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ANNO IV - OTTOBRE 2007
ISSN 1827-8760
laboratorio della sinistra lucana
euro 5.00
Po s t e I t a l i a n e S . p. A . - S p e d . i n a . p. - 7 0 % Po t e n z a
La verità sulla Trisaia.
Se non ora, quando?
PAOLO FANTI
L’inchiesta sul nucleare “sporco” continua. A più di due anni dalle affermazioni di
Francesco Fonti, ex esponente della ’ndrangheta, sul traffico connesso allo smaltimento di rifiuti radioattivi, il pm Basentini ha
recentemente notificato dieci avvisi di
garanzia sulla vicenda a otto ex dirigenti del centro Enea di Rotondella e a due
accusati di affiliazione alla ’ndrangheta. I
reati indicati sono gravi e fanno capire la
segue in penultima
De Magistris sotto attacco
S. LORUSSO p. 7
La politica regionale
tra Sinistra
e Partito Democratico
Antonio Califano p. 3
Economia lucana,
numeri a confronto
Rocco Viglioglia p. 25
foto: Tony Vece
Inchieste a rischio?
Il Vangelo di Pasolini
Intervista a Domenico
Notarangelo
Palmarosa Fuccella p. 33
laboratorio della sinistra lucana
La Rubrica
r
Terroristi alla FIAT di Melfi ?
Brutale reazione dell’azienda
PIERO DI SIENA
Editoriale
La verità sulla Trisaia. Se non ora, quando?
‹Paolo Fanti›
1
Rubrica
Terroristi alla FIAT di Melfi?
‹Piero Di Siena›
2
Politica e società
3
La politica regionale tra sinistra e partito democratico
‹Antonio Caifano›
Primarie la carica dei 72mila
‹M.T.›
3
Chi ha paura di De Magistris?
‹Sara Lorusso›
7
Il dono di Ester
‹Anna Maria Riviello›
9
Quale formazione per la Basilicata
‹Giuseppe Romaniello›
11
Tra emergenza casa e degrado urbano
La questione Bucaletto
‹Roberto Mancino›
17
Politiche sociali, Sanità regionale e sviluppo locale: 21
un’occasione mancata
‹Giuseppe Salluce›
Osservatorio
Basilicata economia al palo
‹Rocco Viglioglia›
25
Cultura
Le immagini “rubate” del Vangelo di Pasolini
Intervista a Domenico Notarangelo
‹Palmarosa Fuccella›
33
Berlino ancora in parte divisa tra trasformazioni,
innovazione, contraddizioni e reazioni
‹Lucia Caggiano›
39
Il rigore e l’emozione.
Viaggio di Luciano Erba in Basilicata
‹Lidia Riviello›
44
Musica, cinema, libri
46
Il racconto
Città 123
‹Gert dal Pozzo›
47
Sud/Ricerca
La ricerca per il territorio
o un territorio per la ricerca?
‹Valerio Tramutoli›
50
2
L’eversione si annida alla Fiat di Melfi?
Per come conosco quella fabbrica, i
suoi lavoratori e le lotte che hanno
condotto - a cui anch’io ho in un certo
senso partecipato - tenderei a escludere
che questa ipotesi, avanzata dalla
magistratura inquirente le settimane
scorse, abbia un fondamento. Questo
rende, perciò, ancora più grave il
licenziamento in tronco dei tre inquisiti
da parte dell’azienda. Come altrettanto
grave è il licenziamento del delegato
sindacale della Cub reo solo di aver
diffuso un volantino. La verità è che
l’azienda sta cogliendo l’occasione per
imporre un sistema dispotico in fabbrica
che non ha precedenti.
Naturalmente nel caso di un procedimento
giudiziario provocato dal sospetto
dell’esistenza di fenomeni eversivi
bisogna essere prudenti e, soprattutto,
fare in modo che le indagini facciano il
loro corso. E, infatti, le esperienze degli
ultimi anni in Italia hanno dimostrato
che se c’è un luogo in cui il terrorismo
e l’eversione possono rimettere piede
quello è costituito dai posti di lavoro
dove più aspro e intollerabile è lo
sfruttamento. E la Fiat a Melfi, nonostante
le conquiste successive alla vertenza
del 2004, è uno di questi posti, come
anche la reazione aziendale delle ultime
settimane dimostra. In essi si somma
la percezione della distanza che tutti i
cittadini hanno rispetto alla politica con
il senso di solitudine e di abbandono che
nei lavoratori può produrre il dispotismo
che spesso caratterizza il regime interno
delle grandi fabbriche. La miscela in
qualche caso può risultare esplosiva.
Perciò, sebbene non credo al fatto che a
Melfi sia effettivamente nata una cellula
che sarebbe potuta evolvere verso
azioni terroristiche, penso tuttavia che
le condizioni lavorative e il rapporto (
o meglio il non-rapporto) con la politica
che in quella fabbrica si è stabilito
siano socialmente compatibili con
un’eventualità di questo tipo. Questa è
la ragione per cui è bene che le indagini
facciano chiarezza su tutto.
Naturalmente sono da respingere tutti gli
accostamenti che da qualche parte si è
tentato di fare tra la lotta dei 21 giorni
e l’ipotesi accusatoria avanzata dalla
magistratura inquirente. Se si attribuisse
la rivolta operaia del 2004 a una manovra
di centrali eversive, sarebbe insieme una
volgare menzogna e un insulto. Come
anche - dato che l’indagine riguarda
soprattutto la rete di collegamento
nazionale del sindacato Slai-Cobas,di
cui a Melfi vi sarebbe una propaggine
- bisogna sul nascere stroncare ogni
tentativo di criminalizzare il conflitto
operaio e il sindacato che, nel suo
complesso, lo rappresenta e lo gestisce.
Detto tutto ciò, la politica democratica
deve interrogarsi sul fatto che agli occhi
dei lavoratori della Fiat essa possa
apparire come uno strumento inadatto
a rappresentare la loro ispirazione alla
giustizia sociale, per cui o la politica
appare cosa lontana, questione privata
di chi è interessato a far “carriera” nelle
istituzioni, oppure - sia pure in casi isolati
- efficace solo se riesuma dalla pattumiera
della storia tragica del Novecento i vecchi
arnesi di un antagonismo violento.
Ciò è possibile per la semplice ragione
che la politica, anche quella della sinistra,
non ha saputo intessere un rapporto
duraturo con la fabbrica e i suoi problemi
e ha lasciato spesso i lavoratori in una
condizione di solitudine. E anche il
momento, proprio di fronte alle inchieste
della magistratura, di riconoscere a
Rifondazione comunista il merito di aver
evitato - essendo l’unica forza politica di
sinistra a cercare di avere un rapporto
continuo con i lavoratori della Fiat che i germi di possibili focolai eversivi
potessero attecchire a Melfi. E’ il
momento in cui la sinistra tutta partecipi
a questa impresa. Cosa che, mi sembra,
si sia cominciato a fare con l’iniziativa
comune alla Fiat di Melfi di Rifondazione,
Comunisti italiani, Sinistra democratica
e Verdi in vista della manifestazione del
20 ottobre.
P olitica e società
La politica regionale
tra Sinistra e Partito democratico
ANTONIO CALIFANO
L
’attuale fase della politica regionale rende sempre più evidente
che la nuova giunta e gli equilibri in essa raggiunti rappresentano lo
strumento con cui si sta costruendo il
Partito Democratico, i gruppi dirigenti
e i suoi equilibri. La mediazione politica prodotta è al ribasso, ci consegna un
governo regionale inadeguato politicamente, tutto schiacciato sul consolidamento dei propri interessi e la costruzione di equilibri di potere, un governo
di gestione.
Per un partito che, secondo la vulgata
del “Veltronipensiero”, nasce per lanciare
una nuova idea di politica, nuovi gruppi
dirigenti, superare le burocrazie e tutto il
resto, l’inizio è di quelli travolgenti.
Basta scorrere le liste collegate ai
candidati per le elezioni dei gruppi dirigenti regionali e nazionali per avere le
conferme. Innanzitutto il sistema, che
ricalca il famigerato sistema elettorale
nazionale, senza la possibilità di esprimere preferenze, si configura sempre
più come un meccanismo di cooptazione dei vecchi gruppi dirigenti nei confronti del “nuovo” o supposto tale. Anche questo come modello di democrazia
non è male. Ciò nonostante l’appeal
dell’intera operazione è grande, e, anche
se il tutto é accompagnato da un tamtam
mediatico notevole che moltiplica gli effetti, l’interesse è sicuramente superiore
Primarie, la carica dei 72mila
Non c’è alcun dubbio che in Basilicata la partecipazione alle primarie
per la costruzione dell’assetto dirigente
del nuovo Partito democratico è stato
un evento di portate superiore a ogni
aspettativa. 72mila persone che prendono parte al voto per contribuire a
dare vita a un nuovo partito, “sfidando
il freddo e pagando per di più un euro
a testa” (come hanno commentato tutti i giornali locali), costituiscono una
percentuale enorme sui 552mila lucani che costituiscono il complesso del
corpo elettorale. È vero che avevano
diritto al voto anche i sedicenni e gli
immigrati che di quel corpo elettorale
non fanno parte. Ma è verosimile che,
se questi non ci fossero stati, il risultato
nella sostanza non sarebbe cambiato.
Tutto ciò è stato in sintonia con
quanto è avvenuto a livello nazionale. E che abbiano pesato le correnti di
opinione che nel corso della campagna
elettorale si sono imposte attraverso
la grande stampa e la televisione è dimostrato anche dal risultato dei singoli
candidati. L’82% dei consensi raccolti dal neosegretario regionale del Pd,
Piero Lacorazza, sono senza dubbio il
portato delle qualità politiche dell’ex
segretario dei Ds e dell’appeal che la
sua giovane età esercita su tanti elettori
del centrosinistra, ma è anche il risulta-
to dell’effetto di trascinamento che ha
avuto una candidatura data sicuramente per vincente. E del resto il peso politico di Vito De Filippo e dei Pittella che
ha fatto raggiungere alla candidatura di
Letta il 27,4 (contro l’11,7 sul piano
nazionale) è ben più ampio di questo
pur significativo risultato. E il successo
di Veltroni anche in Basilicata è senza
dubbio frutto, prevalentemente, del clima che sul piano nazionale si è creato
attorno alla sua candidatura.
In Basilicata, tuttavia, gli elettori
che si sono mobilitati per il Partito democratico sono quasi 20mila persone
in più di quelli che hanno votato alle
primarie che hanno designato Prodi
(che in regione non ebbe nemmeno un
brillante risultato). E questo è un dato
unico in Italia. Ciò è segno della grande capacità di controllo dell’opinione
pubblica regionale da parte dei gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita
nonostante i segni di crisi rappresentati
dai risultati delle elezioni comunali di
Matera, dalla mancata presentazione
della lista dei Ds alle elezioni comunali di Pisticci, allo scioglimento dei
consigli di comuni importanti come
Policoro e Lavello. Ma anche il segno
che i Lucani - come del resto i cittadini italiani - in questa occasione hanno
occupato uno spazio di partecipazione
segue a pg. 4
3
politica e società
P
che era stato loro offerto. E c’è da presumere che in Basilicata gran parte di
coloro che qualche settimana fa hanno fatto da contorno alla trasmissione
di Santoro dedicata a De Magistris, il
magistrato dell’inchiesta “toghe lucane”, con un’affollatissima assemblea
all’Università di Potenza, nella quale si
testimoniava una sorta di presa di distanze dai gruppi dirigenti della Regione, abbiano poi votato alle primarie del
Pd. Legittimando con un plebiscito coloro che in qualche modo avevano contestato. E non c’è da stupirsi che alle
primarie, anche in Basilicata, abbiano
votato elettori che usualmente votano a
sinistra e forse anche a destra.
Che in tutto ciò l’opinione pubblica
non veda alcuna contraddizione può essere anche il segno di quella “liquidità”
della società e della politica, teorizzata
dal sociologo ceco-americano Bauman,
frequentemente citato sia dal presidente De Filippo che dal segretario del Pd
Piero Lacorazza. Ma tutto questo rischia di riprodurre all’infinito la labilità
delle istituzioni e del loro rapporto con
i cittadini. A differenza di quanto si è
affermato nel corso di queste settimane
non c’è contrapposizione tra la grande
partecipazione alle iniziative di Grillo
e l’enorme affluenza alle primarie del
Pd, nel senso che ambedue le iniziative
riempiono un vuoto che si è realizzato
tra la società e la politica e contemporaneamente di quel vuoto sono la testimonianza per l’indeterminatezza dei
contenuti e delle finalità che ambedue i
fenomeni collettivi esprimono. Ma comunque ambedue sono delle novità da
non sottovalutare. E soprattutto la sinistra politica, anche in Basilicata, deve
trovare la sua strada per stabilire a suo
modo un rapporto con la società pari
per ampiezza e profondità.
m. t.
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Pubblicità elettorale sui muri della città di Potenza - foto p. fuccella
segue dalla pagina precedente
a quello che c’è regionalmente e nazionalmente intorno al processo di aggregazione a sinistra. Solo il prodotto di
mezzi e gruppi dirigenti più “scafati”?
Io credo di no e forse rifletterci su
sarebbe interessante.
Quello che sta entrando in crisi in
questa fase è l’idea stessa della politica, di quella che abbiamo conosciuto e
praticato per anni, si sono dilatati i soggetti sociali, i gruppi dirigenti, rarefatte
le relazioni, distrutti i “luoghi”.
La “crisi della politica” di cui parliamo oggi è altra cosa anche rispetto al
‘92, è drammatica crisi di partecipazione, è incapacità di moderna analisi di
“classe”, è la vittoria culturale del berlusconismo i cui riti si celebrano ormai
più nel centrosinistra che all’interno
del suo stesso schieramento, paradossalmente per questo nulla è scontato e
alle prossime elezioni il centrosinistra
con Veltroni leader “se la gioca alla
pari”, nonostante tutte le previsioni,
esattamente come è avvenuto nelle ultime elezioni a schieramenti opposti con
Berlusconi.
Non esistono recuperi magici di
elettori all’ultimo istante, ma processi
che noi non riusciamo a leggere e che
cogliamo solo quando avvengono.
Lo schema con cui la Sinistra sta tentando di opporsi alla deriva politica moderata e di destra è completamente insufficiente: la “Federazione della Sinistra”
pur necessaria e oggettivamente unica
soluzione praticabile al momento, indica
un limite, una incapacità strutturale, un
doversi accontentare, una mancanza di
coraggio che rischia di riportarci dentro
vecchi schemi, che mummifica gruppi
dirigenti, divisioni, non libera energie e
soprattutto non le cerca.
Certo va bene pure la “federazione”,
il cartello elettorale, i patti di consultazione, e chi vi parla ne è diventato un
esperto sul campo, ma ci si muove in
un orizzonte ristretto e da ceti politici
addirittura più dello schema “partito
democratico”. Dove la finzione è talmente ben fatta da assurgere a modello
di novità assoluta.
Da questo punto di vista la crisi regionale è, nel suo piccolo, paradigma-
politica e società
Il Palazzo del Governo di Matera - foto p. fuccella
P
tica, è indicativa dei livelli di degrado
della politica e rappresenta non una eccezione localistica, ma la riproduzione
di una generalità, e questo sia per quel
che riguarda il centrosinistra che la sinistra, solo che mentre lo scontro interno
al centro sinistra che governa la regione,
è sul controllo, sul modello di sviluppo,
sulla dislocazione dei nuovi poteri forti,
sulla ricostruzione di nuovi equilibri di
gestione, quella che riguarda la sinistra
è spesso sulle miserie della politica,
sulla incapacità a guardare oltre la punta del proprio naso e forse anche sulle
miserie personali che un qualche peso
pure ce l’hanno, ma che bisognerebbe
cominciare a denunciare senza reticenze, altrimenti lo fa qualche altro alimentando il qualunquismo che monta e
rischia di travolgere tutti. Ora è evidente che esistono difficoltà oggettive nella
costruzione del processo di unificazione
a sinistra che attengono anche a ragioni
che non dipendono dalle soggettività o
da contingenze particolari, ragioni che
attengono all’intera sinistra europea,
che palesano una difficoltà a ridefinire
la propria “mission”, a discutere senza
reticenze del proprio passato, a riorganizzare un orizzonte teorico in grado di
interpretare i processi sociali ed economici che la globalizzazione ha prodotto,
ma è anche vero che la discussione al
suo interno si impantana continuamente
sulle tattiche politiche, si inceppa nella
complessità di una eterna transizione
italiana che scarica su di essa responsabilità assolutamente superiori alle sue
possibilità e capacità, frena all’interno
di complicate compatibilità con la partecipazione al governo di cui non si riesce a venire a capo.
Ha ragione Rossana Rossanda quando in un recente editoriale sul Manifesto, riflettendo sul dibattito scatenatosi intorno alla manifestazione del 20
ottobre si ribellava ad un tentativo di
schiacciare ogni forma “della politica”
sul pericolo che possa cadere il governo Prodi, affermando che “l’asfissia
dei partiti e il bipolarismo nel quale si
vorrebbe costringere una società sempre più complessa stanno facendo dell’Italia l’ultima e mesta spiaggia di una
democrazia rappresentativa riacquistata
con il sangue, e aprono il varco per assai dubbie avventure populiste”. Questa
“paura di parlare” che a volte non riusciamo a contenere ci porta a singhiozzare, a sparare giudizi liquidatori sulla
finanziaria e poi a trovare improvvisi
accordi nel giro di poche ore, ci obbliga ad un dibattito lacerante intorno al
protocollo sul welfare con argomenti
che sembrano più dettati da logiche di
scontro politico interno che dalla ricerca della verità e dalla volontà di capire.
Questa ambiguità, in buona parte derivante da un irrisolto rapporto tra capacità di opposizione e capacità di governo, tra funzione politica e funzione
istituzionale, impedisce di andare fino
in fondo su temi come la riduzione dei
costi della politica, la sua moralizzazione, la sicurezza (tutti temi “scoperti”
dalla sinistra in tempi non sospetti) ma
consegnati politicamente ad altri nella
incapacità di costruire egemonia culturale e credibile iniziativa di massa.
Il processo di riaggregazione a sinistra deve ridurre le sue ambiguità, deve
5
politica e società
P
proporre una nuova idea del fare politica, riconciliare con la partecipazione; è
un’operazione che va fatta a partire dai
contenuti e attraverso la organizzazione di “pratiche politiche”, ricondurre
tutto alle pur necessarie mediazioni di
gruppo dirigente è sbagliato perché ripercorre solo logiche entropiche.
La politica non coglie più la società
in movimento perché assume un punto
di vista “fermo”, deformante, questo sì
ideologico nella accezione che Marx
attribuisce ad esso nella “Deutsche
Ideologie”; si deve avere il coraggio di
confrontare i propri punti di vista nella costruzione dell’iniziativa politica e
non fuori, per questo ritengo sbagliato e
datato il dibattito sviluppatosi all’interno della “cosa rossa” sulla manifestazione del 20 ottobre.
Analogo è il percorso da intraprendere nei territori dove la volontà di costruire un soggetto plurale ed aperto si
deve sostanziare nella costruzione di
una agenda politica sui temi che li pratichi tra la gente e quindi li discuta e
li rielabori riappropriandosi del valore
politico dell’inchiesta.
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In Basilicata, ritengo, che si sia percorsa solo la strada della mediazione
politica.
La vicenda della “crisi regionale” ha
ridato un ruolo alla “sinistra” e essa ha
svolto una ruolo importante i cui limiti,
però, erano impliciti nella funzione. Se
la sinistra e i suoi partiti (Rifondazione,
PdCI, Verdi, Sinistra Democratica) in
quei giorni avessero avuto la capacità di
spiegare ai cittadini quello che avveniva
e di portare i bisogni degli stessi “sotto
le finestre della regione” la soluzione ed
anche i comportamenti avrebbe potuto
essere diversi.
Non è un rigurgito di giacobinismo
e neppure “infantilismo senile”, ma
solo una necessaria esemplificazione
per dire che i limiti della politica non
si superano all’interno dello “schema
della politica”, è una dinamica che gli
analisti di scuola psicosociale chiamano “quando la soluzione è il problema”,
c’è la necessità di romperli, questi schemi, all’interno di una nuova pratica dei
bisogni.
È per tutto questo, ripeto, che non
bastano solo operazioni organizzativi-
stiche, ma bisogna, insieme, costruire
una nuova cultura politica in grado di
costruire un nuovo punto di vista sul
mondo, una nuova weltanschauung
antagonista al modello dominante, che
rimotivi la sinistra, che non rincorra
gli altri ma costruisca con il suo popolo una nuova identità. Certo a partire
dall’esistente ma per andare ben oltre
l’esistente, per consegnare alla prassi
una dimensione di costruzione politica
(anche organizzativa) che le sue rappresentazioni politiche non hanno e non
possono avere.
politica e società
P
Chi ha paura di
De Magistris?
SARA LORUSSO
Continua la “guerra” tra Mastella e il Magistrato di Catanzaro.
La trasmissione di Santoro e le reazioni della piazza. In attesa delle decisioni del CSM
Sembra proprio che ci sia chi voglia,
a ogni costo, mettere i bastoni tra le ruote
a De Magistris. È bastato che iscrivesse
Mastella al registro degli indagati perché
l’inchietsa ”Why not” gli fosse sottratta.
Dunque, c’era da fare in fretta. Almeno
secondo quella richiesta di trasferimento
cautelare. Per un pm che aveva compiuto “gravi violazioni deontologiche nella
conduzione in più procedimenti penali,
alcuni dei quali relativi ai magistrati del
distretto di Potenza”. E per un procuratore capo che non aveva vigilato adeguatamente. Venerdì 21 ottobre il ministro
della Giustizia Clemente Mastella chiede il trasferimento di Luigi De Magistris
e Mariano Lombardi. Fare subito, senza
attendere i risultatati del procedimento
disciplinare. In via cautelare, appunto.
Quello che segue è uno scontro d’opinione, pro e contro, società civile, politica, magistratura. Difesa e accusa, nelle
piazza, nelle trasmissioni televisive, sui
banchetti della raccolta firme, lungo i
cortei degli studenti di Calabria e Basilicata. Per chi vuole che il pm calabrese
rimanga lì dov’è e chi chiede che venga
mandato altrove.
La ricostruzione dei fatti è questione
di nomi e numeri. A partire dalle 300 pagine della relazione degli ispettori di via
Arenula: riassumono le indagini sui comportamenti dei due sotto accusa, dopo
numerose ispezioni negli uffici giudiziari
di Catanzaro e della Basilicata, con solo
riferimento all’inchiesta Toghe lucane.
E solo su questa si deve pronunciare il
Csm. Fino ad ulteriori modifiche. I due
giudici, secondo gli ispettori, devono
rispondere di “gravi anomalie”, tali da
aver determinato “disastrose conseguenze sull’amministrazione della giustizia
nel distretto giudiziario della Basilicata”. Come quel provvedimento “abnorme” disposto in estate da De Magistris:
la perquisizione degli uffici del procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano. Lui è indagato per Toghe lucane,
l’inchiesta che riguarda un presunto comitato d’affari tra imprenditori, politici e
magistrati. E sempre lui risponde con un
esposto al Csm in cui spiega come il pm
di Catanzaro abbia più volte violato il
segreto d’ufficio: troppe le coincidenze
temporali, secondo Tufano, per cui alcuni giornalisti sapevano in anteprima dei
provvedimenti giudiziari nei confronti
di alcuni indagati. Quei giornalisti e un
capitano dei Carabinieri, nello scorso luglio, sono pure stati perquisiti. Secondo
la Procura di Matera avrebbero ordito
un’associazione a delinquere finalizzata
alla fuga di notizie e alla diffamazione
nei confronti di Nicola Buccico, senatore di An e nel frattempo diventato sindaco di Matera, indagato nell’inchiesta sul
‘comitato’ lucano.
Secondo gli 007 del ministro Mastella, De Magistris deve rispondere. E
Lombardi pure. Lui non ha vigilato. La
soluzione, allora, il trasferimento. Riguarda solo toghe lucane.
