MARCO PATTACINI
aNcHe StAnOtTe Ho
CaMmInAtO Nel LeTtO
In estrema sintesi:
questa vicenda potrebbe essere realmente accaduta,
oppure no. E’ La storia di un paesino detto Popoli e di lui:
laFamiglia Agostino baraCCa, in molte cose fissato, direi quasi
inchiodato quando pigliava dei dritti. Su tutte però, uno
prevaleva:
le necessitA’ Fisiologiche.
Cercando il senso dell’Aldiquà partendo
da unCimitero
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le rive in cerca di terre da inghiottire, rapinare, figlie d’un
cielo a lungo stracciato.
E chi se l’aspettava una roba del genere?
&Perché?
Quando aPopoli arrivò la piena, per il resto del
mondo erano le cinque del mattino, Lì, invece,
s’affacciava un’alba triste segnata dall’amarezza del
disarmo: estremo sapore del limite.
I pioppi, che prima si stagliavano alti verso il cielo
con spoglie braccia desiderose d’abbracciare una nuvola
o almeno un sogno, venivano lentamente ma
inesorabilmente inghiottiti. Surreali, spuntavano solo i
rami estremi, aggrappati al chissà dove. Flagello diDio
per taluni, na sfiga dellaMadonna per altri: disgrazia era,
quest’è certo. Dall’alto del Piemonte alle foci del Polesine
interi paesi erano nelle medesime condizioni, temendo
d’esser spazzati via dalle torbide e tormentate acque
d’unPo divenuto troppo. In quel diPopoli quella notte
s’allagò la sacca grande e con essa sparì ilCimitero
completamente sommerso fino a che l’ultimo degli ultimi
lumini s’allontanò scrivendo la prima veritàPerduta: il
mondo ha bisogno di camomilla. Disarmati i popolani, non
poterono far altro che assistere a quell’atroce spettacolo,
formando una lunga fila sull’argine maestro. Il grande
fiume gonfio a dismisura, aveva letteralmente staccato in
due terre fino a qualche giorno appresso visibili. Largo
come il mare è ciò che non si vede più: largo come il
mare in un’alba triste. Così Popoli restò l’unico paese al
Nell’Aldiqua esistono tanti paesi: alcuni nascono lungo
un fiume, altri sfiorano o accarezzano una costa; crescono
inseguendo una strada, talvolta figlia anche della pura fantasia.
Tutti, vicino, hanno unCimitero. In quella frazione detta
Popoli ci si fece idea che quella della morte fosse la prima
necessitA’ Fisiologica degli uomini.
Lì c’era chi lo giurava: a dir loro, quello fu il lume
della memoria disegnato dalle onde delPo…
Quella beata cupola azzurra che da immemorabili
tempi giaceva su quelle terre, pareva esser divenuta
maledetta: non la smetteva più di lacrimare dannate
gocce per giorni e giorni. Le acque s’arrampicavano oltre
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mondo senza unCimitero. Unica sopravvissuta si potea
veder la buca del Futuro…
sulleOnde delDNB
Vicino alla stravecchia Chiesa diPopoli c’era un piccolo
convento monastico che, se non decrepito, si presentava certo
malandato. Apparteneva alle setteSorelle. Cioè: a onor del vero,
il loro Ordine era quello delle Serve di Maria Immacolata et
Santissima Madre dei Figlioli Perduti per il Mondo. Ma
siccome ripetere tutte le volte: - Buon giorno suorGiacinta
devota all’Ordine delle Serve di Maria Immacolata et
Santissima Madre dei Figlioli Perduti per il Mondo era una
fola per non dir di peggio, fu collettivamente stipulato un
riassunto, ribattezzandole setteSorelle. Visto e considerato,
traparentesi, che per aver fede al loro Ordine - che per
misericordia mia e vostra non riscriverò mai più per esteso avrebbero dovuto essere comeSorelle nel tempo.
E quant’è lungo il tempo in clausura, non lo è da
nessun’altra parte: eternamente Suo. Per scelta. Pensate che
per misurare il tempo in modo comprensibile, Agostino si
ripeteva quella famosa massima: voi provate a stare dieci
minuti in attesa della vostra morosa, poi provate a sostare
dieci minuti con il sedere nudo su una stufa accesa e vedrete
subito la differenza, vacca d’un cane.
Ma le setteSorelle, invero, apparivano speciali anche per
il fatto che di straforo a tutti, misero su una radio clandestina
che quando meno ve l’aspettavate s’infilava dentro i
programmi degli altri e ci dava giù di brutto. In latino, in
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dialetto, in italiano, le setteSorelle aspettavano solo il momento
più propizio poi s’infilavano dentro per dir lo di lor pensiero
attraverso suorPlacidia che possedeva un vocione rauco e
importante allo stesso tempo: dono diDio e delle sigarette che,
per dispensa della badessa, potea assaporare. Per esempio,
una volta s’infilò dentro Radio Maria nel bel mezzo d’un
rosario e annunciarono al mondo:
Berluscoro stava
proclamando:
tenendo
alla
nazione
sulla
libertà
- Sia i popoli, sia le persone troppo spesso hanno poca
memoria: inceppando così la ruota della storia in un
affannoso ripetersi. Dura lex set lex… A chi è padrone di una
percentuale altissima dell’informazione, dovrebbe essere
vietato per legge di far politica in prima persona: così come
avviene nei paesi più emancipati.
- Il verbo s’è fatto carne: godiamone. E giù che diede
voce a una lettera scritta a un amico finocchio.
Oppure su Radio Vaticano…
Innanzi tutto l’etimologia della parola finocchio: è
utilizzata perché anticamente quando gli omosessuali erano
messi a bruciare vivi sui bracieri ardenti, per mitigare e
confondere l’odore repellente erano buttati in quantità
industriale dei finocchi.
Oggi, carissimo amico, non è più così. Come ha detto
l’altra sera canale cinque, da noi ribattezzato canile cinque,
finalmente presto ci saranno i PACS. E, allora, da quel dì
potrai sposarti anche tu. In Municipio, s’intende. Per la
benedizione di Santa Romana Chiesa dovrai attendere ancora
un po’.
Tuttavia, noi che ti siamo amiche, ti diciamo coraggio
perché il signorDio ti accoglie per quello che sei e non per quello
che altri vorrebbero che tu fossi.
- Crediamo in un solo Dio, ma preghiamo anche gli
altri. Perché aiutano milioni e milioni di uomini, ecco perché.
Firmissima est inter pares amicitia: saldissima è l’amicizia tra
persone eguali, ciàpa mò sù.
E via discorrendo. Nell’arco di ventitré anni s’erano
ridotte a sette: le morti, quanto le nascite, non si
nascondevano: di novizie neppur l’ombra, e sulle lapidi si
potevano contare le promosse, dacché assunte in cielo.
Restavano all’appello dell’Aldiquà: suorGiacinta, suorElisabetta,
suorPlacidia, suorAlberta, suorCometa, suorAnna e suorCandida
la badessa, ma per tutti non eran più che una. Nessuno ha
veduto mai il dì loro volto, sorriso, pianto. Nessuno. Solo la
flebile e adeguata voce, unica in grado di scavalcare tende,
contro tende e grate, era nota. Tuttavia, anche per chi
coltivava l’abitudine di colloquiar con esse, era impossibile
distinguere se a parlare fosse l’una o l’altra. Condividevano
persino i modi di dire, gli accenti, le inflessioni: in natura
diverse, cercavano comunione nelloSpirito, le setteSorelle.
Una benedizione da tutte le tue amiche…
Ci vuole del coraggio e mai e poi mai ci si sarebbe
aspettato che fossero proprio delle religiose a scandir tali
ardite affermazioni. Un'altra volta interruppe un discorso che
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Eccezion
fatta per
suorPlacidia
laBirichina, che
appassionatamente assaporava le Gauloise, perciò sfoderava
un vocione alla Jak Follak, e giù che ci dava di legna con la
radio attraverso quell’antenna invisibilmente attaccata al
crocefisso che svettava sulla Chiesa… introducendosi su
Radio Maria ti fa:
Oh, giuro: gli rispose così. A raccontarla sembrerebbe
una favola, d’accordo, eppure suorCometa replicò in tal modo,
con candida flessuosità, sottovoce:
- Un bell’accidente, veh…
Bisogna ammetterlo: parea disarmante. E anche il
signorAgostino, di solito poco propenso alle convenzioni, non
trovò modo di proseguire. Sicché, letteralmente muto di
parole passò un lunghissimo minuto, che già iniziava al sapore
del silenzio.
- Dio ti aiuta, Berluscoro si aiuta: altro che unto
dalSignore: è bisunto…
- Ho capito quant’è lunga l’eternità dopo aver ascoltato
un comizio di Pannella, proclamò introducendosi nelle
frequenze di Radio Radicale.
- Nella stanzina troverete tutto il necessario.
Nell’armadietto ci sono lenzuola e salviette di ricambio, ma se
vi necessita altro, non esitate a tirare il cordone posto al fianco
della scrivania: una di noi vi raggiungerà. I pasti, se vi può
andar bene, li serviremo alle otto, alle dodici e alle diciannove.
Ah, quasi dimenticavo, perdonatemi… nel bagno troverete
anche lo specchio, speriamo che sia grande abbastanza e vi
possa bastare: se, come avete detto, vi fermerete solo una
settimana dovrebbe esser sufficiente. Un’ultima cosa,
purtroppo in questo periodo fa molto freddo, e i nostri
riscaldamenti, come avrete presto modo d’apprendere, non
sono molto efficienti; per di più i serramenti sono piuttosto
malandati, con vetri sottili: sicché vi abbiamo dato due panni,
uno lo troverete nel comodino.
Comunque, ripeto, non abbiate timore di chiedere, buona
notte…
Oppure… a Radio Padania Libera:
- Gli extra comunitari sono ultra necessari, perché solo
se ci si mescola l’Aldiquà, assomiglia all’Aldilà.
E così via.
Comunque sia, durante una di quelle furibonde liti con
se stesso, Agostino baraCCa ebbe la felice pensata di starsene
per qualche giorno in quella parte del convento dedicata
all’ospitalità.
- Ho bisogno di riflettere, sorella, di pensare. Allora ho
considerato che forse qui, fuori dal mondo e solo con me
stesso, poteva riuscirmi meglio, più facilmente.
- Buona notte.
- Un bell’accidente, veh…
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Replicò lui tutto d’un fiato, così com’era solito fare
d’istinto. Avrebbe voluto aggiungere grazie, almeno, ma a
stento riuscì a pronunziare quell’automatica risposta. O forse
avrebbe potuto chiederle chi era delle sette, ma quel tono così
complice - che se non fosse per rischiar l’irriverenza si
potrebbe definir suadente - gli entrò nell’anima, di per se
bastevole a esercitar la necessitA’ Fisiologica del sonno, su cui
rimboccare le ruvide, spesse coperte.
Alle otto in punto, la ruota - marchingegno di legno che
permette di trasferire oggetti da una parte all’altra di una
parete senza vedere nulla - ruotò. Ma quel ch’è peggio è che
quell’arnese ingrato, faceva un atroce cigolio che catapultò
baraCCa dal limbo dei sogni alla luce del dì.
riacquistava la perduta tranquillità del tutto a posto madama la
marchesa.
Traparentesi, lui aveva un vero e sincero odio per il
telefono, figuriamoci per i telefonini. Apparteneva a chi non
riusciva a parlare senza gli occhi.
APopoli lo sapevano tutti quel fatto li, tanto che
qualcuno voleva perfino chiamarlo Pronto?, perché come lo
diceva il signorAgostino quel pronto?, non lo diceva nessuno.
In quelle poche sillabe riusciva a far passare quasi un
ragionamento compiuto d’irrevocabile antipatia verso
quell’aggeggio cieco che fa tuu…tuu... Ma per decisione
unanime il signorAgostino baraCCa era l’unico a non dover
esser soprannominato, così com’era d’uso far da queste parti
ad’una certa età. Visto e considerato che il nome ti era rifilato
appena nato senza conoscenza alcuna di chi tu fossi
inseguendo un modello, e il cognome si mostrava come la
targa genetica. Beh, a lui, baraCCa gli’andava senz’altro a
fagiolo. Onomatopeico, direi. Oltretutto, quando si
presentava, quel baraCCa lo marcava proprio così: calcando la
mano su quella doppia CC che a suo dire stava a significare
consorzioCooperativo, definizione che lui sosteneva esser
propria dell’umanità.
- E questo non si presentava certo quale un bel modo di
svegliarsi, ha fin da subito pensato ad alta voce. E
puntualmente è arrivato un sonoro: - Porca miseria, le belè
ot’or, e vag in bàgn.
Sì, al signorAgostino gli scappava di parlare da solo.
Frequentemente, per di più. Da qualche tempo però la
tecnologia gli era venuta incontro forte come un tram, vacca
d’un cane. Giacché ogni tanto queste sonore valutazioni, o
ipotesi che dir si voglia, gli balzavano fuori mentre
camminava per strada o in macchina fermo a un semaforo
raggelando in tal modo gli ignari spettatori, da quando
esistevano, i signori cellulari gl’era divenuto ben più semplice
esercitare l’arte del camuffarsi: gli bastava appoggiare la mano
su un orecchio come stesse telefonando, e il gioco era fatto.
Chi prima lo guardava con fare sconsolato, immediatamente
Fatto sta che dalla fumante ruota si sprigionò il vapore
profumato del latte caldo che nell’aria si sposava con l’aroma
del caffè, anticipando ai sensi il gustoso sodalizio. In una
scodella alcuni tozzi di pane raffermo con a fianco una tazzina
di marmellata alle prugne, la sua preferita, ottima per di più:
vedi che anche le giornate nate storte possono raddrizzarsi. Si
disse mentre proseguiva lo spezzettar bocconi con quel
rimasuglio di denti veri e fasulli che abitavano la di lui bocca.
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Non sempre, ahimè, ma talvolta anche le cose principiate
male, possono mutare: altrimenti cos’è la speranza, continuava
a borbottare tra sé e sé. Solo dopo aver boccheggiato capienti
tiri dall’amata pipa, si arrecò nel piccolo e dimesso bagno, e,
terminato di spennellar lo viso con saporosa schiuma, un
attimo prima d’impugnare il rasoio volse gli occhi all’insù
vedendosi nello specchio. Rimase incantato. In alto, con rosso
rossetto vergato, spiccava un lascito: Rifletti con la tuaFamiglia,
se puoi. Di buon cuore gli scappò un:
neppur in tempo a sedersi di fronte alla grata del parlatorio
che sentì aprirsi la porta a lui nascosta: quasi che tirando quel
cordoncino avesse dato la scossa, anziché suonare.
- Buon giorno, esordì suorCandida, vi occorre qualcosa?
- Si: capire, sparò Agostino con fare poco elegante. Che cosa significa quella scritta sullo specchio?
- Ah, già: lo specchio.... Sono in molti, sapete, a
rifugiarsi qui… e tutti, invariabilmente, ripetono quel che
anche voi avete detto: sono venuto fuori dal mondo per
riflettere con me stesso… Allora suorAnna, tra noi la più
burlona, siccome una signorina nostra ospite aveva
dimenticato il biuticase, perché almeno qui poteva evitare il
trucco, ha scritto quel che ora potete leggere sullo specchio…
- Porca l’oca…
La bocca giaceva spalancata e inerme nel bel mezzo
delle carnose guance saponate, mentre lesse e rilesse quella
frase… chi cavolo l’avrà scritta?, e quando?, e perché? Sopra
un frullar di pensieri emersero allora le considerazioni udite la
sera precedente… Nel bagno dovreste trovare anche lo
specchio, spero che sia grande abbastanza e vi possa
bastare… dovrebbe esser sufficiente. Ma che storia è questa?,
vuoi vedere che le pieSorelle, stanotte, si sono intrufolate nella
mia stanza per farmi sto bel scherzetto col rossetto… Ma no,
è impossibile. Oppure, l’avranno scritto prima che io arrivassi;
ma come avranno fatto a presagire che nutrivo la necessitA’
Fisiologica di riflettere? Boh… chi lo sa. Adesso tiro il
cordoncino e glielo domando, pensò mentre a lunghi passi
s’accostava allo scrittoio. No, fermati, rasati prima la barba,
s’impose mentre riprese la via del bagno. Ma cosa diavolo me
ne frega della barba adesso, tanto qui non mi vede nessuno, si
replicò giusto sull’uscio. Dietrofront: ho bisogno di capire, fan
bego la schiuma e la barba. Famiglia complicata quella
d’Agostino … molto complicata. In ogni modo, non fece
- Rifletti con la tuaFamiglia, se puoi… scandì baraCCa
ripercorrendo quelle semplici parole incastratesi come un
chiodo fisso nei suoi più reconditi meandri mentali.
- Proprio così: gli specchi riflettono, talvolta più di
coloro che vi si accostano, e non c’è bisogno d’andare fuori
dal mondo per comprenderlo, ma dentro. Sapete, quando una
di noi è costretta a uscir fuori da qui per farsi curare, saluta le
sueSorelle dicendo: pregate per me che sono obbligata ad
andar fuori dal mio mondo. Vedete signorAgostino …
Il mondo, è il proprio mondo…. santoMondo….
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Ha aggiunto in conclusione suorCandida la badessa, con
l’immutabile fascinoso sussurro sottovoce. E chi si sarebbe
mai aspettato delle suore così. Chi?, continuava a interrogarsi
ancora una volta spiazzato nonché muto di lingua, Agostino.
Mentre lei, quasi riuscisse a scavalcar con gl’occhi del proibito
sguardo, tende, contro tende e grate, percependo il di lui
imbarazzo, sorrise di cuore…
- Altroché, se lo è…
- Allora, buon giorno, signorAgostino.
- Vacca se è un buon giorno…
Replicò incapace di controllarsi. Certi termini con
determinate persone sarebbe meglio evitarli ben inteso, ma
qui, forse, qui era meglio esser ciò che si era: vacca compresa,
si scusò lui. D’altra parte anche loro usavano degli Amen assai
particolari. Il suo cervello continuava a masticare mentre col
pensiero accompagnava suaSorella fuori dal parlatorio; lunghi,
freddi e spropositati corridoi che nella sua fantasia si
contrapponevano a minute cellette, ove, in modo dimesso,
anch’esse si ritiravano per riflettere. Nessuno lo vide mai
l’interno di sto convento: e ognuno se lo immaginava a modo
suo. Poi, il rumore della porta chiusasi alle spalle, riportò
baraCCa al presente, ancora una volta non aveva detto grazie.
Eppure ce n’era di bisogno, dacché quelle parole l’avevan
fatto ragionare, e, traparentesi, non più solo con se stesso, ma
con la suaFamiglia.
A tal proposito, nella carne, Agostino potea definirsi un
fortunato: non che il suo fisico fosse da Homopalestrato,
quest’è certo, ma neanche da buttar via, anche se gl’anni
iniziavano a lasciare segni sempre più evidenti. Nel pensiero
invece, ecco, nel pensiero un po’ Homosbalestrato lo era. Non
un folle, a parer dei più, ma di sicuro stravagante per natura lo
era. Ecco il suo DNA. Un miscuglio di geni gli rendeva rari lì
capelli ed enorme il naso, mentre di carattere, al par del fiuto,
appariva generoso ma assai lunatico. Pervia della qual cosa,
tanti gli volean bene, e tanti no: un po’ ciò che accade a tutti,
- Strana arte, quella del riflettere, del pensare, del
ponderare, non credete?
- Si: vera e propria necessitA’ Fisiologica, direi, rispose
lui col forte fiato dell’istinto. Però non capisco cosa significhi
sta storia dellaFamiglia… voi stessa mi avete confermato che
chi viene qua desidera stare solo con se stesso…
- E’ così… ma dal nostro punto di vista, ogni persona è
unaFamiglia….
Mi spiego meglio: essendo gli uomini di carne e
pensiero costituiti, fin da principio s’è in due. C’è poi chi vi
annette un’anima, o più laicamente una coscienza, noi
preferiamo chiamarlo Spirito. Tuttavia anch’esso c’è: e siamo
a tre. E questo solo per parlare dell’umana natura, si direbbe.
Ma voi, senz’altro sapete che l’uomo, vi aggiunge la storia. Gli
antichi dicevano, per l’appunto, che le persone sono Naturae e
Nurturae, Natura e Storia. DNA&DNB, insomma. Perché la
storia? Perché ogni uomo abita nel tempo… Passato, Presente
e Futuro: io sono ciò che nel tempo sono stato, e in funzione
di quel che domani vorrei essere. E siamo a sei… Voi cosa
ne pensate?, non è unaFamiglia di discrete proporzioni?
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invero, ma forse in lui tanto l’amicizia quanto l’inimicizia
erano più evidenti. Dacché raramente si concedeva
all’ipocrisia, piuttosto cercava il confronto, arte del
sopravvivere dell’Aldiquà, purché fosse schietto come il suo
amato vino rossoVivo.
Mentre il DNB, la storia d’Agostino, erano vicende di
vino, per l’appunto. Ereditaria, per di più. Nutriva per quel
nettare un sincero amore, anche se, come in tanti casi avviene,
puntuale come le otto di mattina, giunse la stagione dell’odio.
Ricevette in eredità una piccola cantina e una grande passione,
lui: da quattro generazioni, in realtà, in quel diPopoli i
baraCCa producevano vino e intrugli vari purché dotati
diSpirito. E anch’esso, ben poco prodigo negli studi, giunta la
maggior età scelse d’esercitare lo nobile mestier del cantiniere,
annullando d’un sol colpo i sogni dei genitori che lo vedean di
già notaio.
senza veder futuro: giacché chi non lo scorge, non riesce a
esercitare l’importante necessitA’ Fisiologica detta progettare.
Allora il vivere diventa sopravvivere. E il presente si fa
insopportabile. Invivibile direi. Porca miseria, umana
compresa. Così il vino si fece calice amaro: non più capace di
rallegrare, ma, al contrario, di rattristare. Sì, desideroso
com’era di non sentire il male, baraCCa, per un certo periodo
della sua vita non si risparmiò nel bere, quasi fosse andato in
cortocircuito: dal produttore al consumatore. Arrivando a
raschiare il fondo del barile per scoprire oltretutto che era
vuoto. Solo da quando prese ad accettar lo male come parte
del sé, il dolore non lo disarmava… e il vino riprese a essergli
compagno, non più nemico:
- PerBacco & perMe…
Aggiungeva sottovoce quasi a non voler far sapere ai
più la sua prossimità con l’incarnato et blasfemo Spirito
diVino.
Agostino baraCCa apparteneva di diritto al club degli
stravaganti. E, così come tutti quelli che abitano sto modo
d’esser, era turbato. Aveva il dono del creare e amava ripetere
che a quelli come lui ogni tanto gli montava la panna. Era sua
opinione, per l’appunto, che ispirazione e disperazione
fossero vicine di casa: abitando sullo stesso pianerottolo. La
sua natura era particolarmente vulnerabile ai chiodi fissi.
Oltretutto, come agli umani accade, si trovò ad affrontare
grandi problemi come, ad esempio, il rapporto con la malattia,
perché nel tempo si era persino indisposto. E di brutto: oggi
doveva convivere con un fegato scassatello e col virus
dell’HIV. Perché purtroppo per un lungo periodo trovò più
- fan bagno la patria potestà: da oggi farò ciò che
desidero, sentenziò un bel dì. Farò loSpirito felice, perBacco.
E per lungo tempo ne fu appagato…
Purtroppo, però, il signorAgostino era anche
Homotormentato, non sempre abitava la serenità: talora i suoi
pensieri si facean cupi, direi bui al futuro. E il suo cielo si
popolava di quelle nuvole che De Andrè raccontava nere come
un corvo. Io non so se anche questo fosse dovuto ai suoi geni
poco geniali, proprio non lo so, ma sono sicuro che quelle
nuvole, quelle nebbie di padana memoria che talvolta
popolavano la sua mente, gl’impedivano di vedere innanzi,
incastrandola in un presente senza senso. E’ difficile vivere
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facile ficcare la testa sotto la sabbia: incapace di vivere le
proprie difficoltà. Solo col tempo imparò a condividere il
dolore che la vita alla fine ti riserva. Insomma, larga parte
della sua vita fu un vero e proprio calvario nel quale utilizzava
sostanze stupefacenti a man bassa.
A onor del vero quelli diPopoli si divisero tra coloro che
comprendevano la sua persecuzione e chi invece lo
condannava a priori, poiché era più facile infliggere una pena
a un tossico che era per certo una testa di legno, per non dir
di peggio. E’ ciò che avviene un po’ dappertutto, purtroppo.
La differenza è che Qui, per fortuna, in parecchi avean
sospeso il giudizio e in tutti i modi si resero disponibili ad
aiutarlo. Lui però era incastrato nell’eroina. Per la bellezza, si
fa per dire, di quasi vent’anni si era letteralmente impossessata
della di lui persona o maschera che dir si voglia: visto che
oltretutto sta maledetta roba gli trasformava addirittura lo
sguardo: specchio dell’anima. Ma, se è vero che la parola
esperto deriva da esperienza, si può certo dire che oggi, sulle
droghe, Agostino baraCCa ne sapeva una più del diavolo, e
non solo perché come tutti si era fatto di pepe. Quest’era la
sua vissuta poesia sul dolore.
Ben diverse tra loro negli effetti e nelle dipendenze,
sostiene che tutte - e in tutte le parti del mondo - sono
utilizzate per sfamare il desiderio d’alterare lo stato d’animo.
Come tutte le cose, anche gli stupefacenti non sono solo
portatori di male, anzi, talune hanno anche aspetti positivi o
curativi. Anch’esse son bianche e nere, insomma, basti
pensare al pepe. Ah, a proposito, una cliente d’Agostino che
abitava nella bellissima Parma gli raccontò che un bel giorno
stava preparando le cipolle al pepe, e, mentre le sbucciava una
dopo l’altra, sentì suonare dannatamente al campanello. Corse
frettolosamente ad aprir la porta e si ritrovò innanzi la
coinquilina in lacrime. A causa dello spessore delle pareti del
giorno d’oggi, lei tagliava la cipolla e a quella disgraziata
lacrimavano gli occhi a più non posso, mah la modernità.
Comunque, secondo lui, le droghe son così ma par difficile
ammetterlo.
Le sigarette rendono l’Homogalletto: macio, se si vuole.
Però senza dubbio alcuno, danno una forte dipendenza e
parecchio da fare a lì polmoni. Gli alcolici invece entro una
certa misura possono rallegrare alcuni momenti dell’esistenza
ma attenzione però: perché ci vuol poco ad assuefarsi.
Quando l’utilizzo diventa compulsivo, distruggono non solo il
fegato ma l’intera esistenza. Si tratta quindi di trovare
l’equilibrio tra un buono e sano bicchiere e il famelico
bisogno di spegnere il cervello. La Marijuana, invece, negli
effetti equivale agli alcolici. Appartiene alla cultura orientale,
fatti salvi gli Indiani d’America che si gustavano i loro calomè
della pace in sant’unione, così come il vino alla cultura
occidentale, tuttavia anche qui si fa spazio per il diffuso
utilizzo. Addirittura, nella puritana America, la distribuiscono
gratuitamente ai malati gravi perché rilassa, stimola l’appetito
e la conversazione rendendo la vita meno amara. La cannabis
dà gli stessi effetti d’un buon bicchiere e, nella giusta misura,
rende l’Homoallegro. E sono tanti, ma proprio tanti, coloro i
quali godono dei suoi effetti. Oltretutto, a differenza degli
alcolici non da nessuna dipendenza fisica: si può
tranquillamente smettere di fumarla senza provare alcun
dolore fisico. E’ solo una questione psicologica: l’ho provata
sulla mia pelle, ripeteva tra sé e sé.
Consapevole però che se assunta in continuazione o
smodatamente anch’essa diventa dannosa: può indurre alla
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depressione e il bel vivere si trasforma in mal di vivere. Assai
diversi sono la cocaina e l’eroina. Provocano un effetto
opposto: uno è un’eccitante l’altro è un deprimente, ma sono
entrambi terribili. Agendo sul sistema nervoso centrale in
modo potente portano una fortissima dipendenza: sono vere
e proprie bestie nere tanto che rendono l’Homoschiavo. La vita
si fa invivibile con ste sostanze. L’unica cosa che pensi al
mattino, ammesso e non concesso che sia riuscito a dormire,
è dove trovare quel fracasso di quattrini che ti servono per
comprare la dose giornaliera, giorno dopo giorno: la luce si
spegne inesorabilmente e il fisico col cervello si spappolano.
Attenzione però perché l’oppiaceo, in medicina, ha un ampio
utilizzo quale antidolorifico, anche se nella nostra signoraItalia
la cultura medica lo guarda con sospetto al punto di negarli
perfino ai malati terminali, per il timore di un’assuefazione.
Ma chi se ne frega dell’assuefazione se mi resta ben poco da
vivere. Almeno aiutatemi a togliere il dolore, proferiva il
signorAgostino su questo punto dando voce al signorConvinto,
nome con cui Agostino aveva battezzato quel tipo della
suaFamiglia che talvolta s’affacciava predicando impettito agli
altri dacché prossimo al superIo o superUomo che dir si
voglia….
Anche gli allucinogeni sono assai pericolosi.
Innanzitutto alterano fortissimamente le percezioni
psicofisiche e rendono difficoltosa qualsiasi azione, anche la
più semplice come guidare l’automobile. Cuor di Leone che di
nome facea Riccardo, essendo infermiere in una struttura di
corteGodi dove assistono i tossicodipendenti, sosteneva che se
mangiavi una bella polenta con quei funghetti lì ti sentivi
nell’Aldilà. E aveva pure ragione: tanto che alcuni popoli ne
fanno utilizzo in speciali riti. Ecco, di questo, Agostino non
diceva nulla perché non aveva mai partecipato a queste
funzioni. Tuttavia, le poche volte che li avevano provati, si era
spaventato perché si sentiva proiettato in un mondo
fantastico, senza esser capace di condurre il viaggio mentale,
vamolà.
Da ultimi, ma non per potenza, i farmaci. Si sa, le
medicine sono sostanze tossiche e quindi hanno la capacità di
far del bene ma a essi si associano effetti collaterali notevoli.
Gli psicofarmaci, ad esempio, se assunti con la prescrizione di
un medico, e, aggiungeva, che se n’intenda, hanno effetti
positivi. Ma purtroppo possono indurre dipendenza. Per non
dire poi se se ne fa un utilizzo personale senza guida alcuna:
possono essere spaventosi e persino indurre la morte.
Comunque sia, fu difficile per baraCCa archiviare le
droghe nelle cose che di certo non aiutano. Dopo anni e anni
di consigli e parole uditi qua e là, gli giunse un raffazzonato
foglietto dal signorToro seduto su cui c’era vergato: quando
il pernsier è stanco e non riposa può giungere il
cuor a far da sposa, coraggio signorAgostino.
Quelle poche parole scritte con affetto lo fecero rifletter non
poco. Sì, forse c’era proprio bisogno che il cuore, il
sentimento per la vita lo spronasse a cancellare i cattivi
pensieri che l’avevano ormai inghiottito. E questo, Deo
Gratia, ebbe luogo.
Fatto sta che mentre passava in carrellata la sua identità,
al solito pensoso e con il gomito ancora appoggiato alla
misera scrivania non poté trattener la mano. E se l’andò a
infilare là dove sempre cadeva durante il moto del
ragionamento: aperta ad abbracciare il mento. Solo allora,
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dopo che si era per benino impiastricciato, rammentò la barba
incolta già schiumata. Agostino s’incastrava proprio in certe
riflessioni, c’era poco da fare. E quando la sua mente
vagolava, nulla del corpo suo aveva più importanza: solo gli
occhi andavan su e giù in cerca del capire. E il resto, come
immobile spettatore, quasi per risparmiare energia, restava
pressoché bloccato: come un vero e proprio chiodo fisso.
Rasò e lavò il viso sotto lo specchio del rispecchio, cercando
in tutti i modi di cancellare quella lunga e ritta ruga che non di
rado attraversava la sua fronte dandogli un fare corrucciato.
Ma inutilmente. Quella maledetta, quando arrivava, arrivava:
poteva far di tutto ma anche con la più forte delle volontà
non riusciva a cancellarla per più di qualche minuto. E poi
tornava, laScorbutica: così chiamava quel lungo solco che
parea divider in due il suo corpo: sotto la carne e sopra il
pensiero.
giorni di fila sfavillanti torte con mandorle tostate e uva
Sultanina, o preziosi asparagi guarniti d’uova sode. Oppure
l’inimitabile pasta Ragia in saporosi brodi di carne, che
splendore. Vera, per di più. Anch’essa debitamente servita con
salsa d’erbe buone e olio, quanto loro, extra vergine. Da
quella benedetta ruota che tutto negava allo sguardo, uscivano
vere e proprie delizie monastiche accompagnate da profumi
dell’altro mondo. E quando si va in un luogo per riflettere,
per buttare fuori i tuoi magoni con persone che sanno
soprattutto ascoltare convinte che questa sia la prima via del
consolare, diviene assai importante anche il buttar dentro. Si
tratti di fumanti arrosti o allettanti manicaretti, s’ha quasi
l’impressione che compensi il vuoto che soffia da un’anima
liberata.
Fatto sta che quella settimana per il signorAgostino fu
importante e, perché no, piacevole: dentro le già abbondanti
carni che circondavano il suo addome mise un paio di chili in
più, e altrettanti almeno eran quelli che buttò fuori dall’anima,
sputati come si fa con i sensi di colpa. E poi, invero, quella
roba li dellaFamiglia era capitata a proposito: così facendo,
saldando le parti d’un tutto, riuscì a capir qualcosa in più del
sé. Mica roba da poco. Oltretutto, si coglieva fin da principio,
il cambiamento, giacché come gli avevano insegnato leSorelle,
nel parlar con gli altri era tornato al perduto Voi. Strano, vero.
Eppure appariva proprio così: una volta lo era per tutti, altro
che plurale Maièstatis: ogni interlocutore, foss’anche il più
stretto dei parenti, era interpellato col rispettoso voi: a
rimarcare la molteplicità d’ogni persona. Marito, padre, e
perfino il parrucchiere erano Maièstatis. Ora invece si
utilizzava l’impersonale lei, che paradossalmente era più
opportuno per coloro i quali non si conosceva nulla della
- Lasciala li, quindi, sta ruga: dacché è tua, dichiarò
impettito all’altro che negli occhi lo guardava sovrastato dal
comandamento stampato col rossetto. - Lasciala lì porca l’oca:
forse fa parte anche lei della tuaFamiglia… in ogniFamiglia c’è
qualcuno che puoi solo accettare. In ogniFamiglia.
La puntualità con la quale la ruota emetteva quel
lancinante cigolio era sconcertante. Ci si poteva regolare
l’orologio tant’era preciso; mica come i treni che parton
sempre in ritardo, o le disgrazie che arrivano spesso in
anticipo. Regolarmente la stanza si colmò del profumo delle
abbondanti libagioni: alle setteSorelle piaceva assai ospitare
pellegrini. Pervia della qual cosa, frammezzo a una sfilza
d’aveMaria e parecchi paterNoster, sfornellavano per giorni e
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loroFamiglia. Mentre il tu sembrava una scorciatoia, una via
diretta se si vuole. Ciò nondimeno, ben poco adatta a
comprendere che l’altro, amico o conoscente che sia, possiede
una sua pluralità e foss’anche sol per questo merita rispetto.
Tuttavia, la cosa più importante fu che in quel luogo Agostino
prese finalmente consapevolezza d’essere uno dei tantissimi
fratelli e sorelle del signorGesù che cadono quotidianamente in
questo bell’Aldiquà, chiamalo poco.
Terminata che fu la proficua ritirata né lo convento,
diligentemente, il signorElio bussò alla porta sua, e baraCCa
l’accolse con un largo sorriso riempito con un bel:
TipiStrani i straniTipi
E’ proprio così: ogni paese che si rispetti ha il suo
matto, e, a giudicare dalla quantità industriale di bislacchi
personaggi che l’abitavano, Popoli dovea esser un luogo
rispettabilissimo. Malgrado ciò, quello che sopra ogni altro
svettava per le sue stravaganze, era con certezza il signorElio.
Alto non più d’un metro e sessanta e magro come un chiodo nonostante nessuno fosse mai riuscito a farlo salire su una
bilancia dacché lui furibondo rispondeva che quegli arnesi lì
non pesavano l’anima - a parer di tutti non superava i
cinquanta chili. Il suo volto era pressoché indescrivibile dato
che il più delle volte indossava una maschera, cosi come
facevano gli antichi greci ben cinquecento anni prima de lo
signorGesù nelle loro rappresentazioni teatrali, che erano
specchi della vita vissuta. Tanto per dirne una, al mondo
esiste il calendario fissato dopo Cristo, quello dell’antica Cina
e quello Eliano: per lui siamo nel millenovecentosettantasette
e se qualcuno gli chiedeva come vi va, signorElio, lui era capace
di rispondervi:
- Voi siete anima pura, amico mio.
- Lo so, replicò con disarmante semplicità Elio: - lo
so… ma ditemi, avete visto, dove nasce il vento?
- Forse, signorElio. Sì, forse stavolta si…
- Mi fa piacere. Un gran piacere.
- Benissimo, domani sarà l’ultimo dell’anno e fra cinque
giorni verrà natale, e poi perché vi permettete di chiedermi
certe cose voi che festeggiate i Santi senza sapere se ci sono
per davvero, e avete smesso di festeggiare i morti che ci sono
con certezza?
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Era disarmante nevvero; fatto sta che di maschere ne
possedeva un’infinita collezione. Un giorno, non si sa bene
chi, gli spiegò che persona vuol dire maschera, allora, poiché
da quand’era nato le uniche parole sensate uscite dalle labbra
d’un dottore, da tutti presunto possessor de lo saper supremo,
erano riferite a un suo probabile disturbo della personalità, si
mise a disturbare la personalità degli altri. Innocuamente,
s’intende. Semplicemente dando forma e sembianze agli
individui che in lui dimoravano con variopinti travestimenti.
E le genti diPopoli, apprezzando questa ragionevole passione,
non dimenticando mai di tornare da un viaggio senza una
maschera da donare al signorElio. Lui, infatti, era sempre il
primo a portare il ben tornato ai suoi compaesani. Di solito
non si faceva neppur in tempo a disfare le valige che era già lì
a suonare il campanello…
- Allora è lo stesso.
Era oltremodo schematico Elio, e possedeva orecchie
d’argento: non sopportava chi parlava a vanvera, per questo a
volte si dava perfin fastidio da solo quando esprimeva
chiacchiere poco costruttive, altro che gossipe. Sia che uno gli
rispondesse sì, oppure no, fissava il succinto dialogo
pronunziando quelle parole:
- Allora fa lo stesso.
Solo se gli si rispondeva un po’ sì e un po’ no, cambiava
formula, replicando:
- Allora decidetevi.
- Uèla…
Ciò sentenziato si voltava e se ne tornava nella sua dimora in
compagnia dell’ultima mascherina giunta da chissà dove. Il
giorno appresso però, statene certi, era il primo che
incontravate: all’improvviso sbucava da dietro un angolo o un
albero, e con la nuova personalità spiaccicata sulla faccia, ti
faceva:
Lui, traparentesi, i suoi amici li chiamava in quel modo,
e giacché di nemici non ne aveva, tutti quelli che conosceva
per lui si chiaman così:
- Uèla, avete visto, dove nasce il vento?
- Uèla… grazie! Non mi sono scordato, avete visto…
non si può dimenticare un grazie… il grazie lava il cuore. Io
penso che il più bel dono di Dio all’uomo sia l’Amicizia, ed io
vi considero un sincero amico. Grazie per quello che è stato, e
auguri per quello che verrà.
E se qualcuno gli rispondeva:
- No, signorElio, non l’ho visto neppure questa volta.
- Vi siete assai divertito almeno?
- Si.
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E poi spariva. Oltretutto non sopportava le
considerazioni sul clima, perché le riteneva banali e ripetitive.
E se a qualcuno gli scappava detto:
- Voi navigate, volate, esplorate, eppure, ad esempio,
nessuno ha visto un serpente in piedi, oppure nessuno ha
visto il serpente corallo che ti uccide con il suo rosso e giallo,
e neppure l’imitazione rossa e nera. I serpenti sono un
argomento che tira tra voi viaggiatori. Alcuni sono velenosi
mentre altri mordono per sport, onde per cui, inItalia,
all’infuori delle vipere tutti gli altri giocano a calcio. Eppure
soprattutto, soprattutto alcuno tra voi ha mai visto dove nasce
il vento… nessuno.
- signor Elio avete visto che spiovvigina?
- L’ho visto, l’ho visto… ma purtroppo vengon giù solo
quelle poche gocce che si staccano: venissero giù tutte
assieme, allora sì che ci sarebbe qualcosa d’interessante di cui
parlare, rispondeva lui risoluto.
Un bel giorno fece comparsa in piazza, e subito notò che tutti
lo osservavano con fare disincantato. Il fatto è che del tutto
involontariamente quel dì, s’era infilato una scarpa bianca e
una nera. Finché uno saltò su e gli disse ironicamente:
Fatto sta che per la prima volta qualcuno gli rispose
che forse stavolta si: aveva scorto il luogo donde sgorga l’alito
del globo. Forse, d’accordo, ma era pur sempre meglio di
niente, dopo tanto tribolare.
Per via della qual cosa, stavolta non fu per niente conciso, tra
l'altro neppure riuscì a trattenersi: cominciò a ballonzolare
come fosse un saltimbanco per tutto il paese, tamburellando
su d’una vecchia pentolaccia d’alluminio mentre a intervalli
regolari con robusta voce proclamava:
- Che belle scarpe che avete signor Elio.
Lui stupito tirò un po’ su i calzoni, le osservò, e con
non chalanche rispose:
- Se proprio vi piacciono ne ho un altro paio a casa…
- A tutto lo popolo diPopoli, udite udite: messerAgostino
è tornato tra noi. Questa sera alle ventuno s’ha d’adunarsi per
intero in Chiesa, dove baraCCa ci dirà, dove nasce lo vento.
Forse.
Era il guardiano del vento, lui: esattamente per questo
era stato all’unanimità ribattezzato signorElio. Da Popoli non
si era mosso mai, e questo lo costringeva, più di chiunque
altro, a immaginare: persuaso com’era che questa fosse la
miglior ginnastica per la zucca. Gente così se ne vedeva ben
poca, così ben mescolata dentro la stessaFamiglia, intendo. E
poi era forte: se l’umanità intera poteva fregiarsi d’esser andata
qua o là almeno una volta nella vita, lui no: non ne voleva
sapere...
E poi giù che picchiava con sto mestolo l’ormai
sbaccuccata pignatta facendo un fracasso da chissà. Che
persino lì smarriti passeri si decisero di volar altrove. Chi
l’aveva decisa sta adunanza?, lui… solo lui. Al signorElio a
volte, diciamo due o tre l’anno, gli scappava la necessitA’
Fisiologica di fare un'adunanza, o, per dirlo con parole sue:
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una ciciareda insèm. La fissava e ne stabiliva il luogo e
l’argomento, gli altri non potean far altro che dir di sì. E lo
facevano volentieri, perlopiù. Dacché spesso assai, erano un
vero e proprio spasso queste chiacchierate insieme: Elio si
presentava con abiti arzigogolati e coloratissimi, spingendo
una cariola stracolma delle maschere che accuratamente
selezionava per dar forma all’assortita quantità dei sé che in lui
dimoravano. E ogni tentativo messo in atto per farlo
desistere, risultava invariabilmente vano:
Era l’interrogativo che peregrinava di bocca in bocca.
Finché fraCasso, per tranquillizzare gli astanti, prese la
parola…
- Dove sia Elio non ha importanza alcuna, l'essenziale
è che noi si faccia quel che egli ci ha raccomandato: una
ciciareda insèm. Vedrete che alla fine, puntuale e a un tempo
inaspettato quanto il vento, tornerà tra noi di maschere
vestito, per scompigliarci lì pensieri… ne sono certo. Ne son
certo, sentenziò fraCasso.
Non senza fatica, allora, si rassegnarono al consiglio di dar
forma al desiderio di Elio, e insieme principiarono a
investigare. Invero, il signorAgostino, era imbarazzato
nell’iniziare: non aveva certezza alcuna sul vento.
Semplicemente avea così risposto alla domanda d’Elio perché
prima di partire per quella settimana benedetta, era un
continuo sbuffare, mentre al ritorno, confortato dalla guidata
riflessione, il suo respiro s’era di nuovo abbandonato alla
silente tranquillità che segue la bufera. Oltretutto non serbava
nessuna voglia di confidare che quella trasformazione
avvenne a due passi da casa sua, sia pur frammezzo a tende
contro tende e grate. Per di più, le setteSorelle erano presenti al
solito lì nel di loro pertugio a proposito ricavato nella Chiesa.
Invisibili ma pronte nell’ascoltare, dato che partecipavano alla
vita diPopoli dalla loro riparata nicchia. In ogni evento fosse
esso una semplice chiacchierata con uno sconosciuto o una
solenne Messa celebrata nella casa di Dio, si nascondevano
agli occhi ma partecipavano col cuore: chiave d’accesso al
sentimento. E poi, finalmente, baraCCa da quei giorni si era
sentito un figlio di Dio caduto insieme a tanti altri milioni e
milioni nell’Aldiquà, grazie a loro.
- Uèla, sta cosa s’ha da fare e basta…
Replicava lui recuperando lo smalto di chi sapeva ciò
che voleva. Era fattoCosì, lui.
Allora, nonostante il freddo becco dell’inverno, ancora una
volta nessuno si tirò indietro: alle ventuno la Chiesa brulicava
come non mai. D’altronde le premesse erano importanti,
poiché da un sacco d’anni un po’ tutti, su suo mandato,
s’impegnarono nello scoprire dove nasceva il vento.
