C Solennità del SACRATISSIMO CUORE DI GESU’ Venerdì 23 giugno 2006 M Y CM MY CY CMY Anno 7, Numero 14 Alle ore 16,30 ritrovo dei fedeli in Piazza Elisabetta Gonzaga, quartiere Piantata. Sua Eminenza Cardinale Sergio Sebastiani alle ore 17,00 guiderà la processione da Piazza Elisabetta Gonzaga, al Santuario Sacro Cuore di Gesù a Ca’ Staccolo; alle ore 18,00 presiederà la Santa Messa. Alle ore 20,00, per chi lo desidera, ritrovo presso il ristorante Tortorina per la cena, è obbligatorio prenotarsi entro il 16 giugno. Per informazioni, iscrizioni e prenotazioni telefonare al n. 0722/322698 o inviare un fax al n. 0722/377091; Posta elettronica : “[email protected]” LA POSTA A tutti gli amici di Don Elia si chiede di farsi strumento portante per la diffusione dei libri: “Don Elia Bellebono, Apostolo del Sacro Cuore per i nostri tempi” scritto da P. Carlo Colonna S. J., “Don Elia Bellebono: Apstle of the Sacred Heart for your time” tradotto in inglese, “Autobiografia di Don Elia Bellebono, Apostolo di Gesù” a cura di Umberto Callegaro. Sollecitiamo i nostri amici ed i lettori ad inviarci le loro impressioni, opinioni, suggerimenti e soprattutto testimonianze relative sia alla vita di don Elia che ad ogni iniziativa inerente alla Fondazione inviandole al seguente indirizzo: Fondazione OPERA DEL SACRO CUORE DI GESÙ Via Ca’ Staccolo 5 - 61029 URBINO PU Telefono 0722 322698 - fax 0722 377091 - E-mail: [email protected] Internet: www.donelia.it Coloro che vogliono appoggiare la costruzione del Santuario con offerte possono utilizzare il conto corrente postale n. 11300613 per l’Italia, per altre forme di versamento telefonare alla segreteria della Fondazione. Direttore Responsabile: Rosa Maria Rossi - Tipografia Mondograf Tel. 0721.907662 - Telefax 0721.472083- Pesaro Sped. in A.P. art. 2 comma 20/c legge 662/96 Filiale di Pesaro Autorizzazione del Tribunale di Pesaro: 467 del 6-12-1999. K Maggio 2006 Uniti nel Cuore di Cristo Bollettino di Informazione - Fondazione Opera del Sacro Cuore di Gesù - Via Ca’ Staccolo 5 - 61029 Urbino (PU) Carissimi, il 2 settembre del 1996, alle ore 13,45, nella sua cella di Monte Giove, dopo molti giorni di grandi sofferenze, il nostro amatissimo Don Elia concludeva la sua esperienza terrena e veniva accolto dal Sacro Cuore di Gesù nella casa del Padre. Il 2 settembre di quest’anno saranno perciò trascorsi dieci anni dall’ultimo momento in cui i suoi figli spirituali, i suoi amici e quanti ebbero il dono di incontrarlo e di conoscerlo lo poterono vedere in questo mondo, in attesa e nella speranza di riabbracciarlo un giorno in Paradiso. Un decennio fa si concludeva una vita straordinaria, vissuta per la maggior parte nell’attesa e nella ricerca che la promessa avuta da Gesù - “sarai mio sacerdote” – si compisse, tra mille peripezie, speranze e delusioni, costellata sempre da fatti e episodi straordinari, vissuta poi, divenuto sacerdote, nella totale adesione alla volontà di Gesù e nel servizio a tutti coloro che Gesù stesso metteva sulla sua strada e che da quell’incontro trovavano sempre conforto spirituale, a volte anche il risanamento fisico. In quest’anno anniversario ci è sembrato doveroso realizzare un numero speciale del nostro giornalino che, come avete già constatato, esce per l’occasione con molte più pagine del solito. Vi troverete il “diario” degli ultimi giorni terreni di Don Elia, così come li ha vissuti e trascritti dieci anni fa Pier Luigi Carboncini, un giovane figlio spirituale di Don Elia, che ebbe il dono di essergli accanto in quei momenti. A seguire, le testimonianze di alcune tra le persone, sacerdoti e laici, che hanno conosciuto Don Elia, ce lo presentano nel ricordo personale che ciascuno serba nel suo cuore di un incontro che a non pochi ha cambiato la vita. Infine il programma dei nostri due appuntamenti annuali, la festività del Sacro Cuore di Gesù, il 23 giugno e l’anniversario della morte di Don Elia, il 2 settembre, che in questo decennale assumono particolare importanza e che perciò vivremo con ancor maggiore solennità e partecipazione. Procedono nel frattempo i lavori del Santuario: si sta completando la realizzazione della complessa e speciale struttura in acciaio del tetto che, costruita, montata e collaudata in Lombardia, sarà di nuovo smontata e, una volta trasportata a Urbi- Il Santuario visto dall’interno. no, sarà definitivamente posta in opera a copertura del santuario; si è inoltre praticamente conclusa anche la non facile né e semplice costruzione del campanile. Nel raccomandare a tutti i lettori di essere presenti a Urbino il prossimo 23 giugno e in attesa di salutarci tutti fraternamente auguro a ciascuno ogni bene, nella speciale benevolenza e intercessione presso Gesù che ci è assicurata dal nostro amato Don Elia. Il Presidente (Cav. Lionello Albieri) C Pagina 2 Uniti nel Cuore di Cristo Gli ultimi giorni di Don Elia. La telefonata non lasciava dubbi. Don Elia stava male e se non lo si operava gli rimanevano pochi giorni di vita. Non c’era molto da pensare. Immediatamente dissi: “Io vado giù. È da poco passato ferragosto e da circa tre settimane la mia famiglia si tiene in contatto con i parenti di don Elia per avere notizie sulla sua salute. Infatti dal 29 luglio le condizioni di salute di don Elia, che da tempo soffre di disturbi allo stomaco, sono peggiorate tanto che il 5 agosto si è provveduto al suo ricovero in ospedale. Don Elia, un sacerdote di 84 anni, giunto al sacerdozio dopo anni di sofferenze fisiche e spirituali, da oltre 20 anni è un carissimo amico di famiglia oltre che nostro insostituibile sostegno morale. Parto nel pomeriggio di martedì 20 agosto 1996 con l’intenzione di fare una breve visita all’ospedale di Fano, dove è ricoverato e ritornare in serata a casa. Alle 16.00 giungo all’ospedale seguendo le indicazioni della Signora Teresa Bellebono, cugina di Don Elia, ed ho subito trovato il reparto indicatomi. Entro nella camera n° 9 del reparto chirurgia e lo trovo lì, seduto sul letto con le braccia appoggiate ad un tavolino di quelli usati per mangiare a letto, ed un orribile quanto antiestetico cannello infilato nel naso. Il viso molto dimagrito denota tutta la sofferenza provata, la pancia gonfia all’inverosimile dichiara tutto il male che agisce inesorabilmente all’interno, ma lo sguardo è sempre quello che ho conosciuto. È questione di pochi attimi. Come lo saluto lui mi sorride e alza una mano per indicarmi di avvicinarmi per baciarlo. La nipote Nicoletta che da 15 giorni lo assiste amorevolmente e che in quel momento gli siede di fronte, mi lascia il posto per potergli parlare. Don Elia non ha gli occhiali che gli servono anche per sentire, ma sembra capire lo stesso quanto gli dico; mi sorride ma, subito dopo, con una smorfia di dolore mi sussurra: “Andiamo male!” Faccio in tempo a dirgli che a casa lo salutano e che pregano per lui e lui dopo aver ringraziato chiede di coricarsi. In quel momento mi accorgo delle flebo che lo alimentano direttamente nel cuore. Questo accorgimento si è reso necessario dal momento che il suo fisico non è in grado di sopportare le flebo tradizionali in vena e le sue mani tutte blu lo dimostrano. Nicoletta, che nella foga non avevo ancora salutato, mi dice che sono stato fortunato a trovarlo alzato perché questo avviene raramente e solo per pochi minuti al giorno. Inoltre una volta sdraiato non vuole più parlare e anzi gli da fastidio persino che gli altri parlino. Notoriamente contrario agli ospedali, don Elia negli ultimi anni è stato ricoverato in occasione di due infarti e per delle analisi. Sicuramente non è il posto preferito per uno che per anni ha viaggiato in lungo e in largo per l’Italia e che ora si trova costretto in un letto impossibilitato a muoversi e a man- M Y CM MY CY CMY K Anno 7, Numero 14 Pagina 27 Don Elia, testimone di Gesù Risorto. giare. Mi siedo a fianco del letto e lo guardo riposare, noto che a più riprese Don Elia benedice, si fa il segno della croce poi sembra recitare parti della messa fino a quando chiede a Nicoletta di dargli il crocefisso appoggiato sul comodino. Una volta preso, lo bacia e lo stringe a sé come se cercasse in lui il conforto necessario. Anche questo sembra che lo faccia spesso durante il giorno. Sono le 17.30, entra rapidamente un’infermeria pregandomi di allontanarmi perché comincia la visita dei medici i quali non vogliono nessuno tra i piedi! Io ne approfitto per telefonare a casa. Vista l’ora, penso che forse è meglio se mi fermo a dormire a Fano per poi ripartire il giorno dopo. Telefono quindi all’eremo di Montegiove, dove da vent’anni don Elia risiede in una cella e da pochi anni adibito anche a foresteria, per sentire se c’è posto per dormire. Mi rispondono di sì e che mi aspettano per cena alle 19.30. Dopo le telefonate, mentre aspetto l’ora del passo sulle panchine del viale dell’ospedale vedo arrivare i coniugi Martucci, la sig.ra Teresa Conobbi Don Elia fra l’85 e l’86, vent’anni fa. Riconquistata alla fede in Cristo da Sua Madre Maria, a Medjugorie, questo sacerdote mi fu presentato da mia sorella Laura. Sapevo che aveva doni straordinari: vedeva Gesù e Gli parlava come noi ai vecchi amici, ma con l’umiltà di un figlio che parla al Padre, con la confidenza di chi si sa amato e stimato. Io gli chiedevo sempre: ma Don Elia, com’è Gesù? me lo descriva. E lui, paziente, ogni volta ricominciava a descrivermelo: “Mi appare Risorto, nella Luce del Trionfo, con la Sua veste bianca macchiata dal Sangue che goccia dal suo Sacro Cuore coronato di spine e sormontato da una piccola Croce. Gli occhi grandi, azzurri, con uno sguardo profondissimo. Naso e bocca regolari, i capelli castano-biondi gli scendono alle spalle, la barba breve e ben curata gli orna il viso ma non si divide sul mento, i piedi dai sandali di cuoio bassi (lo aveva notato e lo diceva sempre lui che era ciabattino)”. E concludeva: “È bellissimo!” Ed io, estasiata, che ancora chiedevo e volevo sapere di più, e così le volte successive. Don Elia, paziente, non si stancava mai di raccontarmi di Gesù. Un giorno, nell’estate dell’87, mi fece chiamare da Laura ed io andai a trovarlo a Monte Giove, l’Eremo che i Camaldolesi hanno sopra Fano e che lo ospitava. Andai su tremante, mi chiedevo cosa potesse volere questo sacerdote carismatico da me. Non lo vedevo dall’inverno. Appena arrivai mi accolse affettuoso e disponibile e... mi raccontò i miei pensieri degli ultimi mesi... io rimasi ammutolita... tutto corrispondeva perfettamente. Mi incoraggiò a prendere una decisione importante per la mia vita. Gli chiesi in seguito com’era possibile che lui sapesse ciò che mi aveva detto. Rispose con la massima tranquillità che il Signore, quando lui pregava per una persona, gli donava di “vedere e conoscere” ciò che la stessa persona stava vivendo. Me lo disse come se fosse la cosa più naturale di questo mondo. Il candore, la semplicità, l’umiltà di Don Elia insieme alla sua grande forza, la fede incrollabile, l’abbandono alla Sua Volontà unita ad una lotta nel compiere ogni giorno “tutto il possibile” per attuare i disegni del Suo Signore, erano le sue caratteristiche principali. Quando afflitta dai miei travagli e limiti andavo a confessarmi da lui, mi congedava dicendo: “Stiamo contenti che il Signore ci ama” e con un grande sorriso guardava in alto, lieto, come se contemplava già la gioia del Risorto. Giuliana Guerra PER ME IL VIVERE E’ CRISTO Fil 1,21 Esercizi Spirituali in preparazione alla solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù Guidati da Padre Umile Giletti O.F.M. Cap. Dal pomeriggio di martedì 20, a venerdì 23 giugno 2006 presso la sede della Fondazione Opera del Sacro Cuore di Gesù Via Ca’ Staccolo 5 - 61029 URBINO (PU). Negli ultimi giorni Don Elia celebra la S. Messa nella sua cella dell’Eremo. ISCRIZIONE AL CORSO ……………………………………. € 25,00; SOGGIORNO HOTEL TORTORINA pensione completa di tre giorni incominciando dalla cena e pernottamento del 20 giugno al pranzo del 23 giugno: - per persona in camera doppia ………………………………….€ 139,50; - per persona in camera singola …………………………………€ 181,50. C Pagina 26 Uniti nel Cuore di Cristo Consacrazione personale al Cuore di Gesù Il tuo Cuore, o Ges , l asilo di pace, il soave rifugio nelle prove della vita, il pegno sicuro della mia salvezza. A te mi consacro interamente, senza riserve, per sempre. Prendi possesso, o Ges , del mio cuore, della mia mente, del mio corpo, dell anima mia, di tutto me stesso. I miei sensi, le mie facolt , i miei pensieri e affetti sono tuoi. Tutto ti dono e ti offro: tutto appartiene a te. Signore, voglio amarti sempre pi , voglio vivere e morire di amore. Fa , o Ges , che ogni mia azione, ogni mia parola, ogni palpito del mio cuore siano una protesta di amore: che l ultimo respiro sia un atto di ardentissimo e purissimo amore per te. Amen. P. Felice Cappello S.J. È Pasqua È Pasqua: Cristo è risorto. È giorno di festa, di pace, di amore. Il dolce suono delle campane invita i fedeli ad esser più buoni, ad amarsi fra loro; ma in terre lontane il fuoco divampa, annienta, distrugge: è la guerra. Uomini, vogliosi di potere, sono assetati di sangue, di conquiste: è la fame, il terrore, la morte per tanti innocenti. Oh Dio, Re dei viventi, dei miseri e dei potenti, Ti prego: annienta Tu il male e fa’ che la pace regni per sempre fra tutte le genti. Don Elia ringrazia Aurelio Gonzato autore del quadro del Sacro Cuore di Gesù. Luisa Liri M Y CM MY CY CMY K Anno 7, Numero 14 Bicego, l’Armando Quartararo e la sig.ra Nives Costantini che si dirigono verso il reparto di chirurgia. Li seguo per salutarli e per accompagnarli. Entriamo da Don Elia tutti insieme. Nessuno ha il coraggio di avvicinarsi per non disturbarlo. Rompe gli indugi il sig. Martucci che si china all’orecchio e lo saluta. Don Elia si scuote, alza la testa e dice: ”Ciao Tonino!”