Il nome Gasoline è un'idea tratta dalla seguente suggestione di Gregory Corso:
"(Poetry) comes, I tell you, immense with gasolined rags and bits of wire and old bent nails (...) from a dark river
within"
Gregory CORSO, "How Poetry Comes to Me".
"(La poesia) viene, vi dico, immensa a stracci sporchi di benzina e pezzetti di fil di ferro e vecchi chiodi ricurvi (...) da
un oscuro fiume interno"
Gregory CORSO, "Come mi viene la poesia".
n° 11 - 05/2002
INDICE
1. Editoriale
pag.
02
2. I racconti
pag.
03
3. Momenti di poesia
pag.
05
4. Carter nascosto
pag.
09
5. Tracce di vita in soliloquio espanso
pag.
10
6. Bombabimbo
pag.
11
7. Autopresentazioni esplosive
pag.
13
8. Elementi si critica letteraria
pag.
16
9. Suoni di-versi
pag.
23
10. @@Musica!@@
pag.
26
n. 11 - Maggio 2002
Rivista dell'Associazione Culturale BOMBACARTA (http://www.bombacarta.it)
Riproduzione consentita citando la fonte completa di sito internet
Direttori: Angelo Leva, Rosa Elisa Giangoia
Consulente generale: Antonio Spadaro
Mailing-List: [email protected] 1
1. Editoriale
[Antonio Spadaro]
MAGGIO 2002
L’uomo è un essere di ricerca. Lo sappiamo. Cosa cerca l’uomo? A volte neanche lo sa. E se
non fosse così? Proviamo a immaginare un uomo che non ricerca. Proviamo a immaginare che
il Siddharta di Hesse sia solo una menzogna borghese, una perdita di tempo. Resteremmo
sconvolti? Resterebbe sconvolto il nostro modo di intendere la letteratura e forse anche
l’uomo?
Io credo che chi cerca veramente abbia già trovato, almeno qualcosa. La ricerca pura non è in
grado di generare poesia e racconto, come non è in grado di generare vita, del resto. L’artista
è innanzitutto non un essere di ricerca, ma un essere di attesa. L’ispirazione, per quanto la si
ricerchi, non può essere raggiunta. Così è per le cose più importanti della vita umana,
compreso l’amore, compreso il «senso».
Carver, un autore di cui spesso BC si è occupata quest’anno, ad esempio, non è stato un uomo
di ricerca. E’ stato un uomo che ha aderito in maniera bruciante al quotidiano «raso terra». Se
ha visto il male, del male ha parlato. Se ha visto la luce, della luce ha parlato, sino a vedere
nel suo cuore «questa crosta di terra/ che il temporale illumina (In my heart, this plot of earth/
that the storm lights)» (Pioppi tremuli). E questo è un evento di «grazia». Solo chi è in attesa
(e non tutto concentrato sulla ricerca), può trovare.
La vera «ricerca» è questione di ascolto prima che di domanda. Solo così, per ricordare le
parole del poeta Bartolo Cattafi, l’essere costretti alla nostra crosta di terra, alla nostra sosta
d’insetto su di essa, potrà essere inscritta nel divampante mistero di un senso: «Siamo ora
costretti al concreto/ a una crosta di terra/ a una sosta d’insetto/ nel divampante segreto del
papavero» (Costrizione).
Antonio Spadaro
2
2. I racconti
Da: Ginetta
Inviato: Tuesday, March 19, 2002 16:10
A: bombacarta
Oggetto: racconto: N. e la Walewska
Questo è il primo racconto che ho scritto.
Lo feci per gioco due anni fa e mi accorsi che era piacevole interagire storia e fantasia e così
iniziai a capire… chi scriveva per il solo gusto di scrivere.
Ginetta
Serra Ventosa (Isola d’Elba), 1 settembre 1814
Con il cannocchiale appoggiato all’ufficiale d’ordinanza Bernotti, Napoleone Bonaparte scrutava
immobile il mare, lo stesso mare che dopo aver visto la sua ascesa ora lo osservava esule,
impotente, solitario, relegato su un’isola in cui non poteva far altro che sognare e fantasticare
la rinascita, il ritorno trionfale in Francia e in tutta Europa. Apparve una vela e dall’immobilità
passò all’azione: dette ordini, disposizioni, si preparò a ricevere gli ospiti. Nessuno, neppure le
persone a lui più vicine conoscevano i passeggeri tanto attesi. A sera inoltrata, dalla fregata
inglese alla fonda nel golfo di Portoferraio, complice il buio, illuminata soltanto dalla luna piena
scese una donna velata accompagnata da un bambino, da una dama e da un ufficiale polacco.
Subito scomparvero in una carrozza tirata da quattro cavalli diretta al romitorio della Madonna
del Monte, sopra il paese di Marciana, dal quale si domina lo specchio di mare che unisce il Mar
Ligure al Mar Tirreno e, in esso, Corsica, Capraia, Gorgona, il continente.
Arrivati al bivio di Procchio, la carrozza si fermò. Napoleone scese da cavallo, salutò la dama
velata, si unì agli ospiti e in fretta venne ripreso il viaggio. L’incontro, a quel che tramandano
le cronache, fu commovente, baci e abbracci, lacrime e sorrisi. Per giungere a destinazione era
necessario percorrere una strada impervia dove solo cavalli e muli potevano passare. La dama
montò a cavallo e il tragitto si fece penoso. La luna era scomparsa, il buio sempre più fitto, i
pericoli, precipizi e scogliere, incombevano. Ma infine alle tre di notte, davanti alla tenda in cui
abitava quando si recava lassù, accolse la donna minuta, delicata, bionda, esile quasi eterea,
dolcissima nei tratti e nei modi, dicendo <<Ecco il mio palazzo>>.
E avvenne quel che doveva avvenire: due notti e due giorni d’amore in uno dei più bei luoghi
dell’isola, dove castagni, rocce, cielo e mare si fondevano in un panorama unico, raro,
suggestivo.
La dama rimase invisibile, il figlio chiamava papà Napoleone, ma non era Maria Luisa, come
tutti credevano e speravano.
Maria Walewska, contessa polacca, corteggiata a lungo e poi amata da Napoleone al punto che
dalla Polonia la volle a Parigi, madre di un Suo figlio, non aveva retto al desiderio di vedere e
abbracciare il suo uomo, il suo idolo, di correre da lui. Maria, moglie di uno degli uomini più
potenti della Polonia, spinta dalle autorità polacche a cedere alla corte del Bonaparte per
salvare il suo paese, perché liberasse la sua terra, aveva sofferto, si era tormentata, aveva
temporeggiato.
L’Imperatore a lungo l’aveva corteggiata inviandole mazzi di rose rosse, ma alla ragion di stato
subentrò ben presto la passione e con l’amore venne meno anche la promessa di fedeltà
eterna al marito. Con lei, all’Elba, Napoleone assaporò di nuovo l’ebbrezza dei giorni felici.
Rappresentava, inoltre, il cordone che lo univa alla Francia, all’Europa intera, la molla che lo
avrebbe portato di nuovo a regnare. Proprio questo sogno fece sì che l’incontro rimanesse
segreto, il corso non voleva che giungesse alle orecchie della moglie Maria Luisa d’Austria.
Arrivò la partenza. La sera del 3 settembre, mare in burrasca e vento sconsigliavano di salpare
le ancore, ma l’esule fu inflessibile, l’amata doveva lasciare l’isola.
Il brick inglese da Portoferraio venne portato nel golfo più riparato di Porto Longone.
Napoleone accompagnò la contessa fino a Marciana, dove senza congedarsi e salutare, si voltò
e ritornò indietro in sella al suo cavallo. L’ufficiale Bernotti scortò la Walewska nella cala di
Mola e un canotto la riportò sul brigantino. Compiuta la missione e rientrato al romitorio
l’ufficiale <<rinvenne l’Imperatore assiso sopra un tronco di castagno, col capo pesantemente
3
reclinato sulla mano destra, solo, silenzioso, immobile, assorto forse nelle rimembranze
destate in lui dalla recente visita>>.
L’esule attese sei giorni, inquieto, scostante, agitato, scontroso, prima di venir a sapere che
madre e figlio erano in salvo sulla terraferma e allora ricominciò a sognare e a sperare,
sapendo che Lei, Maria Walewska, in Francia lavorava per Lui per preparare il ritorno trionfale
dell’Imperatore Napoleone Bonaparte.
Da: Lisa “gaemice” Miceli
Inviato: Sunday, April 07, 2002 13:31
A: bombacarta
Oggetto: Sudsonica
Ispirato da ritmi, colori e tradizioni afrocentric.
Lisa
Sera. Non ci sono lampioni. Non si vede nulla, eppure basterebbe un cerino per illuminare
questa strada, ma Hòòmo non l’accende, preferisce restare in compagnia delle ombre e
rimanere appeso alla luce dei suoi pensieri.
Lentamente ogni cosa prende forma.
Cammina proprio là, dove lo scuro toglie ogni dettaglio, in mezzo a licheni, gabbiani e urubù.
Hòòmo sta percorrendo la strada a piedi nudi, di notte, per salire lassù, sulla nuvola al centro
della musica. La culla del suo essere e stare, tra i pensieri e le ombre. che disegna sulla tela
dello spazio. Col tono di voce autentico del paesaggio selvaggio di quella notte. Non strepiti di
acuti per vertigini di bellezza, né canzoni ammaliatrici per i facili decori dei salotti marini.
