Perché no? rivista bimestrale edita dall'associazione Perché No via Terenzi 11, Pesaro - anno II numero 01 del 23 - 02 - 2012 Reg.Tribunale di Pesaro n° 589 del 04/05/2011 - Tiratura 10.000 copie Stampato in Pesaro dalla Cooperativa Sociale T41B Progetto grafico artù comunicazione Direttore Responsabile Michele Gianni Aderenti al progetto: A.C.L.I., Ciformaper, Ass. ALPHA, Coop Soc. Labirinto, Coop.Soc.T41B, Ass. volontariato Operatori di Base, CANAAN Coop.Soc., Libera.mente ONLUS, Ass. L’alveare, Ass. Omphalos, Coop.soc. Pegaso, I.R.S. L’ aurora Coop Soc., Italcappa Coop Soc., AmaAquilone Coop Soc., Il Grillo Parlante Coop Soc., Solidale Coop Soc., Coos Marche Onlus, Elettra Ass. Culturale, C.S.C. Asilo G. Macchniz FAREWELL WELFARE ? Politiche sociali: un addio o un arrivederci Sabato 3 Marzo 2012 ore 9.00 Pesaro, Via Gramsci 4 Sala del Consiglio Provinciale PRESIEDONO: Michele Gianni, Direttore responsabile “Perché no?” Simone Bucchi, Presidente AVM Pesaro e Urbino ORE 09.15 PRESENTAZIONE BOZZA DEL DOCUMENTO “LE POLITICHE SOCIALI CHE VOGLIAMO” DA SOTTOPORRE ALL’ATTENZIONE DEL CONVEGNO Marcello Secchiaroli, Associazione “Perché no?” ORE 09.30 CONTINUITÁ CON IL PASSATO O NUOVE POLITICHE SOCIALI Graziano Giorgi, Collaboratore IRS Milano POLITICHE SOCIALI DELLA REGIONE MARCHE: ABBANDONO DELLA 328? Angela Genova, Docente Università di Urbino AMBITI, COMUNI E COMUNITÁ MONTANE: BALUARDI PER MANTENERE LA RETE DEI SERVIZI Stefano Cordella, Coordinatore ambito territoriale sociale Cagli RUOLO DEL TERZO SETTORE NELLA CRISI Gianfranco Alleruzzo, Presidente cooperativa Sociale Labirinto ORE 11.45 DIBATTITO E CONCLUSIONI Dossier convegno “La salute nelle Marche” Interviste: Mario Pianta, Maurizio Sebastiani, Paola Fazi, Armando Zappolini, Andrea Olivero, Daniela Ciaroni Interventi: Pierfrancesco Casula sull’evasione fiscale Scritti: “La sagrestia” di Paolo Teobaldi Servizi: il Laboratorio di segnaletica della Provincia, La scuola femminile di Konto Inviate commenti, richieste di informazioni, suggerimenti a: [email protected] - Tel. 335.7587473 così difficile? un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate? 2 [email protected] Tassare la finanza, ridurre gli squilibri Intervista a Mario Pianta di Claudio Bocchini Mario Pianta è professore di politica economica all’Università di Urbino e fa parte del Centro Linceo Interdisciplinare “Beniamino Segre” dell’Accademia Nazionale dei Lincei. È stato fellow all’European University Institute, alla London School of Economics, all’Université de Paris 1 Panthéon-Sorbonne e alla Columbia University, New York. È tra i fondatori della campagna Sbilanciamoci! sulle alternative di politica economica. D – Professore lei insegna Politica economica e il suo corso ha l’obiettivo, si legge nella presentazione sul sito della Facoltà di Economia dell’Università Carlo Bo di Urbino, di fornire agli studenti gli strumenti per analizzare i problemi, le scelte e gli effetti delle politiche economiche italiane, europee e internazionali. Faccia capire un po’ di più anche a noi, la politica, anche economica, internazionale ed europea come sta affrontando questo lungo periodo di crisi? P - La politica europea non dato alcuna risposta all’altezza della crisi. Bruxelles segue ancora la via dei piccoli passi, sempre in ritardo di fronte alla rapidità con cui la finanza attacca volta a volta debito pubblico e listini di Borsa. E se le prospettive finanziarie sono pessime, quelle dell’economia reale non sono migliori. Sul fronte della crescita economica in Europa si è fatto pochissimo, e proprio nulla per rilanciare la domanda. Ci si aspetta che i mercati facciano il solito “miracolo” di tornare a crescere da soli. Ci si aspetta che l’occupazione possa riprendere attraverso un calo dei salari reali sul mercato del lavoro, come se le imprese assumessero di più lavoratori quando possono pagarli meno, anche se non hanno a chi vendere i prodotti. La ricetta principale è lo smantellamento dei contratti nazionali, con più potere alle imprese e meno al sindacato per decidere salari e condizioni di lavoro. Nonostante il precipitare della crisi, non vengono scalfiti i due pilastri della costruzione europea degli ultimi vent’anni: finanza e neoliberismo. Anzi, come soluzioni della crisi vengono riproposti in dosi ancora maggiori con salvataggi delle banche, privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica… D – Lei è legato al mondo del sociale essendo vice presidente di Lunaria, un’associazione di promozione sociale, senza fini di lucro, nata nel 1992 che svolge attività di ricerca, formazione e comunicazione sui temi dell’economia solidale e del terzo settore, delle migrazioni e della globalizzazione, della democrazia e della partecipazione e promuove iniziative di volontariato internazionale. Può scaturire da questo mondo la svolta di una politica ancorata al passato che non trova vie nuove per promuovere il cambiamento? di dicembre 2011 scrive che uno degli aspetti più pericolosi di questa crisi consiste nell’assenza di attori e iniziative che si occupano delle condizioni, della produzione, delle decisioni e del consumo. E si giunge al suo secondo obiettivo, controllare l’economia? P – Oggi si può dire che il 90% degli europei sta peggio di dieci anni fa e che il 10% più ricco ha incamerato tutti i benefici della crescita. In molti paesi europei e negli Stati uniti le disuguaglianze sono tornate ai livelli degli anni trenta; ora una “grande redistribuzione” dev’essere messa in agenda, cambiando i destinatari delle politiche di austerità, tutelando il lavoro e i salari, difendendo il welfare. L’economia dev’essere messa nelle condizioni di non devastare più la società. Occorrerebbe spostare il carico fiscale dal lavoro alla ricchezza, favorire sistemi produttivi più efficienti e sostenibili tassando le risorse non rinnovabili e dei combustibili fossili. Occorrerebbe riorientare la spesa pubblica utilizzandola per rilanciare la domanda, difendere il welfare, estendere le attività e i servizi pubblici. I diritti del lavoro e il welfare sono elementi costitutivi dell’Europa. Dopo decenni di politiche che hanno creato disoccupazione, precarietà e impoverimento, serve mettere al primo posto la creazione di un’occupazione stabile, di qualità, con salari più alti e la tutela dei redditi più bassi. Un’Europa che voglia avere il consenso dei cittadini, e non solo della finanD – Il primo obiettivo è, dunque, il ridi- za, delle grandi imprese e del 10% di mensionamento della finanza? privilegiati, deve riprendere il controllo dell’economia e costruire le sue strateP – Si! Le transazioni finanziarie devono gie comuni su queste basi. essere tassate e la finanza dev’essere messa nelle condizioni di non devastare D – Edwy Plenel docente dell’Università più l’economia. di Montpellier, ex direttore di le Monde Devono essere ridotti gli squilibri pro- e fondatore del quotidiano online Medotti dai movimenti di capitale, elimi- diapart, basato su un’idea di giornalinati i paradisi fiscali, serve il ritorno alla smo partecipato propone, sempre su divisione tra banche d’affari e commer- Micromega, pone, come essenziale in ciali, una regolamentazione più stret- Europa, la questione democratica, deta contro le attività più speculative e finendola perfino rivoluzionaria, radicalrischiose, si deve creare un’agenzia di mente politica e leva formidabile per la rating pubblica europea. questione sociale. Lei evidenzia quale E di fronte all’aggravarsi della crisi del terzo obiettivo la democrazia praticata? debito pubblico bisogna considerare soluzioni alternative: il debito pubblico P – L’Unione europea è nata con un dei paesi che adottano l’euro dev’essere deficit di democrazia che è diventagarantito collettivamente dall’eurozona. to drammatico nella crisi attuale. Con Altrimenti l’insolvenza di alcuni paesi l’erosione delle sovranità nazionali, le potrebbe trascinare a fondo l’Unione forme della democrazia rappresentatimonetaria e l’euro, con un drammatico va, attraverso partiti e governi nazionali, scenario di frammentazione dell’Euro- sono sempre meno capaci di dare rispopa, depressione dell’economia e disor- ste ai problemi. dine della politica. Contestualmente, in questi decenni, la società civile europea ha sviluppato D – Il noto sociologo francese Alain movimenti sociali e pratiche di demoTouraine intervenendo su Micromega crazia partecipativa e deliberativa, dalle P - Il cambiamento più grande è il ritorno della politica, alimentata dai movimenti dal basso che hanno manifestato in 80 paesi del mondo per dire che questo sistema non funziona, che le politiche devono cambiare. “Indignados”, “occupanti” di Wall street e di cento altre piazze, compresa la grande manifestazione italiana, purtroppo sequestrata da gruppi violenti, sono una voce nuova che può creare le condizioni per un cambiamento. Questa nuova politica deve restituire ai cittadini il potere di decidere sul proprio futuro, deve essere al servizio degli obiettivi decisi dai cittadini. Ridimensionare la finanza, riprendere il controllo dell’economia, praticare la democrazia sono i tre obiettivi di fondo, i nuovi pilastri su cui ricostruire l’Europa, che emergono dalle proteste e dalle alternative avanzate dalle reti europee di società civile. Chi volesse approfondire i temi delle proposte emerse nei 50 interventi alla discussione sulla “rotta d’Europa” può trovare il materiale su http:// www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/ Finanza-forte-politiche-deboli-e-la-viad-uscita-della-democrazia.-Una-sintesidel-dibattito-1094 mobilitazioni dei Forum sociali alle proteste degli indignados, che hanno dato ai cittadini la possibilità di essere protagonisti. Queste esperienze hanno bisogno di una risposta istituzionale. È il momento di trovare forme più dirette di espressione e di decisione democratica, costruendole anche sull’esperienza dei referendum in Italia contro la privatizzazione dell’acqua e l’energia nucleare. D – Di messa in campo di un progetto collettivo frutto della mutazione antropologica dell’individuo tratta Cinzia Sciuto giornalista e redattrice di Micromega. Che cosa può voler dire nel concreto? P – Penso che sia giunto il momento di promuovere un Forum di discussione sociale a livello europeo. Penso ad una giornata di discussione in tutta Europa che occupi le piazze, le televisioni e il web per coinvolgere tutti in una discussione sul nostro futuro. Penso anche ad una serie di azioni dirette e di comportamenti individuali molto concreti, ad esempio lo scorso 5 novembre era il “Bank transfer day”, un giorno per spostare il proprio conto corrente dalle banche che sono protagoniste della speculazione finanziaria a quelle un po’ meno tossiche per l’economia. D – Professor Pianta nel suo ultimo lavoro “Nove su dieci”, che uscirà per Laterza ad aprile, analizza anche le prospettive su cui lavorare per dare un futuro migliore alla nostra società? P – Si, in estrema sintesi, si può dire che questa nuova ondata di partecipazione deve durare nel tempo, costruire alleanze sociali con sindacati, precari, soggetti economici aperti al cambiamento e creare le condizioni per la nuova politica, capace di dare voce e protagonismo a quel “99%” dei senzapotere. È questa la “correzione di rotta” che serve all’Europa, se non vuole naufragare. E al timone, questa volta, non potrà più esserci una classe dirigente, politica ed economica, che ha sbagliato quasi tutto. imbarazzante un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate? [email protected] 3 Come siamo caduti in basso! Perché stiamo (quasi) tutti peggio di dieci anni fa Nove su Dieci di Mario Pianta Laterza, aprile 2012 Q uasi tutti gli italiani stanno peggio di dieci anni fa. Questo libro spiega quanti siamo – all’incirca nove su dieci – e perché siamo scivolati in basso in termini di reddito e condizioni di vita. Si traccia il declino di un’economia italiana con meno produzione, lavoro e salari. Si spiegano l’illusoria ascesa della finanza internazionale - che ha portato al crollo del 2008 - e le ragioni della crisi europea scoppiata quest’anno intorno al debito pubblico, che non accenna a finire. Si mostra come è cambiata la distribuzione del reddito, con profitti e rendite finanziarie che crescono e redditi da lavoro in picchiata. Così scopriamo che il dieci per cento degli italiani più ricchi ha ottenuto tutti i benefici della crescita del paese e che si sono moltiplicate le disuguaglianze – tra vecchi e giovani, tra Nord e Sud - e le povertà. Come è potuto succedere tutto questo? Togliere ai poveri per dare ai ricchi, rendere il lavoro più debole e il capitale più forte è da trent’anni l’orizzonte del neoliberismo, e in Italia questi sono stati i risultati. Per un’economia fragile come la nostra, lasciar fare ai mercati ha voluto dire innescare un circolo vizioso dopo l’altro. Capitali che non investono, ricerca e innovazione assenti, settori avanzati che scompaiono insieme ai “buoni” posti di lavoro, produttività che cade quando si diffonde il lavoro precario pagato poco, la crescita che scompare. Sul fronte internazionale, un’economia più aperta che perde competitività e produzioni, e diventa più dipendente dalle decisioni di grandi imprese straniere e dai mercati dei capitali esteri. Una spe- CONFCOOPERATIVE ASSOCIAZIONE AL SERVIZIO DELLE COOPERATIVE E DELLE PERSONE LA CONFCOOPERATIVE È LA MAGGIORE ORGANIZZAZIONE DI TUTELA E RAPPRESENTANZA DELLE COOPERATIVE IN ITALIA E DA SEMPRE OFFRE CONSULENZA E SERVIZI ALLE COOPERATIVE E ALLE PERSONE CHE INTENDONO COSTITUIRE UNA COOPERATIVA. LA NOVITA’ È CHE DAL 2011 L’UFFICIO DI PESARO È IN GRADO DI OFFRIRE SERVIZI ANCHE AI SOCI E AI DIPENDENTI DELLE COOPERATIVE (FAMILIARI COMPRESI) PER LA COMPILAZIONE DI: MODELLO 730, MODELLO UNICO, CONTEGGIO IMU, MODELLO ISEE, DICHIARAZIONI DI SUCCESSIONE E PER TUTTI I SERVIZI DI PATRONATO NEL CASO IN CUI LA COOPERATIVA LO RICHIEDA E VI SIA UN NUMERO MINIMO DI PRATICHE, È POSSIBILE CONCORDARE PREZZI PARTICOLARMENTE VANTAGGIOSI ED ANCHE LA PRESENZA DELL’INCARICATO PRESSO LA SEDE DELLA COOPERATIVA MEDESIMA. Gli uffici di Pesaro si trovano in via D’Ambrosi 6 tel 0721.392555 aperti dal lunedì al venerdì dalle 8,30 alle 13,00 e dalle 14,00 alle 17,00. www.confcooperative.pesaro.it [email protected] sa pubblica di cattiva qualità e un’evasione fiscale record che alimentano un enorme debito pubblico, affrontato con politiche di austerità che aggravano la recessione. Un racconto avvincente, documentato dai dati essenziali, che dà un senso al decennio più buio del paese. Sono sotto accusa le politiche dell’Europa e dell’Italia – non soltanto quelle del berlusconismo - che hanno reso possibile tutto questo. Ma ci sono anche le politiche che si potrebbero realizzare per cambiare strada: evitare una grande depressione, costruire un benessere sostenibile, avere un’economia più giusta. cambiato il vento? un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate? 4 [email protected] L’evasione fiscale in Italia A Los Angeles, con un tasso di evasione enormemente inferiore, un intero penitenziario è riservato ai condannati per reati tributari di Pierfrancesco Casula N el cielo fiscale italiano in verità non c’è ancora niente di nuovo giacchè con i rinnovati e vibranti proclami contro l’evasione restiamo ancora nella fase delle buone intenzioni, già tante volte sperimentata;eppure già si percepisce in modo netto che questa volta è cambiato qualcosa e forse è davvero girato il vento. Tutto questo accade, a mio avviso,non tanto per merito di qualche slogan indubbiamente efficace come quelli sulle tasche altrui, quanto perché in ciascuno di noi la sensazione quotidiana di impoverimento collettivo ha stimolato la voglia di guardarsi attorno, in particolare verso coloro che proprio e soltanto per le stesse ragioni per le quali gli altri si sono impoveriti hanno trovato il modo di arricchirsi: in altre parole quando abbiamo percepito che il nostro debito pubblico complessivo altro non è che il totale corrispondente a decenni di evasione fiscale, ci è venuto naturale di dare consistenza quotidiana e familiare alla figura dell’evasore come cittadino che ha già rubato agli altri e continua a rubare. L’ingiustizia fiscale che appariva accettabile quando ciascuno riusciva a trarne vantaggi personali, anche se piccoli,appare non più sopportabile ora che è diventato chiaro che i danni che ne derivano sono ben maggiori e molto gravi in quanto incidono sensibilmente sui livelli delle prestazioni sulle quali si fonda la sicurezza sociale di ciascuno (pensioni,sanità e via dicendo). Questo fenomeno, che si percepisce oggi unicamente nel senso della pubblica opinione prevalente, è tuttavia molto importante perché l’illegalità di massa non si sconfigge con strumenti normativi o giudiziari, ma soltanto attraverso rivoluzioni culturali che fanno diventare importante ciò che prima non lo era. È in corso dunque una rivolta culturale e sociale contro l’evasione fiscale? Una risposta positiva sarebbe certa- mente troppo ottimistica a fronte di decenni di sottovalutazione e indifferenza. Per ora direi che una rivolta c’è, ma non contro l’evasione come fenomeno antisociale, ma soltanto contro le persone degli evasori considerate quasi come soggetti teorici, sul presupposto che la cosa non ci riguarda direttamente tutti o quasi, ma riguarda principalmente gli altri e comunque poche persone. In altre parole chi oggi propugna addirittura la moralità della delazione o applaude alle “sceneggiate” propagandistiche cortinesi,lo fa nella convinzione psicologica che si tratti sostanzialmente di fare un po’ di “caccia grossa” dalla quale il piccolo evasore ha comunque poco da temere. In realtà le cifre che periodicamente vengono diffuse sui livelli fiscali delle varie professioni, dimostrano in modo eloquente che la gravità del problema non sta nell’uno o nell’altro “picco”, ma piuttosto e soltanto nella spropositata vastità della “platea”. Siamo comunque almeno di fronte ad una inversione di rotta o al tentativo di provarci? Sembrerebbe di si, se è vero, come è vero, che in tutti i paesi europei (con l’eccezione nostra e della Grecia) tutti o quasi tutti pagano tutte le tasse e che dunque basta fare “come gli altri” per ottenere gli stessi risultati. In sostanza la convinzione di fattibilità appare oggi molto elevata, seppure soltanto a livello di percezione sociale emotiva e di adesione genericamente politica. I problemi veri al riguardo arriveranno, per così dire, nel passaggio dalla poesia alla prosa, perchè da noi tuttavia non basterebbe e non basterà fare le leggi e adottare le misure degli altri paesi europei se prima o contemporaneamente non cesseremo di fare tutte quelle altre cose ( e sono tante) che ci hanno reso e ci rendono diversi dagli altri paesi europei evoluti . In materia fiscale si tratta di poche cose, tutte importantissime, seppure su piani diversi. Anzitutto non si può e non si potrà avere giustizia fiscale senza una amministrazione fiscale efficiente e pertanto in un contesto di pubbliche amministrazioni efficienti. Quel che differenzia grandemente l’Italia dall’Europa è che, altrove, poste,ferrovie,scuole,giustizia e via dicendo funzionano tutte, come funzionano le istituzioni fiscali, mentre da noi non funziona niente. Tutto questo è accaduto ed accade perché in Italia la politica ha voluto fare a meno della burocrazia per aumentare il proprio potere; la vanificazione della regola costituzionale del concorso per l’accesso agli uffici pubblici è stata ed è l’emblema della partitocrazia, specie nelle amministrazioni locali. Non stupisce dunque che anche in materia fiscale fioriscano quotidianamente condotte e regole bal- lerine e mutevoli,che altro non esprimono che l’ingerenza della politica ed altro non ottengono che la sfiducia dei contribuenti onesti. In questo contesto,tutto italiano, appare risibile la fiducia che si ostenta, per il futuro, nei Comuni e nei Consigli tributari. E se è vero che nei quasi 40 anni ormai che faccio il giudice tributario, l’amministrazione finanziaria statale ha fatto passi da gigante nel senso della efficienza, è anche vero che questo è avvenuto anche grazie al punto di partenza che era veramente infimo. Resta comunque opportuno tacere della Giustizia tributaria vera e propria,nella quale l’ingerenza ministeriale eversiva del corretto contesto giurisdizionale diventa sempre più arrogante e molesta. In sostanza nessun serio contrasto Lega Regionale delle Cooperative e Mutue MARCHE Settori d’intervento • Start-up d’impresa cooperativa • Assicurazione previdenza e mutualità • Assistenza fiscale, contabilità paghe • Assistenza alla Certificazione di qualità • • • • Formazione e risorse umane Servizi di progettazione internazionale Assistenza al Credito e finanza agevolata Servizi specialistici via S. Totti, 10 - 60131 ANCONA tel. 071 2805882 fax 071 2806107 [email protected] www.legacoopmarche.coop cambiato il vento? un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate? all’evasione fiscale come fenomeno di massa risulterà fattibile fino a quando l’attività degli uffici consisterà principalmente nel fare le pulci,soprattutto formali, alle dichiarazioni dei contribuenti fatte cinque anni prima. La seconda cosa assolutamente da fare consiste nello smettere di premiare sistematicamente le condotte illegali. Anche questo fenomeno supera l’ambito strettamente fiscale: infatti ogni volta che c’è una forma di illegalità diffusa, ai nostri uomini politici non par vero di proporre di superarla “per l’ultima volta” con un condono o una sanatoria. Questa logica folle, ispirata unicamente dalla cultura del “comparaggio” che ossessiona i professionisti della politica che senza quel “mestiere” rientrerebbero nel gregge,pretende di premiare chi ha violato le norme proprio e soltanto perché lo ha fatto, e con ciò stesso di punire chi le ha rispettate proprio e soltanto perché lo ha fatto. Si tratta di condotte eversive della legalità perché ne capovolgono i valori, vuoi quando il condono edilizio consente opere che restano vietate