AUSER Volontariato di Forlì - Onlus
Associazione per l'Autogestione dei Servizi e la Solidarietà
“DARE VITA AGLI ANNI”
Testimonianze e ricordi degli Ospiti
di residenze per anziani
A cura di AUSER Volontariato di Forlì – ONLUS
Elaborati Anno 2014
In copertina: Paesaggio, zincografia di Angelo Ranzi
Indice
Residenza per Anziani “Paolo e Giselda Orsi Mangelli”, Forlì
Pugno di cocci, Igino Bagagli
E il sogno continua, Tiziano Longo
Passione per la musica, Tina Maroncelli
Mi ricordo … una vacanza, Iviero Valli
7
8
9
10
Residenza per Anziani “Pietro Zangheri”, Forlì
Dazio e beffa, Alteo Amaretti
Fuga per amore del ballo, Adele Babbini
Una gita per Tolentino, Brunilde Baldi
Un sapone speciale, Vincenza Bazzocchi
Fucilazione mancata, Evandro Biserni
Il bello di noi vecchi, Elio Casadei
Commessa per passione, Fausta Casadei
L’amico del soldato, Pierina Castellucci
A spasso con Fifì, Vincenza Crescenzi
Rubacuori, Enza D’Angelo
Bellissima, Roberto Pilotti
La panchina, Chiara Raffaelli
Lo specchio, Tina Tolomelli
Ricordi di scuola, Narcisio Valentini
13
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Residenza Sanitaria “Al Parco”, Forlì
Alla luce di un lume a petrolio
La guerra
33
35
Casa di Riposo “Pellegrino Artusi”, Forlimpopoli
Andè a la stala
A trebb di Aldo Spallicci (testimonianza di P.G.)
Il racconto della nonna
L’Azdora
Ricordo il gioco de bò matt
42
43
44
45
46
~3~
E furmaj (testimonianza di C.A.)
Canzone degli scariolanti
Ricordi: modi e detti (testimonianza di B.D.)
47
48
49
Residenza “I Girasoli”, Predappio
Era l’anno 1943, avevo 20 anni, Ivo Petri
53
Ringraziamenti
55
~4~
Residenza per Anziani
“P. e G. Orsi Mangelli”
Forlì
~5~
PUGNO DI COCCI
Igino Bagagli
Pugno di cocci
di cocci di vetro
simili a una vita
tutto ricorda il passato
speranza del futuro
da una bottiglia
di liquido ambrato
sgorga
il ricordo di una vita
come vorrei
gridare al mondo
che tutto è finito
e invece deve ancora
cominciare
mio Dio
che orrore
mio Dio
voglio risorgere
tornare a nuova vita
dimenticare il passato
da un pugno di cocci di vetro
si può rinascere
gioia di vivere
ma grazie al Signore
di avermi aiutato
una urlo
è finita, Risorgo!
~7~
... E IL SOGNO CONTINUA
Tiziano Longo
Mi trovo davanti ad un mare di fiori
di tutte le varietà ed una voce mi dice
“Cerca che la troverai”.
Son fiori variopinti e profumati
che solo guardarli è un'estasi per il cuore
che tumultuosamente batte nella ricerca
un po' affannosa di trovare ciò
che bramo.
Ricerco con gli occhi un po' apprensivi
il fiore che agogno ed eccolo trovato
con un sospiro di sollievo
in mezzo a tanti fiori più grandi e colorati.
Ma una qualità lo distingue dalla moltitudine
il suo profumo soave e delicato,
il suo colore azzurro e variegato,
la sua innata delicatezza.
Pian piano quella piacevole visione
floreale
prende forma e si evidenzia
nel tuo volto, nel tuo sguardo,
nei tuoi occhi, nelle tue labbra,
nella tua visione amata.
Come per magia compari tu
nell'interezza della tua persona
e preso dal vortice di tutto ciò
nella dimensione del non tempo
ci abbracciamo e ci fondiamo
nei sentimenti, confondendo i battiti
dei nostri due cuori appassionatamente.
~8~
PASSIONE PER LA MUSICA
Tina Maroncelli
Da giovane ho avuto solo rare occasioni per andare a ballare, presa
completamente dal lavoro che mi impegnava anche di domenica.
Poco tempo dopo essere andata in pensione purtroppo rimasi vedova e per i
tre lunghi anni successivi decisi di starmene a lungo in casa, priva di
qualunque interesse; poi, intorno all'età di 64 anni, non so come né perché,
un giorno trovai la forza di tornare ad uscire ed anche ... a vivere!
Da allora iniziava per me una seconda giovinezza e presa la decisione di
smettere di stare da sola in casa, cominciai a riscoprire la mia antica
passione per il ballo: prendevo in macchina con me qualche amica, oltre a
mia sorella Germana, e cominciai ad andare alla sera alla “Taverna Verde”,
poi anche al “Bul Bul” di Castrocaro e un po' alla volta anche al “Pamela”,
vicino a Faenza.
La domenica pomeriggio a volte andavo al Circolo del Ronco. Si
cominciava con il valzer, poi la polka, la mazurka, il tango e il valzer lento.
Non trascuravo niente dei miei lavori in casa, compresa la cura del
giardino, ma la sera il ballo e la musica mi riempivano di gioia di vivere.
Dopo aver lavorato una vita, avevo riscoperto un passatempo dimenticato,
che faceva bene anche alla salute, oltre che all'umore.
Ora, all'età di novant'anni, vivo in Casa di Riposo con le mie due sorelle,
una più grande e l'altra più piccola; non avendo più le gambe d'un tempo ho
smesso di ballare ma ho scoperto un'ottima alternativa al ballo, mi sono
messa a cantare!
Ho cominciato a riscoprire le antiche canzoni che mi hanno accompagnato
per una vita: quelle di Nilla Pizzi, Claudio Villa, Narciso Parisi, Iva
Zanicchi, Milva e Mina.
Un po' alla volta, c'è tempo, proverò a ricordare e cantare le loro più belle
melodie!
~9~
MI RICORDO... UNA VACANZA
Iviero Valli
Nell’estate del '69 partecipai - insieme ad altri tre amici appartenenti come
me all’Associazione Sportiva Forlivese “Forti e Liberi” - ad una settimana
ciclistica, un raduno internazionale che si svolgeva a Rouen, cittadina
francese sul mare.
La località era graziosa, grande come la nostra Rimini, ma rimanemmo
delusi per l'abitudine che avevano le persone del luogo di starsene chiusi in
casa: dalle 21 non c'era più nessuno in giro.
Per movimentare la vacanza e approfittando della vicinanza con la capitale,
noi quattro partimmo per una gita in macchina alla volta di Parigi.
Essendo impossibile girare per una tale metropoli, prendendo come meta la
torre Eiffel, lasciammo la macchina in un enorme parcheggio a più piani
(saremmo riusciti a ritrovarla al ritorno?) e ... scalammo la famosa torre!
