Indimenticabile Mali
Ricordi di un paese stupendo attraverso il racconto di cinque turisti neanche tanto per caso
Presentiamoci brevemente: siamo una coppia con due figli adolescenti e un amico non più tanto
adolescente, reduci tutti e cinque da un bellissimo viaggio “responsabile” in Mali organizzato da
Maya Voyages. Più che dare consigli o ricostruire l’itinerario percorso, quello classico, Bamako,
Mopti, Djenne, la navigazione sul Niger, Timbuktu e il deserto, i villaggi Dogon, i grandiosi
paesaggi in generale, le grandi moschee di fango, i mercati colorati e gli altri luoghi in particolare,
descritti da tanti e sicuramente già conosciuti a chi visita questo sito, ognuno di noi, secondo il
proprio punto di vista, ha voluto riassumere le proprie impressioni, le emozioni e i momenti
secondo lui più significativi e memorabili del nostro tour.
Il gran capo
Ancora una volta mi sono fatto trascinare in un viaggio oltremare. Mi sarebbe tanto piaciuto
passare il Natale in montagna! Invece no, di nuovo su e giù per l’aereo (anche se devo confessare
che otto ore con AIR MAROC con frettolosa sosta a Casablanca non sono stati faticosi, e il clima a
dicembre è gradevole - insomma, non si schiatta come per andare in Cina, dove, quando scendi a
fare scalo a Bahrain ti viene il collasso). Poi ancora, montagne di valigie. Moltissime stavolta,
portiamo vestiti smessi e nuovi, materiale scolastico, giocatoli e quant’altro ritenuto
(erroneamente) indispensabile per l’Africa, 40 chili di bagaglio in stiva a testa, borse a mano
strapiene e diversi strati di abbigliamento addosso, quanto peso! Infine, da non dimenticare, la
trafila di vaccinazioni per garantirci un tranquillo soggiorno. Siamo stati in ballo un paio di mesi,
dal richiamo della polio alla profilassi antimeningococcica, da tutto l’alfabeto delle epatiti, a
tetano e tifo, dall’obbligatoria puntura contro la febbre gialla (quella col libretto in tinta che poi
nessuno controlla) e le varie compresse contro colera, vendetta di Montezuma e maledizione del
Faraone. Buchi ed ematomi riempiono il nostro corpo, in compenso il portafoglio si svuota. Solo
l’antimalarico è gratis, poi ci rendiamo conto perché.
Avrete capito, sono un viaggiatore ansioso e riluttante, partire è tutte le
volte un dramma. Ma giunto a destinazione mi passa tutto, vivo le giornate
intensamente, rilassato. Così è stato anche in Mali. Qualcuno ci ha detto
che eravamo matti, che è un paese difficile, che poteva succedere chissà
che cosa (“Ma andate giù armati, spero!?!”). Certo, è un paese povero dove
manca spesso tutto, ma che ha ancora una natura così primordiale e intatta,
gente genuina e buona, e un ritmo di vita invidiabile. Se penso alla coda
che faccio tutte le mattine per portare i ragazzi a scuola, per andare al
lavoro, per fare la spesa al centro commerciale!
Lì, ci si sposta lentamente, come i ragazzi sul
carretto che tornano col carico di fieno dai
campi, oppure come il ciclista solitario nel deserto.
La maggior parte della gente però va a piedi,
magari con un secchio di trenta litri d’acqua o altrettanti chili di mercanzia o legname sulla testa
come le tante instancabili donne, giovani e meno giovani, che vengono dai pozzi o vanno al
mercato, spesso incinte oppure con l’ultimo pargolo legato sulla schiena, nascosto dalle fasce di
tessuto colorato.
Che bello osservare la vita nei villaggi dal terrazzo delle tipiche abitazioni Dogon dove ci ha
ospitato la nostra guida, Souleymane, o dalla sommità dei piccoli alberghi nei quali ci siamo
fermati per la notte, dove i turisti possono dormire in tenda sui tetti e da dove non solo si può
guardare infinitamente lontano e godere del panorama, ma anche sbirciare nei cortili animati da
gente che lavora, cucina, mangia e vive la sua semplice, povera ma dignitosa esistenza.
