Capitolo 8° IMMIGRATI E SOMMERSO: UN’INDAGINE SUL CAMPO Ricostruire il fenomeno del lavoro sommerso attraverso le sole fonti statistiche risulta difficile e spesso anche riduttivo, data l’estrema frammentazione di una realtà che, per definizione, tende a sfuggire a qualsiasi tipo di rilevazione. Tuttavia, da più fonti1, risulta che, soprattutto negli ultimi anni, particolarmente forte è il connubio che si è venuto a creare tra lavoro irregolare e fenomeno immigratorio. Focalizzare l’attenzione su questo ambito non sembra dunque un errore, resta il fatto che le rilevazioni tradizionalmente adottate in materia, utilizzate da sole, qui più che mai, rischiano di trasmettere un’immagine della situazione parziale e, soprattutto, non in grado di cogliere le diverse sfaccettature che il connubio immigrazione - lavoro nero porta con sé. Dire che gli immigrati che lavorano in nero sono tanti non basta, bisogna portare ad un livello di approfondimento maggiore l’indagine ed andare alla ricerca delle situazioni concrete, analizzarle e capire cosa realmente succede all’interno della realtà migratoria. Un’indagine di tipo qualitativo deve intervenire laddove i soli numeri non bastano a far luce su di un problema. Questo è il presupposto che sta alla base del tentativo di ricerca che si è inteso svolgere in questa sede. Tutto ciò non vuol portare ad una forzatura nel considerare i risultati generalizzabili e di assoluta validità. Vuole essere un tentativo di trattare un fenomeno, come detto, altrimenti difficilmente approfondibile. Nostro proposito è quello di analizzare alcune caratteristiche della realtà lavorativa della popolazione immigrata, spingendoci in modo particolare alla ricerca di quegli elementi che, in un qualche modo, la collegano all’ancora poco conosciuto mondo del sommerso. I modi e i tempi di contatto tra l’inserimento occupazionale degli immigrati 1. Cfr, ad esempio, Caritas, Immigrazione. Dossier statistico, Anterem, Roma, 2000 e 2001; Zincone G. (a cura di), Secondo rapporto sull’integrazione degli immigrati in Italia, Il Mulino, Bologna, 2001; Ambrosini M., Utili invasori. L’inserimento degli immigrati nel mercato del lavoro italiano, FrancoAngeli, Milano, 1999. 277 nella realtà economica locale e il lavoro nero, ben lontani dall’essere fattori scontati, vengono qui rintracciati ed analizzati grazie alle informazioni fornite dei diretti interessati. In altri termini, proprio a partire dall’esperienza e dalle parole degli stessi protagonisti, si è tentato di trarre utili informazioni in merito a molti aspetti di questa realtà di difficile sondabilità. 8.1 Il disegno della ricerca In riferimento all’obiettivo posto alla base di questo lavoro, si è inteso realizzare un percorso di ricerca incentrato sulla somministrazione di un numero predefinito di interviste in profondità e sulla loro successiva rielaborazione ed analisi. Sulla base delle informazioni a disposizione e delle esperienze già effettuate e disponibili in letteratura2 si è stabilito di realizzare una quota di interviste pari ad un numero compreso nell’intervallo tra i 20 e i 30 contatti. Naturalmente, gli interpellati dovevano appartenere alla categoria degli immigrati, attualmente occupati o presenti in Veneto. Il territorio di rilevazione, per ovvie ragioni, non poteva essere l’intera regione, quindi al fine di ottimizzare la distribuzione del campione di soggetti da intervistare, si è proceduto all’individuazione di un’area territorialmente limitata ma non per questo meno interessante. Il territorio di rilevazione è coinciso con una zona particolarmente dinamica della regione: si tratta di una porzione della provincia di Treviso, singolarmente vivace dal punto di vista economico, ma soprattutto caratterizzata da interessanti dinamiche immigratorie e da un consistente inserimento della manodopera immigrata nel sistema produttivo locale. Dagli interlocutori, in linea con uno schema semistrutturato, dovevano essere raccolte informazioni in modo diretto attraverso il vissuto personale, con la ricostruzione del percorso migratorio e il racconto delle singole esperienze occupazionali. Allo stesso modo, dovevano essere raccolte notizie “trasversalmente”: era auspicabile che questi soggetti diventassero dei potenziali interlocutori privilegiati, in grado di fornire preziose informazioni sia in merito alla condizione del gruppo dei connazionali ma anche con riferimento all’intera realtà immigratoria. 2. Cfr, per esempio, Irpet (a cura di), Indagine sull’emersione del lavoro non regolare nella provincia di Pisa, Firenze, aprile 2002; Ires Friuli Venezia Giulia (a cura di), Integrazione: lavori in corso. Vincoli e opportunità nelle risposte all’immigrazione in provincia di Udine, Udine, febbraio 2000; Ires Friuli Venezia Giulia (a cura di), Storie di ordinaria immigrazione. Percorsi di integrazione familiare, Udine, marzo 2000; Belotti Valerio (a cura di), Voci da Lontano. Breve viaggio in quattro comunità di immigrati che vivono e lavorano nel bassanese, Libreria TEMPOlibro Editrice, Bassano del Grappa (VI), 1994. 278 Le interviste effettuate avrebbero dovuto non solo confermare l’esistenza del sommerso, quanto piuttosto definire in profondità alcuni aspetti del fenomeno, questo anche portando a galla, qualora ce ne fossero, dinamiche particolari o singolari concatenazioni causali tra il mondo del lavoro irregolare e la sfera dell’immigrazione. 8.1.1 L’area di rilevazione: individuazione e caratteristiche L’area di rilevazione prescelta è stata la zona nord orientale della provincia di Treviso, un territorio costituito dai tre Sistemi Locali del Lavoro di Conegliano, Vittorio Veneto e Pieve di Soligo. SLL n. 203 SLL n. 206 SLL n. 208 TOTALE Conegliano Pieve di Soligo Vittorio Veneto 12 comuni 14 comuni 8 comuni 34 comuni I tre Sistemi Locali qui presi in considerazione, per un totale di 34 ripartizioni amministrative comunali, rappresentano un territorio particolarmente integrato, dove il fenomeno immigratorio è particolarmente vivace e gli incrementi di popolazione straniera rilevati negli ultimi anni hanno registrato tassi di variazione ben superiori sia alla media provinciale che a quella regionale (tab. 1). Tab. 1 - Popolazione straniera residente, valori assoluti ed incrementi percentuali 1998 V.A. SLL n. 203 SLL n. 206 SLL n. 208 Tot. Provincia Totale Conegliano Pieve di Soligo Vittorio Veneto Treviso Veneto 2.821 2.204 1.007 19.940 97.218 1999 V.A. 3.631 2.680 1.319 25.017 117.045 2000 var. % 28,71 21,60 30,98 25,46 20,39 V.A. var. % 4.379 3.362 1.813 30.644 141.160 20,60 25,45 37,45 22,49 20,6 Fonte: ns. elab. su dati Istat Anche il dato relativo all’incidenza della popolazione immigrata sul totale dei residenti conferma l’assoluta rilevanza del fenomeno nel territorio considerato (tab. 2). Dal punto di vista economico questa è un’area dalla forte vocazione manifatturiera, dove prevalgono le attività connesse ai due principali distretti industriali qui insediati. Nel coneglianese primeggiano le attività collegate all’industria meccanica, mentre nel 279 Quartier del Piave quelle connesse al settore del legno e mobilio; l’area di Vittorio Veneto si pone quale fascia di transizione ed annovera attività tipiche sia dell’uno che dell’altro distretto. Osservando i dati relativi alla distribuzione dei lavoratori extracomunitari nei Sistemi Locali del Lavoro considerati, appare evidente come anche l’inserimento degli immigrati nel mondo del lavoro rispecchi in tutto le caratteristiche della realtà produttiva locale (tab. 3). Tab. 2 - Incidenza percentuale degli immigrati sul totale della popolazione residente SLL n. 203 SLL n. 206 SLL n. 208 Tot. Provincia Totale Conegliano Pieve di Soligo Vittorio Veneto Treviso Veneto 1998 1999 2000 2,67 3,74 1,80 2,57 2,20 3,40 4,52 2,34 3,19 2,60 4,09 5,59 3,19 3,86 2,90 Fonte: ns. elab. su dati Istat SLL n. 203 SLL n. 206 SLL n. 208 Totale Conegliano Pieve di Soligo Vittorio Veneto Veneto 187 88 1 17 93 78 0 14 38 78 0 13 4.801 3.469 4.356 1.431 484 109 409 3 108 8 4.212 1.391 3 1.584 6 665 7 268 815 15.264 Totale dato non disponibile terziario costruzioni-estrattive altre manifatturiere ind. meccaniche lav. marmo lav.miner.non metall. legno e mobilio calzature concia e cuoio tessile abbigliamento agro-alimentare Tab. 3 - Lavoratori dipendenti extracomunitari occupati al 31.12.2000 per Sistema Locale del Lavoro e settore 230 249 380 11 3.388 86 173 155 5 1.687 47 94 131 0 792 4.135 7.086 16.959 1.067 64.266 Fonte: elab. Veneto Lavoro su dati Netlabor/Amministrazioni provinciali del Veneto – Cpi Mediamente, il tasso di occupazione della componente immigrata, calcolato sul totale dei residenti, nei Sistemi Locali del Lavoro veneti è pari al 49%. La differenziazione territoriale appare assai rilevante e risulta significativa anche nell’area qui presa in considerazione. In particolare, nel sistema locale coneglianese il tasso di occupazione della popolazione immigrata si attesta tra i livelli più alti della regione3 (tab. 4). 3. Cfr Veneto Lavoro, Lavoratori extracomunitari in Veneto. Un quadro aggiornato, Mimeo, dicembre 2001, pp. 28 e seg. 280 Tab. 4 - Tasso di occupazione dei residenti extracomunitari per sistema locale del lavoro. Dati al 31.12.2000 SLL n. 203 SLL n. 206 SLL n. 208 Totale Occupati dipendenti Residenti 3.388 1.687 792 64.266 4.213 3.266 1.717 132.504 Conegliano Pieve di Soligo Vittorio Veneto Veneto Tasso di occupazione 80,4 51,7 46,1 48,5 Fonte: elab. Veneto Lavoro su dati Netlabor/Amministrazioni provinciali del Veneto - Cpi 8.1.2 Il piano di campionamento Si è detto che il numero di interviste preventivato per questo tipo indagine dovrebbe attestarsi tra le 20 e le 30 unità e che il gruppo degli interlocutori deve essere composto da soggetti immigrati attualmente occupati o presenti in Veneto. Non potendo essere casuale, il campionamento del gruppo di intervistati ha cercato di rappresentare la reale composizione dell’universo della popolazione immigrata presente nel territorio di rilevazione (tab. 5). Per fare questo occorre tener conto dei dati e delle informazioni a disposizione: qui sono stati considerati ed analizzati, con riferimento all’area presa in considerazione, i dati disaggregati a livello comunale sulla presenza immigrata suddivisi per sesso e cittadinanza. Dovendo, comunque, tener conto anche della presenza irregolare, si sono considerate le ipotesi di stima attualmente presenti in letteratura4, ma si è soprattutto fatto riferimento alla stampa locale tenendo ben presente quanto portato alla luce dalla cronaca provinciale e regionale. Inoltre, considerando l’estrema differenziazione dei flussi migratori in relazione alla cittadinanza dei soggetti, è stato importante rilevare le differenze tra i gruppi puntando l’attenzione alle situazioni particolari o caratterizzate da andamenti significativi. Sulla base di queste considerazioni, si è deciso che il campione degli intervistati dovesse essere composto tenendo conto della cittadinanza dei soggetti in relazione ai gruppi maggiormente rappresentati nel territorio. 4. Cfr. Caritas di Roma, Dossier Statistico Immigrazione, Anterem, Roma, 2000 e 2001 281 Tab. 5 - Cittadini stranieri. Popolazione residente per cittadinanza al 31.12.2000 Marocc Albania Maced. Senega Jugos. Bosnia Croazia RomaniGhana Cina Baglad. Nigeria CameruTunisia India … TOTALE SLL n. 203 Conegliano ( n. 12 comuni) Codognè Conegliano Gaiarine Godega di S.U. Mareno di P. Orsago San Fior San Pietro di F. S.ta Lucia di P. San Vendemmiano Susegana Vazzola 18 136 34 24 65 13 12 6 39 30 81 104 26 92 78 66 62 73 41 4 28 24 45 65 11 84 6 17 20 11 16 41 36 88 6 26 174 4 9 40 1 9 2 26 38 25 39 6 68 8 15 14 11 22 3 13 16 105 44 11 34 4 33 17 4 88 4 17 10 71 10 16 92 12 15 15 2 19 6 16 6 32 16 8 44 94 9 13 3 4 3 4 2 7 24 562 604 10 336 393 325 303 247 215 2 35 5 2 6 2 8 1 1 30 21 9 1 30 3 24 4 17 1 19 1 2 3 29 8 1 29 2 1 1 3 13 5 65 57 120 1 3 3 19 45 12 17 15 235 68 7 2 4 4 15 41 3 30 2 3 28 1 1 1 29 3 1 11 3 4 6 7 1 5 9 173 1.383 285 241 320 125 257 94 284 226 605 386 56 4.379 27 1 4 1 5 40 1 125 21 14 6 12 12 4 3 138 35 1 55 SLL n. 206 Pieve di Soligo ( n. 14 comuni) Alano Quero Vas 156 117 38 12 8 1 9 Cison di V. Farra di Soligo Follina Miane Moriago Pieve di Soligo Refrontolo Segusino Sernaglia d. B. Valdobbiadene Vidor 68 142 57 54 47 82 18 15 102 169 57 22 35 24 46 34 56 32 24 20 6 2 47 6 7 23 35 14 43 46 8 72 54 84 3 1 40 22 35 1122 317 4 32 4 8 5 10 9 39 3 3 24 3 4 11 22 8 7 8 6 1 4 12 3 6 1 23 2 4 9 12 1 421 198 125 97 109 120 6 4 5 4 10 2 10 1 6 8 4 8 4 14 10 1 40 13 18 232 198 61 15 8 8 47 5 1 1 85 1 3 12 7 11 5 15 2 7 2 5 4 14 73 37 6 2 4 2 1 1 1 7 1 2 2 1 21 168 9 3 3 1 5 1 3 1 1 2 15 231 454 201 285 182 607 53 59 290 344 165 3.362 SLL n. 208 Vittorio Veneto ( n.8 comuni) Cappella Maggiore Colle Umberto Cordignano Fregona Revine Lago Sarmede Tarzo Vittorio Veneto TOTALE 12 40 16 19 28 24 33 162 16 17 29 6 6 24 22 166 10 11 22 22 23 22 20 94 2 3 41 54 5 15 62 3 34 32 6 5 17 1 3 4 7 22 334 286 224 115 95 61 63 65 28 44 2.018 1.207 981 706 545 461 419 400 328 226 9 2 2 4 19 1 1 4 18 4 5 4 99 107 159 85 89 98 191 985 0 30 32 18 15 1.813 189 182 140 110 86 9.554 2 7 1 1 1 5 6 Fonte: ns. elab. su dati Istat Inoltre, oltre a tener presente la differenziazione per sesso, comunque sempre sbilanciata verso la componente maschile, si è prestata particolare attenzione ai seguenti fenomeni: la consistente presenza di soggetti irregolari all’interno della comunità cinese; la dinamicità e la giovinezza del flusso di bengalesi e camerunesi; l’entità e la vivacità del gruppo di senegalesi. 