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Nel mondo c’è quanto basta per le necessità
dell’uomo , ma non per la sua avidità
Gandhi
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LA FINE DELL’ISOLA DI PASQUA
In una manciata di secoli, la gente dell’Isola di Pasqua cancellò le proprie foreste, portò le proprie piante e i propri
animali all’estinzione e vide la propria complessa società cadere a spirale nel caos e nel cannibalismo. Stiamo per
seguire il loro esempio?
T
ra
i
più
frequenti
misteri
della
storia
umana ci sono quelli posti
dalla scompars a di intere
civiltà. La loro scomparsa ci
tocca come la scomparsa di
nessun
altro
animale,
neanche quella dei dinosauri,
potrà mai toccarci. Non
importa quanto quelle civiltà
sembrino esotiche, i loro
artefici erano umani come
noi. Chi ci dice che non
soccomberemo allo stesso
destino? Forse un giorno i
grattacieli di New York si
ergeranno abbandonati e
coperti di vegetazione, come i templi di Angkor e di Tikal. Tra tutte le civiltà
scomparse a questo modo, quella della antica società Polinesiana dell’Isola di Pasqua
rimane insuperata per mistero e isolamento. Il mistero nasce in particolar modo dalle
gigantesche statue di pietra dell’isola e dal suo paesaggio “esaurito”. L’Isola di
Pasqua, con una superficie di soli 166 km2 , è il più isolato pezzo di terra abitabile.
Esso si trova nell’Oceano Pacifico, oltre 3200 km ad ovest del continente più vicino (il
Sud America). La sua collocazione subtropicale e la sua latitudine — essendo 27° a
sud si trova approssimativamente tanto sotto all’equatore quanto Houston si trova
sopra di esso — contribuisce a dare un clima piuttosto temperato, mentre le sue
origini vulcaniche ne rendono fertile il suolo. In teoria, questo insieme di “benedizioni”
dovrebbe aver fatto dell’Isola di Pasqua un paradiso in miniatura, lontano dai problemi
che affliggono il resto del mondo. L’isola deriva il proprio nome dalla sua “scoperta” da
parte dell’esploratore danese Jacob Roggeveen, nella Pasqua (il 5 di aprile) del 1722.
La caratteristica più famosa dell’Isola di Pasqua è data dalle sue enormi statue di
pietra, più di 200 delle quali un tempo stavano ritte su massicce piattaforme di pietra
allineate lungo la costa. Almeno altre 700, in diversi stadi di completamento, erano
abbandonate in cave o su antiche strade tra le cave e la costa, come se gli scultori e
le squadre di trasporto avessero gettato a terra i propri attrezzi e avessero
abbandonato il lavoro. La maggior parte delle statue erette furono scolpite in una
singola cava e quindi trasportate in qualche modo per ben 10 km — a dispetto
dell’altezza, fino a 10 metri, e del peso, fino a 82 tonnellate. Le statue abbandonate,
invece, erano alte fino a 20 metri e pesavano fino a 270 tonnellate. Le piattaforme di
pietra erano altrettanto gigantesche: lunghe fino a 150 metri e alte fino a 3 metri, con
lastre di rivestimento pesanti fino a 10 tonnellate. Per almeno 30.000 anni prima
dell’arrivo degli uomini e durante i primi anni della colonizzazione polinesiana, l’Isola
di Pasqua non era per nulla un deserto. Invece, una foresta subtropicale di alberi e
arbusti legnosi torreggiava su un sottobosco di cespugli, piante erbacee, felci e erba.
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Nella foresta crescevano margherite arboree, l’hauhau produttore di corde e il
toromiro, che fornisce un legname da ardere compatto. L’albero più comune nella
foresta era una specie di palma ora assente sull’Isola di Pasqua, ma in precedenza
particolarmente abbondante. La palma dell’Isola di Pasqua era strettamente
imparentata con la tutt’ora esistente palma da vino del Cile, che cresce fino a 30 metri
di altezza e 2 metri di diametro. L’alto tronco privo di rami della palma dell’Isola di
Pasqua sarebbe stato ideale per trasportare e erigere statue e costruire grandi canoe.
La palma sarebbe anche stata una valida fonte di cibo, dal momento che l’equivalente
cileno fornisce noci commestibili così come linfa dalla quale i Cileni ottengono
zucchero, sciroppo, miele e vino. Molte prove ci permettono di immaginare l’isola sulla
quale sbarcarono i primi colonizzatori Polinesiani qualcosa come 1.600 anni fa, dopo
un lungo viaggio in canoa dalla Polinesia Orientale. Essi si ritrovarono in una paradiso
intatto. Cosa ne fu dopo? I grani di polline e le ossa ci forniscono una triste risposta. I
primi colonizzatori Polinesiani si ritrovarono su un’isola fornita di suolo fertile, cibo
abbondante, materiali da costruzione a piene mani e tutti i prerequisiti per una vita
confortevole. Essi prosperarono e si moltiplicarono. Dopo alcuni secoli, essi
cominciarono a erigere statue di pietra su piattaforme, come quelle che i loro antenati
polinesiani avevano scolpito. Col passare degli anni, le statue e le piattaforme
divennero sempre più grandi, e le statue cominciarono a ostentare una corona rossa
da dieci tonnellate — probabilmente in una spirale ascendente di rincorsa al primato,
quando i clan rivali cercavano di superarsi a vicenda mettendo in mostra ricchezza e
potere. Alla fine la popolazione in crescita dell’Isola di Pasqua stava tagliando la
foresta più rapidamente di quanto la foresta stessa fosse in grado di rigenerarsi.
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La gente usava i terreni per i giardini e il legname
come combustibile, per la costruzione di canoe e
edifici — e, ovviamente, per trascinare statue. Non
appena la foresta scomparve, gli isolani rimasero
senza legname e senza corde per trasportare ed
erigere le proprie statue. La vita divenne più
disagevole — le sorgenti e i torrenti si prosciugarono,
e la legna non era più disponibile per accendere
fuochi. La gente trovò anche più difficile riempirsi lo
stomaco, dal momento che gli uccelli terrestri, le
grandi conchiglie di mare e molti uccelli marini
scomparvero. Poiché il legname per costruire canoe
per la navigazione in mare non era più disponibile, la
pesca declinò e le focene sparirono dalla tavola. Anche i raccolti declinarono, dal
momento che la deforestazione permise che il suolo venisse eroso dalla pioggia e dal
vento, seccato dal sole e le sue sostanze nutritive dilavate. L’intensificata produzione
di polli e il cannibalismo rimpiazzarono solo parte di quelle perdite di generi
alimentari. Alcune statuette con guance incavate e costole visibili che si sono
conservate suggeriscono che la gente aveva fame. Con la scomparsa della
sovrabbondanza di cibo, l’Isola di Pasqua non poté più nutrire i capi, i burocrati e i
preti che avevano mantenuto in funzione una società complessa. Gli isolani ancora in
vita descrissero ai primi visitatori europei come il caos locale rimpiazzò il governo
centrale e una classe di guerrieri prese il sopravvento sui capi ereditari. Le punte di
pietra di lance e pugnali, fabbricate dai guerrieri durante l’epoca della loro maggiore
prosperità nel ‘600 e nel ‘700, sono ancora sparse sul terreno dell’Isola di Pasqua
oggi. Verso il 1700, la popolazione cominciò a crollare verso una quantità compresa
tra un quarto e un decimo del suo numero precedente. La gente cominciò a vivere in
caverne per proteggersi contro i nemici. Verso il 1770 i clan rivali cominciarono a
rovesciarsi le statue a vicenda, demolendo le teste. Entro il 1864 l’ultima statua era
stata abbattuta e profanata. Gradualmente gli alberi divennero meno numerosi, più
piccoli e meno importanti. Nel momento in cui l’ultima palma fruttifera adulta venne
tagliata, le palme avevano da tempo cessato di avere un qualche significato
economico. Questo fatto lasciò solo palme sempre più piccole da tagliare ogni anno,
insieme ad altri arbusti e alberelli residui. Nessuno avrebbe notato la caduta
dell’ultima piccola palma. A questo punto il significato della storia dell’Isola di Pasqua
per noi dovrebbe essere freddamente ovvio. L’Isola di Pasqua è la Terra in piccolo.
Oggi, di nuovo, una popolazione crescente si confronta con la riduzione delle risorse.
Anche noi non abbiamo una valvola migratoria, poiché tutte le società umane sono
interconnesse per mezzo di trasporti internazionali, e noi non possiamo fuggire nello
spazio più di quanto gli isolani di Pasqua potessero fuggire nell’oceano. Se
continuiamo a seguire il percorso attuale, ci ritroveremo ad avere esaurito le più
grandi riserve di pesca del mondo, le foreste tropicali, i combustibili fossili e gran
parte del nostro suolo. Se migliaia di semplici isolani dell’Isola di Pasqua con i loro soli
attrezzi in pietra e la sola forza dei propri muscoli riuscirono a distruggere la propria
società, come possono miliardi di persone con attrezzi in metallo e potenti macchine
fallire nel fare di peggio? Ma c’è una sostanziale differenza. Gli isolani dell’Isola di
Pasqua non avevano libri, né storie di altre società condannate. A differenza di quegli
isolani, noi abbiamo storie del passato — informazioni che possono salvarci.
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L’ACQUA : UNA RISORSA PREZIOSA
"Se, nei prossimi dieci o quindici anni, non vedrà concertata nessuna azione volta a garantire la fornitura
dell’acqua in un quadro mondiale efficace di regolamentazione politica, economica, giuridica e socioculturale, il suo
dominio provocherà innumerevoli conflitti territoriali e condurrà a rovinose battaglie economiche, industriali e
commerciali"
E
’ quanto afferma Riccardo Petrella,
consigliere alla Commissione Europea,
professore all’Università Cattolica di
Lovanio e Presidente del Club di Lisbona, ed
è ciò che già si sta verificando in diverse
parti del mondo. L’acqua è destinata a
rivestire un’importanza sempre più
rilevante nei rapporti tra gli Stati, con il
rischio di dare origine a violenti
conflitti. Anche se la superficie terrestre è
coperta per il 71% di acqua, questa è
costituita per il 97,5% da acqua salata.
