi: ci
vogliono le guerre, sennò chiudiamo le industrie belliche! La guerra
qui è contro l’ambiente (anche alla
faccia di tutti i Piani Paesaggistici
stilati dalla Regione). Oltre che a
trovare altri lavori (oggi alcuni giovani tornano a campi, ad esempio)
non si potrebbero impegnare gli
edìli nel restauro e manutenzione
dell’“esistente” (specie nel degradato “centro storico”: cosa che non
succede nei lindi paesi della Vallesina)? Ah, già (e così siamo alla
seconda solfa): da questi lavori il
Comune (non solo il nostro, sia
chiaro) non prende gli “oneri di
urbanizzazione” in grazia dei quali il Bel Paese è stato ridotto a una
grigia landa di invasive costruzioni
(anche sul greto dei torrenti, con
conseguenti disastri e lacrime di
coccodrillo).
Lamentiamo questo alla vigilia della IX Giornata diocesana della custodia del Creato col tema “Gente
sana in terra sana”. Certo, si riferisce anzitutto alle varie forme di
inquinamento di terra, aria, acqua
che condizionano la nostra salute.
Ma l’inquinamento da cemento
non è da meno: anzi, in fondo si
fa prima a risanare una discarica
abusiva che a restituire alla luce
del sole delle terre sepolte da colate di cemento.
Sabato 4 ottobre alle 21,15 nella chiesa di San Massimiliano Kolbe sarà ordinato diacono Stefano Rossolini dal vescovo Gerardo Rocconi. Giovedì 2 ottobre alle 21,15 veglia di
preghiera per il diaconato. «Da quando sono parroco in questa parrocchia di San Massimiliano Kolbe – scrive don Franco Rossetti - ho sempre apprezzato la disponibilità di
Stefano, che ha saputo sapientemente conciliare il suo lavoro presso il Comune, prima
di Monterado e ora di Jesi, con il servizio in parrocchia».
AL MUSEO DIOCESANO IN ANTEPRIMA
Festival della Didattica
Dopo il successo delle Giornate Europee del Patrimonio, in cui
tanti sono stati i visitatori che
hanno voluto gettare uno “sguardo nuovo” su Palazzo Ripanti e
sulla collezione d’arte che ospita, il
Museo diocesano si prepara ad un
altro intenso fine settimana. L’appuntamento è stavolta con il 2° Festival della Didattica museale a
Jesi, promosso dall’Assessorato alla
cultura e dedicato alla presentazione delle attività pensate dal personale specializzato dagli istituti
culturali della città per le scuole
di ogni ordine e grado. In parti-
colare il museo diocesano, per il
quale l’azione educativa costituisce
una componente essenziale della
sua mission, concentrerà le sue attività sabato 27, giorno nel quale
saranno presentati e realizzati in
anteprima i nuovi laboratori didattici dedicati alle tecniche artistiche.
Alle 16:30 i bambini dai 5 anni in
su potranno partecipare al laboratorio “Mostri da museo”, finalizzato alla scoperta del mondo bizzarro e fantastico della decorazione
a “grottesca”; alle 17:30 seguirà il
laboratorio “Ricetta per una tavoCONTINUA A PAG. 6
IX GIORNATA
DELLA CUSTODIA DEL CREATO
GENTE SANA IN TERRA SANA
DOMENICA 5 OTTOBRE 2014
CHIESA DEGLI AROLI Monsano
Ore 15,00:
Ore 15,30:
Ore 16,30:
Ore 17,45:
accoglienza
incontro ecumenico di preghiera
relazione di padre Adriano Sella
buffet
[email protected]
IL 5 OTTOBRE SI APRE IL PRIMO DEI DUE SINODI DEI VESCOVI DEDICATI ALLA FAMIGLIA. IMPORTANZA DEL DOCUMENTO PREPARATORIO
Il travaglio e la ricerca della Chiesa di fronte alla crisi della famiglia
Per la Chiesa “non è l’ora di limitarsi a ribadire la dottrina ufficiale,
ma quella di stendere una sintesi
bilanciata delle sfide che la Chiesa
ha di fronte riguardo al tema della
famiglia”. Ce lo ricorda il periodico Aggiornamenti Sociali con la sua
ampia sintesi che propone in vista
del Sinodo che si apre in Vaticano il
prossimo 5 ottobre. E ci ricorda che
il tema sarà ulteriormente ripreso
nell’ottobre del 2015 con un Sinodo ordinario che dovrà offrire tutti
gli elementi conclusivi per permettere a papa Francesco di darci un
documento ufficiale che sarà edito
nel 2016. Un cammino lungo, dunque, un vero travaglio della Chiesa intorno al tema che costituisce
uno dei fattori più importanti di
ogni tempo e di ogni società sia
dal punto di vista laico-sociale
che dal punto di vista religioso.
Il prossimo Sinodo (Sinodo – synodòs- vuol dire cammino insieme) è
stato preceduto da un questionario
di una quarantina di domande rivolte a tutto l’episcopato del mondo
allo scopo di avere un quadro attuale delle realtà e delle istanze
proprie del mondo cattolico dei
cinque continenti sul tema della
famiglia. Ne è seguito un documento preparatorio detto “Instrumentum laboris”, che è la sintesi delle varie proposte. Una sintesi che
costituisce la base “di lavoro e di
travaglio” del Sinodo. Si parla “di
lavoro e di travaglio” perché non
sarà né facile né semplice uscirne
dato che le relazioni dei vescovi,
tra di loro, non sono affatto omogenee nella descrizione della realtà
di oggi. Risaltano, a volte, posizio-
ni agli antipodi tra popolo e popolo
per le profonde differenze di vita,
di interpretazioni e di legislazioni
riferite alla cellula prima di ogni
società. E si differenziano non poco
anche nei suggerimenti che possono
aiutare a salvaguardare il nucleofamiglia. Così l’Instrumentum laboris esalta la consapevolezza della
Chiesa di “mettersi in discussione,
senza limitarsi a stigmatizzare i
mali della società contemporanea”.
La riflessione si struttura in tre livelli di lavoro. Il primo è quello
pastorale in senso stretto: quali le
vie più efficaci per l’insegnamento
da parte della Chiesa su un tema
tanto importante quanto delicato e
urgente?
Il secondo livello è orientato
all’approfondimento del concetto
di “legge naturale” che fino a oggi
per la Chiesa è stato un caposaldo
nella interpretazione della realtàfamiglia. Un concetto che oggi “nei
diversi contesti culturali, risulta
essere assai problematico, se non
addirittura incomprensibile. La
legge naturale è percepita come
un retaggio del passato”. E allora:
“Quali le nuove categorie che favoriscano l’accesso degli uomini e
delle donne ai valori della tradizione della Chiesa?”
Il terzo livello è quello della vita
concreta: tanti cristiani manifestano difficoltà ad accettare l’insegnamento della Chiesa nella sua integrità: “tra la dottrina della Chiesa
sul matrimonio e sulla famiglia e le
convinzioni vissute di molti cristiani
si è creato un abisso” (card. Kasper
in Il vangelo della famiglia).
A questo punto bisogna riconoscere
che il Sinodo “non potrà limitarsi a
un elenco di prescrizioni”. Tanto più
che non “si potrà dimenticare l’insegnamento di papa Francesco riguardo a una verità che non è mai assoluta, ma è una relazione: essa si dà a
noi sempre e solo come un cammino
e una vita” (lettera ad E.Scalfari). É
un cammino, quello delle coppie e
della famiglia, che incontra effettive difficoltà di intenderci quando ci
incontriamo con il concetto “di matrimonio, di coppia, di fecondità, di
genitorialità, di natura, di famiglia”
e di genere. Di qui anche la necessità
di “riarticolare la tradizionale distinzione tra matrimonio quale istituzione sociale e matrimonio come sacramento della Chiesa”.
Vittorio Massaccesi
[email protected]
2 | in_diocesi
28 settembre 2014 | Voce della Vallesina
ASSEMBLEA DIOCESANA CON D0N ARMANDO MATTEO
S. SEBASTIANO, S. MARIA DEL PIANO E S. MARIA DEL COLLE
Il mondo è cambiato. E la pastorale? Benvenuto tra noi, don Luca
La vigilia della festa patronale, domenica 21
settembre la chiesa diocesana è stata chiamata a raccolta. Il Vescovo con i preti e diaconi e con la gente ha celebrato il Vespro di
san Settimio, cantando la sua testimonianza
fino al sangue per impiantare una comunità
credente nella nostra Vallesina. Così abbiamo
voluto dare inizio all’anno pastorale.
Quindi ha preso la parola don Armando
Matteo, professore di teologia fondamentale all’Università Urbaniana di Roma, è
veramente esperto della condizione del cristianesimo in questa nostra epoca di grande
passaggio. Ha iniziato con una espressione di
Antoine de Saint-Exupéry: “«Se vuoi costruire
una nave non richiamare prima di tutto gente
che procuri la legna, che prepari gli attrezzi
necessari, non distribuire compiti, non organizzare lavoro. Prima risveglia invece negli
uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà svegliata in loro questa
sete gli uomini si metteranno subito al lavoro
per costruire la nave». É la passione del Vangelo che va risvegliata in ognuno di noi proprio in considerazione del fatto che il cristianesimo, la prassi cristiana, si è cacciata in un
angolo o resta ferma sulla spiaggia.
É difficile riassumere tutto il contenuto offerto da don Armando. La sua proposta si potrà trovare per intero nel sito della diocesi di
Jesi. E ci si augura che sia ripreso nei diversi
contesti, parrocchiali o associativi nei quali
è sempre necessario contestualizzare la nostra pastorale. Perché questo è stato il senso
dell’intervento. La prima parte è stata un movimento a ritroso e voleva provare a capire
da dove deriva quel senso generale di spaesamento che stiamo vivendo. L’impietosa analisi storica che ha fatto offre la radice all’attuale condizione della Chiesa e dei credenti,
e può aver lasciato smarriti, forse anche per
l’accentuazione problematica o “negativa”.
Ma nessuno ha potuto contestarla. Anzi si è
tradotta finalmente in un’analisi lo slogan “il
mondo è cambiato: cambiare la pastorale”. La
descrizione è partita da lontano nell’ambito delle scienze anche sociali, psicologiche e
filosofiche che hanno prodotto la distanza e
lo spaesamento. Il punto d’arrivo è la constatazione che veniamo da una profonda rivoluzione/trasformazione che riguarda il nostro
modo di essere al mondo, il nostro sentimento di vita, il nostro modo di sognare, di amare,
di progettare, di valutare nulla di meno che
l’umano in quanto tale; una trasformazione
che mette in difficoltà il cristianesimo, così
come lo conosciamo e lo pratichiamo. (Non
solo il cristianesimo, ovviamente è oggi in
difficoltà). Nel secondo movimento, il punto di partenza per individuare la Chiesa che
oggi serve è offerto direttamente dall’Evangelii Gaudium di Papa Francesco. Con questo
documento, il papa vuole far sorgere in noi
la nostalgia del mare lontano e sconfinato, il
desiderio di metterci di nuovo a solcare le
grandi acque del nostro tempo. Con questa Esortazione ci fa dono del suo sogno di
Chiesa (della nave che ha in mente e a cuore) e dobbiamo accogliere queste parole con
grande entusiasmo, perché nascono da un
forte amore per Dio e per l’umanità. E come è
questo sogno? Don Armando lo ha descritto
in questi movimenti.
Oggi serve una Chiesa 1) che non tema il
cambiamento né di cambiare; 2) che sappia
prendere l’iniziativa; 3) che faciliti l’azione
della grazia, 4) che sappia coltivare un’intensa
mistica dell’incontro, 5) che sappia custodire
la prossimità con i poveri e le periferie, 6) che
sappia dare fastidio, 7) che torni sempre e
daccapo allo sguardo d’amore di Gesù.
Alla sua proposta sono seguiti alcuni interventi che lui stesso poi ha ripreso, puntualizzando le questioni che ci stanno a cuore.
La nostra comunità diocesana, ha precisato il vicario per la pastorale don Mariano, è
ormai chiamata a “uscire”. Se non bastava l’esortazione del Papa, nell’incontro è stata approfondita la motivazione storica e culturale.
L’occhio che guarda la condizione umana della gente è indispensabile quanto lo
sguardo su Gesù e di Gesù su di noi. Pena
l’insignificanza, è il restare della nave agli
ormeggi.
Da due anni abbiamo provato a ritrovarci in
assemblea, perché la Chiesa siamo tutti (lo
ripete spesso Papa Francesco) e perché la
missione è affidata a tutti e a ciascuno. Due
anni fa abbiamo guardato alla crisi, alla fede
e alla famiglia. Lo scorso anno ci siano guardati dentro le relazioni comunitarie, e abbiamo dovuto riconoscere quanta difficoltà si fa
per far sì che “la vocazione laicale sia considerata appieno nella pastorale condivisa”. I
preti e diaconi si sono guardati dentro per
tutto l’anno, come racconta la nuova esortazione pastorale del Vescovo. Ora con creatività (sei volte la parola è presente nell’esortazione del Papa) e coraggio, ognuno prenda
il largo con quell’atteggiamento di misericordia che è ricordato dal Papa e che è di Gesù.
m.p.
Foto don Cristiano Marasca
Si è tenuta sabato 20 settembre la celebrazione che ha ufficializzato il passaggio del
testimone da don Giovanni Rossi a don
Luca Giuliani, nuovo parroco di San Sebastiano, Santa Maria del Piano e Santa
Maria del Colle. Dopo essere stati accolti all’ingresso
con una breve canzone animata dai bambini delle elementari, hanno partecipato
alla celebrazione, insieme al
vescovo don Gerardo Rocconi, i sacerdoti don Mario
Massaccio, don Paolo Ravasi, don Gianni Giuliani, i
diaconi Leonardo Bartolucci e Marco d’Aurizio ed
il seminarista Matteo Cannelloni. Una volta raggiunto l’altare, il rappresentante delle due parrocchie ha ringraziato il nostro
vescovo per aver garantito una continuità
pastorale e ha assicurato piena disponibilità nel cammino da percorrere insieme. Nel
momento dell’omelia, invece, è stato don
Gerardo a sottolineare, prima della spiegazione del vangelo, l’importanza del servizio
sacerdotale come guida per la comunità e
a spiegare come il cambio dei parroci sia
un’esigenza della diocesi e non delle singole
realtà parrocchiali. In seguito il cancelliere
diocesano mons. Anselmo Rossetti ha letto
il “Decreto di nomina” da parte del vescovo. Il nuovo parroco quindi, dopo essersi
recato di fronte a don Gerardo in mezzo al
presbiterio, ha rinnovato le promesse fatte
nel giorno della sua Ordinazione. Fatto ciò,
don Luca ha eseguito i riti esplicativi, i quali
consistono nel ricevere il Libro dei Vangeli e
le esortazioni dal vescovo, per poi aspergere
i fedeli e baciare l’altare. Durante l’offertorio
sono state raccolte delle sagome rappresentanti delle mani con su scritto un saluto
o una preghiera a piacere dei fedeli. Tutte
queste poi sono state incollate su palloncini
innalzati per tutto il resto della celebrazione.
Terminata la Santa Messa il nuovo parroco
ha ricevuto alcuni doni da parte dei parrocchiani e ha ascoltato le espressioni di benvenuto, di bambini e ragazzi, scritte durante
l’ora di catechismo tenuta prima della celebrazione. Un ottimo inizio per don Luca,
dunque, il quale nel suo discorso finale ha
sottolineato come i parrocchiani che hanno
visto cambiare il proprio pastore, da Cupramontana a Jesi, abbiano ingrandito il fiume
Esino con le loro “lacrime”.
Federico Maria Balestra
Foto Candolfi
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San Giovanni Rotondo 5 ottobre 2014
Mercatini di Natale
Friuli 11 - 12 ottobre 2014
Innsbruck Merano Bolzano 6-8 dicembre
Raccolta e Sagra Castagne 19 ottobre Verona Presepi nell’Arena 7 dicembre
India Classica 4- 15 novembre 2014
Presepi a Napoli 13 – 14 dicembre
Cremona Sagra Torrone 23 novembre
Merano e Bolzano 13 –14 dicembre
Urbino e Candelara 14 dicembre
Capodanno a: Isola di Madeira dal 30 dicembre al 4 gennaio 2015
Parigi dal 30 dicembre al 3 gennaio 2015
Programmi dettagliati sul nostro sito internet: www.frasassitours.it
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regione | 3
Voce della Vallesina | 28 settembre 2014
scusateilbisticcio
PRESENTATO AL PALAZZO DELLA SIGNORIA IL NUOVO LIBRO DI CORRADO OLMI
Per ricordare, raccontare, sorridere
(ghiribizzi lessicali)
PeterPun (con la u)
www.peterpun.it
AI FERRI CORTI SULLA FERRARI
Cambio di vocale… automobilistico
Scintille tra Diego Della Valle e Sergio Marchionne. Pomo
(vermiglio) della discordia: la Ferrari (non nel senso di Isabella
né di Paola, per fortuna). Come dire: RISSA SULLA ROSSA.
UMORISMO PIÙ CHE MACABRO
Bisenso… catastrofico
Della famigerata ISIS tutto si potrà dire, ma non che sia un
movimento che stenta a… decollare.
UN COMICO IN FASCE
Scarto iniziale… promettente
Quando l’Albertone nazionale muoveva i primi passi nel
mondo dello spettacolo. Come dire: gli ESORDI di SORDI.
INTEGRAZIONE RIUSCITA
Si ha quando un nativo di Yaoundé si stabilisce a Camerano: un
camerunese cameranese.
Oppure, quando un nativo di Dakar si trasferisce sulla “perla
dell’Adriatico”: un senegalese senigalliese (chi non ricorda il
pugile Kalambay?)
U.S.A.: EQUIPARAZIONE DIRITTI
TRA BIANCHI E NERI
Quando lo zio Sam si sedette accanto allo zio Tom.
DENOMINATORE COMUNE
Eva, Newton, New York, Steve Jobs e… concorrente del
medico: quale parola di quattro lettere accomuna i cinque
precedenti vocaboli?
***
Risposte ai quesiti precedenti:
- La soluzione alternativa è la seguente: parca – barca.
Le Parche – com’è noto – filavano lo stame della vita (Làchesi,
in particolare).
- La capitale della Liberia è Monrovia. Libreville è la capitale
del Gabon, Freeetown della Sierra Leone.
lacitazione
A cura di Riccardo Ceccarelli
Una bella festa il 18 settembre
per Corrado Olmi, ritornato a
Jesi per presentare la sua ultima impresa letteraria: il libro,
da lui stesso scritto e illustrato
“Rimembranze: reminiscenze di
un sopravvissuto”. In tanti lo
hanno atteso nella Sala Maggiore del Palazzo della Signoria; amici, familiari, estimatori
che lo hanno applaudito, abbracciato, si sono congratulati
con lui. Corrado, apparso in
gran forma, ha risposto di buon grado a tutti. Gli fa sempre piacere ritornare a Jesi, la città in cui ha trascorso
la giovinezza e affrontato per la prima
volta il palcoscenico: dove pure ha conosciuto sua moglie con la quali ha felicemente festeggiato quest’anno il sessantesimo anniversario di matrimonio.
È appunto a lei che il libro è dedicato.
Tanti, sincerissimi auguri: una coppia
così speciale li merita davvero.
Dopo l’introduzione dell’assessore
Luca Butini, che ha assicurato a Corrado Olmi il patrocinio del Comune e
la collocazione del libro nella Biblioteca Comunale, ha preso la parola il prof.
Antonio Ramini. ‘L’aedo di Jesi’, ha definito il relatore l’autore del libro e ha
aggiunto ‘di eccezionale valore artistico’ ricordando quanto originalmente
Corrado Olmi abbia saputo raccontare
e descrivere Jesi e la sua vera anima.
‘Nessuna altra città d’Italia – ha osservato – può vantare un cantore simile’.
Ha rilevato poi che il nuovo libro come
il precedente, ‘Lo zibaldino’, richiama
La tenuta di un matrimonio
Il matrimonio religioso è significativamente più stabile di
quello civile. […] I dati dimostrano che questa assunzione
maggiore responsabilità [con il matrimonio religioso] non è
inutile, non si traduce in una pura scelta formale. La probabilità di un matrimonio religioso di reggere, magari di durare
davvero “finché morte non vi separi”, è praticamente doppia
dell’analoga probabilità di un matrimonio civile. Si tratta di
un risultato che deve far riflettere, perché ci dice che la minore responsabilità individuale e di coppia impegnata nelle
unioni d’oggi trova il suo sbocco inevitabile nella minore tenuta di quelle unioni, nella loro maggiore provvisorietà, nel
loro maggior grado d’instabilità.