Volendo, ci sarebbe stata la possibilità di utilizzare i gradini, ma noi
decidemmo per l'ascensore.
Intorno a noi una folla di turisti, banchi di souvenir, punti di ritrovo, un
ristorante, suoni di voci di lingue diverse, visi sorridenti e tutti estasiati di
fronte al panorama mozzafiato che si offriva ai nostri occhi: case, viali, la
Senna.
Scendendo, decidemmo di farci una foto per ricordare quella esperienza
unica; eravamo in posa quando una voce femminile ci chiamò,
pronunciando l’esclamazione “Ué, Furlè !!”. Sorpresi, ci avvicinammo a
questa signora – nostra paesana – che, come lei ci spiegò, era insegnante di
lingue ed era solita recarsi in Francia per perfezionare la pronuncia: ci
aveva riconosciuti dalle magliette dell'associazione che indossavamo.
La signora fu molto gentile ad accettare l'invito a proseguire il giro turistico
con noi, anzi ci fece da Cicerone, facendoci conoscere diversi luoghi
interessanti e ci indicò dove fermarci per mangiare bene senza spendere
troppo.
Fu veramente una giornata bella e indimenticabile per tutti noi.
~ 10 ~
Residenza per Anziani
“Pietro Zangheri”
Forlì
~ 11 ~
DAZIO E BEFFA
Alteo Amaretti
Negli anni passati, quando ero ragazzo, facevo parte di una allegra
compagnia formata da tanti amici, che avevano in comune il buon umore e
la condivisione.
Ci trovavamo spesso insieme e facevamo a gara a chi raccontava le
avventure più belle. Due simpaticoni dei nostri coetanei erano soliti andare
a pescare, ma per strada venivano sempre fermati per i controlli dai dazieri.
I pesi, le esche, la licenza … uffa, non andava mai bene niente e le multe
fioccavano. Allora un giorno decisero di fare un bello scherzo ai dazieri,
troppo solerti. Riempirono una damigiana trasparente con olio per
pavimenti dal colore ambrato, sembrava autentico liquore. La caricarono
nell’auto mettendola bene in vista e quando furono fermati dalle guardie del
dazio, alla domanda: “Nulla da dichiarare?” Risposero: “Niente” e i dazieri
continuarono: “Come? Avete una damigiana piena di liquore? Ora
chiamiamo i carabinieri e vi mettiamo a posto”. Ma, dopo aver analizzato
il liquido, furono costretti a scusarsi e da quel giorno diventarono più
permissivi con i miei amici.
~ 13 ~
FUGA PER AMORE DEL BALLO
Adele Babbini
Mi chiamo Adele e sono sorella di un prete. Prima di sposarmi, vivevo con
lui nella casa adiacente alla Parrocchia. Mio fratello era molto buono con
me, ma mi proibiva di andare a ballare. Io non mi perdevo certo d’animo,
fingevo di andare a letto buona buona e invece mi preparavo per uscire. La
finestra della mia camera da letto era al primo piano e con un salto ero già
fuori, sul prato. Lì c’erano le mie amiche ad aspettarmi e insieme
andavamo nella vicina casa dei contadini, dove si organizzavano feste da
ballo meravigliose. Le pretese erano poche, c’era un solista che suonava la
fisarmonica, ma per noi era il massimo. Entravamo alle 21 e uscivamo alle
5 di mattina. Allora avevo 17 anni. Tutti in famiglia erano sereni e convinti
che io fossi a dormire nel mio letto. Ai miei tempi nascevano i primi
complessi musicali, si improvvisava, l’importante era stare insieme in
allegria. Nei momenti di feste paesane o matrimoni bastava poco: una sala
grande o un’aia ed era festa! Per mia grande gioia, quando si sposò uno dei
miei fratelli, venne chiamato a suonare nientemeno che il Maestro Secondo
Casadei. Tutto il paese partecipò, fu davvero un successo e per me una
giornata indimenticabile.
~ 14 ~
UNA GITA PER TOLENTINO
Brunilde Baldi
Italia mia...
Patria mia, dove tanti valorosi morirono sui patiboli…
Quanto eri bella e quanto ti amo, ancora al mio autunno.
Facendo un agita in autostrada, ho visto una meravigliosa arte…
In autostrada ti ho visto povera Italia, pareva proprio, guardandoti qua e là,
che ti stessero facendo l’autopsia.
Tutto guidato da questi cervelloni, che hanno solo la cultura di rubare la
fatica di onesti lavoratori che avrebbero voluto migliorarti.
Se pensiamo (una delle tante) al restauro di Pompei, che avrebbe dovuto
essere fatto da artisti con mani di velluto…
Invece questo Ministro del restauro, che doveva lavorare per la
conservazione, fa eseguire un tetto in cemento armato… così che dopo
pochi mesi, il peso del tetto fa crollare questi muri meravigliosamente
affrescati nei secoli passati.
Che fine fanno fare ai tuoi resti meravigliosi!?! Cara Italia… Tu hai ancora
tanto da conservare…
Io spero solo nelle prossime generazioni. Tanti padri, pur con miseri
stipendi, cerchino di dare una cultura ai loro figli e che questi con la loro
intelligenza riescano a salvaguardare quello che ci rimane con onestà e
giustizia.
Quanto sei bella ancora con quello che ti rimane! Pensare che sei l’unico
Paese così ricco d’Arte da poter far vivere ancora tanti disoccupati solo col
turismo...
Pazienza, la vita è questa e spero sia migliore per chi sta nel mio cuore e
possa avere un futuro più radioso di questi tempi così tristi.
~ 15 ~
UN SAPONE SPECIALE
Vincenza Bazzocchi
La guerra era terminata, mancava tutto, tranne la buona volontà!
Non ci si poteva lavare, c’era scarsità di acqua e soprattutto non c’era il
sapone.
La mamma, che era una donna veramente intraprendente, dietro
suggerimento di alcune persone che se ne intendevano, imparò a preparare
il sapone artigianale.
Si procurava le ossa degli animali da un contadino. Prendeva un pentolone
e le faceva bollire insieme alla soda caustica. Dove la trovava? Da un
tabaccaio suo conoscente, che si riforniva a Meldola. Ricordo che la
mamma preparava stampi che erano di forma rettangolare, non di grandi
dimensioni, e insieme al sapone per il bucato preparava saponette per la
toelette colorate e profumate! Il commercio dei saponi era però fatto col
metodo del baratto. Dalla vicina campagna venivano i contadini che
portavano il latte, la farina, la frutta, e in cambio prendevano saponi e
saponette per lavarsi. Non circolava denaro, ma tanta generosità e simpatia.
Nel giro di pochi anni, con la ripresa economica, questa attività artigianale
fu sostituita dai detersivi di vario genere. Tutto era comprato con i soldi.
