Il linguaggio della scienza da Restoro
d’Arezzo a Francesco Redi attraverso
Galileo
-----In omaggio a Francesco Redi nel 390°
anno dalla nascita
-------Liceo scientifico e linguistico ‘F.Redi’
classe IV B
Marzo 2016
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INDICE
Premessa : pag.2
Restoro d’Arezzo : pag.3
Galileo Galilei : pag.8
Francesco Redi : pag.21
Premessa
L’italiano scientifico nel momento storico che stiamo
vivendo è svalutato a vantaggio della lingua inglese;
tale situazione ricorda e riproduce il momento in cui il
latino, lingua della scienza in Europa, fu soppiantato
dal volgare. Si può comunque affermare che,
nonostante i pregiudizi espressi a livello europeo
nel’600 e ‘700 (per gli Illuministi francesi l’italiano è
la lingua dell’arte, della musica, della donna), l’italiano
vanta un grande passato di lingua scientifica già a
partire dall’esperienza di Restoro di Arezzo del
tredicesimo secolo. Oggi la lingua scientifica è ben
diversa da quella offerta nel corso dei secoli, ma è
dall’esperienza del passato che si è pervenuti ad un
Pag. 2
sistema comunicativo univoco, chiaro,
terminologicamente determinato, privo di caratteri
propri della polivalenza semantica e rigido.
Che l’italiano sia la lingua della scienza non ce lo
insegna solo Galileo
RESTORO D’AREZZO
Restoro d’Arezzo è stato un letterato e scienziato
toscano del XIII secolo che scrisse la prima opera in
volgare toscano di argomento astronomico geografico.
Poco sappiamo di lui se non che fu frate e che aveva
conoscenze approfondite in campo filosofico.
Dai pochi accenni contenuti nell’opera si è ipotizzato
che fosse un orefice e un disegnatore e che avesse
scritto il trattato in età avanzata.
Lo scritto è stato elaborato nel 1282 in ambito
aretino e si intitola “La composizione del mondo colle
sue cascioni “ .
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Il trattato è ripartito in due libri rispettivamente di
24 e 94 capitoli. Nel primo vengono descritti
macrocosmo e microcosmo, mentre nel secondo si
discute dei fenomeni e delle cause di questi.
La prosa non è elaborata e ricca alla maniera di
Guittone, non obbedisce ai canoni retorici, ma riflette
il suo atteggiamento; monotona e un po’ arida quando
espone le sue letture, mossa e vivace quando esprime
la sua ammirazione per l’universo.
Sono indicate, da Restoro stesso, alcune delle sue
fonti: Aristotele, Tolomeo e Averroè (da cui trae le
nozioni geografiche).
Le fonti da lui riprese si avvicinano a quelle di Dante,
infatti possiamo vedere delle somiglianze nella loro
concezione cosmografica.
Il suo trattato ha un taglio enciclopedico ma si
sofferma prevalentemente sull’astronomia e
sull’astrologia.
A Restoro si attribuisce, inoltre, di aver dato le basi
ad una nascente scienza, l’archeologia. Ad esempio
disse che se qualcuno, ad Arezzo, avesse fatto delle
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buche nel terreno avrebbe trovato quasi sicuramente
vasi etruschi.
Egli, come Galileo, cerca di trovare un metodo per
descrivere i vari fenomeni, come ad esempio le eclissi:
unisce informazioni prese da fonti con considerazioni e
osservazioni personali.
Nella sua prosa troviamo spesso la parola adeguammo
che significa “misurammo”, termine tipico del nascente
linguaggio scientifico. Da qui nasce la differenza tra
“osservare”, ovvero affidarsi ai sensi, e “misurare”,
ovvero credere nella ragione, strumento tipico della
scienza.
Per primo Restoro mette in discussione le auctoritates
partendo dalle osservazioni dirette, al contrario di
Dante, a cui è mancato il coraggio.
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Restoro e il terremoto
Nel corso del Medioevo nacque un’attenzione
scientifica verso i fenomeni naturali, quali il
terremoto.
