3 ANNO IV - OTTOBRE 2007 ISSN 1827-8760 laboratorio della sinistra lucana euro 5.00 Po s t e I t a l i a n e S . p. A . - S p e d . i n a . p. - 7 0 % Po t e n z a La verità sulla Trisaia. Se non ora, quando? PAOLO FANTI L’inchiesta sul nucleare “sporco” continua. A più di due anni dalle affermazioni di Francesco Fonti, ex esponente della ’ndrangheta, sul traffico connesso allo smaltimento di rifiuti radioattivi, il pm Basentini ha recentemente notificato dieci avvisi di garanzia sulla vicenda a otto ex dirigenti del centro Enea di Rotondella e a due accusati di affiliazione alla ’ndrangheta. I reati indicati sono gravi e fanno capire la segue in penultima De Magistris sotto attacco S. LORUSSO p. 7 La politica regionale tra Sinistra e Partito Democratico Antonio Califano p. 3 Economia lucana, numeri a confronto Rocco Viglioglia p. 25 foto: Tony Vece Inchieste a rischio? Il Vangelo di Pasolini Intervista a Domenico Notarangelo Palmarosa Fuccella p. 33 laboratorio della sinistra lucana La Rubrica r Terroristi alla FIAT di Melfi ? Brutale reazione dell’azienda PIERO DI SIENA Editoriale La verità sulla Trisaia. Se non ora, quando? ‹Paolo Fanti› 1 Rubrica Terroristi alla FIAT di Melfi? ‹Piero Di Siena› 2 Politica e società 3 La politica regionale tra sinistra e partito democratico ‹Antonio Caifano› Primarie la carica dei 72mila ‹M.T.› 3 Chi ha paura di De Magistris? ‹Sara Lorusso› 7 Il dono di Ester ‹Anna Maria Riviello› 9 Quale formazione per la Basilicata ‹Giuseppe Romaniello› 11 Tra emergenza casa e degrado urbano La questione Bucaletto ‹Roberto Mancino› 17 Politiche sociali, Sanità regionale e sviluppo locale: 21 un’occasione mancata ‹Giuseppe Salluce› Osservatorio Basilicata economia al palo ‹Rocco Viglioglia› 25 Cultura Le immagini “rubate” del Vangelo di Pasolini Intervista a Domenico Notarangelo ‹Palmarosa Fuccella› 33 Berlino ancora in parte divisa tra trasformazioni, innovazione, contraddizioni e reazioni ‹Lucia Caggiano› 39 Il rigore e l’emozione. Viaggio di Luciano Erba in Basilicata ‹Lidia Riviello› 44 Musica, cinema, libri 46 Il racconto Città 123 ‹Gert dal Pozzo› 47 Sud/Ricerca La ricerca per il territorio o un territorio per la ricerca? ‹Valerio Tramutoli› 50 2 L’eversione si annida alla Fiat di Melfi? Per come conosco quella fabbrica, i suoi lavoratori e le lotte che hanno condotto - a cui anch’io ho in un certo senso partecipato - tenderei a escludere che questa ipotesi, avanzata dalla magistratura inquirente le settimane scorse, abbia un fondamento. Questo rende, perciò, ancora più grave il licenziamento in tronco dei tre inquisiti da parte dell’azienda. Come altrettanto grave è il licenziamento del delegato sindacale della Cub reo solo di aver diffuso un volantino. La verità è che l’azienda sta cogliendo l’occasione per imporre un sistema dispotico in fabbrica che non ha precedenti. Naturalmente nel caso di un procedimento giudiziario provocato dal sospetto dell’esistenza di fenomeni eversivi bisogna essere prudenti e, soprattutto, fare in modo che le indagini facciano il loro corso. E, infatti, le esperienze degli ultimi anni in Italia hanno dimostrato che se c’è un luogo in cui il terrorismo e l’eversione possono rimettere piede quello è costituito dai posti di lavoro dove più aspro e intollerabile è lo sfruttamento. E la Fiat a Melfi, nonostante le conquiste successive alla vertenza del 2004, è uno di questi posti, come anche la reazione aziendale delle ultime settimane dimostra. In essi si somma la percezione della distanza che tutti i cittadini hanno rispetto alla politica con il senso di solitudine e di abbandono che nei lavoratori può produrre il dispotismo che spesso caratterizza il regime interno delle grandi fabbriche. La miscela in qualche caso può risultare esplosiva. Perciò, sebbene non credo al fatto che a Melfi sia effettivamente nata una cellula che sarebbe potuta evolvere verso azioni terroristiche, penso tuttavia che le condizioni lavorative e il rapporto ( o meglio il non-rapporto) con la politica che in quella fabbrica si è stabilito siano socialmente compatibili con un’eventualità di questo tipo. Questa è la ragione per cui è bene che le indagini facciano chiarezza su tutto. Naturalmente sono da respingere tutti gli accostamenti che da qualche parte si è tentato di fare tra la lotta dei 21 giorni e l’ipotesi accusatoria avanzata dalla magistratura inquirente. Se si attribuisse la rivolta operaia del 2004 a una manovra di centrali eversive, sarebbe insieme una volgare menzogna e un insulto. Come anche - dato che l’indagine riguarda soprattutto la rete di collegamento nazionale del sindacato Slai-Cobas,di cui a Melfi vi sarebbe una propaggine - bisogna sul nascere stroncare ogni tentativo di criminalizzare il conflitto operaio e il sindacato che, nel suo complesso, lo rappresenta e lo gestisce. Detto tutto ciò, la politica democratica deve interrogarsi sul fatto che agli occhi dei lavoratori della Fiat essa possa apparire come uno strumento inadatto a rappresentare la loro ispirazione alla giustizia sociale, per cui o la politica appare cosa lontana, questione privata di chi è interessato a far “carriera” nelle istituzioni, oppure - sia pure in casi isolati - efficace solo se riesuma dalla pattumiera della storia tragica del Novecento i vecchi arnesi di un antagonismo violento. Ciò è possibile per la semplice ragione che la politica, anche quella della sinistra, non ha saputo intessere un rapporto duraturo con la fabbrica e i suoi problemi e ha lasciato spesso i lavoratori in una condizione di solitudine. E anche il momento, proprio di fronte alle inchieste della magistratura, di riconoscere a Rifondazione comunista il merito di aver evitato - essendo l’unica forza politica di sinistra a cercare di avere un rapporto continuo con i lavoratori della Fiat che i germi di possibili focolai eversivi potessero attecchire a Melfi. E’ il momento in cui la sinistra tutta partecipi a questa impresa. Cosa che, mi sembra, si sia cominciato a fare con l’iniziativa comune alla Fiat di Melfi di Rifondazione, Comunisti italiani, Sinistra democratica e Verdi in vista della manifestazione del 20 ottobre. P olitica e società La politica regionale tra Sinistra e Partito democratico ANTONIO CALIFANO L ’attuale fase della politica regionale rende sempre più evidente che la nuova giunta e gli equilibri in essa raggiunti rappresentano lo strumento con cui si sta costruendo il Partito Democratico, i gruppi dirigenti e i suoi equilibri. La mediazione politica prodotta è al ribasso, ci consegna un governo regionale inadeguato politicamente, tutto schiacciato sul consolidamento dei propri interessi e la costruzione di equilibri di potere, un governo di gestione. Per un partito che, secondo la vulgata del “Veltronipensiero”, nasce per lanciare una nuova idea di politica, nuovi gruppi dirigenti, superare le burocrazie e tutto il resto, l’inizio è di quelli travolgenti. Basta scorrere le liste collegate ai candidati per le elezioni dei gruppi dirigenti regionali e nazionali per avere le conferme. Innanzitutto il sistema, che ricalca il famigerato sistema elettorale nazionale, senza la possibilità di esprimere preferenze, si configura sempre più come un meccanismo di cooptazione dei vecchi gruppi dirigenti nei confronti del “nuovo” o supposto tale. Anche questo come modello di democrazia non è male. Ciò nonostante l’appeal dell’intera operazione è grande, e, anche se il tutto é accompagnato da un tamtam mediatico notevole che moltiplica gli effetti, l’interesse è sicuramente superiore Primarie, la carica dei 72mila Non c’è alcun dubbio che in Basilicata la partecipazione alle primarie per la costruzione dell’assetto dirigente del nuovo Partito democratico è stato un evento di portate superiore a ogni aspettativa. 72mila persone che prendono parte al voto per contribuire a dare vita a un nuovo partito, “sfidando il freddo e pagando per di più un euro a testa” (come hanno commentato tutti i giornali locali), costituiscono una percentuale enorme sui 552mila lucani che costituiscono il complesso del corpo elettorale. È vero che avevano diritto al voto anche i sedicenni e gli immigrati che di quel corpo elettorale non fanno parte. Ma è verosimile che, se questi non ci fossero stati, il risultato nella sostanza non sarebbe cambiato. Tutto ciò è stato in sintonia con quanto è avvenuto a livello nazionale. E che abbiano pesato le correnti di opinione che nel corso della campagna elettorale si sono imposte attraverso la grande stampa e la televisione è dimostrato anche dal risultato dei singoli candidati. L’82% dei consensi raccolti dal neosegretario regionale del Pd, Piero Lacorazza, sono senza dubbio il portato delle qualità politiche dell’ex segretario dei Ds e dell’appeal che la sua giovane età esercita su tanti elettori del centrosinistra, ma è anche il risulta- to dell’effetto di trascinamento che ha avuto una candidatura data sicuramente per vincente. E del resto il peso politico di Vito De Filippo e dei Pittella che ha fatto raggiungere alla candidatura di Letta il 27,4 (contro l’11,7 sul piano nazionale) è ben più ampio di questo pur significativo risultato. E il successo di Veltroni anche in Basilicata è senza dubbio frutto, prevalentemente, del clima che sul piano nazionale si è creato attorno alla sua candidatura. In Basilicata, tuttavia, gli elettori che si sono mobilitati per il Partito democratico sono quasi 20mila persone in più di quelli che hanno votato alle primarie che hanno designato Prodi (che in regione non ebbe nemmeno un brillante risultato). E questo è un dato unico in Italia. Ciò è segno della grande capacità di controllo dell’opinione pubblica regionale da parte dei gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita nonostante i segni di crisi rappresentati dai risultati delle elezioni comunali di Matera, dalla mancata presentazione della lista dei Ds alle elezioni comunali di Pisticci, allo scioglimento dei consigli di comuni importanti come Policoro e Lavello. Ma anche il segno che i Lucani - come del resto i cittadini italiani - in questa occasione hanno occupato uno spazio di partecipazione segue a pg. 4 3 politica e società P che era stato loro offerto. E c’è da presumere che in Basilicata gran parte di coloro che qualche settimana fa hanno fatto da contorno alla trasmissione di Santoro dedicata a De Magistris, il magistrato dell’inchiesta “toghe lucane”, con un’affollatissima assemblea all’Università di Potenza, nella quale si testimoniava una sorta di presa di distanze dai gruppi dirigenti della Regione, abbiano poi votato alle primarie del Pd. Legittimando con un plebiscito coloro che in qualche modo avevano contestato. E non c’è da stupirsi che alle primarie, anche in Basilicata, abbiano votato elettori che usualmente votano a sinistra e forse anche a destra. Che in tutto ciò l’opinione pubblica non veda alcuna contraddizione può essere anche il segno di quella “liquidità” della società e della politica, teorizzata dal sociologo ceco-americano Bauman, frequentemente citato sia dal presidente De Filippo che dal segretario del Pd Piero Lacorazza. Ma tutto questo rischia di riprodurre all’infinito la labilità delle istituzioni e del loro rapporto con i cittadini. A differenza di quanto si è affermato nel corso di queste settimane non c’è contrapposizione tra la grande partecipazione alle iniziative di Grillo e l’enorme affluenza alle primarie del Pd, nel senso che ambedue le iniziative riempiono un vuoto che si è realizzato tra la società e la politica e contemporaneamente di quel vuoto sono la testimonianza per l’indeterminatezza dei contenuti e delle finalità che ambedue i fenomeni collettivi esprimono. Ma comunque ambedue sono delle novità da non sottovalutare. E soprattutto la sinistra politica, anche in Basilicata, deve trovare la sua strada per stabilire a suo modo un rapporto con la società pari per ampiezza e profondità. m. t. 4 Pubblicità elettorale sui muri della città di Potenza - foto p. fuccella segue dalla pagina precedente a quello che c’è regionalmente e nazionalmente intorno al processo di aggregazione a sinistra. Solo il prodotto di mezzi e gruppi dirigenti più “scafati”? Io credo di no e forse rifletterci su sarebbe interessante. Quello che sta entrando in crisi in questa fase è l’idea stessa della politica, di quella che abbiamo conosciuto e praticato per anni, si sono dilatati i soggetti sociali, i gruppi dirigenti, rarefatte le relazioni, distrutti i “luoghi”. La “crisi della politica” di cui parliamo oggi è altra cosa anche rispetto al ‘92, è drammatica crisi di partecipazione, è incapacità di moderna analisi di “classe”, è la vittoria culturale del berlusconismo i cui riti si celebrano ormai più nel centrosinistra che all’interno del suo stesso schieramento, paradossalmente per questo nulla è scontato e alle prossime elezioni il centrosinistra con Veltroni leader “se la gioca alla pari”, nonostante tutte le previsioni, esattamente come è avvenuto nelle ultime elezioni a schieramenti opposti con Berlusconi. Non esistono recuperi magici di elettori all’ultimo istante, ma processi che noi non riusciamo a leggere e che cogliamo solo quando avvengono. Lo schema con cui la Sinistra sta tentando di opporsi alla deriva politica moderata e di destra è completamente insufficiente: la “Federazione della Sinistra” pur necessaria e oggettivamente unica soluzione praticabile al momento, indica un limite, una incapacità strutturale, un doversi accontentare, una mancanza di coraggio che rischia di riportarci dentro vecchi schemi, che mummifica gruppi dirigenti, divisioni, non libera energie e soprattutto non le cerca. Certo va bene pure la “federazione”, il cartello elettorale, i patti di consultazione, e chi vi parla ne è diventato un esperto sul campo, ma ci si muove in un orizzonte ristretto e da ceti politici addirittura più dello schema “partito democratico”. Dove la finzione è talmente ben fatta da assurgere a modello di novità assoluta. Da questo punto di vista la crisi regionale è, nel suo piccolo, paradigma- politica e società Il Palazzo del Governo di Matera - foto p. fuccella P tica, è indicativa dei livelli di degrado della politica e rappresenta non una eccezione localistica, ma la riproduzione di una generalità, e questo sia per quel che riguarda il centrosinistra che la sinistra, solo che mentre lo scontro interno al centro sinistra che governa la regione, è sul controllo, sul modello di sviluppo, sulla dislocazione dei nuovi poteri forti, sulla ricostruzione di nuovi equilibri di gestione, quella che riguarda la sinistra è spesso sulle miserie della politica, sulla incapacità a guardare oltre la punta del proprio naso e forse anche sulle miserie personali che un qualche peso pure ce l’hanno, ma che bisognerebbe cominciare a denunciare senza reticenze, altrimenti lo fa qualche altro alimentando il qualunquismo che monta e rischia di travolgere tutti. Ora è evidente che esistono difficoltà oggettive nella costruzione del processo di unificazione a sinistra che attengono anche a ragioni che non dipendono dalle soggettività o da contingenze particolari, ragioni che attengono all’intera sinistra europea, che palesano una difficoltà a ridefinire la propria “mission”, a discutere senza reticenze del proprio passato, a riorganizzare un orizzonte teorico in grado di interpretare i processi sociali ed economici che la globalizzazione ha prodotto, ma è anche vero che la discussione al suo interno si impantana continuamente sulle tattiche politiche, si inceppa nella complessità di una eterna transizione italiana che scarica su di essa responsabilità assolutamente superiori alle sue possibilità e capacità, frena all’interno di complicate compatibilità con la partecipazione al governo di cui non si riesce a venire a capo. Ha ragione Rossana Rossanda quando in un recente editoriale sul Manifesto, riflettendo sul dibattito scatenatosi intorno alla manifestazione del 20 ottobre si ribellava ad un tentativo di schiacciare ogni forma “della politica” sul pericolo che possa cadere il governo Prodi, affermando che “l’asfissia dei partiti e il bipolarismo nel quale si vorrebbe costringere una società sempre più complessa stanno facendo dell’Italia l’ultima e mesta spiaggia di una democrazia rappresentativa riacquistata con il sangue, e aprono il varco per assai dubbie avventure populiste”. Questa “paura di parlare” che a volte non riusciamo a contenere ci porta a singhiozzare, a sparare giudizi liquidatori sulla finanziaria e poi a trovare improvvisi accordi nel giro di poche ore, ci obbliga ad un dibattito lacerante intorno al protocollo sul welfare con argomenti che sembrano più dettati da logiche di scontro politico interno che dalla ricerca della verità e dalla volontà di capire. Questa ambiguità, in buona parte derivante da un irrisolto rapporto tra capacità di opposizione e capacità di governo, tra funzione politica e funzione istituzionale, impedisce di andare fino in fondo su temi come la riduzione dei costi della politica, la sua moralizzazione, la sicurezza (tutti temi “scoperti” dalla sinistra in tempi non sospetti) ma consegnati politicamente ad altri nella incapacità di costruire egemonia culturale e credibile iniziativa di massa. Il processo di riaggregazione a sinistra deve ridurre le sue ambiguità, deve 5 politica e società P proporre una nuova idea del fare politica, riconciliare con la partecipazione; è un’operazione che va fatta a partire dai contenuti e attraverso la organizzazione di “pratiche politiche”, ricondurre tutto alle pur necessarie mediazioni di gruppo dirigente è sbagliato perché ripercorre solo logiche entropiche. La politica non coglie più la società in movimento perché assume un punto di vista “fermo”, deformante, questo sì ideologico nella accezione che Marx attribuisce ad esso nella “Deutsche Ideologie”; si deve avere il coraggio di confrontare i propri punti di vista nella costruzione dell’iniziativa politica e non fuori, per questo ritengo sbagliato e datato il dibattito sviluppatosi all’interno della “cosa rossa” sulla manifestazione del 20 ottobre. Analogo è il percorso da intraprendere nei territori dove la volontà di costruire un soggetto plurale ed aperto si deve sostanziare nella costruzione di una agenda politica sui temi che li pratichi tra la gente e quindi li discuta e li rielabori riappropriandosi del valore politico dell’inchiesta. 6 In Basilicata, ritengo, che si sia percorsa solo la strada della mediazione politica. La vicenda della “crisi regionale” ha ridato un ruolo alla “sinistra” e essa ha svolto una ruolo importante i cui limiti, però, erano impliciti nella funzione. Se la sinistra e i suoi partiti (Rifondazione, PdCI, Verdi, Sinistra Democratica) in quei giorni avessero avuto la capacità di spiegare ai cittadini quello che avveniva e di portare i bisogni degli stessi “sotto le finestre della regione” la soluzione ed anche i comportamenti avrebbe potuto essere diversi. Non è un rigurgito di giacobinismo e neppure “infantilismo senile”, ma solo una necessaria esemplificazione per dire che i limiti della politica non si superano all’interno dello “schema della politica”, è una dinamica che gli analisti di scuola psicosociale chiamano “quando la soluzione è il problema”, c’è la necessità di romperli, questi schemi, all’interno di una nuova pratica dei bisogni. È per tutto questo, ripeto, che non bastano solo operazioni organizzativi- stiche, ma bisogna, insieme, costruire una nuova cultura politica in grado di costruire un nuovo punto di vista sul mondo, una nuova weltanschauung antagonista al modello dominante, che rimotivi la sinistra, che non rincorra gli altri ma costruisca con il suo popolo una nuova identità. Certo a partire dall’esistente ma per andare ben oltre l’esistente, per consegnare alla prassi una dimensione di costruzione politica (anche organizzativa) che le sue rappresentazioni politiche non hanno e non possono avere. politica e società P Chi ha paura di De Magistris? SARA LORUSSO Continua la “guerra” tra Mastella e il Magistrato di Catanzaro. La trasmissione di Santoro e le reazioni della piazza. In attesa delle decisioni del CSM Sembra proprio che ci sia chi voglia, a ogni costo, mettere i bastoni tra le ruote a De Magistris. È bastato che iscrivesse Mastella al registro degli indagati perché l’inchietsa ”Why not” gli fosse sottratta. Dunque, c’era da fare in fretta. Almeno secondo quella richiesta di trasferimento cautelare. Per un pm che aveva compiuto “gravi violazioni deontologiche nella conduzione in più procedimenti penali, alcuni dei quali relativi ai magistrati del distretto di Potenza”. E per un procuratore capo che non aveva vigilato adeguatamente. Venerdì 21 ottobre il ministro della Giustizia Clemente Mastella chiede il trasferimento di Luigi De Magistris e Mariano Lombardi. Fare subito, senza attendere i risultatati del procedimento disciplinare. In via cautelare, appunto. Quello che segue è uno scontro d’opinione, pro e contro, società civile, politica, magistratura. Difesa e accusa, nelle piazza, nelle trasmissioni televisive, sui banchetti della raccolta firme, lungo i cortei degli studenti di Calabria e Basilicata. Per chi vuole che il pm calabrese rimanga lì dov’è e chi chiede che venga mandato altrove. La ricostruzione dei fatti è questione di nomi e numeri. A partire dalle 300 pagine della relazione degli ispettori di via Arenula: riassumono le indagini sui comportamenti dei due sotto accusa, dopo numerose ispezioni negli uffici giudiziari di Catanzaro e della Basilicata, con solo riferimento all’inchiesta Toghe lucane. E solo su questa si deve pronunciare il Csm. Fino ad ulteriori modifiche. I due giudici, secondo gli ispettori, devono rispondere di “gravi anomalie”, tali da aver determinato “disastrose conseguenze sull’amministrazione della giustizia nel distretto giudiziario della Basilicata”. Come quel provvedimento “abnorme” disposto in estate da De Magistris: la perquisizione degli uffici del procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano. Lui è indagato per Toghe lucane, l’inchiesta che riguarda un presunto comitato d’affari tra imprenditori, politici e magistrati. E sempre lui risponde con un esposto al Csm in cui spiega come il pm di Catanzaro abbia più volte violato il segreto d’ufficio: troppe le coincidenze temporali, secondo Tufano, per cui alcuni giornalisti sapevano in anteprima dei provvedimenti giudiziari nei confronti di alcuni indagati. Quei giornalisti e un capitano dei Carabinieri, nello scorso luglio, sono pure stati perquisiti. Secondo la Procura di Matera avrebbero ordito un’associazione a delinquere finalizzata alla fuga di notizie e alla diffamazione nei confronti di Nicola Buccico, senatore di An e nel frattempo diventato sindaco di Matera, indagato nell’inchiesta sul ‘comitato’ lucano. Secondo gli 007 del ministro Mastella, De Magistris deve rispondere. E Lombardi pure. Lui non ha vigilato. La soluzione, allora, il trasferimento. Riguarda solo toghe lucane. Ci sono altre due inchieste condotte dal pm calabrese che in poco si legano alla notizia del provvedimento disciplinare. Una si chiama Poseidone e riguarda presunti illeciti per la gestione del settore della depurazione in Calabria: fondi europei per la realizzazione di depuratori di cui, in regione, ancora non c’è presenza. Era partita nella primavera del 2005. Lo scorso marzo viene tolta a De Magistrs da Lombardi che accusa il suo sottoposto di non averlo informato adeguatamente 7 politica e società P degli