Una voce fatta di sussurri discreti delle fronde degli alberi, rade tra le balze ocra delle colline,
aspre di secchezze estive, e di bisbigli rotolanti tra i vicoli in pendenza di Canticchio. Il paese in
valle da cui era partito.
Quel grumo di case antiche mille anni, che ancora sta acquattato tra gli anfratti delle dune di
Sudsonica.
In lontananza, il pennello grande di una piccola mano disegna macchie di boscaglia tra i campi,
nello sfondo di viottoli da cui salgono ieratiche figurine di contadine.
Alla parete azzurro cupo del tempo, il quadro di Hòòmo buca il sipario grigio delle costruzioni di
cemento delle città, creando cento vie di fuga nei colori fosforescenti di un’estate permanente.
Quella di Hòòmo era solo l’ultima di centinaia di tele, nella teoria di stanze una dietro l’altra,
che racchiudevano i profumi delle stagioni e fotogrammi di paesaggi alberganti nella memoria,
l’unico luogo dove la luce non produce ombra.
In quella tela creata nei corridoi della mente e nei meandri dei suoi pensieri, sul terriccio umido
di quella notte, dai suoi piedi di samba marunké, Hòòmo trova la scala cromatica del suo
viaggio a suono aperto, e sale sulla nuvola per non stare più da solo.
Fu un amore così. Eterno, senza illusori paradisi.
4
3. Momenti di poesia
Questo mese la rubrica sulla Poesia coglie spunto da un breve “carteggio” tra me e MelusinaFederica, la nostra affezionata amica in emigrazione cronica, un po’ piccione viaggiatore, un
po’ naufraga, per noi reporter (in realtà è chimico e viaggia tantissimo per lavoro) ora in
Giappone, ora a Londra, ora in America.
Qualche settimana fa, in seguito alla scomparsa improvvisa nel giorno di Pasqua di un mio
giovane cugino, dopo un periodo di silenzio, mandai in lista una poesia che da tale esperienza
di dolore traeva ispirazione. E la accompagnai ad alcune considerazioni sullo scrivere di un
dolore recente e reale, interrogandomi se mai fosse possibile in qualche modo, anche inconscio
forse, strumentalizzare il dolore ai fini e all’esigenza dello scrivere.
Federica mi ha risposto così:
Ciao Costantino,
mi dispiace molto per tuo cugino, ti prego di accettare le mie condoglianze. Inoltre, non credo
che scrivere sia strumentalizzare il dolore, anzi: secondo me e’ un modo per dargli sostanza,
rendendolo visibile agli altri ma soprattutto a noi stessi. L’opposto della tentazione diabolica di
proiettare su qualche capro espiatorio, verso l’esterno, l’elaborazione degli affetti troppo
intensi, disconoscendone la proprietà e sprecandone così le potenzialità di crescita personale.
Invece, quale sia il mezzo tecnico utilizzato allo scopo, proprio nel rendere solido il dolore si
attua un percorso di crescita interiore, finché anche ciò che inizialmente sembrava così
incomprensibile e ottuso acquista un poco di senso. Alla fine, ci si ritrova comples-sivamente
più ricchi, o più maturi.
In questo, per me, la poesia e’ un concreto aiuto alla preghiera. Ma e’ un viaggio nel tempo,
quello che sto descrivendo: non ha senso anticiparne le tappe, anche perché ogni persona
trova le sue risposte,personalissime. Come diceva Antonio qualche tempo fa, beh, chi resta
deve fare i conti con la separazione e la perdita, roba tosta da digerire. Mentre chi è andato dilà è già nell’abbraccio dell’eterno, di cui sta imparando il linguaggio d’amore. Finalmente, si
sente accolto da un abbraccio caldo e sereno.
A me piace pensare che i miei morti (il nonno Eugenio, l’Umberto, il Roberto, Jamie Bowen e
Hamilton, questi ricordo nelle mie preghiere) abbiano già raggiunto la posizione invidiabile di
chi conosce la verità, quella che per noi resta elusiva e nascosta sotto il velo di Maya, l’illusione
del mondo sensibile. Una prospettiva interessante, persino, se la si confronta con le fatiche del
nostro vivere quotidiano... anche se lo strappo di un incidente è maledetto e inesorabile, così
crudele proprio perché senza preavviso!
Un abbraccio
Federica
Leggere queste righe mi ha ricordato una sua stupenda poesia apparsa qualche tempo fa in
lista e che considerai e considero tra le più belle lette qui.
E se riuscissi davvero a raccontare
In tempo reale
Questa serata?
I singhiozzi di una donna che
Cammina veloce e mi incrocia
E piange, su quale dolore?
E’ il mio stesso dolore
Trasfigurato
Che in lei ancora urla e trema.
O la bionda dal passo elastico
Che supera St. Martin’s in the Fields
Aggrappata a un telefono?
Il traffico anonimo ci separa.
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Mi assediano suoni e voci.
Voci che esprimono
In tante lingue diverse
Lo stesso tono vibrante di folla eccitata,
L’attività della notte nel West End.
E le voci in attesa, anche:
Le ragazze pulcini bagnati
Sedute su giacigli di cartone.
I poliziotti annoiati-severi
Col bastone che oscilla
Dolcemente
Alla cintola.
Oppure,
Il gruppo allegro che si e’ seduto
Al mio fianco, fuori dal pub
(St. Martin’s Court, tavolini
Di ferro battuto per strada)
E sono:
Una mamma con bimbo in carrozzina
Una mamma con figlia in braccio
(Otto anni? mi ha sorriso, intenta)
Una terza donna in piedi
Che si e’ ora chinata per parlare
E racconta di certe sue
Amiche spagnole.
Un uomo, anche, marito
Di una, fratello dell’altra.
Ridono.
Buffo come
La mia fame di famiglia e relazione
Attinga a questi incontri casuali
Che studio come l’ornitologo
Scruta i liberi uccelli nel cielo:
Mimetizzata, in silenzio.
Un tempo dicevo,
La mia ricchezza interiore
Troverà uno specchio!
Ma l’intero mondo ora riflette
La mia solitudine
Che pure e’ feconda
E riemerge nei versi stupiti.
Oppure,
Sono troppo esigente?
Oppure
Ho superato il bisogno
Di un altro speciale,
Il gioco degli specchi?
Volano i pensieri
In questa sera d’autunno
Tiepida,
Ricca di conversazioni origliate.
E scrivo, scrivo
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Studiando i passanti
Succhiando a tratti caramelle di ricordi,
Avidamente.
Oh, se ne vanno! le donne, i bambini...
Due nuovi ospiti al mio tavolo.
Tedeschi? quasi non parlano.
Si sono invertite le parti
Ora e’ mio il desiderio
(Lo ascolto, sta crescendo)
Di parlare con questi due sconosciuti,
Da dove venite?
Siete qui per lavoro?
Uno di loro studia
Una mappa di Londra.
Aprire un discorso, un contatto umano
L’occasione di una sera
I venti minuti
Per scoprirsi e giocare
All’arte della Melusina.
Ma continuo a scrivere e sento
A tratti l’impatto degli sguardi curiosi
Dei miei vicini di tavolo.
Tutto ciò finirà fra un’ora
Alle undici chiudono i pub
E tornerò a casa a smistare la posta
La radio accesa sulle ultime notizie.
** INTERLUDIO **
Vi basta?
Un quadretto di poesia da Londra...
E quanto vale scoprirsi
Nei gruppi di scrittura creativa
O sui tavolini di ferro battuto?
Quali accordi vibrano negli sguardi
O leggendo i miei versi?
Voi non mi conoscete, Bombacarta.
E io sto scrivendo ‘sta cosa
Troppo lunga
Per presentarla al prossimo meeting
Perché Antonio ha postato,
Mandate i vostri testi,
Mandate qualcosa!
E la sfacciataggine supera la vergogna,
Sarà sufficiente descrivere
Un venerdì sera banale
A Londra
In mezzo ai turisti?
È già poesia?
**************
Una sera d’autunno quasi estiva
La mia voce chiusa nella gola.
Basta, adesso glielo chiedo,
7
Da dove venite? vorreste un poco
Parlare con me?
E’ finito ormai lo spettacolo
Del Windham’s Theatre
E la folla dalle porte aperte
Si riversa in St Martin’s Court.
Il teatro ha sbarrato le porte,
Si prepara una foto ricordo.
Ecco, il lampo ha catturato
Anche il mio sorriso.
Poi di nuovo chino la testa
Ad inseguire nei versi
La benedetta complessità del reale.
“Ad inseguire nei versi/ la benedetta complessità del reale”
Ecco, la chiave e il senso del vivere nello scrivere, proprio in questi ultimi versi. Melusina in
questa poesia sorprende per come sa attivare sensori finissimi e speciali della percezione del
reale che la circonda. Sorprende per come, con un linguaggio poetico piano, semplice, quasi
cronistico, finisca per filmare attimi di essenziale e squisita quotidianità. Sorprende ancora per
come, con altrettanta semplicità - che è poi la feconda ingenuità recettoriale da cui scaturisce il
far poesia - interiorizzi nel suo vivere, nel suo domandarsi, questo quotidiano e lo intersechi
con i suoi personali temi e quesiti dell’esistenza. Come un incessante dialogo, apparentemente
silenzioso, tra lo svolgersi della realtà e la riflessione di questa dentro di sé. E’ un dialogo
pudico, a volte quasi timoroso, ma in cui “… scoprirsi e giocare / all’ arte di Melusina” diventa
una pressante necessità.