Ci sono altre due inchieste condotte
dal pm calabrese che in poco si legano
alla notizia del provvedimento disciplinare. Una si chiama Poseidone e riguarda
presunti illeciti per la gestione del settore
della depurazione in Calabria: fondi europei per la realizzazione di depuratori di
cui, in regione, ancora non c’è presenza.
Era partita nella primavera del 2005. Lo
scorso marzo viene tolta a De Magistrs
da Lombardi che accusa il suo sottoposto
di non averlo informato adeguatamente
7
politica e società
P
degli sviluppi delle indagini. Nel dettaglio, il pm aveva omesso di avvisare preventivamente che di lì a poco un senatore
di An, Giancarlo Piattelli, sarebbe stato
raggiunto da un avviso di garanzia. Via
l’inchiesta che passa nelle mani di un altro magistrato. E secondo De Magistris
si arena. Ma non prima che il pm mandi
il fascicolo alla procura di Salerno e un
esposto al Csm in cui denuncia che la
talpa dell’inchiesta è proprio il suo superiore. I due si ritrovano contro. Come
lo sono nella richiesta di trasferimento. E
poi c’è la storia di quella grande agenzia
di lavoro interinale guidata dall’imprenditore Antonio Saladino. L’inchiesta si
chiama Why not e riguarda un presunto comitato d’affari che avrebbe gestito
illecitamente finanziamenti statali e comunitari nel settore del lavoro interinale.
C’è una testimone che a De Magistrs ha
raccontato di come progetti e contratti,
quelli da collaborazione continuativa,
vengano assegnati su raccomandazioni
e presentazioni. Politiche e non. Bipartisan. Poco c’entra con Toghe lucane e
con il trasferimento. Tra le numerose
intercettazioni telefoniche disposte dal
8
pm figura, spesso in comunicazione con
Mastella aggiunge. Venerdì 5 ottobre la
Saladino, proprio il Guardasigilli. Ma il
relazione degli ispettori cresce: agli atti
ministro “non è indagato”, come da predi Toghe lucane, si aggiungono quelli di
cisazione di note della procura di CatanPoseidone e Why not. Davvero troppe
zaro, comunicati ministeriali, conferenle pagine per visionarle in tempo per il
ze stampa e interrogazioni parlamentari.
giorno del giudizio. Raggiungono quota
Invece, nel registro degli indagati c’è il
6.000. Il rinvio del Csm è scontato. Tutpremier Romano Prodi. Poco importa
to rimandato al 17 dicembre. Ancora in
nei confronti del giudizio disciplinare,
attesa. Con le piazze che torneranno a
il Csm deve solo valutare la conduziomobilitarsi, mentre la stampa racconta e
ne di Toghe lucane. La piazza si anima
la politica si divide.
e pure la politica. In attesa del giorno del giudizio, “L’inchiesta
previsto per l’8 ottobre, c’è toghe lucane
chi chiede che sia valutato nel mirino degli
il comportamento di quel Ispettori del
giudice dai “metodi poco Ministero della
ortodossi” e chi chiede di
Giustizia.
non “trasferire quel giudiLa politica si divide”
ce scomodo”.
Le piazze insorgono, associazioni e
movimenti si mobilitano. Anche sui tabulati telefonici: c’è chi racconta di “un
grande fratello giudiziario” costruito da
De Magistris anche attorno a chi non può
essere sottoposto ad intercettazioni senza
preventiva autorizzazione del Parlamento. Lui si difende, e si rimette al Csm. Poi
politica e società
P
Il Ricordo
Il dono di Ester
Il 3 Ottobre, nel decennale della morte
di Ester Scardaccione, l’Associazione
Telefono Donna ha organizzato un convegno per parlare di lei.
Sono intervenute Cecilia Salvia, Assunta Basentini, Emilia Simonetti,Teresa
Boccia, Cinzia Marroccoli. Da ultima, è
intervenuta la figlia, Cristiana Coviello
che ci ha offerto un ricordo della madre
che era anche il racconto della propria
storia, la forza che le è venuta dal compito che le è ha lasciato, una testimonianza intensa e misurata.
Un pubblico attento, prevalentemente femminile, ha ascoltato per oltre due
ore in silenzio, le loro parole.
Le donne che ci hanno parlato di Ester
hanno avuto con lei esperienze diverse,
alcune per il loro lavoro, legate prevalentemente alla sua attività di avvocata, altre al ruolo istituzionale che aveva
assunto negli ultimi anni di Presidente
della Commissione regionale per le pari
opportunità. In verità, negli anni, questi
suoi campi di impegno si erano sempre
più intrecciati, il suo modo di esercitare l’avvocatura denotava un’acuta sensibilità per l’interesse dei più deboli che
le consentiva uno sguardo più complessivo sulle vicende dei suoi assistiti.
Chi si è trovato a partecipare a questo
convegno senza aver conosciuto Ester,
ha potuto ricavare un’idea esaustiva
della sua personalità non solo dal racconto della sua vita di avvocata e di donna
impegnata con le altre in un percorso di
emancipazione, di autonomia e di soli-
darietà femminile, ma anche dalla vidarietà
vezza del ricordo, dalla profondità
profondità del
segno che Ester ha lasciato nella vita
di quelle che ne parlavano e, visto il
coinvolgimento, anche di tante che non
hanno parlato.
Perché?
Perché
Perch
é? Quale era il segreto di Ester?
Ho conosciuto Ester nei primi anni
ottanta io comunista, lei, membro di
una potente famiglia democristiana,
nacque tra noi un’amicizia da cui si
sviluppò un impegno comune, allora
non prevedibile.
Erano gli anni in cui soprattutto
per l’impegno delle donne socialiste,
più attente di altre a quello che avveniva negli Stati Uniti, si affermò
l’idea che le Istituzioni si dovessero
dotare di strumenti di pari opportunità con il compito di sollecitare ma
anche controllare che non ci fossero leggi o atti discriminatori verso le
donne. Era nata la Commissione Nazionale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Tina Anselmi fu
nominata Presidente.
Decidemmo che la Basilicata dovesse avere la sua Commissione regionale ma pretendevamo che la eleggessero le donne, le loro associazioni e ci
buttammo in un avventura di tipo assembleare che alla fine riconsegnò la
Commissione alla nomina dei gruppi
e cioè dei partiti. Avevamo scompaginato le carte, mettendo insieme donne,
allora troppo diverse e la cosa non
poteva durare.
ANNA MARIA RIVIELLO
L’esperienza però
però mi permise di conoscere più
più compiutamente la personalit
personalità
di Ester. In anni in cui le donne erano
ancora legate alla sorellanza tra oppresse, pur non rinnegando quello che era
un dato della nostra storia, delineava
un discorso di padronanza di sé
s ed una
capacitàà di agire in piena libert
capacit
libertà che di
llìì a poco sarebbero divenute proprie di
tutto il movimento. La convinzione con
cui si gettava in una battaglia per una
giusta causa la portava all’insofferenza
per regole ristrette che vedeva chiaramente per quello che erano, schemi di
conservazione del potere costituito.
Ester, però, sapeva vivere a suo agio
nel mondo e questo lo trasmetteva generosamente alle altre più insicure e
nello stesso tempo conosceva le strettoie, gli ostacoli, la difficoltà di vivere
per chi volesse costruire un percorso di
autentica autonomia senza accontentarsi degli schemi gia dati.
Ci lascia quindi un impegno complesso, ci suggerisce un legame tra
donne che non assuma mai carattere di
lobby ma che vada oltre la lotta per il
riscatto e pretenda di dire parole sue sul
mondo.
Lei questo impegno lo ha praticato
con fatica e allegria, era questo il suo
segreto ed è questo il dono che ci ha lasciato. La fatica frutto della consapevolezza delle difficoltà e dell’impegno
quotidiano e l’allegria, spazi di amicizia
e di gioco, forma e colori della vita.
9
p u b b l i c i t à
L’acqua potabile
è tanto preziosa:
aiutaci a
non sprecarla.
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© pfuccella 2007
Il futuro dell’acqua
è il futuro della nostra vita!
10
campagna per la riduzione dei consumi dell’acqua potabile
politica e società
P
Quale formazione
per la Basilicata
GIUSEPPE ROMANIELLO
La strategia europea sull’occupazione e l’azione delle Regioni.
Come avvicinarsi a obiettivi di pieno impiego molto ambiziosi.
Il ruolo del “Patto formativo locale” nella stategia regionale
Le sfide urgenti, rispetto alle quali sono chiamati a misurarsi le Regioni in ritardo di sviluppo, sono la rivoluzione
tecnologica e la creazione di nuove tecnologie, l’affermarsi
di una società basata sulla conoscenza, l’invecchiamento demografico e l’occupazione.
L’Europa invita la Basilicata a concentrare risorse e strategie su quattro priorità: crescita, competitività, occupazione
e ambiente, in linea con le agende di Lisbona e di Göteborg.
Gli obiettivi fissati dalla Strategia Europea per l’Occupazione per il 2010, benché si siano ridotte le distanze, restano
irraggiungibili. A scorrere in rassegna i risultati perseguiti
sul fronte dell’occupazione, dell’istruzione e dell’inclusione
sociale, viene in mente il paradosso di Zenone per il quale il
veloce Achille non potrà mai raggiungere una tartaruga che
gareggia con lui e alla quale abbia dato un seppur minimo
vantaggio.
Gli obiettivi della strategia (la “tartaruga” se preferite) restano ambiziosi; nel frattempo le Regioni sono al lavoro per
preparare la nuova programmazione 2007-2013.
La modifica dell’approccio alle Politiche Occupazionali
in questi anni ha favorito un nuovo modo di fare Politica
per l’Impiego, promuovendo nuovi strumenti, strategie, programmi e soluzioni innovative per attuare politiche preventive. Occorre ideare strumenti che contribuiscano all’innalzamento della qualità del sistema di formazione ed orientamento presente in Basilicata, affinché diventi un sistema
capace di:
• generare una offerta di formazione che risponda, in termini
di qualità delle competenze, di innovatività delle modalità
e delle metodologie, di tempestività ed immediatezza, di
personalizzazione e di orientamento, al fabbisogno ed alle
dinamiche di domanda/offerta presenti nel mercato del lavoro regionale ed extraregionale;
• declinare una formazione fortemente ancorata ai contesti
di riferimento, orientata al benessere, che guardi al valore ed al valore aggiunto, che promuova la gestione della
conoscenza quale elemento chiave della competitività individuale, che faccia leva sulla qualità della governance
regionale;
• realizzare una formazione di nuova generazione, che sposti
l’attenzione sul learning, sull’empowerment individuale,
sulla certificazione dei percorsi e dei processi formativi,
sulla trasparenza delle qualifiche e delle competenze, sulla cooperazione tra i sistemi.
Nel mercato del lavoro contemporaneo sia la stabilità che
la mobilità costituiscono dei fattori importanti: cambiare lavoro sembra essere il modo migliore per acquisire nuove e
differenti abilità ma, allo stesso tempo la stabilità occupazionale è quella che permette ai lavoratori di guadagnare abilità
specifiche ed aumentare il proprio rendimento.
In questa logica assume cruciale importanza la strutturazione di un sistema di orientamento regionale più efficace
ed efficiente, capace di mettere in rete le strutture pubbliche
e private che si occupano di orientamento (Centri per l’Im-
11
politica e società
P
piego, Servizi di Orientamento, Organismi di Formazione,
Istituzioni Scolastiche, Università, Organismi di Inserimento
Lavorativo, etc.).
A livello regionale, l’organizzazione dei sistemi per il lavoro sta procedendo verso una sempre più completa definizione; i Servizi per l’Impiego sono oggi pensati per offrire
servizi di intermediazione (matching) per i soggetti immediatamente collocabili e percorsi di occupabilità per i soggetti con maggiori difficoltà di inserimento.
Dal disegno organizzativo dei CPI si coglie la necessità di:
• orientare l’offerta di servizi verso specifici target, in base
alla collocazione all’interno del mercato del lavoro locale, delle specializzazioni produttive del territorio di riferimento, dei progetti di sviluppo che vi ricadono;
• rafforzare il raccordo tra strutture per l’impiego e strutture
dedicate all’istruzione, alla formazione ed al lavoro;
• promuovere a favore delle imprese, servizi specialistici
legati al collocamento dei lavoratori, alla promozione di
percorsi professionalizzanti, alle attività connesse all’outplacement;
• dare centralità al sistema informativo lavoro regionale (BASIL), nonché ai sistemi informativi dedicati al matching ed
all’orientamento (Borsa Nazionale del Lavoro) ed ai sistemi formativi dedicati alla formazione (SIRFO), in maniera da favorire l’interoperabilità tra sistemi, la pluralità dei
soggetti coinvolti, l’accessibilità ai servizi offerti.
Il sistema di Istruzione e Formazione in Basilicata e la
qualità dell’apprendimento promosso sono funzioni delle
molteplici formazioni che vi trovano espressione. La qualità
12
può essere analizzata sia a livello di singola attività (qualità
ricercata, progettata, realizzata, comunicata, monitorata, valutata e confrontata), che a livello di sistema (accreditamento degli organismi, certificazione dei percorsi, certificazione
delle competenze formative).
Oggetto di riflessione sono le relazioni del sistema della formazione con il sistema dell’istruzione, alla luce delle recenti riforme, nonché la formazione post-secondaria e
post-laurea, per la sua capacità di costruire collaborazione
con le imprese, di promuovere e generare competenze innovative, di rafforzare il legame tra sistema produttivo ed
università. Cruciale è quindi la strategia regionale in favore
di un partenariato stabile tra sistema di offerta formativa,
Istituzioni Scolastiche ed Università, allo scopo di costruire
percorsi e processi realmente integrati, realmente capaci di
rispondere al sistema imprenditoriale, realmente in grado
di incidere sulle capaci“Occorre costruire tà individuali.
Uno strumento di sipercorsi realmente capaci
curo interesse è il Patto
di rispondere al sistema Formativo Locale (PFL),
imprenditoriale e di che è un modello innovaincidere sulle capacità tivo di sperimentazione
individuali” nel campo della formazione integrata, capace
di integrare l’esperienza
della progettazione integrata territoriale, e pensato per consentire ai soggetti promotori di completare la propria iniziativa di sviluppo locale con una specifica iniziativa partenariale
politica e società
P
finalizzata a investire maggiormente sulla valorizzazione delle
risorse umane.
Il PFL accresce la consapevolezza e responsabilità degli
attori locali sulla importanza dei fattori immateriali dello sviluppo (capitale); coniuga efficacemente sviluppo produttivo
e infrastrutturale con i processi di valorizzazione dei saperi
e delle competenze della forza lavoro; contribuisce ad integrare e ottimizzare l’impiego dei fondi strutturali; integra i
sistemi scolastico-formativo e del mondo del lavoro.
Di contro, il PFL necessita di una forte motivazione, richiede un elevato livello di interazione tra partner, un’attenta
attività di monitoraggio in progress delle azioni intraprese e
di condivisione dei risultati, per evitare di inciampare in tentazioni redistributive degli investimenti formativi programmati, o per evitare di scegliere, «tra esigenze (più tradizionali) di gestione distributiva della spesa e volontà (innovative)
di concentrazione strategica degli investimenti rispetto ad
una selezione di temi e di ambiti».
Anche il sistema dalla formazione continua è caratterizzato
da un ampio e complesso processo di riorganizzazione, in gran
parte dovuto all’avvio dei Fondi paritetici interprofessionali,
promossi e gestiti dalle parti sociali nella loro espressione bilaterale, oltre che dalla necessità di ripensarsi come formazione
per le nuove forme di lavoro (nuove caratteristiche professionali, diverse competenze, nuove modalità formative).
Particolare menzione merita la Legge Regionale n.
28/2006 “Disciplina degli aspetti formativi del contratto di
apprendistato” , che introduce una pluralità di strumenti a
presidio del ruolo formativo dell’istituto, oltre che possibilità
di dialogo tra imprese e università basato sull’integrazione e
sul riconoscimento dell’apporto che entrambi possono dare
al processo di acquisizione delle conoscenze/competenze ed
allo sviluppo della produttività del lavoro.
La riforma dell’apprendistato rappresenta una delle principali innovazioni introdotte nelle politiche regionali del lavoro, dal momento che costituisce l’unico contratto a contenuto formativo previsto dal nostro ordinamento. Aiuta quindi
a valorizzare il ruolo della formazione in impresa pur mantenendo una forte integrazione tra apprendimento in azienda e frequenza di corsi teorici; attraverso l’apprendistato il
giovane può sperimentare esperienze in alternanza mirate
all’acquisizione ed allo sviluppo di competenze spendibili
nel mercato del lavoro. Può inoltre rispondere ai bisogni di
specializzazione in una prospettiva di formazione superiore
(apprendistato in alta formazione).
L’evoluzione del sistema di accreditamento degli Organismo di Orientamento e Formazione costituisce, infine, un
momento denso di sfide:
1. una prima sfida è il sostegno alla cultura di processo, che
ha al suo interno elementi fondanti della qualità come la
cultura della diagnosi, il lavorare per obiettivi, la valutazione dei risultati, il coinvolgimento degli attori del sistema;
2. una seconda è il riconoscimento delle professionalità, perché il ruolo della risorsa umana è cruciale per l’efficacia
di investimento rivolto alle persone;
3. la terza è la promozione di un proprio sistema di valori,
di relazioni partenariali e di patrimonio esperenziali, che
13
politica e società
P
premi gli organismi che hanno fatto della cultura della
qualità la base del loro agire.
Innovare i sistemi formativi, in questa logica, significa:
a. favorire l’autonomia di questi sistemi, evitando la standardizzazione dei programmi e accrescendo la capacità di
ricerca sui contenuti e sulle modalità formative;
b. favorire la cooperazione tra sistemi formativi e di altri sistemi che producono e utilizzano le conoscenze;
c. favorire la formazione come “obiettivo e pratica consapevole” per il potenziamento delle capacità individuali
(empowerment).
Formazione, quindi:
• accessibile, flessibile, tempestiva e modulare, ossia in grado di intercettare il fabbisogno delle persone, dei territori
e delle organizzazioni complesse nel momento in cui questo si esprime, elaborando di contro una risposta formativa fruibile in termini di tempo, luoghi della formazione
e tecnologie;
• personalizzata ed individualizzata, ma allo stesso tempo
standardizzata nelle modalità di accesso e negli strumenti
attivati (tirocini, work experience, borse lavoro, borse di
formazione, master, etc.);
• capace di trasferire una competenza “socialmente riconoscibile”, poiché centrale è la questione della costruzione
di sistemi nazionali di qualifiche e sistemi di trasparenza
delle stesse (Curriculum Vitae Europeo, Portfolio Europeo delle Lingue, Portafoglio Europass, Libretto Formativo del Cittadino e la validazione delle competenze).
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Inoltre, la Basilicata è chiamata a guardare con più attenzione alla dimensione europea, ma anche euro-mediterranea
delle politiche dell’educazione, della formazione e del lavoro. Appare necessario un progetto organico regionale sulla
mobilità europea, intesa sia come mobilità geografica all’interno dello spazio europeo unificato, che come dimensione
regionale delle politiche riguardanti l’immigrazione.
Il desiderio di mobilità all’interno dell’Europa è forte ed
intergenerazionale: riguarda i giovani, perchè offre loro opportunità emergenti di mobilità sociale oltre che ne aumenta
l’adattabilità professionale, le conoscenze relative a nuove
culture e nuove lingue; riguarda gli adulti, in qualità di professionisti qualificati alla ricerca di nuove opportunità.
Gli strumenti da attivare a favore della mobilità sono protocolli di intesa con Istituzioni ed Organizzazioni straniere,
accordi partenariali con
“La riforma attori interessati ad una
dell’apprendistato cooperazione extra rerappresenta una delle gionale, sostegno alla
principali innovazioni mobilità in entrata ed in
introdotte nelle politiche uscita, sistemi di orientaregionali del lavoro, l’unico mento, adesione a sistecontratto a contenuto mi di riconoscimento dei
di studio.
formativo previsto dal titoli
Proseguendo
lungo
nostro ordinamento” l’analisi del significato
che la strategia di Lisbona ha sulle politiche regionali, vi è
da dire che la formazione può risultare uno strumento fondamentale per l’attuazione delle politiche di coesione; un siste-
politica e società
P
ma di welfare per essere efficace, deve promuovere interventi
che individuano la dimensione lavorativa quale strumento di
inclusione sociale (vedi ad esempio le esperienze dei Piccoli
Sussidi, della Cittadinanza Solidale)
Il Programma di Promozione della Cittadinanza Solidale
(L.R. n. 3/2005) ha già avviato un percorso di sperimentazione di nuovi modelli di relazioni istituzionali diretti ad integrare e rafforzare le risposte dei servizi sociali, sanitari e
delle politiche del lavoro. Una volta implementato il modello
è utile immaginare che esso diventi uno strumento ordinario
di lotta alla povertà ed alla esclusione sociale e che:
1. risponda con immediatezza alle situazioni di disagio, (ad
es. sistema a sportello e risorse finanziarie dedicate) accertate secondo gli attuali sistemi informativi ad oggi sperimentati;
2. attivi una sistema di welfare community, ossia un sistema
di costante collaborazione tra pubblico (Province, attraverso i Servizi Sociali, i CPI e le Agenzie Provinciali per
la Formazione) e privato sociale (volontari, associazioni,
cooperative sociali);
3. consolidi un’ organizzazione a rete, capace di promuovere
interventi centrati sull’individuo ma fondati sull’interazione tra organizzazioni;
4. faccia accrescere la possibilità delle persone di controllare attivamente la propria vita (empowerment).
Altra innovazione da rendere maggiormente finalizzata è
la Sovvenzione Globale in materia di Piccoli Sussidi affinché
gli stessi siano finanziabili progetti volti al miglioramento
di servizi destinati ai gruppi vulnerabili, relativamente alla
creazione di impresa alla micro-impresa, all’autoimpiego ed
agli aiuti all’occupazione.
Infine, per concludere, occorre parlare di governance. Il
complesso di azioni di un sistema formativo integrato deve
essere realizzato dalla Regione e dalle Province, in partenariato con un network sociale di istituzioni operanti nel mercato del lavoro, Università, Scuole, Aziende, Enti Locali,
Associazioni di Categoria, Parti Sociali, Associazioni di professionisti.
Il processo di delega previsto dalla Legge Regionale n.
33/2003 “Riordino del Sistema Formativo Integrato”, va
considerato come un’opportunità per praticare un Partenariato Istituzionale coeso e consapevole, in grado di declinare un
pieno coinvolgimento del territorio nei processi di pianificazione delle politiche del lavoro e della formazione.
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p u b b l i c i t à
La Borghesia
tra Ottocento e Novecento
in Basilicata
Storie di famiglie
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politica e società
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Tra emergenza casa
e degrado urbano
La questione Bucaletto
ROBERTO MANCINO
Bucaletto, ubicato nella zona est di Potenza in terreni di
una ex proprietà della chiesa, è un quartiere di prefabbricati
sorto a seguito del terremoto del 1980 e che dopo 27 anni è
ancora in piedi. Negli anni post-terremoto è infatti avvenuto
che i prefabbricati, man mano che si svuotavano dei terremotati che avevano la casa ricostruita o un nuovo alloggio,
invece di essere abbattuti, venivano utilizzati per tutte le esigenze di emergenza abitativa che si verificavano in città. Ciò
avveniva su iniziativa sia delle amministrazioni comunali,
che dei cittadini che autonomamente “occupavano” questi
“alloggi” venendo comunque successivamente in vario modo
“regolarizzati”. La situazione odierna vede la presenza di 700
prefabbricati ad uso abitativo, con quasi 3.000 persone residenti che vivono in una vera e propria emergenza. Emergenza
che ha vari aspetti: strutturale, perché prefabbricati, costruiti
e progettati per durare pochi anni sono diventati dopo oltre
venti anni fatiscenti. Sociale, dovuta alla composizione sociale di chi abita a Bucaletto, con una fascia di popolazione
che vive in condizioni di reddito e sociali precarie o disperate,
un’altra fascia medio-bassa che vive a Bucaletto per la scarsità di edilizia pubblica nella città e per i livelli spropositati a
cui è arrivato il mercato immobiliare, infine alcune famiglie o
nuclei di lavoratori non comunitari che transitano per il quartiere. Esiste un piano di riqualificazione che allo stato attuale
non è in grado di dare una risposta rapida a tutti i bisogni,
perchè riguarda una parte minoritaria del quartiere. Il piano è
inoltre di difficile gestione, perchè ci si trova nella situazione
contraddittoria di abbattere subito i prefabbricati interessati
alla fase di riqualificazione, senza avere nel frattempo alloggi
dove sistemare i nuclei che attualmente vi abitano. Inoltre,
occorre effettuare la manutenzione straordinaria di quelli che
ancora per anni dovranno restare in piedi e che sono in condizioni fatiscenti. Molti prefabbricati sono addirittura irrecuperabili e andrebbero immediatamente abbattuti perchè non
hanno i requisiti igienico-sanitari previsti per i locali di civile
abitazione.
