LADOMENICA
CULT
Lascoperta
del
DOMENICA 29 LUGLIO 2012
NUMERO 387
DIREPUBBLICA
Po
All’interno
La copertina
Il lato oscuro
della materia
nuova sfida
per la scienza
ODIFREDDI e ROVELLI
La recensione
Roddy Doyle
on the road
con tre donne
e un fantasma
PIERDOMENICO BACCALARIO
Del nostro grande fiume
non esiste più
neppure una mappa
Paolo Rumiz
lo ha percorso tutto
ILLUSTRAZIONE DI ALTAN
e ne ha tracciata una
E ora, come pioniere
in un nuovo mondo,
racconta a puntate
il più esotico dei viaggi
L’intervista
Philippe Djiean
“Ecco perché
c’è un assassino
in ognuno di noi”
ANAIS GINORI
L’opera
Spettacoli
PAOLO RUMIZ
Quando mio fratello
Jimi Hendrix
inventò la musica
opoCremona si levò un buon vento e Paolo Lodigiani spense il motore per issare la vela. Fummo subito investiti da un inatteso, stupefatto
silenzio. Eravamo nella pancia della locomotiva industriale italiana, oltre le rive sferragliavano Tir e capannoni, ma sul Po regnava la quiete assoluta. Eravamo soli, sul Mekong o il Mississippi. L’aria
soffiava da sud-ovest, di fianco rispetto alla corrente. «Il vento di poppa non serve sul fiume», spiegò Paolo, «perché ha la
stessa velocità dell’acqua». Issò il picco, e subito la vela si
riempì, spingendoci verso l’argine sinistro e una cascina di
nome Bandera.
Il Po è un serpente che va dove vuole, si accorcia e si allunga, e misurarlo è cosa vana. Le mappe indicavano distanze differenti, chilometro 382 e 395 dalla sorgente, e noi vivevamo la
lussuosa incertezza dei pionieri. L’acqua cantava, il tappeto
mobile verde-grigio grandiosamente scendeva fra sponde di
LEON HENDRIX
e GABRIELE PANTUCCI
L’incontro
Erri De Luca
“Per scrivere
devo dimenticare”
SILVANA MAZZOCCHI
D
salici, e il compassato Paolo tracimava di felicità. A un tratto lo
vidi entrare sottocoperta e armeggiare nel bagaglio. Riemerse alla luce con un lettore cd che depose sotto il boma, poi si
sedette al timone, accese la pipa e disse «ascolta». Era Il ballo
in maschera di Giuseppe Verdi, e noi stavamo entrando nelle
terre verdiane.
“La rivedrà nell’estasi / raggiante di pallore”. Le rive deserte
risposero agli altoparlanti con una nevicata di fiori di castagno. “Ormai tre volte l’upupa / dall’alto sospirò / la salamandra ignivora / tre volte sibilò”. Vivevamo la stessa scena di Fitzcarraldo, quando Klaus Kinski sul fiume accende un grammofono tra i selvaggi seminudi. La corrente ci risucchiava indietro di un secolo. Paolo aprì il libretto e spiegò una trama di
amori impossibili, congiure e macchinazioni. Facemmo saltare un tappo di barbera e la pipa del Lodigiani costruì spirali
ambrate mentre il cielo diventava incendio alle spalle. E fu così che “Il Gatto chiorbone”, cantando a vele spiegate, si perse
nei meandri nella sua discesa verso la notte.
(segue nelle pagine successive)
Verdi, Bizet
e Puccini
così giovani
così allegri
ANGELO FOLETTO
Il libro
Una certa
idea di mondo:
“Cosa imparare
dagli sconfitti”
ALESSANDRO BARICCO
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DOMENICA 29 LUGLIO 2012
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LA DOMENICA
La copertina
La scoperta del Po
Dal cuneese fino al Delta. In canoa, barcè, vela e cat-boat
Ascoltando silenzi e arie verdiane, tra canneti e pesci-siluro,
fisarmoniche e pirati. Settecento chilometri di navigazione
e meraviglie inaspettate per riscrivere la mappa di un fiume
troppo bello e importante per essere abbandonato
Da oggi su “Repubblica” il diario
di un viaggio straordinario
PAOLO RUMIZ
(segue dalla copertina)
i annoierai», mi avevano detto dei canoisti prima del
viaggio. È un fiume
di veleni, vaticinava
chi mi vedeva deciso
a partire. Ma ora che la navigazione è finita, posso dirlo: è stata una grandiosa avventura. Oltre ogni speranza, ogni immaginazione. Abbiamo registrato, filmato,
mappato, ascoltato e trascritto una meraviglia. Settecento chilometri inclusi i rami
del Delta — che abbiamo percorso in lungo e in largo — fanno, moltiplicati per le
due rive, millequattrocento chilometri di
riviera, la più selvaggia, la più solitaria, la
più libera della Penisola. Mentre milioni si
accalcavano sotto gli ombrelloni, le spiagge
del Po restavano abbacinanti e deserte come quelle della Namibia. Ma assai meno conosciute, anche agli italiani.
Alla fine di tutto questo mi è rimasta una
mappa a fisarmonica di tre metri a forma di
sogliola, con il Po a far da lisca e gli affluenti
come spine bilaterali. Una carta fitta di annotazioni, fitta come in nessun altro viaggio
che ho compiuto per Repubblica dal grande
inizio del 2001. La rileggo per ricordare. Trovo indicazioni come “Trappola dell’albero
storto”, “I lamenti funebri del Delta”, “L’affluente scomparso”, “Scarpata delle lucciole”, “Il villaggio sommerso”, “La mascella del
mastodonte”, “L’orrenda pirodraga”, “L’ombra di Annibale”. Non è la mappa di un fiume
ma quella dell’Isola del tesoro, con le sue insidie, i suoi fantasmi e i suoi pirati. Perché anche quelli abbiamo trovato: misteriose barche veloci che andavano di notte senza luci di
posizione, in uno spazio senza controlli.
Ora lo sappiamo: non c’è legge sul fiume.
Niente polizia o carabinieri sulla nostra strada, e tanto meno ronde leghiste. Il mare sarà
anche intasato di capitanerie, ma sul Po non
c’è una motovedetta. Venezia aveva un magistrato delle acque che sapeva a memoria ogni
centimetro di fiumi e canali dal Livenza al Po.
L’Italia ha abdicato alle sue acque, non le frequenta, non le naviga, non le conosce più, le fa degradare e se le lascia portar via. Il crimine lo sa, e
così sul più grande fiume d’Italia hai bracconieri,
passaggi di droga, trafficanti e contrabbandieri.
Gente che, se ti avvicini, ti fa con il segno del coltello sotto la gola. Sul Po si può fare tutto, e anche
noi l’abbiamo imparato in fretta. Potevamo at-
«T
Alla ricerca dei tesori segreti
traccare, attendarci su qualsiasi riva, accendere
fuochi su ogni isola come in un racconto di Mark
Twain.
Il fiume non ha rotonde, non ha tangenziali.
Non ti depista e va dove deve andare. Non lo imbrogli e non lo imbrigli. Se lo fai deborda, si gonfia, te la fa pagare. Il fiume odia il cemento e chiede il suo spazio. Il fiume di pianura poi, dilaga e
non rispetta i confini. Basta guardare quello tra
Emilia e Lombardia, disegnato decenni fa sul
vecchio corso del Po. Oggi non c’è un metro del
grande fiume che coincida con quella linea di de-
marcazione. Pezzi di Lombardia sono finiti a Sud
e pezzi di Emilia a Nord. La linea amministrativa
e quella delle acque si rincorrono in uno slalom
demenziale.
Il fiume è la cosa più libera che ci sia. Forse per
questo gli italiani, dopo secoli di baciamano e
sottomissione, lo evitano e la politica lo ignora.
Eserciti di mamme tengono i loro figli lontano
dall’acqua dolce. A Motta Baluffi, uno sputo dall’argine, ho incontrato gente che non aveva visto
il Po se non in autostrada. A San Mauro Torinese
c’era un nonno con nipotino che si meravigliava
Oltre le rive sferragliavano
i Tir, noi eravamo
nella quiete assoluta
Completamente soli,
come sul Mississippi
o sul Mekong
che mi ostinassi a cercare la sponda oltre una selva di guard rail, e non aveva mai cercato una sua
strada d’accesso al fiume dove era nato. Ho trovato, sì, centinaia di pescatori sulle sponde, ma
quasi tutti vivevano separatamente il loro pezzo
di asta fluviale. Anzi, si meravigliavano che noi
venissimo da così lontano, come se il fiume nella
sua interezza fosse inconcepibile e l’idea di navigarlo una demenza.
E così noi viaggiavamo da soli nel Grande Dimenticato, soli come sul Danubio o lo Zambesi,
tra canneti e pesci-siluro, ombre di Argonauti e
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IL VIAGGIO. ISTRUZIONI PER L’USO
regista Alessandro Scillitani (il suo Il risveglio del fiume segreto — In viaggio sul Po con Paolo Rumiz
sarà presentato al Festival di Venezia) e dall’esploratrice Valentina Scaglia. A bordo si sono
succeduti come nocchieri il canoista di lungo corso Flavio Mainardi, il costruttore di barcè Angelo
Bosio e il proprietario del cat-boat Paolo Lodigiani, seguito dallo skipper Fabio Fiori. In varie tratte si
sono imbarcati nell’ordine Pierluigi Bellavite, Irene Zambon, Valerio Varesi e Andrea Goltara. Nel
finale sono entrati anche Gianni Coen Sacerdotti, Fulvia Sbrozzi e Roberto Brunelli, che hanno dato
una svolta imprevista alla storia. Impossibile nominare tutte le belle persone che hanno nutrito i
viaggiatori di racconti e delizie di ogni tipo. Una su tutte: Francesco Guccini, passeggero mancato
ma infine trovato risalendo un affluente scomparso.
