LADOMENICA CULT Lascoperta del DOMENICA 29 LUGLIO 2012 NUMERO 387 DIREPUBBLICA Po All’interno La copertina Il lato oscuro della materia nuova sfida per la scienza ODIFREDDI e ROVELLI La recensione Roddy Doyle on the road con tre donne e un fantasma PIERDOMENICO BACCALARIO Del nostro grande fiume non esiste più neppure una mappa Paolo Rumiz lo ha percorso tutto ILLUSTRAZIONE DI ALTAN e ne ha tracciata una E ora, come pioniere in un nuovo mondo, racconta a puntate il più esotico dei viaggi L’intervista Philippe Djiean “Ecco perché c’è un assassino in ognuno di noi” ANAIS GINORI L’opera Spettacoli PAOLO RUMIZ Quando mio fratello Jimi Hendrix inventò la musica opoCremona si levò un buon vento e Paolo Lodigiani spense il motore per issare la vela. Fummo subito investiti da un inatteso, stupefatto silenzio. Eravamo nella pancia della locomotiva industriale italiana, oltre le rive sferragliavano Tir e capannoni, ma sul Po regnava la quiete assoluta. Eravamo soli, sul Mekong o il Mississippi. L’aria soffiava da sud-ovest, di fianco rispetto alla corrente. «Il vento di poppa non serve sul fiume», spiegò Paolo, «perché ha la stessa velocità dell’acqua». Issò il picco, e subito la vela si riempì, spingendoci verso l’argine sinistro e una cascina di nome Bandera. Il Po è un serpente che va dove vuole, si accorcia e si allunga, e misurarlo è cosa vana. Le mappe indicavano distanze differenti, chilometro 382 e 395 dalla sorgente, e noi vivevamo la lussuosa incertezza dei pionieri. L’acqua cantava, il tappeto mobile verde-grigio grandiosamente scendeva fra sponde di LEON HENDRIX e GABRIELE PANTUCCI L’incontro Erri De Luca “Per scrivere devo dimenticare” SILVANA MAZZOCCHI D salici, e il compassato Paolo tracimava di felicità. A un tratto lo vidi entrare sottocoperta e armeggiare nel bagaglio. Riemerse alla luce con un lettore cd che depose sotto il boma, poi si sedette al timone, accese la pipa e disse «ascolta». Era Il ballo in maschera di Giuseppe Verdi, e noi stavamo entrando nelle terre verdiane. “La rivedrà nell’estasi / raggiante di pallore”. Le rive deserte risposero agli altoparlanti con una nevicata di fiori di castagno. “Ormai tre volte l’upupa / dall’alto sospirò / la salamandra ignivora / tre volte sibilò”. Vivevamo la stessa scena di Fitzcarraldo, quando Klaus Kinski sul fiume accende un grammofono tra i selvaggi seminudi. La corrente ci risucchiava indietro di un secolo. Paolo aprì il libretto e spiegò una trama di amori impossibili, congiure e macchinazioni. Facemmo saltare un tappo di barbera e la pipa del Lodigiani costruì spirali ambrate mentre il cielo diventava incendio alle spalle. E fu così che “Il Gatto chiorbone”, cantando a vele spiegate, si perse nei meandri nella sua discesa verso la notte. (segue nelle pagine successive) Verdi, Bizet e Puccini così giovani così allegri ANGELO FOLETTO Il libro Una certa idea di mondo: “Cosa imparare dagli sconfitti” ALESSANDRO BARICCO llaa RReeppuubbbblliiccaa DOMENICA 29 LUGLIO 2012 ■ 24 LA DOMENICA La copertina La scoperta del Po Dal cuneese fino al Delta. In canoa, barcè, vela e cat-boat Ascoltando silenzi e arie verdiane, tra canneti e pesci-siluro, fisarmoniche e pirati. Settecento chilometri di navigazione e meraviglie inaspettate per riscrivere la mappa di un fiume troppo bello e importante per essere abbandonato Da oggi su “Repubblica” il diario di un viaggio straordinario PAOLO RUMIZ (segue dalla copertina) i annoierai», mi avevano detto dei canoisti prima del viaggio. È un fiume di veleni, vaticinava chi mi vedeva deciso a partire. Ma ora che la navigazione è finita, posso dirlo: è stata una grandiosa avventura. Oltre ogni speranza, ogni immaginazione. Abbiamo registrato, filmato, mappato, ascoltato e trascritto una meraviglia. Settecento chilometri inclusi i rami del Delta — che abbiamo percorso in lungo e in largo — fanno, moltiplicati per le due rive, millequattrocento chilometri di riviera, la più selvaggia, la più solitaria, la più libera della Penisola. Mentre milioni si accalcavano sotto gli ombrelloni, le spiagge del Po restavano abbacinanti e deserte come quelle della Namibia. Ma assai meno conosciute, anche agli italiani. Alla fine di tutto questo mi è rimasta una mappa a fisarmonica di tre metri a forma di sogliola, con il Po a far da lisca e gli affluenti come spine bilaterali. Una carta fitta di annotazioni, fitta come in nessun altro viaggio che ho compiuto per Repubblica dal grande inizio del 2001. La rileggo per ricordare. Trovo indicazioni come “Trappola dell’albero storto”, “I lamenti funebri del Delta”, “L’affluente scomparso”, “Scarpata delle lucciole”, “Il villaggio sommerso”, “La mascella del mastodonte”, “L’orrenda pirodraga”, “L’ombra di Annibale”. Non è la mappa di un fiume ma quella dell’Isola del tesoro, con le sue insidie, i suoi fantasmi e i suoi pirati. Perché anche quelli abbiamo trovato: misteriose barche veloci che andavano di notte senza luci di posizione, in uno spazio senza controlli. Ora lo sappiamo: non c’è legge sul fiume. Niente polizia o carabinieri sulla nostra strada, e tanto meno ronde leghiste. Il mare sarà anche intasato di capitanerie, ma sul Po non c’è una motovedetta. Venezia aveva un magistrato delle acque che sapeva a memoria ogni centimetro di fiumi e canali dal Livenza al Po. L’Italia ha abdicato alle sue acque, non le frequenta, non le naviga, non le conosce più, le fa degradare e se le lascia portar via. Il crimine lo sa, e così sul più grande fiume d’Italia hai bracconieri, passaggi di droga, trafficanti e contrabbandieri. Gente che, se ti avvicini, ti fa con il segno del coltello sotto la gola. Sul Po si può fare tutto, e anche noi l’abbiamo imparato in fretta. Potevamo at- «T Alla ricerca dei tesori segreti traccare, attendarci su qualsiasi riva, accendere fuochi su ogni isola come in un racconto di Mark Twain. Il fiume non ha rotonde, non ha tangenziali. Non ti depista e va dove deve andare. Non lo imbrogli e non lo imbrigli. Se lo fai deborda, si gonfia, te la fa pagare. Il fiume odia il cemento e chiede il suo spazio. Il fiume di pianura poi, dilaga e non rispetta i confini. Basta guardare quello tra Emilia e Lombardia, disegnato decenni fa sul vecchio corso del Po. Oggi non c’è un metro del grande fiume che coincida con quella linea di de- marcazione. Pezzi di Lombardia sono finiti a Sud e pezzi di Emilia a Nord. La linea amministrativa e quella delle acque si rincorrono in uno slalom demenziale. Il fiume è la cosa più libera che ci sia. Forse per questo gli italiani, dopo secoli di baciamano e sottomissione, lo evitano e la politica lo ignora. Eserciti di mamme tengono i loro figli lontano dall’acqua dolce. A Motta Baluffi, uno sputo dall’argine, ho incontrato gente che non aveva visto il Po se non in autostrada. A San Mauro Torinese c’era un nonno con nipotino che si meravigliava Oltre le rive sferragliavano i Tir, noi eravamo nella quiete assoluta Completamente soli, come sul Mississippi o sul Mekong che mi ostinassi a cercare la sponda oltre una selva di guard rail, e non aveva mai cercato una sua strada d’accesso al fiume dove era nato. Ho trovato, sì, centinaia di pescatori sulle sponde, ma quasi tutti vivevano separatamente il loro pezzo di asta fluviale. Anzi, si meravigliavano che noi venissimo da così lontano, come se il fiume nella sua interezza fosse inconcepibile e l’idea di navigarlo una demenza. E così noi viaggiavamo da soli nel Grande Dimenticato, soli come sul Danubio o lo Zambesi, tra canneti e pesci-siluro, ombre di Argonauti e llaa RReeppuubbbblliiccaa DOMENICA 29 LUGLIO 2012 ■ 25 IL VIAGGIO. ISTRUZIONI PER L’USO regista Alessandro Scillitani (il suo Il risveglio del fiume segreto — In viaggio sul Po con Paolo Rumiz sarà presentato al Festival di Venezia) e dall’esploratrice Valentina Scaglia. A bordo si sono succeduti come nocchieri il canoista di lungo corso Flavio Mainardi, il costruttore di barcè Angelo Bosio e il proprietario del cat-boat Paolo Lodigiani, seguito dallo skipper Fabio Fiori. In varie tratte si sono imbarcati nell’ordine Pierluigi Bellavite, Irene Zambon, Valerio Varesi e Andrea Goltara. Nel finale sono entrati anche Gianni Coen Sacerdotti, Fulvia Sbrozzi e Roberto Brunelli, che hanno dato una svolta imprevista alla storia. Impossibile nominare tutte le belle persone che hanno nutrito i viaggiatori di racconti e delizie di ogni tipo. Una su tutte: Francesco Guccini, passeggero mancato ma infine trovato risalendo un affluente scomparso. ILLUSTRAZIONE DI CARLO STANGA L’avventura estiva di Paolo Rumiz comincia oggi sulla Domenica di Repubblica e proseguirà nelle pagine di R2, mentre Repubblica.it ogni giorno mostrerà un breve video. Il viaggio è stato compiuto con tre diversi tipi di imbarcazione. Canoe biposto da Staffarda (Cuneo), primo punto navigabile, fino a Casale Monferrato; un barcè (antica scialuppa a fondo piatto con vogata alla veneziana) di nove metri da Casale al ponte della Becca presso Pavia; un cat-boat di nome “Gatto chiorbone”, piccola vela con albero reclinabile, motore ausiliario e bicicletta pieghevole a bordo, dalla Becca fino al Delta. L’itinerario, con divagazione su alcuni affluenti e traversata di tre rami del Delta, è stato percorso (per motivi atmosferici) prima nella parte bassa e poi nella parte alta, ma sarà narrato nella giusta sequenza geografica. Oltre che da Rumiz il viaggio è stato compiuto integralmente dal del Grande Dimenticato