Carmela Bernasconi Semini
Siamo nati per la vita
Storia romanzata degli anni trascorsi da un
medico condotto in un circondario di montagna,
tra il 1905 ed il 1925,
nel ricordo della figlia.
Pubblicata a Mendrisio nel 1974
(Questo testo è a libera disposizione dei lettori, ma solo per una personale
privata lettura.)
PRESENTAZIONE
Carmela Bernasconi-Semini ha raccolto in questo
volumetto, cedendo alla cordiale insistenza di parenti e
amici, una serie di racconti, o piuttosto di capitoli, già
usciti in un settimanale di Mendrisio. Attraverso
l'affettuoso memorare dell'autrice, riviviamo gli anni
della sua fanciullezza, trascorsa con la famiglia in valle
Onsernone, dove il padre era medico condotto. Anche
alla nostra memoria tornano i facili versi del Fusinato,
che l'autrice ci ricorda...
«Arte più misera, arte più rotta
Non c'è del medico che va in condotta»,
con un'altrettanto nota, e certo per maggiori titoli,
pagina del Fucini, poiché il libro è innanzitutto,
attraverso la rievocazione di una cara immagine di
padre, che è facile immaginare ragionevolmente severo e
trepidante di ferma sollecitudine per figli e pazienti, un
generoso devoto omaggio all'opera svolta con profonda
umanità, spesso con rara abnegazione, dai medici
condotti del nostro Paese. Medici che, nelle eccezionali
condizioni in cui erano chiamati a operare, nelle valli del
Sopraceneri soprattutto, dovevano essere chirurghi,
certo, ma anche ginecologi, dentisti e perfino veterinari.
«L'Onsernone è valle aspra, disagiata e povera, la
tremenda fame che la travagliò nel 1816-17 passò in
proverbio come cosa estrema».., dice il Bianconi in un
suo recente libretto.
Il padre dell'autrice era medico condotto in Onsernone,
abbiamo detto, e non è certo difficile immaginare quanto
disagiata fosse la valle ancora cento anni dopo che il
proverbio ne aveva fatto, per la storia locale, «la valle
della fame» (definizione che in casa nostra, con rabbia
campanilista, era stata voltata in «valle della fama»).
Nelle
memorie
della
Bemasconi
Semini,
che
naturalmente vive con gli altri "dutturitt" (i figli del
medico) la vita del villaggio capoluogo, ritroviamo
notizie delle fatiche, dei disagi grandi, degli estenuanti
disperati litigi per un «termine», di tutte le sventure,
insomma, dei poveri abitanti della Valle, di montanari,
che credo siano veramente stati i contadini più poveri del
mondo (i rimasti, quelli che non avevano avuto il
coraggio di fare il fagotto dell'emigrante), dai duri lavori
fissati per l'eternità dall'alternarsi delle stagioni; brevi le
pause, per le poche povere feste, che del resto finivano
per comportare, spesso, qualche fatica supplementare
per abbellire la chiesa con pizzi e fiori di carta, ripulire
case e strade, prepararsi alla confessione e alle
devozioni.
Di «ricchi», solo uno ne compare in queste pagine ed è lo
stesso che, ancora parecchi anni dopo, veniva indicato a
noi, ormai adolescenti, come l'unico «sciur» della valle.
L'autrice ci traccia qualche altro ritratto di adulto, ma
ha naturalmente cari nel ricordo soprattutto i coetanei,
come ha sempre più nell' occhio il quadro naturale e il
paesaggio, la strada giornalmente percorsa dal medico
in diligenza o, d'inverno, in slitta, i prati con la breve
esplosione dei fiori prima della fienagione, gli alpi, il
bellissimo laghetto dei Salei, sopra Comologno, la «nitida
pupilla» di un bel verso del Tarabori.
Piacevole sorpresa incontrare, nel libretto, persone, fatti,
avvenimenti, che hanno, più tardi, eccitato anche la
nostra fantasia di adolescenti, avvenimenti che anche a
noi erano sembrati addirittura fiabeschi, come l'arrivo in
valle, e l'insediamento, nientedimeno che di una colonia
di Olandesi. Tanto che ancora parecchi anni dopo, ci
spingevamo fin nei tornanti sotto Vergeletto, a piedi o
con un vecchio biciclettone prestato, a spiare le finestre
della «villa», nella speranza di chissà quale fantastica
apparizione.
Su quei tornanti si arrampicava giornalmente il medico
condotto. E gli anziani lo ricordano ancora oggi (così
come la figlia ce lo descrive in tenuta invernale, alto, col
passamontagna e la pellegrina, accompagnato dal fido
postiglione Morgantini («ul Murgant») lungo quella
strada ancora oggi così tortuosa e disagevole da tenere
lontana la gran massa dei turisti (ma forse è questo il
primo segno di un cielo finalmente benigno agli
Onsernonesi).
E così l'affettuosa rievocazione degli incanti di una
fanciullezza trascorsa in una casa per molti aspetti
certamente invidiabile, in un'oasi di serenità dove
perfino c'era spazio per l'invenzione di un gustoso lessico
familiare (le pagine dedicate ai «telami delli ragni» sono
certamente tra le più felici della raccolta), diventa anche
un omaggio alla valle che l'autrice ha tanto amata e che
con tanta nostalgia ricorda.
Un omaggio per il quale ogni Onsernonese le sarà
certamente grato.
Bixio Candolfi
UNA CONDOTTA DI VALLE
Una valle longitudinale, severa dentro i suoi numerosi e
lunghi avvallamenti.
Aprica e sassosa, era a tratti anche avara di verde nei
primi anni del novecento, quando il medico dava inizio
alla sua missione.
Una dozzina di paesi abbarbicati sul pendio o riposanti
in qualche breve conca del monte.
Al centro della valle il capoluogo, residenza obbligatoria
del medico: nella sua abitazione a tipo di chalet c'era la
moglie e mezza dozzina di figlioli, tre bambine e tre
maschietti.
Lì dentro, nell'angolo della casa ombreggiata da un
annoso castagno, c'era il suo studio letteralmente
tappezzato di libri, tra i quali emergeva l'armamentario
dei «ferri del mestiere» in solido acciaio cromato,
lucidissimi e sempre pronti per l'uso.
Valle e casa erano tutto il suo regno, tutto un mondo per
la sua tenace energia e per la sua missione, il respiro
della sua vita.
ACCANTO A LUI
I due robusti cavalli della vecchia diligenza federale fermi
sotto la tettoia diedero segni di impazienza appena udirono
il fischio del treno che sostava davanti alla stazioncina di
Pontebrolla. E scesero i viaggiatori che dovevano
proseguire verso le Centovalli e l'Onsernone.
Il postiglione Morgantini, notissima e tipica figura, tanto da
non poter immaginare la vecchia diligenza senza di lui, si
diresse verso il trenino con il suo passo pesante e
cadenzato, ad incontrare qualcuno.
Era scesa in quell'istante una gentile figuretta di donna
ancor giovane e fresca nella sua maturità, che portava sul
braccio un bimbetto e per mano un altro frugolo di poco più
grande. Qualche passo più avanti la figliola maggiore
dall'aria consapevolmente giudiziosa teneva d'occhio una
monelluccia saltellante che poteva avere si e no sei anni.
Il postiglione nella sua austera uniforme federale si
presentò alla madre e senza preamboli le chiese: «siete voi
la duttura? Venite con me».
La giovane donna nel suo «tailleur noisette» da cui faceva
spicco la camicetta in «seta cruda» con un cappellino
leggermente rialzato sulla nuca da una bella crocchia di
capelli corvini, alle parole del postiglione ebbe un leggero
sussulto e le rosee guance s'imporporarono tenuemente.
Mai nessuno l'aveva chiamata con quell'appellativo; però lo
stupore si mutò subito in una vaga sensazione di sicurezza
di fronte a quella maschia figura tanto sbrigativa.
Seguì l'ordine impartitole e con le sue quattro creature si
trovò al lato nord della piccola stazione, accanto ad una
troneggiante diligenza gialla, con le grandissime ruote dalla
robusta raggiera pure gialla.
Pochi minuti dopo i cavalli al cenno del postiglione su a
cassetta, s'erano mossi di scatto, quasi leggeri, in un trotto
ritmato dal bubbolio metallico delle sonagliere a traverso i
tre paesi delle terre di Pedemonte, tra il frastornante
rumore delle ruote sull'acciottolato.
Dentro la diligenza "al completo,, c'era gran silenzio, rotto
soltanto dall'irrequieto muoversi della frugoletta incuriosita
d'ogni piccola cosa del traballante veicolo.
La madre spingeva lo sguardo al di là dei finestrini, intanto
che i due piccoli si erano addormentati: l'uno serrato al suo
petto, l'altro con la testolina ricciuta sulle sue ginocchia.
Tre lunghissime ore dovevano trascorrere così, prima di
giungere alla meta a riabbracciare lo «sposo», pensava la
donna e stupita mirava il paesaggio, lo sfondo dei monti
che pareva si elevassero sempre più alti, severi, accavallati
gli uni sugli altri, sopra vallette e valloni sempre più
profondi, scoscesi, misteriosi!...
Non sapeva rendersene conto la giovane madre, anche se
aveva più volte puntato l'indice sulla cartina geografica e
ammirato le cartoline che il marito, già in Valle, le aveva
inviato regolarmente.
Osservava, pensava, scrutava, quasi volesse vedere in una
sol volta, dove e come il «suo dottore» avrebbe percorso
quei sentieri, superati quei tornanti e quelle giogaie; lei che
ignorava l'austera struttura delle nostre valli, e che aveva
l'occhio abituato soltanto al dolce scemare delle colline,
verso il sereno piano dell'amata Campagnadorna!...
E la strada saliva erta, ostinatamente ripida, tagliata a
nastro dentro il robusto fianco della montagna, con il fondo
ricoperto di grossa ghiaia a ciottoli aguzzi, silicei, che le
ruote della diligenza spostavano, in un gioco di rumore
stridulo e cigolante: era la salita dei «Sabbioni».
A questo punto il postiglione scendeva dal suo seggio,
buttava le redini sul largo dorso dei cavalli, e lui — il
Morgantini — il fedelissimo, il forte postiglione, muoveva i
passi sul ciglio della strada, a lato della pariglia, della quale
ripeteva con il movimento delle spalle, il cadenzato e
faticoso andare.
Né si sapeva se così facesse per alleggerire il peso alle sue
bestie, o per rassicurare tacitamente i passeggeri che
sull'orlo dello stretto percorso, al di sopra del burrone, c'era
lui, a garantire l'incolumità.
Poi quando il groppone della carrozzabile si spianava, con
una mossa rapida il postiglione era di nuovo a cassetta, con
le briglie tra le grosse dita nodose.
Mentre i cavalli riprendevano il trotto lungo i parecchi ponti
gettati arditamente a traverso altrettanti giogaie,
impazienti di raggiungere i primi paesi della Valle.
Ma la giovane moglie non sembrava rasserenarsi gran che.
Né si stancava d'interrogare il paesaggio e di meditare in
cuor suo, quasi volesse presagire il futuro della nuova vita
che la attendeva a lato del consorte, votato per vocazione
all'arduo, appassionante e generoso compito di medico di
condotta.
Ed ora chiediamoci: quante di queste giovani donne —
ombre fedelissime dei nostri medici di condotta — hanno
vissuto l'analoga segreta vicenda del loro primo accedere in
una condotta di Valle?...
Tante sono, tutte oscure e tanto silenziose quanto cariche
di meriti; nessuna storia ce le ricorda. Noi pure passiamo
oltre, premendo pero in cuore uno slancio di femmineo
orgoglio all'indirizzo di queste creature dolci e forti, come la
donna biblica in quella stupenda pagina.
IL TURNO DELLE VISITE
II turno delle visite mediche nei singoli paesi veniva
regolarmente ripartito lungo l'arco della settimana. La
vecchia e gialla diligenza postale, a due robusti cavalli, era
la fedele collaboratrice.
Per una simpatica usanza, la cui origine forse si perde nel
tempo, il medico sceso dalla «posta» infilava la gradinata
verso il sagrato e giungeva alla porticina del campanile.
Sapeva dove il sagrestano riponeva la grossa chiave
arrugginita e pochi istanti dopo ecco il diffondersi nel
silenzio di quell'aria cristallina «la campana del dottore».
Un brivido sembrava percorrere le pareti di quelle case
grigie strette l'una all'altra in atto di cordiale convivenza.
Era un brivido di vita che faceva spalancare le porte delle
case, nell'attesa settimanale del medico. Quasi come nella
bella favola di «Astro fanciullo», il giovane principe atteso
nella sua città che, finalmente entratovi, vede spalancarsi
ai suoi occhi tutte le porte, grandi e piccole.
Ma la realtà, fantasticamente vicina alla favola, si ripeteva
ogni giorno a turno sempre, in ognuno dei dodici paesi della
condotta di valle.
Uscito sul sagrato, mentre il rintocco della campana si
affievoliva, il medico s'imbatteva in qualche arzillo e
asciutto vecchietto che, si era mosso incontro al dottore,
per dirgli che la sua artrosi cervicale gli dava quasi pace, o
che la sinovite del suo ginocchio aveva diminuito le fitte più
dolorose.
Una sosta in piedi a scrivere la ripetizione della ricetta per il
prodigioso farmaco e poi via con l'abituale svelto passo
sulle pietre dei viottoli e delle vetuste e sconnesse
scalinate.
Infilava la prima porta spalancata dove dentro c'era un
bimbo di poche settimane, con la giovane madre che
soffriva di mastite.
Seduto sul gradino dell'altra porta c'era quel monelluccio
dai grandi occhi azzurri che impaziente attendeva il
dottore; il quale gli aveva promesso di levargli i punti di
una larga ferita che s'era fatto alla pianta del piede,
correndo scalzo dietro il suo cerchio di ferro. Nella cunetta
della strada polverosa inavvertitamente s'era appoggiato di
peso su un grosso coccio di bottiglia. Quel giorno, buono
buono, si era lasciato cucire il profondo strappo nelle carni
del piedino, ma aveva strillavato ribelle davanti all'ago
ipodermico dell'iniezione antitetanica che il dottore gli
doveva necessariamente fare.
All'angolo della salita in fondo ad un cortiletto rallegrato dai
gerani, il medico sapeva che al di là di quella porta
spalancata al sole, avrebbe dovuto entrare più per una
ragione di rimprovero che per una visita propriamente
detta. La madre d'una nidiata di figlioli aveva avuto qualche
mese innanzi un attacco influenzale piuttosto grave che le
aveva lasciato un'infiltrazione polmonare con un residuo
subfebbrile. Era poi entrata in convalescenza, ma assai
stremata di forze. E la sua casa era pesante con un
sovraccarico di lavori svariati da compiersi giornalmente,
senza eccezioni.
Come in molte famiglie della valle, alle donne di casa
incombeva anche l'allevamento del bestiame, compreso
quello delle numerose capre, le quali, quantunque libere nei
boschi del patriziato, dovevano però essere mattina e sera
richiamate, riunite sul posto per la mungitura e la
somministrazione a ciascuna di esse d'una manciata di
crusca e sale.
Alle sole donne era riservato tutto il disimpegno pastorizio
perché gli uomini, emigranti stagionali nella Svizzera
francese, rimanevano assenti da casa durante tutta la
buona stagione. Gli anziani e gli adolescenti s'impegnavano
a dare una mano, quando a maggio la famiglia iniziava quel
periodo di vita nomade sui monti alti sovrastanti il paese
con tutta la carovana del bestiame. Vita beata fatta di
libertà e di frugalissimo cibo, di tanto sole e verde
smagliante, ma anche di molte dure fatiche.
La donna in attesa del controllo medico, sentiva che le
esigenze della famiglia reclamavano il suo posto di lavoro,
capiva che la sua inerzia era quasi un assurdo, perciò
sembrava sorda alla voce autorevole e suadente del medico
che la avvertiva di non esporsi ad una ricaduta.
Ma chi può far desistere una madre dal suo compito?
Sarebbe come dire al fiume, libero e fecondo, di non
tendere alla sua foce, o all'uccello in volo di non recare il
moscerino nel becco spalancato dei suoi nati.
Per il medico il turno delle visite diventava più gravoso
durante il periodo invernale quando, dopo giorni e notti di
fitto nevicare, la vecchia diligenza sostava bloccata in
rimessa e doveva essere sostituita dalla piccola slitta
postale, pur essa gialla, con lo stemma delle Poste federali.
Ma quanto provvidenziale il piccolo mezzo, docile al passo
del cavallo e alle redini del postiglione, dominatore sicuro in
quel deserto bianco!
Immancabile passeggero era il medico di condotta nel suo
pastrano a pellegrina, con gli scarponi e il passamontagna.
II lieto conversare dei due, medico e postiglione, legati da
reciproca simpatia, rendeva piacevole quel cadenzato
scivolare sulla neve.
Prima dello scadere dell'inverno comparivano puntuali le
epidemie dell'infanzia: morbillo, parotite, pertosse,
scarlattina. Casi dislocati su e giù, un po' in ognuno dei
paesi, però mai gravi, perché i ragazzi della Valle erano
ricchi di sangue sano. Al medico però, spettava il
coscienzioso compito di vigilare sulle possibili complicazioni
che a fine del decorso infiammatorio, potevano insorgere.
Sconosciuti erano allora gli antibiotici. Il dottore se li teneva
cari quei frugoli febbricitanti; conquistava divertito il loro
interesse, mostrando la lunga e saltellante lancetta del suo
cronometro mentre controllava il battito del polso.
I più grandicelli invece li intratteneva, illustrando di
aneddoti l'origine e il significato dei loro nomi di battesimo
o di quelli meno comuni dei loro genitori.
E in Onsernone, di nomi ce n'era tutta una gamma curiosa;
si voleva in parecchi di essi scorgere un segno storico o
mitologico risalente chi sa, forse ai primi popoli che dal sud
vennero ad abitare la valle.
Tra i molti spiccano: Quirino, Pompeo, Èrcole, Aurelio,
Marco, Melchiorre, Titone, Tobia, Samuele, Evaristo,
Lindoro, Gentile, Geremia, Eliseo. I nomi femminili invece
recavano un'impronta di chiara spiritualità: Candida,
Prudenza, Speranza, Celesta, Pura, Severa, Albina,
Diomira, Petronilla, Gioconda, Artemisia, Luduina e persino
Panacea, il cui nome rendeva il medico così ilare da
esclamare che almeno la «Panacea» non avrebbe dovuto
ricorrere mai al soccorso dei farmaci.
Altra clientela saltuaria era quella degli emigranti stagionali,
colpiti da infortuni sul lavoro e da malanni vari, i quali
rincasavano dalla Svizzera interna per ultimare la cura.
C'erano poi, tra gli infortuni, quelli dei boscaioli carbonari o
borradori che al servizio di una locale impresa per il
trasporto dei grossi pali, lavoravano ininterrottamente i
giorni e le notti a turno nei fitti boschi «a oviga» cioè sul
versante destro della valle privo di paesi.
Erano quasi tutti bergamaschi questi forti lavoratori, ben
piantati, dalla parlata gutturale impalpabile. Parecchi di essi
finivano per accasarsi in valle, dove si trovavano bene tra
l'ospitalità e la cortesia degli onsernonesi; però la loro
tipica figura bergamasca si manteneva tale anche con il
passare degli anni.
Per i casi di una certa gravità era ovvio che non potesse
bastare il solo turno settimanale delle visite; per cui il
medico, oltre che tenerseli sempre vicini con il telefono,
riservava loro il pomeriggio della domenica. Prendeva con
sé qualcuno dei figlioli più grandicelli i quali erano ben lieti
di compiere l'andata in diligenza e il ritorno a piedi, a fianco
del genitore che lungo il percorso di quattro o cinque
chilometri, aveva così tante e svariate cose da dire e da
mostrare.
Durante le ore crepuscolari della buona stagione, il nastro
tutto svolte della strada tagliata dentro il fianco della
montagna, i ponti sopra il fiume che ruggiva trasparente e
spumoso contro i piloni, le alte severe ripe dei due versanti
che in certi punti sembravano volersi toccare, da lasciar
quasi a fatica intravedere l'intensissimo azzurro del cielo,
erano tutte immagini suggestive di viva curiosità.
A monte della strada, sulle ripide rocce nude, nere e
mantenute umide da rigagnoletti che scendevano da chi sa
dove, crescevano disseminati con grazia, i lunghi steli a
infiorescenza delle bellissime sassifraghe bianche, chine
verso terra, sempre cullate dalla brezza. Spesso in una
piccola insenatura della nuda roccia, da una crepa sorgeva
ardita una giovane betulla dalle mille foglioline a batticuore;
ammirandola da sotto in su sembrava fosse lì a
testimoniare la sua vittoria per esser nata e cresciuta a
picco d'un dirupo, essa tanto esile e gentile.
Poi d'un tratto, ad interrompere la selvaggia solitudine della
strada, ecco, rivestita di muschi, la costruzione in pietra di
una cappellina, che la pietà cristiana degli avi aveva
dedicato al dolce sembiante della Vergine con il suo piccolo
Gesù sulle ginocchia.
Intanto dagli anfratti sopra il letto del fiume salivano le
ombre della sera, su su fino ad incontrarsi con il cielo che
andava trapuntandosi di stelle. Ancora una svolta nel
bianco della strada polverosa, e poi al di là d'una prateria,
la punta dell'amico campanile.
Le stesse pomeridiane escursioni per ragione medica, si
ripetevano anche durante le domeniche fredde e serene del
lungo inverno di valle. E non erano da meno delle altre per
la ricerca di piacevoli curiosità.
Quando il brullo paesaggio era quasi interamente ovattato
di neve e più roca la canzone del fiume, a monte della
strada, al di sopra della cunetta colma d'acqua gelata, si
spiegava in tutta la sua imponente bellezza la palizzata
delle pesanti candele di ghiaccio: colonne rovesciate di una
cattedrale gotica in miniatura. Di candele di ghiaccio ce
n'erano anche appena fuori il paese, formavano
l'irresistibile attrattiva degli scolari. Alle compagne si univa
logicamente la più monella delle figliolette del medico. Un
giorno, nel bel mezzo della battaglia alle candele, toccò
proprio ad lei riceverne la pesante punta di ghiaccio dentro
le carni, appena sopra il ginocchio. Relativa soddisfazione
del padre medico che con due punti metallici poteva,
insieme alla buona lezione, infliggere una certa immobilità
provvisoria alla sua piccola «disfattista».
Chi ha dimestichezza con le bellezze non sempre palesi
delle nostre vallate nel periodo invernale, sa cosa vuol dire
scoprire un grosso ciuffo di vischio che troneggia verde e
vivo su di una scheletrita e robusta quercia. Era la
meraviglia che faceva sostare il medico con i suoi figlioli
nelle sere di plenilunio, come davanti ad uno scenario lirico.
Infatti, lui che la sapeva lunga di musica, che
appassionatamente e con competenza si dilettava — nelle
ore libere — anche di musica operistica, si infervorava
spiegando, appoggiato al muricciolo del parapetto,
l'incantevole scenario nel bosco sottostante. E faceva
rivivere «nella foresta sacra dei Druidi», il primo atto della
«Norma» quando la sacerdotessa cantava alla «casta diva»
mentre con la falce d'oro tagliava il fatidico vischio.
CHIAMATA NOTTURNA
Nel cuor della notte uno strattone vigoroso alla maniglia
della corda metallica fa rimbalzare il minuscolo batacchio
del campanello dentro la camera da letto e svegliare di
soprassalto i familiari. Il medico apre la finestra e dal di
sotto una voce robusta scandisce: "signor dottore mi
manda la levatrice, la signora Margherita, perché venga
d'urgenza a Gresso per il caso che lei sa; io l'aspetto con la
vettura giù in piazza".
Tramestio di passi concitati, parole misurate, e a scatti
precisi; tintinnio di ferri riposti dentro la capace borsa
ostetrica insieme ad astucci già pronti per l'uso.
Un controllo silenzioso, meditato, di brevi istanti e poi il
saluto alla moglie, che resta sulla porta esterna a seguire il
rumore dei passi rapidi e secchi sulle pietre della scalinata,
che poi si perdono nel buio.
I figlioli, svegliati all'improvviso e non in via straordinaria,
si erano subito dolcemente riaddormentati. Ma la mamma
no, non poteva riprendere sonno: pensiero e fantasia
seguivano la vettura al trotto, con quei due lampioncini
fumiganti tra le svolte della strada selvaggia e si portavano
in quella casa, sotto l'incubo di un'ora fatale, dove la
giovane madre, tra gli spasimi dell'attesa, che si
succedevano ad intervalli, era perfettamente conscia di
prepararsi ad un travagliatissimo parto. Stava per mettere
al mondo la sua seconda creatura e forse si sarebbe
ripetuta la lunga estenuante pena del primo parto: così la
moglie del medico cercava di ricordare: "si, effettivamente,
due anni fa il bambino si presentava in posizione anormale
con procidenza del cordone ombelicale; ce la farà stavolta?"
Conosceva, anzi era sicura che la mano esperta, dalle
movenze calcolate, precise ed oculate del "suo dottore" non
avrebbe fallito, eppure dubbio e paura l'assalivano; non era
più possibile rimanere a letto! Al primo bagliore dell'alba
che filtrava dalle tende si alzò. Si trovò al piano di sotto
senza saper bene cosa mettersi a fare. La pendola scandiva
in silenzio i minuti... e sembravano ore.
Di tanto in tanto volgeva furtiva lo sguardo all'apparecchio
telefonico dalla grossa sagoma misteriosa, sporgente dalla
parete; era in attesa della comunicazione in uso nei casi più
gravi. Ma il campanello taceva, imperscrutabile.
Quando Dio volle il telefono squillò e la donna fece un
sobbalzo. "L'operazione si è svolta normalmente, il
bambino è vivo e la madre riposa".
In quel momento sembrò che le pareti della stanza si
allargassero, che fuori il sole fosse già alto e che lei avesse
riacquistato anni di gioventù.
Quando il dottore rientrò in casa i figlioli stavano
preparandosi per la scuola; incontro festoso, era nato un
bimbo. I più piccoli si affrettavano a chiederne il nome,
mentre i grandicelli prestavano l'orecchio al conversare dei
genitori che era abitualmente aperto, senza sottintesi,
intercalato di termini professionali, ma naturalmente nel
concetto realistico, così che essi, volta per volta si
corredavano d'una certezza semplice e chiara: nel mistero
della vita il "partorirai con dolore" coronato di gioia.
Era risaputo — allora — dai medici di condotta, che nelle
nostre vallate era frequente il parto difficile. Forse stavano
in gioco due fattori: la statura della donna valligiana,
spesso al di sotto della media, e l'abitudine, dettata dalla
necessità, di far portare sulle spalle anche alle adolescenti
gerla e "cadula" lungo i pendii dei monti. La donna
onsernonese, svelta e agile, noncurante della fatica,
seguiva l'inveterata tradizione senza valutare o temere le
possibili conseguenze per lo sviluppo armonico del delicato
e complesso organismo della giovane, destinato alla
procreazione.
Oggi che il miracolo della chirurgia ostetrica ci dona stupore
e sicurezza, si è voluto, dopo l'istituzione delle cliniche
materne sostituire al forcipe il taglio cesareo. Con risultati
prodigiosi e insostituibili. Ma, come ogni cosa terrena non
reca in sé la perfezione assoluta, vediamo di ragionare un
istante sull'argomento.
La donna vanta una superiorità biologica sullo uomo, nel
senso che ha dimostrato di resistere meglio alle prove più
dure dell'esistenza. Citiamo soltanto le logoranti condizioni
del tempo di guerra a cui erano costrette moltissime donne.
La superiorità naturale della donna non ha bisogno di
statistiche; è saggiamente confermata dalla natura che
all'organismo della donna impone il più pesante impegno
che l'essere umano possa sostenere: il parto.
Tuttavia, accanto a questa forza biologica, è connessa una
profonda delicata e misteriosa sensibilità psichica. La psiche
femminile è una miniera di mirevoli intuizioni, ma
sgraziatamente tanto fragili che un niente a volte può
rompere il delicato equilibrio. E tra queste cause ci sono i
diversi incidenti riguardanti la sfera genitale. Per esempio il
taglio cesareo. Non discutiamo sui casi gravi in cui spetta al
ginecologo imporre il "taglio" per la vita stessa della
creatura e forse anche della madre. E qui non è mai
riconosciuto abbastanza il miracolo dell'odierna chirurgia,
che vanta inoltre anche l'immenso beneficio di evitare alla
donna i dolori del parto. Può essere questo un allettante
miraggio per la giovane sposa in procinto d'essere madre;
miraggio, però che può occultare delle conseguenze
negative e far insorgere dopo anni un'intima sofferenza
nevrotica. Man mano che il bimbo cresce e che ovviamente
la madre lo vede staccarsi dalle sue materne apprensioni,
essa inconsciamente può credere di amar meno quel suo
figlio che non ha messo al mondo in una diretta
testimonianza di sacrificio.
Può essere un caso limite, ma il problema si fa chiaro anche
con una semplicistica similitudine che non vuol essere
retorica: chi non riconosce la salda gioia della conquista a
coloro che, potendolo, si impongono la paziente fatica, lo
estenuante sacrificio, di giungere passo dopo passo alla
vetta del monte, senza ricorrere ai moderni, facili mezzi di
trasporto?
Altro problema comune ai medici di condotta d'allora, se
pure non frequente, ma arduo nella sua intima e delicata
struttura, era quello della ragazza madre e del figlio suo!
Non che lo stesso problema sia oggi scomparso dalla
società, tutt'altro! E però diminuita la desolante difficoltà
finanziaria che ineluttabilmente il caso recava con sé. Non
esistevano allora le previdenze sociali e le casse di
malattia; sconosciute erano pure le provvidenziali opere
private per la maternità e l'infanzia. Si consideri inoltre la
cruda sequela di pregiudizi ambientali, mai disgiunti dalla
colpa d'onore, e avremo così il quadro penoso della ragazza
madre, sola e indifesa a sostenere un peso sproporzionato
alle sue forze morali e fisiche.
