Place Vendôme (14) COW-BOYS, POETI E TENORI. MA ANCHE: O PIZZUTO O D’ARRIGO Una piazza come sempre gremitissima e scoppiettante: dai cinemini fiorentini dove da bambino esaltarsi tra “Ombre rosse” e “La conquista del West”, Buffalo Bill e Kit Carson, ai dischi di “La Sonnambula” con la Callas e Nicola Monti, all’Agamennone di Eschilo ritradotto da Nanni Cagnone. Esimio autore in versi oggi pressoché rimosso, il cui nome richiama pure antiche polemiche letterarie-editoriali accese con Antonio Porta e con il mondadoriano Luciano De Maria, fieramente in campo per difendere (a torto) la traduzione di Raboni della “Recherche” di Proust nella collana ‘I Meridiani’. ________________________________________________________________________________ di Marzio Pieri (I) Stanotte, nel mio canile, non ci fu verso di dormire. Si erano appena spente le ultime luci delle vetrine, zittite le finestre per il notturno radaman televisivo, (c’è chi guarda i politici, le pizie!, chi tira le due colla pubblicità della rete 4 interrotta da qualche tronchetto di film, chi sogguarda l’inevitabile porno dei canali minori e conclude ovviamente, non trovandosi all’altezza, che conviene astenersi, din-din-din), si è scatenato un frastuono di martelli, di scalpiccii, di seghe, di spirito di patata e madonne! periodiche, a percussion di dito o pungiglione di chiodo. Hanno levato un palco di buon legno, tutto il contrario dell’aere perennius, non che non ne sarebbe stato degno, ma è solo che il bronzo a sfida dei secoli, e l’aes che permette di viverci, su questa terra, non si ritrovano più. Oggi lo zio d’America, se schiatta, ti manda delle cambiali da pagare. Teatro di legno... ebbi familiarità (finché comunisti e massoni di Parma, un bel guazzetto del quale sopravvivono ora soltanto i secondi, non me lo proibirono, agendo sulla sovrintendente locale) col teatro Farnese di Parma, per meglio dire, per quello che ne rimase sopravvivendo a un incendio di guerra e a un restauro (parmigiano) di pace. A parte il barocco romano, il più meraviglioso e fidedegno ambiente barocchista che io abbia potuto conoscere, con quei giganti dipinti memori forse del Parmigianino alla Steccata. Non so se abbiano finalmente realizzato il sogno (venuto via, io, da quella città in amore) di mettervi in scena l’Orfeo monteverdiano. Si opponevano i pompieri. Ma il teatro di legno ch’io potei scorgere dopo la notte insonne era una allegoria, superba, dell’allegoricissimo di per sé Gran Teatro di Oklahoma del Kafka da me preferito. Ero bambino; a Firenze, le vie più di prestigio (alberghi, librerie monumentali, pasticcerie da struggersene, scarpaj meravigliosi, fantastichevoli baloccaj; ieri, dico: e non più) corrono parallele a insospettabili viuzze e budelli da ragazzi di vita boccacciani, (bandoni di autorimesse, venditori all’ingrosso dai fondaci scalcinati, strane porticine che avrebbero certo portato a piaceri da commesso viaggiatore, bugigattoli di libri e riviste infangati, oscuri baretti dal caffè improbabile e da micidiali tartine alla majonese... fatta in casa), vi fiorivano anche dei cinema popolari, malfamati. Di sopra, come in un teatraccio ottocentesco, pigliavano di mira i seduti in platea, già per questo creduti pescicani e inimici. Col piscio è da majali!... Ma io, contravvenendo alle raccomandazioni paterne, (e facilmente poi scoperto, mai punito), convincevo il nonno stralunato che ci accompagnava, a salire in seconda galleria. Vi ho visto dei gran belli Zorro e anche un film sui primi voli aerei che mi commosse alla lacrime. Ci fu una abbinata western, serie Z (le sequenze di battaglia, avrei scoperto un giorno, erano tutte imprestate da La conquista del West di De Mille, come altri western Z del periodo attingevano a Ombre rosse e ai Cavalieri del Texas, questo un kolossal di King Vidor), che si apriva con un Buffalo Bill ancora in sella (Buffalo Bill, specchietto per allodole, non vi comparve mai, ma era l'attore, Richard Arlen, che si era cognominato