Strano ma vero, neppure uno mancava all’appello fuor diElio.
Possibile?, proprio lui… dove si sarà ficcato? A casa non
c’era, quest’era certo: Partigiano-Reggiano che da anni lo
ospitava nel pezzo vuoto della sua grande casa colonica,
l’aveva visto uscire già da un paio d’ore, al solito ammantato.
Neppure potea esser al solitoBar, dacché Chador l’aveva
doverosamente serrato visto l’appuntamento generale altrove
fissato. Una sincera preoccupazione s’impossessò dell’animo
di tutti, e i sorrisi sfoggiati in principio lasciarono il posto a un
inquieto stato:
- Come si farà senza Elio?
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Mentre nella zucca d’Agostino girovagavan lì pensieri,
inesorabilmente giunse l’invito…
incapace di distinguere chi fosse tra esse a proferir parola,
eccezion fatta per laBirichina vittima delle amate Gouloise che
gli procurava fraCasso. A parte Esatto, giacché in quanto
cieco era abituato a far di necessitA’ Virtù, e appariva l’unico
che dal loro canto riusciva a resuscitare l’immagine del di loro
viso: ed era davvero bello, a suo dire.
- Forza baraCCa, raccontateci, dove siete stato e
cos’avete visto, lo esortò Kalashnikow alzandosi in piedi
sull’inginocchiatoio in modo da elevare la voce sul brusio che
tardava a spegnersi. - Andate sul pulpito e illuminateci, dai.
- Addirittura sul pulpito, figuratevi…
Forza dell’esperienza, signoriMiei…
- E perché no?, non c’è da esser preti per salir la in
cima. Non vogliamo sentire una predica, piuttosto ci
piacerebbe capire cosa proviene dall’alto della vostra
esperienza, come diceva Seneca il Giovane: lunga è la via
dell’insegnamento per mezzo della teoria, breve ed efficace per mezzo
dell’esempio. Di questo s’ha da parlare, dunque: della vostra
esperienza, sfornò l’erudito fraCasso con quel fare irrevocabile
che Qui tutti conoscevano. Egli, infatti, sapeva spiegare le
cose complesse rendendole comprensibili a tutti, e questo era
privilegio di pochi.
Insicuro ma persuaso, il signorAgostino prese allora con
lentezza la via del pulpito. Le ossa scricchiolavano a ogni piè
sospinto come cardini di pesanti porte, e i gradini, da lungo
tempo inutilizzati, quasi per buon gusto furon dell’opinione di
replicare con uno stridulo scricchiolio che descrivere non
saprei. Gli anni pesavano e si facevano sentire per entrambi,
amen. Di là in cima si scorgevano fazzoletti decorati, lucide
pelate, e sontuose pettinature alzarsi all’insù per porger lo
naso e lì occhi a conforto di quanto le orecchie non potevano
ancor cogliere. Tutto tacque baraCCa compreso. Non era mai
salito su un pulpito, lui: e più d’ogni altro lo testimoniavano le
guance fattesi dapprima rosse per poi approdare al paonazzo
degno della miglior porpora cardinalizia; per la prima volta il
prominente naso non giaceva fuori tinta. Era sinceramente
imbarazzato, altroché. Sia pur considerando che, qualche
volta, c’aveva persin pensato di fare il prete, o meglio, a far le
prediche. Ciò nondimeno, trovarsi lì senza poter impartire
una sia pur piccola benedizione capace di celare quel tacito
vuoto, lo riduceva all'impotenza. Finché una lacrima pesante
come il piombo scese per l’increspata pelle fino a salar le
labbra. E li sbocciarono le porte del sé, magiche quanto una goccia
- Mi sembra giusto, ha rinforzato Esatto: dai, fateci
vedere… fateci capire.
Inutile dire che in bocca a un orbo quel fateci vedere fu
quanto mai gaio, così, quasi si trattasse d’una corale dedita al
buffo anziché al gregoriano, si liberaron gagliarde le risa.
Questo anche dentro la loro nicchia, traparentesi: poiché le
setteSorelle distinguevano le voci, una ad’una. Rigorosamente
l’opposto di quanto avveniva aldiquà della nera e spartana
grata che dal mondo le separava, dove ognuno era pressoché
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di Malvagia: prezioso vino da lui prodotto mischiando Malvasia e
altoSpirito, acquavite appositamente distillata in barba alle leggi della
signoraItalia…
Allora, aiutato da Bouchè, con una velocità da far paura a un
Jumbo, sturarono alcune bottiglie… bisognava pur brindare ai
magoni, porca l’oca.
Fatto sta che in quattro e quattr’otto ognuno si ritrovò in
mano un bicchiere spumeggiante del pregiato vino rubino
diPopoli, quello che traparentesi sempre baraCCa produceva
in santaPace, sosteneva lui. Perfino leSorelle si affrettarono a
far prillar la ruota, dacché anche loro non disdegnavano
brindar con loSpirito diVino.
- M’è venuto il magone, gli scappò sottovoce.
Ai più parve un flebile sussurro, ma non per un amico:
Lesto di lingua lo capì al volo. Basta poco a un amico. Saltò su
come un fulmine si da far presumere un infarto o, almeno, un
ictus:
- Alla salute dei magoni, ha da ultimo sputato lesto
Lesto. E giù. Un sorso scese a compensare il vuoto lasciato
dalla verità sgorgata. Legge di compensazione, sosteneva lui
verso chiunque tentasse di fargli veder le cose anche in un
altro modo. Legge di compensazione, porca l’oca.
- L’era ora, dìevèl d’un càn lèder…. Era ora.
Che poi a ognuno, vecchi e bambini compresi, a
momenti gli pigliavano un accidente. Poi giù: di nuovo tutti a
ridere, incluso Agostino, che ne aveva di bisogno.
- Fin qui ci siamo: è importante cominciare bene, a
maggior ragione se si tratta di ragionare, e di comprendere
come i magoni appartengano a tutti.
In questo semplice ma efficace modo, tutto divenne più
leggero, suggellò con rinvigoritoSpirito Agostino infilandoci fin
da principio il suo modo di parlare e le sue famose attaccate e
inflessioni che lo aiutavano da chissà nella libertà. Vamolà…
Agostino parlava in questo modo, attaccando le parole per dar
loro senso, era fattoCosì baraCCa.
- Vi conosco da una vita, testone, ed è la prima volta
che ve lo sento dire… e lasciateli scappare stì benedetti
magoni. Anzi, sapete cosa vi dico: facciamo un bel brindisi ai
signori magoni, ma non per mandarli giù: al contrario, per
tirarli su, aggiunse Lesto nel bel mentre sturava una bottiglia
di rossoVivo.
Oh, lui di lingua appariva una roba da matti, quand’era
in forma. Le sparava lì con una naturalezza che avrebbe fatto
invidia persin a un contaballe di prima grandezza: facendoti
credere che quanto dalla lui bocca sgorgava fosse persin più
prezioso dell’oro puro. Il tutto, traparentesi, con piglio regale:
pregno com’era della sua etica. Era solito ripetere che era nato
e cresciuto con Andreotti, passato per Craxi e adesso si
cuccava Berluscoro, riuscirò a morire in pace?, si chiedeva.
- E’ vero, stavolta Lesto avete proferito una sacrosanta
verità: anche di quassù, abbarbicato sul mio pulpito punto di
vista, i magoni è bene buttarli fuori. Anche quando costa caro,
anche quando assieme vengono giù le lacrime, appare meglio
poterli condividere, i problemi. Insomma, in questi giorni son
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stato visitato dalla signora nostalgia. Quel benedetto fiume,
portandosi con sé l’intero Cimitero, s’è portato appresso
anche l’anima lasciandoci solo la buca del Futuro, capite?
Riattaccò da lassù senz’altro temere delle amare lacrime che
sul viso scendevano come gocce di rugiada a velare un fiore. Quando penso alla mia Clara, al signorFiume, o al
signorPagnotta, da un po’ di tempo ahimè, per me son dolori.
Non so come spiegare: quel ch’è certo è che mi son accorto
come la maggior parte dei miei affetti, giaciono nel
campoSanto.
Mi sembra d’esser travalicato, insomma, aggiunse dopo una
breve pausa. C’è una stagione nella vita, dove i legami
possono sopravvivere solo nel ricordo perché morti nella
carne, boia d’un mond lèdèr. Io ero complice di una sposa che
mi fu amica, compagna, e partecipe. E posso solo ricordarla.
Possedevo l’amicizia del signorFiume, che con la sua muta
domanda, c’interrogava tutti. E non posso che resuscitarlo
nella memoria. E avevo pure Pagnotta, e anche lui, non posso
che rievocarlo nell’immagine. Con Clara passai gli anni più
vivi della mia vita. Abbiamo riso e pianto insieme. Finché la
sorte ci separò per sempre, da allora un bel pezzo del mio
cuore soggiace là, vicino a lei. Direi beatamente con lei.
Quando condividevamo la luce non eran certo rari i giorni
lieti e quelli litigati. Quelli col sapore della ritrovata pace dopo
avere per giorni e giorni discusso sul futuro che ci aspettava.
Sul senso: dell’Aldiquà e dell’Aldilà. Ancora oggi, attraverso
quel pezzo di cuore adagiato al suo fianco, parlo con lei. Ma
non odo risposta. Né lisi né lieti, i giorni scorrono solo per
me, mentre lei è posta nel meritato eterno riposo. Silente, se
non nella memoria, come i giorni di Fiume d’altra parte,
signoriMiei…
Vi ricordate anche voi, no, di Fiume? Com’è possibile
dimenticare una domanda si grande: cos’è l’amore? Spese una
vita per interrogarci silenzioso su quell’eterna questione. Muto
di parole la cercò nei fatti la sua risposta.
- baraCCa, scusatemi se v’interrompo, ma fateci un
regalo, spiegateci il vostro Fiume, lo implorò Souvenir.
Raccontatelo a quelli che lo schivavano per le sue stramberie,
e a quelli che non han fatto in tempo a conoscerlo con gli
occhi propri: per cui son costretti a sentir su lui le tante
campane. Raccontateci il vostro Fiume, signorAgostino,
forza…
A quel punto, un po’ tutti pensaron bene di chiederglielo a
gran voce, picchiando le mani con fragorosi schiocchi che
forti rimbombavano entro le ormai sgangherate cappelle e
capellucce della Chiesa, tanto che se avessero proseguito
ancora un po’ sarebbero cascati giù, tra l’altro.
- D’accordo… d’accordo figlioliMei: ho capito.
Smettetela di far casino. Oh, scusate fraCasso, ogni tanto mi
scappa proprio, volevo dire confusione…
- Allora dite pur casino, l’ha fin da subito rassicurato lui
con un ampio sorriso, che già da se poteva bastare a
rappresentar la sua serena tolleranza verso le cose che
scappano. Finché tutti naturalmente attraversarono il lungo
prato delle risa per poi approdare a un intimo silenzio, che
permise al signorAgostino di raccontar di Fiume.
- Aveva la mia età. E l’avrebbe ancora oggi se non fosse
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per il fatto che sfidò la vita per cercare l’amore. Annegando a
sedici anni nelPo. Ma per tutti.
Lo chiamavamo Fiume perché li nacque e morì la sua storia.
Aveva per quelle acque una passione innata, quasi genetica, si
direbbe. E ci trascinava tutti nei suoi mille giochi ed
esperimenti. Il nonno l’aveva istruito a dovere nell’amare ilPo:
- Vedete quant’è grande, è il più ampio dell’Italia intera, ma
l’hanno chiamato Po. E insieme ci sguazzavamo in quelle
pulite acque. Oggi, alla sola distanza di quarant’anni, nelPo
non puoi certo bagnarti visto quel che rischi di beccarti su,
s’incavolava
a
tal
proposito
Agostino
contro
l’Homosprovveduto che si è autodefinito sapiensSapiens
nonostante sia stato capace in un batter d’occhio di rovinare
simili risorse. - Ma dove andremo a finire se in soli
quarant’anni, che nella storia del mondo son come una
briciola su una tavola imbandita, abbiamo stravolto la natura?
Dove? Aggiunse per inciso baraCCa. - E Fiume era
innamorato delPo: per la sua bellezza, cavalcato com’era dalle
chiatte e abitato da trampolieri, aironi e cavalieri d’Italia. Con
le nebbie che lentamente salivano e lasciavano scorgere agli
occhi le vaporose sagome dei pioppi, alti a puntar il cielo. E i
gorgoglii delle acque che portavano li sogni a scrutar dei suoi
abitanti. Passò gli anni più gai della vita sua su quelle rive, a
strolicare su quel fatto li, che tante volte il signorNonno gli
aveva confermato: che le acque scorrevano e portavano con
sé la vita di uomini e animali. Si metteva sull’umida e bianca
sabbia, e pensava.
Siccome un bel dì, il nonno se n’era andato a riposar per
sempre nel campoSanto, chiese a mamma e papà
d’accompagnarlo. Non ne poteva più delle solite scuse che di
giorno in giorno l’uno o l’altra gli propinavano… non oggi,
perché devo far questo; non domani perché dovrò far quello.
S’impose… sono sei anni che per voi non è né oggi né
domani: dopodomani io andrò sulPo, chi mi ama è libero di
seguirmi, gli scrisse con mano ferma accompagnata a una
determinazione che avrebbe fatto dispetto persino a un
blasonato colonnello. C’andarono, ma quello per lui divenne
un brutto giorno. Già di primo mattino gl’occhi della mamma
erano gonfi per le lacrime versate; e quelli di papà adirati per
una notte insonne passata al fianco dei singhiozzi. Quelle
poche righe, le prime che Fiume aveva imparato a scrivere,
con quel candido e azzurro fiume disegnato a tergo, li
avevano squinternati per benino.
- La colpa è vostra.
- Sempre mia, eh. Sempre mia, ma voi dove state?
- A lavorare sto, a lavorare… vi siete forse dimenticata
che mangiamo?
Fiume avrebbe potuto giurarci sopra quelle parole,
nonostante quella notte non l’avesse udite: dormendo d’un
sonno sognante e spensierato, felice pel giorno appresso. Ma
avrebbe lo stesso potuto giurarci, accidenti. Troppe volte
andavano a finire così le discussioni, tra mamma e papà.
Tant’è vero che non fecero neppur in tempo a posar le
biciclette che la litania, quasi fosse stata interrotta da un barlume
di buon senso, riprese…
- Non sarebbe cambiato granché se avessimo
rimandato di un sol giorno, io dovevo consegnarlo oggi quel
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lavoro, e voi lo sapevate, riprese il babbo.
I suoi amici; illustri medici e psicologi; il prete e persino il
sindaco di corteGodi si spesero per la buona causa. Però Fiume
non parlava che dentro, tra sé e sé, senza che gli altri lo
udissero. Che poi, traparentesi, i genitori ci moriron su quel
fatto li.
Con lui comunicavo con gli occhi, sapete…. si possono dire e
capire tante cose, con gli occhi. Passavamo lunghi pomeriggi
sulle assolate e profumate rive delPo, esprimendoci nel
silenzio. Interrogandoci e rispondendoci con repentini sguardi
o prolungate fissità che s’addentravano, sino infondo
all’anima. Passarono nove lunghi anni d’intesa, di bagni
allegri, di risa senza spiegazione e di lacrime senza
compassione. Poi, un giorno, il figlio di Lapislazzuli stava
annegando. Bruno con un guizzo si lanciò: nuotando
nell’impazzita corrente, lo raggiunse e lo abbracciò. Lo portò
fin dove la spiaggia chiara gira all’insù, proibendo alle
impetuose acque di scorrer giù violente. Con gran fatica lo
spinse fin quasi sulla riva l’amico suo, salvandolo. Ma lui sparì
per sempre nel vortice delPo. Felice d’aver trovato risposta alla
sua domanda: cos’è l’amore se non dono di se?
- Io so solo che ogni giorno ne avete una, vera o falsa
che sia, voi l’avete.
- Sentite?, sentite cosa dice vostra madre… vera o falsa.
Sono forse falsi i soldi che porto a casa? Rispondete! Ah,
tacete eh… ma si state zitta che è meglio. Non vedete che
lavoro per il vostro bene? Bruno l’ha capito, ma voi no. E’
vero Bruno che lo sapete, quanto vi voglio bene?, e voi… voi
a chi volete più bene?, a mamma o a papà?
Bruno non replicò, mai più. Si girò e di corsa si portò in
riva alPo.
- Dove andate adesso?, venite qua…… rispondetemi!
Cos’è l’amore?, scrisse sulla bianca sabbia, e quelle furono
l’ultime parole sue: poi ficcò il capo sotto l’acqua. E son certo
che gliel’avrebbe tenuto fino a esalar l’ultimo respiro, se non
fosse stato che il babbo, stizzito, lo tirò pei capelli. Era livido.
E forse non respirava più. E, mentre lo scuoteva
rabbiosamente, continuava a dir su alla madre che era sua,
solo colpa sua se il loro figlio si era ridotto così. Poi di gran
lena inforcò la bicicletta e si avviò per l’ospedale, con lei che
trafelata li seguiva nuovamente singhiozzando. Ci vollero due
mesi buoni e un gran lavoro de lì dottori per farlo star su:
malgrado ciò la parola non gliela restituirono mai. Eppur
sentiva. Forse troppo. Da quel giorno Bruno, per tutti,
divenne il signorFiume. E Fiume non parlava. Capiva tutto ma
non parlava: con occhi attenti fissava i suoi interlocutori,
senza proferir nulla.
- E Pagnotta? Il signorPagnotta pretese che Popoli
profumasse del pane appena sfornato per settantatre anni.
Non smise un sol giorno di levar dal forno fragranti pagnotte,
accompagnandole sempre a un sorriso: dacché era buono
come il pane, lui. Per tutti c’era una parola, rammentate? E
per tutti c’era di diritto una pagnotta… anche di domenica.
Anzi, soprattutto la domenica: lui non andava a messa o a
consegnare l’Unità com’era d’uso a quei tempi. Bensì cuoceva
una cinquantina di pagnotte e poi girava fino a quando era
riuscito a regalarle tutte: a quelli che né avean di bisogno,
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s’intende. Quelle erano le sue preghiere e, a un tempo, il
modo di cercare l’Unità. Oltretutto, ogni volta guarnite d’un
largo e traboccante sorriso propinato come un succoso
companatico, per grazia ereditato da mamma natura. Amen.
Strana la vita, n’è vero? Ti ritrovi a parlare di sorrisi mentre
piangi. Scusatemi… ma m’è tornato su il magone, Uffa…
quei due squinternati lì, nati e cresciuti assieme, all’improvviso
avesser preso a darsi del Voi, contagiando l’intero paese. - Il
vento sbuffa fuori dai magoni liberati avete scoperto
messerAgostino: con un Uffa, sbottò Elio.
Allora l’organo a canne diPopoli cominciò a colorare
l’aria con fluenti note: quand’era in forma, Sibemolle, a quello
scassato catorcio che chissà per qual grazia divina continuava
a generar musica, gli faceva sputare l’anima. Era in grado di
evoluzioni e voli che sarebbero capaci di far sognare anche un
sordo. Un talento di mamma natura, forse. Perché Sibemolle
era si geniale con la musica quanto severo nell’esistenza. Lui
faceva parte di quell’organo a canne, non è che lo suonasse
solamente: e spesso, giusto per sentirsi più in sintonia, lo
faceva con una canna in più, di Marja, alleluja.
Finalmente il signorElio scostando le tende del
confessionale, si mostrò in tutta la sua magnificenza d’abito.
Solo allora ognuno poté rimirarlo nel suo splendore. L’orbo
Esatto compreso, poiché più d’uno si prese la briga e di certo
il gusto di trasformar l’evento in una sorta di sfilata d’alta
moda del pensiero, descrivendo a gran voce alle setteSorelle e
a Esatto i costumi che egli indossava per l’occasione. Il primo
ad attaccare fu al solito Lapislazzuli, il fabbro poeta diPopoli,
che frammezzo le evoluzioni musicali che come voli di farfalla
tingevano la Chiesa intera, fa:
- Ripetete…
- Uffa!
Silenzio. Lungo et felice silenzio. Non c’era dubbio alcuno:
quel flebile ripetete, era uscito come un’impetuosa folata dalle
labbra di Elio. La sua voce era per davvero inconfondibile: la
sigaretta sempre accesa l’aveva a tal punto plasmata che
pareva più simile al gracchiar di una cornacchia anziché al
parlar d’un uomo. Solo allora l’intera collezione di zucche di
quei diPopoli, all’unisono prillò. Nessuno, sia pur strano a
dirsi, notò che dal confessionale saliva lentamente una spessa
e lamentosa colonna di fumo disegnando vortici che
descriverei come eteree ed evanescenti ciambelle, di per se
fedeli testimoni della prossimità del vento di Elio. E fu
impossibile trattenere una liberatoria ballata delle lingue, o
gaia risata che dir si voglia.
- SignorElio, cosa fate lì dentro?, state forse
confessandovi? Chiese allora baraCCa.
-A lor signori sia ora dato di rimirar l’abito del vento,
con sfoggio e prestanza senza pari indossato da Elio, anzi, dal
signorElio…
- Sì, vi confesso, ero curioso d’ascoltare il vento vostro,
signorAgostino. Ciò nonostante, non volevo influenzarvi con
la mia presenza, gracidò. Provocando il pensiero sul perché
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Nel qual mentre suorPlacidia laBirichina se ne usciva
con i suoi afuorissimi sulle celate e celebrate onde corte…
gustoso mandar giù e del dir su….
- E’ un manifesto sull’inscindibile, il signorElio: sul
davanti è possibile ammirare un nobile costume d’un bianco
candido e sfavillante, con pregevolissima stoffa creato, su cui
svetta una maschera nera che più nera non si può, ironica e
trionfante alla maniera del siòrPulcinella.
- New age più new economy, uguale old story…Prozac
forever!
- Padre Figlio e spiritoSanto, stanno a Libertè Egalitè e
Fraternitè.
Nel qual mentre, intanto, tutti stavano li: fissi nel
guardare il sorriso largo e sincero che iniziava a disegnarsi sul
volto d’Esatto, figlio del lume donato dalla signora fantasia,
utile compagna d’ogni Homocreativo, ma in particolar modo
gradita a chi aveva per sorte d’esser privo della vista. Poiché
diventava una vera e propria necessitA’ Fisiologica capace di
squarciare il buio. Di guardare avanti. Ed era facile prevedere
che anche le setteSorelle, che per scelta han negato il mondo
agl’occhi, stessero godendosi il medesimo spettacolo di
costruire un’immagine attraverso le descrizioni altrui.
Onde per cui, giacché vedere un sorriso accendersi spesso
mette di per sé di buon umore, a partire in tromba stavolta fu
Partigiano-Reggiano: anch’esso fisiologicamente narratore…
Oppure…
- La vita è un fulmine ma ci sono dei pomeriggi che non
passano mai.
- Essere o non essere? Mah, intanto parcheggiamo
all’ombra.
Dopodiché, approfittando dell’ormai spianata strada saltò su
Lesto, che quando si trattava di dar sfoggio della sua capacità
di sventolare la favella state pur certi che non si tirava
indietro, all’opposto: ci si tuffava a capofitto, Lesto di nome e
di fatto. C’era solo un’altra cosa che riusciva a fare più
velocemente, anzi, due: spazzolare un bel piatto di cappelletti
in brodo cui immancabilmente aggiungeva un sorso di
rossoVivo, Lambrusco che faceva Agostino, celebrando il tutto
con l’immancabile saetta: de gustibus non disputandum est,
perpiaser… Al solito mescolando e rimestando le parole a
piacer suo. Mentre, con pari abilità, si trangugiava un sorso
dell’amata bevanda per diretta via fin giù a destar lo stomaco e
loSpirito. E poi via, che attaccava la lingua: organo del
- Lo spettacolo continua, signore e signori… MesserElio
è duple fax: di qua e di là. Nella parte dietro, difatti, il tutto è
all’opposto colorato: nero e pesante, il mantello copre tutto il
corpo suo. Sopra, sorridente e immacolata spunta una
maschera bianca come il latte che fa la Celestina, la più bella
delle mie vacche, quando non ha la mastite. Anche il
signorPartigiano-Reggiano era fattoCosì, lui se si trattava di fare
un esempio state pur certi che si rifaceva a quel che sapeva,
per cui, in un modo o nell’altro c’infilava una delle sue bestie
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che più di tutte godevano della di lui conoscenza e
riconoscenza. Celestina era la capostipite. Perciò Qui la
conoscevano tutti: e sapevano che se non ci metteva il becco,
la malattia, il suo latte era candido che più candido non si
poteva, secondo Partigiano-Reggiano. - Traparentesi, aggiunse
lamentandosi, non è possibile che nel duemila non ci siano
ancora le vacche che si mungono dal lunedì al venerdì: cosa
aspettano a inventarle?, sarebbero comode come lo sarebbe
per un napoletano mettere il campanello d’allarme al Vesuvio,
ma fa lo stesso. Porca miseria, ve lo dico io che la Chiesa
diPopoli avrebbe potuto star su per un bel pezzo ancora.
Perché se resse alla chiassosa risata che definir corpulenta
parrebbe un eufemismo, allora superava ogni collaudo.
sangue blu al par di quelli che vedi alla tivù. Solo allora si
poterono notare le scarpe da lui colorate come lo è un prato a
primavera…
- Uelà, HominisapiensSapiens, camminiamo sui fiori, lo
sappiamo o no? La vita si veste di bianco e nero perché abita
il bene e il male in diverse proporzioni, ma tutti, proprio tutti,
camminiamo sui fiori.
Questa volta, bisogna pur ammetterlo, fu stupendo,
direi insuperabile. Con la grazia d’un angelo, dando sfogo a
quelle mosse a lui solo congeniali, pareva accarezzare il
pavimento come stesse giocherellando su una nuvola al pari
d’uno spirito celeste. Mentre a tutto tondo la banda dei
quattro tromboni detta Tacabanda, vera e propria istituzione
di Qui, fece una di quelle zingarate che solo un sordo non
potea apprezzare. Al termine, Sibemolle, artista nato quindi
Homotormentato, accompagnò nelle sfrenate danze Elio, dando
fiato a una melodia mirabile che se solo non fosse pel fatto
che nessuno se la ricordava in preciso, la si sarebbe potuta
adottare come inno diPopoli. Era una roba strana questa, lo
so. Ma anche Sibemolle appariva stravagante, e quella musica
lì gli scappava solo ogni tanto. Nei momenti meno aspettati
gli sbucava dalle mani come venisse da chissà dove e subito
dopo dovesse andarsene chissà dove. Non si rivelava mica
padrone lui di quel pezzo lì. Voglio dire: figurava chiaro che
era suo, avendolo lui scovato dentro di sé e non su un libro di
musica. Nonostante ciò appariva altrettanto chiaro che non
poteva possederlo a piacimento, non riusciva a comandarlo:
era lui che saltava fuori. E lo faceva quando gli pareva. Forse
anche per questo un bel dì diventerà in pianta stabile l’inno
- Oh, io uuuuu…..na una riiii…riiii…sata risata così
graaaaaa…grassa non l’aaaa….l’aaaa….l’avevo seee e seee
sentita mai, sussurrò al vicino di banco Giusto: sareeee
sarebbe staaa… a staaa…stata capa…. capace di
sfaaa…sfamare anche la più eeeee…esigente deeee…delle
aaaaaa….aaaa…anime in pena.
Comunque sia, ci volle un bel po’ prima che si
spegnesse l’allegria. Erano felici d’aver ritrovato Elio, vamolà.
Tuttavia non era mica finita li… ogni matto che si rispetti
serbava sempre una sorpresa. Dopo aver salutato pressoché
tutti con un abbraccio, un uelà, o, un sincero sorriso, quando
giunse innanzi all’altare, Elio fece un bel paio di lente piroette
in modo che tutti potessero apprezzare il bianco e il nero di
cui era vestito e disse grazie di cuore per gli applausi: un
grazie non lo negava mai. Infine, come si conviene, alzando i
lunghi abiti si prostrò con un inchino degno di un uomo dal
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diPopoli: mica come quello italiano che essendo nato come
provvisorio è certamente destinato a restar lì a lungo. Non per
sempre, forse, ma a lungo si: par fattaCosì, la signoraItalia.
Fatto sta, comunque, che Elio cessò la felice ballata sui fiori
solamente quando le canne dell’organo, esauste per aver dato
fiato alle bizzarre evoluzioni di Sibemolle, si riconsegnarono
al silenzio. Un silenzio totale, direi figlio del parecchio da
pensare, e neppur parente col silenzio e basta, che nasce dal
niente da dire…
Questo, a mio modo di vedere, è il grande limite umano.
Non siamo solo rose e fiori, in ognuno di noi, in chi è stato
come in chi sarà, abitano il bene e il male, il bianco e il nero,
insomma. L’importante è comprendere che nonostante tutto,
lo male non c’è imposto dal signorDio ma dalla natura che non
conosce giustizia se non in senso lato, sicché in ogni qual
modo cerchiamo di librarcene anche camminando sui fiori,
sigoriMiei, e così sia….
Bene e male abitano l’uomo in diverse proporzioni, perché la
natura non è mai giusta negli individui, lo è nella vita nel
modo più ampio si possa guardare, molto lato, e mai
personale. Io sono squinternato di tutto punto, lo so. E molti
altri, per tanti versi stanno meglio di me, almeno quanti però,
ne son ahimè certo, sono quelli che stanno peggio. No,
signoriCari, in tutti, ma proprio in tutti abita il bianco e il nero,
sta a noi cercare dov’è la linea di confine tra i due, giorno per
giorno. Il disegno supremo lasciamolo a Dio che per certo
non ci ha creati col male addosso per il semplice pretesto di
poterlo cancellare con qualche goccia d’acqua unita a qualche
formula. Vi prego fraCasso assolveteci e riconciliateci con la
vita.
- Uelà, dico a voi, caro matto da slegare, ego te absolvo.
Ha allora sentenziato fraCasso mentre spolverava e
sfoggiava con tono autorevole l’amato latino. Lui appena
poteva lo tirava fuori, intanto perché dentro quella lingua
dimoravano secoli e secoli d’umana storia e poi perché
sosteneva che finché si teneva desta non appariva come una
lingua morta, come taluno vorrebbe.
Poi, accompagnato dalle sue lunghe braccia fece un ampio
gesto che pareva una sacrosanta benedizione impartita se non
da un Cardinale, quanto meno da un signorVescovo che
congedò l’amato figurante.
- Oplà, signorElio, avete allargato laFamiglia…
- Mercy, danke, thenchyu very grazie, ma la prossima
volta, absolvetemi anche dal peccato originale, se potete.
- Certamente messerAgostino abbiamo aggiunto il
signorDio, chiamatelo poco. Adesso si che è diventata
unaFamiglia importante, la mia. E, mi sbaglierò, ma mi par
proprio che nasca da quel fatto li, il vento. Dacché quando
uno non va d’accordo con qualcuno della sua o dell’altrui
Famiglia, allora sbuffa… così com’è accaduto a voi
Ha prontamente replicato Elio riaccendendo quell’affettuosa
rivalità che li rendeva così amici: simili e diversi.
- Assolvetemi perché e proprio da li, secondo me, che
dobbiamo partire: dal peccato originale del male supremo.
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signorAgostino. Sì, forse avete ragione il vento nasce proprio
da quelli che soffiano i magoni liberati: uffa!
il Welfare state diPopoli
Porca l’oca, certi matti, per via del dono
dell’immaginazione, vedono più in là dei normali E lo
pensarono un po’ tutti, evidentemente. Perché proprio
nessuno volle aggiunger parole alla brezza di Elio. E fu solo
musica, allora. Che, traparentesi, a Sibemolle gli scappò
un’altra volta l’inno. Roba da non crederci: due volte nella
stessa serata, non era accaduto mai. Tranne stasera.
Il miglior amico del signorbaraCCa risultava esser Toro,
seduto un emiliano che aveva studiato a Venezia all’università
Cà Foscari laureandosi in filosofia. Era padron di si tante
meningi, che se sfregavi la testa sua come un cerino ne
ricavavi un falò, perBacco. Aveva insegnato per ben dieci anni
ai corteGodini nel loro importante ateneo. Poi, un bel giorno,
stanco d’istruire a una generazione di so tuto mi, se ne tornò in
quel diPopoli a esercitare la professione del barbiere. A mezza
giornata però: l’altra metà la divideva equamente tra l’andar
per donne, pensare e dormire. Mamma natura si era mostrata
generosissima con lui: appariva alto, nonché con fluenti
capelli biondi che gli scivolavano mossi sulle ampie spalle.
Sembrava un angelo tant’era bello, e facea girar la testa a tutte
le donne diPopoli e perfino del circondario. Come un Cupido
sfilava le sue frecce d’amore, ma non era preso dal sol piacer
carnale: lasciava al ragionamento lo spazio dovuto. Fu il
signorElio a dirgli Toro seduto siediti ovunque ma non sui fiori. E
lui lo capì subito che non si poteva esercitare il nobile mestier
del pensatore sedendosi su quanto di meglio la natura ti
regala. Era un figlio di papà: suo padre, infatti, possedeva
un’azienda agricola con ben trecento vacche, cinquecento
maiali e polleria a più non posso. APopoli non si era
ambientato mai perché da giovane gli amici suoi sapevano
solo giocare a pallone, cosa che lui odiava. Sicché prese a
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soprattutto a studiare conseguendo dapprima la maturità al
liceo classico di corteGodi, poi andò a laurearsi in quel di
Venezia. Insomma era un emiliano che, se voleva, parlava in
veneziano. E quando partiva, prendeva pei fondelli perfino il
siòrPlatone per via del fatto che metteva in bocca al siòrSocrate
le sue pensate. Per lui, infatti, Socrate fu il miglior pensatore
della storia, il più eccellente vate. Traparentesi, quando aveva
voglia di scherzare lo chiamava water. In oltre, amava
infinitamente anche i presocratici e, come per Baracca, tra
questi il suo preferito era il sigorEraclito che ben cinquecento
anni prima che nascesse il sigorGesù predicava:
aveva nessuna voglia di vivere grazie al sudore altrui
foss’anche del proprio padre. Allora aprì una barberia e parra
strano che in un paesino come Popoli ci fosse un barbiere che
potesse campar del proprio lavoro, ma le cose stavano
proprio in tal modo. Già di primo mattino c’era la fila davanti
alla bottega sua, perché mentre ti lavava, schiumava, rasava e
profumava; la faceva in barba anche ai soloni e ai sapientoni.
Poi ti spazzolava lì capelli con far sapiente, e se si desiderava,
ti faceva il taglio preferito. Non lo decideva mai lui che taglio
fare: perché questo lo determinano i parrucchieri o i barbieri
che pensano di saper cosa sia meglio per il proprio cliente.
No, lui semplicemente ti consigliava, con abili mosse ti faceva
vedere il risultato finale bagnandoti lì capelli o spazzolandoli
all’insù. Ed anche color che avevano per sorte lucide pelate
con rimasugli di chioma, sapevano che da lui non si sarebbero
potuti aspettar miracoli, ma ciò non di meno, con maestria,
aveva appreso ad acconciare le teste e donar loro grazia.
Lavorava cinque ore il giorno, ne dormiva otto, e per il resto
andava per donne o pensava , spesso leggendo, nei verdi prati
diPopoli. Allora lo si poteva vedere appollaiato a leggere,
prendere appunti, disegnare e fantasticare: in una parola a
filosofare, per dar sale alla vita, ecco perché.
- Vi auguro che la ricchezza non vi manchi mai perché possiate
meglio vedere quanto poco valete.
In oltre diceva che il siòrPlatone l’era, un furbeto parché
non era democratico come la maggior parte degli altri ateniesi,
esso, infatti, si qualificava come aristocratico: di quelli che
pensano che il miglior metodo per governar il mondo sia
quello di scegliere tra i più sapienti. Bello, bravo: ma chi decide
quali sono i più sapienti. Sta tutta lì la fregatura
dell’Aristocrazia, ostregheta. Socrate era invece uno che aveva
in repulsione la politica, per lui esisteva solo la ricerca del
sapere, un vero filosofo, insomma, e tra l’altro sosteneva
secondo Toro seduto che:
Sennonché, un bel giorno Agostino accompagnò Esatto
dall’assistente sociale per via della storia dell’autobus. Quella
che diede il via al Welfare StAtE diPopoli, così come
proclamava tutto d’un fiato e in modo variegato quanto quello
del suono di una cornamusa, baraCCa. Beh, intanto bisogna
annotare che già a vederli quei due li erano uno spasso: lui
alto e cicciottello con i pochi capelli rimasti che ingrigivano al
sole, ed Esatto, orbo ma furbo, che come il solito camminava
- Il siòrParon non podria averghe più di quattro volte del
siòrLavorador, punto e a capo.
Toro seduto era un intellettuale, insomma. Però, come
si fa a mantenere uno studioso nell’Aldiquà? Lui, poi, non
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come una scheggia. Per farla breve formavano una bella e
assortita coppia circense. Dunque: intanto, giunti a corteGodi,
da buoni campagnoli si presentarono con trenta minuti buoni
d’anticipo, e tirati a dovere.
percorreva felicemente col suo bianco bastone: per fare un
po’ di movimento e, in pari tempo, risvegliando il cervello al
nuovo dì. Così accadeva per il ritorno, puntuale, alle dodici e
trenta rientrava nella sua amata Popoli col solito minibus.
Tuttavia, siccome a utilizzare quella linea, erano in
pochi, l’Azienda Consorziale Trasporti la classificò un ramo
secco, quindi da tagliare. E quei pochi diPopoli s’arrangiassero
pure. Senza però considerare che per un normodotato era
possibile trovare alternative ma per un orbo no….
Sicché, radiosa, l’assistente sociale propose a Esatto il
privilegio dell’accompagnamento. Per lui, solo per lui, il
Comune avrebbe fatto spostare un’auto che l’avrebbe portato
da casa sua fino al posto di lavoro, e viceversa. Col bel
risultato di creare un andicappato dipendente anziché
indipendente, e perfettamente in grado d’arrangiarsi, come gli
altri di tutte le facoltà dotati. Oltretutto, lasciando a piedi tutti
quelli che, se pur pochi, godevano del servizio di trasporto
pubblico. Tuttavia, quel che più d’ogni altra cosa non
digerivano baraCCa ed Esatto fu che il denaro versato per
quel finto privilegio, era il medesimo se non di più. Siccome
però a pagare le spese erano due enti distinti - quali il Comune
e l’Azienda Consorziale Trasporti - nonostante si trattasse in
tutti i casi di soldi pubblici, questa, ai governanti, parea la
miglior delle soluzioni.
- L’assistente sociale mi ha detto di venire verso l’una
che non ci sarebbero stati problemi, ripeteva l’orbo. Oh, non
ne posso più: dalla bellezza di cinque giorni mi fanno andare
avanti e indietro come se dovessi andare a prendere il collirio
dentro il comodino. Si può sapere, dove cacchio hanno gli
occhi, le istituzioni? Dove l’hanno, eh? Meno male che:
l’I t a l i a e u n a R e p u b b l i c a
democratica
fondata sul lavoro.
Scandiva a cascata le parole urlando torvo e curvo
incurante dei passanti tra le bancarelle del mercato dell’obesa
corteGodi. Ma troppe volte m’è venuta la tentazione
d’aggiungere A l t r u i.
Il fatto è che Esatto faceva il centralinista al famoso
Ospedale Psichiatrico Giudiziario di corteGodi, luogo che
poteva facilmente raggiungere col minibus, che partiva alle
sette e trenta daPopoli verso il capoluogo. Invero, poiché gli
scatoloni di diversità, così chiamava lui le carceri, li avevano
costruiti nuovi, grandi, e di cemento armato, li avevano
edificati in periferia. Ciò nondimeno, dalla fermata del tram
non distava più di qualche centinaio di metri che lui
- Vedete signorEsatto per mandare un minibus fin
là occorrono quattrini.
- Ah, perché? Quelli che portano me lo fanno agratis?
Inveì Esatto in faccia all’assessore, nel frattempo giunto a dar
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man forte all’assistente sociale, poiché quei due villici si erano
davvero imbufaliti.
Quella delle veritàPerdute è una sorta di gioco al quale
quei due e Maròlà non riuscivano a rinunciare. Tutto iniziò
allorquando le onde delPo disegnarono la propria opinione
con quel lumino… consigliando al mondo intero di sorbirsi
un po’ di camomilla. Non durò più di qualche istante, è vero,
ma tutti poterono leggere e approvare quella verità, come molte
altre, perdutasi nel tempo. E non bisogna nascondersi che, in
un certo senso, sul ragionare dell’Aldiquà le veritàPerdute
svolgevano una loro funzione: in quanto opinioni erano
soggette alla discussione. E cosa c’è di più proficuo che
discutere, confrontarsi, mettersi alla prova per giungere a una
determinazione.
Da quel giorno, per Agostino barraCCa e Antonio Di
Mano, in quel diPopoli concordemente ribattezzato Lesto di
Lingua per via della sua innata capacità d’inventar balle,
presero a fare la pipì sulla neve quei dannati li: per espellere le
loro convinzioni. Così divenne una vera e propria necessitA’
Fisiologica, fisiologicamente esercitata. Si eran messi a
scrivere sulla bianca neve certi che sciogliendosi avrebbe
portato con sé anche le loro idee, perennemente contrapposte
ma compatibili. Sono pareri, le veritàPerdute. E son ben
diverse dalle verità di fatto, perché solo quest’ultime sono
immutabili nel tempo.
Ehilà,
HomosapiensSapiens,
apri gli occhi:
se vuoi essere forever
devi almeno imparare a fare bene i conti
con tutte le risorse: naturali, materiali e spirituali,
mi sembra il minimo, porca miseria.
Sicché Agostino se ne uscì disperato da tanta umana
incomprensione. Allora, dopo una cena da leccarsi i baffi a
base di tortelli di zucca e amaretti seguiti da involtini di carne
mista in foglia di verza, voluta da Esatto per festeggiare la
sconfitta, uscì dal solitoBar dei ritiri e con la pipì scrisse sulla
neve una nuova veritàPerduta… Per tutta risposta, Lesto, che
aggiuntosi alla baldoria quella sera, aveva fatto della sua
vescica un fiasco, scrisse proprio al fianco suo …
- Mentre la verità dei fatti è innegabile: ieri era il giorno
prima di oggi, e tre per due, fuorché non gli si cambi nome,
faranno sempre sei. Era vero, ad esempio, che gli omosessuali
dovessero essere bruciati fino a pochi secoli fa. In seguito è
stato vero che l’omosessualità fosse trattata come una
malattia: solo oggi, e non certo da tutti, porco cane, è vista
qual è: come natura crea… Insomma, dico io, se è da sempre,
tutti uguali, @
tutti diversi, tiè
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in ogni luogo, e per qualunque specie vivente, che ciò avviene,
non può essere ancora una volta accolta come una necessitA’
Fisiologica della vita che ci siano esseri viventi non deputati
alla riproduzione? Chiedeva impettito baraCCa più a sé che
agli avventori del solitoBar, vero e proprio tempio del
pensiero diPopoli, mentre fuori nevicava a più non posso. - E
poi, riprese dopo essersi ben bene enfiato lì polmoni, non
avveniva la stessa roba per gli eretici?, e non è forse vero, che
fino a sessant’anni fa le donne non potessero neppur votare?
Ecco cosa son, per me, le veritàPerdute: idee, opinioni… lo so,
lo so: il signorPlatone diceva che le idee non muoiono. Ma per
sorte, umano tra gli umani, anche il signorPlatone non le
azzeccava mica tutte le sue pensate. Figuratevi se potrei farlo
io, tra l’altro. Eppure io, Agostino baraCCa, penso invece che
anche le idee possano morire. E per fortuna… questo però
significa che anche certe grandi idee possono sparire,
figlioliMiei. Ah, traparentesi, tutte le volte che poteva lui quel
figlioliMiei lì ce lo infilava, manco fosse il padreEterno in
persona. Per questo dobbiamo trattarle come valori, che solo
se discussi continuamente possono sopravvivere: dacché
anch’essi son soggetti all’inflazione del tempo. E allora
esprimiamo pure le nostre opinioni nel modo che meglio ci
riesce, ma discutiamole come se potessero sciogliersi come
neve al sole e morire per sempre, decretò. Poi, senza ascoltare
il silenzio piombato giù dalle di lui parole, si portò a stilare la
sua ennesima veritàPerduta. E la firmò pure con
quell’arzigogolata @, seguito da Lesto, padrone del Tiè.
perché è diverso impostare la propria esistenza pensando che
gli altri esseri semplicemente ti somiglino, oppure, sostenere
in modo consapevole che nella sostanza gli altri sono come te.
Molto diverso, sosteneva il signorAgostino, nelle sue idee sul
Welfare State. Mentre il signorLesto, che piuttosto pensava
che, di fatto, siamo tutti diversi, che ognuno è fatto a modo
suo e quindi alla fine tutti cercano cose differenti, ribatteva
che le sue eran fisime, altro che balle. Ma baraCCa a suggello
della sua tesi citò il professorBasaglia:
- Da vicino nessuno è normale.
E non foss’altro sol per questo, siam tutti uguali.
Basaglia la sapeva lunga: era uno psichiatra così esperto da
divenire un luminare e financo un buon politico, avendo con
tutta la sua forza voluta, la legge che ha aperto le porte ai
malati di mente.
- Vedete amico mio, quando sostenete che siam tutti
diversi supportate una verità perché quel tutti è unificante:
siamo esemplari unici della medesima specie. Esattamente
come se noi dicessimo che gli esseri umani hanno tutti il naso.