La risoluzione delle problematiche abitative per quanto riguarda la città di Potenza è pertanto fortemente connessa alla
presenza di questo rione di prefabbricati che sono stati la vera
valvola di sfogo per la tensione abitativa e di fatto la “politica abitativa” attuata nella città. Dall’utilizzo dei prefabbricati
a fini abitativi diversi da quelli originari, dipende anche il
relativamente basso numero di sfratti esecutivi nella città di
Potenza, per cui si può affermare che diversamente da altre
realtà il disagio abitativo non si evince dagli sfratti, ma dalla
presenza di un rione di prefabbricati. Per capirci e rendere più
chiara questa connessione basti riferirsi a pochi dati, e cioè le
domande pervenute in occasione dell’ultimo bando sull’edilizia pubblica che risale all’estate 2004: su 1089 domande,
495 sono di attuali residenti a Bucaletto. Altri 250 abitanti del
quartiere hanno invece partecipato ai bandi per gli affitti.
Cosa è previsto per il futuro.
Al momento, nell’ambito del PRU che riguarda il rione
Bucaletto, sono previsti 34 alloggi popolari già in via di realizzazione, mentre altri 60 alloggi popolari inseriti nel medesimo PRU sono previsti entro due anni. Oltre alla realizzazione di questi alloggi è prevista nell’ambito del PRU la
costruzione di un area commerciale in aree occupate da pre-
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politica e società
P
L’area di Bucaletto nella pianta redatta dall’Unità di Progetto Civile e Sicurezza del Comune di Potenza
fabbricati che dovranno essere liberate nel giro di un paio di
anni, in queste aree abitano attualmente 77 nuclei familiari a
cui bisognerà trovare un alloggio.
L’ATER, al di fuori del PRU, prevede di costruire, in una
altra area libera subito a ridosso di Bucaletto ed entro un paio
di anni, altri 56 alloggi. Sempre nell’attuale PRU sono previsti al momento 24 alloggi di edilizia convenzionata, situati in
una delle due torri che dovrebbero essere costruite, e altri 44
alloggi nella stessa area dei 56 alloggi di edilizia sovvenzionata citati in precedenza. Altri 60 alloggi sono in costruzione
o programmati nel quartiere di “Macchia Romana”. Nell’ambito dei Contratti di Quartiere è in corso la costruzione di 66
alloggi di edilizia sperimentale nel rione “Poggio Tre Galli”
e di 9 alloggi nel rione “Cocuzzo” per utenze socialmente deboli e servizi di prossimità.
È in via di previsione nel bilancio comunale un fondo per
l’emergenza abitativa, e sono in via di ristrutturazione una
serie di mini alloggi per persone singole in stato di immediata necessità. È necessario, infine, definire una revisione e
un rilancio degli affitti a canone concordato per cercare di
rimettere sul mercato case attualmente sfitte o spesso a nero,
puntando a recuperare almeno 800 alloggi di edilizia sovvenzionata e altri 400 di edilizia convenzionata.
È da effettuare una ricognizione sul territorio per verificare la possibilità di ristrutturare edifici pubblici o privati da
destinare a scopo abitativo, avendo così costi minori rispetto
alla costruzione di edifici nuovi, ma si può già prevedere una
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limitata presenza di fabbricati adatti a questa esigenza. Tenendo inoltre in considerazione la connessione tra la questione
casa a Potenza e la presenza di Bucaletto, buona parte degli
alloggi da costruire sia convenzionati che sovvenzionati vanno costruiti in quel quartiere, dove sono presenti al momento
solo prefabbricati senza nessun edificio in grado di essere ristrutturato. In definitiva la quasi totalità degli alloggi dovrà
derivare dalla costruzione di nuovi edifici, nella ripartizione
tra sovvenzionati e convenzionati tenendo presente l’esigenza di ricostruire un rione dotato di tutte le infrastrutture e gli
spazi sociali occorrenti.
Naturalmente il tentativo di operare sulla zona a “colpi” di
ingiunzioni di sfratto, che sembrava intrapresa dalla passata
giunta comunale non ha funzionato e ha avuto solo il “merito” di mobilitare i cittadini rendendo visibile all’intera città il
dramma di donne ed uomini che venivano sbattuti in mezzo
ad una strada perché bollati col marchio di “abusivi”, in un
rione reso da decenni “abusivo” dal susseguirsi di amministratori che lo hanno utilizzato a proprio uso e consumo per
il conseguimento di interessi elettorali e per compiacere gli
interessi del blocco di potere che ha fondato le proprie fortune
sulla speculazione edilizia.
Per uscire da una situazione che rischiava di esplodere Rifondazione Comunista ha portato nella giunta in carica dal
2004 alcune proposte che interessano la gestione di questo
piano e che possono porre le basi per un programma che vada
alla completa riqualificazione in tempi ragionevoli:
politica e società
Potenza vista da Bucaletto - foto p. fuccella
P
- l’uso dei prefabbricati va sganciato da qualunque questione sociale ed abitativa. Bisogna porsi l’obiettivo di non
assegnare più prefabbricati per nessun uso, un prefabbricato
che si libera deve essere abbattuto .
- i cittadini che liberano un prefabbricato perché interessati al piano di riqualificazione, non possono essere spostati
in un altro prefabbricato. La soluzione da perseguire è quella
degli alloggi-parcheggio anche impegnando alloggi sfitti.
Per questo alla fine di un dibattito intenso in giunta comunale l’Amministrazione in carica sta cercando di offrire
soluzioni praticabili sulle quali va esercitato un continuo controllo, che siano condivise anche dagli abitanti del quartiere e
da varare all’interno del nuovo Piano Strutturale garantendo
un nuovo modo di edificare, assicurando infrastrutture, servizi ed edilizia sociale.
Nell’immediato si è già dato avvio al Piano di Recupero
Urbano di Bucaletto che prevede la costruzione delle prime
58 case popolari, i cui cantieri sono già partiti, di cui 34 di
edilizia sovvenzionata, realizzate dal Comune, e 24 di edilizia
convenzionata, realizzate dall’ATER.
L’ATER ha anche dato avvio a procedure amministrative
per altri 100 alloggi.
Tenuto conto che oltre il 50% dei residenti risulta assegnatario di alloggio popolare ai sensi del già citato bando, e che i
restanti residenti appartengono ad una fascia reddituale per la
quale si rientra tra i soggetti aventi diritto ad alloggi di edilizia convenzionata, è necessario finanziare un programma per
la realizzazione di case popolari per almeno 700 alloggi complessivi, sia di edilizia convenzionata che sovvenzionata; ma,
in attesa della realizzazione di tali alloggi, è altresì necessario
finanziare un programma per interventi di riqualificazione urbana nel quartiere esistente oltre che di adeguamento funzionale per i prefabbricati esistenti maggiormente degradati.
Da una valutazione dell’U.T.C., è necessario un intervento complessivo di almeno 60 MLN €. Questa è l’esigenza
economica che come comune di Potenza abbiamo presentato
alla regione Basilicata e di conseguenza al governo nazionale
nell’ambito dell’ attuazione della legge nazionale n.9 del febbraio 2007 relativa alle situazioni di disagio abitativo.
L’Amministrazione ha in fase di progettazione, con la partecipazione dei cittadini, un intervento di circa 1 MLN € destinati alla qualità urbana del quartiere.
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p u b b l i c i t à
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politica e società
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Politiche sociali, Sanità regionale
e sviluppo locale:
un’occasione mancata
GIUSEPPE SALLUCE
La magia delle parole
È sempre più difficile, nel panorama della Sanità Pubblica, trovare un leale, coraggioso sostenitore di una qualche tesi
ospedalocentrica. Tutti, ma proprio tutti, dal legislatore all’ultimo degli operatori coniughiamo convintamente il binomio
Salute-Servizi Territoriali.
Da molti lustri, insomma, in Basilicata ci ripetiamo questa
litania richiamando dati epidemiologici, riviste scientifiche,
orientamenti dell’ O.M.S. (Organizzazione mondiale della sanità), comparazioni con le consuete regioni del Centro Nord di
consolidata cultura municipale.
Sarebbe però velleitario, oggi, toccare con mano, ovvero,
fruire del cosiddetto “sistema integrato di servizi e risposte
sociali e sanitarie territoriali”; dare corpo alle parole “chiave” scandite dalla legge quadro 328/2000 (legge quadro per la
realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali), parole, anche queste di largo consumo, come centralità
della persona, abituale ambiente di vita, globalità della presa
in carico, continuità terapeutica, integrazione socio sanitaria,
pubblico, privato (sociale), comunità locale e così via.
Cose scritte, legiferate ma che faticano a tradursi in prassi
attuative per un fondamentale processo che, prima ancora che
normativo, è culturale. Stiamo parlando di servizi e risposte
essenziali da garantire a persone portatrici di bisogno, con
strategie integrate di intervento nell’habitat di vita abituale e il
cui fine è la salute e la promozione del benessere dei cittadini
e delle comunità.
Il tema non è nuovo o non del tutto nuovo ma emerge con
forza alla fine degli anni ’70 con la legge di Riforma Sanitaria
(833/78) e le relative implicazioni che, mettendo in crisi la centralità dell’Ospedale quale esclusiva risposta di salute, spostavano l’asse degli interventi verso il Territorio. In questo clima
nella Basilicata democristiana di quegli anni, pur in assenza di
volontà politica e di un quadro normativo regionale erano nate
significative esperienze territoriali domiciliari dirette ad anziani, portatori di handicaps, infanzia, implementati dai Comuni
o dalle Province e affidate a Cooperative di giovani (vedi Materano e Vulture Melfese) e che sin d’allora si caratterizzavano
con prevalente occupazione femminile. Nel materano nel ’78
nascevano le prime esperienze alternative al Manicomio, luoghi che, lungi dall’essere contesti di cura si connotavano come
luoghi di sofferenza e deprivazione per centinaia di cittadini
lucani. Fragili episodi, tentativi isolati destinati a diventare poi
esperienze esemplari che, tuttavia, in quel contesto provavano
a scalfire il solido paradigma ospedale-salute proponendo una
diversa concezione che, coerentemente con la 833, intendeva
affermare il diritto alla salute (prevenzione, cura e riabilitazione) per tutti i cittadini rimarcando l’importanza del Territorio
inteso come abituale contesto di vita: casa, scuola, fabbrica,
piazza, comunità. In Basilicata prevalgono invece logiche di
conservazione legate agli interessi che ruotano intorno al sistema della sanità pubblica e che si traducono in resistenze
corporative e scarsa permeabilità ai contenuti di riforma. Una
scelta in fondo coerente con l’immagine di una regione marginale e assistita che, ancora una volta, non coglie una opportunità emancipativa. Scelta che, come noto, si protrarrà nel
tempo condizionando gli anni successivi.
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politica e società
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Il Piano socio assistenziale Regionale e i Piani sociali di zona
Alla fine degli anni ’90 la Regione governata dal centrosinistra destina
risorse economiche per finanziare il
Piano Socio Assistenziale Regionale
2000/2002. La scelta appare innovativa
sia perchè anticipa la stessa legge nazionale 328/00 ma anche perchè i fondi
provenendo dal bilancio sanitario evidenziano, finalmente, una nuova, diversa prospettiva di politica socio sanitaria
regionale aperta al Territorio, ovvero di
riduzione e riconversione della spesa
ospedaliera. Si pianifica la riconversione di presidi ospedalieri compreso
l’Ospedale Psichiatrico il cui superamento prevede anche nel Potentino
l’avvio di risposte psichiatriche territoriali. Il piano appare pertanto inserito in
un più ampio progetto di sviluppo della
Basilicata entro cui sembrano rientrare
a pieno titolo le nuove politiche sociali
Appare così avviato un processo
rapido, in grado di recuperare il ritardo politico e culturale accumulato che
però, nella fase attuativa, segna il passo: progressivamente, emergono vecchie e nuove contraddizioni, difficoltà,
tentennamenti e ritardi che tuttora permangono a otto anni dal varo.
Il Piano Regionale 2000/2002, ancora vigente, si prefigge lo scopo di garantire i Servizi Sociali Essenziali sull’intero territorio che viene organizzato in
15 Ambiti territoriali (dieci per la provincia di Potenza e cinque per quella di
Matera). I Servizi Essenziali rimandano
a cinque aree di bisogni-interventi: Anziani, Handicap, Infanzia Salute Mentale, Tossicodipendenza che, di fatto,
si riducono a tre perché in realtà per la
Salute Mentale e le Tossicodipendenze
non vengono allocate le risorse finanziarie necessarie. Pur cogliendo lo sforzo della Regione, le risorse finanziarie
destinate ai PSZ appaiono da subito
inadeguate a coprire un ventaglio considerevole di risposte, ma si auspicava,
22
PSICHIATRIA: CONTRO LE SCELTE DELL’ASL 1
UNA MERITORIA E DIFFICILE BATTAGLIA
S
iamo molto lontani dal clima culturale di apertura sulle differenze che
permise di approvare in Italia la legge 180 che individuava nei manicomi, luoghi di reclusione, di assoluta emarginazione ed inutile crudeltà.
Quella legge non sosteneva certo che la sofferenza mentale non esiste ma
invitava l’insieme della società a misurarsi, a tenerne conto, ad interrogarsi
ed interrogarla per poter convivere e qualche volta imparare.
Sembra che tutto ciò non abbia più valore per chi dirige l’Asl 1 di Basilicata. La dr.ssa Lella Romagno, insieme ai familiari dei pazienti e altri operatori
da tempo denuncia che per pure ragioni di bilancio l’Asl 1 preferisce chiudere
le case famiglia e spedire i pazienti in strutture private che somigliano molto
ai vecchi manicomi. Si può dire che l’Asl 1 si fa forte del fatto che non sempre
queste case famiglia sono altezza del compito che dovrebbero svolgere, ma
la soluzione non può essere quella di ghettizzare e segregare i malati. Lella
Romagno si è rivolta al sen. Di Siena e agli amministratori locali ma poco o
niente si è mosso.
Il momento, abbiamo detto non è favorevole eppure ci sono persone
che hanno continuato ad impegnarsi per i diritti dei cittadini con disturbi psichiatrici. Dalla dr.ssa Lella Romagno riceviamo un’ampia documentazione
del lavoro di sensibilizzazione e di proposta che svolge con altri operatori
del settore, con familiari di persone dimesse dall’ospedale psichiatrico, con
esponenti di Psichiatria Democratica che vogliamo segnalare all’attenzione
dei nostri lettori.
Al centro del loro impegno l’idea che la salute mentale “o si pone come
questione-risorsa di tutti o ritorna ad essere manicomio, segregazione, deriva
medico-psichiatrica di controllo sociale”.
Di qui discendono richieste concrete sul diritto alla casa, sull’accoglienza abitativa temporanea, attivazione di centri diurni, incremento dell’attività
di cura, adeguamento dei servizi psichiatrici, promozione di un patto per il
lavoro, insomma tutta la rete complessa di azioni che permettano a chi ha
problemi di sofferenza mentale ed alle loro famiglie di affrontare serenamente
ed in modo non segregante la vita quotidiana. [A.M.R.]
politica e società
P
tuttavia, un progressivo incremento di
spesa. Ai Comuni, vengono attribuiti
compiti e funzioni centrali sia di ordine politico progettuale che di ordine
amministrativo gestionale. I Comuni
sono chiamati ad elaborare il rispettivo
Piano di zona sulla base del bisogno sociale delle comunità costruito insieme
ai cittadini e ai vari soggetti associativi;
a cogliere la domanda facilitando l’accesso ai servizi da parte dei cittadini; a
mettere quindi in campo buone pratiche
territoriali attraverso figure tecniche
come Psicologo e Assistente Sociale in
integrazione con i soggetti non profit e
della Cooperazione sociale a cui è affidata la gestione dei servizi.
Nella fase-processo attuativo appare
però evidente l’inadeguatezza dei Comuni a svolgere tali funzioni.
Vengono approvati Piani identici su
tutto il territorio riducendosi ad atti meramente amministrativi, mancano studi
sul bisogno effettivo della popolazione,
non vengono costruiti e attivati percorsi
di partecipazione delle comunità locali
attraverso tavoli di coprogettazione con
i cittadini e i soggetti sociali.
I servizi, nei differenti ambiti, stentano a decollare, partono con consistenti ritardi, se va bene, oppure non partono, mentre le fondamentali pratiche
di integrazione fra sociale e sanitario
rimangono sulla carta.
Alle prestazioni e ai servizi sociali comunque garantiti dagli operatori
sociali, pubblici e del privato sociale,
non viene attribuita la dovuta dignità,
riproponendo ancora una volta una netta subalternità rispetto alle prestazioni
sanitarie. Subalternità confermata dalla
precarietà in cui versano gli operatori
impegnati, mal retribuiti e con notevoli
ritardi da parte dei comuni.
Nè le prestazioni risultano facilmente esigibili da parte dei cittadini
che spesso ignorano l’esistenza stessa
del Servizio. Non sono adeguatamente
informati o addirittura “scoraggiati” in
quanto ai comuni è richiesta una quota
di compartecipazione che, insieme al
ritardato avvio dei Piani, spiega, oggi,
paradossalmente la giacenza di migliaia
di ore di assistenza (prestazioni non erogate ai cittadini) in diversi comuni della regione. Aspetto ancor più grave se
consideriamo, come detto, la dotazione
finanziaria inadeguata allocata dalla
Regione sull’intero piano di circa otto
milioni di euro annui che corrisponde
a circa lo 0,7% della spesa sanitaria. Si
pensi che nella Regione Umbria, la sola
Lega delle Cooperative per gli stessi
servizi eroga circa 30 milioni di Euro.
Alcune brevi considerazioni
Perché molti comuni governati dal
centro sinistra hanno manifestato indifferenza e disattenzione sul tema e
non hanno colto il potenziale politico e
culturale eludendo peraltro di garantire
risposte essenziali ai propri cittadini?
Perché la spinta riformatrice della seconda metà degli anni ’90 catalizzata
nella legge quadro 328/00 si traduce
in processo di sviluppo e nuove opportunità nelle note regioni dell’Umbria,
Marche, Toscana, Emilia, Veneto, Friuli?
C’è una qualche relazione fra l’incipiente famigerata crisi della politica e il
mancato processo di sviluppo dei Piani
sociali di Zona?
23
politica e società
P
Scongiurando il rischio di ricadere in
chiavi interpretative nostalgiche, la fase
legata alla 833 si colloca evidentemente
in una fase storica e politica diversa in
cui evito di inoltrarmi. Molto più semplicemente mi è vivo il ricordo di una
intensa discussione e partecipazione dei
cittadini sia nelle sezioni dei partiti che
nei luoghi pubblici e istituzionali. I cittadini insomma partecipavano, si mobilitavano cogliendo l’importanza di un
provvedimento, di un processo che poteva modificarne le condizioni di vita.
Le battaglie per l’istituzione dei Consultori o quelle legate alla legge 180 in
Basilicata sono emblematiche.
La 328, che probabilmente rappresenta al pari della 833 un momento
straordinario di proposta politica riformatrice in quanto sintesi e sistematizzazione dell’intensa fase di ricerca, di cultura e di pratiche sedimentate in Italia
in un lungo arco di tempo, non riproduce la stessa tensione e attenzione né nei
tradizionali luoghi rappresentati dalle
sezioni dei partiti, né nelle sale consi-
24
liari simboli della nuova municipalità
per essere semmai oggetto di discussione nelle sedi delle associazioni culturali
e di volontariato, private, però, del necessario confronto con le Istituzioni.
Se la sfida della 328 viene raccolta e
tradotta concretamente e correttamente
nelle note regioni è perché qui c’è una
consolidata cultura della municipalità,
cioè vicinanza e scambio fra Istituzioni
e cittadini, cultura della partecipazione
e della responsabilità. Se in Basilicata
le cose sono andate diversamente vuol
dire che c’è un gap culturale e di distanza fra Istituzioni e cittadini.
La recente legge Regionale, approvata lo scorso febbraio, “Rete regionale
integrata dei servizi di cittadinanza sociale” ha, fra l’altro, lo scopo di rimuovere e correggere le criticità emerse
riproponendo l’importanza dei processi
di partecipazione e responsabilità da
parte delle comunità locali e dei cittadini. Ma, questa, sarà veramente un’altra
storia?
Osservatorio
Basilicata
Economia al palo
xxxxxxxxxx
ROCCO VIGLIOGLIA
I
l quadro dell’economia della Basilicata che emerge dalla 5a giornata dell’economia promossa da Unioncamere
a maggio di quest’anno, seguita a distanza
di un mese dal rapporto della Banca d’Italia, offre per il 2006 un panorama contrassegnato da evidenti segnali di ripresa
(un aumento del Pil dell’1% contro un
modesto +0,4% del 2005) in sintonia con
la congiuntura economica positiva che ha
caratterizzato l’economia nazionale e internazionale degli ultimi due anni.
Dai dati elaborati dai due studi in
questione emerge il fatto che, tuttavia,
in Basilicata siamo in presenza di grossi nodi strutturali non sciolti, o solo in
piccola parte rimossi, che possono rendere estremamente problematici i futuri
obiettivi di crescita. Infatti, se l’attività
economica regionale ha registrato come
si è detto un incremento rispetto all’anno precedente, essa risulta tuttavia di intensità molto minore rispetto al resto del
Paese (il Pil nazionale ha messo a segno,
infatti, un incremento dell’1,9% rispetto
all’1% del Pil regionale). Ciò appare più
preoccupante se non dimentichiamo che
negli anni che hanno preceduto il lungo
periodo di stagnazione (2001-2005) le
performances della nostra regione erano significativamente superiori non solo
al resto del Mezzogiorno ma allo stesso
dato nazionale, il che dimostra che i processi di ristrutturazione e adeguamento,
messi in atto nel Paese per rispondere
agli effetti della lunga fase di stasi della
25
osservatorio
economia, sono stati più incisivi nel resto dell’Italia che non in Basilicata. Se
vogliamo poi leggere questo primo dato
in relazione ai rapporti politici, vediamo
che esso si è prodotto in una situazione
in cui il governo Berlusconi non ha elaborato politiche particolarmente efficaci
per fronteggiare la crisi. Ciò rende ancora più grave il dato regionale e reclama
una verifica più obiettiva di quanto si sia
fatto finora sull’efficacia delle politiche
messe in atto dal centrosinistra lucano
nello stesso periodo.
E tuttavia il dato è più complesso di
quanto appaia dal risultato aggregato.
Se analizziamo le esportazioni, che sono
l’indicatore per eccellenza del grado di
competitività di un sistema economico,
vediamo che esse in Basilicata nel 2006
sono caratterizzate dalla crescita nel comparto dell’auto (che rappresenta da solo
oltre il 68% dell’export regionale) ma
anche dalla continua flessione nel comparto del mobile imbottito (passato in
soli 3 anni dal 22% all’8,5% dell’export
regionale). Vi sono poi dati interessanti
per altri settori (lavorazione di metalli,
chimica e materie plastiche, industria alimentare) le cui esportazioni crescono a
ritmo più sostenuto rispetto al passato, il
che meriterebbe un approfondimento che
i rapporti in questione non offrono.
Persiste poi una situazione di particolare debolezza della tipologia delle
imprese lucane. Basti considerare che
l’incidenza dell’export sul valore aggiunto raggiunge il 12% in Basilicata
contro il 23,6% dell’Italia, e la quota di
imprese industriali esportatrici non supera il 10% a fronte di una media nazionale
del 27,2%. Questo importante indicatore,
relativo alla composizione delle esportazioni, è immediatamente rapportabile
alla dinamica della produttività nell’economia regionale. Nell’industria in sei
anni (2000-2005) la produttività passa
dall’83% all’80% di quella media nazionale, con una riduzione del costo del
lavoro per dipendente dall’84% all’80%,
ma con un aumento del costo unitario del
26
lavoro per unità di prodotto che passa
dal 91% al 97% della media nazionale.