Mi ricordo molto bene l’atmosfera di quei momenti, la serenità, la cucina, il
vapore, il profumo, l’odore che aleggiava in quello stanzone! Mi si
ripresentano le immagini davanti agli occhi e rivedo la mia mamma e il mio
nonno indaffarati e risento i loro ordini: “Stai lontana da quello stanzone
dove ci sono i tegamoni sul fuoco, è pericoloso!”. Io ero obbediente anche
se quei profumi mi attiravano: avrei voluto pasticciare anch’io e, chissà,
creare un sapone molto speciale.
~ 16 ~
FUCILAZIONE MANCATA
Evandro Biserni
A volte mi torna alla mente che a soli 18 anni ho rischiato veramente tanto!
Era il 27 settembre del 1944, ero in vacanza dai miei zii a Tontola, nella
loro casa colonica. Quella che doveva essere una vacanza piacevole si
trasformò in una brutta esperienza. Lì vicino era stato fatto saltare un ponte
e i tedeschi cercavano i colpevoli.
Ben presto fu fatto un rastrellamento ed io, insieme ad altre 10 persone,
venni portato via: mi trovai con le spalle la muro davanti ad un plotone
d’esecuzione; la paura era tanta, il cuore mi batteva forte. Un ufficiale ci
passò in rassegna e ad uno ad uno ci controllò le mani, poiché sapeva che
chi aveva maneggiato il tritolo conservava segni particolari. Mi sentivo
perso, anche se sapevo di essere innocente, ma quando fu il mio turno e
videro le mie mani pulite e prive di polvere da sparo, mi lasciarono subito
libero e, con me, anche gli altri. Mia mamma venne a riprendermi e
attraversando i monti a piedi, da Tontola facemmo ritorno a Civitella.
Purtroppo lungo il tragitto vedemmo case bruciate e anche persone morte,
uccise per rappresaglia. La guerra è spietata. Arrivato al mio paese ho
festeggiato con i miei amici lo scampato pericolo, ma il mio sistema
nervoso è stato duramente provato e ancora oggi ne porto le conseguenze.
Le guerre cambiano gli uomini, non dovrebbero esistere.
~ 17 ~
IL BELLO DI NOI VECCHI
Elio Casadei
Abbiamo vissuto la nostra vita come ci è piaciuta o come abbiamo potuto.
Se pensiamo a quando eravamo giovani, facevamo questo, facevamo
quell’altro.
Sbagli ne abbiamo fatti, non siamo sempre stati perfetti .
Però, abbiamo vissuto, in compagnia o soli.
Siamo tanti nel mondo che non li so contare.
Qualcuno la vita l’ha passata come aveva voluto, ed è andato bene.
Altri hanno avuto difetti e cattiverie, sono rimasti scottati o ammalati.
Il mondo è andato avanti con noi.
I nostri figli faranno meno errori di noi, speriamolo.
Però, siamo ancora esistenti e vivi.
Da quello che abbiamo fatto, ormai, non si torna indietro.
Ci consolano solo i ricordi dei bei tempi e la futura generazione.
Nel nostro piccolo vediamo di aiutarli.
Con noi ci sono i ricordi, nessuno può portarceli via.
~ 18 ~
COMMESSA PER PASSIONE
Fausta Casadei
Sono nata nel 1926 a Forlì e vivevo con mia mamma in via dei Mille. La
mia casa era situata dentro ad un giardino, nella zona centrale della città. La
zia, sorella di mio padre, era molto ricca e provvedeva al nostro
mantenimento poiché mio padre era morto durante la guerra; la mia
mamma in cambio le faceva il bucato e teneva in ordine la sua casa.
Ho sempre amato molto la mia città e ricordo con piacere com’era
piacevole fare passeggiate lungo i nostri corsi in centro. I negozi erano belli
e lavoravano molto, noi ragazze ci fermavamo a guardare le vetrine sempre
invoglianti e ben allestite. Sognavamo di comprare qualcosa e quando
potevamo realizzare il nostro desiderio eravamo al settimo cielo.
Dopo le scuole superiori, insieme a due mie amiche, mi trasferii a Roma,
poiché avevamo trovato un’occasione di lavoro molto redditizia: eravamo
venditrici porta a porta di detersivi “Olà” e di cosmetici. Mi sono trovata
molto bene, ma nel frattempo la mia mamma mi scrisse una lettera
dicendomi di tornare a Forlì. Avevo l’opportunità di lavorare come
commessa, presso un grande magazzino che stava aprendo in quei giorni: si
trattava della famosa Standa, che avrebbe sostituito i locali della PTB (“Per
Tutte le Borse”) allora situato in Corso Garibaldi.
Feci così ritorno a casa e, visto che a Roma avevo fatto esperienza nel
settore vendite, fui subito assunta.
Mi piaceva molto il mio lavoro, ero davvero entusiasta. Eravamo 30
commesse, avevamo come divisa un grembiule celeste col bavero e i
polsini bianchi come le scarpe e un cartellino col nostro nome puntato sul
petto. Poco dopo mi misero alla cassa, lavoro di molta responsabilità. Alla
sera dovevo controllare i conti che naturalmente dovevano quadrare
perfettamente. Col tempo ero diventata sempre più brava e quando
venivano assunte nuove commesse io, che ero la più esperta, insegnavo loro
tutti i trucchi del mestiere.
~ 19 ~
Ho dedicato passione e molto tempo della mia vita a questo lavoro, che ho
iniziato con l’apertura della Standa e ho concluso nel 1990. Poco dopo la
Standa terminò l’attività.
~ 20 ~
L’AMICO DEL SOLDATO
Pierina Castellucci
Sono nata in provincia d’Arezzo, un bel paesino sull’Arno. Mio padre
faceva il giardiniere ed io fin da bambina l’ho sempre aiutato nel suo
lavoro, annaffiando le piante, talmente tanto che ho sempre preferito fiori
finti.
Lavorava per una contessa che si era molto affezionata a me e diceva a mio
padre: “Voglio questa bimba con me in passeggiata”. Infatti, d’estate, le
facevo spesso compagnia.
Quando divenni una ragazzina, a volte aiutavo una mia amica magliaia che
confezionava i guanti per i soldati. Ne preparai un paio per uno in
particolare, che dopo averli ricevuti, venne a casa mia per conoscermi, in
compagnia di un suo amico. Poi scoppiò la guerra e loro partirono: il
soldato morì e l’amico per fortuna si salvò nonostante le ferite.
Una notte bussò alla nostra porta in gravi condizioni, il babbo lo ospitò e lo
curò.
Durante la sua convalescenza, col permesso del babbo, le mie amiche ed io
gli facevamo compagnia nel corso di lunghe passeggiate e parlavamo tanto.
Poi un giorno l’amico del soldato si dichiarò e cominciò a farmi la corte…
con mio grande piacere.
Una volta guarito continuò a venire a trovarmi finché non ci sposammo.