Basta guardare i cinesi per capire, a uno come me sembrano
fatti con lo stampino. Traparentesi, il dottorBarchetta
bravissimo infettivologo di corteGodi che curava baraCCa,
sosteneva che gli occhi a mandorla dei cinesi sono una
necessitA’ Fisiologica: siccome vivono per lavorare, in realtà
gli cala la palpebra. E questo, provate a dir di no, li fa gli uni
come gli altri.
In buona sostanza era fattoCosì baraCCa, aveva delle
fisse: sosteneva che per vivere occorrevano i presupposti. E a
maggior ragione pel vivere assieme nelle unificanti diversità:
30
- PerBacco, non mi verrete a dire che siete uguale a un
cinese, adesso, ululò imbufalito Kalashnikow che già da un
pezzo faceva il palo alle tesi di Lesto.
- Ehi Voi, noi due abbiamo maturato questo parere, voi
cosa ne pensate?
Vacca, Qui accadde un finimondo. Dunque, innanzi
tutto le setteSorelle furono fin da principio perplesse...
- Lo sono e come, proferì mettendo la firma sulla sua
verità, @. La neve però, si sa, si scioglie al sole: le
veritàPerdute non durano oltre il tempo. E questo anche
aPopoli, benché fosse un paese del tutto particolare. Ed è
proprio di questo che stiam parlando, di un posto dove un
giorno, sotto la quercia secolare detta suaMaestà, il
signorAgostino e il signorMaròlà si ritrovarono a discutere sulla
vita, e alla fine giunsero alla risoluzione che volesse presa con
filosofia. Per Toro seduto, inutile dirlo, fu una vera e propria
goduria. Sicché, il Welfare State diPopoli da un pezzo a questa
parte, da quando ilPo s’è d’un fiato bevuto il loro Cimitero,
avea come presupposto quella regola li…
- Come con filosofia? La vita deve essere vissuta con
devozione verso Dio, altro che.
- Va bene, ma questo cosa significa?, domandò
Agostino. Noi non stiamo dicendo che non possa esistere
loSpirito della vita, al contrario: noi a Dio ci crediamo, ci
scherziamo e a tempo debito c’incavoliamo pure con lui.
Semplicemente diciamo che proprio perché c’è un principio
vitale noi, dobbiamo dare significato al nostro star Qui
cercando l’amore per il sapere: questo è il significato letterale
dell’amata filosofia.
Eppure le acque non si chetarono: i giovani
diRoccabella, quelli del centro sociale, non capivano il
significato di tanto putiferio. E i più conservatori
s’incavolarono da chissà. In oltre la sala d’attesa
dell’ambulatorio della dottoressaMacchiavelli si trasformò in un
clan. Non si parlava d’altro: il solitoBar, l’oratorio, perfino la
Tacabanda non aveva altro argomento…
La vita vuole presa con filosofia,
con amor per lo sapere, caro
HomoSapiensSapiens….
E questo in qualunque Stato sociale, vergò Maròlà.
Stavolta sulla schiuma da barba che aveva appositamente
disteso sotto il portico del solitoBar. Era fattoCosì il
signorMaròlà, se non c’era la neve, lui la faceva a suo uso e
consumo, vamolà. E lo comunicarono subito a tutti gli altri:
Che cosa intendevano quei due lì per Stato sociale?
Sicché il signorAgostino e il signorMaròlà furono costretti
a calare le braghe fin da subito: e lo fecero chiedendo man
forte all’arte della retorica de loMaestro, che come sempre si
31
rifece alla sua esperienza e raccontò un frammento della sua
storia, pertanto loMaestro attaccò:
Che, pensavate che non lo sapessimo a picché qualche volta vi
addormentaste in aula?
- AMaronna & SantaRosalia, non fatemi tirare giù tutti i
santi del Paradiso: dovete studiare, caschi il mondo voi dovete
studiare, mi avete inteso? Fa chiù dannu 'n cretinu ca nu
porcu 'nto jardinu, fa più danno un cretino che un porco nel
giardino. Alla Vuciarria, se non sapete fare due più due, se
non conoscete Sciascia, o Pirandello, o almeno Verga, allora
divenite carne da macello, capite? E voi non potete dare alla
signoraMammà, il dispiacere di portarvi sparato da questa
schifosissima mafia al campoSanto. Testa ca' un’parla si chiama
cucuzza', Testa che non parla si dice zucca.
Già il male a lì polmoni si portò via il padre vostro: se
perdesse anche voi, per lei sarebbe la fine, capito mi avete?
Ciro comprendeva, e mammà andava orgogliosa d’avere nu’
figghio così: campava la famiglia facendo il garzone di un
pescivendolo e studiava pure. E spesso lo raccontava al
marito suo, parlando con la foto sul comò. E una volta tanto
le sue pupille s’inumidivano per la felicità, nutrendosi di
serenità. Sì un pirocchiu arrinisciùtu: Sei un pidocchio
riuscito, le ripeteva in continuazione.
Fatto sta che il giorno dell’esame Ciro Paternò, non
ancora dottore, si presentò al banco degli esaminandi, e porse
una di quelle bottigghie di Marsala, che serbava solo per gli
amici suoi, a u’ Rettore che si complimentò con Ciro:
- E’ vero professorRettore, non posso che ammetterlo, mi
scusasse.
- E stattevenne citto: non dovete scusarvi, anzi, vi
meritate una lode. Ecco, dentro no piezzo del vostro cuore
sappiate che u’ Rettore non può aumentarvi il voto, ma è in
grado farvi una lode... sì, cari professori, sappiate che il
dottorCiro Paternò s’è laureato con settantadue e lode,
aMaronna & SantaRosalia. Sono sicuro che sarete d’accordo
con me, vero? Perché s’è laureato in architettura, ma ha nel
cuore suo circolano sangue e filosofia.
Così, mentre il vento scompigliava i capelli alle nuvole,
il signorAgostino, Partigiano-Reggiano, la dottoressaMacchiavelli, Giusto, Esatto, Kalashnikow e loMaestro,
diedero inizio al progetto del nuovo Stato Sociale diPopoli.
Come loro: pensato al contrario.
- Dunque, esordì baraCCa, sui giornali non fanno altro
che parlare di Welfare State, ma nessuno ha il coraggio di fare
proposte davvero innovative.
- Perché non si cerca l’interesse collettivo, l’obiettivo
che tutti si propongono, è lo Stato leggero, quello che non
rompe i celesti, suggellò mitragliando con la bocca sua, in
tutto e per tutto simile a un Kalashnikow, proprio lui.
- Picciotto, ora siete laureato in architettura, ma già da
qualche tempo siete no dottore della vita, un vero masculo.
32
- Già: e poco importa se l’organizzazione sociale è
impostata dal mercato anziché dalla politica, vero?, ha chiesto
Esatto.
- Ueh, loMaestro, finalmente avete ampliato gli sguardi
ma cos’avete trovato la gallina dalle uova d’oro?, gli fa il
signorCioppino, aggiuntosi al gruppo nonostante i suoi occhi
appesantiti dal sonno rubato dal pane fresco che doveva
sfornare mattina dopo mattina. Ah, vi voglio proprio dire una
cosa a proposito di galline: tutti si chiedono se sia nato prima
l’uovo o la gallina. Ebbene io penso che sia nato prima
l’uovo.
- Giu… giuuuu… giusto, rispose Giusto confermando
se ce ne fosse ancor di bisogno, d’esser tale di nome e di
fatto.
- Noi che alle giovani generazioni pensiamo e per loro
lavoriamo, sancì a quel punto il dottorCiro Paternò detto
loMaestro con quella strana parlata mezza italiana e mezza
siciliana, non crediamo che degli animali intelligenti come
sono gli uomini, possano organizzarsi senza prendere in
considerazione che proprio da loro bbisogna partire.
Minchia, ma perché non la diamo a loro, i ggiovani, la
pensione, eh?
- Perché?
- Il perché non lo so, so solo che un bel giorno un
signore s’imbatté in un bel mucchietto d’uova e per pura
fortuna non se le mangiò tutte. E giù tutti a ridere per questa
proficua stemperata.
- Avete ragione signorCioppino: Cu nasci tunnu 'n po
moriri quadrato, chi nasce rotondo non può morire quadrato.
Vedete, intanto quello che possiamo dire alla signoraUmanità è
che noi quattro gatti diPopoli, i conti con la matita li sapimmo
fare. Se solo lo volessimo, sarebbe assolutamente possibile dar
loro quello che prende un apprendista metalmeccanico.
Altrimenti, come oggi avviene, un giovane avi a dari picciuli a
Diu e a tuttu u' munnu, deve dare soldi a Dio e a tutto il
mondo. Invece, i vecchi andrebbero orgogliosi, ve lo dico io,
di lavorare tre anni in più per il bene dei propri ggiovani. Se
ha un fine nobile, la fatica diventa un valore, affinché non
siano in debito con Dio e con nessun altro. E l’impegno
dell’Aldiquà acquisisce senso, o no? La barista mia me lo fece
carpire, aggiunse il dottorCiro.
- Eh già, così i vecchi muoion di fame, obbiettò la
dottoressaMacchiavelli, così soprannominata per la sua
propensione alla politica.
- Nient’affatto; i vecchi continueranno a lavorare fino a
una certa età, poi lasceranno inderogabilmente il posto ai
giovani, altrimenti questi ultimi sarebbero a spasso. E da quel
dì matureranno la pensione che nessuno gli regala, visto che
se la sono guadagnata col lavoro loro. Lo so anch’io che la
pensione degli anziani non è, come molti credono, frutto del
risparmio fatto per loro conto dallo Stato bensì proviene dai
versamenti dei lavoratori. Ma ciò non toglie che è un
sacrosanto e inviolabile diritto.
33
- Chi? Chador?, chiese Partigiano-Reggiano.
vorrebbe a fare una legge semplice ma efficace: tanto inquini,
tanto paghi e quei soldi li uso per compensare li danni tuoi.
Dovremmo saggiamente fermarci e fare il punto della
situazione, e democraticamente, santoCielo disonorato.
- Sì, proprio lei, mi fa: dottore non vi pare che duemila
anni dopo il signorGesù, l’umanità debba almeno imparare a
progredire?, ammesso e non concesso che festeggiare la fine
del secolo serva a qualcosa di più che a stappare bottiglie di
Champagne o avviare mega lavatrici della coscienza come il
Giubileo di fine secolo. Avete ragione, dovetti ammettere. E i bilanci, signoraUmanità, quando li facciamo? Almeno un
inventario nel nuovo millennio avremmo potuto farlo, noi
pensassimo:
- Ma così stan le cose, rifilò lì bello bello loMaestro
carico del complimento di antica memoria del Rettore, al
solito con l’indice al sol levato degno del miglior retore. Ciro
fisso fiducioso il presupposto basilare dello Stato Sociale di
Qui: dove le correzioni, nei limiti del possibbile, si eseguivano
dal principio. - Sui ggiovani si hanno da fare le azioni perché
verso essi s’è responsabbili del domani, o no? Pensate che
c’era una tribù Indiana di cui non ricordo il nome che quando
doveva assumere una decisione importante come spostare il
campo, metteva in fila i sette più anziani del villaggio
assegnando a ognuno il compito di rappresentare un’intera
generazione. In buona sostanza per rispetto del futuro
ragionavano sette generazioni avanti. E noi pensiamo che
fossero selvaggi. Noi, proprio noi, che siamo stati governati
dal signorBossi che ce l’ha duro e dal Berluscoro che su quel
fatto li è meglio non parlarne neanche. Ciò nonostante, noi
sapimmo che u surci dici o scravagghio: nuddru s'arricchisci
co so travagghiu!, difficilmente si ci arricchisce senza un aiuto
disinteressato. E io nutro financo il sospetto che Berluscoro si
sia avvalso di aiuti interessati, cui troverà senz’altro il modo di
farvi fronte: magari alle spalle nostre.
E l’opposizione? All’opposizione abbiamo delle mezze
pippe. Sapete cosa vi dico: io mi faccio di Viagra e, se non
fosse poiché la credo nella migliore delle ipotesi
un’irraggiungibile utopia, diventerei anarchico, altro che
fisime.
Quali problemi abbiamo risolto, e quali restano?
Dovremmo chiederci. Il fatto è che, come sostiene
Chador, ci sembra d’essere tra i molti che si pongono questa
domanda, ma fra i pochi che azzardano una risposta: perché
secondo noi l’umanità di problemi ne ha da vendere
aMadonna & santaRosalia. Falla como vuoi sempre cucuzza è.
Solo che non si vuole trovare il tempo di parlarne
insieme senza lo stramaledetto diritto di veto. Prendete ad
esempio le emissioni di anidride carbonica: tutti sappiamo
che c’è e che rischia di creare problemi gravissimissimi, come
il surriscaldamento del nostro bel pianeta. Siccome però lì
pseudo padroni di sto benedetto mondo come sono gli
americani, non vogliono rallentare la loro veloce corsa verso
quello che loro chiamano progresso, ma che a parer dei più è,
di fatto, un regresso che rischia di spegnere in un arco di
tempo brevissimo la luce della vita, aMaronna & SantaRosalia
- ha nuovamente aggiunto in fede alle sue radici - tutto è
bloccato. Fermo lì in un inerte danno colossale. Cosa ci
34
- Dopodiché, continuò Agostino felice d’aver
rammentato nella sua capiente mente tanta spicciola
saggezza: anarchico mai per l’amor del cielo, perché c’è
sempre stato e sempre ci sarà il bisogno di qualcuno che
governi. Ad esempio, a governare Popoli potrebbe essere il
senso del limite per noi vero e proprio sesto senso. Mutuato
col desiderio. Ecco dove dovrebbero orientarsi le pensate
umane tra Limite & Desiderio. E, come modello, introducendo
il guadagno massimo fissato in un milione di euro l’anno a
testa: chi ne vuole di più sarà libero d’andarsene altrove, iv
capi? E sia chiaro che quell’altrove non è certo la paceEterna
perché l’ha detto il signorGesù, e non io, sta roba qua…
Pensate, ad esempio, come sarebbe bello per lo sport
non avere giocatori che percepiscono un fracasso di soldi e
che, come le prostitute, vanno con il miglior offerente. Si
riscoprirebbe il valore della casacca, della casata, direi: alla
faccia di chi ritiene che questo, quello del denaro, sia l’unico
modo possibile di governar lo mondo.
- Bein alòra? Lo interrogò Kalashnikow, che con una
premessa del genere si sentiva libero di volare.
- Allora, siccome è sotto gli occhi di tutti il fatto che la
natura non conosce giustizia per principio, i quattrini derivati
dalle imposte li dovremmo impiegare innanzi tutto per
colmare le diversità. Un po’ come si fa con la ghiaia quando
si riempiono le buche, ma in principio però, anzi, per
principio. Come facevano gli antichi: ogni tot anni si
scrollavano i portafogli dei più ricchi per riequilibrare la
ricchezza: questo era in principio il Giubileo, l’anno
sabbatico. E in codesto modo sì, nei fatti, risultava esser
Santo nelloSpirito e portatore di serenità diffusa, come
insegnava il nostro caro amico donLeonardo Tartaglia.
È più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago.
che un ricco entri in Paradiso.
Nel mio piccolo, sostengo che è più facile che un
coccodrillo passi attraverso un profilattico che un ricco vada
in Paradiso. E fino a quando questa regola non sarà
universalmente riconosciuta, i ricchi saranno sempre più
ricchi e i poveri sempre più poveri. Facciamo un esempio:
prendiamo il reddito dei top then, i dieci più ricchi del
mondo, e proviamo a vedere quanti milioni, dico milioni, di
persone si sfamerebbero. Vi rendete conto sì o no che Bill
Ghates ha lo stesso fatturato annuo di ventisei paesi africani
messi assieme? E in Italia? Beh, basta un solo dato: il dieci per
cento della popolazione detiene il quarantanove per cento del
patrimonio, fate un po’ voi… Allora, finalmente, si
smetterebbe di misurare tutto quanto partendo dal criterio
economico.
- Esatto, disse proprio lui, così si potrebbe sostenere
che un cieco come me non è qualcosa di meno degli altri, ma
piuttosto un patrimonio come qualunque altra persona, Porca
d’una miseria ladra.
- Giusto, ma come saremmo capaci di far ciò?, chiese
Lesto, e chi se no.
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- Minchia, è saltato su a quel punto il dottorPaternò
alzatosi in piedi sul tavolino del solitoBar: dal basso dobbiamo
partire, dal basso. E’ mai possibbile che gli esseri umani non
capiscano che si nasce tutti Homini, predicava com’era suo
uso fare muovendo l’indice sinistro come fosse l’asta di una
bandiera dedicata al principio della responsabilità, suo vero
chiodo fisso e auspicabile necessitA’ Fisiologica dei viventi
che han per sorte di calpestare l’Aldiquà. Colo che voli la vutti
china, la mugghieri 'mbriaca e i picciriddi cuntenti, si vorrebbe
la botte piena, la moglie ubriaca e i bambini contenti. C’è chi
nasce bello e chi nasce brutto che manco lo si può guardare,
aMaronna & santaRosalia. Chi è alto e chi basso, chi nero e chi
bianco, chi è votato alla riproduzione e chi no. Come
qualunque altro animale siamo, proferiva lui che financo di
biologia ne sapeva un sacco.
importante che la maggior parte possibbile di persone parta
dallo stesso punto, pensassi. O, se non lo stesso, il più
prossimo possibbile al nastro di partenza, minchia: noi Qui
faremo così, i ggiovani cercheremo di metterli alla pari. Sarà il
tempo a deciderne il destino, il tempo. Poi, però, poiché il
militare è stato finalmente reso facoltativo, noi gli
chiederemo un anno di servizio civile obbligatorio perché è
così, conoscendo il bbisogno, che ci si educa alla socialità.
Noi possiamo semplicemente colmare l’ingiustizia della sorte:
proviamo a pensare a uno Stato fattoCosì, due punti e a capo.
Io, Stato, mi prendo cura di te fino a ventitré anni.
Fino a diciotto, come minimo, ti faccio studiare il più
possibbile. Anche se non sei portato per gli studi, creo scuole
su misura per i meno dotati: semplici semplici, a bassissima
soglia perché solo così, acquisendo, si sarà nel tempo capaci
di restituire. Poi, in un secondo momento ti chiedo un anno
della vita tua, per frequentare la scuola della vita di tutti. Un
anno in cui vai negli ospedali, nelle galere, e pure dai
carabbinieri; dai viggili del fuoco e nei diversi luoghi di culto,
in tutti però, esclamò erigendosi in punta di piedi come fosse
chissà chi. Un anno passato a imparare che gli altri ti sono
indispensabbili, insomma. Dopodiché ti si prospettano due
possibilità: o inizi a lavorare o continui a studiare,
consapevole che a quel punto orienti la vita tua.
Come
qualunque
altro
animale
con loSpirito e l’intelligenza, però.
- Giusto, e poi?, chiese Esatto rubando la parola di
bocca a Maròlà.
Ma c’è anche chi nasce ricco e chi non ha da campare,
e mentre sulle altre cose non c’è dato di porvi rimedio, su
questa sì. E poi via, di nuovo: - Allora, quel sale che teniamo
in zucca lo dovremmo usare per salare la vita, e non la solita
minestra. Se è vero che la vita è un lungo cammino: è
- E poi, da diciannove a ventitré anni e solo se non sei
figlio di ricconi, noi ti diamo quello che percepisce un nobile
36
metalmeccanico in apprendistato. Così facendo puoi decidere
se sommarle a uno stipendio che in questo modo sarà degno
di quel nome e consentirti per esempio di farti un mutuo per
la casa; oppure studiare perché le tue capacità, Deo gratia, te
lo consentono; altrimenti viaggiare. Per cercare un luogo
dove tu possa vivere serenamente in questo rotondo
mondo… perché la vita è lunga e dura, e scegliere dove
abitare, aiuta il come esistere, aMaronna
Aggiunse a tal punto di suo pugno il signorAgostino
brandendo l’umana penna sua posta frammezzo le gambe,
siglando l’ennesima veritàPerduta. Che per fare quel su e giù lì
ve lo dico io che ne fece di fatica, ma lui era fattoCosì: quando
si metteva in testa una cosa state tranquilli che la portava in
fondo.
- La vita non è un gioco, riprese loMaestro. Ma saper
giocare, anzi mettersi in gioco, è fondamentale per vivere.
Fondamentale. Altrimenti si è il nulla mescolato con niente:
nuddu 'mmiscatu ccu nenti.
Per tanto, se vogliamo fondare uno Stato Sociale,
dobbiamo partire da noi, minchia: dalla nostra natura, e
imparare guardando con molta umiltà i nostri figghi che
giocano. Che bello l’ascolto, che bello: io l’accio imparato
guardando u’ figghio mio, perché niscuno nasce sapiente. Lo
si diventa, cacchio: i bimbi conoscono fin da principio la
necessitA’ Fisiologica d’avere qualcosa di solamente suo, ma
hanno anche la grazia di aiutarsi tra loro. È stato guardando
lui giocare che ho capito quanto importanti siano per l’uomo
le radici. E facendo due più due, ho capito quant’hanno
sbagliato gli uomini che han tentato di cancellare la natura
umana, impostando l’intero sistema economico sulla
negazione della proprietà privata. Si ha la necessitA’
Fisiologica di possedere qualcosa di proprio. Almeno quanto,
però, sbaglia chi non intende porre limiti alla proprietà
privata. Questa non è la via della saggezza: tra il tutto e il
nulla abita la via di mezzo, pensasse.
A momenti, traparentesi, quando proferì quel lavoro, lì,
si era a tal punto scaldato che se non stava attento cacciava
un blisgone da chissà. Se s’infiammava, sembrava un cerino.
- &SantaRosalia, lo interruppe Esatto che non vedeva,
ma intuiva che quella litania rischiava di divenire un rosario.
- Ecco proprio lei, perché io la tengo nel cuore, non è
come sanGennaro: Iddu tiene o’ sangue speciale, come
dicessero a Napoli. Io, minchia, tengo per patrona una Santa
all’acqua di rose. Di quelle che nella vita gli puoi chiederle al
massimo un piacere, perché la grazia non gl’è concessa.
Eeeeeee, figghiMiei …
37
Ecco, il dottorCiro certe volte doveva dar spazio
all’Homobenzina dacché faceva parte della suaFamiglia. Come
Lapislazzuli, apparteneva alla tribù di quelli che s’infervorano
con un non nulla. Allora non prestava attenzione a quel che
aveva sotto le scarpe, anche se si trattava d’una di quelle belle
balle di fieno rotonde che fanno adesso, ci si drizzava sopra
in punta di piedi e sbandierava con quel dito come fosse un
predicatore del Nord Carolaina, almeno.
casa, disse allargando smodatamente le braccia come stesse
contenendo il mondo intero. Questo per voler porre
l’accento, per esempio, che per fare un buco nell’ozono o
provocare l’effetto serra, o l’irrazionale disboscamento ci
vogliono dei bei cafoni. Invero, persone con poco sale in
zucca che pur sapendo che avanti così succede un macello,
non possiedono il coraggio di fare qualche passo indietro, di
compiere qualche rinuncia, AMaronna & santaRosalia.
- Questo dovrebbero cercare, gli HominiSapiens&Risapiens, la via di mezzo madre della giustizia sociale, riprese.
E porre in essere per li figli tuoi pari opportunità nella misura
maggiore possibbile, altro che storie. O figghio mio como
quello di Esatto, chillo di isso ripeté puntando Maròlà, chillo
di Giusto, oppure como quello di Kalashnikow e della
dottoressaMacchiavelli tengono lo stesso bbisogno, aggiunse:
crescere con pari opportunità. E poi…
- O suvvia, smettetela con sta santaRosalia, aggiunse
secco secco Pastrufazio. Era bestiale lui, a vederlo mentre
parlava, sembrava un mulino a vento, sin da comprendere
perché gli italiani si mostrano famosi giacché si sbracciano.
Era una roba da matti. Comunque sia, ve lo immaginate voi
uno che dall’alto in basso appariva fattoCosì, due punti e a
capo:
Occhi rigorosamente neri, nerissimi direi. Il collo
praticamente inesistente, le sue spalle invece raccoglievano la
capoccia fatta tal quale a un uovo con una lucida pelata che
dominava il tutto. Altro che fronte spaziosa: il
signorPastrufazio conteneva il mappamondo in testa, Vacca
bestia. Il torace piatto, senza la minima marcatura dei muscoli;
sotto si depositava una pancia capiente, smodatamente più
larga delle gracili gambe che lo sorreggevano con la stessa
fatica fatta dalle gambe di un trampoliere. Il tutto sempre in
movimento, anche quando il suo corpo restava immobile,
Pastrufazio faceva rumore. Nutriva una sfrenata passione per
Carlo Emilio Gadda perciò qui lo chiamavano Patrufazio, in
onore allo scrittore che così chiamò un suo famoso
personaggio. E possedeva meningi rugginose che scalpitavano
futuro nell’equità, questo è Stato
sociale… @lleluj@…
Sancì a quel punto nella sua prima e ultima
veritàPerduta il dottorCiro Paternò a tutti gli effetti loMaestro.
Dopo di che, riprese come solo lui sapeva fare a predicare:
- Forse noi sbagliamo a proporre come vincente il
modello sociale della signoraItalia, e non solo quello. Se ci
pensiamo su per benino, ravvisiamo che, purtroppo in buona
compagnia, stiamo facendo delle cappellate grandi come una
38
nel cervello, e questo costringeva la sua lingua a saltellare: lui
parlava, parlava, parlava in continuazione. E quando lo faceva
sulle rotoballe di fieno che sono una roba elegante, moderna e
raffinata, sembrava davvero un signorCicerone, Pastrufazio: un
Cicerone d’altri tempi. Però, possedeva un sano principio
sull’Aldiquà e cioè che nei limiti del possibile bisogna
godersela la vita. Era simpatico dacché mai lagnoso, anche
quando le cose non gli andavano, per il verso giusto diceva,
domani sarà un altro giorno. Era certamente consapevole che
si facendo non avrebbe schivato l’amarezza che la vita alla
fine ti poteva riservare, ma confidava nel fatto che
nell’Aldiquà tutto ha un termine, anche le cose peggiori.
Questo gli dava modo più di chiunque altro di gustarsi il poco
che d’un sol colpo diveniva tanto, poiché cosciente che quello
e solo quello, in quel dato momento, gli era dato.
il miglior letto dei suoi sogni al contrario. Da allora il
signorAgostino si mise a fare una pubblicità progresso: gente,
salite sulle rotoballe, ripeteva in continuazione. Lui lo
proponeva a tutti quel fatto li. E aveva pure ragione…
Da quel giorno là, insomma, da quando Agostino
baraCCa e Maròlà scrissero la prima norma dello Stato Sociale
diPopoli: la vita vuole presa con filosofia, Qui tutte le estive
assemblee si facevano sulle rotoballe a guardare il mondo al
contrario. Questa, bisogna riconoscerlo, fu una bella pensata
del signorAgostino. Un bel giorno, mentre vagolava per i
campi nel modo in cui lo attirava: girando a zonzo, s’imbatté
faccia a faccia con uno di quei grandi rulli che ogni tanto si
vedono nei verdi prati. Lo affascinava quella roba li: gialla,
soffice, profumata dal sapore dolce e amaro, che ha il fieno
delle più varie erbe costituito. Ah, se solo si potesse esser
piccoli piccoli, e girovagare tra le centinaia d’erbe che
formano i prati stabili della pianura padana, si avrebbe la
consapevolezza di camminare in mirabolanti foreste, ricche, e
a un tempo profumate. Ebbene quella apparve agl’occhi suoi
come una bella opportunità: ci salì in cima, si coricò e divenne
Quei lavori li sono rotondi, ad altezza d’uomo, e
fattiCosì. Sicché se ci monti sopra mettendoti di schiena a
testa in basso, scorgi il mondo da un’altra prospettiva, porca
miseria. Aerei che atterrano sulle nuvole e lepri che corrono a
test’ingiù, vedi. E quel fatto lì ti fa riflettere: perché anche
vedere le cose al contrario, è una necessitA’ Fisiologica,
secondo lui. Anzi, come sostengono alcuni pensatori, una
necessitA’ Filosofica tanto che una tesi filosofica regge
proprio se vista anche al contrario, secondo loro.
- Sono io, ammetteva Agostino, a esser fatto al rovescio
o è il mondo che gira in senso opposto a come vorrei, si
chiedeva. E mai trovava una risposta certa. Bizzarro, vero?
Ma lui era proprio fattoCosì. Dentro la suaFamiglia abitava da
sempre uno che si chiedeva: &Perché? Allora viveva
irrequieto, alla perenne ricerca di una risposta a ciò che lo
39
circondava, nella profonda convinzione che guardare le cose
al contrario serva perché…
Il Futuro
il dubbio è il miglior terreno da
coltivare, @
Una bella mattina - nonostante ci fosse un nebbione
che impediva di scorger se erano le piante a venirti addosso o
tu che eri incapace di scansarle, perché a destra e a manca
saltava sempre fuori qualcosa d’imprevisto - il becchino
diPopoli si mise al lavoro. Siccome era prossimo il due di
Novembre, ilCimitero era particolarmente affollato di gente:
Listò nella sua nuova veritàPerduta: posto che solo
attraverso questo faticoso esercizio le certezze acquisiscono
senso, ecco perché. Tanto che l’onestà formale dev’essere
fuori discussione mentre l’onestà intellettuale vuole perseguita
e bramata a tutti i costi, pensava lui. E poi su quei soffici e
profumati materassi osava l’impossibile e recitava lettere
d’amore alla sua dolce Clara unendo l’Aldiquà con l’Aldilà…
- Si può sapere che cavolo state facendo Kalasnikow,
non avete di meglio da fare?
E lux Maxina…
- Per dinciBacco: potete innaffiare i fiori, accendere i
lumini spentisi…
Dolce m’è il pensier che nuovamente potrò abbandonarmi tra le
braccia tue. Dolce è il sapor dell’uva che vorrei cogliere dal tuo ombelico.
Dolce è il dormir sapendo che tra i tuoi pensieri m’è capitato d’abitare.
Ah quanto vorrei poter nuovamente sfiorar le tue labbra. Disegnare
percorsi ignoti e, a un tempo, d’amore sul corpo tuo. Mi manchi Clara.
Mi manchi tanto…
Anche se ancora Orfeo non mi fa il regalo di poterti sognare e con
te coccolare. Allora ti sogno ad occhi aperti. Fissi direi. Fissi su un fiore
che alla fine sarà nuovamente tra le mie mani. E quanto il mar culla i
suoi abitanti, li sogni miei, a occhi aperti, beatamente si cullano nel
desiderarti dolcezza mia infinita…
- No: i lumini ve li accendete voi
- Allora lustrate le lapidi…
- Sono vostri i morti. Io lucido quelle dei miei cari, per
il resto arrangiatevi voi. A me spettano altre mansioni come
tagliar l’erba e curare piante e cespugli, e le faccio.
- Ma andate a quel paese per piacere…
40
- Andateci voi a quel paese, se volete esser sepolti
altrove, siete liberi di farlo: io resto aPopoli e faccio una buca
da morto perché sono certo che prima o poi qualcuno la
occuperà. E poi è vero o no che è dal seme che muore che
nasce il grano?
Le VeritàPerdute
- Suvvia è di cattivo auspicio: solo uno come voi poteva
pensare una roba del genere. La buca la dovrete preparare
quando ci sarà il bisogno, ma dico io: usate un po’ di buon
gusto signorKalashnikow…
Comunque sia, da un sacco di tempo, quest’era l’ordine
di risveglio diPopoli. Fatta eccezione per il gallo di
Pastrufazio, che talvolta probabilmente gli giravano anche a
lui poiché era capace di partire persino alle tre di notte con i
suoi cHiccHiricHi: dando libero sfogo al suo carattere. E di
Cioppino che, da quando morì papà Pagnotta, a letto non
riusciva neppur più ad andarci: pel fatto che c’avea troppo da
fare per profumare l’aria col fragrante profumo del suo
favoloso pane che, traparentesi, persino da corte Godi gli
comandavano. Insomma dalle quattro alle sette, quelli
diPopoli si riaffacciavano al nuovo dì con una sorta di Ora et
Labora in ordine sparso. Dapprima le setteSorelle, poi rustici e
fattori per venire alle massaie ed alle pie donne, a seguire via
via studenti e lavoratori. Sennonché, quella mattina, verso le
otto, le numerose impronte sparse sulla neve potevano
fedelmente testimoniare che erano già in molti a esser desti, e
qualcuno, non si sa bene chi, dalla Piazza cacciò un urlo da
chissà:
- Non è questione di buon gusto o meno io son
convinto della giustezza di quest’iniziativa dacché ognuno
potrà meditare di più sulla propria fine, poiché esattamente
perché inevitabile, vero e proprio sale dell’Aldiquà. Senza
sperare di non morire mai. No signoriMiei, credetemi: codesta
è una scelta opportuna.
Giusto, il marmista fragile lo comprese al volo che
aveva ragione lui. Allora fece una bella lapide di marmo di
Carrara e vi scrisse FUTURO. Da quel giorno man mano che
qualcuno occupava la buca, Kalashnikov ne faceva un’altra e
spostava la lapide. Cosi aPopoli esisteva la buca del Futuro,
dove uno a uno, i paesani andavano a riflettere sulla propria
finitudine, tutto qui.
- Correte gente: c’è una veritàPerduta…
Homosapiens est socialis, @
41
Homosocialis est poco sapiens, tiè
Le vacche non risposero cose comprensibili ma
certamente preser posizione in virtù del fatto che, sia pur
strano a dirsi, Partigiano-Reggiano sosteneva che
principiarono a smuntellare, come diceva lui. E tutte in coro:
tanto che pareva ci fosse un terremoto o quantomeno un
fulmine a ciel sereno, porca vacca, anzi, benedetta la
signoraVacca che munger si fa senza crear problemi. Sembrava
un concerto della Tacabanda. Probabilmente si trattava d’un
comizio ai nostri orecchi sconosciuti, dedicato alla
presuntuosa definizione di sapiensSapiens che, addirittura
raddoppiandola, ci siamo affibbiati da soli noi Homini. E
questo nonostante si sia stati capaci persin di farle impazzire,
ste benedette signoreVacche. La capostipite, Celestina, era di
sicuro una mucca pazza, ma di gioia: visto l’affetto che la
legava a Partigiano-Reggiano sempre pronto a spazzolarla per
benino quasi fosse il suo tesoro, traparentesi.
Invero, ultimi ma persuasi, il signorAgostino e il
signorLesto la serata precedente, mentre rientravano alla
propria dimora provenienti dal solitoBar - cui entrambe erano
e saranno fedeli nei secoli dei secoli - stamparono sul bianco
foglio che aveva soavemente ammantato la piazza, la loro
contrapposta opinione. Che, destinata a sciogliersi come neve
al sole, venia da tutti considerata una vera e propria
veritàPerduta: e la fecero nella vasca delle idee, o piazza che dir
si voglia.
Come avrebbero potuto non approfittarne di sta
stupenda nevicata?, sarebbe stato andar contro natura…
Oltretutto, avendo abbondantemente lubrificato le loro
pensate col chiaroSpirito, vino rosato sempre prodotto da
barCCa, era per davvero indispensabile esercitare sto bisogno
fisiologico del far pipi, e al più presto. D’accordo,
d’accordo… forse questo non parea né il luogo né il modo
migliore per liberarsi di un'impellenza, agli occhi dei più. Ma,
come in sintesi scrive Giusto: da quei due soggetti c’è
Fatto sta che ognuno andò a pescare la risposta dove
meglio gli riusciva. Era come se quella veritàPerduta avesse
ridestato la signora responsabilità: capacità di dare risposte.
Che unica può testimoniare il nostro sapere, quando c’è,
evidentemente. I certamente sì e i certamente no, si
sprecavano. Indeciso nessuno, astenuti neppure. Chi si
schierò con baraCCa per il sì, chi con Lesto di lingua per il no,
invero una minoranza. Eppure tutti, proprio tutti, si
schierarono: perché per impostare la propria esistenza, è
importante saper scegliere l’una o l’altra tesi.
d’aspettarsi di tutto.
In un batti baleno, un po’ tutti giunsero alla spicciolata a
rimirare sto lascito. Saranno mesi che quei due si
apprestavano a ragionare su quel fatto lì dell’Homosapiens.
Mica roba da poco. Visto l’orario Partigiano-Reggiano dovette
tornare canticchiando dai suoi animali intonando il cielo in una
stalla. E, mentre terminava di rassettare il letto di paglia alle
amate vacche sue, ne parlò persin con loro:
Oltre all’estensore Lesto a tirar le sia pur esigue fila
dell’Homosocialis est poco sapiens, fu chiamata la
signoraGelsomina, famosa e formosa prima donna per natura.
- Siamo sociali, o no, noi HomosapiensSapiens?
42
Nonostante tutto, data la scarsa propensione degli
individualisti a far gruppo, la scelta non fu semplice. Erano in
diciotto e ognuno pretendeva d’esser il solo, il più illuminato,
come sempre, risultò esser LuxMaxima. Pareva il più
accanito: e incessantemente citando il lèder siorSilvio lo
cavaliere, non la smetteva più di stramaledire gli altri:
contrario sono saliti alle stelle, perché quando si tratta di
guadagnare vien di per sé, la capacità di far cartello, di
mettersi d’accordo per guadagnare il più possibbile. Lo so, lo
so che il socialismo è il più inseguito degli umani desideri,
d’accordo, ma so anche che allo stesso modo, è il più difficile
da realizzare. Lo vogliamo capire o no che non possiamo
neppur nascere senza gli altri e tanto meno riusciremmo a
vivere. Io ho bisogno e non voglia d’un dentista, d’un
professore, d’un panettiere, d’un idraulico, d’un amico e
financo d’un confessore, laico o religioso che sia. Onde per
cui, aMaronna & santaRosalia, gli altri ci sono indispensabbili:
per questo non possiamo che essere sociali.
- Non son altro che comunisti, sbraitava: - proprio Qui
dovevo capitare, nel bel mezzo di questo strano luogo, dove
continuano a nascere degli sbandati a sinistra, dei compagni
del menga che altro non san fare che perseguitare gli onesti
lavoratori del libero mercato…
- Quella del libero mercato, caro LuxMaxima, è proprio
una bella storia, perché il mercato deve si avere il suo spazio
ma non può essere libero di occupare quello altrui come la
politica, l’ha fin da subito ripreso loMaestro, mentre con quel
suo fare dinoccolato si portava su su fino in cima al solito
tavolino che Chador gli riservava nel solitoBar. Il suo passo
reso pesante dal fardello di ciccia e cervello che quell’anima
era costretta a portarsi appresso. Tra l’altro, vista la di lui
stazza, aveva a tal punto piegato l’asse da far temere il peggio:
in qualunque modo fosse cascato, per il dottorCiro sarebbe
stato un salto mortale, porca l’oca. Tuttavia, Deo gratia, resse.
E, giunto che fu lassù, prese a sfoderare la sua arte oratoria
accompagnandola con l’eretto indice che pareva disegnar
nell’aria le sue opinioni…
- Ma sì sì, ormai lo sappiamo come la pensate, urlò dal
di sotto Lapislazzuli, che di nome fa Rocco Schivaletto e ce
n'era proprio bisogno di un cognome così per un cerino
umano che manco riusciva a dormire, neppur se lo voleva. Per voi come per baraCCa, pare esistere una sola legge: sopra il
milione di euro a testa l’anno anche la pecunia puzza del sangue e sudore
altrui. Pecunia Olet. Ma noi non la vorremo mai e poi mai una
legge siffatta, e neppure lo accoglieremmo come principio
morale: noi vogliamo essere liberi e buona notte.
Lapislazzuli appariva fattoCosì: Homobenzina, non
parlava, sparava. Soprattutto se si trattava di libertà confusa,
anzi, confusissima col liberismo, come fa Berluscoro. Qui lo
sanno tutti: era un fedele liberista libertino. Era fabbro, e
forgiava il ferro con grande maestria e si mostrava, manco a
farlo apposta, focoso e assai simpatico. Per lui il siorSilvio era
un vero e proprio lèder, e tutti si guardavano bene dal fargli
presente che la pronuncia dialettale, anziché quella
- Prendiamo, giusto per fare un esempio, la benzina e le
assicurazioni: sono forse diminuiti i prezzi da quando s’è
passati dal regime contingentato al libero mercato? Al
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anglosassone di lèdèr, significava ladro, dacché ai più si
mostrava più appropriata.
Ancora oggi quelli diPopoli ridevano quando spiegava la
prima volta che fece l’amore, se così si può definire giacché fu
a pagamento. Nel millenovecentocinquantasette nel casino
della signoraOrietta s’entrava con pochi soldi: cinquecento lire.
Con cento potevi guardare mentre se aggiungevi il resto,
potevi consumare. Fatto sta che lui essendo una pellaccia
sventolava le cento lire e le porte de laParadisa, casa
d’appuntamento di corteGodi, si spalancavano. Il problema era
che il tutto consisteva in una corsa contro il tempo. Belle e
brutte parecchie femmine cominciavano a strusciarsi, a
sbaciucchiarti in viso e sfregarti in ogni dove. Il tutto per dieci
minuti al massimo, poi, se riuscivi a resistere alla tua carne,
dovevi necessariamente scegliere: potevi aggiungere il resto e
potarti in camera la tua preferita, che come tutte le altre
lavorava con l’orologio in mano ripetendo la solita litania:
scopata: triste modo d’avviarsi alla bella necessitA’ Fisiologica
del far l’amore.
- Forza Lapislazzuli, andate. Anche noi la pensiamo
come voi… ma, siccome fa un freddo becco tanto che
stanotte la mia dentiera batteva da sola sul comodino, adesso
andiamo tutti al solitoBar a gustarci in santa pace pane e
salame.
Durante la lauta colazione, le idee s’inchinarono al confronto.
Così fu. Evviva le diverse opinioni, ben venute le
veritàPerdute.
Stavolta vinsero le tesi del signorAgostino, Cristiano e
progressista a un tempo. Ma a modo suo però. Lui, infatti,
non accettava che un uomo come tutti gli altri potesse
diventare Papa Imperatore quindi Deus ex Machina. In oltre,
cosa non da poco, indicato da prescelti e non dal basso: così
facendo si mortificava il principio che siamo tutti figli di Dio
quindi uguali, altro che balle. Gesù disse a Pietro tu farai la mia
Chiesa e non che la comanderai. Piuttosto ne sarai al servizio.
Perciò proprio non lo capiva, sto fatto qui. Insomma non
sopportava una Chiesa non democratica, guidata a forza
dall’alto. E possedeva un sano principio nel sangue: era
Cristiano ma rispettava alla pari ogni altra religione. E fu felice
quando il Consiglio Episcopale Italiano decise, dopo infinite
rimostranze, di metter mano allo stupendo Padre Nostro.
Stabilendo che anziché la formula non ci indurre in tentazione si
potesse recitare non ci abbandonare alla tentazione. Perché assai
più comprensibile e di certo rispettosa di un Dio che prima
t’induce al peccato, per poi perdonarti a suon di confessioni.
Anche se, all’infuori diPopoli, questa determinazione fu in
- Dai su, avete finito? Suvvia che vi prende stasera:
volete farmi tribolare….
Oppure, dovevi uscire poiché, la signoraOrietta usava
argomenti convincenti: con una scopa t’intimava di lasciare il
posto agli altri. E per fortuna la utilizzava dalla parte della
saggina, e non da quella del manico, vacca d’un cane.
Fatto sta che lui la prima volta consumò con
cinquecento lire senza raggiungere il godimento, giacché
ardente com’era prese, a smaniarsi e arrovellarsi a più non
posso. Finché, per eccezione fatta ai principianti, passarono
trenta minuti ma inesorabile giunse la scopa della
signoraOrietta a cacciarlo via. Anziché fare, si cuccò una bella
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concreto ignorata continuando a ripetere al buon Dio di non
indurti in tentazione, mah. E non vedeva l’ora che si
pronunciassero anche sul peccato d’essere pro, pro, pro, pro
nipoti di mangiatori di mele. Da quando in qua l’uomo è in
peccato solo poiché non riesce a resistere alle umane
tentazioni? E tutto questo per sempre, per di più. A meno
che, con oli ed acque sante frammiste a formule e preghiere, il
tutto venga in un battibaleno cancellato. E per di più per
scelta altrui: lo si voglia o no anche i genitori sono altri. No
no, ha ragione Guccini: se Dio non avesse voluto l’uomo
capace di masturbarsi, l’avrebbe fatto con le braccia più corte,
perDiana.
Sicché secondo baraCCa il peccato originale semplicemente
non esiste. C’è il male e il bene, questo si: ma nessuna
macchia ti è imposta dal buonDio.
Oltre a ciò, non capiva come dei comunisti abbiano potuto
considerare un male la proprietà privata. Basta guardare
giocare dei bambini per capire che è necessitA’ Fisiologica.
Attenzione però, essa non può essere illimitata, altrimenti
avviene ciò che stiamo sperimentando: uomini
oltraggiosamente ricchi alle spalle di altri uomini
disperatamente poveri. Allora serve una via di mezzo,
confermava lui. Cinquecento migliaia per ognuno sono poche,
bene, allora siete libero di guadagnarne un milione d’euro a
testa ogni anno, ma oltre neppure un centesimo. Tale sarebbe,
a suo modesto avviso, una saggia via di mezzo. Unica strada
che potrebbe garantire un’equa distribuzione delle risorse. In
oltre, per il fatto che credeva nell’autodeterminazione dei
popoli e considerava che la globalizzazione, se gestita in un
certo qual modo, fosse una conquista, pensava che scaturisse
come indispensabile che le merci avessero un passaporto alla
stregua delle persone. Ogni prodotto dovrebbe essere
comprato o venduto solo se si garantisce che è stato costruito
secondo i principi fondanti dell’ONU. I sacrosanti Diritti
Umani, insomma. Tutto qui. Questa era esser la sua sintesi
dell’Homosapiens est socilis.