Roberto Volpi, La nostra società ha ancora bisogno della famiglia? Il caso Italia, Via e Pensiero, Milano 2014, da Il foglio,
18 settembre 2014, pag. I.
lapulce
Usi e riusi
Or corre quasi un anno da quando, per aver messo male
un piede all’ultimo gradino di una vecchia scala, mi fu applicato per una settimana in ospedale un tutor (che per
chi non sapesse, come non lo sapevo io, è una struttura
rigida per far star buona la gamba). Un attrezzo del costo
di almeno di 30-40 euro. Dopodichè l’ho tolto e relegato
in soffitta. Ma all’Asur non potevano richiedermelo per una
bella sterilizzata e il suo riuso? Eppoi parlano male dei tagli
alla sanità.
Delegazione
ASSONAUTICA
Autoscuole
Leopardi; non seriosamente, ma scherzosamente, sdrammatizzando malinconie che non sono nelle corde dell’autore. Ha rimarcato infine come le
esperienze che Corrado Olmi racconta
non siano strettamente personali, ma
abbiano riferimenti alla vita pubblica,
alla storia, a personaggi indimenticabili del mondo dello spettacolo. Fanno parte quindi di un grande affresco
disegnato dall’artista con spontaneità e
naïveté.
Per la verità non si può definire una
vera e propria ‘fatica letteraria’ il nuovo
libro del nostro autore. Corrado Olmi
scrive e disegna secondo un estro armonico, senza pressioni, senza l’assillo
di scadenze, sempre con diletto personale e fantasia. Il segno di questa libertà d’ispirazione è ben evidente nelle
‘Rimembranze’. Corrado racconta non
solo la sua vita d’artista. Risale anche
ai più lontani ricordi dell’infanzia, si
sofferma a descrivere con brevi ‘flash
back’ la Jesi di un tempo, poi, divagando, le città che ha visitato durante
le sue tournée, gli incontri e gli
aneddoti aggiungendo a tutto in
buone dosi il sale della sua filosofia di vita. Nelle ultime pagine
espande anche di più gli orizzonti gettando lo sguardo sulla
storia delle Marche e d’Italia. Si
inoltra così per vie non ancora
da lui frequentate, ma che potrebbe continuare ad esplorare.
Chissà se il nostro amico affronterà una nuova avventura.
Il libro si legge a perdifiato. Una
pagina tira l’altra come le ciliegie ed è
qualità rara. Spesso i libri vengono appena sfogliati, scorsi qua e là distrattamente e messi da parte. Non avviene
con questo, come del resto anche con
i precedenti di Corrado Olmi che scrive e disegna con stile fresco, saporoso,
colloquiale, piacevole per tutti, giovani e giovanissimi compresi. Il nostro
affabulatore osserva e racconta con
gusto e schiettezza, in apparenza per
divertire e divertirsi. Ma, a voler scrutare nelle intenzioni, si può rintracciare una motivazione più profonda.
Vero è che Corrado ama molto la vita.
Sa che la sua è stata ed è ancora bella
e ricca di affetti. Per questo non vuole
cancellare i ricordi che possono fermare il tempo e costituire un patrimonio
spirituale inalienabile, ma per affetto e
con affetto condivisibile. Segno di una
sana e saggia longevità. Bravo Corrado:
allora non smettere, non posare sulla
scrivania penna e matita. Dài, provaci
ancora!
Augusta Franco Cardinali
JESI: DAL 24 AL 30 SETTEMBRE A PALAZZO DEI CONVEGNI
Tre artisti in mostra con pitture e sculture
La collettiva di pittura e scultura degli
artisti Adalberto Bartoli, Sandro Cappannini e Antonio Fontana alla seconda edizione (la prima a Falconara, la
terza si terrà forse in Ancona) si inaugurerà mercoledì nella Galleria del Palazzo dei Convegni di Jesi alle 18. I tre
artisti sono molto diversi tra loro, si
distinguono per il genere. Con Bartoli
siamo nel tema dei “falsi d’autore”, genere prezioso a cui i collezionisti tengono molto, come i galleristi, quando
dipinge liberamente ci troviamo immersi in paesaggi in bilico tra Rosseau
il Doganiere e atmosfere alla De Chirico. Cappannini proviene da esperienze di Brut Art e di introspezione, da
Bologna a Roma, sensazione astratte,
voci interiori e visioni invadono la carta e la pasta colorata svela un fragile
mondo interiore che diventa concreto. Fontana da decenni ci restituisce
sculture in bronzo, oggi in cartonato,
di visioni di uomini abitatori di mondi
simbolici, ancentrali, di sforzi e di
enigmi quotidiani.
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4 | attualità
28 settembre 2014 | Voce della Vallesina
SI MOLTIPLICANO NEL MONDO ATROCITÀ E DISTRUZIONI
La guerra è una follia
Il “Don Bosco” in diocesi
di Remo Uncini
Incontrare una famiglia che per scelta di vita religiosa impegna il suo avvenire per i poveri e per l’educazione dei
ragazzi, investendo tutto quello che la vita offre, pone
interrogativi sull’essenzialità. Non un giovane che parte
per entrare in seminario o in un istituto religioso, ma è
una coppia che di fronte alla chiamata religiosa rispon-
de insieme “Eccomi”, sono marito e moglie e i loro figli.
Si dirà che sono fuori della realtà e che sono infatuati
dal “sogno ideologico religioso”, mettendo a disposizione le loro vite per gli altri rispondono con concretezza
alla chiamata. Matteo Donati, operatore Caritas a Pesaro,
Lucia Gambi insegnante elementare con i due figli piccoli Carlo e Cesare e altri quattro ragazzi vivono in un
appartamento messo a disposizione della diocesi di Jesi
e seguono gli oratori di diverse parrocchie. Tra l’altro, il
padre di Matteo è diacono della chiesa di Faenza e direttore del settimanale diocesano. Hanno lasciato le loro città e famiglie di origine per andare in città nuove ed essere
operatori per la formazione e per l’accoglienza. A Jesi da
diversi anni opera il Movimento dell’Oratorio Don Bosco.
Gli aderenti vivono in diverse città italiane e hanno una
missione in Perù dove sperimentano la vita di sacrificio
nella diocesi dove il fondatore del movimento gestisce
una parrocchia. “Molti di noi, prima o poi, fanno questo
viaggio - mi raccontavano Matteo e Lucia - serve alla nostra maturazione perché dobbiamo affrontare situazioni
di estrema povertà in condizioni difficili. Questo ci aiuta,
una volta ritornati, a essere umili nell’affrontare i problemi”. Oggi la Chiesa vive una crisi vocazionale che si ripercuote nelle diocesi sia per mancanza di preti sia perché
le congregazioni non attraggono più giovani come prima.
Sono cambiati i tempi? Forse, ma in questo cambiamento
si cominciano a vedere esperienze religiose diverse: comunità monastiche che tentano di vivere insieme monaci
e monache; comunità del movimento Don Bosco per l’educazione e per l’accoglienza che si ispirano a san Giovanni Bosco e in cui si inserisce la vita familiare di Matteo e Lucia che approfondiscono la religiosità e aiutano i
ragazzi in ricerca; le esperienze di Don Oreste Benzi con
l’accoglienza di ragazzi con vari problemi, anche di disabilità. Sta cambiando il modo di rispondere “Eccomi” che
sempre deve vedere il Cristo nell’uomo. Per cercarlo servono idee e metodi nuovi dove l’accoglienza ai problemi
è data non più dal sant’uomo spirituale, ma da una comunità che si presenta come famiglia, come gruppo. La
famiglia è una risorsa dove domandarsi chi è Dio, chi è
il prossimo, passa attraverso l’esperienza comunicativa
di chi con i fatti dimostra che l’appartenenza è molto importante. I ragazzi e le ragazze hanno bisogno di un luogo per mettersi alla prova, dove liberamente e con serenità affrontare le domande su Dio e sull’uomo. Matteo e
Lucia con i ragazzi ospiti, i loro due bambini, cercheranno di gestire l’oratorio delle parrocchie di San Giuseppe e
del Divino Amore consapevoli che la loro vocazione oltre
a essere quella di padre e di madre è quella di chi donarsi
ad altri bambini che non cercano soltanto un luogo dove
giocare, ma cercano anche l’affetto, un senso alla loro vita
e un percorso di vita spirituale.
di Riccardo Ceccarelli
Sono, dicono le statistiche, che le guerre oggi nel mondo (controllare su Internet), sono “10 in corso e 8 i conflitti
militari”, soprattutto in Medio Oriente
e in Africa, ma ce ne sono altre decine, chiamate con un eufemismo “punti
caldi”, dove si combatte e di questi se ne
parla limitatamente o quasi per niente. Dimenticati dall’opinione pubblica
mondiale. L’attenzione è stata rivolta
per poco più di un mese sulla guerra
tra Israele e i palestinesi della Striscia di
Gaza, ora lo è di nuovo per l’Iraq contro l’Isis, lo Stato Islamico del levante
o Califfato; scontro portato alla ribalta
internazionale per le atrocità commesse contro civili e contro gli aderenti a
religioni diverse da un islam intriso di
fanatismo, condannato in parte anche
dagli stessi mussulmani. Papa Francesco ha provato a ricomporre questo
“quadro”, costruendo un puzzle con
tanti pezzi dicendo «che si sta combattendo la terza guerra mondiale, una
guerra combattuta a pezzi con crimini,
massacri e distruzioni» (ai giornalisti di
ritorno da Seoul, 18 agosto). L’osservazione non poteva essere più precisa; è
quello infatti che sta avvenendo sotto
i nostri occhi (quando ce le fanno vedere, le guerre) nella più grande disattenzione, visto che non avviene sotto
casa nostra e che apparentemente non
ci riguarda in modo diretto. Nella visita
al sacrario militare di Redipuglia, il 13
settembre, papa Francesco è ritornato
su questi temi: «…trovandomi qui, in
questo cimitero, trovo a dire soltanto:
la guerra è una follia. Mentre Dio porta avanti la sua creazione, e noi uomini
siamo chiamati a collaborare alla sua
opera, la guerra distrugge. Distrugge
anche ciò che Dio ha creato di più bello:
l’essere umano. La guerra stravolge tutto, anche il legame tra fratelli. La guerra
è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione: volersi sviluppare mediante
la distruzione! La cupidigia, l’intolleranza, l’ambizione al potere… sono motivi
che spingono avanti la decisione bellica,
e questi motivi sono spesso giustificati
da un’ideologia; ma prima c’è la passione, c’è l’impulso distorto. L’ideologia è
una giustificazione, e quando non c’è l’ideologia, c’è la risposta di Caino: “A me
che importa?”. “Sono forse io il custode di mio fratello”(Gen 4,9). La guerra
non guarda in faccia a nessuno: vecchi,
bambini, mamme, papà…” A me che
importa?”». È stato osservato dal prof.
Agostino Giovagnoli, professore di Storia contemporanea all’Università Cattolica di Milano, come il papa, trovandosi
«in un contesto mutato, dove alla guerra
tradizionale o alla divisione in due blocchi, si sono sostituiti conflitti differenti
in zone lontane del mondo, individua
degli elementi comuni caratterizzanti: gli interessi economici e la brama di
potere che hanno soppiantato ideologie,
e il disinteresse e l’indifferenza di larga
parte del mondo» (Avvenire, 14 settembre). Le parole dei Papi, a cominciare
da Benedetto XV che parlò del primo
conflitto mondiale come di una “inutile
strage”, a riguardo della pace, non sono
state prese in grande considerazione,
osannate al momento, come la “Pacem
in terris” di Giovanni XXIII, in concreto
poi, di fronte ad interessi che di “umano”
hanno ben poco, messe da parte. Ora
papa Francesco pone l’accento sull’indifferenza (“A me che importa?”) e
sull’egoismo che caratterizzano i nostri
atteggiamenti nei confronti delle sofferenze che la guerra induce, arrivando
a chiamarla autentica “follia”. Follia è
stoltezza, è malattia mentale, è dimostrazione pratica di irrazionalità, contraddizione delle più elementari regole
di vita e di convivenza tra gli uomini. La
pace come unico “risultato” dell’azione
tra gli uomini senza un fondamento
che vada oltre l’umano per ancorarsi ad
un assoluto riflesso sull’uomo, sarà impossibile, e la “follia” della guerra sarà
sempre nelle possibilità immediate e
future degli uomini. Arrivando magari
alla “follia” aggiuntiva, quella di chiamare Dio a garante della violenza da
perpetrare. Lo ha detto chiaramente
ancora una volta papa Francesco, domenica scorsa, 21 settembre, durante la
sua visita in Albania: «Nessuno pensi di
poter farsi scudo di Dio mentre progetta e compie atti di violenza e di sopraffazione». Alla follia della guerra, insita
- sembra - nelle più segrete strutture
dell’essere umano, proviamo a sostituire la “follia della pace” come dono datoci da Dio e plasmato dalle nostre mani.
«Beati i facitori di pace», ha detto Gesù.
foto_notizia
Uno scatto di Anna Vincenzoni dalle
fiere di San Settimio che per tre giorni,
dal 23 al 25 settembre, con l’anteprima nella sera del patrono, rallegrano il
centro jesino. Gli ambulanti si ingegnano ogni anno per attirare i visitatori
e incentivare gli acquisti. Un “A meno
non posso” si legge in una pubblicità
esposta presso una bancarella a Porta
Valle.
t e r r e l e m e n t a r i
Foglie morte
di Silvano Sbarbati
Gioco: giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza, ci si accorge che i
bambini e i ragazzini in pre-adolescenza quando sono insieme giocano in un
modo diverso da quello dei nostri tempi. E ci mancherebbe, diranno i miei tre
lettori, i tempi cambiano, perché non
dovrebbe cambiare il modo di giocare?
Vero, ma io intendo quel modo di giocare senza giocattoli, senza play station,
senza marchingegni elettronici che ha a
che fare con lo stare assieme e basta.
Adesso li si vede correre, agitarsi, gridare senza posa. Un mio amico, scuotendo la testa, ha mormorato: gli mancano le porte… e intendeva quelle del
calcio. O forse intendeva le regole che
danno senso al gioco. I tempi cambiano.
Ospedale: a dicembre l’ospedale di viale della Vittoria si svuoterà. Trasferito
in quello nuovo sulla collina. Già molto
stanze sono rimaste vuote. Letterina per
Babbo Natale: mi porti per regalo un piccolo, magari ristretto, magari limitato
dibattito cittadino su che cosa diventerà
quella struttura svuotata di funzioni sanitarie? Ti scrivo, babbo Natale, con parecchio anticipo, perché magari ricevendo
questa “letterina” tra le prime hai più
tempo per rispondere. Grazie in anticipo.
Strisce pedonali: l’altra mattina, un sabato mattina, mi sono fermato dinanzi ad
un passaggio pedonale, per una cortesia
forse esagerata visto che i pedoni, un bel
gruppetto di adulti e bambini, erano ancora indecisi sul da fare. Poi, al mio stop,
hanno attraversato e uno di loro mi ha
fatto un cenno di ringraziamento e un bel
sorriso gentile. Sono stato contento perché mi sembrava che in quel momento
io e lui lo eravamo reciprocamente. Quel
sorriso avrà fatto bene anche al cuore
della mia automobile…
Dehors: un mio amico che da anni non
torna a Jesi mi confida sottovoce, temendo di essere fuori dal coro ripetendo cose
scontate, che è rimasto colpito dai tanti
luoghi per giovani disseminati in giro. Soprattutto colpito dagli spazi esterni ai bar,
alle gelaterie, ai locali pubblici in genere.
Gli ricordano luoghi di città metropolitane importanti. Il miracolo degli aperitivi
e degli apericena. Un tempo Jesi era la
“piccola Milano delle Marche”. Forse siamo tornati ad esserlo…
jesi | 5
Voce della Vallesina | 28 settembre 2014
IL LIBERTINO PER ANTONOMASIA. LE LONTANE ORIGINI DI UN MITO CHE HA INTERESSATO PER SECOLI MUSICA E LETTERATURA
Don Giovanni, il dissoluto punito
La 47° Stagione Lirica del Pergolesi verrà
inaugurata quest’anno dal “Don Giovanni” di
Mozart: un’opera su cui molto è stato scritto
e molto forse si continuerà a scrivere, sia perché il personaggio che ne è protagonista, entrato nel mito, è immortale, sia perché l’opera
mozartiana presenta aspetti strutturali e di
contenuto che suscitano ancora discussioni.
La leggenda di Don Giovanni ha lontane e
complesse origini. Si ritiene generalmente
che sia un’invenzione letteraria di Tirso de
Molina, drammaturgo madrileno vissuto
tra il 16° e il 17° secolo, autore di oltre quattrocento opere fra le quali ‘El burlador de
Sevilla y el Convidado de piedra’, pubblicata
nel 1630, da cui Lorenzo da Ponte avrebbe
tratto poi il libretto del melodramma mozartiano. Non è così. Già prima di Tirso de Molina (vero nome Gabriel Tellez) la storia del
libertino punito era diffusamente conosciuta.
Giovanni Macchia pubblicò nel ’66 un libro,
“Vita, avventure e morte di Don Giovanni”,
che scopriva le oscure origini del mito: ‘Un
libro geniale e definitivo’, stando al giudizio di
un musicologo di chiara fama, Massimo Mila.
La storia ricostruita dall’autore è avvincente.
Vale la pena raccontarla.
Tirso de Molina oltre che drammaturgo fu
uomo di chiesa. Nel 1601 entrò nell’ordine della Mercede dove ricoprì importanti
cariche. Venne perciò a contatto con altre
congregazioni religiose, in particolare con
i gesuiti. Apparteneva a questo ordine un
predicatore, Zehntner, autore di un racconto che suggestionò profondamente Tirso
de Molina. Narrava la storia di un nobile, il
conte Leonzio che, corrotto dalle dottrine di
Machiavelli, non crede più né a Dio né a Satana. Il suo cinismo lo spinge ad uccidere due
gentiluomini, difesi da due figure allegoriche,
Veritas e Coscienza, e addirittura ad oltraggiare il teschio di un suo antenato, Geronzio.
Questi gli appare e Leonzio spavaldamente
lo invita a cena. Nell’aspetto di un Convitato
di pietra Geronzio si presenterà suscitando
l’angolodellapoesia
Felicità
È un cielo azzurro
e nuvole bianche
che disegnano l’orizzonte
è l’inizio, la promessa
prima dell’evento
È l’attesa che si fa carezza
del cambiamento
È il dono semplice di sé
in un’ora del giorno
il percorso
senza fretta del ritorno
È accorgersi
del filo d’erba
che diventa grano
è sentire vicino
chi è lontano
È la pioggia e il sole
per mano
la pace attorno
dell’arcobaleno…
Maria Giannetta Grizi
orrore fra i presenti che fuggono, mentre Leonzio sarà afferrato dal suo antenato e precipitato agli inferi.
Da un autore anonimo il racconto venne allora rielaborato in forma teatrale per essere
presentato agli allievi delle scuole religiose
insieme ad altri esempi adatti a denunciare le
rovinose teorie morali e politiche di Machiavelli. Sarà solo nel 1630 che Tirso de Molina
trasformerà la storia in un vero e proprio
dramma destinato ad avere grande successo. Se ne appropriarono immediatamente
la Commedia dell’arte e le ballate popolari
d’Europa, diffuse anche in Italia dalla Toscana alla Sicilia. In Francia prima dell’opera di
Mozart a diffondere il mito di Don Giovanni
fu Molière. Il grande commediografo venne a
conoscenza della storia dopo il 1630, a Napoli, in occasione della rappresentazione di una
compagnia spagnola della Commedia dell’arte. La recita si intitolava ‘L’Ateista fulminato’.
Anonimo era l’autore, ma la derivazione dal
‘Burlador’ era evidente.
La definizione psicologica del personaggio
subì nel tempo modifiche. In Tirso de Molina Don Giovanni è un beffeggiatore più che
un seduttore. Cinico e crudele si diverte a
ingannare e a sfidare la Provvidenza. La sua
totale condanna dipende dall’assoluta mancanza di scrupoli, dal perfido spregio per le
donne da lui possedute, dalla demoniaca crudeltà con cui umilia e uccide. Nella seconda
metà del 17° secolo è in Inghilterra che Don
Giovanni incomincia ad assumere la fisionomia classica del libertino impenitente. Così
lo considera Thomas Shadwell, seguace di
Ben Johnson e autore di un dramma di grande successo, ‘The libertine’. Un simile profilo
si conserverà successivamente in letteratura
mentre il mito di don Giovanni continuerà a
vivere attraverso la musica: da Gluck, autore
di una opera-balletto, fino a Malipiero, Dargomyzskij e Stravinskij autore di ‘La carriera
di un libertino’, melodramma su libretto di
W. H. Auden, che ebbe una memorabile pri-
ma a Venezia nel ’51. Poco a poco dunque in
‘Don Giovanni’ si perderà il significato della condanna derivata dalla sfida a Dio e alla
Provvidenza. Subentrerà una misoginia di
cui terranno conto sia Da Ponte che Mozart.
E sarà, questa, una nuova interpretazione che
influenzerà tutta la letteratura romantica.