282 Date queste premesse il piano di campionamento è stato così identificato: Provenienza Intervistati Marocco Albania ex Jugoslavia Senegal – Ghana Romania Bangladesh – India Cina Camerun Totale 5 5 5 4 4 4 3 3 33 Viste, a posteriori, le durate medie di presenza sul territorio degli immigrati intervistati sembra di poter escludere che gli stessi possano essere in qualche modo rappresentativi di coloro che vengono in Italia solo per i lavori stagionali (soprattutto agricoli), per i quali strategie, condizioni di ingresso, ma anche Paesi di provenienza sono diversamente connotati. 8.1.3 La traccia dell’intervista I temi indagati con l’intervista, sulla base di uno schema di intervista semistrutturato, sono stati quelli della posizione lavorativa, del rapporto tra percorso migratorio e sistemazione occupazionale, nonché la percezione soggettiva della propria condizione personale. Particolare attenzione si è posta alle relazioni tra regolarità o irregolarità della situazione lavorativa e regolarità o irregolarità della posizione migratoria. Di particolare interessante è la possibilità di individuare il confine tra scelta e obbligo di un eventuale posizione irregolare, ma anche quella di cogliere eventuali punti di continuità o di differenziazione tra l’irregolarità lavorativa dell’immigrato rispetto a quella dei lavoratori locali. Questa, essenzialmente, è la traccia seguita nelle interviste: 1. ANAGRAFICA DELL’INTERVISTATO 2. STORIA (situazione personale e familiare) perché la decisione di emigrare? (eventuale collegamento con situazioni di clandestinità anche solo momentanee) 283 3. LA MIGRAZIONE percorso migratorio motivazioni/condizionamenti/fattori attrattivi … perché l’Italia, perché Treviso … (per verificare l’esistenza di: . poli d’attrazione rappresentati da connazionali; . meccanismi gestiti da organizzazioni illecite; . altro) 4. LA SITUAZIONE ATTUALE e LO STATUS DI IMMIGRATO situazione (stanziale o provvisoria) tipo di inserimento il mondo del lavoro (esperienze, opportunità, progetti, …) (rapporto regolarità/irregolarità situazione con regolarità/irregolarità lavorativa) 5. PROGETTUALITÀ (predisposizione) progetto migratorio breve lungo progetto individuale familiare irregolarità scelta o obbligata più interesse per il guadagno o per la regolarità Soprattutto con gli ultimi due blocchi di domande si è cercato di individuare il confine tra scelta e obbligo, tra situazioni volute, cercate e quelle imposte. 8.1.4 Le fasi dell’indagine La somministrazione delle interviste al campione di immigrati è stata preceduta da un’accurata fase che potrebbe essere definita di “preparazione del terreno”. Il modo migliore, ma anche più efficace, di reclutare i possibili interlocutori, è sembrato fin da subito quello di usufruire dei luoghi e delle strutture che già costituiscono dei punti di riferimento per gli immigrati. Considerando l’estrema delicatezza del tema trattato sarebbe, infatti, risultato molto difficile ottenere valide informazioni se, a priori, non fosse stato instaurato un rapporto fiduciario tra intervistato e intervistatore. Per questo ci si è appoggiati a quelle strutture che operano a favore degli stranieri, che danno loro qualcosa e nei confronti delle quali l’immigrato assume una posizione di ri284 conoscenza. Diversi colloqui preliminari hanno individuato, tra le strutture che hanno risposto positivamente all’iniziativa, quelle più appropriate. Si tratta di istituzioni pubbliche e associazioni private, di natura diversa, che operano sul territorio e spesso hanno carattere volontario. Il loro elenco viene di seguito riportato: Sportello Immigrati di Conegliano; Croce Rossa Italiana, delegazione di Conegliano; Comune di Pieve di Soligo, assistente sociale; Caritas di Vittorio Veneto. Ai contatti realizzati grazie a queste strutture ne vanno aggiunti altri resi possibili grazie a segnalazioni individuali o alla conoscenza personale della ricercatrice. Naturalmente, il fatto di limitare le interviste ai soli immigrati che frequentano o hanno contatti con i soggetti sopra elencati costituisce di per sé un limite alla creazione di un campione puntualmente rappresentativo. Non tutti gli immigrati, infatti, hanno avuto o hanno rapporti con queste realtà, ma è stato giocoforza accettare tale limitazione. I contatti preliminari sono stati effettuati dopo la metà del mese di agosto, mentre il periodo di rilevazione si è protratto per un arco temporale di circa 2 mesi, dalla fine di agosto ad oltre la metà di ottobre. Sono state effettuate 20 interviste per un totale complessivo di 30 soggetti (alcune infatti sono state plurime). Le difficoltà nel reperire il campione definito a priori sono state considerevoli. Oltre alla preventivata diffidenza e ai possibili timori degli immigrati nel voler rilasciare l’intervista, si deve aggiungere il fatto che il periodo di rilevazione è coinciso con un momento assai delicato. L’avvio del consistente processo di regolarizzazione indetto dalla legge Bossi-Fini ha acuito la sensazione di precarietà e pericolo dell’immigrato. Diversi sono stati i rifiuti alla richiesta di un colloquio, mentre, in altri casi, un atteggiamento di chiusura si è presentato nell’approfondimento di determinate tematiche. Nonostante tutto, il gruppo degli intervistati sembra aver ugualmente raggiunto un certo livello di rappresentatività. Sono stati sentiti immigrati provenienti da zone diverse del territorio, con caratteristiche anagrafiche in linea con l’universo di riferimento, distribuiti equamente sulla base della cittadinanza, ma soprattutto in condizione sia di regolarità, che di clandestinità. I contatti che hanno portato alla realizzazione delle interviste si sono suddivisi tra le istituzioni e le strutture nel modo seguente: 285 Contatto Interviste Caritas Vittorio Veneto Sportello Immigrati Conegliano Croce Rossa delegazione Conegliano Assistente sociale Pieve di Soligo Privato Personale Totale 5 2 4 2 5 2 20 In più casi le interviste hanno coinvolto contemporaneamente più soggetti. Se da un lato questo potrebbe sembrare un ulteriore limite all’intervista, concretamente i colloqui ai quali hanno preso parte più persone si sono dimostrati particolarmente interessanti, soprattutto in considerazione del livello di approfondimento della tematica indagata. Nel complesso, si è detto, i soggetti intervistati sono stati 30. Di questi 20 sono uomini e 10 donne, di età compresa tra i 18 e i 47 anni per un valore medio che si aggira attorno ai 33 anni. Gli immigrati in possesso di un regolare permesso di soggiorno, per la maggior parte ottenuto con le sanatorie avviate nel corso dell’ultimo decennio, sono 25. Quelli, invece, che, al momento dell’intervista ne erano sprovvisti, sono 5 e, comunque, tutti intenzionati ad ottenere la regolarizzazione nel corso dell’imminente sanatoria. La distribuzione del campione per cittadinanza, a causa delle suddette difficoltà incontrate, alla fine è risultata nel modo seguente. Provenienza Intervistate effettuate Interviste preventivate Marocco Albania ex Jugoslavia Senegal - Ghana Romania Bangladesh - India Cina Camerun Altro Totale 3 5 3 4 5 5 1 1 3 30 5 5 5 4 4 4 3 3 33 Anche per quanto riguarda il periodo di permanenza in Italia si registra una distribuzione sostanzialmente equa del campione: quattro sono gli intervistati presenti nel nostro Paese da meno di un anno, mentre tutti gli altri si suddividono equamente in tre fasce di riferimento, da 1 a 5 anni, da 6 a 10 anni ed oltre i 10 anni. 286 Attualmente dei 30 soggetti intervistati 21 lavorano regolarmente, mentre solo 2 dichiarano di svolgere un lavoro irregolare, ma 25 sono gli immigrati che dichiarano di avere avuto, almeno in passato, esperienze di lavoro in nero. 8.2 L’arrivo e il primo inserimento nel mondo del lavoro L’ingresso in Italia da parte dello straniero, in molti casi, avviene in modo regolare, attraverso la possibilità di soggiornare nel nostro Paese per un breve periodo di tre mesi con un semplice visto turistico o con la sola autorizzazione in relazione alla quale fa fede la data apposta al passaporto. “Infatti, questa facilità, nel prendere un visto corrotto, turistico o... comunque si trovava la strada... e si veniva qua.” (T., Romania) “Con passaporto! Ma… passaporto non serve “visa” … perché in Bosnia, cinque anni fa, se avevi il passaporto non ti serve “visa”… Non serve! Bastava il passaporto… Sono passato per la dogana a Trieste… e basta!” (G., Bosnia) In alcuni casi il giovane immigrato arriva in Italia con un visto per studio. “Io sono venuto con visto… di studio, infatti… ho scelto l’università di Perugia… e lì sono stato un anno… volevo specializzarmi alla facoltà di Geologia… Allora, sono venuto, ho iniziato a studiare, però non ho potuto… per motivo finanziario, insomma… I miei genitori, dopo un certo momento, non hanno avuto quella possibilità là perché, mi ricordo, mio papà… la ditta dove lavorava stava per fallire, insomma… Quindi… ho dovuto cambiare e ho deciso di lavorare… ho lasciato l’università, sono andato a Roma… e a Roma ho lavorato un po’ … poi, dopo Roma…” (Y., Camerun) Scaduto il termine, se l’immigrato rimane in Italia e non riesce a convertire il visto turistico con un regolare permesso di soggiorno di più lunga durata per altri motivi quali il lavoro, cade inevitabilmente in una situazione di clandestinità. “Sono arrivato regolarmente… Dopo mesi di va e vieni fra ministeri e università per poter studiare, alla fine mi sono reso conto che era quasi impossibile perché ti chiedevano un visto di studio prima di partire dal Paese; quello che non avevo! Dopo, il bisogno di sopravvivere cominciava a farsi notare… quindi bisognava cercare un lavoro per andare avanti. Ho cominciato a cercar lavoro… Ero clandestino, ovviamente, perché dopo i mesi per turismo entravi nella clandestinità se non tornavi… Ho cominciato a lavorare…” (T., Senegal) 287 Di fatto, succede molto spesso che anche l’arrivo in Italia dell’immigrato avvenga in modo irregolare. Come conferma il campione intervistato, in questo caso, prevalgono le situazioni di completa clandestinità e il ricorso a forme illegali di trasferimento dal Paese di origine. “Io sono arrivato nel ’91… marzo ’91… Con le “carete”… in quegli anni là… A Brindisi! Avevamo i nostri documenti là… i nostri passaporti… e basta… Si parlava in giro che partivano delle navi… erano gli anni ’90, ’91… insomma… era appena cambiato il regime… il comunismo, diciamo. Tutti sapevano che partivano queste navi… chi andava, andava!”. (H., Albania) Molto spesso l’immigrato deve pagare ingenti somme di denaro ad organizzazioni illecite che gestiscono l’intero traffico di clandestini. “Io… sono venuto con la nave… ho pagato certi soldi… No, io sono arrivato… cioè, senza documenti, così… ho pagato dei soldi per venire…” (Q., Albania) “Invece, gli altri che non hanno il permesso di soggiorno per lavoro, allora ti portano qua… ti chiedono certe cifre…” (L., Cina) “Sono venuta qua con... clandestini... tutti stranieri, ma... non con gommone, con un traghetto... Ho pagato due milioni di lire e sono venuta qua, con mio marito.” (S., Albania) Si tratta comunque di realtà che organizzano il solo trasferimento delle persone da un luogo all’altro, lasciandole poi in balia del loro destino una volta giunte a destinazione. “Una persona... in Albania mi lasciava questa ricevuta e io... venuta qua in Italia con questa ricevuta. È una ricevuta falsa! Capisci?! Io ho pagato e... sono venuta tranquilla! Ma... Ma io non conosco, io, questa persona! Ma mi ha detto una persona... e io... vado da questa persona... ho lasciato... io ho pagato due milioni di retta e... dopo, ciao!” (A., Marocco) “Eh, perché sai, vengono… Non è che ti fanno lavorare… ti portano qua e poi ti arrangi! Io quando ti porto qua, mi dai un po’ di soldi… mi dai certi soldi prima di partire… ti sei già messo d’accordo di quanti soldi… cioè, come funziona, no? Allora, gira tutto! Non vieni direttamente qua, magari fai tanti giri… poi per venire qua con nave o cose del genere… Allora, vengono qua e… ti arrangi a trovare un lavoro o cose… A loro non ‘gliene frega’ più niente!” (L., Cina) 288 Questo vale anche per il possibile inserimento nel mondo del lavoro. E’ l’immigrato che deve arrangiarsi, spesso si rivolge alle strutture italiane, ma non sempre ottenendo risultati positivi. “… affermano di cercare ininterrottamente qualche opportunità di lavoro. Si sono rivolti all’ufficio di collocamento, allo sportello immigrati e a diverse agenzie interinali. Ovunque, dicono. Il problema più grosso, secondo il loro parere, è la non conoscenza della zona, degli ambienti italiani e di validi punti di riferimento.” (G. e G., Romania) “S. va in cerca di lavoro all’ufficio collocamento di Conegliano, solo che occorreva cambiare la carta rosa e per fare questo serviva la residenza. Comunque gli viene detto di attendere il lunedì successivo che, se mancano persone, anche le carte rosa straniere vengono prese in considerazione…” (A., Marocco) In molti casi determinante è l’aiuto dei connazionali già presenti in Italia il cui ruolo diventa fondamentale sia per la possibilità di sostenere, anche economicamente, il nuovo arrivato, sia per la capacità di fornire valide informazioni e punti di riferimento. “… però, in