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sta Benedetta Regola. Ecco fraCasso era capace di fare cose
del genere, e se ne faceva un baffo se a più riprese i suoi
superiori gli ordinavano di non fare così e di comportarsi
cosà. A tal proposito fraCasso che come tutte le persone
intelligenti era dotato di sano umorismo, ne raccontava spesso
una sulla fede…
Crescere nell’Aldiquà
La neve brontolava sotto le scarpe, quella mattina li. Le
prime ad accorgersene, con la devota consuetudine d’esser le
iniziali a destarsi furono le setteSorelle, seguite a ruota da
rustici e fattori, con appresso la signoraNanda, la signoraFlorida,
la signoraMassenzia e DindonDan, campanaro di fraCasso
nonché emerito elemento in pectore de la Tacabanda, che
frettolosamente si portavano a prender messa prima alle sette
in punto. Qui era importante la messa prima perché si pregava
per tutte le religioni e in modo particolare per le monoteiste,
poiché sono le più pericolose. Se credi in un solo Dio, c’è il
rischio - e si può ben vedere su giornali e televisioni - che gli
altri ti siano nemici: e li nascono i casini. Tale era il parere di
fraCasso un frate cappuccino così uguale nei modi e nella
forma a sanFrancesco da far fragore, perché anche lui abitava
l’amore, financo nei fatti. Sì, le sue opinioni facevano un tal
casino che tutti lo ribattezzarono fraCasso. E lui lo
rammentava spesso il fatto che quando ilSanto andò dal Papa
per chiedergli l’approvazione della sua prima Regola, il
Pontefice, per tutta risposta, gli intimò di andarle a predicare
ai porci quelle idee sulla fede. Allora lui non fece tanto: se ne
andò in campagna e cercò un porcile, poi prese a fare ciò che
gli aveva ordinato sua Maestà: predicò e si rotolò con i maiali
nel fango fino a inzupparsi il saio e puzzare per benino. Dopo
di che, così conciato, riprese la via della santaSede: e al Papa,
vista tanta obbedienza, non restò altro da farsi che approvarla
- Un bel giorno Gesù e Giovanni stavano raccogliendo
olive nell’orto: Gesù sulla pianta e Giovanni sotto le metteva
nel sacco finché a un certo punto Gesù informò Giovanni che
stavano arrivando i romani, ma di non preoccupasi: di aver
fede. Tuttavia, a quel punto i romani arrivarono e gliele
suonarono di brutto al povero Giovanni. Ciò nonostante,
appena i soldati se ne andarono, continuarono il lavoro. In
nome della fede Giovanni scelse di proseguire almeno un
altro po’, ma quando Gesù lo informò che stavano tornando i
romani erano lì lì per darsela a gambe se non fosse stato che
Gesù in persona gli rinnovò l’invito a trattenersi, sempre in
nome della fede. E i romani lo menarono di nuovo. Allora
Giovanni disse a Gesù che era disposto continuare solo al
patto d’esser lui a salire sull’albero. Così avvenne. Buttò giù
olive a più non posso nonostante fosse malconcio, poveretto.
E riempirono quasi un altro sacco, finché cacciò un urlo:
- Tornano Gesù… stanno tornando… eccoli che
arrivano… dai scappiamo almeno stavolta…
- Mio amato Giovanni abbi fede, abbi fede!
Giunti che furono sul posto i coscritti dissero:
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- A questo poveretto gliene abbiamo date abbastanza…
malmeniamo un po’ quello sulla pianta!
farmi sto scherzo del cavolo, ma ti giuro che stavolta me la
paghi cara. Scese e fece mettere nel serbatoio il gasolio, pagò e
trafelato facendo le scale due alla volta si portò
nell’appartamento. - Romeo, Romeo…. Dove ti sei ficcato
bestiaccia, salta fuori… rispondi, rispondi che tanto, alla fine,
ti becco uccellaccio malefico. Romeo quatto quatto si
avvicinò a piccoli passettini. - Vieni qua bestiaccia… adesso te
la faccio proprio pagare. Che cosa fai? Dove stai volando?
Tanto ti acchiappo. Finì per prenderlo e deciso più che mai gli
disse: adesso ti metto in croce. Prese chiodi e martello e lo
inchiodò per le ali, prima una poi l’altra. Adesso starai lì per
una bella settimana per vedere se impari la lezione. Ti darò da
mangiare e da bere, ma guai a te se fiati uccellaccio che non
sei altro. Passarono due giorni, Romeo era sofferente e
sconsolato fin quando, a stento, volse gli occhi all’insù e
proprio di fronte vide un crocefisso.
Presi dall’allegria e consapevoli che al signorDio piace un
sacco vedere gl’uomini felici, baraCCa attacco con una sua
storiella. Sì dal fatto, che c’era uno scapolo impenitente che
aveva come miglior amico un pappagallo che parlava. Era
cresciuto con lui e parlava fluentemente l’unica cosa era che
come tutti i pappagalli aveva l’erre moscia, fate i conti di
sentir parlare Guccini. Era intelligentissimo e assai birichino.
Un bel giorno approfittando del fatto che il signorBertani era
uscito da casa, il pappagallo si mise al telefono e chiamò la
ditta che consegnava il gasolio facendo un ordine di duemila
litri. Passarono due giorni e il campanello suonò. Bertani
rispose e si senti dire:
- Siamo quelli della Tamoil e siamo venuti a consegnare
il gasolio.
- Ehi tu cosa fai li… dico a te: come ti chiami?
- Ma quale gasolio?
- Mi chiamo Gesù… Gesù.
- Quello che ha ordinato lei…
- Anche tu in croce? Si può sapere da quanto tempo sei
li.
- Ma io non ho ordinato proprio niente!
- Eh guarda, sono più di duemila anni.
- Senta signorBertani, noi, a scanso d’equivoci
registriamo nella segreteria tutte le telefonate e c’è proprio la
sua ordinazione di duemila litri… cosa vogliamo fare?
- Duemila anni… ma quanto cavolo di gasolio hai
ordinato, Cristo?
- Portate un attimo di pazienza che scendo. Noi due,
Romeo, facciamo i conti dopo perché lo so che sei stato tu a
47
-
- Il più chiaro, rispose deciso: così almeno se per caso
viene mancare la luce si potrà intravvedere…
Hic…
- Orbene, ho scelto di rivolgermi a lei perché tiene “nà
capa tanta. Non ha la pace perpetua su questa terra e allora
studia, studia a più non posso fino a diventare anche dottore
di
quell’organo
che
chiamiamo
cervello,
la
duttoressaMacchiavelli, secondo ammià…
Cara dottoressa, mentre vi parlo tengo tra le mani una
piccola fotografia dove ancora in fasce song sdraiato su un
prato. Sul tergo, l’amata madre mia ha vergato: anima cara sono
qui sull’erba che ti aspetto per fare i giochi. Bacetti. J song nato nel
millenovecentosessantotto all’Ospedale Cardarelli. Dei primi
tre anni della vita mia non ho ricordi se non ricavati da
un’altra fotografia dove sempre mia madre mi cullava
amorevolmente in braccio. A tre anni iniziai a jocare con
Roger il mio primo e unico cane: un magnifico pastore
maremmano, grande, grosso e affettuoso assai. Frequentavo
la scuola materna parrocchiale di Santo o’ Pesce, dove
abitavo, e mi divertivo molto nel jocare con i paesani miei.
Avevo una discreta propensione al disegno perché ma
chiacciono assai li colori. E me la cavavo pure con i lavori
manuali. L’unica cosa ca’ m’infastidiva era l’obbligatoria ora di
riposo dopo il pranzo: penso di non aver dormito neppure
una volta, per fortuna l’amorevole suorAngela sopportava il
mio continuo girarmi e rigirarmi sopra la striminzita brandina.
Litigavo raramente; ero amico con tutti, ma com’è logico, ne
tenevo uno in do core di nome Pasquale, figlio di un
pescatore. Pescatori, pescatori e agricoltori c’erano a Santo o’
Pesce. Escluso un falegname e un panettiere, tutti gli altri
andavano per mare o per prati. Che bella era Santo o’ Pesce,
Saltò su dopo una lunghissima pausa, il signorSalvatore
Pincani Qui piombato dalla lontana Napoli all’età di
quarant’anni, e fin da subito ribattezzato Trincani in virtù del
fatto che dall’età di quattordici anni viaggiava per la
signoraItalia alla gradazione media di sei gradi alcolici. In
effetti, lui di solito andava a vino o a Gin tonico, anche se era
consapevole che quello era divenuto un Gin cronico. E
sosteneva che aveva smesso di sorbirsi l’insalata russa perché
ci volevano delle cannucce troppo grandi per tirare su i piselli
e le carote, simpatico nevvero. Si fermò a Popoli per fare lo
nobile mestiere dello spazzino e quel soprannome era, per lui,
con certezza onomatopeico, come per il suo amico
signorAgostino baraCCa il cognome.
- Che tenete tutti quanti da ride accussì sulla fede
proprio non lo capisco: la religione è una cosa seria quanto
sanGennaro, chillo che è in contatto con l’Aldiquà c’ò sangue
suoio ca’ se squaglie. No, chisto, j non lo capisco proprio. No
sacco di cose non capisce ammià, quest’è vero. Tanto che no
bello jorno ho sentito il bisogno di sdraiarmi sul lettino
diFreaud, soprannome con cui solo lui chiamava la
dottoressaMacchiavelli semplice medico condotto sia pure
specializzata in malattie infettive e in omeopatia, tanto per
capirci. Era l’ennesima volta in vita sua che si affidava a un
medico. La prima fu quando gli prescrissero una rettoscopia,
lui andò a prenotarla e lo informarono che a eseguirla erano
due medici di colore domandandogli chi avrebbe preferito.
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col mare in faccia e verdi prati a vista d’occhio: c’erano
cinquecento anime, mille tra vacche e bufale e "nà sfracassata
di maiali. Ho ancora nel naso il profumo, per me tale era e
resta, del liquame sparso nei prati per concimarli. E negli
occhi le miriadi di lucciole ca’ ci divertivamo a contare al
ritorno del rosario serale nel mese di Maggio.
Come vicini di casa tenevo dei montanari da poco,
trasferitisi nella più fertile pianura, i quali avevano tre figli
masculi e una femmena: Catiello, mio coetaneo; Alfonso di un
paio d’anni più grande, Rosetta e infine Nicolino o cchiù
birichino che con suo fratello Alfonso si divertiva a effettuare
la gara tra chi dei due fosse o cchiù bravo a fare lo
sciupafemmene. Oltre a loro c’era un’altra famiglia sempre
proveniente dalla montagna con due figli: Salvatore che,
traparentesi, oltre a chiamarsi come ammià, teneva cinque o
sei anni in più e Tramontana della mia stessa età, nà
femminella simpaticissima e pepata come Olivia di Braccio di
ferro: tal quale ma in carne e osa. Giocavo nei prati con
Catiello che fin da picciddò era o cchiù monello, quasi che i
genitori suoi avessero previsto il modello: o’ modello. Catiello
o’ monello, no’ tipaccio proprio ma anche isso buono come
sono di solito i montanari dalle parti nostre. Ah, quante
bevute feci c’ò Catiello, quante volte ci girava il mondo
mentre eravamo bei fermi col sedere per terra. A noi si
aggiungeva suo fratello Alfonso, Salvatore, e, quando poteva
perché lui abitava un po’ distante da noi, il mio amicone
Pasquale. Il nostro joco preferito era chillo degli indiani
contro i cow boy, anche se, non di rado, facevamo o’
nascondino tra le piante e le balle di fieno. Jocavamo con
archi frecce e fucili di legno, che costruivamo con gran cura
nella mia falegnameria. Quando all’imbrunire sentivamo
l’irrevocabile urlo:
- Salvatore venite accà.
Non distinguendo quasi mai se a pronunciare quel
diktat fosse la madre mia o chilla del mio omonimo, eravamo
tutti costretti a malincuore a far ritorno a casa. Maledetta la
volta che precisassero o motivo, così almeno gli altri
avrebbero potuto continuare a jocare, niente: proprio solo e
soltanto un Salvatore venite accà, mannaja a miseria.
La famiglia mia era composta dai miei genitori e dai nonni
paterni. Io adoravo mio nonno per la sua tranquillità e
disponibilità ed ero ricambiato. Il primo mobile ca’ song
riuscito a fare come pareva ammià, senza ascoltare il no del
padre mio, l’acciò firmato nonno Gennaro, perché all’epoca
era ormai defunto a causa d’un infarto. Mia nonna era tanto
severa, quanto tirchia, e faceva passare le pene dell’inferno a
mia madre: nulla di ciò che cucinasse o facesse era ben fatto:
eccezion fatta per la Pastiera, specialità napoletana, che
regolarmente si pappava per metà alla faccia nostra. A madre
mia era buona assaje, ancorché rigida nell’educarmi si
mostrava amorevole nell’accettare i miei errori, e stravedeva
per me come la beataVergine per il signorGesù. Mio padre, in
conflitto sul lavoro con mio nonno, era severo e assente. Non
ricordo una serata insieme a guardare la televisione o a jocare
a carte o, che ne so, a far quattro chiacchiere: per lui dopo la
cena era obbligatorio andare o’ bar, a quello di Scampia però,
non quello di Santo o’ Pesce frequentato da soli contadini e
pescatori. Per fortuna ammià le scuole elementari, le feci nella
frazione, dove vivevo, anche se a causa dello scarso numero
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degli allievi le classi erano unificate: ricordo che la prima la
feci con la terza. Era divertente perché avevi il confronto
immediato sul percorso che negli anni avresti dovuto fare. J
ancora non sacciò o motivo, ma ero il cocco della maestra
Tricarico: ero buono quest’è vero, ma non ero certo un
secchione, non lo sono stato mai. La cosa da una parte
m’inorgogliva e dall’altra m’infastidiva poiché ciò provocava
invidia nei miei compagni, ecco perché… provavo “nà sorta
di disagio, insomma. La maestra aveva una figlia della nostra
stessa età e ogni tanto la portava con sé, anche se lei
frequentava le scuole di Cicciano, dove abitavano. J ero
particolarmente felice quando ciò accadeva perché era un
maschiaccio proprio come chiacciono ammià e’ femmene, e
non le nascondo che quella fu la mia prima cotta, a bagno
Maria, però. Diciamo che negli studi ero nella media. Strada
facendo è iniziata la scoperta della sessualità e i giochi che
facevamo durante la ricreazione ne erano influenzati. C’è n’era
uno, dove i masculi si mettevano in fila spalla a spalla e
altrettanto facevano e’ femmene; ora, j non ricordo cchiù
quale fosse il meccanismo ma alla fine della fiera, si creavano
le coppie di marito e mogliera. Quando la sorte mi accoppiava
alla figlia della maestra, ero felicissimo perché mi piaceva
proprio, anche se la timidezza, mia naturale compagna di vita,
m’impediva di dichiarare le mie nascoste intenzioni.
Traparerentesi, bastava che mi sfiorasse che diventavo tal
quale no’ pomodoro sanMarzano poiché ero anche paffutello.
Tuttavia, ero soddisfatto anche quando mi capitava la
Filomena, o la Pasqualotta o Marinella, più grande di noi d’un
paio d’anni: era la più ambita poiché era la più bella. Quando
si dice che una porta nel nome o’ proprio destino. Si Marinella
era la cchiù bella.
Anche i giochi pomeridiani tra noi quattro o cinque
amici iniziavano a cambiare, chi era capace si arrampicava
sugli alberi, j non sono stato capace mai, mannaja. A pescare
poi ero una frana: tiravo su sole scarpe vecchie, o pesciolini
del menga e gli amici miei regolarmente mi sfottevano con le
loro belle orate o coi polipi che pescavano a mano, mentre a
me facevano una paura dell’anima. Oppure s’iniziava a dare i
primi calci al pallone, lo sport nazionale, e li ho scoperto
quanto oltretutto fossi anche incapace: per me jocare con una
palla in mezzo ai piedi equivaleva a un tentato suicidio. Ma
anche il sesso si affacciava alle porte: confrontavamo le nostre
segrete doti e davamo la caccia ai giornalini pornografici. Il
padre di Catiello ne aveva una discreta scorta sotto o’
materasso, e con essi iniziavano i primi tentativi di
masturbazione. Ricordo che la prima volta che mi uscì
qualche goccia di seme mi sentivo già un uomo fatto. Mentre
Pasquale, che teneva una dotazione considerevole, ci
prendeva tutti in giro: beato lui, traparentesi, nonostante
fossimo coetanei iniziò a eiaculare un anno prima di me. E
quant’è lungo un anno a quell’età, non si può neanche
immaginare. Mamma natura quell’anno non finiva mai,
mannaja a’ chiavic. Comunque la mia infanzia è trascorsa
allegramente così: la mattina a scuola, e il pomeriggio nei prati
o al mare a imparare a nuotare. L’unica cosa che un po’ mi
disturbava era l’ora di religione, non per l’argomento in sé ma
per via del parroco. In paese donPecoraro non era quel che
appariva e nel tempo, facendo una metafora con Santo o’
Pesce lo ribattezzammo don o’ Pesce dacché dalle parti nostre
pure l’organo di riproduzione maschile è chiamato accuscì:
pesce. Questo, vista e considerata la vox populi che lo vedeva
amante di una piacente vedova del luogo. Poveretta, aveva
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subito un trauma tremendo: in un drammatico incidente
stradale aveva perso il marito e due figli. Per il paese intero, fu
uno schok terrificante. Anche se per me non fu purtroppo il
primo confronto con la morte: giacché, un mio compagno di
classe jocando da solo a pallone nella grande cantina della casa
colonica in cui abitava fece capitolare o’ pallone, che finì
nell’enorme tino di legno dove i suoi stavano facendo o’ vino
a uso familiare. sicché, nel tentativo di recuperarlo, restò
asfissiato dall’anidride carbonica che si sviluppa durante la
fermentazione alcolica. Dopo ore e ore di ricerche suo zio lo
trovò esanime disteso sulla vinaccia. Rammento ancora la
macchina dei Carabinieri che si fermò presso la nostra
falegnameria per chiedere dove abitasse la famiglia in
questione, e l’urlo che cacciò mia nonna nell’apprendere dalla
loro bocca l’accaduto. Piansi molto la morte di Tonino. E ho
fissato nella memoria il mazzo di fiori che per una triste
settimana avevamo riposto sul suo banco di classe. Ancor
oggi, quelle rare volte che vado al cimitero a trovare i miei
cari, non manco di passare anche da lui. La vita è fatta così,
ho capito: inscindibile dalla morte, porta d’accesso all’Aldilà.
E col passare degli anni mi convinsi sempre più che forse è
proprio questo a renderlo così unico e speciale sto benedetto
Aldiquà. Più tardi, avevo circa quindici anni, persi mio nonno
Gennaro al quale ero legatissimo: era lui a fare da paciere nelle
liti tra me e mio padre, si prestava sempre lui a sopportare le
angherie di mia nonna, oltre a tutto ciò, per sbollire la
situazione mi caricava sulla macchina sua per portarmi a
visitare le belle colline di Posillipo. Con lui chiacchieravo a
lungo e volentieri. Fu grazie lui che nacque il mio amore per il
bel mestiere del falegname.
Ero figghio unico ma tenevo Roger fedelmente al mio
fianco in ogni occasione. Povero il mio bel maremmano
Roger: anche a lui spettò una triste fine, dacché avendo una
tremenda paura dei temporali, s’intrufolava in da’’ casà, luogo
a lui altrimenti negato. Una sera, mia nonna, nonostante lui
fosse comodamente accucciato nei pressi della porta
d’ingresso, volle a tutti i costi farlo uscire e per tutta risposta
si accuccò no’ profondo morso alla mano destra che gli costò
dodici punti di sutura.
Era la prima e unica volta che Roger, nato e vissuto libero,
ebbe un comportamento accussì. Il veterinario sentenziò che
era divenuto arteriosclerotico e per tanto apparve necessario
abbatterlo. Così fu. Gli fece un’iniezione che gli paralizzo i
polmoni, lo seppellii nel pezzo di terra che avevamo dietro la
falegnameria, con gli occhi lucidissimi, mannaja anche o cane
mio, addio… arrivederci nell’Aldilà fedele compagno. Poteva
fare il cane poliziotto se gli avessero dato la divisa tant’era
scaltro. J, invece, anche senza divisa avrei solo potuto fare il
cane ladro. Anche se ne riconoscevo l’utilità, tenevo una vera
e propria idiosincrasia per le divise. Figuratevi dottoressa che
no bello jorno, quando avevo quattordici anni, per festeggiare
la fine del collegio dai Gesuiti dove ho frequentato le medie
inferiori di cui le parlerò appresso, mio padre comprò “nà
barchetta a motore, perché anche a lui piaceva assai andar per
mare. Ebbene, da lì a poco o’ Maresciallo di Scampia chiese a
mio padre se gentilmente avessi potuto accompagnare lui e un
suo subordinato su una spiaggia raggiungibile solo in barca, e
mio padre naturalmente rispose di sì. E a me non restò che
ubbidire.
Tenevo o costume ed ero nero come un
Marocchino mentre loro erano in divisa con tanto di scarpe,
per di più. Il tragitto durò circa mezzora e loro confabulavano
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su alcuni nudisti che si erano accampati in barba alla legge su
una spiaggia stupenda con accostati alti scogli, un Paradiso in
terra pareva. A un certo punto mi chiesero cosa ne pensassi e
per tutta risposta mi misi a cantare a squarciagola bocca di Rosa
del mitico Fabrizio De Andrè. Mi guardarono stupiti e
certamente infastiditi ma j song fattoCosì, cari i miei
carabinieri. Giunti sul posto scoprimmo che di spiagge non ce
n’era neppure l’ombra e quindi non potevo far altro che
gettare l’ancora tra gli scogli. Loro presero a bestemmiare
perché c’erano i ricci di mare e non volevano beccarsi dei
pungiglioni. - Va bene, dissi: allora torniamo indietro e
lasciamo sti bei figlioli e figliole liberi di prendersi il sole
gnudi, così come natura crea. Assolutamente no! La legge lo
vietava. A quel punto, all’Appuntato e al Maresciallo non
restò altro che togliersi le scarpe e i calzini poi, arrotolatisi con
gran cura i calzoni d’ordinanza, presero a muovere lentamente
i primi passi nelle calde acque: o Maresciallo, il riccio l’ha
scampato mentre l’Appuntato se l’è acuccato. E giù un’altra
bella sfilza d’improperi a sanGennaro che di sicuro il riccio
non l’ha inventato, ma da sant’uomo qual era, l’ha tignuto per
chillo che era, pappandoselo pure. Il bello è che quei bei
giovani, tre masculi e due femmene, se la presero pure con me
dandomi dell’allievo carabiniere, santaPorcellana che non so se
c’è, ma se c’è dev’esser bella e preziosa assai.
Per grazia Divina di divise in vita mia non ne indossai
niscuna. Manco il servizio militare feci: fui esonerato per
ipertensione, il primo anno mi definirono rivedibile, il
secondo feci cinque giorni all’ospedale militare di Grotta a
Mare, dove ne combinai di tutti i colori. Ad esempio, sapendo
che dovevo fare l’elettrocardiogramma, mi sorbii due o tre
scodelle di caffè e feci, due gradini alla volta, almeno sei o
sette volte l’ampio scalone dei tre piani dell’edificio. Quando
mi collegarono gli elettrodi e accesero la macchina, che non
era come quelle del giorno d’oggi, bensì un semplice pennino
che segnava il tracciato su un rotolo d’apposita carta, il
pennino saltò fuori dal rullo. L’infermiere mi chiese:
- Ma è agitato?, e j
- Tranchillo come no pesce song.
Contaballe che non ero altro: Ma la vera chiave di volta
me la suggerì il mio medico di famiglia, da me informato della
circostanza. L’anno precedente, quello intercorso tra il
rivedibile e l’esonero, continuai a tenere sotto controllo la
pressione perché facevo o’ volontario presso la Misericordia
dei Poveri Cristi di Cicciano e no dottore mi consigliò di
sottopormi ad un breve ricovero per stabilire se
quest’ipertensione fosse dovuta a qualcosa che non
funzionasse a dovere, ma non cavarono un ragno dal buco.
Per farla breve o’ dottore mio mi suggerì il da farsi: durante
l’analisi delle urine avrei dovuto pungermi con un ago da
cucito un dito, e immergerlo nel liquido fisiologico. In tal
modo avrebbero trovato tracce di sangue nelle urine
imputando così l’ipertensione a un cattivo funzionamento
delle reni. Fatto sta che fui con tanto di timbro giudicato
inabile a servire la Patria, con mia grande gioia. Tornando a
casa a bordo della mia fiammante due cavalli cantavo a
squarciagola con Il dottore di De Andrè:
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Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci a descriverlo
con le parole e la luce del giorno divide la piazza, tra uno scemo che ride
e l’altro che passa: gli alti radon se stessi tu ridi di loro.
all’insegnamento poiché in precedenza quella era una scuola
d’agraria e, infine, lo stupendo laghetto con tanto d’isolotto
con svettanti piante e cespugli oltre a piccoli gommoni per la
navigazione. Il tutto in un magnifico parco che il
professorZoncalamano aveva nel tempo arricchito di piante
autoctone e tropicali… che meraviglia. L’unica cosa che
mancava in quei tre giorni erano la scuola e le ore di studio:
furbi i Gesuiti. Ne tornammo tutti entusiasti, e solo noi di
Santo o’ Pesce ci inscrivemmo in quattro, tra noi la
Pasqualina, una delle tante figlie del fornaio. Perché proprio
quell’anno avevano deciso d’accogliere anche e’ femmene sia
pur come esterne: cioè con l’obbligo di rientrare al proprio
domicilio alle diciassette. La maggior parte dei ragazzi abitanti
nei paesi vicini faceva così; noi interni che dormivamo presso
l’immenso camerone eravamo quaranta, facevamo ritorno a
casa o’ sabato pomeriggio zeppi di compiti. Gli orari erano
così suddivisi: sveglia alle sette, con conseguente rifacimento
del letto e igiene personale, rigorosamente con acqua fredda,
per non dir gelata. Prima colazione, poi alle otto in punto
suonava la campanella che annunciava l’inizio delle lezioni.
C’erano due prime classi quell’anno: una di esse era mista, ma
purtroppo non era la mia. Iellato fin dall’inizio, ero. O forse
avevano già nasato che le’ femmene a me piacevano eccome,
mah. Alle dodici e trenta, terminate le lezioni, si andava tutti
a pranzo in un unico refettorio con una lunga sfilza di tavoli
da quattro posti. Poi, finalmente, un paio d’ore di ricreazione;
dopo di che, un paio d’ore di studio per fare i compiti,
nuovamente tutti insieme in un unico ambiente dove non
sentivi una mosca volare. Seguiva un’altra ora di ricreazione,
al cui termine gli esterni tornavano a casa mentre gli interni si
acuccavano un’altra ora di studio. Al termine, fatta una breve
Poi mi pare
Perché Dio punì il primo uomo nel giardino incantato, lo costrinse
a vagare e ignorare che al mondo c’è il bene e c’è il male.
E ancora
E senza sapere a chi dovessi la vita in un manicomio, io l’ho
restituita.
Nu’ poco come ammià, insomma. Beh, ne ebbi abbastanza
del collegio, santaPorcellana nata vota.
Ecco, veniamo al collegio Gesuitico di Monte Pascoli,
dove frequentai le scuole medie inferiori. I dieci figli del
fornaio di Santo o’ Pesce, oltranzisti della fede, lo fecero tutti.
Oltretutto anche Pasquale aveva fatto quella scelta, sia pur
non per la stessa ragione, ma bensì perché o’ padre suo,
quanto il mio, erano convinti che là si studiasse in modo più
rigoroso rispetto alle scuole statali. La mia esperienza
confermò questa tesi: dai Gesuiti si studiava, senza tante balle.
Ricordo che prima dell’inizio dell’anno scolastico, durante il
mese d’agosto, l’Istituto organizzò come di consueto tre
giorni di prova. Che spettacolo: un gioco dietro l’altro, visite
ai musei interni, alla piccola palestra, alla vecchia stalla ca’
sarebbe diventata la sala giochi invernale, al campo di calcio
utilizzato per le occasioni speciali. Che, invero, distava quasi
un chilometro: nei verdi prati una volta destinati
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pausa, giungeva l’ora del pasto serale. Alle nove tutti a letto
con la luce accesa per mezz’ora per chi voleva leggersi
qualcosa, giornalini o fumetti perlopiù. Due cose non
scorderò mai nella vita di quei tre anni: la pessima qualità del
vitto, e la buffa alta percentuale di lenzuola che andavano su e
giù, a causa degli impegnativi esercizi sessuali fatti dai singol,
dopo che il prete guardiano aveva terminato i suoi giri di
ronda e si ritirava nel suo letto. L’unico ad avere tende separé.
E fu alquanto triste scoprire nel tempo che queste gli
servivano anche per nascondersi quando a notte inoltrata
molestava un ragazzino. Molto triste, tuttavia ahimè
assolutamente vero. Quel povero ragazzo si vergognava assaie
perché tutti l’avevano capito e lui non era omosessuale,
semplicemente non trovava il coraggio di ribellarsi alle
prepotenze di donGioacomo. Taluni lo schernivano, come si
fa tra ragazzini e, lui chiagneva, versava le lacrime
dell’infernale tormento, santoCielo disonorato.
Non posso poi dimenticare la fatica che feci per
convincere il Preside a esonerarmi dall’obbligo di jocare c’ò
pallone: immaginate voi lo sforzo d’un imbranato quale sono
j, a jocare su campi di porfido con squadre composte di
venticinque elementi tutti vestiti a modo proprio, per cui
dovevi memorizzare i tuoi compagni per distinguerli dagli
avversari. Per me era letteralmente impossibile. Ci provai ma
proprio non mi riusciva di toccare a’ palla se non quando, per
errore, qualcuno me la scaraventava addosso. Tanto che
quando la sorte decideva la composizione delle quattro
squadre, noti che i campi erano due e le squadre erano
pertanto di troppi elementi, quando ero j a farne parte dai
miei compagni scappava un coro di: nooo, uffa, e accidenti
vari. Escluse ovviamente le bestemmie, vista la continua
presenza di un prete, anche se, sarei pronto a giurarci,
qualcuno dentro di sé le masticava pure. C’era, a onor del
vero, un piccolo campo per la pallacanestro, ma quando
andava grassa, non eravamo più di quattro o cinque a jocarci e
il mio metro e novanta non serviva a niente Dio canta e Maria
zufola: dopo un’oretta c’ingoiava la noia. È proprio vero che il
calcio non è per un italiano uno sport qualsiasi, ma una vera e
propria filosofia di vita. Si figuri là in do song nato j… tutti i
santi jorni in tutti i santi bar, non si faceva altro che parlare e
accapigliarsi sul Napule:
- E’ un allenatore del piffero chillo…
- Ma che state a dì paisà, chillo è o cchiù bbravo du
munno.
- Ma lo dicite voi… è solo un fatto di quattrini: chilli c’à
voiono per accattare i jocatori buoni.
- Mo state a vedè che per vincere ci vuole uno jocatore:
è questione di squadra, di formazione, è tutto l’allenatore o’
perno della situazione.
- Ma jattevenne: voi di calcio non ne capite “nà mazza,
Maradona ci vorrebbe, con chillo vincimmo o scudetto coppa
Italia, coppa dei Campioni, coppa Intercontinentale eeeeee
- e pure coppa dell’olio, lo interrompeva l’altro
54
Tutti i santi jorni in tutti i santi bar, l’unica variante
erano le zinne della Ferilli o le gambe della Cucinotta, la
cucina preferita dagli italiani.
Fatto sta che i preti di sorveglianza capendo la mia
difficoltà si riunirono in concistoro e stabilirono che potevo
fare qualche altra attività purché, ben inteso, sotto i loro
occhi.
Che fare? Inizialmente pensai d’aiutare il
professorZancalamano, un insegnante laico che viveva in
collegio, era o’ cchiù Gesuita di tutti e teneva “nà capa tanta.
L’accio sempre apprezzato come insegnante di scienze perché
sono per natura curioso, e lui era un pozzo inesauribile.
Aveva contribuito alla stesura di labbri di testo, addirittura. E
aveva due ampi spazi adibiti a museo, perché era
sapientemente convinto che il vedere con i propri occhi uno
scheletro, un minerale o, che ne so, un circuito elettrico fosse
più istruttivo c’à rappresentarlo in teoria. Ci faceva eseguire
esperimenti di chimica, di fisica, d’energia. Bensì, la cosa che a
me più piaceva era costruire le schede arboree così come lui ci
aveva insegnato. S’iniziava col selezionare le varie erbe o
foglie, che poi dovevi con cura essiccare dentro fogli di
jurnale sottoposti alla pressione di libri, rigirandole ogni
giorno fino a che fossero pronte per essere catalogate. Ci
aveva imparato a fare schede col bristol su cui riporle,
fissandole con minuscole strisce di nastro adesivo trasparente
che ricavavi stendendo una fettuccia su un pezzo di vetro per
poi ridurla a striscioline, con l’ausilio di un righello e un
cutter. Fatto ciò, dovevi applicare al cartoncino un foglio di
quaderno su cui descrivere vita morte e miracoli della specie
in questione. Ciò, evidentemente, a seguito di lunghe ricerche
sui libri. Ma questo era un lavoro di studio non di tempo
libero, nel quale invece spolveravo i vari oggetti riposti nelle
grandi vetrine. Così lo aiutavo nei lavori più disparati che a lui
necessitavano. Poi, c’accia a dì, vista la mia discreta manualità
mi diedero il compito di sistemare la vecchia stalla che
sarebbe divenuta a’ sala giochi invernale. Sostituii i vetri rotti e
stuccai gli altri. Verniciai gli infissi, pitturai i muri e stesi
un’apposita vernice sul pavimento. Ne uscì un bel lavoro e
ricevetti i complimenti di tutti. Preti compresi. Ma tre anni
son lunghi…. Presi a leggere il bollettino Gesuitico o i rari
Diabolik, gli altri fumetti non mi appassionavano. Qualche
volta, quando ne avevo la possibilità, mi facevo portare un
giornale da Antonio De Gennaro, figlio di noti imprenditori
di Scampia. Lui era esterno e poteva farlo, oltretutto era
buono come il pane e si prestava alle mie richieste, divenendo
perfino il mio compagno di banco. Non le dico il patatrac che
accadde quando il prete scoprì che il mio quotidiano preferito
era Lotta Continua:
- Adesso basta, quest’è troppo, o giochi con gli altri o
studi, fai tu.
J di ore di studio ne avevo già abbastanza e men che
meno avevo voglia di ricominciare col calcio, mannaja a
miseria. Allora presi a leggere libri, chiaramente quello che
passava il convento, ma almeno non sprecavo o’ tempo. E’
stata la mia fortuna, perché con quel lento e faticoso esercizio
ho preso dimestichezza con la letteratura e la saggistica che
ancor oggi conservo. Al laghetto poi, potevamo accedere solo
saltuariamente e non avevo alternative. Ah, guarda un po’,
ricordo che una volta j stavo sul gommone e De Gennaro
sulla piattaforma, allora allungò il passo per salire anche lui a
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bordo, e j, bastardo, diedi un secco colpo di remi così lui finì
in acqua.
scortato da una pattugliata di Polizia, con tanto di lucciole
accese. Non sapevamo come aiutarlo, ed anche le parole
restavano parole. Fortunatamente in un mese o poco più la
cosa si risolse: dopo il pagamento di un lauto riscatto, fu
rilasciato incolume ed ebbe modo di tornare dai suoi cari. Poi
venne il mio turno. Da mia madre ho ereditato tante belle
cose, ma una particolarmente spiacevole: il mal di testa. Ho
iniziato a soffrirne assiduamente con nausea, vomito, fastidio
per la luce e gli odori. Era un vero problema perché
inizialmente i professori non mi credevano: il mal di testa non
è una frattura ed è impossibile da dimostrare. Però, sempre
più spesso presi anche a rimettere e quello potevano ben
constatarlo. Purtroppo, la loro lettura fu che si trattasse di un
fattore psicosomatico e consigliarono i miei genitori di
passarmi come esterno. In realtà penso che quel
provvedimento fosse dovuto a ben altro. DonAmbrogini,
all’epoca Preside, un bel giorno in studio - dove, ripeto, non si
sentiva una mosca volare, a un quarto d’ora del suono della
campanella che annunciava il termine dell’apprendimento
stava come di consueto girando tra i banchi. Ebbene, si
accorse che anziché un testo stavo leggendo no piccolo
settimanale Gesuitico fatto apposta per i ragazzi quindi
simpatico e allettante, fu intransigente. Si portò alle spalle mie
e mi mollo un ceffone che fece rimbalzare la mia capa sul
duro banco di legno. Poi si arrecò sulla porta d’ingresso e
m’intimò di seguirlo urlando:
Quanto si è stupidi a quell’età, o semplicemente sarà la voglia
di divertirsi che ti portava a fare cose così monelle, non lo so.
So solo che si facevano. Insomma o leggevo o m’ascucciavo.
La cosa migliore per me era l’arrivo della stagione invernale
perché s’andava in sala giochi dove potevo jocare a pingpong, ma anche lì dopo interminabili attese vista la
sproporzione che c’era tra tavoli e jocatori. Anche a
bigliardino o santoBigliardino chillo che tiene l’aureola che
puzza, perché con tutto quel squassarsi favorisce la peristalsi e
a perreta scappa che è no piacere. Beh, guarda caso, ero una
vera e propria schiappa anche lì e niscuno ma proprio niscuno
voleva jocare con ammià. Ma la vera cosa interessante
dell’inverno era la settimana bianca, per chi se lo poteva
permettere e j fortunatamente ero tra questi. Andavamo a
Monte Precipizio, con piste che erano uno strazio, in una
vecchia caserma abbandonata. Due sacerdoti molto abili
c’impararono a sciare. Lo sci è l’unico sport che è, nel tempo,
rimasto alla mia portata e mi piace “nà sfracassata. Il terzo e
ultimo anno fu quello delle disgrazie: Antonio De Gennaro,
visto le possibilità paterne, aveva acquistato un motorino che
nella forma e nelle prestazioni era simile a quelli da
competizione. Purtroppo una sera cadde rovinosamente e
subì la frattura della colonna vertebrale che, nonostante i
tentativi fatti nei più importanti ospedali europei, lo costrinse
alla sedia a rotelle. Mentre Luisello Lo Jacono, figlio di un
grande imprenditore di Tor Vergata subì il rapimento del
nonno. Era uno dei primi casi, ed eravamo tutti disarmati e
attoniti nel vedere il pulmino che trasportava gli allievi
- Fessetto, tanghero, jammà accà, jammà accà.
Non mi restò altro che seguirlo; mi portò in un'aula
adiacente e prese a corrermi appresso sbraitando:
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- Fermati, fermati, fessetto che non sei altro…tanghero!
Che sorpresa mi fece vederlo capitare in falegnameria
qualche anno appresso… tra tutti aveva scelto proprio ammià.
Tra noi c’era “nà sorta d’amore e odio. Rievocammo i tempi
passati, quelli belli e quelli brutti, come quella mattina che in
do cortile mentre attendevamo l’arrivo dei vari pulmini che
portavano i ragazzi esterni, eravamo intenti a confabulare
gesticolando con un gruppetto di compagni, lui infuriato mi
convocò nello studio suo minacciandomi la sospensione.
Erano gli anni di piombo, quelli do’ rapimento di Aldo Moro
e lui, conoscendo le mie idee di sinistra, temeva che stessi
sobillando gli altri a fare chissà cosa. Ricordo che piansi e
negai. Negai perché non era vero: song innanzitutto un non
violento e se c’è una cosa, di cui posso essere orgoglioso, è
che nella travagliata vita mia sono onorato di non essere mai
venuto alle mani, c’ò niscuno. Per tanto, pur non riuscendo a
turarmi il naso, così come consigliava il grande Montanelli di
fronte alle nefandezze della DC, non ero per niente d’accordo
con i brigatisti, e disprezzavo i loro metodi che hanno
rovinato più di “nà generazione, mannaja, mannaja e mannaja
nata vota. L’unica cosa positiva di quei drammatici jorni era
che si leggeva o’ jurnale in classe e si commentava, cosa che
vorrei fosse obbligatoria al pari dell’educazione civica anche ai
giorni nostri.
Tuttavia, torniamo al mio mal di testa che non ne
voleva sapere di lasciarmi in pace: concordammo che gli
ultimi mesi mancanti al termine dell’anno scolastico li facessi
da esterno, per potermi curare. Il mio bravo medico di base
non seppe far altro che prescrivermi Aspirine o Orudis. Ciò
nonostante le cose non migliorarono, andai quindi da
neurologi e specialisti vari fino ad approdare al centro per le
cefalee del Santo Bono. Tuttavia, anche lì non cavarono un
Ma io, timoroso che rincarasse la dose di botte presi a
fare uno slalom tra i banchi rispondendogli:
- Si fermi prima lei che mi fermo anche j.
Alla fine così andarono le cose. Tremava letteralmente
per l’eccitazione, allora mi giustificai:
- Professore, avevo già finito i compiti e non mi par di
aver fatto nulla di male.
- Lo dici tu, rispose. Allora perché gli altri studiavano
ancora?
Andò a finire che mi prese e mi mise con le spalle al
muro, trattenendomi con le grandi mani sue le spalle ben
distese e poi scoppiò a chiagnere. J rimasi citto citto,
disarmato, fino a quando mi disse:
- Vattene…
Purtroppo, non era la prima volta che alzava le mani:
ricordo che un giorno sollevò con l’intero banco il povero
Natalino, che era nò poco picchiatello e per di più
s’intartagliava, e lo tirò su per le orecchie a sventola. Un paio
d’anni cchiù tardi, capendo la situazione, fu esonerato
dall’insegnamento e spedito a fare o’ prete in una chiesetta
nelle colline di Posillipo.
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ragno dal buco. Le provai tutte, insomma, perché soffrire di
cefalee è veramente brutto. Ero come mia madre, trovavo
conforto solo con massicce dosi di analgesici e standomene a
letto con le serrande abbassate. Fino a che, non ricordo chi,
mi consigliò di recarmi a Caserta dove esercitava un anziano
omeopata che aveva vissuto per più di vent’anni in Cina.
Rammento la lunga sfilza di domande che mi fece, volle
sapere un po’ di tutto. Poi mi fece accomodare su un lettino e
mi fece un trattamento d’agopuntura al termine del quale, mi
prescrisse un paio di medicamenti che avrei dovuto
procurarmi in un'apposita farmacia. All’epoca l’omeopatia era
vissuta più come “nà sorta di stregoneria anziché un modo
per curarsi. Ho ancora negli occhi la sua faccia fattasi
orientale: con pochi e lunghi capelli bianchi e un paio di baffi
che non ho mai più rivisto dal vivo: sottili e longilinei,
d’almeno venti centimetri. Che uniti alla sua modestia e
onestà lo rendevano speciale assaje. Mi avvisò che con quella
terapia molto probabilmente inizialmente i sintomi si
sarebbero accentuati, ma che poi il problema si sarebbe
risolto. E andò proprio così, caccia a fa. Ora, non dico di non
aver mai più sofferto di mal di testa ma certamente con una
frequenza assai diradata e una sintomatologia notevolmente
alleggerita. Vattela a pesca, mannaja i pregiudizi.
Infine, per contraltare e dulcis in fundo o mio amicone
Pasquale fu bocciato. Davvero un anno memorabile.
Mi consenta di chiudere l’argomento collegio, che nel
bene e nel male mi segnò assai, raccontando la mia ultima
marachella, giusto per chiudere in bellezza. O
professorZancalamano, che non dimenticherò mai e che cchiù
volte andai a trovare anche negli anni successivi, faceva
raccogliere nel parco che circondava il laghetto le più varie
erbe e foglie per le schede botaniche. E per far ciò accoppiava
un ragazzo di terza con uno della prima classe, perché lo
imparasse a dovere su quali scegliere. A me toccò Caffettiera,
un pacioccone di una bontà estrema ma un po’ tonto, così
soprannominato perché balbettava di brutto, e all’inizio d’ogni
sua considerazione emetteva un cccrrrr… cccrrr…. cccrrr…
tal quale a una moca quando sta salendo o’ caffè. In gruppo ci
recammo nel parco ebbene j, per scherzo, gli feci raccogliere
una quantità infinita d’ortiche, sostenendo che erano di varietà
diverse o che una fosse cchiù bella dell’altra. Alla fine
poverino aveva le mani viola. E j, imbecille, ridevo. Mi beccai
un quattro: l’unica insufficienza che presi in scienze. Infine
l’anno terminò col classico esame, eravamo tutti agitati
aspettando ognuno il turno proprio, tenevo le gambe che
facevano Giacomo-Giacomo. Tranne qualche tentennamento
in inglese - le lingue non sono mai state alla portata mia andò tutto liscio come l’olio e feci o stesso identico disegno
della quinta elementare: bell’assaje du cannone che sparava
fiori che tanto piacque ai professori, accuscì fui promosso.
Fine do collegio, Deo gratia. Però l’ultimo ricordo lo vorrei
dedicare al vecchio donPolacchi, il nostro confessore preferito.
Ci mettevamo d’accordo in una quindicina, i più discoli, e
confessavamo tra le altre cose d’aver nominato il nome di Dio
invano. Allora lui pazientemente cominciava a dirti:
- Mio caro mai nominare il nome di Dio invano, puoi
dire un sacco di altre cose come porca miseria, mondo ladro,
vacca miseria, vacca d’un cane, porca l’oca, anche porca
gallina, miseriaccia ladra, per Diana, per dinci Bacco se
proprio vuoi e poi dì ogni tanto santoCielo. Dovendo ripetere
un’infinità di volte queste cose, se ne usciva dalla sua modesta,
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maleodorante cameretta, zeppa di libri col peso dei suoi
novanta e più anni ripetendo: porca miseria, mondo ladro,
vacca d’un cane, porca l’oca, porca gallina, miseriaccia ladra
per Diana, per dinci Bacco e santoCielo….