cercatori d’oro, casette rivierasche e fisarmoniche. Quasi nessuno fa il Po via acqua: il passaggio di qualche matto che lo scende o lo risale viene ricordato per anni, tanto è raro. Ma ancor più rara è un’esplorazione che consenta di mappare l’universo padano. A tutt’oggi non esiste una carta che lo rappresenti nella sua interezza, con ponti, locande, musei, isole, strade, affluenti, dighe, insidie e accessi da terraferma. Certo, c’è la carta degli attracchi, quella delle piste ciclabili, o quella della cucina fatta da Slow Food. Ma manca il quadro d’insieme che dica agli italiani che cosa si “Ti annoierai a morte”, “È pieno solo di veleni” mi dicevano prima di partire Ma io, lo giuro, è qui che una sera ho sentito le ghiaie cantare perdono. Questo di Repubblica è forse il primo tentativo di averne una. “Trema la terra, il ciel s’oscura / ma quei del Po no i ga mai paura”. Così mi cantò un veneto sul Delta, quasi se la sentisse, poco prima che un tuono sotterraneo scuotesse Modena e Ferrara. Ed era vero. Nel fondo della pignatta padana la gente aveva qualcosa di rassicurante cui aggrapparsi anche nei giorni del terremoto. Il fiume ignora i disastri, ci galleggia sopra. È l’immagine della continuità della vita. Ed erano in tanti, fra Mirandola e Carpi, nei giorni dopo i crolli, a cercare conforto sull’argine, su quell’acqua libera senza cemento, che andava imperterrita, ignorando la potenza distruttrice della natura, perché essa stessa era natura indomabile. Siamo ritornati sui luoghi della navigazione, dopo il disastro. Ebbene, nulla era cambiato tranne qualche crepa sull’argine. Un giorno, lo giuro, ho sentito le ghiaie cantare. Stavo vogando sul barcè assieme ad Angelo Bosio quando, dalle parti di Alluvioni Cambiò (stupefacente nome di un paese che si scoprì sull’altra riva dopo una piena), avvertii sotto la pancia della barca un frinire come di grilli. «Che roba è?» chiesi. «Il rotolare della ghiaia» rispose Angelo, «è il letto del fiume che cammina». In quelle ghiaie e sabbie musicali stava il segreto del Po. Quando attraccammo, quella sera, oltre un “pennello” di ciottoli che formava una piccola darsena di acqua limpida sotto un pendio boscoso, vidi che il fiume, filtrato dalla griglia di ghiaie, si era depurato. Guizzava di pesci, un metro sotto. Basterebbe lasciarlo in pace. Sarebbe capace di ripulire le acque di città come Milano. Invece non lo lasciamo in pace. A monte di Torino abbiamo dovuto scavalcare lavatrici e carcasse di auto sotto uno dei ponti di Moncalieri. A Casalgrasso abbiamo trascinato le canoe per montagne di detriti tra i rovi perché era l’unico modo di superare uno sbarramento in costruzione. A monte di Cremona abbiamo chiamato una gru per trasbordare oltre la diga sciagurata di Isola Serafini, sterminatrice di storioni, perché la chiusa non funzionava. Eppure, nonostante questo, il fiume si rigenerava, era sempre più pulito di quanto potessimo immaginare. Persino l’orrido Lambro riviveva dopo l’alluvione di idrocarburi. I fiumi sono i reni di una nazione. Pensare, come fa la Lombardia, di immobilizzare il Po con maxi-sbarramenti, è una porcata. Come credere che un uomo possa vivere senza le reni che ne filtrano il sangue. No, non siamo partiti da Pian del Re. Troppo banale e politicamente sfruttato. Abbiamo scelto il Po navigabile, per vedere la verità dell’Italia dall’acqua. Così ci siamo imbarcati nei gorghi spumeggianti di Staffarda, cinquanta chilometri sotto la sorgente, per finire tra i canneti del Po di Goro. Lì, sotto il faro del Bacucco battuto dalla tramontana, abbiamo piantato la tenda, acceso un gran fuoco di rami secchi nella sera e cantato con la chitarra Old Man River. Perfettamente soli. Ma anche lì non era finita: volevamo corteggiare ancora il “mar grando”, a costo di risalire altri rami e trovare un secondo, e magari un terzo finale della storia. Sono di una città marinara, ho battuto a vela Adriatico, Jonio ed Egeo. Eppure, dopo il Po, ho avuto l’impressione di non aver mai conosciuto il mare. Una cosa è salire a bordo su un molo e prendere il largo. Altra cosa è entrare nel pelago dopo giorni di corrente tra i pioppi. Uscire da uno spazio chiuso e vedere l’immenso orizzonte. Sentire un’acqua torbida che diventa laguna e si rigenera col vento, la corrente e la marea. Avvertire lo sperdimento di un delta senza confini. Sentire che una cosa rinasce proprio quando muore. Sono cose che ti cambiano la vita. (1 - continua) © RIPRODUZIONE RISERVATA llaa RReeppuubbbblliiccaa LA DOMENICA DOMENICA 29 LUGLIO 2012 ■ 26 I luoghi A piedi nudi Tutto cambia nella Grande Mela, ultima in ordine di arrivo la skyline vista dal parco. Solo lui, cuore verde di una città in perenne trasformazione, in centocinquant’anni di vita è rimasto sempre lo stesso. Ecco perché, da Paul Auster a Jonathan Franzen, un gruppo di scrittori ha deciso di ringraziarlo NY. Antologia di Central Park ANGELO AQUARO D NEW YORK all’alto del suo novantesimo piano, lo sceicco Hamad Bin Jassim Bin Al-Thani potrebbe presto rispondere all’interrogativo che da più di sessant’anni ossessiona il giovane Holden: dove vanno a finire le anatre quando gela Central Park? La penthouse all’ultimo piano del Carnegie 57, venduta prima ancora di essere finita al modico prezzo di 100 milioni di dollari — la casa più cara di New York — è il miglior punto di osservazione del parco più famoso del mondo. E pazienza se la torre che sta sorgendo proprio sopra l’Essex House, il grattacielo art déco degli anni Trenta, ha cambiato per sempre la skyline di Manhattan vista da qua. New York potrà pure, anzi dovrà pure continuamente cambiare, perché questa è la sua benedizione, il movimento perpetuo che cantò già Walt Whitman, la città caleidoscopio dei grattacieli di vetro che svettano sui palazzi-scheletri ‘‘ Ritrovarsi a Central Park per il birdwatching, fu una di quelle volte nella vita di un adulto in cui il mondo all’improvviso sembra molto più magico JONATHAN FRANZEN del passato. Però questi tre chilometri e mezzo di pace no, questo polmone verde continuerà a restare uguale a se stesso: quasi a testimoniare che un’altra città è possibile. «Da bambino c’era una grande roccia, proprio all’ingresso, all’altezza dell’84esima strada, dove mi arrampicavo a scalare: e a me sembrava il mon- ‘‘ IL LIBRO Central Park: An Anthology, di Andrew Blauner, è uscito negli Usa per Bloomsbury te Everest» racconta Andrew Blauner, che in Central Park: An Anthology ha raccolto per la prima volta il meglio del meglio della letteratura sul tema. «Molti anni dopo, la prima volta che ci sono passato davanti, ho faticato a riconoscere il luogo. Dov’era finita quella montagna? E chi aveva spostato quel masso fin lì? Soltanto allora ho realiz- Jimmy Walker si riempiva le tasche di dollari di vario taglio e mollava 500 dollari di mancia in un solo pomeriggio al Central Park Casino E mentre danzava con gli occhiali da sole il mondo gli veniva dietro JEROME CHARYN zato che quel masso, lì, c’era sempre stato: ero io che ci vedevo una montagna. Nulla era cambiato: solo la mia prospettiva». No, nulla cambia a Central Park. È più di un secolo e mezzo che questo immenso spicchio verde sfida i grattacieli, da quando cioè un gruppo di illuminati cittadini volle regalare anche a New York, che allora accelerava la sua formidabile ascesa, un giardino che potesse rivaleggiare con l’Hyde Park dei cugini di Londra, una passeggiata che potesse romanticamente competere con quella del Bois de Boulogne a Parigi. Il parco, ai tempi, era davvero una specie di terra incognita ritagliata nella griglia che nel 1811 aveva disegnato la città a scacchiera, come la viviamo ancora adesso, le avenues che salgono in verticale e le streets che l’attraversano in orizzontale: la metropoli dove per darsi un appuntamento non c’è quasi mai un indirizzo ma un incrocio — «59esima e Seconda» — come in una gigantesca battaglia navale vivente. Di più. Quel Park era così poco Central, per la città col baricentro a sud, intorno alla Washington Squaredi Henry James, che quando — nella seconda metà dell’Ottocento — costruirono lì intorno uno dei primi edifici di lusso, il quartiere era talmente disabitato che il palazzo lo chiamarono Dakota, perché era lontano come il territorio degli indiani: proprio lì, dove adesso al traffico dell’Upper West Side llaa RReeppuubbbblliiccaa DOMENICA 29 LUGLIO 2012 ■ 27 Il grande Colosseo dei piccoli gladiatori JOHN BURNHAM SCHWARTZ quei tempi le strade di certi quartieri erano sorprendentemente pericolose rispetto ad oggi. Un insegnante del Manhattan Country School fu ucciso nel suo appartamento di Harlem da un ladro. Due ragazzi che conoscevo erano stati accoltellati. Il Meadow — il grande prato del parco — era il territorio in cui ci misuravamo, una sorta di Colosseo cittadino per gladiatori in miniatura. E fu nel Meadow, un giorno d’inverno — avevo nove anni — che fui derubato davanti al mio insegnante e alla mia classe. Tutto il nostro equipaggiamento sportivo invernale consisteva in due slitte di cui solo una funzionante. Durante la ricreazione al parco, dopo una nevicata, il nostro insegnante di educazione fisica — un ex detenuto di ineguagliabile gentilezza, un uomo alto (ai nostri occhi un gigante) e muscoloso, la voce roca, chiamato Doc — ci impilava a due alla volta con i suoi manoni sull’unica slitta che potevi guidare e poi ci spingeva giù per la collinetta. Quel