Costantino Simonelli
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4. Carver nascosto
Da “Il Giornale”, rubrica “Lettere cattoliche” a firma di Luca Doninelli.
Da molto tempo seguo ed apprezzo l’opera critica di padre Antonio Spadaro s.j., trentacinque
anni, redattore ed esperto di narrativa per La Civiltà Cattolica. In lui trovo, unite, le migliori
qualità di un critico: la vastità delle conoscenze, la passione, l’ordine metodologico (quel
rigore, figlio della conoscenza, che è l’opposto dello schematismo) un gusto estetico ben
definito, ossia fondato su categorie chiare, e soprattutto un’eccezionale assenza di pregiudizi.
Chi segue le “lettere cattoliche” può capire bene la ragione per cui parlo di lui in questa sede:
perché padre Spadaro rappresenta un elemento di controtendenza rispetto a una cultura
cattolica che va perdendo sempre di più la sua dimensione di racconto. Tutto ciò che di bello
esiste nella vita - e anche nella Chiesa - è nell’ordine degli eventi, dei fatti: e ciò che accade
può e deve innanzitutto essere testimoniato, cioè raccontato. I fatti non si teorizzano, si
raccontano. Perciò la dimensione del racconto è una dimensione fondamentale del
cristianesimo.
Di padre Spadaro ho letto in questi giorni un eccellente libretto (Carver. Un’acuta sensazione di
attesa, ed. messaggero Padova, pagg. 110, euro 9,50) dedicato ad uno dei massimi scrittori
del Novecento, quel Raymond Carver che, negli anni Ottanta, divenne noto come “padre del
minimalismo” la corrente che fu resa famosa, in seguito, dai vari McIrney, Leavitt, Ellis. Questa
erronea collocazione contribuì al modesto successo di Carver in Italia in quegli anni. E se
l’interesse per il grande scrittore rinacque con il film di Altman “America oggi”, ispirato ai suoi
racconti, è stata la casa editrice minimum Fax, qui da noi, a farsi carico, con un piano di
pubblicazione molto intelligente, della sua riedizione italiana: che più che una riedizione è una
prima edizione.
In questi vent’anni molte cose nuove si sono sapute di e intorno a Carver, e la sua immagine è
cambiata. Alla vitrea disperazione che gli si attribuiva si è sostituita una pietà magnanima che
lo fotografa in maniera più giusta e definitiva. Leggendo Carver, si ha cioè l’impressione di uno
sguardo lucidamente positivo sulla realtà, che costituisce - scusate se è poco - una torsione a
180 gradi del concetto di lucidità, dopo due secoli in cui questa parola era divenuta sinonimo di
negatività e di pessimismo.
Spadaro coglie alla perfezione questa dimensione profonda, misteriosa in uno scrittore che ha
sempre cercato di raccontare la minutaglia della vita quotidiana. Dimensione che non si riduce
ad un’attitudine mistica sui generis, ma ha le radici in un mondo in cui la Bibbia costituiva una
consuetudine mentale - a prescindere dal fatto (al quale mi ostino a non attribuire molta
importanza) che Carver fosse credente o no.
Il cristianesimo, prima di essere un’opzione di fede, è una mens. Nella straordinaria opera di
Ray Carver è testimoniata questa mens naturaliter cristiana. Ed è merito di Antonio Spadaro
l’avercene dato un ritratto esatto e incisivo. Con questo libro, Spadaro non ci offre solo una
monografia, ma ci suggerisce, attraverso la figura di Carver, un modello di letteratura e di
scrittore seriamente alternativi al vuoto di questi tempi.
Cattolici sì, ma solo perché veri.
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5. Tracce di vita in soliloquio espanso
Da: a.orazi
Inviato: Tuesday, April 02, 2002 14:25
A: bombacarta
Oggetto: Resurrezione e vita
Cercavo un santo, sabato a cui affidare le mie preghiere, il sole era a picco, la chiesa chiusa.
“Bussate e vi sarà aperto”.
Finalmente trovo il mio santo il cassiere di un ospedale che mi apre le porte...della cappella.
Mi inginocchio e finalmente sono a casa!
Se quel cassiere non fosse stato come San Pietro per me, io, in questa Pasqua non sarei rinata
alla vita. Secoli fa mi inginocchiavo davanti ad un altare così libera nella fede da piangere,
sabato, in quella piccola cappella, davanti ad un ritratto all’uncinetto di Padre Pio, ho chiesto di
tornare a casa. Ho detto Basta! alle ricerche di un qualcosa che non esiste, almeno per me. E
la mia richiesta è stata accolta, sono tornata a casa, nella lucina data da un’unica finestrella
presente nel luogo di culto.
Padre grazie per la vita che ho riaccolto sabato, grazie per la vita che è rinata domenica, grazie
Padre perchè ogni lacrima versata lunedì è stata una goccia di libertà, di scelta, di libero
arbitrio. Lacrime dure come grano, che daranno di nuovo frutti.
E saranno puliti, chiari e veritieri.
Ci saranno sempre nei limbi dei ricordi quelle catene, che ho lasciato, ma solo lì. Sono di nuovo
libera di scegliere.
Sono neonata e libera.
Grazie Dio.
Arianna
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6. Bombabimbo
Il nostro bomber Tonino “dicotomico” non è propriamente un bimbo, diciamocelo, è un baldo
studente universitario di filosofia, eppure il suo racconto “Le tre parole magiche” è la scelta
giusta per la rubrica di questo mese.
State un po’ a sentire…
“Iniziava la sua magia e sussurrava le sue tre parole magiche, sull’ultima sillaba entrava in
quell’ignoto mondo. (…) Il cielo aveva nuove sfumature e le nuvole lo cullavano sospirandogli
la vecchia magia che aveva afferrato da piccolo. Il tempo lì era strano, qualcosa che passava in
secondo piano e certe volte scompariva rapito da una lumaca che lo nascondeva dentro la sua
conchiglia. Altre volte un cane nero correva veloce e acchiappava tra i denti bianchi minuti,
ore, mesi. Correva lontano e scavava grosse buche in cui faceva sparire i figli del tempo.”
Quante immagini e suggestioni in poche righe: la lettura come ritorno al mondo dell’infanzia,
la magia della parola scritta, viva e fervida, l’incantesimo dell’aquilone che si rinnova
nell’animo adolescenziale, ricco di fede e di speranza. Doni, questi, che gli adulti dovrebbero
recuperare per essere migliori.
“Ah , io pensai, ah se davvero credessi in questo…
E non era come se andassi sottoterra,
era come se andassi sulla traiettoria dell’aquilone,
avendo l’aquilone negli occhi e perciò non avendo altro,
avendo buio, e avendo il cuore dell’infanzia, siciliano e di tutto il mondo”
E. Vittorini, Conversazione in Sicilia
Le tre parole magiche
Ti capita quella mattina che pizzichi e spizzichi la lente a contatto senza ottenerne
collaborazione. Te la spiaccichi contro la pupilla e lei preferisce starsene comodamente
appollaiata sul tuo polpastrello. A Tonino era capitata una di quelle mattinate. Alla fine uscì di
casa col naso pesante dei suoi vecchi occhiali, le ascelle che rilasciavano piano piano tracce di
Axe e la gola ancora zuppa di collutorio. La strada era sempre quella, s’imboccava via Morana
e i piedi seguivano quel tragitto troppo noto senza comunicare col cervello. Masticava le sue
tre parole magiche e senza neanche accorgersene era già al Liceo. Arrivava ogni giorno con un
ritardo variabile, tutto dipendeva da quelle maledette lentine. Oggi aveva sforato di una buona
quindicina di minuti, non c’era nessuno a sfumacchiare marlboro sul marciapiede. Aveva perso
tutto quello che c’era da perdere, solo le tre parole gli restavano e per questo continuava a
ripeterle, per non restare ancora più solo.
Salutava con distacco i suoi compagni, un breve cenno alla professoressa di turno e una scusa
farfugliata prima di precipitare dentro quelle sei ore che ti scorrevano lente e distanti. Tutti i
concetti che scaccolavano fuori dalle bocche laureate chiedevano almeno un minimo
d’attenzione. Tonino restava prigioniero della seconda fila con in testa le tre parole che
piroettavano felici. I richiami di questa o quella professoressa lo strappavano via per un solo
istante, bastava poco per ritornare lì. Nessuno lo sapeva, pensavano che era un ragazzo strano
ma niente di più. Al suo compagno di banco bastava scopiazzare dalla sua versione di latino, ai
professori che sapesse vomitare concettismi se interpellato e riempire le colonne di un tema.
La campanella della sesta ora aveva assassinato anche quel giorno, Tonino poteva tornare da
loro, era a casa. La casa dei suoi genitori non riusciva a sentirla sua, sembrava che quei muri
lo tenessero prigioniero, lo soffocavano gocciolando ducotone. Per andare via di lì non bastava
la patente o i diciott’anni, quell’angoscia ti avrebbe seguito sino in capo al mondo. C’era solo
un modo e lui lo sapeva. Gli bastavano le sue tre parole magiche, solo quelle.
