VOLABO
Centro Servizi per il Volontariato
della provincia di Bologna
LA VOCE DEL VOLONTARIATO
Chi rappresenta il volontariato nei
sistemi di governance attuali?
Bologna, 12 aprile 2011
Trascrizione dell’audio e editing della conferenza
SALUTI DI APERTURA DEI LAVORI
Pier Luigi Stefani, Presidente Centro Servizi per il Volontariato della provincia di
Bologna
Avevamo incominciato dando proprio un tema col Professor Zamagni: se il
Volontariato poteva o non poteva svolgere attività commerciale. E da questo nasceva,
naturalmente, la necessità di approfondire dei temi importantissimi in questo
momento essenziale, fondamentale in cui proprio le risorse vengono sempre a
diminuire e, nonostante questo, è giusto che vi sia la richiesta dell’intervento del
Volontariato nell’aiuto, nel sostegno e nell’azione che ha sempre dato e ha sempre
disposto verso le persone più vulnerabili. Ecco, vorrei tracciare molto velocemente
perché il tempo è breve, stamattina abbiamo bisogno… penso anche che gli Assessori
abbiano necessità purtroppo di… hanno altri impegni. Quali sono gli obiettivi di questo
incontro? Ma io direi molto velocemente, poi li vedremo nel corso della giornata,
vedremo anche se abbiamo catturato esattamente il tema… Il primo direi, proprio per
le ragioni che dicevo anzitempo, il Volontariato è sempre tirato un po’ anche per la
giacca: deve intervenire, non deve intervenire, può fare servizio alle persone, non può
fare servizio alle persone? Qual è il suo ruolo, no? Bene, per fare tutto questo è
importante che il Volontariato sia riconosciuto dai vari interlocutori. Quali sono i vari
interlocutori? Bè, intanto il Pubblico, l’Amministrazione Pubblica.
Qui oggi abbiamo
l’Assessore Regionale e quindi chi è responsabile anche di definire il “quadro”, il
programma socio-sanitario in cui si inserisce, chiaramente, anche l’attività del
Volontariato e di tutto il Terzo Settore, così come abbiamo, appunto, Edgarda Degli
Esposti che è il Presidente della V° Commissione Provinciale. Sapete che i Centri di
Servizio - ma tutto il Volontariato - fa in qualche modo riferimento alla Provincia per
due motivi fondamentali. Uno perché attraverso i Comitati Paritetici riceve le
indicazioni, gli indirizzi, la lettura dei bisogni sul territorio e da questi poi deve trarre
anche un’azione per poter offrire quel servizio fondamentale affinché le organizzazioni
di Volontariato possano essere incisive sul territorio attraverso i Piani di Zona, e così
via. L’altro, e qui abbiamo la presenza del dottor Giovanni Moro che ci traccerà e già ci
ha lasciato (l’avevo detto, in cartella), ci ha regalato un saggio su quella che può
essere la necessità da parte della cittadinanza attiva di riconoscere, appunto, non solo
i bisogni ma di come partecipare, di come riconoscere anche il Volontariato, una delle
espressioni dei protagonisti di questa azione e di come la cittadinanza attiva possa
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organizzarsi, sappia partecipare anche nei confronti della politica e quindi sappia poi
esprimersi e sappia anche, naturalmente, indicare quelle che possono essere le
priorità. Abbiamo fortunatamente anche Franca Olivetti Manoukian che per la sua
grande esperienza e saggezza ha già credo dato molto rilievo e aiuto agli operatori
sociali. Perché il Volontariato può agire, il Terzo Settore può agire nei confronti del
Pubblico laddove anche gli operatori sociali riconoscono – e qui c’è il discorso “chi è
professionale,
chi
non
è
professionale”,
la
professionalità
naturalmente
degli
operatori… ma anche la consapevolezza che naturalmente attraverso la formazione il
Volontariato riceve. Terzo, e non ultimo, ma chi sono… effettivamente? Ha una
rappresentanza il Volontariato o non ce l’ha? Dove trae le proprie risorse? Bè, intanto
le trae sappiamo… i Centri Servizi dalle Fondazioni Bancarie – abbiamo qui il dottor
Giovanni Bursi che rappresenta appunto le Fondazioni Bancarie ma è anche il
Presidente del Comitato di Gestione per il Fondo del Volontariato che partecipa, indica,
controlla, verifica naturalmente l’azione che non solo i Centri Servizi ma tutto il
Volontariato svolge attraverso la propria programmazione, la propria azione sul
territorio. Ma ci sono altri attori come, appunto, Marco Granelli che è il Presidente dei
Centri Servizi del Volontariato, un network che ormai ha più di ottanta Centri Servizi
in Italia e c’è Emma Cavallaro della ConVol che veramente sono fra i firmatari anche
di quell’accordo che il 23 giugno del 2010 è stato fatto per assicurare, non solo ai
Centri Servizi ma al Volontariato, le risorse che provengono dagli utili delle Fondazioni
Bancarie e quindi dettate dalla legge 266. Credo che Emma Cavallaro è da anni
veramente portatrice e sostenitrice appunto della rappresentanza del Volontariato e
quindi anche all’interno di quest’accordo ne rappresenta non solo lei ma altri attori che
non sono presenti oggi ma non potevano essere presenti tutti, ecco. Poi vi sono invece
quelli che sono i rappresentanti locali, i protagonisti locali, quindi di tutto il Terzo
Settore, e poi man mano lo diremo. Io non voglio portare via altro tempo anche
perché l’avete in cartella.. Tra l’altro il mio doveva esser solo un intervento di saluto e
quindi mi riservo se ci sarà il tempo eventualmente alla fine, viceversa è importante
che sentiamo dalla voce appunto di Teresa Marzocchi, Assessore Regionale qual è la
sua posizione, come vede il Volontariato, come vede il rapporto tra Regione e
Associazionismo, Volontariato e Terzo Settore, estremamente importante. Dopodiché
sentiremo, naturalmente, quant’è la voce della Provincia nella rappresentanza che
oggi abbiamo attraverso la presenza di Edgarda Degli Esposti. Quindi a Teresa
Marzocchi, grazie.
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Teresa Marzocchi, Assessore promozione delle politiche sociali e di integrazione per
l'immigrazione, volontariato, associazionismo e terzo settore della Regione Emilia
Romagna
Grazie, buongiorno a tutti. Prima di tutto mi scuso. Chi mi conosce sa che
sono… insomma, ci tengo moltissimo a stare nei posti dove vado e ad ascoltare.
Figurarsi oggi che qui ci sono degli interlocutori che conosco e coi quali ho anche dei
rapporti di amicizia forte. Sarei stata… ho avuto bisogno… non che sarei stata
contenta, avrei avuto proprio bisogno di star qui ad ascoltare tutti gli interventi di oggi
perché io ho bisogno di capire – bene – chi siete, dove andate, dove volete andare per
capire dove ci possiamo incontrare e anche come. Sono messa malissimo perché ieri
sera alle dieci e mezza sono arrivati i primi trenta minori profughi, per cui son stata
all’aeroporto fino all’una stanotte per assegnarli alle strutture e, anche adesso, la mia
collega della Protezione Civile è là che parla col Presidente, e io non ci sono andata
perché volevo venir qui. Però alle dieci e mezza devo esser a far l’incontro col
Sottosegretario, alle undici ho la cabina di regia con tutti i Comuni, le Provincie e tutte
le rappresentanze perché in settimana dovrebbero arrivare anche gli adulti. Quindi noi
abbiamo concordato insieme, di fare insieme, di lavorare con gli Enti Locali, cioè di
attuare appieno l’accordo che il nostro Presidente in rappresentanza con tutte le
Regioni ha fatto con il Governo e con gli Enti Locali. Quindi vogliamo fare in modo che
questa situazione venga gestita nella piena – come dire - coesione sociale. Una cosa
molto difficile. Ieri in Giunta abbiamo parlato molto di questo momento, penso che ci
stia dentro la riflessione di oggi. Io ho riportato questo: io ho vissuto questa
emergenza dall’altra parte, prima, e come stiamo lavorando ora è diverso. Nel senso
che noi ci ritroviamo ad inserire queste persone, sono in appoggio agli Enti Locali, su
gli Enti Locali che non hanno neanche i soldi per anticipare nessuna spesa, compresa
quella di mettere i letti dentro le strutture, quindi, di qualsiasi appartenenza, sono
angustiati. Dall’altro canto c’è un contesto sociale – anche questo ahimè, trasversale –
cioè… voi mi capite quando io ho dovuto dire in Giunta “Non è vero che c’è
accoglienza. Guardate che il clima non è quello”. Non è quello neanche tra la gente e
quindi dobbiamo averne la consapevolezza per tutelare, faticosamente tutelare. Faccio
una gran fatica a dire questo perché dir che questo c’è anche nella mia Regione, col
nostro cuore di emiliano-romagnoli accoglienti, mi dispiace un sacco, e questo è. Per
cui l’impegno è grande. Ma noi sappiamo che ci dobbiamo lavorare tutti per far
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cambiare questa cultura. Io sono molto preoccupata e la prima condivisione che
chiedo al Volontariato oggi è questa: cioè l’impegno di, come dire, rivoluzione
culturale, rispetto a questo egoismo, questo personalismo, queste porte chiuse - mica
solo nei confronti degli immigrati che stanno arrivando adesso, ma nei confronti di
tutti - che aleggiano nel nostro contesto sociale. E allora, io chiedendo perdono - poi ci
sono i miei funzionari che mi racconteranno tutto, gli attori del mio territorio li
conosco e li frequento quindi mi riporteranno l’azione di oggi - vi volevo dire
sostanzialmente due cose. La prima sta nel… è quello che ha posto Piero quando dice
“Vogliamo capire bene il rapporto, il riconoscimento, il rapporto tra le Istituzioni e il
mondo del Volontariato”. Io ho preso con forza, ho approfondito fin da subito questo
argomento perché ho capito – speravo che fosse rimandabile, perché uno arriva a fare
un mestiere, ci son tante emergenze, ma non era rimandabile. Non era rimandabile
perché ho trovato delle fragilità nei meccanismi della vostra rappresentanza, nei ruoli
delle diverse Organizzazioni proprie del Volontariato - i titoli li ha detti Piero, siamo nel
settore, non li ripeto, Comitati Paritetici, CSV, gli Organismi di rappresentanza
territoriale, insomma il Co.Ge., tutto - e ho capito che ci dovevo mettere la testa, ho
girato tutte le nove Province del mio territorio prima di Natale, sono stata a tutte le
Assemblee provinciali tranne due che avevo avuto un evento come questo, per capire,
per capire, per capire, e dopo l’estate faremo la Conferenza Regionale che dovrà
essere su tutti i livelli di organizzazione. Io mi sono accorta delle caratteristiche di
questo mondo e della fragilità della rappresentanza. Dirò un’altra cosa brutale e secca
però io son così… dobbiamo far così sennò non si va avanti, questo è un mondo che
esige chiarezza e subito. Il numero di volontari nella nostra Regione, da tre anni ad
oggi - perché noi facciamo la raccolta di dati ogni tre anni - non è aumentato, però è
aumentato il numero delle Organizzazioni di Volontariato. Questo per me è un segnale
grave perché vuol dire che anche il mondo del Volontariato fa fatica a stare insieme in
gruppo e ha bisogno di farsi le sue nicchie, no? Ognuno si fa la sua associazioncina,
che va bene però… guardiamoci. E l’altro dato è l’età. L’età dei nostri volontari: io ho
visto le facce nelle numerose assemblee – Piero è giovane, anziano ma giovane di
cuore – ma adesso scherzo poco: questo è un problema che ci dobbiamo porre. L’altro
problema istituzionale che io ho rappresentato anche in maniera forte. Lo sapete tutti,
la posizione che io ho assunto rispetto alla Progettazione Sociale e all’accordo che
avete firmato in dicembre che dopo con le altre Regioni abbiamo assunto. I livelli
nazionali son qui presenti e quindi ci siamo trovati, non è stata una sfida che io come
Istituzione ho fatto alle Fondazioni o a chi ha firmato l’accordo. Quello di nota, quello
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che vuol essere, quello che credo sia importante nel rapporto con chi? Con le
Organizzazioni del Volontariato. Cioè il mondo del Volontariato è un mondo libero di
iniziativa, liberissimo di iniziativa, io non ho nessuna intenzione di mettervi il cappello
perché mi farei del male, io ho bisogno che voi facciate quello che ritenete opportuno
fare sui territori perché voi siete le antenne e le sentinelle dei bisogni del territorio e
siete anche quelli che, oltre che dirmi di cosa c’è bisogno, date delle risposte prima
che io riesca a darle, quindi non ho nessuna intenzione di tarpare le vostre, spero
grandissime, ali che permettono di volare. Quello che dico è: bisogna che il vostro
lavoro sia coordinato con il lavoro delle Istituzioni perché sennò non andiamo da
nessuna parte. Non andiamo da nessuna parte, noi viviamo in un mondo dove
dobbiamo lavorare coordinati, anche a costo di litigare. Non importa. Voi mi dovete
dire di cosa c’è bisogno e io ho il dovere di dare delle risposte a questo. Ma se voi fate
da soli e non mi chiamate in un posto di relazione dove possiamo generare e integrare
le nostre risposte mi tagliate le gambe. Tagliate delle gambe al sistema, non a me
personalmente. Per questo ho preso questa posizione, perché ritengo che sia
importante coordinarci anche istituzionalmente e riconoscerci vicendevolmente ruoli e
funzioni, e questo si fa anche nelle scelte. Io così farò perché ci credo e quindi voglio
fare l’Assessore facendo quello in cui credo, se riesco. E questa è la posizione della
Consulta Nazionale, coi colleghi ne abbiamo parlato, stiamo trovando modo di farlo su
un territorio – siccome tutti aspettano “Vogliamo vederla, venga a vedere”: io ci torno
al Co.Ge., per l’amor di dio! Però ci torno quando ci siamo accordati e abbiamo trovato
la nostra strada emiliano-romagnola perché questo avvenga, se no l’Istituzione non
può essere usata per andare alla riunioni a controllare i bilanci dei Centri Servizi del
Volontariato. Non è la mia funzione, io sto lavorando, io ho il dovere di fare qualcosa
che conta, perché mi pagano per fare un servizio ai cittadini e non per controllare i
bilanci dei Centri di Servizio, questa per dirla… Io sono convinta che troveremo la
soluzione perché abbiamo tutti un obiettivo, pian pianino ci stiamo… Io ho già parlato
con le Fondazioni. Troviamo la nostra via emiliano-romagnola per fare in modo che
questo grande impegno, queste grandi risorse che le Fondazioni hanno messo per la
Progettazione Sociale che è un dono grandissimo. […] Io non ho tenuto un fondo in
carico alla Regione, ho dato tutto ai territori perché qui abbiamo riconfermato tutti i
Fondi Sociali dei precedenti mandati, cosa che credo abbia fatto solo la mia Regione e
io devo esser grata ai componenti della mia Giunta che si son tolti i soldi di tasca a
loro per darli al Sociale. Dove lo fanno? A me qui lo han fatto. Questo però non ha
tolto – e voi lo sapete! - i bisogni dei territori perché si son triplicati i bisogni, noi con
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le stesse risorse non riusciamo a dar le risposte e quest’altr’anno sarà peggio. Io ho
82 milioni di Bilancio mio più gli altri di miei colleghi che mi passano nei servizi.
Quest’altr’anno sulla carta io ne ho 25, 15 del co… cioè, alla fine coi nostri arriviamo a
40. Vi rendete conto di cosa significherà quest’altr’anno? Altro che ruolo di
salvaguardare il ruolo del Volontariato che non faccia servizi. Se non ci troviamo la
misura insieme, chissà cosa vi sarà chiesto di fare. Questo è il dato. Siccome la
seconda cosa che vi vorrei dire che per me è determinante, quindi staremo insieme
ritrovando i ruoli di reciproca chiarezza, dando, condividendo delle direttive generali di
intervento comune rispetto alle Progettazioni Sociali. Quindi, direttive generali di
intervento comune che dovranno essere tradotte nei bisogni territoriali di ogni singola
Provincia che io spero vengano modulati dentro i Comitati Paritetici, dove ci sono le
vostre rappresentanze e le rappresentanze degli Enti Locali, che son più facili da
percorrere che i tavoli dei Piani di Zona che son dispersivi e vi ammazzano. Invece il
Comitato Paritetico lo riconosciamo come forza di integrazione delle nostre Istituzioni,
ci troveremo la strada. C’è bisogno, abbiamo la volontà, figurarsi. L’altro dato che vi
dico è: vorrei condividere con voi le priorità, che sono, da un lato, la priorità rispetto
ai target di intervento e, dall’altro, la modalità. Insomma, i temi che ci sono oggi sono
esattamente dentro la riflessione che sta percorrendo la nostra Giunta. Noi siamo
consapevoli che il nostro è un welfare avanzato. Io ho detto in Giunta che
probabilmente noi siamo molto avanti rispetto alle altre Regioni – noi non siamo mai
contenti, io per prima mica solo voi – però su questo territorio noi possiamo dire che
una parte della 328 è stata applicata. Nel senso che abbiamo fatto l’integrazione
socio-sanitaria, abbiamo dichiarato di fare l’integrazione socio-sanitaria, la stiamo
praticando perché riusciamo a farla anche nei contesti quotidiani; stiamo rifacendo il
Piano; abbiamo i Piani di Zona integrati sociale e sanitario - si chiama Piano del
Benessere; i territori sovrapponibili, il Distretto per noi è un’unità sociale, l’Unità
Sanitaria. Questi son dati che in altre Regioni non ci sono e per noi ormai son dati che
maneggiamo abitualmente, e questo è. Abbiamo riconosciuto un ruolo del Terzo
Settore e del Volontariato ma questo non basta più, dobbiamo studiare qualcosa che
ci permetta di guardare avanti. La prima gamba è il Pubblico, con responsabilità e
titolarità, ha funzione pubblica di progettazione, è scritto. La seconda gamba è
l’integrazione del privato, il privato sociale, regolata coi sistemi – noi abbiamo scelto
l’accreditamento ma è un sistema di regolazione… Terzo, che ci permette di dire che
quel servizio anche se non è fatto nel Pubblico ha una funzione pubblica perché è
dentro il sistema: io la chiamo la terza gamba. La terza gamba siete voi, e cioè a dire
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che tutto questo, in questo contesto sociale non basta più, occorre inserire un altro
protagonismo che dentro al sistema anche questo può avere una funzione pubblica.
Questo protagonismo è – quello che ha citato anche Piero - il protagonismo di
cittadinanza. Noi lo abbiamo chiamato Volontariato, ma quello è. Essere volontari vuol
dire essere cittadini. Essere volontari vuol dire non essere i cittadini solo dei bisogni a
cui rispondono i servizi. Essere volontari vuol dire cittadini che hanno dei diritti e
insieme delle responsabilità. La prima responsabilità è quella della solidarietà diffusa,
nel senso che il Volontariato non sia un caso a sé, un’eccezione ma sia il normale
modo di vivere la nostra cittadinanza. È questo quello che vi chiedo. Le Associazioni
di Volontariato sono straordinariamente importanti per il servizio che fanno quando
fanno i loro servizi. Come ho chiesto nell’Assemblea dei Territori, lo richiedo qui oggi
perché è un’occasione importante: noi adesso abbiamo bisogno che voi vi impegnate,
se condividete, a diffondere di fare volontariato, cioè a diffondere civismo, diffondere
civismo è la mia priorità. Anche se siamo in un momento di bisogno, se non facciamo
questo non costruiamo il nuovo welfare, non quello del nostro territorio. Questa è una
cosa che io ho detto anche in Giunta, non lo dico a voi. Se non facciamo questo, non
perché non abbiamo più soldi ma perché è un mondo di solitudini e noi con la
solitudine ce ne possiamo inventare di assistenza domiciliare chissà quanta ma non
sarà mai abbastanza, non potremmo mai pagare una persona che vada a far
compagnia a tutti gli anziani che avremo. Ma vi rendete conto di quanti anziani
avremo? Allora se non è il vicino che suona il campanello e gli va a chiedere come
stai, e non prendendo più la scusa della privacy, non cambiamo il sistema… son
sciocchezza quelle che dico, ma questo è… Io su questo vorrei fare il patto, guardate.
Vorrei fare un grandissimo patto di riflessione e di proposta, su questo, primo,
facendo questo troveremo delle prassi sperimentali – perché non vogliamo fare
dichiarazioni senza prove – e l’altra priorità che vi do è: aiutatemi a far partire il
Volontariato giovanile. Io sono disposta a rivedere anche la nostra legge sul Servizio
Civile se questa ci dà lo strumento per poter andare all’aggancio. Ma io non posso più
sopportare che vado sui territori, anche nei piccoli Comuni e mi dicono che manco per
donare il sangue riescono a coinvolgere i giovani. Ci sono […], anche su quello noi non
abbiamo strada per dire questo primo gesto di solidarietà e volontariato. Come
facciamo? Come facciamo… Io non posso pensare che noi non costruiamo il futuro dei
nostri contesti sociali non passando attraverso questo e quindi queste son le
condizioni: cittadinanza e giovani. Vi chiedo lo sguardo avanti su questo, se posso,
quando ricominceremo a ragionare io son disposta a metterci del mio, a riorganizzare
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gli uffici, a starvi al fianco, anche a fare degli interventi… Io ho detto che non cambio
nessuna delle nostre leggi perché mi han detto i miei funzionari che ne abbiam
cambiate tante qua e il problema non è gli strumenti ma trovare una coesione
applicativa e allora abbiamo l’occasione, che è l’anno del Volontariato, impieghiamola
per trovare la nostra strada. Diamoci come scadenza la conferenza di ottobre e
facciamo che quella conferenza sia il consolidamento del nostro patto. Abbiamo del
tempo per prepararla, vedremo come fare però se vi aspettavate la volontà politica
questo è quello che io vorrei fare. Se mi aiutate forse ci riesco, se no proprio son
chiacchere. Grazie, buon lavoro.
