VolanZine n°13: tutti i racconti in concorso
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Questi racconti sono di proprietà dei legittimi autori, pubblicati in questo forum in licenza
creative commons.
I testi non riportano i crediti dei legittimi proprietari perché partecipano al concorso
VolanZine che, come da regolamento, prevede l'assenza dell'autore.
Dopo la scadenza delle votazioni, verranno resi noti i nomi degli autori.
E-book realizzato da Eleonora Lo Iacono
Redazione VolanZine: Luigi Bruno Cristiano, Eleonora Lo Iacono, Mirko Floria
[email protected]
Ottobre 2010
http://www.scripta-volant.org
Per contatti: [email protected]
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Su un singolo foglio A4 è possibile stampare un racconto di
due cartelle e piegandolo in un determinato modo si può
ottenere una sorta di libretto che sta comodamente in un
taschino, e non ha bisogno di rilegatura.
Le Zine sono ampliamente usate da molto tempo, non ho
inventato nulla, le usano fondamentalmente per scriverci
pensieri e disegni, ci sono Zine che sono vere e proprie opere
d'arte. Se ognuno di noi scaricasse il racconto in formato Zine
che verrà confezionato dalla redazione e contenente il
racconto del mese, e se ne preparasse almeno dieci copie
spargendole in giro; non so dandole alle librerie, ai passanti, abbandonandoli sui tram come volete,
otterremmo una cosa che non si è mai vista, non in queste proporzioni, non con questi mezzi.
In pratica porteremo quel NON LUOGO che è la Rete nella Vita reale e dalla Vita Reale porteremo
i lettori alla Rete. Questo perché sulle VolanZine c'è un invito a chi le raccogliesse di raggiungerci
qui, di registrarsi e di dirci dove la hanno trovata.
Non aspettiamoci adesioni a centinaia, ma pensateci, tutto questo porta, con un costo praticamente
nullo, ad una diffusione nazionale (siamo dappertutto), e alla possibilità di farci conoscere come
singoli autori e come Associazione".
Le VolanZine saranno il biglietto da visita di questo gruppo, saranno la misura della qualità di
quanto scriviamo, saremo noi in molteplici luoghi, contemporaneamente, stando tranquillamente sul
divano.
Oh, bene.
Con l'ubiquità l'abbiamo risolta.
Ora c'è da pensare alla moltiplicazione dei pani e dei pesci.
http://www.scripta-volant.org
Luigi Bruno Cristiano
VolanZine n°13: tutti i racconti in concorso
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Con VolanZine noi usiamo lo stesso principio: chi vuole contribuire, e ha una
stampante, può stampare anche solo 10 copie della VolanZine. Piegarla (usando la guida
che trovate qui: http://www.scripta-volant.org/doc/come-piegare-una-volanzine.pdf ) e
affidare al caso, alla magia del destino, le parole del vostro compagno di viaggio, che
questo mese ha vinto il concorso.
Inoltre vi ricordo che VolanZine è una raccolta di racconti: a oggi abbiamo ben undici
racconti di due cartelle, votati dai lettori, che un giorno potrebbero anche essere raccolti in
un'antologia e pubblicati, stampati e distribuiti con i metodi classici.
Ma non è questo il nostro obiettivo principale. Scripta ha questo sogno, sempre il solito,
che avrete letto centinaia di volte, in giro nel portale: la condivisione libera della
scrittura. Libera, con le ali, senza vincoli legati ai costi, alla distribuzione tradizionale.
Chiunque potrà trovare una VolanZine, grazie a noi, un racconto breve e gratuito, scelto
dagli stessi lettori. Siamo un gruppo di persone che svolge quest'attività gratuitamente,
per passione. Perché siamo innamorati pazzi della scrittura, del suono delle parole, delle
storie. VolanZine è la conseguenza di quest'amore. Internet è lo strumento che ci permette
maggiormente di concretizzare la condivisione libera. VolanZine ci permette di renderla
un po' più reale, pur avendo di base la stessa intenzione.
Per chi non avesse una stampante, vi ricordo che esistono comunque la mail, siti di
condivisione come facebook, blog, che ci danno la possibilità di far sapere ai nostri
contatti, che c'è un racconto in cerca di un lettore. Un racconto volante.
Eleonora Lo Iacono
http://www.scripta-volant.org
Contribuisci al nostro progetto: distribuire la VolanZine per far conoscere gli autori, i
racconti e un sito che crede a sogno semplice: dare a chiunque la possibilità di leggere
una VolanZine gratuitamente, e far arrivare le nostre parole anche a casa di chi non ha
internet o non ci conosce ancora.
Il principio della VolanZine è quello del bookcrossing, che sicuramente conoscete: nel
bookcrossing si lascia un libro in una panchina, nella poltrona di un treno, alla fermata
degli autobus. Chi lo troverà, potrà leggerlo e a sua volta lasciarlo di nuovo in un
posto, dove qualcun'altro avrà la possibilità di leggerlo. Ciò contribuisce ad accrescere la
diffusione della cultura, delle parole, e del senso della narrativa che non è solo guadagno,
classifiche di vendita e popolarità ma è originariamente il bisogno di un autore, di
comunicare le sue idee, esprimere se stesso attraverso la parola e fondamentalmente:
scrivere.
VolanZine n°13: tutti i racconti in concorso
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1. VolanZine è un concorso per racconti brevi, per partecipare al quale è sufficiente la
registrazione gratuita al Portale Scripta-Volant.org. E' un concorso aperto a tutti i cittadini
italiani, di qualunque età purché maggiorenni.
2. Il concorso è gratuito e viene organizzato ogni due mesi.
3. I racconti devono avere la lunghezza massima di 3600 battute (e minima di 2.500), spazi
inclusi e devono essere inediti.
4. Per partecipare al concorso, gli utenti, entro la data comunicata dalla redazione,
dovranno inviare via mail il proprio racconto, in formato word (.doc) a [email protected] , indicando il titolo del racconto, il proprio nome e cognome e il nick in uso nel
portale http://www.scripta-volant.org. Ogni autore potrà partecipare con un solo
racconto.
5. Prima della pubblicazione nel forum, i racconti verranno selezionati dal nostro gruppo
di lettura.
6. I racconti inediti saranno pubblicati in forma anonima sul Forum "Racconti in Concorso"
e gli autori potranno essere svelati solo a concorso concluso. Verrà inoltre realizzato un ebook, con tutti i racconti partecipanti, scaricabile gratuitamente dal portale
http://www.scripta-volant.org, per facilitare la lettura agli utenti che li valuteranno.
7. A insindacabile giudizio della redazione, potranno non essere ammessi racconti che
abbiano un contenuto pornografico e/o offensivo.
9. Il voto va espresso all‟interno del topic preposto, inserito ogni mese nel Forum “Cabina
di Voto”, dalla Redazione. Perché il proprio voto sia valido, ciascun utente dovrà indicare,
in ordine di preferenza, i cinque racconti preferiti. I voti espressi andranno in coda di
moderazione e saranno pubblici solo dopo la chiusura delle votazioni.
10. Gli utenti votanti sono tenuti a leggere e commentare tutti i racconti in gara. Sussiste
comunque l'obbligo di commentare almeno i cinque racconti preferiti. In caso contrario, il
voto sarà annullato.
11. Gli utenti che abbiano partecipato al concorso sono tenuti a votare nel rispetto delle
regole sopra elencate. In caso contrario, il racconto verrà escluso dal concorso.
12. I racconti dovranno essere letti, commentati e votati con assoluta lealtà e schiettezza. La
redazione si riserva di annullare quei voti che siano in contrasto con questi requisiti.
http://www.scripta-volant.org
8. I racconti pubblicati potranno essere letti, commentati e votati, entro i 30 giorni
successivi alla scadenza del concorso (la data verrà comunicata dalla Redazione), da tutti
gli iscritti al portale che abbiano partecipato al concorso e da tutti gli altri che abbiamo già
inserito nel forum almeno 50 messaggi.
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13. Il racconto vincitore verrà pubblicato a cura della redazione in una VolanZine,
distribuita in tutta Italia.
CHIUNQUE PUÒ CONTRIBUIRE ALLA DISTRIBUZIONE: chi vorrà, potrà stampare
anche solo 10 copie della VolanZine, piegarla (usando la guida che trovate qui:
http://www.scripta-volant.org/doc/come-piegare-una-volanzine.pdf ) e affidare al caso,
alla magia del destino, il racconto vincitore. Noi della Redazione, ne distribuiamo ogni
mese: durante eventi letterari o in giro per le nostre città!
Partecipando al concorso gli autori acconsentono a cedere a titolo gratuito il diritto di
pubblicazione, riproduzione, diffusione e distribuzione al pubblico, all‟interno della
VolanZine. A Scripta-Volant è riservata la scelta del tipo di veste grafica. Tale concessione
si intenda valida per tutto il periodo di distribuzione. Concede, altresì, ove lo ritenesse
necessario, il diritto di utilizzare estratti dal racconto a fini pubblicitari e promozionali, in
qualsiasi modo e forma.
14. La copertina della VolanZine potrà essere scelta dall'autore che potrà inviare alla
redazione un'immagine (di sua proprietà o che abbia il consenso del proprietario
dell'immagine), oppure verrà scelta un'immagine dalla redazione stessa.
15.Ogni autore dichiara che il proprio racconto è un‟opera originale di sua esclusiva
paternità, che non viola alcuna norma di legge e/o diritti di terzi e in particolare, non ha
né forme né contenuti denigratori, diffamatori o di violazione della privacy. In caso
contrario, l'autore ne sarà l'unico responsabile.
16. Partecipando al concorso, gli autori accettano tutti gli articoli del Regolamento
Link di riferimento:
FORUM VOLANZINE
GUIDA COME PIEGARE UNA VOLANZINE
RACCONTI IN CONCORSO
CABINA DI VOTO
Seguono i racconti in gara per quest‟edizione. Per ogni racconto sono disponibili due link:
uno per commentare il racconto nel forum, uno per votarlo.
VolanZine è un concorso a votazione pubblica: tutti gli iscritti che abbiamo inserito
almeno 50 post nel forum, possono votare!
Votare è molto semplice. All'interno del post “Cabina di voto”, basta clikkare il tasto
"RISPONDI" che si trova sotto la banda arancione.
Scrivere i titoli dei 5 racconti, in ordine di preferenza decrescente e cliccare "invia".
Il voto non sarà subito visibile. Tutti i voti andranno in coda di moderazione e saranno
pubblici al termine delle votazioni.
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Per qualsiasi dubbio, scrivici oppure inserisci la tua domanda qui:
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Si vota entro il 18 Aprile 2010.
Redazione Scripta Volant
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VolanZine n° 12: Piano piano di Dario Puppi
VolanZine n°11: Per riparare una farfalla di Daniela Thomas
VolanZine n°10: La fata regalata di Deborah Santarelli
VolanZine n°9: La vita in dieci frammenti di Giafranco Bussalai
VolanZine n° 8: Fanfara andante ma non troppo di Giuseppe Buscemi
VolanZine n°7: Adios Fidel di Luca Artioli
VolanZine n°6: Strega di Milena Esposito
VolanZine n°5: L'altro di Guido Oliva
VolanZine n°4: Quaranta di Piero Mattei
VolanZine n°3: Salsa & meringa di Attilio Facchini
VolanZine n°2: Orologi di Piero Mattei
VolanZine n°1: Niente di Strano di Eleonora Lo Iacono
VolanZine n°0: Coyote di Luigi Bruno Cristiano
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Lei è grossa. I capelli sfibrati e spenti sono virgole malfatte intorno al viso chiazzato di
rosso; i calzoni a pinocchietto, tesi sul sedere, la fanno sembrare ancora più corta e
sgangherata.
Lui la segue, la camicia aperta sul petto, l'orologio col cinturino allentato che batte sul
dorso della mano.
Si siedono uno di fronte all'altra. Lui si accarezza la fronte stempiata, appoggia il laptop
sulla tovaglia vicino al piatto e lo apre. Lo schermo rimane scuro e l'altoparlante inizia a
vibrare El condor pasa.
Lei batte le ciglia già umide e guarda lontano verso il mare nero come il cielo e come la
fine di un giorno vecchio.
Lo stesso tavolo e la stessa canzone. Un altro 2 settembre.
… away, I'd rather sail away
like a swan that's here and gone...
a man gets tied to the ground, it gives the world its saddest sound...
Lei lo guarda e rivede quello di allora. Ed è a lui che parla: «Il tempo è come l'alito su un
vetro: vela il ricordo, ma poi si dissolve e tutto torna com'era».
«Ho mantenuto la promessa» dice lui piano, mentre lascia scivolare la mano sulla nuca
fino ad accarezzare il collo. E aggiunge: «E' stato difficile per te venire? Lui ti ha fatto
storie?»
«E' geloso come allora, ma ha capito le diverse facce dell'amore.»
«Io non ho avuto problemi, come puoi immaginare. Come allora...»
Lei scoppia a ridere: «Lo so, le svedesi sono di un'altra pasta». Allontana un ciuffo di
capelli dagli occhi e guarda il mare.
Lui osserva l'impronta del sorriso che le è rimasto sulle labbra.
Non sono invecchiati bene.
Il cameriere prende le ordinazioni e si allontana.
La musica continua. Non stop.
Lei si tende in avanti, le mani strette ai braccioli della poltroncina: «Mi devi una
spiegazione. Io ti ho ubbidito, come facevo sempre fin da quando eravamo bambini e tu
comandavi». Si appoggia alla spalliera, raccoglie le mani in grembo, posa lo sguardo sul
laptop e riprende: «Allora c'era un mangiadischi qui sul tavolo e un solo disco. Sempre la
stessa canzone... »
«Parto con mia moglie, se torno ti chiamo.»
«Sì. Proprio queste parole. E sei tornato. Hai chiamato. Oggi è il compleanno di
quarant'anni di assenza.»
Lui allunga la mano sopra il tavolo in cerca della sua. La sfiora appena.
«Sì, mi hai sempre ubbidito perché sapevi che avevo ragione. Sono partito per non farti
più male di quanto poteva l'assenza.»
«Non c'è nulla di più doloroso dell'assenza.»
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I'd rather be a sparrow than a snail, yes i would, if I could, i surely would...
VolanZine n°13: tutti i racconti in concorso
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«C'è la certezza del non ritorno. Invece si sono sbagliati... i medici. Hanno preso una
cantonata. E poi sono successe tante altre cose... ma per quelle abbiamo tempo.»
«Sì, abbiamo tempo» sussurra lei guardando in alto verso il cielo nero. «E come sempre,
avevi ragione tu. Non avrei sopportato la tua morte...»
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… yes I would, if I only could, I surely would.
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Fu lei, Lucia, la prima ad innamorarsi di me, avevo da poco superato i 50 anni. Il ventre
pieno, gli occhi sereni, quell‟estate veniva ogni sera all‟imbrunire per stare un po‟ con me.
Come dimenticare, poi, il contrasto fra i lunghi lucenti capelli neri e il biancore del suo
seno. E il mio stupore ai tuoi versi, singulti, singhiozzi, nel succhiare voracemente una vita
nuova: i primi rumori che senza saperlo mi rivolgevi. Mi sei piaciuto subito.
Non sai quanto mi irritano gli uomini che dopo una chiassosa gita dicono d‟aver scoperto
e amato la natura!
Perché, al contrario, natura è mancanza di voci d‟uomini, è silenzio. Natura sono i tempi in
loro assenza: le lunghe ore deserte e immobili del giorno e la sospensione di quelle buie e
oscure della notte; e i prolungati inverni, magari cadenzati solo dal battito continuo d‟una
goccia d‟acqua, metronomo liquido d‟un tempo che a loro sfugge. E le stelle tutte, che so
dove trovare, una per una, notte per notte.
Perché natura è vibrazione, è fremito sottile, contemporaneo batter d‟ali continuo di
migliaia d‟infaticabili insetti, accrescersi invisibile e irrefrenabile d‟ogni erba, il brivido
elettrico delle nubi che si carezzano nel cielo, il piegarsi differente d‟ogni mia foglia ad
ogni alito di vento.
Perché natura è fatica, l‟inarrestabile scavare sotterraneo dei lombrichi, la dura risalita
della linfa dalle radici in cima, la lacerazione dei tronchi per il tenero vigore delle gemme,
l‟eterno cacciare e fuggire, e cacciare, e fuggire; lo sgomento di ogni nuovo nato di fronte
all‟universo.
Natura è il tutto e voi siete solo un provvisorio, minuscolo, pericoloso frammento.
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Poi gli anni in cui ogni estate venivi in villa.
A pochi anni strappavi la mia pelle, curioso d‟ogni mia intima sfumatura colorata. Poi
cominciasti a parlarmi – mai nessuno mi aveva parlato! – e io ero divertito e emozionato:
diventammo amici, fratelli, complici. Poi per anni ogni pomeriggio (una breve corsa per
raggiungermi in cima all‟altura) ponevi qui il tuo quartier generale, di giochi, di fantasie e
di sogni: che io avrei custodito.
Non mi hai mai dimenticato: portasti qui tutti i tuoi amici, pur se con gli anni non mi
parlasti più.
Fino al giorno in cui venisti con Teresa, e una notte ammirai (e invidiai) i movimenti
flessuosi dei vostri corpi aggraziati: ed ebbi l‟impressione che, per un istante, girasti il
capo e mi lanciasti un sorriso d‟intesa.
Dopo, i tuoi bambini, ma poi non ti vidi più: t‟attendevo inutilmente, e m‟accorsi che non
mi piaceva quell‟assenza.
