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Solennità del SACRATISSIMO CUORE DI GESU’
Venerdì 23 giugno 2006
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Anno 7, Numero 14
Alle ore 16,30 ritrovo dei fedeli in Piazza Elisabetta Gonzaga, quartiere Piantata.
Sua Eminenza Cardinale Sergio Sebastiani
alle ore 17,00 guiderà la processione da Piazza Elisabetta Gonzaga,
al Santuario Sacro Cuore di Gesù a Ca’ Staccolo;
alle ore 18,00 presiederà la Santa Messa.
Alle ore 20,00, per chi lo desidera, ritrovo presso il ristorante Tortorina per la cena,
è obbligatorio prenotarsi entro il 16 giugno.
Per informazioni, iscrizioni e prenotazioni telefonare al n. 0722/322698
o inviare un fax al n. 0722/377091; Posta elettronica : “[email protected]”
LA POSTA
A tutti gli amici di Don Elia si chiede di farsi strumento portante per la diffusione dei libri:
“Don Elia Bellebono, Apostolo del Sacro Cuore per i nostri tempi” scritto da P. Carlo Colonna S. J.,
“Don Elia Bellebono: Apstle of the Sacred Heart for your time” tradotto in inglese,
“Autobiografia di Don Elia Bellebono, Apostolo di Gesù” a cura di Umberto Callegaro.
Sollecitiamo i nostri amici ed i lettori ad inviarci le loro impressioni, opinioni, suggerimenti e soprattutto
testimonianze relative sia alla vita di don Elia che ad ogni iniziativa inerente alla Fondazione inviandole al
seguente indirizzo:
Fondazione OPERA DEL SACRO CUORE DI GESÙ
Via Ca’ Staccolo 5 - 61029 URBINO PU
Telefono 0722 322698 - fax 0722 377091 - E-mail: [email protected]
Internet: www.donelia.it
Coloro che vogliono appoggiare la costruzione del Santuario con offerte possono utilizzare il conto corrente
postale n. 11300613 per l’Italia, per altre forme di versamento telefonare alla segreteria della Fondazione.
Direttore Responsabile: Rosa Maria Rossi - Tipografia Mondograf Tel. 0721.907662 - Telefax 0721.472083- Pesaro
Sped. in A.P. art. 2 comma 20/c legge 662/96 Filiale di Pesaro
Autorizzazione del Tribunale di Pesaro: 467 del 6-12-1999.
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Maggio 2006
Uniti nel Cuore di Cristo
Bollettino di Informazione - Fondazione Opera del Sacro Cuore di Gesù - Via Ca’ Staccolo 5 - 61029 Urbino (PU)
Carissimi,
il 2 settembre del
1996, alle ore 13,45, nella sua cella
di Monte Giove, dopo molti giorni
di grandi sofferenze, il nostro amatissimo Don Elia concludeva la sua
esperienza terrena e veniva accolto
dal Sacro Cuore di Gesù nella casa
del Padre.
Il 2 settembre di quest’anno saranno perciò trascorsi dieci anni
dall’ultimo momento in cui i suoi
figli spirituali, i suoi amici e quanti
ebbero il dono di incontrarlo e di
conoscerlo lo poterono vedere in
questo mondo, in attesa e nella
speranza di riabbracciarlo un giorno
in Paradiso.
Un decennio fa si concludeva
una vita straordinaria, vissuta per
la maggior parte nell’attesa e nella
ricerca che la promessa avuta da
Gesù - “sarai mio sacerdote” – si
compisse, tra mille peripezie, speranze e delusioni, costellata sempre
da fatti e episodi straordinari, vissuta poi, divenuto sacerdote, nella
totale adesione alla volontà di Gesù
e nel servizio a tutti coloro che
Gesù stesso metteva sulla sua strada
e che da quell’incontro trovavano
sempre conforto spirituale, a volte
anche il risanamento fisico.
In quest’anno anniversario ci è
sembrato doveroso realizzare un
numero speciale del nostro giornalino che, come avete già constatato,
esce per l’occasione con molte più
pagine del solito.
Vi troverete il “diario” degli ultimi
giorni terreni di Don Elia, così
come li ha vissuti e trascritti dieci
anni fa Pier Luigi Carboncini, un
giovane figlio spirituale di Don
Elia, che ebbe il dono di essergli
accanto in quei momenti.
A seguire, le testimonianze di
alcune tra le persone, sacerdoti e
laici, che hanno conosciuto Don
Elia, ce lo presentano nel ricordo
personale che ciascuno serba nel
suo cuore di un incontro che a non
pochi ha cambiato la vita.
Infine il programma dei nostri
due appuntamenti annuali, la festività del Sacro Cuore di Gesù, il 23
giugno e l’anniversario della morte
di Don Elia, il 2 settembre, che in
questo decennale assumono particolare importanza e che perciò vivremo con ancor maggiore solennità e partecipazione.
Procedono nel frattempo i lavori
del Santuario: si sta completando
la realizzazione della complessa e
speciale struttura in acciaio del tetto
che, costruita, montata e collaudata
in Lombardia, sarà di nuovo smontata e, una volta trasportata a Urbi-
Il Santuario
visto dall’interno.
no, sarà definitivamente posta in
opera a copertura del santuario; si
è inoltre praticamente conclusa
anche la non facile né e semplice
costruzione del campanile.
Nel raccomandare a tutti i lettori
di essere presenti a Urbino il prossimo 23 giugno e in attesa di salutarci tutti fraternamente auguro a
ciascuno ogni bene, nella speciale
benevolenza e intercessione presso
Gesù che ci è assicurata dal nostro
amato Don Elia.
Il Presidente
(Cav. Lionello Albieri)
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Uniti nel Cuore di Cristo
Gli ultimi giorni di Don Elia.
La telefonata non lasciava dubbi.
Don Elia stava male e se non lo si
operava gli rimanevano pochi giorni di vita. Non c’era molto da pensare. Immediatamente dissi: “Io
vado giù.
È da poco passato ferragosto e
da circa tre settimane la mia famiglia si tiene in contatto con i parenti
di don Elia per avere notizie sulla
sua salute. Infatti dal 29 luglio le
condizioni di salute di don Elia,
che da tempo soffre di disturbi allo
stomaco, sono peggiorate tanto che
il 5 agosto si è provveduto al suo
ricovero in ospedale.
Don Elia, un sacerdote di 84 anni,
giunto al sacerdozio dopo anni di
sofferenze fisiche e spirituali, da
oltre 20 anni è un carissimo amico
di famiglia oltre che nostro insostituibile sostegno morale.
Parto nel pomeriggio di martedì
20 agosto 1996 con l’intenzione di
fare una breve visita all’ospedale
di Fano, dove è ricoverato e ritornare in serata a casa. Alle 16.00
giungo all’ospedale seguendo le
indicazioni della Signora Teresa
Bellebono, cugina di Don Elia, ed
ho subito trovato il reparto indicatomi. Entro nella camera n° 9 del
reparto chirurgia e lo trovo lì, seduto sul letto con le braccia appoggiate ad un tavolino di quelli usati
per mangiare a letto, ed un orribile
quanto antiestetico cannello infilato
nel naso. Il viso molto dimagrito
denota tutta la sofferenza provata,
la pancia gonfia all’inverosimile
dichiara tutto il male che agisce
inesorabilmente all’interno, ma lo
sguardo è sempre quello che ho
conosciuto. È questione di pochi
attimi. Come lo saluto lui mi sorride e alza una mano per indicarmi
di avvicinarmi per baciarlo. La
nipote Nicoletta che da 15 giorni
lo assiste amorevolmente e che in
quel momento gli siede di fronte,
mi lascia il posto per potergli parlare. Don Elia non ha gli occhiali
che gli servono anche per sentire,
ma sembra capire lo stesso quanto
gli dico; mi sorride ma, subito dopo, con una smorfia di dolore mi
sussurra: “Andiamo male!”
Faccio in tempo a dirgli che a
casa lo salutano e che pregano per
lui e lui dopo aver ringraziato chiede di coricarsi. In quel momento
mi accorgo delle flebo che lo alimentano direttamente nel cuore.
Questo accorgimento si è reso necessario dal momento che il suo
fisico non è in grado di sopportare
le flebo tradizionali in vena e le
sue mani tutte blu lo dimostrano.
Nicoletta, che nella foga non avevo
ancora salutato, mi dice che sono
stato fortunato a trovarlo alzato
perché questo avviene raramente
e solo per pochi minuti al giorno.
Inoltre una volta sdraiato non vuole
più parlare e anzi gli da fastidio
persino che gli altri parlino.
Notoriamente contrario agli ospedali, don Elia negli ultimi anni è
stato ricoverato in occasione di due
infarti e per delle analisi. Sicuramente non è il posto preferito per
uno che per anni ha viaggiato in
lungo e in largo per l’Italia e che
ora si trova costretto in un letto
impossibilitato a muoversi e a man-
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Don Elia, testimone di Gesù Risorto.
giare.
Mi siedo a fianco del letto e lo
guardo riposare, noto che a più
riprese Don Elia benedice, si fa il
segno della croce poi sembra recitare parti della messa fino a quando
chiede a Nicoletta di dargli il crocefisso appoggiato sul comodino.
Una volta preso, lo bacia e lo stringe a sé come se cercasse in lui il
conforto necessario. Anche questo
sembra che lo faccia spesso durante
il giorno.
Sono le 17.30, entra rapidamente
un’infermeria pregandomi di allontanarmi perché comincia la visita
dei medici i quali non vogliono
nessuno tra i piedi! Io ne approfitto
per telefonare a casa.
Vista l’ora, penso che forse è
meglio se mi fermo a dormire a
Fano per poi ripartire il giorno dopo. Telefono quindi all’eremo di
Montegiove, dove da vent’anni don
Elia risiede in una cella e da pochi
anni adibito anche a foresteria, per
sentire se c’è posto per dormire.
Mi rispondono di sì e che mi aspettano per cena alle 19.30.
Dopo le telefonate, mentre aspetto
l’ora del passo sulle panchine del
viale dell’ospedale vedo arrivare i
coniugi Martucci, la sig.ra Teresa
Conobbi Don Elia fra l’85 e l’86,
vent’anni fa. Riconquistata alla
fede in Cristo da Sua Madre Maria,
a Medjugorie, questo sacerdote mi
fu presentato da mia sorella Laura.
Sapevo che aveva doni straordinari:
vedeva Gesù e Gli parlava come
noi ai vecchi amici, ma con l’umiltà
di un figlio che parla al Padre, con
la confidenza di chi si sa amato e
stimato. Io gli chiedevo sempre:
ma Don Elia, com’è Gesù? me lo
descriva. E lui, paziente, ogni volta
ricominciava a descrivermelo: “Mi
appare Risorto, nella Luce del
Trionfo, con la Sua veste bianca
macchiata dal Sangue che goccia
dal suo Sacro Cuore coronato di
spine e sormontato da una piccola
Croce. Gli occhi grandi, azzurri,
con uno sguardo profondissimo.
Naso e bocca regolari, i capelli
castano-biondi gli scendono alle
spalle, la barba breve e ben curata
gli orna il viso ma non si divide
sul mento, i piedi dai sandali di
cuoio bassi (lo aveva notato e lo
diceva sempre lui che era ciabattino)”. E concludeva: “È bellissimo!”
Ed io, estasiata, che ancora chiedevo e volevo sapere di più, e così le
volte successive.
Don Elia, paziente, non si stancava mai di raccontarmi di Gesù.
Un giorno, nell’estate dell’87, mi
fece chiamare da Laura ed io andai
a trovarlo a Monte Giove, l’Eremo
che i Camaldolesi hanno sopra Fano e che lo ospitava. Andai su tremante, mi chiedevo cosa potesse
volere questo sacerdote carismatico
da me. Non lo vedevo dall’inverno.
Appena arrivai mi accolse affettuoso e disponibile e... mi raccontò i
miei pensieri degli ultimi mesi...
io rimasi ammutolita... tutto corrispondeva perfettamente. Mi incoraggiò a prendere una decisione
importante per la mia vita. Gli chiesi in seguito com’era possibile che
lui sapesse ciò che mi aveva detto.
Rispose con la massima tranquillità
che il Signore, quando lui pregava
per una persona, gli donava di
“vedere e conoscere” ciò che la
stessa persona stava vivendo. Me
lo disse come se fosse la cosa più
naturale di questo mondo.
Il candore, la semplicità, l’umiltà
di Don Elia insieme alla sua grande
forza, la fede incrollabile, l’abbandono alla Sua Volontà unita ad una
lotta nel compiere ogni giorno
“tutto il possibile” per attuare i
disegni del Suo Signore, erano le
sue caratteristiche principali. Quando afflitta dai miei travagli e limiti
andavo a confessarmi da lui, mi
congedava dicendo: “Stiamo contenti che il Signore ci ama” e con
un grande sorriso guardava in alto,
lieto, come se contemplava già la
gioia del Risorto.
Giuliana Guerra
PER ME IL VIVERE E’ CRISTO Fil 1,21
Esercizi Spirituali in preparazione alla solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù
Guidati da Padre Umile Giletti O.F.M. Cap.
Dal pomeriggio di martedì 20, a venerdì 23 giugno 2006 presso la sede della Fondazione Opera
del Sacro Cuore di Gesù Via Ca’ Staccolo 5 - 61029 URBINO (PU).
Negli ultimi giorni Don Elia celebra la S. Messa nella sua cella dell’Eremo.
ISCRIZIONE AL CORSO …………………………………….
€
25,00;
SOGGIORNO HOTEL TORTORINA pensione completa di tre giorni incominciando dalla
cena e pernottamento del 20 giugno al pranzo del 23 giugno:
- per persona in camera doppia ………………………………….€ 139,50;
- per persona in camera singola …………………………………€ 181,50.
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Uniti nel Cuore di Cristo
Consacrazione personale al Cuore di Gesù
Il tuo Cuore, o Ges ,
l asilo di pace,
il soave rifugio nelle prove della vita,
il pegno sicuro della mia salvezza.
A te mi consacro interamente,
senza riserve, per sempre.
Prendi possesso, o Ges ,
del mio cuore, della mia mente,
del mio corpo, dell anima mia,
di tutto me stesso.
I miei sensi, le mie facolt , i miei pensieri
e affetti sono tuoi.
Tutto ti dono e ti offro: tutto appartiene a te.
Signore, voglio amarti sempre pi ,
voglio vivere e morire di amore.
Fa , o Ges ,
che ogni mia azione, ogni mia parola,
ogni palpito del mio cuore
siano una protesta di amore:
che l ultimo respiro
sia un atto di ardentissimo e purissimo amore
per te. Amen.
P. Felice Cappello S.J.
È Pasqua
È Pasqua:
Cristo è risorto.
È giorno di festa,
di pace, di amore.
Il dolce suono
delle campane
invita i fedeli
ad esser più buoni,
ad amarsi fra loro;
ma in terre lontane
il fuoco divampa,
annienta, distrugge:
è la guerra.
Uomini,
vogliosi di potere,
sono assetati di sangue,
di conquiste:
è la fame,
il terrore, la morte
per tanti innocenti.
Oh Dio,
Re dei viventi,
dei miseri e dei potenti,
Ti prego:
annienta Tu il male
e fa’ che la pace
regni per sempre
fra tutte le genti.
Don Elia ringrazia Aurelio Gonzato autore del quadro del Sacro Cuore di Gesù.
Luisa Liri
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Anno 7, Numero 14
Bicego, l’Armando Quartararo e
la sig.ra Nives Costantini che si
dirigono verso il reparto di chirurgia. Li seguo per salutarli e per
accompagnarli. Entriamo da Don
Elia tutti insieme. Nessuno ha il
coraggio di avvicinarsi per non
disturbarlo. Rompe gli indugi il
sig. Martucci che si china all’orecchio e lo saluta. Don Elia si scuote,
alza la testa e dice: ”Ciao Tonino!”.