Da Ponte e Mozart, ma anche Casanova
Figura singolare, Lorenzo da Ponte, scrittore
e librettista veneto. Convertito dall’ebraismo
al cristianesimo, ricevette gli ordini religiosi,
ma condusse una vita libertina e indipendente. Viaggiò instancabilmente in diverse città
italiane ed europee fino ad approdare a New
York dove morì nel 1836, quasi novantenne.
Svolse un’intenza attività di librettista soprattutto alla corte di Vienna. Consegnò a Mozart, oltre al ‘Don Giovanni’, ‘Così fan tutte’ e
‘Le nozze di Figaro’. Scrisse libretti anche per
altri musicisti, Salieri compreso. Per il ‘Don
Giovanni’ attinse a numerose fonti letterarie,
tra le quali il dramma ‘Il convitato di pietra’
di G. Gazzaniga, rappresentato a Vienna e
tratto da un libretto di G. Bertati, ‘Don Juan
Tenorio’.
La prima rappresentazione dell’opera di Mozart avvenne con grande successo a Praga
nell’ottobre del 1787. Sembra che alla prima fosse presente il dongiovanni del tempo,
Giacomo Casanova, che era effettivamente
amico di Lorenzo Da Ponte. Qualcuno sostiene pure che abbia lui stesso scritto alcuni
versi del libretto. Successivamente l’opera fu
rappresentata a Vienna, con cantanti meno
bravi dei precedenti e con significative modifiche. Venne tolta la scena finale dove tutti
i personaggi commentavano la fine di Don
Giovanni. Mozart e Da Ponte credevano di
avere così alleggerito di significati moraleggianti l’opera rendendola più gradita agli
spettatori. Si sbagliavano perché il pubblico
dimostrò di preferire a quella viennese la versione praghese, che intesero anche come un
invito alla ribellione contro la classe nobiliare.
Un enigma insoluto
Da un punto di vista strettamente musicale l’opera mozartiana ha suscitato dubbi
destinati a rimanere insoluti. A quale genere appartiene? Alcuni episodi relativi ai
personaggi di Leporello, Zerlina, Masetto
farebbero pensare ad un’opera buffa. La terrificante apparizione del Convitato di pietra,
la perdizione e la condanna del protagonista
riconducono invece ad una tragedia a fosche
tinte. Simili chiavi di lettura hanno suggerito interpretazioni diverse, adatte ad esaltare
l’uno o l’altro carattere. Dove è dunque la
verità? Non si sbaglierebbe forse a mettere
a confronto l’opera con il temperamento di
Mozart, uomo ed artista. Le testimonianze
del tempo lo descrivono vivace, scherzoso,
istintivo, a volte impertinente, ma anche
lucidamente razionale e profondamente
intuitivo; in grado quindi di comprendere
l’universo dei sentimenti umani, compresi
fragilità, corruzione e riscatto. Considerata
sotto questa luce l’opera mozartiana può apparire non ‘contraddittoria’, ma ‘a tutto tondo’; dunque come quella in cui più compiutamente si è manifestato il grande genio del
Salisburghese.
Augusta Franco Cardinali
Scena di Henry Moore per il “Don Giovanni”
di Mozart rappresentato al festival di Spoleto
nel 1967 con la regia di Giancarlo Menotti.
UNA SCRITTRICE INNAMORATA DI UN ANGOLO SEGRETO DELLE MARCHE
Nel giardino della vita
Gabriella Lalìa è nata
a Roma ed è vissuta a
lungo fuori dai confini
d’Italia per aver svolto
attività a lei affidate dal
Ministero degli Affari
Esteri, ma ha scelto di
fermarsi in un paesino
marchigiano, nemmeno segnato sulle carte geografiche,
che l’ha incantata a prima vista.
È Piticchio, un luogo magico sospeso tra cielo e terra, circondato
da colline dai dolci profili, con le
antiche mura, la gente semplice e
accogliente e la quiete, indispensabile per chi, come lei, ama scrivere
e meditare. A Piticchio Gabriella
Lalìa ha dedicato lo scorso anno
un piccolo libro che ne descrive il
fascino segreto. Considera questo
paese un microcosmo in cui ha
trovato in essenza tutto ciò che di
autenticamente bello caratterizza la
nostra regione.
Dopo aver pubblicato una silloge
di poesie, ‘Ossidiana’, un libro di
racconti, ‘Con mano lieve il tempo’, edito dalla GEI, con il quale ha
vinto il Premio letterario indetto
dal Rotary Club e ‘Il castello di Piticchio’, ora ha fatto apparire, edita
ugualmente dalla GEI in una raffinata veste tipografica, una nuova
raccolta di racconti, “Come vento
tra i rami”. La presentazione del libro è avvenuta il 19 settembre presso l’Enoteca Regionale.
Dino Mogianesi ha illustrato l’opera, di piccolo formato, ma consistente nei contenuti, segnalando innanzi
tutto la pregevole qualità dello stile
evidente anche nelle precedenti
pubblicazioni e certo derivata da
un’approfondita preparazione letteraria. A suo avviso selezionando e
raccogliendo i suoi ricordi autobiografici l’autrice ha intenso ‘mettere
ordine nel disordine’, cioè filtrare le
sue esperienze al fine di dare un senso e un orientamento alla sempre
mutevole realtà. Si stagliano di netto
nella raccolta alcune figure di primo
piano: come quella della madre, ‘icona della fragilità femminile’, con la
quale l’autrice ha avuto un difficile
rapporto e la nonna, una maestra
di vita, una donna coraggiosa che
riusciva ad affrontare con passione
e consapevolezza sia le più complesse che le più semplici esperienze. Affabulatrice, curiosa, ‘al limite
del prodigioso’, la scrittrice la ritiene
essenziale anche alla sua formazione
artistica. Si ritrovano poi nel libro gli
incontri con persone di paesi stranieri, i ricordi di luoghi, profumi,
sapori, le osservazioni minuziose e
le confessioni di sentimenti che, se
pure l’hanno appena sfiorata, sono
riusciti a segnarla. Tutto è trattato
con una leggerezza e una sorridente delicatezza che lasciano trasparire la serenità di spirito conquistata
dall’autrice. Come sottotitolo Gabriella Lalìa ha scritto ‘Racconti del
mio giardino della memoria’. Specifica nell’introduzione che quello a
cui fa riferimento è il giardino della
vita, cioè ‘un luogo dai confini indefiniti, sempre animato, dove la sola
cosa ‘coltivata’ è lo sguardo da posare su cose, incontri che hanno messo
radici in punti diversi della mia vita
e ancora oggi schiudono foglie’. Un
giardino, cioè, da curare e coltivare
costantemente.
Augusta Franco Cardinali
Foto Vincenzoni
6 | psicologia_società
AVULSS: 27 settembre decennale per il Centro
Per continuare a divertirsi
28 settembre 2014 | Voce della Vallesina
La mente e l’anima
Mammi...?
di Federico Cardinali
L’Associazione Avulss gestisce da dieci anni il centro
pomeridiano “Divertirsi insieme” per diversamente
abili e desidera festeggiare questo anniversario con un
incontro presso il Teatro Studio “V. Moriconi” di Jesi
nel pomeriggio di sabato 27 settembre. Alle 17 il saluto
della presidente Donatella Gnemmi e dei rappresentanti delle istituzioni e una tavola rotonda su “Esperienze
maturate e prospettive future”. Alle 19 un concerto della corale “Brunella Maggiori”. La cittadinanza è invitata
a partecipare a partecipare. Ingresso a offerta libera: il
ricavato andrà a beneficio delle attività dell’associazione. Le attività del Centro costituiscono una occasione di
socialità e un modo per mettere insieme le potenzialità
di ciascuno.
La manifestazione ha il patrocinio del comune di Jesi e
la collaborazione del Centro Servizi Volontariato.
GRUPPI CARITATIVI DELLA DIOCESI
Una ricerca sociale
La commissione diocesana per i problemi sociali e del
lavoro, sta partecipando, insieme all’azienda Servizi
alla Persona, ad una ricerca sociale finalizzata a conoscere in modo dettagliato le attività di gruppi, centri
di ascolto ed associazioni di varia natura che operano
nella Diocesi di Jesi nel contrasto alla situazioni di povertà materiale.
La prima fase della ricerca, che si concretizza in una
intervista al responsabile di ogni gruppo sopra menzionato, si sta ultimando in queste settimane. Invitiamo i
gruppi che non fossero stati ancora intervistati, a contattare il referente della commissione diocesana per
questa ricerca. I risultati di questo lavoro saranno uno
strumento per le istituzioni pubbliche e per i soggetti
privati che devono attivare le politiche e gli interventi
di contrasto al disagio materiale.
Per eventuali segnalazioni contattare Giorgio Berti
(3383697329).
AL MUSEO DIOCESANO IN ANTEPRIMA
Festival della Didattica
CONTINUA DALLA PRIMA PAGINA
la dorata”, per i bambini un po’ più grandi, dai 10 anni
in su, diretto alla conoscenza delle tecniche artistiche e
dei materiali utilizzati in passato dagli artisti per la realizzazione delle opere d’arte. L’ingresso al museo e la
partecipazione ai laboratori è gratuita, ma si consiglia la
prenotazione allo 0731.226749.
Durante l’orario di apertura del museo, sabato 27 dalle 16
alle 19 e domenica 28 dalle 17 alle 20, sarà inoltre possibile visionare il materiale e ricevere informazioni su tutte
le attività didattiche rivolte alle scuole e ai gruppi interessati a vivere un’esperienza speciale nelle nostre sale.
Il programma completo della due giorni jesina è scaricabile dal sito www.comune.jesi.it o sulla pagina facebook Museo diocesano - Jesi.
RASSEGNA ORGANISTICA A SETTEMBRE
Rosora e Serra S. Quirico
La Rassegna Organistica “Suoni dal Passato” prosegue
con due concerti: venerdì 26 settembre, ore 21.15 a Rosora presso la chiesa di San Michele Arcangelo, si esibirà Juan Paradell Solé, organista titolare della Cappella
Musicale Pontificia “Sistina” in Vaticano, mentre domenica 28 settembre, a Serra San Quirico alle 18, presso
la chiesa di Santa Lucia si esibirà Ferdinando Bastianini,
organista titolare della Basilica Cattedrale di Viterbo e
della chiesa di Santa Maria della Verità Di Viterbo.
colloqui con lo psicologo
Da qualche mese fa il mammo a tempo
pieno. Così sentenziava qualche giorno
fa un grande quotidiano a proposito del
marito di uno dei nostri ministri-donna.
Volendo parlare, in questo modo e con
quest’orribile vocabolo, di un uomo che
si prende cura dei propri figli. Niente di
originale, in realtà: è da un po’ di tempo
che questa parola gira nella stampa e nel
linguaggio quotidiano.
Mammo. Proviamo a cogliere tutta l’originalità (!) e la profondità (!) di questa parola. Perché i due punti esclamativi? Stanno a dire che di originale e di
profondo questa parola non ha proprio
niente. Anzi. Essa rivela un pensiero e
una mentalità vecchi e retrivi. Un modo
di pensare, tuttavia, ancora piuttosto diffuso. E non solo tra le vecchie generazioni, ma anche tra i più giovani. Moderni
e tecnologici. Anche se, per rispetto alla
verità, dobbiamo dire che qualcosa sta
cambiando.
Come si vede bene, la parola mammo
altro non è che il maschile di mamma.
Perché l’abbiamo inventata?
Due pensieri a me sembra che stanno
alla base di una parola tanto brutta.
Il primo. Prendersi cura dei figli è compito della mamma. Meglio: prendersi
cura dei figli è compito soltanto della
mamma.
In realtà dovremmo ampliare lo sguardo e riconoscere che il prendersi cura è
un compito che la nostra società affida
(quasi) esclusivamente alla donna. Prendersi cura di un malato in famiglia è lei
a doverlo fare; così con gli anziani. Nella
coppia è lei che deve prendersi cura del
marito. Anche la casa, con tutto ciò che
richiede la vita di ogni giorno, è sulle
spalle di lei. Lui, tuttalpiù, cambierà una
lampadina quando non funziona o attacca un chiodo per appendere un quadro.
Lavatrice, lavastoviglie, forno, cucina,
frigo, letto da rifare, panni da sistemare,
armadi, pulizie, spesa e tanto altro non
sono (quasi) sempre e soltanto affidati a
lei?
Così è anche per i figli. Lui lavora, si
dice. E lei? Oggi la maggior parte delle
donne svolgono anch’esse un lavoro fuori casa. Eppure la sera, quando tornano,
si ritrovano con la casa che le aspetta.
Tutta la casa le aspetta. Compresi i figli. I
compiti, il pediatra, gli insegnati, la babysitter, metterli a letto, svegliarli, vestirli, la colazione e... tutto il resto. Perché
deve fare tutto lei? Che domanda, perché lei è una donna, e lui è... stanco!
E qui arriva il secondo pensiero. Il babbo, quest’uomo che appartiene al sesso
forte, è incapace di accudire ai figli, di
prendersi cura di loro. Non solo, quando
lo fa – cosa che comincia ad essere un
po’ più frequente nelle giovani coppie –
arriva questa profonda e originale parola: mammo. Per dire, così, che un uomo
che si prende cura dei figli sta svolgendo
un lavoro che non sarebbe proprio suo.
Anzi, che suo non lo è affatto. Tanto che
lo andiamo a definire come una sorta di
brutta copia della mamma. Una mamma
al maschile: un MAMMO appunto.
Beh, non c’è che dire, abbiamo un sacco
di fantasia, no!?
È vero, i sessantenni di oggi – i nonni –
sono cresciuti in famiglie con confini
molto rigidi e netti tra i compiti di una
madre e di quelli di un padre. I nostri
padri erano occupatissimi nel lavoro
fuori casa, magari anche nel doppio lavoro quando riuscivano a trovarne uno,
tanto erano difficili i tempi del dopo
guerra che li avevano accompagnati nella loro giovinezza. E noi abbiamo imparato da loro che compito di un padre è
lavorare e portare a casa i soldi per la famiglia. Fatto questo, un uomo è a posto.
I trentenni di oggi stanno cambiando e
provano a condividere un po’ di più la
casa e tutto quanto essa porta con sé.
Compresi i figli. Oggi una giovane donna che non svolga un lavoro fuori casa
comincia ad essere un’eccezione. Anche
questo, certo, contribuisce a scoprire la
necessità di con-dividere la cura della famiglia.
Tutto ciò è bello. Anche giusto, direi. E
non solo per una condivisione della fatica. È bello e giusto per una buona relazione di coppia. Bello e giusto per i
figli. Che, finalmente, possono scoprire
che c’è un BABBO nella loro vita. Un
uomo che si prende cura di loro, che sa
condividerci del tempo, che sa giocare,
aiutarli nei compiti, tenerli in braccio e
lasciarsi abbracciare. Con affetto. Con
tenerezza. Proprio come un babbo. Che
sa stare accanto alla mamma, convinto
che non le sta rubando niente. Anzi, che
sta portando nella loro casa quell’energia
maschile che solo un uomo può mettere
in campo. Accanto al femminile che le
mamme non fanno e non faranno mai
mancare.
Babbi, allora, e non mammi – buttiamola questa parola! Perché è di un babbo che hanno bisogno i nostri figli. E le
nostre famiglie.
Chi vuole scrivere allo psicologo può farlo o per e-mail ([email protected] o [email protected])
o per posta a Voce della Vallesina - colloqui con lo psicologo - P.za Federico II, 8 - 60035 JESI
PER SACERDOTI E RELIGIOSI
Corso di Formazione
È iniziato venerdì 12 settembre il Corso
di Formazione per sacerdoti e religiosi
sulla Psicologia delle relazioni familiari.
Il Corso si svolge presso l’Istituto di Terapia Familiare di Ancona ed è condotto
dagli psicoterapeuti della famiglia Federico Cardinali e Gabriella Guidi. Al Corso
partecipano sedici tra sacerdoti e religiosi delle varie diocesi delle Marche.
Il programma del Corso prevede tre giornate di lavoro. Nella prima abbiamo studiato la struttura della famiglia (nonni,
genitori, figli; la relazione di coppia tra
coniugi e genitori). La seconda affronterà il ciclo vitale della famiglia: le varie
tappe che una famiglia percorre nel suo
processo evolutivo, dal fidanzamento fino
alla vecchiaia e alla morte. Nella terza
giornata ci confronteremo con le problematiche delle nuove famiglie (famiglie
separate, ricostituite, single, coppie gay,
ecc.). Il secondo incontro sarà venerdì 10
ottobre.
Per ogni informazione si può telefonare al
338.9888883 o consultare il sito dell’Istituto www.itfa.it.
Chiesa Monumentale di San Marco
via San Marco – Jesi (AN)
Un INVITO per tutte le FAMIGLIE
DOMENICA
BENEDIZIONE
Ore 16.45
delle FAMIGLIE
28 Settembre
Chiesa di San Marco (Jesi)
SOLENNE
in occasione della festa di Santa Teresa di Lisieux
L’8 luglio 1897, date le sue gravi condizioni, Teresa venne trasferita in infermeria e madre
Agnese di Gesù, giorno dopo giorno, ne annotò gli Ultimi colloqui:
“Sento di avviarmi al riposo. Ma soprattutto sento che la mia missione sta per
cominciare: la mia missione di far amare il Signore come io l’amo. Sì voglio
passare il mio Cielo a fare del bene sulla terra. Dopo la mia morte farò cadere
una pioggia di rose. Nessuno m’invocherà invano. Lavorerò fino alla fine del
mondo per i miei fratelli che sono sulla terra, fino a che non li vedrò tutti in
Paradiso."
E’ il terzo anno in cui ci ritroviamo, attorno a S. Teresa, per invocare la
sua benedizione sulle nostre Famiglie. Quest’anno la celebrazione con
la benedizione è particolarmente significativa in vista del prossimo
Sinodo dei Vescovi con Papa Francesco sul tema della Famiglia.
1) L’APPUNTAMENTO è per le ore 16.45 di Domenica 28 Settembre, nella
Chiesa Monumentale di San Marco, (durata 45 minuti circa).
2) Ogni Famiglia porti possibilmente una rosa o comunque un fiore da offrire
alla Santa.
3) Nella via della Chiesa i posti auto sono limitati, vi invitiamo pertanto ad
organizzarvi di conseguenza e parcheggiare in vie alternative.
Le Monache Carmelitane di Jesi
Don Gianni Giuliani
Mi ami tu? Seguimi!
(Gv 21,15.19)
Dietro a Gesù per un cammino di conversione e di rinnovamento
Esortazione pastorale del vescovo Gerardo Rocconi a presbiteri
e diaconi, Comunità Religiose, Consacrate, Consigli Pastorali,
Comunità Parrocchiali, Gruppi, Associazione e Movimenti
ecclesiali e a tutto il popolo di Dio
Dal Vangelo secondo Giovanni (21,15-19)
Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio
di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore,
tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli
disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni,
mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio
bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza
volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase
addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?»,
e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene».
Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico:
quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma
quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e
ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale
morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse:
«Seguimi».
INTRODUZIONE
Nella recente Assemblea della CEI Papa Francesco ci disse che
sempre era rimasto colpito da questo dialogo di Gesù con Pietro. E
sentiva forte quella conclusione: Tu seguimi! Pietro era passato per
tanti stati d’animo: la vergogna per il tradimento e il rinnegamento,
l’imbarazzo perché non sapeva come rispondere a quelle domande
incalzanti di Gesù. E poi la pace. Gesù gli dava ancora fiducia. È
quanto sta accadendo a noi. Il Signore Gesù alla nostra Chiesa
Jesina dice: Mi ami tu? Lo dice a ciascuno di noi: lo dice a me,
lo dice ai Sacerdoti, ai Diaconi, ai Religiosi, ai Consacrati, a chi
svolge un ministero, agli educatori, insomma a tutto il popolo di
Dio. Ancora una volta Gesù fa la sua proposta di amore alla sua
Chiesa e le dice: Seguimi.
1 - La gioia del Vangelo
Questa parola di Gesù cade in un momento preciso: da una
parte troviamo delle difficoltà per tutte le situazioni esterne
che viviamo, ma anche per le nostre fragilità e povertà; ma nello
stesso tempo avvertiamo l’importanza di essere annunciatori del
Vangelo proprio in questo tempo, in un mondo assetato e affamato
non solo di pane, ma della Parola di Dio.
Ecco perché ci ha colpito la recente esortazione del Papa Evangelii
Gaudium: la sentiamo come la risposta a tutte le domande della
Chiesa e del mondo di oggi e come un invito a non arrenderci, ma
a rispondere generosamente all’invito del Signore “Tu seguimi”.
Seguire il Signore: per far che? Il Papa in EG ci risponde che oggi la
Chiesa è chiamata a essere una “Chiesa in uscita” (cfr EG 20-24).