Buffalo Bill, in grazia del successo del film di W. A. Wellmann intitolato al semi-eroe del West, del 1944) e proseguiva con Pantere rosse (Custer's Last Stand; il rosse era una strizzata d'occhi a Ombre rosse e di lì a poco avrebbe anche generato un Sabbie rosse, e anche un Rocce rosse, che per le grandi battaglie di covered wagons e cavalleggeri intrappolati in un canyon aveva preso in affitto l'intera sequenza da Kit Carson o La grande cavalcata, che a sua volta non si era scomodato che nell'inserire carri, indiani e cavalleggeri attingendo a piene mani al monumentale The Big Trail di Walsh, debutto di un John Wayne ancora pre-fordiano [1930]). Parvi ch’io sappia? Si girava attorno all’anno 1947. Il mondo era ferito ma ci si poteva illudere; non a morte. Buffalo Bill in the saddle again! Qualcuno, fin d’allora, mi sussurrava: bada non fu tutt’oro quel che luceva. L’eroe sterminatore degli ignari bisonti (dunque il suo nome: ‘Ninì Ammazzabisonti’) fu soprattutto un grande inventore di spettacolo. Sì, da ragazzo, con la scapataggine ostinata di quell’età che sembra non essere ancora la vita, fece il postino a cavallo, e una volta trovando incendiate e deserte le stazioni di cambio, seguitò andare avanti (cos’altro poteva fare, con gli indiani dei centri sociali in giro tutti incazzati) e da ultimo salvò la posta e il più bel pacco d’uomo, di quando mette i suoi primi baffetti. Non è sicuro il favoleggiato duello con Mano Gialla (base del film biografico, colorato e bellissimo, di Wellmann) ma è sicuro che la sua fama divenne ipertrofica con le dispense romanzate scritte su lui da un intraprendente giornalista, Ned Buntline. Sicuro, invece, che inventò l’Horse Opera, il circo western con cui girò il continente americano e l’Europa intera, creando lo spazio immaginario e pittoresco per il cinema che andava nascendo e sùbito esplose. Sicuro che i suoi cow-boys riuscirono inferiori, in una celebre disfida romana, ai butteri di Maremma. Sicuro che morì vecchio e carco di debiti, mentre giocava una pacifica, una pensionatica, una desolata, una pupiavatesca partita a poker. L’altro eroe di quei miei anni primissimi ― sarò chiaro: mi divorai l’intera biblioteca salgariana, con la scìa di pseudo-Salgari seguìti alla morte per suicidio dell’immenso scrittore, altro che Verga e d’Annunzio!, altro che il pedagogico Verne, collezionai tutti i fumetti, a volte bellissimi, che attinsero ancora in quel secondo dopoguerra all’archivio salgariano, vidi i film girati nella pineta di San Rossore, tra finte liane e veri fili del telefono o pali della luce, ma né Sandokan né Yanez né Tremal-Naik né i corsari nero verde e rosso, sabaudicissimi, entrarono in seria concorrenza, per me, con Buffalo Bill, con Wild-Bill Hickock (il Gary Cooper di arcangelica, valentiniana purezza de La conquista del West), e con Tom Mix. Lui, allora, per me, poco più di un nome fantastico (tipo quel lazzarone di Nino Bixio, o, mettiamo, un ipotetico Mario Prax), e mal mi rassegnavo a che fosse morto pochi mesi dopo la mia nascita, a Florence, uguale Firenze, anche lui!, ma in Arizona. In un incidente d’auto. L’eroe del West che muore ucciso da una macchina fu ripreso da Sam Peckinpah, il regista del Mucchio selvaggio (1969), nel suo film successivo, il liricissimo La ballata di Cable Hogue. Era il passaggio di consegne dall’èra del cavallo a quella del mostro a quattro ruote. Lessi, cinquant’anni fa, un libro di C.S. Forrester, l’inventore del Capitano Hornblower (un ciclo di tredici romanzi tradotto in film da uno dei maggiori registi del western, Raoul Walsh, quello de La storia del generale Custer), si chiamava The General, come il film di Buster Keaton (1926), ma qui non si tratta di una locomotiva lanciata fra le guerre di nordisti e sudisti, bensì di un vero generale di cavalleria costretto a subire il trauma dei soldati a cavallo appiedati e mandati a marcire in trincea. Visitai, all’alba (non c’era nessuno all’ingresso, mi schiarii la gola, per richiamo, non