L’acqua dolce è per il 68,9% contenuta in
ghiacciai e nevi perenni, per il 29,9% nel
sottosuolo e solo lo 0,3% è localizzata in fiumi e laghi, e quindi potenzialmente
disponibile. Tale quantità corrisponde allo 0,008% dell’acqua totale del pianeta. Si
tratta di un quantitativo irrisorio distribuito in modo ineguale sulla superficie terrestre.
La maggior parte di essa, infatti, è concentrata in alcuni bacini in Siberia, nella regione
dei grandi laghi in Nord America, nei laghi Tanganika, Vittoria e Malawi in Africa,
mentre il 27% è costituita dai cinque più grandi sistemi fluviali: il Rio delle Amazzoni,
il Gange con il Bramaputra, il Congo, lo Yangtze e l’Orinoco.Nel mondo, un miliardo e
400 milioni di persone del pianeta non hanno accesso all’acqua potabile. Il rischio è
grande che nell’anno 2025, quando la popolazione supererà gli 8 miliardi di esseri
umani, il numero delle persone senza accesso all’acqua potabile aumenti a più di 3
miliardi. In media ogni abitante del pianeta consuma oggi il doppio di acqua rispetto
all’inizio del 1900, e globalmente, il consumo mondiale di acqua è circa decuplicato
solo nell’arco di un secolo. Negli ultimi cinquant’anni la disponibilità d’acqua è
diminuita di tre quarti in Africa e di due terzi in Asia. Secondo le stime della FAO a
partire dal 2000 almeno 30 paesi dovranno far fronte a crisi idriche croniche. E’
chiaro, quindi, che la principale fonte di vita dell’umanità si sta trasformando in una
risorsa strategica vitale .Oggi la domanda di acqua è in forte crescita, mentre la
disponibilità diminuisce ,poiché parte delle acque utilizzabili risultano inquinate. Il
valore crescente dell'acqua, le preoccupazioni concernenti la qualità e la quantità di
approvvigionamenti, oltre che le possibilità di accesso, accordate o rifiutate, stanno
avvicinando l'acqua al petrolio e a certe ricchezze minerali in quanto risorsa
strategica. La sua rarità e il suo valore crescente porteranno sempre più a delle
politiche dell'acqua e a conflitti internazionali che potranno attribuire ai diritti su
quest'ultima un'importanza di primo piano. Le risorse d’acqua sono distribuite in modo
ineguale. Questo non significa che deve esserci anche ineguaglianza nell’accesso
all’acqua fra le persone, le comunità e le regioni. Inoltre, l’ineguaglianza nella
distribuzione dell’acqua e della ricchezza finanziaria non significa che le persone ricche
d’acqua e ricche economicamente possano farne l’uso che vogliono, anche venderla (o
comprarla) all’esterno per derivarne il massimo profitto. L’acqua è "res publica".
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INQUINAMENTO DELL’ACQUA
Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2008
L
a contaminazione dell’acqua è causata dall’immissione di sostanze quali prodotti
chimici e scarichi industriali e urbani, che ne alterano la qualità
compromettendone gli abituali usi. Alcuni dei principali inquinanti idrici sono: le
acque di scarico contenenti materiali organici che per decomporsi assorbono grandi
quantità di ossigeno; parassiti e batteri; i fertilizzanti e tutte le sostanze che
favoriscono una crescita eccessiva di alghe e piante acquatiche; i pesticidi e svariate
sostanze chimiche organiche (residui industriali, tensioattivi contenuti nei detersivi,
sottoprodotti della decomposizione dei composti organici); il petrolio e i suoi derivati;
metalli, sali minerali e composti chimici inorganici; sabbie e detriti dilavati dai terreni
agricoli, dai suoli spogli di vegetazione, da cave, sedi stradali e cantieri; sostanze o
scorie radioattive provenienti dalle miniere di uranio e torio e dagli impianti di
trasformazione di questi metalli, dalle centrali nucleari, dalle industrie e dai laboratori
medici e di ricerca che fanno uso di materiali radioattivi. Anche il calore liberato nei
fiumi dagli impianti industriali e dalle centrali elettriche attraverso le acque di
raffreddamento può essere considerato un inquinante, in quanto provoca alterazioni
della temperatura che possono compromettere l’equilibrio ecologico degli ecosistemi
acquatici e causare la morte degli organismi meno resistenti, accrescere la sensibilità
di tutti gli organismi alle sostanze tossiche, ridurre la capacità di autodepurazione
delle acque, aumentare la solubilità delle sostanze tossiche e favorire lo sviluppo di
parassiti.
Le sostanze contaminanti contenute nell’acqua inquinata possono provocare
innumerevoli danni alla salute dell’uomo e all’equilibrio degli ecosistemi. La presenza
di nitrati (sali dell’acido nitrico) nell’acqua potabile, ad esempio, provoca una
particolare condizione patologica nei bambini che in alcuni casi può condurre alla
morte. Il cadmio presente in certi fanghi usati come fertilizzanti può essere assorbito
dalle colture e giungere all’uomo attraverso le reti alimentari; se assunto in dosi
elevate, può provocare forti diarree e danneggiare fegato e reni. Tra gli inquinanti più
nocivi per l’uomo vi sono alcuni metalli pesanti, come il mercurio, l’arsenico, il piombo
e il cromo.
Gli ecosistemi lacustri sono particolarmente sensibili all’inquinamento. L’eccessivo
apporto di fertilizzanti dilavati dai terreni agricoli può avviare un processo di
eutrofizzazione, cioè di crescita smodata della flora acquatica. La grande quantità di
alghe e di piante acquatiche che si viene a formare deturpa il paesaggio, ma
soprattutto, quando si decompone, consuma l’ossigeno disciolto nell’acqua, rende
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asfittici gli strati più profondi del lago e produce odori sgradevoli. Sul fondo del bacino
si accumulano sedimenti di varia natura e nelle acque avvengono reazioni chimiche
che mutano l’equilibrio e la composizione dell’ecosistema (quando le acque sono molto
calcaree si ha, ad esempio, la precipitazione di carbonato di calcio). Un’altra fonte di
inquinamento idrico è costituita dalle cosiddette piogge acide, che hanno già
provocato la scomparsa di ogni forma di vita da molti laghi dell’Europa settentrionale
e orientale e del Nord America.
Gli inquinanti delle acque provengono soprattutto dagli scarichi urbani e industriali, dai
processi di percolazione, dai terreni agricoli e dalle aziende zootecniche.
Finora l’obiettivo primario dei programmi di smaltimento degli scarichi urbani è stato
quello di ridurre la concentrazione delle sostanze solide in sospensione, dei materiali
organici, dei composti inorganici disciolti (soprattutto quelli contenenti fosforo e azoto)
e dei batteri nocivi presenti nei liquami immessi negli impianti di depurazione, per
potere, poi, scaricare le acque depurate nell’ambiente. Da qualche tempo, tuttavia,
una maggiore attenzione viene rivolta anche al delicato problema del trattamento e
dello smaltimento dei fanghi che si producono nei processi di depurazione.
Gli scarichi industriali contengono una grande varietà di inquinanti e la loro
composizione varia a seconda del tipo di processo produttivo. Il loro impatto
sull’ambiente è complesso: spesso le sostanze tossiche contenute in questi scarichi
rinforzano reciprocamente i propri effetti dannosi e quindi il danno complessivo risulta
maggiore della somma dei singoli effetti. La concentrazione di inquinanti può essere
ridotta limitandone la produzione all’origine, sottoponendo il materiale a trattamento
preventivo prima di scaricarlo nella rete fognaria o depurando completamente gli
scarichi presso lo stesso impianto industriale, recuperando, eventualmente, le
sostanze che possono essere reintrodotte nei processi produttivi.
I fertilizzanti chimici usati in agricoltura e i liquami prodotti dagli allevamenti sono
ricchi di sostanze organiche (contenenti soprattutto azoto e fosforo) che, dilavate dalla
pioggia, vanno a riversarsi nelle falde acquifere o nei corpi idrici superficiali. A queste
sostanze si aggiungono spesso detriti più o meno grossolani che si depositano sul
fondo dei bacini. Pur contenendo spesso organismi patogeni, i liquami di origine
animale vengono scaricati a volte direttamente sul terreno e da qui sono trasportati
dall’acqua piovana nei fiumi, nei laghi e nelle falde sotterranee. L’inquinamento del
mare è dovuto alle immissioni accidentali o intenzionali di petrolio e oli combustibili,
all’apporto di sostanze inquinanti trasportate dai corsi d’acqua e agli scarichi degli
insediamenti costieri. Questi ultimi, in particolare, contengono ogni sorta di
contaminanti (metalli pesanti, sostanze chimiche tossiche, materiale radioattivo,
agenti patogeni) e spesso sono all’origine di epidemie di tifo, colera, salmonellosi e
altre malattie infettive. Gli inquinanti vengono trasportati dalle correnti marine lungo
le coste e in alto mare, a media e lunga distanza. Il petrolio e gli oli combustibili
riversati in mare formano sulla superficie dell’acqua pellicole oleose che, impedendo
l’assorbimento dell’ossigeno atmosferico, provocano morie di organismi marini. Nel
petrolio, inoltre, sono presenti anche idrocarburi aromatici che possono costituire un
grave pericolo per la salute dell’uomo, al quale giungono attraverso la catena
alimentare marina. La fonte dell’inquinamento, in questo caso, è data dai riversamenti
di grandi quantità di greggio dalle petroliere coinvolte in incidenti, dal deliberato
rilascio di piccole quantità di derivati del petrolio da navi di vario tipo e dalle perdite di
petrolio che si verificano nel corso delle operazioni di trivellazione presso le
piattaforme petrolifere marine. Si calcola che per ogni milione di tonnellate di petrolio
trasportate via mare, una tonnellata vada dispersa a causa di riversamenti di varia
natura, anche se il pericolo maggiore è rappresentato dagli incidenti che non di rado
interessano le superpetroliere
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L’ARIA
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
L
'aria secca al suolo è composta all'incirca per il 78% V/V di azoto, per il 21% V/V
di ossigeno e per l'1% V/V di argon, più altri componenti in quantità minori.
L'aria cosiddetta umida può contenere fino a un 7% di vapore acqueo; tale
percentuale dipende dal tasso di umidità relativa dell'aria e dalla temperatura ed è
limitata dalla pressione di vapore saturo dell'acqua. La massima percentuale
contenibile dipende dalla temperatura, varia da valori prossimi allo 0% a -40°, a circa
0,5% a 0°, al 5-7% intorno ai 40°.