E poi quel fine novembre, in cui venisti all‟improvviso. Senza più vergogna piangesti -con
singhiozzi e singulti per lasciare una vita- e di nuovo mi parlasti, a lungo, di tua madre: ti
regalai una foglia con cinque gocce di rugiada.
E poi, già vecchio e malfermo, venivi a trovarmi per esclamare soltanto “Il mio vecchio
platano!”. Quindi vidi passare la carrozzella laggiù all‟inizio del viale, qualcuno ti
spingeva, ti fermasti e ti voltasti: ancora uno sguardo, quello fu l‟ultimo.
VolanZine n°13: tutti i racconti in concorso
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Per questo avevo scelto questa vita passiva – a noi esseri muti è concesso il privilegio della
consapevolezza e del ricordo – di contemplazione, di tempi lenti e lunghi: per una
comprensione del profondo, dal profondo.
Ma tu mi hai confuso: perchè mi hai amato e io ti ho amato; e ogni amore è sempre cura e
malattia. E ora non so più. Non riesco ad immaginare la fatica insostenibile d‟un altro
incontro, d‟un nuovo amore; ma non so con quale animo straniato e dolente potrò
sostenere l‟attesa d‟almeno cent‟anni ancora. Se prima un benevolo colpo d‟ascia non mi
decreterà la fine.
.
VolanZine n°13: tutti i racconti in concorso
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Giovanna aveva trascorso tutto il pomeriggio a stirare poi era andata a prendere Luca a
scuola. Erano quasi le sei e fuori era già buio pesto.
− Luca, la mamma si mette un momento al pc, tu fai il bravo, vero?
Luca era incantato davanti allo schermo con la bocca semiaperta.
Meglio, così fumo una sigaretta, aveva pensato Giovanna.
Nuovo messaggio da Belial.
Lo aprì. Oggetto: 666tu. Ut vales? (come stai?)
Era rimasta perplessa, in latino e poi quel nick non le diceva proprio niente.
Incuriosita aveva risposto: Bene, chi sei?
Dopo pochi istanti un altro messaggio: Non est opus sanis medicus sed male habentibus. (Non
sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.)
Infastidita aveva pensato a uno scherzo di cattivo gusto e scritto: Lasciami stare non ho
tempo da perdere.
Altro bip: Mors et fugacem persequitur virum. (La morte raggiunge anche l'uomo che fugge.)
Imbecille! Aveva pensato Giovanna, su queste cose non si scherza!
Poi un fastidio strano e dal naso due gocce di sangue sbiadito erano finite sulla tastiera.
– Ecco, ci mancava anche questa!
Si era alzata di scatto per correre da Luca. – Luca, amore, tutto bene? – Lui l‟aveva
guardata perplesso. – Mamma, ma che hai?
− Niente amore mio, scusa!
Col naso che colava sangue era tornata al pc e aveva cancellato tutto e in quello stesso
momento il flusso si era arrestato, così non ci aveva più pensato e quando Andrea, suo
marito, era rientrato a casa, non gli aveva detto niente.
*
Alle sette del mattino la sveglia aveva iniziato a suonare. Giovanna aveva preparato la
colazione e poi era entrata in bagno. Come un filo sottile il sangue le scendeva dal naso
fino alle labbra, cercò di tamponarlo con un asciugamano, quando dalla porta, fece
capolino la testa di Luca.
− Mamma, mi esce il sangue dal naso!
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Ancora un bip: Quoque filium tuum (anche tuo figlio)
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Andrea sentito l‟urlo di Giovanna era corso in bagno, − É solo un po‟ di sangue dal naso,
mi hai fatto paura sai? C‟era bisogno di gridare?
− Voglio portarlo dal pediatra, sono preoccupata, succede anche a me, da ieri.
− Da ieri? E non hai detto niente? Comunque non è nulla, un po‟ di freddo, ecco guarda, a
Luca è già passato. Sbrighiamoci o faremo tardi.
Erano usciti di casa, lei con una scorta di fazzoletti e Luca che sembrava stare bene. Ma
verso le due del pomeriggio Giovanna aveva ricevuto una telefonata, era dovuta correre a
scuola, niente di preoccupante, solo un po’ di sangue dal naso, aveva detto la maestra. Lo aveva
portato subito dal pediatra che l‟aveva tranquillizzata, un paio di tamponi emostatici e via.
Il pensiero di quei messaggi non le dava tregua, era tornata a casa e si era seduta al pc.
Belial.
Lo aveva inserito su Google: Demonio dell'Antico Testamento, sinonimo di Satana.
Era corsa da Luca che riposava sul divano. Si era avvicinata per accarezzarlo ma il cuscino
era diventato un enorme fiore rosso.
Disperata era corsa nello studio e aveva scritto ancora: Dio ci protegge.
Risposta: Olim erat (C’era una volta)
*
La sveglia aveva suonato come sempre alle sette.
Alle nove nella casa era tutto silenzio, tranne per quel sibilo fastidioso che da più di due
ore stava torturando la vicina. Per questo aveva chiamato la polizia. Solo per questo. Non
poteva certo immaginare che fossero tutti morti.
Li avevano trovati in un lago di sangue, ancora nel letto, come se dormissero.
Dedicato a J. Saramago
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Sul pc un nuovo messaggio:
Quod oculus non vidit nec auris audivit, quae praeparauit Deus his qui diligunt illum. (Né occhio
ha mai visto, né orecchio ha udito, né mente d'uomo ha potuto concepire ciò che Dio ha
preparato a coloro che lo amano)
VolanZine n°13: tutti i racconti in concorso
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C'era una volta un attore meravigliosamente bravo. E‟ probabile che non ne abbiate mai
sentito parlare prima d‟ora, perciò tanto vale risparmiarsi di rendere noti nomi e cognomi.
Poi sono passati dieci anni e di quell‟attore ormai si favoleggia soltanto negli ambienti di
teatro, viene considerato più che altro una leggenda metropolitana. L‟attore
meravigliosamente bravo si era iscritto giovanissimo in una compagnia teatrale e subito i
suoi insegnati si erano accorti delle sue straordinarie abilità. Ben presto nell'ambiente si
era sparsa la voce che quando l‟attore meravigliosamente bravo preparava una parte lo
facesse talmente bene da diventare in tutto e per tutto il suo personaggio,
l'immedesimazione era totale e forse anche qualcosa di più che soltanto totale, era
completamente disumana, per alcuni divina, per altri mostruosa. L‟attore
meravigliosamente bravo doveva immedesimarsi nella parte di un uomo da marciapiede?
E lui prendeva lo stesso sguardo carogna, cominciava ad emanare lo stesso fetore, non si
lavava giorni, si faceva venire modi rudi e maneschi. Doveva interpretare il ruolo di un
nobiluomo dell‟Ottocento? In tal caso l‟attore meravigliosamente bravo non faceva che
frequentare circoli esclusivi, si faceva invitare dagli amici più aristocratici, andava alle
manifestazioni di beneficenza, tirava fuori dagli armadi i vestiti più raffinati. Quando gli
proposero la parte del casanova si dice che una volta accettata l‟offerta l‟attore
meravigliosamente bravo si fosse subito liberato della sua fidanzata (uscivano assieme da
un anno e mezzo) e avesse preso a fare il playboy in ogni discoteca della provincia.
Nell'ambiente si dava per scontato che in un futuro molto prossimo l'attore
meravigliosamente bravo avrebbe sempre e solo preso parte a grandi produzioni teatrali e
vinto premi e che prima o poi sarebbe riuscito a scolpire per sempre il suo volto nella
storia del teatro di ogni tempo. Purtroppo però l‟attore meravigliosamente bravo non
stava simpatico a tutti e poi si vociferava che avesse talmente fiducia nei suoi talenti di
difettare un poco in oculatezza nelle scelte. Sicché una volta colleghi invidiosi si misero
d'accordo tra di loro per proporre all'attore meravigliosamente bravo una cifra di soldi alla
quale non avrebbe mai potuto dire di no allo scopo di fargli interpretare il ruolo di
protagonista in una storia dove un attore meravigliosamente bravo smetteva dall'oggi al
domani di fare l'attore a causa di una crisi di coscienza che lo portava ad avere uno
sguardo ferocissimo nei confronti di tutta quanta l'attuale industria culturale italiana cinema, teatro, letteratura, pittura… Come sempre l'attore meravigliosamente bravo si
preparò al meglio, questa volta anzi diede proprio il massimo e entrò talmente bene nella
parte che di fatto, così vuole la leggenda, non ne uscì più: fu quello infatti l'ultimo
spettacolo che decise di interpretare ritirandosi del tutto dalla professione. Lo spettacolo
teatrale non venne mai nemmeno realizzato veramente e in pratica quel copione sparì
presto da tutti i circuiti decretando anche la scomparsa dell‟attore meravigliosamente
bravo.
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Sto per salire su un treno. Brescia si ritrarrà in uno sferragliare silenzioso. Le colline
veronesi saranno picchiettate di luci e facciate di vecchi monumenti illuminati. Padova
sarà lurida e congestionata, Mestre una serpentina di tubi sotto il suo ombrello di smog.
Venezia sarà tranquilla, liquida e recessiva. Quando scenderò sarà notte, la luna una cialda
pallida oltre un cielo che osserva sterile.
Qualche bicicletta scivolerà lungo la strada. La carta svolazzerà nei tombini col soffice
sincronismo delle colombe.
Vedo tutto questo.
All‟ospedale mio padre scandirà ogni sillaba del mio nome, e pronuncerà Brescia, Bressìa.
Gli chiederò come va, termine che nella lingua degli operai-senza-tempo-di-Marghera
sembra significare: “dammi il tuo parere su ogni problema che l‟uomo medio si trova ad
affrontare, facendo tutti i riferimenti possibili alla tua vita e alla tua esperienza personale.”
Vedrò mia sorella dormire nella penombra di una stanza, tra respiri di altre donne
addormentate che non conosco.
Penserò a suo marito. Morto tre mesi fa. Ai rumori in quell‟appartamento al piano di
sopra. I rumori di lui che vomitava ovunque, all‟improvviso. Schiavo di un corpo che non
riusciva più a controllare, e di un male che lo stava uccidendo piano. Penserò alla
vergogna sul suo volto, perché in una palazzina come quella le cose non si potevano
nascondere. Lui e il suo sacchetto appeso a quel tubo che gli usciva dal corpo.
Operaio al Petrolchimico, vittima del mondo.
Il mese scorso mia sorella al telefono mi ha detto:
«Qui stanno iniziando a tornare le farfalle, i licheni e le rondini. Lui non torna.»
Forse me lo mostreranno attraverso un vetro, appisolato su una culla di metallo.
Raggomitolato e paonazzo, con le gengive sanguigne e prive di denti, accanto ad altri
neonati tutti uguali.
Lo guarderò e sarò certa della sua intelligenza, della sua sensibilità e del suo equilibrio,
perché, per ragioni misteriose, le difficoltà producono bellezza e armonia.
Guarderò il bambino e il tempo sembrerà sopravvissuto da qualche parte, talmente
lontano da sembrare abolito, eppure niente affatto abolito.
Cosa sono i figli? Ponti sul tempo. Grazie a loro si recupera il passato, la propria infanzia,
la propria adolescenza, si cerca di ricostruire un mondo che per ragioni diverse è
sprofondato nel nulla.
Abbraccerò mia sorella nel buio di una stanza d‟ospedale, e chiuderò gli occhi, sperando
che li chiuda anche lei, e saremo di nuovo lì, in quella palazzina, con lei incinta e suo
marito in perfetta salute. Chiuderemo gli occhi, prima di nuovi cambiamenti
incontrollabili, con in testa il ricordo delle persone a cui volevamo bene, che alla fine sono
andate via.
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VolanZine n°13: tutti i racconti in concorso
17
Le stazioni della metro di Roma ad aver tempo per osservarle, tralasciando la fretta che
sempre ci spinge alla indifferenza, sono uno spettacolo continuo che puo‟ essere tragico,
comico, surreale , neorealista. Ce n‟è per ogni gusto, basta fermarsi e guardare, Qualcosa
accade sempre.
Mi trovavo un po‟ di tempo fa a combattere con degli spicci che inseriti nella macchinetta
non riuscivano a convincere il biglietto che stava dentro ad uscire, e con infinita pazienza
raccoglievo e reintroducevo le monete. Ad un tratto ebbi la sensazione che qualcuno
reclamasse la mia attenzione ma lo faceva senza parlare e senza toccarmi. Mi volsi e vidi
che quella persona lo stava facendo con un luminoso sorriso. Era un giapponese, piccolo,
non poteva essere diversamente, vestito con abito nero, cravatta e camicia bianca, scarpe
lucide e l‟immancabile vecchia cartella nera in mano.
“Billietto….come……quanto…….crazie”
A quel sorriso, a quella cortese richiesta di aiuto non si poteva resistere e soprassedendo
al mio problema, mi dedicai al suo.
“Ci vogliono cinque di queste e una di queste.”
Gli dissi scegliendo le monete dal suo palmo ben provvisto.
“Questa…questa…questa..”
Ripeteva isolando le monete indicate.
“Poi le introduce in questa fessura e avra‟ il suo biglietto” (Se sara‟ piu‟ fortunato di me)
aggiunsi mentalmente.
Il giapponese passo‟ nell‟altra mano le monete giuste e ripose le altre con attenzione in un
consunto portafogli. Mi apprestavo a ritentare la mia impresa, quando lo vidi fare un
passo indietro, e, sempre con un sorriso abbagliante ringraziarmi con ripetuti, profondi
inchini.
“Crazie… crazie…………crazie…. “
Quasi mi commossi per tanta gentilezza, ma non mi aspettavo cio‟ che vidi dopo.
Voltandomi per seguirlo con il mio saluto vidi altri sette o otto giapponesi, piccoli, neri,
identici a lui che con lo stesso sorriso radioso si inchinavano e mi ringraziavano, si
inchinavano e mi ringraziavano
“Crazie…..crazie…….crazie….”
Quando mi allontanai si radunarono intorno alla macchinetta e il mio interlocutore
distribui‟ monete a tutti, ordinatamente e, se pur con la solita difficolta‟, tutti si munirono
di biglietto.
Passandomi accanto, che‟ mi ero fermata ad osservare, si inchinarono nuovamente
sorridendo e mostrandomi il risultato delle mie indicazioni.
Molte persone si erano fermate e guardavano la scena. Forse si chiedevano chi fosse quella
persona tanto omaggiata.
Avevo fatto pochissimo, ma la loro cortesia, i loro sorrisi, i loro inchini sono rimasti nel
mio cuore il piu‟ bell‟omaggio che io abbia mai ricevuto nella mia vita.
Ah dolce Giappone!
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VolanZine n°13: tutti i racconti in concorso
18
Due segni.
Sembrano fette di melone. Rossi… no, c‟è anche un po‟ di rosa, o forse è arancio.
Sono due segni strani, sembrano strisce di colore, ma larghe, irregolari, con bordi quasi
arrotondati che finiscono sfumando in piccole righe parallele. I bordi ricordano gli orli dei
fazzoletti che la nonna si ostinava ad insegnarmi, ore di ago e filo perse dietro ad un
lavoro inutile.
Due segni.
Non più grandi di un‟arancia. Si ripiegano uno sull‟altro quasi a formare qualcosa di
chiuso e sotto c‟è un nulla scuro. Forse blu.
Li guardo ed è come se indossassi un paio di paraocchi da cavallo, di quelli di cuoio
marrone che limitano il campo visivo a quelle povere bestie e li fanno sembrare animali
stupidi, pericolosi, ingovernabili.
Non credo che lo siano davvero. Credo invece che gli uomini siano crudeli dentro… a
volte.
Guardo i miei due segni e loro mi trasmettono qualcosa di cupo, angusto ma comunque
preciso, stretto dentro ai canoni della forma, ordinato nel loro iniziare e finire
rincorrendosi.
Mi chiedo se serve continuare a guardare.
Il mio cuore ora batte piano. Rallentato dal percorso dei segni, avanti… indietro.
Dovevo!
Dovevo trovare il modo per fermare lo strepito del cuore.
Aveva esagerato, è comprensibile!
Ora piano piano, decido di togliere i paraocchi da cavallo e attenta a controllare i battiti del
cuore, provo ad uscire dalla scatola stretta e chiusa che ho creato nella mia mente attorno a
quei segni rossi… no, forse rosa, o arancio.
Ecco, ci provo. Mi spingo un po‟ più in là e attorno ai miei due segni ne trovo altri. Non
sono uguali. Sono armoniosamente tracciati intorno ai miei e attorno a quelli ne trovo altri,
rossi, rosa, arancio.
Basta un passo indietro e tutti quei segni diventano un fiore e accanto a quello ce n‟è un
altro, più chiaro e poi ancora un altro, sempre più chiaro e un altro ancora… questo però è
proprio rosso!
Il cuore prova ad accelerare leggermente ma lo minaccio di tornare nella scatola e allora
desiste e batte piano, solo qualche colpo in più, ogni tanto, giusto per ricordarmi dove
siamo… io e il mio cuore.
Un altro passo indietro e un mondo di verde sommerge quei fiori. Ancora un passo e
scopro che fiori e foglie sono come sospese nel cielo, anzi no, nell‟acqua. Ecco cos‟era quel
nulla scuro attorno a miei due segni.
Era acqua e aria e cielo.
Mi fermo e decido di guardare finalmente tutto insieme.
Prima però chiudo gli occhi consapevole che al loro riaprirsi il cuore potrebbe ricominciare
il suo strepito frenetico e allora lo avverto in modo che sappia, che sia preparato.
Lentamente apro gli occhi e d‟un colpo vengo proiettata in un mondo luminoso, colorato,
immenso, dove acqua e cielo si uniscono e dove una fa da specchio all‟altro.