Il medico di condotta avvertiva la sconcertante situazione e
tanta più pena provava in cuor suo, quando il caso
particolare ostacolava la ricerca della paternità del
nascituro. Molto spesso era un selvatico fiore germogliato
durante il periodo della caccia alta che richiamava sui monti
della valle l'elemento forestiero.
Pagina nera questa, da imputare purtroppo alla cinica
superiorità dell'uomo maschio che tradisce gli obblighi della
sua dignità e si maschera dietro una troppo facile ipocrisia!
E la creaturina cresceva, accanto all'amorevole solitudine
della madre nubile, la cui florida e sana bellezza di
vallerana si scoloriva e intristiva in breve volgere di tempo.
Medico e levatrice (vera sage-femme quella signora
Margherita!) vegliavano di comune accordo e vigilavano
inosservati il crescere e il maturare del figlio di N.N.:
consapevoli, ne spianavo prudenti la muta reazione che
fatalmente sarebbe sorta dentro di lui, quando, da altri e
non dalla madre, gli sarebbe stata duramente svelata la
cruda realtà di figlio bastardo!
Era ineluttabile e non c'era nulla da fare. Egli avrebbe
maturato a poco a poco la ferma risoluzione di emigrare
oltre oceano, per confondere, negli sterminati orizzonti
della California, il pesante segreto, legato al suo destino.
CARO FIUME
Onsernone la valle; Isorno il fiume: due nomi dissimili ma
che si integrano nell'espressione fonetica; così come l'una,
la valle è fatta per l'altro, il fiume.
Ha un lungo austero percorso l'Isorno. Generalmente
incassato tra i fianchi della montagna, a tratti si stende, si
rilassa, quasi volesse giocare e spumeggiare attorno a
giganteschi macigni levigati d'uno splendente granito! Poi
subito si arresta dentro profonde buche d'un verde cupo,
quasi tacito e pensoso; pochi attimi, poi via di corsa
sprizzante, trasparente, vigoroso.
Mai però irritato quel caro fiume; sempre laborioso e
dignitoso come la gente della sua valle.
Non fa mai bizze l'Isorno, non ha mire espansionistiche
come tanti suoi fratelli che, rompendo d'improvviso gli
argini, usurpano la pace altrui. L'Isorno è paziente, è sobrio
anche quando di inverno, dopo lunghe nevicate, precipitano
le slavine dai canaloni del Ruscada e piombano sulle sue
acque, quasi a soffocarlo. Lui non si ribella, non straripa,
ma rinvigorisce la sua forza d'erosione e pazientemente
scava e scava sotto la massa di neve gelata frammista a
pietrami, e vincitore, ritrova il suo corso, il suo eterno
andare.
Può dirlo chi l'ha contemplato e inconsciamente gli ha
voluto bene, perché quelle acque con la loro sommessa
canzone, accompagnavano i passi del medico di condotta,
quando a piedi percorreva la strada a strapiombo sopra il
fiume, tra un paese e l'altro della Valle.
Come d'un individuo che lungo l'arco della sua vita s'è fatto
per meriti un nome, istintivamente si va alla ricerca dei
suoi natali, così parlando d'un fiume non si è paghi se non
si risale a scoprirne la sua sorgente.
Le carte geografiche insegnano che L'Isorno ha due belle e
distinte sorgenti, distanziate l'una dall'altra e con
caratteristiche proprie. L'una quasi a rivendicare la razza
latina dei suoi valligiani, nasce in territorio italiano, in quel
di Craveggia e parecchio cammino nel fondo della valle
deve percorrere, prima di scivolare via, noncurante del
confine italosvizzero, e giungere a Spruga, lambendo le
balze rocciose, giù, giù, sotto l'aprico villaggio, posto in
cresta al monte.
L'Isorno di Vergeletto detto meglio «Ribo» più vivo e
sbarazzino del primo, conquista subito la simpatia di chi, a
ritroso, sale verso la sua sorgente, con la curiosità e
l'impazienza di giungere a scoprire il perché della sua
vivacità; del correre giulivo e irrequieto delle sue acque
mutevoli anche nel riflesso delle tinte: dall'immacolato
latteo, al trasparente vitreo, dall'azzurro cielo, al verde
buio, quando di proposito s'allarga verso il margine per
sorvolare sornione un buchetto rivestito da sonnolenti
piante acquatiche. Ma la sua sorgente è ancora tanto
lontana e tanto in alto, su oltre i 2800 metri, dentro
l'arcano avvallamento di Porcareccio, in territorio
valmaggese. Lì forse ha rubato le bellezze delle acque della
Maggia d'un tempo; da lì è scaturito libero e ciarliero pago
di trovarsi tra la beatitudine alpestre d'una valle
meravigliosa; la valle del Pian delle cascine; angolo
nostrano aperto e ridente, quasi in contrasto con l'austera
fisionomia di tutta l'Onsernone. I due fianchi che lo
determinano sono mollemente foggiati a terrazzi e declivi,
rivestiti di faggi, betulle, carpini, ontani, pini e abeti che
vivono meravigliosamente associati, offrendo alla nostra
ammirazione la varietà delle loro robuste forme e la
ricchezza delle loro svariate tinte, dentro il gioco dei raggi
d'oro d'un sole tutto onsernonese.
Nel sottobosco, tra i soffici tappeti di muschio, la
costellazione dei fiori, dolcemente aggregati alle fragole e
ai mirtilli.
Sul piano della valle il fiume, a saltelli come un fanciullino,
allarga a poco a poco i suoi margini e s'adagia in un letto di
ciottoli levigati, bianchi o striati di gneiss, tra la sabbia
finissima, scintillante di quarzo e mica.
Al margine, sul lato sinistro, la strada segue parallela gli
svolti e i dolci meandri.
Se c'imbattiamo sul finire di giugno, nei giorni in cui si
caricano le mandrie agli alpi di Casone e Porcareccio, allora
è gioia grande partecipare alla bucolica scena, tender
l'orecchio alla canzone dei grossi campani e ripensare
estatici al «ranz des vaches» dei pastori d'oltre Gottardo.
Mentre ci scostiamo per lasciare il passo ai docili
quadrupedi, non è raro il caso che qualche giovenca,
attratta dal ciangottare vivace dell'acqua, rompa la fila per
affondare le unghie delle zampe anteriori e poi tutto il
muso, per ristorarsi in quelle fresche e chiare acque. E
perché non imitare la giovenca?... L'invito è troppo
lusinghiero: chini sulla riva raccogliamo l'acqua nel cavo
della mano e avidamente vi porgiamo le labbra; è acqua
purissima quella, non ancora contaminata dall'uomo, acqua
ebbra di sole, gonfia d'ossigeno.
Le due belle sponde del fiume, ad intervalli vengono
collegate
tra
loro
da
primordiali
ponti
costruiti
semplicemente con due robusti pali di conifere, tenuti
insieme da un assito sconnesso che passandovi sopra, vi
capita talvolta di scorgere tra le fessure qualche grassa
trotella punteggiata d'argento, saltellante tra la spuma
bianca.
Sono pregiate le trote dell'Isorno di Vergeletto! Lo sa
l'uomo del pesce conosciuto in quasi tutti i paesi della
Valle: «ul Martin di pess». Chi l'incontra per la prima volta
ci resta un po' male, e forse se ne scosta con un istintivo
senso di paura: ma è soltanto un falso allarme, suggerito
dall'aspetto di quell'uomo, scamiciato, con il petto irsuto,
un paio di pantaloni indefinibili per stoffa e colore che,
sbrindellati scendono sui piedi scalzi avvezzi a camminare
sulle pietre, se li giudichiamo dalla scorza scura dei
calcagni; cammina dinoccolato e svelto, con a tracolla una
vecchia borsa di paglia, e appoggiata alla spalla, una
primordiale lunga canna da pesca.
Ha i capelli radi e lunghi fin sulle spalle, la barba incolta; vi
guarda noncurante con la bocca atteggiata ad un riso
indefinibile, mentre articola qualche parola mozza. Se siete
donna si sofferma a mirarvi un istante e butta fuori il suo
ritornello gutturale: «na bela femna», e se ne va.
Povero Martino: non è un selvaggio come lo si crederebbe a
prima vista; non fa paura: è soltanto un minorato, una di
quelle povere esistenze maltrattate dalla natura fin dalla
nascita, uno di quegli individui che dalla società di allora
furono sempre abbandonati alla loro sorte, come uomini
non recuperabili.
Vive solo, «ul Martin di pess» in una vecchia cascina, ch'era
dei suoi genitori, morti innanzi tempo; alleva una capra e
poche galline e si fa tutto da sé. Non vuol nessuno, perché
nessuno deve sapere dove nasconde i soldi che ricava dalla
vendita delle sue trote. Un giorno — chi sa come — nel
bosco si fece una profonda ferita lacerocontusa al braccio,
molto sanguinante. Non voleva essere curato; ma
qualcuno, mosso a pietà chiamò d'urgenza il medico che
pazientemente
e
con
studiata
perizia
riuscì
ad
accattivarselo e finalmente a mettergli in sesto la
fasciatura.
In seguito, quando gli capitava d'incontrare il dottore, gli
mostrava con l'indice il suo braccio cicatrizzato... e se la
dava a gambe!
Lo sciabordio del vivacissimo Isorno di Vergeletto, ci
richiama alle sue sponde, rammentandoci le vicende del
suo percorso: episodi, memorie, leggende, fantasia e
realtà.
Il Pian delle Cascine, centro maliardo di questa regione
alpestre sta inserendo sul passato dei germogli nuovi che
possono essere forieri di un promettente avvenire turistico.
E la «Pro Onsernone» che se ne prende la responsabilità,
elabora i progetti, studia le prime possibili iniziative. La
«Pro
Onsernone»,
con
alla
testa
un
Comitato
intraprendente, legato alla causa da intelligente amor di
paese, è nata proprio a Vergeletto nel lontano 1903,
quando in tutto il Cantone erano quasi inesistenti le «Pro».
Se dopo i primi anni felici conobbe qualche stasi (e quale
società ne va esente?) da qualche tempo ha ripreso vigore
e attività. Ogni anno, alla fine di luglio la Pro Onsernone,
forte di molti soci e simpatizzanti, tiene la sua Assemblea in
un caratteristico contorno festoso al Pian delle Cascine,
dove attinge linfa fecondatrice da quelle aure imbalsamate,
dal sole che gioca tra l'ombra della ricca boscaglia e dalla
gioconda canzone delle trasparenti irrequiete acque del
Ribo.
L'attuale comoda rotabile a lato del fiume, vuol essere il
primo e allettante richiamo per trasformare gli esistenti
casolari vuoti in altrettante casette di vacanza, da parte dei
moltissimi onsernonesi domiciliati fuori della Valle, che
sempre ogni anno, nel giorno della festa sociale,
ritemprano il loro invitto attaccamento alla terra degli avi.
Vergeletto è una di quelle località montane che viste una
volta non te le scordi più; un paesino di meraviglie.
Alla minuscola piazza fa da sfondo l'antica chiesetta con il
suo piccolo sagrato semicircolare: un lindo bavaglino sotto
il musino pulito d'un bimbo. Al suo lato s'apre stretto un
viottolo sassoso che svolta in su; subito accanto, un
vecchio mulino con finestrelle e logge sconnesse. All'angolo
destro irrompe invadente e vaporosa una cascata che
flagella le pale della ruota di legno e le fa ostinatamente
girare, dentro il fragore d'una canzone avvincente. Appena
qualche metro dal tonfo dell'acqua ecco in veste signorile
l'«hotel des neiges» grazioso albergo trapuntato di
finestrelle e terrazzini che sa offrire, con la pace serena,
anche un'ottima cucina. Per parecchi anni la sorella più
giovane del Dottore, maestra di scuola a Mendrisio, lì
trascorreva le sue vacanze, scegliendosi la cameretta
proprio prospiciente la cascata del mulino, perché — diceva
— quella voce ritmata dell'acqua che cade, concilia il sonno,
lo popola e lo arricchisce di sogni fantastici: sono a volte gli
accordi sognanti della musica di Grieg dentro i fiordi
norvegesi o lo scrosciante applauso nel chiuso d'una oscura
sterminata platea; oppure di colpo la fluente schiuma
bianca colpisce gli occhi sotto le palpebre, ma che non è se
non il sole già alto che filtra dalle tendine e ti ridà la reale
visione delle cose.
Ma non è tutto: un'altra meraviglia ci chiama oltre il
viottolo, dietro il mulino; di subito intravedi, da una rupe
guarnita di betulle, una massa d'acqua immacolata che
scende a getto continuo; sembra leggerissima spuma ed è
invece la cascata della «Camana», e la sua eterna canzone
ci vuole là sotto, ad ammirare il raro spettacolo e irrorarci
con l'aspersione della sua acqua benedetta. L'acqua delle
due cascate si riunisce proprio sotto il selciato della
piazzetta che fa da ponte, poi raggiunge il fiume che scorre
via.
Ora L'Isorno si è fatto adulto, ma canta ancora più sonoro e
più deciso a scendere verso la bassa valle; nel suo letto
selvaggio aggira i macigni che vorrebbero impedirgli il
corso, urta e leviga i sassi meno grossi tra balze e schiume
rabbiose.
Intanto i due fianchi delle montagne diventano sempre più
robusti e minacciosi, si stringono a soffocarlo in una delle
più orride strozzature dell'alta valle.
Costretto da quella morsa paurosa, il fiume con una brusca
gomitata cambia direzione e si porta tutto a sinistra.
La strada sorvola il baratro con un ardito ponte che pianta i
suoi piloni nella viva roccia.
A transitare da quel ponte, da dove a stento scorgi un
lembo d'azzurro su tra le altissime severe cime, un brivido
ti corre per la pelle.
Il medico quando talvolta rincasava a piedi con a lato uno o
due figlioli, si soffermava nel mezzo del ponte perché anche
loro imparassero a contemplare il grandioso spettacolo
della natura, anche a traverso l'orrido. Ma di sera no! Essi
si stringevano forte al braccio del padre e chiudevano le
palpebre fino allo svolto dopo il ponte, perché non volevano
vedere il tremolio di ombre che la fioca luce della lanterna
appesa all'occhiello del pastrano del padre proiettava
ingrandite sulla roccia sporgente.
Forse in quegli istanti la loro fantasia era più che altro
soggiogata da un fatto realmente accaduto qualche anno
prima proprio sullo stesso ponte.
Stavano per calare le ombre serali di una notte lunare
d'autunno; transitava sul ponte un «char-à-banc» tirato da
un robusto cavallo, le cui redini erano nelle mani di un
giovanotto avvezzo a quella strada, pratico di quegli antri.
Rincasava al suo domicilio nel capoluogo della Valle, dove
teneva con l'aiuto della madre un avviato negozio di ogni
genere, e recava la merce — all'ingrosso — anche ai
negozietti di altri paesi; in più, con il fratello gestiva un
albergo con «buvette». I due fratelli erano anche soci di
una impresa per il taglio delle «borre», ricercate a quei
tempi per i pali del telegrafo e del telefono.
Era un uomo accorto e navigato, laborioso, con una
personalità volta verso un certo materialismo della vita.
Quella sera, strano caso, il cavallo forse adombrato dal
gioco di luci proiettate da un lunone che spuntava dietro la
cresta d'una oscura abetaia — non s'è mai saputo come —
diede uno strattone tale che il timone si spaccò netto e il
cavallo, sorvolando il parapetto cadde dritto nel profondo
pozzo verde del fiume. Il carro per l'urto asportò il
muricciolo e andò a pezzi sul breve spiazzo di un macigno
appena al di sotto della strada, trascinando seco l'uomo
che, chissà come, restò lì quasi vi fosse stato comodamente
adagiato.
A casa, la madre turbata per il ritardo del figlio, mandò alla
ricerca due inservienti che attaccarono l'altro cavallo ad
una vecchia carrozza.
A stento, con cautela e fedeltà, lo caricarono e lo
riportarono a casa salvo; solo immobilizzato ad una spalla e
al gomito, ambedue rotti. Per liberarlo dagli indumenti
dovettero adoperare le forbici; la madre si prese fra le mani
la giacca squartata, e con un gesto scenico levò dal di sotto
della fodera qualcosa che mostrò agli astanti: «ecco chi ha
salvato dalla morte mio figlio: la Madonna di Re». Essa,
all'insaputa del figliolo, cuciva sotto la fodera delle giacche
l'immagine sacra di quel Santuario tanto caro agli
Onsernonesi.
A quelle parole il ferito girò lo sguardo sorpreso verso la
madre, ma non proferì verbo.
Appena rimessosi in sesto, manco a dirlo, il giovanotto
riprese in pieno il lavoro, gli affari e l'andirivieni sulle strade
della Valle con un «char-à-bancs» nuovo fiammante.
Qualcuno asseriva — ma assai a bassa voce — che quando
transitava su quel ponte si facesse svelto il segno della
croce. Non che il giovanotto si vantasse anticlericale (parola
di moda in quegli anni) però era chiaro che i comandamenti
di Dio gli erano poco congeniali o meglio, certuni gli
riuscivano scomodi. Gli amici lo canzonavano, ma in
complesso godeva ovunque simpatia e benevolenza dai
suoi dipendenti che gli riconoscevano valida rettitudine nei
loro confronti.
L'episodio dello scampato pericolo lo rese ancor più
popolare: tutti lo interrogavano incuriositi, ma lui si limitava
a dire che solo sua madre sapeva perché era scampato
dalla morte.
Era del resto un individuo complesso e superdotato di
vitalità. Qualche anno prima dell'incidente, con quale
entusiasmo aveva aderito al progetto lanciato dalla città di
Lugano per la costruzione di un crematorio cantonale! Ne
parlava come di una scoperta luminosa. Il giorno in cui gli
aderenti erano stati convocati a Lugano per la posa della
prima pietra, egli vi si era recato con il simbolico mattone
di una ben nutrita banconota. Di ritorno, ebbe particolari
interessantissimi da raccontare a tutti, e da quel raduno
euforico gli rimase sempre nel suo dire una frase famosa
che intercalava con studiata opportunità: «le fiamme
purificatrici, il fuoco purificatore».
In Valle, come del resto in tutto il cantone, erano anni di un
certo mal celato fermento politico e i «maggiori» dell'uno e
dell'altro partito cercavano di foggiare le coscienze dei
cittadini più per spirito di lotta che per convinzione. Così
nascevano e prendevano corpo certe ideologie già bacate
sul nascere. Gli Onsernonesi per loro natura aperti e
dignitosi, non succubi — e ne fanno fede i fatti storici dei
secoli scorsi nel testo di Lindoro Regolatti — se in quegli
anni non avessero avuto pressioni di parte piuttosto
accese, avrebbero superato con minor difficoltà e con esiti
più positivi certe inevitabili crisi che intaccavano le finanze,
l'economia, la pastorizia, l'emigrazione.
Un altro ponte sovrasta ardito le acque dell'Isorno e solo a
qualche chilometro da quello di cui ci siamo testé occupati.
Esso ha un nome coronato da celebrità, anche se nessun
cavallo è stato inghiottito nei gorghi delle sue oscure
acque: è il «Ponte Oscuro».
Però è un nome grammaticalmente improprio perché il
Ponte Oscuro non è uno solo con una sola arcata, come ne
vediamo a centinaia nelle nostre valli; esso è l'incrocio ad
angolo retto di due solidissimi ponti che vantano ben tre
arcate ciascuno, imponentissime e robuste, dentro cui
l'occhio si perde con un senso di tenebrosa soggezione. Ma
è un attimo solo; qualcosa ti distoglie dalla paurosa
contemplazione e ti fa sorridere
Sul crocicchio delle tre strade (la prima che viene da
Vergeletto, l'altra che prosegue per Spruga e la terza a
pochi minuti da Russo) mentre al centro dei due ponti
ammiri il gioco curioso che fanno le giogaie dei monti
accavallantesi dentro il profondo cuneo, vedi ergersi ardita,
leggera, in bianca veste, una betulla altissima al di sopra
delle arcate, e sembra lì a vigilare e a rassicurare i tuoi
passi.
Anche il medico con i figlioli faceva la fermata d'obbligo al
Ponte Oscuro, giungendovi nelle belle ore diurne; c'era un
gaio esperimento da compiere con una certa accortezza che
divertiva e abbreviava la fatica del camminare.
Nella cunetta della strada polverosa, i due figlioli
raccattavano ciascuno un sasso, uno di grossa mole e
l'altro assai piccolo che venivano allineati sul piano del
parapetto,
proprio
nel
punto
sovrastante
perpendicolarmente al centro del profondo pozzo verde che
si scorgeva giù, nel letto selvaggio del fiume. Il padre, che
pareva lui pure divertito, già teneva in mano il cronometro
pronto a far scattare la lancetta appena iniziava la caduta
dei sassi: erano pochi secondi di profondo silenzio,
d'intensa concentrazione su quei due corpi di peso diverso,
che abbandonati nel vuoto scomparivano insieme dentro il
gorgo delle acque.
Riprendendo il cammino la conversazione si imperniava su
certune parole difficili, alle quali il padre si sforzava di dar
un senso: la gravità, la resistenza, il moto uniformemente
accelerato. Ma ai figlioli interessava assai più il fatterello di
Galileo che dall'alto della torre di Pisa, aveva fatto
precisamente ciò che essi facevano spesso al Ponte Oscuro
gettando i due sassi dal peso diverso.
Mentre la strada che dal Ponte Oscuro conduce a Russo è
stagliata sul fianco sassoso del lato sinistro, il fiume si
scosta sempre più a destra, e sprofondando più in basso
corre ad incontrare il fratello suo, l'Isorno dell'altra
sorgente; sotto le bolle di Crana avviene la confluenza. Da
qui un solo Isorno con un volume d'acqua più imponente,
più severo e più oscuro, eppure assai meno rombante
perché le falde del Ruscada imprigionandolo, gli attutiscono
il rumore. Il fiume scompare dalla nostra vista, privandoci
della sua irruente e pur familiare compagnia, quasi fosse
diventato un fiume sotterraneo.
Ma non diamoci per vinti; dobbiamo affrettarci a ritrovare il
suo corso, ad ammirare molto da vicino le sue acque, per
carpire dentro le sue onde un arcano segreto, il mistero
delicato ed avvincente d'una leggenda, nata proprio dentro
i suoi flutti.
É necessario portarci fino a Mosogno e scendere a saltelli
ancor più in basso di una sua piccola frazione, per una
ripida scalinata tutta pietre e ciuffi d'erba.
Laggiù il nostro Isorno è attraversato da un antichissimo,
solido ponte a schiena di mulo, di ridotte dimensioni; un
ponticello costruito da chissà quali rustiche mani che, pietra
su pietra, hanno fortemente allacciato le due sponde del
fiume e lo hanno chiamato «ponte della Neveria». Di là, su
un civettuolo spiazzo verde sorge la chiesina dello stesso
nome, di epoca medioevale, ornata da un minuscolo
campaniletto, la cui unica campanella squilla a perdifiato
una sol volta all'anno, il mattino del 16 luglio per
festeggiare la Madonna del Carmine, a cui è dedicata quella
«casuccia del buon Dio».
Corre a un lato della chiesina un sentiero ben battuto
nell'erba che prosegue e si addentra, seguendo il fiume,
nella fitta boscaglia di faggi. Quella è regione riservata ai
«carbunatt», taglialegna specialisti nel ricavare dalle
«biche» la carbonella, pregiato utilissimo combustibile del
passato. Ma anche di un passato assai remoto, se vogliamo
dar fede alla strana leggenda di quel preciso luogo. E qui ci
vorrebbe la grazia del poeta per trascrivere intatto nella
sua fine cesellatura il racconto, reso vivo dalla voce e dalla
fede delle vallerane.
Quel mattino di festa c'era brulichio di fedeli e di vivaci
ragazzini dentro e fuori la chiesa; stava per iniziare la
Messa.
La campanella inondava l'aria di gioia e i tocchi argentini
echeggiavano dolci fin dentro il bosco dove ferveva il lavoro
dei «carbunatt». Uno tra essi, un bergamasco alto e ben
piantato, fece ai compagni una scommessa, scandita in
parole povere ma decise, che li fece tutti allibire. E non
fecero nemmeno in tempo a farlo desistere dal suo
incredibile sacrilego proposito perché sull'istante, voltate le
spalle si incamminò sicuro verso l'oratorio in festa. Che
cosa avrebbe fatto?
Ritto e confuso tra gli altri, fissava la celebrazione
eucaristica e dopo «l'Agnus Dei» si portò anche lui all'altare
per comunicarsi. Poi subito uscì dalla porticina laterale, levò
dalla bocca la sacra particola e l'adagiò tra i rami di una
fascina che affidò alle onde del fiume, il quale, cullandola
come una gondola, se la portò lontana. Il taglialegna
rivoltosi poi ai compagni esclamò: «ce l'ho fatta!»
II dì seguente, in una di quelle bellissime albe rosate di
luglio, improvvisamente i tocchi affrettati e frenetici della
campanella ruppero il silenzio dell'ora mattutina.
Le case della frazione si destarono, s'udì un vocio confuso e
un ticchettio di passi correre giù verso il ponte, mentre la
voce irritata del custode della chiesina esclamava: ma chi è
entrato in chiesa senza la chiave?
E intanto la campanella sembrava impazzire: suonava e
chiamava, suonava e chiamava!...
Gli accorsi, diretti all'oratorio, furono fermati di botto sulla
schiena del ponte, con le teste chine verso l'acqua del
fiume: alla base del più grosso macigno si era incagliata
una fascina e sopra, sul piano levigato e biancastro, era
comparsa una strana cosa.
Al centro di grandi semicerchi iridati dai più vivi e luminosi
colori, sorgeva nella sua bianchezza immacolata, il cerchio
perfetto di una piccola ostia!
Venne anche il curato in camice ed aspersorio; tra un
silenzio di mistero, scandì in latino l'oremus degli esorcismi
di allora... e benedisse! L'ostia parve ancora più nitida su
quel tabernacolo al centro del fiume.
Tutti entrarono nella chiesuola e incominciò la Messa: la
campanella si tacque.
I taglialegna che in disparte e ammutoliti avevano seguito
la scena a capo chino, disparvero entro la boscaglia.
Cercarono, chiamarono il compagno, oppressi da un incubo.
Non c'era più. Nella baita erano sparite anche le sue poche
robe. Era sparito il taglialegna e nemmeno era giunto a
casa sua, giù nel Bergamasco.
Solo molto tempo dopo, si sparse la voce che un
taglialegna s'era messo al servizio d'uno di quei signori
feudali della terra lombarda; e che poi si era arruolato
cavaliere con l'armatura di ferro, gli sproni, la spada,
l'elmo, la visiera, e sul petto la Croce di Cristo.
Da quanti secoli è nata la leggenda? Nessuno lo sa. Però
tutti possiamo oggi ancora sporgerci sul ponte della Neveria
e ammirare il mistero di quei cerchi iridati, difesa e
protezione della piccola Ostia bianca.
Ma il nostro fiume, correndo verso la foce, qualcosa ha
ancora da svelarci: forse è un monito di saggezza per i suoi
valligiani.Giunto alle falde del bel monte di Calascio da un
lato, e gli avvallamenti di Auressio dall'altro, con un ultimo
brusco dislivello di oltre duecento metri, l'Isorno si adagia
sul piano delle terre di Pedemonte, incontra il fiume
Melezza che scende dalle Centovalli: vi si getta e... perde il
suo nome! Anche se oggi la confluenza dei duecorsi d'acqua
avviene in condizioni mutate da quelle che furono sempre
lungo l'arco dei secoli, da chi sa quale lontanissima epoca.
Isorno e Melezza, da sempre due fiumi fratelli, entrambi
liberi e selvaggi, recanti ognuno un quasi egual volume
d'acqua viva, spumeggiante e fiera. E quel loro incontro nei
pressi di Intragna poteva essere l'immagine d'una vita
operosa, il coronamento vittorioso d'un lungo avventuroso
e selvaggio cammino per entrambi.
Presa dell'Isorno a Mosogno (foto OFIMA)
Ma oggi che è successo al Melezza? Lo scorgiamo
affacciarsi sul piano senza vita,umiliato nel suo ancestrale
superbo incedere, defraudato nel dovizioso suo volume
d'acqua. Si aggira pigramente attorno ai macigni e ai
ciottoli asciutti del suo grande letto, come se avesse
smarrito la strada!
Il genio e la tecnica dell'uomo gli hanno interrotto il corso,
lo hanno costretto a fermarsi, proprio sul punto più
pittoresco d'un suo meandro, contro una superba
sporgenza rupestre rivestita d'abeti. Per chi sale la strada
sul lato opposto della valle, sbucando da una svolta, ha
l'illusione di trovarsi davanti ad uno dei meravigliosi laghetti
alpini. Ma non è che una illusione. Subito ci si accorge di
trovarci di fronte ad una paurosa prigione di cemento
armato. Allora un brivido ci percorre le membra, una
visione apocalittica ci sfiora lo sguardo: e se un giorno
quella massa d'acqua, in un impeto di rabbiosa vendetta,
rompesse le sbarre per evadere in una scatenata libertà?
Sarebbe — come più di una triste esperienza ci ha
ammonito — la giusta sconfessione della tecnica di fronte
alla superiorità della Natura.
L'Isorno nell'abbraccio con il fratello Melezza, avverte lo
strano mutamento e si prepara a scoprire, qualche
chilometro più avanti, una seconda ugualmente squallida
scena; l'incontro con il fiume Maggia, nei pressi di Ponte
Brolla.
Il fiume Maggia! Altro meraviglioso fiume dal lungo, ricco
corso, dentro un'altra bellissima valle. Le generazioni
passate ne andavano fiere, scrittori e poeti ne cantarono le
bellezze.Cos'è oggi il Maggia? L'immagine di una
devastazione, la realtà di una ricchezza perduta, senza
speranza di ricupero!
