Città di Portogruaro
Scuola Bertolini
Coop Consumatori Nordest
Bozza dell’incontro del 15 maggio
Avvio
D’accordo con la dottoressa Bencivelli, abbiamo pensato di dare inizio a questo primo appuntamento con uno spezzone cinematografico tratto da Incontri ravvicinati del terzo tipo. È un film degli anni Settanta in cui si ipotizza l’arrivo di un’astronave aliena
sulla terra. Bene: il primo contatto tra terrestri e alieni avviene attraverso la proposta di un codice musicale. Ingenuità dell’autore del
copione? Ingenuità del regista? Plausibilità scientifica dell’ipotesi o totale improbabilità della trovata?
L’idea non sembra del tutto peregrina. Nella sonda Voyager, lanciata nel 1977 nello spazio cosmico - come la classica bottiglia del
naufrago sull’isola deserta (dove l’avrà trovata la bottiglia, nell’isola deserta?) - i tecnici della NASA hanno pensato di poter includere
un disco d’oro contenente suoni e immagini della vita sulla Terra (e, tra le altre cose, la registrazione della Quinta di Beethoven e
dell’Aria della Regima della Notte di Mozart...) per dare un’idea del livello di civiltà raggiunto dalla specie umana.
Il piccolo spezzone tratto dal film mostra come sia necessario un po’ di tempo per l’apprendimento di un nuovo codice, cioè del
funzionamento della musica: e tuttavia, una volta scoperto, il gioco si fa estremamente intrigante e irresistibile aprendo interrogativi
ulteriori, sulla manipolazione e sulla creatività artistica...
Il cervello e l’iPod
tendiamo noi. Chissà cosa direbbe una balena, al riguardo.
Ma finché saremo noi a definirla, poiché siamo “i vincitori”, la musica ce l’abbiamo soltanto noi: e possiamo dirlo a
ragion veduta.
Un’altra cosa che abbiamo soltanto noi, sapreste indicarmela? Una forma che possediamo solo noi... Il gatto
non ce l’ha...
Il pensiero? Questa è un po’ forte, eh!
No: una cosa che noi umani utilizziamo sempre...
Si, il linguaggio, bravissimo!
Il linguaggio è una caratteristica soltanto umana: su
questo non ci sono molte discussioni tra gli scienziati, tutti
quanti la pensano più o meno così.
Il linguaggio è la capacità che noi possediamo di mettere insieme le parole, in modi infiniti, e di costruire infinite
frasi; anche frasi che non vogliono dire niente. Quelle che
sto usando io probabilmente un significato ce l’hanno, ma
se volessi potrei rigirarle come mi pare e dire cose molto
particolari.
Musica e linguaggio hanno delle caratteristiche in comune che fanno sì che quando ci mettiamo a studiare
l’una non possiamo prescindere dall’altra.
Per esempio: che cosa utilizziamo per cantare e per parlare? Bocca e orecchio.
Usiamo cioè un canale che un biologo definirebbe “uditivo-vocale”. Utilizziamo delle cose che stanno nella nostra testa.
Però utilizziamo anche il cervello!
Beh, intanto grazie a tutti di essere presenti, soprattutto
a voi, ragazzi...
Voi l’avete riconosciuto quel film?
Brava! È un film del ’77: quindi un film che ha i suoi
anni, anche se se li porta bene!
E nemmeno io l’avevo visto, poiché nel ’77 ero impegnata a fare altre cose...: non ero ancora nata!
Dunque: Incontri ravvicinati del terzo tipo è stato scelto
dal vostro professore perché, come vi ha spiegato all’inizio,
mostra che gli alieni scelgono un sistema di comunicazione molto particolare per comunicare con noi. Scelgono la
musica.
Fate attenzione, però: questo film lo hanno fatto gli
umani. Lo hanno scritto gli umani, lo guardano gli umani.
E, soprattutto, gli umani “occidentali”!
Questo per dire che se questa storia ve la raccontasse
una medusa, una balena, un pinguino o un uccellino, ve la
direbbero in un modo diverso.
Ma siccome qui siamo tra umani io ve la racconto così.
Nella prima mezzora dunque vi parlerò un po’ di biologia e di musica, cercheremo di trovare dei legami tra
queste due cose: e ce ne sono moltissimi. Nella seconda
mezzora lascerò che siate voi a farmi le domande, so che ne
avete già preparate diverse e le aspetto con ansia.
Avete dunque visto che nel film si utilizza la musica.
Questo perché la musica è una delle cose che ci distinguono dagli altri animali. Attenzione: la musica come la in1 La coda del pavone è molto scomoda. Se voi foste dei
pavoni, e abitaste in un ambiente naturale, tra gli alberi...,
vi rendereste conto che portarsi dietro quella coda è una
vera rogna: la coda pesa, ci si gira male... Però se voi pavoni
avete una bella coda le femmine vi scelgono e fate tanti
pavoncini. Il fatto, quindi, che voi moriate abbastanza in
fretta, alla specie non interessa molto. Quello che importa
è che voi siate degli animali da riproduzione perfetti perché le femmine vi scelgano rispetto agli altri.
Ma secondo voi, per la musica si può dire che ci sia stata una ragione di questo tipo a imporla nella nostra biologia? Qualcuno pensa che possa essere una ragione il fatto
che chi suona fa figli?
No, non è una ragione, anche se Bach ne ebbe venti, e
molti ne ebbe sicuramente anche Jimmy Hendrix... Questi
esempi parziali non sono sufficienti a suffragare l’ipotesi di
una musica fondamentalmente legata alla selezione sessuale degli individui.
Del resto il fatto che si possa fare musica anche prima
della pubertà, cioè prima di essere in grado di fare figli,
depone a sfavore dell’ipotesi citata. Qualcuno di voi avrà
cominciato a suonare per esempio quando aveva ancora
cinque anni: può mai aver pensato alla riproduzione un
bambino di cinque anni?