si vide anima viva) il teatro-circo sorto magicamente di notte sulla mia Place Vendôme. Mi si affacciò la memoria di Psiche inoltrandosi nel palagio d’Amore. Non ebbi la sensazione del legno, come quando uno entra nel bosco. Le colonne parevano fluorescenti e, avvicinandosi troppo, si spostavano. Inseguendole, mi resi conto d’improvviso che non sarebbe stato facile ritrovare l’uscita. Ma chi se ne importava? Voci alate leggevano dei versi di bellezza mai detta. La memoria ancora mi soccorre, se non ci misi troppo tempo a raccapezzarmi su quelli che suonavano, avvolgendomi, dalla sinistra. Dalla destra ne arrivavano altri: fra i quali mi pareva ravvisare Undeniable Things. Ma anche, in italiano, “Solo a un adolescente | son necessari i poeti...”. E anche in una lingua che non distinguevo: Jeg vet hvor er Vestfossen. Vestfossen, mi dissi, è in Norvegia; un centro dell’arte contemporanea. Ma riconobbi nei primi, quasi d’acchito, l’Agamennone di Eschilo. Non ci credete? O, inducendovi a credere, mi pigliate per un asino primodellaclasse? No, no; lessi il mio Eschilo (l’intera trilogia degli Achivi) su quei librini della BUR anni 50, accessibili al prezzo (e dio sa se avevamo vuote le tasche, certo più dei ragazzi disoccupati di oggi, che han titolo per rivalersi sulla pensione del nonno), pratici da portare con sé (se tascabile non è una parola), meravigliosi da leggere. Un professore, un caro pretino al quale voglio ancora un bene dell’anima, e che non vidi più, dopo gli anni di scuola, fallito un progettato incontro di ormai vecchi al vescovato di Parma (avevo casa d’affitto a un tiro di sasso), mi disse, sulle soglie del liceo: vedrai quanto ti piacerà Sofocle. Non capisco come si confondesse. Forse aspirava a un mio destino di umanista cristiano, e non lo sono mai stato. Dei tre sommi tragici greci, Sofocle è quello che mi è sfuggito; mi sta bene la roccia (Eschilo) o il casinò (Euripide). Ricordo un ascolto alla radio dell’Agamennone, sul terzo programma. Avevano preso la cosa molto sul serio ed era tutto un urlìo orrificato, una sagra del lagno, una preficheide ad alto voltaggio; finché mia madre, dalla cucina, sbottò intrepida e querula: ma marzio, che cosa ci fai sentire? Un grido simile venne, dalla cucina, una volta che ascoltavo i dischi de La Sonnambula, quelli ‘con la Callas’. Il valoroso tenorino Monti, (il primo dei tenori dei quali voglio parlare più avanti), alla fine della cabaletta-invettiva “Ah perché non posso odiarti”, (che Verdi amava e imitò), si arrischia al do in cadenza, puntatura-razzo finale non scritta da Bellini. Aveva un timbro botticelliano, una linea di canto matissesca, ma, ahi, non sapeva ‘coprire’ gli acuti. Dalla cucina: marzio! chétati. Io (è vero) ero anch’io un tenorino minuscolo (“che cosa faccio?... scrivo”) e a volte mi azzardavo, ma quei fischi materni che mi presi furono proprio per fallo non mio. L’Agamennone. Non fatemi il quarto grado. Il mio greco è rimasto al liceo (mia moglie, invece, si legge Platone o Parmenide per direttissima). Non omnes omnia possumus. Il greco, nel quale non brillai negli anni delle grammatichette, ora posso servirmene senza troppa fatica di vocabolario, come del tedesco, del portoghese, delle antiche lingue romanze, o del tursitano (ch’è ancora il più ostico). Tuttavia, il clic avvenne su quelle paginette imburrite e fu di quelli sui quali non ritorni. Non sono un talebano della non traduzione (come, nell’altro mio mondo ― quello della musica ― nel quale mi son sempre più impestato, la vita intera, lasciando sulla porta una incompiuta preparazione scolastica, sono un non mai stremato consumatore di dischi, cosa a volte rimproveratami da augusti censori provetti nelle forme elementari e bocciati in estetica, né poi neanche forniti di esperienze musicali da darne via). Conoscere è sapere come muoversi; e anche che cosa evitare. Se vedo che il traduttore è guidopaduano, non sto a perderci tempo. Si contenti dei meridiani. Nanni Cagnone, dunque, ancora