a chi ha rispettato le leggi e vengono autorizzate invece solo per chi le ha violate, vuoi per il condono fiscale che concede sconti solo a chi è già insolvente. Questa schizofrenica pseudocultura si è resa evidente anche in questi giorni nei quali il Parlamento sta provando a varare un ulteriore condono per le affissioni elettorali abusive e, per buon peso, un ulteriore condono fiscale operante fino al 31 dicembre 2011. Il messaggio terrificante che ne segue è che tutto si vende e tutto si compra e che quindi anche per i condoni fiscali non è cambiato nulla e che pertanto chi crede alle promesse di lotta all’evasione è e resta un povero,seppur onesto, gonzo. [email protected] La terza cosa da rottamare è il “patto silente” fra governanti e governati sul “nero” e sull’evasione. Sulla scena italiana da quasi trent’anni sta andando in scena la stessa commedia intitolata “manette agli evasori”, che è il titolo (giornalistico) di una legge approvata come urgente nell’agosto 1982. Quest’estate il Ministro Tremonti, nel motivarne il lieve aggravamento, affermava che le sanzioni penali per gli evasori erano via via “diventate solo virtuali”;a fine novembre la Corte dei Conti ha scoperto che le disposizioni penali “restano per lo più inapplicate” perché la legge ha “enormi punti di debolezza”. In parole povere: nessuno da noi va in galera per evasione fiscale, stante la scarsa incidenza delle previsioni normative e la modestia delle sanzioni, se non quando si scopre un collegamento con reati fallimentari di bancarotta.E tutti sappiamo invece che 5 a Los Angeles,con un tasso di evasioni fiscali enormemente inferiore al nostro, un intero penitenziario è riservato ai condannati per reati tributari. Questa folle “debolezza” omissiva tutta italiana ha ragioni tecniche e giuridiche piuttosto complicate, ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: la legge italiana riesce a punire chi rende dichiarazioni inesatte per ottenere contributi assistenziali (fitto,libri scolastici,tasse scolastiche, tickets, ecc) ma ignora le truffe fiscali che sono ben più gravi ed in tal modo prevede un trattamento di favore per gli evasori rispetto a coloro che cercano di imbrogliare lo Stato in qualsiasi altro modo. Il risultato paradossale è il recente dissequestro del piroscafo di Briatore,perché la data per dichiararlo fiscalmente non era ancora scaduta. Si può dunque sperare nel futuro, ma è meglio non sperare troppo. SCRITTI ERRANTI narrazioni girovaghe e ingannevoli di fra’ Galdino I Pesaresi e le imposte … e non solo quelle delle finestre Blitz degli agenti del fisco, sullo stile di Cortina, anche in piazza del Popolo di Pesaro. Alle ore 18,30, in pieno flusso “vascatorio”, diverse decine di agenti in borghese hanno fermato e identificato numerosi sospetti evasori totali. Questa la prima lista presente in un comunicato ministeriale: • Nessuna macchina di lusso rintracciata dai controllori (di certo cercarle in piena isola pedonale non è stato il massimo dell’astuzia!!!) e nemmeno barche di un certo rilievo ancorate all’ingresso dei palazzi della politica • Fermato il consigliere comunale Trebbi in possesso di 300 mila TITOLI … di interrogazioni • Arrestati 7 piccioni che si erano abbeverati alla fontana senza ritirare lo scontrino fiscale • Interrogato il complesso musicale Ricci e Poveri che alla fine ha dovuto svelare la vera identità: trattasi del Presidente della Provincia e dei debiti del suo Ente • Presidiato il palazzo delle poste dopo una violenta contestazione dei cittadini sulle lunghissime attese (i finanzieri hanno notato che senza numero ogni persona corre veloce verso la cassa libera, ma da quando ci sono i numeri i cassieri tra un utente e l’altro prima di spingere il numero successivo … mettono in ordine pratiche, fanno merenda, si truccano, aprono dibattiti, fanno esercizi yoga ecc ecc) • Fermati tre barboni che dormivano in tenda e l’assessore Belloni che dormiva nel tendone • Arrestato un anziano perchè con la pensione che prende non può certamente permettersi la bicicletta elettrica con cui sta muovendosi • In un momento di relax 5 agenti si sono fatti tagliare i capelli a fianco di Rocca Costanza da signore moldave. Qualche dubbio se hanno rilasciato ricevuta fiscale. • Fermato gruppo di presunti vagabondi nella stazione ferroviaria: i componenti sono stati prontamente rilasciati quando si è saputo che erano esponenti del Popolo della Libertà che manifestavano per la soppressione dei treni. Duro comunicato del segretario provinciale PDL Bettini, non presente al fatto, che ha dichiarato: “perchè avete liberato subito così tanti avversari politici?” • Trovato signore distinto in possesso di un revolver. Svelato in breve tempo l’equivoco… si trattava dell’assessore sceriffo Pascucci nel pieno delle sue funzioni istituzionali • Interrogato a lungo un signore che avendo denunciato 20.000 euro di reddito lordo viaggiava con automezzo di notevoli proporzioni. Gli agenti non hanno ancora appurato che trattasi di autista part time dell’AMI che stava guidando la navetta A margine del blitz, l’ASUR ha fatto sapere che gli strumenti che segnalano l’inquinamento acustico hanno avvertito un picco incredibile di rumorosità durante la visita in piazza degli agenti: era il frastuono assordante dei registratori di cassa … molto spesso in letargo. confortante un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate? 6 [email protected] Il successo delle Università “popolari” Intervista con i Presidenti dell’Università dell’età libera di Pesaro e dell’Università dei saperi “Giulio Grimaldi” di Fano Un esempio di partecipazione dal basso. A Pesaro ed a Fano hanno acquisito un ruolo sempre più importante nella vita culturale della città. Sono le “università popolari”, costituite da gruppi di cittadini che promuovono attività di formazione, di informazione, di acquisizione di abilità manuali e di sviluppo della creatività in differenti campi. A fronte di un impoverimento dell’offerta culturale dell’ente pubblico, falcidiata dai tagli di bilancio ed all’inconsistenza del sostegno alle proposte culturali da parte delle imprese private, alle prese con tutt’altri problemi, le associazioni di cittadini amanti dei saperi svolgono un ruolo sempre più prezioso, valorizzando le risorse intellettuali presenti nel territorio e favorendo la crescita civile e culturale della comunità locale. PESARO Università dell’Età Libera. Intervista con il presidente Maurizio Sebastiani D Quando è nata questa esperienza? R È nata nel 1989/90 con il suo primo anno accademico ed è proseguita fino ai giorni nostri. È nata allora ed è rinata successivamente arricchendosi di nuovi indirizzi e cercando sempre più di farla diventare non tanto l’Università della “terza età”, ma dell’Età libera, così come era stata pensata dai suoi soci fondatori. Nacque allora per rispondere alla richiesta di cultura permanente e sulla spinta di operatori scolastici che lavoravano nell’ambito dell’educazione degli adulti e di tante persone e organizzazioni sociali che credettero in questo progetto, oltre che dalla sensibilità degli Enti istituzionali. Vorrei qui ricordare Evio Tomasucci e Marcello Secchiaroli, che all’epoca avevano ruoli istituzionali importanti e che hanno sostenuto questa iniziativa. D Quindi bisogna sfatare l›idea che gli anziani siano i principali frequentatori dell›Università? R È molto importante sfatare l›idea che sia riservata agli anziani. Invito tutti a venire la sera nella nostra sede per rendersi conto di chi frequenta i nostri corsi. La fascia di età più rappresentativa è fra i 40 e i 50 anni. Anche gli orari dei corsi tengono conto delle esigenze delle persone che lavorano. Per questo i corsi, soddisfacendo le richieste e le esigenze degli iscritti, partono dalle 18,30/19. Pertanto anche quelli che lavorano, giovani e meno giovani, possono frequentare agevolmente l›Università. Tant›è che abbiamo un gran numero di iscritti: 1800 l›anno scorso e quest›anno prevedo che supereremo i 2000, tenendo conto anche dei corsi che partono nel 2° quadrimestre. D Chi sostiene l›Università e come viene amministrata? R È un bell›esempio di autogestione che secondo me potrebbe essere di esempio anche per altre istituzioni. È gestita essenzialmente dai soci con le loro quote di iscrizione che sono molto basse e poi dal volontariato di tutti i componenti il comitato di gestione, dei coordinatori e del presidente,senza nessuna forma di rimborso spese. Gli stessi docenti vengono retribuiti con quote modeste, molto vicine al volontariato. Tutti quindi sono disponibili a portare avanti un discorso di tipo culturale per la città. D’altronde il successo della nostra università,dimostra che a Pesaro scarseggiano offerte di tipo culturale. Ripeto noi non costiamo nulla alla collettività. Dobbiamo comunque sempre ringraziare la Provincia che ci ha messo ha disposizione i locali con un affitto simbolico. D Quanti sono i corsi che l›Università gestisce? R Abbiamo 120/150 corsi. Spesso i corsisti chiedono di fare ulteriori lezioni e corsi e quindi i corsi si prolungano e in pratica se ne formano di nuovi. D Che tipi di corsi effettua l’Università? R Andiamo dai corsi prettamente culturali e tradizionali tipo: letteratura, arte, filosofia indiana a quelli di tipo scientifico come fisica e astronomia. Poi ci sono quelli manuali tipo: laboratorio di cucina, di ceramica, di cucito che ha una forte partecipazione anche di uomini. Sottolineo di nuovo che i nostri prezzi per frequentare i corsi sono molto contenuti, anche rispetto ad altre offerte presenti in città. D Vogliamo specificare meglio quale è la tipologia degli iscritti? R Ci sono molti giovani e persone ancora in età di lavoro. Comunque molti vengono non solo per apprendere ma per la voglia di socializzare. È interessante che nella stessa aula ci sia il ragazzo ventenne insieme alla persona adulta ed anche al settantenne. D Si potrebbe dire che è un luogo di partecipazione dal basso R Perfetto, perfetto. D Quale è la tipologia dei docenti? R Per i docenti siamo molto rigorosi. A loro chiediamo innanzitutto di condividere la nostra filosofia,accettando di fare un simile volontariato,come già detto. Poi utilizziamo i docenti con esperienza e professionalmente noti in città,ma siamo aperti anche ai giovani bravi e preparati che ci sono e che noi valorizziamo il più possibile. D Quali sono le prospettive? R Potremmo crescere ancora di più, ma da come siamo strutturati con una sola impiegata e tutto volontariato,portare avanti una struttura di 2000 iscritti,con tutte le loro giuste esigenze e richieste anche qualitative, è complicato. La crescita potrà essere solo moderata e costruita. D Quali sono i problemi attuali? R Sono sempre quelli della logistica,importantissimi. Siamo potuti crescere grazie agli spazi e ai locali che utilizziamo. Ma se,come sembra, ci vogliono confinare in altra sede, non so come possiamo continuare a mantenere la stessa efficienza. D Visto che parliamo di Università,lei si sente Rettore? R Mi sento soprattutto bidello: sposto i banchi, vengo a controllare, ecc. Come Rettore direi di no. C’è un comitato molto efficiente, con un bel rapporto di amicizia. Sono dieci anni che questo comitato lavora all’unisono senza litigi e incomprensioni. Porta avanti una filosofia che ormai va avanti da sola. FANO Università dei saperi “Giulio Grimaldi” Intervista alla presidente Paola Fazi. Paola Fazi, presidente dell’associazione che dal 2004 promuove nella città di Fano corsi e laboratori per cittadini di tutte le età, sottolinea il plurale “saperi” che è stato messo nel nome dell’associazione per dichiarare l’intento di diffondere tutti i saperi, anche quelli legati alla manualità. Non a caso l’attività prese il via attingendo ai fondi del progetto regionale “Anziani come risorsa”, con cui si vollero valorizzare i saperi di cui gli anziani sono portatori. Giulio Grimaldi, a cui l’Università è intitolata, è un personaggio di spicco della cultura fanese tra ‘800 e ‘900. D. Quindi non un’Università per anziani, ma un’università in cui gli anziani siano protagonisti … R.Si, all’inizio ci siamo posti l’obiettivo i rispondere alla domanda di educazione permanente che non è una prerogativa solo degli anziani. Siamo partiti con 10 tra corsi e laboratori, ma fin dal primo anno abbiamo avviato attività non propriamente corsuali rivolte a tutta la cittadinanza: convegni, conferenze, mostre, concerti… D. Oggi quanti corsi propone l’Università dei saperi? R.Quest’anno siamo arrivati a 50 corsi e 30 laboratori. Nei primi anni abbiamo proposto noi gli argomenti dei corsi, ma di anno in anno abbiamo recepito le richieste della città ed organizziamo corsi sulle materie più diverse. Siamo partiti con i corsi di informatica e delle lingue più gettonate, oggi abbiamo corsi di Rus- so, Arabo , Cinese, Grafologia, Filosofia, Arte, Storia, Economia e naturalmente di Informatica che è richiestissima, anche dagli anziani. Anche i laboratori spaziano sui saperi più disparati, dalla raccolta di erbe spontanee, alla Legatoria, Potatura, Giardinaggio, Pittura, Fotografia e Cucina, che è frequentatissimo dai giovani. Gran parte dei corsi sono gratuiti, il volontariato è il punto di forza dell’associazione. D. Avete tra i docenti anche alcuni nomi prestigiosi. Cosa li spinge a fare lezione gratis? R. È una bella domanda… Credo che sia bello vedere delle persone, dei concittadini, motivati e desiderosi di sapere. Ritengo che il successo dell’Università sia indice di una collettività civile piena di risorse, Fano è una città con una sostanza positiva, un po’ sottotraccia, fa molte cose concrete senza gridarle ai 4 venti. D.Come si sostenta l’Università. R.Principalmente con le tessere, per partecipare ai corsi bisogna associarsi, rinnovando l’adesione ogni anno. Abbiamo circa 400 soci che versano una quota sociale di 25 euro. Abbiamo dalla Provincia un contributo erogato in base ad una legge regionale, mentre il Comune ci dà più che altro un sostegno logistico, mettendoci a disposizione spazi, come la sala ipogea della Memo. La Banca di Credito Cooperativo copre le spese del vademecum dei corsi, la Carifano ci appoggia mettendoci a disposizione Palazzo Corbucci e l’aula di informatica, abbiamo una convenzione con l’ITC Battisti per l ‘uso delle aule. Usiamo e facciamo vivere gli spazi della città. Nel 2010 abbiamo vinto un premio per il concorso “la città visibile” per un progetto di coinvolgimento di quartieri periferici (Fenile e Sant’Orso) nelle attività dell’Associazione. Il progetto si è concretizzato solo in parte. D.Le donne sono l’anima dell’associazione? R.C’è una prevalenza femminile sia nel gruppo di volontari che negli iscritti. Le donne hanno voglia di fare, di capire… D.Prospettive per il futuro e problemi? R.Quest’anno le attività non propriamente corsuali hanno trovato una grande rispondenza nella cittadinanza. Con la rassegna di film storici “doppio sguardo”, il concerto di fine novembre, la presentazione del libro di Paolo Bonetti e gli incontri del ciclo “Mediazioni” abbiamo coinvolto un migliaio di persone. Abbiamo in calendario molti altri incontri e proponiamo anche alcuni viaggi. Tra i problemi vedo soprattutto l’esiguità del gruppo attorno al quale ruota l’attività, con il rischio di uno scarso ricambio. Ogni 3 anni viene eletto un comitato di gestione ed il presidente dell’associazione. L’attività è cresciuta così tanto che ci vorrebbe un nucleo di volontari più ampio. accogliente un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate? 7 [email protected] Intervista al Presidente della CNCA 260 gruppi da Bolzano a Caltagirone. Più di 2000 servizi, Circa 600 case di accoglienza per tossicodipendenti, minori, vittime di tratta c Don Armando Zappolini a cura di Marcello Secchiaroli D.Don Armando Zappolini come nuovo presidente della C N C A si vuole presentare? R. Sono presidente da un anno, vengo dalle esperienze delle Comunità Terapeutiche nelle quali da più do vent’anni sono impegnato come operatore responsabile nella mia zona in provincia di Pisa e nel volontariato internazionale. Sono un prete parroco di un gruppo di piccole parrocchie di 5000 persone. D. cosa può raccontarci di questo primo anno di presidenza? R.Come C N C A in questo primo anno di presidenza, posso esprimere intanto una sensazione di grande abbandono che sta vivendo tanta gente nel nostro paese; specialmente le fasce più marginali, quelle delle quali il C N C A si occupa e accanto alle quali cammina da tanti anni in sinergia con i servizi pubblici. In un tempo di crisi come quello che stiamo vivendo, per il grande fallimento del liberismo, i tagli progressivi al welfare lasciano davvero gente abbandonata a sé stessa e famiglie in grande difficoltà; mi fa pensare a quegli sciacalli che, dopo un terremoto, vanno a rubare nelle casa della gente. Veramente in certe situazioni a rimetterci sono sempre le persone più deboli D.Quale futuro allora? n c a Coordinamento Nazionale Comunità d’Accoglienza R.Questo senso di abbandono per noi diventa un forte impegno, non soltanto accanto a queste persone , ma anche perché si attivi nel paese un cambiamento culturale. Dobbiamo cominciare a capovolgere i punti di riferimento a dire che al centro della spesa pubblica ci deve essere il benessere dei cittadini, specialmente di quelli più poveri e che non si possono più spendere miliardi nelle armi e in operazioni finanziarie molto discutibili quando c’è gente che non ha più da mangiare e non si ha rispetto della sua dignità. Noi speriamo che le nostre comunità, i nostri servizi possano diventare davvero la spinta di un cambiamento culturale che veda un futuro migliore al nostro paese. D. Don Armando cosa significa C N C A ? R.Coordinamento nazionale delle Comunità di accoglienza. Sono 260 gruppi da Bolzano a Caltagirone, circa 600 case di accoglienza per tossico dipendenti, per minori, per vittime di tratta e più di 2000 servizi: tanti gruppi da trent’anni presenti nel nostro paese. D.Lei ci diceva prima che qualcuno vuol cambiare il nome… R.Sì, vorremmo trasformare comunità di accoglienza con comunità accoglienti, dicendo che al centro non ci deve essere più la struttura, ma il territorio, perchè una struttura che non è dentro un territorio che accoglie ha più che dimezzata la sua efficacia. - Extra + Comunitario con EPASA Il Patronato EPASA della CNA di Pesaro e Urbino offre assistenza nel disbrigo di pratiche amministrative per stranieri: - istanza rilascio e rinnovo di permesso di soggiorno - istanza rilascio carta soggiorno - ricongiungimenti famigliari Per informazioni siamo presenti in tutte le sedi CNA della Provincia di Pesaro e Urbino D.Per le comunità terapeutiche che cosa significa gestire le cose con “ il nostro stile”? R.Vuol dire rispettare la persona che accogli e programmare un intervento su quello che la persona è, che la persona desidera; non superare mai il limite che potrebbe portare al non rispetto, alla violenza a non considerare la laicità, per avere uno spazio di dignità per tutti. Vuol dire non voler portare nessuno, ma accompagnare tutti. D.Sul ruolo degli operatori? Lei ha parlato di un protagonismo più attivo… R. In questi trent’anni gli operatori delle comunità C N C A hanno fatto una grossa crescita di qualifica, di competenza. Ci sono professionalità molto belle che sono al servizio degli ospiti delle comunità. C’è bisogno che questo, però, sia affiancato sempre da quel cuore, da quella passione civile, da quel sentirsi cittadini volontari che ti fa sentire uno che si fa carico non solo della persona che accoglie, ma della società intera. D.Inventare qualcosa di nuovo in questo periodo di crisi, è possibile? R.