. Ora anche gli altri si avvicinano e lo salutano. A questo punto Don Elia si gira nel letto con grandi smorfie di dolore. È un’operazione che compie spesso perché non trova una posizione che gli dia sollievo. Riesce solo a stare di lato, mai di schiena. Dopo qualche istante la compagnia decide di andare ed è a questo punto che don Elia chiama il sig. Martucci, allarga le braccia per abbracciarlo e a quel punto dice: ”Tonino, non ci vediamo più!” Rimaniamo di nuovo in tre e questo fino alle 19.10 quando anch’io tolgo il disturbo per recarmi all’eremo di Montegiove dove avevo prenotato una camera nel pomeriggio. Nicoletta invece aspetta l’arrivo di Antonio che fa la notte. All’eremo arrivo in tempo per la cena e trovo come compagni di mensa gli stessi che ho incontrato all’ospedale. L’eremo di Montegiove è un monastero dei Camaldolesi posto Pagina 3 sulle colline prospicienti Fano e il mare. Di origine secentesca, l’eremo ospitava a quel tempo sette padri, fratel Mariano oltre ad un sacerdote e, ovviamente, don Elia. Dalla terrazza si può ammirare un panorama mozzafiato con l’orizzonte che si perde nell’azzurro del mare Adriatico, di fronte alle coste della Dalmazia che, come dicono i Padri, nelle giornate più limpide si scorgono in lontananza. Inutile dire quale è stato l’argomento della cena e del dopocena. Siamo tutti molto depressi. Siamo abituati a vedere Don Elia sempre allegro e sorridente e soprattutto in piedi che dispensava baci e benedizioni e ora...vederlo così provato in quel letto di ospedale! Alle 21.00 si recano a trovarlo, dall’eremo, don Gianni e altre due persone che non conosco, ma che avrò occasione di incontrare di nuovo all’eremo nella settimana successiva. Don Gianni è il sacerdote che vive all’eremo. Giovane, simpatico e dotato di una corporatura particolarmente robusta, don Gianni è molto amico di don Elia. Spesso nelle mie visite lo incontravo nella cella di don Elia dove si intratteneva per conversare e per pregare. Si è spesso prodigato per don Elia accompagnandolo con l’automobile quando c’era bisogno oppure assi- stendolo all’eremo. Celebre è stato il viaggio ad Assisi compiuto con don Elia quando, giunti ormai in città, dopo una violenta quanto bonaria litigata, decisero di tornare immediatamente indietro senza fermarsi! I due infatti sono molti amici ma sono anche accomunati da un carattere piuttosto impulsivo. Aspettiamo con ansia il loro ritorno che avverrà alle 22.30 circa. Nel frattempo ci intrattiene un gruppo del Rinnovamento dello Spirito che, con canti e preghiere animate, impegna la nostra attenzione. La serata è splendida. Un cielo stellato e terso fa da contraltare ad un’aria pungente che costringe a indossare i primi golf. All’arrivo del terzetto nessuno ha molta voglia di parlare, ma le nostre espressioni sono molto eloquenti e così don Gianni si fa forza e dice: “L’abbiamo trovato a letto, ma ha voluto alzarsi, ci ha riconosciuti tutti. I medici sono decisi per l’operazione, ma l’ultima decisione spetta a lui e lui non ha nessuna intenzione di farsi operare!” A questo punto va detto come stanno le cose almeno per come le ho apprese io. Don Elia ha un male incurabile al pancreas, che forse si è diffuso altrove anche se lo stomaco sembra illeso. Comunque da 20 giorni non mangia più perché ha un blocco allo stomaco. I chirurghi non sanno quanto sia esteso il male, non c’è analisi che lo stabilisca. L’unica soluzione, dicono, è “aprirlo”. Ma c’è il problema della pancia che contiene dai 6 agli 8 litri di liquidi che, come si opera, fuoriescono creando degli scompensi circolatori imprevedibili. E poi c’è il cuore con all’attivo due infarti e c’è il diabete molto alto, fattori questi che sconsigliano l’intervento. Inoltre, l’alimentazione per flebo non è sufficiente e Don Elia diventa, ogni giorno, sempre più debole, per cui l’operazione, possibile all’inizio ora è molto rischiosa. Sì, ma quale operazione? Non certo la rimozione del tumore, C Pagina 4 quello non si tocca perché, dicono sempre i medici, a quella età il tumore progredisce molto lentamente e quindi non crea problemi. L’intervento pensato dai chirurghi è quello di collegare direttamente l’esofago con l’intestino eliminando lo stomaco. Questo permetterebbe a don Elia di alimentarsi ancora consentendogli di vivere ancora un po’. Sì, ma quanto un po’? Nella migliore delle ipotesi qualche mese, forse 2 o 3 al massimo. E se non si opera? Morirà di denutrizione in pochi giorni e difficilmente arriverà a fine mese. Nessuno ha voglia di commentare le ultime notizie. Ci salutiamo. Io telefono a casa e quindi vado a letto dove leggo di nuovo il libretto stampato dagli amici svizzeri di Lugano e che racconta alcuni aneddoti della vita di don Elia e quindi mi addormento nella angoscia più profonda. MERCOLEDÌ 21 AGOSTO 1996 Il risveglio, al mattino, è provocato dalle campane che, suonando alle 6.45, annunciano il nuovo giorno. Dopo la messa delle 7.30 incontro il sig. Mario Falcioni, presente come tutte le mattine alle funzioni. Non c’è molto da dire se non constatare la gravità della situazione. A colazione ritrovo gli amici di Milano ed espongo loro la mia intenzione di recarmi all’ospedale in mattinata. I coniugi Martucci sarebbero partiti di lì a poco insieme alla sig.ra Teresa mentre Armando e la sig.ra Nives si sarebbero fermati fino alla sera. Nel refettorio incontro padre Alessandro che si occupa dell’orto che circonda tutto l’eremo. I campi e le vigne dell’eremo non sono più gestiti dai padri che, pochi e alcuni anche anziani, non riescono a lavorare e quindi vengono dati in affitto a dei privati. Padre Alessandro, persona molto dolce e di grande spiritualità, è molto affezionato a don Elia e pre- Uniti nel Cuore di Cristo murosamente si adopera per aiutarlo. Mi chiede se ho visto don Elia. Gli rispondo che l’ho visto nel pomeriggio di ieri e che l’ho trovato molto giù. Mi dice che bisogna prepararsi al peggio e che, in queste situazioni, ci si deve aggrappare alla fede. Mi congedo da lui per andare all’ospedale e lui mi saluta dicendomi di portare i suoi saluti a don Elia perché lui con tutti i lavori che deve fare all’eremo non sa quando riuscirà ad andare a Fano. Arrivo all’ospedale verso le 9.30 ma il reparto di chirurgia è chiuso per le visite dei medici. Aspetto e alle 10.00 vedo uscire Nicoletta in compagnia di un uomo che poi si rivelerà essere il dottor Pulido, vicino di casa di Mario Falcioni ed amico di don Elia. Internista dell’ospedale, è lui che sta seguendo la vicenda da vicino e a lui mi rivolgo per chiarire i miei dubbi e per conoscere i dettagli del ricovero. Purtroppo la chiacchierata, molto schietta e franca, fa svanire ogni speranza. Don Elia in ogni caso non ha più di qualche mese. L’operazione è un palliativo, ma necessario se gli si vuole dare di nuovo la possibilità di alimentarsi normalmente. Chiedo al dottore se lui opererebbe e per tutta risposta mi dice: “Se fosse mio padre io lo opererei, ma il problema è convincere lui!”. Torniamo in reparto ed entriamo nella camera di don Elia. Lui è sdraiato, ma non dorme; lo facciamo alzare sul letto ci facciamo riconoscere, lui ci saluta a fatica. E’ mortificato da questa situazione ed è molto debole. Gli parliamo di nuovo della operazione e lui chiaramente ci risponde che è fermamente contrario, ma se decide di operarsi lo fa solo per far contenti noi e che comunque bisogna aspettare Alessandro (il dottore di Rimini) per sentire se è proprio indispensabile. Per ascoltare usa un paio di oc- chiali con apparecchio acustico applicato nelle stanghette dal momento che da anni è audioleso, ma a volte pur non avendo gli occhiali dimostra di capire come se avesse recuperato un po’ di udito. Dopo poco lo rimettiamo a letto e sembra sprofondare in un sonno profondo quanto agitato. Ad un certo punto ho la netta sensazione che stia parlando con qualcuno: parla poi si interrompe, fa dei cenni di assenso, ricomincia a parlare. Poi apre un occhio, mi guarda e di scatto lo richiude e interrompe quanto stava facendo. Tutto è molto strano, ma potrebbe trovare una spiegazione in quanto mi è stato riferito successivamente dalla Sig.ra Teresa. Sembra infatti che durante la permanenza in ospedale il Signore si sia fatto sentire da Don Elia. Un altro fatto potrebbe confermare quanto sopra. Dopo la partenza del dottore Pulido rimaniamo in tre: don Elia, Nicoletta ed io. Don Elia si gira di frequente non trovando una posizione adeguata. Riprende a parlare ad occhi chiusi. Nicoletta si avvicina per sentire meglio e percepisce un discorso che purtroppo posso riferire solo frammentato: “..... Signore, Ti prego, accetta questa mia flagellazione..........se Tu vuoi io posso ancora darti qualcosa.......”. Dopo pranzo torno al reparto e qui trovo anche Alessandro. Don Elia è alzato sul letto e lo ascolta. È mercoledì se Don Elia decide lo si può operare già venerdì. Don Elia rinnova ad Alessandro la sua opposizione all’operazione e il suo desiderio di ritornare nella sua cella all’eremo dove desidera morire nel suo letto. Già, il suo letto; è ancora quello dei suoi genitori, è il letto dove lui è nato l’8 ottobre 1912 e lui lo ha fatto restringere e lo ha fatto sistemare nella cella di Monte Giove. Alessandro se ne va e con Nicoletta mi metto d’accordo per il viaggio di ritorno. All’ospedale è arrivata anche la M Y CM MY CY CMY Anno 7, Numero 14 K Pagina 25 C Pagina 24 Uniti nel Cuore di Cristo La benedizione rassicurante di don Elia Bellebono. Purtroppo io ho conosciuto Don Elia quando avevo solo quattro o cinque anni, e la mia amicizia con lui è durata circa tre o quattro anni, perché dopo quel periodo mi è morto. Ricordo che mio padre ogni domenica andava da lui per visitarlo, e ogni domenica mi chiedeva se volevo seguirlo. Io ogni tanto aderivo alla sua proposta e andavo a trovare Don Elia fino a Fano all’Eremo di Monte Giove dove era ospitato. Mi ricordo che per andare da Don Elia c’era un tratto di strada a piedi, poi si passava sotto un porticato e infine un altro tratto di strada che ci portava alla porta della sua cella. La ricordo perfettamente: aperta la porta, c’era un piccolo giardino e sulla sinistra la porta della cella. Era molto piccola, credo due stanze e un corridoio, non di più. La stanza subito sulla destra era il suo studio, ed era il luogo dove lui sempre ci aspettava. Mi salutava, a volte mi abbracciava e baciava, poi lui e papà cominciavano a parlare, seduti intorno alla scrivania verde. Io dopo un po’, siccome mi annoiavo, iniziavo a girare per la cella e ricordo che rimanevo affascinata da un Gesù bambino a grandezza naturale che Don Elia teneva nel corridoio e una volta, prendendolo in braccio, l’ho fatto cadere e che si è rotto un braccio, ma Don Elia non mi ha sgridato; era troppo buono per farlo. Oppure mi mettevo a girare per il giardino e quando lui e papà avevano finito, mi dava sempre dei biscotti e della frutta da mangiare. Un momento bellissimo era quando ci benediva: imponeva le mani su di noi, io chiudevo gli occhi e sentivo la sua mano sulla mia testa; era così dolce che io mi sentivo come rassicurata. Era come se, avendo quella mano sulla mia testa, fossi sicura che non mi sarebbe capitato più nulla di male. Così è successo tutte le volte che sono andata, tranne l’ultima. Infatti, quel giorno Don Elia non ci aspettava sulla sua scrivania, ma sofferente nel letto. C’erano molte persone e io ricordo di averlo intravisto mentre gemeva soffrendo. Mi aveva fatto male vederlo così, tanto che sono uscita e non sono più rientrata. Questa è stata l’ultima volta che l’ho visto. Poco tempo dopo mi hanno detto che era morto, e per me che avevo otto anni era la prima volta che moriva qualcuno a cui volevo bene. Ho pianto davvero tanto, ricordo di essere andata in camera mia per buttarmi sul letto. Ero triste perché non lo avevo potuto salutare come avrei voluto per l’ultima volta, e perché le mie preghiere non lo avevano salvato. Ora so che lui è in Paradiso, è contento ed è insieme al mio nonno Angelo. Questo mi rende felice e, anche se a volte mi manca, mi aiuta a non piangere e a non aspettarmi più. So che lui mi guarda e mi protegge da lassù; spero davvero con tutto il cuore, un giorno, di poterlo rivedere e forse con il suo aiuto, sarà così. Maria Di Pasquale Essere pietre vive del Corpo Mistico. “Invocami, ed io intervengo”. Così mi disse più di vent’anni fa Don Elia, quando andai a confessarmi. La sua promessa mi ha accompagnato in questo tempo, in cui non è stato più possibile incontrarmi con lui settimanalmente. La promessa della sua amicizia non ha conosciuto distanza tra Cielo e terra. Questo ponte è la Comunione dei Santi, che Cristo, nostro Signore è per ciascuno di noi, nel Suo Corpo Mistico. Un modo insuperabile per non perdere niente di quello che abbiamo incontrato e vissuto di più bello nella nostra avventura umana. Anzi, la coscienza è purificata dalla fede: “Sulla Tua parola, getterò la rete”. Ciò è avvenuto spesso in questi anni, da quando Don Elia è in Cielo, assieme a mio padre e a tanti amici che hanno speso energie e amore per l’opera del Santuario di Ca’ Staccolo. Cosa vuol dire voler bene a Don Elia, oggi? Certamente l’affidare alla Sua paternità ciò che ci sta più a cuore: la vita, la famiglia, la vocazione, l’appartenenza a Cristo, gli amici nel bisogno. L’incontro con la Sua persona eccezionale e semplice, è viva oggi tanto più ci immedesimiamo nella Sua risposta alla chiamata di Gesù: “Mi ami tu, figliolo?”