La composizione del mondo di Restoro d’Arezzo risulta
al proposito di particolare interesse e novità per la
ricchezza di notizie scientifiche, derivate dalla
tradizione aristotelica e dalle moderne ricerche del
mondo arabo (Averroè). Troviamo anche un personale
spirito di osservazione dell’autore.
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Talvolta, però, i giudizi di Restoro sui fenomeni
naturali non sono sempre attendibili, ma risultano
molto fantasiosi e bizzarri.
Quello che conta, però, è il contributo che Restoro
diede alla scienza moderna, una scienza empirica,
basata sull’esperienza e l’osservazione della natura.
Di seguito è riportato un testo dove Restoro descrive
il fenomeno del terremoto.
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GALILEO GALILEI
Vita
Galileo Galilei nasce nel 1564 a Pisa. Sin dalla giovane
età manifesta una particolare propensione per gli studi
scientifici tanto che nel 1589 ottiene la cattedra di
matemtica presso lo studio di Pisa. I suoi primi
interessi riguardano il moto tanto che nel 1610
pubblica la sua prima opera in lingua latina il “Sidereus
Nuncius”, nel quale espone le sue scoperte effettuate
con il cannocchiale riguardo la superficie lunare, la
natura della Via Lattea e i quattro satelliti di Giove.
Successivamente nel 1623 pubblica l’opera il
“Saggiatore” in lingua volgare, in cui approfondisce
l’uso del metodo sperimentale e nel 1632 pubblica il
“Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo:
tolemaico e copernicano” sempre in volgare. Queste
due opere gli costeranno la condanna da parte del
Tribunale dell’Inquisizione e la sua conseguente abiura.
Da questo momento in poi si ritira a vita privata nella
sua villa ad Arcetri dove sarà accudito dalla figlia fino
alla morte nel 1642.
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LATINO E VOLGARE
Galileo fu geniale nell’utilizzo del lessico, di cui
emerge in particolare l’elasticità e l’equilibrio armonico
del ritmo. Egli nella sua produzione letteraria utilizza
sia la lingua latina che la lingua volgare toscana in
base all’obiettivo che si propone e al pubblico a cui
vuole rivolgersi. Nel primo caso i destinatari sono un
élite di intellettuali quindi utilizza un tono regale e
solenne. Egli abbandona progressivamente il latino,
lingua internazionale della scienza – con cui scrive
opere fondamentali come il De motu e il Sidereus
Nuncius – perché la "nuova scienza" possa arrivare a
un pubblico più vasto possibile. Questa scelta è anche
dovuta al rifiuto del latino come strumento ormai
superato e logoro, cristallizzato nel vecchio formulario
dell'aristotelismo cinquecentesco. Quel "libretto…" che
contiene teoricamente tutto lo scibile umano e si
chiama alfabeto – secondo una sua famosa immagine –
non deve più essere appannaggio di una ristretta
cerchia di eruditi, magari dallo spirito dogmatico e
conservatore,ma aperto a tutti coloro che egli
chiamava gli "intendenti", cioè le persone colte e
dotate di un'intelligenza critica e innovatrice.
In
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un'epoca in cui non esistevano mass media e in cui
relativamente pochi sapevano leggere e scrivere
Galileo cercò, con i mezzi che aveva, di portare la
scienza al di fuori degli ambienti degli specialisti.