È possibile, anche perché da ogni crisi non si esce mai con le cose che c’erano prima, quindi un periodo di crisi vuol dire passaggio e anche se la causa di questa crisi è una causa di grossa ingiustizia, di grossa oppressione dei ricchi sui poveri, è evidente che vanno costruiti anche parametri nuovi di riferi- mento, modelli nuovi, risposte nuove ai bisogni che ci sono. Si tratta di buttare avanti lo sguardo, e ,come è stato in questi trenta anni, qualcuno all’interno dei nostri gruppi apra sperimentazioni nuove e crei attenzione sui nuovi bisogni che stanno venendo fuori. D.Si parla di riforma del welfare. È difficile capire cos’è, perche ad esempio nelle regioni non si parla più di legge 328? R.In effetti riforma del welfare nella dizione attuale significa azzeramento del welfare. Lo vogliono riformare, cioè distruggere; lo vogliamo invece non solo difendere, ma rafforzare il welfare come elemento di sviluppo di un territorio, cioè come la chiave attraverso la quale un territorio cresce, anche dal punto di vista economico. Perché spendere molti soldi per la repressione e l’esclusione vuol dire sciupare i soldi di tutti che sono un patrimonio comune. Con la metà di quei soldi si potrebbero fare percorsi di accompagnamento e di inclusione che renderebbero le persone che hanno difficoltà elementi positivi nell’economia del territorio. Quindi vogliamo un welfare che non sia più visto come voce di spesa, ma come investimento di sviluppo. D. Certo che fare il presidente della CNCA in questo memento non è semplice... R.Ma è una esperienza anche molto esaltante! Poi essere un po’ folli è molto meno noioso che essere adeguati! perché aspettare un lavoro? con CNA puoi costruire il tuo futuro e dare concretezza alle tue idee Da oggi puoi aprire un’impresa artigiana o un’attività commerciale e realizzare così i tuoi progetti La CNA, prima associazione imprenditoriale della provincia, ti dice come fare Agevolazioni, contributi, incentivi, convenzioni bancarie, start-up d’impresa, pratiche di iscrizione e richieste di fi nanziamento a tassi agevolati Contattaci per un appuntamento tel. 0721-426150 letteratura un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate? [email protected] 8 La sagrestia 1 di Paolo Teobaldi P oi c’era Medeo, il pittore, che lavorava sempre come un mulo perché doveva dar da mangiare a una brancata di figli: un po’ erano i suoi, un po’ li aveva accolti a casa sua in affidamento, uno dopo l’altro. Tanto, ripeteva sempre ai caccianasi, dove si mangia in tre si mangia anche in quattro… dove si mangia in quattro si mangia anche in cinque… dove si mangia in cinque si mangia anche in sei eccetera. Adesso, a mangiare a casa sua, erano una decina. Medeo era un artigiano rifinito, anzi un artista, sapeva fare anche quei lavori che non conosceva più nessuno: l’encausto, per dire, o la marezzatura del legno, che dopo sembrava marmo vero. E poi era fidato, per cui lo chiamavano a lavorare anche in prefettura, nelle banche e nelle chiese: con lui non c’era pericolo che sparissero le elemosine o quei fogli da diecimila larghi come fazzoletti. Alla domenica però, dopo aver campito per tutta la settimana decine di pareti e di soffitti con le sue pennellesse, con quei bei movimenti ariosi e ortogonali da direttore d’orchestra, andava a piazza d’armi con un bloc-notes, un carboncino o una matita di faesite, e lì, con due-tre segni, venivano fuori le Rive o i guazzi del Foglia; oppure andava a marina portandosi dietro i figli, solo d’inverno però, quando non c’era nessuno, perché diceva che i bagnanti gli facevano confusione (i figli no?, pensavano in molti). Inclinava la testa, prendeva le misure, traguardava a braccio teso, sapeva lui cosa e perché, stringeva gli occhi come un cecchino, e poi, con pochi tratti, ci prendeva sempre: non solo con le vedute ma anche con le persone; magari erano abbozzi ma la faccia veniva fuori sempre, e poi veniva fuori anche lo sguardo, l’espressione, il carattere: e se uno dei ragazzi aveva un pensiero segreto, veniva fuori anche quello. Sua moglie a un certo punto gli aveva consigliato di smettere di fare l’imbianchino e di dedicarsi ai ritratti, perché aveva saputo da una sua amica, che fa- ceva la domestica a ore, che adesso i signori volevano dei ritratti per il salotto buono: di loro stessi in piedi, accanto alla moglie e alla bambina sedute sul divano capitonné. Allora era andato al Museo per documentarsi, portandosi dietro tutto il branco. Effettivamente i ritratti non mancavano: marchesi, nobildonne, cardinali, anche un papa, quasi tutti della stessa casata. Che facce brutte..., aveva commentato uno degli affidati (il padre era in prigione, la madre faceva un mestieraccio). Senza contare poi che di sicuro il pittore li aveva un po’ abbelliti, magari gli aveva smussato la panza o tolto una verruca pelosa dal naso. Non fa per me, aveva detto alla moglie. Se volevano un ritratto, potevano andare dal russo. Il russo era Ivàn, capitato misteriosamente in città dopo la guerra, che adesso campava facendo le fotografie giù al Kursaal ai bagnanti, ai forestieri, ai soldatini del CAR con la fidanzata. Ivàn, prendici bene!, lo pregavano i clienti, cioè: facci venire bene, cancella i nostri difetti come facevano una volta i pittori di corte. Ma Ivàn, con la testa già sotto il telo nero, dava a tutti la stessa risposta con la sua voce da basso: Venire come essere. Medeo era un uomo tranquillo e generoso ma aveva i suoi princìpi. Una volta, questa l’aveva raccontata mille volte, lo manda a chiamare il direttore della Banca d’Italia: Signor Amedeo, ci sarebbe da dare una rinfrescatina alla sagrestia. La sagrestia? Che sagrestia? La sagrestia… il nostro sancta sanctorum… insomma il caveau. E così la mattina del lunedì successivo il direttore l’aveva accompagnato di persona fino alla famosa sagrestia, tre rami di scale sottoterra. La porta blindata, d’acciaio, aveva uno spessore di almeno un metro; prima però c’erano delle sbarre, come in galera. Il direttore l’aveva fatto entrare: dentro era pieno di mazzette di banconote e di lingotti d’oro massiccio, ma tanti, uno sopra l’altro, come i mattoni in una fornace. La porta blindata era rimasta aperta ma le sbarre le avevano chiuse: lui dentro e fuori un carabiniere col mitra in mano. Lui allora s’era messo a lavorare, o meglio a preparare il lavoro a regola d’arte, perché s’era portato dietro tutto il necessario. Per prima cosa aveva cominciato a stendere i giornali sul pavimento, fissandoli col nastro adesivo, per non sporcare il marmo tirato a lucido, e intanto cercava di fare due parole col carabiniere, che però o era muto o non capiva l’italiano; poi aveva aperto un bidone con la spatola, poi aveva aggiunto dell’acqua, e poi da una delle sue boccettine aveva versato un po’ della tinta indicata dal direttore: una goccia, come il prete col vino quando dice la messa, era ripartito anche lui. Alla fine era veperché ad aggiungere si fa sempre in nuto giù il direttore in persona. tempo ma cavare, dopo, è impossibi- Medeo gli aveva spiegato con calma le; e intanto la guardia dietro le sbar- che lui sapeva benissimo che la Banca re seguiva ogni suo movimento con gli d’Italia non aveva bisogno di lui: ma occhi, sempre col mitra sottobraccio. neanche lui aveva bisogno della Banca Medeo aveva aggiunto un altro po’ d’ac- d’Italia; che il lavoro a lui non mancava, qua e aveva cominciato a mescolare con anzi che non riusciva a dare il resto; che una staggia di legno dolce per ottene- lui non aveva ammazzato nessuno, che re lo stesso punto di ocra delle pareti, non aveva mai rubato niente a nessuno, sempre cercando di fare due parole col che sulla sua fedina penale c’era scritpiantone, ma quello zitto. Poi aveva pre- to NULLA grosso così, a stampatello, so la pennellessa, l’aveva prima bagnata come sul messale; che se non si fidae poi strizzata, aveva tolto alcuni peli vano di lui, dovevano chiamare un altro; ballerini, l’aveva provata su un foglio di che quindi adesso lui andava giù a marimasonite e aveva chiesto al carabiniere na, a finire un lavoro che aveva lasciato se era di quelle parti: nessuna risposta. indietro: doveva pitturare i terrazzi di un Passato una buona mezzora, quando la albergo proprio sulla spiaggia, dove si tinta era pronta e ormai si trattava di sentiva un odore di mare che sembrava cominciare il lavoro vero e proprio, pro- di fare l’aerosol. cedendo dall’alto verso il basso, Medeo Ma no, signor Amedeo, c’è stato un senza dire niente aveva cominciato a equivoco… un malinteso… un quiprorimettere tutto in ordine, come se per quò: non era assolutamente nelle nostre quella giornata avesse finito. intenzioni (il direttore parlava al plurale Aveva richiuso la scala a libretto, tutta come il papa). Provvediamo subito. intacconita; sciacquato la pennelles- Infatti aveva provveduto: il sordomuto sa nel secchio dell’acqua; rimesso la col mitra era stato allontanato, forse vernice del bidone piccolo nel bidone congedato; le sbarre erano state lasciagrande, chiuso i due bidoni col rispet- te aperte, e lui aveva ricominciato tutto tivo tappo a pressione; rimesso con la daccapo. spatola lo stucco nel barattolo, staccato Prima però aveva chiesto, e subito otil nastro adesivo, raccolto e ripiegati i tenuto, una bottiglia d’acqua minerale, fogli di giornale. perché a furia di parlare gli si era secDopodiché aveva detto al secondino che cata la gola. lui aveva fatto. La sagrestia era piena d’oro, ma là sotto Quello non aveva capito subito, aveva mancava l’aria: peggio che nella cripta alzato il mento in senso interrogativo e della chiesa del camposanto. aveva fatto: Ah? (allora non era muto!), e aveva suonato un campanello segre- (gennaio/febbraio 2012) to. Pochi secondi dopo era venuto giù di corsa un altro carabiniere, che aveva 1) Ancora un frammento tratto dal romanzo subito chiamato un impiegato, che poi inedito Macadàm. opportuno un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate? 9 [email protected] Parlami, ti ascolto Il progetto di sostegno alla genitorialità del Centro per l’infanzia e la famiglia Il Grillo Parlante L a Cooperativa Sociale Onlus Il Grillo Parlante è una piccola cooperativa che si occupa di servizi per l’infanzia e la famiglia rifacendosi alla Legge Regionale n. 9 del 2003. Ha sede a Gallo di Petriano (PU)ed ha avviato la sua attività circa 8 anni fa. Con il progetto Parlami, ti ascolto si è specializzata in sostegno alla genitorialità. In verità abbiamo cominciato a lavorare da subito con le famiglie predisponendo degli appositi spazi di condivisione in sostituzione dei classici colloqui individuali con i genitori, consentendo al nucleo familiare di progettare con i responsabili sia il progetto educativo che nello specifico la gestione e la progettazione dei servizi in toto. Parlami, ti ascolto è il titolo di un testo edito Erickson che affronta abilità di counseling, tesi esperenziale della responsabile della cooperativa da cui poi è partito lo sportello di counseling gratuito che da 4 anni la cooperativa sociale offre alle famiglie del Comune e dei comuni limitrofi. Dalla frequentazione del front office sono gradualmente emerse richieste e necessità che le famiglie si vivono quotidianamente e che se trovano uno spazio di fiducia e di riferimento sono pronte a condividere sia in termini di problema, ma anche e soprattutto in termini di risorse e competenze. La frequentazione di tale spazio ha consentito alla cooperativa di farsi carico, ma soprattutto di poter evidenziare i bisogni emergenti delle famiglie e soprattutto dei bambini avviandosi in percorsi di sostegno alla genitorialità prevalentemente di crescita collettiva in modo direi naturale e spontaneo ed attivando un circolo virtuoso e di buone prassi in ambito educativo e sociale. Nello specifico dallo sportello di counseling sono nati gruppi di condivisione di genitori pronti ad ascoltarsi in merito all’educazione, alla fatica, alla responsabilità ma anche alla gioia spesso dimenticata dell’essere padre e madre. A rafforzare questa significativa esperienza sono nati i laboratori con figura di riferimento (la mamma, il papà, la tata, i nonni) che a nostro avviso sono stati l’esperienza più formativa e significativa del nostro Centro. Lavorare sulla relazione bambino-figura di riferimento è stata per noi operatori un’esperienza senza dubbio stressante e sicuramente più difficile. Comporta una flessibilità dell’operatore, comporta una altissima dose di “pulizia” emozionale ed una continua formazione e supervisione, la capacità di non sbilanciarsi mai troppo né verso il bambino né verso il genitore. Ma è anche una delle esperienze più arricchenti che un operatore possa vivere quotidianamente. Creare uno spazio affinchè il bambino si senta protagonista con a fianco le persone più care è umanamente arricchente, inoltre dal punto di vista educativo credo che sia uno degli atti “etici” e di responsabilizzazione più belli che un educatore possa fare. L’approccio che noi utilizziamo si ispira alla bioenergetica dolce di Eva Reich ed alla capacità dell’operatore di raccogliere senza interferire la corresponsione energetica (emotiva) della relazione mamma-bambino facilitandone il flusso e godendo della “grazia”. In alcuni casi è possibile che si noti una “di-stonia” un “blocco” in tale processo ed il compito dell’operatore è “semplicemente” rafforzare le competenze genitoriali affinchè ciò avvenga come previsto da natura. Noi per la restituzione delle competenze abbiamo scelto la costruzione di fiabe di gruppo, ma poco importa la metodologia utilizzata dal momento che la sola cosa che interessa è che la famiglia si senta valorizzata nella sua completezza fatta di elementi positivi e di difficoltà. Da queste iniziative ne sono nate altre come la continuità di anno in anno del progetto educativo al nido, i laboratori con figura di riferimento, gli incontri serali di sostegno alla genitorialità e di evoluzione personale. Sempre dalle famiglie sono state richiesti incontri di sensibilizzazione su tematiche specifiche oltre alle informazioni più disparate legate alla quotidianità dell’essere famiglie e spesso e volentieri alla necessità di essere ascoltati, contenuti, informati. Attualmente la cooperativa sta lavorando su 2 ulteriori progetti in merito alla relazione di cura all’infanzia e restituzione del ruolo centrale della famiglia: Family Group Conference e Tagesmutters. Questo a nostro avviso è decisamente significativo. Dare un ruolo centrale alla famiglia attraverso la conquista della sua dignità, non attraverso un atto moralistico ma dandole VOCE e se riusciamo attraverso la sua VALORIZZAZIONE-LAVORO. Ciò è possibile solo e soprattutto con il coinvolgimento delle istituzioni pubbliche, con il coinvolgimento di tutte le agenzie educative e con il nutrimento professionale che nasce dai tavoli tecnici a cui la cooperativa ha partecipato sia in Europa grazie ad Eurochild, sia in loco con i preziosi contributi di chi da anni si siede ad una tavolo per concertare “un buon welfare” consapevole che anche il buon welfare a volte ci può sembrare un mito come la madre buona. Ma come dico sempre ai genitori possiamo provare con le nostre umili proposte se non ad esserlo almeno a provare ad avvicinarci! Tutte le attività del grillo sono documentate anche con foto in www.ilgrilloparlante.biz La Tua Associazione dossier convegno 17 dicembre un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate? [email protected] 10 La salute nella Regione Marche parliamone insieme Il 17 dicembre si è tenuto a Fano il convegno promosso da Perché No sul tema “La salute nella Regione Marche Piano socio sanitario Regionale, parliamone insieme”. Il convegno ha avuto una grande partecipazione di pubblico ed è stato un’occasione per mantenere vivo il dibattito non solo sull’ospedale unico, ma anche sulla salute sul territorio, alla presenza dell’assessore Regionale Almerino Mezzolani. Riportiamo nell’inserto dedicato al convegno le sintesi degli interventi più significativi. IL PIANO SOCIO SANITARIO E LE DIPENDENZE PATOLOGICHE Dagli inizi del anni duemila sul nostro territorio regionale ha iniziato a prendere corpo un percorso virtuoso che ha coinvolto, nel settore delle dipendenze patologiche, vari soggetti pubblici e del terzo settore. La Regione Marche, anche in risposta alla legislazione nazionale partorita in quel periodo (la famosa Fini-Giovanardi) in tema di dipendenze, ha promosso attraverso la DGR 747/2004 una politica territoriale che ancora oggi a distanza di quasi un decennio viene presentata, anche nel nuovo Piano socio sanitario regionale, come un punto di riferimento nella definizione organizzativa dei settori della “fragilità”. Questa delibera regionale, ancora oggi valida, ma in procinto di essere aggiornata, afferma alcuni principi e definisce anche nello specifico dei percorsi operativi. Si afferma nel documento che il tema delle dipendenze va affrontato su più piani di intervento, piani che devono tra loro dialogare ed integrarsi. I percorsi di cura, trattamento, ma anche la prevenzione, sono il frutto di un lavoro di interazione tra i vari soggetti pubblici sanitari e sociali e quelli del privato sociale, dalle comunità terapeutiche, al volontariato. Questo approccio mette sullo stesso piano il valore pubblico dell’intervento. Quindi anche le comunità terapeutiche, che vengono rappresentate nella qua- si totalità dal privato sociale, sono un “pubblico servizio”. Da tutto questo nascono i Dipartimenti delle dipendenze patologiche i quali vedono, attraverso l’assemblea, il comitato e l’equipe integrata governano ed attuano territorialmente le politiche scio sanitarie in questo ambito. Il processo sopra descritto, che ha avuto fasi differenti e a tutt’oggi incontra delle criticità di tipo gestionale ed anche politico, è stato chiaramente il prodotto dell’incontro felice di varie culture e di sensibilità politiche in materia di welfare e nello specifico in tema di dipendenze. Si è incontrata una generazione di persone, quelle che hanno lavorato al testo e quelle che lo hanno sostenuto politicamente, che credeva, al valore irrinunciabile di un welfare universale, all’idea che il tema delle dipendenze non ha un solo tipo di intervento e che questo sistema dovesse essere composto pariteticamente da soggetti pubblici e da privati no profit che negli anni passati avevano, anche avanguardisticamente, costruito esperienze residenziali, semiresidenziali ed ambulatoriali importanti e ramificate su tutto il territorio. Per questo sembra importante che il nuovo Piano valorizzi ancora questo percorso e ne faccia un esempio. Ma come in molte cose, anche qui c’è un “però”. Se da una parte viene redatto un piano che sottolinea dei percorsi come quelli fatti nel nostro settore ed avanza delle proposte, magari anche di buon senso, ma non certo frutto di un percorso di consultazione con i soggetti interessati, ma poi tutto questo sparisce completamente nella nuova legge che riorganizza la sanità regionale ( per intenderci quella che ha definito l’Area Vasta), qualche dubbio viene. Viene il dubbio se c’è un vero governo regionale della sanità che riesce a tenere le fila delle varie esperienze, viene il dubbio che la tanto promessa attenzione all’area delle fragilità, del socio sanitario, rischi ancora una volta di essere soppiantata da settori dove gli interessi economici, oltre che di cura, hanno lo spazio maggiore. Parlo chiaramente di quei settori ad alta tecnologia, ad alto costo farmaceutico, o ad alto costo strutturale. Costi che talvolta per alcuni privati possono diventare interessanti ricavi. Mi sembra però importante che nel Piano i valori universalistici vengano ribaditi e che, sulla carta, vengano confermati il diritto alla cura e quindi al rispetto dei livelli minimi di assistenza. Va riconosciuto alla Regione e ai vari attori della sanità regionale una buona gestione che fino ad ora ha permesso il mantenimento di alcuni standard. Nelle dipendenze, la qualità dei servizi è molto buona e il privato sociale ha negli ultimi due anni accreditato la totalità dei propri servizi. La stessa Regione ha riconosciuto questo con un adeguamento delle rette. Ma anche qui c’è un “però”: se da una parte la Regione difende i principi e i percorsi virtuosi, nel passaggio all’ente gestore, la nostra Asur, questi principi svaniscono in un vortice economicistico spaventoso. Laddove si programmano e si accreditano servizi in base ai bisogni, come definito dalle delibere o da leggi regionali, talvolta essi non vengono convenzionati dall’Asur e quindi non possono trattare utenti “pubblici”. Gli stessi livelli essenziali di assistenza che caratterizzano la completezza di un servizio non necessariamente vengono garantiti, proprio perché non rispondono a criteri di budget. Tutti noi sappiamo che è necessario avere una gestione sempre più efficace ed efficiente degli interventi. Noi del privato sociale abbiamo la presunzione di saperlo più di altri, visto che siamo sempre a corto di risorse. Ma attenzione, oggi in un periodo dove la parola “crisi” sembra radere al suolo non solo l’estensione dei diritti, ma anche la loro applicazione, il rischio è quello di rinunciare ad un patrimonio scientifico, culturale senza il quale in questo territorio, ma non solo, si rischia socialmente…un default!!! Da questo breve e secco ragionamento nasce la necessità di estendere i luoghi di confronto e di proposta. Ci verrà richiesto di fare di più con molto meno e quindi vanno sempre di più condivise le prassi e le risorse. In fondo non sta anche in questo il valore e lo scopo di un giornale come “Perché no?” ? Stefano Trovato, Presidente dell’ I.R.S. L’Aurora soc. coop. Sociale / membro esecutivo del Coordinamento Regionale Enti ausiliari accreditati (CREA) dossier convegno 17 dicembre un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate? IL PIANO SOCIO SANITARIO E LA SALUTE MENTALE La stesura finale del documento di indirizzo per la tutela della salute nella nostra regione non ci ha trovati impreparati nella fase di costruzione del capitolo che riguarda la salute mentale. Chiariremo a seguire il dettaglio di questo nostro porci nel confronto istituzionale. Intendiamo prima di tutto sottolineare l’importanza e la necessità del passaggio del Tavolo Regionale della Salute Mentale nei luoghi espressivi della politica partecipata: l’incontro con la presidenza e con i referenti di tutti i gruppi politici schierati nel consiglio regionale prima, e dopo qualche giorno l’incontro con la Commissione permanente che si occupa di tutela della salute. Era la prima volta che avveniva, almeno per la fragilità che rappresentiamo, e non era scontato. Le nostre richieste sono state poche, dettagliate e precise. Circostanziate su indicatori che intendono farsi leggere senza alcuna possibilità di nebbie e dubbi. Tre allora i punti: allineamento della spesa per la salute mentale in tutta la regione, con conseguente accelerazione ed aumento della spesa nei DSM in ritardo (portare i territori in sofferenza al livello della spesa totale media regionale che è di 42 euro per abitante), con un costo in tre anni di circa 7 mln di euro; istituzione di due CSM (centri di salute mentale) h24 sperimentali, uno a San Benedetto del Tronto e l’altro a Fano; istituzione dell’Ufficio del Garante per la salute mentale. Il primo punto è stato tradotto nel PSSR passato definitivamente in consiglio regionale con ‘criteri di collocazione delle risorse per la Salute Mentale per una diffusione sul territorio senza squilibri’; il secondo punto non è stato inserito nel documento finale, si presume di poterlo riprendere nella fase di riordino dell’organizzazione Asur di Area Vasta; il terzo punto è stato inserito con ‘occorre, inoltre, promuovere l’istituzione del Garante regionale per la salute mentale’. Nel ridisegnare la tutela della salute in campo psichiatrico bisognerà non dimenticare che tale impegno di attenzione per la salute mentale dovrà essere tradotto con scelte concrete che prescindano dal contenimento della spesa generale per il comparto della sanità. Sicuri come siamo che nessuno si meraviglierà se tali decisioni saranno anche conseguenza di contenimento e revisione della spesa per la salute in altri settori e specializzazioni. Vito Inserra Tavolo Regionale SM IL PIANO SOCIO SANITARIO E LA CONTINUITÀ ASSISTENZIALE Se il tema dell’accompagnamento diagnostico e della continuità assistenziale sono temi sempre più