giorno fece cenno a me, e gli altri bambini si fecero da parte. Mi stesi su quella slitta magica e afferrai il volante con le mani avvolte dai guanti. Doc diede tre spinte potenti, un urlo di incoraggiamento e ci lasciò andare. La slitta prese subito velocità: i pattini di metallo frusciavano sotto di me. Sentii come uno squittìo ripetuto e mi resi conto che il ragazzino impilato dietro rideva: e anch’io cominciai a ridere. Stavamo ancora ridendo — la slitta volava su buche e crepe nel ghiaccio — quando sentii A si aggiunge la fila dei fan che ogni giorno si fanno fotografare davanti al luogo in cui fu ucciso John Lennon. Il parco che non cambia mai, naturalmente, da sempre cambia nel suo paesaggio più seducente: quello umano. L’ex Beatle, per esempio, era visto come una specie di marziano quando intorno al giardino lì sotto casa, che verrà ribattezzato Strawberry Fieldsper sempre, spingeva la carrozzina del piccolo Sean: trent’annni dopo, i papà che pascolano i figli insidiano pericolosamente la folla di maratoneti, ciclisti e fidanzatini in libera uscita. Ma Central Park, nel suo secolo e mezzo di vita, ha visto sfilare così tanti tipi umani che a raccoglierli non basterebbero i più di trecento film che qui sono stati girati. Qual è la vostra cinevista sul parco preferita? Quella struggente di Kramer contro Kramer, col piccolo Billy che dalle braccia di papà Dustin Hoffman corre verso mamma Meryl Streep? O sempre lì, dietro al Mall, la scena d’apertura di Hairche annuncia festosa l’età dell’Acquario? Oppure, per prendere un film attualissimo, le fughe al parco di Oskar, un altro tipo di rumore e un’improvvisa leggerezza: e capii che il mio compagno doveva essere cascato giù. Non mi voltai. Ero finalmente solo, nel mezzo del campo, andavo ancora forte e mi stavo avvicinando ai due olmi che segnavano il confine orientale del Meadow. Oltre non c’era più nulla: tranne il sentiero pedonale, vuoto, e l’uscita. Per quanto ne sapessi, nessuno della mia scuola era mai arrivato così in là: un piccolo record. Cominciai a realizzare la gioia del mio trionfo e misi fuori i piedi rallentando la velocità. In poco tempo fui completamente fermo. E per un po’ rimasi lì, steso, lontano da tutti, sorridendo beato. Non li vidi finché non furono quasi sopra di me. Tre ragazzi. Il più alto aveva già la mia slitta in mano. Gelato dalla paura non dissi o feci nulla. Li vidi correre via con la mia slitta prendere l’uscita della 96esima strada e la Quinta Avenue. Non trascorse neppure un minuto che Doc mi passò accanto a tutta velocità, inseguendo i ragazzi fuori dal parco. Rimasi lì dov’ero, sotto i rami spogli degli olmi. Qualche minuto dopo vidi Doc rientrare nel parco. Trascinava la slitta per la corda: aveva l’aria stanca e non sembrava per niente contento di sé. Mi passò accanto e mi mise una mano sulla spalla. «Non è stata colpa tua» disse. Ho sempre voluto credergli. Non mi disse mai che cosa fece, se lo fece, a quei ragazzi — e io mai glielo chiesi. (da Central Park: An Anthology, di Andrew Blauner, Bloomsbury 2012) © RIPRODUZIONE RISERVATA ‘‘ ‘‘ ‘‘ Ricordo un pomeriggio a Central Park Zoo, ero arrivato carico di cibo per animali: solo chi non è mai stato un animaletto metterebbe i cartelli “non dare cibo agli animali” Il primo giorno di primavera, in cerca di qualche sollievo, tutti invadono il parco, come guidati da un imperativo biologico Tutti hanno avuto la stessa idea D’altronde ne è passato di tempo Dopo di allora dormii nel parco ogni notte Per me divenne un tempio, un rifugio, un nascondiglio rispetto all’inesorabile richiamo della strada JONATHAN SAFRAN FOER COLSON WHITEHEAD PAUL AUSTER l’orfano dell’11 settembre di Molto forte, incredibilmente vicino? Proprio Jonathan Safran Foer, l’autore di quella storia struggente e meravigliosa, è tra gli scrittori che insieme a Paul Auster, Colson Whitehead, John Burnham Schwartz e tanti altri hanno risposto con entusiasmo all’appello di Blauner a comparire nella prima anto- logia letteraria su questo immenso giardino che giusto quest’anno festeggia — fra l’altro — un singolarissimo compleanno. È dal 1962 che il parco urbano più visitato d’America, 35 milioni di persone all’anno, è stato dichiarato National Historic Landmark, patrimonio storico nazionale: come la Statua della Libertà, il Cupolone del Congresso, il Ponte di Brooklyn. Cinquant’anni che ne hanno segnato la storia: perché è stato in questo mezzo secolo che il parco ha vissuto la sua seconda rinascita. La prima fu intorno agli anni Trenta e porta la firma del sindaco “italiano” che cambiò New York. La Grande Depressione aveva trasformato Central Park nel rifugio dei poveracci e nel fortino delle varie gang. Fiorello La Guardia lo mise in mano a quel Robert Moses che in trent’anni avrebbe completamente ridisegnato l’urbanistica cittadina. E il parco, sotto Fiorello, letteralmente rifiorì. La seconda trasformazione è invece quella degli anni Ottanta e anche qui è la sconfitta della criminalità — ricordate i Guerrieri della notte? — a segnare l’ennesima rinascita: anche grazie all’istituzione di quell’ente, la Conservancy, che diventerà un esempio di gestione ambientale copiato nel mondo. Così il parco ha finito per essere davvero lo specchio della città: riverberandone le mille luci e rilanciandone le mille ombre. Sì, magari il grattacielo di novanta piani non è proprio l’albero che t’aspetteresti nella skyline. Ma questa è New York. E per ogni sceicco pronto a scialare miliardi ci sarà sempre qualche giovane Holden che s’accontenta di bighellonare. A Central Park c’è posto per tutti: chiedetelo alle anatre, che sono più di sessanta inverni che non si fanno beccare. © RIPRODUZIONE RISERVATA llaa RReeppuubbbblliiccaa LA DOMENICA DOMENICA 29 LUGLIO 2012 ■ 28 I documenti Verba volant Cominciò per caso con una lettera spedita in mongolfiera Adesso Gérard Lhéritier ha a disposizione due musei (a Parigi e Bruxelles) per conservare gli ottantamila “pezzi” dal Medioevo ai giorni nostri, da Napoleone a Kerouac, collezionati in trent’anni “Nell’epoca di sms e tweet io inseguo autografo e inchiostro” IL MANIFESTO DEL SURREALISMO In queste pagine alcuni dei documenti conservati al Musée des Lettres et Manuscrits 1. Lettera di Mozart indirizzata a Geoffroy de Jacquin: spedita da Vienna il 28 maggio 1787, l’artista informa il suo allievo e amico della morte del padre avvenuta il giorno precedente 2. Lettera di Napoleone a sua moglie Josephine de Beauharnais, scritta a Nizza il 30 marzo 1796 e consegnata alla donna dal maresciallo Murat 3. Il Manifesto del Surrealismo autografato da André Breton nel 1924 2 1 3 Cacciatore manoscritti il di “C’è vita su quelle carte” FABIO GAMBARO «I PARIGI n un’epoca dominata da tweet e sms, le lettere scritte a mano trasmettono emozioni vere, rivelando l’intimità di coloro che le hanno redatte. Nella calligrafia restano inscritte la vita e la storia concrete. Per questo, di fronte a una lettera scritta di pugno da Napoleone o da Flaubert, continuiamo a restare affascinati». Per Gérard Lhéritier la passione per le lettere e i manoscritti è diventata un mestiere. In quasi trent’anni d’attività, l’esuberante sessantaquattrenne è riuscito a riunire l’impressionante fondo conservato al Musée des Lettres et Manuscrits, il museo che ha aperto nel 2004 a Parigi. Ottantamila documenti (di cui millecinquecento esposti a rotazione) dal Medioevo ai giorni nostri: epistole di artisti e uomini politici, spartiti di musicisti e manoscritti di scrittori, senza dimenticare i calcoli degli scienziati e gli storyboard dei cineasti. Tra i tanti tesori di questa istituzione unica nel suo genere, che dall’anno scorso ha anche una succursale a Bruxelles, è possibile ammirare la Charte de Corbie dell’anno 825, con le firme di Lotario e Ludovico il Pio, come pure un piccolo delizioso libro scritto da Charlotte Brontë a quattordici anni, la lettera firmata da Eisenhower che annuncia l’armistizio del 17 maggio 1945 ma anche il manoscritto del Manifesto del Surrealismo di Breton. E poi lettere di Proust e Van Gogh, manoscritti di Céline e taccuini di Balzac, spartiti originali di Mozart, Beethoven e Schumann. Insomma, un patrimonio ricchissimo, cui si aggiungono regolarmente le esposizioni temporanee. In questo momento è in corso una mostra intitolata “Sulla strada”, nella quale è esposto il famoso rotolo di carta lungo trentasei metri e mezzo su cui Jack Kerouac scrisse il suo celebre romanzo. Nulla predisponeva Lhéritier, autodidatta di origini modeste, al fascino dell’autografo. Accadde a metà degli anni Ottanta quando, dopo un passaggio nell’esercito e un primo impiego nel mondo delle assicurazioni, mentre cerca francobolli per la collezione del figlio, nella vetrina di un filatelista a Parigi vede una lettera con la dicitura “par ballon monté”. Era una di quelle lettere che, durante l’assedio del 1870, i parigini affidavano a piccole mongolfiere in grado di scavalcare le linee prussiane: «Quella lettera volata nel cielo mi colpì moltissimo. Iniziai allora a interessarmi alla sua storia, scoprendo che in quel periodo furono fatte sessantasette spedizioni “par ballon monté”. E siccome nella Parigi assediata vivevano artisti celebri come Victor Hugo, Georges Bizet o Edouard Manet, mi sono messo a cercare le loro lettere spedite con quel mezzo». In pochi anni Lhéritier diventa uno specialista della questione, a cui ha dedicato