Perché no? rivista bimestrale edita dall'associazione Perché No
via Terenzi 11, Pesaro - anno II numero 01 del 23 - 02 - 2012
Reg.Tribunale di Pesaro n° 589 del 04/05/2011 - Tiratura 10.000 copie
Stampato in Pesaro dalla Cooperativa Sociale T41B
Progetto grafico artù comunicazione
Direttore Responsabile Michele Gianni
Aderenti al progetto: A.C.L.I., Ciformaper, Ass. ALPHA, Coop Soc. Labirinto,
Coop.Soc.T41B, Ass. volontariato Operatori di Base, CANAAN Coop.Soc.,
Libera.mente ONLUS, Ass. L’alveare, Ass. Omphalos, Coop.soc. Pegaso,
I.R.S. L’ aurora Coop Soc., Italcappa Coop Soc., AmaAquilone Coop Soc.,
Il Grillo Parlante Coop Soc., Solidale Coop Soc., Coos Marche Onlus,
Elettra Ass. Culturale, C.S.C. Asilo G. Macchniz
FAREWELL
WELFARE
?
Politiche sociali:
un addio o un arrivederci
Sabato 3 Marzo 2012 ore 9.00
Pesaro, Via Gramsci 4
Sala del Consiglio Provinciale
PRESIEDONO:
Michele Gianni, Direttore responsabile “Perché no?”
Simone Bucchi, Presidente AVM Pesaro e Urbino
ORE 09.15
PRESENTAZIONE BOZZA DEL DOCUMENTO
“LE POLITICHE SOCIALI CHE VOGLIAMO”
DA SOTTOPORRE ALL’ATTENZIONE DEL CONVEGNO
Marcello Secchiaroli, Associazione “Perché no?”
ORE 09.30
CONTINUITÁ CON IL PASSATO O NUOVE POLITICHE SOCIALI
Graziano Giorgi, Collaboratore IRS Milano
POLITICHE SOCIALI DELLA REGIONE MARCHE:
ABBANDONO DELLA 328?
Angela Genova, Docente Università di Urbino
AMBITI, COMUNI E COMUNITÁ MONTANE:
BALUARDI PER MANTENERE LA RETE DEI SERVIZI
Stefano Cordella, Coordinatore ambito territoriale sociale Cagli
RUOLO DEL TERZO SETTORE NELLA CRISI
Gianfranco Alleruzzo, Presidente cooperativa Sociale Labirinto
ORE 11.45
DIBATTITO E CONCLUSIONI
Dossier convegno “La salute nelle Marche”
Interviste:
Mario Pianta, Maurizio Sebastiani, Paola Fazi,
Armando Zappolini, Andrea Olivero, Daniela Ciaroni
Interventi:
Pierfrancesco Casula sull’evasione fiscale
Scritti:
“La sagrestia” di Paolo Teobaldi
Servizi:
il Laboratorio di segnaletica della Provincia, La scuola femminile di Konto
Inviate commenti, richieste di informazioni, suggerimenti a:
[email protected] - Tel. 335.7587473
così difficile?
un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate?
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Tassare la finanza, ridurre gli squilibri
Intervista a Mario Pianta di Claudio Bocchini
Mario Pianta è
professore di politica economica all’Università
di Urbino e fa
parte del Centro
Linceo Interdisciplinare “Beniamino Segre” dell’Accademia Nazionale dei Lincei. È stato
fellow all’European University Institute,
alla London School of Economics, all’Université de Paris 1 Panthéon-Sorbonne
e alla Columbia University, New York.
È tra i fondatori della campagna Sbilanciamoci! sulle alternative di politica
economica.
D – Professore lei insegna Politica economica e il suo corso ha l’obiettivo, si
legge nella presentazione sul sito della
Facoltà di Economia dell’Università Carlo Bo di Urbino, di fornire agli studenti
gli strumenti per analizzare i problemi,
le scelte e gli effetti delle politiche economiche italiane, europee e internazionali. Faccia capire un po’ di più anche a
noi, la politica, anche economica, internazionale ed europea come sta affrontando questo lungo periodo di crisi?
P - La politica europea non dato alcuna
risposta all’altezza della crisi. Bruxelles
segue ancora la via dei piccoli passi,
sempre in ritardo di fronte alla rapidità
con cui la finanza attacca volta a volta
debito pubblico e listini di Borsa.
E se le prospettive finanziarie sono pessime, quelle dell’economia reale non
sono migliori. Sul fronte della crescita
economica in Europa si è fatto pochissimo, e proprio nulla per rilanciare la
domanda. Ci si aspetta che i mercati
facciano il solito “miracolo” di tornare
a crescere da soli.
Ci si aspetta che l’occupazione possa
riprendere attraverso un calo dei salari
reali sul mercato del lavoro, come se le
imprese assumessero di più lavoratori
quando possono pagarli meno, anche se
non hanno a chi vendere i prodotti.
La ricetta principale è lo smantellamento dei contratti nazionali, con più potere
alle imprese e meno al sindacato per decidere salari e condizioni di lavoro.
Nonostante il precipitare della crisi, non
vengono scalfiti i due pilastri della costruzione europea degli ultimi vent’anni: finanza e neoliberismo. Anzi, come
soluzioni della crisi vengono riproposti
in dosi ancora maggiori con salvataggi
delle banche, privatizzazioni, tagli alla
spesa pubblica…
D – Lei è legato al mondo del sociale essendo vice presidente di Lunaria,
un’associazione di promozione sociale,
senza fini di lucro, nata nel 1992 che
svolge attività di ricerca, formazione e
comunicazione sui temi dell’economia
solidale e del terzo settore, delle migrazioni e della globalizzazione, della
democrazia e della partecipazione e
promuove iniziative di volontariato internazionale. Può scaturire da questo
mondo la svolta di una politica ancorata
al passato che non trova vie nuove per
promuovere il cambiamento?
di dicembre 2011 scrive che uno degli aspetti più pericolosi di questa crisi
consiste nell’assenza di attori e iniziative che si occupano delle condizioni,
della produzione, delle decisioni e del
consumo. E si giunge al suo secondo
obiettivo, controllare l’economia?
P – Oggi si può dire che il 90% degli
europei sta peggio di dieci anni fa e che
il 10% più ricco ha incamerato tutti i
benefici della crescita.
In molti paesi europei e negli Stati uniti
le disuguaglianze sono tornate ai livelli
degli anni trenta; ora una “grande redistribuzione” dev’essere messa in agenda, cambiando i destinatari delle politiche di austerità, tutelando il lavoro e i
salari, difendendo il welfare.
L’economia dev’essere messa nelle condizioni di non devastare più la società.
Occorrerebbe spostare il carico fiscale
dal lavoro alla ricchezza, favorire sistemi produttivi più efficienti e sostenibili
tassando le risorse non rinnovabili e dei
combustibili fossili.
Occorrerebbe riorientare la spesa pubblica utilizzandola per rilanciare la domanda, difendere il welfare, estendere
le attività e i servizi pubblici.
I diritti del lavoro e il welfare sono elementi costitutivi dell’Europa. Dopo
decenni di politiche che hanno creato
disoccupazione, precarietà e impoverimento, serve mettere al primo posto la
creazione di un’occupazione stabile, di
qualità, con salari più alti e la tutela dei
redditi più bassi.
Un’Europa che voglia avere il consenso dei cittadini, e non solo della finanD – Il primo obiettivo è, dunque, il ridi- za, delle grandi imprese e del 10% di
mensionamento della finanza?
privilegiati, deve riprendere il controllo
dell’economia e costruire le sue strateP – Si! Le transazioni finanziarie devono gie comuni su queste basi.
essere tassate e la finanza dev’essere
messa nelle condizioni di non devastare D – Edwy Plenel docente dell’Università
più l’economia.
di Montpellier, ex direttore di le Monde
Devono essere ridotti gli squilibri pro- e fondatore del quotidiano online Medotti dai movimenti di capitale, elimi- diapart, basato su un’idea di giornalinati i paradisi fiscali, serve il ritorno alla smo partecipato propone, sempre su
divisione tra banche d’affari e commer- Micromega, pone, come essenziale in
ciali, una regolamentazione più stret- Europa, la questione democratica, deta contro le attività più speculative e finendola perfino rivoluzionaria, radicalrischiose, si deve creare un’agenzia di mente politica e leva formidabile per la
rating pubblica europea.
questione sociale. Lei evidenzia quale
E di fronte all’aggravarsi della crisi del terzo obiettivo la democrazia praticata?
debito pubblico bisogna considerare
soluzioni alternative: il debito pubblico P – L’Unione europea è nata con un
dei paesi che adottano l’euro dev’essere deficit di democrazia che è diventagarantito collettivamente dall’eurozona. to drammatico nella crisi attuale. Con
Altrimenti l’insolvenza di alcuni paesi l’erosione delle sovranità nazionali, le
potrebbe trascinare a fondo l’Unione forme della democrazia rappresentatimonetaria e l’euro, con un drammatico va, attraverso partiti e governi nazionali,
scenario di frammentazione dell’Euro- sono sempre meno capaci di dare rispopa, depressione dell’economia e disor- ste ai problemi.
dine della politica.
Contestualmente, in questi decenni,
la società civile europea ha sviluppato
D – Il noto sociologo francese Alain movimenti sociali e pratiche di demoTouraine intervenendo su Micromega crazia partecipativa e deliberativa, dalle
P - Il cambiamento più grande è il ritorno della politica, alimentata dai movimenti dal basso che hanno manifestato
in 80 paesi del mondo per dire che questo sistema non funziona, che le politiche devono cambiare. “Indignados”,
“occupanti” di Wall street e di cento
altre piazze, compresa la grande manifestazione italiana, purtroppo sequestrata da gruppi violenti, sono una voce
nuova che può creare le condizioni per
un cambiamento.
Questa nuova politica deve restituire ai
cittadini il potere di decidere sul proprio futuro, deve essere al servizio degli
obiettivi decisi dai cittadini. Ridimensionare la finanza, riprendere il controllo dell’economia, praticare la democrazia sono i tre obiettivi di fondo, i nuovi
pilastri su cui ricostruire l’Europa, che
emergono dalle proteste e dalle alternative avanzate dalle reti europee di società civile. Chi volesse approfondire i
temi delle proposte emerse nei 50 interventi alla discussione sulla “rotta d’Europa” può trovare il materiale su http://
www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/
Finanza-forte-politiche-deboli-e-la-viad-uscita-della-democrazia.-Una-sintesidel-dibattito-1094
mobilitazioni dei Forum sociali alle proteste degli indignados, che hanno dato
ai cittadini la possibilità di essere protagonisti.
Queste esperienze hanno bisogno di una
risposta istituzionale. È il momento di
trovare forme più dirette di espressione
e di decisione democratica, costruendole anche sull’esperienza dei referendum in Italia contro la privatizzazione
dell’acqua e l’energia nucleare.
D – Di messa in campo di un progetto collettivo frutto della mutazione antropologica dell’individuo tratta Cinzia
Sciuto giornalista e redattrice di Micromega. Che cosa può voler dire nel concreto?
P – Penso che sia giunto il momento di
promuovere un Forum di discussione
sociale a livello europeo. Penso ad una
giornata di discussione in tutta Europa
che occupi le piazze, le televisioni e il
web per coinvolgere tutti in una discussione sul nostro futuro. Penso anche
ad una serie di azioni dirette e di comportamenti individuali molto concreti,
ad esempio lo scorso 5 novembre era
il “Bank transfer day”, un giorno per
spostare il proprio conto corrente dalle banche che sono protagoniste della
speculazione finanziaria a quelle un po’
meno tossiche per l’economia.
D – Professor Pianta nel suo ultimo
lavoro “Nove su dieci”, che uscirà
per Laterza ad aprile, analizza anche le prospettive su cui lavorare per
dare un futuro migliore alla nostra
società?
P – Si, in estrema sintesi, si può dire
che questa nuova ondata di partecipazione deve durare nel tempo, costruire
alleanze sociali con sindacati, precari, soggetti economici aperti al cambiamento e creare le condizioni per la
nuova politica, capace di dare voce e
protagonismo a quel “99%” dei senzapotere. È questa la “correzione di rotta”
che serve all’Europa, se non vuole naufragare. E al timone, questa volta, non
potrà più esserci una classe dirigente,
politica ed economica, che ha sbagliato
quasi tutto.
imbarazzante
un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate?
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Come siamo caduti in basso!
Perché stiamo (quasi) tutti peggio di dieci anni fa
Nove su Dieci di Mario Pianta
Laterza, aprile 2012
Q
uasi tutti gli italiani stanno peggio
di dieci anni fa. Questo libro spiega
quanti siamo – all’incirca nove su dieci
– e perché siamo scivolati in basso in
termini di reddito e condizioni di vita.
Si traccia il declino di un’economia italiana con meno produzione, lavoro e salari. Si spiegano l’illusoria ascesa della
finanza internazionale - che ha portato
al crollo del 2008 - e le ragioni della crisi europea scoppiata quest’anno intorno al debito pubblico, che non accenna
a finire. Si mostra come è cambiata la
distribuzione del reddito, con profitti e
rendite finanziarie che crescono e redditi da lavoro in picchiata. Così scopriamo
che il dieci per cento degli italiani più
ricchi ha ottenuto tutti i benefici della
crescita del paese e che si sono moltiplicate le disuguaglianze – tra vecchi e
giovani, tra Nord e Sud - e le povertà.
Come è potuto succedere tutto questo?
Togliere ai poveri per dare ai ricchi, rendere il lavoro più debole e il capitale più
forte è da trent’anni l’orizzonte del neoliberismo, e in Italia questi sono stati i
risultati. Per un’economia fragile come
la nostra, lasciar fare ai mercati ha voluto dire innescare un circolo vizioso dopo
l’altro. Capitali che non investono, ricerca e innovazione assenti, settori avanzati che scompaiono insieme ai “buoni”
posti di lavoro, produttività che cade
quando si diffonde il lavoro precario pagato poco, la crescita che scompare. Sul
fronte internazionale, un’economia più
aperta che perde competitività e produzioni, e diventa più dipendente dalle
decisioni di grandi imprese straniere e
dai mercati dei capitali esteri. Una spe-
CONFCOOPERATIVE
ASSOCIAZIONE AL
SERVIZIO DELLE
COOPERATIVE
E DELLE PERSONE
LA CONFCOOPERATIVE È LA MAGGIORE ORGANIZZAZIONE DI TUTELA E RAPPRESENTANZA DELLE COOPERATIVE IN
ITALIA E DA SEMPRE OFFRE CONSULENZA E SERVIZI ALLE
COOPERATIVE E ALLE PERSONE CHE INTENDONO COSTITUIRE UNA COOPERATIVA.
LA NOVITA’ È CHE DAL 2011 L’UFFICIO DI PESARO È IN GRADO DI OFFRIRE SERVIZI ANCHE AI SOCI E AI DIPENDENTI
DELLE COOPERATIVE (FAMILIARI COMPRESI) PER LA COMPILAZIONE DI:
MODELLO 730, MODELLO UNICO, CONTEGGIO IMU, MODELLO ISEE, DICHIARAZIONI DI SUCCESSIONE E PER TUTTI I
SERVIZI DI PATRONATO
NEL CASO IN CUI LA COOPERATIVA LO RICHIEDA E VI SIA
UN NUMERO MINIMO DI PRATICHE, È POSSIBILE CONCORDARE PREZZI PARTICOLARMENTE VANTAGGIOSI ED ANCHE
LA PRESENZA DELL’INCARICATO PRESSO LA SEDE DELLA COOPERATIVA MEDESIMA.
Gli uffici di Pesaro si trovano in via D’Ambrosi 6 tel 0721.392555
aperti dal lunedì al venerdì
dalle 8,30 alle 13,00 e dalle 14,00 alle 17,00.
www.confcooperative.pesaro.it [email protected]
sa pubblica di cattiva qualità e un’evasione fiscale record che alimentano un
enorme debito pubblico, affrontato con
politiche di austerità che aggravano la
recessione.
Un racconto avvincente, documentato
dai dati essenziali, che dà un senso al
decennio più buio del paese. Sono sotto
accusa le politiche dell’Europa e dell’Italia – non soltanto quelle del berlusconismo - che hanno reso possibile tutto
questo. Ma ci sono anche le politiche
che si potrebbero realizzare per cambiare strada: evitare una grande depressione, costruire un benessere sostenibile,
avere un’economia più giusta.
cambiato il vento?
un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate?
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L’evasione fiscale in Italia
A Los Angeles, con un tasso di evasione enormemente inferiore, un intero penitenziario è riservato ai condannati per reati tributari
di Pierfrancesco Casula
N
el cielo fiscale italiano in verità
non c’è ancora niente di nuovo
giacchè con i rinnovati e vibranti proclami contro l’evasione restiamo ancora
nella fase delle buone intenzioni, già
tante volte sperimentata;eppure già si
percepisce in modo netto che questa
volta è cambiato qualcosa e forse è davvero girato il vento.
Tutto questo accade, a mio avviso,non
tanto per merito di qualche slogan indubbiamente efficace come quelli sulle
tasche altrui, quanto perché in ciascuno di noi la sensazione quotidiana di
impoverimento collettivo ha stimolato
la voglia di guardarsi attorno, in particolare verso coloro che proprio e soltanto per le stesse ragioni per le quali
gli altri si sono impoveriti hanno trovato il modo di arricchirsi: in altre parole
quando abbiamo percepito che il nostro
debito pubblico complessivo altro non
è che il totale corrispondente a decenni di evasione fiscale, ci è venuto naturale di dare consistenza quotidiana e
familiare alla figura dell’evasore come
cittadino che ha già rubato agli altri e
continua a rubare.
L’ingiustizia fiscale che appariva accettabile quando ciascuno riusciva a
trarne vantaggi personali, anche se
piccoli,appare non più sopportabile ora
che è diventato chiaro che i danni che
ne derivano sono ben maggiori e molto
gravi in quanto incidono sensibilmente
sui livelli delle prestazioni sulle quali si
fonda la sicurezza sociale di ciascuno
(pensioni,sanità e via dicendo).
Questo fenomeno, che si percepisce
oggi unicamente nel senso della pubblica opinione prevalente, è tuttavia
molto importante perché l’illegalità di
massa non si sconfigge con strumenti
normativi o giudiziari, ma soltanto attraverso rivoluzioni culturali che fanno
diventare importante ciò che prima non
lo era.
È in corso dunque una rivolta culturale
e sociale contro l’evasione fiscale?
Una risposta positiva sarebbe certa-
mente troppo ottimistica a fronte di
decenni di sottovalutazione e indifferenza.
Per ora direi che una rivolta c’è, ma non
contro l’evasione come fenomeno antisociale, ma soltanto contro le persone
degli evasori considerate quasi come
soggetti teorici, sul presupposto che la
cosa non ci riguarda direttamente tutti
o quasi, ma riguarda principalmente gli
altri e comunque poche persone. In altre parole chi oggi propugna addirittura
la moralità della delazione o applaude
alle “sceneggiate” propagandistiche
cortinesi,lo fa nella convinzione psicologica che si tratti sostanzialmente
di fare un po’ di “caccia grossa” dalla
quale il piccolo evasore ha comunque
poco da temere.
In realtà le cifre che periodicamente
vengono diffuse sui livelli fiscali delle
varie professioni, dimostrano in modo
eloquente che la gravità del problema
non sta nell’uno o nell’altro “picco”,
ma piuttosto e soltanto nella spropositata vastità della “platea”.
Siamo comunque almeno di fronte ad
una inversione di rotta o al tentativo di
provarci?
Sembrerebbe di si, se è vero, come è
vero, che in tutti i paesi europei (con
l’eccezione nostra e della Grecia) tutti
o quasi tutti pagano tutte le tasse e che
dunque basta fare “come gli altri” per
ottenere gli stessi risultati. In sostanza
la convinzione di fattibilità appare oggi
molto elevata, seppure soltanto a livello
di percezione sociale emotiva e di adesione genericamente politica.
I problemi veri al riguardo arriveranno,
per così dire, nel passaggio dalla poesia
alla prosa, perchè da noi tuttavia non
basterebbe e non basterà fare le leggi e
adottare le misure degli altri paesi europei se prima o contemporaneamente
non cesseremo di fare tutte quelle altre
cose ( e sono tante) che ci hanno reso
e ci rendono diversi dagli altri paesi europei evoluti .
In materia fiscale si tratta di poche
cose, tutte importantissime, seppure
su piani diversi.
Anzitutto non si può e non si potrà avere giustizia fiscale senza una amministrazione fiscale efficiente e pertanto
in un contesto di pubbliche amministrazioni efficienti. Quel che differenzia
grandemente l’Italia dall’Europa è che,
altrove, poste,ferrovie,scuole,giustizia e
via dicendo funzionano tutte, come funzionano le istituzioni fiscali, mentre da
noi non funziona niente. Tutto questo è
accaduto ed accade perché in Italia la
politica ha voluto fare a meno della burocrazia per aumentare il proprio potere; la vanificazione della regola costituzionale del concorso per l’accesso agli
uffici pubblici è stata ed è l’emblema
della partitocrazia, specie nelle amministrazioni locali. Non stupisce dunque
che anche in materia fiscale fioriscano
quotidianamente condotte e regole bal-
lerine e mutevoli,che altro non esprimono che l’ingerenza della politica ed
altro non ottengono che la sfiducia dei
contribuenti onesti.
In questo contesto,tutto italiano, appare risibile la fiducia che si ostenta,
per il futuro, nei Comuni e nei Consigli
tributari. E se è vero che nei quasi 40
anni ormai che faccio il giudice tributario, l’amministrazione finanziaria statale ha fatto passi da gigante nel senso
della efficienza, è anche vero che questo è avvenuto anche grazie al punto
di partenza che era veramente infimo.
Resta comunque opportuno tacere della
Giustizia tributaria vera e propria,nella
quale l’ingerenza ministeriale eversiva
del corretto contesto giurisdizionale diventa sempre più arrogante e molesta.
In sostanza nessun serio contrasto
Lega Regionale delle Cooperative e Mutue MARCHE
Settori d’intervento
• Start-up d’impresa cooperativa
• Assicurazione previdenza e mutualità
• Assistenza fiscale, contabilità paghe
• Assistenza alla Certificazione di qualità
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cambiato il vento?
un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate?
all’evasione fiscale come fenomeno di
massa risulterà fattibile fino a quando
l’attività degli uffici consisterà principalmente nel fare le pulci,soprattutto
formali, alle dichiarazioni dei contribuenti fatte cinque anni prima.
La seconda cosa assolutamente da fare
consiste nello smettere di premiare sistematicamente le condotte illegali.