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VolanZine n°13: tutti i racconti in concorso
19
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Le nubi, uniche testimoni di tanta bellezza giacciono rapite e incatenate sul fondo dello
stagno, inesorabile prigione da cui, nonostante l‟assenza di sbarre, non si può fuggire.
Ma non ci sono solo nubi sott‟acqua, c‟è erba e piante e tremule le fronde dei salici che
escono dall‟acqua e salgono in alto.
Un mondo al rovescio.
Faccio girare lo sguardo orizzontalmente e mentre seguo il percorso degli occhi anche i
piedi sono costretti a girare… un giro completo… trecentosessanta gradi.
Ci sono dentro!
Immersa totalmente nel suo universo, vedo ciò che i suoi occhi hanno visto, sono ospite
del suo stagno, posso gioire dei suoi spazi, specchiarmi nei suoi riflessi, perdermi nella sua
luce, quasi percepire il suo sentire.
Grandioso!
Sono dentro alle ninfee e in fondo, sul lato sinistro piccoli segni rossi… no, non è un pesce.
E‟ il suo nome: Claude Monet.
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“L‟edificio non possiede corridoi, è senza porte. Abbiamo operato dei varchi, tracciando
un percorso che dalle stanze esterne giunge fino al computer centrale. La forma irregolare
è dovuta alle celle, plasmate a seconda dell‟esigenza. Soggetti particolarmente quieti sono
stati dotati di stanze di dimensioni inferiori”. Un giovane interruppe la guida: “Come sono
stati posti nelle stanze se non c‟erano porte?”. “Il soggetto richiedente veniva posto a
contatto con il suo pc: una piattaforma dotata di innumerevoli pulsanti associati ad
altrettante funzioni. A seconda delle esigenze l‟individuo si muoveva tracciando i limiti
entro i quali rinchiuderlo. Nessun uomo verrà privato dello spazio del quale necessita, era la
prima regola”. Si fece avanti una ragazzina, dagli occhi traspariva una certa indole
sognante: “Potevano scrivere?”. La guida trascinò le parole verso una bacheca: “Solo ad
un uomo fu permesso di scrivere. Lo aveva richiesto espressamente, appellandosi alla
prima regola”. La curiosità uscì interrogativa dalle labbra del giovanotto: “Cosa c‟entra lo
spazio con la scrittura?”. La guida sorrise. “La scrittura è creazione di spazi”, disse prima
di riprendere il circuito. La ragazzina rimase indietro, gli occhi fissi su alcuni paragrafi del
diario.
“Sterminati sorrisi, dinamiche di sguardi, nella testa irrompono paradisiache estraneità.
Connettiti. Il cosmo delle nostre tristezze risplende in colori. Iscriviti, lascia perdere il fluire
violaceo che accompagnava i loro volti.
Dicono di stare attenti a quei due: Entusiasmo e Rigore. Non perderli, rimani in contatto.
Prima erano i miei amici. Adesso tra opacità e vivacità non distinguo che sfumature.
Sono fermo su un lampeggiare convulso: Seleziona sesso, dicono aiuti. Rinchiuso dal
desiderio di possedere il mondo grazie ad una meccanica dei sentimenti, sento adesso i
polpastrelli registrare un certo fastidio, come irretiti dal vuoto, invocano continue scelte.
Per lungo tempo ho seguito la Regola: “In caso di Angoscia, digitare Euforia”. Adesso che
capisco l‟angoscia, non posso che privarmi della soluzione. Sento i miei simili agitarsi per
ricchezze invisibili e piangere commossi chissà per quale amore. Li sento da queste mura,
dei piedi stanno correndo nella stanza accanto, inconsapevoli di percorrere il medesimo
spazio. Capii il tasto Dimentica quando gli ologrammi si intrecciarono in spasmi e i ricordi
irruppero nella mente. Ieri sono finalmente tornati. Sapevo di essere ancora qui tra queste
dannate mura, di non aver digitato niente. Ho lasciato andare la mano sul mio corpo,
l‟unica matrice di sensazioni reali. Mentre qualcuno affianco rideva, io mi trovavo pronto
a combattere per evitare che vincesse il dolore sull‟esistenza. Una sensazione ambigua mi
ha preso quando ho sentito la materia opporsi ruvida alla mia pelle. Ho gattonato lungo
tutto il perimetro della stanza, percorrendo le esperienze illusorie nelle quali mi rinchiusi.
Tutto si è perso nella fissazione di un punto. Ho tenuto ferme le mani, sentivo l‟intelletto
reclamare imprese. Ero trafitto dalla negazione dell‟unica cosa a portata del mio corpo
fremente. Così morivo del vuoto. Oggi posso dirmi vincitore. Sono ancora qui, non
conosco più il mondo oltre queste mura e mai lo conoscerò. Non ho più niente. A volte,
osservando quella vita metallica in frantumi, rimpiango l‟incosciente totalità che addolciva
le mie giornate. Non ho perso però quel sottofondo angosciante che obliquo attraversa il
mio corpo e questo mi rincuora. Non puo‟ dirsi libero l‟uomo che non conosce la sua
prigionìa”.
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La nave si allontanò dal porto con una scia di schiuma. Era un viaggio in paradiso, in
crociera soli, mio padre ed io. L‟acqua era trasparente, lucida come vetro, sotto il sole
d‟inizio estate. Anche la gente elegante, al sole, era trasparente, sembravano fantasmi.
Avevo compiuto dodici anni. Il giorno del mio compleanno papà era uscito di prigione.
Era un giorno speciale.
L‟esplosione avvenne poco dopo la partenza, sembrava che il boato non finisse mai. I
passeggeri avevano espressioni che in vita mia, per fortuna, non ho rivisto, tranne una
volta in un quadro, dove un gruppo con le mani alzate era di fronte a un plotone
d‟esecuzione. Anche la gente della nave teneva le mani alzate. Solo mio padre sorrideva,
forse era per rassicurarmi, o per non farmi capire che aveva paura.
Mi portava spesso in piscina prima del carcere, gareggiavamo. Ricordo la sua schiena
muscolosa che si muoveva lentamente sull‟acqua, sembrava un grosso pesce, mi faceva
battere il cuore.
“E‟ pericoloso aspettare che affondi. Andiamo adesso. Col mare così calmo è come in
piscina, in mezzora saremo al porto.” Disse così, poi mi passò un salvagente. Mi chiese se
avevo paura e risposi di no. Non era vero. Però ero sicuro che mi sarebbe passata. Indossai
il salvagente anche se non ne avevo bisogno, come mi aveva detto di fare. Ci tuffammo e
per tutto il tempo nuotai con gli occhi aperti, guardando davanti a me.
Appena mi lasciai alle spalle la vista terribile della nave - che intanto andava a picco come
un mostro che muore - mi sentii di nuovo al sicuro. L‟acqua non era fredda e mio padre
aveva ragione, raggiunsi il porto in poco tempo. C‟era tanta gente che come me stava
nuotando in direzione del molo, e per tutto il tempo restai convinto che ci fosse anche
papà.
Mi afferrarono per farmi salire sulla banchina. Un signore con un camice mi diede una
coperta e mi chiese se stavo bene. Gli domandai dove fosse mio padre, mi accarezzò la
testa in risposta. Ebbi voglia di mordergli la mano.
Nei giorni successivi non si parlava d‟altro. La televisione mostrava immagini della nave
che affondava. Mia madre non pianse, ma lo capii lo stesso che pensava che fosse morto.
Non ci credevo. Papà nuotava meglio di me, se mi ero salvato, era impossibile che lui non
ce l‟avesse fatta.
Quando uscii con mamma per la spesa, la gente del quartiere ci guardava strano. Poteva
essere perché mio padre era scomparso, ma sentivo che c‟era qualcosa che mamma e la zia
non mi avevano detto. Non ero neanche sicuro di voler sapere, se me lo tenevano nascosto
doveva essere brutto. Facevamo come prima della nave, era la cosa più facile. Nessuno in
casa parlava di papà.
La notte dormivo poco perché facevo spesso un incubo che mi terrorizzava. Sognavo un
pesce enorme, con occhi terribili, che nuotava accanto alla grande nave mentre affondava.
Spalancava le fauci per inghiottire i passeggeri in mare.
Passò ancora qualche settimana prima che tornassi a scuola. Qualche giorno dopo Alex, il
mio compagno di banco, mi prese in disparte, durante l‟intervallo. Disse che mio padre
aveva fatto esplodere la nave.
“L‟ha detto anche il telegiornale, è vivo, e si nasconde perché è ricercato.” Disse.
Gli ho creduto, era la cosa più sensata che avessi sentito. Era come in sogno, mio padre era
il pesce tutto fauci che aveva ingoiato i dispersi.
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Giorno dopo, quando il telegiornale disse che a provocare l‟esplosione era stato un motore
difettoso, i compagni a scuola ricominciarono a parlarmi. Alex disse che aveva il permesso
di tornare da me a studiare.
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23
La casalinga aveva stirato fino all‟ultimo panno. Tutto fatto. Da poco aveva anche sfornato
i suoi famosi biscotti. Erano più di vent‟anni che, ogni venerdì, li preparava e non le
riuscivano mai come nella foto del ricettario. Li guardò quasi con disgusto malgrado, così
disposti sull‟alzatina di ceramica, facessero una bella figura. Non aveva mai ricevuto un
complimento per i suoi biscotti.
Tirò la tendina e sbirciò; quella falsa della sua vicina era ancora in cucina intenta a
preparare manicaretti.
Pensò di uscire a fare la spesa, ma non ne aveva bisogno e poi, a metà mese, meglio non
darsi allo spreco.
Immaginò il figlio già grande a lavorare in officina e il marito noioso a brontolare per le
tasse da pagare.
Di fare la calza non ne aveva voglia e tanto meno di mettersi i bigodini. Farsi bella per chi?
Il suo settimanale preferito lo aveva già riletto due volte. Il nuovo numero sarebbe uscito
solo l‟indomani con un Harmony in omaggio.
Si avvicinò furtiva alla credenza. Lì da qualche parte c‟era la fantomatica bottiglia di vino
per le occasioni speciali.
Eccola lì e l‟etichetta, quasi sbiadita, la diceva lunga sul fatto che in casa sua non ci fossero
occasioni speciali almeno da un decennio.
Non lesse nemmeno di che vino si trattava, fosse stato anche veleno ciò che contava è che
era stato riservato per festeggiare e lei ne aveva un gran bisogno di far festa.
Nessuno si era ricordato che era il suo compleanno.
Tirò la linguetta per spogliarlo della capsula, poi con il cavatappi estrasse il sughero un
po‟ sbriciolato dal tempo. Quand‟era stata l‟ultima volta che aveva sentito quel rumore
simile al boccheggiare di un pesce? Forse quando era nato Federico. Praticamente un vita
fa.
La rinite allergica non le permise di godere delle prime esalazioni che uscivano dalla
bottiglia come lo spirito di un genio intrappolato da secoli nella lampada, pronto a
esaudire tre desideri della sua liberatrice.
Prese il bicchiere dallo scolapiatti e lo colmò di liquido giallo, leggermente effervescente.
Quando ci vuole, ci vuole.
Il fruscio del vino che scendeva dalla bottiglia le ricordò quando da bambina ascoltava il
mare appoggiando l‟orecchio alle conchiglie.
Cin cin! Alla tua, regina della casa!
Lei non era certo un‟esperta, ma rimase affascinata dal luccichio di quell‟oro potabile che
catturava la luce, agitandosi nella sua culla di vetro come l‟anima di una lampara.
Ne bevve un sorso, quasi a centellinare quel momento tutto suo.
Non era in grado di dire se fosse buono oppure no, di certo quel sapore inedito piaceva
alla sua bocca che ne reclamava ancora. E no, Filomena, datti una regolata, bofonchiò tra
sé.
Cosa avrebbe pensato quello del detersivo se fosse entrato in casa sua come succede nelle
pubblicità?
Quella trasfusione di sangue vegetale, però, cominciava a dare i suoi effetti. Il sentore di
acacia aveva sedato le amarezze quotidiane.
Sì, la sua vita non le piaceva, ma era meglio di molte altre.
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D‟istinto prese un biscotto, lo intinse fugacemente nel vino e gli diede un bel morso.
Mica male. Anzi, si potrebbe dire proprio buono! E lei che credeva di farei biscotti più
cattivi del mondo.
Rimase per un istante ad osservare le briciole di frolla galleggiare come fragranti atolli.
La sua vita faceva meno schifo di quanto pensasse, proprio come i suoi biscotti.
Stava pensando di berne un altro sorso quando squillò il telefono.
Un orario troppo educato per le vendite telefoniche. Qualcuno, forse, voleva farle gli
auguri.
Poco importava. Filomena aveva imparato a farseli da sola!
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Da quando sono iscritta all’Università La Sapienza, con i libri sottobraccio, varco giornalmente
l’ingresso del Verano, il cimitero monumentale di Roma, costeggio l’imponente muro di tufo e
salgo su per la rampa che conduce nella zona dei monumenti antichi: il Pincetto.
I miei compagni di corso non hanno accettato di venire a studiare qui preferendo la vicina biblioteca
universitaria.
Loro non riescono a vedere oltre la sacralità del luogo e non ne vogliono sapere di seguirmi mentre
io nel silenzio rivolgo i pensieri alla vita per scoprire ogni volta che il senso delle cose è proprio
qui, dove un senso non c’è più.
Sorrido all’idea di me che studio in un cimitero.
Raggiungo la mia panchina preferita, tolgo le foglie che la ricoprono e mi siedo.
Qui non sarò disturbata
Con me porto sempre una merenda perché mi fermo a lungo e mentre leggo mi viene fame. Oggi
per sopportare la lettura di due libri di diritto amministrativo addenterò un panino farcito di salame.
Riprendo da pagina 243.
“Hei - dico rivolgendomi alla fotografia dell’uomo con i lunghi baffi arricciati all’insù – sei pronto
ad ascoltare?” L’uomo in vita fu un avvocato, c’è scritto così sulla lapide, e il diritto non è poi
mutato così tanto dai tempi in cui era in vita.
Sono convinta che a lui faccia piacere la mia compagnia.
Prima o poi mi deciderò a portargli dei fiori.
Il cielo è sereno ma fa un po’ freddo in questo autunno bizzarro. Spero soltanto che non piova.
Apro la pagina 244 e inizio a leggere rivolta al silenzioso sconosciuto.
Parlo ininterrottamente per quasi mezzora.
Il profumo del salame mi stuzzica l’appetito.
Scarto il panino.
“Te lo ricordi il sapore del salame?” chiedo all’uomo della fotografia.
1882 la sua morte. 2010 il presente. Ne è passato di tempo.
Ne prendo un pezzetto e lo metto tra il lumino e il triste vaso di bronzo.
“Questo è meglio di un fiore.”
Mi diverte l’idea di non riuscire a concepire questo posto come il luogo della tristezza, della
separazione, della celebrazione della morte. C’è più vita qui che altrove.
Riprendo a studiare.
Fa proprio freddo oggi e si sta alzando un vento umido fastidioso. Le pagine si gonfiano e si
arricciano perché la carta assorbe l’umidità.
Il salame mi ha messo sete.
Raggiungo la fontanella incastrata nel marmo di un monumento funerario di rara bellezza e con le
mani giunte raccolgo l’acqua da bere.
Un’anziana signora arriva con un vaso in mano.
Mi ricorda nonna. Con lei venivo qui da bambina e mi arrampicavo sulla scala di acciaio per pulire
la lastra di marmo della tomba del marito.
La fotografia lo ritraeva con la divisa da carabiniere e l’espressione severa. 1895-1955. Mio nonno,
sopravvissuto a due guerre, deceduto per trombosi.
Nonna mi raccontava di lui che in vita fu un uomo dolce e allegro.
Ora sono insieme, riuniti per l’eternità.
Prometto di andare a trovarli.
Torno alla panchina e noto un uomo con la tuta dell’AMA intento a spazzare la strada alle mie
spalle.
Sbuffa. Forse è insoddisfatto del suo lavoro.
Riprendo a studiare e a ripetere a voce alta.
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Cerco di memorizzare come si annulla un atto pubblico.
L’uomo con i baffi arricciati all’insù attende che glielo spieghi.
“Che dici, ce la farò?” chiedo all’amico silenzioso.
Il buio cala e mi impedisce di leggere. E’ ora di andare.
Sono arrivata a pagina 345.
“Cerca di darmi una mano da lassù per l’esame” gli chiedo ogni volta.
Mi vergogno della richiesta di raccomandazione.
Raccolgo i libri e m’incammino.
Prima di varcare l’uscita mi fermo e faccio il segno della croce rivolta al Cristo Redentore.
Attendo l’autobus della linea 490.
Domani tornerò per riprendere a studiare da pagina 346.
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Rido mentre abbasso gli occhi dal cartellone pubblicitario che campeggia in Via Ramazzi.