Avevo appena 19 anni e lui 7 in più.
Siamo stati insieme una vita, ora purtroppo è morto. Tanto amore e tanto
rispetto reciproco. Mi è rimasto un ottimo ricordo di mio marito, ora lo
tengo sempre nel mio cuore: un paio di guanti mi hanno regalato un grande
amore.
~ 21 ~
A SPASSO CON FIFI’
Vincenza Crescenzi
Sono nata a Poffi, in provincia di Frosinone, il 23 luglio 1934. Con la mia
famiglia mi sono poi stabilita a Roma, abitavo vicino a piazza Navona. Mio
padre era controllore ferroviario e proprio lì, nelle vetture dove forava i
biglietti, conobbe per fatalità il famoso Erminio Macario che diventò suo
amico.
Un giorno lo invitò a mangiare a casa nostra, così anch’io ebbi l’occasione
di conoscerlo. Con le mie battute a tavola lo sorpresi per il mio spirito e
così Macario, conquistato dalla mia simpatia, fece di tutto affinché mio
padre mi affidasse a lui e alla sua compagnia teatrale. Così fu, a patto che
non uscissi la sera con le altre ragazze, io era davvero troppo piccola.
Piacevo molto a Macario, in modo simpatico si rivolgeva sempre a me con
questa frase: “Ragazzina piccolina la trattiamo da Regina!” Piccolina lo ero
proprio, avevo 13 anni! Spesso davanti a tutti rinnovava questa espressione
che era un po’ un monito per farmi rispettare da quelli più veterani della
compagnia. Macario era un attore comico unico nel suo genere, piaceva a
tutti, grandi e piccoli.
Preparava scrupolosamente tutte le battute del copione per scatenare risate
a volontà. Il suo spettacolo andava in scena al Teatro Barberini di Roma,
vicino a Viale Vittorio Veneto.
Si circondava di belle ragazze che richiamavano molto pubblico, anche
perché scoprivano le gambe… e, a quell’epoca, era una simpatica
provocazione.
Divenni una delle sue soubrette preferite e in una delle serate conobbi
anche Sandra Mondaini, all’inizio della sua carriera.
Mi ritorna in mente una scenetta in particolare dove avevo una particina:
dovevo camminare disinvolta e portare a spasso un cagnolino di nome Fifì.
Fifì era un barboncino sale e pepe, molto carino e intraprendente e sfilava
~ 22 ~
con me davanti a Macario e mentre camminava era addestrato a fermarsi,
ad alzare la zampina e fingere di fare la pipì. Allora Macario si rivolgeva
con la sua voce e la mimica ironica al barboncino e diceva: “Fifì, Fifì, eh eh
eh… non si fa pipì qui!!!!! E lui abbaiava due volte, si ricomponeva e
usciva insieme a me di scena, naturalmente tutti ridevano.
Io sono stata fortunata a conoscerlo e a far parte della sua compagnia:
grazie a lui ho viaggiato tutta l’Italia, la Spagna, la Grecia e ho visitato
anche l’America! Furono tanti i successi ottenuti. Sono rimasta nella sua
compagnia fino a 19 anni, poi papà mi ha richiamato a casa e la mia vita è
cambiata, però questa esperienza come soubrette del grande Macario non
mi abbandonerà mai e resta un bellissimo ricordo.
~ 23 ~
RUBACUORI
Enza D’Angelo
Ricordo che avevo 9 anni e vivevo con la mia famiglia nella campagna
sarda.
Per andare a fare il bucato, bisognava armarsi di pazienza: occorreva
prendere i panni e il sapone e percorrere 6 chilometri di strada non
asfaltata.
Si andava in bicicletta oppure con un mezzo molto simpatico: avevamo un
asinello che si chiamava Rubacuori, era docile e buono solo col mio papà,
perché lui gli voleva molto bene e glielo dimostrava. Un giorno le mie
sorelle ed io dovevamo andare a lavare i nostri vestititi, io ero la più
piccola e quindi spettava loro il compito di preparare il carretto. Dopo aver
legato Rubacuori, mi aiutarono a salire, ma cosa successe?
L’asinello partì solo con me a bordo e andava forte, non c’era proprio modo
di fermarlo… le mie sorelle correvano ma non riuscivano a raggiungerci.
Io mi sono molto spaventata, urlavo disperata: “Aiuto! Aiuto!, con le
braccia sollevate al cielo, per vedere se qualcuno accorreva in mio aiuto,
ma niente, l’asinello correva e andava, andava, e le mie sorelle erano
puntini ormai lontani.
Conoscevo a memoria quella strada e sapevo che vicino c’era un pericolo
imminente: un ponte fatto ad esse e sotto un burrone: “Povera me!” Per
fortuna il mio destino non era quello. Tre contadini, allarmati dalle mie
grida, sbarrarono la strada a Rubacuori che si fermò. Io con molta calma
ringraziai i miei salvatori e mi misi ad aspettare le mie sorelle, che trafelate,
dopo aver corso a lungo, mi trovarono calma e tranquilla. Però
quell’esperienza mi fece capire tante cose: ad esempio, che Rubacuori si
era comportato così perché i miei fratelli lo stuzzicavano sempre e lui, a
modo suo, si era vendicato.
~ 24 ~
BELLISSIMA
Roberto Pilotti
Ricordo che, quando andavo alle scuole superiori, c’erano pochi maschi e
molte femmine.
Fui particolarmente colpito dalla mia compagna di banco: per me andare a
scuola era un’emozione. Oltretutto abitava nei pressi della mia abitazione in
via Sant’Anna; non era molto alta, ma era molto bella. Lei si era accorta del
mio interessamento nei suoi confronti, per il modo in cui la guardavo e per
i sorrisi che le facevo; purtroppo la mia timidezza non mi permise di
esprimere il sentimento d’amore che provavo per lei.
Abbiamo frequentato insieme la stessa scuola per due anni. La rividi poi,
perché abitavamo nella stessa via. Non c’è mai stato niente tra di noi, però
la ricorderò sempre, forse era solo bella, ma per me era bellissima.
~ 25 ~
LA PANCHINA
Chiara Raffaelli
Sono Chiara Raffaelli, ospite di questa grande struttura denominata
“Residenza Pietro Zangheri”, la cui origine risale all’anno 1886, quando
venne inaugurata sotto l’ala protettiva del Re Vittorio Emanuele II.
È questa la mia attuale residenza, dal luglio 2011, quando, rimasta io
sola della mia numerosa famiglia ed essendo in età avanzata perché nata
nel 1925, ho deciso di lasciare la mia casa, seppure a malincuore.
Devo dire però che mi sono ambientata in breve tempo, avendovi
trovato gentile accoglienza e ottima ospitalità, nonché la possibilità di
assistere a concerti e spettacoli di vario genere.