. “Sì Gesù che ti amo”. E ancora. Sentirci parte, anzi protagonisti, di quel disegno che Gesù ha, attraverso l’edificazione del Santuario, per la costruzione della Sua Chiesa, fatta di chiunque chieda alla propria vita verità e significato. Spesso l’ho dimenticato, come . ciò fosse preoccupazione se speciale delle persone che appartengono alla Fondazione Sacro Cuore o di Antonio che fedelmente è in segreteria ogni giorno. Cristo ha messo sulla nostra strada Don Elia non solo per destare la nostra vita al Suo Amore, ma per essere pietre vive del Suo Corpo in questo mondo per cambiare questo mondo. “I vostri nomi saranno scritti su una mattonella del Santuario”, ci disse Don Elia in gratitudine alle donazioni fatte. Niente in confronto al fatto che i nostri nomi sono scritti nel Cuore di Cristo. Laura Guerra M Y CM MY CY CMY K Anno 7, Numero 14 signora Rosaura che ben si presta ad accudire don Elia eventualmente anche di notte. Antonio arriverà alle 20 e noi, purtroppo, dobbiamo andare. Il viaggio di ritorno comincia verso le 18. All’inizio nessuno dei due ha molta voglia di parlare. Siamo immersi nei nostri pensieri. Ogni volta che si lascia don Elia prende sempre la commozione, in più lasciarlo in queste condizioni è ancora più straziante. Comunque ci facciamo forza e cominciamo a chiacchierare. L’argomento si può ben immaginare. Nicoletta comincia a raccontare aneddoti ed episodi avvenuti durante la sua permanenza di 15 giorni all’ospedale. Ad esempio la moltitudine di gente che è venuta a visitare don Elia, sindaco di Fano compreso, il quale non aveva mai sentito parlare di lui e che dopo averlo conosciuto non mancava mai di chiedere sue notizie. Il resto del viaggio prosegue tranquillo e arrivo a casa che ormai è passata la mezzanotte, con gli ultimi chilometri percorsi sotto uno spettacolare temporale. I miei sono ancora alzati e mi tempestano di domande. Io non ho molta voglia di parlare. Sono stanco e ho voglia di dormire, quindi racconto solo due o tre cose e do loro la buonanotte. GIOVEDÌ 22 AGOSTO 1996 Le notizie che arrivano non sono buone. Don Elia deperisce sempre più, si agita sempre molto e la notte non riesce a riposare. Viene rinviata l’operazione perché il primario, che è in vacanza e si tiene costantemente informato sulle condizioni di don Elia, tornerà lunedì 26 e ci tiene ad operare lui, bloccando di fatto tutte le iniziative. La sera di sabato 24 agosto don Elia ha un collasso e un altro la sera dopo. Giunti a lunedì, i medici si riuniscono per un consulto. Nelle con- Pagina 5 dizioni in cui è don Elia non è in grado di subire un’operazione e rischia di rimanere sotto i ferri, per cui si accantona l’idea dell’operazione lasciando così poche speranze per il futuro. Nel frattempo veniamo a sapere che i medici hanno dato il benestare per il ritorno di don Elia all’eremo perché ormai le cure che gli fanno all’ospedale le può fare anche nella sua cella e poi, ormai, non gli rimane più molto tempo. GIOVEDÌ 29 AGOSTO 1996 Il viaggio comincia subito male perché, per alcuni contrattempi, la partenza viene ritardata dalle 9 del mattino alle 2 del pomeriggio, ma alla fine riesco a partire. Il viaggio si svolge tranquillamente e arrivo all’eremo verso le 17.30. All’ingresso dell’eremo non incontro nessuno e così mi dirigo alla cella di don Elia. Nel giardino ci sono delle persone che parlano insieme a Mario Falcioni, che più di tutti conosce don Elia e da 22 anni lo segue senza sosta. Chiedo se Don Elia è già arrivato e loro mi rispondono di sì e che si può entrare. Entro e nel corridoio incontro la signora Teresa tutta indaffarata che mi vede e dice: “Sei arrivato adesso? È appena arrivato anche don Elia. Vai di là a vederlo!”. Mi dirigo verso la camera da letto dove ci sono altre persone tra cui Antonio, Nicoletta, la signora Rosaura e il dottor Pulido. Stanno sistemando Don Elia che si trova ancora seduto sul letto. Non voglio disturbare ma non posso fare a meno di farmi vedere da lui. Mi vede e mi sorride. È molto contento lo si vede subito. Mi faccio incontro, lo saluto e gli dico: ”Sei contento di essere di nuovo nella tua cella, eh?” Lui capisce, spalanca gli occhi e sorride con un’espressione che è solito avere quando è contento. Faccio in tempo a dirgli che a casa lo salutano e che pregano per lui che mi fanno cenno che si deve coricare. Mi allontano e aspetto che finiscano per farmi raccontare qualcosa. La cella è tutta un fermento. Rapidamente si trasforma in una succursale della farmacia. Si materializzano bende, garze, flebo, aghi, tubicini, sacchetti, recipienti vari ecc. ecc. Sono tutti molto presi. Capisco di essere di troppo e così esco a parlare con Mario il quale nasconde a fatica la sua tristezza, ma è anche particolarmente soddisfatto perché, dice, questa era la volontà di don Elia. Lui voleva tornare nella sua cella dove desiderava morire e così è stato. Anche Mario era contrario all’operazione perché, dice, in quelle condizioni è difficile sopravvivere sotto i ferri. Ora finalmente lo vede felice, nonostante i dolori non lo abbiano abbandonato. Entra in giardino don Gianni, molto amico di don Elia. È venuto per vedere il nostro malato ma, vista la ressa nella cella, si ferma in giardino con noi. Dopo i saluti ne approfitto per sentire se c’è una camera libera, anche se so già del convegno, ma non si sa mai. Mi risponde di no e allora chiedo se c’è un posto dove posso mettermi con il sacco a pelo che mi sono portato da casa perché ho tutta l’intenzione di fermarmi lì a dormire. A questo punto mi dice di non preoccuparmi, che un posto o l’altro me lo trova e c’è sicuramente un posto per cena. Dopo un po’ la gente comincia ad andare via. È quasi l’ora di cena e così mi metto d’accordo per sentire se c’è bisogno del cambio a don Elia. Mi risponde la signora Teresa che la cena viene servita a lei e alla signora Rosaura nella cella di don Elia e che quindi non c’è bisogno di me, ma che comunque mi aspettano dopo cena per parlare un po’. Dopo cena torniamo nella cella, don Elia è sdraiato e ogni tanto si gira per cercare un po’ di sollievo. Parliamo e cerco di farmi raccon- C Pagina 6 tare qualcosa. La signora Teresa è molto provata. Mi dice che gli ultimi giorni sono stati molto pesanti perché don Elia si è agitato molto, soprattutto di notte; per di più le sue condizioni sono molto peggiorate tanto che già da un paio di giorni erano in procinto di tornare all’eremo perché sembrava che don Elia spirasse da un momento all’altro. Ad Antonio hanno dato una notte di riposo perché anche lui è molto provato. Mi raccontano un aneddoto che rientra molto bene nella serie di episodi che hanno per protagonista don Elia. Qualche giorno prima, nel periodo in cui si doveva decidere per l’operazione, si riuniscono alcuni medici insieme a persone del Comitato pro Santuario e si fermano fuori della camera di don Elia per discutere liberamente senza disturbare il malato. Dopo un po’ la signora Teresa avverte don Elia che ci sono i medici e che devono parlare tra loro. Don Elia ha un sussulto e in un amaro sfogo dice: “Sono venuti qui in sette, hanno visto, hanno parlato..... speriamo che decidano qualcosa!!!”. Ora, il fatto curioso è che, mi hanno assicurato, don Elia non ha assolutamente visto quelle persone perché si erano fermate fuori anche se, come mi dirà successivamente Antonio, don Elia sapeva dell’incontro perché lo stesso Antonio lo aveva avvertito la sera prima e quindi difficilmente poteva sapere quante fossero. Ebbene, erano proprio sette! Non sono nemmeno mancati momenti di tensione, ad esempio quando sembrava che fossero i parenti a volersi opporre all’operazione, mentre quelli della Fondazione erano favorevoli. Ogni dubbio è stato fugato proprio da don Elia. Infatti un giorno entrano nella camera e gli chiedono se vuole fare l’operazione. Lui ha un gesto di stizza dettato dall’esasperazione e dice a gran voce: “Io non voglio Uniti nel Cuore di Cristo farmi operare! Come ve lo devo dire?!?” Dopo le 21.00 arriva anche Antonio che si appresta a “fare” la notte. Parliamo un po’ della situazione e osservo come Antonio abbia perso l’aria serena con cui solitamente ci accoglieva quando si andava a trovare don Elia. Negli ultimi quattro anni ha curato don Elia tutte le notti e solo raramente si è fatto sostituire. È molto consapevole della situazione, ma non si perde d’animo. Ora tutti concordiamo sul fatto che don Elia è di buon umore e sembra quasi che, arrivando nella sua cella, si sia ripreso, tanto che tra le altre cose che ha detto ad Antonio c’è stata una frase che ha lasciato tutti di stucco e cioè ha manifestato il desiderio di celebrare il giorno dopo la S. messa. Non so se ciò sarà possibile, resta però il fatto che don Elia è ancora lucido di mente. Il tempo passa e c’è da sistemare don Elia per la notte. C’è da cambiarlo, da controllare la sacca degli scarichi e le flebo anche perché capita che, nel girarsi, pieghi i tubicini delle flebo impedendo così il normale afflusso. Le flebo che alimentano don Elia devono durare 24 ore e vanno molto lentamente. All’ospedale c’era un’apparecchiatura che segnalava con un segnale acustico se si verificavano degli inconvenienti all’alimentazione, mentre all’eremo c’è solo un trespolo per appendere le due flebo e nient’altro, quindi si deve prestare la massima attenzione. Quando abbiamo finito e salutiamo Antonio e don Elia sono ormai le 23.00 ed è ora di andare a dormire dal momento che siamo tutti molto stanchi. Mi corico abbastanza velocemente e cerco di fare il programma per il giorno dopo dal momento che, in teoria, dovrei partire per Viareggio dove sarei dovuto essere già da quella sera. L’idea non mi entusiasma molto soprattutto dopo aver visto don Elia in quelle condizioni. Il pensiero che questi siano gli ultimi giorni di don Elia non mi dà tregua e non riesco a pensare ad altro, per cui rimando la decisione al giorno dopo e alla fine mi addormento. VENERDÌ 30 AGOSTO 1996 Il risveglio è come al solito scandito dalle campane della chiesa e quindi alle 6.45 viene annunciato il nuovo giorno. Decido di alzarmi perché alle 7 e 30, dopo le lodi, c’è la messa in Chiesa. Di solito andavo a sentirla da Don Elia e recitavo insieme a lui le lodi, ma questo ormai, penso, non succederà più. Così mi dirigo verso la Chiesa e lì trovo i padri Camaldolesi già pronti insieme ad altri fedeli. Dopo la Messa mi reco da don Elia dove trovo Antonio. Don Elia ha passato una notte tranquilla, mi dicono, e sembra che abbia riposato. Dopo la colazione, torniamo alla cella dove c’è Teresa intenta ad aiutare Antonio a fare la barba a don Elia, che è seduto sul letto. È di ottimo umore e continua a chiedere quando può celebrare la messa. Antonio gli dice che è presto e che bisogna aspettare l’arrivo di don Gianni che si è offerto di concelebrare con don Elia. Arriva padre Alessandro, uno degli 8 monaci camaldolesi che insieme a don Gianni formano la comunità dell’eremo, con la carrozzella di fratel Mariano perché ha sentito che don Elia vuole dire Messa e con quella può alzarsi dal letto. La carrozzella però è conciata male probabilmente perché è rimasta per qualche tempo all’aperto e si sono arrugginiti i meccanismi di regolazione. Chiedo se c’è del lubrificante e delle chiavi inglesi per poterla smontare, visto che comunque non ho molto da fare. Procuratomi il materiale, don Alessandro dice che la possiamo tenere per la mattina perché fratel Mariano rimane a letto. E così mi metto a smontarla e a pulirla. M Y CM MY CY CMY K Anno 7, Numero 14 curarla, nessun risultato, tutte le sere mi ritornava il male e aumentava sempre di più al punto che una sera ho chiamato il 118 e sono stato trasportato all’ospedale. Mi rifanno l’ecocardiogramma, gli esami del sangue, ma tutto negativo. Passano altri dieci giorni, vado a fare l’ecocardiogramma da sforzo e lì mi trovano un infarto pregresso, ricordo: ogni volta che avevo questi dolori, anche molto forti, pregavo don Elia perché mi aiutasse e ogni volta il dolore andava affievolendosi fino a scomparire. Ricordo che nel frattempo è pas- Pagina 23 sato un mese e mezzo, vado all’ospedale di Novara a fare la coronarografia e mi trovano un’arteria otturata al 100% e una al 90%. Ci impiegano due ore per aprirle, io ero cosciente e sentivo che faticavano parecchio, in questo tempo ho pregato tantissimo don Elia e mia madre che era molto devota alla Madonna. Pensavo mamma, don Elia, pregate per me, statemi vicino, vi prego. Li sentivo presenti accanto a me. Ho avuto un arresto cardiaco, alla fine sono riusciti ad aprire le due arterie, sentivo i medici molto soddisfatti e sollevati, la dottoressa si rivolge a me dicendomi: “Lei non ha neanche la più pallida idea di quanto è stato fortunato in tutto questo periodo, avrebbe potuto morire da un momento all’altro”. Dentro di me pensavo: “Sì, sono stato molto fortunato ad avere un amico come don Elia”. Ora chiedo agli amici di don Elia di pregarlo affinché mia figlia e suo marito ritornino insieme, hanno un bambino e sarebbe bello vederlo crescere in una famiglia unita. Grazie. Enrico Boca Don Elia e Margherita. Conoscendo don Elia Bellebono, residente all’eremo di Montegiove di Fano, lo invitai a Ravenna sia per fargli incontrare Margherita e i pellegrini e sia perché celebrasse una S. Messa in San Pier Damiano, dove la SS. Vergine aveva versato le lacrime e il sangue dal Suo Cuore alla presenza del popolo e dei frati Minori. A don Elia il nemico numero uno dell’umanità, con minacce e violente percosse, aveva tentato di non far dire ai superiori dell’apparizione del Sacro Cuore di Gesù e della ferita del costato e del cuore, segno inconfutabile dell’avvenuto incontro. Margherita, invece, oltre alle percosse, promesse di ricchezze e salute, di rifiutare la via della Croce e, quindi, di Gesù stesso. Invano. I due, con l’aiuto della Grazia, resistettero alle minacce e alle lusinghiere proposte, uscendone vittoriosi, anche se dovettero subire molte persecuzioni fino all’ultimo istante della loro vita. Sapevano che ogni passione sboccia nella Gloria. Infatti, Margherita venne fortificata da Gesù che le aveva riferito: “Il Signore che rimette i debiti per il passato, non fa prestiti per l’avvenire che è esclusivamente Suo e del quale è geloso; Egli dà la Grazia volta per volta, e non in anticipo.” E, dopo qualche tempo: “Le anime confidenti sono le ladre delle mie grazie. Io ti do a seconda della confidenza che hai in Me. Vuoi conservare la pace del cuore? Non preoccuparti del domani. Io so quel che ti conviene, lascia fare a Me. Pensa a Me che Io penso a te.” A don Elia, sostenendolo con virilità nelle violente percosse e persecuzioni del maligno e nelle dolorose ferite del cuore e del corpo, comune a tutti i mortali, spesso diceva: “Ti voglio mio sacerdote”, incoraggiandolo nella lotta. Il giorno del nostro arrivo in chiesa, Margherita, a causa di un improvviso malore, non poté venire all’incontro. Al termine della S. Messa, portai don Elia nella sua casa, ove rimase a lungo: quel che si dissero lo sanno solo gli angeli. Noi, possiamo solo desumere che la Divina Misericordia si avvale degli umili per donare efficaci rimedi per guarire i molteplici malanni che affliggono l’umanità a causa del peccato: un’analfabeta e un sacerdote con appena la terza elementare. Sia Margherita che don Elia venivano ricevuti dai Papi: Paolo VI e Giovanni Paolo II. Margherita rimase paralizzata nel corpo, all’infuori della mano destra, per ben 33 anni; don Elia per 55 anni per la ferita del cuore. E sebbene illetterati entrambi, scrivevano a tutti, anche ai Papi. Venivano da tutti apprezzati e ricercati. Perché?