Ora anche gli altri si avvicinano e
lo salutano. A questo punto Don
Elia si gira nel letto con grandi
smorfie di dolore. È un’operazione
che compie spesso perché non trova
una posizione che gli dia sollievo.
Riesce solo a stare di lato, mai di
schiena. Dopo qualche istante la
compagnia decide di andare ed è
a questo punto che don Elia chiama
il sig. Martucci, allarga le braccia
per abbracciarlo e a quel punto
dice: ”Tonino, non ci vediamo più!”
Rimaniamo di nuovo in tre e
questo fino alle 19.10 quando anch’io tolgo il disturbo per recarmi
all’eremo di Montegiove dove avevo prenotato una camera nel pomeriggio. Nicoletta invece aspetta l’arrivo di Antonio che fa la notte.
All’eremo arrivo in tempo per la
cena e trovo come compagni di
mensa gli stessi che ho incontrato
all’ospedale.
L’eremo di Montegiove è un
monastero dei Camaldolesi posto
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sulle colline prospicienti Fano e il
mare. Di origine secentesca, l’eremo ospitava a quel tempo sette
padri, fratel Mariano oltre ad un
sacerdote e, ovviamente, don Elia.
Dalla terrazza si può ammirare un
panorama mozzafiato con l’orizzonte che si perde nell’azzurro del
mare Adriatico, di fronte alle coste
della Dalmazia che, come dicono
i Padri, nelle giornate più limpide
si scorgono in lontananza.
Inutile dire quale è stato l’argomento della cena e del dopocena.
Siamo tutti molto depressi. Siamo
abituati a vedere Don Elia sempre
allegro e sorridente e soprattutto
in piedi che dispensava baci e benedizioni e ora...vederlo così provato in quel letto di ospedale!
Alle 21.00 si recano a trovarlo,
dall’eremo, don Gianni e altre due
persone che non conosco, ma che
avrò occasione di incontrare di nuovo all’eremo nella settimana successiva.
Don Gianni è il sacerdote che
vive all’eremo. Giovane, simpatico
e dotato di una corporatura particolarmente robusta, don Gianni è
molto amico di don Elia. Spesso
nelle mie visite lo incontravo nella
cella di don Elia dove si intratteneva
per conversare e per pregare. Si è
spesso prodigato per don Elia accompagnandolo con l’automobile
quando c’era bisogno oppure assi-
stendolo all’eremo. Celebre è stato
il viaggio ad Assisi compiuto con
don Elia quando, giunti ormai in
città, dopo una violenta quanto
bonaria litigata, decisero di tornare
immediatamente indietro senza fermarsi! I due infatti sono molti amici
ma sono anche accomunati da un
carattere piuttosto impulsivo.
Aspettiamo con ansia il loro ritorno che avverrà alle 22.30 circa.
Nel frattempo ci intrattiene un
gruppo del Rinnovamento dello
Spirito che, con canti e preghiere
animate, impegna la nostra attenzione. La serata è splendida. Un
cielo stellato e terso fa da contraltare ad un’aria pungente che costringe a indossare i primi golf.
All’arrivo del terzetto nessuno
ha molta voglia di parlare, ma le
nostre espressioni sono molto eloquenti e così don Gianni si fa forza
e dice: “L’abbiamo trovato a letto,
ma ha voluto alzarsi, ci ha riconosciuti tutti. I medici sono decisi per
l’operazione, ma l’ultima decisione
spetta a lui e lui non ha nessuna
intenzione di farsi operare!”
A questo punto va detto come
stanno le cose almeno per come le
ho apprese io. Don Elia ha un male
incurabile al pancreas, che forse si
è diffuso altrove anche se lo stomaco sembra illeso. Comunque da 20
giorni non mangia più perché ha
un blocco allo stomaco. I chirurghi
non sanno quanto sia esteso il male,
non c’è analisi che lo stabilisca.
L’unica soluzione, dicono, è
“aprirlo”. Ma c’è il problema della
pancia che contiene dai 6 agli 8
litri di liquidi che, come si opera,
fuoriescono creando degli scompensi circolatori imprevedibili. E
poi c’è il cuore con all’attivo due
infarti e c’è il diabete molto alto,
fattori questi che sconsigliano l’intervento. Inoltre, l’alimentazione
per flebo non è sufficiente e Don
Elia diventa, ogni giorno, sempre
più debole, per cui l’operazione,
possibile all’inizio ora è molto rischiosa. Sì, ma quale operazione?
Non certo la rimozione del tumore,
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quello non si tocca perché, dicono
sempre i medici, a quella età il
tumore progredisce molto lentamente e quindi non crea problemi.
L’intervento pensato dai chirurghi
è quello di collegare direttamente
l’esofago con l’intestino eliminando lo stomaco. Questo permetterebbe a don Elia di alimentarsi
ancora consentendogli di vivere
ancora un po’. Sì, ma quanto un
po’? Nella migliore delle ipotesi
qualche mese, forse 2 o 3 al massimo. E se non si opera? Morirà di
denutrizione in pochi giorni e difficilmente arriverà a fine mese.
Nessuno ha voglia di commentare
le ultime notizie. Ci salutiamo. Io
telefono a casa e quindi vado a letto
dove leggo di nuovo il libretto
stampato dagli amici svizzeri di
Lugano e che racconta alcuni aneddoti della vita di don Elia e quindi
mi addormento nella angoscia più
profonda.
MERCOLEDÌ 21 AGOSTO 1996
Il risveglio, al mattino, è provocato dalle campane che, suonando
alle 6.45, annunciano il nuovo giorno. Dopo la messa delle 7.30 incontro il sig. Mario Falcioni, presente come tutte le mattine alle
funzioni. Non c’è molto da dire se
non constatare la gravità della situazione. A colazione ritrovo gli
amici di Milano ed espongo loro
la mia intenzione di recarmi all’ospedale in mattinata. I coniugi
Martucci sarebbero partiti di lì a
poco insieme alla sig.ra Teresa
mentre Armando e la sig.ra Nives
si sarebbero fermati fino alla sera.
Nel refettorio incontro padre
Alessandro che si occupa dell’orto
che circonda tutto l’eremo. I campi
e le vigne dell’eremo non sono più
gestiti dai padri che, pochi e alcuni
anche anziani, non riescono a lavorare e quindi vengono dati in affitto
a dei privati.
Padre Alessandro, persona molto
dolce e di grande spiritualità, è
molto affezionato a don Elia e pre-
Uniti nel Cuore di Cristo
murosamente si adopera per aiutarlo.
Mi chiede se ho visto don Elia.
Gli rispondo che l’ho visto nel pomeriggio di ieri e che l’ho trovato
molto giù. Mi dice che bisogna
prepararsi al peggio e che, in queste
situazioni, ci si deve aggrappare
alla fede. Mi congedo da lui per
andare all’ospedale e lui mi saluta
dicendomi di portare i suoi saluti
a don Elia perché lui con tutti i
lavori che deve fare all’eremo non
sa quando riuscirà ad andare a Fano.
Arrivo all’ospedale verso le 9.30
ma il reparto di chirurgia è chiuso
per le visite dei medici. Aspetto e
alle 10.00 vedo uscire Nicoletta in
compagnia di un uomo che poi si
rivelerà essere il dottor Pulido, vicino di casa di Mario Falcioni ed
amico di don Elia. Internista dell’ospedale, è lui che sta seguendo
la vicenda da vicino e a lui mi
rivolgo per chiarire i miei dubbi e
per conoscere i dettagli del ricovero. Purtroppo la chiacchierata, molto schietta e franca, fa svanire ogni
speranza. Don Elia in ogni caso
non ha più di qualche mese. L’operazione è un palliativo, ma necessario se gli si vuole dare di nuovo
la possibilità di alimentarsi normalmente. Chiedo al dottore se lui
opererebbe e per tutta risposta mi
dice: “Se fosse mio padre io lo
opererei, ma il problema è convincere lui!”.
Torniamo in reparto ed entriamo
nella camera di don Elia. Lui è
sdraiato, ma non dorme; lo facciamo alzare sul letto ci facciamo
riconoscere, lui ci saluta a fatica.
E’ mortificato da questa situazione
ed è molto debole. Gli parliamo di
nuovo della operazione e lui chiaramente ci risponde che è fermamente contrario, ma se decide di
operarsi lo fa solo per far contenti
noi e che comunque bisogna aspettare Alessandro (il dottore di Rimini) per sentire se è proprio indispensabile.
Per ascoltare usa un paio di oc-
chiali con apparecchio acustico
applicato nelle stanghette dal momento che da anni è audioleso, ma
a volte pur non avendo gli occhiali
dimostra di capire come se avesse
recuperato un po’ di udito.
Dopo poco lo rimettiamo a letto
e sembra sprofondare in un sonno
profondo quanto agitato.
Ad un certo punto ho la netta
sensazione che stia parlando con
qualcuno: parla poi si interrompe,
fa dei cenni di assenso, ricomincia
a parlare. Poi apre un occhio, mi
guarda e di scatto lo richiude e
interrompe quanto stava facendo.
Tutto è molto strano, ma potrebbe
trovare una spiegazione in quanto
mi è stato riferito successivamente
dalla Sig.ra Teresa. Sembra infatti
che durante la permanenza in ospedale il Signore si sia fatto sentire
da Don Elia. Un altro fatto potrebbe
confermare quanto sopra. Dopo la
partenza del dottore Pulido rimaniamo in tre: don Elia, Nicoletta
ed io. Don Elia si gira di frequente
non trovando una posizione adeguata. Riprende a parlare ad occhi
chiusi. Nicoletta si avvicina per
sentire meglio e percepisce un discorso che purtroppo posso riferire
solo frammentato: “..... Signore, Ti
prego, accetta questa mia flagellazione..........se Tu vuoi io posso
ancora darti qualcosa.......”.
Dopo pranzo torno al reparto e
qui trovo anche Alessandro. Don
Elia è alzato sul letto e lo ascolta.
È mercoledì se Don Elia decide lo
si può operare già venerdì. Don
Elia rinnova ad Alessandro la sua
opposizione all’operazione e il suo
desiderio di ritornare nella sua cella
all’eremo dove desidera morire nel
suo letto. Già, il suo letto; è ancora
quello dei suoi genitori, è il letto
dove lui è nato l’8 ottobre 1912 e
lui lo ha fatto restringere e lo ha
fatto sistemare nella cella di Monte
Giove.
Alessandro se ne va e con Nicoletta mi metto d’accordo per il viaggio di ritorno.
All’ospedale è arrivata anche la
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Uniti nel Cuore di Cristo
La benedizione rassicurante di don Elia Bellebono.
Purtroppo io ho conosciuto Don
Elia quando avevo solo quattro o
cinque anni, e la mia amicizia con
lui è durata circa tre o quattro anni,
perché dopo quel periodo mi è morto. Ricordo che mio padre ogni
domenica andava da lui per visitarlo, e ogni domenica mi chiedeva
se volevo seguirlo. Io ogni tanto
aderivo alla sua proposta e andavo
a trovare Don Elia fino a Fano all’Eremo di Monte Giove dove era
ospitato. Mi ricordo che per andare
da Don Elia c’era un tratto di strada
a piedi, poi si passava sotto un
porticato e infine un altro tratto di
strada che ci portava alla porta della
sua cella. La ricordo perfettamente:
aperta la porta, c’era un piccolo
giardino e sulla sinistra la porta
della cella. Era molto piccola, credo
due stanze e un corridoio, non di
più. La stanza subito sulla destra
era il suo studio, ed era il luogo
dove lui sempre ci aspettava. Mi
salutava, a volte mi abbracciava e
baciava, poi lui e papà cominciavano a parlare, seduti intorno alla
scrivania verde. Io dopo un po’,
siccome mi annoiavo, iniziavo a
girare per la cella e ricordo che
rimanevo affascinata da un Gesù
bambino a grandezza naturale che
Don Elia teneva nel corridoio e una
volta, prendendolo in braccio, l’ho
fatto cadere e che si è rotto un
braccio, ma Don Elia non mi ha
sgridato; era troppo buono per farlo.
Oppure mi mettevo a girare per il
giardino e quando lui e papà avevano finito, mi dava sempre dei
biscotti e della frutta da mangiare.
Un momento bellissimo era quando ci benediva: imponeva le mani
su di noi, io chiudevo gli occhi e
sentivo la sua mano sulla mia testa;
era così dolce che io mi sentivo
come rassicurata. Era come se,
avendo quella mano sulla mia testa,
fossi sicura che non mi sarebbe
capitato più nulla di male. Così è
successo tutte le volte che sono
andata, tranne l’ultima. Infatti, quel
giorno Don Elia non ci aspettava
sulla sua scrivania, ma sofferente
nel letto. C’erano molte persone e
io ricordo di averlo intravisto mentre gemeva soffrendo. Mi aveva
fatto male vederlo così, tanto che
sono uscita e non sono più rientrata.
Questa è stata l’ultima volta che
l’ho visto. Poco tempo dopo mi
hanno detto che era morto, e per
me che avevo otto anni era la prima
volta che moriva qualcuno a cui
volevo bene. Ho pianto davvero
tanto, ricordo di essere andata in
camera mia per buttarmi sul letto.
Ero triste perché non lo avevo potuto salutare come avrei voluto per
l’ultima volta, e perché le mie preghiere non lo avevano salvato. Ora
so che lui è in Paradiso, è contento
ed è insieme al mio nonno Angelo.
Questo mi rende felice e, anche se
a volte mi manca, mi aiuta a non
piangere e a non aspettarmi più.
So che lui mi guarda e mi protegge da lassù; spero davvero con
tutto il cuore, un giorno, di poterlo
rivedere e forse con il suo aiuto,
sarà così.
Maria Di Pasquale
Essere pietre vive del Corpo Mistico.
“Invocami, ed io intervengo”.
Così mi disse più di vent’anni fa
Don Elia, quando andai a
confessarmi.
La sua promessa mi ha
accompagnato in questo tempo, in
cui non è stato più possibile
incontrarmi
con
lui
settimanalmente. La promessa della
sua amicizia non ha conosciuto
distanza tra Cielo e terra. Questo
ponte è la Comunione dei Santi,
che Cristo, nostro Signore è per
ciascuno di noi, nel Suo Corpo
Mistico.
Un modo insuperabile per non
perdere niente di quello che
abbiamo incontrato e vissuto di più
bello nella nostra avventura umana.
Anzi, la coscienza è purificata dalla
fede: “Sulla Tua parola, getterò la
rete”. Ciò è avvenuto spesso in
questi anni, da quando Don Elia è
in Cielo, assieme a mio padre e a
tanti amici che hanno speso energie
e amore per l’opera del Santuario
di Ca’ Staccolo.
Cosa vuol dire voler bene a Don
Elia, oggi?
Certamente l’affidare alla Sua
paternità ciò che ci sta più a cuore:
la vita, la famiglia, la vocazione,
l’appartenenza a Cristo, gli amici
nel bisogno.
L’incontro con la Sua persona
eccezionale e semplice, è viva oggi
tanto più ci immedesimiamo nella
Sua risposta alla chiamata di Gesù:
“Mi ami tu, figliolo?”. “Sì Gesù
che ti amo”.
E ancora. Sentirci parte, anzi
protagonisti, di quel disegno che
Gesù ha, attraverso l’edificazione
del Santuario, per la costruzione
della Sua Chiesa, fatta di chiunque
chieda alla propria vita verità
e significato.
Spesso l’ho dimenticato, come
. ciò fosse preoccupazione
se
speciale delle persone che
appartengono alla Fondazione
Sacro Cuore o di Antonio che
fedelmente è in segreteria ogni
giorno. Cristo ha messo sulla nostra
strada Don Elia non solo per
destare la nostra vita al Suo Amore,
ma per essere pietre vive del Suo
Corpo in questo mondo per
cambiare questo mondo.