Su questo sfavorevole andamento della
produttività ha influito, oltre il gap infrastrutturale mai colmato rispetto al resto
del paese, un modello di specializzazione
industriale entro il quale, nel quinquennio appena trascorso, è cresciuta l’incidenza dei settori tradizionali a minore
contenuto tecnologico e caratterizzati da
un andamento della produttività tendente
al calo (tessile, conciario e legno).
Secondo la Banca d’Italia, se si fa riferimento alla classificazione dei settori di
trasformazione industriale per contenuto
tecnologico, la percentuale degli occupati nei comparti classificabili a bassa tecnologia sul totale dell’occupazione manifatturiera è salita dal 2001 a 2004 di circa
4 punti, mentre, nello stesso periodo, la
quota assorbita dai settori
più avanzati si è dimezza- “Senza la ripresa
ta risultando la più bassa della FIAT
tra tutte le regioni italiane. sarebbe stagnazione.
Dall’indagine della Banca Che cosa ha
d’Italia si evince, inoltre, prodotto
che dal 2000 al 2006 poco la spesa regionale?”
meno della metà delle imprese ha attuato strategie innovative variando la tipologia dei prodotti, diversificandone la gamma, ovvero investendo
maggiormente nel proprio marchio.
Quando passiamo poi a esaminare i
dati relativi alle forze di lavoro, pur evidenziandosi nel 2006 una forte attenuazione del trend negativo in atto dal 2002
(una flessione tendenziale dell’1.2% per
una perdita di poche centinaia di unità
lavorative a fronte delle 3,1 mila unità espulse dal settore nel solo 2005), il
“conto” che la lunga crisi industriale presenta sul piano occupazionale è tuttavia
particolarmente pesante. Tra il 2002 e il
2006, il manifatturiero ha “bruciato” in
Basilicata quasi 9 mila posti di lavoro,
pari al 75% circa della nuova occupazione creata nella regione da quei processi
di industrializzazione degli anni ’90 che
hanno in particolare riguardato l’auto e
l’industria salotto.
O
osservatorio
D
el resto sono proprio i dati relativi al mercato del lavoro quelli
che destano maggiore preoccupazione e sono oggetto di una permanente polemica da parte dei sindacati.
Non mancano segnali positivi: il tasso
di disoccupazione al 10,5% nel 2006 è
sceso al 9,9% nel primo semestre 2007;
si registra una crescita di 4,4 mila unità
occupate (servizi non commerciali e costruzioni) che recupera a supera la perdita di 3,3 mila occupati del biennio precedente; si sono attenuati quei fenomeni di
“scoraggiamento” a cercare lavoro che si
erano accentuati nel biennio 2004-2005,
durante il quale a una flessione demografica dello 0,2% della popolazione compresa tra i 15 e 64 anni è corrisposta una
variazione negativa ben più ampia della
componente di coloro che cercano ufficialmente lavoro (-1,4%). Comunque, i
tassi di attività (misurati dal rapporto tra
forza lavoro e popolazione in età lavorativa) sono saliti soltanto di un decimo di
punto percentuale rispetto al 2005, attestandosi al 56.3%, dato che costituisce un
valore ancora molto distante dalla media
nazionale pari al 62,7%. E sebbene nel
2006 il tasso di occupazione ha superato
La sede del CNR nell’Area industriale di Tito - foto p. fuccella
O
per la prima volta la soglia del 50%, è
proprio rispetto al livello di quest’ultimo
indicatore, che più direttamente esprime
il grado di sviluppo economico raggiunto da un’area, che la Basilicata presenta
il “ritardo” maggiore nei confronti del
resto del Paese (nell’ordine di 8,2 punti
percentuali).
Questi dati risultano poi particolarmente allarmanti se si tiene presente che
nel corso del 2007 si sono manifestati i
primi segnali di raffreddamento del ciclo
economico. Già nel primo semestre del
2007 vi è un calo del tasso di attività al
55,2%. Il tasso di occupazione torna di
poco sotto il 50% (49,7%), mentre riprende il “forte senso di scoraggiamento”,
come rilevano i ricercatori dell’ISTAT,
che porta i disoccupati a non cercare lavoro “perché pensano di non trovarlo”.
Le persone in cerca di lavoro, sempre nel
primo semestre del 2007, scendono da
23,2 mila a poco più di 21 mila.
Resta poi molto squilibrata la distribuzione di occupati e disoccupati per
genere. Del momentaneo miglioramento
dell’occupazione registratosi nel 2006 ha
beneficiato la sola componente maschile
mentre si sono ulteriormente ristretti gli
spazi per la componente femminile (tab.
1-2). È vero tuttavia che il tasso di occupazione femminile (34,3%), pur ridottosi, resta al di sopra della media del Mezzogiorno. E comunque circa un quarto
delle posizioni lavorative femminili è
collocato nel lavoro autonomo, mentre
la quota di imprese di cui è titolare una
donna (29,3%) è tra le più elevate tra
regioni italiane, conseguenza anche del
maggior peso nell’economia regionale
dell’agricoltura, settore in cui è più marcata la presenza femminile.
Vi è inoltre la piaga del lavoro nero.
Secondo le elaborazioni della Svimez,
nel decennio tra il 1995 e il 2005 l’incidenza del lavoro non regolare in regione
è salito di circa 4 punti percentuali, in
controtendenza rispetto all’andamento
nazionale. Nel 2005 la quota delle unità
di lavoro non regolari era pari al 21%,
oltre 7 punti in più rispetto alla media
del Paese, nell’industria in senso stretto
l’incremento del tasso d’irregolarità è
stato elevato, passando all’11,7 al 25,6%
(rispettivamente 5,1 e 16% la media dell’Italia e del Sud).
Ma il fenomeno complessivo della
disoccupazione è ben più grave di quel-
27
osservatorio
O
lo fornito dall’ISTAT. Infatti secondo i
dati che si ricavano dagli archivi amministrativi dei Centri Pubblici per l’Impiego, l’ammontare complessivo delle
persone in cerca di lavoro in Basilicata
raggiunge, a fine 2006, le 115 mila unità (138 mila se si considerano anche gli
iscritti presso i CPI nella condizione di
“occupati in cerca di altra occupazione”)
a fronte delle 23 mila circa stimate dall’ISTAT. Tra l’altro delle 115 mila unità
iscritte ben 66 mila sono donne, pari al
58% del totale. Del resto i dati sulla povertà relativa delle famiglie confermano
le considerazioni che abbiamo fatto sull’occupazione (25,5% nel 2005, contro
una media nazionale del 13%), sebbene
essi in un anno si siano sensibilmente
ridotti (nel 2004 la quota raggiungeva,
infatti, il 28,5%). A ciò si aggiunge un
forte calo demografico che dallo 0,5%
nel periodo 1991-98 arriva al 3% nel periodo 1998-2005, accompagnato da un
flusso migratorio di popolazione prevalentemente qualificata (diplomati e laureati) che assume i connotati di una vera
e propria emorragia (3 mila unità solo
nel 2005).
Queste considerazioni ci riportano al
cuore del problema che è quello dei carat-
28
teri del sistema produttivo lucano e quindi
del suo sistema delle imprese. Il rapporto
Unioncamere segnala il continuo rallentare della crescita della base produttiva
regionale, per effetto di un ulteriore forte
aumento delle imprese costrette a chiudere. Tuttavia, secondo Unioncamere, la
selezione in atto è da interpretare come
un segnale di ristrutturazione all’insegna
di una progressiva modernizzazione del
mondo delle imprese locali che - motiva il
rapporto - nascono sempre più utilizzando la forma di società di capitali. Il saldo
di crescita delle imprese extra-agricole
(natalità meno mortalità) è comunque in
costante rallentamento, a cui corrisponde
un incremento del tasso medio della base
produttiva pari, +0,82%, quindi praticamente nessuno.
Del resto, almeno dal 2000 assistiamo
a tassi di crescita nettamente inferiori al
dato nazionale e a quello meridionale. Il
minor dinamismo del sistema imprenditoriale lucano è conseguenza, essenzialmente, del fatto che in Basilicata vi
sono i più bassi tassi di natalità aziendale
di tutte le regioni italiane: infatti, se in
Italia si sono aperte, nell’arco dell’anno
2006, 7,7 nuove imprese ogni 100 registrate e nel Mezzogiorno 7,4, in Basili-
cata ne sono state avviate solo 6,6. La
regione può vantare, invece, una maggiore “solidità” delle imprese esistenti: a
chiudere i battenti sono state, in percentuale, 5,8 contro le 6,3 dell’Italia e le 6,2
del Mezzogiorno. Si rileva inoltre una
buona tenuta delle imprese lucane stimabile in 13,6 anni di vita media, a fronte del dato nazionale di 13,1 anni. Altro
dato interessante è il tasso di ricambio
delle imprese, relativamente più basso
rispetto al resto del Paese: le iscrizioni
e cancellazioni anagrafiche hanno interessato infatti il 12,4% dell’intero stock
di imprese esistenti all’inizio dell’anno,
contro una media nazionale del 14%.
Anche le dinamiche imprenditoriali
classificate secondo le forme giuridiche
che l’impresa assume sono degne di nota
per il cambiamento di “peso” delle diverse tipologie di imprese: nell’arco degli
ultimi dieci anni l’incidenza delle società
di capitali è quasi raddoppiata, passando
dal 5,2% al 10,2% (Italia 16,7%) mentre
la quota di ditte individuali è scesa dal
79,6% al 73% (dato nazionale 60,9%);
le società di persone rappresentano il
12,9% (Italia 20,2%).
È poi interessante valutare le modificazioni che si stanno determinando nel
osservatorio
Lo “scheletro” dell’ex Liquichimica nell’Area industriale di Tito - foto p. fuccella
O
medio-lungo periodo per quel che concerne i settori dell’economia regionale
(tab. 3).
Si evidenzia, innanzitutto un lento ma
progressivo “spostamento” in direzione
dei servizi alle imprese ed alle persone,
il cui “peso” passa dal 22,6 al 24,6%. Se
guardiamo invece ai settori tradizionali soltanto l’industria delle costruzioni
eguaglia l’incremento registrato nei servizi (dal 10,5 all11,5%). Analogamente
positiva, ma più contenuta, la dinamica
dell’industria manifatturiera. L’agricoltura, pur confermandosi il primo settore
della regione per numero di imprese (21,5
mila nel 2006, pari al 38,6% del totale),
arretra fortemente. Tale andamento riflette
le trasformazioni strutturali del comparto,
caratterizzate, segnatamente, dalla scomparsa di molte aziende di piccole dimensioni, fondate sulla prestazione lavorativa
del conduttore e dei suoi familiari non più
in grado di assicurare una gestione economicamente efficiente. Infine cresce a ritmi
bassi il settore commerciale (+2,7%), interessato, peraltro, da importanti processi
di ristrutturazione e modernizzazione, all’insegna di una progressiva sostituzione
dei piccoli esercizi specializzati con quelli della media-grande distribuzione.
Se colleghiamo questi dati allo scambio commerciale con l’estero diventa
ancora più rilevante l’inadeguatezza delle performances del sistema produttivo
regionale rispetto alla tenuta e, possibilmente, all’incremento della nostra capacità competitiva .
Dalla lettura della tabella qui riportata (tab. 4) si evidenzia come la presenza
della FIAT può indurre a una lettura fuorviante delle potenzialità dell’economia
regionale. Infatti la ripresa del settore
auto e il consistente recupero delle quote di mercato del gruppo FIAT nell’area
UE hanno determinato un forte balzo
dell’export regionale che, nel 2006, è
tornato a crescere a ritmi molto sostenuti, dopo tre anni di flessioni consecutive,
che non a caso hanno coinciso non solo
con la fase negativa della congiuntura ma
con la grave crisi della Fiat prima della
gestione Marchionne. È vero che, per il
manifatturiero, il trend risulta positivo
anche “al netto “ delle strepitose performances dell’auto (vi è l’unica importante
eccezione costituta dall’industria del mobile che invece continua a calare) ma ciò
non giustifica l’ottimismo del rapporto
Unioncamere, che fa discendere da questo dato “una rinnovata capacità dell’eco-
nomia lucana di competere nei mercati
internazionali”, ed aggiunge il rapporto,
“circostanza, questa, che fa ben sperare
nel progressivo superamento della fase
di stagnazione /recensione”. È vero che
nel 2006 l’export regionale ha avuto un
incremento tendenziale del 55,2%, equivalente a 608 milioni di euro in più rispetto all’anno precedente, che si era chiuso
con un bilancio decisamente negativo per
il made in Basilicata (13,1%). Ma questo
conferma il profilo fortemente altalenante
delle vendite all’estero, con forti arretramenti ed altrettanto forti accelerazioni tra
un periodo e l’altro dovuti esclusivamente all’andamento del mercato dell’auto,
dato che le esportazioni dell’altro grande fenomeno industriale della Basilicata
(quello del salotto) sono in permanente
caduta libera. L’elevata dipendenza dell’export regionale da due merceologie
soltanto (l’auto e il mobile) che, insieme,
alimentano quasi l’80% dell’intero flusso
e ne determinano, quindi, i relativi trend,
ci dice quanto sia gracile il complesso
dell’’economia regionale e generalmente quanto sia ininfluente il governo della
spesa pubblica regionale ai fini della crescita quantitativa e qualitativa dell’economia della Basilicata.
29
osservatorio
Tab. 1 - Forze di lavoro e non forze di lavoro per genere - valori assoluti in migliaia di unità (media 2006)
Forze di lavoro
Occupati
In cerca di lavoro
- disoccupati in senso stretto
- in cerca di 1^ occupazione
Non forze di lavoro (15-64 anni)
- cercano non attivamente
- non cercano ma disponibili
- non cercano e non disponibili
Valori assoluti
Uomini
donne
141,7
78,6
130,4
66,7
11,3
11,9
7,5
6,3
3,7
5,6
54,5
115,2
7,4
13,5
5,0
11,4
42,1
90,2
Var. % 2005/2006
Uomini
donne
3,3
- 4,6
3,9
- 0,8
- 3,9
- 21,6
- 8,3
- 21,7
6,4
- 21,5
- 6,7
3,4
- 1,5
- 3,6
- 7,9
- 3,2
- 7,4
5,4
Fonte: elab. Unioncamere su dati ISTAT, Indagine sulle forze di lavoro
Tab. 2 - L’occupazione per genere e settori - valori assoluti in migliaia di unità (media 2006)
Agricoltura
Industria
- manifatturiero
- costruzioni
Servizi
- commercio
- altri servizi
Totale occupati
Valori assoluti
Uomini
donne
9,9
7,6
50,3
5,9
27,1
5,1
23,2
0,8
70,2
53,2
16,7
53,5
130,4
9,1
44,1
66,7
Var. % 2005/2006
Uomini
donne
1,5
- 14,9
2,7
- 9,8
0,8
- 10,6
4,9
- 3,3
5,2
2,8
_ 2,2
7,7
3,9
- 10,4
6,0
- 0,8
Fonte: elab. Unioncamere su dati ISTAT, Indagine sulle forze di lavoro
Tab. 3 - Evoluzione dell’incidenza dei diversi settori economici - valori assoluti e % 2000 e 2006
Agricoltura
Commercio
Costruzioni
Manifatturiero
Totale settori principali
Alberghi e pubblici esercizi
Servizi alle imprese
Servizi alle persone
Trasporti/comunicazione
Credito/assicurazioni
Totale servizi alle imprese e alle persone
Altri settori e imprese n.c.
Totale generale
Fonte: elab. Unioncamere su dati Infocamere
30
2000
Imprese
%
attive
22.828
41,7
8.676
15,8
5.818
10,6
4.608
8,4
41.930
76,6
6.163
11,3
1.983
3,6
1.996
3,6
1.595
2,9
638
1,2
12.375
22,6
469
0,9
54.774
100,0
2006
Imprese
%
attive
21.530
38,6
8.908
16,0
6.427
11,5
4.916
8,8
41.781
75,0
6.686
12,0
2.435
4,4
2.379
4,3
1.548
2,8
683
1,2
13.731
24,6
214
0,4
55.726
100,0
Variaz.%
2000/2006
- 5,7
2,7
10,5
6,7
- 0,4
8,5
22,8
19,2
- 2,9
7,1
11,0
- 54,4
1,7
O
osservatorio
O
sistema economico locale. Se dovessimo, non dico escludere
auto e salotto dal computo dell’economia regionale, ma fare
una tara ponderata del loro peso, si vedrebbe subito che l’economia lucana resta sostanzialmente stagnante e scarsamente
dinamica. E il dato risulta ancor più significativo al fine della
valutazione dell’efficacia delle politiche economiche regionali, giacché sia auto che salotto solo molto marginalmente
dipendono da queste ultime. Insomma, il tanto decantato buon
governo del centrosinistra lucano se ha prodotto un’amministrazione efficiente delle risorse pubbliche, non ha certamente
contribuito a determinare uno sviluppo significativo.
È singolare poi che una partita importante, come quella costituita dai programmi di estrazione petrolifera, venga trattata
solo per cenni dal rapporto di Unioncamere, mentre sarebbe
stato sicuramente il caso di procedere ad una valutazione più
ravvicinata delle ragioni per le quali l’effetto provocato dal
gettito proveniente dalle royalties (un ammontare di risorse
pari a 200 milioni di euro l’anno) sulla crescita del PIL risulta
pressoché nullo.
n altro importante indicatore dei limiti dell’economia
lucana è costituito dall’attività creditizia. Se esaminiamo, infatti, l’andamento dei prestiti bancari al sistema
delle imprese si nota una netta divaricazione tra Basilicata,
Mezzogiorno ed Italia. Nel 2006 il volume complessivo del
credito erogato alle imprese non finanziarie risulta inferiore
di appena l’0,8% a quello corrisposto nel 2005, che aveva fatto registrare il tasso di incremento più alto degli ultimi anni
(+8,2%). A livello nazionale invece la variazione tendenziale
ha raggiunto il +8,7% in costante accelerazione dal IV trimestre
2005, con punte di crescita nell’area meridionale dove i prestiti alle imprese sono aumentati dell’11%. Sono poi in flessione
i finanziamenti per le immobilizzazioni delle imprese, mentre
l’incidenza dei prestiti in sofferenza negli impieghi bancari
complessivi è in aumento. Pur riducendosi negli ultimi 3 anni,
il dato 2006 resta comunque al di sopra del dato nazionale di
ben oltre quattro volte (14,8% rispetto al 3,5% nazionale) e
superiore anche a quello meridionale (11%). Il differenziale
dei tassi praticati tra Basilicata e Paese si è ridotto nel 2006
da 0,68% a 0,51% sui finanziamenti per casse (5,39% contro
4,88%) e da 2,74% a 1,71% per quelli a revoca (9,05% contro 7,34%). Anche la raccolta è risultata meno espansiva (4%)
della media nazionale (5,4%). Nel corso degli ultimi 12 mesi,
tuttavia, i ritmi di crescita hanno mostrato una progressiva accelerazione, dopo essere scesi al 2,7% a metà 2005. Un altro
aspetto problematico è il rapporto depositi/impieghi; i depositi
bancari della regione rappresentato lo 0,50% del totale nazionale, mentre la quota corrispondente agli impieghi è pari allo
0,40%. Si determina quindi un effetto drenaggio delle risorse
regionali che contribuisce a creare, insieme ad altri fattori, un
gap nel costo del denaro a tutto sfavore delle imprese locali.
Estrazione di petrolio - foto O. Chiaradia
U
Nel 2006 la quota della Basilicata nell’export complessivo
del Paese è risalita dallo 0,37% del 2005 allo 0,53% del 2006
ma rimane, come dice il rapporto, sempre molto inferiore al
“peso” della regione in termini di imprese attive (0,81%), il
che conferma un limitato grado di apertura internazionale del
31
osservatorio
O
Tab. 4 - Esportazioni regionali per categorie merceologiche - valori assoluti (in migliaia di Euro) e var. % su anno precedente -
Mezzi di trasporto
Mobili
Metalmeccanici
Chimici
Energetici
Gomma, plastica
Tessili, abbigliamento
Agroalimentari
Pelli, cuoio, calzature
Altri prodotti
Totale
Totale – mezzi trasporto
Q
2004
693.598
281.134
70.286
50.369
27.240
56.999
17.904
33.405
18.846
14.876
1.265.187
571.589
Valori assoluti
2005
625.584
216.099
62.711
49.628
726
48.196
25.898
32.383
22.722
14.953
1.099.760
474.176
2006
1.166.643
148.471
95.220
78.062
60.625
48.314
34.669
32.445
27.928
14.515
1.707.265
540.621
2004
- 25,3
- 2,8
35,3
1,5
- 61,2
4,9
11,0
5,8
54,4
24,9
- 16,5
- 1,1
Variaz. % annue
2005
- 9,8
- 23,1
- 10,8
- 1,5
- 97,3
- 15,4
44,6
- 3,1
20,6
0,5
- 13,1
- 17,0
2006
86,5
- 31,3
51,8
57,3
0,2
33,9
0,2
22,9
- 2,9
55,2
14,0
Fonte: elab. Unioncamere su dati ISTAT
uasi dieci anni fa la classe dirigente lucana, con il piano di sviluppo, allora varato dal Consiglio
regionale e condiviso dalle parti sociali,
si dava degli obiettivi che sono stati solo
in minima parte conseguiti (PIL regionale/PIL nazionale, tasso di disoccupazione
ufficiale) in presenza di una perdurante
fragilità del sistema produttivo lucano
che si è ulteriormente accentuata. Certo
hanno pesato in modo rilevante, da una
parte un quinquennio di sostanziale stagnazione e politiche nazionali non certo
di segno meridionalista negli anni del governo Berlusconi. Giova ricordare come
siano stati del tutto disattesi gli obblighi
nazionali, derivanti da direttive comunitarie, che imponevano agli stati membri
l’utilizzo delle risorse comunitarie (fondi
strutturali) come risorse aggiuntive e non
sostitutive. Un solo dato: per il 2006 la
ripartizione delle opere pubbliche per effettiva localizzazione (fonte Banca d’Italia 12 luglio 2007) vede il 28,3% di tali
opere localizzate nel nord Ovest; 34% nel
nord Est; 18,9% al centro; solo il 18,8%
a Sud e nelle Isole. Le previsioni per il
2007 non si discostano sostanzialmente
da tale distribuzione.
32
Ma vi sono situazioni per le quali le
responsabilità delle classi dirigenti a livello regionale sono evidenti. Si pensi
al sostanziale fallimento dei bandi per
la reindustrializzazione della Val Basento e del cosiddetto “bando Treviso”. A
tutt’oggi circa 80 milioni di euro restano non spesi e comunque emerge la necessità di una profonda riflessione sulle
linee e gli indirizzi da realizzare a livello
settoriale per implementare anche nella nostra regione settori innovativi (con
parchi tecnologici che combinino ricerca, innovazione e nuove imprese).
Molti interrogativi a questo punto si
affollano. Per esempio, parlando di un
comparto di competenza regionale come
quello agricolo, saremo in grado di seguire logiche diverse da quelle imposte dal
partito della spesa pubblica? Facendo finalmente vere politiche di filiera per una
produzione di qualità con capacità distributive sempre più corte verso il mercato.
In fondo si tratta di considerare la nostra
produzione come prodotto di nicchia nel
mercato globale, e come tale da rendere
identificabile, tracciabile e rintracciabile
con una autonome e specifiche peculiarità. Per fare questo le politiche di filiera
(integrate con ricerca, innovazione, trasferimento e divulgazione) dovranno affrontare problemi di processo, prodotto,
logistica e distribuzione, creando le condizioni infine per l’impiego di una forza
lavoro qualificata e perciò stabilizzata.
Vogliamo poi avviare una seria riflessione sulla produttività degli insediamenti turistici sulla costa ionica -alcuni
oggi al centro di inchieste giudiziarie che spesso operano senza alcun rapporto
con il nostro territorio? Quali risultati gli
incentivi pubblici dati a questi insediamenti hanno prodotto in termini di valore aggiunto per la nostra regione?