Anche questo fenomeno supera l’ambito strettamente fiscale: infatti ogni volta che c’è una forma di illegalità diffusa, ai nostri uomini politici non par vero
di proporre di superarla “per l’ultima
volta” con un condono o una sanatoria.
Questa logica folle, ispirata unicamente dalla cultura del “comparaggio” che
ossessiona i professionisti della politica
che senza quel “mestiere” rientrerebbero nel gregge,pretende di premiare
chi ha violato le norme proprio e soltanto perché lo ha fatto, e con ciò stesso
di punire chi le ha rispettate proprio e
soltanto perché lo ha fatto. Si tratta di
condotte eversive della legalità perché
ne capovolgono i valori, vuoi quando il
condono edilizio consente opere che restano vietate a chi ha rispettato le leggi
e vengono autorizzate invece solo per
chi le ha violate, vuoi per il condono fiscale che concede sconti solo a chi è
già insolvente.
Questa schizofrenica pseudocultura si è
resa evidente anche in questi giorni nei
quali il Parlamento sta provando a varare un ulteriore condono per le affissioni
elettorali abusive e, per buon peso, un
ulteriore condono fiscale operante fino
al 31 dicembre 2011.
Il messaggio terrificante che ne segue
è che tutto si vende e tutto si compra e
che quindi anche per i condoni fiscali
non è cambiato nulla e che pertanto chi
crede alle promesse di lotta all’evasione è e resta un povero,seppur onesto,
gonzo.
[email protected]
La terza cosa da rottamare è il “patto
silente” fra governanti e governati sul
“nero” e sull’evasione. Sulla scena italiana da quasi trent’anni sta andando
in scena la stessa commedia intitolata
“manette agli evasori”, che è il titolo
(giornalistico) di una legge approvata
come urgente nell’agosto 1982.
Quest’estate il Ministro Tremonti, nel
motivarne il lieve aggravamento, affermava che le sanzioni penali per gli
evasori erano via via “diventate solo
virtuali”;a fine novembre la Corte dei
Conti ha scoperto che le disposizioni
penali “restano per lo più inapplicate” perché la legge ha “enormi punti
di debolezza”. In parole povere: nessuno da noi va in galera per evasione
fiscale, stante la scarsa incidenza delle
previsioni normative e la modestia delle
sanzioni, se non quando si scopre un
collegamento con reati fallimentari di
bancarotta.E tutti sappiamo invece che
5
a Los Angeles,con un tasso di evasioni
fiscali enormemente inferiore al nostro,
un intero penitenziario è riservato ai
condannati per reati tributari.
Questa folle “debolezza” omissiva tutta
italiana ha ragioni tecniche e giuridiche
piuttosto complicate, ma il risultato è
sotto gli occhi di tutti: la legge italiana riesce a punire chi rende dichiarazioni inesatte per ottenere contributi
assistenziali (fitto,libri scolastici,tasse
scolastiche, tickets, ecc) ma ignora le
truffe fiscali che sono ben più gravi ed
in tal modo prevede un trattamento di
favore per gli evasori rispetto a coloro
che cercano di imbrogliare lo Stato in
qualsiasi altro modo. Il risultato paradossale è il recente dissequestro del
piroscafo di Briatore,perché la data per
dichiararlo fiscalmente non era ancora
scaduta.
Si può dunque sperare nel futuro, ma è
meglio non sperare troppo.
SCRITTI ERRANTI narrazioni girovaghe e ingannevoli di fra’ Galdino
I Pesaresi e le imposte … e non solo quelle delle finestre
Blitz degli agenti del fisco, sullo stile di Cortina, anche in piazza del Popolo di Pesaro.
Alle ore 18,30, in pieno flusso “vascatorio”, diverse decine di agenti in borghese hanno fermato e identificato numerosi sospetti evasori totali.
Questa la prima lista presente in un comunicato ministeriale:
• Nessuna macchina di lusso rintracciata dai controllori (di certo cercarle in piena isola pedonale non è stato il massimo dell’astuzia!!!) e nemmeno barche di un
certo rilievo ancorate all’ingresso dei palazzi della politica
• Fermato il consigliere comunale Trebbi in possesso di 300 mila TITOLI … di interrogazioni
• Arrestati 7 piccioni che si erano abbeverati alla fontana senza ritirare lo scontrino fiscale
• Interrogato il complesso musicale Ricci e Poveri che alla fine ha dovuto svelare la vera identità: trattasi del Presidente della Provincia e dei debiti del suo Ente
• Presidiato il palazzo delle poste dopo una violenta contestazione dei cittadini sulle lunghissime attese (i finanzieri hanno notato che senza numero ogni persona
corre veloce verso la cassa libera, ma da quando ci sono i numeri i cassieri tra un utente e l’altro prima di spingere il numero successivo … mettono in ordine
pratiche, fanno merenda, si truccano, aprono dibattiti, fanno esercizi yoga ecc ecc)
• Fermati tre barboni che dormivano in tenda e l’assessore Belloni che dormiva nel tendone
• Arrestato un anziano perchè con la pensione che prende non può certamente permettersi la bicicletta elettrica con cui sta muovendosi
• In un momento di relax 5 agenti si sono fatti tagliare i capelli a fianco di Rocca Costanza da signore moldave. Qualche dubbio se hanno rilasciato ricevuta fiscale.
• Fermato gruppo di presunti vagabondi nella stazione ferroviaria: i componenti sono stati prontamente rilasciati quando si è saputo che erano esponenti del Popolo della Libertà che manifestavano per la soppressione dei treni. Duro comunicato del segretario provinciale PDL Bettini, non presente al fatto, che ha dichiarato:
“perchè avete liberato subito così tanti avversari politici?”
• Trovato signore distinto in possesso di un revolver. Svelato in breve tempo l’equivoco… si trattava dell’assessore sceriffo Pascucci nel pieno delle sue funzioni
istituzionali
• Interrogato a lungo un signore che avendo denunciato 20.000 euro di reddito lordo viaggiava con automezzo di notevoli proporzioni. Gli agenti non hanno ancora
appurato che trattasi di autista part time dell’AMI che stava guidando la navetta
A margine del blitz, l’ASUR ha fatto sapere che gli strumenti che segnalano l’inquinamento acustico hanno avvertito un picco incredibile di rumorosità durante la
visita in piazza degli agenti: era il frastuono assordante dei registratori di cassa … molto spesso in letargo.
confortante
un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate?
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Il successo delle Università “popolari”
Intervista con i Presidenti dell’Università dell’età libera di Pesaro e dell’Università dei saperi “Giulio Grimaldi” di Fano
Un esempio di partecipazione dal basso.
A Pesaro ed a Fano hanno acquisito un
ruolo sempre più importante nella vita
culturale della città. Sono le “università
popolari”, costituite da gruppi di cittadini che promuovono attività di formazione, di informazione, di acquisizione di
abilità manuali e di sviluppo della creatività in differenti campi.
A fronte di un impoverimento dell’offerta
culturale dell’ente pubblico, falcidiata
dai tagli di bilancio ed all’inconsistenza
del sostegno alle proposte culturali da
parte delle imprese private, alle prese
con tutt’altri problemi, le associazioni di
cittadini amanti dei saperi svolgono un
ruolo sempre più prezioso, valorizzando
le risorse intellettuali presenti nel territorio e favorendo la crescita civile e culturale della comunità locale.
PESARO
Università dell’Età Libera.
Intervista con il presidente
Maurizio Sebastiani
D Quando è nata questa esperienza?
R È nata nel 1989/90 con il suo primo anno accademico ed è proseguita
fino ai giorni nostri. È nata allora ed è
rinata successivamente arricchendosi di
nuovi indirizzi e cercando sempre più
di farla diventare non tanto l’Università della “terza età”, ma dell’Età libera,
così come era stata pensata dai suoi soci
fondatori. Nacque allora per rispondere
alla richiesta di cultura permanente e
sulla spinta di operatori scolastici che
lavoravano nell’ambito dell’educazione
degli adulti e di tante persone e organizzazioni sociali che credettero in questo
progetto, oltre che dalla sensibilità degli Enti istituzionali. Vorrei qui ricordare
Evio Tomasucci e Marcello Secchiaroli,
che all’epoca avevano ruoli istituzionali
importanti e che hanno sostenuto questa iniziativa.
D Quindi bisogna sfatare l›idea che gli
anziani siano i principali frequentatori
dell›Università?
R È molto importante sfatare l›idea che
sia riservata agli anziani. Invito tutti a
venire la sera nella nostra sede per rendersi conto di chi frequenta i nostri corsi. La fascia di età più rappresentativa è
fra i 40 e i 50 anni. Anche gli orari dei
corsi tengono conto delle esigenze delle
persone che lavorano. Per questo i corsi,
soddisfacendo le richieste e le esigenze
degli iscritti, partono dalle 18,30/19.
Pertanto anche quelli che lavorano, giovani e meno giovani, possono frequentare agevolmente l›Università. Tant›è
che abbiamo un gran numero di iscritti:
1800 l›anno scorso e quest›anno prevedo che supereremo i 2000, tenendo
conto anche dei corsi che partono nel 2°
quadrimestre.
D Chi sostiene l›Università e come viene
amministrata?
R È un bell›esempio di autogestione che
secondo me potrebbe essere di esempio
anche per altre istituzioni. È gestita essenzialmente dai soci con le loro quote
di iscrizione che sono molto basse e poi
dal volontariato di tutti i componenti il
comitato di gestione, dei coordinatori e
del presidente,senza nessuna forma di
rimborso spese. Gli stessi docenti vengono retribuiti con quote modeste, molto
vicine al volontariato. Tutti quindi sono
disponibili a portare avanti un discorso
di tipo culturale per la città.
D’altronde il successo della nostra
università,dimostra che a Pesaro scarseggiano offerte di tipo culturale. Ripeto
noi non costiamo nulla alla collettività.
Dobbiamo comunque sempre ringraziare
la Provincia che ci ha messo ha disposizione i locali con un affitto simbolico.
D Quanti sono i corsi che l›Università gestisce?
R Abbiamo 120/150 corsi. Spesso i
corsisti chiedono di fare ulteriori lezioni
e corsi e quindi i corsi si prolungano e in
pratica se ne formano di nuovi.
D Che tipi di corsi effettua l’Università?
R Andiamo dai corsi prettamente culturali e tradizionali tipo: letteratura, arte,
filosofia indiana a quelli di tipo scientifico come fisica e astronomia. Poi ci sono
quelli manuali tipo: laboratorio di cucina, di ceramica, di cucito che ha una forte partecipazione anche di uomini. Sottolineo di nuovo che i nostri prezzi per
frequentare i corsi sono molto contenuti,
anche rispetto ad altre offerte presenti in
città.
D Vogliamo specificare meglio quale è la
tipologia degli iscritti?
R Ci sono molti giovani e persone ancora
in età di lavoro. Comunque molti vengono non solo per apprendere ma per la
voglia di socializzare. È interessante che
nella stessa aula ci sia il ragazzo ventenne insieme alla persona adulta ed anche
al settantenne.
D Si potrebbe dire che è un luogo di partecipazione dal basso
R Perfetto, perfetto.
D Quale è la tipologia dei docenti?
R Per i docenti siamo molto rigorosi. A
loro chiediamo innanzitutto di condividere la nostra filosofia,accettando di fare
un simile volontariato,come già detto.
Poi utilizziamo i docenti con esperienza
e professionalmente noti in città,ma siamo aperti anche ai giovani bravi e preparati che ci sono e che noi valorizziamo il
più possibile.
D Quali sono le prospettive?
R Potremmo crescere ancora di più, ma
da come siamo strutturati con una sola
impiegata e tutto volontariato,portare
avanti una struttura di 2000 iscritti,con
tutte le loro giuste esigenze e richieste
anche qualitative, è complicato. La crescita potrà essere solo moderata e costruita.
D Quali sono i problemi attuali?
R
Sono
sempre
quelli
della
logistica,importantissimi. Siamo potuti crescere grazie agli spazi e ai locali
che utilizziamo. Ma se,come sembra, ci
vogliono confinare in altra sede, non so
come possiamo continuare a mantenere
la stessa efficienza.
D Visto che parliamo di Università,lei si
sente Rettore?
R Mi sento soprattutto bidello: sposto i
banchi, vengo a controllare, ecc. Come
Rettore direi di no. C’è un comitato
molto efficiente, con un bel rapporto di
amicizia. Sono dieci anni che questo comitato lavora all’unisono senza litigi e incomprensioni. Porta avanti una filosofia
che ormai va avanti da sola. FANO
Università dei saperi
“Giulio Grimaldi”
Intervista alla presidente
Paola Fazi.
Paola Fazi, presidente
dell’associazione che dal
2004 promuove
nella città di Fano
corsi e laboratori
per cittadini di tutte le età, sottolinea
il plurale “saperi” che è stato messo nel
nome dell’associazione per dichiarare
l’intento di diffondere tutti i saperi, anche quelli legati alla manualità. Non a
caso l’attività prese il via attingendo ai
fondi del progetto regionale “Anziani
come risorsa”, con cui si vollero valorizzare i saperi di cui gli anziani sono portatori. Giulio Grimaldi, a cui l’Università
è intitolata, è un personaggio di spicco
della cultura fanese tra ‘800 e ‘900.
D. Quindi non un’Università per anziani,
ma un’università in cui gli anziani siano
protagonisti …
R.Si, all’inizio ci siamo posti l’obiettivo
i rispondere alla domanda di educazione
permanente che non è una prerogativa
solo degli anziani. Siamo partiti con 10
tra corsi e laboratori, ma fin dal primo
anno abbiamo avviato attività non propriamente corsuali rivolte a tutta la cittadinanza: convegni, conferenze, mostre,
concerti…
D. Oggi quanti corsi propone l’Università
dei saperi?
R.Quest’anno siamo arrivati a 50 corsi
e 30 laboratori. Nei primi anni abbiamo
proposto noi gli argomenti dei corsi, ma
di anno in anno abbiamo recepito le richieste della città ed organizziamo corsi
sulle materie più diverse. Siamo partiti
con i corsi di informatica e delle lingue
più gettonate, oggi abbiamo corsi di Rus-
so, Arabo , Cinese, Grafologia, Filosofia,
Arte, Storia, Economia e naturalmente di
Informatica che è richiestissima, anche
dagli anziani. Anche i laboratori spaziano
sui saperi più disparati, dalla raccolta di
erbe spontanee, alla Legatoria, Potatura,
Giardinaggio, Pittura, Fotografia e Cucina, che è frequentatissimo dai giovani.
Gran parte dei corsi sono gratuiti, il volontariato è il punto di forza dell’associazione.
D. Avete tra i docenti anche alcuni nomi
prestigiosi. Cosa li spinge a fare lezione
gratis?
R. È una bella domanda… Credo che sia
bello vedere delle persone, dei concittadini, motivati e desiderosi di sapere. Ritengo che il successo dell’Università sia
indice di una collettività civile piena di
risorse, Fano è una città con una sostanza positiva, un po’ sottotraccia, fa molte
cose concrete senza gridarle ai 4 venti.
D.Come si sostenta l’Università.
R.Principalmente con le tessere, per
partecipare ai corsi bisogna associarsi,
rinnovando l’adesione ogni anno. Abbiamo circa 400 soci che versano una quota
sociale di 25 euro. Abbiamo dalla Provincia un contributo erogato in base ad
una legge regionale, mentre il Comune
ci dà più che altro un sostegno logistico,
mettendoci a disposizione spazi, come
la sala ipogea della Memo. La Banca di
Credito Cooperativo copre le spese del
vademecum dei corsi, la Carifano ci appoggia mettendoci a disposizione Palazzo Corbucci e l’aula di informatica, abbiamo una convenzione con l’ITC Battisti
per l ‘uso delle aule. Usiamo e facciamo
vivere gli spazi della città. Nel 2010 abbiamo vinto un premio per il concorso
“la città visibile” per un progetto di coinvolgimento di quartieri periferici (Fenile
e Sant’Orso) nelle attività dell’Associazione. Il progetto si è concretizzato solo
in parte.
D.Le donne sono l’anima dell’associazione?
R.C’è una prevalenza femminile sia nel
gruppo di volontari che negli iscritti. Le
donne hanno voglia di fare, di capire…
D.Prospettive per il futuro e problemi?
R.Quest’anno le attività non propriamente corsuali hanno trovato una grande
rispondenza nella cittadinanza. Con la
rassegna di film storici “doppio sguardo”, il concerto di fine novembre, la
presentazione del libro di Paolo Bonetti
e gli incontri del ciclo “Mediazioni” abbiamo coinvolto un migliaio di persone.
Abbiamo in calendario molti altri incontri e proponiamo anche alcuni viaggi. Tra
i problemi vedo soprattutto l’esiguità del
gruppo attorno al quale ruota l’attività,
con il rischio di uno scarso ricambio.
Ogni 3 anni viene eletto un comitato di
gestione ed il presidente dell’associazione. L’attività è cresciuta così tanto che ci
vorrebbe un nucleo di volontari più ampio.
accogliente
un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate?
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Intervista al Presidente della CNCA
260 gruppi da Bolzano a Caltagirone. Più di 2000 servizi, Circa 600 case di accoglienza per tossicodipendenti, minori, vittime di tratta
c
Don Armando Zappolini
a cura di Marcello Secchiaroli
D.Don Armando Zappolini come nuovo
presidente della C N C A si vuole presentare?
R. Sono presidente da un anno, vengo
dalle esperienze delle Comunità Terapeutiche nelle quali da più do vent’anni
sono impegnato come operatore responsabile nella mia zona in provincia di
Pisa e nel volontariato internazionale.
Sono un prete parroco di un gruppo di
piccole parrocchie di 5000 persone.
D. cosa può raccontarci di questo primo
anno di presidenza?
R.Come C N C A in questo primo anno
di presidenza, posso esprimere intanto
una sensazione di grande abbandono
che sta vivendo tanta gente nel nostro
paese; specialmente le fasce più marginali, quelle delle quali il C N C A si
occupa e accanto alle quali cammina
da tanti anni in sinergia con i servizi
pubblici.
In un tempo di crisi come quello che
stiamo vivendo, per il grande fallimento
del liberismo, i tagli progressivi al welfare lasciano davvero gente abbandonata a sé stessa e famiglie in grande difficoltà; mi fa pensare a quegli sciacalli
che, dopo un terremoto, vanno a rubare
nelle casa della gente. Veramente in
certe situazioni a rimetterci sono sempre le persone più deboli
D.Quale futuro allora?
n
c
a
Coordinamento Nazionale Comunità d’Accoglienza
R.Questo senso di abbandono per noi
diventa un forte impegno, non soltanto
accanto a queste persone , ma anche
perché si attivi nel paese un cambiamento culturale. Dobbiamo cominciare
a capovolgere i punti di riferimento a
dire che al centro della spesa pubblica
ci deve essere il benessere dei cittadini, specialmente di quelli più poveri e
che non si possono più spendere miliardi nelle armi e in operazioni finanziarie
molto discutibili quando c’è gente che
non ha più da mangiare e non si ha rispetto della sua dignità. Noi speriamo
che le nostre comunità, i nostri servizi
possano diventare davvero la spinta di
un cambiamento culturale che veda un
futuro migliore al nostro paese.
D. Don Armando cosa significa C N C A ?
R.Coordinamento nazionale delle Comunità di accoglienza. Sono 260 gruppi da Bolzano a Caltagirone, circa 600
case di accoglienza per tossico dipendenti, per minori, per vittime di tratta
e più di 2000 servizi: tanti gruppi da
trent’anni presenti nel nostro paese.
D.Lei ci diceva prima che qualcuno
vuol cambiare il nome…
R.Sì, vorremmo trasformare comunità
di accoglienza con comunità accoglienti, dicendo che al centro non ci deve
essere più la struttura, ma il territorio,
perchè una struttura che non è dentro
un territorio che accoglie ha più che dimezzata la sua efficacia.
- Extra + Comunitario
con EPASA
Il Patronato EPASA della CNA di Pesaro e Urbino offre assistenza nel disbrigo di
pratiche amministrative per stranieri:
- istanza rilascio e rinnovo di permesso di soggiorno
- istanza rilascio carta soggiorno
- ricongiungimenti famigliari
Per informazioni siamo presenti in tutte le sedi
CNA della Provincia di Pesaro e Urbino
D.Per le comunità terapeutiche che
cosa significa gestire le cose con “ il nostro stile”?
R.Vuol dire rispettare la persona che
accogli e programmare un intervento su
quello che la persona è, che la persona
desidera; non superare mai il limite che
potrebbe portare al non rispetto, alla
violenza a non considerare la laicità, per
avere uno spazio di dignità per tutti.
Vuol dire non voler portare nessuno, ma
accompagnare tutti.
D.Sul ruolo degli operatori? Lei ha parlato di un protagonismo più attivo…
R. In questi trent’anni gli operatori delle
comunità C N C A hanno fatto una grossa crescita di qualifica, di competenza.
Ci sono professionalità molto belle che
sono al servizio degli ospiti delle comunità. C’è bisogno che questo, però,
sia affiancato sempre da quel cuore, da
quella passione civile, da quel sentirsi
cittadini volontari che ti fa sentire uno
che si fa carico non solo della persona
che accoglie, ma della società intera.
D.Inventare qualcosa di nuovo in questo periodo di crisi, è possibile?
R.È possibile, anche perché da ogni
crisi non si esce mai con le cose che
c’erano prima, quindi un periodo di crisi
vuol dire passaggio e anche se la causa di questa crisi è una causa di grossa
ingiustizia, di grossa oppressione dei
ricchi sui poveri, è evidente che vanno
costruiti anche parametri nuovi di riferi-
mento, modelli nuovi, risposte nuove ai
bisogni che ci sono. Si tratta di buttare avanti lo sguardo, e ,come è stato in
questi trenta anni, qualcuno all’interno
dei nostri gruppi apra sperimentazioni
nuove e crei attenzione sui nuovi bisogni che stanno venendo fuori.
D.Si parla di riforma del welfare. È difficile capire cos’è, perche ad esempio nelle
regioni non si parla più di legge 328?
R.In effetti riforma del welfare nella
dizione attuale significa azzeramento
del welfare. Lo vogliono riformare, cioè
distruggere; lo vogliamo invece non solo
difendere, ma rafforzare il welfare come
elemento di sviluppo di un territorio,
cioè come la chiave attraverso la quale
un territorio cresce, anche dal punto di
vista economico. Perché spendere molti
soldi per la repressione e l’esclusione
vuol dire sciupare i soldi di tutti che
sono un patrimonio comune.