“I vostri nomi saranno scritti su
una mattonella del Santuario”, ci
disse Don Elia in gratitudine alle
donazioni fatte. Niente in confronto
al fatto che i nostri nomi sono scritti
nel Cuore di Cristo.
Laura Guerra
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signora Rosaura che ben si presta
ad accudire don Elia eventualmente
anche di notte. Antonio arriverà
alle 20 e noi, purtroppo, dobbiamo
andare.
Il viaggio di ritorno comincia
verso le 18. All’inizio nessuno dei
due ha molta voglia di parlare. Siamo immersi nei nostri pensieri.
Ogni volta che si lascia don Elia
prende sempre la commozione, in
più lasciarlo in queste condizioni
è ancora più straziante. Comunque
ci facciamo forza e cominciamo a
chiacchierare. L’argomento si può
ben immaginare. Nicoletta comincia a raccontare aneddoti ed episodi
avvenuti durante la sua permanenza
di 15 giorni all’ospedale. Ad esempio la moltitudine di gente che è
venuta a visitare don Elia, sindaco
di Fano compreso, il quale non
aveva mai sentito parlare di lui e
che dopo averlo conosciuto non
mancava mai di chiedere sue notizie.
Il resto del viaggio prosegue
tranquillo e arrivo a casa che ormai
è passata la mezzanotte, con gli
ultimi chilometri percorsi sotto uno
spettacolare temporale.
I miei sono ancora alzati e mi
tempestano di domande. Io non ho
molta voglia di parlare. Sono stanco
e ho voglia di dormire, quindi racconto solo due o tre cose e do loro
la buonanotte.
GIOVEDÌ 22 AGOSTO 1996
Le notizie che arrivano non sono
buone. Don Elia deperisce sempre
più, si agita sempre molto e la notte
non riesce a riposare. Viene rinviata
l’operazione perché il primario,
che è in vacanza e si tiene costantemente informato sulle condizioni
di don Elia, tornerà lunedì 26 e ci
tiene ad operare lui, bloccando di
fatto tutte le iniziative.
La sera di sabato 24 agosto don
Elia ha un collasso e un altro la
sera dopo.
Giunti a lunedì, i medici si riuniscono per un consulto. Nelle con-
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dizioni in cui è don Elia non è in
grado di subire un’operazione e
rischia di rimanere sotto i ferri, per
cui si accantona l’idea dell’operazione lasciando così poche speranze per il futuro.
Nel frattempo veniamo a sapere
che i medici hanno dato il benestare
per il ritorno di don Elia all’eremo
perché ormai le cure che gli fanno
all’ospedale le può fare anche nella
sua cella e poi, ormai, non gli rimane più molto tempo.
GIOVEDÌ 29 AGOSTO 1996
Il viaggio comincia subito male
perché, per alcuni contrattempi, la
partenza viene ritardata dalle 9 del
mattino alle 2 del pomeriggio, ma
alla fine riesco a partire.
Il viaggio si svolge tranquillamente e arrivo all’eremo verso le
17.30.
All’ingresso dell’eremo non incontro nessuno e così mi dirigo alla
cella di don Elia. Nel giardino ci
sono delle persone che parlano insieme a Mario Falcioni, che più di
tutti conosce don Elia e da 22 anni
lo segue senza sosta. Chiedo se
Don Elia è già arrivato e loro mi
rispondono di sì e che si può entrare. Entro e nel corridoio incontro
la signora Teresa tutta indaffarata
che mi vede e dice: “Sei arrivato
adesso? È appena arrivato anche
don Elia. Vai di là a vederlo!”. Mi
dirigo verso la camera da letto dove
ci sono altre persone tra cui Antonio, Nicoletta, la signora Rosaura
e il dottor Pulido. Stanno sistemando Don Elia che si trova ancora
seduto sul letto. Non voglio disturbare ma non posso fare a meno di
farmi vedere da lui. Mi vede e mi
sorride. È molto contento lo si vede
subito. Mi faccio incontro, lo saluto
e gli dico: ”Sei contento di essere
di nuovo nella tua cella, eh?” Lui
capisce, spalanca gli occhi e sorride
con un’espressione che è solito
avere quando è contento. Faccio in
tempo a dirgli che a casa lo salutano
e che pregano per lui che mi fanno
cenno che si deve coricare. Mi allontano e aspetto che finiscano per
farmi raccontare qualcosa.
La cella è tutta un fermento. Rapidamente si trasforma in una succursale della farmacia. Si materializzano bende, garze, flebo, aghi,
tubicini, sacchetti, recipienti vari
ecc. ecc. Sono tutti molto presi.
Capisco di essere di troppo e così
esco a parlare con Mario il quale
nasconde a fatica la sua tristezza,
ma è anche particolarmente soddisfatto perché, dice, questa era la
volontà di don Elia. Lui voleva
tornare nella sua cella dove desiderava morire e così è stato. Anche
Mario era contrario all’operazione
perché, dice, in quelle condizioni
è difficile sopravvivere sotto i ferri.
Ora finalmente lo vede felice, nonostante i dolori non lo abbiano
abbandonato.
Entra in giardino don Gianni,
molto amico di don Elia. È venuto
per vedere il nostro malato ma,
vista la ressa nella cella, si ferma
in giardino con noi. Dopo i saluti
ne approfitto per sentire se c’è una
camera libera, anche se so già del
convegno, ma non si sa mai. Mi
risponde di no e allora chiedo se
c’è un posto dove posso mettermi
con il sacco a pelo che mi sono
portato da casa perché ho tutta
l’intenzione di fermarmi lì a dormire. A questo punto mi dice di
non preoccuparmi, che un posto o
l’altro me lo trova e c’è sicuramente un posto per cena.
Dopo un po’ la gente comincia
ad andare via. È quasi l’ora di cena
e così mi metto d’accordo per sentire se c’è bisogno del cambio a
don Elia. Mi risponde la signora
Teresa che la cena viene servita a
lei e alla signora Rosaura nella
cella di don Elia e che quindi non
c’è bisogno di me, ma che comunque mi aspettano dopo cena per
parlare un po’.
Dopo cena torniamo nella cella,
don Elia è sdraiato e ogni tanto si
gira per cercare un po’ di sollievo.
Parliamo e cerco di farmi raccon-
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tare qualcosa. La signora Teresa è
molto provata. Mi dice che gli ultimi giorni sono stati molto pesanti
perché don Elia si è agitato molto,
soprattutto di notte; per di più le
sue condizioni sono molto peggiorate tanto che già da un paio di
giorni erano in procinto di tornare
all’eremo perché sembrava che don
Elia spirasse da un momento all’altro.
Ad Antonio hanno dato una notte
di riposo perché anche lui è molto
provato.
Mi raccontano un aneddoto che
rientra molto bene nella serie di
episodi che hanno per protagonista
don Elia. Qualche giorno prima,
nel periodo in cui si doveva decidere per l’operazione, si riuniscono
alcuni medici insieme a persone
del Comitato pro Santuario e si
fermano fuori della camera di don
Elia per discutere liberamente senza
disturbare il malato. Dopo un po’
la signora Teresa avverte don Elia
che ci sono i medici e che devono
parlare tra loro. Don Elia ha un
sussulto e in un amaro sfogo dice:
“Sono venuti qui in sette, hanno
visto, hanno parlato..... speriamo
che decidano qualcosa!!!”. Ora, il
fatto curioso è che, mi hanno assicurato, don Elia non ha assolutamente visto quelle persone perché
si erano fermate fuori anche se,
come mi dirà successivamente Antonio, don Elia sapeva dell’incontro
perché lo stesso Antonio lo aveva
avvertito la sera prima e quindi
difficilmente poteva sapere quante
fossero. Ebbene, erano proprio sette!
Non sono nemmeno mancati
momenti di tensione, ad esempio
quando sembrava che fossero i parenti a volersi opporre all’operazione, mentre quelli della Fondazione
erano favorevoli. Ogni dubbio è
stato fugato proprio da don Elia.
Infatti un giorno entrano nella camera e gli chiedono se vuole fare
l’operazione. Lui ha un gesto di
stizza dettato dall’esasperazione e
dice a gran voce: “Io non voglio
Uniti nel Cuore di Cristo
farmi operare! Come ve lo devo
dire?!?”
Dopo le 21.00 arriva anche Antonio che si appresta a “fare” la
notte. Parliamo un po’ della situazione e osservo come Antonio abbia perso l’aria serena con cui solitamente ci accoglieva quando si
andava a trovare don Elia. Negli
ultimi quattro anni ha curato don
Elia tutte le notti e solo raramente
si è fatto sostituire. È molto consapevole della situazione, ma non
si perde d’animo.
Ora tutti concordiamo sul fatto
che don Elia è di buon umore e
sembra quasi che, arrivando nella
sua cella, si sia ripreso, tanto che
tra le altre cose che ha detto ad
Antonio c’è stata una frase che ha
lasciato tutti di stucco e cioè ha
manifestato il desiderio di celebrare
il giorno dopo la S. messa. Non so
se ciò sarà possibile, resta però il
fatto che don Elia è ancora lucido
di mente.
Il tempo passa e c’è da sistemare
don Elia per la notte. C’è da cambiarlo, da controllare la sacca degli
scarichi e le flebo anche perché
capita che, nel girarsi, pieghi i
tubicini delle flebo impedendo così
il normale afflusso. Le flebo che
alimentano don Elia devono durare
24 ore e vanno molto lentamente.
All’ospedale c’era un’apparecchiatura che segnalava con un segnale
acustico se si verificavano degli
inconvenienti all’alimentazione,
mentre all’eremo c’è solo un trespolo per appendere le due flebo e
nient’altro, quindi si deve prestare
la massima attenzione.
Quando abbiamo finito e salutiamo Antonio e don Elia sono ormai
le 23.00 ed è ora di andare a dormire dal momento che siamo tutti
molto stanchi. Mi corico abbastanza velocemente e cerco di fare il
programma per il giorno dopo dal
momento che, in teoria, dovrei partire per Viareggio dove sarei dovuto
essere già da quella sera. L’idea
non mi entusiasma molto soprattutto dopo aver visto don Elia in quelle
condizioni. Il pensiero che questi
siano gli ultimi giorni di don Elia
non mi dà tregua e non riesco a
pensare ad altro, per cui rimando
la decisione al giorno dopo e alla
fine mi addormento.
VENERDÌ 30 AGOSTO 1996
Il risveglio è come al solito scandito dalle campane della chiesa e
quindi alle 6.45 viene annunciato
il nuovo giorno. Decido di alzarmi
perché alle 7 e 30, dopo le lodi, c’è
la messa in Chiesa. Di solito andavo
a sentirla da Don Elia e recitavo
insieme a lui le lodi, ma questo
ormai, penso, non succederà più.
Così mi dirigo verso la Chiesa e
lì trovo i padri Camaldolesi già
pronti insieme ad altri fedeli. Dopo
la Messa mi reco da don Elia dove
trovo Antonio. Don Elia ha passato
una notte tranquilla, mi dicono, e
sembra che abbia riposato.
Dopo la colazione, torniamo alla
cella dove c’è Teresa intenta ad
aiutare Antonio a fare la barba a
don Elia, che è seduto sul letto. È
di ottimo umore e continua a chiedere quando può celebrare la messa. Antonio gli dice che è presto
e che bisogna aspettare l’arrivo di
don Gianni che si è offerto di concelebrare con don Elia.
Arriva padre Alessandro, uno
degli 8 monaci camaldolesi che
insieme a don Gianni formano la
comunità dell’eremo, con la carrozzella di fratel Mariano perché
ha sentito che don Elia vuole dire
Messa e con quella può alzarsi dal
letto. La carrozzella però è conciata
male probabilmente perché è rimasta per qualche tempo all’aperto e
si sono arrugginiti i meccanismi di
regolazione. Chiedo se c’è del lubrificante e delle chiavi inglesi per
poterla smontare, visto che comunque non ho molto da fare. Procuratomi il materiale, don Alessandro
dice che la possiamo tenere per la
mattina perché fratel Mariano rimane a letto. E così mi metto a
smontarla e a pulirla.
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curarla, nessun risultato, tutte le
sere mi ritornava il male e aumentava sempre di più al punto che una
sera ho chiamato il 118 e sono stato
trasportato all’ospedale. Mi rifanno
l’ecocardiogramma, gli esami del
sangue, ma tutto negativo. Passano altri dieci giorni, vado a fare
l’ecocardiogramma da sforzo e lì
mi trovano un infarto pregresso,
ricordo: ogni volta che avevo questi
dolori, anche molto forti, pregavo
don Elia perché mi aiutasse e ogni
volta il dolore andava affievolendosi fino a scomparire.
Ricordo che nel frattempo è pas-
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sato un mese e mezzo, vado all’ospedale di Novara a fare la coronarografia e mi trovano un’arteria
otturata al 100% e una al 90%. Ci
impiegano due ore per aprirle, io
ero cosciente e sentivo che faticavano parecchio, in questo tempo
ho pregato tantissimo don Elia e
mia madre che era molto devota
alla Madonna. Pensavo mamma,
don Elia, pregate per me, statemi
vicino, vi prego. Li sentivo presenti
accanto a me. Ho avuto un arresto
cardiaco, alla fine sono riusciti ad
aprire le due arterie, sentivo i medici molto soddisfatti e sollevati,
la dottoressa si rivolge a me dicendomi: “Lei non ha neanche la più
pallida idea di quanto è stato fortunato in tutto questo periodo, avrebbe potuto morire da un momento
all’altro”. Dentro di me pensavo:
“Sì, sono stato molto fortunato ad
avere un amico come don Elia”.
Ora chiedo agli amici di
don Elia di pregarlo affinché mia
figlia e suo marito ritornino insieme, hanno un bambino e sarebbe
bello vederlo crescere in una famiglia unita. Grazie.
Enrico Boca
Don Elia e Margherita.
Conoscendo don Elia Bellebono,
residente all’eremo di Montegiove
di Fano, lo invitai a Ravenna sia
per fargli incontrare Margherita e
i pellegrini e sia perché celebrasse
una S. Messa in San Pier Damiano,
dove la SS. Vergine aveva versato
le lacrime e il sangue dal Suo Cuore
alla presenza del popolo e dei frati
Minori.
A don Elia il nemico numero uno
dell’umanità, con minacce e violente percosse, aveva tentato di non
far dire ai superiori dell’apparizione
del Sacro Cuore di Gesù e della
ferita del costato e del cuore, segno
inconfutabile dell’avvenuto incontro. Margherita, invece, oltre alle
percosse, promesse di ricchezze e
salute, di rifiutare la via della Croce
e, quindi, di Gesù stesso. Invano.
I due, con l’aiuto della Grazia, resistettero alle minacce e alle lusinghiere proposte, uscendone vittoriosi, anche se dovettero subire
molte persecuzioni fino all’ultimo
istante della loro vita. Sapevano
che ogni passione sboccia nella
Gloria.
Infatti, Margherita venne fortificata da Gesù che le aveva riferito:
“Il Signore che rimette i debiti per
il passato, non fa prestiti per l’avvenire che è esclusivamente Suo e
del quale è geloso; Egli dà la Grazia
volta per volta, e non in anticipo.”
E, dopo qualche tempo: “Le anime
confidenti sono le ladre delle mie
grazie. Io ti do a seconda della
confidenza che hai in Me. Vuoi
conservare la pace del cuore? Non
preoccuparti del domani. Io so quel
che ti conviene, lascia fare a Me.
Pensa a Me che Io penso a te.”
A don Elia, sostenendolo con
virilità nelle violente percosse e
persecuzioni del maligno e nelle
dolorose ferite del cuore e del corpo, comune a tutti i mortali, spesso
diceva: “Ti voglio mio sacerdote”,
incoraggiandolo nella lotta.
Il giorno del nostro arrivo in
chiesa, Margherita, a causa di un
improvviso malore, non poté venire
all’incontro.