Il tasso di diossido di carbonio risulta molto variabile negli ultimi tempi. In particolare
le attività umane (industria, inquinamento, combustione, deforestazione, ecc...)
hanno prodotto un grosso incremento di questa percentuale nell'ultimo secolo,
passata da circa 280 ppm nel 1900 a 315 ppm nel 1970 fino a 350 ppm (0.035%)
negli ultimi anni. La concentrazione di tale componente sembra essere (insieme a
quella del metano ed altri gas) uno dei responsabili principali dell'effetto serra.
Infine, la composizione e la pressione dell'aria cambiano fortemente con l'altitudine.
Composizione dell'aria secca
Nome
Formula Proporzione o frazione molecolare Per cento in peso
Azoto
N2
78,08 %
75,37 %
Ossigeno
O2
20,95 %
23,1 %
Argon
Ar
0,934 %
1,41 %
Diossido di carbonio CO2
da 330 a 350 ppm
Neon
Ne
18,18 ppm
Elio
He
5,24 ppm
Monossido di azoto
NO
5 ppm
Kripton
Kr
1,14 ppm
Metano
CH4
1 / 2 ppm
Idrogeno
H2
0,5 ppm
Ossido di diazoto
N2O
0,5 ppm
Xeno
Xe
0,087 ppm
Diossido di azoto
NO2
0,02 ppm
Ozono
O3
da 0 a 0,01 ppm
Radon
Rn
6,0×10-14 ppm
Nota: 1 ppm (parte per milione) = 0,0001 %
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INQUINAMENTO ATMOSFERICO
Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2008
L
a contaminazione dell’aria ha luogo per
immissione di sostanze gassose, liquide o
solide che ne alterano la naturale
composizione. Queste sostanze sono nocive per
la salute dei viventi, provocando effetti tossici
acuti a breve termine o cronici a medio e lungo
termine; possono alterare il clima terrestre;
corrodono
materiali
da
costruzione
e
monumenti;
possono
essere
sgradevoli
all’olfatto e rendere malsani gli ambienti.
La concentrazione nell’atmosfera delle sostanze
inquinanti è misurata in microgrammi per m³
d’aria o, nel caso degli inquinanti gassosi, in
parti per milione (ppm), ovvero in numero di
molecole di inquinante per milione di molecole
d’aria.
Si distinguono sorgenti di inquinamento naturali e antropiche. Infatti, sebbene l’idea
stessa di “inquinamento” sia solitamente associata agli effetti delle attività umane, va
ricordato che composti virtualmente contaminanti derivano anche da fenomeni
naturali. In quest’ultimo caso, tuttavia, le modificazioni ambientali possono essere in
una certa misura riequilibrate dalla capacità dell’ambiente di tamponare le variazioni.
Le attività umane, invece, hanno spesso effetti a lungo termine meno prevedibili e
possono generare modificazioni irreversibili: le sostanze inquinanti prodotte dall’uomo
spesso vengono immesse nell’ambiente in quantità ingenti e in tempi relativamente
brevi.
Generalmente, le sostanze inquinanti si disperdono nell’aria “diluendosi”. Il loro grado
di concentrazione dipende da fattori quali le condizioni climatiche e meteorologiche, la
temperatura, la velocità dei venti, lo spostamento dei grandi sistemi di alta o bassa
pressione e la topografia locale. Normalmente, salendo in quota a partire dal livello
del mare la temperatura diminuisce. Tuttavia, quando uno strato di aria fredda si
incunea al di sotto di uno strato di aria calda si ha una situazione di inversione termica
e l’aria fredda, essendo impossibilitata a salire, ristagna in prossimità della superficie.
In questo modo viene ostacolata la dispersione delle sostanze inquinanti, la cui
concentrazione, in periodi prolungati di alta pressione associata all’assenza di venti,
può aumentare fino a livelli pericolosi per la salute.
Nelle aree fortemente industrializzate o urbanizzate possono essere sufficienti tre
giorni consecutivi di alta pressione stazionaria per far salire la concentrazione delle
sostanze nocive oltre la soglia di allarme. Nel 1948 a Donora, in Pennsylvania, a causa
di un’inversione termica la concentrazione degli inquinanti nell’aria crebbe a tal punto
che più di 6000 persone accusarono disturbi all’apparato respiratorio e 20 addirittura
morirono. A Londra l’eccessivo inquinamento atmosferico causò la morte di 3500-4000
persone nel 1952 e di altre 700 nel 1962.
Tra i casi di contaminazione dell’aria con sostanze tossiche, se ne ricordano alcuni in
modo particolare, per le tragiche conseguenze sulla popolazione e sull’ambiente. Il 10
luglio 1976 la città di Seveso, e alcuni paesi limitrofi della Brianza, furono contaminati
da una nube di diossina sollevatasi dopo l’esplosione dello stabilimento chimico.
Simbolo di quell’incidente (segnato dall’evacuazione della popolazione, da lunghe e
10
costose operazioni di bonifica dei terreni e da effetti sulla salute ancora oggi in fase di
studio) fu l’immagine di bambini con il volto deturpato dalla cloracne (formazione di
pustole di difficile cicatrizzazione).
La gravità dell’accaduto e le polemiche che ne seguirono sancirono la necessità di
stabilire una normativa adeguata in materia di sicurezza degli impianti chimici, valida
a livello europeo. L’emissione di sostanze inquinanti nell’atmosfera può essere ridotta
mediante particolari tecnologie. Una prima soluzione può essere quella di rivolgersi a
fonti alternative di energia, come quella solare ed eolica. Il livello degli inquinanti
contenuti nei gas di scarico delle automobili può essere ridotto facendo in modo che i
carburanti vengano bruciati completamente e dotando i veicoli di marmitte capaci di
trasformare i gas di scarico in miscele di sostanze meno inquinanti. L’Unione Europea
ha emanato vari provvedimenti in tal senso, per adeguare i veicoli a nuovi standard;
in particolare, tutte le automobili immatricolate a partire dal 1° gennaio 2006 devono
avere il dispositivo Euro4, che consente di mantenere le emissioni inquinanti entro i
valori fissati dalla normativa comunitaria.
Inoltre, al carburante diesel e alla
benzina possono essere preferiti il gas
GPL e il gas naturale compresso GNC,
che hanno prodotti di combustione
meno nocivi e sviluppano assai meno
monossido di carbonio; in alcuni paesi
è già diffuso l’uso di biocombustibili
come l’etanolo per autotrazione, e
anche in Italia si comincia a discutere
con maggiore attenzione sull’adozione
di
questo
carburante.
Il
futuro
“ecologico” dei veicoli sembra risiedere
nel motore a idrogeno ma, al di là di
alcuni prototipi, questa opzione non è ancora disponibile sul mercato.
Le polveri emesse dagli impianti industriali possono essere filtrate e trattenute da
speciali depuratori (vedi Filtro elettrostatico); gli inquinanti contenuti nei fumi e nelle
emissioni gassose possono essere abbattuti mediante il lavaggio con sostanze liquide
o solide, o inceneriti e ridotti in sostanze quasi inerti
In molti paesi si è già provveduto a valutare a quali concentrazioni determinate
sostanze possano provocare danni alla salute e a fissare, quindi, valori soglia che non
devono essere superati. Per quanto riguarda le emissioni di inquinanti, sono state
varate, inoltre, normative che ne fissano i limiti massimi ammissibili. Dato che
l’inquinamento atmosferico, evidentemente, non rispetta i confini tra uno Stato e
l’altro, esso può essere affrontato solo adottando piani d’azione internazionali.
Due trattati, in particolare, sono considerati di particolare importanza nell’ambito della
gestione dell’inquinamento atmosferico. Nel 1987, a Montréal, 35 paesi siglarono il
trattato noto come “Protocollo di Montréal” sulla protezione dell’ozonosfera, con il
quale si sono impegnati a ridurre gradualmente la produzione e l’uso dei principali
clorofluorocarburi (ponendosi come obiettivo una riduzione del 50% entro il 1998). Il
protocollo fu rinegoziato a Londra nel 1990 ed è in vigore nei paesi dell’Unione
Europea dal gennaio 1991.
Dieci anni dopo Montréal, nel 1997, fu la volta del “Protocollo di Kyoto”, che
sanciva l’impegno dei paesi firmatari a ridurre le proprie emissioni entro determinati
valori entro il 2008-2012. Di fatto, la ratifica e l’attuazione nei singoli paesi del
trattato internazionale si è presentata irta di ostacoli; oggi molti esponenti della
comunità scientifica ritengono di difficile realizzazione il raggiungimento dei suoi
obiettivi.