Pier Luigi Stefani
Grazie a Teresa Marzocchi che poi, in fondo da volontaria che è stata sempre
una gamba delle tre gambe, adesso è una delle tre gambe di altro tipo, no? Però
l’importante sarebbe che riuscissimo a fare un tavolino meno traballante con quattro
gambe. Comunque, lasciamo… Spero anche che potremo aiutare Teresa Marzocchi –
scusa se ti chiamo Teresa Marzocchi ma, insomma, l’Assessore – anche sul discorso
dei giovani visto che come Centri Servizi ci stiamo molto impegnando e posso dirti fin
da ora che abbiamo una grande richiesta di giovani stagisti verso le Organizzazioni di
Volontariato che si ripete con “SaYes” anche quest’anno e quindi spero che questi
numeri possano salire. Edgarda Degli Esposti visto che abbiamo parlato di Comitati
Paritetici di Provincia.
Edgarda Degli Esposti, Presidente della V Commissione Consiliare Permanente
(competenze sanità, servizi sociali, volontariato, istruzione, formazione, lavoro) della
Provincia di Bologna
Buongiorno a tutti, io sono qua in rappresentanza della Provincia di Bologna e
quindi davvero vi porto il saluto di Giuliano Barigazzi, che è impegnato nelle vicende di
cui parlava or ora Teresa Marzocchi, e della Presidente Draghetti che si è
raccomandata vi portassi il suo saluto. E poi alla fine mi sentirò anche di fare una
sollecitazione che mi ha ispirato il suo impegno, che non soltanto nasce da una mia
sensibilità personale ma che mi ha ispirato il suo impegno, delle sue prese di posizione
di questi ultimi giorni proprio sul tema dell’accoglienza ma questo ve lo dirò in
conclusione di questo mio brevissimo intervento che è proprio solo un intervento di
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saluto. La riflessione che mi veniva da fare intanto che parlava l’Assessore Marzocchi
era proprio questa: qualcosa è cambiato. Teresa Marzocchi viene dal Volontariato ed è
Assessore Regionale e io vengo dal Volontariato e sono Consigliere Provinciale,
Presidente della Commissione Volontariato e welfare, quindi qualcosa si è mosso. Cioè
non sono poi così impermeabili le nostre Istituzioni e soprattutto questo non è tanto
legato all’impermeabilità ma è la sensibilità della gente che alla fine ci ha votato, nel
mio caso. Nel caso di Teresa il discorso è diverso. Allora cosa devo dirvi io in questi
pochissimi minuti? Teresa parlava del Volontariato come un luogo della cittadinanza,
un luogo che, se da un lato, esprime cittadinanza, dall’altro lato è un luogo
dell’organizzazione della cittadinanza. Io sono d’accordissimo con questa chiave
interpretativa. Aggiungo che per me il valore veramente in più è che il Volontariato questo luogo di organizzazione della cittadinanza che esprime cittadinanza - è uno
strumento formidabile di coesione sociale. Insisto su questo perché in un momento di
così grande disgregazione, in un momento di così grande pericolosità – perché di
questo si tratta: è in ballo proprio la questione democratica in questa nostra
comunità,
in
questo
nostro
Paese
–
avere
chi
agisce,
giorno
dopo
giorno
ininterrottamente, con azioni che “fanno” coesione sociale, cioè che non invoca o
evoca la coesione, il Volontariato “fa”, questo è il tratto distintivo. Il Volontariato
agisce, il Volontariato educa la società, la educa e intanto che educa si autoeduca
nella propria azione. E quindi io credo che il Volontariato crea relazioni cioè crea quel
più indispensabile perché venga percepito un welfare che sia un welfare a misura di
persona. Perché voi sapete meglio di me che un welfare non è fatto soltanto di azioni
tese a saturare dei bisogni ma è fatto anche d’altro e fra i tanti bisogni il bisogno di
relazione, il bisogno di pratiche, di contatti, di vicinanze, di socializzazione,
probabilmente vince sulla risposta dei bisogni primari. Adesso io forse la sto un po’
esagerando perché se uno ha bisogno del sistema sanitario ha bisogno del sistema
sanitario però non è mica un caso che oggi si parli sempre di più di integrazione fra il
sistema sanitario e il sistema sociale. Integrazione che vuol dire comunque un’ottica di
umanizzazione anche del sanitario perché non c’è dubbio, ormai emerge con grande
chiarezza, che l’essere umano, le persone hanno bisogno moltissimo delle altre
persone, hanno bisogno di comunità, hanno bisogno di relazioni, hanno bisogno di
scambi. Il Volontariato “fa” tutto questo, fa tutto questo e facendo tutto questo,
lavorando sui bisogni, lavorando sui diritti – perché voi sapete benissimo che, un
conto, è saturare un bisogno - la saturazione di un bisogno passa attraverso un atto
pur nobile che è quello del dono ma poi tutto finisce lì - un conto, invece, è entrare
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nella logica che dice “i diritti sociali non sono diritti, non sono qualche cosa di stabile,
non sono qualche cosa di immutabile è la frontiera che avanza”, allora bisogna anche
fare in modo che si allarghino e che la gente possa fruire di resistenza ad una
condizione di subalternità o di colui che riceve subalternamente perché ha diritto a
quel tipo di risposta e allora è così che si progredisce civilmente. È così che si possono
fare dei passi avanti davvero da un punto di vista civile e non soltanto sociale. Ecco, il
Volontariato decisamente è tutto questo. Io col Volontariato sono a casa mia, nel
senso che è la mia esperienza, quella che mi ha segnato di più, così l’ho vissuto, così
ho praticato questi anni e quello che dico lo dico sulla scorta di un’esperienza reale,
non di un racconto, non di un qualche cosa che si recepisce stando in mezzo ad altri,
ma di un’esperienza reale, praticata, vissuta. Credo però che sia indispensabile lo
strumento di organizzazione di rappresentanza collettiva, per quello ho sempre
creduto nelle Associazioni come strumento di rappresentanza collettiva. Perché,
guardate bene, c’è una bella differenza fra un volontario che agisce in solitudine e un
volontario che agisce all’interno di un’Associazione. Perché? Guardate, si sente
moltissimo questo, stando in mezzo ai volontari. L’Associazione è quella che ti dà
identità, l’Associazione è il luogo identitario, ispirato a dei valori, perché non c’è una
Associazione di Volontariato - ce ne sono ben tante - che in qualche modo non si
ispira a dei valori molto precisi e condivisi perché altrimenti uno non sta lì. È il luogo
dove appunto tu ti ritrovi e hai un’identità tua come volontario. Io ci ho lavorato
moltissimo su questo, perché ci credo moltissimo, è il luogo delle buone pratiche, il
luogo delle buone prassi, dell’azione positiva è il luogo dove tu costruisci, come dire,
un profilo comunitario che è decisamente alternativo a quello che stiamo vivendo oggi.
È il luogo della costruzione, il luogo dell’edificazione di un profilo identitario
comunitario decisamente alternativo a quello che stiamo vivendo, cioè quello che ci
viene instillato, che ci viene propinato come modello ma che è un modello distruttivo,
è un modello che porta soltanto sfascio e disperazione. Ecco, detto questo, io credo
anche, proprio dando il massimo valore all’Associazione, già quella come luogo della
rappresentanza, io credo che visto che qui è stato collegato direttamente alla
governance, io credo che il concetto stesso di governance prefigura che ci sia una
pluralità di soggetti che lavorano in sinergia, che si interscambiano. Cioè il concetto
della governance è un concetto che è assolutamente antitetico a quel tipo di modello
verticale invece dove ci sono delle filiere, appunto, in verticale che non espandono per
niente, dove, da un lato, ci sta il Pubblico, dall’altro lato ci sta il privato, magari in un
rapporto contrattuale, punto e a capo. E uno decide se stare da una parte oppure
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dall’altra, siccome lo abbiamo molto vicino a noi questo modello, il modello di
governance è un modello che già di per sé dice “io lavoro in questo caso sul sociale e
sul sanitario attraverso la pluralità degli attori che sono presenti su questo mio
territorio”. E il concetto quale deve essere? Che questi attori non sono uno
subordinato all’altro ma ognuno mette in campo il meglio di sé. Quello dovrebbe
essere la governance. Io non sono molto d’accordo quando si dice – lo diceva un
attimo fa Teresa – il lavoro dev’essere coordinato con le Istituzioni. Non è che
dev’essere coordinato con le Istituzioni, ci mancherebbe altro che non fosse
coordinato. Si deve ragionare di coprogettazione, e dopodiché coprogetti, quindi tu
partecipi alla costruzione di quei progetti sociali e intervieni con un soggetto pubblico
che ti stimola, un protagonista pubblico che tiene insieme questa pluralità di soggetti,
mettendo ognuno nella condizione di dare il meglio di sé. Questo è se si vuole fare un
passo avanti. Non ci devono essere più antagonismi fra il Volontariato, o la
Cooperazione o l’Associazionismo di Promozione Sociale. Non è così che funziona
perché la governance è un concetto che dice: ogni soggetto sta in campo su un
progetto condiviso, ognuno dà quello che può dare e lo dà al meglio, perché io,
Pubblico, garantisco quello che dà e di metterlo nelle condizioni perché dia il meglio.
Questo è il ragionamento, non ci si può più limitare a coordinare. E il soggetto
organizzato ha una duplice valenza in questo concetto di governance, perché la
governance presuppone un’idea di sussidiarietà, di sussidiarietà perché è così che
funziona, di sussidiarietà orizzontale dove si rafforza quel concetto che dicevo io
prima. Dove ognuno fa quello che sa fare e ognuno viene valorizzato per quello che sa
fare. Perché il Pubblico – certo – ha l’obbligo di allocare le risorse, di individuare le
priorità, etc. ma ha l’obbligo di dare valore al suo capitale sociale, al capitale sociale
che c’è in campo perché si deve moltiplicare. E il capitale sociale è una risorsa che di
per sé tende a moltiplicarsi, non a diminuire. Il Pubblico ha questa funzione, questo
deve capire il Pubblico. Questo vuol dire investire sul futuro, questo vuol dire pensare
al welfare innovativo, dal volto umano che comprenda e valorizzi tutte le risorse che
ha a disposizione pur partendo dall’idea che il Pubblico certamente non deve arretrare,
deve fare di più, deve farlo però in un altro modo. Ecco, io credo – sono tanti i
soggetti della rappresentanza, per stare al tema che veniva proposto – io credo che
oggi, fra i tanti soggetti che ci sono – lo diceva già Stefani, lo diceva la stessa
Marzocchi, no? – io credo però che ci sia un progetto per eccellenza, quello che io
vedo di più oggi, lo vedo perché lo conosco, perché so come lavorano, e perché so le
potenzialità che ha. È il Forum del Terzo Settore. Il Forum del Terzo Settore proprio
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perché in sé ha questa molteplicità di anime che sono la Cooperazione, la Promozione
Sociale e il Volontariato, che sono tutti e tre soggetti della governance. E quello, io
credo, è il passo avanti che va fatto – si stan facendo delle cose importantissime,
credo che qui anche la Provincia abbia fatto la sua parte, per esempio, di istituire
questi tavoli del Forum presso la Conferenza Territoriale Sociosanitaria – cioè io credo
che quello deve diventare il luogo - non questo dei tavoli, il Forum - dove davvero si
riesce a fare quel salto di qualità. Ma quello non è tanto chi lo guida o il portavoce,
che è pure importantissimo, ma sono proprio i soggetti che lo compongono che
devono entrare in quella logica che non è soltanto sinergica ma è quella di individuare,
di raccordarsi strettamente su tutto quello che riguarda le tematiche che vengono
affrontate e in primis, appunto, la progettazione perché è da qui che si passa. Io credo
che la Progettazione Sociale sia una cosa importantissima. Quando parlo di
progettazione, non parlo solo di progetti che fan le Associazioni di Volontariato, parlo
di quella progettazione indispensabile per la programmazione degli interventi. Per la
programmazione, quindi, sto parlando dei Piani del Benessere, sto parlando appunto
della Conferenza Territoriale Sociosanitaria, che è la conferenza dei Sindaci di tutto il
territorio, che è il luogo dove si raccordano i Distretti. Questo io penso, allora
guardate, sono convinta che questo si riuscirà a fare perché soltanto nel giro di
pochissimi anni i Forum hanno già fatto dei balzi da giganti. Io continuamente ospito i
Forum alla V Commissione, proprio con delle audizioni, perché anche quello è un
modo per far passare nella coscienza collettiva - e soprattutto di chi amministra o
dovrebbe amministrare al meglio, e in realtà probabilmente non è sempre così, anzi
poche volte è così - cosa esiste veramente sul territorio, qual è la ricchezza di cui
disponiamo e come questa ricchezza non debba stare in afflizione ma debba essere
messa in condizione di poter fiorire, di poter esprimersi al meglio. E dico, farlo anche
con – fondamentale – delle pratiche operative, delle azioni concrete. Teresa Marzocchi
esordiva sulla questione dell’accoglienza, che voi sapete, adesso arrivano - ieri sera,
sono arrivati - i primi trenta minori che vengono assegnati alla rete dei servizi sociali.
Da qui, domani, dopodomani, proprio in questi giorni, stanno arrivando 150 persone
sulla Provincia di Bologna. Centocinquanta persone che vengono dalla Libia - non
sappiamo precisamente da dove vengono, si saprà quando arrivano – comunque sono
profughi che vengono dalle zone di guerra e arrivano in 130/150 qui a Bologna, 500
sulla regione Emilia-Romagna. Questa è la prima ondata, dopodiché arriveranno altri.
Io credo che si tratti di numeri che sono governabilissimi, e non capisco perché si
faccia tutto questo allarme. Questa è la cronaca, all’inizio i primi che arrivano, a parte
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i minori che vengono affidati ai servizi, poi ci sono gli adulti che comunque si fermano
per un po’, io non vi so dire quanto, a Bologna perché nel frattempo ci sarà la
riunione, l’incontro dei Sindaci di tutta la Provincia di Bologna, attraverso i Distretti,
dei Sindaci, Capo Distretto, che deciderà la ripartizione – oddio, che brutta parola! –
comunque, la ripartizione, diciamo, sui Distretti e poi ogni Distretto è fatto di Comuni
e i Comuni decideranno. Cioè dev’essere comunque una cosa che abbia questo senso.
Per il momento si fermano a Bologna, comunque, io il messaggio che lancio è questo:
io credo che questa è una di quelle occasioni - un’occasione formidabile, anche se si
tratta di piccoli numeri, perché probabilmente si ingigantiranno lungo il cammino
questi numeri – perché, appunto, il Volontariato ma anche l’Associazionismo nel suo
insieme, intervenga in prima persona. Intervenga, perché, guardate, questa gente –
poi non ho bisogno di dirvelo io, lo sappiamo poi tutti – non ha soltanto bisogno del
tetto o di un letto per dormire o di un pasto caldo che fornisce la Camst o chi, c’è
bisogno che questa gente trovi un luogo accogliente, trovi un luogo fatto di persone
disponibili ad accoglierle. Io credo che questa città ha una grande, come dire,
tradizione in questo senso. E poi è vero ci sono stati anche degli episodi da
dimenticare, questo è vero, però dentro di noi questa cosa c’è. E io credo che questa
sia l’occasione perché il Volontariato, l’Associazionismo nel suo insieme, scenda in
campo e si metta a fianco alla rete del sistema pubblico - adesso è la Protezione Civile
che gestisce, poi i Comuni,
etc. - ma che davvero segni di sé questo passaggio.
Perché io non posso immaginare che la nostra Provincia risponda “burocraticamente”
con un posto letto, un panino, una bottiglia d’acqua minerale. Io credo che ci siano
tutte le condizioni per scendere in campo e dire noi – parlo per l’Associazione da cui
provengo che è l’Auser, in questo caso, che è quella che conosco meglio - facciamo
già un’infinità di progetti con - rivolti ma insieme - alle persone migranti che vengono
da altri paesi. Assieme a noi ci sono un’infinità di Associazioni che sono impegnate su
questi terreni da sempre. Ecco, questo è il momento di scendere in campo e dare
veramente quel tratto di qualità, di umanità, di civiltà che noi siamo capaci di fare, se
vogliamo. Tanti auguri per il vostro convegno, grazie.
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INTERVENTI
Pier Luigi Stefani
Grazie, ad Edgarda Degli Esposti. Se si voleva capire quanto il Volontariato ha
passione e la trasferisce nella politica e quanto la politica mantenga la passione del
Volontariato, bene, abbiamo avuto gli esempi. Ecco, io credo che adesso sia il
momento, ringraziando appunto per gli interventi della parte Pubblica, di ascoltare le
due lezioni che Giovanni Moro e Franca Olivetti Manoukian ci daranno. Già ci hanno
regalato nella cartella qualcosa di loro, qualcosa perché c’è molto di più… e lo
conosciamo. Quindi inviterei subito il dottor Giovanni Moro che così fa la prima
prolusione, dopodiché Franca Olivetti Manoukian. Grazie.
Giovanni Moro, FONDACA, Fondazione per la cittadinanza attiva (Roma)
“Fra attivismo civico e società organizzata. Le molteplici identità dell’attivismo civico e
la necessità di trovare e animare i luoghi di rappresentanza”
Siccome i tempi si sono accorciati, accorcerò anche la mia presentazione che
comunque è lasciata poi a disposizione. Questo è il titolo che ho dato alla mia
presentazione, quindi, è una questione ineludibile questa della rappresentanza, della
rappresentatività delle Organizzazioni dei cittadini. Uso questo termine generale
perché quello che si dice del Volontariato si dice esattamente negli stessi termini di
tutti gli altri tipi di forme di autorganizzazzione di cittadini che si impegnano nell’arena
pubblica, che si occupano di questioni pubbliche e non semplicemente di coltivare
legittimi interessi comuni. Non è di quello che stiamo parlando. Quindi quello che si
dice
del Volontariato
si può
dire
assolutamente
di qualunque
altro
tipo
di
organizzazione di cittadini, e credo che questo problema della rappresentanza, della
rappresentatività delle organizzazioni di cittadini - che è un problema che si pone a
tutti i livelli, da quello globale a quello locale nel mondo - sia un problema che nasce
con la maturità, con la crescita, con l’acquisizione di un profilo molto rilevante da
parte di queste organizzazioni quale non c’era in passato e quindi certe questioni sono
diventate importanti. Non è che non ci fossero anche prima ma sono diventate
importanti in relazione all’aumento della rilevanza di Organizzazioni come quelle di
Volontariato nel mondo. E la questione, a mio parere, è diventata, appunto,
ineludibile. Qual è il problema? Intanto, qualche indizio del problema c’è. Nel trattato
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di Lisbona dell’Unione Europea, della fine del 2007 ratificato nel 2008, c’è un articolo
che riguarda il dialogo civile come lo chiamano a Bruxelles, la democrazia
partecipativa, etc. – un articolo piuttosto confuso per la verità – però quello che vi
vorrei sottolineare è che in questo articolo, fatto di tre o quattro commi, si usa due
volte questo aggettivo “rappresentativo” a proposito delle Associazioni ma non si dice
che cosa si intenda per rappresentatività. L’Unione Europea dialoga con le Associazioni
rappresentative ma non dice che cosa significa “essere rappresentative”. Quindi c’è il
segnale di una enorme preoccupazione ma anche di una enorme ignoranza sul
problema. Del resto, frequentando Bruxelles come a me ogni tanto succede – poco,
per fortuna – capita sempre in queste riunioni - in questi incontri con le Istituzioni
europee e quella che alcuni studiosi chiamano la società civile di Bruxelles che è,
diciamo, l’oggetto antropologico abbastanza specifico - che si alzi qualcuno e dica
“Signori e signori, sono onorato di dirvi che oggi parlo a nome di 8, 12, 15, 30 milioni
di cittadini europei”. Perché? Perché semplicemente parla a nome di un’Associazione
di Associazioni nazionali, ognuna delle quali ha un numero di soci, si sommano i soci,
si va in queste sedi e si danno questi numeri. Proprio il caso “di dare i numeri”.