… Per ricordarci che l’Autore di ogni bene è solo il Signore. Comunque sia, dopo l’incontro con Margherita, strada facendo, don Elia mi disse: “Giuseppe, ma che cosa voleva quella lì?” Sono, però, sicuro che la confortò abbastanza, secondo il suo modo di fare. Forse… Margherita aveva preteso che le facesse apparire il Sacro Cuore di Gesù? Beh! Povero don Elia! Non aveva certo né quel potere né quello di cavarsela con qualche sotterfugio. Però, la Verità, prima o poi, viene a galla. È come al villano di Fano, scambiato per mago solo perché il feroce toro che sbranava chiunque lo avvicinasse, a lui leccò le mani. Gli accusatori gridarono: “Al rogo, al rogo!” e il poveretto non faceva altro che ripetere: “Io non sono altro che il suo padrone”. A quel sentire ammutolirono. E don Elia che cosa poteva fare se non rifugiarsi nell’umiltà, precisando: “Io non sono altro che un servo inutile”. Giuseppe Stragapede C Pagina 22 Uniti nel Cuore di Cristo L’esperienza più bella della mia vita. E’ difficile esprimere a parole la natura dell’incontro avuto con Don Elia nella lontana estate del 1986. Lui si trovava nel suggestivo eremo di Monte Giove, un luogo di pace e serenità, dove natura e spirito si fondono in un “unicum” straordinario. Giunsi là insieme a Francesco Grianti per discutere del progetto inerente il Santuario di Urbino dedicato al Sacro Cuore di Gesù. Ci incontrammo in una piccola sala all’interno dell’eremo e, dopo un breve colloquio, Don Elia mise le mie mani nelle sue, sprigionando un calore ed una forza che ancora oggi mi stupiscono al ricordo. Fu in quel momento che mi chiese, quale progettista, di occuparmi della costruzione del Santuario; fui altrettanto colpito dal fatto che partecipavo alla realizzazione di un disegno divino che aveva preso le mosse addirittura nel 1600, quando il Sacro Cuore apparve per la prima volta a Santa Maria Alacoque. L’incontro con Don Elia, uomo di grande carisma spirituale, fu determinante nella mia esperienza di vita e di fede, riavvicinandomi in maniera consapevole e profonda all’amore verso Dio ed il Sacro Cuore di Gesù. Dal primo incontro all’approvazione del progetto trascorsero dieci anni (16 Febbraio 1996) durante i quali si susseguirono enormi ostacoli e difficoltà, superati sempre con la serenità e la coscienza dell’importanza dell’opera per cui si lottava. Ci tengo a sottolineare di aver creduto e di continuare a credere nella realizzazione del Santuario, grazie alla parole vere e sincere che Don Elia proferiva nei momenti più duri: “Il Sacro Cuore guida le nostre azioni, dunque, se questa è un’opera voluta da Dio, sarà portata a termine, mentre, se dovesse essere un’opera degli uomini, si fermerà”. Oggi, nel giorno dell’anniversario decennale della morte di Don Elia, vediamo l’opera in avanzato stato di realizzazione, sebbene sia ancora necessario il supporto coraggioso e concreto di tutti voi per giungere al suo completamento. Ing. Carlo Ripanti M Y CM MY CY CMY K Anno 7, Numero 14 Mi chiamano all’interno della cella perché c’è da spostare nel letto don Elia. In quel mentre arriva inaspettatamente il Vescovo di Fano, monsignor Cecchini che è venuto a far visita a don Elia. Dice che era andato in ospedale il giorno prima per trovarlo e nessuno lo aveva avvertito che sarebbe stato dimesso. È un tipo molto spontaneo. Lo avevo già visto in occasione di una festa di don Elia qualche anno prima e mi era sembrato un tipo simpatico, alla mano. Mi sembra giusto lasciarli soli e quindi me ne torno alla carrozzella. Dopo un po’ il Vescovo esce, ci saluta e benedice tutti. Gli baciamo la mano e lui si attarda a parlare con qualcuno per cui io mi rimetto a lavorare. Dopo un po’ saluta e benedice di nuovo e se ne va. Roma, luglio 1994. Da sinistra: il Padre Provinciale d’Italia dei Gesuiti, L’ing. Carlo Ripanti che illustra il progetto del Santuario, P. Domenico Ronchitalli S.J., Don Elia e P. Frediano Carli S.J. Ho incontrato un amico: Don Elia Bellebono. Una volta o due all’anno vado a Centinarola di Fano, ospite di amici e ogni volta mi reco a fare visita all’Eremo di Monte Giove. In una di queste visite ho conosciuto don Elia, era un tardo pomeriggio, non c’era nessuno, mentre esco dalla chiesa per recarmi verso l’uscita, dall’Eremo vedo un prete che tocca i rami bassi dell’abete che si trova sulla sinistra entrando, sembrava mi aspettasse per conoscermi, mi saluta, io ricambio e cominciamo a parlare, mi chiede di dove sono, io gli rispondo che sono di Ponzone di Trivero (Biella). Allora lui comincia a chiedermi se conosco don Ugo di Portula che è un paese vicino al mio, mi disse che per un periodo era stato ospite di Enzo Tonella e Santina e che conosceva bene la zona e molte altre persone. Mi ha raccontato un po’ della sua vita, dei suoi incontri con “federico”. Così è nata un’amicizia e ogni volta che mi recavo a Fano andavo a trovarlo nella sua cella. Parlavamo, mi confessava, mi dava una carica incredibile, ogni tanto ci sentivamo per telefono. Lui mi scriveva per mandarmi gli auguri di Natale e Pasqua. Ora do una testimonianza di quanto m’è successo in quest’ultimo periodo. Verso la fine di novembre una sera, mi sento dei dolori al petto, vado dal mio medico, mi consiglia di andare al pronto soccorso dell’ospedale. Ci vado, mi fanno l’ecocardiogramma e analisi del sangue, risultato tutto negativo. Allora mi consiglia la gastroscopia. Vado a farla e mi riscontrano una ernia iatale, mi danno le medicine per Arriva anche Elena di S. Benedetto che è una suora laica votata al servizio degli orfani e dei bambini emarginati. L’avevo conosciuta una decina d’anni prima in occasione sempre della festa di don Elia a maggio; inoltre mi aveva ospitato a S. Benedetto quando nel luglio del 1990 vi ero giunto per fare il servizio militare ad Ascoli Piceno. È venuta insieme ad Angelo e ad altre persone amiche di don Elia. Angelo è un ragazzo di circa 35 Pagina 7 anni; era stato novizio presso i francescani e purtroppo per motivi di salute era stato costretto ad uscire dal convento ed attualmente si occupa dei ragazzi di suor Elena. Entrano a trovare don Elia. Qualcuno esce con le lacrime agli occhi. Finito di sistemare la poltrona, mi fermo a chiacchierare con Angelo e con Elena ricordando i tempi passati insieme a S. Benedetto. Vogliono partire subito, ma io li fermo dicendo che di lì a poco ci sarebbe stata la messa. Entusiasti all’idea decidono senz’indugio di fermarsi. Nel frattempo arrivano da Milano i coniugi Astrua-Testori. Lui è il padrino di don Elia in occasione della sua ordinazione sacerdotale e per tutti questi anni lo ha seguito e lo ha ospitato nella sua casa di Milano dove qualche volta anche noi lo abbiamo accompagnato nel suo peregrinare in giro per l’Italia e per la Svizzera. Insieme a loro c’è anche don Massimo, fratello del padrino e grande amico di don Elia. Alle feste di maggio era solito concelebrare la messa insieme a don Elia e ai padri Camaldolesi. Per molti giorni abbiamo cercato di avvisarli delle condizioni di don Elia ma non ci siamo mai riusciti perché, come mi spiega la signora Astrua, erano in vacanza fuori Milano. Vedo che la signora esita ad entrare. Penso che sia perché si aspetta una forte emozione e non sa come potrebbe reagire. Alla fine si decide ed entra raggiungendo il marito e don Massimo. Dopo un po’ escono i due uomini e si fermano a parlare mentre la signora è dentro a parlare con la signora Teresa. È questione di pochi minuti ed ecco che esce anche lei in preda ad una crisi di pianto molto forte. Sono momenti molto toccanti e tutti ne partecipiamo. Se non altro dopo il primo impatto ci si “abitua” a vederlo in quelle condizioni, ma sicuramente non ci si rassegna all’idea che possa andarsene. La messa è risultata molto coinvolgente e commovente tanto che io, pur avendo portato la macchina fotografica per scattare delle fotografie durante la messa, non mi sono sentito di turbare quell’atmosfera che si era creata nel corridoio e mi sono limitato a scattare una sola foto come ricordo di quel momento sicuramente unico. Don Elia ha seguito tutte le fasi della celebrazione con grande attenzione e partecipazione. Suonano alla porta. Andiamo ad aprire: sono i due nipoti diretti di don Elia, Santino e Marino. Sono partiti stamattina presto da Cividate al Piano (BG) paese natale di don Elia ed hanno viaggiato tutta la mattina incontrando molto traffico. Visitano don Elia. Sono stati da lui in ospedale la settimana scorsa e stentano a riconoscerlo. Escono dalla cella molto provati dicendomi che una settimana fa non era così, ma che anzi stava molto meglio. Questo calo repentino fa poco sperare. Più difficile salutare don Elia perché le sue condizioni fanno temere un addio più che un arrivederci. Nel frattempo arriva Rosaura e prende in mano la situazione. Forte del suo passato di infermiera professionista domanda, dice, dispone ecc.. Nel frattempo sono diverse le telefonate e allora mentre le due donne (Teresa e Rosaura) accudiscono don Elia io ne approfitto per rispondere al telefono, per annotare le chiamate e per distribuire i santini a chi viene a trovare don Elia. Con il calar del sole, inoltre, ne C Pagina 8 approfitto per uscire in giardino a pulire i vialetti dalle erbacce. Ora che sono riposato, il lavoro risulta agevole e divertente e in meno di due ore il giardino è pulito, i vialetti sistemati con la ghiaia rastrellata e le aiuole dissodate. Il motivo è di rendere la cella presentabile anche se chi viene lì ha altro a cui pensare. Comunque sia anche il pomeriggio di venerdì passa e si prepara l’ora della cena. Dopo cena ci ritroviamo alla cella dove, ricordando le buone abitudini di don Elia, recitiamo il rosario cercando di far partecipare anche don Elia. Passa a far visita il dottor Pulido. È ancora in ferie fino a lunedì, ma non manca giorno che non venga almeno un paio di volte a trovare don Elia. Antonio come sempre è puntuale e alle 21.00 si presenta alla porta. È sempre molto cordiale anche se non è sereno, viene informato sulle disposizioni del medico, su quello che è stato fatto durante il giorno e cosa c’è da fare per la notte. Inoltre chi è presente nella cella durante il giorno e riceve delle telefonate ne prende nota su di un blocco in modo da riferire poi ad Antonio chi ha chiamato e cosa ha detto. In base all’importanza delle telefonate poi, Antonio le riporta a don Elia parlandogli all’orecchio. In tutte le occasioni in cui ho dovuto comunicare con don Elia, anche quando era sdraiato, ho sempre avuto l’impressione che mi capisse, come ad esempio quella volta in cui, dopo aver parlato con i miei a casa, gli ho riferito dei saluti e delle preghiere di Padre Barera. Si è fatto tardi, come al solito ci offriamo di fare compagnia ad Antonio perché se dovesse succedere qualcosa nella notte c’è qualcuno che gli può dare una mano. Lui di nuovo declina l’invito dicendo che se succede qualcosa c’è il telefono interno dell’eremo per chiamare i padri. Andiamo a letto. È stata una giornata molto pesante e ricca di avvenimenti. Uniti nel Cuore di Cristo SABATO 31 AGOSTO 1996 La mattina di sabato 31 agosto inizia nel peggiore dei modi: sembra che tutte le cateratte del cielo si siano aperte sulle Marche. L’acqua diventa la protagonista per circa 48 ore e Fano viene spazzata da un autentico nubifragio. Per questo motivo all’eremo si vede poca gente. Dopo colazione sono di nuovo alla cella di don Elia per sentire come è andata la notte. Antonio riferisce che la notte è stata molto agitata, che don Elia ha avuto forti dolori e che solo verso il primo mattino si è addormentato. Infatti lo troviamo che ancora riposa. Le flebo scendono sempre molto lentamente ma tutto sembra tranquillo. Al risveglio, don Elia chiede per prima cosa di poter dire la messa. Antonio gli risponde che la messa la dirà più tardi. Gli chiedo conferma di questo e lui mi dice che se si trova qualcuno che concelebra si può ripetere l’esperienza del giorno prima. Sono da poco passate le 9 e ne approfitto per andare a telefonare a casa per comunicare le ultime novità. Comunico ai miei che è mia intenzione fermarmi all’eremo e ricevo la loro “benedizione”, così riferisco lo stesso a don Gianni per chiedergli se ci sono problemi per la camera. Quando ritorno alla cella mi dicono che hanno trovato un prete per dire la messa. È un certo don Mario Ceresa. Questo nome non mi è nuovo penso fra me. Ricordo infatti che don Elia parlava spesso di questo sacerdote che, come scoprirò poi, come don Elia, era arrivato tardi al sacerdozio. Verso le 10.30 don Mario torna nella cella e si informa se don Elia è pronto per concelebrare. Gli rispondono che ci vuole ancora un po’ e quindi si mette a leggere il breviario. Io ne approfitto per confessarmi e in quell’occasione mi è subito simpatico. Parlava molto bene, in modo semplice e chiaro e soprattutto mi dà coraggio e carica. Verso le 11.00 comincia la S. Messa con don Elia che, seduto sulla carrozzella, concelebra. Di nuovo si ripete la “magia” del giorno precedente, questa volta in modo ancora più intimo. È un momento molto toccante. Don Elia segue in modo commovente la messa e non perde una parola. Cerca anche di parlare, di rispondere nelle varie parti della Messa, ma la voce a stento gli esce dalle labbra. Difficilmente dimenticherò quei momenti. Dopo circa tre quarti d’ora la funzione ha termine e don Ceresa si accomiata da noi e torna a Fano Dopo la S. Messa riportiamo don Elia a letto chiedendogli se è contento di averla concelebrata. Lui spalanca gli occhi e sorride dimostrando così la sua contentezza. Tutti noi siamo molto felici anche in considerazione del fatto che don Elia è riuscito a fare anche la comunione. Come ho già detto, infatti, don Elia da giorni non riesce ad ingerire più niente di solido a causa di un blocco allo stomaco. Dopo la messa Antonio va a casa a dormire. Si è fermato per la S. Messa ma ha bisogno di riposare. Sono passati solo pochi minuti che suonano alla porta. Sono i coniugi Pieri di Pesaro che conoscono molto bene don Elia. Io li conosco di vista avendoli incontrati diverse volte alla festa di don Elia a maggio in occasione della annuale festa per l’anniversario dell’ordinazione sacerdotale. Hanno