Al termine della S. Messa, portai
don Elia nella sua casa, ove rimase
a lungo: quel che si dissero lo sanno
solo gli angeli.
Noi, possiamo solo desumere che
la Divina Misericordia si avvale
degli umili per donare efficaci rimedi per guarire i molteplici malanni che affliggono l’umanità a
causa del peccato: un’analfabeta e
un sacerdote con appena la terza
elementare.
Sia Margherita che don Elia venivano ricevuti dai Papi: Paolo VI
e Giovanni Paolo II.
Margherita rimase paralizzata
nel corpo, all’infuori della mano
destra, per ben 33 anni; don Elia
per 55 anni per la ferita del cuore.
E sebbene illetterati entrambi,
scrivevano a tutti, anche ai Papi.
Venivano da tutti apprezzati e ricercati. Perché?… Per ricordarci
che l’Autore di ogni bene è solo il
Signore.
Comunque sia, dopo l’incontro
con Margherita, strada facendo,
don Elia mi disse: “Giuseppe, ma
che cosa voleva quella lì?”
Sono, però, sicuro che la confortò
abbastanza, secondo il suo modo
di fare.
Forse… Margherita aveva preteso
che le facesse apparire il Sacro
Cuore di Gesù? Beh! Povero don
Elia! Non aveva certo né quel potere né quello di cavarsela con qualche sotterfugio. Però, la Verità,
prima o poi, viene a galla. È come
al villano di Fano, scambiato per
mago solo perché il feroce toro che
sbranava chiunque lo avvicinasse,
a lui leccò le mani. Gli accusatori
gridarono: “Al rogo, al rogo!” e il
poveretto non faceva altro che ripetere: “Io non sono altro che il
suo padrone”. A quel sentire ammutolirono. E don Elia che cosa
poteva fare se non rifugiarsi nell’umiltà, precisando: “Io non sono
altro che un servo inutile”.
Giuseppe Stragapede
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Uniti nel Cuore di Cristo
L’esperienza più bella della mia vita.
E’ difficile esprimere a parole la
natura dell’incontro avuto con Don
Elia nella lontana estate del 1986.
Lui si trovava nel suggestivo eremo
di Monte Giove, un luogo di pace
e serenità, dove natura e spirito si
fondono in un “unicum” straordinario.
Giunsi là insieme a Francesco
Grianti per discutere del progetto
inerente il Santuario di Urbino dedicato al Sacro Cuore di Gesù.
Ci incontrammo in una piccola sala
all’interno dell’eremo e, dopo un
breve colloquio, Don Elia mise le
mie mani nelle sue, sprigionando
un calore ed una forza che ancora
oggi mi stupiscono al ricordo.
Fu in quel momento che mi chiese,
quale progettista, di occuparmi della costruzione del Santuario; fui
altrettanto colpito dal fatto che partecipavo alla realizzazione di un
disegno divino che aveva preso le
mosse addirittura nel 1600, quando
il Sacro Cuore apparve per la prima
volta a Santa Maria Alacoque.
L’incontro con Don Elia, uomo
di grande carisma spirituale, fu
determinante nella mia esperienza
di vita e di fede, riavvicinandomi
in maniera consapevole e profonda
all’amore verso Dio ed il Sacro
Cuore di Gesù.
Dal primo incontro all’approvazione del progetto trascorsero dieci
anni (16 Febbraio 1996) durante i
quali si susseguirono enormi ostacoli e difficoltà, superati sempre
con la serenità e la coscienza dell’importanza dell’opera per cui si
lottava.
Ci tengo a sottolineare di aver
creduto e di continuare a credere
nella realizzazione del Santuario,
grazie alla parole vere e sincere
che Don Elia proferiva nei momenti
più duri: “Il Sacro Cuore guida le
nostre azioni, dunque, se questa è
un’opera voluta da Dio, sarà portata
a termine, mentre, se dovesse essere
un’opera degli uomini, si fermerà”.
Oggi, nel giorno dell’anniversario
decennale della morte di Don Elia,
vediamo l’opera in avanzato stato
di realizzazione, sebbene sia ancora
necessario il supporto coraggioso
e concreto di tutti voi per giungere
al suo completamento.
Ing. Carlo Ripanti
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Mi chiamano all’interno della
cella perché c’è da spostare nel
letto don Elia.
In quel mentre arriva inaspettatamente il Vescovo di Fano, monsignor Cecchini che è venuto a far
visita a don Elia. Dice che era andato in ospedale il giorno prima
per trovarlo e nessuno lo aveva
avvertito che sarebbe stato dimesso.
È un tipo molto spontaneo. Lo avevo già visto in occasione di una
festa di don Elia qualche anno prima e mi era sembrato un tipo simpatico, alla mano. Mi sembra giusto
lasciarli soli e quindi me ne torno
alla carrozzella. Dopo un po’ il
Vescovo esce, ci saluta e benedice
tutti. Gli baciamo la mano e lui si
attarda a parlare con qualcuno per
cui io mi rimetto a lavorare. Dopo
un po’ saluta e benedice di nuovo
e se ne va.
Roma, luglio 1994. Da sinistra: il Padre Provinciale d’Italia dei Gesuiti,
L’ing. Carlo Ripanti che illustra il progetto del Santuario,
P. Domenico Ronchitalli S.J., Don Elia e P. Frediano Carli S.J.
Ho incontrato un amico: Don Elia Bellebono.
Una volta o due all’anno vado a
Centinarola di Fano, ospite di amici
e ogni volta mi reco a fare visita
all’Eremo di Monte Giove. In una
di queste visite ho conosciuto don
Elia, era un tardo pomeriggio, non
c’era nessuno, mentre esco dalla
chiesa per recarmi verso l’uscita,
dall’Eremo vedo un prete che tocca
i rami bassi dell’abete che si trova
sulla sinistra entrando, sembrava
mi aspettasse per conoscermi, mi
saluta, io ricambio e cominciamo
a parlare, mi chiede di dove sono,
io gli rispondo che sono di Ponzone
di Trivero (Biella). Allora lui comincia a chiedermi se conosco don
Ugo di Portula che è un paese vicino al mio, mi disse che per un
periodo era stato ospite di Enzo
Tonella e Santina e che conosceva
bene la zona e molte altre persone.
Mi ha raccontato un po’ della sua
vita, dei suoi incontri con
“federico”. Così è nata un’amicizia
e ogni volta che mi recavo a Fano
andavo a trovarlo nella sua cella.
Parlavamo, mi confessava, mi dava
una carica incredibile, ogni tanto
ci sentivamo per telefono. Lui mi
scriveva per mandarmi gli auguri
di Natale e Pasqua.
Ora do una testimonianza di quanto
m’è successo in quest’ultimo periodo.
Verso la fine di novembre una
sera, mi sento dei dolori al petto,
vado dal mio medico, mi consiglia
di andare al pronto soccorso dell’ospedale. Ci vado, mi fanno l’ecocardiogramma e analisi del sangue,
risultato tutto negativo. Allora mi
consiglia la gastroscopia. Vado a
farla e mi riscontrano una ernia
iatale, mi danno le medicine per
Arriva anche Elena di S. Benedetto che è una suora laica votata
al servizio degli orfani e dei bambini emarginati. L’avevo conosciuta
una decina d’anni prima in occasione sempre della festa di don Elia
a maggio; inoltre mi aveva ospitato
a S. Benedetto quando nel luglio
del 1990 vi ero giunto per fare il
servizio militare ad Ascoli Piceno.
È venuta insieme ad Angelo e ad
altre persone amiche di don Elia.
Angelo è un ragazzo di circa 35
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anni; era stato novizio presso i francescani e purtroppo per motivi di
salute era stato costretto ad uscire
dal convento ed attualmente si occupa dei ragazzi di suor Elena.
Entrano a trovare don Elia. Qualcuno esce con le lacrime agli occhi.
Finito di sistemare la poltrona,
mi fermo a chiacchierare con Angelo e con Elena ricordando i tempi
passati insieme a S. Benedetto.
Vogliono partire subito, ma io li
fermo dicendo che di lì a poco ci
sarebbe stata la messa. Entusiasti
all’idea decidono senz’indugio di
fermarsi.
Nel frattempo arrivano da Milano
i coniugi Astrua-Testori. Lui è il
padrino di don Elia in occasione
della sua ordinazione sacerdotale
e per tutti questi anni lo ha seguito
e lo ha ospitato nella sua casa di
Milano dove qualche volta anche
noi lo abbiamo accompagnato nel
suo peregrinare in giro per l’Italia
e per la Svizzera. Insieme a loro
c’è anche don Massimo, fratello
del padrino e grande amico di don
Elia. Alle feste di maggio era solito
concelebrare la messa insieme a
don Elia e ai padri Camaldolesi.
Per molti giorni abbiamo cercato
di avvisarli delle condizioni di don
Elia ma non ci siamo mai riusciti
perché, come mi spiega la signora
Astrua, erano in vacanza fuori Milano. Vedo che la signora esita ad
entrare. Penso che sia perché si
aspetta una forte emozione e non
sa come potrebbe reagire. Alla fine
si decide ed entra raggiungendo il
marito e don Massimo.
Dopo un po’ escono i due uomini
e si fermano a parlare mentre la
signora è dentro a parlare con la
signora Teresa. È questione di pochi
minuti ed ecco che esce anche lei
in preda ad una crisi di pianto molto
forte. Sono momenti molto toccanti
e tutti ne partecipiamo. Se non altro
dopo il primo impatto ci si “abitua”
a vederlo in quelle condizioni, ma
sicuramente non ci si rassegna all’idea che possa andarsene.
La messa è risultata molto coinvolgente e commovente tanto che
io, pur avendo portato la macchina
fotografica per scattare delle fotografie durante la messa, non mi
sono sentito di turbare quell’atmosfera che si era creata nel corridoio
e mi sono limitato a scattare una
sola foto come ricordo di quel momento sicuramente unico. Don Elia
ha seguito tutte le fasi della celebrazione con grande attenzione e
partecipazione.
Suonano alla porta. Andiamo ad
aprire: sono i due nipoti diretti di
don Elia, Santino e Marino. Sono
partiti stamattina presto da Cividate
al Piano (BG) paese natale di don
Elia ed hanno viaggiato tutta la
mattina incontrando molto traffico.
Visitano don Elia. Sono stati da
lui in ospedale la settimana scorsa
e stentano a riconoscerlo. Escono
dalla cella molto provati dicendomi
che una settimana fa non era così,
ma che anzi stava molto meglio.
Questo calo repentino fa poco sperare. Più difficile salutare don Elia
perché le sue condizioni fanno temere un addio più che un arrivederci.
Nel frattempo arriva Rosaura e
prende in mano la situazione. Forte
del suo passato di infermiera professionista domanda, dice, dispone
ecc.. Nel frattempo sono diverse le
telefonate e allora mentre le due
donne (Teresa e Rosaura) accudiscono don Elia io ne approfitto per
rispondere al telefono, per annotare
le chiamate e per distribuire i santini a chi viene a trovare don Elia.
Con il calar del sole, inoltre, ne
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approfitto per uscire in giardino a
pulire i vialetti dalle erbacce. Ora
che sono riposato, il lavoro risulta
agevole e divertente e in meno di
due ore il giardino è pulito, i vialetti
sistemati con la ghiaia rastrellata
e le aiuole dissodate. Il motivo è
di rendere la cella presentabile anche se chi viene lì ha altro a cui
pensare. Comunque sia anche il
pomeriggio di venerdì passa e si
prepara l’ora della cena.
Dopo cena ci ritroviamo alla cella
dove, ricordando le buone abitudini
di don Elia, recitiamo il rosario
cercando di far partecipare anche
don Elia. Passa a far visita il dottor
Pulido. È ancora in ferie fino a
lunedì, ma non manca giorno che
non venga almeno un paio di volte
a trovare don Elia. Antonio come
sempre è puntuale e alle 21.00 si
presenta alla porta. È sempre molto
cordiale anche se non è sereno,
viene informato sulle disposizioni
del medico, su quello che è stato
fatto durante il giorno e cosa c’è
da fare per la notte. Inoltre chi è
presente nella cella durante il giorno e riceve delle telefonate ne prende nota su di un blocco in modo
da riferire poi ad Antonio chi ha
chiamato e cosa ha detto. In base
all’importanza delle telefonate poi,
Antonio le riporta a don Elia parlandogli all’orecchio.
In tutte le occasioni in cui ho
dovuto comunicare con don Elia,
anche quando era sdraiato, ho sempre avuto l’impressione che mi
capisse, come ad esempio quella
volta in cui, dopo aver parlato con
i miei a casa, gli ho riferito dei
saluti e delle preghiere di Padre
Barera. Si è fatto tardi, come al
solito ci offriamo di fare compagnia
ad Antonio perché se dovesse succedere qualcosa nella notte c’è
qualcuno che gli può dare una
mano. Lui di nuovo declina l’invito
dicendo che se succede qualcosa
c’è il telefono interno dell’eremo
per chiamare i padri. Andiamo a
letto. È stata una giornata molto
pesante e ricca di avvenimenti.
Uniti nel Cuore di Cristo
SABATO 31 AGOSTO 1996
La mattina di sabato 31 agosto
inizia nel peggiore dei modi: sembra che tutte le cateratte del cielo
si siano aperte sulle Marche. L’acqua diventa la protagonista per circa
48 ore e Fano viene spazzata da un
autentico nubifragio. Per questo
motivo all’eremo si vede poca gente.
Dopo colazione sono di nuovo
alla cella di don Elia per sentire
come è andata la notte. Antonio
riferisce che la notte è stata molto
agitata, che don Elia ha avuto forti
dolori e che solo verso il primo
mattino si è addormentato. Infatti
lo troviamo che ancora riposa. Le
flebo scendono sempre molto lentamente ma tutto sembra tranquillo.
Al risveglio, don Elia chiede per
prima cosa di poter dire la messa.
Antonio gli risponde che la messa
la dirà più tardi. Gli chiedo conferma di questo e lui mi dice che se
si trova qualcuno che concelebra
si può ripetere l’esperienza del giorno prima.
Sono da poco passate le 9 e ne
approfitto per andare a telefonare
a casa per comunicare le ultime
novità. Comunico ai miei che è mia
intenzione fermarmi all’eremo e
ricevo la loro “benedizione”, così
riferisco lo stesso a don Gianni per
chiedergli se ci sono problemi per
la camera. Quando ritorno alla cella
mi dicono che hanno trovato un
prete per dire la messa. È un certo
don Mario Ceresa. Questo nome
non mi è nuovo penso fra me. Ricordo infatti che don Elia parlava
spesso di questo sacerdote che,
come scoprirò poi, come don Elia,
era arrivato tardi al sacerdozio.
Verso le 10.30 don Mario torna
nella cella e si informa se don Elia
è pronto per concelebrare. Gli rispondono che ci vuole ancora un
po’ e quindi si mette a leggere il
breviario. Io ne approfitto per confessarmi e in quell’occasione mi è
subito simpatico. Parlava molto
bene, in modo semplice e chiaro e
soprattutto mi dà coraggio e carica.
Verso le 11.00 comincia la S.
Messa con don Elia che, seduto
sulla carrozzella, concelebra. Di
nuovo si ripete la “magia” del giorno precedente, questa volta in modo
ancora più intimo. È un momento
molto toccante. Don Elia segue in
modo commovente la messa e non
perde una parola. Cerca anche di
parlare, di rispondere nelle varie
parti della Messa, ma la voce a
stento gli esce dalle labbra.
Difficilmente dimenticherò quei
momenti.
Dopo circa tre quarti d’ora la
funzione ha termine e don Ceresa
si accomiata da noi e torna a Fano
Dopo la S. Messa riportiamo don
Elia a letto chiedendogli se è contento di averla concelebrata. Lui
spalanca gli occhi e sorride dimostrando così la sua contentezza.