Ma devo ammettere che uno dei momenti più piacevoli della giornata è
il primo mattino, quando, impaziente di scendere dal mio reparto
“Magnani”, per recarmi ad assistere alla Santa Messa, celebrata
quotidianamente dal Parroco Don Tito, vado a sedermi abitualmente,
durante il tempo di attesa, nella prima panchina del corridoio, che
conduce al salone principale, poco distante dalla Chiesa. Confesso di
provare particolare attrazione per quella speciale panchina, di bella
struttura, adorna di disegni a colori; ma ciò che più mi piace è
l’opportunità di incontrarmi ogni mattina con alcune persone, ospiti
della residenza, desiderose di sedersi accanto a me, per conversare sugli
avvenimenti importanti del giorno e su quanto di interessante accade nel
nostro stesso ambiente. Quei sia pur brevi momenti di reciproco dialogo,
improntato a vera amicizia, mi consentono di dare buon inizio alla
giornata, anche se a volte, occorre usare una certa pazienza se qualcuno
parla un po’ a sproposito. Posso dire pertanto di essermi talmente
affezionata a quel posto, al punto di non poterne fare a meno. Ciò
premesso, la mia giornata prosegue in maniera soddisfacente, in quanto
partecipo volentieri alla vita di gruppo, promossa dalle Educatrici che ci
~ 26 ~
intrattengono con molteplici attività. In considerazione di tutto ciò,
spero di trascorrere in serenità (e ripensando sempre a quella panchina)
gli anni di vita che mi restano, in questa Residenza, che, oltre ad essere
di rara bellezza, ha il pregio di ospitare per la sua vastità un numero di
persone assai notevole.
~ 27 ~
LO SPECCHIO
Tina Tolomelli
Sincero nel silenzioso riflesso
lo specchio come occhio freddo
riverbera l’effettiva realtà
con crudele, autentica franchezza.
Gli anni passano e lui li conta,
tutti, fedele al suo impegno
franco nel dichiarare la finzione;
non c’è pusillanimità né ritrosia
nella sua sfacciata autenticità.
I sentimenti no, quelli non li possiede,
non può introdursi nell’animo,
ma le loro contrazioni, gli effetti
quelli sì, li esprime e li rigetta
con singolare, unica, vera chiarezza.
Forse è amico, forse gemello
o fragile, labile coscienza
che con un botto s’infrange.
~ 28 ~
RICORDI DI SCUOLA
Narcisio Valentini
Io venivo dalla campagna, precisamente da San Pietro in Trento di
Ravenna. Ero venuto con la mia famiglia ad abitare a Forlì. Mio padre
aveva acquistato il palazzo dove ora è la Banca di Milano in Corso
Mazzini: lo chiamavano il “regno dei topi”.
Frequentavo le scuole elementari in via Francesco Nullo e mi ricordo
molto bene il primo giorno: era il 1920 circa ed io ero molto intimorito.
La maestra era anziana ma assai gentile e ben disposta nei miei
confronti. Mi domandò davanti alla scolaresca: “Quanti fratelli hai?” Le
risposi: “4 fratelli e 2 fratelle”. Tutti si misero a ridere e rimasi
mortificato.
I ragazzi di città mi prendevano in giro per la mia ingenuità ddovuta al
fatto che venivo dalla campagna ed ero molto intimidito. Nel banco
dietro di me, ricordo bene che c’era un bambino che si chiamava
Brasini, che mi stuzzicava con i pennini. Io all’inizio subivo, poi trovai
il modo per cambiare. Quel Brasini divenne da grande il Direttore
dell’Ospedale Morgagni di Forlì.
Frequentavo allora l’oratorio dei Cappuccinini e lì, pian piano, vinsi la
mia timidezza, mostrai i denti e tutti cominciarono a rispettarmi.
Ero così cambiato, ero scatenato, correvo più forte di tutti. A scuola poi
diventai molto bravo, i temi erano i miei cavalli di battaglia e oltre che
scriverli, li illustravo con disegni molto belli. Il maestro mi elogiava, li
mostrava agli altri insegnanti e a tutte le classi: erano molto apprezzati.
Ricordo che a proposito di uno dei miei primi temi il maestro disse a
tutta la classe: “Solo un tema è leggibile: è quello di Narcisio”. Ne ero
davvero orgoglioso.
Molto singolare è anche la storia del mio nome: alle elementari mi
chiamavano Tarcisio, che era il mio nome di battesimo, ma quando
~ 29 ~
andai alle scuole superiori e chiesi i documenti a Ravenna, l’estratto di
nascita mi registrava come Narcisio: da allora ho un “doppio nome”.
~ 30 ~
Residenza Sanitaria
“Al Parco”
Forlì
~ 31 ~
ALLA LUCE DI UN LUME A PETROLIO
Quando il 14 luglio 1927, strillando, sbarcai su questa lacrimarum valle,
come molti preti di allora chiamavano la terra, ebbi la fortuna di capitare in
una meravigliosa famiglia di mezzadri che abitavano e coltivavano un
podere in uno sperduto paese della bassa forlivese chiamato Barisano. La
famiglia era composta da tre fratelli (fra i quali mio padre), tre sorelle, i
loro genitori, cioè i miei nonni, il fratello del nonno con la moglie, senza
figli, mia madre ed infine io, dodicesimo e ultimo arrivato.
Nacqui alla debole luce di un lume a petrolio, perché tale era allora
l'illuminazione nella stragrande maggioranza delle case di campagna. Il
riscaldamento era di tipo bovino, nella stalla.
I mezzi di locomozione erano la bicicletta e l'asino e per i più benestanti il
cavallo.
Poichè a quei tempi pochissime donne andavano a partorire in clinica,
qualcuno, familiari, amici o vicini di casa che possedevano un cavallo,
andavano a prendere la levatrice alle prime doglie della partoriente: così fu
anche per la mia nascita.
Finite le elementari ci trovammo, la mia famiglia e io, ad un bivio: si
doveva decidere sulla possibilità di continuare ad andare a scuola a Forlì, o
fermarmi alla quinta elementare e fare il contadino. A questo punto devo
dire con chiarezza quali sono stati i meriti dei miei genitori e degli zii: gli
amici e i conoscenti non aiutavano sicuramente nella scelta e, secondo la
mentalità allora diffusa, dicevano: «Sé, manda e fiol a la scola, che dop ut
dis dl’ignurant in italiano». Nonostante questo essi ebbero la forza e
l'intelligenza di mandarmi a scuola, mentre tenevano e pagavano un
garzone al mio posto.
Un’altra persona alla quale va il mio grazie, per l'esempio e l'aiuto datimi,
si chiamava Cavalletti. Era un amico di famiglia che viveva a Forlì insieme
a sua cugina Ernestina, che lo accudiva. Quasi tutte le domeniche da Forlì
veniva a casa nostra a Barisano in bicicletta ed essendo un appassionato
studioso di botanica, conosceva e raccoglieva erbe nei campi per quasi tutta
~ 33 ~
la giornata. A noi sembrava un po' strambo perché mangiava erbe che a
nostro giudizio erano robaccia. Ho vissuto per vari anni a casa sua durante
il periodo scolastico, specialmente in inverno, perché venire da Barisano a
Forlì, con le nevicate di quei tempi, sarebbe stato rischioso per la salute.