Di fronte a un’economia sostanzialmente al palo sarebbe stato necessario rivedere, correggere e profondamente modificare le azioni di governo regionali nella programmazione della spesa. Non mi
pare che tale sforzo ci sia stato. È dunque
necessaria una svolta. Ma la vera incognita è capire se la classe dirigente regionale
dell’ultimo decennio ha le risorse politiche e culturali per esserne protagonista.
C ultura
Intervista a Domenico Notarangelo
Le immagini “rubate”
del Vangelo di Pasolini
PALMAROSA FUCCELLA
«Io non piango sulla fine delle mie idee, perché verrà di sicuro qualcun altro a
prendere in mano la mia bandiera e portarla avanti! È su me stesso che piango...»
Pier Paolo Pasolini, Uccellacci e uccellini, 1965.
Nel giugno del 1963 Pasolini si recò in Palestina. Il viaggio
si protrasse per una quindicina di giorni e riguardò in particolare Nazareth, Betlemme, Gerusalemme e Damasco. Pasolini, accompagnato da Don Andrea Carraro (della Pro Civitae
Christiana di Assisi), era alla ricerca dei luoghi e dei volti che
avrebbero dovuto dare vita al suo Vangelo secondo Matteo.
Ma il viaggio non ebbe gli esiti sperati e il materiale girato in
quei giorni confluirà esclusivamente in una sorta di documentario in cui il regista commenterà, in tempo reale, le immagini
mettendo in risalto tutte le contraddizioni e le violenze di un
“progresso tecnologico” che faceva apparire il mondo biblico,
sopravvissuto di tanto in tanto all’urto di grattacieli, “come un
rottame”. Sui volti, che costituivano l’altra e altrettanto importante ragione del viaggio di Pasolini, egli avrebbe commentato
d’aver visto facce “tetre, belle, dolci” le stesse dei sottoproletari di tutto il mondo.
La Palestina del Vangelo secondo Matteo sarebbe stata ricostruita a Matera. Come Pasolini sia arrivato a decidersi per
la Città dei Sassi non è noto. Certo è che Matera e la sua gente
si preparavano a vivere una intensa e, se vogliamo, rivoluzionaria esperienza culturale e civile.
Nel Vangelo secondo Matteo Pasolini voleva mantenersi
quanto mai fedele al testo del profeta e dunque rappresentare
l’immagine di un Gesù dolce e mite ma anche “duro, violento,
iconoclasta, inflessibile”, questo il commento di Moravia, come
appunto doveva apparire ai suoi contemporanei perché quello di
Cristo era un messaggio rivoluzionario per il tempo, una carica
sovversiva che permane intatta ancor oggi: «Ama il tuo prossimo
come te stesso».
Nel corso di un dibattito tenutosi dopo l’uscita del film,
che fu accolto molto positivamente dalla critica cattolica, ricevendo il Gran Prix dell’Office Catholique International du
Cinema del 1964, ma fu fortemente avversato a sinistra per
quelle che venivano identificate come incompatibilità assolute
fra il cristianesimo e il marxismo, Pasolini avrebbe dichiarato:
«(...) Mi sembra un’idea un po’ strana della rivoluzione questa,
per cui la rivoluzione va fatta a suon di legnate, o dietro le barricate, o col mitra in mano: è un’idea almeno anti-storicistica.
Nel particolare momento storico in cui Cristo operava, dire
alla gente “porgi al nemico l’altra guancia” era una cosa di un
anticonformismo da far rabbrividire, uno scandalo insostenibile: e infatti l’hanno crocifisso. Non vedo come in questo senso
Cristo non debba essere accepito come Rivoluzionario (...)».
Da qui si comprende in parte la genesi di quelle posizioni così
impopolari assunte da Pasolini, in occasione degli scontri di
Valle Giulia del ‘68, in difesa dei poliziotti proletari piuttosto
che in favore degli studenti borghesi scesi in rivolta nelle università italiane.
Nel 1964 Pasolini arriva a Matera. I luoghi “intatti” che non
aveva trovato in Terra Santa, quei luoghi che dovevano apparire così come Gesù li aveva visti durante la sua vita, sarebbero
stati ritrovati fra le strade, le case, le grotte, le scale, i dirupi dei
Sassi e i volti, i fedeli, i soldati, i mendicanti, “di una dolcezza
animalesca precristiana” nella gente dei Sassi e negli abitanti
33
c u l t u r a
di Matera. Pasolini prese i suoi attori dalla strada, non erano
professionisti, alcuni facevano parte dall’entourage letterario
a lui caro (Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Enzo Siciliano...)
altri, la maggior parte, erano persone del luogo. Lo stesso Enrique Irazoqui, lo studente spagnolo che interpretò Cristo, si
ritrovò ad essere protagonista per caso.
“I primi piani di Pasolini sarebbero sufficienti da soli a mettere Il Vangelo secondo Matteo sopra un livello eccezionale”,
avrebbe detto Moravia (L’Espresso, 4 ottobre 1964).
Le pellicole venivano inviate a Roma giornalmente per essere sviluppate e poi tornavano rapidamente a Matera e Pasolini le riguardava per ore, nella loro nuda espressività iconica,
senza audio, nel cinema Quinto in via Stigliani. A queste lunghe e toccanti disamine del “girato”, in cui i volti si succedevano sullo schermo nella loro impetuosa espressività, Domenico Notarangelo assisteva, fra i pochi non addetti ai lavori.
Pasolini lo aveva fatto contattare da Maurizio Lucidi e Manolo Bolognini, rispettivamente aiuto regista e organizzatore
generale del film, perché verificasse che a Matera vi fossero le
condizioni migliori per il suo soggiorno, in termini di sicurezza, Pasolini era già stato vittima di numerose aggressioni. Da
questo primo incontro Notarangelo si troverà via via ad essere
sempre più immerso nell’esperienza del film, fino a diventarne
protagonista nelle vesti di centurione. Durante le riprese riesce
a scattare alcune fotografie, inizialmente in modo furtivo, nascondendo la macchina sotto la tunica, scatti che poi vengono
in un certo senso autorizzati da Pasolini. Queste immagini costituiscono una trama narrativa in sé e raccontano aspetti inediti dell’esperienza del regista e dei suoi attori sul set di Matera. Ma Notarangelo tiene queste fotografie nel suo archivio per
quarant’anni e poi, d’improvviso, si ridesta in lui il desiderio
di consegnare al pubblico quell’esperienza che tanto aveva significato nella sua vita di uomo e di intellettuale. Queste immagini costituiscono oggi il tessuto visivo di una mostra, Il
Vangelo secondo Matera, che racconta aspetti inediti di quello
che resta forse il film più emblematico della produzione pasoliniana. Ho chiesto a Domenico Notarangelo di raccontarci
cosa è accaduto esattamente con l’arrivo di Pasolini a Matera
nel 1964, di come la città e i giovani lo hanno accolto e cosa
l’esperienza di allora ha significato nella sua vita.
L’intervista è stata realizzata a Matera venerdì 28 settembre
2007.
34
C
Vorrei approfondire quell’aspetto dell’accoglienza che tu
citi nella prefazione al lavoro della mostra “Il Vangelo secondo Matera”. Pasolini arriva a Matera e naturalmente ha
bisogno di capire in che realtà si trova proprio per tutto quello
che era successo. La cosa che più mi ha incuriosito è che nonostante tutte le questioni con il Partito Comunista, che non
erano state lusinghiere, soprattutto dopo la vicenda del ‘49,
Pasolini si rivolge alla FGCI per avere un punto di riferimento in luogo. Questa pensi fosse una consuetudine o una procedura adottata a Matera in particolare?
Io ritengo che sia un fatto particolare, non ho molti elementi per dire cosa accadesse fuori, però dalle cose che ho conosciuto in altri filmati e interviste ho notato che, nonostante
fosse sempre aperta la polemica con il partito comunista, per
lui il PCI era sempre un punto di riferimento, cioè, non c’era
altra forza politica con cui potesse dialogare. Però a Matera
avvenne qualcosa di più, si creò un rapporto organico. Lucidi e Bolognini arrivano a Matera e i primi con cui prendono
contatto sono i comunisti, vengono nella federazione del PCI
e chiedono - perché quelli sono gli anni in cui Pasolini è stato
fatto oggetto di attacchi e di violenze, addirittura, mi pare in
Veneto, era stato anche picchiato - vengono da noi per chiedere vigilanza. Secondo loro noi eravamo gli unici referenti che
potessero occuparsi seriamente della sua sicurezza.
c u l t u r a
foto: Archivio Notarangelo - Blu Video
C
Qui naturalmente la situazione era molto diversa rispetto
ad altre parti del Paese. Non c’erano le condizioni che aveva
trovato altrove, perché qui le destre erano irrilevanti, non avevano peso. Un rischio tangibile c’era, però, che Pasolini potesse essere fatto oggetto di violenza da parte di gruppi estremisti
di destra provenienti dalla vicina Puglia.
In considerazione di questo fatto decidemmo di organizzare
comunque un gruppo di vigilanza, “picchiatori” che potessero
all’occorrenza picchiare i picchiatori. A questo non si arrivò.
Stabilimmo una vigilanza molto discreta che seguiva Pasolini
e i suoi collaboratori in tutti i loro spostamenti, in particolare
Irazoqui, ma rimanendo ai margini. Sai che Irazoqui - lo dice
in un’intervista che ho raccolto recentemente, e che pubblicherò in un libro di prossima edizione - mi ha confessato che era
un’antifranchista dichiarato e che era già venuto in Italia ad
invitare una serie di intellettuali affinché si recassero nell’Università di Barcellona per un ciclo di conferenze.
Quindi è a questo che ti riferisci quando dici, nell’introduzione al catalogo della mostra, che si è tenuta a Rovigno
con la collaborazione del Circolo Lumière di Trieste, “43 anni
dopo ho potuto appurare che le cose stavano diversamente”?
Si. È infatti a seguito di queste conferenze a cui partecipò
anche Pasolini, se non ricordo male, che Irazoqui poteva essere nel mirino dei fascisti. Comunque, a Matera non accadde
nulla. Anzi, l’accoglienza che soprattutto i giovani hanno riservato a Pasolini - me lo ricordo bene - è stata entusiasmante.
Io ammiravo questa cosa meravigliato: gruppi di 30, 40, 50
giovani che aspettavano ogni pomeriggio che Pasolini uscisse
dall’Albergo e si avviasse in piazza. Ci si fermava all’angolo
dell’ex Tribunale e questi ragazzi formavano intorno a Pasolini dei capannelli vivacissimi: chiedevano, si scambiavano
opinioni a tamburo battente. Lui non era lungo nelle risposte
e io stavo lì a guardare. Ero angosciato dal fatto che notavo
nelle sue parole questa sua posizione non ortodossa rispetto
al partito ed io, che ero molto più allineato, mi arrabbiavo per
alcune sue risposte; soltanto molto più tardi ho capito che chi
sbagliava ero io. Comunque, meglio tardi che mai.
Sì, perché certo la riflessione di Pasolini era molto più libera da tante tenaglie ideologiche e conformiste che in quel
momento storico, per la maggior parte dei militanti, creavano
percorsi obbligati e unidirezionali, mentre lui riusciva ad avere una visione più indipendente dei processi.
Mi ricordo l’arrabbiatura che mi venne tre o quattro anni
dopo, nel ’68, quando pubblicamente diceva di essere dalla
parte dei celerini perché erano figli di proletari; io mi sentivo
amareggiato da queste considerazioni, pur rendendomi conto
che Pasolini non diceva una cosa inesatta, diceva una cosa
vera.
Sicuramente era una posizione difficile da sostenere.
Però il fatto è che con il senno di poi, e a distanza di anni,
dobbiamo riconoscere che lui aveva ragione anche allora. Ecco
l’intelligenza della cultura.
35
c u l t u r a
36
La sera girava in città?
Sì, ma non è che potesse girare molto, perché i ragazzi lo
bloccavano per due e anche tre ore. Dopodichè si andava a
cena.
Dove?
Da Mario, che è sempre stato lì, dov’è. Quindi gli spostamenti erano davvero brevi: il Jolly Hotel era in via Roma, la
Federazione comunista era in via XX Settembre e il ristorante
era a cento metri da lì.
E il cinema Quinto?
Il cinema Quinto era in via Stigliani dove è l’archivio oggi.
Era l’unico cinema?
C’erano il Duni e l’Impero che è diventato Cinema comunale. C’erano tre cinema e funzionavano tutti e tre. Allora si
andava al cinema.
Una cosa che mi incuriosisce molto è il discorso delle
“facce stronze, fasciste”, quando dovesti occuparti di trovare
alcune comparse speciali.
Io non ho mai preso un appunto e non ho mai scritto nulla
su questo episodio, che mi lega particolarmente a Pasolini, fino
al 2003, quasi quarant’anni dopo. È strano come il ricordo di
quel dialogo, io l’abbia portato dentro tanto tempo e alla fine
sia venuto fuori solo quando mi hanno “costretto” a scrivere
qualcosa sulla mia esperienza del Vangelo.
Domenico Notarangelo - foto: P. Fuccella
Aveva ragione anche quando diceva che quella non poteva
essere una rivoluzione per il fatto stesso che erano figli della
borghesia?
Di questo mi sono convinto nel ’69 quando qui arrivò
un gruppo foltissimo di quasi 150 capelloni, il gruppo degli
“Uccelli”, che arrivarono creando non poco subbuglio e sostenendo che dovevano fare loro il discorso del risanamento
dei Sassi; invece, crearono solo confusione. E siccome io ebbi
l’occasione di stare vicino a loro per tante circostanze e studiai
chi erano, mi resi conto che erano tutti figli di medici, avvocati, provenivano tutti da famiglie borghesi.
Ma i giovani che incontravano Pasolini al “fontanino” lo
conoscevano già, avevano letto i suoi libri?
Evidentemente sì. Io mi sono posto questa domanda. Come
oggi, d’altronde. Quando c’è una iniziativa su Pasolini i giovani accorrono numerosissimi, anche quelli nati dopo la sua
scomparsa.
Ricordi cosa gli chiedevano in particolare?
Le domande erano di vario tipo. Intanto sull’antifascismo.
Nel ’64 tieni conto che uscivamo da una campagna elettorale
tra le più difficili, quella sulla “Legge Truffa”, che aveva ampliato il solco della lotta di classe fra le giovani generazioni.
Ma le domande riguardavano anche temi culturali. Ma ciò che
mi preme sottolineare è che il più curioso era proprio Pasolini,
era lui che chiedeva ai ragazzi che film vedevano, cosa leggevano, cosa pensassero della Russia, della democrazia cristiana,
della classe dirigente, anche del partito comunista, il ventaglio
delle sue domande era molto ampio.
In fondo, questa poteva ritenersi la caratteristica più importante del Pasolini uomo e intellettuale, cioè quella di voler
dialogare sempre, quella di voler capire ogni cosa in prima
persona.
Sì, sicuramente. Ancora oggi resto scolvolto quando ripenso alla duplicità caratteriale di Pasolini: quando lavorava sul
set era sempre taciturno, non diceva una parola più del necessario. Nelle pause di lavorazione rimaneva in silenzio, sempre
concentrato; nelle foto che ho scattato in quei momenti si vede
che o sta discutendo con i collaboratori perché prepara la scena o, se si sta riposando, è sempre con la mano sul mento e
riflette. E mentre gli altri facevano colazione lui non mangiava mai, stava lì, quasi sempre in giacca e cravatta con questo
sole che picchiava in testa. Una volta sola mi pare di averlo
fotografato con la camicia, era sempre impeccabile, anche con
quella cravatta col nodo piccolo da sottoproletario. Anche il
rapporto con Irazoqui era caratterizzato da lunghi silenzi. In
uno dei miei scatti “rubati” li ho ripresi tutti e due appoggiati
sul muro del pianto che si affaccia sui Sassi di Matera, “sospesi” in un silenzio “assordante”.
Al contrario, quando finiva di lavorare Pasolini parlava
senza freni.
C
c u l t u r a
foto: Archivio Notarangelo - Blu Video
C
Era la prima volta che avevo l’occasione di parlare direttamente con Pasolini. Fino a quel momento avevo avuto rapporti
solo con Lucidi e Bolognini. Un giorno mi hanno raggiunto
dicendomi che il “maestro”, come loro erano soliti definirlo,
voleva vedermi. Io sono sceso dalla Federazione, sono andato
in albergo e me l’hanno presentato. Ero davvero felice di fare
la sua conoscenza.
Dove vi siete visti?
Nella hall dell’albergo. Lui si presentò e mi disse: «senti
Notarangelo ho bisogno di una cinquantina di volti che devono fare la parte dei sacerdoti e dei farisei». Io, senza presunzione, gli rispondo che un’idea di come dovessero essere
quelle facce me l’ero fatta, ma che preferivo fosse lui a darmi
indicazioni più precise. Pasolini mi rispose: «Sai, quelle facce
stronze, fasciste». Allora capii che era inutile che continuassimo a parlarne, perché avevo capito abbastanza, avevamo più
o meno la stessa idea di come dovessero essere quelle facce.
Andai a cercarle nella Camera del Lavoro, nella sezione del
Partito comunista perché lì si giocava a carte e circolavano
tutti i proletari, i compagni, senza offesa per loro, ma quelle
erano le facce che Pasolini chiedeva. Poi era bello perché la
verifica avveniva nel cinema Quinto dove andavamo a vedere
i positivi che tornavano dopo qualche giorno da Roma. E senza le voci o il commento musicale l’impatto era dirompente,
perché nel film vedi dei brani, degli spezzoni di quelle scene,
mentre lì noi vedevamo sequenze più lunghe e spesso ripetute
da angolazioni diverse, quindi quei volti ti aggredivano e li vedevi concretizzati, quasi in carne ed ossa, e capii che gli avevo
trovato le facce giuste.
Anche perché lui lavorava soprattutto sull’espressività, ed
in particolare in quel film.
Vedi i primi piani dei Re magi, ad esempio. Noi secondo
l’iconografia corrente e stereotipata pensavamo alle facce di
regnanti nobili, erano dei re quindi dovevano avere la faccia
pulita, liscia, invece i re magi di Pasolini erano dei proletari,
sdentati, con quelle rughe terribili sui loro visi come su quelle
di tutti gli altri.
Anche la scelta dei costumi, che non devono occultare, avvaloravano ancor più questa rivisitazione.
Sì, i costumi di scena erano semplicissimi. Erano degli
stracci. Mi ricordo che quando vestivano le comparse, soprattutto per la scena corale dell’ingresso a Gerusalemme, io quel
giorno non lavoravo e portai mia moglie e il bambino di due
anni sul set. Osservavo e vedevo questa folla di gente vestita con gli abiti di tutti i giorni, soprattutto le donne, mentre i
bambini e gli uomini erano vestiti in maniera diversa, le donne, invece, come vestivano in casa si presentavano sulla scena,
nel costume di tutti i giorni.
Poi mi colpì una cosa, in particolare: i volti di questa gente,
l’espressione e tutto l’insieme erano molto simili a quelli che
Gesù aveva potuto vedere duemila anni prima, invece i volti
che Mel Gibson ha utilizzato in Passion - e lui ha fatto circa
37
c u l t u r a
foto: Archivio Notarangelo - Blu Video
C
tremila provini scegliendo, poi, 100-150 comparse - non hanno nulla a che vedere con Gesù, sono borghesi, acculturati,
con la pelle liscia, e si vede che sono orribilmente stridenti. E
anche gli sfondi della città sono completamente artefatti.
Ma la coerenza del progetto di Pasolini oggi appare più
chiara: voleva aderire il più possibile al testo di Matteo e dargli
una interpretazione filologica, che si attenesse al tempo, ai luoghi e alla gente di allora, e forse Matera la scelse per questo.
Ma la cosa che non sono riuscito ad accertare ancora oggi,
è perché sia venuto a Matera, chi gli ha detto dei Sassi. La cosa
strana è che nel filmato Sopralluoghi in Palestina per il Vangelo secondo Matteo, lui spiega che lì non aveva potuto girare
il film perché era tutto moderno, industrializzato, e poi fa la
considerazione sui volti. Citando i posti possibili dove poter
girare il film parla di Bari, la Puglia, la Calabria e Massafra.
A Massafra andò per girare una sola sequenza, lì ho fatto la
foto di Elsa Morante e Alfonso Gatto. Ma non ha mai fatto riferimento a Matera. Ho cercato, poi, di rintracciare qualcuno,
come l’aiuto scenografo Ferretti, ma non risponde mai, e chi
può dirmi ancora qualcosa forse è Cerami, che ebbe un ruolo nel
film di Pasolini come collaboratore nell’organizzazione. Vorrei
capire se c’è stato un momento in cui Pasolini ha pensato a questa città, chi glielo ha detto. Ciò che ho scoperto è perché ha
scelto di ambientare a Barile la strage degli innocenti, la grotta
38
di Betlemme e la fuga in Egitto. Ha scoperto Barile durante una
visita al Museo delle Tradizioni Popolari dell’EUR a Roma, e lì
Annabella Rossi gli mostrò le fotografie della processione della
Via Crucis a Barile. È possibile che lì abbia trovato anche qualcos’altro che riguardasse Matera, ma è tutto da verificare.
In ogni caso, il 17 novembre a Matera presenteremo un
libro-catalogo che parla della mia esperienza con Pasolini e il
Vangelo secondo Matteo. Per l’occasione ho invitato i personaggi del film: Irazoqui, la ragazza che faceva la Madonna da
giovane, Margherita Caruso, Alfredo Bini, Bolognini e altre
comparse di rilievo, tra cui il ragazzo che faceva la parte di
Giovanni che poi è il nipote di Elsa Morante, e il ragazzo che
faceva San Giuseppe, Marcello Morante, è il fratello di Elsa
Morante.
Dopo la presentazione del catalogo, ho intenzione di girare
un documentario sui “luoghi di Pasolini”, partendo proprio dai
set dove ha girato e, facendo perno su questo percorso, tornare
su Pasolini attraverso un racconto diretto del mio rapporto con
il regista, due persone diverse che si raccontano. Andrò in Calabria, a Isola Capo Rizzuto, Castel del Monte, al Castello di
Gioia del Colle, a Barile, a Orte, dove ha girato la scena della
fonte battesimale, per dimostrare che i luoghi di Pasolini, che
sono luoghi ideali, sono tutti legati da un filo.
c u l t u r a
C
Berlino ancora in parte divisa
tra trasformazioni, innovazioni,
contraddizioni e reazioni
LUCIA CAGGIANO
Ciò che resta del trauma del Muro. Più di ogni altra città simbolo
di una Europa che vuole voltare pagina rispetto al Novecento
In balia di una scissione che da sempre la vede in bilico
tra nostalgia per il passato e spinta verso il rinnovamento, la
capitale cosmopolita si contraddistingue per i suoi mille volti
in continua evoluzione, sebbene non sempre proiettati nella
stessa direzione.
La città è, infatti, fulcro di numerose ambivalenze a volte
celate dietro una frenetica corsa alla modernità o dietro una
ricerca di un’identità perduta.
È una metropoli dalle sfaccettature polivalenti, da sempre teatro di mutanti processi storici ed alterne vicissitudini,
fondamentali nel delineare le sue molteplici sfumature. Berlino è sinonimo di mutamento, e non c’è da sorprendersi se
tentano di convivervi movimenti differenti e spesso persino
contrastanti. È un amalgama di varietà, riflesse in tutti i suoi
strati, dall’architettura all’urbanistica, alla politica, alla scena
giovanile e il suo substrato di fermenti alternativi, alle correnti
culturali, all’arte, agli stili di vita.
Dinamica, moderna, sperimentale, multietnica, liberale, ma
allo stesso tempo paradossalmente conservatrice, razzista, xenofoba, soprattutto in periferia, dove la perdita di un’identità
ben definita la porta ad aggrapparsi alla ricerca di un’identità
perduta e di un senso d’appartenenza che funga da punto di
riferimento in un contesto di tumultuosi cambiamenti in cui la
città è immersa dai primi anni ’90.