Riconoscendo che le sue scoperte avevano una portata
universale, il grande scienziato voleva trovare
sostegno alle proprie idee riguardo al ruolo della
scienza e ai suoi campi d'azione e, dunque, alle
proprie teorie scientifiche. Per raggiungere i suoi
scopi, egli scrisse e in volgare in modo che ciò in cui
credeva, fissato in una forma non effimera, potesse
circolare, attraverso la lettura diretta e privata e la
lettura pubblica. Riesce nel suo intento utilizzando un
lessico accessibile anche a lettori non specializzati;
“inventa” la moderna lingua scientifica adoperando
parole comuni e quotidiane alle quali, però, conferisce
un significato specifico e univoco: è quanto accade ad
esempio, per termini come forza, gravità, resistenza,
potenza, etc…
LA PROSA SCIENTIFICA IN LATINO
Dal Sidereus Nuncius
De facie autem Lunæ, quæ ad aspectum nostrum verPag. 10
git, primo loco dicamus. Quam, facilioris intelligentiæ
gratia, in duas partes distinguo, alteram nempe
clariorem, obscuriorem alteram: clarior videtur totum
hemisphærium ambire atque perfundere, obscurior
vero, ve luti nubes quædam, faciem ipsam inficit
maculosamque reddit. Istæ autem maculæ,
subobscuræ et satis amplæ,unicuique sunt obviæ,
illasque ævum omne conspexit;
quapropter magnas, seu antiquas, eas appellabimus, ad
differentiam aliarum macularum amplitudine minorum,
at frequentia ita consitarum, ut totam Lunarem
superficiem, præsertim vero lucidiorem partem,
conspergant; hæ vero a nemine ante nos observatæ
fuerunt: ex ipsarum autem sæpius iteratis
inspectionibus in eam deducti sumus sententiam, ut
certo intelligamus, Lunæ superficiem, non perpolitam,
æquabilem, exactissimæque sphæricitatis existere, ut
magna philosophorum cohors de ipsa deque reliquis
corporibus cælestibus opinata est,sed, contra,
inæqualem, asperam, cavitatibus tumoribusque
confertam, non secus ac ipsiusmet Telluris facies,
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quæ montium iugis valliumque profunditatibus hinc…
Hæc lunaris superficies, qua maculis, instar pavonis
caudæ cæruleis oculis, distinguitur, vitreis illis
vasculis redditur consimilis, quæ adhuc calentia in
frigidam immissa, perfractam undosamque superficiem
acquirunt, ex quo a vulgo glaciales Gyathi nun
cupantur. Verum magnæ eiusdem Lunæ maculæ
consimili modo interruptæ atque lacunis et eminentiis
confertæ minime cernuntur, sed magis æquabiles et
uniformes;
solummodo enim clarioribus nonnullis areolis hac illac
scatent; adeo ut, si quis veterem Pythagoreorum
sententiam exsuscitare velit, Lunam scilicet esse quasi
Tellurem alteram, eius pars lucidior terrenam
superficiem, obscurior vero aqueam, magis congrue
repræsentet: mibi autem dubium fuit nunquam,
terrestris globi a longe conspecti atque a radiis
solaribus perfusi, terream superficiem clariorem,
obscuriorem vero aqueam, sese in conspectum
daturam. Depressiores insuper in Luna cernuntur
magnæ maculæ, quam clariores plagæ; in illa
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enim, tam crescente quam decrescente, semper in
lucis tenebrarumque confinio prominent hinc inde circa
ipsas magnas maculas contermini partis lucidioris,
veluti in describendis figuris observavimus: neque
depressiores tantummodo sunt dictarum macularum
termini, sed æquabiliores, nec rugis aut asperitatibus
interrupti. Lucidior vero pars maxime prope maculas
eminet; adeo ut, et ante quadraturam primam, et in
ipsa ferme secunda, circa maculam quandam,
superiorem, borealem nempe, Lunæ plagam
occupantem, valde attollantur, tam supra
illam quam infra, ingentes quædam eminentiæ, veluti
appositæ præ se ferunt delineationes.
Traduzione
In primo luogo diremo dell'emisfero della Luna che è
volto verso di noi. Per maggior chiarezza divido
l'emisfero in due parti, più chiara l'una, più scura
l'altra: la più chiara sembra circondare e riempire
tutto l'emisfero, la più scura invece offusca come
nube la faccia stessa e la fa apparire cosparsa di
macchie. Queste macchie alquanto scure e abbastanza
ampie, ad ognuno visibili, furono scorte in ogni tempo;
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e perciò le chiameremo grandi o antiche, a differenza
di altre macchie minori per ampiezza ma pure così
frequenti da coprire l'intera superficie lunare,
soprattutto la parte più luminosa: e queste non furono
viste da altri prima di noi. Da osservazioni più volte
ripetute di tali macchie fummo tratti alla convinzione
che la superficie della Luna non è levigata, uniforme
ed esattamente sferica, come gran numero di filosofi
credette di essa e degli altri corpi celesti, ma
ineguale, scabra e con molte cavità e sporgenze, non
diversamente dalla faccia della Terra, variata da
catene di monti e profonde valli...