ILLUSTRAZIONE DI CARLO STANGA
L’avventura estiva di Paolo Rumiz comincia oggi sulla Domenica di Repubblica e proseguirà nelle
pagine di R2, mentre Repubblica.it ogni giorno mostrerà un breve video. Il viaggio è stato compiuto
con tre diversi tipi di imbarcazione. Canoe biposto da Staffarda (Cuneo), primo punto navigabile,
fino a Casale Monferrato; un barcè (antica scialuppa a fondo piatto con vogata alla veneziana) di
nove metri da Casale al ponte della Becca presso Pavia; un cat-boat di nome “Gatto chiorbone”,
piccola vela con albero reclinabile, motore ausiliario e bicicletta pieghevole a bordo, dalla Becca
fino al Delta. L’itinerario, con divagazione su alcuni affluenti e traversata di tre rami del Delta, è stato
percorso (per motivi atmosferici) prima nella parte bassa e poi nella parte alta, ma sarà narrato nella
giusta sequenza geografica. Oltre che da Rumiz il viaggio è stato compiuto integralmente dal
del Grande Dimenticato
cercatori d’oro, casette rivierasche e fisarmoniche. Quasi nessuno fa il Po via acqua: il passaggio
di qualche matto che lo scende o lo risale viene ricordato per anni, tanto è raro. Ma ancor più rara
è un’esplorazione che consenta di mappare l’universo padano. A tutt’oggi non esiste una carta
che lo rappresenti nella sua interezza, con ponti,
locande, musei, isole, strade, affluenti, dighe, insidie e accessi da terraferma. Certo, c’è la carta
degli attracchi, quella delle piste ciclabili, o quella della cucina fatta da Slow Food. Ma manca il
quadro d’insieme che dica agli italiani che cosa si
“Ti annoierai a morte”,
“È pieno solo di veleni”
mi dicevano prima di partire
Ma io, lo giuro, è qui che
una sera ho sentito
le ghiaie cantare
perdono. Questo di Repubblica è forse il primo
tentativo di averne una.
“Trema la terra, il ciel s’oscura / ma quei del Po
no i ga mai paura”. Così mi cantò un veneto sul
Delta, quasi se la sentisse, poco prima che un tuono sotterraneo scuotesse Modena e Ferrara. Ed
era vero. Nel fondo della pignatta padana la gente aveva qualcosa di rassicurante cui aggrapparsi anche nei giorni del terremoto. Il fiume ignora
i disastri, ci galleggia sopra. È l’immagine della
continuità della vita. Ed erano in tanti, fra Mirandola e Carpi, nei giorni dopo i crolli, a cercare
conforto sull’argine, su quell’acqua libera senza cemento, che andava imperterrita, ignorando la
potenza distruttrice della natura,
perché essa stessa era natura indomabile. Siamo ritornati sui
luoghi della navigazione, dopo
il disastro. Ebbene, nulla era
cambiato tranne qualche crepa sull’argine.
Un giorno, lo giuro, ho sentito le ghiaie cantare. Stavo vogando sul barcè assieme ad
Angelo Bosio quando, dalle
parti di Alluvioni Cambiò (stupefacente nome di un paese
che si scoprì sull’altra riva dopo una piena), avvertii sotto la
pancia della barca un frinire
come di grilli. «Che roba è?»
chiesi. «Il rotolare della ghiaia»
rispose Angelo, «è il letto del fiume che cammina». In quelle
ghiaie e sabbie musicali stava il
segreto del Po. Quando attraccammo, quella sera, oltre un “pennello” di ciottoli che formava una
piccola darsena di acqua limpida
sotto un pendio boscoso, vidi che il
fiume, filtrato dalla griglia di ghiaie, si
era depurato. Guizzava di pesci, un metro sotto.
Basterebbe lasciarlo in pace. Sarebbe
capace di ripulire le acque di città come Milano. Invece non lo lasciamo in pace. A monte
di Torino abbiamo dovuto scavalcare lavatrici e
carcasse di auto sotto uno dei ponti di Moncalieri. A Casalgrasso abbiamo trascinato le canoe per
montagne di detriti tra i rovi perché era l’unico
modo di superare uno sbarramento in costruzione. A monte di Cremona abbiamo chiamato una
gru per trasbordare oltre la diga sciagurata di Isola Serafini, sterminatrice di storioni, perché la
chiusa non funzionava. Eppure, nonostante
questo, il fiume si rigenerava, era sempre più pulito di quanto potessimo immaginare. Persino
l’orrido Lambro riviveva dopo l’alluvione di idrocarburi. I fiumi sono i reni di una nazione. Pensare, come fa la Lombardia, di immobilizzare il Po
con maxi-sbarramenti, è una porcata. Come credere che un uomo possa vivere senza le reni che
ne filtrano il sangue.
No, non siamo partiti da Pian del Re. Troppo
banale e politicamente sfruttato. Abbiamo scelto il Po navigabile, per vedere la verità dell’Italia
dall’acqua. Così ci siamo imbarcati nei gorghi
spumeggianti di Staffarda, cinquanta chilometri
sotto la sorgente, per finire tra i canneti del Po di
Goro. Lì, sotto il faro del Bacucco battuto dalla
tramontana, abbiamo piantato la tenda, acceso
un gran fuoco di rami secchi nella sera e cantato
con la chitarra Old Man River. Perfettamente soli. Ma anche lì non era finita: volevamo corteggiare ancora il “mar grando”, a costo di risalire altri rami e trovare un secondo, e magari un terzo
finale della storia.
Sono di una città marinara, ho battuto a vela
Adriatico, Jonio ed Egeo. Eppure, dopo il Po, ho
avuto l’impressione di non aver mai conosciuto
il mare. Una cosa è salire a bordo su un molo e
prendere il largo. Altra cosa è entrare nel pelago
dopo giorni di corrente tra i pioppi. Uscire da uno
spazio chiuso e vedere l’immenso orizzonte.
Sentire un’acqua torbida che diventa laguna e si
rigenera col vento, la corrente e la marea. Avvertire lo sperdimento di un delta senza confini. Sentire che una cosa rinasce proprio quando muore.
Sono cose che ti cambiano la vita.
(1 - continua)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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LA DOMENICA
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I luoghi
A piedi nudi
Tutto cambia nella Grande Mela, ultima in ordine di arrivo
la skyline vista dal parco. Solo lui, cuore verde di una città
in perenne trasformazione, in centocinquant’anni di vita
è rimasto sempre lo stesso. Ecco perché, da Paul Auster
a Jonathan Franzen, un gruppo di scrittori
ha deciso di ringraziarlo
NY. Antologia di Central Park
ANGELO AQUARO
D
NEW YORK
all’alto del suo novantesimo piano, lo sceicco
Hamad Bin Jassim Bin
Al-Thani potrebbe presto rispondere all’interrogativo che da
più di sessant’anni ossessiona il giovane Holden: dove vanno a finire le anatre
quando gela Central Park? La penthouse all’ultimo piano del Carnegie 57,
venduta prima ancora di essere finita al
modico prezzo di 100 milioni di dollari
— la casa più cara di New York — è il miglior punto di osservazione del parco
più famoso del mondo. E pazienza se la
torre che sta sorgendo proprio sopra
l’Essex House, il grattacielo art déco degli anni Trenta, ha cambiato per sempre la skyline di Manhattan vista da qua.
New York potrà pure, anzi dovrà pure
continuamente cambiare, perché questa è la sua benedizione, il movimento
perpetuo che cantò già Walt Whitman,
la città caleidoscopio dei grattacieli di
vetro che svettano sui palazzi-scheletri
‘‘
Ritrovarsi a Central Park
per il birdwatching,
fu una di quelle volte
nella vita
di un adulto
in cui il mondo
all’improvviso sembra
molto più magico
JONATHAN FRANZEN
del passato. Però questi tre chilometri e
mezzo di pace no, questo polmone verde continuerà a restare uguale a se stesso: quasi a testimoniare che un’altra
città è possibile.
«Da bambino c’era una grande roccia, proprio all’ingresso, all’altezza
dell’84esima strada, dove mi arrampicavo a scalare: e a me sembrava il mon-
‘‘
IL LIBRO
Central Park:
An Anthology,
di Andrew Blauner,
è uscito negli Usa
per Bloomsbury
te Everest» racconta Andrew Blauner,
che in Central Park: An Anthology ha
raccolto per la prima volta il meglio del
meglio della letteratura sul tema.
«Molti anni dopo, la prima volta che ci
sono passato davanti, ho faticato a riconoscere il luogo. Dov’era finita quella montagna? E chi aveva spostato quel
masso fin lì? Soltanto allora ho realiz-
Jimmy Walker si riempiva
le tasche di dollari di vario taglio
e mollava 500 dollari di mancia
in un solo pomeriggio
al Central Park Casino
E mentre danzava
con gli occhiali da sole
il mondo gli veniva dietro
JEROME CHARYN
zato che quel masso, lì, c’era sempre
stato: ero io che ci vedevo una montagna. Nulla era cambiato: solo la mia
prospettiva».
No, nulla cambia a Central Park. È
più di un secolo e mezzo che questo
immenso spicchio verde sfida i grattacieli, da quando cioè un gruppo di illuminati cittadini volle regalare anche a
New York, che allora accelerava la sua
formidabile ascesa, un giardino che
potesse rivaleggiare con l’Hyde Park
dei cugini di Londra, una passeggiata
che potesse romanticamente competere con quella del Bois de Boulogne a
Parigi. Il parco, ai tempi, era davvero
una specie di terra incognita ritagliata
nella griglia che nel 1811 aveva disegnato la città a scacchiera, come la viviamo ancora adesso, le avenues che
salgono in verticale e le streets che l’attraversano in orizzontale: la metropoli dove per darsi un appuntamento
non c’è quasi mai un indirizzo ma un
incrocio — «59esima e Seconda» — come in una gigantesca battaglia navale
vivente. Di più. Quel Park era così poco Central, per la città col baricentro a
sud, intorno alla Washington Squaredi
Henry James, che quando — nella seconda metà dell’Ottocento — costruirono lì intorno uno dei primi edifici di
lusso, il quartiere era talmente disabitato che il palazzo lo chiamarono
Dakota, perché era lontano come il
territorio degli indiani: proprio lì, dove
adesso al traffico dell’Upper West Side
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Il grande Colosseo dei piccoli gladiatori
JOHN BURNHAM SCHWARTZ
quei tempi le strade di certi quartieri erano sorprendentemente pericolose rispetto ad oggi. Un insegnante del Manhattan
Country School fu ucciso nel suo appartamento di Harlem da
un ladro. Due ragazzi che conoscevo erano stati accoltellati. Il Meadow
— il grande prato del parco — era il territorio in cui ci misuravamo, una
sorta di Colosseo cittadino per gladiatori in miniatura. E fu nel Meadow, un giorno d’inverno — avevo nove anni — che fui derubato davanti al mio insegnante e alla mia classe.