in sella. In the saddle again! Con l’Agamennone tradotto (l’impegno di una vita) e con un libro novissimo di poesie, pubblicati in magnifica veste (come i ‘grandi’ editori non più osano per la poesia, che gli resta sul buzzo e sul gozzo) da un gallerista di Modena, il secondo con superbe versioni a fronte, in inglese, di Paul Vangelisti. Dieci, no, già vent’anni fa, consideravo Cagnone il poeta più squisito e più colto fra quanti hanno mese più mese meno la stessa mia età. (Ch’è poi l’età di Plácido Domingo, di cui dopo. – Il baritenore). Nanni, col quale ebbi rapporti continuati e affettuosissimi negli anni della sua meravigliosa impresa editoriale, COLISEUM, ovviamente fallita per disappetenza dei possibili lettori italiani, lasciandolo temo senza una lira in tasca e, per qualche tempo, disamorato e offeso, era sparito, seppi poi, imboscato, nella mortuaria e tardomanieristica Bomarzo. I libri della Coliseum rilanciarono Emilio Villa, illustrarono Giampiero Neri, fecero conoscere psicanalisti filosofi eruditi ignoti o (giusta la formula pedantesca) mal noti; e di Cagnone pubblicarono la summa (per allora) poetica, Armi senza insegne, un romanzo d’alta vista, che può ricordare La riva delle Sirti, di Gracq, molto ammirato negli anni 50 (e Luciano Chailly ne trasse, a fine decennio, un’opera in musica per Montecarlo, su libretto di Renato Prinzhofer, cultore della fantascienza, traduttore di Conrad, librettista della Celestina per Flavio Testi, come Chailly un altro musicista moderno senza complessi, che andrà recuperato nei bilanci finali); e anche, un poco, in meglio, lo jettatorio Deserto dei Tartari del temibile Dino Buzzati. Ma (né sarà dir poco) al vertice della attività, della ‘scrittura’ di Cagnone (scrittore e poeta apparentemente limpido, ‘ligure d’occidente’, come si dipinge, ma interiormente votato ad esperienze infere), parve già allora porsi un’opera di traduzione, il Naufragio del Deutschland del mistico Hopkins. Le traduzioni di Cagnone hanno questo che le distingue (e le apparenta alle grandi, alle durevoli, alcune già immortali, dal Virgilio del Caro a quello di Dryden, di Klossowski, dal Goethe di Nerval al Pascoli che creò la lingua di traduzione lirica fino a Quasimodo e oltre, al Poggioli dei lirici russi che sapeva far intendere, al contrario, la distanza fra l’oggetto di provenienza e quello elaborato e un poco (a vista) claudicante d’arrivo, dal Chlebnikov di Ripellino al Baudelaire di a. b., di de nardis, di bufalino, dallo Shakespeare di messiaen père, e, debbo supporre, del Dottor Zivago, a quello così estroso e ineguale, giocosamente ‘laico’, di gabriele baldini; al ‘vero’ Rimbaud dei Canti orfici, mediato, non, come da leggenda pauperista, insidiato, da Ardengo Borèo), che entrano di fatto e di diritto nella torre riservata della letteratura in cui approdano e si scavano nicchie profonde. L’Agamennone di Cagnone è accompagnato da una nota sul costume del tradurre che lascia al palo ogni pedanterìa e (anche) ogni comoda affatturazione. Colpisce in mezzo agli occhi un errore diffuso: che quando il testo è oscuro, la traduzione debba chiarirlo. Tradurre è una potente evocazione, uno stato di nostalgia che spinge a imbarcarsi e salpare. Tocca il Vello di Colchide solo agli audaci argonauti. La loro nave si chiama: GRAMMATICA. Non mi metto in quel pelago, ma credo che Roman Jakobson pensasse la stessa cosa. E Klossowski, nella bruciante premessa al suo Virgilio: “L’aspect disloqué de la syntaxe, propre non seulement à la prose mais à la prosodie latine, étant toujours concerté, on ne saurait le traiter comme un arbitraire pêle-mêle, réajustable selon notre loqique grammaticale, dans la traduction d’un poème où c’est précisément la juxtaposition volontaire des mots (dont les heurt produit la richesse sonore et le prestige de l’image) qui constitue la physionomie de chaque verse [...] C’est pourquoi nous avons voulu, avant toute autre chose, nous astreindre à la texture de l’original; suggérer