Vengono presi molto sul serio, peraltro, a Bruxelles dai funzionari dell’Unione
Europea: “Ah, che bello, grazie a voi parleremo direttamente con 8, 12, 30 milioni di
cittadini europei…” come sappiamo è una fesseria. Spesso alle Organizzazioni di
Volontariato viene chiesto: Quanti siete? Come se “quanti siete” facesse la differenza,
in certi casi. Io ho diretto per anni un movimento di cittadini che si chiama
“Cittadinanza attiva”, fino ad una decina di anni fa, e ricordo un episodio molto
divertente. Un gruppo di cittadini che si occupava del tribunale per i diritti del malato
andò dal Direttore Sanitario di un ospedale per dire che c’era un topo in una corsia e il
Direttore Sanitario, o il Direttore della Asl, disse “Ma insomma chi siete voi? Quanti
siete?”. Loro giustamente dissero “Ma non è che se siamo di più il topo è più grande, è
sempre un topo. E non è che cambia la gravità del fatto che ci sia un topo in una
corsia se siamo di più o di meno, il topo si allunga o si stringe”. Del resto, tutti siamo
abituati a sentire sui telegiornali che “i consumatori insorgono”, “i consumatori
protestano”. Saremmo tutti noi i consumatori. In effetti, è un’Associazione che fa un
comunicato stampa, che diventa “i consumatori” protestano, insorgono, etc. Anche le
imprese private, diciamo, presuppongono che sia ovvio, per esempio, coinvolgere le
comunità dei territori in cui lavorano nella produzione del loro bilancio sociale, di
sostenibilità, etc. E’ una cosa che fanno anche i Comuni. Le intenzioni sono ottime ma
poi chi è che si chiama ad essere coinvolto nella produzione di questi documenti? Poi
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ci sono dei tipi esagitati. In Europa, l’ex Presidente della Repubblica Ceca, persona
folkloristica, appunto, che però dice una cosa che molti pensano: le Organizzazioni
Non Governative siccome non si presentano alle elezioni non hanno nessuna
legittimità ad agire e anzi sono un pericolo per la democrazia. Qualcuno lo dice - i più
fessi, diciami -, molti lo pensano. Del resto, ci sono anche problemi tecnici. Mi ricordo
una volta di aver parlato con il Direttore dell’UNEP – mi pare che fosse l’Agenzia delle
Nazioni Unite che si occupa di Ambiente, dice “Certo, noi adottiamo il principio della
consultazione. Ma su materie ambientali le Nazioni Unite quanti soggetti, quante
Organizzazioni
di
cittadini
dovrebbero
convocare?
E
dove
verrebbero
messe
fisicamente tutte queste Organizzazioni?”. Ok, sono indizi di un problema. Di che cosa
stiamo parlando? Il concetto di rappresentanza è composto di due componenti:
parlare a nome di qualcuno e agire per conto di qualcuno. Sono due parti collegate ma
diverse
concettualmente
e
fattualmente
della
rappresentanza.
Quali
sono
i
meccanismi tradizionali di rappresentanza? Li conosciamo: le elezioni, l’Associazione a
sindacati, diciamo, le realtà associative legate alla produzione e al lavoro, la
rappresentanza legale – gli avvocati sono rappresentanti dei clienti in tribunale. La
rappresentanza in generale è in crisi in tutto il mondo, in tutte queste forme. Le cose
più evidenti sono la riduzione del numero degli elettori, la riduzione della fiducia
pubblica nelle Organizzazioni rappresentative, il fatto che effettivamente gli Organi
rappresentativi abbiano meno poteri di quelli che avrebbero in teoria. Riflettete sul
fatto che, praticamente in tutti i paesi a democrazia avanzata, non c’è più il servizio
militare obbligatorio. Perché? Perché i Parlamenti non hanno più il potere di mandare
delle persone, “comandare” a delle persone di andare a morire in una trincea, ci va il
servizio militare volontario. In alcuni paesi c’è ancora la leva obbligatoria, ma per
ragioni storiche, diciamo, ciascuna spiegabile. Nel caso delle Organizzazioni di cittadini
questa rappresentanza - che pure è un problema in tutto il mondo, in tutte le
democrazie in particolare - si pone, a me pare, la questione della rappresentanza in
tre modi. Una cosa è la rappresentanza chiamiamola “interna”, cioè il modo in cui le
Organizzazioni di cittadini rendano presenti nelle loro forme organizzative i soggetti,
gli interessi, le situazioni di cui si occupano. Cioè, in che modo i disabili sono parte di
un’Associazione che si occupa di diritti dei disabili, detto proprio semplicemente? Una
seconda componente è la rappresentanza “diretta”, cioè la rappresentanza da parte di
una Organizzazione di soggetti, interessi, situazioni, un luogo, una comunità, un
problema, un’esigenza, un gruppo di soggetti in difficoltà, un tema di rilevanza
generale non considerato. E una terza componente, chiamiamola rappresentanza “di
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secondo grado”, cioè la rappresentanza di Organizzazioni di cittadini di fronte ai propri
interlocutori. È quello che viene fatto sia per una singola Associazione quando il suo
Presidente, o quello che sia, va a discutere con l’Assessore, sia da cosiddette
Organizzazioni “ombrello”, di secondo grado, coordinamenti, coalizioni, forum,
Associazioni di Associazioni, etc. Quindi il tema della rappresentanza si presenta in
modo complesso nelle Organizzazioni di cittadini. Per esempio la rappresentanza per
un’Associazione di Volontariato significa rappresentare i propri associati, ma anche i
propri volontari, i propri collaboratori e i propri sostenitori che magari non sono
associati ma anche i soggetti, le situazioni e i problemi di cui questa Associazione si
occupa. Questa rappresentanza andrebbe fatta sia al proprio interno, cioè nella
composizione degli organi dirigenti, sia nella sua attività ordinaria, nelle sue prese di
posizione pubbliche, nelle sue attività, nelle sue forme di interlocuzione con i propri
stakeholder pubblici o privati. E, naturalmente, sarebbe rappresentata, questa
Associazione, insieme ad altre Associazione di una Organizzazione “ombrello”, di un
coordinamento, etc. Alcuni scienziati politici – per la verità richiamandosi a qualcosa
scritto da Hegel duecento anni fa – dicono che in effetti è inappropriato parlare di
rappresentanza nel caso di forme di organizzazione della società civile. Perché?
Perché, se rappresentare è rendere presente qualcuno o qualcosa che è assente, nel
momento in cui la società civile si organizza, per esempio, nella forma di Associazioni
di Volontariato o altri tipi di Organizzazioni dei cittadini non c’è più rappresentanza,
perché chi era assente e veniva rappresentato si rende fisicamente presente. Quindi è
impossibile concettualmente secondo questo argomento parlare di rappresentanza a
proposito di Organizzazione di cittadini. Ho intitolato questa slide “Impossibile ma
vero” perché, malgrado il fatto che venga dichiarato impossibile dai filosofi e dagli
scienziati politici, è quello che avviene. Cioè in tutto il mondo le Organizzazioni di
cittadini parlano in nome di qualcuno e agiscono per conto di qualcuno. Parlano a
nome di qualcuno vuol dire che danno voce ad intere comunità, per esempio, a
soggetti marginali impossibilitati a parlare, disabili gravi, carcerati, immigrati illegali;
danno voce a problemi e situazioni che sono vicine e lontane, per esempio, che
avvengono in altri continenti ma che riguardano e hanno a che fare con quello che
succede in un paese come l’Italia. E per quanto riguarda l’agire per conto, partecipano
a tavoli pubblici dove si discutono investimenti di risorse, dove si definiscono delle
politiche, qualche volte firmano degli accordi, dei protocolli, si costituiscono ad
esempio in giudizio, si costituiscono come parte civile a nome dei propri associati, del
proprio pubblico di riferimento - che in inglese si dice costituency, pubblico di
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riferimento - cioè chi si occupa di un’Associazione di malati cronici rappresenta non
solo i propri associati ma per lo meno tutti quelli che hanno quella malattia cronica
che siano associati o meno. Queste funzioni rappresentative, parlare a nome di
qualcuno o qualcosa, agire per conto di qualcuno o qualcosa - che avvengono,
appunto, malgrado sia dichiarato impossibile - spesso si sovrappongono a quelle di
altri soggetti: partiti, sindacati, altri tipi di Associazioni, Associazioni professionali, per
esempio. E qualche volta concorrono, sono in conflitto con queste altre. Quindi questa
è una parte della situazione, un lato della situazione: “Impossibile ma vero”. L’altro
lato è l’opposto: “Vero ma impossibile” perché, benché accada, ha però delle sue
irriducibili criticità che non si possono ignorare. Quando un’Associazione ambientalista
parla a nome di tutta una comunità per dire che non vuole una strada, vuole un parco
o vuole che una certa opera pubblica sia fatta in un certo modo, non rappresenta il
punto di vista di tutti, cioè del cittadino medio, diciamo, della media dei cittadini.
Rappresenta spesso quelle che, in alcuni studi, si chiamano le “voci estreme”. Io abito
nel centro di Roma, sono socio di un’Associazione che si occupa del centro di Roma
che ha una posizione radicale sull’uso di Piazza del Popolo che è il luogo dove si
tengono le cose pubbliche a Roma. L’ideale di questa Associazione, di cui io pure sono
socio - e che è come la sindrome della bibliotecaria, dice: qual è la biblioteca ideale di
una bibliotecaria? Quella in cui non va nessuno - l’ideale, appunto, sarebbe che a
Piazza del Popolo non succeda niente, nemmeno venga attraversata. Non è il punto di
vista degli abitanti medi, di quelli che abitano là intorno che magari è più moderato e
dice: “Sì usiamola, magari se per la festa della Polizia ci mettono meno di due mesi
per montare e smontare è meglio”. Però diciamo che non c’è bisogno di farne una
tabula rasa. Ecco, le “voci estreme” ma certamente nessuno è stato considerato un
pubblico di riferimento, qualcuno aveva qualcosa da dire sul modo in cui Chernobyl è
stato gestito da parte delle autorità, per dire? L’inesistenza di poteri di firma con
valore giuridico così come l’inesistenza di meccanismi tipo quelli sindacali - che i
giuristi chiamano erga omnes: il sindacato firma un accordo e vale per tutti. Gli
accordi che vengono fatti da Organizzazioni di cittadini di qualunque tipo - in tutto il
mondo: badate bene! – non hanno questo valore cogente, giuridico. Io lo dico sempre
agli amici del Forum del Terzo Settore: prima o poi qualcuno andrà al TAR – per dire,
gli amici del Forum perché mi capita di parlarne con loro ma vale per tutti – e dirà
“Perché è stato fatto anche a mio nome implicitamente un accordo su cui io non sono
stato consultato? Questo accordo è illegittimo”. E, in effetti, è illegittimo. E dico
sempre in questi casi: quando succederà, siate contenti. Vuol dire che è cresciuto
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talmente il profilo, la rilevanza del mondo dell’attivismo civico, e vostro in particolare,
che sarà diventato un problema, no? Succede anche che vengano esercitate funzioni
rappresentative di Organizzazioni di servizio senza mandati dai propri utenti. La
Cooperativa Sociale fa un servizio di supporto ai disabili e finisce per rappresentare i
propri
utenti
ma
i
propri
utenti
non
hanno
dato
questa
delega.
Funzioni
rappresentative di Enti funzionali istituiti per legge non scelti dai rappresentati – ne
parlavamo prima con Marco Granelli, è il tipico caso dei Centri di Servizi del
Volontariato – che sono Enti funzionali, esistono per legge, sono costituiti attraverso
forme di gara pubblica ma spesso le Amministrazioni -
perché è più comodo - gli
chiedono anche di esercitare delle funzioni rappresentative che ovviamente non
possono esercitare perché parlerebbero a nome, agirebbero per conto, dei soggetti
che non hanno – cioè le Associazioni - nessuna voce in capitolo sul modo in cui… non
hanno formato quel Centro. La scarsa attitudine dei cittadini alla partecipazione, alla
formazione delle decisioni all’interno delle Organizzazioni. Si richiede molto, molto
spesso, sempre a livello europeo, si dice: ma i cittadini, i vostri soci, partecipano alle
decisioni? Sappiamo benissimo che i cittadini che partecipano alle Organizzazioni
civiche - almeno questa è anche la mia esperienza - più è generale il discorso che si fa
e meno sono lieti di partecipare. Più è specifico, operativa la decisione che deve
essere presa più volentieri partecipano, perché i cittadini sono diversi da come uno se
li sogna, o come se li immagina. Infine, gli incerti meccanismi di coinvolgimento degli
associati nelle dinamiche delle Organizzazioni “ombrello”. Io ho in mente soprattutto
Bruxelles, appunto la società civile di Bruxelles, e si contano sulla punta delle dita le
Associazioni, le Organizzazioni “ombrello” di Bruxelles che hanno un rapporto con la
realtà, cioè che sanno di che cosa si sta parlando, e questo è solo un esempio. Quindi
“Impossibile ma vero” e “ Vero ma impossibile”. Questo lo salto perché non ho tempo:
ci sono alcune notizie sulla situazione in Italia, anche sulla situazione in Europa - nel
capitolo del mio libro che è nella vostra cartellina troverete in particolare notizie di
questo progetto molto interessante che è stato fatto sui criteri che vengono utilizzati
in Europa - ma non ho il tempo perché dobbiamo risparmiare tempo. Che fare? Un
paio di punti sul “Che fare?”. Innanzi tutto ci sono delle scorciatoie o dei vicoli ciechi
che io penso vadano evitati, è semplicemente la mia opinione, naturalmente. In
particolare credo che vadano anzitutto evitate due tendenze. La prima, fare finta che il
problema non ci sia: “valiamo per quello che facciamo”, questo è un argomento tipico,
non è quindi un problema. E l’altro, l’opposto, è la certificazione formale: siccome
siamo registrati in un albo, allora siamo, per definizione, rappresentativi. Sono cose
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che, appunto, si sentono. Altra scorciatoia, la legittimità. Questa viene molto utilizzata
nell’Unione Europea. Dice “Noi siamo legittimi, siamo legittimati ad esistere”.
Certamente siamo legittimati ad esistere e operare – e questo peraltro non dev’essere
chiesto come permesso a nessuno, né all’Unione Europea, né al Governo nazionale, né
agli Enti locali, va da sé, cioè i cittadini non hanno bisogno di essere legittimati da
qualcuno per esistere, ci mancherebbe altro - ma qui il problema è un altro. Il fatto di
essere “legittimi” non significa che la rappresentanza che si esercita sia anch’essa ben
fondata. La scorciatoia dell’accountability, questa viene usata molto dagli Organismi
internazionali. Dice “Non ci interessa di rappresentare voi, più importante che rendete
conto del vostro operato”. Ma appena ci si domanda a chi si dovrebbe rendere conto
del proprio operato si ricade in un processo circolare, nella questione della
rappresentanza. La scorciatoia della legittimazione di fatto, che funziona molto
spesso. C’è la legittimazione di fatto affidata magari alla storia, alle relazioni, ad una
certa reputazione, etc., che però può essere facilmente messa in discussione,
appunto. Nel momento in cui qualcuno si alza e dice: “Ma come, non mi avete
consultato su questa questione che riguarda anche me, su questa decisione che
coinvolge
anche
me
individuo,
Organizzazione,
etc.”.
La
scorciatoia
della
rappresentanza presunta, questo succede spesso. C’è un primo atto che viene fatto da
qualche
Amministrazione
che
dice:
“Tu,
tu
e
tu
componete
questo
tavolo
rappresentativo che noi consultiamo”. Nessuno chiarisce quali siano i criteri per cui
questa scelta è stata fatta, magari con le ottime intenzioni – non stiamo facendo un
processo alle intenzioni –, e questo è un meccanismo che si perpetua nel tempo, per
secoli, nessuno sa perché, come, quando, in base a quali criteri sia avvenuto questo
riconoscimento di rappresentanza però essa va avanti, questo riconoscimento va
avanti per sempre. Infine, la scorciatoia sindacale che sarebbe l’applicazione del
principio “Quanti siamo”, quanti siamo noi, quanti siete voi, quanti soci, quale
presenza nel territorio, etc. Va benissimo, dovrebbe andare benissimo nel caso dei
sindacati e dei partiti - per quanto qualche problema, e più di qualche problema, ci sia
in quel mondo - ma non va bene nel caso delle Organizzazioni dei cittadini come
criterio assoluto. Perché? Perché genera dei rischi di dittatura della maggioranza, e le
Organizzazioni
di
cittadini
esistono
nel
mondo
esattamente
per
prevenire
e
contrastare molte forme di dittatura della maggioranza. Se fosse questo il criterio,
“Quanti siamo”, un’Associazione di una minoranza linguistica - i ladini, non protetti,
immaginiamo dalla leggi dello Stato - oppure i portatori di una malattia rara di quelle
che hanno 5000 persone in tutto il mondo, magari in Europa 700 persone, in Italia 80,
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si dovrebbero suicidare perché non saranno mai abbastanza per essere importanti.
Ok? Queste sono scorciatoie, a mio parere. Credo che uno dei problemi sia quello di
superare l’inerzia degli interlocutori, perché gli interlocutori, sia politici ma anche gli
interlocutori privati, di aziende private – non è diverso – e anche gli interlocutori della
Pubblica Amministrazione hanno molto questa tendenza, per loro è comodo non
doversi porre il problema di scegliere, di dire quali criteri vengono utilizzati per
scegliere “Tu sì, tu no”. È molto più semplice dire – come fanno, qualche volta anche
con arroganza: “Vedetevela voi. Siete 12.000? Mettetevi d’accordo, io voglio parlare
con uno solo”. E quelli dicono “Ma come? Noi non siamo d’accordo fra noi”. “Non mi
interessa, scannatevi, uccidetevi, mettetevi d’accordo, io voglio parlare con una
persona sola”. E questo è sicuramente un elemento problematico. Credo che di fronte
a tutto questo vada fatto uno sforzo per definire un nuovo quadro, nuovi criteri
operativi se si vuole che questo problema della maturità, che indica la crescita delle
Organizzazioni di cittadini, abbia una soluzione. Qual è secondo me la strada - e
questa è la mia ultima slide – per cercare una soluzione? È quella di abbandonare il
concetto di rappresentanza che secondo me non è adatto alla natura e al ruolo delle
Organizzazioni di cittadini. Perché? Perché il concetto di rappresentanza - nato… bè è
una lunga storia che riguarda soprattutto questi ambiti che vi ho detto prima: l’azione
legale, la rappresentanza politica, la rappresentanza del mondo della produzione e del
lavoro - è un concetto assoluto. Si è rappresentanti in assoluto, no? Invece, questo
non è coerente con il modo di essere delle Organizzazioni dei cittadini che non sono
rappresentanti in modo assoluto. Il concetto di rilevanza invece è più adatto, perché la
rilevanza è contestuale. Ci sono situazioni in cui qualcuno è rilevante e qualcuno no,
dei problemi, delle necessità in relazione alle quali qualcuno è rilevante e qualcuno no.
L’Assessore prima si lamentava, e capisco perché, dicendo che sono diminuiti i
volontari e sono aumentate le organizzazioni. E’ una cosa che che succede in tutto il
mondo, diteglielo, che si metta l’anima in pace, ma a parte questo, dico, che certe
volte è rilevante un’Associazione che ha una forte presenza nel territorio se si deve
fare informazione di prossimità - parlare con tutti i cittadini, con milioni di cittadini - e
in altri casi è rilevante il contrario, cioè una piccola Organizzazione che abbia una forte
competenza su certe materie. E così via, potrei continuare ma ci siamo capiti. Cioè, la
rilevanza è il problema e la rilevanza dipende dalla situazione, dalla questione che si
affronta, dalle necessità che si hanno e può essere stabilita volta per volta fissando
una serie di criteri. Li troverete, troverete un quadro di quelli che usano i Governi in
Europa nel capitolo del mio libro che è nella vostra cartellina. Fissando volta per volta i
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criteri più pertinenti. Saranno criteri oggettivi come “da quanto tempo esisti”, “quanti
soci hai”, etc. oppure criteri valutativi, come “qual è la tua capacità di produrre
progetti, elaborare progetti, metterli in opera”, etc. L’importante è che vengano
utilizzati in modo pertinente rispetto alle situazioni. Su questa base io credo si possa
fare molta strada, proseguendo sulla linea, sull’idea che le Organizzazioni di cittadini
possano essere rappresentative come lo sono i partiti, i sindacati, la Confindustria etc.
penso che non si facciano passi avanti. Anche perché – ed è l’ultimissima cosa che
dico – il fatto che non ci sia coerenza fra il concetto di rappresentanza e il modo di
essere delle Organizzazioni di cittadini nelle democrazie contemporanee dice una cosa
molto importante. Cioè che le Organizzazioni di cittadini sono un’anomalia rispetto al
modello di democrazia che noi conosciamo e che abbiamo ereditato, sono l’elemento
di innovazione e di mutamento che non è coerente con il modo di essere delle
Istituzioni, del sistema democratico che conosciamo. Se non altro perché si basano su
un principio che è diverso, non è il principio di rappresentanza come lo conosciamo,
dei partiti, etc. ma, chiamiamolo così con un [?] reek back, è il principio di intervento,
è qualcosa di nuovo che si aggiunge, arricchisce il quadro della democrazia, ma a cui,
proprio per questo, è molto difficile applicare gli schemi tradizionali. Grazie, ho finito.
Pier Luigi Stefani
Grazie a Giovanni Moro, credo che abbia dato molti elementi, anche di risposta
ai dubbi che nel Volontariato spesso ci animano proprio su questi concetti. Importante
aver messo in rilievo - senza voler far delle sintesi che non sarebbe assolutamente
corretto nei confronti di Giovanni Moro - il fatto che il Volontariato almeno mantenga
la capacità di dare voce a chi non ha voce e di agire per qualcheduno o per qualcosa
però con ordine proprio evitando di prendere delle scorciatoie e cercando di rendere
possibile quello che è impossibile. A Franca Olivetti Manoukian chiedo il compito di
aiutarci ulteriormente ad approfondire questo tema.