anche un libro, Les ballons de la liberté (Plon, 1995), scoprendo tra l’altro l’esistenza delle lettere “par boule de Moulins”, dal nome della cittadina di Moulins sur Allier, dove la corrispondenza destinata alla Parigi assediata dai prussiani veniva rinchiusa all’interno di palle di zinco saldate e gettate nella Senna a cento chilometri dalla città. Rotolando sul fondo spinti dalla corrente, gli originali contenitori raggiungevano la capitale, dove venivano recuperate per mezzo di reti. «Interessandomi a questi curiosi mezzi di corrispondenza della fine dell’Ottocento, ho iniziato a cercare lettere di quel periodo, allargando poi le mie ricerche anche ad altre epoche, ma sempre cercando il documento raro, il foglio di carta eccezionale che contiene in sé un pezzo di storia». Intanto si mette a frequentare assiduamente fiere e mercati di anticaglie, antiquari e collezionisti alla ricerca di manoscritti d’ogni tipo: «A quei tempi però non esisteva un vero e proprio mercato della corrispondenza d’epoca. Solo più tardi le COLLEZIONISTA Gérard Lhéritier, 64 anni, ha trasformato la passione per lettere e manoscritti in un mestiere «Nella calligrafia restano iscritte la vita e la storia concrete Perciò, di fronte a una lettera scritta di proprio pugno da Napoleone o da Flaubert, restiamo affascinati» A destra, illustrazione di Tullio Pericoli case d’aste hanno iniziato a interessarsi alle lettere e ai manoscritti di autori celebri. La svolta è avvenuta all’inizio del decennio scorso, quando la Magna Cartha d’Inghilterra è stata venduta all’asta per ventuno milioni di dollari. Nello stesso periodo il manoscritto del Viaggio al termine della notte di Céline è stato ceduto per un milione e ottocentomila euro». Lhéritier è un cacciatore di manoscritti che lavora soprattutto al di fuori delle aste. A volte segue la pista di un documento per anni. Qualche anno fa, ha ritrovato negli Stati Uniti un manoscritto fondamentale della storia della fisica moderna: cinquantasei pagine sulla relatività generale scritte da Albert Einstein insieme al matematico italiano Michele Basso, che oggi presenta come uno dei documenti più importanti del museo: «Negli Stati Uniti sono anche riuscito a ritrovare quello che è considerato il testamento politico di Luigi XVI, scritto prima della fuga a Varenne. Di questo testo di sedici pagine dal valore storico eccezionale si erano perse le tracce da moltissimo tempo. Dopo averlo inseguito in diversi paesi, ho saputo che era finito dall’altra parte dell’Atlantico dove, dopo lunghissime discussioni, ho convinto il collezionista che lo possedeva a vendermelo. Altre volte invece l’illusione del tesoro a portata di mano si trasforma in cocente delusione, specie a causa dei molti falsi in circolazione», spiega uno a cui sono state proposte diverse lettere di Molière o La Fontaine che in realtà erano solo abili copie: «In passato, alcuni falsari bravissimi, come il celebre Denis Vrain-Lucas, hanno fatto imitazioni perfette che sono ancora in circolazione». llaa RReeppuubbbblliiccaa DOMENICA 29 LUGLIO 2012 ■ 29 9 MONGOLFIERA 4. Le bozze di Proust per All’ombra delle fanciulle in fiore 5. Manoscritto del 1784 con lo schema della prima mongolfiera firmato da de Montgolfier 8 TITANIC 9. Lettera inviata dal Titanic da una delle vittime del naufragio l’11 aprile 1912, pochi giorni prima della tragedia 4 5 6 7 ON THE ROAD ILLUSTRAZIONE TULIO PERICOLI 6. Il rotolo di 36 metri di On the Road, il romanzo di Kerouac, ora in mostra al Musée des Lettres di Parigi 7. Una lettera di Freud del 9 ottobre del 1932 8. Lo spartito scritto da Beethoven nel 1799 per Neue Liebe, neues Leben Come tutti i collezionisti, anche Lhéritier ha le sue ossessioni. Da molto tempo insegue senza successo una lettera di Leonardo da Vinci, invidiando moltissimo Bill Gates che ha potuto comprarsi il famoso Codex Leicester. Da anni sta anche dando la caccia a una lettera di Giovanna d’Arco: «So che ne esiste una nelle mani di un collezionista, il quale però per il momento non intende venderla. Negli anni Sessanta stava per essere messa all’asta ma De Gaulle la bloccò». Un altro manoscritto che lo fa sognare è il rotolo di dodici metri sul quale il Marchese de Sade, prigioniero alla Bastiglia, scrisse Le 120 giornate di Sodoma: «È un documento che inseguo da anni. Oggi è proprietà di un collezionista svizzero. In passato è stato rubato alla famiglia di Madame de Noailles da uno dei suoi cortigiani, che poi l’ha venduto a un libraio, il quale a sua volta l’ha ceduto a un collezionista privato». La caccia al manoscritto richiede pazienza. E molto fiuto. «Faire un chopin è l’espressione con cui s’indica il colpo insperato », il documento raro dal valore inestimabile acquistato per pochi euro. «Nei mercatini di anticaglie, mi è capitato di trovare alcune lettere ecce- zionali di Sainte Beuve o Leconte de Lisle. Un’altra volta, per 5 euro, ho comprato una raccolta di vecchie lettere, tra le quali una era della contessa Maria Walewska, l’amante polacca di Napoleone. All’inizio pensavo che fosse un falso, oggi vale una fortuna». Qualche anno dopo, per 150 euro, ha comprato da un rigattiere un pacco di documenti tra cui ha trovato un manoscritto di otto pagine di Saint Exupery: «Oggi vale 250mila euro». Colpi fortunati, che hanno contribuito ad arricchire il patrimonio del Musée des Lettres et Manuscrits, che per altro si appoggia su una rete di quindicimila soci, senza il cui contributo finanziario certe acquisizioni sarebbero impossibili. «I manoscritti sono sempre più cari», conclude Lhéritier, che di recente ha visto un testo cinese valutato 350mila euro finire aggiudicato per 7 milioni e mezzo: «I collezionisti dei paesi emergenti che vogliono comprare a ogni costo fanno aumentare le quotazioni. La domanda cresce mentre l’offerta è limitata, e i documenti eccezionali sono sempre più rari. Ma ovviamente ciò significa che la caccia al tesoro è sempre più appassionante». © RIPRODUZIONE RISERVATA llaa RReeppuubbbblliiccaa DOMENICA 29 LUGLIO 2012 ■ 30 LA DOMENICA Spettacoli Le corde tese da un capo all’altro del letto La volta che nel garage trovarono un ukulele La prima chitarra regalo della zia. Leon era il più piccolo dei due e da bambino lo seguiva ovunque Hey Joe Ecco il racconto di come il più grande di tutti i tempi imparò a suonare Mio fratello “E un bel giorno smontò la radio: cercava la musica” LEON HENDRIX D ato che non avevamo un televisore, tutte le sere alle sette facevamo in modo di sederci attorno alla vecchia radio di papà per ascoltare la Top 40. Una sera, al termine di una di quelle trasmissioni, all’improvviso Buster sembrò infastidito da qualcosa. Si alzò, andò in cucina, tornò di corsa portandosi appresso vari utensili. Lo osservai con grande trepidazione inginocchiarsi sul pavimento e capovolgere la radio. Si appoggiò al cacciavite e iniziò a svitare le viti dal rivestimento posteriore. «Che stai facendo?» gli chiesi. «Sarà meglio che tu non faccia niente di male alla radio di papà». Ma mio fratello non mi prestò attenzione. Era troppo concentrato nella sua impresa e i miei richiami non gli fecero cambiare idea. Mentre lavorava, rimasi sorpreso vedendo che dentro alla Una magia La sua mano scivolò verso l’alto e quando girò la chiavetta la nota che uscì dalla corda pizzicata salì di tonalità e divenne più profonda. Fu quasi una magia radio non c’era granché: un ricevitore, un groviglio di fili. Buster la smontò completamente, armeggiò un po’, poi si appoggiò con la schiena al divano, con uno sguardo perplesso in volto. Dopo pochi minuti di silenzio, raccattò tutti i pezzi sparsi sul pavimento e si accinse a rimettere insieme la radio. Quando terminò di montarla, però, non funzionava. Nostro padre rientrò a casa e non fu per niente contento che la sua radio fosse rotta. Come al solito era ubriaco e andò subito in collera. Sul suo viso apparve uno sguardo arcigno. «Dad-gummit!» ringhiò. Era sempre un cattivo segno quando papà se ne veniva fuori con un “dad-gummit”. La situazione non prometteva niente di buono. Buster stava già piangendo quan- do papà iniziò a inveire contro di lui. «Perché hai rotto la mia radio?» strillò. Non ci fu risposta da parte di Buster. Nemmeno un colpetto alla testa lo convinse ad aprire bocca. «Ma che cosa pensavi di fare, me lo dici?» chiese papà. E Buster, asciugandosi le lacrime dalle guance, disse: «Cercavo la musica». Con una corda sola E così ci mettemmo tutti e tre al lavoro. Trascorremmo buona parte della mattina a trascinare ogni cosa fuori dal garage della signora Maxwell e a caricarla sul cassone del camion. Intorno a metà pomeriggio papà ci disse: «Devo assentarmi per un po’». Buster e io sapevamo che cosa intendeva dire con quella frase: significava che si prendeva una pausa per andarsi a scolare una birra ghiacciata. Una volta che fu uscito dal vialetto, continuammo a perlustrare il garage. Dopo poco Buster se ne uscì tenendo in mano un ukulele tutto ammaccato. Quando lo pizzicò, gli si stampò in viso un grande sorriso. Dato che era timido, attraversò tutto il cortile sul retro tenendo l’ukulele stretto al fianco. Anche se la signora Maxwell aveva già detto a papà che non aveva niente in contrario se ci fossimo tenuti quello che volevamo della sua montagna di roba, Buster si sentiva ancora nervoso all’idea di poter prendere sul se- llaa RReeppuubbbblliiccaa DOMENICA 29 LUGLIO 2012 ■ 31 Il libro