Con la metà di quei soldi si potrebbero
fare percorsi di accompagnamento e di
inclusione che renderebbero le persone
che hanno difficoltà elementi positivi
nell’economia del territorio.
Quindi vogliamo un welfare che non sia
più visto come voce di spesa, ma come
investimento di sviluppo.
D. Certo che fare il presidente della CNCA
in questo memento non è semplice...
R.Ma è una esperienza anche molto
esaltante! Poi essere un po’ folli è molto
meno noioso che essere adeguati!
perché aspettare un lavoro? con CNA puoi costruire il tuo futuro e dare concretezza alle tue idee
Da oggi puoi aprire un’impresa artigiana o un’attività commerciale e realizzare così i tuoi progetti La CNA, prima associazione imprenditoriale della provincia, ti dice come fare
Agevolazioni, contributi, incentivi, convenzioni bancarie, start-up d’impresa, pratiche di iscrizione e richieste di fi nanziamento a tassi agevolati
Contattaci per un appuntamento tel. 0721-426150
letteratura
un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate?
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8
La sagrestia
1
di Paolo Teobaldi
P
oi c’era Medeo, il pittore, che lavorava sempre come un mulo perché
doveva dar da mangiare a una brancata
di figli: un po’ erano i suoi, un po’ li
aveva accolti a casa sua in affidamento,
uno dopo l’altro. Tanto, ripeteva sempre ai caccianasi, dove si mangia in tre
si mangia anche in quattro… dove si
mangia in quattro si mangia anche in
cinque… dove si mangia in cinque si
mangia anche in sei eccetera. Adesso, a
mangiare a casa sua, erano una decina.
Medeo era un artigiano rifinito, anzi un
artista, sapeva fare anche quei lavori che
non conosceva più nessuno: l’encausto,
per dire, o la marezzatura del legno, che
dopo sembrava marmo vero. E poi era
fidato, per cui lo chiamavano a lavorare
anche in prefettura, nelle banche e nelle chiese: con lui non c’era pericolo che
sparissero le elemosine o quei fogli da
diecimila larghi come fazzoletti.
Alla domenica però, dopo aver campito
per tutta la settimana decine di pareti
e di soffitti con le sue pennellesse, con
quei bei movimenti ariosi e ortogonali
da direttore d’orchestra, andava a piazza d’armi con un bloc-notes, un carboncino o una matita di faesite, e lì, con
due-tre segni, venivano fuori le Rive o i
guazzi del Foglia; oppure andava a marina portandosi dietro i figli, solo d’inverno però, quando non c’era nessuno,
perché diceva che i bagnanti gli facevano confusione (i figli no?, pensavano
in molti). Inclinava la testa, prendeva le
misure, traguardava a braccio teso, sapeva lui cosa e perché, stringeva gli occhi come un cecchino, e poi, con pochi
tratti, ci prendeva sempre: non solo con
le vedute ma anche con le persone; magari erano abbozzi ma la faccia veniva
fuori sempre, e poi veniva fuori anche lo
sguardo, l’espressione, il carattere: e se
uno dei ragazzi aveva un pensiero segreto, veniva fuori anche quello.
Sua moglie a un certo punto gli aveva
consigliato di smettere di fare l’imbianchino e di dedicarsi ai ritratti, perché
aveva saputo da una sua amica, che fa-
ceva la domestica a ore, che adesso i
signori volevano dei ritratti per il salotto
buono: di loro stessi in piedi, accanto
alla moglie e alla bambina sedute sul
divano capitonné.
Allora era andato al Museo per documentarsi, portandosi dietro tutto il branco. Effettivamente i ritratti non mancavano: marchesi, nobildonne, cardinali,
anche un papa, quasi tutti della stessa
casata.
Che facce brutte..., aveva commentato
uno degli affidati (il padre era in prigione, la madre faceva un mestieraccio).
Senza contare poi che di sicuro il pittore li aveva un po’ abbelliti, magari gli
aveva smussato la panza o tolto una verruca pelosa dal naso.
Non fa per me, aveva detto alla moglie.
Se volevano un ritratto, potevano andare dal russo. Il russo era Ivàn, capitato
misteriosamente in città dopo la guerra, che adesso campava facendo le fotografie giù al Kursaal ai bagnanti, ai
forestieri, ai soldatini del CAR con la
fidanzata. Ivàn, prendici bene!, lo pregavano i clienti, cioè: facci venire bene,
cancella i nostri difetti come facevano
una volta i pittori di corte. Ma Ivàn, con
la testa già sotto il telo nero, dava a tutti la stessa risposta con la sua voce da
basso: Venire come essere.
Medeo era un uomo tranquillo e generoso ma aveva i suoi princìpi.
Una volta, questa l’aveva raccontata
mille volte, lo manda a chiamare il direttore della Banca d’Italia:
Signor Amedeo, ci sarebbe da dare una
rinfrescatina alla sagrestia.
La sagrestia? Che sagrestia?
La sagrestia… il nostro sancta sanctorum… insomma il caveau.
E così la mattina del lunedì successivo il direttore l’aveva accompagnato di
persona fino alla famosa sagrestia, tre
rami di scale sottoterra. La porta blindata, d’acciaio, aveva uno spessore di
almeno un metro; prima però c’erano
delle sbarre, come in galera. Il direttore
l’aveva fatto entrare: dentro era pieno di
mazzette di banconote e di lingotti d’oro
massiccio, ma tanti, uno sopra l’altro,
come i mattoni in una fornace. La porta
blindata era rimasta aperta ma le sbarre
le avevano chiuse: lui dentro e fuori un
carabiniere col mitra in mano.
Lui allora s’era messo a lavorare, o meglio a preparare il lavoro a regola d’arte,
perché s’era portato dietro tutto il necessario. Per prima cosa aveva cominciato a stendere i giornali sul pavimento, fissandoli col nastro adesivo, per
non sporcare il marmo tirato a lucido,
e intanto cercava di fare due parole col
carabiniere, che però o era muto o non
capiva l’italiano; poi aveva aperto un bidone con la spatola, poi aveva aggiunto
dell’acqua, e poi da una delle sue boccettine aveva versato un po’ della tinta
indicata dal direttore: una goccia, come
il prete col vino quando dice la messa, era ripartito anche lui. Alla fine era veperché ad aggiungere si fa sempre in nuto giù il direttore in persona.
tempo ma cavare, dopo, è impossibi- Medeo gli aveva spiegato con calma
le; e intanto la guardia dietro le sbar- che lui sapeva benissimo che la Banca
re seguiva ogni suo movimento con gli d’Italia non aveva bisogno di lui: ma
occhi, sempre col mitra sottobraccio. neanche lui aveva bisogno della Banca
Medeo aveva aggiunto un altro po’ d’ac- d’Italia; che il lavoro a lui non mancava,
qua e aveva cominciato a mescolare con anzi che non riusciva a dare il resto; che
una staggia di legno dolce per ottene- lui non aveva ammazzato nessuno, che
re lo stesso punto di ocra delle pareti, non aveva mai rubato niente a nessuno,
sempre cercando di fare due parole col che sulla sua fedina penale c’era scritpiantone, ma quello zitto. Poi aveva pre- to NULLA grosso così, a stampatello,
so la pennellessa, l’aveva prima bagnata come sul messale; che se non si fidae poi strizzata, aveva tolto alcuni peli vano di lui, dovevano chiamare un altro;
ballerini, l’aveva provata su un foglio di che quindi adesso lui andava giù a marimasonite e aveva chiesto al carabiniere na, a finire un lavoro che aveva lasciato
se era di quelle parti: nessuna risposta. indietro: doveva pitturare i terrazzi di un
Passato una buona mezzora, quando la albergo proprio sulla spiaggia, dove si
tinta era pronta e ormai si trattava di sentiva un odore di mare che sembrava
cominciare il lavoro vero e proprio, pro- di fare l’aerosol.
cedendo dall’alto verso il basso, Medeo Ma no, signor Amedeo, c’è stato un
senza dire niente aveva cominciato a equivoco… un malinteso… un quiprorimettere tutto in ordine, come se per quò: non era assolutamente nelle nostre
quella giornata avesse finito.
intenzioni (il direttore parlava al plurale
Aveva richiuso la scala a libretto, tutta come il papa). Provvediamo subito.
intacconita; sciacquato la pennelles- Infatti aveva provveduto: il sordomuto
sa nel secchio dell’acqua; rimesso la col mitra era stato allontanato, forse
vernice del bidone piccolo nel bidone congedato; le sbarre erano state lasciagrande, chiuso i due bidoni col rispet- te aperte, e lui aveva ricominciato tutto
tivo tappo a pressione; rimesso con la daccapo.
spatola lo stucco nel barattolo, staccato Prima però aveva chiesto, e subito otil nastro adesivo, raccolto e ripiegati i tenuto, una bottiglia d’acqua minerale,
fogli di giornale.
perché a furia di parlare gli si era secDopodiché aveva detto al secondino che cata la gola.
lui aveva fatto.
La sagrestia era piena d’oro, ma là sotto
Quello non aveva capito subito, aveva mancava l’aria: peggio che nella cripta
alzato il mento in senso interrogativo e della chiesa del camposanto.
aveva fatto: Ah? (allora non era muto!),
e aveva suonato un campanello segre- (gennaio/febbraio 2012)
to. Pochi secondi dopo era venuto giù
di corsa un altro carabiniere, che aveva 1) Ancora un frammento tratto dal romanzo
subito chiamato un impiegato, che poi inedito Macadàm.
opportuno
un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate?
9
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Parlami, ti ascolto
Il progetto di sostegno alla genitorialità del Centro per l’infanzia e la famiglia Il Grillo Parlante
L
a Cooperativa Sociale Onlus Il Grillo
Parlante è una piccola cooperativa
che si occupa di servizi per l’infanzia
e la famiglia rifacendosi alla Legge Regionale n. 9 del 2003. Ha sede a Gallo di Petriano (PU)ed ha avviato la sua
attività circa 8 anni fa. Con il progetto
Parlami, ti ascolto si è specializzata in
sostegno alla genitorialità.
In verità abbiamo cominciato a lavorare
da subito con le famiglie predisponendo degli appositi spazi di condivisione
in sostituzione dei classici colloqui individuali con i genitori, consentendo al
nucleo familiare di progettare con i responsabili sia il progetto educativo che
nello specifico la gestione e la progettazione dei servizi in toto.
Parlami, ti ascolto è il titolo di un testo edito Erickson che affronta abilità
di counseling, tesi esperenziale della
responsabile della cooperativa da cui
poi è partito lo sportello di counseling
gratuito che da 4 anni la cooperativa sociale offre alle famiglie del Comune e
dei comuni limitrofi.
Dalla frequentazione del front office
sono gradualmente emerse richieste e
necessità che le famiglie si vivono quotidianamente e che se trovano uno spazio
di fiducia e di riferimento sono pronte a
condividere sia in termini di problema,
ma anche e soprattutto in termini di risorse e competenze.
La frequentazione di tale spazio ha consentito alla cooperativa di farsi carico,
ma soprattutto di poter evidenziare i bisogni emergenti delle famiglie e soprattutto dei bambini avviandosi in percorsi
di sostegno alla genitorialità prevalentemente di crescita collettiva in modo
direi naturale e spontaneo ed attivando
un circolo virtuoso e di buone prassi in
ambito educativo e sociale.
Nello specifico dallo sportello di counseling sono nati gruppi di condivisione di
genitori pronti ad ascoltarsi in merito
all’educazione, alla fatica, alla responsabilità ma anche alla gioia spesso dimenticata dell’essere padre e madre.
A rafforzare questa significativa esperienza sono nati i laboratori con figura
di riferimento (la mamma, il papà, la
tata, i nonni) che a nostro avviso sono
stati l’esperienza più formativa e significativa del nostro Centro. Lavorare sulla
relazione bambino-figura di riferimento
è stata per noi operatori un’esperienza
senza dubbio stressante e sicuramente
più difficile. Comporta una flessibilità
dell’operatore, comporta una altissima
dose di “pulizia” emozionale ed una
continua formazione e supervisione, la
capacità di non sbilanciarsi mai troppo
né verso il bambino né verso il genitore.
Ma è anche una delle esperienze più arricchenti che un operatore possa vivere
quotidianamente. Creare uno spazio affinchè il bambino si senta protagonista
con a fianco le persone più care è umanamente arricchente, inoltre dal punto
di vista educativo credo che sia uno degli atti “etici” e di responsabilizzazione
più belli che un educatore possa fare.
L’approccio che noi utilizziamo si ispira alla bioenergetica dolce di Eva Reich
ed alla capacità dell’operatore di raccogliere senza interferire la corresponsione energetica (emotiva) della relazione
mamma-bambino facilitandone il flusso
e godendo della “grazia”. In alcuni casi
è possibile che si noti una “di-stonia”
un “blocco” in tale processo ed il compito dell’operatore è “semplicemente”
rafforzare le competenze genitoriali affinchè ciò avvenga come previsto da natura. Noi per la restituzione delle competenze abbiamo scelto la costruzione
di fiabe di gruppo, ma poco importa la
metodologia utilizzata dal momento che
la sola cosa che interessa è che la famiglia si senta valorizzata nella sua completezza fatta di elementi positivi e di
difficoltà. Da queste iniziative ne sono
nate altre come la continuità di anno in
anno del progetto educativo al nido, i
laboratori con figura di riferimento, gli
incontri serali di sostegno alla genitorialità e di evoluzione personale. Sempre
dalle famiglie sono state richiesti incontri di sensibilizzazione su tematiche
specifiche oltre alle informazioni più disparate legate alla quotidianità dell’essere famiglie e spesso e volentieri alla
necessità di essere ascoltati, contenuti,
informati. Attualmente la cooperativa
sta lavorando su 2 ulteriori progetti in
merito alla relazione di cura all’infanzia
e restituzione del ruolo centrale della
famiglia: Family Group Conference e
Tagesmutters. Questo a nostro avviso è
decisamente significativo. Dare un ruolo
centrale alla famiglia attraverso la conquista della sua dignità, non attraverso
un atto moralistico ma dandole VOCE
e se riusciamo attraverso la sua VALORIZZAZIONE-LAVORO. Ciò è possibile
solo e soprattutto con il coinvolgimento
delle istituzioni pubbliche, con il coinvolgimento di tutte le agenzie educative
e con il nutrimento professionale che
nasce dai tavoli tecnici a cui la cooperativa ha partecipato sia in Europa grazie
ad Eurochild, sia in loco con i preziosi
contributi di chi da anni si siede ad una
tavolo per concertare “un buon welfare”
consapevole che anche il buon welfare
a volte ci può sembrare un mito come la
madre buona. Ma come dico sempre ai
genitori possiamo provare con le nostre
umili proposte se non ad esserlo almeno
a provare ad avvicinarci!
Tutte le attività del grillo sono documentate anche con foto in www.ilgrilloparlante.biz
La Tua Associazione
dossier convegno 17 dicembre
un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate?
[email protected]
10
La salute nella Regione Marche
parliamone insieme
Il 17 dicembre si è tenuto a Fano il
convegno promosso da Perché No sul
tema “La salute nella Regione Marche
Piano socio sanitario Regionale,
parliamone insieme”.
Il convegno ha avuto una grande
partecipazione di pubblico ed è stato
un’occasione per mantenere vivo il
dibattito non solo sull’ospedale unico,
ma anche sulla salute sul territorio,
alla presenza dell’assessore Regionale
Almerino Mezzolani. Riportiamo
nell’inserto dedicato al convegno le
sintesi degli interventi più significativi.
IL PIANO SOCIO SANITARIO E LE
DIPENDENZE PATOLOGICHE
Dagli inizi del anni duemila sul nostro
territorio regionale ha iniziato a prendere corpo un percorso virtuoso che ha
coinvolto, nel settore delle dipendenze patologiche, vari soggetti pubblici
e del terzo settore. La Regione Marche, anche in risposta alla legislazione nazionale partorita in quel periodo
(la famosa Fini-Giovanardi) in tema di
dipendenze, ha promosso attraverso
la DGR 747/2004 una politica territoriale che ancora oggi a distanza di
quasi un decennio viene presentata,
anche nel nuovo Piano socio sanitario regionale, come un punto di riferimento nella definizione organizzativa
dei settori della “fragilità”. Questa
delibera regionale, ancora oggi valida,
ma in procinto di essere aggiornata,
afferma alcuni principi e definisce anche nello specifico dei percorsi operativi. Si afferma nel documento che il
tema delle dipendenze va affrontato
su più piani di intervento, piani che
devono tra loro dialogare ed integrarsi. I percorsi di cura, trattamento, ma
anche la prevenzione, sono il frutto di
un lavoro di interazione tra i vari soggetti pubblici sanitari e sociali e quelli del privato sociale, dalle comunità
terapeutiche, al volontariato. Questo
approccio mette sullo stesso piano il
valore pubblico dell’intervento. Quindi anche le comunità terapeutiche,
che vengono rappresentate nella qua-
si totalità dal privato sociale, sono un
“pubblico servizio”.
Da tutto questo nascono i Dipartimenti
delle dipendenze patologiche i quali vedono, attraverso l’assemblea, il comitato e l’equipe integrata governano ed attuano territorialmente le politiche scio
sanitarie in questo ambito.
Il processo sopra descritto, che ha avuto
fasi differenti e a tutt’oggi incontra delle criticità di tipo gestionale ed anche
politico, è stato chiaramente il prodotto
dell’incontro felice di varie culture e di
sensibilità politiche in materia di welfare e nello specifico in tema di dipendenze. Si è incontrata una generazione
di persone, quelle che hanno lavorato al
testo e quelle che lo hanno sostenuto
politicamente, che credeva, al valore
irrinunciabile di un welfare universale,
all’idea che il tema delle dipendenze
non ha un solo tipo di intervento e che
questo sistema dovesse essere composto pariteticamente da soggetti pubblici e da privati no profit che negli anni
passati avevano, anche avanguardisticamente, costruito esperienze residenziali, semiresidenziali ed ambulatoriali
importanti e ramificate su tutto il territorio. Per questo sembra importante che
il nuovo Piano valorizzi ancora questo
percorso e ne faccia un esempio.
Ma come in molte cose, anche qui c’è
un “però”. Se da una parte viene redatto un piano che sottolinea dei percorsi
come quelli fatti nel nostro settore ed
avanza delle proposte, magari anche di
buon senso, ma non certo frutto di un
percorso di consultazione con i soggetti
interessati, ma poi tutto questo sparisce completamente nella nuova legge
che riorganizza la sanità regionale ( per
intenderci quella che ha definito l’Area
Vasta), qualche dubbio viene. Viene il
dubbio se c’è un vero governo regionale
della sanità che riesce a tenere le fila
delle varie esperienze, viene il dubbio
che la tanto promessa attenzione all’area delle fragilità, del socio sanitario, rischi ancora una volta di essere soppiantata da settori dove gli interessi economici, oltre che di cura, hanno lo spazio
maggiore. Parlo chiaramente di quei
settori ad alta tecnologia, ad alto costo
farmaceutico, o ad alto costo strutturale. Costi che talvolta per alcuni privati
possono diventare interessanti ricavi.
Mi sembra però importante che nel Piano i valori universalistici vengano ribaditi e che, sulla carta, vengano confermati
il diritto alla cura e quindi al rispetto dei
livelli minimi di assistenza. Va riconosciuto alla Regione e ai vari attori della
sanità regionale una buona gestione che
fino ad ora ha permesso il mantenimento di alcuni standard. Nelle dipendenze,
la qualità dei servizi è molto buona e il
privato sociale ha negli ultimi due anni
accreditato la totalità dei propri servizi. La stessa Regione ha riconosciuto
questo con un adeguamento delle rette.
Ma anche qui c’è un “però”: se da una
parte la Regione difende i principi e i
percorsi virtuosi, nel passaggio all’ente
gestore, la nostra Asur, questi principi
svaniscono in un vortice economicistico
spaventoso. Laddove si programmano
e si accreditano servizi in base ai bisogni, come definito dalle delibere o da
leggi regionali, talvolta essi non vengono convenzionati dall’Asur e quindi
non possono trattare utenti “pubblici”.
Gli stessi livelli essenziali di assistenza che caratterizzano la completezza
di un servizio non necessariamente
vengono garantiti, proprio perché non
rispondono a criteri di budget.
Tutti noi sappiamo che è necessario
avere una gestione sempre più efficace
ed efficiente degli interventi. Noi del
privato sociale abbiamo la presunzione
di saperlo più di altri, visto che siamo
sempre a corto di risorse. Ma attenzione, oggi in un periodo dove la parola
“crisi” sembra radere al suolo non solo
l’estensione dei diritti, ma anche la
loro applicazione, il rischio è quello di
rinunciare ad un patrimonio scientifico, culturale senza il quale in questo
territorio, ma non solo, si rischia socialmente…un default!!!
Da questo breve e secco ragionamento
nasce la necessità di estendere i luoghi di confronto e di proposta. Ci verrà
richiesto di fare di più con molto meno
e quindi vanno sempre di più condivise
le prassi e le risorse. In fondo non sta
anche in questo il valore e lo scopo di
un giornale come “Perché no?” ?
Stefano Trovato, Presidente dell’ I.R.S.
L’Aurora soc. coop. Sociale / membro
esecutivo del Coordinamento Regionale Enti ausiliari accreditati (CREA)
dossier convegno 17 dicembre
un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate?
IL PIANO SOCIO SANITARIO
E LA SALUTE MENTALE
La stesura finale del documento di indirizzo per la tutela della salute nella
nostra regione non ci ha trovati impreparati nella fase di costruzione del capitolo che riguarda la salute mentale.
Chiariremo a seguire il dettaglio di
questo nostro porci nel confronto istituzionale. Intendiamo prima di tutto
sottolineare l’importanza e la necessità del passaggio del Tavolo Regionale della Salute Mentale nei luoghi
espressivi della politica partecipata:
l’incontro con la presidenza e con i referenti di tutti i gruppi politici schierati
nel consiglio regionale prima, e dopo
qualche giorno l’incontro con la Commissione permanente che si occupa di
tutela della salute. Era la prima volta
che avveniva, almeno per la fragilità
che rappresentiamo, e non era scontato. Le nostre richieste sono state
poche, dettagliate e precise. Circostanziate su indicatori che intendono
farsi leggere senza alcuna possibilità
di nebbie e dubbi. Tre allora i punti:
allineamento della spesa per la salute
mentale in tutta la regione, con conseguente accelerazione ed aumento
della spesa nei DSM in ritardo (portare
i territori in sofferenza al livello della
spesa totale media regionale che è di
42 euro per abitante), con un costo in
tre anni di circa 7 mln di euro; istituzione di due CSM (centri di salute
mentale) h24 sperimentali, uno a San
Benedetto del Tronto e l’altro a Fano;
istituzione dell’Ufficio del Garante per
la salute mentale. Il primo punto è
stato tradotto nel PSSR passato definitivamente in consiglio regionale con
‘criteri di collocazione delle risorse per
la Salute Mentale per una diffusione
sul territorio senza squilibri’;
il secondo punto non è stato inserito
nel documento finale, si presume di
poterlo riprendere nella fase di riordino dell’organizzazione Asur di Area
Vasta; il terzo punto è stato inserito
con ‘occorre, inoltre, promuovere l’istituzione del Garante regionale per la
salute mentale’.