Cavaletti era un amico e collaboratore di Zambutè, famosissimo guaritore
che preparava le medicine da solo. Tante sere Cavaletti mi portava con sé a
casa di Zambutè a lavorare per produrre le medicine dalle erbe raccolte: le
faceva bollire, per poi trasformarle in pillole e sciroppi. Tali medicine erano
addirittura “miracolose” in quanto hanno guarito malati dai medici dati per
spacciati. Si è sempre detto che Zambutè aveva guarito anche la moglie di
Solieri, notissimo medico forlivese; anzi si affermava che la motocicletta
era un regalo di Solieri.
Zambutè, oltre ad essere celebre per le guarigioni che riusciva ad ottenere e
per le quali si faceva pagare quasi niente, tanto che morì poverissimo, era
un personaggio del quale si parlava sempre e ovunque per i suoi modi di
fare: era un orso con un cuore d’oro, un benefattore.
Come già detto, a casa di Cavalieri rimanevo soprattutto nei mesi invernali,
mentre nei mesi di aprile, maggio e giugno andavo a scuola in bicicletta da
Barisano a Forlì.
Nei giorni in cui c'era scuola di pomeriggio, qualche volta, all'uscita, ci si
fermava a giocare, per cui arrivavo a casa molto più tardi del previsto. A
questo punto facevo una grande volata per tornare a Barisano e a circa
mezzo chilometro da casa, prima dell’ultimo rettilineo, sgonfiavo la
bicicletta e a piedi, con la bicicletta a mano, arrivavo tutto sudato, inveendo
contro la bicicletta che non stava mai gonfia. Mio padre si lasciava
commuovere e a mia madre, tutto preoccupato diceva: “Mo dai, tan vi che
por burdel ad sudeda cla fat, praperi da magnè, dai chicosa ad cheld, dai
st’etar”. Ce la mettevano tutta per alleviarmi la fatica fatta! Ho sempre
amato profondamente ed ammirato i miei genitori e tutti i miei familiari di
Barisano e ancora oggi, pensando a questi piccoli trucchi da ragazzino, non
mi sento in colpa, ma verso di loro provo ancora più tenerezza.
~ 34 ~
LA GUERRA
Negli anni 1943-‘44 io non avevo ancora 17 anni e l'unica arma che
conoscevo era il coltello per tagliare il pane, per cui, a me e ad altri come
me, venivano assegnati dai partigiani soprattutto compiti di volantinaggio e
qualche volta anche di trasporto armi. Queste azioni, coi tedeschi
sparpagliati dappertutto, comportavano grossi rischi, perché se ti
prendevano con armi o volantini ti fucilavano sul posto. Un giorno, nel
giugno 1944, a me e Daniele fu assegnato il compito di andare a portare dei
volantini nelle case di tutti i contadini della parrocchia.
Il volantino diceva: “Non un solo chicco di grano agli invasori ed agli
ammassi dei loro servi”.
Praticamente si doveva impedire ai contadini di mietere e trebbiare il grano,
che sarebbe poi stato sottratto dai tedeschi e dai fascisti che ormai
scarseggiavano di tutto: facevano addirittura trainare i camion dalle
mucche, poichè non avevano più benzina.
Io e Daniele cominciammo il giro di volantinaggio a tarda sera, addirittura
dopo l'inizio del coprifuoco. Andammo in due con una sola bicicletta;
Daniele la conduceva pedalando mentre io stavo seduto sulla canna,
tenendo nel petto, dentro la camicia, il pacco dei volantini da distribuire.
Quando si arrivava davanti alle case dei contadini, dato che allora quasi
nessuno aveva recinto e cancello, senza scendere dalla bicicletta si girava
nell’aia, si passava da vicino alla finestra, quasi sempre aperta per via del
caldo, e si lanciava il volantino addirittura in casa, poi si ritornava sulla
strada e ci si dirigeva verso le altre case dove si ripeteva 1'operazione.
Quella sera, uscendo dalla semicurva fra le case di Gross e di Muntè in
direzione ponte del Vescovo, ci trovammo di colpo di fronte alla ronda
tedesca, che a piedi veniva in direzione opposta alla nostra. Non tento
neanche di descrivere il terrore e lo spavento di quel momento: la naturale e
istintiva tentazione fu quella di fare dietro front e scappare. Non so ancora
dove trovammo la forza di non lasciarci travolgere dal panico e andare
~ 35 ~
avanti, tenendo conto che avevamo 17 anni. Se fossimo scappati ci
avrebbero sparato. Invece siamo passati accanto alla ronda tedesca e a non
più di mezzo metro di distanza, data la larghezza della strada, e abbiamo
dovuto tenere un atteggiamento che non li insospettisse!
Un'altra avventura mi capitò quando il fronte era a poche decine di
chilometri da Forlì. Un giorno eravamo in quattro o cinque sulla strada
davanti al mulino a parlare delle retate che facevano i tedeschi e poichè da
giovani si è anche un po' spacconi, io stavo dicendo: “Se i tedeschi mi
vogliono mi devono correre dietro perché io scappo”. Non avevo ancora
finito di parlare, quando dalla semi curva davanti alla chiesa sbucò un
gruppo di tedeschi, con sette-otto italiani già rastrellati, che venivano verso
il mulino dove eravamo noi.
Io scappai subito e passando sotto il porticato andai dietro al mulino, dove
c'era una catasta di legna dietro la quale mi nascosi. Cominciai allora ad
armeggiare intorno ai calzoni, facendo la solita finta. I tedeschi avevano
visto dove ero andato, così uno di loro si staccò dal gruppo per venire a
prendermi. Sentii i passi avvicinarsi, vidi la canna del fucile spuntare
dall’angolo della catasta di legna, accompagnata dagli urli incomprensibili
del tedesco, che di scatto saltò fuori puntandomi il fucile nel petto; io avevo
già le mani in alto. “Koman, koman!” urlava. Questa parola voleva dire di
andare con lui; le uniche altre parole di tedesco che ho imparato durante la
guerra sono “kaput”, che significava che ti avrebbero fatto fuori, e “raus”,
con cui ti ordinavano di sparire. Mi mise insieme agli altri già rastrellati e ci
portarono proprio a casa mia a fare le postazioni per le mitragliatrici:
dovevano scavare delle buche in un boschetto dietro la casa, per piazzarvi
l'arma. Capitai a fare le nicchie in un pagliaio proprio nel punto dove io
stesso avevo nascosto un rotolo di fasce tricolori della Resistenza, da
conservare per il giorno della liberazione. Pensare a che cosa sarebbe
successo se un altro che non sapeva niente, tagliando la paglia, avesse fatto
cadere quel rotolo sotto gli occhi del tedesco che dirigeva i lavori, mi fa
venire freddo anche dopo 54 anni.