Franca Olivetti Manoukian, Studio APS Analisi Psico Sociologica (Milano)
“Partecipazione, rappresentanza e rappresentazione dei bisogni sociali”
Mi sono accostata al mondo del Volontariato attraverso il mondo dei servizi
sociali, socio-sanitari, socio-assistenziali, socio-educativi di cui mi occupo, facendo
consulenza e formazione, da più di trent’anni. E mi sono imbattuta nel mondo del
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Volontariato almeno per due ragioni, perché il mondo del Volontariato ha grande
contiguità coi servizi, ha grande contiguità, perché, inevitabilmente, secondo me, chi
lavora in campo sociale lo fa con motivazioni che si radicano in interessi e iniziative di
intervento sul disagio che sono molto vicine alle motivazioni e agli interessi che hanno
le persone che si occupano di Volontariato. E dall’altra parte ci si imbatte nel
Volontariato, nei servizi sociali, soprattutto negli ultimi anni, c’è una contiguità
operativa continua – se penso a tutte le comunità per minori, per adolescenti, per
tossicodipendenti, i vari servizi, etc. - sono animati in gran parte anche da persone
che vengono dal Volontariato. Detto questo anche un po’ per dirvi chi sono e quello
che faccio. Sono stata incuriosita dal titolo di questo convegno “La voce del
Volontariato”. A cosa corrisponde la “voce del Volontariato”? E mi è venuto in mente il
riferimento a un libro di Albert Hirshman che penso molti abbiano accostato perché ha
avuto grande successo. Hirshman ha inventato questa cosa abbastanza interessante:
descrive che quando si vivono delle condizioni sociali difficili la gente tende ad avere
due reazioni opposte. I soggetti, i singoli gruppi, tendono a porsi in una situazione o
come uscita – quella che in inglese si chiama exit – che vuol dire andarsene altrove,
quando le cose diventano troppo complicate, ci spostiamo in un altro luogo, andiamo
in un altro mondo, entriamo in un’altra cultura, etc. L’altra reazione è quella della
voice – voce. Cosa vuol dire? All’opposto dell’uscire, vuol dire invece farsi avanti,
reclamare, richiamare per ottenere un ripristino delle condizioni di vita che si sono
deteriorate. Allora mi sono domandata rispetto a questo exit (uscire) o voice
(prendere in mano le cose), un primo ruolo del Volontariato probabilmente può
costituire tutte e due le cose perché può essere un prendere distanza da un mondo
lavorativo spiacevole, da un mondo familiare in cui non ci si riconosce, da un mondo,
in generale, che è vissuto come alienante e disumano. Impegnandomi nel Volontariato
io trovo la nicchia in cui mi riconosco e quindi “esco” dalla melma e entro in un’altra
cosa. Oppure, dall’altra parte, invece, come penso che accada più frequentemente,
l’impegno nel Volontariato è una via per intraprendere dei progetti di intervento e
quindi per “dare voce”. Ho incontrato anche delle Associazioni che si chiamano “Dare
voce”, sono Associazioni di Volontariato. Quindi vuole dire “dare voce” a chi non ha
voce, a chi non è ascoltato, a chi non è visto. Ma forse anche all’interno di queste
Associazioni che vogliono dare voce può introdursi la forza tra l’exit e quindi il
rinchiudersi fra noi, oppure voice, cercare di dare voce a quello a cui è importante
dare voce. E ulteriore riflessione: la voce in che cosa consiste? Non è forse un
emettere suoni? Allora, emettere suoni mi fa venire in mente l’indignazione di cui oggi
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si parla tanto, esprimere in modo forte la disapprovazione, segnalare, richiamare con
forza qualcosa che è inaccettabile, ma è ancora qualcosa di indistinto, rispetto, ad
esempio, alla “parola”. Forse “dare voce” e “prendere parola” non sono la stessa cosa.
Forse dare voce è un primo passo, far sentire la voce, ma “prendere parola” significa
qualcosa di più, significa tradurre la disapprovazione in un movimento positivo,
mettere in moto pensieri. Parola viene da ΒΑΛΛΕΙΝ che in greco vuol dire gettare,
parola è anche proporre, proporsi, individuare delle idee e comunicarle, per agire e
interagire con altri. Significa inserirsi in un Parlamento, in un contesto sociale in cui
tanti altri parlano. E allora, appunto, gli interrogativi, così, iniziali che trovo sono un
po’ questi. Che forse il Volontariato si trova entro queste pluralità, ad essere
interessato a “dar voce”, e quindi a far sentire che esiste, o al “prendere parola”,
quindi muoversi in modo più attivo, più mirato, con proposte più vicine. Allora, è a
partire da questo che vorrei portare qualche altra riflessione su quello che vuol dire,
per quello che posso capire io, partecipazione, rappresentanza, rappresentazione.
Faccio un piccolo inciso, perché secondo me, quando oggi ci troviamo a parlare di
queste questioni, mi sembra sempre importante richiamare il contesto entro cui ci
confrontiamo e scambiamo. Lo diceva prima, forse nell’introduzione, Pier Luigi Stefani
e lo riprendo anch’io: viviamo in un’epoca di enormi trasformazioni e sommovimenti
catastrofici. Questo viene scritto nei libri, negli articoli, nelle proposte e in un sacco di
riviste ma mi sembra ben poco assunto e considerato nella nostra vita quotidiana. I
disagi che si incontrano nella vita quotidiana vengono poco letti alla luce di queste
trasformazioni più generali che, secondo me, invece, incidono pesantemente nei
contenuti e nei modi con cui il disagio si manifesta. Perché? Perché i cambiamenti
essenzialmente sono costituiti da uno scossone molto forte che è stato dato ad un
ordine sociale che durava da secoli, che era costrittivo, non quadrava, determinava,
orientava e proteggeva la vita dei singoli. E quindi chi, diciamo, viveva, nasceva in
una città, in un paese, in una famiglia, in un ambito sociale ci restava più o meno per
tutta la vita e la sua vita seguiva un iter ben scandito da scelte naturali: nascere
uomini o donne, nascere contadini o operai o imprenditori determinava i modi di
sposarsi, di fare figli, di abitare, di lavorare, di vestirsi, etc. e questo assetto sociale è
durato per secoli. Sicuramente, diciamo, con delle trasformazioni ma ha avuto molte
continuità e ad un certo punto è stato scosso e la prima reazione è stata quella di una
liberazione. Di essere liberi: in un certo senso sono stati risolti anche un sacco di
problemi che riguardavano la fatica, che riguardavano le difficoltà di farsi avanti, di
realizzare se stessi. Se ha risolto certo ha anche dissolto molti legami sociali. E
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probabilmente la tecnologia ha avuto un ruolo determinante in questi cambiamenti, ed
è uscita dal controllo. Ci si è trovati a fronte di fenomeni che non si riescono più non
solo a governare ma neanche a capire e quindi viviamo in condizioni di grande
frammentazione. Questo per me è un dato che viene continuamente sottovalutato, c’è
chi lo chiama individualismo, la “società individualizzata” di Bauman, c’è chi lo chiama
“Morte del prossimo” come il libretto di… C’è chi dice che questa libertà che abbiamo
raggiunto è del tutto immaginaria, il libro di Mauro Magatti, “La fatica di essere se
stessi” di Alain Ehrenberg, “La società del rischio”. Potrei andare avanti e fare un
elenco di titoli e titoli in cui studiosi e ricercatori sottolineano tutti questi aspetti.
Soprattutto mi interessa perché è quello che incontriamo nella quotidianità questa
grande, grande insistenza sulla ricerca di sicurezza anche nei confronti degli stranieri,
dei diversi. Quello che muove la gente è questa attesa, grande, di essere sicuri. Che è
un segnale di che cosa? Del fatto che esistono grandi paure, angosce diffuse,
incertezze nel futuro, senso di perdita possibile, etc. Allora la riflessione su cui voglio
richiamare la vostra attenzione è che il disagio sociale che sembra dilatarsi a
dismisura non sappiamo se si dilati veramente. Nel sociale tutto quello che si crede
vero è vero nelle sue conseguenze, quindi sembra che il disagio sociale si dilati a
dismisura, noi vediamo qui i dati della nostra esperienza – Teresa Marzocchi l’ha
richiamato anche stamattina. Ecco il disagio sociale è inevitabilmente collegato a
questi fenomeni, la frammentazione porta con se isolamento, perdita di contatti,
squilibri, diseguaglianze, soprattutto rottura di legami sociali che costituiscono un
unico reale antidoto alle nostre insicurezze e che ci consentono di far fronte alle
piccole e grandi sventure che volteggiano i nostri destini di piccoli uomini
temporaneamente
ospiti
di
questa
terra.
Che
cose
centra
tutto
questo
col
Volontariato? Secondo me, il Volontariato in una società è espressione dell’esistenza di
forze vive che possono mobilitarsi, mobilitare interessi e motivazioni in senso
altruistico, motivazioni a riconoscere che i problemi degli altri sono anche i nostri
problemi, che esistono sofferenze, difficoltà, affanni, che è possibile condividere, che è
possibile essere solidali, andare al di là della propria sfera privata. In una società in
cui si sfalda il tessuto connettivo, in cui si esaspera l’affermazione delle posizioni degli
interessi singolari, in cui si legittimano violazioni dei diritti soggettivi più basilari, si
legittima il possesso di privilegi per alcuni e si legittima il maltrattamento di altri –
dico cose che leggete tutti i giorni sui giornali – la presenza di singoli o gruppi che
affermano il rispetto dell’altro anche se è handicappato, malato, debole, la presenza di
alcuni che sono disposti a dare e non sono soltanto protesi ad accaparrarsi e a
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difendere quello che hanno, è evidente che è una risorsa viva, importante, una risorsa
di cui tener conto e da valorizzare. Ma. Ma queste motivazioni di cui sto parlando,
queste motivazioni altruistiche e positive non son sempre così chiare, immediate,
cristalline. Perché Edgarda degli Esposti e Teresa Marzocchi hanno, con tanta
passione, chiamato a raccolta le forze del Volontariato? Perché hanno detto dobbiamo
coinvolgere i giovani, voi stessi dovete aiutarci in questo movimento per accomunare
le forze, perché? Perché le motivazioni, anche se sono dichiarate, possono non essere
reali, anche in buona fede. I singoli, come i gruppi, come le Associazioni, sono
attraversati da tante scissioni, cioè si dice una cosa e se ne fa un’altra. Questa è una
scissione che è all’ordine del giorno nei comportamenti di tutti noi. E, d’altra parte, ci
sono anche tante inconsapevolezze, non ci si rende neanche conto che si fa
esattamente il contrario di quello che si vorrebbe realizzare. Per fare il bene di
qualcuno si rischia di fare quello che vogliamo noi molto più che quello di cui l’altro ha
effettivamente necessità, o che, semplicemente, l’altro chiede o a cui l’altro tiene.
Allora ci sono delle ombre che riguardano le motivazioni e, vedete, è perché secondo
me, nelle Organizzazioni, nelle Associazioni di Volontariato le soggettività contano.
Non conta solo l’Organizzazione, l’Associazione. Le dimensioni soggettive concorrono a
costruire un tipo di Associazione o un’altra e quindi dobbiamo metter anche una lente
di ingrandimento sulle motivazioni soggettive. E le motivazioni con cui si è interessati
ad occuparsi degli altri, ad occuparsi di tossicodipendenti, di handicappati, di bambini
non curati dai loro genitori, di malati in ospedale possono essere motivazioni che
vanno nel senso di cercare una conferma ad una immagine di sé come persone buone,
generose, disponibili, capaci di stare vicino agli altri e forse anche persone che
possono aiutare perché hanno qualcosa di più degli altri, perché sono “superiori”.
Allora queste sono delle ombre nelle motivazioni, no? Un altro tipo di ombre sono nei
passaggi tra motivazioni e azioni. Perché quando si tratta di realizzare un’attività, coi
malati terminali oppure istituire una casa famiglia per i bambini, si è disposti a
impegnarsi solo se si può attuare la propria idea, le proprie scelte, le modalità
operative in cui si crede. Dico questo perché queste condizioni si incontrano nella
realtà ma anche perché sono condizioni che sono in agguato, cioè ritornano in alcuni
momenti, in alcune circostanze. Lo sanno bene quelli che hanno dei ruoli di gestione
nelle Associazioni di Volontariato che si trovano a coordinare dei gruppi, ad accogliere
anche persone che vogliono interessarsi e incontrano queste difficoltà. In queste
condizioni allora il Volontariato come si colloca? Perché è molto facile che si allinei alla
cultura dominante, a quella cultura cioè che - come diceva prima Teresa Marzocchi -
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tende ad alimentare e a negare tanti malesseri e sofferenze. Perché il Volontariato va
in questa direzione? Perché, a sua volta, sottolinea, enfatizza disparità tra chi può e
chi non può e tende a dividere e frammentare ulteriormente. Ho trovato, in un posto,
un fenomeno forse un po’ esagerato ma emblematico: tanti, sette o otto persone,
ragazzini handicappati, e per ogni ragazzo handicappato l’Associazione di famiglie che
sta intorno a questa famiglia che ha la persona handicappata. Per cui poi bisogna
richiedere il pullmino per il trasporto, addirittura un gruppo ha chiesto che fosse
costruita una piscina apposta per... E quindi attraverso queste modalità per cui tante
idee su come, non so, utilizzare un’area dismessa, fare una nuova iniziativa in un
Quartiere oppure ci sono gli schiamazzi notturni, facciamo un’Associazione contro gli
schiamazzi notturni. Tutti questi movimenti associativi rischiano, appunto, di
moltiplicare il numero di Associazioni, come è la tendenza che vi è stata ricordata, che
sono Associazioni che hanno un numero di aderenti sempre più piccolo. Allora a
questo punto la domanda che possiamo porci è “Ma allora questo Volontariato come
partecipa alla costruzione di legami sociali? Come partecipa ad un rinnovarsi della vita
collettiva, nel senso di ricostruire delle condizioni di maggiore interazione, quindi di
maggiore sicurezza reciproca?” Attraverso questo moltiplicarsi di Associazioni come se
si presentificassero delle parti, dei gruppi sociali che hanno interessi poco visti, mal
visti, poco considerati, poco riconosciuti e che quindi si fanno avanti, fanno la propria
parte,
distinguendosi
e
distaccandosi,
e
quindi
chiedendo
risorse
che
poi,
inevitabilmente, vengono messe in concorrenza o in competizione con quelle che
chiedono altri che hanno altri interessi in parallelo. Quindi se noi dobbiamo dire come
si partecipa alla governance con questa modalità: si prende parte occupandosi della
propria parte, punto. In Lombardia era stata fatta una ricerca sulla partecipazione
delle Associazioni di Volontariato ai tavoli dei Piani di Zona. Le Associazioni di
Volontariato, tranne quelle grosse e potenti, tendono a non partecipare. Alcuni
dicevano: perché non sono state invitate. Ma non si sono neanche interessate di farsi
invitare. E quindi si vede una certa presa di distanza, ovvero si ipotizza implicitamente
che sia meglio tenersi fuori da questi tavoli visti un po’ come giochi di potere. Quindi
ci si gioca una sorta di responsabilità sociale nel fare la propria parte e, per il resto, se
la vedono quelli che si sono candidati a governare e che non sono tanto disposti a
coinvolgere e a condividere. Ecco, io credo che per questa strada partecipativa il
Volontariato rischi di rimanere sulla soglia dei processi di partecipazione. E questo
credo sia una perdita di risorse e di opportunità per tutti. Perché? Perché a fronte di
problemi molto complicati che sono quelli della nostra quotidianità, non sono i
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problemi del mondo - giustamente prima il Professor Moro parlava di problemi
dell’Ambiente ma noi abbiamo dei problemi che riguardano i Quartieri dove abitiamo, i
condomini, le famiglie, i ragazzini che vanno a scuola, gli anziani da assistere - ecco,
rispetto a questi problemi che sono molto complicati abbiamo l’esigenza di convocare
tanti interlocutori. Non solo, non tanto per raccogliere pareri sul che farsi quanto per
cercare convergenze rispetto a delle decisioni che vanno prese e che vengono prese
anche se non le vogliamo. L’altra ragione, per cui è importante non togliere le risorse
al Volontariato, è che attraverso l’accostare situazioni problematiche - o comunque
situazioni in cui praticamente si giocano delle scelte, delle priorità, delle allocazioni di
risorse, delle strategie per riprendere degli assetti territoriali, etc. - attraverso
l’accostare queste situazioni si acquisiscono conoscenze, si diffondono comprensioni di
aspetti complessi dei problemi. Le persone in genere hanno delle idee molto
semplificate. “Eh, ma cosa c’è?” Ci sono questioni che sono molto complicate. Allora,
attraverso la partecipazione che il Volontariato può sollecitare e agire, si aiutano le
persone a diventare più capaci di capire il mondo circostante in cui vivono. L’ultimo
appunto. Ho parlato un po’ del Volontariato e di come il Volontariato può partecipare,
può fare la propria parte o cercare di prendere parte al riassetto delle condizioni di
vita quotidiane. L’altro elemento su cui poi vado a concludere è che, secondo me, c’è
questo collegamento che si può fare tra partecipazione e rappresentanza o
rappresentanza e rappresentazione. Io ho inserito quest’altra parola - il Professor
Moro ha spiegato molto bene e, secondo me, in maniera molto puntuale, articolata,
precisa, convincente il fatto che non è tanto interessante proporsi all’interno delle
Associazioni di Volontariato di introdurre dei meccanismi di rappresentanza simili a
quelli che possono esserci in altri organismi, formazioni sociali come i partiti, etc. E
infatti, io sono convinta di questo perché finché gli esponenti del Volontariato
diventano rappresentanti o persone che agiscono in nome o per conto, oppure se
attraverso questi esponenti che sono nelle Commissioni paritetiche, nei tavoli dei Piani
di Zona, nelle varie Commissioni, nei vari tavoli progettuali, pubblici o privati, se
attraverso questi esponenti il Volontariato si sente rappresentato siamo in una
situazione molto statica. E secondo me questo modo si traduce in interazioni con gli
altri interlocutori che sono molto piatte, anzi direi quasi di più, perché in quelle
situazioni i problemi sono sempre, quasi sempre, già “impacchettati” si tratta, quasi
sempre e soltanto, di allocare le risorse secondo dei criteri che sono anche quelli
predefiniti, sono un po’ tutti copioni già scritti. E allora lì si trova ascolto e
legittimazione solo in termini “muscolari”, attraverso i numeri che si rappresentano,
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per cui le Associazioni grandi, potenti hanno un posto e sono ascoltate in certi tavoli,
le piccole Associazioni - che magari sono portatrici di elementi molto interessanti - non
vengono neanche convocate. Fra l’altro, pensate, un indizio del come contano ancora i
numeri, del come conta ancora questa parte “muscolare” è che - nei dati che mi avete
trasmesso su quella ricerca fatta con i questionari alle Associazioni di Volontariato in
Regione Emilia-Romagna - salta fuori che solo il 25% delle persone iscritte realmente
è attiva nel Volontariato, quindi vuol dire che il 75% degli iscritti sono tessere: è una
bella massa! Ma è una massa che ti domandi in nome di che cosa? Ecco, allora,
attraverso queste modalità credo che si facciano, appunto, prevalere o si facciano
valere degli interessi più in termini di potere e che in questo modo si contribuisca poco
ad affrontare la complessità, attraverso quel contributo vitale e innovativo che le
motivazioni che animano il Volontariato potrebbero sostenere. Allora un altro modo di
essere rappresentati, io uso ancora questa parola - forse giustamente il Professor
Moro diceva “Meglio usare un’altra parola” - io uso questa parola che anziché essere
rappresentanti si può essere in qualche modo rappresentatori, cioè non tanto
rappresentanti di interessi, ma rappresentatori di problemi, di problemi che sono
rilevanti. Cioè si tratta di rendere presenti i problemi con cui gli organismi, il
Volontariato, i soggetti del Volontariato entrano in contatto. E ci entrano in contatto in
maniera molto interessante perché è ravvicinata e anche perché, come si diceva
anche stamattina, forse, non vedono solo i problemi ma anche le risorse esistenti e
potenziali per incontrare questi problemi, per affrontarli e per gestirli. Molto spesso le
rappresentazioni dei problemi, anche ai tavoli istituzionali, sono sfuocate, sono
distorte, sono compresse oppure sono esagerate. E tutto questo, rende i problemi
sempre meno afferrabili e governabili. Mi sembra che l’apporto che può dare il
Volontariato, inserendosi in qualche modo negli organismi di governance, possa
essere quello di considerare i problemi in modo più aperto, più diretto e di individuare
contestualmente le risorse. Teresa Marzocchi, in un certo senso, ha espresso un
interesse e delle attese di dialogare in questo senso anche con i soggetti del
Volontariato. Speriamo. Però, secondo me, dipende dagli interlocutori istituzionali ma
anche da come chi lavora nel Volontariato si muove e “prende parola” in questa
direzione. Allora concludo, dicendo che in generale, secondo me, siamo in una fase di
passaggio anche in questo campo come in tanti altri. Io non sono tanto d’accordo con
chi disegna scenari assolutamente apocalittici. Credo che siamo in una fase di
passaggio per la quale non siamo preparati, che non abbiamo anticipato e che
rischiamo di percorrere male perché utilizziamo modalità che sono di un altro mondo,
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che sono superate. Però credo che sia possibile affrontare questo passaggio - che
sicuramente è difficile, preoccupante, è incerto, è probabilmente rischioso - se stiamo
nel passaggio che già è difficile e se, anche in occasioni come queste, possiamo
chiederci se vogliamo allinearci o se possiamo contribuire con la conoscenza e con
l’azione a costruire il mondo in cui viviamo. Grazie.