le jeu des mots virgiliens; amener le lecteur à marcher pas à pas avec le poème; l’arrêter même, pour lui faire toucher un détail; et, d’une manière plus générale, lui faire sentir, s’il se pouvait, le tracé de l’ensemble au travers de notre échafaudage malaisé”. Traduci (non la lettera, tanto Francum est, non legitur): le opere di poesia veramente grandi (le necessarie) sono perpetuamente traducibili, a trovarne la chiave (intraducibile, o meglio, intrasferibile, è solo la poesia minore, quella che vede le trine e non il lenzuolo). Le grandi opere di poesia (che comprendono le grandi traduzioni) accrescono non gli archivî della poesia ma direttamente quelli della lingua; di poesia e non solo di poesia. Per questo, sapendo di andare, non volontieri, ma necessitato, contro il vanto diffuso, normalizzato, ho sempre ritenuto la poesia del Leopardi d’un grado inferiore a quanto la communis opinio sia portata a riconoscergli. L’aspetto dislocato, ossia slogato, oltre che acutamente (“la juxtaposition v o l o n t a i r e des mots...”) distribuito e alienato, della prosa oltreché della poesia latina. Per questo un nodo eccezionale della lingua poetica europea è tuttora stabilito in Salammbô, che nasce paradossalmente come romanzo di costumi (una esercitazione agguerritissima, per non dire fanatica) della ‘provenza’ cartaginese, e diviene una nuova institutio rhetorica. Tale io credo che sia (è sempre bene non essere fraintesi) il monumento ligneo che Cagnone innalza ad Eschilo. Facendo intanto intendere che la famigerata ‘musica greca’ di cui da secoli si lamenta la disparizione, per l’essenziale è già tutta nella scansione di versi da non prendere in confidenza. E questo è tutto Cagnone; spiega, anche, la diffidenza, spinta alla vile o solo imbarazzata damnatio memoriae, contro di lui esercitata, non solo per malizia, dalla societas poetarum a lui contemporanea. Lettore di tutti libri, lui che aveva fatto parte – quasi esordiente – della pattuglia di Lèrici, l’editore della baluginata rinascita, in concorrenza obiettiva con Alberto Mondadori, Giangiacomo Feltrinelli, e giacomino debenedetti; davvero troppi per loro, la koiné dei poeti italiani, gente di pochi libri, e talora nullius, e di non assunte distanze. Nemmeno l’ufficialissima Parola plurale del sossella (2005), che spalanca le coscie a cani e porci, fa vista d’essersi accorta di lui. Un altaretto consociativo per un fano delle vanità. Meglio così; quando il maggiore epico borghese del nostro Novecento, Attilio Bertolucci, fu escluso dai poeti del Sanguineti, era anche una accettazione ‘in negativo’ del suo ruolo diverso, improprio toto coelo in quel panorama nemmen poi, fatto ogni conto, belligerante in eccesso. A un convegno pochi anni fa dedicato dalla Cattolica a Umberto Saba, ci fu chi intervenne (sulla base di inaffidabilissime, sempre, dico criticamente, concordanze) a presentare un Saba petrarchevole; chi si vantò di non averlo letto mai; chi, con toscana delizia, disse che non gli era mai interessato troppo. “Ero fra lor d’un’altra specie”. Meglio questa esclusione, che l’inclusione, sì, nel Mengaldo, in un quadro politicamente velleitario, criticamente tentato da misure mediane, classicheggianti. Meglio, meglio non esserci dove Marinetti manca (il cuore sempre dalla parte giusta) e ci stanno Valeri e Raboni, nella loro improba mediaureità. Qualcuno avrà trovato la mia difesa di Saba in contraddizione con l’enunciato, scandaloso limite appena da me frapposto alla corona di Leopardi. Già il professore Lonardi (ci sta con la rima) mise in fila le ragioni storiche (anche) della linea antileopardiana che, come un fiume carsico, traversa due secoli di critica italiana. Ma Muscetta, ad esempio, per Saba, aveva invocato Heine, non molto presente nelle nostre lettere, anche se Carducci lo riteneva suo (fino a farne morire il povero Bernardino Zendrini, assassinato con ferocia dalla più influente penna poetica della nuova vecchissima Italia) e in punta di pennino