E non solo, ma vi dirò di più: noi sentiamo la musica
anche in utero. Quando la mamma è al settimo mese di
gravidanza, il bambino (noi un po’ di anni fa) è in grado di
sentire gli stimoli uditivi che vengono da fuori, e qualcuno
racconta anche che è pure in grado di “apprezzarli”, questi
stimoli che vengono da fuori.
Ecco allora che è un po’ difficile pensare vi sia fin da
subito un progetto di tipo sessuale, in questo precoce interesse per la musica.
Tuttavia questa idea della selezione sessuale è stata abbandonata da poco, ed era ciò che pensava della musica
anche Darwin. Darwin, quel signore con la barba che centocinquanta anni fa (centocinquantuno, ormai) ha dato
alle stampe un libro molto importante per la storia della
scienza: per la storia della biologia, in particolare; ma anche per la storia della cultura, perché ci ha rimesso un po’
al nostro posto, insegnandoci che l’uomo è come gli altri
animali (é infatti sbagliato dire “gli animali”: è più corretto
dire “gli altri animali”).
Bene: Darwin in questo libro, osservando appunto gli
altri animali, e vedendo che spesso essi utilizzano la musica
per corteggiarsi (però attenzione: quella che noi chiamiamo musica, cioè il canto degli uccellini), ha dedotto che
forse – data la sua grande diffusione nella nostra specie –
l’uso della musica può aver costituito anche per noi (come
per i nostri antenati) un sistema di richiamo per
l’accoppiamento: chi cantava meglio aveva maggiore possibilità di riprodursi, come dicevamo prima.
Tutta questa mia breve conferenza servirà per dirvi se
sappiamo qualcosa del perché abbiamo la musica, e vedrete che bocca e orecchie le lascerò da parte, ma mi concentrerò moltissimo sul cervello.
Perché abbiamo la musica? è una domanda dal punto di
vista di un biologo molto interessante. È tanto interessante
che una risposta non ce l’ha, è una specie di rompicapo.
Selezione naturale
Voi avete studiato l’evoluzione a scuola? Allora sapete
cos’è la selezione naturale: quel fenomeno per cui, nel corso di tantissimo tempo, non certo di pochi giorni, un carattere particolarmente favorevole alla sopravvivenza di un
individuo, si impone nella popolazione.
Poniamo allora che sette milioni di anni fa, più o meno
quando ci siamo separati dagli scimpanzé e dai bonobo (i
cugini diretti più vicini: un tempo c’era l’uomo di Neanderthal, trentamila anni fa, ma l’abbiamo fatto fuori!), uno dei
nostri antenati abbia cominciato a usare un sistema di comunicazione appunto uditivo-vocale, bocca e orecchio, e il
cervello lo sostenesse in questo. Ciò ha dato un vantaggio
evidente, perché per esempio rendeva capaci di far capire
ai figli se c’era un pericolo che stava arrivando, e quindi i
figli sono sopravvissuti, e questo carattere si è diffuso e ce
l’abbiamo tutti, o quasi tutti, nella stessa misura.
La stessa domanda ha senso anche per la musica? Possiamo dire che la musica abbia dato un vantaggio ai nostri
antenati che ce l’avevano?
Non si può dire: è molto difficile dire a che cosa serva
nelle nostre vite la musica, se si esclude un ambito molto
particolare, al quale in realtà siamo tutti molto affezionati:
quello del piacere. Noi ci procuriamo piacere in un sacco
di modi: la musica è uno di questi sistemi. E naturalmente
nessuno di noi è disposto a rinunciarvi, né alla musica né
agli altri sistemi.
Per cui la domanda “A cosa è servita la musica nel corso
della nostra evoluzione?“ non ha una risposta evidente, non
sapremmo dire perché uno dei nostri antenati che cantava
meglio degli altri si sia imposto, si sia riprodotto di più.
Selezione sessuale
Qui entriamo nel campo della selezione sessuale. Non
c’è niente di sconvolgente: succede a tutti, anche alle balene e alle meduse menzionate poco fa. La selezione sessuale
è un modo particolare della selezione naturale: essa stabilisce che un carattere che favorisce l’accoppiamento, e che
passa più favorevolmente nella prole, si impone semplicemente perché chi ce l’ha fa più figli. Quindi a lungo andare quel carattere diventa molto più diffuso degli altri. Non
è che l’individuo viva di più: può anche vivere di meno,
ma il carattere si impone.
L’esempio classico è quello della coda del pavone.
2 Ma dobbiamo scartare anche questa, poiché l’ipotesi
della torta alla panna muore lì, dice poco, e soprattutto
non ci soddisfa.
Tutti gli uomini, tutte le culture del mondo fanno musica, anche se noi, che siamo i “vincitori” di questo pianeta, tendiamo ad applicare le nostre categorie anche alle
musiche degli altri e a dire che per esempio la Quinta di
Beethoven è migliore di certe produzioni musicali magari
africane o cinesi o sudamericane... (Tra parentesi, sul Voyager c’era anche della musica elettronica...!).
Ma insomma, noi dobbiamo escludere anche questa
ipotesi della torta alla panna perché non spiega
l’incredibile varietà delle musiche che abbiamo: non spiega
e non soddisfa. Per molti dei biologi che si occupano della
cosa, la questione rimane aperta. Come si fa a dire che una
cosa così diffusa, così bella, che quasi tutti gli uomini (effettivamente non tutti) apprezzano e capiscono è solo una
questione di panna sulla torta?
Noi possiamo sentire una ninna nanna australiana e riconoscerla come ninna nanna; o sentire una musica spaventosa e capire che l’obiettivo di quella musica è proprio
quella di spaventare. Le emozioni che ci dà la musica sono
abbastanza universali: come il sorriso. Chiunque ce lo faccia, noi siamo in grado di capire che si tratta di un sorriso;
comunque sia fatto, da dovunque venga, qualunque lingua
parli chi ci sorride. E la musica ha questo effetto su di
noi.Per tutto quanto detto l’ipotesi torta alla panna non ci
soddisfa affatto.