Se provassimo a sfogliare qualche vecchio manuale
scolastico di geografia, stupiti, increduli, vi leggeremmo
press'a poco così: «Il Maggia, con l'apporto delle acque
dell'Isorno e del Melezza, forma un lungo, marcatissimo
delta alla foce nel lago Maggiore, la cui lingua di sabbia
finissima si prolunga ogni anno di più verso il centro del
lago. Le generazioni future vedranno il lago di Locarno
tagliato in due parti dalla strozzatura che il delta gli imporrà
contro la montagna del Gambarogno». Ma oggi — tutti lo
sanno, il delta della Maggia ha pure esso perduto la sua
vitalità. Nemmeno l'Isorno non gli reca più il suo volume
d'acqua; la sua canzone è diventata triste: avviciniamolo
nella fantasia, cediamogli la parola, perché esso ha
qualcosa di molto serio da dire ai suoi valligiani che stanno
lassù, trai cari monti d'Onsernone. Ascoltiamolo; la sua
voce è sincera.
«Chi meglio di me sa tutto di voi, cari abitatori della mia
Valle? Ho visto nascere i vostri antenati, venuti dal sud,
all'epoca preromana, a dissodare le ricchezze delle foreste,
attorno alle mie acque. Ho seguito tutte le evoluzioni della
vostra storia, chiara, semplice; ho ammirato la vostra
tenacia nella durissima lotta per l'esistenza, ho apprezzato
l'attaccamento al vostro angolo di terra, la vostra
solidarietà, lo spiccato spirito d'indipendenza duro e
dignitoso. Io conosco tutte le vostre alterne vicende della
buona ed avversa fortuna, il periodo fiorente dell'industria
della paglia, la lavorazione redditizia del legname al tempo
dei borradori; poi a causa della concorrenza, il decadimento
delle due industrie e quindi la miseria, anche la fame,
sopportata con una fierezza ed una dignità senza pari. Poi il
rifiorire del vostro ricco Patriziato, la costruzione della
strada carrozzabile, a tronchi, con sacrifici immensi; la
creazione delle prime scuole, per voi che, prima e meglio di
altri vallerani, avete apprezzato l'istruzione popolare al
punto d'eliminare l'analfabetismo con un risultato
d'avanguardia rispetto alle altre regioni del Cantone.
Neppure scorderò i vostri sacrifici durante la prima guerra
mondiale, il tesseramento, il dilagarsi della tremenda
epidemia gripposa, durante la quale il vostro medico di quel
tempo ha conosciuto e partecipato a tutte le dolorose
conseguenze; e l'emigrazione stagionale e quella nelle
remote terre d'oltre oceano. E la seconda guerra mondiale
con gli sconvolgimenti sociali, tecnici, industriali, morali; e
infine l'attuale dolente nota che colpisce in generale le valli:
lo spopolamento, la fuga dai nostri amati villaggi montani
delle migliori giovani energie, delle più belle, promettenti
intelligenze. Io, vostro unico corso d'acqua, giunto quaggiù
alla foce, ormai esausto in sì povero e squallido letto, vado
riandando il mio e vostro passato, il nostro comune
presente, e mi rattristo: le mie acque non sanno più
cantare, hanno perduto la loro cristallina purezza...
Vogliate, o cari miei vallerani, tendere l'orecchio, anche se
la mia voce vi giungesse roca e fessa. A volte sono preso
da un segreto senso di terrore: come utilizzano le mie
acque, imprigionate a mezzo il corso in una conduttura
forzata e costrette a passare al di là della mia montagna,
dentro il buio d'una galleria?
Con quale reddito per tutta la mia valle?
E qui la voce dell'Isorno che più su ci esortò ad ascoltarlo,
si tacque un istante. Poi riprese:
«... da questa mia desolata foce, prima ch'io mi perda
dentro le acque del lago, lasciate ch'io riveda un'ultima
volta, tra la maestà selvaggia, sul margine di un burrone,
serrato tra nere montagne, una piccola rude sagoma di
un'antica Cappella:
— la Madonna delle due sponde. Sorge ai piedi di Auressio,
proprio di fronte al campanile di Loco, occhieggiante tra i
castagni, al di là della selvaggia sponda e par voler
sussurrare:
«Rinuncia
a
percorrere
l'interminabile
avvallamento, spicca un breve ardito volo dal tetto della
mia cappellina, ed ecco evitato l'inutile lungo percorso...».
E' ancora la voce fantastica del fiume che vuole, in un
ultimo anelito nostalgico, esortare i suoi vallerani a gettare
arditi ponti sopra gli avvallamenti, perché, avvicinati i
paesi, rifiorisca l'antica proverbiale ospitalità onsernonese,
e viva e fattiva offra ai visitatori, con il sole, l'aria pura e le
fresche acque, la serena e tranquilla convivenza umana.
«I TELAMI...»
Già era l'ora dell'ambulanza e nessuno aspettava il medico:
così che i familiari si attardavano attorno al desco in uno di
quei rari momenti di serena distensione che la cura. della
condotta sapeva a volte generosamente elargire.
Ma ecco dalla terrazza qualcuno s'intravvede, bussa e
cautamente spinge l'uscio biascicando con evidente
confusione qualche parola di scusa; fissa l'occhio sulla
persona del medico e prorompe con voce d'angoscia:
«Signor dottore... non ne posso più...». E' uno del paese
che ha la sua casa su, su, in cima alla «gana» proprio a
ridosso del monte, quasi seminascosta da annosi e fronzuti
castagni. Giovane d'anni, ma d'aspetto più che maturo,
come spesso sono i vallerani che trascorrono i giorni in una
monotona ininterrotta solitudine laboriosa, in quel
momento appariva sofferente oltre l'usato.
Con uno scatto mette sotto l'occhio del medico il pollice
della mano destra gonfio a dismisura, tumefatto,
irriconoscibile nella sua forma e nel colore della pelle.
Allora, nel silenzio del locale, tuonò la voce severa del
medico: «Giovanotto, cosa avete messo su questo
dito?» ... «ho messo (e la parola stentava ad uscire dalla
gola) ...ho messo (e intanto col naso in su fissava l'angolo
del soffitto) ...ho messo ...i telami delli ragni!...».
Seguì un attimo di silenzio, di sospensione incerta. Il
medico non afferrò in pieno il significato, al che la moglie
osò suggerire: «le ragnatele».
Poco mancò che in quel momento si udisse il malcelato
scoppiettio d'una risatina, subito spenta da un'occhiata di
fuoco della madre al più sbarazzino dei maschietti. La
nidiata rimasta sola al rinchiudersi delle due porte che
separavano dallo studio, diede libero sfogo all'ilarità;
dall'inconscio di ognuno stava sprigionandosi quel
godimento crudele che a volte s'impossessa della psiche
infantile e si traduce in gioconda espressione chiassosa.
Che gusto puntare il dito verso l'angolo del soffitto e
ripetere divertiti: «i telami delli ragni!».
Era così nata all'improvviso una delle frasi più espressive,
proprie ad un lessico familiare che, una volta entrate
dentro, vi si abbarbicano per un lungo volger di anni, con
un significato puramente intelligibile dentro le pareti
domestiche: «sei proprio un telami»... capitava di sentire la
voce irata del fratello buttata in faccia all'altro, se in quel
preciso momento non capiva una spiegazione, o non se la
sbrigava in un qualsiasi impegno.
E l'epiteto — anche passati gli anni — conservava tutta la
sua ironia, quando con cognizione di causa si dicevano tra
loro i fratelli: «ce ne sono di telami a questo mondo!».
Ma in famiglia ormai nessuno ci faceva caso, e gli altri,
parenti o estranei, nemmeno sapevano avvicinarsi al
significato vero del curioso vocabolo. Quel giorno però, al di
là delle due porte, l'episodio del patereccio di Ercole, non
era certo cosa da poco. Intanto che la moglie (infermiera
occasionale)
preparava
l'iniezione
antitetanica
e
dall'armamentario levava l'occorrente per l'operazione e la
medicazione, il medico dava inizio alle prime disinfezioni del
dito e allestiva il termocauterio per la bruciatura.
Per una ormai lunga esperienza psicologica il dottore
sapeva che bisognava distrarre l'attenzione del paziente,
stendere il suo spirito turbato dalla febbre, i suoi nervi
doloranti; perciò con studiata impercettibile procedura gli
poneva le domande del caso, l'aiutava a rispondere con
esattezza e a cucire con nesso logico, l'istoriato
dell'accaduto e la vera ragione di quei «telami» assurti a
sicuro medicamento.
Al momento di accomodare con un capace fazzoletto la
mano fasciata al collo del paziente, il dottore con visibile
soddisfazione, gli raccomandava che a casa si mettesse
subito a letto, tranquillo; e aggiunse: «domattina verrò io a
misurarvi la temperatura; dalla farmacia riceverete per
posta domattina un depurativo da prendersi, un cucchiaino
tre volte al giorno. Avete corso un brutto rischio
giovanotto! Perciò ricordatevi un'altra volta che le ragnatele
sono un ricettacolo di polvere e di microbi, specie quelle
della stalla!».
Infatti l'uomo aveva a poco a poco confessato al medico
che non una, ma parecchie volte si era recato nella stalla a
prendere «i telami» d'apporre sul dito terribilmente
dolorante.
E c'era la ragione, però con un non ben definito motivo. Il
bisnonno del giovane, che già era nato in quella stessa
vecchia casa in cima alla «gana», aveva in paese la fama di
saper guarire le infezioni delle ferite, dei paterecci e dei
foruncoli purulenti. Doveva essere stato uno di quei
guaritori che s'incontrano in ogni regione più o meno
grande, ai monti e al piano. E di solito i guaritori sono
anche erboristi competentissimi.
Non vogliamo qui alludere a quell'altra caterva di presunti
guaritori che, spacciandosi per tali, ornano il loro
verbalismo di formule e superstizioni inspiegabili. I primi,
dotati di una naturale intuizione, di una particolarissima
inclinazione ad avvicinarsi alla natura, studiandola traverso
l'alterno gioco delle stagioni, sono corredati di memoria e
senso di raziocinio superiore alla media. Generalmente
sono individui introspettivi, di poche parole e con un certo
sguardo profondo. Individui dotati d'intelligenza e su di
essa non si discute; è un dono, meglio, una scintilla di
grazia elargita all'uomo dal Creatore.
E chi non ci dice che questi individui dotati, se avessero
potuto corredarsi di studi, conseguire una laurea scientifica,
non sarebbero stati in grado di dare innanzi tempo
all'umanità qualche prodigiosa scoperta del nostro tempo?
La confessione che il medico aveva saputo strappare al suo
paziente era culminata con un particolare di un certo
interesse, oscuro a capirsi. Il bisnonno, lui, le ragnatele non
le cercava dentro le stalle! Bensì dentro quei piccoli antri
che i massi erratici, precipitati dall'alto in chissà quali
epoche geologiche, sovrapponendosi l'un l'altro, avevano
originato; cavità al riparo dal sole, dall'aria, e dalla polvere.
Con un nome generico si dicono «caverne» ma gli
onsernonesi nel loro dialetto le chiamano: «i baalm».
Orbene, dentro le pareti di questi antri, l'inconscio
naturalista
raccoglieva
probabilmente
insieme
alle
ragnatele, dei frammenti di «muffe», di licheni, che, sparsi
con una certa sapienza sulla pagina superiore di speciali
foglie, venivano applicate delicatamente sui gonfiori
purulenti. E lentamente le fitte dolorose diminuivano,
rossore e gonfiore si attenuavano, il paziente adagino
ritrovava la calma. Casi simili, ricercati un po' ovunque tra
la gente rurale, possono accertare analoghe esperienze.
Parecchi anni corsero via dopo il curioso episodio del
patereccio. E chi ancora lo ricorda?...
Nel frattempo anche la famiglia del medico aveva subito
una di quelle svolte che logicamente e inevitabilmente
mutano la fisionomia di un nucleo familiare: figli che si
accasano, altri che per ragioni di lavoro o di studio si
allontanano dal tetto paterno. E la nidiata, un tempo
compatta, chiassosa e scanzonata, si era ridotta alla metà.
Quel giorno il padre venne a sedersi a tavola con l'aria di
chi ha qualcosa di nuovo da comunicare. Teneva fra le mani
una delle sue riviste professionali aperta ad una pagina con
l'articolo già segnato a matita rossa: «Le monde medical»
un mensile da Parigi. Le riviste del medico di condotta;
amici sinceri, consiglieri silenziosi e altrettanto preziosi,
anche nei particolari casi di diagnostica. Dalla vicina Italia
la posta recava pure due quindicinali di gran pregio: «II
policlinico» e «La ginecologia moderna». Figlioli, disse,
prima ancora di portare alla bocca il cucchiaio della
minestra fumante — chi di voi ricorda la storiella di quel
guaritore che si diceva cercasse dentro le pareti dei
«baalm» i suoi rimedi per le ferite purulenti?» Ma ci volle la
madre a rendere edotti i tre figli e richiamare il ricordo
lontano. Allora la conversazione si rianimò fino alle allegre
allusioni. Il padre che intanto si era ammutolito, riprese tra
le mani l'articolo della rivista e con una certa solennità
lesse che da un recente congresso di medici e scienziati alla
«Sorbona» veniva lanciata al mondo una grande scoperta:
«Un medico inglese, A. Fleming, aveva accidentalmente
estratto dalle culture di una muffa una sostanza antibiotica
detta «Penicillium notatum» che iniettata nell'organismo
combatte con efficacia le infezioni. E l'articolo faceva
seguire il commento sugli immensi benefici che la scoperta
avrebbe ben presto recato all'umanità. Infatti, circa un
ventennio dopo, Fleming era proclamato «Premio Nobel»
per la medicina (1945). Ma il medico di condotta non c'era
più; da qualche anno aveva chiuso la sua non breve
giornata terrena.
La notizia del premio Nobel a Fleming fece rievocare ai figli
le parole pronunciate da Lui quel giorno a tavola mentre
teneva fra le mani il suo «Monde medical». «Chi mi vieta di
pensare che quell'ignaro oscuro guaritore della "Gana"
potrebbe essere stato inconsapevolmente un precursore del
grande Fleming?».
DENTARIA
Quando al cadere dell'inverno subentra quel periodo
insignificante di transizione, di muta attesa, anche le valli
assumono un aspetto scialbo, anonimo. Scomparsa la neve,
il brullo dei prati spenti fa il paio con gli alberi ischeletriti
quasi gementi sotto le raffiche di un vento spietato. Come
ogni anno nella natura, così ogni fine inverno nelle case!
Con una puntualità esacerbante tornano i vari malanni, le
solite febbri influenzali, le inevitabili epidemie infantili, i
reumatismi, lo «stridor di denti». Si direbbe una comune
oscura intesa di sofferenza della natura con l'uomo: il
trionfo del vento e l'attentato al sistema nervoso.
Il lavoro del medico di condotta in quel periodo si accentua,
le chiamate telefoniche si intensificano, il pomeriggio
dell'ambulanza è al suo completo. Fra chi attende c'è
spesso anche qualche ragazzino dell'età scolastica, l'età
della seconda dentizione. Bello è mirare questo ometto
quando, finita l'operazione, esce dallo studio tenendo
stretto nel cavo della sua piccola mano un batuffolo di
cotone idrofilo, dentro cui sta nascosta la corona annerita
d'un suo molare, causa di tanti strilli dolorosi.
Egli trionfante porterà a casa quel brutto dente per gettarlo
sulla fiamma crepitante del camino e compiere con serietà
metodica e giocosa un rito: così ha fatto suo padre, suo
nonno, recitando con cantilena l'antico distico ritmato e ben
accentuato nel dialetto di valle. Quel fuoco che
distruggendo il dente vecchio deve ridare al bambino il
nuovo robusto dente, non potrebbe identificarsi con
l'immagine di quei fuochi di primavera che accesi sulle
prode e sui cigli dei prati devono far rispuntare più vigorosa
la nuova vegetazione?
Forse è questa arcana corrispondenza tra il creato e la
creatura che ha fatto germogliare lungo i secoli le belle
leggende e i saporiti proverbi delle nostre terre! ... Se il
piccolo episodio dell'ilare ragazzino ci ha distolti dal nostro
intento, non ci ha fatto però scordare che ad attendere il
medico in ambulanza ci stanno spesso anche gli adulti,
sotto l'incubo tormentoso del mal di denti.
E l'ansia appassionata di farla finita con tanto stridore
infernale fa loro superare la paura del dolore che
l'estrazione vera e propria del dente deve necessariamente
provocare. Ma essi sono anche sorretti da una fiducia
particolare nel loro medico dentista che si è acquistato la
fama di saper cavare i denti con grande rapidità, perché —
asseriscono — ha il polso franco. Dal canto suo però il
medico di condotta — dentista obbligato — sa cosa voglia
dire spolpare le radici dei grossi molari, a volte piantate a
sghimbescio dentro gli alveoli, o strappare a forza la radice
lunga a fittone dei canini. Ci vuol perizia e una certa
chiaroveggenza. Non sempre esiste un rapporto diretto tra
un individuo ben piantato fisicamente e una dentatura
parimenti robusta; può succedere un rapporto di antitesi
per una lieve anomalia dello sviluppo scheletrico. Perciò il
dottore prima di agire deve premunirsi e rendersi
diagnosticante conto, caso per caso.
E non dimentichiamo che allora era sconosciuta
nell'odontotecnica la pratica della radiografia dentaria. Per
di più i medici di condotta non facevano uso degli agenti
anestetici iniettati sotto le gengive. L'unica forma di leggera
anestesia gengivale esterna, era data dalla spruzzata di
etere. Ogni medico poi usava i propri accorgimenti. Perché
il paziente non perdesse il coraggio al momento buono, gli
si occultavano le bacinelle con le diverse tenaglie, le pinze
sottili e grosse, quella di particolarissima forma e struttura,
a cui si attaccavano certi uncini destinati a smuovere le
radici negli alveoli, prima di procedere all'estrazione finale.
E l'ultima avvertenza che forse aveva in sé un occulto
beneficio fisiopsichico era l'ordine perentorio che il medico
dava al suo paziente: ...... su un fiato lungo con la bocca
spalancata!». E prima che la faticosa frase fosse terminata,
la tenaglia gi à aveva ghermito il dente fino al colletto.
L'attimo di silenzio era seguito da un urlo selvaggio
cavernoso, rotto al suo nascere: e il dente sanguinante,
dentro la piccola morsa della tenaglia, veniva presentato al
suo padrone ....!
Lo spasimo cessava all'istante e tra paziente e medico si
stabiliva in quel preciso momento un'arcana commossa
corrispondenza di sentimenti: entrambi erano vittoriosi.....
In un pomeriggio di domenica scialbo e triste per i sibili
ventosi che premevano contro le fessure delle porte, uno
strano episodio di dentaria lasciò il suo strascico di ricordo
nella casa del medico.
A passi concitati, con il cappello calcato sulla fronte, con
una grossa sciarpa di lana attorno al collo, lasciando liberi
al viso soltanto gli occhi, entrò in casa un individuo
dall'aspetto giovanile, energico, ma visibilmente sofferente
e nervoso. Così imbacuccato sembrava, di primo acchito,
irriconoscibile. Si trattava invece della notissima e cara
figura del docente di disegno nella scuola maggiore
consortile in paese.
Brevissimi i convenevoli: urgeva dar presto un sollievo al
poveretto dall'evidente sofferenza. Nello studio, il dottore
— coadiuvato dalla moglie — faceva i preparativi necessari
all'estrazione del dente. Intanto cercava di distrarre il
paziente, che non stava molto calmo sulla sedia.
Al di qua delle due porte i figlioli occupati in svariati modi,
si attendevano, nella logica abituale, quel grido di dolore di
un solo istante ma che penosamente feriva sempre gli
orecchi.
Invece, di colpo si apre la porta... è lui! Afferra il cappello e
a passi concitati raggiunge la terrazza e scompare sulla
strada, sfidando a testa china il vento... Pronti alla risata
crudele... i figlioli incontrarono lo sguardo del padre che
con una deludente scrollatina di spalle esclamò: «ecco
un'altra conferma del poco coraggio maschile in faccia al
dolore fisico: una donna si sarebbe comportata
diversamente! Ma tornerà».
Infatti l'indomani, sul tardo pomeriggio, lui, il professor
Ulisse, si ripresentò al suo dottore - dentista più calmo,
dignitoso e sicuro di sé. La notte insonne, lo stridore del
dente guasto e le fitte crudeli che dal mascellare superiore
vibravano dentro il cervello, gli diedero la coraggiosa
decisione. E fu cosa breve: dopo l'inevitabile urlo, fu la
liberazione, il trionfo! La madre entrò nel soggiorno e disse
ai figlioli « è stato bravissimo: verrà qui a bere il caffè:
siate cortesi».
E venne, accolto dalla nidiata con uno scattante battimani e
con esclamazioni gioiose. Quel noto viso, dagli occhi ancora
cerchiati per la sofferenza patita, si illuminò del più
splendente sorriso di gratitudine.
Ulisse conosciuto più tardi con lo pseudonimo di «Glauco»
poeta dialettale, appena conseguito il diploma di docente di
disegno, venne nominato insegnante alla scuola maggiore
consortile in Valle.
Due, a quei tempi, erano in Valle le scuole maggiori, non
obbligatorie, che erano frequentate assai volentieri, anche
per l'annessa scuola di disegno che allettava i maschi.
Il professor Ulisse, di carattere riservato e riflessivo, era
stimato dalla popolazione e benvoluto dai suoi allievi. Gli
piacevano le lunghe escursioni sui monti della Valle, e
forse, tra i prati verdi tempestati di fiori dalle vivacissime
tinte e tra i fitti boschi rallegrati dagli uccelli, egli ritraeva
gli intensi colori per i suoi acquerelli e le inspirazioni per la
sua poesia dialettale.
In classe, durante le ore di lezione, egli era intransigente; il
programma di disegno era allora strettamente legato alle
svariatissime applicazioni geometriche all'acquerello. Ne
risultavano graziosi
quadretti
colorati, dentro
cui
spiccavano le più svariate forme di bellissime stelle
geometriche. E i ragazzi vi si appassionavano al punto di
creare loro stessi combinazioni diverse dal modello. Ma le
ragazze, che a fatica avevano imparato a far girare con
destrezza la punta del compasso, tenendo l'altra fissa al
centro, assai male se la sbrigavano con i colori
all'acquerello. Allora il professore, che spesso parlava a
scatti, invitava i ragazzi ad aiutare le più pasticcione, e
alzando la voce, ammoniva: «Nemmeno sapete vedere la
bellezza di queste tinte! Sono il verde dei vostri prati, il
giallo dei botton d'oro sui vostri sentieri, sono il colore vivo
dei rododendri in fiore!»
Per diversi anni il professore si fermò in Valle; poi attratto
dal desiderio di un logico avanzamento, chiese ed ottenne il
trasloco sulle rive del suo Ceresio, dove insegnò sempre al
Ginnasio di Lugano. E intanto comparivano sulla stampa le
sue poesie dialettali di schietto e sano sapore paesano. Un
giorno al medico di condotta, la Posta recò in cara
sorpresa, un simpatico opuscolo, rilegato con cura, la cui
copertina recava: Glauco — «E Tilip e Tilep» Come dedica
vi si leggeva: «A la santa memoria di me pori Vegitt».
Una delle belle poesie del libretto merita il richiamo di
alcuni versi.
Eccola:
«Tempural in montagna»
Che nocc d'inferno, fioeui!
Saett e tron vün adré l'altro,
senza mai requià.
La fin dal
fagott?...
mond?
l'ora
da
fa
'l
Ma slonghi giò long e tiraa,
vo sott, fo per quarciam e...
anima buzarona
quel diavoleri l'è bel e balcad:
güzzi i orecc... piü 'n cipp,
e tiri'l fiaa; salti giò impressa dal
paion
insci a l'orba ma con la pagüra
cerchi a taston; verdi foeu l'anta
scura
slonghi 'l copin; ga dò n'oeugiada al
ciel
e vedi ca l'è tütt sternii da stell!
Forse in quel temporale notturno di spaventosa paura,
finito rapidamente in una splendida serenata, chi sa che
non ci sia il richiamo a quell'altra terribile paura del dente
da cavare, finita pur essa rapidamente, in una serena
calma, simile invero, a quella d'un cielo trapunto di stelle!
VETERINARIA
Chi era quel medico di condotta che nelle Valli non veniva
interpellato nei molteplici casi di malanni o infortuni degli
animali di stalla o di casa?
A quel tempo la veterinaria era esercitata da uno
strettissimo numero di professionisti, ed era quasi
inesistente nelle lontane nostre vallate.
Il medico, che sapeva di doversi trovare una volta o l'altra
di fronte a casi — anche impellenti — di veterinaria, non
trascurava, per un certo principio di solidarietà, di tenersi al
corrente e di aggiornarsi su quei problemi che facevano
parte della vita stessa dei valligiani.
Proprio in quegli anni erano stati dati alla stampa due
validissimi testi:
« L'allevamento bovino» e « La capra delle nostre Valli».
Il primo, un grosso volume ben rilegato in rosso, corredato
da moltissime illustrazioni, lo si doveva all'iniziativa e alla
penna dell'infaticabile e apprezzatissimo professor Alderige
Fantuzzi, saggio e sapiente pioniere per la divulgazione
dell'agraria e dell'allevamento razionale del bestiame nel
nostro Ticino.
Ambedue i libri esercitavano un vivo interesse anche ai
figlioli del medico, che se li sfogliavano assai spesso, non
foss'altro che per contemplare le tante belle illustrazioni,
delle quali alcune così nuove nel loro genere ardito, che
imponevano domande curiose al padre, a cui egli
rispondeva sempre con precisione e naturalezza. Gli episodi
nei quali il medico di condotta dovette fare il veterinario
improvvisato, sono diversi. Accennerò soltanto a due fra i
più curiosi.
Un giorno di domenica, sul tardo pomeriggio di una di
quelle meravigliose giornate di ottobre, così carezzevoli
nella luce d'un tramonto di valle, spuntò dal fondo della
gradinata, su verso la casa del medico, un gruppetto
serrato di ragazzi al seguito di un cacciatore, recante sulle
braccia protese a fatica, un bellissimo cane da caccia: un
pointer.
Dopo lunghe ore di affannose ricerche e di rincorse
appassionate sul pendio boschivo del monte, il cane
nell'attraversare uno di quegli ammassi di grosse pietre,
tutto buche e trabocchetti (le gane) chi sa come, vi restò
impigliato con una zampa anteriore e nello sforzo per
liberarsela, se la fratturò in due punti.
Il cacciatore, un locarnese, appena fu alla presenza del
dottore, gli parlò con tale supplichevole angoscia,
enumerando le virtù e le prodezze del suo cane, da
commuovere gli astanti. Ma il medico rimase come
impietrito alcuni istanti, poi disse semplicemente: «Io vi
assicuro il buon esito dell'operazione, se metterete la
museruola al cane».
Soltanto i familiari potevano capire tutto il profondo
significato di un ordine così laconico. Il medico aveva paura
dei cani, una grande paura! E la ragione c'era. Da studente
a Pavia, un caro suo amico, studente di medicina pure lui,
era stato morsicato brutalmente da un cane idrofobo; e la
guarigione era stata lunga e penosa.
Subito dopo che i ragazzetti ebbero trovato in paese una
museruola, il dottore cominciò i preparativi per
l'operazione, con la sua abituale serena dedizione.
E quasi avesse a che fare con un.... paziente umano, gli
chiese un po' scherzoso: «Sei davvero un bel cane; come ti
chiami?» «Fram» rispose pronto il padrone. Il medico,
divertito, aggiunse subito: «E hai anche un nome celebre.
Fram era la nave norvegese usata da Nansen e poi da
Amundsen per le esplorazioni polari: si conserva ancora ad
Oslo».
Il lavoro d'ingessatura non fu breve; il bravo cane, a parte
qualche improvviso guaito proprio .... canino, si mostrò
remissivo e paziente.
A fine operazione il celebre cane, liberato dalla museruola
diede una leccata alla sua zampa grossa e bianchissima di
garza, tra l'esilarante risata dei ragazzetti, ai quali il dottore
aveva dato lo specialissimo permesso di rimanere in qualità
di... assistenti.
Ma il cane quella sera non poteva rincasare «per nessun
conto» aveva sentenziato il medico: sarebbe stata
un'imprudenza. Venne così sistemato su di una coperta, nel
breve corridoio, con la zampa appoggiata e assicurata su di
un grosso cuscino, mentre lui, buono buono, non s'accorse
neppure della partenza del suo padrone: aveva occhiate
languide e quasi... beate, verso tutti quei visetti, più beati
di lui!
All'indomani fu un andirivieni di scolari e scolaretti nella
casa del medico a vedere il «celebre cane». E... celebre per
davvero, se si pensa che ebbe gli onori della «stampa» sui
quaderni degli scolari, in quei giorni: dai grandicelli ai più
piccini, i quali tra inevitabili sgorbi
e
incallite
sgrammaticature scrissero: «Io mi piace Fram: io vorrei
tenerlo per me». «Io mi faceva compassione, povero
Fram».
In un'altra occasione l'intervento fu su di una capra; si
chiamava «Nana» e faceva parte di un gruppetto di altre
cornute, quasi tutte «buone di latte». Ma la Nana le
superava tutte, diceva la sua padrona.
Viveva sola la donna, e quelle bestie erano il suo
sostentamento e la sua soddisfazione.
Un giorno la Nana mancò al quotidiano appuntamento per
la mungitura, sul limitare del bosco patriziale. La donna la
chiamò a lungo con quelle strane inflessioni di voci così
caratteristiche nelle vallerane, quando chiamano le capre;
la cercò per due giorni. Finalmente la rinvenne accucciata
all'entrata di una di quelle caverne naturali fra masso e
masso. La povera bestiola aveva un capezzolo della
mammella sanguinante, stranamente e profondamente
lacerato. Siccome la donna non voleva sacrificare la capra
più buona di latte, ricorse al medico di condotta. Egli studiò
il da farsi. Escludere il pericolo di una latente infezione, non
era possibile. Allora decise di amputare metà della
mammella.