Che il futuro sia una marca di cellulari è sicuramente opinabile, ma che l'autore di questa
campagna sia la mia ex fidanzata e che il mio di futuro da un po' di tempo sia un po' meno
dietro l'angolo di quanto suggerisca quel 6x6, sono sicuramente dei fatti certi. In questa
città nemmeno volevo venirci io, sono le quattro e mezzo del mattino e neppure l'ombra di
un posto per prendere un caffè, le mie scarpe da tennis sono consumate, il mio alito deve
essere tremendo e la mia maglietta da buttare. Cammino da circa tre ore, dal momento in
cui in pratica la mia auto ha deciso di piantarmi in piena campagna a sei chilometri dalla
casa dei miei. Non li vedo da quasi quattro mesi e tremo al solo pensiero di come mia
madre potrà reagire dopo aver superato lo shock iniziale per le mie condizioni, alla notizia
che Benedetta si è liberata di me. Così mentre intrapendo l'ultimo paio di chilometri che
mi condurrà a casa inizio a ripensare alla mia infanzia che ho trascorso correndo proprio
sullo sterrato che sto percorrendo. Quando ad interrompere i miei pensieri si para davanti
a me una figura che mi appare subito familiare. - Ciao -, - Diamine, ma tu non sei
Giacomo ? -, - Eh già testone sono proprio io, ma che fine hai fatto non ti si vede da anni. Giacomo è uno dei ragazzi che ho frequentato più da piccolo e pure se non lo vedo da
cinque o sei anni forse non mi sembra cambiato di una virgola.
- Eh sai Giacomino io ora abito in città, sto con una ragazza, oggi sono qua a fare una
visita di cortesia ai miei, non li vedo da qualche mese. - Incassa le informazioni ma si vede
lontano un miglio che non mi crede. Mi allunga un giornale e mi dice: - Toh, dai una letta
qua, sono sicuro ci sia qualcosa che ti interessa -.
Prendo incuriosito il giornale che il mio vecchio amico mi ha passato proprio su una
grande pagina pubblicitaria che recita: “Il futuro non è scritto”, e mentre faccio per
spiegare quale sorte mi abbia posto davanti il mio amico non c'è più. Strani questi ragazzi
di campagna penso e continuo verso casa.
Mia madre come previsto mi insulta per aver rotto la mia storia con Benedetta, se solo
sapesse come è andata, ma non credo faccia molta differenza per lei. Così per non
ascoltarla mi metto a leggere il giornale che mi ha dato il mio vecchio compagno di giochi.
E'incredibile. A posto della pubblicità di Benedetta ce n'è un altra, di un'altra compagnia
telefonica: “A volte una telefonata è benedetta.” Cerco per 10 minuti il foglio di giornale di
prima ma è sparito. Così, potere della comunicazione e dei segni che spesso amo
interpretare, mi faccio convincere e mi alzo per chiamarla. Mia madre si è placata, e
mentre prendo il telefono gli dico: - Mamma, te lo ricordi Giacomino? - , - Me lo ricordo si,
poverino, se ne è andato così giovane Forse aveva ragione, forse davvero il futuro non è scritto.
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C‟era una volta, molto e molto tempo fa, un piccolo regno immerso nelle verdi colline
della Provenza.
Il re, rimase orfano ancor giovane, così tutta la corte, i nobili del reame e ogni
villano,cercavano invano di divertirlo per fargli tornare il sorriso, chiamandolo
scherzosamente”il re Tristino”.
Divenuto adulto e triste, era la disperazione dei giullari di corte, che ormai non sapevano
più cosa inventarsi per renderlo allegro.
Un giorno, mentre si trastullavano a pensare cosa fosse meglio… arrivò una carovana di
circensi italiani al portone del palazzo…
Come d‟incanto, scesero dal carro giovani e fanciulle, e cominciarono a tirar fuori dai
sacchi di stoffa oggetti e strumenti musicali strani e mai visti prima, colorati, di forma
strana…e che emanavano una musica melodiosa…
I ragazzi e le fanciulle facevano strane capriole e movimenti; sembrava che avessero il
cervello al posto dei piedi! Per non dire di certe vesti strane: chissà chi le aveva cucite!
L‟anziano del villaggio, che passava lì per caso, pensò di far cosa gradita al suo triste e
giovane re, visto che era Carnevale, accompagnando i circensi, con tutti i
loro”armamentari” dal maestro d‟arte, a palazzo…
Così, una sera, durante una delle solite feste a palazzo, mentre i giocolieri di corte
tentavano ogni sorta di trastullo, si udirono all‟improvviso strani suoni e rumori, seguiti
da fanciulle bellissime e giullari, che suonavano e danzavano simultaneamente…
Mentre il re e la corte sgranavano gli occhi e le orecchie dallo stupore, le giovani danzatrici
ammaliavano i presenti con i loro esercizi acrobatici e le danze e …”udite, udite !”, ebbero
il coraggio di andare a prendere il braccio di ogni nobile o cortigiano per invitarlo a
danzare, senza chiedere il permesso al re, che nel frattempo non si era accorto di nulla,
preso com‟era dal provare e riprovare i nuovi giochi e strumenti.
Quando si stancò, vide che era rimasto solo al trono, mentre tutti gli altri stavano ballando
una nuova danza con le damigelle,
ma, ahimè, nessuna era rimasta libera!
Aspettò per un po‟ di tempo, seduto sul suo trono, guardando divertito i passi della nuova
danza poi, d‟improvviso, fu colto da grande furore perché nessuno lo aveva invitato a
ballare; eppure era il re! Così, mosso da invidia, cominciò a buttarsi nella mischia, girando
come un pazzo per la sala…ma… nessuno lo badava!
I minuetti e le danze continuarono fino all‟alba finché, stanchi e stremati, tutti si
accasciarono a terra e si addormentarono nel salone delle feste, meno il re Tristino, che
continuava a gironzolare, insonne, per il palazzo,fischiettando e mimando i nuovi passi di
danza.
A quel punto, non volendo lasciar andare quella allegra compagnia, che gli aveva fatto
tornare l‟allegria, corse ad emanare un editto:”…Che tutta questa compagnia, ed i loro
familiari, fino alle future generazioni, possano mangiare e bere a sazietà in questo regno,
danzando e divertendo le Nostra Reali Maestà!...”
Così, ancor oggi, si possono vedere le carovane circensi, di giocolieri e gitani, attraversare
le colline e il verde del sud della Francia, o sostare coi loro carrozzoni sulle colline
provenzali profumate di lavanda.
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VolanZine n°13: tutti i racconti in concorso
29
In punta di piedi, senza far rumore, Marina s‟era accostata alla finestra e osservava i raggi
del primo sole mattutino mentre filtravano dalla persiana semichiusa e andavano a
formare una lama di luce che, attraverso tutta la stanza, colpiva in pieno il suo cuscino. Se
ne stava così, con la testa mollemente adagiata su un braccio, cercando di riannodare il filo
dei propri pensieri, e intanto udiva il respiro lento e profondo di Marco, il suo grande
amore, ancora beatamente immerso in dolci sogni.
Marina era felice, molto felice. Eppure qualcosa la turbava: qualcosa che non riusciva a
definire chiaramente.
Fuori della stanza, qualche metro più in basso, una macchina sfrecciava solitaria lungo la
via deserta. Era la fine degli anni Cinquanta e i ricordi della guerra cominciavano a far
meno male, leniti dal benessere economico che s‟espandeva come una manna sui tetti delle
case e per le strade. Si respirava allegria.
Ecco che cosa non tornava: i ricordi di Marina, per quanto fosse ancora una bimbetta
durante gli anni della guerra, si mantenevano dolorosamente nitidi e precisi; non
sfumavano. Benché quel triste tempo risalisse a quasi quindici anni prima, per lei era come
se fossero passati quindici giorni.
Scrollando lievemente il capo, Marina ritornò verso il letto e lasciò che il suo corpo
giovane e armonioso si accoccolasse sotto le lenzuola. Il lieve movimento del materasso
ridestò Marco, che ancora intontito si voltò a contemplare il volto angelico della sua
donna; era bellissimo, seppure appena offuscato da cupi pensieri.
‹‹ Che cosa ti tormenta, amore mio? ›› le chiese allora.
Marina restò in silenzio per qualche secondo, cercando le parole per riuscire a spiegare
quei pensieri complicati.
‹‹ A volte ho la sensazione ›› disse poi ‹‹ che quello che sto vivendo in questo momento
non sia reale ››.
‹‹ Spiegati meglio ›› fece Marco, aggrottando le sopracciglia.
‹‹ I ricordi del mio passato mi sembrano troppo nitidi: non è normale. Inoltre ho spesso la
sensazione di star rivivendo momenti della mia vita già trascorsi. So che ti sembrerà
strano, ma spesso mi assale il dubbio che, mentre sono convinta di vivere, in realtà io stia
semplicemente ricordando ››.
Alle parole di Marina, Marco rimase qualche istante perplesso, poi sorrise e le cinse la vita
con un braccio. Lei sorrise a sua volta e chiuse gli occhi, ma, quando li riaprì, non avvertì
più il contatto della sua pelle.
Il suo amante era scomparso e lei giaceva da sola nel letto. Si sentiva stranamente debole e
pesante. Guardandosi intorno, vide che l‟arredamento era molto diverso da come lo
ricordava.
Poi, d‟improvviso, la porta della camera si spalancò ed entrò una donna bionda, seguita da
un uomo alto e magro che le teneva la mano. A un cenno del suo capo, fecero capolino
dalla soglia tre bambini: due maschietti e una femminuccia. Marina non aveva idea di chi
fossero.
Dopo qualche minuto, entrò un uomo basso e corpulento, lievemente calvo, seguito anche
lui da una donna che lo teneva per mano e da due splendide bambine.
Confusa e spaesata, Marina stette per un po‟ a osservarli mentre le sorridevano, e intanto
cercava di ricordare chi fossero. Poi vide che la donna bionda aveva i suoi stessi occhi
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30
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azzurri, l‟uomo a sinistra il suo stesso naso un po‟ aquilino, una delle bambine labbra
carnose uguali alle sue.
Allora sorrise anche lei e tese una mano in segno di saluto: era venosa e coperta di lividi
bluastri.
A poco a poco, quelle persone sorridenti sbiadirono e scomparvero. Marina, sentendo di
nuovo il braccio del suo amante che le cingeva la vita, si addormentò.
VolanZine n°13: tutti i racconti in concorso
31
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Vago.
Non posso rimanere fermo, non ci riesco: qualcosa mi spinge a muovermi in
continuazione, come fossi pervaso da un‟ansia assurda, ansia per l‟attesa di qualcosa che
deve accadere. O di qualcuno che devo incontrare.
Ora sono davanti alla biglietteria: ho l‟impressione di udire il rumore della gente che vi
lavora, anzi, la sento, ne sono sicuro, ma non la vedo e ciò mi lascia infastidito, quasi
preoccupato.
Proseguo e mi ritrovo all‟esterno, vicino ai binari, sbarre parallele d‟acciaio senza inizio e
senza fine, come due braccia lanciate verso il cielo infinito per afferrarlo, supportate da
due gambe piantate nelle viscere della terra.
Vibrazioni. Forse sta arrivando un treno, mi allontano.
Sì, non mi sbaglio, le vibrazioni aumentano. Ecco, ora sento lo sferragliare; deve avere
parecchi vagoni, il frastuono è notevole.
Ma non può fermarsi qui, non è possibile, senz‟altro passerà oltre la stazione per andare
chissà dove, non credo proprio possa fare tappa in questo luogo assurdo.
Il rumore si fa più forte, ora arriva alle mie orecchie anche lo stridìo dei freni, ma del treno
non c‟è neppure l‟ombra.
OMBRA!
Non c‟è ombra in questo posto! Io non ho ombra, io non esisto, niente esiste qui!
Non è possibile, che luogo è questo? No, no, io sto sognando, sto vivendo un incubo, non
c‟è altra spiegazione. E poi… Che ci faccio qui? Solo ora me lo chiedo, ma non ho risposte e
sale la paura, il panico, si amplifica l‟ansia… No!
Respiro profondamente e torno presente, se così posso definire la situazione. Già,
presente, ma dove?
Il treno si è fermato davanti a me, lo sento, così come sento aprirsi le portiere dei vagoni.
Quel qualcosa che mi muove dall‟inizio, mi spinge verso i binari, fino ad arrivarci quasi
sopra, poi... Mi si alza un piede e lo sento poggiare su qualcosa di solido: salgo. Uno, due,
tre gradini.
Sono sul treno! Ora lo vedo, e vedo anche che il vagone su cui mi trovo non è vuoto, ci
sono altre persone con me, hanno visi rilassati, sembrano contenti.
Mentre le portiere si richiudono mi incammino per cercare un posto a sedere, lancio uno
sguardo dal finestrino e mi accorgo che la stazione si sta dissolvendo lentamente nel nulla,
rimane solo la luce, poi mi siedo e il treno riparte. Finalmente
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Stazione.
Vuota, completamente deserta, almeno all‟apparenza.
Forse è abbandonata, forse si trova su una linea morta. Forse.
C‟è luce nella stazione, c‟è luce, ma non c‟è il sole.
Strano, non vedo lampioni o fari; perchè tutto questo chiarore? Da dove arriva?
E poi, da dove proviene quel vociare leggero, lontano, se intorno a me non c‟è nessuno?
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Un casolare quasi in abbandono ed una grande quercia, secolare e frondosa lungo una vecchia
strada che collega una frazione, un tempo di contadini, alla città. Nelle belle giornate sotto la
quercia un vecchio su una sedia di legno, le mani congiunte sopra il bastone e il mento appoggiato
alle mani, lo sguardo perso nell’infinito panorama della campagna.
Al vecchio non sfugge niente, guarda quel panorama da sempre e sa individuare ogni singola
gemma spuntata dal giorno prima.
La mattina guarda le gocce di rugiada sulle foglie, a mezzogiorno i raggi del sole che gli scaldano
ossa, prima di sera le margherite che gentilmente si chiudono in sé stesse, poi il rossore del
tramonto. Ed il giorno dopo tutto uguale di nuovo, un giorno dopo l’altro. Ogni tanto si piega verso
terra e raccoglie una zolla per romperla fra le dita, oppure un filo d’erba per metterselo fra i denti.
Si china ad accarezzare un gatto che ronfa ai suoi piedi, lancia uno sguardo d’amore alla sua
quercia.
Non si sa bene di che viva, né chi si prenda cura di lui, ma è sempre curato, pettinato, con la barba
composta, le unghie pulite. Anche entrando nel suo casolare, l’apparenza di abbandono dell’esterno
è contraddetta dalla pulizia e precisione dell’interno.
Dopo pranzo accende la pipa e fissa pensieroso il fumo che si innalza. Poi si appisola un po’ sulla
sedia, appoggiando la fronte alle mani appoggiate sul bastone.
La vecchiezza della quercia accompagna dolcemente l’età dell’uomo, vecchi amici uno dell’altro,
quasi fratelli.
Non è raro passando di lì trovare qualche bambino accoccolato ai suoi piedi mentre il vecchio
racconta storie passate di moda. Di come una volta non ci fosse telefono e le persone dovessero
vedersi per parlare, di come ci fossero poche auto e si stava molto più in casa. Cose che
apparentemente non dovrebbero interessare i bambini dei nostri giorni, ma il suo modo di narrare
ogni cosa come una fiaba incanta chiunque lo ascolti, sempre le stesse storie, ma ogni volta diverse.
Non è raro trovarci qualche adulto, persone che passano di lì casualmente e non riescono a sfuggire
al fascino del vecchio sotto la quercia, che sembra sapere tutto.
Una ragazza in procinto di sposarsi, piena di dubbi, seduta ai suoi piedi con una mano posata sulla
testa lo aveva ascoltato parlare dell’amore, della pienezza dell’essere in due invece che da soli, della
splendida monotonia che poteva mettere anche più in risalto i momenti particolari di vita
spensierata e giovanile che pure devono esistere in un matrimonio.
Un ragazzo che stava per diventare padre, pieno di ansie sul poter essere all’altezza della situazione,
aveva capito che i figli amano i genitori per quello che sono, di carne e sangue e per questo anche
essi fallaci, anche essi dubbiosi, ma che comunque non li tradiranno mai e avranno sempre per essi
un amore incondizionato che nessun altro potrà offrir loro.
Anche una donna malata, disperata per non riuscire ad essere più quella di una volta aveva capito
che chi tanto ha dato tanto avrebbe ricevuto, e sarebbe stato così anche per lei.
Il vecchio ha una parola per tutti, a tutti consiglia di guardare nel proprio cuore e ad usare sia
l’istinto che la coscienza, chi ha tanto osservato la natura, la naturale essenza delle cose sa come
alla fine i problemi ed i dubbi finiscano per assomigliarsi tutti e di come una semplice parola di
saggio incoraggiamento accompagnata da un dolce sorriso siano più efficaci di tante cose.
Queste cose gliele ha insegnate la vecchia quercia, lì immobile da sempre, che ha visto più di lui e
giorno dopo giorno continua a fargli ombra come un padre.
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VolanZine n°13: tutti i racconti in concorso
33
Da piccolo sognavo una macchina da scrivere perché i computer erano ancora merce per i
più facoltosi. Quando io mi addentravo nei misteriosi meandri della grammatica e
dell'ortografia, sia leggendo che scrivendo, la tecnologia di allora partoriva il Commodore
Vic20, in assoluto il primo computer che io abbia mai visto, e da li a poco arrivò il più
famoso Commodore 64, e quella era già tutta un'altra storia. Niente a che vedere con il
miracolo tecnologico che sto usando in questo istante, ma comunque inarrivabile per un
bimbo del ceto medio come ero io allora (e fondamentalmente anche adesso). La macchina
da scrivere c'era. Rossa, lucida, bellissima. E inesorabilmente di mio padre. Ci teneva cosi
tanto anche se non la usava mai, da dirmi sempre scherzando che per usarla avrei dovuto
compiere i diciotto anni e prendermi la patente per la macchina (da scrivere,
naturalmente). Era come una reliquia, e quando mio padre la apriva (la teneva
rigorosamente chiusa nella sua valigetta nera, come un faraone) per scrivere qualche
lettera della massima importanza, l'atmosfera si faceva solenne come un brindisi fra
ubriachi. Io mi installavo su una sedia dietro di lui e attendevo, con un'espressione
facciale incrociata tra misticismo e deficienza. Mentre lui scriveva, io imprimevo il
tamburo di quei tasti nella mia mente.