sviluppi delle indagini. Nel dettaglio, il pm aveva omesso di avvisare preventivamente che di lì a poco un senatore di An, Giancarlo Piattelli, sarebbe stato raggiunto da un avviso di garanzia. Via l’inchiesta che passa nelle mani di un altro magistrato. E secondo De Magistris si arena. Ma non prima che il pm mandi il fascicolo alla procura di Salerno e un esposto al Csm in cui denuncia che la talpa dell’inchiesta è proprio il suo superiore. I due si ritrovano contro. Come lo sono nella richiesta di trasferimento. E poi c’è la storia di quella grande agenzia di lavoro interinale guidata dall’imprenditore Antonio Saladino. L’inchiesta si chiama Why not e riguarda un presunto comitato d’affari che avrebbe gestito illecitamente finanziamenti statali e comunitari nel settore del lavoro interinale. C’è una testimone che a De Magistrs ha raccontato di come progetti e contratti, quelli da collaborazione continuativa, vengano assegnati su raccomandazioni e presentazioni. Politiche e non. Bipartisan. Poco c’entra con Toghe lucane e con il trasferimento. Tra le numerose intercettazioni telefoniche disposte dal 8 pm figura, spesso in comunicazione con Mastella aggiunge. Venerdì 5 ottobre la Saladino, proprio il Guardasigilli. Ma il relazione degli ispettori cresce: agli atti ministro “non è indagato”, come da predi Toghe lucane, si aggiungono quelli di cisazione di note della procura di CatanPoseidone e Why not. Davvero troppe zaro, comunicati ministeriali, conferenle pagine per visionarle in tempo per il ze stampa e interrogazioni parlamentari. giorno del giudizio. Raggiungono quota Invece, nel registro degli indagati c’è il 6.000. Il rinvio del Csm è scontato. Tutpremier Romano Prodi. Poco importa to rimandato al 17 dicembre. Ancora in nei confronti del giudizio disciplinare, attesa. Con le piazze che torneranno a il Csm deve solo valutare la conduziomobilitarsi, mentre la stampa racconta e ne di Toghe lucane. La piazza si anima la politica si divide. e pure la politica. In attesa del giorno del giudizio, “L’inchiesta previsto per l’8 ottobre, c’è toghe lucane chi chiede che sia valutato nel mirino degli il comportamento di quel Ispettori del giudice dai “metodi poco Ministero della ortodossi” e chi chiede di Giustizia. non “trasferire quel giudiLa politica si divide” ce scomodo”. Le piazze insorgono, associazioni e movimenti si mobilitano. Anche sui tabulati telefonici: c’è chi racconta di “un grande fratello giudiziario” costruito da De Magistris anche attorno a chi non può essere sottoposto ad intercettazioni senza preventiva autorizzazione del Parlamento. Lui si difende, e si rimette al Csm. Poi politica e società P Il Ricordo Il dono di Ester Il 3 Ottobre, nel decennale della morte di Ester Scardaccione, l’Associazione Telefono Donna ha organizzato un convegno per parlare di lei. Sono intervenute Cecilia Salvia, Assunta Basentini, Emilia Simonetti,Teresa Boccia, Cinzia Marroccoli. Da ultima, è intervenuta la figlia, Cristiana Coviello che ci ha offerto un ricordo della madre che era anche il racconto della propria storia, la forza che le è venuta dal compito che le è ha lasciato, una testimonianza intensa e misurata. Un pubblico attento, prevalentemente femminile, ha ascoltato per oltre due ore in silenzio, le loro parole. Le donne che ci hanno parlato di Ester hanno avuto con lei esperienze diverse, alcune per il loro lavoro, legate prevalentemente alla sua attività di avvocata, altre al ruolo istituzionale che aveva assunto negli ultimi anni di Presidente della Commissione regionale per le pari opportunità. In verità, negli anni, questi suoi campi di impegno si erano sempre più intrecciati, il suo modo di esercitare l’avvocatura denotava un’acuta sensibilità per l’interesse dei più deboli che le consentiva uno sguardo più complessivo sulle vicende dei suoi assistiti. Chi si è trovato a partecipare a questo convegno senza aver conosciuto Ester, ha potuto ricavare un’idea esaustiva della sua personalità non solo dal racconto della sua vita di avvocata e di donna impegnata con le altre in un percorso di emancipazione, di autonomia e di soli- darietà femminile, ma anche dalla vidarietà vezza del ricordo, dalla profondità profondità del segno che Ester ha lasciato nella vita di quelle che ne parlavano e, visto il coinvolgimento, anche di tante che non hanno parlato. Perché? Perché Perch é? Quale era il segreto di Ester? Ho conosciuto Ester nei primi anni ottanta io comunista, lei, membro di una potente famiglia democristiana, nacque tra noi un’amicizia da cui si sviluppò un impegno comune, allora non prevedibile. Erano gli anni in cui soprattutto per l’impegno delle donne socialiste, più attente di altre a quello che avveniva negli Stati Uniti, si affermò l’idea che le Istituzioni si dovessero dotare di strumenti di pari opportunità con il compito di sollecitare ma anche controllare che non ci fossero leggi o atti discriminatori verso le donne. Era nata la Commissione Nazionale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Tina Anselmi fu nominata Presidente. Decidemmo che la Basilicata dovesse avere la sua Commissione regionale ma pretendevamo che la eleggessero le donne, le loro associazioni e ci buttammo in un avventura di tipo assembleare che alla fine riconsegnò la Commissione alla nomina dei gruppi e cioè dei partiti. Avevamo scompaginato le carte, mettendo insieme donne, allora troppo diverse e la cosa non poteva durare. ANNA MARIA RIVIELLO L’esperienza però però mi permise di conoscere più più compiutamente la personalit personalità di Ester. In anni in cui le donne erano ancora legate alla sorellanza tra oppresse, pur non rinnegando quello che era un dato della nostra storia, delineava un discorso di padronanza di sé s ed una capacitàà di agire in piena libert capacit libertà che di llìì a poco sarebbero divenute proprie di tutto il movimento. La convinzione con cui si gettava in una battaglia per una giusta causa la portava all’insofferenza per regole ristrette che vedeva chiaramente per quello che erano, schemi di conservazione del potere costituito. Ester, però, sapeva vivere a suo agio nel mondo e questo lo trasmetteva generosamente alle altre più insicure e nello stesso tempo conosceva le strettoie, gli ostacoli, la difficoltà di vivere per chi volesse costruire un percorso di autentica autonomia senza accontentarsi degli schemi gia dati. Ci lascia quindi un impegno complesso, ci suggerisce un legame tra donne che non assuma mai carattere di lobby ma che vada oltre la lotta per il riscatto e pretenda di dire parole sue sul mondo. Lei questo impegno lo ha praticato con fatica e allegria, era questo il suo segreto ed è questo il dono che ci ha lasciato. La fatica frutto della consapevolezza delle difficoltà e dell’impegno quotidiano e l’allegria, spazi di amicizia e di gioco, forma e colori della vita. 9 p u b b l i c i t à L’acqua potabile è tanto preziosa: aiutaci a non sprecarla. Pubblicità © pfuccella 2007 Il futuro dell’acqua è il futuro della nostra vita! 10 campagna per la riduzione dei consumi dell’acqua potabile politica e società P Quale formazione per la Basilicata GIUSEPPE ROMANIELLO La strategia europea sull’occupazione e l’azione delle Regioni. Come avvicinarsi a obiettivi di pieno impiego molto ambiziosi. Il ruolo del “Patto formativo locale” nella stategia regionale Le sfide urgenti, rispetto alle quali sono chiamati a misurarsi le Regioni in ritardo di sviluppo, sono la rivoluzione tecnologica e la creazione di nuove tecnologie, l’affermarsi di una società basata sulla conoscenza, l’invecchiamento demografico e l’occupazione. L’Europa invita la Basilicata a concentrare risorse e strategie su quattro priorità: crescita, competitività, occupazione e ambiente, in linea con le agende di Lisbona e di Göteborg. Gli obiettivi fissati dalla Strategia Europea per l’Occupazione per il 2010, benché si siano ridotte le distanze, restano irraggiungibili. A scorrere in rassegna i risultati perseguiti sul fronte dell’occupazione, dell’istruzione e dell’inclusione sociale, viene in mente il paradosso di Zenone per il quale il veloce Achille non potrà mai raggiungere una tartaruga che gareggia con lui e alla quale abbia dato un seppur minimo vantaggio. Gli obiettivi della strategia (la “tartaruga” se preferite) restano ambiziosi; nel frattempo le Regioni sono al lavoro per preparare la nuova programmazione 2007-2013. La modifica dell’approccio alle Politiche Occupazionali in questi anni ha favorito un nuovo modo di fare Politica per l’Impiego, promuovendo nuovi strumenti, strategie, programmi e soluzioni innovative per attuare politiche preventive. Occorre ideare strumenti che contribuiscano all’innalzamento della qualità del sistema di formazione ed orientamento presente in Basilicata, affinché diventi un sistema capace di: • generare una offerta di formazione che risponda, in termini di qualità delle competenze, di innovatività delle modalità e delle metodologie, di tempestività ed immediatezza, di personalizzazione e di orientamento, al fabbisogno ed alle dinamiche di domanda/offerta presenti nel mercato del lavoro regionale ed extraregionale; • declinare una formazione fortemente ancorata ai contesti di riferimento, orientata al benessere, che guardi al valore ed al valore aggiunto, che promuova la gestione della conoscenza quale elemento chiave della competitività individuale, che faccia leva sulla qualità della governance regionale; • realizzare una formazione di nuova generazione, che sposti l’attenzione sul learning, sull’empowerment individuale, sulla certificazione dei percorsi e dei processi formativi, sulla trasparenza delle qualifiche e delle competenze, sulla cooperazione tra i sistemi. Nel mercato del lavoro contemporaneo sia la stabilità che la mobilità costituiscono dei fattori importanti: cambiare lavoro sembra essere il modo migliore per acquisire nuove e differenti abilità ma, allo stesso tempo la stabilità occupazionale è quella che permette ai lavoratori di guadagnare abilità specifiche ed aumentare il proprio rendimento. In questa logica assume cruciale importanza la strutturazione di un sistema di orientamento regionale più efficace ed efficiente, capace di mettere in rete le strutture pubbliche e private che si occupano di orientamento (Centri per l’Im- 11 politica e società P piego, Servizi di Orientamento, Organismi di Formazione, Istituzioni Scolastiche, Università, Organismi di Inserimento Lavorativo, etc.). A livello regionale, l’organizzazione dei sistemi per il lavoro sta procedendo verso una sempre più completa definizione; i Servizi per l’Impiego sono oggi pensati per offrire servizi di intermediazione (matching) per i soggetti immediatamente collocabili e percorsi di occupabilità per i soggetti con maggiori difficoltà di inserimento. Dal disegno organizzativo dei CPI si coglie la necessità di: • orientare l’offerta di servizi verso specifici target, in base alla collocazione all’interno del mercato del lavoro locale, delle specializzazioni produttive del territorio di riferimento, dei progetti di sviluppo che vi ricadono; • rafforzare il raccordo tra strutture per l’impiego e strutture dedicate all’istruzione, alla formazione ed al lavoro; • promuovere a favore delle imprese, servizi specialistici legati al collocamento dei lavoratori, alla promozione di percorsi professionalizzanti, alle attività connesse all’outplacement; • dare centralità al sistema informativo lavoro regionale (BASIL), nonché ai sistemi informativi dedicati al matching ed all’orientamento (Borsa Nazionale del Lavoro) ed ai sistemi formativi dedicati alla formazione (SIRFO), in maniera da favorire l’interoperabilità tra sistemi, la pluralità dei soggetti coinvolti, l’accessibilità ai servizi offerti. Il sistema di Istruzione e Formazione in Basilicata e la qualità dell’apprendimento promosso sono funzioni delle molteplici formazioni che vi trovano espressione. La qualità 12 può essere analizzata sia a livello di singola attività (qualità ricercata, progettata, realizzata, comunicata, monitorata, valutata e confrontata), che a livello di sistema (accreditamento degli organismi, certificazione dei percorsi, certificazione delle competenze formative). Oggetto di riflessione sono le relazioni del sistema della formazione con il sistema dell’istruzione, alla luce delle recenti riforme, nonché la formazione post-secondaria e post-laurea, per la sua capacità di costruire collaborazione con le imprese, di promuovere e generare competenze innovative, di rafforzare il legame tra sistema produttivo ed università. Cruciale è quindi la strategia regionale in favore di un partenariato stabile tra sistema di offerta formativa, Istituzioni Scolastiche ed Università, allo scopo di costruire percorsi e processi realmente integrati, realmente capaci di rispondere al sistema imprenditoriale, realmente in grado di incidere sulle capaci“Occorre costruire tà individuali. Uno strumento di sipercorsi realmente capaci curo interesse è il Patto di rispondere al sistema Formativo Locale (PFL), imprenditoriale e di che è un modello innovaincidere sulle capacità tivo di sperimentazione individuali” nel campo della formazione integrata, capace di integrare l’esperienza della progettazione integrata territoriale, e pensato per consentire ai soggetti promotori di completare la propria iniziativa di sviluppo locale con una specifica iniziativa partenariale politica e società P finalizzata a investire maggiormente sulla valorizzazione delle risorse umane. Il PFL accresce la consapevolezza e responsabilità degli attori locali sulla importanza dei fattori immateriali dello sviluppo (capitale); coniuga efficacemente sviluppo produttivo e infrastrutturale con i processi di valorizzazione dei saperi e delle competenze della forza lavoro; contribuisce ad integrare e ottimizzare l’impiego dei fondi strutturali; integra i sistemi scolastico-formativo e del mondo del lavoro. Di contro, il PFL necessita di una forte motivazione, richiede un elevato livello di interazione tra partner, un’attenta attività di monitoraggio in progress delle azioni intraprese e di condivisione dei risultati, per evitare di inciampare in tentazioni redistributive degli investimenti formativi programmati, o per evitare di scegliere, «tra esigenze (più tradizionali) di gestione distributiva della spesa e volontà (innovative) di concentrazione strategica degli investimenti rispetto ad una selezione di temi e di ambiti». Anche il sistema dalla formazione continua è caratterizzato da un ampio e complesso processo di riorganizzazione, in gran parte dovuto all’avvio dei Fondi paritetici interprofessionali, promossi e gestiti dalle parti sociali nella loro espressione bilaterale, oltre che dalla necessità di ripensarsi come formazione per le nuove forme di lavoro (nuove caratteristiche professionali, diverse competenze, nuove modalità formative). Particolare menzione merita la Legge Regionale n. 28/2006 “Disciplina degli aspetti formativi del contratto di apprendistato” , che introduce una pluralità di strumenti a presidio del ruolo formativo dell’istituto, oltre che possibilità di dialogo tra imprese e università basato sull’integrazione e sul riconoscimento dell’apporto che entrambi possono dare al processo di acquisizione delle conoscenze/competenze ed allo sviluppo della produttività del lavoro. La riforma dell’apprendistato rappresenta una delle principali innovazioni introdotte nelle politiche regionali del lavoro, dal momento che costituisce l’unico contratto a contenuto formativo previsto dal nostro ordinamento. Aiuta quindi a valorizzare il ruolo della formazione in impresa pur mantenendo una forte integrazione tra apprendimento in azienda e frequenza di corsi teorici; attraverso l’apprendistato il giovane può sperimentare esperienze in alternanza mirate all’acquisizione ed allo sviluppo di competenze spendibili nel mercato del lavoro. Può inoltre rispondere ai bisogni di specializzazione in una prospettiva di formazione superiore (apprendistato in alta formazione). L’evoluzione del sistema di accreditamento degli Organismo di Orientamento e Formazione costituisce, infine, un momento denso di sfide: 1. una prima sfida è il sostegno alla cultura di processo, che ha al suo interno elementi fondanti della qualità come la cultura della diagnosi, il lavorare per obiettivi, la valutazione dei risultati, il coinvolgimento degli attori del sistema; 2. una seconda è il riconoscimento delle professionalità, perché il ruolo della risorsa umana è cruciale per l’efficacia di investimento rivolto alle persone; 3. la terza è la promozione di un proprio sistema di valori, di relazioni partenariali e di patrimonio esperenziali, che 13 politica e società P premi gli organismi che hanno fatto della cultura della qualità la base del loro agire. Innovare i sistemi formativi, in questa logica, significa: a. favorire l’autonomia di questi sistemi, evitando la standardizzazione dei programmi e accrescendo la capacità di ricerca sui contenuti e sulle modalità formative; b. favorire la cooperazione tra sistemi formativi e di altri sistemi che producono e utilizzano le conoscenze; c. favorire la formazione come “obiettivo e pratica consapevole” per il potenziamento delle capacità individuali (empowerment). Formazione, quindi: • accessibile, flessibile, tempestiva e modulare, ossia in grado di intercettare il fabbisogno delle persone, dei territori e delle organizzazioni complesse nel momento in cui questo si esprime, elaborando di contro una risposta formativa fruibile in termini di tempo, luoghi della formazione e tecnologie; • personalizzata ed individualizzata, ma allo stesso tempo standardizzata nelle modalità di accesso e negli strumenti attivati (tirocini, work experience, borse lavoro, borse di formazione, master, etc.); • capace di trasferire una competenza “socialmente riconoscibile”, poiché centrale è la questione della costruzione di sistemi nazionali di qualifiche e sistemi di trasparenza delle stesse (Curriculum Vitae Europeo, Portfolio Europeo delle Lingue, Portafoglio Europass, Libretto Formativo del Cittadino e la validazione delle competenze). 14 Inoltre, la Basilicata è chiamata a guardare con più attenzione alla dimensione europea, ma anche euro-mediterranea delle politiche dell’educazione, della formazione e del lavoro. Appare necessario un progetto organico regionale sulla mobilità europea, intesa sia come mobilità geografica all’interno dello spazio europeo unificato, che come dimensione regionale delle politiche riguardanti l’immigrazione. Il desiderio di mobilità all’interno dell’Europa è forte ed intergenerazionale: riguarda i giovani, perchè offre loro opportunità emergenti di mobilità sociale oltre che ne aumenta l’adattabilità professionale, le conoscenze relative a nuove culture e nuove lingue; riguarda gli adulti, in qualità di professionisti qualificati alla ricerca di nuove opportunità. Gli strumenti da attivare a favore della mobilità sono protocolli di intesa con Istituzioni ed Organizzazioni straniere, accordi partenariali con “La riforma attori interessati ad una dell’apprendistato cooperazione extra rerappresenta una delle gionale, sostegno alla principali innovazioni mobilità in entrata ed in introdotte nelle politiche uscita, sistemi di orientaregionali del lavoro, l’unico mento, adesione a sistecontratto a contenuto mi di riconoscimento dei di studio. formativo previsto dal titoli Proseguendo lungo nostro ordinamento” l’analisi del significato che la strategia di Lisbona ha sulle politiche regionali, vi è da dire che la formazione può risultare uno strumento fondamentale per l’attuazione delle politiche di coesione; un siste- politica e società P ma di welfare per essere efficace, deve promuovere interventi che individuano la dimensione lavorativa quale strumento di inclusione sociale (vedi ad esempio le esperienze dei Piccoli Sussidi, della Cittadinanza Solidale) Il Programma di Promozione della Cittadinanza Solidale (L.R. n. 3/2005) ha già avviato un percorso di sperimentazione di nuovi modelli di relazioni istituzionali diretti ad integrare e rafforzare le risposte dei servizi sociali, sanitari e delle politiche del lavoro. Una volta implementato il modello è utile immaginare che esso diventi uno strumento ordinario di lotta alla povertà ed alla esclusione sociale e che: 1. risponda con immediatezza alle situazioni di disagio, (ad es. sistema a sportello e risorse finanziarie dedicate) accertate secondo gli attuali sistemi informativi ad oggi sperimentati; 2. attivi una sistema di welfare community, ossia un sistema di costante collaborazione tra pubblico (Province, attraverso i Servizi Sociali, i CPI e le Agenzie Provinciali per la Formazione) e privato sociale (volontari, associazioni, cooperative sociali); 3. consolidi un’ organizzazione a rete, capace di promuovere interventi centrati sull’individuo ma fondati sull’interazione tra organizzazioni; 4. faccia accrescere la possibilità delle persone di controllare attivamente la propria vita (empowerment). Altra innovazione da rendere maggiormente finalizzata è la Sovvenzione Globale in materia di Piccoli Sussidi affinché gli stessi siano finanziabili progetti volti al miglioramento di servizi destinati ai gruppi vulnerabili, relativamente alla creazione di impresa alla micro-impresa, all’autoimpiego ed agli aiuti all’occupazione. Infine, per concludere, occorre parlare di governance. Il complesso di azioni di un sistema formativo integrato deve essere realizzato dalla Regione e dalle Province, in partenariato con un network sociale di istituzioni operanti nel mercato del lavoro, Università, Scuole, Aziende, Enti Locali, Associazioni di Categoria, Parti Sociali, Associazioni di professionisti. Il processo di delega previsto dalla Legge Regionale n. 33/2003 “Riordino del Sistema Formativo Integrato”, va considerato come un’opportunità per praticare un Partenariato Istituzionale coeso e consapevole, in grado di declinare un pieno coinvolgimento del territorio nei processi di pianificazione delle politiche del lavoro e della formazione. 