cen- trali della nuova medicina, è altrettanto vero che invece il modello di Sanità che si è venuto sviluppando negli anni in Italia è fortemente Ospedale centrico, problema che assilla molte se non tutte le riforme sanitarie che si sono elaborate negli anni. Questa impostazione condiziona da lungo tempo non solo l’impiego delle risorse economiche delle politiche sanitarie, ma si è imposto e s’impone nella cultura sanitaria, a tal punto che i cittadini si sentono” protetti” solo se tutelati dalla presenza di un ospedale. A queste considerazioni iniziali conseguono due effetti deleteri. Il primo è il ridotto investimento economico nelle cure primarie e nelle procedure di prevenzione, diagnosi precoce e riabilitazione, determinando i problemi cronici del nostro sistema sanitario: la carenza della rete dei servizi territoriali, le lunghe attese, la mancanza di percorsi preferenziali diagnostico terapeutici assistenziali, l’organizzazione di profili integrati di cura orientata alla presa in carico del paziente, il più delle volte sballottato a destra e a sinistra, oppure costretto a lunghe ore di Pronto Soccorso. Il secondo è l’intasamento delle attività ospedaliere. Così sovraccaricate, queste subiscono gravi interferenze e ostacoli nella propria operatività, che dovrebbe essere orientata, necessariamente, ai casi acuti. Ormai è ampiamente documentato che solo una rete ben articolata di servizi, sparsi nel territorio, può essere il reale supporto all’attività dell’ospedale moderno, dove per altro i ricoveri sono limitati al massimo, con letti di degenza al minimo e con turnover molto dinamici. La domanda che ci poniamo stamattina è proprio questa, di là dal momento attuale, di grande transizione, quale rete è prevista, e come saranno strutturate le relazioni tra ospedale e territorio. L’esperienza di Marche Nord ci insegna che nella zona di Pesaro, da anni alla presenza di un ospedale separato dalle attività territoriali, il rapporto e l’integrazione ospedale territorio sembrerebbe più farraginoso. Diversamente nella ZT3 Fanese, per la diversa organizzazione storica, con la presenza di un Ospedale di Rete (non azienda) alcuni processi sembrano più fluidi. C’è da domandarsi perché si è scelto allora questo percorso di riforme. Riuscirà l’Aziendalizzazione a rispondere alle esigenze del cittadino malato? L’aziendalizzazione dell’ospedale garantisce, certamente, migliore economia e procedimenti di spesa più controllati, ma per i cittadini, per il malato ci sono reali vantaggi? Se la mia analisi è corretta con l’Ospedale azienda, il rischio è che s’interrompano tutte le forme di continuità assistenziale. Il paziente sarebbe seguito da due realtà amministrative separate, con tutte le difficoltà che si possono determinare. La prima e più pericolosa è che la dinamica Committente (Servizi territoriali) – erogatore (ospedale), nello spirito di ricerca del cliente, possa provocare un aumento del consumo di “prodotti sanitari” con gravi danni ai pazienti stessi, indotti a prestazioni sanitarie non sempre ap- 11 [email protected] propriate. La seconda potrebbe essere invece la discrepanza tra domanda e offerta. È ovvio che un’Azienda produca ciò che determina maggior profitto e tolga attività poco remunerative. Ma quali sono i bisogni di un territorio? Potrebbe determinarsi una situazione tale che l’Azienda Ospedaliera non ritenga conveniente una determinata prestazione, chi erogherà quel servizio, di cui il territorio ancora non è fornito? Detta così la cosa potrebbe sembrare “teorica”, ma …. in pratica alcuni esempi si cominciano a intravvedere (terapie domiciliari oncologiche, riabilitazione, prevenzione malattie della donna ecc …) La separazione delle due attività ha ancor più impoverito il territorio che ora si trova scoperto in alcuni servizi. Bisogna innanzi tutto migliorare le cure primarie. Per far funzionare e ridurre i costi di un sistema, è necessaria un’articolata Rete di servizi di cure primarie. Secondo la storica dichiarazione di Alma Ata del 1978, le cure primarie rappresentano, dunque, una vera e propria area-sistema dotata di caratteristiche peculiari e profondamente diverse da quelle, altrettanto tipiche, dell’assistenza ospedaliera. Per le Cure primarie a prevalere è il cosiddetto paradigma “dell’iniziativa” con il quale s’intende un sistema assistenziale orientato alla “promozione attiva” della salute e al rafforzamento delle risorse personali (auto-cura e family learning) e sociali (reti di prossimità e capitale sociale) a disposizione dell’individuo, specie se affetto da malattie croniche o disabilità. Realizzare la presa in carico del cittadino attraverso la istituzione, in ogni presidio sanitario territoriale, del punto unico di accesso ai servizi. La creazione di uno sportello unico per le prestazioni sociali e sanitarie darebbe finalmente certezza al paziente, portatore di problematiche spesso complesse, di ottenere una risposta tempestiva e adeguata alle sue effettive necessità. Il Punto unico di accesso. Estensione della Continuità assistenziale a ventiquattro ore il giorno e a sette giorni su sette. La realizzazione di un’assistenza continua è sicuramente l’esigenza più avvertita dai cittadini ed è l’unico mezzo in grado di disincentivare l’uso inappropriato dei Pronto soccorsi ospedalieri. Per fare questo, tuttavia, l’unica soluzione possibile è quella di cambiare l’attuale organizzazione delle cure primarie favorendo l’inserimento dei medici di continuità assistenziale nell’insieme delle attività di assistenza primaria (visite domiciliari, attività programmate a domicilio, dimissioni protette dai presidi ospedalieri, servizio in RSA e presso Ospedali di comunità, filtro all’accesso al Pronto Soccorso. Potenziamento dell’Assistenza a domicilio. Il mutato scenario epidemiologico e l’inversione della piramide demografica con conseguente invecchiamento degli individui, della famiglia e delle popolazioni, hanno radicalmente mutato le necessità e il profilo dei percorsi assistenziali necessari. Confidiamo in una grande attenzione dell’amministra- zione Regionale al superamento di queste criticità, e mentre attendiamo le conclusioni del dibattito Regionale, confidiamo anche che non siano solo enunciate ma che siano individuati i percorsi amministrativi capaci di realizzarle. Carlo De Marchi Associazione L’Alveare IL PIANO SOCIO SANITARIO E L’INFANZIA, ADOLESCENZA E GIOVANI L’argomento affidatomi si presenta alquanto vasto e sicuramente difficile da sintetizzare nei 7 minuti previsti dai comunicati. Pertanto la modalità da me privilegiata è stata prendere il piano socio sanitario approvato; leggerne i contenuti e “sentire” quanto questo “vestito” potesse essere sufficientemente comodo comparato al lavoro quotidiano della cooperativa e di noi operatori. L’esperienza pregressa e la fortuna di avere un’ottica europea grazie alla partecipazione a tavoli tecnici sul tema di infanzia e giovani in Eurochild mi hanno portato a privilegiare alcuni aspetti importanti della Legge 9 del 2003 che regolamenta i servizi per l’infanzia e l’adolescenza nella Regione Marche sottolineandone risorse e criticità. Primo aspetto determinante: formazione preventiva e continua agli operatori. La formazione scolastica necessita sempre di più di confrontarsi con il mondo del lavoro. Spesso e volentieri l’operatore ha una discreta conoscenza teorica ma è completamente sradicato dalla realtà lavorativa. Secondo aspetto rilevante la necessità di offrire servizi all’infanzia ed all’adolescenza sempre più incentrati non sull’operatore ma sull’utente. A mio parere, questo è senz’altro il fulcro discriminante della qualità del servizio perché agisce contemporaneamente sulla formazione e supervisione degli operatori quanto sulle reali esigenze dell’utente e sulla capacità delle realtà impegnate in tale “produzione di servizi” di una buona progettazione ed analisi dei fabbisogni del territorio. Solo in tal modo si può provare e lavorare nell’arginare il gap di una sorta di “schizofrenia dei servizi”. Tale argomento mi ha consentito di introdurre altri due aspetti non di secondaria importanza: la restituzione delle competenze alla famiglia (quando e dove è possibile. È importante essere comunque in questa ottica per provarci!) e la necessità di lavorare soprattutto in alcuni settori (per es. prevenzione abuso minori) in maniera trasversale attraverso la creazione di equipe veramente multidisciplinari. L’argomento della creazione della rete è un argomento su cui spesso si ritorna senza riuscire a comprendere fino in fondo il motivo per il quale a volte la rete viene vissuta più come una “trappola” che una risorsa e come circolarità di competenze. Per tale motivo mi è sembrato opportuno parlare di “linee di fronteggiamento” dossier convegno 17 dicembre un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate? cioè punti strategici nel nostro territorio che vanno riconosciuti e valorizzati. Punti strategici che producono buone prassi, a volte anche di natura informale (gruppi di auto-mutuo aiuto, banca di competenze, volontariato, etc.) ma che potrebbero essere e sono una risposta concreta al decentramento di quella tendenza altamente “ospedalizzata” sottolineata dagli stessi addetti ai lavori facendo da naturale e positivo filtro al conseguente intasamento del servizio sanitario oltre a sensibilizzare e produrre una cultura della prevenzione, di coesione sociale e di un sano stile di vita. La legge 9 indicata nel piano sociosanitario presenta anche una necessità insita di flessibilizzazione dei servizi. Dall’esperienza pregressa mi sento di sottolinearne l’importanza sia per la necessità di mantenere viva la qualità del servizio condividendo e monitorando il servizio con le famiglie interessate ed ascoltandone i bisogni in continua trasformazione sia per un aspetto più prettamente tecnico ed economico vista la pressante crisi economica europea. Personalmente condivido in pieno il movimento regionale verso le tagsmutters. Modalità di lavoro verso cui si sta muovendo la cooperativa stessa modellando esperienze attive nelle Province autonome di Trento e Bolzano e della vicina Emilia Romagna. Ultimo aspetto sottolineato, ma che ha fatto da sottofondo all’intero intervento, è la necessità di formare operatori di advocacy (facilitatori che esprimano anche il punto di vista del bambino e della fascia di utenza vulnerabile) in quanto riteniamo doveroso quando si parla di tutela minorile, di progetto sul minore che si lavori in termini di relazionalità, ma anche e soprattutto CON e non SU le famiglie, CON e non SU il bambino. Questo non per un banale moralismo, ma semplicemente perché le risposte arrivano soprattutto attraverso il coinvolgimento di chi conosce a fondo il problema, le risorse, le alternative, l’impegno che può e deve essere preso. Ringrazio chi ha creato questo spazio di “riflessività” perché ritengo che nel welfare è questo che concretamente offre la possibilità di lavorare seriamente e con efficacia attraverso incontri di sensibilizzazione ed informazione, ascolto del bambino e “pulizia” dell’operatore, raccolta dati e bisogni emergenti e non per ultimo inclusione sociale in un’ottica non solo lungimirante ma che nasce da un concreto esame di realtà. Dott.ssa Lilli Simbari Coop Il Grillo Parlante IL PIANO SOCIO SANITARIO E L’AUTISMO Due interrogativi hanno contraddistinto l’intervento condotto dall’associazione Omphalos Onlus attorno ai contenuti del Piano Socio-Sanitario regionale 2012-2014 in materia di autismo, in occasione del convegno organizzato da Perchéno? a Fano nel dicembre scorso. Quale grado di consapevolezza realmente possiede l’amministrazione regionale del grande potenziale solo in parte espresso dal Progetto Autismo Marche e della sua indiscutibile unicità nel panorama nazionale? Quale significato essa attribuisce in concreto al concetto di partecipazione, più volte citato nel corso del convegno dall’Assessore alla Salute in termini di auspicio, dagli operatori del Terzo Settore in termini di richiesta espressa ma nei fatti scarsamente accolta? Numeri alla mano, illustrare su quali basi si costituisca l’unicità e l’avanguardia del Progetto Autismo, così come attuato per l’Età Evolutiva, è un’incombenza davvero semplice da sbrigare. Poco meno di dieci anni fa, presso la Neuropsichiatria Infantile dell’ospedale S. Croce di Fano, la Regione Marche ha affidato alla neuropsichiatra infantile dott.ssa Stoppioni la guida di un’équipe specialistica affinché svolgesse un servizio di forte impatto sulla vita dei bambini con autismo, un servizio complesso che non si esaurisse nella somministrazione di prove di valutazione e nella formulazione di diagnosi, come invece di norma avviene altrove nel nostro Paese. Il valore differenziale espresso dal Progetto Autismo per l’Età Evolutiva ruota tutto attorno a questo punto. Ricevuta una diagnosi di spettro autistico per il proprio figlio, fuori dalla nostra regione la famiglia è letteralmente schiacciata prima dallo sforzo di mettere insieme un programma d’intervento qualificato e realmente efficace, poi dalla fatica, sicuramente economica ma non solo, di attuare quello stesso programma. In assenza di un servizio pubblico di riferimento, la famiglia non può che rivolgersi a professionisti e centri privati, i cui costi esorbitanti sono di fatto alla portata di pochissime tasche. E anche quando si ha in mano il migliore dei progetti d’intervento possibili, penosa poi è la ricerca di operatori preparati, sconfortante la resistenza al confronto e alla cooperazione troppo spesso esibita in ambienti scolastici e territoriali. Il disturbo autistico è pervasivo a tal punto che nessun intervento, per quanto ben confezionato, può sortire effetti significativi e duraturi se non viene attuato secondo modalità altrettanto pervasive e trasversali. Ciò impone che vi sia un altissimo livello di interazione tra gli agenti che operano nella vita del bambino con autismo, e che tale interazione si sviluppi su basi dichiarate e condivise. Una condizione difficile da riscontrare là dove manca un polo di riferimento che sia pubblicamente riconosciuto. Infatti, è dopo aver sottoposto il bambino al percorso valutativo e dopo aver formulato l’opportuna diagnosi che l’attività svolta dall’équipe fanese entra nel vivo, realizzando un’effettiva presa in carico e del bambino con disturbo autistico, e della sua famiglia. Sulla base delle osservazioni cliniche e dei dati raccolti viene confezionato un programma d’intervento completo, assolutamente [email protected] tarato sulla specificità del caso. Quindi, secondo una frequenza che di nuovo corrisponde alle esigenze specifiche del caso e del momento, variando in genere dal mese al semestre per le situazioni meno complesse, i risultati dell’attività svolta sul bambino sono sottoposti a supervisione in ambulatorio, alla presenza della famiglia e di tutti gli operatori coinvolti che si rendono disponibili. Secondo necessità le supervisioni possono aver luogo anche nel contesto scolastico in cui il bambino è inserito, né viene meno la disponibilità a preparare insegnanti ed educatori all’attività da svolgere mediante incontri formativi che illustrino le metodologie e le strumentalità maggiormente impiegate nei diversi interventi. Ad accrescere ulteriormente la qualità del servizio svolto poi, di nuovo offrendo un unicum nel panorama nazionale, è recentemente venuto l’inserimento stabile, in seno all’équipe fanese, di un logopedista completamente dedicato ai casi di disturbo di spettro autistico, per la volontà di condurre in modo assolutamente sinergico il delicatissimo lavoro sugli assi comunicativo e cognitivo-comportamentale. Dal 2003 ad oggi il numero di casi diagnosticati, e soprattutto presi in carico dall’équipe Autismo Età Evolutiva, è cresciuto in modo esponenziale, registrando al contempo un incremento costante e significativo delle richieste di consulenza e diagnosi a favore di bambini provenienti da altre regioni d’Italia, segno evidente di un prestigio che si estende ben oltre le Marche. Delineato un quadro simile, si stenta a credere che, dopo dieci anni di positiva sperimentazione, l’amministrazione regionale possa ancora mantenere in condizioni di precarietà un servizio pubblico di tale livello sul piano scientifico, e d’importanza vitale per le tante famiglie che quotidianamente affrontano la sfida imposta da un disturbo grave, complesso e permanente quale l’autismo. Non è solo il regime di finanziamento annuale a sconcertare, deleterio nella misura in cui limita pesantemente le possibilità di programmazione delle attività ordinarie e impedisce di fatto l’attuazione di attività extra a carattere sia sperimentale sia formativo. Di più, lascia allibiti constatare che, a dieci anni dall’elaborazione di un Progetto Autismo regionale a favore sia dell’Età Evolutiva che dell’Età Adolescenziale ed Adulta, la formula sperimentale non sia mai stata sottoposta ad una lettura critica complessiva che ne vagliasse severamente tanto i risultati felici quanto i balbettamenti e gli errori, facendone realmente una fase progettuale di studio da sviluppare poi, al momento e nei modi opportuni, dentro un paradigma di servizi precisamente definiti. È un fatto che nella parte dedicata all’Età Adolescenziale ed Adulta il Progetto Autismo Marche abbia completamente deluso le attese. Così come è un fatto che la significativa e corposa attività svolta dall’équipe Autismo Età Evolutiva sollevi delicate ed urgenti questioni da affrontare sia 12 sul piano della collaborazione con le realtà territoriali, sia sul piano della piena accessibilità al servizio da parte delle famiglie che risiedono nelle province più lontane dalla città di Fano. Ancora, appare col tempo sempre più immotivata, anzi decisamente dannosa la scelta, operata un decennio fa in seno al Progetto Autismo, di separare nettamente l’infanzia da un lato dall’adolescenza con l’età adulta dall’altro, affidando a due gestioni del tutto distinte e mal raccordate il compito di condurre e controllare l’attuazione dei rispettivi impegni progettuali. E proprio giungendo a questo punto della riflessione sulle risposte all’autismo messe in campo dal nuovo Piano Socio-Sanitario regionale, s’inciampa contro la natura suadente ma fittizia di quel concetto di partecipazione su cui nasceva il nostro secondo interrogativo. Perché il Progetto Autismo Marche prevede fin dai suoi inizi uno spazio collegiale in cui portare la riflessione, il dibattito e sì, la partecipazione responsabile delle parti alla vita del progetto stesso. Esiste un gruppo di coordinamento, reso operativo da apposito decreto regionale, che conta la presenza di professionisti medici, psico-pedagogisti, psicologi, rappresentanti della parte sociale e politica, e delle famiglie. Ma questo gruppo di coordinamento si è completamente smarrito lungo il percorso, dapprima diradando gli incontri, da decreto previsti con cadenza trimestrale, quindi consentendo che i due sottogruppi (età evolutiva – età adulta) si riunissero in modo del tutto indipendente perdendo le condizioni per il dialogo ed il confronto, poi non provvedendo a sostituire figure spostatesi su altri incarichi, infine cessando del tutto ogni convocazione per un lunghissimo periodo. Sollecitata a fornire risposte su questo aspetto, per molti mesi l’Assessorato è rimasto nel completo silenzio. Lo stesso silenzio di contenuti rilevanti che leggiamo in materia di autismo nell’attuale Piano Socio-Sanitario, dove si replica passivamente quanto già recepito un decennio fa. Allora ci si congratulava per un progetto sperimentale altamente innovativo, oggi ci si rammarica per la mancata volontà di sviluppare appieno la portata di quella visione, ricca di contenuti di salute per i cittadini affetti da autismo, e di crescita professionale, culturale e civica per tutte le figure a vario titolo coinvolte nel percorso. Sheila Roccheggiani Associazione Onphalos IL PIANO SOCIO SANITARIO E IL TERZO SETTORE Il Forum regionale del Terzo Settore ha condiviso pienamente con la redazione del magazine “Perchèno?” questa iniziativa che giunge in un momento particolarmente difficile per il nostro paese e le nostre comunità. dossier convegno 17 dicembre un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate? Siamo pienamente consapevoli delle responsabilità che ricadono sulle organizzazioni di volontariato, promozione sociale e cooperazione sociale che rappresentiamo. Oggi più che mai abbiamo necessità di “serrare le file” per sostenere la comunità di cura pesantemente penalizzata dalle politiche ultraliberiste che hanno prodotto lo tsumani che si sta abbattendo su tutti noi e che sostengono da anni che etica e attenzione al sociale sono solo freni alla crescita. Gli scenari che si delineano all’orizzonte ci indicano in maniera chiara che nulla sarà più come prima. Che cosa fare? Come reagire alla depressione mescolata alla rabbia di chi quotidianamente come volontario o operatore ha di fronte le tante fragilità e le tante diseguaglianze? Depressione e rabbia che si carica anche dell’angoscia, perché è a forte rischio anche il proprio lavoro, la propria famiglia ed il proprio futuro. La risposta che ci siamo dati è quella di agire perché occorre pensare positivo, possiamo farcela ma a determinate condizioni: come quando è finita la guerra, dalle macerie i nostri padri sono riusciti con grandi sacrifici a rimettere in sesto il paese, ora tocca a noi. Alla politica tutta ed in particolare alla nostra regione chiediamo condivisione e trasparenza a partire dall’uso delle risorse. Abbiamo bisogno di comprendere quali siano le priorità, putroppo in questo contesto le priorità non sono un optional, come in una famiglia in cui ci si trova a far conto con un reddito molto scarso le priorità sono il mangiare, il riscaldameto e la luce. La Regione ha l’obbligo di parlarci chiaro di dirci come nella sanità e nel sociale si possono mettere in fila le priorità. C’è bisogno di una visione politica coordinata tra centro e territorio, tutto questo nel’ottica