Amavo scrivere e lo sapevo già.
Ma la mente di un bambino svaga in fretta, e tempo da allora ne è passato. Quella
macchina da scrivere è finita nella cantina di qualcuno dei miei fratelli più grandi,
predatori di resti sacri. Mio padre fece anche in tempo a comprare a me e mio fratello il
Commodore 64, e in un eccesso di fiducia firmò tre anni di cambiali per un allora
moderno PC. Eccesso di fiducia non nelle nostre capacità, di cui è sempre andato fiero
come per tutti i suoi figli, ma nelle nostre intenzioni. Le mie erano ottime, certo, ma per
scrivere e per studiare bisogna essere soli e non in mezzo alle famose cattive compagnie.
Che a me non mancavano, prima di tutte quella di mio fratello e dei suoi amici. In loro
mercé, tutte le buone intenzioni andavano a farsi benedire esattamente come quelle dei
politici, e si finiva a giocare con stupide astronavi a 8 bit, che sparavano ad altrettanto
stupidi asteroidi. Grazie all'aiuto impagabile di mia madre, nessuna cambiale venne mai
protestata, il computer col tempo fece la fine degli asteroidi e il mito nei miei pensieri
rimase la mitica macchina da scrivere. Rossa, lucida, proibita come il frutto dell'Eden. Ci
fu un periodo nel quale avrei potuto usarla, ma ero impegnato a correre dietro alle prime
sottane, cosa che ho fatto con encomiabile regolarità dritto fino alla tragica fatalità del
matrimonio, alla quale nemmeno io sono sfuggito. Di certo, se anche la ritrovassi non la
userei mai per scrivere un libro, e grazie a Dio i computer non sono più solo merce per i
facoltosi. Ma oggi, davanti ad un miracolo della tecnologia moderna, chiuderò
metaforicamente gli occhi, e schiaccerò i grossi tasti di quella macchina da scrivere di
plastica rossa e lucente, con il coperchio nero, antica come la saggezza di mio padre ma
viva in me come sempre sarà il suo ricordo, conscio che egli credeva che da suo figlio
sarebbe venuto qualcosa di buono. Che si tratti o no di un ennesimo eccesso di fiducia io
non posso dirlo, ma spero di dimostrare, sopratutto a me stesso, che almeno in parte non
sia cosi.
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L‟estate volgeva al termine, così come le mie ferie. Quel pomeriggio decisi di andare al
parco, nonostante la giornata fosse plumbea.
Il vento che mi scompigliava i capelli, mi avvolgeva anche in un dolce abbraccio. Chiusi gli
occhi e restai ad ascoltare i rumori attorno a me. D‟improvviso tutto tacque e potei udire il
battito del mio cuore.
Mi tornò alla mente l‟incontro con una vecchia zingara, avvenuto prima della mia
partenze per le vacanze.
“Quest‟estate troverai l‟amore” disse sfiorandomi la mano “Un bell‟uomo entrerà nella tua
vita e ti renderà felice”.
Le sorrisi e per mandarla via le allungai una banconota.
Era da così tanto tempo che il mio cuore attendeva, che ormai avevo perso ogni speranza.
Un colpo alla testa mi destò dai miei pensieri.
“Mi scusi signora” esclamò un ragazzino dai capelli ramati raccogliendo il pallone.
“Non fa niente” risposi guardandolo mentre trotterellando si allontanava.
Fu così che il mio sguardo incrociò il suo. Gli occhi più belli che avessi mai visto. Non
riuscivo a smettere di fissarlo. Era un bel tipo distinto, raffinato e stava leggendo un
romanzo. Per un attimo cominciai a fantasticare, quando una bella bionda si sedette
accanto a lui abbracciandolo. Potei udire il rumore dei miei sogni che si frantumavano.
Sospirando mi alzai e tornai a casa.
La mia auto pensò bene di lasciarmi a piedi il primo giorno di lavoro. Decisi di prendere
un taxi e adocchiandone uno, mi precipitai senza notare che era già occupato.
Sprofondando sul sedile posteriore, noncurante del passeggero davanti a me diedi
l‟indirizzo al tassista.
“Allora, ho fretta!” gli urlai in malo modo.
In quell‟istante realizzai che c‟era qualcun altro nell‟auto. L‟uomo dinanzi a me si voltò e
con flemma mi domandò se fosse tutto a posto.
Ammutolii ed arrossii allo stesso tempo. Sarei voluta sparire. L‟uomo del parco mi stava
fissando, con quei due meravigliosi smeraldi che mi avevano stregata.
Pensai fosse una mia fantasia e non la realtà. Perché queste cose capitano solo nei film.
“Mi scusi, si sente bene?” mi chiese ponendo la mano sulla mia.
Sentii una leggera scossa che percorse tutto il braccio “Sì, tutto a posto, grazie”.
Sono certa che anche lui aveva sentito qualcosa, perché la sua espressione cambiò.
Che gioco stava facendo il destino? Anche lui doveva andare al mio stesso indirizzo.
Aveva un‟appuntamento con il direttore della società dove lavoravo.
Ricominciavo a sperare, quando giunti a destinazione, ad attenderlo c‟era la famosa
bionda.
“Lascia stare” pensai “Smettila di sognare”.
“Ciao sorellina, hai fatto presto” esclamò.
“Come? Avevo sentito bene?” Nuovamente una luce si accese nel buio.
Parlando con l‟impiegata più anziana dell‟ufficio, venni a sapere che la famiglia Evans
aveva intenzione di rilevare una grossa quota dell‟azienda.
Il mio cuore iniziò a battere sempre più forte. Il direttore infatti, presentò il personale.
Giunti davanti a me, l‟uomo sorridendo esclamò: “Noi ci conosciamo già. Penso che sarà
un‟ottima assistente per me”.
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La giornata era volata e quando uscii dall‟ufficio era già buio. In una piccola stradina
laterale, notai una donna seduta a terra. Era la zingara della predizione.
“Sta bene?” le chiesi avvicinandomi.
“Sì, ragazza mia va tutto bene. Sono riuscita a portare a termine il mio ultimo compito.
Adesso posso andare via serena. Stai tranquilla e sii felice”.
Una strana sensazione mi avvolse. Tornai a casa confusa, disorientata, angosciata.
L‟indomani mattina mentre facevo colazione, al telegiornale una notizia mi ghiacciò il
sangue nelle vene.
“Trovata morta in una via del centro una vecchia zingara”.
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Genova, palazzo di giustizia, 18 febbraio 2009–ore 9.40
«Sebastian!»
Il ragazzino mi guarda quasi spaventato, in piedi al di là della scrivania, irrigidendosi
nella felpa e nei jeans larghi da rapper in erba.
«Ma dottore… stavo giusto per consegnarle il fascicolo, come fa a saperlo?»
Probabilmente l‟assistente sociale non ha tutti i torti, dal suo punto di vista, a pensare di
esser davanti ad una specie di paragnosta da televarietà, in questo mercoledì dedicato–
come tutti i mercoledì–alle richieste di adozione. Ma io, Fabio O., magistrato presso il
tribunale dei minori di Genova, non sono un indovino. E lui si chiama Sebastian. Sul serio.
Genova, stazione Principe, 26 giugno 1998–ore 13.20
E‟ tutto maledettamente attaccaticcio: quest‟afa fetente che sa di ferro caldo e pisciate
contro il muro, il pavimento lercio dell‟atrio di Principe, la maniglia del trolley king-size
che sto trascinando verso il binario quattro.
Non mi sembra ancora vero: nel giro di quindici giorni siamo venuti al dunque della
nostra storia sfibrata, tu hai fatto quello spietato outing in cui mi hai rivelato di esserti
innamorata di Antonio al meeting di Londra, ed ora sei in partenza per Marbella: via
Milano Centrale-navetta-Malpensa.
«Chiama, una volta che ti sarai sistemata, sono davvero curioso di sapere di più sull‟unico
area manager della Leasenforce con un dodici metri all‟attracco».
«Fabio, per piacere, per piacere! Avessi saputo che era per farmi di nuovo un pezzo dei
tuoi, mi facevo accompagnare da mia sorella.”
«Michela, guarda che…»
«Guarda che cosa? “Guarda che io sono sempre stato gentile con te, che sono stato pazzo
di te e con te dall‟inizio, che qualsiasi altra donna pa-pa-pa?!” Sì, Fabio Ormandi, tutto
vero, ma quando finisce fi-ni-sce, non ne abbiamo già parlato abbastanza?”
«Non capisco perché mi fai tu „sta piazzata, non mi sembra il caso...»
«Ma si, bravo, perfettino come sempre! Fabio, una volta per tutte, cerca di…senti, sta per
partire, ora devo andare. Cerca di dimenticare quest‟ultimo mese e conserva il buono che
c‟è stato, ok? Buona vita.»
Uno sprazzo estremo di quegli occhi neri che tagliano l‟acciaio e arroventano l‟aria, il culo
sudicio della carrozza di coda con le luci rosse beffardamente intermittenti: l‟ultima
istantanea di un pomeriggio caino.
Il Secolo XIX, 14 ottobre 2000–pagina della cronaca
Malaga, genovese uccisa con narcotrafficante in conflitto a fuoco con la polizia. Illeso
figlio neonato. Dal nostro corrispondente
Michela S., 34 anni, genovese, è stata uccisa insieme allo spagnolo Antonio Vargas, 37
anni, in un conflitto a fuoco con la polizia spagnola nella tarda serata di ieri. Vargas,
ufficialmente manager di una società operante nel settore della sicurezza privata ma in
realtà noto intermediario del traffico di cocaina tra sudamerica e malavita locale, era già da
tempo sotto controllo da parte della polizia iberica. La S., dipendente della stessa società,
lo aveva conosciuto alcuni anni fa e da qualche tempo era diventata sua convivente.
Stando alle prime fonti, verso le 22.40 l‟auto condotta da Vargas, con a bordo la donna ed
il figlio della coppia di soli otto mesi, si sarebbe imbattuta in un posto di blocco poco fuori
Malaga non fermandosi all‟alt. Gli agenti, dopo un breve inseguimento, avrebbero sparato
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alle gomme dell‟auto che è uscita di strada; l‟uomo avrebbe quindi esploso diverse raffiche
di mitraglietta verso la pattuglia la quale rispondeva al fuoco. Fortunatamente illeso il
piccolo Sebastian, sistemato nel seggiolino posteriore. L‟uomo è morto immediatamente, la
genovese è deceduta durante il trasporto all‟ospedale.
Genova, palazzo di giustizia, 18 febbraio 2009–ore 9.41
Niente, niente purtroppo mi ha più tagliato l‟anima come quegli occhi che ti porti in
eredità. Ma oggi scopro, sulla mia pelle, che davvero può esistere qualcosa in grado di
trafiggere il tempo e conficcarsi nel dolore.
“Dottoressa Marchiori…diceva? Posso vedere il fascicolo?”
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Disegnare storie, dare anima a tratti di matita, inventare espressioni di gioia, di rabbia, di
dolore; é questo il mestiere di Sal. Da un po' di tempo é assalito da un cruccio: vuole
realizzare una storia dove le immagini siano allo stato puro, libere da ogni trama
prestabilita. Decide allora di dare a Law, l‟eroe delle sue storie, un volto nuovo: capelli
corti, fronte spaziosa, corpo muscoloso; i tratti di matita guidano la sua mano, l‟eroe ha il
volto uguale al suo. Meglio rimandare a domani; va a letto corrucciato, dorme poco e
male. Al mattino si appresta a riprendere la storia ma ne trova già scritta una.
Law per difendere il suo popolo, invaso da tiranni, combatte una cruenta battaglia; dopo
numerose perdite da una parte e dall'altra, sta lottando corpo a corpo contro un avversario
mascherato. Non prova odio per lui ma deve sopraffarlo; é il suo nemico. Le sue armi
colpiscono una, due, più volte; il sangue cola dalle ferite, la maschera e il costume
dell'avversario si riducono a brandelli, ma questi ostinatamente resiste.
“E' questo che vuoi lottare fino all'ultimo respiro?”.
L'altro non risponde, continua a combattere.
Quando la maschera si strappa e appare il volto dell'avversario, Law resta muto a
guardare; non può smettere di lottare é un guerriero allo stato puro non può provare
sentimenti, ma di fronte ha un altro se stesso. Ogni colpo inferto gli provoca lacerazioni,
come se si fosse colpito da solo, e a sua volta ogni colpo che riceve gli devasta il corpo; ha
due avversari. Quando il corpo ormai ferito in numerose parti appare talmente
tagliuzzato, i due contendenti non si reggono più in piedi e cadono l'uno sull'altro. A poca
distanza dal suo Law vede il volto che ha di fronte trasformarsi in un volto di donna; l'ha
amata in storie precedenti, ma adesso è allo stato puro, non può amare; non sa di amare.
Comincia ad affondare la lama nel petto, non un gemito si ode solo un fiotto rosso di
sangue che straripa dalla ferita; e ancora l'avversario si trasforma. Un orrido scheletro gli
stringe la gola sta lottando contro la morte, ma non ne è consapevole. Adesso non servono
più armi, ma deve resistere deve difendersi e lottare contro l'altro, sempre, in ogni caso.
L'ultimo riquadro del fumetto rappresenta Law che si dibatte per terra, stringendosi le
mani al collo. Sal si arma della sua matita; forse fa ancora in tempo a salvarlo.
Una storia allo stato puro, senza emozioni, senza sentimenti, non può portare a niente, è
solo un non senso. Allora Sal disegna la donna quella che Law ama, con gli occhi verdi e
lunghi ricci rosso fuoco. Corre verso di lui steso a terra che sta morendo, le mani stringono
forte la gola, e dalle ferite continua a fuoriuscire sangue a fiumi; disperata gli si
inginocchia accanto e cerca di strappargli le mani dal collo:
“ Law, guardami sono io, Ann”, egli sente la voce come venire da un lontano pianeta,
lentamente apre gli occhi, fa cadere le mani lungo i fianchi e richiude gli occhi.
Lei lo chiama quasi in un sussurro, il petto scosso da singulti, le lacrime le rigano il viso.
Gli accarezza le ferite aperte, amore e raccapriccio per quel corpo ormai deformato si
fondono insieme.
Una lacrima cade sullo squarcio di una ferita e accade qualcosa di strano, la ferita comincia
a rimarginarsi e va chiudendosi. Allora la donna continua ad accarezzarlo, lievemente, con
infinita dolcezza, e lascia che le sue lacrime copiose bagnino le ferite, fino a che Law apre
gli occhi. “ Dammi la mano” le dice, lei gliela porge, egli la prende tra le sue e poi la sfiora
con le labbra.
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Io ne faccio parte. Dell‟organizzazione.
Non so esattamente quando è iniziato. Non c‟è un modulo di iscrizione né test
d‟ammissione o quant‟altro. O sei dentro o sei fuori. Io me ne sono reso conto lentamente,
come una passione che germoglia lentamente. Che so, ti piace andare al cinema e senza
rendertene conto ti ci ritrovi tre o quattro volte alla settimana. E se non ci vai ne senti la
mancanza. Così è stato con l‟Organizzazione.
E‟ iniziata direi una decina di anni fa. Allora erano sensazioni. Sai quando incontri
qualcuno e capisci subito che ti ci trovi. Non necessariamente donna. Bastava un modo di
camminare o di bere, un atteggiamento, un avverbio o magari niente. Così capitava a me.
Incontravo per strada o al ristorante o al cinema una persona che per i motivi sopra citati
mi colpiva e in qualche modo mi ispirava, cioè mi spingeva a emularlo, a essere come
lui/lei. Questo l‟inizio.
Col tempo mi resi più consapevole. Capivo immediatamente chi era o non era
dell‟Organizzazione, chi faceva finta (c‟erano e tutt‟ora ci sono parecchi infiltrati), chi era
un neofita e chi un veterano. E non era questione di parole o gesti. Era qualcosa a livello
superiore. Era, direi, affinità. Almeno così è successo a me, perché degli altri non ti so dire.
Non si sono riunioni, programmi o agende; non ci sono capi, consoli o viceré; non ci sono
regole o leggi; non ci sono ritrovi, feste o aperitivi; non si organizzano concerti o spettacoli
con fumi e raggi laser; l‟Organizzazione non è un dopolavoro o massoneria;
l‟Organizzazione non è un circolo culturale o un sindacato; l‟Organizzazione non è una
onlus o una setta religiosa. L‟Organizzazione non è niente di tutto ciò.
Una volta ho incontrato un giovane turista americano in vacanza con la sua famiglia.
Quello mi fissa per lunghi secondi, si avvicina risoluto e col suo avvolgente accento
americano mi grida: “Are you organization member?”. Ovviamente un neofita, e se
permetti, anche un po‟ coglione (ci sono anche nell‟Organizzazione). Io rimasi un po‟
interdetto sul momento non sapendo se rispondere affermativamente e poi dileguarsi
rapidamente oppure negare decisamente. Non brillai certo per originalità quando gli
risposi: “No speak english” e me ne andai facendo finta di non aver capito.
L‟organizzazione è il senso dei tuoi gesti quotidiani, del tuo vivere giorno dopo giorno, del
tuo cercare per delle mezz‟ore un cestino per la raccolta differenziata per buttare una
lattina. Non mi viene in mente definizione più appropriata anche se un po‟ criptica. Ti ci
devi accontentare.
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Affinità.
Semplicemente
incontravi
un
componente
dell‟Organizzazione
e
vicendevolmente ne eravamo consapevoli. Senza parole o gesta di intesa. Credo sia tutta
qui la forza incredibile dell‟Organizzazione.