il viso molto affranto e soprattutto la moglie ha una tristezza indicibile negli occhi. Alla notizia che don Elia ha appena celebrato la Messa vengono presi e dallo sconforto; se non fosse stato per il nubifragio che hanno incontrato da Pesaro a Fano lasciando quest’ultima completamente allagata, sarebbero arrivati sicuramente in tempo per assistervi. Un po’ di sollievo li pervade quando gli diciamo che don Mario Ceresa ha promesso di tornare anche do- M Y CM MY CY CMY K Anno 7, Numero 14 Pagina 21 Anch’io ho incontrato e conosciuto Don Elia Bellebono. Erano i primi giorni del lontano anno 1995, quando un mio carissimo amico, Quinto Corinaldesi, mi vuole far conoscere Don Elia, il confidente del Sacro Cuore di Gesù, ospitato in una cella dell’Eremo camaldolese a Monte Giove di Fano. Da tempo frequentavamo spesso l’Eremo camaldolese di Monte Giove, a volte insieme, altre volte da soli per il Sacramento della Confessione o per colloqui spirituali con i padri eremiti di nostra conoscenza. Quinto conosceva bene Don Elia, sia perché suo confessore abituale, sia perché lo aiutava a custodire il giardino della sua cella o altri servizi. Io, invece, avevo sentito dire qualcosa di un eremita che vedeva Gesù, ma non avevo mai approfondito il fatto. Sentivo di non averne coraggio. Mi sembrava eccesso di curiosità, a volte più pericolosa che utile. La Provvidenza invece aveva deciso diversamente. Un giorno di pomeriggio incontro il mio amico Quinto il quale mi propone, come altre volte, visto anche il buon tempo, di recarci all’Eremo di Monte Giove per rinnovare la Santa Confessione dai padri eremiti nostri conoscenti. Dato volentieri il mio assenso, siamo partiti da Pesaro, dove abitiamo, per raggiungere il Sacro Eremo di Montegiove. Lungo il viaggio Quinto mi chiede se avessi desiderio di conoscere Don Elia, il veggente del Sacro Cuore di Gesù. Con un poco di apprensione, ma visto che poteva essere quella l’occasione per rendermi conto di quanto avevo sentito parlare su di lui, acconsento. Così, giunti all’Eremo, dopo una visita in chiesa, siamo andati subito a trovare Don Elia nella sua cella. Ci ha accolti con un caldo saluto di benvenuto, sorridendo. Quinto mi presenta, affermando che ero venuto per un colloquio. Don Elia si è dimostrato molto disponibile. Così cominciai i miei incontri e i miei colloqui con Don Elia, che sentivo sempre più fruttuosi per il mio cammino spirituale. Sentivo che Don Elia entrava dentro la mia vita come se già la conoscesse. Capiva chiaramente ciò che passava nella mia anima, nella mia mente. Così dopo ogni colloquio, che si concludeva sempre con una buona confessione, io mi sentivo più forte e più sicuro nella mia vita. Oggi, al ricordo di quei giorni, posso affermare che la Provvidenza mi preparava a giorni per me molto duri, forse i più difficili della mia vita. Infatti, dopo alcuni mesi che frequentavo Don Elia come mio abituale confessore e direttore spirituale, sono improvvisamente caduto in una forma grave di depressione, che sembrava sconvolgere la mia vita. Solo con l’aiuto di Dio e del suo Servo Don Elia io sono riuscito a venirne fuori. Don Elia mi intratteneva in lunghi colloqui per sollevarmi dal mio stato di debilitazione, anche se io non sempre riuscivo a seguirlo. Infatti, una volta, dopo un suo bel discorso per tirarmi su, mi disse sorridendo: “si, si, ma tu non mi segui, vero ? “Eppure il suo sorriso rassicurante, i suoi racconti sull’Amore del sacro Cuore di Gesù per noi e per tutta l’umanità, sulle peripezie della sua difficile vita, sempre vissuta per amore di Gesù che amava in modo sconfinato, nel suo impegno per tirare avanti il progetto per la costruzione di un Santuario, voluto a Urbino dallo stesso sacro Cuore, sentivo che erano per me come un balsamo che mi faceva star meglio e, pian piano, mi guariva. Talvolta, quando mi vedeva più presente al suo ragionamento, mi chiedeva informazioni sulla licenza di costruzione del Santuario, che doveva ottenere dal Comune di Urbino, visto che io ero Segretario Comunale. Non solo, ma una volta, mentre mi parlava del progetto ormai approvato dal Comune di Urbino, mi raccomandò di seguirne i lavori. Io, diceva, non potrò vedere il Santuario finito, ma voi dovrete continuare l’opera iniziata. Allora io non conoscevo nulla della “Fondazione” da lui voluta per il finanziamento della costruzione del santuario e non potevo mai immaginare che dopo qualche anno dalla sua morte sarei stato chiamato a far parte del Consiglio d’Amministrazione della Fondazione del Sacro Cuore di Gesù. Certo potrei continuare a lungo a parlare del mio incontro e conoscenza di Don Elia, ma per motivi di necessaria brevità termino ringraziando il Sacro Cuore di Gesù che mi ha dato la gioia grande di incontrare e conoscere il Suo Servo fedele, che per me è stato e sarà sempre il padre, maestro e potente intercessore in Cielo per noi tutti presso quel Sacratissimo Cuore di GESU’, che ha tanto amato e fatto amare su questa terra. Francesco Fiori C Pagina 20 chiodi. Quante cose vi potrei raccontare (e spero che il salesiano don Ennio Ronchi che mi ha spinto alla pubblicazione dell’Autobiografia di don Elia, mi costringa a scrivere delle memorie che saranno anche molto divertenti) poiché con don Elia ho trascorso, insieme a tribolazioni, anche i giorni più belli della mia vita. Ognuno di noi conserva nel proprio cuore ricordi vivi e incancellabili. Sentivamo, stando accanto a lui, la presenza viva di Gesù. Era un suo umile strumento di Grazia e di amore. Accogliamo l’insegnamento di don Elia: portare a tutti l’amore di Dio. Amare tutti con l’amore di Dio, riconoscendoci tutti fratelli e bisognosi di perdono vicendevole e tutti bisognosi del perdono del Signore che ci viene donato nel sacramento della Riconciliazione. I Sacramenti, la preghiera e la pratica delle virtù, ci donano la vera pace. La grazia che il Signore ci ha fatto nel farci conoscere don Elia, ci impone il dovere di trasmetterla a tutte le persone. Non dobbiamo esserne gelosi. E prima di terminare questa mia povera testimonianza, inviterei tutti a farsi promotori della divulgazione della “AUTOBIOGRAFIA DI DON ELIA BELLEBONO APOSTOLO DI GESÙ”. Ho ricevuto moltissime telefonate e lettere di conversioni di persone che lo hanno letto e fatto conoscere ad altri. La semplicità delle sue testimonianze con la presenza viva di Gesù operano salvezza. Regalatelo e fatelo conoscere. Facciamo in modo che non piova sempre e solo sul bagnato, ma dove c’è aridità. In un mondo complicato ed egoista, la semplicità del cuore di Elia pieno di amore di Dio sconvolge e converte. Termino con le parole di Gesù che dice: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, ed io vi darò riposo. ( Mt. 11, 28). Uniti nel Cuore di Cristo La pace non deve venire perché è già in mezzo a noi è GESÙ. Come don Elia portiamo con noi a tutti la vera pace: Gesù! Un grande abbraccio da don Elia e mio, dal Cuore Divino di Gesù e di Maria. Umberto Callegaro, Salesiano don Bosco. La pienezza della carità si manifesta nella bontà. di Sua Santità Giovanni Paolo II. Cuore di Gesù, “traboccante di bontà e di amore”. Desideriamo, nella nostra preghiera, rivolgerci al Cuore di Cristo, seguendo le parole delle Litanie. Desideriamo parlare al Cuore del Figlio mediante il Cuore della Madre. Che cosa vi può essere di più bello del colloquio di questi due cuori? Ad esso vogliamo partecipare. Il Cuore di Gesù è “fornace ardente di carità”, perché la carità possiede qualcosa della natura del fuoco, il quale arde e brucia per illuminare e riscaldare. Al tempo stesso, nel sacrificio del Calvario il cuore del Redentore non è stato annientato con il fuoco della sofferenza. Anche se umanamente è morto, come accertò il centurione romano trafiggendo con la lancia il costato di Cristo, nell’Economia Divina della salvezza questo Cuore è rimasto Vivo, come ha manifestato la Risurrezione. Ed ecco, proprio il Cuore Vivo del Redentore risorto e glorificato è “traboccante di bontà e di amore”: infinitamente e sovrabbondantemente traboccante. Il traboccare del cuore umano raggiunge in Cristo il metro Divino. Così fu questo Cuore già durante i giorni della vita terrena. Lo testimonia quanto è narrato nel Vangelo. La pienezza della carità si manifesta attraverso la bontà: attraverso la bontà irradiava e si diffondeva su tutti, prima di tutto sui sofferenti e poveri. Su tutti secondo le loro necessità e aspettative più vere. E tale è il Cuore umano del Figlio di Dio anche dopo l’esperienza della croce e del sacrificio. Anzi, ancora di più: traboccante d’amore e di bontà. Nel momento dell’annunciazione è iniziato il colloquio del Cuore della Madre con il Cuore del Figlio. Ci uniamo oggi a questo colloquio, meditando il mistero dell’Incarnazione nella preghiera. M Y CM MY CY CMY K Anno 7, Numero 14 menica mattina per celebrare, condizioni di salute permettendo, insieme a don Elia. All’improvviso entra nella cella Mario Falcioni. Scendendo dall’eremo con il suo furgone era stato costretto a fermarsi dall’improvviso arresto del suo mezzo ad alcune centinaia di metri dall’eremo e quindi, sotto la pioggia, aveva dovuto far ritorno sui suoi passi per cercare un passaggio. Non avendo più niente da fare mi offro di accompagnarlo a casa e mi congedo dai coniugi Pieri dando loro appuntamento per il giorno dopo. Dopo pranzo mi reco alla cella per vedere se c’è bisogno di me. Tutto è tranquillo per cui decido di andare a leggere un po’ in camera. Verso le 15 torno alla cella dove si respira aria di grandi manovre. La signora Teresa e la signora Rosaura si stanno prodigando per mettere in ordine la cella anche in zone dove da anni non si mette mano. Le due donne hanno letteralmente messo sotto sopra tutta la cella approfittando del fatto che don Elia riposa e non necessita quindi di assistenza ed ora stanno provvedendo a pulire e a mettere tutto a posto ottimizzando lo spazio a disposizione. Io mi metto alla scrivania per ricevere le telefonate e per preparare il resoconto per Antonio il cui arrivo era previsto come sempre per le 21. Telefona sempre molta gente da tutte le parti dell’Italia. Qualcuno è appena tornato dalle vacanze e non sa nemmeno che don Elia è ammalato. D’altra parte, complice anche il periodo estivo, molta gente rientrava ora dalle vacanze e ne approfittava per sentire notizie di don Elia. A tutti raccomandiamo le preghiere incessanti. Per me è impossibile ricordare tutte le telefonate. posso ricordare solo le persone che conosco, come gli amici di Bergamo, Milano, Brescia o le suore del convento Matris Domini Pagina 9 di Bergamo e quelle di Paderno Dugnano, o Padre Barera di Calolziocorte (LC) e così via. Sento che don Elia si sta lamentando come se volesse richiamare la nostra attenzione. Farfuglia qualcosa ma non riesco a capire e allora chiamo la signora Teresa perché è più allenata di me per ascoltare don Elia. Sembra che abbia sete. Come spesso è accaduto in questi giorni don Elia beve molto anche se a piccoli sorsi. Ha le labbra screpolate e la gola arsa perché, avendo il cannello che gli impedisce una corretta respirazione, tiene la bocca costantemente socchiusa. Alla domanda se si vuole alzare, lui risponde con un suono gutturale che interpretiamo come un sì. A questo punto lo solleviamo a sedere sul letto porgendogli ancora da bere. Dopo aver sorseggiato dalla cannuccia, fa un segno inequivocabile con le mani passandosele dietro le orecchie come per chiedere dei suoi occhiali che gli fungono anche da apparecchio acustico. Come gli sistemo gli occhiali e glieli accendo e le due donne gli sistemano il pigiama, ecco che dalla porta di ingresso giungono delle voci di qualcuno che sta arrivando. È il professor Malfatti di Bologna, grande amico di don Elia che legge l’orazione a tutte le feste di maggio. È giunto da Bologna con tutta la famiglia, la moglie e i due figli, ed ho la forte sensazione, vivendo tutta la scena, che don Elia li abbia “sentiti” arrivare e voglia farsi trovare pronto. Don Elia lo riconosce subito e lo saluta e a loro volta i familiari salutano lui. Parlano brevemente. La situazione si commenta da sola. Sono tutti commossi. Il professore, persona molto sensibile, non trattiene le lacrime ed è costretto ad allontanarsi. Dopo poco, vedendo Don Elia visibilmente provato, lo salutano chiedendogli una benedizione. Lui li accontenta impartendo a loro e a noi presenti la sua benedizione. A questo punto fa segno di volersi coricare e allora prontamente, mentre i Malfatti si fanno da parte, lo accontentiamo mettendolo a letto. Tiriamo le tende per non disturbarlo e rimaniamo nel suo studio per parlare con i Malfatti: sono giunti da Bologna sotto l’acqua e vogliono riposarsi un po’. Inoltre la vista di don Elia in quelle condizioni deve averli un po’ sconvolti perché hanno poca voglia di parlare. Comunque si informano sugli ultimi sviluppi della vicenda, dolorosamente sorpresi del rapido declino compiuto da don Elia. Il pomeriggio è particolarmente tranquillo anche perché il tempo avverso sconsiglia di mettersi in viaggio. Come ho potuto costatare anch’io accompagnando Falcioni a casa, le strade di Monte Giove sono veramente conciate male e in alcuni punti ci sono delle frane dovute a degli smottamenti del terreno. Dopo il tè decidiamo di recitare il rosario per don Elia perché trovi un po’ di sollievo nelle sue sofferenze. Giunte ormai quasi le 19, i lavori nella cella sono praticamente terminati e con il giardino in ordine si è in grado di ricevere adeguatamente quanti si recano a visitare don Elia. Alle 21 giunge Antonio a cui riferiamo gli avvenimenti della giornata cercando di non trascurare nulla. Come noi, anche Antonio apprezza il fatto che anche oggi don Elia ha potuto celebrare la S. C Pagina 10 Messa. Don Elia nel frattempo riposa nel letto e non dà segni di irrequietezza. Ne approfittiamo per chiacchierare amabilmente fino alle 23 quando è ora di cambiare don Elia per la notte. È in quest’occasione che Antonio si accorge che don Elia si è sfilato il cannello dal naso che per la verità ha sempre dimostrato di non gradire molto. Ora se ne sta lì seduto sul letto e sorride beatamente come un ragazzino che ha appena commesso una marachella. I sentimenti che ci pervadono in questo frangente sono diversi. Antonio non