Tutti noi siamo molto felici anche
in considerazione del fatto che don
Elia è riuscito a fare anche la comunione. Come ho già detto, infatti, don Elia da giorni non riesce ad
ingerire più niente di solido a causa
di un blocco allo stomaco.
Dopo la messa Antonio va a casa
a dormire. Si è fermato per la S.
Messa ma ha bisogno di riposare.
Sono passati solo pochi minuti
che suonano alla porta. Sono i coniugi Pieri di Pesaro che conoscono
molto bene don Elia. Io li conosco
di vista avendoli incontrati diverse
volte alla festa di don Elia a maggio
in occasione della annuale festa
per l’anniversario dell’ordinazione
sacerdotale. Hanno il viso molto
affranto e soprattutto la moglie ha
una tristezza indicibile negli occhi.
Alla notizia che don Elia ha appena celebrato la Messa vengono
presi e dallo sconforto; se non fosse
stato per il nubifragio che hanno
incontrato da Pesaro a Fano lasciando quest’ultima completamente
allagata, sarebbero arrivati sicuramente in tempo per assistervi. Un
po’ di sollievo li pervade quando
gli diciamo che don Mario Ceresa
ha promesso di tornare anche do-
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Anch’io ho incontrato e conosciuto Don Elia Bellebono.
Erano i primi giorni del lontano
anno 1995, quando un mio carissimo amico, Quinto Corinaldesi, mi
vuole far conoscere Don Elia, il
confidente del Sacro Cuore di Gesù, ospitato in una cella dell’Eremo
camaldolese a Monte Giove di Fano. Da tempo frequentavamo spesso l’Eremo camaldolese di Monte
Giove, a volte insieme, altre volte
da soli per il Sacramento della Confessione o per colloqui spirituali
con i padri eremiti di nostra conoscenza. Quinto conosceva bene
Don Elia, sia perché suo confessore
abituale, sia perché lo aiutava a
custodire il giardino della sua cella
o altri servizi. Io, invece, avevo
sentito dire qualcosa di un eremita
che vedeva Gesù, ma non avevo
mai approfondito il fatto. Sentivo
di non averne coraggio. Mi sembrava eccesso di curiosità, a volte
più pericolosa che utile.
La Provvidenza invece aveva
deciso diversamente. Un giorno di
pomeriggio incontro il mio amico
Quinto il quale mi propone, come
altre volte, visto anche il buon tempo, di recarci all’Eremo di Monte
Giove per rinnovare la Santa Confessione dai padri eremiti nostri
conoscenti. Dato volentieri il mio
assenso, siamo partiti da Pesaro,
dove abitiamo, per raggiungere il
Sacro Eremo di Montegiove.
Lungo il viaggio Quinto mi chiede
se avessi desiderio di conoscere
Don Elia, il veggente del Sacro
Cuore di Gesù. Con un poco di
apprensione, ma visto che poteva
essere quella l’occasione per rendermi conto di quanto avevo sentito
parlare su di lui, acconsento. Così,
giunti all’Eremo, dopo una visita
in chiesa, siamo andati subito a
trovare Don Elia nella sua cella. Ci
ha accolti con un caldo saluto di
benvenuto, sorridendo. Quinto mi
presenta, affermando che ero venuto per un colloquio. Don Elia si è
dimostrato molto disponibile. Così
cominciai i miei incontri e i miei
colloqui con Don Elia, che sentivo
sempre più fruttuosi per il mio cammino spirituale. Sentivo che Don
Elia entrava dentro la mia vita come
se già la conoscesse. Capiva chiaramente ciò che passava nella mia
anima, nella mia mente. Così dopo
ogni colloquio, che si concludeva
sempre con una buona confessione,
io mi sentivo più forte e più sicuro
nella mia vita.
Oggi, al ricordo di quei giorni,
posso affermare che la Provvidenza
mi preparava a giorni per me molto
duri, forse i più difficili della mia
vita. Infatti, dopo alcuni mesi che
frequentavo Don Elia come mio
abituale confessore e direttore spirituale, sono improvvisamente caduto in una forma grave di depressione, che sembrava sconvolgere
la mia vita. Solo con l’aiuto di Dio
e del suo Servo Don Elia io sono
riuscito a venirne fuori. Don Elia
mi intratteneva in lunghi colloqui
per sollevarmi dal mio stato di debilitazione, anche se io non sempre
riuscivo a seguirlo. Infatti, una volta, dopo un suo bel discorso per
tirarmi su, mi disse sorridendo: “si,
si, ma tu non mi segui, vero ?
“Eppure il suo sorriso rassicurante,
i suoi racconti sull’Amore del sacro
Cuore di Gesù per noi e per tutta
l’umanità, sulle peripezie della sua
difficile vita, sempre vissuta per
amore di Gesù che amava in modo
sconfinato, nel suo impegno per
tirare avanti il progetto per la costruzione di un Santuario, voluto a
Urbino dallo stesso sacro Cuore,
sentivo che erano per me come un
balsamo che mi faceva star meglio
e, pian piano, mi guariva. Talvolta,
quando mi vedeva più presente al
suo ragionamento, mi chiedeva informazioni sulla licenza di costruzione del Santuario, che doveva
ottenere dal Comune di Urbino,
visto che io ero Segretario Comunale. Non solo, ma una volta, mentre mi parlava del progetto ormai
approvato dal Comune di Urbino,
mi raccomandò di seguirne i lavori.
Io, diceva, non potrò vedere il Santuario finito, ma voi dovrete continuare l’opera iniziata. Allora io
non conoscevo nulla della
“Fondazione” da lui voluta per il
finanziamento della costruzione
del santuario e non potevo mai
immaginare che dopo qualche anno
dalla sua morte sarei stato chiamato
a far parte del Consiglio d’Amministrazione della Fondazione del
Sacro Cuore di Gesù.
Certo potrei continuare a lungo
a parlare del mio incontro e conoscenza di Don Elia, ma per motivi
di necessaria brevità termino ringraziando il Sacro Cuore di Gesù
che mi ha dato la gioia grande di
incontrare e conoscere il Suo Servo
fedele, che per me è stato e sarà
sempre il padre, maestro e potente
intercessore in Cielo per noi tutti
presso quel Sacratissimo Cuore di
GESU’, che ha tanto amato e fatto
amare su questa terra.
Francesco Fiori
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chiodi. Quante cose vi potrei raccontare (e spero che il salesiano
don Ennio Ronchi che mi ha spinto
alla pubblicazione dell’Autobiografia di don Elia, mi costringa a scrivere delle memorie che saranno
anche molto divertenti) poiché con
don Elia ho trascorso, insieme a
tribolazioni, anche i giorni più belli
della mia vita.
Ognuno di noi conserva nel proprio cuore ricordi vivi e incancellabili. Sentivamo, stando accanto
a lui, la presenza viva di Gesù. Era
un suo umile strumento di Grazia
e di amore.
Accogliamo l’insegnamento di
don Elia: portare a tutti l’amore di
Dio. Amare tutti con l’amore di
Dio, riconoscendoci tutti fratelli e
bisognosi di perdono vicendevole
e tutti bisognosi del perdono del
Signore che ci viene donato nel
sacramento della Riconciliazione.
I Sacramenti, la preghiera e la
pratica delle virtù, ci donano la
vera pace.
La grazia che il Signore ci ha
fatto nel farci conoscere don Elia,
ci impone il dovere di trasmetterla
a tutte le persone. Non dobbiamo
esserne gelosi. E prima di terminare
questa mia povera testimonianza,
inviterei tutti a farsi promotori della
divulgazione
della
“AUTOBIOGRAFIA DI DON
ELIA BELLEBONO APOSTOLO
DI GESÙ”.
Ho ricevuto moltissime telefonate
e lettere di conversioni di persone
che lo hanno letto e fatto conoscere
ad altri. La semplicità delle sue
testimonianze con la presenza viva
di Gesù operano salvezza. Regalatelo e fatelo conoscere. Facciamo
in modo che non piova sempre e
solo sul bagnato, ma dove c’è aridità. In un mondo complicato ed
egoista, la semplicità del cuore di
Elia pieno di amore di Dio sconvolge e converte.
Termino con le parole di Gesù
che dice: “Venite a me, voi tutti
che siete affaticati e oppressi, ed
io vi darò riposo. ( Mt. 11, 28).
Uniti nel Cuore di Cristo
La pace non deve venire perché
è già in mezzo a noi
è GESÙ.
Come don Elia portiamo con
noi a tutti la vera pace: Gesù!
Un grande abbraccio da don Elia
e mio, dal Cuore Divino di Gesù e
di Maria.
Umberto Callegaro,
Salesiano don Bosco.
La pienezza della carità si manifesta nella bontà.
di Sua Santità Giovanni Paolo II.
Cuore di Gesù, “traboccante di
bontà e di amore”.
Desideriamo, nella nostra preghiera, rivolgerci al Cuore di Cristo,
seguendo le parole delle Litanie.
Desideriamo parlare al Cuore del
Figlio mediante il Cuore della Madre. Che cosa vi può essere di più
bello del colloquio di questi due
cuori? Ad esso vogliamo partecipare.
Il Cuore di Gesù è “fornace ardente di carità”, perché la carità
possiede qualcosa della natura del
fuoco, il quale arde e brucia per
illuminare e riscaldare.
Al tempo stesso, nel sacrificio
del Calvario il cuore del Redentore
non è stato annientato con il fuoco
della sofferenza. Anche se umanamente è morto, come accertò il
centurione romano trafiggendo con
la lancia il costato di Cristo, nell’Economia Divina della salvezza
questo Cuore è rimasto Vivo, come
ha manifestato la Risurrezione.
Ed ecco, proprio il Cuore Vivo
del Redentore risorto e glorificato
è “traboccante di bontà e di amore”:
infinitamente e sovrabbondantemente traboccante. Il traboccare
del cuore umano raggiunge in Cristo il metro Divino.
Così fu questo Cuore già durante
i giorni della vita terrena. Lo testimonia quanto è narrato nel Vangelo. La pienezza della carità si manifesta attraverso la bontà:
attraverso la bontà irradiava e si
diffondeva su tutti, prima di tutto
sui sofferenti e poveri. Su tutti secondo le loro necessità e aspettative
più vere.
E tale è il Cuore umano del Figlio
di Dio anche dopo l’esperienza
della croce e del sacrificio. Anzi,
ancora di più: traboccante d’amore
e di bontà.
Nel momento dell’annunciazione
è iniziato il colloquio del Cuore
della Madre con il Cuore del Figlio.
Ci uniamo oggi a questo colloquio,
meditando il mistero dell’Incarnazione nella preghiera.
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menica mattina per celebrare, condizioni di salute permettendo, insieme a don Elia.
All’improvviso entra nella cella
Mario Falcioni. Scendendo dall’eremo con il suo furgone era stato
costretto a fermarsi dall’improvviso
arresto del suo mezzo ad alcune
centinaia di metri dall’eremo e
quindi, sotto la pioggia, aveva dovuto far ritorno sui suoi passi per
cercare un passaggio. Non avendo
più niente da fare mi offro di accompagnarlo a casa e mi congedo
dai coniugi Pieri dando loro appuntamento per il giorno dopo.
Dopo pranzo mi reco alla cella
per vedere se c’è bisogno di me.
Tutto è tranquillo per cui decido di
andare a leggere un po’ in camera.
Verso le 15 torno alla cella dove
si respira aria di grandi manovre.
La signora Teresa e la signora
Rosaura si stanno prodigando per
mettere in ordine la cella anche in
zone dove da anni non si mette
mano.
Le due donne hanno letteralmente
messo sotto sopra tutta la cella
approfittando del fatto che don Elia
riposa e non necessita quindi di
assistenza ed ora stanno provvedendo a pulire e a mettere tutto a posto
ottimizzando lo spazio a disposizione.
Io mi metto alla scrivania per
ricevere le telefonate e per preparare il resoconto per Antonio il cui
arrivo era previsto come sempre
per le 21.
Telefona sempre molta gente da
tutte le parti dell’Italia. Qualcuno
è appena tornato dalle vacanze e
non sa nemmeno che don Elia è
ammalato. D’altra parte, complice
anche il periodo estivo, molta gente
rientrava ora dalle vacanze e ne
approfittava per sentire notizie di
don Elia. A tutti raccomandiamo
le preghiere incessanti. Per me è
impossibile ricordare tutte le telefonate. posso ricordare solo le persone che conosco, come gli amici
di Bergamo, Milano, Brescia o le
suore del convento Matris Domini
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di Bergamo e quelle di Paderno
Dugnano, o Padre Barera di Calolziocorte (LC) e così via.
Sento che don Elia si sta lamentando come se volesse richiamare
la nostra attenzione. Farfuglia qualcosa ma non riesco a capire e allora
chiamo la signora Teresa perché è
più allenata di me per ascoltare don
Elia. Sembra che abbia sete. Come
spesso è accaduto in questi giorni
don Elia beve molto anche se a
piccoli sorsi. Ha le labbra screpolate e la gola arsa perché, avendo
il cannello che gli impedisce una
corretta respirazione, tiene la bocca
costantemente socchiusa. Alla domanda se si vuole alzare, lui risponde con un suono gutturale che interpretiamo come un sì. A questo
punto lo solleviamo a sedere sul
letto porgendogli ancora da bere.
Dopo aver sorseggiato dalla cannuccia, fa un segno inequivocabile
con le mani passandosele dietro le
orecchie come per chiedere dei
suoi occhiali che gli fungono anche
da apparecchio acustico. Come gli
sistemo gli occhiali e glieli accendo
e le due donne gli sistemano il
pigiama, ecco che dalla porta di
ingresso giungono delle voci di
qualcuno che sta arrivando. È il
professor Malfatti di Bologna,
grande amico di don Elia che legge
l’orazione a tutte le feste di maggio.
È giunto da Bologna con tutta la
famiglia, la moglie e i due figli, ed
ho la forte sensazione, vivendo tutta
la scena, che don Elia li abbia
“sentiti” arrivare e voglia farsi trovare pronto.
Don Elia lo riconosce subito e lo
saluta e a loro volta i familiari salutano lui. Parlano brevemente. La
situazione si commenta da sola.
Sono tutti commossi. Il professore,
persona molto sensibile, non trattiene le lacrime ed è costretto ad
allontanarsi. Dopo poco, vedendo
Don Elia visibilmente provato, lo
salutano chiedendogli una benedizione. Lui li accontenta impartendo
a loro e a noi presenti la sua benedizione.
A questo punto fa segno di volersi
coricare e allora prontamente, mentre i Malfatti si fanno da parte, lo
accontentiamo mettendolo a letto.
Tiriamo le tende per non disturbarlo e rimaniamo nel suo studio
per parlare con i Malfatti: sono
giunti da Bologna sotto l’acqua e
vogliono riposarsi un po’. Inoltre
la vista di don Elia in quelle condizioni deve averli un po’ sconvolti
perché hanno poca voglia di parlare. Comunque si informano sugli
ultimi sviluppi della vicenda, dolorosamente sorpresi del rapido declino compiuto da don Elia.
Il pomeriggio è particolarmente
tranquillo anche perché il tempo
avverso sconsiglia di mettersi in
viaggio. Come ho potuto costatare
anch’io accompagnando Falcioni
a casa, le strade di Monte Giove
sono veramente conciate male e in
alcuni punti ci sono delle frane
dovute a degli smottamenti del terreno.
Dopo il tè decidiamo di recitare
il rosario per don Elia perché trovi
un po’ di sollievo nelle sue sofferenze.
Giunte ormai quasi le 19, i lavori
nella cella sono praticamente terminati e con il giardino in ordine
si è in grado di ricevere adeguatamente quanti si recano a visitare
don Elia.
Alle 21 giunge Antonio a cui
riferiamo gli avvenimenti della
giornata cercando di non trascurare
nulla. Come noi, anche Antonio
apprezza il fatto che anche oggi
don Elia ha potuto celebrare la S.