Berlino sta cercando di ridefinirsi superando la confusione
di quegli anni in cui il cambiamento coinvolse tutte le zone
della città e persino l’assetto urbanistico si modificò in seguito
ai mutamenti sociali. I prezzi bassi di case, ex-industrie, fabbriche ed edifici popolari sottratti allo Stato e privi di proprietari, spinsero ad un utilizzo alternativo di tali stabili.
Uno di questi fu l’occupazione degli edifici a scopo sociale
per ricavarne locali, gallerie, teatri della scena underground,
centri giovanili.
Tracce visibili di tale processo sono presenti nei quartieri
centrali della Berlino-est, come Kreuzberg, da dove, già negli
anni ’80, partì l’ondata di rinnovamento, spostatasi poi con la
caduta del muro verso Mitte, Prenzlauerberg, Friedrichshain,
ancora specchio dell’architettura socialista abitata da artisti,
intellettuali, musicisti e studenti.
La metà della popolazione berlinese è costituita da giovani
provenienti da tutte le parti del mondo e proiettati nella città
alternativa in condizioni di prolungata precarietà, ma avvantaggiati dai bassi costi di affitti e servizi e dalle prospettive di
sussidi di assistenza e di disoccupazione. L’economia terziaria, decisamente sviluppata, impiega gran parte dei cittadini, e
i servizi e le infrastrutture statali cercano di dare una risposta
ai tanti disagi sociali.
Molti i fondi statali a favore della ricerca, delle tecnologie,
della cultura e delle politiche giovanili, dell’arte e dell’innovazione. Berlino ospita eventi internazionali di cinema, teatro,
arte, musica, senza dimenticare i circuiti meno istituzionalizzati, quelli legati alla scena del punk o della teckno o alle manifestazioni contro le discriminazioni.
Il secondo utilizzo frutto della confusione derivata dal bru-
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c u l t u r a
sco crollo del muro è legato all’acquisizione dell’est a bassissimo costo da parte di gruppi immobiliari dell’ovest e alla
ristrutturazione dello stato tedesco per adattarlo alla riunificazione. La cavalcata edilizia, degli anni ’90, la speculazione
immobiliare a scopo residenziale delle zone centrali popolari
si pone come obiettivo un ricambio sociale e una riconnotazione alto borghese della zona.
Sia il riutilizzo degli edifici a scopo sociale, sia la speculazione hanno avuto delle ripercussioni sociali. Gli squat, proliferati in seguito alla carenza amministrativa, contrattarono
affitti minimi e controlli costanti a patto di offrire servizi socialmente utili e divennero degli “Hausprojekt”, luoghi dove
vivere e promuovere attività per lo sviluppo sociale. Il resto
del processo di riqualificazione favorì nel frattempo la nascita
di locali trandy grazie al basso costo di licenze e affitti. La
nuova Berlino acquistata o affittata da speculatori affiancò o
sostituì locali popolari dall’aria decadente o associazioni culturali e storici luoghi di ritrovo, in previsione dell’aumento
di flusso monetario dato dalla crescita di turisti, studenti e
visitatori dopo il crollo del muro. È quello che è accaduto a
Prenzlauerberg, a Kreuzberg e che sta accadendo lentamente
a Friedrichshain. Il tessuto precedente è stato snaturato dall’inserimento di complessi residenziali e di edifici dall’estetica
post-industriale.
I contrasti architettonici, le fratture tra vecchio e nuovo, malinconico e vitale, frenesia creativa e staticità obsoleta rispecchiano la dicotomia sociale e culturale di Berlino e i conflitti e
le contraddizioni spesso nascoste all’occhio del turista..
È questo mix di trandy e decadente che evidenzia l’ambiguità della personalità di una città dai volti cangianti di quartiere in quartiere, che riflette la ricerca di un’anima precisa di
chi la abita e di chi vi passa. Netto il distacco tra la scintillante
Friedrichstrasse e il restauro edilizio di Prenzlauerberg, netta
la separazione tra la Berlino dell’ovest e quella dell’est, ancor
più netto il divario tra la Berlino turistica, quella alternativa e
quella popolare.
L’atmosfera che si respira al centro di Berlino varia di angolo in angolo ed un’atmosfera del tutto diversa è percepibile
soprattutto nella desolata periferia.
Berlino est è un insieme, rispecchiato persino dall’assetto
architettonico, in cui convivono quelli che cercano una stabilità e quelli che si arrangiano in una costante insicurezza e
vivono alla giornata ricavando gallerie d’arte o studi da scantinati e reinventandoli bar e locali, improvvisando un moderno
design o riproponendo il vecchio mobilio della Berlino est. Per
non parlare della varietà di negozietti di prodotti tipici russi,
polacchi, turchi, arabi, italiani, di fast food asiatici, ristoranti
o chioschi che si mescolano agli imbiss berlinesi che fanno
risaltare l’anima multiculturale della città.
Anche l’architettura rispecchia l’essenza della città, Berli-
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C
no è un cantiere a cielo aperto, un laboratorio di architettura
sperimentale, di progetti urbanistici, in cui storici monumenti
prussiani, gotici, neoclassici, convivono con moderni esempi
di art nouveau. I vari quartieri presentano differenti stili artistici e architettonici. La ricostruzione della città lacerata dalla
divisione le restituisce un’aurea sontuosa che ha come protagonisti il vetro e l’acciaio, quasi spinta dall’ossessione di democrazia e trasparenza.
Sono svariati i simboli che proiettano il turista nella nuova
Berlino protesa verso il futuro: la cupola di vetro ed acciaio e
l’high-tech del Sony Center, gli arditi grattacieli di Potsdamer
Platz riconcepita da Renzo Piano, la Torre della Televisione,
i viali di Unter den Linden con la Porta di Brandeburgo, la
cupola del Reichstag globo di luce e simbolo dello sguardo
rivolto verso il futuro e libero dal peso della storia, Kurfürstendamm e lo Zoologischer Garten, cuori della Berlino ovest
turistica con i suoi negozi di souvenir e gli alberghi, la Museuminsel, il Bauhaus-Archiv, il Nikolaiviertel, un angolo di nostalgia per il passato, i ritrovi alla moda e le gallerie d’arte di
Oranienburger Strasse, lo Judisches Museum e la Topographie
des Terrors, dove sorgevano le sedi delle SS e della Gestapo, il
Checkppoint Charlie, per citarne solo alcuni.
La visuale cambia radicalmente se si attraversa la Berlino del mondo underground. È proprio la Friedrichstrasse del
Checkpoint Charlie l’arteria che da Kreuzberg risale fino al
cuore di Mitte, fulcro della ricostruzione e snodo di lusso, tra
boutiques e consumo e un tocco di alternative-chic, per poi
continuare verso Prenzlauerberg, con la Kulturbrauerai, la Galerie am Prater, il mercatino delle pulci del Mauerpark raduno
di giovani alternativi. Insieme a Kreuzberg e Friedrichshain,
questo quartiere ha rappresentato la scena alternativa dagli
anni ’80-90 e il punk alternativ.
Ed è l’Oberbaumbrücke che collega il quartiere di Kreuzberg (noto per la forte immigrazione turca e, una volta, per
la presenza di artisti e di coloro che cercavano un posto fuori
dagli schemi sociali) a Freidrichshain, l’unico quartiere a rispecchiare attualmente la Berlino giovanile alternativa, dove
l’East Side Gallery propone una sezione del Muro dipinta con
graffiti da 118 artisti provenienti da 21 paesi diversi.
Le impronte della storia, dal nazionalsocialismo alla divisione ed alla riunificazione con i cambiamenti economici, sociali e culturali degli ultimi 15 anni sono impressi nell’immagine della città persino dopo il boom edilizio, che non sempre
ha cancellato le tracce della storia, come dimostrano i palazzi
decadenti in pieno boom edilizio e il fascino di muri fatiscenti
e calcinacci dietro i quali si celano circuiti di arte contemporanea e ateliers sorti nel periodo della terra di nessuno.
Sono questi i luoghi che, a fine millennio, hanno richiamato la subcultura affiorata in superficie ed hanno fatto di
Berlino il magnete per l’arte, il design, la libertà espressiva,
Berlino: Baum Haus Turca
C ultura
l’underground, l’informale, anche grazie alle cooperative e ai finanziamenti statali che aiutano progettisti ed artisti concedendo
sovvenzioni e incentivi per le loro idee creative o per i locali
dove svilupparle (soprattutto nelle zone di Mitte).
L’avanguardia berlinese trova ampia rappresentanza tra i vari
spazi espositivi che ospitano artisti affermati, ma anche giovani
emergenti o semplicemente appassionati di pittura, musica, fumettistica, scultura.
La Neurotitan Galerie, il famoso Tacheles ospita ateliers di
tutti i generi, dalle sculture di ferro e rame ai collages di cartone
a sfondo storico di Pivos&Pivos. Ce n’é di tutti i generi, dall’arte
a scopo puramente estetico a quella di denuncia, perché la storia
di Berlino riaffiora in tutte le sfere, soprattutto tra i giovani della
“controcultura” berlinese.
Molti i luoghi che combinano mostre fotografiche, esposizioni
e musica, molte le librerie specializzate nella promozione di forme di espressione giovanile o quelle “etiche” specializzate nella
promozione di forme d’arte e letteratura socialmente impegnate.
L’importanza che la cultura berlinese dà all’arte, la letteratura, la musica, è evidente dalla presenza di ateliers improvvisati
o di libri, quadri e musica nei bar, per strada, persino dal
parrucchiere. A Kastanienallee, infatti, alcuni parrucchieri
riservano un angolo per dare la possibilità ai dj emergenti
di suonare. Il Fenster61, locale a Rosa Luxemburg Platz,
dà la possibilità di esporre liberamente le proprie creazioni,
tantissimi sono i murales di Lake&Gino ad ornare i vecchi
e grigi palazzi e gli ateliers come quello di Gino Fuchs a
Friedrichshain o i bar d’arte.
Sono tanti anche i segnali che testimoniano un pizzico di
nostalgia per il passato, come uno spiccato gusto del retrò
nell’arredamento o il culto dei vinili o di altri simboli del
passato, quasi alla ricerca di certezze a cui aggrapparsi nell’ambiguo presente.
Vastissimo il panorama artistico internazionale presente
nel circuito berlinese. Le politiche sociali, culturali e giovanili sono decisamente più favorevoli e spesso è proprio
il sussidio sociale a permettere a molti giovani di dedicarsi
ad attività socio-culturali come quelle dei centri giovanili
nati nella Berlino est con la fine dell’occupazione sovietica
in posti improvvisamente privi di proprietario e poi divisi
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c u l t u r a
Berlino: periferia est
C
tramite accordi di spartizione con lo Stato. Molti degli squats
di allora sono oggi luoghi di aggregazione ed attivismo sociale, risistemati e rinnovati con estrema cura e lasciati dallo
Stato a pochi soldi in mano a giovani che li gestiscono, altri
sono invece luoghi di degrado e abbandono e mostrano il lato
negativo della precoce possibilità di indipendenza economica
offerta dallo stato a tanti giovani tedeschi e non.
Sono tanti i centri che mettono a disposizione i propri spazi
per progetti di integrazione spesso di stampo multietnico.
Berlino lascia sorpresi per l’avanguardia che la caratterizza,
per l’apertura mentale, la libertà di espressione, la disponibilità al compromesso, peculiarità evidenti da piccole cose. Basti
pensare al Fusion Festival che per dare la possibilità a tutti di
parteciparvi propone il rimborso del biglietto in cambio di un
piccolo aiuto per qualche ora, o la possibilità di condividere
viaggi con persone che vanno nella stessa direzione tramite la
Mitfahrengelegenheit ed alla scelta di consentire ad un anziano turco di vivere con la sua famiglia in una casa sull’albero
con tanto di orto sottostante nel pieno del boom edilizio all’incrocio tra Mariannenplatz e Bethaniendamm.
Ma ecco che si rimane ancor più stupefatti se nello stesso posto permeato da questa straordinaria apertura culturale,
esistono no-go-ares , dove uno straniero, soprattutto se di evidenti tratti ispanici, africani, orientali, asiatici, non oserebbe
mettere piede, dove è frequente incontrare squadroni di teste
rasate alle prese con la caccia allo straniero, guidati dal delirio
neonazista e dove spesso anche le persone “comuni” seguono
il cliché dello straniero da eliminare perché ruba loro il lavoro
e porta criminalità. In queste zone centri sociali e giovanili e
centri di immigrati come Babel (Haus Babylon) di MarzahnHellersdorf o l’ Ajz La Casa sono spesso vittime di violente
aggressioni armate o di attacchi con molotov e incendi dolosi.
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Non è un caso se a Berlino la rete Antifa copre attivamente il
territorio, se tra le maggiori iniziative dei centri sociali vi sono
attività per la lotta alla xenofobia, se camminando è possibile
leggere nei locali cartelli come “offriamo ospitalità a vittime
di discriminazione razziali o aggressioni naziste” e se gli scontri in occasione del primo Maggio e le “Antifa-demo” (manifestazioni contro il razzismo di tutti i tipi non solo di stampo
etnico) sono in continua crescita.
Sono le contraddizioni in apparenza nascoste, ma che affiorano in superficie soprattutto se non si è turisti in visita a
Berlino o se ci si imbatte in giornali con liste segnaletiche di
naziskin o di pub sconsigliati perché raduno di estremisti di
destra, o in uffici anti-discriminazione, attivi insieme a quelli
della rete Antifa, del Rote Hilfe, della controinformazione nei
vari centri sociali, promotori anche della ARI, Iniziativa Antirazzista.
L’essenza multiculturale di una città babele di lingue e nazionalità stenta a convivere anche con l’irrisolta questione turco-tedesca, sempre più accesa a Kreuzberg, la piccola Instanbul, ex
SO36, quartiere che ospitò i cosiddetti Gastarbeiter (lavoratori
ospiti), emigrati dalla Turchia nel secondo dopoguerra e arrivati
in Germania a contribuire al miracolo tedesco.
Appare evidente che gli attivisti neonazisti, rifugiati nel
covo della Npd, non gradiscono però il processo di “Überfremdung” (stranierizzazione), e continuano ad urlare al Governo di dare lavoro ai giovani tedeschi invece di pagare l’assistenza sociale e i sussidi di disoccupazione agli stranieri.
Sebbene la piaga dell’estremismo di destra sia più incombente nelle regioni orientali della Germania, anche ad ovest
non mancano violente aggressioni di bande neonaziste per
motivazioni politiche, di nazionalità, religione, orientamento
sessuale, colore di pelle, handicap.
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I reati riconducibili alla violenza neonazista sono aumentati del 60% in un solo anno, e, a partire dal 2005, i 9.700
estremisti di destra che si sono dichiarati disposti alla violenza
in nome della “resistenza nazionale” hanno visto aumentare le
proprie fila di 700/1000 unità all’anno.
La Bundnis gegen Rechts (Unione contro la destra) ha riportato che il 47% dei giovani tedeschi dell’est e il 35% di
quelli dell’ovest ritengono che il nazismo avesse in fondo dei
lati positivi.
Dal 1990 al 2001 la Germania riunificata ha dichiarato più
di 1000 omicidi di stampo neonazista (e le statistiche dei reati
a sfondo politico riportano spesso solo omicidi connessi da appartenenti a gruppi segnalati come “ostili alla costituzione”).
Per i media la capitale tedesca è soprattutto Potsdamer
Platz, il Reichstag, ma gli sguardi sulla ricostruzione e sulla
modernizzazione della città trascurano da sempre di osservare le metamorfosi in atto che caratterizzano l’anima nascosta,
quella della desolata periferia est dei cubici palazzoni edificati
dalla Rdt con lastre di cemento prefabbricate, alti e privi di
balconi, in seguito ammodernati con rivestimenti colorati che
non bastano a dargli uno spirito meno anonimo, quella degli
ex edifici statali eretti secondo i canoni dell’edilizia socialista,
quella delle grandi autostrade mal asfaltate e innevate a ridosso delle quali si ergono i Platten Bauen dell’est e i complessi
residenziali dell’ovest, sorti per colmare il vuoto post-bellico.
È qui che si annidano i mali sociali, il neonazismo, la xenofobia, la disoccupazione, l’alcolismo, la tossicodipendenza,
l’aggressività, è qui che si percepisce l’isolamento e gli anni
luce che passano tra i quadri artistici del centro e gli stralci
di cemento divenuti tentativi di fuga dalla desolazione del
non-luogo, lasciato ai margini delle politiche urbanistiche ed
economiche, ma nel pieno delle dinamiche conflittuali del
tessuto urbano. Angoli di periferia degradata e abbandonata,
regno del vuoto e dell’identità precaria, che stenta tra edifici
fatiscenti e capannoni di ex industrie abbandonate, o club
polacchi e russi.
Ed è per lottare contro questi disagi che la periferia si trascina che, proprio in queste zone, sorgono centri giovanili, culturali, sociali, centri di accoglienza e di ascolto, case famiglia,
dalle strutture e l’organizzazione decisamente avanzate anche
grazie alle sovvenzioni statali. In uno di questi centri ho avuto
modo di abitare e di condividere i tentativi di fronteggiare i
processi quotidiani in atto, decisamente paradossali e in contraddizione rispetto alla moderna Berlino turistica. D’altronde
come si potrebbe a Hellersdorf, quartiere per 10.000 abitanti
pianificato nella seconda metà degli anni ’80 come una delle
ultime città satelliti dell’ex Rdt, respirare l’atmosfera di innovazione ed avanguardia di Berlino centro?
Sono numerose le contraddizioni che hanno funestato Berlino dopo la riunificazione, dal razzismo e il nostalgico ritorno
ai fermenti neonazisti, al boom edilizio, ai cantieri aperti abbandonati, alle trasformazioni avvenute in seno al tessuto culturale, alla continua corsa tra crolli ideologici e nuovi proclami
in cerca di un’identità definita. Superare queste contraddizioni,
creando un equilibrio comune, dando spazio alle innumerevoli
risorse culturali e sociali presenti, affiancandole alla creatività
e all’avanguardia che la contraddistinguono, renderebbe Berlino una metropoli ineguagliabile.
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1
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Berlino:
1. Potsdamer Platz
2. Arte in strada
3. Fassade Gino Fuchs
4. Art Kaffee
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Il rigore e l’emozione
Viaggio di Luciano Erba
in Basilicata
LIDIA RIVIELLO
Luciano Erba, nato a Milano nel
1922, è uno di quegli autori che dovremmo leggere “appena la stagione
cambia”, perché la sua poesia non cambia, resta un punto fermo nella mappa
della poesia italiana del dopoguerra.
Un poeta colto e intenso che va riletto
proprio quando, chi ama leggere poesia,
cerca l’abbrivio da cui ripartire, la conferma o la disdetta di un viaggio verso la
conoscenza della nostra cultura. Perchè
Erba è un poeta “italiano” nel senso che
resta coinvolto in maniera decisiva nella
grande questione, come dice Mengaldo
“del passaggio dall’ermetismo più oggettivo, meno orfico, a certo “realismo”
aneddotico del dopoguerra, di peculiare
tinta lombarda”. Nei primi anni della
sua carriera di docente universitario frequenta i “cattolici del dissenso” in particolare David Maria Turoldo che condiziona felicemente la sua attività di critico. Un’idea di rinnovamento che percorre la sua poesia, che varia negli anni
dal frammento, alla prosa, con libertà e
rigore stilistico, senza forti rotture ma
sempre nella ricerca, lenta e faticosa di
una totalità a cui ogni poeta, anche il
più sperimentale e incerto tende. Anche
perché, Erba si è sempre contrapposto
all’idea contemporanea dell’immagine
sterile, della forma fine a se stessa, della
rapidità che equivale all’assenza. È un
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poeta fedele al proprio immaginario, che
lascia che la parola condotta dal corpo
arrivi alla mente. Vuole vedere fino in
fondo più che fare il veggente. Ma appena è sicuro di “vedere con tutto se stesso” allora scrive fino in fondo.
È la sua formazione europea che lo
rende noto anche per la sua attività di
traduttore dal francese dei grandi classici, pensiamo alla passione di una vita per
Rostande. Ma molto interessanti restano
le traduzioni e in qualche modo le riscritture di due grandi protagonisti della poesia francese e del pensiero sulla poesia
del novecento: il poeta del “frammento”
Henry Michaux, a cui deve, a mio avviso
molta della sua più recente produzione e
il grande poeta de “Il partito preso delle
cose”, Ponge.
Luciano Erba ha scritto molto e molto
ha viaggiato. La sua è poesia della memoria, della certezza del miracolo sulla terra,
della scoperta del dettaglio decisivo, la
sua è una poesia che parte dall’io solo per
arrivare all’oggetto, alla cosa, alla forma
più esatta possibile dell’emozione, è una
poesia, anche, che sa dire fine quando è
ora di dire fine ... “anche le nuvole sono
basse sui campi da tennis e il nome dell’hotel scritto sul muro a nere, grandi lettere è tutto intriso di pioggia” (da “L’ippopotamo”, Einaudi 1989)
Le sue opere
Linea K, Guanda, 1951
Il Bel Paese, La Meridiana, Milano, 1955
Ippogrammi & metaippogrammi di Giovanola, Scheiwiller, 1958
Il prete di Ratanà, Scheiwiller, 1959
Il male minore, Mondadori, 1960
Il prato più verde, Guanda, 1977
Il Nastro di Moebius, Mondadori, 1980
Il cerchio aperto, Scheiwiller, 1983
Il tramviere metafisico, Scheiwiller, 1987
L’ippopotamo, Einaudi, 1989
Come quando in Crimea, Laghi di Plitvice, Lugano, 1992
Soltanto segni, Rotary Club Sud, Milano, 1992
Verso Quasar (quae Casar olim dicta
erat), Scheiwiller, 1992
Variar del verde, Scheiwiller, 1993
L’ipotesi circense, Garzanti, 1995
Capodanno a Milano, Scheiwiller, 1996
Milano Sud-Ovest, (Kle carte di Calliope), Novazzano CH - , 1997
Negli spazi intermedi, Scheiwiller, 1998
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CASTELMEZZANO DI BASILICATA
C’ è un paese che appare dopo il tunnel
un miraggio di tetti e di case:
riveste il monte come una pagina
del mio vecchio album di francobolli.
Il paese spicca sul verde
insignito di una corona di rocce,
di scogli adunchi spuntati sulla scarpata
Quando passa una nuvola bianca
nell’azzurro disoccupato
la pietra si veste di mistero.
C’è un paese assolato e assoluto
sospeso tra cielo e vallata
è Castelmezzano di Basilicata.
Luciano Erba
forse per costruire un cammino di ronda.
Luciano Erba
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WOLAND
“God, I’m glad I’m not me!” Bob Dylan,
dopo aver letto un articolo su di lui nel
1965.
Io non sono qui è un percorso di esplorazione attorno al personaggio di Bob
Dylan, compiuto attraverso sei itinerari,
sei personaggi che si intrecciano, narrativamente e stilisticamente, in una evocazione collettiva diretta da Todd Haynes.
Ogni identità rappresenta un aspetto, un
frammento della sua vita artistica e/o privata, da Arthur, poeta simbolista, a Woody, un ragazzino nero che sembra uscito
dalle pagine di Bound for glory, da Jack,
cantore della protesta al tempo della guerra in Vietnam, e che si convertirà nel pastore John, a Jude, l’androgino e psichedelico ribelle elettrico, da Robbie l’attore
Io non sono qui (I’m not there)
di Todd Haynes, USA 2007
e motociclista al vecchio fuorilegge Billy,
straordinario cameo interpretato da Richard Gere. Tutti questi Dylan, nessuno
dei quali è Dylan, si incrociano, si collegano e si scontrano per comporre l’unico
ritratto possibile del menestrello di Duluth. Il film è incredibilmente denso e pieno
di citazioni, e coglierle tutte mette a dura
prova anche un incallito dylaniano come
il sottoscritto, ma il merito del regista
sta nel aver composto un caleidoscopio
di situazioni e sensazioni che per essere
compreso non richiede necessariamente
di avere più di quarant’anni. La difficoltà, come Haynes stesso ha ricordato in
un’intervista, è che “con artisti così famosi e canonizzati, uno dimentica che il loro
iniziale impatto aveva a che vedere con
un senso di rottura, di violazione – delle regole, degli schemi artistici, musicali
–inizialmente accompagnato da ambivalenza, se non opposizione. La sfida, avendo a che fare con qualcuno come Dylan,
è rappresentare e riunificare questi eventi
mantenendo il senso iniziale di shock che
li circondava, la sensazione fresca e genuina dell’essere vivi”. La “stranezza” fisica, artistica ed estetica di Dylan nel ’65,
ad esempio, è qualcosa a cui con il tempo
ci siamo abituati, ma la scelta di far rappresentare a Cate Blanchett il personaggio di Jude, esprime esattamente questa
esigenza. Io non sono qui vince la sfida
spiazzando continuamente lo spettatore,
esattamente come Robert Zimmerman ha
fatto con noi per più di quarant’anni.