Tutto il nostro equipaggiamento sportivo invernale consisteva in
due slitte di cui solo una funzionante. Durante la ricreazione al parco,
dopo una nevicata, il nostro insegnante di educazione fisica — un ex
detenuto di ineguagliabile gentilezza, un uomo alto (ai nostri occhi un
gigante) e muscoloso, la voce roca, chiamato Doc — ci impilava a due
alla volta con i suoi manoni sull’unica slitta che potevi guidare e poi ci
spingeva giù per la collinetta. Quel giorno fece cenno a me, e gli altri
bambini si fecero da parte. Mi stesi su quella slitta magica e afferrai il
volante con le mani avvolte dai guanti. Doc diede tre spinte potenti, un
urlo di incoraggiamento e ci lasciò andare.
La slitta prese subito velocità: i pattini di metallo frusciavano sotto di
me. Sentii come uno squittìo ripetuto e mi resi conto che il ragazzino
impilato dietro rideva: e anch’io cominciai a ridere. Stavamo ancora ridendo — la slitta volava su buche e crepe nel ghiaccio — quando sentii
A
si aggiunge la fila dei fan che ogni giorno si fanno fotografare davanti al luogo in cui fu ucciso John Lennon.
Il parco che non cambia mai, naturalmente, da sempre cambia nel suo
paesaggio più seducente: quello umano. L’ex Beatle, per esempio, era visto
come una specie di marziano quando
intorno al giardino lì sotto casa, che
verrà ribattezzato Strawberry Fieldsper
sempre, spingeva la carrozzina del piccolo Sean: trent’annni dopo, i papà che
pascolano i figli insidiano pericolosamente la folla di maratoneti, ciclisti e fidanzatini in libera uscita. Ma Central
Park, nel suo secolo e mezzo di vita, ha
visto sfilare così tanti tipi umani che a
raccoglierli non basterebbero i più di
trecento film che qui sono stati girati.
Qual è la vostra cinevista sul parco preferita? Quella struggente di Kramer contro Kramer, col piccolo Billy che dalle
braccia di papà Dustin Hoffman corre
verso mamma Meryl Streep? O sempre
lì, dietro al Mall, la scena d’apertura di
Hairche annuncia festosa l’età dell’Acquario? Oppure, per prendere un film
attualissimo, le fughe al parco di Oskar,
un altro tipo di rumore e un’improvvisa leggerezza: e capii che il mio
compagno doveva essere cascato giù. Non mi voltai. Ero finalmente solo, nel mezzo del campo, andavo ancora forte e mi stavo avvicinando ai
due olmi che segnavano il confine orientale del Meadow. Oltre non c’era più nulla: tranne il sentiero pedonale, vuoto, e l’uscita. Per quanto ne
sapessi, nessuno della mia scuola era mai arrivato così in là: un piccolo
record. Cominciai a realizzare la gioia del mio trionfo e misi fuori i piedi rallentando la velocità. In poco tempo fui completamente fermo. E
per un po’ rimasi lì, steso, lontano da tutti, sorridendo beato.
Non li vidi finché non furono quasi sopra di me. Tre ragazzi. Il più alto aveva già la mia slitta in mano. Gelato dalla paura non dissi o feci nulla. Li vidi correre via con la mia slitta prendere l’uscita della 96esima
strada e la Quinta Avenue. Non trascorse neppure un minuto che Doc
mi passò accanto a tutta velocità, inseguendo i ragazzi fuori dal parco.
Rimasi lì dov’ero, sotto i rami spogli degli olmi. Qualche minuto dopo
vidi Doc rientrare nel parco. Trascinava la slitta per la corda: aveva l’aria stanca e non sembrava per niente contento di sé. Mi passò accanto
e mi mise una mano sulla spalla. «Non è stata colpa tua» disse. Ho sempre voluto credergli. Non mi disse mai che cosa fece, se lo fece, a quei
ragazzi — e io mai glielo chiesi.
(da Central Park: An Anthology, di Andrew Blauner, Bloomsbury 2012)
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‘‘ ‘‘ ‘‘
Ricordo un pomeriggio
a Central Park Zoo,
ero arrivato carico
di cibo per animali:
solo chi non è mai stato
un animaletto
metterebbe i cartelli
“non dare cibo agli animali”
Il primo giorno di primavera,
in cerca di qualche sollievo,
tutti invadono il parco,
come guidati
da un imperativo biologico
Tutti hanno avuto la stessa idea
D’altronde ne è passato
di tempo
Dopo di allora
dormii nel parco
ogni notte
Per me divenne
un tempio, un rifugio,
un nascondiglio
rispetto all’inesorabile
richiamo della strada
JONATHAN SAFRAN FOER
COLSON WHITEHEAD
PAUL AUSTER
l’orfano dell’11 settembre di Molto forte, incredibilmente vicino?
Proprio Jonathan Safran Foer, l’autore di quella storia struggente e meravigliosa, è tra gli scrittori che insieme a
Paul Auster, Colson Whitehead, John
Burnham Schwartz e tanti altri hanno
risposto con entusiasmo all’appello di
Blauner a comparire nella prima anto-
logia letteraria su questo immenso
giardino che giusto quest’anno festeggia — fra l’altro — un singolarissimo
compleanno. È dal 1962 che il parco
urbano più visitato d’America, 35 milioni di persone all’anno, è stato dichiarato National Historic Landmark,
patrimonio storico nazionale: come la
Statua della Libertà, il Cupolone del
Congresso, il Ponte di Brooklyn. Cinquant’anni che ne hanno segnato la
storia: perché è stato in questo mezzo
secolo che il parco ha vissuto la sua seconda rinascita.
La prima fu intorno agli anni Trenta e
porta la firma del sindaco “italiano” che
cambiò New York. La Grande Depressione aveva trasformato Central Park
nel rifugio dei poveracci e nel fortino
delle varie gang. Fiorello La Guardia lo
mise in mano a quel Robert Moses che
in trent’anni avrebbe completamente
ridisegnato l’urbanistica cittadina. E il
parco, sotto Fiorello, letteralmente rifiorì. La seconda trasformazione è invece quella degli anni Ottanta e anche qui
è la sconfitta della criminalità — ricordate i Guerrieri della notte? — a segnare
l’ennesima rinascita: anche grazie all’istituzione di quell’ente, la Conservancy, che diventerà un esempio di gestione ambientale copiato nel mondo.
Così il parco ha finito per essere davvero lo specchio della città: riverberandone le mille luci e rilanciandone le
mille ombre. Sì, magari il grattacielo di
novanta piani non è proprio l’albero
che t’aspetteresti nella skyline. Ma
questa è New York. E per ogni sceicco
pronto a scialare miliardi ci sarà sempre qualche giovane Holden che s’accontenta di bighellonare. A Central
Park c’è posto per tutti: chiedetelo alle
anatre, che sono più di sessanta inverni che non si fanno beccare.
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LA DOMENICA
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■ 28
I documenti
Verba volant
Cominciò per caso con una lettera spedita in mongolfiera
Adesso Gérard Lhéritier ha a disposizione
due musei (a Parigi e Bruxelles) per conservare
gli ottantamila “pezzi” dal Medioevo ai giorni nostri,
da Napoleone a Kerouac, collezionati in trent’anni
“Nell’epoca di sms e tweet io inseguo autografo e inchiostro”
IL MANIFESTO DEL SURREALISMO
In queste pagine alcuni dei documenti conservati al Musée des Lettres
et Manuscrits 1. Lettera di Mozart indirizzata a Geoffroy de Jacquin:
spedita da Vienna il 28 maggio 1787, l’artista informa il suo allievo
e amico della morte del padre avvenuta il giorno precedente
2. Lettera di Napoleone a sua moglie Josephine de Beauharnais, scritta
a Nizza il 30 marzo 1796 e consegnata alla donna dal maresciallo Murat
3. Il Manifesto del Surrealismo autografato da André Breton nel 1924
2
1
3
Cacciatore
manoscritti
il
di
“C’è vita su quelle carte”
FABIO GAMBARO
«I
PARIGI
n un’epoca dominata
da tweet e sms, le lettere scritte a mano
trasmettono emozioni vere, rivelando l’intimità di coloro
che le hanno redatte. Nella calligrafia
restano inscritte la vita e la storia concrete. Per questo, di fronte a una lettera
scritta di pugno da Napoleone o da
Flaubert, continuiamo a restare affascinati». Per Gérard Lhéritier la passione per le lettere e i manoscritti è diventata un mestiere. In quasi trent’anni
d’attività, l’esuberante sessantaquattrenne è riuscito a riunire l’impressionante fondo conservato al Musée des
Lettres et Manuscrits, il museo che ha
aperto nel 2004 a Parigi. Ottantamila
documenti (di cui millecinquecento
esposti a rotazione) dal Medioevo ai
giorni nostri: epistole di artisti e uomini
politici, spartiti di musicisti e manoscritti di scrittori, senza dimenticare i
calcoli degli scienziati e gli storyboard
dei cineasti. Tra i tanti tesori di questa
istituzione unica nel suo genere, che
dall’anno scorso ha anche una succursale a Bruxelles, è possibile ammirare la
Charte de Corbie dell’anno 825, con le
firme di Lotario e Ludovico il Pio, come
pure un piccolo delizioso libro scritto
da Charlotte Brontë a quattordici anni,
la lettera firmata da Eisenhower che annuncia l’armistizio del 17 maggio 1945
ma anche il manoscritto del Manifesto
del Surrealismo di Breton. E poi lettere
di Proust e Van Gogh, manoscritti di Céline e taccuini di Balzac, spartiti originali di Mozart, Beethoven e Schumann.
Insomma, un patrimonio ricchissimo,
cui si aggiungono regolarmente le
esposizioni temporanee. In questo
momento è in corso una mostra intitolata “Sulla strada”, nella quale è esposto
il famoso rotolo di carta lungo trentasei
metri e mezzo su cui Jack Kerouac scrisse il suo celebre romanzo.
Nulla predisponeva Lhéritier, autodidatta di origini modeste, al fascino
dell’autografo. Accadde a metà degli
anni Ottanta quando, dopo un passaggio nell’esercito e un primo impiego nel
mondo delle assicurazioni, mentre cerca francobolli per la collezione del figlio, nella vetrina di un filatelista a Parigi vede una lettera con la dicitura “par
ballon monté”. Era una di quelle lettere
che, durante l’assedio del 1870, i parigini affidavano a piccole mongolfiere in
grado di scavalcare le linee prussiane:
«Quella lettera volata nel cielo mi colpì
moltissimo. Iniziai allora a interessarmi alla sua storia, scoprendo che in quel
periodo furono fatte sessantasette spedizioni “par ballon monté”. E siccome
nella Parigi assediata vivevano artisti
celebri come Victor Hugo, Georges Bizet o Edouard Manet, mi sono messo a
cercare le loro lettere spedite con quel
mezzo». In pochi anni Lhéritier diventa
uno specialista della questione, a cui ha
dedicato anche un libro, Les ballons de
la liberté (Plon, 1995), scoprendo tra
l’altro l’esistenza delle lettere “par boule de Moulins”, dal nome della cittadina di Moulins sur Allier, dove la corrispondenza destinata alla Parigi assediata dai prussiani veniva rinchiusa all’interno di palle di zinco saldate e gettate nella Senna a cento chilometri dalla città. Rotolando sul fondo spinti dalla
corrente, gli originali contenitori raggiungevano la capitale, dove venivano
recuperate per mezzo di reti.