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Messa. Don Elia nel frattempo riposa nel letto e non dà segni di
irrequietezza. Ne approfittiamo per
chiacchierare amabilmente fino alle
23 quando è ora di cambiare don
Elia per la notte. È in quest’occasione che Antonio si accorge che
don Elia si è sfilato il cannello dal
naso che per la verità ha sempre
dimostrato di non gradire molto.
Ora se ne sta lì seduto sul letto e
sorride beatamente come un ragazzino che ha appena commesso una
marachella. I sentimenti che ci pervadono in questo frangente sono
diversi. Antonio non sembra preoccupato del fatto che possa passare
la notte senza cannello, mentre
Rosaura sembra terrorizzata da
questa prospettiva e subito si mette
al telefono per mobilitare pronto
soccorso, guardia medica e i medici
di un’organizzazione di volontariato che assiste malati terminali e
che annovera don Elia tra gli assistiti. Nonostante i tentativi non
sembra possibile sistemare il cannello a don Elia. Quelli del pronto
soccorso rispondono che, se vogliamo, loro possono fare il lavoro ma
non a domicilio e che quindi è necessario ricoverare don Elia di nuovo a Fano. A nulla valgono le rimostranze di Rosaura la quale fa
giustamente presente che il malato
non è trasportabile, che è allo stadio
terminale, che le sue condizioni
non lo consentono e che, oltretutto,
è stato appena dimesso. Anche la
guardia medica dice la stessa cosa
e i medici volontari dicono che non
sono in grado di raggiungerci a
quell’ora e che inoltre il paziente
può passare la notte senza cannello.
Rosaura non è assolutamente
soddisfatta da questa risposta e
cerca di mettersi in contatto con il
dottor Pulido. Antonio è contrario
a questa idea ed è più propenso a
far passare a don Elia una notte
senza sondino. Io personalmente
ho parlato con il medico volontario
che mi ha convinto che don Elia
poteva tranquillamente passare la
Uniti nel Cuore di Cristo
notte senza sondino e per questo
motivo concordo con Antonio. Inoltre, cosa non di poco conto, il sondino che si era tolto era in condizioni pietose, praticamente non gli
era stato cambiato da almeno 15
giorni, era rovinato e, probabilmente, in alcuni punti, complici residui
organici, era anche parzialmente
ostruito.
Alla fine quindi decidiamo di
andare a letto, visto che ormai è
passata la mezzanotte, lasciando
don Elia per la verità molto sereno,
quasi contento perché perlomeno
ora respira senza problema. L’unica
precauzione presa, su suggerimento
del medico volontario, è stata quella
di inserire nelle flebo due fiale di
Plasil per placare gli eventuali urti
di vomito.
DOMENICA 1 SETTEMBRE 1997
Anche la domenica mattina è
all’insegna della pioggia e il tintinnare delle gocce sul vetro della
finestra invita a rimanere a letto
ma tant’è, verso le 8 mi alzo e mi
reco alla cella per sentire come è
stata la notte. La signora Teresa si
trova già là insieme ad Antonio il
quale mi dice che don Elia ha passato una notte molto tranquilla e
che tra l’altro, dopo che noi eravamo andati a letto, era arrivato un
medico del pronto soccorso che
aveva tentato di infilare il sondino
senza tuttavia riuscirci. L’unica
nota negativa è stata il fatto che
don Elia al mattino presto si era
voluto alzare a sedere sul letto e
da lì era scivolato a terra e Antonio
aveva dovuto richiedere l’aiuto di
don Gianni e di don Alessandro
per rimetterlo a letto. Comunque
adesso è tutto a posto e don Elia
riposa di nuovo nel letto.
Dopo colazione torno alla cella.
Sono già le 9 e lì si trova il dottor
Pulido che, con l’aiuto di Antonio,
cerca di infilare il cannello nel naso
di don Elia il quale non sembra
gradire molto quel trattamento. Il
sondino non ne vuol sapere di col-
laborare: diversi tentativi vanno a
vuoto e questo produce ulteriori
disagi a don Elia. Alla fine si riesce
e così è di nuovo possibile dargli
da bere. Antonio gli chiede cosa
vuole da bere e lui risponde sicuro:
”Un po’ di birra!” Di concerto con
il dottore gli si versa della birra in
un bicchiere che unitamente ad una
cannuccia gli viene posto alla bocca. È difficile dimenticare la sua
espressione quando, dopo averla
bevuta, esclama: “Mamma, che
buona!” e spalanca gli occhi in una
sua espressione tipica di contentezza.
Purtroppo questa concessione
costerà cara a don Elia perché nel
pomeriggio vomiterà diverse volte
facendo temere per le conseguenze.
Esco per andare a telefonare e
nel corridoio incontro, provenienti
da Grumello del monte (BG), i
coniugi Copler e la signora Maria
Pedrali con la figlia Maria Grazia.
Li saluto e li informo sulle condizioni di don Elia. Si dirigono verso
la cella dove di lì a poco si celebrerà
la S. Messa e io vado a telefonare.
Quando torno alla cella ha smesso
di piovere e lentamente il cielo si
va rasserenando. Nel giardino c’è
diversa gente che è appena arrivata
chi da Fano chi da Pesaro o da più
lontano. È arrivata anche l’altra
figlia della signora Pedrali insieme
al marito approfittando del giorno
di festa.
Don Mario è puntuale e arriva
verso le 10. Anche i coniugi Pieri
non si perdono quest’occasione e
giungono poco dopo. Tuttavia questa mattina, anche considerato quello che ha passato don Elia, viene
solamente sollevato sul letto senza
metterlo in carrozzina.
Alle 10.30 si celebra la S. Messa
a cui partecipa diversa gente tanto
da riempire il corridoio della cella.
Durante l’omelia vengono ricordate tutte le persone sofferenti e
quelle assenti.
Don Elia segue tutte le fasi anche
perché la signora Teresa provvede
a parlargli nell’orecchio per dirgli
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Eremo di Monte Giove. Santa Messa
in onore del Sacro Cuore di Gesù.
Da sinistra a destra: Mons. Massimo
Astrua, Mons. Cesare Gualandris,
Don Elia, Mons. Silvano Albisetti
e P. Rolando Maffoli.
Don Elia apostolo di Gesù.
Con gioia accolgo l’invito del
nostro Presidente Cav. Lionello
Albieri, di scrivere uno dei molti
ricordi su don Elia.
Nel curare la sua Autobiografia
ho potuto trasmettere alcune mie
impressioni e naturalmente mi sono
soffermato solo su quello che lui
ha scritto.
Avendo trascorso molto tempo
con lui, prima e dopo la sua consacrazione sacerdotale, sono innumerevoli le cose che conservo nella
mia memoria e non sono state scritte. Ne ricordo una che ritengo più
importante per me e penso per tutti
voi che, come me, avete avuto l’immensa grazia di poterlo conoscere.
Nell’Autobiografia a pagina 58,
Gesù gli dice: “ Desidero che tu
sia Mio Sacerdote, che sia tu ad
assolvere queste anime che Io stesso ti mando a chiamare…”.
Gesù lo chiamava ad essere portatore della Sua Infinita Misericordia alle anime smarrite.
Questo desiderio di Gesù lo divorava interiormente e lo si poteva
notare anche dalla sua persona in
maniera evidente.
Quando Gesù lo inviava ad una
missione particolare, nessun ostacolo lo poteva trattenere. Mi diceva:
“ Pensa che io non sono capace a
niente, la mia memoria è quello
che è, ma quando il Signore mi
parla, le Sue parole si scolpiscono
dentro di me in maniera forte e non
so né togliere, né aggiungere altro
a quello che Lui mi ha detto”.
Quando attendeva qualche persona, metteva prima in ordine se stesso e le cose. Accoglieva tutti con
calore e affetto, praticando quello
che Gesù gli aveva detto nella prima apparizione: “… Allora tu, ama
il tuo prossimo con lo stesso amore
con cui ami Me” (Autobiografia
pag. 36).
Ogni persona che ha avuto il
dono di conoscerlo si sentiva da
lui prediletta. Amava veramente
con il Cuore di Gesù ferito. Sottolineo ferito, poiché era molta la
sofferenza che provava quando non
veniva accolta la Grazia del perdono di Gesù in anime ostinate nel
peccato. Per esse pregava e offriva
le sue sofferenze per portarle infine,
attraverso il ministero della confessione, all’abbraccio della divina
Misericordia. La gioia immensa
che provava quando riconciliava le
anime con il Signore, la comunicava con l’espressione di tutto il suo
essere.
Con don Elia si sperimentava
veramente la presenza di Gesù Misericordioso. Ci si sentiva veramente amati e mai giudicati.
Nei periodi di riposo estivo, egli
non tollerava lo stare in ozio.
Cercava anime smarrite e, avendo
il dono dell’introspezione, correva
incontro alle persone, le salutava
con dolcezza e affetto tali da lasciare meravigliati. La semplicità e il
suo amore scioglievano ogni freddezza.
Ho visto entrare nella casetta
dell’Eremo di Montegiove molte
persone tristi e uscire con il volto
e il cuore ricolmo di gioia e di pace.
Gli amici di don Elia, anche se
provenienti da varie regioni, diventavano tra di loro, tutti amici. Condivideva i dolori e le preoccupazioni, soprattutto delle persone povere
e tribolate.
Aveva l’ansia di indirizzare i
giovani a percorrere la via della
loro vocazione, sia al matrimonio
che al sacerdozio o alla vita religiosa.
Quante volte partecipava a me le
sue preoccupazioni chiedendomi
consiglio! Io gli dicevo che eravamo conciati bene se si fidava dei
miei consigli. Più e più volte mi
disse che il suo sacerdozio lo aveva
diviso a metà con me.
Molte volte improvvisamente,
dopo la lettura del Vangelo, senza
preavviso, mi costringeva a un
commento in sua vece. Roba da
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novembre venne pure a Chiasso il
Superiore Generale dei Figli di
Don Orione per sottoporre un caso
a Don Elia; aveva saputo che questi si trovava da me mentre era a
Bergamo per un corso di predicazione a Suore.
Penso, Eccellenza, d’averle esposto
chiaramente e con coscienziosità
il mio giudizio su questo Suo sacerdote, per il quale non nutro che
stima e nel quale amo ravvisare e
rispettare l’opera di Dio.
Mi creda di cuore, con sensi di
rinnovata devozione, sacerdote Silvano Albisetti”.
Sul foglietto ciclostilato N.2, dell’Aprile l986 veniva riportata questa lettera scritta da Don Elia di
sua mano, che annunciava il successore di Mons. Costanzo Micci:
“Amici e benefattori dell’erigendo
Santuario in onore del Sacro Cuore
di Gesù.
Continuo il mio breve colloquio
con voi sul foglio che si vorrebbe
inviarvi trimestralmente secondo
le possibilità. Lo scorso marzo il
nuovo Vescovo di Fano, successore
del compianto Mons. Costanzo
Micci – che tanto aveva preso a
cuore la causa del nuovo Santuario
– ha preso possesso della diocesi
nella quale sono incardinato. E’
Mons. Mario Cecchini, prima Vicario generale della diocesi di Senigallia. Già ho potuto incontrarmi
con lui e metterlo al corrente di
quelli che sono i desideri del Sacro
Cuore. Al progetto del Santuario
si sta sempre lavorando. Sono sorte
nel frattempo difficoltà circa una
proposta di variante per la trasformazione del terreno acquistato da
agricolo a fabbricabile. Comunque
il Sacro Cuore di Gesù ci aiuterà
a superare anche queste difficoltà
nel modo che solo Lui può e sa
fare. Intanto noi continuiamo a
collaborare alla realizzazione dei
suoi desideri. Vi penso sempre e vi
ricordo al Suo Amore, invocandovi
grazie e inviandovi la mia Benedizione Sacerdotale. Don Elia”.
Nel febbraio di quell’anno venivo
Uniti nel Cuore di Cristo
ricoverato all’ospedale di Mendrisio per un infarto e Don Elia mi fu
vicino con la preghiera, lo scritto,
e l’interessamento al mio stato di
salute presso persone di sua conoscenza. Nell’agosto dell’anno successivo lasciavo la parrocchia di
Chiasso. A settembre Don Elia desiderò di venire alcuni giorni in
Ticino e chiesi per lui ospitalità
alla Casa San Rocco di Morbio
Inferiore, mio paese natale, offrendogli la possibilità di incontrare
amici e benefattori dell’erigendo
Santuario. Nell’ottobre mi assentai
per un periodo di sei mesi dalla
diocesi per seguire, a Incisa (Valdarno), la Scuola Sacerdotale promossa dal Movimento dei Focolari.
Ricordo una visita che Don Elia
allora mi fece, venendo da quelle
parti per visitare un Monastero di
Suore. Di ritorno da quella esperienza iniziai a svolgere il ministero
nella parrocchia di Pambio Noranco, alle porte di Lugano. Qui Don
Elia tornò per alcuni anni fino al
l991. Dopo allora gli spostamenti
di Don Elia diventarono rari. Mi
mantenni in relazione con lui per
telefono e per iscritto, raggiungendolo diverse volte all’Eremo di
Montegiove di Fano. Lo visitai due
volte all’Ospedale di quella città:
la seconda volta pochi giorni prima
del suo trasporto all’Eremo, dove
desiderava concludere i suoi giorni.
Da Sonvico, dove ero parroco dal
settembre l994, il 27 agosto l996
inviavo agli amici in Ticino di Don
Elia lo scritto che qui riporto:
“Per il nostro amato Don Elia è
giunto il suo ‘tempo ultimo’. Egli
si trova da alcune settimane all’Ospedale di Fano. Non c’è stato
nessun intervento chirurgico, date
le condizioni di salute e nel rispetto
della sua volontà. Il desiderio
espresso da Don Elia è di essere
portato alla sua cella dell’Eremo
e lì concludere gli ultimi istanti
della sua vita terrena. Le persone
vicine responsabili stanno esaminando quali possibilità si danno
per venire incontro a tale desiderio.
In questo momento il nostro affetto
per Don Elia ci chiede di accogliere
pienamente la volontà del Signore
su di lui e di affidarlo con perseverante preghiera all’infinito Amore
di quel Cuore Sacratissimo, di cui
è stato zelante servitore e
messaggero”.
Don Elia
e Don Silvano Albisetti.
Questa è, in breve, una mia testimonianza su Don Elia, che, insieme
alle altre già pubblicate o da pubblicare, vorrebbe mettere in rilievo
il dono che Dio ci ha dato nella
persona di Don Elia: dono del quale
dobbiamo esserGli grati.
Don Silvano Albisetti
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a che punto è la S. Messa dal momento che da dove si trova non può
vedere l’altare.
Purtroppo questa sarà l’ultima
Messa a cui parteciperà don Elia
perché di lì a poco la situazione
cambierà drammaticamente.
Dopo la funzione i più si recano
in giardino e a turno tornano nella
cella per salutare don Elia.
Dopo pranzo torniamo alla cella
dove si trovano i coniugi Copler e
lì aspettiamo di alzare don Elia. I
Copler hanno intenzione di partire
presto perché hanno paura del rientro. È infatti domenica 1° settembre
e tutto fa pensare che questo fine
settimana sia molto trafficato soprattutto sulla riviera adriatica. Comunque sia c’è tutto il tempo per
stare in compagnia. Torneranno
indietro solo in tre perché la signora
Pedrali si è offerta di fermarsi qualche giorno per dare manforte.
Mentre si trova presso l’ingresso
del giardino di don Elia dalla parte
del vialetto che porta alle altre celle
nonché alla chiesa, Copler viene
attratto da un particolare. Lungo
lo stipite del portone d’ingresso si
trovano delle rose rampicanti che
salgono fino al tratto orizzontale
del portone. Ad un certo punto
senza che ci sia stato un motivo
apparente, come ad esempio un
colpo di vento o un urto meccanico,
una rosa si stacca dal muro e lentamente reclina adagiandosi nell’erba. Il fatto, per quanto strano, in
sé non ha niente di prodigioso né
sicuramente di soprannaturale, ma
alla luce di quanto sarebbe avvenuto nel giro di 24 ore è risuonato
tristemente profetico.