Fu una faticaccia! Un'operare stentatamente e con difficoltà
enorme.
Nonostante le previsioni incerte del dottore circa la
guarigione, la capra, dopo un periodo di cure e di
permanenza nella stalla, un giorno, vispa al pari delle altre
sue compagne, riprese la sua vita selvaggia nei boschi del
patriziato, sempre puntuale alla mungitura; con il solo suo
capezzolo sempre sodo, sempre ugualmente generoso di
latte aromatico.
ERA NATO PER VIVERE...
Fu quella una lunga estate di siccità: lunga a non finire,
come non mai; giorno dopo giorno dall'alba al tramonto, il
cielo nella sua smagliante bellezza restava implacabilmente
azzurro.
La siccità prolungata sulle montagne riesce più dannosa che
altrove: come al piano lo è la pioggia torrenziale. Tanto e
vero che i brianzoli acuti e spicci nella loro parlata, sputano
con rabbia: «la miseria arriva in barca». Totalmente
rovesciata è la situazione su nelle alte cime dove lo strato
di humus del terreno è ridotto al minimo: l'insolazione
violenta e continua sulle rocce surriscalda la temperatura,
tanto da far lentamente scomparire l'incomparabile armonia
dei colori alpestri. Smunto sembra l'oscuro delle pinete,
scolorito il verde manto dei prati, con macchie rasate qua e
là, come per incipiente calvizie; e le pietraie solitamente
ornate di licheni e sassifraghe a guisa di monili, prendono
un aspetto ferrigno e crudo che par si vogliano vendicare.
Si era sul finire d'agosto e la siccità durava da oltre due
mesi. Un colubro lungo e pigro strisciava a fatica tra i sassi
del sentiero. Le donne intente quel pomeriggio ad
ammucchiare l'ultimo scarso fieno, lo videro e quasi
insieme esclamarono: «segna acqua lo scorsone».
In quella si udì lontano dietro le più alte cime un
mugugnare di tuoni, e poi rapidissimo passò un lampo a
cielo scoperto: «marca male»... disse la più anziana «e poi
quando i primi tuoni vengono da ponente, portano
tempesta: affrettiamoci a portare a casa questa miseria di
fieno».
Detto così, appoggiò il manico del rastrello al suo petto,
fissò lo sguardo su, su, verso il limitare del grande pascolo
e foggiando le mani a imbuto ai lati della bocca gridò:
«bardess» c'è qua il temporale; entrate con le bestie dentro
la stalla. Infatti appena più sotto la pineta si scorgeva una
vecchia stalla quasi a ridosso di un masso sporgente dal
prato: di pietra scura era il masso, come le levigate piode
del tetto e le mura a secco della cascina.
Subito raccolta la voce della nonna i due pastorelli (alto e
ben piantato il maggiore, minuscolo l'altro e ancor
bambino) non durarono fatica a infilare dentro la porta, una
dietro l'altra le due giovenche e la vecchia bovina,
impazienti di adagiarsi sullo strame.
Il fratello maggiore, con l'abituale perizia, legò le bestie alla
mangiatoia, lasciando penzolare la catena dai grossi anelli
di ferro.
Poco discosto venne a sedersi il piccolino, intento — già
com'era sul prato — a scortecciare con un piccolo coltello
arrugginito un segmento regolare di un ramo. E vi lavorava
di gusto, perché nelle mani del nonno quel pezzetto di
frassino sarebbe diventato uno zufolo, anzi un flauto quasi,
da cui ricavare i motivi delle belle cantilene montane.
Dentro la stalla il silenzio era alto, rotto soltanto dal
cadenzato ruminare delle bestie sdraiate e sonnolente.
Intanto fuori, il brontolio dei tuoni lontani si faceva via via
più frequente e poi a tratti le raffiche di vento sollevavano
in alto gli sterponcelli e gli aghetti secchi della pineta.
Poi le prime gocce d'acqua picchiarono grosse e pesanti sul
tetto: una giovenca s'alzò di colpo e buttò fuori un lungo
muggito. Dal breve pertugio in alto sulla parete,
s'intravedevano gli sprazzi di luce taglienti dei lampi; a
colpi fragorosi i tuoni, come fossero grosse pietre rotolanti
sopra il tetto, si susseguivano rintronando, e la pioggia
sferzava, grondante, furibonda: un diluvio, un finimondo!
Poi uno schianto terribile: il fulmine si abbatteva con forza
indemoniata sul masso di pietra dietro la cascina,
rimbalzava, s'infilava furioso dentro un buco del muro e
stramazzava come esausto, proprio sugli anelli di ferro
della catena, lasciando entrambi esanimi e anneriti dal
contatto della corrente, il piccolino e la bestia.
Subito tutte le porte dei casolari sparsi nel vasto pascolo si
spalancarono e le esclamazioni disperate, le parole
incredule, le voci d'angoscia dei montanari, rinforzarono,
incrudelito, lo scrosciare della pioggia; ognuno con il cuore
in gola raggiunse la porta della cascina: la spalancarono...
e ammutolirono!
Il fulmine aveva risparmiato il fratello maggiore che giaceva
però a terra tramortito e quasi incapace di spiegarsi a
parole.
Senza perdere tempo un paio di quei montanari decise di
scendere subito in paese per il da farsi in simili tristi casi,
c'era da avvertire l'autorità e con i dovuti modi la madre
che di rado poteva raggiungere i figlioli ai monti, perché
impegnata con un negozietto e una «buvette».
Il temporale lentamente svaniva al di là delle opposte cime,
donde era venuto; la pioggia continuava cheta, quasi
lagrimevole; intanto il cielo pareva schiarirsi sul tramonto
di quel povero giorno.
L'accaduto recò in paese la costernazione dentro ogni
quieto focolare. Senza indugio decisero di partire alla volta
di Quiello, per le constatazioni legali e pietose, il sindaco, il
medico e il parroco don Giuseppe, seguiti da diversi
compaesani.
Lungo il sentiero d'una faggeta odorante di terra bagnata, il
passo di quei pietosi era affrettato, nonché pesante; pareva
seguire il ritmo delle parole piene di mistero che, staccate e
reticenti, formavano il loro discorrere.
«Per me — asseriva il sindaco che la sapeva lunga e
conosceva palmo a palmo il suo pezzo di montagna — per
me la ragione di quel fulmine violento, mai caduto prima
sui prati di Quiello, bisogna ricercarla dentro quel masso
sassoso a ridosso della cascina.
È vero che, fulmini e valanghe hanno i loro enigmi e riesce
sempre difficile scoprirne formazione e causa. Tuttavia
sembra venirci in aiuto la straordinaria siccità di questo
lungo periodo. È risaputo che le nostre montagne — specie
se di natura silicea — possono racchiudere dentro le rocce
delle strisce o filoni di metallo allo stato puro. Quel masso
abbruciacchiato dal sole, denudato dal suo strato di
muschio, licheni e semprevivi, ha favorito il contatto diretto
dell'aria, con il presunto filone di metallo, dando così esca
all'elettricità di cui erano sovraccariche le nuvole. A formare
poi la continuità, a guisa di parafulmine, c'era quella catena
di ferro...».
E qui si tacque.
Si udì poi la voce d'uno del seguito che osò specificare: «...
io ho sotto gli occhi il piccolo coltello di quel «poverino»
sbalzato lontano dalle sue mani e penso a quell'abitudine
che si ha tra noi sui monti quando minaccia un temporale,
di correre a coprire di stracci o a nascondere le falci, i
falcetti e tutti gli arnesi di ferro acuminati...»
Giunti sul luogo dove erano attesi e sbrigato con triste e
cosciente responsabilità quel poco che restava da compiere,
scesero verso il casolare di nonna Aurelia, dove essa pure li
attendeva.
Il medico si occupò subito del fratello maggiore,
rincantucciato, raggomitolato quasi, nell'angolo di fondo del
camino; lo osservò nei minuti particolari, gli ascoltò il
cuore, cercò di farlo parlare, distraendolo, e scrisse una
ricetta.
Intanto la nonna si dava d'attorno a servire il caffè; aveva il
volto scavato dall'angoscia, senza esserne abbattuta; era
una donna forte, l'Aurelia, già provata da sofferte crude
esperienze. In paese era additata come quercia robusta
che, colpita dalla folgore, dritta e sicura continua a
vegetare e ricoprire di fronde la parte rimasta intatta.
Dopo alcuni istanti di silenzio pesante, la donna sfogò il suo
dolore, imprimendogli con la fierezza della sua indole,
un'aperta ribellione.
«... no! non è giusto! mai il fulmine cadde su questo nostro
pascolo; tante altre volte siamo rimasti in quella stalla ad
aspettare che il temporale passasse...! E perché oggi
questa disgrazia? No, non è proprio giusto che venisse
colpito un innocente, il mio caro povero «angerin». Molti
anni fa ero una giovane sposa; la difterite mi portò via in
pochi giorni il mio primo nato; ho sofferto sì, ma poi chinai
il capo; anche per tutte le altre batoste che ho avuto... e
tante. Ma stavolta no: sento di non poter rassegnarmi, è
troppo ingiusto».
Allora intervenne don Giuseppe: «Aurelia, siete sempre
stata una donna esemplare: perché proprio stavolta non
volete riconoscere i misteri della vita? Cercate qualche
pensiero che possa aiutarvi a sopportare questa dura
prova; per esempio immaginate di vedere il vostro
«angerin» tra gli angeli del cielo a modulare contento il suo
flauto...»
A questo punto intervenne il dottore: «... a proposito —
don Giuseppe — domani per il funerale, dia ordine al
sagrestano che non si suonino le "campane di allegria"
secondo la vecchia e assurda abitudine; siamo nati per la
vita, non per la morte precoce! Io mi chiedo perplesso il
perché di quel suono a festa durante il funerale d'un bimbo.
Voi dite: è un angioletto che si unisce all'infinita schiera
della gerarchia celeste, per cantare le lodi a Dio! Ma si
rifletta: il Creatore non ha bisogno di altri angeli, Lui che
dispone la venuta al mondo di tante creaturine, non per la
morte, ma perché vivano, si facciano adulti e servano Dio il
più a lungo possibile. Questa è fede, e non deve essere
annebbiata o storpiata con il suono a festa delle campane
quando disgraziatamente un bimbo muore!».
Il nostro parroco può confermarlo.
«Infatti — aggiunse don Giuseppe — è falso asserire che
Dio voglia la morte dei nostri bambini; è quasi eresia il
pensarlo. Egli potrà semplicemente permetterla a traverso
le infinite fatalità della vita umana, o per le stesse nostre
imprudenze.»
E il medico concluse insistendo: «E' quindi un assurdo
sfrontato riempire l'aria di melodie festose, durante il
funerale di un bimbo! Questa antica usanza poi è
perfettamente in contrasto e fa a pugni con l'altra di cui gli
onsernonesi sono degnamente fieri: quello di suonare le
campane a festa (il cosiddetto concerto d'allegria) durante
tutta la cerimonia del battesimo di un bambino. E' una cosa
che riempie l'animo di allegrezza, commuove e
inorgoglisce. A questa aggiungete l'altra simbolica ed
eloquente usanza di distribuire sul sagrato a tutti i
ragazzetti del paese una michetta di pane fresca e
croccante intanto che il neonato riceve il sale della sapienza
e diventa cristiano, tra l'allegro scampanio delle
campane!... Ma domani, no. L'allegria delle campane
sarebbe un insulto al dolore di chi piange la cruda perdita
della propria cara creatura...».
E venne l'ora del triste funerale bianco. La campanella più
piccola, tra le cinque, da sola, diffondeva lenta, lenta, la
sua voce argentina!
La piccola bara portata a braccia dai ragazzetti della scuola
recava sul coperchio un serto gentile di colchici, che in quei
giorni punteggiavano i prati. Qualcuno disse che quel
grazioso intreccio di corolle di un delicato azzurrino
assomigliava alle alucce degli angeli scesi dal cielo a
involare lo spirito di quel bimbo, le cui membra martoriate
dovevano scomparire dentro la terra nera del breve
camposanto.
LA SLAVINA
Dall'alto del campanile scese il suono ovattato del «primo
segno» della Messa festiva e si sparse smorzato sopra i
tetti, i comignoli, le logge, i muri imbacuccati fino
all'inverosimile di neve soffice, leggera, candida. Nevicava
da oltre tre giorni e tre notti, senza interruzione a fiocchetti
piccoli rapidi, nervosi quasi, che poi a tratti si tramutavano
in farfalle larghe, leggere e incerte, quasi fossero stanche di
cadere in basso a far neve sopra neve, a smussare gli
angoli, a riempire i vani tra casa e casa, a far scomparire
ogni sagoma di abitato, a comporre e scomporre le mille
volte i berretti pendenti sui comignoli, sui piloni dei cancelli,
sul pilastro della fontana, sui pali del telefono, e persino
sulla croce in vetta allo svelto campanile!...
Nevicava, nevicava, in un'atmosfera di silenzio sconfinato,
che sembrava non dover finire mai, come un'eternità di
mistero bianco.
Quel suono di campane che dall'alto cadeva quasi
sonnolento, destò un brivido di vita: una dopo l'altra la
porta esterna delle case si apriva a fatica segnando un
perfetto settore bianco dentro la neve alta. Nei cortili e
lungo le discese delle gradinate sepolte sotto il bianco
mantello uniforme, sporgevano qua e là gli uomini muniti di
robuste e larghe pale di legno piatto, con le quali
schiacciavano a forza di braccia la massa invadente della
neve asciutta.
E tanto alta era, che i viottoli, le stradine, le gradinate era
come se si fossero appoggiate su di un alto zoccolo, chi sa
per quale prodigio.
Così che dalle finestre del pianoterra delle casucce, si
vedeva passare soltanto la parte inferiore delle persone: gli
scarponi del «birgum» l'ampia gonna a pieghe fitte, rialzata
sopra la caviglia della Filomena, i pantaloni di grosso velluto
a righe che la Linda aveva preso tra quelli di suo marito, le
gambe corte e gracili dentro gli stretti pantaloni di fustagno
del «Giuli sacrista» o le ginocchia ben tornite e svelte della
vispa «Diomira», di sotto la corta gonnella.
Dentro la casa del medico ferveva il consueto tramestio
come per ogni risveglio d'un giorno di festa. La madre
affaccendata a distribuire a ognuno il cambio settimanale
della biancheria e degli abiti della festa, entrando nella
camera dei maschietti li trovò ambedue con i visetti
appiccicati ai vetri e stranamente mogi mogi a contemplare
la neve che cadeva sempre più serrata. «Mamma — dissero
appena la videro entrare — nevica ancora, nevica sempre e
noi oggi abbiamo fissato il nostro bel gioco sulla neve del
sagrato...».
«Sono tre giorni e tre notti che cade la neve, figlioli; ce n'è
tanta, è alta, molto alta! Da ieri le slitte della Posta sono
ferme e il pedone con il sacco postale non ha potuto
incontrarsi con l'altro a Mosogno; e il telefono dell'alta Valle
non funziona; siamo completamente isolati. Speriamo cessi
almeno quest'oggi di nevicare. Svelti figlioli, sta per
suonare il secondo «segno di Messa». Ma i due parvero non
dar peso alla sollecitazione e aggiunsero:
«Sai mamma, è un gioco importante il nostro che vogliamo
fare quest'oggi, è una gara, ma non deve nevicare più.
Siamo in tanti: c'è il Lindoro, il Fulvio, l'Attilio, il Samuele, il
Gusto, l'Ottavio; ed enumerandoli con tanto fervore,
pareva mancasse loro il respiro. Si gioca a far l'omino
dentro la neve e ad indovinare a chi appartiene la sagoma;
quello che fa più errori, per penitenza verrà gettato con
forza nella neve, e da solo dovrà sbrigarsela a uscire».
La madre, assorta nei suoi timori circa le difficoltà e le
ansie che l'insolita nevata poteva creare in caso d'una
chiamata urgente fuori del paese, venne colpita dalle ultime
frasi dei suoi monelli, le quali sembravano stranamente
allacciarsi al filo dei suoi pensieri ansiosi: le strade
impraticabili e gli slittamenti di neve sopra i viandanti,... il
suo dottore solo in quei pericoli!
Allora proruppe di scatto, ebbe un sussulto e con voce
nervosa fuori dell'usato, ingiunse: «... no, figlioli, quelli non
sono giochi da fare: non voglio! Non vi lascerò uscire di
casa, questo pomeriggio!...
Il parroco don Giuseppe stava per voltarsi verso i fedeli ad
annunciare il suo «ite, missa est» quando si aprì la porta
laterale della chiesa ed entrarono decisi due individui non
del paese, alti, con dei giacconi imbottiti, dei grossi gambali
da neve, e nella mano sinistra il berretto passa montagna.
Si diressero verso i banchi degli uomini e fu un attimo: si
ruppe il silenzio, fu scomposto l'ordine dei posti e qualcuno
a mezza voce, concitatamente, voltato verso le donne,
disse:
«... è caduta una grossa slavina prima del Ponte Oscuro, e
ha portato via una giovane di Comologno...!».
In breve il sagrato fu pieno di gente, ansiosa di sapere più
precise notizie.
Diversi uomini con pale, badili, picconi, corde e una barella,
erano sulle mosse per incolonnarsi dentro l'unico passaggio
pedonale al centro della strada invasa di neve.
Nessuno parlava, e in quell'atmosfera di mistero, sotto la
cappa bigia della nuvolaglia, anche i fiocchi di neve, fattisi
radi e incerti, parevano coscienti della tristezza che
incombeva. Nel silenzio si levò la voce energica del sindaco
ad ammonire: «occhio ai ragazzi; si proibisca loro di
seguirci». Alcuni momenti dopo, seguirono la comitiva che
già svoltava al «campo rotondo» il maestro, il medico e don
Giuseppe munito di una robusta pala: sempre così lui!
Apostolo della parola e dell'azione fraterna ogni qual volta
le necessità lo richiedevano!...
Era la mattinata di domenica del 14 febbraio 1915. L'alta
Valle da un paio di giorni era totalmente isolata: le slitte
ferme, il telefono muto.
A Comologno e frazioni la scorta di pane era finita, poiché
dal prestino di Russo veniva il quotidiano alimento.
Quella domenica sulla mensa non sarebbe comparso il pane
per nessuno!
Era il primo inverno della prima guerra mondiale, la
maggior parte degli uomini dell'«Attiva» erano sotto le
armi, al di là del Gottardo.
Nei paesi non c'erano abbastanza braccia robuste e
resistenti per spalar la neve lungo un percorso di oltre nove
chilometri, ossia da Russo a Spruga.
Quel mattino di festa di buon'ora, alcuni volonterosi, tra cui
diverse ragazze giovanissime ed entusiaste dell'impresa, in
colonna per uno, con la gerla sulle spalle e ai piedi gli
scarponi, partirono da Comologno salutati dai Compaesani,
per la loro lunga marcia cadenzata, vivace, allegra.
Giunti a Russo, rifornite le gerle del fresco, croccante pane,
ripresero la via del ritorno, svelti, sicuri, trionfanti.
Ma ahimè: l'uomo propone e il fato dispone! A mezza
strada tra Russo e Ponte Oscuro sotto la roccia nuda che
fiancheggia la carrozzabile intagliata dentro di essa, ecco
d'un tratto un boato e la scivolata precipitosa di un'enorme
massa di neve frammista a rami d'albero e a pietrami. Da
dove veniva? chi l'aveva mossa? perché scendere proprio
sul passaggio degli uomini? Mistero! domande che restano
e resteranno sempre senza risposta.
La valanga e il fulmine appartengono agli enigmi secolari
della Natura sovrana, alla potenza distruttrice e imbattibile
delle forze naturali.
Come non si può prevedere la caduta della folgore, tanto
meno si può arguire dove, come e quando si stacchi la
valanga dalla montagna.
Uno dei molto vecchi pregiudizi faceva dire alla gente di
pianura che la valanga aveva origine da una prima piccola
palla di neve che rotolando ingrossava, ingigantiva.
Nulla di più impreciso. Bisogna aver ammirato qualche volta
sul fianco opposto della valle, la massa di neve precipitare
da una insenatura! D'un tratto si muove dalla cima come
spinta da un arcano comando e si avanza come la fiancata
di una nave, che, scivolando, spezza e trascina tutto ciò
che si presenta davanti al suo pancione e giù giù finché
batte vincitrice e strafottente sul fondo della valle!...
Si dice che a volte basta un breve soffio d'aria sprigionato
da chi sa quale gola di monte a provocare il primo
movimento della prima massa di neve! Oppure il
ripercuotersi del passo dei viandanti anche lontani... Chi lo
sa?
Le ore battevano lente giù dal campanile e più lente si
smorzavano sui tetti, nella sagoma uniforme d'un paese
sotto la neve.
C'era silenzio anche dentro le case: vi regnava triste una
trepidazione inusitata e uguale per tutti.
Suonò anche la campana del mezzogiorno festivo; ma
attorno al desco, il posto del padre, del marito o del fratello
quel giorno rimase vuoto; gli uomini del paese erano
ancora tutti là a scavare perplessi, la massa compatta della
valanga.
I ragazzi, nella loro incontenibile irrequietezza spiavano
dalle logge, dalle finestre delle case lungo la strada, il
sopraggiungere di qualcuno.
Finalmente gridarono ad una sol voce: «vengono, sono
qua...». Erano soltanto due mandatari, l'usciere e un
municipale che s'affrettarono a spalancare le porte della
sala comunale e sgombrare il grande tavolo, perché il
dottore aveva dato ordine che la poveretta venisse stesa lì,
dopo aver fatto tutto ciò che poteva per tentare di
rianimarla.
E s'avanzò finalmente in silenzio la fila dei soccorritori con
al centro la barella su cui giaceva la sfortunata
diciassettenne.
Allora il dottore redasse l'attestato di morte, l'ultimo
doveroso gesto, e scrisse «Matilde Marconi, nata il 7
febbraio 1898, deceduta per asfissia da neve il 14 febbraio
1915; consegnò il foglio al sindaco, e in silenzio, triste e
stanco, lasciò la sala.
Vita e morte: i capisaldi dell'esistenza umana; l'alfa e
l'omega di ogni uomo; ma anche due termini contraddittori,
sempre in combutta tra loro, per tutti, e in modo
particolare per l'uomo della scienza medica.
Per vocazione, competenza e passione il medico. lo
scienziato, lo studioso ricercatore, votano la loro esistenza
per la salute dell'uomo, per il suo benessere fisico e
psichico e per il prolungamento della sua vita sulla terra.
È naturale che la morte sia la grande nemica del medico,
contro cui egli si batte ininterrottamente, con una lotta
spietata.
«Siamo nati per la vita» era lo slogan, il pertinace assioma
che governava ogni azione del nostro medico di condotta. E
quando una morte precoce, imprevedibile, colpiva uno dei
suoi convallerani, segretamente ne soffriva.
Il culto per i trapassati era per lui qualcosa di arcano che
doveva scaturire da quell'incommensurabile concetto che
assumeva per lui la vita. E diceva ai suoi familiari quando
sembrava loro di non volerlo capire: «... che cosa sono mai
per un medico i resti di un corpo umano privato del suo
spirito?... Corpo e anima sono l'insieme della più grande
meraviglia di perfezione tra le create cose...».
Quando gli succedeva di essere triste raggiungeva, nelle
bellissime sere stellari, l'angolo preferito del loggiato, dove
aveva fissato un robusto cannocchiale, e, appassionato
com'era di astronomia, gli pareva di veder la ragione
dell'esistenza di quella sconfinata miriade di mondi celesti:
regno di pace infinita, di supreme immortali bellezze, da cui
può essere sensibile «un'arcana celeste corrispondenza
d'amorosi sensi» con lo Spirito dei trapassati.
All'indomani del triste accaduto la cappa pesante di nuvole
scomparve per incanto e in un cielo tersissimo splendeva il
più bel sole invernale! Spesso si hanno di questi contrasti.
Perciò in quel triste pomeriggio una miriade di stelline di
neve luccicanti al sole, faceva ala al mestissimo corteo della
povera vittima verso il camposanto di Russo.
E noi che percorriamo il tratto di strada verso il Ponte
Oscuro, volgiamo lo sguardo al di sopra della nuda roccia,
da dove partì la valanga omicida.
Proprio su quell'altura, qualche anno appresso, il corpo
forestale coadiuvato dalle scolaresche della valle, in un
giorno della festa dell'albero, creò la bella pineta che oggi
perennemente fa rivivere il nome della giovanissima
portatrice di pane!...
UNA BAMBOLA PER LA POVERA « VIOLETTA»
La chiamarono «Speranza»: venne al mondo dopo anni di
una deludente attesa di due sposi non più giovani. Perciò
quel dono di bimba sarebbe stata la loro speranza, il
respiro della loro vita.
Del resto quel nome era allora comunissimo in Valle, caro
agli onsernonesi chi sa mai per quale origine. E la bimba
crebbe sana, ilare, ciarliera come le rondini sotto la
grondaia della sua umile dimora.
La sua giovinezza sbocciò esuberante, decisa e aperta a
donare la sua gioia di vivere a chi le stava attorno.
Il maestro di scuola avrebbe voluto che Speranza
proseguisse gli studi; nemmanco a pensarci: mancavano i
mezzi.
Tuttavia la fanciulla avvertì anche troppo presto che il suo
orizzonte era angusto per la sua anima irrequieta, per la
sua indole assetata di cose più grandi di lei.
E a poco a poco con le sue graziette insistenti persuase i
genitori — attoniti e perplessi — di lasciarla scendere in
città. E spiegò loro il suo piano di lavoro già stabilito.
Sarebbe andata presso una famiglia d'origine onsernonese
della quale Speranza conosceva i figlioli che da anni
salivano in Valle a passare l'estate, proprio vicino alla sua
povera casetta. C'era tanto bisogno d'aiuto in quella
famiglia di Locarno, in cui i genitori, impegnatissimi in un
avviato e redditizio commercio, poco potevano attendere
alle cure della casa.
Speranza assunse in pieno il disbrigo domestico, offrendo la
destrezza del suo braccio e la generosità del suo cuore.
Il maggiore dei figli, suo coetaneo e amico dei giochi
d'infanzia, studiava con impegno nella Svizzera interna. La
madre aveva affidato a Speranza anche l'intero compito di
governare i suoi abiti, la sua biancheria che dentro il cesto
postale facevano a intervalli regolari la spola tra lo studente
e la sua famiglia.
La fanciulla adempiva al delicato incarico con un certo
orgoglio misto ad entusiasmo; per cui spesso con il biglietto
recante le notiziole della famiglia, essa, con tutta
spontaneità, andava via via ricordandogli i giochi dei felici
giorni trascorsi in valle. A volte si divertiva a rammentargli
le corse folli con i compagni del paese, sui pendii dei prati
falciati di fresco, o le piacevoli gare a sgusciare tante più
castagne dai ricci pungenti, o ad abbacchiare le noci che
uscivano dal mallo fresche e umide, come pulcini dall'uovo.
Altre volte erano i nomi di alcuni giovanotti di comune
conoscenza che avevano lasciato il paese per emigrare
lontano, oltre oceano! Ma era anche la nostalgia del suo
idillico angolo di valle, con il pensiero dei suoi genitori soli
lassù, a darle quella vena di romanticismo.
Non di rado succedeva che Guido cogliesse nel segno quei
richiami, e rispondesse, anche se un po' distrattamente,
con allusioni di simpatico umorismo, dall'aria goliardica, che
tanto piaceva a Speranza.
Ma intanto la fanciulla non si rendeva conto che quel
grazioso ignaro giochetto andava via via alimentando la sua
fervida fantasia e accendendo lentamente in cuore una
nascosta
fiamma.
Così,
segretamente,
follemente,
Speranza si innamorò del suo compagno d'infanzia!
Verso la fine di un inverno particolarmente crudo e
interminabile la figliola si ammalò di un improvviso e
cattivo attacco influenzale con complicazioni polmonari.
I genitori la vollero con loro e il medico di condotta,
chiamato d'urgenza, si avvide subito che il male assumeva
sintomi poco rassicuranti. Dopo alcune settimane di febbre
altissima, subentrò — come sempre in casi analoghi — il
lungo periodo subfebbrile con tosse ostinata.
Ma lei, la speranza fatta persona, non si perdeva d'animo,
sempre ugualmente ilare e fiduciosa, nella certezza di
tornare al suo compito e al suo segreto sognare!...
Un giorno particolarmente luminoso di sole e pieno d'aromi
per l'incipiente stagione estiva, la madre incaricò Guido di
salire in valle per chiedere precisazioni sulla convalescenza
di Speranza, e per recare a piene mani diversi doni agli
sconsolati genitori.
L'incontro dei due amici riaccese nei meravigliosi occhi di lei
tutta la sua fiamma d'amore, rendendola palese e scoperta
di colpo! Lui, scosso in quella duplice rivelazione di stupore
e di angoscia, sostenne l'intima lotta, mostrando come
sempre il suo benevolo e giocondo umorismo. Ma appena la
porta della stanzuccia si richiuse dietro le sue spalle, rimase
come impietrito e nascose il viso dentro il palmo delle mani.
In quel momento saliva le scale il medico per la visita
quotidiana alla sua malata: vide la scena, non si stupì e con
un gesto affettuoso invitò il giovane a seguirlo, giù nel
cortiletto, seduti l'uno accanto all'altro, sulla vecchia
panchina di pietra viva.
Fu un lungo conversare, una reciproca comprensione, uno
scambio intelligente di riflessioni amare, ma anche di
previsioni ottimistiche verso l'avvenire della medicina.