11
IL SUOLO
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera
P
er suolo si intende lo
strato
superficiale
che
ricopre la crosta terrestre,
derivante dall'alterazione di un
substrato roccioso, chiamato
roccia
madre,
per
azione
chimica,
fisica
e
biologica
esercitata da tutti gli agenti
superficiali e dagli organismi
presenti in o su di esso. Esso
rappresenta
una
risorsa
naturale
importante
perché
consente
la
crescita
della
vegetazione spontanea e di
conseguenza un ambiente ricco
e vario dove vivono molte
forme di vita, principalmente
microrganismi e insetti. Qui,
grazie alla presenza di una
microflora e microfauna, si
completano i cicli dell’azoto, del carbonio e del fosforo che sono fondamentali per tutti
gli esseri viventi. Il suolo è anche una fonte di cibo perché permette la crescita delle
colture agricole e l’allevamento del bestiame; inoltre fornisce il legname che viene
usato da una parte della popolazione terrestre come combustibile. Il suolo è costituito
da particelle solide, acqua e aria miscelate tra loro. Le particelle solide possono avere
natura inorganica od organica. I costituenti inorganici sono in massima parte dei
minerali: silicati, ossidi e idrossidi di ferro, alluminio, manganese, ecc., che secondo la
loro dimensione si classificano in scheletro e terra fina, a sua volta suddivisa in sabbia,
limo ed argilla. Questi derivano dall’alterazione della roccia in materiale più piccolo e
incoerente che si accumula a formare i depositi superficiali. L’accumulo del materiale
incoerente può avvenire nel luogo dove è stata disgregata la roccia o in altri luoghi se
viene trasportato dai fiumi, dal vento, dai ghiacciai e dalla forza di gravità. Dai
processi di degradazione cui vanno incontro i residui di vegetali (foglie, frutti, rami
secchi o intere piante) ed animali morti deriva, invece,La frazione organica del suolo. I
composti organici possono mantenersi inalterati per lunghi periodi (composti nonumici) o andare incontro a profonde e veloci trasformazioni della loro struttura chimica
originaria (composti umici o humus).L'acqua e l'aria occupano gli spazi liberi tra le
particelle solide (pori), collegati fra loro a formare una fitta ed estesa rete che rende
possibile il movimento dell'acqua nel suolo. Il suolo può comprendere sia sedimenti sia
regolite.Il suolo è composto da una parte solida (componente organica e componente
minerale), una parte liquida e da una parte gassosa. Un suolo si origina
dall'alterazione, per via fisica, chimica e biologica (detta, in inglese, weathering) di un
substrato pedogenetico, vale a dire un accumulo di materiale disgregato e
inconsolidato derivante da alterazione di qualche tipo di roccia; solo raramente un
suolo si sviluppa direttamente da roccia in posto (come è il caso, ad esempio di alcuni
suoli sviluppatisi direttamente su marne). Ad un certo punto del cammino di
formazione di un suolo compare anche la frazione organica, originata dal lento
accumularsi di resti organici (animali, piante, funghi, batteri), una parte dei quali
12
viene complessata (attraverso l'attività dei microrganismi) fino ad essere trasformata
in composti resistenti alla degradazione (humus).Il percorso di formazione di un suolo
varia moltissimo in dipendenza dell'ambiente in cui si trova a svilupparsi, le cui
caratteristiche dipendono dall'intensità di alcuni, ben definiti, fattori pedogenetici:
•
•
•
•
•
il clima;
la topografia;
la componente biotica;
la roccia madre;
il tempo.
Il livello di espressione di questi fattori di pedogenesi determina varie successioni di
eventi aventi luogo in un suolo o che hanno effetti su di esso; queste successioni di
eventi vengono chiamati processi pedogenetici.Con il termine di degradazione dei
suoli si intendono dei processi degenerativi che si traducono nella scomparsa di un
suolo o nella sua perdita di capacità di fungere da substrato per le comunità biologiche
che normalmente vi si sviluppano. La degradazione dei suoli è generalmente accostata
a errati utilizzi da parte dell'uomo; tuttavia, esistono dei casi di degradazione del suolo
anche in condizioni perfettamente naturali.
Le modalità di degradazione dei suoli possono ricondursi a tre tipologie:
•
•
•
erosione
salinizzazione
urbanizzazione
Lo spessore del suolo dipende dalla pendenza del
terreno. Se il terreno è in pendenza i detriti di
roccia non si accumulano sul posto perché, per
azione della forza di gravità, rotolano verso il basso.
Se il terreno è molto ripido, il suolo è del tutto
assente come si può osservare sulle pareti rocciose
in montagna. Il fattore più attivo nella genesi del
suolo è indubbiamente il clima: gli elementi
maggiormente coinvolti sono l'intensità e la
frequenz a
delle
piogge,
l'evaporazione,
la
temperatura ed i venti. Senza l'acqua delle precipitazioni le attività chimiche e
biologiche non sono possibili. Infatti, l'acqua discioglie una parte dei sali minerali
contenuti nel suolo: questi possono reagire fra di loro dando origine a composti
assimilabili da piante e animali. Tuttavia un eccesso di pioggia può filtrare i sali e
allontanarli durante lo scorrimento (lisciviazione), impoverendo il suolo stesso. Così,
ad esempio, nei climi caldi dove le precipitazioni sono particolarmente intense (come
nelle zone equatoriali), molti sali ed elementi nutritivi (come l'azoto, il calcio, il sodio,
il potassio, ecc.) vengono rimossi e il suolo diventa meno fertile. Viceversa nei climi
aridi la poca acqua contenuta nel suolo evapora portando in superficie i sali disciolti: il
suolo è altrettanto poco fertile ma perché è diventato troppo salino. La temperatura
può agire in diversi modi: in genere l'attività chimica e biologica è favorita dalle alte
temperature, mentre è ridotta dal freddo e cessa quando l'acqua del suolo è gelata.
Così nei suoli tropicali il materiale organico ed inorganico è del tutto alterato
chimicamente, mentre nei suoli gelati della tundra esso si presenta frantumato, ma
solo meccanicamente; difatti l'acqua penetra nelle fessure delle rocce, trasformandosi
in ghiaccio, aumenta di volume e le frantuma. Anche il vento interviene attivamente
nel processo pedogenetico: esso può incrementare l'evaporazione, e, nelle regioni
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aride che mancano di una copertura vegetale, può sollevare e trasportare per lunghe
distanze la parte superficiale del suolo (erosione eolica), che si va poi ad accumulare
in zone diverse da quella di origine. Il suolo è parte importante del paesaggio e
contribuisce a determinare il modo in cui la vegetazione naturale, le coltivazioni e gli
insediamenti umani si distribuiscono sul territorio. Ma l'importanza del suolo risiede
soprattutto nella sua duplice funzione di riserva degli elementi nutritivi e dell'acqua e
di supporto meccanico (come farebbero a stare in piedi le piante se non avessero il
suolo in cui affondare le radici?) per la vegetazione, consentendo la formazione di
boschi, foreste ed aree protette. L'osservazione diretta ci consente di riconoscere
l'effetto fondamentale della presenza del suolo: se facciamo un'escursione in
montagna o in campagna possiamo vedere che accanto ad affioramenti di roccia nuda,
sui quali difficilmente attecchiscono le piante, si estendono zone più o meno ampie in
cui le rocce sono ricoperte da una coltre di suolo. È proprio su questo terreno che si
sviluppa la vegetazione spontanea o si piantano le colture agricole. Il suolo, inoltre,
riveste un ruolo di fondamentale importanza per l'uomo e gli altri organismi viventi
poiché influenza la composizione delle acque. Infatti, la qualità delle riserve idriche
sotterranee dipende dal destino dei prodotti inquinanti, inorganici ed organici,
provenienti dalle attività agricole, industriali o dalle città e che finiscono nel suolo.
Diverse proprietà chimiche e fisiche del suolo agiscono sulla concentrazione e sulla
permanenza dei singoli composti inquinanti nel terreno, e quindi sulla probabilità che
essi entrino in contatto con le falde acquifere superficiali contaminandole. Il suolo può
avere un grande valore per l'uomo anche se è lasciato indisturbato e mantenuto nelle
sue condizioni naturali. E' il caso delle aree protette (parchi e oasi): la sopravvivenza
dei delicati ecosistemi di queste zone dipende anche e soprattutto dal fatto che il suolo
si mantenga in buono stato e non subisca modificazioni da parte dell'uomo. Ad
esempio, un tempo l'uomo considerava le zone umide come aree malsane da
bonificare e destinare all'agricoltura. Oggi le zone umide sono considerate ecosistemi
importanti e fragilissimi, la cui sopravvivenza può essere assicurata solo mediante
un'azione attenta di mantenimento delle condizioni particolari del suolo. L’agricoltura è
quella che determina una trasformazione del suolo maggiore e costituisce la forma più
imponente di sfruttamento delle risorse rinnovabili (acqua, suolo, flora, fauna e
atmosfera) del nostro pianeta. Essa rappresenta, infatti, l'attività produttiva
principale, addirittura quasi esclusiva, di moltissimi paesi in particolare di quelli delle
regioni tropicali e subtropicali. L'agricoltura utilizza il terreno per ottenere alimenti
(frutta, verdura, radici e altri parti di piante che costituiscono il nutrimento quotidiano
di base per più di nove decimi dell'umanità), fibre ed altri beni utili all'uomo. Praticata
a quasi tutte le latitudini, si presenta in forme estremamente varie: da quella primitiva
a scarso reddito delle zone più povere della Terra (Africa, Asia e America
centromeridionale), a quella moderna, ad elevata produttività per unità di superficie,
delle regioni temperate (Europa e Nord America). Nel corso degli ultimi anni, per far
fronte alle esigenze alimentari della popolazione mondiale in crescita (senza però
poter ampliare la superficie dei terreni coltivabili perché non produttivi o perché
occupati dalle città), l'agricoltura ha subito una vera e propria rivoluzione. Essa è
diventata intensiva, cioè ad alta produzione per unità di superficie, e specializzata,
ossia rivolta verso la coltivazione di poche colture selezionate e migliorate per essere
più produttive o qualitativamente migliori. Tutto ciò è stato conseguito grazie al
progresso delle tecniche e delle tecnologie agronomiche, all'introduzione di sistemi di
irrigazione sempre più efficienti ed al crescente uso di fertilizzanti chimici e di
fitofarmaci di facile impiego ed economicamente convenienti, anche se in alcuni casi
inquinanti.
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L'INQUINAMENTO DEL SUOLO
L'inquinamento del suolo è un fenomeno di alterazione della composizione chimica
naturale del suolo causato dall'attività umana. Fra le sue cause principali si contano:
•
•
•
•
•
•
•
•
rifiuti non biodegradabili
acque di scarico
prodotti fitosanitari
fertilizzanti
idrocarburi
diossine
metalli pesanti
solventi organici
Questo tipo di inquinamento porta all'alterazione dell'equilibrio chimico-fisico e
biologico del suolo, lo predispone all'erosione e agli smottamenti e può comportare
l'ingresso di sostanze dannose nella catena alimentare fino all'uomo. Le sostanze che
raggiungono le falde acquifere sotterranee, inoltre, possono danneggiare il loro
delicato equilibrio. Le interferenze con queste ultime possono manifestarsi e, di
conseguenza, causare alterazioni pericolose nelle acque potabili, e quindi in quelle
utilizzabili dall'uomo. I maggiori effetti sulla salute sono legati al contatto diretto delle
persone con zone di terra contaminata e particolarmente frequentata. Di rilievo
tossicologico sono l'assunzione di acqua contaminata, l'ingresso di tossici nella catena
alimentare (ad esempio tramite gli animali che hanno pascolato su un terreno
inquinato o il consumo di ortaggi) e l'inalazione di composti vaporizzati. Esiste
un'ampia gamma di effetti sulla salute, acuti e soprattutto cronici, che possono
manifestarsi a livello clinico; l'entità del danno biologico è legata a diverse variabili,
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tra le quali: natura chimica del contaminante, modalità di esposizione, quantità di
contaminante presente, durata dell'esposizione, fattori genetici individuali. Il cromo e
diversi prodotti fitosanitari sono cancerogeni. Il piombo è particolarmente pericoloso
per i bambini piccoli, nei quali c'è un alto rischio di sviluppare danni cerebrali e al
sistema nervoso, mentre più in generale il rischio è legato a danni renali. Anche
mercurio e ciclodieni sono noti per indurre una maggiore incidenza di danno renale,
talvolta ir reversibile. Le diossine sono noti cancerogeni nonché composti molto tossici
che tendono anche a concentrarsi lungo l'avanzare della catena alimentare.
