Marco Boglione e Adriano Moraglio
Piano piano che ho fretta
Imprenditore è bello!
BasicEdizioni
Proprietà Letteraria Riservata
© 2009 Marco Boglione e Adriano Moraglio, Torino
Release 1.1.6
Seconda edizione digitale del 10 gennaio 2011
Ai nostri figli
PROLOGO
Corrispondenze
Un’amicizia
Marco e io ci conosciamo da tempo. Avevo cominciato
a seguirlo per la mia attività di giornalista al tempo in
cui ricopriva incarichi istituzionali, più precisamente da
quando era diventato presidente della Film Commission
e in seguito aveva ricevuto lo stesso incarico per la Itp (Investment in Turin and Piedmont), l’Agenzia che, in quegli anni, aveva il compito di attirare investimenti esteri
in Piemonte. Conoscendolo, avevo provato un’immediata simpatia nei suoi confronti. Inoltre era assolutamente
evidente che aveva deciso di offrire, in àmbito pubblico e
per un certo periodo, la sua esperienza di imprenditore.
E il tutto senza mirare ad alcun guadagno, il fine cioè di
ogni attività imprenditoriale.
Nella primavera del 2008 però, spinto dal desiderio di
tornare a parlare con lui, feci in modo che potessimo incontrarci. Non dovevo intervistarlo per il mio giornale
e nemmeno raccogliere informazioni particolari sul suo
gruppo, BasicNet, proprietario dei celebri marchi Kappa,
Robe di Kappa, Jesus Jeans, Superga, K-Way. L’ultima volta che ci eravamo visti era stato per una serata di jazz che
avevo organizzata e alla quale aveva partecipato con sua
“moglie” Stella (spiegherò in seguito il perché di queste
virgolette). Gli dissi che andavo matto per la pizza e lui
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marco boglione e adriano moraglio
mi invitò in quello straordinario locale che è la pizzeria
dei Fratelli La Cozza, proprio a ridosso dell’head quarter
di BasicNet, a Torino, e sotto quei tetti storici che avevano visto gli albori dell’attività industriale sin dal 1916,
cioè da quando Abramo Vitale – un cognome che entrerà
nel Dna dell’esistenza di Marco Boglione – diede vita alla
Società Anonima Calzificio Torinese.
Seduti a un tavolino sistemato sulla balconata dell’enorme open space della pizzeria, mangiammo e parlammo
a lungo.
Passò del tempo, ma sentivo dentro di me forte il bisogno di riprendere le fila di quel discorso. Inutile dire che
finimmo nuovamente davanti a una pizza dei Fratelli La
Cozza. Fu lì che Marco mi rivelò che avrebbe proposto
al consiglio di amministrazione un suo desiderio singolare, ma, ai miei occhi, straordinario. Disse che le cose
andavano bene e che in occasione dei venticinque anni
della nascita di BasicNet, un’attività imprenditoriale cominciata con il nome di Football Sport Merchandise, gli
sarebbe piaciuto far avere a tutti i dipendenti del Gruppo
un premio speciale, una “quindicesima mensilità”, e aggiunse che era disposto a mettere a disposizione circa un
milione di euro. Dopo aver valutato bene la portata di
quella decisione, mi resi conto che avevo di fronte a me
un uomo che concepiva la sua attività di imprenditore in
un modo del tutto nuovo, anzi rivoluzionario. Mi diceva:
«Abbiamo passato anni difficili, molto pesanti anche sul
piano dell’umore, tutti hanno stretto i denti e nessuno si
è lamentato; adesso le cose vanno decisamente molto meglio e il peggio sembra alle spalle; top management e azionisti sono più sereni. Sarebbe un vero peccato se la Basic
fosse un’azienda in cui quando c’è da piangere piangono
tutti e quando c’è da ridere ridono solo in pochi».
Tra un boccone e l’altro gli lanciai l’idea di scrivere la
sua storia. Non mi disse sì, ma mi spiegò che gli ero sim-
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piano piano che ho fretta
patico e che della cosa si poteva anche parlare. E ora eccomi qui che lo aspetto nella sala del consiglio di amministrazione, una stanza strana ed elegante al tempo stesso,
con i microfoni sistemati al soffitto invece che sul piano
dei tavoli. Su altri tavoli, allineati ai muri, sono sparsi
libri illustrati, bottigliette d’acqua minerale, statuette di
soggetto militare provenienti dalla Cina, scarpine da ginnastica tricolori della Superga (da quelle che possono andare bene a un bambino di quattro-cinque anni a quelle
più grandi). Su un muro campeggiano tre gigantografie:
quello splendido sedere di donna in hot pants in jeans
che negli anni Settanta provocò un vero scandalo e rese
celebre il brand Jesus Jeans; e poi Moreno Torricelli con
la tuta della nazionale italiana con il marchietto Kappa
in bella evidenza; in mezzo alle due foto, c’è quella di un
uomo e di una donna che si abbracciano sensualmente, un
altro simbolo delle campagne pubblicitarie della Robe di
Kappa negli anni Settanta.
La sala dà sul cortile interno del “villaggio” di BasicNet
sul quale si affacciano lo Spaccio, il Gigastore, il supermercato, il bar – tappezzato di fotografie storiche dello
stabilimento del Maglificio Calzificio Torinese dei tempi
che furono –, il punto vendita della Superga, una filiale della Banca Monte dei Paschi di Siena, la lavanderia,
l’agenzia di viaggi, il parcheggio multipiano e, per l’appunto, la pizzeria Fratelli La Cozza. Il cortile si apre poi
sull’ingresso principale della cittadella commerciale, con
l’antica guardiola su corso Regio Parco. Aspetto: sono
entrato dall’ingresso principale, dalla piazza intitolata al
grande “maestro” di Boglione, Maurizio Vitale.
Marco apre la porta del suo ufficio e, dopo avermi salutato con calore come suo solito, si siede dall’altra parte del
tavolo e comincia a raccontarsi.
La cosa è tornata a ripetersi per un certo tempo. Ho preso pagine e pagine di appunti, il più delle volte in silenzio,
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marco boglione e adriano moraglio
rimontando poi il tutto a modo mio, ma fedele a ciò che
avevo ascoltato. Così fa un cronista: non è lui che deve
parlare, ma il personaggio che ha scelto…
Marco ha poi rivisto il suo racconto, aggiungendo, correggendo, riscrivendo, con l’aiuto insostituibile della mitica Roberta, la sua segretaria. Poi anch’io ho ripreso in
mano tutta la narrazione, comprese le mie parole. E ora
ecco qui il frutto dei nostri incontri e di questo intenso
lavoro. In amicizia.
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PARTE I
Ciò che ci interessa
La traccia
Quando ero un bambino per un po’ ho sognato di fare
il presidente degli Stati Uniti. Avevo cinque o sei anni
ed ero affascinato da John Fitzgerald Kennedy e da
tutta la sua famiglia. Mi dicevo: «Da grande farò quel
mestiere». Avevo una decina d’anni quando però sentii
al telegiornale che Henry Kissinger (allora consigliere
speciale per gli affari della sicurezza nazionale e uno degli uomini politici più potenti del mondo) non sarebbe
mai potuto diventare presidente degli Usa perché era
nato in Germania. Allora capii che dovevo abbandonare il mio progetto: niente da fare, non c’era neanche un
miliardesimo di possibilità. Cambiai sogno immediatamente e passai al pilota di Formula 1, ma anche questa
volta dovetti abbandonare il mio progetto. A quei tempi
i piloti rimanevano spesso vittime di incidenti mortali e
proprio in quel periodo persi due dei miei idoli – Jim
Clark e Lorenzo Bandini –, ma non fu quello che mi
fece desistere. Il fatto è che capii ben presto che, in quel
mondo, si diventava qualcuno solo se c’era chi ti sponsorizzava o se in famiglia c’era già quella passione, ma
non era il mio caso. Continuai però per molto tempo,
naturalmente senza dirlo a nessuno, a immedesimarmi
in quel ruolo soprattutto mentre guidavo.
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Ben presto pensai che avrei potuto fare l’imprenditore. Ma era un’idea che andava e veniva. In famiglia la
mia progettualità era vista con simpatia; ovviamente,
però, non ero preso sul serio. Per qualche tempo mi
concentrai su un’altra mia grande passione che mi consentiva di sognare, la fotografia, e intanto mi davo da
fare, non senza fatica, per portare avanti gli studi, cosa
che la mia creatività e voglia di vivere rendeva abbastanza problematica, al punto che in terza liceo chiesi
di essere messo in collegio per venirne fuori.
All’Istituto Filippin di Paderno del Grappa, lontano
da casa, incontrai uno di quei buoni maestri che hanno
segnato la mia vita. Il suggerimento netto e senza appello era: «Fa’ il tuo dovere qui per poter fare poi nella
vita tutto quello in cui credi». Ma questa è una storia
che dovrà essere raccontata bene.
Intanto devo dire che, a un certo punto, terminati gli studi liceali, stavo per cedere. Hai sentito bene,
Adriano, sì, proprio per cedere. Stavo cioè per non
dare ascolto alla voce dei miei sogni. Per assecondare i
consigli provenienti dalla mia famiglia, mi iscrissi al ciclo di studi universitari che meno rappresentava le mie
attitudini e aspettative: il Politecnico. Insomma, non
sarei mai stato un fotografo e neppure un medico, mio
ultimo rilancio, questo, per evitare di studiare per diventare ingegnere perito navale, l’ambizione del papà.
Per fortuna, riuscii ben presto a fuggire da quell’incubo
che paralizzava la mia gioia di vivere e mi costringeva a
una condizione che odio: non sentirmi utile a nessuno,
compreso me stesso. Quell’anno e mezzo fu forse il più
triste della mia vita.
In quel periodo, fortunatamente, incontrai Maurizio Vitale. Da quel momento avrei vissuto dieci anni straordinari e pieni di entusiasmo, passione e allegria al fianco di
quello splendido uomo e imprenditore che era Maurizio.
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piano piano che ho fretta
E ora, passando per alterne vicende, come un capitano di una nave che si ferma in porto il tempo necessario
per le riparazioni e i rifornimenti, navigando da un approdo all’altro, eccomi qua. Forse solo a metà del mio
primo giro del mondo. Con la speranza e la voglia di
fare ancora tante miglia, con dentro uno spirito che mi
spinge a uscire e ad affrontare altre traversate dal destino incerto. Con il rischio statisticamente alto di essere,
alla fine, ingoiato dalle onde, perdendo, di colpo, tutto
quello che ho guadagnato nei miei primi cinquant’anni
e che avrei, come mi continuano a dire in tanti, pieno
diritto di godermi cominciando a rischiare di meno.
Ho il desiderio di capire che cosa è successo fin qui. E
mentre lo scopro per me, Adriano, lo racconto anche a te.
Perché non voglio stare al sicuro in porto? Perché
ho fatto tutte queste miglia? Perché, dal momento che
non ho grandi bisogni e ho abbastanza soldi per soddisfarli, voglio continuare a mettermi in gioco rischiando
di farmi del male? Perché, da piccolo, volevo essere un
bravo ragazzo. Volevo crescere, essere stimato, essere
soddisfatto, avere una famiglia, essere utile e condurre
con onore questa esperienza straordinaria che è la vita.
Perché la cosa peggiore è rendersi conto di aver fatto
male qualcosa e non poter tornare indietro. Perché voglio a tutti costi evitare di dovermi dire un giorno «Mi
dispiace». è stata questa la spinta che ha dettato le mie
scelte e i miei atteggiamenti. E credo che tutti i ragazzi,
in fondo, vogliano quello che io ho vissuto fin qui. Tutti
i bambini sognano di essere bravi ragazzi. Cioè bravi
uomini.
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Ai giovani
Caro Adriano, prima di entrare nel vivo del racconto
della mia vita devo precisare perché ho accettato di
soddisfare la tua curiosità. Quali sono le mie intenzioni. Ciò che desidero è far venire ai giovani la voglia di
diventare imprenditori. Sia chiaro sin dall’inizio: non
ho alcuna intenzione autoreferenziale in questo dialogo
con te. Non intendo celebrare anniversari o successi: mi
interessa solo cercare di convincere chi leggerà queste
pagine che il mio mestiere è bellissimo. Da parecchio
tempo, ormai, sento il bisogno sempre più forte di contestare i luoghi comuni con i quali vengono presentati
gli imprenditori attraverso un caleidoscopio di interessi
politici, morali e mediatici di ogni genere. Con il risultato che, alla fine, i giovani, nella maggior parte, sognano
sin da bambini di fare i calciatori o le veline e in pochi,
troppo pochi, di creare delle aziende, di farle crescere e di diventare leader nel mondo degli affari. E tutto
questo, secondo me, con conseguenze catastrofiche per
l’economia e per il progresso sociale del nostro Paese.
Tante volte mi sento dire che sono un imprenditore
“diverso” e questa è una cosa, tra le poche, che mi irrita
un po’. A mio avviso gli imprenditori, in quanto tali,
sono tutti uguali: sono tutte persone che inseguono
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un sogno o che, in modo apparentemente incosciente, vanno incontro a rischi pazzeschi con l’entusiasmo
dei bambini che, per l’appunto, sognano di giocare un
giorno in una grande squadra di calcio e di vincere il
pallone d’oro e la Champions League. Oggi, purtroppo, dalle nostre parti l’imprenditore non è sentito con
questo spirito. Anzi, se chiedi alla gente come consideri
la “categoria”, il risultato è sconfortante. L’imprenditore è visto come un qualcuno che vive di rendita di
posizione, che fa tutto per il denaro, che sfrutta gli altri. Come se non bastasse, è immancabilmente arido e
pensa solo ai suoi interessi. Incredibile…
Eppure la grande maggioranza la pensa proprio così
e, come dicevo, nella lista dei sogni dei giovani questa
professione praticamente non esiste, mentre nell’interesse di tutte le società occidentali dovrebbe essere al
primo posto.
Indubbiamente questo è un problema che coinvolge tutti: la scuola, le parrocchie, i partiti politici, i
media, ma soprattutto le famiglie. è in casa, quando
sono piccoli, che i bambini cominciano a sognare ed
è lì che dovrebbe intervenire un processo esattamente
opposto a quello che si verifica oggi nella stragrande
maggioranza dei casi: si dovrebbe assecondare la loro
fantasia e incoraggiare la loro naturale predisposizione
a sognare una vita di successo, ovviamente mettendo
in evidenza il rischio che si deve affrontare per raggiungerla. La figura dell’imprenditore dovrebbe essere
messa tra le prospettive nobili e meritorie che i bambini hanno davanti a sé.
Io sono stato fortunato perché a me è successo proprio così e a questo proposito mi considero veramente
un privilegiato. Sicuramente per diventare quello che
sono ci ho messo molto di mio e la fortuna ha fatto poi
la sua parte, ma non è stata certo una passeggiata arri-
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vare fin qui. Se l’ambiente familiare, scolastico e sociale
nel quale sono cresciuto fosse stato quello di molti miei
amici – aspirazione a un posto fisso, attenzione a non
farsi sfruttare, non mettere mai tutto in gioco, con l’aggiunta di tentazioni latenti di modelli sociali alternativi
all’economia di libero mercato e al capitalismo – probabilmente non avrei neppure provato a diventare un
imprenditore.
E allora ecco quello che maggiormente mi interessa:
riuscire a convince i giovani che i sogni possono anche
realizzarsi. Ciò detto, sgombriamo subito il campo da
un alibi che spesso sento circolare tra giovani e meno
giovani: «È meglio non sognare per non rischiare le delusioni cocenti dell’insuccesso». Un alibi così innaturale e assurdo che può portare perfino all’immobilismo.
Certo, me ne rendo conto: pensare che i sogni possano
realizzarsi significa accettare il rischio che non si avverino, perché lanciarsi in questa o in quella avventura –
di impresa o di vita – implica sempre una molteplicità
di fattori che non dipendono tutti da noi. Senza dimenticare che quando uno cerca di realizzare qualcosa che
altri non hanno ancora fatto, spesso si leva un coro di
voci per ammonirlo che la sua idea è sbagliata e che
non lo porterà da alcuna parte. E siccome uno non è un
alieno o un pazzo ascolta i consigli ma vuole comunque
fare. è una situazione che mi è capitata spesso. Tante
volte mi sono chiesto che cosa fare quando è la mia
stessa intelligenza a indicarmi che quanto vorrei realizzare potrebbe non succedere.
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Il rischio di intraprendere
Il problema di fondo sta nel fatto che nella gran parte
dei casi la gente pensa di lanciarsi in un’impresa solo
quando intravede grandi probabilità di successo. Io,
invece, ho sempre fatto cose che in partenza, almeno
secondo gli altri, avevano pochissime probabilità di riuscita. Ma se questo è il punto di inizio la logica impone
che, proprio perché c’è un forte rischio, si debba agire
con il massimo dello slancio e dell’energia. Insomma,
è evidente: poste queste condizioni, l’avvio è sempre
drammaticamente incerto.
L’incertezza deriva dal fatto che uno parte ed è quasi
sicuro che il risultato non arriverà. Però sia ben chiaro:
“quasi” sicuro. Questa è stata, se ci penso bene, l’ottica con cui ho affrontato la realtà nella mia storia di
imprenditore. Questa è la mia esperienza: fare diversamente significherebbe escludere dall’orizzonte dell’avventura imprenditoriale quella componente di destino
che non dipende da te e che, invece, va presa in considerazione come un vero e proprio valore aggiunto.
Facciamo un esempio: se uno compra un biglietto della
lotteria, perché lo fa? Perché pensa di avere almeno
una possibilità su un miliardo di vincere. Sa che con
ogni probabilità perderà, ma non può escludere a prio-
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ri che il sogno di vincere possa realizzarsi. è a tale livello che scatta quel meccanismo che chiamiamo capacità
di distinguere: distinguere tra battaglie che si possono
vincere, anche se con pochissime probabilità, e quelle
che sicuramente si concluderanno con una sconfitta. è
il momento della valutazione, è il momento in cui sei
solo. Ma se uno si abitua a fare le cose per se stesse,
perché crede cioè che possano realizzarsi, bene, siamo
sulla strada giusta. è un po’ come sfidare il destino provocandolo e quasi “giocandoci contro”. C’è una frase
che la scrittrice Marguerite Yourcenar, nel suo Memorie di Adriano, attribuisce al grande imperatore romano
che era anche un filosofo: «Volevo trovare la cerniera
ove la nostra volontà s’articola al destino». Ecco, mi ci
identifico pienamente.
Qualcuno dirà che parlo così perché mi è andata
bene. Penserà ai piccoli e grandi successi di BasicNet
e dei suoi marchi (Kappa, Robe di Kappa, Jesus Jeans,
K-Way, Superga); ai trascorsi di successo in Borsa; alla
trasformazione di una vecchia fabbrica di 20.000 metri
quadrati – che tutti volevano abbattere per farne un
condominio residenziale – e che invece è stata trasformata in un “villaggio” multifunzionale, moderno, divertente e redditizio. Si penserà alla mia situazione di
armonia familiare e prosperità. Ma credimi, Adriano –
e ogni imprenditore può testimoniarlo –, ci sono giorni
in cui tutto va per il meglio e altri in cui è un disastro.
Momenti in cui le contrarietà sembrano aver partita
vinta, in cui le certezze vacillano, in cui si comincia seriamente a pensare a come mettere in salvo i “passeggeri” quando si sa ragionevolmente che un’altra sola
onda farebbe affondare la nave. Mi è capitato diverse
volte: quando la situazione è veramente critica te ne accorgi anche dalle facce delle persone che incroci e che
ti guardano come un morto che cammina.
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piano piano che ho fretta
In questi casi il mondo si divide in tre categorie. Quelli che, scuotendo la testa, fanno finta di essere tristi facendoti però capire che loro ti avevano avvertito («Io te
l’avevo detto…»). Quelli che, sinceramente dispiaciuti,
non capiscono bene quello che ti sta succedendo, ma
che cercano comunque di rincuorarti: che tenerezza!
E infine quelli che, invece, ti conoscono a fondo, ti vogliono bene e ti fanno coraggio per davvero, ricordandoti che tu hai sempre creduto in quello che hai fatto e
che di conseguenza il fallimento non sarebbe un dramma. Come, in fondo, non lo è la morte per un soldato
leale e coraggioso che “ci rimane” al fronte. In questo
senso un grande insegnamento lo ricevetti a diciassette
anni, quando morì il mio nonno materno e la mamma
ci lesse i vari testamenti che aveva scritto mentre era
in vita. Lui aveva partecipato alle due guerre mondiali
(la seconda da volontario perché era stato gravemente
ferito nella prima). Mia madre è nata nel 1927 e di conseguenza, quando lui era al fronte, era una ragazzina.
Mi colpì in modo straordinario un passaggio dedicato
alla sua unica figlia: «Se non torno non piangere per
me. Io sono felice, perché sono morto per qualcosa in
cui credevo tanto e che amavo tanto, come te. L’Italia».
Come dire: una barca è al sicuro in un porto, ma non è
fatta per quello.
E allora? E allora bisogna fare le cose con tutto lo
slancio e la volontà possibili, anche se la ragione fa pensare che quella particolare impresa riuscirà solo grazie
a uno straordinario colpo di fortuna. Rimane il fatto
che uno deve sempre agire come se l’obiettivo debba
essere centrato a ogni costo. è una virtù, questa, che
non puoi comprare e che non è frutto dello studio. è
un qualcosa di innato che hai dentro, ma che puoi molto migliorare osservando gli altri.
Sono sempre più convinto che i migliori maestri sia-
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no quelli da cui si impara senza che loro ti insegnino
niente. In questo senso nella mia vita ne ho avuti di
straordinari. Li cito subito: la mia tata, la «signorina»;
mia madre; fratel Roberto Sitia; più tardi il mio amico
Maurizio Vitale e Gianluigi Gabetti. Sono state loro le
persone da cui ho imparato ciò che ho detto fin qui:
saper fare le cose in modo diverso dal pensare comune; il valore del ragionare in modo autonomo. Finché
una cosa rimane nella mente che l’ha intuita o concepita continuerà a essere pura fantasia e con il passar
del tempo tenderà a trasformarsi in una cosiddetta sega
mentale. Ma se prende corpo allora…
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PARTE II
Dove nasce un imprenditore
Le origini
Sono nato il 9 maggio 1956, terzo di tre figli maschi di
una famiglia torinese, borghese e appartenente al ceto
medio-alto. Non tardai ad avvertire le conseguenze del
boom economico degli anni Sessanta. Come pure ricordo bene la fine di quegli anni, quando tutto cominciò
a complicarsi.
Avevo la fortuna di vivere, e lo dico senza timore di esagerare, in una famiglia perfetta. Perfetta nel senso che era
quel tanto diversa dagli stereotipi di quegli anni grazie,
soprattutto, al carattere e alla personalità di mia madre.
Se ripenso oggi a nostra madre (dico così perché è stata la stessa cosa anche per i miei fratelli, rispettivamente
maggiori di quattro e otto anni), devo riconoscere che è
stata l’anello di congiunzione tra quel mondo e il futuro,
e questo ha fatto la differenza nell’educazione che abbiamo ricevuto e ciò è stato determinante in un contesto
che, per ovvi motivi, era portato al conservatorismo.
Più precisamente, la nostra era una famiglia per nulla
fuori degli schemi, ma il carattere, la personalità e le
esperienze di nostra madre sono riusciti a darci quella
spinta in più e alla fine tutti noi fratelli abbiamo fatto la
stessa cosa, gli imprenditori, sia pure in ambiti diversi,
con approcci molto differenti, ma con risultati simili.
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marco boglione e adriano moraglio
E questo perché il punto di partenza è stato lo stesso,
e cioè quella scarica di adrenalina che nostra madre sapeva trasmetterci dicendo che dovevamo farci una posizione, contare su di noi, non piangerci mai addosso per
le cose andate storte, concepire la vita come una scalata
verso qualcosa di bello, di serio, da compiere con attenzione e da non affrontare con superficialità. Non è
casuale che i miei primi anni di vita siano stati piuttosto
difficili. Ho scoperto molto tardi di essere dislessico.
Sì, Adriano, faccio una fatica inenarrabile a leggere.
Non puoi immaginare quanti errori di ortografia riesca
a commettere nonostante rilegga innumerevoli volte
quello che ho appena scritto. Quando andavo a scuola
la mia dannazione erano i temi; grandi ragionamenti
costellati di banali errori di ortografia, inversione o sostituzione di lettere, “h” messe dietro la “a” invece che
davanti e via dicendo. Non ho alcun problema ad ammettere che sul lavoro sono stato salvato dai programmi di correzione automatica dei pc.
A quei tempi l’attenzione che la scuola riservava a
quel genere di problema era pari a zero. I bambini che
soffrivano di tale disturbo finivano per essere classificati come “cattivi” perché andavano male a scuola,
perché erano irrequieti, perché invertivano le lettere
quando leggevano. Così, su suggerimento dei Fratelli
dell’Istituto San Giuseppe, a Torino, fui ritirato dalla
prima elementare. Avrei corso il rischio di essere bocciato e tanto valeva risparmiarmi quell’umiliazione. Fui
salvato da una meravigliosa scuola pubblica periferica,
a poche centinaia di metri da dove abitavamo. La mia
maestra guidava una pluriclasse; due degli allievi erano
suoi figli e ci capitò anche di essere solo in cinque.
In questa nuova scuola trascorsi cinque anni molto
belli. Il mio compagno più caro si chiamava Walter e
siamo ancora amici.
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piano piano che ho fretta
L’altra figura di riferimento di quegli anni fu mio
nonno materno. Mi piaceva stare con lui: appassionato
di modellismo, i suoi riferimenti erano l’officina e la
montagna. Per tutto il resto si faceva gestire pazientemente dalla moglie e dalla figlia. Aveva la passione dei
trenini ed era capace di aggiustare tutto. In occasione del Natale e quando compivo gli anni i suoi regali
erano trapani, seghe elettriche, cassette degli attrezzi.
Molti di quegli utensili li ho e li uso ancora. Tra le persone che mi sono state vicine in quel periodo ricordo
anche la mia «signorina», una ragazza di Termoli. Nel
dopoguerra, per ragioni economiche, era stata mandata in convento dalla sua famiglia, ma lei, non avendo la
vocazione, l’aveva abbandonato per fare la bambinaia.
Continuava a ripetermi che, da grande, mi avrebbero
fatto Papa perché ero bello e intelligente. Quella prospettiva, però, non mi entusiasmava affatto perché già
allora sapevo che i preti non potevano sposarsi e così
mi dicevo che era molto meglio fare il presidente degli
Stati Uniti.
C’erano anche le due nonne, molto presenti e infinitamente diverse tra loro. La mamma, purtroppo, era
malata; le avevano diagnosticato un cancro che non
aveva e per questo l’avevano operata. L’intervento era
andato malissimo e i medici – incredibile – speravano
che morisse per imputare il suo decesso alla malattia
e non a una tremenda vicenda di malasanità che meriterebbe un libro. La disperazione di perderla indusse
mio padre a una azione coraggiosa e molto rischiosa,
insolita per il suo carattere. Contro il parere di tutti i
baroni della medicina torinese, sodali del medico colpevole di quel disastro, trasferì sotto la sua responsabilità la mamma – a cui erano state date solo poche ore di
vita – a Genova. Qui Edmondo Malan, un grand’uomo
e galantuomo, chirurgo cardiovascolare di fama mon-
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diale, che non aveva intrallazzi con la lobby della medicina torinese, tentò con successo un intervento molto
complesso per porre rimedio allo scempio che avevano compiuto sulla mamma recidendole arteria e nervo
femorale durante una banalissima, e peraltro inutile,
operazione per asportarle l’utero.
Dopo qualche mese la mamma tornò a casa, ma ci
vollero diversi anni perché, nonostante la sua grinta,
potesse riprendere una vita pressoché normale. Questo
periodo è il primo della mia vita che ricordo lucidamente. Mi tornano in mente con un’estrema chiarezza tantissimi episodi: le giornate di scuola, le ore con i
nonni, le lunghe chiacchierate con la «signorina», i discorsi “da grandi” che facevo con il mio amico Walter.
Mi sorprende sempre come siano lucidi e netti i ricordi
della mia vita a partire da quel momento (la malattia di
mia madre).
In particolare, ci sono due fotogrammi della mia primissima infanzia che mi sono rimasti impressi nella
mente. Il primo è sicuramente la pietra miliare della
mia memoria cosciente perché tutto parte da lì. Ero
molto piccolo, poco meno di due anni, credo. Era primavera. Abitavamo a San Vito, a Torino, in una bella villa che papà e mamma avevano costruito proprio
l’anno in cui ero nato. La casa sorgeva su una parte di
terreno di proprietà della famiglia della mamma, che
aveva numerosi cugini. Alcuni vivevano nella vecchia
Villa Nina, una costruzione del Settecento che il nonno
della mamma aveva comprato ai primi del Novecento e
così chiamato in onore della moglie. Altri avevano invece costruito case sul terreno della villa. Vivevamo così
in una specie di comunità di cugini di tutte le età. Io,
allora, ero il più piccolo. Bene, un giorno, come spesso
capitava, si decise di andare in gruppo a fare una passeggiata alla fontana. La collina era servita ottimamente
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da tante fontanelle municipali – eleganti colonnine di
ghisa verniciate in verde con in cima una testa di toro
in bronzo, con tanto di corna, che dalla bocca gettava acqua fresca in continuazione. Io ero sul passeggino tenuto da Francesco, il mio fratello più grande che
aveva una decina d’anni, sotto gli occhi attenti della
«signorina». La strada era in discesa e ricordo, come
se li avessi davanti agli occhi, tanti bambini vocianti e
felici. Quando fummo vicini alla fontana, Francesco,
per fare il bullo, lasciò andare il passeggino che ovviamente accelerò. Provai una sensazione di vuoto prima
che qualcuno lo bloccasse. Quei pochi istanti di terrore
sono rimasti stampati nella mia mente e sono la prima testimonianza cosciente che ho della mia comparsa
sulla terra. Per fortuna il terrore di quegli attimi svanì
presto, coperto dalle grida divertite dei bambini e dalla
sgridata che Francesco si beccò dalla «signorina».
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Un capriccio, un pesce, il primo contratto
L’altro fotogramma della mia infanzia che ho stampato
nella memoria riguarda il periodo della malattia della
mamma. Lei era persuasa di non poter sopravvivere a
lungo e forse per questo era diventata molto presente
e indulgente nei miei confronti. Nell’aprile del ’62 passammo insieme due settimane ad Alassio, alla pensione
Eden. Al ritorno sarebbe stata operata e così desiderava stare un po’ di tempo sola con me perché temeva
che, essendo così piccolo, non avrei ricordato niente di
lei se non fosse riuscita a cavarsela.
Un giorno le chiesi di portarmi a pescare al porto. Lei
mi comprò subito la canna da pesca e, dal momento
che nel negozio vendevano anche delle piccole macchine fotografiche, me ne acquistò una.
Andammo al porto dove riuscì a convincere un marinaio ad aiutarla a togliere il sedile posteriore della sua
fiat 600 e poco dopo il “signorino” era comodamente
seduto in poltrona sulla banchina aspettando il pesce
che, naturalmente, non arrivò. A fine mattinata il mio
rifiuto a mollare fu categorico. Mi ero messo in testa che
volevo una foto con una preda e, per di più, scattata
con la nuova macchina fotografica. Il capriccio quella
volta fu immenso e finì solo dopo essere andati a com-
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marco boglione e adriano moraglio
prare un bel pesce in pescheria e averlo immortalato –
con la mia nuova macchina fotografica – attaccato alla
canna. Il senso di colpa per quel capriccio mi tormentò
per anni, ma non dimenticherò mai la soddisfazione
che ancora oggi traspare dal mio sorriso in quella foto.
Nella primavera del ’66, quando frequentavo la quarta elementare, si verificò un episodio che ha una certa rilevanza per il contesto e lo scopo di queste nostre
chiacchierate: il mio primo vagito imprenditoriale.
Una domenica pomeriggio, mentre giocavo per strada con alcuni bambini e il mio amico Walter, commisi
una vera stupidaggine che poteva costarmi carissima.
Maneggiando impropriamente una pistola scacciacani
neanche tanto giocattolo – a quei tempi il tema della sicurezza dei giocattoli era pressoché inesistente –
esplosi un colpo la cui fiammata finì direttamente nei
miei occhi ferendoli seriamente. Fu un incidente grave
a causa del quale dovetti trascorrere un mese all’ospedale Oftalmico – due settimane con gli occhi completamente bendati – e subire tre o quattro interventi per
rimuovere tutti i resti della polvere da sparo. Per rendermi meno opprimente tutto quel tempo che dovevo passare al buio la Mimma, così veniva chiamata la
nonna Angelica, la mamma della mamma, mi insegnò
a lavorare all’uncinetto. In pochissimo tempo imparai
il facile punto catenella e cominciai a fare le presine da
pentola e a venderle poi ai vari parenti e amici che venivano a trovarmi. Il prezzo era di 500 lire ciascuna. Alla
fine ero arrivato a farne una dozzina al giorno. A quei
tempi 5 o 6.000 lire al giorno erano una fortuna, e non
solo per un bambino; la fiat 500 costava 500.000 lire e
io in un mese ne tirai su quasi 150.000! Quelle presine
erano talmente tante che girano ancora oggi per le case
di famiglia. Lavorare mi aiutò moltissimo e forse ci presi gusto proprio in quella circostanza.
28
piano piano che ho fretta
Terminate le scuole elementari ritentai, alle medie,
l’avventura scolastica all’Istituto San Giuseppe. In quel
periodo presi coscienza di un problema che fino ad allora non avevo considerato tale, anzi a dire il vero aveva costituito per me una sorta di privilegio. Mi riferisco
al soffio al cuore congenito che sapevo di avere, ma di
cui ero molto fiero perché tutti ne parlavano e poi perché mi evitava di fare qualsiasi tipo di commissione per
papà e mamma andando su e giù per le scale di casa,
perché non potevo affaticarmi. Meno contenti erano i
miei fratelli che privi di alibi dovevano, loro malgrado,
sbattersi anche per me. Io non potevo permettermi le
fatiche (anche derivanti da giochi) dei miei coetanei,
privazione che però compensavo con altri vantaggi
come quello, per esempio, di avere molto presto un
motorino invece della bicicletta.
Dal momento che abitavamo in collina, mia madre era
terrorizzata dal fatto che andassi in bicicletta in salita e
mi sottoponessi a sforzi che il mio fisico, in teoria, non
poteva tollerare. In effetti era molto difficile rispettare
quel divieto categorico: non seguire gli amici con la bicicletta era praticamente impossibile. Ci voleva una supermotivazione e così una sera la mamma giocò la carta
estrema: «Se mi prometti che non andrai più in bici, in
primavera ti regalo un motorino». L’offerta era per me
talmente allettante che la mia prima preoccupazione fu
che la mamma non cambiasse idea. Ricordo che andai
subito in camera mia, presi un foglio del block notes e
in testa ci scrissi «Contratto». Erano poche righe, ma
estremamente chiare: «Se Marco Boglione non toccherà
la bicicletta fino al suo prossimo compleanno, il 9 maggio 1967, Anna Boglione gli comprerà un motorino».
Portai quindi quel “documento” alla mamma e le chiesi
di firmarlo, cosa che fece sorridendo divertita. Misi la
mia bici in garage e non ne toccai più una per tutto l’in-
29
marco boglione e adriano moraglio
verno. Il 25 aprile, mio onomastico, in anticipo sui termini contrattuali, ricevetti il mio primo bolide modello
Giulietta Peripoli, motore Franco Morini, monomarcia,
con pedali ausiliari, rosso fuoco. Bellissimo. Il primo
contratto della mia vita era andato a buon fine.
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Storie di nonni e bambini
Come ti ho già accennato, Adriano, frequentai le scuole medie al San Giuseppe: tre anni lineari, ordinati e
sereni. Un bel periodo davvero. Mi sentivo ormai più
grande, non ero più un bambino. Scorazzavo in collina
con il motorino e gli amici, studiavo un po’ e giocavo
tanto a golf.
Papà è sempre stato un vero sportivo, e lo è ancora
adesso che ha superato gli ottanta: sciava e giocava a
tennis benissimo e a un certo punto, verso i trentacinque-quarant’anni, cominciò anche a dedicarsi al golf. I
miei fratelli erano stati impostati rispettivamente sullo
sci e sul tennis e a me, in quanto ultimo, era toccato
il golf che, peraltro, si confaceva perfettamente al mio
problema di cuore perché non richiedeva sforzi violenti e improvvisi. Papà aveva poi buona compagnia per
ogni disciplina. Devo ammetterlo: era decisamente un
bel vivere.
Tutti i giorni, dopo pranzo, veniva da noi una studentessa universitaria che mi aiutava a fare i compiti, terminati i quali potevo raggiungere gli amici. Nel frattempo,
con la complicità delle nonne, ero riuscito a farmi regalare un nuovo motorino con le marce. La mia adorata «signorina» ci aveva lasciati per andare in un’altra famiglia
31
marco boglione e adriano moraglio
perché la mamma riteneva che ormai fossi abbastanza
grande per cavarmela da solo. Le ero molto affezionato
e devo ammettere che per un bel po’ ho sofferto molto.
Dopo qualche mese, a Natale, per consolarmi mi regalarono il mio primo cane, Mirko, un bel Cocker Spaniel.
Molto presenti in quel periodo furono anche i nonni. Trascorrevo molto tempo con loro; erano tutti e tre
molto diversi. Nonno Edo, la Mimma e la mitica nonna Maria (purtroppo il nonno paterno, Francesco, era
morto quando papà aveva dieci anni). A quest’ultima
ero così affezionato che un giorno, quando avevo otto
anni, mentre ero immerso nei sogni di un bambino che
voleva sentirsi grande e si immaginava già genitore, mi
resi conto che ci sarebbe potuto essere un problema
serio, che mi avrebbe costretto a mutare i progetti rinunciando a qualcosa a cui tenevo moltissimo: poter
continuare a sognare che un giorno avrei avuto una figlia di nome Maria Boglione. Per un po’ di tempo fui
crucciato da questa preoccupazione, perché credevo
che quel nome avrebbe fatto gola anche ai miei fratelli più grandi che realisticamente avrebbero avuto figli
prima di me. Qualche tempo dopo, determinato a risolvere quel problema che mi rodeva come un tarlo,
affrontai la realtà.
Un giorno, mentre stavamo pranzando ed erano presenti tutti quelli che mi interessavano, genitori e fratelli,
presi il coraggio a quattro mani e comunicai solennemente che volevo così bene alla nonna che da grande
avrei voluto avere una figlia e chiamarla Maria. La mia
dichiarazione fu ovviamente accolta dai miei fratelli con
lo scherno e l’ironia di chi è più grande e solo per quello
si sente più figo: «Ma se hai ancora il latte sulle labbra!».
Papà e mamma sorrisero a quella scenetta, compiacendosi tra loro per l’affetto che dimostravo nei confronti
della nonna, ma non vi diedero troppo peso. Nessuno,
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piano piano che ho fretta
infatti, poteva sospettare quanto fosse importante per
me quell’uscita. Era solo la prima pietra di un lungo
percorso che mi vide, solo a distanza di quarant’anni,
trionfare nell’impresa che mi stava tanto a cuore.
Quella volta a tavola nessuno mi disse sì o no, ma
da quel momento ebbi l’accortezza di ribadire la mia
intenzione a ogni occasione; la mamma, divertita, inconsapevolmente mi aiutò molto perché raccontava
spesso l’episodio alle amiche e ci scherzava sopra con la
nonna. Io tutte le volte che se ne parlava ribadivo con
tenacia tale intenzione, mantenendo un atteggiamento
molto serio, il che, data l’età, incuriosiva e divertiva ancora di più. Presto questo progetto fu ben noto a tutti
quelli che ci frequentavano.
Comunque molti anni dopo Francesco ebbe la prima
figlia, e la chiamò Lara; poi fu la volta di Chicco, e la chiamò Francesca. Quando fu il mio turno capitò una cosa
curiosa: per una svista clamorosa l’ecografo di Daniela,
la mia prima “moglie”, ci comunicò che era in arrivo una
bambina. Fu festa grande e tutti si complimentavano con
me come se avessi vinto il Tour de France. Mi dicevano: «Allora ce l’hai fatta! Bravo, la chiamerai Maria!».
Daniela e io eravamo molto felici. Lei perché anche la
sua amatissima nonna si chiamava Maria e poi perché mi
vedeva così contento e fiero. Tutti erano già pronti con
regali, pizzi e bavaglini rosa con tanto di iniziali, ma intorno alle 4 del mattino del 25 luglio 1986 nella sala parto
della clinica Bidone rimasero tutti di stucco: un maschio,
un bel maschio di quasi quattro chili. Il primo maschio
in famiglia! Daniela era molto contenta lo stesso, lei in
fondo preferiva un bambino. Durante la telefonata che
seguì immediatamente il lieto evento la mamma mi anticipò: «Allora è nata Maria?». «No – le risposi – ma in
compenso c’è un piccolo Lorenzo, bello e sano!»
Eravamo di nuovo tutti contenti. Che fortuna! Ol-
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marco boglione e adriano moraglio
tre all’opzione sul nome Maria avevo vinto anche un
figlio che si chiamava come mio padre. Poi Francesco
ebbe anche Anna, come la mamma, seguito da Harry
e da una bambina, chiamata Ruby. Chicco ebbe due
maschi, Filippo ed Edoardo, come il nonno Edo. A me
e a Daniela arrivò due anni dopo, il 25 marzo 1988,
Alessandro che come Lorenzo fa di secondo nome Davide Maria. Quattro figli Francesco, tre Chicco, due io.
I giochi sembravano chiusi. Il caso aveva voluto che
il nome «Maria Boglione», per colpa mia, saltasse in
famiglia una generazione.
Ammetto di aver avvertito spesso un senso di colpa
per questo. Quasi vent’anni più tardi, nella primavera
del 2003, la ginecologa di Stella, la mia seconda “moglie”, durante una delle prime ecografie mi chiese se volevo conoscere il sesso del nascituro. Dopo che le ebbi
risposto di sì a condizione che ne fosse certa al cento
per cento, mi comunicò che era una bambina. Quella
fu un’emozione veramente pazzesca che non riuscii a
camuffare bene, facendo una buffa figura davanti a una
futura mamma e a una ginecologa molto più giovani di
me. Il 9 ottobre 2003, verso le 8 del mattino, il mio progetto di quarant’anni prima si era finalmente realizzato
con l’arrivo di una piccola Maria. Fantastico!
I tre nonni erano molto diversi tra loro. La Mimma
era nata ad Alessandria nel 1905 e continuava a essere
affascinata dalla nobiltà e a ricordare gli ambienti di
corte che andava fiera di aver frequentato in gioventù.
In casa circolava una foto in cui era immortalata mentre salutava il principe Umberto in visita a Bardonecchia, che la ammirava con lo sguardo di Bill Clinton
davanti a Monica Lewinsky. Era proprio quello che si
dice una splendida donna. Non si interessava di politica ed era per noi fratelli la figura più amorevole e consolatoria della famiglia. Le piaceva raccontare i tempi
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piano piano che ho fretta
della guerra e le storie di quando la mamma era bambina. I miei più grandi capricci furono placati dalle sue
pazienti coccole.
Da lei ricevetti anche un grande insegnamento. Aveva
una casa al numero 12 di via Cibrario che poteva essere
un negozio di antiquariato, oggi forse anche un piccolo
museo. Le piacevano in modo particolare le porcellane antiche e collezionava i piatti di Copenhagen che
teneva appesi con cura a una parete. Tutti tranne uno,
il primo della collezione, che era esposto in bella vista
su un tavolinetto in legno rotondo con una sola gamba
che poggiava su una base di tre piedini (la struttura di
per sé più instabile al mondo), collocato sapientemente
su un tappeto del Settecento.
Un giorno la Mimma, preoccupata che la mia vivacità
potesse far danni, mi raccomandò molto di non correre
in salotto rischiando di far cadere i soprammobili. Naturalmente, sentendomi molto furbo, cominciai a correre tenendomi a distanza di sicurezza dai mobili, ma al
secondo giro, mentre affrontavo una curva per attraversare una porta, scivolai sul tappeto che, partendo letteralmente via, si trascinò dietro proprio il tavolino con il
piatto “numero uno”. Ci rimasi talmente male che me
lo ricordo ancora; ero così disperato per la cazzata che
avevo fatto che rimasi praticamente impietrito. Lei, sentito il botto e il rumore di cocci, si precipitò e accertato
che non mi fossi fatto male mi prese in braccio ammutolito e terrorizzato, mi portò la testa sulla sua spalla e incominciò a bisbigliarmi nell’orecchio: «Lo vuoi sapere
un segreto che non avevo mai detto a nessuno?» Io un
po’ titubante e sorpreso da quel suo atteggiamento – la
mamma mi avrebbe scuoiato – mi limitai ad annuire.
«Quel piatto lo odiavo! Era tanto tempo che non sapevo come disfarmene. Mi hai fatto un grande piacere.»
Rimasi un po’ scosso, ma mi ripresi quasi subito dal
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marco boglione e adriano moraglio
dolore pazzesco che sentivo. Solo molti anni dopo capii
che si era trattato di un vero gesto di compassione. La
Mimma adorava quel maledetto piattino.