«... non è purtroppo un fatto nuovo» — proseguiva il
medico — il caso di questa cara fanciulla! Partono sani dalla
loro valle i giovani, e... dopo un'assenza più o meno lunga,
qualcuno ritorna al suo tetto con i polmoni contagiati! Tu lo
sai come si è diffuso ultimamente al piano il bacillo TBC e
purtroppo in maniera quasi imbattibile. In primo luogo
perché servono di cultura al microbo gli ambienti cittadini,
l'aria stessa delle basse quote, e purtroppo, anche i
preconcetti e le assurde paure della popolazione e degli
stessi ammalati, a non voler svelare il loro male. E' una
lenta, silenziosa strage imperterrita!
E noi, medici di condotta delle valli, mentre siamo
orgogliosi dell'integrità polmonare dei nostri vallerani, a
volte subiamo il panico per la diffusione del bacillo di
Koch...
Fortunatamente, e in virtù di questo grande medico tedesco
batteriologo (Roberto Koch, premio Nobel 1905) la scienza
medica nelle sue odierne ricerche diuturne di laboratorio,
ha già esperimentato degli eccellenti farmaci contro la
tubercolosi, la così detta lotta contro il bacillo di Koch. Ti
citerò soltanto alcuni nomi tra i più pregiati farmaci, che io
uso conformemente ai casi: il guaiacolo, la codeina, il
creosoto (che va dosato con sapienza) e, tra i
modernissimi, i derivati dell'acido paraaminosalicilico.
Nelle forme polmonari in cui il focolaio non è
completamente aperto, i suddetti farmaci riescono a
bloccare l'azione diretta dei bacilli tubercolotici e a
costringere l'organismo a lottare con efficacia. E'
indispensabile però che l'ammalato venga curato in un
ambiente di aria balsamica e con una terapia di riposo
controllato.
Tuttavia resterà una guarigione lunga e problematica quella
della tubercolosi.
Ma al punto in cui è giunta oggi la medicina, è consolante
guardar con ottimismo l'avvenire, perché la vostra
generazione, caro Guido, vedrà finalmente il trionfo della
lotta contro il bacillo di Koch».
Il giovane che aveva seguito con interesse il dire del
medico, e che più volte era intervenuto con diverse
obiezioni e domande, all'ultima affermazione si ammutolì.
«E' significativo il tuo silenzio a questo punto Guido» —
riprese il medico — e poiché siamo giunti alla svolta a cui
intendevo arrivare, e già che si è fatto tardi, t'accompagno
alla Posta e lungo la strada continueremo il nostro
ragionare. Non è l'avvenire della scienza medica che ti
possa interessare per ora: ti comprendo, caro figliolo, e sei
pienamente giustificato.
Tu vuoi sapere da me a che stasi è il male che colpisce la
tua piccola amica. Per intanto è temerario dare un giudizio
definitivo. Ti dicevo in principio che è stato violento
l'attacco broncopolmonare di cui fu vittima Speranza;
ambedue i suoi polmoni sono intaccati: uno all'apice e
l'altro alla base; ed io avverto con lo stetoscopio il sibilo
anormale della sua respirazione. Ma forse possiamo contare
su di una convalescenza progressiva, anche se lunga.
E qui permettimi figliuolo, che io prosegua svelandoti come
possa esistere un'altra causa a complicare e rendere
incerta la situazione del malato di tubercolosi».
Il giovane lo interruppe dicendo «è ben triste il suo dire,
dottore: prosegua, senza reticenze fino in fondo:
m'interessa e m'appassiona...».
«La tisi è un terribile e strano male, con i suoi alti e bassi di
lunghi intervalli, per cui quando la febbre si riduce e la
tosse tace, l'individuo non soffre più, si sente rinascere e
anela alla vita con palpito struggente. E questo in
particolare negli individui giovani con nel cuore la irrequieta
fiamma d'amore! Lotta tacita che consuma, come
veridicamente la definisce l'espressione dialettale, con
quello spietato "al va cunsunt". Se tu pensi che l'uomo è
composto di corpo e di spirito, di materia e psiche
strettamente congiunti, tu puoi comprendere cosa possa
essere la conseguenza di questa inconscia lotta tra
sofferenza e amore, tra vita e morte!...
E dal momento che io conosco il tuo diletto per la musica
operistica, lascia che a mo' di conclusione purtroppo amara,
io t'inviti a ripensare un istante a Verdi, e a una delle sue
opere: "La Traviata". Tutte le passioni umane ebbero a
traverso le stupende melodie di quel genio, le loro
espressioni più toccanti: e in quest'opera Verdi non fu
soltanto musico, ma medico e psicologo insieme. Ripensa
alle ultime scene del quarto atto in cui l'appasionatissima
Violetta, non si piega alla gravità del suo male, ma vi si
ribella con tutta la forza del suo anelito, e sulle note
laceranti dei violini canta:
— Cessarono gli spasimi del dolore
In me rinasce... m'agita insolito vigore
Oh! io ritorno a vivere!
E in quell'ultimo duetto, in cui l'orchestra sembra intessere
il più meraviglioso inno alla felicità, la poveretta, prima di
soccombere all'ultimo insulto del male, canta:
«Parigi, o caro, noi lasceremo,
la vita uniti trascorreremo,
la mia salute rifiorirà.
Sospiro e luce tu mi sarai
Tutto il futuro ne arriderà»
Si udì avvicinarsi il rombo della corsa postale; e i due
tacquero.
Nell'affettuoso congedo il medico gli disse ancora:
«qualunque cosa possa accadere, ritrova Guido, la via della
speranza, accanto a quella dell'esperienza. La vita degli
uomini sarà sempre più o meno intessuta di contraddizioni
di assurdi e soprattutto di misteri imperscrutabili: soltanto il
pensiero dell'Infinito può darcene una ragione».
Con passo quasi stanco il medico rifece la strada, risalì la
lunga gradinata di pietra: stava per cadere l'ombra della
sera e le prime lucciole irrequiete punteggiavano l'aria.
In casa i familiari l'attendevano per la cena; la moglie notò
il suo silenzio, la sua tristezza e lo interrogò soltanto sul
finire del frugale pasto. Allora il medico sentì il bisogno di
sfogare il suo animo e a lungo parlò di Guido, di Speranza,
la cara fanciulla... la povera Violetta di Verdi!...
Ognuno dei figlioli ascoltava; ciascuno seconda dell'età e
del modo d'intendere il racconto. A un tratto la più piccola
delle figliole scivolò giù svelta dalla sedia, si appartò verso
l'angolo dei suoi giocattoli e ricomparve tenendosi
affettuosamente tra le piccole braccia un suo bamboccio di
celluloide, sorridente, nei chiari occhi dipinti, con un
gonnellino rosa di lana e un bavaglino ricamato a colori
vivaci.
Disse: «prendi papà, la mia bambola: è bella; portala
domani alla povera Violetta: vedrai come sarà contenta...».
Anche quella sera, come tantissime altre, il padre si sedette
accanto alla tastiera del piano; teneva fra le mani uno
spartito d'opera: ma lo appoggiò chiuso sul leggio. Nel
silenzio dell'ora tarda risuonarono alcuni accordi lenti e
tristi e... poi sotto le agili dita si sprigionò d'un tratto una
cascata di note che sembrava scandire tra i singhiozzi le
parole della romanza:
«Gran Dio... morir si giovane...»
Sarebbe però ingiusto non ricordare che alcuni casi di TBC
giungevano a perfetta guarigione, quando i così detti
emigranti temporanei rincasavano a farsi curare in tempo
per riacquistare il prodigio della salute. Ciò procurava al
medico soddisfazioni senza pari, come la conquista d'una
radiosa vittoria.
Un pomeriggio capitò in casa, proveniente dall'alta valle,
una donnina, non più giovane, ben messa nel modesto
costume, con in capo il fazzoletto scuro, appoggiato più che
annodato sulla nuca, come solo sanno metterselo le
valligiane, a guisa di aureola. Aveva l'aria triste senza
essere accasciata; una di quelle madri tutto spirito, capaci
di guardar in faccia alla realtà. Con ripensamenti tutti
personali.
Cercava il medico, non per una visita; doveva comunicargli
qualche cosa. Ma non c'era quel pomeriggio; una chiamata
d'urgenza l'aveva chiamato nella bassa valle. «Non
importa» disse «sono contenta lo stesso di raccontare
anche a lei "duttura" la mia povera storia».
E così dicendo levò da una busta una fotografia di una
famigliola: due giovani sposi con il figlioletto sulle ginocchia
di lei. E proseguì:
«Vede, "duttura" questo è mio figlio, morto alcuni mesi fa a
Ginevra; faceva il gessatore e cadde sfracellandosi dall'alto
dell'impalcatura di un palazzo. Se le dico il nome, senz'altro
lo ricorderà, perché me lo guarì il suo dottore da un male
cattivo, che non aveva ancora diciotto anni».
E man mano che entrava nel vivo dei particolari le si
accendevano le gote e gli occhi luccicavano di lacrime.
Infatti la moglie del medico ricordava il caso di un figlio
giovinetto dell'alta valle, che era andato presso un suo zio,
padrone d'una «Sostra» di scalpellino a Riveo.
E dopo qualche anno era rientrato in famiglia malato di
silicosi.
Aveva la trachea e i grossi bronchi gravemente infiammati,
e una tormentosa e lacerante tosse secca, che per lo
sforzo, le venoline della gola si screpolavano e la mucosa
faceva sangue
II medico, com'era logico, se la prese con i genitori che
avevano esposto il figlio così giovane ad un sì pericoloso
rischio. Ma nel contempo li rianimò e intimò loro che
seguissero scrupolosamente i suoi ordini. Dopo un lungo
periodo di febbriciattola e di alti e bassi, il giovane entrò in
convalescenza. Allora il medico lo spedì per due estati
consecutive all'alpe, perché occupandosi gradatamente di
leggeri lavori alpestri, facesse lunghe ore di sonno, lente
passeggiate, e si nutrisse abbondantemente di latte, panna,
formaggio e pane di segale raffermo.
Guarì perfettamente e si irrobustì, tanto da diventare abile
al servizio militare.
Ma poi si lasciò adescare dal miraggio della grande città e...
con un paio d'amici, partì per Ginevra.
Lentamente si rianimò quella madre e in tono persuasivo
concluse:
«Io sono venuta per regalare al dottore la fotografia di mio
figlio, a lui che seppe strapparlo dal suo crudo destino di
morte... che gli allungò la vita, procurandogli la gioia di
formarsi una famiglia e di lasciare a me il conforto di un
figlioletto che è l'immagine viva di suo padre!...».
Ai medici di condotta potevano a volte capitare di questi
riconoscimenti, di sapore un poco trascendentale!..
TEMPO LIBERO DI ALLORA
Espressione sconosciuta allora: — Tempo libero! —
Esisteva, ma era anonimo e godeva della più logica e
individuale libertà: poteva essere corto, lungo, aleatorio o
ricercato con appassionata voluttà; impiegato secondo le
proprie abitudini, le necessità, le scelte personali e poteva
creare situazioni serene, senza che a nessuno venisse in
mente di attribuirle al «tempo libero». Una cosa era
evidente, chiara come la luce: in valle non esistevano
uomini o bambini che non sapessero cosa fare; erano
sconosciuti i neghittosi, gli sconclusionati, i perditempo.
Qualche prova? Le donne che per il loro nomadismo
dovevano spostarsi da una cascina all'altra, dalle casa al
Patriziato e viceversa, per il governo delle capre, le vedevi
quasi sempre con la «cadula» sulle spalle per il trasporto
della legna e le mani operose sopra il grembiule rialzato e
tenuto stretto in vita dalle cocche. E rigonfio il grembiule
era, perché dentro ci stava la treccia di paglia che svelte
esse lavoravano con le agili dita, mentre camminavano
lungo i sentieri non sempre agevoli.
E se ne incontravi qualcuna: «alègar» ti diceva con
spontaneità; allora ti sentivi onorato di cederle il passo sul
sentiero e sostare... in ammirazione.
Il peso sulle spalle e ai piedi i «peduli» confezionati da loro
stesse con i ritagli di stoffa resistente e la grossa suola
trapunta da solida corda. (Oh! così comodi i peduli e sicuri
anche sulle pietre nude e ripide!). Sotto il braccio sinistro
un mazzetto di belle, regolari pagliuzze di un paglierino
vivace a portata di mano, perché la destra con svelto,
abituale gesto potesse sfilarne una dal mazzetto, ogni
qualvolta occorreva, nel magico gioco di far la treccia di
paglia.
E la treccia di paglia onsernonese era di svariati aspetti:
sempre allettanti a vedersi quelle grosse balle di treccia
gialla, pronte ad essere portate al mercato di Locarno per
un paio di centesimi al metro. Una specie di derisione!...
C'era la paglia fatta con 4 elementi, piuttosto grossa che
dava una treccia comune, buona per impagliare sedie; c'era
quella fatta con 5 pagliette, dalla tessitura più graziosa: poi
quella di 7 pagliuzze sottili, intrecciata con tale maestria
che si faceva ammirare come fosse un pizzo!
Anche i ragazzi non sapevano sprecare il tempo, esortati
com'erano sempre dalle loro mamme da quell'intercalare
persuasivo dentro le flessioni incisive del loro dialetto: o
«bardèss» non si può «giubezzare» il tempo!...
E ai «bardèss» quell'intimazione era entrata d'istinto nella
loro natura, che non avreste mai visto un ragazzo in ozio
anche durante i sei lunghissimi mesi di vacanza. Sì, perché
per anni il Dipartimento Educazione accordava alle Valli una
tale smisurata vacanza, confacente alla vita nomade dei
montanari.
Inesistente era pure il tempo libero per il medico di
condotta; anzi per lui più che per ogni altra persona, per
una ragione plausibile. Chi avrebbe sostituito il medico di
condotta durante il suo tempo libero?...
Ma la cura della condotta non era sempre avara di tempo
libero: ti capitava, è vero, quando non te l'aspettavi, o
viceversa. Quando il medico sapeva che lo stato di salute
generale della valle era buono, ecco subentrare
d'improvviso una chiamata urgente, anche grave,
specialmente durante l'estate: una caduta da un prato a
picco durante la fienagione; una morsicata di vipera (e ce
n'erano spesso); un incidente di lavoro ai taglialegna o agli
operai addetti al «filo a freno» per il trasporto dei legnami;
quando non era la caduta dall'albero di ciliegio di qualche
monello audace e distratto. L'inverno invece appariva a
volte generoso di ore libere, quando però non c'era lo
spauracchio delle polmoniti e complicazioni simili. E il
medico ben sapeva mettere a frutto quelle "ore buche", chi
sa quante volte desiderate!
C'erano i suoi libri, le sue riviste ad attenderlo; la sua
musica di pianoforte e di armonium, di cui teneva celata la
grande passione.
Succedeva talvolta che la casa cambiasse la sua abituale
fisionomia, quando il padre si proponeva di far
l'accordatura del pianoforte.
Dispetto grande per i «tre inseparabili figlioli» se succedeva
in giornate di cattivo tempo. Si doveva innanzitutto
sgombrare dal piano i libri, le fotografie e quell'insulso di un
picchio verde imbalsamato, con il becco eternamente
puntato su di un pezzo di tronco, e sempre pieno di
polvere!
Poi c'era d'aiutare il padre a levare le viti alle diverse
coperture di legno pregiato del pianoforte, e lasciarlo lì
nudo e squallido come un vecchio scheletro, con tutti quei
martelletti ovattati di feltro e di polvere.
Quanto era brutto! Così scorticato, veniva sospinto di fronte
alle due finestre, in piena luce. Il guaio poi diventava
maggiore quando l'accordatura veniva improvvisamente
interrotta da qualche chiamata d'urgenza; e quel povero
brutto ceffo restava abbandonato a sé, solitario e
ingombrante.
Quando all'indomani il padre si rimetteva al lavoro, doveva
regnare in tutta l'abitazione il più assoluto silenzio; nessun
rumore era permesso, nemmeno lo scricchiolio sul
pavimento di legno. Più nessuno poteva far sentire la
propria voce; nemmeno l'orologio a muro, perché gli si
fermava il pendolo.
In quella strana atmosfera il padre si tramutava in
accordatore attento e accigliato, seduto davanti a
quell'indefinibile istrumento quasi macabro, con in una
mano il corista e nell'altra, alternativamente, la stecca per
separare la vibrazione delle corde multiple, e la chiave a
becchetto di acciaio per regolare l'altezza del suono.
E nel gran silenzio della casa risonavano staccati e ritmati
gli accordi, or acuti or gravi, che le dita dell'accordatore
ripetutamente, instancabilmente ritraevano dalla tastiera.
Oggi, a distanza di decenni, nell'orecchio si risvegliano
d'improvviso quegli accordi atonali, quando avvertiamo
qualche
particolare
di
musica
contemporanea
o
dodecafonica.
E con stupore ci si chiede: «ma perché questo strano
sovrapporsi di sensazioni acustiche?...
Fortunatamente la sera di quel lungo stranissimo giorno,
stonato nel suo accordo familiare, sapeva elargire con
generosità la sua melodiosa ricompensa.
Il padre, nell'intento di collaudare la sua fatica di
accordatore, sedeva al piano e dava inizio, senza
interruzione, ad un particolare repertorio che doveva
essere un «pot-pourri» di rimembranze! Dal primo tocco di
mani sulla tastiera, ecco sgorgare le note recanti l'eco dei
suoi anni di studente italiano: «si scopron le tombe, si
levano i morti, i martiri nostri son tutti risorti» a cui
seguivano «II carnevale di Venezia» il pezzo più trionfale
della «marcia dell'Aida», la Santa Lucia dell'incantevole
«Sul mare luccica l'astro d'argento...». Una piccolissima
sospensione, poi erano le note cadenzate del «Ranz des
vaches» accanto al dolcissimo «La haut sur la montagne»
seguito dalla pastorale del Guglielmo Tell, concatenata da
un pezzo della «Moldava» la cui tematica è la dolce
canzone di un fiume che fugge via nelle sue luci iridescenti.
Altro attimo di respiro e poi sgorgava la briosissima,
scintillante musica della «Cavalleria rusticana» a cui
seguivano vari cenni ai «Valzer viennesi» e la mazurca di
quel «Cucù» di cristallina sonorità che — diceva lui — era
un trofeo di derisione al più antisociale delle creature alate!
E sul finire le nostalgiche «Campane a sera» dolcemente
accostate a quel «Più presso a te Signor, venir vogl'io...»
che si diceva fosse stato cantato sulla nave «Titanic»
mentre lentamente s'inabissava; e la figlia maggiore del
medico ne rivestiva le parole con la sua voce bellissima di
fanciulla romantica.
Ad un'altra incombenza il medico dedicava di tanto in tanto
qualche sua ora libera, e si faceva aiutare dai suoi monelli a
turno: era lo sviluppo fotografico delle pellicole del suo
piccolo apparecchio «Kodac» dentro la «camera oscura».
Questa, altro non era che il sottoscala quanto mai angusto,
perché stretta e minuscola era la scala di legno che
metteva al piano superiore. Era stato adibito quel
sottoscala di proposito a camera oscura; ai lati, sulle
mensole stavano le bottiglie degli acidi, i misurini per il
dosaggio, il recipiente per l'acqua, le bacinelle, le pinze, la
lanterna a schermo rosso e i piccoli asciugamani. Al centro
un tavolinetto rotondo cui attorno, a mala pena ci stavano i
tre sgabelli. Bisognava otturare tutti i più piccoli spiragli di
luce, financo il buco della serratura delle due porte.
Quando tutto era accuratamente allestito e il padre di buon
umore, allora l'operazione in quella «tana» poteva riuscire
uno spasso; ma guai a chi diceva una parola inutile e tanto
meno se si lasciava dominare dai malcelati scoppiettii di
riso! Allora il padre alzava la voce, qualcuno urtava una
bacinella e l'acido N. 1 o N. 2... correva sulle gambe!
Subito nasceva il dubbio, fatto paura, che la operazione
«bagno delle pellicole» non riuscisse a dovere. Guai se il
padre non intravedeva, tra il netto contrasto di chiaro e
scuro delle negative, le sue cime dei monti, il suo cielo con i
bei cumuli, le cascate dalla chioma fluente, il laghetto
alpino con i rododendri e le cento attrattive della sua Valle.
A operazione ultimata i figlioli uscivano nella luce bianca
con un ampio respiro, a guardarsi negli occhi le... pupille
dilatate dei gatti.
Oggi che in pochi minuti ti consegnano una foto a colori, ci
si accorge che sono passati tanti... troppi anni, da quando
funzionava quella specie di camera oscura ...
Tra i curiosi passatempi uno specialissimo c'era, che si
ripeteva ogni due anni durante l'estate. Ed era
desideratissimo dai figlioli del medico, così che di tanto in
tanto essi chiedevano: «... papà, quando arriva il signor
Droz?» Giungeva da Berna, e arrivava a Russo con l'auto
postale; era l'ispettore forestale in capo; faceva una sosta
in casa del medico che gli era amico e poi proseguiva per
Spruga un giorno e per Vergeletto un altro.
Il medico lo teneva in grande considerazione; era figlio del
consigliere federale Numa Droz (cosa che non voleva dire
un... bel niente per i figlioli); poi era redattore della rivista
«Il club alpino svizzero», un simpatico quindicinale che
recava tra le grosse parole del titolo, una piccola testa di
camoscio, dai caratteristici cornetti ricurvi, dentro uno
sfondo di un bel «Cervino» in miniatura. Altro giornaletto
caro al medico; figuriamoci se non poteva esserlo anche il
suo redattore, il quale a sua volta ci teneva che il medico
collaborasse al giornale con i suoi articoli. Una piccola
rivista, il cui atto di fondazione si trova nientemeno che nel
museo nazionale svizzero!
Il giorno che il signor Droz doveva giungere in paese, c'era
una certa trepidazione tra quei tre folletti! Ma essi solo ne
conoscevano la ragione.
E il padre — ingenuo — sembrava lusingato di
quell'interesse, per cui scendendo insieme verso la posta in
attesa dell'auto, amava ripetere ai suoi figlioli i soliti
ragguagli intorno al signor Droz.
«Arriva la posta, attenzione, suggeriva a bassa voce la
monella: si saluta bene e non si ride... d'accordo».
All'incontro, dopo i convenevoli, i «due grandi» si avviavano
primi verso la salita della gradinata; dietro, la «triade»
puntava gli occhi sulla persona del signor Droz e con aria
trionfante bisbigliava a bassa voce «si, è proprio lui».
Alto (forse raggiungeva i due metri) le spalle robuste, un
po' ricurve, come spesso succede alle persone allampanate,
con un viso allungato, dal muso sporgente, occhi tondi, un
poco velati da un paio di grosse lenti a pinzetta sul naso
piccolo; e una testa (oh... quella testa!) con una fitta
capigliatura a spazzola, e i capelli, proprio color... pelo di
DROmedario! Uno dei tre allora suggeriva a bassa voce:
«non vi pare che il signor DROz abbia una testa che
assomiglia a quella del bel dromedario che il nonno ci portò
dal suo viaggio alle piramidi d'Egitto...? e seguivano gli
scoppiettii di riso, mal trattenuto, ma che lasciavano intuire
l'impazienza per la scenetta finale.
Eccoci finalmente sull'entrata della casa; due erano le porte
da oltrepassare... e per ben due volte il signor Droz era
obbligato a curvare il dorso e ad abbassare la testa, proprio
come avrebbe dovuto fare... un vero dromedario ...
Divertiti i «tre», con aria di mistero si chiedevano: «ma
perché si chiama soltanto Droz?».
L'estate portava anche una serie di giochi uno più
avvincente dell'altro; giochi che si facevano in piccole
comitive con i compagni di scuola, a cui spesso si univano i
ragazzi che in paese venivano a passare le vacanze.
C'erano l'Aldo, l'Attilio, il Lindoro, il Fulvio, l'Anna, l'Olga,
l'Eliseo, l'Augusto.
Durante la fienagione, là sui pendii della «Pezza», ci si dava
l'aria di aiutare a stendere il fieno al sole, a fare i bei
mucchi con il rastrello; poi si aspettava il momento giusto
per piombare di colpo sul mucchio dall'acuto profumo di
erbe secche; sprofondarvisi un attimo, e poi di fretta
ricomporlo alla bell'e meglio.
Quando i diversi «barghiei» erano ricolmi e le donne se ne
andavano curve sotto una cupola di fieno alta due volte la
loro persona, allora ecco i ragazzi far gli scivoloni sui pendii
ancora odoranti di fieno, ruzzolare, riconquistare il punto di
partenza più volte e sempre più in fretta, e poi ansanti,
buttarsi sul prato a guardar su nel cielo i bei giochi delle
nuvole, i candidi cumuli le cui instabili forme alimentavano
le più ardite fantasie.
Pochi minuti, poi la piccola comitiva era in piedi per
rispondere ossequiente ed entusiasta all'invito del
«capobanda» che aveva detto: «Andiamo a giocar alla
lippa!».
Erano vere partite la cui foga assorbiva tutte le energie; e
la passione della vincita entrava nel sangue. La «lippa»: un
pezzetto di legno duro, assai bene appuntito d'ambo le
parti, perché spiccasse degli ampi salti, quando il giocatore
di turno la percuoteva con l'apposito bastoncello. E le
partite si susseguivano fin verso il tramonto, quando la
terra del cortile, così rimossa, sollevava una nuvola di
polvere.
Allora si rincasava accaldati, sudati, sudici, scapigliati e
stanchi; non di rado con le ginocchia sbucciate a sangue. La
«triade» rientrando in casa sapeva d'essere accolta male.
La madre poi si rivolgeva alla maggiore con un predicozzo a
non finire: «che era peggio di un monellaccio e che avrebbe
almeno dovuto vergognarsi!»...
Dallo studio si affacciava il padre che dava l'ordine di
lavarsi faccia, mani, piedi e ginocchia, e nella comune
capace tinozza dentro l'acqua del risciacquo veniva poi a
mettere il disinfettante: il lysoformium. E i figlioli se la
spassavano con l'acqua che faceva schiuma e che
sprigionava l'acuto profumo tanto familiare tra le pareti di
casa. Ma il guaio era che quel profumo non piaceva ai loro
compagni che andavano dicendo quasi schifati: «i duturitt»
puzzano di acido fenico!...Allora per correre al riparo si
asciugavano alla bell'e meglio e di soppiatto prendevano il
barattolo del talco che la mamma usava per l'ultimo nato, e
lì si compiva la grande infarinatura, l'inenarrabile sciupìo...
La pazienza della madre rasentava il limite; ci voleva
ancora il padre a convincerla perché chiudesse un occhio e
lasciasse sbizzarrire quei figlioli in vacanza, non li
costringesse a reprimere la loro vivacità, la pienezza delle
loro energie; sarebbe stato tanto di guadagnato al riaprirsi
della scuola.
Sì, perché se il padre era tanto generoso a perdonare le
piccole follìe delle vacanze, diventava altrettanto
intransigente nell'esigere dai figli l'adempimento del loro
dovere di scolari.
Ma un giorno sul finir dell'anno scolastico, una piccola
avventura parve assumere un allarme quasi drammatico!...
L'unica scuola elementare era mista, nelle mani di un
maestro; perciò il lavoro femminile veniva riservato alle
ragazze il giovedì mattina, vacanza per i maschietti. Da
qualche tempo, essendo impegnata la titolare, veniva
incaricata per il lavoro femminile una sarta anziana del
paese. E si sa, già allora dalle supplenti provvisorie, non si
dovevano pretendere miracoli!
Dietro a quella piccola ribalta rialzata del banco spesso
succedevano cosette simpatiche, gustose, specie per le
allieve meno chiamate alla vocazione dei lavori muliebri.
C'era tra queste, la monella del medico, che aveva per
compagna di banco la figlia del maestro; vivacissima pur
essa e furba più dell'altra, e più dell'altra tanto brava in
lavoro; sapeva cucire con il ditale, non le sudavano le mani,
lavorava la calza tenendo il filo sul dito e, ciò che importa,
raramente lasciava cascare le maglie a scaletta ...
Quel mattino di uno smagliante maggio, lei aveva portato
dentro la cartella un bel mazzetto di erba «acetosella» e
dentro un cartoccio le «raspe» croccanti, tolte dal paiolo
della polenta. Si doveva far finta di preparare una specie di
gustoso... pasto; e poi chi sa quali cose interessanti le due
avessero da scambiarsi!...La supplente aveva già
richiamato or l'una or l'altra delle due, le aveva persino
minacciate di "penso".
Ad un certo punto ne chiama una al tavolo con la sua calza,
la quale aveva ben due maglie a scaletta, scappate giù giù
fino ai primi giri della calza. Brontolando, l'insegnante
sgusciò di colpo i ferri del lavoro, tese rigirando
nervosamente il filo che in pochi istanti si tramutò in un
grazioso mucchietto di lana ricciutella!
Mancava poco alla fine della lezione; la scolaresca dava
segni di stanchezza; le due erano tornate ciarliere e
riderelle. A un dato momento la supplente si alzò di scatto
dalla sedia e tra un silenzio generale scrisse sulla lavagna:
«La C ...... e la A ....... sono le peggie della scuola. 300
volte, firmato».
Tutti gli occhi furono addosso alle due infamate.
Quando la figliola rientrò in casa mancava poco a mettersi
a tavola; si rincantucciò zitta zitta su di uno sgabello,
tenendo con i gomiti ben stretta sulle ginocchia la sua
cartella. Nessuno le fece caso; quando rientrò il padre di
ritorno dalle visite in paese, come sua tenera e tenace
abitudine, rigirò lo sguardo per accertarsi che tutta la
nidiata fosse al completo. «Ne manca una — disse —
dov'è?».
La scovarono subito, ma essa rimase immobile a capo
chino.
Allora il padre le fu vicino, le pose la mano sulla testa
dicendo «Cos'hai... la febbre?». Non era ancor finita la
frase ch'essa scoppiò in singhiozzi, e, levato un quaderno
dalla cartella, lo consegnò aperto al padre. Sulla prima
pagina egli lesse ciò che la figlia in nitida grafia aveva
ricopiato dalla lavagna. Un istante di silenzio, poi si udì una
di quelle buone, brevi risate che il medico sapeva fare in
certe occasioni!