La vita troppo breve del giovane Buster GABRIELE PANTUCCI n mattino di settembre del 1970 Leon Hendrix — il capo premuto fuori dalla finestra della sua cella, quel poco che le sbarre gli consentivano di fare — afferra una notizia dai bisbiglii che s’incrociano fra le altre celle del riformatorio Monroe di Washington: suo fratello Jimi è morto. Non ci crede, ma nell’ufficio del cappellano è la voce di suo padre a confermarglielo per telefono. Nel novembre di quest’anno Jimi Hendrix avrebbe compiuto settant’anni. Ne aveva soltanto ventisette quando morì a Londra in circostanze mai chiarite: sarebbe morto soffocato dal proprio vomito dopo aver ingerito un quantitativo esagerato di sonniferi. Era diventato famoso soltanto negli ultimi tre anni della sua vita. Sono stati sufficienti a far sì che ancora oggi sia considerato il maggior interprete di chitarra elettrica nella storia della musica. In questa biografia (A Brother’s Story, pubblicata ora negli Stati Uniti da Thomas Dunne Books e di cui riportiamo alcuni stralci in queste pagine) suo fratello Leon — di quattro anni più giovane — rivela momenti di vita familiare sconosciuti ai più. Per esempio di quando Jimi, giovanissimo, si chiuse in casa per imparare a suonare la chitarra. O di come cercasse di creare musica da un ukulele con una corda sola o dalle stringhe legate al letto. Molti i particolari anche su un’infanzia non particolarmente facile, né felice. Dopo che il padre torna a Seattle, anche la mamma — che aveva affidato i bambini ai nonni — decide di rientrare. La pace nella coppia dura poco. Nel piccolo appartamento in cui abitavano spesso si davano grandi feste. Ma andati via gli ospiti padre e madre, ubriachi, cominciavano a litigare. I due ragazzi, racconta Leon, si chiudevano nell’armadio per non sentirli. Le loro strade, presto, si sarebbero divise. Jimi Hendrix avrebbe sviluppato il suo talento musicale in Europa — e fu qui che raggiunse il successo. In America si affermò soltanto all’inizio del 1969, dopo il Festival di Monterey, un anno prima di morire. Leon ammirava il fratello più grande, non ne eguagliò i successi. Ufficialmente musicista, si è in realtà distinto come truffatore per la maggior parte della sua vita. Ha conosciuto la droga e soprattutto il carcere. Ora chiude il cerchio e saluta per sempre il suo «Buster», come Jimi veniva chiamato in famiglia e come lui lo chiama nel libro. Buster da Buster Crabbe, l’attore di Flash Gordon, il telefilm dei sabati sera di Jimi Hendrix ancora ragazzino. U ALBUM DI FAMIGLIA Sotto da sinistra, Jimi a tre anni con il padre nel 1945; Jimi e Leon bambini; tutta la famiglia Hendrix; Leon in concerto a Hollywood nel 2011 Nella foto grande, Jimi Hendrix al suo ultimo concerto all’Isola di Wight il 15 agosto 1970 In alto, alcune copertine degli album di Jimi Hendrix © RIPRODUZIONE RISERVATA IL LIBRO Jimi Hendrix: A Brother’s Story di Leon Hendrix, Thomas Dunne Books , 288 pagine, 25,99 euro rio la sua offerta. Gli ci volle un po’ prima di trovare il coraggio di accertarsi che le cose stessero davvero così. «Sì, figliolo?» rispose la signora. «Ehm, signora Maxwell, mi chiedevo se a lei va bene se mi tengo questo... l’ho trovato insieme a tutto il resto in garage». «Certo che puoi tenertelo». Poi, notando che papà ci aveva lasciati per fare una «commissione» — come disse lei — la signora Maxwell ci invitò a entrare per pranzo. Quando papà finalmente tornò, s’interessò molto all’ukulele che Buster aveva trovato. «È un bello strumento, ragazzo. Potremo venderlo e farci sicuramente dei soldi». «Non se ne parla» rispose mio fratello. «La signora Maxwell ha detto che potevo tenerlo». «E che cosa pensi di fare con una cosa del genere?» incalzò papà. «Voglio imparare a suonarlo» disse Buster. Papà non si spinse oltre. A quel punto l’ukulele era di Buster e non se ne sarebbe parlato proprio di venderlo. Per di più, a guardarlo bene, quel vecchio strumento malmesso non pareva valere granché. Dopo tutto, aveva soltanto una corda. A casa Buster ci armeggiò sopra per ore e ore. Anche se non ne sapeva molto di musica, si sedette e pizzicò quell’unica corda allentata osservandola mentre vibrava. Sbatteva come un elastico rotto. Poi a Buster venne un’idea. La sua mano scivolò verso l’alto e quando girò la chiavetta la nota che uscì dalla corda pizzicata salì di tonalità e divenne più profonda. In quel preciso istante, accadde quasi una magia. Quel suono divenne musica. Iniziò così a girare la chiavetta e a strimpellare la corda per scendere e salire di tonalità. Anche se suonava singole note, eseguì un paio di brani di Elvis Presley sentiti alla radio. Fece tutto a orecchio, trovando le note da solo. Non si fanno così i soldi Un giorno, mentre Buster e io ci trovavamo a trascorrere il pomeriggio dalla signora McKay, mio fratello trovò nel ripostiglio una vecchia chitarra acustica, una Roebuck Kay. La signora McKay aveva un figlio in sedia a rotelle e immagino che prima di ammalarsi fosse lui a suonarla. Aveva tre corde arrugginite e il manico ricurvo, piegato. Ma per Buster fu amore a prima vista. Aveva già esaurito tutte le possibilità offerte dal suo ukulele, e anche legare al letto cavi e corde non lo affascinava più di tanto. Per la prima volta in vita sua Buster teneva in mano una chitarra vera. «Posso prenderla, signora McKay?» le chiese. «Per favore. Per favore! Per favore!». «Sai una cosa? Te la vendo per cinque dollari» rispose la signora McKay. «E non appena tuo padre mi darà i soldi, potrai portarla via». Buster supplicò papà di comperargliela non appena fu tornato a casa. Ma papà non cedette. «Non ti compero nessuna chitarra, Buster» gli disse papà. «Devi imparare a lavorare con le tue mani, ragazzo. Noi trascorriamo nei campi l’intera giornata, a scavare canali, a tagliare l’erba, e a potare gli alberi… è questo che devi fare se vuoi far soldi. Non si fanno soldi suonando una chitarra!». Buster non sapeva che fare, papà gli passava soltanto un dollaro per ogni weekend che lo aiutava, e a me arrivavano forse cinquanta centesimi. Ci sarebbe voluta una vita intera per mettere da parte i cinque dollari che la signora McKay voleva per la chitarra. Allora Buster fece in modo di raccontare a nostra zia Ernestine della chitarra malridotta mentre trascorrevamo a casa sua la cena del Ringraziamento. Quanto più ascoltava la storia di Buster, tanto più se ne interessava. Quando lanciò a papà un’occhiataccia, lui si mise subito sulla difensiva. «Non comprerò nessuna chitarra a Buster» spiegò papà «perché non voglio che prenda una cattiva strada». La sua scusa mi parve ridicola. Non mi pareva proprio che mio fratello e io stessimo andando alacremente lungo la retta via. Pensavo che papà sarebbe andato avanti a dire cose ancora più pazzesche, per esempio: «Voglio che i miei figli imparino i valori del lavoro duro nei campi, del bere tutta la notte e del perdere i loro soldi con le scommesse». Iniziarono a litigare, a tavola, e quando papà inveì contro di lei, la zia si arrabbiò a tal punto da prenderlo a sberle in faccia. Buster e io rimanemmo a guardare attoniti. Non avevamo mai visto nessuno tener testa a papà in quel modo. Dopo quella scena, non gli rimase molto da dire. Forse non sarà stata la cosa più giusta da fare, ma zia Ernestine lo mise a tacere una volta per tutte. E dopo aver ripreso contegno, andò a prendere la sua borsetta e mise qualcosa sulla tavola: una banconota da cinque dollari. La colonna sonora Mio fratello si era già esercitato a suonare una chitarra agitando in aria la scopa, e non vedeva davvero l’ora di ritrovarsene in mano una vera. Uno dei primissimi lick che suonò sulla sua nuova chitarra fu la colonna sonora del telefilm Peter Gunn, probabilmente perché poteva suonarla tutta sulla stessa corda. Per evitare che gli dessi fastidio, Buster mi legò al polso una matita colorata con una cordicella, e mi fece sedere davanti ad alcuni fogli di carta. Mentre lui suonava, io disegnavo, per ore intere, facendo schizzi e colorando. Buster era sempre stato mancino, quindi istintivamente iniziò a reggere la chitarra L’amore Chissà da quanto tempo stava lì nello stanzino, vecchia e impolverata Aveva anche il manico piegato, ma per lui fu amore a prima vista col manico a destra e a testa in giù. Invece di avere le corde sistemate da quella più bassa a quella più alta, per un po’ le ebbe rovesciate, finché non si fece riaccordare la chitarra così da poterla suonare con la sinistra. A nostro padre tutto ciò non piaceva. Credeva a un mucchio di superstizioni su tutto quello che non era considerato “normale”. Secondo lui, e secondo un sacco di persone in quegli anni, essere mancini era il segno del male. Non che nostro padre fosse poi uno che potesse permettersi di dare giudizi sugli altri: era nato con sei dita per mano. © St. Martin’s Press / Thomas Dunne Books Traduzione Anna Bissanti © RIPRODUZIONE RISERVATA llaa RReeppuubbbblliiccaa DOMENICA 29 LUGLIO 2012 ■ 32 Next Ultima corsa LA DOMENICA In principio fu la Wii. Poi ci ha pensato l’iPhone a invadere le case e i parchi di app per tenersi in forma E ora? Per semplici appassionati e olimpionici il futuro sarà sempre più in formato social. Così lo “stare bene” continuerà a essere un gioco hi-tech Trainer Quando l’allenatore è una macchina AGNESE ANANASSO n principio fu la Wii. La console lanciata nel 2006 dalla Nintendo ha rivoluzionato per sempre il modo di giocare