Ma allora come si fa a venirne a capo?
Dicevo poco fa che musica e linguaggio hanno lo stesso
canale: bocca e orecchie. Ma c’è qualcosa di diverso che
entra nel discorso: il cervello.
Però questa spiegazione oggi non ci soddisfa più: i
bambini suonano, i vecchi suonano, suonano le persone
che non si accoppiano, suonano le persone omosessuali (in
Occidente tra i musicisti ce ne sono e ce ne sono state tante...), suonano persone che non hanno nessun interesse a
fare dei figli... L’ipotesi insomma non sembra attendibile.
La teoria della torta alla panna
Allora c’è un’altra risposta, e questa è un po’ più complicata: penso che a scuola non ci si arrivi. Io non l’ho studiata nemmeno al liceo. Provo a spiegarvela.
È la teoria della “Torta alla panna”. La spiegazione della torta alla panna è stata formulata nella storia della biologia soltanto nel 1979, quindi abbastanza poco tempo fa, se
pensiamo alla storia della scienza: il film di Spielberg era
uscito da appena due anni.
Tale spiegazione dice che ci sono dei caratteri, delle cose, che possiamo anche aver addosso, che non si possono
spiegare né con la selezione sessuale, né con la selezione
naturale più in senso lato, ma che tuttavia accompagnano
altri che, quelli sì, sono derivati da una selezione. Il nostro
sangue non è rosso perché il colore rosso dà un vantaggio
al sangue, il nostro sangue è rosso perché il migliore trasportatore è l’emoglobina che dentro ha il ferro, che ai nostri occhi appare rosso: il carattere “rosso” è un carattere di
accompagnamento.
La teoria si chiama della torta alla panna perché sulle
cose che ci piacciono – un sacco di cose, che non nominerò perché orecchie indiscrete ci stanno ascoltando – si può
dare una spiegazione di questo tipo.
Perché ci piace la torta alla panna? Non è che ci piaccia
la torta alla panna perché i nostri antenati che apprezzavano la panna vivevano più a lungo o si riproducevano di
più, e quindi questo carattere è arrivato fino a noi.
A noi piace la torta alla panna perché i nostri antenati
che apprezzavano i cibi calorici se la cavavano meglio in
carestia. Chi beveva latte beveva proteine, zuccheri, lipidi
in quantità abbastanza equilibrata: quindi noi abbiamo
sviluppato un gusto per il latte, per la panna, per le cose
grasse che ci danno quel tipo di nutrimento lì. E altre per
la frutta: si possono mettere le fragole sulla torta alla panna. Noi oggi, nel ventunesimo secolo, combiniamo questi
caratteri biologici, praticamente li parassitiamo, e ci facciamo la torta alla panna. È sciocco chiedersi perché
all’uomo piace la torta alla panna.
Qualcuno dice che per la musica la questione è questa:
a noi la musica piace come ci piace la torta alla panna.
Non sarebbe nata di per sé, la musica, non sarebbe stata
selezionata dalla biologia di per sé, ma sarebbe il prodotto
collaterale della selezione di qualcosa che, essa sì, è risultata
utile: il linguaggio.
Allora le ipotesi sono tre: le prime due (selezione naturale e selezione sessuale) sono state già scartate, rimane
questa della torta alla panna.
Una risposta nel cervello
Una delle possibilità per cercare di capire come possediamo la musica, è andare a vedere cosa succede nel
cervello.
Allora, se valesse l’ipotesi della torta alla panna, varrebbe la conclusione per cui la musica è un parassita del linguaggio: noi ci siamo sviluppati insieme al linguaggio, il
linguaggio è proprio degli umani ed è stato selezionato
dalla natura perché era vantaggioso per i nostri antenati ed
è vantaggioso per noi, dunque la musica è andata a rimorchio del linguaggio, è un suo parassita.
Per avvalorare tale ipotesi, a livello di cervello umano
dovrei allora trovare che quello che fa la musica, quello che
mi permette di capire e apprezzare la musica, si sovrappone a quello che mi permette di capire, apprezzare e utilizzare il linguaggio.
Il cervello non è fatto da pezzi diversi, come si pensava
qualche decennio fa. Non è composto di aree separate. È
fatto come di circuiti, è fatto di tante cellule che come fili
elettrici comunicano l’una con l’altra.
3 una cosa che si chiama autopsia, prendeva il cervello e andava a vedere dove si trovasse il danno.
Nel caso del linguaggio, già nel 1860, con la storia di
questo signor Paul Broca, si era visto che il linguaggio sta a
sinistra. E si cominciò a dire: “ma allora stai a vedere che la
musica sta a destra!”
Per un sacco di tempo - per un secolo, diciamo - questa
è stata l’idea principale.
Anche perché all’epoca si pensava che il cervello fosse
fatto come una cartina politica dell’Europa: qua c’è la
Francia, qua la Germania, qui c’è il linguaggio, lì la simpatia...
Le avrete viste anche voi quelle cartine che separano il
cervello in parti diverse con funzioni diverse.
Questo fatto che la musica si trovi a destra, in realtà
non è del tutto falsa, anzi: è abbastanza vera.
Oggi non serve aspettare che il signor “Tam” muoia e
un grosso medico possa fargli l’autopsia; oggi abbiamo delle macchine attraverso le quali possiamo vedere cosa succede nel cervello delle persone viventi e in salute. Possiamo
dunque studiare il cervello per fini sperimentali, non solo
per curare la persona affetta da malattie, e possiamo vedere
cosa succede nel cervello, che immaginiamo simile in tutti
gli esseri umani.
Oggi abbiamo visto che effettivamente la musica è separata dal linguaggio per tante delle sue peculiarità: cioè
molte delle nostre capacità musicali sono situate a destra,
mentre a sinistra si trova il linguaggio. Sono dunque funzioni separate.