Questa superficie lunare, là dove è variata da
macchie, come occhi cerulei d'una coda di pavone,
appare simile a quei vasetti di vetro che, posti ancora
incandescenti in acqua fredda, acquistan superficie
screpolata e ineguale, onde son detti dal volgo
bicchieri di ghiaccio. Invero le grandi macchie della
Luna non si vedono così rotte e ricche di avvallamenti
e sporgenze, ma più uguali e uniformi; infatti spuntano
solo qua e là piccole zone più luminose, cosicché se
qualcuno volesse riesumare l'antica opinione dei
pitagorici, cioè che la Luna sia quasi una seconda
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Terra, la parte di essa più luminosa rappresenterebbe
meglio la superficie solida, la più scura quella acquea;
e non mai ebbi dubbio che, guardato da lontano, il
globo terrestre illuminato dal Sole, la superficie
terrea si presenterebbe più chiara, più scura la parte
acquea. Inoltre nella Luna le grandi macchie si
scorgono maggiormente depresse delle parti più
luminose; infatti, sia la Luna crescente o calante,
sempre al limite fra luce e tenebre sporgono attorno
alle grandi macchie i contorni della parte più luminosa,
come osservammo nell'illustrare le figure; e i confini
di quelle macchie non sono soltanto più depressi, ma
anche più eguali e non interrotti da pieghe o asperità.
La parte più luminosa invero sporge sopra tutto in
vicinanza delle macchie, così che avanti la prima
quadratura, e assai probabilmente anche nella
seconda, attorno a una certa macchia posta nella
parte superiore o boreale della Luna, si ergono
notevolmente sopra e sotto di quella grandi sporgenze,
come mostrano le figure.
Importanza del Sidereus Nuncius
La struttura e lo stile del Sidereus Nuncius sono
funzionali alla comunicazione precisa ed efficace del
Pag. 15
suo contenuto, e quindi alla diffusione migliore
possibile delle strabilianti scoperte che esso contiene.
Galilei infatti ha due esigenze primarie: divulgare ciò
che vede col cannocchiale in breve tempo e
raggiungere la comunità scientifica internazionale, per
sollevare la curiosità e l’interesse sul proprio lavoro e
per stimolare il dibattito e la ricerca nel campo
(secondo cioè un principio per cui il progresso
scientifico si arricchisce proprio grazie all’apporto
delle idee, delle ipotesi e delle critiche di quanti più
scienziati possibile).
In tale ottica, Galileo sceglie il latino, lingua ufficiale
della comunicazione di dotti e sapienti e adotta
una strategia comunicativa assai efficace ed abile:
destinando gli artifici della retorica solo alla dedica a
Cosimo de’ Medici (dove appunto l’elevatezza del
personaggio giustifica uno stile più ricercato), egli
imposta il resto della trattazione con uno stile
narrativo, che, in una prosa chiara e lineare, segue
passo per passo l’osservazione del cielo. Sulle pagine
del Sidereus Nuncius, così, l’emozione della
scoperta si unisce sempre alla massima precisione
scientifico-terminologica, con l’indicazione di dati,
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metodi di osservazione, strumenti utilizzati. Con
il Sidereus Nuncius, Galileo non si presenta solo come
il padre del metodo scientifico moderno, ma anche
come il primo, vero divulgatore di cultura scientifica.