Il pranzo era una farsa, la madre gli chiedeva cose che non le interessavano e lui rispondeva
con parole vuote e sorrisini d’occasione. Un giorno o l’altro gli sarebbe andata di traverso la
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pastasciutta e rantolante, boccheggiando forse avrebbe visto suo padre reagire finalmente a
uno stimolo esterno. Poteva finalmente alzarsi dalla tavola e scendere nella sua stanza, si
rintanava lì, provava una decina di diverse posizioni e slacciandosi le scarpe sistemava la luce
ideale. Iniziava la sua magia e sussurrava le sue tre parole magiche, sull’ultima sillaba entrava
in quell’ignoto mondo. Vagava con le orecchie piene di voci sconosciute, schiudendo gli occhi
miopi a nuove percezioni. Il cielo aveva nuove sfumature e le nuvole lo cullavano sospirandogli
la vecchia magia che aveva afferrato da piccolo. Il tempo lì era strano, qualcosa che passava in
secondo piano e certe volte scompariva rapito da una lumaca che lo nascondeva dentro la sua
conchiglia. Altre volte un cane nero correva veloce e acchiappava tra i denti bianchi minuti,
ore, mesi. Correva lontano e scavava grosse buche in cui faceva sparire i figli del tempo.
“Tonino è tardi! Non devi studiare? Perdi tempo prezioso!” la voce di sua madre lo risucchiava
via, lo strappava da quello strano, ignoto mondo per riconsegnarlo alla grigia realtà. Lei aveva
dimenticato quell’incantesimo, lei che glielo aveva insegnato!
Tonino non voleva dimenticare e le ripeteva senza fermarsi come le parole di una vecchia
canzone che ti s’incollano in testa e non riesci più a scrollartele via. Lui non voleva perdere
l’unico accesso, l’unica chiave per quell’universo di luna.
“IO AMO LEGGERE, IO AMO LEGGERE, IO AMO LEGGERE” lo diceva ed era vero. Amava
avventurarsi lungo capitoli che graffiavano il cielo del magico mondo della lettura, adorava
guadare il fiume d’inchiostro saltando di libro in libro, arrampicarsi su per le virgolette che
imprigionavano e le parole di personaggi che si staccavano dal testo e vivevano. Non si
sarebbe mai stancato di giocare a rimpiattino con la lumaca e il cane nero dai denti bianchi, li
avrebbe cercati e non avrebbe mai svelato il loro segreto. Ancora per molti anni avrebbe
assistito in diretta a quel miracolo che si rinnovava giorno dopo giorno, ogni volta che apriva la
copertina di un libro e con la bocca traboccante delle sue tre parole magiche avrebbe rivisto
quel cielo dove gli aquiloni volavano liberi, volavano senza fili, volavano come lui stesso
riusciva a volare.
Tonino Pintacuda
Patty Piperita (Maria Guglielmino)
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7. Autopresentazioni dei bomber
Da: Sergio Silvestri
A: bombacarta
Oggetto: ‘IoMeStesso’
Data: giovedì 21 marzo 2002 15.56
Permettete che mi presenti…
‘IoMeStesso’
Vi dirò solo che ho il naso alla francese, cioè con le narici ad Arco di Trionfo e un setto nasale
che è la decima parte dello schilo nasale. Ho un gomito a gomito con tanto di segnalazione di
rallentamento in curva. Ho i capelli strapazzati e l’occhio di bue. Ho la lingua lunga e l’inguine
languido che lungi dalla lingua. Ha anche delle anche con le quali faccio pure il purè. Ho le
gambe a X e sono 2 solo se credo di vincere fuori casa. Ho una natica sì e una no, per
ricordarmi su quale fare l’iniezione. I piedi affusolati han fuso i lati perché mi son bruciato i
mignoli. Le ascelle non hanno peli sulla lingua poiché sono ascelle e i peli sono di produzione
propria. Ho un occhio per occhio e dente per dente, anche se non conosco il risultato della
moltiplicazione. Ho un collo di bottiglia e tutto ciò che dico sa di tappo, anche se misuro un
metro e ottanta, se misuro una persona alta un metro e ottanta. Ho spalle larghe e palle
lunghe e pedalare. Ho l’occhio spento, ma solo la notte, che con la luce non riesco a dormire e
quando lo accendo, ho uno sguardo magnetico, almeno così dicono le bussole. Comunque,
occhio che non vede, cuore che non duole, quindi non ho problemi cardiaci, ma intanto, sono
cieco. Ho un pene fine, ma così fine, che quando si deve soffiare il naso chiede il permesso. I
testicoli sono schierati, uno a destra e l’altro a sinistra, e per divergenze politiche, a volte
vengono alle mani, o le mani vengono ad essi per scongiurare lo scontro. La vagina non ce
l’ho. Ogni tanto provo, ma niente da fare: mi va stretta. Ho un bicipite un tricipite un
quadricipite un occipite e uno stipite: insomma sono un armadio. Ho il ginocchio sul quale è
tatuato l’occhio di Gino e il polpaccio coi tentacolacci. Ho i capelli a spazzola(capelli fai da te).
Ho l’occhio clinico e le narici ospedaliere. Ho un sedere piccolo ma gran culo quando gioco a
carte.
Chi va all’ano va sano se sta lontano, questo perché non curo l’igiene e nemmeno l’imene, che
d’altronde non ho, anzi in genere, i maschi, non ano. Ho il sedere a mandolino che intona “O’
surdato innammurato”.
La bocca è cucita e pallida dopo avere bevuto un Bianco Sarti.
Ho le sopracciglia sopra le ciglia (è sempre importante puntualizzare).
Ho il doppio mento perché un mento di scorta può sempre servire.
Ho orecchie da mercante e l’occhio di vetrina che espone solo il mio dubbio e per questo
piaccio molto alle donne: dicono abbia il mio perché.
Ho tutti i denti tranne quelli del giudizio del dentista che dice di volere estrarre sulla ruota dei
Bari (città di dubbia molarità). Sono un po’ magro, diciamo quattr’ossa : Aradios, Artos, Ortos
e D’Artignan e con la moscattiere al naso.
Da: Costantino Simonelli
A: bombacarta
Oggetto: EVVIVA per S. Silvestri
Data: giovedì 21 marzo 2002 20.02
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!!
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!!
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!!
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!!
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!!
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!!
un umorista in lista
coi toni d’un artista
col fare scanzonato
e un corpo depravato
se non s’inacidisce
se non s’inviperisce
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!!
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!!
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!!
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!!
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!!
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!!
13
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!! forse che forse esce
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!! no carne, manco pesce
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!! ma, buon scomunicato,
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!! dal Boss P.E. mandato,
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!! a fare allegro scazzo
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!! di letterario smazzo
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!! petulando sana ironia
mista a buona filosofia
Me so stancato!
eludendo la questione
uso gli ( “ )
di scriver con ragione
“
smistando l’opinione
“
di qualsiasi religione
“
ed affidando al fatuo fato
“
tutto lo scriver del creato.
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!!
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!!
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!!
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!!
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!!
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!!
EVVIVAEVVIVAEVVIVA!!!!
“
“
“
“
“
“
“
Embè? pure gli “EVVIVA” più entusiasticissimi, daje oggi, daje domani , se stancheno.
Così diceva un cugino lontano di Petrolini, riferendosi al Duce. :-) (ndr boh!!)
Kosta rimaccioso
Da: Cristiana Formetta
A: bombacarta
Oggetto: [bombacarta] nuovo arrivo
Data: giovedì 11 aprile 2002 13.50
Ciao.
Mi chiamo Cristiana, scrivo da diversi anni e un paio di giorni fa ho visitato il sito di
Bombacarta.
Collaboro a diversi siti internet, dove mi occupo principalmente di letteratura pulp e new
gothic, ho pubblicato un paio di libri, ecc. ecc.
Ho deciso di scrivere al gruppo perchè
1.. vivo al sud, precisamente a Salerno, città dove, a mio parere, manca un dibattito culturale
vero e proprio, ed io a trent’anni ho ancora bisogno di confrontarmi.
2.. odio il fatto che chi scrive e viene dal sud debba essere sempre e comunque etichettato
come uno “scrittore del sud” e obbligato a parlare di mafia e camorra.
Voi cosa ne pensate?
Cris
www.cristianaformetta.too.it
Da: anto
A: bombacarta
Oggetto: Presentazione
Data: giovedì 11 aprile 2002 15.14
Persone che vanno, persone che arrivano....persone che tornano.
Buongiorno a tutti!
Mi ri-presento, sono Antonella e da mesi vi leggo in silenzio.
Il silenzio è una dimensione che ho abitato varie volte in questi quasi ventisei anni. Come sotto
la superficie di un lago ghiacciato. E a tratti mi prende la voglia di graffiarlo, spaccarlo,
mandarlo in frantumi con un urlo.
Ho azzerato tutto il file Bombacarta che avevo custodito, riparto da zero, dal Manifesto. Lo
rileggo. A volte i sogni vengono accantonati lungo le strade che percorriamo ogni giorno, come
rifiuti, abiti dismessi, sacchi pieni di paure.
14
Sto scegliendo il periodo peggiore -o forse no, chi lo sa?- per scavarmi dentro alla ricerca di
sogni. Con un anno di ritardo ho preso in mano il lavoro di tesi e mi porta via la giornata.
Ammaniti scrisse Branchie anziché la tesi, io farò il contrario e non è una rinuncia. I sogni sono
tanti e vorrei realizzarne almeno uno -aiutare gli altri ad aiutarsi- , lavorare come psicologa.
Sicuramente non avrò il tempo per scrivere spesso, volevo solo ri-cominciare ri-presentandomi.
Grazie per tutto ciò che postate in mailing-list. Anche solo una parola può essere un sasso
lanciato su un lago ghiacciato...e può far sperare che si spacchi, un giorno o l’altro.