L’impegno pastorale della Chiesa, oggi, si pone all’interno di una
rinnovata preoccupazione missionaria. La nostra Chiesa diocesana
non vuole sottrarsi a questa chiamata. Si tratta di rinnovare una
vibrante passione per la missione, che tutto rianima e ricompone
attorno al primato di un Vangelo annunciato e testimoniato.
La sfida è profonda, come un cambiamento di ottica e di
orientamento: “Costituiamoci in tutte le regioni della terra in
uno stato di permanente missione” (EG 25). È la conversione
missionaria di ogni Chiesa particolare e di ogni fedele di Cristo, a
partire dal vescovo (cfr EG 31).
Sarebbe errato dire che non facciamo niente. Ma una esortazione
così forte ci fa intendere che il Papa chiede qualcosa di più. C’è
un rinnovamento da operare, un atto di coraggio da fare, una
conversione da vivere nel cuore, nella mente, nelle scelte. Sì, nel
cuore, nella mente e nelle scelte, perché vita spirituale e missione
sono strettamente connesse: “Se vogliamo crescere nella vita
spirituale non possiamo rinunciare ad essere missionari” (EG 272).
“La missione non è parte della mia vita… è qualcosa che non posso
sradicare dal mio essere se non voglio distruggermi. Io sono una
missione su questa terra e per questo mi trovo in questo mondo”
(273). Sono parole forti che devono far riflettere su come si deve
intendere la vita cristiana e ogni ministero. Noi siamo nel mondo
per essere missionari dell’amore di Dio, per aiutare a scoprire la
gioia e la forza del Vangelo agli uomini e alle donne del nostro
tempo.
2 - Un anno di discernimento
L’anno pastorale è iniziato con l’assemblea diocesana dello
scorso 19 ottobre che aveva per tema “la vocazione laicale in una
pastorale condivisa”. È stata vissuta tutta tra noi, senza relatori
esterni e tutta attenta alla dimensione di Chiesa (Sensus Ecclesiae)
dentro la quale sono collocati i diversi ministeri (come quello
presbiterale) e le diverse vocazioni (come quella laicale). È stata
una buona esperienza di Comunità Cristiana nelle sue componenti
fondamentali (clero/laici/vita consacrata), finalizzata a far
crescere la corresponsabilità, superando le tensioni tra preti e laici
e cercando le vie per una organizzazione pastorale più condivisa.
Solo da una chiesa sinodale può nascere e sviluppare una chiesa
missionaria. (Atti pubblicati sulla Rivista Diocesana)
Il discernimento comunitario in 10 gruppi ha raccolto anzitutto le
esperienze significative di comunità al plurale dove, cioè, sono
presenti insieme le diverse vocazioni. Ha affrontato il problema
dell’appartenenza, resa difficile non solo in città, ma anche nei
paesi. Ha esaminato soprattutto come un laico possa portare
avanti la sua tipica vocazione nel mondo, cercando di creare
legami. Infine si sono raccolte indicazioni per lavorare insieme
nel futuro verso una realtà significativa e importante. Sono stati
indicati diversi obiettivi, ma poi il Consiglio Pastorale Diocesano
ha proposto un cammino verso la costruzione della Comunione tra
le vocazioni e i ministeri, l’organizzazione, la valorizzazione, la
relazione reciproca. Cosa di cui si parla in questa esortazione.
L’anno pastorale 2013/14 è stato vissuto anche dai Sacerdoti
in maniera un po’ insolita: non sono stati fatti incontri di
aggiornamento particolari, non incontri di studio, ma si è voluto
riflettere per un anno intero su loro stessi, sul significato della loro
presenza nella Diocesi, chiedendosi cosa il Signore vuole da loro in
questo particolare momento della storia e della Chiesa.
La domanda nasceva da una fatica che si sta facendo: si avverte
una certa stanchezza e la difficoltà a rispondere a tutte le richieste
che vengono dal popolo di Dio. Ma in tutto questo si ha la certezza
che non si è abbandonati dall’amore di Dio: tutt’altro. Anche un
momento di fatica serve per comprendere che il Signore chiama
a una svolta, a una crescita e forse a rispondere in maniera nuova
alle richieste del popolo di Dio. Per questo ci si è dati un anno di
riflessione… in ascolto dello Spirito
1- IN ASCOLTO DELLO SPIRITO
1.1 - Una “tregiorni” per partire
Tutto è cominciato con una tregiorni in cui i Sacerdoti sono stati
accompagnati a rientrare in sé stessi, a interrogarsi sul loro essere
sacerdoti: questo prima di vedere come organizzarsi, prima di
chiedersi cosa fare. Alla fine sono emersi alcuni pensieri importanti
da ricordare e da sottolineare.
Il lavoro di quei tre giorni può essere sintetizzato in un Decalogo
del Sacerdote:
1- È più importante come vivo io da sacerdote di quel che faccio
come sacerdote.
2- È più importante ciò che fa Cristo attraverso di me di quel
che faccio io.
3- È più importante che io viva l’unità nel presbiterio che
buttarmi a capofitto da solo nel ministero.
4- È più importante il servizio della preghiera e della parola che
non quello delle mense.
5- È più importante seguire i collaboratori che fare da me e da
solo più lavori possibili.
6- È più importante essere presente a pochi punti centrali del
tutto con una presenza che irradia vita, che esserlo a tutti i
punti in fretta e a metà.
7- È più importante agire in unità che nell’isolamento, per
quanto in gamba io sia.
Quindi è più importante collaborare che lavorare, è più importante
la communio della actio.
8- È più importante, perché più feconda, la croce, che i risultati
concreti.
9- È più importante l’apertura sul tutto (quindi su tutta la
comunità, sulla diocesi, sulla Chiesa universale) che gli
interessi particolari, per quanto importanti essi siano.
10- È più importante che venga testimoniata a tutti la fede che
soddisfare tutte le esigenze tradizionali.
Con questa consapevolezza, con la volontà da parte loro di crescere
nella fede e nella disponibilità al servizio, i Sacerdoti sentono che
è possibile affrontare i vari problemi della diocesi. Per fare questo
è necessario un atteggiamento di conversione.
Conversione come accoglienza della volontà di Dio, conversione nel
fare pastorale, conversione nel porre in atto relazioni più profonde.
È necessaria una conversione sia personale, sia come presbiterio.
Finché la soluzione dei problemi la si cerca negli altri... è difficile
che ci si muova anche di poco.
Importante è non solo lo stile del ministero, ma lo stile della vita
nelle sue relazioni e nella sua giornata ordinata. La vita buona del
Vangelo è chiesta anche ai preti, a tutti.
A questo punto è sembrato opportuno fare una lettura della
situazione della diocesi.
I Sacerdoti sono pochi. Sono complessivamente anziani. Ci sono
problemi di salute. Si direbbe: Non si arriva da nessuna parte! Ma
si deve credere che il Signore spesso parla anche attraverso le
povertà. Si tratta allora di mettersi in ascolto e di accogliere la
luce che il Signore dona.
1.2 - Rinnovamento in vista di una Chiesa che è Comunione
Ma una cosa è emersa fin dall’inizio: la chiamata che il Signore
sta operando è fondamentalmente un invito alla Comunione.
Comunione all’interno del Clero, comunione dei Ministri con tutto
il popolo di Dio, comunione fra le Associazioni. In questo discorso
della comunione c’è la conversione dell’intero popolo di Dio e i
Pastori hanno anche questo ruolo, quello di favorire la comunione:
fin da ora possiamo dire che la risposta a tutte le difficoltà, la
svolta da dare, la fatica da operare, la parola da declinare in tutte
le maniere e situazioni è sempre la stessa: la Chiesa è comunione.
In questo cammino di rinnovamento ci sono subito alcune cose da
superare: il camminare da soli, il non riconoscersi membra di un
unico corpo. Il primo cambiamento deve avvenire nel Vescovo,
il quale dovrà essere attento alle persone, dovrà attardarsi ad
ascoltare persone e situazioni, dovrà mettere in atto una paternità
sensibile, generosa, attenta. I Ministri Ordinati dovranno favorire
la comunione, esortare alla comunione, cercare all’interno delle
comunità loro affidate di favorire segni di comunione, incoraggiare.
I Religiosi e i Consacrati dovranno particolarmente essere luce,
manifestando come il Signore va messo al primo posto, nella
consapevolezza che nel riferimento costante a lui nasce la
comunione.
Le Associazioni laicali dovranno sentirsi sempre più inserite nel
cammino della diocesi. Tutti i laici dovranno essere aiutati a
non svolgere più un ruolo gregario, ma ad assumersi autentiche
responsabilità.
1.3 - La speranza, caratteristica della comunione con il Signore
La molteplicità dei problemi non può indurci alla disperazione.
Papa Francesco in EG ci ricorda che il Signore è più forte (cfr
EG 276), dona il suo Spirito, è potenza di Dio. E anche là dove
si vedono tanti segni di morte, dobbiamo vedere la vita che
sta risorgendo (cfr EG 275-280). Partire con un pensiero di
disperazione significa annullare ogni frutto. Quando Pietro sul
lago fissa gli occhi su Gesù, cammina sull’acqua; ma nel momento
in cui si lascia prendere dalla paura, va a fondo (cfr Mt 14,2233). Perdere la fiducia è aprire la strada al fallimento. Dare
fiducia al Signore è già certezza di frutto e rinnovamento. Non
permettiamo che passi un pensiero di disperazione, un pensiero
secondo il quale non c’è futuro.
La certezza che il Signore non ci lascia soli ci spinge a metterci in
cammino e a cercare strade da percorrere, non soluzioni, perché
noi sappiamo bene che dobbiamo fare tutto quello che c’è da
fare, ma restiamo servi inutili. Il nostro impegno deve essere
pieno, ma sappiamo che non dovremo mai pretendere di avere la
soddisfazione di poter dire: Ho risolto tutti i problemi, ho tutto
sotto controllo, le cose vanno bene. Il giorno che accadesse questo
forse sta per avvenire il peggio. La Chiesa per sua natura vive nella
precarietà perché non si regge sulle sue forze ma deve sempre fare
riferimento e ricorrere al Signore: Quando sono debole, è allora
Esortazione pastorale
che sono forte (2 Cor 12,10). Una Chiesa che vuole essere forte del
suo, sta cedendo alle tentazioni fatte a Gesù nel deserto.
Riassumendo
La speranza ci caratterizzi, pur nella fragilità e precarietà del
momento presente. Necessità di abbandonare le proprie sicurezze
per mettersi in ascolto dello Spirito. Ognuno si senta coinvolto in
un cammino di conversione da percorrere. La Chiesa è Comunione:
solo l’accoglienza reciproca fra tutte le realtà ecclesiali e una
sincera collaborazione permetteranno di realizzare la comunione.
2 - I PASTORI
2.1 - La comunione con il Signore
Non è qui il caso di elencare le caratteristiche proprie dei Pastori.
Anche perché, dato lo spazio disponibile, ogni discorso sarebbe
riduttivo e, quindi, fuorviante. Ci limitiamo a dire che ciò che
deve caratterizzare i Ministri ordinati è la “Carità Pastorale”,
cioè quell’amore che è proprio di Cristo, il Buon Pastore, nella
cui persona i Pastori trovano il modello per la loro vita. Cristo,
Buon Pastore, è il riferimento. Poi le circostanze, le esigenze, le
sensibilità indicheranno come incarnare nella vita concreta l’opera
del Buon Pastore.
Per questo la vita personale dei Ministri va sostenuta con i mezzi
propri di un cammino di fede, ma anche accogliendo la Parola
del Magistero della Chiesa. Sto pensando alla EG e allo stupendo
intervento del Papa durante l’ultima assemblea dei Vescovi italiani
del 19-22 maggio scorsi.
Ed è sempre per motivi di fede che va accettata la “novità”, in
particolare quella di essere sempre più corresponsabili nel servire
questa Diocesi, sapendo che il Signore l’ha affidata, per quanto
loro compete, in particolare a loro, proprio a loro.
Non può mancare una intensa vita spirituale. Papa Francesco nella
catechesi del 16 ottobre u.s. diceva: L’apostolo è quello che prega.
Prega e poi evangelizza. Perché il primato della preghiera anche di
fronte all’urgente necessità di annunciare la Parola? Perché è Dio
che tocca il cuore, è solo Dio che converte. Per questo ai Sacerdoti
si raccomanda la S. Messa quotidiana, la Celebrazione fervorosa
e integra della Liturgia delle Ore, la Confessione assidua, la
Meditazione e Lectio Divina, l’Adorazione Eucaristica, la Devozione
a Maria SS espressa soprattutto con il rosario (cfr PO 5.18 e PDV 48).
2.2 - Necessità di riorganizzarsi
In questo momento di particolare fragilità e complessità della
vita i Pastori sono chiamati a una conversione pastorale. Diciamo
pure a riorganizzarsi. Diversa è la situazione dei pastori rispetto
a 50 anni fa (numero, età, salute, esigenze del popolo): ma sono
chiamati a riorganizzarsi non con lo spirito di una qualsiasi azienda
che deve ristrutturarsi, bensì sempre nella consapevolezza che il
pastore è il Signore Gesù.
Alcuni criteri potrebbero essere questi. In una situazione difficile
e complessa come è quella della Chiesa oggi, sono molteplici le
risposte da trovare e le vie da percorrere. Ma un atteggiamento
di fondo i pastori non possono perderlo: quello di camminare
nella fedeltà alla Chiesa e ai suoi orientamenti. In articolare oggi
l’esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, definita dal Papa
stesso programmatica, è un punto di riferimento.
È necessario riapprofondire la costituzione Lumen Gentium: questo
per capire il ruolo della Chiesa in quanto tale, il ruolo dei laici e il
servizio dei pastori. Questi ultimi devono avere la consapevolezza
che non sono delegati della comunità, ma inviati per la comunità.
L’essere presenza sacramentale di Gesù, però, non li pone su un
piedistallo e non dà licenza ad assumere atteggiamenti autoritari:
tutt’altro! Chiede di amare la Chiesa come sposa e di servirla con
dedizione e generosità fino al dono della vita. Questo comporta il
rifiuto dei propri comodi, delle proprie visioni, dei propri privilegi
e anche delle proprie sicurezze.
2.3 - Fiducia ai fratelli laici
In Ef 5,29 leggiamo: Nessuno ha mai odiato la propria carne, anzi
la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa. Paolo parla
ai mariti, e fa riferimento a Cristo, lo Sposo. Il Ministro, in quanto
sacramento di Cristo, si rapporta alla Comunità come sposo. Lo
spezzare la Parola e l’Eucaristia mette in risalto questo legame
sponsale. E allora la domanda che sempre va posta è questa: Cosa
i Pastori stanno offrendo alla comunità-sposa perché cresca? Qual
è il dono grande, vero, sicuro che i pastori offrono? Qual è il buon
pascolo in cui i pastori accompagnano, nel nome di Cristo, il gregge
loro affidato?
In questo rapporto sponsale è importante il dialogo. Presbitero
e Comunità dialogano, decidono, scelgono. Quanto è importante
permettere che la sposa cresca. Ma Cristo non permette semplicemente che la sposa cresca, bensì le dà vita e la fa crescere.
I pastori, pertanto, opereranno perché i laici si assumano anche
grandi responsabilità: nella evangelizzazione, nella carità, e
nell’animazione del popolo di Dio. Del resto tutto il popolo di Dio
è chiamato a vivere queste tre dimensioni. Doveva essere la strada
di sempre: oggi non se ne può fare proprio a meno!
È necessario cercare vie (e la risposta non è data una volta per
sempre) per scoprire o far nascere servizi e ministeri. Anzi, è
necessario arrivare a una “ministerialità diffusa”: meglio che tanti
facciano poco, che alcuni soltanto facciano tutto! E allora diventa
necessario anche formare le persone chiamate e disponibili. Infatti
è necessario che il Pastore-sposo esorti, educhi, faccia la propria
parte perché crescano servizi e ministeri.
Come si diceva in un passato non molto lontano, il compito del
pastore non è quello della “sintesi dei ministeri”, ma è quello
del “ministero della sintesi”. Non è chiamato a far tutto, ma è
chiamato a coordinare, sostenere, incoraggiare il ministero di
tanti, di tutti.
Questo comporta che il suo compito è insostituibile, ma che
deve sostenere, favorire, accogliere il compito di altri. È chiaro
il discorso di Pietro in occasione dell’istituzione dei Diaconi: «Non
è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle
mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona
reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo
questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al
servizio della Parola» (At 6,2-4)
2.4 - Un servizio disponibile e generoso
I Ministri Ordinati non possono mai dimenticare lo spirito con cui
hanno chiesto di accedere al Ministero. Quelle promesse non sono
di un momento. Vale la pena ricordarle: disponibilità a servire il
popolo di Dio, obbedienza, preghiera, conformazione al mistero
eucaristico, adesione alla Parola di Dio. Si richiede disponibilità
e quindi conversione. Ci si chiede pertanto di mettersi in gioco. I
programmi più belli non servono a nulla se rimangono sulla carta
e non sono vissuti.
Ritengo che per l’oggi i Pastori siano chiamati a un supplemento
di generosità: compresa la disponibilità di lasciare le proprie
sicurezze, i propri posti per assumere altre responsabilità magari
più grandi e impegnative. Sono chiamati a vincere soprattutto la
paura, ricordando che il vero contrario della fede è la paura. Più che
mai possiamo e dobbiamo immaginare una stretta collaborazione
fra Presbiteri, Famiglie e Religiosi: una collaborazione che potrà
essere più ricca e soprattutto possibile all’interno delle Unità
Pastorali.
2.5 - Pastorale delle Vocazioni
Nella Comunità ci sono diverse vocazioni: la vocazione laicale,
la vocazione sponsale, la vocazione consacrata, la vocazione
missionaria, la vocazione e il ministero presbiterale. Nella
Comunità ci sono ruoli diversi che vanno rispettati. Ognuno
ha il suo ruolo: per questo è necessario rispettare e favorire la
ministerialità dei laici, come ribadito dalla Assemblea diocesana.
Oggi la Chiesa jesina vive una preoccupazione a motivo della
penuria dei presbiteri. È necessario che ognuno faccia la sua
parte perché il Signore possa darci pastori secondo il suo cuore in
numero sufficiente.
Il numero dei pastori: nella nostra terra abbiamo una tradizione,
una storia, una attesa. Anche se dobbiamo prendere atto che i
pastori non saranno più numericamente come sono stati 50 anni
fa, non possiamo nemmeno concludere superficialmente che ne
abbiamo comunque più che nelle terre di missione. Viviamo in un
contesto diverso e diverse sono le esigenze e le attese. E
pertanto è urgente una seria pastorale vocazionale, opera della
comunità intera, ma che vede i pastori, ad imitazione di Gesù,
particolarmente sensibili nel chiamare ed educare i futuri pastori.
Gesù ha chiamato. Ha preso l’iniziativa. È importante che i Pastori
chiamino e guardino “con amore” e che propongano una vita di
sequela e di ministerialità.
Dobbiamo renderci conto di una situazione che viviamo: perché
negli ultimi anni c’è stato un calo di vocazioni presbiterali così
marcato? Dobbiamo prendere atto che sono cambiati i tempi.
Questo vale per ogni vocazione di speciale consacrazione. Una
volta si entrava in seminario o in un istituto religioso da bambini
e con facilità: i motivi potevano essere tanti. A volte all’origine
c’era l’amicizia con un sacerdote e in famiglia c’era stima per il
sacerdozio e per la persona consacrata. Ogni sacerdote sa che
deve in parte il suo sacerdozio al parroco o a un altro sacerdote.
Così per i missionari e per le persone consacrate. Oggi siamo in una
situazione diversa. Indubbiamente è sempre necessario un modello.
Spesso l’ipotesi sacerdozio o vita religiosa nasce dall’incontro con
una persona “affascinante”, gioiosa nel vivere la sua adesione a
Cristo. Ma perché di fatto questa prima intuizione abbia seguito,
sono necessari altri ingredienti. È necessario un cammino di fede.
L’incontro con una persona che abbia proposto una scelta di
consacrazione con la propria vita o con le parole, può avere seguito
se c’è un incontro con Cristo. E questo ci pone una domanda: nelle
nostre comunità, nelle nostre associazioni giovanili quanto la
Parola del Signore è abbondantemente proclamata? Quanto è Lui, il
Signore Gesù, il motivo dello stare insieme? Non dimentichiamolo:
la sola aggregazione, anche se brillante e festosa, non è ancora
“fare Chiesa”!
La pastorale vocazionale inizia dall’educare alla preghiera,
dallo spezzare la Parola, dall’accompagnare ai Sacramenti, fino
all’aiutare a porsi le domande più forti sul senso della vita.
Così intesa, tutta la pastorale non può essere che vocazionale.