«Interessandomi a questi curiosi
mezzi di corrispondenza della fine dell’Ottocento, ho iniziato a cercare lettere di quel periodo, allargando poi le mie
ricerche anche ad altre epoche, ma
sempre cercando il documento raro, il
foglio di carta eccezionale che contiene
in sé un pezzo di storia». Intanto si mette a frequentare assiduamente fiere e
mercati di anticaglie, antiquari e collezionisti alla ricerca di manoscritti d’ogni tipo: «A quei tempi però non esisteva un vero e proprio mercato della corrispondenza d’epoca. Solo più tardi le
COLLEZIONISTA
Gérard Lhéritier, 64 anni,
ha trasformato la passione per lettere
e manoscritti in un mestiere
«Nella calligrafia restano iscritte
la vita e la storia concrete
Perciò, di fronte a una lettera scritta
di proprio pugno da Napoleone
o da Flaubert, restiamo affascinati»
A destra, illustrazione di Tullio Pericoli
case d’aste hanno iniziato a interessarsi alle lettere e ai manoscritti di autori
celebri. La svolta è avvenuta all’inizio
del decennio scorso, quando la Magna
Cartha d’Inghilterra è stata venduta all’asta per ventuno milioni di dollari.
Nello stesso periodo il manoscritto del
Viaggio al termine della notte di Céline
è stato ceduto per un milione e ottocentomila euro».
Lhéritier è un cacciatore di manoscritti che lavora soprattutto al di fuori
delle aste. A volte segue la pista di un
documento per anni. Qualche anno fa,
ha ritrovato negli Stati Uniti un manoscritto fondamentale della storia della
fisica moderna: cinquantasei pagine
sulla relatività generale scritte da Albert Einstein insieme al matematico
italiano Michele Basso, che oggi presenta come uno dei documenti più importanti del museo: «Negli Stati Uniti
sono anche riuscito a ritrovare quello
che è considerato il testamento politico di Luigi XVI, scritto prima della fuga
a Varenne. Di questo testo di sedici pagine dal valore storico eccezionale si
erano perse le tracce da moltissimo
tempo. Dopo averlo inseguito in diversi paesi, ho saputo che era finito dall’altra parte dell’Atlantico dove, dopo lunghissime discussioni, ho convinto il
collezionista che lo possedeva a vendermelo. Altre volte invece l’illusione
del tesoro a portata di mano si trasforma in cocente delusione, specie a causa dei molti falsi in circolazione», spiega uno a cui sono state proposte diverse lettere di Molière o La Fontaine che
in realtà erano solo abili copie: «In passato, alcuni falsari bravissimi, come il
celebre Denis Vrain-Lucas, hanno fatto imitazioni perfette che sono ancora
in circolazione».
llaa RReeppuubbbblliiccaa
DOMENICA 29 LUGLIO 2012
■ 29
9
MONGOLFIERA
4. Le bozze
di Proust
per All’ombra
delle fanciulle
in fiore
5. Manoscritto
del 1784
con lo schema
della prima
mongolfiera
firmato
da de Montgolfier
8
TITANIC
9. Lettera inviata dal Titanic da una
delle vittime del naufragio l’11 aprile
1912, pochi giorni prima della tragedia
4
5
6
7
ON THE ROAD
ILLUSTRAZIONE TULIO PERICOLI
6. Il rotolo di 36 metri
di On the Road,
il romanzo di Kerouac,
ora in mostra al Musée
des Lettres di Parigi
7. Una lettera di Freud
del 9 ottobre del 1932
8. Lo spartito
scritto da Beethoven
nel 1799 per Neue
Liebe, neues Leben
Come tutti i collezionisti, anche Lhéritier ha le sue ossessioni. Da molto
tempo insegue senza successo una lettera di Leonardo da Vinci, invidiando
moltissimo Bill Gates che ha potuto
comprarsi il famoso Codex Leicester.
Da anni sta anche dando la caccia a una
lettera di Giovanna d’Arco: «So che ne
esiste una nelle mani di un collezionista, il quale però per il momento non intende venderla. Negli anni Sessanta
stava per essere messa all’asta ma De
Gaulle la bloccò». Un altro manoscritto
che lo fa sognare è il rotolo di dodici metri sul quale il Marchese de Sade, prigioniero alla Bastiglia, scrisse Le 120 giornate di Sodoma: «È un documento che
inseguo da anni. Oggi è proprietà di un
collezionista svizzero. In passato è stato rubato alla famiglia di Madame de
Noailles da uno dei suoi cortigiani, che
poi l’ha venduto a un libraio, il quale a
sua volta l’ha ceduto a un collezionista
privato».
La caccia al manoscritto richiede pazienza. E molto fiuto. «Faire un chopin
è l’espressione con cui s’indica il colpo
insperato », il documento raro dal valore inestimabile acquistato per pochi
euro. «Nei mercatini di anticaglie, mi è
capitato di trovare alcune lettere ecce-
zionali di Sainte Beuve o Leconte de Lisle. Un’altra volta, per 5 euro, ho comprato una raccolta di vecchie lettere, tra
le quali una era della contessa Maria
Walewska, l’amante polacca di Napoleone. All’inizio pensavo che fosse un
falso, oggi vale una fortuna». Qualche
anno dopo, per 150 euro, ha comprato
da un rigattiere un pacco di documenti
tra cui ha trovato un manoscritto di otto pagine di Saint Exupery: «Oggi vale
250mila euro». Colpi fortunati, che
hanno contribuito ad arricchire il patrimonio del Musée des Lettres et Manuscrits, che per altro si appoggia su una
rete di quindicimila soci, senza il cui
contributo finanziario certe acquisizioni sarebbero impossibili. «I manoscritti sono sempre più cari», conclude
Lhéritier, che di recente ha visto un testo cinese valutato 350mila euro finire
aggiudicato per 7 milioni e mezzo: «I
collezionisti dei paesi emergenti che
vogliono comprare a ogni costo fanno
aumentare le quotazioni. La domanda
cresce mentre l’offerta è limitata, e i documenti eccezionali sono sempre più
rari. Ma ovviamente ciò significa che la
caccia al tesoro è sempre più appassionante».
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LA DOMENICA
Spettacoli
Le corde tese da un capo all’altro del letto
La volta che nel garage trovarono un ukulele
La prima chitarra regalo della zia. Leon era il più piccolo
dei due e da bambino lo seguiva ovunque
Hey Joe
Ecco il racconto di come il più grande
di tutti i tempi imparò a suonare
Mio fratello
“E un bel giorno
smontò la radio:
cercava la musica”
LEON HENDRIX
D
ato che non avevamo un televisore, tutte
le sere alle sette facevamo in modo di sederci attorno alla vecchia radio di papà
per ascoltare la Top 40. Una sera, al termine di una di quelle trasmissioni, all’improvviso Buster sembrò infastidito da
qualcosa. Si alzò, andò in cucina, tornò di
corsa portandosi appresso vari utensili.
Lo osservai con grande trepidazione inginocchiarsi sul pavimento e capovolgere la
radio. Si appoggiò al cacciavite e iniziò a
svitare le viti dal rivestimento posteriore.
«Che stai facendo?» gli chiesi. «Sarà meglio che tu non faccia niente di male alla
radio di papà». Ma mio fratello non mi
prestò attenzione. Era troppo concentrato nella sua impresa e i miei richiami non
gli fecero cambiare idea. Mentre lavorava,
rimasi sorpreso vedendo che dentro alla
Una magia
La sua mano scivolò verso l’alto
e quando girò la chiavetta la nota che uscì
dalla corda pizzicata salì di tonalità
e divenne più profonda. Fu quasi una magia
radio non c’era granché: un ricevitore, un
groviglio di fili. Buster la smontò completamente, armeggiò un po’, poi si appoggiò
con la schiena al divano, con uno sguardo
perplesso in volto. Dopo pochi minuti di
silenzio, raccattò tutti i pezzi sparsi sul pavimento e si accinse a rimettere insieme la
radio. Quando terminò di montarla, però,
non funzionava.
Nostro padre rientrò a casa e non fu per
niente contento che la sua radio fosse rotta. Come al solito era ubriaco e andò subito in collera. Sul suo viso apparve uno
sguardo arcigno. «Dad-gummit!» ringhiò.
Era sempre un cattivo segno quando papà
se ne veniva fuori con un “dad-gummit”.
La situazione non prometteva niente di
buono. Buster stava già piangendo quan-
do papà iniziò a inveire contro di lui.
«Perché hai rotto la
mia radio?» strillò.
Non ci fu risposta
da parte di Buster.
Nemmeno un colpetto alla testa lo
convinse ad aprire
bocca. «Ma che cosa
pensavi di fare, me
lo dici?» chiese papà.
E Buster, asciugandosi le lacrime dalle
guance, disse: «Cercavo la musica».
Con una corda sola
E così ci mettemmo tutti e tre al lavoro. Trascorremmo buona parte della mattina a trascinare ogni cosa fuori dal
garage della signora
Maxwell e a caricarla sul
cassone del camion. Intorno a metà pomeriggio
papà ci disse: «Devo assentarmi per un po’». Buster e
io sapevamo che cosa intendeva dire con quella
frase: significava che si
prendeva una pausa
per andarsi a scolare
una birra ghiacciata.