Anto
Rosa Elisa Giangoia
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8. Elementi di critica letteraria
Ho scelto un racconto a tinte forti, che ha come presupposto una situazione dai toni davvero
drammatici: Cristina Formetta lo affronta con determinazione, impegnandosi sul piano
narrativo e su quello della riflessione esistenziale. Sugli esiti del suo costruire il testo e del
saper organizzare la narrazione i lettori di Bombacarta hanno dato pareri diversi.
Da: Cristiana Formetta
Data: Ven Apr 12, 2002 7:06 pm
Oggetto: Vox clamantis in deserto (racconto)
Sono un uomo ragionevole, Leonora.
Non bevo più di quattro caffè al giorno, fumo sigarette a basso contenuto di nicotina. Sono
astemio.
Credo in Dio e nella pace interiore. Vado a messa la domenica e ascolto la parola di Cristo da
bravo cattolico. Dunque, sarai indulgente con me.
Tu sai cosa provo, sei l'unica a capire come mi sento. Il bambino è ancora troppo piccolo,
neanche se ne accorge.
Di notte resto in piedi a vegliarlo, di giorno preparo le pappine che più gli piacciono, proprio
come facevi tu. Ripeto i tuoi gesti, passo dopo passo. Riempio il biberon con il latte, e ne lascio
cadere qualche goccia sul polso. Controllo che la temperatura è quella giusta, poi glielo infilo in
bocca. Glielo infilo tra i denti e lo sento tirare con forza. Solo allora i nervi cedono, e devo fare
uno sforzo per non urlare.
Credo in Dio, e gli domando se questa è una punizione o se avevano ragione i medici, quando
parlavano di sfortuna e di imprevisti. Forse è così. Forse è stato un caso. Ma quante probabilità
c'erano che capitasse a noi? Nessuno sa rispondermi, Leonora. Anche tu hai preferito
andartene e lasciarmi qui, a prendermi tutta la responsabilità e la colpa.
Credo in Dio, ma non ce la faccio ad accettare la sua volontà. Non giustifico la sua azione. E
questo bambino non può essere una sua creatura.
Ho visto i tuoi occhi mentre gli davi da mangiare, mentre avvicinavi il cucchiaio a quei denti
aguzzi. Come ti tremava la mano nel vederli sporgere così, al primo accenno di masticazione. E
non dimentico i brividi che ti correvano lungo la schiena, quando il piccolo si tagliava il labbro
per troppa avidità.
Ho visto lo sguardo che tanto amavo diventare ogni volta più cupo, Leonora. Ho ascoltato le
tue parole, sempre le stesse, sempre dette a voce bassa, come un rosario. Ripetevi che una
madre è sempre una madre, e ti ho creduto. Ho voluto crederci anche in mezzo a tanto dolore.
Non è stato facile, dopo avere esaminato l'ecografia, scegliere di andare avanti. Non è stato
facile scegliere tra la ragione e la fede, ma tu l'hai fatto. L'hai fatto in nome di quella pietà a
cui non sapevi rinunciare. Mi hai tagliato fuori, e hai protetto il bambino per nove mesi. Nove
lunghi mesi con lui, dentro di te.
Comprendo tutto il tuo tormento, ma la compassione di cui mi parlavi, quella no. Quella è
andata via da tanto tempo.
Tanto da sperare ora in una morte silenziosa che gli impedisca di svegliarsi, di fissarmi con i
suoi grandi occhi azzurri. Occhi color del cielo come i tuoi, che dovrebbero infondermi almeno
un po' d'amore.
16
Sono ragionevole, Leonora. Ma tuo figlio cresce in fretta e ancora non mostra segni di
malessere. Nessuna difficoltà respiratoria, né un difetto cardiaco, nonostante la sua deformità.
I medici hanno detto che, grazie a Dio, il bambino non presenta anomalie agli organi interni.
La curva della colonna vertebrale non ostacolerà i suoi movimenti, i denti troppo grandi non gli
impediranno di nutrirsi, le braccia troppo corte non freneranno il corretto sviluppo delle mani e
delle dita. Che diverranno sempre più affusolate. Sempre più tese verso di me. Fino a
toccarmi.
E tutto grazie a Dio.
Tu lo sapevi già, vero Leonora? I medici avevano ragione. Ti aspettavano anni difficili e bui,
molto di più di quanto avresti mai immaginato. Hai avuto nove mesi per decidere, per capire
che crescere quell'essere era troppo per te, ma tu hai voluto portare a termine la gravidanza.
Eri convinta che la dottrina ti avrebbe aiutata, ma sbagliavi.
Hai abbandonato la fede e sei scappata. Hai fatto un bagno caldo e ti sei tagliata le vene con
un pacco di lamette comprate al market sotto casa.
Credo in Dio, ma dov'è la sua misericordia?
A volte guardo il bambino negli occhi, cercando una risposta. Occhi normali e belli come i tuoi,
Leonora. Occhi che dovrebbero aiutarmi a tener vivo il tuo ricordo, e invece lo cancellano con
forza.
Perché in quegli occhi leggo la sfida che mi hai lanciato. Leggo la tua preghiera, il tuo appello
ad essere forte, a mostrare quel coraggio che non hai saputo conservare fino in fondo. E odio
te, e il bambino, e soprattutto me stesso.
Ormai non ho più la forza di affrontare tanto orrore. Non ho la forza di fingere che tutto sia
normale, non ho la forza di star sveglio ogni notte a ripetermi che tutto prima o poi si
risolverà. Io non trovo più la pace, Leonora.
Non ho più la mia pace.
Il bambino ha già cominciato a gattonare. Lo vedo muoversi, strisciare per casa, rannicchiato
in quel modo innaturale. È un animale, mi ripeto. È solo un animale. Una bestia odiosa che si
aggira in salotto.
Dammi la tua pace, Leonora.
Dio si rifiuta di dirmi che quella creatura è mio figlio. Dio si rifiuta di suscitare in me un
qualunque sentimento, che non è l'odio. Una briciola di compassione, un istante di tenerezza.
Magari una infinita pietà, capace di muovermi all'atto più estremo.
Invece niente. Dio si rifiuta di farmi vivere o morire per lui. Dio si rifiuta di darmi la
disperazione e la forza necessaria ad ucciderlo. O almeno a togliermi la vita.
Allora io prego te, non Dio. Prego te, Leonora. Fammi prendere una decisione, una qualsiasi.
Purché spazzi via i limiti morali che mi frenano.
Il bambino adesso dorme. Io sono ancora qui, accanto al suo letto, come ogni notte. Perché
ogni notte stringo forte al petto il cuscino, e non so se soffocare quest'innocente nel sonno
oppure affondarci la testa e piangere.
Dimmelo tu, Leonora. Dimmi se è giusto decidere della vita di qualcun altro quando non riesco
a farlo con la mia.
17
Ti prego, Leonora. Parlami.
Da: DDT
Sono contento di essere riuscito a farti inviare il rac in lista.
Anche perché ne vale la pena.
Cristiana, attraverso l’io narrante, apre una cavalcata in soggettiva che finisce sull’orlo del
precipizio. Non ci dato sapere se ci sarà un tuffo o una frenata in derapata.
Un monologo drammatico, che tende ad esasperare l’emotività del narrato (il tema già di per
sé è bello tosto). Ho letto qualche altra cosa di Cristiana on line, e mi sembra che sia una sua
caratteristica, forse anche in adesione ai dettami di qualche tematica purpettara
(pulp/purp/burp) all’italiana.
L’effetto speciale sentimentale, la bomba a mano emotiva lanciata contro il lettore (lancio dalla
tecnica raffinata, ebbrava cristiana!) giustificano di per sè il racconto.
Ma quanto riuscirebbe a sostenere l’attenzione sulla distanza?
Eppoi, il pulp è ancora vivo o ci siamo già strarotti?
Ai posteri lettori l’ardua.
bzz,
ddt
(ancor più benvenuta, cristiana)
Da: Costantino Simonelli
Data: Dom Apr 14, 2002 7:27 pm
Oggetto: Vox clamantis in deserto (racconto)
Cristiana, il dramma è già preconfezionato dalla condizione dei personaggi, deve solo
concludersi. Tu, di questa condizione, ce ne rendi partecipi a poco a poco giocandoti bene i
tempi di apparizione (tranne la prima frase che stride un po’ per banalità che c’entra l’igiene di
vita con la tragedia?) : sveli al punto giusto la malformazione del figlio e il suicidio della madre.
Incedi bene fino a tre quarti del racconto sapendo dosare il conflitto dell’uomo. Poi nell’ultima
parte, invece di prepararti e fare la volata finale da buon “finisseur” vai in “surplace”, t’incarti,
t’ “indecidi”, rimastichi il già detto e diventi inefficace. L’ alternativa di una preghiera alla
donna morta invece che a Dio, per dargli lumi, è un espediente narrativo che a questo punto
non regge il livello di tensione che hai voluto dare al racconto . Purtroppo, per come l’hai svolto
il racconto, a questo punto il lettore vuole un atto: un pollice in su o un pollice verso, come gli
spettatori nell’arena.
Almeno io così la vedo.
Ciao,
Costantino
Da: Herald [IW3HCK@I...]
Data: Dom Apr 14, 2002 9:16 pm
Oggetto: Re: [bombacarta] Vox clamantis in deserto (racconto)
A me il racconto non è piaciuto molto...
Non so, forse il modo troppo violento di descrivere un problema, forse il continuo riferimento a
Dio...