L'esposizione cronica al benzene a concentrazioni sufficienti è notoriamente associata
a una maggiore incidenza di leucemia. I policlorobifenili e i ciclodieni sono collegati a
tossicità epatica. Gli organofosfati e i carbammati, presenti in molti prodotti
fitosanitari, possono indurre una catena di effetti legati all'inattivazione
dell'acetilcolinesterasi e che portano al blocco neuromuscolare. Molti solventi clorurati
provocano danni epatici, renali e depressione del sistema nervoso centrale. Esiste un
intero spettro di ulteriori effetti sulla salute come mal di testa, nausea, affaticamento,
irritazione oculare e rash cutanei, legati alle sostanze già citate e ad altre.
L'inquinamento del suolo può avere significative conseguenze deleterie per gli
ecosistemi. Possono avvenire cambiamenti radicali della chimica del suolo che possono
scaturire da molte sostanz e chimiche pericolose persino a basse concentrazioni delle
specie inquinanti. Questi cambiamenti possono manifestarsi nell'alterazione del
metabolismo dei microrganismi e artropodi che vivono in un dato ambiente terreno. Il
risultato può essere l'eventuale eradicazione di una parte della catena alimentare
primaria, che a sua volta ripercuote le conseguenze maggiori sui predatori o sulle
specie dei consumatori. Anche se gli effetti delle sostanze chimiche sulle forme di vita
inferiori possono essere di lieve entità, si può avere normalmente un bioaccumulo che
tende a concentrare la quantità stessa di sostanze lungo l'avanzamento della catena
alimentare. Molti di questi effetti sono ben noti, come l'accumulo di DDT in
consumatori aviari che conduce all'indebolimento dei gusci d'uovo, con il conseguente
incremento della mortalità dei pulcini e il rischio potenziale dell'estinzione delle
specie.Gli effetti si manifestano anche sui terreni adibiti all'agricoltura e che risentono
di un dato livello di inquinamento. Gli inquinanti tipicamente alterano il metabolismo
delle piante, il cui risultato più comune è la diminuzione della produzione di raccolto.
Questo rappresenta un effetto secondario sulla conservazione del suolo, dato che la
diminuzione dei raccolti favorisce i fenomeni di erosione. Alcuni dei contaminanti
chimici possiedono lunga persistenza, mentre in altri casi si formano dei composti
chimici derivati in seguito a reazioni secondarie che avvengono nel suolo stesso. Il
rimedio principale all'inquinamento del suolo consiste nell'attuazione di corrette
politiche di gestione dei rifiuti sensibili ai risvolti ambientali, nonché nell'emanazione e
rispetto di specifiche normative volte alla sostenibilità ambientale e alla tutela
dell'ambiente naturale. Il riciclaggio, recupero e reimpiego di materiali quali carta,
vetro, plastica, metalli, svolge un ruolo importante nella prevenzione e riduzione a
monte del pericolo di inquinamento. Molti prodotti chimici possono essere anch'essi
recuperati e riciclati, ovvero smaltiti opportunamente dopo essere stati posti a
trattamenti che ne annullano o riducono la pericolosità. L'inquinamento del suolo
può essere contrastato col rimboschimento dei territori forestali o mediante
procedimenti di bonifica. La porzione di terreno inquinata può essere rimossa
tramite escavazione e posta in zona di confinamento in modo che non si abbiano rischi
per gli esseri umani o ecosistemi sensibili. Importante è l'affermarsi dei cosiddetti
biorimedi, metodiche che sfruttano la digestione microbica di particolari sostanze
organiche.
16
MORTE DEL LAGO DI ARAL
Storia di un disastro ambientale misconosciuto
"Grande lago, in estensione il quarto della terra": così la definizione del lago di Aral in una qualsiasi enciclopedia
degli anni '50-'60.Oggi, il lago di Aral rappresenta uno dei maggiori disastri ambientali mondiali ed è l'emblema
dell'insipienza umana nel valutare il rapporto costi/benefici nell'ambito dello sfruttamento delle risorse del
pianeta.
olti laghi sulla superficie terrestre presentano un
comportamento dinamico e mostrano, a causa
di una miscela di fenomeni naturali ed antropici,
la tendenza a ridursi (Ciad, Urmia) o addirittura a
sparire completamente (Lop Nor). In questo ambito, il
lago di Aral rappresenta un caso unico sia per le
dimensioni dell’evento che per il fatto di essere stato
deliberatamente “sacrificato” dai pianificatori sovietici. Il
lago di Aral costituiva una ricchezza per le popolazioni
che abitavano lungo le sue coste. Moynaq era un porto
importante, ed il lago fonte di vita per migliaia di
famiglie: nel 1957 il pescato ammontava a 26.000
tonnellate e consentiva un buon tenore di vita non solo
ai pescatori ma anche a tutti gli operai che lavoravano
nelle industrie ittiche conserviere e nei cantieri navali
della zona. Poi venne la scellerata decisione dei
pianificatori sovietici di trasformare l'Uzbekistan in uno sterminato campo di cotone. Un'area
pari a quella dell'Irlanda doveva essere costantemente irrigata per consentire la crescita regolare
delle piantagioni e - per far sì che l'acqua non mancasse - si decise di deviare il corso dei fiumi
Amu Darya e Syr Darya, immissari del lago d'Aral. E così, anno dopo anno, decennio dopo
decennio, il Lago d'Aral cominciò a prosciugarsi passando dagli originari 68.000 kmq agli attuali
24.900! Non era mai stato molto profondo e le terre cominciarono ad affiorare. Dal 1987 l'Aral si è
diviso in due: il Grande e il Piccolo Aral; quest'ultimo ultimamente si è diviso a sua volta in due
grandi pozze.Moynaq e gli altri porti oggi distano un'ottantina di km dall'acqua, ma la linea di costa
è arretrata in alcuni punti anche di 150 km. Laddove c'era acqua e una ricca flora e fauna
(pensate: c'erano addirittura le foche!) oggi c'è una distesa di sabbia giallastra e qualche relitto di
peschereccio ancora affiorante (la gente del posto li ha smantellati piano piano nel tentativo di
ricavarne rottami da riutilizzare). . In primo luogo, la salinità accresciuta dell'acqua non ha più
permesso la pesca, che rappresentava la maggior risorsa economica delle popolazioni residenti
sulla riva del lago. Delle 24 specie ittiche, ne sono rimaste solo 4. Le condizioni del suolo non sono
certo migliori: le dune di sabbia del deserto del Kyzyl Kum avanzano dove prima vi erano le acque
del lago; la terra nuda è ricoperta da una coltre di sale reso tossico dall’apporto di fertilizzanti e
defolianti utilizzati per molti anni nelle piantagioni di cotone. Non sono questi però purtroppo i
veleni più pericolosi di cui preoccuparsi: la piccola isola, visibile al centro del bacino sud nella
mappa del 1850, ha ospitato per decine di anni i laboratori sovietici per lo sviluppo delle armi
chimiche e batteriologiche, abbandonati dopo il 1989.
M
Vozrozhdeniye…
Probabilmente questo nome vi non dirà assolutamente nulla. In russo significa "rinascita", in realtà
è diventato sinonimo di morte. Diciamo che, quando l'Aral era un lago, Vozrozhdeniye era un'isola.
Non la troverete in nessun atlante, ma esiste davvero anche se oggi non è più un'isola
irraggiungibile: sceso il livello dell'acqua, a Vozrozhdeniye ci si potrebbe arrivare facilmente perché
solo un po' d'acqua la separa dalla terraferma. Ci si potrebbe arrivare facilmente…ma è meglio che
non vi avviciniate nemmeno. Sì, perché Vozrozhdeniye era una base segreta russa dove si
sperimentavano armi batteriologiche e chimiche. Proprio quelle capaci di diffondere vaiolo,
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peste, brucellosi, febbre del Queensland ed altre malattie micidiali e dimenticate. Quasi nessuno
dei familiari degli scienziati che lavoravano sull'isola era vaccinato contro i letali agenti patogeni
che qui venivano sperimentati, "ci si limitava a compiere gli esperimenti solo se il vento soffiava
verso sud, lontano dalle abitazioni…". Ci sarebbero anche "sepolti" bidoni, ormai corrosi,
contenenti centinaia di tonnellate di bacilli di antrace (e non sono leggende metropolitane perché
tracce di contaminazione da antrace sono già state trovate e sembra che una micidiale melma di
antrace e candeggina abbia cominciato a filtrare nella sabbia).Insomma, un potenziale bellico
micidiale e pericolosissimo, lasciato lì a disposizione di qualche terrorista, abbandonato perché i
soldi necessari per una bonifica sembra non li abbia nessuno. A concludere il quadro desolante
aggiungiamo che i cambiamenti del microclima (con temperature fino a –35°C d’inverno e 50°C
d’estate), causati dal venire meno della funzione regolatrice delle acque del lago, hanno accelerato
il processo di evaporazione delle acque e rinforzato l’azione del vento che disperde i sali
avvelenati sulle zone agricole circostanti. Nonostante tutto concludiamo questa rassegna con un
barlume di ottimismo e speranza! Dal 1996 il bacino nord (Piccolo Aral) ha stabilizzato la sua
superficie a causa del ritrovato afflusso delle acque del Sir-Dar’ja. Ed è proprio da questo bacino
che giungono le uniche buone notizie: sulle rive del lago da qualche anno sono riapparsi pellicani e
cormorani.
Ricapitolando:
•
residui batteriologici e chimici
•
tonnellate di pesticidi e defolianti usati nei campi di cotone che finiscono nelle acque
residue del lago
•
altissima salinità delle acque (circa 50 grammi x litro).