A questo punto si trattava di fare sparire le fasce prima che venissero
scoperte per l'avanzamento dei lavori.
~ 36 ~
Mia zia Guerrina, che penso di non avere mai ringraziato abbastanza,
comparve sull’uscio della stalla e io le dissi, riferendomi al tedesco:
“Quand cu s’aluntana clu che lè avrì da dri de paier cajo dla roba da dev”.
Lei capì al volo la gravità della situazione, ma ebbe ugualmente la forza di
non svenire. Si mise a spiare il tedesco e quando questo andò nel boschetto,
lei girò dietro al pagliaio, mi si avvicinò ed io, che sapevo il punto esatto
dove avevo nascoste le fasce, vi infilai una mano, le presi e le diedi a lei
che le mise al petto, andò in casa e le buttò nel fuoco accesso, dove si
distrussero immediatamente.
A casa nostra c'era una sfollata di Forlì, proprietaria di un negozio di
pellicceria e biancheria fine, che aveva portato con sè quasi tutta la sua
merce per salvarne il più possibile. Una mattina ebbe la geniale idea di
andare a stendere il tutto, per conservarlo meglio, nel pescheto che
avevamo dietro i pagliai, cioè a 50 metri da casa. L'aereo ricognitore che
girava ininterrottamente sulla zona, intravedendo sotto i peschi qualcosa di
difficile classificazione, perché semicoperto dai rami, diede i dati
all'artiglieria che era a pochi chilometri, la quale iniziò un
cannoneggiamento durato diverse ore e cioè fino a quando ebbero distrutto
quasi tutto. Noi passammo quelle ore rannicchiati nel nostri rifugio, con le
granate che ci scoppiavano anche a meno di 100 metri. La terra tremava
continuamente, le donne pregavano e la paura, come si dice, faceva 90.
~ 37 ~
Casa di Riposo
“Pellegrino Artusi”
Forlimpopoli
~ 39 ~
Consuetudini di tempi andati, non tanto lontani, tempi in cui
nelle campagne il lusso era inconcepibile, in cui le comodità
erano riservate ai signori. Spesso si faceva a meno anche del
necessario, perché la miseria era molto diffusa e pesante.
Si cercava di ottenere soltanto ciò che era indispensabile,
anche con notevoli sacrifici.
La regola di vita era risparmiare, risparmiare su tutto.
Aneddoti e racconti di alcuni ospiti della nostra grande
famiglia della casa di riposo "Pellegrino Artusi" di
Forlimpopoli.
~ 41 ~
ANDÈ A LA STALA
Quando la sera andavamo nella stalla, l’interno era umido e profumato, non
c’era tanfo, era e fiè dla stala, odore di paglia, di strame, di fieno e d’altro.
Era un modo di stare con i vicini al caldo, le donne filavano la lana grezza
facendo frullare il fuso e si parlava.
Gli argomenti erano sempre gli stessi: le difficoltà economiche, la famiglia,
le fatiche nei campi, i lutti, le malattie e gli amori dei giovani. Assieme alle
donne arrivavano anche le ragazze e attratti come le api dai fiori,
arrivavano i giovanotti. Le ragazze a volte ridevano (al sgrigneva) alle
conversazioni galanti.
Gli uomini giocavano a carte (a bes-cia o a pitrangul) e a volte si
improvvisava il gioco della tombola.
~ 42 ~
A TREBB
L’era una nota bura, senza stel,
e fonda fonda coma una sipultura,
e par la stre l’andeva Tirindel
gamba sicura e cor senza paura.
Fola, fola, fulaja,
E’ canteva Balenm
Stuglé sora la paja.
E int e’ mèz de cruser quant che fo stè
ecco una vosa u si sintep adoss:
« Ben arivé, mi amor, ben arivé,
l’è tant ch’aspet, ch’u mi sfoja agli oss».
Fola, fola, fulaja.....
U l’à ciapé int e’ lazz la vecia striga,
e Tirindel e va cun e su guai,
por piligren s-cianté da la fadiga
par meja e meja ch’u n’s’aferma mai.
Fola, fola, fulaja
E’ canteva Balen
In pì sora la paja.
Testimonianza dell’ospite P.G.
"Canta romagnola"
Testo di Aldo Spa1licci
~ 43 ~
IL RACCONTO DELLA NONNA
Quando si faceva sera e d’inverno il buio veniva presto nella stalla,
l’azdora entrava e accendeva il lume a petrolio (la loma), che illuminava gli
animali e le persone sedute sulle panche o sugli sgabelli portati da casa.
La nonna mi raccontava che una sera, stava per sedersi su un panchetto,
quando le fecero capire che sul quel panchetto c’erano dei chicchi di
granoturco: significava che una ragazza aveva riservato quel posto al suo
filarino. Infatti gli amori sbocciavano anche nell’ombra della stalla; a volte
senza farsi vedere dai genitori ci scappava un pizzicotto alla ragazza e una
mano furtiva si intrufolava sotto le lunghe sottane.
A volte c’era un personaggio, "E Fulesta", che narrava storie divertenti e
favole e incitava a versare da bere alla comitiva presente.
Che bei momenti ho trascorso di sera nelle stalle.
~ 44 ~
L’AZDORA
Qualche volta, durante la vegia, interveniva l’azdora che offriva agli
uomini qualche dolce, preparato da lei. Il gesto suscitava approvazioni e
applausi di gioia. L’azdora era, mi dice C.A., una contadina romagnola che
nelle famiglie patriarcali del tempo passato guidava e coordinava i lavori
della casa riservati alle donne.
Aveva un carattere volitivo, capacità di comando, occhio svelto.
Richiamava le altre donne di casa, nuore e cognate, quando a suo parere
non filavano diritto e suddivideva i compiti a tutte.
Quando la produzione degli animali da cortile era superiore ai bisogni della
famiglia, andava a vendere l’eccedenza al mercato. Il ricavato della vendita
veniva amministrato dall’azdora e in accordo con le altre donne acquistava
il necessario per la casa (piatti, merceria, grembiuli).
~ 45 ~
RICORDO IL GIOCO DE BÒ MATT
Si legava alla schiena di un ragazzo una forca fatta da un ramo secco con
sporgenze, mentre il ragazzo appoggiava le mani a terra come fosse un bue.
Gli mettevano sopra una coperta, che lasciava scoperti i rami: cosi
sembravano due corna.
Un altro ragazzo conduceva e guidava per la stalla l’animale, ma il bue di
tanto intanto si imbizzarriva, dava di matto e si lanciava contro le ragazze,
che stavano al gioco e scappavano urlando, spaventate.