La piccola protagonista credeva di sognare!...Suo padre la
canzonava... invece di ammonirla! Non sapeva rendersene
conto, nemmeno quando, fattosi serio, le disse
laconicamente: «Appena finito il pranzo e sgombrato il
tavolo, tu trascriverai 30 volte, hai inteso, 30 volte il tuo
penso in bell'ordine e poi lo passerai a me!».
Il padre di fronte a quella grossa sgrammaticatura che
ovviamente non poteva correggere e nemmeno voleva far
rimarcare all'interessata, scrisse sotto il penso: «Riconosco
l'insubordinazione di mia figlia e ritengo che la sua
distrazione le abbia fatto scrivere uno zero in più alla cifra
del penso!».
Una specie di soluzione salomonica, avente anche lo scopo
di impedire che la sgrammaticatura — troppe volte ripetuta
— entrasse nella testa dell'imputata!...
Ma, — guarda un po' — il caso volle che proprio la stessa
divertente sgrammaticatura mettesse poi salde radici
dentro il lessico familiare. E quel «peggie» restò sempre
sinonimo di «lavoro femminile» per tutti i membri della
famiglia.
UN PAESINO DA « NULLA»
Si dice talvolta che per
gli occhi! Naturalmente
dentro l'anima, dove,
visione più cara, stanno
veder meglio si devono... chiudere
per veder meglio dentro noi stessi,
riposti in dolcissima pace, nella
i ricordi più vivi.
Orbene, portiamoci sui crinali delle belle montagne a
rivivere con la gioia dello spirito le escursioni di un tempo
lontano. E tra i moltissimi e svariati itinerari vogliamo di
proposito sceglierne uno solo, quello che ci ricondurrà nella
memoria a scoprire una piccola grande cosa: un paesino da
nulla sull'erta di un monte selvaggio, solo e orgoglioso nella
luce sconfinata della sua immensa solitudine eloquente.
Vi si giunge dai monti della bassa valle, dopo lunghi
chilometri, beatamente affondando i piedi nel soffice
sottobosco, dove la più svariata e profumata flora alpina ti
rende lieve la fatica, ti riempie i polmoni di inebrianti aromi
e t'invita a cantare!
E quando si è in allegra comitiva il canto corale diventa
gioia, energia, entusiasmo. Sono vecchie canzoni popolari
che sgorgano spontanee dalle gole canore; e così piene di
fresca melodia prorompono in scorrevoli ed ampie tonalità
musicali. Il sole accenna al tramonto quando, usciti dai
boschi di faggi querce e larici, ti si affaccia allo sguardo lo
sfondo della Valle di Vergeletto, nell'ampio giro delle sue
giogaie di monti sfolgoranti nell'ultima luce solare.
Sotto ai nostri piedi, stanno prati e dossi verdi seminati di
cascine; ma di fronte, in alto, sopra una radura, dove
spicca la rude sporgenza dei tornanti polverosi di una ardita
e angusta carrozzabile, ecco adagiato tra il verde, il
miracolo di un pugnello di case: un minuscolo paese da
nulla: Gresso.
E stai estasiato ad ammirarlo, avvolto in una leggera
nebbiolina di fumo evanescente, sfuggito dai comignoli
nell'imminenza della parca cena, intanto che nel cielo si
accendono le prime stelle.
E' un paesino «da nulla» Gresso, così solo, così fuori dal
mondo, con le sue casine strette l'una all'altra, divise
appena da sassose anguste viuzze, vigilate dalla chiesuola
con la sola campanellina sull'esile torretta; con al centro
una casa che, unica, vanta il pregio di riunire in se, posta,
osteria, prestino e il negozietto «d'ogni genere»: è la casa
del signor Gentile.
Orbene, mirando quel paesino, qualcosa ti avvince, che non
è soltanto la sua sicurezza d'esser solo e di bastare a se
stesso sull'erta d'un monte; esso è una limpida immagine
della più schietta comunità e della tacita fratellanza che
riunisce dentro un pugnello di case, individui e famiglie.
Allora non puoi far a meno di ricordare il pensiero poetico
del «Rio Bo» del poeta: «Microscopico paese da nulla, però
c'è sempre di sopra una stella, ... una stella innamorata.
Chi sa se nemmeno ce l'ha una grande città?».
Anche il medico di condotta amava soffermarsi al sommo
dei tornanti di Gresso, nella tarda ora del tramonto, per
contemplare lo scintillio delle stelle palpitanti in quella
stupenda conca di cielo. Forse come in nessun'altra parte
della valle, il firmamento nella zona di Gresso sa mostrare
tanta arcana dovizia! Era lui stesso, il medico ad asserirlo,
e voleva che i figlioli lo sapessero. Perciò c'era la fermata
d'obbligo in quella specola naturale: egli puntava il suo
bastone ferrato verso il cielo e rendeva attenti i figlioli, si
estasiava in quel grande silenzio palpitante di vita stellare.
A ponente la dolcissima e vivida luce di Venere sopra
Vergeletto, tutto a nord il gran carro dell'Orsa maggiore,
poco discosto l'Orsa minore con la Stella polare dritta e
vigilante sopra Gresso; verso meridione in certi periodi
estivi la luce arancione del pianeta Marte, quasi piccolo
braciere ardente. E dentro la lunga misteriosa Via Lattea. I
figlioli si divertivano un mondo a creare nomi fantasiosi di
gruppi stellari; c'era «la carta geografica», una «gabbia con
uccellini saltellanti», una «corona di re» un «rosario d'oro»,
uno «scrigno aperto sfolgorante di diamanti».
E il padre compiaciuto non spiegava più; lasciava che la
fantasia sbrigliata dei suoi monelli corresse tra terra e cielo
rendendo leggero e più veloce il piede lungo la sassosa
discesa dei tornanti.
Ma ci fu chi seppe vedere e apprezzare quel selvaggio
angolo di monte. Vennero dal nord, dal lontano e gelido
mare dei Paesi Bassi, già negli anni antecedenti la prima
guerra mondiale. Non si sa né come, né perché. Vennero
con tutta la loro tenacia, il loro sereno realismo, sostarono
ai piedi dei tornanti di Gresso e scelsero un simpatico
pianoro riparato dai venti, attorniato da pinete, rallegrato
da limpida scorrevole acqua canora, con il sole smagliante
di giorno e le stelle sfolgoranti nelle notti senza luna.
E fecero sorgere una solida comoda costruzione, capace di
accogliere diverse famiglie: e la chiamarono «Villa degli
olandesi». Per tutti e sempre fu solo la «Villa degli
olandesi», e a tutti sembrò un miracolo di generosa
benevolenza verso la valle. La diligenza dapprima, le auto
postali poi, che ai piedi della costruzione avevano fissato
una nuova fermata, offrivano ai passeggeri lo spettacolo di
una gentile visione. La mole ardita, lo stile nordico, le
facciate irregolari con le molte finestrelle ornate di pizzo; le
graziose scalette del pianoterra; e davanti alla facciata
principale un minuscolo leggiadro parco di betulle, quasi
fosse l'ondeggiare delle vele sul loro pallido mare. Il tutto
destava la curiosità di avvicinare quegli strani robusti
abitatori e — perché no — di stringere amicizia con i loro
bambini dagli occhi color del mare, dai capelli biondissimi e
con quelle curiose calzature a punta come microscopiche
barchette.
La permanenza degli olandesi in valle si prolungava oltre la
stagione estiva; non di rado succedeva che avessero
bisogno del medico di condotta. E lui vi andava premuroso
come sempre, fiero di prestare la sua opera a fratelli di
altra stirpe, conoscere da presso la loro correttezza per un
logico scambio di simpatie. Anche per i figlioli del medico
era grande festa sostare nel parco dei bambini olandesi a
«conversare» tra squillanti risatine. Le loro parlate erano
tanto diverse: eppure subito nasceva e vi si stabiliva la più
naturale intesa.
Molto spesso succede così tra bimbi di idiomi e costumi
diversissimi.
Che ne sappiamo noi adulti? Forse è nient'altro che la
trasparenza delle loro anime infantili, a giocare il simpatico
sortilegio. Un giorno che il medico si era attardato più del
solito dentro la villa, i piccoli olandesi si diedero un gran da
fare a portare fuori sul prato scatole e scatolone colme di
giocattoli da mostrare ai nuovi amici. C'erano bambole con
le trecciole dorate, barchette a vela e navi di una certa
importanza; giuochi di costruzione con l'immancabile
mulino a vento; tutta la serie degli animali domestici in
legno; e curiosi giardinetti con finti giacinti e tulipani, ritti
nel verde come spilli dentro un cuscinetto. La
conversazione si animò; le frasi più strane si incrociavano
con esclamazioni di gioia, in perfetta letizia.
Ad un tratto spiccò il nome di Haarlem e di Giovannino, il
piccolo eroe che aveva chiuso con il suo ditino intirizzito dal
freddo un buco nella diga, dietro cui il terribile mare
sarebbe passato a sommergere la città. (Proprio così
raccontava la stupenda novella del libro di lettura) E
quando i figlioli del medico in un euforico entusiasmo
ripeterono la voce cattiva del mare che sussurrava: «giù,
giù: passerò, passerò giù, giù: annegherai, annegherai...»
si elevò nell'aria al di sopra delle betulle un coro di voci e
l'incrociarsi di due nomi: «Evviva Giovannino di Haarlem».
Oggi ancora a distanza di decenni tornano gli olandesi alla
loro villa. Sono le generazioni nuove della nostra
nuovissima epoca. Tornano sorvolando l'Europa con gli
aviogetti; discorrono forse di imprese spaziali, di
elettronica, di scienza nucleare; enumerano i grossi
problemi sociali e religiosi dell'era presente; esaltano i nomi
dei loro eroi sportivi. Sono forse uomini forti e studiosi
come i loro antenati che hanno dominato il mare con
gigantesche dighe, per cui si dice: «Dio ha creato il mondo
e gli olandesi l'Olanda!»
Sono forse studiosi e colti, sempre alla ricerca di problemi
da risolvere; e sono forse anche uomini ricchi; eppure
tornano ancora ai piedi dei poveri tornanti di Gresso — il
paesino da nulla — con la semplicità nel cuore di chi è
sicuro di ritrovare la serenità nel suggestivo scenario di una
natura intatta, non deturpata dalla tecnica. Convinti di
cercare la risposta ai misteri dell'Infinito, nel silenzio di una
notte stellata, al di là di quello splendido firmamento.
LE BELLE ESCURSIONI
Da Russo, su per il ripido sentiero a picco del torrente
Caurga, eccoci alla Furcola: gigantesco cofanetto verde di
velluto erboso.
Vi si giunge con il «fiato corto», diceva il medico, che aveva
per la comitiva in aspra e pericolosa salita un «occhio
clinico»; perciò consigliava a riprese un attimo di
distensione per una più calma e profonda respirazione.
L'alpestre scena di quel monte, inquadrato nella luce diffusa
di un azzurro tersissimo, l'aria imbalsamata di resina, i
campani delle pigre vacche pascenti ti inondano di gaiezza.
E se appena ti soffermi accanto ad una di quelle casupole di
pietra viva, sei certo di incontrare la più festosa abituale
ospitalità onsernonese e di sentirti ritemprate le energie da
una tazza di caffè: di quel loro caffè che odora di faggio e
di resina, ispessito da un cucchiaio di fresca panna, che nel
dialetto di valle vien chiamata in perfetta dizione: «la
spessura».
*.*.*
Da Russo ancora, muovendo i passi stavolta verso
nordovest dopo una prima ripida salita lungo il sentierino
degli ultimi prati, ecco inoltrarci nella fitta faggeta del
patriziato: riserva inestinguibile per tutta la legna da ardere
dell'intero paese.
Il sentiero è in lieve salita, per nulla faticoso, anche per la
morbidezza del sottobosco; e il fitto fogliame dei faggi
nasconde alla visuale il burrone che più sotto finisce a
strapiombo sulla strada del Ponte-oscuro. Si cammina così
leggeri, senza sforzo per oltre un'ora, fin che, uscendo dalla
boscaglia, posi lo sguardo su di una ampia distesa verde, in
faccia al sole, ondulata di terrazzi, pianori e dolci poggi. Il
tutto intersecato da molte casupole e cascinali in pietra
scura, delimitati da precisi steccati di legno dentro cui, ben
coltivato a verdure e fiori, sta l'orto di ogni famiglia: è
Quiello, il paesino alpestre per la dimora estiva di Russo.
A questo punto non puoi far a meno di sostare in
ammirazione, portandoti una mano a schermo sulla fronte
per abbracciare con lo sguardo quel pugnello di abitacoli in
miniatura dentro la pace infinita di una conca verde.
Una sensazione di gaudio fraterno t'inonda l'anima, se non
che di colpo un pensiero tenebroso ti assale e ti scuote,
come di un sassolino che entrato improvviso nella
superficie tranquilla di uno specchio d'acqua, la rompe,
l'increspa e la scompiglia in infiniti cerchi misteriosi...Perché
mai?... Nel posare l'occhio su di un pezzo di prato poco più
grande d'un lenzuolo, tra due casupole, un ricordo di
un'arcana paurosa narrazione passata di bocca in bocca dai
grandi e raccolta con occhi sbarrati dai piccoli, si è
presentato vivo e macrabo alla tua fantasia.
Una donna aveva osato nel bel mezzo d'una estiva notte
lunare, spostare i termini, di confine per fare un poco più
grande il suo pezzo di prato, decurtando lo spazio della
vicina. Dopo sorde lunghe querele avvenne che la donna
morì e per tante notti di seguito, allo scoccar della
mezzanotte, l'anima della poveretta veniva scorta —
avvolta nel funereo drappo — percorrere ripetutamente il
confine del suo pezzo di prato, preceduta da uno strano
alitare di vento, dentro cui si udiva l'eco ritmata di un
lugubre singhiozzare. E così ogni notte paurosa, fin che
scontato non fu il peccato del maltolto.
*.*.*
Rechiamoci verso Mosogno con un itinerario ardito:
infiliamo sotto il ciglio della carrozzabile un'interminabile
gradinata di pietraie a ciuffi d'erba, per scendere giù giù in
fondo alla valle.
Giunti a scorgere l'Isorno sonoro e spumoso, proprio nel
preciso punto dove nei primordi della storia (come annota il
prof. Natale Regolati) il traghetto del fiume era fatto con un
navicello: da qui il nome di Naveria e poi Neveria dato al
ponte costruito più tardi in sasso a schiena di mulo.
Attraversato il ponte e recato un saluto a traverso
l'inferriata della finestrella alla chiesuola della bella
leggenda, si risale subito il lato opposto della valle,
riacquistando a forza di polmoni i metri perduti e oltre, in
un sottobosco di mirtilli. Dopo un paio d'ore di tutta salita si
raggiunge un'altra erbosa e ampia conca verde seminata di
cascinali che coronano la suggestiva chiesetta alpina della
«Madonna della Segna» in territorio centovallino.
Una gustosa sosta e poi si riprende a salire sotto una fitta
faggeta, la quale, sul malagevole crinale del Pizzo Ruscada,
cede a poco a poco il posto ai larici, ai pini e poi alle
conifere di basso fusto. Il sentiero è a tratti raccapricciante,
perché si staglia entro i canaloni che a precipizio finiscono
dritti nel letto dell'Isorno.
Dall'alto di quell'impervia cresta del Ruscada, con l'azzurro
del cielo sopra la testa e ai piedi la voragine insidiosa, si
prova la strana sensazione di esser diventati piccini,
inermi...Allora qualcuno della comitiva per non tradire un
senso di arcana paura, intona con la bella pura voce dei
suoi vent'anni l'appassionata canzonetta dell'emigrante
ticinese a cui risponde il coro argentino e rincuorato di
tutti:
«Dimmi oi bella che tu vuoi venire che il mio cuore palpita
d'amor per te...».
Intanto che l'occhio di ognuno spazia sul vasto panorama di
due valli sottostanti, l'anima si fa grande e sconfina oltre il
creato...
Poi finalmente si perde quota e con i piedi più saldi e il
respiro più ampio si raggiungono i poggi e i dirupi sassosi
sotto Spruga, e si attraversa l'Isorno giovinetto, su di un
fragile ponte.
La scalata al severo pizzo Ruscada è compiuta con
l'orgoglio dell'escursionista, pago per l'aspra sua impresa.
*.*.*
Comologno riserva agli appassionati
un'altra insperata conquista.
della
montagna
Con la tenacia e la regolarità, proprie all'incedere dei
montanari avvezzi alle lunghe salite, ci disponiamo ad
attraversare, salendo, le svariate regioni montane. Subito
al disopra del paese, i pendii dei prati lisci, poi intersecati
da ginestre montane, da ciuffi d'erica e macchie di rovi; ai
lati del sentiero quasi pianeggiante, compare la felce
maschia, rustica testimonianza dell'ultima era quaternaria,
che ingombra il terreno ai piedi dei primi faggi e dell'ultimo
sorbo.
Lentamente il bosco s'infittisce, mentre qua e là spiccano le
ultime leggiadre chiome delle cento foglioline pendule delle
betulle, che d'un tratto, in una piccola spianata erbosa
sembrano salutare con accennati inchini dell'esile e bianco
fusto, il sopraggiungere sfrontato dei duri larici, invadenti il
pendio pietroso della montagna.
Mentre si calca il sentiero a zig-zag per l'ultima ascesa, lo
sguardo è perso giù in quella fragile adunata di betulle,
che, quasi evanescente, pare la riproduzione viva delle
ballerine di Degas.
Siamo in cima: davanti a noi la luce di uno sconfinato
orizzonte e il sipario aperto sull'alpe di Salei: le mandrie al
pascolo, o pigramente adagiate sul fitto tappeto verde, il
gregge delle pecore con il muso rasente terra, le cascine, le
lunghe stalle, e tra l'erba, sostenuti da zampe di legno, i
segmenti dei rustici abbeveratoi ricavati dal tronco scavato
dei larici: il tutto sembra messo lì sul muschio per un
grande fantastico presepe.
Poi in un angolo sopraelevato del grande scenario, il
laghetto alpino, il lago dei Salei: stupenda smisurata pietra
di zaffiro, incastonata dentro una corona di rododendri in
fiore...
NELLA DOLCE TERRA DEI NONNI
I nonni, tutti e quattro, stavano di casa a Mendrisio. Essi
quasi mai compivano il lungo viaggio per recarsi in Valle,
che allora era un viaggiare anche un poco disagevole. Uno
però c'era fra i quattro che affrontava senza indugi le
lunghe ore di treno e di posta: era il nonno paterno a cui
piaceva il soggiorno in Valle.
E grande festa faceva sempre la nidiata alla sua comparsa.
I nonni!... Una miniera di serenità, un fulcro che rinsalda i
due estremi dell'arco della vita: alba e tramonto. I primi, i
nipoti, inconsciamente si sentono attratti dai secondi; ma
questi, i nonni, guai a scordarsi d'esser i generatori di due
generazioni, di cui essi vantano la duplice proprietà,
l'esclusiva proprietà, tanto che allora era un orgoglio, un
dovere anzi per le nonne tener pronto sulle labbra or l'una
or l'altra delle tipiche frasi: «sangue del mio sangue,
viscere delle mie viscere...» e mai nessuno osava
dissentire.
Ma poi che il tempo passava e che ineluttabilmente qualche
vuoto si faceva tra la bella quaterna dei nonni, i figlioli più
grandi della nidiata venivano inviati a turno a Mendrisio a
tener compagnia ai nonni rimasti.
Era il 1913 di un luminoso e dolce settembre. A Mendrisio si
facevano i preparativi per un Congresso eucaristico. E la
madre, che premeva in cuore un palpito di nostalgia per la
sua terra, asseriva che bisognava mandare una
«rappresentanza» laggiù. In famiglia si dispose che il turno
toccasse alla seconda figliola, dal momento che la
primogenita, già ormai una signorinella, era quasi di casa a
Mendrisio, dove stava tutta a suo agio. Il padre preparò con
meticolosa chiarezza l'itinerario di un viaggio che non era
né breve, né semplice per una ragazzina che per la prima
volta si allontanava sola da casa.
A Mendrisio giunse in pieno pomeriggio con una gioiosa
sensazione d'orgoglio. A riceverla c'era lo zio, sotto la
pensilina della stazione assolata e semideserta. E in quel
preciso momento essa avvertì l'urto della prima
impressione: uno strano senso di solitudine e un sentirsi
come rimpicciolita. Mentre percorreva il lungo tratto dritto
fiancheggiato da vetrine, a lato di quello zio robusto e
silenzioso, girando lo sguardo si avvide di trovarsi dentro
un ampio orizzonte luminosissimo. Proprio di fronte ai loro
occhi si elevava, facendosi più nitida, una roccia strana nel
gioco meraviglioso delle sue luci, d'ombra e di sole; dei suoi
chiaroscuri di nudo e di verde, profusi di riflessi d'oro, con
un piccolo eremo intarsiato con grazia nella stessa roccia.
Non ne aveva mai ammirata un'altra simile! C'era sì, a
Russo, dietro la sua casa una roccia irregolarmente nuda,
ma quanto diversa!
«...zio, che cos'è quel bel monte?» disse rompendo il
silenzio.
«Come, non lo sai?... l'è ul ciapp dal san Nicolaa, ne vedrai
altre di belle cose, se farai con noi una lunga vacanza...». E
poi non disse più nulla.
La ragazzina pure si tacque, quasi sommersa di pensieri, fin
che giunsero sulla porta a vetri dell'albergo della «sciura
Teresa» la «mamgranda» come voleva esser chiamata lei;
la madre di sua madre che l'aveva messa al mondo proprio
lì in quella stretta contrada, dentro un lungo e importante
caseggiato da cui era uscita sposa giovanissima, in un
candore di veli, come nuvoletta irradiata di sole. La nonna
si strinse ben due volte al petto quella figlioletta
esclamando con un sospirone: «la tusa da la mia tusa! ...».
Una scenetta in pieno contrasto: il trionfo della nonna
accanto alla nipotina che per la prima volta provava il
disagio della timidezza.......
Ma non era la nonna ad incuterle soggezione, bensì quel
vasto locale, altissimo ai suoi occhi, curioso a vedersi nel
suo arredamento, con quel gigantesco maestoso camino
che occupava quasi intera la parete di fondo, al cui angolo
destro si apriva una fuga di sale, salette, salottini, e
finalmente un lungo luminoso salone chiuso in fondo da un
palco.
Il tutto un ambiente invitante e austero, solenne, ma
freddo, indicibilmente estraneo; e parve il cozzarsi di due
nature: lo spirito che emanava da quell'ambiente contro la
sensazione nuova della fanciulla. Ora qui nacque per
quell'ambiente la sua prima sorda e segreta ostilità, la
quale via via che passavano i giorni si acutizzava fino a
raggiungere il suo culmine ogni volta che all'ora dei pasti i
familiari si raccoglievano ad un'estremità del lungo tavolo,
con le spalle al camino e il viso verso la porta a vetri, per
esser pronti al saluto di chi entrava in albergo.
E la ragazzina inconsciamente si vedeva nei panni di sua
madre bambina, crescere, giocare, folleggiare dentro le
spire di una sì strana atmosfera ...
C'era però una cosa di suo gusto: infilare la porta della
cucina che si apriva a sinistra del vasto camino: un locale
lungo, alto come il primo, con una vetrata che guardava
l'ampio cortile interno; sulla parete opposta un arsenale di
casseruole, padelle, coperchioni e coperchietti di lucidissimo
rame. Sotto la vetrata una cucina economica che sembrava
non finire mai, davanti alla quale in certe ore del giorno ci
stava il cuoco ad armeggiare intento, ma sempre ilare e
faceto, nella sua bella parlata romana che a volte
intercalava canoramente di romanze italiane allora in voga.
Dentro le vie del Borgo ferveva quell'animazione insolita e
uguale un po' ovunque nei giorni che precedono una
festività.Verso il pomeriggio inoltrato intanto che la nonna,
seduta al tavolo sotto il porticato che dava sul cortile,
sceglieva, mondava, sbaccellava un'enorme quantità di
erbaggi esuberanti di freschezza, la ragazzina assaporava
un vago senso di libertà. Uscì sulla strada e si portò verso
la piazza, sotto le superbe gradinate della chiesa da dove
veniva il regolare scampanio festoso. La facciata della
chiesa a Mendrisio (vedi «Storia della prepositurale di
Mendrisio» di Mario Medici) sorge in vetta ad un minuscolo
poggio e mostra con imponenza soffusa di dolcezza tre
bellissime arcate, sul cui attico s'innalza la cupola
campanaria tarchiata, quasi tozza.
Mendrisio nel 1930. Foto Soldini - Chiasso
D'un tratto (chi sa come) essa rivide il suo caro campanile
lassù in Valle, così alto e snello, e in cuore le punse la
nostalgia....
Russo, anni '20, foto Finzi - Lugano
Salì, si soffermò sotto le arcate a contemplare il sole che
calava tra nuvole d'oro dietro un mirabile anfiteatro di
colline. Poi si trovò dentro il grande tempio con le pupille
ancora cariche di luce, e l'urto della penombra in
quell'immenso vuoto le diede la sensazione di trovarsi in un
mondo irreale, come le succedeva nei suoi fantasiosi sogni
notturni. Chierichetti e sagrestani formicolavano, intenti ai
preparativi per la funzione serale eucaristica.
A poco a poco prese fiamma un numero incalcolabile di
candele e lampade, e allora tra un luccichio di oro e di
argento troneggiò singolarissimo un altare fatto a guglia: la
fanciulla non credeva ai suoi occhi che potesse esistere un
altare tanto diverso da quelli dentro le chiese della sua
valle. Allora si ricordò di tutto quel parlare che il nonno
faceva sempre intorno alla sua chiesa di Mendrisio, ... che
lui l'aveva vista sorgere pietra su pietra; e che — finita —
l'aveva benedetta il prevosto Gaetano Pollini, poi
consacrata il vescovo del Ticino Mons. Vincenzo Molo. E
ancora, che il Papa Pio IX aveva mandato da Roma il suo
messaggio con la benedizione e le indulgenze, felicitandosi
con i Mendrisiensi; che in tutto il Cantone non esisteva una
chiesa così bella e così grande come quella dei santi Martiri
Cosma e Damiano. E che nel Borgo viveva la persona che
per la prima aveva ricevuto il battesimo nel tempio, appena
consacrato; faceva la fruttivendola: tutti la conoscevano,
anche quelli di fuori, e tutti la chiamavano sempre e
soltanto "Prima" come se il suo cognome fosse andato
perduto.
Tutte queste cose la ragazzina ricordava beata. Poi di colpo
si sprigionò dall'alto della cantoria un poderoso suono
d'organo, che le cupole, i vani, le colonne del tempio fecero
echeggiare in soavi cristalline melodie. La fantasia della
bimba ebbe un sussulto, essa che non conosceva se non il
suono del minuscolo armonium di suo padre, che veniva
portato in chiesa per le solennità.....
Intanto teneva fisso lo sguardo su quell'altare, perché così
alto e finemente intarsiato le sembrava una guglia
frastagliata del suo Ghiridone, baciato dal sole. Ma poi si
accorse che qualcosa stonava e si chiese: “perché quel
tendone rosso dietro l'altare appeso e tenuto stretto da una
specie di vecchio e malfermo baldacchino fissato su sotto la
cupola?... Com'è brutto, quasi che le belle guglie che si
elevano al cielo avessero bisogno di un tendone!... “
A cerimonia terminata, sull'uscita della chiesa, tra la calca
dei fedeli, incontrò la nonna che la prese affettuosamente
sottobraccio. E la ragazzina, quasi non potesse trattenere le
sue impressioni, esclamò: «Nonna, com'è grande la tua
chiesa, e com'è bello il suo altare; però non mi piace quel
tendone rosso...» — «Sa ta disat, tusa, l'è ul so bel!» —
sentenziò la nonna. La figliola restò male e si chiuse nel
silenzio; sapeva che la nonna era un po' sempre battagliera
e che non ammetteva contraddizioni.
All'indomani mattina il postino entrò in albergo, depose sul
lungo tavolo un cesto pesante di vimini colorato, con due
coperchi tenuti chiusi da fibbiette, e sormontati da due
manici rivestiti. Era indirizzato alla nonna e veniva da
Russo. Appena aperto si sparse per l'aria l'acuto profumo di
funghi: che meraviglia! riposavano tra soffici cespuglietti di
muschio; c'era tutta una varietà di allettanti e freschissimi
funghi porcini, boleti, prataioli, "chanterelles".
La fanciulla contemplandoli rivede i suoi boschi, le faggete,
i castagneti e assaporò il profumo selvaggio della sua
valle...; poi proruppe in una domanda: «Zio, quando mi
accompagni a casa?...» — «Ma come, rispose lui quasi
seccato, saresti già stufa di stare con noi?... tua sorella non
fa così!».
Allora la nipotina trovò il coraggio di ribattere: «Sì, ma mia
sorella è andata a scuola a Mendrisio; qui c'è la sua
maestra Nemesia, le sue amiche che ricorda sempre: l'Ada,
la Lina, la Rita, la Maria: Io invece sono sola!..» Erano i
primi attacchi d'un «male oscuro» che lentamente
prendeva possesso e non poteva più contenersi in petto: «il
mal di paese» e... nessuno se ne avvedeva.
Nemmeno la nonna; perché può succedere talvolta che per
quel «bene» troppo possessivo, i nonni non sappiano
vedere dentro l'anima meravigliosa del bambino. Appena
terminato il pranzo e distribuito i vassoi con il caffè ai
singoli pensionati, là nelle salette (incarico affidato alla
ragazzina) la nonna disse di doversi recare giù verso
Cercera per delle incombenze.