Il nonno Edo era invece socialista. Social-Democratico,
Saragat tanto per intenderci. Era molto scettico e critico
nei confronti dei comunisti e sul ruolo che si diceva avessero avuto i partigiani alla fine della guerra. Considerava
“sacre” le istituzioni democratiche; si è sentito, fino alla
morte, un Ufficiale Istruttore degli Alpini.
Naturalmente in casa non poteva parlare di politica
perché, in generale, considerato da tutti troppo di sinistra e poi perché benediva il giorno in cui i Savoia avevano lasciato spazio alla democrazia (e questo mentre
la Mimma conservava la foto con dedica di Umberto).
La mia idea politica parte da lì, negli anni Sessanta, e
comincia a formarsi mentre assisto divertito e curioso
alle discussioni che si accendevano d’improvviso tra
lui e la nonna Maria che, invece, era un’accesa sostenitrice di Mussolini. Appena si toccava quell’argomento
sprizzavano scintille, ma venivano subito divisi. Sì, il
nonno Edo e la nonna Maria non si amavano alla follia,
si rispettavano, ma hanno continuato a darsi del lei per
tutta la vita.
Dopo quelle baruffe tutti e due si sentivano obbligati
a spiegare le loro ragioni e io, dal momento che passavo
molto tempo con loro, ho ricevuto una formazione un
po’ radicale, ma assolutamente bipartisan. Sì, la pensavano veramente in modo diverso.
Sul finire degli anni Sessanta la mamma cominciò a
stare un po’ meglio. Francesco aveva, con qualche patema d’animo, passato la maturità, mentre le piazze italiane si surriscaldavano politicamente per le manifestazioni degli studenti al fianco di operai e intellettuali. Il
’68 per l’appunto. L’attaccamento particolare che provo per Francesco nasce proprio in quegli anni, quan-
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piano piano che ho fretta
do gli vidi fare cose strane, che non capivo, ma di cui
ammiravo istintivamente il coraggio che richiedevano.
Mio fratello, dopo essersi fatto regalare come premio
per la maturità un classico pulmino Volkswagen antesignanamente attrezzato a camper, dichiarò di partire
con un amico per un viaggio culturale nell’Europa del
Nord. A quei tempi andare in giro non era facile come
adesso e per questo in casa tutti erano sulle spine per
quell’avventura.
I piani segreti di Francesco e del suo amico Valerio
Pascotto erano, però, ben diversi. Arrivati a Trieste si
imbarcarono con il pulmino su un mercantile e intrapresero di nascosto un viaggio pazzesco e magnifico
che li portò, udite udite!, fino a Kabul in Afghanistan;
uno dei posti cult di quegli anni e dove i bravi ragazzi
di tutto il mondo, che per principio non volevano fare
a botte, indipendentemente dalle loro idee politiche,
si rifugiavano. Mio fratello maggiore era diventato un
hippy. A casa regnava un clima surreale: erano tutti senza parole e avevano molta paura. Qualche bella litigata
tra papà e mamma che si addossavano reciprocamente
la colpa per il gesto di Francesco la ricordo bene; come
ricordo lo sconforto quando dal telegiornale sentimmo
di una catastrofica alluvione nell’allora Pakistan occidentale con centinaia di migliaia di morti e circa dieci
milioni di profughi in India in un periodo in cui Francesco non dava notizie di sé e non si sapeva bene dove
fosse. E così il Natale del ’69 fu mestissimo: nessuno
aveva voglia di far festa perché non avevamo notizie da
un bel po’.
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Le radici imprenditoriali
Nella nostra famiglia lo spirito imprenditoriale ha le
sue origini – almeno per quanto mi è dato sapere – nella storia di un’intraprendente e giovane contadina di
nome Domenica Boglione.
Verso la metà dell’Ottocento in una cascina di Bra, in
provincia di Cuneo, la ragazza si accorse che i mercanti di bestiame che acquistavano i bovini allevati dalla
famiglia del marito ricavavano un buon profitto non
solo dalla vendita della carne, ma anche da quella dei
pellami – sempre più richiesti dalla nascente industria
della conceria – senza riconoscere però alcun aumento
di prezzo ai contadini. La leggenda vuole che Domenica convinse l’anziano suocero a investire i suoi risparmi
per dare inizio, assieme ad altri allevatori della zona,
all’industria della conceria. Fu allora che ebbe inizio la
prima attività industriale della nostra famiglia.
Qualche anno dopo, nel 1865, fu costituita a Bra la
società Concerie Domenica Boglione e Figli.
L’intuizione, oggi si direbbe la vision, di una contadinella molto probabilmente semianalfabeta, il coraggio e l’ambizione di una solida e grande famiglia rurale si trasformarono, nel giro di qualche decennio, in
una grande realtà produttiva con superstabilimenti e
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marco boglione e adriano moraglio
migliaia di operai. I Boglione erano diventati “ricchi”.
Uno dei figli di Domenica fu il padre del nonno Francesco, quello che non ho mai conosciuto, il papà di mio
padre, il marito della nonna Maria.
Il nonno Francesco, all’inizio del Novecento, era il
giovane rampollo di una grande famiglia industriale
self-made e quindi fu fatto studiare; sembra che nel periodo immediatamente prima della Grande Guerra sia
stato spedito in America per imparare le tecniche più
moderne della conceria e della finanza. Fatto sta che
il nonno Francesco, insieme con suo fratello Bartolomeo, nel 1921 acquisì il controllo di una delle più grandi aziende italiane del settore: le Concerie Gilardini di
Torino, una delle prime società a essere quotata alla
Borsa Valori Italiana già nel 1902.
Durante il ventennio, e grazie anche allo sviluppo
economico e sociale di quel periodo, l’azienda, grande fornitrice dell’esercito e delle istituzioni, fece affari
d’oro e si sviluppò moltissimo. Nel giro di una sessantina d’anni la famiglia era passata dalla pastorizia all’industria e dalla provincia alla città. Era nato il ceppo
torinese dei Boglione. Cioè noi.
L’industria, in generale, si sviluppava; le commesse
militari aumentavano continuamente e l’utilizzo del
cuoio era sempre più diffuso: dalle scarpe alla componentistica dei primi aeroplani, passando per tutti gli
equipaggiamenti militari e industriali e innumerevoli
oggetti di vita comune. Basti pensare che la plastica
non era stata ancora inventata e che tutto quello che
oggi si vede realizzato con questo straordinario materiale era fatto solo in cuoio.
Il nonno Francesco era un bell’uomo, molto brillante, esponente a pieno titolo del jet set di quei tempi.
Sposò la nonna Maria, una ragazza di Santena che veniva da una famiglia di impresari edili il cui capostipite
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piano piano che ho fretta
era amico di Cavour e che sicuramente si era arricchito
con i grandi lavori pubblici voluti dal famoso Primo
Ministro. L’infanzia di mio padre, che nacque nel 1926,
si svolse quindi in un periodo ricco e pieno di prospettive. Purtroppo nel 1937, a soli quarantasette anni, il
nonno Francesco morì all’improvviso.
Nel ’39 scoppiò la seconda guerra mondiale e la nonna Maria si trovò di colpo sola, con due figli piccoli e
un cognato ormai anziano, ad affrontare un’esistenza
complicata e piena di incognite che, di fatto, si concluse nel 1943 con un bombardamento dell’aviazione anglo-americana che mise fine all’attività industriale del
ramo torinese della famiglia Boglione. La nonna, finita
la guerra e con i figli ancor giovani, non se la sentì di
ricostruire gli stabilimenti e la Gilardini venne trasformata in società immobiliare. La società rimase quotata,
mettendo a reddito il suo patrimonio, e grazie a questo
mio padre e suo fratello Giovanni rimasero benestanti.
Ma addio industria.
Mio padre cercò a più riprese di convincere suo fratello a ricominciare l’attività come costruttori edili,
sfruttando i terreni di proprietà e la capacità di raccogliere fondi che allora cominciavano ad avere le public
company, ma i due non andavano d’accordo nemmeno
per fare insieme una partita di tennis e così, nel 1972,
la Gilardini fu venduta a Carlo De Benedetti che la usò
come veicolo quotato per costruire il suo gruppo di
componentistica e cederla definitivamente alla fiat nel
’76, durante quei quattro mesi in cui ne fu amministratore delegato.
Il papà si sposò molto giovane: lui aveva ventun anni
e la mamma diciannove. Per mantenere la famiglia si
cercò un lavoro prima alla riv poi passò alle assicurazioni sai, nel frattempo si laureò. Per una ventina
d’anni il papà si fece onore come manager arrivando
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marco boglione e adriano moraglio
a fare l’amministratore delegato di una compagnia di
assicurazioni.
Verso la metà degli anni Settanta ci fu la grande svolta. Francesco era finalmente tornato dall’India – la
mamma era andata a riprenderselo –, ma continuava
a girare per il mondo e gestiva un negozio di cose che
comprava durante i suoi viaggi. Il negozio si chiamava
American Disaster e per i due o tre anni che è stato
aperto ha rappresentato un punto di riferimento per i
giovani torinesi che cominciavano a scoprire che cosa
fosse l’abbigliamento informale e casual.
La mamma, con la sua amica Franca Buffa, era titolare
di una bella aziendina, La Goccia, che vendeva al pubblico oggetti da regalo e si occupava di arredamento.
In quegli anni guadagnava più di papà e contribuiva in
modo significativo al bilancio di famiglia, che si riusciva a far quadrare non senza qualche preoccupazione.
In effetti abbiamo sempre avuto un tenore di vita piuttosto elevato, pur non avendo più alle spalle i redditi
imprenditoriali di una volta. Chicco mentre frequentava l’università, che anche lui non ha mai terminato,
aveva cominciato a vendere polizze di assicurazione
per potersi permettere i suoi lussi; gli piaceva fare viaggi in Africa, volava con l’aliante e aveva sempre moto
potentissime e fidanzate bellissime. In breve tempo
aveva convinto il funzionario della sai, per conto del
quale vendeva le polizze, a mollare tutto e a mettersi in
proprio con lui e a soli venticinque anni era titolare di
un’agenzia della sai assieme a un socio.
Papà lavorava a Genova e probabilmente si sentiva
un po’ tagliato fuori dal dinamismo dei suoi familiari.
Verso la fine degli anni Settanta diventò imprenditore
anche lui con Chicco e il suo socio, che avevano restituito alla sai il mandato di agenzia e, partendo praticamente da zero, avevano fondato una nuova società
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piano piano che ho fretta
di brokeraggio, la abc srl, Assicurazioni Boglione e
Cerrina. Nessuno si buttò per terra per la fantasia dimostrata col nome, ma comunque qualche anno dopo
acquisirono una prestigiosa e impolverata società del
settore che nei successivi vent’anni svilupparono in
modo straordinario per poi cederla a un grande gruppo
multinazionale.
L’uta (Uffici Tecnici Assicurativi Spa), così si chiamava la società che Chicco e papà avevano acquistato, ha
segnato il ritorno all’attività imprenditoriale della mia
famiglia dopo la morte del nonno Francesco.
Mi ricordo che ero molto fiero quando mi chiedevano
che mestiere facesse mio padre, potendo finalmente rispondere che avevamo un’azienda di famiglia che operava nel campo assicurativo.
Io in quel periodo facevo una fatica pazzesca al liceo
scientifico del San Giuseppe. Non avevo più qualcuno
che mi desse ripetizioni al pomeriggio e in breve mi
resi conto che stavo precipitando in un baratro. Superai infatti la prima liceo dopo aver passato tutto il mese
d’agosto in collegio a Courmayeur per riparare tre materie. In seconda era andata un po’ meglio, solo due
esami a settembre, quindi ripetizioni tutti i giorni ad
Alassio per poi non poter dare regolarmente le prove di
riparazione a settembre a causa di un incidente in moto
abbastanza serio per cui dovetti rimanere in ospedale fino a metà novembre del ’72. Riuscii a superare gli
esami in sessione speciale, ma nel gennaio del ’73 chiesi
alla mamma di mandarmi in collegio.
Eravamo alle solite. Va male a scuola, allora è un
cattivo ragazzo. Era solo che io non ci riuscivo, avevo
troppi interessi e distrazioni… e poi la dislessia rendeva tutto ancora più difficile.
La prima domenica di febbraio del 1973, dopo un
viaggio in auto di quasi cinque ore con la mamma e
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marco boglione e adriano moraglio
la Mimma, varcai a metà pomeriggio sotto una pioggia battente il cancello dell’Istituto Filippin, a Paderno
del Grappa, provincia di Treviso. Il primo impatto non
fu granché: il tempaccio rendeva l’ambiente piuttosto
cupo, non c’erano ragazzi in giro e nel corridoio della palazzina dove avrei dovuto dormire c’era una luce
fioca fioca. La mia camera era veramente piccolissima.
Su un lato della stanza c’era un letto con ai piedi una
scrivania e sopra uno scaffale per i libri; sull’altro un
armadio e un lavandino. In tutto la camera era larga
poco più di due metri. Però io non ero preoccupato più
di tanto: in fondo il collegio me l’ero immaginato più
o meno così. Più perplesse all’idea di lasciarmi in quel
posto erano la mamma e la Mimma che infatti, prima
di andarsene, più o meno velatamente mi fecero capire
che se non mi fossi trovato bene sarebbero venute a
prendermi subito. Ma avevo preso la mia decisione: a
Torino mi rendevo conto di perdere un sacco di tempo
e cominciavo ad avere l’incubo di non riuscire a superare la maturità. La mia immagine non mi piaceva affatto: chi non mi conosceva tendeva ad associarmi allo
stereotipo del figlio di papà un po’ troppo fancazzista
per i miei gusti…
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Lontano da casa
Devo dire, Adriano, che nella nuova scuola, dal punto di
vista del rendimento, le cose andarono subito molto meglio. Non studiavo granché, ma stavo abbastanza attento
durante le lezioni e ciò mi aiutava molto. Anche l’ambiente faceva la sua parte. C’erano circa mille ragazzi,
tra i sedici e i diciannove anni, provenienti più o meno
da tutta Italia e non certo selezionati per essere degli angioletti. I Fratelli erano in molti e mandavano avanti la
“baracca” con grande professionalità e mestiere.
Ognuno di loro aveva una responsabilità specifica,
dall’economato alla gestione degli impianti sportivi, e
molti insegnavano anche. Erano tutte brave persone.
Non rompevano troppo e ti facevano capire in ogni
occasione che erano lì per aiutarti. Erano tutti molto
uniti e bene informati su quanto accadeva in collegio,
non si arrabbiavano quasi mai e alzavano la voce molto
di rado. Non facevano mai niente in fretta, ma tutto
avveniva all’insegna della massima puntualità. Non
amavano la delazione né i lecchini, e la maggior parte
dei ragazzi aveva un buon rapporto con loro. C’erano
le regole ed erano uguali per tutti e quasi tutti le rispettavano. Si praticava molto sport e l’ambiente era
piacevole. Fin dai primi giorni capii che la cosa più
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marco boglione e adriano moraglio
stupida che potessi fare era stabilire con loro un rapporto conflittuale.
I Fratelli facevano bene e con passione il loro lavoro,
vale a dire educarci, e ciascuno di noi doveva trovare
il suo equilibrio in quella comunità, ma poteva farlo
rimanendo se stesso. Erano anche piuttosto tolleranti:
se non volevi andare a messa nessuno ti tormentava.
L’unica cosa da non fare era prenderli in giro. Ogni
tanto di punto in bianco un ragazzo spariva letteralmente dalla scena. Espulsioni immediate e inappellabili stile dipendenti Lehman Brothers; a dire il vero non
molte, forse quattro o cinque in tre anni. Le leggende
che circolavano su quei bruschi allontanamenti avevano alla fin fine tutte la stessa morale: quelli che si erano
fatti espellere erano dei coglioni.
Su alcune cose non c’erano mai state discussioni. Le
regole le conoscevamo tutti molto bene ed erano ragionevoli: una di queste era che spinelli e via dicendo non
dovevano varcare la soglia dell’istituto e la violenza fisica non era assolutamente tollerata. Chi veniva espulso
o si era fatto le canne in collegio o aveva messo le mani
addosso a qualcuno. Se ti beccavano, ti sbattevano subito fuori. In fondo erano due cose assolutamente illegali e si poteva capire che non potevano in alcun modo
essere tollerate all’interno del collegio.
Mi ambientai subito e nel complesso uscii da quel periodo pienamente soddisfatto, al punto che per molti
anni ho sperato che i miei figli facessero la stessa esperienza. Ma al momento opportuno, una trentina di anni
dopo, né Larry né Ali vollero sentirne parlare. D’altro canto le cose erano molto cambiate: ai miei tempi
i “preti” al Filippin erano una quarantina con un’età
media di cinquant’anni, adesso sono una dozzina e
quasi tutti sui settanta. Quell’istituzione così come l’ho
conosciuta io non esiste più. Un peccato.
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piano piano che ho fretta
Il significato di «In un mondo di orbi chi ha un occhio
è un re» l’ho capito molto tempo dopo. Quando sentii
qualcuno pronunciare per la prima volta quella massima, mi resi conto che l’avevo intuitivamente applicata
alla lettera in collegio. Avevo capito senza che nessuno me lo avesse suggerito. Avevo avuto quell’istinto
che, secondo me, abbiamo tutti, soprattutto i giovani.
Avevo fatto qualcosa senza rendermene conto perché
avevo un progetto, un obiettivo. Quella volta me l’ero
dato io; se avessi ceduto e fossi tornato a incasinarmi
sapevo che avrei avuto un problema serio con me stesso e avrei dovuto riposizionare ancora i miei sogni, ormai non più di bambino, di vita utile e di successo. Tra
quei mille ragazzi c’era ampiamente spazio per trovare
un collocamento sociale; lo capii e riuscii a collocarmi,
con nemmeno troppe difficoltà, nella parte alta della
“società”. In realtà lo facevo senza accorgermene. Credevo che il mio obiettivo fosse recuperare le carenze
scolastiche e disciplinari che proiettavano di me un’immagine che non mi piaceva.
Per dirla tutta, il rendimento in collegio contava relativamente poco; ciò che era importante era la tua personalità e la tua attitudine istintiva a vivere in gruppo.
La mia naturale tendenza all’intraprendenza, nascosta
da insicurezze di vario tipo e che a Torino poteva esprimersi solo a sprazzi e in modo prevalentemente solitario, aveva, alla fine, trovato un habitat naturale dove
muovere i primi passi. Quello che imprenditorialmente
realizzai in collegio lo considero, dopo il primo vagito
delle pattine in ospedale, la vera pietra miliare della
mia vita professionale, che mi valse trent’anni dopo,
nel 2005, anche il premio di migliore ex allievo, riconoscimento che l’associazione Ex-Allievi degli Istituti
Filippin assegna con molta cura.
Già alla fine del secondo anno possedevo patente e
46
marco boglione e adriano moraglio
127 nuova fiammante e avevo già fatto un paio di
viaggi su e giù tra Torino e Paderno con il mio amico e
compagno di “prigionia” Marco Gatta, che non aveva
ancora la macchina. Durante l’estate che seguì, già la
seconda senza materie da riparare, ovviamente senza
stress e quindi spensierata e creativa, portai la Mimma
a fare un bel giro in macchina per tutta l’Italia.
Mi piaceva molto guidare: mi sentivo grande e con
la responsabilità della nonna sulle spalle. La portai a
visitare Firenze, Assisi e dintorni, passammo per Termoli, paese natio della «signorina» e del mio migliore amico del collegio, Francesco Cariello. Andammo a
San Giovanni Rotondo e a vedere i trulli e le grotte di
Castellana. La Mimma si divertì molto quando visitammo il primo zoo safari di Fasano. Tornando passammo
per Roma e poi diritti ad Alassio. Il tutto in una sola
settimana.
In quei lunghi spostamenti autostradali pensavo molto e così mi immaginai di trasportare a Paderno con la
127, che aveva il sedile posteriore ribaltabile, tutta l’attrezzatura della mia camera oscura, che avevo abbandonato due anni prima a Torino, per fare una scuola
di fotografia in collegio. Inoltre calcolavo i consumi e
i prezzi delle autostrade per capire quanto mi sarebbe
costato andare per un anno in macchina dal collegio a
casa e viceversa tutti i weekend. La benzina allora costava poco come anche le autostrade, tuttavia un viaggio in auto rispetto a uno in treno costava circa quattro
volte di più. Il sabato si usciva alle 12, ma bisognava
essere in collegio non oltre le 22 di domenica. Con il
treno, sempre che fosse in orario, riuscivamo a stare
a Torino solo quindici ore, dalle 21,30 alle 14,30 del
giorno successivo. In auto le ore di libertà diventavano ventiquattro, il 60 per cento in più. Immaginai allora che quanto avrei potuto ricavare da una “scuola di
fiat
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fotografia” mi avrebbe consentito di tornare a casa in
macchina tutti i fine settimana.
La fotografia era la mia passione, con radici che affondavano nella mia infanzia. Fotografavo, sviluppavo
e stampavo sin dal tempo delle scuole medie. La mamma mi aveva fatto allestire una piccola camera oscura
che, con il tempo e a forza di regali di compleanno e di
Natale, aveva un’attrezzatura di tutto rispetto. All’inizio utilizzavo una vecchia macchina fotografica, una
Leica III del 1933, appartenuta al nonno Francesco.
Fotografavo di tutto: bambini, la collina, gli insetti e
passavo ore e ore al buio tutti i giorni impegnato nello
sviluppo e nella stampa.
Tornato in collegio ne parlai subito con fratel Guglielmo e gli proposi un patto: «Io porto da Torino tutto il
necessario per una bella camera oscura. Se voi mi prestate il ripostiglio dell’aula di fisica negli orari di ricreazione, organizzo una scuola di fotografia per il collegio, stabilisco una tariffa per la partecipazione, faccio le lezioni
e il ricavato delle iscrizioni lo lascio tutto a voi». Chiesi
solo di avere il diritto di vendere, trattenendone tutto il
ricavato, le foto che scattavamo ai ragazzi.
L’idea piacque e poco dopo, sul programma delle attività facoltative, comparve il corso di fotografia con tanto di lezioni teoriche e pratiche. Si iscrissero solo in tre:
Alex Manenti e i miei due amici del cuore, Francesco
Cariello e Marco Gatta. Utilizzavamo metà del tempo
della ricreazione per fare foto in tutto il collegio, il restante lo trascorrevamo in camera oscura. I Fratelli mi
prendevano un po’ in giro: dicevano che non sarei mai
riuscito a vendere fotografie ai ragazzi dell’istituto. La
mia idea, che poi si rivelò vincente, era in realtà un’altra. Il minimo comun denominatore di quel migliaio di
scappati da casa era divertirsi il più possibile quando,
durante le vacanze e i fine settimana, uscivano; e per
48
marco boglione e adriano moraglio
farlo avevano bisogno solo di una cosa, e cioè dei soldi
che le famiglie, in linea di massima, non allungavano
volentieri a soggetti in castigo. I Fratelli mi permisero
di usare la bacheca.
Alla prima esposizione dei provini della gara di sci
l’interesse fu pari a zero. Sembrava che i Fratelli avessero ragione: nessun interesse e molti scherzi e battute.
Io però ero sicuro che si trattasse solo di un problema di comunicazione. I compagni non avevano ancora
capito la portata strategica della mia proposta. Quale
sistema migliore per fare un po’ di soldini che inviare
a casa tutte le settimane delle belle fotografie di loro
stessi ritratti in pose da bravi ragazzi e richiedere alla
famiglia un contributo doppio del prezzo pagato?
Non appena lo capirono le vendite impazzirono. Vendevo le foto formato 13x18 a 1.500 lire l’una e loro a
casa a 5.000, utile netto 3.500 lire a foto. Dieci foto
35.000 lire, quello che serviva a quei tempi per un weekend. In tutto questo era evidente che io non vendevo fotografie, ma la possibilità di fare dei soldi. Che
è esattamente ciò che faccio oggi, al punto che posso
tranquillamente affermare che io non vendo la maglietta, ma solo l’opportunità di fare affari con le mie magliette a imprenditori in giro per la Terra. Così facendo
le vendite crescono più velocemente e il valore dei miei
marchi sale in modo molto più rapido che se fosse la
stessa BasicNet a occuparsi direttamente di tutto il ciclo produttivo e distributivo in ogni parte del mondo.
Con i soldi che guadagnavo vendendo le fotografie
non mi fu difficile inserirmi nell’altro business tipico
dei collegi, e cioè il monte dei pegni, naturalmente superclandestino. Per avere altri soldi i miei compagni
vendevano a prezzi superstracciati orologi di pregio,
accendini, occhiali Ray-Ban che, in buona parte dei
casi, facevano “sparire” in casa. L’impegno era che
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piano piano che ho fretta
avrebbero potuto riscattarli allo stesso prezzo entro la
fine dell’anno scolastico; diversamente sarebbero diventati miei e avrei potuto rivenderli a un prezzo ben
più alto.
L’ultimo anno di scuola dai Fratelli delle Scuole Cristiane fu anche quello dei fine settimana avanti e indietro con Torino per andare a trovare la fidanzatina. Alla
fine con Marco Gatta mettemmo a punto un buon format. Viaggiavamo sempre in cinque, vale a dire a pieno
carico, acceleratore a tavoletta, guida veloce ma pulita; io al volante e Marco navigatore. Garantivamo ai
“clienti” le ventiquattro ore di permanenza a casa e per
farlo fornivamo ai tre passeggeri anche un panino superimbottito e una Coca, acquistati durante la ricreazione
delle 11 nel negozio di generi alimentari di fronte al
collegio. Il tutto per sole 10.000 lire, l’equivalente del
biglietto del treno. Un solo pit stop a Novara per fare
un rapido rifornimento e pipì verso le 3 del pomeriggio
e via di nuovo. In poco più di quattro ore riuscivamo
a farcela. Sì, quella comunità era tutta un’opportunità
per intraprendere. Quando lasciai l’istituto avevo accumulato 1.600.000 lire.
Oltre a fratel Guglielmo e a fratel Vittorio, rispettivamente vicepreside plenipotenziario e responsabile del
mio piano, con cui ebbi un buon rapporto come pure
con tutti gli altri Fratelli, in quegli anni riuscii anche
a guadagnare la fiducia di un personaggio molto particolare, e cioè il professor Candido Sitia, alias fratel
Roberto. Era un matematico di tutto rispetto; circolava
la voce che avesse avuto un intenso scambio epistolare
con Einstein circa il calcolo di alcuni integrali attinenti
alle ricerche sulla relatività. A quei tempi non esistevano i computer e tutti quei complicatissimi calcoli li facevano i cervelli dei matematici. Da noi insegnava fisica
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marco boglione e adriano moraglio
ed era il responsabile, con il suo assistente – che tutti
chiamavamo Frankenstein, dal momento che di nome
faceva Franco ed era piuttosto brutto e un po’ gobbo –,
delle due straordinarie aule-laboratorio dell’istituto.
Fratel Roberto era uno scienziato con tutte la caratteristiche della categoria; viveva sempre un po’ tra
le nuvole, camminava senza guardare dove metteva i
piedi e aveva continuamente un sorrisino cortese che,
in realtà, celava un totale disinteresse per quello che
gli stava intorno. Se qualcuno gli chiedeva qualcosa
che lui riteneva banale, ci pensava un po’ su e poi o ti
rispondeva in latino o con una battuta tagliente stile
“british”, facendoti sentire un idiota. Ma sempre con
quel sorrisetto…
A me piaceva da matti. In quelle aule di fisica ricevetti le prime nozioni scientifiche di informatica, vidi
per la prima volta un computer e la televisione a colori, ma soprattutto mi accorsi di quanto l’immaginazione potesse essere importante. Misurammo gli attriti,
l’energia inerziale, la gravità e un sacco di altre cose;
fratel Roberto cominciò a tenermi d’occhio e io me ne
accorsi. Un giorno riuscii a sbalordirlo e da quel momento fu amore, mai dichiarato ma cieco. Ero infatti
riuscito a risolvere uno dei problemi di matematica che
si divertiva a darci da fare a tempo perso per verificare
se dentro le nostre “zucche” ci fosse “qualcosa o solo
il vuoto”. Ecco il quesito: «Uno dei dieci esattori del
Re, ha riconiato le monete d’oro che doveva consegnare alla tesoreria reale, facendole ciascuna più leggera
di un grammo. Il Re ha a disposizione i dieci sacchi
dei dieci diversi esattori, che contengono ciascuno un
numero diverso di monete, e una bilancia; ma deve
scoprire chi è l’esattore infedele con una sola pesata.
Come fa?». Trovai la soluzione in un paio d’ore e fratel
Roberto gongolò.
51
piano piano che ho fretta
In quell’ambiente tutto sommato molto divertente
mi preparai all’esame di maturità. Indiscutibilmente
feci un gran compito di matematica. Poi fratel Roberto mi interrogò in fisica. Il suo sorrisetto quella volta
manifestava palesemente vera soddisfazione. Da come
ero partito tre anni prima ed essendo quello che ero,
e avendo inoltre studiato pochissimo, desideravo solo
superare l’esame e mi sarei anche accontentato di un
bel 36/60. Potevo sperare in un 42, o al massimo in un
44. Terminati gli esami e prima che partissi per tornare
a casa, fratel Vittorio mi fece una battuta su fratel Roberto che secondo lui aveva intrapreso una delle sue
solite battaglie “perse in partenza” cercando di convincere la commissione a darmi un voto molto alto.
Non capii che cosa volesse dire fino al giorno in cui ad
Alassio mi raggiunse la telefonata di Guido, il centralinista del collegio, che mi comunicava che ero passato
con 58/60. Pazzesco! Nessuno ci voleva credere: era un
voto altissimo e bellissimo. Molti anni dopo i Fratelli
che di tanto in tanto continuo ad andare a trovare, mi
confidarono che quel voto mi fu dato solo per accontentare fratel Roberto che sennò non la avrebbe finita
più. Pare che avesse detto al presidente della commissione, me lo posso immaginare con quel sorrisetto che
manteneva anche quando diceva le cose serie, che se
non davano 60 a me non avrebbero più potuto darlo
a nessuno. Alla fine la spuntò lui, anche se nulla poté
contro il sacrosanto 9 in condotta che mi escludeva dal
60, e così si accordarono su 58.
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Fiocchetto Rosso
Il successo in matematica divenne un buon viatico per
la scelta della facoltà universitaria. Mi iscrissi al Politecnico: fu la mia “tomba”, ma anche la mia fortuna.
Capii infatti molto presto che quel genere di studi mi
avrebbe procurato zero possibilità di successo.
Diedi un po’ di esami facili: disegno uno e due, fisica
uno e chimica. Studiavo, ma non capivo niente. Cercavo di sognare, di immaginarmi nelle vesti di un grande
professionista, magari un progettista, ma niente, non
ci riuscivo. Vedevo gli amici dei miei genitori che facevano gli imprenditori e li vedevo ricchi, con la barca, magari anche con la Ferrari, ovviamente oggetto di
invidia. Ecco, mi immaginavo proprio così. Mentre mi
trascinavo inutilmente all’università, cercai qualche lavoretto: consegne di pacchi natalizi per il negozio della
mamma, fotografie ai figli degli amici di famiglia, qualche servizio matrimoniale, un po’ di ore ad aiutare, nel
periodo delle feste, il grossista di materiale fotografico
da cui mi rifornivo.
Sostenuto come al solito da mia madre, ma anche
dalla mia fidanzatina – Valentina, il primo vero amore
della mia vita, che mi aveva regalato una bella femmina
di pastore tedesco che chiamai in suo onore Tina –, mi
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marco boglione e adriano moraglio
improvvisai allevatore. La mamma mi comprò Walker,
un bell’esemplare di pastore tedesco, ma molto aggressivo con gli estranei, e ben presto arrivò la prima cucciolata, tredici cagnolini!
Un pomeriggio andai con Valentina all’enci, Ente Nazionale della Cinofilia Italiana, e scoprimmo che per diventare allevatori servivano soltanto due cani con pedigree, poche lire e un foglio di carta bollata per la richiesta.
Mi sembrava troppo facile. Chiesi che nome avrei potuto
dare all’allevamento e mi risposero quello che volevo,
purché non ne esistesse già uno troppo simile. Chiesi
se avrebbe dovuto essere un nome italiano. «No, quello
che vuoi!», fu la risposta quasi infastidita dell’impiegata dell’ente. Registrai, allora, l’affisso di allevatore con il
bizzarro nome «Von Walktina. Pastori tedeschi».
Bisognava far sapere in giro che vendevo cuccioli di
razza. Dovevo farmi notare. Feci un annuncio un po’
sgrammaticato su «La Stampa» sperando che qualche
lettore torinese fosse tratto in inganno dal testo e pensasse che si trattasse di veri allevatori e cani tedeschi.
Funzionò a meraviglia.
Arrivarono subito diverse telefonate e conseguenti visite. La prima domanda era sempre perché il mio
allevamento avesse un nome tedesco e la risposta era
sempre la stessa: la mamma aveva parenti in Germania,
e la cosa soddisfaceva tutti i possibili clienti. Il primo
giorno dopo l’annuncio sul giornale arrivò una signora
impellicciata con bimba cicciottella che si impuntò su
un cucciolo femmina piccolo e bruttino che piaceva a
Valentina perché era il più debole e gracile dei tredici.
Per questo le avevo messo un fiocco rosso e comunicato
che la cagnolina era già stata venduta. La bambina fece
un capriccio pazzesco perché voleva proprio quel cane,
ma io non glielo potevo dare. La madre alla fine riuscì a
calmarla e prese il maschio più bello. Avevo notato che
54
piano piano che ho fretta
la bambina era stata attratta dal fiocchetto che rendeva
la bestiola più simpatica, ma ero anche preoccupato dal
fatto che i primi clienti scegliessero i cani più belli e poi
fosse più difficile vendere gli altri.
A partire dal cliente successivo cominciai a mettere il
fiocchetto al cane che volevo vendere. I bambini arrivavano e quasi sempre familiarizzavano con il buffo cagnolino infiocchettato di rosso e insistevano per averlo. Dopo un po’ di manfrina con la madre fingevo di
commettere una scorrettezza per accontentare il bambino di turno. Mettevo con fare furtivo il fiocchetto a
un altro cucciolo e consegnavo il prescelto al bambino
capriccioso e alla madre alquanto lusingata. Tutti contenti, insomma, e a me restavano da vendere i cani più
belli della cucciolata.
Ero molto fiero di quel trucchetto che ha funzionato
alla perfezione per i tre anni della mia attività di allevatore. Altri soldini. Spese poche. In realtà la mamma pagava quasi tutto: vitto, alloggio e veterinario. Da quegli
utili uscirono una bella Honda 350 e altrettanto belle
serate e vacanze con gli amici. Intanto frequentavo il
“Poli” sempre meno, faticando molto e senza alcuna
convinzione.
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PARTE III
Sul sentiero del destino
Sospinti dal desiderio
Caro Marco, è davvero divertente sentirti raccontare la
tua storia, nonostante le nostre diversità di vedute.
Io, per esempio, non ho mai fatto niente “per denaro”. Così da ragazzo, quando avevo sempre pochi soldi in
tasca. Così da studente universitario (e ne avevo altrettanto pochi). Persino oggi, ora che ho superato come te i
cinquanta, quando faccio delle cose extralavorative (organizzare un concerto o mettermi a suonare, scrivere dei
libri, dedicarmi a qualche opera di carità), a me interessa
solo far star bene gli altri o esprimere me stesso e le cose
che mi stanno più a cuore: il tornaconto economico non
è nelle mie corde…
Eppure ti ascolto volentieri e comunque mi attira questo tuo modo, anche un po’ spregiudicato, di fare le cose
per un guadagno. E penso: grazie a questa tua mentalità
tante persone hanno oggi uno stipendio e vivono dignitosamente con le loro famiglie. E per questo ti stimo.
E io? Faccio il giornalista, informo la gente e, con mia
moglie, mantengo e alimento la nostra famiglia, le nostre
figlie. Sarà encomiabile, senz’altro, ma mi sembra che ciò
che è toccato a te sia davvero grande…
Resta il fatto che, al di là dei reciproci risultati e delle
diverse “missioni”, tutti e due, da giovani, abbiamo agito
57
marco boglione e adriano moraglio
spinti dal desiderio di essere noi stessi. La stessa molla,
del resto, che guida ogni nostro passo anche oggi!
Anch’io cercavo la mia vocazione professionale quando
frequentavo l’università. E se avevo deciso, per l’interesse suscitato in me da un docente del liceo, di iscrivermi
ai corsi di filosofia, covava dentro di me il “sogno” – per
usare ancora una volta le tue parole – di fare il giornalista. Sentivo che dovevo fare quel mestiere se volevo realizzarmi. E avrei dovuto fare tutto il possibile, tutto il
tentabile, per provocare, anch’io, il mio destino…
Oltretutto, in quel periodo, un caro amico, decisivo
poi sotto molti aspetti per la mia vita, don Primo Soldi,
mi aveva introdotto nel mondo della carta stampata. E
la voglia era cresciuta! E mentre tu scalpitavi al “Poli”,
io, qualche anno dopo, cominciavo a scalpitare a Palazzo
Nuovo, la sede delle facoltà umanistiche a Torino, perché
non vedevo strade aperte al mio desiderio più vero.
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piano piano che ho fretta
Un incontro decisivo
Adriano…, e io? Non riuscivo a sognare quando frequentavo l’università. Studiavo a fatica e pensavo molto più facilmente a ciò che sarei stato dopo piuttosto
che concentrarmi sullo studio.
Iniziai il secondo anno di ingegneria con la chiara
percezione di stare perdendo il mio tempo e mi domandavo come ne sarei venuto fuori. Il ritardo negli studi,
intanto, si accumulava e capivo che di lì non sarei più
uscito. Ero costretto a rivedere i miei sogni ed ero terribilmente vulnerabile. Vulnerabile, sì, perché cercavo
una via d’uscita sapendo di essere arrivato a un punto
morto. E fu in questa condizione che il caso mi fece
incontrare Maurizio Vitale. Della serie Sliding doors.
Dicembre 1976: mi trovavo a Sestriere per il fine settimana. La casa era quella che papà e mamma avevano
dato in uso a noi tre fratelli. Ovviamente, in quell’appartamento c’era sempre un gran via vai di ragazzi. Fu
lì che incontrai per la prima volta Maurizio, ospite di
mio fratello Chicco.
Andammo a dormire nella stessa camera dove c’erano
due letti a castello. Spegnemmo le luci e cominciammo
a chiacchierare. Maurizio mi chiese che lavoro avrei
voluto fare. Gli risposi che non lo sapevo, ma che non
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marco boglione e adriano moraglio
mi sarebbe dispiaciuto fare il fotografo. Solo che stavo
studiando ingegneria e allora…
Maurizio, che aveva undici anni più me, solo ventenne, era in quel periodo sulla bocca di tutti; i giornali
parlavano di lui e di quella foto pubblicitaria che aveva
suscitato tanto scandalo per via di quel sedere coi Jesus
Jeans in primo piano e la frase «Chi mi ama mi segua».
Accendemmo la luce e passammo quasi tutta la notte a
parlare. Il giorno dopo andammo a sciare. A un certo
punto, mentre eravamo in coda allo skilift, Maurizio
incontrò due suoi conoscenti e mi presentò così: «Lui
è Marco Boglione, il nuovo direttore marketing della
Jesus Jeans». Pensai che scherzasse.
Il lunedì successivo, saranno state circa le 18, ero a
casa e stavo guardando la tv invece di studiare. Squillò
il telefono: era la segretaria di Vitale che mi chiedeva se
potevo andare da lui. Lanciai la mia 127 blu giù per la
collina e, poco dopo, varcai per la prima volta la porta del
Maglificio Calzificio Torinese. Lo stesso ingresso di BasicNet, nella piazza che oggi porta il nome di Maurizio.
Lui mi ricevette nel suo ufficio, che oggi è quello della
mia segreteria, e chiamò due o tre persone dell’azienda.
Alla signora Lucca chiese di mostrarmi le fotografie delle campagne pubblicitarie: erano quasi tutte di Oliviero
Toscani. Cominciammo poi a parlare e lui andò subito
al dunque dicendomi che, se ero interessato, mi avrebbe
aiutato a cominciare a lavorare con lui.
Tutto era avvenuto così all’improvviso; ero stordito,
ma anche molto allettato dalla proposta.
Ma io frequentavo l’università, come avrei potuto?
Vitale mi prospettò di fare l’assistente di Toscani e di
seguirlo quando lui faceva gli scatti. Incontrai per la
prima volta Oliviero in un ristorante di Genova e lì lui
e Maurizio cominciarono subito a discutere e a litigare sulla nuova campagna pubblicitaria. Vitale si con-
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piano piano che ho fretta
sultava spesso anche con Armando Testa, che stimava
enormemente, e ricorreva anche a una piccola agenzia,
denominata Viva, del pubblicitario Giorgio Caponetti,
a cui aveva affidato la gestione operativa delle campagne aziendali.
Erano solo quindici giorni che stavo con Maurizio Vitale e già si stava avvicinando il primo shooting. Scattammo foto a Milano per tutto il pomeriggio; io mi diedi
silenziosamente molto da fare. I modelli, guarda caso,
erano due miei amici milanesi. Poi Maurizio chiese a
Caponetti di assumermi alla Viva e alla fine di dicembre del ’76 mi sedetti al mio primo posto di lavoro.
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Cambio di marcia
Continuavo a essere uno studente universitario, un futuro ingegnere, ma era pura teoria. Per me è più facile
imparare facendo. Così mi lasciai trasportare un po’
dagli eventi e cominciai a fare. All’agenzia Viva rimasi
per circa tre mesi: ufficialmente facevo il copywriter e
intanto frequentavo molto Maurizio.
Lui era un trentenne di successo, anche ricco, ma al
di là di questo era diventato per me un vero e proprio
amico. Verso la fine di marzo, una sera al ristorante Torre di Pisa, a Milano, mi comunicò che se avessi voluto
mi avrebbe assunto al Maglificio Calzificio Torinese.
Era giunto il momento di parlarne in casa. Nei tre
mesi precedenti, mentre lavoravo in agenzia, ero riuscito a tenere il piede in due staffe rimanendo ufficialmente uno studente del Politecnico. Chiesi a Maurizio di
venirne a parlare con mio padre. Lui era conosciuto in
famiglia dove più di una volta avevo sentito commenti
positivi e lusinghieri nei suoi confronti.
Acconsentì. Poche sere dopo era a cena da noi: mio
padre lo ascoltò e gli domandò in quale ruolo mi avrebbe visto. Maurizio disse che avrei potuto fare molto
bene nel marketing. Sembrerà strano, ma trentadue
anni fa il marketing e il suo ruolo per l’impresa non era-
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no chiari a tutti come lo sono oggi. Mio padre, più che
altro per mostrarsi aggiornato professionalmente, fece
alcuni rilievi circa l’importanza strategica del marketing e aggiunse che comunque avrei dovuto continuare
gli studi fino alla laurea, anche se non si fosse trattato
di ingegneria.
Mi iscrissi così ad Architettura. Ma non misi mai piede in facoltà, anzi non ho nemmeno ritirato il libretto.
Qualche giorno dopo Maurizio mi convocò in ufficio.
Chiamò la signora Viziale, che era il capo del personale,
e le comunicò che intendeva assumermi come impiegato di settimo livello, il massimo prima della dirigenza,
con la retribuzione minima prevista dal contratto collettivo di categoria. Aggiunse che ero quasi ingegnere
(gli piacevano tanto quelle esagerazioni), che ero un
tipo in gamba e che avrei dovuto fare un tirocinio in
azienda come lo aveva fatto lui. Insomma, un po’ come
se fossi stato suo fratello minore.
La signora Viziale prese diligentemente nota, si congratulò con me e mi disse di passare dopo da lei per
le formalità. A quel punto Maurizio aprì la porta che
collegava il suo ufficio con quello del presidente, oggi
il mio ufficio: «Dottor Lattes – disse – le presento il
nostro nuovo direttore marketing». Io non avevo ancora compiuto ventun anni e il mio aspetto mi induceva
spesso a bluffare sull’età per essere preso più sul serio.
Sembravo veramente un bambino. Il dottor Lattes era
un tipo particolare, sostanzialmente un gran signore;
era stato l’amministratore delegato dell’mct quando
il papà di Maurizio era ancora vivo. Poi era diventato
presidente e si era occupato della famiglia Vitale come
un secondo padre: voleva molto bene a Maurizio.
Lattes sorrise un po’, mi chiese che esperienza avessi,
ma prima di poter rispondere che non ne avevo nessuna, Maurizio incalzò dicendo che mi mancavano due
esami alla laurea in ingegneria. Scossi la testa e mi affrettai a puntualizzare che non era vero e che, invece,
avevo dato solo pochi esami; ma Lattes lo conosceva
bene, non ci fece caso e mi disse che, comunque, sembravo un bravo ragazzo, che ero ben vestito e con la
faccia pulita. Mi diede formalmente il suo benvenuto e
mi invitò a far riferimento a lui in caso di necessità. Tra
me e Lattes ci fu sempre un bel rapporto.
La mia vita era cambiata completamente e avevo abbandonato in modo quasi improvviso, correndo un
bel rischio, quello che stavo facendo. Non avevo fatto grandi calcoli o grandi sforzi per proiettarmi con la
mia immaginazione in un futuro che mi piacesse e mi
stimolasse di più della prospettiva di altri quattro anni
di Politecnico.
Il rischio mette in gioco quello che per te è, in quel
momento, il bene che cerchi. L’andare avanti, spesso,
significa solo superare delle barriere.