Durante le vacanze estive accadde un avvenimento che
mi segnò per tutta la vita: mentre ascoltavo la radio sulla
macchina del padre mio - perché in casa non la tenevamo aprii il cruscotto per pescare il libretto delle istruzioni, giusto
per distrarmi. Comunque, sorpresa delle sorprese, cosa
trovai?, una lettera d’amore indirizzata proprio a lui. Io non
posso vivere senza di te, c’era scritto, sei il mio tesoro e come mi diverto
con te non avviene con nessun altro, ti amo fino alla follia e vorrei che tu
fossi solo per me. La richiusi e la riposi al posto suo, e piansi.
Quanto piansi, lo so solo j...
Non sapevo cosa fare: se affrontare a viso aperto mio
padre o informare a madre mia, che evidentemente già nasava
la situazione, tanto che accompagnata da nonno Gennaro, la
sera facevano la ronda in piazza a Scampia. Dove ancor oggi
ha sede il Bar Sport - seconda casa di mio padre - per
verificare che ci fosse parcheggiata la macchina sua. Però il
marpione aveva un amico do core che gli prestava la vettura, e
il gioco era fatto: libero d’andare dalla sua amante. Alla fine
ebbi solo il solo il coraggio di parlarne con Pasquale, dacché
era anche lui nella mia identica situazione. Rammento i
lacrimoni che ci scinnivano, soprattutto quando ascoltavamo
piange il telefono di Domenico Modugno. Lo ascoltavamo e la
riascoltavamo decine di volte, riavvolgendo la cassetta. E in
silenzio chiangnevamo. Sia pure, l’annus orribili non era
ancora finito. Venne il momento di scegliere le scuole
superiori ed ero deciso, anzi decisissimo, a frequentare
l’istituto d’arte per imparare a disegnare i mobili che avrei
costruito con le mani mie. Purtroppo però tali studi si
potevano fare solo a Napule e non ci fu niente da fare:
- I mobili li sapimmo fare diggià è cchiù importante che
tu t’impari a far di conto con i quattrini, perché niscuno nasce
imparato soprattutto c’ò gli spicci.
Insistetti inutilmente: se fossi riuscito a brevettare una
mia vecchia idea di una calamita capace d’attirare a se le
rotture di scatole in questo caso avrebbe funzionato
egregiamente. Fin che una sera mio padre chiamò a dar forza
alle sue tesi un nostro collega di Cicciano, il signorAmoroso,
suo amico fraterno che di tutto fece per dar forza alle tesi sue.
E ne era evidentemente convinto tanto che suo figlio si laureò
in economia e commercio, per poi esser costretto ad assoldare
un architetto per fare delle cucine che si vendevano a
malapena.
Il giorno successivo fui inscritto all’istituto di ragioneria
che, mannaja anche a quello che sta laggiù, o’ Demonio,
proprio quell’anno fu inaugurato a Grotta a Mare. Lo
frequentavo controvoglia, e solo grazie ai seri studi fatti dai
Gesuiti, feci i primi due anni senza aprire un libro, tranne
quello di stenografia. In seconda, fui rimandato in Inglese, j
sacciò parlare solo o dialetto mio, le lingue sono la mia bestia
nera, ma superai l’esame di riparazione. In terza però non ne
potevo proprio più. E un bel jorno mio padre mi venne a
prendere al termine delle lezioni e subito m’informò che o
figlio di Tristano, l’unico dipendente che aveva, si era
licenziato. Colsi la palla al balzo:
- Veng j a fatica in int’a’ falegnameria.
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- Che diciste ammo, non vulite cchiù studia?
In compenso il mestiere mi piaceva molto, tanto che già
da un pezzo quando avevo un po’ di tempo, mi affiancavo a
mio nonno nel ramazzare a falegnameria dai trucioli, con lui
prodigo di consigli su come si facesse un mobile. Amo far
pulizia tanto che un’estate di vacanza, avevo quindici o sedici
anni, pensai addirittura di fare la pulitura dalla segatura che si
forma sotto la sega a nastro. Di solito veniva “nà ditta di
operai specializzati perché era un lavoraccio a causa del calore
e della conseguente mancanza d’ossigeno. Oltretutto, ci
pagavano pure perché il materiale ricavato veniva da loro
ceduto a caro prezzo alle aziende che producevano
compensati. J speravo in un premio finale. Ma fu un premio
speciale: a conclusione del lavoro buttando gli attrezzi fuori
dal boccaporto posto sotto la macchina nel quale con
contorsioni m’intrufolai, inavvertitamente lanciai un martello
sopra un vaso d’olio cotto, quello che serve per lucidare i
mobili d’epoca, e si ruppe versando il suo prezioso contenuto
nelle fognature. Mio padre prese a dirmene di tutti i colori e
mi menò al punto che mia nonna dovette ungermi con l’olio
d’oliva per lenire il bruciore delle botte ricevute. Quella fu la
mia paga.
Comunque fare o’ falegname mi piaceva molto, solo
che ero in continuo contrasto con mio padre perché lui
pretendeva d’aver sempre ragione. E anche se in qualche
occasione il prodotto non era all’altezza e si faceva fatica a
venderlo, la colpa era di chissà chi, o chissà cosa. Usava
invariabilmente le stesse tecniche di produzione, senza
considerare però che è necessario saper modulare le
lavorazioni in base alle idee. J questo l’accio imparato
leggendo e rileggendo: Tecnologia dei mobili d’arte; e Tecniche di
restauro; scritti dall’emerito dottorAntonio De Rosa, insegnante
- Ammià non me ne può fregar di meno di fare o
ragioniere col rischio poi di dover lavorare in banca, con i
piedi al caldo a contare i soldi degli altri mentre i miei pensieri
volano in inta’ segatura…
- Vabbuono, vabbuono, accio capito. Accuscì a lo calar
do sole, potite andare al bar con i soldini in saccoccia.
I soldini erano proprio soldini…. fino a quel momento
non avevo mai ricevuto una paghetta e così proseguì: ho
lavorato in falegnameria fino a quando una bella mattina
mbriaco pesto, mi sono tagliato tre falangi su tre dita,
ritrovandomi questa bella mano in squadro.
Mia madre era disperata e non osteggiò la scelta di
andarmene per sempre da Santo o’ Pesce, perché mettersi
contro o’ padre mio, significava prendere degli improperi se
non delle botte, non sarebbe stata la prima volta. Per di più,
nonno Gennaro, che a causa dei continui litigi con mio padre
si era trasferito a Napule, non mancava mai di venirmi a
trovare appena gli era possibile, e accettò che facessi o'
monnezzaro altrove. Con la mano in squadro che manco
riusciva a stringere la scopa ma vabbuono accuscì. Pochi
giorni dopo, il professorPascariello, insegnante di lettere, si
presentò a casa nostra per scongiurare che ci ripensassi: a
scuola non andavo male. Nondimeno fu inutile: c’è lo vede lei
un ragioniere che non riesce a contare le mazzette perché ha
le dita mozzate?
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di belle arti a Napule. Poi, preso dall’ingordigia di scoprire ne
lessi altri, tra questi il più importante fu Architettura del novecento
perché dava una chiara spiegazione dell’evoluzione del gusto.
Insomma, per tornare al nobile legno, i rapporti già tesi
fra me e mio padre, per il quale sapevo per certo che
esistevano due cose: la scopa d’assi e giocare all’asso di scopa
c’ò e’ femmene, si acuirono poiché pretendevo d’avere voce
in capitolo sulle varie lavorazioni. Già non c’era
comunicazione, ad esempio nel tragitto tra Santo o’ Pesce ed
Eboli dove ci recavamo frequentemente a causa dell’elevato
numero di clienti là residenti, non scambiavamo più di tre o
quattro parole. Il resto era silenzio. Le liti si facevano sempre
più frequenti e poderose, le sue urla e le bestemmie che
m’indirizzava, erano così potenti che eravamo diventati gli
zimbelli dei vicini di casa. E andava già bene quando non mi
metteva le mani addosso. Ho impiegato anni e anni a
convincerlo che alla pratica bisognava applicare la teoria.
L’attività mi diede ragione e le vendite ne risultarono in
continuo aumento fino a raddoppiarsi. Fummo la prima
falegnameria in Campania a produrre trumò moderni. Questo
fino a quando la mia malattia, l’alcolismo, prese il sopravvento
rendendomi inabile a proseguire un lavoro che richiedeva
anche un considerevole sforzo fisico. Poi nel
millenovecentottantasette, in vacanza con quella che divenne
a mia mogliera e con una mia cugina Tedesca, subimmo un
grave incidente stradale: a me dovettero togliere un pezzo
d’intestino e trasfondermi parecchio sangue. Poiché la
dinamica dello scontro che ebbi con un’altra autovettura, era a
me favorevole, ne ricavai un risarcimento all’epoca cospicuo.
Ebbene, giusto per fare un esempio, siccome non riuscivo più
a sollevare a mano le tavole in noce e faticavo perfino con i
laminati, proposi a mio padre d’acquistare un muletto. La
risposta fu:
- Se proprio lo voliste fare, fatelo con i quattrini vostri.
Punto e a capo. E così andò. Acquistai il muletto ma
una stramaledetta mattina i miei pensieri erano ciechi, non
bui, ma proprio cechi. Non ricordo quanto bevvi, so solo che
in un bater d’occhi mi ritrovai con questa bella mano monca,
mannaja.
Ora veniamo all’affettività e alla sessualità…
Tenevo quattordici anni quando conobbi “nà ragazza
dei quartieri Spagnuoli, non bellissima ma piacente. Lei ne
teneva diciassette, ma non li dimostrava, almeno nella testa.
Feci proprio con lei la prima volta l’amore. Si dice che la
prima volta non si scorda mai, j non mi ricordo neppure il
nome suo. In realtà non l’amavo ero solo fisicamente attratto,
e quando i miei amici mi videro tornare sul mio Ciao con un
sorriso che andava da orecchio a orecchio, non ebbero
difficoltà a intuire l’accaduto. Rammento che mi presero in
giro e mi fecero i complimenti per essere approdato nel
gruppo dei maschi.
La prima vera cotta la presi per Nina, anch’essa dei
quartieri Spagnuoli. Era davvero bellissima e sessualmente
priva d’inibizioni. Con lei restai per un anno o poco più, poi
all’epoca presso la famosa discoteca il Totano di San Paolo do
Brasil, anch’esso in provincia de Napule - cosi ribattezzato in
memoria di Maradona - conobbi Rossella che ben presto
prese il posto di Nina int’o’ core mio. Era di Sbarco un
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paesino c’ò mare cchiù bello dù munno. Studiava per
diventare ostetrica e aveva un fisico da fotomodella con un
viso semplice e a un tempo attraente che disarmava. Con lei
mi sentivo veramente fidanzato e com’era consuetudine ai
tempi miei ci frequentavamo il sabato, la domenica, il martedì
e il giovedì. Non mancai un appuntamento: mi piaceva
veramente. Fino a quando, per una singolare coincidenza
conobbi finalmente Rosalina, quella che sarebbe diventata a
mogliera mia…
Ciò che è fissato come “nà fotografia nella memoria
mia fu il primo bacio che ci scambiammo. Ero in compagnia
di Jacopo, con me primo attore della famigerata compagnia
teatrale Totò del nostro paise picciriddo. Ci divertivamo un
sacco a scrivere le scenette in dialetto e a rappresentarle là
dove ci chiamavano: senza falsa modestia devo dire che
eravamo davvero bravi. Lui era fidanzato con Cenerentola,
unica sorella di Rosalina ma soprattutto unica Cenerentola a
essere uscita dalle favole, ebbene una domenica Cenerentola
propose a me e Rossella un pranzo in loro compagnia nel suo
appartamento di Grotta a Mare. Verso le tre del pomeriggio
fece rientro Rosalina, io ebbi il classico colpo di fulmine. Era
cchiù giovane di me di cinque anni ma già portava un fisico
statuario che se non fosse per la bella carnagione olivastra
paragonerei alle tre grazie del Canova fuse assieme. Si fermò
per un po’ a parlare con noi, e anche il suo eloquio era
all’altezza della situazione. In un attimo di silenzio disse:
Sapendo che il servizio igienico era proprio attaccato
alla sua stanza, m’inventai una necessitA’ Fisiologia che non
era il far pipi, bensì quella di darle un bacio. E così, in effetti,
avvenne, dietro la porta del vano suo ci scambiammo un
lungo e profondo bacio che non passerà dalla mente mia se
non quando il buon Dio la spegnerà per sempre. E Rosella
sarà la mia sposa dell’Aldilà, perché se o’ merita, altro che
balle. Anche se lei, che nel tempo è diventata Biologa e non
credendo si accontenta di divenire carne per i lombrichi, j son
certo che i nostri spiriti nell’Aldilà faranno all’amore, mannaja.
Dopo un paio di mesi j e Rosalina eravamo fidanzati e
facèmm l’’amorè, lei era illibata. In seguito ci siamo separati
ma nel mio core resterà la mia unica mogliera. Nei secoli dei
secoli. Tanto che siamo rimasti in buoni rapporti, e sono
felice del fatto che dopo due anni di solitudine lei abbia
trovato un nuovo compagno: se lo merita. Se lo merita
eccome. Ha provato in ogni modo a farmi smettere di bere,
ma ogni suo sforzo fu invariabilmente vano. Fino a quando
un triste giorno fece le valige prese con sé Pietro e tornò
indietro: lo portò a casa dei suoi genitori.
In tutta sincerità devo ammettere che a mancarmi non
era tanto lei ma Pietro, verso Rosalina nutrivo ormai più
affetto che amore, il tempo talvolta logora anche gli idilli più
profondi. Il Tempo è padrone di tutto nell’Aldiquà. Ma
sapevo fin dall’ottantacinque di essere diventato no’ ben poco
santoBevitore, quindi avevamo rapporti protetti, tuttavia una
sera il profilattico si ruppe e lei rimase in cinta. Eppure, Dio è
stato magnanimo: mi ha regalato o figghio cchiù sobrio d’ù
munno. Ed è la cosa più preziosa che ho, e ancor oggi riempie
le mie giornate sia quando sono liete sia quando sono tristi: i
miei pensieri sono solo per lui, perché ne è degno, ecco
- Bene, io vi lascio e vado in camera a terminare i
compiti.
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perché. Si fa in quattro per me, esegue straordinari sul lavoro
ed è eccezionale nell’accettarmi con i miei infiniti limiti,
santoCielo. J e Rosalina abbiamo vissuto quattro anni di
fidanzamento e altrettanti da coniugi e, fatto salvo il mio
enorme problema con l’alcool, sono stati stupendissimissimi.
Il ricordo cchiù bello che tengo è chillo della vacanza in
Calabria in compagnia di Katarina, una mia cugina di secondo
grado che vive a Berlino, dove suo padre ha un’enorme
pizzeria chiamata Margherita, che fantasia eh? Beh, fu
veramente memorabile. Era uno di quei momenti in cui non
bevevo per dimenticare, tutt’al più ci facevamo qualche
bicchiere in compagnia. J e Rosalina avevamo a isposizione
una tenda militare da sei posti prestatami da un amico, che a
causa del disordine era completamente occupata da vestiti e
cianfrusaglie varie. Restava libero solo un materassino
matrimoniale che, dacché guarnito d’un piccolo foro, ci
costringeva ogni notte a svegliarci per rigonfiarlo. Lo
eseguivamo democraticamente: una vola per uno perché
quando c’è l’amore, allora la democrazia funziona anche in
due. Facevamo l’amore due o tre volte al giorno: eravamo nel
fulgido dell’età e della relazione. Mia cugina si accontentava di
una piccola canadese posta a fianco alla nostra, e solo più
tardi ci confessò che si rallegrava nell’origliare i nostri sospiri
e allusioni, che ci divertivamo a scambiarci mentre facevamo i
pocci, come diciva Rosaljna. Giungemmo a Vibo Valenzia a
sera inoltrata e non trovammo alcun campeggio libero. Sicché,
presi dalla stanchezza, ci accampammo, dove la lunga spiaggia
terminava, lasciando spazio a splendidi scogli. La mattina, al
risveglio, ci trovammo contornati da almeno una quindicina di
tende: avevamo involontariamente inaugurato un campeggio
abusivo. Invero nei quindici jorni di permanenza niscuno ci
ruppe l’anima ed eravamo diventati amici tanto che spesso
mangiavamo tutti assieme attorno a un fuoco cantando e
suonando la chitarra. Era davvero bello. Tra tutti, il cchiù
simpatico era Calogero: un ragazzo di Firenze, il cui nome
tradiva le origini sicule dei genitori. Al quale, a causa di un
incidente, avevano amputato “nà gamba. Sembrava che
gliel’avessero appiccicata alla lingua perché non stava citto un
attimo. Il suo eloquio, sia pur poco forbito, era piacevolmente
ammorbidito dalla classica parlantina fiorentina. Non
dimenticherò mai quella sera che presi dalla voglia di
camminare sul bagnasciuga ci staccammo dal gruppo e
c’incamminammo in direzione dell’abitato. A un certo punto
distinguemmo al chiaror della luna due sagome che
amoreggiavano. J dissi:
- Calogero, amico mio, allontaniamoci per non
disturbare.
Non l’avessi detto mai. Con l’ausilio delle sue stampelle
prese ad avvicinarsi a una velocità tale che dovetti quasi
corrergli dietro pregandolo di farla finita perché a ogni piè
sospinto - uno dei suoi con l’ausilio delle stampelle equivaleva
a due dei miei - urlava:
- Oh si sçopa… evviva… oh si sçopa!
Il tutto dirigendosi verso il luogo dove loro stavano
consumando. Sennonché, giunti a una decina di metri, piantò
le stampelle nella sabbia e se ne uscì con un sonoro:
- Maremma maiala… son buchaioli!
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In effetti, si trattava d’omosessuali che con non
chalance, si ricomposero e c’invitarono a sedere in loro
compagnia. Erano simpatici, e uno di loro non staccava gli
occhi dalla mia camicia indiana con maniche a chifons. Non
so se per quel mio modo di vestire, avesse mal interpretato le
mie tendenze sessuali, so solo che ci misi tre giorni a
scrollarmelo di dosso con i suoi inviti a cena e omaggi di Cirò,
ottimo vino calabrese. Terminata che fu la nostra
permanenza, come da programma, ricaricammo la mia due
cavalli: in direzione del Gargano dacché volevamo conoscere
anche quel bel pezzo della signoraItalia. Non amo viaggiare in
autostrada dove puoi solo prestare attenzione a chi ti sta
dietro, di fianco o davanti senza poterti godere il panorama.
Sicché segnammo sulla cartina il tragitto alternativo che
prevedeva l’attraversamento dell’Irpinia, e ci apprestammo a
percorrerlo. Ciò nondimeno, poco dopo “nà breve sosta per
rifocillarci e far benzina, giunti a Bovalino subimmo un
incidente spaventoso. Noi eravamo in salita e vi assicuro
dottoressa mia cara che “nà due cavalli, stracolma di tende,
abiti e cianfrusaglie varie, faticava a raggiungere i sessanta
chilometri orari. Pioveva e le colline da quelle parti non sono
rivestite di vegetazione bensì di nuda terra, di conseguenza si
era formato sull’asfalto un sottile strato di melma scivolosa
quanto il ghiaccio. Dopo “nà curva cieca, mi trovai di fronte
un’altra autovettura che era impossibile evitare. La mia amata
due cavalli andò in frantumi. Dall’altra automobile scese
l’intera famiglia Pongo, che traparentesi o avvocato mio ha
ribattezzato Bingo Pongo negro del Congo. Era di una
simpatia unica quell’avvocato: s’immagini che alla fine della
causa mi propose un pagamento a trenta, sessanta, novanta
secondi, tanto per esser chiari. Comunque i Pongo presero a
urlare e imprecare tenendosi i capelli fra le mani e senza il
minimo accenno d’aiutarmi a estrarre a cugina mia, incastrata
fra le lamiere. Se non fosse per l’aiuto offerto da alcuni
passanti, saremmo ancora là. Fortunatamente all’apparenza
eravamo quasi tutti incolumi: solo Katarina aveva un taglio in
testa che sanguinava copiosamente, ma non comprometteva
la sua lucidità. Dopo un quarto d’ora arrivò una pattuglia di
Carabinieri che si misero subito all’opera nei rilievi do’ caso e
nel raccogliere le varie versioni dei fatti. J cominciavo a sentire
dolore all’addome, sul lato sinistro. Pensavo a una costola
incrinata, poiché lo scontro avvenne proprio sul fianco della
guida, dove sedevo. L’ambulanza tardava ad arrivare perché
doveva venire da Foggia, distante quaranta chilometri. Visto il
mio continuo peggioramento, i Carabinieri mi proposero di
fermare “nà macchina di passaggio per farmi accompagnare al
nosocomio, ma io rifiutai: non me la sentivo di lasciare
Rosalina che era spaventata come non mai, e soprattutto ero
preoccupato per le condizioni di Katarina che all’apparenza
sembrava la più malmessa. Tanto che quando l’autolettiga
arrivò, la fecero stendere sul lettino, misero Rosalina su “nà
poltrona nonostante accusasse esclusivamente dolore a un
dito, mentre j fui fatto sdraiare per terra sui bagagli e le tende
che ebbero l’accortezza di caricare. Il giorno appresso, infatti,
quando o padre mio e il padre di Rosalina, giunti in sole due
ore da Santo o’ Pesce a Foggia poiché i medici avevano
riservato la mia prognosi, nel pomeriggio successivo si
recarono sul luogo dello scontro per verificare con i propri
occhi l’accaduto, trovarono i resti della mia macchina già privi
delle ruote dello stereo e della batteria. Sono del sud ma
talvolta lo odio. A me fu diagnosticata una massiccia
emorragia interna. Tuttavia, siccome non avendo a
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disposizione che “nà sacca di sangue compatibile, per
l’intervento chirurgico dovettero attendere che gli annunci
fatti su “nà tivù locale sortissero qualche effetto. L’unico a
presentarsi, fu un signore sulla quarantina portatore di
handicap, prelevato dall’ambulanza. Che ebbi l’onore di
conoscere solo il giorno successivo quando si presentò con un
paio di bottiglie di succo di frutta e un televisore portatile. Chi
ha per sorte di vivere sulla propria pelle la sofferenza non
riesce neppure a esser insensibile a quella altrui. Il sangue era
comunque insufficiente e l’intervento avvenne solo a notte
inoltrata al sopraggiungere e “nà pattuglia di Polizia che ne
aveva recuperato un paio di sacche, alla base NATO di Bari.
Per fortuna andò tutto per il meglio: il quarto giorno di
ricovero, con ancora i punti nell’ampio squarcio che mi fecero
nell’addome, j e Rosalina facimmo ammore chiusi nei servizi
igienici. Vent’anni si hanno una sola volta nella vita.
tutto. Non si riusciva a trovare “nà posizione che non
cozzasse con quel benedetto arnese. Infine ci rassegnammo al
sesso orale, niente di male, per carità, ma lo subimmo: questo
c’ascucciava.
“Nà volta rotte le acque presi coraggio e come si suol
dire ripresi a esercitare, senza falsa modestia con successo:
frequentai parecchie donne ma al massimo per qualche mese
poi, per una ragione o per l’altra, ci lasciavamo. Infine fu la
volta di Teresa con cui ebbi “nà convivenza di tre o quattro
anni. Ricordo che il contrasto col quale affrontavamo i
problemi era pari alla stima reciproca. Appariva come “nà
persona col cuore largo e di una disponibilità unica, cui seppe
aggiungere “nà fedeltà estrema. Detto ciò, non posso però
nascondermi che era tanto buona quanto cocciuta: quando
una cosa stava così, stava così e basta. Non esisteva diritto di
replica, l’ultima parola spettava sempre a lei. Ecco, per
definire il nostro rapporto d’amicizia che a tutt’oggi ci intriga,
prendo a prestito le parole di Ferdinando Pessoa: vivere è fare
l’uncinetto con l’opinione degli altri.
Quando mia moglie mi lasciò, non seppi far altro che
versare due lacrimoni pesanti come il piombo, e sdraiarmi
impietrito sul divano. Tutto era finito a causa di quella
stramaledetta sete di spegnere i miei dolori, annegandoli
nell’alcool. Che rabbia avevo dentro. Che rabbia.
A risollevarmi un po’ ci pensò Moranda, una mia
coetanea vicina di casa che da giovàn avevo corteggiato a
lungo senza ottenerne soddisfazione. Anch’essa reduce da un
matrimonio fallito era in cerca di consolazione e la trovò in
me. La Renault quattro che nel frattempo avevo acquistato
resterà sempre nel mio core, ma glielo dico j che quella sera ci
fece penare non poco: non aveva i ribaltabili e il ferro che
separava i sedili posteriori era un vero strazio. Non ho letto il
Kamasutra ma penso che in quell’occasione, lo praticammo
Diventare maggiorenni
Ho compiuto anch’io diciotto anni. Capita. Come avrà
capito dottoressa le sto raccontando la mia vita in modo
disordinato e non cronologico: ma non mi riesce di fare
altrimenti, forse sono un po’ celebro lesso, o peggio celebro
illuso quindi fuso. Ciò nondimeno, più probabilmente è
dovuto al fatto che i ricordi sgorgano in base alle emozioni
provate. Comunque sia, per festeggiarli dignitosamente
partimmo in quattro: sulla mia due cavalli Charleston
fiammante, alla volta delle isole Eolie. Avevamo pattuito una
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sola regola: tornare a casa quando si erano terminati i soldi.
Tutto quel che sapimmo fu che a Napule era possibile
imbarcarsi con un aliscafo. Tuttavia essendo Agosto, tutte le
prenotazioni erano esaurite allora un ragazzone del nostro
gruppo, Ivano, un mio amicone che mi ha sempre dato “nà
mano: gigante di ciccia e bontà, propose d’andare a vedere in
porto nella speranza di trovare navi capaci d’imbarcarci. Per
inciso, per descriverle Ivano le dirò che ricordo sempre con
piacere le Olimpiadi del paise con l’albero della cuccagna, che
immancabilmente lo vedeva tra i vincitori, un ragazzone con
due spalle così, che si cuccava sempre il prosciutto.
Rammento che siccome a casa sua si mangiava verza, verza,
ed ancora verza e poco più. Una bella sera, egli, di ritorno dal
bar, andò nella stalla e con un pugno secco assestato sulla
testa d’un povero vitello, lo fece secco. Il mattino seguente, al
risveglio, i suoi familiari stavano già scavando la fossa per
seppellirlo.
Fatto sta, che l’imbracata la prendemmo per davvero. Ci
spostammo alla volta del porto, dove trovammo un marinaio
vestito di tutto punto con divisa fiammante da ufficiale. Cui
spiegammo il nostro problema e lui molto gentilmente
c’informò che di li partivano solo navi che imbarcavano
acqua, e quindi non caricavano passeggeri. Poi però aggiunse
che per la modica spesa di venti mila lire a testa, avrebbe
potuto telefonare all’imbarco degli aliscafi avvisandoli che
saremmo arrivati: giacché qualcuno tra i prenotanti ogni tanto
disdiceva la prenotazione, avremmo potuto a nome suo
approfittarne. Ci sembrò perfetto. Perfetto un corno:
all’imbarcadero lui non aveva nemmeno telefonato. Allora
Ivano incavolato come una bestia sentenziò:
-
Via da Napule per l’eternità, mannaja a chivich.
Sverginati e scottati, fummo noi campagnoli.
Com’eravamo ingenui: è bastata una divisa di tutto punto…
figuratevi dottoressa che la prima volta che andammo sulla
funicolare di Napule c’era un nero ma nero che più nero non
si poteva, Ganese probabilmente.
Il conducente involontariamente premette il pulsante che
serrava le porte mentre lui stava, scinninno e questo
imbufalito si voltò ed esclamò:
- Che cosa fate?
- Lo seppelliamo, è morto stanotte per chissà cosa.
- Ma che lo seppelliamo e lo seppelliamo, mettetelo in
frizer che me lo mangio tutto j.
- Ma può esser morto di malattia.
- Ca facite paisà mà state schiattan…
- E’ morto perché gli è tirato un colpo, ve lo dico j,
mettetemelo in frizer, per piacere. E così fecero.
Ridemmo a crepapelle felici di questa completa
integrazione degli anni settanta, altro che mediatori culturali lì
cera bisogno di un doppio interprete, se non triplo perché
spero sapesse altrettanto bene l'italiano. In ogni modo,
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volgemmo la mia misera due cavalli con tutto il suo carico
umano, quattro persone, più tende e bagagli, alla volta della
Calabria. Là giunti sul posto trovammo ad aspettarci la
bellissima Tropea. “nà perla incantevole. Per di più
scoprimmo che con venti mila lire ci avrebbero portato sulle
Eolie con un peschereccio, e questa volta per davvero.
L’unico neo era costituto dal fatto che avrei dovuto lasciare a
terra, la macchina - che per me era oro colato - in consegna al
titolare dell’agenzia di viaggi che aveva prenotato la nostra
partenza. Mi assicurò che se ne sarebbe preso cura
personalmente, e la notte l’avrebbe ricoverata in
un’autofficina di un suo amico. Le Eolie sono stupende: un
posto incantevole ma j tenevo o’ fuoco dentro.
Lasciare il mio patrimonio in mano ad uno
sconosciuto… allora, d’accordo con gli amici miei, dopo
quattro giorni tornai, questa volta con un peschereccio
diverso che nel bel mezzo del mare ruppe i motori. Non
foss’altro, mentre lo riparavano un marinaio cucinò
divinamente un’ottima pasta con le cozze che ancora i baffi
mi leccherei, se non fosse che non li ho, perché accio una
faccia paffutella c’o’ manco no filo c barba: pare o sedere e’
nu’ criaturo. Come prevedevo quel testa di cavolo, per non
dire di peggio, dell’agenzia di viaggio, stava usando la mia
macchina. Era sporca e con il tettuccio aperto. Per me fu un
vero e proprio affronto. In quattro e quattr’otto, gli intimai
che se non me l’avesse fatta trovare pulita sul piazzale e con il
pieno di benzina, l’avrei denunciato. Devo essere stato molto
convincente perché, in effetti, andò così. In oltre sul
parafango posteriore notai un segno che j non avevo fatto,
allora andai da un carrozziere che mi fece un preventivo di
centoventi mila lire, in cambio lui ne volle venti, il ladruncolo.
Nonostante ciò, fu lo stesso. Tornai dall’agenzia di viaggi e mi
feci dare tutte la somma così guadagnai cento mila lire, che
all’epoca non erano poche, dato il fatto che quella piccola riga
venne via con la pasta abrasiva: se lo meritava quel cafone.
Dovetti fare il muso duro ma quando mi ci metto, lo so
fare, allora il titolare dell’agenzia cedette senza proferir parola.
Almeno in Italiano, in calabrese non lo so, e senz’altro alle
mie spalle. Ero appagato ma mi restava da trovare un posto
dove dormire con la mia modesta tenda. Trovai un campeggio
che con cinque mila lire al giorno mi avrebbe ospitato. Mi
sembrava un prezzo congruo. Tuttavia cchiù fortunato ancora
fui: proprio all’ingresso conobbi due ragazze di Firenze che
mi ospitarono, avendo loro “nà tenda da quattro posti: meglio
ancora avrei risparmiato le cinque mila lire. Una delle due era
piacente. Allora j, che avevo in me la forza del diciottenne, mi
diedi da fare e la conquistai. All’epoca mica c’erano i cellulari
d’adesso ma solo quelli della Polizia, sicché tutte le mattine
facevo “nà capatina in porto per vedere se gli amici miei
rientravano. Comunque, siccome l’accordo che avevamo
pattuito era inequivocabile, loro rimasero sulle Eolie per
almeno un mese. Beati loro. Personalmente mi godevo la
Calabria, la Charleston e la fiorentina, che non eran poco.
Quando finalmente fecero ritorno, due di loro avevano sì e no
cinquanta mila lire in tasca. Appena sufficienti per tornare in
treno perché j e mio cugino ne avevamo ancora di soldi,
giacché ero stato ospitato non spesi un gran che. In oltre,
aveva anch’esso festeggiato i diciott’anni e suo padre gli fece
un bel regalo di cinquecento marchi che tradotti lire erano una
bella cifra. Sicché noi potemmo fermarci ancora qualche jorno
mentre i nostri amici, rimasti a secco, se ne fecero ritorno
sulle rotaie. La tenda delle due fiorentine era spaziosa, quindi
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tutto andava per il meglio. Almeno fino a quando giungemmo
a contare quanto c’era rimasto in saccoccia e scoprimmo che
era appena sufficiente per prendere l’autostrada e indirizzarci
alla volta di Firenze, dacché per sdebitarci, decidemmo di
riaccompagnare fin la su le ragazze, ebbene ci risolvemmo a
partire. Ci restava appena il tempo per l’ultima cena.
Sennonché, al ritorno dallo spogliatoio, le due fiorentine
c’informarono d’aver conosciuto “nà ragazza in lacrime,
perché il giorno successivo sarebbe dovuta partire e aveva
passato “nà vacanza triste e solitaria. Allora la invitarono a
cenare con noi: era il minimo. A tavola davanti a “nà fumante
pizza la ragazza senza la minima difficoltà, c’informò che era
ninfomane. Allora i miei ormoni cominciarono ribollire come
un cotechino int’a’ pentola a pressione: ninfomani non ne
avevo conosciute ammai. Durante il tragitto di ritorno, quindi,
le dissi che nella nottata l’avrei raggiunta nella sua tenda che,
senza la minima difficoltà, m’indicò. A quel punto, dovevo
trovare un escamotage per convincere la fiorentina. Non
trovai di meglio di dirle che avevo bisogno d’andare in bagno.
Nata vota “nà necssitA Fisiologica mutuava l’altra. Nel
frattempo, mi misi d’accordo con mio cugino, fratello di
Katarina, perché se avessi ritardato, lui avrebbe dovuto
tranquillizzarla, inventandosi non so cosa purché fosse
efficace. Giacché, tenevo tutta la voglia d’andare alla scoperta
della ninfomania, sia pur mezzo mbriaco. Così andò, giunsi
davanti alla sua teda e c’infilammo dentro. Era una canadese,
ma il bello è che dentro c’erano altre due persone che
dormivano, o almeno così appariva. Sicché ero davvero
imbarazzato, perché l’amore con degli spettatori non l’avevo
fatto ammai. Lei invece non mostrava la minima difficoltà
nonostante avesse bevuto anche lei, o forse proprio perché
aveva anche lei alzato il gomito, l’alcool toglie le inibizioni. E
già non ce n’era bisogno. Ora, per vero pudore non vi
racconto com’è andata, anzi, mi scappa: j raggiunsi l’orgasmo
mentre lei era ancora in alto mare.
Figuraccia del cavolo. Colpa della testa che mi bolliva per la
conquistata novità, o per via di quei due che sbirciavano,
questo non lo so, fatto sta che andò a finire cosi. Lei ci mise
tutto l’impegno di questo mondo, ma non bastò. Ero iper
eccitato non solo per la sua bellezza ma proprio perché
dentro la mia capoccia era come se avessi uno che mi dicesse:
forza falle vedere quanto sei bravo, sei in grado di soddisfare
anche le anime in pena, se vuoi. Ciò nondimeno, non sempre
volere è potere: il mix ninfomania, alcool e spettatori mi
resero protagonista di una prestazione da Manuale delle
Giovani Marmotte più che da Play Boy. Terminati che furono
i preliminari, invero assai piacevoli, a me bastò la lunghezza
d’un attimo per giungere a compimento, mannaja. E come
canta Gaber quando un uomo raggiunge l’orgasmo, c’è la prova, per lei
no. La domanda classica è: sei stata bene. Ma per pudore non gliela
rivolsi. Poi ti si avvicina ancora: la rivincita, già lei potrebbe io no, e
perché, prima potevo: lei potrebbe sempre, anche questa è bella…
Tornato in tenda, la fiorentina aveva un diavolo per capello,
perché non credeva assolutamente al fatto che avessi
impiegato così tanto tempo solo per andare in bagno. Karol
aveva fatto il possibile, ma porca miseria lui non è un conta
balle come me. Tuttavia la tranquillizzai con un prolungato
bacio al gusto di Malvasia di Lipari. Il mattino, decisi di
restare in tenda perché la testa era pesante quanto il piombo e,
sorpresa delle sorprese, a metà mattinata vene a trovarmi
proprio lei, lei che avevo si tanto deluso. Sperava in un mio
recupero ma proprio non me la sentivo, dovetti lasciala con
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amorevoli baci e il classico scambio d’indirizzi che a nulla più
valsero. Poi, con mio cugino e quei pochi soldi che c’erano
rimasti in tasca ci indirizzammo verso il nord. Facendo solo
“nà breve sosta a Pozzuoli per salutare un ragazzo che
avevamo conosciuto in campeggio. Pozzuoli è grande e
davvero bella. J presi un caffè e scoprii che lì lo facevano già
zuccherato. Mannaja: a me piace amaro. Siccome però, in
tempo di guerra non potevano mettere la zuccheriera sul
bancone perché sarebbe sparita per intero, fanno così: lo
zuccherano preventivamente a tutt’oggi. Va pur là che Napule
è strana e i napoletani lo sono ancor di più. Riprendemmo il
viaggio alla volta di Firenze, Sennonché al primo semaforo
“nà macchina ci tamponò. Santo cielo, j avevo davvero int’o’
cuorè la mia due cavalli: era il mio unico patrimonio, ma si
vede che era nata sotto “nà cattiva stella. Andai da un
carrozziere e mi feci preventivare il danno che all’epoca
ammontava a trecento mila lire, “nà cifra consistente. Tornai
dal mal capitato che mi tamponò che non ebbe la minima
difficoltà a sganciarmi il dovuto, perché in quel modo non gli
sarebbe aumenta l’assicurazione. Ebbene, non tutto il male
vien per nuocere, ero perfino contento. Con quei soldi
potemmo fermarci a Firenze ancora per un bel po’, visto che
avevo già in mente di dire una balla a mio padre e cioè che mi
ero procurato quel danno facendo una retromarcia. Invero,
fece molta fatica a crederci, ma alla fine ebbi la meglio. Fatto
sta che tornammo con sole mille lire in tasca che lasciammo
cadere nel torrente Filolungo che divide Santo o’ Pesce da
Cicciano. La memorabile vacanza durò quarantacinque giorni
e sono stati, sicuramente, tra i cchiù belli della vita mia.
Il primo ad andarsene fu proprio colui cui ero più
legato, Gennaro. A lui devo molto e soprattutto la passione
per lo nobile mestiere del falegname, che a sua volta aveva
ereditato da uno zio essendo ben presto rimasto orfano. Era
amorevole anche negli insegnamenti e nel concedermi il
perdono per le inevitabili marachelle di gioventù. Contro la
disgrazia d’esser morto giovane a causa di un infarto però,
non ci fu nulla da fare. Poi fu la volta della mia nonna
materna, Antonietta, che passò oltre venti anni su una
poltrona a causa d’un ictus devastante. Non viveva con noi
ma la mia passione per i campi, gli animali e i mezzi agricoli,
ha fatto si che la vedessi settimanalmente, dacché facevano gli
agricoltori e mio zio, fratello di mia madre, mi accoglieva
come un figlio. Si spense come una candela e noi tutti
vivemmo l’inevitabile evento come una liberazione,
evidentemente sua, in primis. La demenza senile, invece, colpì
Addolorata, la nonna paterna, e questa non fece che
accentuare i lati negativi del suo carattere. Propiziò le pene
dell’inferno a mia madre Marianna. In modo particolare gli
ultimi dieci anni in cui era allettata. Sinceramente, non ho di
lei un buon ricordo, fatto salvo le vacanze estive in montagna
dove si trasformava e diventava quasi un’altra persona. Mio
nonno e mia madre ebbero un bel da fare per sopportare il
suo duro carattere. E questo influenzava l’armonia di tutta la
famiglia. Da ultimo tocco a mio nonno Sigfredo, che ebbe la
fortuna di restare in buona salute fin quasi alla fine dei suoi
giorni. Era un lavoratore instancabile e falciava l’erba a mano
lungo i canali o tra i filari delle viti addirittura in anticipo
rispetto il passaggio della falciatrice meccanica di mio zio.
Basta dire che sfidando il buon senso potava le viti a
novembre, preso dalla fregola e sfidando il rischio delle
I lutti familiari.
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possibili gelate invernali. Alle quattro del mattino era già nella
stalla, e come il solito era il primo a fare i fieni. Aveva la
cultura del lavoro nel sangue. E, sia pur poco espansivo, si
mostrava affettuoso con me anche quando non le combinavo
proprio giuste. Ricordo ad esempio che fu lui a difendermi
dalla rabbia di mio zio quando per la prima volta pretesi
d’usare la motofalciatrice: inesperto com’ero, falciai l’erba ad
almeno quindici centimetri dal suolo, tanto che pazientemente
mio zio dovette raccogliere il falciato e rifare da capo
l’operazione per poi stendere il tutto a essiccare al sole. E
questo in un appezzamento d’almeno un ettaro: mica roba da
poco, mannia ammià. Veniamo ora al lutto più drammatico:
che subii intorno ai trent’anni. Verso le nove del mattino
squillò il telefono, mia madre stava riassettando i letti al piano
superiore della nostra ampia casa, mentre j ero di sotto a
prendermi “nà tazzin e’ caffè. Fu lei a rispondere e dopo
pochi istanti cacciò un urlo che ho ancora nelle orecchie.
Dall’altra parte del telefono c’era in lacrime mio zio Stefano,
che avvisava che Serena, sorella di mio padre, si era suicidata
impasticcandosi. Aveva due figli meravigliosi, capaci negli
studi e un marito che aveva fatto “nà brillante carriera, int’a’
grossa multinazionale fino a diventare direttore generale delle
sedi del nord est Italia. Nessun problema economico.
Insomma, nulla che facesse presagire un simile gesto. Aveva
solo il mal di vivere: “nà profonda depressione che non
trovava rimedio alcuno. Medici su medici, preghiere su
preghiere a nulla valsero. Il ricordo più bello che conservo di
lei è quando mi comunicò che aveva portato con sé “nà mia
maglietta quando si recò in pellegrinaggio a Lourdes: oltre che
per sé, chiedeva alla Madonna una grazia anche per me,
perché mi aiutasse a smettere di bere. Abitava a Treviso e con
Rosalina fummo loro ospiti nel viaggio di nozze, posto che
oltre ad un ampio appartamento possedevano anche “nà
mansarda arredata che misero a nostra isposizione.
Visitammo le ville venete e partecipammo al carnevale di
Venezia. Lei, i miei cugini ma soprattutto quella pasta d’uomo
che è o’ zio mio, furono a nostra completa isposizione per la
bellezza di quindici giorni.
Ho vissuto la sua perdita come uno squarcio pur
conoscendo per esperienza diretta la depressione e il desiderio
di morire. E, ancor oggi, quando rivivo quei momenti, mi
viene un nodo alla gola, la rabbia di essere inermi nei
confronti del male. Purtroppo, è sempre così di fronte a “nà
persona che sceglie di togliersi la vita: per lei è “nà liberazione
mentre per chi resta c’è il vuoto, spesso incolmabile. Da allora
giace nella cappella di famiglia con i suoi genitori, finalmente
in un eterno riposo. Però le tante e importanti perdite
m’hanno insegnato, se così si può dire, a sposarmi con
l’elaborazione del lutto. Sì come cantavo, quel di, ho saputo
sposare laMorte. Questo, anche grazie a letture
sull’argomento: una di un cappuccino psicologo di cui non
ricordo il nome e in modo particolare la morte e il morire, libro
nel quale Elisabeth Kubler Ross individua chiaramente quelle
che sono le cinque fasi del percorso per elaborare un lutto:
rifiuto, collera, patteggiamento, depressione e accettazione.
Ne ho ricavata una personale medicina, che porto sempre in
tasca con me, perché m’aiuta nei momenti più difficili,
permettetemi che ve li legga dottoressaFroid. Quando un
evento negativo irrompe nella vita di un uomo, mette in crisi
gli equilibri preesistenti, la prima reazione che egli mette in
atto è il rifiuto, la negazione della realtà, la fuga dalla ferita
dolorosa e incombente. Aldilà delle apparenze, una tale
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reazione può considerarsi non solo legittima, ma anche
psicologicamente sana. Essa, infatti, ubbidisce alla necessità di
prendere le distanze da uno shock per recuperare, anche se
momentaneamente, equilibrio e salute emotiva. Da questo
punto di vista, il rifiuto non va combattuto ed è meglio non
affrontare la ferita fino a quando sia possibile lenirla. Il rifiuto
aiuta a superare la paura ed evita, in qualche modo, che si sia
sopraffatti dall’ansia eccessiva, dall’insicurezza, dalla
disapprovazione, che fiaccano sempre ogni capacità di ripresa.