15 p u b b l i c i t à La Borghesia tra Ottocento e Novecento in Basilicata Storie di famiglie Pubblicità Fortunato Lioy Santangelo Mennuni d’Errico Montano Severini Lacava Ricciuti Ciccotti Marangelli Centro Annali per una Storia Sociale della Basilicata Provincia di Potenza Istituzione “Joseph and Mary Agostine Memorial Library” - Palazzo San Gervasio Ente Morale Biblioteca e Pinacoteca Camillo d’Errico con il contributo del Comune di Melfi Saggi di: Nino Calice, Antonio Capano, Costantino Conte, Camilla Hoffmann d’Errico, Angelo Labella, Antonio Libutti, Nicola Lisanti, Luigi Luccioni, Lucio Tufano ________________ pp. 259, f.to cm. 21x28, Euro 20,00 www.caliceditori.com 16 politica e società P Tra emergenza casa e degrado urbano La questione Bucaletto ROBERTO MANCINO Bucaletto, ubicato nella zona est di Potenza in terreni di una ex proprietà della chiesa, è un quartiere di prefabbricati sorto a seguito del terremoto del 1980 e che dopo 27 anni è ancora in piedi. Negli anni post-terremoto è infatti avvenuto che i prefabbricati, man mano che si svuotavano dei terremotati che avevano la casa ricostruita o un nuovo alloggio, invece di essere abbattuti, venivano utilizzati per tutte le esigenze di emergenza abitativa che si verificavano in città. Ciò avveniva su iniziativa sia delle amministrazioni comunali, che dei cittadini che autonomamente “occupavano” questi “alloggi” venendo comunque successivamente in vario modo “regolarizzati”. La situazione odierna vede la presenza di 700 prefabbricati ad uso abitativo, con quasi 3.000 persone residenti che vivono in una vera e propria emergenza. Emergenza che ha vari aspetti: strutturale, perché prefabbricati, costruiti e progettati per durare pochi anni sono diventati dopo oltre venti anni fatiscenti. Sociale, dovuta alla composizione sociale di chi abita a Bucaletto, con una fascia di popolazione che vive in condizioni di reddito e sociali precarie o disperate, un’altra fascia medio-bassa che vive a Bucaletto per la scarsità di edilizia pubblica nella città e per i livelli spropositati a cui è arrivato il mercato immobiliare, infine alcune famiglie o nuclei di lavoratori non comunitari che transitano per il quartiere. Esiste un piano di riqualificazione che allo stato attuale non è in grado di dare una risposta rapida a tutti i bisogni, perchè riguarda una parte minoritaria del quartiere. Il piano è inoltre di difficile gestione, perchè ci si trova nella situazione contraddittoria di abbattere subito i prefabbricati interessati alla fase di riqualificazione, senza avere nel frattempo alloggi dove sistemare i nuclei che attualmente vi abitano. Inoltre, occorre effettuare la manutenzione straordinaria di quelli che ancora per anni dovranno restare in piedi e che sono in condizioni fatiscenti. Molti prefabbricati sono addirittura irrecuperabili e andrebbero immediatamente abbattuti perchè non hanno i requisiti igienico-sanitari previsti per i locali di civile abitazione. La risoluzione delle problematiche abitative per quanto riguarda la città di Potenza è pertanto fortemente connessa alla presenza di questo rione di prefabbricati che sono stati la vera valvola di sfogo per la tensione abitativa e di fatto la “politica abitativa” attuata nella città. Dall’utilizzo dei prefabbricati a fini abitativi diversi da quelli originari, dipende anche il relativamente basso numero di sfratti esecutivi nella città di Potenza, per cui si può affermare che diversamente da altre realtà il disagio abitativo non si evince dagli sfratti, ma dalla presenza di un rione di prefabbricati. Per capirci e rendere più chiara questa connessione basti riferirsi a pochi dati, e cioè le domande pervenute in occasione dell’ultimo bando sull’edilizia pubblica che risale all’estate 2004: su 1089 domande, 495 sono di attuali residenti a Bucaletto. Altri 250 abitanti del quartiere hanno invece partecipato ai bandi per gli affitti. Cosa è previsto per il futuro. Al momento, nell’ambito del PRU che riguarda il rione Bucaletto, sono previsti 34 alloggi popolari già in via di realizzazione, mentre altri 60 alloggi popolari inseriti nel medesimo PRU sono previsti entro due anni. Oltre alla realizzazione di questi alloggi è prevista nell’ambito del PRU la costruzione di un area commerciale in aree occupate da pre- 17 politica e società P L’area di Bucaletto nella pianta redatta dall’Unità di Progetto Civile e Sicurezza del Comune di Potenza fabbricati che dovranno essere liberate nel giro di un paio di anni, in queste aree abitano attualmente 77 nuclei familiari a cui bisognerà trovare un alloggio. L’ATER, al di fuori del PRU, prevede di costruire, in una altra area libera subito a ridosso di Bucaletto ed entro un paio di anni, altri 56 alloggi. Sempre nell’attuale PRU sono previsti al momento 24 alloggi di edilizia convenzionata, situati in una delle due torri che dovrebbero essere costruite, e altri 44 alloggi nella stessa area dei 56 alloggi di edilizia sovvenzionata citati in precedenza. Altri 60 alloggi sono in costruzione o programmati nel quartiere di “Macchia Romana”. Nell’ambito dei Contratti di Quartiere è in corso la costruzione di 66 alloggi di edilizia sperimentale nel rione “Poggio Tre Galli” e di 9 alloggi nel rione “Cocuzzo” per utenze socialmente deboli e servizi di prossimità. È in via di previsione nel bilancio comunale un fondo per l’emergenza abitativa, e sono in via di ristrutturazione una serie di mini alloggi per persone singole in stato di immediata necessità. È necessario, infine, definire una revisione e un rilancio degli affitti a canone concordato per cercare di rimettere sul mercato case attualmente sfitte o spesso a nero, puntando a recuperare almeno 800 alloggi di edilizia sovvenzionata e altri 400 di edilizia convenzionata. È da effettuare una ricognizione sul territorio per verificare la possibilità di ristrutturare edifici pubblici o privati da destinare a scopo abitativo, avendo così costi minori rispetto alla costruzione di edifici nuovi, ma si può già prevedere una 18 limitata presenza di fabbricati adatti a questa esigenza. Tenendo inoltre in considerazione la connessione tra la questione casa a Potenza e la presenza di Bucaletto, buona parte degli alloggi da costruire sia convenzionati che sovvenzionati vanno costruiti in quel quartiere, dove sono presenti al momento solo prefabbricati senza nessun edificio in grado di essere ristrutturato. In definitiva la quasi totalità degli alloggi dovrà derivare dalla costruzione di nuovi edifici, nella ripartizione tra sovvenzionati e convenzionati tenendo presente l’esigenza di ricostruire un rione dotato di tutte le infrastrutture e gli spazi sociali occorrenti. Naturalmente il tentativo di operare sulla zona a “colpi” di ingiunzioni di sfratto, che sembrava intrapresa dalla passata giunta comunale non ha funzionato e ha avuto solo il “merito” di mobilitare i cittadini rendendo visibile all’intera città il dramma di donne ed uomini che venivano sbattuti in mezzo ad una strada perché bollati col marchio di “abusivi”, in un rione reso da decenni “abusivo” dal susseguirsi di amministratori che lo hanno utilizzato a proprio uso e consumo per il conseguimento di interessi elettorali e per compiacere gli interessi del blocco di potere che ha fondato le proprie fortune sulla speculazione edilizia. Per uscire da una situazione che rischiava di esplodere Rifondazione Comunista ha portato nella giunta in carica dal 2004 alcune proposte che interessano la gestione di questo piano e che possono porre le basi per un programma che vada alla completa riqualificazione in tempi ragionevoli: politica e società Potenza vista da Bucaletto - foto p. fuccella P - l’uso dei prefabbricati va sganciato da qualunque questione sociale ed abitativa. Bisogna porsi l’obiettivo di non assegnare più prefabbricati per nessun uso, un prefabbricato che si libera deve essere abbattuto . - i cittadini che liberano un prefabbricato perché interessati al piano di riqualificazione, non possono essere spostati in un altro prefabbricato. La soluzione da perseguire è quella degli alloggi-parcheggio anche impegnando alloggi sfitti. Per questo alla fine di un dibattito intenso in giunta comunale l’Amministrazione in carica sta cercando di offrire soluzioni praticabili sulle quali va esercitato un continuo controllo, che siano condivise anche dagli abitanti del quartiere e da varare all’interno del nuovo Piano Strutturale garantendo un nuovo modo di edificare, assicurando infrastrutture, servizi ed edilizia sociale. Nell’immediato si è già dato avvio al Piano di Recupero Urbano di Bucaletto che prevede la costruzione delle prime 58 case popolari, i cui cantieri sono già partiti, di cui 34 di edilizia sovvenzionata, realizzate dal Comune, e 24 di edilizia convenzionata, realizzate dall’ATER. L’ATER ha anche dato avvio a procedure amministrative per altri 100 alloggi. Tenuto conto che oltre il 50% dei residenti risulta assegnatario di alloggio popolare ai sensi del già citato bando, e che i restanti residenti appartengono ad una fascia reddituale per la quale si rientra tra i soggetti aventi diritto ad alloggi di edilizia convenzionata, è necessario finanziare un programma per la realizzazione di case popolari per almeno 700 alloggi complessivi, sia di edilizia convenzionata che sovvenzionata; ma, in attesa della realizzazione di tali alloggi, è altresì necessario finanziare un programma per interventi di riqualificazione urbana nel quartiere esistente oltre che di adeguamento funzionale per i prefabbricati esistenti maggiormente degradati. Da una valutazione dell’U.T.C., è necessario un intervento complessivo di almeno 60 MLN €. Questa è l’esigenza economica che come comune di Potenza abbiamo presentato alla regione Basilicata e di conseguenza al governo nazionale nell’ambito dell’ attuazione della legge nazionale n.9 del febbraio 2007 relativa alle situazioni di disagio abitativo. L’Amministrazione ha in fase di progettazione, con la partecipazione dei cittadini, un intervento di circa 1 MLN € destinati alla qualità urbana del quartiere. 19 p u b b l i c i t à Pubblicità Novità in catalogo www.caliceditori.com 20 politica e società P Politiche sociali, Sanità regionale e sviluppo locale: un’occasione mancata GIUSEPPE SALLUCE La magia delle parole È sempre più difficile, nel panorama della Sanità Pubblica, trovare un leale, coraggioso sostenitore di una qualche tesi ospedalocentrica. Tutti, ma proprio tutti, dal legislatore all’ultimo degli operatori coniughiamo convintamente il binomio Salute-Servizi Territoriali. Da molti lustri, insomma, in Basilicata ci ripetiamo questa litania richiamando dati epidemiologici, riviste scientifiche, orientamenti dell’ O.M.S. (Organizzazione mondiale della sanità), comparazioni con le consuete regioni del Centro Nord di consolidata cultura municipale. Sarebbe però velleitario, oggi, toccare con mano, ovvero, fruire del cosiddetto “sistema integrato di servizi e risposte sociali e sanitarie territoriali”; dare corpo alle parole “chiave” scandite dalla legge quadro 328/2000 (legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali), parole, anche queste di largo consumo, come centralità della persona, abituale ambiente di vita, globalità della presa in carico, continuità terapeutica, integrazione socio sanitaria, pubblico, privato (sociale), comunità locale e così via. Cose scritte, legiferate ma che faticano a tradursi in prassi attuative per un fondamentale processo che, prima ancora che normativo, è culturale. Stiamo parlando di servizi e risposte essenziali da garantire a persone portatrici di bisogno, con strategie integrate di intervento nell’habitat di vita abituale e il cui fine è la salute e la promozione del benessere dei cittadini e delle comunità. Il tema non è nuovo o non del tutto nuovo ma emerge con forza alla fine degli anni ’70 con la legge di Riforma Sanitaria (833/78) e le relative implicazioni che, mettendo in crisi la centralità dell’Ospedale quale esclusiva risposta di salute, spostavano l’asse degli interventi verso il Territorio. In questo clima nella Basilicata democristiana di quegli anni, pur in assenza di volontà politica e di un quadro normativo regionale erano nate significative esperienze territoriali domiciliari dirette ad anziani, portatori di handicaps, infanzia, implementati dai Comuni o dalle Province e affidate a Cooperative di giovani (vedi Materano e Vulture Melfese) e che sin d’allora si caratterizzavano con prevalente occupazione femminile. Nel materano nel ’78 nascevano le prime esperienze alternative al Manicomio, luoghi che, lungi dall’essere contesti di cura si connotavano come luoghi di sofferenza e deprivazione per centinaia di cittadini lucani. Fragili episodi, tentativi isolati destinati a diventare poi esperienze esemplari che, tuttavia, in quel contesto provavano a scalfire il solido paradigma ospedale-salute proponendo una diversa concezione che, coerentemente con la 833, intendeva affermare il diritto alla salute (prevenzione, cura e riabilitazione) per tutti i cittadini rimarcando l’importanza del Territorio inteso come abituale contesto di vita: casa, scuola, fabbrica, piazza, comunità. In Basilicata prevalgono invece logiche di conservazione legate agli interessi che ruotano intorno al sistema della sanità pubblica e che si traducono in resistenze corporative e scarsa permeabilità ai contenuti di riforma. Una scelta in fondo coerente con l’immagine di una regione marginale e assistita che, ancora una volta, non coglie una opportunità emancipativa. Scelta che, come noto, si protrarrà nel tempo condizionando gli anni successivi. 21 politica e società P Il Piano socio assistenziale Regionale e i Piani sociali di zona Alla fine degli anni ’90 la Regione governata dal centrosinistra destina risorse economiche per finanziare il Piano Socio Assistenziale Regionale 2000/2002. La scelta appare innovativa sia perchè anticipa la stessa legge nazionale 328/00 ma anche perchè i fondi provenendo dal bilancio sanitario evidenziano, finalmente, una nuova, diversa prospettiva di politica socio sanitaria regionale aperta al Territorio, ovvero di riduzione e riconversione della spesa ospedaliera. Si pianifica la riconversione di presidi ospedalieri compreso l’Ospedale Psichiatrico il cui superamento prevede anche nel Potentino l’avvio di risposte psichiatriche territoriali. Il piano appare pertanto inserito in un più ampio progetto di sviluppo della Basilicata entro cui sembrano rientrare a pieno titolo le nuove politiche sociali Appare così avviato un processo rapido, in grado di recuperare il ritardo politico e culturale accumulato che però, nella fase attuativa, segna il passo: progressivamente, emergono vecchie e nuove contraddizioni, difficoltà, tentennamenti e ritardi che tuttora permangono a otto anni dal varo. Il Piano Regionale 2000/2002, ancora vigente, si prefigge lo scopo di garantire i Servizi Sociali Essenziali sull’intero territorio che viene organizzato in 15 Ambiti territoriali (dieci per la provincia di Potenza e cinque per quella di Matera). I Servizi Essenziali rimandano a cinque aree di bisogni-interventi: Anziani, Handicap, Infanzia Salute Mentale, Tossicodipendenza che, di fatto, si riducono a tre perché in realtà per la Salute Mentale e le Tossicodipendenze non vengono allocate le risorse finanziarie necessarie. Pur cogliendo lo sforzo della Regione, le risorse finanziarie destinate ai PSZ appaiono da subito inadeguate a coprire un ventaglio considerevole di risposte, ma si auspicava, 22 PSICHIATRIA: CONTRO LE SCELTE DELL’ASL 1 UNA MERITORIA E DIFFICILE BATTAGLIA S iamo molto lontani dal clima culturale di apertura sulle differenze che permise di approvare in Italia la legge 180 che individuava nei manicomi, luoghi di reclusione, di assoluta emarginazione ed inutile crudeltà. Quella legge non sosteneva certo che la sofferenza mentale non esiste ma invitava l’insieme della società a misurarsi, a tenerne conto, ad interrogarsi ed interrogarla per poter convivere e qualche volta imparare. Sembra che tutto ciò non abbia più valore per chi dirige l’Asl 1 di Basilicata. La dr.ssa Lella Romagno, insieme ai familiari dei pazienti e altri operatori da tempo denuncia che per pure ragioni di bilancio l’Asl 1 preferisce chiudere le case famiglia e spedire i pazienti in strutture private che somigliano molto ai vecchi manicomi. Si può dire che l’Asl 1 si fa forte del fatto che non sempre queste case famiglia sono altezza del compito che dovrebbero svolgere, ma la soluzione non può essere quella di ghettizzare e segregare i malati. Lella Romagno si è rivolta al sen. Di Siena e agli amministratori locali ma poco o niente si è mosso. Il momento, abbiamo detto non è favorevole eppure ci sono persone che hanno continuato ad impegnarsi per i diritti dei cittadini con disturbi psichiatrici. Dalla dr.ssa Lella Romagno riceviamo un’ampia documentazione del lavoro di sensibilizzazione e di proposta che svolge con altri operatori del settore, con familiari di persone dimesse dall’ospedale psichiatrico, con esponenti di Psichiatria Democratica che vogliamo segnalare all’attenzione dei nostri lettori. Al centro del loro impegno l’idea che la salute mentale “o si pone come questione-risorsa di tutti o ritorna ad essere manicomio, segregazione, deriva medico-psichiatrica di controllo sociale”. Di qui discendono richieste concrete sul diritto alla casa, sull’accoglienza abitativa temporanea, attivazione di centri diurni, incremento dell’attività di cura, adeguamento dei servizi psichiatrici, promozione di un patto per il lavoro, insomma tutta la rete complessa di azioni che permettano a chi ha problemi di sofferenza mentale ed alle loro famiglie di affrontare serenamente ed in modo non segregante la vita quotidiana. [A.M.R.] politica e società P tuttavia, un progressivo incremento di spesa. Ai Comuni, vengono attribuiti compiti e funzioni centrali sia di ordine politico progettuale che di ordine amministrativo gestionale. I Comuni sono chiamati ad elaborare il rispettivo Piano di zona sulla base del bisogno sociale delle comunità costruito insieme ai cittadini e ai vari soggetti associativi; a cogliere la domanda facilitando l’accesso ai servizi da parte dei cittadini; a mettere quindi in campo buone pratiche territoriali attraverso figure tecniche come Psicologo e Assistente Sociale in integrazione con i soggetti non profit e della Cooperazione sociale a cui è affidata la gestione dei servizi. Nella fase-processo attuativo appare però evidente l’inadeguatezza dei Comuni a svolgere tali funzioni. Vengono approvati Piani identici su tutto il territorio riducendosi ad atti meramente amministrativi, mancano studi sul bisogno effettivo della popolazione, non vengono costruiti e attivati percorsi di partecipazione delle comunità locali attraverso tavoli di coprogettazione con i cittadini e i soggetti sociali. I servizi, nei differenti ambiti, stentano a decollare, partono con consistenti ritardi, se va bene, oppure non partono, mentre le fondamentali pratiche di integrazione fra sociale e sanitario rimangono sulla carta. Alle prestazioni e ai servizi sociali comunque garantiti dagli operatori sociali, pubblici e del privato sociale, non viene attribuita la dovuta dignità, riproponendo ancora una volta una netta subalternità rispetto alle prestazioni sanitarie. Subalternità confermata dalla precarietà in cui versano gli operatori impegnati, mal retribuiti e con notevoli ritardi da parte dei comuni. Nè le prestazioni risultano facilmente esigibili da parte dei cittadini che spesso ignorano l’esistenza stessa del Servizio. Non sono adeguatamente informati o addirittura “scoraggiati” in quanto ai comuni è richiesta una quota di compartecipazione che, insieme al ritardato avvio dei Piani, spiega, oggi, paradossalmente la giacenza di migliaia di ore di assistenza (prestazioni non erogate ai cittadini) in diversi comuni della regione. Aspetto ancor più grave se consideriamo, come detto, la dotazione finanziaria inadeguata allocata dalla Regione sull’intero piano di circa otto milioni di euro annui che corrisponde a circa lo 0,7% della spesa sanitaria. Si pensi che nella Regione Umbria, la sola Lega delle Cooperative per gli stessi servizi eroga circa 30 milioni di Euro. Alcune brevi considerazioni Perché molti comuni governati dal centro sinistra hanno manifestato indifferenza e disattenzione sul tema e non hanno colto il potenziale politico e culturale eludendo peraltro di garantire risposte essenziali ai propri cittadini? Perché la spinta riformatrice della seconda metà degli anni ’90 catalizzata nella legge quadro 328/00 si traduce in processo di sviluppo e nuove opportunità nelle note regioni dell’Umbria, Marche, Toscana, Emilia, Veneto, Friuli? C’è una qualche relazione fra l’incipiente famigerata crisi della politica e il mancato processo di sviluppo dei Piani sociali di Zona? 23 politica e società P Scongiurando il rischio di ricadere in chiavi interpretative nostalgiche, la fase legata alla 833 si colloca evidentemente in una fase storica e politica diversa in cui evito di inoltrarmi. Molto più semplicemente mi è vivo il ricordo di una intensa discussione e partecipazione dei cittadini sia nelle sezioni dei partiti che nei luoghi pubblici e istituzionali. I cittadini insomma partecipavano, si mobilitavano cogliendo l’importanza di un provvedimento, di un processo che poteva modificarne le condizioni di vita. Le battaglie per l’istituzione dei Consultori o quelle legate alla legge 180 in Basilicata sono emblematiche. La 328, che probabilmente rappresenta al pari della 833 un momento straordinario di proposta politica riformatrice in quanto sintesi e sistematizzazione dell’intensa fase di ricerca, di cultura e di pratiche sedimentate in Italia in un lungo arco di tempo, non riproduce la stessa tensione e attenzione né nei tradizionali luoghi rappresentati dalle sezioni dei partiti, né nelle sale consi- 24 liari simboli della nuova municipalità per essere semmai oggetto di discussione nelle sedi delle associazioni culturali e di volontariato, private, però, del necessario confronto con le Istituzioni. Se la sfida della 328 viene raccolta e tradotta concretamente e correttamente nelle note regioni è perché qui c’è una consolidata cultura della municipalità, cioè vicinanza e scambio fra Istituzioni e cittadini, cultura della partecipazione e della responsabilità. Se in Basilicata le cose sono andate diversamente vuol dire che c’è un gap culturale e di distanza fra Istituzioni e cittadini. La recente legge Regionale, approvata lo scorso febbraio, “Rete regionale integrata dei servizi di cittadinanza sociale” ha, fra l’altro, lo scopo di rimuovere e correggere le criticità emerse riproponendo l’importanza dei processi di partecipazione e responsabilità da parte delle comunità locali e dei cittadini. Ma, questa, sarà veramente un’altra storia? Osservatorio Basilicata Economia al palo xxxxxxxxxx ROCCO VIGLIOGLIA I l quadro dell’economia della Basilicata che emerge dalla 5a giornata dell’economia promossa da Unioncamere a maggio di quest’anno, seguita a distanza di un mese dal rapporto della Banca d’Italia, offre per il 2006 un panorama contrassegnato da evidenti segnali di ripresa (un aumento del Pil dell’1% contro un modesto +0,4% del 2005) in sintonia con la congiuntura economica positiva che ha caratterizzato l’economia nazionale e internazionale degli ultimi due anni. Dai dati elaborati dai due studi in questione emerge il fatto che, tuttavia, in Basilicata siamo in presenza di grossi nodi strutturali non sciolti, o solo in piccola parte rimossi, che possono rendere estremamente problematici i futuri obiettivi di crescita. Infatti, se l’attività economica regionale ha registrato come si è detto un incremento rispetto all’anno precedente, essa risulta tuttavia di intensità molto minore rispetto al resto del Paese (il Pil nazionale ha messo a segno, infatti, un incremento dell’1,9% rispetto all’1% del Pil regionale). Ciò appare più preoccupante se non dimentichiamo che negli anni che hanno preceduto il lungo periodo di stagnazione (2001-2005) le performances della nostra regione erano significativamente superiori non solo al resto del Mezzogiorno ma allo stesso dato nazionale, il che dimostra che i processi di ristrutturazione e adeguamento, messi in atto nel Paese per rispondere agli effetti della lunga fase di stasi della 25 osservatorio economia, sono stati più incisivi nel resto dell’Italia che non in Basilicata. Se vogliamo poi leggere questo primo dato in relazione ai rapporti politici, vediamo che esso si è prodotto in una situazione in cui il governo Berlusconi non ha elaborato politiche particolarmente efficaci per fronteggiare la crisi. Ciò rende ancora più grave il dato regionale e reclama una verifica più obiettiva di quanto si sia fatto finora sull’efficacia delle politiche messe in atto dal centrosinistra lucano