Pier Luigi Stefani
Quando mi son permesso di dire ascolteremo due lezioni, le abbiamo ascoltate e
in questo abbiamo ottenuto il secondo obiettivo di questa giornata. Questo aiuto
proprio al Volontariato a discernere, ad assumere una responsabilità, una capacità di
agire - ma non solo di agire – anche di conoscere, di pensare, di riflettere e quindi di
inserirsi in questa situazione di cambiamento e di disagio, per essere non solo
protagonista ma essere interprete e quindi veramente “dare voce” e
agire nel
sostenere, in quell’azione in cui ci hanno invitato i nostri relatori. Devo ricordare –
vero dottor Bursi - che è un po’ il continuo della nostra Scuola di Volontariato che,
infondo, sia col COGE – Comitato di Gestione per i Fondi del Volontariato che con
Centri Servizio del Volontariato dell’Emilia-Romagna avevamo iniziato. Non è che
abbiamo interrotto, perché poi sui vari territori queste azioni - sia pure sotto altre
forme, nomi diversi - la “Voce del Volontariato” però continua proprio in questa
volontà di capire, di riflettere e, speriamo, di essere migliori tutti. Grazie infinite.
Abbiamo tre minuti, capisco che la giornata è intensa ma molti relatori devono partire.
Sarebbe interessante poter parlare con tutti, potersi fermare. Purtroppo non è così.
Adesso c’è la tavola rotonda che il giornalista di Redattore Sociale condurrà assieme al
dottor Bursi del Comitato di Gestione per il Volontariato, a Marco Granelli del Centro di
Servizi Nazionale e - non per ultima (dicono sempre, prima le signore e invece no…)
perché non è poco, per come ci rappresenta - Emma Cavallaro della ConVol. Quindi
grazie per ora.
[…]
Le relazioni di stamattina, “dar voce a chi non ha voce” sarà importante sentire la
voce appunto sia di Marco Granelli, Emma Cavallaro e… dov’è l’altro relatore? Dov’è
Bursi? Il Co.Ge. si è eclissato. Non vorrei si fosse eclissato con le risorse… Mi
costeranno queste battute!
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Assistente di Sala
Vorrei pregare le persone ai bordi della sala di riaccomodarsi che il convegno
riprende.
TAVOLA ROTONDA
Modera Stefano Trasatti, Direttore di Redattore Sociale
Ecco, sta arrivando il terzo nostro ospite. È uno solo, è quello del convegno
generale. Il convegno ha una domanda nel suo sottotitolo ma abbiamo capito che a
quella domanda non riusciremo a rispondere perché è una domanda troppo difficile.
Ce lo hanno dimostrato, in particolare, le due relazioni che ci hanno preceduto. Molto
interessanti, molto sfidanti nel senso che hanno proprio fatto capire quanto è
complicata la questione che affrontiamo oggi. Dicevamo prima con Marco Granell,i che
è il tema dei temi del Volontariato, quindi direi che questo incontro è molto utile,
perché questo tema resta sempre nei consessi più ristretti. Si ritiene che è troppo
tecnico, non adatto a essere portato fuori, si preferisce parlare di altre cose, invece, è
il tema dei temi. Sono le 12.08, quindi siamo un’ora e passa in ritardo. Dovevamo
durare un’ora, cercheremo di durare un po’ meno in modo che gli interventi che ci
sono dopo e le conclusioni siano fatti entro un’ora, entro i termini, sennò poi
rimaniamo solo noi e le sedie. Io non faccio domande perché mi sembra che quanto è
stato detto fino ad adesso sia più che sufficiente per fare esprimere le tre persone che
sono qui con me. Però, per il mestiere che faccio – io faccio il giornalista, dirigo
l’agenzia di stampa Redattore Sociale, che per chi non la conosce è un’agenzia di
stampa in abbonamento, dedicata al sociale come dice il nome, quotidiana – l’unico
contributo che mi sento di dare è quello di contestualizzare la discussione di oggi nel
Volontariato attuale. Cioè come è fatto il Volontariato attuale? Dunque, l’ultima ricerca
fatta ha dati del 2008 ed è stata pubblicata recentemente, a gennaio, dalla
Fondazione Roma Terzo Settore che è un po’ l’evoluzione di quella che era la Fivol, ma
è un’evoluzione che pian piano sta molto modificandosi. E comunque il ricercatore che
l’ha fatta è Renato Frisanco che è lo stesso che aveva condotto le ricerche della Fivol
del 2006, etc. L’Istat - cioè l’investimento italiano sulla ricerca sul Volontariato l’ultima ricerca che ha fatto è su dati del ‘99, il censimento 2001 su dati del ‘99/’98,
addirittura, la prossima forse l’avvieranno quest’anno per pubblicarla tra tre anni.
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Insomma l’investimento pubblico è molto scarso, per capire come si evolve il
Volontariato aldilà della tanta retorica che a livello istituzionale si fa poi sul
Volontariato. E comunque questa ricerca che si chiama “Volontariato in transizione” è
come sempre una ricerca luci e ombre, dice che il Volontariato tiene il passo con i
cambiamenti del welfare, cambiamenti del welfare che non sono solo strutturali ma
sono anche proprio di risorse: si spende pochissimo, si spende sempre meno a livello
nazionale e locale per il welfare. Ci sono vari aspetti positivi ma, appunto, ce ne sono
alcuni un po’ critici, che parlano di una identità ancora incerta, di una difficoltà a fare
rete e di un rapporto “bifronte”, questo è il termine, con le Amministrazioni Pubbliche.
Da una parte si è troppo dipendenti e dall’altra parte non ci si sente adeguatamente
valorizzati. I dati che emergono - ne dico solo tre o quattro, insomma, i più salienti e
utili alla discussione di stamattina - parlano di oltre la metà delle Associazioni di
Volontariato (è una ricerca nazionale seppure fatta su un campione rappresentativo di
1300 Associazioni, quindi abbastanza buona come platea). Oltre la metà, il 51%, fa
parte di una sigla nazionale di Volontariato, e questo porta alla luce il primo dato
critico, secondo noi. Perlomeno noi quando la abbiamo raccontata e pubblicata lo
abbiamo messo in evidenza. Sappiamo che non è una novità che i volontari sono di
un’età media abbastanza alta, siamo oltre i 45 anni, ed è un’età in crescita. I giovani quei pochi che ci sono - sono ancora una minoranza, sono sempre più una minoranza,
appartengono ad Associazioni, cosiddette indipendenti, che non fanno parte delle
grandi sigle nazionali ma di Associazioni piccole, di base, che a volte non si
riconoscono, al limite hanno contatti con il Centro Servizi ma non si riconoscono poi
con altre reti. Questo è un primo problema di rappresentanza, chi rappresenta i
giovani? Che cosa rappresentano i giovani dentro il Volontariato? Un altro dato sulla
crescita culturale, sull’assunzione proprio di personalità, di identità del Volontariato
riguarda le parole che sono indicate. Ne son scelte tre: una è “assistenza”, una è
“promozione”, una è “educazione”. Qual è il ruolo, la mission del Volontariato? Ecco, la
parola che vince, che le Associazioni di volontari ritengono la più importante è
“assistenza” mentre è molto minoritaria quella di “promozione”, di “educazione”, di
“cambiamento culturale”. C’è una bassa percentuale tra le parole chiave che riguarda
la “gratuità” mentre è molto più alta quella di “utilità sociale”, cioè si ritiene che è
molto più importante la parola “utilità sociale” piuttosto che “gratuità”. Sempre su
quello che dicevo prima restano molto in basso tra le funzioni che i volontari ritengono
importanti quelle di sperimentare nuovi servizi, quelle di organizzare la partecipazione
dei cittadini... Solo sei su cento, solo il 6% dei volontari intervistati rifiutano, diciamo,
32
la gestione dei servizi perché ritengono che questo sia un ruolo ancillare. Quindi
diciamo, il rapporto del Volontariato - tutti lo sapete, tutti lo sperimentate - con l’Ente
Pubblico è molto forte, resta molto forte la partecipazione alle Consulte, ai Piani di
Zona, insomma, è abbastanza diffuso questo, ma poi qual è il rapporto con l’Ente
Pubblico? Ecco qui c’è l’altro elemento di criticità. Se il 70% delle Associazioni ha
avuto rapporti con le Amministrazioni Pubbliche, durante l’ultimo anno, diciamo, 4 su
10 svolgono, dicono, una funzione complementare a quella dell’Ente Pubblico, il 28%
una funzione sostitutiva – queste sono autodefinizioni – delle inadempienze e delle
carenze dell’Amministrazione Pubblica e il 15 una funzione integrativa. E questo
passaggio di quattro righe, vi leggo: “Quanto alla capacità di rappresentare un
soggetto di cambiamento e di saper esercitare una sussidiarietà attiva e circolare nei
confronti delle Istituzioni, solo il 29% è stato in grado di orientare le decisioni
dell’Amministrazione mentre il resto ha apertamente dichiarato di non aver potuto
orientare le decisioni dell’Ente”. E questo è il nodo dei nodi, il nodo critico. Qui in lista
io seguirò questo ordine e non faccio altre domande. Tenete conto adesso di questi
dati, se volete, ma insomma stamattina abbiamo parlato soltanto di questo, e quindi,
alla luce della situazione attuale del Volontariato che aldilà di questa ricerca voi
conoscete per esperienza diretta, rilanciate un po’, insomma. Perché qui abbiamo
parlato delle difficoltà ma da adesso in poi che fare?
Giovanni Bursi, Presidente Co.Ge. Emilia Romagna e rappresentante Consulta
Nazionale dei Comitati di Gestione
Buongiorno, buongiorno a tutti. Ringrazio, ovviamente, Piero Stefani, un amico,
per l’invito e anche per aver ideato questo convegno. Il tema, in effetti, è un tema
importante. […] Già son stato “cicchettato” subito, appena iniziato. Facciamo che
ripartiamo. Buongiorno a tutti ringrazio il Centro Servizi di Bologna per aver
organizzato questo bellissimo convegno. Sono Bursi, sono del Co.Ge., come vedete,
rappresento in questa situazione anche la Consulta Nazionale del Co.Ge. perché il
buon Carlo Vimercati, che è il nostro Presidente dei Presidenti, non è potuto
intervenire però vi saluta e quindi vi porto anche questo saluto. Il tema è molto bello,
in effetti, è un tema che andrebbe sviscerato con tanto più tempo. E quindi,
sicuramente - spero - ci sarà l’occasione per svilupparlo ulteriormente. Io volevo
tentare questo tipo di riflessione e, cogliendo anche quanto diceva Stefano Trasatti,
provare a dare anche un qualche stimolo, una qualche provocazione, rimanendo in
33
maniera stretta sul tema della rappresentanza a partire da oggi. A partire da quello
che interviene oggi a livello regionale e anche a livello nazionale sul tema del
Volontariato. Piccola premessa: io credo che dal 1975 ad oggi, e cioè esattamente da
quando è nato il Volontariato moderno, così come lo declina Monsignor Giovanni
Nervo, il Volontariato sia sempre stato adeguatamente rappresentato. È chiaro che
siamo dentro ad un percorso di crescita. Dico ‘75 perché Nervo in una sua
pubblicazione “Ha un futuro il Volontariato?”, individua quella data come la nascita di
una nuova forma di Volontariato che, appunto, poi è quella attuale, che è il
Volontariato moderno. Quindi sicuramente il Volontariato in quella fase in questi anni
è sempre stato ben rappresentato e, a partire dal ‘75, il Volontariato è stato
rappresentato nella sua nuova modalità di esserci. Io sono d’accordo con quello che si
era detto anche stamattina, anche prima, sicuramente oggi il Volontariato sta
cambiando forma, e secondo me non è solo una questione di Volontariato giovanile,
tanto per intenderci. Sta proprio cambiando pelle. Sicuramente non sta cambiando
pelle, diciamo così, il modo di rappresentare il Volontariato. Quindi noi continuiamo a
rappresentarci un Volontariato alla vecchia maniera, e quindi in maniera positiva, ma
sicuramente non riusciamo a rappresentare tutto il Volontariato per come oggi si
esprime. E quindi questo, secondo me, diventa un primo tema sul quale può essere
opportuno riflettere. Ora, come oggi il Volontariato, di fatto, viene rappresentato?
Viene rappresentato da una serie di organizzazioni che, giustamente dico io, si
prendono delle responsabilità non indifferenti e quindi in definitiva se io dovessi pormi
la domanda se il Volontariato oggi è adeguatamente rappresentato, io risponderei
“Sì”. E se dovessi farmi una seconda domanda, dovessi dirmi: il Volontariato può
essere rappresentato meglio? Risponderei ancora una volta “Sì”. Provo a rispondere in
maniera più approfondita a questi due quesiti, citando un caso concreto, così ci
capiamo ancora meglio, che è il recente accordo nazionale, firmato il 23 di giugno
dello scorso anno, che penso sia noto un po’ a tutti. Allora la vicenda è questa: in quel
caso, l’accordo nazionale firmato il 23 di giugno, come voi sapete, è firmato da Acli,
ConVol, Forum, Consulta e quant’altro. In quel caso quelle Organizzazioni di
Volontariato rappresentano adeguatamente il Volontariato? Secondo me, sì. Perché
oggi quei soggetti sono i soggetti che più di altri sono in grado, sono gli unici soggetti
che aggregati possono rappresentare il Volontariato italiano. Quindi, io credo che
quell’accordo sia un accordo interessante, sia un accordo autorevole, è sicuramente
autorevole. Se seguiamo un ragionamento che ci ha posto il Professor Moro e ci
chiediamo: qualcuno si alzerà mai un bel giorno e andrà al TAR a dire che l’accordo è
34
illegittimo? Ecco, io spero che non avvenga, contrariamente a quanto diceva
stamattina il Professor Moro. Ovviamente lui metteva in evidenza la necessità di fare
emergere il problema. Però io dico, probabilmente, potrebbe esserci un giorno quello
che si alza, va al TAR e pone questo problema e potrebbe anche vincere il ricorso al
TAR. Per me questo rappresenterebbe un danno di immagine per il Volontariato.
Perché? Perché sicuramente vorrebbe dire non riconoscere il fatto che oggi, nella
società attuale, nel 2011, i soggetti che maggiormente possono rappresentare il
Volontariato sono quelli che hanno firmato quell’accordo, quindi questo è. E che sono
soggetti che rappresentano il Volontariato sia perché sono stati eletti da organismi che
rappresentano il Volontariato (Cavallaro, Granelli, etc.) sia perché, come una volta,
direi così, sono persone che rappresentano il Volontariato a prescindere dai
meccanismi
elettivi,
cioè
Nervo,
Cavazza,
Lipari
sono
persone
che
hanno
rappresentato il Volontariato non perché eletti nel MoVI piuttosto che nella FIVOL, o
che so io, ma perché rappresentavano il Volontariato. Quindi c’è una forma di
rappresentanza del Volontariato che prescinde dai meccanismi elettivi, elettorali e
quant’altro. Detto ciò, e ho chiuso così l’introduzione, perché nel taglio del tempo
giustamente ho voluto chiudere soprattutto quella, io passo subito a quelle che in
questo caso io vedo come delle piste di lavoro, o delle ipotesi, a partire dalle criticità
che però nell’accordo e nella sottoscrizione di quell’accordo io vedo. Allora, quali sono
le criticità che stanno nella forma di rappresentanza di coloro che hanno sottoscritto
l’accordo nazionale? Prima cosa: la prima cosa è che quelle persone, quelle
Organizzazioni
Volontariato.
rappresentano
Stamattina
non
abbiamo
il
Volontariato
sentito
ma
parlare
delle
di
Organizzazioni
rappresentanza
di
delle
Organizzazioni di Volontariato ma non di rappresentanza del Volontariato, dei singoli
volontari. E quindi questo, secondo me, è un tema sul quale riflettere, perché se noi
vogliamo dare un volto e una voce - voice, direbbe la Manoukian – alle persone che
non sono iscritte alle Associazioni di Volontariato dovremmo in qualche modo andare
oltre e quindi trovare il modo di rappresentare anche le persone che non sono iscritte
a nessuna Associazione di Volontariato ma che fanno Volontariato. Io ho un amico mio
che è purtroppo molto disabile, completamente non autosufficiente, che abita da
queste parti, non voglio dire dove, che ha la badante e quant’altro però, come voi
sapete, ha bisogno di integrazioni per coprire i momenti in cui la badante deve andare
a farsi, giustamente, le cose sue, a riposarsi e quant’altro. Venti amici si organizzano
per dare la copertura a questo tipo di esigenza, non sono iscritti da nessuna parte e
non gliene frega – scusatemi il termine – assolutamente nulla di essere iscritti alle
35
Associazione di Volontariato. Fan Volontariato? Direi proprio di sì. Son rappresentati
dalle Organizzazioni di Volontariato? Ecco, su questo bisogna ragionarci rispetto a
tutto quello che abbiamo detto. Io adesso faccio anche un po’ di... Visto che siamo
anche un po’ stanchi perché siamo sul finire della mattinata, addirittura mi permetto
anche una proposta che è fantascientifica. Ho tre proposte da fare. La prima è
fantascientifica, quindi prendetela per quella che è, le altre due sono un pochino più
serie. A me, ad esempio, non mi spiacerebbe che si ipotizzasse l’idea di fare le
Primarie del Volontariato. Perché... non so la buttavo lì. Se far le primarie sta
entrando dentro alla logica collettiva, italiana, perché in America e altrove già c’è,
facciamo le Primarie del Volontariato. Ci si organizza, tutti quelli che ritengono di
essere volontari vanno a votare, mettono lì i famosi 2 euro, come si fa, quindi non c’è
un costo per il sistema, e alla fine abbiamo i rappresentanti del Volontariato. Non delle
Organizzazioni del Volontariato, del Volontariato. E’ un’idea, la butto lì, ho anticipato
che era “fantagratuità”, consideriamo comunque il punto di fondo, cioè che oltre a
rappresentare le Organizzazioni di Volontariato è importante, secondo me, anche
rappresentare il Volontariato. Altra proposta e altro ragionamento. Questo inizia ad
essere già più provocatorio ma forse anche più concreto, ecco, diciamo così. Non mi
ricordo chi dei due relatori faceva questo esempio e diceva che in certe situazioni
viene imposto di individuare una persona che rappresenta una pluralità di soggetti
provocando anche a volte dei conflitti perché non sempre le Organizzazioni sono in
grado di arrivare ad una sintesi. Mi sembra fosse Nixon che diceva all’Europa quando
era Presidente degli Stati Uniti – Kissinger? Ecco, scusate… – “Datemi un numero di
telefono e un volto e noi inizieremo ad interloquire”. Ecco, io mi rendo conto che delle
volte arrivare ad individuare una sola persona che fa da interlocutore ha delle sue
fragilità però da anche molta più forza al sistema, da anche molta più forza al sistema.
Allora una delle debolezze, secondo me, che è insita nell’accordo è che per
rappresentare le Fondazioni di origine bancaria son sufficienti un nome e un volto, per
rappresentare il Volontariato servono le quattro Organizzazioni che hanno sottoscritto.
Secondo me il punto di arrivare ad avere una sola persona che rappresenta il
Volontariato italiano e che fa da interlocutore rispetto al Volontariato italiano è un
percorso sul quale bisognerebbe ragionare e che sarebbe molto interessante. Da
questo punto di vista anticipo una cosa che so poi che probabilmente verrà ripresa.
Noi non possiamo non considerare il fatto - e questo lo diceva Ugo Ascoli in un
convegno fatto l’anno scorso, forse a ottobre, se non sbaglio, a Roma - che oggi la
rete di Associazioni di Volontariato più importante che c’è in Italia numericamente è
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CSVnet. Allora noi siamo dentro al paradosso dove abbiamo un’Organizzazione che
rappresenta – mi diceva prima Marco se non sbaglio – oltre a novemila Associazioni di
Volontariato, che son quasi il 50% delle Associazioni di Volontariato italiane, e noi
riteniamo che quella Organizzazione non possa rappresentare il Volontariato. A me
sembra un paradosso, poi mi rendo conto che si aprirebbero scenari e bisognerebbe
chiarire questioni in merito a ciò però sicuramente - non so come dire… - mi sembra
un conflitto di ragionamento il fatto che ci sia un’Associazione così importante che si
ritiene che non possa rappresentare il Volontariato. Quindi questo fatto della
rappresentanza, insieme anche a CSVnet, è un fatto che io approfondirei, chiarirei
perché non mi sembrerebbe uno scandalo andare anche in questa direzione. Ultima
cosa e ultima proposta - e poi chiudo - perché ovviamente devo una piccola risposta
all’Assessore. Visto che qui ha i suoi ambasciatori dobbiamo dirci anche alcune cose.
La terza questione è questa, secondo me, - e qui devo citare un caso esclusivamente
emiliano-romagnolo perché non so altrove come sia la situazione - noi trascuriamo
sempre una figura, quando parliamo di rappresentanza del Volontariato, che, secondo
me, è fondamentale, cioè è strategica. Ce l’abbiamo lì davanti agli occhi ma nessuno,
secondo me, le da, da a questa figura, il degno valore che merita. E sono i
rappresentanti del Volontariato, perché si chiamano tra l’altro così, all’interno del
Co.Ge. Ho fatto la premessa dicendo Emilia-Romagna e non tutta l’Italia perché in
alcune Regioni la nomina, l’elezione dei rappresentanti del Volontariato all’interno del
Co.Ge. non avviene come in Emilia-Romagna. Ci sono alcune Regioni che il precorso lo
attivano diversamente. Però in Emilia-Romagna e anche in tante altre Regioni si attiva
un percorso di elezione democratico. Vengono convocate o comunque vengono
invitate a partecipare tutte le Associazioni di Volontariato della Regione in questo caso
Emilia-Romagna e tutte possono votare il proprio rappresentante dentro al Co.Ge. e
all’interno
del Comitato
Paritetico. C’è
un meccanismo
che
è
stato
definito
dall’Osservatorio, può piacere, può non piacere, è un meccanismo democratico,
insomma. I meccanismi si possono anche cambiare. Allora io mi chiedo perché queste
persone che potenzialmente sono elette da tutte le Associazioni di Volontariato di una
Regione non vengono incaricate o comunque non gli viene riconosciuto questo ruolo di
rappresentanza del Volontariato. Dico in Emilia-Romagna, così come per dire in Italia.