genere, noi ci aiutiamo tanto… tra parenti, amici… no?! Magari se (una persona) non trova lavoro noi cerchiamo di aiutarla, magari… perché qua molti lavori… non abiti da nessuna parte… allora, intanto che noi abbiamo la casa ci ospitiamo. Sì, facciamo la presentazione… cioè, qua tutti i cinesi… non è che noi conosciamo tutti questi cinesi qua… sono tutti presentati… Magari io conosco questa… questa conosce quell’altra… quell’altra te la presenta… dopo, alla fine… così è!” (L., Cina) “…conosciamo amici di qua… di qua, di là, informiamo… C’è lavoro là, vengo là… cerco lavoro! Sempre cerco lavoro! Tutti quanti… cercano lavoro! Un giorno mi ha chiamato un nostro compaesano… Hallo! Sei bengalese? Sì. Io sono bengalese, posso venire là a cercare lavoro? Sì, dai vieni. Qua c’è lavoro. Vieni a cercare lavoro. E lui viene qua e cerca lavoro. Cerca lavoro e… si trova!” (M., Bangladesh) “Una volta arrivato in Veneto R. è stato ospitato a casa dello zio a Pieve di Soligo, in una vecchia casa concessa allo zio dal suo datore di lavoro. Ha trovato subito lavoro. “Sono venuto in dicembre ed ho trovato subito lavoro ma… non ho lavorato perché c’erano subito le ferie! Per questo ho dovuto aspettare fino al 7 gennaio.” Questo posto di lavoro R. lo ha trovato grazie allo zio che ha parlato con un italiano suo conoscente che, a sua volta, lo ha messo in contatto con il datore di lavoro.” (H., Bangladesh) 289 “… Già c’è una forte solidarietà tra di noi… perché, quando arrivano qua, i senegalesi… Vieni a casa mia… non paghi l’affitto… non paghi niente… perché… ci aiutiamo! Per lavoro… ti facciamo trovare subito! Vai a lavorare in fabbrica! Prendi un lavoro a nero… se ti tagli, magari, un dito… prendi i documenti di qualcuno… siamo tutti neri e non se ne accorge nessuno…” (O., Senegal) La prima sistemazione difficilmente sarà quella definitiva. Anzi il più delle volte lavorano in nero e risiedono in zone dell’Italia considerate di solo di transito e spesso più funzionali al mantenimento dello stato di clandestinità. “Poi, sono stato a Roma… praticamente… per il periodo di un anno… un anno… tre mesi, sei mesi, nove mesi… poi due mesi dopo, ho sistemato un po’ di cose e dopo ho deciso di venire qua…”. (Y., Camerun) “And I come here by see in ’96. And I get money, still permits here... to work here... So I first... when I come first I was staying in Foggia... in Foggia... to do... to work in a farm. So when I get my paper, then I came nock here to find a work to do.” (E., Ghana) “… ho preso il treno e sono andato a Salerno… dove era mio cugino… Mi ha trovato il lavoro… così ho cominciato a lavorare nel… Sì, senza documenti, in nero!” (Q., Albania) “Qua non trovano lavoro, a Roma sì! La ci sono tanti imprenditori che cercano (persone) senza il permesso di soggiorno! Non vogliono fare il contratto! Per questo, per noi è meglio, è più facile stare là! A Roma o in una grande città.” (H., Bangladesh) A volte, e nel territorio di rilevazione specialmente per gli immigrati che arrivano dai Paesi africani, l’inserimento nel mondo del lavoro è facilitato dalle conoscenze e dalle capacità lavorative sviluppate nel Paese di origine. “… devo trovare un lavoro che… un lavoro che va insieme al mio diploma, capito?… Ho fatto la scuola ‘de physique et de chimie’ e, allora, il lavoro ‘de métal métallique’, lavoro di macchina, di pressa… Per queste, io ho fatto la teoria, capito, solo mi manca la pratica… allora, poi se io posso trovare un lavoro con il quale io posso fare questa pratica, va bene! … Io ho visto, qua, che ci sono tante aziende che cercano… dei lavoratori che capiscano gli stampi, le macchine, le presse… tutto quello che fa parte del settore… meccanico.” (G., Senegal) “Per fortuna il lavoro che sapevo fare giù, di saldatore… e subito ho trovato qualcuno… a Cagliari, in Sardegna! Sì, sono andato là… ho preso la nave a Genova e sono andato là e ho cominciato a saldare…” (O., Senegal) 290 “… loro usano per il pesce… mangiano tanto pesce… il forno là che cucinano il pesce… allora, quando sei bambino, subito… prendi ferro… quando prendi il ferro fai… cioè… il forno… vendono… no? Allora… subito sai saldare, no? E da là è nato… quelli del nostro Paese sanno saldare… Infatti, tutti i senegalesi che sono qua, sono tutti saldatori! Anche il figlio di mio fratello… quattordici anni… lui è qualificato… saldatore! Io già a tredici anni sapevo saldare!” (O., Senegal) Questo insieme di abilità personali costituiscono un patrimonio che indubbiamente favorisce l’inserimento dell’immigrato in un particolare contesto lavorativo e che permettono soprattutto al lavoratore di trovare una precisa collocazione occupazionale in virtù di un immediato potere contrattuale vista la tensione occupazionale presente in questi territori soprattutto riguardo a certe professionalità. 8.3 Permesso di soggiorno e regolarizzazione lavorativa Diversi sono gli immigrati che arrivano in Italia irregolarmente o che entrano nella clandestinità in un momento successivo. La condizione di precarietà determinata dalla mancanza di un regolare permesso di soggiorno il più delle volte viene percepita negativamente dallo straniero: vivere in Italia in assenza dei documenti necessari non è poi così semplice e spesso la situazione di disagio che ne deriva è molto forte. “Anch’io voglio fare (regolarizzazione)! Perché.. senza permesso di soggiorno non puoi abitare in Italia! Troppo difficile!” (S., Romania) “Sì, non è che uno era costretto a fare l’illegale… anzi, era una situazione di disagio… tantissimo, mi ricordo! Ma anche io, ci riflettevo… Sì, ero molto umile… non potevo neanche… avevo paura di tutto… Ci riflettevo, ho detto… io, adesso, se muoio anche, non sanno chi sono… Perché io… se, ho detto, mi trovano il passaporto… ma io, non esisto! Io, in Italia, non esisto!” (T., Romania) Sprovvisto del regolare permesso di soggiorno l’immigrato si trova nell’impossibilità di fare diverse cose, ad esempio di accedere ai servizi pubblici e questo è un problema particolarmente sentito dai nuclei familiari dove la clandestinità dei genitori si ripercuote inevitabilmente sui figli. “Io penso a fare queste cose, dopo il permesso di soggiorno… perché non posso fare niente senza il permesso di soggiorno!” (G., Senegal) 291 “Sì! Sì! Sì! Troppo importante! Noi stranieri… non hai i documenti… non hai niente! Non hai lavoro… per i bambini non c’è il medico… i bambini non possono andare a scuola o in asilo… Eh, per me, troppo importante questo! Così, qua in Italia per me è tragica. Non mi piace questa vita così… Senza lavoro… Senza documenti…” (S., Albania) Ma la situazione di irregolarità incide anche sulla libera circolazione dell’immigrato attraverso le varie frontiere nazionali ed in particolar modo sulla possibilità di lasciare l’Italia una volta arrivato. “Ma i clandestini non possono tornare al loro Paese… perché se tornano rimangono là…” (A., Marocco) “Non è per i soldi… per vivere… Tutti cercano di essere in regola. Il permesso di soggiorno vuole dire tante cose per noi! Non è essere qualcuno grande… Ma per avere la possibilità di andare a casa! Per un africano, è una cosa bella, un domani, andare a trovare i parenti. Quindi, con il permesso di soggiorno puoi lavorare e andare a casa, senza… Perché, se lavori in nero… non vai a casa… sei guardato male!” (Y., Camerun) Senza i documenti, c’è il rischio di non poter più fare ritorno e questo in molti casi diventa un problema, soprattutto laddove il progetto migratorio è di lungo termine. “… perché, tra l’altro, sono 6 anni che sono qua e la mia bambina ne ha 8… puoi immaginare da quanto tempo non vedo la mia bambina, allora… Io voglio restare qua, fare una vita qua con lui… e non mi conviene andare perché dopo non posso tornare più… perché mi serve un visto che mi costa… e lui come fa? Deve pagare l’appartamento, deve pagare tutto quanto, allora, come fa a mandarmi 2.000 euro per tornare indietro… per farmi aprire un visto per venirlo a trovare… e tutto quanto… perché non c’è sempre la fortuna di arrivare così, come si è arrivato…” (T., Moldavia) Molti immigrati arrivati in Italia irregolarmente o caduti successivamente nella clandestinità hanno avuto la possibilità di regolarizzarsi in un momento successivo, nella maggior parte dei casi, questo è avvenuto grazie agli imponenti processi di regolarizzazione indetti più volte nell’ultimo decennio dalle diverse compagini governative. “… poi nel ’96 ho mandato la bambina in asilo nido e sono andata a lavorare… là, dal lavasecco… È la che mi hanno fatto la sanatoria.” (H., Albania) “Dopo ho trovato un lavoro… ho lavorato… ho lavorato… ho fatto il permesso di soggiorno subito… con la sanatoria del ’98…” (G., Bosnia) 292 “… un anno dopo io ho preso il permesso di soggiorno. Nel ’98 ho preso il permesso di soggiorno.” (N., Bangladesh) “No… perché entrato nell’89, dopo tornato a casa… dopo uscita la legge che… essendo entrato nell’89 avevo diritto ai documenti. Allora, subito, preso l’aereo e tornato qua!” (H., Tunisia) In tutti gli altri casi, se si escludono i ricongiungimenti familiari, sembra essere molto difficile ottenere la regolarizzazione, anche qualora ci sia la volontà di farlo e siano presenti i requisiti necessari, non sempre la procedura è così chiara ed accessibile. “… In una (fabbrica) ho lavorato due mesi e mi hanno respinto la richiesta, mi ricordo che mi hanno fatto vedere… una ditta di metalmeccanica, su torni, a Farra di Soligo.… e questa qua a Pieve che… loro mi hanno messo… e hanno insistito tantissimo… per questo ci hanno provato un sacco di volte… e sono riusciti a farmi le carte. Però dopo nove mesi, mi ricordo!” (T., Romania) “…tentavo di convertire questo visto! Di avere la possibilità di lavorare, quindi… Non avevo in quel momento là capito bene la procedura… come si può convertire… Comunque, abbiamo tentato con il datore di lavoro e… mi ha detto che non può finché io non torno a casa… e poi fare domanda… per venire in Italia per lavorare. Però… c’è la possibilità, è che anche lui non è stato informato bene…” (Y., Camerun) Una volta ottenuto il permesso di soggiorno l’immigrato cambia il proprio stile di vita. Si sente meglio ed inizia a percepire diversamente la propria condizione. “… con un contratto in regola… ho cominciato a lavorare in regola… Ho cominciato ad andare avanti, insomma! Anche progettando verso come posso fare la mia famiglia, lavorare, mettere via un po’ di soldi, pensare ad un ritorno domani… e pensavo anche di poter riprendere gli studi… Però, lavorando così, sai com’è…” (Y., Camerun) Spesso la regolarizzazione della posizione migratoria determina un’immediata regolarizzazione lavorativa: l’immigrato non più clandestino va alla ricerca di un’occupazione regolare, può cambiarla nel tempo, ma difficilmente rinuncia alla possibilità di una posizione corretta. “Mi ha trovato il lavoro… così ho cominciato a lavorare nel… Sì, senza documenti, in nero! Dopo, nel novembre, mi pare, del ’98… è uscita legge… ho fatto il permesso di soggiorno e, da quel tempo, fino adesso… ho lavorato in regola!” (Q., Albania) “Poi, con lui, con la legge del ’95, no? Nel ’95, la sanatoria là… famosa… Nel ’96… sì, è partita nel ’95… che diceva… 293 Allora, mi hanno sistemato il mese di novembre, quindi, ero in regola e… come lavoratore, insomma…” (Y., Camerun) “Sì! No… non l’ho fatto il visto turistico, ma… nel periodo là era legge di Martelli… è uscita fuori la legge di Martelli e… ho fatto i documenti… ho cominciato a lavorare…” (M., Tunisia) Ottenuto il permesso di soggiorno, la ricerca di un lavoro regolare spesso si associa ad uno spostamento dell’immigrato all’interno del territorio italiano, dalle grandi città e dal sud dell’Italia lo straniero si sposta nei piccoli centri e nel nord del Paese. “Dopo due anni e mezzo, hanno fatto la legge; la famosa legge Martelli. Ci siamo tutti regolarizzati… Una volta che abbiamo avuto il permesso di soggiorno, tutti quanti ci siamo trasferiti al nord per cercare lavoro…” (T., Senegal) “Dall’89… no, dal ’90 ho avuto i documenti… con la legge Martelli… mi hanno dato il permesso di soggiorno… là ho avuto i documenti italiani e poi sono venuto qui a Treviso… prima a Padova… Sono venuto giù a Padova. Là ho trovato un lavoro e subito mi hanno messo in regola…” (O., Senegal) “Là ho fatto due anni… diciamo, come Paese è bello, mi piace, come gente altrettanto… solo che non c’è lavoro… dopo… sono stato costretto di uscire da Napoli per via dei documenti… Perché, se non ho lavoro in regola, non mi rinnovano… sì, non posso cambiarli… Sono venuto qua a Treviso con un mio amico…” (M., Tunisia) Attualmente, le innovazioni normative apportate dalla legge Bossi - Fini in tema di regolarizzazione hanno spinto un numero considerevole di stranieri alla disperata ricerca di una regolare occupazione lavorativa. Solo ai clandestini in possesso di un contratto di lavoro viene, infatti, offerta l’opportunità di accedere alla sanatoria indetta per gli ultimi mesi dell’anno 2002. “… Hanno detto che hanno visto tante ragazze prima di me ma solo me hanno preso per fare la prova. Adesso vedo che sono abbastanza soddisfatti di come la tratto e… tutto quanto, come mi comporto con lei… sopporto, non ho i nervi che mi vanno fuori della testa… Allora, per questo, adesso mi mettono anche in regola… Gli ho detto che non ho il permesso, non ho di qua, non ho di là… Mi hanno detto “Ti mettiamo in regola, non c’è problema!” Per