nello stesso periodo. E tuttavia il dato è più complesso di quanto appaia dal risultato aggregato. Se analizziamo le esportazioni, che sono l’indicatore per eccellenza del grado di competitività di un sistema economico, vediamo che esse in Basilicata nel 2006 sono caratterizzate dalla crescita nel comparto dell’auto (che rappresenta da solo oltre il 68% dell’export regionale) ma anche dalla continua flessione nel comparto del mobile imbottito (passato in soli 3 anni dal 22% all’8,5% dell’export regionale). Vi sono poi dati interessanti per altri settori (lavorazione di metalli, chimica e materie plastiche, industria alimentare) le cui esportazioni crescono a ritmo più sostenuto rispetto al passato, il che meriterebbe un approfondimento che i rapporti in questione non offrono. Persiste poi una situazione di particolare debolezza della tipologia delle imprese lucane. Basti considerare che l’incidenza dell’export sul valore aggiunto raggiunge il 12% in Basilicata contro il 23,6% dell’Italia, e la quota di imprese industriali esportatrici non supera il 10% a fronte di una media nazionale del 27,2%. Questo importante indicatore, relativo alla composizione delle esportazioni, è immediatamente rapportabile alla dinamica della produttività nell’economia regionale. Nell’industria in sei anni (2000-2005) la produttività passa dall’83% all’80% di quella media nazionale, con una riduzione del costo del lavoro per dipendente dall’84% all’80%, ma con un aumento del costo unitario del 26 lavoro per unità di prodotto che passa dal 91% al 97% della media nazionale. Su questo sfavorevole andamento della produttività ha influito, oltre il gap infrastrutturale mai colmato rispetto al resto del paese, un modello di specializzazione industriale entro il quale, nel quinquennio appena trascorso, è cresciuta l’incidenza dei settori tradizionali a minore contenuto tecnologico e caratterizzati da un andamento della produttività tendente al calo (tessile, conciario e legno). Secondo la Banca d’Italia, se si fa riferimento alla classificazione dei settori di trasformazione industriale per contenuto tecnologico, la percentuale degli occupati nei comparti classificabili a bassa tecnologia sul totale dell’occupazione manifatturiera è salita dal 2001 a 2004 di circa 4 punti, mentre, nello stesso periodo, la quota assorbita dai settori più avanzati si è dimezza- “Senza la ripresa ta risultando la più bassa della FIAT tra tutte le regioni italiane. sarebbe stagnazione. Dall’indagine della Banca Che cosa ha d’Italia si evince, inoltre, prodotto che dal 2000 al 2006 poco la spesa regionale?” meno della metà delle imprese ha attuato strategie innovative variando la tipologia dei prodotti, diversificandone la gamma, ovvero investendo maggiormente nel proprio marchio. Quando passiamo poi a esaminare i dati relativi alle forze di lavoro, pur evidenziandosi nel 2006 una forte attenuazione del trend negativo in atto dal 2002 (una flessione tendenziale dell’1.2% per una perdita di poche centinaia di unità lavorative a fronte delle 3,1 mila unità espulse dal settore nel solo 2005), il “conto” che la lunga crisi industriale presenta sul piano occupazionale è tuttavia particolarmente pesante. Tra il 2002 e il 2006, il manifatturiero ha “bruciato” in Basilicata quasi 9 mila posti di lavoro, pari al 75% circa della nuova occupazione creata nella regione da quei processi di industrializzazione degli anni ’90 che hanno in particolare riguardato l’auto e l’industria salotto. O osservatorio D el resto sono proprio i dati relativi al mercato del lavoro quelli che destano maggiore preoccupazione e sono oggetto di una permanente polemica da parte dei sindacati. Non mancano segnali positivi: il tasso di disoccupazione al 10,5% nel 2006 è sceso al 9,9% nel primo semestre 2007; si registra una crescita di 4,4 mila unità occupate (servizi non commerciali e costruzioni) che recupera a supera la perdita di 3,3 mila occupati del biennio precedente; si sono attenuati quei fenomeni di “scoraggiamento” a cercare lavoro che si erano accentuati nel biennio 2004-2005, durante il quale a una flessione demografica dello 0,2% della popolazione compresa tra i 15 e 64 anni è corrisposta una variazione negativa ben più ampia della componente di coloro che cercano ufficialmente lavoro (-1,4%). Comunque, i tassi di attività (misurati dal rapporto tra forza lavoro e popolazione in età lavorativa) sono saliti soltanto di un decimo di punto percentuale rispetto al 2005, attestandosi al 56.3%, dato che costituisce un valore ancora molto distante dalla media nazionale pari al 62,7%. E sebbene nel 2006 il tasso di occupazione ha superato La sede del CNR nell’Area industriale di Tito - foto p. fuccella O per la prima volta la soglia del 50%, è proprio rispetto al livello di quest’ultimo indicatore, che più direttamente esprime il grado di sviluppo economico raggiunto da un’area, che la Basilicata presenta il “ritardo” maggiore nei confronti del resto del Paese (nell’ordine di 8,2 punti percentuali). Questi dati risultano poi particolarmente allarmanti se si tiene presente che nel corso del 2007 si sono manifestati i primi segnali di raffreddamento del ciclo economico. Già nel primo semestre del 2007 vi è un calo del tasso di attività al 55,2%. Il tasso di occupazione torna di poco sotto il 50% (49,7%), mentre riprende il “forte senso di scoraggiamento”, come rilevano i ricercatori dell’ISTAT, che porta i disoccupati a non cercare lavoro “perché pensano di non trovarlo”. Le persone in cerca di lavoro, sempre nel primo semestre del 2007, scendono da 23,2 mila a poco più di 21 mila. Resta poi molto squilibrata la distribuzione di occupati e disoccupati per genere. Del momentaneo miglioramento dell’occupazione registratosi nel 2006 ha beneficiato la sola componente maschile mentre si sono ulteriormente ristretti gli spazi per la componente femminile (tab. 1-2). È vero tuttavia che il tasso di occupazione femminile (34,3%), pur ridottosi, resta al di sopra della media del Mezzogiorno. E comunque circa un quarto delle posizioni lavorative femminili è collocato nel lavoro autonomo, mentre la quota di imprese di cui è titolare una donna (29,3%) è tra le più elevate tra regioni italiane, conseguenza anche del maggior peso nell’economia regionale dell’agricoltura, settore in cui è più marcata la presenza femminile. Vi è inoltre la piaga del lavoro nero. Secondo le elaborazioni della Svimez, nel decennio tra il 1995 e il 2005 l’incidenza del lavoro non regolare in regione è salito di circa 4 punti percentuali, in controtendenza rispetto all’andamento nazionale. Nel 2005 la quota delle unità di lavoro non regolari era pari al 21%, oltre 7 punti in più rispetto alla media del Paese, nell’industria in senso stretto l’incremento del tasso d’irregolarità è stato elevato, passando all’11,7 al 25,6% (rispettivamente 5,1 e 16% la media dell’Italia e del Sud). Ma il fenomeno complessivo della disoccupazione è ben più grave di quel- 27 osservatorio O lo fornito dall’ISTAT. Infatti secondo i dati che si ricavano dagli archivi amministrativi dei Centri Pubblici per l’Impiego, l’ammontare complessivo delle persone in cerca di lavoro in Basilicata raggiunge, a fine 2006, le 115 mila unità (138 mila se si considerano anche gli iscritti presso i CPI nella condizione di “occupati in cerca di altra occupazione”) a fronte delle 23 mila circa stimate dall’ISTAT. Tra l’altro delle 115 mila unità iscritte ben 66 mila sono donne, pari al 58% del totale. Del resto i dati sulla povertà relativa delle famiglie confermano le considerazioni che abbiamo fatto sull’occupazione (25,5% nel 2005, contro una media nazionale del 13%), sebbene essi in un anno si siano sensibilmente ridotti (nel 2004 la quota raggiungeva, infatti, il 28,5%). A ciò si aggiunge un forte calo demografico che dallo 0,5% nel periodo 1991-98 arriva al 3% nel periodo 1998-2005, accompagnato da un flusso migratorio di popolazione prevalentemente qualificata (diplomati e laureati) che assume i connotati di una vera e propria emorragia (3 mila unità solo nel 2005). Queste considerazioni ci riportano al cuore del problema che è quello dei carat- 28 teri del sistema produttivo lucano e quindi del suo sistema delle imprese. Il rapporto Unioncamere segnala il continuo rallentare della crescita della base produttiva regionale, per effetto di un ulteriore forte aumento delle imprese costrette a chiudere. Tuttavia, secondo Unioncamere, la selezione in atto è da interpretare come un segnale di ristrutturazione all’insegna di una progressiva modernizzazione del mondo delle imprese locali che - motiva il rapporto - nascono sempre più utilizzando la forma di società di capitali. Il saldo di crescita delle imprese extra-agricole (natalità meno mortalità) è comunque in costante rallentamento, a cui corrisponde un incremento del tasso medio della base produttiva pari, +0,82%, quindi praticamente nessuno. Del resto, almeno dal 2000 assistiamo a tassi di crescita nettamente inferiori al dato nazionale e a quello meridionale. Il minor dinamismo del sistema imprenditoriale lucano è conseguenza, essenzialmente, del fatto che in Basilicata vi sono i più bassi tassi di natalità aziendale di tutte le regioni italiane: infatti, se in Italia si sono aperte, nell’arco dell’anno 2006, 7,7 nuove imprese ogni 100 registrate e nel Mezzogiorno 7,4, in Basili- cata ne sono state avviate solo 6,6. La regione può vantare, invece, una maggiore “solidità” delle imprese esistenti: a chiudere i battenti sono state, in percentuale, 5,8 contro le 6,3 dell’Italia e le 6,2 del Mezzogiorno. Si rileva inoltre una buona tenuta delle imprese lucane stimabile in 13,6 anni di vita media, a fronte del dato nazionale di 13,1 anni. Altro dato interessante è il tasso di ricambio delle imprese, relativamente più basso rispetto al resto del Paese: le iscrizioni e cancellazioni anagrafiche hanno interessato infatti il 12,4% dell’intero stock di imprese esistenti all’inizio dell’anno, contro una media nazionale del 14%. Anche le dinamiche imprenditoriali classificate secondo le forme giuridiche che l’impresa assume sono degne di nota per il cambiamento di “peso” delle diverse tipologie di imprese: nell’arco degli ultimi dieci anni l’incidenza delle società di capitali è quasi raddoppiata, passando dal 5,2% al 10,2% (Italia 16,7%) mentre la quota di ditte individuali è scesa dal 79,6% al 73% (dato nazionale 60,9%); le società di persone rappresentano il 12,9% (Italia 20,2%). È poi interessante valutare le modificazioni che si stanno determinando nel osservatorio Lo “scheletro” dell’ex Liquichimica nell’Area industriale di Tito - foto p. fuccella O medio-lungo periodo per quel che concerne i settori dell’economia regionale (tab. 3). Si evidenzia, innanzitutto un lento ma progressivo “spostamento” in direzione dei servizi alle imprese ed alle persone, il cui “peso” passa dal 22,6 al 24,6%. Se guardiamo invece ai settori tradizionali soltanto l’industria delle costruzioni eguaglia l’incremento registrato nei servizi (dal 10,5 all11,5%). Analogamente positiva, ma più contenuta, la dinamica dell’industria manifatturiera. L’agricoltura, pur confermandosi il primo settore della regione per numero di imprese (21,5 mila nel 2006, pari al 38,6% del totale), arretra fortemente. Tale andamento riflette le trasformazioni strutturali del comparto, caratterizzate, segnatamente, dalla scomparsa di molte aziende di piccole dimensioni, fondate sulla prestazione lavorativa del conduttore e dei suoi familiari non più in grado di assicurare una gestione economicamente efficiente. Infine cresce a ritmi bassi il settore commerciale (+2,7%), interessato, peraltro, da importanti processi di ristrutturazione e modernizzazione, all’insegna di una progressiva sostituzione dei piccoli esercizi specializzati con quelli della media-grande distribuzione. Se colleghiamo questi dati allo scambio commerciale con l’estero diventa ancora più rilevante l’inadeguatezza delle performances del sistema produttivo regionale rispetto alla tenuta e, possibilmente, all’incremento della nostra capacità competitiva . Dalla lettura della tabella qui riportata (tab. 4) si evidenzia come la presenza della FIAT può indurre a una lettura fuorviante delle potenzialità dell’economia regionale. Infatti la ripresa del settore auto e il consistente recupero delle quote di mercato del gruppo FIAT nell’area UE hanno determinato un forte balzo dell’export regionale che, nel 2006, è tornato a crescere a ritmi molto sostenuti, dopo tre anni di flessioni consecutive, che non a caso hanno coinciso non solo con la fase negativa della congiuntura ma con la grave crisi della Fiat prima della gestione Marchionne. È vero che, per il manifatturiero, il trend risulta positivo anche “al netto “ delle strepitose performances dell’auto (vi è l’unica importante eccezione costituta dall’industria del mobile che invece continua a calare) ma ciò non giustifica l’ottimismo del rapporto Unioncamere, che fa discendere da questo dato “una rinnovata capacità dell’eco- nomia lucana di competere nei mercati internazionali”, ed aggiunge il rapporto, “circostanza, questa, che fa ben sperare nel progressivo superamento della fase di stagnazione /recensione”. È vero che nel 2006 l’export regionale ha avuto un incremento tendenziale del 55,2%, equivalente a 608 milioni di euro in più rispetto all’anno precedente, che si era chiuso con un bilancio decisamente negativo per il made in Basilicata (13,1%). Ma questo conferma il profilo fortemente altalenante delle vendite all’estero, con forti arretramenti ed altrettanto forti accelerazioni tra un periodo e l’altro dovuti esclusivamente all’andamento del mercato dell’auto, dato che le esportazioni dell’altro grande fenomeno industriale della Basilicata (quello del salotto) sono in permanente caduta libera. L’elevata dipendenza dell’export regionale da due merceologie soltanto (l’auto e il mobile) che, insieme, alimentano quasi l’80% dell’intero flusso e ne determinano, quindi, i relativi trend, ci dice quanto sia gracile il complesso dell’’economia regionale e generalmente quanto sia ininfluente il governo della spesa pubblica regionale ai fini della crescita quantitativa e qualitativa dell’economia della Basilicata. 29 osservatorio Tab. 1 - Forze di lavoro e non forze di lavoro per genere - valori assoluti in migliaia di unità (media 2006) Forze di lavoro Occupati In cerca di lavoro - disoccupati in senso stretto - in cerca di 1^ occupazione Non forze di lavoro (15-64 anni) - cercano non attivamente - non cercano ma disponibili - non cercano e non disponibili Valori assoluti Uomini donne 141,7 78,6 130,4 66,7 11,3 11,9 7,5 6,3 3,7 5,6 54,5 115,2 7,4 13,5 5,0 11,4 42,1 90,2 Var. % 2005/2006 Uomini donne 3,3 - 4,6 3,9 - 0,8 - 3,9 - 21,6 - 8,3 - 21,7 6,4 - 21,5 - 6,7 3,4 - 1,5 - 3,6 - 7,9 - 3,2 - 7,4 5,4 Fonte: elab. Unioncamere su dati ISTAT, Indagine sulle forze di lavoro Tab. 2 - L’occupazione per genere e settori - valori assoluti in migliaia di unità (media 2006) Agricoltura Industria - manifatturiero - costruzioni Servizi - commercio - altri servizi Totale occupati Valori assoluti Uomini donne 9,9 7,6 50,3 5,9 27,1 5,1 23,2 0,8 70,2 53,2 16,7 53,5 130,4 9,1 44,1 66,7 Var. % 2005/2006 Uomini donne 1,5 - 14,9 2,7 - 9,8 0,8 - 10,6 4,9 - 3,3 5,2 2,8 _ 2,2 7,7 3,9 - 10,4 6,0 - 0,8 Fonte: elab. Unioncamere su dati ISTAT, Indagine sulle forze di lavoro Tab. 3 - Evoluzione dell’incidenza dei diversi settori economici - valori assoluti e % 2000 e 2006 Agricoltura Commercio Costruzioni Manifatturiero Totale settori principali Alberghi e pubblici esercizi Servizi alle imprese Servizi alle persone Trasporti/comunicazione Credito/assicurazioni Totale servizi alle imprese e alle persone Altri settori e imprese n.c. Totale generale Fonte: elab. Unioncamere su dati Infocamere 30 2000 Imprese % attive 22.828 41,7 8.676 15,8 5.818 10,6 4.608 8,4 41.930 76,6 6.163 11,3 1.983 3,6 1.996 3,6 1.595 2,9 638 1,2 12.375 22,6 469 0,9 54.774 100,0 2006 Imprese % attive 21.530 38,6 8.908 16,0 6.427 11,5 4.916 8,8 41.781 75,0 6.686 12,0 2.435 4,4 2.379 4,3 1.548 2,8 683 1,2 13.731 24,6 214 0,4 55.726 100,0 Variaz.% 2000/2006 - 5,7 2,7 10,5 6,7 - 0,4 8,5 22,8 19,2 - 2,9 7,1 11,0 - 54,4 1,7 O osservatorio O sistema economico locale. Se dovessimo, non dico escludere auto e salotto dal computo dell’economia regionale, ma fare una tara ponderata del loro peso, si vedrebbe subito che l’economia lucana resta sostanzialmente stagnante e scarsamente dinamica. E il dato risulta ancor più significativo al fine della valutazione dell’efficacia delle politiche economiche regionali, giacché sia auto che salotto solo molto marginalmente dipendono da queste ultime. Insomma, il tanto decantato buon governo del centrosinistra lucano se ha prodotto un’amministrazione efficiente delle risorse pubbliche, non ha certamente contribuito a determinare uno sviluppo significativo. È singolare poi che una partita importante, come quella costituita dai programmi di estrazione petrolifera, venga trattata solo per cenni dal rapporto di Unioncamere, mentre sarebbe stato sicuramente il caso di procedere ad una valutazione più ravvicinata delle ragioni per le quali l’effetto provocato dal gettito proveniente dalle royalties (un ammontare di risorse pari a 200 milioni di euro l’anno) sulla crescita del PIL risulta pressoché nullo. n altro importante indicatore dei limiti dell’economia lucana è costituito dall’attività creditizia. Se esaminiamo, infatti, l’andamento dei prestiti bancari al sistema delle imprese si nota una netta divaricazione tra Basilicata, Mezzogiorno ed Italia. Nel 2006 il volume complessivo del credito erogato alle imprese non finanziarie risulta inferiore di appena l’0,8% a quello corrisposto nel 2005, che aveva fatto registrare il tasso di incremento più alto degli ultimi anni (+8,2%). A livello nazionale invece la variazione tendenziale ha raggiunto il +8,7% in costante accelerazione dal IV trimestre 2005, con punte di crescita nell’area meridionale dove i prestiti alle imprese sono aumentati dell’11%. Sono poi in flessione i finanziamenti per le immobilizzazioni delle imprese, mentre l’incidenza dei prestiti in sofferenza negli impieghi bancari complessivi è in aumento. Pur riducendosi negli ultimi 3 anni, il dato 2006 resta comunque al di sopra del dato nazionale di ben oltre quattro volte (14,8% rispetto al 3,5% nazionale) e superiore anche a quello meridionale (11%). Il differenziale dei tassi praticati tra Basilicata e Paese si è ridotto nel 2006 da 0,68% a 0,51% sui finanziamenti per casse (5,39% contro 4,88%) e da 2,74% a 1,71% per quelli a revoca (9,05% contro 7,34%). Anche la raccolta è risultata meno espansiva (4%) della media nazionale (5,4%). Nel corso degli ultimi 12 mesi, tuttavia, i ritmi di crescita hanno mostrato una progressiva accelerazione, dopo essere scesi al 2,7% a metà 2005. Un altro aspetto problematico è il rapporto depositi/impieghi; i depositi bancari della regione rappresentato lo 0,50% del totale nazionale, mentre la quota corrispondente agli impieghi è pari allo 0,40%. Si determina quindi un effetto drenaggio delle risorse regionali che contribuisce a creare, insieme ad altri fattori, un gap nel costo del denaro a tutto sfavore delle imprese locali. Estrazione di petrolio - foto O. Chiaradia U Nel 2006 la quota della Basilicata nell’export complessivo del Paese è risalita dallo 0,37% del 2005 allo 0,53% del 2006 ma rimane, come dice il rapporto, sempre molto inferiore al “peso” della regione in termini di imprese attive (0,81%), il che conferma un limitato grado di apertura internazionale del 31 osservatorio O Tab. 4 - Esportazioni regionali per categorie merceologiche - valori assoluti (in migliaia di Euro) e var. % su anno precedente - Mezzi di trasporto Mobili Metalmeccanici Chimici Energetici Gomma, plastica Tessili, abbigliamento Agroalimentari Pelli, cuoio, calzature Altri prodotti Totale Totale – mezzi trasporto Q 2004 693.598 281.134 70.286 50.369 27.240 56.999 17.904 33.405 18.846 14.876 1.265.187 571.589 Valori assoluti 2005 625.584 216.099 62.711 49.628 726 48.196 25.898 32.383 22.722 14.953 1.099.760 474.176 2006 1.166.643 148.471 95.220 78.062 60.625 48.314 34.669 32.445 27.928 14.515 1.707.265 540.621 2004 - 25,3 - 2,8 35,3 1,5 - 61,2 4,9 11,0 5,8 54,4 24,9 - 16,5 - 1,1 Variaz. % annue 2005 - 9,8 - 23,1 - 10,8 - 1,5 - 97,3 - 15,4 44,6 - 3,1 20,6 0,5 - 13,1 - 17,0 2006 86,5 - 31,3 51,8 57,3 0,2 33,9 0,2 22,9 - 2,9 55,2 14,0 Fonte: elab. Unioncamere su dati ISTAT uasi dieci anni fa la classe dirigente lucana, con il piano di sviluppo, allora varato dal Consiglio regionale e condiviso dalle parti sociali, si dava degli obiettivi che sono stati solo in minima parte conseguiti (PIL regionale/PIL nazionale, tasso di disoccupazione ufficiale) in presenza di una perdurante fragilità del sistema produttivo lucano che si è ulteriormente accentuata. Certo hanno pesato in modo rilevante, da una parte un quinquennio di sostanziale stagnazione e politiche nazionali non certo di segno meridionalista negli anni del governo Berlusconi. Giova ricordare come siano stati del tutto disattesi gli obblighi nazionali, derivanti da direttive comunitarie, che imponevano agli stati membri l’utilizzo delle risorse comunitarie (fondi strutturali) come risorse aggiuntive e non sostitutive. Un solo dato: per il 2006 la ripartizione delle opere pubbliche per effettiva localizzazione (fonte Banca d’Italia 12 luglio 2007) vede il 28,3% di tali opere localizzate nel nord Ovest; 34% nel nord Est; 18,9% al centro; solo il 18,8% a Sud e nelle Isole. Le previsioni per il 2007 non si discostano sostanzialmente da tale distribuzione. 