Durante la lunga navigazione sul
Niger, è stato altrettanto bello
stare seduto comodamente in pinasse ad osservare le barche strapiene di gente e merci, talmente
affollate che sembrano affogare da un momento all’altro, le tante piccole piroghe usate per pescare
o per passare da una parte all’altra del fiume, la laboriosa vita lungo le rive che coinvolge uomini
e donne, grandi e piccoli e che gira tutto intorno alla pesca, i simpatici ed imperturbabili aironi
bianchi schierati lungo le
sponde
e infine i tanti
viandanti che ci salutavano
dai piccoli villaggi allineati
lungo questo straordinario fiume.
Dopo il Niger, ammiriamo il deserto con la sua
scarsa vegetazione e la sabbia finissima che si
solleva al nostro passaggio, lo straordinario
paesaggio della falesia, i grandi baobab privi di
foglie ma pieni di vita, gli accampamenti dei pastori
nomadi, piccole carovane, asini e capre gironzolare
per la savana o gruppi di buoi bloccarci la strada.
Vediamo scorrere il Mali davanti ai nostri occhi, senza
affaticarci, seduti, ora un po’ meno comodamente, nel
fuoristrada pieno di valigie, zaini, tende, scorte
d’acqua, angurie, acquisti occasionali e ingombranti
tra cui gli immancabili cappelli maliani. In cinque si
sta “vicini vicini”, ma è anche più simpatico e
divertente, perché ci si scambiano le proprie impressioni sul viaggio, ci si parla, si ride, si canta e
si ascolta insieme musica africana, e chi è in pool position scatta la foto per l’altro incastrato sul
sedile posteriore nell' attesa del proprio turno:
“Lì, l’hai presa la carovana ? Io sono
controluce… !”
Il Mali, come già in precedenza il Togo, visitato più di 20 anni fa, la Namibia, nel 1989 e il
Senegal l’anno scorso, tutta l’Africa mi affascina, e desidero tornare presto.
Prima che scadano le vaccinazioni, intendo dire….
L’amico Mauro
Per me invece è la prima volta in assoluto che vado in Africa. Conosco i miei compagni
d’avventura, siamo già stati in viaggio insieme, poi io non sono uno che ha dei problemi, faccio
roccia, sono abituato alla fatica e mi adeguo. Ma non sono mai stato in un posto così, e non ho
mai visto della gente così aperta, sorridente e cordiale. Che emozione, già il primo giorno di
trasferimento, in occasione di una breve sosta lungo la strada, dove si svolgeva una festa locale: il
gruppo di donne danzanti e cantanti mi ha preso per mano e condotto all’interno del loro cerchio,
mi hanno drappeggiato una sciarpa di tessuto colorato intorno al collo, lo stesso dei loro bellissimi
vestiti, e mi hanno invitato a ballare con loro, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Poche
volte mi sono divertito così tanto, sentito così ben accolto in un paese straniero.
I bambini e le ragazze nei villaggi mi hanno colpito moltissimo, simpaticissimi gli uni, bellissime
le altre. Contrariamente a quanto sentito dagli amici a casa, qui la gente non è invadente. Anche se
per strada ti vogliono vendere le loro cose, basta che cambi discorso, che fai delle domande, e la
compravendita passa in secondo piano. Ma è troppo piacevole farsi coinvolgere nel rituale di
offerta, contro-offerta e conclusione dell’affare che può durare tutto il tempo che vuoi o che ti
serve per fare mentalmente il cambio di valuta o il calcolo del prezzo giusto, tra un terzo della
cifra iniziale e mai meno della metà. Più o meno. Le ragazze, grandi e piccole, sono abilissime, e
più di una volta mi sono fatto convincere a prendere un’altra collana o l’ennesimo braccialetto.
Tanto, “c’est pas la même chose, pas la même chose !”
Credo che sia vero, sembra tutto fatto a mano, ogni oggetto diverso l’uno dall’altro.