Io credo che questa sia la figura da valorizzare, poi, parlerà sicuramente dopo per il
Comitato di Gestione dell’Emila Romagna Bottazzi che è eletto e anche il nuovo eletto
che non conosco e quindi loro avranno meglio modo di esprimersi, però, ad esempio,
andare verso un coordinamento nazionale dei rappresentanti del Volontariato
37
all’interno del Co.Ge., vorrebbe dire creare un luogo dove, tutte coloro che sono stati
eletti attraverso il meccanismo democratico possono in qualche modo autorevolmente
rappresentare il Volontariato. E questo mi sembrerebbe molto, molto, molto,
interessante. Chiudo, un minuto, sulla vicenda dell’accordo perché come dicevo prima
è stato citato anche dall’Assessore regionale. Io credo che l’accordo nazionale che è
stato siglato, recentemente, devo dire, ha degli aspetti positivi, e ha degli aspetti che,
almeno personalmente, non condivido. Io devo dire che all’interno della Consulta
Nazionale del Co.Ge. ho rappresentato una voce di dissenso, isolata, rispetto ad alcuni
elementi dell’accordo. Penso che si possa riconoscere al sistema emiliano-romagnolo
che attraverso le sue varie figure - dall’Assessore regionale, alle Fondazioni e in parte
anche ai Centri di Servizio - ha svolto un ruolo critico nei confronti della definizione di
questo accordo che non ha svolto nessun’altro. E possiamo anche forse dirci che delle
volte siamo un po’ troppo polemici come emiliano-romagnoli però è un dato di fatto
che quell’accordo che è stato fatto – e questo sì che lo contesto ai rappresentanti del
Volontariato, non tanto l’accordo, ma le linee guida che son state firmate in quindici
giorni con un confronto in effetti che poteva essere un pochino più articolato – è stato
modificato in maniera importante anche grazie al contributo degli interventi
provenienti dalla nostra Regione. Non ultimo il fatto di aver recuperato in maniera
importante il ruolo della Programmazione Territoriale all’interno dell’accordo. Perché
se non c’era l’Assessore regionale che apriva il Tavolo Nazionale e poneva il problema
ai firmatari, se non c’erano le Fondazioni emiliano-romagnole nei vari contesti a porre
questo problema non so se - ma dopo lo diranno i firmatari - questo tema
dell’accordo, della Programmazione Territoriale dell’accordo, veniva recepito, in
maniera così importante come è stato recepito. Quindi io vorrei che fosse chiaro che
noi abbiamo lavorato tuti per questo tipo di accordo. Ora, e chiudo veramente, siamo
nella fase in cui l’accordo, come diceva Cossiga “piaccia o non piaccia”, c’è e quindi noi
riteniamo che vada applicato – migliorandolo e sperimentandolo – dove però è ovvio
che non si può applicare un accordo che prevede una soggettività senza aver istituito
quella soggettività. Per cui l’idea è che proveremo a vedere, l’idea è quella di istituire
questa soggettività, questa nuova Commissione regionale che ovviamente si insidierà
all’interno del nostro sistema e che insieme ad altri soggetti andrà poi a definire,
sempre nei termini già previsti dall’accordo, le modalità con cui gestire la
Progettazione Sociale. Grazie mille.
38
Stefano Trasatti
Grazie a Bursi. Nell’ultima parte mi sono perso perché è una cosa molto
regionale ma ho capito che invece quanto diceva riguardo al dare una rappresentanza
al CSVnet, una rappresentanza nazionale del Volontariato, forse in qualche altro
convegno non sarebbe così ben accolto. Però Marco Granelli su questo sta lavorando
fin da quando è Presidente. Su questa questione della rappresentanza abbiamo fatto
una chiacchierata che ricordo all’epoca e che adesso, man mano negli anni, sto
comprendendo e quindi questo è un altro dei temi che si aggiungono alle provocazioni
che avevo intenzione di fare. Prego.
Marco Granelli, Presidente di CSVnet - Coordinamento Nazionale dei Centri di
Servizio per il Volontariato
Grazie. Io seguo un po’ alcune cose che volevo dire poi, essendo una tavola
rotonda, interagisco con due cose: quello che mi avevi chiesto tu e alcune cose che ha
detto Bursi. Io, intanto, ringrazio chi ha organizzato questo incontro e penso che
dovremmo sempre più avere incontri di questo tipo che incominciano – e uso apposta
la parola “incominciare” – su questo tema a costruire, mettere dei tasselli, perché se
questo tema lo guardiamo con la paura, come purtroppo è avvenuto in tanti di questi
anni, ci autoelidiamo come mondo del Volontariato. Quindi io penso che ci vuole
coraggio, c’è coraggio in giro e grazie a chi ha pensato questo perché ha messo in atto
del coraggio e, soprattutto, l’altra cosa è che dobbiamo, appunto, abituarci ad
affrontarlo confrontandoci, entrare nel merito, facendo anche la fatica di andare fino in
fondo, di capire, di cogliere, di ascoltarsi, di andare oltre le letture di posizione. Perché
penso che queste non aiutino l’obiettivo che vogliamo avere. È chiaro che io qui darò il
mio punto di vista che è quello di un attore di questo processo, l’attore appunto
CSVnet, che è dentro questo tipo di processo con le sue caratteristiche, missione, etc.
che è diverso da chi, magari, più studia questo problema. Però chi è attore ha bisogno
- e di questo ringrazio Manoukian - del grande contributo di chi studia queste cose. E
quindi, uno che agisce non può agire solo sulla base della propria esperienza che di
fatto è limitata ma ha bisogno di mettersi in ascolto, capire, studiare e quindi
possiamo anche avere opinioni magari diverse ma è fondamentale che chi agisce
debba ascoltare. Quindi, per questo ringrazio. Poi magari bisogna anche capire chi
sono gli attori – dopo dirò qualcosa – ma essendo a Bologna mi corre l’obbligo di dire
39
anche che è bene forse ricordare a qualche bolognese, come il Professor Zamagni, che
stimo moltissimo e che ha lanciato qui a Bologna l’obiettivo di fare come Agenzia per
le Onlus le Linee guida per la rappresentanza del Volontariato, di trattenersi da questo
obiettivo. Magari, anzi, lo invito a dire “Troviamoci insieme” perché l’Agenzia per le
Onlus dia il proprio contributo a questo processo che penso, ritengo, credo sarà un
contributo importantissimo e di alto livello. Non così se l’Agenzia della Onlus, che è
un’Agenzia del Governo, detta le Linee guida della rappresentanza del Volontariato.
Sarebbe fare un passo indietro rispetto a quelle cose che si dicevano della storia del
Volontariato. Lo dico con profonda stima per i contenuti che Stefano Zamagni, e anche
questa Agenzia, sta mettendo sul tavolo. Rappresentare chi e che cosa: cerco di
andare un po’ in maniera schematica, per stare nei tempi. Penso che sia fondamentale
trovare un processo che rappresenti le Organizzazioni di Volontariato ma anche in
maniera più larga, io penso, il Volontariato, l’azione volontaria. E penso che questo sia
oggi un obiettivo fondamentale di cui c’è moltissimo bisogno, le parole con cui
l’Assessore Marzocchi ha aperto questo incontro questa mattina vanno lì. Cioè noi oggi
abbiamo un bisogno enorme di rinforzare nelle comunità e nel percorso che c’è nella
società, Istituzioni, etc. il senso dei beni comuni, dell’interesse generale, della
coesione sociale, di quel dovere di responsabilità sociale che la nostra Costituzione
mette all’articolo 2, dove dice che tutti noi abbiamo dei diritti, inviolabili dice, e poi
dice subito - in quell’articolo, nello stesso comma non in un altro comma oppure
aggiungendo - che ci sono dei doveri per tutti, di solidarietà. E il dovere, appunto, non
è quello di rispettare le regole ma il dovere che la nostra Costituzione chiede ad ogni
cittadino è quello di solidarietà sociale, politica, economica... Anzi, sociale forse lo
mette infondo, adesso non ricordo bene ma... Però questo io penso che sia
fondamentale. Oggi c’è bisogno di questo. Io penso che il primo obiettivo di queste
nostre riflessioni sulla rappresentanza sia quello di costruire e rafforzare un sistema
perché sappia sempre più rappresentare questa parte qui. Cioè questo fatto che dei
cittadini, essendo buoni cittadini, sottolineano, diffondono, ricordano, portano avanti il
senso,
l’interesse
generale
dei
beni
comuni.
Questo
è
oggi
estremamente
fondamentale. E questo è il perché, la motivazione, la ragione: è quello il ruolo politico
del Volontariato - scritto dalla Carta dei Valori, l’avete in cartellina e quindi basta
andare a vedere - che è uno dei punti fondamentali del Volontariato moderno che fin
dal ‘75 è stato richiamato un po’ da tutti i padri fondatori di questo processo. Quindi
rappresentare
il
Volontariato,
io
penso,
oggi
ha
bisogno
di
questo.
Quindi
rappresentare quell’attività di gratuità, di solidarietà che i cittadini hanno e mettono in
40
atto proprio per sottolineare questo. E lo dico che questo oggi è urgente perché siamo
di fronte a due paradossi che penso possiamo vedere tutti oggi. Abbiamo delle leggi –
dal 118 della Costituzione in giù, 328, etc. - dove oggi è riconosciuto il fatto che il
Volontariato e anche altri soggetti – adesso io dico il Volontariato perché si parla di
questo – sono fondamentali nel processo di costruzione delle norme, dei programmi,
etc. (cosa che nel ‘75 non c’era scritta) però oggi in questo tipo di processi il nostro
mondo conta molto meno. Non conta nel senso della capacità di influire sulle decisioni,
solamente, e cito i dati che diceva prima Trasatti ma anche come voglia del
Volontariato di essere lì, capacità di organizzarsi per essere lì, capacità delle Istituzioni
poi di costruire dei meccanismi veri che aiutino e permettano questo. Quindi questo è
un paradosso: abbiamo le leggi, abbiamo qualsiasi politico, qualsiasi Istituzione che
dice al Volontariato “Bravissimo”, però poi abbiamo questo. E l’altro paradosso – vado
veloce - è la crisi economica a cui siamo difronte che nasce da una lettura
dell’economia stressata dall’aspetto finanziario ma soprattutto dall’individualismo e
dall’assenza di qualsiasi limite di coesione, etc. Anche qui io non sono un economista e
non mi permetterei di fare un’analisi di questo tipo ma ci sono scritte. Però per dire, di
fronte a questi due paradossi che dicono... il secondo dice “Guarda caso, l’idea di
Volontariato, il no profit, etc. anche sui temi dell’economia dei valori, evidenzia il bene
comune, e queste cose, e non ci siamo accorti della crisi e anzi non siamo tra i primi
che possono aiutare a dare delle risposte”. Meglio, veniamo considerati fra quelli che
aiutano a dare delle risposte perché intervengono e mettono un tampone, non fra
quelli che possono aiutare a cambiare la cultura per evitare che il meccanismo che ha
innescato la crisi vada avanti e continui ad esistere. Quindi io penso che questo sia il
primo passaggio. Il secondo passaggio del “come” è “chi” perché se vogliamo
veramente costruire e sperimentare io penso che sia una questione in cui il
Volontariato deve riflettere a partire dalla complessità del sistema e dei luoghi in cui
l’azione volontaria è presente nel nostro mondo. Qui siamo un pubblico di esperti e
quindi vuol dire la relazione del Volontariato ma anche dei volontari dentro altri tipi di
Organizzazioni, come la mettiamo col Volontariato singolo... Ecco, un processo di
questo tipo deve tenere presente questi aspetti. Non possiamo far finta di nulla, da
questo punto di vista. E quindi, probabilmente un Volontariato che costruisce dei
processi di rappresentanza lo può e lo deve fare dentro un contesto della costruzione
di un mondo più ampio. Cioè non farei rappresentanze strette legate solo ad alcuni
aspetti di legge: cioè la rappresentanza delle Organizzazioni iscritte al […] cercando
un po’ di trovare degli spazi. Su questo, ad esempio, non sono per un modello di
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rappresentanza Volontariato da Quarto Settore sganciato da tutto il resto. Certamente
con la specificità che dicevo prima - di essere aggregatore dell’azione gratuita,
volontaria - ma dentro un contesto che è ampio e in cui anche i volontari sono dentro.
Deve essere plurale, plurale per motivazioni culturali, antropologiche. E dev’essere
purale anche, io dico, raccogliendo l’orizzontalità, la verticalità del nostro mondo.
Cerco di spiegarmi. Per verticale intendo le grandi reti che sono essenziali al mondo
del Volontariato, le grandi reti nazionali, etc. che sono appunto un soggetto
fondamentale ma anche le realtà di piccola dimensione. Qui prima anche la
professoressa Manuokian citava il paradosso della Associazione o del gruppo di
volontari, anche aveva citato, per una persona, che in sè, secondo me, non è
sbagliato perché è il segno della grandezza del Volontariato, cioè del fatto che di
fronte ad un bisogno agisco, rispondo, mi metto in gioco. È chiaro che poi su questo
devo lavorare perché devo “mettere insieme” e quindi dobbiamo costruire una
rappresentanza che sa mettere insieme le grandi reti organizzate con invece le piccole
realtà che stanno solo su un livello di territorio ma tutte devono contribuire al
percorso specifico per costruire una rappresentanza. Se non faccio questo sarò
sempre in difficoltà a costruire un processo che ci vede partecipi. È chiaro che non è
facile e l’approccio deve essere quello, io penso, per processi relativi che a poco a
poco migliorano e sperimentano. Perché è chiaro – e dopo intervengo anche sul tema
dell’accordo – è chiaro che ci può sempre essere qualcuno – come diceva Giovanni
Moro – che dice “Io non son stato consultato” . Allora il processo, secondo me, non è
quello di evitare ma di costruire procedure, “convenzioni” - convenzioni non nel senso
di convenzioni… - ma convenzioni fra di noi perché questo processo sia sempre più
largo, più partecipe. E nel momento in cui c’è qualcuno che non è considerato
dobbiamo capire come migliorare quello che abbiam fatto per considerarlo, non
mettendo in discussione quello che... Quindi io sono stato contento delle discussioni
sull’accordo Acri e Volontariato, il 23 giugno, con la mia amica Teresa Marzocchi ma
perché ci ho visto la voglia di lavorare di più per allargare la base di quel processo.
Non per dire “Tocca a me” o “Tocca a te”, da questo punto di vista, tanto è vero che
già nell’accordo c’erano scritte alcune cose. Lo dico nel senso di dire “Allora lavoriamo
per includere, per migliorare, per costruire...” Siamo in un processo di questo tipo non
siamo in un processo di esclusione o costruzione delle barriere. E questo è un po’ il
rischio. In questi anni – e questo è responsabilità nostra, mondo del Volontariato –
spesso ci siamo più confrontati su “A chi tocca la rappresentanza” o meglio sul dire a
chi non tocca – per essere ancora più esplicito così ci capiamo, per dire “No, tu fermo,
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che a te non tocca” - piuttosto che dire “Bé, forse un pezzettino tocca a me, un pezzo
a te, un pezzo a lui, un pezzo...” Proviamo a metterci intorno ad un tavolo e a
costruire insieme per essere più capaci di esercitare e provare ad esercitare un pelino
in più perché se ci esercitiamo nel dire non tocca a me, non tocca a te, etc. poi
finiamo come i polli di Renzo. E abbiamo degli episodi, e penso che tutti noi possiamo
ben rappresentarli, di cosa è successo al nostro mondo. Allora questa è la fatica e su
questo io rispondo anche alla provocazione di Bursi, cioè sul mettere al presente il
Volontariato, “No”, cioè sul mettere parte del processo di rappresentanza il
Volontariato, “Sì”. Ma non solo perché può pagare la segreteria a chi farà la
rappresentanza – dico queste cose un po’ dirette così – ma anche perché deve
partecipare perché è una rete dove novemila Organizzazioni attraverso i Centri di
Servizio si sono incontrate per fare Centro di Servizio, di queste novemila molte sono
reti di reti. Noi abbiamo fatto un conteggio per cui siamo intorno ventimila
Organizzazioni coinvolte e quindi è una rete dove il Volontariato si è messo in gioco
per capire di cosa c’è bisogno nel suo territorio, per essere più all’altezza della propria
missione e dare l’indirizzo al Direttore per costruire e quindi, secondo me, è bene che
partecipi a questo processo. Certo non può essere “il” rappresentante del Volontariato
perché non ha questo tipo di funzione ma non può neanche essere quella che non
c’entra in questo tipo di processo. Non è una decisione salomonica, così siamo
contenti tutti, – no, può sembrare, ci assomiglia, sì – però, secondo me, vuol dire
“Costruiamo questo tipo di processo”. Io penso che le cose che abbiamo fatto insieme,
anche negli accordi, ma anche altro tipo di iniziative il Forum con la ConVol, CSVnet,
etc. ha voluto dire questo. Ha voluto dire, aldilà delle cose concrete, ci mettiamo
intorno ad un tavolo a capire che cosa ci serve e come possiamo migliorare questo
tipo di processo. E questo è valso per gli accordi, è valso sul tema del 5 per mille, a
difesa dei Centri Servizio, sulla riforma della legge. Ecco forse bisogna investire più
così, da questo punto di vista. Certo, ci vogliono – vado velocemente – processi
democratici e partecipati con delle regole, le regole della governance ma anche
dell’informazione. Perché guardate che molto spesso poi le regole della partecipazione
devono essere regole “vere” che permettono a tutti di partecipare e di avere gli
strumenti per partecipare, non solo per dire sì o no ma anche per conoscere in
maniera adeguata quali sono i termini di un sistema, le decisioni in gioco, i rischi, o
meglio, le conseguenze di quello che si sta decidendo. Se non tutti quelli che decidono
hanno questo tipo di strumenti non siamo in una vera democrazia. Questo vuol dire
che anche sul tema dell’accordo - sempre che dicevi tu, Giovanni Bursi, del 23 giugno
43
– vuol dire che tutti devono partecipare al processo, noi come CSVnet ne abbiamo
discusso molto, anche sulle Linee guida della Progettazione Sociale al nostro interno
ne abbiamo discusso da settembre e poi siamo arrivati a dicembre a firmare. Però
bisogna anche conoscere bene i termini del problema e fare in modo... e questa non è
una responsabilità solo per quello che deve esprimere un parere ma dev’essere la
responsabilità di tutto il sistema, di fare in modo che tutti possano conoscere bene. E
quindi nelle regole non si tratta di mettere solo le regole della democrazia - quanti
votano, quanti non votano - ma anche del come mettere in condizione di esprimere il
proprio parere. Vado velocissimo, chiudo. Certamente ci sono diversi contenuti della
rappresentanza, secondo me. Queste sono, innanzi tutto, le politiche del paese – le
cose che dicevamo all’inizio di questo convegno – io penso che oggi il problema più
grosso della rappresentanza non sia che contiamo poco quando la legge finanziaria
decide il 5 per mille – che è grave! - ma è che il Volontariato conta poco quando si
decide come affrontare il tema dei rifugiati, di cosa succede a qualche centinaio di
chilometri da casa mia – è ancor più grave! Certo che devo avere le risorse perché
altrimenti non esisto, però il fatto che è solo un discorso di altri… Quindi richiedere a
noi di partecipare a questo tipo di processi. Ma – e torno su quello anche di mia
competenza, dei servizi – c’entra il sistema dei servizi con la rappresentanza? Secondo
me, sì. Perché decidere di quali servizi ha bisogno il Volontariato nella provincia di
Bologna non è un problema tecnico, di come si fanno le consulenze per lo statuto, di
quale formazione o anche degli strumenti logistici che ha bisogno il Volontariato di un
territorio - se ha bisogno di sale, di auto o di altre cose, di comunicazione - non è un
problema “tecnico”, è un problema “politico”, perché io devo dire: devo fare gli statuti,
la formazione, i servizi, per quale idea di Volontariato? E questo non è un problema
tecnico. È prima un problema politico, nel senso che il mondo del Volontariato in un
territorio ti dice “qual è il mio futuro, qual è la mia missione e quali sono le cose di cui
ho bisogno per fare una missione”. Quindi scegliere quali servizi fare, come fare i
servizi, come diffondere e tutti i servizi è tema di rappresentanza questo, non è un
tema tecnico per cui uno dice c’è chi si occupa di fare i servizi, e quelli sono i Centri, e
c’è chi si occupa di fare la politica. Finisco anche perché ho esagerato. Un po’ cosa può
fare la rete dei CSV l’ho fatto capire. Io penso che anche altre cose che qui vengono
dette anche sui soggetti che sono attorno a noi, anche nel Co.Ge., rappresentanti del
Co.Ge., etc. sia importante che costruiamo dei processi condivisi ma dei processi che
sappiano essere in tutto il percorso partecipati ma anche (attenzione: lo dico, siccome
siamo in un mondo di risorse finite, cioè definite sia di tempo che di soldi) proviamo
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quando scegliamo queste cose a dire “unifichiamo degli ambiti e dei momenti” perché
certo possiamo dire “ci sono tanti luoghi” però forse ha senso anche metterli
maggiormente in rete e sovrapporli un pochettino perché qualche volta abbiamo il
rischio nel nostro modo di fare poi di moltiplicare i luoghi e non concentrarli. Grazie.