32 Ma vi sono situazioni per le quali le responsabilità delle classi dirigenti a livello regionale sono evidenti. Si pensi al sostanziale fallimento dei bandi per la reindustrializzazione della Val Basento e del cosiddetto “bando Treviso”. A tutt’oggi circa 80 milioni di euro restano non spesi e comunque emerge la necessità di una profonda riflessione sulle linee e gli indirizzi da realizzare a livello settoriale per implementare anche nella nostra regione settori innovativi (con parchi tecnologici che combinino ricerca, innovazione e nuove imprese). Molti interrogativi a questo punto si affollano. Per esempio, parlando di un comparto di competenza regionale come quello agricolo, saremo in grado di seguire logiche diverse da quelle imposte dal partito della spesa pubblica? Facendo finalmente vere politiche di filiera per una produzione di qualità con capacità distributive sempre più corte verso il mercato. In fondo si tratta di considerare la nostra produzione come prodotto di nicchia nel mercato globale, e come tale da rendere identificabile, tracciabile e rintracciabile con una autonome e specifiche peculiarità. Per fare questo le politiche di filiera (integrate con ricerca, innovazione, trasferimento e divulgazione) dovranno affrontare problemi di processo, prodotto, logistica e distribuzione, creando le condizioni infine per l’impiego di una forza lavoro qualificata e perciò stabilizzata. Vogliamo poi avviare una seria riflessione sulla produttività degli insediamenti turistici sulla costa ionica -alcuni oggi al centro di inchieste giudiziarie che spesso operano senza alcun rapporto con il nostro territorio? Quali risultati gli incentivi pubblici dati a questi insediamenti hanno prodotto in termini di valore aggiunto per la nostra regione? Di fronte a un’economia sostanzialmente al palo sarebbe stato necessario rivedere, correggere e profondamente modificare le azioni di governo regionali nella programmazione della spesa. Non mi pare che tale sforzo ci sia stato. È dunque necessaria una svolta. Ma la vera incognita è capire se la classe dirigente regionale dell’ultimo decennio ha le risorse politiche e culturali per esserne protagonista. C ultura Intervista a Domenico Notarangelo Le immagini “rubate” del Vangelo di Pasolini PALMAROSA FUCCELLA «Io non piango sulla fine delle mie idee, perché verrà di sicuro qualcun altro a prendere in mano la mia bandiera e portarla avanti! È su me stesso che piango...» Pier Paolo Pasolini, Uccellacci e uccellini, 1965. Nel giugno del 1963 Pasolini si recò in Palestina. Il viaggio si protrasse per una quindicina di giorni e riguardò in particolare Nazareth, Betlemme, Gerusalemme e Damasco. Pasolini, accompagnato da Don Andrea Carraro (della Pro Civitae Christiana di Assisi), era alla ricerca dei luoghi e dei volti che avrebbero dovuto dare vita al suo Vangelo secondo Matteo. Ma il viaggio non ebbe gli esiti sperati e il materiale girato in quei giorni confluirà esclusivamente in una sorta di documentario in cui il regista commenterà, in tempo reale, le immagini mettendo in risalto tutte le contraddizioni e le violenze di un “progresso tecnologico” che faceva apparire il mondo biblico, sopravvissuto di tanto in tanto all’urto di grattacieli, “come un rottame”. Sui volti, che costituivano l’altra e altrettanto importante ragione del viaggio di Pasolini, egli avrebbe commentato d’aver visto facce “tetre, belle, dolci” le stesse dei sottoproletari di tutto il mondo. La Palestina del Vangelo secondo Matteo sarebbe stata ricostruita a Matera. Come Pasolini sia arrivato a decidersi per la Città dei Sassi non è noto. Certo è che Matera e la sua gente si preparavano a vivere una intensa e, se vogliamo, rivoluzionaria esperienza culturale e civile. Nel Vangelo secondo Matteo Pasolini voleva mantenersi quanto mai fedele al testo del profeta e dunque rappresentare l’immagine di un Gesù dolce e mite ma anche “duro, violento, iconoclasta, inflessibile”, questo il commento di Moravia, come appunto doveva apparire ai suoi contemporanei perché quello di Cristo era un messaggio rivoluzionario per il tempo, una carica sovversiva che permane intatta ancor oggi: «Ama il tuo prossimo come te stesso». Nel corso di un dibattito tenutosi dopo l’uscita del film, che fu accolto molto positivamente dalla critica cattolica, ricevendo il Gran Prix dell’Office Catholique International du Cinema del 1964, ma fu fortemente avversato a sinistra per quelle che venivano identificate come incompatibilità assolute fra il cristianesimo e il marxismo, Pasolini avrebbe dichiarato: «(...) Mi sembra un’idea un po’ strana della rivoluzione questa, per cui la rivoluzione va fatta a suon di legnate, o dietro le barricate, o col mitra in mano: è un’idea almeno anti-storicistica. Nel particolare momento storico in cui Cristo operava, dire alla gente “porgi al nemico l’altra guancia” era una cosa di un anticonformismo da far rabbrividire, uno scandalo insostenibile: e infatti l’hanno crocifisso. Non vedo come in questo senso Cristo non debba essere accepito come Rivoluzionario (...)». Da qui si comprende in parte la genesi di quelle posizioni così impopolari assunte da Pasolini, in occasione degli scontri di Valle Giulia del ‘68, in difesa dei poliziotti proletari piuttosto che in favore degli studenti borghesi scesi in rivolta nelle università italiane. Nel 1964 Pasolini arriva a Matera. I luoghi “intatti” che non aveva trovato in Terra Santa, quei luoghi che dovevano apparire così come Gesù li aveva visti durante la sua vita, sarebbero stati ritrovati fra le strade, le case, le grotte, le scale, i dirupi dei Sassi e i volti, i fedeli, i soldati, i mendicanti, “di una dolcezza animalesca precristiana” nella gente dei Sassi e negli abitanti 33 c u l t u r a di Matera. Pasolini prese i suoi attori dalla strada, non erano professionisti, alcuni facevano parte dall’entourage letterario a lui caro (Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Enzo Siciliano...) altri, la maggior parte, erano persone del luogo. Lo stesso Enrique Irazoqui, lo studente spagnolo che interpretò Cristo, si ritrovò ad essere protagonista per caso. “I primi piani di Pasolini sarebbero sufficienti da soli a mettere Il Vangelo secondo Matteo sopra un livello eccezionale”, avrebbe detto Moravia (L’Espresso, 4 ottobre 1964). Le pellicole venivano inviate a Roma giornalmente per essere sviluppate e poi tornavano rapidamente a Matera e Pasolini le riguardava per ore, nella loro nuda espressività iconica, senza audio, nel cinema Quinto in via Stigliani. A queste lunghe e toccanti disamine del “girato”, in cui i volti si succedevano sullo schermo nella loro impetuosa espressività, Domenico Notarangelo assisteva, fra i pochi non addetti ai lavori. Pasolini lo aveva fatto contattare da Maurizio Lucidi e Manolo Bolognini, rispettivamente aiuto regista e organizzatore generale del film, perché verificasse che a Matera vi fossero le condizioni migliori per il suo soggiorno, in termini di sicurezza, Pasolini era già stato vittima di numerose aggressioni. Da questo primo incontro Notarangelo si troverà via via ad essere sempre più immerso nell’esperienza del film, fino a diventarne protagonista nelle vesti di centurione. Durante le riprese riesce a scattare alcune fotografie, inizialmente in modo furtivo, nascondendo la macchina sotto la tunica, scatti che poi vengono in un certo senso autorizzati da Pasolini. Queste immagini costituiscono una trama narrativa in sé e raccontano aspetti inediti dell’esperienza del regista e dei suoi attori sul set di Matera. Ma Notarangelo tiene queste fotografie nel suo archivio per quarant’anni e poi, d’improvviso, si ridesta in lui il desiderio di consegnare al pubblico quell’esperienza che tanto aveva significato nella sua vita di uomo e di intellettuale. Queste immagini costituiscono oggi il tessuto visivo di una mostra, Il Vangelo secondo Matera, che racconta aspetti inediti di quello che resta forse il film più emblematico della produzione pasoliniana. Ho chiesto a Domenico Notarangelo di raccontarci cosa è accaduto esattamente con l’arrivo di Pasolini a Matera nel 1964, di come la città e i giovani lo hanno accolto e cosa l’esperienza di allora ha significato nella sua vita. L’intervista è stata realizzata a Matera venerdì 28 settembre 2007. 34 C Vorrei approfondire quell’aspetto dell’accoglienza che tu citi nella prefazione al lavoro della mostra “Il Vangelo secondo Matera”. Pasolini arriva a Matera e naturalmente ha bisogno di capire in che realtà si trova proprio per tutto quello che era successo. La cosa che più mi ha incuriosito è che nonostante tutte le questioni con il Partito Comunista, che non erano state lusinghiere, soprattutto dopo la vicenda del ‘49, Pasolini si rivolge alla FGCI per avere un punto di riferimento in luogo. Questa pensi fosse una consuetudine o una procedura adottata a Matera in particolare? Io ritengo che sia un fatto particolare, non ho molti elementi per dire cosa accadesse fuori, però dalle cose che ho conosciuto in altri filmati e interviste ho notato che, nonostante fosse sempre aperta la polemica con il partito comunista, per lui il PCI era sempre un punto di riferimento, cioè, non c’era altra forza politica con cui potesse dialogare. Però a Matera avvenne qualcosa di più, si creò un rapporto organico. Lucidi e Bolognini arrivano a Matera e i primi con cui prendono contatto sono i comunisti, vengono nella federazione del PCI e chiedono - perché quelli sono gli anni in cui Pasolini è stato fatto oggetto di attacchi e di violenze, addirittura, mi pare in Veneto, era stato anche picchiato - vengono da noi per chiedere vigilanza. Secondo loro noi eravamo gli unici referenti che potessero occuparsi seriamente della sua sicurezza. c u l t u r a foto: Archivio Notarangelo - Blu Video C Qui naturalmente la situazione era molto diversa rispetto ad altre parti del Paese. Non c’erano le condizioni che aveva trovato altrove, perché qui le destre erano irrilevanti, non avevano peso. Un rischio tangibile c’era, però, che Pasolini potesse essere fatto oggetto di violenza da parte di gruppi estremisti di destra provenienti dalla vicina Puglia. In considerazione di questo fatto decidemmo di organizzare comunque un gruppo di vigilanza, “picchiatori” che potessero all’occorrenza picchiare i picchiatori. A questo non si arrivò. Stabilimmo una vigilanza molto discreta che seguiva Pasolini e i suoi collaboratori in tutti i loro spostamenti, in particolare Irazoqui, ma rimanendo ai margini. Sai che Irazoqui - lo dice in un’intervista che ho raccolto recentemente, e che pubblicherò in un libro di prossima edizione - mi ha confessato che era un’antifranchista dichiarato e che era già venuto in Italia ad invitare una serie di intellettuali affinché si recassero nell’Università di Barcellona per un ciclo di conferenze. Quindi è a questo che ti riferisci quando dici, nell’introduzione al catalogo della mostra, che si è tenuta a Rovigno con la collaborazione del Circolo Lumière di Trieste, “43 anni dopo ho potuto appurare che le cose stavano diversamente”? Si. È infatti a seguito di queste conferenze a cui partecipò anche Pasolini, se non ricordo male, che Irazoqui poteva essere nel mirino dei fascisti. Comunque, a Matera non accadde nulla. Anzi, l’accoglienza che soprattutto i giovani hanno riservato a Pasolini - me lo ricordo bene - è stata entusiasmante. Io ammiravo questa cosa meravigliato: gruppi di 30, 40, 50 giovani che aspettavano ogni pomeriggio che Pasolini uscisse dall’Albergo e si avviasse in piazza. Ci si fermava all’angolo dell’ex Tribunale e questi ragazzi formavano intorno a Pasolini dei capannelli vivacissimi: chiedevano, si scambiavano opinioni a tamburo battente. Lui non era lungo nelle risposte e io stavo lì a guardare. Ero angosciato dal fatto che notavo nelle sue parole questa sua posizione non ortodossa rispetto al partito ed io, che ero molto più allineato, mi arrabbiavo per alcune sue risposte; soltanto molto più tardi ho capito che chi sbagliava ero io. Comunque, meglio tardi che mai. Sì, perché certo la riflessione di Pasolini era molto più libera da tante tenaglie ideologiche e conformiste che in quel momento storico, per la maggior parte dei militanti, creavano percorsi obbligati e unidirezionali, mentre lui riusciva ad avere una visione più indipendente dei processi. Mi ricordo l’arrabbiatura che mi venne tre o quattro anni dopo, nel ’68, quando pubblicamente diceva di essere dalla parte dei celerini perché erano figli di proletari; io mi sentivo amareggiato da queste considerazioni, pur rendendomi conto che Pasolini non diceva una cosa inesatta, diceva una cosa vera. Sicuramente era una posizione difficile da sostenere. Però il fatto è che con il senno di poi, e a distanza di anni, dobbiamo riconoscere che lui aveva ragione anche allora. Ecco l’intelligenza della cultura. 35 c u l t u r a 36 La sera girava in città? Sì, ma non è che potesse girare molto, perché i ragazzi lo bloccavano per due e anche tre ore. Dopodichè si andava a cena. Dove? Da Mario, che è sempre stato lì, dov’è. Quindi gli spostamenti erano davvero brevi: il Jolly Hotel era in via Roma, la Federazione comunista era in via XX Settembre e il ristorante era a cento metri da lì. E il cinema Quinto? Il cinema Quinto era in via Stigliani dove è l’archivio oggi. Era l’unico cinema? C’erano il Duni e l’Impero che è diventato Cinema comunale. C’erano tre cinema e funzionavano tutti e tre. Allora si andava al cinema. Una cosa che mi incuriosisce molto è il discorso delle “facce stronze, fasciste”, quando dovesti occuparti di trovare alcune comparse speciali. Io non ho mai preso un appunto e non ho mai scritto nulla su questo episodio, che mi lega particolarmente a Pasolini, fino al 2003, quasi quarant’anni dopo. È strano come il ricordo di quel dialogo, io l’abbia portato dentro tanto tempo e alla fine sia venuto fuori solo quando mi hanno “costretto” a scrivere qualcosa sulla mia esperienza del Vangelo. Domenico Notarangelo - foto: P. Fuccella Aveva ragione anche quando diceva che quella non poteva essere una rivoluzione per il fatto stesso che erano figli della borghesia? Di questo mi sono convinto nel ’69 quando qui arrivò un gruppo foltissimo di quasi 150 capelloni, il gruppo degli “Uccelli”, che arrivarono creando non poco subbuglio e sostenendo che dovevano fare loro il discorso del risanamento dei Sassi; invece, crearono solo confusione. E siccome io ebbi l’occasione di stare vicino a loro per tante circostanze e studiai chi erano, mi resi conto che erano tutti figli di medici, avvocati, provenivano tutti da famiglie borghesi. Ma i giovani che incontravano Pasolini al “fontanino” lo conoscevano già, avevano letto i suoi libri? Evidentemente sì. Io mi sono posto questa domanda. Come oggi, d’altronde. Quando c’è una iniziativa su Pasolini i giovani accorrono numerosissimi, anche quelli nati dopo la sua scomparsa. Ricordi cosa gli chiedevano in particolare? Le domande erano di vario tipo. Intanto sull’antifascismo. Nel ’64 tieni conto che uscivamo da una campagna elettorale tra le più difficili, quella sulla “Legge Truffa”, che aveva ampliato il solco della lotta di classe fra le giovani generazioni. Ma le domande riguardavano anche temi culturali. Ma ciò che mi preme sottolineare è che il più curioso era proprio Pasolini, era lui che chiedeva ai ragazzi che film vedevano, cosa leggevano, cosa pensassero della Russia, della democrazia cristiana, della classe dirigente, anche del partito comunista, il ventaglio delle sue domande era molto ampio. In fondo, questa poteva ritenersi la caratteristica più importante del Pasolini uomo e intellettuale, cioè quella di voler dialogare sempre, quella di voler capire ogni cosa in prima persona. Sì, sicuramente. Ancora oggi resto scolvolto quando ripenso alla duplicità caratteriale di Pasolini: quando lavorava sul set era sempre taciturno, non diceva una parola più del necessario. Nelle pause di lavorazione rimaneva in silenzio, sempre concentrato; nelle foto che ho scattato in quei momenti si vede che o sta discutendo con i collaboratori perché prepara la scena o, se si sta riposando, è sempre con la mano sul mento e riflette. E mentre gli altri facevano colazione lui non mangiava mai, stava lì, quasi sempre in giacca e cravatta con questo sole che picchiava in testa. Una volta sola mi pare di averlo fotografato con la camicia, era sempre impeccabile, anche con quella cravatta col nodo piccolo da sottoproletario. Anche il rapporto con Irazoqui era caratterizzato da lunghi silenzi. In uno dei miei scatti “rubati” li ho ripresi tutti e due appoggiati sul muro del pianto che si affaccia sui Sassi di Matera, “sospesi” in un silenzio “assordante”. Al contrario, quando finiva di lavorare Pasolini parlava senza freni. C c u l t u r a foto: Archivio Notarangelo - Blu Video C Era la prima volta che avevo l’occasione di parlare direttamente con Pasolini. Fino a quel momento avevo avuto rapporti solo con Lucidi e Bolognini. Un giorno mi hanno raggiunto dicendomi che il “maestro”, come loro erano soliti definirlo, voleva vedermi. Io sono sceso dalla Federazione, sono andato in albergo e me l’hanno presentato. Ero davvero felice di fare la sua conoscenza. Dove vi siete visti? Nella hall dell’albergo. Lui si presentò e mi disse: «senti Notarangelo ho bisogno di una cinquantina di volti che devono fare la parte dei sacerdoti e dei farisei». Io, senza presunzione, gli rispondo che un’idea di come dovessero essere quelle facce me l’ero fatta, ma che preferivo fosse lui a darmi indicazioni più precise. Pasolini mi rispose: «Sai, quelle facce stronze, fasciste». Allora capii che era inutile che continuassimo a parlarne, perché avevo capito abbastanza, avevamo più o meno la stessa idea di come dovessero essere quelle facce. Andai a cercarle nella Camera del Lavoro, nella sezione del Partito comunista perché lì si giocava a carte e circolavano tutti i proletari, i compagni, senza offesa per loro, ma quelle erano le facce che Pasolini chiedeva. Poi era bello perché la verifica avveniva nel cinema Quinto dove andavamo a vedere i positivi che tornavano dopo qualche giorno da Roma. E senza le voci o il commento musicale l’impatto era dirompente, perché nel film vedi dei brani, degli spezzoni di quelle scene, mentre lì noi vedevamo sequenze più lunghe e spesso ripetute da angolazioni diverse, quindi quei volti ti aggredivano e li vedevi concretizzati, quasi in carne ed ossa, e capii che gli avevo trovato le facce giuste. Anche perché lui lavorava soprattutto sull’espressività, ed in particolare in quel film. Vedi i primi piani dei Re magi, ad esempio. Noi secondo l’iconografia corrente e stereotipata pensavamo alle facce di regnanti nobili, erano dei re quindi dovevano avere la faccia pulita, liscia, invece i re magi di Pasolini erano dei proletari, sdentati, con quelle rughe terribili sui loro visi come su quelle di tutti gli altri. Anche la scelta dei costumi, che non devono occultare, avvaloravano ancor più questa rivisitazione. Sì, i costumi di scena erano semplicissimi. Erano degli stracci. Mi ricordo che quando vestivano le comparse, soprattutto per la scena corale dell’ingresso a Gerusalemme, io quel giorno non lavoravo e portai mia moglie e il bambino di due anni sul set. Osservavo e vedevo questa folla di gente vestita con gli abiti di tutti i giorni, soprattutto le donne, mentre i bambini e gli uomini erano vestiti in maniera diversa, le donne, invece, come vestivano in casa si presentavano sulla scena, nel costume di tutti i giorni. Poi mi colpì una cosa, in particolare: i volti di questa gente, l’espressione e tutto l’insieme erano molto simili a quelli che Gesù aveva potuto vedere duemila anni prima, invece i volti che Mel Gibson ha utilizzato in Passion - e lui ha fatto circa 37 c u l t u r a foto: Archivio Notarangelo - Blu Video C tremila provini scegliendo, poi, 100-150 comparse - non hanno nulla a che vedere con Gesù, sono borghesi, acculturati, con la pelle liscia, e si vede che sono orribilmente stridenti. E anche gli sfondi della città sono completamente artefatti. Ma la coerenza del progetto di Pasolini oggi appare più chiara: voleva aderire il più possibile al testo di Matteo e dargli una interpretazione filologica, che si attenesse al tempo, ai luoghi e alla gente di allora, e forse Matera la scelse per questo. Ma la cosa che non sono riuscito ad accertare ancora oggi, è perché sia venuto a Matera, chi gli ha detto dei Sassi. La cosa strana è che nel filmato Sopralluoghi in Palestina per il Vangelo secondo Matteo, lui spiega che lì non aveva potuto girare il film perché era tutto moderno, industrializzato, e poi fa la considerazione sui volti. Citando i posti possibili dove poter girare il film parla di Bari, la Puglia, la Calabria e Massafra. A Massafra andò per girare una sola sequenza, lì ho fatto la foto di Elsa Morante e Alfonso Gatto. Ma non ha mai fatto riferimento a Matera. Ho cercato, poi, di rintracciare qualcuno, come l’aiuto scenografo Ferretti, ma non risponde mai, e chi può dirmi ancora qualcosa forse è Cerami, che ebbe un ruolo nel film di Pasolini come collaboratore nell’organizzazione. Vorrei capire se c’è stato un momento in cui Pasolini ha pensato a questa città, chi glielo ha detto. Ciò che ho scoperto è perché ha scelto di ambientare a Barile la strage degli innocenti, la grotta 38 di Betlemme e la fuga in Egitto. Ha scoperto Barile durante una visita al Museo delle Tradizioni Popolari dell’EUR a Roma, e lì Annabella Rossi gli mostrò le fotografie della processione della Via Crucis a Barile. È possibile che lì abbia trovato anche qualcos’altro che riguardasse Matera, ma è tutto da verificare. In ogni caso, il 17 novembre a Matera presenteremo un libro-catalogo che parla della mia esperienza con Pasolini e il Vangelo secondo Matteo. Per l’occasione ho invitato i personaggi del film: Irazoqui, la ragazza che faceva la Madonna da giovane, Margherita Caruso, Alfredo Bini, Bolognini e altre comparse di rilievo, tra cui il ragazzo che faceva la parte di Giovanni che poi è il nipote di Elsa Morante, e il ragazzo che faceva San Giuseppe, Marcello Morante, è il fratello di Elsa Morante. Dopo la presentazione del catalogo, ho intenzione di girare un documentario sui “luoghi di Pasolini”, partendo proprio dai set dove ha girato e, facendo perno su questo percorso, tornare su Pasolini attraverso un racconto diretto del mio rapporto con il regista, due persone diverse che si raccontano. Andrò in Calabria, a Isola Capo Rizzuto, Castel del Monte, al Castello di Gioia del Colle, a Barile, a Orte, dove ha girato la scena della fonte battesimale, per dimostrare che i luoghi di Pasolini, che sono luoghi ideali, sono tutti legati da un filo. c u l t u r a C Berlino ancora in parte divisa tra trasformazioni, innovazioni, contraddizioni e reazioni LUCIA CAGGIANO Ciò che resta del trauma del Muro. Più di ogni altra città simbolo di una Europa che vuole voltare pagina rispetto al Novecento In balia di una scissione che da sempre la vede in bilico tra nostalgia per il passato e spinta verso il rinnovamento, la capitale cosmopolita si contraddistingue per i suoi mille volti in continua evoluzione, sebbene non sempre proiettati nella stessa direzione. La città è, infatti, fulcro di numerose ambivalenze a volte celate dietro una frenetica corsa alla modernità o dietro una ricerca di un’identità perduta. È una metropoli dalle sfaccettature polivalenti, da sempre teatro di mutanti processi storici ed alterne vicissitudini, fondamentali nel delineare le sue molteplici sfumature. Berlino è sinonimo di mutamento, e non c’è da sorprendersi se tentano di convivervi movimenti differenti e spesso persino contrastanti. È un amalgama di varietà, riflesse in tutti i suoi strati, dall’architettura all’urbanistica, alla politica, alla scena giovanile e il suo substrato di fermenti alternativi, alle correnti culturali, all’arte, agli stili di vita. Dinamica, moderna, sperimentale, multietnica, liberale, ma allo stesso tempo paradossalmente conservatrice, razzista, xenofoba, soprattutto in periferia, dove la perdita di un’identità ben definita la porta ad aggrapparsi alla ricerca di un’identità perduta e di un senso d’appartenenza che funga da punto di riferimento in un contesto di tumultuosi cambiamenti in cui la città è immersa dai primi anni ’90. Berlino sta cercando di ridefinirsi superando la confusione di quegli anni in cui il cambiamento coinvolse tutte le zone della città e persino l’assetto urbanistico si modificò in seguito ai mutamenti sociali. I prezzi bassi di case, ex-industrie, fabbriche ed edifici popolari sottratti allo Stato e privi di proprietari, spinsero ad un utilizzo alternativo di tali stabili. Uno di questi fu l’occupazione degli edifici a scopo sociale per ricavarne locali, gallerie, teatri della scena underground, centri giovanili. Tracce visibili di tale processo sono presenti nei quartieri centrali della Berlino-est, come Kreuzberg, da dove, già negli anni ’80, partì l’ondata di rinnovamento, spostatasi poi con la caduta del muro verso Mitte, Prenzlauerberg, Friedrichshain, ancora specchio dell’architettura socialista abitata da artisti, intellettuali, musicisti e studenti. La metà della popolazione berlinese è costituita da giovani provenienti da tutte le parti del mondo e proiettati