Una volta che fu uscito dal
vialetto, continuammo a perlustrare il garage. Dopo poco Buster
se ne uscì tenendo in mano un ukulele tutto ammaccato. Quando lo pizzicò, gli si stampò in viso un grande
sorriso. Dato che era timido, attraversò
tutto il cortile sul retro tenendo l’ukulele
stretto al fianco. Anche se la signora
Maxwell aveva già detto a papà che non
aveva niente in contrario se ci fossimo tenuti quello che volevamo della sua montagna di roba, Buster si sentiva ancora
nervoso all’idea di poter prendere sul se-
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Il libro
La vita troppo breve del giovane Buster
GABRIELE PANTUCCI
n mattino di settembre del 1970 Leon Hendrix — il capo premuto fuori dalla finestra della sua cella, quel poco che le sbarre gli consentivano di fare — afferra una
notizia dai bisbiglii che s’incrociano fra le altre celle del riformatorio Monroe di Washington: suo fratello Jimi è morto. Non ci crede, ma nell’ufficio del cappellano è la voce
di suo padre a confermarglielo per telefono.
Nel novembre di quest’anno Jimi Hendrix avrebbe compiuto settant’anni. Ne aveva
soltanto ventisette quando morì a Londra in circostanze mai chiarite: sarebbe morto
soffocato dal proprio vomito dopo aver ingerito un quantitativo esagerato di sonniferi. Era
diventato famoso soltanto negli ultimi tre anni della sua vita. Sono stati sufficienti a far sì
che ancora oggi sia considerato il maggior interprete di chitarra elettrica nella storia della musica.
In questa biografia (A Brother’s Story, pubblicata ora negli Stati Uniti da Thomas Dunne Books e di cui riportiamo alcuni stralci in queste pagine) suo fratello Leon — di quattro anni più giovane — rivela momenti di vita familiare sconosciuti ai più. Per esempio di
quando Jimi, giovanissimo, si chiuse in casa per imparare a suonare la chitarra. O di come
cercasse di creare musica da un ukulele con una corda sola o dalle stringhe legate al letto.
Molti i particolari anche su un’infanzia non particolarmente facile, né felice. Dopo che il
padre torna a Seattle, anche la mamma — che aveva affidato i bambini ai nonni — decide
di rientrare. La pace nella coppia dura poco. Nel piccolo appartamento in cui abitavano
spesso si davano grandi feste. Ma andati via gli ospiti padre e madre, ubriachi, cominciavano a litigare. I due ragazzi, racconta Leon, si chiudevano nell’armadio per non sentirli.
Le loro strade, presto, si sarebbero divise. Jimi Hendrix avrebbe sviluppato il suo talento musicale in Europa — e fu qui che raggiunse il successo. In America si affermò soltanto all’inizio del 1969, dopo il Festival di Monterey, un anno prima di morire. Leon ammirava il fratello più grande, non ne eguagliò i successi. Ufficialmente musicista, si è in realtà
distinto come truffatore per la maggior parte della sua vita. Ha conosciuto la droga e soprattutto il carcere. Ora chiude il cerchio e saluta per sempre il suo «Buster», come Jimi veniva chiamato in famiglia e come lui lo chiama nel libro. Buster da Buster Crabbe, l’attore
di Flash Gordon, il telefilm dei sabati sera di Jimi Hendrix ancora ragazzino.
U
ALBUM
DI FAMIGLIA
Sotto da sinistra, Jimi
a tre anni con il padre
nel 1945; Jimi e Leon
bambini; tutta
la famiglia Hendrix;
Leon in concerto
a Hollywood nel 2011
Nella foto grande,
Jimi Hendrix
al suo ultimo concerto
all’Isola di Wight
il 15 agosto 1970
In alto, alcune copertine
degli album
di Jimi Hendrix
© RIPRODUZIONE RISERVATA
IL LIBRO
Jimi Hendrix: A Brother’s Story
di Leon Hendrix, Thomas Dunne
Books , 288 pagine, 25,99 euro
rio la sua offerta. Gli ci volle un po’ prima
di trovare il coraggio di accertarsi che le
cose stessero davvero così.
«Sì, figliolo?» rispose la signora.
«Ehm, signora Maxwell, mi chiedevo se
a lei va bene se mi tengo questo... l’ho trovato insieme a tutto il resto in garage».
«Certo che puoi tenertelo». Poi, notando che papà ci aveva lasciati per fare una
«commissione» — come disse lei — la signora Maxwell ci invitò a entrare per pranzo. Quando papà finalmente tornò, s’interessò molto all’ukulele che Buster aveva
trovato. «È un bello strumento, ragazzo.
Potremo venderlo e farci sicuramente dei
soldi». «Non se ne parla» rispose mio fratello. «La signora Maxwell ha detto che potevo tenerlo». «E che cosa pensi di fare con
una cosa del genere?» incalzò papà. «Voglio imparare a suonarlo» disse Buster.
Papà non si spinse oltre. A quel punto
l’ukulele era di Buster e non se ne sarebbe
parlato proprio di venderlo. Per di più, a
guardarlo bene, quel vecchio strumento
malmesso non pareva valere granché.
Dopo tutto, aveva soltanto una corda.
A casa Buster ci armeggiò sopra per ore
e ore. Anche se non ne sapeva molto di
musica, si sedette e pizzicò quell’unica
corda allentata osservandola mentre vibrava. Sbatteva come un elastico rotto.
Poi a Buster venne un’idea. La sua mano
scivolò verso l’alto e quando girò la chiavetta la nota che uscì dalla corda pizzicata
salì di tonalità e divenne più profonda. In
quel preciso istante, accadde quasi una
magia. Quel suono divenne musica. Iniziò
così a girare la chiavetta e a strimpellare la
corda per scendere e salire di tonalità. Anche se suonava singole note, eseguì un
paio di brani di Elvis Presley sentiti alla radio. Fece tutto a orecchio, trovando le note da solo.
Non si fanno così i soldi
Un giorno, mentre Buster e io ci trovavamo a trascorrere il pomeriggio dalla signora McKay, mio fratello trovò nel ripostiglio una vecchia chitarra acustica, una
Roebuck Kay. La signora McKay aveva un
figlio in sedia a rotelle e immagino che prima di ammalarsi fosse lui a suonarla. Aveva tre corde arrugginite e il manico ricurvo, piegato. Ma per Buster fu amore a prima vista. Aveva già esaurito tutte le possibilità offerte dal suo ukulele, e anche legare al letto cavi e corde non lo affascinava più di tanto. Per la prima volta in vita
sua Buster teneva in mano una chitarra
vera. «Posso prenderla, signora McKay?»
le chiese. «Per favore. Per favore! Per favore!». «Sai una cosa? Te la vendo per cinque dollari» rispose la signora McKay. «E
non appena tuo padre mi darà i soldi, potrai portarla via».
Buster supplicò papà di comperargliela non appena fu tornato a casa. Ma papà
non cedette. «Non ti compero nessuna
chitarra, Buster» gli disse papà. «Devi imparare a lavorare con le tue mani, ragazzo.
Noi trascorriamo nei campi l’intera giornata, a scavare canali, a tagliare l’erba, e a
potare gli alberi… è questo che devi fare se
vuoi far soldi. Non si fanno soldi suonando una chitarra!».
Buster non sapeva che fare, papà gli
passava soltanto un dollaro per ogni
weekend che lo aiutava, e a me arrivavano
forse cinquanta centesimi. Ci sarebbe voluta una vita intera per mettere da parte i
cinque dollari che la signora McKay voleva per la chitarra. Allora Buster fece in modo di raccontare a nostra zia Ernestine
della chitarra malridotta mentre trascorrevamo a casa sua la cena del Ringraziamento. Quanto più ascoltava la storia di
Buster, tanto più se ne interessava. Quando lanciò a papà un’occhiataccia, lui si mise subito sulla difensiva.
«Non comprerò nessuna chitarra a Buster» spiegò papà «perché non voglio che
prenda una cattiva strada». La sua scusa
mi parve ridicola. Non mi pareva proprio
che mio fratello e io stessimo andando
alacremente lungo la retta via. Pensavo
che papà sarebbe andato avanti a dire cose ancora più pazzesche, per esempio:
«Voglio che i miei figli imparino i valori del
lavoro duro nei campi, del bere tutta la
notte e del perdere i loro soldi con le scommesse». Iniziarono a litigare, a tavola, e
quando papà inveì contro di lei, la zia si arrabbiò a tal punto da prenderlo a sberle in
faccia. Buster e io rimanemmo a guardare
attoniti. Non avevamo mai visto nessuno
tener testa a papà in quel modo. Dopo
quella scena, non gli rimase molto da dire.
Forse non sarà stata la cosa più giusta da
fare, ma zia Ernestine lo mise a tacere una
volta per tutte. E dopo aver ripreso contegno, andò a prendere la sua borsetta e mise qualcosa sulla tavola: una banconota
da cinque dollari.
La colonna sonora
Mio fratello si era già esercitato a suonare
una chitarra agitando in aria la scopa, e
non vedeva davvero l’ora di ritrovarsene
in mano una vera. Uno dei primissimi lick
che suonò sulla sua nuova chitarra fu la
colonna sonora del telefilm Peter Gunn,
probabilmente perché poteva suonarla
tutta sulla stessa corda. Per evitare che gli
dessi fastidio, Buster mi legò al polso una
matita colorata con una cordicella, e mi
fece sedere davanti ad alcuni fogli di carta. Mentre lui suonava, io disegnavo, per
ore intere, facendo schizzi e colorando.
Buster era sempre stato mancino, quindi
istintivamente iniziò a reggere la chitarra
L’amore
Chissà da quanto tempo stava lì
nello stanzino, vecchia e impolverata
Aveva anche il manico piegato,
ma per lui fu amore a prima vista
col manico a destra e a testa in giù. Invece
di avere le corde sistemate da quella più
bassa a quella più alta, per un po’ le ebbe
rovesciate, finché non si fece riaccordare
la chitarra così da poterla suonare con la
sinistra. A nostro padre tutto ciò non piaceva. Credeva a un mucchio di superstizioni su tutto quello che non era considerato “normale”. Secondo lui, e secondo un
sacco di persone in quegli anni, essere
mancini era il segno del male. Non che nostro padre fosse poi uno che potesse permettersi di dare giudizi sugli altri: era nato con sei dita per mano.