La strada
Cormac McCarthy, Einaudi, 2007
218 pagg., 16,80 euro.
Un padre e un bambino camminano in un
mondo reso buio, ostile e senza futuro da
una qualche apocalisse nucleare e/o ecologica. Un mondo in cui incontrare altri
sopravvissuti è una minaccia e in cui un
neonato rappresenta una vivanda da cuocere allo spiedo. Spingono un carrello
da supermercato in cui raccolgono i loro
scarsi averi e si nutrono dei sempre più
rari avanzi di un passato opulento, rimediati a fatica tra le macerie degli edifici
sul loro cammino. Il padre sa di essere
prossimo alla morte, ma il legame di straziante e incondizionato affetto con il figlio
lo spinge avanti, verso terre forse meno
fredde, portandosi dietro “il fuoco” che
dovrebbe renderli ancora rappresentanti
di una umanità che sta scomparendo.
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Ma l’ultima opera di McCarthy non è
semplicemente riducibile a un romanzo di
fantascienza o di letteratura gotica statunitense, non più di quanto Moby Dick sia
definibile come un romanzo sulla caccia
alle balene. L’ambientazione post-atomica è un pretesto, così come quella neowestern lo era per i romanzi della Trilogia
della Frontiera. Anche in Meridiano di
Sangue McCarthy usava la storia di una
banda di cacciatori di scalpi e della raccapricciante scia di sangue che lasciarono
sul confine tra USA e Messico nel 1850,
per raccontare di altri orrori contemporanei, dal Vietnam alle squadre della morte
nel Centro o Sud America.
Così ne La strada le continue, spezzate,
ossessive disquisizioni etiche fra padre e
WOLAND
figlio, non sono parte di un discorso sui valori umani, ma stanno a indicare piuttosto
lo strazio e il tormento del loro impossibile
recupero quando è troppo tardi. Qualcuno
ha già scritto di come il groppo alla gola
che prende molti lettori, sin dalle prime righe di questo racconto, e che rimane lì sino
all’ultima pagina e oltre, è legato al proprio
essere padri o madri. Alla paura di scoprire
– quella paura annidata nel cuore di ogni
genitore- di aver lasciato per i propri figli
un mondo più avvelenato, più violento,
più condannato di quello che si è ereditato.
Forse ancor più che l’asciutta e tetra bellezza stilistica, è la potenza di questa metafora
che rende La strada un romanzo che ognuno dovrebbe leggere. Finché c’è ancora un
pianeta da lasciare ai propri figli.
Il Racconto
Città 123
GERT DAL POZZO
L
a città. Non era stata mai bella, neanche nell’idea. Un posto del
quale non si poteva neanche dire che avesse conosciuto tempi
migliori. Senza neanche la consolazione del ricordo.
E allora, perché restare, proprio ora? Dopo tutto quello che era successo, dopo la fine. Forse perché non c’è posto migliore per vivere
senza speranza di una città nata, in tempi non sospetti, senza speranza. Ora non aveva neanche più un nome, solo un numero, il numero
progressivo di una sopravvivenza, in un territorio che non si sapeva
dove cominciasse e dove finisse. Ma forse era meglio così, un nome è
sempre impegnativo, è una parola, e una parola rappresenta un fatto,
un fatto è il sussistere di stati di cose, l’aveva detto qualcuno tanto
tempo fa, allora fu importante dirlo, ora non significava più nulla. E
poi un numero può essere più bello di una parola, ad una parola, ad
un nome di città non sempre corrisponde la sua anima, un numero
invece è più “cosa”.
123 per esempio, caso?, 1 2 3 i primi tre numeri di un inizio, di una
serie che termina con il 3 , fantasia di perfezione e di tanto altro.
Ma anche questo tanto tempo fa. Prima della fine.
I primi tre numeri, l’inizio, dopo la fine. Ma l’inizio di che cosa? Forse il
primo inizio senza speranza.
Scriveva per non essere letto, ora. Scriveva senza la speranza di essere
letto, collegato a modem e circuiti sempre accessi di cui non si sapeva
dove...
Era finalmente libero, anche dalla paura. In quanti erano rimasti? Il
centro di coordinamento (ma esisteva poi veramente?), ultima germinazione golpista del già Comitato Nazionale di Crisi, dava cifre di volta
in volta tanto diverse da risultare inattendibili: in quella che una volta
era l’Europa 3-4 milioni più o meno censiti, in Africa la popolazione
era quasi intatta e così pure in America Meridionale, in Asia qualche
centinaio di migliaia, nel Nord America più o meno come l’Europa.
Tutto in perfetta relazione con le modalità del contagio.
C’era un vecchio film di più di un secolo prima, che aveva visto quando
tra le varie cose che si facevano c’era anche l’andare in vecchie sale
buie a vedere rumorose pellicole tecnicamente artigianali, intitolato
“La morte viaggia sui fili”. Bene, questa volta aveva viaggiato su micro
chips e schede grafiche di ultima generazione, e aveva colpito in proporzione diretta le nazioni informaticamente più alfabetizzate.
Tutto era iniziato con la grande crisi del 2097, una crisi improvvisa
partita dalla scoperta, da parte di un gruppo di hackers della Università di Sofia, di un nuovo microchips a basso costo che utilizzava materiali di scarto e tecnologia esemplificata, abbinata ad una nuova scheda
grafica a lettura encefalica che eliminando il video visualizzava direttamente sulla retina tutte le operazioni proponibili con un computer
servendosi esclusivamente di alcuni sensori a ventosa da applicare alla
testa . Una sorta di ipervirtualizzazione del quotidiano a costi bassissimi con possibilità ed applicazioni operative praticamente illimitate.
Il brevetto era stato acquistato da una Holding multinazionale della
produzione informatica a capitale nippo americano e tecnologia mista
con sedi operative in tutto il mondo, chiamata CCB, la cui struttura
dirigenziale era praticamente sconosciuta e che operava in tutti i settori della costruzione ricerca e produzione di hardware e software
informatico oltre a detenere i 2/3 di tutto ciò che avesse a che fare
con la informazione.Tutti gli hackers che avevano lavorato al nuovo sistema erano spariti nel giro di qualche anno. Il “nuovo sistema”, nome
con il quale era stata subito battezzata questa innovazione tecnologica
nonché slogan di una martellante campagna pubblicitaria, fu immesso
sul mercato a prezzi contenutissimi provocando un crollo dei prezzi
a cui seguì una crisi industriale terribile. Tutto il settore entrò in tilt e
nel giro di pochi mesi si estese a quasi tutti i settori industriali data la
loro dipendenza dalla tecnologia informatica. Il “nuovo sistema” venne
perfezionato e trovò campi di applicazione incredibili, per quanti sforzi
vennero fatti nessuno riuscì ad imitare il brevetto CCB anche perché
sensori e microchips utilizzavano un materiale nuovo, un processore i
cui conduttori erano in una lega sconosciuta, ammesso che si trattasse di un qualsiasi metallo. La CCB raggiunse nel giro di pochissimi anni
un potere di controllo del mercato e quindi dei governi quasi assoluto
che gli permise di operare in una situazione di forte protezione acce-
47
Il Racconto
lerando ancora di più la sua diffusione commerciale tanto che già nel
primo decennio del secondo millennio non esisteva in Occidente ed
in Asia luogo di lavoro, abitazione, scuola o sala video che non utilizzasse “il nuovo sistema”.
I primi casi si manifestarono dopo pochi anni, ma furono celati o addirittura sottovalutati, classificati come una strana variabile di anoressia/
depressiva che sfociava nel suicidio. Del resto forme di autismo e di
anoressia si erano sempre manifestate in relazione ad un utilizzo troppo spinto del computer, soprattutto tra giovani disadattati o particolarmente deboli dal punto di vista emotivo, tanto da indurre a varare
un progetto di prevenzione da parte dell’Organizzazione Mondiale
della Sanità sponsorizzato dalla stessa CCB.
A
ccese il suo vecchio ed antiquato p.c. e batté furiosamente alcune frasi con un programma di video scrittura. Si fermò come
risollevato, si adagiò sulla poltrona e guardò il telefono. Fuori
cominciavano a scendere le ombre della sera, lo aspettava un’altra
notte alla ricerca di storie della propria vita. Era rimasto solo, in realtà
non era mai stato con gli altri ma finché gli altri erano tanti, esseri
fisici, percepibili, rumorosi che parlavano e affollavano tutto, non si
era reso conto di questo. Ora che tutto si era diradato, ritirato come
in un bucato fatto male, avvertiva un senso di assoluta unicità, anche
se i rapporti da un certo punto di vista erano più tragici e quindi più
forti.
Capitava a tutti, anche prima, di stare per giorni interi senza vedere
nessuno, ma poi si vedeva sempre qualcuno. Ora se non si vedeva nessuno era proprio così, neanche voci esterne o passanti o coinquilini
rumorosi , qualcuno che sbaglia numero e ti telefona.
La solitudine totale non voluta, ma storica, sociale. Una solitudine di
numeri, di pigrizia , di domani. Il senso della fine di una storia e l’inizio
di un’altra nella quale non c’è posto per te o per quelli come te.
Aveva ricevuto un messaggio via modem al suo computer, uno di
quelli antichi, ripristinati, con un rumoroso video dai colori sbiaditi, di
quelli che devi aspettare che si riscaldino prima che inizino a funzionare, parlava della costituzione di una specie di associazione nel Nord
America che stava cercando di ricostituire, attingendo a memorie del
passato, una specie di rete telematica primitiva, alternativa, di sopravvivenza umana visto che non esistevano più poteri centrali in grado
di far rispettare la vecchia legge ma erano in grado di perseguire e
reprimere tutti i tentativi autonomi di costruzione di reti informatiche
non controllate dallo Stato, cioè dalla CCB.
Aveva ricevuto altri messaggi di questo tipo, provenienti anche da
altri posti con numeri di codice telematico a cui far riferimento. Da
alcune informazioni sembrava che un po’ dappertutto ciò che restava
dei poteri centrali, da anni ormai fortemente militarizzati, stava preparandosi a soluzioni “finali” nei confronti degli indigeni africani che
in gruppi sempre più cospicui ormai fondavano nuove colonie e ripopolavano intere città dell’ex primo mondo con risultati tutt’altro che
sgradevoli. Sapeva che qualcosa di simile era accaduto non lontano da
lì e che si era risolto in un massacro di migliaia di persone provenienti
dal Marocco. Ma erano voci. Non esisteva più una “informazione” che
non era governativa, in grado di dare un quadro obbiettivo delle cose
che avvenivano, ma per la verità questo non esisteva già da moltissimo
48
tempo anche prima che.., solo che prima nessuno ne sentiva il bisogno,
mentre ora tutto era cambiato, si riscoprivano nuovi bisogni, o meglio,
vecchie cose. Ma poi in che cosa era realmente cambiata la vita?
Se l’era chiesto molte volte e non era mai riuscito a darsi una risposta
esauriente.
Forse non era cambiato realmente niente tranne qualche dettaglio,
certo c’era stata una terribile mortalità in giro, il problema maggiore
per anni era stato quello di riuscire a smaltire i cadaveri in tempo
reale, ed era stato un problema che aveva creato grosse difficoltà, ma
tutto sommato dettagli.
Quante volte l’umanità era stata sull’orlo dell’estinzione, in contesti
tecnologici e di sviluppo ben più drammatici. Ora non esistevano problemi alimentari, anzi il parco tecnologico era più utilizzabile dai sopravvissuti, i servizi meglio distribuiti, la produzione dei beni primari
già da mezzo secolo completamente automatizzata, certo l’alimentazione ora era completamente di sintesi chimica ma non vi erano
problemi di fame, anzi la distribuzione aveva eliminato completamente
ogni residua sacca di povertà. Il lavoro ormai completamente a domicilio legato ad una stazione informatica incideva per poche ore al
giorno sulla vita di ognuno. Si poteva quasi dire che le cose erano
addirittura migliorate con la grande epidemia, del resto qualcuno non
aveva teorizzato secoli prima un modello di selezione naturale attraverso il radicale controllo delle nascite? E le guerre non erano state
forse per decenni, sempre più dopo il 2000, igiene dei popoli?
Eppure si avvertiva un forte senso di morte e cambiamento.
E i bambini dove erano finiti? Possibile che non se ne vedessero più
in giro?
Alzò lo sguardo verso un’enorme carta tridimensionale dell’Australia
che teneva appesa sulla parete di fronte alla scrivania, quanta gente era
rimasta sulla via dei canti? Un vecchio sogno sempre rimandato che
ora era diventato una dolce speranza. Dalle notizie che aveva, quasi
estinta la popolazione delle grandi città, della costa, del sud, quasi intatti gli indigeni, pochi ma perché ci aveva già pensato molto prima la
civiltà dei bianchi.
La via dei canti, i sogni erano forse l’unica possibilità.
Lo squillo del telefono lo distrasse dai suoi pensieri, una volta riceveva
decine e decine di telefonate al giorno, ora era una rarità sentire il
cicalio del telefono.
“Pronto”,disse, ascoltò per un po’ e poi aggiunse: “d’accordo ci vediamo sul tardi”.
Erano cambiati i tempi della vita, ora.
Si stava rintanati in casa quasi tutto il giorno, si svolgeva qualche pigra
ora di lavoro alla propria workstation, poi si sbrigava qualche faccenda
di sopravvivenza e si aspettava pazientemente che scendesse la sera
e poi solo sul tardi ci si incontrava, con sempre maggiori difficoltà,
sempre meno fantasia, più noia.
Era tanto che non nascevano più bambini.
Entrò nel locale mal illuminato e rumoroso un po’ prima dell’ora convenuta , aveva voglia di bersi qualcosa e guardarsi un po’ intorno, senza
impegno, senza essere costretto a impegnarsi in complicatissime discussioni esistenziali. I tavoli erano quasi tutti occupati ma da piccoli
gruppi di persone, mai più di quattro.
r a c c o n t o
Non esistevano più folle, masse, grupponi vocianti, questo tutto sommato era uno dei pochi aspetti positivi della faccenda, non ti sentivi
più tanto solo a passare una serata in compagnia di una birra, erano
tutti talmente desolatamente soli.
Lei entrò poco dopo fasciata in una tuta nera in materiale sintetico,
prese uno sgabello metallico e si sedette al suo fianco. Gli sorrise distrattamente, tirò fuori dalla tasca della giubba di cuoio nero, che aveva
appoggiata sulle spalle, un flaconcino, lo aprì e bevve fino a svuotarlo.
Poi, come sollevata da una incombenza, lo salutò.
Stettero per un po’ senza parlarsi, a scrutarsi e guardarsi intorno, a
guardare la porta come sperando nell’improvviso ingresso di parte
dell’umanità perduta, di gente, di folle.
Cominciò lei a parlare: ”ho intercettato uno strano messaggio oggi,
doveva essere trasmesso via etere, ed anche con sistemi sofisticati
visto che la sicurezza ci ha messo un bel po’ di tempo prima di oscurarlo”.
“Cosa diceva? “Beh, continuò lei, parlava di una nuova fratellanza e
che il destino del mondo risiede in una nuova redistribuzione delle
popolazioni nelle aree geografiche spopolate e di primi significativi
successi in questa direzione”.
“Un linguaggio un po’ vecchio, disse lui, non credi?”
“Si, certo, ma avverto qualcosa nell’aria, qualcosa sta accadendo, non
qui, ma da qualche parte, ma forse anche qui, e noi ne siamo tagliati
fuori”.
All’improvviso una frase gli artigliò il cervello.”La parola è azione”.
Forse era vero, qualcosa stava accadendo o forse era già accaduto.
Elvi era una strana creatura notturna, un po’ gatta un po’ fantasma,
ectoplasmatica. Scivolava su tutto, capace di stare per settimane persa
nei propri sogni, presente ma assente, ascoltava parlare gli altri ma
sentiva soprattutto i propri pensieri, sempre a bere litri di intrugli
ipnotici, cocktails di fantasie e torpori.
Poi usciva da sé, cominciava a parlare e sapeva anche quello che tu
non sapevi, mostrava più senso del reale di tutti, era più informata di
tutti. Elvi, tutto sommato, era sempre stata così ed ora continuava
semplicemente ad esserlo.
L
’Australia. Le Vie della Legge, le Vie dei Canti, un dedalo enorme
che la percorre in lungo e largo; una cosmogonia aborigena che
narra di dei demiurghi a passeggio nel Tempo del Sogno, che
percorrono spazi e cantano cose, animali, piante, pianure e il canto fa
esistere il mondo.
E se tutto fosse ancora “wongar”? Il mondo è illusione.
Esistere è percepire, può darsi che tutto questo derivasse da una
percezione sbagliata. Forse aveva solo deviato dalla sua Via dei Canti e
non poteva quindi trovare i “suoi”. Forse bastava ritornare nel luogo
dello “wongar”, dove i canti sono mappe e la musica traduce pensieri
in cose,“how to do things with words”, e le vie tante. Bastava tornare
lì e avrebbe trovato la sua di via, i suoi di fratelli e avrebbe smesso di
essere solo.
Alla fine, tutto questo avrebbe potuto essere solo un problema di
luoghi e percorsi. Niente è realmente accaduto perché tutto è già
accaduto, prima, ed è sotto la superficie della terra, ed ogni tanto un
canto lo porta alla superficie, ma un canto può anche farlo sparire.
“Le parole sono azione”.
Sentiva molte parole dentro di sé ed intorno.
Lo scampanellio alla porta lo distrasse dai propri pensieri, il cuore gli
palpitò più veloce, era ormai un riflesso condizionato a tutti quegli
elementi che, in qualche modo, gli segnalavano la presenza di qualche
altra persona, soprattutto in ore insolite e le ore insolite ormai erano
il più della giornata.
Aprì la porta e si trovò la faccia di Notre Dame sorridente ed eccitata.
Notre Dame era uno strano eroe di strada, muscolare e sveglio, cinico
e romantico, un intellettuale truccato che sbarcava il lunario recuperando carcasse metalliche di tutti i tipi e le rivendeva agli inceneritori
nucleari.
Lo smaltimento dei rifiuti metallici era da anni un problema serio, le
periferie dei centri abitati erano sempre più degli enormi depositi non
programmati che a volte invadevano anche le principali vie di accesso.
Il consumo metallico della società era divenuto allucinante nell’ultimo
periodo, da quando si era scoperta una nuova lega di alluminio sintetico resistente come l’acciaio con bassi costi di produzione e durata
incredibilmente superiore a quelle di qualunque altro materiale, il problema era che all’involucro corrispondevano sempre più macchine la
cui durata era programmata a tempi ridotti per incentivare consumi e
mercati. Si era invasi da migliaia di automobili, elettrodomestici, macchine industriali, indistruttibili nel contenitore e terribilmente fragili
nel funzionamento, che sommergevano tutto, inghiottivano periferie,
spazi, strade, piazze.
Una volta qualcuno aveva gridato che le pecore mangiavano gli uomini,
e forse era cominciato tutto allora nell’Inghilterra del 1600, ora erano
i rottami i voraci divoratori di uomini e di anime.
E lì arrivava Notre Dame e quelli come lui, armati di scassatissimi carri
gru, che rimuovevano e spostavano, trasportavano e fornivano materiale da incenerire in speciali forni termo nucleari talmente costosi da
essere assolutamente insufficienti a risolvere il problema, in qualche
modo però lo rallentavano e questo bastava tanto a chi interessava un
futuro più lungo di qualche decennio?
“Adesso trasmettono anche via etere”, esordì,
“Musica e parole e inviti a resistere, a organizzarsi a ripopolare le città
che tutto sta per cambiare, a non credere alla propaganda”.
Avevano già parlato di questa possibilità e qualche volta progettato,
ma non erano convinti, lo facevano tanto per fare, per sentirsi vivi,
liberi sapendo benissimo di non esserlo.
“Anche io li ho sentiti ma non riesco a comunicare, ma ora sono
certo, c’è qualcosa”.
Quella notte sentì il canto più insistente che mai.
“Pendono nel mio pensiero, come da quello di ogni essere umano, i
resti disseccati dei miei precedenti”.
Abbiamo una storia , pensò, ci sono tracce, luoghi, tempi, non possono
aver cancellato tutto, siamo noi che non sappiamo più riconoscerli,
dobbiamo ritrovare la via, i canti, i fuochi, i sogni.
Bastava solo ritrovare il proprio “tjuringa”, la propria anima, rimettersi
nella propria pelle, riconoscere la propria direzione di marcia e rincamminarsi.
49
S udRicerca
Questione meridionale e ruolo dei saperi
La ricerca per il territorio
o un territorio per la ricerca?
VALERIO TRAMUTOLI
Per il diritto allo studio il futuro sta nel passaggio dalla “competizione” alla “collaborazione”
tra Università. Quale rapporto tra l’Ateneo lucano e una Regione che deve costruire da zero
i fondamentali del suo sviluppo. Le contraddizioni di una realtà che avrebbe bisogno di più
laureati e non riesce a occupare quelli che forma
L
’accento sull’importanza della ricerca e della innovazione in un sistema globale sempre più competitivo, posto da quasi tutti i Governi e da tutti nei fatti ignorato è spesso accompagnato
dalla richiesta di un maggior numero di
laureati e con migliore preparazione. Tale
richiesta era, ad esempio, declinata nel
Programma dell’Unione con l’obiettivo di
una Università “di qualità e di massa”.
Considerare la Conoscenza come un
Bene Comune da garantire universalmente, non solo per il valore economico che
può generare, ma perchè strumento di
emancipazione sociale e di partecipazione
consapevole alla vita democratica, (parliamo per questo di progresso e non semplicemente di sviluppo/crescita del Paese)
significa chiedersi se e come il diritto allo
studio e a una formazione di qualità, sia
universalmente garantito in Italia. Riconoscere nel finanziamento del sistema della
ricerca pubblica un investimento strategico che inneschi processi di sviluppo credibili nel medio periodo, significa inoltre
ripensare all’impatto che la politica di investimenti in ricerca e innovazione sin qui
perseguita ha avuto sullo sviluppo dise-
50
guale del nostro Paese e immaginare, invertendo la tendenza, un diverso esito per
il Mezzogiorno e, più in generale, per le
aree marginali del Paese. Entrambi i temi
sottendono questioni rilevanti che, proprio
perchè praticamente assenti dall’agenda
dei partiti, richiedono una migliore puntualizzazione. Su entrambi i fronti il Mezzogiorno e la Basilicata scontano ritardi,
e rischiano ulteriori arretramenti che andrebbero innanzitutto compresi per essere
poi, più decisamente, affrontati.
Il diritto allo studio universitario è oggi
sostanzialmente negato non solo rispetto
alle possibilità economiche delle famiglie,
ma anche rispetto all’area geografica di
provenienza, in rapporto all’effettivo dispiegamento dell’offerta didattica sul territorio italiano. In molte aree del paese la
limitazione dell’offerta di corsi universitari rende del tutto virtuale la possibilità per
uno studente di scegliere effettivamente il
proprio percorso formativo. Le sole politiche di sostegno alla mobilità studentesca
(comunque da perseguire con risorse adeguate) immaginate da chi propone, come
Nicola Rossi e Gianfranco Pasquino, un
sistema con poche Università eccellenti 1
verso le quali indirizzare gli studenti, non
possono bastare: ogni Ateneo, per se stesso e per il territorio che lo ospita, rappresenta ben più di un luogo dove acquisire
un titolo di studio!