Anche oggi, come imprenditore, per andare avanti ho
bisogno di avere qualcosa che mi affascini, che mi attragga, che mi faccia sognare, che mi faccia usare la materia grigia e le informazioni che ci ho messo dentro fin
qui. Forse è per questo che rifuggo quasi istintivamente
dalle situazioni di quiete permanente: mi fanno paura
perché penso che verrebbe poi meno la mia capacità
di correre dei rischi e, di conseguenza, la mia natura di
navigatore della vita. Che è la cosa che più mi piace di
me stesso.
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Dalla fabbrica a New York
Abbandonai l’agenzia Viva e mi ritrovai a lavorare in
un turno notturno del reparto tessitura; dovevo stare
attento alle macchine che si fermavano o perché si era
strappato un filo o perché si era rotto un ago o, più
semplicemente, perché era terminata una rocca. Il mio
compito consisteva, in primis, nel non dormire e, in seconda battuta, nel chiamare il responsabile del reparto,
che nella maggior parte dei casi dormiva, per rimettere
in moto il macchinario. È inutile che ti dica, caro Adriano, che dopo pochi giorni i miei capi dei turni di notte
si facevano delle gran ronfate perché riuscivo a svolgere benissimo da solo quel lavoro molto semplice.
Per fortuna questo mio primo incarico durò solo un
mese. Poi fui assegnato all’Ufficio disposizione filati per
la produzione. Un lavoro pazzesco che oggi farebbe un
qualunque pc ma che allora richiedeva una dozzina di
impiegati qualificati con tabelloni grandi come lenzuola e compilati con numeri piccolissimi scritti a matita
per poter essere continuamente cambiati e aggiornati.
Sebbene per me, dislessico, fosse una tortura più che
un lavoro, passai due mesi bellissimi con dei colleghi
veramente bravi e anche simpatici.
Dopo quell’esperienza Maurizio volle che andassi al
65
marco boglione e adriano moraglio
commerciale e così mi trovai all’Ufficio depositi esterni, una stanza con cinque ragazze un po’ più grandi di
me che tenevano aggiornati i registri fiscali di carico e
scarico di una ventina di depositi sparsi in tutta Italia.
Il mio capo si chiamava Wilma.
Dopo qualche giorno in ufficio cominciai ad andare
in giro per controllare la situazione dall’esterno. Quello
fu il mio primo vero incarico: responsabile dei depositi.
Dovevo andare a visitare gli agenti con grandi tabulati stampati la domenica notte e decidere cosa inviargli
delle giacenze che avevamo in sede. La situazione era
caotica: non esisteva nessun supporto informatico attendibile e quegli enormi faldoni di carta contenevano
nel loro insieme solo un’enorme quantità di errori. Fu
in quel periodo che mi resi conto dell’immenso bisogno che le aziende avevano, e hanno, di informazioni
in tempo reale. In assenza di questo la gestione è condizionata da una serie di errori che si sommano e si amplificano l’uno con l’altro e che creano quelle frizioni
che ne rallentano l’operato, ne diminuiscono la precisione e l’affidabilità, ne aumentano incontrollatamente
i costi e quindi ne limitano la competitività. Quando in
seguito divenni imprenditore, tale concetto fu uno dei
pilastri su cui cercai di costruire l’azienda.
Molto tempo dopo, nel novembre del ’95, leggendo
il primo libro di Bill Gates, The Road Ahead (La strada che porta a domani) trovai che uno dei punti su cui
insisteva maggiormente era proprio questo. Il tabulato
è di per sé un pessimo sintomo dello stato di gestione
dell’azienda. La BasicNet nei suoi venticinque anni di
vita non ne ha mai stampato uno! Nel ’99 Gates approfondì e sviluppò ulteriormente questo tema introducendo per le aziende i concetti di «business alla velocità del pensiero» e di «sistema nervoso digitale». è più
facile che a prendere le decisioni migliori siano tanti
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piano piano che ho fretta
semplici impiegati, ma che dispongono di informazioni
precise e aggiornate, invece di un top manager che ne
ha di vecchie o sbagliate.
Ma torniamo all’mct. Mi occupai dei depositi per circa un anno; Maurizio ci teneva a fare un po’ il duro con
me, anche se in realtà non lo era affatto, e voleva che
girassi moltissimo. In quel periodo mi consentiva di rimanere in sede solo mezza giornata alla settimana, il
venerdì pomeriggio, perché informassi Lattes sul risultato dei miei viaggi e facessi i controlli del caso sui tabulati. Anche quello fu un bel periodo: in un anno feci
più di 70.000 chilometri in macchina e nella primavera
del ’78 mia madre decise di cambiarmi la fiat 127, che
mi aveva comprato a diciotto anni, con una vettura, a
suo dire, più sicura e un po’ più comoda, una Volkswagen Golf 1100 gl rosso amaranto a quattro porte. Dire
che ne andavo fiero è assolutamente riduttivo.
Grazie alle indennità di trasferta, ai rimborsi chilometrici e allo stipendio ebbi per la prima volta la piacevole sensazione di essere indipendente. Nel ’78 riuscii a
guadagnare complessivamente poco meno di 14 milioni
netti delle vecchie lire. Tanti soldi, a quei tempi, per un
ragazzo di ventidue anni.
Per quanto riguarda l’università, avevo superato
il punto di non ritorno, e cioè era ormai un discorso
chiuso per sempre. Mentre mi occupavo dei depositi
viaggiavo anche spesso con Vitale. Lui andava sovente
negli Stati Uniti per comprare il denim (il tessuto che
si adopera per realizzare i jeans), che allora era quasi impossibile trovare in Italia di buona qualità, e soprattutto per ispirarsi sull’andamento del mercato. E
così nel dicembre del ’77 mi portò per la prima volta a
New York. Fu un’esperienza magnifica. Maurizio amava moltissimo il dinamismo e la modernità degli States,
e di New York in particolare. In seguito ci ritornammo
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marco boglione e adriano moraglio
moltissime volte, ma di quella prima non dimenticherò
mai un episodio.
Maurizio mi esaltava sempre le meraviglie della
Grande Mela. Tra queste c’era un ristorante davvero
fantastico, ma che era per lui difficile descrivere a qualcuno che come me aveva una percezione così diversa e
consolidata della ristorazione. Dei suoi racconti la cosa
che mi aveva colpito di più era che in quel ristorante
non c’erano le posate e quindi si mangiava con le mani.
La prima volta che Maurizio mi portò da McDonald’s,
a New York, ne rimasi veramente colpito; forse è per
questo che ancora oggi, di tanto in tanto, vado a farmi
con estremo piacere un bel Big Mac.
A quel punto erano già passati quasi dieci anni da quando Maurizio aveva cambiato in modo sostanziale l’azienda di famiglia, trasformandola da un’affaticata industria
di calze e maglieria intima in una nuova e spumeggiante
attività leader nel nuovissimo settore dell’abbigliamento
informale e giovanile con i marchi Jesus Jeans e Robe di
Kappa. Ora, però, il clima culturale era cambiato. Avvertivo continuamente segnali di questo mutamento e
mi affrettavo a trasmetterli a Vitale. Maurizio mi raccontava che alla fine degli anni Sessanta aveva deciso, con
il suo amico Oliviero Toscani, di cominciare a produrre
jeans dopo aver visto a Central Park l’enorme quantità
di ragazzi e ragazze che li indossavano. E poi di chiamarli «Jesus» dopo che a Broadway erano passati davanti al
teatro in cui era in scena il musical «Jesus Christ Superstar». L’idea del nome era stata di Toscani e la motivazione che, pare, diede a Vitale fu: «è un bel nome; e poi lo
conoscono già in tanti».
Il concetto di unisex, così importante e centrale per
la spinta culturale degli anni Sessanta, non era più così
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piano piano che ho fretta
importante per la mia generazione. Nel febbraio del
’78, mentre, come sempre, andavamo in giro per negozi a New York per vedere cosa succedeva sul mercato,
Maurizio e io passammo davanti a uno dei primi punti
vendita di Athlete’s Foot, uno dei precursori del più famoso Foot Locker che oggi tutti conoscono. Di fronte
a quella vetrina discutemmo per una buona mezz’ora:
ricordo che gli dissi che quel genere di negozio sarebbe potuto essere la “jeanseria del 2000”. Secondo me,
il negozio di riferimento per le nuove generazioni di
cui mi sentivo parte sarebbe stato meno “freak” e più
sportivo.
Maurizio, che era molto intelligente e curioso, mi
stette a sentire rivolgendomi anche qualche domanda, ma sembrò non dare troppo peso alla mia vision e
continuammo il nostro giro finendo per saccheggiare,
come al solito, Bloomingdale’s di tutte le polo a righe
più belle che poi puntualmente diventavano parte della
collezione della Robe di Kappa.
Il giorno successivo era domenica e dovevamo tornare
in Italia. Prima di andare all’aeroporto, come d’abitudine giro a Central Park. Qualche mese dopo guardavamo tutti insieme Francia-Italia ai Mondiali di Argentina; tra gli azzurri esordiva a soli vent’anni Antonio
Cabrini. Era un ragazzo di buona famiglia, benestante,
educato, colto e soprattutto bellissimo, l’antesignano
di Kakà per intenderci, in un periodo in cui lo stereotipo del calciatore era estremamente distante dal mondo
della moda e dallo stile di vita dei giovani. Maurizio
lo notò e durante la partita cominciò a tormentare gli
amici, che non gli davano retta, che quella era la nuova
figura positiva che i giovani avrebbero amato e seguito.
Qualcuno obiettò che in fin dei conti era “soltanto” un
calciatore, come a dire che le rock star erano ancora altra cosa. Maurizio insistette un po’, ma la storia finì lì.
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marco boglione e adriano moraglio
Fatto sta che prima che i Mondiali finissero Maurizio,
senza tanti giri di parole o business plan, aveva già convinto Boniperti a permettergli di apporre, per la prima
volta in Italia, gli “omini” della Robe di Kappa sulla
mitica maglia della Juventus e il giorno in cui la Nazionale rientrò dall’Argentina era alla Malpensa a “baccagliare” il padre di Cabrini che, nel frattempo, era
diventato per il Paese il “Bell’Antonio”. Pochi giorni
dopo la Robe di Kappa aveva un testimonial d’eccezione ed era diventata la prima azienda di abbigliamento
sponsor tecnico di una squadra di serie A. E lasciatemi
aggiungere: che squadra!
Vitale aveva deciso per un grande cambio strategico:
basta ammiccamenti alla trasgressione e riferimenti alla
rivoluzione culturale e giovanile degli anni Sessanta. Si
puntava sul futuro, sul benessere, sulla salute, sui bravi
ragazzi, di successo, ma soprattutto sportivi. Peccato
che prima di allora in azienda nessuno avesse mai sentito parlare di abbigliamento sportivo. Ma quello era
un altro problema (frase classica di Maurizio per non
essere contrariato nelle sue scelte dal dottor Lattes).
Così, poco tempo dopo, cominciò per me un’altra
grande avventura. Una sera Maurizio, in ufficio e alla
presenza di Elio Porta, il direttore di produzione, di
cui si fidava moltissimo e che era già stato messo al corrente del tutto, mi comunicò che aveva deciso di lanciare la linea sportiva.
«Preparati a partire. Sei diventato il direttore commerciale della Robe di Kappa Sport!»
Il signor Porta sogghignava mentre io, ovviamente,
ero gasatissimo.
Un po’ di tempo dopo chiesi a Maurizio quando avesse deciso di entrare nello sport. Mi rispose che l’aveva
deciso quella volta a New York, ma non davanti al negozio di Athlete’s Foot che trovava orribile – e aveva
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piano piano che ho fretta
ragione –, ma il giorno dopo a Central Park, perché
aveva notato che moltissimi di quei giovani che dieci
anni prima indossavano i jeans erano in tuta da ginnastica ed erano impegnati a fare jogging. Allora, però,
non gli era chiaro da che parte cominciare; mi spiegò
che l’illuminazione gli era venuta dopo, proprio davanti al televisore mentre guardava la partita della Nazionale.
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Un’azienda tutta nuova
Vitale voleva tutto nuovo: il prodotto, la struttura e l’organizzazione aziendale e, soprattutto, desiderava che la
rete vendita fosse diversa da quella della Robe di Kappa
e della Jesus Jeans. Mi diede 10 milioni di lire e mi spedì
in missione dicendomi: «Con questi soldi va negli Stati
Uniti, fa’ il giro dei principali negozi sportivi e compra
tutto quello che vedi di abbigliamento sportivo». Ci credi, Adriano? Andò proprio così. Partii da solo avendo
ben presente che in quei 10 milioni doveva starci tutto:
i costi dell’aereo, dell’albergo, dei ristoranti, dei taxi.
Visitai i migliori negozi sportivi di New York, Chicago,
Phoenix (Arizona), Las Vegas – dove c’era, e c’è ancora,
un’importante fiera dello sport – e San Francisco.
La prima sorpresa fu che allora negli Stati Uniti c’era
molto poco di abbigliamento sportivo. O meglio, c’era
quello tecnico per praticare tutti gli sport che Dio aveva
mandato in terra, ma non quello che volevamo realizzare noi: quello per il tempo libero. Comunque comprai
un sacco di cose nei negozi e nei magazzini dell’usato
e di surplus militare. Acquistai anche parecchi libri e
riviste di sport. In tutte le città che visitai passai ore e
ore a vedere negozi e a osservare i giovani nei campus
universitari e nei parchi e a guardare la televisione. Ef-
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marco boglione e adriano moraglio
fettivamente tanta gente correva e nei programmi televisivi erano molti a indossare tute sportive.
Tutti i giorni telefonavo a Maurizio e lo informavo di
come procedeva il viaggio. Dopo una decina di giorni
ammisi che non avevo trovato granché e che, inoltre,
avevo finito i soldi e sarei dovuto tornare. Vitale mi
inviò altro denaro e mi disse di spingermi fino a Los
Angeles e di continuare a comprare tutto quello che, di
sportivo, mi sembrasse interessante e di portarlo a casa.
Ne avremmo poi fatto qualcosa.
Al salone di Las Vegas, che allora esponeva soprattutto attrezzature per lo sport piuttosto che scarpe e
abbigliamento, mi imbattei in una vera novità. Alcuni
ragazzi californiani avevano integrato in una specie di
zainetto, realizzato ad hoc e da fissare sul torace con
apposite cinghie elastiche, un riproduttore di audiocassette da auto delle dimensioni di un mattone e collegato a un paio di cuffie. Per la prima volta vidi un oggetto
realizzato per ascoltare la musica facendo sport e, naturalmente, lo comprai dando un’ulteriore bella botta ai
fondi. Pochi anni dopo la Sony avrebbe lanciato il suo
primo walkman di poco più grande della stessa audiocassetta. Il precursore degli iPod.
Tornai in Italia carico dei miei trofei e cominciammo a
preparare il primo campionario. Contemporaneamente
iniziai a girare l’Italia per selezionare i rappresentanti
della nuova Robe di Kappa Sport. Vitale la voleva del
tutto diversa e indipendente dalle altre linee dell’azienda. Pensai a una strategia e lui l’accettò: recarci nei tre
negozi di articoli sportivi più rinomati nei maggiori
capoluoghi del Paese, spiegare ai titolari chi eravamo
e che cosa avremmo voluto fare e chiedere chi erano,
secondo loro, i tre migliori agenti della zona. Anche in
questo caso si trattava di gente che vendeva scarpette da calcio, tennis o pallavolo, palloni di ogni genere,
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piano piano che ho fretta
racchette, sci e scarponi; nessuno aveva esperienza di
abbigliamento. Quindi, prima di lasciare la zona, avrei
contattato tutte le persone che mi erano state segnalate
per chiedere di incontrarli, in albergo. I commercianti
furono molto collaborativi e quasi tutti gli agenti vennero a trovarmi.
La Robe di Kappa era già molto nota e il Maglificio
Calzificio Torinese era considerato un’industria seria e
con una lunga tradizione alle spalle. A tutti ripetevo la
stessa storia, quella che oggi chiameremmo la vision.
Lo feci con più di sessanta candidati e fu un lavoro
davvero estenuante; a Napoli mi beccai anche una sonora influenza e feci alcuni colloqui con la febbre alta.
Molte di queste persone, vedendomi così giovane e dalla lingua svelta, avevano un po’ la puzza sotto il naso e
capivo subito che non gliene fregava niente. Oggi devo
ammettere che quella missione fu abbastanza disastrosa, soprattutto perché tornato a Torino, nonostante gli
appunti, non mi ricordavo più niente di tutti quei colloqui; non dissi nulla a Vitale ma misi comunque in
piedi la rete vendita.
Nacquero i nuovi prodotti, il campionario e il primo catalogo. Era la fine del 1978 ed era appena nata
la Kappa, oggi considerata in tutto il mondo uno dei
marchi leader dell’abbigliamento sportivo. Fu proprio
quella data che segnò l’inizio di due anni fantastici di
lavoro e di soddisfazioni. Rampanti.
Maurizio, intanto, che continuava ad accumulare successi nei settori tradizionali, aveva dirottato gran parte
degli investimenti di marketing della Robe di Kappa
sullo sport, anche se le vendite di tale prodotto rappresentavano ancora poca cosa. Insomma, tutto era partito
a gonfie vele, sia per l’azienda sia per me e per il mio
nuovo progetto.
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piano piano che ho fretta
Un incidente di percorso
All’inizio del 1980, sul più bel di Roma, come si suol
dire, accadde qualcosa di inaspettato. I miei – madre,
padre e fratelli – cominciarono a fare pressioni perché,
nonostante avessi rinunciato a laurearmi e maturato
sul campo una valida esperienza, lasciassi Vitale per
entrare nell’azienda di brokeraggio di famiglia e lavorare in casa invece di rimanere “dipendente”.
Le pressioni dei miei ebbero la meglio. Non riuscii
a resistere e lasciai Vitale; senza perderlo, però. Anzi,
posso dire che, paradossalmente, questo episodio servì
per cementare ancora di più la nostra amicizia.
Entrai ufficialmente all’uta il 1° aprile 1980. Mi ci
misi subito d’impegno e cominciai a lavorare all’ufficio tecnico come vice del capo. Credo di aver fatto
bene il mio dovere. Ma presto capii che era come se
fossi tornato sui banchi del Politecnico. Non riuscivo a “sognare” e avevo la chiara sensazione di chi si
sta prendendo in giro. Volevo metterci del mio, ma
l’azienda era solo per metà di mio padre e, come se
non bastasse, di fatto dipendevo da mio fratello. Non
poteva funzionare. Nelle vacanze estive del 1981 presi
la decisione: non potevo continuare così. Dovevo tornare al Maglificio Calzificio Torinese, dalla mia Kappa,
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marco boglione e adriano moraglio
da Vitale, che credeva in me più di quanto io stesso.
Maurizio non aspettava altro e una sera a cena, al ristorante Pollastrini in corso Valdocco, a Torino, dopo
una intensa trattativa sulle condizioni e le regole d’ingaggio, ci stringemmo la mano. Vitale mi offrì un ottimo stipendio e la direzione commerciale dei marchi
Robe di Kappa e Kappa Sport. Settanta milioni di lire
netti e la dirigenza a soli venticinque anni erano qualcosa di oggettivamente eccezionale. Ero felicissimo.
Ogni volta che raggiungeva un accordo, Maurizio
fissava subito un next step e di conseguenza mi disse:
«Affare fatto, ma entro domani si firma e cominci nel
giro di un mese».
Passai tutta la notte a pensare; la mia vita sarebbe
cambiata di nuovo radicalmente, tornavo sui miei passi, avevo sbagliato ad andare a lavorare all’uta… La
felicità di qualche ora prima si trasformò in angoscia e
insicurezza. Decisi di dire a Vitale che avevo bisogno di
un po’ di tempo, non perché avessi ripensamenti sulla
decisione presa, ma per gestire al meglio la cosa in famiglia… Ma si trattava di una bugia: ero disintegrato
dal dubbio di fare la cosa giusta e dalla paura di fare
quella sbagliata. In ogni caso Maurizio mi concesse un
po’ di tempo: dovevo rispondergli entro la fine della
settimana successiva, poi l’offerta non sarebbe più stata
valida. La cifra che mi offriva era tre volte superiore a
quanto guadagnavo al momento, e questo mi allettava
moltissimo perché faceva veramente la differenza, ma
temevo che fosse una scelta opportunistica e di breve
periodo.
Ne parlai quindi a casa. La reazione non fu delle migliori e a me non piacque per niente. Ci rimasi male
notando che da parte di mio fratello e di mio padre
l’attenzione a quanto sentivo realmente, al bisogno che
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piano piano che ho fretta
provavo di scegliere la strada giusta per la mia vita, la
più affine alla mia sensibilità e al mio carattere, era quasi nulla. Non ci fu praticamente discussione. Per loro la
mia sarebbe stata una scelta semplicemente sbagliata,
lontana – a lungo periodo – da qualsiasi tipo di convenienza per me e per la famiglia. Mi fu anche sottolineato che non avremmo certo fatto una bella figura
con gli altri soci dell’uta che mi avevano dato fiducia
accogliendomi in azienda.
La mamma quella volta non fu da meno, anche se,
come sempre, cercava di tenere il piede in due staffe,
e tentò anche lei di trattenermi; però mi diede un consiglio che mi fu molto utile. Sperando che la cosa mi
avrebbe aiutato a decidere di rimanere all’uta, mi suggerì di consultarmi con alcune persone di provata saggezza ed esperienza professionale. Presi appuntamento
con alcuni amici di papà, imprenditori o top manager,
ma tutti, naturalmente, facevano quadrato e mi consigliavano di fare dei sacrifici, ma di restare in famiglia.
Tutti tranne uno. Dopo che gli ebbi illustrato per bene
la mia situazione e preoccupazioni, che in parte già conosceva dal momento che flirtavo con sua figlia, si fece
ancora più serio del solito e mi disse: «So che hai chiesto consiglio ad altri “vecchi” e, anche se non me lo
dici, sono sicuro di quale sia stata la loro risposta. Io ti
voglio bene, sei un bravo ragazzo e per questo mi prendo una grande responsabilità, fanne l’uso migliore. Dai
retta al tuo cuore e torna da Maurizio». Uscii dall’ufficio di Gianluigi Gabetti con un sorriso grande così.
Credo che se oggi sono qui a raccontarti la mia esperienza di imprenditore, caro Adriano, lo devo sostanzialmente a quell’incontro. Gabetti mi ha dato il coraggio che mi mancava per buttare il cuore oltre l’ostacolo,
mi ha spiegato in poche parole che senza rischio non
c’è festa. Gianluigi è un uomo straordinario. Ruolo,
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marco boglione e adriano moraglio
immagine e modi da campionato mondiale del rigore
e della disciplina, ma cuore, immaginazione, ironia e
generosità ancora più grandi.
La mia decisione stava maturando definitivamente.
Gabetti mi aveva servito un assist che non potevo sbagliare. Cercai ancora di ottenere il consenso dei miei,
ma la risposta definitiva di mio padre fu che in fin dei
conti la decisione spettava solo a me; e aggiunse gelido:
«Sappi solo che, se te ne vai, qui non torni più».
Dopo quelle parole non ebbi più alcun dubbio: andai
subito da Vitale. Era così arrivata l’ora decisiva in cui
avrei rotto con l’azienda di famiglia per tornare là dove
sentivo che avrei potuto ricominciare a sognare.
Ero agitatissimo. Maurizio, naturalmente, cambiò un
po’ le carte in tavola a suo favore, riducendo la cifra
promessa con la scusa che non avrei potuto guadagnare
più del direttore di produzione molto più maturo di
me. E così il 1° giugno 1982, con uno stipendio comunque da favola per un ragazzo di ventisei anni appena
compiuti, ero di nuovo seduto alla mia amata scrivania,
con la qualifica di direttore commerciale, e non solo
per la mia linea sportiva ma anche per la grande Robe
di Kappa. Dopo pochi mesi ero tornato in carriera e
l’autorevole settimanale economico «il Mondo» commentava così, il 6 dicembre 1982, la mia prima promozione dopo il ritorno:
«Uomo K per Jesus – Non ha ancora 27 anni, ma è già
diventato il numero uno dell’organizzazione commerciale
e di marketing dell’mct (Maglificio Calzificio Torinese),
il gruppo che fa capo a Maurizio Vitale e che nell’82 con
i vari marchi (Jeans Jesus, Robe di Kappa, Kappa Sport)
fatturerà oltre 100 miliardi. Marco Boglione, che è stato promosso al nuovo incarico mercoledì 24 novembre,
aveva iniziato la sua carriera proprio all’mct dove aveva
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piano piano che ho fretta
lanciato la linea Kappa Sport, portandola a fatturati di 30
miliardi l’anno. Poi aveva lasciato Vitale per andare a lavorare con uno dei principali broker del Piemonte. Ma il
distacco è stato breve: Boglione è rientrato all’mct e ora
ricopre una delle posizioni manageriali di punta».
I primi anni Ottanta sono buoni e di grande crescita
per l’mct: gli anni del boom dell’abbigliamento sportivo e dell’internazionalizzazione. Avevamo visto giusto
ed eravamo stati premiati. Il culmine, però, fu la sponsorizzazione della nazionale di atletica leggera statunitense firmata nel 1981 da Maurizio in vista del megaevento delle Olimpiadi di Los Angeles dell’84. Quella
fu, secondo me, una delle sue operazioni più brillanti,
coraggiose e lungimiranti. Tramite un conoscente riuscì
a incontrare Ollan Cassell, un signore americano che
era stato medaglia d’oro olimpica, con tanto di record
mondiale, nel ’64 a Tokyo sui 4x400 metri piani, ex minatore, cattolico, padre di sei splendidi figli nonché presidente della Federazione di atletica leggera degli Stati
Uniti. L’accordo fu raggiunto in un ristorante. Cassell
chiese a Vitale la sua offerta; Vitale si dichiarò disposto
a formularla a condizione che, se fosse stata accettata,
Cassell gli avrebbe rivelato quanto pagava l’Adidas, il
cui contratto stava per scadere. L’americano accettò e
Vitale sparò un milione di dollari all’anno per quattro
anni! Cassell tirò fuori la biro dal taschino, prese il suo
tovagliolo, ci scrisse su «$ 1.000.000» e disse a Vitale: «Firma!». Vitale firmò il tovagliolo e si strinsero la
mano. L’Adidas pagava 40.000 dollari all’anno!
Grazie a quella sponsorizzazione coraggiosa cominciammo a vendere in America e ci si spalancò il mercato giapponese.
Sicuramente l’inizio degli anni Ottanta è stato un bel
periodo. Le tensioni sociali si erano un po’ stemperate,
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il terrorismo era meno martellante, la marcia dei quarantamila a Torino aveva segnato una svolta molto positiva, l’inflazione e i tassi bancari avevano ricominciato
a scendere dopo anni terribili e anche sul piano personale per Maurizio erano tempi felici. Se, da un lato,
l’azienda cresceva bene e la situazione intorno a noi
continuava a migliorare, dall’altro Vitale viveva momenti di grande serenità affettiva. Era innamorato di
Carolina, una bellissima ragazza olandese con la quale
aveva deciso di mettere su la sua seconda famiglia.
A questo punto tutto andava veramente per il meglio,
ma proprio allora ebbero inizio le sventure familiari e
personali di Maurizio. Ma questa è un’altra storia.
La discesa
Il destino di Vitale cominciò, di lì a poco, a prendere una
piega storta. All’inizio dell’81 Carolina aveva avuto una
bambina, Maria, che però era nata senza vita. Per Vitale fu
un colpo durissimo. Un anno dopo, per fortuna, arrivò un
bel bambino, Oliviero, e la serenità sembrava ritrovata.
Ma la vera tragedia si verificò il 7 aprile 1984. Era il pomeriggio di un giorno piovoso e io verso le 16 mi trovavo
in ufficio. Il centralino mi passò una telefonata. Erano
i carabinieri che volevano parlare con un responsabile
dell’azienda.
«Che ruolo ricopre? è un dirigente?»
Alla mia conferma incalzarono: «Che rapporti intercorrono tra l’azienda e la signora Carolina Blaauw?».
Spiegai che collaborava con noi all’ufficio stile, ma che
era anche la compagna di Maurizio.
«Lei conosce bene il signor Vitale?»
Risposi sempre più perplesso di sì.
«Dobbiamo purtroppo comunicarle che la signora
Blaauw è deceduta in seguito a un incidente stradale
e che adesso si trova all’obitorio dell’ospedale di Rho,
mentre la signora Enrica Giachino che viaggiava con
lei è ricoverata in gravi condizioni nello stesso ospedale. Può avvertire lei i congiunti?»
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marco boglione e adriano moraglio
L’auto era intestata alla società e così le forze dell’ordine si erano messe in contatto con un suo dirigente e
purtroppo era toccato a me.
Maurizio era impegnato con uno stockista. Lo raggiunsi nella sala campionario e gli chiesi di uscire. Gli
dissi solo che Carolina ed Enrica avevano avuto un incidente molto grave e che erano ricoverate a Rho. Pochi
minuti dopo eravamo in auto, una potente Mercedes
500. Dalla nostra sede all’imbocco della Torino-Milano, Maurizio, tra sorpassi spericolati e semafori rossi
bruciati, sbatté tre volte ma senza gravi conseguenze e,
ovviamente, senza fermarsi. A causa di alcuni lavori in
corso, il primo tratto di autostrada era limitato a una
sola corsia che noi percorremmo a velocità folle spesso
contromano, invadendo la corsia opposta e rientrando
all’ultimo istante prima di schiantarci contro le auto
che provenivano in senso opposto. L’ultima manovra di
questo tipo fu veramente allucinante e solo per miracolo non finì in tragedia.
A quel punto decisi di intervenire e dissi a Maurizio
che se avessimo continuato così ci saremmo sicuramente
ammazzati e che, purtroppo, non sarebbe servito a niente in quanto Carolina era morta nell’incidente. Maurizio rallentò fino a fermarsi. A questo punto cominciò a
inveire contro di me accusandomi di stare mentendo.
Rimasi ammutolito. Alla fine, però, scoppiò a piangere
disperato. Presi io il volante e arrivammo rapidamente all’ospedale. Fu un’esperienza terribile: avevo visto
trapelare negli occhi di Maurizio un odio profondo nei
miei confronti mentre gli comunicavo quell’atroce notizia. Credo che da quel momento in avanti il nostro
rapporto non fu più lo stesso.
Due giorni più tardi Maurizio, dopo essere riuscito
a convincere il cappellano dell’ospedale a benedire la
salma di Carolina per lui e due soli testimoni, uscì da
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piano piano che ho fretta
quella chiesa con al dito una fede che non si tolse più.
Vitale reagì alla morte di Carolina con la forza e il coraggio di un samurai, ma da quel momento tutto cominciò a complicarsi in maniera irreversibile. Lui era come
un aereo colpito in volo da un missile, ma pretendeva
che tutto potesse essere come prima. Noi, amici e colleghi, eravamo esterrefatti vedendolo in quello stato. Si
dedicò in modo maniacale al piccolo Oliviero, che di lì a
poco avrebbe compiuto tre anni, e ricominciò a praticare il suo sport preferito, in cui tra l’altro era un maestro,
e cioè la conquista di bellissime donne.
Sul finire del 1984, quasi un anno dopo la morte di Carolina, Maurizio scoprì di aver contratto l’aids. Non lo disse
a nessuno. Erano gli anni in cui quella malattia cominciava a mietere le prime vittime ed era oggetto di un grave
pregiudizio: era considerata la malattia degli omosessuali.
Solo più tardi si cominciò a saperne di più sui reali rischi
di contagio. Credo che Maurizio sia stato il quinto caso
conclamato in Italia di aids di tipo eterosessuale.
Noi in azienda non ne sapevamo nulla.
Tutto era cominciato con un fuoco di Sant’Antonio e
poi gli era venuto un grosso linfonodo sul collo che si
era fatto asportare chirurgicamente in America. Circolava la voce che si trattasse di un tumore. Grazie all’intervento di alcuni personaggi influenti, nel campo della
medicina e non, riuscì a farsi inserire in uno dei programmi di sperimentazione del farmaco azt, condotto
dalla Food and Drugs Administration presso un ospedale specializzato di Boston. Il protocollo, molto rigoroso, prevedeva che le pillole che costituivano tale terapia
potessero venire somministrate solo in ospedale, e così
Vitale cominciò a recarsi tutte le settimane a Boston. Il
martedì sera andava a Parigi, dormiva in albergo all’aeroporto e il mattino seguente prendeva il Concorde per
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marco boglione e adriano moraglio
New York dove arrivava verso le 8 ora locale. Lì prendeva una coincidenza per Boston dove arrivava intorno
alle 10. Alle 11 ingoiava la pillola e subito dopo iniziava
il percorso inverso, per prendere alla sera un Jumbo per
l’Italia, con arrivo a Malpensa alle 7 del mattino. Con
l’autista riusciva a essere in ufficio al massimo alle 9,30
avendo perso un solo giorno di lavoro.
Era una situazione pazzesca che lasciava tutti sbalorditi. Per fortuna un’infermiera americana, commossa da
questo italiano giovane e affascinante, ma altrettanto disperato, si lasciò convincere a consegnargli una pastiglia
in più da portare in Italia. Ma un’altra catastrofe era
in agguato. All’inizio del programma di sperimentazione era stato comunicato a tutti i pazienti che una certa
percentuale di loro sarebbe stata trattata con semplici
placebo. L’elenco era segretissimo e determinato dal
computer al momento dell’ammissione al programma.
Maurizio, tornato a Torino, fece subito analizzare la
pastiglia. Purtroppo stava prendendo solo un placebo.
Quel calvario per fortuna finì, ma con esso anche le speranze di sopravvivere.
Nonostante la malattia, Maurizio continuava a condurre una vita quasi normale: lavoro, ristoranti, qualche
weekend in montagna o in barca. In quel periodo, però,
le discussioni tra noi erano diventate più frequenti e più
accese: lui era comprensibilmente molto nervoso e io
forse troppo giovane per capire che cosa realmente stesse accadendo.
Avvertivo di nuovo uno strano stato di cose che non
mi consentiva di proiettarmi con entusiasmo nel futuro. Il lavoro andava bene, i soldi non mi mancavano e
nemmeno le occasioni di svago e di divertimento. Un
giorno, mentre stavamo discutendo animatamente –
non ricordo nemmeno a proposito di cosa –, a un certo
punto Vitale mi bloccò: «è del tutto inutile che tu e io
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piano piano che ho fretta
continuiamo a litigare. Fra breve non ci sarò più e non
ti consiglio di rimanere in azienda senza di me. Mettiti a fare l’imprenditore, in fondo non sei un manager.
Avrebbe funzionato solo finché ci fossi stato io».
Vitale aveva perfettamente ragione. Qualche giorno
dopo rassegnai le dimissioni. Era il 14 dicembre 1984.
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Finalmente imprenditore
Durante il semestre da dimissionario organizzai il mio
ingresso operativo nella Football Sport Merchandise
Srl, una società che il mio amico Luciano Antonino
aveva costituito nel maggio del 1983 per commercializzare per la prima volta in Italia le maglie della Juventus per la grande tifoseria bianconera; come direttore
commerciale della Robe di Kappa, che le produceva,
ne avevo seguito il progetto e i primi passi operativi.
Maurizio non ci credeva e all’inizio non se l’era sentita
di fornire a credito un ingente quantitativo di maglie
ad Antonino che, da parte sua, non poteva garantirne il pagamento. Così lo garantii personalmente e, per
questo, Luciano mi offrì una partecipazione del 50 per
cento nella società al solo costo del capitale sociale:
pochi soldi.
Acquistai la partecipazione e il 1° luglio 1985 ero seduto in ufficio con lui in un garage-magazzino all’interno
di un ex complesso industriale trasformato in locali per
piccole imprese e artigiani. Via Bologna 220, interno 70.
La mia vita ricominciava ancora una volta daccapo.
A ventinove anni ero convinto di essermi lasciato
per sempre alle spalle il Maglificio Calzificio Torinese
e non avrei mai pensato che, nove anni dopo, il 7 no-
86
marco boglione e adriano moraglio
vembre 1994, ci sarei rientrato come proprietario. Ma
le cose andarono proprio così.
La Football Sport Merchandise, che oggi porta il
nome di BasicNet, è stata la mia piattaforma di lancio
imprenditoriale. Al Maglificio Calzificio Torinese avevo imparato a occuparmi di abbigliamento informale
e a un certo punto ci avevo messo del mio intuendo
il nuovo bisogno che i giovani consumatori avevano di
prodotti di genere sportivo. Inoltre avevo fatto complessivamente quasi dieci anni di esperienza gestionale
aziendale spaziando dalle vendite all’amministrazione,
dalla produzione alla finanza; ma, ciò che più conta, il
vivere a stretto contatto con un imprenditore di talento
naturale come Vitale aveva completato la mia esperienza in modo formidabile. Nei miei viaggi negli Stati Uniti
avevo osservato gli albori del cosiddetto licensing sportivo. I ragazzi americani volevano sempre più prodotti
con riferimenti al mondo dello sport ma, come ti ho già
detto, Adriano, l’offerta non era ancora molto vasta.
Da gente pratica e intraprendente gli yankees si erano
subito inventati il modo di trasformare le loro classiche
t-shirt, i cappellini da baseball e qualche semplice giubbino di nylon, che già vendevano con stampati sopra tutti i marchi possibili di ogni tipo di azienda, università o
quant’altro, in prodotti sportivi. Bastava realizzarli con
marchi di squadre famose di basket, baseball, football e
via dicendo. Per poterlo fare gli imprenditori dovevano
ottenere l’autorizzazione delle diverse squadre: la licenza, appunto. Quando Antonino mi parlò del suo progetto
pensai subito all’opportunità di fare altrettanto in Italia
e, dal momento che si tratta di un Paese calciocentrico, di
chiedere la licenza alle società di football.
Cominciammo veramente da zero. Si partì da un volantinaggio fuori dallo Stadio Comunale di Torino. Il
foglietto su cui era stampata una foto di Marco Tardelli
87
piano piano che ho fretta
in azione, che per amicizia ci aveva autorizzato a usare
gratuitamente, informava i tifosi che da quel momento,
e per la prima volta assoluta, si potevano acquistare le
maglie originali della Juventus. Bastava richiedere il catalogo inviando 2.000 lire in francobolli. Poi si sarebbe
dovuto fare l’ordine e alla fine la maglietta sarebbe stata
recapitata loro con pagamento contrassegno.
Distribuimmo circa 20.000 volantini e, nonostante la
complessità della procedura, la risposta fu straordinaria:
ricevemmo ben 12.000 richieste di cataloghi, con quindi
allegato l’equivalente di 24 milioni di lire in francobolli!
Cominciarono così anni molto impegnativi, ma bellissimi.
Nel frattempo si era cementato il mio rapporto con
Daniela, la mia prima “moglie”. Daniela Ovazza era
entrata all’mct quando io l’avevo lasciato per andare a
lavorare in famiglia. Maurizio l’aveva accalappiata una
sera al ristorante in compagnia di amici comuni. Lei si
era appena laureata con 110 in Economia e Commercio
ed era già stata assunta dalla società di revisione Deloitte, dove avrebbe dovuto cominciare pochi giorni dopo.
Maurizio insistette al punto che Daniela cambiò idea
prima della fine del pranzo, diventando per i successivi
quattro anni l’assistente personale e l’ombra di Vitale,
nonché il più giovane consigliere di amministrazione di
sempre del Maglificio Calzificio Torinese.
Dopo che si era ammalato, Maurizio l’aveva incoraggiata, come aveva fatto con me, a lasciare l’azienda e
proprio in quel periodo avevamo anche deciso di trasformare la nostra relazione in qualcosa di molto più
serio, progettando addirittura di mettere al mondo dei
figli. Lei si era appena separata dal primo marito e passavamo già un bel po’ di tempo libero insieme. Dovevamo
inventarci anche un’attività per lei. Dopo l’esperienza
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marco boglione e adriano moraglio
all’mct anche Daniela era decisa a fare l’imprenditrice.
Ci pensavamo molto e valutavamo tante idee, anche le
più bizzarre. Un giorno eravamo a Londra per una breve
vacanza romantica; stavamo tornando a casa di mio fratello Francesco che ci ospitava. Naturalmente pioveva.
A un tratto le dissi: «Bene, da adesso non abbiamo più il
problema di pensare alla tua attività!». Il taxi su cui viaggiavamo era appena stato superato da una moto con bauletto guidata da un ragazzo munito di ricetrasmittente e
pettorina con su scritto «Messenger Fast Delivery from
Desk to Desk». Sotto, a caratteri cubitali, un numero di
telefono. Quella era l’idea di business che cercavamo.
Tornati in Italia, nel giro di poche settimane fondammo con due ragazzi milanesi che avevano avuto la stessa
idea la Mototaxi Srl, che cominciò la sua attività il 17
dicembre 1984. Anche Daniela aveva la sua azienda da
sviluppare, anche lei in un piccolo capannone all’interno dello stesso complesso industriale a pochi passi dalla
mia fsm. Io con Luciano, lei con sua sorella Mirella. A
quel punto Daniela decise di venire a vivere nella mia
soffitta in via Garibaldi.
Per iniziare questa nuova fase della nostra vita mettemmo insieme tutti i nostri risparmi e le rispettive liquidazioni in una specie di cassa comune e decidemmo
di provarci fino a quando i soldi non fossero finiti. Potevamo contare su circa 250 milioni di vecchie lire. Se non
fossimo stati capaci di far decollare le nostre aziende e
avessimo finito i soldi, ci saremmo messi a cercare un
altro lavoro come dipendenti.
Gli inizi delle nostre attività furono veramente belli
anche se molto difficili. Non c’era, nel vero senso della
parola, una lira. Eravamo passati da una situazione di
assoluto privilegio – giovani dirigenti di un’azienda di
successo con segretarie e begli uffici, pagati profumatamente – a qualcosa del tutto opposto. Il primo ufficio
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piano piano che ho fretta
della Mototaxi era piuttosto squallido e mal riscaldato
dal momento che era un magazzino. Io ero pieno di immaginazione e di entusiasmo e trascinavo Daniela che
rappresentava, invece, il lato razionale dell’accoppiata.
Lavoravamo come matti. Io guadagnavo praticamente
nulla perché la fsm per crescere aveva sempre bisogno
di soldi, mentre, per fortuna, Daniela riusciva a portare
a casa qualcosa in quanto la Mototaxi aveva cominciato
a girare quasi subito e richiedeva poco capitale circolante per svilupparsi.
A ogni buon conto, un anno e mezzo dopo, quando il
25 luglio 1986 nacque Lorenzo, il nostro primo figlio,
dovetti ricorrere a un piccolo prestito per fronteggiare
le spese di degenza e di parto.
Caro Adriano, se veramente quanto sto raccontando
può interessare i giovani, vorrei approfittare di questo
passaggio per dire che, pur ricordando quel periodo
come il più difficile e pieno di sacrifici e di rischio, lo
giudico, senza ombra di dubbio, come il più bello della
mia vita, e questo vale anche per Daniela. Progettavamo
e sognavamo con l’entusiasmo dei bambini, ma affrontavamo la realtà con la serietà e l’attenzione delle persone adulte. Credo che, visti dal di fuori, non potevamo
che ispirare tenerezza e affetto. Infatti, in tanti, se potevano, ci aiutavano. Sto pensando in particolare a qualche direttore di banca che in certi momenti ci allargò i
cordoni della borsa non certo per i numeri di bilancio
che potevamo esibirgli, ma per il progetto di vita che
rappresentavamo. Eravamo tutt’altro che spensierati,
ma molto felici.
Nel frattempo, le condizioni di Maurizio Vitale andavano peggiorando: aveva interrotto ogni genere di cura
ed era sempre più debole. Verso la metà dell’86 decise
di farsi ricoverare definitivamente nella struttura spe-
90
marco boglione e adriano moraglio
cializzata di Boston. Per una incredibile coincidenza,
che commuove ancora oggi sia me sia Daniela, partì il
25 di luglio alle 12,30 dalla Malpensa; in tempo per fare
visita verso le 8 alla neomamma e conoscere Lorenzo,
nato da poche ore.
Maurizio rimase a Boston fino alla primavera del 1987.
A fine aprile fu trasferito con un volo speciale in Italia
dove si spense, nel suo letto, il 4 giugno. Daniela e io
trascorremmo con lui il giorno del suo ultimo capodanno a Boston, in ospedale.
Con la scomparsa di Maurizio, Daniela e io sentimmo
di aver oltrepassato il punto di non ritorno. Le nostre
famiglie ci avevano chiaramente comunicato, per ragioni diverse, che non avremmo più potuto contare su di
loro e il nostro grande amico e pigmalione se n’era andato per sempre.
Intanto, grazie ai buoni uffici del solito Gabetti, avevo realizzato la mia prima operazione strategica da imprenditore, vendendo una quota del 20 per cento della
Football Sport Merchandise alla Rinascente.
Avevo cominciato da dipendente, ma, in fondo, mi ero
sempre comportato da imprenditore. Ciò che da questo
momento in poi avrei fatto per il resto della vita.
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PARTE IV
Costruire ascoltando sé stessi
In attesa
Stavolta faccio un po’ d’anticamera: aspetto di riprendere
con Marco il filo del nostro discorso. L’attesa si protrae,
mentre lui è di là, nella stanza del consiglio, dove abbiamo parlato le volte scorse. Ora è impegnato a verificare
uno o più capi della nuova maglieria del marchio K-Way.