Dobbiamo a questo punto chiederci se non ci siano state delle
manchevolezze in ordine all’opera educativa. Sicuramente sono
state tante le iniziative, le attività, ma non sempre si è curata una
“relazione profonda” con il Signore. La Chiesa si riunisce nel nome di
Gesù, vive una profonda relazione con lui, prega, ascolta, accoglie
e vive la sua Parola; lo incontra nei sacramenti. Con serenità, senza
colpevolizzarci, ma con altrettanta serietà dobbiamo chiederci
se, forse, la scarsità di vocazioni di questi ultimi decenni non
sia dovuta proprio all’aver fatto poco perché i nostri giovani non
perdessero il gusto della preghiera, la disponibilità all’incontro
con il Signore nella meditazione della Parola di Dio, l’assiduità ai
Sacramenti, la gioia dell’Adorazione Eucaristica, la disponibilità
alla direzione spirituale.
Se così fosse, e personalmente credo che lo sia, dobbiamo proprio
ripartire da qui, cioè dal rimediare a ciò in cui si è mancato.
Noi sappiamo che nel passato tante vocazioni sono maturate
perché accanto ai motivi che sono stati accennati, c’è stata la
famiglia che le ha sostenute.
Ormai comincia a essere chiaro per tutti che non si fa pastorale
giovanile e pastorale vocazionale prescindendo dalla famiglia. Non
è qui il caso di approfondire il discorso della pastorale familiare,
ma sia chiaro che quello della famiglia è un tema importante e che
la famiglia va coinvolta nella pastorale vocazionale.
Ora, quali scelte può fare la Diocesi? In questi ultimi tempi si è
dato un nuovo impulso all’Ufficio Diocesano per la Pastorale
delle Vocazione (UPV), in cui collaborano rappresentanti di
molteplici vocazioni. Il primo compito che l’UPV si è dato, secondo
l’esortazione evangelica: “La messe è abbondante ma sono pochi
gli operai! Pregate dunque il Signore della messe perché mandi
operai alla sua messe” (Mt 9,35-38) è stato quello di animare la
preghiera per le vocazioni.
Chiedo alle parrocchie di favorire gli incontri fra i membri del UPV
e i gruppi parrocchiali, soprattutto giovanili. In ogni caso l’UPV è
chiamato a proporre e animare alcune iniziative, attività, incontri
che indico a titolo di esempio:
a- Anzitutto la preghiera, personale e comunitaria. E i Sacerdoti
sono chiamati ad esortare le comunità perché la preghiera
non manchi mai.
b- L’UPV sosterrà percorsi dove nella preghiera e nell’ascolto si
fa discernimento vocazionale. I pastori indichino e orientino i
giovani a inserirsi in questi cammini.
c- La direzione spirituale è un servizio che i Sacerdoti (e non
solo) sono chiamati a dare perché chi “cerca” abbia la
possibilità di essere aiutato.
d- È importante la visita periodica ai gruppi giovanili e alle
comunità parrocchiali da parte del Direttore soprattutto, ma
anche da parte degli altri membri dell’UPV per sensibilizzare
a questo discorso.
e- Un momento importante per porre e porsi la domanda è il
cammino verso la Cresima. Il ritiro dei Cresimandi si potrebbe
fare in seminario con l’aiuto del Direttore e dei membri
dell’UPV.
f- Ma non dimentichiamo che tutta la pastorale è di natura
sua vocazionale, è risposta a un Dio di amore che interpella,
chiede e chiama.
Riassumendo
I Sacerdoti sono chiamati a una vita di santità, dediti al “gregge”
loro affidato”. Non è possibile per un pastore una vita mediocre.
Sappiano i pastori vivere con fiducia e generosità anche i loro limiti.
Il Signore cerca la loro fedeltà, non altro. I Pastori curino la loro
vita spirituale: la loro adesione piena a Cristo li renderà testimoni
gioiosi e affascinanti. Abbiano coscienza che la gioia con cui è
vissuto il Ministero Sacerdotale è la migliore pastorale vocazionale.
I Pastori sono necessari, ma non per questo devono essere soli e fare
tutto. Da soli non sono la Chiesa! I pastori diano fiducia ai fratelli
laici: li coinvolgano, li chiamino, li sostengano, si fidino. Pastori e
laici riscoprano l’urgenza di una seria pastorale vocazionale. La
pastorale vocazionale esige un forte annuncio della fede prima, un
accompagnamento nella preghiera, nell’ascolto, una educazione
anche attraverso la direzione spirituale, una chiamata. L’Ufficio
Diocesano per la Pastorale delle Vocazioni sia a disposizione delle
parrocchie, dei gruppi, per offrire il proprio aiuto nell’animazione
Esortazione pastorale
vocazionale della pastorale. Non sia ignorato, se ne accolga il
servizio.
3 - I LAICI
3.1 - Chiamati a corresponsabilità
Ancor prima di pensare cose nuove sulle responsabilità che i laici
possono assumersi, è necessario partire dal cammino fatto. Non è
giusto dire che nel recente passato non si è fatto niente o che i
laici non si sono mossi in nulla. Sto pensando in questo momento
a tutte quelle persone che hanno fatto un cammino di formazione,
a quelle persone, già formate che manifestano disponibilità, a
quelle persone che già sono o possono essere una risorsa.
E allora chiediamoci: Che ne è dei ministeri già nati? Quanto
i pastori e la comunità sono stati e sono accoglienti? Quanto ci
impegniamo perché nascano nuovi ministeri?
Per fare questo cammino vedo utile che ci confrontiamo sugli atti
della nostra assemblea diocesana dello scorso ottobre. Ricordiamo
quelle due importanti domande:
a) siamo una Chiesa che sostiene la vocazione laicale (o il
sacerdozio comune, che è un aspetto importante)?
b) verso quale investimento pastorale per i prossimi anni
(organizzazione e comunione, servizio agli ultimi, cammino
di educazione ed evangelizzazione)? In fondo è come dire che i
vari problemi vanno affrontati anche dai laici, perché, insieme ai
pastori, sono Chiesa.
È necessario che cogliamo anche quell’impulso che ci viene
dal recente Convegno Regionale sulla Evangelizzazione che ha
sottolineato l’importanza dei laici, e della donna in particolare,
nella Chiesa di oggi.
Abbiamo investito su una “Scuola per i ministeri”, (proseguita
poi con la formazione di animatori dei fidanzati) finalizzata alla
formazione di persone disponibili a prendersi la responsabilità in
un servizio che proprio all’atto della domanda era stato condiviso
dal parroco. È sicuramente utile rendere permanente un Corso
per i ministeri di fatto, individuando quelle necessità e quelle
persone che i parroci possono suggerire? Una delle abilitazioni
potrebbe essere quella della conduzione, in unione al parroco, di
una piccola comunità.
Per parlare dei Laici, forse bisogna cominciare dai Sacerdoti.
Bisogna che i Sacerdoti si mettano veramente in ascolto, che non
pretendano di avere tutte le risposte e tutte le soluzioni. C’è da
riscoprire le parole di Pietro: Noi ci dedicheremo alla preghiera e
alla predicazione. È la prima convinzione che ci porta ad accogliere
il servizio dei Laici.
C’è da riscoprire anche il valore della comunione: tra i Preti, tra
Preti e Laici e tra Laici e Laici. I Laici sono chiamati ad assumersi
responsabilità non perché i Preti non ce la fanno più, ma perché
c’è un ruolo dei Preti e uno dei Laici, da vivere nel rispetto e
nell’accoglienza reciproci. Non dimentichiamo, inoltre, che
accanto ai servizi della Parola, della Liturgia e della Carità, i Laici
hanno il loro specifico servizio “nel secolo”. Quando chiamiamo i
Laici a corresponsabilità, c’è una mentalità da superare: i Pastori
non possono più cercare perfetti esecutori, ma “imperfetti
corresponsabili”. Infatti le persone non sono a loro immagine e
somiglianza, bensì hanno le loro caratteristiche buone e meno
buone, che comunque vanno accolte, rispettate e, a volte, almeno
tollerate. In altre parole bisogna accettare la fatica di lavorare
sempre insieme.
Ma proprio il discorso della imperfezione e della inadeguatezza
ne apre un altro; quello della formazione permanente, anche
per i Laici. E non fermiamoci di fronte a una o tante esperienze
negative. Bisogna scoprire e favorire vocazioni laicali. Ma fintanto
valorizziamo anche quelle che ci sono. Sappiamo, infatti, che ci
sono tanti Laici che affermano di voler servire la Chiesa e mettersi
a disposizione del Vangelo. Ce ne sono altri che lamentano di non
essere né chiamati, né valorizzati. Ma superiamo anche polemiche,
tensioni o rivendicazioni.
La Chiesa non è un’azienda. Laici e Preti possono lavorare bene
a condizione che ci si lasci guidare dallo Spirito. E la Chiesa ha
bisogno di Laici che vivano con questo spirito e non di persone che
facciano un “generico volontariato”.
3.2 - La corresponsabilizzazione dei Laici esige formazione
Imparare a pensare ai Laici non come esecutori, ma come
corresponsabili, richiede per essi una formazione. Anzitutto la
formazione teologica. Per questa, dove e quando è possibile, è
bene servirsi dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose (ISSR) di
Ancona. Ma sappiamo bene che per tanti questa strada sarebbe
difficile. Abbiamo portato avanti per anni la scuola per ministeri.
Forse non ha dato tutti quei frutti che avremmo desiderato,
ma sarebbe ingiusto dire che non sia stata utile. Parlando di
formazione dei Laici, è importante che si educhino e siano educati
a non cercare se stessi o un modo di affermarsi.
Anche per loro è fondamentale imparare lo spirito di comunione.
Non abbiamo bisogno di uno che faccia tutto (con il rischio di non
essere accettato), ma di tanti che insieme facciano tutto. Ciò
richiede spirito di comunione, umiltà, disponibilità e formazione. È
necessaria una formazione teologica, una formazione pastorale e
pratica, ma anche una formazione spirituale. Mancando quest’ultima
non è garantita né la serietà del servizio, né la comunione. A
conclusione di un percorso formativo, è bene che, come si fa con
i catechisti, anche per altri servizi ci sia un mandato: serve per
responsabilizzare chi lo riceve e aiuta la comunità a “riconoscerlo”.
È opportuno che vengano maggiormente valorizzati i ministeri
dell’Accolitato e del Lettorato.
3.3 - I servizi dei Laici
Non dimentichiamo la loro indole secolare. Questo è il loro
specifico. Ma sono chiamati anche ad assumersi quegli impegni che
sono propri della Chiesa intera. E il Signore potrebbe mandarci
o famiglie o singole persone che vogliono vivere la loro vita
pienamente a servizio della comunità. Sarebbe un dono immenso.
Sto pensando anche a persone che già svolgono un servizio di
“custodi” nelle parrocchie. Debitamente preparate potrebbero
essere ancor più preziose. A una persona o una famiglia che si
mette a disposizione in questa maniera della comunità deve essere
poi riconosciuto un peso là dove si devono fare scelte.
Il Signore potrebbe mandarci… È vero, tutto è dono. Ciò non
toglie il nostro impegno. È necessario favorire, formare, chiamare,
famiglie o singole persone che si assumano responsabilità
importanti, fino alla conduzione pastorale di una parrocchia, per
quello che è loro possibile, lasciando a un Ministro Ordinato ciò
che è strettamente di sua competenza. È necessario cercare un
gruppo (piccolo o grande che sia) di persone che insieme possano
mantenere viva una comunità che potrà usufruire della presenza
del parroco solo per la domenica. Anche se non impossibile, forse
è difficile trovare un laico che da solo si assuma una responsabilità
piena. Per questo bisogna creare una mentalità ministeriale, per
cui tanti portino avanti ciascuno un piccolo servizio.
Riassumendo
È l’ora di pensare ai Laici non solo come a dei collaboratori, ma
come a corresponsabili. Una Chiesa- Comunione è una Chiesa
tutta ministeriale. È necessario offrire un aiuto a quei laici
che accettano di assumersi delle responsabilità: per questo è
necessario far nascere una scuola permanente di formazione alla
ministerialità. Alla base di tutto è necessario un cambiamento di
atteggiamento. Bisogna imparare a dare fiducia ai laici fino ad
accogliere la loro disponibilità a servizi di grande responsabilità.
È necessario valorizzare i ministeri istituiti dell’Accolitato e del
Lettorato.
4 - RELIGIOSI/E E CONSACRATI/E
La vita religiosa, specialmente femminile, in Diocesi è presente
con poche comunità. Sono stati chiusi negli ultimi anni tanti
centri apostolici. Siamo convinti che la loro presenza nella Chiesa
è necessaria, anzi costitutiva. Nel guardare a loro, possiamo farci
le stesse domande che ci siamo fatti per i laici: quale impegno
specifico possono svolgere nella nostra realtà della Vallesina?
Possono essere per noi tutti dei punti di riferimento per la
vita spirituale, per la guida di alcune realtà parrocchiali, per
l’accompagnamento alle famiglie, per l’animazione giovanile e
vocazionale? Certamente sì!
Parlando dei laici abbiamo affermato che è necessario, più che
puntare su una singola persona, cercare un gruppo di persone
che possano mantenere viva una comunità che potrà usufruire
della presenza del parroco solo per la domenica: tutto questo
possiamo affermarlo soprattutto per presenze di piccole comunità
religiose. Per questo, forse, più che assistere alla chiusura delle
case, dovremmo darci da fare a chiedere ad alcuni Istituti la
presenza di piccoli nuclei di Religiose/i.
Più volte le religiose e i religiosi ci hanno sollecitati a dare
risalto alla vita consacrata nelle parrocchie e nella diocesi.
Dobbiamo riconoscere la loro preparazione e il loro specifico
servizio, affidando responsabilità. Guardando in avanti vogliamo
vedere i Religiosi e i Consacrati in prima fila nell’assunzione
di responsabilità. Desideriamo essere arricchiti dalla loro
testimonianza e dalla loro freschezza di luminosità nel dare
il primato a Dio. Non molto tempo fa avevo scritto così: “Dai
religiosi dai consacrati attendiamo che ci stupiscano! Hanno
scelto una vita luminosa, una vita in cui Gesù è messo al primo
posto e le esigenze del Regno di Dio prevalgono su ogni altro
interesse. La loro vita deve parlare prima ancora delle loro
parole. Devono chiaramente indicare che hanno trovato il vero
tesoro e hanno acquistato la perla di grande valore. È chiaro che
chi ha coscienza di tutto questo, vive nella gioia”.
I consacrati e le consacrate sono i testimoni della gioia, perché
hanno scelto di non anteporre nulla a Cristo; l’incontro con Cristo
è sempre motivo di gioia (cfr EG, 1). L’esperienza di comunione
tra presbiteri, laici e consacrati rivela una Chiesa al cui centro
c’è il Signore. Anche nel linguaggio dovremo coniugare queste
presenze in connessione tra loro: “presbiteri, laici e consacrati”.
Riassumendo
I religiosi e le religiose siano testimoni credibili del primato di Dio
e come tali siano accolti.
Piccole comunità, centri di preghiera, testimoni della gioia
fraterna e disponibilità a sostenere la vita spirituale di tutti: la
Comunità intera favorisca tutto questo. Consacrati e consacrate
disponibili ad assumere responsabilità nelle parrocchie e nella
Diocesi.
5 - LA PARROCCHIA
5.1 - La situazione
La parrocchia sembra avere un momento di stanchezza. In
più parti vediamo che nella Chiesa si cammina a due marce:
la parrocchia spesso si limita a curare l’esistente, mentre la
vivacità missionaria l’hanno alcune “nuove realtà”. Sicuramente
in una visione di pastorale integrata vale quello che dice il Papa:
La parrocchia, ancora necessaria, ha bisogno di rimettersi a
nuovo e Gruppi e Movimenti, per lo più recenti, vero dono dello
Spirito, non possono prescindere né fare a meno della parrocchia.
È anche vero che alcune associazioni vivono una difficoltà e, in
questo tempo, sembra che spesso lavorino solo per sé, per la
propria sopravvivenza.
Questo ci impegna a favorire le Associazioni, anche dal punto di
vista numerico degli associati, perché poi possano esprimere, oltre
alla cura dei propri aderenti, un impegno generoso a servizio del
Vangelo e della Chiesa. In particolare dobbiamo riscoprire il ruolo
dell’Azione Cattolica. La stabilità della Parrocchia, la vivacità di
alcuni movimenti, la storia e l’esperienza di altre associazioni
hanno bisogno di un luogo dove ritrovarsi, sostenersi, aiutarsi per
servire la Comunità cristiana: questo luogo non può essere che il
Consiglio Pastorale Parrocchiale.
5.2 - Il consiglio pastorale parrocchiale
Il CPP è un momento importante di comunione e corresponsabilità.
Ogni parrocchia abbia il CPP. È anche il primo e fondamentale
passo per dire che si crede nelle sorelle e fratelli laici. Ci diceva
il Papa nella recente assemblea dei Vescovi: “Dare fiducia ai laici
è un rischio. Ma non dar loro fiducia è un rischio immensamente
più grande”.
Tanti Parroci non hanno una buona esperienza del CPP. Il motivo
sembra essere nel fatto che difficilmente le persone si lasciano
coinvolgere e mantengono gli impegni presi. Sicuramente questa
è l’esperienza di qualcuno. Ma sarebbe un errore generalizzare.
Infatti vediamo anche tanti laici che vivono la parrocchia con
grande generosità e profondo senso di responsabilità. E allora
bisogna dire che in alcune parrocchie c’è addirittura soddisfazione
per il lavoro del Consiglio Pastorale. La risposta dei laici è diversa
nelle diverse parrocchie. Ogni situazione è a sé. Ma è sicuro che
non possiamo fare a meno del Consiglio Pastorale Parrocchiale.
È il primo modo di dar voce ai Laici. Ma il primo a crederci e a
volerlo deve essere il parroco.
Allora dobbiamo pensare come far sì che il CPP funzioni.
Diverse sono le forme in cui nelle parrocchie si è costituito o si
è tentato di costituire il Consiglio Pastorale. Sembra importante,
comunque, che non debbano mancare nel CP oltre al Parroco, al
Diacono e ai Religiosi, coloro che hanno ruoli importanti all’interno
delle Associazioni o svolgano servizi particolarmente significativi.
Bisogna chiamare persone che hanno già una vera responsabilità
nella Comunità e bisogna coinvolgere Gruppi e Associazioni
soprattutto nei loro Responsabili. Ed è importante anche che ci
siano degli esperti.
Certo, a loro volta i laici devono sentirsi corresponsabili della vita
delle Comunità. Il loro compito non può essere semplicemente
quello di dar dei bei consigli al parroco, ma in uno spirito di
comunione è fare insieme il cammino e portare insieme la
responsabilità con il peso che questa comporta.
Il Consiglio Pastorale è uno spaccato della parrocchia dove i
Consiglieri sentono il battito del cuore della comunità. Solo così è
possibile conoscere la comunità. Ma è necessario che i Consiglieri
abbiano anche una profonda attenzione a quanto il Signore dice.
Solo così potranno scegliere il meglio per la comunità.
Nel Consiglio Pastorale Parrocchiale si esprime soprattutto la
Comunione. Presbiteri, Diaconi, Religiosi, Rappresentanti delle
realtà della Comunità Parrocchiale, Responsabili di associazioni,
altri membri designati per il loro ruolo… tutti sono chiamati a
vivere la Comunione ecclesiale che si esprime nell’unica fede
e in un unico obiettivo: aiutare la comunità a vivere la fede, la
speranza e la carità. Per questo il Consiglio Pastorale Parrocchiale
Esortazione pastorale
deve porsi sempre in atteggiamento di obbedienza allo Spirito.
Riassumendo
È necessario ridare vita alle parrocchie. Per questo è importante
non distruggere i patrimonio di tradizione che la parrocchia
vive, ma è importante essere attenti e accoglienti anche nei
confronti dei doni che il Signore vuole fare oggi. L’espressione
del Papa “Chiesa in uscita” è applicabile fondamentalmente alla
parrocchia. La missionarietà, l’attenzione ai poveri, l’annuncio del
Vangelo ai lontani, la formazione dei vicini sono le caratteristiche
fondamentali della parrocchia. Ogni parrocchia abbia il Consiglio
Pastorale parrocchiale: persone formate sapranno fare, insieme al
parroco, un buon discernimento sul cammino da compiere. Ogni
parrocchia abbia il Consiglio per gli affari economici. L’esperienza
dice che per il buon andamento di tali consigli è necessario
che i membri siano attenti alla Parola di Dio, siano attenti alle
indicazioni del Magistero, abbiano a cuore la vita della Chiesa e
abbiano anche buone capacità “amministrative”.
6 - LE UNITÁ PASTORALI
Da tempo parliamo di Unità Pastorali: è necessario che entriamo
ormai in maniera decisa in questa prospettiva. Le Unità Pastorali
possono offrire delle possibilità che la parrocchia da sola non ha.
Nello stesso tempo le Unità Pastorali non stravolgono l’attuale
sistema di parrocchie e nello stesso tempo comprendono zone
discretamente ampie. L’esigenza di pastori visibili e individuabili
richiede che il territorio di una UP non sia troppo grande. E poi
la ricchezza costituita dal legame della gente con il proprio
pastore non può essere gettata via.