~ 46 ~
E FURMAJ
La sera andavo nella stalla a mungere le mucche, seduto su uno sgabello.
Raccolto il latte, mettevo il caglio acquistato dal droghiere. Dopo un’oretta
trattavo il latte cagliato con le mani e cercavo di separare il formaggio dal
siero, che utilizzavo successivamente per la ricotta. Se era poco, lo mettevo
in un secchio per i maiali, mescolato alla crusca (la broda).
Mettevo il formaggio in una ciotola circolare (e casarot), che aveva dei
buchi nel fondo.
Dopo un giorno lo toglievo dal recipiente e lo riponevo su un’asse apposita,
in un posto dove ci fosse fresco e aria, perché si doveva asciugare. Ogni
tanto lo dovevo anche lavare.
Si poteva usare il formaggio sia stagionato e ben secco (cunzè), sia fresco.
Il formaggio non serviva solo al nostro fabbisogno familiare: andavo anche
a venderlo in piazza e per le case. Partivo con la mia bicicletta, carica dei
miei formaggi e ricotte. Quanta fatica! Ma se devo essere sincera,
rimpiango quei tempi: c’era tanta miseria, ma fra le persone non c’era
invidia, c’era tanta fratellanza, ci si aiutava molto, in particolare fra vicini.
Adesso non conosciamo neanche chi abita nel nostro palazzo.
Mah!!!!
Testimonianza dell’ospite C.A.
~ 47 ~
CANZONE DEGLI SCARIOLANTI
Spesso ci ritroviamo in gruppo e cantiamo assieme. Voglio qui trascrivere
la canzone degli scariolanti, una delle mie preferite.
A mezzanotte in punto
si sente un gran rumor
sono gli scariolanti
che vengon a lavorar.
Volta, rivolta
e torna a rivoltar;
noi siam gli scariolanti
che vanno a lavorar.
A mezzanotte in punto
si sente una tromba sonar:
sono gli scariolanti
che vanno a lavorar
Volta, rivolta.....
Gli scariolanti belli
son tutti ingannator
che j’à ingannà la bionda
per un bacin d’amor.
Volta, rivolta
~ 48 ~
RICORDI: MODI E DETTI
Aver al budeli in t’un zest.
Avere le budella in un cesto.
Lavurè la tera.
Arare.
Al budèli al fa la rezna.
Le budella fanno la ruggine.
Par San Martèn u s’imbariega grend e znen.
Per San Martino si ubriacano grandi e piccoli.
Imbarieg coma una cioza.
Ubriaco come una chioccia.
Int la bota znena u j sta e bé bon.
Nella botte piccola c'è il vino buono.
Recitati dall'ospite B.D.
~ 49 ~
Residenza
“I Girasoli”
Predappio
~ 51 ~
ERA L’ANNO 1943, AVEVO 20 ANNI
Ivo Petri
Ero militare, il mio sogno era fare il paracadutista, ma poi vi ho rinunciato.
In quel tempo militavo nei “Lupi di Toscana”, corpo di fanteria, e ci
trovavamo a Nizza di passaggio. Proprio qui successe un fatto che ancora
oggi è impresso nella mia mente come fosse ieri. In quel luogo disarmai un
colonnello tedesco che aveva ucciso il nostro Capitano.
Era l’8 settembre. Io, il Capitano e il sottotenente eravamo presso l’ufficio
della stazione del luogo, quando arrivarono i tedeschi che si stavano
recando in Normandia in perlustrazione per cercare armi. Noi non avevamo
armi, ma nel corridoio del piccolo ufficio della stazione c’erano delle
bombe a mano.
I tedeschi entrarono nella stazione. Entrò il loro Colonnello seguito dai
soldati, che fece poi uscire dai locali della stazione.
Il nostro capitano, vedendoli avvicinare, tentò di accostarsi al telefono, ma
venne colpito a morte dal tedesco, che gli sparò tre colpi di pistola e puntò
l’arma in fronte al sottotenente. Quest’ultimo, nel frattempo, aveva preso
una delle bombe a mano che si trovavano nel corridoio. Nella mano destra
teneva una bomba a mano sganciata, sfidando il colonnello tedesco.
Io, che in un primo momento ero rimasto dietro, mi trovai di fianco al
colonnello tedesco, in un balzo lo disarmai e nella lotta lui cadde sbattendo
la testa. Nello stesso istante scoppiò la bomba che teneva in mano il
sottotenente. Il colonnello tedesco morì nello scoppio, ma il sottotenente
perse l’avambraccio.
Saltò la centrale elettrica e nel trambusto, uscii per primo, spoglio della
divisa e pieno di sangue e ferito dalle schegge della granata. I soldati
tedeschi, rimasti fuori, allarmati, mi puntarono un mitra alla schiena e non
riconoscendomi come nemico mi trasferirono presso un ospedale di campo.
~ 53 ~
La permanenza all’ospedale di campo è stata lunga, avendo sempre come
compagna la paura sia di essere trasferito in un campo di concentramento,
sia di perdere entrambi gli occhi per infezione. Non è stato così, anche se
persi per sempre l’occhio destro e le schegge di granata infilate nel braccio
sono lì, ancora oggi a ricordarmi questa storia.
Dopo la guarigione quando ritornai in Italia (a Torino), in parte mutilato e
con la voglia di rischiare per la mia Patria, continuai ad rendermi utile,
portando le missive dall’Arcivescovado ai partigiani.
Quello che vi ho raccontato è un amaro ricordo di un gesto eroico che
nessuno mi ha riconosciuto, poiché un tempo, per riservatezza lo
raccontavo solo agli amici più cari.
~ 54 ~
Ringraziamenti
Si ringraziano i gentili autori per le preziose testimonianze.
Si ringraziano le animatrici e gli animatori delle Residenze.
Un grazie di cuore all’ideatore della manifestazione letteraria
“Dare vita agli anni”, Mario Vespignani, sempre vicino.
Un affettuoso ricordo è rivolto ad Andrea Brigliadori.
Alla sua memoria dedichiamo questo libretto.
Marzo 2015
La Curatrice
Flavia Bugani
~ 55 ~
forlì
L’Associazione, iscritta al registro regionale del Volontariato,
opera prevalentemente con e per gli anziani – o, meglio –
diversamente giovani.
Promuove, nell’ambito della cultura, l’incontro fra generazioni,
affinché l’anziano possa esprimere nella società le sue conoscenze e
capacità a favore del prossimo.
L’Auser
è una
“Associazione di
Progetto” tesa
alla
valorizzazione delle persone e delle loro relazioni ed è ispirata ai
principi di equità sociale e di rispetto delle differenze, di tutela dei
diritto, di sviluppo delle opportunità e dei beni comuni.
~ 56 ~
Stampato in proprio – Marzo 2015
Impaginazione e stampa a cura di
Copisteria Digicopy
Via Bella 17 - Forlì
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ANNI 2013-2014