Lo aspetto seduto davanti alla sua scrivania. A un certo
punto apre la porta: la maglia che mi fa vedere, indossata da una graziosa dipendente, è una bomba. Bellissima,
molto originale. La vedremo presto in vetrina.
Marco segue tutto di persona, anche la formazione del
campionario. Anzi, soprattutto la formazione del campionario. Nel senso che lui fa tutto come se fosse soprattutto.
La porta della sala del consiglio si richiude e Marco si
scusa. Tornerà tra poco per riprendere il nostro colloquio.
Ma per me quell’attesa è molto fruttuosa: è l’occasione per
capire di più chi è Marco Boglione. Un ufficio rivela l’animo di chi lo vive. Giro lo sguardo a 360 gradi e capisco
chi è il presidente di BasicNet: un uomo che personalizza
tutto ciò che fa, tutto ciò che raggiunge. Lui è sempre dietro a ogni cosa della sua azienda, che è il suo stesso corpo.
La fotografia domina, domina la pubblicità: i due “pallini” di Marco. Solo due dipinti: una gigantografia del volto
di Stella, sua “moglie” (la seconda), e una composizione
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marco boglione e adriano moraglio
di tante tele quadrate dipinte con lo stesso soggetto – una
fila di alberi, la terra, un fiumicello che scorre. Blu e verde
prevalgono. Lungo le pareti, in sequenza, la fotografia di
lui e Maradona (che venne in questi uffici strabiliando
con alcuni palleggi) seduti schiena contro schiena imitando il marchio Robe di Kappa. E poi le foto di Tardelli,
Trapattoni, Chiambretti, Vialli, Zaccheroni immortalati
per le pubblicità dell’azienda, molte delle quali scattate
proprio da Marco. A destra una gigantografia del volantino distribuito nel 1983 da Boglione e da Luciano Antonino sotto lo Stadio Comunale di Torino da cui ebbe inizio
l’avventura della Football Sport Merchandise. Immancabile, anche qui, inquadrata, la “storica” foto di Oliviero
Toscani (quel famoso sedere di donna “foderato” di jeans
attillatissimi) pubblicata all’epoca da un giornale inglese
con la scritta «If you love me follow me».
Passato e presente si mescolano e fanno la memoria di
quest’uomo che, nel frattempo, è entrato e siede alla scrivania. Questo è il luogo delle idee, delle scoperte, e mi è
andata benissimo di aspettare.
Marco non aveva mai smesso di immaginare il suo futuro anche quando lavorava all’mct, anzi cercava ancor di
più di intuirlo, di prefigurare che cosa avrebbe fatto per
mantenere alta l’ambizione che aveva, la voglia di progettare. Daniela fu sicuramente – lo dice proprio lui – la sua
socia ideale, coscienziosa, «tutta d’un pezzo». Anche lei
voleva costruire, e in quel desiderio di costruzione c’era
anche un posto – anzi, occupava quello centrale – per
pensare di mettere su famiglia e avere dei figli. Diventare
mamma e papà, che era, come diceva la madre di Marco:
«Desiderio di farsi una posizione». Marco ripartiva da
zero, ma sapeva dove andare: due aziende, famiglia, grande impegno. E che quest’ultimo non gli mancasse lo dice
bene il fatto che Vitale, quando dovette rimpiazzare Boglione dopo la sua prima “fuga” dall’azienda, per andare a
94
piano piano che ho fretta
lavorare nell’impresa di famiglia, fu costretto a sostituirlo
con quattro persone e un’assistente personale. Daniela,
per l’appunto.
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Amori/1
Ora, caro Adriano, devo raccontarti le mie vicende coniugali.
Quando ho conosciuto Daniela, te l’ho già detto, lavorava come assistente di Vitale. Lei appartiene a un’ottima famiglia ebrea di Torino ed è nata nel 1956 in Uruguay, dove i genitori si erano trasferiti a causa delle follie
della seconda guerra mondiale. Tutta la famiglia tornò
in Italia nel 1966, quando lei aveva dieci anni.
è la seconda di cinque figli, quattro femmine e un
maschio, e si rivelò ben presto una leader anche con i
fratelli, un autentico punto di riferimento, allora come
oggi. S’impone sempre: è carina, minuta, nervosa, “incazzosa”, molto intelligente e brava a scuola. Si laureò
in fretta e, come ho già avuto modo di dire, la Deloitte,
che non si lasciava sfuggire i migliori laureati, anche in
base alla loro provenienza sociale, le offrì subito un lavoro. Ma finì nelle grinfie di Maurizio Vitale che ne era
rimasto folgorato.
Lei arrivò all’mct immediatamente dopo che io me
n’ero andato via per lavorare nell’azienda di famiglia.
Un giorno, nella mia veste di assicuratore avevo un appuntamento con Vitale, ma lui, ahimè, aveva l’abitudine
di far fare lunghe anticamere ai suoi ospiti.
96
marco boglione e adriano moraglio
Daniela venne così a intrattenermi. Chiacchierammo
per una decina di minuti nel salottino d’attesa, poi passammo alla macchina del caffè per continuare la nostra
conversazione. Dopo una ventina di minuti – non so
bene che cosa fosse successo – sfilai una bella penna a
sfera che avevo nel taschino della camicia, gliela diedi
e le dissi: «Tieni questa, perché un giorno ti sposerò».
Andò proprio così, anche se Daniela non la prese per
nulla sul serio. Era fidanzata e di lì a poco si sarebbe
sposata per davvero e non con me. Inutile dire che aveva fatto colpo. Comunque dopo un po’ di anni quella
mia vision si realizzò.
A questo punto, caro Adriano, è necessario fare una
piccola parentesi per illustrare il concetto che ho del
matrimonio. E così spieghiamo il perché delle virgolette
alla parola “moglie”…
Ho quattro figli con due mamme diverse che da sempre considero a tutti gli effetti mie mogli, ma non mi
sono mai sposato. O meglio, non mi sono mai sposato
davanti a un sacerdote o a un pubblico ufficiale. Ho
sempre avuto la sensazione che accettare la formula e
il testo del rito convenzionale rappresentasse una scorciatoia, un alibi che rischiava di diminuire l’intensità e
l’importanza che, invece, avrei dovuto sentire solo su
me stesso, sulla mia integrità e sulla mia lealtà nei confronti della mia consorte e madre dei miei figli. Non
sposandomi con il ciclostile, con la formula uguale per
tutti, mi sarei sentito più responsabile, che era proprio
quello che volevo: sentirmi blindato, inchiodato alle mie
responsabilità di genitore e di capofamiglia; metterci di
mezzo solo la mia faccia, quella che tutte le mattine vedo
nello specchio mentre mi faccio la barba e che intendo
continuare a guardare dritto negli occhi fino a quando
li chiuderò per sempre. Così ho pensato che, nel caso
97
piano piano che ho fretta
avessi deciso di mettere al mondo dei figli, avrei fatto
alle loro madri una serie di promesse, con solo la mia
dignità in ballo, per me indissolubili. Eccole:
«Farò tutto quanto in base alle mie capacità per stare sempre con te e per invecchiare insieme a te. Mi occuperò sempre del tuo mantenimento, della tua salute e della qualità
della tua vita che non sarà mai diversa dalla mia. Mi impegno a educare i nostri figli secondo una cultura che sia la
conseguenza esclusiva del nostro comune sentire».
La mancanza di riferimento alla fedeltà non è casuale. Infatti la considero la vera linea di demarcazione tra
una convivenza coniugale ricca, solida e consapevole,
e l’ipocrisia. Credo tuttavia che prometterla possa trasformarsi in qualcosa che, in certe circostanze, potrebbe costringermi o a venir meno a un impegno preso o
a mentire, proprio le due cose che cerco in tutti i modi
di non fare.
Questi sono i valori a cui mi sento indissolubilmente
legato sia nei confronti di Stella sia di Daniela. A maggior ragione adesso che con Daniela ne ho anche sperimentato la tenuta in seguito all’interruzione della nostra
vita “coniugale”. La nostra separazione, di fatto, è durata cinque anni prima che tutti e due, quasi contemporaneamente, fossimo pronti a riallacciare una relazione
importante. Non siamo andati dagli avvocati, ci siamo
sempre rispettati e, ancorché separati, abbiamo sempre
anteposto a qualunque altra cosa gli impegni presi, in
particolare il primo. Abbiamo entrambi fatto molta fatica, ma oggi ne siamo orgogliosi e lo sono anche i nostri
figli. Daniela e io, a questo punto, siamo certi che, se la
salute ci aiuterà, invecchieremo insieme.
Penso che se invece avessimo firmato un pezzo di carta, con in più, già prevista, legittimamente, la clausola
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marco boglione e adriano moraglio
rescissoria, sarebbe stato molto più facile, quando le
difficoltà e le incomprensioni erano veramente grandi,
cedere alla tentazione di sciogliere il nostro sodalizio
affidandoci alla legge uguale per tutti, ma venendo di
fatto meno ai nostri reali e intimi desideri riflessi in quegli impegni.
Con Stella, quindici anni dopo, è successa più o meno
la stessa cosa.
Un giorno di giugno del 1998 partecipavo a Cernobbio, sul lago di Como, a un seminario del Consiglio per
le Relazioni tra Italia e Stati Uniti, di cui faccio parte,
organizzato dallo Studio Ambrosetti di Milano. Il convegno era molto interessante, ma dietro il tavolo dei
relatori c’era qualcosa che aveva attratto il mio interesse molto di più di quanto stessero dicendo gli illustri
relatori: una bella e giovane ragazza asiatica che con
grande professionalità e discrezione dirigeva l’andamento dei lavori e la gestione degli interventi dalla sala,
mantenendosi in collegamento auricolare con il suo
capo che sedeva in fondo alla platea. Decisi che dovevo catturare la sua attenzione per poi tentare un contatto durante un coffee-break. Mantenni il mio sguardo
continuamente puntato su di lei che, ovviamente, se ne
accorse. In seguito, durante una pausa dei lavori, l’avvicinai e scambiai quelle quattro chiacchiere necessarie
a entrare in possesso della sua e-mail. Quella volta non
insistetti oltre.
Finito il congresso, tornato in ufficio, le scrissi due
righe cercando di esserle simpatico, ma non ricevetti alcuna risposta. Passò un anno esatto prima che tornassi
a incontrarla di nuovo allo stesso seminario. Ci imbattemmo nel corridoio dell’albergo che ospitava il convegno prima dell’inizio dei lavori. Per quanto mi riguarda
sentii il classico tonfo al cuore.
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piano piano che ho fretta
Dalle poche parole che scambiammo, però, mi resi subito conto che non ero stato solo io a ripensare per un
anno al breve incontro e alla e-mail che le avevo spedito
senza ricevere risposta. Di fatto, da quel momento, non
ci siamo più lasciati per un attimo.
Qualche giorno dopo siamo usciti per la prima volta
a cena. Stella viveva a Milano, lavorava allo Studio Ambrosetti, studiava Scienze politiche alla Statale e divideva un appartamento con due giovani coinquilini che,
invece, facevano gli psicoanalisti. Avevo capito subito
che era una gran brava ragazza, brillante e divertente,
ma ben piantata su sani principi. In più la trovavo estremamente carina. Quella prima sera tirammo tardi e ci
raccontammo l’un l’altra in modo abbastanza approfondito. A un certo punto Stella mi disse che avrebbe
voluto una famiglia e dei figli, e io le risposi che non
le avrei potuto promettere il matrimonio, quello ratificato da un pezzo di carta, da un ciclostile, ma che per
quanto riguardava i figli ne avremmo potuto parlare. Di
fatto fu proprio in quel momento che decisi che sarebbe
diventata, a modo mio, la mia seconda “moglie”. Sono
trascorsi quasi dieci anni e, per fortuna, ne sono ancora
innamorato come lo ero quella sera.
Stellina è una bellissima persona. è nata in Cina nel
1971, ma si è trasferita con i genitori in Italia quando
aveva soltanto due anni. Ha sempre aiutato la famiglia
nelle sue diverse attività: prima i laboratori di pelletteria, a Bologna, dove ha frequentato le elementari e le
medie; poi la ristorazione nei locali di Como e Milano. è una splendida compagna di vita, ricca di grande
sensibilità e generosità. Nel 2001, quando è finalmente
diventata cittadina italiana dopo tanti anni di attesa, ha
pianto lacrime di commozione sincera giurando fedeltà
alla nostra Costituzione.
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Amori/2
Caro Marco, scusa se ti interrompo. Ti ho ascoltato e vedo
che sei uno spettacolo di semplicità, onestà e sincerità nel
raccontarti, persino quando parli dei tuoi amori…
E penso al mio, a quello che nutro per Bianca.
Permettimi, allora, di dire che anch’io so bene che cosa
significhi quel tonfo al cuore di cui hai parlato. Lo ricordo, come fosse ora: era l’estate del 1979. Mi trovavo nel
grande corridoio del Palazzo delle Facoltà umanistiche,
a Torino: notai Bianca, un po’ da distante, mentre stava
proponendo a chi entrava in università l’acquisto di una
rivista. Il suo vestitino verde a mezze maniche, leggermente lungo, col corpetto alto e un po’ scampanato, le
stava d’incanto. Collegai, in un istante, quel momento
di evidenza e di meraviglia che stavo vivendo a tutti i discorsi e alla compagnia che ci eravamo fatti nei mesi precedenti. Quante volte, anche al telefono, avevamo parlato
del nostro impegno di rappresentanti degli studenti, dei
problemi del suo corso di laurea, dei nostri studi e degli
incontri tra universitari che spesso ci vedevano insieme.
Decisi di dichiararmi. Una sera – eravamo tornati da
una passeggiata lungo il Po, al parco del Valentino, con
amici – presi coraggio e manifestai i miei sentimenti.
Ma… prima ancora di sentire la sua risposta, un pensie-
101
marco boglione e adriano moraglio
ro percorse la mia mente: mi immaginai – non so come,
non so perché, o forse lo so benissimo, perché temevo un
“no” – come un capo di selvaggina colpito a morte in una
battuta di caccia. Già mi vedevo planare, quasi morto, e
schiantare al suolo…
Marco… non fu così… La nostra storia cominciò ufficialmente qualche giorno dopo, ma era chiaro che i primi passi erano stati compiuti quella sera; era il 17 luglio.
Mentre ti parlo sono trascorsi, da allora, circa trent’anni.
Che cosa potevo aver fatto per conquistarla? Sono convinto che ci sia stato lo zampino di quel “destino” cui tu
accenni spesso…
Mannaggia a te! Guarda che cosa mi spingi a raccontare
con ‘sta storia dei tuoi amori…
Passò qualche anno prima che maturasse in me l’idea
di volerla sposare. Sì sposare, il matrimonio con la formula da ciclostile, come dici tu. Desideravo stare con lei
per sempre – in quale modo e con quali conseguenze non
sapevo. Ma quella cosa lì, «per sempre», mi era chiara.
Glielo dissi cinque anni più tardi, nella bella chiesa di
San Domenico, a Torino; era l’8 luglio del 1984:
«Prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita».
Sai, Marco, li ho calcolati: a oggi, mentre ti parlo, sono
trascorsi oltre novemila di quei «tutti i giorni della mia
vita». Non sono così tanti… e nemmeno pochi.
Sono arrivate le nostre figlie, prima Ivana, poi Barbara,
e più passa il tempo più mi appaiono come un miracolo,
e non come un’inevitabile e meccanicistica conseguenza!
Abbiamo avuto tanti “casini” (col lavoro, tra noi, le no-
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piano piano che ho fretta
stre differenze…). Ora sono trascorsi 25 anni da quel sì, e
trenta da quel tonfo al cuore di cui ti ho parlato. E ti dico
tutto ciò senza avvertire alcuna stanchezza.
Che meraviglia!
Promesse mantenute? Me lo dirà il Destino, con la «d»
maiuscola, quando lo vedrò faccia a faccia, visto che gli ho
chiesto – e glielo chiedo sempre – di darmi la Sua forza e
la Sua libertà.
Certo è che, tu e io, se continuiamo a parlar di donne
rischiamo di perdere il filo del discorso…
103
Ripartire da zero
Ok. Torniamo, dunque, a dove eravamo rimasti prima
di iniziare a parlare di matrimoni e di mogli. Veniamo
alla metà degli anni Ottanta e all’inizio di quella bellissima avventura umana e professionale che ha fatto di me
un imprenditore.
Dunque, Daniela e io ricominciammo daccapo. Il primo passo fu compiuto da lei, in quella fatidica data del
17 dicembre 1984 in cui venne avviata l’attività della
Mototaxi; l’altro, come ho detto, l’avrei compiuto io sei
mesi dopo, buttandomi a capofitto nella Football Sport
Merchandise.
La Mototaxi partì con una campagna di affissioni
stradale: un motorino stilizzato, avveniristico, con una
semplice scritta – «Finalmente!» – e in grande evidenza
un numero telefonico a quattro cifre: 2602. Strategica,
quella scelta: i numeri di telefono a quattro cifre erano
quelli delle grandi aziende. E noi volevamo farci equiparare, nella mente dei nostri clienti, proprio a quelle.
La stessa Football avrà in seguito un numero telefonico
a quattro cifre, quel 2617 che continua a essere oggi,
preceduto dallo 011, il numero della BasicNet. Volevamo comunicare una cosa semplice ma importante. Il
servizio moderno e tecnologico del ritiro e recapito di
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marco boglione e adriano moraglio
buste da una scrivania all’altra in pochi minuti era finalmente disponibile anche a Torino.
La pubblicità ebbe effetto, tutti la capirono al volo e
poche ore dopo la comparsa dei primi manifesti il telefono, per fortuna, cominciò a squillare. Quella campagna
pubblicitaria era molto costosa e non avremmo mai avuto i soldi per pagarla se l’attività non fosse decollata.
La Mototaxi partì in modo veramente bello. Non
c’erano soldi per arredare il garage che serviva da ufficio, ma Daniela e Mirella lo sistemarono con mobili e
soprattutto scrivanie che Vitale aveva dismesso dal Maglificio Calzificio Torinese, tutta roba da buttare.
Il più grande investimento fu con l’allora società di monopolio telefonico, la sip. La Mototaxi, pur non avendo
i fondi per comprare subito un vero centralino, si fece
installare le venti linee necessarie per gestire l’attività e
per poter ottenere il numero a quattro cifre, con venti
diversi telefoni separati. La fortuna di Daniela fu che
la sip le diede anche venti pacchi di guide telefoniche
del tutto superflue, dal momento che con quelle linee
si ricevevano solo chiamate. Quei plichi tornarono però
estremamente utili per far stare in piedi alcune scrivanie
riciclate a cui mancava una gamba.
Diversi anni dopo ebbi un’adorabile discussione con
Daniela che, invitata da me a comprare nuove scrivanie,
dal momento che a quel punto se lo poteva permettere, si rifiutò dicendo che in fondo andavano benissimo
quelle vecchie sostenute dalle guide del telefono!
La Mototaxi aveva bisogno di un’organizzazione molto semplice, più o meno come una centrale di radiotaxi.
I clienti chiamano al telefono, l’operatore inserisce la
richiesta con tutti i dettagli del caso su un sistema informatico che la trasferisce a un altro operatore, il marconista, che la lancia e l’assegna via radio al ragazzo in
motorino più vicino all’indirizzo del ritiro. Ma il fatto è
105
piano piano che ho fretta
che la Mototaxi iniziò a funzionare senza nulla di tutto
questo. Daniela e Mirella cominciarono senza computer, senza ponte radio e senza centralino.
I primi tre o quattro mesi i messaggeri muniti di un
sacchetto di gettoni telefonici si sparpagliavano per tutta la città piazzandosi nelle cabine telefoniche e rimanevano in contatto con la sede fino a quando veniva loro
assegnata una corsa. Era un lavoro da pazzi: queste due
ragazze rispondevano freneticamente ai clienti e poi
cominciavano ad alzare un telefono dopo l’altro chiedendo ai ragazzi dove fossero per ottimizzare i percorsi.
Andarono avanti così finché furono sicure che la cosa
potesse funzionare. Soltanto dopo cominciarono ad acquistare, in leasing, tutto il necessario e l’attività decollò
definitivamente. Avevamo individuato e risposto a un
bisogno latente del mercato. Per chiarezza bisogna ricordare che a metà degli anni Ottanta non esistevano
ancora i telefonini, e nemmeno Internet e il fax.
Le cose procedevano bene, si faceva esperienza sul
campo, stavamo imparando a fare gli imprenditori. Purtroppo, però, una spada di Damocle incombeva sulla
testa della nuova società e dei suoi soci. Una cosa da
togliere il sonno. A causa dei nostri messaggeri fummo
accusati di violare le leggi sul lavoro. Noi li avevamo
inquadrati come prestatori d’opera occasionale, saltuaria e non subordinata. Nella maggior parte dei casi
si trattava di studenti che così trovavano una forma di
sostegno economico e, comunque, erano tutti soggetti
che decidevano in modo completamente autonomo se e
quando venire a lavorare; nessuno poteva e voleva imporgli nulla. Ma non la pensavano così l’inps e l’Ispettorato del lavoro, che pretendevano fossero dipendenti
a tutti gli effetti.
Incredibile ma vero. Questa contrarietà ci costò, un
anno dopo, la notifica di una multa per oltre un miliardo
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marco boglione e adriano moraglio
di vecchie lire. Una somma da far spavento, considerando che, in un anno, la Mototaxi aveva incassato con il
suo servizio la pur considerevole cifra di 600 milioni di
lire. Partendo da zero, avevamo messo in campo un’idea
che si stava rivelando vincente ed eravamo in attesa del
nostro primo figlio mentre gravavano sulla nostra testa
una multa miliardaria e più di cento procedimenti penali per intermediazione del lavoro. Non c’è che dire.
Nel frattempo, io avevo preso il timone della Football
Sport Merchandise. E anche lì i problemi non mancavano. A differenza di Mototaxi, la fsm aveva bisogno di un
maggior capitale circolante; prima di cominciare a vedere qualche soldo, dovevamo finanziare il magazzino,
realizzare i cataloghi, diffonderli, aspettare che gli ordini arrivassero, prepararli e spedirli. Il ciclo era piuttosto
lungo e per questo la mia Football dovette far ricorso al
credito fin dalle prime ore di vita.
Allora le banche erano più vicine di oggi alle imprese del loro territorio, conoscevano bene le micro-realtà
come la nostra e i loro titolari e così, all’inizio, non fu
difficile per me e per il mio socio, Antonino, ottenere
dal direttore della filiale di Rivarolo Canavese della Cassa di Risparmio di Torino un primo fido di 50 milioni di
lire. Ma dopo qualche mese quelle risorse non erano già
più sufficienti. Anche l’agenzia di zona del San Paolo ci
diede un fido di una ventina di milioni, ma pure quelli
durarono poco.
La situazione finanziaria a metà dell’85 era tutt’altro
che rosea: i fornitori erano piuttosto tolleranti, ma a settembre non avevamo i soldi per pagare l’iva e gli stipendi. Nonostante avessimo ingenti crediti da incassare,
nessuno ce ne faceva più. La situazione era disperata,
anche perché Luciano non aveva assolutamente gestito
la contabilità prima del mio arrivo in azienda.
107
piano piano che ho fretta
Ogni giorno scoprivamo una nuova sorpresa: fatture non registrate ritrovate per caso nei cassetti delle
scrivanie, oneri fiscali non contabilizzati e quant’altro.
Alla Mototaxi era già arrivata la supermulta da più di
un miliardo e la fsm era bell’e pronta a portare i libri
in tribunale. All’interno dell’azienda non esisteva alcuna suddivisione di ruoli tra una dozzina di dipendenti.
Per esempio, non c’era nessuno che fosse responsabile
dell’amministrazione, eppure la società fatturava quasi un miliardo di lire. Dovetti a questo punto prendere
drasticamente la situazione in mano.
Tra i ragazzi che lavoravano alla fsm, dei due più affidabili e maturi una era tedesca e l’altro di famiglia ebraica. Sulla base di queste due caratteristiche decisi che “la
tedesca”, che aveva studiato lingue, sarebbe diventata la
responsabile amministrativa – i tedeschi hanno fama di
puntualità e precisione – mentre “l’ebreo”, ovviamente, lo nominai responsabile degli acquisti. La situazione
era così critica, però, che per salvarci dal peggio dovetti
ricorrere ai risparmi miei e di Daniela, che ci eravamo
imposti di non toccare e che ci servivano per vivere.
In ogni caso non bastavano, e così dovetti chiedere
aiuto anche a mio padre. Fu in questo contesto che realizzai il primo aumento di capitale della mia vita: 100
milioni di lire, 50 nostri e 50 presi a prestito. Eppure,
nonostante questo clima, eravamo sereni e io continuavo a pensare e a sognare in grande come se nulla fosse.
Ma qui, caro Adriano, dobbiamo aprire una bella
parentesi altrimenti rischio di passare per fesso. Il mio
entusiasmo e la mia immaginazione si basavano su qualcosa di molto concreto che era difficile da trasferire agli
altri, ma che per me rappresentava una certezza come
la fede per chi crede. In quegli anni avevo, tra le altre cose, comprato il mio primo personal computer, un
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marco boglione e adriano moraglio
Apple II, seguito a ruota da un modello IIc e dal mio
primo Macintosh. Allora, Daniela lo ricorda bene, passavo notti intere a cercare di capire quel nuovo mondo,
che probabilmente, grazie alle mie inclinazioni matematiche scoperte da fratel Roberto ai tempi del collegio,
mi affascinava in modo irrefrenabile. In quelle notti ho
cominciato a immaginare le straordinarie opportunità
che l’informatica avrebbe consentito agli imprenditori che fossero riusciti a integrarne le ultime evoluzioni
nelle proprie imprese. A quei tempi non c’era ancora
Internet, ma già si potevano intuire le tante applicazioni
rivoluzionarie che si sarebbero potute realizzare con i
pc e con i cosiddetti microsoftware dedicati a specifici
processi aziendali.
Il mio ottimismo si basava allora e si basa ancora oggi
proprio su questo. Ti faccio un esempio che tu, da giornalista, capirai molto bene: i primi cataloghi di vendita
per corrispondenza che la Football realizzava per le tifoserie dei grandi club, così come qualunque altra rivista
stampata a colori, costavano solo di fotolito, fotocomposizione ed esecutivi circa un milione di lire a pagina,
escluso il costo di carta e stampa. Una cifra enorme,
che alzava moltissimo il punto di pareggio dell’attività
e limitava la nostra capacità di offerta, non potendoci
permettere molte uscite. Io ero sicuro che con i nuovi
macchinari e con i software che sarebbero stati, di lì a
poco, lanciati sul mercato, il costo di realizzazione di
una pagina prima della stampa si sarebbe ridotto a più
o meno 50.000 lire facendolo direttamente in casa. Cosa
che, dopo qualche anno, si verificò puntualmente e ci
permise di affermarci nel campo delle vendite per corrispondenza specialistiche.
Nel 1985 cominciai a investire quanto guadagnavo in
software gestionali per le mie imprese immaginando, già
allora, quella che è oggi la BasicNet: un’azienda veloce,
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piano piano che ho fretta
affidabile, flessibile, senza carta, gestita in tempo reale.
Già allora mi dicevo: «Se riesco a realizzare una cosa del
genere, perché non dovrebbe andare bene? Sarò sicuramente più competitivo dei miei concorrenti e crescerò».
Caro Adriano, se oggi visiti un qualunque sito Internet del nostro gruppo, noterai che al fondo di tutte le
pagine c’è una piccola scritta che recita: «Copyright ©
1985-2009 BasicNet S.p.A. All Rights Reserved». Quel
1985 è proprio quello di cui stiamo parlando e molti dei
programmi che usiamo ancora oggi tutti i giorni, come
il piano di evasione ordini delle nostre vendite online,
sono stati realizzati in quel periodo quando, da un giorno all’altro, potevamo essere costretti a portare i libri
in tribunale. Ecco su che cosa di estremamente solido e
concreto, al di là di quanto la gente abbia potuto pensare, si è sempre basato il mio ottimismo anche nei momenti più difficili: sul potere dell’informatica, sull’affidabilità dei processi gestionali che, se ben progettati, mi
avrebbero consentito di accelerare la velocità e l’efficacia delle azioni della mia attività a vantaggio della crescita, della marginalità e della competitività della stessa.
Sì, proprio questo. E ancora oggi è la stessa cosa.
I nostri uffici erano brutti e il mio in particolare. Prima che lo occupassimo Luciano e io era un deposito di
olio combustibile e puzzava ancora a distanza di anni.
Quando pioveva forte si allagava, ma non me ne importava niente. Anzi, mi piaceva da matti. è proprio in
quegli anni che ho cominciato a dare valore alla parola
«basic», che poi è diventata centrale per la mia vita e
tutte le mie attività. Qualità ed efficienza senza fronzoli,
senza niente di superfluo.
Il 10 dicembre 1985 venne a trovarci per la prima
volta un giornalista che cercava una maglietta della Juventus da regalare per Natale a suo figlio. Il giorno
successivo «la Repubblica» pubblicò una pagina inte-
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marco boglione e adriano moraglio
ra dedicata alla nostra realtà. è interessante rileggerne
oggi l’inizio.
Da «la Repubblica», 11 dicembre 1985:
«Siamo a Torino, via Bologna (…) Tanti capannoni anonimi
contraddistinti solo da numeri. Al 70 c’è la Football Sport
Merchandise. Un locale pieno di scaffali molto ordinati;
ci lavorano una mezza dozzina di giovani, un altoparlante
diffonde musica rock, in un angolo gli uffici, parecchi videoterminali ibm. La Football è una società giovane, capitale 99 milioni, bilancio certificato dalla Price Waterhouse,
sulle poltrone principali giovani imprenditori. (…) Marco
Boglione, ex direttore di marketing del gruppo Kappa, ne è
presidente e amministratore delegato. Aria da yuppy sabaudo, parla di “up to date” e di “feeling imprenditoriale”…».
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Il primo partner strategico... E via!
Nonostante il mio entusiasmo e l’interesse che l’azienda suscitava anche nei media, i conti dell’85 risultarono
negativi. Al ritorno da un mio ennesimo viaggio negli
States per studiare quali erano le novità, mi rivolsi ancora una volta per un consiglio a Gianluigi Gabetti. Avevo
un’idea ben precisa di impresa, quella che potei realizzare più avanti proprio con la BasicNet, ma a quel punto
mi trovavo veramente in forti difficoltà finanziarie. Gli
dissi che mi serviva un partner industriale strategico per
poter ottenere quella credibilità e fiducia dalle banche
che non riuscivo più ad avere con le mie sole risorse.
Gli chiesi di aiutarmi ad avere due appuntamenti che
pensavo avrebbero potuto sbloccare la situazione. Uno
con la Rinascente, in quanto grande azienda di distribuzione a cui avrei potuto offrire la mia esperienza nelle
vendite per corrispondenza specialistiche, l’altro con
Silvio Berlusconi, perché potenzialmente interessato
alle vendite per corrispondenza via televisione. Insomma, l’attuale attività di MediaShopping. Gabetti, per
prima cosa, mi incoraggiò, come sempre, a non mollare
e poi, gentilmente, fissò per me due appuntamenti importantissimi. Il primo con Berlusconi che allora non
si occupava ancora di politica, ma era un imprenditore
112
marco boglione e adriano moraglio
fenomenale per cui, lo ammetto, perdevo le bave; il secondo con Nicolò Nefri, il potente amministratore delegato del Gruppo Rinascente.
L’incontro con Berlusconi, fissato per il 12 gennaio
1986, fu disdetto dalla sua segreteria all’ultimo momento, a causa delle vicende legate al lancio de La Cinq in
Francia. Il secondo avvenne a Milano in piazza Carlo
Erba 6. Non so ancora oggi, e non lo saprò mai, se fu
per compiacere Gabetti o per un suo reale interesse,
ma il colloquio con Nefri si protrasse molto più a lungo
del previsto. Alla fine mi chiese: «Che cosa vorrebbe
che noi facessimo per lei e di quanti soldi ha bisogno?».
«Nessun soldo – risposi – vorrei solo che la Rinascente
entrasse in società con me». Lui replicò: «Se dicessi sì
alla sua richiesta, lei accetterebbe di cancellare definitivamente l’appuntamento con Berlusconi?». Risposi con
entusiasmo in modo affermativo. «Allora è fatta; ne parli con Garbolino», concluse Nefri. Ezio Garbolino era il
direttore finanziario del Gruppo.
Fu così che la Rinascente divenne socia al 20 per cento della Football Sport Merchandise attraverso un aumento di capitale a essa riservato, su una valutazione
complessiva della società di circa un miliardo e mezzo
di lire. In quella occasione ci eravamo anche trasformati
da Srl in SpA. La fsm non poteva ancora offrire garanzie, ma nel giro di un mese il suo credito complessivo
presso gli istituti bancari italiani – che era solo di 120
milioni di lire – salì a oltre un miliardo.
L’entrata della Rinascente nel capitale fu fondamentale per sdoganare la fsm negli anni a venire.
Dall’86 al ’90 cambiammo tre sedi. L’attività si sviluppò
fino a raggiungere un fatturato di circa 12 miliardi e con
una ventina di dipendenti. La Football Sport Merchandise
aveva ora un grande socio e un grande sogno da realizzare.
113
piano piano che ho fretta
In quegli anni l’attività era “a tutto campo”. Il software e le attrezzature che avevamo sviluppato per realizzare i cataloghi di merchandise per le grandi tifoserie ci
indussero a tentare la vendita a distanza di altri tipi di
prodotto. Fondammo MusiKa Srl, un catalogo specializzato per melomani che sembrava essere una buona
nicchia di mercato, ma che si rivelò un flop totale. Così
fu, anche se per ragioni diverse, per Moda Mail Srl, un
tentativo di vendere filati a tutte le donne che lavoravano a maglia con dei kit fai-da-te di capi firmati. Nella
scatola di montaggio, oltre al filato e alle istruzioni tecniche per realizzare il maglione, c’era anche l’etichetta
originale dello stilista. Contattammo Missoni e Versace, ma non credettero al progetto e non ci concessero
di usare i loro marchi. Capii subito che senza le grandi
firme non ci sarebbe stata alcuna speranza di riuscita e
infatti questa iniziativa durò poco.
Tentammo anche con un catalogo di prodotti alimentari di alta qualità artigianale, la Villa d’Agliè Srl. Questa
iniziativa ha una storia curiosa perché è stata senz’altro
quella più disastrosa che abbia mai intrapreso: stampammo oltre 20.000 cataloghi e, per la prima volta in vita mia,
mi lasciai convincere a comprare delle liste di nominativi,
le cosiddette mailing list. Da tutti quegli invii e con tutti
quei costi che dovemmo sostenere arrivarono solo due,
dico due, ordini! Per qualche anno ci dedicammo alla
confezione di pacchi dono natalizi per qualche azienda
di conoscenti e poi chiudemmo i battenti.
Non pago di un’attività andata male nel campo alimentare, fondai anche il Caviar Service Srl: volevamo
vendere caviale, aragoste e bistecche americane. Gli acquirenti dovevano ordinarle per telefono e avrebbero
ricevuto le leccornie entro ventiquattro ore. Durò poco,
ma in compenso scoprii ottimi indirizzi di aziende grossiste di questi cibi prelibati che conservo e utilizzo an-
114
marco boglione e adriano moraglio
cora oggi per cene succulente e lussuriose con i miei più
cari amici.
Arrivammo a vendere, a rate e per conto della Fabbri
Editori, anche una raccolta di dispense a fascicoli sulla
vita del Papa.
Avevamo già acquistato il nostro primo as/400, una
macchina innovativa dell’ibm che aveva la grande prerogativa, pur essendo un sistema compatto, di funzionare come database relazionale. Le prime applicazioni
scritte per quel computer ci davano una sensazione di
onnipotenza e così mi lanciavo con molta scioltezza in
avventure commerciali di ogni tipo.
Un’altra attività che realizzai con Daniela e un nostro caro amico che aveva la passione per la bici e per il
triathlon fu la pats Srl (Prodotti ad Alta Tecnologia per
lo Sport). A SoHo, nel 1988, un giorno passai davanti a
un negozio di biciclette e rimasi folgorato da quello che
vidi esposto. Era una mountain bike, qui in Italia un oggetto allora pressoché sconosciuto, ma in più aveva una
caratteristica veramente particolare: era fatta di alluminio e i tubi del telaio erano immensi rispetto a quelli
delle biciclette tradizionali. Entrai e ottenni il numero
di telefono della società del Connecticut che le produceva, la Cannondale. Rimandai la partenza e il giorno
successivo mi presentavo da loro. Un’azienda fantastica, ricavata in una vecchia stazione ferroviaria, fondata e
presieduta da un tipo molto speciale: Joe Montgomery,
un classico americano che sembrava uscito da un catalogo di Ralph Lauren, cinquant’anni, bello e affascinante,
che nella vita aveva fatto prima il pilota commerciale di
piccoli aerei, poi l’immobiliarista alle Bahamas, quindi il banchiere e alla fine aveva deciso di cominciare
a costruire le biciclette del futuro. Joe mi diede retta
subito, probabilmente non aspettava altro, e il giorno
dopo ripartii per l’Italia con il mandato di importatore
115
piano piano che ho fretta
esclusivo per il nostro Paese di quella bicicletta strana,
ma super-innovativa, che portava il nome di una piccola
stazione ferroviaria abbandonata del Connecticut.
Quel prodotto ebbe un successo clamoroso: il primo
container di biciclette che importammo fu venduto in un
battibaleno. Organizzammo subito una rete vendita nazionale formata da trentenni aitanti, appassionati di sport
e in particolare di bicicletta. Acquisimmo anche la distribuzione di altri marchi emergenti, figli della creatività californiana e delle tecnologie della Silicon Valley di quegli
anni, che poi sarebbero diventati famosi come i caschi
Giro e il rivoluzionario sistema GripShift. La pats ci diede molte soddisfazioni. Nel ’93 vendemmo alla Cannondale il business che avevamo sviluppato con i loro prodotti in Italia, loro stabilirono la sede europea in Olanda
e Daniela e io uscimmo dalla società lasciando agli altri
soci l’onore e l’onere di continuare quell’attività.
Nel frattempo continuavamo a sviluppare l’attività
originaria delle magliette e accessori vari delle squadre
di calcio. Vendevamo sempre per corrispondenza, ma
avevamo già aperto il primo negozio Fan’s Shop e ci
preparavamo ad aprirne una ventina nell’area del nuovo
stadio delle Alpi che doveva essere finito per Italia 90.
Nell’88 avevamo anche costituito la BasicMerchandise
Srl – la prima società con un «basic» nel suo nome – per
produrre le magliette, le felpe e i cappellini delle squadre che già vendevamo, ma fatti da altri, con il nostro
marchio: basic appunto.
Il campionato del mondo di calcio era alle porte e una
rampante società che di nome faceva Football Sport
Merchandise non poteva rimanerne fuori. Lavorammo
su due idee, devo dire entrambe buone, che diedero anche buoni frutti: una, in particolare, ottimi.
La prima era di ottenere la licenza esclusiva di pro-
116
marco boglione e adriano moraglio
durre la mascotte dei giochi in tutte le sue rappresentazioni tridimensionali: pupazzi di panno e peluche di ogni
tipo. Luca di Montezemolo, che era il direttore di tutta
l’organizzazione, mi diede l’autorizzazione a procedere
spillandomi un bel minimo garantito sul contratto, ma fu
un’operazione di successo e anche decisamente redditizia.
L’altra idea era quella destinata sulla carta a rendere
meno, ma era irrinunciabile per noi che per mestiere
vendevamo alle tifoserie i prodotti ufficiali delle loro
squadre del cuore. Avevamo deciso di realizzare un catalogo con tutto il merchandise ufficiale delle nazionali che venivano a giocare in Italia. Per questo avevamo
contattato, con largo anticipo, tutte le più importanti
federazioni e il mio amico Domenico Sindico, futuro
avvocato, che da poco aveva lasciato un noto studio di
marchi e brevetti di Torino dove lavorava per dedicarsi
praticamente a tempo pieno alle nostre attività, aveva
fatto letteralmente il giro del mondo visitandole tutte
e ottenendo le debite autorizzazioni. Il catalogo si sarebbe chiamato The Fan’s Supermarket: avevamo già
la copertina pronta e stavamo per cominciare a realizzarlo quando all’improvviso Oscar Massari, titolare di
un’agenzia di comunicazione e licensing che già aveva
lavorato con la Ferrero in occasione della precedente
Coppa del Mondo in Messico, mi accese una lampadina. La Ferrero, che contava di acquisire il diritto di
pubblicizzare i suoi eccellenti prodotti per tutto il 1990
utilizzando il simbolo dei mondiali, diventandone uno
degli sponsor, era stata battuta sul filo di lana dalla Barilla che, alleatasi con la multinazionale americana Mars,
aveva offerto di più.
La grande Ferrero aveva di conseguenza lanciato al
mercato dei pubblicitari una sfida: trovare un’idea di
grandissimo impatto alternativa alla sponsorizzazione,
una sorta di piano b. C’era fretta. Ci pensai su parecchio
117
piano piano che ho fretta
e una notte, durante un weekend in montagna, mi venne
l’ideona: cedere alla potentissima azienda alimentare il
nostro Fan’s Supermarket; invece di vendere i prodotti
avremmo chiesto ai consumatori di raccogliere i bollini
sulle confezioni dei prodotti Ferrero e di inviarceli al posto dei soldi. Ne venne fuori un’operazione colossale.
La Ferrero stampò, in prima tiratura, otto milioni di
cataloghi invece dei 70.000 previsti da noi. I prodotti
con i bollini per ricevere la maglietta della Nazionale
italiana piuttosto che brasiliana o argentina andarono
letteralmente a ruba nei supermercati. E fu così che la
Ferrero riuscì a superare per la prima volta il suo rivale
emiliano nei cosiddetti “prodotti da forno” grazie alla
raccolta punti del secolo denominata «Vinci Campione». Quella collaborazione fu molto intensa, ma anche
molto proficua. La Ferrero si appoggiò a noi per molte
altre attività relative a quella colossale macchina logistica attivata da oltre un milione di famiglie italiane che
conclusero la raccolta e a cui fu spedito il premio scelto.
A quella operazione ne seguirono altre due negli anni
successivi, una con in premio le felpe delle più prestigiose università americane e un’altra con i prodotti delle squadre di serie A italiane.
Tutto, a quel punto, sembrava che incominciasse a girare. Eravamo anche diventati distributori della statunitense Starter, che produceva quelle giacche lucide con
le scritte delle squadre americane che in quel periodo
andavano di gran moda tra i giovani. I conti dell’azienda erano molto migliorati e ci accingevamo a chiudere il
bilancio, per la prima volta, con un utile considerevole:
qualcosa intorno al miliardo di vecchie lire.
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Una brutta sorpresa
Un bel giorno, nel senso che c’era il sole, ero sull’autostrada per Milano diretto a Linate per andare a Mosca
quando ricevetti una brutta telefonata da Renate Hendlmeier, la direttrice amministrativa che, nel frattempo, era diventata a tutti gli effetti la vera capoazienda.
Quella mattina di buon ora ci avevano fatto visita alcuni
funzionari dell’Ispettorato del lavoro, accompagnati dai
carabinieri. Avevano bloccato tutte le attività, messo i
sigilli agli armadi e ai cassetti e stavano interrogando
tutti i dipendenti. Non riuscivamo a capire che cosa
stesse succedendo.
Una volta tornato dall’urss, in cui ero stato costretto
ad andare non potendo disdire l’appuntamento, mi resi
conto che l’accaduto era molto grave. Incontrai l’ispettore, una persona perbene ma costretto dalla sua funzione a comportarsi in modo assolutamente burocratico, che mi informò che la situazione era molto seria; si
rendeva conto che non c’era stata da parte nostra malafede o intento truffaldino ai danni di nessuno, Stato
compreso, ma che, purtroppo, avrebbe dovuto rifilarci
una multa che, secondo i suoi calcoli, sarebbe stata di
dimensioni stratosferiche. Mi chiese se avevo conoscenze che potessero arrivare ai “piani alti” dell’Ispettorato
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marco boglione e adriano moraglio
e io, naturalmente, gli risposi di no. La nostra colpa era
la seguente: nel corso degli anni avevamo assunto una
trentina di ragazzi con il contratto di Formazione e Lavoro. Quando ciò avveniva io intervistavo il candidato
e, se decidevo di assumerlo, Renate chiedeva in Regione
la concessione del contratto. La Regione, seppur abbastanza sollecita, rilasciava quei nullaosta nel giro di
qualche settimana, al massimo un mese. In questo intervallo noi, abbastanza ingenuamente, proponevamo al
ragazzo o alla ragazza di turno di cominciare a lavorare
e retribuivamo il periodo antecedente all’arrivo del nullaosta regionale applicando la ritenuta d’acconto.
Tutto era così, almeno in apparenza, regolare e legale. Peccato però che tra le varie clausole del contratto
di Formazione e Lavoro ce ne fosse una che prevedeva
tassativamente che tra il datore di lavoro e la risorsa non
fosse esistito alcun rapporto di collaborazione anteriore
all’inizio del contratto stesso. Così tutti i nostri contratti
di Formazione, tramite i quali avevamo assunto i nostri
collaboratori, moltissimi dei quali anche già trasformati
in tempo indeterminato, erano da considerarsi di fatto
nulli e, di conseguenza, bisognava calcolare tutte le evasioni contributive e le sanzioni, aumentate sensibilmente nel corso degli anni trascorsi.