nella città alternativa in condizioni di prolungata precarietà, ma avvantaggiati dai bassi costi di affitti e servizi e dalle prospettive di sussidi di assistenza e di disoccupazione. L’economia terziaria, decisamente sviluppata, impiega gran parte dei cittadini, e i servizi e le infrastrutture statali cercano di dare una risposta ai tanti disagi sociali. Molti i fondi statali a favore della ricerca, delle tecnologie, della cultura e delle politiche giovanili, dell’arte e dell’innovazione. Berlino ospita eventi internazionali di cinema, teatro, arte, musica, senza dimenticare i circuiti meno istituzionalizzati, quelli legati alla scena del punk o della teckno o alle manifestazioni contro le discriminazioni. Il secondo utilizzo frutto della confusione derivata dal bru- 39 c u l t u r a sco crollo del muro è legato all’acquisizione dell’est a bassissimo costo da parte di gruppi immobiliari dell’ovest e alla ristrutturazione dello stato tedesco per adattarlo alla riunificazione. La cavalcata edilizia, degli anni ’90, la speculazione immobiliare a scopo residenziale delle zone centrali popolari si pone come obiettivo un ricambio sociale e una riconnotazione alto borghese della zona. Sia il riutilizzo degli edifici a scopo sociale, sia la speculazione hanno avuto delle ripercussioni sociali. Gli squat, proliferati in seguito alla carenza amministrativa, contrattarono affitti minimi e controlli costanti a patto di offrire servizi socialmente utili e divennero degli “Hausprojekt”, luoghi dove vivere e promuovere attività per lo sviluppo sociale. Il resto del processo di riqualificazione favorì nel frattempo la nascita di locali trandy grazie al basso costo di licenze e affitti. La nuova Berlino acquistata o affittata da speculatori affiancò o sostituì locali popolari dall’aria decadente o associazioni culturali e storici luoghi di ritrovo, in previsione dell’aumento di flusso monetario dato dalla crescita di turisti, studenti e visitatori dopo il crollo del muro. È quello che è accaduto a Prenzlauerberg, a Kreuzberg e che sta accadendo lentamente a Friedrichshain. Il tessuto precedente è stato snaturato dall’inserimento di complessi residenziali e di edifici dall’estetica post-industriale. I contrasti architettonici, le fratture tra vecchio e nuovo, malinconico e vitale, frenesia creativa e staticità obsoleta rispecchiano la dicotomia sociale e culturale di Berlino e i conflitti e le contraddizioni spesso nascoste all’occhio del turista.. È questo mix di trandy e decadente che evidenzia l’ambiguità della personalità di una città dai volti cangianti di quartiere in quartiere, che riflette la ricerca di un’anima precisa di chi la abita e di chi vi passa. Netto il distacco tra la scintillante Friedrichstrasse e il restauro edilizio di Prenzlauerberg, netta la separazione tra la Berlino dell’ovest e quella dell’est, ancor più netto il divario tra la Berlino turistica, quella alternativa e quella popolare. L’atmosfera che si respira al centro di Berlino varia di angolo in angolo ed un’atmosfera del tutto diversa è percepibile soprattutto nella desolata periferia. Berlino est è un insieme, rispecchiato persino dall’assetto architettonico, in cui convivono quelli che cercano una stabilità e quelli che si arrangiano in una costante insicurezza e vivono alla giornata ricavando gallerie d’arte o studi da scantinati e reinventandoli bar e locali, improvvisando un moderno design o riproponendo il vecchio mobilio della Berlino est. Per non parlare della varietà di negozietti di prodotti tipici russi, polacchi, turchi, arabi, italiani, di fast food asiatici, ristoranti o chioschi che si mescolano agli imbiss berlinesi che fanno risaltare l’anima multiculturale della città. Anche l’architettura rispecchia l’essenza della città, Berli- 40 C no è un cantiere a cielo aperto, un laboratorio di architettura sperimentale, di progetti urbanistici, in cui storici monumenti prussiani, gotici, neoclassici, convivono con moderni esempi di art nouveau. I vari quartieri presentano differenti stili artistici e architettonici. La ricostruzione della città lacerata dalla divisione le restituisce un’aurea sontuosa che ha come protagonisti il vetro e l’acciaio, quasi spinta dall’ossessione di democrazia e trasparenza. Sono svariati i simboli che proiettano il turista nella nuova Berlino protesa verso il futuro: la cupola di vetro ed acciaio e l’high-tech del Sony Center, gli arditi grattacieli di Potsdamer Platz riconcepita da Renzo Piano, la Torre della Televisione, i viali di Unter den Linden con la Porta di Brandeburgo, la cupola del Reichstag globo di luce e simbolo dello sguardo rivolto verso il futuro e libero dal peso della storia, Kurfürstendamm e lo Zoologischer Garten, cuori della Berlino ovest turistica con i suoi negozi di souvenir e gli alberghi, la Museuminsel, il Bauhaus-Archiv, il Nikolaiviertel, un angolo di nostalgia per il passato, i ritrovi alla moda e le gallerie d’arte di Oranienburger Strasse, lo Judisches Museum e la Topographie des Terrors, dove sorgevano le sedi delle SS e della Gestapo, il Checkppoint Charlie, per citarne solo alcuni. La visuale cambia radicalmente se si attraversa la Berlino del mondo underground. È proprio la Friedrichstrasse del Checkpoint Charlie l’arteria che da Kreuzberg risale fino al cuore di Mitte, fulcro della ricostruzione e snodo di lusso, tra boutiques e consumo e un tocco di alternative-chic, per poi continuare verso Prenzlauerberg, con la Kulturbrauerai, la Galerie am Prater, il mercatino delle pulci del Mauerpark raduno di giovani alternativi. Insieme a Kreuzberg e Friedrichshain, questo quartiere ha rappresentato la scena alternativa dagli anni ’80-90 e il punk alternativ. Ed è l’Oberbaumbrücke che collega il quartiere di Kreuzberg (noto per la forte immigrazione turca e, una volta, per la presenza di artisti e di coloro che cercavano un posto fuori dagli schemi sociali) a Freidrichshain, l’unico quartiere a rispecchiare attualmente la Berlino giovanile alternativa, dove l’East Side Gallery propone una sezione del Muro dipinta con graffiti da 118 artisti provenienti da 21 paesi diversi. Le impronte della storia, dal nazionalsocialismo alla divisione ed alla riunificazione con i cambiamenti economici, sociali e culturali degli ultimi 15 anni sono impressi nell’immagine della città persino dopo il boom edilizio, che non sempre ha cancellato le tracce della storia, come dimostrano i palazzi decadenti in pieno boom edilizio e il fascino di muri fatiscenti e calcinacci dietro i quali si celano circuiti di arte contemporanea e ateliers sorti nel periodo della terra di nessuno. Sono questi i luoghi che, a fine millennio, hanno richiamato la subcultura affiorata in superficie ed hanno fatto di Berlino il magnete per l’arte, il design, la libertà espressiva, Berlino: Baum Haus Turca C ultura l’underground, l’informale, anche grazie alle cooperative e ai finanziamenti statali che aiutano progettisti ed artisti concedendo sovvenzioni e incentivi per le loro idee creative o per i locali dove svilupparle (soprattutto nelle zone di Mitte). L’avanguardia berlinese trova ampia rappresentanza tra i vari spazi espositivi che ospitano artisti affermati, ma anche giovani emergenti o semplicemente appassionati di pittura, musica, fumettistica, scultura. La Neurotitan Galerie, il famoso Tacheles ospita ateliers di tutti i generi, dalle sculture di ferro e rame ai collages di cartone a sfondo storico di Pivos&Pivos. Ce n’é di tutti i generi, dall’arte a scopo puramente estetico a quella di denuncia, perché la storia di Berlino riaffiora in tutte le sfere, soprattutto tra i giovani della “controcultura” berlinese. Molti i luoghi che combinano mostre fotografiche, esposizioni e musica, molte le librerie specializzate nella promozione di forme di espressione giovanile o quelle “etiche” specializzate nella promozione di forme d’arte e letteratura socialmente impegnate. L’importanza che la cultura berlinese dà all’arte, la letteratura, la musica, è evidente dalla presenza di ateliers improvvisati o di libri, quadri e musica nei bar, per strada, persino dal parrucchiere. A Kastanienallee, infatti, alcuni parrucchieri riservano un angolo per dare la possibilità ai dj emergenti di suonare. Il Fenster61, locale a Rosa Luxemburg Platz, dà la possibilità di esporre liberamente le proprie creazioni, tantissimi sono i murales di Lake&Gino ad ornare i vecchi e grigi palazzi e gli ateliers come quello di Gino Fuchs a Friedrichshain o i bar d’arte. Sono tanti anche i segnali che testimoniano un pizzico di nostalgia per il passato, come uno spiccato gusto del retrò nell’arredamento o il culto dei vinili o di altri simboli del passato, quasi alla ricerca di certezze a cui aggrapparsi nell’ambiguo presente. Vastissimo il panorama artistico internazionale presente nel circuito berlinese. Le politiche sociali, culturali e giovanili sono decisamente più favorevoli e spesso è proprio il sussidio sociale a permettere a molti giovani di dedicarsi ad attività socio-culturali come quelle dei centri giovanili nati nella Berlino est con la fine dell’occupazione sovietica in posti improvvisamente privi di proprietario e poi divisi 41 c u l t u r a Berlino: periferia est C tramite accordi di spartizione con lo Stato. Molti degli squats di allora sono oggi luoghi di aggregazione ed attivismo sociale, risistemati e rinnovati con estrema cura e lasciati dallo Stato a pochi soldi in mano a giovani che li gestiscono, altri sono invece luoghi di degrado e abbandono e mostrano il lato negativo della precoce possibilità di indipendenza economica offerta dallo stato a tanti giovani tedeschi e non. Sono tanti i centri che mettono a disposizione i propri spazi per progetti di integrazione spesso di stampo multietnico. Berlino lascia sorpresi per l’avanguardia che la caratterizza, per l’apertura mentale, la libertà di espressione, la disponibilità al compromesso, peculiarità evidenti da piccole cose. Basti pensare al Fusion Festival che per dare la possibilità a tutti di parteciparvi propone il rimborso del biglietto in cambio di un piccolo aiuto per qualche ora, o la possibilità di condividere viaggi con persone che vanno nella stessa direzione tramite la Mitfahrengelegenheit ed alla scelta di consentire ad un anziano turco di vivere con la sua famiglia in una casa sull’albero con tanto di orto sottostante nel pieno del boom edilizio all’incrocio tra Mariannenplatz e Bethaniendamm. Ma ecco che si rimane ancor più stupefatti se nello stesso posto permeato da questa straordinaria apertura culturale, esistono no-go-ares , dove uno straniero, soprattutto se di evidenti tratti ispanici, africani, orientali, asiatici, non oserebbe mettere piede, dove è frequente incontrare squadroni di teste rasate alle prese con la caccia allo straniero, guidati dal delirio neonazista e dove spesso anche le persone “comuni” seguono il cliché dello straniero da eliminare perché ruba loro il lavoro e porta criminalità. In queste zone centri sociali e giovanili e centri di immigrati come Babel (Haus Babylon) di MarzahnHellersdorf o l’ Ajz La Casa sono spesso vittime di violente aggressioni armate o di attacchi con molotov e incendi dolosi. 42 Non è un caso se a Berlino la rete Antifa copre attivamente il territorio, se tra le maggiori iniziative dei centri sociali vi sono attività per la lotta alla xenofobia, se camminando è possibile leggere nei locali cartelli come “offriamo ospitalità a vittime di discriminazione razziali o aggressioni naziste” e se gli scontri in occasione del primo Maggio e le “Antifa-demo” (manifestazioni contro il razzismo di tutti i tipi non solo di stampo etnico) sono in continua crescita. Sono le contraddizioni in apparenza nascoste, ma che affiorano in superficie soprattutto se non si è turisti in visita a Berlino o se ci si imbatte in giornali con liste segnaletiche di naziskin o di pub sconsigliati perché raduno di estremisti di destra, o in uffici anti-discriminazione, attivi insieme a quelli della rete Antifa, del Rote Hilfe, della controinformazione nei vari centri sociali, promotori anche della ARI, Iniziativa Antirazzista. L’essenza multiculturale di una città babele di lingue e nazionalità stenta a convivere anche con l’irrisolta questione turco-tedesca, sempre più accesa a Kreuzberg, la piccola Instanbul, ex SO36, quartiere che ospitò i cosiddetti Gastarbeiter (lavoratori ospiti), emigrati dalla Turchia nel secondo dopoguerra e arrivati in Germania a contribuire al miracolo tedesco. Appare evidente che gli attivisti neonazisti, rifugiati nel covo della Npd, non gradiscono però il processo di “Überfremdung” (stranierizzazione), e continuano ad urlare al Governo di dare lavoro ai giovani tedeschi invece di pagare l’assistenza sociale e i sussidi di disoccupazione agli stranieri. Sebbene la piaga dell’estremismo di destra sia più incombente nelle regioni orientali della Germania, anche ad ovest non mancano violente aggressioni di bande neonaziste per motivazioni politiche, di nazionalità, religione, orientamento sessuale, colore di pelle, handicap. c u l t u r a C I reati riconducibili alla violenza neonazista sono aumentati del 60% in un solo anno, e, a partire dal 2005, i 9.700 estremisti di destra che si sono dichiarati disposti alla violenza in nome della “resistenza nazionale” hanno visto aumentare le proprie fila di 700/1000 unità all’anno. La Bundnis gegen Rechts (Unione contro la destra) ha riportato che il 47% dei giovani tedeschi dell’est e il 35% di quelli dell’ovest ritengono che il nazismo avesse in fondo dei lati positivi. Dal 1990 al 2001 la Germania riunificata ha dichiarato più di 1000 omicidi di stampo neonazista (e le statistiche dei reati a sfondo politico riportano spesso solo omicidi connessi da appartenenti a gruppi segnalati come “ostili alla costituzione”). Per i media la capitale tedesca è soprattutto Potsdamer Platz, il Reichstag, ma gli sguardi sulla ricostruzione e sulla modernizzazione della città trascurano da sempre di osservare le metamorfosi in atto che caratterizzano l’anima nascosta, quella della desolata periferia est dei cubici palazzoni edificati dalla Rdt con lastre di cemento prefabbricate, alti e privi di balconi, in seguito ammodernati con rivestimenti colorati che non bastano a dargli uno spirito meno anonimo, quella degli ex edifici statali eretti secondo i canoni dell’edilizia socialista, quella delle grandi autostrade mal asfaltate e innevate a ridosso delle quali si ergono i Platten Bauen dell’est e i complessi residenziali dell’ovest, sorti per colmare il vuoto post-bellico. È qui che si annidano i mali sociali, il neonazismo, la xenofobia, la disoccupazione, l’alcolismo, la tossicodipendenza, l’aggressività, è qui che si percepisce l’isolamento e gli anni luce che passano tra i quadri artistici del centro e gli stralci di cemento divenuti tentativi di fuga dalla desolazione del non-luogo, lasciato ai margini delle politiche urbanistiche ed economiche, ma nel pieno delle dinamiche conflittuali del tessuto urbano. Angoli di periferia degradata e abbandonata, regno del vuoto e dell’identità precaria, che stenta tra edifici fatiscenti e capannoni di ex industrie abbandonate, o club polacchi e russi. Ed è per lottare contro questi disagi che la periferia si trascina che, proprio in queste zone, sorgono centri giovanili, culturali, sociali, centri di accoglienza e di ascolto, case famiglia, dalle strutture e l’organizzazione decisamente avanzate anche grazie alle sovvenzioni statali. In uno di questi centri ho avuto modo di abitare e di condividere i tentativi di fronteggiare i processi quotidiani in atto, decisamente paradossali e in contraddizione rispetto alla moderna Berlino turistica. D’altronde come si potrebbe a Hellersdorf, quartiere per 10.000 abitanti pianificato nella seconda metà degli anni ’80 come una delle ultime città satelliti dell’ex Rdt, respirare l’atmosfera di innovazione ed avanguardia di Berlino centro? Sono numerose le contraddizioni che hanno funestato Berlino dopo la riunificazione, dal razzismo e il nostalgico ritorno ai fermenti neonazisti, al boom edilizio, ai cantieri aperti abbandonati, alle trasformazioni avvenute in seno al tessuto culturale, alla continua corsa tra crolli ideologici e nuovi proclami in cerca di un’identità definita. Superare queste contraddizioni, creando un equilibrio comune, dando spazio alle innumerevoli risorse culturali e sociali presenti, affiancandole alla creatività e all’avanguardia che la contraddistinguono, renderebbe Berlino una metropoli ineguagliabile. 4 1 2 3 Berlino: 1. Potsdamer Platz 2. Arte in strada 3. Fassade Gino Fuchs 4. Art Kaffee 43 c u l t u r a C Il rigore e l’emozione Viaggio di Luciano Erba in Basilicata LIDIA RIVIELLO Luciano Erba, nato a Milano nel 1922, è uno di quegli autori che dovremmo leggere “appena la stagione cambia”, perché la sua poesia non cambia, resta un punto fermo nella mappa della poesia italiana del dopoguerra. Un poeta colto e intenso che va riletto proprio quando, chi ama leggere poesia, cerca l’abbrivio da cui ripartire, la conferma o la disdetta di un viaggio verso la conoscenza della nostra cultura. Perchè Erba è un poeta “italiano” nel senso che resta coinvolto in maniera decisiva nella grande questione, come dice Mengaldo “del passaggio dall’ermetismo più oggettivo, meno orfico, a certo “realismo” aneddotico del dopoguerra, di peculiare tinta lombarda”. Nei primi anni della sua carriera di docente universitario frequenta i “cattolici del dissenso” in particolare David Maria Turoldo che condiziona felicemente la sua attività di critico. Un’idea di rinnovamento che percorre la sua poesia, che varia negli anni dal frammento, alla prosa, con libertà e rigore stilistico, senza forti rotture ma sempre nella ricerca, lenta e faticosa di una totalità a cui ogni poeta, anche il più sperimentale e incerto tende. Anche perché, Erba si è sempre contrapposto all’idea contemporanea dell’immagine sterile, della forma fine a se stessa, della rapidità che equivale all’assenza. È un 44 poeta fedele al proprio immaginario, che lascia che la parola condotta dal corpo arrivi alla mente. Vuole vedere fino in fondo più che fare il veggente. Ma appena è sicuro di “vedere con tutto se stesso” allora scrive fino in fondo. È la sua formazione europea che lo rende noto anche per la sua attività di traduttore dal francese dei grandi classici, pensiamo alla passione di una vita per Rostande. Ma molto interessanti restano le traduzioni e in qualche modo le riscritture di due grandi protagonisti della poesia francese e del pensiero sulla poesia del novecento: il poeta del “frammento” Henry Michaux, a cui deve, a mio avviso molta della sua più recente produzione e il grande poeta de “Il partito preso delle cose”, Ponge. Luciano Erba ha scritto molto e molto ha viaggiato. La sua è poesia della memoria, della certezza del miracolo sulla terra, della scoperta del dettaglio decisivo, la sua è una poesia che parte dall’io solo per arrivare all’oggetto, alla cosa, alla forma più esatta possibile dell’emozione, è una poesia, anche, che sa dire fine quando è ora di dire fine ... “anche le nuvole sono basse sui campi da tennis e il nome dell’hotel scritto sul muro a nere, grandi lettere è tutto intriso di pioggia” (da “L’ippopotamo”, Einaudi 1989) Le sue opere Linea K, Guanda, 1951 Il Bel Paese, La Meridiana, Milano, 1955 Ippogrammi & metaippogrammi di Giovanola, Scheiwiller, 1958 Il prete di Ratanà, Scheiwiller, 1959 Il male minore, Mondadori, 1960 Il prato più verde, Guanda, 1977 Il Nastro di Moebius, Mondadori, 1980 Il cerchio aperto, Scheiwiller, 1983 Il tramviere metafisico, Scheiwiller, 1987 L’ippopotamo, Einaudi, 1989 Come quando in Crimea, Laghi di Plitvice, Lugano, 1992 Soltanto segni, Rotary Club Sud, Milano, 1992 Verso Quasar (quae Casar olim dicta erat), Scheiwiller, 1992 Variar del verde, Scheiwiller, 1993 L’ipotesi circense, Garzanti, 1995 Capodanno a Milano, Scheiwiller, 1996 Milano Sud-Ovest, (Kle carte di Calliope), Novazzano CH - , 1997 Negli spazi intermedi, Scheiwiller, 1998 c u l t u r a C CASTELMEZZANO DI BASILICATA C’ è un paese che appare dopo il tunnel un miraggio di tetti e di case: riveste il monte come una pagina del mio vecchio album di francobolli. Il paese spicca sul verde insignito di una corona di rocce, di scogli adunchi spuntati sulla scarpata Quando passa una nuvola bianca nell’azzurro disoccupato la pietra si veste di mistero. C’è un paese assolato e assoluto sospeso tra cielo e vallata è Castelmezzano di Basilicata. Luciano Erba forse per costruire un cammino di ronda. Luciano Erba 45 c u l t u r a C WOLAND “God, I’m glad I’m not me!” Bob Dylan, dopo aver letto un articolo su di lui nel 1965. Io non sono qui è un percorso di esplorazione attorno al personaggio di Bob Dylan, compiuto attraverso sei itinerari, sei personaggi che si intrecciano, narrativamente e stilisticamente, in una evocazione collettiva diretta da Todd Haynes. Ogni identità rappresenta un aspetto, un frammento della sua vita artistica e/o privata, da Arthur, poeta simbolista, a Woody, un ragazzino nero che sembra uscito dalle pagine di Bound for glory, da Jack, cantore della protesta al tempo della guerra in Vietnam, e che si convertirà nel pastore John, a Jude, l’androgino e psichedelico ribelle elettrico, da Robbie l’attore Io non sono qui (I’m not there) di Todd Haynes, USA 2007 e motociclista al vecchio fuorilegge Billy, straordinario cameo interpretato da Richard Gere. Tutti questi Dylan, nessuno dei quali è Dylan, si incrociano, si collegano e si scontrano per comporre l’unico ritratto possibile del menestrello di Duluth. Il film è incredibilmente denso e pieno di citazioni, e coglierle tutte mette a dura prova anche un incallito dylaniano come il sottoscritto, ma il merito del regista sta nel aver composto un caleidoscopio di situazioni e sensazioni che per essere compreso non richiede necessariamente di avere più di quarant’anni. La difficoltà, come Haynes stesso ha ricordato in un’intervista, è che “con artisti così famosi e canonizzati, uno dimentica che il loro iniziale impatto aveva a che vedere con un senso di rottura, di violazione – delle regole, degli schemi artistici, musicali –inizialmente accompagnato da ambivalenza, se non opposizione. La sfida, avendo a che fare con qualcuno come Dylan, è rappresentare e riunificare questi eventi mantenendo il senso iniziale di shock che li circondava, la sensazione fresca e genuina dell’essere vivi”. La “stranezza” fisica, artistica ed estetica di Dylan nel ’65, ad esempio, è qualcosa a cui con il tempo ci siamo abituati, ma la scelta di far rappresentare a Cate Blanchett il personaggio di Jude, esprime esattamente questa esigenza. Io non sono qui vince la sfida spiazzando continuamente lo spettatore, esattamente come Robert Zimmerman ha fatto con noi per più di quarant’anni. La strada Cormac McCarthy, Einaudi, 2007 218 pagg., 16,80 euro. Un padre e un bambino camminano in un mondo reso buio, ostile e senza futuro da una qualche apocalisse nucleare e/o ecologica. Un mondo in cui incontrare altri sopravvissuti è una minaccia e in cui un neonato rappresenta una vivanda da cuocere allo spiedo. Spingono un carrello da supermercato in cui raccolgono i loro scarsi averi e si nutrono dei sempre più rari avanzi di un passato opulento, rimediati a fatica tra le macerie degli edifici sul loro cammino. Il padre sa di essere prossimo alla morte, ma il legame di straziante e incondizionato affetto con il figlio lo spinge avanti, verso terre forse meno fredde, portandosi dietro “il fuoco” che dovrebbe renderli ancora rappresentanti di una umanità che sta scomparendo. 