Nel ridisegnare la tutela della salute
in campo psichiatrico bisognerà non
dimenticare che tale impegno di attenzione per la salute mentale dovrà
essere tradotto con scelte concrete
che prescindano dal contenimento
della spesa generale per il comparto
della sanità.
Sicuri come siamo che nessuno si
meraviglierà se tali decisioni saranno
anche conseguenza di contenimento
e revisione della spesa per la salute in
altri settori e specializzazioni.
Vito Inserra
Tavolo Regionale SM
IL PIANO SOCIO SANITARIO
E LA CONTINUITÀ ASSISTENZIALE
Se il tema dell’accompagnamento
diagnostico e della continuità assistenziale sono temi sempre più cen-
trali della nuova medicina, è altrettanto
vero che invece il modello di Sanità che
si è venuto sviluppando negli anni in
Italia è fortemente Ospedale centrico,
problema che assilla molte se non tutte
le riforme sanitarie che si sono elaborate
negli anni. Questa impostazione condiziona da lungo tempo non solo l’impiego
delle risorse economiche delle politiche
sanitarie, ma si è imposto e s’impone
nella cultura sanitaria, a tal punto che
i cittadini si sentono” protetti” solo se
tutelati dalla presenza di un ospedale.
A queste considerazioni iniziali conseguono due effetti deleteri. Il primo è il
ridotto investimento economico nelle
cure primarie e nelle procedure di prevenzione, diagnosi precoce e riabilitazione, determinando i problemi cronici
del nostro sistema sanitario: la carenza della rete dei servizi territoriali, le
lunghe attese, la mancanza di percorsi
preferenziali diagnostico terapeutici assistenziali, l’organizzazione di profili integrati di cura orientata alla presa in carico del paziente, il più delle volte sballottato a destra e a sinistra, oppure costretto a lunghe ore di Pronto Soccorso.
Il secondo è l’intasamento delle attività
ospedaliere. Così sovraccaricate, queste
subiscono gravi interferenze e ostacoli
nella propria operatività, che dovrebbe
essere orientata, necessariamente, ai
casi acuti. Ormai è ampiamente documentato che solo una rete ben articolata di servizi, sparsi nel territorio,
può essere il reale supporto all’attività
dell’ospedale moderno, dove per altro
i ricoveri sono limitati al massimo, con
letti di degenza al minimo e con turnover molto dinamici. La domanda che ci
poniamo stamattina è proprio questa, di
là dal momento attuale, di grande transizione, quale rete è prevista, e come
saranno strutturate le relazioni tra ospedale e territorio. L’esperienza di Marche
Nord ci insegna che nella zona di Pesaro, da anni alla presenza di un ospedale separato dalle attività territoriali,
il rapporto e l’integrazione ospedale
territorio sembrerebbe più farraginoso.
Diversamente nella ZT3 Fanese, per la
diversa organizzazione storica, con la
presenza di un Ospedale di Rete (non
azienda) alcuni processi sembrano più
fluidi. C’è da domandarsi perché si è
scelto allora questo percorso di riforme.
Riuscirà l’Aziendalizzazione a rispondere alle esigenze del cittadino malato?
L’aziendalizzazione dell’ospedale garantisce, certamente, migliore economia e
procedimenti di spesa più controllati,
ma per i cittadini, per il malato ci sono
reali vantaggi? Se la mia analisi è corretta con l’Ospedale azienda, il rischio
è che s’interrompano tutte le forme
di continuità assistenziale. Il paziente
sarebbe seguito da due realtà amministrative separate, con tutte le difficoltà
che si possono determinare. La prima e
più pericolosa è che la dinamica Committente (Servizi territoriali) – erogatore
(ospedale), nello spirito di ricerca del
cliente, possa provocare un aumento
del consumo di “prodotti sanitari” con
gravi danni ai pazienti stessi, indotti a
prestazioni sanitarie non sempre ap-
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[email protected]
propriate. La seconda potrebbe essere
invece la discrepanza tra domanda e offerta. È ovvio che un’Azienda produca
ciò che determina maggior profitto e tolga attività poco remunerative. Ma quali
sono i bisogni di un territorio? Potrebbe
determinarsi una situazione tale che
l’Azienda Ospedaliera non ritenga conveniente una determinata prestazione,
chi erogherà quel servizio, di cui il territorio ancora non è fornito? Detta così la
cosa potrebbe sembrare “teorica”, ma
…. in pratica alcuni esempi si cominciano a intravvedere (terapie domiciliari
oncologiche, riabilitazione, prevenzione
malattie della donna ecc …)
La separazione delle due attività ha ancor più impoverito il territorio che ora si
trova scoperto in alcuni servizi.
Bisogna innanzi tutto migliorare le cure
primarie. Per far funzionare e ridurre i
costi di un sistema, è necessaria un’articolata Rete di servizi di cure primarie. Secondo la storica dichiarazione di
Alma Ata del 1978, le cure primarie
rappresentano, dunque, una vera e propria area-sistema dotata di caratteristiche peculiari e profondamente diverse
da quelle, altrettanto tipiche, dell’assistenza ospedaliera. Per le Cure primarie
a prevalere è il cosiddetto paradigma
“dell’iniziativa” con il quale s’intende
un sistema assistenziale orientato alla
“promozione attiva” della salute e al
rafforzamento delle risorse personali
(auto-cura e family learning) e sociali
(reti di prossimità e capitale sociale) a
disposizione dell’individuo, specie se
affetto da malattie croniche o disabilità.
Realizzare la presa in carico del cittadino attraverso la istituzione, in ogni
presidio sanitario territoriale, del punto
unico di accesso ai servizi. La creazione
di uno sportello unico per le prestazioni
sociali e sanitarie darebbe finalmente
certezza al paziente, portatore di problematiche spesso complesse, di ottenere una risposta tempestiva e adeguata alle sue effettive necessità.
Il Punto unico di accesso. Estensione
della Continuità assistenziale a ventiquattro ore il giorno e a sette giorni su
sette. La realizzazione di un’assistenza continua è sicuramente l’esigenza
più avvertita dai cittadini ed è l’unico
mezzo in grado di disincentivare l’uso
inappropriato dei Pronto soccorsi ospedalieri. Per fare questo, tuttavia, l’unica
soluzione possibile è quella di cambiare
l’attuale organizzazione delle cure primarie favorendo l’inserimento dei medici di continuità assistenziale nell’insieme delle attività di assistenza primaria
(visite domiciliari, attività programmate
a domicilio, dimissioni protette dai presidi ospedalieri, servizio in RSA e presso
Ospedali di comunità, filtro all’accesso
al Pronto Soccorso.
Potenziamento dell’Assistenza a domicilio. Il mutato scenario epidemiologico
e l’inversione della piramide demografica con conseguente invecchiamento
degli individui, della famiglia e delle
popolazioni, hanno radicalmente mutato le necessità e il profilo dei percorsi
assistenziali necessari. Confidiamo in
una grande attenzione dell’amministra-
zione Regionale al superamento di
queste criticità, e mentre attendiamo
le conclusioni del dibattito Regionale,
confidiamo anche che non siano solo
enunciate ma che siano individuati i
percorsi amministrativi capaci di realizzarle.
Carlo De Marchi
Associazione L’Alveare
IL PIANO SOCIO SANITARIO E L’INFANZIA, ADOLESCENZA E GIOVANI
L’argomento affidatomi si presenta
alquanto vasto e sicuramente difficile
da sintetizzare nei 7 minuti previsti
dai comunicati. Pertanto la modalità
da me privilegiata è stata prendere il
piano socio sanitario approvato; leggerne i contenuti e “sentire” quanto
questo “vestito” potesse essere sufficientemente comodo comparato al lavoro quotidiano della cooperativa e di
noi operatori. L’esperienza pregressa
e la fortuna di avere un’ottica europea grazie alla partecipazione a tavoli
tecnici sul tema di infanzia e giovani
in Eurochild mi hanno portato a privilegiare alcuni aspetti importanti della
Legge 9 del 2003 che regolamenta i
servizi per l’infanzia e l’adolescenza
nella Regione Marche sottolineandone risorse e criticità. Primo aspetto
determinante: formazione preventiva
e continua agli operatori. La formazione scolastica necessita sempre di
più di confrontarsi con il mondo del
lavoro. Spesso e volentieri l’operatore
ha una discreta conoscenza teorica
ma è completamente sradicato dalla
realtà lavorativa. Secondo aspetto rilevante la necessità di offrire servizi
all’infanzia ed all’adolescenza sempre più incentrati non sull’operatore
ma sull’utente. A mio parere, questo è
senz’altro il fulcro discriminante della
qualità del servizio perché agisce contemporaneamente sulla formazione e
supervisione degli operatori quanto
sulle reali esigenze dell’utente e sulla capacità delle realtà impegnate in
tale “produzione di servizi” di una
buona progettazione ed analisi dei
fabbisogni del territorio. Solo in tal
modo si può provare e lavorare nell’arginare il gap di una sorta di “schizofrenia dei servizi”. Tale argomento mi
ha consentito di introdurre altri due
aspetti non di secondaria importanza:
la restituzione delle competenze alla
famiglia (quando e dove è possibile. È
importante essere comunque in questa ottica per provarci!) e la necessità
di lavorare soprattutto in alcuni settori (per es. prevenzione abuso minori)
in maniera trasversale attraverso la
creazione di equipe veramente multidisciplinari. L’argomento della creazione della rete è un argomento su cui
spesso si ritorna senza riuscire a comprendere fino in fondo il motivo per il
quale a volte la rete viene vissuta più
come una “trappola” che una risorsa
e come circolarità di competenze. Per
tale motivo mi è sembrato opportuno
parlare di “linee di fronteggiamento”
dossier convegno 17 dicembre
un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate?
cioè punti strategici nel nostro territorio che vanno riconosciuti e valorizzati. Punti strategici che producono
buone prassi, a volte anche di natura
informale (gruppi di auto-mutuo aiuto, banca di competenze, volontariato, etc.) ma che potrebbero essere e
sono una risposta concreta al decentramento di quella tendenza altamente “ospedalizzata” sottolineata dagli
stessi addetti ai lavori facendo da naturale e positivo filtro al conseguente intasamento del servizio sanitario
oltre a sensibilizzare e produrre una
cultura della prevenzione, di coesione
sociale e di un sano stile di vita.
La legge 9 indicata nel piano sociosanitario presenta anche una necessità insita di flessibilizzazione dei
servizi. Dall’esperienza pregressa mi
sento di sottolinearne l’importanza
sia per la necessità di mantenere viva
la qualità del servizio condividendo e
monitorando il servizio con le famiglie
interessate ed ascoltandone i bisogni
in continua trasformazione sia per
un aspetto più prettamente tecnico
ed economico vista la pressante crisi
economica europea. Personalmente
condivido in pieno il movimento regionale verso le tagsmutters. Modalità
di lavoro verso cui si sta muovendo la
cooperativa stessa modellando esperienze attive nelle Province autonome
di Trento e Bolzano e della vicina Emilia Romagna. Ultimo aspetto sottolineato, ma che ha fatto da sottofondo
all’intero intervento, è la necessità di
formare operatori di advocacy (facilitatori che esprimano anche il punto
di vista del bambino e della fascia di
utenza vulnerabile) in quanto riteniamo doveroso quando si parla di tutela
minorile, di progetto sul minore che
si lavori in termini di relazionalità, ma
anche e soprattutto CON e non SU le
famiglie, CON e non SU il bambino.
Questo non per un banale moralismo,
ma semplicemente perché le risposte arrivano soprattutto attraverso il
coinvolgimento di chi conosce a fondo il problema, le risorse, le alternative, l’impegno che può e deve essere
preso. Ringrazio chi ha creato questo
spazio di “riflessività” perché ritengo
che nel welfare è questo che concretamente offre la possibilità di lavorare
seriamente e con efficacia attraverso
incontri di sensibilizzazione ed informazione, ascolto del bambino e
“pulizia” dell’operatore, raccolta dati
e bisogni emergenti e non per ultimo
inclusione sociale in un’ottica non
solo lungimirante ma che nasce da
un concreto esame di realtà.
Dott.ssa Lilli Simbari
Coop Il Grillo Parlante
IL PIANO SOCIO SANITARIO
E L’AUTISMO
Due interrogativi hanno contraddistinto l’intervento condotto dall’associazione Omphalos Onlus attorno ai
contenuti del Piano Socio-Sanitario
regionale 2012-2014 in materia di
autismo, in occasione del convegno
organizzato da Perchéno? a Fano nel
dicembre scorso. Quale grado di consapevolezza realmente possiede l’amministrazione regionale del grande potenziale solo in parte espresso dal Progetto
Autismo Marche e della sua indiscutibile unicità nel panorama nazionale?
Quale significato essa attribuisce in
concreto al concetto di partecipazione,
più volte citato nel corso del convegno
dall’Assessore alla Salute in termini di
auspicio, dagli operatori del Terzo Settore in termini di richiesta espressa ma
nei fatti scarsamente accolta?
Numeri alla mano, illustrare su quali
basi si costituisca l’unicità e l’avanguardia del Progetto Autismo, così come attuato per l’Età Evolutiva, è un’incombenza davvero semplice da sbrigare.
Poco meno di dieci anni fa, presso la
Neuropsichiatria Infantile dell’ospedale
S. Croce di Fano, la Regione Marche ha
affidato alla neuropsichiatra infantile
dott.ssa Stoppioni la guida di un’équipe
specialistica affinché svolgesse un servizio di forte impatto sulla vita dei bambini con autismo, un servizio complesso
che non si esaurisse nella somministrazione di prove di valutazione e nella formulazione di diagnosi, come invece di
norma avviene altrove nel nostro Paese.
Il valore differenziale espresso dal Progetto Autismo per l’Età Evolutiva ruota
tutto attorno a questo punto.
Ricevuta una diagnosi di spettro autistico per il proprio figlio, fuori dalla nostra regione la famiglia è letteralmente
schiacciata prima dallo sforzo di mettere insieme un programma d’intervento qualificato e realmente efficace, poi
dalla fatica, sicuramente economica ma
non solo, di attuare quello stesso programma. In assenza di un servizio pubblico di riferimento, la famiglia non può
che rivolgersi a professionisti e centri
privati, i cui costi esorbitanti sono di fatto alla portata di pochissime tasche. E
anche quando si ha in mano il migliore
dei progetti d’intervento possibili, penosa poi è la ricerca di operatori preparati,
sconfortante la resistenza al confronto e
alla cooperazione troppo spesso esibita
in ambienti scolastici e territoriali.
Il disturbo autistico è pervasivo a tal
punto che nessun intervento, per quanto ben confezionato, può sortire effetti significativi e duraturi se non viene
attuato secondo modalità altrettanto
pervasive e trasversali. Ciò impone che
vi sia un altissimo livello di interazione
tra gli agenti che operano nella vita del
bambino con autismo, e che tale interazione si sviluppi su basi dichiarate e
condivise. Una condizione difficile da
riscontrare là dove manca un polo di
riferimento che sia pubblicamente riconosciuto. Infatti, è dopo aver sottoposto
il bambino al percorso valutativo e dopo
aver formulato l’opportuna diagnosi che
l’attività svolta dall’équipe fanese entra
nel vivo, realizzando un’effettiva presa
in carico e del bambino con disturbo autistico, e della sua famiglia. Sulla base
delle osservazioni cliniche e dei dati raccolti viene confezionato un programma
d’intervento completo, assolutamente
[email protected]
tarato sulla specificità del caso. Quindi, secondo una frequenza che di nuovo
corrisponde alle esigenze specifiche del
caso e del momento, variando in genere
dal mese al semestre per le situazioni
meno complesse, i risultati dell’attività
svolta sul bambino sono sottoposti a supervisione in ambulatorio, alla presenza della famiglia e di tutti gli operatori
coinvolti che si rendono disponibili. Secondo necessità le supervisioni possono
aver luogo anche nel contesto scolastico
in cui il bambino è inserito, né viene
meno la disponibilità a preparare insegnanti ed educatori all’attività da svolgere mediante incontri formativi che
illustrino le metodologie e le strumentalità maggiormente impiegate nei diversi
interventi. Ad accrescere ulteriormente
la qualità del servizio svolto poi, di nuovo offrendo un unicum nel panorama
nazionale, è recentemente venuto l’inserimento stabile, in seno all’équipe fanese, di un logopedista completamente
dedicato ai casi di disturbo di spettro
autistico, per la volontà di condurre in
modo assolutamente sinergico il delicatissimo lavoro sugli assi comunicativo e
cognitivo-comportamentale.
Dal 2003 ad oggi il numero di casi diagnosticati, e soprattutto presi in carico
dall’équipe Autismo Età Evolutiva, è
cresciuto in modo esponenziale, registrando al contempo un incremento costante e significativo delle richieste di
consulenza e diagnosi a favore di bambini provenienti da altre regioni d’Italia,
segno evidente di un prestigio che si
estende ben oltre le Marche.
Delineato un quadro simile, si stenta a
credere che, dopo dieci anni di positiva
sperimentazione, l’amministrazione regionale possa ancora mantenere in condizioni di precarietà un servizio pubblico di tale livello sul piano scientifico, e
d’importanza vitale per le tante famiglie
che quotidianamente affrontano la sfida
imposta da un disturbo grave, complesso e permanente quale l’autismo.
Non è solo il regime di finanziamento
annuale a sconcertare, deleterio nella
misura in cui limita pesantemente le
possibilità di programmazione delle attività ordinarie e impedisce di fatto l’attuazione di attività extra a carattere sia
sperimentale sia formativo.
Di più, lascia allibiti constatare che, a
dieci anni dall’elaborazione di un Progetto Autismo regionale a favore sia
dell’Età Evolutiva che dell’Età Adolescenziale ed Adulta, la formula sperimentale non sia mai stata sottoposta
ad una lettura critica complessiva che
ne vagliasse severamente tanto i risultati felici quanto i balbettamenti e gli
errori, facendone realmente una fase
progettuale di studio da sviluppare
poi, al momento e nei modi opportuni,
dentro un paradigma di servizi precisamente definiti. È un fatto che nella
parte dedicata all’Età Adolescenziale
ed Adulta il Progetto Autismo Marche
abbia completamente deluso le attese.
Così come è un fatto che la significativa e corposa attività svolta dall’équipe
Autismo Età Evolutiva sollevi delicate
ed urgenti questioni da affrontare sia
12
sul piano della collaborazione con le
realtà territoriali, sia sul piano della
piena accessibilità al servizio da parte delle famiglie che risiedono nelle
province più lontane dalla città di
Fano. Ancora, appare col tempo sempre più immotivata, anzi decisamente
dannosa la scelta, operata un decennio fa in seno al Progetto Autismo, di
separare nettamente l’infanzia da un
lato dall’adolescenza con l’età adulta dall’altro, affidando a due gestioni
del tutto distinte e mal raccordate il
compito di condurre e controllare l’attuazione dei rispettivi impegni progettuali. E proprio giungendo a questo
punto della riflessione sulle risposte
all’autismo messe in campo dal nuovo Piano Socio-Sanitario regionale,
s’inciampa contro la natura suadente ma fittizia di quel concetto di partecipazione su cui nasceva il nostro
secondo interrogativo. Perché il Progetto Autismo Marche prevede fin dai
suoi inizi uno spazio collegiale in cui
portare la riflessione, il dibattito e sì,
la partecipazione responsabile delle parti alla vita del progetto stesso.
Esiste un gruppo di coordinamento,
reso operativo da apposito decreto regionale, che conta la presenza di professionisti medici, psico-pedagogisti,
psicologi, rappresentanti della parte
sociale e politica, e delle famiglie. Ma
questo gruppo di coordinamento si è
completamente smarrito lungo il percorso, dapprima diradando gli incontri, da decreto previsti con cadenza
trimestrale, quindi consentendo che
i due sottogruppi (età evolutiva – età
adulta) si riunissero in modo del tutto
indipendente perdendo le condizioni
per il dialogo ed il confronto, poi non
provvedendo a sostituire figure spostatesi su altri incarichi, infine cessando del tutto ogni convocazione per
un lunghissimo periodo. Sollecitata a
fornire risposte su questo aspetto, per
molti mesi l’Assessorato è rimasto nel
completo silenzio.
Lo stesso silenzio di contenuti rilevanti che leggiamo in materia di autismo
nell’attuale Piano Socio-Sanitario,
dove si replica passivamente quanto già recepito un decennio fa. Allora ci si congratulava per un progetto
sperimentale altamente innovativo,
oggi ci si rammarica per la mancata
volontà di sviluppare appieno la portata di quella visione, ricca di contenuti di salute per i cittadini affetti da
autismo, e di crescita professionale,
culturale e civica per tutte le figure a
vario titolo coinvolte nel percorso.
Sheila Roccheggiani
Associazione Onphalos
IL PIANO SOCIO SANITARIO
E IL TERZO SETTORE
Il Forum regionale del Terzo Settore
ha condiviso pienamente con la redazione del magazine “Perchèno?”
questa iniziativa che giunge in un
momento particolarmente difficile per
il nostro paese e le nostre comunità.
dossier convegno 17 dicembre
un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate?
Siamo pienamente consapevoli delle
responsabilità che ricadono sulle organizzazioni di volontariato, promozione sociale e cooperazione sociale
che rappresentiamo. Oggi più che mai
abbiamo necessità di “serrare le file”
per sostenere la comunità di cura pesantemente penalizzata dalle politiche ultraliberiste che hanno prodotto
lo tsumani che si sta abbattendo su
tutti noi e che sostengono da anni che
etica e attenzione al sociale sono solo
freni alla crescita. Gli scenari che si
delineano all’orizzonte ci indicano
in maniera chiara che nulla sarà più
come prima.
Che cosa fare? Come reagire alla depressione mescolata alla rabbia di
chi quotidianamente come volontario
o operatore ha di fronte le tante fragilità e le tante diseguaglianze? Depressione e rabbia che si carica anche
dell’angoscia, perché è a forte rischio
anche il proprio lavoro, la propria famiglia ed il proprio futuro.