dell’equità: equità e rispetto di regole certe e condivise, perché la sfida è una ripartenza dove tutti devono fare responsabilmente la loro parte. La società è la prima opera pubblica, bisogna iniziare da qui condividendo questa priorità, consapevoli che senza coesione sociale (che non è prodotta né dallo Stati né dal mercato, ma dalle nostre reti di relazioni) non ci può essere ripresa economica e sviluppo per quelle tante imprese della “comunità operosa “ le quali si battono ogni giorno per salvaguardare il lavoro. Siamo in un contesto di addetti ai lavori quindi conosciamo tutti quanto previsto dalle normative, a partire dall’art. 4 del Dpcm 14.2.2001, che demandava alle regioni “nell’ambito della programmazione degli interventi socio-sanitari di stabilire gli obiettivi, le funzioni, i criteri di finanziamento, tenendo conto di quanto espresso nella tabella allegata al dpcm; la Regione inoltre ha il compito di svolgere attività di vigilanza e coordinamento sul rispetto di dette indicazioni da parte delle aziende sanitarie e dei comuni al fine di garantire uniformità di comportamento a livello territoriale”. È vero, non sono state poi tante le regioni che hanno dato puntuale e specifico compimento a quanto stabilito da questa normativa, ma occorre evidenziare che la nostra Regione in materia sanitaria risulti nel novero di quel gruppo più virtuoso. Da questa evidenza sottolineiamo l’esigenza di agire perchè si declini il termine equità nei nostri territori. A questa regione che ha fatto la grande scommessa di mettere in campo per la prima volta un piano socio-sanitario e che ha finanziato, coprendo le voragini originate dal governo, i fondi per il sociale chiediamo oggi di agire perchè la road map prevista si trasformi in atti condivisi e conseguenti decisioni in tempi brevi. Perché siamo nel momento dell’urgenza, e questo tempo sa essere solo urgente, c’è bisogno di punti fermi. Non possiamo più tollerare, soprattutto a difesa dei diritti di cittadini deboli che, badate, non devono essere diritti deboli, quello che leggiamo nel puntuale e dettagliato sito dell’amico Ragaini (gruppo solidarietà). L’amico Ragaini è troppo attento e documentato, ma le questioni che pone alla nostra attenzione sono molto serie per le ricadute che hanno sulla “cittadinanza fragile”. Non può esistere che un servizio sia “declinato” in una zona sanitaria con un costo e in un’altra zona con uno nettamente inferiore. Come Forum abbiamo fatto una indagine sulle normative di altre regioni sulla regolamentazione del socio-sanitario. Vogliamo segnalare alcune scelte di una di queste regioni “virtuose”, la Liguria, piccola come la nostra, con tassi d’invecchiamento molto simile ai nostri, governata da una giunta di centro sinistra come le Marche. Due atti emanati che possono essere posti all’attenzione dei nostri amministratori regionali: “Riordino del sistema della residenzialità e semiresidenziale extraospedaliera” e “ Indirizzi per i trattamenti delle persone anziane” Noi siamo sicuri che se ai dirigenti locali sono dati strumenti per ben operare nel socio-sanitario potremmo ottenere ottimi risultati e potremmo assurgere nel novero di quei territori “virtuosi”, che intendono la salute del territorio al pari di quella ospedaliera. E questo è un altro elemento che riteniamo fondamentale. Pensiamo che la scarsa attenzione al socio sanitario sia troppo spesso da imputarsi ad una mentalità ospedale centrica. Consideriamo che al grande tema dell’ospedale unico ed al grande dibattito sulla ridefinizione della rete ospedaliera (troppe volte buttato in polemica), in troppi, compresi i sindaci a cui sono demandati compiti di governo del sociale, si sono sbilanciati verso un’idea della sanità centrata sul solo ospedale, tanto che nessuno ha promosso campagne di informazione rivolte ai cittadini per comunicare che gran parte del percoso salute si “gioca” sul territorio. L’ospedale nell’immaginario collettivo è il luogo dove ci si salva la vita con [email protected] la porta d’accesso del pronto soccorso, e per questo la popolazione recepisce solo che è vitale averlo di fianco a casa. Naturalmente chi fa politica sa che è facile mettersi in sintonia con queste percezioni, ma noi invece pensiamo che è indispesabile mettere al centro il tema della sanità territoriale con il sistema socio-sanitario. In questo momento drammatico, di risorse in calo, di grande azioni legislative e di servizi da ristrutturare sollecitiamo la regione all’avvio di un tavolo di confronto istituzionale con il Forum del Terzo Settore. Il Forum è un soggetto pienamente legittimato al pari delle organizzazioni sindacali nella rappresentanza con numeri significativi di lavoratori , volontari compresa la cittadinanza attiva. Il principio costituzionale di sussidiarietà non è un optional di cui si tiene conto solo in determinate circostanze di necessità degli enti locali, ma un metodo che richiede coinvolgimento costante e istituzionalizzato. Per quanto riguarda il welfare di competenza dei comuni (che sarà oggetto del secondo seminario che faremo nei primi mesi dell’anno 2012 a Pesaro), ribadiamo la necessità di una legge di riordino (che attendiamo già da troppo tempo). Anche in questo caso vogliamo sottolineare la nostra richiesta di consultazione sul testo della legge che è in fase di predisposizione,perchè siamo titolati a discutere e ad avanzare proposte , abbiamo competenze e conoscenze certamente esclusive che riteniamo utili alla sua redazione. Nulla sarà più come prima anche in questo settore di competenza dei comuni ci attendono pertanto scelte coraggiose e chiare. Facciamo alcuni esempi: il tema della gestione associata dei servizi di welfare territoriale, dove o gli ambiti sociali saranno in grado di operare sui territori con una programmazione che sia direttamente collegata alla gestione, risolvendo una volta per tutte la frammentazione dei servizi in tanti piccoli comuni, oppure sarà la fine della rete di servizi che in questi anni è stata uno dei grandi traguardi del welfare territoriale della nostra Regione, oppure il tema dei Liveas regionali e dell’accreditamento per superare gli affidamenti dei servizi attraverso appalti. In questi tempi drammatici o saremo in grado di mettere in gioco tutte le risorse presenti nella nostra collettività, coinvolgendo tutti nella resposabilità delle scelte e dei sacrifici, oppure le tensioni che scaturiranno dai grandi cambiamenti in corso saranno molto difficili da gestire. Maurizio Tomassini Portavoce del Terzo Settore delle Marche IL PIANO SOCIO SANITARIO E LA DISABILITÀ Appena ricevuto l’invito a partecipare al convegno, ho iniziato a riflettere sull’intervento che avrei fatto. In una prima fase, mi sono concentrato sugli aspetti legislativi: 13 ho ripassato le diverse leggi che regolano il settore disabilità e ho studiato l’ultima versione del Piano Socio Sanitario della regione marche. Questo ripasso è stato molto utile, ma allo stesso tempo mi stava facendo perdere di vista il senso dell’invito che avevo ricevuto. Sicuramente non ero stato invitato per le mie conoscenza e competenze legislative, ma per la possibilità di offrire un punto di vista interno ai servizi dedicati alle persone con disabilità. Il titolo del mio intervento “ Disabilità e Piano socio santario” e l’estrema vaghezza dei contenuti riferiti alla disabilità presenti nel Piano, non mi hanno certo aiutato a restringere il campo delle riflessioni possibili. La professione educativa che svolgo da 15 anni, mi ha insegnato che per capire quello che sta accadendo oggi, è necessario allargare lo sguardo e indagare i percorsi. Il piano sociale di oggi si può leggere meglio se inserito nel tragitto che ci ha portato fin qui. Così ho iniziato a fare uno “scavo archeologico” tra il diverso materiale accumulato negli anni e tra i diversi appunti dei molteplici incontri e riunioni. Questa attività si è dimostrata da subito molto interessante, perché mi ha riportato alla mente molti passaggi significativi, ma in particolare perché mi faceva recuperare la prospettiva del tempo e l’evoluzione dei diversi rapporti e scambi. [[[Il mio percorso in questo settore è iniziato nel 96’ nelle scuole e oggi continua come educatore e coordinatore per la coop Labirinto presso due centri educativi (il mio punto di osservazione ha diverse angolazioni: sono educatore, coordinatore e lavoro sia in un centro a titolarità del comune sia in uno a titolarità dell’Asur).]]]] Alcuni elementi fondamentali: Ad inizio carriera, il primo documento che mi è capitato in mano è stato una copia dell’informah dei servizi sociali della regione Marche, dove si analizzava la logica e gli intenti della Lr 18\96. Questa cerca di valorizzare il contributo della professione educativa e delle varie esperienze maturate nel territorio, vedendole come fondamentali per la programmazione degli interventi nel settore. Si sono costituite le UMEA, equipe che devono realizzare quotidianamente e operativamente l’integrazione tra sanitario e sociale. Quindi nel 2000 è nata la 328\00 che intende promuovere il benessere e non inseguire l’emergenza (ultimamente “l’alibi” più usato in molti ambiti); superare le categorizzazioni e arrivare a prestazioni il più individualizzate possibili; vuole raggiungere l’integrazione socio sanitaria per poter armonizzare e ottimizzare le risposte, facilitando la vita di chi ha bisogno di interventi sia sanitari che sociali. Poco dopo ho conosciuto la Commissione d’Ambito che tendenzialmente persegue gli stessi obiettivi a livello dossier convegno 17 dicembre un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate? territoriale d’ambito e che, tra le altre cose, offre uno spazio di confronto continuativo e strutturale in cui le diverse professionalità che operano nello stesso settore e con le stesse persone, integrano i rispettivi linguaggi e sguardi per ottenere una visione più completa e per evitare il rischio “Torre di Babele”. Arrivano anche le autorizzazioni e accreditamenti con le leggi lr 20\2000 della sanità e con la 20\2002 del sociale. Però, nel ripercorrere questo percorso che ci ha portato ad avere un sistema valido e articolato, ho rintracciato anche diversi segnali che vanno in controtendenza: Nel 2000, hanno del “Piano regionale per un sistema integrato di interventi e servizi sociali” ho potuto sperimentare la distanza che ci può essere tra le intenzioni, le dichiarazioni, il testo scritto e la realtà. Proprio in quell’anno nel centro in cui lavoravo, abbiamo vissuto una delle possibili interpretazioni dell’integrazione Socio Sanitaria: si è cercato di attuare il minutaggio delle prestazioni, tipico delle prestazioni sanitarie, anche agli interventi educativi. Non credo sia necessario soffermarsi sull’inadeguatezza di questo tentativo e del perché le prestazioni sanitarie non possano essere equiparate agli interventi educativi, a meno che, non si vogliano medicalizzare quindi snaturare questi ultimi. Certamente l’organizzazione sanitaria “è più forte”, meglio codificabile e meglio organizzata sotto diversi aspetti. Però non si può cedere alla tentazione, soprattutto in momenti di crisi economica, di semplificare troppo il sistema assumendo la logica sanitaria tout court, perché questo equivarrebbe a banalizzarlo e renderlo incapace di leggere la complessità del nostro ambito. Da parte sua il sociale ha diverse lacune che deve colmare, ad esempio dovrebbe definire i livelli essenziali delle prestazioni sociali e le tariffe per i C.S.E.R. Per realizzare integrazione è necessario un certo equilibrio e pari dignità tra i diversi interventi, però stiamo assistendo a diversi segnali che denunciano invece uno squilibrio e una riduzione dei luoghi di confronto e di effettiva integrazione operativa. Alcuni Esempi: Lo spostamento della formazione per gli educatori professionali dentro la facoltà di medicina con un rapporto con i servizi molto ridotto. Questo può allargare la distanza tra teoria e buone prassi presenti nel territorio. In una riunione del 15 dicembre 2009 ci è stato comunicato che, unilateralmente, si è deciso che la Commissione d’Ambito sarebbe stata depotenziata e trasformata in Tavolo di concertazione della disabilità. I Confronti e le comunicazioni istituzionali in merito a diverse decisioni si sono sempre più ridotti (Le notizie sugli sviluppi e l’andamento della co- struzione del piano sociosanitario sono state assolutamente insufficienti e discontinue.) IL P.S.S. si interessa al ruolo dell’UMEA, ma tutte le buone intenzioni risultano vane se le condizioni in cui questa deve operare sono proibitive: attualmente ci sono due persone che devono dare risposte ad un bacino di utenti di circa 500 persone e famiglie. In conclusione credo che sia fondamentale evitare che la crisi economica diventi anche crisi di progettazione e che si debbano rafforzare e non soffocare, tutti i luoghi in cui si tenta di praticare un’effettiva integrazione socio sanitaria. Per evitare di cedere le armi alla pura logica economica, trasformando ogni cambiamento in tagli, è necessario praticare un dialogo e una collaborazione convinta e non strumentale. In fondo credo che sia proprio questo il proposito e il messaggio di questo convegno. Luca Pazzaglia Coop Labirinto IL PIANO SOCIO SANITARIO E L’ORGANIZZAZIONE TERRITORIALE È necessario, in premessa, fare riferimento al nuovo Piano Socio Sanitario regionale (PSS) 2011/2013, perché è la novità legislativa dell’anno ma anche perché parlare di organizzazione, nel rapporto tra Ambito Territoriale Sociale (ATS) e Distretto sanitario, oggi, significa parlare di niente. Non c’è rapporto. A parte quello consolidato, sul campo, dai processi di integrazione professionale, indipendentemente da Asur, Zone, Aree vaste, Dipartimenti, Distretti ecc. Per ciò che riguarda la volontà di lavorare insieme per promuovere la salute della nostra comunità e quindi concretizzare percorsi di integrazione sociale e sanitaria, articolati in programmazione, pianificazione, progettazione e gestione integrata, dobbiamo aspettare che cosa vorrà fare la sanità locale da grande; quando sarà svezzata dalla difficile infanzia che la travaglia, tra Area Vasta in cerca di identità, Dipartimenti in fase di demolizione/ristrutturazione, Distretti sanitari orfani di babbo e mamma… Parlo da operatore sociale che sta nel territorio e che si confronta con colleghi di diversa appartenenza: questo travaglio “sanitario” non ci lascia insensibili, non solo per umana solidarietà ma perché siamo preoccupati e cerchiamo di capire come affrontare, talvolta difenderci, dagli effetti collaterali di una innovazione non solo tecnica ma anche culturale che ci lascia spesso perplessi. Il mio è un punto di vista, certamente parziale, di chi opera sul versante delle politiche di welfare e si confronta faticosamente con normative che riguardano tutti ma sono pensate dal punto di vista sanitario, sia nei contenuti che nel metodo. Una delle caratteristiche del “modello di welfare marchigiano” è quello della partecipazione. La costruzione della rete integrata di interventi e servizi sociali è avvenuta attraverso un [email protected] processo di coinvolgimento intenso e continuato, sia degli attori istituzionali che degli attori sociali. Noi Coordinatori d’ATS, insieme a centinaia di soggetti (individui, gruppi, associazioni, enti... portatori di interessi diversi) da oltre 10 anni lavoriamo sulle reti sociali che si alimentano di ascolto, concertazione, responsabilità diffuse, gestione partecipata. In questo modo abbiamo fatto i piani d’ATS “leggendo” e ascoltando il territorio, così abbiamo realizzato quel poco di innovazione che la scarsezza di risorse ci ha permesso di fare. Così anche a livello regionale. Infatti il Piano Sociale del 2008 è stato scritto al termine di oltre un anno di lavoro fatto sul territorio, partendo da documenti di valutazione dell’esperienza svolta nel triennio precedente, da una analisi delle principali criticità emerse nel percorso e da soluzioni possibili e condivise per dare sempre più forza al sistema. Per il Piano Socio-Sanitario tale processo non è stato assolutamente possibile, gli uffici regionali hanno prodotto un documento nel giro di un paio di settimane ed il resto (la concertazione con i territori) è stata più forma che sostanza. La programmazione sanitaria non prevede tutta una serie di passaggi che invece costituiscono l’ossatura della programmazione sociale. L’aver voluto, giustamente, integrare i due Piani (sociale e sanitario) in un unico Piano (socio-sanitario) ha costretto la programmazione sociale ad adeguarsi a quella sanitaria, sacrificando un aspetto importante del proprio percorso. Attenzione, parliamo sempre del livello regionale che, rapportato ai territori, continua a produrre guai. Infatti, a livello locale, il “sociale” ha mantenuto la sua dimensione partecipativa e di prossimità con la cittadinanza, quindi si è accentuata la distanza con il livello regionale, accentratore e dirigista. In pratica la Regione ha scelto di allontanarsi dai territori anche se deputata a lavorare per essi…. L’integrazione con la sanità va inquadrata all’interno di un processo più ampio. Le politiche sociali infatti devono garantire la manutenzione di un sistema di benessere per mezzo di integrazioni diverse: con le politiche attive del lavoro, con la formazione professionale, con l’istruzione, con le politiche comunitarie… Questo livello altro e più ampio di integrazione nel nuovo PSS regionale è stato appena accennato perché si è lavorato essenzialmente con la componente sanitaria del sistema. Questo ha costituito e costituisce un limite che ha avuto ricadute anche sul versante organizzativo del sistema regionale che non ha tenuto conto degli altri livelli di integrazione. Oggi in Regione Marche abbiamo un Dipartimento sanitario che comprende, subordinato, il sociale. Situazione, dal punto di vista nostro, per lo meno singolare che renderebbe, se applicato nei territori, il sistema inefficace. Le politiche sociali sono infatti un nodo strategico delle politiche di welfare che comprendono una filiera di altri settori che devono essere tenuti 14 assieme. Ridurre le politiche sociali ad una sottocategoria della sanità è concettualmente e operativamente sbagliato. Nei territori stiamo lavorando tra forti criticità, sociali ed economiche, attenti a gestirle e a non farci travolgere, se poi le criticità ce le facciamo in casa costruendo in serie bastoni da mettere tra le ruote altrui allora siamo nei guai. Tra processi di incremento della povertà che sta coinvolgendo fasce di cittadini sempre più ampie, politiche nazionali che stanno rivoluzionando il sistema erodendo le fondamenta di quanto costruito in questi ultimi quarant’anni, necessità di rivedere complessivamente le caratteristiche finanziarie del sistema di welfare, abbiamo il nostro da fare per mantenere credibile il sistema locale di sicurezza sociale, è dunque necessaria un’integrazione equilibrata, funzionale, a tutti i livelli, con la sanità. Invece abbiamo problemi, a cominciare dalla modalità e dalla tempistica di definizione del PSS, approvato nonostante la mancanza di una legge regionale “sociale”, specifica, per il recepimento della legge nazionale “328”. Il tutto conferma una subordinazione del sociale alla sanità, con il rischio di fare perdere al sociale autonomia e dignità. Si pensi a tutta la parte del PSS dedicata all’integrazione sociale e sanitaria, nella quale si codificano temi e strategie (ruolo coordinatore ATS, bilancio integrato, dimensionamento sociale e sanità, gestione associata ecc.) che dovrebbero essere definite (e concertate con i territori) dalla “legge sociale”. Poi c’è molto da dire sulla poca chiarezza nei rapporti e nell’integrazione organizzativa e funzionale tra Area Vasta, Distretti, Dipartimenti e ATS. il PSS non da indicazioni chiare su come si devono organizzare i territori rispetto ai servizi socio-sanitari, rischiando contrattazioni disomogenee in tutto il territorio regionale (costo dei servizi, tariffe, compartecipazione dei cittadini…). La sanità regionale prosegue nel suo metodo di proporre al territorio decisioni poco partecipate sia dagli enti locali che dal terzo settore. Sullo specifico dell’integrazione tra ATS e Distretti, nel PSS la “coincidenza” inizialmente prevista con la proposta di riduzione dei 23 ATS a 13, per sovrapporsi geograficamente al Distretto, è stata superata dalla possibilità di comprendere più ATS in un unico Distretto. Rimane da definire operatività e organizzazione dell’intero processo e non è poco. Ci si domanda perché si debba agire in subordine all’organizzazione sanitaria per ridefinire numero di ATS e Distretti in territori “ottimali”. È necessario prescindere da soluzioni pre-definite. Perché, in questa ricerca della quadratura del cerchio, non mettere in discussione proprio l’assetto della sanità variando, per esempio, il numero dei Distretti ? dossier convegno 17 dicembre un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate? Ancora più ingarbugliato e fumoso il rapporto tra ATS e Area Vasta (AV). Definire i processi di integrazione funzionale tra contesti territoriali così diversi si sta rivelando difficile. Dalla diversa prossimità tra istituzione e cittadinanza (buona quella dell’ATS, velleitaria e poco credibile quella dell’AV), alla diversa modalità di governance (nell’ATS amministratori locali presenti, con capacità concrete di decisione, portatori di interesse che partecipano realmente; nell’AV decisioni politiche concentrate in quel di Ancona, rete sociale inesistente…); dalla diversa gestione dei fondi (diffusa tra Comuni e ATS, accentrata in ASUR a discapito dell’autonomia dell’AV), alla separatezza dei processi decisionali (ben individuabili nei territori per l’ATS, di nuovo concentrati in Regione per l’AV). A proposito di governance e processi decisionali: il PSS si concede anche qualche svarione quando si parla di “mantenimento della linearità gerarchica unitaria: ASUR, Area Vasta territoriale, Distretto Sanitario, Ambito Territoriale