© St. Martin’s Press /
Thomas Dunne Books
Traduzione Anna Bissanti
© RIPRODUZIONE RISERVATA
llaa RReeppuubbbblliiccaa
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■ 32
Next
Ultima corsa
LA DOMENICA
In principio fu la Wii. Poi ci ha pensato l’iPhone
a invadere le case e i parchi di app per tenersi in forma
E ora? Per semplici appassionati
e olimpionici il futuro sarà sempre
più in formato social. Così lo “stare bene”
continuerà a essere un gioco
hi-tech
Trainer
Quando l’allenatore è una macchina
AGNESE ANANASSO
n principio fu la Wii. La console lanciata nel 2006 dalla Nintendo ha rivoluzionato per sempre il modo di giocare ai videogame facendoli diventare una scusa per fare ginnastica. Così, oggi, c’è persino il programmino
per la riabilitazione, Physiofun, per recuperare equilibrio e «propriocettività» dopo un
infortunio. A completare l’opera arrivò poi
mister Jobs, che ha integrato il mondo degli
amanti della corsa, della bici e della camminata veloce con quello della musica grazie al
Nike+iPod: un chip-sensore che trasforma
il lettore musicale in un allenatore-diariojuke box. Il lancio dell’iPhone, infine, ha dato il via al boom delle app per il fitness. E ora?
«L’applicazione delle tecnologie “social”
allo sport, al running in particolare, è il vero
business del futuro» dice Fabrizio Fabri,
esperto di web-marketing. «Running oggi
vuol dire “stare bene”, ma anche socializzare. È uno sport anticiclico: nonostante la crisi i fatturati delle aziende del settore crescono. Perché quando non ci sono i soldi per la
palestra basta mettersi le scarpe da ginnastica e correre. E poi c’è l’emozione del poter fare una maratona con i campioni, si scoprono le endorfine... Questo spiega il successo di app come Runkeeper, che ha attirato oltre dieci milioni di persone».
Non di sola corsa sono fatte le app però:
per 79 centesimi per esempio si può scaricare All in Fitness, con mille video in alta definizione su esercizi e allenamenti di ogni tipo, tarati su obiettivi e livelli. Conta anche le
calorie, calcola l’indice di massa magra
(Bmi) e fa da diario per misurare i progressi.
Strava è la app specifica per ciclisti e runner,
che analizza il percorso, il livello di allenamento, le calorie bruciate. Un po’ come fa
Cardiotrainer. Solo che qui c’è l’imbarazzo
della scelta tra gli sport. C’è persino l’equitazione e la canoa. Fioccano poi programmini per perdere peso come Noom weight
loss, che unisce il controllo dell’esercizio fisico a quello dietetico. Chi l’ha formulato dice che «non fa male». Ma il fai-da-te va preso con le molle, specialmente se si è alle prime armi. «La tecnologia va bene ma quando
c’è un allenatore dietro» dice Marcello Ambrogi, tecnico di atletica leggera, allena
amatori ma anche l’ostacolista olimpica
Marzia Caravelli. «Per praticare uno sport a
livello amatoriale non basta un programmino sul cellulare perché va analizzata la persona a livello fisiologico, il suo stile di vita,
l’età, il suo universo insomma. E per farlo
serve l’occhio di un allenatore».
Ciò detto c’è anche chi col fai-da-te ci ha
preparato la mezza maratona Roma-Ostia
utilizzando la app Sports-tracker e un programma di allenamento, il First (Furman in-
I
stitute of running & scientific training), che
si basa su tre allenamenti settimanali (ripetute, fondo medio e fondo lento). «Ho elaborato la tabella inserendo i dati e le prestazioni sui cinque e dieci chilometri» dice
Alessio. «Ho raggiunto l’obiettivo delle due
ore. La app Sports-tracker è stata fondamentale come diario, per monitorare i progressi e tracciare i percorsi usando il Gps
dello smartphone».
Ma è soprattutto nei laboratori di ricerca
che la tecnologia corre, per migliorare le
prestazioni di atleti di alto livello. Tecnologie che vedremo anche in questi giorni alle
Olimpiadi. Nella piscina della pallanuoto,
per esempio, verrà utilizzato il sistema di illuminazione a led Waterpolo visual system
ideato dalle italiane Aqvatech Engineering e
Piscine Castiglione. Serve a delimitare le varie aree di gioco, così da facilitare il compito
di arbitri e atleti. «Nella piscina di riscalda-
‘‘
L’occhio umano
Non basta un programmino
sul cellulare, a livello
amatoriale bisogna valutare
il fisico, lo stile di vita,
l’età di chi vuole fare
un’attività sportiva
E per farlo serve l’occhio
di un preparatore atletico
MARCELLO AMBROGI
tecnico di atletica leggera
Le App
Zombies, Run!
Gym-Pact
Runtastic
Si corre come in un gioco,
o meglio in un incubo,
perché si viene inseguiti
dagli zombie, che urlano
ed emettono grugniti
La missione è salvarsi
seguendo le istruzioni
dettate da una voce guida
Unica possibilità è correre
È un’app motivazionale
si inseriscono i dati
della carta di credito
e il numero di volte
settimanali in cui si va
in palestra. Per ogni assenza
viene scalato un tot di dollari
e accreditato a chi rispetta
gli appuntamenti con la fatica
Per tutte le attività all’aperto,
dalla corsa ai pattini. Monitora
allenamenti, metabolismo,
peso, prestazioni, percorsi,
realizza le statistiche e dà
l’accesso al social network
Nella versione Gold misura
i progressi personali
e li compara con gli altri
llaa RReeppuubbbblliiccaa
DOMENICA 29 LUGLIO 2012
■ 33
GLOSSARIO
Bmi
Sensori inerziali
Soglia aerobica
Propriocettiva
Wireless
Sta per body mass index,
indice di massa corporea
Misura la quantità di massa
grassa, massa magra e acqua
contenuti nel nostro corpo
La misurazione deve avvenire
con strumenti di alta precisione
Sono dispositivi miniaturizzati
che sfruttano l’inerzia
di una massa contenuta
al loro interno per misurare
le accelerazioni lineari
Si trovano per esempio nei gps,
negli smartphone e nei tablet
È il limite di velocità
a cui un atleta può correre,
o nuotare, o pedalare,
senza che aumenti il livello
di acido lattico, il principale
responsabile del calo
prestazionale dell’atleta
È la percezione, dettata
dal sistema nervoso, dai muscoli
e dai tendini, del proprio corpo
nello spazio. Dopo un infortunio
si fanno esercizi propriocettivi
per recuperare equilibrio
e sensibilità
Sistema di comunicazione
tra dispositivi tecnologici
senza fili, basato su onde radio
Alcuni esempi sono
il Bluetooth (corto raggio),
il Wi-fi (corto-medio raggio)
il Wi-max (lungo raggio)
NEL SOCIAL NETWORK
Spoome è un social network professionale
che mette in collegamento operatori
del settore sportivo. Lo scopo è dare
all’atleta uno strumento per accrescere
la popolarità e metterlo in contatto con fan,
procuratori, manager e giornalisti
È una sorta di “LinkedIn sportivo” che
consente di accorciare la distanza tra i vari
attori del settore sportivo rendendo più
immediata la comunicazione. Per esempio
i giornalisti potranno intervistare l’atleta
online, tramite delle video-interviste, così
come i fan iscritti potranno esprimere i loro
giudizi sul proprio idolo accrescendone
la popolarità. Ha ricevuto un finanziamento
di 60mila dollari da Microsoft Bizspark
in risorse tecnologiche, architettura cloud,
consulenza, attività di marketing
AI GIOCHI OLIMPICI
A Londra nella piscina della pallanuoto
viene usato per la prima volta il sistema
di illuminazione a led Waterpolo visual
system ideato da Aqvatech Engineering
e Piscine Castiglione. Delimita le aree
di gioco per facilitare il compito di arbitri
e atleti e rendere le gare più spettacolari
Nella piscina di riscaldamento sarà installato
invece il Virtual Trainer: grazie al software
scaricato su pc e smartphone si imposta
la velocità e l’atleta viene guidato da impulsi
luminosi inviati via wireless dal pc
che serviranno a dargli il ritmo. Le tecnologie
di Sensorize per misurare potenza,
accelerazione, reattività sono le alleate
delle performance di campioni come Andrea
Cassarà, Aldo Montano, Nicola Vizzoni
mento verrà invece installato il Virtual Trainer, un sistema a led di monitoraggio» spiega Alessandro Buresta, presidente di Aqvatech Engineering. «Grazie al software scaricato sul pc e sullo smartphone l’allenatore
sa in tempo reale come sta andando l’atleta.
In futuro integreremo anche il monitoraggio del battito cardiaco, della soglia aerobica, così da elaborare un piano di allenamento tarato sulla fisiologia dell’atleta».
Con Aqvatech collabora Sensorize per la valutazione della nuotata nel nuoto pinnato.
L’azienda sta lavorando con la Federazione
italiana di atletica leggera per sviluppare
tecnologie in grado di analizzare fin nei minimi dettagli le diverse tecniche di corsa. Sta
ultimando la fase di test di FreeRun, (la commercializzazione è prevista per settembre),
«un sistema che restituisce ai tecnici, in
tempo reale, dati e indici di facile interpretazione e immediato utilizzo» dice il direttore generale di Sensorize Emidio Di Laura
Frattura. «Grazie ai sensori inerziali, al bluetooth e ad algoritmi specifici siamo in grado
di raccogliere ed elaborare tutte le informazioni del gesto atletico, dal numero degli appoggi ai tempi di contatto e di volo, dall’ampiezza alla frequenza, all’accelerazione.
Stiamo sperimentando anche le valutazioni sul cambio del testimone. Il futuro è riuscire a ottenere un unico strumento utilizzabile da un’équipe di specialisti (fisiatra,
tecnico, ortopedico, nutrizionista) che possa confrontarsi su un dato oggettivo e dare
una valutazione funzionale dell’atleta. È nato così FreeRehab, per la riabilitazione: analizza il recupero funzionale dell’arto leso restituendo un dato oggettivo».
Fondamentale è però usare macchinari
validati scientificamente, utilizzati da persone competenti. «Mai fidarsi della macchina» afferma Claudio Gallozzi, medico dello
sport e docente in biomeccanica. «Lo strumento non è la soluzione, ci vuole dietro una
mente allenata, in grado di prevedere anche
lo stesso dato». E l’esperienza nessuna tecnologia può sostituirla.