Eppure non basta per escludere l’ipotesi torta alla
panna.Non basta perché questa separazione non è così
netta. Ci sono delle funzioni che, infatti, appartengono a
entrambe le capacità, come quella che si chiama sintassi:
la funzione cioè che sovraintende al mettere insieme elementi diversi quando parliamo o quando suoniamo.
Questa è abbastanza in comune fra musica e linguaggio,
per cui sul cervello le cose un po’ si complicano: non dovete aspettarvi di trovare una cosa esclusivamente a destra
e una cosa solo a sinistra. Ma la complicazione incredibile viene dal fatto che mentre noi tutti parliamo, non tutti
suoniamo. Nella nostra cultura – non era così secoli fa, e
non è così presso altre culture che, in questo senso forse
sono più fortunate di noi – c’è chi si specializza e diventa
un musicista, e c’è chi non si specializza e diventa un
fruitore della musica.
Il cervello delle persone è insomma abbastanza diverso. Esistono naturalmente anche degli stadi intermedi.
Io per esempio ho studiato violino, e sino a dieci fa
suonavo in un’orchestra come la vostra. Ancora adesso,
se prendo in mano un violino, lo so suonare. Non lo
faccio quasi mai, ma lo so fare. Lo faccio male: dovrei
esercitarmi. Però io sono nel mezzo tra un musicista e
un non musicista.
Se i sentieri che fa il linguaggio nel nostro cervello si
sovrappongono a quelli che percorre la musica, possiamo
pensare che la musica se ne sia approfittata, che sia come la
torta alla panna, che non sia nata così; e che noi poi siamo
stati capaci di procurare piacere a noi stessi e a chi ci ascolta aggiungendo qualcosa a quei pezzi di cervello selezionati
invece dalla biologia.
Allora si tratta di studiare il cervello.
Ma studiare il cervello è una cosa un po’ complicata,
soprattutto quando si parla di funzioni complesse.
Quando noi abbiamo a che fare con la musica, non
utilizziamo soltanto i pezzi di cervello che ci permettono
di muovere il corpo (un violinista aziona le dita della sinistra e il gomito della destra per muovere l’archetto), ma
utilizziamo anche pezzi di cervello relativi alla memoria,
per esempio; o relativi anche al riconoscimento della musica... Chiunque di noi abbia fatto un po’ di musica, quando sente un altro suonare si sofferma a pensare alla struttura della musica che ascolta, o al modo in cui quella musica
viene eseguita...
Poi vengono coinvolti pezzi di cervello più primitivi
(nel senso che li possiedono anche gli altri animali, e se
andiamo indietro nella nostra storia scopriremo che li
abbiamo da molto tempo): quelli che riguardano le emozioni.
Non mi sembra di dire niente di particolarmente
sconvolgente affermando che la musica suscita emozioni.
Il motivo per cui nei film ci sono le colonne sonore è
quello: cosa che ci conferma l’idea che le emozioni suscitate da una unica musica siano più o meno le stesse per
tutti. Nessuno di noi guarda Psycho e ride, o si commuove fino alle lacrime durante la scena dell’accoltellamento
sotto la doccia. Se invertite la colonna sonora di un film
di paura e ci mettete la colonna sonora di un film romantico non provate più tanta paura come prima; e viceversa
se in questo film romantico ci mettono una colonna sonora da circo, non ci commuoviamo più per quella scena
del primo bacio.
Allora andiamo a vedere il cervello. Lo studio del cervello è complicato per tante ragioni, anche perché è un po’
difficile vederlo dal vivo...
Oggi possediamo degli strumenti per studiarlo, un
tempo si faceva in modo indiretto.
Arrivava ad esempio, in un grande ospedale di fine Ottocento, un signore ammalato che sapeva dire soltanto
“Tan tan tan tan tan...”. Trovava un grosso medico che si
chiamava Paul Broca: siamo attorno agli anni ‘50 ’60 del
secolo. Il medico prendeva appunti, seguiva questo paziente per anni e cercava di capire che cosa il paziente fosse in
grado o non fosse in grado di fare. Quindi teneva una cartella clinica dettagliata.
Poi il paziente “Tantan” moriva. Allora il famoso medico del 1860 poteva vederlo davvero, il cervello: faceva
4 linguaggio non percorrono esattamente le stesse strade, nel
cervello.
Vi volevo a questo punto far vedere una cosa, perché
questi esperimenti sui bambini sono molto interessanti dal
nostro punto di vista. Molto interessanti e molto particolari. È difficile chiedere a un bambino molto piccolo che cosa pensi, se riesce per esempio a riconoscere la risoluzione
di un accordo, o chiedergli se gli è piaciuto quello che ha
ascoltato. Ci sono dei sistemi sperimentali assai interessanti utilizzati dagli psicologi dell’evoluzione. I bambini, per
esempio, girano la testa quando la loro attenzione è colpita
da qualcosa; inoltre essi si soffermano spesso a guardare le
cose: avete presente cosa fanno col ciuccio? Succhiano come disperati, poi si fermano, poi ricominciano a succhiare... E gli psicologi han dovuto escogitare dei sistemi che
potessero sfruttare queste caratteristiche delle manifestazioni emotive dei bambini per poter cercare di sapere
quanto effettivamente essi capiscano e come apprezzino la
nostra musica da grandi.
Anche in questo caso si trattava infatti della musica tonale occidentale: cioè di quella musica alla quale siamo
tutti quanti abituati e che per le nostre orecchie, chiaramente, è “la migliore che ci sia”.
Vi faccio vedere queste foto perché mi pare carino a
questo punto rispondere a una domanda che può sorgere
dentro ciascuno di noi “Ma i genitori lasciano i loro bambini nelle mani degli psicologi per fare questi esperimenti
che sembrano piuttosto “crudeli”, come appunto sentire
una ninna nanna stonata?”. La risposta è che sì, li lasciano.
E le cose avvengono in modo serissimo, secondo protocolli
ben precisi.