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Però non è scritto male, è descritta bene l’angoscia di questo padre...
Herald
Da:DiFool
A: bombacarta
Oggetto: Re: [bombacarta] Vox clamantis in deserto (racconto)
Data: martedì 16 aprile 2002 11.41
Dov’e’ il pulp, secondo te: nella mostruosità (appena tinteggiata - meno male) del bambino o
nell’atmosfera crudetta? Capisco le posizioni di ddt e Costantino, ma mi è piaciuta proprio la
mancanza del pollice su o giù: non la vedo come una fuga verso il precipizio ma come una fuga
a spirale, ogni sera uguale alla sera precedente - ma un po’ più intensa. Fino ad un possibile
punto di rottura che però è lontano in avanti e che nella sua assenza aumenta l’intensità
sospesa del finale. L’approccio mi sembra particolarmente originale, coglie dei risvolti inusuali
in una situazione che potrebbe essere anche molto banale. Mi piace anche la preghiera finale:
è il piccolo elemento a sorpresa verso cui convergeva segretamente la tensione del racconto.
Interessante, aspettiamo altro...
Un dubbio: perché “clamantis”?
DiFool
From: Patty Piperita
To: bombacarta
Sent: Thursday, April 18, 2002 4:53 PM
Subject: Re: [bombacarta] Vox clamantis in deserto (racconto)
mmmmmmmmmmmmm
buona l’introduzione, anche se il tema non è originalissimo.
mi hai fatto venire in mente uno standard di alcuni racconti di fantascienza, il mostriciattolo
alieno nato da umani. c’è Bradbury, che ha scritto qualcosa del genere, credo, e poi un
capolavoro di Brown che forse s’intitolava sentinella...boh, ricordi adolescenziali...
dicevo dunque dejavù, ma narrazione avvincente. insomma ti vien voglia di arrivare fino in
fondo e poi ti senti appagato, soddisfatto.
il gusto della lettura.
From: “Tonino Pintacuda” [[email protected]]
To: [[email protected]]
Sent: Sunday, April 21, 2002 7:01 PM
Subject: [bombacarta] “Vox clamantis in deserto”: Richard Matheson e la norma dei
molti, la non norma di uno solo
Ennesima versione di “Nato d’uomo e di donna” del grandissimo Richard Matheson, tra l’altro
tradotto in una splendida parabola fumettata ne “GLI ORRORI DI ALTROQUANDO”, Dylan Dog
Special n.2, era il micro-racconto GNOR.
Ma lì il punto di vista era quello della creatura, si coglieva tutta la sua “umanità”.
Qui è tutto troppo forzato: la madre dal nome che ricorda la rimpianta Leonora del Corvo di
Poe, le lamette. forse è stata poco felice la scelta della prospettiva col padre in crisi di
coscienza, ok se non si possono proprio evitare i richiami alla religione ma forse sarebbe stato
19
meglio qualche crisi interiore alla Dostojevski (mai che mi ricordo come cavolo si scrive), IL
GRANDE INQUISITORE nei Fratelli Karamazov per intenderci o meglio ancora il Kirikillov dei
DEMONI . qualcosa di più consistente, ecco.
Sono cresciuto con Dylan Dog e Richard Matheson (di cui consiglio i quattro volumi “Shock”),
sono cresciuto con loro che mi rimarcavano il relativismo del concetto di Normalità pagina dopo
pagina. Forse per questo qui vedo innestata la retromarcia e “Vox clamantis.” resta solo uno
schizzo, buono forse per un corto in stile Hammer Film.
P.S. Riporto il racconto in questione (già l’avevo mandato in lista qualche mese fa, ma è
sempre insuperato.)
Nato d’uomo e di donna
by R. Matheson
x - Questo giorno, quando ha avuto luce, la mamma mi ha chiamato un obbrobrio. Sei un
obbrobrio, ha detto. Ho visto la rabbia che stava dentro i suoi occhi. Sapere cos’è un
obbrobrio, chissà cos’è.
Questo giorno ha avuto l’acqua che cadeva dal di sopra. Cadeva tutto intorno. L’ho vista bene.
La terra di dietro l’ho guardata dalla finestra piccola. La terra succhiava dentro tutta l’acqua
come avesse delle labbra e una grossa sete. Ha bevuto troppo e così dopo ha vomitato una
cosa molle e gialla. L’ho guardata ma era brutta.
La mamma è bella invece. Nel posto che dormo con tutti i muri freddi in giro ho una cosa di
carta che prima era con tanta carta dietro la caldaia.
Sopra dice STELLE. Nelle figure c’è tutte facce come la mamma e il papà.
Il papà dice che sono belle. Una volta l’ha detto.
E anche la mamma ha detto lui. La mamma così bella e io mica tanto brutto.
E guardati te come sei ha detto e non aveva la faccia di quando è gentile.
lo ho toccato il braccio suo e ho detto papà non importa. Lui ha fatto una tremata e poi è
andato subito più lontano che io non lo potevo toccare.
Questo giorno la mamma ha allentato un pezzetto la catena che io posso guardare nella
finestra piccola. Così ho visto l’acqua che cadeva dal disopra.
xx - Questo giorno aveva l’oro nel disopra. L’ho saputo perché l’ho guardato e gli occhi mi
hanno fatto male. Dopo che l’ho guardato la cantina è tutta rossa.
Credo che è chiusa. Loro vanno via dal disopra. La grossa macchina li mangia e passa,via
presto e non c’è più. Nella terra di dietro c’è la piccola mamma. E molto più piccola che me. Io
sono grosso. È un segreto ma ho strappato la catena fuori dal muro. Posso andare e guardare
nella finestra piccola tutto come mi piace.
Questo giorno quando è stato il buio ho mangiato il mio piatto e anche qualche scarafaggio.
Sento che ridono nel disopra. Io voglio sapere la ragione che ridono. Allora io preso la catena
dal muro e me la sono attorcigliata intorno. Ho strisciato dove sono le scale. Quando cammino
sopra gli scalini loro sembra che gridino. Le gambe scivolano perché non so camminare sopra
le scale. I piedi stanno incollati sul legno.
Sono salito nel disopra e ho aperto una porta. Era un posto tutto bianco.
Bianco come le piccole luci bianche che vengono dal disopra qualche volta.
Sono entrato e stavo fermo. Sento ancora che ridono e dove viene il rumore e guardo dentro.
devo. Ho pensato che andavo anch’io dentro e ridevo con loro.
La mamma è venuta dalla mia parte e ha aperto la porta che dietro c’ero anch’io. Sotto caduto
indietro sul liscio del pavimento e la catena ha fatto rumore. Ho gridato. Lei ha fatto un rumore
come un sibilo e ha messo una mano davanti alla sua bocca. Gli occhi erano grossi grossi.
Mi a guardato. Ho sentito il papà che gridava. Cosa è caduto gridava. Lei ha detto l’asse da
stirare. Vieni aiutami a tirarlo su ha detto. Lui è venuto e ha detto ma non è poi così pesante
che non si possa. Mi ha visto e è diventato tutto rosso in faccia. La rabbia gli è venuta dentro
gli occhi.
Mi ha picchiato. Ho versato il mio liquido dal braccio. Non era bello.
Faceva un brutto verde tutto sul pavimento.
20
Il papà mi ha detto va in cantina. Io tanto volevo andare. La luce adesso mi faceva male
dentro gli occhi. Nella cantina invece non fa male.
Il papà mi ha legato le braccia e le gambe. Mi ha messo nel posto dove dormo. Disopra ho
sentito che ridevano e intanto io stavo buono e fermo e guardavo un ragno nero che dondolava
e mi scendeva giù addosso. Ho pensato a quello che ha detto il papà. Dio ha detto. E ha solo
otto anni.
xxx - Questo giorno il papà ha di nuovo picchiato la catena nel muro prima che avesse luce.
Devo cercare di strapparla di nuovo. Ha detto che ero cattivo a venire nel disopra. Ha detto
non farlo mai più se no lui mi deve picchiare forte. Quello fa male.
Ho dormito tutto il giorno con la testa appoggiata contro il muro che è freddo. Ho pensato al
posto tutto bianco nel disopra.
xxxx - Ho strappato la catena dal muro. La mamma era nel disopra. Ho sentito piccole risate
molto forti. Ho guardato nella finestra. Ho visto tutta piccola gente come la piccola mamma e
anche come dei piccoli papà.
Sono belli.
Facevano dei rumori che mi piacevano e saltavano su tutta la terra di dietro. Le loro gambe si
muovevano presto presto. Sono come la mamma e il papà. La mamma dice che quelli bravi
sono tutti come loro.
Uno dei piccoli papà mi ha visto. Ha puntato il dito sulla finestra. lo ho staccato i piedi e sono
scivolato giù dal muro dentro il buio. Mi sono
tutto arrotolato così non mi vedevano. Ho sentito che parlavano davanti alla finestra e i piedi
che si muovevano presto. Nel disopra c’è stata una porta che ha picchiato. Ho sentito la
mamma piccola gridare nel disopra.
Ho sentito dei passi pesanti sulla scala e sono andato di corsa nel posto dove dormo. Ho
picchiato la catena nel muro e mi sono messo giù col mio davanti sotto.
Ho sentito la mamma che scendeva dal disopra. Sei stato alla finestra ha detto. Ho sentito la
rabbia. Sta lontano dalla finestra. Hai di nuovo strappato la catena.