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ai chilometri percorsi. E mette
tutto sul web così da poter
accedere alle informazioni
da remoto. Nella versione Pro
a pagamento c’è il vantaggio
delle indicazioni vocali
Ha superato i dieci milioni
di iscritti. Registra i chilometri
percorsi, le calorie bruciate
e le quantifica in hamburger
Dà la possibilità di condividere
con altri iscritti le informazioni
sull’attività fisica e di interagire
con la community mediante
facebook o twitter e un blog
llaa RReeppuubbbblliiccaa
DOMENICA 29 LUGLIO 2012
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LA DOMENICA
I sapori
Rosso fuoco
Dal guacamole messicano
all’harissa magrebina,
dal wasabi al curry
fino ai nostri pepe&peperoncino
Amati o odiati,
sono protagonisti
delle tavolate estive
Perché per quanto caldi
sanno far venire
i brividi
LICIA GRANELLO
qualcuno piace caldo, recita il titolo italiano del celeberrimo film di
Billy Wilder. Peccato che nella traduzione vada perduto lo stuzzicante mix di sesso e gastronomia
dell’inglese hot. Più che caldo, bollente; più che bollente, piccante. Un piatto di spaghetti cacio e pepe e l’estate da calda diventa hot:
sensazione destinata ad ampliarsi a dismisura se
oltre che hot il piatto risulta anche spicy. Gli appassionati dei sapori piccanti non hanno dubbi:
una macinata di pepe fresco, un giro d’olio in cui
è stato infuso del peperoncino sono necessari per
la riuscita di un piatto, dalla pizza ai frutti di mare,
fino a dolci e bevande, dove lo zenzero regna sovrano. In realtà, la tradizione culinaria italiana è
piuttosto timida in materia di sapori piccanti, soprattutto a confronto di cucine dichiaratamente
hot&spicy, come l’indiana o la cajun. Lo stivale è
un puzzle che acquista tutte le sfumature del rosso — colore simbolo del piccante — passando dal
nord al sud, con la Calabria regina del peperoncino (e la Puglia seconda classificata).
Più che la storia delle singole regioni, poté il termometro: dove fa caldo si mangia più piccante e
speziato di dove fa freddo. Contraddizione solo
apparente, se è vero che le sostanze responsabili
— capsaicina, piperina, allicina e isotiocianato —
vantano una specifica attività anti-caldo. Il sudore provocato dalla vasodilatazione, infatti, aiuta a
eliminare le tossine e, raffreddandosi, rinfresca
A
H t!
A qualcuno
piace piccante
l’epidermide. Il tutto, supportato da un forte potere antibatterico, tanto più importante in aree in
cui il calore funziona da culla termica per i germi,
e dalla poderosa quota vitaminica. Non a caso, le
ricette estive o fredde piccanti superano di gran
lunga quelle invernali o calde. Certo, peposo toscano e brovade friulane (dove la piccantezza delle rape è accentuata dalla fermentazione) sono figli del grande freddo. Ma dal messicano guacamole — avocado con pico de gallo — all’harissa
magrebina, il piccante va a braccetto con le alte
temperature in migliaia di ricette da una parte all’altra del pianeta. Proprio la globalizzazione virtuosa, legata alla diffusione delle cucine del mondo, ha permesso di assaporare il piccante con modalità nuove e avvincenti. È il caso del wasabi, una
sorta di rafano dalla polpa verde di origine giapponese — parte integrante dei piatti di pesce freddo insieme a salsa di soia e zenzero marinato —
che può essere grattugiato fresco, ma anche ridotto in pasta o in polvere. Oppure il curry, che abbiamo felicemente adottato, pur trasformandolo
da protagonista (in India il piatto è curry di pollo)
in ingrediente (pollo al curry). I patiti del piccante
troveranno pepe&peperoncini per i loro denti a
Melpignano, Lecce, sede storica della notte della
Taranta, quest’anno sotto la direzione di Goran
Bregovic, in programma il 25 agosto, ma preceduta da una lunga serie di appuntamenti sparsi
per la Puglia intera. In caso di palato troppo hot,
evitate qualsiasi liquido e masticate lentamente
del pane, anche se la protagonista del film (una
strepitosa Marilyn Monroe-Zucchero Kandinsky, suonatrice di ukulele con la fiaschetta del
whisky nel reggicalze) disapproverebbe.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Orecchiette
con cime di rapa
Rifinitura in padella per la pasta
artigianale: aglio, olio, peperoncino,
acciughe sciolte a fuoco dolce,
foglie e cime sbollentate
e insaporite nell’olio
llaa RReeppuubbbblliiccaa
DOMENICA 29 LUGLIO 2012
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Gli indirizzi
DOVE DORMIRE
DOVE MANGIARE
DOVE COMPRARE
VILLA ELISABETTA
Via Roma 298
Galatina
Tel. 0836-552592
Doppia da 100 euro, colazione inclusa
LA PIAZZA
Piazza Umberto I 13
Località Poggiardo (Lecce)
Tel. 0836-901925
Chiuso lun. (mai d’estate), menù 30 euro
MAGLIO CIOCCOLATO
Via San Giuseppe 48
Maglie
Tel. 0836-427444
ANTICA CORTE B&B
Via Strudà 2
Località Acquarica di Lecce
Tel. 0832-891020
Doppia da 80 euro, colazione inclusa
IL CHIOSTRO (con camere)
Strada provinciale Noha-Collepasso
Località Cutrofiano (Lecce)
Tel. 0836-542848
Senza chiusura, menù 40 euro
PANIFICIO NOTARO
Via Gallipoli 200
Galatina
Tel. 0836-563476
CORTE DEI FRANCESI
Via Roma 138
Maglie
Tel. 0836-424282
Doppia da 100 euro, colazione inclusa
LA CORTE DEL FUOCO
Piazza San Lorenzo 5
Galatina
Tel. 0836-565858
Chiuso lunedì, menù 35 euro
SPECIALITÀ
IL GIARDINO DEL RE
Corso Garibaldi 84
Otranto
Tel. 0836-802540
Penne
all’arrabbiata
Impepata
di cozze
Tomini
elettrici
Aglio, olio
e peperoncino
Nel super classico della cucina laziale,
sugo rosso con base soffritto di aglio
— intero o a pezzetti — extravergine
e peperoncino, in cui saltare la pasta
Tra le protagoniste de Il cuoco galante
del gastronomo pugliese Vincenzo
Corrado, la zuppetta con aglio, olio,
cozze scaltrite e abbondante pepe nero
Tra gli antipasti piemontesi
i formaggini freschi conditi con sale,
aceto e un trito di peperoncino
con un cucchiaio di passata
Popolarissima ricetta mangia-e-fuggi:
il tempo di mettere sul fuoco l’acqua
e di scaldare senza colorirlo l’aglio
Cottura al dente e spadellatura finale
A tavola
Lacrime pugliesi di felicità
EMILIO SOLFRIZZI
ggi trionfa la globalizzazione anche in
cucina, ma certi sapori li trovi davvero
solamente in Puglia. La rucola, per
esempio. Quella che c’è da noi ha un sapore forte, piccante-amaro, unico — credo che dipenda
dalla terra.
Sul piccante a casa nostra ci si divideva. Papà
era un gran mangiatore di pesce e perciò non voleva si coprisse il vero sapore del pescato. Per dire: mai messo peperoncino sugli spaghetti con
le vongole. Mio zio invece ne andava pazzo, peperoncino sempre e ovunque, intero o tritato.
Nel secondo caso lo tagliava al momento, poi lacrimava felice per tutta la serata.
Ho tanti di quei sapori impressi nella memoria. Quello a cui sono più affezionato, forse perché legato a una grande festa, è quello dei panzerotti. La panzerottata era un rito al quale col-
ILLUSTRAZIONE DI CARLO STANGA
O
laborava tutta la famiglia. La pasta si faceva rigorosamente in casa e aveva un che di magico.
Mamma ammantava di mistero ogni fase della
preparazione: «Adesso metterò tutto sotto un
tovagliolo e questa massa crescerà....». Bambino, andavo a controllare: vedere quella pasta
soffice aumentare di volume era uno spettacolo. La specialità era il panzerotto con la ricotta
squenta, una ricotta inacidita da non confondere con quella salata: dà un sapore speciale ai
piatti, un retrogusto irripetibile. Per tanti, ma
non per tutti. Ricordo vassoi enormi, stracolmi
di panzerotti fritti, ripieni di pomodoro, mozzarella — ovviamente Gioia del Colle — e con il tritato di carne. Bollenti, da ustione — sennò dove
stava il divertimento? E poi ricordo vassoi più
piccolini. Erano quelli con la squenta.
(testo raccolto da Silvia Fumarola)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Ceviche
Curry di pollo
Spicy tuna rolls
Pico de gallo
La ricetta-base del piatto nazionale
peruviano prevede pescado crudo
e freschissimo marinato con lime,
pepe in grani e aji amarillo
(peperoncino aromatico)
Diverse e segrete, le miscele
di spezie che aromatizzano i piatti
di carne indiani. Tra gli ingredienti:
cardamomo, cannella, chiodi
di garofano e peperoncini piccanti
Fogli d’alga, riso, scalogno, tonno
crudo a pezzi e maionese rinforzata
con salsa Chili per i mini involtini
giapponesi da servire con salsa
di soia e wasabi (rafano verde)
Pomodoro e cipolle a cubettini
(brunoise), coriandolo, jalapenos
(peperoncini) e lime insaporiscono
le gallettine di mais messicane
che stuzzicano l’appetito
LA RICETTA
Ingredienti
per 4 persone
Ciccio Sultano è uno dei più
importanti cuochi italiani
Nel suo locale di fianco
al duomo di Ibla, Ragusa,
coniuga passione siciliana
ed echi gastronomici
del Mediterraneo,
come in questa ricetta ideata
per i lettori di Repubblica
• 200 g. spaghetti artigianali
• 250 g. salsa di pomodoro
• 30 gamberi bianchi
mediterranei sgusciati
• 2 spicchi d’aglio
• 1 cipollotto
• 4 foglie di basilico
• 1-2 peperoncini piccanti
• 1 piccolo pane fragrante di semola
• 6 cl di extravergine siciliano
di Tonda Iblea
Pulire il cipollotto,
sbucciare l’aglio
e tagliare tutto
a julienne. Scaldare metà
dell’olio
nella padella,
fare appassire aglio,
cipolla e metà
peperoncino tagliato
fine. Versare la salsa
di pomodoro e fare
scaldare a 80°, quindi unire
i gamberi e salare. Mescolare
rapidamente, togliere dal fuoco
e aggiungere il basilico. Porre
sul fuoco 2 litri di acqua e stappare
la bottiglia di bollicine preferita
Quando l’acqua inizia a bollire,
mettere 3-4 cucchiai di gamberi
e salsa in due ciotole, versare
sopra 6 cucchiai di acqua
per scodella, unire il peperoncino
restante e un filo d’olio
Mangiare la zuppa con il pane:
il piccante deve dare il giusto calore
al limite del bruciore afrodisiaco…
Appena terminato, buttare la pasta
nell’acqua salata e bollente,
scolarla al dente e condirla
con il restante sugo ai gamberi
Accompagnare con le bollicine
e concludere la serata al meglio
✃
Zuppa e spaghetti al pomodoro con gamberi (Languorino di mezzanotte tra due innamorati)
llaa RReeppuubbbblliiccaa
DOMENICA 29 LUGLIO 2012
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LA DOMENICA
L’incontro
Viaggiatori
È stato manovale, operaio, facchino
Solo da una decina d’anni è scrittore
a tempo pieno, acclamato in mezza
Europa. Ora si affaccia al mondo
del cinema come sceneggiatore
di un corto con Nastassja
Kinski: “Ma è solo
un’incursione
da pensionato” assicura
“Scrivere per me
era il contrario
di lavorare. Lo faccio,
come si dice a Napoli,
quando mi viene il genio”
Erri De Luca
appuntamento è lungo la via Braccianese,
stazione di servizio.