La risposta che ci siamo dati è quella
di agire perché occorre pensare positivo, possiamo farcela ma a determinate condizioni: come quando è finita
la guerra, dalle macerie i nostri padri
sono riusciti con grandi sacrifici a rimettere in sesto il paese, ora tocca
a noi. Alla politica tutta ed in particolare alla nostra regione chiediamo
condivisione e trasparenza a partire
dall’uso delle risorse. Abbiamo bisogno di comprendere quali siano le
priorità, putroppo in questo contesto
le priorità non sono un optional, come
in una famiglia in cui ci si trova a far
conto con un reddito molto scarso le
priorità sono il mangiare, il riscaldameto e la luce. La Regione ha l’obbligo di parlarci chiaro di dirci come
nella sanità e nel sociale si possono
mettere in fila le priorità.
C’è bisogno di una visione politica coordinata tra centro e territorio, tutto
questo nel’ottica dell’equità: equità
e rispetto di regole certe e condivise,
perché la sfida è una ripartenza dove
tutti devono fare responsabilmente la
loro parte. La società è la prima opera
pubblica, bisogna iniziare da qui condividendo questa priorità, consapevoli
che senza coesione sociale (che non
è prodotta né dallo Stati né dal mercato, ma dalle nostre reti di relazioni)
non ci può essere ripresa economica
e sviluppo per quelle tante imprese
della “comunità operosa “ le quali si
battono ogni giorno per salvaguardare il lavoro. Siamo in un contesto di
addetti ai lavori quindi conosciamo
tutti quanto previsto dalle normative, a partire dall’art. 4 del Dpcm
14.2.2001, che demandava alle regioni “nell’ambito della programmazione degli interventi socio-sanitari
di stabilire gli obiettivi, le funzioni, i
criteri di finanziamento, tenendo conto di quanto espresso nella tabella allegata al dpcm; la Regione inoltre ha
il compito di svolgere attività di vigilanza e coordinamento sul rispetto di
dette indicazioni da parte delle aziende sanitarie e dei comuni al fine di
garantire uniformità di comportamento
a livello territoriale”. È vero, non sono
state poi tante le regioni che hanno
dato puntuale e specifico compimento
a quanto stabilito da questa normativa,
ma occorre evidenziare che la nostra
Regione in materia sanitaria risulti nel
novero di quel gruppo più virtuoso. Da
questa evidenza sottolineiamo l’esigenza di agire perchè si declini il termine
equità nei nostri territori. A questa regione che ha fatto la grande scommessa
di mettere in campo per la prima volta
un piano socio-sanitario e che ha finanziato, coprendo le voragini originate dal
governo, i fondi per il sociale chiediamo
oggi di agire perchè la road map prevista si trasformi in atti condivisi e conseguenti decisioni in tempi brevi.
Perché siamo nel momento dell’urgenza, e questo tempo sa essere solo urgente, c’è bisogno di punti fermi. Non
possiamo più tollerare, soprattutto a difesa dei diritti di cittadini deboli che,
badate, non devono essere diritti deboli,
quello che leggiamo nel puntuale e dettagliato sito dell’amico Ragaini (gruppo
solidarietà). L’amico Ragaini è troppo
attento e documentato, ma le questioni che pone alla nostra attenzione sono
molto serie per le ricadute che hanno
sulla “cittadinanza fragile”.
Non può esistere che un servizio sia
“declinato” in una zona sanitaria con
un costo e in un’altra zona con uno nettamente inferiore. Come Forum abbiamo fatto una indagine sulle normative
di altre regioni sulla regolamentazione
del socio-sanitario.
Vogliamo segnalare alcune scelte di una
di queste regioni “virtuose”, la Liguria,
piccola come la nostra, con tassi d’invecchiamento molto simile ai nostri, governata da una giunta di centro sinistra
come le Marche. Due atti emanati che
possono essere posti all’attenzione dei
nostri amministratori regionali: “Riordino del sistema della residenzialità e
semiresidenziale extraospedaliera” e “
Indirizzi per i trattamenti delle persone
anziane”
Noi siamo sicuri che se ai dirigenti locali sono dati strumenti per ben operare
nel socio-sanitario potremmo ottenere
ottimi risultati e potremmo assurgere
nel novero di quei territori “virtuosi”,
che intendono la salute del territorio
al pari di quella ospedaliera. E questo è un altro elemento che riteniamo
fondamentale. Pensiamo che la scarsa
attenzione al socio sanitario sia troppo
spesso da imputarsi ad una mentalità
ospedale centrica. Consideriamo che al
grande tema dell’ospedale unico ed al
grande dibattito sulla ridefinizione della rete ospedaliera (troppe volte buttato
in polemica), in troppi, compresi i sindaci a cui sono demandati compiti di
governo del sociale, si sono sbilanciati
verso un’idea della sanità centrata sul
solo ospedale, tanto che nessuno ha
promosso campagne di informazione
rivolte ai cittadini per comunicare che
gran parte del percoso salute si “gioca”
sul territorio.
L’ospedale nell’immaginario collettivo
è il luogo dove ci si salva la vita con
[email protected]
la porta d’accesso del pronto soccorso,
e per questo la popolazione recepisce
solo che è vitale averlo di fianco a casa.
Naturalmente chi fa politica sa che è
facile mettersi in sintonia con queste
percezioni, ma noi invece pensiamo che
è indispesabile mettere al centro il tema
della sanità territoriale con il sistema
socio-sanitario.
In questo momento drammatico, di risorse in calo, di grande azioni legislative e di servizi da ristrutturare sollecitiamo la regione all’avvio di un tavolo
di confronto istituzionale con il Forum
del Terzo Settore. Il Forum è un soggetto pienamente legittimato al pari delle
organizzazioni sindacali nella rappresentanza con numeri significativi di lavoratori , volontari compresa la cittadinanza attiva. Il principio costituzionale
di sussidiarietà non è un optional di cui
si tiene conto solo in determinate circostanze di necessità degli enti locali, ma
un metodo che richiede coinvolgimento
costante e istituzionalizzato.
Per quanto riguarda il welfare di competenza dei comuni (che sarà oggetto
del secondo seminario che faremo nei
primi mesi dell’anno 2012 a Pesaro),
ribadiamo la necessità di una legge di
riordino (che attendiamo già da troppo
tempo). Anche in questo caso vogliamo
sottolineare la nostra richiesta di consultazione sul testo della legge che è in
fase di predisposizione,perchè siamo
titolati a discutere e ad avanzare proposte , abbiamo competenze e conoscenze certamente esclusive che riteniamo
utili alla sua redazione. Nulla sarà più
come prima anche in questo settore
di competenza dei comuni ci attendono pertanto scelte coraggiose e chiare.
Facciamo alcuni esempi: il tema della
gestione associata dei servizi di welfare territoriale, dove o gli ambiti sociali
saranno in grado di operare sui territori con una programmazione che sia
direttamente collegata alla gestione,
risolvendo una volta per tutte la frammentazione dei servizi in tanti piccoli
comuni, oppure sarà la fine della rete di
servizi che in questi anni è stata uno dei
grandi traguardi del welfare territoriale
della nostra Regione, oppure il tema dei
Liveas regionali e dell’accreditamento
per superare gli affidamenti dei servizi
attraverso appalti.
In questi tempi drammatici o saremo in
grado di mettere in gioco tutte le risorse
presenti nella nostra collettività, coinvolgendo tutti nella resposabilità delle
scelte e dei sacrifici, oppure le tensioni che scaturiranno dai grandi cambiamenti in corso saranno molto difficili da
gestire.
Maurizio Tomassini
Portavoce del Terzo Settore delle Marche
IL PIANO SOCIO SANITARIO
E LA DISABILITÀ
Appena ricevuto l’invito a partecipare al
convegno, ho iniziato a riflettere sull’intervento che avrei fatto.
In una prima fase, mi sono concentrato
sugli aspetti legislativi:
13
ho ripassato le diverse leggi che regolano il settore disabilità e ho studiato
l’ultima versione del Piano Socio Sanitario della regione marche.
Questo ripasso è stato molto utile, ma
allo stesso tempo mi stava facendo
perdere di vista il senso dell’invito
che avevo ricevuto. Sicuramente non
ero stato invitato per le mie conoscenza e competenze legislative, ma per la
possibilità di offrire un punto di vista
interno ai servizi dedicati alle persone
con disabilità. Il titolo del mio intervento “ Disabilità e Piano socio santario” e l’estrema vaghezza dei contenuti riferiti alla disabilità presenti
nel Piano, non mi hanno certo aiutato
a restringere il campo delle riflessioni possibili. La professione educativa
che svolgo da 15 anni, mi ha insegnato che per capire quello che sta accadendo oggi, è necessario allargare lo
sguardo e indagare i percorsi.
Il piano sociale di oggi si può leggere
meglio se inserito nel tragitto che ci
ha portato fin qui. Così ho iniziato a
fare uno “scavo archeologico” tra il
diverso materiale accumulato negli
anni e tra i diversi appunti dei molteplici incontri e riunioni.
Questa attività si è dimostrata da subito molto interessante, perché mi ha
riportato alla mente molti passaggi
significativi, ma in particolare perché
mi faceva recuperare la prospettiva
del tempo e l’evoluzione dei diversi
rapporti e scambi.
[[[Il mio percorso in questo settore
è iniziato nel 96’ nelle scuole e oggi
continua come educatore e coordinatore per la coop Labirinto presso due
centri educativi (il mio punto di osservazione ha diverse angolazioni: sono
educatore, coordinatore e lavoro sia in
un centro a titolarità del comune sia
in uno a titolarità dell’Asur).]]]]
Alcuni elementi fondamentali:
Ad inizio carriera, il primo documento che mi è capitato in mano è stato
una copia dell’informah dei servizi
sociali della regione Marche, dove si
analizzava la logica e gli intenti della
Lr 18\96. Questa cerca di valorizzare
il contributo della professione educativa e delle varie esperienze maturate
nel territorio, vedendole come fondamentali per la programmazione degli
interventi nel settore.
Si sono costituite le UMEA, equipe
che devono realizzare quotidianamente e operativamente l’integrazione tra
sanitario e sociale.
Quindi nel 2000 è nata la 328\00
che intende promuovere il benessere e non inseguire l’emergenza (ultimamente “l’alibi” più usato in molti
ambiti); superare le categorizzazioni e
arrivare a prestazioni il più individualizzate possibili; vuole raggiungere
l’integrazione socio sanitaria per poter
armonizzare e ottimizzare le risposte,
facilitando la vita di chi ha bisogno di
interventi sia sanitari che sociali.
Poco dopo ho conosciuto la Commissione d’Ambito che tendenzialmente
persegue gli stessi obiettivi a livello
dossier convegno 17 dicembre
un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate?
territoriale d’ambito e che, tra le altre cose, offre uno spazio di confronto continuativo e strutturale in cui le
diverse professionalità che operano
nello stesso settore e con le stesse
persone, integrano i rispettivi linguaggi e sguardi per ottenere una visione
più completa e per evitare il rischio
“Torre di Babele”. Arrivano anche le
autorizzazioni e accreditamenti con le
leggi lr 20\2000 della sanità e con la
20\2002 del sociale. Però, nel ripercorrere questo percorso che ci ha portato ad avere un sistema valido e articolato, ho rintracciato anche diversi
segnali che vanno in controtendenza:
Nel 2000, hanno del “Piano regionale
per un sistema integrato di interventi e servizi sociali” ho potuto sperimentare la distanza che ci può essere tra le intenzioni, le dichiarazioni,
il testo scritto e la realtà. Proprio in
quell’anno nel centro in cui lavoravo,
abbiamo vissuto una delle possibili
interpretazioni dell’integrazione Socio Sanitaria: si è cercato di attuare
il minutaggio delle prestazioni, tipico
delle prestazioni sanitarie, anche agli
interventi educativi. Non credo sia
necessario soffermarsi sull’inadeguatezza di questo tentativo e del perché
le prestazioni sanitarie non possano
essere equiparate agli interventi educativi, a meno che, non si vogliano
medicalizzare quindi snaturare questi
ultimi.
Certamente l’organizzazione sanitaria “è più forte”, meglio codificabile e meglio organizzata sotto diversi
aspetti. Però non si può cedere alla
tentazione, soprattutto in momenti
di crisi economica, di semplificare
troppo il sistema assumendo la logica sanitaria tout court, perché questo
equivarrebbe a banalizzarlo e renderlo incapace di leggere la complessità
del nostro ambito.
Da parte sua il sociale ha diverse lacune che deve colmare, ad esempio
dovrebbe definire i livelli essenziali
delle prestazioni sociali e le tariffe
per i C.S.E.R.
Per realizzare integrazione è necessario un certo equilibrio e pari dignità
tra i diversi interventi, però stiamo
assistendo a diversi segnali che denunciano invece uno squilibrio e una
riduzione dei luoghi di confronto e di
effettiva integrazione operativa.
Alcuni Esempi:
Lo spostamento della formazione per
gli educatori professionali dentro la
facoltà di medicina con un rapporto
con i servizi molto ridotto. Questo può
allargare la distanza tra teoria e buone prassi presenti nel territorio.
In una riunione del 15 dicembre
2009 ci è stato comunicato che, unilateralmente, si è deciso che la Commissione d’Ambito sarebbe stata depotenziata e trasformata in Tavolo di
concertazione della disabilità.
I Confronti e le comunicazioni istituzionali in merito a diverse decisioni
si sono sempre più ridotti (Le notizie
sugli sviluppi e l’andamento della co-
struzione del piano sociosanitario sono
state assolutamente insufficienti e discontinue.)
IL P.S.S. si interessa al ruolo dell’UMEA, ma tutte le buone intenzioni risultano vane se le condizioni in cui questa deve operare sono proibitive: attualmente ci sono due persone che devono
dare risposte ad un bacino di utenti di
circa 500 persone e famiglie.
In conclusione credo che sia fondamentale evitare che la crisi economica diventi anche crisi di progettazione e che
si debbano rafforzare e non soffocare,
tutti i luoghi in cui si tenta di praticare
un’effettiva integrazione socio sanitaria.
Per evitare di cedere le armi alla pura
logica economica, trasformando ogni
cambiamento in tagli, è necessario praticare un dialogo e una collaborazione
convinta e non strumentale.
In fondo credo che sia proprio questo il
proposito e il messaggio di questo convegno.
Luca Pazzaglia
Coop Labirinto
IL PIANO SOCIO SANITARIO
E L’ORGANIZZAZIONE TERRITORIALE
È necessario, in premessa, fare riferimento al nuovo Piano Socio Sanitario
regionale (PSS) 2011/2013, perché è
la novità legislativa dell’anno ma anche
perché parlare di organizzazione, nel
rapporto tra Ambito Territoriale Sociale
(ATS) e Distretto sanitario, oggi, significa parlare di niente. Non c’è rapporto. A
parte quello consolidato, sul campo, dai
processi di integrazione professionale,
indipendentemente da Asur, Zone, Aree
vaste, Dipartimenti, Distretti ecc.
Per ciò che riguarda la volontà di lavorare insieme per promuovere la salute
della nostra comunità e quindi concretizzare percorsi di integrazione sociale e
sanitaria, articolati in programmazione,
pianificazione, progettazione e gestione
integrata, dobbiamo aspettare che cosa
vorrà fare la sanità locale da grande;
quando sarà svezzata dalla difficile infanzia che la travaglia, tra Area Vasta in
cerca di identità, Dipartimenti in fase
di demolizione/ristrutturazione, Distretti
sanitari orfani di babbo e mamma…
Parlo da operatore sociale che sta nel
territorio e che si confronta con colleghi
di diversa appartenenza: questo travaglio “sanitario” non ci lascia insensibili, non solo per umana solidarietà ma
perché siamo preoccupati e cerchiamo
di capire come affrontare, talvolta difenderci, dagli effetti collaterali di una
innovazione non solo tecnica ma anche
culturale che ci lascia spesso perplessi.
Il mio è un punto di vista, certamente
parziale, di chi opera sul versante delle
politiche di welfare e si confronta faticosamente con normative che riguardano tutti ma sono pensate dal punto
di vista sanitario, sia nei contenuti che
nel metodo. Una delle caratteristiche
del “modello di welfare marchigiano” è
quello della partecipazione. La costruzione della rete integrata di interventi e
servizi sociali è avvenuta attraverso un
[email protected]
processo di coinvolgimento intenso e
continuato, sia degli attori istituzionali
che degli attori sociali. Noi Coordinatori
d’ATS, insieme a centinaia di soggetti
(individui, gruppi, associazioni, enti...
portatori di interessi diversi) da oltre 10
anni lavoriamo sulle reti sociali che si
alimentano di ascolto, concertazione,
responsabilità diffuse, gestione partecipata. In questo modo abbiamo fatto i
piani d’ATS “leggendo” e ascoltando il
territorio, così abbiamo realizzato quel
poco di innovazione che la scarsezza
di risorse ci ha permesso di fare. Così
anche a livello regionale. Infatti il Piano Sociale del 2008 è stato scritto al
termine di oltre un anno di lavoro fatto
sul territorio, partendo da documenti di
valutazione dell’esperienza svolta nel
triennio precedente, da una analisi delle principali criticità emerse nel percorso e da soluzioni possibili e condivise
per dare sempre più forza al sistema.
Per il Piano Socio-Sanitario tale processo non è stato assolutamente possibile,
gli uffici regionali hanno prodotto un
documento nel giro di un paio di settimane ed il resto (la concertazione con i
territori) è stata più forma che sostanza.
La programmazione sanitaria non prevede tutta una serie di passaggi che invece costituiscono l’ossatura della programmazione sociale.
L’aver voluto, giustamente, integrare i
due Piani (sociale e sanitario) in un unico Piano (socio-sanitario) ha costretto la
programmazione sociale ad adeguarsi a
quella sanitaria, sacrificando un aspetto importante del proprio percorso. Attenzione, parliamo sempre del livello
regionale che, rapportato ai territori,
continua a produrre guai. Infatti, a livello locale, il “sociale” ha mantenuto
la sua dimensione partecipativa e di
prossimità con la cittadinanza, quindi
si è accentuata la distanza con il livello regionale, accentratore e dirigista. In
pratica la Regione ha scelto di allontanarsi dai territori anche se deputata a
lavorare per essi….
L’integrazione con la sanità va inquadrata all’interno di un processo più ampio. Le politiche sociali infatti devono
garantire la manutenzione di un sistema
di benessere per mezzo di integrazioni
diverse: con le politiche attive del lavoro, con la formazione professionale, con
l’istruzione, con le politiche comunitarie… Questo livello altro e più ampio di
integrazione nel nuovo PSS regionale
è stato appena accennato perché si è
lavorato essenzialmente con la componente sanitaria del sistema. Questo ha
costituito e costituisce un limite che
ha avuto ricadute anche sul versante
organizzativo del sistema regionale che
non ha tenuto conto degli altri livelli di
integrazione. Oggi in Regione Marche
abbiamo un Dipartimento sanitario che
comprende, subordinato, il sociale. Situazione, dal punto di vista nostro, per
lo meno singolare che renderebbe, se
applicato nei territori, il sistema inefficace. Le politiche sociali sono infatti
un nodo strategico delle politiche di
welfare che comprendono una filiera
di altri settori che devono essere tenuti
14
assieme. Ridurre le politiche sociali ad una sottocategoria della sanità
è concettualmente e operativamente
sbagliato.
Nei territori stiamo lavorando tra forti
criticità, sociali ed economiche, attenti a gestirle e a non farci travolgere, se poi le criticità ce le facciamo
in casa costruendo in serie bastoni
da mettere tra le ruote altrui allora
siamo nei guai. Tra processi di incremento della povertà che sta coinvolgendo fasce di cittadini sempre più
ampie, politiche nazionali che stanno
rivoluzionando il sistema erodendo
le fondamenta di quanto costruito in
questi ultimi quarant’anni, necessità
di rivedere complessivamente le caratteristiche finanziarie del sistema di
welfare, abbiamo il nostro da fare per
mantenere credibile il sistema locale
di sicurezza sociale, è dunque necessaria un’integrazione equilibrata, funzionale, a tutti i livelli, con la sanità.
Invece abbiamo problemi, a cominciare dalla modalità e dalla tempistica di definizione del PSS, approvato
nonostante la mancanza di una legge regionale “sociale”, specifica, per
il recepimento della legge nazionale
“328”. Il tutto conferma una subordinazione del sociale alla sanità, con
il rischio di fare perdere al sociale
autonomia e dignità. Si pensi a tutta
la parte del PSS dedicata all’integrazione sociale e sanitaria, nella quale
si codificano temi e strategie (ruolo
coordinatore ATS, bilancio integrato,
dimensionamento sociale e sanità,
gestione associata ecc.) che dovrebbero essere definite (e concertate con
i territori) dalla “legge sociale”.
Poi c’è molto da dire sulla poca chiarezza nei rapporti e nell’integrazione
organizzativa e funzionale tra Area Vasta, Distretti, Dipartimenti e ATS.
il PSS non da indicazioni chiare su
come si devono organizzare i territori
rispetto ai servizi socio-sanitari, rischiando contrattazioni disomogenee
in tutto il territorio regionale (costo
dei servizi, tariffe, compartecipazione
dei cittadini…).
La sanità regionale prosegue nel suo
metodo di proporre al territorio decisioni poco partecipate sia dagli enti
locali che dal terzo settore.
Sullo specifico dell’integrazione tra
ATS e Distretti, nel PSS la “coincidenza” inizialmente prevista con la
proposta di riduzione dei 23 ATS a
13, per sovrapporsi geograficamente al Distretto, è stata superata dalla
possibilità di comprendere più ATS
in un unico Distretto. Rimane da
definire operatività e organizzazione
dell’intero processo e non è poco. Ci
si domanda perché si debba agire in
subordine all’organizzazione sanitaria
per ridefinire numero di ATS e Distretti in territori “ottimali”. È necessario
prescindere da soluzioni pre-definite.
Perché, in questa ricerca della quadratura del cerchio, non mettere in
discussione proprio l’assetto della sanità variando, per esempio, il numero
dei Distretti ?
dossier convegno 17 dicembre
un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate?
Ancora più ingarbugliato e fumoso il
rapporto tra ATS e Area Vasta (AV).
Definire i processi di integrazione
funzionale tra contesti territoriali così
diversi si sta rivelando difficile. Dalla diversa prossimità tra istituzione e
cittadinanza (buona quella dell’ATS,
velleitaria e poco credibile quella
dell’AV), alla diversa modalità di governance (nell’ATS amministratori locali presenti, con capacità concrete di
decisione, portatori di interesse che
partecipano realmente; nell’AV decisioni politiche concentrate in quel di
Ancona, rete sociale inesistente…);
dalla diversa gestione dei fondi (diffusa tra Comuni e ATS, accentrata
in ASUR a discapito dell’autonomia
dell’AV), alla separatezza dei processi
decisionali (ben individuabili nei territori per l’ATS, di nuovo concentrati
in Regione per l’AV).