PROSA SCIENTIFICA IN VOLGARE
Tratto da “Discorsi e dimostrazioni matematiche”
"Io farò considerazione sopra i movimenti fatti per
l'aria, ché tali son principalmente quelli de i quali noi
parliamo; contro i quali essa aria in due maniere
esercita la sua forza: l'una è coll'impedir più i mobili
men gravi che i gravissimi; l'altra è nel contrastar più
alla velocità maggiore che alla minore dell'istesso
mobile. Quanto al primo, il mostrarci l'esperienza che
due palle di grandezze eguali, ma di peso l'una 10 o
12 volte più grave dell'altra, quali sarebbero, per
esempio, una di piombo e l'altra di rovere, scendendo
dall'altezza di 150 o 200 braccia, con pochissimo
differente velocità arrivano in terra, ci rende sicuri
che l'impedimento e ritardamento dell'aria in amendue
è poco: che se la palla di piombo, partendosi
nell'istesso momento da alto con l'altra di legno, poco
fusse ritardata, e questa molto, per assai notabile
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spazio devrebbe il piombo, nell'arrivare in terra,
lasciarsi a dietro il legno, mentre è 10 volte più
grave; il che tutta via non accade, anzi la sua
anticipazione non sarà né anco la centesima parte di
tutta l'altezza; e tra una palla di piombo ed una di
pietra, che di quella pesasse la terza parte o la metà,
appena sarebbe osservabile la differenza del tempo
delle lor giunte in terra. Hora, perché l'impeto che
acquista una palla di piombo nel cadere da un'altezza
di 200 braccia (il quale è tanto, che continuandolo in
moto equabile scorrerebbe braccia 400 in tanto tempo
quanto fu quello della sua scesa) è assai considerabile
rispetto alle velocità che noi con archi o altre
macchine conferiamo a i nostri proietti (trattone
gl'impeti dependenti dal fuoco), possiamo senza errore
notabile concludere e reputar come assolutamente
vere le proposizioni che si dimostreranno senza il
riguardo dell'alterazion del mezo.”
Analisi e commento
Il brano scelto appartiene all'ultima opera pubblicata
da Galileo, i Discorsi e dimostrazioni matematiche
intorno a due nuove scienze attinenti alla meccanica e
ai movimenti locali. La scelta è dovuta a diversi
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motivi. In primo luogo si tratta dell'opera
scientificamente più rilevante di Galileo, dunque
particolarmente rappresentativa della sua lingua
scientifica: iniziata nell'estate del 1633, subito dopo
la condanna del Dialogo dei Massimi sistemi, presenta
sempre la forma del dialogo con gli stessi protagonisti
(Simplicio, Salviati, Sagredo), e non è meno
copernicana dell'opera condannata; tuttavia i teologi
non se ne occuparono perché non la capirono.
L'argomento riguarda l'incidenza dell'attrito dell'aria
nella caduta dei gravi. Ciò che si nota in primo luogo è
la fitta trama nominale: una lingua fatta di nomi, in
cui – come vedremo – anche i verbi tendono a essere
sostantivati, e in cui dominano la precisione e
l'esattezza delle parole. La procedura tipica di
Galileo, infatti, è quella di trasformare la parola,
veicolo di un senso generico, in termine, espressione
dell'aspetto più tecnico. Si tratta perlopiù di nomi
d'azione, caratterizzati dalla suffissazione in -mento
e -zione: impedimento, ritardamento, movimento,
anticipazione, alterazione, vibrazione. L'esigenza di
una scrittura sintetica e oggettiva coinvolge anche gli
altri elementi della frase. Da qui l'uso degli aggettivi
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verbali in -bile: notabile, osservabile, equabile,
considerabile; fino alla totale sostantivazione per
necessità tecniche. Il ricorso alla forma impersonale
per una "mimetizzazione modesta dell'io" (così Maria
Luisa Altieri Biagi): "si fa manifesto". Galileo tende a
usare verbi molto generici (essere, avere, dare, fare,
rendere ecc.) associati di volta in volta a sostantivi
che ne determinano il significato: "farò
considerazione" anziché "considererò", "rende sicuri"
anziché "assicura". Il fenomeno, molto diffuso, è
l'ennesima conferma della volontà di sottrarre
spessore semantico al verbo, lasciandogli la sola
funzione morfosintattica.
Questa procedura si riflette
sul tipo di sintassi: Galileo privilegia l'ipotassi, che
consente maggiore coesione e sviluppo, soprattutto
attraverso frasi relative, consecutive, avversative,
ipotetiche, oppure attraverso il gerundio, che
permette un grande risparmio sintattico. Tutte queste
caratteristiche concorrono a rendere Galileo Galilei
uno dei prosatori più interessanti della letteratura
italiana. Addirittura secondo Italo Calvino "il più
grande scrittore della letteratura italiana d'ogni
secolo”.