Erri De Luca mi aspetta e fa da staffetta fino a casa sua, in
campagna. Ci sediamo in penombra,
al tavolo della cucina, la stessa cornice
del dialogo immaginario tra lui e sua
madre (interpretata da Isa Danieli) nel
corto Di là dal vetro. Un auspicio. Parla con brevi monologhi, farciti di immagini vibranti e di quei paradossi che
tanto lo fanno apprezzare, mentre lo
sguardo chiaro si fa spazio nella rete di
rughe che lo raccontano.
Autore di innumerevoli libri tradotti in mezza Europa, ha pubblicato il
suo primo romanzo, Non ora, non qui
nel 1989 a quasi quarant’anni, mentre
il più recente, Il torto del soldato, ha
scalato come sempre le classifiche. Ha
vinto il premio France Cultureper Aceto, arcobaleno, il Premio Laure Bataillon per Tre Cavallie il Femina Etranger
per Montedidio. Dal 1999 è scrittore a
tempo pieno; prima e per un quarto di
secolo è stato operaio, manovale, facchino, autista di convogli umanitari e
altro ancora. Mestieri svolti di giorno,
sempre scrivendo la sera, (il suo «tempo festivo»), a mano e sulle ginocchia,
come fa ancora adesso, su quaderni
neri e soltanto sulla pagina di destra,
lasciando la sinistra bianca per le correzioni, rare. «O, più spesso, per aggiungere, quando rileggo il giorno dopo, per darmi l’abbrivio a continuare ».
Scrittore, e ora anche sceneggiatore, sul set in Valdifassa. «Un’intrusio-
de bordello del Mediterraneo... E io,
marmocchio com’ero, leggevo i libri e
farlo mi dava una sensazione di onnipotenza. Grazie a loro imparai, da subito, come erano fatti gli adulti... inconsistenti. E ho perduto il rispetto nei
confronti dell’autorità».
Smentisce che quella «strafottenza»
possa aver avuto una parte nelle sue
scelte politiche degli anni Settanta. Lo
dice a modo suo: «L’appartenenza all’ultima generazione rivoluzionaria
del Novecento è dipesa da un senso di
giustizia, sentimento che in me si era
formato, dolorosamente, a Napoli da
ragazzino, nel posto dove abitavo. Io
avevo il privilegio, magari moderato,
di andare a scuola e di mangiare due
volte al giorno. Mentre altri miei coetanei non avevano niente». Sottolinea
la frase “generazione rivoluzionaria”.
«Sì, perché una cosa è la parola rivoluzionario e un’altra è rivoluzione...
quando non ti riesce la rivoluzione, fi-
Avevo il privilegio
di andare a scuola
e mangiare
due volte al giorno
Altri miei
coetanei
non avevano
niente
FOTO GETTY IMAGES
L’
ROMA
ne, un cortometraggio tratto da Il turno di notte lo fanno le stelle, che Feltrinelli ha pubblicato solo in ebook un
anno fa. Una storia che ha trovato una
società di produzione americana che,
a sua volta, ha ottenuto dei soldi in
Trentino». Nastassja Kinski, Julian
Sands ed Enrico Loverso, il cast e
Edoardo Ponti, il figlio di Sofia Loren e
Carlo Ponti, il regista. «È la storia di due
persone che si incontrano in ospedale, in un reparto di terapia intensiva.
Stanno aspettando uno il trapianto e
l’altra la sostituzione di una valvola e,
intanto, decidono che, se tutto andrà
bene, andranno a scalare la montagna. Gli interventi riescono e loro celebrano il voto». C’è un frammento di
memoria? «Io racconto solo fatti realmente accaduti. Prima, li devo dimenticare e poi, ogni tanto, quando emerge un dettaglio, un pezzettino, una reliquia di quello che mi è passato attraverso il corpo, allora scrivo. E così è stato per Il turno di notte lo fanno le stelle.
Avevo sentito una storia di scalatori e
io stesso, qualche anno fa, sono passato attraverso un triplo infarto; mi si
fermò il cuore più volte, mi misero dei
divaricatori e, due mesi dopo, ero già
in montagna, a scalare». Il corto sarà
accompagnato da un documentario
sulla donazione degli organi, Conversazioni all’aria aperta. «Lo giriamo negli stessi giorni, stessa produzione. Intervisto persone che hanno avuto questo tipo di esperienze... ». Sorride e minimizza: «Intrusioni da pensionato».
Ma è seguendo il filo rosso della
scrittura («A undici anni inventavo favolette per bambini sugli animali, tipo
i racconti di Fedro che leggevamo a
scuola») che meglio si svela. Da quando a Napoli, «il centro del Mediterraneo» dove è nato, passava ore nello
stanzino di casa sua in cui il padre teneva i suoi tanti libri. «Li amavo ancora prima di sapere leggere e scrivere,
amavo quel materiale eroico, compatto, mentre i giocattoli non me li ricordo. E poi quello stanzino era l’unico
posto in cui c’era silenzio. Mi piaceva.
È che, forse, sono nato a Napoli per
sbaglio; non sono un tipo da vicolo,
piuttosto da fiordo. Da Napoli sono
partito a diciotto anni, da quella città
che aveva caratteristiche del sud del
mondo: alta mortalità infantile e bambini che andavano a lavorare invece
che a scuola. Ho memoria di una città
capitale della sesta flotta d’America, il
che comportava che fosse il più gran-
nisci carcerato. E la mia generazione è
stata quella più incarcerata per motivi
politici di tutta la storia d’Italia, un record». E il terrorismo? I tanti giovani
entrati in clandestinità? «Io chiamo
terrorismo il bombardamento aereo
di una città, con cui si uccidono e si terrorizzano persone innocenti. Chiamo
così i fatti rimasti insoluti, i cui responsabili sono stati coperti dalla pubblica
autorità». E la lotta armata? Lui, negli
anni Settanta responsabile del servizio d’ordine di Lotta Continua, quando l’organizzazione si sciolse nel ’76, la
rifiutò. Ma non fa sconti: «Fu solo per
claustrofobia, per un’obiezione minore... io ero un militante pubblico,
avevo fatto attività nelle piazze, e la
clandestinità e il resto erano incompatibili con il mio bisogno di ossigeno
politico».
Erri De Luca ragazzo. «A Napoli, ho
frequentato il liceo fino alla maturità,
poi mi sono trovato di fronte alle cose
del mondo. Non le ho scelte, sono state loro a convocarmi». Anche la montagna? «Ho una foto di me bambino, a
un anno e mezzo, con mamma e papà.
Mio padre era stato nella fanteria alpina e, da quell’esperienza dannata di
partecipazione alla guerra, si era portato dietro un sentimento di gratitudine per la montagna, quasi l’avesse salvato. In seguito, da operaio, in montagna ci sono andato in vacanza, era il
posto più economico. I mestieri operai li cominciai nel ’76 a Roma in cantiere, poi a Torino alla Fiat, ai Grandi
motori, dove rimasi fino all’autunno
del 1980, dopo i famosi 37 giorni. Poi la
Francia e ancora cantieri. Erano gli anni dei pentiti... io non ho avuto storie
con loro, ma mi allontanai per igiene
personale. A Parigi sono rimasto fino
alla fine del 1982, e poi sono andato in
Africa, in Tanzania, da volontario non
credente senza paga, con un’organizzazione cattolica che montava pale a
vento. Lì mi ammalai di malaria e dissenteria, e mi rispedirono al mittente.
In seguito trovai lavoro a Sigonella in
una ditta italiana che lavorava per gli
americani. Facevo il facchino, carico e
scarico degli aerei. Poi ancora un cantiere a Milano finché, nel 1988 a Roma,
una cooperativa formata da ex compagni di Lotta continua mi prese a
giornata. Ci sono rimasto fino al 1996,
ero manovale, sturavo le fogne...».
E la scrittura? «Fino ad allora avevo
sempre continuato a scrivere ma, prima di pubblicare, ho buttato via tante
cose. Scrivere per me era il contrario di
lavorare e, alla fine della giornata, mi
ripagava di tutto». Intanto imparava
l’ebraico antico; l’occasione fu la Bibbia, la trasmissione orale per eccellenza. «Una mattina mi capitò di leggere
qualche pagina e mi piacque, era una
scrittura intransitiva, un verbale di
una divinità e basta. E io volevo capire
quella potenza attraverso la lingua originale. Adesso, ogni giornata la comincio leggendo in ebraico antico un
capitolo della scrittura sacra. È un nutrimento quotidiano, come andare a
fare una passeggiata nel deserto, come
il rapporto diretto con la montagna».
Questo accadeva quasi trent’anni fa.
«Poi ho aggiunto l’yiddish e dopo ancora il russo, lo sto ancora studiando,
per leggere le poesie. Decisi di impararlo quando ero in Bosnia, dal 1993 al
’97, mentre ero autista di convogli».
Invece, Belgrado? «Ci andai nel ’99
quando la Nato bombardava la Serbia.
Per disertare dai bombardieri di una
città non scendevo neanche nei rifugi.
Quando urlavano le sirene d’allarme
restavo in strada e, la notte, all’ottavo
piano di un albergo senza ascensore.
Ma di quei giorni non ho raccontato
niente, forse perché non sono mai riuscito a dimenticarli».
Progetti? «A novembre uscirà per
Feltrinelli La notte dei numeri, una
commedia napoletana sulla tombola
dei bambini, ricordi di molti capodanni in attesa della mezzanotte. Adesso
non sto scrivendo, ma se mi viene il genio, così si dice a Napoli e geniovuol dire solo voglia e non altro, se mi viene il
genio... allora mi rimetto a scrivere.
Come sempre».
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SILVANA MAZZOCCHI
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