Questi studi, come dicevo, vanno avanti da trent’anni;
non so il genitore che abbiamo visto nel filmato, ma molti
genitori sono stati a loro volta soggetti degli stessi esperimenti quando avevano l’età dei loro figli.
Questa è una cosa molto interessante perché si capisce
che non si tratta di una scelta peregrina, ma di una scelta
che ha in un certo senso la sua storia: e tuttavia, in questi
trent’anni, tanti perché non siamo ancora riusciti a spiegarli.
Vi dicevo che la stessa cosa si può fare con gli animali,
si può fare con le scimmie: infatti le scimmie ci assomigliano molto. Hanno una storia evolutiva che si è separata
da noi circa sette milioni di anni fa, con buona approssimazione. Sette milioni di anni sono niente, sono veramente poco: il nostro DNA per il 98,5 per cento è ancora uguale al loro!
Se dunque vogliamo vedere cosa sanno fare le scimmie,
ci mettiamo in una sorta di macchina del tempo: nel senso
che osserviamo come eravamo, o meglio come erano i nostri antenati in comune con loro. Come dire che io prendo
mio cugino. Mio cugino ha i capelli ricci? Io ho i capelli
lisci? Non posso dire com’era mio nonno! Ma se mio cu-
E poi ci sono altri - tra di noi sono circa il cinque per
cento, qui quindi ce ne possono essere una decina - che la
musica proprio non la capiscono. Possono naturalmente
far finta di capirla. Non hanno nessun handicap sociale: io
sono convinta che anche mio padre sia così. Non c’è assolutamente nessun problema.
Però costoro non sono soltanto stonati: hanno proprio
grossissime difficoltà anche a capire cosa ci può essere di
bello in una melodia senza parole. Questi, se va bene, diventano dei melomani, come mio padre. C’è gente che ascolta la lirica perché lì c’è la storia, ci son le parole;
d’accordo, c’è anche la musica: ma c’è il libretto, e un sacco di cose da immaginarsi, dietro quella storia lì...
Queste faccende complicano tantissimo andar a vedere
cosa succede nel cervello quando ascoltiamo la musica o
quando parliamo.
Attenzione però: sto parlando di ascoltare la musica, infatti produrre la musica è una faccenda molto diversa.
E non sto nemmeno parlando di apprezzare la musica,
perché, come dicevo prima, apprezzare la musica significa
mettere in moto tanti pezzi di cervello, anche di quelli
primitivi, quelli del piacere, quelli che ci dicono: “vai questa cosa devi farla perché fa bene a te o alla specie”, e potete immaginare in che caso ce lo dicano!
Studi sperimentali
Ad un certo punto - meno di un anno fa - questa cosa
della musica a destra e del linguaggio a sinistra ha trovato
una conferma molto interessante proprio qui in Italia. È
stato studiato il cervello di bambini che avevano tra uno e
tre giorni di vita: di bambini, dunque, che si suppone non
avessero ancora visto Sanremo...
Erano molto piccoli, questi bambini. E si può anche
supporre che quello che essi facevano col loro cervello fosse
simile a ciò che abbiamo fatto tutti quanti noi col nostro
cervello nei primi giorni di vita, e che quindi la cosa sia
generalizzabile, tanto da poter dire: “così fa l’essere umano”.
Effettivamente questi bambini, quando ascoltavano
la musica, presentavano un’attivazione del cervello a destra (ovviamente non quando la producevano, data
l’età...), e mostravano di riconoscere – o perlomeno attivavano una zona diversa – quando nella musica venivano inserite delle stonature. Come dire: mostravano di
possedere già una capacità di distinguere che quella era
musica! Attenzione però: in questo caso, come dicevo
prima, a complicare le cose si accendeva anche un po’ la
parte sinistra del cervello.
Musica e linguaggio, alla fine degli studi, non risultano
perfettamente separati, la musica non è del tutto a destra e
il linguaggio non è del tutto a sinistra.
Comunque questa ricerca ci ha dato un buon contributo per sconfiggere l’ipotesi della torta alla panna: musica e
5 tile che lo neghiamo, ai bambini parliamo in quel certo
modo, tutto moine, che ha molto in comune con la musica. Gli scienziati lo chiamano “mammese” (anche quando
lo parlano i... babbi).
Quindi l’ipotesi che la musica appartenga alla grande
categoria dei sistemi di comunicazione, ma che abbia una
dignità tutta sua - anche per il fatto che ci aiuta a comunicare le emozioni - diventa ancora più forte se vediamo che
ci esercita a stare insieme. E non soltanto in orchestra:
pensate per esempio ai cori dello stadio, o ai cori delle
mondine, o agli inni nazionali: sono tutte musiche che si
cantano insieme per sentirsi parte dello stesso gruppo: sono musiche che ci danno identità. I gruppi musicali che
ascoltiamo ci rendono fan di qualcuno in particolare, ma
ci definiscono anche chi siamo. Se io vado in giro a dire
che non ascolto Arisa, vi racconto un po’ di me, probabilmente: capite un po’ della mia identità...
Poi, oltre a esercitarci alla socialità e a fare da collante
sociale, a definire la nostra identità, la musica fa anche
qualcosa nel nostro cervello: ci esercita all’astrazione, probabilmente. Non sto dicendo che la musica renda più intelligenti: penso che questa sia una panzana assoluta! Però
è vero che la musica è qualcosa di astratto che stimola il
nostro cervello; gli dà piacere, senza il bisogno di qualcosa
di concreto cui pensare, o da dover toccare, annusare...
Però la scienza a questo punto si ferma. Quello che mi
preme che voi capiate è che se anche noi in questa mezzora
non siamo stati in grado di dare una risposta alla domanda
Perché abbiamo la musica?, e men che meno alla domanda
Perché ci piace la musica?, la scienza non ci potrà mai dire
che una musica è migliore delle altre. In questo quadro che
vi ho dipinto non esiste una musica migliore: tutte le musiche hanno uguale dignità. Se c’è qualcuno qui a cui piace
Arisa, va benissimo! Non sarà certo la scienza a dirvi che
c’è una musica migliore delle altre.