46 Ma l’ultima opera di McCarthy non è semplicemente riducibile a un romanzo di fantascienza o di letteratura gotica statunitense, non più di quanto Moby Dick sia definibile come un romanzo sulla caccia alle balene. L’ambientazione post-atomica è un pretesto, così come quella neowestern lo era per i romanzi della Trilogia della Frontiera. Anche in Meridiano di Sangue McCarthy usava la storia di una banda di cacciatori di scalpi e della raccapricciante scia di sangue che lasciarono sul confine tra USA e Messico nel 1850, per raccontare di altri orrori contemporanei, dal Vietnam alle squadre della morte nel Centro o Sud America. Così ne La strada le continue, spezzate, ossessive disquisizioni etiche fra padre e WOLAND figlio, non sono parte di un discorso sui valori umani, ma stanno a indicare piuttosto lo strazio e il tormento del loro impossibile recupero quando è troppo tardi. Qualcuno ha già scritto di come il groppo alla gola che prende molti lettori, sin dalle prime righe di questo racconto, e che rimane lì sino all’ultima pagina e oltre, è legato al proprio essere padri o madri. Alla paura di scoprire – quella paura annidata nel cuore di ogni genitore- di aver lasciato per i propri figli un mondo più avvelenato, più violento, più condannato di quello che si è ereditato. Forse ancor più che l’asciutta e tetra bellezza stilistica, è la potenza di questa metafora che rende La strada un romanzo che ognuno dovrebbe leggere. Finché c’è ancora un pianeta da lasciare ai propri figli. Il Racconto Città 123 GERT DAL POZZO L a città. Non era stata mai bella, neanche nell’idea. Un posto del quale non si poteva neanche dire che avesse conosciuto tempi migliori. Senza neanche la consolazione del ricordo. E allora, perché restare, proprio ora? Dopo tutto quello che era successo, dopo la fine. Forse perché non c’è posto migliore per vivere senza speranza di una città nata, in tempi non sospetti, senza speranza. Ora non aveva neanche più un nome, solo un numero, il numero progressivo di una sopravvivenza, in un territorio che non si sapeva dove cominciasse e dove finisse. Ma forse era meglio così, un nome è sempre impegnativo, è una parola, e una parola rappresenta un fatto, un fatto è il sussistere di stati di cose, l’aveva detto qualcuno tanto tempo fa, allora fu importante dirlo, ora non significava più nulla. E poi un numero può essere più bello di una parola, ad una parola, ad un nome di città non sempre corrisponde la sua anima, un numero invece è più “cosa”. 123 per esempio, caso?, 1 2 3 i primi tre numeri di un inizio, di una serie che termina con il 3 , fantasia di perfezione e di tanto altro. Ma anche questo tanto tempo fa. Prima della fine. I primi tre numeri, l’inizio, dopo la fine. Ma l’inizio di che cosa? Forse il primo inizio senza speranza. Scriveva per non essere letto, ora. Scriveva senza la speranza di essere letto, collegato a modem e circuiti sempre accessi di cui non si sapeva dove... Era finalmente libero, anche dalla paura. In quanti erano rimasti? Il centro di coordinamento (ma esisteva poi veramente?), ultima germinazione golpista del già Comitato Nazionale di Crisi, dava cifre di volta in volta tanto diverse da risultare inattendibili: in quella che una volta era l’Europa 3-4 milioni più o meno censiti, in Africa la popolazione era quasi intatta e così pure in America Meridionale, in Asia qualche centinaio di migliaia, nel Nord America più o meno come l’Europa. Tutto in perfetta relazione con le modalità del contagio. C’era un vecchio film di più di un secolo prima, che aveva visto quando tra le varie cose che si facevano c’era anche l’andare in vecchie sale buie a vedere rumorose pellicole tecnicamente artigianali, intitolato “La morte viaggia sui fili”. Bene, questa volta aveva viaggiato su micro chips e schede grafiche di ultima generazione, e aveva colpito in proporzione diretta le nazioni informaticamente più alfabetizzate. Tutto era iniziato con la grande crisi del 2097, una crisi improvvisa partita dalla scoperta, da parte di un gruppo di hackers della Università di Sofia, di un nuovo microchips a basso costo che utilizzava materiali di scarto e tecnologia esemplificata, abbinata ad una nuova scheda grafica a lettura encefalica che eliminando il video visualizzava direttamente sulla retina tutte le operazioni proponibili con un computer servendosi esclusivamente di alcuni sensori a ventosa da applicare alla testa . Una sorta di ipervirtualizzazione del quotidiano a costi bassissimi con possibilità ed applicazioni operative praticamente illimitate. Il brevetto era stato acquistato da una Holding multinazionale della produzione informatica a capitale nippo americano e tecnologia mista con sedi operative in tutto il mondo, chiamata CCB, la cui struttura dirigenziale era praticamente sconosciuta e che operava in tutti i settori della costruzione ricerca e produzione di hardware e software informatico oltre a detenere i 2/3 di tutto ciò che avesse a che fare con la informazione.Tutti gli hackers che avevano lavorato al nuovo sistema erano spariti nel giro di qualche anno. Il “nuovo sistema”, nome con il quale era stata subito battezzata questa innovazione tecnologica nonché slogan di una martellante campagna pubblicitaria, fu immesso sul mercato a prezzi contenutissimi provocando un crollo dei prezzi a cui seguì una crisi industriale terribile. Tutto il settore entrò in tilt e nel giro di pochi mesi si estese a quasi tutti i settori industriali data la loro dipendenza dalla tecnologia informatica. Il “nuovo sistema” venne perfezionato e trovò campi di applicazione incredibili, per quanti sforzi vennero fatti nessuno riuscì ad imitare il brevetto CCB anche perché sensori e microchips utilizzavano un materiale nuovo, un processore i cui conduttori erano in una lega sconosciuta, ammesso che si trattasse di un qualsiasi metallo. La CCB raggiunse nel giro di pochissimi anni un potere di controllo del mercato e quindi dei governi quasi assoluto che gli permise di operare in una situazione di forte protezione acce- 47 Il Racconto lerando ancora di più la sua diffusione commerciale tanto che già nel primo decennio del secondo millennio non esisteva in Occidente ed in Asia luogo di lavoro, abitazione, scuola o sala video che non utilizzasse “il nuovo sistema”. I primi casi si manifestarono dopo pochi anni, ma furono celati o addirittura sottovalutati, classificati come una strana variabile di anoressia/ depressiva che sfociava nel suicidio. Del resto forme di autismo e di anoressia si erano sempre manifestate in relazione ad un utilizzo troppo spinto del computer, soprattutto tra giovani disadattati o particolarmente deboli dal punto di vista emotivo, tanto da indurre a varare un progetto di prevenzione da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sponsorizzato dalla stessa CCB. A ccese il suo vecchio ed antiquato p.c. e batté furiosamente alcune frasi con un programma di video scrittura. Si fermò come risollevato, si adagiò sulla poltrona e guardò il telefono. Fuori cominciavano a scendere le ombre della sera, lo aspettava un’altra notte alla ricerca di storie della propria vita. Era rimasto solo, in realtà non era mai stato con gli altri ma finché gli altri erano tanti, esseri fisici, percepibili, rumorosi che parlavano e affollavano tutto, non si era reso conto di questo. Ora che tutto si era diradato, ritirato come in un bucato fatto male, avvertiva un senso di assoluta unicità, anche se i rapporti da un certo punto di vista erano più tragici e quindi più forti. Capitava a tutti, anche prima, di stare per giorni interi senza vedere nessuno, ma poi si vedeva sempre qualcuno. Ora se non si vedeva nessuno era proprio così, neanche voci esterne o passanti o coinquilini rumorosi , qualcuno che sbaglia numero e ti telefona. La solitudine totale non voluta, ma storica, sociale. Una solitudine di numeri, di pigrizia , di domani. Il senso della fine di una storia e l’inizio di un’altra nella quale non c’è posto per te o per quelli come te. Aveva ricevuto un messaggio via modem al suo computer, uno di quelli antichi, ripristinati, con un rumoroso video dai colori sbiaditi, di quelli che devi aspettare che si riscaldino prima che inizino a funzionare, parlava della costituzione di una specie di associazione nel Nord America che stava cercando di ricostituire, attingendo a memorie del passato, una specie di rete telematica primitiva, alternativa, di sopravvivenza umana visto che non esistevano più poteri centrali in grado di far rispettare la vecchia legge ma erano in grado di perseguire e reprimere tutti i tentativi autonomi di costruzione di reti informatiche non controllate dallo Stato, cioè dalla CCB. Aveva ricevuto altri messaggi di questo tipo, provenienti anche da altri posti con numeri di codice telematico a cui far riferimento. Da alcune informazioni sembrava che un po’ dappertutto ciò che restava dei poteri centrali, da anni ormai fortemente militarizzati, stava preparandosi a soluzioni “finali” nei confronti degli indigeni africani che in gruppi sempre più cospicui ormai fondavano nuove colonie e ripopolavano intere città dell’ex primo mondo con risultati tutt’altro che sgradevoli. Sapeva che qualcosa di simile era accaduto non lontano da lì e che si era risolto in un massacro di migliaia di persone provenienti dal Marocco. Ma erano voci. Non esisteva più una “informazione” che non era governativa, in grado di dare un quadro obbiettivo delle cose che avvenivano, ma per la verità questo non esisteva già da moltissimo 48 tempo anche prima che.., solo che prima nessuno ne sentiva il bisogno, mentre ora tutto era cambiato, si riscoprivano nuovi bisogni, o meglio, vecchie cose. Ma poi in che cosa era realmente cambiata la vita? Se l’era chiesto molte volte e non era mai riuscito a darsi una risposta esauriente. Forse non era cambiato realmente niente tranne qualche dettaglio, certo c’era stata una terribile mortalità in giro, il problema maggiore per anni era stato quello di riuscire a smaltire i cadaveri in tempo reale, ed era stato un problema che aveva creato grosse difficoltà, ma tutto sommato dettagli. Quante volte l’umanità era stata sull’orlo dell’estinzione, in contesti tecnologici e di sviluppo ben più drammatici. Ora non esistevano problemi alimentari, anzi il parco tecnologico era più utilizzabile dai sopravvissuti, i servizi meglio distribuiti, la produzione dei beni primari già da mezzo secolo completamente automatizzata, certo l’alimentazione ora era completamente di sintesi chimica ma non vi erano problemi di fame, anzi la distribuzione aveva eliminato completamente ogni residua sacca di povertà. Il lavoro ormai completamente a domicilio legato ad una stazione informatica incideva per poche ore al giorno sulla vita di ognuno. Si poteva quasi dire che le cose erano addirittura migliorate con la grande epidemia, del resto qualcuno non aveva teorizzato secoli prima un modello di selezione naturale attraverso il radicale controllo delle nascite? E le guerre non erano state forse per decenni, sempre più dopo il 2000, igiene dei popoli? Eppure si avvertiva un forte senso di morte e cambiamento. E i bambini dove erano finiti? Possibile che non se ne vedessero più in giro? Alzò lo sguardo verso un’enorme carta tridimensionale dell’Australia che teneva appesa sulla parete di fronte alla scrivania, quanta gente era rimasta sulla via dei canti? Un vecchio sogno sempre rimandato che ora era diventato una dolce speranza. Dalle notizie che aveva, quasi estinta la popolazione delle grandi città, della costa, del sud, quasi intatti gli indigeni, pochi ma perché ci aveva già pensato molto prima la civiltà dei bianchi. La via dei canti, i sogni erano forse l’unica possibilità. Lo squillo del telefono lo distrasse dai suoi pensieri, una volta riceveva decine e decine di telefonate al giorno, ora era una rarità sentire il cicalio del telefono. “Pronto”,disse, ascoltò per un po’ e poi aggiunse: “d’accordo ci vediamo sul tardi”. Erano cambiati i tempi della vita, ora. Si stava rintanati in casa quasi tutto il giorno, si svolgeva qualche pigra ora di lavoro alla propria workstation, poi si sbrigava qualche faccenda di sopravvivenza e si aspettava pazientemente che scendesse la sera e poi solo sul tardi ci si incontrava, con sempre maggiori difficoltà, sempre meno fantasia, più noia. Era tanto che non nascevano più bambini. Entrò nel locale mal illuminato e rumoroso un po’ prima dell’ora convenuta , aveva voglia di bersi qualcosa e guardarsi un po’ intorno, senza impegno, senza essere costretto a impegnarsi in complicatissime discussioni esistenziali. I tavoli erano quasi tutti occupati ma da piccoli gruppi di persone, mai più di quattro. r a c c o n t o Non esistevano più folle, masse, grupponi vocianti, questo tutto sommato era uno dei pochi aspetti positivi della faccenda, non ti sentivi più tanto solo a passare una serata in compagnia di una birra, erano tutti talmente desolatamente soli. Lei entrò poco dopo fasciata in una tuta nera in materiale sintetico, prese uno sgabello metallico e si sedette al suo fianco. Gli sorrise distrattamente, tirò fuori dalla tasca della giubba di cuoio nero, che aveva appoggiata sulle spalle, un flaconcino, lo aprì e bevve fino a svuotarlo. Poi, come sollevata da una incombenza, lo salutò. Stettero per un po’ senza parlarsi, a scrutarsi e guardarsi intorno, a guardare la porta come sperando nell’improvviso ingresso di parte dell’umanità perduta, di gente, di folle. Cominciò lei a parlare: ”ho intercettato uno strano messaggio oggi, doveva essere trasmesso via etere, ed anche con sistemi sofisticati visto che la sicurezza ci ha messo un bel po’ di tempo prima di oscurarlo”. “Cosa diceva? “Beh, continuò lei, parlava di una nuova fratellanza e che il destino del mondo risiede in una nuova redistribuzione delle popolazioni nelle aree geografiche spopolate e di primi significativi successi in questa direzione”. “Un linguaggio un po’ vecchio, disse lui, non credi?” “Si, certo, ma avverto qualcosa nell’aria, qualcosa sta accadendo, non qui, ma da qualche parte, ma forse anche qui, e noi ne siamo tagliati fuori”. All’improvviso una frase gli artigliò il cervello.”La parola è azione”. Forse era vero, qualcosa stava accadendo o forse era già accaduto. Elvi era una strana creatura notturna, un po’ gatta un po’ fantasma, ectoplasmatica. Scivolava su tutto, capace di stare per settimane persa nei propri sogni, presente ma assente, ascoltava parlare gli altri ma sentiva soprattutto i propri pensieri, sempre a bere litri di intrugli ipnotici, cocktails di fantasie e torpori. Poi usciva da sé, cominciava a parlare e sapeva anche quello che tu non sapevi, mostrava più senso del reale di tutti, era più informata di tutti. Elvi, tutto sommato, era sempre stata così ed ora continuava semplicemente ad esserlo. L ’Australia. Le Vie della Legge, le Vie dei Canti, un dedalo enorme che la percorre in lungo e largo; una cosmogonia aborigena che narra di dei demiurghi a passeggio nel Tempo del Sogno, che percorrono spazi e cantano cose, animali, piante, pianure e il canto fa esistere il mondo. E se tutto fosse ancora “wongar”? Il mondo è illusione. Esistere è percepire, può darsi che tutto questo derivasse da una percezione sbagliata. Forse aveva solo deviato dalla sua Via dei Canti e non poteva quindi trovare i “suoi”. Forse bastava ritornare nel luogo dello “wongar”, dove i canti sono mappe e la musica traduce pensieri in cose,“how to do things with words”, e le vie tante. Bastava tornare lì e avrebbe trovato la sua di via, i suoi di fratelli e avrebbe smesso di essere solo. Alla fine, tutto questo avrebbe potuto essere solo un problema di luoghi e percorsi. Niente è realmente accaduto perché tutto è già accaduto, prima, ed è sotto la superficie della terra, ed ogni tanto un canto lo porta alla superficie, ma un canto può anche farlo sparire. “Le parole sono azione”. Sentiva molte parole dentro di sé ed intorno. Lo scampanellio alla porta lo distrasse dai propri pensieri, il cuore gli palpitò più veloce, era ormai un riflesso condizionato a tutti quegli elementi che, in qualche modo, gli segnalavano la presenza di qualche altra persona, soprattutto in ore insolite e le ore insolite ormai erano il più della giornata. Aprì la porta e si trovò la faccia di Notre Dame sorridente ed eccitata. Notre Dame era uno strano eroe di strada, muscolare e sveglio, cinico e romantico, un intellettuale truccato che sbarcava il lunario recuperando carcasse metalliche di tutti i tipi e le rivendeva agli inceneritori nucleari. Lo smaltimento dei rifiuti metallici era da anni un problema serio, le periferie dei centri abitati erano sempre più degli enormi depositi non programmati che a volte invadevano anche le principali vie di accesso. Il consumo metallico della società era divenuto allucinante nell’ultimo periodo, da quando si era scoperta una nuova lega di alluminio sintetico resistente come l’acciaio con bassi costi di produzione e durata incredibilmente superiore a quelle di qualunque altro materiale, il problema era che all’involucro corrispondevano sempre più macchine la cui durata era programmata a tempi ridotti per incentivare consumi e mercati. Si era invasi da migliaia di automobili, elettrodomestici, macchine industriali, indistruttibili nel contenitore e terribilmente fragili nel funzionamento, che sommergevano tutto, inghiottivano periferie, spazi, strade, piazze. Una volta qualcuno aveva gridato che le pecore mangiavano gli uomini, e forse era cominciato tutto allora nell’Inghilterra del 1600, ora erano i rottami i voraci divoratori di uomini e di anime. E lì arrivava Notre Dame e quelli come lui, armati di scassatissimi carri gru, che rimuovevano e spostavano, trasportavano e fornivano materiale da incenerire in speciali forni termo nucleari talmente costosi da essere assolutamente insufficienti a risolvere il problema, in qualche modo però lo rallentavano e questo bastava tanto a chi interessava un futuro più lungo di qualche decennio? “Adesso trasmettono anche via etere”, esordì, “Musica e parole e inviti a resistere, a organizzarsi a ripopolare le città che tutto sta per cambiare, a non credere alla propaganda”. Avevano già parlato di questa possibilità e qualche volta progettato, ma non erano convinti, lo facevano tanto per fare, per sentirsi vivi, liberi sapendo benissimo di non esserlo. “Anche io li ho sentiti ma non riesco a comunicare, ma ora sono certo, c’è qualcosa”. Quella notte sentì il canto più insistente che mai. “Pendono nel mio pensiero, come da quello di ogni essere umano, i resti disseccati dei miei precedenti”. Abbiamo una storia , pensò, ci sono tracce, luoghi, tempi, non possono aver cancellato tutto, siamo noi che non sappiamo più riconoscerli, dobbiamo ritrovare la via, i canti, i fuochi, i sogni. Bastava solo ritrovare il proprio “tjuringa”, la propria anima, rimettersi nella propria pelle, riconoscere la propria direzione di marcia e rincamminarsi. 49 S udRicerca Questione meridionale e ruolo dei saperi La ricerca per il territorio o un territorio per la ricerca? VALERIO TRAMUTOLI Per il diritto allo studio il futuro sta nel passaggio dalla “competizione” alla “collaborazione” tra Università. Quale rapporto tra l’Ateneo lucano e una Regione che deve costruire da zero i fondamentali del suo sviluppo. Le contraddizioni di una realtà che avrebbe bisogno di più laureati e non riesce a occupare quelli che forma L ’accento sull’importanza della ricerca e della innovazione in un sistema globale sempre più competitivo, posto da quasi tutti i Governi e da tutti nei fatti ignorato è spesso accompagnato dalla richiesta di un maggior numero di laureati e con migliore preparazione. Tale richiesta era, ad esempio, declinata nel Programma dell’Unione con l’obiettivo di una Università “di qualità e di massa”. Considerare la Conoscenza come un Bene Comune da garantire universalmente, non solo per il valore economico che può generare, ma perchè strumento di emancipazione sociale e di partecipazione consapevole alla vita democratica, (parliamo per questo di progresso e non semplicemente di sviluppo/crescita del Paese) significa chiedersi se e come il diritto allo studio e a una formazione di qualità, sia universalmente garantito in Italia. Riconoscere nel finanziamento del sistema della ricerca pubblica un investimento strategico che inneschi processi di sviluppo credibili nel medio periodo, significa inoltre ripensare all’impatto che la politica di investimenti in ricerca e innovazione sin qui perseguita ha avuto sullo sviluppo dise- 50 guale del nostro Paese e immaginare, invertendo la tendenza, un diverso esito per il Mezzogiorno e, più in generale, per le aree marginali del Paese. Entrambi i temi sottendono questioni rilevanti che, proprio perchè praticamente assenti dall’agenda dei partiti, richiedono una migliore puntualizzazione. Su entrambi i fronti il Mezzogiorno e la Basilicata scontano ritardi, e rischiano ulteriori arretramenti che andrebbero innanzitutto compresi per essere poi, più decisamente, affrontati. Il diritto allo studio universitario è oggi sostanzialmente negato non solo rispetto alle possibilità economiche delle famiglie, ma anche rispetto all’area geografica di provenienza, in rapporto all’effettivo dispiegamento dell’offerta didattica sul territorio italiano. In molte aree del paese la limitazione dell’offerta di corsi universitari rende del tutto virtuale la possibilità per uno studente di scegliere effettivamente il proprio percorso formativo. Le sole politiche di sostegno alla mobilità studentesca (comunque da perseguire con risorse adeguate) immaginate da chi propone, come Nicola Rossi e Gianfranco Pasquino, un sistema con poche Università eccellenti 1 verso le quali indirizzare gli studenti, non possono bastare: ogni Ateneo, per se stesso e per il territorio che lo ospita, rappresenta ben più di un luogo dove acquisire un titolo di studio! I dati sulle iscrizioni dei residenti in Basilicata denunciano l’esistenza di una larga fascia di popolazione studentesca che, senza l’Ateneo lucano, non si sarebbe mai iscritta all’università. Più della metà delle famiglie lucane i cui figli frequentano l’università spende oltre 10.000 €/anno (costo medio di uno studente fuori sede) il che implica una uscita di 100 milioni di euro/anno dalla Basilicata per sostenere l’economia delle sedi universitarie di altre regioni. Da questo punto di vista, la recente apertura delle tre nuove Facoltà (Farmacia, Scienze della Formazione Primaria ed Economia), manterrà in Regione risorse (delle famiglie lucane) ben maggiori del finanziamento annuale (3 M€) previsto dalla Legge Regionale per l’Università. Guardare al diritto allo studio in questi termini significa passare dalla competizione (spesso al ribasso) alla collaborazione tra sedi universitarie di regioni limitrofe per garantire un’offerta di- sud/ricerca S dattica completa e di qualità a tutti gli studenti. In questo contesto, non spaventano e dovranno essere anzi perseguite con pazienza e serietà le iniziative già avviate (le tre nuove Facoltà) o in corso di avvio (Architettura) dall’Ateneo lucano così come quelle (Medicina) sollecitate dal Governo Regionale. Difendere il diritto allo studio significa però difendere anche un sistema universitario con requisiti minimi di qualità garantiti su tutto