fortuna…” (T., Moldavia) “Sì! Mi prendevano lo stesso perché adesso c’è la legge… per regolare… Perché lui pensato… non ha i documenti… straniero… lo mettiamo in regola… tutto completo.” (G., Bosnia) 294 Per molti immigrati la sanatoria rappresenta l’unica possibilità per uscire dalla clandestinità e condurre una vita dignitosa, ecco perchè allora la ricerca di un contratto di lavoro diventa disperata. “Sì, c’è… ma senza documenti non… non puoi andare… Adesso c’è questa legge per i migranti… si può fare i documenti adesso… No! Adesso devo trovare un padrone che mi può dare una mano per fare i documenti. Questo… devo trovare adesso!” (S., Romania) “A me serve adesso per lavorare… come ho detto… solo un’ora, due ore… Non per pagare… non per soldi… non mi servono adesso questi soldi! Mi servono solo i miei documenti! Capisci?! Se questi documenti… io sono a posto con il permesso di soggiorno per due anni e, dopo due anni, la bambina avrà quattro anni… potrà andare a scuola e io posso lavorare. È più importante questo… il permesso di soggiorno… per la vita, per tutto!” (S., Albania) La speranza di una regolarizzazione attraverso la sanatoria tocca ancora di più quei soggetti irregolarmente e illegalmente inseriti nel mondo del lavoro. “Sono stato fortunato! Sono stato fortunato, perché… sono stato qua solo due settimane e dopo ho trovato i documenti per lavorare… Sì, però quando sono arrivato qua non avevo documenti e allora… io avevo un amico, conosciuto prima in Francia… e lui mi ha dato i suoi documenti e… io ho lavorato con questi documenti per due anni e adesso, sono venuto a vedere se… No, no, no! Loro non sapevano che io lavoravo con altri documenti, se ho fortuna io prenderò adesso i documenti…” (G., Senegal) Si è disposti a tutto per una sistemazione della propria condizione e in molti casi lo straniero è costretto a pagare: può succedere che venga richiesto all’immigrato di assumersi direttamente l’onere dei versamenti contributivi, in altri casi il prezzo corrisposto è ancora superiore, viene pagato il contratto di lavoro, spesso fittizio, al quale non sempre corrisponde la reale assunzione del lavoratore. “Magari adesso fanno i furbi con la sanatoria… i contributi, quasi sempre, li stanno pagando sempre gli stranieri! Almeno… quelli che conosco io… O li paghi tu… o io non ti metto in regola! Tutti quelli che conosco io…” (H., Albania) “Dei suoi amici, invece, sono arrivati a pagare addirittura 5, 7 milioni. Tuttavia non per lavorare, ma solo per avere un contratto per poter avere poi il permesso di soggiorno.” (H., Bangladesh) “Ma… mettere in regola, non vuole nessuno! Perché, al giorno d’oggi… sono tantissimi che hanno pagato di sua tasca… 800 o quelli che devono essere pagati… per 295 mettersi in regola e basta. Da soli, quelli che non hanno… dicono… prendili dalla mia busta paga… quelli che stanno lavorando… prendili da me… La maggior parte fanno così! La maggior parte! Quelli che hanno pagato per essere messi in regola! Lui lo stesso… fatto così!” (T., Moldavia) Tra i casi in cui il processo di regolarizzazione è più difficile prevale quello delle cosiddette colf e badanti. Sia per quanto riguarda il soggiorno in Italia che per quanto specificamente attiene alla posizione lavorativa, la propensione alla regolarizzazione sembra scarsa, difficoltosa per il datore di lavoro, nella fattispecie in prevalenza famiglie o singoli individui, spesso poco conveniente per le lavoratrici. “Nell’assistenza, abbiamo dei casi che… grazie a questo anche perché ha aiutato le famiglie ad andare avanti… queste colf, badanti… Sempre in nero, insomma… e adesso con la legge si fa fatica anche a sistemarle perché gli devi dare tredicesima, dare alloggio, pagare… Insomma… Sì, già si sente, no?! Sì… no, le famiglie vivevamo meglio prima! Casa in nero, così… stai là 5 anni… dai da mangiare… tutto tranquillo… nessuno veniva a controllare.” (Y., Camerun) “Prendiamo per esempio il caso delle donne, quasi tutte sono clandestine… tutte quelle che lavorano nelle famiglie… poche sono in regola… per questo hanno fatto questa nuova regolarizzazione delle colf… …in questo caso, invece, contrariamente alle fabbriche, sono le famiglie che ti chiedono di lavorare in nero per loro… anche se sei in regola! Se io vado in una famiglia per fare la domestica, la prima proposta è lavorare in nero… per evitare di pagare… perché, tante volte, posso dire sempre, non vanno a controllare dentro le famiglie se c’è una colf che è in regola o non è in regola. Il caso viene fuori soltanto quando succede qualcosa!” (T., Senegal) 8.4 Il lavoro nero Dovendo sommariamente dare una quantificazione concreta della presenza del lavoratore immigrato nel mercato del lavoro nero basta richiamare alla memoria il dato emerso nel corso della presente indagine. Delle 30 persone intervistate, ben 25 hanno ammesso di aver lavorato, anche solo per brevi periodi, in nero e quasi tutte hanno confermato l’esistenza di un mercato del lavoro irregolare. Si tratta, tuttavia, di un dato puramente indicativo, privo di valenza statistica, ma sintomatico del fatto che tra la popolazione immigrata i casi di irregolarità lavorativa sono frequenti. Stando a quanto emerso dai colloqui con gli intervistati, il momento in cui l’immigrato accetta di lavorare in nero coincide prevalentemente con una sua situazione di clandestinità-irregolarità. Il più delle volte l’esperienza è limitata nel tem- 296 po, risponde ad una concomitante esigenza dell’immigrato, ma non sembra mai essere la scelta definitiva. In genere è una pura sistemazione momentanea ancorata alla possibilità di trovare in futuro qualcosa di più stabile e definitivo. “Poi si andava a cercare lavoro a Maniago… da per tutto… Sì, si lavorava qualche ora così, in nero… anche se eravamo in casa di accoglienza… però si poteva uscire… ci lasciavano uscire. Si andava… si lavorava in nero, così… un’ora qua, un’ora là… così! … Si lavorava… Intanto non eravamo sicuri che si poteva stare in Italia, perché fin che eravamo in caserma… ogni giorno… le notizie arrivavano… se mandava indietro… Non eravamo sicuri e chi poteva lavorava, almeno tornava indietro con un po’ di soldi, insomma, ecco… perché erano tanti in quegli anni là… nel nostro Paese!” (H., Albania) “Quando è arrivata l’estate, ho fatto il ‘vu cumprà’… ho detto “va bene!” Vado a comprare… però non volevo vendere nient’altro se non cose artigianali dell’Africa, tipo maschere, elefantini… tutte le cose che erano fatte a mano…” (T., Senegal) “Piano, piano, ho lavorato tutta la settimana… poi è venuto il figlio, ho parlato con suo figlio e mi ha detto che posso lavorare con loro, insomma… Intanto in nero… non è che gira qualcuno qua… finanza… qua…” (Y., Camerun) “Sì, sì! Prima… due mesi prima… ha lavorato per loro… la pagavano lo stesso e dopo… hanno cambiato e… hanno messo con una cooperativa.” (Q., Albania) In molti casi il lavoro nero rappresenta per le donne l’unica opportunità di inserimento nel mercato del lavoro. Anche se le esperienze sono di breve durata, in questo caso, l’occasione lavorativa non rappresenta una soluzione momentanea, ma diventa l’unica possibilità, soprattutto qualora la donna debba conciliare il lavoro con la cura della famiglia e la crescita dei figli. “N. afferma che anche quando ha fatto brevi periodi di lavoro in fabbrica si trattava comunque di lavori regolari. Solo l’anno scorso ha provato un lavoro non regolare, come assistente dopo di che ha deciso di iniziare il corso. È stata l’unica esperienza di lavoro irregolare.” (B., Marocco) “Ho lavorato! Ho lavorato solo in nero! Ho fatto la baby-sitter e basta. …facevo anche qualche pulizia… ma non ho mai lavorato regolare, ho lavorato solo in nero!” (B., Bangladesh) “La moglie di S. attualmente fa le pulizie. Il mattino o la sera. Fa solo qualche ora per via dei bambini. Di solito, sono 4 ore al giorno.” (A., Marocco) 297 In alcuni casi l’immigrato, anche avendo i requisiti necessari, a meno di non avere la possibilità di rinunciare all’offerta ricevuta, è costretto al lavoro irregolare. In molte situazioni la prospettiva di un contratto viene ripetutamente fatta slittare nel tempo, oppure può capitare che ci sia un vero e proprio rifiuto da parte del datore di lavoro all’assunzione regolare del lavoratore; in ogni caso, se l’immigrato accetta il “nero”, sarà per un periodo limitato di tempo. “Sono venuto qua. Ho iniziato a girare per le fabbriche… a chiedere se mi assumono… ho trovato due che volevano mettermi in regola… Però ho lavorato a nero per un periodo… perché non riuscivano a mettermi in regola! … infatti, ho lavorato in nero… vieni e iniziamo a lavorare in nero, per il momento e dopo ti facciamo le carte. Ma non su tutte!” (T., Romania) “No! C’è un problema. Quando mi hanno dato il permesso di soggiorno, quando mi hanno dato il libretto di lavoro, dopo un anno… c’è il libretto di lavoro… ’99… 22/02/99… mi hanno dato il libretto… ma loro, la prima volta, mi hanno messo in regola il 17/04/2000… Un anno ho lavorato per niente… come…” (G., Bosnia) “Because... because... Foggia... If you have a paper and they wouldn’t registred you... If you have documents and unregistred you... So, you have to come here. To work over your (?) Here everything is ok! When you come here and they would registred you, everything... but... down... I just work like ‘nero’... ‘lavorare in nero’!” (E., Ghana) Al di là di queste osservazioni, va sottolineato che l’immigrato non parla volentieri delle proprie esperienze di lavoro irregolare. La diffidenza in merito a questo tema è forte e ciò che maggiormente preoccupa l’immigrato è il timore di essere in qualche modo mal giudicato per quanto detto. In più di un caso, le informazioni fornite si sono rilevate contraddittorie, spesso ritrattate nel corso dell’intervista e, a volte, completamente rivedute prima della fine del colloquio, giudizi inizialmente favorevoli sono divenuti assolutamente contrari in un secondo momento, la negazione dell’esperienza di lavoro irregolare è stata successivamente smentita. “Sì, appunto… Io non ho mai lavorato, per esempio, in nero! […] preferisce in regola… perché ho lavorato… Quanti giorni ho lavorato in nero? …quella volta che è arrivata lei… Lavorando là… un po’ di giorni… dove dormivamo… perché non avevo una casa in quegli anni lì! Dove lavoravo… A Santa Lucia… Ha lavorato 4 anni cuoco, lì…” (H., Albania) 298 “Ma se, per esempio, le proponessero un lavoro come fare pulizie o qualcosa del genere… Sì! Sì! Solo con un contratto! Sì! […] E se le proponessero, per esempio, di fare le pulizie e la pagassero in nero… A lei andrebbe bene? Sì! Sì! O lei preferisce trovare un lavoro e poter essere messa in regola, trovare un lavoro regolare… Adesso mi serve questo… lavorare in nero! Perché io non posso lavorare in regola… Non ho i documenti! Capisci?! Però adesso, per due, tre mesi… meglio cerco per lavorare in nero… per una, due ore al giorno… […] Perché sa che, tante volte, anche suoi connazionali, perché pensano di tornare in Albania un giorno… quando sono qua accettano di lavorare anche in nero… prendere tanti soldi, poterli mandare giù in Albania e… No! A noi non piace questo… di lavorare in nero… Solo in regola… Sì!” (S., Albania) “La moglie di S. attualmente fa le pulizie. Il mattino o la sera. Fa solo qualche ora per via dei bambini. Di solito, sono 4 ore al giorno. La moglie dice di essere in regola. (Tuttavia, parlando con altre persone ho saputo che, in realtà, dove lavora, non è affatto in regola!)” (A., Marocco) Dall’altro lato, l’indagine trasversale sulla realtà lavorativa dell’immigrato, tesa ad indagare in modo indiretto le esperienze dei connazionali e la percezione generale della situazione, ha confermato non solo la presenza e diffusione del fenomeno, ma anche l’estrema consapevolezza, da parte dell’immigrato, della natura del mercato del lavoro irregolare. Gli immigrati conoscono i rischi e le opportunità offerte dal lavoro nero, sanno quanti e quali sono gli immigrati, non solo connazionali, che ricorrono a questa forma di occupazione, in quale misura e con quali modalità. “Io lavoravo 14 ore al giorno! Però, dal momento in cui ho avuto il permesso, non ho mai più lavorato in nero… qua è uguale, però… ho avuto tanti amici che, anche avendo il permesso, preferivano lavorare in nero perché prendevano di più, perché erano più liberi di spostarsi quando volevano, di andar via quando volevano… cioè, loro facevano così, non lo so…” (T., Senegal) “…Sì! E anche tanti! Che abbiamo conosciuto e che hanno mollato tante volte… che hanno lasciato il lavoro da una parte, sono andati dall’altra… hanno sempre cambiato. Lavoravano un mese, due… vedono che non gli danno la paga… stanno con la speranza che dopo lo daranno… lo avranno e non ho ancora soldi… non ancora soldi… non mi hanno dato soldi… perché non hanno dato soldi, perché di qua, perché di là… hanno sempre cambiato e… lavorano per niente questi!” (T., Moldavia) 299 “Ok! La verità è che quelli dei Paesi dell’est… loro… a loro piace lavorare in nero… se hanno il lavoro! Chissà… forse perché sono vicino a qua… quindi possono andare a casa. Quindi, a loro interessano i soldi. Sono qui in Italia per i soldi! Noi africani…” (Y., Camerun) “S. afferma che spesso e volentieri si trova gente che lavora con le cooperative che non ha nemmeno i documenti.” (A., Marocco) “Però ci sono degli immigrati, che quando arrivano, chiedono loro al datore di lavoro… preferiscono lavorare in nero. “Tu poi pagarmi 3 milioni, 3 milioni e mezzo?” E il datore di lavoro… “Sì, mi va bene…” Ti dice “Va bene! Ok!” Per esempio, i saldatori, che sono molto ricercati… Il datore di lavoro dice “Va bene!” sapendo che tu sei molto utile, e non vuole perderti… e tu gli hai offerto questo… lui dice “Va bene! Ok!”