Speriamo che non siano “made in China” come i turbanti tuareg che abbiamo
acquistato a Timbuktu, prima dell’escursione nel deserto a cammello. Perdevano
colore come se fossero stati autentici, dopo ci siamo lavati la faccia e il collo quasi
con riluttante reverenza. Abbiamo trovato la scritta traditrice al rientro in Italia. Che
disincanto!
Assolutamente incantevoli invece i bambini, ne
abbiamo incontrato tanti, tantissimi, bellissimi,
spontanei e sorridenti, spesso scalzi e malvestiti,
magrini e raffreddati, impolverati perché il vento ti
avvolge di sabbia sottile sempre, ma non sempre c’è
l’acqua in abbondanza come lungo il Niger dove li
vedevamo fare il bagno, ma anche, piccolissimi, a
lavare le stoviglie. Ma mi sembravano lo stesso
contenti con i loro giochi semplici, come la vecchia
ruota di una bicicletta oppure la slitta ricavata dal
bidone di plastica rotto e tagliato a metà.
Sempre ridenti, fiduciosi e incuriositi quando ci
avvicinavamo. Mi ricordo l’emozione che ho provato, dopo
la notte passata sul Niger, quando sono uscito dalla tenda e
ho intravisto nell'ombra, quasi fossero fantasmi avvolti dalla
nebbia mattutina, un gruppetto di bambini infreddoliti e
silenziosi, pazientemente nell'attesa che ci svegliassimo per
potersi avvicinare e scaldarsi alla brace del fuocherello che
avevamo acceso la sera prima.
Mi hanno commosso questi poverissimi bimbi, con il loro rispetto e la loro umiltà, e non riesco a
dimenticare la loro immagine, ancora accovacciati intorno al fuoco ormai quasi spento quando più
tardi ci siamo allontanati con la nostra piroga per riprendere la navigazione. Che differenza con i
nostri bambini capricciosi e eternamente insoddisfatti con il loro incessante ”Voglio questo, voglio
quello!”
Di Timbuktu ricordo il barbiere, con il suo negozietto all’aperto e l’insegna appesa all’albero. Ci
siamo fatti tagliare la barba e i cappelli, sullo sfondo il deserto dei tuareg. La tariffa era quella del
mio parrucchiere a Sesto, una decina d’anni fa, l’esperienza impagabile, incomparabile.
Memorabile anche la gita nel deserto, al tramonto. Avete mai visto un cammello steso per terra,
sfinito dalla fatica ? Era il mio. Dovete sapere che qui tutte le donne mi chiedevano se ero
“incinto”… gli uomini maliani di norma sono assolutamente magrissimi, snelli, longilinei …
insomma, tutto il contrario di me !
Al mercato artigianale di Bamako invece ho conosciuto un abilissimo incisore di legno. Stava
lavorando ad una statua, una donna in ginocchio con il contenitore del miglio sulla testa. Non ho
potuto resistere, me la sono comprata, anche se non era terminata, senza levigatura, senza
rifinitura, ma la venatura del legno è bellissima. E’ rimasto stupito l’uomo, chissà se d’ora in poi
mette nella sua gamma di prodotti in vendita anche opere incompiute: meriterebbero in ogni caso.
In generale ho avuto la vaga, forse superficiale impressione che gli uomini lavorassero meno delle
donne, ma certo lì al mercato artigianale si davano da fare tutti con un impegno e vigore. Per
quanto riguarda la suddivisione dei compiti, ho notato con sorpresa che mentre le donne portano la
legna e pesi pesantissimi, sono gli uomini ad occuparsi della tessitura. Anche il padre della nostra
guida, anziano e simpaticissimo capofamiglia Dogon, era indaffarato a tessere una lunga striscia di
cotone bianco in una piccola capanna, riparato dal sole. Vicino a lui le donne in cortile a pestare il
miglio, in tre o quattro, con lunghi bastoni che fanno cadere vigorosamente a ritmo incessante
alternandosi rapidamente, trovando pure il tempo di battere le mani, creando una sequenza di
suoni cadenzata, melodica, tipicamente africana.
Mio amico ha già accennato al fatto che qui ci si sposta lentamente, ma qua e là spunta il tuareg
con il caffettano svolazzante blu, su una delle moto cinesi (di nuovo!) che cominciano a circolare
non solo in città e sulle poche strade asfaltate, ma anche in pieno deserto. Fa un certo effetto.