Nonna e nipotina eccole in strada: l'una orgogliosa e l'altra
beata, come sempre capitava di esserlo a quest'ultima,
appena poteva uscire dalla porta a vetri e voltare le spalle
all'albergo. A metà discesa della strada nuova (la strada di
«Meregasc» costruita dall'ingegnere dalla testa grossa...)
così spiegava la nonna, svoltarono a destra verso il
cimitero. Giunte di fronte ad un'ampia cancellata in ferro
battuto, vigilata da due altissimi cipressi, la nonna cavò di
tasca un lungo rosario marrone, mentre la fanciulla taceva
stupita e pensosa. Essa di colpo rivide dentro gli occhi il
piccolo camposanto su in Valle, con un cancello mai chiuso
a chiave, ma solo a malapena accostato, al margine della
strada, sul limitare di un castagneto, di cui qualche robusto
ramo fronzuto sporgeva verso l'interno del muretto di cinta
e abbondantemente lasciava cascare in autunno i grossi
ricci aperti al sorriso, sui poveri disadorni tumuli.
Entrate nel grande camposanto, la ragazzina girò lo
sguardo su quella fitta selva ordinata di croci e di figure in
marmo, di lapidi lucide con le fotografie. Alla svolta del
viale principale venne colpita da una figura maschile in
marmo bianco, ritta in piedi, vista di fronte, in modo tale
che si trovava in posizione perfettamente opposta e tutte le
altre tombe. Le piacque subito, si avvicinò, sfiorò con la
mano il bastone ricurvo su cui sembrava appoggiarsi
(proprio come faceva suo padre) e lesse su di una lapide:
«Dottor Carlo Pasta, i figli gelosamente ne ricordano le
virtù, gli ammalati il medico benefico e monumento eterno
alla gloriosa sua memoria resta il Generoso».
Allora le tornarono un'altra volta alla memoria le parole del
nonno, di quel nonno Florindo così ciarliero e così gustoso
nel suo dire, e riandò beata la storia di quell'uomo che fu
grande e bravo, ma che i suoi Mendrisiensi non seppero
comprenderlo in vita. non l'assecondarono nei suoi
grandiosi progetti: egli assicurava che il Generoso avrebbe
fatto la grandezza di Mendrisio. Sì, proprio così diceva il
nonno! Poi alzò lo sguardo, mirò quelle pupille marmoree
che sembravano vive, puntate com'erano verso il cielo
lontano quasi volessero significare: «ammiro, sì, il mio
Generoso, ma il mio anelito è ora finalmente pago nella
grandezza di Colui che creò tutte le montagne».
Poi quasi di corsa passò oltre la costruzione dei «forni»
dicendo alla nonna che non voleva scendere in quegli antri,
perché le mettevano degli strani brividi, e si trovò in
contemplazione di un monumento di mole imponente, quasi
un mausoleo: seduta ai piedi di un busto raffigurante un
gagliardo giovane, stava la madre avvolta in un ampio
scialle così naturale, per nulla marmoreo, la cui frangia
sembrava scomposta dalla brezza; ai piedi un paio di
zoccole che veniva voglia di toccarle per accertarsi se
davvero non fossero di velluto le «pattine» e di lana il nodo
della «frisa». E il caro povero viso di quella madre in un
atteggiamento di dolore senza conforto. La ragazzina
impressionata riandava solo alcune parole del racconto vivo
del nonno, le più terribili: «...le avevano ucciso il figlio per
la politica!...».
Poi ripresero la discesa, giù giù oltre il sottopassaggio di
Cercera; la nonna disse che doveva recarsi alla «Tana» per
ordinare della polleria e dei salumi nostrani della «mazza»
casalinga.
A destra di un bel sentiero scorreva dell'acqua tranquilla,
silenziosa, ombreggiata da fitta boscaglia e si muoveva così
lenta che appena appena incurvava l'erba dei margini.
La fanciulla guardò e chiese: «Nonna, cos'è?» «Ma non
vedi?... è un fiume, ul nost Lavecc che vegn da Stabi» « Ma
nonna, i fiumi non sono così! questo mi sembra un biscione
che striscia nelle foreste vergini; non posso guardarlo! i
fiumi veri non sono proprio così!» - «...Ma come sono
dunque?». E la bimba presa da entusiasmo parve non
smetterla più di parlare; disse che i fiumi della sua valle
scorrono in fretta, fanno rumore come cantassero una bella
canzone; hanno grossi sassi lucidi dentro il loro letto e della
sabbia d'argento; fanno cascate bellissime, bianche come
panna montata, spruzzano acqua purissima come se
giocassero, e mettono gioia a guardarli... «...Ma chi
t'insegna queste cose?» interruppe la nonna. «il mio papà,
- rispose sicura - lui sa tutto, è come un vocabolario il mio
papà!».
La nonna guardò negli occhi la sua nipote e non ebbe nulla
da replicare.
Sulla via del ritorno il giorno stava scemando, tra le dolci
colline del Varesotto calava il sole in una palla infuocata e i
suoi riflessi incendiavano la roccia del San Nicolao; in uno
spiccato profilo d'argento si delineavano il San Giorgio, il
colle di S. Agata e il vasto cielo d'opale era tutto un
incanto. La piccola lo mirò a lungo e poi uscì a dire: «nonna
com'è bello il cielo di Mendrisio!» E lei di rimando: «Ma se
l'è 'inscì bell', perché non vuoi restare con la tua
'mamgranda' che ti vuole tanto bene?».
Quella lunga giornata doveva avere il suo epilogo. Come
ogni sera la porta a vetri dello albergo si apriva e si
richiudeva in continuazione al passaggio dei clienti
intenzionati a trascorrere le prime ore notturne al tavolo da
gioco, o intorno a quel bellissimo biliardo dal tappeto verde,
con quelle palle d'avorio così vive e quasi pensose al tocco
dell'elegante stecca di legno lucido.
Ad un tratto la nonna chiamò la nipote e le disse: «Vieni a
vedere chi c'è; saluta questo signore che conosce i tuoi
genitori, si chiama N. T.». Era persona dall'aspetto distinto,
vivace e faceto proprio alla maniera dei Mendrisiensi. Ebbe
parole allegre per la bimba e poi disse di scatto: «Oh, io la
conosco la valle Onsernone: è tutta sassi!». La fanciulla fu
come fosse colpita in pieno petto e subito rimbeccò un
«non è vero!» deciso, guardando male il signor N.T. il quale
riprese: «Adesso ti fermerai a far compagnia alla tua
nonna, e vedrai come ti piacerà andar a scuola a
Mendrisio». Fu un attimo imprevedibile: la figliola scoppiò
in lagrime con certi singhiozzi che sembrava si
sprigionassero chi sa da quale profondità; incapace di
reprimerli andò ad accovacciarsi in un angolo del grande
camino.
Rimase assai male il signor N.T. e subito consolò la bimba
con parole gentili e le mise nella tasca del grembiulino una
bella moneta d'argento dicendole: «ti comprerai un
giocattolo da portare ai tuoi fratellini...». Doveva essere il
bello scudo che allora recava la regale figura dell'Elvezia
seduta accanto allo stemma crociato.
E di giorni ne passarono parecchi. Si chiusero anche le
cerimonie del Congresso eucaristico: fu un'apoteosi di fede
la lunghissima e ordinata processione con le confraternite,
le verginelle nei graziosissimi costumi in svariate tinte
pastello e quel gigantesco grappolo di uva bianca, portato a
spalla da due giovanotti: simbolo biblico della «Terra
promessa», ed espressione liturgica dell'Eucarestia. Tra la
folla dei curiosi si andava dicendo: «Soltanto Mendrisio sa
fare delle belle processioni!».
A poco a poco, settembre si adombrava delle sue luci
meravigliose; la brezza della sera si faceva fresca e
l'autunno incombeva superbo sugli ubertosi vigneti
stracarichi di pampini d'uva. Da qualche giorno si andava
dicendo che su nel Sopra Ceneri pioveva con un susseguirsi
di
temporali di
rara violenza.
I
corsi
d'acqua
rumoreggiavano ingrossati a dismisura convogliando
materiale terroso e legnami. E nel Mendrisiotto incombeva
un'afa pesante.
Fu il pomeriggio sull'imbrunire quando si scatenò tra lampi
e tuoni un furiosissimo temporale. In pochi minuti tutti i
vigneti della plaga vennero spogliati, spelacchiati, denudati.
E i chicchi di grandine grossi come noci e persino come
uova, giacevano in terra a mucchi, misti a grappoli pesti e
vetri infranti. Scese la notte su di una generale
costernazione. All'indomani presto il postino recò un
telegramma da Russo che diceva laconicamente:
«Non muoversi fino nuovo avviso; ferrovia interrotta
Bellinzona - Locamo, piano Magadino inondato».
Ma il telegramma aveva taciuto il peggio, che non tardò a
sapersi. I primi clienti entrati in albergo dissero che nel bel
mezzo del piano di Magadino l'acqua aveva asportato il
terrapieno della ferrovia e la locomotiva dell'ultimo treno
della sera per Locamo era sprofondata con il suo
macchinista.
Furono giorni veramente tristi e lunghi a non finire per la
ragazzina, che già aveva gioito alla idea del suo ritomo in
Valle! Quante volte - non vista - andava ad aprire la bella
scatolona con il regalo che la nonna le aveva fatto
comperare accompagnandola in fondo a «Corrobiello» in un
negozietto tutto di giocattoli, spendendo il bello scudo
d'argento del sig. N.T.
Era una piccola graziosa locomotiva che trascinava due
carrozze verdi in corsa su di un binario circolare di latta
bianca. Ma quel giorno, tornando finalmente a casa,
accompagnata dallo zio, che tristezza la ciminiera di quella
grossa locomotiva che a mala pena sporgeva dalla melma!
Sul binario ricostruito a titolo provvisorio il treno passava
lento lento a qualche metro appena dal luogo dove il
povero macchinista giaceva sepolto vivo al suo posto di
lavoro... I passeggeri ai finestrini guardavano ammutoliti e
tristi.
Quando finalmente, giunti a Ponte-Brolla, e accomodati
sulla Posta, correvano verso l'imbocco della Valle
Onsernone, alla fanciulla parve di sognare...
Se avesse potuto tradurre il palpito del suo piccolo cuore
avrebbe esclamato: «Ti rivedo, o mia valle e m'illumino
d'immenso». Torno a te, valle severa nei tuoi dirupi, valle
di mio padre medico!... »
SAGRE E STAGIONI
All'ombra dei campanili, sui sagrati delle chiese, hanno vita
tutte le sagre della nostra «sacra terra».
È il campanile l'elemento principe di una sagra: sono le sue
campane a dare il tono più spiccatamente festoso alla
sagra, anche quando dall'alto della torretta campanaria è
una sola campanella che irrequieta, ciarliera annuncia a
perdifiato, già parecchi giorni prima, l'appressarsi della
sagra annuale, la festa particolarmente cara a quel dato
nostro villaggio.
Dolci campanili nostri!
Bisognerebbe non aver tra mano e sfogliare la bellissima
terza edizione del volume di Piero Bianconi «I campanili del
Ticino» per non sentirci «campanilisti» cento volte di più...È
lui stesso il nostro scrittore che nella dotta presentazione
alle molte nitidissime fotografie, ci parla dei nostri
campanili in tono di amorosa filiale sapienza. «L'ombra dei
campanili — egli dice — non è che un'esigua striscia sui
tetti, ma sentimentalmente copre tutto il villaggio, tutta la
città, perché il campanile è il segno di raccolta, è il perno
del paesaggio, è una sigla di bellezza nell'emblema della
Patria».
E più avanti c'è nelle sue parole un fremito di commozione
quando, ricordando la funesta valanga del 1951 ad Airolo,
scrive: «il vecchio campanile che aveva già visto disastri e
valanghe e frane e incendi, neppure quella notte aveva
tremato, tanto che portava ancora il suo enorme elmo di
neve! Dopo otto secoli era ancora in piedi, vivo, intatto e
sempre giovane: però quella notte sembrava chiedesse
ansioso alla sua gente smarrita: «Siete ancora vivi, ci siete
tutti?...»
Che cosa sarebbero mai i nostri paesi, se per un assurdo li
immaginassimo senza campanili?... Scrigni senza gioielli,
navi senza nocchiere!...È logico dunque che si rivolga al
campanile il primo pensiero, discorrendo di sagre.
Ma che cos'è una sagra? Quale la sua origine: come...
quando... e perché nacque?...
Domande che ci stuzzicano la curiosità, e alle quali
vorremmo trovare una risposta. Perché una sagra non è
cosa da poco: è un minuscolo compendio silenzioso di vita
religiosa, sociale, artistica, a volte anche economica, che si
inserisce dentro la cronistoria dei diversi nuclei di tutta la
nostra gente.
E perché — anche se presunzione può sembrare questo pio
desiderio — non chiedere ai valenti nostri ricercatori di
storia locale, quale dono pregevolissimo, uno studio storico
sulle sagre della nostra Terra?
Di due disparate e distanziate regioni del nostro Cantone,
sono le sagre care al nostro cuore. Le une del Mendrisiotto,
le altre dell'Onsernone. È chiaro che le stesse abbiano pochi
punti in comune, pur avendo tutte quale solida base, una
fede semplice, tradizionale, adorna di gaiezza e di orgoglio
paesano.
Nella dolcissima plaga mendrisiense, ondulata di piani e
colli, si direbbe che i nostri avi avessero fatto un accordo
per distribuire tanto magistralmente per date e luoghi, le
nostre sagre.
E noi sospinti da un vago senso di rimembranze, non
possiamo far a meno di elencarle.
In novembre alle porte del lungo periodo invernale, dà il via
la fiera di San Martino nell'antichissima storica chiesa
dell'omonimo piano. Seguita a brevissima distanza da
quella della Madonna del Sassello a Obino, in vetta a un
poggio, su su verso il calle che conduce al Generoso. In
dicembre la sagra di santa Lucia, poco sopra al piano di
Stabio di romana memoria. A gennaio inoltrato, quando
l'Epifania ha fatto zittire gli echi delle Feste, ecco al centro
della Campagnadorna, mettersi in giubilo Genestrerio per la
sagra del vecchio Eremita sant'Antonio Abate. A chiudere lo
stesso mese c'è il beato Manfredo Settala, attorno al quale
è sempre vivo il fantasioso episodio delle sue sacre spoglie
che, rivendicate da ben tre paesi, vengono portate di corsa
da due giovenchi, dalla vetta del San Giorgio fin giù a Riva
San Vitale, dolcemente lambita dal lago. Due le sagre di
febbraio: sull'incantevole minuscolo colle di Tremona,
stagliata contro il cielo di ponente, spicca la chiesuola della
festa di sant'Agata, seguita a pochi giorni dalla sagra di
Sant'Apollonia a Coldrerio, la cui antica chiesa già
parrocchiale la si direbbe studiatamente appoggiata su di
un leggero promontorio, residuo morenico del preistorico
ghiacciaio. E finalmente, quando i cuori avvertono
l'incipiente primavera, chiude la serie delle sagre la festa di
San Giuseppe nella chiesa che adombra il cimitero di
Ligornetto, nel bel mezzo della pingue campagna, coltivata
oggi ancora con un buon impegno.
Anche se apparentemente le nostre Sagre van perdendo
quel loro antico fascino che ha per secoli attanagliato i cuori
della nostra gente, pensiamo che tutto non andrà perduto.
A testimoniare la fede, le tradizioni, i costumi di chi ci ha
preceduto, resteranno pur sempre questi nostri Oratori o
santuarietti: «Casucce del buon Dio» come sono dette dal
nostro Giuseppe Zoppi!
E perché dunque non ripescare dentro la memoria certi
frammenti di episodi ascoltati dalla viva voce di chi oggi
non è più, e narrati con il cuore ilare, tra un alone di
fantasia e realtà?...
E' un omaggio dovuto in particolare ad una indimenticabile
«reggiura» dal fine intuito, dallo schietto attaccamento alle
zolle feconde di questa nostra terra mendrisiense che le
faceva dire ad ogni occasione, voluta o fortuita, proverbi,
detti, distici e constatazioni rimate del nostro dialetto
lombardo, così splendido quando è puro, così conciso, da
gareggiare in sapienza con la più antica voce latina.
Era gioia serena ascoltarla, anche quando, intenta ai suoi
lavori d'ago, nei quali era tanto esperta, essa non si
avvedeva della nostra ammirazione.
La fiera di san Martino, diceva con naturalezza, quasi
rievocandola, laggiù in quella piana sotto il magnifico
Borgo, era anche il convegno voluto e segretamente atteso
dai giovanotti e dalle forosette di tutto il Mendrisiotto: gli
uni a gruppetti chiassosi, le altre in fila, ciarliere, braccio
sotto braccio, girando e rigirando lo sguardo, con cuore
allegro. E, aggiungeva, forse per stornare la nostra
attenzione dai suoi più intimi ricordi, «dev'essere sempre
stato così fin dai lontani tempi di Renzo e Lucia».
"Lui" la «pustava» (la fissava, la sceglieva) e segretamente
ne serbava la simpatia, così come da un mazzo di fiori se
ne sceglie uno e non se ne scorda il profumo. "Lei",
graziosa, nel suo costume dalla lunga gonna a pieghe fitte
in autentica «strusa», con la raggiera di spilloni argentei fra
le treccie dei capelli bruni, lasciava la fiera con un segreto
dolce interrogativo in fondo al cuore.
Ma il convegno doveva ripetersi alla susseguente fiera di
santa Lucia. La santa patrona degli occhi, doveva condurre
i giovani a «lustraa la vista» e far comprendere alla loro
bella, a traverso le occhiate vive e accese, d'aver
fissata...l'amorosa scelta!
E i convegni si susseguivano ad ogni fiera, durante le quali
dolcemente doveva maturare l'amore per le coppie
fortunate.
La vivace memoria della nostra «reggiura» andava
infiorando il suo dire di quei detti o distici appropriati alle
caratteristiche di ciascuna fiera, che — ahimè! — oggi più
non sappiamo ripetere.
All'ultima delle fiere — quella di san Giuseppe — quando tra
l'erba ancor smunta dei prati occhieggiavano le primule
dorate, aperte al più bel sorriso, e l'aria sapeva di
primavera, le coppie, tra la folla gioconda e irrequieta del
sagrato, timidamente raggianti, entravano in chiesa a
chiedere al santo patrono degli sposi, la sua protezione
nell'imminenza delle nozze!
Sagre onsernonesi! Ci siete pure voi tra i nostri ricordi... Ci
siete tutte risplendenti di sole vivido, caldo; guarnite di
«porte trionfali» imbottite di rametti di pini e larici,
avviluppate di rami d'edera, intramezzate di rododendri in
fiore. Lì, sotto quelle improvvisate porte doveva passare la
processione, ordinata nella sua semplicità, canora nello
stupendo arcano salmodiare latino di inni, sequenze o
litanie.
Generalmente nelle valli, le sagre sono fissate durante i
mesi estivi, dentro la luminosità montana della piena
estate. Non perché c'entri qui la ragione del «turismo», no
di certo! Esse nacquero quando il turismo, questo moderno
despota bifronte, generatore di utili e di danni, non esisteva
nemmeno «in mente Dei» se così ci è lecito dire.
La ragione è tutt'altra; essa ha radici ambientali prima di
tutto e poi umane, di una umanità spirituale, nata
dall'istintivo bisogno di fratellanza. Le sagre valligiane, a
differenza di quelle del piano, sono in massima parte
celebrate nella chiesa parrocchiale dello stesso paese, ad
onore e gloria di quel santo patrono.
Elenchiamole.
Nel mese di luglio a Vergeletto: sant'Anna. In agosto sono
diverse e tutte solenni; a Russo, la Assunzione della
Vergine, artisticamente figurata in una grande tela del
nostro Mola; seguita all'indomani dalla sagra di san Rocco a
Berzona, santo che del resto è venerato in moltissime
chiese del nostro cantone, invocato a difesa dei contagi del
corpo e dell'anima. Così le fervide invocazioni dei nostri avi.
E sul finir d'agosto, San Bernardo a Mosogno, il fondatore
della abbazia di Chiaravalle, dottore di santa romana
Chiesa, per cui Dante in quella sua grande sinfonia poetica
del 33.mo canto del Paradiso, mette sulla bocca del santo
l'invocazione alla Vergine.
A Comologno, in quella massiccia chiesa parrocchiale,
chiude l'agosto la sagra della decollazione di san Giovanni,
il grande Precursore, cui costò la testa l'intrepido «Tibi non
licet» all'infedelissimo Erode.
Chiude la serie festosa delle sagre estive Loco, con
l'antichissima festività del santo Crocefisso, a metà
settembre. In quella chiesa parrocchiale che il sacerdote
don Buetti, nelle sue note storichc, definì una semibasilica,
per diversi antichi e disparati pregi. La sua costruzione è di
epoca assai lontana; già verso il XIII secolo si menzionava
la parrocchiale di san Remigio a Loco, negli annali della
Diocesi di Como. Tra le molte tele del coro se ne ammira
una rappresentante san Remigio che battezza il re
Clodoveo. Nella cappella dell'artistico Crocefisso, presso lo
altare, si legge scolpita la seguente epigrafe:
«anno 1314 in hoc signo vinces».
Ma non vogliamo scordarci di un altro pregiato segno per
dovizia di tradizione che fa tutt'uno con la sagra del santo
Crocefisso a Loco. Durante la processione di quel
pomeriggio festoso che, dall'ampio sagrato si muove verso
la parte centrale del paese e procede lenta, ordinata, ricca
di stendardi in broccati preziosi, tutti i fedeli, dal clero ai
laici, dai ragazzetti alle fanciulle, diffondono nell'aria
vespertina un canto d'intonazione purissima, dolce e
sostenuto ad un tempo in una mistica e rara flessuosità di
voci. E' l'antico inno del «Vexilla Regis» che oggi forse
soltanto a Loco è cantato con l'autentica purezza della sua
lontana origine. Le parole naturalmente sono latine, ma
nessuno è preso dal desiderio di scoprire il significato delle
stesse, perché l'animo è interamente conquistato da quella
solenne e chiara melodia, quasi fosse un diretto e
personale dialogare con Dio.
Siamo andati alla ricerca di qualche precisazione sull'origine
del Vexilla Regis, che pare sia stato composto nel 556 da
san Venanzio, vescovo di Poitiers, quando poté avere nella
sua città una reliquia della Santa Croce. Lo scrisse in
ginocchio, a piè del Crocefisso. L'informazione però non
aggiunge se fu lo stesso san Venanzio a rivestire con la
melodia, le parole dell'inno.
A questo punto ci punge il desiderio di fare una breve
digressione. Fino a qualche anno fa nelle nostre chiese in
circostanze diverse si cantavano inni e sequenze nelle loro
splendide me lodie tradizionali, come «l'Adeste fidelis»,
l'invito degli Angeli nella notte di Natale; «l'Iste confessor»
in onore dei santi non martiri, e quell'incomparabile
«Stabat Mater» che fortunatamente si canta ancora a
Mendrisio nella chiesa della Madonna Addolorata, durante il
suo settenario. «Canta con noi la nostra Addolorata»
andavano ripetendo commossi i Mendrisiensi, fino a
qualche anno fa, parlando della bellissima statua lignea dei
padri Serviti, dal viso dolce, affilato e pallido.
Si comprende come possa esser nata nel cuore delle nostre
bisnonne
quella
specie
di
affettuosa
leggendaria
espressione, la cui suggestione ci può oggi ancora
tacitamente indurre a scorgere un leggerissimo tremito di
labbra in quel viso addolorato; mentre la folla che gremisce
la chiesa canta lo «Stabat Mater» tra il sonoro
accompagnamento dell'antico organo e lo sfavillio di luci di
cento candele che riempiono l'altare, ai piedi del simulacro.
Giova forse ricordare che le parole dello «Stabat Mater»
sono attribuite al poeta laudista Jacopone da Todi (12311306) dottore in legge, gaudente dapprima e poi frate
francescano, il quale compose la celebre sequenza in
circostanze drammatiche, dopo la morte della moglie,
avvenuta per lo sprofondamento d'un palco durante una
festa da ballo. Di Palestrina, Pergolesi, Rossini sono i diversi
allestimenti musicali dello Stabat Mater.
Ora ci si permetta d'aggiungere: l'odierno rinnovamento
postconciliare ha operato e sta tuttora operando nella
liturgia tante pregevoli riforme, allestite con somma
sapienza e circostanziate necessità. Però noi ci chiediamo:
tra alcuni decenni che ne sarà dell'immenso patrimonio
plurisecolare di quella cultura latina e gregoriana che di
tanto lustro impregnò la liturgia della Chiesa?
È un interrogativo nostalgicamente triste, se pensiamo che
i figli dei nostri figli nemmeno sapranno attingere in quello
storico grandioso passato di cultura religiosa.
Ci si rimprovera — lo sappiamo — che la nostra Fede oggi
ha urgente bisogno di essere sfrondata da quel vecchio
alone di sentimentalismi che hanno sempre pervaso la retta
e razionale visione dei principi trascendentali! Ed è pure
giusto! Però non dimentichiamo che ogni credente porta nel
cuore la sua Fede; e la sola ragione umana — limitata nella
sua essenza — non riuscirà mai a sfrondare a zero la
grandezza
incommensurabile
del
mistero!...Non
obblighiamo il credente di media cultura a sentirsi deluso
nel bel mezzo di una discussione razionale, intorno ad un
principio di delicata natura teologica! Potrebbe succedere
ciò che avveniva al bambino di alcuni anni fa, quando,
distrutto il suo giocattolo nuovo per vedere com'era fatto,
lo abbandonava poi subito a terra così sventrato, perché
non vi aveva trovato nulla che appagasse le sue limitate
nozioni!
Ma lasciamo gli interrogativi e torniamo in Valle a rivivere
un istante ancora la nostra lontana fanciullezza serena.
Portiamoci proprio al centro della valle, a Russo, dove un
pugnello di case sfolgoranti nel sole di mezzo agosto, in un
tripudio di verde, vive frenetico l'attesa della sua sagra:
l'Assunzione.
E' la vigilia! l'alto campanile d'un bellissimo romanico
classicheggiante che si eleva nel cielo quasi a gareggiare
con la cima del Pizzo Ruscada che gli troneggia di fronte,
riempie l'aria dei concenti argentini delle sue cinque
campane che suonano, suonano... «d'allegria» motivi di
canti religiosi e di canzonette popolari. Frattanto nell'ampio
sagrato, sostenuto da una massicciata di muro a secco che
lo sopraeleva dalla carrozzabile, ferve il lavoro fuori e
dentro la chiesa. Tutti a dare una mano; con don Giuseppe
c'è «ul Giuli sacrista» i chierichetti, le fanciulle, i ragazzi e
alcune sposine, scesi tutti dai monti in preparazione
festosa. C'è l'erba nel sagrato da strappare tra ciottolo e
ciottolo, c'è da spazzare, lustrare spolverare pavimento,
balaustre, banchi, confessionali. Prelevare dalla sacristia in
pompa magna i busti d'argento dei quattro padri della
Chiesa: sant'Ambrogio, sant'Agostino, san Crisostomo e
san Basilio; due per l'Occidente e due per l'Oriente nei
primi secoli della Chiesa; e troneggiarli, quei grossi quattro
busti, sull'altar maggiore; ma quanto arcigni quei
sembianti! Non godono certo la simpatia dei chierichetti e
tanto meno dei fedeli che neppure sanno chi siano e perché
si debbano mettere in mostra!
C'è da stendere il gran tappeto sul pavimento del Coro; ci
sono le grandi sedie imbottite da disporre ai lati dell'altare
per i sacerdoti che celebrano la «Messa in terza» e per tutti
gli altri parroci della Valle.
Finalmente quando ogni cosa splende nell'ordine, ecco sulla
porta d'entrata il sagrestano che aiuta il medico a portare
in chiesa, dentro la cappella di sant'Antonio, il suo
armonium e attorno farsi il gruppetto della corale
d'occasione, per l'ultima prova dei canti che all'indomani
condecoreranno la grande Messa e le lodi vespertine del
pomeriggio.
Poi, mentre il sole tende a scemare dietro le creste, s'ode
un vocio pieno d'allegria nella piazza sottostante, dove è
giunta la corsa postale: sale la scala del sagrato attorniato
dai ragazzetti il predicatore, Padre Felicissimo, organista
della Madonna del Sasso : notissima e cara figura di
francescano che immancabilmente giunge in paese due
volte l'anno: in agosto per la sagra e in gennaio per le
Quarant'ore. Gli si fa incontro il medico, amico di lunga
data, anche per via della musica, per cui l'uno è
ammiratore dell'altro; e appena s'incontrano sono ambedue
presi dalla loro passione musicale e conversano e discutono
a non finire. Ma don Giuseppe, ritto davanti al suo
confessionale, richiama padre Felicissimo al suo ministero.
E la vigilia della sagra si chiude facendo risplendere di luce
anche le anime dei fedeli.
Ma la vigilia aveva anche un altro epilogo, un simpatico
codicillo di un certo carattere intimo dentro le pareti di casa
del medico di condotta.
Un segmento di sentiero erboso, fiancheggiato da un
vecchissimo muro che sosteneva l'orto di famiglia,
separava la casa parrocchiale da quella del medico. Padre
Felicissimo aveva imparato subito a percorrere quel
sentiero; così che ogni qualvolta veniva in paese era
d'obbligo per lui trascorrere il dopo cena tra quei familiari.
E quella particolare sera, sbrigata in tutta fretta la cena, la
madre dava gli ordini che ogni cosa fosse a posto e
l'ambiente pronto ad accogliere i due cari ospiti: il parroco
e il francescano. Come d'abitudine essa serviva il caffè e la
torta, quella che piaceva a padre Felicissimo, senza uvette,
fatta di soli tre elementi: uova, zucchero e farina; servita
con panna montata, quella panna che soltanto in valle
poteva trovarsi tanto fresca e aromatica.