L’ispettore sembrava veramente spiaciuto, ma, a suo
dire, non poté fare nulla per evitarci il peggio; a un certo punto, durante uno dei nostri colloqui, mi fissò negli
occhi e, accennando al nostro nuovo ufficio open space
fresco, luminoso e pieno di tanti giovani al lavoro, mi
disse: «Ma Boglione, un ragazzo come lei e con questa
bella azienda non poteva pagare in nero tutta ‘sta gente
per quei pochi giorni che precedevano l’inizio del contratto di Formazione?». La misi sul ridere con una battuta: «Da grande, se mi capiterà di diventare primo ministro, voglio poterlo fare senza scheletri nell’armadio!
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piano piano che ho fretta
Purtroppo devo dirle che in questa bella azienda siamo
così fessi che non facciamo il nero». A ogni buon conto,
e a conti fatti, la multa superava il miliardo e mezzo di
vecchie lire! Pazzesco.
Nei primi due anni dopo i Mondiali di calcio continuai con impegno ad avviare nuove attività. Realizzammo una joint venture con la Swingster Inc. di Kansas
City, una società americana molto più grande di noi, per
sviluppare le attività promozionali delle grandi aziende
che avevamo cominciato grazie alla Ferrero, nonché altre diverse iniziative, compresa l’apertura di un primo
supermercato stile occidentale nel Kazakhstan e un attività turistica di heliski sulle montagne di quel Paese.
La Rinascente, cioè il nostro socio, non aveva voluto
sentire parlare di fare ricorso e quindi di muovere causa
all’inps per contestare la pesante e ingiusta sanzione che
gravava sulla società, cosa che invece stavamo facendo
per la Mototaxi; l’entusiasmo iniziale per il nostro sodalizio stava calando rapidamente. L’àncora di salvezza
arrivò da un provvedimento del governo di turno, e cioè
la possibilità di accedere a uno dei tanti condoni che ci
permise di limitare un po’ i danni che però ammontarono, complessivamente, a 900 milioni di lire. Tutti gli
utili di quel periodo felice andarono in fumo, ma con
quei soldi, almeno, ci ricomprammo la libertà.
D’altra parte le condizioni di mercato perché noi potessimo continuare a rinnovare le licenze con le maggiori squadre di calcio italiane erano molto cambiate.
Le grandi aziende sportive, Nike in prima fila, avevano
aumentato di molto il loro interesse per le sponsorizzazioni nel mondo del calcio e offrivano alle società molti
soldi, pretendendo però esclusive assolute. Con il passare del tempo la nostra attività, a differenza di quanto
avveniva negli States, sarebbe stata cancellata dall’intervento diretto delle grandi aziende. Il nostro illustre
121
marco boglione e adriano moraglio
socio, inoltre, si era stancato di stare con noi e, come
se non bastasse, il consuntivo del 1993, che io, pochi
giorni prima della fine dell’anno, avevo garantito all’amministratore delegato della Rinascente decisamente in
attivo, si rivelò un disastro a causa del fallimento inaspettato di un nostro grande cliente greco e di un paio
di altri imprevisti.
Quando, con Renate, guardai i conti nei primi giorni di
gennaio del ’94 dovetti arrendermi all’evidenza. Quella
volta non ci sarebbe stato scampo. La perdita era forte, i debiti ammontavano a oltre 2 miliardi e avremmo
dovuto ricapitalizzare subito la società, cosa che il nostro socio importante non avrebbe mai accettato di fare.
Cercai un po’ in giro potenziali investitori, ma mi resi
conto che non c’erano possibilità. In quei giorni conobbi anche un giovanissimo Alessandro Benetton che stava mettendo su la sua 21 Investimenti. Fu un incontro
interessante con un giovane appena tornato dagli Stati
Uniti, stanco ma estremamente lucido, molto attento a
quanto gli esponevo e, a differenza di tanti altri, sincero.
«Tu di tempo non ne hai molto – mi disse – e io non
voglio farti perdere quel poco che hai. Non siamo interessati a investire, ma grazie per avermene parlato».
Sembrava proprio che non saremmo più riusciti a rialzarci: addio sogni di gloria, addio sogni del giovane
che voleva fare l’imprenditore. Forse avevano ragione
in famiglia…
Quando sembrava veramente finita, si verificò una
svolta epocale. Il 14 gennaio 1994 il Maglificio Calzificio Torinese fu dichiarato fallito. Sì, sette anni dopo
che Vitale era scomparso l’azienda di famiglia che tanto
amava l’aveva seguito.
122
PARTE V
Un’incredibile avventura
“Mission impossible”
Fui informato del fallimento del Maglificio Calzificio
Torinese da Aldo Berta, un mio ex collega che vi lavorava (e che lavora ancora oggi con me). Ero in macchina
e non potei credere alle mie orecchie. Era la cosa più
incredibile che potessi immaginare. Ricordo, però, che
prima ancora di mettere giù il telefono stavo già pensando alla folle idea di acquisire proprio io quella grande
azienda appena fallita con la mia piccola “boita” che in
quel momento aveva patrimonio negativo, un sacco di
debiti e un socio che non vedeva l’ora di andarsene.
Avevo già accarezzato altre volte l’idea di acquisire il
Maglificio Calzificio Torinese. Si sapeva che l’azienda
non navigava in buone acque e ne avevo anche parlato
con Moreno Martini, un avvocato, marito di una mia
cara amica, che si era occupato brevemente del dossier
per conto di una nota merchant bank torinese. Ma l’insieme dei problemi e dei debiti dell’azienda era tale da
renderla una “mission impossible” almeno per me, che
avevo già un sacco di problemi.
Ricordo che poco prima del Natale del ’93, un tardo
pomeriggio, io e Moreno convenimmo di soprassedere
all’idea: ci scambiammo gli auguri e ci lasciammo dicendoci che, se mai l’mct fosse fallito, se ne sarebbe potuto ri-
124
marco boglione e adriano moraglio
parlare. Cosa che si era verificata meno di un mese dopo.
La strategia mi era molto chiara. La mia piccola azienda, supergiovane e informatizzata, che da anni lottava
facendo di tutto per sopravvivere e crescere, aveva bisogno di una sola cosa. Tu, Adriano, penserai ai soldi, invece no. Non di soldi, o meglio non solo di soldi: aveva
bisogno di un suo marchio. Il modello di business era:
un’azienda fatta da una rete di imprenditori a cui noi
fornivamo tutti i servizi necessari per poter commerciare nei loro territori con i nostri marchi per i quali cedevamo loro una licenza di produzione e distribuzione.
Tutto era molto chiaro a me e ai miei più stretti collaboratori, ma la cosa non avrebbe mai potuto funzionare a
medio e a lungo termine se i marchi che avremmo avuto
a disposizione fossero appartenuti ad altri che, in qualunque momento, avrebbero potuto piantarci in asso.
Al contrario, se avessimo potuto contare su marchi del
calibro di Kappa e Robe di Kappa avremmo avuto una
tale impennata di ricavi per la nostra piccola realtà che
avremmo potuto smettere «di fare di tutto» per sopravvivere e ci saremmo potuti concentrare solo sul nostro
core business, che era quello di “fare magliette”.
Dopo la telefonata con Berta la prima persona che
chiamai fu Daniela che, forte del suo innato pragmatismo, dopo essere rimasta in silenzio qualche secondo
commentò laconicamente: «Era inevitabile…». Dalla
mia voce, però, aveva capito subito a cosa stavo pensando e quindi, di botto, come spesso fa lei, cominciò a
inveire contro di me, prevedendo un mare di disgrazie
se mi fossi andato a cacciare in quel casino. Mi disse
testualmente che «ci aveva già lasciato le penne Maurizio». Cercò fino all’ultimo di strapparmi la promessa
di lasciar perdere e soltanto quando arrivai a casa riuscii a interrompere la telefonata. Poi chiamai il mio
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piano piano che ho fretta
amico Motoo Hagiwara, direttore della Phenix Co. che
distribuiva Kappa in Giappone da una decina d’anni
con grandissimo successo. Pensa, Adriano, che l’mct,
prima di fallire, fatturava in Europa un’ottantina di
miliardi di vecchie lire e la Phenix, nel solo Giappone,
vendeva prodotti a marchio Kappa per quasi 200 miliardi. Conoscevo bene Hagiwara dal tempo in cui lavoravo all’mct con Vitale e all’inizio degli anni Novanta
era anche diventato distributore dei prodotti della mia
BasicMerchandise. Rimase atterrito dalla notizia: aveva
veramente molto da perdere.
Durante il weekend contattai Moreno e parlai della
cosa con Carlo Pavesio, mio carissimo amico e prezioso
avvocato, che più di chiunque altro ha condiviso, assecondato e difeso le mie idee negli ultimi vent’anni.
Carlo era perfettamente al corrente della situazione
della fsm e non vedeva come avremmo potuto intervenire dal momento che la società era già fortemente in
crisi finanziaria di suo. Moreno, invece, non ne sapeva
molto né del fallimento dell’mct né della situazione in
cui versava la mia azienda.
Parlai subito della cosa anche a Paolo Pellizzari, mio
cugino di terzo grado da parte materna e grazie al quale
circa un anno prima avevo conosciuto William Fung, con
cui avevo deciso di entrare in società per cominciare a
realizzare i prodotti della BasicMerchandise in Cina.
Il lunedì mattina sul presto chiamai Berta e gli chiesi
di trovarmi subito il numero di telefono del curatore
fallimentare. In breve mi trovai seduto alla scrivania a
fissare un numero telefonico e a pensare alle parole che
avrei dovuto dire a quel signore che non conoscevo.
Quella volta, a differenza di altre in cui sai che cosa vorresti dire, ma non sai come, non sapevo nemmeno quello che avrei voluto dire. Decisi, comunque, di chiamarlo
e di dirgli sostanzialmente la verità: cioè che non sapevo
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marco boglione e adriano moraglio
bene come, ma che avrei voluto tentare di acquisire i
marchi del Maglificio Calzificio Torinese appena fallito.
Andò proprio così: quella telefonata fu brevissima. Il
curatore, si chiamava Enrico Stasi, mi era stato descritto
da Moreno, che l’aveva conosciuto per altre vicende,
come un duro e un burbero, così non rimasi particolarmente colpito da quella conversazione. Mi disse solo
che, al momento, era troppo presto per intavolare qualunque discorso: l’azienda era fallita da poco e lui aveva appena ricevuto l’incarico. Mi disse di richiamarlo
dopo una settimana. Tentai di presentarmi, ma troncò
la telefonata con un distaccato: «So chi è lei». Non feci
a tempo a dirgli praticamente niente; l’unica cosa che
riuscii a bofonchiare, fantozzianamente, fu che speravo
di essere stato il primo a manifestare interesse.
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Take Over Kappa
Dietro al mio ufficio, in via Padova, c’era il tipico bilocale del custode che noi avevamo un po’ rinfrescato e
rimesso in ordine e che usavamo come foresteria per i
contatti di lavoro della fsm.
Lo stesso lunedì pomeriggio convocai gli stati maggiori. Carlo Pavesio, Moreno Martini, Aldo Berta e Roberta Alberghini ex mct, più i miei fedelissimi di allora,
Renate Hendlmeier e William Carelli, con la giovane e
promettente neoassunta Paola Bruschi.
Decidemmo di attrezzare quelle due stanze a quartier
generale del progetto (il nostro bunker!) a cui diedi,
come prima cosa, un nome. La nostra nuova, pazzesca
avventura si sarebbe chiamata tok. Che sta per «Take
Over Kappa». Nessuno sapeva ancora come, ma volevamo comprare la Kappa.
Ognuno si fece carico di un compito. Berta e Alberghini avrebbero dovuto reperire gli ultimi dati disponibili
della gestione commerciale dell’azienda e organizzare al
più presto un incontro tra i rappresentanti di zona più
importanti e me. Decidemmo subito che Moreno sarebbe stato il nostro avvocato per i rapporti con la curatela
e che Carlo si sarebbe occupato con me di tutta la parte
societaria e finanziaria dell’operazione. Carelli avrebbe
128
marco boglione e adriano moraglio
dovuto pensare a come implementare il nostro piccolo,
ma supermoderno ed efficiente sistema informatico nel
caso avessimo dovuto gestire una realtà molto più grande della nostra. A Renate l’incarico di badare ai numeri.
Paoletta avrebbe svolto la funzione di segreteria e di
supporto alle comunicazioni di quella minuscola task
force. Il primo risultato concreto di quel progetto fu che
qualche giorno dopo Carlo ebbe una cucciolata di gattini e il primo lo chiamò tok. Per il resto, nella prima settimana non successe niente di eclatante. Nel frattempo,
si avvicinava la seconda telefonata al curatore.
La situazione sulla carta era veramente disperata. La
fsm aveva urgente bisogno di un’iniezione di capitale di
almeno un miliardo e trecento milioni, in caso contrario
sarebbe stata costretta a portare i libri in tribunale. La
Rinascente, che aveva da poco acquistato anche le azioni di Antonino, voleva andarsene e non era certo ben
disposta. Inoltre, il nuovo potenziale socio cinese non
sapeva ancora della perdita di esercizio.
Giovedì mattina ci fu una svolta; ricevetti da Tokyo
una telefonata di Motoo Hagiwara che mi comunicava
di voler venire al più presto a Torino per saperne di più
e mi chiedeva collaborazione. Nel fine settimana, tramite Paolo Pellizzari, William Fung mi comunicò che
era dispiaciuto della perdita della fsm e quindi del conseguente fallimento del nostro primo progetto di joint
venture, ma che, peraltro, considerava molto interessante la mia idea di tentare di acquisire il marchio Kappa su
cui realizzare il nostro progetto più in grande.
Quell’atteggiamento mi incoraggiò molto.
Avevo capito che alla Phenix erano letteralmente nel
panico all’idea che il marchio Kappa potesse essere acquisito da una grande multinazionale, togliendo così a loro
l’esclusiva di distribuzione per il Paese del Sol Levante.
Dapprima pensai che volessero usarmi come testa di
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piano piano che ho fretta
ponte e di legno per far loro l’acquisizione. Mi resi subito conto, però, che avevano una forte reticenza a prendere in considerazione attività e investimenti fuori dal
Giappone. Capii che avrebbero voluto una sola cosa;
ed è proprio sulla capacità di soddisfare quel loro desiderio che posso dire, in effetti, di aver costruito il mio
futuro.
Ne parlai a Carlo, a Moreno e ai compagni di bunker:
l’idea piacque subito a tutti.
A prima vista sembrava pura follia: perché mai un
giapponese avrebbe dovuto pagarmi il marchio per il
solo territorio nipponico con una cifra pari a quanto
avremmo dovuto sborsare noi per lo stesso brand in tutto il mondo? Per me la ragione era più che evidente: la
Phenix non voleva correre rischi proprio nel suo territorio, era molto ricca e sapeva benissimo che qualcuno di
Kappa fuori dal Giappone se ne sarebbe dovuto occupare ed era meglio che a farlo fosse un’azienda piccola
e controllabile come noi invece di un gigante loro concorrente. Inoltre, conoscevano benissimo le difficoltà
politiche, sindacali e burocratiche del nostro Paese e, di
conseguenza, non ne volevano sapere di operare qui.
Lunedì mattina, come convenuto, chiamai Stasi per la
seconda volta. Avevo chiaro l’obiettivo: andarlo a trovare al più presto per esporgli il mio piano. Mi diede appuntamento qualche giorno dopo; nel frattempo avevo
scritto la storica lettera al capo di Hagiwara. Il mitico
presidente Tajima (detto ovviamente Tajima-San!).
La lettera era molto breve e, all’oggetto, aveva qualcosa di cui sono ancora molto fiero. Un po’ come lo
sono per l’attività delle foto in collegio o per l’annuncio
sgrammaticato pubblicato su «La Stampa» per vendere
pastori tedeschi spacciandomi per tedesco; un trucchetto di sensibilità.
130
marco boglione e adriano moraglio
Ci avevo pensato su molto e poi avevo deciso di scrivere come oggetto della lettera non «Acquisizione Kappa»,
«tok – Take Over Kappa» o cose simili di carattere tecnico e professionale, ma solo: «Zero Risk Opportunity».
La cosa che mi premeva di più era comunicargli che
non avrebbero corso alcun rischio! Pensai anche che la
parola «zero» per i giapponesi fosse molto importante a
prescindere e che, usandola nella prima riga di una lettera così delicata, li avrebbe colpiti. Credo che sia proprio andata così. Nella lettera gli dicevo: se mi aiutate a
comprare tutta la Kappa mi impegno irrevocabilmente
a cedervi a un prezzo prefissato il marchio per il Giappone vita natural durante! Nessun grattacapo per i casini che l’mct aveva combinato in giro per il mondo, per i
dipendenti in cassa integrazione e tutto il resto.
Avevo, però, bisogno della loro irrevocabile garanzia
finanziaria per poter acquistare i cespiti dal tribunale.
I giapponesi avrebbero sborsato materialmente i soldi
solo all’atto del trasferimento del marchio. Mi risposero
che erano molto interessati alla proposta e Hagiwara si
rimise subito sull’aereo.
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Decollo
Erano le 6 di un lunedì pomeriggio quando per la prima
volta mi sedetti di fronte a Stasi. Gli raccontai un po’
chi ero ed enfatizzai molto il fatto che alle spalle avevo
il potente gruppo giapponese.
Lui fu molto cortese, ma non si soffermò più di tanto
su quello che gli stavo raccontando. A un certo punto
prese la parola e, dopo avermi fatto capire che sapeva
benissimo chi ero e che tipo di rapporto avessi avuto
in passato con l’mct, mi disse che si trattava di un’operazione molto complessa e, comunque, molto onerosa
per il compratore. Che tutto avrebbe dovuto passare
attraverso il giudice delegato e l’approvazione delle organizzazioni sindacali. Come dire: «Attento, ragazzino,
che non è un gioco». Aggiunse che aveva già commissionato le perizie necessarie per valutare gli attivi, ma
che sapeva già che il grosso del valore stava nei marchi.
Mi comunicò anche che, per salvaguardare quel valore, avrebbe cercato, in prima battuta, un imprenditore
in grado di affittare l’azienda fallita, dando continuità
all’attività commerciale e agli investimenti di marketing.
Successivamente avrebbe provveduto a mettere all’asta
i cespiti del fallimento. Chi avesse affittato l’azienda si
sarebbe dovuto anche impegnare in maniera irrevocabi-
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marco boglione e adriano moraglio
le a partecipare all’asta con un’offerta minima, concordata in precedenza.
Sul momento mi sembrò una cosa complicatissima,
ma, come è ovvio, finsi di aver capito perfettamente
e mi mostrai interessato e attrezzato per procedere in
quel senso. Mentre lo salutavo, lasciai cadere una mezza
battuta sul fatto che, essendo stato il primo a dimostrare
interesse, avrei dovuto godere di un piccolo bonus nel
caso ci fossero stati concorrenti. La risposta di Stasi mi
ricordò quelle di fratel Roberto in collegio e fu come
un pugno nello stomaco: «Non ho mai detto che lei sia
stato il primo».
Boccaccia mia statti zitta! Forse l’avevo fatto incazzare.
Ripensando con calma all’incontro mi convinsi che
l’operazione così come Stasi l’aveva prospettata fosse
fatta su misura per me.
Nel giro di una quindicina di giorni avrei dovuto ricapitalizzare la mia fsm, convincere la Rinascente a mettere ancora dei soldi e a non abbandonarmi, convincere il potenziale socio cinese a sostenere questo nuovo
progetto e negoziare i termini dell’accordo di finanziamento con i giapponesi, oltre che mettere insieme un
business plan triennale e credibile per le banche italiane, che avrebbero dovuto controgarantire l’eventuale
fideiussione giapponese. Come se non bastasse, volevo
essere anche il primo a prendere contatto ufficialmente
con i sindacati.
Cominciò così un periodo, visto a posteriori, veramente fantastico, con alcuni momenti anche di grande
intensità emotiva, ma, in fondo, anche divertente.
Fu in quel periodo che cominciai a dormire qualche
volta in ufficio.
Il primo scoglio fu la Rinascente. Contattai Ezio Garbolino che si occupava di noi ed era anche consigliere di
amministrazione della fsm.
133
piano piano che ho fretta
L’appuntamento fu fissato per il giorno successivo,
nel tardo pomeriggio. Andai a Milano in macchina con
Carlo Pavesio; Massimo Boidi, amico e commercialista
della società, ci raggiunse lì.
La riunione cominciò in salita. La prima notizia fu
che il consuntivo dell’esercizio appena conclusosi era
molto peggiore delle previsioni. Di conseguenza, si sarebbe dovuto provvedere a una ricapitalizzazione. In
seconda battuta, tentai di convincere Garbolino e il suo
assistente che il nostro futuro si prospettava roseo perché nel frattempo era fallito l’mct e io avevo pensato di
acquistarlo. Mentre parlavo, Garbolino aveva assunto
un atteggiamento sempre più rigido e la sua preoccupazione traspariva in modo eloquente. Quando ebbi
terminato, regnò il silenzio più assoluto per una decina
di secondi che mi parvero interminabili e in cui il direttore finanziario della Rinascente cercò di trovare una
risposta adeguata alla situazione. Mi resi conto che ci
stava provando, ma non riuscì a trovare un concetto più
chiaro per comunicarci quanto pensava che affermare
testualmente e fissandomi dritto negli occhi: «Boglione,
lei è pazzo».
Francamente mi prese alla sprovvista e la prima reazione che ebbi fu quella di scoppiare a ridere, ma, per
fortuna, Carlo prima che potessi intervenire aveva già
preso autorevolmente la scena e le mie parti: «Dottore,
pazzo è una parola grossa!», e giù con un’arringa delle
sue in difesa della mia onestà e del mio spirito imprenditoriale.
La riunione finì male. Garbolino disse che avrebbe informato subito l’amministratore delegato del Gruppo
che certamente non l’avrebbe presa bene.
Verso le 19 Carlo e io uscivamo dal palazzo della Rinascente di Segrate con la coda tra le gambe. Eravamo
diretti verso il posteggio esterno piuttosto pensierosi
134
marco boglione e adriano moraglio
quando Carlo interruppe quell’atmosfera da funerale
esclamando: «Ma quella non è la tua macchina?».
In effetti un giovanotto chiaramente originario
dell’Europa dell’Est e con tanto di giubbotto in pelle
nera era al volante della mia fiat Croma 2.0 Turbo (era
praticamente nuova) che aveva appena rubato. La ciliegina sulla torta.
Tornammo a Torino in taxi sotto una gran nevicata. A
metà del viaggio venni a sapere che mio figlio Lorenzo,
che aveva otto anni ed era andato in montagna con mio
fratello Chicco perché io ero in ritardo e Daniela in Sudamerica per lavoro, era rimasto da solo in un bosco sotto
la neve: la motoslitta che lo portava ai Monti della Luna
non riusciva più a raggiungerlo a causa di una forte nevicata e intanto si era fatto buio. Mentre verso Novara
tentavo di gestire quell’emergenza cercando di contattare tutti quelli che potevano darmi informazioni e aiutare
Lorenzo, “morì” la batteria del mio telefonino.
Quell’ora di viaggio fino a casa durò un’eternità.
Nei giorni successivi cercammo di inventare il modo
di trovare i soldi per ricapitalizzare la fsm. La cosa non
fu una passeggiata, ma ottenni un prestito da una banca
mettendo a garanzia la casa in cui nel frattempo Daniela e io ci eravamo stabiliti: ci era stata regalata dalle
nostre rispettive famiglie ed era intestata a tutti e due.
Riuscii anche a convincere i miei (padre, madre e fratelli) a sborsare tutti insieme i cinquecento milioni che
mancavano ancora all’appello. Ovviamente, i soldi si sarebbero tirati fuori solo a condizione che fosse andata
in porto l’operazione prospettata ai giapponesi. In caso
contrario, nessuno sarebbe stato impegnato a ricapitalizzare la fsm.
Alla fine della settimana ero riuscito a trovare il 60 per
cento delle risorse necessarie per andare avanti, ma stavamo ancora aspettando la decisione della Rinascente
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piano piano che ho fretta
che avrebbe dovuto sottoscrivere la sua parte, il 40 per
cento, un’inezia per un colosso come loro. Per noi, invece, una decisione negativa sarebbe stata una tragedia;
primo, non saremmo riusciti a trovare i soldi che mancavano; secondo, l’uscita di scena, in quel momento, di
un socio così importante e autorevole sarebbe stato un
pessimo segnale per tutti i soggetti coinvolti e avrebbe
messo sicuramente la parola fine ai nostri sogni.
Il venerdì sera prima dell’incontro già fissato con Stasi
per il mercoledì successivo arrivò un laconico fax dall’ufficio legale della Rinascente: non avevano alcuna intenzione di sottoscrivere il ripianamento delle perdite e il
piccolo aumento di capitale contestuale. Tutto daccapo.
Pavesio non la prese bene e partì subito all’attacco
cercando di fare presente, nelle debite forme, che un
tale atteggiamento della Rinascente, ancorché lecito,
avrebbe comunque prodotto un danno enorme e sproporzionato alla fsm, che sarebbe inevitabilmente fallita.
Il tutto per non voler contribuire, in un momento così
cruciale, a una quota di minoranza.
Cercammo di metterci in contatto direttamente con
Giuseppe Tramontana, l’amministratore delegato della
Rinascente, che pareva avere messo il veto in prima persona, ma Garbolino e le segretarie fecero fronte unico e
non ci riuscimmo.
Non ci rimase che scrivere una lettera dai toni forti.
A quel punto non ci saremmo più ritirati in buon ordine. Se fossimo saltati e tutto fosse andato a rotoli per
una decisione così irresponsabile e arrogante, avremmo
urlato tutta la nostra rabbia ai quattro venti e cercato
di essere risarciti per gli enormi danni subiti, peraltro
facilmente evitabili. Come dire: attenti, avete diritto di
tirarvi indietro, ma occhio, se questa vostra scelta ci facesse fallire cercheremo di farvi un culo così fino al nostro ultimo respiro.
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marco boglione e adriano moraglio
La lettera era scritta benissimo e, naturalmente, in
punta di penna, ma a me sembrava comunque durissima ed ero molto preoccupato per le possibili reazioni di quel colosso. Pavesio, invece, era sereno e molto
determinato e, come in altri momenti supercritici delle
nostre avventure, mi disse la magica frase: «è tutto sotto controllo!», e andò avanti.
La lettera fu recapitata lunedì mattina alle 7 in segreteria come raccomandata a mano. Alle 5 del pomeriggio
dello stesso giorno Carlo fu convocato a Milano per andare a redigere i termini della partecipazione all’aumento di capitale.
Nella settimana che seguì gli avvenimenti ebbero
un’accelerazione. Io ebbi i primi incontri con i sindacalisti dell’mct che, non senza qualche diffidenza, sposarono la causa. Molti dipendenti iscritti al sindacato e
tutte le rsa erano stati miei colleghi fino a qualche anno
prima e si fidavano di me; sicuramente questo fu molto
importante.
Ero anche tornato da Stasi che mi aveva comunicato
il risultato delle perizie e, di conseguenza, il prezzo minimo che avrei dovuto garantire per acquisire i marchi,
l’immobile e il magazzino del fallimento. Il totale faceva
21 miliardi di vecchie lire.
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Banzai!
I giapponesi della Phenix si precipitarono a Torino e il
giorno successivo, nella cucina dell’alloggio-bunker del
tok, Hagiwara e io ci stringemmo la mano: i marchi per
Giappone, Taiwan e Hong Kong contro 22 miliardi. Sì,
un miliardo in più di quello che avrei dovuto tirar fuori
per comprare il tutto.
Firmammo un contratto vincolante che doveva essere
confermato dal ricevimento della lettera di credito irrevocabile di 22 miliardi, da dare in garanzia alle banche
italiane per poter controgarantire il tribunale. Le lettere
arrivarono perfette ed emesse dalla Sumitomo Bank, un
colosso giapponese multinazionale che, all’epoca, era la
banca più grande del mondo.
Sembrava che il vento avesse cominciato a soffiare in
poppa. Stasi mi aveva anche portato in tribunale per
illustrare il mio piano industriale a Vittoria Nosengo,
il giudice delegato, e l’incontro era andato bene. Ebbi
l’impressione che la Nosengo fosse rimasta intrigata dal
progetto di Stasi di tentare l’operazione con un soggetto
come me, debole economicamente, ma molto agguerrito sul piano imprenditoriale.
La Nosengo manifestò solo alcune perplessità circa la
mia reale capacità di far fronte a cifre così grandi, ma
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marco boglione e adriano moraglio
Stasi, essendo già a conoscenza delle lettere della Sumitomo, la tranquillizzò.
Dopo alcune interminabili riunioni con i sindacati avevo raggiunto un accordo anche con loro: avrei assunto
inizialmente solo 37 persone, ma avevo dato la mia parola che avrei fatto l’impossibile per riassumere tutte le
213 che erano finite in cassa integrazione. Si fidarono di
me lasciandomi la più ampia discrezionalità circa i criteri di selezione e chiamata. Eravamo finalmente partiti.
A questo punto tutta la fsm stava lavorando quasi da
un mese all’integrazione delle attività dell’mct. Avevamo deciso di provarci, indipendentemente dalle reali
possibilità di successo. Avevo detto ai miei: «Facciamo
finta che l’operazione di acquisizione sia già conclusa.
Se qualcosa andrà storto butteremo via tutto. Ma se per
caso dovesse andare bene, il giorno dopo la firma del
contratto saremo pronti a prendere in mano l’azienda
e a salvare la stagione autunnale del ’94, fondamentale
per far quadrare i conti».
Sapevamo benissimo che anche se fossimo riusciti a
trovare tutti i soldi per pagare il curatore, non avremmo avuto alcuna risorsa aggiuntiva da investire nel progetto di rilancio. Potevamo contare solo su quello che
avremmo guadagnato. Di norma, le collezioni autunnali
e invernali vengono presentate tra novembre e dicembre dell’anno prima e quell’anno l’mct aveva saltato
l’uscita. Inoltre, a causa del fallimento, non era riuscita
nemmeno a evadere tutte le consegne estive. I prodotti
avrebbero rischiato di mancare dagli scaffali dei negozi
per un anno intero. Un vero disastro per i marchi. Lavoravamo diciotto ore al giorno senza nemmeno una pausa e, ovviamente, trascuravamo quasi del tutto il lavoro
abituale della fsm.
Un giorno, realizzammo tutti insieme che se l’acquisizione non fosse andata a buon fine non avremmo avuto
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piano piano che ho fretta
più alcuna possibilità di salvarci dal naufragio. Stavamo distruggendo quel poco che rimaneva della nostra
azienda nella speranza e nella convinzione che saremmo
riusciti nella nostra “mission impossible”. Anche in questo caso, tutti avevamo superato con grande disinvoltura il punto di non ritorno.
Dopo l’incontro con il giudice delegato e la sigla
dell’accordo con i sindacati, forti della lettera di credito della prima banca al mondo, ci sentivamo un po’ sollevati. In quei giorni concludemmo con successo il ripianamento delle perdite della fsm a cui, alla fine, aveva
partecipato anche la Rinascente e stavamo aspettando
la risposta da una o l’altra banca italiana a cui avevamo
proposto di emettere la garanzia per il tribunale, sulla
base della fideiussione di Sumitomo. Era, sulla carta,
un’operazione semplice e, di fatto, senza alcun rischio.
Un mattino la giornata cominciò proprio male. La
sera prima una nota e grande banca torinese, la prima
alla quale avevamo sottoposto l’operazione, ci comunicò il parere negativo del proprio comitato crediti: l’operazione era troppo rischiosa. Pensammo di non avere
illustrato abbastanza bene i termini della questione, ma
Carlo, di buon’ora, dopo aver capito meglio le motivazioni della banca, mi spiegò: «Tra quando noi trasferiremo al tribunale i soldi per l’acquisizione a quando
incasseremo il prezzo per la cessione del marchio ai
giapponesi, nonostante sia stato previsto di fare tutto
simultaneamente dallo stesso notaio, intercorrerà una
breve frazione di tempo; forse, ammesso che tutto sia
stato bene organizzato, anche solo pochi secondi».
In quel brevissimo spazio di tempo, secondo la banca,
io sarei potuto impazzire, morire o quant’altro. Comunque per quella manciata di secondi io non ero per loro
affidabile per quella cifra.
Non potevo crederci. Ma come era possibile? Mi pren-
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marco boglione e adriano moraglio
devano in giro, pensai. Provammo con altri istituti e ci
rivolgemmo ad alcuni noti professionisti di Torino per
avere il loro parere, ma purtroppo le cose stavano così.
Di fatto, le banche non volevano seguirmi. Qualche
anno dopo un “uccellino” mi raccontò di una conversazione ascoltata durante un consiglio di amministrazione di un’altra banca torinese a cui avevamo chiesto
aiuto. Al di là della scontata e ridicola risposta formale
circa quella manciata di stupidi secondi, che arrivò subito dopo, un consigliere aveva commentato che mi ero
montato la testa e che sarebbe stato meglio se avessi
continuato a tenere i piedi per terra. Per rafforzare il
suo punto di vista aggiunse di aver saputo che avevo
affermato di voler comprare l’mct per realizzare la più
grande azienda del mondo del settore (il che, tra l’altro,
era vero). Qualcuno scoppiò a ridere, ma comunque furono tutti d’accordo: mi ero montato la testa e per il mio
bene era meglio se mi fossi fermato in tempo.
Incredibile.
«Ma perché – pensai – se un ragazzino dice che da
grande vuole giocare in serie A e vincere campionato,
Champions League e pallone d’oro, tutti gli dicono
bravo, e quando un “ragazzo” di trentasette anni e con
quasi quindici anni di onorata attività professionale alle
spalle dice che vuole diventare un campione del mondo
nel settore dell’impresa gli danno del montato?»
Dopo qualche giorno decisi di informare Stasi. Non
eravamo tutti d’accordo su questo passo. Il timore era
che il curatore si insospettisse e che, per non rischiare,
scegliesse per l’affitto d’azienda un altro candidato, e a
quel punto ce n’era anche più di uno, e tutti con soldi
in mano.
Fin dai primi colloqui mi ero comportato in maniera del tutto trasparente e credevo che Stasi l’avesse apprezzato. In ogni caso, sapevo di non avere assi nella
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piano piano che ho fretta
manica e che avrei potuto concludere l’operazione solo
a condizione che tutti la volessero far fare a me, a cominciare dal curatore.
Stasi colse subito l’ineccepibile aspetto giuridico della
materia; in termini tecnici quello che le banche dicevano ci stava, ma non gli sfuggì che era una posizione
radicale, sostenuta per evitare di dover dare spiegazioni
di tipo diverso. Ebbi la sensazione che a Stasi fossero girate un po’ le scatole, non tanto perché io avessi sbagliato qualcosa, ma perché aveva capito che l’operazione in
cui ormai credevano lui, il giudice, i sindacati e la totalità dei dipendenti in cassa integrazione non era quella
che avevano in mente le principali banche italiane. Mi
disse che se non avessimo trovato subito una soluzione,
avrebbe dovuto ricorrere suo malgrado a un piano b.
Il tempo era pochissimo, ma avrebbe subito informato
il giudice, sperando che non la prendesse troppo male,
dal momento che la mia affidabilità finanziaria era stata
l’unica sua riserva sin dall’inizio.
Il giorno seguente Stasi mi convocò nel suo ufficio a
fine pomeriggio.
«Ho parlato con il giudice. Ci potrebbe essere una
via d’uscita prevista dalla legge. Si potrebbe, dopo aver
ricevuto l’autorizzazione dal presidente del tribunale
fallimentare in persona, sostituire la richiesta di fideiussione per l’intero valore della base d’asta, vale a dire
ventun miliardi, con una garanzia più ridotta a fronte
di una penale.»
Mi informò che se il giorno dell’asta, prevista circa sei
mesi dopo, non mi fossi presentato con la garanzia per
tutti i 21 miliardi avrei perso la penale.
«Ci pensi, ne parli in famiglia, cerchi di capire a quanto potrebbe arrivare con la garanzia di una penale; ma
guardi che non potrà essere lontana dalla metà del valore complessivo.»
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marco boglione e adriano moraglio
Era complicatissimo! Vedevo tutto che si scioglieva
davanti a me. Ne parlai subito con Carlo e Moreno che,
nel frattempo, stavano già scrivendo il ciclopico contratto con la curatela. L’unica cosa da fare era di riparlarne immediatamente in casa.
Anche oggi mi sembra una follia come a quei tempi:
avevamo una garanzia ineccepibile di 22 miliardi per
rivendere a qualcuno una piccola parte di qualcosa di
molto più grande che pagavamo solo 21 ed eravamo
piantati. Ebbe così inizio una settimana frenetica e di
fuoco. Mio padre e i miei fratelli capirono che ormai
era pazzesco tirarsi indietro. Per una volta mi accorsi
che anche papà era un po’ incazzato con le banche che
mi avevano preso così di punta. Se ci fossimo fermati
lì, sarebbe stata proprio una tragedia. Anche il ripianamento delle perdite della fsm sarebbe andato perso e,
di conseguenza, anche la casa in cui vivevo con Daniela
sarebbe sparita in quella voragine.
Dopo qualche giorno la Banca Brignone, dopo aver
ottenuto dai miei e anche da Daniela le necessarie firme
a garanzia, si rese disponibile a emettere la fideiussione
per la penale. Il limite invalicabile erano 11 miliardi. Ma
anche in questo caso c’era ancora una riserva, che per
altro condividevo pienamente. Oltre a quei soldi alla
fsm ne sarebbero serviti altri, non tanti, ma almeno 4
miliardi da utilizzare come working capital per far funzionare l’azienda il giorno dopo la firma del contratto.
Avevamo per il ’94 un budget di una quarantina di miliardi di fatturato e quel circolante era già strettissimo.
Impossibile sperare di trovarli dalle banche commerciali che avevano appena bocciato me e l’operazione. Ci
voleva una banca d’affari pronta a investire nel capitale
della fsm.
Il giorno successivo alla conferma della Banca Brignone, il giudice Nosengo, Stasi e il sottoscritto, senza
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piano piano che ho fretta
legali, fummo ricevuti nell’ufficio di Corradini, che era
il presidente del tribunale fallimentare: un uomo alto e
pacato con uno sguardo gentile. Era perfettamente al
corrente dei fatti, ma fingeva di non esserlo. La Nosengo gli ricapitolò la situazione e, a quel punto, Corradini
si rivolse a me: «Abbiamo fatto un po’ di casino su questa vicenda?». Non male come esordio! In realtà me lo
disse con un sorriso non certo maligno. Io la presi bene
e allargai le braccia come per dire: «Sorry!», e cominciai
a spiegargli come avrei fatto a rilanciare l’azienda, che
ero la persona più indicata per provarci e che ci sarei
sicuramente riuscito perché avrei avuto dalla mia sindacati e dipendenti. Mi interruppe quasi subito: «Allora,
quanti soldi è riuscito a trovare? Ce la fa con la penale a
dodici miliardi?». Sapevo di averne in tasca 11 e allora
pensai: «è fatta!». Il clima era sereno, rilassato e quindi
mi lanciai in una trattativa gentile, ma ferma. Dissi che
dalla mia famiglia avevo ottenuto 4 miliardi, che mia
moglie avrebbe contribuito per un altro miliardo e che
io avrei impegnato la casa (che in realtà lo era già) e che
sarei potuto arrivare al massimo a 6 miliardi.
«Bene – mi disse allora Corradini – ne trovi altri due
e l’affare è fatto.»
«Ok – gli risposi – allora, affare fatto.»
«è sicuro di trovarli?»
«Li trovo, presidente, li trovo!»
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Assalto finale
Scesi al volo le scale del tribunale: dovevo chiamare subito Pavesio e tutti gli altri. I giochi si erano riaperti. Rimaneva da risolvere il problema del capitale circolante
e del socio che avrebbe dovuto investire un po’ di soldi
nella fsm, dal momento che la Rinascente non ne voleva
più sapere. Visitai alcune banche d’affari, ma nessuno
era interessato. Le condizioni erano molto buone, ma
niente da fare! Il tempo stringeva e anche la Li&Fung
(la società di William Fung), che voleva partecipare, mi
aveva comunicato che senza un co-investitore italiano
non se la sarebbe sentita.
Verso fine aprile del ’94 uscii dagli uffici di una di queste istituzioni in via Turati a Milano. Era l’ultimo no.
Mentre camminavo verso via Manzoni telefonai a mio
fratello Francesco. Gli dissi che non riuscivo a trovare
nessuno e che non sapevo più dove andare a sbattere la
testa. Francesco mi diede un consiglio che fu decisivo:
«Prova a sentire Enrico Minoli», e mi diede il suo numero di telefono. Lo chiamai, lui sapeva che cosa stavo facendo perché i giornali ne avevano parlato un po’.
«Dove sei?» mi chiese. Risposi che mi trovavo a Milano.
Lui replicò, come di consueto, in modo estremamente
pragmatico: «Vieni a trovarmi e a raccontarmi tutto».
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marco boglione e adriano moraglio
Gli chiesi l’indirizzo e mi disse «via Manzoni 40». Diedi
un’occhiata intorno: vi ero proprio davanti! Salii le scale e, dopo un paio di minuti dalla telefonata con Francesco, ero seduto davanti a Enrico che mi stava offrendo
un caffè. Devo essergli sembrato piuttosto stanco e d’altronde non facevo nulla per nasconderlo.
Enrico è nostro cugino. Anche lui aveva frequentato
Villa Nina tra quei numerosi cugini di età diverse di cui
ero tra i più piccoli. I Minoli sono sempre stati i nostri
cugini preferiti. Erano in tanti e ce n’era uno per ogni
età di noi fratelli. Francesco aveva Giovanni, ma anche Enrico perché erano vicini; Chicco aveva Lorenzo
e Francesco, più o meno suoi coetanei; e io ero molto
legato a Chiara, l’unica femmina su sei figli. Un tesoro
di ragazza, costretta, come me, a difendersi dai fratelli
maggiori.
L’ultima volta che avevo visto Enrico avrò avuto una
decina d’anni e andavamo sui pattini a rotelle nel garage
di casa nostra a San Vito, che comunicava con un grande locale mezzo vuoto dove nonno Edo costruiva il suo
plastico: era la «camera del treno». Per rendere quel
passatempo più interessante cominciammo a pattinare
passando attraverso la porta che collegava i due locali.
Aumentavamo sempre di più la velocità e a un certo
punto qualcuno propose di provare a farlo al buio. Io
e il mio amico Walter, più piccolini, eravamo molto eccitati da quella trasgressione e mai più immaginavamo
che cosa ci stesse per accadere. I grandi avevano progettato uno scherzo terribile ai danni della nostra ingenuità. Qualcuno, nel buio totale, una volta che avessimo
raggiunto una buona velocità, avrebbe chiuso la porta.
Toccò a me, mentre pattinavo a tutta birra, vedere di
colpo un lampo giallo e non capire per qualche minuto
che cosa mi fosse successo. Il botto era stato tremendo
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piano piano che ho fretta
e tutti si spaventarono a morte. Io, per un momento,
rimasi stordito, poi scoppiai in un pianto disperato invocando la mamma, la «signorina» o chiunque potesse
salvarmi da quell’incubo. Se fossi salito in casa in quello
stato per loro sarebbe stata la fine; allora cominciarono
a consolarmi cercando di convincermi che mi sarei dovuto comportare da grande, che i grandi non piangono
e giù con palle di quel genere.
Dopo un po’ mi lasciai convincere e smisi di piangere,
ma, ovviamente, per loro quel risultato non era sufficiente. Volevano la garanzia che non avrei fatto la spia
e che avrei detto alla mamma che ero caduto da solo.
Credo che, sul momento, mi intortarono per benino:
imboccai le scale per rifugiarmi in camera da letto, convinto che non avrei fatto la spia. Mi dicevo: «Sei grande,
non devi fare la spia», ma non appena mi imbattei nella
«signorina», nell’ingresso di casa, questa cominciò a urlare. Avevo un occhio gonfio come una palla da tennis.
Nell’urto mi era uscito anche un po’ di sangue dal naso
e avevo versato litri di lacrime che mi ero asciugato con
le mani. Insomma, sembrava che mi avessero sgozzato:
ero una maschera di sangue. Qualcuno si prese cura di
me e gli altri partirono subito alla volta del garage per
punire i colpevoli senza nemmeno chiedermi che cosa
fosse successo. Naturalmente, i “grandi” pensarono che
avessi cantato e vistisi persi cominciarono a incolparsi
reciprocamente di aver avuto l’idea dello scherzo. Quella volta, per fortuna, si presero tutti un gran bel culo.
Negli anni, anche se probabilmente non era vero, in famiglia si era consolidata l’idea che la colpa fosse dei Minoli e che comunque fosse stato proprio Enrico a chiudere la porta. Dopo di allora l’avevo visto di sfuggita solo
in un’altra occasione e adesso gli ero seduto davanti. Di
fianco a me la sua assistente. Una ragazza bellissima, ma
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marco boglione e adriano moraglio
non appariscente. Dovevo essere davvero molto preoccupato e scosso dagli eventi perché fu solo un mese dopo
che mi accorsi che Sara era così affascinante.