sembra preoccupato del fatto che possa passare la notte senza cannello, mentre Rosaura sembra terrorizzata da questa prospettiva e subito si mette al telefono per mobilitare pronto soccorso, guardia medica e i medici di un’organizzazione di volontariato che assiste malati terminali e che annovera don Elia tra gli assistiti. Nonostante i tentativi non sembra possibile sistemare il cannello a don Elia. Quelli del pronto soccorso rispondono che, se vogliamo, loro possono fare il lavoro ma non a domicilio e che quindi è necessario ricoverare don Elia di nuovo a Fano. A nulla valgono le rimostranze di Rosaura la quale fa giustamente presente che il malato non è trasportabile, che è allo stadio terminale, che le sue condizioni non lo consentono e che, oltretutto, è stato appena dimesso. Anche la guardia medica dice la stessa cosa e i medici volontari dicono che non sono in grado di raggiungerci a quell’ora e che inoltre il paziente può passare la notte senza cannello. Rosaura non è assolutamente soddisfatta da questa risposta e cerca di mettersi in contatto con il dottor Pulido. Antonio è contrario a questa idea ed è più propenso a far passare a don Elia una notte senza sondino. Io personalmente ho parlato con il medico volontario che mi ha convinto che don Elia poteva tranquillamente passare la Uniti nel Cuore di Cristo notte senza sondino e per questo motivo concordo con Antonio. Inoltre, cosa non di poco conto, il sondino che si era tolto era in condizioni pietose, praticamente non gli era stato cambiato da almeno 15 giorni, era rovinato e, probabilmente, in alcuni punti, complici residui organici, era anche parzialmente ostruito. Alla fine quindi decidiamo di andare a letto, visto che ormai è passata la mezzanotte, lasciando don Elia per la verità molto sereno, quasi contento perché perlomeno ora respira senza problema. L’unica precauzione presa, su suggerimento del medico volontario, è stata quella di inserire nelle flebo due fiale di Plasil per placare gli eventuali urti di vomito. DOMENICA 1 SETTEMBRE 1997 Anche la domenica mattina è all’insegna della pioggia e il tintinnare delle gocce sul vetro della finestra invita a rimanere a letto ma tant’è, verso le 8 mi alzo e mi reco alla cella per sentire come è stata la notte. La signora Teresa si trova già là insieme ad Antonio il quale mi dice che don Elia ha passato una notte molto tranquilla e che tra l’altro, dopo che noi eravamo andati a letto, era arrivato un medico del pronto soccorso che aveva tentato di infilare il sondino senza tuttavia riuscirci. L’unica nota negativa è stata il fatto che don Elia al mattino presto si era voluto alzare a sedere sul letto e da lì era scivolato a terra e Antonio aveva dovuto richiedere l’aiuto di don Gianni e di don Alessandro per rimetterlo a letto. Comunque adesso è tutto a posto e don Elia riposa di nuovo nel letto. Dopo colazione torno alla cella. Sono già le 9 e lì si trova il dottor Pulido che, con l’aiuto di Antonio, cerca di infilare il cannello nel naso di don Elia il quale non sembra gradire molto quel trattamento. Il sondino non ne vuol sapere di col- laborare: diversi tentativi vanno a vuoto e questo produce ulteriori disagi a don Elia. Alla fine si riesce e così è di nuovo possibile dargli da bere. Antonio gli chiede cosa vuole da bere e lui risponde sicuro: ”Un po’ di birra!” Di concerto con il dottore gli si versa della birra in un bicchiere che unitamente ad una cannuccia gli viene posto alla bocca. È difficile dimenticare la sua espressione quando, dopo averla bevuta, esclama: “Mamma, che buona!” e spalanca gli occhi in una sua espressione tipica di contentezza. Purtroppo questa concessione costerà cara a don Elia perché nel pomeriggio vomiterà diverse volte facendo temere per le conseguenze. Esco per andare a telefonare e nel corridoio incontro, provenienti da Grumello del monte (BG), i coniugi Copler e la signora Maria Pedrali con la figlia Maria Grazia. Li saluto e li informo sulle condizioni di don Elia. Si dirigono verso la cella dove di lì a poco si celebrerà la S. Messa e io vado a telefonare. Quando torno alla cella ha smesso di piovere e lentamente il cielo si va rasserenando. Nel giardino c’è diversa gente che è appena arrivata chi da Fano chi da Pesaro o da più lontano. È arrivata anche l’altra figlia della signora Pedrali insieme al marito approfittando del giorno di festa. Don Mario è puntuale e arriva verso le 10. Anche i coniugi Pieri non si perdono quest’occasione e giungono poco dopo. Tuttavia questa mattina, anche considerato quello che ha passato don Elia, viene solamente sollevato sul letto senza metterlo in carrozzina. Alle 10.30 si celebra la S. Messa a cui partecipa diversa gente tanto da riempire il corridoio della cella. Durante l’omelia vengono ricordate tutte le persone sofferenti e quelle assenti. Don Elia segue tutte le fasi anche perché la signora Teresa provvede a parlargli nell’orecchio per dirgli M Y CM MY CY CMY K Anno 7, Numero 14 Pagina 19 Eremo di Monte Giove. Santa Messa in onore del Sacro Cuore di Gesù. Da sinistra a destra: Mons. Massimo Astrua, Mons. Cesare Gualandris, Don Elia, Mons. Silvano Albisetti e P. Rolando Maffoli. Don Elia apostolo di Gesù. Con gioia accolgo l’invito del nostro Presidente Cav. Lionello Albieri, di scrivere uno dei molti ricordi su don Elia. Nel curare la sua Autobiografia ho potuto trasmettere alcune mie impressioni e naturalmente mi sono soffermato solo su quello che lui ha scritto. Avendo trascorso molto tempo con lui, prima e dopo la sua consacrazione sacerdotale, sono innumerevoli le cose che conservo nella mia memoria e non sono state scritte. Ne ricordo una che ritengo più importante per me e penso per tutti voi che, come me, avete avuto l’immensa grazia di poterlo conoscere. Nell’Autobiografia a pagina 58, Gesù gli dice: “ Desidero che tu sia Mio Sacerdote, che sia tu ad assolvere queste anime che Io stesso ti mando a chiamare…”. Gesù lo chiamava ad essere portatore della Sua Infinita Misericordia alle anime smarrite. Questo desiderio di Gesù lo divorava interiormente e lo si poteva notare anche dalla sua persona in maniera evidente. Quando Gesù lo inviava ad una missione particolare, nessun ostacolo lo poteva trattenere. Mi diceva: “ Pensa che io non sono capace a niente, la mia memoria è quello che è, ma quando il Signore mi parla, le Sue parole si scolpiscono dentro di me in maniera forte e non so né togliere, né aggiungere altro a quello che Lui mi ha detto”. Quando attendeva qualche persona, metteva prima in ordine se stesso e le cose. Accoglieva tutti con calore e affetto, praticando quello che Gesù gli aveva detto nella prima apparizione: “… Allora tu, ama il tuo prossimo con lo stesso amore con cui ami Me” (Autobiografia pag. 36). Ogni persona che ha avuto il dono di conoscerlo si sentiva da lui prediletta. Amava veramente con il Cuore di Gesù ferito. Sottolineo ferito, poiché era molta la sofferenza che provava quando non veniva accolta la Grazia del perdono di Gesù in anime ostinate nel peccato. Per esse pregava e offriva le sue sofferenze per portarle infine, attraverso il ministero della confessione, all’abbraccio della divina Misericordia. La gioia immensa che provava quando riconciliava le anime con il Signore, la comunicava con l’espressione di tutto il suo essere. Con don Elia si sperimentava veramente la presenza di Gesù Misericordioso. Ci si sentiva veramente amati e mai giudicati. Nei periodi di riposo estivo, egli non tollerava lo stare in ozio. Cercava anime smarrite e, avendo il dono dell’introspezione, correva incontro alle persone, le salutava con dolcezza e affetto tali da lasciare meravigliati. La semplicità e il suo amore scioglievano ogni freddezza. Ho visto entrare nella casetta dell’Eremo di Montegiove molte persone tristi e uscire con il volto e il cuore ricolmo di gioia e di pace. Gli amici di don Elia, anche se provenienti da varie regioni, diventavano tra di loro, tutti amici. Condivideva i dolori e le preoccupazioni, soprattutto delle persone povere e tribolate. Aveva l’ansia di indirizzare i giovani a percorrere la via della loro vocazione, sia al matrimonio che al sacerdozio o alla vita religiosa. Quante volte partecipava a me le sue preoccupazioni chiedendomi consiglio! Io gli dicevo che eravamo conciati bene se si fidava dei miei consigli. Più e più volte mi disse che il suo sacerdozio lo aveva diviso a metà con me. Molte volte improvvisamente, dopo la lettura del Vangelo, senza preavviso, mi costringeva a un commento in sua vece. Roba da C Pagina 18 novembre venne pure a Chiasso il Superiore Generale dei Figli di Don Orione per sottoporre un caso a Don Elia; aveva saputo che questi si trovava da me mentre era a Bergamo per un corso di predicazione a Suore. Penso, Eccellenza, d’averle esposto chiaramente e con coscienziosità il mio giudizio su questo Suo sacerdote, per il quale non nutro che stima e nel quale amo ravvisare e rispettare l’opera di Dio. Mi creda di cuore, con sensi di rinnovata devozione, sacerdote Silvano Albisetti”. Sul foglietto ciclostilato N.2, dell’Aprile l986 veniva riportata questa lettera scritta da Don Elia di sua mano, che annunciava il successore di Mons. Costanzo Micci: “Amici e benefattori dell’erigendo Santuario in onore del Sacro Cuore di Gesù. Continuo il mio breve colloquio con voi sul foglio che si vorrebbe inviarvi trimestralmente secondo le possibilità. Lo scorso marzo il nuovo Vescovo di Fano, successore del compianto Mons. Costanzo Micci – che tanto aveva preso a cuore la causa del nuovo Santuario – ha preso possesso della diocesi nella quale sono incardinato. E’ Mons. Mario Cecchini, prima Vicario generale della diocesi di Senigallia. Già ho potuto incontrarmi con lui e metterlo al corrente di quelli che sono i desideri del Sacro Cuore. Al progetto del Santuario si sta sempre lavorando. Sono sorte nel frattempo difficoltà circa una proposta di variante per la trasformazione del terreno acquistato da agricolo a fabbricabile. Comunque il Sacro Cuore di Gesù ci aiuterà a superare anche queste difficoltà nel modo che solo Lui può e sa fare. Intanto noi continuiamo a collaborare alla realizzazione dei suoi desideri. Vi penso sempre e vi ricordo al Suo Amore, invocandovi grazie e inviandovi la mia Benedizione Sacerdotale. Don Elia”. Nel febbraio di quell’anno venivo Uniti nel Cuore di Cristo ricoverato all’ospedale di Mendrisio per un infarto e Don Elia mi fu vicino con la preghiera, lo scritto, e l’interessamento al mio stato di salute presso persone di sua conoscenza. Nell’agosto dell’anno successivo lasciavo la parrocchia di Chiasso. A settembre Don Elia desiderò di venire alcuni giorni in Ticino e chiesi per lui ospitalità alla Casa San Rocco di Morbio Inferiore, mio paese natale, offrendogli la possibilità di incontrare amici e benefattori dell’erigendo Santuario. Nell’ottobre mi assentai per un periodo di sei mesi dalla diocesi per seguire, a Incisa (Valdarno), la Scuola Sacerdotale promossa dal Movimento dei Focolari. Ricordo una visita che Don Elia allora mi fece, venendo da quelle parti per visitare un Monastero di Suore. Di ritorno da quella esperienza iniziai a svolgere il ministero nella parrocchia di Pambio Noranco, alle porte di Lugano. Qui Don Elia tornò per alcuni anni fino al l991. Dopo allora gli spostamenti di Don Elia diventarono rari. Mi mantenni in relazione con lui per telefono e per iscritto, raggiungendolo diverse volte all’Eremo di Montegiove di Fano. Lo visitai due volte all’Ospedale di quella città: la seconda volta pochi giorni prima del suo trasporto all’Eremo, dove desiderava concludere i suoi giorni. Da Sonvico, dove ero parroco dal settembre l994, il 27 agosto l996 inviavo agli amici in Ticino di Don Elia lo scritto che qui riporto: “Per il nostro amato Don Elia è giunto il suo ‘tempo ultimo’. Egli si trova da alcune settimane all’Ospedale di Fano. Non c’è stato nessun intervento chirurgico, date le condizioni di salute e nel rispetto della sua volontà. Il desiderio espresso da Don Elia è di essere portato alla sua cella dell’Eremo e lì concludere gli ultimi istanti della sua vita terrena. Le persone vicine responsabili stanno esaminando quali possibilità si danno per venire incontro a tale desiderio. In questo momento il nostro affetto per Don Elia ci chiede di accogliere pienamente la volontà del Signore su di lui e di affidarlo con perseverante preghiera all’infinito Amore di quel Cuore Sacratissimo, di cui è stato zelante servitore e messaggero”. Don Elia e Don Silvano Albisetti. Questa è, in breve, una mia testimonianza su Don Elia, che, insieme alle altre già pubblicate o da pubblicare, vorrebbe mettere in rilievo il dono che Dio ci ha dato nella persona di Don Elia: dono del quale dobbiamo esserGli grati. Don Silvano Albisetti M Y CM MY CY CMY K Anno 7, Numero 14 a che punto è la S. Messa dal momento che da dove si trova non può vedere l’altare. Purtroppo questa sarà l’ultima Messa a cui parteciperà don Elia perché di lì a poco la situazione cambierà drammaticamente. Dopo la funzione i più si recano in giardino e a turno tornano nella cella per salutare don Elia. Dopo pranzo torniamo alla cella dove si trovano i coniugi Copler e lì aspettiamo di alzare don Elia. I Copler hanno intenzione di partire presto perché hanno paura del rientro. È infatti domenica 1° settembre e tutto fa pensare che questo fine settimana sia molto trafficato soprattutto sulla riviera adriatica. Comunque sia c’è tutto il tempo per stare in compagnia. Torneranno indietro solo in tre perché la signora Pedrali si è offerta di fermarsi qualche giorno per dare manforte. Mentre si trova presso l’ingresso del giardino di don Elia dalla parte del vialetto che porta alle altre celle nonché alla chiesa, Copler viene attratto da un particolare. Lungo lo stipite del portone d’ingresso si trovano delle rose rampicanti che salgono fino al tratto orizzontale del portone. Ad un certo punto senza che ci sia stato un motivo apparente, come ad esempio un colpo di vento o un urto meccanico, una rosa si stacca dal muro e lentamente reclina adagiandosi nell’erba. Il fatto, per quanto strano, in sé non ha niente di prodigioso né sicuramente di soprannaturale, ma alla luce di quanto sarebbe avvenuto nel giro di 24 ore è risuonato tristemente profetico. Verso