… Vieni, lavori e ti pagherò tutto in nero…” (T., Senegal) Alcuni intervistati negano che il gruppo etnico cui appartengono abbia una qualche particolare propensione nei confronti del lavoro nero. A volte viene, addirittura, contestato il fatto che possa esserci il consenso dell’immigrato a forme di lavoro irregolare. “La realtà camerunese è una realtà particolare! … a noi non ci piace il lavoro in nero! Noi non vogliamo un lavoro in nero! Non è per i soldi… per vivere… Tutti cercano di essere in regola.” (Y., Camerun) “No, no, no! Sempre con il permesso di soggiorno! Noi non andiamo fuori legge! I bengalesi hanno sempre il permesso di soggiorno… regolare… tutto! Non fanno il lavoro nero! Sempre regolare. Solo i bengalesi, gli altri non lo so!” (M., Bangladesh) In realtà, se questo può essere vero nel momento in cui l’immigrato ha ottenuto la regolarizzazione della propria posizione, non lo è per quanto attiene il momento iniziale del soggiorno in Italia, specie se l’ingresso è avvenuto in modo irregolare. 8.4.1 Rapporto tra regolarità-irregolarità del soggiorno e regolarità-irregolarità lavorativa Il legame che si instaura tra la regolarità o l’irregolarità del soggiorno in Italia dell’immigrato e la sua posizione lavorativa, da subito, è apparso strettissimo: la clandestinità dell’individuo è la condizione che più di ogni altra favorisce l’inserimento dell’immigrato nel mercato del lavoro nero. 300 L’assenza di un regolare permesso di soggiorno gli impone quale unica possibilità l’inserimento irregolare nel mondo del lavoro. L’individuo percepisce chiaramente la subalternità della sua posizione contrattuale ed è pienamente consapevole che l’unica opportunità a sua disposizione, finchè è clandestino, è il ricorso a forme di lavoro nero. “In regola, bene… perché quelli che lavorano in nero, lavorano perché, in quel momento là, si trovano che non possono avere documenti. Quindi, usano come un passaggio che un domani, se riescono a sistemarsi, a loro… insomma, andrebbero bene lavorare in regola.” (Y., Camerun) “Ero clandestino, per quello che lo facevo! Altrimenti non lo avrei mai fatto! Perché io avevo detto che mai farò qualcosa di illegale… ma, essendo clandestino, ero costretto, per non andare a spacciare o rubare… almeno vendi… Lo fai illegalmente, però onestamente!” (T., Senegal) “Adesso mi serve questo… lavorare in nero! Perché io non posso lavorare in regola… Non ho i documenti! Capisci?!” (S., Albania) “Ma, allora, non è meglio accettare solo un lavoro con un regolare contratto… Ma se non hai i documenti? Se non hai i documenti, come fai! Io non vado a rimanere a casa fino che…” (O., Senegal) L’immigrato privo dei documenti di soggiorno, in virtù della precarietà della sua condizione e di una passiva accettazione delle limitate possibilità lavorative offertegli, si trova in una posizione di debolezza che lo spinge ad accettare tipologie e modalità lavorative alle quali altrimenti difficilmente ricorrerebbe; il ripiego sul commercio abusivo, per esempio, sembra essere una delle pratiche maggiormente adottate dagli immigrati irregolari di origine africana. “Quando io sono venuto qua, avevo 17 anni! Ero giovane! Cioè andavo… d’estate… prima di avere il permesso di soggiorno, d’estate, si andava al mare prendevo un pezzo di legno e… facevo il “vu’ cumprà” … Madonna! Non avevo i documenti! Ma, allora, quanto sei rimasto senza documenti? Io sono arrivato nel ’87… Nel ’90 ho avuto i documenti! Aspettavo sulle spiagge… d’estate… andavo a vendere… coralli, elefanti, giraffe…” (O., Senegal) “Ma se vedi, quelli che fanno i “vu’cumprà” in spiaggia o quelle robe lì, sono solo gli ultimi arrivati e la prova è che sono tutti clandestini… clandestino vuol dire che 301 è arrivato senza documenti e non puoi regolarizzarlo… e quindi cosa fai… ti tocca vendere sulle spiagge. E questo è un problema… il fatto che gli immigrati rimangano nella clandestinità per un po’ di tempo… li spinge ad accettare il lavoro nero…” (T., Senegal) Oltretutto lo stato di clandestinità può trasformarsi, non raramente, in un motivo di ricatto da parte di qualsivoglia datore di lavoro. Spesso, imposizioni di condizioni lavorative particolarmente svantaggiate o il ricorso a modalità coercitive più o meno pressanti, utilizza quale pretesto proprio l’irregolarità della condizione. La posizione di debolezza dell’immigrato irregolare acuita ulteriormente da queste forme persecutorie, alimenta uno stato di continua tensione per l’individuo. “Perché… il titolare dove lavori… sei senza documenti… anche lui può fare… sfruttamento. Non è facile! Se il datore di lavoro viene a sapere che tu non hai i documenti… dice… tu non hai i documenti ti pago questo… Se uno in regola lo paga 14.000 lire… a te paga 10.000… Non credere…” (O., Senegal) “…e sono caduto e sono rimasto invalido per tutta la vita… il braccio… Adesso sono ancora in malattia… ma non so se mi paga l’Inail… Ho fatto la denuncia là… dove mi sono fatto male… Perché, allora, ti sei fatto male facendo cosa… non ho capito! Lavorando là… un po’ di giorni… dove dormivamo… perché non avevo una casa in quegli anni lì! Dove lavoravo… Sì, sì! Ho fatto anche un po’ di cuoco in quegli anni e… si dormiva là in albergo, insomma… nella pizzeria… Là dormiva anche lei! E là è nata la bambina! …non ti dava nessuno la casa! E ti sei fatto male lavorando come cuoco! Sì! È caduto dalla scala… Sì! Come cuoco… sono caduto dal terzo piano… magari come cuoco… Come mai, allora? Cosa stavi facendo? … portando dei tappeti… su una scala… sono scivolato… Ha messo il gesso… al braccio… e poi, il padrone del ristorante là… perché c’è tanta gente che voleva mangiare là… e diceva… dai, perché io non ti prendo a lavorare… tira via il gesso… così… e fai i lavori… … Per forza! Se ci mandava fuori! E poi… dormivi fuori… con la bambina piccola… E poi lui ha tirato via il gesso dopo due settimane che lo aveva… lo ha tirato via presto… Per lavorare! Per lavorare! Per forza! Senno ci mandava fuori! Perché lei era clandestina… … e è rimasto il braccio sempre… Sì, non è guarito bene, insomma!” (H. e H., Albania) 302 Diverse sono le situazioni in cui l’irregolarità lavorativa dell’immigrato si accompagna ad una voluta clandestinità dello stesso. Si tratta di consuetudini che tendenzialmente caratterizzano il progetto migratorio di quei gruppi di immigrati che provengono dai Paesi limitrofi all’Italia ed in particolar modo dell’Est europeo. Sono tuttavia circostanze particolari determinate dalla vicinanza dei Paesi e dalla relativa facilità di attraversamento delle frontiere. “Noi abbiamo anche un conoscente dalla Slovenia che va avanti e indietro ogni settimana, quasi… che lavora qua a Mel… Neanche a regolarizzarli, neanche a far niente… non ci riesci… perché passano senza il visto… hanno l’entrata in Europa senza problemi!” (T., Moldavia) Per contro, se l’immigrato è in possesso di un regolare permesso di soggiorno la situazione è molto meno complessa: forte della sua corretta posizione, l’individuo può decidere, più o meno liberamente, le modalità della sua occupazione lavorativa. Come già sottolineato, nella maggioranza dei casi, l’immigrato, una volta ottenuta la regolarizzazione del suo soggiorno, ricerca un regolare inserimento nel mondo del lavoro e ciò può avvenire entro breve oppure trovare ostacoli e venire dilazionato nel tempo, tuttavia esiste una precisa volontà del soggetto alla regolarizzazione lavorativa. Più raramente, proprio in virtù di una riconquistata libertà di scelta dopo la regolarizzazione, l’immigrato può decidere spontaneamente di rimanere tra le fila del sommerso. “Ci sono tanti che pensano questo… Per quello non lavorano, vanno a vendere! E ogni tre mesi vanno via! Hanno i documenti, però non vogliono lavorare… perché se lavorano gli tocca aspettare un anno per vedere la moglie…” (O., Senegal) Spesso è il bisogno di mobilità che spinge l’immigrato alla ricerca di situazioni occupazionali provvisorie, bisogno altresì rafforzato dalla presenza della famiglia nel Paese d’origine o da un legame con la propria terra che, nonostante tutto, rimane forte ed incisivo e spinge l’immigrato a farvi ritorno. “Passato tre anni con lui e dopo andato a casa. Era il ’90, nel ’93 Napoli… dopo sono tornato a casa… Sono stato sei mesi in Tunisia… dopo sono tornato sempre a Napoli… sempre in giro a Napoli… Allora faccio tre mesi, quattro mesi per lavorare… pomodori… Foggia… Roma, Latina… e dopo torno a casa subito… Tre, quattro mesi e dopo vado a casa! Quando finisce di lavorare io vado a casa!” (H., Tunisia) Per converso, non mancano i casi in cui la richiesta di regolarizzazione lavorativa dell’immigrato si scontra con una diversa volontà da parte del datore di lavoro. 303 “Because... because... Foggia... If you have a paper and they wouldn’t registred you... If you have documents and unregistred you...” (E., Ghana) Siamo qui in presenza di situazioni, almeno apparentemente, meno diffuse nel territorio di rilevazione o, più in generale, nel nord Italia. In questi casi, l’immigrato ha la possibilità sia di muoversi liberamente nel mercato occupazionale e ricercare, senza alcun vincolo rispetto alla sua capacità contrattuale, un nuovo lavoro, oppure di scegliere la via vertenziale, magari appoggiato dal sindacato. Nel corso delle interviste fatte la seconda opportunità non è mai emersa. 8.4.2 Le imprese che usano il “nero” Tenendo ben presente la complessità del legame tra la posizione dell’immigrato, la sua collocazione lavorativa e la relativa diversità delle relazioni che vi si associano, vale la pena di procedere nell’analisi e tentare una scomposizione del quadro d’insieme cercando di cogliere un’ulteriore aspetto che riguarda il lavoro sommerso: le imprese utilizzatrici. Le testimonianze degli intervistati sul proprio vissuto, ma anche in merito alla situazione dei connazionali, offrono importanti indicazioni per un’ipotetica collocazione settoriale delle esperienze lavorative irregolari. Si è già detto che l’immigrato, in molti casi, prima di arrivare al nord e giungere ad un regolare inserimento occupazionale nel mercato del lavoro, svolge una qualche attività in nero in diverse zone dell’Italia. Il clandestino soggiorna e lavora al sud, prevalentemente nelle grandi città dove la sopravvivenza stessa sembra più facile. Oltre ad essere, in qualche modo, protetto rispetto alla sua condizione di irregolarità, l’immigrato può, allo stesso tempo, trovare un numero considerevole di opportunità lavorative, occasioni che rappresentano, il più delle volte, delle mere opportunità di guadagno, non impegnative sul piano prospettico e quindi indifferenti rispetto al fatto di essere regolari oppure in nero. “Qua non trovano lavoro, a Roma sì! Là ci sono tanti imprenditori che cercano (persone) senza il permesso di soggiorno! Non vogliono fare il contratto! Per questo, per noi è meglio, è più facile stare là! A Roma o in una grande città. Prima ha lavorato con un italiano che vendeva giocattoli. Un ambulante. Poi ha trovato un lavoro in un negozio, comunque sempre in nero perché non aveva il permesso di soggiorno. Era un negozio di alimentari” (H., Bangladesh) 304 “Sì, in nero. Sempre in nero! Anche io ho fatto due anni in nero! Che lavoro? Io ho lavorato in fabbrica di plastica! Sì, in una fabbrica! Sì, sì, ben… Là (Napoli), tranquillo… Non c’è problema! E tu, là in campagna, che tipo di lavoro facevi? Pomodori… raccolta… guido il trattore… zappare… (M. e H., Tunisia) “Allora, mi sono deciso, io e altri tre miei amici, di rimanere lì (in Calabria). Siamo rimasti là, ma essendo sempre clandestini, abbiamo trovato un lavoro… cosa che era quasi impossibile per gli italiani che abitavano lì… I miei due amici hanno fatto il meccanico… Io ho cominciato a fare il pastore… una cosa impensabile, mai avrei pensato… perché nel mio Paese non avevo mai lavorato, avevo solo studiato… Ho fatto il pastore. Dopo quello ho lavorato in un campo di recupero per smontare i pezzi di ricambio delle macchine… poi ho fatto… Ma ho fatto un po’ di tutto… il muratore… Ho fatto di tutto! Alla fine, ho fatto il pizzaiolo!” (T., Senegal) Difficilmente l’opportunità di un lavoro in nero, per quel che riguarda il nord dell’Italia ed in particolare il Veneto, viene concessa dalle imprese di grandi dimensioni. “Per esempio le aziende grandi non ti possono proprio chiedere di lavorare in nero… tipo Zanussi… non fa mai lavorare in nero. Solo le aziende piccole!” (T., Senegal) “Perché le grosse imprese sono più controllate… Sì, c’è controllo, c’è…” (M., Tunisia) Laddove le dimensioni sono contenute la possibilità di ricorso al lavoro nero si fa più concreta; in tal senso, le esperienze dirette degli immigrati testimoniano l’estrema facilità dell’inserimento irregolare soprattutto in agricoltura, nella ristorazione e nelle piccole aziende artigiane. “Tutti i lavori… muratori… tutti questi lavori… in agricoltura… così! Ho trovato un signore… mi ha detto che per domani c’è lavoro… questi… uva… Sì! Raccolta dell’uva…” (S., Romania) “…Fino a quando ho trovato quella pizzeria… ho fatto un