Quello che la scienza vi può dire è perché, e come, e
quando, e cosa succede nel nostro cervello e nel nostro
corpo quando ascoltiamo la musica: e che tutto questo ha
un senso, nella nostra biologia.
gino ha gli occhi marroni e io ho gli occhi marroni, allora
è probabile che il nonno avesse gli occhi marroni!
Questo è il ragionamento che si fa quando si prendono
le scimmie.
Allora si dà alle scimmie la possibilità di scegliere tra
due alternative: la scimmia può scegliere di ascoltare due
suoni a intervallo di terza o due suoni a intervallo di semitono; oppure può scegliere tra i Beatles e un complesso
havy metal... La scimmia può anche scegliere di non sentire niente: e in effetti se la scimmia può davvero scegliere,
sceglie il silenzio, o comunque sceglie di andare dalla parte
dove il volume è più basso.
Sembra comunque che le scimmie apprezzino
l’intervallo di ottava, quando cioè due suoni sono l’uno
otto note distante dall’altro, un do e il do più alto...
La nostra macchina del tempo ci dice che il nostro antenato comune, quello che ha vissuto sette milioni di anni
fa, forse qualcosa di musicale sapeva fare, ma di certo la
musica non l’apprezzava granché!
Musica ed emozioni
Quindi la musica è qualcosa di più recente. Essa è come il linguaggio: è qualcosa che fa parte della nostra umanità probabilmente da quando siamo uomini. E probabilmente è essa stessa che ci rende uomini...
Ora io devo andare a conclusione, anche perché starebbe a voi parlare, ora. Per concludere vorrei però dire
che a questo punto possiamo arrivare ad una serie di ipotesi. Non vi sconvolgo con queste ipotesi, perché le ipotesi
sono un po’ cieche, però possiamo dire con più forza che
forse la musica è una forma di comunicazione, come il linguaggio; poi possiamo affermare che forse non si è evoluta
per il corteggiamento, che si sia sviluppata prima o insieme
al linguaggio; sicuramente è un sistema di comunicazione,
di comunicazione delle emozioni in maniera particolare: le
colonne sonore, il fatto che tutti riconosciamo il carattere
delle musiche indipendentemente da chi le suoni o da dove vengano...
È un sistema di comunicazioni delle emozioni che però
ci esercita anche alla socialità: io non ve ne ho parlato, ma
tutti quanto conoscete le ninne nanne. E le ninne nanne
sono dei sistemi musicali che tutti i bambini riconoscono.
Anche i figli sordi di persone udenti. E tutti quanti, è inu-
Silvia Bencivelli, Portogruaro, 15 maggio 2010
6 DOMANDE
ragione proprio “non ti viene”, tu puoi migliorare il tuo
cervello semplicemente crescendo, leggendo, stando con
gli amici, andando con gli scout, giocando a scacchi...: ci
sono mille modi per cui il nostro cervello cresce.
Si dice che il cervello è plastico, come una palla di pongo: qualsiasi cosa si faccia, questa lo modella, lo modifica,
lo rende più morbido... E comunque fare musica non è
detto che non renda il cervello anche più “duro”: capita di
incontrare dei musicisti molto stupidi; pensiamo per esempio alla musica degli ultimi trent’anni, o anche degli
ultimi cinquanta: non sempre quelli che l’hanno fatta
hanno poi fatto chissà quale strada...
Certo fare musica cambia il nostro cervello, ma soltanto nelle parti che permettono di fare la musica: quasi
come il cane che si morde la coda. Ascoltare la musica
non rende più intelligenti: anche perché tutti ascoltiamo
la musica. In metropolitana, a Roma, o al supermercato:
lo facciamo da tutte le parti anche se non lo vogliamo
fare! È un’esperienza molto diffusa, soprattutto oggi.
Non lo era per i nostri nonni, che non avevano l’IPod..., ma oggi è la cosa più ovvia di questa terra. Tant’è
che ci sono degli scienziati che danno a dei volontari un
squadernino, e questi durante il giorno annotano tutto
quello che sentono, compresi gli spot pubblicitari. È un
lavoro infinito: non riuscirei mai a segnare tutte le cose
che mi capita di sentire nel corso del giorno.
E comunque questa cosa della musica che aumenta
l’intelligenza è nata nel 1993 per colpa di due scienziati
che hanno scritto un articolo su una importante rivista
scientifica - che però ogni tanto prende delle grandi cantonate pure lei - nel quale si affermava che ascoltare una
particolare sonata di Mozart rendeva i ragazzi più intelligenti in quel momento lì. Sono diciassette anni che gli
scienziati smentiscono questo. Infatti si può dimostrare
abbastanza chiaramente che se io ti faccio fare un test
d’intelligenza e ti metto in una stanza tutta bianca, senza
porte, senza niente, ti faccio magari aspettare anche
mezz’ora insieme ad un’infermiera che, chissà, quel giorno lì non ha nessuna voglia di farti assistenza, tu il test
non lo fai tanto bene! Se invece io lo stesso test, uguale,
te lo faccio fare ma ti faccio ascoltare...
Cosa ascolti? Cosa ti piace ascoltare?
- Bach
Tutto? Va bene: allora faccio ascoltare Arisa anche a te!
Dunque: se ti faccio fare il test ascoltando una musica che ti piace, in un ambiente sereno, in presenza di
qualcuno che conosci e che ti mette a tuo agio, tu quel
test lo fai meglio! E comunque io ho sempre un po’
l’orticaria quando si parla di intelligenza e musica, per-
Andrea
Ma la musica ha effetti diversi sul cervello se ascoltata
dal vivo oppure con strumentazioni e apparecchiature
meccaniche, tipo cuffie, altoparlanti, ecc.?