si limitava poi a petrarchizzarlo. E del resto si raccoglieva, da parte del Muscetta, un insistito suggerimento di Saba, nella Storia e cronistoria del Canzoniere. Gli è che, naturaliter moderno (e Trieste non è Recanati), Saba coglieva le forme storiche della poesia nel senso della funzionalità, non in quello della bellezza. Ed è la ragione per cui il teatro che vidi la mattina sulla Piazza Vandoma, era di legno. ***** Ovviamente, Cagnone è uno che dà pienezza di senso anche a una virgola, alla divisione innaturale di una parola a cavallo fra verso e verso, a una discordia sintattica. Chi ne coglie la luce ravvisa anche la forza dello scarpello donde. Eschilo, l’Arcaissimo, dinuovo cavalca; daffermo. Il punto alto, soggettivamente, ed esposto, della mia lealtà cagnonèa, fu al congresso viareggino, secoli fa, organizzato da Alfabeta, rivista allora delle più influenti. Non so perché, (ma ero ordinario, di fresco, dirigevo di necessità un istituto di italianistica, sia pure in una città che culturalmente è il buco del culo del mondo, può darsi ci fossero movimenti in cantina per promuovere in Parma qualche novizio della allora attivissima Pavia e mi si volesse insuccherare), fui invitato a sorpresa a tenere una delle relazioni principali. C’era ancora Antonio Porta (col quale non erano mancate precedenti evidenze d’un dissidio profondo in un dibattito a Parma, organizzato là da certi intellettuali ufficiali comunisti; il Porta era convinto che la poesia, dico a scriverla, io credo invece nemmeno a leggerla, si possa insegnare: ‘todos caballeros’ – vero che Alfabeta, con tutti i suoi propositi, passò poi la mano alla indicibile Poesia di Crocetti, quella casa del popolo, quella “manidifata” dei poeti aspiranti alla gloria e ai tesori del mestiere, benedetto bovarismo della oziosa provincia italiana) e mia moglie commise l’errore enorme di regalare a un suo bellissimo figlioletto una pistolina di alluminietto, di quelle che avevano fatto, a tempo giusto, la gioia del mio pacificissimo primogenito. Il democraticissimo e pedagogico patron la fulminò coi due occhi e credo che il giocattolo finisse sùbito nella spazzatura dell’albergo che (dico per attenuazione) ci ospitava. Ho raccontato, per e-mail, quasi tutta la storia, riaffiorata, giorni fa a Siriana Sgavicchia, che alla scuola di Walter Pedullà si è fatta lettrice espertissima di Stefano d’Arrigo. Gualberto Alvino si sarà certo accorto che il lascito prosastico novecentesco si concentra in due rami, non necessariamente l’un contro l’altro armato: o Pizzuto o D’Arrigo; Gadda, temo, è un poco in ritratta, forse perché troppo presto consegnato a imbalsamatori di prestigio. Per i lettori da riviera adriatica può bastar Camilleri, che scrive con in testa la traduzione televisiva. Dico la storia della spazzatura dell’albergo. Per un disguido che non fu chiarito, la festa, la treggiorni, la lirica Kermesse si era spostata ai primi giorni dopo-stagione della struttura alberghevole viareggina. Ci avvedemmo sùbito che si mangiava da cani ma una sera capitò, a tavole apparecchiate, il marito di una illustre dannunziana fiorentina, ch’era un clinico illustre, e ci disse: figlioli, se diquì non si fila e tosto, si va a finire tutti all’ospedale. Ma non fu negato il compenso, direi quasi la riparazione: faceva il paio con Alfabeta una rivista, credo effimera, che mi par si chiamasse La gola. Organizzò una cena futurista al Salone Margherita, perla del liberty alcïonèo. Non si poté buttarne giù un boccone, sarebbe stato come ingurgitare i candellieri o i piattini di una antica sagrestia. Vidi, con la coda dell’occhio, che il rimpianto Luciano De Maria, nemmeno lui onorava le portate. Forse Bigiongiari, il mio caro Pierone, che si era allenato a buttar giù anche di peggio, tutti i residuati dell’oscuro barocco mediceo. Quando perfino un Magalotti si era fatto tentare dal convento. Con De Maria c’era stato un rapido screzio quando io, argomentando dal pulpito con le ali dell’occasione, avevo