Come i distributori dove si compra la benzina in bottiglie da un litro, i taxi, camion e i pulmini
tutti colorati, ammaccati e rattoppati, strapieni di passeggeri e di carichi.
Che altro dire, sono rimasto stregato da tutto quanto, questo viaggio è stato davvero bellissimo, e
non sarà sicuramente l’ultima volta che andrò in Africa.
“Le roi”
Sono Federico, il più giovane. Ho quattordici anni e per me questo viaggio rimarrà davvero
indimenticabile. Sono stato soprannominato dalla nostra guida “le roi” fin dall’inizio del tour,
forse perché sono quello più pigro e più distratto. Caspita, mi perdo il Natale a casa, i regali, le
interminabili ore davanti alla Playstation e la TV, due settimane di puro relax e abbuffate. In
cambio mi trascinano in Africa in giro per mercati e villaggi. Non è che mi annoio, anzi, anch’io,
come papà, una volta lì mi faccio coinvolgere. Prima cosa mi vesto come uno di loro, e tutti si
divertono a vedermi. In Birmania la gente del posto si faceva fare la foto ricordo con me, e non
viceversa. Seconda cosa mi compro una maglietta di un calciatore della loro nazionale, in questo
caso il numero 6, Diarra. Che nome buffo, ma l’associazione mi è venuta solo dopo.
La sera si organizzavano tornei di calcio fuori dagli alberghi, mi sono divertito un sacco. Una
volta abbiamo giocato anche a calciobalilla, ma ci hanno stracciati!! Mali 9, Italia 1, che disfatta!
Poi ho passato delle ore al mercato a parlare
di calcio con gli uomini, mentre la mamma
sceglieva anelli e collane. Ho vinto pure una
partita a warì contro un anziano del villaggio
di Ireli, uno dei paesi Dogon che abbiamo
visitato. Wari, o mancala, è un vecchissimo
gioco matematico africano dove si spostano
dei semi su un tavoliere di legno (ma si può
giocare anche nella sabbia), con lo scopo di
fregarne il maggior numero possibile al
prorpio avversario. Ovviamente ne abbiamo
comprato uno anche per noi, ma mio fratello
non vuole giocare con me perché perde
sempre. Strano, perché in matematica è più
bravo lui a scuola.
A parte questo, sono meno interessato a guardare il paesaggio o la gente in campagna senza
poterci parlare. In piroga (mi piace più il termine pinasse) ho passato il tempo leggendo, è ideale,
bello soleggiato ma anche ventilato, si sta benone. E’ stato pure divertente quando ci fermavamo
per comprare il pesce o per le soste idrauliche (quelle quando cerchi un posto appartato dietro
cespugli o termitai sparsi quà e là) oppure semplicemente perché c’erano delle persone lunga la
riva che ci salutavano. Allora si scendeva a terra, i bambini ti circondavano e gridavano “Toubab,
toubab”, uomo bianco (non ce ne sono molti
di uomini bianchi in giro, abbiamo visto
veramente pochi turisti specialmente durante
la navigazione sul Niger). A volte regalavamo
dei palloncini, e allora tutti lì insieme a
gonfiarli, perfino le mamme e i loro bébé più
piccoli.
Un po’ mi facevano impressione, erano
contenti così, altro che Playstation e TV!
La TV c’è solo nelle città. Mi ricordo a Djenné,
nella locanda di Chez Baba. Una sera, gli uomini
erano tutti seduti in cortile a vedere una partita di
calcio, e quando io e mio fratello siamo arrivati lì
per guardare anche noi, in quattro e quattrotto ci
hanno steso un tappeto per terra, solo per noi.
Beh, sono “le roi”, o no ? Ero un po’
imbarazzato, per dire la verità, ma dopo abbiamo
fatto il tifo, tutti insieme.