Ha preso il bastone e mi ha picchiato forte. lo non ho pianto. Non so come si fa. Ma il mio
liquido ha bagnato tutto dove dormo. Lei l’ha visto e ha fatto un salto indietro e poi ha fatto un
rumore. 0 miodio miodio ha detto perché mi hai dato questa croce. Ho sentito il bastone
cadere forte sul pavimento di pietra. Lei è andata sopra le scale e correva. Ho dormito tutto il
giorno.
xxxxx - Questo giorno ha di nuovo avuto l’acqua. Quando la mamma era nel disopra ho sentito
quella piccola che veniva giù piano sopra le scale. Sono scappato nel ripostiglio del carbone
perché la mamma ha la rabbia se la mamma piccola mi vede.
Aveva insieme una piccola cosa che si muoveva. Camminava sulle braccia e aveva delle
orecchie con la punta. Lei gli diceva delle cose.
E poi c’è stato che la piccola cosa ha sentito il mio odore. È venuta di corsa sopra il mucchio
del carbone e mi ha visto giù nel basso. Aveva tutti i peli dritti. Nella gola ha fatto un rumore
cattivo, Io ho fatto il sibilo con la bocca ma la cosa m’ha fatto un salto addosso.
Io non volevo farle male. Ho avuto la paura perché ha morso più forte di quando lo fa il topo.
Così l’ho presa stretta. Faceva dei rumori che non ho mai sentito. L’ho tutta schiacciata
insieme, e poi lei era molle e rossa sul carbone nero.
L’ho messa ben nascosta quando la mamma ha gridato. Avevo la paura del bastone. Lei è
andata via. Ho strisciato sopra il carbone con la cosa e poi l’ho messa nascosta sotto il cuscino.
Ho anche picchiato la catena nel muro.
x - Questa è un’altra volta. Il papà mi, ha legato stretto con la catena.
Ho male perché lui mi ha picchiato. Questa volta ho strappato via il bastone dalla sua mano e
ho fatto il rumore. Lui è andato via con la faccia tutta bianca. S’è messo a correre via dal posto
dove dormo e ha chiuso la porta.
Io non sono tanto contento. Tutto il giorno è freddo qui dentro. La catena viene via piano dal
muro. E ho una rabbia brutta con la mamma e con il papà. Gli faccio vedere. Voglio fare di
nuovo quella cosa che ho fatto una volta.
21
Voglio gridare e ridere forte. Voglio correre su per i muri. Alla fine mi attacco al soffitto con
tutte le mie gambe e pendo giù con la testa e rido e gli faccio colare il mio liquido verde sopra
la testa così gli rincresce che sono stati cattivi con me.
E poi se vogliono picchiarmi di nuovo gli faccio male.
Tanto male, ecco.
Titolo originale: Born of Man and Woman (1950)
Traduzione di Carlo Fruttero
Ed è del 1950!!!! Insuperato e insuperabile Richard!
Rosa Elisa Giangoia
22
9. Suoni di-versi
Mi sembra appropriato farvi sapere qualcosa in più di lui, come artista se lo merita! In questa
recensione non viene menzionata la sua importantissima collaborazione con RENATO ZERO; il
famoso cantautore romano, ha scritto per lui “e il cielo mi prese con se’”. Strana questa
canzone, davvero molto strana, forse lo si nota più adesso, dopo il triste evento. La trovate nel
CD “ULTIMAMENTE”; strano anche il fatto che questo CD sia l’ULTIMO. Alex stava realizzando il
nuovo CD, una collaborazione con altri importanti cantautori (a quanto dicono); una
realizzazione che per lui doveva risultare al pubblico SCONVOLGENTE.
A PRESTO A PRESTISSIMO A SUPERPRESTO A PRESTONE: questo era il suo saluto nel sito a
chi lo visitava. Ora è un dei nostri modi di salutarci! Eccolo Alex lo lascio alla vostra lettura.
BIOGRAFIA DI UN ANGELO: ALEX BARONI
NATO A MILANO IL 22 DICEMBRE 1966 MUORE A ROMA IL 13 APRILE 2002 A NON ANCORA 36
ANNI.
Alex comincia ad esibirsi nel 1990 come cantante nei locali milanesi, mentre studia per
laurearsi in chimica.
Negli anni successivi, ispirandosi alla musica nera americana, al soul e all’acid-jazz moderno,
fa parte di diversi gruppi musicali e inizia l’attività di corista e solista presso vari studi di
registrazione.
Dopo il conseguimento della laurea si dedica completamente alla musica e partecipa come
corista a numerose produzioni discografiche di Eros Ramazzotti, Spagna, Dirotta su Cuba,
Rossana Casale, Miguel Bosè, Francesco Baccini e ad un tour per Rossana Casale come unico
corista.
Nel 1994 realizza, come cantante e coautore dei testi italiani, un progetto discografico
(Metrica) prodotto da Eros Ramazzotti con un brano cantato in duetto con lui.
È corista nell’orchestra della Rai nell’edizione 1996 del Festival di Sanremo. In quell’occasione
conosce Marco D’Angelo, a sua volta corista del Festival, che lo presenta a Marco Rinalduzzi e
Massimo Calabrese de I Piloti. Nel novembre 1996, cantando il brano Ce la farò, partecipa con
successo alle selezioni di Sanremo Giovani.
Tra novembre 1996 e gennaio 1997 Alex realizza il suo primo album prodotto da Rinalduzzi e
Calabrese. Con loro scrive tutti i brani del disco che viene pubblicato in febbraio,
contemporaneamente alla sua partecipazione al Festival di Sanremo con il brano Cambiare. Al
Teatro Ariston di Sanremo l’interpretazione di Alex lascia il segno: la giuria di qualità,
presieduta da Luciano Pavarotti, assegna ad Alex Baroni il premio come miglior voce del
Festival, mentre il brano Cambiare riceve il premio “Volare” - intitolato a Domenico Modugno per la migliore composizione.
Parte il suo primo tour dal vivo, interrotto dalla partecipazione di Alex nell’aprile 1997 a
Sanremo Top. Trasmissione dedicata agli artisti di Sanremo che hanno conseguito i migliori
risultati di vendita.
Gli appuntamenti live, l’incontro di Alex con il mondo delle serate proseguono fino al 18 ottobre
1997. Più di cinquanta concerti che raccolgono un vasto consenso di pubblico e critica. Nel
settembre 1997 Alex gira il suo primo videoclip tratto dal brano Scrivi qualcosa per me, in
rotazione sui maggiori canali musicali televisivi, in attesa dell’uscita sui maxischermi della
nuova produzione animata Hercules di Walt Disney, dove Alex presta la voce all’Ercole
adolescente con la canzone Posso farcela, cantata da Michael Bolton nella versione originale
del film.
Nel dicembre 1997 si conferma la statura di Alex Baroni, invitato a partecipare all’edizione
1998 del Festival di Sanremo nella categoria Big con il brano Sei tu e lei (quello che voglio). Il
nuovo disco di Alex Baroni - prodotto da Marco Rinalduzzi e Massimo Calabrese - esce nei primi
mesi del 1998, dopo la partecipazione al Festival. Nel febbraio del ‘99 Alex riceve dal Centro
Europeo per Turismo e Spettacolo l’Oscar dei Giovani 1998. Lo stesso anno partecipa ad un
importante album omaggio ai Beatles e contemporaneamente esce il suo album dal titolo
Ultimamente.
Dopo una love story con la cantante Giorgia, presta la sua voce a qualche spot pubblicitario, e
collabora ad altri progetti.
Il 28 gennaio 2002 insieme al collega Massimo Di Cataldo, partecipa al concerto omaggio
Beatles Forever presso il Teatro Sistina di Roma.
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Il 13 aprile 2002 la vita di Alex Baroni si ferma dopo venticinque giorni di agonia, in seguito ad
un drammatico incidente motociclistico.
ADDIO ALEX
Questo è il mio tributo ad una persona speciale, ad una voce indimenticabile che tocca le crode
giuste dell’animo. Ho preferito questo scritto all’espressione personale dei miei sentimenti, per
farvelo conoscere così come l’ho conosciuto e lo sto vivendo io.
Il mondo della musica italiana da l’addio ad un suo bravo e valido interprete, un cantautore
dalla voce soul, di nascita jazz, ritmata ma che sa esprimere sentimenti romantici, e personali
di una vita senza essere mai stucchevole e smielata.
Alex Baroni, era nato a Milano 36 anni fa - è brutto davvero per me mettere la sua nascita al
passato.fa capire la tristezza di tutto - il 19 marzo di quest’anno un brutto incidente
motociclistico lo porta in coma per ben 25 giorni - giorni di lotta vera e propria ma le condizioni
sono state disperate fin dall’inizio - fino al 13 aprile quando non reagendo più muore in un
ospedale di Roma; Alex non ha mai riaperto i suoi occhi neri al mondo, non ha più sorriso.
Meno conosciuto ma non per questo meno apprezzato, era reale interprete della musica, del
sentimento, accompagnato dalla scelta di una melodia sempre molto energica; lascia molto al
suo pubblico, pur non avendo realizzato molte canzoni (tre CD più conosciuti); lascia una
traccia importante nella musica italiana: la sua splendida e dolce voce.