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FRANCESCO REDI
La vita
Francesco Redi (Arezzo, 18 Febbraio 1626 – Pisa, 1
Marzo 1697), scienziato e scrittore, fu un medico
naturalista e letterato italiano. Imparò a Firenze
grammatica e retorica, si laureò in medicina e
filosofia (1647), conobbe molte lingue, specialmente le
lingue classiche; dal 1655 fece parte dell’Accademia
della Crusca, in cui lavorò duramente per la terza
edizione del Vocabolario (1691) e di cui fu arciconsole
dal 1678 al 1690. Fu tra i primi ad applicare il
metodo sperimentale alle scienze letterarie; dimostrò
la falsità della generazione spontanea degli insetti
(1668) e fu inoltre autore della prima ricerca estesa
e metodica sui vermi parassiti dell’uomo (1684).
Lettore “della lingua toscana nello studio fiorentino”
ne indagò le etimologie. I suoi scritti scientifici
hanno, anche per la semplicità dello stile e la
schiettezza della lingua, notevole importanza
letteraria. Raccolse diversi libri in una preziosa
biblioteca che comprende manoscritti rari quali la
Bibbia volgare trecentesca. In età giovanile Redi
visitò Roma, Napoli, Bologna, Venezia, Padova, ma
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poi, come “primo medico” di Ferdinando II e Cosimo
II, sovrintendente della loro Fonderia, non si
allontanò più dalla Toscana e fece numerose
“esperienze naturali” nella camera del granduca e
nell’Accademia del Cimento e insegnò nello Studio
Fiorentino. Iscritto all’Accademia di Camera di
Cristina di Svezia fu uno dei primi Arcadi.
Opere
Di seguito presentiamo due testi propedeutici alla
spiegazione dei caratteri della prosa scientifica propri
di Redi.
1) Osservazioni intorno alle vipere
https://it.wikisource.org/wiki/Osservazioni_intorno_all
e_vipere/Testo
L'esordio scientifico di Redi avvenne nel 1664 con le
Osservazioni intorno alle vipere: una memoria di
argomento farmacologico indirizzata al segretario
dell'Accademia del Cimento, Lorenzo Magalotti, e
dedicata allo studio della tossicità del veleno e delle
modalità della sua inoculazione. Il saggio, che
sarebbe stato tradotto anche in latino e ripubblicato
nel 1686, si apriva con un incipit metodologico di rara
Pag. 22
efficacia. Redi proclamava la propria fiducia nella
filosofia sperimentale, dandone una personale
formulazione che insisteva sul valore specifico della
visione oculare diretta delle cose come criterio
supremo di verità. Forte era anche la critica al
principio di autorità e all'ossequio al sapere degli
antichi, spesso tramandato dal "volgo de' letterati"
senza nessuna verifica e senso critico. Nelle parole di
Redi, questo significava stigmatizzare l'atteggiamento
di chi, quasi si trattasse di "pappagalli", credeva "alla
cieca" a tutto quello che avevano detto gli altri. Dal
punto di vista stilistico con Redi certamente abbiamo
una grandissima evoluzione rispetto a molti altri
autori, anche se in questo trattato ritroviamo molti
segnali che ci riportano alla prosa letteraria. Infatti
egli, mentre sta parlando dei serpenti, inserisce
citazioni legate a Dante e a conclusione del suo
ragionamento lo cita di nuovo, dimostrando il suo
attaccamento alla prosa letteraria.
2) Esperienze intorno alla generazione degl’insetti
https://it.wikisource.org/wiki/Esperienze_intorno_alla
_generazione_degl%27insetti
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In questo trattato Francesco Redi affronta, almeno
per quanto riguarda gli invertebrati, la questione della
generazione spontanea. In questo brano in particolare
egli fa riferimento a quelle idee di derivazione
aristotelica (ancora ammesse dai suoi temporanei) che
attribuivano agli insetti la possibilità di generarsi a
partire dalla materia organica ed elenca tutto ciò che
è stato riconosciuto come causa di tale fenomeno:
l’anima degli elementi, il calore dell’ambiente, la luce,
le superiori influenze, le aggregazioni degli atomi ecc.