Il rifiuto, però, non può prolungarsi eccessivamente nel
tempo. In questo caso, esso finisce col trascinarsi in un
pericoloso ostacolo al necessario confronto con le emozioni
forti, che stanno sullo sfondo. Le emozioni negative e
rifiutate, alla fine, emergono sotto forma d’immotivata
irritabilità, d’eccessiva aggressività verso gli altri. E’ la fase
della collera, le cui manifestazioni dipendono dalla profondità
delle ferite e dalla facilità a esprimerla. Anche la collera cela in
se aspetti sani e positivi. Essa non solo permette di lottare
contro ciò che si teme, ma fornisce anche l’energia necessaria
per cambiare quanto deve essere cambiato, consentendo così
di migliorare. Ed è ancora la collera che aiuta ad amare se
stessi, mettendo a fuoco ciò che è all’origine della ferita e che
va curato. Paradossalmente, la collera, ponendo in luce
l’autore della ferita, crea le condizioni preliminari per poterlo
accogliere. Le paure che vengono da fattori esterni come la
morte e perfino le malattie, diminuiscono progressivamente, e
solo nella misura in cui si affrontano le forti emozioni del
risentimento. Riuscire a formulare e poi a esprimere in modo
costruttivo i propri sentimenti, aiuta non poco a guarire le
ferite di cui la collera è espressione. Spesso la collera divide
rigidamente il mondo in bianco e nero: da una parte c’è chi ha
ragione la persona ferita dalla patologia, dalla parte opposta
c’è chi ha torto: l’artefice dello star male. In modo lento ma
inesorabilmente, si fa strada la tolleranza. E’ il momento del
patteggiamento, nel corso del quale paure e collera sfocano i loro
contorni in proporzione alla maturata capacità di riconciliarsi.
Nei lutti come nelle malattie si sperimenta la sensazione
d’essere traditi dalla vita. Ecco allora far capolino la depressione,
attribuendosi impietosamente la colpa di quanto è accaduto.
Quella della depressione è la fase nella quale si reagisce alla
ferita in maniera colpevole, divenendo così ancor più
vulnerabili alle ferite stesse. Questa volta per uscire dallo stallo
bisogna provare a cambiare ciò che è possibile cambiare.
Diventa allora possibile cogliere il senso di quanto è accaduto
fino a quel punto e disporsi verso nuovi equilibri. Una
riconquistata serenità permette d’accettare ciò che si rivela
impossibile da modificare. La fase dell’accettazione, infine, si
manifesta ricca di positive energie nella misura in cui è stata
preceduta e sostenuta da un accompagnamento. Solo la
possibilità di condividere le proprie vicissitudini e d’essere
accompagnato permette d’attraversare il passaggio tortuoso
della crisi e transitare verso nuovi orizzonti del proprio ciclo
vitale. E j, grazie al cielo d’amici capaci ne ho incontrati
diversi int’a’ vita mia.
La politica: mia vera passione…
L’uomo è un animale politico, sosteneva Aristotele e
secondo ammià teneva ragione assaie. A quattordici anni feci
la mia prima e unica tessera di partito: quella della FGCI.
Ero un catto-comunista, a dispetto tanto dei miei
compagni atei quanto dei miei amici cattolici, tutti della DC.
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Io ero e resto convinto che il vero messaggio del signorGesù
Re dei Giudei, quindi dei più poveri, fosse quello della
fraternità e della ricerca della giustizia sociale: in “nà parola
Amore per il prossimo. Ma ero davvero l’unico a Santo o’
Pesce ad andare a Messa e alla sia pur piccola festa dell’Unità.
I miei amici cattolici presero a guardarmi con diffidenza e uno
ad uno s’allontanarono. Altrettanto fecero quelli della FGCI
quando mi rifiutai di rinnovare la tessera, ritenendo i partititi
indispensabili ma troppo distanti dalle reali necessità do
popolo, purtroppo.
Fatto sta che la passione per la politica l’avevo in do
sangue, leggevo quotidiani, per lo più di sinistra, e, così come
avviene a tutt’oggi, m’addormentavo ascoltando Radio
Radicale. A venticinque anni ricevetti “nà telefonata del tutto
inaspettata: Era il Sindaco di Cicciano che all’epoca
conoscevo solo di vista; mi chiese se ero disponibile a
candidarmi nelle liste de PCI alle ormai prossime elezioni
comunali. Ero indeciso, già pieno d’impegni sia con la
compagnia Totò, piccola ma attiva, in oltre facevo parte del
consiglio de “O’ Pescatore” “nà associazione nata grazie alla
volontà dei pescatori di Santo o’ Pesce per conservare
memoria del passato marinaresco. Per prima cosa chiedemmo
al Municipio la possibilità di recuperare il vecchio porto ormai
abbandonato. Poi, non ci fermammo li: in “nà vecchia casa
colonica raccogliemmo migliaia d’attrezzi da pesca, quelli degli
agricoltori e degli artigiani correlati come il fabbro, il
falegname, il maniscalco, il ciabattino costruendo un museo
permanente di grande utilità per le scuole e per chiunque lo
volesse visitare. E il quindici Agosto d’ogni anno, durante la
sagra dei pescatori, si ammassa “nà sfracassata di gente per
visitare le interpretazioni dei lavori antichi. Oltretutto ero già
alcolizzato e, anche se lui, il Sindaco, lo sapeva, la cosa non lo
disturbava posto che confidava in un mio recupero. Inviò
come emissario per convincermi Tonino Esposito, mio
vecchio amico molto attivo nel partito, oggi presidente della
Cooperativa dei pescatori. Accettai, ma come indipendente di
sinistra. Fui eletto, con mio grande stupore, come consigliere
anziano: cioè colui che, dopo il Sindaco, riceve il maggior
numero di preferenze. Fui quindi candidato a fare l’assessore
all’ambiente, ma non me la sentii. Mi bastava il ruolo di
consigliere comunale. Le mie più grandi battaglie furono per
la costruzione della rete fognante in quel di Santo o’ Pesce e
l’impedimento dell’apertura di un’enorme cava di ghiaia che,
sia pur collocata sul territorio del comune capoluogo era
confinante con il nostro. Perciò avrebbe gravato sulla nostra
popolazione per chissà quanti anni, se si comprende il
previsto riempimento con rifiuti di questo gigantesco buco
profondo sedici metri. Battaglie vinte, con mia grande
soddisfazione. Il ricordo più negativo invece fu il ricatto cui ci
sottoposero i rappresentanti dello PSI: siccome il PCI,
compresi gli indipendenti, raccolse il cinquanta per cento
esatto dei voti, fummo costretti, per governare, ad allearci con
qualcun’altro. La DC non era ancora pronta al centro sinistra
che oggi viviamo, i repubblicani avevano eletto come
rappresentante il mio carissimo amico Antonio De Gennaro,
che sulla sua carrozzina a rotelle non mancava a una seduta,
se non per causa di forza maggiore: ma anche lui non era
disponibile ad allearsi. Restavano i socialisti che da bravi
Craxiani accettarono l’accordo al modico prezzo della
poltrona di vicesindaco, due assessori su cinque, e un tacito
patto tra i due partiti che prevedeva che a metà legislatura
fosse un uomo dello PSI a divenire Sindaco.
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Li sputtanai nel primo consiglio comunale, leggendo
“nà lettera di Leoluca Orlando sulle commistioni in politica e
tutti mi batterono le mani. Ma mi sentivo inesperto nell’opera
di amministratore locale, così presi a frequentare la scuola di
politica delle ACLI organizzata presso il seminario di Napule.
Rammento ancora la prima domanda che ci posero: cos’è la
politica? Rispondemmo in piccoli gruppi in forma scritta e noi
decidemmo che politica è l’azione attraverso la quale si
raggiunge il bene collettivo e la giustizia sociale. Sbagliato:
questo se mai è il fine. Politica è azione di guida degli eletti dal
popolo, attraverso la formazione di un governo. Quante cose
dovevo imparare, e ho fatto mio, sperduto in “nà massa di
democristiani…
da quando hai saputo sposare la signoraMorte.
Dormi beatamente perché sai che a te sta pensando altra gente.
E finalmente sogni. Sogni quello che già c’è:
che come un fiore sboccia nel tuo cuore ed ha il sapore dolce dell’amore.
E di nuovo svegliati: hai incontrato l’Anima gemella,
e hai generato un figlio.
Un figlio che è sveglio, dorme, sogna e, se Dio vorrà, anch’esso genererà.
Che poi morirà… questo è il ciclo della vita con senso, amata mia.
E cantavo, cantavo, cantavo a squarciagola, con Roger
al guinzaglio, un cappone che aveva occupato il posto del mio
vecchio maremmano. Arrivarono prima i Carabinieri poi
perfino a’ Polizia. Volevano arrestarmi per disturbo della
quiete pubblica perché erano le tre di notte e avevo svegliato
un intero condominio. Prima però mi portarono al Pronto
Soccorso del Cardarelli. E lì ripresi la mia chitarra in mano e
sottovoce continuavo a cantare a canzone mia. Vennero tre
dottori. Il dottorFranco Maritiello il dotorAldo Nocco e perfino
o professorBenedetto Vallealata. Nessuno di loro mi chiedeva
come stavo, mi ascoltavano cantare, confabulavano tra loro e
decisero del fatto che chi canta di vita e di morte assieme deve
stare per un po’ all’ospedale. Senza chitarra, però. Non sapevo
di soffrire di sindrome bipolare cioè d’alternare momenti in
cui stai bene ad altri in cui sei o depresso o euforico. Così
passai i miei primi giorni con i tipi strani. Ricordo che il
secondo giorno mi si avvicinò uno che mi fa:
Per finire la malattia mentale…
La psichiatria è come un marchio a fuoco: se ne entri
non ne esci cchiù. J song stato per la prima volta ricoverato al
Diagnosi e Cura di Napoli in modo coatto, cioè con dei
medici che decidono che in quel dato momento sia per te
opportuno stare chiuso in ospedale. Avevo preso “nà bella
sbronza con una bellissima femmena e dopo aver fatto
l’amore, presi la mia chitarra e cominciai a cantare. Me
scinnivano le parole così di getto…
Svegliati! Forza: non sai che devi morire?
Svegliati, svegliati, svegliati perché
al tempo devi dedicare ogni battito del tuo cuore.
Svegliati perché la vita è una novella lunga e bella.
E ora dormi, dormi sonni tranquilli
- Devo aspettare che tolgano la Polizia dall’Ospedale
per uccidere quell’ortopedico.
- Quale?
73
- Quello che mi ha ingessato male questo piede.
- E’ bellissimo: va da Brindisi a Barletta poi passa da
Napoli e arriva a Genova.
- Com’è capitato?
- Assomiglia all’Italia
- E’ capitato che “nà macchina mi ha investito ed io mi
son rotto il piede, e lui non mi ha ingessato dito per dito ma
tutti assieme allora adesso mi fa male.
- Assomiglia. Si assomiglia, ma mi fa male il piede
quando vado in macchina: le macchine vanno con i piedi.
- E tu lo vuoi uccidere?
- Le macchine vanno con le ruote, però i piedi servono.
- Certo. Se lo merita.
- Io ci ho pensato a “nà macchina che va con le mani.
- Hai la pistola?
- E poi?
- No, ho o’ coltèll: a me chiacciono i coltelli. Vado là gli
dico che mi son rotto un piede e guardo come me lo ingessa:
se non me lo immobilizza dito per dito, gli pianto il coltello
tra le costole e gli squarcio il cuore. Così lo mando in
Paradiso.
- E poi mi son rotto il piede, e lui me l’ha ingessato
male. Appena tolgono la Polizia dall’Ospedale io, vado là e lo
ammazzo quell’ortopedico. Però, adesso devo andare fare la
pipi…
- Stai attento che non ti voli via, piuttosto.
- In Paradiso gli ortopedici non servono, non vedi che
le ossa restano qui. Tutto se ne va non si sa bene dove ma le
ossa restano qui.
- Ah! Paisà tenete la faccia gonfia, che vi siete fatto o’
Botolino?
- Allora lo mando su Marte e lo butto nel mare, io
vengo da Marte.
- No… ma so fatto “nà botte e vino,
Un mondo tutto da scoprire, insomma. Il secondo
ricovero successivo a Napoli lo subii a Villa Irlanda a
Bergamo, perché ero già salito nel profondo nord. In camera
con me, lo ricorderò sempre, c’era nu’ uaglione omosessuale
- Com’è il mare di Marte?
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cattolico che non riusciva a gestire quella che per lui era
un’insanabile contraddizione. Vagava da “nà clinica all’altra
con in tasca “nà lettera del Vescovo di Genova che lo
consolava, ma non lo perdonava, sicché era costretto a vivere
con un lacerante senso di colpa. Mentre disegnavo e cantavo
mi guardava e, chiedendomi il permesso, si masturbava. Era
Dio a volerlo così, ne son certo, ma per lui le cose non
stavano in questi termini. Pregava, pregava, pregava e si
masturbava. Non passerà mai dalla memoria mia.
In seguito, fui preso in carico da uno psichiatra del
Servizio di Salute Mentale di Milano. Con lui avevo saltuari
colloqui e prendevo alcuni psicofarmaci. Poi le cose tra noi sì
incrinarono: mi fece due ricoveri coatti al Diagnosi e Cura
perché, a suo dire, ero nella fase euforica. Allora chiesi di
poter cambiare medico visto che era un mio diritto. Mi fu
assegnato il dottorLucio, Lucio… eee. Lucio…. Mannia, i nomi
nun me li ricordo ammaiè, i cognomi poi. Ho di lui “nà
grande stima. Ma benedetto iddio mi ha dato da leggere Il
romanzo del vino, proprio ammià. Che, beh…. lasciamo stare. E
con lui le cose andarono fin da subito meglio. Durante un
periodo in cui non stavo bene, anziché al Diagnosi mi
ricoverò col mio consenso presso “nà struttura psichiatrica,
diciamo aperta. Dal duemila continuo a prendere psicofarmaci
che mantengono il mio umore un po’ più stabile, anche se
purtroppo il buio mi si affaccia ancora; la depressione mi
devasta. Non so quante volte ho chiesto a Dio di fare
un’eccezione e dotarmi di un bottone per spegnere il cervello:
l’alcool l’ho sempre assunto a tal fine. Per fortuna sono
circondato da professionisti e amici che mi stanno aiutando in
tutti i modi. J vorrei accettarmi per quel che sono, amen. Poi
anche in quella struttura le cose principiarono ad andarmi
strette, allora dopo “nà riunione tra pazienti e operatori,
scrissi questa lettera:
La sofferenza in un Ospitale psichiatrico:
Poche parole chiave e, spero chiare. Noi siamo i
sofferenti: quindi Persone che hanno bisogno di attenzione e
comprensione. Perché il Noi è maiuscolo: perché anch’io vedo
come sono trattati, i servizi igienici, le sigarette fumate in
camera o la semplice fatica di schiacciare una bottiglietta
d’acqua vuota e separarne il tappo di plastica che avrebbe fini
nobili, ma ciò non di meno, restiamo Persone. Per non dire
delle grandi difficoltà: fare la doccia e ancor di più trovare un
lavoro: anche un lavoretto sia pur minimo, ma che ti consenta
in un qualche modo di sentirti come gli altri. Quasi tutti,
abbiamo certificato dai medici delle invalidità espresse
quantitativamente e questo è di certo indice di chi sta, più o
meno bene. Purtroppo, gli esempi che ho fatto prima - e che
come Voi sapete non sono certo esaustivi: anche solo la
differenza di pulire con uno spazzolino il water che non è il
tuo - mette in luce il peggior difetto, a mio modo di vedere,
che contribuisce a rendere Noi a causa delle diverse malattie
più o meno individualisti. Per fortuna non agli estremi limiti,
ma più attenti all’avere che al dare, cosa questa, che io
considero il peggior difetto degli esseri viventi. La diversità
nello star bene ti fa comportare in modo diverso, dall’esempio
della bottiglietta a quello del lavoro, per non parlare della
capacità di relazionarsi con gli altri. Questo rende il vostro
lavoro diverso da chi opera in altri reparti ospedalieri.
Gli altri, in questo caso Voi: persone qualificate - cioè che
hanno subito, chi più chi meno, anni di studio - e stipendiate.
75
Ora, lo so bene che quando si va attorno ai termini economici
si arriccia il naso. Però Noi abbiamo, per fortuna - e non so
ancora per quanto, visto come stanno andando le cose - un
cospicuo sussidio perché ci si prenda cura della nostra
Persona. Non intendo solo cura fisica - cadere da un letto ma anche psicologica: come chiedere se hai passato una
buona giornata, sapere se hai dei legami con l’esterno, fino a
ridursi al semplice ma non piccolo dire al mattino buon giorno,
solo a Martino renderei obbligatorio la Salve Regina Mater
misericordia vita, dolcezza e speranza nostra, rivolgi a noi esuli figli di
Eva quegli occhi tuoi misericordiosi. E questo tutti i giorni, se no lo
licenzierei, perché ne abbiamo bisogno, ecco perché.
Al contrario, Voi per l’appunto percepite uno stipendio.
Questa è la differenza se si vuole riduttiva ma inconfutabile
La parola salario, come Voi certamente sapete, deriva dal fatto
che in antichità il sale era tra i beni più preziosi e con quello
era retribuito il lavoratore - a parte chi era addirittura in
schiavitù e doveva accontentarsi di bere e mangiare - oggi
siamo all’Euro, e so bene che per taluno tra voi non sono
corrispondenti all’attività svolta, che meriterebbe di più. Fatta
questa premessa, che m’è servita per spiegare sia pur in modo
succinto la differenza tra Noi e Voi, ora veniamo alle poche
cose importanti che io e, forse Noi tutti, desidereremmo:
comprensione e rispetto. Abbiamo persino una legge - che
consiglierei a qualche operatore di leggersi per benino - che
tutela i sofferenti mentali e, in modo particolare, pone Voi al
nostro servizio come sosteneva il professorBasaglia. Non sono
purtroppo un etimologo ma in parole povere penso che
comprendere significhi mettersi nei panni dell’Altro, e rispetto
onorare la condizione Altrui. Solo un breve accenno alla
consapevolezza dei miei limiti: io so di essere in stato di
bisogno: sofferente per tanti, troppi anni, le mie dipendenze
fisiche e psichiche fanno di me una Persona, povera, ma che
resta Persona. Anche se, mi rendo ben conto, che a me come
al signorNicola e a quella quantità industriale di bislacchi
personaggi che il buonDio ha messo al mondo - e testardo
com’è continua a buttarne giù - servirebbe Santa Rita da
Cascia protettrice degli impossibili. Comunque sia, a questo
punto torniamo ai più preziosi riferimenti generali. Chi ha
peregrinato anche in altre strutture psichiatriche in parte
restrittive, e ha quindi vissuto sulla pelle le diversità di
comportamento tra i vari Noi e i vari Voi. A solo puro titolo
esemplificativo si potrebbe dire che c’è differenza tra una
camomilla, una marmellata, un bicchiere di latte, un the a
merenda; e per taluno forse anche alle venti, fino a giungere
alle cose più importanti che possono portare a una migliore
accettazione d’un luogo soprattutto se in quel posto ci devi
passare tanto tempo. La comprensione e il reciproco rispetto
sono quindi uno strumento indispensabile che sta alla base
dell’armonia che c’è tra Voi e Noi che può portare a grandi
cose, essendo la base della lotta contro la sofferenza
psichiatrica.
Termino con una parola che a me sta particolarmente a cuore
responsabilità, cioè capacità di dare risposte: che possono essere
tristi e non all’altezza se uno sta male, e che al contrario
dovrebbero diventare nobili se uno sta bene. Questa è la vera
differenza che sta alla base dello stigma che persiste tra
cosiddetti normali e i matti, e che purtroppo anche qui in
qualche caso avviene.
Insomma, carissima, per terminare ho voluto leggerle
questa mia lettera per farle comprendere quanto grande sia
76
stata e sia a tutt’oggi la mia sofferenza. Oltretutto se ne andò
alCreatore anche Nicola cui dedicai alcune righe, così giusto
per tener memoria d’un disgraziato reso solo dalla malattia.
problema è stato quello di definire chi dei tanti fosse il
beneficiario. Allora s’è consultato con Pietro che col suo
buonsenso ha prontamente risposto che vista la pena spettata
agli interessati, volevano premiati tutti assieme. Voleremo in
cielo in carne ossa e non torneremo più dice De Gregori. Mi manca
Nicola. Mi manca tanto, ma sono felice comunque perché so
che con questo suo triste peregrinare s’è guadagnato il
Paradiso. E la ci sguazzeranno tutti assieme con piacere e
meritato godimento, finalmente con la sigaretta sempre
accesa. E il fumo che salirà porterà su a vagolare i loro infiniti
pensieri. A presto nell’Aldilà signorNicola.
Imbarazzo in Paradiso:
Ogni Cristo scenderà dalla croce e anche gl’uccelli faranno ritorno, canta
Lucio Dalla. E anche lui, o meglio, loro sono scesi dalla loro
croce: sto parlando della famiglia diNicola. Il signor Elio dava
un nome diverso ad ognuna di queste funzioni: azione,
pensiero, passato, presente e futuro. Lui invero un giorno era
il magistrato, il giorno successivo la polizia veneta, poi il
maresciallo per passare al leopardo ferito e chiudere con
Migliavacca. Sicché, l’altro ieri quando ha abbandonato il suo
mesto peregrinare in questa vita terrena che con lui non era
stata per niente generosa e s’è presentato al cospetto del
Creatore, il signorDio era davvero imbarazzato. Non sapeva
più chi in realtà si trovasse di fronte. Prima di tutto però s’è
scusato per avergli assegnato un ruolo così gravoso su questa
benedetta terra. L’aveva creato con un cervello capiente ma
per niente coordinato. Era sì intelligente ma ahimè non in
grado di dominare e controllare i suoi infiniti pensieri. Un
matto coi fiocchi, era il signorNicola, e lui, ne son certo, ne era
consapevole. Rimpiangeva il manicomio, dove i ruoli erano
drasticamente definiti: da una parte i malati, da quella opposta
medici ed operatori. E si trovava spiazzato in un ambiente
dove i sofferenti non venivano più trattati dall’alto in basso,
tranne in qualche limitato caso dovuto ad operatori che a dirla
tutta arrivavano fin lì, ma bensì alla pari. Si, a Migliavacca è
spettato un ruolo impegnativo nell’Aldiquà. E poiché Dio lo
sapeva bene l’ha accolto a braccia aperte in Paradiso. L’unico
Forse anche in me dimorano in troppi e se non fossi un
vero democratico, mi sarei già suicidato… Cosa ne pensasse
dottoressaMacchiavelli?
- Mah, signorSalvatore: vi ho ascoltato in religioso
silenzio e penso che questo vostro buttar fuori sia di per se
terapeutico, io, però non sono una psichiatra. Tuttavia mi vien
da dire che forse voi siete nato tardi e male: nel senso che non
avete ucciso vostro padre e neppure lo ritenete un Dio. Poi,
insomma, tutto questo vino… la cosa più utile che posso fare
per voi è prescrivervi un farmaco che si chiama Antabuse, è
un antagonista dell’alcool e con quello potreste smettere di
bere.
- Sapete mia cara dottoressaFread, forse i genitori si
possono tenere così come son fatti se la natura li ha voluti
così. L’amore può compensare il dolore. E mio padre oggi,
forse preso dai sensi di colpa, mi telefona un giorno sì e l’alto
pure e mi vuole un gran bene, almeno quanto glie ne voglio j.
77
Semplicemente la mia storia è andata così e ora può solo
migliorare: mi prescriva, sto antisbronza così potrò finalmente
assaporare e non trangugiare i vini che fa il nostro comune
amico, baraCCa. Perché j nun so cchiù si o’ vinò va buonò o
no va buonò: sacciò solo che bevuto male è na chiavic. Anzi,
sapete cosa vi dico? J lo vado a trovare subito il
signorAgostino.
Le risa li presero gagliardi, allora Salvatore, finalmente
liberato dei suoi magoni, disse nell’ormai acquisito dialetto
reggiano:
Detto e fatto, mosse per la via della cantina diPopoli e
prese sottobraccio baraCCa comunicandogli la decisione
assunta di sottoporsi a una terapia, e lui ne fu felice di trovare
in Trincani tanta spicciola saggezza. Così, col cuor gaio e una
bottiglia di Malvagia si portarono a far visita al pensatore, al
solito appollaiato nei verdi prati diPopoli. Giunti che furono,
Agostino sturò la bottiglia e versò un calice di quel prezioso
nettare a ognuno, poi esordì:
Infine, prese a soffiare il vento della felicità ritrovata e
raccontò un segreto che gli aveva confidato PartigianoReggiano, certo com’era della riservatezza dei suoi
interlocutori:
- Come saprete… nella vecchia casa colonica che teneva
in riva al fiume, Partigiano-Reggiano aveva “nà fantastica
cantina, dove stagionava i salumi per se e per gli amici.
Ebbene, non lo disse con niscuno se non con ammià, un
giorno che eravamo in vino veritas. Durante la sciagurata
alluvione le acque avevano sommerso quelle case fino al
secondo piano ricordate? Beh lui ha visto arrivare due
giganteschi pesci Siluro, che chissà quale anima in pena ha
portato a infestare il nostro povero Po, che si sono pappati
due salami, un culatello e ben tre prosciutti, mannaià o’ porcò,
anzi povero o’ porcò….
- Ier sira a io ciape un ciclon cal pedaleva da per lù… e
po’, caro Toro seduto con i voster sold e la mè tèsta as faris
na vera tìmpesta, ansi dmei ancorà na belà festa….
- Mio caro Toro seduto, cos’è tutto questo star qui in
meditabondo silenzio? È il silenzio degli innocenti? O siete
forse preoccupato per le troppe femmine?
- Sapete miei cari, le femmine vanno e vengono,
qualche volta mi vien persin da pensare che quella cosa là,
sarebbe meglio imbalsamarla, ma forse se ne perderebbe un
po’ il gusto, cosa ne dite?
- Meno male che non avevano sete di Lambrusco, disse
ridendo Toro seduto, versandosi un altro calice di Malvagia e
offrendolo agli altri.
- Avete ragione assai, replicò Trincani, ragione da
vendere, ma probabilmente qualcosa di positivo ci sarebbe
anche li: potremmo girare attorno a tutto quel ben di Dio fino
alla fine di nostri giorni, caro Toro seduto…
- Per me basta uno, disse il signorSalvatore, da oggi
voglio anch’io confrontarmi col senso del limite.
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- Sia benvenuto cotanto senno, a tal proposito, amici
cari vorrei leggervi un pezzo di Anassimandro, che a parer
mio di saggezza ne aveva da vendere.
- La transustansazione è il mezzo più veloce di
comunicazione, più rapido d’internet.
- Padre, per il Figlio per lo Spirito Santo uguale a
quadratura del cerchio.
- Chi era costui?
- Era un presocratico, cioè un pensatore nato prima di
Socrate e prima ancora di Eraclito che tanto piace a baraCCa.
Per l’esattezza, circa seicento anni avanti Cristo. Di lui si ha
solo un piccolissimo frammento che cita Simplicio nel de
Phyca:
Tra quanti affermano che il principio è uno, in movimento e
infinito, Anassimandro figlio Prassiade, Milesio, successore e discepolo di
Talete, ha detto che principio ed elemento degli esseri è l’infinito, avendo
introdotto per primo questo nome del principio. E dice che il principio
non è né l’acqua né un altro dei cosiddetti elementi, ma un’altra natura
infinita, dalla quale tutti i cieli provengono e i mondi che in essi esistono:
“Da dove, infatti, gli esseri hanno l’origine, ivi hanno anche la
distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l’uno all’altro le pene e
l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo”. Cosa né
pensate Agostino?
- Il rimorso è la peggior punizione per un credente,
ciapa mo sù...
- Il nostro nuovo computer fa tutto: spacca anche la
legna per il camino. Riuscirà a spaccare in due chi mal ci
governa?
- E’ vero che se tu cambi, gli altri possono cambiare.
Così com’è altrettanto vero che se tu non ti cambi, gli altri ti
stanno lontano.
- Noi suore non andiamo mai in pensione, perché Dio
stagiona perpetuamente senza invecchiare. O, più
prosaicamente, perché i pensionati muoiono tutti.
- Penso che fosse anche lui un consapevole figlio di
Dio, nato nella notte dei tempi, ancor prima del signorGesù,
questo penso. Uno che aveva si ben compreso come il tempo
sia padrone dell’Aldiquà, il senso dell’Aldilà.
Nel qual mentre laBirichina, s’intrufolava su Radio
Maria…
- L’Amore è un’amicizia sine Die, senza limite alcuno.
79
scambiarci quelle tenerezze che oggi, non ci resta che sperare. Dimmelo
con gli occhi tuoi: perché la censura dei tuoi vada in clausura. E sfiora il
cuore mio con una carezza ai tuoi cagnolini, sapendo che anch’io, quanto
loro, dipendo da te. Orsù Dolcezza mia sorridi alla vita e dille grazie
d’esser stata con te si generosa…. Un giorno senza di te è come un fiore
senza profumo.
Il Monumento
- Alla fine, però, dovremo archiviare anche sto
benedetto monumento, ha ironicamente ricordato la
signorinaChador, così chiamata per la sua velata beltà. Aveva
capelli lisci e lunghi con colori che spaziavano dall’ocra al
rosso, secondo come la luce giocasse con loro, Ed un volto
tanto semplice quanto importante come l’hanno le donne
dell’Est: per questo la ribattezzarono Chador. Aveva fatto
mulinare la testa a tutti quei diPopoli pel fatto che i suoi
lineamenti affettuosi e candidi, disegnavano la purezza,
tracciando la premura e resuscitando alla memoria sculture di
Michelangelo. Un giorno, Sibemolle, quando se ne andò al
servizio militare le scrisse una lettera d’amore, e la fece sua.
Recitava…
Sì, Chador era proprio bellissima e meritava quelle
parole. E poi abitava la sincerità, dote di non poco conto.
Ebbene, mentre già da un pezzo si prestava attenta a
rassettare il solitoBar, sia pur con le accorte orecchie d’una
barista, suggellò il problema del monumento…
- Allora? Lo vogliamo fare o no sto nuovo
monumento?
- Lo faremo, ha sancito vista l’ora Partigiano-Reggiano
lasciandosi chiudere la porta alle spalle, dando in tal modo
inizio alla lunga processione di saluti che anticipavano la
ritirata degli avventori. - Lo faremo e buona notte.
Orsù dunque Dolcezza mia, rivolgi a me quegli occhi tuoi
misericordiosi. E continua a riempir il mio cuore del canto dei fringuelli e
del dolce volo delle libellule. Orsù dunque Dolcezza mia: dimmi che
anche tu prima di prender sonno e consegnare il tuo assopimento ai tuoi
desideri, hai pensato a me. Dimmi che il cielo è azzurro come l’ha voluto
il Padre nostro. E come gli occhi tuoi riluce del profondo mar. Oh!
Quanto vorrei esser libero d’abbandonarmi tra le braccia tue. Quanto
vorrei che i chilometri, in un batter d’occhio, divenissero centimetri.
Quanto vorrei sfiorare il tuo tatuaggio e dirti birichina. Perché solo le
birichine si fanno i tatuaggi, ma solo le ammiccanti piacciono a me. Orsù
dunque Dolcezza mia, dimmi che anche tu aspetti quel dì in cui potremo
A tal proposito ieri l’altro accadde un putiferio: proprio
al solitoBar, tutti litigavano con tutti per via di sto benedetto
monumento da rifare. APopoli, proprio in piazza, era sito il
monumento ai caduti. Sopra il quale, i ragazzi del centro
sociale diRoccabella, altra frazione di corteGodi, poiché erano
un po’ brilli, avevano fatto degli orrendi murales proprio sul
piedistallo. Allora i vecchi del solitoBar s’incavolarono di
brutto: mossero verso loro battezzandoli come imbecilli.
Avessi visto: il signorMaròlà con la sua flemma appiccò il
80
fuoco al solito Garibaldi, e, ordinato una bottiglia di Malvagia
a Chador, si mise a sbraitare…
- Cosa fate, beoni? Quel monumento ai Caduti è un
simbolo.
- Cosa?
- Sì, perché non fate anche voi un monumento ai valori,
cavolo?
- De che? Gli è scappato detto a Hitchcok, un tipo
magro quanto uno stuzzicadenti con occhi e pensieri
stralunati, così soprannominato perché il suo sguardo aveva
una strana propensione al mistero.
- Abbiamo già il bancomat, ha sputato il solito
Hitchcok con amaro sarcasmo. Potete farlo solo voi
diPopoli... Qui tutto marcia al contrario.
- Il monumento, invero, sta franando, avete ragione.
Eppure, non per questo potete disonorarlo: proviamo
piuttosto a escogitarne uno nuovo, soprattutto nei contenuti.
E’ qui che si gioca la partita: mettere le generazioni a
confronto, signoriMiei…
- E’ il simbolo della libertà conquistata, caro figlio dei
fiori col cellulare.
- Bella la libertà alla sovietica, molto piacente, si
direbbe… ha a quel punto incautamente ironizzato,
amaroLucano, leader del centro sociale.
generazioni a confronto.
- Ma vai a farti benedire, sentenziò imbufalito il
signorKalashnikow pugnando sul tavolo come quando calava il
due di coppe con briscola a denari: - Adesso che siete liberi,
ironizzate e fate i coglioni?
- Vacca, Maròlà - così ribattezzato per via del fatto che
in continuazione, ma proprio di seguito, sgranocchia semi di
zucca salati sostenendo che aiutavano gli ingranaggi della sua
zucca a ragionare - ha ragione. Invece di fare un nuovo
monumento ai caduti che già li ricordiamo nel prato di sotto
di Partigiano-Reggiano, dove tutti andiamo a meditare sulle
rotoballe di fieno o all’ombra della quercia grande Qui
conosciuta come suaMaestà, facciamo un monumento al
senso, ha aggiunto allora DindonDan.
Il clima si faceva pesante, e il battibecco prese fuoco in
quattro e quattr’otto. Il signorUgo allora si alzò con molta
solennità, tanto bastò per riportare la quiete in tutta la piazza:
Ugo, soprannominato Maròlà, era riconosciuto come
un’autorità perfino fuori del circondario.
Beh, insomma: è andata a finire che da quel giorno lì
Qui non si parla d’altro… A chi facciamo il monumento?, ai
signoriSanti, ai signoriEroi, ai signoriPatrioti, ai signoriScienziati,
- Perché non facciamo un referendum sul simbolo?
- Come?
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oppure ai signoriAttori, e perché non lo facciamo ai
signoriMuratori….
- Allora, ditemi, chi è Dio? Ha chiesto con fare
smaliziato LuxMassima.
Da allora aPopoli pareva non esserci altro argomento.
LuxMassima, noto frequentatore di night club, avrebbe voluto
fare un monumento alla signoraMoana Pozzi: trasgressiva per
natura. Perché a ragione sosteneva che trasgredire vuol dire
andare oltre: dacché spesso ce n’è di bisogno d’andare aldilà
degli umani pregiudizi, allora andiamo oltre raffigurando una
siffatta creatura. In quel caso però, le suorSorelle del piccolo
convento castigarono quest’ipotesi nell’eresia: contro natura, a
parer loro.
- Dio è vita oltre ilCimitero. Non credete ad esempio
che questa piazza possa esser degnamente dedicata a Madre
Teresa di Calcutta o a padre Pio che han portato gocce
d’amore in un mare di miserie?
- No, ha sancito bello bello LuxMassima, fedele alla sua
non credenza. Al solitoBar, anziché santi o prostitute andava
per la maggiore Pelè, seguito a ruota dal signorSenna e dal
signorSabin. Per quest’ultimo si schierarono i quattro
dell’aveMaria, fedeli giocatori di scopone scientifico e creatori
dei funerali con giudizio che si tenevano per commemorare
una dipartita dentro il casotto di Kalashnikow, il becchino. Ai
quali, sovente s’aggiunge l’architetto più biologico del mondo:
il dottorCiro Paternò detto loMaestro. Era proprio lui il più
convinto sostenitore del signorSabin, che a dir suo meritava
d’esser ricordato per sempre giacché con i suoi studi aveva
salvato un fracasso di vite umane dalla poliomielite, senza
chiedere nulla in cambio. Era di origini Palermitane, Ciro, ed
era dotato di uno spiccato senso dell’umorismo e d’una
profonda conoscenza della natura umana che gli consentiva di
fare un mestiere che solo sulla carta non era il suo, il maestro
delle scuole elementari di Qui, anche se era laureato in
architettura.
Invero, questo accadde, Ciro propose una soluzione
democratica: una sorta di concorso d’idee sulle diverse scuole
di pensiero, sugli stili, perché, traparentesi, lì lo sapevano che
la forma veicola la sostanza.
- E sì che la natura è sotto gli occhi di tutti…
affermava LuxMasima. In effetti, era insostituibile: sapeva
spiegarti con estrema semplicità che E = M. C2 dove E sta
per Energia M sta per Massa e C2 sta per velocità della luce
alla quadratura, era la famosa teoria della relatività di Albert
Eistein. E te la snocciolava come stesse parlando di una
partita di tresette. Insomma, non aveva tutti i torti: se ci
siamo, è perché due esseri della medesima specie si sono
cercati e trovati, questa è mamma natura, a me pare, sosteneva
persuaso. Tuttavia fraCasso non si lasciava intortare
facilmente, lui diceva che Dio è giusto, e per questo l’hanno
voluto a fare il sacerdote di Qui…
- Non nella soddisfazione carnale, che pur ci vuole, ma
nella pienezza spirituale che deriva dalla comunione con Dio
si ha il vero godimento, questo è secondo me il senso che
stiam faticosamente cercando nell’Aldiquà.
82
- Mizzica, facciamo una bedda cosa: ogni abitante di
quel diPopoli, ha dieci centimetri quadrati di carta su cui
scrivere come vorrebbe il nuovo monumento e, visto che ci
siamo, anche il nuovo Cimitero. La biro ce la mette lui, amen,
sentenziò loMaestro. E sia chiaro: niscuno sarà accucchia
bruodu, nulla facente.
Ora, raccontare com’era, il dottorCiro è impegnativo:
basti dire che da lontano somigliava a un ippopotamo, e da
vicino a una libellula. La sua stazza parea simile a quella d’un
transatlantico: centosei chili di carne e ossa,
approssimativamente distribuiti in un metro e sessanta scarsi
d’altezza, facevano di lui un nano gigante. Ciò nonostante,
quel che più d’ogni altra cosa sconcertava, era la leggerezza
con cui si muoveva: la sensibilità del suo sfiorar la pelle era
simile a un volo di una libellula. Il volto che si allungava sotto
un cespuglio nero e torvo di capelli tipico dei siciliani, pareva
quello d’un fanciullo tant’era di grazia adornato. Lineamenti
gioviali gli disegnavano una costante serenità. E poi era furbo,
il dottorCiro, a parer di tutti.
Fu il primo a esser caduto fin Qui dall’estero, almeno
tale considerato date le sue origini sicule. APopoli faceva
loMaestro, così come gli aveva consigliato il famoso
professorLoSussurro, emerito reggente della facoltà di filosofia in
quel diPalermo.
scuola avete fatto e perché state qui?, ti chiedeva. Dopo una
vera e propria sagra di banalità, tipo ho frequentato il liceo e
sono curioso, o, ho studiato al ginnasio e desidero acquisire la
storia, è venuto il turno mio. Rosso come un peperone rosso,
ero. Traballante mi accostai al banco suo, com’era d’uso fare
ai tempi miei, e, piano piano, spiattellai il mio verdetto: le
magistrali feci, e vorrei conoscere la verità. Mizzica! No
ceffone grande quanto na tonnara mi mollo o professore. Che
per un bel pezzo bruciava, quanto no limone verduzzo
spremuto su na ferita. Traparentesi. E’ proprio vero che a
megghia parola è chidda ca nun si dici, la migliore parola è
quella che non viene pronunciata. Poi, con un filo di voce,
LoSussurro sussurrò:
- E questo, vi pare vero?
- Altroché, risposi balbettando mentre con una mano
cercavo di verificare i danni della guancia mia, ormai paonazza
e sbuffeggiante quanto l’Etna.
- Allora, voi saprete che la verità è propria dei fatti:
mentre la filosofia, l’amor per il sapere non è vero in sé, aiuta
a cercare, ma mi auguro che non arrivi mai a conoscerla per
intero la signora verità assoluta. Mai. Iscrivetevi alla facoltà di
fisica o a quella di architettura, li vedrete le cose vere dei fatti,
se son quelle che cercate….
La raccontava spesso lui, quella storia li…
- Era il mio primo ggiorno all’università. Emozionato,
fui, fin dai primi passi in quei lunghissimi corridoi… manco
un cane conoscevo, aMaronna & santaRosalia. Appena
entrato, o professore ci chiamò per nome, uno a uno. Che
Altro non seppi fare di raccoglier quei libbri, che ancora
conservo e spesso divoro, e uscire da quell’aula a me proibita.
Sull’orlo dell’uscio, però, nuovamente mi raggiunse la potente
voce sua…
83
- SignorCiro, pensateci: fare u maestro è un bel
mestiere, c’è sempre qualcuno che ti chiede... &Perché?
- A lungo pensai a quell’affermazione mentre,
vagolando di qua e di là in quell’immenso edificio della
conoscenza, dando retta a LoSussurro o professor, pescando
la facoltà d’architettura. Quella scelsi, perché mai e poi mai
sarei riuscito a capire la fisica: come fa un Cristiano a centrare
la bocca con un cucchiaio di minestrina in brodo, mentre la
terra gira a milleseicento chilometri l’ora? Mare e montagne
comprese, aMaronna & santaRosalia. E fui pure tentato di
infilarmi in Scienze Politiche ma mi trattenni perché,
conoscendomi, più che ascoltare avrei cominciato a
rimbrottare e far comizi:
Era fattoCosì, il dottorCiro. E, pervia del fatto che in quel
diPopoli per istruire i piccoli avevano voluto uno venuto dal
di fuori, considerato che gli usi e costumi locali glieli
insegnavano tutti gli altri, scelsero unMaestro che conoscesse
la verità dei fatti. Lasciò a generazioni intere la sua smodata
cultura mutuata con la pazienza che solo lui sapeva avere con
lì più piccoli. Traparentesi, in piena mesopadania inferiore a
più d’uno scappava quell’aMaronna & santaRosalia di siciliana
memoria da lui lasciata in eredità. Senza irriverenza però,
senza presunzione, con il semplice desiderio d’abbracciare la
grazia del capire, tutto qui.
Comunque sia, ancora una volta, una sua pensata giunse
in soccorso al paese intero, tal quale ad acqua pura che
sgorgava da un’alta fonte di ghiacciai disfatti:
- Toh, che bella sorpresa, dentro l’uovo di Colombo
c’era l’America. Fate attenzione però: sveglia ragazzi… il
modello occidentale della via allo sviluppo l’abbiamo
imbroccato a tutta velocità e fors’anche all’incontrario. E
questo, per me, non è certo segno di progresso ed
emancipazione degli Homini.
In America, infatti, pur di costruirsi la felicità che è
addirittura sancita quale diritto nella costituzione, fanno il
diavolo a quattro. Malgrado questo, come sappiamo, la
signora felicità è surrettizia: soprattutto se basata sulla
concorrenza, vero motore americano. Senza comprendere che
è la serenità, questa sì, il vero e proprio auspicio di una vita
sensata. Però, la serenità non vien per certo dal superIo che è
fine a se stesso e tomba della giustizia. Nonostante ciò, per il
modello americano ha senso solo il sacrosanto individualismo,
punto e a capo. Beh, sapete cosa mi avrebbero risposto?
Scrusciu di carta e cubaida nenti, tutto fumo e niente arrosto.
- Daremo a ognuno, grandi e piccoli, un foglio di carta
di dieci per dieci su cui scrivere i simboli che preferiscono.
Per il nuovo monumento e visto che ci siamo anche per il
nuovo Cimitero, ripeté per esser chiaro e limpido quanto il
rosato che produce baraCCa.
Detto e fatto, così andò. Ogni cittadino aveva a
disposizione ventiquattro ore: tre giorni. Tre giorni di lavoro,
voglio dire: perché Lì c’era una norma ferrea… ogni lavoro,
per importante che fosse, non poteva rubarti più di otto ore,
amen. Sicché, il mercoledì alle ventuno, solo dopo che i
contadini avevano terminato di mungere le vacche e accudir la
polleria, loMaestro diede inizio alla lettura delle tesi. Tutto il
popolo diPopoli, da lì più anziani ai più piccoli avevano diritto di
voto perciò, per l’occasione, si adunò per una lauta cena dato
l’evento organizzata in Chiesa. A base di cappelletti e faraona
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arrosto con contorno di catalogna condita con sale, olio, e l’aceto
balsamico che più d’uno Li accudiva in solaio. Con Sibemolle e la
Tacabanda che allietavano la serata seguendo le parole che tanto
somigliano a una bella preghiera alla signora fantasia dell’immortale
Louis Armstrong: la musica nessuno la conosce, quando nasce, nasce per
miracolo non dipende da nessuno, non dipende da me. La musica è quella: una
donna splendida e capricciosa.
E roba del genere. Non era certo la prima volta che
l’intera collezione umana di Qui si adunava per decidere e
mangiare: loro anziché per delega, certe risoluzioni le
prendevano in prima persona, cappelletti compresi. A tal
proposito, poiché ogni persona ragiona meglio se ha la pancia
piena, organizzavano delle abbondanti libagioni. D’estate le
facevano all’ombra di suaMaestà la grande quercia che
svettava nel prato di Partigiano-Reggiano, d’inverno in Chiesa:
perché fraCasso, era sicuro che al signorDio gli piacesse vedere
gli uomini che mangiavano e bevevano insieme. E insieme
decidevano.