Più imbarazzante è stato il mio attacco di malaria. Sì, perché una sera, preparando il campo con le
tende lungo il Niger, mi sono sentito male, mi è salita la febbre a più di 40°C, e mia madre ha
seriamente cominciato a preoccuparsi (non lo fa mai, dice sempre che sono un malato
immaginario). Per farla breve, il nostro skipper ci ha portato nottetempo a Diré che è una piccola
cittadina lungo il fiume, dove c’è un ospedale. Mi hanno ricoverato e dato del chinino, tre
infusioni endovena. Montezuma e il Faraone si sono abbattuti violentemente su di me, dando
molto da fare alla mamma che deve aver avuto qualche attimo di panico, con un unico pacchetto
di fazzolettini di carta in un posto dove non si riusciva
nemmeno a trovare l’acqua. Non ricordo molto della notte,
comunque il giorno dopo mi sentivo meglio, e la sera stessa
mi hanno dimesso. Per tutto il tempo avevo addosso la
maglia di Diarra. Mi viene da ridere, con una “e” in più ci
siamo.
Sono dimagrito qualche
chilo e cresciuto qualche
centimetro.
Dopo
un’altra notte in viaggio sul fiume siamo arrivati a Timbuktu,
in un bellissimo albergo con dei grandi letti, e … un grande
bagno attrezzato. Mi sono persa la visita della città perché ho
praticamente dormito tutto il giorno. La sera però siamo andati
tutti all’Internet-cafè per comunicare al resto del mondo che ce
l’avevo fatta. Finalmente di nuovo un video davanti ai miei
occhi!!
Adesso dicono che vogliono tornare in Mali anche quest’anno. Beh, ci sto. A condizione che
Natale lo festeggiamo prima della partenza, con albero, doni e canti, come si deve. E stavolta
faccio il bagno nell’Autan, perché la profilassi antimalarica sarà anche gratis, ma non basta,
ragazzi.
Riccardo
Come sempre, a me tocca dopo mio fratello, lui deve essere sempre in prima linea. “Le roi”! Si è
pure ammalato di malaria. Non gli avrei mai perdonato se avessimo dovuto interrompere il nostro
tour per tornare in Italia!
A me piace tanto viaggiare. In Africa poi è speciale perché la gente è così
simpatica e gentile. Mi diverto un sacco. La giornata che abbiamo passato alla
scuola è stata troppo forte. C’erano tutti anche se c’erano le vacanze. Perfino gli
insegnanti e qualcuno di quelli più grandi che avevano già finito le elementari
erano venuti a salutarci, fenomenale. E arrampicati sui muri c’erano pure i
ragazzi del quartiere, quelli che non frequentano la scuola perché i genitori non
se lo possono permettere, e sembravano invidiosi. Ho capito quanto è importante
poter andare a scuola, anche se a volte non ti piace. Ci
hanno recitato delle poesie e cantato delle canzoni,
conoscevano perfino “Bella ciao”. C’era un bambino vestito
con un abito nero, tipo frac. Era tutto serio e non giocava
per paura forse di sporcarsi. Gli altri invece erano tutti
scatenati anche se
avevano messi i loro
vestiti più belli per
l’occasione.
Le aule della scuola
sono piccole, ma c’è
un grande cortile dove si può correre e giocare.
Purtroppo quando gli attrezzi si rompono nessuno li può aggiustare, oppure non ci sono i soldi per
farlo. Qui la gente è veramente povera. Un insegnante prende circa 30 Euro al mese, pazzesco, io
li spendo per le merendine e il cellulare. I miei mi dicono che non devo sentirmi in colpa, ma che
devo sempre ricordarmi che c’è qualcuno che è meno fortunato di me, che non può frequentare a
scuola, che non ha l’acqua o la luce in casa, e che non ha assistenza medica, e che quindi ha poche
possibilità di fare una vita decorosa. Però mi sembrano più felici e meno schizzati che da noi. Le
ragazze poi sono veramente carine, ti sorridono gentili, per Milano invece ti capita che ti fanno
pure qualche gesto se cerchi di avvicinarti.
Tocca a me parlare del cibo, non l’ha fatto ancora nessuno.