mese, se anche l’ho fatto… Per dire che stava per uscire la sanatoria, questa qua, gli ho detto “Ci metti in regola?” Ha detto “No, no, no! A me conviene tenervi in nero…” perché lui non paga i contributi… Non ha voluto…” (T., Moldavia) “Io ho fatto le scuole medie qua, in Italia e poi mi sono fermata… lavoro… ho lavorato dai miei, al ristorante… e così… 305 Lavoravo nel ristorante e… allora… poi mi sono sposata e sono arrivata qua…” (L., Cina) “E dopo non mi pagava, mi portava, magari, a un ristorante… o questo o l’altro… per lavorare… Perché mi diceva, se tu non vuoi questo, allora, non ti pago… Vai in cerca di altri lavori! Ho trovato da lavorare, così, in nero… in un ristorante… così…” (A., Marocco) “… mi ha detto che posso lavorare con loro, insomma… Intanto in nero… non è che gira qualcuno qua… finanza… qua… Era un’azienda familiare questa? Familiare, sì! Piccola? Una piccola attività, insomma.” (Y., Camerun) Particolarmente interessante è l’inserimento irregolare dell’immigrato in alcune piccole realtà produttive dei comparti manifatturieri tradizionali. Anche in questo caso prevale la dimensione artigianale; piccole officine o laboratori sono gli ambienti in cui prevalentemente sembra avvenire il ricorso al lavoro nero dell’immigrato. “R. dice di conoscere solo due persone che erano qua clandestini. Lavoravano con il fratello, ma adesso sono in regola. Queste persone lavoravano in nero in un piccolo mobilificio di Farra di Soligo.” (H., Bangladesh) “Noi abbiamo anche un conoscente dalla Slovenia che va avanti e indietro ogni settimana, quasi… che lavora qua a Mel… Neanche a regolarizzarli, neanche a far niente… non ci riesci… perché passano senza il visto… hanno l’entrata in Europa senza problemi! E se anche quelle persone vogliono il permesso in regola non glielo fanno! Ma che tipo di lavoro fa? Fa il falegname!” (T., Moldavia) All’interno delle piccole aziende artigiane sembra, comunque, dominare il settore dell’edilizia; un comparto che vede al suo interno la netta prevalenza di lavoratori magrebini e dell’Est europeo. “…lui mi ha trovato lavoro a nero. Io lavorare come muratore… con blocchi facciavista… Io lavorare sempre 20 mesi come muratore e… aspetta questa legge!” (P., Sebia) “Prima ho passato un po’ di giardinaggio, un po’ di muratore, un po’ di… …di tirocinio, sì… e dopo ho trovato una fabbrica di mobili che ha deciso di assumermi… che hanno voluto assumermi e…” (I., Romania) 306 Nella prevalenza dei casi, si tratta di lavori poco o per nulla specializzati, privi di qualifica, ma soprattutto periodici o temporanei. Dal punto di vista dell’azienda, quelle riservate al lavoratore irregolare sono attività legate ad esigenze di breve periodo, che in qualche modo si “sposano” anche con la precarietà della condizione degli immigrati ancora in clandestinità. “Lavorando là… un po’ di giorni… dove dormivamo… perché non avevo una casa in quegli anni lì! Dove lavoravo… Lavorava come cuoco lì… Ho fatto anche un po’ di cuoco in quegli anni e… si dormiva là in albergo, insomma… nella pizzeria…” (H. e H., Albania) “Si andava… si lavorava in nero, così… un’ora qua, un’ora là… così! E che tipo di lavori facevate? Beh… pulizie… sui magazzini…” (H., Albania) “I clandestini trovano nelle case, magari, così… nelle case, a fare assistenza… Nelle fabbriche no! Magari… un lavapiatti, sì, si può! Però è difficile sempre, perché anche la gente ha paura… sai…” (A., Marocco) Se per gli uomini prevale il ricorso al lavoro nero all’interno della realtà produttiva locale, per le donne le modalità irregolari di occupazione sono collegate essenzialmente al lavoro domestico. Non si tratta di una differenza limitata alla tradizionale suddivisione dei ruoli nel contesto familiare, bensì ad una realtà frutto di relazioni e dinamiche singolari. Se da un lato l’inserimento irregolare all’interno della realtà aziendale avviene in modo quasi dissimulato e comunque lasciando all’immigrato un certo spazio decisionale (quando ci sono le condizioni amministrative per un’assunzione regolare), il lavoro domestico non lascia spazio a nessuna trattativa: la donna si trova nella condizione di dover accettare l’unica offerta formulata per l’assunzione e, in questo caso, la proposta del lavoro nero è immediata, diretta e non discutibile. “Solo le aziende piccole! Le aziende piccole, siccome ogni tanto, soprattutto quelle che lavorano nella metalmeccanica… siccome ogni tanto un ragazzo può farsi male… tanti preferiscono farti lavorare in regola. Però è raro che il datore di lavoro ti fa la proposta per primo. Magari ti fa lavorare per un periodo di prova e, conoscendoti… ti fanno la proposta. Invece nelle famiglie la proposta te la fanno subito… l’azienda ha paura perché… ogni giorno un controllo può arrivare… o ti fai male e vai all’ospedale… succedono queste cose qui. Quindi, è un po’ diverso.” (T., Senegal) 307 “… N. afferma che in alcuni casi conviene. Per esempio con una donna (come badante) può accettare un lavoro in nero. Sostiene che una persona anziana, con una pensione minima, non può metterla in regola. O io accetto, o lei ne troverà un’altra!” (B., Marocco) La relativa genericità delle mansioni domestiche, accanto ad un’offerta di lavoro sufficientemente vasta, determinano lo scarso potere contrattuale delle donne. 8.4.3 La paura dei controlli Strettamente collegato alla dimensione delle aziende è il tema dei controlli: tutte le attività produttive sembrano tener conto in maniera rilevante della possibilità di controllo da parte delle autorità competenti. Tuttavia, mentre per le poche grandi imprese della zona la probabilità di ispezioni è un fatto reale (unita al controllo “interno” esercitato dalle organizzazioni sindacali quasi sempre presenti), la miriade di piccole aziende artigiane disseminate sul territorio, pur consapevole del rischio, ritiene ancora accettabile l’azzardo messo in atto. “Allora, mi diceva, quando vieni qua, lavora e poi esci tranquillamente, ma non stare tanto in giro… magari qualcuno come i carabinieri… può fermarti, insomma… e fai in modo tale che quando vai a Valdobbiadene sei dentro il pullman, esci e vai a dormire… non stare tanto in giro! Quindi, lui aveva la paura, no?!” (Y., Camerun) Particolarmente soggetti ad ispezione si sono, invece, dimostrati i laboratori artigiani gestiti da alcuni gruppi di immigrati: il timore dei controlli è elevato e il ricorso a forme di lavoro irregolare, almeno nei propositi, vuole essere il più possibile evitato. La prevista chiusura dell’attività in caso di riscontrate irregolarità da parte delle autorità sembra rappresentare un costo difficilmente sopportabile per l’immigrato-imprenditore. “Ma, adesso ci sono tanti… però da noi no! Perché ogni tanto ci sono i controlli… Non si può, perché se no ti chiudono! … Invece uno che non ha il permesso di soggiorno… tu non puoi far niente… perché noi non possiamo… perché se lo prendiamo… poi, cioè, se viene il controllo… ti chiude il locale… cioè, ti chiude tutta l’azienda… a noi non conviene… allora, non si può fare tutte queste cose qua!” (L., Cina) Prima della regolarizzazione indetta negli ultimi mesi del 2002, erano soprattutto i contesti di collaborazione domestica a considerare un controllo fortemente improbabile. 308 “Se io vado in una famiglia per fare la domestica, la prima proposta è lavorare in nero… per evitare di pagare… perché, tante volte, posso dire sempre, non vanno a controllare dentro le famiglie se c’è una colf che è in regola o non è in regola. Il caso viene fuori soltanto quando succede qualcosa! O licenziano la domestica, o magari succede un incidente sul lavoro, altrimenti nessuno va a verificare se queste persone sono in regola o no.” (T., Senegal) Per quanto riguarda l’immigrato, l’atteggiamento nei confronti dei possibili controlli si dimostra fortemente bivalente; se, come accennato, ci sono realtà e situazioni in cui l’immigrato ha la possibilità di eludere ogni forma di ispezione, rimangono altresì sentimenti di paura e tensione di fronte alla possibilità di essere scoperti in condizione di irregolarità lavorativa. “Qua prima non viene… non può stare senza il permesso di soggiorno… non trovano lavoro! Invece a Roma “si nascondono di più! Meglio, in città come Roma o Milano non serve nascondersi. Ci sono migliaia di immigrati clandestini. Ma nessuno ti chiede i documenti. … Quassù non hanno il coraggio, per romani sono tanti che vogliono fare questo!” “In Veneto hanno paura dei poliziotti…” (H., Bangladesh) “S. dice di avere tanti amici che lavorano in nero, però c’è anche una forte paura dei controlli.” (A., Marocco) Il timore maggiore si riferisce all’eventualità di pregiudicare il rilascio del permesso di soggiorno ma anche l’eventualità di perdere i diritti già acquisiti. In questo caso sarebbe l’intero progetto migratorio del soggetto ad essere compromesso. “Sì, ma non è soltanto questo! Nel caso di un controllo… … nel caso di un controllo, se sei in nero… allora ti perdi il permesso, ti perdi tutto quanto e anche ti trovi con l’espulsione! Allora, è meglio stare in regola e… sei a posto! Invece così, in quel caso, se ti viene un controllo, cosa fai…” (T., Moldavia) L’irregolarità lavorativa, ancor di più se accompagnata dalla clandestinità, suscita nell’immigrato un forte senso di paura. Le forze dell’ordine rappresentano, emblematicamente, un “nemico” da cui fuggire e una spasmodica attenzione nei loro riguardi sembra seguire l’immigrato anche nelle situazioni di completa regolarità. “… Però sono stati mesi di una tensione altissima, perché… intanto, i tre mesi che avevo le ferie del mio lavoro di prima erano scadute… dunque, già ho deciso, perdevo anche il lavoro là e… non sapevo se… Dopo se ti trovava la polizia, fin d’allora, avevi dei guai, nel senso che non potevi più ritornare anche se mantenevi il contratto… E sta tensione, mi ricordo. Mi ha marcato per tempo! 309 … Improvvisamente, solo per questo fatto qua, mi trovo che, quando vedevo i carabinieri, mi veniva un vuoto nello stomaco… mi ricordo. E dopo, mi ero messo in regola con le carte dopo un anno… pochi mesi dopo, istintivamente, quando vedevo i carabinieri, mi veniva… prendevo paura senza… dal passato. Insomma, è un po’ una cosa… una situazione che si crea che… è un po’ strana, hai capito! ” (T., Romania) In ogni caso, pur essendo forte il timore nei confronti dei controlli ed alta la tensione emotiva, altrettanto reale e concreta è la necessità di cercare di sopravvivere. Soprattutto se clandestino, l’individuo è obbligato ad una sorta di esposizione al rischio. Come detto, la gamma delle sue scelte si riduce notevolmente e spesso il ricorso a forme irregolari di lavoro quali uniche possibilità di sopravvivenza porta all’accettazione del pericolo che ad esse si accompagna. Nel caso del datore di lavoro operano altri fattori: anche per lui esiste il rischio legato allo sfruttamento del lavoro irregolare, la necessità può essere letta nell’impossibilità di poter reperire l’adeguata quantità di manodopera che gli serve. Certo, sono “stati di necessità” differentemente ripartiti e con diversi gradi di alternativa. 8.4.4 Lavoro nero: scelta o necessità Si sono cercati di indagare gli atteggiamenti del immigrati rispetto al lavoro nero per riuscire a cogliere quanto della compartecipazione all’irregolarità appartenga al campo delle scelte piuttosto che della necessità. Capire le motivazioni che spingono nell’una, o nell’altra direzione diventa essenziale, soprattutto al fine di rilevare dove eventualmente si ancora il potenziale consenso che ancora raccoglie il mondo del sommerso da parte della componente immigrata della popolazione. “Io… parlo per miei amici… per mio cugino che stanno qua… per me, lavoriamo tutti in regola! Ma perché c’è la paura? No! Non perché abbiamo paura… perché è meglio! Per esempio, dopo tanti anni… puoi prendere anche la pensione, così… Meglio per noi! Perché io non ho deciso che vado in mio Paese e non vengo più! Posso restare anche tutta la vita qua, no?!” (Q., Albania) “Quando non hai da mangiare e non hai soldi… che il lavoro sia in nero o in bianco… Vai a lavorare e come!” (H., Albania) 310 “Per mangiare sei obbligato anche a lavorare in nero. Se trovi dieci padroni che ti dicono io non ho bisogno, io non voglio… e trovi uno… magari sei qua e non conosci nessuno, non trovi nessuno che ti dà i soldi, che ti dà alloggio… e trovi uno che ti offre una possibilità… figurati… come fai” (B., Marocco) Se da un lato il riscorso al lavoro nero, in alcuni casi, può contrastare con il personale progetto migratorio, in altri casi la scelta è percepita dell’immigrato come una tappa obbligata; l’unica possibilità, come già sottolineato, per la sopravvivenza stessa dell’individuo. Molto interessanti sono i giudizi raccolti in merito all’inserimento irregolare delle donne immigrate in ambito domestico. L’attività lavorativa della donna quale supporto al sostentamento della famiglia, giudicato spesso non indispensabile e comunque di scarso rilievo, sembra rivolgersi quasi esclusivamente al mercato del lavoro nero. Si tratta di “prassi consolidate”, accettate dalle lavoratrici stesse tanto che, in alcuni casi, la consuetudine di una tale modalità sembra essere considerata legittima se non legale. “Il marito, in quanto capo famiglia, non può accettare un lavoro in nero. Nadia, invece, per qualche lavoretto, può anche accettare di lavorare in nero. Lo ha fatto lo scorso anno