VolanZine n°13: tutti i racconti in concorso
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Mi capita a volte di ripensare all‟episodio dell‟americano. Credo dia il senso della
sfuggevolezza e della potenza dell‟Organizzazione. Voglio dire, l‟Organizzazione è
arrivata in qualche modo e non so come al cuore di quel americano con la camicia larga e
la birra in mano. Potente. Al tempo stesso fuggevole,perché se io gli avessi risposto
esplicitamente questa potenza si sarebbe dissolta in un amen. Cancellata. Distrutta. Così
forte e così fragile.
Ho deciso di scriverne perché credo sia l‟unico modo per salvare l‟uomo dall‟uomo. E‟ un
rischio, ne sono consapevole, perché scrivere dell‟Organizzazione significa violarne il
senso dell‟esistenza e quindi distruggerla, ma forse vuol dire anche trasformarla in
qualcosa di ancora più grande e potente. Chi non mi uccide mi fortifica.
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Ah, e se la cerchi su internet non hai capito un cazzo.
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41
Mi si presentò davanti all‟improvviso. Era bellissima. Il suo sguardo mi penetrava dentro,
in tutte le cavità del mio corpo. Dava l‟impressione di essere eterea, priva di materia
solida, con quella sua sagoma scura che galleggiava a mezz‟aria fluttuando con movimenti
sensuali.
La stanza era tutta bianca e il candore che emanava accecava gli occhi e lo spirito.
Mi sussurrò con la voce dell‟animo, ma nessun suono si udì nella camera:
“ Tu sai chi sono… e cosa voglio”, disse con tono grave e sicuro.
Io non avevo dubbi. Era lei. Era giunta, era arrivata anche per me.
Certo non avevo mai pensato fosse così bella e così tremenda.
Centinaia di volte avevo immaginato quel momento, ma la realtà era diversa da tutte
quelle ipotesi.
L‟avevo temuta più di ogni altra cosa, ne avevo avuto terrore come tutti, a volte, l‟avevo
anche invocata, ma solo per disperazione non pensando realmente a chiamarla. Ora era
lì… era lì per me.
“ Mi devi dare la tua card del tempo… perché è scaduta. Ora non ne hai proprio più “,
aggiunse certa che avrei compreso perfettamente ciò di cui parlava.
Io mi sentivo come nudo, spettinato, impreparato a concedermi a lei. I suoi scuri non mi
davano tregua. Sentivo il mio respiro che diveniva sempre più affannoso e il battito del
cuore che mi saliva progressivamente di frequenza.
Provai a obiettare: e balbettai: “ …ma devo ancora finire molte cose… non se ne potrebbe
avere ancora un po‟… solo un poco”.
Il suo capo accompagnò la risposta nella mimica della negazione e la sua chioma corvina
svolazzò per l‟aria come fossero uno sciame(1) di corvi.
“ Tu sai già che ciò non è possibile! “ disse con tono fermo ma dolcemente comprensivo.
Fu allora che i suoi occhi divennero due finestre che riflettevano le immagini di un altro
mondo; ed io mi vidi rivivere in quello. Invecchiavo sempre di più e le stagioni si
susseguivano innumerevoli.
Poi vidi la morte dei miei figli e quella dei miei nipoti e quella di tantissime generazioni
della mia stirpe. Ma ad ogni lutto una fitta di intenso dolore attraversava il mio animo. Io
mi sentivo sempre più inutile mentre le malattie torturavano il corpo, ma più
intensamente il mio spirito.
Avevo la sensazione di aver tradito il senso naturale della vita; così intensamente che un
vuoto assoluto mi invase l‟anima annullandomela.
“ Vedi l‟uomo non è fatto per vivere in eterno!” , sentenziò a conferma di ciò che mi aveva
mostrato e aggiunse:” se io ti dessi ancora del tempo, consumato anche questo, me ne
chiederesti dell‟altro e così faresti per chissà quante altre volte…per cui lascia le cose
terrene alla terra e preparati.
Ad ogni uomo è concesso una card del tempo e quando questa è scaduta non è possibile
rinnovarla.“
Detto ciò mi si avvicinò lentamente, ma inesorabilmente. Poi mi cinse con le sue calde
membra, mi penetrò in tutto il corpo arrivando fino in fondo all‟animo.
L‟intera vita mi scorse davanti con le sue immagini ed i propri odori. Riprovai la dolcezza
degli affetti, le emozioni più intense di precisi momenti, ma anche lo sconforto delle
delusioni ed i dolori delle perdite.
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Rividi il viso di mia madre che mi accarezzava con la tenerezza del suo sguardo.
Poi un calore di una intensità mai provata mi rapì voluttuosamente ed io mi abbandonai
all‟ultimo dei miei amplessi.
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(1) Trattandosi di uccelli il vocabolo corretto è “STORMO”, ma il termine “SCIAME” rende più plastica
l‟immagine
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Mi chiamo Leonard e questa stanza è la mia vita.
Ogni oggetto toccato in questi anni mi appartiene. L‟unico contatto con l‟esterno è una
finestra sottile da cui bevo, a lunghi sorsi, storie di vita.
C‟è chi cucina per me, prepara del the caldo, mi lava la schiena. Le mani mi servono
appena.
Sono vecchio eppure sembro un bambino, fragile e molle, capace di riempirmi di lividi
solo sedendomi senza cura. La mia felpa di flanella è corta e consunta, ormai il suo
arancione è svanito e si intravedono appena le piccole mongolfiere che vi erano disegnate
sopra.
Ogni giorno è un‟avventura nuova, mi basta sbirciare un po‟ fuori, da dietro la tenda,
stando attento a non essere visto, che è una cosa che mi scoccia tantissimo.
Ovviamente fino a sabato, perché sabato c‟è Lei.
E‟ puntuale e bellissima nel suo apparirmi ogni volta esatta. Sembra non volere quel corpo
e continua a coprirlo ferendomi sempre, di volta in volta in un punto diverso. Ogni tanto
la gonna le sfugge al controllo e per sbaglio si scopre un ginocchio. Allora mi premo
contro il legno dell‟infisso e con il corpo assorbo tutto, il freddo e la fretta, la gonna e il
ginocchio.
Non ho mai amato una donna. Nessuna come lei.
Ha le unghia laccate di rosso e continua, pentita, a coprirle, come se tutto intorno, la luce,
gli sguardi, riflettessero, schernendo, quel colore volgare. Anche con quelle mani, so con
certezza che se mai qualcuno avesse potuto salvarmi, sarebbe stata lei.
Non amo mai, se non quando lei attraversa la strada. Allora amo e non posso smettere di
farlo, i gerani infuocati sul terrazzo di fronte, il disordine delle tazzine sporche sul tavolo
del bar all‟angolo, amo l‟impronta del mio fiato sul vetro.
Il caffè mi fuma in mano da una tazza di cartone.
In un altro mondo avrei potuto trascorrere tutta la vita a questa finestra, tutta la vita
infatuato di Lei, in un modo così reale da sfiorare il ridicolo.
La stanza sembra una voliera. Da un momento all‟altro mi aspetto che splendidi uccelli ne
segnino le diagonali. A volte, socchiudendo gli occhi, riesco a sentire il fruscio veloce delle
loro ali.
E‟ quasi arrivata e a me viene voglia di sistemare tutto. Dicono che ci siano diversi modi
per farlo. Potrei guarire la mia malattia. In fondo, potrei.
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E‟ bella e belli sono i suoi passi mentre attraversa la piazza, da una parte all‟altra, sempre
allo stesso modo, seguendo un tracciato reale, invisibile agli occhi del mondo. Passi
precisi, da cui puoi lasciarti guidare, che non c‟è il rischio di perdersi.
VolanZine n°13: tutti i racconti in concorso
44
Un‟auto le spezza il fiato. Si stira il cappotto a mani tese, si ferma un secondo, un cazzo di
secondo ed infrange un cuore.
La mia vita rotola a rimbalzi fino al centro della strada, quell‟auto ci passa sopra senza
ferirla. E resto lì, sotto il suo tacco, sotto l‟orlo lungo della gonna, coperto di fango e
desideroso d‟aria.
Quand‟è che sono diventato un ragazzo, quando un uomo, quando mi sono, invece,
arreso?
Ecco che sparisce inghiottita dal portico sotto casa. Prima un braccio, poi metà del viso di
una bellezza terrificante, in ultimo la scarpa col tacco.
Torna indietro. Torna.
Divento cattivo, come solo gli uomini sanno esserlo, quando perdono l‟oggetto del
possesso, quando non sentono più il richiamo del sesso.
Eppure siamo così vicini, potrei sprofondare di qualche metro, il solaio di questa vecchia
stanza potrebbe disfarsi come una coperta di lana intrecciata e potrei ritrovarmi davanti a
Lei. Davanti alla sua bocca piena, fatta di carne rossa, e non sopra o di lato o dietro, ma
davanti.
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Chissà come si sente un uomo che stringe una donna così.
C‟è così poco amore nel mondo.
Torna.
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45
Clara sbadigliò una, due, tre volte. La piccola mano coprì soltanto una parte della bocca.
Girò la testa verso la finestra e strizzò gli occhi, feriti da un raggio di sole. Una fitta al
basso ventre le ricordò il dolore che provava. Era una specie di contrazione. Respirò a
fatica, come le aveva detto l‟infermiera. Nulla. Inarcata la schiena, tentò di alzarsi fino a
sedere. Per un istante provò un forte senso di prostrazione.
Forza forza, muoversi, sentì urlare dal corridoio e ne ebbe paura. Forza ho detto. La macchina
della pressione emise un suono lungo e sinistro, che la ricondusse alla sua condizione.
Mentre arcuava il collo per vedere il monitor della macchina, sentì la porta sbattere e
intravide l‟infermiera. Su, respirare, respirare. Clara ci provò ma non aveva più fiato. Non ci
riesco. È questione di volontà, pare.
Il camice bianco le strusciò contro il viso, provocandole un leggero prurito. Arricciò il naso
in un gesto involontario. Poi avvicinò le dita alla narice e si grattò con forza. Il camice le
toccò ancora il naso e il prurito riprese. Sta bene così signora o vuole che la tiri su? Clara fece
cenno con la testa che stava bene e pensò che la posizione le era davvero comoda. Respirò
forte, come per ringraziare l‟infermiera.
Il prurito al naso proseguì tutta la notte. Aveva il campanello ma preferì non usarlo. Bevve
soltanto un sorso d‟acqua, che deglutì con molta fatica. Si chiese perché ogni gesto si fosse
improvvisamente trasformato in sforzo e ogni sforzo in dolore. Con questo dubbio
trascorse la notte.
Un dottore piuttosto giovane la svegliò di buon‟ora, chiedendole come si sentisse. Clara gli
chiese – con gentilezza – di parlare più forte perché era sorda. Il dottore sorrise e questo
bastò per addolcirla. Sto bene, dottore, ho solo qualche dolore… sa, sono vecchia. Il dottore
sorrise ancora. Era l‟unico gesto di affetto che concedeva ai pazienti. Ad alcuni pazienti.
Digitò qualcosa sul monitor, che stampò un foglio, con grande sforzo e rumore. Clara
guardò il dottore con sguardo interrogativo. Non era preoccupata ma soltanto curiosa.
Cosa ho? Il dottore la fissò negli occhi e sedette sulla sedia ai piedi del letto; stese il foglio e
lo lesse con cura. È un’insufficienza renale. Clara accolse la notizia con indifferenza, quasi si
trattasse di un‟altra persona, di una sconosciuta. Girò lo sguardo verso la finestra, dove
entrava il primo sole. Le piaceva guardare fuori, perché sperava di poter uscire e gustare,
ancora una volta, la sensazione di essere viva. Il dottore la guardò alzando con forza le
sopracciglia. Era incuriosito da quella paziente: poteva essere sua madre e provava affetto
per lei, senza che sapesse spiegarsene il motivo. Dottore quando potrò uscire? Il dottore
rispose che sarebbe uscita presto. Presto, presto, non si preoccupi. Gli si strinse il cuore,
nonostante la corazza che la professione gli imponeva.
Una lacrima sgorgò inaspettata e si incuneò nel solco delle rughe. Clara alzò lentamente il
braccio e l‟asciugò con il dorso della mano, senza dare troppa importanza al gesto. Non
era imbarazzata ma piuttosto provava una sensazione di totale abbandono. Non avrebbe
voluto essere in quel posto, ecco, non avrebbe voluto conversare con quel dottore,
nonostante fosse gentile e premuroso. Per un attimo pensò a casa sua, al suo letto, pensò a
quando suo marito era ancora vivo, agli sforzi che avevano compiuto per vivere sereni,
uno accanto all‟altra. Per un istante. Fece appena in tempo a sentire un suono metallico,
continuo, impertinente.
Per un istante. Un istante prima che il corpo la abbandonasse.
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46
C'era una volta l'Autunno che puntualmente arrivava ogni anno, all'alba di ogni ventitré
settembre. Pandizucchero l'aspettava sull'uscio del giorno, e quando lo vedeva arrivare,
vestito delle sue foglie gialle e dei suoi grappoli d'uva, sorrideva nel suo cuore di miele.
Gli apriva la porta, e l'Autunno si metteva a sedere, prendendo tra le mani un calice di
latte, e mentre beveva brindando ai mesi che l'avrebbero visto sovrano, gatti e cani e
uccellini e topi e istrici e lontre e volpi gli facevano da corona e lui li toccava, con quel
tocco proprio di quegli amori che si ritrovano indiscussi dopo tanto tempo. L'Autunno
arrivava ogni anno, e anche quell'anno puntualmente tornò. Pandizucchero l'aspettava col
suo ombrello di radici e stoffa, sotto la pioggia incessante di un giorno ombroso. Pensava a
quell'anno trascorso, all'Estate, alla Primavera e all'Inverno che lo avevano lasciato solo, e
sorrise al pensiero dell'amico che sarebbe tornato.
“Come stai?” gli chiese l'autunno in un abbraccio di vento.
“Sono contento di rivederti” gli rispose Pandizucchero “Sono stato molto solo”.
L'Autunno, come voleva consuetudine, appoggio' le sue valigie pesanti all'ingresso e si
tolse l'impermeabile fradicio.
“Mi sei mancato tanto” gli disse in un sorriso Pandizucchero “Ho sentito tanto freddo
senza di te”.
Allora l'Autunno con un respiro di freddo, accese il fuoco nel cuore di Pandizucchero. E in
un baleno, il crepitio del camino illuminò la casa, e i vetri, e persino i gatti cominciarono a
danzare.
Pandizucchero viveva con sette gatti ormai da sette anni. Erano cuccioli trovati sette anni
prima in sette strade di sette diverse citta' del mondo. Aveva viaggiato molto
Pandizucchero, ma oltre i gatti e l'Autunno, non aveva alcun amico.
“Come mai?” gli chiedeva puntualmente ogni anno l'Autunno al suo ritorno.
“Nessuno condivide il cuore in questo mondo e il nuovo sovrano della citta' si chiama
Egoismo”.
L'Autunno si avvicinò al fuoco e a Pandizucchero e notò una lacrima sul viso di quel
giovane vecchio.
“Non piangere” gli sussurrò l'Autunno. E mentre glielo diceva, con una mano gli asciugò
la lacrima e con l'altra gli porse un riccio.
“Cos'è mai questo?” chiese Pandizucchero stupito.
“Non hai mai visto un riccio di castagna? Eppure sei mio amico da molti anni, dovresti
conoscere i miei figli”.
Nel dire questo, fece pressione sulle spine e ne mostrò il cuore a Pandizucchero.
In quell'istante alcune goccioline di sangue uscirono dalle dita di Autunno che però non ci
fece caso.
“Assaggiane il frutto, disse l'Autunno, è dolce e buono. A volte ciò che è duro in superficie
nasconde segreti preziosi. E poco importa quanto sacrificio richiederà il raggiungimento di
essi. Bisogna sempre andare al cuore di tutte le cose”
“Ti voglio bene” disse Pandizucchero abbracciando l'Autunno e in quell'istante il suo
cuore sorrise di gioia.
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47
C‟è il sole che picchia sul Cristo Re, picchia anche sull‟edicola: fronteggiandosi,
biancheggiano entrambi, per un caldo fumante che li riscopre assurdi. Michele La Spina ha
tirato giù i parasoli. Sul banchetto davanti l‟edicola ci sono i libri in offerta: tutto attorno
vedo i cartelli con i saldi.
“Signor Michele, come siamo!”
“Eh, siamo che non ne potevo più!”
Contraggo le sopracciglia, sollevo il mento: lo invito a spiegarsi. Lui replica con un gesto
largo della mano, a mostrarmi i cartelli attorno al banchetto. Mi accorgo solo adesso che
non sono saldi, ogni cartello recita la scritta: Non si vendono schede per il parcheggio.
“Così non sarò più costretto a rispondere alle richieste di informazioni.”
“Lei dice?” faccio io.
“Io dico!” fa lui. “ Mano a grattarsi la testa. “E che, non leggono? Gli analfabeti sono
scomparsi dai tempi del ‟15-‟18.”
“Non le pare che ciò sia esagerato?”
“Così capiscono che non devono rompere i coglioni.”
Si avvicina una signorotta con un cagnolino in braccio. Si arresta davanti al banchetto,
guarda i cartelli e li legge.
“Non si vendono schede per il parcheggio… Non si vendono schede per il parcheggio…
Non si vendono schede per il parcheggio…. Non si vendono schede per il parcheggio…”
Michele le lancia una mala occhiata di traverso.
“Ma come non si vendono schede per il parcheggio?” fa la signorotta.