•
parte dei suoli inariditi e salinizzati vengono spazzate dai venti che spirano costantemente
e vanno a formare 47 milioni di tonnellate di polveri tossiche che si riversano sulle aree
agricole circostanti raggiungendo anche gli angoli più remoti del nostro pianeta (sono state
trovate anche sull'Himalaya! Addirittura il 10% delle polveri della Terra proverrebbe
dall'Aral)
•
catena alimentare gravemente compromessa in ogni suo gradino. Per di più non si può più
coltivare nulla, la tradizionale coltivazione del riso nel delta è diventata impossibile poiché il
riso sopporta solo una minima concentrazione di sale sia in acqua che in terra.
•
acque del lago che non sono più in grado di regolare la temperatura ambientale (si va dai 35° C in inverno ai + 50° C in estate) e ciò ha modificato il clima di un'estesissima area.
E la gente del posto? Coloro che in questo inferno sono costretti a vivere? La gente del posto si
ammala e muore nell'indifferenza più totale.
L'elenco delle malattie è terribile e secondo l'organizzazione Medici senza Frontiere in Asia
centrale si registrano le peggiori condizioni sanitarie del pianeta.
Il 97% delle donne soffre di anemia con aumento delle emorragie durante il parto, 80 bambini su
1000 muoiono nei primi anni di vita (la media italiana è di 8 per mille), numerosi sono i casi di
malformazioni, il 60% di loro è malato. Sono aumentati in misura esponenziale i casi di cancro al
fegato, alla gola, le epatiti, le tubercolosi, le malattie dell'apparato respiratorio, le patologie renali e
le infezioni virali. Non si contano i casi di tifo, paratifo e dissenteria. La speranza di vita è di 40
anni.
Dice un proverbio uzbeko:
"All'inizio bevi l'acqua, alla fine il veleno". E questo, nel silenzio folle e colpevole di tutti.
18
LA CARTA
La carta è un materiale costituito da materie prime fibrose, generalmente vegetali,
unite per feltrazione ed essiccate. A seconda dell'uso a cui è destinata alla carta
possono essere aggiunti collanti, cariche minerali, coloranti ed additivi diversi. È un
materiale igroscopico.
Il materiale più comunemente usato è la polpa di legno, solitamente legno tenero
come per esempio l'abete o il pioppo, ma si usano anche altre fibre come cotone, lino
e canapa.
Premettendo che non esistono attività di produzione/trasformazione industriale che in
qualche modo non influenzino l'ambiente, anche nel caso dell'industria cartaria i
principali problemi sono da ricercare nel reperimento delle materie prime e nel loro
trattamento.
La materia prima più usata attualmente per la produzione di carta è il legno, la ricerca
del quale ha portato molte industrie della carta a contribuire alla deforestazione.
Diversi grandi produttori asiatici, per esempio la Cina, con la connivenza dei governi
locali interessati hanno sistematicamente devastato la foresta pluviale per anni. In
altri casi si è ricorso a sotterfugi per nascondere la provenienza del materiale. In
questo modo sono esposte ad eccessi di impoverimento ambientale le foreste
dell'Indonesia, Malesia, Cambogia e Amazzonia.
Anche il processo di produzione e di riciclo presenta aspetti critici dipendenti, fra
l'altro, dai processi di stampa con cui è trattato il materiale cellulosico da recuperare.
Il necessario processo di sbiancamento della cellulosa si basa spesso sull'uso di
composti ossidanti, spesso derivati del cloro, che, se dispersi o non opportunamente
trattati, possono inquinare i corsi d'acqua.
Per evitare questi problemi esistono essenzialmente due soluzioni: il recupero del
materiale per produrre carta riciclata, che presenta tuttavia caratteristiche che non la
rendono adatta a tutte le applicazioni e il cui aspetto ne rende difficile la
commercializzazione, oppure l'abbattimento esclusivo di alberi piantati allo scopo e il
loro successivo reimpianto.
19
Il riciclaggio della carta è un settore
specifico del riciclaggio dei rifiuti.
Gli impieghi fondamentali della carta sono:
1. supporto fisico per la scrittura e la
stampa;
2. materiale da imballaggio.
Si tratta di prodotti di uso universale, con
indici crescenti di produzione e di
domanda, e il cui utilizzo ha a valle una
forte e diffusa produzione di rifiuti.
Come tutti i rifiuti, la carta pone problemi
di smaltimento. La carta è però un
materiale riciclabile. Come il vetro, infatti,
la carta recuperata può essere trattata e
riutilizzata come materia seconda per la
produzione di nuova carta.
La trasformazione del rifiuto cartaceo (che si definisce carta da macero) in materia
prima necessita di varie fasi:
• raccolta e stoccaggio (in questa fase è particolarmente rilevante che le
amministrazioni locali richiedano e organizzino la raccolta differenziata dei
rifiuti);
• selezionamento (per separare la fibra utilizzabile dai materiali spuri - spaghi,
plastica, metalli - che normalmente sono incorporati nelle balle di carta da
macero);
• sbiancamento (per eliminare gli inchiostri)
A questo punto del ciclo, la cellulosa contenuta nella carta-rifiuto è ritornata ad essere
una materia prima, pronta a rientrare nel ciclo di produzione.
Dal punto di vista economico, il riciclaggio è sicuramente meno oneroso che
l'incenerimento.
È ovvio che la carta riciclata non produce un pari peso di carta "nuova" (sicché per
fare una tonnellata di carta nuova ci vuole normalmente - e comunque in misura
variabile a seconda degli impianti e del prodotto fabbricato - anche una certa
percentuale di cellulosa fresca, proveniente da alberi), e che il procedimento ha i
propri costi - economici, energetici e di inquinamento.
Tuttavia:
•
•
•
nelle fabbriche che producono carta per giornali da carta da giornali riciclata
non si usa più cellulosa proveniente da alberi;
il costo della materia prima riciclata è notevolmente più basso di quello della
pasta di legno, i relativi scarti possono essere utilizzati come combustibile
cogeneratore del vapore necessario al processo di fabbricazione, e la
produzione è meno inquinante;
il riciclaggio riduce la quantità di rifiuti da trattare, i relativi costi di stoccaggio,
lo spreco di spazio da destinare allo stoccaggio medesimo, l'inquinamento da
incenerimento, e ovviamente il consumo di alberi vivi (anche se gli alberi
impiegati per la produzione della carta provengono da vivai a coltivazione
programmata dove vengono periodicamente tagliati e ripiantati).
20
P
RICICLAGGIO DEI RIFIUTI
er riciclaggio dei rifiuti si intende tutto l'insieme di strategie volte a recuperare
materiali dai rifiuti per riutilizzarli invece di smaltirli.
Possono essere riciclate materie prime, semilavorati, o materie di scarto
derivanti da processi di lavorazione, da comunità di ogni genere (città, organizzazioni,
villaggi turistici, ecc), o da altri enti che producono materie di scarto che andrebbero
altrimenti sprecate o gettate come rifiuti.
Il riciclaggio previene lo spreco di materiali potenzialmente utili, riduce il consumo di
materie prime, e riduce l'utilizzo di energia, e conseguentemente l'emissione di gas
serra.
Il Riciclaggio è un concetto chiave nel moderno trattamento degli scarti ed è un
componente insostituibile nella gerarchia di gestione dei rifiuti. L'evidente problema
della gestione dei rifiuti è diventato sempre più di rilevanza nazionale. La smodata
crescita dei consumi e dell'urbanizzazione hanno, da un lato, aumentato moltissimo la
produzione dei rifiuti e, dall'altro, ridotto le zone disabitate in cui trattare o depositare
i rifiuti. La società moderna oggi si trova quindi costretta gestire una grande quantità
di rifiuti in spazi sempre più limitati. Una situazione in cui si alimenta anche il traffico
e lo smaltimento illegale dei rifiuti. L'uso delle discariche, pur avendo in sé costi bassi,
comporta uno spreco di materiale che sarebbe almeno in parte riciclabile nonché l'uso
di vaste aree di territorio e non configura la soluzione ottimale; inoltre crea grandi
concentrazioni di rifiuti con possibili conseguenze sull'ambiente. Gli inceneritori,
invece, basano il loro funzionamento sull'incenerimento dei rifiuti: gli impianti più
recenti sfruttano la combustione così ottenuta recuperando un minimo di energia
elettrica e calore ma posso no provocare emissioni tossico-nocive (in particolare di
polveri sottili e di diossine).
A monte del riciclaggio e della raccolta differenziata, assume rilevanza il tema della
prevenzione dei rifiuti, della responsabilità sociale dei produttori e di un ins ieme di
leggi volte alla riduzione degli imballaggi, all'uso di materiali biodegrabili, come le
bioplastiche, e di pile ricaricabili.
Il riciclaggio è sicuramente più complesso dello smaltimento in discarica o negli
inceneritori cui non si sostituisce ma che ne limita comunque l'utilizzo. Si parla di
sistema di riciclaggio riferendosi all'intero processo produttivo e non soltanto alla fase
finale; questo comporta:
•
l'uso di materiali biodegradabili per la produzione dei beni, che facilitano lo
smaltimento "naturale" della materia nel momento in cui il prodotto si
trasforma in rifiuto
• l'uso di materiali riciclabili come il vetro, i metalli o polimeri selezionati,
evitando anche i materiali accoppiati, più difficili o impossibili da riciclare
• la raccolta differenziata dei rifiuti, passaggio fondamentale del processo
In questo modo la separazione dei materiali riduce i costi di ritrattamento. Per
realizzare una raccolta differenziata efficace è di grande importanza la fase di
differenziazione attuata dai singoli utenti.
L'adozione di tecniche avanzate per il recupero di ulteriore materiale riciclabile dal
rifiuto indifferenziato (ad esempio il trattamento meccanico-biologico)
Il riciclaggio apre un nuovo mercato in cui nuove piccole e medie imprese recuperano i
materiali riciclabili per rivenderli come materia prima o semilavorati alle imprese
produttrici di beni. Un mercato che si traduce pertanto in nuova occupazione.
21
Il riciclaggio è stato spesso criticato per:
• i costi ambientali del processo della trasformazione dei rifiuti
• il basso rendimento nella quantità delle materie prime ottenute
• la bassa qualità dei prodotti finali
Un'ulteriore critica è stata che per come è stato pubblicizzato tra la popolazione, ha
diffuso l'idea che esso giustifica condotte consumistiche.