A proposito di governance e processi
decisionali: il PSS si concede anche
qualche svarione quando si parla di
“mantenimento della linearità gerarchica unitaria: ASUR, Area Vasta territoriale, Distretto Sanitario, Ambito
Territoriale Sociale”; quando mai ?
Oppure nell’affermazione che “l’Area
vasta è il luogo ove potranno utilmente confluire le impostazioni generali
e le compatibilità di sistema da una
parte e le scelte programmatorie e
gestionali, come pure le indicazioni
pratiche sull’integrazione che verranno dai territori dei Distretti/Ambiti
Territoriali Sociali”… Qui o ci si spiega meglio o siamo alla fantascienza!
Va sostenuta invece con chiarezza la
programmazione integrata di Ambito/
Distretto così come prevista dal Piano
ma mai realizzata in questi anni. Gli
Ambiti hanno fatto i propri Piani annuali e triennali, i Distretti quasi mai!
Vanno date indicazioni da parte della
Regione, concertate con i territori, affinché si realizzi questa programmazione integrata.
Giuliano Tacchi
Coordinatore Ambito Sociale 1 di Pesaro
IL PIANO SOCIO SANITARIO
E GLI ANZIANI
il Presidente del Consiglio Mario Monti nel suo discorso di insediamento ha
parlato dell’assistenza a persone anziane non autosufficienti come uno dei
temi sui quali intervenire chiarendo subito il quadro: “pochi soldi più riforme”.
Ci chiediamo: si possono fare riforme,
su questi temi, a costo zero?
Oggi sin Italia si dedica lo 0,24 % del
PIL per la domiciliarità e lo 0,40% per
la residenzialità, troppo poco ..... e i bisogni crescono…
In Italia comunque, ognuno continua a
fare da sè: niente definizione dei servizi
essenziali, ogni regione ha le sue modalità di intervento e nulla cambierà nel
prossimo futuro… eccetto la progressiva crisi dei servizi che saranno sempre
più sotto-finanziati.
Quindi: più liste di attesa nelle residenze, meno soldi, meno qualità (vedi
minutaggi di assistenza nella case di riposo), peggiori condizioni per famiglie e
personale di assistenza, aumento delle
rette. L’inevitabile alternativa, anche di
fronte a sforzi sovrumani di riorganizzazione e razionalizzazione, è l’aumento
della spesa. Forse Monti e i suoi ministri pensano a miracolose alternative,
tipo le assicurazioni private, ma anche i
tecnici più liberisti oggi pensano che, al
massimo, questa soluzione possa avere
solo una funzione integrativa (forse).
Intanto i nostri governi brillano ed hanno brillato, per mancanza di interesse al
problema: Austria, Germania, Francia,
Spagna e Portogallo hanno promosso
(l’Austria fin dal 1993) riforme nazionali per gli anziani non autosufficienti.
L’Italia no… insieme alla Grecia !
Il quadro dell’assistenza, in casa o in
residenza, è comunque preoccupante,
perché disomogeneo ed inadeguato.
Il Ministero della salute ci informa che
nelle Marche 3,63 anziani su 100 residenti (over 65) hanno assistenza domiciliare integrata; 1,05 su 100 abitanti
hanno assistenza in strutture residenziali.
La media nazionale è 3,66 ADI, 1,97
residenze, perciò nelle Marche siamo
sotto media, soprattutto se ci paragoniamo a regioni a noi limitrofe come
l’Emilia Romagna, l’Umbria ecc che, ci
superano di alcuni punti in percentuale
su entrambi gli indicatori.
È preoccupante che il Piano Socio Sanitario marchigiano non si connetta con
queste problematiche !
C’è una scarsa visione di sistema (oltre
il locale) e non solo sul tema/problema
anziani, si salva solo quando parla di
15
[email protected]
“ricerca” ma è poco…
Il Piano non presta particolare attenzione ai cittadini anziani della nostra regione, se ne parla in due capitoli: terzo
e decimo.
Nel capitolo III, ci informano che si fa
ricerca, appunto su invecchiamento e
longevità attiva.
Il Piano conclude la sua attenzione al
tema in oggetto con il capitolo: X, L’integrazione sociale e sanitaria, punto 4.5,
intitolato: AREA ANZIANI che parla di:
• Residenze Protette;
• non autosufficienza
- accessi ai servizi per gli anziani non
autosufficienti;
- valutazione e presa in carico degli anziani non autosufficienti;
- accoglienza e assistenza residenziale
- sistema delle cure domiciliari;
- sistema privato di cure domiciliari;
- formazione;
- compartecipazione alla spesa;
- monitoraggio dei servizi.
Azioni di sistema:
• unicità dell’accesso ai servizi integrati sociali e sanitari;
• sistema di Valutazione della non autosufficienza
• riordino complessivo del sistema
delle cure domiciliari con riferimento particolare all’ADI
• predisposizione di linee guida
Tutto qui… anche se ci sarebbe da evidenziare una nota in chiusura del capitolo XI, punto 2: “LA DEFINIZIONE
DELLA STRATEGIA E DELLE LINEE
DI INTERVENTO - La stabilizzazione
del sistema secondo modalità integrate
socio-sanitarie”.
Dove si parla di: “Strategie regionali e
politiche familiari –
In particolare quando ci si riferisce agli:
Interventi di sostegno domiciliare
- sperimentazione progetto “Asili domiciliari”, “Agrinido” etc., da aggiungere
alla rete di servizi per l’infanzia previsti dalla l.r. 9/03;
- non autosufficienza con assistenza in
famiglia attraverso il potenziamento
del Servizio di assistenza domiciliare
per cittadini anziani non autosufficienti e la prosecuzione della sperimentazione dell’ “assegno di cura”.
Non è molto ma preoccupa l’indeterminatezza sul tema “potenziamento assistenza domiciliare” e l’insistenza sull’
“assegno di cura”, di per se non da
demonizzare, ma strumento preoccupante se propedeutico ad un modello nuovo di erogazione di intervento
sociale della regione Marche fondato
sulla monetarizzazione del welfare e
non sui servizi…
Criticità irrisolte
…anche perché nel PSS se ne parla
troppo poco o addirittura non se ne
parla:
“Assegni di cura”, come si diceva,
fino a quando? e con quale efficacia
visto che oggi siamo ad 1 risposta su
10 domande…
come si risponde a chi gestisce residenze protette divenute ormai vere e
proprie RSA ?
Infine a proposito delle strutture per
anziani: che destino avranno gli standard (requisiti minimi organizzativi e
strutturali) previsti dai regolamenti
attuativi della legge regionale 20/02?
sappiamo che, a fronte della crisi di
risorse che sconvolge i Comuni, da
molte amministrazione ma anche dai
privati, si chiede un “allentamento”,
più flessibilità, quindi più risparmi…
ma che fine farà la qualità dei servizi?
Il Piano ci darà garanzie al riguardo?
Le soluzioni ?
Gli esperti parlano di un nuovo patto
tra Stato e Regioni, con un nuovo impegno a sostenere la rete dei servizi
(dove esistono), a fronte di un corrispondente sforzo, in risorse aggiuntive, delle regioni.
Di questo naturalmente il Piano Socio
Sanitario non ne parla, parla invece
di monetarizzazione degli interventi
al posto dei servizi (ricordo ancora gli
assegni di cura) e lo stato intanto ha
azzerato le risorse per la non autosufficienza…
Ma fino a quando reggerà il fai-da–te
delle famiglie ?
Fino a quando pubblico e privato riusciranno a gestire residenze con ospiti sempre più “sanitarizzati” al costo
di strutture sociali” ?
A tutto questo il Piano Socio Sanitario
della Regione Marche, a mio parere,
non da risposte adeguate…
Cristina Ugolini
Coop Labirinto
Confederazione Italiana Agricoltori
Provinciale di Pesaro e Urbino,
Piazzale Garibaldi 16 61100 PESARO
Tel. 0721/64446 – Fax 0721/ 32605 E-mail: [email protected]
passato di qua
un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate?
16
[email protected]
Chi rappresenta le categorie deboli oggi?
Intervista di Marcello Secchiaroli ad Andrea Olivero, Presidente delle ACLI e portavoce del Terzo Settore.
- Presidente Olivero, Lei è qui in un
doppio ruolo, Presidente delle Acli e
Presidente del Forum del Terzo Settore.
È difficile conciliare le due cose?
A. Olivero: Certamente è particolarmente impegnativo ma non troppo difficile
perché in realtà le Acli hanno sempre
avuto come vocazione quella di essere
un ponte tra le organizzazioni del mondo del Terzo Settore, quindi in qualche
misura fa parte della mission originaria
della mia organizzazione andare a dare
un contributo affinché si trovino delle
sintesi e delle convergenze tra le organizzazioni. Certamente il Terzo Settore
è assai più ampio e complesso di quello
che è un’organizzazione, pur assai stratificata e ricca di esperienza come sono
le Acli. Ciò che accomuna l’uno e l’altro
impegno è una visione della società nella quale i soggetti sociali sono una parte
viva e vitale di democrazia sociale; non
sono soltanto soggetti che fanno del
bene, che agiscono nell’interesse della
socialità collettiva, ma anche soggetti
politici, di un’autonoma politicità che è
quella della politicità del sociale.
- Avete avuto un confronto con il nuovo
Governo, di qualche giorno fa. C’è speranza per questo Fondo delle Politiche
sociali che è stato “taglieggiato”?
A. Olivero: Io spero di si, nel senso
che i confronti prima con il Presidente Monti, poi con il Ministro Fornero e
più recentemente con la Sottosegretaria
Guerra, che ha la responsabilità delle
Politiche Sociali, hanno dimostrato che
c’è comprensione da parte loro della
gravità dello stato del welfare italiano a
fronte dei tagli drammatici degli ultimi
anni. È chiaro che in questo momento è
difficile reperire fondi nuovi a fronte di
tagli che continuano a essere fatti, ma
confidiamo nel fatto che quanto meno
si vadano a mettere in campo le risorse
minime per evitare il tracollo nell’ambito socio-assistenziale e in particolare
in quello dell’assistenza per i non autosufficienti; sarebbe per altro una vera e
propria follia se il Governo non ascoltasse queste istanze in un momento in cui
la tensione sociale è già così alta.
- Reintegrare il Fondo non vuol dire salvare la 328, di cui nessuno parla più?
A. Olivero: Si, certamente. Il Fondo era
il figlio migliore di quella legge perché
ha consentito di sviluppare vera sussidiarietà all’interno del nostro Paese;
per altro una sussidiarietà, lo voglio
rammentare, che è costata pochissimo
perché un miliardo e mezzo, a tanto ammontavano i fondi prima dell’inizio dei
tagli, hanno consentito in questi anni di
andare a costruire servizi che nella realtà avevano un valore più che doppio di
questa cifra perché tutto il resto lo mettevano le Comunità Locali, lo metteva il
Volontariato, lo metteva la diffusa rete
di solidarietà del nostro mondo. Infatti
il dono, la gratuità si sviluppano laddove lo Stato investe, laddove comunque
non c’è una deresponsabilizzazione del
Pubblico ma il Pubblico si integra con
la disponibilità dei cittadini di mettersi
in gioco.
- Ecco, la 328 si è divulgata nel territorio a macchia di leopardo nelle regioni,
però ha rappresentato qualcosa di partecipativo che non esisteva.
A. Olivero: Si e noi crediamo che abbia avuto un elemento estremamente positivo, cioè quello di far divenire
più responsabili le nostre comunità, a
partire proprio dai soggetti dello stesso
Terzo Settore e di far in modo che tutta
la società contribuisse alla definizione
delle strategie pubbliche nell’ambito
socio-assistenziale. Non è cosa di poco
conto questa, perché la nostra democrazia oggi è una democrazia che fatica,
che balbetta, che è in difficoltà proprio
perché non gode della partecipazione
dei cittadini e deresponsabilizza. La
328 era una forma intelligente di democrazia partecipativa e di responsabilizzazione dal basso di cui, io credo,
noi abbiamo bisogno ancora di più in
questa fase drammatica che stiamo attraversando.
- Lei ha parlato oggi di riforme non fatte: la non autosufficienza e il contrasto
alle povertà estreme.
A. Olivero: Si, sono due ambiti nei quali tutti i principali Paesi Europei, i 15
grandi, hanno negli ultimi quindici anni
fatto riforme strutturali, tranne l’Italia e
la Grecia e guarda caso oggi sono i due
Paesi che più sono in affanno. Senza
riforme strutturali si procede a tentoni
e si fanno guai come appunto stiamo
vedendo in questo momento in tanti
ambiti. Noi chiediamo le riforme, ma
chiediamo contestualmente che queste
riforme non siano fatte solo nella prospettiva dei tagli ma nella prospettiva
di una maggior efficienza ed efficacia;
il welfare non è soltanto un costo, ha
anche un costo ma un costo che è bilanciato da un interesse collettivo altissimo.
- Il famoso valore aggiunto del Terzo
Settore, Volontariato, Associazioni di
Promozione Sociale, Cooperazione Sociale, in che cosa consiste?
A. Olivero: Nella capacità di rendere
partecipe una comunità e nella capacità
di riattivare soggetti che da assistiti diventano essi stessi protagonisti del loro
percorso. Se guardiamo alle associazioni di volontariato così come al mondo
della cooperazione ci accorgiamo che
in molti casi quelli che nell’ambito tradizionale sarebbero degli utenti, diventano invece dei protagonisti, diventano
dei cittadini a pieno titolo. Noi siamo in
grado, naturalmente se utilizzati in maniera corretta, non soltanto per gestire
delle attività ma per andare a costruire
insieme delle attività e delle modalità
diverse di welfare, di sviluppare questa
modalità innovativa dello stare insieme
e quindi anche di allargare gli spazi della cittadinanza attraverso il welfare.
- Le percentuali che abbiamo sentito di
welfare che si esercitano nei vari Paesi
Europei, vede l’Italia molto sottostimata.
A. Olivero: Si in particolare noi abbiamo
un sistema di welfare completamente
sbilanciato: da noi il costo principale
è quello previdenziale mentre quello
più basso è quello del sistema sociale, dell’assistenza, delle tutele dirette.
Questo perché siamo legati ad un modello che è nato nel ‘900, risarcitorio,
nel quale a fronte di un problema, lo
Stato dava delle risorse economiche.
Oggi questo modello non può più continuare e va innovato; è per questo che
diciamo che è urgente la riforma, ma
una riforma che deve essere pensata
strategicamente non per smantellare il
welfare ma per ridargli un significato e
per far si che questo diventi un promotore di sviluppo per il Paese.
- Il famoso reddito minimo di inserimento, lo si scambia spesso con la monetizzazione dei servizi; ma non è la presa in
carico delle persone?
A. Olivero: Si, certamente è un elemento che va attentamente valutato e
contemperato con appunto il sistema
dei servizi, ma è utile soprattutto laddove non si da la possibilità alle persone
di vivere dignitosamente; quindi in un
paese che, per certi versi come quello
attuale, non può fare a meno di avere
disoccupati perché non riesce a dare
occupazione dignitosa a tutti, è necessario garantire almeno la possibilità di
una vita accettabile, naturalmente chiedendo alle persone di responsabilizzarsi, non mettendo in campo uno schema
assistenzialistico ma certamente non
dimenticando chi non può farcela da
solo.
- Quindi io credo che la presidenza delle Acli e la presidenza del Terzo Settore
possa conciliarsi.
A. Olivero: Si credo anch’io e credo che
questo possa far bene certamente alle
Acli perché si sperimentano nella relazione con le diverse organizzazioni ma
anche per il Terzo Settore che in qualche modo vive in questa maniera direttamente l’esperienza di un’organizzazione attraverso il suo portavoce. Non è un
caso che all’interno del coordinamento
del Forum Nazionale ci siano quasi solo
i presidenti delle grandi organizzazioni,
quindi persone che certamente hanno
poco tempo ma che hanno fatto una
scelta precisa di mettere in gioco le loro
organizzazioni fino in fondo in questo
lavoro comune.
- A livelli locali, non dovrebbe essere il
Terzo Settore un po’ più “cattivo”?
A. Olivero: Certamente deve essere più
protagonista, deve essere più attento a
rappresentare le istanze, anche le problematiche che emergono, senza avere
subalternità nei confronti di quanti governano. Mi rendo conto che molte volte è difficile perché si hanno relazioni
anche economiche con l’ente pubblico,
ma non fare, appunto, e non esercitare
questo ruolo anche di critica o comunque di analisi reale dei problemi fa si
che poi il Terzo Settore sia totalmente
subalterno e venga in realtà utilizzato
dall’ente pubblico senza che possa aver
voce in capitolo e questa è la cosa peggiore di tutte, che alla fine va a discapito di tutte le organizzazioni, anche di
quelle che con un po’ di collateralismo
immaginano di poterci guadagnare.
- Quindi un Terzo Settore non solo gestore dei servizi ma interpretativo dei
servizi.
A. Olivero: Si assolutamente. Un Terzo
Settore che svolge la sua funzione anche di rappresentanza di istanze sociali. Non dimentichiamoci che la politica
istituzionale alcune categorie non le
rappresenta più: i poveri, gli estremamente poveri, le famiglie impoverite, le
situazioni degenerate che noi spesso incontriamo ogni giorno, gli immigrati in
condizioni di difficoltà, chi li rappresenta? Non certo i partiti che cercano i voti.
una ricorrenza
un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate?
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I 60 anni del Circolo ACLI di Orciano
di Davide Brocca - ACLI Orciano
“L’ascensore sociale si è fermato ed è
compito nostro trovare le soluzioni affinché si riattivi”- È con questa frase
che il Presidente provinciale delle
Acli, Tomassini apre il ciclo di Incontri sulla condizione odierna dei giovani
nel lavoro, nella famiglia e nella partecipazione e coesione sociale; in occasione del 60° anniversario della fondazione del Circolo ACLI di Orciano di
Pesaro intitolato a Giuseppe Toniolo terminato con una cena sociale a seguito
della Celebrazione della Santa Messa
presieduta dal nostro Vescovo Mons.
Armando Trasarti.
Il pensiero espresso da Toniolo quasi un
secolo fa sembra, se non è; oggigiorno
più vivo che mai. Fautore della Settimana Sociale dei cattolici italiani proponeva una nuova via da seguire per affrontare i problemi che affioravano nella
società del 900, in contrapposizione
alle due soluzioni date anch’esse opposte fra loro:il sistema capitalistico
basato sull’individualismo da un lato ed
il collettivismo esasperato propugnato
dal socialismo dall’altro. Temi nei quali
il Circolo ACLI di Orciano si interroga
per superare la crisi strutturale socioeconomica che il Nostro Paese sta vivendo nella prospettiva dei giovani.
Famiglie che affrontano mille sacrifici
nella speranza di elevare le possibilità
dei propri figli di salire la scala sociale
e di prendere quell’ “ascensore” che
porta a vivere una vita di maggior benessere per le generazioni future; messaggio che potremmo sintetizzare nelle
frasi che qualsiasi giovane si è sentito
dire dai propri genitori:“Studia che troverai un lavoro più remunerativo, meno
faticoso e non dovrai fare gli stessi nostri sacrifici”. Riscoprire e rivalutare il
concetto del lavoro, essenziale per la
crescita della persona in ogni suo aspetto; la visione del lavoro manuale da
parte dei giovani è sbagliata ed impoverisce la nostra società ed in particolar
modo il nostro territorio che è di eccellenza a livello mondiale senza essere
in alcun modo esagerati, vi è necesins.percheno-ok.pdf
1-06-2011
9:31:48
sità la necessità di uscire dalla visione
utilitarista che oscura il vero obbiettivo
che una società basata sui principi cattolici come la nostra deve raggiungere,
ovvero il benessere comune e conseguentemente equo. È questo il messaggio che esce dal primo Incontro intitolato “Giovani e Lavoro”presieduto da
Maurizio Tomassini,presidente provinciale ACLI; l’Assessore Regionale al lavoro
Marco Lucchetti ed il Segretario Regionale CISL Pesaro Sauro Rossi. Il lavoro
elemento cruciale per la crescita individuale e collettiva, educare i giovani al
rispetto di ogni sua forma denunciando
qualsiasi atto che denigri o classifichi in
maniera inappropriata un diritto sancito
dalla nostra Costituzione.
La precarietà, ovvero la mancata stabilità nei rapporti di lavoro pervade i pensieri cupi del primo incontro e diventa
fulcro nel secondo dibattito presieduto
dal Dirigente Politiche Sociali ed integrazione socio-sanitaria della Regione
Marche, Giovanni Santarelli assieme
a Marco Moroni Presidente Regionale
ACLI sul tema “Giovani e Famiglia”.
Come le prime righe di questo articolo
ricordavano l’ascensore sociale si è fermato ed i figli rimangono sempre più
a lungo sulle “spalle” dei genitori. La
famiglia, come spiega il Prof. Moroni ha
due accezione marcate e contrapposte
al tempo stesso in positivo ed in negato
nella crisi odierna. Nel lato positivo possiamo vedere tutta la cultura derivante
dalle nostre origini cattoliche che trova
forza e coesione nella fiducia e auto
sostentamento della famiglia che si evidenzia nei momenti più difficili come
l’attuale. All’opposto troviamo la difficoltà delle giovani famiglie o ancor di
più di chi desidera crearla ma riesce a
vederne la concretizzazione per gli ostacoli rappresentati dalla casa connesso
alle problematiche del lavoro. Tutto ciò
non deve demoralizzare ma altresì fare
in modo di attivarsi ancor di più come
è stato dimostrato nella stessa sera
dall’esperienza dell’auto-costruzione in
atto a Senigallia da parte (…..).