Sociale”; quando mai ? Oppure nell’affermazione che “l’Area vasta è il luogo ove potranno utilmente confluire le impostazioni generali e le compatibilità di sistema da una parte e le scelte programmatorie e gestionali, come pure le indicazioni pratiche sull’integrazione che verranno dai territori dei Distretti/Ambiti Territoriali Sociali”… Qui o ci si spiega meglio o siamo alla fantascienza! Va sostenuta invece con chiarezza la programmazione integrata di Ambito/ Distretto così come prevista dal Piano ma mai realizzata in questi anni. Gli Ambiti hanno fatto i propri Piani annuali e triennali, i Distretti quasi mai! Vanno date indicazioni da parte della Regione, concertate con i territori, affinché si realizzi questa programmazione integrata. Giuliano Tacchi Coordinatore Ambito Sociale 1 di Pesaro IL PIANO SOCIO SANITARIO E GLI ANZIANI il Presidente del Consiglio Mario Monti nel suo discorso di insediamento ha parlato dell’assistenza a persone anziane non autosufficienti come uno dei temi sui quali intervenire chiarendo subito il quadro: “pochi soldi più riforme”. Ci chiediamo: si possono fare riforme, su questi temi, a costo zero? Oggi sin Italia si dedica lo 0,24 % del PIL per la domiciliarità e lo 0,40% per la residenzialità, troppo poco ..... e i bisogni crescono… In Italia comunque, ognuno continua a fare da sè: niente definizione dei servizi essenziali, ogni regione ha le sue modalità di intervento e nulla cambierà nel prossimo futuro… eccetto la progressiva crisi dei servizi che saranno sempre più sotto-finanziati. Quindi: più liste di attesa nelle residenze, meno soldi, meno qualità (vedi minutaggi di assistenza nella case di riposo), peggiori condizioni per famiglie e personale di assistenza, aumento delle rette. L’inevitabile alternativa, anche di fronte a sforzi sovrumani di riorganizzazione e razionalizzazione, è l’aumento della spesa. Forse Monti e i suoi ministri pensano a miracolose alternative, tipo le assicurazioni private, ma anche i tecnici più liberisti oggi pensano che, al massimo, questa soluzione possa avere solo una funzione integrativa (forse). Intanto i nostri governi brillano ed hanno brillato, per mancanza di interesse al problema: Austria, Germania, Francia, Spagna e Portogallo hanno promosso (l’Austria fin dal 1993) riforme nazionali per gli anziani non autosufficienti. L’Italia no… insieme alla Grecia ! Il quadro dell’assistenza, in casa o in residenza, è comunque preoccupante, perché disomogeneo ed inadeguato. Il Ministero della salute ci informa che nelle Marche 3,63 anziani su 100 residenti (over 65) hanno assistenza domiciliare integrata; 1,05 su 100 abitanti hanno assistenza in strutture residenziali. La media nazionale è 3,66 ADI, 1,97 residenze, perciò nelle Marche siamo sotto media, soprattutto se ci paragoniamo a regioni a noi limitrofe come l’Emilia Romagna, l’Umbria ecc che, ci superano di alcuni punti in percentuale su entrambi gli indicatori. È preoccupante che il Piano Socio Sanitario marchigiano non si connetta con queste problematiche ! C’è una scarsa visione di sistema (oltre il locale) e non solo sul tema/problema anziani, si salva solo quando parla di 15 [email protected] “ricerca” ma è poco… Il Piano non presta particolare attenzione ai cittadini anziani della nostra regione, se ne parla in due capitoli: terzo e decimo. Nel capitolo III, ci informano che si fa ricerca, appunto su invecchiamento e longevità attiva. Il Piano conclude la sua attenzione al tema in oggetto con il capitolo: X, L’integrazione sociale e sanitaria, punto 4.5, intitolato: AREA ANZIANI che parla di: • Residenze Protette; • non autosufficienza - accessi ai servizi per gli anziani non autosufficienti; - valutazione e presa in carico degli anziani non autosufficienti; - accoglienza e assistenza residenziale - sistema delle cure domiciliari; - sistema privato di cure domiciliari; - formazione; - compartecipazione alla spesa; - monitoraggio dei servizi. Azioni di sistema: • unicità dell’accesso ai servizi integrati sociali e sanitari; • sistema di Valutazione della non autosufficienza • riordino complessivo del sistema delle cure domiciliari con riferimento particolare all’ADI • predisposizione di linee guida Tutto qui… anche se ci sarebbe da evidenziare una nota in chiusura del capitolo XI, punto 2: “LA DEFINIZIONE DELLA STRATEGIA E DELLE LINEE DI INTERVENTO - La stabilizzazione del sistema secondo modalità integrate socio-sanitarie”. Dove si parla di: “Strategie regionali e politiche familiari – In particolare quando ci si riferisce agli: Interventi di sostegno domiciliare - sperimentazione progetto “Asili domiciliari”, “Agrinido” etc., da aggiungere alla rete di servizi per l’infanzia previsti dalla l.r. 9/03; - non autosufficienza con assistenza in famiglia attraverso il potenziamento del Servizio di assistenza domiciliare per cittadini anziani non autosufficienti e la prosecuzione della sperimentazione dell’ “assegno di cura”. Non è molto ma preoccupa l’indeterminatezza sul tema “potenziamento assistenza domiciliare” e l’insistenza sull’ “assegno di cura”, di per se non da demonizzare, ma strumento preoccupante se propedeutico ad un modello nuovo di erogazione di intervento sociale della regione Marche fondato sulla monetarizzazione del welfare e non sui servizi… Criticità irrisolte …anche perché nel PSS se ne parla troppo poco o addirittura non se ne parla: “Assegni di cura”, come si diceva, fino a quando? e con quale efficacia visto che oggi siamo ad 1 risposta su 10 domande… come si risponde a chi gestisce residenze protette divenute ormai vere e proprie RSA ? Infine a proposito delle strutture per anziani: che destino avranno gli standard (requisiti minimi organizzativi e strutturali) previsti dai regolamenti attuativi della legge regionale 20/02? sappiamo che, a fronte della crisi di risorse che sconvolge i Comuni, da molte amministrazione ma anche dai privati, si chiede un “allentamento”, più flessibilità, quindi più risparmi… ma che fine farà la qualità dei servizi? Il Piano ci darà garanzie al riguardo? Le soluzioni ? Gli esperti parlano di un nuovo patto tra Stato e Regioni, con un nuovo impegno a sostenere la rete dei servizi (dove esistono), a fronte di un corrispondente sforzo, in risorse aggiuntive, delle regioni. Di questo naturalmente il Piano Socio Sanitario non ne parla, parla invece di monetarizzazione degli interventi al posto dei servizi (ricordo ancora gli assegni di cura) e lo stato intanto ha azzerato le risorse per la non autosufficienza… Ma fino a quando reggerà il fai-da–te delle famiglie ? Fino a quando pubblico e privato riusciranno a gestire residenze con ospiti sempre più “sanitarizzati” al costo di strutture sociali” ? A tutto questo il Piano Socio Sanitario della Regione Marche, a mio parere, non da risposte adeguate… Cristina Ugolini Coop Labirinto Confederazione Italiana Agricoltori Provinciale di Pesaro e Urbino, Piazzale Garibaldi 16 61100 PESARO Tel. 0721/64446 – Fax 0721/ 32605 E-mail: [email protected] passato di qua un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate? 16 [email protected] Chi rappresenta le categorie deboli oggi? Intervista di Marcello Secchiaroli ad Andrea Olivero, Presidente delle ACLI e portavoce del Terzo Settore. - Presidente Olivero, Lei è qui in un doppio ruolo, Presidente delle Acli e Presidente del Forum del Terzo Settore. È difficile conciliare le due cose? A. Olivero: Certamente è particolarmente impegnativo ma non troppo difficile perché in realtà le Acli hanno sempre avuto come vocazione quella di essere un ponte tra le organizzazioni del mondo del Terzo Settore, quindi in qualche misura fa parte della mission originaria della mia organizzazione andare a dare un contributo affinché si trovino delle sintesi e delle convergenze tra le organizzazioni. Certamente il Terzo Settore è assai più ampio e complesso di quello che è un’organizzazione, pur assai stratificata e ricca di esperienza come sono le Acli. Ciò che accomuna l’uno e l’altro impegno è una visione della società nella quale i soggetti sociali sono una parte viva e vitale di democrazia sociale; non sono soltanto soggetti che fanno del bene, che agiscono nell’interesse della socialità collettiva, ma anche soggetti politici, di un’autonoma politicità che è quella della politicità del sociale. - Avete avuto un confronto con il nuovo Governo, di qualche giorno fa. C’è speranza per questo Fondo delle Politiche sociali che è stato “taglieggiato”? A. Olivero: Io spero di si, nel senso che i confronti prima con il Presidente Monti, poi con il Ministro Fornero e più recentemente con la Sottosegretaria Guerra, che ha la responsabilità delle Politiche Sociali, hanno dimostrato che c’è comprensione da parte loro della gravità dello stato del welfare italiano a fronte dei tagli drammatici degli ultimi anni. È chiaro che in questo momento è difficile reperire fondi nuovi a fronte di tagli che continuano a essere fatti, ma confidiamo nel fatto che quanto meno si vadano a mettere in campo le risorse minime per evitare il tracollo nell’ambito socio-assistenziale e in particolare in quello dell’assistenza per i non autosufficienti; sarebbe per altro una vera e propria follia se il Governo non ascoltasse queste istanze in un momento in cui la tensione sociale è già così alta. - Reintegrare il Fondo non vuol dire salvare la 328, di cui nessuno parla più? A. Olivero: Si, certamente. Il Fondo era il figlio migliore di quella legge perché ha consentito di sviluppare vera sussidiarietà all’interno del nostro Paese; per altro una sussidiarietà, lo voglio rammentare, che è costata pochissimo perché un miliardo e mezzo, a tanto ammontavano i fondi prima dell’inizio dei tagli, hanno consentito in questi anni di andare a costruire servizi che nella realtà avevano un valore più che doppio di questa cifra perché tutto il resto lo mettevano le Comunità Locali, lo metteva il Volontariato, lo metteva la diffusa rete di solidarietà del nostro mondo. Infatti il dono, la gratuità si sviluppano laddove lo Stato investe, laddove comunque non c’è una deresponsabilizzazione del Pubblico ma il Pubblico si integra con la disponibilità dei cittadini di mettersi in gioco. - Ecco, la 328 si è divulgata nel territorio a macchia di leopardo nelle regioni, però ha rappresentato qualcosa di partecipativo che non esisteva. A. Olivero: Si e noi crediamo che abbia avuto un elemento estremamente positivo, cioè quello di far divenire più responsabili le nostre comunità, a partire proprio dai soggetti dello stesso Terzo Settore e di far in modo che tutta la società contribuisse alla definizione delle strategie pubbliche nell’ambito socio-assistenziale. Non è cosa di poco conto questa, perché la nostra democrazia oggi è una democrazia che fatica, che balbetta, che è in difficoltà proprio perché non gode della partecipazione dei cittadini e deresponsabilizza. La 328 era una forma intelligente di democrazia partecipativa e di responsabilizzazione dal basso di cui, io credo, noi abbiamo bisogno ancora di più in questa fase drammatica che stiamo attraversando. - Lei ha parlato oggi di riforme non fatte: la non autosufficienza e il contrasto alle povertà estreme. A. Olivero: Si, sono due ambiti nei quali tutti i principali Paesi Europei, i 15 grandi, hanno negli ultimi quindici anni fatto riforme strutturali, tranne l’Italia e la Grecia e guarda caso oggi sono i due Paesi che più sono in affanno. Senza riforme strutturali si procede a tentoni e si fanno guai come appunto stiamo vedendo in questo momento in tanti ambiti. Noi chiediamo le riforme, ma chiediamo contestualmente che queste riforme non siano fatte solo nella prospettiva dei tagli ma nella prospettiva di una maggior efficienza ed efficacia; il welfare non è soltanto un costo, ha anche un costo ma un costo che è bilanciato da un interesse collettivo altissimo. - Il famoso valore aggiunto del Terzo Settore, Volontariato, Associazioni di Promozione Sociale, Cooperazione Sociale, in che cosa consiste? A. Olivero: Nella capacità di rendere partecipe una comunità e nella capacità di riattivare soggetti che da assistiti diventano essi stessi protagonisti del loro percorso. Se guardiamo alle associazioni di volontariato così come al mondo della cooperazione ci accorgiamo che in molti casi quelli che nell’ambito tradizionale sarebbero degli utenti, diventano invece dei protagonisti, diventano dei cittadini a pieno titolo. Noi siamo in grado, naturalmente se utilizzati in maniera corretta, non soltanto per gestire delle attività ma per andare a costruire insieme delle attività e delle modalità diverse di welfare, di sviluppare questa modalità innovativa dello stare insieme e quindi anche di allargare gli spazi della cittadinanza attraverso il welfare. - Le percentuali che abbiamo sentito di welfare che si esercitano nei vari Paesi Europei, vede l’Italia molto sottostimata. A. Olivero: Si in particolare noi abbiamo un sistema di welfare completamente sbilanciato: da noi il costo principale è quello previdenziale mentre quello più basso è quello del sistema sociale, dell’assistenza, delle tutele dirette. Questo perché siamo legati ad un modello che è nato nel ‘900, risarcitorio, nel quale a fronte di un problema, lo Stato dava delle risorse economiche. Oggi questo modello non può più continuare e va innovato; è per questo che diciamo che è urgente la riforma, ma una riforma che deve essere pensata strategicamente non per smantellare il welfare ma per ridargli un significato e per far si che questo diventi un promotore di sviluppo per il Paese. - Il famoso reddito minimo di inserimento, lo si scambia spesso con la monetizzazione dei servizi; ma non è la presa in carico delle persone? A. Olivero: Si, certamente è un elemento che va attentamente valutato e contemperato con appunto il sistema dei servizi, ma è utile soprattutto laddove non si da la possibilità alle persone di vivere dignitosamente; quindi in un paese che, per certi versi come quello attuale, non può fare a meno di avere disoccupati perché non riesce a dare occupazione dignitosa a tutti, è necessario garantire almeno la possibilità di una vita accettabile, naturalmente chiedendo alle persone di responsabilizzarsi, non mettendo in campo uno schema assistenzialistico ma certamente non dimenticando chi non può farcela da solo. - Quindi io credo che la presidenza delle Acli e la presidenza del Terzo Settore possa conciliarsi. A. Olivero: Si credo anch’io e credo che questo possa far bene certamente alle Acli perché si sperimentano nella relazione con le diverse organizzazioni ma anche per il Terzo Settore che in qualche modo vive in questa maniera direttamente l’esperienza di un’organizzazione attraverso il suo portavoce. Non è un caso che all’interno del coordinamento del Forum Nazionale ci siano quasi solo i presidenti delle grandi organizzazioni, quindi persone che certamente hanno poco tempo ma che hanno fatto una scelta precisa di mettere in gioco le loro organizzazioni fino in fondo in questo lavoro comune. - A livelli locali, non dovrebbe essere il Terzo Settore un po’ più “cattivo”? A. Olivero: Certamente deve essere più protagonista, deve essere più attento a rappresentare le istanze, anche le problematiche che emergono, senza avere subalternità nei confronti di quanti governano. Mi rendo conto che molte volte è difficile perché si hanno relazioni anche economiche con l’ente pubblico, ma non fare, appunto, e non esercitare questo ruolo anche di critica o comunque di analisi reale dei problemi fa si che poi il Terzo Settore sia totalmente subalterno e venga in realtà utilizzato dall’ente pubblico senza che possa aver voce in capitolo e questa è la cosa peggiore di tutte, che alla fine va a discapito di tutte le organizzazioni, anche di quelle che con un po’ di collateralismo immaginano di poterci guadagnare. - Quindi un Terzo Settore non solo gestore dei servizi ma interpretativo dei servizi. A. Olivero: Si assolutamente. Un Terzo Settore che svolge la sua funzione anche di rappresentanza di istanze sociali. Non dimentichiamoci che la politica istituzionale alcune categorie non le rappresenta più: i poveri, gli estremamente poveri, le famiglie impoverite, le situazioni degenerate che noi spesso incontriamo ogni giorno, gli immigrati in condizioni di difficoltà, chi li rappresenta? Non certo i partiti che cercano i voti. una ricorrenza un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate? 17 [email protected] I 60 anni del Circolo ACLI di Orciano di Davide Brocca - ACLI Orciano “L’ascensore sociale si è fermato ed è compito nostro trovare le soluzioni affinché si riattivi”- È con questa frase che il Presidente provinciale delle Acli, Tomassini apre il ciclo di Incontri sulla condizione odierna dei giovani nel lavoro, nella famiglia e nella partecipazione e coesione sociale; in occasione del 60° anniversario della fondazione del Circolo ACLI di Orciano di Pesaro intitolato a Giuseppe Toniolo terminato con una cena sociale a seguito della Celebrazione della Santa Messa presieduta dal nostro Vescovo Mons. Armando Trasarti. Il pensiero espresso da Toniolo quasi un secolo fa sembra, se non è; oggigiorno più vivo che mai. Fautore della Settimana Sociale dei cattolici italiani proponeva una nuova via da seguire per affrontare i problemi che affioravano nella società del 900, in contrapposizione alle due soluzioni date anch’esse opposte fra loro:il sistema capitalistico basato sull’individualismo da un lato ed il collettivismo esasperato propugnato dal socialismo dall’altro. Temi nei quali il Circolo ACLI di Orciano si interroga per superare la crisi strutturale socioeconomica che il Nostro Paese sta vivendo nella prospettiva dei giovani. Famiglie che affrontano mille sacrifici nella speranza di elevare le possibilità dei propri figli di salire la scala sociale e di prendere quell’ “ascensore” che porta a vivere una vita di maggior benessere per le generazioni future; messaggio che potremmo sintetizzare nelle frasi che qualsiasi giovane si è sentito dire dai propri genitori:“Studia che troverai un lavoro più remunerativo, meno faticoso e non dovrai fare gli stessi nostri sacrifici”. Riscoprire e rivalutare il concetto del lavoro, essenziale per la crescita della persona in ogni suo aspetto; la visione del lavoro manuale da parte dei giovani è sbagliata ed impoverisce la nostra società ed in particolar modo il nostro territorio che è di eccellenza a livello mondiale senza essere in alcun modo esagerati, vi è necesins.percheno-ok.pdf 1-06-2011 9:31:48 sità la necessità di uscire dalla visione utilitarista che oscura il vero obbiettivo che una società basata sui principi cattolici come la nostra deve raggiungere, ovvero il benessere comune e conseguentemente equo. È questo il messaggio che esce dal primo Incontro intitolato “Giovani e Lavoro”presieduto da Maurizio Tomassini,presidente provinciale ACLI; l’Assessore Regionale al lavoro Marco Lucchetti ed il Segretario Regionale CISL Pesaro Sauro Rossi. Il lavoro elemento cruciale per la crescita individuale e collettiva, educare i giovani al rispetto di ogni sua forma denunciando qualsiasi atto che denigri o classifichi in maniera inappropriata un diritto sancito dalla nostra Costituzione. La precarietà, ovvero la mancata stabilità nei rapporti di lavoro pervade i pensieri cupi del primo incontro e diventa fulcro nel secondo dibattito presieduto dal Dirigente Politiche Sociali ed integrazione socio-sanitaria della Regione Marche, Giovanni Santarelli assieme a Marco Moroni Presidente Regionale ACLI sul tema “Giovani e Famiglia”. Come le prime righe di questo articolo ricordavano l’ascensore sociale si è fermato ed i figli rimangono sempre più a lungo sulle “spalle” dei genitori. La famiglia, come spiega il Prof. Moroni ha due accezione marcate e contrapposte al tempo stesso in positivo ed in negato nella crisi odierna. Nel lato positivo possiamo vedere tutta la cultura derivante dalle nostre origini cattoliche che trova forza e coesione nella fiducia e auto sostentamento della famiglia che si evidenzia nei momenti più difficili come l’attuale. All’opposto troviamo la difficoltà delle giovani famiglie o ancor di più di chi desidera crearla ma riesce a vederne la concretizzazione per gli ostacoli rappresentati dalla casa connesso alle problematiche del lavoro. Tutto ciò non deve demoralizzare ma altresì fare in modo di attivarsi ancor di più come è stato dimostrato nella stessa sera dall’esperienza dell’auto-costruzione in atto a Senigallia da parte (…..). Il terzo appuntamento del ciclo di Incontri dal tema “Giovani partecipazione e coesione sociale” ha avuto l’onore di essere presieduto da Vittoriano Solazzi, Presidente dell’Assemblea legislativa della Regione Marche e dal Portavoce Nazionale del forum del Terzo Settore e Presidente Nazionale delle ACLI Andrea Olivero. Sono i giovani il problema della società odierna oppure è il sistema che si è strutturato in questi ultimi due decenni che creano ostacoli molto spesso insormontabili per le nuove generazioni? È questo il quesito che si è posta l’assemblea presente. L’invecchiamento della popolazione nazionale e locale che si registra non è mai stata così a svantaggio dei giovani che si trovano ad affrontare la propria battaglia generazionale che c’è sempre stata e che per l’appunto anche per un fattore che possiamo definire volgarmente “numerico” ha visto vittoriosa la più giovane; oggi in un contesto di crisi strutturale e di mancata fiducia sta vivendo la sua prima sconfitta. È proprio il Presidente delle Acli ha denunciare la mancanza di giovani nelle varie assemblee e quando ciò accade non è certo un segnale positivo. Ma allora di chi è la colpa? Come in ogni cosa la verità sta al centro; gli adulti devono fare spazio e dare fiducia ai giovani ed alle proprie idee, ciò non significa togliere ogni limite o lasciarli andare senza alcun punto di riferimento, ognuno di noi è una risorsa e di certo gli adulti possono dare tanto attraverso alla loro esperienza. Di contro i giovani devono imparare a seguire i propri sogni e le proprie