le 16 i Copler decidono di partire e il distacco da don Elia è particolarmente doloroso. Nella cella siamo rimasti in tre ad accudire don Elia, Teresa, la signora Maria ed io. Cerchiamo di sistemare la cella e don Elia perché alle 18 c’è la S. Messa all’eremo e molta gente di Fano e di Pesaro ne approfitterà per visitare don Elia. Puntualmente si verifica quanto Pagina 11 previsto. Molte persone, approfittando della clemenza del tempo, della giornata festiva e della funzione religiosa si recano nella cella. Ho l’occasione di rivedere il professor Grianti con la moglie, la signora Santina della fondazione e Mario Falcioni. Ci sono anche molti curiosi che hanno sentito parlare di lui e che vogliono sapere qualcosa di più e altre che hanno bisogno di preghiere, come quella signora che si raccomanda a me di pregare per la conversione di suo marito sapendo che alla sera dirò il rosario nella cella. Molti di loro, soprattutto quelli che lo conoscono da tempo, vanno via in lacrime. Mi colpisce molto vedere quanti siano i giovani che frequentano la cella e quanta sia la loro commozione nell’andarsene. Con il passare del tempo la gente aumenta tanto che la cella è letteralmente piena e, tra chi vuole entrare, chi vuole uscire e chi vuole restare si crea una situazione veramente pesante da gestire. È passata da un pezzo l’ora di chiusura dell’eremo e la cella è ancora affollata tanto che non si respira. Pensiamo a don Elia che nella sofferenza si trova circondato da tutta quella gente. La signora Teresa mi chiede di farli uscire, ma a me dispiace perché io in fondo sono un privilegiato che può stare nella cella tutto il giorno mentre i presenti hanno solo questa occasione, che per giunta si rivelerà l’ultima, per vederlo e non so se ho il diritto di negarglielo. In quel momento entra in giardino don Gianni e a lui mi rivolgo per spiegargli la situazione. Detto e fatto: con piglio da uomo energico qual è entra nella cella e, dopo aver sentito risuonare la sua voce abbastanza sostenuta, vedo uscire di gran lena tutta la gente. Potenza del carisma! La serata è splendida e serena. Le stelle dall’eremo brillano in modo molto particolare. Il vento del pomeriggio ha spazzato via le nubi e, anche se la temperatura è ancora abbastanza bassa, si sta volentieri fuori. Dopo la cena ci rechiamo alla cella. Don Elia riposa nel letto ed è sereno. Oggi si è alzato poco perché molto stanco e provato. Dal giorno prima ha fatto una rapida caduta e le sue condizioni generali sono peggiorate. Seguiamo sempre la terapia concordata con l’ospedale. Facciamo anche delle flebo di plasma che dovrebbero aiutarlo a tirarsi su, ma sembrano inefficaci inoltre la pancia è sempre molto gonfia e la pelle circostante è tutta tirata. Nonostante tutto, questa sera sembra molto tranquillo, le flebo e gli scarichi sono regolari e sembra di nuovo rassegnato al sondino. Prima di cena avevamo concordato un piano per costringere Antonio ad accettare la nostra compagnia per la notte. Avevamo già previsto anche i turni: io avrei fatto il primo, la signora Maria il secondo e la signora Teresa il terzo, ma non ci fu niente da fare: Antonio è irremovibile per cui dopo aver detto una decina del rosario come si faceva con don Elia la sera, lo salutiamo non senza avergli dato bonariamente del testone. LUNEDÌ 2 SETTEMBRE 1997 La mattina di lunedì 2 settembre arriva presto. È una splendida giornata di sole e la luce entra prepotentemente dagli scuri della mia finestra. Dopo essermi lavato e vestito mi reco alla cella per sentire che novità ci sono. Lì trovo oltre ad Antonio anche la signora Teresa e la signora Maria che si erano alzate prima di me. Sono visibilmente preoccupate e mi dicono che la notte per don Elia è stata un inferno. Si è lamentato tutta la notte in preda a dolori molto forti parlando in continuazione com e se fosse in uno stato di delirio e anche in questo momento è molto agitato. C Pagina 12 Siamo lì al suo capezzale seriamente preoccupati. Oltre a questo si aggiunge un altro motivo di preoccupazione: la zona della pancia dove esce la sonda di scarico dei liquidi, si sta lasciando andare, anche sulla spinta dei liquidi che, all’interno, aumentano sempre di più e fa sì che del liquido fuoriesca bagnando tutto intorno. Non si riesce a tamponare la perdita e ogni poco le medicazioni sono da cambiare. Decidiamo di aspettare un po’ e poi di chiamare il medico. Dopo la colazione torniamo alla cella dove don Elia è ancora in preda a dolori molto forti. Antonio ha già avvertito il dottor Pulido che tra l’altro proprio oggi rientra al lavoro e che ha promesso di passare di lì prima di andare all’ospedale. È stato avvertito anche il suo medico di condotta, dott. Paolo Battistini. Gli viene chiesto un parere sulla perdita di liquido. La situazione è delicata perché in effetti la grande quantità di liquido all’interno esercita una pressione molto forte sulla ferita spingendo i contorni a lacerarsi e quindi sarebbe auspicabile estrarli per diminuire la pressione, ma è altresì vero che se si tolgono dei liquidi don Elia può avere un collasso. La soluzione scelta è quella di intervenire sulla ferita: bisogna cercare il chirurgo che ha operato don Elia per fargli mettere il sondino di scarico e far sistemare la ferita. Antonio lo contatta e si mettono d’accordo affinché lo si possa andare a prendere per portarlo all’eremo. Contemporaneamente arriva il dottor Pulido che, esaminata la ferita, concorda con quanto testé detto, e quindi parte per l’ospedale dicendo che passerà nel pomeriggio dopo le 14. Antonio parte, deve fare anche un giro per andare a prendere le flebo che mancano., mentre rimaniamo io, la signora Teresa e la signora Maria Pedrali. Verso le 10 arriva don Mario per informarsi se deve dire la Messa. Uniti nel Cuore di Cristo Lo mettiamo al corrente della situazione, capisce che non ci sono le condizioni e dopo un po’ se ne va. Nel frattempo giunge anche Rosaura che subito va a vedere don Elia. Dopo poco giunge una signora che avevo già visto in ospedale la prima volta e che avevo rivisto il giorno prima quando, all’uscita dalla messa, si era recata alla cella. Ora era tornata con quattro bambine per sentire come stava don Elia. Aveva sentito parlare di lui solo molto recentemente ad un gruppo di preghiera e si rammaricava per non averlo conosciuto prima. Mi dice di avere 6 figli e si capisce che è molto dolce. È una devota del Sacro Cuore e sta crescendo i suoi figli nell’insegnamento del Vangelo. Vorrebbe avere una benedizione da don Elia, ma gli spieghiamo la situazione, allora si accontenta di poterlo almeno guardare. Mentre si attarda nella cella ecco che arriva un’altra famiglia numerosa. È una famiglia di S. Benedetto del Tronto, sono amici di Suor Elena della Casa di S. Gemma Galgani. I genitori sono due giovani medici ed hanno portato in viaggio con loro i 7 figli di cui il primo ha 19 anni e si accinge a frequentare il primo anno di Università. È una splendida combinazione: in sole due famiglie abbiamo tredici figli! Approfittiamo del fatto che sono medici per spiegare la situazione. Si offrono immediatamente per medicare la ferita che rischia l’infezione e notano quanto sia tesa la pelle della pancia. Ritengono che, per allentare la tensione dell’addome, sia opportuno aspirare del liquido. Nel frattempo telefona il medico di Rimini, Alessandro, e quindi gli passo il medico di S. Benedetto. Si intendono immediatamente e decidono di aspirare un litro, massimo due, per non rischiare un collasso. L’operazione ha inizio: c’è da spostare don Elia su un fianco per effettuare meglio il prelievo. Ancora constato quanto sia difficile muoverlo. Oltre al fatto che il peso è notevole di per sé, c’è anche l’aggravante che lui ormai non si aiuta più, per cui lo sforzo è tutto di chi lo muove. Dopo aver prelevato circa un litro e mezzo, i due medici decidono di sospendere. Antonio ancora non si vede, la ferita sembra perdere di meno, ma don Elia si lamenta ancora molto. Alessandro di Rimini aveva detto ai due medici di praticare nelle flebo un iniezione di un calmante di cui non ricordo il nome. I due medici eseguono, ma sembra che il calmante, in dose doppia, non faccia effetto. Purtroppo i medici devono ripartire per tornare a S. Benedetto e non potendo fare altro ci salutano. Sul viso di tutti, figli compresi, c’è molta tristezza. Anche loro vogliono molto bene a don Elia e da professionisti capiscono la gravità della situazione. Arrivano le 11.30 e Antonio ancora non si vede. Siamo preoccupati anche perché non dorme dal giorno prima e non vorremmo che gli fosse successo qualcosa. Dalla mensa telefonano che è pronto da mangiare. Vado a ritirare il vassoio dove è servito per due persone. Nessuno ha fame e oltretutto la cella è abbastanza impraticabile piena com’è di bende e di medicamenti. Decidiamo di mangiare a turni per poter assistere meglio don Elia. Tocca a me per primo. Vista la bella giornata, esco in giardino e mi siedo sotto la finestra dello studio. Non faccio in tempo a finire la pasta che ecco arrivare don Gianni con un ragazzo che poi si qualificherà essere un medico di quella associazione di volontari che assistono i malati terminali. Visita don Elia, gli misura la pressione e la trova molto bassa. Don Elia è visibilmente molto pallido anche se ora sembra leggermente più tranquillo. Don Gian- M Y CM MY CY CMY K Anno 7, Numero 14 Pagina 17 Don Elia in Ticino. Aderisco con gioia all’invito fattomi dal Presidente della Fondazione “Opera del Sacro Cuore di Gesù” di offrire ai cari lettori del bollettino “Uniti nel Cuore di Cristo” una mia testimonianza sull’amato Don Elia. Fu nell’aprile del l980 che ebbi la gioia di conoscerlo personalmente e di iniziare un legame di amicizia, che ho sperimentato forte anche negli ultimi suoi giorni terreni. Il nome di Don Elia mi fu segnalato da un padre cappuccino di Pesaro, P. Zaccaria (Luigi) Galletti, da alcuni anni defunto. Questi, nella prima settimana di marzo del l980 si trovava per un triduo di predicazione a Chiasso, dove ero arciprete dall’ottobre l978. Gli chiesi di suggerirmi il nome d’un predicatore che potesse portare un po’ di risveglio di fede in parrocchia, perché a maggio ci sarebbe stata la Prima Comunione e la presenza dell’effige della Madonna del Sasso a Mendrisio, scelta come sede del Vicariato del Mendrisiotto. Padre Galletti mi fece il nome di Don Elia e lui stesso si prestò a telefonare all’Eremo di Montegiove a Fano, per chiedere a Don Elia se potesse accettare quell’impegno. Lo stesso giorno, 6 marzo, spedivo a Don Elia una lettera per ringraziarlo d’aver accettato e per sottoporgli un programma di massima. Don Elia rispondeva in data 11 marzo, comunicando il suo arrivo a Chiasso il venerdì 25 aprile. Il sabato 26 celebrava la Messa prefestiva e di quella Messa m’è rimasto impresso il battimani spontaneo e compreso della gente di Chiasso che aveva ascoltato la sua prima predica, nella quale parlò della prima apparizione del Sacro Cuore di Gesù. Don Elia si sentì rincuorato da quel gesto, che lasciò sorpreso anche me; nacque tra noi due un rapporto di reciproca fiducia, che mi offrì la possibilità di ascol- tare da lui fatti ed esperienze certamente fuori del comune. Dall’Eremo di Montegiove, il 4 maggio, appena rientrato da Chiasso, mi scriveva: “Ringrazio di cuore di tutto il bene che mi ha voluto e di tutto quello che mi farà colla sua preghiera e la sua bontà”. Le visite di Don Elia in Ticino si sono poi regolarmente ripetute, anche più volte all’anno. Dalla casa parrocchiale di Chiasso, dove era desiderato ospite, Don Elia raggiungeva altre località, dando la possibilità a chi gli si stringeva attorno e sceglieva di far parte del gruppo degli amici, di approfondire la conoscenza di uno “strumento” che il Sacro Cuore aveva scelto nel nostro tempo per farne fiorire la devozione. Tra questo gruppo di amici devo mettere in rilievo la presenza del pittore Aurelio Gonzato, di Massagno, che con tanto entusiasmo si adoperò a far conoscere la persona di Don Elia e il progetto del Santuario da costruire in Urbino, secondo i voleri del Sacro Cuore. Ho tra le mani una nutrita corrispondenza tra Don Elia e il pittore Gonzato, autore del quadro che ora sta nella Cappella di Via Ca’ Staccolo. Sempre per iniziativa del pittore Gonzato e con la collaborazione del defunto Maestro Giovanni Contarin di Bellinzona, si iniziò nel gennaio 1986 un doppio foglio ciclostilato, che apparirà alcune volte all’anno, sino al Maggio l995, quando vedrà la stampa il modestissimo libretto “Da operaio a sacerdote”, a cura degli Amici di Don Elia della Svizzera Italiana: libretto ricavato dalla predicazione orale di Don Elia tenuta in diverse località del Ticino. Il 22 febbraio del l984 l’allora Vescovo di Fano, Mons. Costanzo Micci, mi indirizzava questa lettera: “Rev.mo Monsignore, so che un mio sacerdote, DON ELIA BELLEBONO, viene di quando in quando costì a esercitare la sua opera pastorale di sacerdote. Siccome talvolta mi giungono voci disparate sul suo conto, per qualche inadempienza di carattere liturgico o giuridico, vorrei da Lei il grande favore di un suo giudizio globale sulla personalità di Don Elia e se ha qualche osservazione da fare sul suo conto. Le sarò grato della benevola attenzione che vorrà dare a questa mia. Porgo vivi e cordiali ossequi. Suo dev.mo Costanzo Micci”. Da Chiasso, in data 29 febbraio l984, così rispondevo all’allora Vescovo di Fano, Mons. Costanzo Micci: “Eccellenza Reverendissima, mi affretto a rispondere alla Sua lettera del 22 febbraio u.s., esprimendoLe anzitutto i sentimenti del mio vivo ossequio. Le confermo che il rev. DON ELIA BELLEBONO viene da me di quando in quando e presta un apprezzato ministero sacerdotale. Avendo più volte assistito alle sue Messe, mi sento di assicurare ch’egli mai è venuto meno ad adempienze di carattere liturgico o giuridico. Do ben volentieri un giudizio globale, come Vostra Eccellenza desidera, sulla personalità di questo Sacerdote, ma nel senso più positivo: anche perché ho sempre notato nelle sue parole e nei suoi giudizi quella che mi sembra la sapienza propria dei Santi. Questo anche quando qualcuno (parlo di sacerdoti) ha voluto fare un po’ lo ‘spiritoso’. Ho pure constatato che la sua permanenza a Chiasso lascia