Stefano Trasatti
E anche quest’ultima frase aveva molto a che fare con la rappresentanza.
Quindi l’ultimo intervento di questa tavola rotonda - che poi è stata una serie di tre
interventi, però stiamo interagendo abbastanza - è di Emma Cavallaro, la Presidente
della Convol.
Emma Cavallaro, Presidente della ConVol - Conferenza Permanente Presidenti
Associazioni e Federazioni Nazionali di Volontariato
Grazie. Anche io ringrazio per questo invito, soprattutto perché – l’avevo detto
al
dottor
Stefani
quando
ci
siamo
incontrati
a
Venezia
–
l’argomento
è
interessantissimo e mi pare che sia stato dimostrato ampiamente. E, dicevo, ci vengo
soprattutto perché ho voglia di sentire e di imparare, infatti, gli avevo detto proporrò
delle domande. Volevo dire alcune cose per sgombrare proprio campo e per
rispondere anche io alle sue sollecitazioni. Alcune cose le ha già dette Marco Granelli:
sei mesi per quindici giorni mi sembra uno scandalo un po’ troppo grosso, dall’accordo
alle Linee guida. L’altra cosa è, lei dice, la rappresentanza dei rappresentanti nel
Co.Ge. Questo però non dovrebbe chiederlo a noi, dovrebbe chiederlo alle Fondazioni
che al momento delle indicazioni hanno chiesto che dei rappresentanti del Co.Ge.
provenissero dalle Fondazioni e non dal Volontariato.
[…]
Torno all’altro discorso, evidentemente non tutti la pensano così. Non è questo
il luogo dove forse la pensiamo così, insomma. Detto questo io pongo una domanda
molto semplice. Stamattina abbiamo sentito grandi appelli, per carità, certamente
importanti e sentiti. Mi sembra evidente che sono tanto sentiti perché la situazione è
quella che è e tutti la conosciamo. Però uno dei grossi problemi, secondo me, di oggi è
se
il Volontariato
è
percepito
come un soggetto politico. E a me
sembra
sostanzialmente di no. Forse come un soggetto pubblico, sì. Forse perché ci
continuano a schiacciare e a spingerci sui servizi che per altro – ce l’ha detto anche il
45
nostro moderatore – molte Associazioni non considerano – giustamente – né il più
importante né il primo degli obiettivi del Volontariato. E la Carta dei Valori, io adesso
non la cito perché andiamo di corsa ma, insomma, ci da una serie di considerazioni:
gratuità, espressione del valore della relazione, la solidarietà, la partecipazione
responsabile, la cittadinanza solidale, tutte cose che effettivamente stanno reggendo
molto meno. Una delle cose che sta tornando di moda – e ve ne sarete tutti resi conto
– è il continuare a riportarci al “dono” come Volontariato. Noi sappiamo benissimo che
il dono ci appartiene però purché non sia che la logica del dono venga a sostituire
tutte le altre logiche e oggi mi sembra che vada un po’ in quella linea. Allora se è vero
che le Istituzioni non ci percepiscono come soggetto politico io ho ancora una
domanda da farci direttamente, se noi stessi siamo davvero tutti convinti di essere
portatori di una visione strutturale e generale e di essere un soggetto a vocazione
maggioritaria. E anche qui mi sembra che la risposta è piuttosto negativa perché
altrimenti saremmo anche più capaci di una reale soggettività e di essere come
Volontariato sempre di più un soggetto di cambiamento. E questo mi sembra che ci
proviamo ma non sempre ci riusciamo e, direi, non tutti ci proviamo nemmeno. Cito
solo perché secondo me è importante – così ricordiamo pure che siamo nell’anno
europeo del Volontariato - la risoluzione del Parlamento europeo sul contributo del
Volontariato alla Previsione Economica Sociale, che è all’origine proprio della
dichiarazione di quest’anno e in cui leggiamo che le attività di Volontariato facilitano il
coinvolgimento
degli
attori
locali
che
vengono
responsabilizzati
attraverso
la
partecipazione, l’impegno e l’intervento. È opportuno notare che tali esiti benché
generalmente considerati non sono sempre benaccetti dall’autorità, ciò è dovuto a
diverse ragioni non ultimo il fatto che la partecipazione può essere vista come
elemento che mette in discussione lo status quo e questo può a volte rivelarsi
scomodo. E questo mi pare un dato di fatto. Allora siccome noi sappiamo benissimo di
non essere una corporazione ma di essere una parte sociale è per questo che
chiediamo di sederci ai tavoli della concertazione e della decisione e non ci basta di
esser chiamati poi per sapere che cosa è stato deciso e che cosa si vorrebbe che noi
facessimo. Allora, lo diceva prima a Marco perché, per esempio, nel caso degli
immigrati, sì, ci dicono quanti ne accolgono, adesso stamattina anche l’Associazione
da cui io provengo è stata chiamata a fare questo ma nessuno ci ha mai chiesto prima
che cosa, come e perché. “Arrivano. Li prendete?” Questo ci sembra veramente troppo
poco. E poi vorrei dire che non ci interessa perché ci interessa un tipo di impegno
differente e la nostra competenza nasce e si nutre dalle relazioni dirette. Ecco io credo
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che si può dire che i volontari non si fermano agli sportelli ma vanno nelle case, vanno
nella vita e direi che, infondo, tutti i bisogni, i mali sociali li conoscono direttamente
non per sentito dire o per racconto. Allora anche quando si dice se si rappresenta le
Associazioni o il Volontariato, io credo si rappresentino i bisogni, molto spesso. Mi
sembra che questa sia la cosa che noi vogliamo rappresentare, sono i bisogni, i mali
sociali e sappiamo quanti ce ne sono. Allora è chiaro che non è una rappresentanza la
nostra che si costruisce sul numero dei voti, è quella di chi ha più ragioni, ha ragioni
capaci di convincere. Allora qui c’è tutto un discorso, un impegno, a cui prima faceva
riferimento anche Marco, di studio e di approfondimento e mi sembra che giornate
come questa siano estremamente importanti proprio in questa linea. È una
rappresentanza progettuale quella che noi vogliamo, che non si sottrae mai al
confronto, al riconoscimento della diversità e all’esercizio del dialogo. Quando si
diceva prima che, infondo, per certi versi – ed è vero – si è più discusso di chi non
rappresenta che di che cosa è la rappresentanza e di come la facciamo. Io direi che
qui c’è proprio tutto da ricominciare da capo, su cui riflettere insieme e ritrovarci
proprio ad individuare - che poi si chiami rappresentanza o si chiami in un altro modo,
io francamente sono abbastanza aperta anche a questo. Troviamolo però. Ecco,
questo è davvero un appello a chi studia, a chi riflette. A me piacerebbe moltissimo
andare, ad esempio, più a fondo del discorso che ha fatto prima Giovanni Moro e
cercare di capire meglio alcune cose che mi interesserebbe capire. È stato accennato il
discorso della Carta della Rappresentanza. Io credo che forse ce la siamo fatta
passare, come dire, in modo… Così, forse pensando fosse uno strumento ingenuo, uno
strumento semplice. Io credo che c’erano lì dei valori e dei presupposti estremamente
importanti su cui dovremmo ancora riflettere, bene, tutti insieme. Il volume – che
peraltro è del 2005 – è la Ricerca di Rappresentanza edito dalla Regione e dal Forum
del Terzo Settore nella vostra Regione. Un titolo, la vostra azione, dice, definisce la
rappresentanza e la rappresentatività una questione centrale ed irrisolta e a me
sembra che siamo ancora a quel punto, cioè non è certamente una questione risolta.
Vorrei qui anche richiamare una domanda e indicare una linea. È da molto tempo mi
sembra che non si ascoltavano più voci che richiamavano la possibile nascita di un
Quarto Settore. Attualmente questa ipotesi sta riaffacciando e non in modo episodico.
Personalmente, io lo dico subito con chiarezza, non sono favorevole al sorgere di un
Quarto Settore ma credo che dobbiamo tutti avere la capacità di ascoltare, di
comprendere il perché, le ragioni, le motivazioni, alla base di questa ipotesi che
risorge e di lasciarci interpellare seriamente sempre nella logica di chi vuole
47
convincere, quindi prima di tutto vuole capire. Il rischio è non dare attenzione a
problemi che comunque esistono e che per alcuni sono importanti, poi ce li ritroviamo
che ci scoppiano fra le mani più avanti. Io credo che dobbiamo proprio ritrovare la
forza profetica del Volontariato che ci appartiene e dobbiamo anche ritrovare il
coraggio di intervenire con forza quando occorre, il coraggio di parlare con chiarezza
ed anche il coraggio della denuncia. Credo che dovremmo proprio essere più capaci di
promuovere “coscienza critica” e anche di schierarci. A me sembra che la neutralità
non ci può appartenere come volontari e di fronte alle situazioni e alle cifre che
conosciamo sulla spesa sociale – è stato anche questo detto prima – il Volontariato si
deve pronunciare con chiarezza evitando il rischio di trasformarsi in opera di controllo
sociale, magari funzionale al sistema che produce, o quanto meno non permettere
sperequazioni che sono sotto i nostri occhi. Il Volontariato deve rischiare e parlare con
chiarezza nel rispetto della legalità e della pace. Ma con estrema chiarezza, perché se
c’è un dovere alla solidarietà è altrettanto vero che c’è un diritto a poterla esercitare.
Io credo che l’occasione e la sfida dell’anno europeo ci sono affidate, dipende anche
da noi se riusciremo a trasformarle in una sfida vincente e capace di darci più unità sul
territorio e più collegamenti e consentire di presentarci anche alle Istituzioni con una
credibilità e una incisività che oggi non ci sono riconosciute e forse non abbiamo
neanche del tutto. Bisogna superare queste frammentazioni e veramente farlo con
convinzione. Io credo che il lavoro di rete è qualcosa a cui tutti ci riferiamo ma che
non tutti ben riusciamo a fare, magari, a volte, con buona volontà, a volte meno, ma
insomma, ecco... E questo credo sia un qualcosa che ci deve veramente... Io credo
che bisognerebbe, in piena libertà e anche in clima di laicità e democrazia, riflettere,
interrogarsi e confrontarsi sui temi più importanti e sui nodi che sono più appariscenti
o meno ma avere anche il coraggio di farlo questo salto di qualità che abbiamo di
fronte e di varcare questa soglia che forse non riusciamo a varcare perché ci rendiamo
conto che non si tratta di aggiustamenti organizzativi ma di cambiare davvero molte
delle categorie mentali che ci accompagnano e ci connotano. Io credo ci dobbiamo
rapportare anche alla complessità e alla pluralità delle altre componenti del Terzo
Settore - di cui il Volontariato con la propria specificità è l’anima - con la certezza che
non si tratta di operare piccoli aggiustamenti ma di ritrovare la capacità di dare vita
ad una società nuova.
[taglio dell’audio 2.51.27]
48
INTERVENTI PROGRAMMATI
Pier Luigi Stefani
E’ interessante perché Giovanni Bursi ha lanciato un’idea, l’ha chiamata
“fantascientifica”
-
non
è
che
io
ridendo
consideri
che
sia
effettivamente
“fantascientifica” è molto interessante – e vorrei solo ricordare una cosa - anche per
capire cosa ne pensa Bottazzi - bisogna star molto attenti che non ci siano delle
commistioni tra cosa vuol dire Organi di controllo, Organi di indirizzo e Organi
decisionali. Anche chi è eletto e chi è nominato, queste sono compatibilità che sono
estremamente importanti. Emma Cavallaro ha ricordato la Carta della Rappresentanza
che voi avete, la Carta della Rappresentanza non è semplicemente un richiamo a dei
principi così vani, così come era la Carta dei Valori, ci sono delle indicazioni molto
precise, quando si parla di etica si parla di quale dev’essere l’atteggiamento, e quindi
anche di compatibilità. Ok, Luigi Bottazzi.
Luigi Bottazzi, Rappresentante per il Volontariato nel Comitato di Gestione del Fondo
Speciale per il Volontariato dell’Emilia Romagna
Buongiorno a tutti. Ringrazio anche io dell’invito, è stata un’occasione per
conoscere diverse amici, diversi persone che leggevo. Li leggevo su testi e su
documenti visto che io non sono un esperto di Volontariato ma sono un volontario
“prestato” momentaneamente a lavorare per i volontari, venendo da una piccola
Associazione, che è un’Associazione culturale che avevamo trasformato negli anni ‘90
in Associazione di Volontariato e poi gli amici di Reggio e poi quelli di Modena mi
hanno rieletto ancora a far parte del Co.Ge. Ma due riflessioni, la prima è che se
dovessimo prendere come cassetta degli attrezzi per interpretare la situazione del
Volontariato dovrei parlare mezz’ora per sviluppare la cassetta degli attrezzi che ci è
stata fornita dal Professor Moro e dalla professoressa Olivetti. Dovremmo soprattutto
applicarla a tante situazioni, l’ultima è quella che citava anche prima Bursi e che ha
ripreso un attimino Granelli. Ecco, io devo dire che dal punto di vista della governance
dobbiamo fare sicuramente dei passi avanti perché noi volontari in tutta Italia siamo
fuori dal gioco, nel senso che la rappresentanza del Volontariato, degli Enti Locali e
delle Fondazioni che a livello di Co.Ge. è tripartita, a livello nazionale sparisce. Quindi
un vizio d’origine dell’accordo - che devo dire brutalmente in un primo momento avrei
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sperato e magari avrei fatto io un ricorso al Tar per farlo saltare – era quello, il vizio
d’origine che la Consulta Nazionale – mi perdoni Bursi per la schiettezza – è l’Acri,
semplicemente con un’altra veste. Questo è il dramma vero. E allora la prima cosa
che come volontari chiederemo è che si cambino il regolamento e lo statuto della
Consulta del Co.Ge. perché ci siano dentro altre componenti. Se vogliono essere
brillanti – banchieri, bancari o i “fondaroli” cioè quelli delle Fondazioni – se vogliono
essere brillanti potrebbero aprire il regolamento ad un rappresentante della
conferenza, ad esempio, Stato-Regione, tanto per dire, se non rappresentano il
diavolo. E se credono anche a qualcheduno di noi del Co.Ge., non io, ma chi in Italia,
due dentro, con voto consultivo, con voto deliberativo perché forse quell’accordo lì,
sempre l’accordo della Progettazione Sociale non avrebbe il vizio, che secondo me è
tipico, della gattina frettolosa. Che cosa fa la gatta frettolosa? Che i gattini sono
ciechi. Perché evidentemente il vizio è di portare ad una verticalizzazione delle
decisioni senza avere un riscontro, allora io adesso non ricorrerei al Tar però in sede
regionale quell’accordo deve essere adeguato a quella che è la storia e la peculiarità
dell’Emilia-Romagna, deve essere adeguato a rappresentanza che del Volontariato si è
creata in Emilia-Romagna, a partire dalle Assemblee provinciali per arrivare ai
volontari nei vari collegi interprovinciali, fino a chi entra nel Co.Ge. ma non solo nel
Co.Ge. ma anche nell’Osservatorio regionale del Volontariato perché ricordiamoci che
le Assemblee provinciali hanno portato i rappresentanti del Volontariato. Questa è la
prima preoccupazione: noi vogliamo una rappresentanza unitaria, non vogliamo
essere i primi della classe però avremmo voluto un’attenzione e questa me la sarei
aspettata in sede di rappresentanza. Non perché ci “vogliamo” essere ma sembra
strano che una futura Commissione Regionale vedrà due dei CSV, di cui uno pare che
sia il direttore, uno il presidente. Noi quattro dentro al Co.Ge. non avremmo nessuno
che ci rappresenta perché se i meccanismi nazionali sono tali, noi rivendicheremo.
Tant’è che la prima operazione che farò come membro dell’Osservatorio è di
convocare Lorsignori o i loro delegati regionali per vedere se troviamo un accordo per
chi nominare dentro una commissione. Il problema è questo. Quindi però l’esigenza e qui lo ribadisco – sarà una battaglia che mi sento di fare e spero di avere con me
molti dei volontari perché dobbiamo cambiare la governance della Consulta Nazionale
del Co. Ge. perché questa consulta è la lobby, tipicamente. Devo dirti Granelli, con
grande amicizia anche se ci siamo conosciuti adesso, che ho visto le tue precisazioni e
le condivido e anche il fatto che condivido che il Volontariato non deve diventare il
Quarto Settore, per l’amor di Dio. Sarebbe la sua fine. Perché la ricchezza della
50
società, e finito il bipolarismo tipico Stato/mercato, più Stato e meno mercato che
adesso con l’aria che tira forse qualche volta bisognerebbe dire ancora più Stato e
meno mercato, è vero o no? Guardate cosa han fatto in Giappone: passando una fonte
fondamentale come l’energia in mano a società private abbiamo migliaia di morti.
Dovremmo anche riconsiderare attentamente il ruolo della governance, dovremmo
parlare di principi di sussidiarietà ma dovremmo anche essere capaci di parlare del
principio di adeguatezza, cioè ad un certo punto bisogna dire che si fan le cose ma
anche essere capaci di farle. Questo vale anche per il Volontariato e, secondo me, per
tutti gli organismi che creano un servizio sociale. Quindi sulla Consulta ho già detto
come la penso, come dovrebbe cambiare? Non lo so. Io devo dire che invece sono un
po’ sorpreso e condivido solo il 20% di quello che ha detto il mio Presidente Bursi
perché io lo devo dire in termini non polemici ma amichevoli perché qui so quello che
ha detto Bursi sulle primarie ma anche su altre cose. Le primarie: ma è assurdo, un
assurdo culturale perché le primarie del Volontariato significa incardinare la vivacità,
la diversità, la pluralità nella logica brutale dei meccanismi che la politica corrente
tende a portare, cioè le primarie sono la ricerca del consenso in una società dove chi
comanda è il capo, quello che fa il capo, che ha la sovranità illimitata. Io non le voglio
le
primarie,
assolutamente.
Le
primarie
sono
le
preferenze,
se
volete,
nel
meccanismo. L’altra cosa è che però neanche gli interessi. Allora c’è la democrazia
politica - che è deperita, che è degradata, e speriamo che in qualche momento di
congiuntura storica cambi - però la democrazia economica, l’interesse, la democrazia
sociale, quella che diceva prima Moro e anche chiaramente l’Olivetti, cioè la
democrazia del “portare dentro”. Quindi noi abbiamo bisogno di meccanismi inclusivi,
non di meccanismi esclusivi. E qui la polemica si chiude nel senso che con grande
amicizia è questa. Devo dire invece che quello che mi pare sia da recuperare, lo dico
rivolto ancora a CSVnet, noi dobbiamo anche dare agli Organismi del Coordinamento
Regionale dei CSV una personalità e uno strumento ma questo non deve essere fatto
solo in Emilia-Romagna. Avete ragione, noi dobbiamo dare stabilità, competenza,
valorizzazione del CSVnet alla scala regionale dei CSV perché ne abbiamo bisogno
come interlocutori. Credo che questo sia un altro punto fondamentale. La tengo lunga,
vi chiedo scusa. Avrei voluto dire altre cose sulla questione della pluralità delle
persone, anche qui non possiamo pensare di immaginare che una persona possa
rappresentare la ricchezza del Volontariato, per cui dobbiamo abituarci, come
dicevano ad esempio i vescovi francesi in una famosa lettera sulla politica. Se lo
dicevano loro per la politica che è un’opera collettiva, immaginate voi se non lo
51
pensiamo noi che il Volontariato è un’opera collettiva. Poi qui dobbiamo essere
ottimisti, perché a Venezia – tu ci sei andato, io non sapevo neanche che c’era ma
comunque non avrei potuto andarci per tempo – è saltato fuori un dato: che il
Volontariato cresce dappertutto nelle società evolute. Se l’Italia, come mi auguro, avrà
quelle aperture, diventerà, potrà riprendere ad essere una società evoluta non una
società in crisi e in difficoltà come lo è adesso, io credo, che avremo anche speranze
per il Volontariato. Il problema è che qualche volta siamo pessimisti. Perché, chi è il
pessimista? È l’ottimista che conosce i problemi, che conosce la realtà.
Pier Luigi Stefani
Quindi andiamo in ordine alfabetico: Luca De Paoli, forum provinciale del Terzo
settore di Bologna.