Leggendo un passaggio dell’opera di Omero, l’Iliade, in
cui Achille parla alla madre Teti pregandola di
preservare il corpo di Patroclo dalle mosche, in modo
che non generasse dei vermi nella salma, né che
facesse imputridire il suo corpo (“ma timor mi grava,
che nelle piaghe di Patroclo/intanto vile insetto non
entri, che di vermi/generator la salma/né guasti sì
che tutta imputridisca”) un dubbio alimentò il suo
animo, favorito anche da una serie di esperimenti che
andava sviluppando sulla generazione degli insetti.
Forse lo sguardo di Omero aveva visto più in
profondità dell’occhio naturalistico di Aristotele e
degli antichi: questo passo andava infatti a smentire
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la dottrina della generazione spontanea proposta fin
dall’antichità, tra gli altri da Empedocle, Democrito e
Ippocrate. Da quei brevi versi Redi iniziò a porsi
alcune domande; ad esempio “perché Achille si
preoccupò che nelle piaghe di Patroclo non entrasse il
vile insetto che di vermi generator la salma, quando i
vermi sarebbero comunque potuti sorgere
automaticamente in quelle carni per generazione
spontanea? Sarebbe stato dunque sufficiente a Teti
preservare quel corpo dal contatto con le mosche per
un anno intero perché rimanesse incorrotto? Di qui io
cominciai a dubitare se per fortuna tutti i bachi delle
carni dal seme delle sole mosche derivassero e non
dalle carni stesse imputridite” – Scrisse Redi nel suo
capolavoro scientifico “Esperienze intorno alla
generazione degl’insetti”. E qui subentrò la
straordinaria padronanza del metodo sperimentale di
Francesco Redi, impostando quello che è considerato a
ragione il primo esperimento scientifico in campo
biologico: due recipienti di vetro contenenti carni
putrefatte, di cui uno aperto e uno chiuso con un velo;
entrambi attiravano i mosconi della carne, ma solo
quello aperto risultò, dopo qualche giorno, infestato
Pag. 25
da numerosi vermi, che altro non erano se non il
risultato della deposizione di uova da parte dei
medesimi mosconi. In questo modo riuscì a dare
risposta sia agli antichi che ai suoi contemporanei,
facendo piazza pulita di tutte le congetture
riguardanti l’apparizione di insetti sulla materia
organica in putrefazione e, di conseguenza, anche su
quella inorganica. Il testo è di scarsa rigidità; la
prosa propria della discussione scientifica, tenuta sul
registro discorsivo, segnata addirittura dall’ironia.
Nella prosa del Redi si ritrovano quei tratti tipici dei
testi non molto vincolanti che, nel tempo,
scompariranno dai testi scientifici, man mano che
questi si faranno sempre più rigidi; si tratta di
modalità testuali più vicine, ancora, alla prosa
discorsiva narrativa che alla trattazione scientifica.
Per esempio, troviamo capoversi di misura variabile,
che possono contenere molti enunciati ed informazioni.
Oppure l’utilizzo di “e” e “ma” all’inizio di enunciati,
forme espressive come “calor debolissimo”, uso
figurato di “piovere” e “oziose”. Queste poche
espressioni caratteristiche di Redi, come già
specificato in precedenza, vanno a determinarne uno
Pag. 26
stile di scrittura scientifica ancora non rigido rispetto
a come lo sarà in futuro, soprattutto nel nostro
21esimo secolo, dove ogni parola allude a un solo
significato proprio per risultare chiara e distinta.
Bibliografia:
- Sabatini, Camodeca, De Santis, Sistema e Testo,
Loescher
- M.L Altieri Biagi, Galileo nella storia della scienza e
della lingua italiana
- Restoro d’Arezzo, La composizione del mondo
- P.Mazzarello, La mosca sulla carne, Corr.Sera,
sette, n.52
- A.Canali, B.Peruffo, C.Romanelli, L’emergere della
scrittura scientifica e tecnica moderna nella cultura
rinascimentale, Da Leonardo a Galileo(e oltre)
Sitografia:
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Pag. 29
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Il linguaggio della scienza da Restoro d`Arezzo a Francesco Redi