ai videogame facendoli diventare una scusa per fare ginnastica. Così, oggi, c’è persino il programmino per la riabilitazione, Physiofun, per recuperare equilibrio e «propriocettività» dopo un infortunio. A completare l’opera arrivò poi mister Jobs, che ha integrato il mondo degli amanti della corsa, della bici e della camminata veloce con quello della musica grazie al Nike+iPod: un chip-sensore che trasforma il lettore musicale in un allenatore-diariojuke box. Il lancio dell’iPhone, infine, ha dato il via al boom delle app per il fitness. E ora? «L’applicazione delle tecnologie “social” allo sport, al running in particolare, è il vero business del futuro» dice Fabrizio Fabri, esperto di web-marketing. «Running oggi vuol dire “stare bene”, ma anche socializzare. È uno sport anticiclico: nonostante la crisi i fatturati delle aziende del settore crescono. Perché quando non ci sono i soldi per la palestra basta mettersi le scarpe da ginnastica e correre. E poi c’è l’emozione del poter fare una maratona con i campioni, si scoprono le endorfine... Questo spiega il successo di app come Runkeeper, che ha attirato oltre dieci milioni di persone». Non di sola corsa sono fatte le app però: per 79 centesimi per esempio si può scaricare All in Fitness, con mille video in alta definizione su esercizi e allenamenti di ogni tipo, tarati su obiettivi e livelli. Conta anche le calorie, calcola l’indice di massa magra (Bmi) e fa da diario per misurare i progressi. Strava è la app specifica per ciclisti e runner, che analizza il percorso, il livello di allenamento, le calorie bruciate. Un po’ come fa Cardiotrainer. Solo che qui c’è l’imbarazzo della scelta tra gli sport. C’è persino l’equitazione e la canoa. Fioccano poi programmini per perdere peso come Noom weight loss, che unisce il controllo dell’esercizio fisico a quello dietetico. Chi l’ha formulato dice che «non fa male». Ma il fai-da-te va preso con le molle, specialmente se si è alle prime armi. «La tecnologia va bene ma quando c’è un allenatore dietro» dice Marcello Ambrogi, tecnico di atletica leggera, allena amatori ma anche l’ostacolista olimpica Marzia Caravelli. «Per praticare uno sport a livello amatoriale non basta un programmino sul cellulare perché va analizzata la persona a livello fisiologico, il suo stile di vita, l’età, il suo universo insomma. E per farlo serve l’occhio di un allenatore». Ciò detto c’è anche chi col fai-da-te ci ha preparato la mezza maratona Roma-Ostia utilizzando la app Sports-tracker e un programma di allenamento, il First (Furman in- I stitute of running & scientific training), che si basa su tre allenamenti settimanali (ripetute, fondo medio e fondo lento). «Ho elaborato la tabella inserendo i dati e le prestazioni sui cinque e dieci chilometri» dice Alessio. «Ho raggiunto l’obiettivo delle due ore. La app Sports-tracker è stata fondamentale come diario, per monitorare i progressi e tracciare i percorsi usando il Gps dello smartphone». Ma è soprattutto nei laboratori di ricerca che la tecnologia corre, per migliorare le prestazioni di atleti di alto livello. Tecnologie che vedremo anche in questi giorni alle Olimpiadi. Nella piscina della pallanuoto, per esempio, verrà utilizzato il sistema di illuminazione a led Waterpolo visual system ideato dalle italiane Aqvatech Engineering e Piscine Castiglione. Serve a delimitare le varie aree di gioco, così da facilitare il compito di arbitri e atleti. «Nella piscina di riscalda- ‘‘ L’occhio umano Non basta un programmino sul cellulare, a livello amatoriale bisogna valutare il fisico, lo stile di vita, l’età di chi vuole fare un’attività sportiva E per farlo serve l’occhio di un preparatore atletico MARCELLO AMBROGI tecnico di atletica leggera Le App Zombies, Run! Gym-Pact Runtastic Si corre come in un gioco, o meglio in un incubo, perché si viene inseguiti dagli zombie, che urlano ed emettono grugniti La missione è salvarsi seguendo le istruzioni dettate da una voce guida Unica possibilità è correre È un’app motivazionale si inseriscono i dati della carta di credito e il numero di volte settimanali in cui si va in palestra. Per ogni assenza viene scalato un tot di dollari e accreditato a chi rispetta gli appuntamenti con la fatica Per tutte le attività all’aperto, dalla corsa ai pattini. Monitora allenamenti, metabolismo, peso, prestazioni, percorsi, realizza le statistiche e dà l’accesso al social network Nella versione Gold misura i progressi personali e li compara con gli altri llaa RReeppuubbbblliiccaa DOMENICA 29 LUGLIO 2012 ■ 33 GLOSSARIO Bmi Sensori inerziali Soglia aerobica Propriocettiva Wireless Sta per body mass index, indice di massa corporea Misura la quantità di massa grassa, massa magra e acqua contenuti nel nostro corpo La misurazione deve avvenire con strumenti di alta precisione Sono dispositivi miniaturizzati che sfruttano l’inerzia di una massa contenuta al loro interno per misurare le accelerazioni lineari Si trovano per esempio nei gps, negli smartphone e nei tablet È il limite di velocità a cui un atleta può correre, o nuotare, o pedalare, senza che aumenti il livello di acido lattico, il principale responsabile del calo prestazionale dell’atleta È la percezione, dettata dal sistema nervoso, dai muscoli e dai tendini, del proprio corpo nello spazio. Dopo un infortunio si fanno esercizi propriocettivi per recuperare equilibrio e sensibilità Sistema di comunicazione tra dispositivi tecnologici senza fili, basato su onde radio Alcuni esempi sono il Bluetooth (corto raggio), il Wi-fi (corto-medio raggio) il Wi-max (lungo raggio) NEL SOCIAL NETWORK Spoome è un social network professionale che mette in collegamento operatori del settore sportivo. Lo scopo è dare all’atleta uno strumento per accrescere la popolarità e metterlo in contatto con fan, procuratori, manager e giornalisti È una sorta di “LinkedIn sportivo” che consente di accorciare la distanza tra i vari attori del settore sportivo rendendo più immediata la comunicazione. Per esempio i giornalisti potranno intervistare l’atleta online, tramite delle video-interviste, così come i fan iscritti potranno esprimere i loro giudizi sul proprio idolo accrescendone la popolarità. Ha ricevuto un finanziamento di 60mila dollari da Microsoft Bizspark in risorse tecnologiche, architettura cloud, consulenza, attività di marketing AI GIOCHI OLIMPICI A Londra nella piscina della pallanuoto viene usato per la prima volta il sistema di illuminazione a led Waterpolo visual system ideato da Aqvatech Engineering e Piscine Castiglione. Delimita le aree di gioco per facilitare il compito di arbitri e atleti e rendere le gare più spettacolari Nella piscina di riscaldamento sarà installato invece il Virtual Trainer: grazie al software scaricato su pc e smartphone si imposta la velocità e l’atleta viene guidato da impulsi luminosi inviati via wireless dal pc che serviranno a dargli il ritmo. Le tecnologie di Sensorize per misurare potenza, accelerazione, reattività sono le alleate delle performance di campioni come Andrea Cassarà, Aldo Montano, Nicola Vizzoni mento verrà invece installato il Virtual Trainer, un sistema a led di monitoraggio» spiega Alessandro Buresta, presidente di Aqvatech Engineering. «Grazie al software scaricato sul pc e sullo smartphone l’allenatore sa in tempo reale come sta andando l’atleta. In futuro integreremo anche il monitoraggio del battito cardiaco, della soglia aerobica, così da elaborare un piano di allenamento tarato sulla fisiologia dell’atleta». Con Aqvatech collabora Sensorize per la valutazione della nuotata nel nuoto pinnato. L’azienda sta lavorando con la Federazione italiana di atletica leggera per sviluppare tecnologie in grado di analizzare fin nei minimi dettagli le diverse tecniche di corsa. Sta ultimando la fase di test di FreeRun, (la commercializzazione è prevista per settembre), «un sistema che restituisce ai tecnici, in tempo reale, dati e indici di facile interpretazione e immediato utilizzo» dice il direttore generale di Sensorize Emidio Di Laura Frattura. «Grazie ai sensori inerziali, al bluetooth e ad algoritmi specifici siamo in grado di raccogliere ed elaborare tutte le informazioni del gesto atletico, dal numero degli appoggi ai tempi di contatto e di volo, dall’ampiezza alla frequenza, all’accelerazione. Stiamo sperimentando anche le valutazioni sul cambio del testimone. Il futuro è riuscire a ottenere un unico strumento utilizzabile da un’équipe di specialisti (fisiatra, tecnico, ortopedico, nutrizionista) che possa confrontarsi su un dato oggettivo e dare una valutazione funzionale dell’atleta. È nato così FreeRehab, per la riabilitazione: analizza il recupero funzionale dell’arto leso restituendo un dato oggettivo». Fondamentale è però usare macchinari validati scientificamente, utilizzati da persone competenti. «Mai fidarsi della macchina» afferma Claudio Gallozzi, medico dello sport e docente in biomeccanica. «Lo strumento non è la soluzione, ci vuole dietro una mente allenata, in grado di prevedere anche lo stesso dato». E l’esperienza nessuna tecnologia può sostituirla. © RIPRODUZIONE RISERVATA Runkeeper Endomondo Registra, archivia, analizza graficamente tutti i dati dell’allenamento, dalla velocità ai chilometri percorsi. E mette tutto sul web così da poter accedere alle informazioni da remoto. Nella versione Pro a pagamento c’è il vantaggio delle indicazioni vocali Ha superato