che non poteva lavorare in fabbrica perché aveva i figli piccoli. Di solito solo qualche ora, giusto per arrotondare lo stipendio del marito, la puoi fare anche in nero.” (B., Marocco) “A parte quei lavori di casa… questo… quelli là sì li ho fatti… due ore, così, nelle case… pulizia, questo sì… Due volte la settimana, queste sono cose che si fanno qua… non credo che ci sono problemi! Nelle case…” (A., Marocco) Sulla base dei giudizi espressi dagli intervistati, il rischio di un’occupazione irregolare viene percepito come coincidente con l’impossibilità di un’adeguata copertura assicurativa nel caso di malattia o incidenti sul lavoro. Sono diversi i casi di infortunio segnalati a carico di personale irregolare all’interno delle aziende: è indubbio che un forte sentimento di paura tra gli immigrati si sia diffuso proprio rispetto a questi fatti. “Ma tu andresti a lavorare in nero? Io… personalmente no! Perché, sai che ci sono anche rischi… a parte il fatto che non sei regolare… Ci sono tanti altri rischi! … ma poi anche se ti fai male… A parte… mi sono già fatto male! Anche per me… non ti conviene lavorare in nero… perché ormai per pagare in nero… meno… Se vado a lavorare in nero non mi dà di più di 12.000 lire all’ora…” Allora ti conviene… 311 allora ti conviene… meglio lavorare in regola così sei più tranquilla… se ti viene… se stai in malattia? … invece là… perdi tutto... … dipende dal lavoro che tu trovi! Perché si paga (ti pagano) uguale, non è che si prende di più!” (H. e H., Albania) “…Vieni, lavori e ti pagherò tutto in nero… anzi, lui risparmierà molto, ma sei tu, l’operaio, che perdi tutto... perché, se ti fai male… hai perso tutto! E ci sono tantissimi casi così. Ragazzi che lavorano pagati… però se sono pagati meno o si sono fatti male, non possono andare da nessuna parte perché hanno lavorato in nero. E lì il datore di lavoro ti scarica tutto addosso… lo fai oggi, o ieri, o appena arrivato… non ha neanche fatto in tempo o… non ti conosce neanche. Per esempio, avevo un amico che faceva il saldatore… ha preso una brutta malattia ai polmoni facendo quel lavoro lì perché dove lavorava non c’era nessuna norma di sicurezza… e quando si sono resi conto che l’ha presa, il medico gli ha chiesto dove lavorava… lui gliel’ha detto… gli ha detto che ha preso la malattia da lì… lui ha pensato di denunciare per avere l’infortunio di lavoro e il datore di lavoro gli ha detto che non aveva mai lavorato là. Ed è rimasto anni ed anni senza poter più ricominciare a lavorare. E ci sono casi anche molto più brutti di questo.” (T., Senegal) L’insicurezza di un’occupazione irregolare consiste anche, se non soprattutto, in una differente gestione dei rapporti azienda-lavoratore che coincide con un trattamento più sfavorevole per l’immigrato: irregolarità nel pagamento dello stipendio, tempi di attesa lunghissimi, incertezza nel trattamento. “Però ti pagavano almeno di più? Perché, sai di solito qua succede che… Se sei in nero prendi di più! Sì, se pagano a nero ti pagano di più! Ma loro ti pagavano almeno di più? Sì! Mi hanno pagato ogni ora 15.000 lire… perché quando andavo lì mi davano in lire… 15.000 lire, ogni ora… 200 ore, 3.000.000 di lire… due buste paga aspettate sei mesi… Tutti avevano le tasse e io niente, tutti avevano le ferie pagate e io niente, tutti avevano quello… e io niente!” (G. e T., Bosnia e Moldavia) “Secondo voi, qual è la situazione dei vostri connazionali? Sempre dal punto di vista lavorativo. …sempre sulla stessa scaletta tutti! Se lavorano in nero possono anche non prendere i soldi… Ma ce n’è? Sì! E anche tanti! Che abbiamo conosciuto e che hanno mollato tante volte… che hanno lasciato il lavoro da una parte, sono andati dall’altra… hanno sempre cambiato. Lavoravano un mese, due… vedono che non gli danno la paga… stanno con la speranza che dopo lo daranno… lo avranno e non ho ancora soldi… non ancora soldi… non mi hanno dato soldi… perché non hanno dato soldi, perché di qua, perché di là… hanno sempre cambiato e… lavorano per niente questi! 312 Aspettiamo due mesi, tre mesi, per i nostri soldi! Si aspetta… Darti… busta paga… quella a carta… ma quelli soldi… cosa scritto là… 800 o 1.000 euro… Te li do dopo! Te li dà dopo… per 90 giorni, per 60… Te li do dopo!” (T., G. e P., Moldavia, Bosnia e Sebia) Molti immigrati sfatano l’opinione comune che ad un lavoro in nero corrisponda un guadagno superiore. Se il lavoratore è sprovvisto di un regolare permesso di soggiorno il datore di lavoro può far leva sullo stato di necessità in cui versa l’individuo ed obbligarlo ad accettare retribuzioni inferiori a quelle contrattuali. “Ma non avevi ancora i documenti? No, assolutamente! Lavoravo in nero, così… Ma a te andava bene? Sì, ma mi pagava poco! 8.000 all’ora… dopo… prima mi pagava 5.000 all’ora… E al datore di lavoro andava bene? Andava bene… molto! Perché i miei amici che avevano i documenti prendevano 12.000… come saldatore… io prendevo 4, 5.000 all’ora… e poi, piano, piano, 5.000, 7.000…” (O., Senegal) In alcuni casi, lo stipendio del lavoratore irregolare è realmente più alto, ma il soggetto è altresì consapevole che la precarietà della sua condizione occupazionale può incidere notevolmente sul totale complessivo delle sue entrate. “No, non ho mai avuto proposte di lavorare in nero! Comunque… in nero si prende molto di più! Ma tu devi sapere una roba… devi cercare lavoro… quando non c’è, non c’è… In pratica, magari, lavori due, tre mesi a nero… prenderà il doppio di quello che prendeva e… resti due tre mesi fermo… e li mangi tutti…” (M., Tunisia) A questo punto, raccolto il giudizio degli intervistati sulle forme di lavoro nero, diventa interessante capire se e in quale misura l’immigrato accetta il rischio di un’occupazione irregolare. Ponendo l’immigrato in un’ipotetica condizione di scelta ed indagando il processo decisionale che ne consegue, è emerso un generalizzato rifiuto del lavoro nero; del resto difficilmente l’ammissione di propensioni favorevoli all’irregolarità vengono esternate con naturalezza. “Ho capito! Ma, secondo te, è meglio avere un lavoro stabile, un lavoro in regola, essere a posto con tutto oppure... Sai, a volte, c’è chi dice “Io preferisco lavorare in nero perché guadagno di più…” Beh, sono 11 anni che sono qua in regola perciò… Vuol dire che non ho problemi… 313 Anzi, sto meglio ad essere in regola! Ho deciso di stabilirmi qua, aspetto la pensione qua, perciò…” (I., Romania) “Certo! Ma se adesso ti offrissero la possibilità di lavorare in cambio di tre, quattro o anche cinque milioni al mese, però in nero, tu cosa faresti? Bon! In nero? Sì! No, no, non è sicuro! In nero non è sicuro!” (G., Senegal) “Ma, se per esempio, ti proponessero un lavoro da… 3 milioni al mese… 1.500, 2.000 euro al mese… però ti dicessero di doverlo fare in nero… Tu accetteresti o preferiresti un lavoro… No! No! Meglio… prendo un milione e mezzo e… in regola!” (Q., Albania) In realtà, le opinioni personali della maggioranza degli intervistati si scontrano poi con la prassi di un numero non indifferente di connazionali che ricorrono al lavoro nero per gestire agevolmente il “pendolarismo” con il Paese d’origine. “Ecco… l’unico problema che abbiamo è quello! I senegalesi amano molto il loro Paese… qualcuno ha anche sua moglie giù… che è un anno che non vede… Può starci solo l’estate… un mesetto… e poi andare via… Ti tocca licenziarti! Ma non è che uno accetta proprio per questo di lavorare in nero? Almeno così può andare giù e trovare sua moglie quando vuole… Sì, qualcuno sì! In questo senso sì… ci sono tanti che pensano… io non voglio in regola… se loro mi regolano… piuttosto i miei documenti li lascio a casa… … loro non vanno in regola… (se io voglio tornare a casa devo licenziarmi) …e poi, ogni volta che timbrano il mio libretto… se cerco un lavoro… dicono “Tu cambi sempre lavoro! (…) Sono tanti che pensano così. Tanti! Perché dicono, ogni anno, io devo andare nel mio Paese… (…) Se qualcuno ha un padrone di lavoro che ha fatto l’immigrato… per dirti… capisce lui… e ti dà due mesi ogni anno… Adesso tanti cominciano a fare questo, se no si licenziano… e dopo rimangono senza operai… (…) I senegalesi non hanno problemi per questo… quelli che sanno saldare… perché se si licenziano… quando tornano trovano subito un lavoro! Io, se mi licenzio oggi, domani trovo lavoro! Perché sono qualificato… saldatore… Tanti senegalesi pensano così!” (O., Senegal) Tuttavia, se comportamenti di questo genere vengono comunemente riconosciuti e tollerati rimane di fondo la negatività del giudizio sulla pratica del lavoro nero con i rischi che comporta anche e soprattutto rispetto al proprio progetto migratorio. 314 “Sai ci sono tanti immigrati che magari preferiscono un lavoro in nero, così prendono più soldi e poi se ne tornano al loro Paese con tanti soldi… Guarda! “Questo è no buono! Questo tanti pensare, ma no buono!” Perché l’assicurazione va pagata con regola, buono?! Anche cassa edile arriva ogni sei mesi… una paga, buono?! Adesso è arrivata a giugno… bene! Vengono pagate anche le ferie… tutto quando c’è regola… più quando sono stato a casa vengono pagate le 8 ore… non il 100% ma l’80%… Se si vuole, anche quando finito completo il lavoro, due, tre anni, c’è… qui soldi… come si chiama “referendum Italia” … ti paghi, capito, questi due, tre anni, non lo so quanti… e anche tutto in regola… pensionato, malattia… tutto compreso! Quando lavori in nero, lavori per niente! Cioè… soldi bene… ne guadagni tanti, ma… quando serve qualcosa qua… male… quello… paghi… finiti i soldi, tutti!” (G., Bosnia) “Ma il fatto è che, per esempio, tanti immigrati utilizzano questi lavori, magari anche di tre mesi… periodici… proprio perché hanno la libertà, poi, di dire torno nel mio Paese senza aver problemi… Ma non penso quelli che sono in regola! No… diciamo con documenti di permesso! No? Penso che non hanno… Sono clandestini! Perché conosco qualcuno… Ma i clandestini non possono tornare al loro Paese… perché se tornano rimangono là… No, quelli che lavorano non è che… Quelli che lavorano a nero… Ma una volta… Una volta quando non c’era visto, sì, c’era questo lavoro… che arrivano qua per tre mesi, quattro mesi, sei… e tornano a casa… perché non c’era visto… Adesso, anche se sono clandestini, senza carte, senza niente… adesso che…” (M. e A., Tunisia e Marocco) In generale, come già sottolineato, l’immigrato ricerca stabilità e sicurezza, ottenendo un valido permesso di soggiorno e optando per un regolare inserimento occupazionale. Una volta raggiunti tali obiettivi e conquistati i diritti che ne conseguono è molto difficile che l’individuo vi rinuncia Alcune eccezioni sono rappresentate dai casi in cui l’esigenza di mobilità dell’individuo rimane, nonostante tutto, molto forte, ma al di là di queste situazioni il consenso dell’immigrato verso il sommerso sembra affievolirsi di pari passo con la regolarizzazione del percorso migratorio. Come vedremo più avanti, al ricorso a forme completamente irregolari di lavoro si vanno sostituendo tendenze nuove, modalità di trasgressione diverse che avvicinano l’immigrato ai lavoratori locali. 315 8.5 Forme di irregolarità lavorativa degli immigrati e dei locali Gli intervistati sembrano non percepire rilevanti differenze tra i comportamenti irregolari degli immigrati e quelli dei locali se non in ordine alla necessità dei primi di soggiornare illegalmente nel nostro Paese. Ancora una volta il problema maggiore riguarda lo stato di clandestinità del lavoratore e la conseguente possibilità del datore di lavoro di sfruttare questa situazione. “Tutti i clandestini che ho conosciuto, per forza, lavoravano in nero… perché erano senza documenti… e quindi era il datore di lavoro che approfittava di questo. Sono due tipi di casi… perché ci sono anche gli italiani che lavorano in nero… Secondo me, il datore di lavoro che accetta di far lavorare l’immigrato in nero è perché l’immigrato è clandestino. Se non è clandestino, tante volte, il datore di lavoro non pensa neanche di farlo lavorare in nero… a meno che, non ti faccia lavorare in regola… per poi farti fare tanti straordinari che poi ti pagherà in nero… perché fai tante ore. Questo sì. Ma ancora non ho visto un datore di lavoro che dice, va bene, ti assumo, so che hai il permesso, ma ti voglio far lavorare in nero.” (T., Senegal) Altri casi di possibili irregolarità da parte del datore di lavoro vengono segnalate relativamente alla modalità retributiva; ad essere particolarmente vulnerabile è il compenso relativo agli straordinari, soprattutto se questi vengono corrisposti al di fuori della busta paga. “Giuridicamente… con l’italiano non fa… non fa… È difficile! Basta che vanno d’accordo, insomma! Con l’immigrato, sì. È possibile… di fare lavorare in nero… perché lui ci guadagna… però bisogna guardare il settore… il settore… Nell’assistenza, abbiamo dei casi che… grazie a questo anche perché ha aiutato le famiglie ad andare avanti… queste colf, badanti… Sempre in nero, insomma… e adesso con la legge si fa fatica anche a sistemarle perché gli devi dare tredicesima, dare alloggio, pagare… Insomma… Già si sente, no?! Le famiglie vivevamo meglio prima! Casa in nero, così… stai là 5 anni… dai da mangiare… tutto tranquillo… nessuno veniva a controllare. Quindi, con gli immigrati è facile… con gli immigrati è facile, poi… io non so se… a me non è mai successo, insomma. Ti fanno fare ore di straordinario, insomma… ore di straordinario… Pagate? Pagate… magari, ogni tanto, così, c’è sempre qualche… non ritardo ma… qualche soldo in meno, insomma… sì quello sì! Qualche sfruttamento! Ma non voglio parlare di cattiveria, no, no! Vuole solo approfittare… Perché il datore di lavoro molto… anche a livello sindacale, quello che fanno, come leggi, contratti… collettivi, no? Contratti interni alle aziende ne approfittano molto… A questo punto, anche gli italiani subiscono tante di queste cose…” (Y., Camerun) Addirittura, a seguito dell’intensificarsi dei controlli all’interno delle aziende può capitare che comportamenti particolari siano richiesti dal datore di lavoro esclusivamente ai lavoratori immigrati, i quali devono risultare più rispettosi delle regole che non i locali! 