Michele si allontana in silenzio. Va dentro l‟edicola. Si siede sullo sgabellone, tira dalla
custodia il violino e se lo poggia sulla spalla.
“E che vendete allora?”
Michele si dà da fare con il violino: un arpeggio saltellante in ottava, a rallegrare i cuori
più duri. Il cagnolino in mano alla signorotta ha il muso nero e il pelo biondo, abbaia
irritato. Lo vedo tremare nelle ossa e nelle carni.
“Libri. Si vendono libri, non lo vede?” faccio io alla signorotta, persuaso che prima le si
risponda, prima se ne va dai coglioni.
“Certo che lo vedo! Ma non capisco che bisogno c‟era di mettere tutti quei cartelli! E poi le
schede per il parcheggio servono a tutti, mentre i libri li leggono solo gli intellettuali.”
“E qui sta il guaio” faccio io.
“Di che guaio parla?” fa lei.
“Il guaio che i libri dovrebbero leggerli tutti.”
“Sì, come no, tutti! La gente cerca le schede per il parcheggio, non i libri.”
“E qui sta un altro guaio” faccio io.
Il cagnolino abbaia ancora più incarognito. La signorotta cerca di ammansirlo. Mi guarda.
Poi guarda Michele che nel suo buco va arpeggiando sempre con più passione. Guarda
nuovamente i cartelli attorno al banchetto.
“Andiamocene Maciste!” dice con stizza. “Mi pare che qui hanno imbastito un
manicomio“ e se ne va.
Un signore piuttosto alto si ferma davanti al banchetto. Ci siamo: sta guardando i cartelli.
Al signore piuttosto alto gli spunta subitaneo un mezzo sorriso in faccia.
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48
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“D‟accordo” fa a Michele che ha smesso di suonare e lo guarda col suo naso lucido
“l‟abbiamo capito: non si vendono schede per il parcheggio. Ma che diavolo si vende
allora?”
“Libri.”
“Libri!”
“Libri.”
“Libri! Ma che senso ha indicare quello che non si vende?”
Il signore piuttosto alto se ne va ridacchiando, battendo il passo ogni dieci metri.
“Aveva ragione lei” mi fa Michele.
Esce dal suo buco e toglie i cartelli.
Il sole picchia ancora più forte sul Cristo Re. Vedo l‟uomo piuttosto alto attraversare la
strada, immergersi nel vapore. Sulla scalinata della chiesa lo vedo riemerge dal vapore. Si
ferma, si gira. Con la mano sugli occhi, a farsi schermo, guarda verso di noi. Ride.
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49
Bastava un bambino che vociava più forte del solito, nel parco giochi del palazzo. O un’amica che
non smetteva di commentare la pagella della figlia. E quel tarlo silenzioso si riaffacciava
all’improvviso, nel balcone disordinato dei pensieri. Quasi obbligandola, ogni volta, a un conteggio.
Che faceva piano, calcolando ogni volta anni e mesi con la punta delle dita, come una bambina
lenta coi numeri. Per ricordarsi quanto sarebbe stato grande, ora, quel lui o quella lei che non era
mai nato.
Era successo tutto troppo in fretta. Prima l’agonia del suo matrimonio. Franato senza un motivo
preciso, per il groviglio di non detti, per la distanza che nessuno dei due era riuscito più a
ricomporre. Da una parte l’immobilismo di Andrea, i suoi ingombranti silenzi e i suoi troppi
pensieri, la sua incapacità di scherzare. Dall’altra, la sua insofferenza per la cappa ammorbante dei
suoceri, il fastidio quasi fisico per l’irresolutezza di fondo del marito. E l’indifferenza crescente, la
voglia di mollare e andar via. Con Roberta, l’unica figlia, ormai sullo sfondo. Sempre più grande e
lontana. Con Fabrizio era iniziata per caso: affascinata dalla sua cinica spensieratezza, dalle
migliaia di foto, dal suo catturare ogni scorcio e ogni sguardo, senza mai rubare l’anima a niente e
nessuno. E lei, così attenta, aveva dimenticato qualche volta la pillola. Positivo, il risultato del test,
fatto solo per scrupolo. Ma la ferita della separazione non si era del tutto richiusa. E poi questo
compagno, così provvisorio… Di certo c’erano invece il concorso all’università, inseguito da quasi
vent’anni, e la collaborazione al giornale, finalmente con contratto firmato. E i suoi quarant’anni,
che l’aspettavano al varco. Quest’altro figlio, adesso, no, non se lo poteva permettere.
Solo che ogni tanto tornava. Qualche anno fa, con Fabrizio che non voleva parlarne e lo stress del
libro in cantiere, il ricordo era diventato ferita infetta. Che pulsava così forte da non farla dormire.
Tant’è che le occhiaie e il tremore erano divenuti evidenti. Se n’era accorto persino Saverio, il
compagno di università da decenni missionario in Brasile, quando un giorno l’aveva incontrata in
stazione. “Ti offro un caffè – Volentieri.” “Che succede, Francesca…” – le aveva chiesto, discreto.
Le aveva detto di Andrea, del matrimonio finito. Del nuovo compagno. E poi, guardandolo dritto
negli occhi, aveva accennato a quella possibilità rifiutata, agli anni e ai mesi che continuava a
contare. Lui le aveva sorriso, con uno sguardo dolce e un po’ triste. Le aveva sfiorato appena
appena i capelli. Aveva poi sussurrato il nome di un medico, un ex compagno: “Hai bisogno di
dormire. Perché non vai a trovare Luigi? A volte un farmaco è miracoloso…”. E poi, salutandola,
le aveva lasciato l’indirizzo della casa-missione, a Recife: “Caso mai hai voglia di adottare uno dei
miei bambini di strada…”.
Con le pillole era andata un po’ meglio. Adesso dormiva, la notte. Le adozioni a distanza erano state
poi due. Un bambino e una bambina. Il legame con Fabrizio si era ormai assestato sulle tranquille
rotaie di una sopportabile diversità. Chissà, forse sarebbero persino invecchiati insieme.
Anche oggi però si era ritrovata a contare: quindici anni e tre mesi.
Poi, lo squillo del cellulare. La redazione: il pezzo su Voltaire. Subito, per favore. Domani sarebbe
andato in cinquantottesima pagina. Francesca richiude le dita e ripone delicatamente il ricordo nel
suo ripostiglio segreto. Adesso l’aspetta il suo fragile, provvisorio figlio di carta.
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50
Lo so, Sembra una situazione senza via di uscita! Sono qui chiusa nel magazzino. La
maniglia è rotta e la porta a specchio si può aprire solo da fuori…
La mia voce non trapela attraverso le pareti e lo stereo copre tutti i miei sforzi di farmi
sentire. Invece io sento i clienti che protestano per la mia assenza e, quel che è peggio, ogni
tanto sento l‟antitaccheggio suonare! Almeno non si possono fregare nulla… Oh cazzo! E
se trovano la macchinetta per togliere l‟antitaccheggio? Beh, ci sono comunque le
telecamere… Ah, sono di nuovo più serena!
Fino a qualche giorno fa avrei preso anche a testate questa maledetta porta e sculacciato il
perfido bambino biondo che mi ha chiusa qui dentro mentre prendevo una borsetta… ma
ora non più! La nuova me queste cose non le fa.
Sono due settimane che frequento un corso di yoga e quindi sto imparando a far
funzionare meglio i miei chakra e raggiungere la calma interiore attraverso uno stile di
vita più purificato e spirituale. A dirla tutta vorrei soprattutto perdere due o tre chiletti,
ma ciò non vuol dire che non sia interessata a raggiungere l‟illuminazione!
Ora devo solo respirare e inspirare per mantenere la calma e ampliare la mente e
focalizzare una possibile situazione… o meglio, sto cercando in questo diavolo di
magazzino un punto in cui ci sia campo per poter telefonare!
“Dov‟è la commessa?” Oh Dio è la voce della mia responsabile!
“Non lo so è più di un quarto d‟ora che l‟aspettiamo!” Un quarto d‟ora? Impossibile!
Voglio dire, saranno al massimo cinque minuti… Prima ho guardato l‟ora sul cellulare ed
erano le 17.35. Oh, cielo! Lo sto guardando di nuovo e sono le 18.00.
Cerco inutilmente di farmi sentire “Lia! Lia… Sono chiusa nel magazzino!”
Ma può essere mai che proprio ora nessuno ha bisogno di una cosa presa dal magazzino?
Non fanno altro che chiedere di provare tutte le taglie e proprio ora nessuno chiede la 40,
la 42 o 50?
“Sarà scappata con l‟incasso!La licenzi senta a me…”
Ma insomma, perché non si fanno mai i fatti loro i clienti?
D‟un tratto sento un “bip bip”… Ah, è solo il fax! Mi fermo come se avessi visto Elvis.
Corro verso il fax. Alzo la cornetta. Premo il tasto zero e compongo il numero del negozio.
Sento Lia lamentarsi. per la mia assenza “Anche il telefono si ci mette!” sbraita.
Non posso rinunciare. Ricompongo il numero e ascolto il tuuu tuu. “Sisley buona sera!”
“Lia!” dico intimorita “Sono Olivia…”
“Dove cavolo sei?” mi dice ringhiando “Mi allontano un secondo per cambiare i soldi,
torno e scopro che non ci sei più? Non sei per niente affidabile!”
“Lia, aspetta!”
“Ti faccio licenziare... Vedrai appena lo dico al titolare!”
“No tu, non capisci!”
“Ah per giunta non capisco! Venti due euro signora. Li ha scambiati? Grazie.”
“Sono chiusa nel magazzino!”
“Come?”
“Sono nel magazzino! Stavo prendendo una borsetta e un bambino mi ha chiuso dentro…
La porta non si apre!”
“Sei nel nostro magazzino?”
“Si! Ti sto chiamando col fax, il telefonino non prende!”
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VolanZine n°13: tutti i racconti in concorso
51
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“Non ci credo!”
“Apri la porta e vedrai!”
Mi precipito davanti la porta. Lei apre e mi fissa con i suoi occhi grandi da Sailor Moon e
comincia a ridere (credo di non averla mai sentita ridere prima!)
“Esci di li cretina!”
Mormoro un “Mi dispiace”.
Poi alzo gli occhi e scoppio a ridere. Anche Lia ride. Tutti ridono!
Lia mi guarda e scuote la testa ricciuta “Certo che con te non ci si annoia mai! Ora torna a
lavorare!”
Volendo da questa storia ho scoperto che anche Lia sa ridere. Anche lei è umana! Ora non
mi resta che scoprire come fa a non far pipì tutto il giorno… forse, respirando e
inspirando? Voi che ne pensate?
VolanZine n°13: tutti i racconti in concorso
52
Per non aspettare invano, iniziò a contare. Arrivato a cento, si accorse che i numeri lo
avevano condotto su una strada sbagliata. Abituato a beffare i calendari con il guizzo della
velocità, ritrovò la palude dell'attesa, dove tutto stagna. Occorreva qualcosa che lo
distraesse dal dolore alla gamba destra, dal bruciore alle mani e dalle fitte discontinue,
penetranti, al costato. Il respiro era lento, regolare, calmo: dopo anni di sfide portate allo
stremo, aveva imparato a dosare il sangue freddo, avendone sempre una scorta sufficiente
per ogni evenienza.
Con fredda lucidità si rese conto di aver dimenticato molte cose: primo, a pazientare. Non
che fosse un tipo frettoloso: semplicemente, possedeva troppa vita da bruciare per
realizzare che ci si poteva fermare anche di proposito, prendere fiato, guardarsi attorno.
Lui prendeva e basta, arraffava quel che c'era da arraffare tra una gara e l'altra, donne,
soldi, fama, poi ripartiva lasciando agli altri, sempre strozzati dalle lancette dell'orologio,
solo le briciole. Provò a ricordare quando avesse guardato per l'ultima volta il quadrante,
attaccato alla parete sopra il divano: le undici passate. Quell'orologio, adesso, doveva
essere lì da qualche parte, fermo all'ora dell'impazienza, impossibilitato ad arrivare fino al
mattino.
Nonostante l'afa, sentì improvvisamente freddo: lo spirito tentennò al pensiero di un
"domani". Gli vennero in mente le gare della settimana, del mese, e una fitta d'angoscia gli
strinse la gola: di colpo ebbe la certezza che la propria folle corsa si fosse arrestata nella
notte, che il tempo, con le stupide regole, i momenti di pausa, gli spazi vuoti, avesse avuto
la meglio. Nel buio silenzioso udì gemere: un altro essere vivente, che da un punto
imprecisato oltre i suoi piedi bestemmiava contro divinità addormentate. Lui, invece, non
sapeva nemmeno più bestemmiare.
Quando lo estrassero dalle macerie, dopo venti ore, divenne "il miracolato". Nell'albergo,
nessun altro era sopravvissuto al crollo: nessuno tranne il "campione", noto in tutto il
mondo, sconosciuto a se stesso. Dissero fosse rimasto vivo per tenere alto l'onore del Paese
nello sport in cui era maestro indiscusso, ma quando si scoprì che forse non avrebbe più
potuto competere, frustrazione, rabbia, sorpresa mutarono l'espressione del pubblico.
Non raccontò come fosse riuscito ad ingannare la morte sotto i resti dell'hotel, né quando il
lamento avesse smesso di incrinare il silenzio. Una volta fuori, avvolto nella carta stagnola,
stordito dalle luci, dagli applausi, cercando con la bocca l'acqua e con gli occhi un volto
familiare (che non trovò, perché non ne aveva più) aveva già deciso. Da allora è stato
scritto molto: oceani di inchiostro, psicologi e dottori, ex fiamme e genitori. Rimane un
mistero il perché si ostini a non riprendere la vita di prima, adesso che il corpo è di nuovo
forte, che altre squadre vorrebbero "acquistarlo", e giovani amanti sarebbero pronte ad
infilarglisi nel letto. Danno la colpa allo shock se, ora, trascorre la maggior parte delle
giornate di sole ai giardini pubblici, sfamando piccioni: i pomeriggi freddi e piovosi,
invece, lo trovano nei circoli della città, intento alle carte con gli sfaccendati. Se glielo
chiedessero, del resto, la risposta tarderebbe ad arrivare: sarebbe difficile far capire che la
velocità è diventata un muro troppo duro da sfondare con l'illusione dell'immortalità, che
il tempo non si spiega ma al limite si respira, e la lentezza, se non la si è mai assaggiata, è
un frutto proibito da gustare sotto gli occhi di angeli annoiati e gatti indolenti.
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VolanZine n°13: tutti i racconti in concorso
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Da quasi un mese Serena mi aspetta in soggiorno tutte le sere, alle nove. Mette in ordine,
spegne il televisore quando è acceso, poi prepara la scacchiera e le sedie. Appena arrivo
anch‟io, dalla cucina o dallo studio, mi bacia con gratitudine e sorride. Serena da quasi un
mese non sorride mai, se non la sera, prima di cominciare il nostro gioco.
La prima mossa è scontata, è sempre la stessa: “Dio non esiste” dice Serena, e sposta il suo
pezzo.
“Se non esistesse non staremmo qui a parlarne” dico io, e muovo.
“Ne parliamo come potremmo parlare del mostro di Loch Ness. A qualcuno è venuta
l‟idea, molti ne sono rimasti affascinati e tutti vorremmo che la storia fosse vera. Ma tutti
sappiamo che non lo è, anche se non sempre vogliamo ammetterlo.” E aggiunge una
mossa prevedibile, anche sulla scacchiera.
“Io ci credo, e so che esiste. La fede è un dono di Dio.” Come risponderà, questa sera?
“Non vale, quello che dici è indimostrabile. Io non ci credo e so che non esiste. Dio non
esiste e dunque non può fare doni.” Detto questo, Serena fa una mossa più elegante, ma
posso ancora replicare.
“Se non ammettiamo un Creatore, le probabilità che la vita si sia formata per caso sono
ancora più esigue di quelle che avrebbe una scimmia di scrivere la Divina Commedia
battendo senza criterio sulla tastiera del pc.” E questi sono fatti.
Serena fa una smorfia di disgusto, mentre sposta il cavallo: “Oddio, questa è proprio
vecchia. Non sei in forma stasera. La materia alla vita ci è arrivata e, date determinate
circostanze, non poteva non arrivarci. Qualsiasi concorso complesso di eventi è sempre
estremamente improbabile a verificarsi, eppure talvolta, oplà, si verifica. Dio non ha niente
a che fare con questo.”
A questo punto comincio a innervosirmi. Perché mi costringe a questo gioco? E io perché
accetto?
Mi rendo conto che non è un buon argomento, ma adesso è il primo e l‟unico che mi viene
in mente: “E la materia da dove arriva?”
“Eh dai, anche questo no. Perché dovrebbe venire da qualche altra parte? C‟è sempre stata,
magari in forme differenti.” Che razza di mossa. Anche con gli scacchi le cose si stanno
mettendo maluccio, per me.
Arranco: “Dio è luce. Come avrebbe potuto l‟essere umano evolversi, diventare quello che
è, senza una scintilla divina? Saremmo ancora animali, come tutti gli altri.”
Stavolta Serena ride, di gusto: “Siamo animali come gli altri. Forse un po‟ più scemi: stiamo
lavorando alacremente per la nostra estinzione. I dinosauri almeno non l‟hanno fatto
apposta.” Sta attaccando la regina. Questa partita potrebbe finire prima del solito.
Mi gioco il tutto per tutto: “Pensa ai santi, ai martiri, a Madre Teresa… Perché un qualsiasi
individuo dovrebbe mettere la sua vita al servizio degli altri? Perché dovrebbe accettare
addirittura di perderla in nome di Dio, se Dio non esistesse e non gli desse la forza di
farlo?”