Traparentesi, queste gustose assemblee erano un evento
attesissimo dalle rèzdòre, che liberandosi dalle monotonie
scodellate al consorte, si sbizzarrivano nei più gustosi piatti
come il famoso pancotto sempre condito con l’aceto
balsamico, vera specialità di Tùtà Testa. Ad aver la peggio
solitamente era il maiale, in queste terre, a buona ragione
ritenuto il miglior amico dell’uomo. Lo smontavano e
rimontavano in tutti i modi, con salumi dai sapori
stupefacenti, o direttamente sulle braci: Qui, il porco, aveva
vita facile ma breve. Fatto sta che mentre i più giovani
ultimavano la distribuzione dei fumanti et abbondanti piatti,
iniziò lo spoglio…
Ora, se se ne avesse la possibilità, quei dieci centimetri
quadrati di carta dovrebbero essere pubblicati per intero con
un bel si stampi di passata memoria. Non ce n’era uno uguale
all’altro. Perfino la loro classificazione poteva esser fatta solo
per grandi linee: le opinioni spaziavano in ogni dove, da chi
avrebbe voluto un monumento a sant’Antonio protettor de lì
animali, a chi avrebbe molto preferito l’effige del
Oltretutto, suorGiacinta laBirichina dando voce all’ironia
sparava via radio le sue massime di concetto…
- C’è qualcuno che non matura mai, prima è acerbo e poi
marcisce…
- Sapete chi era Molotov? L’inventore della cipolla…
- Sapete cosa c’è di strano nella Molfetta che va in
calore dodici ore l’anno? Il fatto che troverà sempre un
Molfetto che le dirà d’averne abbastanza…
- Sapete cosa fa Dio? Di sicuro più ore dell’orologio.
- Tra lo svincolo Como - Chiasso e San Giovanni Brogeda, a
causa del vento forte non han fatto il Giubileo.
- Cosa ne pensate d’unire le feste ai ponti, alle ferie e alle
sagre, per poi andare in pensione?
- Chi va piano, va sano, ma spesso arriva in ritardo.
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signorCheguevara rivoluzionario per natura, o a Paperino,
eterno sconfitto.
Le proposte si presentavano come gli uomini: tutti
diversi, quindi identici nelle radici. Perché Lì lo sapevano che
quando una cosa riguarda tutti è principio d’eguaglianza. Solo
che se si proferisce che gli uomini hanno tutti due gambe si
capisce subito, mentre se sostieni che son tutti diversi, ci metti
un po’ di più. Attenti però, il DNA non mente: il dato che il
novantanove virgola due per cento è identico per ognuno,
direi che può bastare per prender posizione, o no? Anzi, si
pensi che per quanto concerne il DNA, quello dei topi sia per
il novanta e più per cento uguale a quello degli uomini: sicché
si potrebbe arditamente sostenere che l’HomosapiensSapiens è
un topo più IVA, sosteneva convinto il signorAgostino
baraCCa. Al termine della torta di riso, con grande sforzo i
mucchietti di foglietti furono ridotti a cinque. Simboli
religiosi, laici, simboli storici, simboli ideali e inclassificabili…
A parte un Budda e un Maometto, i simboli religiosi,
perlopiù, erano Cattolici. Ancora una volta tuttavia,
apparivano ognuno fedele al proprio credo. Si spaziava da San
Francesco ai Santi Pietro e Paolo per giungere Santa Chiara.
Taluni si schierarono per Marx, chi per Oscho chi per
Bill Gates, ognuno si mostrava fedele al suo modello, Porca
l’oca.
Infine, fu il turno degli inclassificabili, il plurale, però
non era dovuto al fatto che in quel mucchietto giacesse più
d’un parere. Sola soletta, infatti, svettava l’opinione
dellaFamiglia di Giusto, a suo dire più d’ogni altra numerosa e
complicata, poiché volevano parlare tutti insieme fino a farlo
balbettare. In buona sostanza Giusto, per sintesi estrema,
scelse il disegno: abituato com’era al senso della misura
acquisito nel tagliare vetri e marmi, sfruttò la superficie il più
possibile… dieci più dieci fa venti, vamolà, pensò. Così fin da
subito decise di fare un duplefax, abbozzando la sua idea
davanti e dietro...
Su un lato si poteva notare la sua ipotesi per il
campoSanto e sull’altro sto sacrosanto monumento,: l’uno e
l’altro nei sensi collegati. Ebbene, fu proprio Giusto a
stendere lo pensiero che più di ogni altro apparve degno:
perché se è vero che il campoSanto rende tutti uguali, è
altrettanto vero che il monumento può rende tutti diversi, nei
modelli s’intende. Sicché, come motivazione prese a prestito
la massima di un noto sociologo di cui non ricordava neppure
il nome che per certo aveva letto qua o là…
tuttiParenti e tutti Differenti
86
possibile: Giusto per tener memoria, scriveva lui. Ad
esempio, quando si trattava di rappresentare la personalità del
trapassato nei funerali con giudizio. Perché chi resta
nell’Aldiquà, esprime sempre un giudizio sul defunto, e non di
rado lo si caccia o all’Inferno o in Paradiso, raramente si
colloca nel Purgatorio, perché a parer dei più, là c’è troppo da
tribolare. E poi c’è sempre bisogno di qualcuno che preghi
per l’Anima tua, e vallo a trovare se ne sei capace. Insomma i
funerali con giudizio si tenevano nel capannotto di
Kalashnikow il quale, per prima cosa, annotava la canzone
preferita del defunto. Vacca miseria, appar difficile scegliere
una canzone per la vita. Agostino baraCCa in questo era
fortunato visto che un suo amico, Vinicio Capossela, gli
vestiva praticamente su misura un pezzo chiamato: Che cos’è
l’amor? Che fa: - buona sera signorina sono il Re dalla cantina…
Ma per gli altri: come si fa a scegliere tra Bob Marley e
Battiato, tra De Andrè e Paolo Conte col suo Azzurro, tra
Pelù e Jovanotti che cantano Mai più, come si fa? E Vasco
Rossi, piuttosto che Francesco Guccini o Gaber che spiega, e
dice la libertà non è star sopra un albero e neanche il volo d’un moscone,
libertà non è uno spazio libero: libertà è partecipazione. E poi, il
difficile stava nello sceglierne una tra le tante. Per dire, Esatto
pretese che a rappresentarlo fosse proprio Jovanotti col suo: sono un ragazzo fortunato perché non c’è niente che ho bisogno, perché mi
hanno regalato un sogno. Mentre Partigiano-Reggiano era senza
dubbio alcuno per Guanta la mela.
Comunque sia fu una lunga, lunghissima serata, perché
tutti ritennero opportuno che Giusto dovesse spiegarsi con
parole sue. Intartagliate, d’accordo, ma sue…
Lapidi del campoSanto
signorCaio
signorSempronio
signorTizio
Trampolino delle opinioni
Trampolino
diverse
Ora, siadelle
detto
a suoidee
merito
che il signorGiusto, aPopoli,
era rispettato come lo sarebbe un generale, perché teneva
l’elenco delle lapidi: Qui altrimenti detto registro della livella,
così come chiamava la morte Totò. Marmista figlio di
marmisti, perpetuò la tradizione e annotava coloro che son
passati all’eterno riposo descrivendo per ognuno quanto più
87
- I ci…iCimiiiiii iiiiiiiiii iCimiteri, so…no…sono tutti
diversi, nell’Aldiquà. A me…a me miiiiii…piaaa…
piacereeeeeee piacerebbero tutti uguali, vacca boia.
signorAmarone con deliziosi salami, coppe, sopressate più
l’immancabile signorCulatello a mo’ di Verdi, che profumavano
quel locale. Perché, tra l’altro, egli sosteneva che anch’esse, le
idee, vogliono stagionate per poi sposarsi con la
ragionevolezza portata dal tempo.
- Come sono in America, osservò a tal proposito
Kalasnikow il becchino, in virtù della di lui competenza
maturata sul campoSanto: - Una bianca croce per tutti.
- Ed il monumento?, cos’è?, una roba moderna? Chiese
la signoraGentilezza, mal celando l’evidente desiderio di dar
sfogo alla sua invidia dovuta alla bocciatura della sua proposta
su Pirandello: permalosa com’era, per lei o eri il primo o non
eri nessuno. Sempre. Proprio per questo l’avevano così
ribattezzata, poiché anche lei era fattaCosi.
- Noo, nooooo: nie…niente croci, per l’amor di Dio
niente siii… siii… simboli religio… religiosi nel luogo
deeee… del per sempre. E poi, gli ame… ameriii…cani… gli
americani imparaaaaa… imparano… trooo….troppo tardi
a… a stare al mondo. Da vivi… si…si scannano l’un l’altro,
da… da morti capiscono…d’eeee…d’esser tutti uguali, boo
boia d’un mond lèdèr.
- Nooooo….è uuuna roba antica: co… come sono iiii
punti di vista. La piaaa… la piazza è uuu…una…. la
piaaa…piazza è una vasca d’idee. Allora faaa… facciamoci un
trampolino. Giusto per gua… gua….guardare le ideeeee degli
altri da un altro e alto puuuuunto punto di… di vista. Solo se
acce… accettano il cooo… confronto i modelli sono destinati
a reee…. restare nel tempo, diiii divenendo in taaaa in taaaa
tal modo valori.
- E voi vorreste assegnare a ognuno una nuvoletta?, lo
interrogò Souvenir affascinato dalla bizzarra proposta.
- Si… unaaaaa…una nuvoletta, testimone del teee.…
testimone delloSpirito di ognuuuu ognuno giaaa… giacché
ooo… ognuno muore nella caaa… ca… carne ma può
sopravvivere neee. nelloSpirito, o cooo… coscienza, amen.
Detto e fatto: a parer dei più quelle tesi eran giuste come il
suo estensore, e l’assemblea diPopoli approvò senza esitazione
alcuna. Realizzando il progetto che in concreto facea veder l’idea
duplefax che la morte rende l’Homoparente e il trampolino dei
modelli da spazio all’Homodifferente, Qui il tutto sarà destinato al
confronto: perché la piazza è una vasca d’idee, sostiene il
signorGiusto. E ognuno sarà libero di salir là in cima a decantare il
proprio modello per confrontarlo con l’altrui.
- Quest’è bella, sì, mi sembra davvero una buona idea.
E quand’era Souvenir a emetter sta opinione, state pur certi
che aPopoli gli danvan tutti retta. Il signorSouvenir aveva una
sincera passione per le buone idee. Lì si sosteneva perfino che
giù in cantina, qua e là appuntate su foglietti, ne avesse una
discreta collezione di buone idee. Frammezzo a Nebbioli,
Chianti, Brunelli, Buttafuoco e qualche bottiglia di
88
Pervia della qual cosa, in poco tempo si concretò la sua
proposta: la piazza da quel dì ospitava un semplice ma bellissimo
monumento del trampolino disegnato dall’architetto loMaestro. E il
campoSanto, tutto da ricostruire, vedrà una semplice ma profonda
rivisitazione culturale ponendo una lapide a nuvoletta ove ognuno,
evidentemente, scriverà il suo lascito all’Aldiquà e testimonierà
l’eternoSpirito.
L’imprenditore di quel diPopoli
Souvenir era un gran geniaccio, che si faceva qualche
buon bicchiere, e sosteneva che se sanFrancesco fosse vivo
oggi sarebbe senz’altro inseguito dal Servizio Psichiatrico di
Salute Mentale. Comunque sia lui, in virtù del fatto che meglio
di chiunque altro poteva testimoniare quanto fosse utile per
non dire indispensabile pensare agli altri, in quel diPopoli era
apprezzato più di chiunque altro. La sua storia lo
testimoniava: dacché era l’imprenditore di Qui. Uno che i
soldi non se li era fatti ma guadagnati e condivisi. Amen…
Il bello è che tutto ebbe inizio con un tamponamento.
E’ proprio vero che le buone idee ti possono venire nei
momenti più impensati. Era in via di marcia verso corteGodi e
pensava a quanto fosse cambiata, sta città: fino a poco tempo
fa risultava la prima in Italia per numero di cooperative, oggi
lo era per numero di palestre. Cavolo: hanno cambiato
muscolo, ripeteva tra sé e sé: son passati dall’uso del cervello
all'utilizzo della carne senza capire che s’è belli fuori solo se si
è belli dentro, come recita un modo di dire cinese: quest’era
estEtico, secondo Souvenir.
Comunque sia, stava andando a sbrigare dannate
pratiche per la visita oculistica della moglie, signoraFlorida.
Quando al primo semaforo, una Uno s’è fatta in due
mandando a soqquadro il suo Maggiolone con una botta di
quelle che trasformano tutti i modelli in un catorcio. Grazie al
cielo e alle cinture, tranne le auto, nessuno si fece male.
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Insomma, uno di quei casi dove in molti ti dicono che sei
stato fortunato, e che tu vorresti augurargliene altrettanta di
fortuna: così, giusto per vedere. I rottami erano ovunque, lì
attorno. Sbalestrato e attonito come un fantasma, il
signorSouvenir, non seppe far altro che raccoglierli; nello
stesso tempo una deliziosa creatura con lunghi capelli biondi,
bianca quanto un foglio bianco, scese da quella che solo con
generosità la si poteva ancora definire un’auto e le si butto
letteralmente al collo sbaciucchiandolo qua e là sulla fronte e
sulle guance per sincerarsi che fosse ancora di carne e ossa
costituito.
in cambio risposta alcuna. Allora, scossa da siffatta ipocrisia,
quella macina d’idee che appariva la sua testa, prese a
rimuginare. In un paio di giorni Souvenir aveva trovato una
soluzione. E a bassissimo prezzo, per di più: si trattava
d’istallare una tagliola, un semplice cuneo di legno di forma
triangolare che era in grado scorrere su una tavoletta da
potersi regolare a diverse altezze, posta sotto l’acceleratore.
Più aumentava l’esperienza e più si poteva spostare il cuneo
verso l’alto aumentando la velocità. All’opposto,
abbassandolo la marcia diminuiva. Un vero e proprio
marchingegno, insomma. Che consentisse di fare la gavetta: la
gavetta della tagliola.
- Mi dovete scusare, mi dovete scusare… ho appena
preso la patente.
Limitatore di velocità universale
- Si vede.
- Avete visto la P?
- Ho visto la Pacca, boia d’un mondo.
Da quel momento, il cervello diSouvenir è come se si
fosse grippato come un vero e proprio chiodo fisso su
quell’evitabilissimo incidente. Bastava solo moderare la
velocità perché le cose andassero in altro modo. Lui, invero,
da un paio di minuti sostava solo soletto innanzi a un rosso
semaforo, finché quella bionda principiante dea pareva esser
per davvero bendata e gli si scaraventò addosso. In vario
modo imprecando, allora, lui s’incavolava con la stupenda
pensata della P messa a tergo delle auto dei principianti: a che
cavolo serve poi?, chiedeva e richiedeva a tutti senza riceverne
Il tutto al costo di quattro Euro.
Manco a dirlo, tuttavia, questo era un vero problema:
come poteva funzionare nell’imperante libero mercato un
arnese che costava solo quattro Euro e che andava bene su
tutti i modelli compresi quelli da decine e decine di migliaia di
Euro, e che oltretutto avrebbe potuto salvare vite umane?
90
Male.
suoi oggetti cui allegava il passaporto suggeritogli da baraCCa
per certificare che il basso costo non derivava da alcuno
sfruttamento della persona. Altrimenti la globalizzazione non
è emancipazione ma sfruttamento. Pensate, ripeteva, che
esiste una grossa ditta di pesca dell’Europa settentrionale, che
pur di risparmiare e aumentare i profitti, manda via aerea il
pesce in Algeria, dove gli operai hanno ben pochi diritti, e là
lo eviscerano e lo lavano per poi rispedirlo al mittente.
Economia alla faccia dell’Etica: questo rischia d’esser la
globalizzazione del giorno d’oggi, sentenziava. Pertanto, Qui,
Souvenir era in sostanza ossequiato come lo sarebbe un
ingegnere innanzi a uno squadrone di muratori intero. E poi,
così come fece il signorOlivetti, trasformò un’anonima fabbrica
in un luogo di condivisione con biblioteca, asilo, zona studio e
sala giochi. Lì non si spartiva solo la fatica, ma anche il resto:
le responsabilità, le critiche, le proposte, e perfino gli utili.
Socialismo reale? Forse… quel ch’è certo è che nella sua ditta
anche il più stupido e banale dei lavori non era più alienante,
anzi, per i più era per davvero emancipante. Oltretutto, come
gli aveva suggerito Toro seduto prendendo spunto dalle idee
del signorSocrate: fissò il suo stipendio pari a quattro volte
quello d’un suo impiegato, tutto qui. S’accontentava lui. E se
ne faceva un baffo dei corteGodini che giravano e rigiravano
con i loro SUV: Souvenir si godeva la sua veccia Citrolen
Pallas cui istallò la tagliola si da poter raggiungere al massimo i
centotrenta chilometri orari, dacché di più non serviva. Forza
delle buone idee figlioliMiei.
Lo testimoniarono i fatti: il signorSouvenir per tre lunghi
anni provò in tutti i modi a convincere varie aziende cui
proponeva l’affare. Ma era affare da poco. Le case
automobilistiche poi, col classico savuar fer de lì ricconi,
davanti si congratulavano per la felice pensata e, alle spalle, lo
liquidavano come fosse un pazzo. Oltretutto, per via della
sconcertante semplicità, neppure si poteva brevettare sto
congegno, e anche facendolo in radica o in stile con decori e
fregiature in similoro, il prezzo non avrebbe potuto superare i
sette Euro, IVA compresa. Un’inezia. E siccome il mercato è
libero e osannato solo quando qualcuno guadagna assai sui
tanti che pagano molto, nessun prese neppure in
considerazione di poter produrre un aggeggio del genere…
alla faccia dell’utilità, vamolà. Sicché, quell’idea restò lì
incastrata nella di lui capiente zucca, a fecondare le altre
pensate. E così avvenne, perché siccome non tutto il male
vien per nuocere, il signorSouvenir non ha mica fatto tanto:
piantò su una fabbrica di baracchini inutili d’ogni forma e
colore. Produceva gondolette di Venezia e torri di Pisa; statue
della Libertà e torri Eifel; ponti di Bassano e Battisteri di
Firenze; torri degli asinelli e asinelli siciliani con tanto di
carretto; statue della Pietà e Colossei riproduzioni della Mecca
e Muri del pianto, Tori gemelle e Porte di sanPietro Burgo,
nonché danzatrici che segnano il mutar del tempo: insomma,
un po’ di tutto a patto che non servissero a nulla e non
costassero più di quattro Euro. Il successo fu immediato: il
bum dei souvenir.
In pratica, fece un’azienda con settanta operai e gli
affari gli andavano a gonfie vele: esportava in tutto il mondo, i
91
fede inCristo, parean persin prillarsi al suo passaggio. Bianco
nel volto come un lenzuolo appena candeggiato ma scuro
quanto il caffè nelloSpirito, lo signorVescovo lo accolse con un
gelido:
- Come vi va, padreFilippo?
In Vitaeeternam
- Bene, direi… Proprio bene, Eminenza.
- L’individualismo è la masturbazione del superIo, questa
è la mia omelia di oggi, amen, ha spiattellato quella mattina a
Messa prima dopo aver eseguito le varie liturgie e letto le
sacre scritture, fraCasso. - E se a qualcuno non va giù per via
del palato troppo fine, ebbene, è liberissimo d’andare a
scomodar lo Vescovo, proseguì.
Detto e fatto, la Zitta - così chiamata perché oltre ad
esser zitella, con tanto di sorella in clausura in quel di
Bergamo de scùra, possedeva una portentosa lingua che zitta
non stava mai - presa al volo la santa benedizione, girò i
tacchi verso casa e si portò al riparo da occhi indiscreti.
Giunta che fu, con compunta fedeltà, telefonò proprio al
Vescovo della diocesi di corteGodi con cui s’intendeva alla
perfezione. Anche a lui eran certo note le stravaganze di
padreFilippo Borghetti, che per via del fatto che predicava
poco ma razzolava parecchio, era detto fraCassò. Ma questa
perentoria sentenza sul superIo pronunziata nella Santa Chiesa,
era troppo ardita. Davvero troppo. Così si dispose per una
convocazione immediata.
A fraCasso allora non restò altro che inforcare il suo
unico mezzo di locomozione, la sconquassata bicicletta da
donna, e prender la via del superiore. Trovatosi in Vescovado,
i suoi pesanti passi rimbombavano scoppiettanti negli ampi
corridoi. E i sontuosi quadri che tappezzano li muri
raffigurando illustri porporati, per omaggiar la sua autentica
- In multiloquio non derit peccatum: le molte chiacchiere non
possono essere del tutto innocenti, ricordatevelo padreFilippo.
- Già, ma è indispensabile Instaurare omnia in Cristo,
Eccellenza. Si: dobbiamo restaurare ogni cosa in Cristo, a mio
modo di vedere.
- Sentite, padreFilippo, io so che voi siete un buon
figliolo: figuratevi che avevo perfino in mente di farvi
Monsignore… ma come si può, come si fa, dico io, a
sconcertare in tal modo i fedeli e le pie donne?
- Colpa d’un sogno Eminenza. Un sogno che mi ha
fatto letteralmente camminare nel letto. Vedete, ho
fantasticato una Chiesa con un Papa portavoce e non
Monarca. Una Chiesa fatta dalla base e non dall’alto, giacché,
parola del signorGesù, lo spiritoSanto scende su ognuno di noi e
non su uno solo. Sa, per me, Dio è Giustizia, Gesù è Amore e
lo Spirito Santo significa Ricerca e Abbandono. Ho immaginato
una Chiesa democratica gestita da un collegio di gente da ogni
dove venuta a portare le più varie opinioni sulla fede, per
insieme confrontarle. Una vera casa, in sostanza, dove tutte le
idee hanno cittadinanza purché coerenti col Vangelo e
92
l’esempio di Cristo. Perché penso che Dio ci abbia fattiCosì:
figli suoi creati a sua immagine e somiglianza perciò il modello
è in noi e l’altro, poiché anch’esso figlio di Dio, non solo
merita il massimo rispetto ma m’è addirittura indispensabile.
In oltre ho sognato una Chiesa con un clero che sia libero di
ammogliarsi come lo erano lì santiApostoli… perché anche il
pensiero delle donne dovrebbe abitare la nostra amata Chiesa:
insomma, ho sognato una bella fumata bianca che rende
grazie alle umane opinioni sul signorDio, amen e vamolà.
- Su Nettuno, è lì che giace l’Homonessuno, Eminenza.
- Con questo cosa vuol dire, che il Paradiso non esiste?
- Macché: al contrario Eminenza perché Dio non si
dimentica di chi vive per il bene altrui, solo gli uomini lo
fanno. Ma finché c’è qualcuno che ti pensa, si resta
nell’Aldiquà: l’importante è che qualcuno ti porti memoria.
Fatto sta che dopo morto e seppellito, un bel dì di Settembre,
mi ritrovai alla stazione di Torino. Va pur là che era strana
quella stazione li: chiudeva a mezzanotte. Per i vivi, voglio
dire. Perché subito dopo entravano tutti i caduti in
dimenticanza di quel dì: quelli che non avevano nessuno che
versasse una lacrima per la loro dipartita. Alcuni, freschi
freschi, parevan vestiti di tutto punto come si conviene a un
gran galà, belli fuori ma soli dentro, così come li avevano
frettolosamente infilati nella cassa per sopir ogni ricordo.
Mentre altri si presentavano gnudi o di cenci vestiti perché,
per le più varie ragioni, non avevano nessuno ma proprio
nessuno che pensasse a loro nel nostro bell’Aldiquà.
Era una gran babele di lingue: i vari dialetti si
mescolavano per non dire di un gruppo di signorotti fiorentini
che tra loro conversavano con parlar forbito…
- Il vamolà tenetevelo per voi, e non parlate con
nessuno di queste eresie, intesi?
- Vedete, signorVescovo, in verità credo quia absurdum: io
credo perché è impossibile, è irrealizzabile una vita impostata
sul chiedere anziché sul dare. L’Uomo & Dio soli abitano la
nostra anima, e devono andar d’accordo per giungere alla
paceEterna. Come diceva Sallustio: con la concordia le piccole cose
crescono, con la discordia le grandi vanno in rovina… tuttavia, come
vuole il Magistero, obbedisco. Obbedisco, anche se m’è assai
difficile. Sapete, invero si trattava d’un sogno complicato, me
ne rendo conto, ma non era finito li: figuratevi che ho
fantasticato d’esser morto e dimenticato da tutti. Come sono i
diseredati che camminano per le nostre vie di cenci vestiti.
Quando nessuno ci ha più in memoria, Eminenza.
Immaginatevi che i morti dimenticati se ne andavano tutti
quanti a bordo di un lungo treno…
- Oh suvvia, te tu t’ha visto quant’è lungo, sto treno?
- Se nella cassa c’avessero almeno messo qualche
bottiglia di buonBrunello per confortar lo viaggio…
- E dove portava sto beato treno dei dimenticati? Dove
portava…. L’ha interrotto bruscamente loVescovo.
- Sta tranquillo: in qualunque posto ci porti esisterà lo
Spiritofelice loSpirito diVino…
93
Comunque sto treno viaggiava tutte le notti e scavalcava
valichi e deserti per caricare tutti quelli nei tempi abbandonati.
D’ogni ordine e grado. Tutti……
compresi. Allora non c’era nulla da fare contro sto maledetto
morbo. L’unica cosa che a lui pareva saggia - e secondo me lo
era per davvero - era di mandare i malfermi a raccogliere
petali di rose all’alba per poi ricavarne un decotto… ah,
quanta cura palliativa, quanto mantello per loSpirito c’era in
quei sapori rugiadosi del mattino. Quanta volontà di veder il
sorgere del sole almeno un’altra volta ancora. Invece ci
sforziamo sempre di ottenere quel che è vietato, e
desideriamo quel che c’è negato, questo è il male dell’uomo,
insisteva. Nel dolore del saper di ciò, il dottorNostramus
scrutava il futuro, perché il sapere può farti preVedere.
Eppure, da umano qual era, sbagliò nel voler fissare una data:
il duemila è passato indenne per fortuna. Come lei ben sa.
Mille e non più mille, non va preso alla lettera, esso, infatti,
insegna che agli uomini è dato tanto ma non tutto: e nessuno
sa quando il tempo spegnerà anche il mondo.
Occhio però: se l’Homosapiens non si da una regolata,
non c’aspetta un gran futuro. Quest’è certo. Perciò, l’arte del
prevedere è un esercizio impegnativo ma imprescindibile vera e
propria necessitA’ Fisiologica da esercitarsi nella ferma
consapevolezza che l’uomo è tutt’altro che onnipotente e soprattutto
non è autosufficiente. Ad esempio, io quando posso utilizzo il latino
perché lo ritengo importante, ma mi curo di tradurlo poiché non tutti
lo comprendono. E mi chiedo a che fine il Pontefice abbia
promulgato la messa in latino, lasciando i più a peregrinare nel buio.
Questo a mio avviso è un arbitrario uso del potere nella nostra
benedettaChiesa.
- Ma padreFilippo alcuni non saranno mai dimenticati:
dal signorGesù in giù.
- Esatto, ma il giudizio umano è diverso dal senno
divino. Su questa terra s’è ricordati per il tanto bene così come
il signorGhandi, o per il tanto male vedi il signorHitler. E questi,
come modelli, resteranno Qui fino alla fine dei tempi: sarà poi
il signorDio a scegliere ilGiusto. Sta, di fatto, però, che una
moltitudine di persone son dimenticate persin da vive,
costrette a peregrinar nella miseria e di loro non si porterà
memoria alcuna.
- E’ davvero un sogno complicato. Vi credo quando
dite che vi ha fatto camminare nel letto.
Avete ragione: figuratevi Eminenza che proprio quel dì,
a Parigi, perché quel treno girava l’intero mondo, salì persino
il dottorNostradamus. Era spaesato come e più degli altri. E
continuava a ripetere gutta cava lapidem, gutta cava lapidem… la
goccia scava la pietra. Poveretto, erano in pochi a capirlo. Si
sedette al mio fianco spiegandomi nel suo stupendo latino che
da quando l'ultima delle sue profezie, quella che nel duemila
sarebbe finito il mondo, non s’è verificata, nessuno lo
nominava più. E anche a lui non restava che lasciar sta terra
dell’Aldiquà. Pensi Eccellenza che era un fior di medico che
curava persino lì Reali di Francia, in oltre soffrì molto perché
la peste lo vinse portandogli via l’intera famiglia, figli
- Ora m’è chiaro e certo più piacevole da comprendere: la
vostra è una lotta contro il personalismo fine a se stesso: l’uomo è
dimenticato ben presto se pensa d’esser un superIo.
94
- Precisamente. È proprio così, Eminenza: l’esistenza ha
senso solo se condivisa altrimenti non si conquista la pace
perpetua. E i primi a esser dimenticati sono senza dubbio
alcuno gli egoisti: loro si che muoiono per sempre.
Perché non hanno la grazia dell’a-more eterno, cioè
l’amore che scavalca la fine del tempo: quello che, alla lettera,
non muore. Vede noi uomini sperimentiamo l’amore a più
riprese, talvolta ahimè è anch’esso soggetto all’usura del
tempo e si affievolisce fino a sparir nel nulla: questo può
essere l’amore umano dell’Aldiquà. Cioè perituro. Mentre
l’amore infinito si può sperimentare solo nella grazia con Dio
capace di traghettarti nell’Aldilà, a me pare.
A futura Memoria
- Cento di questi giorni, non uno di più, proclamò
fraCasso a conclusione del battesimo di Giacomino.
Era speciale il frate diPopoli: aveva un naso che
sembrava un cofano di una Volvo 747, e occhi all’insù uguali
a fanali tipo una Tipo, incastrati frammezzo a un bel paio di
orecchie a sventola che udivano anche il più flebile dei
bisogni, in breve, era un modello unico. Come pochi altri a
par suo, sapeva giungere al nocciolo della questione, lo
sviscerava e lo contemplava, lo girava e lo rigirava, poi, certo
d’aver fatto il possibile, lo tirava fuori. Possedeva, in oltre, un
forte senso dell’importanza dell’Aldiquà e proprio non
sopportava coloro che prendevano sotto gamba l’esistenza.
Era, infatti, persuaso che la vita fosse un teatro entro il quale
ognuno potea recitar la parte sua. Ben inteso, non a
prescindere da ciò che la natura gli riservasse poiché essa e
solo essa stabiliva tempi e modi, ma per fortuna non
determinava l’intero corso dell’esistenza che ognuno, anzi,
potrebbe in un certo qual modo far proprio portando a
compimento il destino. Mettendo a frutto i talenti che
ciascuno, ma proprio ciascuno, possiede. D’accordo taluno
diceva che il futuro non era più quello di una volta: ma come
si fa a viver bene senza sperare in un domani migliore?
95
Il signorGiusto e la signoraRosetta, provetti genitori di
Giacomo, conoscevano le di lui stranezze e sorrisero.
APopoli fraCasso era rispettato come un mito, e tutti
sapevano che il senso del limite era il suo vero chiodo fisso…
- Non ci sarà nessuna espansione se non avremo un
posto dove riposar per sempre, cari i miei signori… non c’è
nessuna evoluzione se non si accetta la morte come parte
imprescindibile della vita, suggellò baraCCa.
- Tanti auguri di poter morire, HomosapiensSapiens. E
con tutto il cuore. Cent’anni non vi bastano più?, va bene,
d’accordo, prendetene centocinquanta, ma non uno di più,
dacché dovete lasciar spazio agl’altri, ecco perché. Poi,
approfittando del fatto che in Chiesa c’erano tutti, posto che
Lì battesimi e funerali erano le uniche feste di precetto, diede
il via all’assemblea: - Dobbiamo rifare il campoSanto, e
cominciare nuovamente… RiCoMiNcIaRe, ha sentenziato
sillabando a modo suo.
- Vi rendete conto che ci state proponendo d’abitare in
un luogo dove giungendo, si scorge sulla destra l’intero paese,
e sulla sinistra unCimitero, solo in mezzo a un prato?
- perBacco, è saltato su a quel punto Agostino evocando
fin da principio il suo Dio di riferimento: - Sarà anche balzana
ma a me sembra una buona idea. Così da quella parte della
strada potremo scrivere tutti e a destra Popoli perché tutti i
popoli muoiono.
- D’accordo, ma non possiamo ripartire da un errore: se
lo costruiremo ancora nella sacca grande, alla fine subirà la
medesima sorte, gli fa Sibemolle dall’alto del suo scranno
d’organista.
- Tu… eeeeeee tu…e tuttiPo. i Po… e tuuttiii Po…i.Po.
- Giusto, fate un’estrema sintesi, suggerì in quel mentre
il signorMaròlà pescando nel mare della conoscenza: un amico
sa cosa c’è da fare per aiutare un compagno. L’impeto
espresso con quella focosa partenza, di per sé, gli aveva fin da
subito rivelato che dovea esser questione proveniente dal di
dentro. E, di solito, le cose che da li vengono son sincere…
mica roba da poco, amava aggiungere a sigillo solo dopo una
misurata pausa, il signorMaròlà. Giusto s’intartagliava di brutto,
e sembrava un vero e proprio mitragliatore quando partiva.
Pervia di ciò, Maròlà gli propose un’alternativa: cercare
l’estrema sintesi, e scriverla. Da quella volta li, siccome era
davvero una saggia idea ceduta agratis, Giusto aveva
un’autentica ammirazione, direi quasi incanto, per il
vecchioMaròlà. Fatto sta che le estreme sintesi del signorGiusto,
- Ma non c’è altro spazio, ha prontamente obbiettato
DindonDan stavolta dando voce a sé e non al suo trombone.
Lui parlava pochissimo e musicava un bel po’: e poi, da buon
campanaro, suonava sempre l’altra campana perciò si spense
fin da subito l’acceso borboglio.
- Questo non è vero, abbiamo tutto il campo a nord,
quello oltre la strada…
- Ehi, Kalashnikow, cosa state dicendo: quella è l’area
nella quale abbiamo previsto per l’espansione del paese.
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il marmista fragile diPopoli, Qui erano venerate alla pari d’una
reliquia. Lui possedeva una vera e propria maestria nel
manovrare vetri e marmi che, sosteneva, ingannano nelle
apparenze, a suo dire, infatti, sono opposti in fragilità: poiché
oggi fabbricano dei vetri che resistono agli spari mentre i
marmi, essendo naturali, con botte secche vanno in frantumi.
Anche se, a onor del vero, fin da ragazzino avrebbe ambito
divenir avvocato. Tuttavia, ben presto capì che, a causa della
sua difficoltà nell’articolar parole, nel tempo impiegato a
declamare l’arringa difensiva, il suo assistito potrebbe
tranquillamente aver terminato di scontar la pena. Perciò
divenne abile nell’esercizio della sintesi, dono di non poco
conto.
Invero le estreme sintesi non gli riuscivan facilmente,
anzi talvolta non gli uscivano per niente, sia lodato GesùCristo.
E, di solito, quando Giusto s’alzava da un convivio in silenzio
e se ne andava, state pur tranquilli che quei diPopoli lo
seguivano: certi che abbisognava rifletter sull’argomento. In
ricompensa però, talvolta eran un vero e proprio spasso,
poiché spesso a suggello non risparmiava una sana
imprecazione, memore del fatto che solo ed esclusivamente
quelle, forse proprio perché gli scappavano, riusciva a sputarle
tutte d’un fiato. Sicché, non di rado i suoi proclami finivano in
gloria, o quasi. La morte è la vera livella: la prima
Chiesa, e ancor di più è il tempo che abbiamo dedicato alle
signore litigate sul monumento, e questo è bene, non lo
metto in dubbio. Eppure con la morte non siam noi a dettare
il tempo: quella quando scappa scappa… non possiamo farci
trovare senza ilCimitero, visto che nessuno di noi vuol finire
all’estero per sempre, ha allegato a quel punto Pstrufazio. Anzi, forse la soluzione migliore, la più propizia, sarebbe
quella di far tutto là, nel prato a nord: il nuovo Cimitero e la
nuova Chiesa.
- Piano, piano… andiamoci molto piano con i simboli
religiosi vicino al luogo del per sempre: per l’umanità,
l’unanimità è pace surrettizia. Non siam mica tutti Cristiani
Qui. E quando gli altri non la pensano come te, non c’è che il
confronto, Homoesperto, il contraddittorio, ha scaricato lì bello
bello Convinto pezzo forte dellaFamiglia d’Agostino. I
Cristiani come me vadano nella loro Chiesa, i laici scelgano
ciò che più li aggrada e sarà un bel giorno quando potremo
costruire una casa anche per le altre confessioni, davvero un
bel dì.
Ecco perché abbiamo fatto bene a scegliere una
nuvoletta a memoria dei nostri defunti: simbolo delloSpirito o
coscienza che dir si voglia che mette tutti alla pari.
E’ difficile da credere, lo so, ma aPopoli proprio non
potevano farne a meno della necessitA’ Fisiologica di litigare.
Per la qual cosa, le decisioni importanti si maturavano solo
dopo avervi ragionato su, e a me non par cosa di poco conto.
Per esempio, prendete il battesimo di Giacomino: lui si decise
a trent’anni. Ci strolicò sopra il più possibile su cos’è la vita e
quale senso abbia l’Aldiquà, poi stabilì che a suo parere aveva
necessitA’ Fisiologica degli uomini e Qui si potrà
vedere…. evocante & AdamoZufola, ha vergato sul suo
foglietto dei riassunti che sempre si porta appresso, e in un
batter d’occhio passò di mano in mano.
- Dunque, io vorrei solo farvi presente un piccolo
problemino: sono anni e anni, ormai, che parliamo di rifare la
97
ragione il signorGesù: - se sbaglia lui, sbaglia tutta la melonaia,
ecco.
Ah già, Ecco era il soprannome appioppato nel tempo a
Giacomino: ecco era il suo amen. Non pronunziava frase ove
non vi fosse quell’inutile ma inesorabile sentenza, il
signorEcco. Beh, insomma, siccome i genitori di Ecco, Giusto
& Rosetta, l’avevano cresciuto nel peccato di una famiglia
senza grazia, quali sono quelle senza il decreto del matrimonio
di un sacerdote, allora contemporaneamente al battesimo si
dovettero sposare. Perché si dice che a Dio piacciano anche i
figli irregolari, ma a Santa Romana Chiesa molto meno. Il
fatto è che per sposarsi ci volevano un sacco d’altri
sacramenti: onde per cui d’un sol colpo fraCasso dovette
somministrarne sette. Il tutto senza poterne tirare neanche
uno, anche se, traparentesi, si dice che qualcuno della
suaFamiglia l’avrebbe fatto più che volentieri. Comunque, a
Giusto mancava dalla prima comunione in su, cioè: la sua
prima comunione si mostrò anche l’ultima. Mentre, per
fortuna - e solo per fortuna giacché anche i suoi genitori come
quelli di Giusto erano di quelli rossi che più rossi non si
poteva - Rosetta era riuscita ad arrivare fino alla cresima. Al
solito, fraCasso li tentò in tutti i modi:
aveva coinvolto anche i genitori. Al contrario di ciò che
avviene di solito, e così come accade nel Vangelo in modo
antitetico: avere sperimentato il dare anziché saper chiedere.
Fatto sta che, finite le cerimonie e impartite le
benedizioni, puntuali quanto il levar del sole si ripresentarono
i diversi pareri. E fraCasso ci mise la lunghezza d’un attimo
per capirlo:
- La morte è padrona del tempo, la vita del senso: è per
questo che una vita senza senso non sarà mai vita eterna…
Agostino ha ragione… troviamo presto un luogo ove riposar
per sempre, dacché grande è lo sforzo per vivere nell’Aldiquà.
- In fondo non è poi così male un paese che ha come
panorama il prato degliSpiriti, decretò a quel punto Tùtà Testa,
giacché nessun più della sua perpetua sapea legger nelle parole
di fraCasso Ed il coro degli astanti riempì a suo modo un SI
grande come una casa. Con applausi e risate che ben presto
mutarono in danze che spaziavano dal liscio al reggae, fino a
terminar nel gregoriano delle setteSorelle così ben eseguito da
potersi accostare solo a un calice di Sciachetrac colmo dei suoi
profumi di fiori scelti, e densi sapori alla mandorla. Che avean
persino inebriato Bouchè, così soprannominato per la sua
scarsa propensione all’acqua: sia da bersi che per lavarsi. Il
tutto guardandosi bene dall’uscir di Chiesa, perché il frate
diPopoli diceva che anche al signorDio piaceva ballare e far
baldorie. Sicché il battesimo di Ecco divenne la festa di una
scelta, com’era giusto che fosse. La sua determinazione di
sposare un’idea capace di trascinare anche mamma e papà:
evento raro ma possibile, perDiana. Così convertito alla felice
definizione di fraCasso che voleva Dio in principal modo
- Un buon pastore non fa l’avvocato del Diavolo ma lo
impersona, amava ripetere dopo aver imprecato contro
l’ipocrisia di certi suoi colleghi che pur di far numero
annoveravano masse di convertiti senza coscienza o, peggio
ancora, senza consapevolezza perché in fasce.
E fu davvero felice quel dì, di prenderne atto… davvero
contento, perDiana. Perché la scelta di Dio fatta da un figlio
98
giusto, Pasquino Barigazzi, marmista fragile di quel diPopoli,
si confermò a maggior ragione il signorGiusto, non più solo
per la sua bravura nel tagliare a giusta misura vetri e marmi. E
fu festa degliSpiriti per aver confrontate e sposate le idee fino a
giungere al fior fiore d’una preferenza d’abitare in un luogo
ove tutti condividevano un’unica prospettiva: l’eguaglianza
dettata dalla livella. Detto e fatto: Il giorno appresso alla festa
principiò lo sbancamento. Il campo a nord divenne il nuovo
prato degliSpiriti come aveva suggerito Tùtà Testa, e fin da
subito vi apposero il nuovo cartello con su scritto tuttiPopoli,
che svettava sull’unica via d’accesso a quello strano paese, ove
da un lato si viveva e dall’altro si riposava per sempre. I
corteGodini castigarono quella scelta come una bizzarria. Ma
proprio per questo, giacché bizzarria, divenne parte fondante
di tuttiPopoli.
Sennonché, come il solito, laBirichina ispirata diede
sfogo alle sue minime sulle onde corte…
I Travalicati
E’ stravagante a dirsi ma Qui procedeva tutto così, quei sei
personaggi: Giusto, baraCCa, Esatto, Maròlà, Kalashnikow e
loMaestro governavano il paese con la collaborazione di tutti.
Ogni mese, infatti, facevano le plenarie: grandi e piccini si
radunavano sempre li, attorno alla grande quercia di
Partigiano-Reggiano, considerata monumento a mamma
natura, e parlavano, parlavano, parlavano di tutto quel che
c’era da pronunciare. D’estate era molto bello: PartigianoReggiano portava un sacco di rotoballe e ognuno ci saltava su,
così, mentre il buio si faceva sempre più profondo, anche i
discorsi andavano aldilà delle balle, favoriti da quelle soffici
tribune. Si udivano le voci e, senza scorgere un non nulla, si
distinguevano l’un l’altro dai loro fiati e dalle loro intonazioni.
Sì, le plenarie sulle rotoballe erano davvero magiche:
restituivano il verbo anche ai più diseredati. E anche Elio, sia
pure a modo suo, partecipava perché l’era al più bel mès mat
dal mond, per fortuna di quei di tittiPopoli. Ogni qualvolta
gl’era di gradimento saltava su nel buio e intonava Romagna
mia, altrimenti Via con me del suo idolo Paolo Conte, allora ci
si accompagnavano Sibemolle e la Tacabanda, i cinque ottoni
di Qui che suonavano alla loro ombra, mossa da una fioca
candela e intonavano musiche alla Bregovick, e melodie
zigane. Cui di solito si aggiungeva Esatto anch’esso provetto
musicista che a tuttiPopoli portava il suo contrabbasso in ogni
luogo. Anche questa era una bizzarra eccentricità di quei di
- I passeri si appaiano in cielo, i fessi s’appaiano in
terra…
- Tra lo scemo e il seme esiste la stessa differenza che
c’è tre il germe e il genio…
- Nella vita puoi combattere ad armi pari, ma finire
dispari…
- A causa del buco nell’ozono tra il polo sud e il polo
nord si rischia un enorme polo lesso…
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Qui: a Esatto chiesero di far musica da quando non ci vedeva
più. Lui, infatti, fino a diciotto anni ci vedeva, poi uno
stramaledetto glaucoma gli spense la luce. E lui prese a
suonare il contrabbasso gentilmente offertogli dal consorzio
umano del solitoBar, come chiamano il governo di tuttiPopoli
composto di quei sei famosi personaggi. E strimpellava,
suonava ciò che gli occhi gli ricordavano, il bello dei colori, le
sfumature castane dei capelli della sua compagna… musicava
la vita, Esatto. E in questo modo la abitava. Tutti i santi
giorni, senza che nessuno gli dicesse su, poiché era un suo
sacrosanto diritto che rallegrava l’intera comunità. E i prati
diventavan verdi smeraldo e i cieli si facevano d’un azzurro
che ‘l pennello non saprebbe imitare, mentre le nuvole
scorrazzavano, al suono suo. La quercia si popolava sopra la
sua testa di compartecipi minuscoli spettatori: passerotti e
cinciallegre che cinguettavano al vibrar delle corde
accompagnandolo in fantastiche armonie. L’altro giorno
venne persino coda bianca, la lepre secolare di tuttiPopoli, ad
ascoltarlo. Coda bianca faceva impazzire tutti i cacciatori e si
diceva che l’avesse fatta franca persino con i bresciani che
ogni tanto arrivavano fin Qui, con le loro schioppettate.