Sapevo che negli anni Enrico si era fatto onore come
professionista e in casa si diceva che fosse diventato
molto ricco. Negli anni Ottanta aveva messo su la sua
società di merger and acquisition e poi l’aveva venduta a
una grande banca. Io, comunque, entrai nel suo ufficio
pensando che fosse solo un commercialista.
Ero lì ma, francamente, non sapevo bene perché. Enrico fu molto gentile e così cominciai a raccontargli che
cosa avevo fatto nella vita, più o meno partendo dall’incidente in garage. Sembrava una bella storia e sarebbe
potuta essere ancora più bella. Gli dissi che, però, credevo di essermi piantato. Gli spiegai l’inghippo di quei
maledetti secondi e che non riuscivo più a trovare una
lira dagli investitori. Così anche il cinese mi avrebbe, di
lì a poco, lasciato.
Era quasi l’ora di pranzo. Enrico mi chiese: «Vuoi
mangiare un panino qui?». Gli risposi, ovviamente,
di sì. «Hai un po’ di documentazione su tutto questo
casino?» Tirai fuori la cartellina che avevo portato per
l’incontro con la banca che mi aveva appena mandato a stendere. Enrico cominciò a leggere il documento,
che era corposo e completissimo. Conoscevo a memoria
quel dossier e notavo che Enrico quando leggeva le pagine e i concetti fondamentali si soffermava a riflettere.
Lesse tutto per un’ora senza pronunciare una parola.
Mi rilassai un po’. Ero davanti alla prima persona che
stesse leggendo con vera attenzione il mio progetto.
Alla fine della lettura, Enrico mi chiese di chiarirgli
alcuni punti, in particolare sul valore della cessione dei
marchi in Giappone. Il prezzo gli sembrava troppo basso. Nessuno mi aveva mai detto una cosa del genere;
non riuscivo a trovare un miliardo e mezzo di capitale,
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piano piano che ho fretta
figuriamoci ventitre e mezzo! Gli dissi che erano tutti i
soldi che mi servivano per concludere l’operazione, che
probabilmente era un ottimo affare per i giapponesi, ma
lo era anche per me. A quel punto mi chiese: «Ma allora, di che cosa hai bisogno per andare avanti?».
«Di qualcuno – gli risposi – che, quando si dovrà andare all’asta, garantisca per pochi secondi i famosi ventun miliardi; e che sia disposto a mettere subito un miliardo e mezzo dentro la fsm».
Con i 2 e mezzo di William Fung, che sarebbero arrivati, e quelli che gli avevamo appena messo dentro
noi, la fsm avrebbe avuto un patrimonio netto di circa 4 miliardi, considerato sufficiente per intraprendere
quell’avventura.
A quel punto Enrico ci pensò su un po’ e poi mi disse:
«Se ti do io un miliardo e mezzo, mi cedi il 15 per cento
della società e mi lasci trattare in esclusiva l’acquisto delle
azioni della Rinascente? Ai ventun miliardi ci pensiamo
poi insieme». «Certo che sì» gli risposi. La proposta era
sicuramente vantaggiosa per lui, ma, d’altro canto, il rischio era alto e io avevo esaurito tutte le alternative – e lui
lo sapeva benissimo – ma nemmeno troppo svantaggiosa
per me. Avrei accettato anche di meno.
Conoscendo un po’ situazioni del genere gli chiesi di
quanto tempo e di quali ulteriori informazioni avrebbe
avuto bisogno per confermare l’offerta. Mi rispose: «Ma
che confermare?!? Domani mattina dobbiamo cominciare». Insistetti: «Ma non vuoi fare la due diligence sui
dati che ti ho appena dato?». «Non abbiamo tempo. Se
mi hai raccontato delle balle, peggio per te!».
Enrico mi spiegò allora che a latere della professione
di commercialista aveva messo su una piccola struttura
di merchant banking, la Turnaround Srl, per gestire una
parte del suo patrimonio personale facendo operazioni di venture capital; quelle erano cifre piccole per lui,
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marco boglione e adriano moraglio
quindi non doveva chiedere niente a nessuno né pensarci su troppo.
Uscii dal suo ufficio contento, ma un po’ perplesso.
Chiamai Pavesio, che avevo sentito prima dell’incontro,
e gli raccontai l’accaduto. Eravamo entrambi senza parole e un po’ increduli. Pensammo che sarebbe stato
bello, ma con tutte le delusioni di quel periodo decidemmo di non nutrire troppe illusioni e di aspettare i
fatti. Carlo, sebbene sia sempre stato scettico sulle decisioni repentine e non ben ponderate, quella volta cercò
però di vedere anche lui il bicchiere mezzo pieno: «In
ogni modo abbiamo almeno trovato uno a cui dichiaratamente piace l’operazione».
Nello stesso periodo in cui cercavo con Pavesio di sistemare la finanza e tutta la fsm stava lavorando come se
avessimo già firmato il contratto con il curatore fallimentare, Moreno era impegnato alacremente nella stesura
dello stesso. Il lavoro era molto complesso: il contratto
finale risultò essere, allegati compresi, di oltre seicento
pagine. Avevamo concordato con il curatore che avremmo firmato il 30 aprile. Dopo l’accordo con il presidente
del tribunale, non avevo più informato Stasi delle difficoltà che stavo affrontando per reperire gli ultimi fondi
necessari. Così, nonostante Minoli si fosse attivato immediatamente, il 29 aprile sera non avevamo tutti gli accordi
e i documenti collaterali pronti per poter prendere con
serenità la decisione di sottoscrivere il contratto.
Quella sera Carlo e io eravamo ospiti da Moreno con
un po’ di amici. Dopo cena ci ritirammo in una piccola stanza per gli ultimi aggiornamenti e decisioni. Non
c’era più tempo. Se il giorno dopo non avessimo firmato, probabilmente sarebbe andato tutto in fumo. Carlo
fece un puntuale riassunto della situazione e mi suggerì
di firmare solo dopo aver ricevuto le ultime conferme
formali da parte di tutti, il che avrebbe voluto dire chie-
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piano piano che ho fretta
dere a Stasi una proroga. Moreno, quella volta, fu un
po’ meno tecnico: «Se non firmi quel contratto ti ammazzo». Era una posizione più romantica che professionale, ma assolutamente comprensibile. Alla fine anche
Carlo convenne che bisognava correre il rischio.
L’indomani alle 20 Stasi e io, esausti, finimmo di firmare i tre enormi tomi di oltre seicento pagine ciascuno. Quella volta era fatta.
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La presa in consegna della fabbrica
Sia pur con l’incognita finanziaria circa il reperimento
della garanzia bancaria di 21 miliardi per poter partecipare all’asta e non perdere la penale, alle 8,30 in punto
del 2 maggio 1994 feci il mio ingresso come titolare (di
un contratto di affitto d’azienda) all’mct dopo averne
ricevuto ufficialmente le chiavi dal curatore.
Avevo deciso di entrare dal passo carraio in via Foggia
42. Avevamo ricevuto le chiavi dell’entrata principale in
corso Brescia 86, ma per prudenza volevo varcare quella porta solo dopo l’eventuale aggiudicazione all’asta.
Conoscevo lo stabilimento nei minimi dettagli non solo
perché ci avevo lavorato ai tempi di Vitale, ma anche
perché, nei mesi della trattativa, vi ero entrato più volte
per rendermi conto di che cosa fosse rimasto: l’immobile, i materiali di lavorazione, i macchinari.
Quel giorno c’erano, oltre a Carlo Pavesio e Moreno
Martini, tutti gli altri professionisti che stavano lavorando per l’operazione. C’erano anche le rappresentanze
sindacali, molti colleghi ed ex colleghi e Stasi. Enrico
non aveva potuto essere presente ma, in compenso,
c’erano mio padre e mia madre. Papà non era mai stato
entusiasta della mia iniziativa, perché vedeva un grande
rischio di insuccesso, ma alla fine si era fatto tirar den-
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marco boglione e adriano moraglio
tro anche lui e non mi aveva lasciato solo, accettando di
mettere in gioco gran parte del patrimonio familiare.
Aprimmo la grande serranda di ferro del passo carraio tra gli applausi dei presenti per la vittoria di quella
tappa difficile e importante e partimmo per il giro di
ricognizione dell’immobile.
Entrammo in uno scenario a dir poco desolante, in un
ambiente quasi postbellico. Tutto era fermo, sospeso
come l’aveva trovato il curatore fallimentare quel venerdì
14 gennaio quando si era presentato per porre i sigilli.
C’era qualcosa di surreale. Era come si fosse all’improvviso fermato il mondo: tutto era coperto dalla polvere; i telai avevano il lavoro ancora in macchina; sui
tavoli da taglio c’era il tessuto con la taglierina ferma a
metà dei materassi; i semilavorati erano sparsi ovunque.
A me sembrava una foresta incantata.
Più o meno a metà strada, al secondo piano, sulla passerella, c’erano grandi rotoli di tessuto accatastati a terra. A un certo punto, mentre illustravo ciò che stavamo
vedendo, notai che mio padre, piano piano, si accasciava su quei rotoloni, con la mamma che cercava di sorreggerlo per ammortizzarne l’atterraggio.
Tutti accorremmo. Papà aveva avuto il classico mancamento di chi si rende conto, di colpo, di avere un grande
problema. Lo svenimento, per fortuna, durò solo pochi
secondi. Appena si riprese, ancora sdraiato a terra, comunicò alla mamma, ma ad alta voce, il motivo del suo
mancamento in modo sintetico ed eloquente: «… non
ce la farà mai!». Ovviamente si riferiva a me.
La mamma cercò di rimediare: «Va tutto benissimo,
c’è solo un po’ di disordine… e poi, bell’incoraggiamento dire che non ce la farà mai».
Papà aveva avuto paura del futuro, ed era nella sua
indole proteggersi dalle difficoltà. La mamma no, non
ha mai avuto paura del futuro.
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piano piano che ho fretta
Adesso c’era tanto da lavorare. Bisognava rimettere
in moto la macchina. Ebbe così inizio un periodo veramente epico.
Le prime due settimane, come d’accordo con i sindacati, intervistai quasi tutti i 213 dipendenti messi in cassa integrazione. Solo una decina non si presentò. Venti
minuti a testa, assistito da due colleghi, più cinque minuti per redigere un breve commento sulla risorsa. Fu
una vera maratona, ma fondamentale per scegliere bene
le prime figure da inserire e progettare il rientro, che
poi avvenne, di tutti gli altri.
Lavoravamo come matti; si erano aggiunti 37 colleghi
provenienti dall’mct e l’organico della fsm era più che
raddoppiato. Dovevamo pensare a tutto: i campionari,
la rete vendita, le fonti produttive, il sistema informativo, l’amministrazione, la contrattualistica, le sponsorizzazioni. E soprattutto dovevamo anche trovare il sistema per ottenere da una banca italiana la fideiussione di
21 miliardi prima dell’asta prevista per l’autunno.
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La sindrome di Stendhal
Adesso però, caro Adriano, dobbiamo fare un piccolo
salto indietro. Infatti se è vero, come ho detto, che appena avuta la notizia del fallimento dell’mct avevo pensato
subito a rilevarlo, pur non avendo ancora ben chiaro che
cosa ne avrei fatto, giunti a questo punto avevo un’idea
estremamente chiara del progetto. L’azienda ideale del
settore in cui, di fatto, lavoro da così tanti anni, l’ho
sempre immaginata come organizzata a rete. Composta
sostanzialmente da due tipi di imprenditori: industriali
e commercianti. Tante aziende sparse in tutto il mondo
che costruiscono e vendono i prodotti contraddistinti
dai nostri marchi, ricevendo da noi, oltre che il diritto
legale, anche tutti i servizi per poterlo fare. Questa era
l’idea che avevo da parecchi anni e l’opportunità di acquistare dei marchi così prestigiosi era proprio quello
che mi serviva per poterci provare.
Fino a metà febbraio di quell’anno, però, al mio progetto mancava ancora qualcosa. Pensavo all’utilizzo aggressivo e innovativo della microinformatica che a quei tempi
era già ben presente, ai pc e ai primi server in architetture
che mantenevano al centro il sistema as/400 dell’ibm.
Con un po’ di immaginazione era possibile sognare di
realizzare, in linea di massima, tutto quello che serviva
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marco boglione e adriano moraglio
per gestire un network complesso e diffuso come quello
che avevamo in mente, ma non eravamo ancora riusciti
a risolvere il problema dell’interconnessione in tempo
reale delle diverse piattaforme. I protocolli di comunicazione erano molti, tutte le grandi aziende avevano il loro
sistema ed erano tutti costosi e di proprietà di qualcuno.
Mercoledì 9 febbraio 1994, tra le 16 e le 17, nella
sala riunioni del seminterrato in via Padova accadde
qualcosa di molto importante per tutto quello ne seguì
fino a oggi.
Paola Bruschi non era ancora sposata e lavorava come
assistente di William Carelli, che era il mio riferimento
storico per i sistemi informativi.
William era stato capo dell’edp del Maglificio Calzificio
Torinese e quando mi ero messo in proprio aveva deciso
di seguirmi. Era di formazione classica. Proveniva dai
main frames ed era di scuola ibm. Pur non capendone
molto, era stato anche lui attratto dalle potenzialità dei
nuovi microsistemi. Avevamo scritto moltissimo software insieme; tutte le attività gestionali della fsm e della
Mototaxi dipendevano da lui. In quegli anni parlava già
di «programmazione a oggetti» e di «client server».
Paola era molto più giovane e appena laureata a pieni
voti in economia con tesi sull’informatica applicata al
miglioramento dei processi aziendali. Ed era già, il che
non guasta, anche molto ambiziosa.
Carelli, nonostante la sua indiscutibile autorevolezza
in materia, in quel periodo era molto scettico circa la
serietà e l’affidabilità delle nuove tecnologie. E non è
che avesse tutti i torti.
Quel pomeriggio, comunque, William non era con noi
nel seminterrato. In compenso c’erano altri due ragazzotti appena laureati, uno in fisica e l’altro in matematica, amici di Paola, e ai quali di ibm e di main frames
non gliene poteva fregare di meno. Avevano un pc già
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piano piano che ho fretta
acceso con installato Windows 3.1 collegato a un banale
modem telefonico; Paola voleva che vedessi qualcosa di
speciale che, a suo dire, avrebbe potuto fare la differenza per noi.
I due ragazzi aprirono un programmino dal nome simpatico (si chiamava Navigator) che serviva ad accedere e
a muoversi nella Rete. Non avevo ancora capito niente.
Dopo un paio di tentativi riuscirono a collegarsi a un
server del Politecnico. Esauriti i vari bip dei modem di
qualche anno fa, che cinguettavano un po’ prima di stabilire la connessione con l’altra parte, notai che sulla finestra di quel curioso programma che serviva per “navigare” si era aperta un’altra finestrella in cui scorrevano
veloci righe di testo e numeri su fondo nero. Poco dopo
la finestra si era chiusa, ma la schermata rimasta faceva
capire, senza pretese grafiche, che eravamo collegati con
l’ateneo. Pensai: «Interessante, ma dov’è la novità?». In
quel modo ci collegavamo già da tempo con i nostri magazzini e con i nostri distributori, negli Stati Uniti come
in Giappone. La novità, infatti, non era quella.
Uno dei due ragazzi digitò una breve stringa di dati
sulla tastiera e poi schiacciò «invio». Scomparve tutto per una buona trentina di secondi e poi, come per
magia, sul nostro pc comparve una nuova finestra dove
qualcuno e non eravamo noi scrisse: «Hallo!». Scambiammo quattro chiacchiere, la mia prima “chat”, con
un ragazzino americano di una quindicina d’anni che si
era accorto di essere online.
La cosa cominciò a intrigarmi; mi spiegarono che i
due pc, il nostro e quello del ragazzo americano, erano
in quel momento collegati tramite modem a un provider
di rete che nel nostro caso era il Politecnico. Ogni provider era collegato a un altro e tutti insieme formavano
una rete attraverso la quale era possibile navigare connettendo virtualmente punto a punto tutti i pc purché
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marco boglione e adriano moraglio
fossero collegati con un qualunque provider. Attraverso un piccolo software di gestione del traffico di rete
scoprimmo che la nostra conversazione con il giovane
americano quella volta era passata per il Sudafrica!
Capii dove voleva arrivare Paola: era la rete di trasmissione dati che ci mancava per poter sognare di realizzare la BasicNet di oggi. A questo punto dovevo scoprire
dove stava la fregatura. Mi avevano detto che gli utenti
della Rete avrebbero pagato solo la connessione fino al
provider e che dopo era tutto gratis. Sapevo benissimo
già allora che gratis non esiste niente, ma non capivo
l’inghippo. Pensai che, alla fine, ci fosse qualcuno che
era il padrone del protocollo di trasmissione dati e che,
quindi, avrebbe guadagnato vendendoci il software. Mi
dissero che quel protocollo era di dominio pubblico e
che non aveva un proprietario. Pensai allora che sarebbe stato complicatissimo e difficile da integrare alle diverse realtà informatiche di cui disponevamo.
Allora Stefano, uno dei due ragazzi, il fisico, futuro marito di Paola, riaprì quella finestra nera che si era aperta
all’atto di avviare il programma Navigator: «Guarda il
protocollo, è tutto qui. Era dei militari americani, ma
l’hanno reso pubblico». Sentii un po’ di nausea e provai
un senso di calore crescente. Forse avevo avuto una sorta di sindrome di Stendhal davanti a qualcosa che arte
non era, ma che a me era piaciuta in modo esagerato.
Stavamo parlando di Internet!
Avevo già sentito parlare di Internet qualche anno prima e verso la fine del ’93 avevo letto un articolo, che mi
era stato segnalato, sul «Resto del Carlino» dove si diceva che ci fossero già una ventina di milioni di pc collegati in tutto il mondo. Ma fino a quel momento non mi era
stato chiaro l’uso che ne avremmo potuto fare noi.
Da lì in poi la vision era completa e chiara, sicuramente non a tutti, ma comunque a un cospicuo manipolo di
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piano piano che ho fretta
giovani che, per motivi diversi, erano collegati alla mie
attività imprenditoriali da qualche anno e condividevano con me il fascino per l’informatica.
Da qualche mese quindi Paola, io e qualche altro
collega avevamo la bava alla bocca pensando di poter
comprare l’mct e di essere capaci di realizzare il nostro sogno forti della consapevolezza di poter sfruttare
con largo anticipo uno strumento così potente. Il nostro vero cruccio era sempre stato quello: poter contare
su una rete globale, affidabile e, soprattutto, a un costo proporzionato alle nostre dimensioni. Internet era
tutto quello che ci mancava per partire per la nostra
avventura senza il dubbio che ci mancasse comunque
qualcosa.
E questo avveniva da febbraio in poi, nel bel mezzo
delle nostre alterne vicende per ottenere il contratto
di affitto d’azienda e senza poterlo condividere praticamente con nessuno dei nostri interlocutori finanziari
che erano, a quei tempi, distanti anni luce da quel tipo
di problematiche.
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Le basi della nuova impresa
Ma torniamo a dove eravamo rimasti, a quel periodo
epico in cui abbiamo fatto ripartire il vecchio mct, fermato per qualche mese dal fallimento.
In quei sei mesi sono successe veramente tante cose.
Passavo moltissimo tempo viaggiando per conoscere
tutta la ex rete vendita dell’mct, ma soprattutto per
cercare di far ripartire la macchina produttiva e salvare
in qualche modo la stagione invernale. Inoltre eravamo
sempre impegnati per trovare la fideiussione per l’asta
prevista per l’autunno. Tornammo alla carica con tutti
gli istituti bancari, ma niente. Alla fine mettemmo insieme i 21 miliardi grazie a Enrico Minoli che decise di
garantire con i suoi fondi personali i 10 che mancavano.
Andammo a perfezionare l’operazione in un’importante banca Svizzera. Verso le 14, al termine di complesse
operazioni con notai, avvocati e banchieri vari, ci fu
chiesto se volevamo servirci del catering interno alla
banca per uno spuntino. Non c’era motivo per dire di
no. è buffo ammettere che, alla fine di tutta quella complessa vicenda cominciata quasi sei mesi prima, la cosa
che più mi colpì fu il conto che ci presentarono per
quello spuntino: 15.000 franchi svizzeri, più o meno
250 euro a tramezzino! Chiesi, naturalmente, se fossero
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marco boglione e adriano moraglio
impazziti, ma mi risposero che era del tutto normale.
Pensai che, comunque, ci fosse qualcosa di molto strano e che non avrei mai potuto capire quell’ambiente.
Avevamo concluso un affare importante in cui erano
in ballo moltissimi soldi, ma come un panino potesse
costare mezzo milione di lire non riuscivo e non riesco
a capirlo ancora oggi!
Intanto, mentre aspettavamo di partecipare all’asta,
costruivamo le fondamenta per il futuro. Progettavamo
la nuova struttura societaria internazionale del gruppo
con l’obiettivo di ottimizzare l’attività di una rete di imprenditori che avrebbe operato in tutto il mondo con gli
stessi prodotti e con la stessa missione.
Presentammo il progetto alla vecchia rete di distribuzione del Maglificio Calzificio Torinese per convincerli
a fare gli imprenditori anziché i venditori; vale a dire
diventare licenziatari del BasicNetwork.
C’era già tutto il modello di business di oggi: noi
avremmo disegnato e realizzato le collezioni e ne avremmo curato l’industrializzazione attraverso delle trading
companies da noi selezionate.
I licenziatari avrebbero acquistato i prodotti finiti
direttamente dalle fabbriche riconoscendo alle trading
companies una commissione per il servizio e successivamente una royalty a noi quando il prodotto fosse stato venduto a un negoziante del loro territorio. Parte di
quelle royalties noi le avremmo poi spese in pubblicità
nell’interesse di tutti.
Pensavo che così facendo, cioè andando a vendere in
giro per il mondo non delle magliette, ma una reale e
concreta opportunità di fare impresa e di diventare imprenditori, saremmo riusciti in breve tempo a internazionalizzare il marchio Kappa che era il nostro primo
obiettivo. Il tutto, naturalmente, senza soldi, o meglio,
facendoli mettere dagli altri.
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piano piano che ho fretta
Spesso mi dicevano che globalizzare un’azienda era
un’impresa che richiedeva enormi risorse e molto tempo. Io stavo ad ascoltare, ma continuavo a pensare che
sarebbe stato vero se avessi voluto vendere direttamente in tutto il mondo le mie magliette, non se mi fossi
limitato a trovare una sessantina di imprenditori del
pianeta che avesse deciso di operare in esclusiva nei
loro territori con i miei prodotti. Ero convinto che, se
il nostro progetto fosse stato veramente buono come
credevo, nel giro di un paio di anni avremmo ottenuto
una copertura pressoché globale per i nostri marchi.
Per contro, se il nostro modello di business fosse stato
sbagliato, ce ne saremmo accorti immediatamente.
Per essere sicuro che tale modello potesse funzionare sin da subito, poiché i nostri campionari, al tempo,
erano pressoché inesistenti, decisi di puntare tutto sulle
grandi sponsorizzazioni. La Juventus, che eravamo riusciti a tenere non senza immensi patemi, e l’fc Barcelona. Pensavo che con in mano quelle magliette i licenziatari sarebbero riusciti a prendere contatto con tutti i
negozi sportivi del mondo e andò proprio così. Quale
negoziante, se trattava lo sport e il calcio, poteva dire di
non essere interessato a visionare quei prodotti?
Il weekend del 30 luglio ’94 avevamo convocato tutto quello che restava della rete vendita internazionale
dell’mct a Sestriere per la nostra prima convention. Vi
andai in auto il venerdì pomeriggio; quella fu una delle
ultime volte che ricordo di aver guidato per spostamenti
di lavoro. I miei soci, dopo aver risolto il problema della
garanzia per il tribunale, avevano preteso che la società
stipulasse una polizza enorme sulla mia vita con loro beneficiari. Siccome molti di loro sapevano per esperienza
diretta come guidavo, il consiglio di amministrazione si
era molto raccomandato che guidassi il meno possibile
in generale, e mai per lavoro. In quel periodo ero sem-
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marco boglione e adriano moraglio
pre preso dai pensieri e incapace di andare piano per
indole, e allora… Oggi credo comunque che sia stata
una decisione molto saggia!
Quel giorno, però, guidai ancora, e in macchina con
me c’era Pere Matamales, uno dei tre soci della Kappa
Spagna. Pere era mio coetaneo, Antonio Oliveres e Juan
Barros erano di poco maggiori di me, ma tutti e tre erano entusiasti del mio progetto. Ci si frequentava molto
e con Pere, in particolare, discutevo a fondo anche di
aspetti strategici.
Era una splendida giornata di sole, c’era poco traffico perché era l’ora di pranzo e la mia vecchia Porsche
Carrera 2.7 del ’74 con il motore rifatto da poco dava il
meglio. Fu un viaggio molto piacevole.
Pere non aveva paura e il panorama era bellissimo.
Si discuteva delle moltissime cose da realizzare e, a un
certo punto, ci venne il dubbio di aver fatto il passo più
lungo della gamba. Pere era veramente un tipo simpatico, catalano doc, aveva sempre la barzelletta, la battuta,
ma, soprattutto, il proverbio o il modo di dire pronti.
Per sdrammatizzare mi disse: «In questi casi in Catalunia noi diciamo che bisogna procedere sin pausa sin
prissa». Senza fermarsi mai, ma senza fretta. Pensai che
era un buon detto popolare, ma noi avevamo molta fretta di portare a termine tutte quelle cose. Discutemmo
un po’, poi Matamales insistette: «Quando fai le cose in
fretta rischi di sbagliare e poi devi ricominciare daccapo
e perdi il tempo che non hai. Se hai molta fretta, devi
fare le cose piano piano; se no rischi di doverle rifare e
perdi così del tempo».
Era il miglior consiglio che qualcuno mi potesse dare
in quel momento. Cosa potevo fare di più che lavorare
sempre, cercando di sbagliare il meno possibile?
Dopo un lungo silenzio, Pere, nel suo italiano quasi perfetto, ma con un fortissimo accento spagnolo,
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piano piano che ho fretta
mi disse: «Piano piano che ho fretta. Dobbiamo fare
così!». Dissi a Pere che era un genio e che mi aveva dato
un grande spunto.
La riunione con la forza vendita andò benissimo e, alla
fine, avevamo già una decina di licenziatari.
Intanto eravamo partiti con una supersvendita dello
stock dell’mct utilizzando il vecchio spaccio di via Foggia, dentro lo stabilimento, i cui risultati furono eccezionali e al di là di ogni aspettativa. Ma il vero obiettivo
era quello di far tornare per l’autunno sugli scaffali dei
negozi i prodotti con i nostri marchi. Subito dopo la
riunione di Sestriere partii con Monica Adami per un
giro del mondo a fare shopping di produzione. Volammo anche alle Mauritius dove un gruppo di aziende di
maglieria piuttosto importanti aveva deciso di farci credito senza garanzie bancarie. Per me, e credo anche per
Monica, quella fu un’esperienza indimenticabile. Nel
giro di quarantott’ore, riposando in tutto solo otto ore,
piazzammo ordini per un valore di oltre 5 miliardi di
lire. Ci chiudevamo nelle sale campionario di queste
aziende con un merchandiser e cominciavamo a decidere disegni, pesi, colori, etichettatura e, soprattutto,
prezzi di una collezione che sarebbe andata in produzione senza poter nemmeno vedere i prototipi, nella
speranza di poterla ricevere in Italia entro fine agosto e
di riuscire a venderla sul pronto tra settembre e dicembre.
Monica fu straordinaria, molto precisa e sempre calma. In quel viaggio ci saremmo ripetuti a vicenda duecento volte «piano piano che abbiamo fretta». E funzionò alla grande.
Con quella merce, e grazie al credito che quegli imprenditori ci avevano concesso soprattutto per le entusiastiche presentazioni che faceva di noi quel grande
164
marco boglione e adriano moraglio
personaggio e amico che era ed è Renato Catalfamo,
console onorario delle Mauritius in Italia, riuscimmo a
salvare la prima stagione di vendita.
Tra la liquidazione dello spaccio, le vendite sul pronto
e le prime royalties dei licenziatari chiudemmo il bilancio
del 1994 in modo fantastico. Il fatturato della fsm a fine
anno fu di 46 miliardi, con circa 8 di utile netto. Niente
male se consideravamo da dove eravamo partiti.
In quel momento giocava a nostro favore anche un
certo tifo che ci accompagnava. Erano tutti increduli e,
a quel punto, in molti avevano cominciato ad aiutarci.
Tutto stava girando per il verso giusto. Per cautelarmi, in vista di un eventuale rilancio in sede di acquisto
del Maglificio, cominciai a pensare a che cosa avrei potuto fare dell’immobile. Decidemmo di venderlo solo se
fosse stato necessario per sostenere un rilancio all’asta,
altrimenti, in seguito, avremmo cercato il modo di poterci rimanere dentro. Lo consideravo molto importante per il nostro progetto.
165
L’asta
In quell’atmosfera di grandissimo impegno e speranza
arrivò velocemente il 28 ottobre, giorno in cui il tribunale aveva deciso di indire l’asta per aggiudicare tutti i
cespiti del Maglificio Calzificio Torinese SpA.
Avevamo in tasca i famosi 21 miliardi, ma nel taschino, grazie all’ottimo lavoro svolto, ne avevamo almeno
altri 5, fatti di utili di gestione e di valore dell’immobile che qualcuno si era già dichiarato disponibile ad
acquistare (ovviamente al prezzo delle patate) in caso
di necessità. Alle 9 in punto varcai la soglia del tribunale fallimentare in corso Valdocco. L’asta era pubblica
e quindi tutti quelli che volevano potevano partecipare. Erano venuti in tanti. Colleghi, sindacalisti, parenti,
professionisti e qualche amico. C’erano anche Minoli e
Hagiwara. Inutile raccontarti, Adriano, lo stupore del
giudice al vedere tanta gente. Appena entrai nell’aula in
cui si sarebbe svolta l’asta mi venne un colpo. Non c’era
solo la mia claque. Un tipo distinto e ben vestito se ne
stava appoggiato al muro sulla parte destra della stanza.
Era Gianni Lico, amministratore delegato di una nota
azienda del settore che in più occasioni, durante i mesi
della trattativa e poi durante il contratto di affitto, aveva manifestato l’intenzione di partecipare all’asta e di
166
marco boglione e adriano moraglio
soffiarci l’acquisizione in forza della sua, peraltro vera,
grande disponibilità finanziaria.
In molti conoscevano già quel signore e quindi, in un
battibaleno, tutti i presenti seppero chi era e perché fosse lì. E questo contribuì a far salire la mia agitazione.
Ero molto emozionato. L’attesa, prima dell’inizio della procedura, durò una mezz’ora che mi sembrò eterna.
Tutti cercavano di dirmi qualcosa e io non riuscivo quasi a parlare. Non mi ricordavo più niente, cercavo di
pensare a come mi sarei dovuto comportare nei rilanci. Pensavo che fosse giunta l’ora. Se “quelli” si erano
presentati all’asta, non era certo per farsela soffiare per
pochi soldi. Sapevo di avere qualche riserva, ma sapevo
anche che era poca roba se contrapposta alle loro disponibilità. Sì, ero veramente preoccupato. Anche Pavesio
lo era, ma continuava a ripetere: «è tutto sotto controllo, vediamo come va». Moreno era bianco in viso e penso che fosse terrorizzato come me: non parlava molto
neanche lui.
L’asta cominciò; dopo poco il giudice mi chiese se
confermavo l’offerta minima di 21 miliardi. Il modo in
cui lo disse non era proprio una frase specifica, ma la
conclusione di un discorso un po’ più lungo e burocratico. Non colsi al volo la domanda e quindi risposi un
po’ in ritardo dietro sollecitazione di Carlo; la Nosengo e Stasi si erano accorti della mia emozione perché li
beccai mentre si scambiavano un sorrisetto. Il giudice,
a quel punto, chiese se qualcuno avesse intenzione di
rilanciare. Trascorso il tempo di rito, Vittoria Nosengo
mi guardò e disse: «Allora, è sua».
A quel punto sentii un gran ronzio nelle orecchie:
mi sembrava che nella stanza ci fosse rumore, ma mi
accorsi che non era così solo quando scattò l’applauso
dei convenuti. Mi prese un’emozione enorme e quando
Stasi si rivolse a me: «Allora, non dice niente?», feci
167
piano piano che ho fretta
solo uno sciocco segno con la mano sinistra per indicare
che sarebbe stato meglio di no. Se avessi aperto bocca
e mollato la presa serrata delle mandibole, sarei sicuramente scoppiato a piangere prima di poter proferire
qualunque cosa.
Il concorrente si era presentato, ma non aveva fatto
alcun rilancio.
Qualche anno dopo, in occasione di un salone di articoli sportivi, in Germania, Lico mi disse che era venuto per rendere onore al nostro coraggio. Anche lui
avrebbe voluto fare quell’operazione, ma i suoi soci non
l’avevano seguito. Come dire: «Hai vinto tu solo perché
non c’ero io; comunque bravo».
Qualcuno scattava foto, Mirella Ansaloni faceva un
po’ di video, tutti mi avvicinavano e facevano una battuta o si complimentavano. Così cominciammo a uscire dal tribunale. Appena fuori, mi staccai dal gruppo e
chiamai Daniela.
Daniela non era venuta all’asta e questo era già di per
sé un fatto strano per il nostro rapporto.
Ormai da qualche mese avevo cominciato a dormire
nell’alloggio del custode. Per ragioni di fuso orario, mi
capitava spesso di dover fare lunghe conversazioni telefoniche e discussioni su documenti con i giapponesi a
notte fonda. Daniela, da quando mi ero infilato nel tentativo di acquisire l’mct, aveva cominciato a difendersi
da me. Eravamo nel pieno della crisi del settimo anno;
per il bene della nostra relazione avremmo dovuto tagliare tutte le fonti esterne di disturbo e concentrarci
solo su di noi. Io, al contrario, avevo deciso di buttarmi
ancora di più nel lavoro, cominciando addirittura a dormire in ufficio. Daniela aveva paura, e probabilmente
aveva ragione, che la mia distrazione e le mie assenze,
che già la facevano soffrire da un po’, aumentassero ancora.
168
marco boglione e adriano moraglio
Io, in quel momento, mi rendevo conto che le cose tra
noi non andavano bene, ma speravo in un miracolo. La
chiamai augurandomi che quel miracolo stesse per accadere. Le dissi: «Abbiamo vinto l’asta, incredibile, l’mct è
nostro». Dalla prima parola di Daniela capii che quello
che stava succedendo era esattamente l’opposto di ciò
che speravo. Altro che quiete dopo la tempesta, altro che
una buona occasione per ricominciare daccapo…
Mi disse: «Sono veramente contenta per te. Adesso
hai quello che volevi e quindi puoi venire a prenderti
le valigie che sono già pronte. Non te l’ho detto prima
solo perché non volevo crearti un altro problema prima
dell’asta».
La nostra vita coniugale, di fatto, è finita lì, alle 11 e
mezza del 28 ottobre 1994.
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PARTE VI
Una battaglia infinita
Corso Brescia 86
Cominciai così a vivere in modo definitivo e ufficiale
nell’alloggio del custode, dove rimasi per poco più di
un anno prima di trasferirmi in uno dei reparti di produzione dell’mct trasformato, per l’occasione, in un
grande ufficio con una piccola casa dentro.
Il 7 novembre 1994, accompagnati da un tifo da stadio, aprimmo, alle 20 in punto, l’entrata principale del
Maglificio Calzificio Torinese in corso Brescia 86. Ne
seguì una bellissima festa all’interno dello stabilimento.
A fine dicembre fu siglato l’atto notarile e così, a partire dal 1° gennaio 1995, diventammo padroni di tutto
quello che rimaneva dell’MCT, compresi i famosi marchi Kappa, Robe di Kappa e Jesus Jeans.
Eravamo partiti!
Passai il primo semestre del nuovo anno in giro per il
mondo a cercare licenziatari e fonti produttive. Le cose
andavano davvero bene. Il lavoro cresceva di intensità
tutti i giorni, ma in autunno accadde per me qualcosa
del tutto inaspettato.
Venne a trovarmi Enrico Minoli; da quasi un anno lo
vedevo o lo sentivo tutti i giorni. Nei mesi precedenti
l’acquisizione e in quelli successivi avevo lavorato con
171
marco boglione e adriano moraglio
lui in modo assolutamente straordinario. Lui era determinato e sicuro di sé e mi aiutava molto. Credo sia stato
un gran bel periodo anche per lui.
Quella volta, però, mi annunciò la sua visita in modo
diverso dal solito: «Ti devo parlare di una cosa», ma
non volle specificare di che si trattasse liquidando la mia
curiosità con un laconico: «Ti dico a voce».
Il mattino dopo era nel mio ufficio e, dopo i soliti simpatici e calorosi convenevoli, mi diede il suo biglietto da
visita. Gli chiesi se per caso fosse impazzito. «Guarda
che cosa c’è scritto sotto il mio nome» mi rispose. Lo
feci e vidi «merchant banker». Dissi: «Merchant Banker».
Seguì un po’ di silenzio, come quando uno ha finito di
raccontare una barzelletta e l’altro non l’ha capita. Insistette: «Merchant Banker». Continuavo a non capire, e
pensai anche che Enrico mi stesse tirando uno scherzo.
Lui: «Ma davvero non capisci?».
Io: «No, non capisco, mollala!».
A quel punto Enrico, sconfitto dalla mia ignoranza,
tentò l’ultima carta, prima di abbandonare il progetto
della divertente scenetta.
«Ma lo sai che mestiere fanno i merchant banker, bestia?»
«Non me ne frega un cazzo di che mestiere fanno i
merchant banker, pirla! Dimmi perché sei venuto a
rompermi i coglioni»
Enrico non poteva credere che non avessi capito che
cosa voleva dirmi e a quel punto scoppiammo a ridere
tutti e due: sarebbe stata una scena da filmare.
Lui mi fa: «I merchant banker comprano le aziende».
Io: «Lo so».
«Allora saprai anche che i merchant banker non comprano le società per farle diventare aziende di famiglia,
ma per rivenderle!»
Di colpo avevo capito tutto! La voglia di ridere era
172
sparita. Enrico continuò: «Non ho cercato nessuno, ma
ho ricevuto un’offerta estremamente interessante. Se tu
preferisci continuare, trova qualcuno che compri la mia
parte, sennò vendiamo tutti. Nessuno può permettersi
di perdere un’occasione del genere».
Non me l’aspettavo proprio: Enrico fu molto comprensivo, ma mi disse che i tempi erano stretti.
Un grande gruppo inglese aveva offerto una bella cifra, 60 miliardi di lire! A loro interessavano solo i marchi e, in quel momento, la nostra azienda che li possedeva era molto piccola e con pochi dipendenti, appena
ripulita dal fallimento di tutte le passività. Era davvero
un’occasione unica.
è vero che pensare di intascare una trentina di miliardi
a trentanove anni era una cosa pazzesca, ma era anche
la cosa che in quel momento mi interessava meno. Non
riuscivo a prendere in considerazione quell’eventualità
anche perché sentivo che sarebbe stato un vero tradimento nei confronti di tutti i miei compagni di viaggio.
L’operazione di turnaround che avevamo realizzato
era stata brillante e forse avremmo anche potuto, a questo punto, trovare qualche investitore finanziario interessato a rilevare le quote di Enrico. La prima cosa che
mi venne in mente fu di telefonare non a un banchiere
d’affari, ma a un grande imprenditore.
Poco dopo la fine dell’incontro con Minoli, giusto il
tempo di informare Pavesio, chiamai la segreteria di Benetton e chiesi di poter parlare con il signor Luciano.
173
Attacco sventato
Conosco Luciano Benetton da quando, ancora giovanissimo, lavoravo per Maurizio Vitale e i due erano
abbastanza amici. Lo vidi in faccia per la prima volta
nel febbraio del ’79 in occasione di una visita di Vitale a Treviso. Avevo ventidue anni. Noi eravamo da
poco sponsor della Juventus e io avevo preparato per
il signor Luciano una borsa ufficiale della squadra, piena di tutto il nuovo abbigliamento bianconero targato
Kappa. Si diceva che fosse juventino. Da allora l’avevo
rivisto alcune volte in giro negli aeroporti italiani e in
vacanza in Sardegna con Vitale.
Per me, che cominciavo a fare il mestiere degli “stracci”, come li chiama lui, incontrarlo era un po’ come
vedere la Madonna. Nel ’94 qualcuno mi disse che,
appena era fallito l’mct, un banchiere torinese l’aveva
interpellato per sapere se fosse interessato all’azienda.
Pare che in quell’occasione Benetton avesse risposto
che il miglior acquirente per l’mct in quelle condizioni
non bisognava andarlo a cercare lontano. A suo dire
era già a Torino: un ragazzo in gamba che conosceva
bene il settore e l’azienda e avrebbe avuto anche una
grande motivazione. Si riferiva a me!
Quella sua affermazione mi riempì d’orgoglio e così,
174
marco boglione e adriano moraglio
nel gennaio del ’95, subito dopo l’aggiudicazione
all’asta, chiesi un appuntamento e andai a trovarlo per
ringraziarlo e raccontargli il mio progetto.
Non ho mai negato che il modello di business BasicNet
sia stato fortissimamente ispirato dall’esperienza Benetton. Anche la Benetton è un network di imprenditori,
una specie di franchising. Io volevo fare la stessa cosa,
non a livello retail, ma wholesale: non negozianti, ma licenziatari. Benetton mi ascoltò attentamente, poi disse
che l’idea era buona anche se non nuova, ma che c’era il
grande rischio di “indisciplina” da parte dei licenziatari
a danno del risultato di lungo periodo. Gli risposi che
quel rischio era più che reale, ma che saremmo riusciti a
evitarlo grazie alle nuove tecnologie e cioè se fossimo riusciti a realizzare l’azienda che avevamo in mente: senza
carta, veloce, puntuale, affidabile e con tutte le informazioni disponibili in tempo reale. Benetton replicò che era
vero solo in teoria; insistetti che grazie a Internet avrebbe
potuto funzionare anche in pratica. Il suo commento finale fu: «Curioso».
E fu così che a distanza di circa un anno lo richiamai.
Con il signor Luciano i convenevoli al telefono durano sempre poco: «Come va?», mi chiese.
«Bene, talmente bene che è arrivata un’offerta di acquisto da un’azienda inglese che i miei soci hanno deciso di accettare»
«Me lo aspettavo, ma lei cosa vuole fare?»
«Naturalmente vorrei continuare, praticamente non
ho ancora cominciato»
«Allora ne parli con Alessandro, lui ha la 21 Investimenti, magari può prendere il posto dei suoi soci.»
Fantaaaaaastico!
Chiamai subito Alessandro, che, come detto, avevo
conosciuto un paio d’anni prima e che per combinazione aveva recentemente scambiato quattro chiacchiere
175
piano piano che ho fretta
anche con mio fratello Francesco. Gli eventi andarono
velocissimi. Nel dicembre del ’95, Alessandro e suo padre vennero a Torino per vedere come eravamo messi.
Qualche giorno dopo Alessandro mi comunicò al telefono l’intenzione di procedere. Mi disse che voleva una
partecipazione paritetica alla mia e che non avrebbe interferito nella gestione. Accettai e ci accordammo con
estrema facilità su tutti gli altri punti. Il 9 maggio 1996,
il giorno del mio quarantesimo compleanno, tutti i maggiori quotidiani italiani davano la notizia dell’entrata di
Benetton con grande rilievo. «La Stampa» titolò in modo
simpatico: «Attenti a quei due!». Ovviamente, «quei
due» eravamo Alessandro e io.
Era proprio quello di cui avevo bisogno. Cominciò
una nuova e affascinante stagione della vita della mia
Basic: la 21 Investimenti e io ne controllavamo il 42 per
cento a testa, William Fung il 12 e la parte restante era
in mano ai miei fratelli e alla Fenera SpA, una società
di investimenti di amici torinesi che, per starmi vicini,
avevano acquistato una piccola partecipazione quando
era entrato Minoli.
Chissà se per un po’ potevo archiviare il capitolo “imprevisti”?
176
Complimenti, mamma Dani!
Nel frattempo la Mototaxi di Daniela e Mirella aveva
continuato a operare e a svilupparsi in modo straordinario, nonostante la spada di Damocle della multa miliardaria alla quale avevamo continuato a opporci con
tutte le forze, attraverso una lunghissima serie di cause,
assistiti dal grande avvocato milanese Giuseppe Trifirò, ma eravamo stati condannati nei giudizi di primo e
secondo grado. Poi, per fortuna, grazie anche a un’appassionata arringa finale di Trifirò, fummo pienamente
assolti dalla Cassazione.
Grazie a quella sentenza, che aveva riconosciuto la piena legittimità del nostro modo di operare, l’attività del
moto-recapito cominciò a far gola anche ai grandi gruppi.
Il nostro concorrente storico, Pony Express, fu il primo
a essere acquisito dal colosso mondiale tnt che proprio
allora era diventato di proprietà delle Poste olandesi.
In quel periodo Daniela mi aveva sorpreso molto, comunicandomi che riteneva che fosse giunto, per lei, il
momento di diminuire drasticamente il suo impegno
professionale.
«I ragazzi – mi disse – hanno un’età per cui è indispensabile che, da ora in avanti, me ne occupi molto di
più di quanto ho fatto finora.»
177
marco boglione e adriano moraglio
Lorenzo e Alessandro avevano rispettivamente dodici
e dieci anni e all’inizio non capii il suo ragionamento.