passioni con impegno e sacrificio perché senza alcuno sforzo non si ottiene nulla; siamo cresciuto in una società dove il rispetto e il valore delle cose è andato sempre più scemando, dobbiamo perciò in ugual misura ri-educarci ai veri bisogni e valori che fa crescere e diventare uomo secondo la nostra dottrina di cattolici. Autocritica ed autorevolezza; sono stati questi i punti su cui si è basata l’omelia nella Santa Messa a conclusione di questo ciclo di incontri da parte del Nostro Vescovo Armando; siamo spinti ad eliminare l’estrema discrepanza che si è raggiunti fra le cose che proclamiamo e quelle che facciamo in realtà. Noi in primis, cattolici dobbiamo mettere in pratica ciò che la nostra dottrina ci insegna, scendere dal piedistallo che troppo spesso ci poniamo nel giudicare ed attivarci perché si possa scrivere un nuovo sistema socio-economico dove il benessere sociale collettivo sia al centro di ogni dibattito e decisione comunitaria. Davide Brocca acli Orciano una scommessa un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate? 18 [email protected] La Scuola femminile di Konto L’alfabetizzazione in Etiopia S econdo alcuni recenti dati ricavati dal Rapporto UNDP sullo sviluppo Umano del 2005 e successivi aggiornamenti, il sistema scolastico dell’Etiopia risulta ancora uno dei punti debole del paese, così come di molti altri Stati dell’Africa sub-Sahariana. Nonostante i progressi e gli sforzi di questi anni, il tasso di istruzione tra gli adulti risulta essere del 41, 5%, mentre tra i giovani del 54, 7 %. La percentuale di iscrizione scolastica nelle Scuole elementari è del 51 % e in quelle secondarie soltanto del 15%. Per questo uno dei principali obiettivi del governo etiope - che con il “Programma di sviluppo del settore della istruzione” (ESDP) mira, entro il 2015, a raggiungere il traguardo dell’istruzione primaria universale - è quello di accrescere le iscrizioni scolastiche cercando anche di ridurre la discriminazione tra i sessi, piuttosto accentuata ovunque, tranne che nella capitale, Addis Abeba. Infatti la frequenza media delle ragazze alla Scuole elementari e superiori è nell’insieme pari al 29%, mentre quella dei ragazzi è del 42% e, in generale, solo il 61% dei bambini che frequentano la prima elementare completeranno il ciclo degli studi primari. Anche la partecipazione al lavoro appare differenziata secondo il genere ed è degna di nota la caduta dei tassi di occupazione tra le donne a partire dai 30 anni, in buona parte dei casi in relazione allo stato civile e del numero dei figli. Tuttavia, anche su questo delicato versante, va riscontrata una graduale e positiva inversione di tendenza. Se prima, in particolare nelle aree rurali, le bambine si accingevano al matrimonio e alla procreazione attorno ai 12 anni e al compimento dei 18 avevano già nella media tre figli, oggi le numerose campagne di sensibilizzazione a favore dell’alfabetizzazione primaria della popolazione (non solo femminile) ha determinato l’acquisizione di una maggior consapevolezza della funzione emancipatrice (è proprio il caso di dirlo) dell’istruzione scolastica. Le ragazze, adesso, attendono almeno fino al compimento della classe decima prima di prendere in considerazione eventuali proposte di matrimonio, sempre più messe in subordine – con il sostegno anche da parte delle famiglie di origine – al completamento del ciclo degli studi. Per questo motivo le attività della Scuola femminile di Konto, una piccola località nei dintorni di Soddo, nella regione etiope del Wolayta (a Sud di Addis Abeba), sono di particolare interesse e rilevanza sia educativa, che sociale. Fondata nel 1970 sulle orme di un missionario francese (Abba Pascal, da cui la Scuola prende il nome) che nel 1930 aveva pioneristicamente operato in Wolayta fondando le scuole di Dub- bo e, in seguito, di Lala ed Embecha, all’inizio la Scuola femminile di Konto aveva solo 5 bambine iscritte alla prima elementare. All’epoca i genitori stentavano a far istruire le figlie e preferivano che queste rimanessero a casa ad aiutare la famiglia nei lavori domestici e dei campi. Oggi le cose sono cambiate radicalmente, in particolare nelle aree urbane, e la Abba Pascal Girls’ School (cui si affianca, dagli anni Novanta, una valida Scuola dei Mestieri, che fornisce istruzione tecnica in diversi settori), è frequentata giornalmente da circa 670 bambine. La Abba Pascal copre il ciclo scolastico della Scuola dell’infanzia e giunge fino alla classe decima, equivalente al nostro secondo anno di Scuola superiore, al termine del quale si opta infrequente vederle dunque alle 15, al termine delle lezioni, tornare a casa con la bottiglia di plastica (per ogni bimbo del Wolayta un bene preziosissimo) riempita di acqua sottobraccio, oppure sciacquarsi allegramente alla fontana canticchiando con le compagne, prima di prendere la via del rientro; molte di loro, il sabato, tornano inoltre presso i lavatoi di cui il Campus è attrezzato per lavare l’uniforme blu fornita loro in dotazione, della quale vanno molto fiere. Le ragazze della Abba Pascal amano intrattenersi tra di loro negli spazi comuni del Centro, accoglienti e ben tenuti, anche al di fuori dell’orario scolastico, essendo per loro la Scuola, la loro Scuola, un punto importante di riferimento e di aggregazione. Sempre al termine - anche in base al punteggio conseguito - tra accesso alle Scuole superiori (preparatorie all’Università) o Scuole professionali. Il livello di preparazione delle allieve della Abba Pascal Girls’School - sorretta dal lavoro di due volontari italiani e dalla Fraternità dei frati Cappuccini di Konto, con l’aiuto concreto di molti sostenitori italiani e stranieri - è molto buono ed apprezzato anche nella Scuola statale, quando le ragazze fanno il loro ingresso alle “Preparatorie” per accedere, poi, all’Università. Tutte le discipline, impartite da insegnanti locali, sono tenute in lingua america (la lingua ufficiale dell’Etiopia, dove si parlano anche numerose altre lingue e dialetti), e in lingua inglese, veicolo fondamentale di comunicazione e di scambio. La Scuola, i cui locali sono stati rinnovati lo scorso anno in occasione del quarantennale della fondazione, è dotata di una biblioteca, di laboratori di informatica e biologia, di un’aula magna, di docce e lavatoi a disposizione delle ragazze, che possono utilizzare l’acqua potabile del Campus (c’è un apposito pozzo) anche per uso domestico. Non è delle lezioni, si possono inoltre seguire gratuitamente corsi di cucito, partecipare ad attività sportive o frequentare, a richiesta, corsi di lingua aggiuntivi, in particolare inglese, spesso tenuti da volontari madrelinguisti. Le estrazioni sociali delle allieve della Scuola di Konto sono le più diverse, molte di loro provengono da famiglie piuttosto povere delle campagne circostanti che affrontano non pochi sacrifici per mantenerle agli studi, almeno fino alla decima. Le spese da sostenere, comprensive di tasse scolastiche (da versare ogni mese), cibo per il pranzo, eventuale affitto di una stanza da condividere con altre ragazze (nel caso di studentesse che provengano dai villaggi dei dintorni), si aggirano attorno ai 270/300 birr al mese, l’equivalente di circa 14/15 euro. Una cifra di certo non impegnativa per il nostro standard di vita, ma sicuramente non trascurabile per le famiglie del posto, le cui entrate dipendono per la maggior parte dal lavoro agricolo, subordinato a siccità e carestie. Chi dunque volesse contribuire a sostenere una di queste ragazze (oppure un allievo della Scuola tecnica) agli stu- di, potrebbe farlo, annualmente, con un importo di circa 150 euro da versare su apposito conto corrente bancario. La mia esperienza presso la Scuola di Konto (con la quale sono entrata in contatto grazie alle attività di Abba Marcello Signoretti, il sacerdote pesarese che da quindici anni opera in Wolayta), è stata breve, ma intensa e, per me, molto significativa. Un gruppo di vivaci ragazzine di età compresa tra gli undici e i tredici anni ha infatti seguito con entusiasmo il mini-corso di italiano che ho proposto loro, su indicazione degli insegnanti stessi, tra le attività facoltative del pomeriggio. Si è trattato, nel breve tempo a disposizione, dell’avvio sperimentale di un progetto che - se adeguatamente sostenuto e strutturato - vedrebbe a lungo termine l’inserimento di un vero e proprio corso di italiano facoltativo tra le attività pomeridiane della Scuola, che spesso ospita visitatori italiani, anche provenienti dalla nostra regione. Sin dalla prima lezione (affollatissima) si è stabilito con le giovani allieve - molto motivate e desiderose di apprendere un rapporto di forte empatia e simpatia. Per queste ragazze, che spesso si alza- no alle prime luci del mattino per raggiungere a piedi la scuola dopo almeno 45 minuti di marcia e con il modesto pranzo nella gavetta, l’apprendimento e lo studio sono davvero un valore, e il desiderio che hanno di imparare e conoscere mondi nuovi è a dir poco ammirevole. Colpisce di loro - assieme allo sguardo vivacissimo e ai modi così cordiali - il forte rispetto delle regole e dei ruoli, un atteggiamento collaborativo e comunicativo che non sempre è diffuso nelle nostre aule scolastiche, dove spesso (benché non sia opportuno generalizzare) l’esperienza di studio è vissuta più come un “obbligo” da assolvere che come un “diritto” da conquistare, al di là delle differenze di genere e di provenienza sociale, nonché – ovviamente – di religione e di razza. Una lezione di stile e di vita per chi insegnando a queste “piccole donne” l’alfabeto della nostra lingua - ha appreso da loro molto di più di quanto ha insegnato. Daniela Bostrenghi per informazioni: [email protected] d’uopo un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate? 19 [email protected] Feste e sagre amiche dell’ambiente A volte questi eventi possono avere un pesante impatto ambientale Sp I l nostro territorio è ricco di sagre, feste e manifestazioni di ogni tipo, ma a volte questi eventi possono avere un pesante impatto ambientale, ad esempio per la grande quantità di rifiuti che si producono a causa delle stoviglie e degli imballaggi usa e getta. Per ridurre questo impatto ambientale è nato il progetto “Festa Sostenibile”, promosso da Eticare, Solideco, Un Mondo di Acquisti Verdi e in collaborazione con la ditta Paolo Muratori. “Festa Sostenibile” propone soluzioni su vari fronti, dai rifiuti all’energia, dagli ingredienti dei pasti ai trasporti. Si comincia con la raccolta differenziata e la sostituzione delle stoviglie in plastica con prodotti biodegradabili e compostabili e si continua affrontando tutti gli altri impatti. Ma il progetto non si limita a rendere sostenibili le feste, ne fa anche un importante veicolo di comunicazione e di sensibilizzazione verso i cittadini che le frequentano, allo scopo di diffondere le buone pratiche anche nelle abitudini quotidiane. Ciò a cui punta il progetto sono risultati concreti e misurabili. Ecco perché, per ogni festa, o per ogni Comune che aderisce, viene realizzato un vero e proprio bilancio ambientale, per misurare nel concreto i benefici ottenuti. La proposta si rivolge in primo luogo alle amministrazioni comunali, che possono adottarlo e promuoverlo sul loro territorio, ottenendo così importanti benefici in termini di gestione dei rifiuti, qualità della vita ed ecologia. Ma ogni pro loco, ogni associazione, ogni soggetto che organizza una festa può aderire al progetto e organizzare una “Festa Sostenibile”. Per informazioni: www.festasostenibile.it Michele Altomeni [email protected] – 335 7312544 Sara Muratori [email protected] – 338 5891240 Paolo Muratori srl [email protected] – 0721 453344 Motivazioni e obiettivi generali Feste, sagre, manifestazioni ed eventi in generale possono avere un forte impatto ambientale in termine di produzione di rifiuti, di consumi energetici e di altri parametri ambientali e sociali. Il progetto “FestaSostenibile” ha l'obiettivo di ridurre quanto più possibile questo impatto, attraverso scelte strategiche ed organizzative. Attuatori del progetto Il progetto si rivolge in primo luogo alle amministrazioni comunali, che possono adottarlo per i propri eventi, e soprattutto diffonderlo tra i diversi attori che organizzano feste sul proprio territorio. Tuttavia può essere adottato anche da una singola proloco, da un'associazione e riguardare singoli eventi. Criteri Festa Sostenibile si basa su una serie di criteri che possono essere adottati, tutti o in parte, nell'ambito delle manifestazione: • • • • • DA CONFERMARE!! muratori.com www.festasostenibile.it www.paolomuratori.com www.festasostenibile.it muratori.com www.festasostenibile.it • • • • Raccolta differenziata dei rifiuti. Eliminazione delle stoviglie in plastica. Eliminazione delle bevande imbottigliate in plastica. Utilizzo di materiali riciclati: carta per volantini, manifesti. Utilizzo di prodotti alimentari biologici, a Km 0 e del commercio equo & solidale. Detergenti ecologici professionali sec. le normative. Prodotti e servizi provenienti da cooperative sociali. Accorgimenti sulla mobilità sostenibile. Comunicazione agli utenti dell’evento. Comunicare una Festa Sostenibile significa Siamo un gruppo di persone legate, a vario titolo, dal comune desiderio di ridare forza alla centralità del cittadino quale soggetto capace di produrre strategie di benessere per il proprio sensibilizzare i cittadini e promuovere ambiente di vita e per il proprio territorio. Siamo convinti che il periodo storico che stiamo vivendo richieda l’elaborazione di proposte politiche in grado di dare risposte concrete ai bisogni buone pratiche e comportamenti virtuosi sul territorio. reali della gente. Siamo consapevoli che ognuno di noi può diventare protagonista o parte significativa di un’idea politica, di una “ricchezza”, di una nuova idea di cittadinanza e partecipazione, di un contributo per ripristinare un sistema di garanzie essenziali per la costruzione di un nuovo modello di sviluppo. sede: Pesaro, via Terenzi,11 tel 335.7587473 @gmail.com ibile.it ITALCAPPA coop sociale Labirinto coop sociale Libera.mente ONLUS Pegaso coop sociale A.C.L.I. Ass. Omphalos L’Ass. di vol. Operatori di Base Il Grillo Parlante ALPHA coop sociale L’alveare Ciformaper CANAAN coop sociale I.R.S. L’Aurora coop sociale T41b coop sociale Solidale coop sociale Ama-Aquilone ONLUS L’Associazione Culturale Elettra si pone come scopo primario quello di favorire la conoscenza del concetto di “Salute Mentale di Genere” , renderla accessibile a tutti mediante la rimozione di ogni barriera mentale attraverso la mission della diffusione etica della cultura. Tale scopo è perseguito attraverso l’attivazione di un Centro Nazionale Documentazione Salute Mentale di Genere (SMG) che promuove e valorizza percorsi femminili sulla fragilità psichica. Il Centro rispetta la politica del Gender Mainstreaming impegnandosi in azioni di divulgazione e sensibilizzazione sul tema della equità di genere al fine di migliorare la comprensione pubblica delle questioni di genere in relazione alla Salute Mentale per tutti e creare continuamente nuovi strumenti di divulgazione, attraverso lo sviluppo di materiali e attività di advocacy , interventi e programmi divulgativi a livello provinciale, regionale e nazionale. Inoltre assunto di base del Centro è la cooperazione con i vari enti pubblici, privati , ricercatori, associazioni, cooperative, università finalizzata allo sviluppo di una rete informativa nazionale aperta. La Cooperativa Sociale COOSS MARCHE ONLUS Scpa nasce nel 1979 ad Ancona e gestisce servizi sociali, socio-sanitari, assistenziali, educativi e formativi.I servizi gestiti da COOSS MARCHE sono rivolti alle seguenti categorie di utenza/settori: anziani, disabili, prima infanzia ed adolescenza, salute mentale, disagio degli adulti. La sede legale ed amministrativa è ad Ancona, le sedi operative sono ad Ancona, Jesi, Fano, Fermo, Matelica. Sede Legale e Uffici Amministrativi: Via Saffi, 4 – 60121 ANCONAtel. 071_501031 fax 071_50103206 Il centro socio culturale “l’Asilo Gino Macchniz” ha sede in via Leoncavallo 15 Pesaro. Nasce nel 1986, è stato il primo centro di Pesaro e Provincia ed è stato fautore della nascita di ANCeSCAO Marche. Opera nel quartiere di Villa San Martino, nella 10^ circoscrizione e nel 2011 ha avuto 725 soci di cui 66% con età superiore a 60 anni. I nostri valori fondamentali scaturiscono dalla caratteristica propria di una associazione di promozione sociale e si ispira a principi di solidarietà tra anziani, nuove generazioni e altre realtà sociali presenti nel territorio, senza scopo di lucro. Le nostre attività si concretizzano in un volontariato dei soci soprattutto anziani, diventando gli stessi soggetti attivi dell’associazionismo del terzo settore. Promuoviamo attività sociali sulla salute, termali, sul turismo, di svago, sportive, di ballo e di teatro. Mediante il “patto di quartiere” collaboriamo con il Comune, con il consiglio di quartiere, le scuole locali e le altre associazioni presenti nel quartiere in attività di solidarietà, di incontri e iniziative volte a combattere la solitudine nelle vecchie e nelle nuove generazioni. DA A un’incognita un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate? [email protected] 20 La politica dia un...segnale! Quale futuro per i disabili psichici del laboratorio di segnaletica? È necessario fin da ora stendere il progetto di continuità e potenziamento delle strutture e inserire il laboratorio nella rete socio-sanitaria del territorio U na importante esperienza positiva da sviluppare: il Laboratorio protetto di segnaletica stradale della provincia di Pesaro-Urbino Il laboratorio di segnaletica stradale della Provincia è nato nei primi anni 70, istituito dalla provincia di Pesaro-Urbino su proposta dell›allora amministratore Evio Tomasucci. Dopo notevoli difficoltà, legate al carattere inedito e innovatore del progetto, nel corso degli anni si è giunti ad un livello di eccellenza tale da suscitare anche l’interesse di molte altre amministrazioni di ogni ordine e grado, che numerose sono venute a fare sopralluoghi al fine di mettere in pratica simili iniziative nei loro territori. Da oltre 40 anni, a Pesaro in via E.Barsanti al n°14, la provincia gestisce questa struttura che opera nel settore della segnaletica stradale, operando l’inserimento lavorativo di disabili psichici e psichiatrici. Quindi alcuni disabili collaborano con addetti normodotati e anche alcuni lavoratori socialmente utili (unità LSU introdotta di recente in via sperimentale) per produrre con criteri di flessibilità, assai preziosi per la realtà locale, segnali stradali ed infrastrutture in ferro zincato per tutta la rete viaria della provincia. È in questo contesto che lavorano, trovando inserimento, i 7 operatori disabili psichici e psichiatrici (un tempo erano12 e inspiegabilmente non sono mai sostituiti). La Provincia impiega questa struttura per la realizzazione di cartelli stradali e rispettivi supporti compresa tutta la relativa carpenteria. Partendo da semi lavorati si realizza varia segnaletica stradale mediante l’applicazione di pellicole adesive ad alta resistenza, offrendo una versatilità ed una prontezza d’uso irrealizzabili con le normali dinamiche commerciali. Dinamiche che vedrebbero la necessità di ordini e quantità standardizzate, costringendo a eccessive scorte di magazzino e a mancanza di versatilità, così da condurre al contrario ad un aumento vertiginoso dei costi reali per la provincia. Naturalmente i disabili non solo, collaborano con gli operatori normodotati per la produzione a favore della provincia e quindi della collettività, ma sono impegnati anche nel loro personale interesse in attività volte a vario titolo ad un miglioramento complessivo della loro condizione cognitiva, psicologica e sociale. Recenti interessanti risultati si sono ottenuti con il lancio di un nuovo programma sperimentale “Metti le ali al disagio” che facendo leva su alcune loro passioni - la tecnologia in generale e in particolare l’interesse per il volo, ad alto contenuto simbolico - li sta conducendo poco a poco alla capacità di utilizzo autonomo del personal computer e all’acquisizione di notevoli capacità manuali nel settore della falegnameria specializzata. Grazie a questo particolare ambiente lavorativo, queste persone disabili, non solo hanno recuperato una loro dignità lavorativa a beneficio anche della collettività, ma compiono un percorso cognitivo e formativo che ne aumenta continuamente il valore e la propria soddisfazione. Purtroppo una visione miope della burocrazia, ha nel tempo negato una procedura vera e propria per i nuovi inserimenti. Ad oggi, questa fantastica “oasi”, vede la partecipazione di soli 7 disabili , assistiti da 2 operatori e un lavoratore socialmente utile, che operano nella doppia veste di operatori di produzione e assistenti a disabili. Inoltre, ci si chiede anche che fine farà que- sta importante struttura con le recenti disposizioni che potrebbero vedere le provincie confluire in parte nei comuni ed in parte nella regione. Speriamo che qualche politico lungimirante e illuminato si renda conto che questo prezioso centro, piuttosto che essere sciolto o cannibalizzato, andrebbe invece potenziato e meglio strutturato per proseguire un servizio quanto mai necessario e richiesto nell’ambito sociale e in quello della psichiatria e del disagio mentale. È necessario sin da subito stendere un progetto di continuità e potenziamento di questa struttura, che dovrà inserirsi a pieno titolo ed al più presto nella rete dei servizi socio sanitari del territorio provinciale (comuni, azienda sanitaria e Terzo Settore). Come dicevamo all’inizio questo rappresenterebbe forse il miglior riconoscimento al lavoro di Evio Tommasucci pioniere in questo settore. Ermanno Cavallini Marcello Secchiaroli d’uopo un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate? [email protected] 21 “Dare voce” ai giovani R ipensare gli strumenti di sostegno al benessere della società e