Verso le 16 i Copler decidono di
partire e il distacco da don Elia è
particolarmente doloroso.
Nella cella siamo rimasti in tre
ad accudire don Elia, Teresa, la
signora Maria ed io. Cerchiamo di
sistemare la cella e don Elia perché
alle 18 c’è la S. Messa all’eremo
e molta gente di Fano e di Pesaro
ne approfitterà per visitare don Elia.
Puntualmente si verifica quanto
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previsto. Molte persone, approfittando della clemenza del tempo,
della giornata festiva e della funzione religiosa si recano nella cella.
Ho l’occasione di rivedere il professor Grianti con la moglie, la
signora Santina della fondazione e
Mario Falcioni. Ci sono anche molti curiosi che hanno sentito parlare
di lui e che vogliono sapere qualcosa di più e altre che hanno bisogno di preghiere, come quella signora che si raccomanda a me di
pregare per la conversione di suo
marito sapendo che alla sera dirò
il rosario nella cella.
Molti di loro, soprattutto quelli
che lo conoscono da tempo, vanno
via in lacrime.
Mi colpisce molto vedere quanti
siano i giovani che frequentano la
cella e quanta sia la loro commozione nell’andarsene.
Con il passare del tempo la gente
aumenta tanto che la cella è letteralmente piena e, tra chi vuole entrare, chi vuole uscire e chi vuole
restare si crea una situazione veramente pesante da gestire.
È passata da un pezzo l’ora di
chiusura dell’eremo e la cella è
ancora affollata tanto che non si
respira. Pensiamo a don Elia che
nella sofferenza si trova circondato
da tutta quella gente. La signora
Teresa mi chiede di farli uscire, ma
a me dispiace perché io in fondo
sono un privilegiato che può stare
nella cella tutto il giorno mentre i
presenti hanno solo questa occasione, che per giunta si rivelerà l’ultima, per vederlo e non so se ho il
diritto di negarglielo. In quel momento entra in giardino don Gianni
e a lui mi rivolgo per spiegargli la
situazione. Detto e fatto: con piglio
da uomo energico qual è entra nella
cella e, dopo aver sentito risuonare
la sua voce abbastanza sostenuta,
vedo uscire di gran lena tutta la
gente. Potenza del carisma!
La serata è splendida e serena.
Le stelle dall’eremo brillano in
modo molto particolare. Il vento
del pomeriggio ha spazzato via le
nubi e, anche se la temperatura è
ancora abbastanza bassa, si sta volentieri fuori.
Dopo la cena ci rechiamo alla
cella.
Don Elia riposa nel letto ed è
sereno. Oggi si è alzato poco perché
molto stanco e provato. Dal giorno
prima ha fatto una rapida caduta e
le sue condizioni generali sono
peggiorate. Seguiamo sempre la
terapia concordata con l’ospedale.
Facciamo anche delle flebo di plasma che dovrebbero aiutarlo a tirarsi su, ma sembrano inefficaci
inoltre la pancia è sempre molto
gonfia e la pelle circostante è tutta
tirata.
Nonostante tutto, questa sera
sembra molto tranquillo, le flebo
e gli scarichi sono regolari e sembra
di nuovo rassegnato al sondino.
Prima di cena avevamo concordato un piano per costringere Antonio ad accettare la nostra compagnia per la notte. Avevamo già
previsto anche i turni: io avrei fatto
il primo, la signora Maria il secondo e la signora Teresa il terzo, ma
non ci fu niente da fare: Antonio è
irremovibile per cui dopo aver detto
una decina del rosario come si faceva con don Elia la sera, lo salutiamo non senza avergli dato bonariamente del testone.
LUNEDÌ 2 SETTEMBRE 1997
La mattina di lunedì 2 settembre
arriva presto. È una splendida giornata di sole e la luce entra prepotentemente dagli scuri della mia
finestra. Dopo essermi lavato e
vestito mi reco alla cella per sentire
che novità ci sono. Lì trovo oltre
ad Antonio anche la signora Teresa
e la signora Maria che si erano
alzate prima di me. Sono visibilmente preoccupate e mi dicono che
la notte per don Elia è stata un
inferno. Si è lamentato tutta la notte
in preda a dolori molto forti parlando in continuazione com e se fosse
in uno stato di delirio e anche in
questo momento è molto agitato.
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Siamo lì al suo capezzale seriamente preoccupati. Oltre a questo si
aggiunge un altro motivo di preoccupazione: la zona della pancia
dove esce la sonda di scarico dei
liquidi, si sta lasciando andare,
anche sulla spinta dei liquidi che,
all’interno, aumentano sempre di
più e fa sì che del liquido fuoriesca
bagnando tutto intorno.
Non si riesce a tamponare la
perdita e ogni poco le medicazioni
sono da cambiare. Decidiamo di
aspettare un po’ e poi di chiamare
il medico.
Dopo la colazione torniamo alla
cella dove don Elia è ancora in
preda a dolori molto forti. Antonio
ha già avvertito il dottor Pulido che
tra l’altro proprio oggi rientra al
lavoro e che ha promesso di passare
di lì prima di andare all’ospedale.
È stato avvertito anche il suo medico di condotta, dott. Paolo Battistini. Gli viene chiesto un parere
sulla perdita di liquido. La situazione è delicata perché in effetti la
grande quantità di liquido all’interno esercita una pressione molto
forte sulla ferita spingendo i contorni a lacerarsi e quindi sarebbe
auspicabile estrarli per diminuire
la pressione, ma è altresì vero che
se si tolgono dei liquidi don Elia
può avere un collasso. La soluzione
scelta è quella di intervenire sulla
ferita: bisogna cercare il chirurgo
che ha operato don Elia per fargli
mettere il sondino di scarico e far
sistemare la ferita. Antonio lo contatta e si mettono d’accordo affinché lo si possa andare a prendere
per portarlo all’eremo. Contemporaneamente arriva il dottor Pulido
che, esaminata la ferita, concorda
con quanto testé detto, e quindi
parte per l’ospedale dicendo che
passerà nel pomeriggio dopo le 14.
Antonio parte, deve fare anche un
giro per andare a prendere le flebo
che mancano., mentre rimaniamo
io, la signora Teresa e la signora
Maria Pedrali.
Verso le 10 arriva don Mario per
informarsi se deve dire la Messa.
Uniti nel Cuore di Cristo
Lo mettiamo al corrente della situazione, capisce che non ci sono
le condizioni e dopo un po’ se ne
va.
Nel frattempo giunge anche Rosaura che subito va a vedere don
Elia.
Dopo poco giunge una signora
che avevo già visto in ospedale la
prima volta e che avevo rivisto il
giorno prima quando, all’uscita
dalla messa, si era recata alla cella.
Ora era tornata con quattro bambine per sentire come stava don Elia.
Aveva sentito parlare di lui solo
molto recentemente ad un gruppo
di preghiera e si rammaricava per
non averlo conosciuto prima. Mi
dice di avere 6 figli e si capisce
che è molto dolce. È una devota
del Sacro Cuore e sta crescendo i
suoi figli nell’insegnamento del
Vangelo. Vorrebbe avere una benedizione da don Elia, ma gli spieghiamo la situazione, allora si accontenta di poterlo almeno
guardare. Mentre si attarda nella
cella ecco che arriva un’altra famiglia numerosa. È una famiglia di
S. Benedetto del Tronto, sono amici
di Suor Elena della Casa di S. Gemma Galgani. I genitori sono due
giovani medici ed hanno portato
in viaggio con loro i 7 figli di cui
il primo ha 19 anni e si accinge a
frequentare il primo anno di Università.
È una splendida combinazione:
in sole due famiglie abbiamo tredici
figli!
Approfittiamo del fatto che sono
medici per spiegare la situazione.
Si offrono immediatamente per
medicare la ferita che rischia l’infezione e notano quanto sia tesa la
pelle della pancia. Ritengono che,
per allentare la tensione dell’addome, sia opportuno aspirare del liquido. Nel frattempo telefona il
medico di Rimini, Alessandro, e
quindi gli passo il medico di S.
Benedetto. Si intendono immediatamente e decidono di aspirare un
litro, massimo due, per non rischiare un collasso.
L’operazione ha inizio: c’è da
spostare don Elia su un fianco per
effettuare meglio il prelievo. Ancora constato quanto sia difficile muoverlo. Oltre al fatto che il peso è
notevole di per sé, c’è anche l’aggravante che lui ormai non si aiuta
più, per cui lo sforzo è tutto di chi
lo muove. Dopo aver prelevato circa un litro e mezzo, i due medici
decidono di sospendere.
Antonio ancora non si vede, la
ferita sembra perdere di meno, ma
don Elia si lamenta ancora molto.
Alessandro di Rimini aveva detto
ai due medici di praticare nelle
flebo un iniezione di un calmante
di cui non ricordo il nome. I due
medici eseguono, ma sembra che
il calmante, in dose doppia, non
faccia effetto. Purtroppo i medici
devono ripartire per tornare a S.
Benedetto e non potendo fare altro
ci salutano. Sul viso di tutti, figli
compresi, c’è molta tristezza. Anche loro vogliono molto bene a don
Elia e da professionisti capiscono
la gravità della situazione.
Arrivano le 11.30 e Antonio ancora non si vede. Siamo preoccupati anche perché non dorme dal
giorno prima e non vorremmo che
gli fosse successo qualcosa.
Dalla mensa telefonano che è
pronto da mangiare. Vado a ritirare
il vassoio dove è servito per due
persone. Nessuno ha fame e oltretutto la cella è abbastanza impraticabile piena com’è di bende e di
medicamenti. Decidiamo di mangiare a turni per poter assistere
meglio don Elia. Tocca a me per
primo. Vista la bella giornata, esco
in giardino e mi siedo sotto la finestra dello studio. Non faccio in
tempo a finire la pasta che ecco
arrivare don Gianni con un ragazzo
che poi si qualificherà essere un
medico di quella associazione di
volontari che assistono i malati
terminali. Visita don Elia, gli misura la pressione e la trova molto
bassa. Don Elia è visibilmente molto pallido anche se ora sembra leggermente più tranquillo. Don Gian-
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Don Elia in Ticino.
Aderisco con gioia all’invito
fattomi dal Presidente della Fondazione “Opera del Sacro Cuore di
Gesù” di offrire ai cari lettori del
bollettino “Uniti nel Cuore di
Cristo” una mia testimonianza sull’amato Don Elia.
Fu nell’aprile del l980 che ebbi
la gioia di conoscerlo personalmente e di iniziare un legame di amicizia, che ho sperimentato forte anche
negli ultimi suoi giorni terreni. Il
nome di Don Elia mi fu segnalato
da un padre cappuccino di Pesaro,
P. Zaccaria (Luigi) Galletti, da alcuni anni defunto. Questi, nella
prima settimana di marzo del l980
si trovava per un triduo di predicazione a Chiasso, dove ero arciprete
dall’ottobre l978. Gli chiesi di suggerirmi il nome d’un predicatore
che potesse portare un po’ di risveglio di fede in parrocchia, perché
a maggio ci sarebbe stata la Prima
Comunione e la presenza dell’effige della Madonna del Sasso a Mendrisio, scelta come sede del Vicariato del Mendrisiotto. Padre
Galletti mi fece il nome di Don
Elia e lui stesso si prestò a telefonare all’Eremo di Montegiove a
Fano, per chiedere a Don Elia se
potesse accettare quell’impegno.
Lo stesso giorno, 6 marzo, spedivo
a Don Elia una lettera per ringraziarlo d’aver accettato e per sottoporgli un programma di massima.
Don Elia rispondeva in data 11
marzo, comunicando il suo arrivo
a Chiasso il venerdì 25 aprile. Il
sabato 26 celebrava la Messa prefestiva e di quella Messa m’è rimasto impresso il battimani spontaneo
e compreso della gente di Chiasso
che aveva ascoltato la sua prima
predica, nella quale parlò della
prima apparizione del Sacro Cuore
di Gesù. Don Elia si sentì rincuorato da quel gesto, che lasciò sorpreso anche me; nacque tra noi due
un rapporto di reciproca fiducia,
che mi offrì la possibilità di ascol-
tare da lui fatti ed esperienze certamente fuori del comune.
Dall’Eremo di Montegiove, il 4
maggio, appena rientrato da Chiasso, mi scriveva: “Ringrazio di cuore
di tutto il bene che mi ha voluto e
di tutto quello che mi farà colla sua
preghiera e la sua bontà”.
Le visite di Don Elia in Ticino
si sono poi regolarmente ripetute,
anche più volte all’anno. Dalla casa
parrocchiale di Chiasso, dove era
desiderato ospite, Don Elia raggiungeva altre località, dando la
possibilità a chi gli si stringeva
attorno e sceglieva di far parte del
gruppo degli amici, di approfondire
la conoscenza di uno “strumento”
che il Sacro Cuore aveva scelto nel
nostro tempo per farne fiorire la
devozione. Tra questo gruppo di
amici devo mettere in rilievo la
presenza del pittore Aurelio Gonzato, di Massagno, che con tanto
entusiasmo si adoperò a far conoscere la persona di Don Elia e il
progetto del Santuario da costruire
in Urbino, secondo i voleri del Sacro Cuore. Ho tra le mani una nutrita corrispondenza tra Don Elia
e il pittore Gonzato, autore del
quadro che ora sta nella Cappella
di Via Ca’ Staccolo. Sempre per
iniziativa del pittore Gonzato e con
la collaborazione del defunto Maestro Giovanni Contarin di Bellinzona, si iniziò nel gennaio 1986 un
doppio foglio ciclostilato, che apparirà alcune volte all’anno, sino
al Maggio l995, quando vedrà la
stampa il modestissimo libretto
“Da operaio a sacerdote”, a cura
degli Amici di Don Elia della Svizzera Italiana: libretto ricavato dalla
predicazione orale di Don Elia tenuta in diverse località del Ticino.
Il 22 febbraio del l984 l’allora Vescovo di Fano, Mons. Costanzo
Micci, mi indirizzava questa lettera:
“Rev.mo Monsignore, so che un
mio sacerdote, DON ELIA BELLEBONO, viene di quando in quando
costì a esercitare la sua opera pastorale di sacerdote. Siccome talvolta mi giungono voci disparate
sul suo conto, per qualche inadempienza di carattere liturgico o giuridico, vorrei da Lei il grande favore di un suo giudizio globale
sulla personalità di Don Elia e se
ha qualche osservazione da fare
sul suo conto. Le sarò grato della
benevola attenzione che vorrà dare
a questa mia. Porgo vivi e cordiali
ossequi.
Suo dev.mo Costanzo Micci”.
Da Chiasso, in data 29 febbraio
l984, così rispondevo all’allora
Vescovo di Fano, Mons. Costanzo
Micci:
“Eccellenza Reverendissima, mi
affretto a rispondere alla Sua lettera del 22 febbraio u.s., esprimendoLe anzitutto i sentimenti del mio
vivo ossequio. Le confermo che il
rev. DON ELIA BELLEBONO viene da me di quando in quando e
presta un apprezzato ministero sacerdotale. Avendo più volte assistito
alle sue Messe, mi sento di assicurare ch’egli mai è venuto meno ad
adempienze di carattere liturgico
o giuridico. Do ben volentieri un
giudizio globale, come Vostra Eccellenza desidera, sulla personalità
di questo Sacerdote, ma nel senso
più positivo: anche perché ho sempre notato nelle sue parole e nei
suoi giudizi quella che mi sembra
la sapienza propria dei Santi. Questo anche quando qualcuno (parlo
di sacerdoti) ha voluto fare un po’
lo ‘spiritoso’. Ho pure constatato
che la sua permanenza a Chiasso
lascia sempre tra la popolazione
una nota di fervore e qualche anima resta toccata in profondità dalla
semplicità della sua predicazione.