“La tua ignoranza mi stupisce. Gli animali sociali sono altruisti, sono fatti così: aiuta la
sopravvivenza della specie.” Ci siamo quasi, ma non mi posso arrendere.
“Dio è amore. L‟amore lo conosci, no?” La butto lì e aspetto la fine.
“Se Dio davvero esistesse sarebbe l‟assassino di mio figlio. Era innocente, era un bel
bambino, era appena nato. Dio l‟avrebbe prima chiamato e poi tolto di mezzo, senza una
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54
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ragione. Sarebbe un Dio crudele, o un Dio pazzo, o un Dio che non può difendere le sue
creature. Un Dio così, io non lo voglio. Dio non esiste.” Non muove neppure più, grida e
piange.
La prendo tra le mie braccia, come tutte le sere. “Hai vinto, hai vinto…” le dico, e intanto,
piano, le accarezzo i capelli.
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Diario di bordo – 10 Luglio 2013.
Oggi ho infilato muta e bombole e ho buttato in mare l‟ulti- mo della ciurma. Ho capito
che era l‟ultimo perché da tre giorni fissava il mare dalla murata davanti al mio oblò,
senza farsi una cicca o una pisciatina e senza che nessuno facesse il suo dovere di
marinaio. Una preghiera, non sono capace. Il capitano era bravo in queste cose, ma è stato
uno dei primi ad andarsene. La Karin W è inchiodata ad una coordinata marittima, in
attesa che i paesi confinanti con le acque internazionali decidano che fare di noi e del
nostro carico di scorie radioattive. Torno dentro l‟infermeria, perché sono ancora vivo solo
per quello che mi ha detto il medico di bordo una settimana fa: - La tua influenza virale è
passata, ma resta qui dentro finché non capisco che diavolo succede su questa nave.
13 Luglio
Non che ci abbia fatto molto, con quello che ha capito, sicuramente non ci ha salvato la
pelle. Insomma, pare che Larsen, giù alla stiva, ne abbia combinata una delle sue. Un
barile di robaccia perdeva, così lui ha pulito con secchio, straccio e spazzolone e ha buttato
l‟acqua sporca in mare. Non si è neanche ciucciato il cazziatone del capitano, perché entro
un‟ora è andato in catalessi e ha tirato gli ultimi. Cosa che hanno fatto tutti gli altri, anche
il dottore. Restavano a fissare l‟acqua, con lo sguardo vuoto, smettevano prima di parlare,
poi di respirare e crepavano tranquilli. L‟ultima cosa che mi ha detto il dottore, a mozzichi
e bocconi, è stata : - At-tent al ma-re. E‟ strrr-no …
Sono trre ggiorni che parlo con Mbfciuk. Cioè, lllui parla e io lo sto a sentire. Non so se il
nome si ssscrive co-sì, è a metà frra un bacio e una mmmedusa schiacc –iata. Ssssembra
un polipo, ma è graaande, ogni ventosa un piatto da p- portata. Ha trovato la dissspensa
e… rag… ragazzi, non avete idea di quanta birrrra manda giù un polipo con prrrroble – mi
di cuore. Dice che la sua ragggg –zza…
Faccc-io fa-ti-ca a…
Lllui dice: “Grazie, adesso tocca a noi.”
Tocca a loro chi? A loro che? Io...de-vo andarre nelll‟ acc-qua… come gli altrrr …ma…ma
che cazz ha buttta – to in mma –re quel coglio –ne di Lars…
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17 Luglio
VolanZine n°13: tutti i racconti in concorso
56
Lola era l‟unica ragazza del quartiere che si spingesse fino al “Palazzo”, l‟angolo più
dimenticato da Dio e da tutti i condomini, dove neppure i gatti osavano acciambellarsi per
trovare riparo o riposo. La sera diceva alla mamma di scendere un‟oretta per andare a
chiacchierare con Pino. Era il ragazzo che le piaceva e, secondo i suoi racconti, l‟avrebbe
aspettata davanti alla saracinesca chiusa di quella che, alla luce del giorno, era la
tabaccheria. Immaginando di fare un tiptap al silenziatore con le suole di gomma sui
gradini delle scale, quasi ogni sera, da qualche mese, scendeva rampa dopo rampa con il
frenetico desiderio di trovarsi già fuori dal portone. Nello zaino dall‟imbottitura morbida come lo Snoopy bianco che da piccola stringeva a sé con ardore -, aveva accuratamente
mimetizzato la grande torcia vinta dalla mamma al supermercato con i punti della spesa, e
anche la piccola radio che il papà manipolava in fretta canticchiando giulivo durante il rito
mattutino della barba. Una volta chiuso il portone, Lola saltellò a grandi balzi fino al
“Palazzo”, dove, nel suo isolamento a cielo aperto, avrebbe dato vita allo spettacolo che le
pulsava dentro. Stiracchiando i muscoli intorpiditi dalle ore di studio, poggiò la torcia
illuminata alla sua destra e la radio a sinistra, premendone contemporaneamente il tasto di
accensione e spostandosi poi verso l‟ampio alone di luce irradiato dall‟unico lampione nei
paraggi. Come un motore pronto a portarla ovunque lei avesse voluto, la radio prese a
suonare musica coinvolgente che penetrò fluida nel suo corpo, densa cioccolata calda con
cui ormai riscaldava serate gelide e solitarie. Dal centro della pancia alle estremità del
corpo, dai suoi occhi concentrati al muto mondo circostante che la osservava quieto, un
continuo passaggio di magma musicale la pervase e mosse, ritmando movimenti fino a
poco prima rimasti immobili e rappresi. Ogni lembo della sua persona prese a roteare in
preda all‟incalzare della musica vibrante - note sparse da acchiappare al volo come la palla
dei suoi giochi infantili. Gli alberi frusciarono al passaggio del vento sibilante e sonoro,
come un pubblico attento e commentatore; mici randagi si accoccolarono nel ristretto
raggio del lampione, regalandole una muta claque; un cane dall‟aria sveglia e zampettante
si avvicinò a lei, raspando rumoroso terra umida. Piroette, giravolte, estasi ballerine. Un
ragazzo spuntò dal nulla. Strattonato e quasi legato all‟altro capo del guinzaglio, filo
tenace e immaginario. Ricongiungendosi al cane fremente e scodinzolante, con la sua
presenza spezzò l‟incanto della danza. Era Pino, frastornato. Mentre Lola, detergendosi il
sudore dalle tempie, cercò di placare il fiatone. Lui, docile, si lasciò trascinare dal cane.
Finché, lentamente, non fu di fronte a lei.
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Treno delle 7-15, eccolo il mio labirinto ferrato semovente che cigola lento sulle rotaie,
demonio d'un Caronte in dirittura d'arrivo per questo viaggio che se non è già l'inferno, ne
è di sicuro la prefigurazione più prossima. Il mio minotauro è l'altro. Si aprono le porte di
questo cafarnaio e, senza filo d'Arianna, m'arrischio a entrare. Gli sguardi delle donne,
delle ragazze sono specchi opachi che mi riflettono indifferenti, in cui ristagna il segreto
di una immemorabile inimicizia. Sono dentro al vagone, confinato in questo spazio in
condominio, corpo
stipato con gli altri corpi, che una mirabolante meccanica
imperscrutabile tiene in miracoloso equilibrio, lo stesso forse che regge le sorti dell'intero
universo. É stupefacente la possibilità di cogliere il maggior numero di dettagli, data la
forzata vicinanza. Nessuna tavola anatomica per quanto accurata, potrà mai notomizzare
le orecchie dell'uomo a pochi centimetri da me, che terminano lanuginose, e la barba
radente e ispida di quest'altro, e cosa rimesta nella testa di quegli uomini più avanti, che
portano impressa sulla faccia una secolare abitudine alla vita, sopportata con una
rassegnazione che non ammette riscatto? Ma più di tutto, è questo vortice inafferrabile di
parole che mi stranisce. Guardo le bocche che come mobili saracinesche si storcono,
spalancano, serrano, e mi chiedo come sia possibile che da questi esercizi mandibolari
possa uscire netta, pulita la parola che distingue l'uomo dalla bestia? Se si considerano
solo i movimenti, lo sforzo muscolare c'è ancora differenza? Che cosa avranno mai da
comunicarsi
fitti fitti nella trama di questo canovaccio, brogliaccio d'ordinaria
normalità? Gli sguardi errano nomadi, ed è fatale coincidenza di tanto in tanto incrociarsi.
Ma è per l'odore del corpo, più d'ogni altra cosa, che la presenza dell'altro mi è spiacevole.
Mi mantengo, in equilibrio precario, ferito ogni tanto alle narici dalla zaffata di un
ingresso recente! Il treno riparte sonnacchioso, torpido. Cerco di guardare fuori dal
finestrino, lontano nei campi. Vorrei essere già di là. Nulla è più terribile del paesaggio di
rughe, rientranze, sporgenze, solchi, depressioni che contornano
un volto umano
guardato da vicino. Intanto il treno arranca, si ferma e io sono solo, nudo, esposto alla
moltiplicazione degli sguardi di altri minotauri che entrano; vorrei svanire immantinente
in un fiat. Una famigliola di rom spande felice il suo odore dai panni inzuppati da troppo
sudore. La mia salvezza è la porta, che mi esaudisce solo alle 7-40, quando il treno, al
termine di questo viaggio infernale, giunge in stazione. M'illudo d'essere fuori dal
labirinto, perché l'altro, è sempre in agguato; m'attende, mi precede, mi scruta: basta un
attimo. Ma se anche sfuggissi alla presa del suo campo visivo, eremita in Tebaide,
cionondimeno non potrei eludere la vigilanza attentissima del mio stesso occhio: sono il
minotauro.
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58
Li aveva sempre considerati stupidi ragazzini figli di papà. Bruno, sedici anni da
compiere, una famiglia con sette fratelli, poca madre e niente padre. Gli Scouts non era
mai riuscito a farseli piacere. Ma in quei giorni li vedeva come l‟unico modo per andarsene
qualche ora dal riformatorio. Si trovava lì da un mese, catturato dopo aver lanciato
bottiglie incendiarie alla scuola. L‟unico del gruppo a essere arrestato; troppo magro e
debole per fuggire.
Gracile ed emaciato, era stato sempre tartassato da tutti.
In quei giorni di permanenza dentro celle ammuffite fatte di sbarre, ruggine e muri
scrostati, aveva deciso di fare qualcosa con lo scopo di provare che anche lui avrebbe
potuto essere cattivo.
I bambocci sfigati, con le mostrine sul petto e i pantaloncini corti, si stavano preparando a
fare la “buona azione quotidiana”. Bruno mostrò il sorriso con i due buchi fra i denti, disse
che avrebbe voluto aiutare nonna Pina, l‟attempata signora che passava le giornate a dare
cibo ai piccioni. Non aveva ancora pensato a cosa fare, ma voleva proprio spaventarla a
morte. Dopo, lo avrebbe raccontato ai compagni di cella vantandosi dell‟azione, sperando
di far diminuire le loro continue prese in giro. Di certo, se avesse fatto un gesto eclatante,
mentre il poliziotto di guardia era lì attorno, non sarebbe più stato visto come il solito
zimbello da riempire di botte.
Quando il gruppo fu nel parco, si mise in disparte ad aspettare il momento in cui nonna
Pina si fosse allontanata dai suoi pennuti animali per dirigersi verso casa.
Appena la vide muoversi, col suo passo claudicante e i contenitori di pane secco ormai
vuoti, chiese l‟autorizzazione al sorvegliante e si avvicinò alla vecchietta. Lei si fermò un
po‟ sorpresa, poi lo guardò in faccia e sorrise, annuendo dolcemente mentre cercava di
ravviare i pochi capelli grigi. Bruno la prese sottobraccio e si diressero insieme verso il
ciglio della carreggiata. La provinciale era trafficata ma, non essendo l'ora di punta, le
macchine passavano veloci fregandosene di qualsiasi striscia pedonale.
Fu lì che Bruno decise di agire: strinse forte il polso di nonna Pina e prese a tirarla verso la
strada. Il rumore dei motori aumentava e la vecchia, con gli occhi spalancati, cercò di
frenare. Ma Bruno tirava. Tirava con tutta la rabbia che aveva dentro. Fece un altro passo,
strattonandola. Poi mise il piede sulla prima striscia trascinandola dietro di sé.
Il ragazzo strinse forte, ma lei riuscì a fermarsi. Bruno si voltò. E le vide: due pupille
opache sopra un ghigno che sembrava allegro.
La spinta che la nonna gli diede fu sufficiente. La macchina non frenò nemmeno e il tonfo
che scaraventò Bruno lontano fu leggero, come se le ossa fossero di carta. Come fossero di
quei piccioni che, subito, ripresero a tubare attorno all‟anziana signora con l‟espressione
soddisfatta, lasciando impronte nel sangue che andava colorando l‟asfalto.
Fu l‟agente che faceva le rilevazioni a ricordarsi di lei. I capelli erano più chiari, anche i
vestiti sembravano più dimessi. Ma la faccia era quella. La stessa signora della statale
quattro e dell‟incidente giù al fiume. Sempre ragazzi deceduti; uno investito, l‟altro
affogato scivolando nell‟acqua.
Doveva essere solo uno scherzo dell‟immaginazione però, perché dai documenti, risultò
un nome nuovo.
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VolanZine n°13: tutti i racconti in concorso
59
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Ma avrebbe giurato l‟agente, mentre andava via con la sua auto, che quella dimessa
vecchina, lo aveva guardato per un solo secondo, poi, con un sorriso appena accennato, gli
aveva strizzato l‟occhio.
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Mio padre odiava il suo sangue. E fu così che morì. Quel sangue che non gli diede mai
niente, lo fece sgorgare dalle vene delle braccia, essiccando la sua vita in una mattina di
giugno. Forse non aveva pensato che il suo sangue scorre in me. A undici anni queste cose
non si capiscono. Questo è quello che credeva mia zia, quando la stessa mattina mi svegliò,
scombussolata, preoccupata. Aveva gli occhi sgranati mentre mi diceva: “Cara, sei rimasta
sola…”. Mi accarezzava la fronte, convincendosi di essere abbastanza credibile. Ma forse
non aveva pensato che io ero sempre stata sola.
Non sapevo dove fosse mia madre né tanto meno chi fosse, ma non lo chiesi mai a
nessuno.
Mio padre era un tipo simpatico, ma non era tagliato per il mestiere di padre. Credo che
fosse nato per fare il figlio, ma non so fino a che punto anche lui ci fosse riuscito. Mi
voleva bene, bastava questo.
Le mie zie disprezzavano la vita di mio padre, ma non per questo si preoccuparono di me.
Le mie cugine erano belle, avevano i capelli legati in lunghe trecce lucide e sapevano
cantare e ballare nei loro vestitini impeccabili. Io ero silenziosa e i miei capelli corti.
Troppo magrolina. La mia carnagione troppo chiara per pensare che fossi normale.
La mia vita scorreva, all‟età di undici anni, come quella di qualcuno che sa di doversela
cavare da solo. Ma non ero triste.
La morte di mio padre non mi aveva colta di sorpresa. Non si può impedire a nessuno di
scegliere se vivere o meno, se l‟idea della vita fa più paura della morte. E mio padre non
era mai stato coraggioso.
Quando mi parlava, seduti nella veranda, aveva quegli occhi verdi da bambino e quella
pelle chiara, troppo inconsapevole. Mi chiedeva: “ Come stai?”, senza stare a sentire la mia
risposta. Si era già perso, altrove. Chissà quali domande gli giravano per la testa, chissà. Io
non gli chiedevo mai nulla, aspettavo che decidesse lui quando parlare. E a volte
succedeva. Sorrideva e sospirava, mi parlava di sé, della sua vita prima di me, della
musica.
Non era felice, ma non era colpa mia. Nemmeno lui sapeva perché. Non che non avesse
provato ad esserlo. Mi ricordo quando mi confortava con la sua voce calda, preoccupato di
non essere abbastanza presente. Io gli facevo capire che in quel momento era il papà
migliore del mondo, perché fosse almeno un po‟ contento di quello che aveva. E forse
sotto sotto ci credeva. O forse anche lui lo faceva per me.
In fondo non eravamo tanto diversi.
Non lo giudicherò mai, solo così l‟avrò amato davvero, l‟avrò capito.
Quella mattina di giugno mi chiedevo solo se fosse il caso di uscire per strada. Tutta quella
gente mi infastidiva, a curiosare per casa, a chiedere come e perché, a fare i conti in tasca, a
criticare. Le mie zie gestivano lo spettacolo. Mi avevano costretta ad indossare un vestito
scuro. Io restavo chiusa nella stanza di mio padre. Guardavo i muri, la sua scrittura
allungata sulle pareti, le sue poesie, le urla di dolore marchiate sul bianco della vernice.
Era insopportabilmente solo.
Uscii.
Superai tutte quelle persone con il viso basso.
Fuori la giornata esplodeva di azzurro. Una giornata elettrica. A mio padre sarebbe
piaciuta, un riffe rock‟n roll.
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61
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Dall‟altra parte della strada, un ragazzino seduto sul marciapiede. Alzò lo sguardo. Aveva
gli occhi grandi, un‟espressione colorata. Si alzò ma rimase sullo stesso punto. Mi sorrise e
si mise a correre.
Rimasi per un secondo a guardarlo. Si voltò leggermente.
Era la prima volta che qualcuno mi invitava a giocare.
Corsi più veloce possibile per acchiappare la mia età, la mia vita.
Mai più sarei stata sola.
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VolanZine n°13: tutti i racconti in concorso
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