Il terzo appuntamento del ciclo di Incontri dal tema “Giovani partecipazione
e coesione sociale” ha avuto l’onore di
essere presieduto da Vittoriano Solazzi,
Presidente dell’Assemblea legislativa
della Regione Marche e dal Portavoce
Nazionale del forum del Terzo Settore e
Presidente Nazionale delle ACLI Andrea
Olivero. Sono i giovani il problema della
società odierna oppure è il sistema che
si è strutturato in questi ultimi due decenni che creano ostacoli molto spesso
insormontabili per le nuove generazioni? È questo il quesito che si è posta
l’assemblea presente. L’invecchiamento
della popolazione nazionale e locale
che si registra non è mai stata così a
svantaggio dei giovani che si trovano ad
affrontare la propria battaglia generazionale che c’è sempre stata e che per
l’appunto anche per un fattore che possiamo definire volgarmente “numerico”
ha visto vittoriosa la più giovane; oggi
in un contesto di crisi strutturale e di
mancata fiducia sta vivendo la sua prima sconfitta. È proprio il Presidente
delle Acli ha denunciare la mancanza di
giovani nelle varie assemblee e quando
ciò accade non è certo un segnale positivo. Ma allora di chi è la colpa? Come
in ogni cosa la verità sta al centro; gli
adulti devono fare spazio e dare fiducia
ai giovani ed alle proprie idee, ciò non
significa togliere ogni limite o lasciarli
andare senza alcun punto di riferimento,
ognuno di noi è una risorsa e di certo
gli adulti possono dare tanto attraverso
alla loro esperienza. Di contro i giovani
devono imparare a seguire i propri sogni
e le proprie passioni con impegno e sacrificio perché senza alcuno sforzo non si
ottiene nulla; siamo cresciuto in una società dove il rispetto e il valore delle cose
è andato sempre più scemando, dobbiamo perciò in ugual misura ri-educarci
ai veri bisogni e valori che fa crescere
e diventare uomo secondo la nostra dottrina di cattolici. Autocritica ed autorevolezza; sono stati questi i punti su cui
si è basata l’omelia nella Santa Messa a
conclusione di questo ciclo di incontri da
parte del Nostro Vescovo Armando; siamo spinti ad eliminare l’estrema discrepanza che si è raggiunti fra le cose che
proclamiamo e quelle che facciamo in
realtà. Noi in primis, cattolici dobbiamo
mettere in pratica ciò che la nostra dottrina ci insegna, scendere dal piedistallo
che troppo spesso ci poniamo nel giudicare ed attivarci perché si possa scrivere
un nuovo sistema socio-economico dove
il benessere sociale collettivo sia al centro di ogni dibattito e decisione comunitaria.
Davide Brocca
acli Orciano
una scommessa
un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate?
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[email protected]
La Scuola femminile di Konto
L’alfabetizzazione in Etiopia
S
econdo alcuni recenti dati ricavati
dal Rapporto UNDP sullo sviluppo
Umano del 2005 e successivi aggiornamenti, il sistema scolastico dell’Etiopia risulta ancora uno dei punti debole
del paese, così come di molti altri Stati
dell’Africa sub-Sahariana.
Nonostante i progressi e gli sforzi di
questi anni, il tasso di istruzione tra gli
adulti risulta essere del 41, 5%, mentre
tra i giovani del 54, 7 %. La percentuale di iscrizione scolastica nelle Scuole
elementari è del 51 % e in quelle secondarie soltanto del 15%. Per questo
uno dei principali obiettivi del governo etiope - che con il “Programma di
sviluppo del settore della istruzione”
(ESDP) mira, entro il 2015, a raggiungere il traguardo dell’istruzione primaria universale - è quello di accrescere
le iscrizioni scolastiche cercando anche
di ridurre la discriminazione tra i sessi,
piuttosto accentuata ovunque, tranne
che nella capitale, Addis Abeba. Infatti la frequenza media delle ragazze alla
Scuole elementari e superiori è nell’insieme pari al 29%, mentre quella dei
ragazzi è del 42% e, in generale, solo
il 61% dei bambini che frequentano la
prima elementare completeranno il ciclo degli studi primari. Anche la partecipazione al lavoro appare differenziata
secondo il genere ed è degna di nota
la caduta dei tassi di occupazione tra
le donne a partire dai 30 anni, in buona parte dei casi in relazione allo stato
civile e del numero dei figli. Tuttavia,
anche su questo delicato versante, va
riscontrata una graduale e positiva inversione di tendenza. Se prima, in particolare nelle aree rurali, le bambine si
accingevano al matrimonio e alla procreazione attorno ai 12 anni e al compimento dei 18 avevano già nella media
tre figli, oggi le numerose campagne di
sensibilizzazione a favore dell’alfabetizzazione primaria della popolazione (non
solo femminile) ha determinato l’acquisizione di una maggior consapevolezza
della funzione emancipatrice (è proprio
il caso di dirlo) dell’istruzione scolastica. Le ragazze, adesso, attendono almeno fino al compimento della classe
decima prima di prendere in considerazione eventuali proposte di matrimonio,
sempre più messe in subordine – con il
sostegno anche da parte delle famiglie
di origine – al completamento del ciclo
degli studi.
Per questo motivo le attività della Scuola femminile di Konto, una piccola località nei dintorni di Soddo, nella regione etiope del Wolayta (a Sud di Addis
Abeba), sono di particolare interesse e
rilevanza sia educativa, che sociale.
Fondata nel 1970 sulle orme di un
missionario francese (Abba Pascal, da
cui la Scuola prende il nome) che nel
1930 aveva pioneristicamente operato
in Wolayta fondando le scuole di Dub-
bo e, in seguito, di Lala ed Embecha,
all’inizio la Scuola femminile di Konto
aveva solo 5 bambine iscritte alla prima
elementare. All’epoca i genitori stentavano a far istruire le figlie e preferivano
che queste rimanessero a casa ad aiutare la famiglia nei lavori domestici e
dei campi. Oggi le cose sono cambiate
radicalmente, in particolare nelle aree
urbane, e la Abba Pascal Girls’ School
(cui si affianca, dagli anni Novanta, una
valida Scuola dei Mestieri, che fornisce
istruzione tecnica in diversi settori), è
frequentata giornalmente da circa 670
bambine. La Abba Pascal copre il ciclo
scolastico della Scuola dell’infanzia e
giunge fino alla classe decima, equivalente al nostro secondo anno di Scuola
superiore, al termine del quale si opta
infrequente vederle dunque alle 15, al
termine delle lezioni, tornare a casa con
la bottiglia di plastica (per ogni bimbo
del Wolayta un bene preziosissimo) riempita di acqua sottobraccio, oppure
sciacquarsi allegramente alla fontana
canticchiando con le compagne, prima
di prendere la via del rientro; molte di
loro, il sabato, tornano inoltre presso i
lavatoi di cui il Campus è attrezzato per
lavare l’uniforme blu fornita loro in dotazione, della quale vanno molto fiere.
Le ragazze della Abba Pascal amano intrattenersi tra di loro negli spazi comuni del Centro, accoglienti e ben tenuti,
anche al di fuori dell’orario scolastico,
essendo per loro la Scuola, la loro Scuola, un punto importante di riferimento
e di aggregazione. Sempre al termine
- anche in base al punteggio conseguito
- tra accesso alle Scuole superiori (preparatorie all’Università) o Scuole professionali.
Il livello di preparazione delle allieve
della Abba Pascal Girls’School - sorretta dal lavoro di due volontari italiani
e dalla Fraternità dei frati Cappuccini
di Konto, con l’aiuto concreto di molti
sostenitori italiani e stranieri - è molto
buono ed apprezzato anche nella Scuola
statale, quando le ragazze fanno il loro
ingresso alle “Preparatorie” per accedere, poi, all’Università. Tutte le discipline, impartite da insegnanti locali, sono
tenute in lingua america (la lingua ufficiale dell’Etiopia, dove si parlano anche
numerose altre lingue e dialetti), e in
lingua inglese, veicolo fondamentale di
comunicazione e di scambio.
La Scuola, i cui locali sono stati rinnovati lo scorso anno in occasione del
quarantennale della fondazione, è dotata di una biblioteca, di laboratori di informatica e biologia, di un’aula magna,
di docce e lavatoi a disposizione delle
ragazze, che possono utilizzare l’acqua
potabile del Campus (c’è un apposito
pozzo) anche per uso domestico. Non è
delle lezioni, si possono inoltre seguire
gratuitamente corsi di cucito, partecipare ad attività sportive o frequentare,
a richiesta, corsi di lingua aggiuntivi, in
particolare inglese, spesso tenuti da volontari madrelinguisti.
Le estrazioni sociali delle allieve della
Scuola di Konto sono le più diverse,
molte di loro provengono da famiglie
piuttosto povere delle campagne circostanti che affrontano non pochi sacrifici
per mantenerle agli studi, almeno fino
alla decima. Le spese da sostenere,
comprensive di tasse scolastiche (da
versare ogni mese), cibo per il pranzo,
eventuale affitto di una stanza da condividere con altre ragazze (nel caso di
studentesse che provengano dai villaggi dei dintorni), si aggirano attorno ai
270/300 birr al mese, l’equivalente di
circa 14/15 euro. Una cifra di certo non
impegnativa per il nostro standard di
vita, ma sicuramente non trascurabile
per le famiglie del posto, le cui entrate
dipendono per la maggior parte dal lavoro agricolo, subordinato a siccità e carestie. Chi dunque volesse contribuire a
sostenere una di queste ragazze (oppure
un allievo della Scuola tecnica) agli stu-
di, potrebbe farlo, annualmente, con un
importo di circa 150 euro da versare su
apposito conto corrente bancario.
La mia esperienza presso la Scuola di
Konto (con la quale sono entrata in contatto grazie alle attività di Abba Marcello Signoretti, il sacerdote pesarese che
da quindici anni opera in Wolayta), è
stata breve, ma intensa e, per me, molto
significativa.
Un gruppo di vivaci ragazzine di età
compresa tra gli undici e i tredici anni
ha infatti seguito con entusiasmo il mini-corso di italiano che ho proposto loro,
su indicazione degli insegnanti stessi,
tra le attività facoltative del pomeriggio.
Si è trattato, nel breve tempo a disposizione, dell’avvio sperimentale di un progetto che - se adeguatamente sostenuto
e strutturato - vedrebbe a lungo termine
l’inserimento di un vero e proprio corso di italiano facoltativo tra le attività
pomeridiane della Scuola, che spesso
ospita visitatori italiani, anche provenienti dalla nostra regione.
Sin dalla prima lezione (affollatissima)
si è stabilito con le giovani allieve - molto motivate e desiderose di apprendere un rapporto di forte empatia e simpatia.
Per queste ragazze, che spesso si alza-
no alle prime luci del mattino per raggiungere a piedi la scuola dopo almeno
45 minuti di marcia e con il modesto
pranzo nella gavetta, l’apprendimento
e lo studio sono davvero un valore, e il
desiderio che hanno di imparare e conoscere mondi nuovi è a dir poco ammirevole. Colpisce di loro - assieme allo
sguardo vivacissimo e ai modi così cordiali - il forte rispetto delle regole e dei
ruoli, un atteggiamento collaborativo e
comunicativo che non sempre è diffuso
nelle nostre aule scolastiche, dove spesso (benché non sia opportuno generalizzare) l’esperienza di studio è vissuta
più come un “obbligo” da assolvere che
come un “diritto” da conquistare, al di
là delle differenze di genere e di provenienza sociale, nonché – ovviamente
– di religione e di razza.
Una lezione di stile e di vita per chi insegnando a queste “piccole donne”
l’alfabeto della nostra lingua - ha appreso da loro molto di più di quanto ha
insegnato.
Daniela Bostrenghi
per informazioni:
[email protected]
d’uopo
un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate?
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[email protected]
Feste e sagre amiche dell’ambiente
A volte questi eventi possono avere un pesante impatto ambientale
Sp
I
l nostro territorio è ricco di sagre, feste e manifestazioni di ogni tipo, ma a volte questi eventi
possono avere un pesante impatto ambientale, ad esempio per la grande quantità di rifiuti che
si producono a causa delle stoviglie e degli imballaggi usa e getta. Per ridurre questo impatto
ambientale è nato il progetto “Festa Sostenibile”, promosso da Eticare, Solideco, Un Mondo di
Acquisti Verdi e in collaborazione con la ditta Paolo Muratori. “Festa Sostenibile” propone soluzioni su vari fronti, dai rifiuti all’energia, dagli ingredienti dei pasti ai trasporti. Si comincia con
la raccolta differenziata e la sostituzione delle stoviglie in plastica con prodotti biodegradabili e
compostabili e si continua affrontando tutti gli altri impatti. Ma il progetto non si limita a rendere
sostenibili le feste, ne fa anche un importante veicolo di comunicazione e di sensibilizzazione verso i cittadini che le frequentano, allo scopo di diffondere le buone pratiche anche nelle abitudini
quotidiane. Ciò a cui punta il progetto sono risultati concreti e misurabili. Ecco perché, per ogni
festa, o per ogni Comune che aderisce, viene realizzato un vero e proprio bilancio ambientale, per
misurare nel concreto i benefici ottenuti.
La proposta si rivolge in primo luogo alle amministrazioni comunali, che possono adottarlo e promuoverlo sul loro territorio, ottenendo così importanti benefici in termini di gestione dei rifiuti,
qualità della vita ed ecologia. Ma ogni pro loco, ogni associazione, ogni soggetto che organizza una
festa può aderire al progetto e organizzare una “Festa Sostenibile”.
Per informazioni:
www.festasostenibile.it
Michele Altomeni
[email protected] – 335 7312544
Sara Muratori
[email protected] – 338 5891240
Paolo Muratori srl
[email protected] – 0721 453344
Motivazioni e obiettivi generali
Feste, sagre, manifestazioni ed eventi in generale possono
avere un forte impatto ambientale in termine di
produzione di rifiuti, di consumi energetici e di altri
parametri ambientali e sociali.
Il progetto “FestaSostenibile” ha l'obiettivo di ridurre
quanto più possibile questo impatto, attraverso scelte
strategiche ed organizzative.
Attuatori del progetto
Il progetto si rivolge in primo luogo alle amministrazioni
comunali, che possono adottarlo per i propri eventi, e soprattutto diffonderlo tra i diversi attori che organizzano
feste sul proprio territorio. Tuttavia può essere adottato
anche da una singola proloco, da un'associazione e riguardare singoli eventi.
Criteri
Festa Sostenibile si basa su una serie di criteri che
possono essere adottati, tutti o in parte, nell'ambito
delle manifestazione:
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DA CONFERMARE!!
muratori.com
www.festasostenibile.it
www.paolomuratori.com
www.festasostenibile.it
muratori.com
www.festasostenibile.it
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Raccolta differenziata dei rifiuti.
Eliminazione delle stoviglie in plastica.
Eliminazione delle bevande imbottigliate in plastica.
Utilizzo di materiali riciclati: carta per volantini, manifesti.
Utilizzo di prodotti alimentari biologici, a Km 0
e del commercio equo & solidale.
Detergenti ecologici professionali sec. le normative.
Prodotti e servizi provenienti da cooperative sociali.
Accorgimenti sulla mobilità sostenibile.
Comunicazione agli utenti dell’evento.
Comunicare una Festa Sostenibile significa
Siamo un gruppo di persone legate, a vario titolo, dal comune desiderio di ridare forza alla centralità del cittadino
quale soggetto
capace di produrre
strategie di benessere per il proprio
sensibilizzare
i cittadini
e promuovere
ambiente di vita e per il proprio territorio. Siamo convinti che il periodo storico che stiamo vivendo richieda l’elaborazione di proposte politiche in grado di dare risposte concrete ai bisogni
buone pratiche e comportamenti virtuosi sul territorio.
reali della gente. Siamo consapevoli che ognuno di noi può diventare protagonista o parte significativa di un’idea politica, di una “ricchezza”, di una nuova idea di cittadinanza e partecipazione, di un contributo per ripristinare un sistema di garanzie essenziali per la costruzione di un nuovo modello di sviluppo. sede: Pesaro, via Terenzi,11 tel 335.7587473
@gmail.com
ibile.it
ITALCAPPA
coop sociale
Labirinto
coop sociale
Libera.mente
ONLUS
Pegaso
coop sociale
A.C.L.I.
Ass. Omphalos
L’Ass. di vol.
Operatori di Base
Il Grillo Parlante
ALPHA
coop sociale
L’alveare
Ciformaper
CANAAN
coop sociale
I.R.S. L’Aurora
coop sociale
T41b
coop sociale
Solidale
coop sociale
Ama-Aquilone
ONLUS
L’Associazione Culturale Elettra si
pone come scopo primario quello di
favorire la conoscenza del concetto
di “Salute Mentale di Genere” , renderla accessibile a tutti mediante la
rimozione di ogni barriera mentale
attraverso la mission della diffusione etica della cultura. Tale scopo è perseguito attraverso l’attivazione di un
Centro Nazionale Documentazione Salute Mentale di Genere (SMG) che promuove e valorizza percorsi femminili sulla fragilità psichica. Il Centro rispetta
la politica del Gender Mainstreaming impegnandosi in azioni di divulgazione e
sensibilizzazione sul tema della equità di genere al fine di migliorare la comprensione pubblica delle questioni di genere in relazione alla Salute Mentale
per tutti e creare continuamente nuovi strumenti di divulgazione, attraverso lo
sviluppo di materiali e attività di advocacy , interventi e programmi divulgativi a
livello provinciale, regionale e nazionale. Inoltre assunto di base del Centro è la
cooperazione con i vari enti pubblici, privati , ricercatori, associazioni, cooperative, università finalizzata allo sviluppo di una rete informativa nazionale aperta.
La Cooperativa
Sociale COOSS
MARCHE ONLUS
Scpa nasce nel
1979 ad Ancona
e gestisce servizi
sociali, socio-sanitari, assistenziali, educativi e formativi.I servizi gestiti da COOSS MARCHE sono rivolti
alle seguenti categorie di utenza/settori:
anziani, disabili, prima infanzia ed adolescenza, salute mentale, disagio degli adulti.
La sede legale ed amministrativa è ad Ancona, le sedi operative sono ad Ancona, Jesi,
Fano, Fermo, Matelica.
Sede Legale e Uffici Amministrativi:
Via Saffi, 4 – 60121 ANCONAtel.
071_501031 fax 071_50103206
Il centro socio culturale “l’Asilo Gino Macchniz”
ha sede in via Leoncavallo 15 Pesaro. Nasce nel
1986, è stato il primo centro di Pesaro e Provincia ed è stato fautore della nascita di ANCeSCAO
Marche. Opera nel quartiere di Villa San Martino,
nella 10^ circoscrizione e nel 2011 ha avuto 725
soci di cui 66% con età superiore a 60 anni. I
nostri valori fondamentali scaturiscono dalla caratteristica propria di
una associazione di promozione sociale e si ispira a principi di solidarietà tra anziani, nuove generazioni e altre realtà sociali presenti nel
territorio, senza scopo di lucro. Le nostre attività si concretizzano in un
volontariato dei soci soprattutto anziani, diventando gli stessi soggetti
attivi dell’associazionismo del terzo settore. Promuoviamo attività sociali sulla salute, termali, sul turismo, di svago, sportive, di ballo e di
teatro. Mediante il “patto di quartiere” collaboriamo con il Comune,
con il consiglio di quartiere, le scuole locali e le altre associazioni presenti nel quartiere in attività di solidarietà, di incontri e iniziative volte
a combattere la solitudine nelle vecchie e nelle nuove generazioni.
DA
A
un’incognita
un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate?
[email protected]
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La politica dia un...segnale!
Quale futuro per i disabili psichici del laboratorio di segnaletica?
È necessario fin da ora stendere il progetto di continuità e
potenziamento delle strutture e
inserire il laboratorio nella rete
socio-sanitaria del territorio
U
na importante esperienza positiva
da sviluppare: il Laboratorio protetto di segnaletica stradale della provincia di Pesaro-Urbino Il laboratorio
di segnaletica stradale della Provincia
è nato nei primi anni 70, istituito dalla
provincia di Pesaro-Urbino su proposta
dell›allora amministratore Evio Tomasucci. Dopo notevoli difficoltà, legate al
carattere inedito e innovatore del progetto, nel corso degli anni si è giunti ad
un livello di eccellenza tale da suscitare
anche l’interesse di molte altre amministrazioni di ogni ordine e grado, che
numerose sono venute a fare sopralluoghi al fine di mettere in pratica simili
iniziative nei loro territori. Da oltre 40
anni, a Pesaro in via E.Barsanti al n°14,
la provincia gestisce questa struttura
che opera nel settore della segnaletica
stradale, operando l’inserimento lavorativo di disabili psichici e psichiatrici.
Quindi alcuni disabili collaborano con
addetti normodotati e anche alcuni lavoratori socialmente utili (unità LSU introdotta di recente in via sperimentale)
per produrre con criteri di flessibilità,
assai preziosi per la realtà locale, segnali stradali ed infrastrutture in ferro
zincato per tutta la rete viaria della provincia. È in questo contesto che lavorano, trovando inserimento, i 7 operatori disabili psichici e psichiatrici (un
tempo erano12 e inspiegabilmente non
sono mai sostituiti). La Provincia impiega questa struttura per la realizzazione
di cartelli stradali e rispettivi supporti
compresa tutta la relativa carpenteria.
Partendo da semi lavorati si realizza varia segnaletica stradale mediante
l’applicazione di pellicole adesive ad
alta resistenza, offrendo una versatilità ed una prontezza d’uso irrealizzabili
con le normali dinamiche commerciali.
Dinamiche che vedrebbero la necessità di ordini e quantità standardizzate,
costringendo a eccessive scorte di magazzino e a mancanza di versatilità, così
da condurre al contrario ad un aumento
vertiginoso dei costi reali per la provincia. Naturalmente i disabili non solo,
collaborano con gli operatori normodotati per la produzione a favore della
provincia e quindi della collettività, ma
sono impegnati anche nel loro personale interesse in attività volte a vario titolo
ad un miglioramento complessivo della
loro condizione cognitiva, psicologica e
sociale. Recenti interessanti risultati si
sono ottenuti con il lancio di un nuovo
programma sperimentale “Metti le ali
al disagio” che facendo leva su alcune
loro passioni - la tecnologia in generale
e in particolare l’interesse per il volo, ad
alto contenuto simbolico - li sta conducendo poco a poco alla capacità di utilizzo autonomo del personal computer
e all’acquisizione di notevoli capacità
manuali nel settore della falegnameria
specializzata. Grazie a questo particolare ambiente lavorativo, queste persone disabili, non solo hanno recuperato
una loro dignità lavorativa a beneficio
anche della collettività, ma compiono
un percorso cognitivo e formativo che
ne aumenta continuamente il valore e
la propria soddisfazione.
Purtroppo una visione miope della burocrazia, ha nel tempo negato una procedura vera e propria per i nuovi inserimenti. Ad oggi, questa fantastica
“oasi”, vede la partecipazione di soli 7
disabili , assistiti da 2 operatori e un
lavoratore socialmente utile, che operano nella doppia veste di operatori di
produzione e assistenti a disabili. Inoltre, ci si chiede anche che fine farà que-
sta importante struttura con le recenti
disposizioni che potrebbero vedere le
provincie confluire in parte nei comuni
ed in parte nella regione. Speriamo che
qualche politico lungimirante e illuminato si renda conto che questo prezioso
centro, piuttosto che essere sciolto o
cannibalizzato, andrebbe invece potenziato e meglio strutturato per proseguire
un servizio quanto mai necessario e richiesto nell’ambito sociale e in quello
della psichiatria e del disagio mentale.