I sistemi più efficaci per la gestione dei rifiuti sono invece quelli basati sulla riduzione
dei rifiuti e sul loro riuso (tecnicamente definito reimpiego), in cui, una volta terminato
l'utilizzo di un oggetto esso non va ad aumentare la mole dei rifiuti, ma, dopo un
semplice processo di pulizia viene utilizzato nuovamente senza che i materiali di cui è
composto subiscano trasformazioni.
L'esempio tipico è quello delle bottiglie in vetro come contenitori di latte ed acqua, che
invece di essere frantumate possono essere riempite nuovamente senza passare per
costosi (soprattutto da un punto di vista ambientale) processi di trasformazione.
La mancanza in molti stati di politiche di sostegno del riuso con incentivi e disincentivi,
fanno sì che al giorno d'oggi la gran parte dei contenitori, delle confezioni e degli
imballaggi sia invece ancora costituita da plastica e carta e non possa quindi essere
riutilizzata tal quale. La scelta delle imprese è ovviamente una scelta economica che
cade inevitabilmente su questi prodotti dal costo finanziario ridotto, anche se
dall'elevato impatto ambientale.
Uno dei Paesi che applicano significativamente le tecniche della riduzione e del riuso è
la Danimarca, in cui, grazie ad una legislazione favorevole, ben il 98% delle bottiglie
in commercio è riutilizzabile, ed il 98% di esse torna indietro ai consumatori senza
essere riciclato. [1]. La Germania invece raggiunge un tasso di riciclaggio di oltre il
50%.
I materiali riciclabili sono tutti i rifiuti che possono venire riutilizzati per produrre nuovi
oggetti uguali allo scarto (vetro, carta) oppure utilizzati per produrre nuovi materiali
(legno, tessuti).
Le materie prime che possono essere riciclate sono:
• legno
• vetro
• carta e cartone
• tessuti
• pneumatici
• alluminio
• acciaio
• alcune materie plastiche
• frazione organica (avanzi di cibi ecc.)
Essendo molto usata per gli imballaggi, la plastica è uno dei principali componenti dei
rifiuti solidi; inoltre, dato che non è biodegradabile e che produce diossina se bruciata,
è fondamentale riciclarla quanto più possibile. Molti tipi di plastica possono essere
facilmente riciclati (è il caso del PET principalmente avviato alla produzione di nuovo
polimero, di poliesteri, e su cui è attiva l'organizzazione europea PetCore ), mentre
per altri tipi (specie di bassa qualità e/o termoindurenti) la procedura è più complessa,
in quanto il costo di rilavorazione è generalmente superiore al costo di produzione di
plastica nuova. Pertanto le numerosissime materie plastiche presenti sul mercato non
possono essere mescolate fra di loro: un circolo vizioso da cui è difficile uscire, ma
non impossibile (basta averne la volontà politica): impianti a tecnologia avanzata
permettono ad esempio di separare automaticamente le varie tipologie di plastiche in
tempi rapidi e quindi economicamente vantaggiosi, e sono già stati adottati in diversi
paesi.
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L'ULTIMO GRANDE POLMONE DELLA TERRA
RAPPORTO DI GREENPEACE
L'Amazzonia è qualcosa di più di un ecosistema, di una grande foresta, di un
immenso paese da proteggere: l'Amazzonia è il nostro futuro.
Non più di un quinto delle foreste originarie del pianeta è rimasto intatto. La metà di
ciò che resta è minacciata dalle attività minerarie, agricole e soprattutto
dall'estrazione commerciale di legname. L'Amazzonia brasiliana è la più grande
estensione al mondo di foresta primaria: 370 milioni di ettari, un terzo del totale di
tutto il Pianeta. Non basterebbe un'intera biblioteca per descriverne le immense
vastità, le meraviglie, i contrasti. Una grande parte del suo patrimonio è ancora
sconosciuta. Quello che possiamo fare è proteggere l'ultimo grande polmone del
pianeta. L’allarme di Greenpeace è perentorio: le multinazionali del legname stanno
minacciando l'integrità di questa terra meravigliosa. Dopo aver esaurito le foreste del
Sudest Asiatico e dell'Africa Centrale, le grandi compagnie asiatiche, nordamericane
ed europee si stanno ora spostando sull'Amazzonia brasiliana, attratti dall'incredibile
volume di legname presente in Amazzonia, circa 60 miliardi di m?. Si tratta di
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compagnie dotate di grande potere economico, alcune delle quali con consolidata
fama di abusi sociali e ambientali.
Fino ai primi anni '70, il 99 % della foresta
amazzonica era ancora intatto. Alla metà degli anni '80 il 13,7 % era compro messo: in
appena tre decenni, sono stati distrutti più di 55 milioni di ettari di foresta,
l’equivalente di una regione vasta quanto la Francia. Nel corso degli ultimi decenni la
quota amazzonica nella produzione di legname del Brasile è salita dal 14 % all' 85 %,
tanto che solo nel 1997 la regione ha fornito almeno 28 milioni di mq di legname.
Fonti ufficiali ammettono che l'80 % di tale produzione è illegale. Ma anche
l'estrazione considerata legale è altamente distruttiva: impiega tecnologie inadeguate
così che due terzi del legname viene sprecato.
L'estensione dell'Amazzonia
Ogni anno, in aree isolate e inaccessibili, l'industria del legname penetra nella foresta,
devastandone aree immense che non compaiono nelle statistiche ufficiali. Tra l'agosto
del 1997 e l'agosto del 1998 in Brasile, l'industria del legname ha spazzato via
1.683.000 ettari di foresta primaria amazzonica, preparando il terreno ad altre attività
altrettanto distruttive quali l'allevamento e l'agricoltura attraverso l’apertura di nuove
strade. Nel solo stato del Pará sono state aperte vie di comunicazione per 3.000
chilometri, benché fino ad oggi vi abbiano operato piccole e medie imprese dotate di
mezzi ridotti. Quanto più la zona di estrazione penetra in profondità nella foresta,
tanto più si allentano i controlli da parte dell'agenzia ambientale brasiliana. In queste
condizioni si diffondono pratiche illegali di sfruttamento forestale, il taglio di specie
24
protette, l'invasione di terre abitate dalle popolazioni indigene. Molto spesso, dopo il
taglio degli alberi, la residua foresta è data alle fiamme e sulle sue ceneri vengono
seminate piante erbacee a crescita rapida, la cui natura infestante impedisce la
crescita di nuovi alberi. Ma anche i pascoli spesso durano poco: in breve tempo il
sottilissimo manto fertile della foresta si consuma senza rigenerarsi e, priva della
protezione dei rami, l'umidità viene asciugata dal sole lasciando spettrali distese di
argilla rossiccia. Uno scenario che rischia di diventare generalizzato. Fino ad oggi
l'estrazione di legname è stata finalizzata prevalentemente al consumo interno
brasiliano. Ma il mercato sta mutando. La crisi finanziaria asiatica ha accelerato lo
spostamento delle grandi compagnie verso il Brasile e al tempo stesso la svalutazione
della moneta brasiliana, il Real, ha reso economicamente competitivo il legname
brasiliano sul mercato internazionale, tanto che si prevede un aumento del 20% dell’
esportazione. In un decennio, 25 compagnie europee, asiatiche e statunitensi si sono
insediate in Brasile, arrivando a gestire quasi la metà dell'esportazione di legname. Da
sole, otto di queste compagnie possiedono un pezzo di foresta grande quanto il Belgio.
Solo una di esse opera sulla base di certificazione d'impatto ambientale (Forest
stewardship Council - FSC) e solo un'altra ne ha fatto richiesta. Su 17 compagnie
interpellate, 15 dichiarano di non avere alcun piano definito per ottenere tale
certificazione.
Produzione e capacità stimata delle compagnie multinazionali nell'amazzonia
brasiliana
In ogni caso la sola capacità operativa delle multinazionali rappresenta un fattore di
rischio. Basti pensare che una grande compagnia è in grado di produrre annualmente
oltre150 mila m? di legno lavorato, circa 30 volte la produzione di una compagnia
locale di medie dimensioni. Il pericolo di una deforestazione su larga scala rischia di
distruggere specie animali e vegetali legate indissolubilmente alle condizioni
ambientali e climatiche della foresta e le risorse culturali, medicinali e nutritive da cui
dipendono i popoli indigeni e le popolazioni autoctone. La foresta amazzonica è vitale
per il ciclo delle piogge di tutta la regione, in quanto l'acqua è costantemente riciclata
attraverso l'evaporazione e la pioggia. Il disboscamento ha già causato sensibili
mutazioni nel microclima e esiste la possibilità che un suo aumento acceleri i
mutamenti climatici su larga scala e il fenomeno del riscaldamento globale. La foresta
amazzonica è un tutt'uno con i popoli che la abitano. È grande e ospitale e, se non
viene aggredita, permette una vita dignitosa a tutti i suoi abitanti. Per questo la difesa
dell'Amazzonia è indissolubilmente legata ai grandi problemi sociali del Brasile, dalla
riforma agraria, ai diritti delle nazioni indigene, a quelli delle comunità locali.
Greenpeace sta lavorando insieme alle comunità locali e ai piccoli raccoglitori di
gomma naturale (i seringueiros) per preservare la foresta e proporre alternative alla
sua distruzione. Non esiste una soluzione unica, ma un insieme di strade da
percorrere coinvolgendo più attori, nello sviluppo di attività compatibili, quali la
raccolta di gomma naturale, di frutta selvatica e noci, di fibre, di miele, di piante
medicinali. Potrebbe anche essere avviato uno sfruttamento eco -compatibile del
turismo e delle risorse ittiche e forestali. Per questo è necessaria la creazione di una
fitta rete di parchi naturali, a cui affiancare riserve esclusive in cui svolgere attività
garantite da un monitoraggio costante degli standard di compatibilità ambientale.
Questo potrebbe aprire la strada ad uno sviluppo armonico dell'Amazzonia,
assicurando ai venti milioni di persone che la abitano la sussistenza e la continuità di
cultura e tradizioni.
La foresta amazzonica è una delle ultime risorse naturali che siamo ancora in
grado di proteggere, ma bisogna intervenire subito. Anche da questo
dipenderà il nostro futuro.