Ma come? Tutte le mamme che conoscevo, quando i
loro figli arrivavano a quell’età, dicevano esattamente il
contrario: «Adesso i ragazzi sono abbastanza grandi e
quindi posso ricominciare a lavorare». Dissi a Daniela
che forse si era sbagliata e che comunque il vero motivo
non poteva essere quello.
La saggezza della risposta di Daniela mi colpì in modo
davvero profondo.
«Secondo te, a che età i nostri figli possono rischiare
di più di commettere errori gravissimi? Quando hanno
meno di dodici anni o tra i dodici e i diciotto? Da adesso, e fino a che non avranno vent’anni, li voglio marcare
stretti. Aiutami a vendere l’azienda».
Che dire? Aveva perfettamente ragione. Le cattive
compagnie e le pessime abitudini comportamentali, in
cui spesso i giovani inciampano, sono tipiche di quel
periodo di età, trascorso il quale i ragazzi sono più temprati alle insidie della vita e, quindi, meno vulnerabili.
Nel ’98, grazie ad Alessandro Benetton, conobbi Corrado Passera che proprio in quel periodo stava cercando
di trasformare le Poste italiane da ente monopolista di
Stato in una società per azioni in regime di concorrenza.
Alessandro voleva che lo incontrassi per proporgli di
ridisegnare, in chiave moderna e sportiva, il nuovo look
dei postini, ma quando Passera scoprì, dalla mia breve
autopresentazione, che c’entravo con la Mototaxi, smettemmo all’istante di parlare di divise. Nel dicembre del
’98 siglammo un accordo irrevocabile e, nella primavera seguente, perfezionammo la cessione della Mototaxi che, attraverso la controllata sda SpA, era diventata
delle Poste italiane e così Daniela si imbarcò in attività
imprenditoriali meno impegnative.
Lorenzo e Alessandro furono marcati “strettissimi” da
178
piano piano che ho fretta
Daniela, studiarono il necessario per superare medie e
liceo a testa alta e praticarono molto sport, arrivando ai
loro vent’anni svezzati alla vita e senza danni collaterali.
Oggi frequentano tutti e due l’università con buon profitto e stanno già progettando il loro ingresso nel mondo
del lavoro. Complimenti, mamma Dani!
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Come rilanciare marchi “bolliti”?
è da un po’ di tempo che non faccio più anticamera.
Ormai gli incontri tra Marco e me avvengono senza attese e arrivo direttamente in ufficio, passando dal cortile
interno del villaggio di BasicNet. Disturbo le segretarie… Roberta, Daniela, Monica. Una dipendente dello
spaccio, addetta evidentemente alla vigilanza, per ben
due volte si è precipitata per controllare chi fosse quel
tizio che si era infilato in tutta fretta nell’ufficio del presidente, dopo aver legato la sua bici alla rastrelliera. Ora
sa che può fidarsi, che non ha nulla da temere e che Boglione mi aspetta.
In tutto questo tempo che ho trascorso ad ascoltare
il racconto della sua vita e della sua avventura da imprenditore si è stabilita tra noi una familiarità. Avverto
che per entrambi, per Marco Boglione quanto per me,
questo appuntamento è diventato un momento atteso. è
capitato di far trascorrere una settimana senza vederci e
quando abbiamo potuto farlo di nuovo è stata una vera
“festa”!
Gli sono grato per l’amicizia, non perché lui è un imprenditore di successo o perché abbastanza ricco (non
dico “abbastanza” per modo di dire, perché questa è la
definizione giusta), ma perché trovo sempre motivi per
180
marco boglione e adriano moraglio
ammirare il suo modo di affrontare la vita. Ecco perché
spero che si convinca a fare un libro con i ricordi che ho
appuntato fin qui…
Effettivamente, più ci incontriamo più Marco prende
gusto a ripercorrere la sua storia: riscopre se stesso e le
ragioni del suo agire, passato e presente.
Boglione oggi è appena tornato dalla Cina. Gli chiedo
come ha trovato i cinesi, se avvertono la crisi finanziaria
che sta interessando Stati Uniti ed Europa. Certo che li
riguarda, e lui lo conferma. Ma scopro dalle sue parole
che i cinesi, a differenza di noi europei… che dico…
di noi torinesi, per esempio, soffrono molto di più questo momento: aziende che chiudono di punto in bianco, lavoro che va perduto chissà per quanto. Marco dice
che loro soffrono di più perché non sono temprati da
trenta-quaranta-cinquanta anni di fasi critiche e risalite,
crocifissioni e resurrezioni, su e giù quasi ciclici come è
accaduto a noi. I cinesi sono un po’ come un razzo sparato verso il cielo da trent’anni e non sanno che cosa sia
essere costretti all’improvviso a rallentare… Forse noi
sapremo fronteggiare meglio la crisi.
Probabilmente BasicNet sta andando oggi così bene
perché è nata grazie a grandi fatiche e slanci appassionati, temprata e testata da episodi, circostanze, situazioni
sempre con il rischio del baratro. Si può dire – e la storia
raccontata fin qui lo dimostra – che la dimestichezza con
i momenti critici sia stata, e sia ancora, la forza interna,
la fame e la sete di questa azienda. Marco Boglione non
ha mai tirato i remi in barca e non ha alcuna voglia di
farlo: è lì ancora in mezzo ai vogatori, e voga con loro.
Ha più spesso navigato in mezzo ai fallimenti piuttosto
che ai successi. E il successo di oggi, la sua tenuta rispetto ai venti di crisi, è forse dovuto a questo.
Fino a oggi BasicNet ha dimostrato che è possibile acquisire marchi commercialmente “bolliti” e avere la capa-
181
piano piano che ho fretta
cità di rilanciarli. Di “debollirli”, potremmo dire. Il modello di questa società (e, per certi versi, il suo segreto)
è stato proprio acquisire ciò che è “bollito” accettando la
sfida di rivitalizzarlo, di renderlo come nuovo. è così che
ha guadagnato sviluppando i marchi.
«Faccio lavorare imprenditori di tutto il mondo – dice
Marco – per “debollire” il marchio con i loro soldi e a
loro stesso vantaggio.»
Osservo Boglione mentre mi parla passeggiando su e
giù per l’ufficio: mi legge alcune riflessioni che ha scritto
a proposito delle cause della crisi finanziaria ed economica che sta interessando tutto il pianeta. Poi s’interrompe
e dice: «Sai, Adriano, me lo dicono in tanti: “Potresti
concederti molto di più, potresti trarre maggior profitto dalla tua azienda… chi te lo rimprovererebbe…”.
No, non ne sono capace. Ho sempre anteposto l’interesse dell’azienda al mio. Non ho casa, quella che abito è
dell’azienda, è “nella” azienda. Non ho un mio conto
corrente, percepisco uno stipendio che mi serve a mantenere uno stile di vita sufficientemente agiato e lavoro
tutto il giorno per l’azienda, ma anche per mia moglie e
i miei figli».
Oggi BasicNet compete ormai solo con i colossi globali, Nike, Adidas, Puma; in Italia non c’è più concorrenza
che tenga… Eppure pensare a quei giorni terribili del
1994 fa capire l’azzardo o, meglio, la provocazione al
destino che Marco Boglione lanciò in quelle giornate.
I sindacati gli diedero grande fiducia. Forse, a questo
riguardo, vale la pena fare una piccola digressione. Sarebbe stato possibile raggiungere l’accordo sul salvataggio del Maglificio Calzificio Torinese solo con il placet
di tutte le sigle sindacali… c’era in ballo il destino di
213 persone.
Il primo impegno, l’ha ricordato lui stesso prima, fu
di assumere 37 dei 213 rimasti a spasso, ma nella fase
182
marco boglione e adriano moraglio
iniziale Boglione fece capire che faceva sul serio assumendone addirittura più di quanti previsti dall’accordo:
45. Poi, poco alla volta, arrivarono tutti gli altri.
Boglione era ancora un giovane imprenditore, aveva
trentott’anni. Le cose andarono così bene con le parti
sindacali che, alla fine del quarto anno, un anno prima
di quanto pattuito, Boglione aveva riassunto in azienda
212 dei 213 che erano rimasti senza lavoro a causa del
fallimento del Maglificio. Tutti tranne una, che proprio
non ne volle sapere e cambiò mestiere.
Tre anni dopo l’accordo – era stato sottoscritto l’11
aprile 1994 – il sindacalista Bruno Roberti, della Cgil,
ricordava in una lettera a Boglione come «molto positivo il rapporto di confronto aperto e leale» che si era
instaurato e che l’accordo era stato «molto importante
e innovativo». Alla base, «stava un “patto” che azienda
e sindacato» avevano onorato, permettendo le prime assunzioni e una discussione aperta per definire «insieme,
senza confusione di ruoli, gli emendamenti, le scelte, le
prospettive dell’azienda».
«Per quanto mi riguarda – concludeva il sindacalista
nella sua lettera – pur ricoprendo oggi un altro ruolo, mi
adopererò perché continui il “clima nuovo” creatosi tra
azienda Basic e sindacato che tanto frutto ha dato.»
183
Come nasce un prodotto
Non so bene dove stiamo andando a parare. Certamente
sia tu che io ci siamo fatti alcune idee, e altre ne avevamo forse già anche all’inizio. Quale potrà essere il risultato di questo nostro dialogo? Un libro? Qualcos’altro?
Sono convinto, però, che anche in questo caso possa essere valido il metodo che ho sempre usato nel mio modo
di essere imprenditore: partire dal prodotto. Lavoriamo
sodo, realizziamolo: una volta finito lo riprenderemo in
mano, lo modificheremo, decideremo che cosa farne. E
verificheremo se le idee che avevamo sono compatibili
con quanto ne è venuto fuori, senza dimenticare che un
imprenditore desidera che il suo prodotto sia una cosa
che nessun altro ha fatto prima.
Da come è il prodotto discendono decisioni conseguenti.
In fondo, questo è anche il mio metodo di vita. Credo
di poter affermare che i miei prodotti più belli siano già
stati fatti, ma non ancora venduti. E sono quelli che ci
mettono più tempo a essere capiti e apprezzati, ma se
ci riescono, te li godi di più.
è così bello fare lo stesso prodotto per trenta o persino per ottant’anni. Perché, infatti, i giovani dovrebbero smettere di comprarsi le Superga? O la Polo Robe
184
marco boglione e adriano moraglio
di Kappa che realizziamo in 11 modelli, 38 taglie e 64
colori? Oppure la tuta classica della Kappa, la famosa
«dueduedue»?
Chi fa il nostro mestiere deve avere prodotti per ogni
“sella” di ciclicità, ma di una cosa sono sicuro: i prodotti cosiddetti basic o classici hanno un che di incontaminato e avranno sempre un loro mercato, a dispetto delle
ciclicità. La vera forza di chi fa il nostro mestiere non è
solo nel saper interpretare l’ultima tendenza, ma soprattutto nel saper realizzare prodotti che non invecchino.
L’ingresso di Alessandro Benetton in BasicNet, a metà
del ’96, mi permise di sviluppare tutto ciò e tanto altro
ancora. Mi fu possibile mettere le basi di ciò che l’azienda è oggi. Alessandro ci assicurò il massimo sostegno, ma
anche il massimo della libertà e della fiducia. Lui, più giovane di me di otto anni, si era fatto la sua azienda creando all’interno della galassia Benetton la 21 Investimenti.
Eravamo soci alla pari, la migliore condizione per poter
operare serenamente, diceva lui. Ed è stato così.
I quattro anni che passammo insieme furono per me
fondamentali e belli sul piano della mia vita di imprenditore. La vicinanza con la famiglia Benetton, e con la
cultura imprenditoriale che si portava dietro, mi fece
crescere molto. Benetton investì su di me che avevo raggiunto la meta dei quarant’anni. Lui credeva nel mio
progetto e nelle mie capacità imprenditoriali di realizzarlo, senza pensare prima a quanto avrebbe dovuto
guadagnare in quell’iniziativa.
Non facemmo alcun business plan di tre o cinque anni.
L’unico obiettivo era lo sviluppo. Grazie a Benetton potei fare tutti gli investimenti strategici che ritenevo fondamentali per l’azienda che sognavo di realizzare. Se in
un video destinato alla forza vendita dicevo «speed and
flexibility, it is what our competitors will be missing in
the near future» – la velocità e la flessibilità saranno ciò
185
piano piano che ho fretta
che mancherà ai nostri concorrenti nel prossimo futuro –, Benetton mi telefonava subito per farmi i complimenti. Lo sentivo vicino, allineato al mio progetto. E se
dicevo che immaginavo di realizzare un BasicVillage là
dove c’era una fabbrica semidiroccata, ma che non ero
in grado di fornire tutti i dettagli economici e finanziari
per dimostrare che sarebbe stato un buon affare; ma che
era importante vivere quella trasformazione con passione, con emozione, perché sarebbe servita molto in futuro
all’azienda e ai giovani che ci avrebbero lavorato, saltava
subito fuori una banca che, in base alla mia vision, sborsava una trentina di miliardi per ristrutturare quei 22.000
metri quadrati. E se si trattava di uscire anticipatamente
da un contratto di sponsorizzazione come quello con l’fc
Barcelona, per cui il suo presidente mi aveva offerto la
considerevole cifra di 15 miliardi, ma che ritenevo insufficiente, Alessandro mi incoraggiava al telefono: «Tieni
duro». E io andavo a chiudere a 19 miliardi.
Mi dava forza. In quel periodo ho avuto un socio potente, ricco e stimato, che partecipava al mio fianco, e
senza riserve, a tutte le sfide dell’azienda.
Nei primi due anni con Benetton ci sviluppammo tumultuosamente. Andava tutto molto bene, conto economico e stato patrimoniale, ma i debiti erano saliti a
un livello che temevo andasse contro i miei interessi.
La soluzione poteva essere un aumento di capitale che
Alessandro era pronto a prendere in considerazione, ma
che avrebbe alterato la nostra partecipazione paritetica
che stava funzionando benissimo. Un giorno gli dissi:
«Rifacciamo il pieno, senza danneggiare i nostri equilibri, facciamo entrare una banca». Fu d’accordo.
Contattammo alcune istituzioni finanziarie e trovammo subito solo interesse. Per la prima volta potevo scegliere! Entrò con noi il colosso svizzero ubs che, tramite
una sua struttura preposta al venture capital, portò, nel
186
marco boglione e adriano moraglio
luglio del ’98, nelle nostre casse la bellezza di 50 miliardi
di lire. La società aveva praticamente azzerato tutto il
debito e disponeva quindi di buona liquidità; Alessandro e io insieme controllavamo ancora poco meno del
70 per cento della società, che a partire da quel momento avrebbe potuto contare anche sul supporto diretto di
una delle più grandi e autorevoli banche al mondo, oltre
che sul potente gruppo cinese Li&Fung.
Fu un pit stop d’importanza strategica.
187
Verso la Borsa
L’accordo con ubs era stato chiaro: loro sarebbero usciti
dalla società nel giro di alcuni anni e in coincidenza con
l’ingresso in Borsa.
Gli eventi finanziari di fine anni Novanta e qualche
motivazione di carattere interno alla 21 Investimenti,
dopo soli tre mesi che ubs era entrata in Basic, spinsero
Benetton a cambiare idea. L’imperativo da parte sua fu
uno solo: andare subito in Borsa.
Attraversai un momento molto difficile: ero tra l’incudine e il martello. Tra ubs, che sosteneva che gli accordi
erano diversi, e Benetton, che insisteva per quella soluzione sostenendo che mi sarebbe convenuto fare quello
che aveva deciso lui.
Seguii quell’indicazione e andammo avanti, nonostante le contrarietà espresse da ubs. Ebbe così inizio un
cammino turbolento (soprattutto per me che mi avventuravo in una cosa mai fatta) verso la candidatura alla
quotazione in Borsa. Un cammino che si sarebbe concluso un anno dopo, il 17 novembre 1999.
Non si trattò – ti sarà chiaro, Adriano – semplicemente di espletare alcune semplici formalità e di preparare
un progetto da presentare a Piazza Affari. Il vero problema era lavorare per “fasare” tutta l’azienda alla pro-
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marco boglione e adriano moraglio
spettiva della quotazione ed era un lavoro che doveva
essere fatto anche in fretta.
I rapporti con ubs non si rasserenarono nemmeno con
il passare del tempo.
Fu una scelta – quella di andare subito in Borsa – che
ci costò cara perché ubs ci accordò il suo placet, ma solo
a condizione che si andasse a un prezzo minimo per
loro garantito.
Noi, alla fine, accettammo. La chiusura del prezzo fu
febbrile. La trattativa finale avvenne la sera in un ufficio
di una grande banca d’affari di Milano. Il prezzo del
listing era basso e c’era da soddisfare la richiesta di ubs,
che a sua volta aveva deciso di liquidare tutta la sua
partecipazione. Io no, non volevo vendere, ma mi vidi
costretto a cedere un po’ delle mie quote per venire incontro alla banca svizzera e altrettanto fece la mia famiglia. La trattativa durò fino alle 5,50 del mattino successivo. Stella, con la quale il rapporto era diventato ormai
stabile, ma che allora abitava ancora a Milano, venne
alla sede della banca e rimase ad aspettarmi fuori. Le
avevo detto: «Passa di lì alle 23,30 che poi partiamo per
Torino». Credevo che avremmo finito entro quell’ora.
Tre giorni dopo debuttammo a Piazza Affari.
La sorpresa fu che il lungo e costoso road show per
tutta Europa intrapreso prima della quotazione – per
presentare il prospetto alle più prestigiose istituzioni finanziarie – produsse un acquisto di azioni pari a zero!
In compenso fu il mercato del retail a premiarci: fu il
“popolo” dei piccoli investitori a credere in noi e arrivarono richieste sei volte superiori alle azioni disponibili,
ma tutte da piccoli risparmiatori.
Ripartimmo lancia in resta anche se, devo ammetterlo,
ero un po’ frastornato.
Cercai di vedere il bicchiere mezzo pieno e cominciai
a convincermi che fosse successa la cosa giusta. Mi sen-
189
piano piano che ho fretta
tivo finalmente svincolato, libero da tutti, padrone della
mia nave e convinto del mio progetto: far diventare BasicNet «la più grande azienda del mondo» nel settore
dell’abbigliamento sportivo e informale, alla faccia di
chi, tempo addietro, sorrideva a questo semplice pensiero. Con questi convincimenti e speranze il 19 novembre partii con Stella per cinque giorni di vacanza alle
Mauritius.
Il titolo si difese bene sin da subito. Da 3,9 euro salì
fino a 4,3. L’interesse dei risparmiatori si mantenne stabilmente vivo e godemmo anche di buona stampa. La nostra azione era davvero una novità perché rappresentava
un’azienda completamente integrata alla Rete e alle nuove tecnologie, pur operando in un settore tradizionale.
Avevamo alle spalle cinque anni di sviluppo e di utili
e avevamo messo sul mercato la maggioranza delle azioni. La capitalizzazione al momento della quotazione, in
rapporto al patrimonio netto della società, fu di poco
superiore a due volte: ben al di sotto della media di quotazione di comparables e start-up in quel periodo. Il mio
era un gioco trasparente, la mia scommessa non aveva
secondi fini. Noi eravamo davvero una digital company.
Non avevamo, però, considerato la superficialità e il potere dei mezzi di informazione…
Una mattina Stella mi svegliò con una voce e una faccia strane. Era il 27 novembre, eravamo in Borsa da
dieci giorni, avevamo stemperato un po’ le fatiche della
quotazione con quella breve vacanza. Eravamo ancora
abbronzati…
Senza parlare, mi mostrò la prima pagina di un importante giornale economico, «Milano Finanza», che
titolava, a caratteri cubitali: www.trappole.it. In poche
parole, una di queste “trappole” per i risparmiatori saremmo stati noi. Anche perché, veniva detto, BasicNet,
aveva sventolato con il suo nome la bandiera dell’hi-
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marco boglione e adriano moraglio
tech, mentre si trattava di un’azienda dietro la cui denominazione «non c’è nulla».
Era un sabato mattina: che cosa potevo fare per spiegare che la nostra azienda era veramente quel che diceva di essere, persino nel suo nome? Come poter affermare che avevo avuto la mia sindrome di Stendhal nel
’94 e che avevo basato l’azienda su Internet quando in
Italia la Rete aveva solo 200.000 utenti, mentre erano
20 milioni nel mondo? Non eravamo forse all’avanguardia, non eravamo forse innovativi? E allora perché non
potevamo a buon diritto presentarci così al mercato e
chiedere la fiducia dei risparmiatori?
Capii subito che non avrei avuto possibilità di replicare tempestivamente attraverso la carta stampata.
Chiamai un paio di giornalisti economici a me amici,
ma entrambi mi diedero poche speranze. Impossibile,
per loro, andare contro una posizione così autorevole
e in prima pagina. Era una decisione che non potevano
prendere senza consultare gli editori.
Decisi allora di scrivere una lettera alla Consob e convocai d’urgenza Valentina Bassano e i ragazzi del Menestrello per registrare un’intervista. Il Menestrello è una
televisione aziendale innovativa che avevamo avviato
dal 1997, una struttura modernissima che produce un
grandissimo numero di ore di trasmissioni per comunicare con la rete dei licenziatari e all’interno del Gruppo. Avevamo infatti deciso di condividere le nostre strategie, i nostri prodotti, tutte le nostre novità nel modo
migliore possibile, vale a dire con la multimedialità.
Quella è stata la prima e, speriamo, l’ultima volta che
abbiamo usato il Menestrello per comunicare qualcosa
al di fuori del nostro network. Valentina, la nostra “signorina buonasera”, era la videogiornalista aziendale.
Cominciammo a registrare alle 14,30. Alle 19 l’intervista era online. Eccone la trascrizione.
191
piano piano che ho fretta
Arrabbiato?
No. Mia nonna Maria avrebbe detto: raglio d’asino non
arriva in cielo! Ma non è questo il problema. A «Milano
Finanza» hanno scritto una cosa non vera, e questo è un
loro problema e casomai dei loro lettori che sono male informati. Sono i loro consumatori che sono ingannati. Noi
non inganniamo nessuno.
Ammetti, almeno un po’ arrabbiato lo sarai?
Magari preoccupato, ma non per noi. Tutto questo conferma la nostra strategia e crea interesse e comunicazione per
il nostro modo di lavorare. Qualcuno pensa che bluffiamo?
Pazienza, si ricrederà con i fatti. Mi preoccupano piuttosto
gli investitori che saranno confusi, a vantaggio, come al solito, della speculazione.
Proviamo a chiarire; perché ci additano come un’azienda che
ha approfittato del momento?
Semplicemente perché chi scrive non è informato su di
noi, ma soprattutto su quello che sta succedendo nel mondo grazie a Internet. La Rete sta cambiando il mondo: certamente oggi il business è vendere le connessioni. è ovvio
che tutti devono connettersi, ma quando il mondo sarà
connesso si affermerà chi ne sarà completamente integrato. E noi siamo un’azienda nata integrata a Internet cinque
anni fa. Noi non vendiamo Internet, noi usiamo Internet.
Lo usiamo a mani basse per fare magliette e venderle in
ogni angolo della Terra. Noi crediamo in un’azienda capace di gestire la catena dell’offerta del suo settore e il relativo flusso di informazioni in modo interattivo, affidabile
e veloce, come avviene in un corpo umano grazie al suo
sistema nervoso. Crediamo in un’azienda con il sistema
nervoso digitale. Consiglio a tutti di leggere l’ultimo libro
del signor Gates, Business @lla velocità del pensiero.
Che cosa vuol dire essere un’azienda integrata con Internet?
Internet è un sistema di trasmissione dati. Funziona benissimo, cresce continuamente aumentando efficienza e ri-
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marco boglione e adriano moraglio
ducendo correttamente i costi. Risponde finora eccellentemente alle regole democratiche e di mercato. Ma rimane un
sistema di trasmissione dati. La grande opportunità epocale
per me sta nell’approfittare di una novità del genere.
Tutti possono contare su una rete efficientissima di trasmissione dati globale a un costo rapportato alla loro dimensione
e all’uso che ne fanno. è straordinario!
In tutti i settori chi ne approfitterà per primo acquisirà nel
suo campo un grande vantaggio competitivo e crescerà più
rapidamente. Così va la vita. Noi vogliamo fare magliette in questo modo; siamo partiti da zero quattro anni fa
e così facendo siamo arrivati in 70 mercati, abbiamo più
che quadruplicato i ricavi, abbiamo assunto 250 persone;
qualcuno dice anche che siamo un esempio per il settore e,
su tutto, abbiamo anche guadagnato soldi e costituito una
solida situazione patrimoniale. Appena abbiamo potuto,
abbiamo messo sul mercato la maggioranza del capitale e
dato azioni a tutte le risorse umane del Gruppo e abbiamo
dichiarato di voler fare una public company. Noi ci crediamo e ci proviamo.
Ciononostante qualcuno sostiene che dietro di noi non c’è
nulla e chiede addirittura che l’Authority proibisca l’utilizzo
di certi suffissi come net, web eccetera, per non trarre in inganno gli investitori.
Ripeto, non lo sento come un nostro problema. Anzi,
adesso che ci penso, in effetti è anche un nostro problema
perché dimostra che abbiamo delle grandissime carenze di
comunicazione.
Proprio noi?
Vedi, in Rete c’è tutto, niente di più niente di meno. Le
cose belle e quelle brutte che ci riguardano. Abbiamo basicpress.com aperto a tutti, che è un vero sito di informazione giornalistica in diretta su di noi, ma bisogna sapere
che c’è e avere voglia di entrarci. Moltissimi giornalisti lo
fanno, alcuni ci danno suggerimenti e, comunque, ne ap-
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piano piano che ho fretta
prezzano lo sforzo per una migliore qualità del loro lavoro
e dell’informazione. Probabilmente molti non sanno ancora
che c’è e questa è, di sicuro, colpa nostra.
Che cosa consiglieresti a questo punto agli investitori?
Quello che ho consigliato fino a una settimana fa, cioè di
comprare le nostre azioni, ma anche, come ho sempre detto,
per tenerle almeno per un anno. Noi siamo un’azienda che
fa magliette, dobbiamo avere il tempo di poter dimostrare ai
nuovi soci come, usando Internet, si cresce più velocemente.
Le speculazioni di qualunque tipo, giornalistiche e finanziarie, non ci servono a nulla e ci distraggono solo.
A quanto vorresti che si stabilizzasse il titolo?
Vorrei che si stabilizzasse, punto. Anzi punto com!
194
La meta si allontana
Il lunedì successivo, alla riapertura della Borsa, il titolo
cominciò a scendere. Un mese dopo aveva perso un terzo del valore. Alla faccia della stabilizzazione… E, inoltre, proprio in un momento in cui tutto, in Borsa, saliva
a razzo. Provai allora quello che probabilmente prova
un alpinista ormai vicino alla vetta e che, per motivi che
non dipendono da lui, viene risucchiato giù.
Di lì a poco vennero fuori altri problemi, perché la
struttura dell’azienda cominciò ad accusare qualche
scricchiolio.
La causa non fu solo il vento che soffiava contro da
parte del mondo dei media e di quello finanziario. Le
difficoltà erano anche figlie della crescita tumultuosa di
quegli anni, turbata pure dalla necessità di lavorare a tappe forzate per la quotazione in Borsa: una vera e propria
corsa nella quale eravamo stati costretti a considerare a
posto anche cose che non lo erano ancora del tutto.
In breve, e con conseguenze che si trascinarono negli
anni che seguirono, ci trovammo a dover fronteggiare
tre importanti criticità: in Germania, in Spagna e negli Stati Uniti, dove avevamo altrettante partecipazioni.
Quella tedesca ci costò tre anni di ristrutturazioni aziendali, quella spagnola, in seguito alla morte di Antonio
195
marco boglione e adriano moraglio
Oliveres, ci spinse fino al punto di dover ricomprare
tutto, appesantendo, ovviamente, la nostra situazione
finanziaria. Infine, l’emergenza negli States.
La nostra struttura cominciò a vacillare fino a rischiare
il tracollo sul finire del 2003, sotto il peso di una consistente perdita di gestione, incrementata da altri problemi
tra cui il fallimento di Giacomelli che allora era il nostro
maggior cliente.
In più, nel 1999, avevamo dovuto dire addio alla collaborazione storica e consolidata con la Juventus. Fummo sbattuti fuori senza tanti complimenti; ben diverso il
trattamento riservatoci dal Barcelona che aveva deciso
di affidarsi a Nike.
Seguirono, una dopo l’altra, altre débâcle. Perdemmo
il Vasco da Gama in Brasile e le nazionali di calcio del
Sudafrica e della Giamaica che erano le colonne portanti del nostro marketing internazionale.
In quel periodo fummo oggetto di attacchi violentissimi da parte della concorrenza.
La turbolenza durò almeno cinque anni, tra il 2001 e
il 2006; anni difficili nei quali sono riuscito a rimanere
al comando della nave, ma tra mille difficoltà.
Inoltre, come se non bastasse, in quegli anni accusammo anche qualche importante defezione interna:
Leproni, Marconetto e alcuni ragazzi, molto importanti
per il nostro centro stile, ci lasciarono. Ma soprattutto
William Carelli, il mio storico riferimento informatico.
L’uomo che già nel ’93 parlava di client server e di «programmazione a oggetti» e che nel tempo era diventato
anche a tutti gli effetti il direttore generale dei sistemi e
dell’organizzazione di BasicNet. L’uomo con cui avevo
progettato partendo da zero, cioè da un prato, il nostro
primo stabilimento di logistica integrata in strada della
Cebrosa a Torino e con cui avevo parlato per la prima
196
piano piano che ho fretta
volta in vita mia di «sistema nervoso digitale» dell’azienda. Se ne andò, quasi sbattendo la porta, anche in questo caso della serie: «Sei un pazzo».
Un giorno mi disse: «La differenza tra l’as/400 e i pc
è che in dieci anni l’as/400 non si è fermato una volta,
al contrario i pc non hanno passato un solo giorno senza piantarsi almeno una volta. Non puoi pretendere di
gestire un’azienda da cento miliardi di fatturato con dei
giocattoli». Gli risposi che, se era per quello, gli uomini si fermavano ben più di una volta al giorno, almeno
per prendere il caffè, ma soprattutto sbagliavano molto
più frequentemente dei pc e che non volevo fare a meno
dell’as/400, ma solo farlo dialogare con “persone” della
sua specie, i pc appunto, anziché con degli esseri umani;
gli ricordai che avevamo parlato tante volte della “desktopcrazia” anziché della burocrazia classica, ma fu tutto inutile. Se ne andò praticamente in quarantotto ore!
Alla fine del 2000 scoppiò anche l’emergenza finanziaria: stava per scadere una linea di finanziamento da 20
miliardi di lire concessaci tre anni prima da un pool di
banche importanti. Ne chiedemmo il rinnovo, ma ci fu
negato. Bisognava intervenire drasticamente.
A quel punto ero solo, non c’erano più Minoli, Benetton o ubs, ma per fortuna c’era, come sempre, Carlo Pavesio. Avevamo tentato diverse soluzioni con altrettante
istituzioni finanziarie, anche di oltreoceano, sperando
che fossero interessate alle prospettive che offriva il nostro modello di business, ma tutti ci offrivano qualcosa solo a condizione di acquistare il mio pacchetto di
controllo per poi ritirare la società da Piazza Affari e
vendere i marchi.
Mi confrontai a lungo con Carlo e con William Fung
e, alla fine, decidemmo di andare avanti da soli.
Quei due anni dopo la quotazione erano stati durissi-
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marco boglione e adriano moraglio
mi e i nostri due giovani amministratori delegati, Paolo
Cafasso e Simon Bamber, erano, per ragioni diverse, tutti e due in grande affanno. Con Carlo decidemmo che
dovevamo arruolare una figura esterna al Gruppo a cui
affidare la gestione operativa, quella finanziaria e il controllo dei costi. Da soli, nonostante l’impegno, la buona
volontà e il coraggio di tutti, non ce l’avremmo fatta.
Carlo sapeva che Franco Spalla, dopo un lungo periodo trascorso alla guida della Fenera SpA, la società di
investimenti che con una piccola partecipazione ci aveva accompagnato fino alla Borsa, aveva voglia di nuove
sfide professionali.
Conoscevo Franco ormai da qualche anno e lui conosceva abbastanza bene noi. Era la persona giusta e se, in
più, stava cercando una vera e nuova sfida professionale
poteva essere certo di averla trovata.
La situazione, a quel punto, era veramente critica. Dovevamo riguadagnare la fiducia del mondo del credito,
ma anche gestire alcune importanti criticità del nostro
conto economico. Insomma, il rischio di insuccesso in
quel momento era veramente alto. Se c’è una cosa che
non manca a Franco, e posso affermarlo in tutta tranquillità dopo ormai otto anni che lavoriamo insieme dal
mattino alla sera, è il coraggio; e quella volta lo dimostrò accettando di salire a bordo della nostra piccola
nave che navigava in cattive acque.
Affidai a Franco il timone e scesi dal ponte di comando per affiancare personalmente l’equipaggio nei posti
più critici di manovra; intanto, ero arrivato ai miei primi
quarantacinque anni.
Spalla, di fatto, era la prima persona di consolidata
esperienza professionale che, provenendo dall’esterno,
occupava una così grande responsabilità in BasicNet.
Poco dopo l’arrivo di Franco ci fu anche la tragedia
dell’11 settembre. Nei quattro anni che seguirono do-
198
piano piano che ho fretta
vemmo gestire una situazione piuttosto inusuale e un
po’ surreale, da film di guerra epico: un cacciatorpediniere gravemente colpito lotta per non affondare e
intanto, indomito, continua il combattimento anziché
ripiegare. Tutti gli anni speravamo di rivedere il sereno,
leccandoci qualche ferita, tentando di andare avanti e
di non colare a picco.
Riducemmo drasticamente le spese pubblicitarie e
bloccammo le assunzioni. Avevamo stretto tutti i cordoni possibili, ma su una cosa sola non riducemmo di un
euro gli investimenti: lo sviluppo del sistema informatico. Era la nostra artiglieria pesante, se avessimo dovuto
rinunciarvi tanto valeva ritirarci. Avremmo smesso di
respirare piuttosto che recedere dall’investire nel nostro
modello di business. Le tensioni, quelle poche che ci
sono state, con chi collaborava con me in quegli anni
erano sempre e solo per questo tipo di decisioni.
Ciò che volevamo fare aveva un senso e una logica, anche se il rischio era forte perché stavamo risparmiando
su tutto, ma lì continuavamo a investire.
Arrivai a metà del 2004 con il timore che quell’anno
potesse essere l’ultimo con me al comando dell’azienda. Il titolo era sprofondato progressivamente arrivando a perdere il 90 per cento del valore dalla quotazione
e quell’anno c’era la prospettiva di chiudere l’esercizio
con una perdita di ben 12,5 milioni di euro: una catastrofe.
Negli anni precedenti le nostre splendide divise della
Nazionale italiana di calcio avevano contribuito a trascinare il titolo in una spirale di rialzi incredibili e inspiegabili da un punto di vista tecnico. In pochi giorni
l’azione era salita da 70 centesimi a 3 euro, ma la disastrosa partita dell’Italia contro la Corea del Sud, ai
Mondiali del 2002, arbitrata da quell’oscuro personaggio di nome Byron Moreno, pose fine a quella lotteria
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marco boglione e adriano moraglio
improvvisata e il titolo perse tutta la strada fatta in poche, drammatiche sedute.
A fine 2004, come se non bastasse, ci arrivarono altre
due tegole sulla testa: la figc (Federazione Italiana Giuoco Calcio), alias la Nazionale, ci escluse dai giochi per
il rinnovo del contratto e si affidò alla Puma. Inoltre, il
toroc (Torino Organising Committee, ovvero Comitato
per l’Organizzazione dei xx Giochi Olimpici Invernali),
con il quale eravamo in trattative molto avanzate per
diventare gli sponsor della Delegazione Italiana per le
Olimpiadi invernali di Torino, ci diede picche all’ultimo
e scelse uno sponsor giapponese, l’Asics.
200
L’ora di K-Way e Superga
Insomma, il 2004 fu davvero un bel casino e il nostro
titolo scese fino a 50 centesimi. E pensare che solo quattro anni prima eravamo a 4 euro!
Ed erano anche i miei primi quattro anni di vita con
Stella. Non potevo, però, darmi per vinto. Un giorno,
mentre parlavo al telefono con Alessandro Benetton
(abbiamo sempre continuato a sentirci), lui mi chiese
come stava andando. Gli raccontai ancora una volta,
con la solita convinzione, la mia vision e tutto ciò che
stavo mettendo in atto per tenere la barra al centro. Lui
stava zitto. Ebbi la sensazione che, all’altro capo del
telefono, Alessandro, quella volta, non condividesse le
mie idee. «Tu non credi che possiamo farcela, vero?» gli
chiesi. Mi rispose che credeva che ormai fosse troppo
tardi, ma mi fece i complimenti per la determinazione
e, naturalmente, si augurò di sbagliarsi.
A questo punto è necessario fare un parallelo perché
la fine del 2004 fu, sotto molti aspetti, quasi una replica
dei fatti incredibili del ’94, quando avevo rilevato il Maglificio Calzificio Torinese.
Dieci anni prima ero in cattive acque con Football
Sport Merchandise, ma ero riuscito a ribaltare quella
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marco boglione e adriano moraglio
situazione pressoché disperata giocando d’azzardo e riuscendo ad acquistare un’azienda appena fallita e molto
più grande di noi. Anche ora navigavo in cattive acque,
e ancora una volta avevo deciso di giocare il tutto per
tutto: rilevare i marchi K-Way e Superga che sapevo essere in gravi difficoltà.
Mi misi quindi in contatto con Nicolò von Wunster,
uno dei soci e amministratore di Formula Sport Group,
la società che li possedeva. Capii subito che le loro difficoltà erano ben più gravi delle nostre, che in realtà, a
parte i guai creditizi, non esistevano.
Le banche, Unicredit e Intesa, i nostri principali riferimenti bancari in Italia, si dimostrarono interessate al
nostro progetto, anche perché erano in qualche modo
coinvolte nel cattivo andamento di Formula Sport. Almeno non mi dissero subito che ero un pazzo.
Come al solito non avevamo soldi, ma un grande progetto. Il debito era fortemente aumentato, il conto economico piangeva, le banche tagliavano quello che potevano tagliare ed eravamo ormai costretti a supplicarle
perché non ci obbligassero a rientrare dai fidi correnti.
Fu in questa situazione, apparentemente disastrosa,
che tentai ancora una volta il colpo grosso.
A gennaio del 2005 ottenni l’ok delle banche per un
finanziamento di 9 milioni di euro a carico del Gruppo per acquisire K-Way e un altro, 11 milioni, a carico
mio, per un’altra scommessa: un aumento di capitale
di BasicNet per 25 milioni che, grazie a quei soldi, mi
impegnai a sottoscrivere per tutta la mia parte.
Il mercato reagì in modo disastroso alla proposta di
aumento di capitale. Lo sottoscrivemmo praticamente
solo io e William Fung, nonostante il prezzo fosse ottimo: 0,52 euro per azione.
L’aspetto positivo della vicenda fu che la mia posizione
all’interno della società, per effetto della diluizione de-
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piano piano che ho fretta
gli azionisti che non avevano aderito all’aumento di capitale, era passata dal 30,001 al 42,5 per cento, sia pure
gravata da un debito altissimo e pieno di covenants.
L’aumento di capitale era stato fatto per dare all’azienda le risorse necessarie non solo per comprare K-Way,
ma anche per gestire il rilancio del marchio Superga
che avevamo preso in affitto con un’opzione di acquisto
procrastinata di qualche anno.
Furono lacrime e sangue per il titolo di BasicNet, che
da 0,52 continuò a scendere senza che niente sembrasse
in grado di impedirlo.
Se fosse arrivato a 0,34 euro le banche erano autorizzate a prendere tutte le mie azioni per rifarsi del credito
che mi avevano concesso.
Il 13 agosto 2005 stavo entrando in barca nella baia di
Budelli, nell’arcipelago della Maddalena, quando ricevetti una telefonata da Pavesio: «Il titolo è a 37 centesimi, a 34 possono scattare le procedure di recupero delle
banche». Fu una mazzata, ma decisi di non dire niente a
Stella e ai ragazzi: non avrei fatto altro che rovinare anche a loro la giornata. Per me furono ore di grandi pensieri. A quel punto ero praticamente sicuro che il titolo
non avrebbe retto. Durante la giornata non richiamai
più Pavesio, né consultai Internet; decisi di aspettare
il ritorno in porto per scoprire la mia sorte. Nelle ore
pomeridiane le quotazioni si ripresero un po’ e il titolo
chiuse a 0,35 centesimi. Avevo ancora l’azienda.
Quello fu il punto più basso di sempre per il nostro
titolo.
Il 2005 si concluse con risultati migliori rispetto alle
previsioni. Ci fu ossigeno per il titolo ma, nonostante
tutto, correvamo il rischio di non poter rispettare i covenants che erano presenti nei contratti di finanziamento
accesi con le banche all’atto delle operazioni di acqui-
203
marco boglione e adriano moraglio
sto di K-Way e dell’aumento di capitale. Come se non
bastasse, le ragionevoli prospettive per gli anni a venire
confermavano il prossimo sfondamento del rapporto
tra debiti e patrimonio.
Già verso la metà del 2005 le banche ci avevano detto
senza mezzi termini che avremmo dovuto ricapitalizzare
il Gruppo, altrimenti sarebbero state costrette a dichiarare i default contrattuali e a revocare tutti i crediti.
Noi sapevamo bene che il nostro patrimonio era
molto più elevato del valore di bilancio che le banche
usavano per calcolare il rapporto con l’indebitamento,
poiché nel corso degli anni avevamo creato un grande
valore legato ai nostri asset intangibili, e cioè i marchi.
Ma dal momento che questi non erano dati contabili
non venivano tenuti in considerazione. Qualcuno – in
quel momento tutti dicevano la loro! – ci ripeteva che
avremmo avuto bisogno di un partner industriale che
garantisse il nostro progetto. Io in quel momento avevo
una sola certezza: dovevo portare a casa, nel più breve
tempo possibile, almeno una trentina di milioni di euro
da aggiungere al patrimonio netto di BasicNet. Se non
ci fossi riuscito, avrei perso tutto.
Carlo, Franco e io ci attivammo immediatamente.
I mesi tra l’ottobre 2005 e fine aprile 2006 furono uno
di quei periodi in cui poteva succedere di tutto, come
di fatto avvenne, comprese le Olimpiadi di Torino,
alle quali peraltro dovetti partecipare in modo intenso
perché ospitavamo quel grande successo che si rivelò
Casa Russia, ma rappresentò anche la grande svolta che
aspettavamo e di cui viviamo ancora oggi.
204
La Cina
Nel settembre del 2005, Chen Yihong – un uomo molto intelligente e che stimo moltissimo, presidente e padrone di Kappa China e quindi nostro licenziatario da
anni con ottimi risultati – mi invitò alla sua convention
per parlarmi di una cosa, a suo dire, molto importante.
Mi spiegò che aveva grandi possibilità di sviluppo, ma
anche bisogno di capitali; insomma, mi offrì di investire
in Kappa China. Sulle prime lo guardai allibito, poi gli
spiegai che anch’io stavo cercando investitori. Chen mi
propose allora di stipulare un nuovo contratto di licenza
di durata molto lunga, almeno una quindicina di anni;
questo gli avrebbe consentito di trovare gli investitori
e di conseguenza le risorse necessarie per sostenere lo
sviluppo del numero di negozi monomarca Kappa che
si prospettava impetuoso. Allora in Cina avevamo 700
punti vendita, oggi i negozi Kappa sono quasi 3.000!
L’ipotesi di un lungo contratto di licenza poteva andare
bene anche a noi, a patto che riuscissi a trovare qualcuno che mi anticipasse una parte delle royalties minime
garantite.
Chen qualche giorno dopo era a Torino con una proposta concreta e interessante. Mi offriva sostanzialmente
120 milioni di dollari minimi garantiti per i primi dodici
205
marco boglione e adriano moraglio
anni di contratto. Forse avevamo trovato la soluzione
per i nostri problemi, ma dovevamo ancora individuare
la banca a cui cedere il contratto in cambio dell’anticipo
di circa un terzo dei proventi che ne sarebbero derivati
nei dodici anni successivi.
Nel frattempo facevano progressi anche le trattative
che avevamo intavolato con alcune istituzioni finanziarie interessate a valutare un investimento in BasicNet.
La soluzione del contratto di licenza a lunga scadenza
con Kappa China era di gran lunga quella che preferivo
perché avrebbe consentito di “sistemare” la situazione
finanziaria di BasicNet mantenendo la proprietà del
marchio in Cina e, soprattutto, senza pregiudicare le incredibili opportunità di sviluppo di quel mercato. Inoltre, avrei mantenuto la piena autonomia di gestione in
quanto non sarebbero entrati nuovi soci finanziari che
avrebbero, come è ovvio, avuto un notevole peso sulle
decisioni strategiche e sulla gestione degli investimenti.
Purtroppo nessun istituto di credito in Italia accettò di
partecipare all’operazione. Andai anche a Shanghai per
vedere se, tramite la filiale cinese di Sanpaolo, ci fosse
qualche possibilità, ma anche lì mi risposero picche su
tutta la linea. Per farla breve, l’operazione che Chen e io
avevamo ipotizzato non era percorribile.