6.1 - Cosa sono le Unità pastorali
L’Unità pastorale è una particolare unione di più parrocchie
affidate dal Vescovo a una cura pastorale unitaria e chiamate
a vivere un cammino condiviso e coordinato di autentica
comunione. La logica della costituzione delle Unità pastorali
non è quella della semplice aggregazione dovuta alle carenze
delle singole comunità; occorre partire da una logica di
comunione, per cui sono condivise risorse e potenzialità, per un
arricchimento generale. È necessaria una duplice attenzione:
quella di permettere che si mantenga e si alimenti il senso di
appartenenza di ogni cristiano alla sua comunità parrocchiale;
nello stesso tempo quella di permettere che ognuno si apra alla
collaborazione e si senta inserito in un contesto più grande.
Per questo ogni parrocchia mantiene il suo Consiglio Pastorale
per l’organizzazione della sua vita interna; ed essendo, tra
l’altro, ente giuridico a sé, mantiene la sua Commissione per gli
affari economici per la gestione dei beni della parrocchia stessa.
Le attuali UP dovranno essere riviste in tempi brevi, ma è
necessario che una UP abbia una certa omogeneità così che ci
sia la possibilità di una autentica attività pastorale unica e si
permetta la valorizzazione di tutte le vocazioni. Sono molteplici
i modi di attuare le UP. I fatti ci dicono che hanno cominciato
a camminare meglio le UP dove ci sono parrocchie piccole e
omogenee. L’incapacità di fare da sole e il fatto che non ci sia una
parrocchia predominante ha permesso un lavoro migliore.
Ma è necessario rendersi conto che l’UP non è semplicemente un
fatto di servizi per rispondere alla propria inadeguatezza: è una
esigenza di comunione. Bisogna lavorare insieme, pur se in termini
diversi, anche là dove sembra che non si ha bisogno degli altri.
Onestamente dobbiamo riconoscere che abbiamo cominciato a
parlare di Unità Pastorali per necessità, quella necessità data in
particolare dalla scarsità di sacerdoti. Ma questa consapevolezza,
ora, non deve condizionarci. Oggi diciamo che il discorso delle
Unità Pastorali è importante in se stesso. E allora affrontiamo
“generosamente” questo discorso. E per farlo è necessario
spirito di conversione, capacità di adattamento, consapevolezza
che i propri doni vanno messi in comune e che la propria povertà
non va nascosta.
Non dimentichiamo che l’Unità Pastorale non è un fatto di
parroci, ma di comunità. Però è anche vero che l’Unità Pastorale
favorisce ed esige una qualche forma, più o meno intensa a
seconda dei casi, di vita comune fra i presbiteri. Salvaguardando
le esigenze del popolo di Dio, va accolto il desiderio di quei
presbiteri che desiderano fare vita comune, anche se va
ricordato che le esperienze di vita comune basate su amicizia o
affinità fra le persone sono fallite. Infatti nella vita comune fra
presbiteri occorre fondarsi su un discorso di fede o, potremmo
dire, su una risposta a una vocazione nella vocazione.
Perché l’UP funzioni è necessaria una “programmazione” che
tenga conto del cammino delle singole parrocchie, ma che
preveda anche servizi e scelte che le parrocchie da sole non
possono darsi. Di seguito verranno indicate alcune delle possibili
iniziative che l’UP può portare avanti.
Certo, tutto questo richiede larghezza di vedute e disponibilità,
ma è anche necessario vincere la paura, soprattutto da parte
di chi è chiamato a svolgere un servizio più significativo. La
stessa responsabilità e lo stesso impegno che si mettono per la
parrocchia devono essere sentiti per l’UP.
6.2 - Unità Pastorale e parrocchie
Invece di pensare alle Unità Pastorali, non sarebbe possibile
accorpare le parrocchie, facendo di alcune di esse un solo ente?
Attualmente sembra più opportuno di no:
per motivi giuridici; per rispetto delle tradizioni di ciascuna
comunità; per favorire la vicinanza dei pastori ai fedeli; perché è importante mantenere quelle relazioni sane, buone, costruttive che sono possibili solo in realtà a misura d’uomo.
Riguardo ai motivi per cui non possiamo abolire le parrocchie,
voglio dare rilievo al fatto che i sacerdoti devono essere vicini
ai fedeli. Non possiamo permettere che il prete diventi un
funzionario. Il fatto che i parroci conoscessero bene i loro fedeli,
è stato un dato positivo nella vita della Chiesa di un recente
passato. Ciò era facilitato dal numero consistente dei pastori e
da un altro modo di concepire la pastorale. Per questo, accanto
a un rinnovamento, non dimentichiamo che la prima forma
di pastorale è il farsi vicino del pastore al proprio gregge, è
permettere alle pecorelle di riconoscere la voce del pastore, è
incoraggiare, esortare, condurre, richiamare, amare, offrire la
vita, ascoltare. Quelle espressioni fiorite di Papa Francesco (il
pastore deve avere l’odore delle pecore) vanno prese in tutto il
loro significato.
6.3 - I soggetti
- I presbiteri. In ogni unità pastorale ci sono più presbiteri ed è
auspicabile che attuino qualche forma di fraternità. Il vescovo
nomina un presbitero parroco di tutte le parrocchie dell’UP
o un coordinatore dei parroci e dell’attività dell’UP. Altri
sacerdoti possono svolgere il loro ministero su più parrocchie. È
fondamentale la volontà dei sacerdoti di collaborare.
- I diaconi. I diaconi, oltre alla loro
possono essere chiamati a svolgere
più parrocchie. Senza avere il titolo
il diacono può essere responsabile
parrocchia.
presenza nella comunità,
un servizio nell’UP o in
di legale rappresentante,
della pastorale di una
- Le persone consacrate. All’interno dell’Unità pastorale le
persone consacrate porteranno il loro carisma e le comunità
religiose saranno valorizzate nella progettazione. Ai religiosi non
sacerdoti e alle religiose possono essere affidati incarichi che
comportino responsabilità, compresa l’animazione pastorale.
- Famiglie: auspichiamo la presenza e l’accoglienza di famiglie
che si dedichino a tempo pieno al servizio della Chiesa. A loro
possono essere affidate responsabilità, quali la cura di una
parrocchia, sotto la guida di un presbitero che ha il titolo di
parroco-legale rappresentante.
- I laici e le aggregazioni laicali. Le unità pastorali favoriscono
il nascere di nuove forme di servizi laicali, sia all’interno della
comunità cristiana con nuove ministerialità, sia nella comunità
civile, come nel mondo del lavoro e dell’impegno sociale
e politico. Le aggregazioni presenti nell’Unità pastorale si
integrino nell’attività portando il loro contributo.
6.4 - Compiti delle Unità pastorali
Il compito principale dell’Unità Pastorale è vivere la missione
ecclesiale attraverso una progettazione comune. A questo
si arriva gradualmente. L’Unità pastorale non è una “superparrocchia” e l’obiettivo non è far tutto insieme, annullando la
vita di ogni comunità. Ci sono alcuni elementi essenziali comuni
a tutte le Unità Pastorali.
All’interno delle UP le parrocchie rimangono con la loro autonomia. Il Vescovo nomina tra i presbiteri dell’Unità un
presbitero coordinatore o moderatore. Si dovrà costituire un
Consiglio Pastorale di Unità Pastorale formato dai presbiteri
presenti, dai diaconi, da alcuni rappresentanti dei singoli Consigli pastorali parrocchiali e da esperti. Il Consiglio di Unità
pastorale non cancella gli organismi di partecipazione parrocchiale anche se occorre armonizzare il rapporto.
6.5 – Il Consiglio di Unità Pastorale
Il Consiglio di Unità pastorale ha il compito di progettare il
cammino da compiere e verificarne l’attuazione. Si possono
suggerire questi ambiti in cui il Consiglio Pastorale di UP può
riflettere e programmare.
Nella liturgia: curare la formazione degli animatori, determinare alcune celebrazioni di UP, vigilare che non si accavallino
celebrazioni, permettere e facilitare, per coloro che lo desiderano, una mobilità, facendo un “orario di Unità Pastorale”.
Nella catechesi: omogeneizzare il percorso di iniziazione
cristiana secondo le indicazioni diocesane. Curare la formazione dei catechisti e degli altri operatori. Armonizzare
l’attività educativa dei gruppi o movimenti presenti nell’UP.
Nella carità: curare la formazione degli operatori nell’attività
caritativa, promuovere almeno un Centro di Ascolto ogni UP.
Nella pastorale familiare: coordinare la vita dei gruppi famiglia, fare insieme la formazione per i fidanzati, seguire insieme le giovani coppie, preparare le famiglie al Battesimo dei
figli, preparare coppie per la pastorale della famiglia.
Nella pastorale giovanile: fare formazione comune per gli animatori dei gruppi di adolescenti e giovani; curare insieme la
formazione degli animatori dell’oratorio; dove è il caso pensare a un oratorio di unità pastorale; costituire gruppi giovanili
di UP o aderenti alle varie associazioni.
Nella pastorale sociale: interessarsi del mondo del lavoro,
avere a cuore i migranti, curare l’educazione alla pace, alla
giustizia, difendere l’ambiente.
Nella pastorale della salute: pensare a forme di vicinanza più
organica al mondo della sofferenza, curare la formazione dei
ministri straordinari della Comunione, favorire le associazione
di volontariato…
Riassumendo
La Pastorale venga attuata anche tenendo conto delle Unità
Pastorali. È bene che i Pastori dell’UP vivano qualche forma
di fraternità. I momenti di preghiera siano intensi, lo scambio
di opinioni frequente, i momenti di condivisione tanti. Ci
sia il Consiglio Pastorale di Unità Pastorale, necessario per
una programmazione dell’UP che, però, si armonizzi con il
cammino delle singole parrocchie, le quali non perdono la
loro fondamentale autonomia. L’UP permetta la valorizzazione
di ogni ministero e delle varie Associazioni, così che anche le
realtà più povere non perdano la loro vitalità. Si riconoscano le
competenze dell’UP perché nulla vada perduto
CONCLUSIONE
Arrivati a conclusione di questa esortazione, ci accorgiamo che
un discorso di rinnovamento ha bisogno di tanti altri passi e
scelte. Questa esortazione vuole limitarsi a offrire il percorso che
l’Assemblea Diocesana prima e le Assemblee dei Sacerdoti poi
hanno fatto in questo anno. C’è altra strada da fare. Il Signore ci
conceda di mettere in atto quanto ci siamo finora detti. Ora sarà
necessario tradurre queste indicazioni in passi concreti: potrà
esserne investito anche il Consiglio Pastorale Diocesano.
Siamo partiti in questa riflessione interrogandoci su quanto
il Signore ci chiede. Subito si fa avanti la tentazione dello
scoraggiamento. La nostra inadeguatezza di fronte alla richiesta
del Signore rischia di farci cadere nella tristezza e nella paura.
A conclusione dobbiamo dire una parla di speranza. Sì, ci si chiede
di non avere paura: non siamo soli, il Signore ci accompagna. È
la nostra forza. Il Risorto è il vincitore. È lui che porta la vita e
la salvezza: noi siamo chiamati ad essergli fedeli.
Ascoltiamo ancora quelle parole del Papa che ci vengono offerte
in EG: Cristo risorto e glorioso è la sorgente profonda della
nostra speranza, e non ci mancherà il suo aiuto per compiere la
missione che Egli ci affida (E.G.275)
La sua risurrezione contiene una forza di vita che ha penetrato il
mondo. Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte tornano
ad apparire i germogli della risurrezione. È una forza senza
uguali… nel mezzo dell’oscurità comincia sempre a sbocciare
qualcosa di nuovo, che presto o tardi produce un frutto (EG 276).
[Ogni fedele] è ben consapevole che la sua vita darà frutto, ma
senza pretendere di sapere come, né dove, né quando. Ha la
sicurezza che non va perduta nessuna delle sue opere svolte con
amore, non va perduta nessuna delle sue sincere preoccupazioni
per gli altri, non va perduto nessun atto d’amore per Dio, non va
perduta nessuna generosa fatica, non va perduta nessuna dolorosa
pazienza (EG 279).
Questa è la nostra certezza, qui è il fondamento di ogni nostro
impegno: nulla va perduto, anche se ci fosse da donare la vita.
Su ogni buon proposito, su ognuno che mette la sua vita nelle mani
di Dio, e anche su ognuno che ha paura, invoco la benedizione
del Signore, mentre chiedo per la nostra Chiesa e per ognuno in
particolare la preghiera di intercessione di Maria Santissima.
Jesi, 15 agosto 2014
Solennità dei Maria SS. Assunta in Cielo
 Gerardo Rocconi, Vescovo
pastorale | 11
Voce della Vallesina | 28 settembre 2014
La chiesa locale
Il diario
del vescovo
Gerardo
Giovedì 25 settembre
Ore 17: Seminario, Incontro con gruppo di discernimento vocazionale
Venerdì 26 settembre
Ore 18: Biblioteca Diocesana, Convegno “Liberi di credere”
Sabato 27 settembre
Ore 9.30: Pianello Vallesina, Festa delle Protezione Civile
Ore 18: Castelbellino, Inizio Ministero del nuovo parroco
Domenica 28 settembre
Ore 10: Santa Maria Fuori Monsano, S. Messa e presentazione del nuovo viceparroco
Ore 18: San Lorenzo a Cupramontana, Inizio Ministero
del nuovo parroco
Ore 21: Chiusura Corsi di Cristianità
Lunedì 29 settembre
Ore 18: Rosora, S. Messa nella Festa del patrono San Michele
Martedì 30 settembre
Ore 15-19: Il vescovo riceve in Duomo per Confessioni o
colloqui
Mercoledì 1 ottobre
Ore 9: Cappella delle Suore del Duomo, S. Messa nella
festa di Santa Teresina
Ore 18: Monastero delle Carmelitane, S. Messa nella festa di S. Teresina
Giovedì 2 ottobre
Ore 17: Seminario, Incontro con gruppo di discernimento vocazionale
Venerdì 3 ottobre
Ore 18: Parr. Regina della Pace, Incontro con i Cresimandi
Sabato 4 ottobre
Ore 17: Parrocchia San Francesco, S. Messa e Cresima
Ore 19: Parrocchia San Pietro Martire, Festa di San
Francesco
Ore 21: Parrocchia San M. Kolbe, Ordinazione diaconale
Domenica 5 ottobre
Ore 9.30: Montecarotto, S. Messa nella festa del patrono San Placido
Ore 11: Parrocchia Regina della Pace, S. Messa e Cresima
Ore 15.30: Seminario, AC, Giornata Unitaria
Ore 16,30: Giornata del Creato, momento di preghiera
ecumenico
Ore 18: Monteroberto, S. Messa e presentazione del
nuovo parroco
Ore 21: Episcopio, Lectio Divina
Voce
dellaVallesina
SETTIMANALE DI ISPIRAZIONE
CATTOLICA DELLA DIOCESI DI JESI
FONDATO NEL 1953
a cura di
don Corrado Magnani
[email protected]
La parola della domenica
Disse Gesù ai principi dei sacerdoti
e agli anziani del popolo: «Che ve ne
pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: “Figlio, va’ oggi a
lavorare nella vigna”. Ed egli rispose:
“Sì, signore”, ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed
egli rispose: “Non ne ho voglia”; ma
poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha
28 settembre 2014
26A Domenica
del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo
Matteo (21,28-32)
compiuto la volontà del padre?». Dicono: «L’ultimo». E Gesù disse loro:
«In verità vi dico: I pubblicani e le
prostitute vi passano avanti nel regno
di Dio. É venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete
creduto; i pubblicani e le prostitute
invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose,
non vi siete nemmeno pentiti per
credergli».
Un “Sissignore” sterile... e falso
Una strana ma possibile vicenda familiare è contenuta nella parabola riferita da Matteo.
In una famiglia ci stanno figli bravi
che non danno dispiaceri, che obbediscono puntualmente al desiderio dei
genitori; e ci sono pure figli ribelli, incontrollabili, le cui reazioni sconcertano la famiglia stessa.
E DIO DA CHE PARTE STA? Dalla
parte di quest’ultimi! É sconcertante.
Gesù dice ai “sissignore” (= i capi religiosi): “In verità vi dico: i pubblicani
(= i ladri) e le prostitute vi passano
avanti nel regno di Dio”. Perché passano avanti ai “buoni”?
Stando alla parabola, il figlio bravo
che dice subito “sì” è in realtà incapace di prendere in mano la propria vita.
Ha paura, opponendosi, di perdere la
stima del padre. Ma non lo ama, perché NON FA la sua volontà (… “ma
non andò” - v. 29). Lo vede come una
persona a cui si deve obbedire. Crede
che l’amore si debba meritare. Rimane
dipendente da chi lo ha generato, magari con una tristezza evidente che gli
toglie la voglia di darsi da fare.
Gesù stesso dà l’esempio di questa libertà. Resta per tre giorni fuori della
famiglia, meravigliandosi addirittura
che i suoi genitori non abbiano capito
che doveva realizzare la propria vita
al di fuori delle loro previsioni (vedi
Luca 2,42-52).Un altro figlio apparentemente buono e obbediente è quello
della parabola del Padre misericordioso (Luca 15,25-32). Non si azzarda
neanche di chiedere un capretto per
far festa con gli amici, ma invidia e ha
rancore per il fratello festeggiato, che
ha ritrovato la sua strada, dopo aver
detto “no” alla vita del padre.
Per poter dire un vero sì bisogna aver
fatto l’esperienza gioiosa del sentirsi amati a prescindere dagli sbagli e
persino dalle offese fatte. Altrimenti
non si sente il diritto di esistere: non
si crede nell’amore che la vita offre.
Di conseguenza si invidia o si giudica
male quelli che si permettono di dire
no.
Domanda: Siamo figli che dicono veramente sì al Padre quando osserviamo i comandamenti, andando certo a
messa la domenica, MA senza andare a lavorare nella “sua vigna” che è il
mondo da salvare con gesti di condivisione, con la compassione piuttosto
che con il giudizio?
Il SI’ non è una parola, ma É UN FARE.
La “vigna” del Signore non viene col-
tivata a forza di “sissignore”. Occorre
fare scelte coerenti, pratiche, radicali, sul campo, che richiedono spesso
nuovi stili di vita che costano anche
incomprensione ed emarginazione.
La parabola ci invita a ripensare sul
vero senso dell’obbedienza come singolo e come comunità (chiesa). Ci si
può dimostrare ribelli… per amore; e
si può essere fedeli… per disaffezione,
per abitudine o per paura; cioè dire sì
sempre e comunque e dovunque, ma
tutto finisce lì. Si può essere indisciplinati, ma animati da amore reale.
E si può essere persone che sotto la
crosta di un ossequio formale e di un
perbenismo soddisfatto, coprono una
realtà piuttosto ambigua. Ci si domanda se nella chiesa d’oggi forse siano
da temere non tanto i “no” del rifiuto,
quanto i “sì” del consenso superficiale: quelli gridati nei grandi raduni; i
“sì”delle dichiarazioni di principio che
non costano nulla, delle proclamazioni della propria fedeltà e la condanna
delle infedeltà altrui.
Gesù dice: “Non chi dice signore, signore entrerà nel regno dei cieli, ma
CHI FA la volontà del Padre mio…”
(e, come commento, varrebbe la pena
leggere il testo di Matteo 7, 21-27).
notizie_brevi
5 ottobre: giornata diocesana del Creato
19 ottobre: marcia Perugia-Assisi
5 ottobre: giornata unitaria Azione Cattolica
18 e 19 ottobre: incontro regionale Unitalsi
La giornata diocesana per la custodia del Creato si svolgerà
domenica 5 ottobre presso la chiesa degli Aroli di Monsano. L’accoglienza è prevista alle 15 e alle 15,30 si svolgerà
l’incontro ecumenico di preghiera; alle 16,30 è prevista una
conversazione di padre Adriano Sella. La proposta è a cura
della Diocesi di Jesi (Commissione Ecumenismo e Commissione Lavoro e Società), della Chiesa Avventista e della
Chiesa Ortodossa Romena.
La Commissione Diocesana per la Pastorale sociale e del
Lavoro, Giustizia, Pace e Custodia del Creato
sta organizzando un pullman per partecipare alla Marcia
Perugia-Assisi (20 km circa da Ponte San Giovanni) domenica 19 ottobre. L’invito è esteso a tutti, particolarmente ai
giovani. Informazioni (anche su opzioni per non camminatori) e adesioni: [email protected] - 3473679744 (Maria, pomeriggio) - 3383697329 (Giorgio)
“...Il carisma dell’AC è comunitario: non si vive isolatamen- Sabato 18 e domenica 19 ottobre la città di Jesi accoglierà
te, ma insieme, in una testimonianza corale ed organica. il settimo raduno regionale dei giovani unitalsiani sul tema
L’esperienza associativa costituisce una scuola di grande “Per - Correre la Verità nella Carità: la fede in un cammino
valore...” Queste parole riprese dal Progetto Formativo di d’amore”. L’arrivo è previsto per il sabato alle 15.30 con l’acAzione Cattolica spiegano l’importanza dei momenti unita- coglienza in piazza Federico II.
ri come quello di inizio anno, che quest’anno sarà domenica 5 ottobre, dalle 9,30 presso il Centro Pastorale Diocesa- OGGI SPOSI
no (ex-Seminario). Sarà presente don Dino Pirri, assistente 28 settembre: Lorenzo Contadini e Pamela Piaggesi a Monte
nazionale del settore ragazzi.