sempre tra la popolazione una nota di fervore e qualche anima resta toccata in profondità dalla semplicità della sua predicazione. Monsignor Giuseppe Martinoli, predecessore dell’attuale nostro Vescovo Mons. Ernesto Togni, fu da me due volte per incontrare Don Elia ed è sempre rimasto contento d’aver conferito con lui. Lo scorso C Pagina 16 di domenica in una parrocchia di Napoli alla casa celeste del Padre, perché fu colto da un infarto durante la celebrazione della Messa. I Superiori mi chiesero allora di occupare il posto di P. Trento e così, pur rimanendo a Bari come residenza, divenni promotore dell’Apostolato della Preghiera per la Campania. Dopo qualche mese di questo incarico, mi trovai alla casa di Esercizi Spirituali di Napoli, dove aveva vissuto P. Trento, e il Superiore della casa, P. Schiavone, mi chiese di liberare la camera occupata da P. Trento, prendendomi il materiale che poteva essermi utile per l’Apostolato della Preghiera e gettando via il resto. P. Trento era un grande accumulatore di articoli e libri, per cui dovetti lavorare due giorni per liberare la sua camera, ma in questa circostanza, come un fulmine improvviso, si rivelò il disegno della Provvidenza circa don Elia. Mentre ero tutto intento nel selezionare il materiale che mi veniva tra le mani, mi venne sotto gli occhi una busta gialla, ben chiusa, con sopra scritto: “scritti riservati”. La aprii e quale fu la mia sorpresa nel constatare che Uniti nel Cuore di Cristo quegli scritti comprendevano il diario di P. Longoni, scritto di suo pugno, con cui il Padre spirituale, che seguiva don Elia mentre era novizio a Lonigo, aveva registrato in modo molto preciso alcuni fatti straordinari riguardanti le vicende di Elia in quel periodo. Vi erano anche altri documenti, che io giudicai preziosissimi al fine di una documentazione di prima mano circa le apparizioni del Sacro Cuore a don Elia. Presi con me la busta col proposito di consegnarla alla Fondazione, appena possibile. Dentro di me riflettevo sulle vie della Provvidenza. Se un altro al mio posto, che non conosceva niente di don Elia, avesse visto quella busta, l’avrebbe gettata nel cestino e si sarebbe persa una documentazione importantissima per la ricostruzione della sua vita! Don Elia morì e dopo qualche mese mi telefonò un mio confratello, P. Armando Ceccarelli, chiedendomi se me la sentivo di scrivere una biografia su don Elia. Mi ricordai dei documenti che avevo trovato e che avevo ancora con me. Interpretai allora quel ritrovamento come un segno che Dio voleva che mi dedicassi a scrivere la vita di don Elia. Accettai quindi l’incarico e devo dire che per tutto l’anno che durò il mio impegno nello stendere la vita di don Elia, sperimentai tanto aiuto e facilità nello scrivere quel che poi ho scritto. Era la prima volta che mi accingevo a scrivere un libro di tipo biografico. Io sono più un teologo che un narratore. Fatto sta che mi trovai a mio agio nel narrare i fatti della vita di don Elia, aiutato sia dalla documentazione di P. Longoni sia dalle memorie che don Elia aveva lasciato in prima persona dei fatti straordinari che avvenivano al giovane novizio. La documentazione di P. Longoni, che avevo trovato, mi fu utilissima, soprattutto per dare credibilità alla prima fase della vita di don Elia, quella più importante, che riguardava le apparizioni del Sacro Cuore e le vessazioni diaboliche da lui patite, mentre era novizio a Lonigo. Inoltre P. Longoni non solo ci aveva lasciato memorie dei fatti che avvenivano, ma anche il suo giudizio sulla sanità mentale di don Elia e sulla soprannaturalità dei fatti. La sua testimonianza, quindi, era e rimane ancora oggi della massima importanza. Non voglio aggiungere altro perché quello che la Provvidenza di Dio scrive nella nostra vita di figli di Dio, è più eloquente di molti discorsi sulla presenza di Dio in un’opera guidata da Lui. Sono segni che rimangono indelebili nella nostra memoria e ci inducono a credere che, anche attraverso vie oscure e umanamente non calcolate, Dio è all’opera per realizzare i suoi progetti misteriosi di bene e di salvezza per l’intera umanità. Eremo di Monte Giove, Mons. Costanzo Micci che ha incardinato nella diocesi di Fano Don Elia Bellebono. M Y CM MY CY CMY K Anno 7, Numero 14 ni intanto se ne va lasciando lì il medico. Quando ha finito, anche il medico esce. Decido di accompagnarlo anche perché a quell’ora l’eremo è chiuso e il portone di conseguenza è bloccato. Mentre ci avviamo all’uscita, incontro nel corridoio dell’eremo Nicoletta che, insieme a sua sorella Rita, al marito di questa e al parroco di Cividate, don Cesare Gualandris è appena arrivata dopo essere partita la mattina molto presto. In pochi secondi li aggiorno sulla situazione dicendo loro di andare subito alla cella mentre io faccio uscire il medico. Quando torno nella cella, don Elia si è calmato, non urla più anche se si gira spesso nel letto, penso: il calmante sta facendo effetto. Nicoletta saluta don Elia che sembra non capire e gli dice che con loro c’è anche il parroco, don Cesare. Nessuna reazione da parte di don Elia. Ma quando don Cesare si avvicina al capezzale e gli dice: “Don Elia ci sono anch’io” ecco che don Elia spalanca gli occhi allarga le braccia al cielo nel desiderio di abbracciarlo e dice: ”Don Cesare ci siete anche voi!?!”. La scena ci lascia tutti stupiti perché ha, se non del prodigioso, perlomeno del sorprendente. Restiamo senza parole commentando la scena con gli sguardi. Adesso siamo tutti al capezzale di don Elia, cerchiamo di far posto perché tutti possano stare attorno al letto. Nessuno parla, qualcuno prega mentre osserviamo don Elia che, con gli occhi chiusi, respira affannosamente. Ad un certo punto don Elia esclama in modo lucido ma con tono basso tanto da essere udito solo da chi gli è vicino: “Voi piangete per me ma la mia anima è già in paradiso! Adesso aspettiamo che si decida a morire il corpo!”. È l’ultima frase che don Elia pronuncia ma, a mio avviso, è quella che dà il senso di una vita tutta dedicata all’amore per il Sacro Cuore di Gesù. Pagina 13 Questa stessa frase che per giorni mi ha fatto compagnia anche quando sono ritornato a casa, quando, in occasione dei funerali di don Elia a Cividate al Piano (BG) avvenuti il 6 settembre 1997, un’amica di don Elia, suor Ida di Milano ha detto: “H o visto don Elia in Paradiso nella gloria di Dio!”. Sono tutti al capezzale di don Elia: da una parte la signora Maria e Rosaura e dall’altra la Teresa. Io mi dispongo ai piedi del letto. Don Elia è rivolto verso la Teresa che dalla mattina, intuendo quello che sarebbe successo, non si dà pace e va avanti indietro dalla camera al corridoio dove si rifugia per piangere da sola. È la prima ad accorgersi che qualcosa non va. Non è l’effetto del calmante che ha placato don Elia, ma semplicemente l’inizio della fine. Teresa prende tra le mani il viso di don Elia e lo chiama a voce alta. Poi scoppia a piangere e prima di uscire dice: “Rosaura, vieni a vedere, don Elia sta morendo, guarda i suoi occhi!” In effetti don Elia ha gli occhi spenti, quasi opachi, e lo sguardo perso nel vuoto. Inoltre il respiro che fino a pochi attimi prima è stato frequente, ora si fa più lento e de- bole. Intuiamo la gravità della situazione e io decido di chiamare Nicoletta e gli altri perché don Elia abbia l’assistenza di un prete. Li chiamo in refettorio e dopo poco secondi arriva Nicoletta tutta trafelata e appresso anche gli altri. La situazione è disperata. Nel frattempo arriva anche Antonio con il medico chirurgo. Non c’è bisogno di dirgli niente. Capisce tutto dai nostri sguardi. Don Elia adesso si trova in posizione supina con gli occhi aperti, il respiro a poco a poco si trasforma in un rantolo. Nessuno ha il coraggio di parlare, siamo tutti ammutoliti nella nostra impossibilità a far qualcosa. Non ci stiamo tutti intorno al letto. Qualcuno resta fuori a piangere. Il parroco di Cividate impartisce l’estrema unzione. Don Elia respira sempre più a fatica. Nel giro di pochi minuti il respiro diventa un soffio lieve che si spegne lentamente. Alle 13.45 il respiro cessa così come il battito del cuore anche se la Nicoletta sente ancora debole il polso per qualche istante. Don Elia è morto. Dalmine (BG), 22 aprile 1997 Pier Luigi Carboncini Eremo Monte Giove, 4 Settembre 1996. Esequie di Don Elia. C Pagina 14 Uniti nel Cuore di Cristo Infatti, grazie a un ex calzolaio, formalmente quasi illetterato, ma intriso di quella Sapienza divina che Dio riserva solo agli umili e ai semplici, proprio in Urbino, in questa città che forma dottori in diverse discipline del sapere umano, sta sorgendo un Santuario dove un giorno, che tutti speriamo non lontano, anche i tanti giovani che frequentano la nostra città in ragione dell’università potranno incontrare Gesù e sperimentare l’ardente Amore che il Suo Sacratissimo Cuore nutre per ogni uomo. Don Elia è stato e continua ad essere un dono grande e prezioso che Gesù ha fatto agli urbinati e ai giovani che frequentano e frequenteranno in futuro la nostra antica università. Dobbiamo essere degni di questa speciale benevolenza riservataci dalla Divina Misericordia, sentire nostra l’opera iniziata da Don Elia, nel pieno rispetto delle sue volontà Y CM MY CY CMY K Anno 7, Numero 14 Pagina 15 La Provvidenza e il mio libro su Don Elia Don Elia e il Santuario Sacro Cuore di Gesù. Sono lieto di scrivere un pensiero in occasione dell’uscita di un numero speciale del bollettino della fondazione per il decimo anniversario della morte del benemerito sacerdote Don Elia Bellebono. Non l’ho potuto conoscere personalmente, ma la Volontà di Dio mi ha voluto vescovo della città dove più volte si è recato Don Elia e dove, credo per divina ispirazione, ha ricevuto l’alto e delicato compito di costruire, a Ca’ Staccolo, un Santuario dedicato al Sacro Cuore di Gesù, che è oggi in avanzata fase di costruzione. La lettura dei volumi pubblicati sino ad oggi sulla vita di Don Elia e i dialoghi intercorsi con quanti l’hanno conosciuto mi inducono a ritenere che, davvero, nell’incontro tra Don Elia e Urbino, in tutto ciò che egli ha operato tra noi e nell’opera del Santuario da lui iniziata, vi sia un imperscrutabile ma sicuro disegno divino. M e desideri, e dare, secondo le possibilità di ciascuno, il nostro contributo perché sia presto ultimato il santuario e realizzata in avvenire anche una casa di accoglienza per i giovani universitari, a completamento di un complesso che - continuo a sperare - possa essere in futuro affidato ai Gesuiti. Non mancherò in tal senso di sollecitare gli Urbinati e anche la prossima festività del Sacro Cuore di Gesù, con la processione che abbiamo previsto dal quartiere Piantata al Santuario, sarà una preziosa occasione per risvegliare tante coscienze alla consapevolezza del dono immenso che, attraverso la vita e l’opera di Don Elia, il Sacro Cuore di Gesù ci ha elargito. Francesco Marinelli Arcivescovo di P. Carlo Colonna S.J. Vorrei dare con questo articoloricordo su don Elia la mia testimonianza circa le vie della Provvidenza, che in modo sorprendente mi hanno condotto a conoscere don Elia (primo momento) e ad essere il suo primo biografo (secondo momento). Io vivevo a Pescara dal 1973, svolgendo il ministero di viceparroco della Parrocchia di Cristo Re, gestita da noi gesuiti. Nel 1983 si aggiunse alla nostra Comunità P. Giulio Trento, che era stato padre spirituale di Don Elia per incarico del vescovo di Fano alcuni anni prima. Fu da lui che sentii parlare per la prima volta di don Elia. P. Trento mostrava molta stima nei suoi confronti e sicurezza circa i fenomeni soprannaturali che aveva. Si rammaricava che i Superiori della Compagnia non pigliassero a cuore le sue richieste circa la gestione del futuro santuario del Sacro Cuore, che doveva essere costruito a Urbino. Ricordo che quando P. Trento mi parlava di don Elia e delle apparizioni del Sacro Cuore che aveva avuto, a dire il vero, prendevo quanto diceva col beneficio d’inventario. Le cose che affermava erano veramente fuori dell’ordinario e facevo fatica a crederci. Non avendo poi la possibilità di appurare direttamente i fatti o di far conoscenza diretta di don Elia, mi dimenticai di lui, anche perché P. Trento raramente ne parlava. Nel 1987 successe un fatto. Fui invitato nel luglio di quell’anno a dare un ritiro spirituale a un gruppo di giovani del Movimento Eucaristico Giovanile (MEG) all’Eremo di Montegiove di Fano. Non sapevo minimamente che Don Elia vivesse là e grande fu la mia sorpresa, quando, stando il secondo giorno seduto sui gradini della chiesa, un visitatore mi chiese di un “sacerdote carismatico”, che viveva all’Eremo. Io gli risposi che non conoscevo nessun sacerdote carismatico che vivesse a Monte Giove e lui mi parlò di un santuario da costruire a Urbino. Subito mi ricordai di don Elia e, molto emozionato, andai a chiedere alla cuoca se là vivesse don Elia. Grande fu la mia sorpresa, quando dopo poco bussavo alla cella di don Elia e me lo vidi davanti, claudicante e sofferente, ma con il suo bel viso sorridente e accogliente. Tutto mi sarei aspettato tranne di conoscere don Elia in quel modo! Le vie della Provvidenza sono infinite! Così cominciò la mia amicizia con don Elia. Gli trasmisi il saluto di P. Trento e lo invitai a parlare ai giovani.Venni a sapere in tal modo dalla sua viva voce il racconto dei fatti straordinari, che segnarono la sua vita di veggente e che lui raccontava con tanta semplicità e candore. Negli anni seguenti fino alla morte di don Elia, lo vidi altre volte, perché ritornai spesso a Monte Giove per altri ritiri spirituali. Lo vedevo molto sofferente, ma sempre fiducioso in Dio nelle sue malattie e nell’opera che Dio gli aveva affidato. Un altro momento fortemente guidato dalla Provvidenza lo sperimentai dopo la morte di don Elia. Anche questo momento è legata alla figura di P. Trento, il quale nel 1993 era stato trasferito dai Superiori alla nostra casa di Esercizi Spirituali in Napoli con l’incarico di Promotore per la Campania dell’Apostolato della Preghiera. Anch’io, nel 1990, ero stato trasferito da Pescara a Bari con l’incarico di Promotore dell’Apostolato della Preghiera per la Puglia. Nel 1997 P. Trento morì o meglio, passò dalla Santa Messa che stava celebrando