Lascia a noi che lo abbiamo seguito una eredità bella e pesante al tempo stesso: il suo
MURETTO (la sua casa virtuale nel suo sito internet) e tutto l’amore, l’amicizia, l’energia che ha
portato, insegnato e trasmesso a coloro che lo frequentavano. Prima dell’incidente al muro
c’erano una trentina di persone che si incontravano poi realmente e che seguivano Alex
ovunque. Poi ai vecchi Murettari frastornati per l’arrivo di tanti curiosi, ci siamo aggiunti noi
NUOVI MURETTARI per sostenere sia Alex che loro. Abbiamo vegliato insieme giorno e notte
cercando di trasmettere energia e speranza a tutti, ad Alex, alla sua famiglia, nel rispetto del
silenzio da loro richiesto. Ci incontravamo aspettando qualunque notizia che ci togliesse
l’angoscia dell’attesa: ci rendevamo conto della gravità della situazione; ma la speranza non ha
mai cessato di vivere in noi.
Il giorno dopo l’incidente ho cominciato a leggere i messaggi sul MURETTO e poi, in punta di
piedi, sono entrata in casa di Alex e ho cominciato a camminarci come se lo avessi fatto da
sempre. Mi sono sentita chiamata a una sorta di missione di sostegno, ho risposto a vari
messaggi e dopo poco tempo si sono creati dei legami fortissimi e inspiegabili. Da qui mi si
sono poste delle domande: cos’è che mi lega così tanto ad Alex (che non ho mai conosciuto) e
mi lega così tanto ai suoi amici? In questa esperienza, come in tutte, ci deve essere una
spiegazione e questa è la risposta che ho trovato: Alex ha scelto me per aiutare e consolare i
suoi amici, per portare il suo nome avanti nel tempo, per sostenerli e sostenere il MURO che
per ora non chiuderà, così ha detto la sua famiglia.
A noi quindi il compito di portare avanti nel tempo, per ricordare e far ricordare, il suo nome,
la sua voce, la sua musica sempre affinché non venga mai dimenticato. Il MURO è vivo, al suo
interno fluisce una energia inspiegabile, la presenza di Alex è forte più che mai.
Ho conosciuto Alex attraverso i suoi amici e soprattutto grazie ad una ragazza in particolare
che mi ha fatto comprendere l’allegria, l’altruismo, la modestia, la semplicità la disponibilità di
un ragazzo come tanti, che non si era montato la testa, che tutto sommato non pretendeva
tanto e che cantava e scriveva canzoni per amore della musica. A me rimane il rimpianto di
non averlo seguito come meritava nel tempo e di non averlo mai potuto incontrare.
Abbiamo deciso con gli altri che continueremo ad esserci per tenere Alex ancora vivo tra noi,
vivo nella memoria, nel ricordo, portando avanti il suo nome sempre.
Alex tutto questo te lo devo e te lo avevo promesso: ti seguirò sempre dovunque tu sarai
qualunque cosa accada.
Ti voglio bene e ora so che sarai sempre con me soprattutto per il fatto che adesso sai chi
sono, mi conosci e puoi leggere nel mio cuore. Addio Alex non ti dimenticherò e non
dimenticherò il dolore per la tua assenza e le lacrime al telefono delle mie e tue dolcissime
amiche.
E IL CIELO MI PRESE CON SÉ
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Se vai nel mondo Se torni là Ferma il mio pianto ...digli la verità Niente medaglie Ne ali su me
Laggiù si muore ...senza un perché Non vidi più il sole Fra l’odio e il rancore La vita si arrese E
il cielo mi prese con se Madre mi manchi Fratelli anche voi In questa notte ...che non passa
mai Credevo era un gioco Eterno sorriso Mi sono smarrito Perché mi hanno ucciso! Soldato
bambino Racconta tu Tutta la verità Soldato bambino Giustizia ti chiedo E se tu ritorni Riprendi
i miei giorni Rinasci per me... per me... per me
UN BACIO ALEX TUTTO QUESTO E’ PER TE, NON TI DIMENTICHERÒ MAI
Livia Frigiotti e Maria Guglielmino
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10. @@Musica!@@
Un saluto a tutti i lettori di Gasoline, torna in questo mese la rubrica @@MUSICA!@@ dopo un
periodo di pausa.
L’autore che vi propongo in questo appuntamento è Alex Baroni, giunto in questi giorni agli
onori della cronaca per lo sventurato incidente di cui è stato protagonista.
Alex stava ultimando un nuovo lavoro che era in fase di uscita, ora non si sa cosa deciderà in
merito la famiglia, se far uscire il suo album o meno.
Artista conosciuto ma ancora di nicchia, si era creato un suo seguito molto appassionato fatto
di amici e gente che gli voleva veramente bene.
Artisticamente la musica italiana perde una tra le voci più rappresentative del suo panorama;
voce capace di raggiungere alte estensioni.
“Una gran bella voce Blues” è una delle tante definizioni che ho sentito sul suo conto; anche
questa mooolto vera.
Ma non mi pare rispettoso star qui a piangere, preferisco invece avere di lui l’immagine delle
sue canzoni.
Quando un artista ci lascia, non lo fa mai totalmente; basti pensare che a distanza di anni,
siamo ancora a ricordare le canzoni di Modugno, i film di Totò, per arrivare alle sculture del
Bernini e altri ancora : tutte persone che hanno lasciato un segno indelebile nella storia del
mondo e nella nostra vita.
Mi piace quindi ricordare Alex con le sue bellissime canzoni e la sua voce che risuona nella mia
camera…
@@@
È un po’ che le nostre vie non si incrociavano vero ragazzi? Sapete, sono successe tante cose,
ed alcune di queste conoscete pure. Per questo periodo sono stato solo un - pessimo - lettore
dei vostri scritti, intervenendo poco e dando poca voce in lista; ma un periodo di riflessione fa
bene a tutti.
Come diceva quello? Meglio tacere e dare l’impressione di essere idiota, che aprire la bocca e
fugare ogni dubbio.
Torno a voi con la mia personale mail @@MUSICA@@ dedicata ad un artista scomparso
recentemente: ALEX BARONI.
Milanese di nascita ma romano di adozione, una voce stupenda e un ragazzo d’oro; sembrano
queste parole che si spendono in queste circostanze ma mai come questa volta sono vere e
dettate dal cuore. Quando scompare una persona in noi rimane un senso di vuoto e questo
vuoto diviene ancor più grande se chi parte è un artista che ha saputo parlare ai nostri animi.
In questi anni ho seguito distrattamente Alex, senza tanti entusiasmi, è vero , ma in questi
ultimi 20 giorni l’ho sentito come uno di famiglia.
Ho frequentato le persone che lo hanno conosciuto e tutte mi hanno detto la stessa cosa : una
persona dolcissima e disponibilissima ad aiutate chi, come lui, è stato in difficoltà.
Alex lo ricorderemo sempre, ne sono sicuro.
Un caro abbraccio e saluto a tutti i BOMBAROLI BOMBACARTISTI
CAMBIARE
Ti nasconderai
dentro i sogni miei
ma io non dormirò,
mi dovrà passare...
E quanti amori avrai
che cosa gli dirai
e quanto anche di me,
io dovrò cambiare....
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Amore non mi provocare
arriverò fino alla fine di te
Amore mi dovrà passare
per restare libero cambiare...
Ti nasconderai, dentro gli occhi miei
ma io non guarderò, io dovrò cambiare....
Amore che non può volare
resterai qui fino alla fine di me
Amore mi dovrà passare
Per diventare libero cambiare...cambiare...
Combatterò con le mie notti bianche
Combatterò devo ricominciare a inventare me.......
Amore non mi provocare
arriverò fino alla fine di te
Amore da dimenticare
per diventare libero, cambiare
e per non cadere più, cambiare........
www.alexbaroni.it
Da Patty Piperita
Baroni mi piaceva. Mi piaceva di riflesso, nel senso che era il cantante preferito di uno che mi
garbava molto. Questo tizio di cui vi sto dicendo era uno grande, sulla cinquantina e passa, che
campava di commercio e imbrogli, un farabuttello abbastanza spregevole, via... Ci avevo fatto
un viaggio a vela, tempo fa. Era il timoniere dell’imbarcazione. Cercavo, lungo la traversata, di
spremergli il più possibile notizie e informazioni e confidenze sulla sua vita da balordo che io
avevo intuito, una vita sempre in bilico, sul filo del rasoio... insomma, per farla breve, il tizio
m’appassionava e volevo scrivere su di lui.
Ma non c’era stato verso: si chiudeva come un’ostrica, un riccio di diffidenza e non mi faceva
rimediare un granché... una fuga da casa, una moglie e tre figlie ad aspettare, un viaggio
nell’oceano indiano...
Dettagli, solo dettagli durante il giorno sputati a mezza bocca. Di notte no, di notte era tutto
diverso. Lui m’aspettava sul ponte. Timonava sotto un cielo senza stelle scuro e liquido come
l’inchiostro di china ed io sottocoperta gli preparavo il caffè.
Timonava, beveva e calava le difese. Si parlava ore e ore di musica...era un virtuoso della
chitarra acustica anni 70, neil young, crosby stills & nash, countrymix, roba fine, poco
orecchiabile per una canzonettara melodica come me. E poi gli chiedevo: “ma dei cantanti di
oggi, dei moderni cantautori italiani, chi ti piace?”
“nessuno” mi diceva “i miei tempi sono passati, ormai” poi si fermava, dava un occhiata
all’ecoscandaglio, ci pensava un po’ su e si correggeva.
Dei moderni cantautori italiani, ammetteva, amava solo Alex.
Lorenzo Abussi
Versione PDF realizzata da: Luca Federico
Versione HTML realizzata da: Tonino Pintacuda
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