Roberto.
Direttore responsabile
Beatrice Testadiferro
Comitato editoriale:
Vittorio Massaccesi, Giuseppe
Quagliani, Antonio Lombardi
Responsabile amministrativo
Antonio Quaranta
Proprietà: Diocesi di Jesi
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n. 143 del 10.1.1953
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12 | in_famiglia
28 settembre 2014 | Voce della Vallesina
LA MAMMA DI DAVID BRUNORI, ROSELLA, LO RICORDA
Forte era la tua fede
Caro David,
sono passati già 20 anni da quando te
ne sei andato, eppure sembra ieri. Il
tuo ricordo è così vivo che abbiamo
l’impressione che tu sia ancora qui
tra noi. Vedo il tuo sorriso dolce e
comunicativo, sento la tua voce bella
e pacata. Rivedo i tuoi gesti, quando
rientravi in casa e ti piaceva sedere
davanti al televisore per ascoltare le
notizie, soprattutto quelle sportive.
Come era bella la nostra vita insieme!
Semplice ma bella, perché circolava
l’amore, quell’amore che il Signore
aveva consolidato dopo l’incontro
con Lui. Ci sostenevamo a vicenda e
avevamo capito che la preghiera era
la nostra forza. Tu volevi la nostra (di
papà e mamma) benedizione e noi
chiedevamo la tua intercessione per
sentirci meno soli quando eri in seminario. Grazie David perché sei stato un figlio stupendo, grazie perché
amavi tutto della vita e non ti ho mai
sentito lamentarti nemmeno quando ne avevi tutto il diritto perché la
malattia ti stava consumando. Grazie
per l’insegnamento che ci hai lasciato, quello di seguire il Signore anche
quando ci chiede di attraversare una
valle oscura o un muro di fuoco. La
tua fede era forte, più forte della mia
e di quella di tuo padre messe insieme. Un giorno mi dicesti: “Mamma,
conosci il significato del mio nome
David?” “No” risposi e tu felice mi
dicesti: “Amato da Dio”. Questo mi
riempì di gioia, e oggi che tu sei con
Lui a contemplare il suo volto, a godere della sua visione, penso che Lui,
che ti ha voluto con sé così giovane
e bello, pieno di entusiasmo per la
vita, ti stia amando come non avremmo potuto farlo io e tuo padre.
Voglio ringraziare anche tutte le
persone che ti ricordano con affetto e simpatia. Penso ai parrocchiani
di Moie, alcuni dei quali mi parlano ancora di te. Ringrazio il gruppo
“Rinnovamento nello Spirito” di cui
anche tu facevi parte insieme a me e
a tuo padre, e posso dire che è stato
proprio questo gruppo a facilitare il
nostro incontro con il Risorto. É stata proprio l’azione dello Spirito Santo a darci la vita nuova, quella vita
che non muore ma che è destinata
alla gloria per l’eternità. Ringrazio
il gruppo “Padre Pio” che ogni anno
ti ricorda nella Santa Messa che celebriamo per la ricorrenza del transito
del Santo, poiché la data è la stessa del tuo transito in cielo. Grazie al
coro Polifonico “David Brunori” che
ha voluto assumere il tuo nome e con
molto impegno e bravura si esibisce
in varie manifestazioni religiose e
non. Grazie ai catechisti che, sollecitati da Beatrice, la capogruppo,
hanno fissato una data per ricordarti
insieme ad altri, in una Santa Messa,
così da sentirci uniti nella comunione
dei Santi. Infine un grandissimo grazie va ai tuoi compagni di seminario,
oggi sacerdoti, che con tanta generosità e affetto ci hanno accompagnato durante questi vent’anni venendo
ogni anno qui a Moie a celebrare la
S. Messa in tuo ricordo. Questi cari
ragazzi ci portano una ventata di
gioia con la loro allegria, facendoci sentire importanti e facendoci
constatare che Dio non abbandona
i suoi figli. Grazie David per essere
stato nostro figlio, grazie Signore
per avercelo dato così bello. Troppo bello per restare a lungo su questa terra: gli angeli hanno le ali e
volano in cielo. Ma è solo questione
di tempo… Ecco ancora un poco e
saremo di nuovo insieme. Insieme a
te e a tua sorella Angelique, la famiglia sarà di nuovo riunita.
Ciao David
La tua mamma
CONSIGLIO PERMANENTE DELLA CEI
La famiglia e il Sinodo
«Sono molti i passaggi della prolusione del card. Bagnasco al Consiglio permanente della Cei che ci
scaldano il cuore» afferma Francesco Belletti, presidente del Forum
delle associazioni familiari. «Ci
piace la mappa delle priorità con
lo sguardo aperto a tutto l’umano, all’intimo della persona, ma
al tempo stesso a tutto il mondo.
«Ci piace l’attenzione - al primo
posto! - alle crisi globali, alla guerra,
a quello che succede lontano da
casa, che apre la Chiesa italiana a
un’attenzione e a una solidarietà
senza confini, anziché rinchiudersi
nel ristretto mondo delle nostre case,
delle nostre città, dei nostri circuiti
(anche ecclesiali). «Ci piace anche
l’attenzione alla singola madre che
accoglie un figlio down, con una
generosità di vita che sconfigge,
da sola, ogni ideologia e ogni
razionalità disumana. «Ovviamente
non poteva mancare l’attenzione al
Sinodo di ormai prossima apertura,
all’educazione, al lavoro e alla crisi.
Ci piace la centralità della famiglia, soprattutto per la chiarezza: ci
piace la definizione della famiglia
come “grembo naturale della vita
dove i figli non si producono ma si
generano”. «Perché generare vuol
dire non possedere ciò che si crea,
anzi, procrea. E questo diventa
subito, da orizzonte antropologico,
responsabilità sociale. Non c’era
bisigno della crisi per riconoscere
che la famiglia naturale è il presidio
della tenuta affettiva e sociale».
14° anniversario
Ricordo
25-6-1931
2000
22-7-2014
3 ottobre
2014
Prof. Palmiero Coloso
Antonella Coloso
ECCOMI
SEMPRE PRONTI
SERVIRE
“Dio è padrone del nostro giardino.
Quando vuole, raccoglie i fiori che
più gli piace”
Franco Rumori
Ceramista
So che in fondo al sentiero
il Signore mi aspetta
Nel quinto anniversario della scomparsa di Antonella Coloso i familiari
la ricordano con la celebrazione eucaristica mercoledì 24 settembre alle
ore 18,30 presso la Chiesa del Crocifisso di Montecarotto.
Fiore del muro screpato
piccolo, misterioso,
dorme ancora il tuo cuore,
silenzioso è il tuo respiro,
svegliati sublime creatura
l’aurora si colora
di soavi melodie d’amore.
Umile fiore
appena l’alba ti desta
ti schiudi al primo bacio del sole.
Il volto delicato di ogni fiore
ti saluta con una gioia silenziosa
ognuno di essi ti dona il suo colore,
la sua grazia,
il suo profumo,
la tua bellezza diventa regale.
Splendido fiore, i tuoi petali di seta
sprigionano alla vita
un antico meraviglioso amore,
ogni giorno respiro la tua essenza
e la custodisco nel cuore.
Ti amo umile fiore… mio sublime
Amore!
Dolcemente ti strappo dalle crepe
per non farti male
ti stringo qui, radice e tutto,
nella mia mano e ti ammiro,
capolavoro di bellezza e profumo,
nel ciel turchino si dissolve
il tuo candore
la tua fragranza s’addormenta
tra le stelle.
In nome dell’amore
con te per sempre umile fiore,
con i tuoi petali di seta
nella brezza del vento
un volo etereo
tra musiche ancestrali
in un cielo di stelle
verso le sublimi vie dell’amore.
Tua, Luana
Papà, ti voglio un bene immenso
Luigi
Anna Maria e Maria Cristina
26 SETTEMBRE ALLE 18 PRESSO LA PETRUCCIANA
Si parla di libertà di Religione
Di recente il centro di ricerca americano “Pew Forum” ha pubblicato una
ricerca sulla situazione della libertà di
religione del mondo determinando che
ben l’85% della popolazione mondiale
soffre a causa di gravi o gravissime violazioni della libertà di religione. Cosa
è esattamente la libertà di religione?
Si tratta di un diritto stabilito dall’art.
18 della Dichiarazione Universale dei
Diritti dell’Uomo firmata a Parigi nel
1948 che consiste nel riconosce a un
individuo il diritto inalienabile di professare, rifiutare o cambiare una religione. Questo diritto può essere esercitato privatamente o in pubblico con
la piena facoltà di influenzare, attraverso il proprio credo, la vita sociale
e istituzionale di un paese. La libertà
di religione è uno dei diritti fondanti
di tutte le democrazie moderne, non
a caso è sempre stato uno dei diritti
presi di mira dalle dittature di varia
ispirazione ideologica. Le gravi violazioni della libertà di religione sono di
recente venute a galla anche nei media nazionali. Tutti ricorderanno il caso
delle ragazze cristiane rapite in Nigeria, la distruzione di chiese in Egitto e
le brutali aggressioni in Siria e Iraq. É
necessario chiarire da subito che, se
è vero che la religione maggiormente
perseguitata al mondo è quella cristiana, al secondo posto troviamo l’Islam.
I Mussulmani, come i cristiani, soffrono
in moltissime parti del mondo terribili
persecuzioni. Esempi sono l’India, la
Birmania e il Laos, ma non dobbiamo
dimenticare che i mussulmani sciiti
or ahmadyy sono perseguitati al pari
dei cristiani (o forse persino peggio)
in Pakistan e Iraq. Vi sono poi una
miriade di piccole o piccolissime religioni che sono costantemente sotto
attacco, pensiamo alla religione indigena del Messico, ai Bahi’a in Iran, i
Falungdon in China, i buddisti in Afganistan e molti altri ancora. Il risultato
di questa situazione globale disperata
è che 4,5 miliardi di persone nel mon-
do sono a richio di violenza solo per
possedere una particolare religione.
Per queste ragioni a febbraio 2014 si è
costituita in Italia l’Associazione “Liberi di Credere” (www.liberidicredere.
com) che è l’unica organizzazione italiana che si occupa in modo esclusivo e
specializzato di difendee e promuovere la libertà di religione in Italia e nel
mondo.
Con l’idea di sensibilizzare l’opinione
pubblica italiana, Liberi di Credere ha
organizzato la Prima Conferenza Nazionale sulla Libertà di Religione che si
terrà a Jesi venerdì 26 settembre alle
18. La Conferenza è sostenuta dalla
BCC di Filottrano e patrocinata dalla
Diocesi (commissione diocesana problemi sociali, giustizia e pace e custodia
del creato) e dal Comune di Jesi.
Durante la conferenza alcuni relatori d’eccezione avranno modo di presentare ai partecipanti il problema
della libertà di religione nel mondo.
Il prof. Massimo Introvigne, presidente
dell’Osservatorio sulla Libertà di Religione presso il Ministero degli Affari
Esteri, parlerà della situazione dei cristiani nel mondo. Mrs Elsa Chyrum è
una vera e propria istituzione mondiale per i diritti del popolo Eritreo, uno
dei popoli al mondo che sta soffrendo
forse la più terribile persecuzione contro tutte le fedi e religioni. Mons Tonucci, Vescovi di Padova e Loreto, è un
ex diplomatico vaticano che ha rivestito anche il ruolo di rappresentante
della Santa Sede presso le Nazioni Unite. L’Avv. Antonio Mastri, professionista cristiano con una lunga esperienza
in politica che lo ha portato anche a
ricoprire la carica di Presidente della
Provincia di Ancona, presenterà una
prospettiva tutta italiana al problema
chiarendo il quadro legislativo e costituzionale nel nostro paese.
Per maggiori informazioni si prega di
visitare il sito www.liberidicredere.
com o di scrivere a [email protected]
Umile fiore
Una Santa Messa in ricordo sarà celebrata il 3 ottobre alle 19 nella chiesa
San Francesco d’Assisi a Jesi.
Voce della Vallesina
Per i ricordi
delle persone care
0731.208145
esperienze | 13
Voce della Vallesina | 28 settembre 2014
TESTIMONIANZA DALLE VOLONTARIE UNITALSIANE ALL’HOSPITALITÈ
CUPRAMONTANA. EUROJAM 2014 DEGLI SCOUT D’EUROPA
Siamo da poco rientrate dallo
stage con l’Unitalsi a Lourdes,
un esperienza di due settimane come volontari dell’Hospitalité “Cuore Immacolato di
Maria” una équipe di volontari
Unitalsiani, meglio conosciuti
come “gli arancioni” che hanno deciso di vivere il servizio
a Lourdes in modo ancora diverso dal servizio svolto nei
pellegrinaggi. Lourdes con
l’Unitalsi non è solo per i barellieri e le sorelle, che deci-
Eurojam?? Cos’è? Cosa significa? É una parola composta da altre due, che sono Euro
e Jam, marmellata in inglese. Esattamente!
L’Eurojam è proprio un miscuglio di ragazzi e ragazze di tutta Europa! É un evento che
si manifesta ogni 10 anni, viene organizzato
dall’Associazione degli Scout D’Europa (FSE)
e vi partecipano tutti i ragazzi e le ragazze di
età compresa tra gli 11 e i 16 anni. Nel 1984
è stato fatto a Velles in Francia, dieci anni
dopo, nel 1994 a Viterbo in Italia,
nel 2003 a Zelazko in Polonia e
quest’anno, dal 3 al 10 agosto, è
toccato alla Normandia! Precisamente a Saint-Evroult-NotreDame-du-Bois, in una gigantesco terreno con altissimi faggi e
betulle! Eravamo in 12.000 persone tra ragazzi, Capi e volontari, provenienti da tutti i paesi
dell’Associazione tra cui Italia,
Francia, Spagna, Portogallo, Polonia, Germania, Belgio, Romania, Ucraina, Svizzera e anche il
Canada! Noi ragazze del Gruppo
Scout di Cupramontana siamo
partite in treno da Ancona per
arrivare a Milano e continuare
da lì la strada in pullman. Emozionate e curiosissime abbiamo
intrapreso il grande viaggio, veramente bello, durante il quale
abbiamo cantato e ci siamo divertite. Dopodiché siamo arrivate in un campo pieno di felci e
alberi altissimi che abbiamo dovuto modellare per poter piantare le nostre tende e le nostre costruzioni, tra cui il tavolo, il lavabo, le docce
e i forni per cucinare. Domenica 3 agosto c’è
stata la cerimonia di apertura in un immenso campo con tutti gli Scout che partecipavano all’evento: un’enorme distesa di gente
che condivideva lo stesso nostro spirito di
fratellanza e la nostra stessa Legge! Ogni
giorno poi ci sono state diverse attività: gemellaggi con Squadriglie (un’unità formata
Maldive... No Lourdes!
dono di mettersi al servizio di chi è meno
fortunato e di chi ha più bisogno ma è anche
accoglienza, organizzazione e gestione del
Salus, la casa per eccellenza degli unitalsiani
a Lourdes.
L’equipe Hospitalité “Cuore Immacolato di
Maria” ha il compito di gestire uno dei più
importanti servizi del Salus il Self Service
luogo di conforto e d’incontro di ogni pellegrinaggio, il compito a noi affidato consiste
nel distribuire i pasti, mantenere pulito la
sala da pranzo, asciugare i recipienti in cui
viene servito il pasto e servire al bar situato
al primo piano del Salus.
Il servizio è testimonianza di vera gioia, “donare se stessi agli altri” verso il pellegrino, la
dama il barelliere che al Salus viene a trovare ristoro; di servizio e di umiltà, gli orari e
l’impegno per effettuare tutto ciò non sono
leggeri, ma si è consapevoli di essere “servi utili” e di contribuire
alla miglior riuscita di ogni pellegrinaggio.
Parte fondamentale di questi 10
giorni è stata la formazione spirituale curata e seguita da un
sacerdote, ogni giornata è stata
scandita dalla recita del Rosario
e dalla celebrazione della Messa, ci è stata data la possibilità di
conoscere il Santuario e i luoghi
vicino Lourdes, tra cui Bartrès,
Betharram e la Citè Saint Pierre
e inoltre abbiamo potuto ascoltare le testimonianze al Cenacolo – comunità di recupero per tossicodipendenti – e al convento
delle suore di Betlemme.
L’Hospitalité, oltre ai momenti di servizio e
di formazione, permette l’incontro di tanti
volontari appartenenti a realtà unitalsiane
diverse ma parte comunque della grande famiglia che è l’Unitalsi ognuno con le proprie
caratteristiche, i pregi e i difetti, ma tutti
uniti nel prestare aiuto, nel condividere fatiche, preghiere, servizi, con un unico obiettivo comune confermare il senso cristiano del
servizio e l’importanza del donare se stessi
senza chiedere nulla in cambio. Chi vorrà
provare sarà il benvenuto fra noi. Un caloroso saluto e un arrivederci con un fraterno e
arancione abbraccio!
Luciana, Marta e Luciana
Natura e spiritualità
da 6 o 7 ragazze) spagnole con cui abbiamo
condiviso un momento di scambio e di divertimento, con le polacche e le francesi abbiamo cucinato e cenato insieme; un giorno
c’è stato il Grande Gioco, un altro giorno un
pellegrinaggio a piedi fino alla splendida cattedrale di Lisieux sulle orme di Santa Teresa
di Lisieux, pellegrinaggio svolto in mezzo
alla natura e ricco di spiritualità. Il 10 agosto
c’è stata la cerimonia di chiusura con la Mes-
sa celebrata in latino, il rinnovo della nostra
Promessa Scout e il canto dell’addio per salutarci e per rivederci alla prossima Avventura!
La sera siamo ripartite per ritornare nelle
nostre case e per riportare la nostra gioia e la
grande allegria vissuta alla gente vicina a noi.
In poche parole è stata un’avventura imperdibile!! Buona Caccia
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05/09/14 14.24
14 | pastorale
28 settembre 2014 | Voce della Vallesina
ORDINAZIONE DIACONALE DI STEFANO ROSSOLINI
Sempre disponibile per tutti
Sabato 4 ottobre alle 21,15 nella
chiesa di San Massimiliano Kolbe sarà
ordinato diacono Stefano Rossolini dal
vescovo Gerardo Rocconi. Giovedì 2
ottobre alle 21,15 veglia di preghiera
per il diaconato.
Testimonianze
Siamo contenti che il Signore abbia bussato
alla porta della famiglia Rossolini e che
Stefano abbia scelto di mettere la sua
vita al servizio del Vangelo. Caro Stefano,
sei arrivato all’ordinazione diaconale in
modo discreto e silenzioso. Ti osserviamo con piacere quando prepari con precisione la mensa eucaristica, quando proclami la Parola di Dio, quando passi tra i
banchi per la raccolta delle offerte, quando guidi la preghiera del Rosario, quando
vieni incontro a tutte le nostre richieste, a
volte anche banali, alle quali tu non dici
mai di no. Ti siamo vicini. Grazie per la
tua testimonianza.
Vittoria e Sergio Fantini
Quando il Vescovo, secondo il “rito”, mi chiederà: «Sai se Stefano è degno di essere ordinato Diacono?», io risponderò non solo in base
alla mia personale conoscenza di Stefano,
ma anche a nome di quanti partecipano alla
Messa quotidiana e oggi esultano con tutta la
comunità parrocchiale per questo momento di grazia: Mafalda, Luisella, Paola, Sergio,
Vittoria, Teresa, Ersilia, Maria Pia… Da quando sono parroco in questa parrocchia di San
Massimiliano Kolbe, ho sempre apprezzato
la disponibilità di Stefano, che ha saputo sapientemente conciliare il suo lavoro presso
il Comune, prima di Monterado e ora di Jesi,
con il servizio in parrocchia. Ha frequentato
5–12 OTTOBRE 2014 PARROCCHIA SAN MASSIMILIANO KOLBE
Settimana della comunità parrocchiale
Sabato 27 settembre ore 15
INAUGURAZIONE ANNO CATECHISTICO
lancio di palloncini – rinfresco
Giovedì 2 ottobre ore 21,15
VEGLIA DI PREGHIERA
in preparazione al diaconato di Stefano Rossolini
Venerdì 3 ottobre
ore 19 Incontro per tutti i diciottenni - nati nel 1996
con la visione del film: “SCIALLA” di Francesco Bruni
con la presentazione del prof. Michele Contadini
ore 20,30: pausa per la cena
ore 21: breve preghiera comunitaria e consegna di un “ricordo”
con grande senso di responsabilità il Corso di
preparazione al Diaconato. Auguri, Stefano,
e buon lavoro, sia come operaio del Comune
che come operaio nella Vigna del Signore.