Luca De Paoli, Portavoce del Forum provinciale del Terzo Settore di Bologna
Buongiorno, ringrazio anche io dell’occasione per questa importante giornata, la
seconda giornata perché la prima è già stata in novembre. Ringrazio anche io per
l’opportunità. Mi sembrava opportuno, così in qualche modo, presentare, in maniera
molto sintetica e molto breve, un’esperienza che stiamo vivendo sul territorio di
Bologna, in particolare sul territorio provinciale. Si tratta ovviamente di un’esperienza
- qui ho scritto “condivisa”, mi auguro che sia la più condivisa possibile - che vede
appunto mettere in rete o declinare, se vogliamo, i concetti di partecipazione,
rappresentanza (anche inseriti in un sistema di governance) di alcune Organizzazioni
del territorio. Quindi abbiamo cercato proprio di mettere in campo, con tutti i limiti
possibili, ovviamente, un’esperienza che potesse appunto declinare questi concetti, se
possibile. Anzi, i limiti potrebbero anche costituire un’occasione per, continuamente,
innovare e portare a degli ulteriori aggiustamenti a tutto questo percorso. Tutto è
partito un po’ da un percorso di formazione che il Forum Regionale - assieme ad un
importante Istituto del territorio che è Ires - ha ideato e che metteva in occasione
della partecipazione delle Organizzazioni del Terzo Settore ai Piani di Zona e quindi
nelle varie fasi distrettuali e l’oggetto era aprire un confronto tra le varie
Organizzazioni – quindi tra Volontariato, tra Promozione Sociale, tra Cooperazione
Sociale - su quelle che erano state le difficoltà nella partecipazione a questi Piani di
Zona e quindi a tutta l’esecuzione della progettazione. Oltre a portare a casa anche
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quindi tutta una serie di difficoltà o di criticità (alcune sono state elencate e non sto
qui ad elencarvi tutte anche perché molte sono emerse sull’arco della giornata)
dicevo, oltre a tutto questo, vi è stato un importante contributo perché questo ha
consentito a Organizzazioni di diverso tipo - che sono comunque complementari negli
obiettivi – dicevo, ha consentito a queste Organizzazioni di cominciare a confrontarsi
su quelle che sono le criticità, le difficoltà nello stare assieme, nel partecipare
assieme, dare un proprio contributo assieme. Quindi abbiamo visto la frammentazione
del Volontariato, l’asimmetria tra le varie Organizzazioni quindi la difficoltà nel
partecipare secondo tempi diversi. Volontariato, Associazionismo, Cooperazione hanno
dei tempi diversi di partecipazione e quindi hanno delle modalità differenti nello
svolgere e nell’agire il proprio contributo. Tutto questo condito anche da una perdita di
tensione verso l’impegno solidaristico, che non è solo l’azione, quindi non è solo
declinata nell’azione di tutti i giorni che viene svolta da queste Organizzazioni ma
anche una certa sfiducia nell’agire insieme e, quindi, secondo, nell’agire un ruolo
identitario. C’era abbastanza sfiducia e si credeva poco che l’agire insieme potesse
costituire un beneficio e un punto di forza. Il contesto è essenzialmente questo. In
applicazione delle direttive regionali è stato costituito, grazie alla Provincia, il tavolo di
confronto col Terzo Settore al cui interno siedono il Centro Servizi del Volontariato, il
Forum del Terzo Settore, il Comitato Paritetico Provinciale del Volontariato e le
Centrali Cooperative che ovviamente non comprendono tutto l’universo mondo del
Terzo Settore ma sicuramente una buona parte. Sono stati avviati dei percorsi di
confronto tra le varie organizzazioni. Un punto molto importante è rappresentato
dall’accordo, dal protocollo che il Forum Terzo Settore e Volabo, quindi il Centro
Servizi, hanno firmato, hanno concluso per collaborazioni proprio per stimolare il più
possibile la partecipazione, per trovare nuovi strumenti di partecipazione e di sviluppo
della cultura della solidarietà. E, dicevo, all’interno di questo tavolo di confronto dove
siedono tutti questi soggetti è partita l’idea di costituire alcuni tavoli tematici – non sto
qui a dirvi quali erano gli argomenti ma sono stati individuati dagli stessi soggetti considerati più prioritari. Gli obiettivi erano quello di individuare un percorso di
coinvolgimento attivo del Terzo Settore a supporto della programmazione e quindi,
diciamo, uno degli obiettivi era proprio questo contesto, cioè ideare o dare un
contributo assieme alla programmazione su base provinciale. Dare avvio soprattutto a
questo, a una modalità condivisa tra Cooperazione Sociale, Promozione Sociale e
Volontariato proprio per dare il via a delle buone pratiche di integrazione, quindi non
solo integrazione tecnica e quindi integrazione socio-sanitaria, di cui spesso si parla
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giustamente, ma anche integrazione tra di noi, integrazione tra i vari soggetti del
Terzo Settore. Trovare dei piani comuni di confronto su idee pratiche, operative ma
anche di scelte programmatorie. Quindi sviluppare anche insieme una riflessione sui
servizi, sui modelli di welfare a livello complessivo, quindi trovare degli strumenti che
consentissero un contributo e una valutazione da parte dei soggetti del Terzo Settore
che fosse di sistema, il più possibile di sistema. E quindi anche di conseguenza
promuovere una riflessione sul ruolo del Terzo Settore non solo nei confronti della
programmazione ma anche in termini di identità e quindi quale potesse essere il ruolo
del Terzo Settore all’interno della comunità. Quindi un percorso partecipato, sono stati
costituiti cinque gruppi tematici. Sono composti, più o meno, da dieci esperti che
vengono dal Volontariato, dall’Associazionismo, dalla Cooperazione da altri soggetti
del Terzo Settore in modo tale che la partecipazione fosse la più garantita possibile. La
Provincia sta dando un notevole contributo di sostegno al percorso e alle attività dei
tavoli, sono previsti quattro o cinque incontri per stabilire le criticità, i bisogni, i punti
di forza e le proposte soprattutto per ogni tema perché non volevamo far sì che
questo fosse, così, una lista delle cose che non vanno ma fosse proprio l’occasione per
dare un contributo in termini di proposte sui vari temi che son stati sollevati. Vi hanno
partecipato - e vi partecipano perché il percorso è ancora in atto - circa una
cinquantina di Organizzazioni del Terzo Settore che provengono non solo dal territorio
di Bologna ma provengono anche dai vari distretti della Provincia e ne fanno parte non
solo Organizzazioni che hanno una determinata struttura sia per quanto riguarda il
Volontariato che la Promozione Sociale che la Cooperazione ma anche piccole
Organizzazioni che fanno parte del territorio e che normalmente non hanno l’occasione
per poter dare il proprio contributo in questo senso. Sono previsti inoltre dei momenti
assembleari che consentiranno di allargare ancora di più il coinvolgimento da parte di
Organizzazioni del Terzo Settore e quindi - anche e soprattutto - del Volontariato.
Ecco l’ultima slide e qui concludo: il perché un po’ di tutto questo percorso. Un po’ ho
già detto quali sono stati gli obiettivi e quali sono i risultati cui tendere ma soprattutto
uno dei punti di arrivo era quello di cercare di sdoganare un po’ il rappresentare “chi”
e quindi rappresentare anche “che cosa”, cercare di tirarsi fuori il più possibile da
quella che rappresenta una delle criticità, non solo del Volontariato ma un po’ di tutto
il Terzo Settore, cioè quello dell’autoreferenzialità. Cercando di spostare il livello da
una soggettività a dei temi e quindi a delle tematiche, cioè trovare dei temi sui quali
fosse possibile dare il proprio contributo da parte di ogni anima del Terzo Settore e
quindi anche promuovere il più possibile, far sì che questo costituisse un volano il più
54
possibile,
per
sviluppare
e
promuovere
una
cultura
e
una
pratica
per
la
partecipazione. Ultimo punto e concludo. Riteniamo - e questo è venuto un po’ fuori
da tutti i tavoli e anche dal coordinamento dei tavoli - che fosse, anzi, che sia
strategico puntare sempre di più nel fornire strumenti e competenze. Quindi
sviluppare dei percorsi formativi che consentano di consolidare questi strumenti di
partecipazione e di consolidare anche la cultura della partecipazione da parte di
volontari, cooperatori e associazionismo. Grazie.
Pier Luigi Stefani
Grazie quindi al Forum Provinciale che - ha già detto Luca - ha un protocollo
proprio di intesa con il Centro di Servizi e quindi la collaborazione che viene poi
attraverso la Progettazione Sociale di cui si è parlato e coinvolge tutto il Terzo Settore,
non solo il Volontariato, ma anche la Cooperazione e la Promozione Sociale, appunto,
nella presentazione dei progetti. Ecco, veniamo a Giovanni Melli che è il portavoce
della Conferenza Regionale del Terzo Settore e quindi parla dell’Osservatorio.
Osservatorio che mi pare con tanta passione è stato richiamato da Bottazzi anche
perché, effettivamente, per tutte le chiamiamole specificità se non vogliamo anomalie,
ma certamente contraddizioni che comporta e quindi dovrebbe essere uno degli
elementi, uno degli organismi che in qualche modo poi definirà anche con la
Conferenza Regionale di cui parlava Teresa Marzocchi e cercherà di sciogliere qualche
nodo. Prego.
Giovanni Melli, Portavoce del Forum regionale del Terzo Settore e Conferenza
regionale del Terzo Settore
Grazie. Io ringrazio dell’opportunità di aver appreso tante cose molto importanti
dalle relazioni di oggi – dalle lezioni, anzi – e dagli interventi che ci sono stati. Cerco
di condensare le mie riflessioni su tre aspetti facendo una rapida premessa. La rapida
premessa è questa. Io sono portavoce del Forum del Terzo Settore protempore
perché, diciamo, ci siamo giustamente dati questa scadenza e vengo come esperienza
dal Volontariato. Questo non è secondario rispetto alla affermazione che voglio fare
che è questa: il Volontariato rispetto al Forum del Terzo Settore è un soggetto
fondante e di grande equilibrio rispetto alle diverse dinamiche che si possono
determinare, cioè ancòra il Forum del Terzo Settore ad una modalità, ad una
55
rappresentanza che va oltre. Il tema molto caro, ad esempio alla Cooperazione, di
essere un soggetto che produce servizi, una rappresentanza di quel genere. Cioè lo
sforzo che stiamo cercando di portare avanti è di essere una rappresentanza generale,
cioè di costruire con tutta la pazienza e la fatica quella soggettività dell’insieme che
garantisce anche al Volontariato di essere - di conquistare e di essere - un soggetto
sociale
importante
proprio
nell’ambito
della
interlocuzione,
non
solo
con
l’Amministrazione Pubblica ma anche nella stessa società. L’altra considerazione è
questa: l’esperienza ci dice di ragionare con la coerenza del dubbio. Le lezioni che ci
sono state questa mattina hanno evidenziato la complessità della rappresentanza del
Volontariato, ma anche in altri campi, e la ricerca di trovare soluzioni che facciano
crescere è il tentativo che stiamo mettendo in piedi. Il rappresentarsi come soggetto
sociale significa anche avere – lo diceva anche la dottoressa Cavallaro – la
consapevolezza di volerlo fare. È una questione che riguarda prima noi. Cioè è questo:
noi abbiamo verificato con mano che nel momento in cui i soggetti del Terzo Settore
discutono e trovano uno spazio condiviso di pensiero e lo portano a livello della
concertazione, creano effettivamente massa critica e spostano scelte politiche, perché
è questo di cui abbiamo tanto bisogno. Far sì che la nostra azione, il nostro esserci
modifichi un approccio, ancora oggi molto chiuso e molto referenziale. E abbiamo
scelto un terreno concreto per misurare la nostra capacità di percorrere questa strada,
che è tutto il terreno socio-sanitario. Piani di Zona, l’applicazione della 328 e della
legge regionale conseguente a noi. E Luca ha rappresentato un punto che fa parte di
questo nostro disegno. Perché son molto belle scritte sulla carta le scelte che abbiamo
conquistato, per esempio, tutta l’intelaiatura della governance con l’Istituzione
Pubblica è descritta bene: c’è addirittura una legge del ‘99, è ripresa nello Statuto
della Regione, ci sono organismi come la Conferenza Regionale del Terzo Settore, le
Linee Guida a livello provinciale ma se non c’è un’anima dentro, se non c’è uno spirito
nostro, una consapevolezza, qui nessuno regala nulla. E i temi che diceva anche
l’Assessore questa mattina dell’integrazione socio-sanitaria, oggi come oggi, bel tema
che abbiamo condiviso nel farlo mettere a tema come quello di mettere a tema la
centralità della persona. Oggi abbiamo, diciamo, un onere tutti quanti, di far portare a
coerenza questi aspetti. E siamo ancora molto lontani, molto lontani. Perché
l’integrazione socio-sanitaria è tutta chiusa dentro le aziende, è una questione tra
operatori e non si accorgono che è l’altro punto l’elemento determinante rispetto
all’integrazione socio-sanitaria e soprattutto perché mettendo al centro la persona
obbliga all’integrazione. Detto questo, per dire un po’ la fatica, abbiamo provato a
56
mettere in campo da tempo un percorso che affinasse, anche per il Volontariato, la
sua capacità di rappresentarsi sapendo che ci sono livelli di rappresentanza legati agli
obiettivi, non c’è una rappresentanza generale. Perché è molto complessa, molto
articolata. Ma se definiamo di trovare il modo su come interloquire ai vari livelli, dalla
Zona, al Distretto, alla Provincia, alla Regione, dobbiamo cominciare a ragionare,
diciamo, al nostro interno di come rappresentarci. La legislazione: siamo stati gli attori
e propositori di cambiamenti della legislazione regionale riferita al Volontariato e delle
sue applicazioni. Voglio concentrarmi. Si diceva non c’è un organismo dove… Io
smentisco Bursi in maniera proprio concreta: abbiamo costruito un Osservatorio che fa
parte integrante della Conferenza Regionale del Terzo Settore, un Osservatorio del
Volontariato che rappresenta i comitati paritetici di ogni territorio eletti dalle
Associazioni iscritte e non iscritte al Volontariato. Sono stati inseriti tre rappresentanti
delle reti regionali, sono stati inseriti in questo Osservatorio i quattro rappresentanti
del Volontariato. Poi, perfettibili, sono state date le possibilità di intervenire ancorché
non abbiano diritto di voto, anche se il voto non lo abbiamo mai usato, abbiamo usato
la concertazione, ai rappresentanti dei Centri di Servizio e delle Fondazioni bancarie.
Questo aspetto, secondo me è giusto, vista anche l’evoluzione delle cose, aggiornarle
e farle diventare come parte integrante, e ha un’ossatura decisamente notevole sul
piano della interlocuzione dei vari soggetti. Questa è un’esperienza che è giusto
portare avanti, come il meccanismo di indicazione e di scelta dei rappresentanti del
Volontariato, con fatica è stato ragionato un percorso che ha portato all’elezione,
diciamo, delle proposte, la concertazione nei vari territori, essendo quattro macroaree,
per indicare regole e modi anche di rotazione davanti all’esperienza del Volontariato.
Cioè, voglio dire, abbiamo messo in ordine, abbiamo fatto della strada, oggi si tratta
di costruirla in concreto e di agirla fino in fondo, sapendo che la situazione è
delicatissima. C’è il rischio continuo, oggi, a situazione data – tagli economici, finanza
locale, bilanci che sono stati tagliati drasticamente, etc. - si sta verificando un qualche
cosa che è veleno per il mondo nostro, non solo del Volontariato ma anche del Terzo
Settore, che è lo scaricare sul Volontariato una grande quantità di servizi che vengono
tagliati – perché non gli viene rinnovata la convenzione con la Cooperativa, non viene
rinnovato l’incarico dato a queste persone - pensando di far fare queste cose al
Volontariato. Questo è un cortocircuito terrificante. E non possiamo accettarlo. Non
solo lo evidenziamo a tutti i soggetti: guardate che oltre a comprimere il Volontariato
sul piano prestazionale - che è la morte sua, perché ha diritto il Volontariato di avere
la propria fantasia, il proprio ruolo di scout, di cercare i bisogni e di portarli a nuovo, a
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evidenziare percorsi nuovi di risposta o quello di far fronte ad una emergenza ma di
riconsegnare il problema alle varie realtà - crea un cortocircuito con altri soggetti,
prendi la Cooperazione, prendi altri che oggettivamente romperebbero quella visione
integrata del Terzo Settore che sarebbe l’antidoto a chi oggi propone il Quarto
Settore, viceversa se invece si va su quella strada, si apre la voragine rispetto al dire
ci riteniamo un Quarto Settore, punto e a capo. Allora per fare questo, ultima
considerazione, vengo a ragionare sulla discussione che è stata anche molto animata
da Luigi: le Linee Guida, l’applicazione delle Linee Guida. Adesso non sto a dire come
la penso rispetto a tutte queste cose, sicuramente c’è stato un difetto di
coinvolgimento dei vari livelli, anche regionali e territoriali, nelle fasi di definizione e
costruzione dell’accordo prima, e delle linee guida. Perché ci sono realtà che hanno
costruito i propri percorsi di rappresentanza, ci sono dei ruoli già definiti che possono
benissimo, anzi, devono essere coinvolti nella governance di quelle Linee Guida e ci
vedremo attorno ad un tavolo per definirle meglio. Però io – peccato che non ci sia
Bursi, perché non ci stiamo capendo su questa cosa, ma gliel’ho già detto a tu per
tu... - come Forum abbiamo rilanciato una proposta. Allora, l’accordo e le linee guida
derivano da un accordo pattizio fra diversi interlocutori. Bene, la sfida diventa questa:
la storia nostra ci insegna che probabilmente son state molte difficoltà che ci hanno
indicato delle strade d’uscita e ci hanno fatto fare dei passi avanti. Prendiamo questa
situazione critica e proviamo a vedere se diventa l’occasione per far fare un passo
avanti in questa regione su un terreno vero di coinvolgimento dei soggetti del Terzo
Settore a partire dal Volontariato, su un terreno vero e nuovo di sussidiarietà
orizzontale. Cioè, visto che le Fondazioni Bancarie hanno visto male l’accordo del 2010
perché si son sentite ridurre il rapporto diretto col proprio territorio – perché è stata
tagliata la questione della ripartizione equa delle risorse, etc. - bene, se questo è lo
spirito di approccio delle Fondazioni Bancarie, se l’intento è quello di sviluppare
davvero la Progettazione Sociale per far sì che si esprima per davvero nel territorio il
ruolo di sussidiarietà del Volontariato, bene, si possono creare le condizioni perché le
Fondazioni Bancarie, se vogliono, mettono lì risorse aggiuntive proprie, extra, di un
quindicesimo… E per fare questo chiediamo anche alla Regione, anziché fare dei bandi
a pioggia ogni anno per dare degli spiccioli alle Associazioni di Volontariato ponga lì
una posta in questo fondo per alimentare la Progettazione Sociale e da questa strada
diventa un coinvolgimento interessante non solo teorico sul coinvolgimento, sulla
concertazione e quant’altro. C’è effettivamente l’indicazione di una strada e concludo
dicendo che come Forum del Terzo Settore, con tutti i soggetti del Terzo Settore,
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abbiamo detto che in questa Regione occorre cambiare passo e produrre innovazioni
forti se si vogliono mantenere le architravi del welfare fondato sui diritti e sulla
capacità di risposta. O c’è un vero coinvolgimento, diciamo, intelligente, di una
sussidiarietà orizzontale che porta anche risorse, non solo immateriali ma anche
materiali, assume un ruolo e una responsabilità maggiore, o, per davvero, facciamo
soltanto delle chiacchere.
Pier Luigi Stefani
Grazie a Giovanni Melli, io temo di non apparire troppo cattivo se dico... però se
c’è qualcheduno che vuol parlare... ma visto che ci aspetta il lunch… Allora dico solo
due cose perché sennò mi buttate i pomodori. La giornata è stata molto bella vorrei
dire però: la lingua batte dove il dente duole. Abbiamo finito per parlare in
rappresentanza, per rappresentanza. E nelle lezioni che ci son state mi porto a casa,
ma non per sintetizzare, mi è piaciuto moltissimo, quanto ha detto il Professor Moro
quando diceva alla fine: “Qual è la strada per cercare una soluzione? Forse è quella di
abbandonare il concetto di rappresentanza”. E questo mi intriga moltissimo. Così
come quando Manoukian diceva “Forse anziché rappresentanti dobbiamo essere
rappresentatori di problemi”. Ecco, questo credo solo per concludere, per richiamare
l’attenzione di come abbiamo bisogno veramente di riflettere, di sedimentare di più,
forse di filtrare anche tutti i nostri momenti. E infatti io vado a casa in una crisi di
identità perché si è parlato di Centri Servizio che non rappresentano i volontari,
eppure siamo volontari che dobbiamo “gestire” sulla base di fondi che ci vengono da
non volontari, quindi ci sono delle grosse contraddizioni. Portare avanti le idee non è
facile, credo che questo però rappresenti una cosa importante, come quando
richiamavo il discorso della Scuola del Volontariato che richiamava anche Zamagni il
10 di novembre. Intanto per dirvi che gli atti del 10 di novembre sono già sul nostro
sito e quindi sono fruibili, che anche questi atti ci saranno ma vi dirò di più: in giugno
certamente abbiamo intenzione di continuare e visto che si è parlato di un problema
sociale, di investimento, di innovazione cercheremo di portare avanti anche questo
perché penso che il ruolo del Centro Servizi sia proprio quello di aiutarci a non solo
fare le cose, perché poi le facciamo fra di noi. La passione di Bottazzi con degli
argomenti giusti, gli argomenti di Bursi e le passioni che ci mettiamo tutti alla fine poi
molte cose le stiamo facendo insieme. Però non accontentiamoci perché le facciamo,
perché sarebbero quelle scorciatoie a cui accennava anche il professor Moro. È un
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tempo in cui non possiamo cercar delle scorciatoie quindi bisogna che ci fermiamo
anche un po’. Adesso andiamo a ricaricare i nostri zuccheri però mi raccomando
ritorniamo al Centro dei Servizi per discutere.
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Convegno Volabo "La voce del Volontariato" 12 aprile 2011