degli individui è l’attualità più interessante di questi giorni. La formulazione con cui il Welfare State italiano è stato pensato e istituito ha mostrato la crepa più difficile da risanare, proprio nella criticità a essere sostenibile tanto per chi ne sta usufruendo, quanto per chi è attualmente fuori da quella rete di protezioni. Riprendere una consuetudine di riflessione che metta in contatto le diverse generazioni diventa oggi essenziale. Per questo, un primo contatto è stato attivato con il Tavolo Giovani dell’Ambito Territoriale Sociale n. 1, a cui partecipano enti pubblici, associazioni e cooperative che lavorano con i più giovani e che mensilmente si incontrano per coordinarsi, progettare e approfondire il loro lavoro tanto sul piano metodologico quanto su quello operativo. Il tavolo giovani si è impegnato a sollecitare e coordinare la raccolta di articoli, reportage e approfondimenti sviluppati dai ragazzi più giovani e che potranno trovare su questo bimestrale spazio e voce. Ma “dare voce ai giovani” può suonare una di quelle formule retoriche che avvalora il luogo comune secondo cui ai giovani è riconosciuto il diritto di parola, ma solo quando sia vincolato a forme istituzionalizzate e stereotipate. L’intento del progetto che sta partendo è quello di scardinare una visione tendente a relegare il punto di vista dei più giovani in spazi circoscritti e marginalizzati.I giovani cercheranno di osservare il mondo degli adulti, per evidenziare quanto questo sia disattento verso le loro istanze più sentite; a loro sarà chiesto di raccontare le proprie esperienze di comunità e di impegno sociale, per mettere in campo idee fresche di partecipazione e coinvolgimento; saranno invitati a proporre visioni del futuro che somiglino alle loro aspettative, perché possano contribuire alle costruzione della società in cui vivranno. Da questo numero una pagina di Perché No sarà autogestita dai giovani del tavolo dell’Ambito Sociale N. 1 di Pesaro e rappresenterà un interessante esperimento di partecipazione tramite il nostro periodico attuale, purtroppo un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate? [email protected] 22 Violenza e maltrattamento contro le donne Quale situazione nella nostra provincia ? a cura di Marina Bargnesi Intervista all’ Assessore Provinciale alle Pari Opportunità Daniela Ciaroni L a rivista Percheno ha dedicato fin dal primo numero una rubrica alle donne, alle tematiche d’interesse principale inerenti la condizione femminile nella nostra provincia. In questo numero Marina Bargnesi curatrice della rubrica intervista l’Assessore alle Pari Opportunità della Provincia di Pesaro-Urbino Dr.ssa Daniela Ciaroni per conoscere i piani d’azione attuali e la politica della Provincia sul fenomeno della violenza e maltrattamento contro le donne Lei riveste già da alcuni anni il ruolo di Assessore alle Pari Opportunità per la Provincia di Pesaro, quanto è presente questo fenomeno nella nostra provincia e come si caratterizza? Il fenomeno della violenza di genere comprende tutta una serie di atti ostili e di violenza compiuti da uno o più uomini contro la volontà di una donna. Il tentativo di controllare una donna può manifestarsi attraverso la violenza psicologica, con comportamenti persecutori, minacce o limitazione della libertà di movimento, atti di svilimento e denigrazione della persona o di privazione economica, sia con la violenza fisica e/o sessuale. Le violenze subite dalle donne causano gravi danni alla salute psicofisica, danni patrimoniali e limitano considerevolmente la dimensione esistenziale e relazionale delle donne. Si parla di violenza domestica quando si verifica all’interno della casa o comunque in un contesto famigliare. Possono essere colpite donne di ogni classe sociale, razza, religione ed età e se sono presenti dei figli, anche i bambini risultato comunque coinvolti, anche se non direttamente colpiti dall’azione violenta, con conseguenze psicologiche ed emotive devastanti sulla loro personalità: fenomeno della violenza assistita. La comunità internazionale riconosce oggi la “violenza di genere” come un violazione dei diritti umani ed è il sintomo più evidente dello squilibrio di poteri nel rapporto tra uomini e donne. In Italia si stima infatti che sia ancora la prima causa di morte ciò desta preoccupazione considerando l’entità della “violenza sommersa”: violenza non riconosciuta e quindi non denunciata. In Italia la prima ed unica ricerca sulla violenza di genere attraverso un’intervi- sta telefonica, su base regionale, è quella dell’ISTAT del 2006, che ha evidenziato come nelle Marche il 34,4% delle intervistate ha subito violenza nel corso della sua vita e che il 16,4% all’interno delle mura domestiche, con percentuali anologhe a quelle nazionali. Dai dati dei casi affluiti al Centro Antiviolenza “Parla con noi” di Pesaro nei primi mesi di attività seguiti all’apertura nell ‘aprile 2009, si evince che il fenomeno interessa in modo trasversale tutta la società senza distinzione di ceto sociale o condizione economica o culturale; ad esempio nel 40% circa dei casi la donna è autonoma anche economicamente ed ha un lavoro fuori casa. In particolare negli 82 casi affluiti nel 2010 (i dati relativi agli accessi del 2011 sono in corso di rielaborazione) la fascia di età più colpita è quella dai 25 ai 55 anni (42% dei casi) ma anche età più giovani non sono immuni da atti di violenza nei loro confronti, la fascia dai 15 ai 24 anni rappresenta infatti il 10%. I tipi di violenza subita sono nel 58.5% fisica, nel 13.4% dei casi la violenza è di tipo sessuale, il 6.2% ha subito violenza psicologica; a questo si aggiunge il 30.5% di donne vittime di violenza ecoonomica; la percentuale dei casi di stalking si attesta al 7.3%. Ad infliggere la violenza sono le persone più vicine alle donne: nel 47.6% dei casi il partner attuale, il 7.3% vengono molestate dall’ex partner, nel 15.8% dei casi a macchiarsi di violenza contro le donne è un loro famigliare; solo nell’1.2% dei casi si tratta di uno sconosciuto. Quali azioni sono state messe in atto e quali servizi sono stati istituiti per debellare il fenomeno nel nostro territorio provinciale? Già dal 2008, a seguito anche dei risultati dell’indagine ISTAT, l’Amministrazione Provinciale si è fatta carico di promuovere un Protocollo per la Definizione di Azioni d’Intervento in Materia di Contrasto e di Prevenzione della Violenza nei confronti delle Donne, tra Enti Locali ed Istituzioni, con il compito di mettere in campo sia una efficace attività di prevenzione sia una serie di politiche attive che sostengano le donne che denunciano gli atti di violenza ed i maltrattamenti di cui sono vittime. Il protocollo ha rappresentato una valida assunzione di responsabilità nei confronti della prevenzione della violenza di genere da parte delle istituzioni firmatarie ma ha anche permesso di sviluppare una concreta rete di soggetti che interagiscono, ciascuno con le proprie specifiche compentenze, nell’accompagnare le donne che si rivolgono al centro e iniziano un percorso, spesso lungo e difficile, di uscita dalla situazione di violenza in cui vivono. Abbiamo organizzato eventi formativi su tutto il territorio provinciale con momenti pubblici quali incontri e convegni, diverse campagna di informazione contro la violenza e lo stalking, la pubblicazione del libretto “Violenza. Come e dove chiedere aiuto. Parla con noi” tradotto in più lingue. Contemporaneamente è stata data grande importanza alla formazione degli operatori, assieme agli altri partner del protocollo, di un seminario formativo rivolto al personale sanitario, alle forze dell’ordine, agli operatori dei servizi sociali del territorio provinciale. L’accesso a due linee di finanziamento, una regionale e l’altra ministeriale, ha permesso l’apertura del Centro denominato “PARLA CON NOI”. Il ruolo dell’Associazione “Percorso Donna”, nata dalla volontà di alcune giovani donne che esercitano la professione di avvocato, di prestare la propria opera di consulenza gratuita, in termini giuridici, presso il Centro Antiviolenza, è stato determinante per consentire l’apertura del Centro. Come svolge la propria attività il Centro Antiviolenza “Parla con noi”? Il Centro è dotato di personale competente e già formato in grado di gestire le varie fasi del percorso di uscita dalla violenza: dalla prima accoglienza telefonica, agli eventuali colloqui per approfondire i bisogni e valutare le risorse da attivare per affrontare il disagio, all’accompagnamento nella fruizione dei servizi presenti sul territorio grazie ad un’ ampia rete di rapporti (rete territoriale) che consente ai soggetti che ne fanno parte sia di confrontarsi e di condividere i percorsi sia di sostenere il processo di accoglienza, presa in carico e accompagnamento delle vittime. Il Centro, con numero diretto 0721/639014 è collegato al numero nazionale antiviolenza 1522 attivato dal Dipartimento per i Diritti e le Pari Opportunità, per cui risulta contattabile in ogni momento. L’operatrice che risponde raccoglie l’esperienza della donna, la rassicura sull’anonimato e sulla segretezza del colloquio, nei limiti previsti dalla legge, cercando di stabilire con lei una comunicazione significativa e programmando dei colloqui successivi in sede nei quali è possibile, attraverso la consulenza legale, ottenere informazioni sui diritti di cui le vittime sono titolari e su come avvalersene. La consulenza psicologica, invece, si arti- una testimonianza forte un anno che esce questo giornale: cosa ne pensate? cola in pochi colloqui, in relazione alla valutazione del tipo di disagio; sarà possibile un invio agli specialisti dei Servizi Asur che operano in rete con il centro nei casi in cui emerga la necessità di supporto psicologico o psicoterapeutico prolungato. Se si presenta la necessità si procede all’attivazione dei servizi di emergenza (ospedale e forze dell’ordine).Nel caso di impossibilità a rimanere nell’ambito familiare, sia in situazioni di emergenza sia in modo differito, ci si attiva affinché la donna possa essere accolta, anche con i propri figli, in un luogo protetto, da ricercarsi mediante collaborazione con le strutture già presenti sul territorio. Il centro è attivo il mercoledì mattina dalle 8,30 alle 12,30 ed il giovedi’ pomeriggio dalle 16,00 alle 18,00 per accoglienza telefonica e colloqui su appuntamento, mentre la segreteria telefonica è attiva 24h su 24. Cosa serve alla politica ed alla società per conseguire risultati più efficaci ed indebolire davvero questo persistente meccanismo di violenza e maltrattamento sulla donna e quali programmi per il futuro ? Non disponendo di dati relativi all’esito delle denunce e dei procedimenti penali avviati dalle vittime di violenza è difficile valutare l’efficacia di leggi a protezione delle vittime e ciò non serve all’avanzamento del diritto e delle azioni svolte dalle istituzioni e non consente di garantire il primo diritto della vittima, quello cioè di ricevere protezione e aiuto nel ricostruire le condizioni di autonomia personale. In questo modo si disincentiva la denuncia e la conseguente uscita da situazioni di violenza. Lo stesso problema si pone per i dati che afferiscono ai servizi sanitari ed ai Pronto Soccorso, mentre i dati raccolti dai centri antiviolenza ancora non vengono sempre ritenuti attendibili. È necessaria anche un’analisi dei costi sociali della violenza che ricordiamo, ricadono sull’intera collettività ed in particolare sui settori sanitario, sociale, giudiziario, di sicurezza, economico ecc.; analisi che consentirebbe uno stanziamento di fondi adeguato alle effettive esigenze per la promozione di politiche mirate alla prevenzione ed alla protezione delle vittime, con lo scopo ultimo di eliminare la violenza di genere. In Italia siamo ancora molto lontani dal porre la questione del risarcimento alle vittime come affrontato invece da altri paesi europei. È importante uno scatto culturale ed il superamento di stereotipi: ad es.le vio- 23 [email protected] lenze vengono attribuite a persone con problemi psichici o a raptus di follia, o ad appartenenti a fasce svantaggiate, come migranti o rom alimentando uno stereotipo che non corrisponde alla realtà dei dati i quali confermano che la violenza maschile contro le donne è trasversale, e non dipende dal livello culturale di che la commette, né dal suo status economico, né dall’appartenenza politica o religiosa. Gli uomini per la stragrande maggioranza sono sani di mente e senza alcun tipo di disagio quando commettono violenza contro le donne solo perché sono donne! È fondamentale iniziare ad informare seriamente le donne che ancora hanno paura a denunciare quanto accade all’interno delle mura domestiche, perché per la maggioranza dei casi il carnefice si trova all’interno della famiglia. Un ruolo cruciale ha la formazione degli operatori sociali, sanitari, delle forze dell’ordine, dell’avvocatura e della magistratura in quanto spesso la vita della donna dipende proprio dalla capacità dell’operatore di saper valutare in prima battuta il rischio di subire nuove violenze, di indirizzare ed informare la vittima sugli strumenti giuridici a disposizione, di essere in grado di tutelarla. Il mio impegno prevalente è quello di riuscire a garantire l’attività del Centro Antiviolenza, nonostante la scarsità delle risorse pubbliche. Con la Regione Marche ed altri partners, abbiamo partecipato a due successivi bandi del Ministero P.O. per ottenere finanziamenti che ci consentano di potenziare il Centro Antiviolenza con progetti che ampliano il lavoro di rete che già oggi stiamo svolgendo con le altre istituzioni e con le associazioni che si occupano di contrasto al fenomeno della violenza. È importante coinvolgere altre istituzioni come gli Ambiti Territoriali Sociali ed tutti i Comuni dalla provincia con lo scopo di monitorare il fenomeno sociale della violenza e dare risposte più efficaci. Fare prevenzione attraverso l’informazione rivolta direttamente alle donne con iniziative pubbliche ed eventi divulgativi ed. incontri con i ragazzi delle scuole secondarie del territorio provinciale per affrontare il tema della differenza di genere ed il contrasto alla violenza e ad ogni altra forma di discriminazione. Rafforzare la formazione degli operatori della Rete Istituzionale: medici ospedalieri e di medicina generale, operatori del sociale, forze dell’ordine e di altre figure che, pur non facendo parte attiva della Rete, svolgono un ruolo nella prevenzione o nella lotta alla violenza. Lettera aperta: lo sdegno di una donna violata nella sua dignità all’interno di una giustizia palesemente ingiusta S ul Resto del Carlino di alcune settimane fa, è uscito un articolo in cui viene riportato l’esito del processo tenuto presso il Tribunale di Pesaro, con l’assoluzione dell’imputato, accusato di violenza sessuale ai danni di una giovane donna, per non aver commesso il fatto; insieme a lui, anche gli altri coinvolti nella triste vicenda sono stati prosciolti. Oggi, mi sento di poter esprimere una mia riflessione sul quel caso: quella donna sono io che in un momento di difficoltà chiesi ospitalità ad un’altra donna di cui mi fidavo. Lasciando da parte la dinamica dell’accaduto, dove era evidente che quell’uomo si è approfittato di una situazione che giovava a suo favore, posso semplicemente dire che, dal momento in cui ho esposto denuncia al momento in cui mi sono seduta davanti ad un giudice, dopo la lettura della formula che abitualmente si legge prima dell’inizio di un processo, ho sempre detto la verità, spinta da un forte senso di giustizia, in base ai miei ricordi non sempre in sequenza, di quella notte maledetta. Non è facile per la vittima parlare della violenza subita, in lei prevale un senso di colpa e di vergogna che ci porta dentro ad un vortice di solitudine, depressione e quell’amara consapevolezza che, all’interno di un palazzo di giustizia, quindi anche nella nostra legislazione, vige ancora quella meschina mentalità maschilista. Solo con l’appoggio delle persone care e di un buon lavoro terapeutico si riesce ad affrontare e ad rielaborare questo lutto devastante di un periodo buio. Per due anni ho vissuto, all’interno del Tribunale, quel calvario. Le udienze diventavano così tormenti e ogni volta era come morire. Ti uccidevano dentro e ogni loro parola erano per me delle pugnalate che ti squarciavano dentro l’anima.! È pesante.... si avverte una forte tensione! Durante le udienze, io ero lì fisicamente, ma la mia mente era assente, come se ci fosse un netto rifiuto di quella realtà. Ero lì e pensavo che fosse sarebbe stato meglio non far partire questa macchina infernale, di stendere un velo pietoso su una situazione così degradante , umiliante per ogni donna vittima di violenza, e di non denunciare. È finito, dopo due anni, un incubo ed è finito con l’assoluzione. L’impressione che ho avuto nell’ultima udienza era sconcertante... da rimanere senza parole: lo stesso giudice, stanco, quasi annoiato perchè in quella stessa mattinata aveva sostenuto troppe udienze, non ha dato la possibilità alla psicologa che mi ha seguita di esprimere un suo concetto, bloccandola con una frase “ la faccia breve”, come per dire “non ho tempo da perdere!.”, mentre l’avvocato difensore, quasi sbuffando, ha avuto la sfacciataggine di dire che questa denuncia e di conseguenza il processo non erano il caso di farli, perchè la sottoscritta era consenziente secondo la versione dei fatti del suo assistito. Con l’assoluzione dell’imputato, sono passata per una poco di buono che si è concessa all’imputato. Sempre quell’avvocato, nella battuta finale si è domandato “perchè la denuncia se la signora era consenziente?”. A costoro rispondo così: se una donna denuncia un fatto così grave, come quello che è capitato a me, un motivo ci sarà. Il motivo è che io non ero consenziente, se lo ero, come si è affermato, neanche io avrei avuto motivi ad espormi così tanto e poi per che cosa? Per un atto di protagonismo, per farmi umiliare ancor di più in quel modo? Non credo proprio! Allora trovatemi una spiegazione logica sulla motivazione di una denuncia se ero consenziente. Io stessa, umanamente e razionalmente non la trovo. L’approccio con un’aula di tribunale, lo ripeto, è devastante, ti sconvolge a tal punto che fai fatica ad esprimerti e ti prevale quel senso di nausea e voglia di fuggire, trovandoti in un vortice senza via d’uscita. So che la legge è concreta, si basa su prove certe, a me mancavano delle prove, anche piccole, e qualche testimone in più che era informato delle tante situazione losche che si verificavano in quella casa. Ma era la mia parola contro quei tre. Hanno vinto la causa…ma è solo una vittoria di Pirro ed io non mi sento una sconfitta, perchè sono riuscita, grazie ad un ottimo lavoro terapeutico e all’affetto dei miei cari, a riprendermi la vita distrutta, partendo dalla mia laurea, partendo da me stessa. Se posso camminare a testa alta è perchè ho la coscienza pulita, consapevole di aver cercato, attraverso la giustizia, di difendere la mia dignità e la verità. Il mio pensiero è rivolto a quella ragazzina che, durante la Notte Bianca fanese, ha vissuto e vivrà lo stesso mio calvario. A lei, che deve trovare la sua forza anche attraverso la sua famiglia, si attribuirà la colpa di aver voluto trascorrere una serata in allegria in compagnia dei suoi amici con la spensieratezza dettata dalla sua giovane età, distrutta da quei “ bravi ragazzi” che affermano che la stessa giovane era consenziente, facendo così cadere la responsabilità sulla donna al fine di screditarla. Cambiano i luoghi, le modalità della violenza, ma l’unica cosa che non cambia è la stessa motivazione che si sente spesso all’interno dei processi penali. Quale fiducia si può avere nella giustizia? Poca e lo dimostrano i sondaggi dell’ISTAT, in cui si afferma che episodi di violenza o di abusi non viene denunciato, perchè c’è il timore di non essere credute, il peso della vergogna è fortissimo, ma quello che emerge, soprattutto, è la mancanza di fiducia nelle istituzioni stesse. Dalla mia esperienza, ho compreso che il violentatore può provenire da qualsiasi ceto sociale, con diverso grado d’istruzione, e che il cammino della donna verso la giustizia è lento e la legge stessa sembra avere qualche strascico del vecchio, ormai superato, si fa così per dire, Codice Rocco, dove vige una mentalità maschilista e poco equa nei confronti della dignità donna, poichè, nonostante le tante lotte per l’emancipazione femminile per un equa parità con il sesso maschile, nonostante ci sono stati piccoli cambiamenti, soprattutto provvedimenti legislativi contro lo Stalking , siamo ancora nella “Preistoria”: la nostra battaglia è dura su tanti fronti, ma i presupposti ci sono per fare sentire la nostra voce, non possiamo e non dobbiamo rimanere nel silenzio e, nonostante le difficoltà, non dobbiamo aver paura di lottare per quell’ideale che si chiama “Giustizia”, poichè dobbiamo credere fortemente in essa al fine di dare valore alla donna e alla sua dignità. Per tanto necessita un radicale cambiamento nella cultura e nella mentalità di chi sta nell’ambito legislativo, di chi ci governa, nell’informazione, ma soprattutto nella mentalità dell’uomo stesso che spesso non riesce ad accettare un semplice no, visto come un oltraggio alla sua “virilità”, e si nasconde dietro l’ormai tipico stornello: “Era consenziente!”. Tutto mi è ovvio e scontato, perchè quelli che compiono atti vili contro la donna, al fine di tutelarsi, dicono sempre la stessa identica cosa! artù comunicazione BOSCO DEL FAGIANO PRENOTALO PER LE TUE FESTE!! Il giardino del Cante Visitate i nostri grandi vivai completamente rinnovati gustate i prodotti del nostro orto visitateci a Fenile di Fano dal lunedì al sabato ore 9.00 - 13.00 / ore 16.00 - 20.00 Vendita: frutta, ortaggi, olio, vino, conserve, miele, prodotti tipici Progettazione giardini Piante da frutto, ornamentali ed aromatiche Località Fenile tel. 3484206038 fax 0721.885679 - [email protected] - www.t41b.it