Tu sei un intenditore, eh? Io penso che la differenza
importante tra quando la musica la ascoltiamo dal vivo e
quando la ascoltiamo registrata sia che quando la ascoltiamo dal vivo, la ascoltiamo tipicamente in compagnia. E
quindi cambiano moltissime cose! Cambia il nostro modo
di apprezzarla, le aspettative che ci mettiamo, cambia la
nostra attenzione... Quando prima suonavate, io vi guardavo le dita... e cercavo di capire quale fosse per esempio
il violino che faceva qualche pasticcio: non ci sono riuscita! Ma è più forte di me: io dal vivo guardo anche l’ “estetica” della musica, e trovavo per esempio particolarmente
carini i percussionisti... bravi questi clarinetti che mi sono
piaciuti un sacco! Bravi anche i violinisti, eh..., e i chitarristi: bravi tutti!
Però secondo me la differenza più importante è quella
che ho detto. Anche se è comunque difficile che riusciamo
mai a venirne a capo con uno studio di tipo neuro scientifico, cioè con uno studio che investighi il nostro sistema
nervoso, e in particolar modo mentre è in azione, non
quando è inattivo. Quando utilizziamo queste macchine,
per forza la musica deve essere registrata. Gli esperimenti
sono fatti sugli esseri umani, su di noi, con delle macchine
molto grandi, ferme in una stanza fatta apposta, tutta
schermata: ti ci infilano dentro e ti fanno sentire della
musica, è impossibile fare esperimenti del genere con musica dal vivo.
Però quello che rende la musica dal vivo assolutamente
diversa, assolutamente superiore rispetto ad un altro tipo
di fruizione, è che tipicamente in questo caso siamo in
tanti ad ascoltarla, magari la cantiamo insieme, come
quando si va ai concerti negli stadi... Diventa
un’esperienza globale...
Davide
Lei ha già risposto alla domanda che volevo farle. Ma
la giro in questo modo: come mai i giornali, le riviste,
nonostante la scienza non abbia confermato effetti miracolosi della musica sull’intelligenza, continuano a diffondere notizie in tal senso?
Questa storia ve la racconto a brevi linee. Sinteticamente, dire che la musica rende più intelligenti è un modo per vendere più dischi, e per vendere certi tipi di dischi... Ma distinguiamo: fare musica o ascoltare musica?
Fare la musica modifica il nostro cervello; però lo modifica nelle parti che servono a fare la musica! Se a te fare la
musica non piace, non ti diverte, o per una qualche altra
7 parte si attiva anche quando facciamo cose che non servono a niente! Non vi posso qui far l’elenco, ma per esempio...: la droga...
O la cioccolata! Il cioccolato non è una cosa che noi
mangiamo perché ci faccia particolarmente bene. Però ci
dà un piacere... Può diventare una vera e propria forma di
dipendenza, come quella per la nicotina o per certe droghe, proprio perché va a stimolare questi centri, anche se
ciò non vuol dire che il nostro gusto per il cioccolato si sia
evoluto proprio per quello...
ché trovo che sia un modo piuttosto scorretto di vedere
lo sviluppo delle nostre personalità. Penso che la cosa
più importante da sviluppare non sia l’intelligenza, ma la
felicità. Poi la felicità si raggiunge anche con
l’intelligenza, ma vuol dire fare le cose che ci piace fare,
nel modo in cui le condizioni che ci circondano ce lo
permettono, senza danneggiare gli altri. Se poi vi piace la
musica, come piace a me, avanti! Se vi piace il calcio...
perché no? Non danneggiate gli altri, le condizioni di
contorno ve lo permettono... credo sia questo il nostro
obiettivo, più o meno, nella vita...
Giulia
E come si chiama questa zona del cervello?
È quello che si chiama sistema limbico. È proprio un sistema, poiché è costituito di tanti pezzi che non è facile
andare a vedere come e dove siano situati.
Anna
Come mai gli uomini fanno musica e gli animali no?
Beh... Lo sai che se noi fossimo una scuola di corvi, e
io fossi un giornalista corvo, la domanda che il corvo Anna potrebbe fare sarebbe: “Come mai gli uomini non sanno, a due anni di distanza, trovare le ghiande in un bosco?
(ciò che per il corvo è la cosa più normale di questa terra,
mentre per gli esseri umani è difficilissimo, impensabile:
io per esempio non so neanche trovare dove ho messo lo
spazzolino da denti!).
Noi facciamo musica perché siamo umani, e non facciamo tante altre cose perché siamo umani.
È una caratteristica del nostro cervello - di noi che
siamo umani e che abbiamo la scienza, che è una cosa
umana - il fatto che sia plastico.
Non che il cervello degli altri animali non lo sia. Il nostro cervello sa fare un sacco di cose, come questa, ma non
ne sa fare tante altre.
Ed è molto ingiusto, e molto miope, anche (perché ci
impedisce di vedere molte cose, anche nel nostro quotidiano) continuare a usare le nostre categorie e esportarle
con violenza oltre la nostra specie.
È un po’ quello che facciamo quando ci aspettiamo
che tutti gli uomini siano uguali, e poi scopriamo che c’è
qualcuno che si discosta dalla norma ma non fa danno né
a se stesso né agli altri, anzi, porta un po’ di fantasia e di
colore al mondo.
Edoardo
Ma gli animali riconoscono la musica in quanto tale
o la riconoscono come qualcos’altro?
Noi non potremo mai saperla, la risposta.
Cos’è che noi definiamo “musica”? Il problema – che
ho fatto finta di non considerare – è quello molto grosso
della definizione che noi dobbiamo dare alle parole. Per
fare lo stesso tipo di studio, scientifico, di qualsiasi cosa si
stia parlando, dobbiamo definire le cose nello stesso modo. Se noi facciamo uno studio sull’ipertensione, che è la
pressione alta del sangue, dobbiamo essere d’accordo su
cosa definiamo ipertensione.