i dieci milioni di iscritti. Registra i chilometri percorsi, le calorie bruciate e le quantifica in hamburger Dà la possibilità di condividere con altri iscritti le informazioni sull’attività fisica e di interagire con la community mediante facebook o twitter e un blog llaa RReeppuubbbblliiccaa DOMENICA 29 LUGLIO 2012 ■ 34 LA DOMENICA I sapori Rosso fuoco Dal guacamole messicano all’harissa magrebina, dal wasabi al curry fino ai nostri pepe&peperoncino Amati o odiati, sono protagonisti delle tavolate estive Perché per quanto caldi sanno far venire i brividi LICIA GRANELLO qualcuno piace caldo, recita il titolo italiano del celeberrimo film di Billy Wilder. Peccato che nella traduzione vada perduto lo stuzzicante mix di sesso e gastronomia dell’inglese hot. Più che caldo, bollente; più che bollente, piccante. Un piatto di spaghetti cacio e pepe e l’estate da calda diventa hot: sensazione destinata ad ampliarsi a dismisura se oltre che hot il piatto risulta anche spicy. Gli appassionati dei sapori piccanti non hanno dubbi: una macinata di pepe fresco, un giro d’olio in cui è stato infuso del peperoncino sono necessari per la riuscita di un piatto, dalla pizza ai frutti di mare, fino a dolci e bevande, dove lo zenzero regna sovrano. In realtà, la tradizione culinaria italiana è piuttosto timida in materia di sapori piccanti, soprattutto a confronto di cucine dichiaratamente hot&spicy, come l’indiana o la cajun. Lo stivale è un puzzle che acquista tutte le sfumature del rosso — colore simbolo del piccante — passando dal nord al sud, con la Calabria regina del peperoncino (e la Puglia seconda classificata). Più che la storia delle singole regioni, poté il termometro: dove fa caldo si mangia più piccante e speziato di dove fa freddo. Contraddizione solo apparente, se è vero che le sostanze responsabili — capsaicina, piperina, allicina e isotiocianato — vantano una specifica attività anti-caldo. Il sudore provocato dalla vasodilatazione, infatti, aiuta a eliminare le tossine e, raffreddandosi, rinfresca A H t! A qualcuno piace piccante l’epidermide. Il tutto, supportato da un forte potere antibatterico, tanto più importante in aree in cui il calore funziona da culla termica per i germi, e dalla poderosa quota vitaminica. Non a caso, le ricette estive o fredde piccanti superano di gran lunga quelle invernali o calde. Certo, peposo toscano e brovade friulane (dove la piccantezza delle rape è accentuata dalla fermentazione) sono figli del grande freddo. Ma dal messicano guacamole — avocado con pico de gallo — all’harissa magrebina, il piccante va a braccetto con le alte temperature in migliaia di ricette da una parte all’altra del pianeta. Proprio la globalizzazione virtuosa, legata alla diffusione delle cucine del mondo, ha permesso di assaporare il piccante con modalità nuove e avvincenti. È il caso del wasabi, una sorta di rafano dalla polpa verde di origine giapponese — parte integrante dei piatti di pesce freddo insieme a salsa di soia e zenzero marinato — che può essere grattugiato fresco, ma anche ridotto in pasta o in polvere. Oppure il curry, che abbiamo felicemente adottato, pur trasformandolo da protagonista (in India il piatto è curry di pollo) in ingrediente (pollo al curry). I patiti del piccante troveranno pepe&peperoncini per i loro denti a Melpignano, Lecce, sede storica della notte della Taranta, quest’anno sotto la direzione di Goran Bregovic, in programma il 25 agosto, ma preceduta da una lunga serie di appuntamenti sparsi per la Puglia intera. In caso di palato troppo hot, evitate qualsiasi liquido e masticate lentamente del pane, anche se la protagonista del film (una strepitosa Marilyn Monroe-Zucchero Kandinsky, suonatrice di ukulele con la fiaschetta del whisky nel reggicalze) disapproverebbe. © RIPRODUZIONE RISERVATA Orecchiette con cime di rapa Rifinitura in padella per la pasta artigianale: aglio, olio, peperoncino, acciughe sciolte a fuoco dolce, foglie e cime sbollentate e insaporite nell’olio llaa RReeppuubbbblliiccaa DOMENICA 29 LUGLIO 2012 ■ 35 Gli indirizzi DOVE DORMIRE DOVE MANGIARE DOVE COMPRARE VILLA ELISABETTA Via Roma 298 Galatina Tel. 0836-552592 Doppia da 100 euro, colazione inclusa LA PIAZZA Piazza Umberto I 13 Località Poggiardo (Lecce) Tel. 0836-901925 Chiuso lun. (mai d’estate), menù 30 euro MAGLIO CIOCCOLATO Via San Giuseppe 48 Maglie Tel. 0836-427444 ANTICA CORTE B&B Via Strudà 2 Località Acquarica di Lecce Tel. 0832-891020 Doppia da 80 euro, colazione inclusa IL CHIOSTRO (con camere) Strada provinciale Noha-Collepasso Località Cutrofiano (Lecce) Tel. 0836-542848 Senza chiusura, menù 40 euro PANIFICIO NOTARO Via Gallipoli 200 Galatina Tel. 0836-563476 CORTE DEI FRANCESI Via Roma 138 Maglie Tel. 0836-424282 Doppia da 100 euro, colazione inclusa LA CORTE DEL FUOCO Piazza San Lorenzo 5 Galatina Tel. 0836-565858 Chiuso lunedì, menù 35 euro SPECIALITÀ IL GIARDINO DEL RE Corso Garibaldi 84 Otranto Tel. 0836-802540 Penne all’arrabbiata Impepata di cozze Tomini elettrici Aglio, olio e peperoncino Nel super classico della cucina laziale, sugo rosso con base soffritto di aglio — intero o a pezzetti — extravergine e peperoncino, in cui saltare la pasta Tra le protagoniste de Il cuoco galante del gastronomo pugliese Vincenzo Corrado, la zuppetta con aglio, olio, cozze scaltrite e abbondante pepe nero Tra gli antipasti piemontesi i formaggini freschi conditi con sale, aceto e un trito di peperoncino con un cucchiaio di passata Popolarissima ricetta mangia-e-fuggi: il tempo di mettere sul fuoco l’acqua e di scaldare senza colorirlo l’aglio Cottura al dente e spadellatura finale A tavola Lacrime pugliesi di felicità EMILIO SOLFRIZZI ggi trionfa la globalizzazione anche in cucina, ma certi sapori li trovi davvero solamente in Puglia. La rucola, per esempio. Quella che c’è da noi ha un sapore forte, piccante-amaro, unico — credo che dipenda dalla terra. Sul piccante a casa nostra ci si divideva. Papà era un gran mangiatore di pesce e perciò non voleva si coprisse il vero sapore del pescato. Per dire: mai messo peperoncino sugli spaghetti con le vongole. Mio zio invece ne andava pazzo, peperoncino sempre e ovunque, intero o tritato. Nel secondo caso lo tagliava al momento, poi lacrimava felice per tutta la serata. Ho tanti di quei sapori impressi nella memoria. Quello a cui sono più affezionato, forse perché legato a una grande festa, è quello dei panzerotti. La panzerottata era un rito al quale col- ILLUSTRAZIONE DI CARLO STANGA O laborava tutta la famiglia. La pasta si faceva rigorosamente in casa e aveva un che di magico. Mamma ammantava di mistero ogni fase della preparazione: «Adesso metterò tutto sotto un tovagliolo e questa massa crescerà....». Bambino, andavo a controllare: vedere quella pasta soffice aumentare di volume era uno spettacolo. La specialità era il panzerotto con la ricotta squenta, una ricotta inacidita da non confondere con quella salata: dà un sapore speciale ai piatti, un retrogusto irripetibile. Per tanti, ma non per tutti. Ricordo vassoi enormi, stracolmi di panzerotti fritti, ripieni di pomodoro, mozzarella — ovviamente Gioia del Colle — e con il tritato di carne. Bollenti, da ustione — sennò dove stava il divertimento? E poi ricordo vassoi più piccolini. Erano quelli con la squenta. (testo raccolto da Silvia Fumarola) © RIPRODUZIONE RISERVATA Ceviche Curry di pollo Spicy tuna rolls Pico de gallo La ricetta-base del piatto nazionale peruviano prevede pescado crudo e freschissimo marinato con lime, pepe in grani e aji amarillo (peperoncino aromatico) Diverse e segrete, le miscele di spezie che aromatizzano i piatti di carne indiani. Tra gli ingredienti: cardamomo, cannella, chiodi di garofano e peperoncini piccanti Fogli d’alga, riso, scalogno, tonno crudo a pezzi e maionese rinforzata con salsa Chili per i mini involtini giapponesi da servire con salsa di soia e wasabi (rafano verde) Pomodoro e cipolle a cubettini (brunoise), coriandolo, jalapenos (peperoncini) e lime insaporiscono le gallettine di mais messicane che stuzzicano l’appetito LA RICETTA Ingredienti per 4 persone Ciccio Sultano è uno dei più importanti cuochi italiani Nel suo locale di fianco al duomo di Ibla, Ragusa, coniuga passione siciliana ed echi gastronomici del Mediterraneo, come in questa ricetta ideata per i lettori di Repubblica • 200 g. spaghetti artigianali • 250 g. salsa di pomodoro • 30 gamberi bianchi mediterranei sgusciati • 2 spicchi d’aglio • 1 cipollotto • 4 foglie di basilico • 1-2 peperoncini piccanti • 1 piccolo pane fragrante di semola • 6 cl di extravergine siciliano di Tonda Iblea Pulire il cipollotto, sbucciare l’aglio e tagliare tutto a julienne. Scaldare metà dell’olio nella padella, fare appassire aglio, cipolla e metà peperoncino tagliato fine. Versare la salsa di pomodoro e fare scaldare a 80°, quindi unire i gamberi e salare. Mescolare rapidamente, togliere dal fuoco e aggiungere il basilico. Porre sul fuoco 2 litri di acqua e stappare la bottiglia di bollicine preferita Quando l’acqua inizia a bollire, mettere 3-4 cucchiai di gamberi e salsa in due ciotole, versare sopra 6 cucchiai di acqua per scodella, unire il peperoncino restante e un filo d’olio Mangiare la zuppa con il pane: il piccante deve dare il giusto calore al limite del bruciore afrodisiaco… Appena terminato, buttare la pasta nell’acqua salata e bollente, scolarla al dente e condirla con il restante sugo ai