316 “La ditta il sabato fa timbrare il cartellino solo agli stranieri. Agli italiani no! Evidentemente c’è una forte paura dei controlli. Così gli straordinari degli immigrati entrano tutti in busta paga. (…) Altra richiesta che la ditta ha fatto ai lavoratori immigrati, è quella di timbrare il cartellino solo in entrata. Non in uscita, quando finiscono il lavoro. R. sostiene che gli straordinari che gli vengono pagati fuori busta, vengono pagati meno rispetto alla retribuzione oraria prevista per gli straordinari in busta.” (H., Bangladesh) Si tratta di una situazione che l’immigrato percepisce come “svantaggiata”, comunque discriminatoria. Questo “rovesciamento” delle parti non sembra essere gradito: l’immigrato non percepisce differenze di trattamento riferite alla possibilità di accesso regolare all’occupazione, bensì, al contrario, relative all’impossibilità di farvi ricorso solo parzialmente, con una quota, vale a dire gli straordinari, in nero. “E sono i dipendenti… loro obbligano loro stessi a lavorare tanto, in modo da guadagnare di più… cioè, loro non “contano” così… che lavorano… perché voialtri che magari lavorate 5, 6 ore al giorno e poi il resto puoi andare in giro, a fare spese, cose… tutto… no! E, invece, loro… se anche lavora o non lavora, sempre a casa… Allora, è meglio che lavorino un ora in più che così hai più stipendio… così io posso lavorare meno… invece degli altri che, invece, 5 anni per fare un’attività, qualcosina… io, invece, lavoro 3 anni! (…) Esatto! Poi, eventualmente, ci sono gli straordinari… Sì! Solo che… quelli… Anche se, il più delle volte, succede anche per gli italiani che “sono in nero”! Sì, infatti! È quello, no! No, anche per noialtri… però… sì, insomma… loro vogliono magari, però… per esempio… anche loro dicevano che è meglio il nero perché almeno così non si paga più le tasse, no?! Così, loro… cioè, la loro idea (è quella) di “lavorare e prendere più schei”… perché è la sua opinione di venire qua e lavorare per guadagnare dei soldi da mandare in Cina… e invece di… cioè… prima… cioè… per la prima cosa loro vengono qua a lavorare, guadagnare i soldi”. (L., Cina) “Io dico di non poter fare straordinari perché vengono messi tutti in busta ed in questo modo pago troppe tasse. Allora faccio al massimo 8 ore. Accetterei ben volentieri che gli straordinari mi venissero corrisposti fuori busta.” (A., Marocco) La pressione fiscale è percepita anche dall’immigrato come eccessiva, laddove la possibilità di eludere un prelievo tanto gravoso risulta agevole, anche l’immigrato accetta il rischio e decide di ricorrervi. 317 Il più delle volte, al lavoratore straniero poco interessa quali siano i benefici futuri garantiti da una maggiore contribuzione fiscale, una volta ottenuto un lavoro regolare è l’ammontare complessivo del guadagno mensile a focalizzare la massima attenzione. Il costo della vita per l’immigrato, spesso, è faticosamente sostenibile ed il compenso di una sola attività lavorativa non è in grado di far fronte alla totalità delle spese. Ecco che allora, non avendo alternative, emulando una prassi peraltro assai diffusa in questo territorio, accetta una seconda attività. In alcuni casi è il commercio ad offrire all’immigrato la possibilità di arrotondare lo stipendio, in altri invece, egli mette a frutto le proprie abilità e conoscenze in modo irregolare svolgendo la propria professione anche al di fuori delle mura aziendali. “Adesso S. lavora anche con alcuni marocchini. Sono con la cooperativa. Ma il sabato e la domenica loro non lavorano, vanno a vendere tappeti, calzini, …” (A., Marocco) “… Sono ritornato nell’azienda da dove ero andato via tre anni prima… e attualmente sono lì… E tre anni che ho avuto due esperienze lavorative… ma sempre nel campo di elettromeccanico, dunque… E poi tu fai anche lavoretti… così… Sì, esatto, faccio anche lavoretti così… mi adatto, monto qualche cancello, qualche impianto lo faccio… Così, un po’ per arrotondare… Esatto, per arrotondare! E anche mi ha aiutato tantissimo a socializzare…” (T., Romania) “Poi… adesso io ho anche sentito che fanno il permesso di soggiorno a tempo indeterminato… Ma io non ho mai avuto il tempo di venire! Perché io faccio due lavori, no? Quando finisco là, vado da un’altra parte, no? Ah! Eh… ho tre figli, la mamma… moglie… famiglia… E cos’è che fai? Dall’altra parte faccio quattro ore al giorno! Ma… Saldatore! Lavoro a nero per loro! Perché ho un amico che ha una fabbrica… ma siccome sta andando giù… mi ha chiesto di dargli una mano! Sono due anni che faccio così! Lavoro alla ??? 6 - 14… Dopo dalle 2, 2 e mezza vado là fino alle 6. Sì, devo iniziare alle 6 di mattina… finisco alle 2… Ma se inizio alle 2, la mattina vado là… Ma, allora, il tuo amico fa per farti un piacere o… “Sì, per farmi un piacere… Se no come fai? Ma… a te va bene fare questo lavoro in nero… Eh, beh… Sei obbligato a farlo? Eh… ma se no come devo fare? Soltanto… che prendo là… un milione e otto… 318 devo pagare casa, affitto… i bambini… moglie, madre… Poi ho altri… cioè. Due fratelli che sono giù adesso… che devo anche mantenerli… Dove vado?” (O., Senegal) Anche in questo caso, l’irregolarità occupazionale dell’immigrato non è totale, ad una sistemazione lavorativa corretta segue un limitato ricorso al lavoro nero. Altri presupposti ha, invece, la dinamica segnalata, che riguarda una recente tendenza degli immigrati di vecchia data a lasciare l’Italia per spostarsi in altre nazioni occidentali. La ragione di queste scelte va ricercata nell’insoddisfazione che gli immigrati dimostrano nei riguardi del soggiorno nel nostro Paese. Argomentazioni di varia natura confermano una forte delusione rispetto all’Italia, al cui confronto le prospettive offerte da altri Paesi risultano, alla lunga, più attraenti. Così l’Italia diventerebbe un punto di transito che facilita l’ingresso e l’ambientazione nel mondo occidentale. Una volta inserito e in possesso della carta di soggiorno, un permesso a lunga scadenza dal quale deriva l’acquisizione di nuovi diritti, l’immigrato può decidere di cambiare stile di vita e trasferirsi in un altro ambiente. “… E poi, tanti non vogliono stare in Italia, vogliono… cioè passano qui… usano come strada… come strada… e guai se l’Unione Europea sbaglia a fare una convenzione che si può lavorare qua e… o in altri stati diciamo… che si può girare per lavoro, avendo un certo permesso di studio, perché da lì, guarda, non ci scapperanno più! Tutti vanno via di qua! Perché già i senegalesi avevano avuto… cioè, statisticamente tanti stanno andando via, adesso… i primi… anche i ghanesi… hanno rinunciato… Perché stanno tornando ai loro Paesi? Anche perché stanno spostandosi verso altri Paesi! Con permesso di lunga durata… ad esempio, abbiamo adesso la carta di soggiorno… Ma, allora, verso Paesi europei o verso Paesi africani? Verso altri Paesi europei! Quindi, è possibile che fra… qualche anno, insomma… qua avremo anche una… sì, una diminuzione rispetto al numero, insomma… I primi arrivati, veramente, guarda, stanno andando via! Ho dispiacere a dirlo, perché io vivo… mi piace… queste piccole cose, perché a me… è importante poter sapere cosa sta succedendo… e poi, allo sportello, noi abbiamo persone che vengono con diversi problemi… riusciamo a capire l’andamento dei flussi… e si vede dalla loro faccia quanto hanno provato e quanto sentono. Fino adesso non c’è stata un integrazione, mai! Fino adesso… si… si parla ma… I primi anni hanno detto “Siamo diversi, siamo diversi!” No, no, no! Dopo hanno detto, tre anni fa, “Siamo tutti uguali… Siamo tutti uguali…” Adesso parlano che dobbiamo integrarci… Ma come mai? Ci vogliono gli strumenti, non solo le parole! Questo uccide! Tanti qua, riescono a lavorare uno, due, tre, cinque anni e quando hanno la carta di soggiorno, vanno via! 319 E, secondo te, dove vanno prevalentemente? In Francia? No… in altri Stati… dove hanno avuto casa… Per esempio, c’è un caso vero, di una persona che si è spostata recentemente… ha fatto il corso qua… all’università di Padova… è riuscita come me a finire ed ha scelto di andare a Londra. E altri sono andati in America, sono andati in Canada… stanno andando! Perché già con il permesso sei in regola e se va a fare domanda per il visto, per andare in un altro Paese, sei accettato… soprattutto quando hai la residenza… vuol dire che già hai vissuto in Europa e… È una cosa…” (Y., Camerun) “Noi, finché siamo qua, lavoriamo, facciamo la famiglia, tutto… rimaniamo qua… non ci muoviamo da qua! Forse, io pensavo di andare a vivere in Germania… perché ho parenti lì… ho opportunità… forse di lavorare… di prendere un po’ di più, di avere un alloggio e tutto questo… Ma questo si vedrà col tempo! Però, già, ci state pensando! Sì!” (S., Macedonia) Altre storie trovano la loro ragione soprattutto nell’estrema vicinanza dei Paesi di origine al territorio italiano (Balcani) e nella relativa libertà di attraversamento delle frontiere. Questo, spesso, consente un costante andirivieni del lavoratore che non necessita di un prolungato soggiorno in territorio italiano, al termine della settimana o del periodo lavorativo egli rientra nel proprio Paese eludendo così ogni forma di registrazione della propria posizione lavorativa. “(…) No, guarda, dalla Bosnia, dalla Macedonia… Ma prendono il permesso di tre mesi, così… Sì, prendono il permesso… … vengono qua, lavorano e ritornano… … lavorano e tornano a casa! (…) Però non lavorano… lavorano in nero… lavorano… …lavorano in nero… Sì, ce ne sono. Ce ne sono!” (M. e A., Tunisia e Marocco) Naturalmente, così facendo, la possibilità di guadagno è di gran lunga superiore rispetto a quanto generalmente offerto nel Paese di origine. “… Ok! La verità è che quelli dei Paesi dell’Est… loro… a loro piace lavorare in nero… se hanno il lavoro! Chissà… forse perché sono vicino a qua… quindi possono andare a casa. Quindi, a loro interessano i soldi. Sono qui in Italia per i soldi! (…) Per quelli dei Paesi dell’ est, sì… è facile! Loro… perché loro, insomma, essendo vicino qua… a loro interessano i soldi! Interessano i soldi, insomma… Ci impiegano sei ore e sono a casa… fanno quello che vogliono e tornano!” (Y., Camerun) 320 Nuove prassi sembrano invece gestite dagli imprenditori italiani che, sfruttando la forte differenza del costo del lavoro tra l’Italia e i limitrofi Paesi dell’Est europeo, adottano nuove tecniche di riduzione dei costi, ma anche di evasione contributiva. Le segnalazioni si riferiscono soprattutto ai casi in cui gli imprenditori locali decidono di aprire una sede lavorativa al di là della frontiera. L’attività avviata funge, in questo caso, da mera opportunità di reclutamento di manodopera locale a costi bassissimi, lo scopo vero infatti è quello di importare la sola prestazione lavorativa di questi individui traendone il massimo del vantaggio. I lavoratori, pur rimanendo soggetti alle imposizioni normative del Paese di origine e continuando a ricevere uno stipendio in linea con gli standard nazionali, vengono fatti lavorare in Italia dissimulando la loro situazione dietro posizioni fittizie. “Per esempio, se tu hai una fabbrica lì o un’impresa o qualcosa lì… in Slovenia o in Croazia… dove passano senza problemi la frontiera… senza visto, senza niente… tu che hai quel lavoratore lì, te lo porti qua, in un impresa… non lo metti in regola, non fai niente… non paghi i contributi… non fai niente… e gli dai di meno la paga… senza… Sì, fanno a nero…” (G. e T., Bosnia e Moldavia) In questa direzione si muovono anche alcune recenti tendenze nel settore dei trasporti. La ditta stabilisce la propria sede all’estero ed anziché assumere i lavoratori stranieri in Italia li recluta direttamente in territorio straniero. Anche in questo caso il costo del lavoro subisce un taglio netto e la regolarità o meno del rapporto lavorativo sembra non suscitare particolari problemi. “… Uno… imprenditore… là in Bosnia c’è transport… camion… Lui mi ha chiesto per telefono 15 mesi fa… ha detto “Tu hai il permesso di soggiorno?” “Sì!” “Dai, vieni là in Bosnia… tua casa… Io ti do un camion… lavori per lui… io capito… lasciare l’Italia per 300 euro… 900.000 lire… diciamo… lavori per me, vai in viaggio… Italia… vai”… Io ho detto “Cosa fai con 900.000?” Io trovo qua… autista… per 3 milioni… se posso trovo come normale autista… Ho detto “No, grazie!” (G., Bosnia) Anche in questo caso, sembra trattarsi di prassi che originano da una veloce possibilità di collegamento tra l’Italia ed i Paesi balcanici dell’ex Jugoslavia. Questo va sottolineato soprattutto in relazione al fatto che ad essere interessata da queste nuove consuetudini è una precisa fetta della realtà immigratoria. 321