Beh, io non ho problemi, e neanche gli altri, abbiamo
mangiato sempre tutto, o quasi sempre. Alla scuola ci hanno
servito del pesce in umido con una specie di cous-cous, e
qualcuno di noi ha lasciato qualcosa nel piatto. Ci sono
rimasto male quando l’hanno dato ai bambini, che seduti per
terra in cerchio intorno alla grande ciotola di alluminio hanno
divorato tutto, con le mani, senza posate e senza curarsi del
fatto che erano i nostri avanzi. Qui da noi invece molta gente
butta via tutto! Che spreco e che peccato.
Altra cosa che mi viene in mente pensando al cibo sono i polli. Una volta
li ho scoperti per caso nella cucina dell’albergo (che poi era fuori
all’aperto) prima che li cucinassero, ancora vivi, legati insieme. Faceva
effetto, ma almeno fino a quel momento hanno potuto scorazzare
liberamente in giro, mentre ho visto i nostri allevamenti intensivi in TV,
cavolo, terribili. Infatti, a casa non lo mangio mai il pollo. In Mali sì,
erano anche saporiti. Quando arrivavamo nei villaggi li vedevi tutti
scappare via, forse sapevano che li danno da mangiare ai turisti.
Souleymane ha coniato uno dei tanti tormentoni del nostro viaggio, “les
poulets sont préoccupés!”, fa pure rima. Quanto ridere. Una sera non ce
n’erano più, abbiamo dovuto aspettare che li portassero dal villaggio più
vicino. Si vede che era passato un altro gruppo di turisti prima di noi.
La cosa più buona che ho mangiato erano di frittelle che
ci hanno preparato le cognate di Souleymane quando
abbiamo dormito a casa sua. Non è che abbiamo dormito
a casa sua, ma sopra casa sua. Le case nei villaggi Dogon
in pianura sono come dei bungalow, a tetto piatto, puoi
salirci e piantare la tenda. Troppo divertente. Ognuno di
noi aveva il suo igloo da campeggio, a parte “la nostra
mamma” e “le roi” che ne avevano uno da due posti. Se
non fosse per le zanzare (di altre bestie neanche una
traccia), si potrebbe dormire solo con il sacco a pelo e
basta, direttamente sotto il cielo stellato. C’è un silenzio totale, niente clacson o schiamazzi vari
come da noi in città. Beh, almeno fino alle quattro del mattino, quando i galli cominciavano a
cantare. Quelli che erano riusciti a sopravvivere alla cena del giorno precedente!
Dimenticavo le frittelle. Credo fossero di miglio, erano squisite, spero che ce n’erano ancora per i
loro bimbi perché noi non ne abbiamo avanzata neanche una da com’erano buone. Altro che fette
al latte o la roba del mulino. Comunque anche senza frittelle, io sono pronto a tornare in Mali.
Anzi, non vedo l’ora. E se non viene mio fratello, tanto meglio.
Nostra mamma
L’anno scorso il Senegal, questa volta il Mali. Sono riuscita a trascinarli un'altra volta in Africa!
Evviva.
Souleymane mi ha soprannominato “nostra mamma” perché “le roi” usa girarmi
intorno dalla mattina alla sera chiamandomi centinaia di volte per dirmi questo e
quello. Così è nato il tormentone “mia mamma” -, “nostra mamma” che ci ha
accompagnato durante tutto il tour. Ero sola tra
tanti uomini, i miei due figli, il loro papà e il
nostro amico Mauro, la nostra guida
Souleymane, in pinasse lo skipper, il cuoco e il
marinaio, e in fuoristrada il nostro freddoloso
autista che portava il capello di lana anche in
pieno sole. Purtroppo non riesco proprio a ricordarmi i loro
nomi. Me li devo scrivere la prossima volta. Per Souleymane è diverso,
è un nome facile, e così si chiama anche la nostra prodigiosa guida del
Senegal. Un nome, una garanzia! Ci siamo trovati benissimo, e non lo
scrivo perché mi leggete su questo sito, ma perché si è mostrato sempre
all’altezza della situazione, soprattutto nell’unico momento di crisi,
quando Federico pardon “le roi” si è ammalato.