il territorio nazionale. Il passaggio all’autonomia in assenza di risorse minime certe (aggravata dai tagli selvaggi degli ultimi 10 anni) accoppiato a un sistema di finanziamento che incoraggia una competizione tra Atenei basata più sulla quantità che sulla qualità degli studenti formati, ha inferto un duro colpo al sistema universitario nazionale, la cui unitarietà (in termini di qualità e ampiezza dell’offerta didattica, strutture di ricerca e servizi agli studenti) appare già oggi fortemente compromessa. Quanto agli Enti Pubblici di Ricerca, essi hanno da sempre privilegiato insediamenti in aree già “forti” del Paese (per condizioni di sviluppo socio-economico e per la presenza di Atenei consolidati), concentrando i già scarsi investimenti nel Mezzogiorno su pochissimi poli e lasciando così vaste aree sguarnite di presidii di ricerca. Anche la positiva azione di riequilibrio degli investimenti nel Mezzogiorno, avviata dal CNR negli anni ’90, ha cambiato recentemente segno, per tradursi in una rinnovata concentrazione di risorse nei soliti centri (nell’area di Napoli sono oggi concentrati oltre la metà degli Istituti CNR del Sud) e nel contemporaneo smantellamento di buona parte degli Istituti CNR appena insediati. La sostanziale ”evaporazione” di tali Istituti (a seguito dell’ultimo accorpamento, solo 1 su 6 ha mantenuto la sua sede in Basilicata) appare esito scontato in assenza di politiche volte al raggiungimento di una massa critica e di un radicamento del personale tecnico e scientifico indispensabile per una ricerca di qualità. Non prevedere misure adeguate di medio-lungo periodo che accompagnino gli investimenti già fatti può tradursi così, anche con le migliori intenzioni, in spreco di risorse. D’altro canto entreremmo in una contraddizione clamorosa se il ruolo strategico nel rilan- cio del Paese riconosciuto alla ricerca non venisse perseguito anche nel superamento del ritardo storico accumulato dalle aree economicamente più deboli. Invocare una sorta di darwinismo della Conoscenza, affidando al solo meccanismo (peraltro sacrosanto) della valutazione o a un malinteso concetto di “mercato/ economia della Conoscenza” il compito di determinare gli assetti del sistema pubblico dell’Università e della Ricerca in Italia, significa ratificare e riproporre per il futuro un sistema di sviluppo diseguale del Paese che, anche nel campo della ricerca e della formazione universitaria, ha storicamente determinato posizioni “di partenza” fortemente diversificate. Nella stessa logica di ratificare tale disuguaglianza, piuttosto che opporsi al processo di “devolution” della Conoscenza ormai in atto, sta la proposta di abolire il valore legale dei titoli di studio che assume a sua stessa giustificazione la mancanza di unitarietà della formazione universitaria. In un sistema che non garantisce il diritto all’accesso nemmeno alle strutture universitarie pubbliche, tale scelta finirebbe ovviamente per privilegiare chi potrà permettersi 51 sud/ricerca S Il mito intramontabile di Superciuk* Proprio alle regioni più povere d’Italia è richiesto l’ulteriore sforzo di mandare i giovani a studiare fuori * Negli albi di Alan Ford di qualche anno fa, questo straordinario ubriacone si batteva coraggiosamente per rubare ai poverissimi il necessario per vivere per portarlo tra le cose superflue in casa dei ricchi. -324,03 | -61,93 4,0 | 5,7 -61,92 | -19,63 5,8 | 8,4 -19,62 | 0,00 8,5 | 20,0 12,96 | 39,02 20,1 | 25,5 0,01 | 12,95 Saldo migratorio delle università. Per ogni 100 studenti immatricolati nelle università del Centro-Nord circa 12 provengono da una delle regioni del Mezzogiorno. Il saldo migratorio netto per il Mezzogiorno è negativo e pari a 22 studenti per ogni 100 immatricolati. “per censo” percorsi formativi “altri” (in strutture private e/o all’estero) azzerando anche quella residua possibilità di emancipazione sociale ancor oggi legata all’accesso agli studi universitari. Su questi temi è necessario che il Governo si ponga come obiettivo condizioni uniformi di accesso a una formazione universitaria di qualità su tutto il territorio nazionale, assuma l’impegno di restituire unitarietà al sistema pubblico della ricerca e della formazione italiani, e indirizzi 52 Percentuali di famiglie sotto la soglia di povertà relativa (regioni ordinate per quartili) nel 2003. (Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze – Dipartimento per le Politiche di Sviluppo e di Coesione). MIUR ed Enti Pubblici di Ricerca per il concreto superamento, nella programmazione pluriennale e in particolare nelle politiche per il Mezzogiorno, di questi elementi di squilibrio. Se pare fuori discussione l’impatto positivo che le Università e i Centri di Ricerca possono avere (e storicamente hanno avuto) nello sviluppo dei territori che li ospitano, non sempre è altrettanto chiaro quale sia il sistema di relazioni con il governo locale, con le imprese e con il governo nazionale, in grado di formulare programmi di sviluppo che consentano di utilizzare proficuamente le conoscenze e le risorse di cui Università e Centri di Ricerca sono portatori e permettendo al contempo a quest’ultimi di beneficiare degli elementi di attrazione (servizi, investimenti, imprese innovative, nuovi studenti e ricercatori) che il territorio in cui operano metterà in campo. Il ruolo di motore dell’innovazione attribuito alla Ricerca è riassunto spesso nella sua capacità di tradursi in brevetti e sud/ricerca S applicazioni industriali,2-3 interpretazione che viene invece considerata semplicistica da chi si aspetta dalla ricerca quel progresso libero delle conoscenze (con tempi e orizzonti più ampi di quelli imposti dalla logica d’impresa) che ha storicamente determinato il maggiore impatto su società ed economia. La stessa ragione fondante delle Università (produzione, analisi critica e trasferimento del sapere) sembra essere messa in discussione da chi in buona fede auspica di rimodularne gli obiettivi attorno alle “esigenze del territorio” (in termini di numeri chiusi d’accesso, scelta dei Corsi da attivare etc.) basate sulle imprese, i servizi e la domanda di capitale umano già esistente. Altri vedono nelle Università stesse, e nelle loro risorse umane, l’elemento generatore e/o catalizzatore di imprese innovative, capaci di modificare radicalmente la realtà culturale, economica e produttiva che le circonda.4-5 Il modello di rapporto tra Università, Centri di Ricerca e sviluppo economico che riconosce nelle 3T (Tecnologia, Talento, Tolleranza) i fattori determinanti dello sviluppo locale sembra in qualche modo già assunto nelle linee strategiche di programmazione economica della Regione Basilicata. Si tratta di ipotesi programmatiche condivisibili che ci aiutano ad evidenziare alcuni nodi tuttora da sciogliere. Tecnologia e Talento. Se puntare sull’innovazione e sul capitale umano sembra ormai obbligatorio per sopravvivere in un mercato senza troppe regole (in cui anche le imprese in attivo chiudono per cercare maggiori profitti all’estero contando sui salari più bassi), non è così ovvio quale ruolo possano in questo ambito giocare Università e Centri di Ricerca. La questione è, se possibile, ancor più cogente se riferita alla nostra Regione e alla collocazione al suo interno dell’Ateneo e dei vari Centri di Ricerca. Parliamo di una regione che deve costruire (o re-inventarsi) quasi da zero quei “fondamentali” dello sviluppo (infrastrutture di collegamento e presidii culturali, aree metropolitane e servizi ad imprese, lavoratori, studenti, famiglie) che in altre aree del Paese sono que differenza etnica, religiosa, di sesso o da tempo consolidate e rappresentano il di condizione economica. Ma in tale concontesto in cui innestare non solo imprese, testo, il ruolo trainante dell’Ateneo di Bama anche attività di ricerca di frontiera. La silicata e gli altri Centri di Ricerca rischia stessa massiccia emigrazione dei giovani di essere insufficiente nel momento in cui (soprattutto laureati) denuncia un sistema altri elementi di contesto vengono meno. regionale arretrato che, nell’apparato proLa Regione Basilicata ha già da tempo, duttivo come nella pubblica amministrae negli ultimi anni con maggiore consazione, nel mondo delle libere professioni pevolezza, scelto un modello di sviluppo come nella stessa Università, alla compeche mira al progresso sociale, civile e tizione basata sul merito e sulla creatività culturale senza necessariamente confoncontinua a preferire il mare calmo delle derlo o ridurlo alla mera crescita econorendite di posizione e spesso degli ingiumica. Si tratta di scelte già avviate quanstificati privilegi. do, nel dopo-terremoto dell’80, la classe La costruzione, ad esempio, di uno politica locale identificò non più e/o non o più distretti regionali capaci di attrarre solo in iniziative industriali di vita pari ai imprese “innovative” (per tecnologia e/o finanziamenti pubblici, ma nell’Ateneo creatività), in grado di esprimere una dodi Basilicata uno degli assi portanti della manda di forza lavoro qualificata, richiede ricostruzione. Abbiamo visto come le 3T uno sforzo di prodi Tecnologia, Talento e Tollegrammazione nuovo, ranza, se assunte come fattori “Una regione aperta determinanti del progresso loche non può esimersi da una valutazione all’Europa che guarda cale, costituiscano obiettivi di critica degli esiti delle oltre il Mediterraneo programmazione immediatapolitiche di sostegno e punta al raddoppio mente perseguibili su cui avall’innovazione sin della popolazione viare azioni concrete: sviluppo qui perseguite a livel- residente” di attività economiche sostenilo regionale, nazionabili nel tempo e meno esposte le ed europeo. Come agli effetti negativi della globarecuperare i ritardi accumulati e costruire lizzazione dei mercati; inversione dei flusun tessuto solido che permetta di studiare, si migratori ed aumento della popolazione lavorare, fare impresa creativa in Basiliresidente e, infine, realizzazione effettiva cata, utilizzando al meglio le risorse che ci del diritto allo studio anche attraverso sono, ma anche pensando a quelle che saun’offerta didattica meglio distribuita sul ranno necessarie, è tema vasto che richieterritorio. Si tratta di azioni che richiedono de soluzioni mirate e originali, che non si interventi decisivi non solo per il consoliriducano a una semplice quanto spesso damento e allargamento dei presidii culinefficace riproposizione nel territorio luturali in generale e delle risorse umane e cano di esperienze maturate altrove. strumentali a disposizione, ma anche sugli Tolleranza. L’idea di una Regione elementi di contesto. aperta che guarda all’Europa, ma anche Puntare a garantire un’offerta dioltre il Mediterraneo, vuole puntare al dattica completa e di qualità a tutti gli raddoppio della popolazione residente e studenti, abbattere i costi per le famiglie vuole investire concretamente nelle polilucane e aumentare l’attrazione verso le tiche di accoglienza, può trovare nell’Unialtre Regioni Italiane e del Mediterraneo, versità (e in diversa misura nei Centri di usare il mondo della Ricerca e della CoRicerca) un partner strategico naturalmennoscenza come veicolo di internazionate (direi per vocazione) aperto alle diverse lizzazione dell’intera Regione, significa culture, interessato allo scambio di idee, intervenire conseguentemente sul sistedi studenti e ricercatori, al di là di qualunma dei trasporti e sui servizi per studenti 53 sud/ricerca e lavoratori, in modo da incoraggiare le collaborazioni internazionali, non solo nel campo della ricerca e della didattica universitaria, ma anche in ambiti culturali più vasti. Un tale sistema dell’accoglienza dovrebbe prevedere sia il finanziamento sistematico di borse di studio (dalle scuole medie all’università ed al dottorato) per studenti provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo sia il coinvolgimento delle istituzioni locali, delle associazioni culturali e del volontariato, nei percorsi di integrazione ed nelle relazioni di cooperazione e di pace di più ampio respiro. Occorre infine pensare a Università e Centri di Ricerca non come a organi strumentali della Regione Basilicata cui offrire supporto solo in cambio di azioni specifiche (al contempo destinando fiumi di danaro a imprese decotte), ma come entità con cui consolidare rapporti trasparenti e strutturati di reciproca consultazione che, nell’autonomia e nelle diverse finalità delle parti, consentano di coordinare azioni volte al perseguimento di obiettivi se non comuni spesso sicuramente convergenti. In conclusione è necessario aggiungere qualcosa sul tema del lavoro e, nel nostro caso, del lavoro intellettuale, scarso e precario, e della,fuga di giovani laureati dalla nostra Regione, continuamente lamentata ma mai arrestata. Interventi come quello degli 80 assegni di ricerca banditi recentemente dalla Regione Basilicata, forse possono rallentare/ritardare l’esodo in attesa di tempi migliori, ma non certo ad invertire la tendenza. Assistiamo a una enorme contraddizione fra la maggiore richiesta di laureati (l’Europa ne vuole il triplo) e i contemporanei tagli nei finanziamenti a scuola e Università, in un Paese che rinunciando a competere sull’innovazione (insistendo invece sulla riduzione del costo del lavoro) non riesce a esprimere una domanda di personale altamente qualificato pari almeno ai “pochi” laureati di oggi. Sostenere i processi che determinano la domanda di alta-formazione richiede meccanismi reali di innovazione nella 54 macchina amministrativa, nei servizi, nelle imprese, meccanismi virtuosi in grado di garantire più lavoro, più stabile e di migliore qualità, ma anche persone formate per essere fattore propulsivo e non vittime dell’innovazione. Su questo terreno la Regione Basilicata ha fatto e sta facendo molto soprattutto nel miglioramento dei propri servizi, nell’organizzazione interna, delle infrastrutture di interconnessione, nella partecipazione a progetti nazionali ed internazionali di cui è spesso capofila, ma molto resta da fare soprattutto in quei settori (ambiente, energia, trasporti, turismo e beni culturali) dove più forti sarebbero le ricadute economiche e maggiore l’impatto della iniezione di competenze avanzate e, perché no, dell’entusiasmo del fare che è proprio dei giovani. Più difficile è immaginare politiche di sostegno all’innovazione nelle imprese e ancor più nelle PMI che, come è noto, sono la stragrande maggioranza nel nostro Paese. Salvo rare eccezioni, i finanziamenti alla ricerca e all’innovazione delle imprese si è risolto (anche in Europa) in un semplice finanziamento alle imprese. Separare la espressione di proposte di innovazione dalla speranza di ottenere solo per questo dei finanziamenti, potrebbe costituire un passo avanti. Invece di finanziamenti per bandi (che sollecitano la costruzione di cordate improbabili costruite ad hoc per il solo accesso ai fondi) insisto nel proporre un sistema di finanziamento a sportello (con valutazione dei progetti all’atto della loro presentazione e con le imprese nella parte dei committenti) che sostenga principalmente università e/o enti di ricerca nella fase di ricerca e sviluppo e le imprese soprattutto (o meglio solo) nella fase di immissione dei risultati nel processo produttivo. Si selezionerebbe così una domanda reale di innovazione (premiata solo se produttiva) piuttosto che semplici richieste di fondi travestite per l’occasione. Potrei sbagliare, ma giacché dal passato si può sempre imparare, vogliamo andare a vedere ? Note: S Verrebbe da chiedersi perchè Università, che risulterebbero ancora più affollate delle attuali, dovrebbero conservare o acquisire caratteristiche di eccellenza. Alla folta schiera dei sostenitori di questo modello (spesso accademici che mai si sognerebbero di applicare a loro stessi quella mobilità che vorrebbero imporre agli studenti) disposti in maniera assolutamente trasversale tanto nei partiti di Governo quanto in quelli di opposizione, spesso estimatori dei sistemi anglosassoni di educazione universitaria, andrebbe ricordato come negli Stati Uniti il sistema è fortemente decentrato con moltissime Università private e pubbliche, le più grandi delle quali, come la famosa Berkeley University, hanno meno iscritti dell’Università di Lecce, mentre la prestigiosa Yale University con la metà degli studenti dell’Ateneo di Basilicata, è considerata una media, e non una piccola, Università. 1 R. Florida e W. Cohen, 1999. “Engine or Infrastructure? The University Role in Economic Development. In: Branscomb, Kodama e Florida (Eds.), Industrializing Knowledge: University – Industry Linkages in Japan and the United States. MIT Press, Cambridge, MA, pp. 589-610. 2 N. Rosenberg e R. Nelson, 1994. “American Universities and Technical Advance in Industry,” Research Policy, 23, pp. 323-348. 3 R. Florida, G. Gates, B. Knudsen e K.Stolarick, 2006. “The University and the Creative Economy”, Heinz Endowments Studies: 1-56. Disponibile come: http://creativeclass.typepad. com/thecreativityexchange/files/university_ and_the_creative_economy.pdf 4 T. Li e R. Florida, 2006. “Talent, Technological Innovation and Economical Growth in China”: 1-16. Disponibile come: http://creativeclass. com/rfcgdb/articles/Talent_Technological_Innovation_and_Economic_Growth_in_China. pdf 5 e ditoriale dimensione dell’inquietante scenario ipotizzato dagli inquirenti: produzione clandestina di plutonio, traffico di sostanze radioattive, commercio di armi, violazione dei regolamenti sulla custodia di materiale radioattivo. La vera novità degli ultimi due anni sono proprio questi avvisi di garanzia: altri elementi direttamente connessi alla vicenda non sono noti. Anche il recente ritrovamento di fusti contenenti materiali tossici in località Fosso Lavandaio, presso Pisticci non è (ancora ?) un riscontro ufficiale delle rivelazioni di Fonti, stando alle dichiarazioni dell’ufficiale della Forestale incaricato della bonifica, anche se il giudice Basentini ha convocato gli indagati nel sito della discarica abusiva per presenziare alle operazioni di bonifica. L’intera vicenda induce a questo punto alcuni elementi di riflessione, forse banali, ma non credo per questo meno necessari. Il primo riguarda la prosecuzione dell’inchiesta: un pm ritiene quantomeno credibile lo scenario illustrato dal “pentito”. Se nel campo giudiziario un indizio o la plausibilità non possono (giustamente) sostituire elementi di prova, diverso è l’esito in ambito politico, in cui ci troviamo di fronte a un curioso paradosso. Il nucleare, militare o civile che sia, richiede(rebbe) il secretaggio come elemento indispensabile per evitare/ridurre rischi connessi ad attività illecite e illegali, il segreto ostacola però strumenti trasparenti e partecipati di controllo da parte della società e quindi favorisce la possibilità di azioni illegali e contrarie alla sicurezza sociale e ambientale. Quis custodiet ipsos custodes? Seconda riflessione: su troppe vicende che interessano la gestione dell’ambiente, delle risorse e dei beni pubblici, gli unici elementi che vengono proposti ai cittadini sono quelli presenti nelle cronache giudiziarie, che si tratti dei fusti della Trisaia come di Marinagri, dei permessi per le estrazioni petrolifere o dei concorsi universitari. E spesso, quel che è peggio, l’unico spazio di intervento che rimane ai cittadini su questi temi è quello di schierarsi, pro o contro l’inchiesta giudiziaria, come se questo fosse l’ultimo terreno rimasto su cui è possibile esercitare una sorta di intervento politico. Anche alcune manifestazioni del fenomeno ormai eti- segue dalla prima chettato come grillismo sembrano andare in questa direzione. Terza riflessione: in assenza del ruolo esercitato dalla politica - intesa come partecipazione, cogestione dal basso, democratica e consapevole, e non come strumento di controllo dall’alto del consenso i fenomeni di degenerazione etica, di corruzione e di malgestione del bene pubblico, diventano, da possibili, inevitabilmente reali. La vicenda Trisaia è, in questo senso inquietante, non solo per quello che evoca in termini di un potenziale oscuro passato, ma perchè è testimonianza di una difficoltà della politica e della democrazia nell’intervenire sul presente. Anche i tavoli della “trasparenza” rischiano di essere un pretesto, e con il tempo diventano così trasparenti da risultare invisibili. Rischiando la ripetizione, vorrei ricordare quanto espresso da Piero Di Siena nell’editoriale del dicembre scorso: in assenza di un ruolo autonomo e partecipato della “società civile”, persino le risorse finanziarie disponibili (ad esempio quelle delle royalties del petrolio) non bastano per creare sviluppo. Vorrei aggiungere che, in assenza di controllo partecipato dei cittadini, l’esito di queste risorse inevitabilmente scivolerà dallo spreco ad elemento di corruzione. E tutto questo pone, in una fase in cui qualcuno candida questa regione, in consultazioni riservate e separate dalla società, a un ruolo maggiore sia nell’estrazione petrolifera che nella produzione di energia, problemi e questioni rilevanti e non rinviabili. Questioni ancora più cogenti per forze e movimenti che si collocano nella sinistra di questa regione e di questo paese. La Basilicata ha espresso in questi ultimi anni movimenti straordinari, come quello di Scanzano e di Rapolla, che però non sono riusciti a uscire dalla fase di resistenza contro l’aggressione al territorio e proporsi come realtà politiche di lungo respiro nella gestione e controllo dell’ambiente e delle risorse. Questo salto di qualità si impone, e in tempi stretti. Scrivo queste righe ancora “a caldo” della straordinaria emozione suscitata dalla manifestazione del 20 ottobre: energie, cuori e cervelli ci sono, occorre dare loro una collocazione proficua. Se non ora, quando? laboratorio della sinistra lucana Direzione Antonio Califano Anna Maria Riviello Redazione Simone Calice, Fabrizio Caputo, Paolo Fanti, Eustachio Nicoletti, Gianni Palumbo, Camilla Schiavo Progetto grafico e Art direction Palmarosa Fuccella Hanno collaborato a questo numero Lucia Caggiano, Cooperatrice Internazionale Gert Dal Pozzo, Eretico militante Sara Lorusso, Giornalista Roberto Mancino, Assessore Rifondazione Comunista al Comune di Potenza Lidia Riviello, Poetessa Giuseppe Romaniello, Presidente Regionale AIF (Associazione Italiana Formatori) Giuseppe Salluce, Educatore nell’ambito della Salute mentale Valerio Tramutoli, Docente Università degli Studi della Basilicata Rocco Viglioglia, Presidente Agrobios Woland, Professore di magia rossa Per abbonarsi a Decanter: rivolgersi a CALICE EDITORI via Taranto 20 - Rionero in Vulture (Pz) Tel/fax 0972 721126 > e-mail: [email protected] Garanzie di riservatezza per gli abbonati L’editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti dagli abbonati e la possibilità di richiederne gratuitamente la rettifica o la cancellazione scrivendo a Calice Editori. e-mail: [email protected] | www.caliceditori.com DECANTER anno IV numero 3 - ottobre 2007 Edito da Calice Editori Aut.Trib. Melfi n. 2/2004 Direttore Responsabile, Giuseppe Rolli Direttore Editoriale, Piero Di Siena Rivista trimestrale Abbonamento sostenitore e estero: € 50.00 Abbonamento annuo: € 15.00 c.c. postale n. 14667851 Costo singola copia: € 5.00 Numero doppio: € 7.00 Stampa Grafiche Finiguerra Lavello (Pz) POSTE ITALIANE S.p.a. Spedizione in a.p. - 70% Potenza 55 i m r e e! v a lin i o n u o p a che r O an www.decanteronline.it