È necessario sin da subito stendere un
progetto di continuità e potenziamento
di questa struttura, che dovrà inserirsi
a pieno titolo ed al più presto nella rete
dei servizi socio sanitari del territorio
provinciale (comuni, azienda sanitaria
e Terzo Settore). Come dicevamo all’inizio questo rappresenterebbe forse il
miglior riconoscimento al lavoro di Evio
Tommasucci pioniere in questo settore.
Ermanno Cavallini
Marcello Secchiaroli
d’uopo
un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate?
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21
“Dare voce” ai giovani
R
ipensare gli strumenti di sostegno al benessere della società e degli individui è l’attualità più interessante di questi giorni. La formulazione con cui il Welfare State italiano è stato pensato e istituito ha
mostrato la crepa più difficile da risanare, proprio nella criticità a essere sostenibile tanto per chi ne sta
usufruendo, quanto per chi è attualmente fuori da quella rete di protezioni. Riprendere una consuetudine
di riflessione che metta in contatto le diverse generazioni diventa oggi essenziale. Per questo, un primo
contatto è stato attivato con il Tavolo Giovani dell’Ambito Territoriale Sociale n. 1, a cui partecipano enti
pubblici, associazioni e cooperative che lavorano con i più giovani e che mensilmente si incontrano per
coordinarsi, progettare e approfondire il loro lavoro tanto sul piano metodologico quanto su quello operativo. Il tavolo giovani si è impegnato a sollecitare e coordinare la raccolta di articoli, reportage e approfondimenti sviluppati dai ragazzi più giovani e che potranno trovare su questo bimestrale spazio e voce. Ma
“dare voce ai giovani” può suonare una di quelle formule retoriche che avvalora il luogo comune secondo
cui ai giovani è riconosciuto il diritto di parola, ma solo quando sia vincolato a forme istituzionalizzate e
stereotipate. L’intento del progetto che sta partendo è quello di scardinare una visione tendente a relegare
il punto di vista dei più giovani in spazi circoscritti e marginalizzati.I giovani cercheranno di osservare il
mondo degli adulti, per evidenziare quanto questo sia disattento verso le loro istanze più sentite; a loro
sarà chiesto di raccontare le proprie esperienze di comunità e di impegno sociale, per mettere in campo
idee fresche di partecipazione e coinvolgimento; saranno invitati a proporre visioni del futuro che somiglino alle loro aspettative, perché possano contribuire alle costruzione della società in cui vivranno.
Da questo
numero una
pagina di
Perché No sarà
autogestita
dai giovani
del tavolo
dell’Ambito
Sociale N. 1
di Pesaro e
rappresenterà
un interessante
esperimento di
partecipazione
tramite il
nostro
periodico
attuale, purtroppo
un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate?
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Violenza e maltrattamento contro le donne
Quale situazione nella nostra provincia ?
a cura di Marina Bargnesi
Intervista all’ Assessore
Provinciale alle Pari
Opportunità Daniela Ciaroni
L
a rivista Percheno ha dedicato fin
dal primo numero una rubrica alle
donne, alle tematiche d’interesse principale inerenti la condizione femminile
nella nostra provincia. In questo numero
Marina Bargnesi curatrice della rubrica
intervista l’Assessore alle Pari Opportunità della Provincia di Pesaro-Urbino
Dr.ssa Daniela Ciaroni per conoscere i
piani d’azione attuali e la politica della
Provincia sul fenomeno della violenza e
maltrattamento contro le donne
Lei riveste già da alcuni anni il ruolo di
Assessore alle Pari Opportunità per la
Provincia di Pesaro, quanto è presente
questo fenomeno nella nostra provincia
e come si caratterizza?
Il fenomeno della violenza di genere
comprende tutta una serie di atti ostili
e di violenza compiuti da uno o più uomini contro la volontà di una donna. Il
tentativo di controllare una donna può
manifestarsi attraverso la violenza psicologica, con comportamenti persecutori, minacce o limitazione della libertà
di movimento, atti di svilimento e denigrazione della persona o di privazione
economica, sia con la violenza fisica
e/o sessuale. Le violenze subite dalle
donne causano gravi danni alla salute
psicofisica, danni patrimoniali e limitano considerevolmente la dimensione
esistenziale e relazionale delle donne.
Si parla di violenza domestica quando
si verifica all’interno della casa o comunque in un contesto famigliare. Possono essere colpite donne di ogni classe sociale, razza, religione ed età e se
sono presenti dei figli, anche i bambini
risultato comunque coinvolti, anche se
non direttamente colpiti dall’azione violenta, con conseguenze psicologiche ed
emotive devastanti sulla loro personalità: fenomeno della violenza assistita.
La comunità internazionale riconosce
oggi la “violenza di genere” come un
violazione dei diritti umani ed è il sintomo più evidente dello squilibrio di poteri nel rapporto tra uomini e donne.
In Italia si stima infatti che sia ancora
la prima causa di morte ciò desta preoccupazione considerando l’entità della
“violenza sommersa”: violenza non riconosciuta e quindi non denunciata.
In Italia la prima ed unica ricerca sulla
violenza di genere attraverso un’intervi-
sta telefonica, su base regionale, è quella dell’ISTAT del 2006, che ha evidenziato come nelle Marche il 34,4% delle
intervistate ha subito violenza nel corso
della sua vita e che il 16,4% all’interno
delle mura domestiche, con percentuali
anologhe a quelle nazionali.
Dai dati dei casi affluiti al Centro Antiviolenza “Parla con noi” di Pesaro nei
primi mesi di attività seguiti all’apertura nell ‘aprile 2009, si evince che il
fenomeno interessa in modo trasversale tutta la società senza distinzione di
ceto sociale o condizione economica o
culturale; ad esempio nel 40% circa
dei casi la donna è autonoma anche
economicamente ed ha un lavoro fuori
casa. In particolare negli 82 casi affluiti
nel 2010 (i dati relativi agli accessi del
2011 sono in corso di rielaborazione)
la fascia di età più colpita è quella dai
25 ai 55 anni (42% dei casi) ma anche
età più giovani non sono immuni da atti
di violenza nei loro confronti, la fascia
dai 15 ai 24 anni rappresenta infatti il
10%. I tipi di violenza subita sono nel
58.5% fisica, nel 13.4% dei casi la
violenza è di tipo sessuale, il 6.2% ha
subito violenza psicologica; a questo si
aggiunge il 30.5% di donne vittime di
violenza ecoonomica; la percentuale dei
casi di stalking si attesta al 7.3%.
Ad infliggere la violenza sono le persone più vicine alle donne: nel 47.6% dei
casi il partner attuale, il 7.3% vengono
molestate dall’ex partner, nel 15.8%
dei casi a macchiarsi di violenza contro le donne è un loro famigliare; solo
nell’1.2% dei casi si tratta di uno sconosciuto.
Quali azioni sono state messe in atto e
quali servizi sono stati istituiti per debellare il fenomeno nel nostro territorio
provinciale?
Già dal 2008, a seguito anche dei risultati dell’indagine ISTAT, l’Amministrazione Provinciale si è fatta carico di
promuovere un Protocollo per la Definizione di Azioni d’Intervento in Materia di Contrasto e di Prevenzione della
Violenza nei confronti delle Donne, tra
Enti Locali ed Istituzioni, con il compito di mettere in campo sia una efficace
attività di prevenzione sia una serie di
politiche attive che sostengano le donne
che denunciano gli atti di violenza ed
i maltrattamenti di cui sono vittime. Il
protocollo ha rappresentato una valida
assunzione di responsabilità nei confronti della prevenzione della violenza
di genere da parte delle istituzioni firmatarie ma ha anche permesso di sviluppare una concreta rete di soggetti
che interagiscono, ciascuno con le proprie specifiche compentenze, nell’accompagnare le donne che si rivolgono
al centro e iniziano un percorso, spesso
lungo e difficile, di uscita dalla situazione di violenza in cui vivono.
Abbiamo organizzato eventi formativi
su tutto il territorio provinciale con momenti pubblici quali incontri e convegni, diverse campagna di informazione
contro la violenza e lo stalking, la pubblicazione del libretto “Violenza. Come
e dove chiedere aiuto. Parla con noi”
tradotto in più lingue. Contemporaneamente è stata data grande importanza
alla formazione degli operatori, assieme
agli altri partner del protocollo, di un
seminario formativo rivolto al personale sanitario, alle forze dell’ordine, agli
operatori dei servizi sociali del territorio provinciale. L’accesso a due linee di
finanziamento, una regionale e l’altra
ministeriale, ha permesso l’apertura del
Centro denominato “PARLA CON NOI”.
Il ruolo dell’Associazione “Percorso
Donna”, nata dalla volontà di alcune
giovani donne che esercitano la professione di avvocato, di prestare la propria
opera di consulenza gratuita, in termini
giuridici, presso il Centro Antiviolenza,
è stato determinante per consentire l’apertura del Centro.
Come svolge la propria attività il Centro
Antiviolenza “Parla con noi”?
Il Centro è dotato di personale competente e già formato in grado di gestire
le varie fasi del percorso di uscita dalla
violenza: dalla prima accoglienza telefonica, agli eventuali colloqui per approfondire i bisogni e valutare le risorse da
attivare per affrontare il disagio, all’accompagnamento nella fruizione dei servizi presenti sul territorio grazie ad un’
ampia rete di rapporti (rete territoriale)
che consente ai soggetti che ne fanno
parte sia di confrontarsi e di condividere
i percorsi sia di sostenere il processo di
accoglienza, presa in carico e accompagnamento delle vittime.
Il Centro, con numero diretto
0721/639014 è collegato al numero
nazionale antiviolenza 1522 attivato
dal Dipartimento per i Diritti e le Pari
Opportunità, per cui risulta contattabile in ogni momento. L’operatrice che
risponde raccoglie l’esperienza della
donna, la rassicura sull’anonimato e
sulla segretezza del colloquio, nei limiti
previsti dalla legge, cercando di stabilire con lei una comunicazione significativa e programmando dei colloqui
successivi in sede nei quali è possibile,
attraverso la consulenza legale, ottenere
informazioni sui diritti di cui le vittime
sono titolari e su come avvalersene. La
consulenza psicologica, invece, si arti-
una testimonianza forte
un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate?
cola in pochi colloqui, in relazione alla
valutazione del tipo di disagio; sarà possibile un invio agli specialisti dei Servizi
Asur che operano in rete con il centro
nei casi in cui emerga la necessità di
supporto psicologico o psicoterapeutico
prolungato. Se si presenta la necessità
si procede all’attivazione dei servizi di
emergenza (ospedale e forze dell’ordine).Nel caso di impossibilità a rimanere
nell’ambito familiare, sia in situazioni
di emergenza sia in modo differito, ci
si attiva affinché la donna possa essere
accolta, anche con i propri figli, in un
luogo protetto, da ricercarsi mediante
collaborazione con le strutture già presenti sul territorio.
Il centro è attivo il mercoledì mattina
dalle 8,30 alle 12,30 ed il giovedi’ pomeriggio dalle 16,00 alle 18,00 per
accoglienza telefonica e colloqui su appuntamento, mentre la segreteria telefonica è attiva 24h su 24.
Cosa serve alla politica ed alla società
per conseguire risultati più efficaci ed
indebolire davvero questo persistente
meccanismo di violenza e maltrattamento sulla donna e quali programmi
per il futuro ?
Non disponendo di dati relativi all’esito delle denunce e dei procedimenti
penali avviati dalle vittime di violenza
è difficile valutare l’efficacia di leggi a
protezione delle vittime e ciò non serve
all’avanzamento del diritto e delle azioni svolte dalle istituzioni e non consente
di garantire il primo diritto della vittima, quello cioè di ricevere protezione
e aiuto nel ricostruire le condizioni di
autonomia personale. In questo modo
si disincentiva la denuncia e la conseguente uscita da situazioni di violenza.
Lo stesso problema si pone per i dati
che afferiscono ai servizi sanitari ed ai
Pronto Soccorso, mentre i dati raccolti
dai centri antiviolenza ancora non vengono sempre ritenuti attendibili.
È necessaria anche un’analisi dei costi sociali della violenza che ricordiamo,
ricadono sull’intera collettività ed in
particolare sui settori sanitario, sociale, giudiziario, di sicurezza, economico ecc.; analisi che consentirebbe uno
stanziamento di fondi adeguato alle
effettive esigenze per la promozione di
politiche mirate alla prevenzione ed alla
protezione delle vittime, con lo scopo
ultimo di eliminare la violenza di genere. In Italia siamo ancora molto lontani
dal porre la questione del risarcimento
alle vittime come affrontato invece da
altri paesi europei.
È importante uno scatto culturale ed il
superamento di stereotipi: ad es.le vio-
23
[email protected]
lenze vengono attribuite a persone con
problemi psichici o a raptus di follia, o
ad appartenenti a fasce svantaggiate,
come migranti o rom alimentando uno
stereotipo che non corrisponde alla realtà dei dati i quali confermano che la
violenza maschile contro le donne è trasversale, e non dipende dal livello culturale di che la commette, né dal suo
status economico, né dall’appartenenza politica o religiosa. Gli uomini per
la stragrande maggioranza sono sani
di mente e senza alcun tipo di disagio
quando commettono violenza contro le
donne solo perché sono donne! È fondamentale iniziare ad informare seriamente le donne che ancora hanno paura
a denunciare quanto accade all’interno
delle mura domestiche, perché per la
maggioranza dei casi il carnefice si trova all’interno della famiglia.
Un ruolo cruciale ha la formazione degli operatori sociali, sanitari, delle forze
dell’ordine, dell’avvocatura e della magistratura in quanto spesso la vita della
donna dipende proprio dalla capacità
dell’operatore di saper valutare in prima
battuta il rischio di subire nuove violenze, di indirizzare ed informare la vittima
sugli strumenti giuridici a disposizione,
di essere in grado di tutelarla.
Il mio impegno prevalente è quello di
riuscire a garantire l’attività del Centro Antiviolenza, nonostante la scarsità
delle risorse pubbliche. Con la Regione Marche ed altri partners, abbiamo
partecipato a due successivi bandi del
Ministero P.O. per ottenere finanziamenti che ci consentano di potenziare
il Centro Antiviolenza con progetti che
ampliano il lavoro di rete che già oggi
stiamo svolgendo con le altre istituzioni
e con le associazioni che si occupano
di contrasto al fenomeno della violenza.
È importante coinvolgere altre istituzioni come gli Ambiti Territoriali Sociali ed
tutti i Comuni dalla provincia con lo scopo di monitorare il fenomeno sociale della violenza e dare risposte più efficaci.
Fare prevenzione attraverso l’informazione rivolta direttamente alle donne con
iniziative pubbliche ed eventi divulgativi
ed. incontri con i ragazzi delle scuole secondarie del territorio provinciale per affrontare il tema della differenza di genere ed il contrasto alla violenza e ad ogni
altra forma di discriminazione.
Rafforzare la formazione degli operatori
della Rete Istituzionale: medici ospedalieri e di medicina generale, operatori
del sociale, forze dell’ordine e di altre
figure che, pur non facendo parte attiva
della Rete, svolgono un ruolo nella prevenzione o nella lotta alla violenza.
Lettera aperta: lo sdegno di una donna violata nella sua dignità all’interno di una giustizia palesemente ingiusta
S
ul Resto del Carlino di alcune settimane fa, è uscito un articolo in cui viene
riportato l’esito del processo tenuto presso il Tribunale di Pesaro, con l’assoluzione dell’imputato, accusato di violenza sessuale ai danni di una giovane donna,
per non aver commesso il fatto; insieme a lui, anche gli altri coinvolti nella triste
vicenda sono stati prosciolti. Oggi, mi sento di poter esprimere una mia riflessione
sul quel caso: quella donna sono io che in un momento di difficoltà chiesi ospitalità ad un’altra donna di cui mi fidavo. Lasciando da parte la dinamica dell’accaduto, dove era evidente che quell’uomo si è approfittato di una situazione che
giovava a suo favore, posso semplicemente dire che, dal momento in cui ho esposto denuncia al momento in cui mi sono seduta davanti ad un giudice, dopo la
lettura della formula che abitualmente si legge prima dell’inizio di un processo, ho
sempre detto la verità, spinta da un forte senso di giustizia, in base ai miei ricordi
non sempre in sequenza, di quella notte maledetta. Non è facile per la vittima
parlare della violenza subita, in lei prevale un senso di colpa e di vergogna che ci
porta dentro ad un vortice di solitudine, depressione e quell’amara consapevolezza
che, all’interno di un palazzo di giustizia, quindi anche nella nostra legislazione,
vige ancora quella meschina mentalità maschilista. Solo con l’appoggio delle persone care e di un buon lavoro terapeutico si riesce ad affrontare e ad rielaborare
questo lutto devastante di un periodo buio. Per due anni ho vissuto, all’interno
del Tribunale, quel calvario. Le udienze diventavano così tormenti e ogni volta era
come morire. Ti uccidevano dentro e ogni loro parola erano per me delle pugnalate
che ti squarciavano dentro l’anima.! È pesante.... si avverte una forte tensione!
Durante le udienze, io ero lì fisicamente, ma la mia mente era assente, come se
ci fosse un netto rifiuto di quella realtà. Ero lì e pensavo che fosse sarebbe stato
meglio non far partire questa macchina infernale, di stendere un velo pietoso su
una situazione così degradante , umiliante per ogni donna vittima di violenza, e di
non denunciare. È finito, dopo due anni, un incubo ed è finito con l’assoluzione.
L’impressione che ho avuto nell’ultima udienza era sconcertante... da rimanere
senza parole: lo stesso giudice, stanco, quasi annoiato perchè in quella stessa
mattinata aveva sostenuto troppe udienze, non ha dato la possibilità alla psicologa che mi ha seguita di esprimere un suo concetto, bloccandola con una frase “
la faccia breve”, come per dire “non ho tempo da perdere!.”, mentre l’avvocato
difensore, quasi sbuffando, ha avuto la sfacciataggine di dire che questa denuncia e di conseguenza il processo non erano il caso di farli, perchè la sottoscritta
era consenziente secondo la versione dei fatti del suo assistito. Con l’assoluzione
dell’imputato, sono passata per una poco di buono che si è concessa all’imputato.
Sempre quell’avvocato, nella battuta finale si è domandato “perchè la denuncia
se la signora era consenziente?”. A costoro rispondo così: se una donna denuncia
un fatto così grave, come quello che è capitato a me, un motivo ci sarà. Il motivo è
che io non ero consenziente, se lo ero, come si è affermato, neanche io avrei avuto
motivi ad espormi così tanto e poi per che cosa? Per un atto di protagonismo, per
farmi umiliare ancor di più in quel modo? Non credo proprio! Allora trovatemi una
spiegazione logica sulla motivazione di una denuncia se ero consenziente. Io stessa, umanamente e razionalmente non la trovo. L’approccio con un’aula di tribunale, lo ripeto, è devastante, ti sconvolge a tal punto che fai fatica ad esprimerti e ti
prevale quel senso di nausea e voglia di fuggire, trovandoti in un vortice senza via
d’uscita. So che la legge è concreta, si basa su prove certe, a me mancavano delle
prove, anche piccole, e qualche testimone in più che era informato delle tante situazione losche che si verificavano in quella casa. Ma era la mia parola contro quei
tre. Hanno vinto la causa…ma è solo una vittoria di Pirro ed io non mi sento una
sconfitta, perchè sono riuscita, grazie ad un ottimo lavoro terapeutico e all’affetto
dei miei cari, a riprendermi la vita distrutta, partendo dalla mia laurea, partendo
da me stessa. Se posso camminare a testa alta è perchè ho la coscienza pulita,
consapevole di aver cercato, attraverso la giustizia, di difendere la mia dignità e
la verità. Il mio pensiero è rivolto a quella ragazzina che, durante la Notte Bianca
fanese, ha vissuto e vivrà lo stesso mio calvario. A lei, che deve trovare la sua forza
anche attraverso la sua famiglia, si attribuirà la colpa di aver voluto trascorrere una
serata in allegria in compagnia dei suoi amici con la spensieratezza dettata dalla
sua giovane età, distrutta da quei “ bravi ragazzi” che affermano che la stessa giovane era consenziente, facendo così cadere la responsabilità sulla donna al fine di
screditarla. Cambiano i luoghi, le modalità della violenza, ma l’unica cosa che non
cambia è la stessa motivazione che si sente spesso all’interno dei processi penali.
Quale fiducia si può avere nella giustizia? Poca e lo dimostrano i sondaggi dell’ISTAT, in cui si afferma che episodi di violenza o di abusi non viene denunciato,
perchè c’è il timore di non essere credute, il peso della vergogna è fortissimo, ma
quello che emerge, soprattutto, è la mancanza di fiducia nelle istituzioni stesse.
Dalla mia esperienza, ho compreso che il violentatore può provenire da qualsiasi
ceto sociale, con diverso grado d’istruzione, e che il cammino della donna verso
la giustizia è lento e la legge stessa sembra avere qualche strascico del vecchio,
ormai superato, si fa così per dire, Codice Rocco, dove vige una mentalità maschilista e poco equa nei confronti della dignità donna, poichè, nonostante le tante
lotte per l’emancipazione femminile per un equa parità con il sesso maschile,
nonostante ci sono stati piccoli cambiamenti, soprattutto provvedimenti legislativi
contro lo Stalking , siamo ancora nella “Preistoria”: la nostra battaglia è dura su
tanti fronti, ma i presupposti ci sono per fare sentire la nostra voce, non possiamo
e non dobbiamo rimanere nel silenzio e, nonostante le difficoltà, non dobbiamo
aver paura di lottare per quell’ideale che si chiama “Giustizia”, poichè dobbiamo
credere fortemente in essa al fine di dare valore alla donna e alla sua dignità. Per
tanto necessita un radicale cambiamento nella cultura e nella mentalità di chi sta
nell’ambito legislativo, di chi ci governa, nell’informazione, ma soprattutto nella
mentalità dell’uomo stesso che spesso non riesce ad accettare un semplice no, visto come un oltraggio alla sua “virilità”, e si nasconde dietro l’ormai tipico stornello: “Era consenziente!”. Tutto mi è ovvio e scontato, perchè quelli che compiono
atti vili contro la donna, al fine di tutelarsi, dicono sempre la stessa identica cosa!
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