Questo tipo di “viaggio solidale” mi è piaciuto tantissimo. Il Mali è un paese bellissimo, molto
interessante. Ne avevo letto parecchio, e la realtà maliana (anche se c’è ancora più povertà) è
molto simile a quella del Senegal che avevamo appena visitato o del Togo, visto tanto tempo fa.
Che strana Timbuktu. Me la aspettavo un po’ più remota, ma gli ultimi lavori di restauro e
riqualificazione (la pista nuova, il museo del pozzo di Bouctu, la biblioteca e tantissimi “cantieri”
aperti in città) e anche l’Internet-café l’hanno fatta sembrare più simile ad altri posti in Africa, non
rendendo giustizia al fascino del suo nome.
Che peccato poi che non sono riuscita a trovare il (o un) cartello con le indicazioni delle distanze,
tipo “52 giorni di cammello fino a Zagor“ , “8.000 chilometri fino a Capo Nord” e così via. A
Zagor, in Marocco, il cartello c’è, e mi sembra anche da qualche altra parte del mondo. Sono
sicura che i turisti (io per prima) impazzirebbero, potersi fare l’autoscatto davanti al tabellone che
testimonia quanto lontano dal resto del mondo si è.
Poi tutto è relativo. Il paese ha una copertura pressoché totale, almeno nelle parti che abbiamo
visitato noi, di telefonia mobile: Davanti la tenda del nomade, dietro la parabola satellitare.
Perfino il beduino nel deserto si è attrezzato per chiamare l’amico venditore una volta portato il
turista a destinazione tra le dune, per il mitico “tè nel deserto al tramonto”. Che sollievo poter
parlare nottetempo con qualcuno della compagnia assicurativa a
casa per chiedere aiuto con un ragazzo malato di malaria in cura da
un medico dall’aria competente (la diagnosi è stata roba di pochi
secondi, la scelta terapeutica idem, forse anche per mancanza di
alternative farmacologiche), ma poco comprensibile data la nostra
mia scarsa conoscenza del francese, e sentirsi rassicurare “se
peggiora veniamo a prendervi”. Rattrista solo il fatto che la gente
del posto non è così fortunata da poter usufruire della tecnologia.
Che serve avere il telefonino (anche qui cominciano a diffondersi
sempre di più tra la popolazione), se poi non si riesce a raggiungere l’ospedale perché troppo
lontano, le strade sono impraticabili o perché non puoi pagarti le cure (50 Euro tra ricovero,
infusioni, esame del sangue, più dello stipendio dell’insegnante).
Alla domanda cosa ci h impressionato di più in questo paese, ognuno risponde in maniera diversa,
per cui non è possibile stilare una classifica. In ogni modo, sono piaciuti moltissimo a tutti la
falesia e i paesi Dogon.
Ma poi passiamo dalla preferenza del capo famiglia
per i tramonti e il cielo stellato la notte sul Niger,
all’emozione di Mauro nel contatto con i bambini della
scuola e nei villaggi, dalla passione di Riccardo di
scovare, scegliere, contrattare e acquistare oggetti di
ogni natura nei mercatini e per le vie della città (anche
se il ricordo più bello è quello della gita a cammello
nel deserto), alla scelta di Federico, facilmente
prevedibile, per la giornata indimenticabile in
ospedale, e infine all’entusiasmo di “nostra mamma”
alla vista inaspettata delle tante piccole moschee di
fango circondate da palmeti sparsi qua e là lungo il
Niger, tutti luoghi meravigliosi e affascinanti.
Beh, forse l’ospedale no,
anche se abbiamo ringraziato
la provvidenza della sua
esistenza e di esserci arrivati
in tempo !!!
Chiudo questo racconto “a dieci mani”
ringraziando di cuore la nostra guida,
Souleymane, e tutta l’eccezionale equipe di
Maya Voyages per il bellissimo viaggio,
UnAltroMondoOnlus per averci fatto conoscere i
suoi progetti umanitari ispirandoci un senso di
ottimismo e fiducia e la consapevolezza che
anche piccoli gesti di solidarietà possono fare la
differenza, e infine, l’Africa per il suo fascino e il
calore della sua gente, capaci di ammaliarci e di
farci sognare di poter tornare presto.
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