Monsignor Giuseppe Martinoli,
predecessore dell’attuale nostro
Vescovo Mons. Ernesto Togni, fu
da me due volte per incontrare Don
Elia ed è sempre rimasto contento
d’aver conferito con lui. Lo scorso
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di domenica in una parrocchia di
Napoli alla casa celeste del Padre,
perché fu colto da un infarto durante la celebrazione della Messa. I
Superiori mi chiesero allora di occupare il posto di P. Trento e così,
pur rimanendo a Bari come residenza, divenni promotore dell’Apostolato della Preghiera per la Campania. Dopo qualche mese di
questo incarico, mi trovai alla casa
di Esercizi Spirituali di Napoli,
dove aveva vissuto P. Trento, e il
Superiore della casa, P. Schiavone,
mi chiese di liberare la camera
occupata da P. Trento, prendendomi
il materiale che poteva essermi utile
per l’Apostolato della Preghiera e
gettando via il resto. P. Trento era
un grande accumulatore di articoli
e libri, per cui dovetti lavorare due
giorni per liberare la sua camera,
ma in questa circostanza, come un
fulmine improvviso, si rivelò il
disegno della Provvidenza circa
don Elia. Mentre ero tutto intento
nel selezionare il materiale che mi
veniva tra le mani, mi venne sotto
gli occhi una busta gialla, ben chiusa, con sopra scritto: “scritti
riservati”. La aprii e quale fu la
mia sorpresa nel constatare che
Uniti nel Cuore di Cristo
quegli scritti comprendevano il diario di P. Longoni, scritto di suo
pugno, con cui il Padre spirituale,
che seguiva don Elia mentre era
novizio a Lonigo, aveva registrato
in modo molto preciso alcuni fatti
straordinari riguardanti le vicende
di Elia in quel periodo. Vi erano
anche altri documenti, che io giudicai preziosissimi al fine di una
documentazione di prima mano
circa le apparizioni del Sacro Cuore
a don Elia. Presi con me la busta
col proposito di consegnarla alla
Fondazione, appena possibile. Dentro di me riflettevo sulle vie della
Provvidenza. Se un altro al mio
posto, che non conosceva niente di
don Elia, avesse visto quella busta,
l’avrebbe gettata nel cestino e si
sarebbe persa una documentazione
importantissima per la ricostruzione
della sua vita!
Don Elia morì e dopo qualche
mese mi telefonò un mio confratello, P. Armando Ceccarelli, chiedendomi se me la sentivo di scrivere
una biografia su don Elia. Mi ricordai dei documenti che avevo trovato
e che avevo ancora con me. Interpretai allora quel ritrovamento come un segno che Dio voleva che
mi dedicassi a scrivere la vita di
don Elia. Accettai quindi l’incarico
e devo dire che per tutto l’anno che
durò il mio impegno nello stendere
la vita di don Elia, sperimentai
tanto aiuto e facilità nello scrivere
quel che poi ho scritto. Era la prima
volta che mi accingevo a scrivere
un libro di tipo biografico. Io sono
più un teologo che un narratore.
Fatto sta che mi trovai a mio agio
nel narrare i fatti della vita di don
Elia, aiutato sia dalla documentazione di P. Longoni sia dalle memorie che don Elia aveva lasciato
in prima persona dei fatti straordinari che avvenivano al giovane novizio.
La documentazione di P. Longoni,
che avevo trovato, mi fu utilissima,
soprattutto per dare credibilità alla
prima fase della vita di don Elia,
quella più importante, che riguardava le apparizioni del Sacro Cuore
e le vessazioni diaboliche da lui
patite, mentre era novizio a Lonigo.
Inoltre P. Longoni non solo ci aveva
lasciato memorie dei fatti che avvenivano, ma anche il suo giudizio
sulla sanità mentale di don Elia e
sulla soprannaturalità dei fatti. La
sua testimonianza, quindi, era e
rimane ancora oggi della massima
importanza.
Non voglio aggiungere altro perché quello che la Provvidenza di
Dio scrive nella nostra vita di figli
di Dio, è più eloquente di molti
discorsi sulla presenza di Dio in
un’opera guidata da Lui. Sono segni che rimangono indelebili nella
nostra memoria e ci inducono a
credere che, anche attraverso vie
oscure e umanamente non calcolate, Dio è all’opera per realizzare i
suoi progetti misteriosi di bene e
di salvezza per l’intera umanità.
Eremo di Monte Giove,
Mons. Costanzo Micci che ha
incardinato nella diocesi di Fano
Don Elia Bellebono.
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ni intanto se ne va lasciando lì il
medico. Quando ha finito, anche
il medico esce. Decido di accompagnarlo anche perché a quell’ora
l’eremo è chiuso e il portone di
conseguenza è bloccato. Mentre ci
avviamo all’uscita, incontro nel
corridoio dell’eremo Nicoletta che,
insieme a sua sorella Rita, al marito
di questa e al parroco di Cividate,
don Cesare Gualandris è appena
arrivata dopo essere partita la mattina molto presto. In pochi secondi
li aggiorno sulla situazione dicendo
loro di andare subito alla cella mentre io faccio uscire il medico.
Quando torno nella cella, don
Elia si è calmato, non urla più anche se si gira spesso nel letto, penso: il calmante sta facendo effetto.
Nicoletta saluta don Elia che sembra non capire e gli dice che con
loro c’è anche il parroco, don Cesare. Nessuna reazione da parte di
don Elia. Ma quando don Cesare
si avvicina al capezzale e gli dice:
“Don Elia ci sono anch’io” ecco
che don Elia spalanca gli occhi
allarga le braccia al cielo nel desiderio di abbracciarlo e dice: ”Don
Cesare ci siete anche voi!?!”. La
scena ci lascia tutti stupiti perché
ha, se non del prodigioso, perlomeno del sorprendente. Restiamo senza parole commentando la scena
con gli sguardi.
Adesso siamo tutti al capezzale
di don Elia, cerchiamo di far posto
perché tutti possano stare attorno
al letto. Nessuno parla, qualcuno
prega mentre osserviamo don Elia
che, con gli occhi chiusi, respira
affannosamente.
Ad un certo punto don Elia esclama in modo lucido ma con tono
basso tanto da essere udito solo da
chi gli è vicino: “Voi piangete per
me ma la mia anima è già in paradiso! Adesso aspettiamo che si decida a morire il corpo!”.
È l’ultima frase che don Elia
pronuncia ma, a mio avviso, è quella che dà il senso di una vita tutta
dedicata all’amore per il Sacro
Cuore di Gesù.
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Questa stessa frase che per giorni
mi ha fatto compagnia anche quando sono ritornato a casa, quando,
in occasione dei funerali di don
Elia a Cividate al Piano (BG) avvenuti il 6 settembre 1997, un’amica di don Elia, suor Ida di Milano
ha detto: “H o visto don Elia in
Paradiso nella gloria di Dio!”.
Sono tutti al capezzale di don
Elia: da una parte la signora Maria
e Rosaura e dall’altra la Teresa. Io
mi dispongo ai piedi del letto. Don
Elia è rivolto verso la Teresa che
dalla mattina, intuendo quello che
sarebbe successo, non si dà pace e
va avanti indietro dalla camera al
corridoio dove si rifugia per piangere da sola.
È la prima ad accorgersi che
qualcosa non va. Non è l’effetto
del calmante che ha placato don
Elia, ma semplicemente l’inizio
della fine. Teresa prende tra le mani
il viso di don Elia e lo chiama a
voce alta. Poi scoppia a piangere
e prima di uscire dice: “Rosaura,
vieni a vedere, don Elia sta morendo, guarda i suoi occhi!”
In effetti don Elia ha gli occhi
spenti, quasi opachi, e lo sguardo
perso nel vuoto. Inoltre il respiro
che fino a pochi attimi prima è stato
frequente, ora si fa più lento e de-
bole. Intuiamo la gravità della situazione e io decido di chiamare
Nicoletta e gli altri perché don Elia
abbia l’assistenza di un prete. Li
chiamo in refettorio e dopo poco
secondi arriva Nicoletta tutta trafelata e appresso anche gli altri. La
situazione è disperata. Nel frattempo arriva anche Antonio con il medico chirurgo. Non c’è bisogno di
dirgli niente. Capisce tutto dai nostri sguardi. Don Elia adesso si
trova in posizione supina con gli
occhi aperti, il respiro a poco a
poco si trasforma in un rantolo.
Nessuno ha il coraggio di parlare,
siamo tutti ammutoliti nella nostra
impossibilità a far qualcosa. Non
ci stiamo tutti intorno al letto. Qualcuno resta fuori a piangere.
Il parroco di Cividate impartisce
l’estrema unzione. Don Elia respira
sempre più a fatica. Nel giro di
pochi minuti il respiro diventa un
soffio lieve che si spegne lentamente. Alle 13.45 il respiro cessa così
come il battito del cuore anche se
la Nicoletta sente ancora debole il
polso per qualche istante.
Don Elia è morto.
Dalmine (BG), 22 aprile 1997
Pier Luigi Carboncini
Eremo Monte Giove, 4 Settembre 1996. Esequie di Don Elia.
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Uniti nel Cuore di Cristo
Infatti, grazie a un ex calzolaio,
formalmente quasi illetterato, ma
intriso di quella Sapienza divina
che Dio riserva solo agli umili e ai
semplici, proprio in Urbino, in questa città che forma dottori in diverse
discipline del sapere umano, sta
sorgendo un Santuario dove un
giorno, che tutti speriamo non lontano, anche i tanti giovani che frequentano la nostra città in ragione
dell’università potranno incontrare
Gesù e sperimentare l’ardente
Amore che il Suo Sacratissimo
Cuore nutre per ogni uomo.
Don Elia è stato e continua ad essere un dono grande e prezioso che
Gesù ha fatto agli urbinati e ai
giovani che frequentano e frequenteranno in futuro la nostra antica
università.
Dobbiamo essere degni di questa
speciale benevolenza riservataci
dalla Divina Misericordia, sentire
nostra l’opera iniziata da Don Elia,
nel pieno rispetto delle sue volontà
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Anno 7, Numero 14
Pagina 15
La Provvidenza e il mio libro su Don Elia
Don Elia e il Santuario Sacro Cuore di Gesù.
Sono lieto di scrivere un pensiero
in occasione dell’uscita di un numero speciale del bollettino della
fondazione per il decimo anniversario della morte del benemerito
sacerdote Don Elia Bellebono.
Non l’ho potuto conoscere personalmente, ma la Volontà di Dio mi
ha voluto vescovo della città dove
più volte si è recato Don Elia e
dove, credo per divina ispirazione,
ha ricevuto l’alto e delicato compito
di costruire, a Ca’ Staccolo, un
Santuario dedicato al Sacro Cuore
di Gesù, che è oggi in avanzata
fase di costruzione.
La lettura dei volumi pubblicati
sino ad oggi sulla vita di Don Elia
e i dialoghi intercorsi con quanti
l’hanno conosciuto mi inducono a
ritenere che, davvero, nell’incontro
tra Don Elia e Urbino, in tutto ciò
che egli ha operato tra noi e nell’opera del Santuario da lui iniziata,
vi sia un imperscrutabile ma sicuro
disegno divino.
M
e desideri, e dare, secondo le possibilità di ciascuno, il nostro contributo perché sia presto ultimato
il santuario e realizzata in avvenire
anche una casa di accoglienza per
i giovani universitari, a completamento di un complesso che - continuo a sperare - possa essere in
futuro affidato ai Gesuiti.
Non mancherò in tal senso di
sollecitare gli Urbinati e anche la
prossima festività del Sacro Cuore
di Gesù, con la processione che
abbiamo previsto dal quartiere
Piantata al Santuario, sarà una preziosa occasione per risvegliare tante
coscienze alla consapevolezza del
dono immenso che, attraverso la
vita e l’opera di Don Elia, il Sacro
Cuore di Gesù ci ha elargito.
Francesco Marinelli
Arcivescovo
di P. Carlo Colonna S.J.
Vorrei dare con questo articoloricordo su don Elia la mia testimonianza circa le vie della Provvidenza, che in modo sorprendente mi
hanno condotto a conoscere don
Elia (primo momento) e ad essere
il suo primo biografo (secondo momento).
Io vivevo a Pescara dal 1973,
svolgendo il ministero di viceparroco della Parrocchia di Cristo
Re, gestita da noi gesuiti. Nel 1983
si aggiunse alla nostra Comunità
P. Giulio Trento, che era stato padre
spirituale di Don Elia per incarico
del vescovo di Fano alcuni anni
prima. Fu da lui che sentii parlare
per la prima volta di don Elia. P.
Trento mostrava molta stima nei
suoi confronti e sicurezza circa i
fenomeni soprannaturali che aveva.
Si rammaricava che i Superiori
della Compagnia non pigliassero
a cuore le sue richieste circa la
gestione del futuro santuario del
Sacro Cuore, che doveva essere
costruito a Urbino. Ricordo che
quando P. Trento mi parlava di don
Elia e delle apparizioni del Sacro
Cuore che aveva avuto, a dire il
vero, prendevo quanto diceva col
beneficio d’inventario. Le cose che
affermava erano veramente fuori
dell’ordinario e facevo fatica a crederci. Non avendo poi la possibilità
di appurare direttamente i fatti o
di far conoscenza diretta di don
Elia, mi dimenticai di lui, anche
perché P. Trento raramente ne parlava. Nel 1987 successe un fatto.
Fui invitato nel luglio di quell’anno
a dare un ritiro spirituale a un gruppo di giovani del Movimento Eucaristico Giovanile (MEG) all’Eremo di Montegiove di Fano. Non
sapevo minimamente che Don Elia
vivesse là e grande fu la mia sorpresa, quando, stando il secondo
giorno seduto sui gradini della chiesa, un visitatore mi chiese di un
“sacerdote carismatico”, che viveva
all’Eremo. Io gli risposi che non
conoscevo nessun sacerdote carismatico che vivesse a Monte Giove
e lui mi parlò di un santuario da
costruire a Urbino. Subito mi ricordai di don Elia e, molto emozionato, andai a chiedere alla cuoca se
là vivesse don Elia. Grande fu la
mia sorpresa, quando dopo poco
bussavo alla cella di don Elia e me
lo vidi davanti, claudicante e sofferente, ma con il suo bel viso sorridente e accogliente. Tutto mi sarei
aspettato tranne di conoscere don
Elia in quel modo! Le vie della
Provvidenza sono infinite!
Così cominciò la mia amicizia con
don Elia. Gli trasmisi il saluto di
P. Trento e lo invitai a parlare ai
giovani.Venni a sapere in tal modo
dalla sua viva voce il racconto dei
fatti straordinari, che segnarono la
sua vita di veggente e che lui raccontava con tanta semplicità e candore.
Negli anni seguenti fino alla
morte di don Elia, lo vidi altre volte,
perché ritornai spesso a Monte Giove per altri ritiri spirituali. Lo vedevo molto sofferente, ma sempre
fiducioso in Dio nelle sue malattie
e nell’opera che Dio gli aveva affidato.
Un altro momento fortemente
guidato dalla Provvidenza lo sperimentai dopo la morte di don Elia.
Anche questo momento è legata
alla figura di P. Trento, il quale nel
1993 era stato trasferito dai Superiori alla nostra casa di Esercizi
Spirituali in Napoli con l’incarico
di Promotore per la Campania dell’Apostolato della Preghiera. Anch’io, nel 1990, ero stato trasferito
da Pescara a Bari con l’incarico di
Promotore dell’Apostolato della
Preghiera per la Puglia. Nel 1997
P. Trento morì o meglio, passò dalla
Santa Messa che stava celebrando
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