Nondimeno lei era più sgaggia di tutti quanti, e con quattro
salti guadagnava sempre un ricovero sicuro. E persino nelle
spesse e impenetrabili nebbie che Li nascevano, s’udivano le
melodie d’Esatto che diventavano un celestiale quanto fermo
punto di riferimento.
scarico vita, morte e miracoli dei defunti. E’ nata così la
tradizionale festa dei travalicati: quando uno si ritrovava ad
avere più affetti al campoSanto che altrove, gli si faceva una
gran festa a tuttiPopoli. Perché da quel momento in poi
doveva convivere con la difficile arte del ricordo: stagione
complicata d’ogni vita, perché propensa alla malinconia. Tutti
allora gli si stringevano attorno e confezionavano un’enorme
torta d’augurio come si farebbe per il miglior compleanno,
solo che anziché spegnerle si accendevano candeline, una per
ogni affetto travalicato, una per ogni amore che aveva varcato
le soglie dell’esistenza terrena per approdare all’eterno riposo.
Così per lì più anziani la memoria si faceva meno pesante:
perché condivisa, perBacco.
Dal registro della livella si evinceva che il nuovo prato
degliSpiriti fu malauguratamente inaugurato da…
SALVATORE
PINGANI
Detto Trincani
ANNI 48
Di spirito diVino ti sei nutrito
e amore hai restituito
D’inverno, invece, le assemblee le facevano al solitoBar.
Tuttavia le più riservate, quelle in cui dovevano palare dei
trapassati le facevano direttamente nella baracca della livella
capeggiati dal custode del per sempre, Kalashnikow. Facevano
i funerali con giudizio: scrivendo sul registro di carico e
COGITO ERGO SUM
100
La morte, si sa, non ha età. E Trincani non ha avuto
nessuna avvisaglia, nemmeno il tempo di scriver di suo pugno
il lascito all’Aldiquà. Allora ci pensò Lapislazzuli, il fabbro
poeta di tuttiPopoli a stilar in due parole quel che tutti
avevano in animo. Il fatto è che un infarto secco come un
chiodo aveva messo temine alla sua esistenza. E dire che si
meritava ben altro Trincani, dacché per lui era d’obbligo
un’espressione, un gesto d’affetto anche per i più diseredati.
In particolar modo da quando aveva preso dimestichezza col
bere e ne aveva fatta una virtù, il tempo suo lo dedicava al
prossimo. Ripuliva le strade di tuttiPopoli e nello stesso tempo
le coscienze dei suoi abitanti, fermandosi anche per ore e ore
a confortare chi ne aveva la necessità. Sicché per quei di Qui
fu un lutto tremendo. Per tre giorni s’incontravano per strada,
o al solitoBar incapaci di proferir parola. Il dolore troppo
grande per esser digerito, rese tutti, sagome di un teatro
spettrale ove non esisteva dialogo: ognuno masticava la
sofferenza tra sé e sé. Ci pensò donLeonardo Tartaglia a
riappacificare tutti col buonDio, ritenuto causa d’un affronto
troppo grande. E lo fece con quest’omelia:
Non è nulla di tutto ciò, è la Terra, il vero Purgatorio: lì
s’ha da compiere il supremo esame. E’ fattaCosì perché lì c’è il
bene e il male, allora è necessario fare quotidianamente i conti
col da farsi per raggiungere almeno il minor male possibile. E
solo a volte prevale il bene talvolta anche in un’occasione sola.
Ebbene, quand’è così, quando il bene t’è sgorgato dal cuore
come da un’alta fonte d’acqua pura, allora non importa più se
nella vita sei stato un malandrino perché Dio ti spalanca le
porte del Paradiso. Dato il fatto che sia pur per poco, hai
abitato il dono disinteressato.
In questi casi, quando cioè in Paradiso arrivano gli
inesperti, c’è bisogno degli onorati membri del sindacato dei buoni
di tutti i tempi: unica Istituzione presente in questo stupendo
luogo. Composta da coloro che in vita han passato tremende
tribolazioni col cuore aperto, pronto a donare. Normalmente
le difficoltà inaridiscono, rendono gli uomini più duri.
Tuttavia ci sono casi assai speciali, dove avviene il contrario: il
tanto star male ti fa esser partecipe del male altrui. Coloro che
han per dono d’esser in questa grazia di Dio sono i cosiddetti
buoni di tutti i tempi, che quando giungono in Paradiso son
festeggiati quanto non mai. Per tre giorni almeno si fa baracca
e giù che si mangia, si beve e si ride a più non posso. Finito
ciò, l’amara pillola: questi signori sono gli unici a dover
lavorare anche in Paradiso. Devono affiancare i nuovi venuti,
in special modo chi ha si fatto del bene ma non si sono fatti
mancar nulla anche delle carnali tentazioni divenendo dei veri
e propri birichini. Ebbene costoro si trovano spaesati in un
luogo dove il male non esiste, il Paradiso per l’appunto, dove
vige una sola norma amarsi nella libertà. Dio ci tiene molto
alla libertà, per questo motivo c’ha cacciato su questa terra in
prova, per veder come ci destreggiavamo con essa e se
Oggi dalle 8.00 alle 20.00
Sciopero generale dei
Buoni di tutti i tempi
Il Paradiso ognuno se lo immagina a modo suo. C’è chi
pensa che sia una devozione continua, una sorta di
ringraziamento perpetuo al buonDio che ti ha premiato.
Snocciolando rosari e messe a non finire; confessando anche
il più banale dei torti commessi, e sentendoti in colpa se non
hai dato una sigaretta a chi ne aveva di bisogno.
101
sapevamo metterla a frutto per il raggiungimento delle cose
propositive e positive. Sì dal fatto perciò, che in Paradiso si
vive in anarchia: è un posto di villeggiatura, insomma. Non c’è
bisogno di altri che decidano per te, che t’istruiscano e ti
proibiscano di far questo e quello altrimenti l’eternità sarebbe
una dannazione. Semplicemente, in un breve lasso di tempo,
s’impara a vivere liberi e amoreggianti. Per questa ragione il
sindacato dei buoni dei buoni di tutti i tempi riveste un ruolo
assai speciale. Perché contrariamente a quanto si può pensare
libertà e amore non sono così semplici d’abitare allora c’è
bisogno di qualcuno che t’aiuti a imparare. Ad esempio, se
una ragazza che tanto ti piace non ti si concede non hai altra
via che corteggiarla con amore, infinito amore. E non è detto
che tanto basti, lei, infatti, sarà libera di accogliere le tue
avance o di rifiutarle. E’ fattaCosì l’eternità. Ciò che di bello
c’è, è che c’è uno squinterno di gente che parlan tutti allo
stesso modo e le occasioni non mancano per certo. Le
giornate scorrono in modo semplice ma con una rapidità tale
che lascia sconcertati, non c’è il minimo accenno a dover
onorare Dio per la sua magnificenza, anzi, lui si vede ben
poco e c’è solo una gran festa per il suo compleanno che si
festeggia ogni cent’anni, se no pensate voi quanti anni avrebbe
Dio. E si rallegra l’anniversario più del solito - ogni occasione
è buona per rivalersi delle tribolazioni vissute nell’Aldiquà per una settimana intera si danza e si balla e i più fortunati
fanno l’amore. Sono cose che si fanno normalmente in
Paradiso, ma in quei giorni hanno un’enfasi particolare.
In Paradiso, infatti, non si lavora se non per libera
scelta, ognuno può fare quel che crede e in molti si dilettano a
passar giornate a far trucioli costruendo stupendi mobili
mentre altri ancora falciano le stupende pianure e colline che
qui crescono o si prendon cura dei vigneti. Qui ha una grande
importanza, lo spirito diVino che anche sulla terra t’inebria e a
tratti ti fa sentir prossimo alla pace eterna. in questo luogo
l’hai già allora non bevi più per alterar il tuo stato d’animo, ma
per accompagnarlo in una sorta di limbo dove le misure e i
registri sono più consoni allo star bene, ed è fantastico: non
sei mai ubriaco se non d’amore. E poi, non essendoci il male,
devi imparare a dire, adesso basta: per il tuo bene. Capita così
anche con le donne a dispetto di quanto si creda: in Paradiso
si fa l’amore spesso e volentieri. E anche chi ha scelto la
castità terrena per devozione a Dio, qua, si accorge d’aver si
fatto la scelta che gli pareva giusta, ma che non era dettata da
Dio. Dio ama l’amore in tutte le sue espressioni: altrimenti
non avrebbe scelto Apostoli ammogliati. Ed è il più felice di
tutti quando scopre che nascono intese tra i suoi ospiti,
quando si mescolano cinesi con danesi, italiani con
mussulmani, quando lo strar bene in libertà vince ogni tabù.
Ebbene ieri è accaduto un fatto increscioso. L’unico
sindacato del Paradiso non ha potuto far altro che indire uno
sciopero. Loro, infatti, appartengono alla categoria dei
richiamati per necessità. Si ha un modo di dire nell’Aldiquà: se
ne vanno sempre i migliori. E’ enfatico, in realtà se ne vanno tutti.
Tuttavia color che abitano un cuore largo sono a rischio
dacché siccome in Paradiso ci sono dei giorni di super lavoro
dove arrivano quantità industriali d’individui e tra questi vi
sono molti spaesati: coloro cioè che non si sarebbero mai
aspettati un simile premio, hanno la necessità assoluta di
vedersi affiancati da un buono di tutti i tempi. Che per un certo
periodo, t’insegnerà che non è poi così semplice vivere
abitando il bene in assoluta libertà. Puoi essere disorientato.
Taluni si tuffano a capofitto in tutto quel che nella vita gl’è
102
stato privato, per poi scoprire che solo se si ha il senso della
misura, è vero bene. Il troppo stroppia anche in Paradiso. Può
capitare ad esempio che qualcuno preso dalla foga si sbronzi,
faccia indigestione, o canti anche per tre giorni di seguito la
sua canzone preferita. Qualcuno fa l’amore a più non posso e
se non riesce a trovare la compagna, si masturba dietro gli
alberi o dietro le siepi perché, insomma, lui ha voglia di star
bene. Ebbene è proprio a costoro che i membri del sindacato
devono insegnare che non è dal tutto e subito che si ha il vero
godimento.
passaporto per l’Aldilà. Gli sarebbe bastato esser soltanto
tribolato che Dio l’avrebbe comunque premiato, ma a lui non
bastava. Aveva un cuore largo di quelli che non si stancan mai
di chiederti:
- Posso fare qualcosa per voi?
Insomma è toccato a lui. E il sindacato s’è ribellato
perché questo sembrava davvero troppo. Allora hanno
stabilito il primo sciopero generale della storia del Paradiso
perché Salvatore proprio non se lo meritava: le sue
tribolazioni su questa terra erano state infinite. E tanto
bastava e avanzava. Siccome però Dio fa tutto con una logica,
anche se a noi spesso sconosciuta e incomprensibile, ha detto
che ha scelto lui perché il suo esempio può fare qualcosa per tanti,
soprattutto per color che restano a peregrinare in questo faticoso Aldiquà.
Tutto qui. Allora lo sciopero è rientrato e s’è fatto una gran
festa a Trincani, gl’han subito riempito un calice di Prosecco
per il ben venuto e lui li ha mandati tutti a quel paese, Santi
compresi.
- Non c’è fretta, vedrete che alla fine l’amore arriverà di
grazia vestito, e con lei passerete giorni e giorni stupendi.
E’ bello far l’amore in Paradiso perché si sperimenta la
vicinanza con Dio. Può, però tal volta capitare, che presi dalla
foga non si adottino le dovute precauzioni, che qui sono
tutt’altro che vietate ma anzi ben viste, e l’amata resti in cinta.
Allora il nascituro vien in gran fretta spedito sulla terra e
diventa un Esposito se capita a Napoli o un figlio di buona
donna se capita altrove. E Madonna mia, quanti ce ne sono.
Questi sono i più tribolati nell’esistenza e i più amati da Dio
che li sente a maggior ragione figli suoi. Comunque sia,
quando capitano queste giornate di particolar ressa e si ha un
gran bisogno di buoni di tutti i tempi per accompagnar lì nuovi
arrivati, si ricorre a mali estremi: Dio fa l’appello e ne strappa
qualcuno ai suoi cari per necessità suprema. Qui lo sanno tutti
quel fatto lì e, per quanto fastidioso, si accoglie perché si
comprende che è necessario per il buon funzionamento del
Paradiso. Ciò nondimeno ieri è toccato a Trincani: Trincani
era un buono tribolato. Uno cioè che aveva il doppio
- Sono libero o no? Ha chiesto.
- Certo.
- Allora lasciate che io beva al momento opportuno
quando per me, come per voi, sarà solo bene, adesso devo
lavorare. CosìSia…
103
Poi venne la volta di….
L’aveva scelta proprio lui quella frase lì d’Orazio non
lodare nessun uomo prima della morte, l’arte è lunga, la vita è breve.
Che poi, burlone com’era lasciò scritto che per il suo
funerale voleva una sola ghirlanda fatta di cipollotti: così
piangerete per qualcosa di buono e alla fine ve li mangerete in
pinzimonio, facendovi l’alito spiritoso che vi ricorderà di me.
E al termine un TFR a tutti: un trattamento di fine riposo e
via tutti a far dell’arte la summa vitae, perché per voi l’Aldiquà
continua, altro che balle. L’insopportabile dolore della morte
d’un amico aveva destato l’interaFamiglia di Agostino barCCa:
che anche stanotte aveva camminato nel letto, come fece a
suo tempo fraCasso, con il lungo e insopportabile sogno di
non sopravvivere alla carnale fine attraverso la memoria, ma
Maròlà resterà Qui, incastrato nel ricordo degli amici suoi.
GELSOMINA
STAMPANELLI
Detta Zitta
ANNI 93
Ho dato senso allaVita
perciò sono mortaFelice
CARPE DIEM
Fino a che giunse anche l’ora sua…
UGO FERIOLI
Detto Maròlà
ANNI 81
ANTE MORTEM NE
LAUDAS HOMINEM
UANTUM ARS LONGA
VITA BREVIS
104
all’esercito e il terzo all’alfabetizzazione. Tutti gli altri
all’agricoltura. E noi di tuttiPopoli siamo un misto di contadini
e pensatori come voi. Per quello che concerne la Chiesa, non
saprei proprio dirvi se da quel di tuttiPopoli avranno un fedele
discepolo, questo proprio non lo so. D’altra parte la vecchia
guardia non manca nevvero? L’esercito penso invece che
andrà liscio, giacché i nostri giovani a tutto pensano fuorché
sparare e farsi sparare, mentre l’alfabetizzazione principierà da
loMaestro e proseguirà a più non posso. Questa sì. Anche se
faranno i contadini, lo saranno col piede largo e il cervello
affinato dalla conoscenza, e questo anche grazie a voi e alla
vostra barberia, vera e propria scuola di pensiero.
Guardando all’Aldilà
Un bel giorno baraCCa si portò trafelato da Toro
seduto, pareva che avesse in animo la verità, tant’era scosso e
arrossato. S’era perfino dimenticato di portar con sé la solita
bottiglia. E poi via che gli scappò una di quelle sue
immancabili considerazioni sull’Aldiquà:
- Toro seduto, io penso che il senso salverà il mondo: il
bello lasciamolo agli Americani.
Si da il caso che, a tuttiPopoli ci fosse una comunità di
vita fondata nel millenovecentosettanta da donLeonardo detto
Tartaglia perché, come Giusto, all’infuori di quando parlava
del suo amato Altissimo, un po’ s’incespicava nel proferir
parola. Sicché dalle labbra sue lo Spirito Santo scendeva come
sgorgasse da un’acquasantiera, mentre tutte le altre parole invero assai poche, poiché per lui parlavano i fatti - eran
vittime di un disco dalla sorte incantato. Per sua fortuna non
ai livelli di Giusto, pur tuttavia gli slittava un po’ la frizione, se
così si può dire. DonLeonardo era uno straordinario ministro
di Dio, così extra-ordinario che il Vescovo di corteGodi nel
duemilasette, dopo interminabili discussioni con gli abitati di
tuttiPopoli ma ascoltando in modo particolare le pie donne e i
ben pensanti corteGodini non poté far altro che scomunicarlo
a Divinis, appigliandosi a un banale pretesto: e cioè che
amasse una donna. Ci fu una vera e propria rivoluzione
capeggiata da fraCasso e DindonDan, che di buon conto
illustrarono al signorVescovo che non solo un sacco di
- Il senso è un significato, ma anche una direzione di
marcia. Non sono convinto vada lontano dal bello, piuttosto
che il bello sia lontano dagli Americani, rispose lui.
- Avete ragione, ho fatto un’estrema sintesi, scusatemi
Toro seduto, ma a me scappano le estreme sintesi. Intendo
dire che il bello di Dowstojevky come la felicità, che gli
Americantanti hanno sancito quale diritto costituzionale, sono
temporali. Io sono uno che crede nel signorGesù e so che il
tempo ha fine, il senso no.
- Sono d’accordo baraCCa, il senso è senza fine. La
salvezza credo si trovi li. Beato voi che la abitate…
- Grazie Toro seduto, e ricordatevi che un tempo nelle
famiglie: un figlio maschio era ceduto alla Chiesa; uno
105
sacerdoti erano nelle medesime condizioni, ma che oltretutto
Tartaglia era un vero esempio d’amore verso chiunque, altro
che balle. Ma a nulla valsero le loro rimostranze: i fatti erano e
restavano meno importanti delle chiacchiere per santaRomana
Chiesa. Nella di lui comunità coltivavano un enorme pezzo di
terra e soprattutto coltivano la solidarietà verso i più deboli,
verso le pecorelle smarrite. Là, infatti, fossero essi
tossicodipendenti oppure semplicemente amore-dipendenti,
erano accolti come fratelli. Ebbene, dal giorno della
scomunica Agostino chiese a donLeonardo di dir Messa
comunque, e lui accettò. Agostino fino ad allora andava da
fraCasso, suo amico fraterno, per le palle diceva lui, ma non
era d’accordo con lui sulla definizione di Dio come giusto.
Infatti, come sosteneva Kalashnikow bestemmiando a
manetta: provate a seppellire un bambino morto per tumore
al cervello, o un giovane morto all’improvviso per non si sa
bene cosa, o un’anima che non ha trovato pace nell’Aldiquà
dandosi la morte, che cambi idea immediatamente. Tant’è
vero che baraCCa pensava che Dio fosse padre e madre,
Gesù amore disinteressato e lo Spirito Santo, ricerca e
abbandono: anche Dio era una bella famiglia, insomma. E
pensava che Dio avesse sì un suo disegno infinito, ma che
questo non fosse neppur possibile immaginarlo agli uomini.
Fatto salvo quando si sperimentava l’amore disinteressato.
Allora donLeonardo, che anch’esso riteneva che le cose
stessero allo stesso modo, accettò l’invito di Agostino e
continuò a celebrare la santa Messa, cui partecipavano
moltissimi di quei di tuttiPopoli. Mentre altri continuano ad
andare da fraCasso.
Orbene, sia pur strano a dirsi, in un piccolo paesino
c’erano due case di Dio. Questo fino a che fraCasso che lo
chiamavano il matto. Il matto perché non portava il saio
sostenendo giustamente che non era l’abito a fare il monaco e
perché come sanFrancesco viveva di poco e vestiva di stracci.
Il matto perché dormiva per terra su uno striminzito sacco a
pelo e amava il silenzio. Il matto perché con gli altri divideva
quel poco. Il matto perché quando confessava dava per
penitenza ore e ore di autostop, convinto com’era che in tal
modo, calpestando la strada, si pregasse veramente Dio. Un
bel giorno ebbe una crisi mistica che lo portò ad avvicinarsi
alle filosofie orientali che credono nella reincarnazione. Litigò
di brutto con baraCCa:
- Ma santoCielo cosa vi passa per la testa?
- Devo esser sincero con voi Agostino, io non ne posso
proprio più di questa Chiesa che predica la povertà coperta
d’oro. Che sostiene di conoscere la Verità assoluta e, tanto per
farvi un esempio manda i miei confratelli francescani a
custodire il sacro sepolcro dove ogni tanto, anzi, ogni spesso
direi, fanno a ramazzate con gli Ortodossi. Secondo me il
Cattolicesimo ha ben poco a che spartire col Cristianesimo
allora io medito. Medito e recito i mantra, vamolà.
- Vamolà dove? Proprio voi che eravate il più bel
seguace del figlio del vento come lo chiamava nel suo libro un
vostro collega francescano che aveva capito tutto di
sanFrancesco. Proprio voi lo abbandonate per rifugiarvi
nell’oooooooooooooommmmmmmmmmmmmmm e pregate
facendo rotolare dei rulli? Pensando giustamente che tutto sia
in divenire, quest’è vero, lo conferma il tutto scorre del
signorEraclito. Nondimeno che nulla, financo il pensiero e le
106
buone idee, possano esser acquisiti nel tempo almeno fino a
quando, penso io, idee migliori le classifichino nel cestino
delle pensate umane? Proprio voi pensate, insomma, che
anche la più nobile delle facoltà umane qual è il pensiero non
sia che una dimensione transitoria. Io, lo giuro, se tornassi a
nascere farei sciopero ad oltranza, ciapa mo sù.
viventi fino a quando il massimo dei massimi è non
reincarnarsi più.
- Giusto. E allora?
-
- Ma lo volete capire o no che il tempo non ha nessuna
importanza? Infatti, tutto muta. Almeno i Buddisti sono degli
autentici non violenti. Sono tolleranti, persino rispettosissimi
degli animali essendo vegetariani.
- Anche questa è proprio bella: sgozzano dei capretti
per lavar col di loro sangue i peccati umani e si professano
puri perché non sentono piangere l’insalata quando è
estirpata, il grano o il farro quando sono mietuti. Vedete
fraCasso gli esseri umani sono per natura onnivori ed io stimo
profondamente coloro che scelgono di nutrirsi solo con
vegetali, a patto che riconoscano che anche loro sono esseri
viventi. Ripeto, se ci fosse dato d’udir il pianto delle piante,
saremmo meno ideologici nelle scelte.
- Suvvia, siate più rispettoso: guardate il Dalai Lama.
L’hanno addirittura nominato premio Nobel per la Pace.
- Hanno fatto benissimo, ma anche sanFrancesco era un
non violento. Chiamava addirittura sorella la morte, anche se
io preferisco la stupenda canzone di Trincani che dice: hai
saputo sposare la signoraMorte. Vedete, secondo me, la teoria
della reincarnazione si contraddice nel momento in cui
sostiene che ci si reincarna infinite volte, in molte specie
107
- Allora; secondo me; questo significa vivere, vivere e di
nuovo vivere per poi sperare di morire per sempre. Io penso,
invero, che non possa esistere il vostro nulla supremo senza l’io,
la propria coscienza, il proprio spirito. Che cosa sarebbe il
nulla cosmico se non ci fossero infinite, particele a comporlo
quali siamo noi, il nulla è quindi pieno anziché vuoto totale.
La vostra estasi non può essere superamento della morte dacché non vi
sarebbe nessuna estasi senza individuo, senza uomo, come sostiene
Edgar Morin. Ah, quanto saremmo maturi noi Homini
quando accoglieremo la nostra morte della carne. E quanto
saremmo felici nel vedere il nostro spirito ricongiungersi col
principio vitale che è in Dio. Non nell’indifferenza cerco la mia
salvezza. Il brivido di meraviglia è quanto di meglio abbia l’uomo,
sosteneva Goethe. La vostra è una crisi tristica anziché
mistica, altro che balle. Detto ciò, non capisco le religioni che
definiscono Dio estrema giustizia o verità assoluta. Gli Allah
sèimpèr dùr, fratelli degli Allah sèimpèr pàs, ad esempio: con
la loro Sciaria hanno tradotto in legge la giustizia divina come
fosse dato loro di conoscerla. In nome di questo,
commettono bestialità atroci. Infibulano le donne e
decapitano chi si permette di contraddire queste loro verità,
oppure lapidano le adultere. E così facendo, come avvenne a
suo tempo con l’inquisizione, spesso tolgono la vita a dei
poveri Cristi, accidentaccio.
- Non vi capisco Agostino. Spiegatevi meglio per l’amor
delCelo…
capace di sposare l’eternità del bene, e il Paradiso so che esiste
ma non lo definisco. Lo immagino allegro Deo gratia, ma non
lo conosco.
- Allora vi faccio un esempio: vedete fraCasso, quando
si elegge un luogo o un simbolo come casa di Dio: i
mussulmani con la Mecca, gli Ebrei con Gerusalemme….
- Porca galera, voi baraCCa volete sempre aver ragione,
e i maghi allora? Cosa mi dite dei maghi?
- Allora, a questo punto, voi che la sapete tanto lunga
dovete dirmi cos’è il Paradiso, l’Inferno, il Purgatorio,
ditemelo avanti…
- Da che mondo è mondo la magia ti fa credere che
risolve i problemi, mentre la fede te li crea. Sentirsi fratelli del
signorGesù secondo me vuol dire semplicemente darsi
disinteressatamente, difficile ma bellissimo, amico mio caro.
E’ ahimè assai più facile imporre le mani o recitare formule
che regalano la guarigione. Salvo scoprire che, comunemente,
queste sono frutto d’una pia illusione. E, senza dubbio alcuno,
scoprire poi che se anche si fosse per davvero guariti da un
male, ce ne aspetta un altro. Ciò nonostante, quel che è
peggiore è che tutto questo lascia il male, che ogni essere
umano alla fine sperimenta, senza spiegazione alcuna quindi
incapace di donarti speranza. Per non dir del fatto che chi
saggia sulla propria pelle la sofferenza, può ricevere in cambio
la grazia di veder la vita sotto un’altra prospettiva: quella di
scorgerne la luce della possibilità di una guarigione con la sua
bellezza. In oltre, può regalarti l’accettazione: quando si ha
una fede, il dolore non dà nessuna espiazione o gratificazione
come taluni porporati insegnano. Semplicemente si accetta
come evenienza naturale dell’esistenza terrena, dacché siamo
in Purgatorio. Certi che nell’Aldilà, sarà tutta un’altra cosa.
- Io penso che viviamo in Purgatorio, che l’Inferno
non sia altro che morire senza aver nella vita abitato un’idea
- Mi lasciate senza parole…. Mi vien solo da esclamare
D’io, cioè Lui è in Noi…
- Adesso basta. Ve la prendete perfino con gli Ebrei
che sono stati sterminati come le mosche?
- Mi tocca fraCasso. Mi tocca. Che cosa avviene in terra
Santa?
- Ditemelo voi cosa avviene.
- Avviene quel che è sotto gli occhi di tutti. Piangono
contro un muro e poi, si girano, e ammazzano dei palestinesi
che abitano lì da sempre. Tutto ciò in nome di una presunta
supremazia su un territorio, che a mio modesto modo di
vedere, per renderlo veramente santo dovrebbe essere
condiviso. Invece, loro hanno bombe atomiche capaci di fare
mille volte i morti che fecero i nazisti. E tutto questo in nome
di Dio.
108
Concili: per vedere se sono in maggioranza coloro che
credono valide le tesi dell’Opus Dei o della Caritas, dei
Lefevriani piuttosto di quelle dei teologi della Liberazione,
&Perché? No signoriPapi avete sbagliato tutto. Fin da
principio. Da quando sedendovi sullo scranno di Pietro vi
siete sentiti capaci di comandare il Mondo. Di discernere tra
ciò che è bene e ciò che è male in nome e per conto di Dio.
Lui, si dice, ha dato dieci comandamenti che io baraCCa non
conosco neppure a memoria ma, nel mio piccolo, mi
permetterei
di
aggiungerne
uno,
uno
soltanto:
HomoSapiensSapiens sei libero di credere in Me oppure no. Allora si
che comprenderemmo quanto le necessitA’ Fisiologiche
accomunino un Muratore con un Pontefice. E liberandosi dal
semplice esercitarle si può guardare oltre. Verso ciò che a
nessun uomo è dato di conoscere, al massimo può
immaginarlo il disegno Supremo. Allora il battesimo ha tutta
un’altra luce. Il signorGesù non ha mai battezzato un bambino
e mai si sarebbe permesso di farlo. Credere dev’essere una
scelta consapevole com’è stata quella del figlio di Giusto.
Amen. Infine, permettetemi un consiglio caro fraCasso,
quando direte nuovamente Messa leggete pure le Sacre
Scritture, ma aggiungete qualche pagina di altri libri, o giornali,
di credenti e non perché il bene, il buono non è monopolio
dei Cattolici. E poi, come già da qualche tempo facevate,
continuate a predicare poco e razzolare parecchio, perché di
questo si ha bisogno per vivere in santaPace nell’Aldiquà.
- Oh finalmente fraCasso, finalmente…. Questo si che
è un nobile proposito: accogliere l’alito di Dio che è in
ognuno di noi. Sì, siete libero di farlo fratel fraCasso, vivaDio.
Comunque, correva l’anno duemilanove, il giorno
undici Gennaio per la precisione. Quando Papa Benedetto
XVI sentenziò:
- I figli sono vostra proprietà genitori cari, e non dovete
assecondarli nei loro capricci o richieste fuori dal vostro
credo.
E con solennità li battezzo. Era, infatti, l’annuale
ricorrenza del battesimo del signorGesù. A baraCCa gli scappò:
- Benedetto?, mah: battezzandoli li avete eletti figli di
Dio, esattamente come il signorGesù. Come fate a sostenere
teologicamente una contraddizione in termini: poiché figli di
Dio, sono nati liberi di discernere tra il bene e il male. Solo se
saranno fortunati, avranno genitori capaci d’aiutarli ma se, per
esempio, avessero genitori come quelli di Trincani? Nessuno
può impossessarsi della vita d’un essere vivente, neppure chi
l’ha generato. A maggior ragione se si crede in Dio che l’ha
creato della sua stessa sostanza. Il sommo Pontefice Papa
Giovanni XXIII si che aveva capito se non tutto, un bel po’.
Sosteneva, infatti, che Dio è Padre & Madre ed ha pure
avvertito l’urgenza di fare il Concilio Vaticano II. Due Concili
in tutti gli anni che dimorano in Vaticano, che pena. Si ha
proprio la convinzione di saper già tutto su Dio e che sia
pressoché inutile che gli uomini ne discutano e su di Lui si
confrontino. Se fosse per me, ne vorrei uno ogni due anni di
Pochi giorni dopo Toro seduto - che dapprima si
professava agnostico per poi dichiararsi ateo - mentre se ne
stava spaparanzato sull’erba fece tre bellissimi disegni per
braCCa.
109
Gesù al ghe più
Gesù..Gesù…Gesù
…….
E baraCCa da par suo gli rispose con un altro disegno,
accompagnandolo con una bottiglia di Picolit, magnifico
passito veneto, che aveva appositamente acquistato per
brindar con l’amico suo laureatosi in quel di Venezia….
Gesù..Gesù…….
Gesù non c’è più caro Toro seduto, ma Deo Gratia ci
sono milioni e milioni di suoi fratelli e sorelle in giro per il
mondo, basta vederli Amico mio caro. E ricordatevi che di
Cristo se n’è stato uno ma tutti gli altri son Qualcuno.
110
- Vi capisco baraCCa e vi rispetto, ma non riuscirete
mai e poi mai a provarmi l’esistenza di Dio.
- Allooooo….Allooooooooooo……Allora?
- Un attimo di pazienza, amico mio caro: l’ortolano gli
rispose che mentre sua madre lo aspettava, all’improvviso,
manifestò la voglia di sentire della musica e, fa lui:
- Ebbene, se è per questo anche i buchi neri sappiamo
che ci sono ma non riusciamo a collaudarli, mi pare. E chissà
quali altre cose esistono nello Spazio o nell’infinitamente
piccolo che ancora non conosciamo quindi non possiamo
esperimentare. Tuttavia v’è di più: non ho nessun bisogno di
provare che ci sia Lui, quanto piuttosto il suo risultato: la
fraternità dettata dall’eguaglianza, che Lui ci propone.
- Mi guardi un po’ io non assomiglio certo a un
giradischi non le pare, non le pare, non le pare?
E l’altro:
Allora, chinatisi per l’ennesima volta a un amichevole
confronto, alzarono i calici di spiritoFelice che rallegrarono
anche Lesto di lingua che quando si trattava di brindare non si
tirava mai indietro, ed Esatto che raccontò una bella
barzelletta a Giusto:
- A parte che s’incanta, no. Proprio come te Giusto, si
vede che tua madre prima di partorire aveva voglia di sentir
un po’ di buona musica…
- Avete ragione Esatto, quant’è bella la musica. E
sarebbe una bella musica per le mie orecchie, sentenziò a quel
punto il signorAgostino, se lì Reali d’Inghilterra ci dessero
anch’essi del Voi. Altro che plurale Maièstatis. Hanno le
nostre stesse necessitA’ fisiologiche, i Reali del mondo intero.
Compresi quegli Sceicchi che per il sol fatto che scavando un
buco, a differenza di quel che avviene Qui, anziché trovar
limpida acqua trovano Petrolio, han si tanti soldi da comprare
navi da riempire con macchine fuori serie e naviganti, cuochi,
camerieri, orchestrali, addetti alla sicurezza, addetti alla
compagnia, addetti ai buoni consigli e vagonate di mogli al di
lor servizio. E se solo si facesse una legge universale siffatta: la
proprietà è privata solo fino a tre metri dal sottosuolo, non credete che
sarebbe meno scandaloso viver su sto benedetto Mondo?
- C’era un signore preoccupatissimo perché sua moglie
che era all’ottavo mese di gravidanza, all’improvviso
manifestò un’irresistibile voglia di cocomero…
- Allora…che…eeee…che…problema….c’eeeeee..c’era
- Ascoltate ben a modo, quel signore cominciò ad
andare per fruttivendoli prima uno poi l’altro, poi un altro
ancora fino a che, dopo averne visitati dodici, l’ultimo gli disse
che in Dicembre era impossibile trovare un cocomero maturo
e lui rispose che in quel modo, come vuole la diceria
popolare, suo figlio sarebbe nato con un’enorme voglia di
cocomero.
- Giiiiiiiuuuuuuuuuuuu…. ggggggiiiiuuuu
111
Allora Esatto, memore del buon consiglio del
signorMaròlà chiese a Giusto di scrivere un’estrema sintesi sul
suo fedele blocchetto degli appunti e lui vergò: secondo me
baraCCa vuole bene all’umanità, santo Cielo…
evviva la buona musica, e anche chi s’incanta,
porca vacca.
Così fu
Quella apparve come la piena del millennio.
Un’alluvione così non s’era vista mai, tanto che la chiamarono
subito esondazione. Non si sa bene se l’ultima del secondo o
la prima del terzo millennio. Era il duemila, per la precisione
e, traparentesi, diversi omini per la foga d’arrivare in ritardo o
di non starci per nulla, riteneva d’esser già nella nuova era,
lasciando a peregrinare nella vecchia quei testardi che
s’ostinavano a contare le decine con le dita. E faceva lo stesso
se in quel modo anche la matematica veniva ridotta a
opinione. Facea lo stesso, nell’Aldiquà. Moriva e nasceva
un’epoca: mica da tutti, esserci.
Comunque: era Dicembre, a onor del vero; allorquando,
sconfinato quanto a memoria d’uomo, non era stato mai, ilPo
profanava anche gli angoli più discreti delle golene. La
situazione non lasciava scampo: dalla Protezione Civile alla
Chiesa, l’umana società era coinvolta, chi offrendo tempo per
rafforzare gli argini, chi elevando preghiere per rinforzare i
ponti con l’Altissimo.
Ma sete implacabile, era quella delPo.
Ogni sforzo d’alzare i terrapieni con sacchi di sabbia si
da restituire al grande fiume lo spazio che il poco senno
umano gl’aveva rubato, si rivelava d’ora in ora crudamente
vano, se non del tutto inutile. I casi erano due: o quelli di
112
corteGodi prestavano i sacchi in esubero a quelli di tuttiPopoli,
oppure si sarebbe allagata la sacca grande. Pervia della qual
cosa, siccome a corteGodi dimoravano in sessantacinquemila,
mentre a tuttiPopoli abitavano non più di seicento persone o
anime che dir si voglia, i casi divennero subito uno: la legge
del più forte. E poi quelli di corteGodi erano vivi, mentre a
tuttiPopoli rischiavano solo i morti, giacché nella sacca grande
altro non c’era che ilCimitero.
Ovvero zona di ripopolamento e sfoltimento, poiché
anche Qui, come in numerosissimi altri luoghi
dall’Homosapiens abitati, nei pressi delle dimore del per
sempre, si consumavano frequenti le passioni d’amore,
rendendo merito al detto campoSanto. Oltre a tutto, in fondo,
a tuttiPopoli lo sapevano che non era certo quello il terreno
migliore per costruire unCimitero: messo li, tra due argini. Alla
fine, doveva pur succedere; suvvia come si fa a innalzare un
campoSanto dentro un’enorme buca posta vicino al grandePo?,
è roba da matti.
cavalcando l’argine maestro, l’intero popolo di tuttiPopoli
prestava gli occhi all’implacabile, crudele spettacolo. Quasi
come in un sogno, le acque, man man salendo, spensero i
lumini. Prima quelli posti a terra, poi via via quelli sempre più
alti fino a spegnere i meno abbienti, giacché, traparentesi,
anche nella sistemazione delle spoglie v’è differenza
nell’Aldiquà: chi ha pochi quattrini dimora per sempre
scomodo a coloro che gli portano il fiore del ricordo.
Tutto s’oscurava agli occhi aprendo spalancati spazi al
rimpianto del passato; finché l’ultimo degli ultimi lumi, quel
che sopra ogni altro brillava, volò via sulle onde scrivendo
l’ormai famosa veritàPerduta
- Occhio però: da che mondo è mondo, di robe da
matti l’Homosapiens né fa, amava proclamare il signorAgostino
baraCCa. Tanto che si potrebbe dedurre che anch’esse siano
una necessitA’ Fisiologica. Indesiderata come molte altre, ma
fisioLogica, sentenziava il retore che talvolta prevaleva sui
molti altri notabili della di lui Famiglia. L’importante è
accettarle e avere l’umiltà di riconoscerle, per poi porvi
rimedio.
- E in discreta quantità, un bel po’ diciamo, perché
perDiana, è ben dura perdonare, esordì Esatto. Quei somari di
corteGodi meriterebbero una bella lezione, giacché hanno
preferito tener sacchi inutilizzati in grande quantità per una
presunta sicurezza. Ma l’occhio per occhio, orba, lasciatelo
dire a me. Noi, invece, dobbiamo guardare avanti: in ragion
del fatto che il dolore c’è, dobbiamo farglielo vedere, nulla di
più. Ed era un nulla di più piazzato lì come fosse non una
pietra, ma un macigno filosofale. Roba che solo Esatto sa
fare, s’intende. Ai nostri occhi, cieco lo era per davvero, e
questo gli faceva vedere l’anima delle cose. Ciò nondimeno, in
ballo tra la frazione di tuttiPopoli e il comune di corteGodi, non
In ogni modo questo, equamente ripartito tra il destino
e ciò che gli uomini a esso attribuiscano, accadde: le eccessive
acque si allargarono dentro la sacca grande. Sicché,
113
c’era più solo il solito scudetto che da anni e anni andava e
veniva colmando di gioie o sprofondando nel dolore i perenni
rivali. Pesava ben di più: una memoria negata. A onor del
vero, per estrema sintesi, Giusto, il marmista fragile, sul
registro della livella scrisse: Memoria annegata, Dio
scàpe da lèt in patìa coi mùdant in man. Ed è
stato anche buono, perché erano in un bel po’ a tuttiPopoli
che proponevano di dargli una regolata per le feste ai
corteGodini, anche se questo avesse significato deviare ilPo
fino a trascinar nel nulla la terra loro. Il dolore, troppo grande
per non reagire, aveva inacidito gli animi. Solo Esatto, con la
sua lungimiranza, poteva….
Il bello è che uno può anche far finta di non chiedersi
ste robe qua. Ma tutti no. Perché se è vero che a interrogativi
del genere, spesso, non s’è in grado di trovar risposta nelle
parole, altrettanto spesso l’azione non può sottrarsi:
fisioLogicamente, Porca l’oca. Di buon conto, inequivocabile
fu la sentenza dei corteGodini:
- I sacchi possono servire a noi. In fondo non sarà una
gran sciagura, se si allagherà la sacca grande: i morti son già
morti.
- Non per sempre, però. Non per sempre. Finche
potremo averne memoria saranno con noi, risposero castigati
nella ragione e nel rancore a tuttiPopoli.
- Ssssssssssstttttttttttttt, fa lui fiondando l’affusolato
dito tra gli spalancati occhi inermi, consapevole che quel
prolungato sibilo aveva il potere magico di riconquistare il
rispetto. Perché un orbo che dice taci, è come un sordo che ti
chiede: - Non senti quel che stai dicendo? Allora, tutti si
rimisero a pensare. Chiamatelo poco. Vorrei avercelo io uno
così nella miaFamiglia: che ti fa ssssssssssttttttttttttt,
innescando la nobile necessitA’ Fisiologica del pensare.
Ma a nulla valse. Soli, sull’argine maestro, irrequieti e
immobili spettatori del lume, finché tutto sparì. La sacca
grande, enorme, riluceva d’acque. Solo il tempo avrebbe
riconsegnato il campoSanto, solo il tempo. E il destino volle
che non lo restituisse mai più: le acque l’avevano portato via
per intero.
Così com’è un paese senza il prato degliSpiriti.
Così, come talvolta capita nell’Aldiquà, tal funzione
provocò il desiderato effetto del saper reagire: la scelta dei
corteGodini di non prestare i sacchi in più, non era di poco
conto: in ballo c’erano domande di quelle che se sai
rispondere non vinci nessun milione, anzi, forse forse ce lo
rimetti, ma puoi dar senso alla vita…
Quando ilPo si riconsegnò al proprio letto, sterminate
quanto un deserto, apparivano le paludi. E tutto, fuor del
limo, era agl’occhi negato. Ciò che alla furia delle onde s’era
sottratto, aveva comunque cambiato forma, e nulla, più di
quelle immagini, restituiva intatto il tutto scorre del
siorEraclito. La sacca grande non accoglieva altro che detriti e
miserie. Nessun muro di cinta, cancello, oratorio. Nessuna
Quando devo aiutare il prossimo? Chi mi è prossimo?
&Perché?
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lapide; neanche un sia pur misero fiore poteva testimoniare
l’incursione delle acque. Tutto si restituì scandalosamente
nudo: solo sopravvissuto, restò ilFuturo.
Fatto sta che immerso in quel dannato orizzonte
limaccioso, sola giaceva quella fossa. Non si sa bene il perché,
ma talvolta si formano nell’animo delle persone strane
convinzioni, e così avvenne anche quel dì: muti di parole
iniziarono a svuotare dalle stagnanti acque ilFuturo, con la
sensazione che solo li avrebbero potuto trovar risposta al loro
dolore. Un lungo passamano che nessuno escludeva, come
con un cucchiaino per il mare, con piccoli secchi, presero a
esplorare.
notte tempo, quelli di tutti Popoli costruirono la loro rivincita
proprio con i sacchi di sabbia. L’idea fu sfornata dal solito
signorSouvenir:
- Dobbiamo fargliela vedere, perBacco. Accumulando
un bel po’ di sacchi vergini e asciutti, e utilizzandoli
stompando l’ingresso del campoSanto di corteGodi.
Detto e fatto. In più, i ragazzi del centro sociale
diRoccabella, vi fecero sopra un bel murales suggerito dal
signorElio, padrone del vento. Poi baraCCa prese in mano ‘l
pennello e scrisse quella che per lui e quei di tuttiPopoli
dovrebbe diventare la più importante delle NecessitA’
Fisiologiche…
Cos’è il destino se non ciò che accade? Cos’è?
Uno specchio, limpido e intatto, giaceva sul fondo
delFuturo. E ve lo dico io che vedersi specchiato in
Uelà, HomosapiensSapiens,
chi vive per sé, muore per
sempre, anche nelloSpirito…
una buca da morto, Vacca d’un cane, fa pensare.
E anche un bel po’. Scrisse allora il signorGiusto. Da allora
quel pertugio che giace solo soletto nella sacca grande divenne
la tomba del superIo o superUomo che dir si voglia, dove per
norma quei di tuttiPopoli andavano a specchiarsi: educandosi
in tal modo a seppellire la supponenza e l’ipocrisia di chi
crede d’esser nell’essenza più importante di chiunque altro.
Quindi, dabbene, ognuno andava a guardarsi nelFuturo.
Ognuno. Aprendo in tal modo le porte al senso
dell’Homointelligente cioè capace di saper legare: legare la vita
con la morte, il limite con il desiderio.
La giustizia, come spesso accade nelle umane questioni,
non ristabilì le forze e non premiò le vittime. Sennonché,
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Indice di “Anche stanotte ho camminato nel letto”
Marco Pattacini è nato nel 1964 a Motecchio Emilia. Nel 2000
ha pubblicato con la casa editrice Gian Giacomo Feltrinelli
“Punto e a Capo” il virus dell’utopia è più forte dell’HIV.
Continua a vivere ed esprimere liberamente le sue opinioni in
Emilia.
&Perché……………………………………………...02
sulleOnde delDNB……………………….………….....03
TipiStrani i straniTipi………………….………...….….13
Uelà, HomosapiensSapiens, cammini sui fiori, lo sai o no?
La vita veste di bianco e nero perché abita il bene e il male
in diverse proporzioni ma tutti, proprio tutti,
camminiamo sui fiori.
il Welfare state diPopoli…………...……………..……26
Il Futuro……………...………………………..……...40
Le veritàPerdute……………………...………………...41
Dedico questo lavoro a mio figlio e a mia madre dacché
mi hanno insegnato e continuano a insegnarmi
un sacco di cose.
Crescere nell’Aldiquà………….………………..……...45
Disegno in copertina di Marco Pattacini Spirito santo
L’imprenditore di quel diPopoli………....…...……..…..89
Recapito mail: [email protected]
In Vitaeeternam………………………..……….….…....91
Il Monumento…………………...………………-…....79
A futura Memoria………………………………...…….95
I Travalicati…………….…….…………………...…….99
Guardando all’Aldilà…………………………..……...104
Così fu………………………………………………...112
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