Allora: se per musica intendi i suoni messi insieme in
una maniera che a noi risultano gradevoli, anche soltanto
gradevoli e niente affatto utili a qualche scopo, io direi che
no, gli animali non la riconoscono come musica... Sono
anche abbastanza infastiditi da quella che noi definiamo
musica.
Dopo di che i nostri animali, gli animali con cui cresciamo - cani, gatti - sanno riconoscere le nostre emozioni:
generalmente sono contenti quando siamo contenti anche
noi. Sono molto bravi a mettersi in comunicazione con noi,
per cui probabilmente, imparano a capire che quella è una
cosa che vuol dire,,, “serenità”? E allora anche a loro dà serenità!
L’animale selvaggio non utilizza la musica come la utilizziamo noi. La nostra musica è, appunto, nostra: della nostra specie, non è detto che a loro dica granché. Del resto
gli uccellini la utilizzano in maniera più simile a come noi
utilizziamo le parole...
Giulia
Vorrei sapere se durante gli esperimenti coi bambini,
quando essi ascoltano una musica, si attivano la zona del
cervello dove hanno sede le emozioni.
Sì: brava!
Anche se non avviene in tutti noi, perché in realtà non
tutti gli uomini hanno lo stesso rapporto felice con la musica, negli esperimenti con i bambini quella parte si attivava, ed è quella parte antica di cervello che ci dà piacere e
ci incoraggia a fare le cose che fanno molto bene a noi e
fanno molto bene alla specie.
Anche questo è un elemento che ci porta un po’ più
lontani dalle cose di cui parlavamo. Per carità: quella
Alessio
Perché la musica ci può far cambiare emozioni?
Ottima domanda: questa non è una cosa da poco.
Se vai al supermercato e la musica non ti piace, sai che
compri molto meno?
8 maggiori sono associate a melodie più felici, le scale minori, siccome le troviamo inconcludenti, ci sembra che ci
lascino un po’ di tristezza; le musiche più veloci sono più
allegre, più vivaci, le musiche più lente sono più tristi.
Questa è una schematizzazione che funziona quasi per
tutte le culture, funziona molto bene per noi, e quindi noi
le applichiamo a tutto quanto.
Però, a proposito di questa cosa della cultura e delle
emozioni, è abbastanza famoso l’aneddoto di quando, negli anni ’60, andava di moda la musica indiana e i nostri
genitori facevano i raffinati ascoltando questa musica che
in realtà non capivano. Ebbene, ci fu un concerto molto
importante con un musicista che suonava il sithar e si
chiamava Ravi Shankar. Costui all’inizio faceva quello che
fanno tutti i musicisti: accordava lo strumento.
Bene, come finisce di accordare il Sithar, tutti quanto
giù ad applaudire, come degli scemi, senza neanche chiedersi cosa avesse fatto il musicista finora. Questo per dire
che non siamo tanto in grado di capire le cose con cui
non siamo cresciuti: forse ci vuole un po’ di umiltà, un
po’ d’intelligenza, un po’ di attenzione ...
Ravi Shankar concluse dicendo “Beh, se vi è piaciuta così
tanto l’accordatura, immagino quanto vi piacerà il seguito!”
Oppure: se vai al ristorante, e c’è la musica classica, e
sei in compagnia di una persona che ti piace, questa persona ti piace ancora di più! Se c’è una musica dozzinale,
un po’ volgare, ti senti un po’ in imbarazzo e te ne vai
prima... Tu vuoi passare per una persona chic e la musica
grossolana ti rovina l’incontro!
È una questione molto importante, perché effettivamente la musica modula le nostre emozioni, e questo si
può utilizzare a scopo commerciale. Non solo: le colonne
sonore funzionano così. Funzionano proprio sulla base del
fatto che siamo assolutamente d’accordo che una musica è
triste o no.
Sul perché: il perché è difficile dirlo!
Sicuramente c’è qualcosa di innato, qualcosa che è presente in noi fin dalla nascita, che ci fa sentire quella musica allegra o triste in maniera... “oggettiva”: è così, e non se
ne discute per niente. E poi c’è qualcosa di culturale: ci
sono musiche che ti suonano allegre perché...
Io trovo bellissime le musiche che sentivo quando facevo l’esame di maturità, perché erano le musiche di
un’epoca particolare della mia vita.
Poi un po’ di queste impressioni dipendono da come
siamo cresciuti. Per esempio nella nostra cultura le scale
Per concludere...
Ringraziamo davvero tantissimo la dottoressa Bencivelli per la chiarezza e la simpatia con cui ha saputo parlarci.
L’ultima cosa che ha detto mi ha ricordato il film di Alberto Sordi, “Vacanze intelligenti”. Un esempio uguale e contrario, rispetto al
suo: Albertone e moglie pensavano che i musicisti stessero ancora accordando, al festival di musica contemporanea di Venezia, invece
erano nel bel mezzo del concerto. E giù tutti a zittirli, quei due che continuavano imperturbabili a chiacchierare del più e del meno!
Per concludere, prima di dare la parola al direttore dell’Ufficio Scolastico Provinciale dottor Domenico Martino, che salutiamo, una
piccola osservazione.
È vero che la scienza non potrà mai dirci che una musica è buona e l’altra è cattiva. Sarebbe troppo facile e perfino troppo comodo.
Ma come è la cultura - la conoscenza - che ci permette di distinguere quando si può applaudire e quando no, sono ancora la cultura,
la conoscenza, lo studio - cose che nella scuola dovrebbero circolare e diffondersi (e siamo qui proprio per questo!) – che ci permettono
di distinguere forme e funzioni, adeguatezza e inadeguatezza, bello e brutto. Come c’è una letteratura d’evasione e una letteratura
“alta”, c’è anche musica e musica. È la cultura che ci dà modo di riconoscerci come elementi di una società in cui certi valori, sicuramente mai assoluti e sempre in divenire, sono tuttavia costituitivi della nostra comune identità.
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Il cervello e l`iPod