detratto all’allora trombatissima (dico, annunziata con tutte le trombe, come uno Charpentier da eurovisione) versione rabonesca della Recherche. “ – Ora Lei lo dimostra, ruggì alteratissimo; e io sereno come un novizio: – No, dopo toccherà a Lei di dimostrare il contrario.” Ma era tutta una cosa meridiana; c’erano da lanciare i miracoli della finta Pléiade meneghina, sugli altari il nuovo D’Annunzio della Andreoli, con la prefazione di Anceschi. Anceschi era un grande, uno dei nostri maestri più amati, ma quel ripubblicare, a distanza anche di decennî, certi suoi saggi scritti aere perennius, mettiamo su D’Annunzio, sui poetae novi necnon nouissimi, di liguria o di lombardia, ma anche sul Barocco, finiva spesso col retrodatare la questione. Lo si ammirava ma con disappunto. Non vi dico quando lo dissi, in conclusione di convegno. Parvi io il maramaldo e loro invece si nutrivano di carni ormai passate di cottura, avanzate da troppi frigoriferi. Nei misteriosi giri delle umane vicende, le conclusioni critiche del convegno, così, replicavano lo stato delle cucine. Da allora nessuno m’invitò più, non solo: il progettato volume di atti non fu più realizzato, uscì solo una scelta ad usum delphinorum sulla cortiportiana rassegna. Di me non una parola, nemmeno uscirono su altri giornali le lunghe e (in atto) simpatizzanti interviste che mi era stato richiesto di concedere negli anfratti delle sedute, che avevo (nel ricordo, me lo concedo senza vanteria) contribuito almeno a movimentare. L’altro scossone ce lo assicurò un giovane contemporaneista bolognese, che esordì: DA... DADADADA’... DADADA’... DA... DA... Ci buttammo, d’istinto, sotto le poltroncine, a strisciamuro; ma non era mitraglia. Il giovanotto, come Senofonte, e come il grande Sherrill Milnes, tenorile baritono texano, semplicemente era affetto da balbuzie. Bastava avvertire. E finalmente sgorgò fora: dannunzio. In quello stadio, sostenni le ragioni dannunziane di Bigongiari, per la scuola alta, – un giovane! fra quei prudenti e attendisti, formatisi in èra craxiana – e di Cagnone, fra i militanti. Vi ho già detto come andò a finire. Ma capii ch’era un gioco di copertina, e di retrovia (“tre minuti, un libro”). Non ne volli sapere dipiù. (Poi, un poco, con Cagnone, anche ci guastammo). (Scrisse un porno (per lui) d’alta scuola. Me ne dissi scontento. Lui se la prese e disse ch’ero un solito guardiano delle porte, ma io ho sempre operato ‘dentro’ i generi e dunque non potevano imputarmi di non sapere leggere il romanzetto ES come un western, un giallo, un peplum, un sentimentale, o una vita di beatificabile). (Si affacciava l’ipotesi che io mi fossi scandalizzato (:) della ‘sostanza’ del genere). La critica, pro o contro, è sempre la sintesi di una esperienza personale. Che la prosa del romanzo fosse all’altezza di quella che m’era nota in uno scrittore di mano tanto esatta, non l’avrei mai negato. Ma i miei pornostar si chiamano Aretino, Diderot, Sade, Puškin, quello insolito delle Notti egiziane, Courbet, Dossi, Pascoli, Apollinaire, Pauline Réage, Klossowski, e i prontuarî dei confessori. Dimenticavo uno che conobbi (scrivendoci senza incontrarci), pornografo e scrittore tranciante, Giuseppe Mazzaglia (Princìpi generali, 1993). (Per me le tre Chatterley son solo devozioni d’un cherichetto), (il Salò di Pasolini il diaretto di una adolescente) (“Le confessioni di una di Casarsa”). Però, Nanni, recita due avemmarie e tre gloriapatri; (e vieni a noi dal bosco Bomarzo). (il seguito alla prossima puntata) (Stata, difatti, una notte eccitata e un commosso risveglio. Nell’orecchio, come il mare in conchiglia, mi suonavano altri rumori, (uditi nel mezzo sonno, n’ero certo, e non m’erano parsi, a erigendo teatro, sulla piazza). Erano • sordi, fiochi, sotterranei • come d’una officina sommersa. (E, a fiotti, dalle finestre oscure, o appena appena appena, schiarite da una luminescenza roca, m’eran venute voci di tenori). (Non potrò esimermi dal parlarne ancora).