I conversari, va senza dirlo, erano improntati di allegrezza
e sincera spigliatezza, secondo la caratteristica del frate:
felicissimo sempre, di nome e di spirito. E lo era in
particolare quando i due musicisti, davanti alla tastiera,
infervorati sino all'inverosimile, sostenevano le classiche
polemiche intorno alle fughe di Bach e gli oratori di Händel.
Allora don Giuseppe, l'irreprensibile, non perdeva di vista
l'orologio: ad un certo punto si alzava da sedere e rivolto al
frate gli diceva in tono risoluto: «ricordati che domani
mattina l'Ave Maria suona prima dell'alba, e noi dobbiamo
essere già in chiesa, per quelle pecorelle che non amano la
luce piena!...
Pronto Padre Felicissimo, rivolto ai familiari strizzando
l'occhio verso don Giuseppe, con fare semiserio e
canzonatorio esclamava: «non vi pare figlioli che... quello
lì... sia sempre il mio censore ?...». La risata generale e
gustosa, preparava i convenevoli del commiato.
Era il tardo pomeriggio della terza domenica di settembre:
quella dolcissima ora «tra lusco e brusco» per dirla con
Pascoli, che sembra sospesa in un incontro di pace tra il dì
e la sera. Lungo il nastro serpeggiante della carrozzabile
che striscia dentro le svolte della bassa Valle c'era un
brulichìo di persone; gruppetti a piedi, alcuni in bicicletta,
altri pigiati su le panchine di qualche «char-à-bancs» che
sfrecciava traballando, altri che si avviavano alla fermata
della corsa postale. Tornavan tutti dalla sagra del Santo
Crocifisso di Loco. Anche la nidiata al completo dei figlioli
del medico rientrava in casa, accolta dal sorriso della
madre. Mutati d'abito e di scarpe in attesa della cena,
ognuno assaporava quella dolce distensione che sempre le
pareti domestiche sanno elargire al rientro d'una
passeggiata, la sera del dì di festa.
L'ultimo della mezza dozzina, un bimbetto sui tre anni,
vivacissimo sempre, dall'aria decisamente indipendente,
quella sera se ne stava quieto in disparte, forse vinto dalla
stanchezza.
Ad un tratto si avvicina al pianoforte, dà un giro vigoroso
alla vite dello sgabello rotondo per sedervici comodo
all'altezza della tastiera.
Era un suo gesto abituale e nessuno vi faceva caso. Mentre
destavano curiosità nei familiari certe sue naturali movenze
quando
giocava
sui
tasti,
che
inconsciamente
rispecchiavano quelle di suo padre. E strimpellava la povera
tastiera, però sempre per una ragione: per esempio quando
i fratelli non lo volevano nei loro giochi, o nei loro lavori di
costruzioni; o quando la madre lo obbligava a mangiar la
minestra. Allora di scatto sedeva al piano e strimpellando si
prendeva le sue rivincite.
Altre volte compariva tenendo fra le mani un catalogo di un
certo notissimo emporio che puntualmente giungeva da
Zurigo due volte l'anno. Lo sfogliava alla ricerca della
pagina dei giovanotti nei loro abiti alla moda, appoggiava il
catalogo aperto sul leggio e con un'aria giuliva batteva le
piccole dita affusolate sui tasti, con agilità e compostezza,
senza però ricavarne nessun accordo sensato. «Cosa
suoni?» gli chiedevano già maliziosamente consapevoli
della risposta. Ed egli pronto rispondeva: «suono il Lilin che
mi dà le caramelle». Era costui il fidanzato della sorella
maggiore che regolarmente si trovava all'appuntamento
sulla strada ombreggiata dai castagni, poco sotto il paese.
All'incontro il giovanotto si faceva un dovere di riempire di
caramelle le tasche del grembiulino di quel simpatico
bimbetto.
Chi poteva comprendere che cosa passasse poi nella mente
del piccolo goloso quando, seduto al piano, si illudeva di
tradurre in suono la gioia di quel dono? ... Forse il ritmo
che faceva il fruscio della carta che avvolgeva i dolciumi, o
chi sa... il mormorio delle parole che si scambiavano i due
innamorati!...
Ma quella sera, rientrato dalla gita alla sagra di Loco e
sedutosi quieto al piano, ben altri dovevano essere i suoi
pensieri! Posando leggermente sui tasti la manina destra, a
pause ne ritraeva alcuni suoni legati. Il padre che leggeva
seduto al tavolo, si accorse di quelle inusitate lente
movenze, quasi studiate, del figlioletto, e lo tenne d'occhio.
Intanto le note si susseguivano in un accenno distinto
dell'inizio di una spiccata melodia religiosa.
Dalla cucina si affacciarono a vedere chi suonava, la madre
e la sorella maggiore: quest'ultima tentò a mezza voce di
canticchiarne il motivo. Ma subito il padre intervenne con il
deciso cenno della mano a farla smettere, e a imporre
silenzio anche ai fratelli. Il piccolino, attentissimo e fisso
alla tastiera, aveva ultimato l'espressione melodica e
riprendeva da capo, tentando con la manina sinistra alcune
note di accompagnamento.
Nel silenzio del locale parve d'un tratto diffondersi precisa e
dolcissima l'eco del «Vexilla Regis»: qualche ora prima la
processione della sagra aveva riempito l'aria vespertina di
quel bellissimo canto. Poi d'improvviso il piccolo pianista
avvertì lo strano silenzio dietro le sue minuscole spalle: di
scatto si volse, intuì la scenetta e d'impulso scivolò dallo
sgabello e si rannicchiò sotto il tavolo, seminascosto dalla
grossa frangia del vecchio tappeto.
Perché mai quel gesto?...
Forse stupito di se stesso, avvertì in quel preciso momento
la vaga sensazione d'aver aperto una breccia alla sua
sensibilità musicale, e forse senza comprendere le parole
dell'inno, intravide quell'arcano «Vessillo» splendere nel
sole!.....
NON TI SCORDAR DI LORO
Sollecitati da un compito di rimembranza e di gratitudine, vogliamo
rivolgere il pensiero ai nostri medici di condotta del passato, i quali hanno
indistintamente in comune, il tacito appellativo di oscuri e dimenticati
apostoli di una dura quanto alta missione di fratellanza umana.
Di Ippocrate, il celebre medico dell'antica Grecia, che tramandò ai posteri
i suoi trattati di coscienza, onestà e scienza, a profitto dei malati, restò
popolare uno dei suoi aforismi che si traduce a un dipresso così: «La vita
è breve, l'arte del medico è lunga e difficile».
E, forse da questo pensiero, a traverso le generazioni, è scaturito il
vecchio detto che si andava allora ripetendo tra il popolo:
«Non c'è arte più misera, arte più rotta,
di quella del medico di condotta!»
Verità che del resto non ha mai impensierito, né resi titubanti i giovani
studenti di medicina di allora, tenacemente legati ai lunghi studi, agli
inevitabili sacrifici per conseguire l'ideale di dedicare tutto di se stessi al
sollievo dell'umanità sofferente.
E non c'è valle o angolo di terra ticinese, anche tra i più impervi o
selvaggi, che non siano stati muti testimoni di episodi piccoli o meno
piccoli, della diuturna costante dedizione alle personali responsabilità dei
nostri medici di condotta.
Cos'era allora un medico per la nostra povera gente? Un professionista,
sì, ma sotto le vesti di un medico, un consigliere e anche un confessore.
Non che il medico ostentasse queste sue prerogative; al contrario: conscio
di non poter contare su adeguate pretese finanziarie, all'infuori dello
strettissimo necessario, provava la soddisfazione morale in
quell'evangelica povertà che fa sentire ricco chi non ha niente... Perciò,
senza scostarci dal vero, possiamo asserire che il medico di condotta era
allora il servitore della collettività, nel senso più nobile della parola.
E la sua esperienza andava via via affinandogli le intuizioni, per cui non
di rado il medico di condotta aveva percezioni che si sarebbero dette
precorritrici, o del sesto senso.
Era perciò logico il sorgere di certe incomprensioni da parte di coloro
che, in nome delle loro competenze civili e politiche, non si peritavano di
giudicare arbitrariamente l'agire del professionista.
Qualche spunto a mo' d'esempio. Il medico di condotta sempre
scrupolosamente vigile sulla salute generale dei suoi conterranei, vedeva
di malocchio che si obbligassero le adolescenti a portare sulle spalle gerle
e simili, con pesi sproporzionati alla loro resistenza fisica. In particolare
nelle Valli, dove la quasi totalità del lavoro agricolo veniva sbrigato dalle
donne, era cosa comunissima incontrare sui sentieri, spesso ripidi e
malagevoli, queste belle figliole nell'incipiente rigoglio della loro
giovinezza, sottoposte a fatiche direttamente cagionevoli al normale
sviluppo del loro delicato e complesso apparato genitale. Ma a nulla
valevano le esortazioni e le parole di convincimento in proposito! La
necessità di mutare una tradizione atavica, non poteva essere compresa
che in qualche sporadico caso.
Allora il medico di condotta che era pure medico scolastico, durante le sue
visite nelle classi maggiori coglieva l'occasione per impartire qualche
precisa nozione sulla fisiologia sessuale della donna e inculcare il suo
punto di vista. Forse dalle stesse allieve si sarebbe gradatamente potuto
trovare una pur incerta collaborazione in merito; anche se sulle prime
esse provavano qualche confusione alle parole del medico e pudicamente,
mentre lui parlava, nascondevano il viso dietro la ribalta del banco...
Si sa che i tempi erano ben lungi dall'essere maturi per combattere a viso
aperto certi pesanti pregiudizi o tabù, come sono chiamati oggidì. Però
qualcosa si sarebbe ottenuto già allora, se tra la delegazione scolastica,
da chi dicevasi esperto in merito, per aver girato il mondo in qualità di
gessatore, non si fosse gridato allo scandalo!...
Altro problema non indifferente della situazione sociale di allora: quasi
tutte le parrocchie anche dei piccoli paesi ticinesi, avevano lo fortuna di
possedere il proprio parroco, interamente votato con spirito di sacrificio
alla sua missione dì apostolo. Ma la situazione finanziaria del parroco era
quasi sempre precaria e negletta; la casa parrocchiale troppo vasta e
troppo vecchia, priva di ogni comodità, e soprattutto troppo fredda per i
lunghi mesi invernali, resi spesso ancor più lunghi e tristi dalla vita
solitaria del povero sacerdote di valle.
Di queste specifiche cose si impensieriva il medico che non poteva
conciliare l'olocausto a Dio nel ministero sacerdotale, a scapito della
salute fisica e psichica.
***
Intanto correvano i primi decenni del novecento; ovunque nel mondo si
avvertivano i sintomi di un'embrionale evoluzione che doveva più tardi
sfociare nella tecnica, nelle scienze, nelle industrie. Ma nei grandi stati
europei malauguratamente covava silenziosa la brace della prima guerra
mondiale.
Nel già povero Ticino nostro, fallivano diverse banche, e nelle Valli
aumentava l'emigrazione oltre Oceano.
E quando ai confini della Patria si udì il fragore della guerra, dai nostri
dolci campanili si sparse lugubre la campana a martello per la
mobilitazione generale, seguita a breve distanza dal tesseramento e
dall'epidemia grippale violenta e paurosa.
Un trio che nella storia non si smentisce mai: «... a peste, fame et bello ...
».
La vita dei nostri medici di condotta era diventata estenuante,
inconcepibile; ma essi compatti ridiedero forza alla loro parola d'ordine :
vivificare le energie, raddoppiare i sacrifici, dilatare la generosità del
cuore, fino all'oblio di se stessi, per essere ininterrottamente, ad ogni ora
del giorno e della notte, fratelli ai fratelli sofferenti.
Nel frattempo — come avviene dopo immani vicende belliche — in
parecchi stati europei è sentito, per profonde ragioni umanitarie, il
bisogno di promuovere importanti iniziative, atte a migliorare le
condizioni sociali.
Anche dentro i nostri confini nasce così una specie di effervescenza che
scuote la volontà e la tenacia di alcuni precursori, ricchi di genio e di
cuore. Vogliamo alludere alla creazione delle «Casse malati», diventate
però soltanto molti anni più tardi, dopo duri tentativi, vivaci e lunghe
discussioni tra polemiche talora acerbe, quel grandioso movimento di
solidarietà di cui oggi godiamo i benefici.
(Così abbiamo desunto dal pregiato Numero unico «50 anni di vita della
Federazione ticinese Casse Malati» 1921-1971).
Ma l'attuazione di dette Casse non poté in un primo tempo essere
effettuata nei centri cittadini, dove esistevano e funzionavano da lunga
data diverse società private di mutuo soccorso, anche se logicamente
carenti di una certa fisionomia democratica e di mezzi finanziari.
Perciò in via totalmente sperimentale si fanno i primi incerti tentativi per
il funzionamento delle casse malati nelle valli, dove vengono rimaneggiate
le vecchie condotte mediche.
I primi a subire l'urto della grezza riforma sono logicamente i medici, i
quali di colpo perdono la loro autonomia, la libertà di prescrizione dei
farmaci, e devono adeguarsi ad una certa esigenza burocratica, per cui la
mentalità del medico di allora, votato per altruismo al solo interesse dei
malati, stenta sulle prime ad adattarsi a quella nuova burocratica forma
sociale, che tra l'altro poneva sotto questione il delicato segreto
professionale, tanto strenuamente sostenuto e da secoli difeso dalla
medicina legale.
In quel medesimo periodo postbellico anche la chimica camminava di pari
passo con il progresso scientifico e quale prima logica conseguenza, la
farmaceutica metteva in luce le sue scoperte di prodotti medicinali e
terapeutici che avevano — a quei tempi — qualcosa di mirabolante.
Dalle grandi case farmaceutiche della vicina Milano ci vennero — per
citarne uno — i famosi fermenti lattici della Bulgaria, offerti in graziose
fialette, dentro in altrettante attraenti scatolette, e che i medici accolsero
subito come meravigliosi toccasana del fegato e dell'apparato intestinale,
contro i tenaci postumi grippali. E noteremo per inciso che i suddetti
fermenti lattici si trasformeranno in pratica nei consumatissimi «Joghurt»
entrati in commercio con la denominazione di «elisir di lunga vita».
E non dimenticheremo le nostre grandi Case svizzere, che consigliavano i
medici, con una larghezza senza pari di campioni pubblicitari, a far largo
uso dei loro nuovissimi e studiatissimi prodotti; limitiamoci a citare i
farmaci a base di salicilati e di zolfo, dai quali ci vennero in seguito gli
straordinari odierni miracolosi «sulfamidici».
Erano tutti una gamma di moderni prodotti che i medici andavano via via
sperimentando con piena soddisfazione e con intimo grato orgoglio verso
la scienza.
Ma con la creazione delle Casse Malati — limitatissime nelle loro
disponibilità finanziarie, ai medici di condotta venne imposta una ristretta
farmacopea ufficiale, dalla quale erano esclusi gran parte dei nuovi
prodotti.
Le difficoltà vertevano sullo stesso piano, ma con chiare finalità opposte :
i medici miravano unicamente a una terapia aggiornata e totale in favore
degli ammalati; i gerenti delle Casse invece avevano l'occhio vigile
unicamente ed intransigentemente al loro bilancio finanziario ! Né si
poteva pretendere che comprendessero i progressi della scienza medica !...
Perciò la situazione morale della vertenza imponeva spesso ai medici delle
incresciose rinunce, per cui si vedevano costretti a riprendere il vecchio
sistema delle prescrizioni sui loro lunghi foglietti delle ricette con in testa
l'immancabile «Recipe».
«Lungo studio e grande amore» esigeva da sempre dal medico di condotta
la compilazione delle ricette, per gli svariatissimi elementi in dosi e forme
determinate e che dovevano avere specifiche virtù terapeutiche nei
riguardi di ciascun paziente a cui erano destinate.
Si trattava di decotti, di linimenti antinevralgici o febbrifughi, depurativi o
diuretici, digestivi o emetici, tonici o analgesici, per cui ogni ricetta era
infiorata di una graziosa dicitura, come ad esempio :
la belladonna, la passiflora, la poligala, la segale cornuta, la noce
vomica, il viscum album, l'allium sativum, il thymus serpillum, la veronica
officinalis, l'alcacyl, l'ipecacuana, lo strofanto, il laudano, lo sciroppo talù
e via di questo passo!
Tutti nomi che suscitavano divertimento ed ilarità repressa ai figli del
medico, i quali forzatamente silenziosi, se li dovevano sorbire, mentre lui,
attentissimo e severo, trasmetteva per telefono alla farmacia la lunga
ricetta.
Tenui ricordi... che spontanei affiorano in dolcissima tirannide dentro
l'evanescenza di un commosso turbamento !...
Si è così voluto soffermarci con qualche cenno su «croci e delizie» dei
nostri medici di condotta, per i quali molto spesso le preoccupazioni
professionali superavano i riconoscimenti, a conferma del già citato
antico famoso distico dell'arte misera e rotta del povero medico di
condotta.
Oggi che la tecnica dell'automazione ha raggiunto limiti di una potenza e
di una precisione da stupire lo stesso inventore fino a renderlo incredulo,
può nascere l'assurda paura per un domani, in cui la fraterna assistenza
del dottore verrebbe sostituita dal gelido ticchettio di un cervello
elettronico.
Ma no ! Una simile impostazione resterà sempre, per fortuna nostra, falsa
e inattuabile.
Anche se oggi moltissimi congegni elettronici servono meravigliosamente
al medico e al chirurgo per diagnosticare con precisione i mali dei
pazienti, nulla potrà mai, anche in un avvenire lontano, sostituire le mani
del medico.
Una volta, e non sono che pochi decenni, i nostri medici di condotta, si
servivano semplicemente dello stetoscopio; però, più che all'efficacia di
quel piccolo delicato istrumento, essi si affidavano alla sensibilità delle
loro mani.
Chi, tra i meno giovani, non ricorda d'aver visto il medico auscultare i
polmoni d'un paziente, tamburellando, in un curioso magico gioco, gli
indici sovrapposti delle due mani in una ritmata, scrupolosa
esplorazione ? E lo stesso ticchettio veniva ripetuto sul fegato, sulla milza,
sull'addome.
Le mani d'un medico! Perché non ci chiediamo cosa furono sempre, e cosa
ancora sono oggidì ?
A volte, non senza una strana muta commozione, mi succede di ripensare
alle mani di mio padre; mani cariche d'una mirabile forza nervosa, mani
vive sotto la cui epidermide rosea s'intravedeva un leggero fittissimo
tessuto di vasi capillari, come fossero animati da una segreta attività
espressiva.
Egli aveva quasi un culto per le sue mani, perché, diceva, l'epidermide è
un organo che possiede delle impensate arcane doti di sensibilità.
Quante volte si spazientiva con noi, perché, secondo lui, le nostre mani
non erano mai pulite e tanto meno mai asciugate a dovere. L'umidità
dell'epidermide, insisteva, è la prima e più facile cultura di microbi.
E se da un lato, per evitare prediche, noi monelli ci presentavamo a lui,
nascondendo prudentemente le mani, d'altra parte ci prendeva spesso la
curiosità di mirare da vicino quel suo strano ticchettio di dita; perciò gli si
diceva :
«papà, le nostre bambole sono malate; ascoltale se hanno la polmonite !»
E lui sorridente e compiaciuto, tamburellava... ascoltava un torso di pezza
imbottito di cruschello...
Ma l'argomento «mani» non poteva esaurirsi lì: entrava spessissimo nella
sua aneddotica, nei ricordi della sua vita di studente. E certi accenni che
solo in parte ferivano la nostra fantasia, con il trascorrere degli anni
hanno acquistato, chi sa come, un valore di nostalgica attualità.
Per esempio la tipica frase che amava spesso ripeterci : «impariamo a
conoscere Dio, anche sull'unghia del nostro dito mignolo»...
Chi sa mai in quale contesto di ragionamento lui, nostro padre, ci parlava
così?... forse, se ben ricordo, accusando lui stesso una certa filosofia
panteistica dei suoi anni universitari.
Ma la frase gli era cara perché apparteneva ad uno dei suoi maestri più
celebri, il professor Murri, il cui nome ci era tanto familiare anche perché
faceva spicco su di un grosso volume sempre a sua portata di mano, tutto
postillato ai margini.
Pure di un altro suo chiarissimo maestro (il cui nome è andato perduto)
amava riandare con grande piacere i particolari di uno strano episodio.
Strano e tanto soffuso di mistero, per noi ignari dell'argomento!
Era del suo professore di anatomia, filosofo e profondamente credente,
malgrado la tendenza di positivismo che imperava allora negli atenei
italiani. Prima di dar inizio alla lezione, in quella vasta e squallida sala
anatomica, egli esigeva che gli studenti, ritti attorno al tavolo anatomico
alla presenza del cadavere, ascoltassero la sua dissertazione,
sapientemente inspirata da un soffio di spiritualità, sulla meravigliosa
creazione del corpo umano, e in particolare sulla gravità e l'importanza
scientifica del lavoro anatomico che le loro mani erano in procinto di
compiere.
Mani ferme, esploratrici, consapevoli della materia che scrupolosamente
dovevano anatomizzare, dissezionare in minutissime parti da mettere con
circospezione sotto i vetrini del microscopio.
E l'opera si compiva solenne, silenziosa, sorvegliata dalla guida sapiente
del maestro; quando d'improvviso (e capitava non di rado) uno degli
studenti più non reggeva e sveniva...
Allora il maestro, sconsolato, deluso, alzava gli occhi al soffitto ed
esclamava: «cupio dissolvi et esse cum Christo».
Al che gli studenti in segno di logica contestazione, si facevano attorno al
poverino brontolando: «lasciamolo con il suo san Paolo, lui che non sa
capire che noi non siamo al par di lui, con i sensi... in Paradiso!».
Ricordi o fatti di ieri — si dirà: oggi l'evoluzione vertiginosa del progresso
ha rivoluzionato il sistema della ricerca scientifica, anche sul piano
medico.
Però non scostiamoci dalla realtà di ogni giorno, di ogni minuto, ovunque
c'è un individuo da operare e un chirurgo che s'accinge a salvarlo.
Soltanto alle mani del chirurgo che non tremano, che hanno la precisa
fermezza di movimenti razionalmente sapienti, sono affidati i feriti
irriconoscibili, squartati dagli infortuni stradali, dalle abrasioni in seguito
alle disgrazie aviatorie, dalle mutilazioni per l'esecrata violenza criminale
d'oggidì.
Si va dicendo — e con ragionato stupore — che viviamo l'era della
cardiochirurgia, delle trapanazioni del cranio, dei trapianti degli organi e
anche della loro sostituzione, delle operazioni strepitose di tumori e
cancri, in qualunque parte delicata del nostro organismo: tra le viscere di
ogni apparato, nelle ghiandole e nelle masse cerebrali.
A chi il merito di tanta responsabilità? Alle mani del medico chirurgo:
dall'anestesista in un primo tempo, che dosa gli agenti anestetici per la
narcosi; del cardiologo che ti introduce le dita nelle valvole del tuo cuore;
dell'osteologo che ti mette un perno nel femore spezzato, o ti sostituisce
l'anca con un pezzo di plastica; dell' oculista che ti ridona la luce degli
occhi, frugando anche tra le delicatissime membrane della retina; del
pediatra a cui basta un tocco delle sue dita sul corpicino del bimbo per
scoprire la causa del suo dolore; e infine dell ostetrico che promuove il
primo vagito a quella creatura che si rifiuta di venire alla luce...
Mani di medico: mani di taumaturgo: ieri come oggi, come sempre!
A questo punto un'istintiva, segreta invocazione sale silenziosa dal cuore
alle labbra:
— Signore: i nostri medici sono strumenti nelle Tue mani. Tu hai dato loro
l'intelligenza, la costanza nella ricerca scientifica, la vocazione
nell'assolvere il loro nobile compito, ovunque nel mondo; tra gli uomini
vicini e lontani, nelle baracche delle grandi metropoli, sui monti dispersi,
nei paesi sottosviluppati, tuttora in preda a secolari pregiudizi, tra
ostinate malattie endemiche, tra gli innocenti che muoiono di fame e di
sete! Illumina, Signore, il loro genio, sostieni le loro iniziative, reggi
l'abilità delle loro mani, perché, debellate un giorno sulla terra le
sofferenze della carne e della psiche, possa il tuo Popolo, o Signore, non
importa di che credo e di qual colore della pelle, servirti unito nella pace,
in piena disponibilità fisica e spirituale, per raggiungerti al di là del
mistero, nella luce perenne, o Dio di Amore!...
APPENDICE
Abbiamo sentito il bisogno di offrire all'affettuoso ricordo di chi legge
questi racconti i nomi dei medici che hanno condiviso con il Nostro
le fatiche e le soddisfazioni di una condotta di valle.
Forse l'elenco è incompleto: lo abbiamo ottenuto consultando
annuari e guide degli anni che vanno dal 1900 al 1930.
Abbiamo preso in considerazione soltanto quelle regioni del Ticino
che obbligavano il medico condotto ad un certo tipo di vita,
determinato dalla natura per un verso (l'inverno di montagna e tutte
le difficoltà di comunicazione) e dal costume della gente dall'altro
(agricoltura montana e pastorizia con alpeggio estivo).
Nelle valli del bacino della Maggia
Nel 1907 c'è stata una nuova ripartizione dei circondari medici: per
quel che riguarda le valli del bacino della Maggia essi si sono ridotti
a cinque da otto che erano (tre in valle Maggia, uno per le
Centovalli e il Pedemonte, uno per la valle Onsernone). In quelle
regioni erano attive tre levatrici: una in valle Onsernone, la
Margherita Sansuvini di Russo, una a Intragna e una sola per tutta
la valle Maggia.
Ecco i nomi dei medici che abbiamo trovato, alcuni dei quali hanno
badato per più anni a due e anche a tre circondari.
Dr. Pietro Risi, Intragna
Dr. Giuseppe Terribilini, Russo
Dr. Giacomo Mazzi, Intragna
Dr. Costantino Semini, Russo
Dr. Vittorio Spigaglia, Russo
Dr. Michele Zanini, Maggia
Dr. Pietro Gugliemoni, Cevio
Dr. Valente Bernasconi, Cevio
Dr. Carlo Terribilini, Cevio
Dr. Pietro Respini, Intragna
Dr. Corrado Zenna, Russo
In val Verzasca
La condotta della valle Verzasca restava periodicamente vacante.
Dr. Massimino Fonti, Gordola
Dr. Valente Bernasconi, Gordola
Dr. Pio Cortella, Gordola
Dr. Carlo Terribilini, Gordola
Nel Gambarogno
Dr. Pietro Galletti, Vira
Dr. Davide Alesina, Vira
Dr. Ausonio Bertoni, Vira
Dr. Simeone Wademisow, Vira
Dr. Giovanni Varesi, Gerra
Dr. Vittorio Montemartini, Gerra
Dr. Gaet. Bruno, Gerra
Dr. Ottavio Pagani, Gerra
In valle di Blenio
Nel 1907 i circondari medici sono passati da tre a quattro ma quasi
mai si a-vevano quattro medici condotti contemporaneamente in
valle.
Dr. Pasquale Biotti Malvaglia e
poi Ludiano
Dr. Simeone Wademisow,
Malvaglia
Dr. Domenico Fumosoli,
Comprovasco
Dr. Ferdinando Braga, Olivone
Dr. Secondo Ramonetti, Olivone
Dr. Remo Panzera, Olivone
In Leventina
I circondari medici erano cinque, c'erano però anche, segnatamente
a Faido, dei medici liberi professionisti e numerose levatrici.
La Leventina era divisa in circondari trasversali. E' interessante oggi
notare per esempio che Sobrio era unito al circondario di Giornico
mentre Anzonico e Cavagnago erano uniti a Lavorgo e Chironico.
Dalpe stava con Faido e Prato con Quinto.
Dr. Antonio Corecco, Bodio
Dr. Attilio Maffi, Quinto
Dr. Gabriele Maggini, Faido
Dr. Erncsto Lucchini, Lavorgo
Dr. Fabrizio Maffi, Quinto
Dr. Felice Pagnamenta, Giornico
Dr. Mario Peretti, Airolo
Dr. Giovanni Gobetto, Ambrì
Dr. Angelo Sciolli, Lavorgo
Dr. Felice Pozzi, Ambrì
Dr. Beniamino Borrani, Faido
Dr. Guido Kauffmann, Airolo
Nelle valli del Luganese
Dr. Angelo Catenazzi, Agno
Dr. Alessandro Rossi, Magliaso
Dr. Alessandro Torriani, Agno e
Maglio di Colla
Dr. Angelo Sciolli, Pura e Breno
Dr. Luigi Viola Boros, Ponte
Tresa
Dr. Achille Zanini, Curio
Dr. Alessandro Casella,
Tesserete
Dr. Ulisse Fiori, Bironico
Dr. Luigi Maggioni, Colla
Dr. Mario Antonini, Rivera e
Tesserete
Dr. Giuseppe Schwyter, Maglio di
Colla
Dr. Giuseppe Gorneiski, Bironico
Dr. Francesco De Matteis,
Madonna del Piano,Breno e AgnoDr. Numa Masina. Curio
Dr. Giacomo Gamba, Maglio di
Colla
Dr. Roberto Farner, Madonna del
Piano
Dr. Costantino Semini, Maglio di Dr. Domenico Nurisio, Madonna
Colla
del Piano
Dr. Luigi Riva, Maglio di Colla
Dr. Francesco Riva, Arogno
Dr. Romeo Noseda. Tesserete
Dr. Vittorio Massa, Arogno
Nel Mendrisiotto (valle di Muggio e Montagna del Sangiorgio).
Dr.
Felice
Prada,
Castel
San
Pietro
Dr. A.
Cereghetti, Muggio
Dr. Evaristo Camponovo, Arzo
Dr. Gay des Combes, Cabbio
Dr. Pietro Rusconi, Arzo
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registrazione - racconto biografico romanzato: vita di un medico