gamberi Accompagnare con le bollicine e concludere la serata al meglio ✃ Zuppa e spaghetti al pomodoro con gamberi (Languorino di mezzanotte tra due innamorati) llaa RReeppuubbbblliiccaa DOMENICA 29 LUGLIO 2012 ■ 36 LA DOMENICA L’incontro Viaggiatori È stato manovale, operaio, facchino Solo da una decina d’anni è scrittore a tempo pieno, acclamato in mezza Europa. Ora si affaccia al mondo del cinema come sceneggiatore di un corto con Nastassja Kinski: “Ma è solo un’incursione da pensionato” assicura “Scrivere per me era il contrario di lavorare. Lo faccio, come si dice a Napoli, quando mi viene il genio” Erri De Luca appuntamento è lungo la via Braccianese, stazione di servizio. Erri De Luca mi aspetta e fa da staffetta fino a casa sua, in campagna. Ci sediamo in penombra, al tavolo della cucina, la stessa cornice del dialogo immaginario tra lui e sua madre (interpretata da Isa Danieli) nel corto Di là dal vetro. Un auspicio. Parla con brevi monologhi, farciti di immagini vibranti e di quei paradossi che tanto lo fanno apprezzare, mentre lo sguardo chiaro si fa spazio nella rete di rughe che lo raccontano. Autore di innumerevoli libri tradotti in mezza Europa, ha pubblicato il suo primo romanzo, Non ora, non qui nel 1989 a quasi quarant’anni, mentre il più recente, Il torto del soldato, ha scalato come sempre le classifiche. Ha vinto il premio France Cultureper Aceto, arcobaleno, il Premio Laure Bataillon per Tre Cavallie il Femina Etranger per Montedidio. Dal 1999 è scrittore a tempo pieno; prima e per un quarto di secolo è stato operaio, manovale, facchino, autista di convogli umanitari e altro ancora. Mestieri svolti di giorno, sempre scrivendo la sera, (il suo «tempo festivo»), a mano e sulle ginocchia, come fa ancora adesso, su quaderni neri e soltanto sulla pagina di destra, lasciando la sinistra bianca per le correzioni, rare. «O, più spesso, per aggiungere, quando rileggo il giorno dopo, per darmi l’abbrivio a continuare ». Scrittore, e ora anche sceneggiatore, sul set in Valdifassa. «Un’intrusio- de bordello del Mediterraneo... E io, marmocchio com’ero, leggevo i libri e farlo mi dava una sensazione di onnipotenza. Grazie a loro imparai, da subito, come erano fatti gli adulti... inconsistenti. E ho perduto il rispetto nei confronti dell’autorità». Smentisce che quella «strafottenza» possa aver avuto una parte nelle sue scelte politiche degli anni Settanta. Lo dice a modo suo: «L’appartenenza all’ultima generazione rivoluzionaria del Novecento è dipesa da un senso di giustizia, sentimento che in me si era formato, dolorosamente, a Napoli da ragazzino, nel posto dove abitavo. Io avevo il privilegio, magari moderato, di andare a scuola e di mangiare due volte al giorno. Mentre altri miei coetanei non avevano niente». Sottolinea la frase “generazione rivoluzionaria”. «Sì, perché una cosa è la parola rivoluzionario e un’altra è rivoluzione... quando non ti riesce la rivoluzione, fi- Avevo il privilegio di andare a scuola e mangiare due volte al giorno Altri miei coetanei non avevano niente FOTO GETTY IMAGES L’ ROMA ne, un cortometraggio tratto da Il turno di notte lo fanno le stelle, che Feltrinelli ha pubblicato solo in ebook un anno fa. Una storia che ha trovato una società di produzione americana che, a sua volta, ha ottenuto dei soldi in Trentino». Nastassja Kinski, Julian Sands ed Enrico Loverso, il cast e Edoardo Ponti, il figlio di Sofia Loren e Carlo Ponti, il regista. «È la storia di due persone che si incontrano in ospedale, in un reparto di terapia intensiva. Stanno aspettando uno il trapianto e l’altra la sostituzione di una valvola e, intanto, decidono che, se tutto andrà bene, andranno a scalare la montagna. Gli interventi riescono e loro celebrano il voto». C’è un frammento di memoria? «Io racconto solo fatti realmente accaduti. Prima, li devo dimenticare e poi, ogni tanto, quando emerge un dettaglio, un pezzettino, una reliquia di quello che mi è passato attraverso il corpo, allora scrivo. E così è stato per Il turno di notte lo fanno le stelle. Avevo sentito una storia di scalatori e io stesso, qualche anno fa, sono passato attraverso un triplo infarto; mi si fermò il cuore più volte, mi misero dei divaricatori e, due mesi dopo, ero già in montagna, a scalare». Il corto sarà accompagnato da un documentario sulla donazione degli organi, Conversazioni all’aria aperta. «Lo giriamo negli stessi giorni, stessa produzione. Intervisto persone che hanno avuto questo tipo di esperienze... ». Sorride e minimizza: «Intrusioni da pensionato». Ma è seguendo il filo rosso della scrittura («A undici anni inventavo favolette per bambini sugli animali, tipo i racconti di Fedro che leggevamo a scuola») che meglio si svela. Da quando a Napoli, «il centro del Mediterraneo» dove è nato, passava ore nello stanzino di casa sua in cui il padre teneva i suoi tanti libri. «Li amavo ancora prima di sapere leggere e scrivere, amavo quel materiale eroico, compatto, mentre i giocattoli non me li ricordo. E poi quello stanzino era l’unico posto in cui c’era silenzio. Mi piaceva. È che, forse, sono nato a Napoli per sbaglio; non sono un tipo da vicolo, piuttosto da fiordo. Da Napoli sono partito a diciotto anni, da quella città che aveva caratteristiche del sud del mondo: alta mortalità infantile e bambini che andavano a lavorare invece che a scuola. Ho memoria di una città capitale della sesta flotta d’America, il che comportava che fosse il più gran- nisci carcerato. E la mia generazione è stata quella più incarcerata per motivi politici di tutta la storia d’Italia, un record». E il terrorismo? I tanti giovani entrati in clandestinità? «Io chiamo terrorismo il bombardamento aereo di una città, con cui si uccidono e si terrorizzano persone innocenti. Chiamo così i fatti rimasti insoluti, i cui responsabili sono stati coperti dalla pubblica autorità». E la lotta armata? Lui, negli anni Settanta responsabile del servizio d’ordine di Lotta Continua, quando l’organizzazione si sciolse nel ’76, la rifiutò. Ma non fa sconti: «Fu solo per claustrofobia, per un’obiezione minore... io ero un militante pubblico, avevo fatto attività nelle piazze, e la clandestinità e il resto erano incompatibili con il mio bisogno di ossigeno politico». Erri De Luca ragazzo. «A Napoli, ho frequentato il liceo fino alla maturità, poi mi sono trovato di fronte alle cose del mondo. Non le ho scelte, sono state loro a convocarmi». Anche la montagna? «Ho una foto di me bambino, a un anno e mezzo, con mamma e papà. Mio padre era stato nella fanteria alpina e, da quell’esperienza dannata di partecipazione alla guerra, si era portato dietro un sentimento di gratitudine per la montagna, quasi l’avesse salvato. In seguito, da operaio, in montagna ci sono andato in vacanza, era il posto più economico. I mestieri operai li cominciai nel ’76 a Roma in cantiere, poi a Torino alla Fiat, ai Grandi motori, dove rimasi fino all’autunno del 1980, dopo i famosi 37 giorni. Poi la Francia e ancora cantieri. Erano gli anni dei pentiti... io non ho avuto storie con loro, ma mi allontanai per igiene personale. A Parigi sono rimasto fino alla fine del 1982, e poi sono andato in Africa, in Tanzania, da volontario non credente senza paga, con un’organizzazione cattolica che montava pale a vento. Lì mi ammalai di malaria e dissenteria, e mi rispedirono al mittente. In seguito trovai lavoro a Sigonella in una ditta italiana che lavorava per gli americani. Facevo il facchino, carico e scarico degli aerei. Poi ancora un cantiere a Milano finché, nel 1988 a Roma, una cooperativa formata da ex compagni di Lotta continua mi prese a giornata. Ci sono rimasto fino al 1996, ero manovale, sturavo le fogne...». E la scrittura? «Fino ad allora avevo sempre continuato a scrivere ma, prima di pubblicare, ho buttato via tante cose. Scrivere per me era il contrario di lavorare e, alla fine della giornata, mi ripagava di tutto». Intanto imparava l’ebraico antico; l’occasione fu la Bibbia, la trasmissione orale per eccellenza. «Una mattina mi capitò di leggere qualche pagina e mi piacque, era una scrittura intransitiva, un verbale di una divinità e basta. E io volevo capire quella potenza attraverso la lingua originale. Adesso, ogni giornata la comincio leggendo in ebraico antico un capitolo della scrittura sacra. È un nutrimento quotidiano, come andare a fare una passeggiata nel deserto, come il rapporto diretto con la montagna». Questo accadeva quasi trent’anni fa. «Poi ho aggiunto l’yiddish e dopo ancora il russo, lo sto ancora studiando, per leggere le poesie. Decisi di impararlo quando ero in Bosnia, dal 1993 al ’97, mentre ero autista di convogli». Invece, Belgrado? «Ci andai nel ’99 quando la Nato bombardava la Serbia. Per disertare dai bombardieri di una città non scendevo neanche nei rifugi. Quando urlavano le sirene d’allarme restavo in strada e, la notte, all’ottavo piano di un albergo senza ascensore. Ma di quei giorni non ho raccontato niente, forse perché non sono mai riuscito a dimenticarli». Progetti? «A novembre uscirà per Feltrinelli La notte dei numeri, una commedia napoletana sulla tombola dei bambini, ricordi di molti capodanni in attesa della mezzanotte. Adesso non sto scrivendo, ma se mi viene il genio, così si dice a Napoli e geniovuol dire solo voglia e non altro, se mi viene il genio... allora mi rimetto a scrivere. Come sempre». © RIPRODUZIONE RISERVATA ‘‘ SILVANA MAZZOCCHI