Per contro e per fortuna nel dicembre del 2005 la trattativa con una società di investimenti sembrava procedere per il meglio; avevamo affrontato e risolto tutti i
punti critici dell’operazione e avevamo raggiunto l’accordo praticamente su tutto. BasicNet avrebbe ricevuto
la liquidità necessaria per soddisfare le banche e io sarei comunque rimasto il primo azionista del Gruppo sia
pur condividendo il controllo e la gestione con il nuovo
socio. Nei primi mesi del 2006, con la benedizione delle banche, avremmo dovuto formalizzare l’operazione,
giusto in tempo per l’assemblea degli azionisti prevista
206
piano piano che ho fretta
per fine aprile. Pensai che ancora una volta fossimo riusciti a trovare il modo per uscire dall’angolo. Non potendo farcela con le nostre sole forze, l’ipotesi del nuovo socio investitore era comunque quella che, in quel
momento, mi auguravo, poiché l’ultima alternativa era
la cessione del marchio Kappa alla concorrenza.
In fondo, mi dicevo, avrei avuto di nuovo al mio fianco un partner di grande prestigio e per il quale nutrivo
la massima stima e considerazione.
Il 4 febbraio nacque Rocco, il 9 feci il tedoforo e il 10
si inaugurarono a Torino i xx Giochi Olimpici Invernali. Durante la prima settimana dei giochi cominciai,
però, a preoccuparmi; alcuni incontri con i possibili
nuovi investitori erano andati inaspettatamente male.
Avremmo dovuto mettere a punto gli ultimi dettagli e
invece era di nuovo tutto in discussione. Dopo qualche
giorno capimmo che i potenziali partner – ancora oggi
non riesco a comprenderne il motivo – avevano cambiato radicalmente idea. Ne parlai subito con le banche
che erano perfettamente al corrente di quello che stava
succedendo, ma non mostrarono alcuna comprensione.
Ricordo che il tardo pomeriggio di un venerdì chiesi
al dirigente della banca, che non voleva in alcun modo
prendere in considerazione la proroga degli affidamenti
per il tempo di cui avevo bisogno per trovare altre soluzioni, che cosa avrei dovuto fare dopo l’assemblea del
Gruppo, dal momento che per quella data non avremmo
certo potuto sostituire l’investitore che ci aveva appena
scaricati. Lui mi guardò stupito e fu come se mi rispondesse: «Ma perché cavolo me lo chiede? Sa benissimo
cosa dovrà fare»; poi, con un tono tra il dispiaciuto e
il rassegnato, mi disse testualmente: «Porterà i libri in
tribunale. Cos’altro potrebbe fare?!?».
Uscii in fretta da quella banca. Era chiaro: sarebbe
207
marco boglione e adriano moraglio
stato tutto tempo perso e, inoltre, era meglio che non
perdessi la calma, cosa piuttosto difficile dopo una risposta del genere.
Il giorno dopo, di buon’ora, chiamai l’interprete di
Chen. Gli spiegai che dovevo trasmettere con estrema
urgenza un messaggio al capo. Gli proponevo, in alternativa al contratto di quindici anni, la vendita definitiva
e perpetua dei diritti sul marchio Kappa per la Cina a
condizione, beninteso, che riuscisse a trovare degli investitori cinesi che, di fronte a una tale opportunità,
avessero messo a disposizione le risorse che servivano
a noi, che vendevamo il marchio, e a Kappa China, che
doveva svilupparsi.
Chen si mostrò subito molto interessato a quell’ipotesi. La settimana successiva andai in Cina dove Chen
mi disse che un fondo di investimenti di Hong Kong,
tramite una grande e prestigiosa banca d’affari americana, si era dichiarato interessato all’operazione con la
prospettiva della quotazione. Era fine febbraio, solo un
mese prima del consiglio di amministrazione che avrebbe dovuto approvare i dati gestionali da portare all’assemblea degli azionisti di fine aprile; davvero pochissimo tempo per riuscire a completare un’operazione così
importante e complessa di cui si stava appena cominciando a discutere. Decidemmo di tentare comunque.
Ebbero allora inizio trenta giorni che non potrò mai
dimenticare, ma il 27 marzo 2006, un solo giorno prima
del consiglio, dopo una serie estenuante di trattative e
di viaggi, riuscimmo a perfezionare, presso un grande
studio legale di Hong Kong, il contratto irrevocabile di
cessione del marchio Kappa in Cina. BasicNet avrebbe
incassato 30 milioni di euro e con quei soldi lo spettro
dei covenants sarebbe finalmente svanito.
208
Nuovi orizzonti
Grazie a questa cessione potemmo rimettere in regola i
conti e riprendere la navigazione in mare aperto.
La vendita ci permise di ridurre di 30 milioni di euro
l’indebitamento e di guadagnarne più di 25 da apportare
al nostro patrimonio netto. Tutti i parametri dei covenants
erano stati rimessi in ordine, anzi a livelli migliori rispetto
ai limiti stabiliti. E fu così che, dal punto di vista della
gestione della società, il 2006 cominciò molto bene.
Iniziavamo a vedere i risultati delle strategie che avevamo messo in atto per rilanciare Superga, risultati che
sarebbero stati impossibili solo un anno prima. Il titolo
si riprese bene, salendo da 0,70 euro a 2 circa. In realtà
nei primi sei mesi del 2006 riuscimmo a recuperare parecchio terreno. Fu una svolta fondamentale e decisiva:
per l’ossigeno che ci aveva dato la cessione del marchio
Kappa in Cina, per la risalita del titolo a Piazza Affari,
per i risultati definitivi della semestrale che beneficiò
proprio del buon andamento di Superga.
Per contro, la Formula Sport Group SpA, che ci aveva
venduto K-Way e dato in affitto Superga, da impresa
in liquidazione precipitò, in modo imprevisto, verso il
fallimento. E questo significava che se avessimo voluto mantenere Superga nel nostro Gruppo, avremmo
209
marco boglione e adriano moraglio
dovuto avviare una procedura accelerata per tentare di
acquisire il marchio, senza, peraltro, avere la garanzia
di riuscirci. Ed è proprio quello che facemmo, con il
risultato di tornare di nuovo nella burrasca per non lasciarci scappare di mano un brand che stava segnando e
accompagnando la nostra crescita.
Il contratto d’affitto infatti, esclusivo e a lungo termine,
venne di fatto superato quando fu avviata la procedura
fallimentare e così ci trovammo catapultati in una nuova
sfida il cui ultimo atto andò in scena nel primo trimestre del 2007, quando riuscimmo ad acquisire Superga
in via definitiva. Comprammo il marchio per 23 milioni,
un’operazione che riuscimmo a finanziare per metà con
mezzi nostri e per l’altra con un nuovo finanziamento
bancario a medio termine concesso da quelle banche che
soltanto un anno prima ci avevano messo in croce: ai loro
occhi eravamo finalmente riusciti a dimostrare capacità
gestionale, affidabilità, creazione del valore.
Mi rendevo conto che eravamo sempre sotto esame e
che nella nostra storia avevamo continuamente dovuto
dimostrare di “essere all’altezza”, e questo non a qualcuno che, seriamente, vuole metterti alla prova perché
ha fiducia che ce la puoi fare. No: dovevamo dimostrare
ciò di cui eravamo capaci a chi già in partenza pensava
che non ce l’avremmo fatta. E questo, lo capirai bene,
Adriano, fa una bella differenza. Abbiamo dovuto sempre fare uno sforzo in più perché eravamo obbligati non
solo a dimostrare le nostre capacità, ma a modificare un
pregiudizio.
210
Navigazione sicura nel mare in tempesta
E ora, Adriano, non ci resta che parlare dei giorni nostri, vale a dire dal secondo semestre del 2007 in poi.
Mentre parliamo è evidente che è passato poco più
di un anno e mezzo da quella svolta nuova e decisiva.
Eravamo stati capaci di mettere in ordine e rendere più
solida la nave che ci trasportava nella nostra traversata
in mare aperto.
Da quel momento, infatti, BasicNet ha confermato
in pieno la tendenza al miglioramento gestionale e dei
risultati della propria attività. Un trend che ha le sue
radici proprio in quello che è accaduto all’inizio del
2006. Una tendenza solida, dunque, basata su ragioni
di crescita sia di volumi sia di profitti sia di tesoreria.
Siamo stati capaci di “andare avanti” nonostante già arrivassero, in quello stesso periodo, i primi segnali, anzi
scossoni, della crisi finanziaria ed economica che oggi
tutti conosciamo. Sono scossoni che, arrivando fino ai
giorni nostri, hanno avuto un impatto anche su di noi
dal punto di vista del valore delle nostre azioni in Borsa.
Nel giro di un anno la fatica fatta per arrivare a 2 euro
è stata vanificata facendoci tornare a circa un 1 euro e
mezzo ma, a parte questo, tutto il resto – la gestione della strategia finanziaria in rapporto agli istituti di credito,
211
marco boglione e adriano moraglio
le vendite, i margini, l’efficienza sui costi, gli utili – ha
sistematicamente continuato a migliorare. E la conferma
di ciò è stato, nel 2007, il ritorno alla distribuzione di un
dividendo: non succedeva dal 2000! Io, nel frattempo,
ho venduto un po’ di azioni e così ho ridotto di circa il
50 per cento il debito personale che avevo contratto per
l’aumento di capitale.
E, allora, dove ci troviamo ora?
Prima di parlare di me e della mia azienda, dobbiamo innanzitutto guardare al contesto sociale. Facendolo, uno può avere la sensazione che sia caduto un altro
“muro di Berlino” e che sia arrivata l’ora di pagare il
conto per la vittoria sulla guerra fredda. Possiamo dire
che la battaglia contro il comunismo sia stata vinta non
tanto con il capitalismo di mercato quanto, più banalmente, con il consumismo e con il capitalismo sostenuto
dal credito. Viviamo in un mondo che ha approfittato
delle scorciatoie della globalizzazione con l’illusione di
creare ricchezza con grandi consumi superflui o, peggio
ancora, con la cosiddetta industria finanziaria, anziché,
esclusivamente, con una solida economia reale.
E ora, infatti, il terrore di tutti è che la crisi arrivi al
cuore: cioè ai consumi; che, andando avanti, la crisi ci
faccia crollare. E a quel punto il problema non sarebbe
più la semplice perdita del capitale. Il rischio vero sarebbe la sconfitta definitiva del capitalismo, perché verrebbe a mancare il carbone nella caldaia per far girare il
tutto. Come ci si arriverà? I consumi crolleranno se aumenterà la disoccupazione e, di conseguenza, crescerà
la povertà e verrà quindi meno la capacità di spesa.
Ma quando e perché si provoca la disoccupazione?
Quando un’azienda perde competitività sul mercato. Il
punto, dunque (e soprattutto oggi), è che è indispensabile lottare sempre di più per essere competitivi. E allora qui bisogna chiedersi: sono abbastanza competitivo
212
piano piano che ho fretta
per guadagnarmi la mia parte di mercato? E ancora: c’è,
almeno a livello del territorio europeo, un sufficiente
numero di casi di reale competitività sul mercato mondiale? Se la risposta è sì – ed è quello che penso –, allora
è possibile che questa crisi possa essere considerata anche come l’opportunità che aspettavamo per rilanciare
il modello organizzativo sociale occidentale attraverso
le proprie migliori competenze, e quindi in modo più
solido e duraturo. Se la risposta è no, allora sono cavoli nostri. Saremo costretti a reinserire misure protettive
per la nostre aziende, facendo un bel salto indietro dal
punto di vista strettamente teorico di libero mercato,
ma salvandoci dalla recessione.
Venendo più concretamente al nostro caso aziendale,
è necessario inquadrarlo nell’ultima parte del 2008, per
l’economia il periodo più nero dal dopoguerra a oggi.
Tutto inchiodato. Noi abbiamo retto, la barca ha continuato a navigare e non si è incagliata.
Me ne sono chiesto più volte il motivo e credo che la
risposta stia nel fatto che nei dieci anni appena trascorsi abbiamo compiuto le scelte giuste. Abbiamo sempre
cercato di costruire solo l’azienda, e nient’altro. Come
diceva bene Moana Pozzi: «Abbiamo sempre vissuto
come se tutto potesse finire domani e pensato come se
tutto non dovesse finire mai». Abbiamo lavorato con
strategia, metodo e creatività. E abbiamo sempre pensato che non potesse esserci competitività senza essere
all’avanguardia nell’utilizzare le nuove tecnologie. Abbiamo sempre creduto in un’azienda che poteva essere
considerata tale in quanto globale. Abbiamo sempre
creduto nell’apporto che la figura dell’imprenditore
può dare all’interno di una grande organizzazione. Abbiamo sempre creduto nella trasparenza e nell’assoluta
legittimità e legalità del nostro operato. Non abbiamo
213
marco boglione e adriano moraglio
mai ceduto alla tentazione di risolvere i nostri problemi
con operazioni di natura e finalità finanziaria. Abbiamo
insistito, anche quando avevamo il vento che ci soffiava
contro alla velocità di cento nodi, sul posizionamento
che ritenevamo giusto per il nostro prodotto: premium
merchandise and clever price.
Negli scorsi dieci anni abbiamo fatto tutto questo.
Fortunatamente per noi, molti nostri concorrenti hanno
fatto esattamente l’opposto. Oggi quando la nostra forza
vendita esce per proporre i prodotti trova un mercato
più piccolo, anzi, per usare una metafora, un bisonte più
piccolo, ma con molti meno leoni per sbranarlo. E allora
anche il leone più piccolo, ma più veloce, più furbo, più
intraprendente può essere quello che mangia meglio. Ovviamente dopo che si sono saziati i più grossi.
Oggi ci troviamo in una situazione strategicamente
positiva. Siamo stimati dai consumatori perché hanno capito che facciamo sul serio. Faccio magliette da
trentadue anni (alla faccia del Boglione eclettico, come
qualcuno continua a dire!). Tutto quello che ho realizzato fino a oggi è stato nell’interesse di questo dover
fare magliette. E siamo stimati anche dai nostri clienti perché riconoscono il nostro impegno per lavorare
bene, per usare meno carta, per essere veloci, chiari,
trasparenti. E a questo punto abbiamo anche una solida
rete di imprenditori, i licenziatari, che usano la BasicNet con profitto.
E adesso sono qui, dopo aver praticamente finito di
raccontare questa storia al mio amico Adriano, e sto già
pensando a quello che farò quando avrò finito con questo mestiere: data prevista 8 maggio 2016.
Nel frattempo continuo a dormire in ufficio – che è
stato trasformato in una curiosa, ma comodissima abitazione – a pensare al futuro, alla famiglia, a quello che
214
piano piano che ho fretta
non devo fare per non sbagliare. Continuo ad avere le
stesse paure, le stesse insicurezze, la stessa debolezza di
sempre. Mi guardo allo specchio e mi dico che ho cinquantadue anni, ma se dovessi dire a che punto sono del
mio cammino, continuerei ad affermare: «Non a metà,
non alla fine, ma all’inizio».
Ho sempre lo stesso rapporto con i soldi: non ne
ho, non ne ho mai avuti. In compenso, il mio budget è
cresciuto moltissimo in questi anni, le mie spese sono
cresciute, ho praticamente due famiglie. E mi fa molto
piacere riuscire comunque a fare questo grazie al mio
lavoro, al mio stipendio. Per quel che mi riguarda personalmente, continuo a pensare quello che ho capito
circa una decina di anni fa, e cioè che l’uomo più ricco
del mondo non è quello che ha più soldi, ma quello che
ha meno bisogni; per cui, ormai da qualche anno a questa parte, non incremento più i miei consumi.
215
epilogo
Piano piano che ho fretta
Accettare di avere paura
Marco, ho una raffica di domande da rivolgerti. Riprendiamo dall’inizio: avevamo detto che scrivere questa tua
storia avrebbe avuto senso solo se fosse stata utile per i
giovani, se fosse stata un’occasione per affascinarli all’avventura imprenditoriale.
«è così. Ai giovani dico ancora che occorre una condizione: accettare di avere paura. Ciò che io spesso riscontro, invece, è la tendenza a proteggersi dall’esperienza
della paura. Questo avviene perché si vive senza sentire
su se stessi la paura per la vita. Sono due atteggiamenti
sbagliati. Il primo, cercare di evitare di sperimentare la
paura, è una vera e propria malattia. Il secondo, vivere
senza percepire la paura, è il sintomo della malattia. Il
giovane deve, invece, avere l’ansia e la paura che derivano dalle sue aspettative.»
Qual è il senso del tuo lavoro, quello che ti ha spinto a
fare ciò che hai fatto fino a ora?
«Il bisogno d’indipendenza, per me e per chi mi sono
messo vicino. L’ansia di farmi una posizione, di essere
un uomo non dico libero, ma almeno neanche troppo
schiavo. Il lavoro, insomma, è per me il mezzo, lo strumento, la vigna del buon cristiano, il corpo dell’anima…
altrimenti che cosa dovremmo fare per non essere trop-
217
marco boglione e adriano moraglio
po schiavi, per approfittare al meglio di questa breve
esistenza? E se non lavoriamo, che cosa facciamo? Per
quanto mi riguarda potrei anche fare l’eremita, ma ho
la responsabilità di troppa gente. Certo, sì, avrei potuto
vivere sotto una pianta, desistere dall’impegno come la
volpe con l’uva perché nondum matura est, ma il mio
punto di partenza sono stati i miei sogni, guadagnare
bene. Sarebbe stato certamente facile pensare di andarmene in giro con la barca quando non avevo ancora così
tanta gente da mantenere. Ma devo anche pensare ai
miei compagni.»
Li chiami così i tuoi dipendenti?
«Sono i miei colleghi. Nella mia azienda ci sono due figure tipiche della vita imprenditoriale: i soci e quelli che
chiamo i miei colleghi. Gli uni, se prendiamo a modello
la vita marinara, sono gli armatori, gli altri l’equipaggio. Con loro ho il rapporto classico da filmografia che
hanno i buoni comandanti nei confronti del loro equipaggio. è un rapporto, il nostro. Sono, prima di tutto,
compagni di vita, perché il lavoro è molta parte della
vita. Ho gente che è con me da più di venticinque anni.
E quello che arriva adesso, che s’imbarca ora sul vascello, decide, in qualche modo, di essermi compagno.
Con alcuni siamo anche amici. Forse almeno la metà dei
miei migliori amici (da cui si può capire che non sono
moltissimi) sono miei compagni di lavoro. Il rapporto
di lavoro con loro è comunque basato sulla gerarchia.
BasicNet è costruita secondo un sistema che rispetta
molto le gerarchie. Gerarchie di cui, però, io stesso ho
fatto tutte le tappe e credo che questo sia il motivo per
cui ricevo rispetto da parte dei colleghi. E poi penso di
assolvere al dovere di progettare il futuro per tutti, sempre, e sicuramente questo mi facilita il lavoro perché per
i miei compagni è come avere un problema in meno, di
cui mi occupo io. E si fidano. Qualcuno, internamente
218
piano piano che ho fretta
all’azienda, mi definisce, nell’ambito del nostro “circo”,
il “domatore dei leoni”, il che è anche una sicurezza per
il circo. Per ora, i miei colleghi non mi hanno mai visto
disperato.»
è importante, per te, saper faticare?
«Certo, ma bisogna trovare il modo di fare tanto limitando la fatica. Perché la fatica, scusa il gioco di parole,
affatica! Non bisogna essere affaticati. Nel mio lavoro
la vera fatica è lo stress, che massacra più di una scalata.
è per questo che ho sempre lavorato contro lo stress.
Se qualcuno mi chiede chi è l’architetto di casa mia rispondo “Mr. Stress”. Ho voluto costruire una casa antistress, una casa che non si potesse mettere in disordine.
Ho progettato armadi senza cassetti, perché i cassetti
sono una fonte di disordine pericoloso e permanente.
Ho messo in casa quindici televisori per non avere lo
stress di dover rimanere seduto e non poter fare altre
cose. Combattere lo stress con il gioco, con l’ironia. Lo
sapevamo già quando cominciammo questa avventura
imprenditoriale: quante feste abbiamo organizzato anche con i clienti. Quando siamo entrati in questo immobile tutto da rifare quante volte siamo venuti dentro con
i rollerblade oppure ci siamo messi a ballare mettendo la
musica a palla.»
Ok. Reggere la fatica combattendo lo stress, ma… le
sconfitte – e tu ne hai anche avute – come affrontarle?
«Anche le sconfitte fanno parte del gioco. Meglio è
se le sconfitte arrivano perché hai sbagliato. E questo
sì, è vero, mi è capitato alcune volte. Purtroppo, però,
può capitare (e capita spesso) che tu sia sconfitto perché qualcuno ha barato. Quel tipo di sconfitte sarebbe
veramente meglio non subirle. Ne ho avute anche di
cocenti. è chiaro che ti rinforzano anche quelle, ma ti
fanno più malpensante, e va a finire che limitano la tua
creatività. Direi, comunque, che è il proprio errore a
219
marco boglione e adriano moraglio
insegnare di più.»
Nel lavoro è importante la gratitudine?
«è la base del mio lavoro. Quando un cliente compra
una mia maglietta, dico “maglietta” per dire un qualsiasi
prodotto di BasicNet, la compra perché mi è grato. Grato nel senso che mi riconosce qualcosa per cui io stesso
devo dirgli grazie. La gratitudine è la base del mercato.
Questo è molto importante nel rapporto con i nostri
clienti, i licenziatari, non perché siamo “buoni”, ma perché la gratitudine, nel libero mercato, è economia.
Andiamo ancor più a fondo: quando ti riesce qualcosa
cui aspiravi, quando hai raggiunto un successo, a che cosa
pensi? Ti viene da ringraziare?
«Ci sono sempre nuove battaglie. Occorre considerare che, se un prodotto ha successo, nove volte su dieci
non vuol dire che non abbia avuto, o abbia ancora, dei
problemi. Ci sono tante tappe nel cammino – e così nei
successi – di un imprenditore. Per me, ad esempio, sono
state l’acquisizione dei marchi del Maglificio Calzificio
Torinese, l’arrivo di Benetton, la quotazione in Borsa
e infine l’aumento di capitale e la cessione del marchio
in Cina: è sempre un crescendo. Queste sono state le
nostre pietre miliari, battaglia dopo battaglia. Sono
battaglie, però, vinte da un gruppo di persone. Allora
sì c’è gratitudine, perché ti congratuli con chi ha reso
possibile il successo, con i compagni di avventura, con i
colleghi, con gli avvocati che ti hanno assistito.»
Un’azienda deve anche essere grata a chi le concede finanziamenti…
«BasicNet ha un rapporto con la finanza come l’automobile con la benzina, come il corpo umano con il
sangue. è uno strumento indispensabile alla vita aziendale e soprattutto alla sua crescita. Ma BasicNet e il
sottoscritto non hanno un rapporto con l’industria della finanza perché io non la capisco. Faccio già fatica
220
piano piano che ho fretta
a capire il nostro processo industriale, commerciale e
finanziario – che è abbastanza complesso da comprendere –, figurati se capisco che della carta venduta ad
altri può recarmi vantaggio nell’andamento industriale.
Spesso da finanzieri o rappresentanti di fondi di investimento mi è stato proposto di far entrare in azienda
la finanza, ma non sono mai riuscito in quei colloqui a
capire dove, come e se mi avrebbero aiutato a realizzare magliette, a dar vita a un’azienda modernissima.
Rispettiamo la finanza, le abbiamo riservato grande
attenzione sin dall’inizio, da quando l’Agenzia 20 del
Sanpaolo o la crt di Rivarolo ci hanno aiutato. Ancora
oggi lavoriamo bene con gli istituti di credito, non ci
sono sbavature su di noi nei loro database. Siamo quotati da dieci anni a Piazza Affari e continuiamo a sperare che il mercato dei capitali sia, un giorno, in grado di
svolgere un ruolo attivo per società ben gestite e proiettate nel futuro.»
Tante volte, nelle nostre chiacchierate, hai parlato del
vostro modello di business. Come lo sintetizzeresti?
«La sintesi può essere questa: BasicNet non vende
magliette, ma opportunità d’impresa e ne capitalizza i
risultati, fondamentalmente attraverso l’aumento del
valore dei propri marchi e le attività commerciali correlate. BasicNet è un’azienda a rete, formata esclusivamente da imprenditori che svolgono, ciascuno, un pezzo di attività della filiera del prodotto abbigliamento.
Tutto ciò sempre in modo competitivo, senza possibilità
di trust ad alcun livello. La gestione di tutti i principali
processi di scambio e di tutte le informazioni relative
avviene tramite sistemi informativi, proprietà del Gruppo, e tassativamente senza usare carta. L’attività e l’andamento del Gruppo sono, di conseguenza, verificabili
e correggibili in tempo reale.»
Tu hai spesso navigato in mezzo ai fallimenti, o anche
221
marco boglione e adriano moraglio
solo in mezzo a rischi di fallimenti. E ne sei uscito sempre
vincitore e rafforzato. Quali doti bisogna avere per saper
affrontare le situazioni di difficoltà aziendale?
«Nella mia vita non ho mai perso la speranza e, nel medesimo tempo, credo di non essermi mai fatto delle seghe
mentali. Sicuramente mi sono cacciato in rischi pazzeschi,
ma l’ho fatto pensando che potevo vincere. Ma questa
non è propriamente una dote. Una dote è, per esempio,
sapere valutare perché, comunque, bisogna prendere una
decisione. E quindi si tratta di saper valutare in modo
corretto. Ma prima di questa dote è necessario avere una
vision chiara di quello che potrebbe accadere, compresa
la possibilità che l’obiettivo non venga raggiunto. Se c’è
questa chiarezza, allora uno può metterci tutta l’energia e
la fatica possibili perché, al di là, vede la “carota” che potrebbe diventare sua. Non ho mai fatto nulla senza avere la percezione dell’esistenza di questa “carota”. Credo
sia una cosa tristissima che una propria azienda fallisca:
un’esperienza paragonabile a quella di un comandante
che veda affondare la propria nave. Ma l’unico tipo di
fallimento che prendo in considerazione è quello per cui
uno dice “Ci ho provato e non ci sono riuscito” ed è, ben
inteso, l’ultimo ad abbandonare la nave. Altre forme di
fallimento non mi interessano.»
Come hai fatto a rivitalizzare marchi “bolliti”, ripresentandoli come nuovi?
«Per fortuna non abbiamo un solo marchio. Kappa,
quando lo abbiamo rilevato, nel ’94, ed eravamo all’inizio, era più “bollito” di Superga, una delle ultime acquisizioni. E K-Way più di Kappa e Superga. Come è stato
possibile rivitalizzarli? Io conosco il mio mestiere, ma
perché ho avuto la possibilità di avere grandi maestri in
un periodo epico e nel modo più completo che si potesse immaginare. E poi ho capito che per avere risultati
bisogna avere un sistema, un metodo, uno strumento e
222
piano piano che ho fretta
delle idee, conoscere il proprio mestiere. Viene prima
l’uovo o la gallina? Io ho cercato di costruire la gallina
che fa le uova.»
Chi sono gli stilisti di BasicNet?
«Sono i brand manager e sopra loro c’è un supervisor, il
senior brand manager, un uomo che conosce il mercato
quanto me e non per nulla ha la mia stessa età e ha avuto
gli stessi maestri. è Alberto Balloco. è lui il “pastore” di
questi giovani brand manager, che sono i veri stilisti dei
marchi. E poi, sinceramente, il “capo-stilista” sono io.
Non io perché io, ma perché tutti gli imprenditori non
possono permettersi il lusso di delegare a chicchessia, di
responsabilità inferiore, uno degli aspetti fondamentali
del business. Sono sicuro che il chief designer di Fiat sia
Marchionne. All’ultima o alla prima decisione c’è lui.»
Ma tu che cosa ci metti di tuo nei campionari?
«Di mio c’è l’aver costruito un grande centro stile
di sviluppo dei prodotti improntato a sistemi efficaci,
efficienti, veloci. Questa è la parte importante che mi
attribuisco. Io immagino il prodotto nel suo insieme.
E allora penso come debba essere K-Way nell’arco dei
prossimi cinque anni, quale immagine debba dare nel
confronto con i competitor. Io studio, con fatica, la filosofia, i valori del prodotto. Per esempio, ho voluto
basare K-Way su prodotti classici resi contemporanei
dallo stile K-Way, e cioè sempre funzionali, mai effimeri, sempre e comunque up to date, moderni, tecnologici
e colorati. Poi si scende nel dettaglio dei prodotti, per
categorie merceologiche, per capire se hanno senso.
Inoltre BasicNet ha un direttore artistico, Alex Jorio,
che cura, per così dire, l’estetica del Gruppo e, marginalmente, anche del prodotto.»
Quanto contano le donne nel tuo lavoro e per la tua
azienda?
«Nella vita sono sicuramente un romantico, un sogna-
223
marco boglione e adriano moraglio
tore, un visionario. E questo deve aver giocato nel mio
rapporto con le donne. Ma, al di là di questo, forse è
proprio con loro che sono riuscito, e riesco, a comunicare meglio. Mi riesce più facile, è sempre possibile
un’ultima ironia, con il vantaggio di non scendere mai
nel volgare come accade tra noi uomini. Il rapporto tra
un uomo e una donna è più raffinato per definizione.
Nella nostra azienda le donne rappresentano il 75 per
cento delle risorse umane e il 50 per cento dei dirigenti,
e questo vorrà pur dire qualcosa sulla loro centralità in
questa azienda. Qui sono le persone-chiave. Sono molto
più fedeli all’azienda rispetto ai colleghi uomini (certo,
anche per ragioni di mercato del lavoro) che più facilmente cercano altre opportunità occupazionali. E poi
mi viene da dire che una donna è più stabile nel posto di
lavoro che occupa perché sente più facilmente l’azienda
come una cosa sua.»
Tu spesso parli del «destino» come chiave di lettura
dell’impegno di un imprenditore. Come lo intendi?
«Il destino, a mio modo di vedere, è quello che tu hai
dentro. Forse esiste come meta cui uno è, per l’appunto, destinato, ma è difficile dire se viviamo un film già
fatto o se lo giriamo noi. In fondo, però, noi non lo sappiamo. Io penso che il tuo destino lo fai tu, lo crei tu.
Il mondo è determinato da noi esseri umani. Tuttavia,
altre volte, si fa anche esperienza dell’esistenza di un
destino avverso, che non dipende da te. Ci sono “tegole” che puoi scansare e altre ancora che inevitabilmente
ti becchi sulla testa. Insomma nella vita, e il lavoro ne
è l’esempio, ci sono tali e tante interferenze che quello
che succederà è assolutamente imprevedibile.»
Se allora siamo noi a determinare il nostro destino, tu
agisci nella società con una missione?
«Quand’ero giovane volevo cambiare il mondo ma,
da un po’ di tempo a questa parte, agisco in modo che
224
piano piano che ho fretta
il mondo non cambi me. Al di là di questo, credo che
gli imprenditori abbiano una missione, che è la stessa
dell’umanità: intraprendere piuttosto che litigare. In
questo senso penso di essere al posto giusto perché desidero costruire, migliorare la convivenza, puntare sulla
qualità della vita. Sennò che altro?»
Dove trovi l’entusiasmo per ripartire nel tuo lavoro ogni
mattina?
«Non lo trovo tutti i giorni. Qualche mattina lo cerco e non lo trovo. Se mi alzo con il piede sbagliato mi
lascio prendere dalla “macchina”. E allora arrivo in ufficio e subisco gli appuntamenti, le impellenze, le cose
da fare che Roberta mi ricorda perché sono nell’agenda
della giornata. E allora parto e corro. Da dove attingo
l’entusiasmo, quando lo trovo? Ce l’ho dentro.»
Che cos’è il tempo per un imprenditore? è una condizione favorevole o un limite da abbattere?
«Il tempo vola e la cosa peggiore che uno possa fare
è doverla fare due volte. Nel dubbio, è meglio andare
piano per non tornare mai indietro, perché il tempo è
limitato. è vero che un’azienda più va in fretta più fa
strada però, statisticamente, è più importante fare le
cose bene anziché in fretta, anche se sembra di metterci
più tempo. Questo perché, sul lungo termine, se non
torni indietro fai più strada. Mi viene allora da pensare
a tutto il tempo che abbiamo speso nel costruire queste
procedure informatiche per far andare il nostro sistema
di rete alla velocità della luce e non sbagliare più. E
mentre facevamo questo ci sembrava che perdessimo
tempo. Invece… Uno dei nostri claim la diceva proprio
giusta, come mi aveva suggerito il mio amico spagnolo:
“Piano piano che ho fretta”.»
Uhm… mi piace, potrebbe essere il titolo di questa storia. Marco, allora, lo facciamo ‘sto libro?
«Sì.»
225
blog
Il paradigma dell’imprenditore
di Carlo De Matteo
Direttore Strategie e Business Development del Gruppo Iride
La vita di un imprenditore è caratterizzata dalla scelta
di esercitare la sua libertà e responsabilità personale in
un’iniziativa economica.
Sappiamo che all’origine di ogni avventura imprenditoriale, anche la più modesta, c’è l’ambizione personale
di costruire qualcosa e che tale ambizione per avere
successo deve fondarsi su un’idea vincente (la business
idea della teoria manageriale). Marco Boglione di idee
ne ha avute tante, ma sicuramente la più geniale è stata
quella che lo ha portato ad acquisire dal curatore fallimentare l’mct e il suo patrimonio di marchi affermati.
In questa operazione vi è tutto il paradigma dell’imprenditore: audacia, visione, senso del rischio, rigore
gestionale, sacrificio personale, leadership, rispetto del
denaro proprio e altrui, creatività; ma affinché la somma di queste qualità dia origine a un’impresa occorre qualcosa di intangibile: il genio, cioè la capacità di
creare qualcosa di nuovo che vale più della semplice
somma delle risorse che si hanno a disposizione. è grazie a questo processo, che gli economisti definiscono
“creazione di valore”, che l’imprenditore ridistribuisce
benessere per sé e per i propri dipendenti producendo
prodotti e servizi utili per rispondere ai nostri bisogni.
226
marco boglione e adriano moraglio
Se ogni mattina pensassimo a queste cose aprendo il
rubinetto dell’acqua, ci stupiremmo di vederla sgorgare e saremmo grati del lavoro e delle innovazioni che
nella storia ci hanno condotti dal pozzo e dal secchio al
nostro lavello.
Dunque il genio e non il super-io, perché l’imprenditore è un uomo o una donna, non un superuomo o
una super-donna al disopra del bene e del male, uno
che può anche fallire e ne è consapevole. Cito Boglione: «Una dote è, per esempio, sapere valutare perché,
comunque, bisogna prendere una decisione. E quindi
si tratta di saper valutare in modo corretto. Ma prima
di questa dote è necessario avere una vision chiara di
quello che potrebbe accadere, compresa la possibilità
che l’obiettivo non venga raggiunto».
La deriva dei nostri tempi drammatici in fondo è tutta
qui: la grande pretesa che tutto dipenda da noi, che tutto
sia controllabile e che il supposto dominio della tecnica
e delle sue possibilità sia la sola giustificazione dei nostri
atti. La mitizzazione dell’imprenditore come eroe nietzschiano è fuorviante perché l’“intrapresa” è la cifra che
definisce ogni uomo e ogni donna: sposarsi, avere dei figli, migliorare nel proprio lavoro anche se dipendente,
studiare, comprare una casa facendo debiti, è in questo
senso intraprendere, cioè rischiare per costruire un bene
comune più grande. L’alternativa è la grande sterilità
anaffettiva dei nostri giorni, magari contrabbandata con
la teorizzazione che tutto si possa affittare senza possedere nulla. Nella parabola dei talenti colui che sotterra
il proprio per paura di perderlo alla fine perde se stesso cioè distrugge un valore potenziale infinitamente più
grande di quello del semplice talento.
Nella ricostruzione dell’operazione tok il fattore principale che ne ha determinato il successo è il team che
227
piano piano che ho fretta
affianca Marco Boglione. I ruoli assegnati e le relative responsabilità, la condivisione del rischio e la motivazione,
il sacrificio personale di ciascuno rendono evidente un
altro degli elementi “intangibili” del successo di un imprenditore: la capacità di organizzare e motivare il lavoro
non solo proprio ma anche di chi collabora all’impresa.
Molti imprenditori e top manager costruiscono imprese
di successo che poi divorano perché ne fanno la proiezione di se stessi: i collaboratori sono semplici esecutori, i
manager assistenti deresponsabilizzati e l’organizzazione
è concepita radiale con i singoli vettori convergenti su un
unico fulcro che la muove.
Molte aziende sono andate in crisi perché, con il raddoppio del capannone, il “padrone” non poteva più
guidare “a vista” la fabbrica eppure pretendeva di continuare a farlo diventando in tal modo il fattore ostativo
alla crescita. Nessuna organizzazione può prosperare
nel tempo (e l’impresa è un’organizzazione) se prescinde dal fattore umano. Ancora una volta non è un
principio astratto o idealistico ma un “fattore critico
di successo” dell’organizzazione stessa perché mette a
frutto quel formidabile motore di creatività e di miglioramento, e dunque di creazione di valore, che è la libertà della persona che opera per il raggiungimento di
un obiettivo condiviso: una libertà che non è astratta,
ma che si deve misurare con una responsabilità e con
delle regole. A un certo punto, nell’Epilogo del libro,
Boglione, dice: «Sarebbe stato certamente facile pensare di andarmene in giro con la barca quando non avevo
ancora così tanta gente da mantenere. Ma devo anche
pensare ai miei compagni (…) sono i miei colleghi (…)
con alcuni siamo anche amici (…) il rapporto di lavoro con loro è comunque basato sulla gerarchia», e poi
ancora: «Sinceramente il “capo-stilista” sono io. Non
io perché io, ma perché tutti gli imprenditori non pos-
228
marco boglione e adriano moraglio
sono permettersi il lusso di delegare a chicchessia, di
responsabilità inferiore, uno degli aspetti fondamentali
del business». In queste frasi c’è la sintesi del modello di gestione di successo: il bilanciamento dinamico
e adattativo tra direzione e delega. In fondo il primo
rischio che un imprenditore si assume è la scelta delle
persone con cui condividere l’impresa.
Un altro tema del libro è quello della concorrenza dei
mercati e della competitività come condizione di sopravvivenza dell’impresa. Ricorre quest’anno (2009) il
duecentesimo della nascita di Charles Darwin. La vulgata ha ridotto la sua opera più citata (ma non vuol dire
conosciuta), «L’origine delle specie», al facile concetto
che la selezione naturale garantisce la sopravvivenza
dell’individuo più forte.
Quello che Darwin ha elaborato è un fattore interpretativo di un aspetto della realtà (la scomparsa di alcune
specie e le evoluzioni di altre nel tempo), ma il meccanicismo ideologico del Novecento se n’è appropriato
per applicarlo all’organizzazione e ai mercati. In fondo
è sempre il vecchio sogno: trovare un fattore, una formula che spieghi in modo deterministico tutta la realtà
(in questo i grandi sistemi ideologici del Novecento, in
primis il marxismo-leninismo, sono molto più prossimi
allo gnosticismo che alla scienza). La realtà viceversa
è irriducibile a questo schema e richiede per ogni suo
aspetto un metodo di analisi adeguato.
Nel caso dell’organizzazione e dei mercati l’etimologia latina del termine «competere» è «soffrire, lottare
insieme» (cum petere) e non annichilire l’altro. L’applicazione di questo concetto all’organizzazione, e più in
generale alla società, non è una questione di “a priori
morale” (bisogna essere buoni), ma di efficienza ed efficacia nell’utilizzo del capitale umano.
229
piano piano che ho fretta
Un’azienda che esaspera la competizione interna,
ritenendo in tal modo di selezionare i migliori accantonando gli altri, induce a comportamenti predatori
e opportunistici da parte dei vincitori: «Oggi sono io,
domani un altro… meglio esasperare i risultati a breve e prendere le stock option e i bonus». Come sono
drammaticamente documentati questi concetti dalla
crisi che viviamo. Un’azienda di questo tipo, inoltre,
distrugge capitale umano perché i soccombenti hanno
un patrimonio valoriale di conoscenze ed esperienze
che viene sprecato o sotto-utilizzato.
Un’azienda, invece, che definisce un sistema di valori
che premia i migliori e dà la possibilità di riconfigurarsi
e riqualificarsi professionalmente a coloro che vogliono
diventarlo, anche indirizzandosi a un’attività diversa,
non necessariamente nell’azienda stessa, è, nel confronto, molto più dura e sfidante della prima perché richiede alle persone una responsabilità personale verso
questo sistema di valori ed è più efficace ed efficiente
perché massimizza la leva organizzativa.
Nel sistema delle aziende e dei mercati l’annichilimento del concorrente quasi mai produce vantaggi
durevoli: non è detto che i clienti siano disponibili ad
acquistare i prodotti e i servizi del vincitore, le tecnologie e il capitale umano del soccombente si disperdono
creando opportunità per nuovi entranti, le economie di
scala attese dall’acquisizione di quote di mercato spesso si rivelano fallaci, specialmente quando i prodotti
e i servizi del soccombente non sono immediatamente
fungibili con quelli del vincitore.
Pensate se Marco Boglione, invece di rischiare la sua
fsm nell’acquisto di mct e poi la BasicNet nell’acquisizione dei marchi Superga e K-Way, avesse pensato di
produrre magliette, scarpe e abbigliamento sportivo
per conquistare lo spazio di mercato lasciato libero dai
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marco boglione e adriano moraglio
concorrenti. Probabilmente non saremmo qui a leggere
questo libro, nessuno ricorderebbe più questi marchi e
le 213 persone di allora non avrebbero avuto l’opportunità di mettere ancora a frutto le loro conoscenze e
capacità in una nuova impresa. In sintesi, uno spreco
di risorse e una perdita per il mercato.
L’esempio dei nostri distretti produttivi dimostra che
questo sistema a rete, in cui si è contemporaneamente
concorrenti e partner, è molto più resistente ai cambiamenti tecnologici e di mercato rispetto ai singoli nodi
che lo compongono. Il distretto ha una creazione di valore totale maggiore e più durevole nel tempo rispetto
a quella che sarebbe originata dalle singole aziende che
si muovessero in modo atomistico.
La stessa BasicNet è un’azienda a rete, come la definisce Marco Boglione, il suo modello di business si basa
sui reciproci interessi di «imprenditori che svolgono
ciascuno un pezzo di attività nella filiera del prodotto abbigliamento» (quello che nella teoria dei giochi si
chiama «win-win» cioè un modello, un comportamento, un insieme di interazioni, una transazione economica, dove i singoli giocatori guadagnano entrambi se
conducono il gioco secondo le regole).
Vorrei concludere con un cenno all’altra grande intuizione di Marco Boglione: le potenzialità dell’ict (information and communication technologies) applicate all’organizzazione come vantaggio competitivo (siamo agli inizi
degli anni Ottanta). Si tratta di un tema che meriterebbe
esso stesso un libro, ma basti dire che la circolazione e la
diffusione in tempo reale delle informazioni, le linearità
dei processi, l’ubiquità adattativa di un’azienda che deve
ripensarsi e inventare prodotti a ogni stagione sono sì gli
elementi distintivi della BasicNet, ma tutte le aziende dovranno essere “basic” per avere un futuro.
231
piano piano che ho fretta
Marco Boglione è diventato un grande imprenditore anche perché ha avuto l’umiltà di imparare dai vari
maestri che la vita gli ha fatto incontrare. Diffidate dei
self-made men: chi non ha mai seguito con lealtà qualcuno nella vita non sarà mai un vero leader; un dittatore forse, ma non certo un imprenditore.
232
Ringraziamenti
Roberta Cantaluppi
Franco Grassi
indice
PROLOGO - Corrispondenze
Un’amicizia
5
6
PARTE I - Ciò che ci interessa
La traccia
Ai giovani
Il rischio d’intraprendere
10
11
14
17
PARTE II - Dove nasce un imprenditore
Le origini
Un capriccio, un pesce, il primo contratto
Storie di nonni e di bambini
Le radici imprenditoriali
Lontano da casa
Fiocchetto rosso
21
22
27
31
38
44
53
PARTE III - Sul sentiero del destino
Sospinti dal desiderio
Un incontro decisivo
56
57
59
Cambio di marcia
Dalla fabbrica a New York
Un’azienda tutta nuova
Un incidente di percorso
La discesa
Finalmente imprenditore
62
65
72
75
81
86
PARTE IV - Costruire, ascoltando sé stessi
In attesa
Amori/1
Amori/2
Ripartire da zero
Il primo partner strategico... E via!
Una brutta sorpresa
92
93
96
101
104
112
118
PARTE V - Un’incredibile avventura
“Mission impossible”
Take Over Kappa
Decollo
Banzai!
Assalto finale
La presa in consegna della fabbrica
La sindrome di Stendhal
Le basi della nuova impresa
L’asta
123
124
128
132
138
145
152
155
160
166
PARTE VI - Una battaglia infinita
Corso Brescia 86
Attacco sventato
170
171
174
Complimenti, mamma Dani!
Come rilanciare marchi “bolliti”?
Come nasce un prodotto
Verso la Borsa
La meta si allontana
L’ora di K-Way e Superga
La Cina
Nuovi orizzonti
Navigazione sicura nel mare in tempesta
177
180
184
188
195
201
205
209
211
EPILOGO - Piano piano che ho fretta
Accettare di avere paura
216
217
BLOG - Il paradigma dell’imprenditore
226
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