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LA FAME NEL MONDO
Un pianeta urla per la fame : 800 milioni di persone senza cibo
Un mondo condannato alla fame ed alla sofferenza. Sono 800 milioni le persone, da
un emisfero all'altro, che soffrono di fame. E non basta, perché la malnutrizione
riguarda un numero ben superiore di persone: oltre 2 miliardi. Nel corno d'Africa,
cuore della disperazione, l'80% della popolazione soffre di gravi malattie legate alla
malnutrizione. I bambini sono soggetti alla caduta di capelli, fino alla calvizie, alla
perdita delle unghie e talvolta anche del primo strato di pelle. I1 mondo è pieno di
affamati perché le risorse sono mal distribuite. Per questo non è sufficiente aumentare
la produzione alimentare, ma combattere la lotta su più piani: da una parte sviluppare
l'agricoltura nelle zone più povere, proteggendo le economie rurali, e dall'altra
correggere certi effetti dell'economia globalizzata: caduta dei prezzi dei prodotti
agricoli, diffusione incontrollata delle colture industriali volute dai gruppi economici più
forti, liberazione dei contadini e dei paesi poveri dal giogo dell’indebitamento.
Occorrono interventi strutturali in grado di modificare le tendenze spontanee
dell'economia mondiale. È necessario che i bisogni ed i contributi dei paesi in via di
sviluppo ottengano una giusta considerazione nel commercio mondiale. Liberare dalla
fame significa anche liberare dalla guerra, ha detto il Pontefice in un Suo
messaggio. "Liberare dalla fame milioni di esseri umani non è impresa facile e
presuppone di estirpare le stesse cause alle radici della fame, come guerre e conflitti
interni".La FAO ha calcolato in 10 centesimi di dollaro a persona all’anno il costo di
una integrazione a base di ferro. (l'anemia è la principale malattia da regime
alimentare - colpisce un miliardo e mezzo di persone) del cibo destinato alle persone
anemiche. Nella sola India un'operazione del genere verrebbe a costare 44 milioni di
dollari l'anno. In Thailandia si è avuto successo con un programma che, prima di
aggredire la malnutrizione combatte la povertà. Il programma ha dato vita ad una
serie di iniziative produttive che comprendono l'introduzione di tecnologie agricole più
moderne, la creazione di migliaia di centri di allevamento di bestiame, ed il
miglioramento delle strutture educative e dei servizi sociali: la carenza di proteine è
stata ridotta così da una prevalenza del 51 fino al 21% in termini globali, mentre le
forme più drastiche di malnutrizione sono calate dal 2,1% allo 0,01.
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RAPPORTO UNICEF
È allarme rosso per la situazione infanzia nel mondo . Ogni anno 11 milioni di bambini
muoiono per cause facilmente prevenibili e molti altri si “perdono in mezzo ai vivi”,
resi invisibili dalla miseria,non registrati alla nascita o costretti a lavorare in condizioni
estreme. Come i bambini soldato, o quelli nei bordelli, vittime dello sfruttamento
sessuale. Oltre 600 milioni,sotto i 5 anni, devono sopravvivere con meno di un dollaro
al giorno, 200 milioni sono affetti da rachitismo per malnutrizione e oltre 110 non
vanno a scuola.
Ogni minuto 6 ragazzi sotto i 25 anni vengono infettati dall’HIV e l’AIDS
colpisce soprattutto l’Africa: su 2,8 milioni di persone morte lo scorso anno il 79%
erano africani.
AIDS
Carenze alimentari e mancanza di cure adeguate pregiudicano la
crescita del bambino nei primi anni di vita. Nei Paesi in via di sviluppo il 39% dei
piccoli sotto i 5 anni é affetto da rachitismo, mentre sono oltre 170 milioni quelli
sottopeso.
RACHITISMO
30 milioni di bambini non sono protetti dalle vaccinazioni
obbligatorie (nel primo anno di età) e tra questi 11 milioni muoiono per malattie che si
potrebbero prevenire.
VACCINAZIONI
Più di un miliardo di persone continua a non avere
accesso all'acqua potabile ed un terzo della popolazione mondiale non dispone di
servizi igienici, soprattutto in Cina, Congo, Etiopia, India. Mentre sono 2 milioni i
bambini che muoiono per malattie diarroiche ed altri disturbi legati al consumo
d'acqua.
ACQUA E SERVIZI IGIENICI
44 milioni di donne non ricevono alcuna assistenza
durante la gravidanza ed il parto. Questa é ogni anno la causa di morte di circa
600.000 puerpere e 5 milioni di neonati prima, durante il parto o nella prima
settimana di vita. Ancora oggi nel mondo oltre 130 milioni di donne hanno subito la
mutilazione degli organi genitali.
MATERNITA' ASSISTITA
COSA FARE
Tutti gli uomini devono e possono battersi per la tutela dei diritti umani, troppo
spesso violati. Non può esserci sviluppo se questo non è planetario, ed obiettivi dello
sviluppo sono quelli di assicurare una condizione di vita dignitosa, un'alimentazione
adeguata, un'assistenza sanitaria, istruzione, lavoro e protezione contro le calamità.
Intervenire in aiuto delle Nazioni povere e di combattere la povertà attraverso ogni
mezzo: sostenere i programmi internazionali; diffondere il messaggio con campagne
di informazioni capillari e ripetute nel tempo al fine di sensibilizzare sempre più il
cittadino; promuovere incontri con le Istituzioni cooperando con esse per istituire
centri di raccolta e per formalizzare programmi di intervento educativo; attivarsi con i
media per diffondere l’obbligo della difesa dei diritti umani.
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PROTOCOLLO DI KYOTO
Da Wikipedia.
I
l protocollo di Kyoto è un trattato internazionale in materia
ambientale riguardante il riscaldamento globale sottoscritto
nella città giapponese di Kyoto l'11 dicembre 1997 da più di
160 paesi in occasione della Conferenza COP3 della
Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti
climatici (UNFCCC). Il trattato è entrato in vigore il 16 febbraio
2005, dopo la ratifica anche da parte della Russia.
Il trattato prevede l'obbligo in capo ai paesi industrializzati di
operare una riduzione delle emissioni di elementi inquinanti
(biossido di carbonio ed altri cinque gas serra, ovvero metano,
ossido di diazoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed
esafluoruro di zolfo) in una misura non inferiore al 5% rispetto
alle emissioni registrate nel 1990 — considerato come anno
base — nel periodo 2008-2012.
Il protocollo di Kyoto prevede il ricorso a meccanismi di
mercato, i cosiddetti Meccanismi Flessibili; il principale
meccanismo è il Meccanismo di Sviluppo Pulito. L'obiettivo dei Meccanismi Flessibili è
di ridurre le emissioni al costo minimo possibile; in altre parole, a massimizzare le
riduzioni ottenibili a parità di investimento.
Perché il trattato potesse entrare in vigore, si richiedeva che fosse ratificato da non
meno di 55 nazioni firmatarie e che le nazioni che lo avessero ratificato producessero
almeno il 55% delle emissioni inquinanti; quest'ultima condizione è stata raggiunta
solo nel novembre del 2004, quando anche la Russia ha perfezionato la sua adesione.
Premesso che l'atmosfera terrestre contiene 3 milioni di megatonnellate (Mt) di CO2, il
Protocollo prevede che i paesi industrializzati riducano del 5% le proprie emissioni di
questo gas. Il mondo immette 6.000 Mt di CO2, di cui 3.000 dai paesi industrializzati e
3.000 da quelli in via di sviluppo; per cui, con il protocollo di Kyoto, se ne dovrebbero
immettere 5.850 anziché 6.000, su un totale di 3 milioni. Ad oggi (6 giugno 2007),
174 Paesi e un'organizzazione di integrazione economica regionale (EEC) hanno
ratificato il Protocollo o hanno avviato le procedure per la ratifica. Questi paesi
contribuiscono per il 61,6% alle emissioni globali di gas serra.
Gli Stati Uniti hanno firmato ma hanno poi rifiutato di ratificare il trattato. Nel
novembre 2001 si tenne la Conferenza di Marrakech, settima sessione della
Conferenza delle Parti. In questa sede, 40 paesi sottoscrissero il Protocollo di Kyoto.
Due anni dopo, più di 120 paesi avevano aderito al trattato, fino all'adesione e ratifica
della Russia nel 2004, considerata importante poiché questo paese produce da solo il
17,6% delle emissioni. All'aprile 2007 gli stati aderenti sono 169.
I paesi in via di sviluppo, al fine di non ostacolare la loro crescita economica
frapponendovi oneri per essi particolarmente gravosi, non sono stati invitati a ridurre
le loro emissioni. L'Australia, che aveva firmato ma non ratificato il protocollo, lo ha
ratificato il 2 dicembre 2007.
Tra i paesi non aderenti figurano gli USA, cioè i responsabili del 36,2% del totale delle
emissioni (annuncio del marzo 2001). In principio, il presidente Bill Clinton aveva
firmato il Protocollo durante gli ultimi mesi del suo mandato, ma George W. Bush,
poco tempo dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, ritirò l'adesione inizialmente
sottoscritta. Alcuni stati e grandi municipalità americane, come Chicago e Los Angeles,
stanno studiando la possibilità di emettere provvedimenti che permettano a livello
locale di applicare il trattato. Anche se il provvedimento riguardasse solo una parte del
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paese, non sarebbe un evento insignificante: regioni come il New England, da soli
producono tanto biossido di carbonio quanto un grande paese industrializzato europeo
come la Germania.
Il Kazakistan ha firmato il documento, ma non lo ha ancora ratificato.
L'India e la Cina, che hanno ratificato il protocollo, non sono tenute a ridurre le
emissioni di anidride carbonica nel quadro del presente accordo, nonostante la loro
popolazione relativamente grande. Cina, India e altri paesi in via di sviluppo sono stati
esonerati dagli obblighi del protocollo di Kyoto perché essi non sono stati tra i
principali responsabili delle emissioni di gas serra durante il periodo di
industrializzazione che si crede stia provocando oggi il cambiamento climatico. I paesi
non aderenti sono responsabili del 40% dell'emissione mondiale di gas serra.
Adesione al Protocollo di Kyoto al febbraio 2006. In verde gli stati che hanno firmato e ratificato il
trattato, in giallo gli stati che lo hanno firmato ma non ancora ratificato
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la fine dell`isola di pasqua