I dati sulle iscrizioni dei residenti in
Basilicata denunciano l’esistenza di una
larga fascia di popolazione studentesca
che, senza l’Ateneo lucano, non si sarebbe mai iscritta all’università. Più della
metà delle famiglie lucane i cui figli frequentano l’università spende oltre 10.000
€/anno (costo medio di uno studente fuori sede) il che implica una uscita di 100
milioni di euro/anno dalla Basilicata per
sostenere l’economia delle sedi universitarie di altre regioni. Da questo punto di
vista, la recente apertura delle tre nuove
Facoltà (Farmacia, Scienze della Formazione Primaria ed Economia), manterrà
in Regione risorse (delle famiglie lucane)
ben maggiori del finanziamento annuale
(3 M€) previsto dalla Legge Regionale
per l’Università. Guardare al diritto allo
studio in questi termini significa passare
dalla competizione (spesso al ribasso) alla
collaborazione tra sedi universitarie di regioni limitrofe per garantire un’offerta di-
sud/ricerca
S
dattica completa e di qualità a tutti gli studenti. In questo contesto, non spaventano
e dovranno essere anzi perseguite con pazienza e serietà le iniziative già avviate (le
tre nuove Facoltà) o in corso di avvio (Architettura) dall’Ateneo lucano così come
quelle (Medicina) sollecitate dal Governo
Regionale.
Difendere il diritto allo studio significa però difendere anche un sistema universitario con requisiti minimi di qualità
garantiti su tutto il territorio nazionale.
Il passaggio all’autonomia in assenza di
risorse minime certe (aggravata dai tagli
selvaggi degli ultimi 10 anni) accoppiato
a un sistema di finanziamento che incoraggia una competizione tra Atenei basata
più sulla quantità che sulla qualità degli
studenti formati, ha inferto un duro colpo
al sistema universitario nazionale, la cui
unitarietà (in termini di qualità e ampiezza
dell’offerta didattica, strutture di ricerca e
servizi agli studenti) appare già oggi fortemente compromessa.
Quanto agli Enti Pubblici di Ricerca,
essi hanno da sempre privilegiato insediamenti in aree già “forti” del Paese (per
condizioni di sviluppo socio-economico
e per la presenza di Atenei consolidati),
concentrando i già scarsi investimenti nel
Mezzogiorno su pochissimi poli e lasciando così vaste aree sguarnite di presidii di
ricerca. Anche la positiva azione di riequilibrio degli investimenti nel Mezzogiorno, avviata dal CNR negli anni ’90,
ha cambiato recentemente segno, per tradursi in una rinnovata concentrazione di
risorse nei soliti centri (nell’area di Napoli
sono oggi concentrati oltre la metà degli
Istituti CNR del Sud) e nel contemporaneo smantellamento di buona parte degli
Istituti CNR appena insediati. La sostanziale ”evaporazione” di tali Istituti (a seguito dell’ultimo accorpamento, solo 1 su
6 ha mantenuto la sua sede in Basilicata)
appare esito scontato in assenza di politiche volte al raggiungimento di una massa
critica e di un radicamento del personale
tecnico e scientifico indispensabile per
una ricerca di qualità. Non prevedere misure adeguate di medio-lungo periodo che
accompagnino gli investimenti già fatti
può tradursi così, anche con le migliori
intenzioni, in spreco di risorse. D’altro
canto entreremmo in una contraddizione
clamorosa se il ruolo strategico nel rilan-
cio del Paese riconosciuto alla ricerca non
venisse perseguito anche nel superamento
del ritardo storico accumulato dalle aree
economicamente più deboli.
Invocare una sorta di darwinismo della
Conoscenza, affidando al solo meccanismo (peraltro sacrosanto) della valutazione o a un malinteso concetto di “mercato/
economia della Conoscenza” il compito di
determinare gli assetti del sistema pubblico dell’Università e della Ricerca in Italia,
significa ratificare e riproporre per il futuro un sistema di sviluppo diseguale del
Paese che, anche nel campo della ricerca
e della formazione universitaria, ha storicamente determinato posizioni “di partenza” fortemente diversificate. Nella stessa
logica di ratificare tale disuguaglianza,
piuttosto che opporsi al processo di “devolution” della Conoscenza ormai in atto,
sta la proposta di abolire il valore legale
dei titoli di studio che assume a sua stessa
giustificazione la mancanza di unitarietà
della formazione universitaria. In un sistema che non garantisce il diritto all’accesso nemmeno alle strutture universitarie
pubbliche, tale scelta finirebbe ovviamente per privilegiare chi potrà permettersi
51
sud/ricerca
S
Il mito intramontabile di Superciuk*
Proprio alle regioni più povere d’Italia è richiesto l’ulteriore sforzo di mandare i giovani a studiare fuori
* Negli albi di Alan Ford di qualche anno fa, questo straordinario ubriacone si batteva coraggiosamente per rubare ai poverissimi il necessario per vivere
per portarlo tra le cose superflue in casa dei ricchi.
-324,03 | -61,93
4,0 | 5,7
-61,92 | -19,63
5,8 | 8,4
-19,62 | 0,00
8,5 | 20,0
12,96 | 39,02
20,1 | 25,5
0,01 | 12,95
Saldo migratorio delle università. Per ogni 100 studenti immatricolati
nelle università del Centro-Nord circa 12 provengono da una delle regioni del Mezzogiorno. Il saldo migratorio netto per il Mezzogiorno è
negativo e pari a 22 studenti per ogni 100 immatricolati.
“per censo” percorsi formativi “altri” (in
strutture private e/o all’estero) azzerando
anche quella residua possibilità di emancipazione sociale ancor oggi legata all’accesso agli studi universitari.
Su questi temi è necessario che il Governo si ponga come obiettivo condizioni uniformi di accesso a una formazione
universitaria di qualità su tutto il territorio
nazionale, assuma l’impegno di restituire
unitarietà al sistema pubblico della ricerca e della formazione italiani, e indirizzi
52
Percentuali di famiglie sotto la soglia di povertà relativa (regioni
ordinate per quartili) nel 2003.
(Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze – Dipartimento per le
Politiche di Sviluppo e di Coesione).
MIUR ed Enti Pubblici di Ricerca per il
concreto superamento, nella programmazione pluriennale e in particolare nelle
politiche per il Mezzogiorno, di questi
elementi di squilibrio. Se pare fuori discussione l’impatto positivo che le Università e i Centri di Ricerca possono avere
(e storicamente hanno avuto) nello sviluppo dei territori che li ospitano, non sempre
è altrettanto chiaro quale sia il sistema di
relazioni con il governo locale, con le imprese e con il governo nazionale, in grado
di formulare programmi di sviluppo che
consentano di utilizzare proficuamente le
conoscenze e le risorse di cui Università
e Centri di Ricerca sono portatori e permettendo al contempo a quest’ultimi di
beneficiare degli elementi di attrazione
(servizi, investimenti, imprese innovative,
nuovi studenti e ricercatori) che il territorio in cui operano metterà in campo.
Il ruolo di motore dell’innovazione
attribuito alla Ricerca è riassunto spesso
nella sua capacità di tradursi in brevetti e
sud/ricerca
S
applicazioni industriali,2-3 interpretazione
che viene invece considerata semplicistica da chi si aspetta dalla ricerca quel progresso libero delle conoscenze (con tempi
e orizzonti più ampi di quelli imposti dalla
logica d’impresa) che ha storicamente determinato il maggiore impatto su società
ed economia. La stessa ragione fondante
delle Università (produzione, analisi critica e trasferimento del sapere) sembra essere messa in discussione da chi in buona
fede auspica di rimodularne gli obiettivi
attorno alle “esigenze del territorio” (in
termini di numeri chiusi d’accesso, scelta dei Corsi da attivare etc.) basate sulle
imprese, i servizi e la domanda di capitale umano già esistente. Altri vedono nelle
Università stesse, e nelle loro risorse umane, l’elemento generatore e/o catalizzatore
di imprese innovative, capaci di modificare radicalmente la realtà culturale, economica e produttiva che le circonda.4-5
Il modello di rapporto tra Università,
Centri di Ricerca e sviluppo economico
che riconosce nelle 3T (Tecnologia, Talento, Tolleranza) i fattori determinanti dello
sviluppo locale sembra in qualche modo
già assunto nelle linee strategiche di programmazione economica della Regione
Basilicata. Si tratta di ipotesi programmatiche condivisibili che ci aiutano ad evidenziare alcuni nodi tuttora da sciogliere.
Tecnologia e Talento. Se puntare sull’innovazione e sul capitale umano sembra
ormai obbligatorio per sopravvivere in un
mercato senza troppe regole (in cui anche
le imprese in attivo chiudono per cercare
maggiori profitti all’estero contando sui
salari più bassi), non è così ovvio quale
ruolo possano in questo ambito giocare
Università e Centri di Ricerca.
La questione è, se possibile, ancor più
cogente se riferita alla nostra Regione e alla
collocazione al suo interno dell’Ateneo e
dei vari Centri di Ricerca. Parliamo di una
regione che deve costruire (o re-inventarsi) quasi da zero quei “fondamentali” dello sviluppo (infrastrutture di collegamento e presidii culturali, aree metropolitane
e servizi ad imprese, lavoratori, studenti,
famiglie) che in altre aree del Paese sono
que differenza etnica, religiosa, di sesso o
da tempo consolidate e rappresentano il
di condizione economica. Ma in tale concontesto in cui innestare non solo imprese,
testo, il ruolo trainante dell’Ateneo di Bama anche attività di ricerca di frontiera. La
silicata e gli altri Centri di Ricerca rischia
stessa massiccia emigrazione dei giovani
di essere insufficiente nel momento in cui
(soprattutto laureati) denuncia un sistema
altri elementi di contesto vengono meno.
regionale arretrato che, nell’apparato proLa Regione Basilicata ha già da tempo,
duttivo come nella pubblica amministrae negli ultimi anni con maggiore consazione, nel mondo delle libere professioni
pevolezza, scelto un modello di sviluppo
come nella stessa Università, alla compeche mira al progresso sociale, civile e
tizione basata sul merito e sulla creatività
culturale senza necessariamente confoncontinua a preferire il mare calmo delle
derlo o ridurlo alla mera crescita econorendite di posizione e spesso degli ingiumica. Si tratta di scelte già avviate quanstificati privilegi.
do, nel dopo-terremoto dell’80, la classe
La costruzione, ad esempio, di uno
politica locale identificò non più e/o non
o più distretti regionali capaci di attrarre
solo in iniziative industriali di vita pari ai
imprese “innovative” (per tecnologia e/o
finanziamenti pubblici, ma nell’Ateneo
creatività), in grado di esprimere una dodi Basilicata uno degli assi portanti della
manda di forza lavoro qualificata, richiede
ricostruzione. Abbiamo visto come le 3T
uno sforzo di prodi Tecnologia, Talento e Tollegrammazione nuovo,
ranza, se assunte come fattori
“Una regione aperta determinanti del progresso loche non può esimersi
da una valutazione all’Europa che guarda cale, costituiscano obiettivi di
critica degli esiti delle oltre il Mediterraneo programmazione immediatapolitiche di sostegno e punta al raddoppio mente perseguibili su cui avall’innovazione sin della popolazione
viare azioni concrete: sviluppo
qui perseguite a livel- residente”
di attività economiche sostenilo regionale, nazionabili nel tempo e meno esposte
le ed europeo. Come
agli effetti negativi della globarecuperare i ritardi accumulati e costruire
lizzazione dei mercati; inversione dei flusun tessuto solido che permetta di studiare,
si migratori ed aumento della popolazione
lavorare, fare impresa creativa in Basiliresidente e, infine, realizzazione effettiva
cata, utilizzando al meglio le risorse che ci
del diritto allo studio anche attraverso
sono, ma anche pensando a quelle che saun’offerta didattica meglio distribuita sul
ranno necessarie, è tema vasto che richieterritorio. Si tratta di azioni che richiedono
de soluzioni mirate e originali, che non si
interventi decisivi non solo per il consoliriducano a una semplice quanto spesso
damento e allargamento dei presidii culinefficace riproposizione nel territorio luturali in generale e delle risorse umane e
cano di esperienze maturate altrove.
strumentali a disposizione, ma anche sugli
Tolleranza. L’idea di una Regione
elementi di contesto.
aperta che guarda all’Europa, ma anche
Puntare a garantire un’offerta dioltre il Mediterraneo, vuole puntare al
dattica completa e di qualità a tutti gli
raddoppio della popolazione residente e
studenti, abbattere i costi per le famiglie
vuole investire concretamente nelle polilucane e aumentare l’attrazione verso le
tiche di accoglienza, può trovare nell’Unialtre Regioni Italiane e del Mediterraneo,
versità (e in diversa misura nei Centri di
usare il mondo della Ricerca e della CoRicerca) un partner strategico naturalmennoscenza come veicolo di internazionate (direi per vocazione) aperto alle diverse
lizzazione dell’intera Regione, significa
culture, interessato allo scambio di idee,
intervenire conseguentemente sul sistedi studenti e ricercatori, al di là di qualunma dei trasporti e sui servizi per studenti
53
sud/ricerca
e lavoratori, in modo da incoraggiare le
collaborazioni internazionali, non solo
nel campo della ricerca e della didattica
universitaria, ma anche in ambiti culturali
più vasti. Un tale sistema dell’accoglienza
dovrebbe prevedere sia il finanziamento
sistematico di borse di studio (dalle scuole
medie all’università ed al dottorato) per
studenti provenienti dall’altra sponda del
Mediterraneo sia il coinvolgimento delle
istituzioni locali, delle associazioni culturali e del volontariato, nei percorsi di integrazione ed nelle relazioni di cooperazione e di pace di più ampio respiro.
Occorre infine pensare a Università e
Centri di Ricerca non come a organi strumentali della Regione Basilicata cui offrire supporto solo in cambio di azioni specifiche (al contempo destinando fiumi di
danaro a imprese decotte), ma come entità
con cui consolidare rapporti trasparenti e
strutturati di reciproca consultazione che,
nell’autonomia e nelle diverse finalità delle parti, consentano di coordinare azioni
volte al perseguimento di obiettivi se non
comuni spesso sicuramente convergenti.
In conclusione è necessario aggiungere
qualcosa sul tema del lavoro e, nel nostro
caso, del lavoro intellettuale, scarso e precario, e della,fuga di giovani laureati dalla
nostra Regione, continuamente lamentata
ma mai arrestata. Interventi come quello
degli 80 assegni di ricerca banditi recentemente dalla Regione Basilicata, forse possono rallentare/ritardare l’esodo in attesa
di tempi migliori, ma non certo ad invertire la tendenza. Assistiamo a una enorme
contraddizione fra la maggiore richiesta di
laureati (l’Europa ne vuole il triplo) e i
contemporanei tagli nei finanziamenti a
scuola e Università, in un Paese che rinunciando a competere sull’innovazione
(insistendo invece sulla riduzione del
costo del lavoro) non riesce a esprimere una domanda di personale altamente
qualificato pari almeno ai “pochi” laureati di oggi.
Sostenere i processi che determinano
la domanda di alta-formazione richiede
meccanismi reali di innovazione nella
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macchina amministrativa, nei servizi, nelle imprese, meccanismi virtuosi in grado
di garantire più lavoro, più stabile e di migliore qualità, ma anche persone formate
per essere fattore propulsivo e non vittime dell’innovazione. Su questo terreno la
Regione Basilicata ha fatto e sta facendo
molto soprattutto nel miglioramento dei
propri servizi, nell’organizzazione interna, delle infrastrutture di interconnessione, nella partecipazione a progetti nazionali ed internazionali di cui è spesso capofila, ma molto resta da fare soprattutto in
quei settori (ambiente, energia, trasporti,
turismo e beni culturali) dove più forti sarebbero le ricadute economiche e maggiore l’impatto della iniezione di competenze
avanzate e, perché no, dell’entusiasmo del
fare che è proprio dei giovani.
Più difficile è immaginare politiche di
sostegno all’innovazione nelle imprese
e ancor più nelle PMI che, come è noto,
sono la stragrande maggioranza nel nostro
Paese. Salvo rare eccezioni, i finanziamenti alla ricerca e all’innovazione delle
imprese si è risolto (anche in Europa) in
un semplice finanziamento alle imprese.
Separare la espressione di proposte di innovazione dalla speranza di ottenere solo
per questo dei finanziamenti, potrebbe costituire un passo avanti. Invece di finanziamenti per bandi (che sollecitano la costruzione di cordate improbabili costruite
ad hoc per il solo accesso ai fondi) insisto
nel proporre un sistema di finanziamento
a sportello (con valutazione dei progetti
all’atto della loro presentazione e con le
imprese nella parte dei committenti) che
sostenga principalmente università e/o
enti di ricerca nella fase di ricerca e sviluppo e le imprese soprattutto (o meglio
solo) nella fase di immissione dei risultati
nel processo produttivo. Si selezionerebbe così una domanda reale di innovazione
(premiata solo se produttiva) piuttosto che
semplici richieste di fondi travestite per
l’occasione. Potrei sbagliare, ma giacché
dal passato si può sempre imparare, vogliamo andare a vedere ?
Note:
S
Verrebbe da chiedersi perchè Università, che
risulterebbero ancora più affollate delle attuali,
dovrebbero conservare o acquisire caratteristiche di eccellenza. Alla folta schiera dei sostenitori di questo modello (spesso accademici che
mai si sognerebbero di applicare a loro stessi
quella mobilità che vorrebbero imporre agli studenti) disposti in maniera assolutamente trasversale tanto nei partiti di Governo quanto in quelli
di opposizione, spesso estimatori dei sistemi anglosassoni di educazione universitaria, andrebbe ricordato come negli Stati Uniti il sistema è
fortemente decentrato con moltissime Università private e pubbliche, le più grandi delle quali, come la famosa Berkeley University, hanno
meno iscritti dell’Università di Lecce, mentre
la prestigiosa Yale University con la metà degli
studenti dell’Ateneo di Basilicata, è considerata
una media, e non una piccola, Università.
1
R. Florida e W. Cohen, 1999. “Engine or Infrastructure? The University Role in Economic Development. In: Branscomb, Kodama e Florida
(Eds.), Industrializing Knowledge: University –
Industry Linkages in Japan and the United States. MIT Press, Cambridge, MA, pp. 589-610.
2
N. Rosenberg e R. Nelson, 1994. “American
Universities and Technical Advance in Industry,” Research Policy, 23, pp. 323-348.
3
R. Florida, G. Gates, B. Knudsen e K.Stolarick,
2006. “The University and the Creative Economy”, Heinz Endowments Studies: 1-56. Disponibile come: http://creativeclass.typepad.
com/thecreativityexchange/files/university_
and_the_creative_economy.pdf
4
T. Li e R. Florida, 2006. “Talent, Technological
Innovation and Economical Growth in China”:
1-16. Disponibile come: http://creativeclass.
com/rfcgdb/articles/Talent_Technological_Innovation_and_Economic_Growth_in_China.
pdf
5
e ditoriale
dimensione dell’inquietante scenario ipotizzato dagli inquirenti: produzione clandestina di plutonio, traffico di sostanze radioattive, commercio di armi, violazione
dei regolamenti sulla custodia di materiale
radioattivo.
La vera novità degli ultimi due anni
sono proprio questi avvisi di garanzia:
altri elementi direttamente connessi alla
vicenda non sono noti. Anche il recente
ritrovamento di fusti contenenti materiali
tossici in località Fosso Lavandaio, presso
Pisticci non è (ancora ?) un riscontro ufficiale delle rivelazioni di Fonti, stando alle
dichiarazioni dell’ufficiale della Forestale
incaricato della bonifica, anche se il giudice Basentini ha convocato gli indagati nel
sito della discarica abusiva per presenziare
alle operazioni di bonifica.
L’intera vicenda induce a questo punto
alcuni elementi di riflessione, forse banali,
ma non credo per questo meno necessari.
Il primo riguarda la prosecuzione dell’inchiesta: un pm ritiene quantomeno credibile lo scenario illustrato dal “pentito”.
Se nel campo giudiziario un indizio o la
plausibilità non possono (giustamente) sostituire elementi di prova, diverso è l’esito
in ambito politico, in cui ci troviamo di
fronte a un curioso paradosso.
Il nucleare, militare o civile che sia,
richiede(rebbe) il secretaggio come elemento indispensabile per evitare/ridurre
rischi connessi ad attività illecite e illegali,
il segreto ostacola però strumenti trasparenti e partecipati di controllo da parte della società e quindi favorisce la possibilità
di azioni illegali e contrarie alla sicurezza
sociale e ambientale. Quis custodiet ipsos
custodes?
Seconda riflessione: su troppe vicende
che interessano la gestione dell’ambiente,
delle risorse e dei beni pubblici, gli unici
elementi che vengono proposti ai cittadini
sono quelli presenti nelle cronache giudiziarie, che si tratti dei fusti della Trisaia
come di Marinagri, dei permessi per le
estrazioni petrolifere o dei concorsi universitari. E spesso, quel che è peggio,
l’unico spazio di intervento che rimane ai
cittadini su questi temi è quello di schierarsi, pro o contro l’inchiesta giudiziaria,
come se questo fosse l’ultimo terreno rimasto su cui è possibile esercitare una
sorta di intervento politico. Anche alcune
manifestazioni del fenomeno ormai eti-
segue dalla prima
chettato come grillismo sembrano andare
in questa direzione.
Terza riflessione: in assenza del ruolo esercitato dalla politica - intesa come
partecipazione, cogestione dal basso, democratica e consapevole, e non come strumento di controllo dall’alto del consenso i
fenomeni di degenerazione etica, di corruzione e di malgestione del bene pubblico,
diventano, da possibili, inevitabilmente
reali.
La vicenda Trisaia è, in questo senso
inquietante, non solo per quello che evoca
in termini di un potenziale oscuro passato,
ma perchè è testimonianza di una difficoltà della politica e della democrazia nell’intervenire sul presente. Anche i tavoli della
“trasparenza” rischiano di essere un pretesto, e con il tempo diventano così trasparenti da risultare invisibili.
Rischiando la ripetizione, vorrei ricordare quanto espresso da Piero Di Siena
nell’editoriale del dicembre scorso: in assenza di un ruolo autonomo e partecipato
della “società civile”, persino le risorse
finanziarie disponibili (ad esempio quelle delle royalties del petrolio) non bastano per creare sviluppo. Vorrei aggiungere
che, in assenza di controllo partecipato
dei cittadini, l’esito di queste risorse inevitabilmente scivolerà dallo spreco ad elemento di corruzione. E tutto questo pone,
in una fase in cui qualcuno candida questa
regione, in consultazioni riservate e separate dalla società, a un ruolo maggiore sia
nell’estrazione petrolifera che nella produzione di energia, problemi e questioni
rilevanti e non rinviabili. Questioni ancora
più cogenti per forze e movimenti che si
collocano nella sinistra di questa regione e
di questo paese.
La Basilicata ha espresso in questi
ultimi anni movimenti straordinari, come
quello di Scanzano e di Rapolla, che però
non sono riusciti a uscire dalla fase di resistenza contro l’aggressione al territorio
e proporsi come realtà politiche di lungo
respiro nella gestione e controllo dell’ambiente e delle risorse. Questo salto di qualità si impone, e in tempi stretti.
Scrivo queste righe ancora “a caldo”
della straordinaria emozione suscitata dalla manifestazione del 20 ottobre: energie,
cuori e cervelli ci sono, occorre dare loro
una collocazione proficua. Se non ora,
quando?
laboratorio della sinistra lucana
Direzione
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Anna Maria Riviello
Redazione
Simone Calice, Fabrizio Caputo, Paolo Fanti,
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Progetto grafico e Art direction
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Hanno collaborato a questo numero
Lucia Caggiano, Cooperatrice Internazionale
Gert Dal Pozzo, Eretico militante
Sara Lorusso, Giornalista
Roberto Mancino, Assessore Rifondazione Comunista
al Comune di Potenza
Lidia Riviello, Poetessa
Giuseppe Romaniello, Presidente Regionale AIF
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Giuseppe Salluce, Educatore nell’ambito della Salute
mentale
Valerio Tramutoli, Docente Università degli Studi
della Basilicata
Rocco Viglioglia, Presidente Agrobios
Woland, Professore di magia rossa
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DECANTER
anno IV numero 3 - ottobre 2007
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Direttore Responsabile, Giuseppe Rolli
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