Don Franco Rossetti, parroco
Nella foto Stefano con le colleghe del comune
di Monterado.
Sabato 4 ottobre ore 21
Il vescovo presiede la Messa festiva della domenica
e ordina Diacono Stefano Rossolini
Al termine del Rito momento conviviale nel piazzale della chiesa
Domenica 5 ottobre
ore 11,30: Celebrazione comunitaria
degli anniversari di Matrimonio
ore 18,00: preghiera del Rosario, Vespro
e Benedizione Eucaristica presieduti dal nuovo diacono
Lunedì 6 - martedì 7 - mercoledì 8
ore 18: Preghiera del Vespro
ore 18,30: celebrazione dell’Eucaristia
Giovedì 9 ottobre
ore 17,30 -18,30 Adorazione eucaristica e confessioni
ore 18,30: celebrazione eucaristica
venerdÌ 10 ottobre ore 17,30: Celebrazione comunitaria
del sacramento dell’unzione dei malati
Sabato 11 ottobre
ORE 18,30 Cresima
ore 19,30 inaugurazione pesca di beneficienza
Domenica 12 ottobre
celebrazioni dell’Eucaristia ore 9 e 11,30 con Battesimi
ore 16,30: Celebrazione dei Vespri all’aperto
a seguire giochi per e con le famiglie
Giovedì 16 - 23 - 30 ottobre ore 21,15
“Evangelii gaudium” / 3
Esortazione Apostolica di papa Francesco
pagina_aperta | 15
Voce della Vallesina | 28 settembre 2014
JESI IL PALAZZO E DINTORNI
Corso Matteotti: croce senza delizia
Con l’avvento dell’amministrazione Bacci, parve cavallo vincente fin dal primo
momento l’attesa restaurazione del corso
Matteotti, intendendosi, per essere precisi, la parte che tutti dichiariamo “essenziale”, quella che va dal caffè Ciro (punto
di riferimento storico anche se i gestori
sono cambiati non so quante volte) alla
piazza della Repubblica. “Il rifacimento
del Corso Matteotti a nostro avviso non è
più rinviabile” (vedi Programma di mandato). Era previsto che i lavori sarebbero
stati realizzati nella terza fase, cioè, grosso modo, negli ultimi due anni della legislazione. Ci siamo quasi e si pensa solo e
soltanto a risistemare la parte seconda del
Corso, quella a monte, quella di gran lunga meno importante, quella che ha conosciuto solo tormenti, quella che è costata
anche la carriera a uno degli assessori dalle maggiori responsabilità.
Della parte essenziale del Corso non se
ne parla più. Nonostante che la passata
amministrazione abbia lasciato un bel
gruzzolo a disposizione. Che il lavoro sia
complesso, che comporti una capacità
organizzativa non indifferente, che molti agenti che vi metteranno le mani dovranno essere coordinati al minuto, che i
tempi dovranno essere stretti al massimo
e super-controllati per ovvi motivi, tutti lo
sanno. Ma questo non giustifica minimamente il continuare a ignorare un lavoro
di necessario recupero estetico e funzionale – un vero ammodernamento – del
Corso “dei negozi e delle Vasche”. Lavoro
che sembra finito fuori da ogni prospettiva. Così ci si concentra nella parte del
Corso meno importante e intorno alla
quale si sta ventilando un “doppio turno”
nella esecuzione dei lavori per rimediare
gli errori del recente passato. Con disagi per i cittadini e con maggiori spese. Il
tratto da Ciro all’Arco è diventata una
vera ferita viva nel cuore della città. Ferita dopo l’attuazione del progetto ancora
imperante, del quale sarebbe bene salvare soltanto il senso unico. Tutto il resto,
(forse comprendendo anche la ciclabile)
dovrebbe saltare. Bisogna tornare a dare
respiro a un’arteria centrale e bella nel suo
genere. E non sbagliano quei cittadini e
commercianti (moltissimi) che reclamano
ancora e sempre la possibilità di attraversare il Corso da via Mura Occidentali a via
Pastrengo. Sarà un risparmio di tempo e
di benzina. Sarà meno inquinamento. Sì,
perché oggi sono otto su dieci le auto che
sfruttano il senso unico della parte superiore del Corso e che vanno poi a destra e
non a sinistra. Segno che vogliono andare
al centro storico. Tant’è che semplifichiamo il tutto e non costringere a un amplissimo giro tondo.
Conclusione. Mentre l’altra iniziativa nel
centro storico segnata come molto importante dal Mandato di Programma – la
sistemazione del complesso S. Martino
- sta andando avanti con progetto valido
e, c’è da augurarselo, realizzabile con la
partecipazione dei privati come previsto,
non è accettabile che del Corso “vero” non
se dia più alcuna spiegazione. Da anni c’è
un progetto di massima (che, per carità,
merita revisione) del quale pare che non
se ne faccia più niente! Nonostante che
trattasi di un progetto che dovrebbe cancellare una delle due vergogne estetiche
del nostro centro storico. Perché la seconda vergogna è data dal perdurare del defenestramento del monumento di Federico
II che chiede di essere messo in pace da
sempre: forse la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi sarebbe in grado di offrire
una risposta.
v.m.
A JESI IL TEATROTELLO.IT (GIÀ PETITE ECOLE)
Riaprono le iscrizioni alla Scuola
Con l’inizio del mese di ottobre riprendono le lezioni alla Scuola di Teatro, l’unica
vera scuola di teatro a Jesi, che oltre ad essere completamente autofinanziata è giunta al suo ventisettesimo anno di esperienza.
Dopo una permanenza “nomade” presso i
locali delle Circoscrizioni e presso la Scuola
media Federico II, dal 2000 le lezioni si svolgono in uno spazio “definitivo” molto originale: 280 mq a Jesi in via dell’Esino 13 che,
grazie all’intervento di ingegneri, architetti,
geometri, elettricisti e saldatori, da bottega
di falegname è diventato “Bottega Teatrale”.
Un bellissimo “limen” tra città e campagna,
attrezzato come teatro con una capienza di
circa 90 posti a sedere, e un’aula didattica
per la Scuola TeatrOtello. A più di vent’anni dalla sua nascita, oggi la Scuola di Teatro
è una solida realtà di formazione culturale
e umana che trae alimento e gratificazione
dalla qualità e dalla quantità dei risultati.
Essa ha classi distinte per bambini ed adolescenti nel pomeriggio, giovani ed adulti la
sera e ha una presenza capillare nelle scuole
di ogni ordine e grado della Vallesina.
Altre informazioni telefonando al
333\1600201 – 0731\202842, cocuje@
libero.it, facebook: Teatrotello.it
A MOIE PRESENTATA LA NUOVA GUIDA DIDATTICA PER L’IRC
I piccoli lo sguardo verso l’Oltre
Cuori in festa domenica scorsa alla Biblioteca “La Fornace” di Moie. La guida didattica
per l’Insegnamento della Religione Cattolica nella scuola dell’infanzia, per i tipi della
casa editrice ELI, è stata presentata dallo
staff completo degli autori. Laura Porfiri, insegnante e coordinatrice della scuola
dell’infanzia “Pallavicino” di Moie, Rosita
Roncaglia, insegnante e coordinatrice della
scuola dell’infanzia “Aldo Moro” di Recanati e Diego Mecenero, teologo e giornalista.
Agli autori va aggiunto il pedagogista e logopedista Eugenio Lampacrescia, presente
come esperto.
A scanso di equivoci Mecenero sgombra subito il campo da una possibile confusione:
“L’insegnamento della religione cattolica ha
a che fare con la capacità dell’essere umano
di simbolizzare, con il gusto per la metafora come via per apprendere l’indicibile” e gli
mette dentro il “guizzo dell’‘altro’”. “La fede
è un’altra cosa!” Si tratta di “capacità ancestralmente profonde”, il cui affinamento
“non può essere demandato ai diciotto anni”.
Fin da piccoli si deve respirare il tessuto di
MOIE: LA NUOVA PISCINA
tradizioni simboliche, continua Mecenero,
altrimenti il rischio è quello di non riuscire
più a entrare in certe realtà. Altro passo. Di
quale religione parliamo? Di quella che appartiene al proprio contesto antropologicoculturale. Nel nostro caso la religione cattolica. “Non si dà una
scelta”. Piacevolmente spiazzante anche la frase di Laura Porfiri: “la religione cattolica non va
insegnata, ma condivisa e sperimentata. Come si fa? Partendo
dai momenti di vita quotidiana.”
Rosita Roncaglia pone invece
l’accento sull’azione didattica
motivazionale: “in questa società di passioni tristi c’è bisogno di risvegliare
le passioni felici”. Chiama poi in campo gli
studi di Gardner sulle intelligenze multiple,
che hanno tanto a che fare con la didattica.
Illuminante anche Eugenio Lampacrescia.
“Il 70% di coloro che stanno male e chiedono un aiuto psicologico”, dice, “ha in realtà
perso il contatto con la dimensione spirituale.” Ecco perché l’educazione religiosa è così
importante: essa risulta “fondamentale per
costruire persone che siano integrate nella
loro complessità.” La cosa che alla fine conta
è ‘in-segnare’, cioè lasciare dentro un segno
appassionato, continuano gli autori, che
dall’istruzione della mente sappia passare
alla sapienza del cuore.
Il giro di presentazioni non si ferma qui. Il
10 ottobre alle 18 sarà il turno della scuola
dell’infanzia “Aldo Moro” di Recanati.
Marco Bevilacqua
La nuova piscina intercomunale Palablu, realizzata da Cis Srl con il cofinanziamento del Comune di Maiolati Spontini, aprirà al pubblico sabato 27 settembre. Presso
la sala conferenze CIS sono state illustrate le caratteristiche dell’impianto più moderno e funzionale della Vallesina. «Il costo complessivo è di 4,5 milioni di euro
- afferma Sergio Cerioni presidente del Cis - e servirà oltre 17.000 famiglie dei 12
comuni soci oltre quelle provenienti da fuori. La prima fase con la vasca semiolimpionica è stata completata rispettando il budget previsto».
16 | attualità
28 settembre 2014 | Voce della Vallesina
A CUPRAMONTANA DAL 2 AL 5 OTTOBRE
HA REALIZZATO UNA TRADUZIONE PER UN CONVERTITORE
La Sagra dell’Uva
Sagra dell’Uva edizione 77°. A Cupramontana si rinnova l’appuntamento da giovedì 2
ottobre a domenica 5. Tra gli ospiti i grandi
nomi della musica italiana, amati non solo
dalle giovani generazioni. Ron, Tiromancino, Marta Sui Tubi e Modena City Rambles. Un accenno alla sagra è in programma
sabato 27 settembre con un convegno alle
17 “L’Istituto Marchigiano di Tutela Vini tra
presente e futuro: risultati, obiettivi, strategie” e le premiazioni dei vincitori del Premio Nazionale Etichetta D’Oro e della XII
edizione del Medagliere Del Verdicchio.
Giovedì 2 ottobre alle 19,30 la Banda Musicale di Cupramontana con la banda di Morro d’Alba e concerto finale dell’orchestra
Andrea Catani in Apple
Fabrizio e gli Accademia alle 21,30. Giorni
con gli immancabili stand gastronomici e
il verdicchio, ma giorni ricchi di spettacoli
musicali, popolari e di tradizione, mostre ed
eventi. Tra cui, fino al sabato Cupra Espone
con prodotti artigianali e alimentari. Ogni
giorno mostre fotografiche, tra cui quella
a cura del circolo Carpe Diem. Gruppi folk
come La Damigiana alle 18 il venerdì e il
Massaccio sabato alle 17,30. Domenica alle
10 la Fondazione Amatori premia i migliori allevatori di bestiame, alle 15,30 sfilata
dei carri allegorici. Il programma completo
è consultabile anche dalla pagina internet
www.sagradelluva.it
I big della musica italiana si esibiranno da
venerdì 3. Venerdì 3, ore 23:00, Modena
City Ramblers; sabato 4, ore 21,30 Marta
Sui Tubi e a seguire, ore 23, Tiromancino;
domenica 5, ore 19,15, Ron in trio. I biglietti per assistere ai concerti sono acquistabili tramite il circuito CiaoTickets, sia online
(www.ciaotickets.com) sia nei punti vendita e presentano una novità: l’acquisto in
prevendita ha un prezzo inferiore rispetto
all’acquisto in loco la sera del concerto. Modena City Ramblers: 10,00 in prevendita e
12,00 alla biglietteria di Cupra Montana la
sera del concerto. Marta Sui Tubi e Tiromancino: 10,00 in prevendita e 12,00 alla biglietteria di Cupra Montana la sera dei concerti. Ron in trio: 6,00 in prevendita e 7,00
alla biglietteria di Cupra Montana la sera
del concerto.
Agnese Testadiferro
SAN MARCELLO: IL BASKET JESINO SI ARRICCHISCE
Scuola pallacanestro Taurus
Sarà l’ex capitano dell’Aurora Basket Jesi,
Alberto “Lupo” Rossini il responsabile della
Scuola Pallacanestro Taurus, nuova ambiziosa realtà della palla a spicchi jesina. La
Scuola Pallacanestro Taurus Jesi è nata poche settimane fa dalla collaborazione tra
Wispone Taurus Basket Jesi e Unione Basket
2010 San Marcello, società dilettantistiche
gestite da Stefano Fava e Alberto Rossini, e
si pone come obiettivo fondamentale quello di valorizzare l’attività giovanile, coinvolgendo nel settore “young” i bambini e le
bambine nati dal 2001 al 2009 e insegnando
loro i sani valori dello sport. Rossini e Fava,
volto noto del basket jesino, da alcuni anni
stanno svolgendo un lavoro encomiabile su
ragazzini e ragazzine di San Marcello, Belvedere, Monte San Vito e Morro d’Alba, sia
dal punto di vista sportivo che umano, e
adesso cercheranno di ripetere il successo
dell’Unione Basket San Marcello. Un modo
alternativo di fare sport, quello con la s maiuscola, ponendo i ragazzi al centro di un
progetto davvero ambizioso e considerando
squadra e società come un’unica grande famiglia, in cui i bambini possono crescere e
migliorare settimana dopo settimana. Questi avranno anche la possibilità di assistere
alle partite della squadra principale, ovvero
la Wispone Taurus Basket che parteciperà
al campionato regionale di serie D. Alberto
Rossini e Stefano Fava possono partire già
da una base solida, con tutti i ragazzi iscritti che prenderanno parte al campionato di
categoria: i campionati maggiori saranno
quelli dell’under 14 maschile e femminile e
dell’Under 13 maschile. Per ogni info visitare
il sito web www.taurusbasketjesi.it o scrivere
a [email protected]
Andrea Catani, 20 anni di Jesi, studente di
Ingegneria Civile a Bologna, tra le menti del mondo Apple. Vert e Moovit sono le
due app (applicazioni, cioè programmi per
smartphone, tablet…) che hanno avuto un
contributo importante dal giovane jesino
appassionato dell’iPhone, lo smartphone
della Apple, colosso americano fondato da
Steve Jobs. Vert è stata premiata tra le migliori app utility dell’App Store e Andrea
viene ufficialmente ringraziato nella sezione
informativa del programma.
Moovit è tra le prime app più
utilizzate dell’App Store per la
navigazione.
Parliamo della prima app,
Vert. È un’app di conversione di unità di misura e valuta.
Non gradendo il fatto che fosse
solo in inglese, ho scritto allo
sviluppatore dell’app chiedendogli la possibilità di aiutarli
nell’aggiornare l’app con testi
in italiano. Lo sviluppatore si
è meravigliato (essendoci molte cose da tradurre e scrivere) e ha accettato.
Mi ha inviato tutti i documenti e le unità da
tradurre e, avendo del tempo libero (in treno
ad esempio) ho tradotto l’app. Lo sviluppatore una settimana fa, dopo avermi invitato al Beta Test (il test dell’app riservato agli
sviluppatori per confermare che non ci siano
problemi. È la Apple stessa che vuole questo
test al fine di approvare e lanciare sul mercato il programma) ha lanciato l’app americano
nominandomi tra gli utenti che hanno contribuito all’aggiornamento in diverse lingue.
Una app che può servire a tutti, non solo
agli studenti ad esempio! Vert è un’app per
la conversione, ad esempio: ci sono le sezioni, PESO: ci saranno grammi, decagrammi,
chili, oncie, libbre....e tu puoi trasformare
e vedere ad esempio 5 chili a quante libbre
corrispondono e viceversa. ci sono sezio-
ni che vanno dalle unità di LUNGHEZZA,
VOLUME, VALUTA, alle unità meno comuni come RADIOATTIVITA’, CORRENTE ELETTRICA, ENERGIA, PRESSIONE,
fino ad altre unità come taglie dei vestiti
(conversione tra misure americane e italiane..) o misure in cucina!
Moovit, perché hai voluto dare il tuo contributo? Frequento l’Università a Bologna
e Moovit non considerava minimamente
la città! Questa app si occupa di trasporto
pubblico. Segnala i tempi entro i quali arriveranno i pullman, le metro, i tram, i treni...
Non essendoci Bologna, ma
essendoci in città molti studenti che come me usufruiscono dei trasporti, ho deciso
di chiedere allo sviluppatore
inviando una mail (in inglese,
come tutte le mail inviate anche allo sviluppatore dell’altra
app) di poterlo aiutare. Grazie
a me e altri utenti di Padova, Trieste, Trento, Taranto...
l’app ha aggiunto molte nuove città. Sulla
loro pagina fb (community moovit) ci sono
anche io. Il lavoro qua è stato molto più
impegnativo perché ho dovuto aggiungere
moltissimi orari di tutte le linee e modificare i percorsi (molti erano sbagliati). circa 60
linee e 15 percorsi per linea.
Hai altre proposte in attivo? Grazie a un’emittente Moovit italiano insieme ad altre
persone sto cercando di convincere la TPER
(Trasporto Passeggeri Emilia Romagna) a
integrare i loro orari con l’app Moovit.
Un augurio ad Andrea: di avere presto, con
le conoscenze che grazie allo studio universitario sta immagazzinando, una app tutta
sua e, magari, un giorno di sviluppare per la
Vallesina qualcosa di interessante per il trasporto pubblico!
Agnese Testadiferro
ANGELI DI ROSORA: GOL 2014 DA LOCCIONI
Gli universitari incontrano l’azienda
Daniele Bartocci
FABRIANO:progetto europeo per lo sviluppo rurale
Identità dei Colli Esini
A Fabriano presso la Sede della Comunità
Montana dell’Esino Frasassi il 24 settembre
sarà presentato il “TUR 2 - PROMOZIONE
DEL TERRITORIO, DELLE TIPICITÀ E DEL TURISMO DEI COLLI ESINI NELL’ERA WEB 2.0”.
Il progetto ha l’obiettivo di valorizzare il
territorio dei Colli Esini Frasassi come destinazione turistica, con azioni di promozione e commercializzazione dell’offerta,
iniziative artistico-culturali per potenziare l’attrattività del territorio e attività di
comunicazione. Un progetto che punta a
un salto di qualità nella capacità competitiva dell’offerta turistica, conferendo una
identità forte e riconoscibile ad un territorio dalle straordinarie potenzialità, ricco
di eccellenze ambientali, paesaggistiche e
storico-artistiche. È cofinanziato dal Fondo
europeo agricolo per lo sviluppo rurale, il
progetto TUR 2 si colloca nel quadro delle
strategie regionali sul turismo ed è sostenuto da un ampio partenariato che vede la
Comunità Montana dell’Esino Frasassi nel
ruolo di capofila.
Presentati martedì 23 settembre i progetti
realizzati da venti selezionati studenti delle facoltà di Economia e Commercio, Ingegneria, Scienze Agrarie e Scienze della
Vita e dell’Ambiente che hanno partecipato alla terza edizione del progetto Grow
on Loccioni (GOL).
Il primo progetto di carattere multidisciplinare in Italia che mette in sinergia il mondo universitario con il mondo
aziendale. Promotore il Prorettore della Univpm Gian Luca Gregori che da tre
anni accademici coinvolge gli studenti
facendoli entrare nell’azienda della Vallesina che da oltre quaranta anni guarda
al futuro. Presenti alla giornata finale la
famiglia Loccioni al completo, i venti studenti, i collaboratori interni e esterni, il
referente del progetto Fabrizio Pieralisi, il
Magnifico Rettore Univpm Sauro Longhi,
il Pro Rettore Univpm Gian Luca Gregori, Direttore Facoltà di Ingegneria Dario
Amodio, Direttore del Dipartimento di
Scienze della Vita e dell’Ambiente Paolo
Mariani.
a.t.
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