IL CAFFÈ 25 agosto 2013
Mio padre, pure lui giocatore,
mi ha insegnato che anche se
fossi diventato panettiere, avrei
dovuto impegnarmi al 100%.
E questa mentalità la porto con
me in tutte le squadre
Quando ho fatto mettere
le tv nelle celle francesi,
ironizzavano: “Ed ora anche
i sigari, lo champagne?!”
Perché queste crudeltà?,
mi domandavo e mi domando
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TRA
‘
VIRGOLETTE
L’uomo della Giustizia
L’uomo dell’hockey
“Anche chi sbaglia
può cambiare vita”
“In ogni mestiere
bisogna dare tutto”
Robert Badinter
Alexandre Giroux
È
piuttosto raro che un politico scriva un libretto d’opera.
Soprattutto se ha 84 anni e si è occupato per tutta la vita di
giustizia e detenuti. Robert Badinter, ex avvocato ed ex ministro francese della Giustizia, ha fatto abolire la pena di
morte nel 1981 sotto la presidenza di Mitterand, ma in
questo 2013 figura nelle locandine del Festival Giustizia/Ingiustizia
del Teatro dell’Opera di Lione. La “sua” opera “Claude” sta per andare in scena, e quando ci raggiunge in un salottino del teatro ci colpiscono subito lo sguardo penetrante ed i modi cortesissimi.
La condanna della “diversità”
“Ho fatto un bagno in piscina, ed ora ci sento pochissimo - si scusa
subito ridendo -. La prego di parlare ad alta voce. Certo che non ci
voleva proprio la sera della prima della mia opera!”. E subito anticipa l’intera trama: “Sono partito dalla novella di Victor Hugo ‘Claude
Gueux’, ispirata ad un fatto vero - rivela -. Claude è un uomo che si ribella, perché non può più mantenere la moglie ed i figli e partecipa
alla più grande insurrezione francese del 19° secolo. Viene incarcerato a Clairvaux, prigione-manifattura dove, dopo l’ingiustizia sociale, subirà anche quella penitenziaria. Ucciderà il direttore e sarà a
sua volta giustiziato”. Da buon ex avvocato, però, Badinter ha scoperto dalle carte ufficiali che Claude divenne l’amante di un altro prigioniero: “Ciò che ha condannato Claude è la sua diversità”.
Eccoci subito catapultati nel suo tema preferito: il sociale. Inevitabile ricordargli che, nel libro “L’esecuzione” descrivendo l’impressione provata davanti alla ghigliottina la definì “un idolo o un altare
malefico”. “La vidi proprio a Clairvaux, che era un convento - ricorda
l’ex ministro -. È stato trasformato da Napoleone in prigione e luogo
di lavoro forzato. Ma ancora oggi è come percorso da un’aura divina.
Era un monastero. Nel quale per secoli si è solo pregato. Un luogo
abitato da Dio. In un attimo i monaci se ne vanno. E diventa un luogo di estrema sofferenza. Esattamente il rovesciamento. È terribile”.
Una sensazione che forse è alla base delle sue battaglie. “Ho passato
MASSIMO
SCHIRA
ladome
GIORGIO
VITALI
Amicizie da… derby
A portare Giroux in Svizzera, prima - per una breve esperienza a Kloten
- e in Ticino, poi, non ci sono però soltanto il ghiaccio e l’amore per
l’hockey. Ma anche una profonda amicizia. Quella con Julien Vauclair,
uno dei giocatori più rappresentativi della rivale storica dell’Ambrì, il
Lugano. “Ci siamo conosciuti ad un campo d’allenamento estivo degli
sessant’anni della mia vita a lottare contro la disumanità e la violenza delle carceri - spiega -. Da ministro ero l’uomo meno popolare del
governo. Tutti a dirmi: i francesi non sono d’accordo con l’abolizione
della pena di morte. Quando ho fatto mettere le televisioni nelle celle, ironizzavano: ed ora anche i sigari, lo champagne?! Perché queste
crudeltà nei confronti di chi ha sbagliato?, mi domandavo e mi domando”. Eppure oggi c’è chi nelle carceri fa musica, teatro, cultura …
“È importantissimo che si faccia tutto ciò - esclama -. Ho visto detenuti che hanno compiuto crimini molto gravi cambiare e ritrovare
un posto nella società grazie a progetti educativi, al computer, allo
studio, alla cultura”.
Ottawa Senators - ricorda divertito il canadese -. Ci avevano assegnato
la stessa camera e ci siamo salutati, titubanti, in inglese. Salvo poi scoprire che quello svizzero parlava perfettamente il francese. In seguito
abbiamo anche vissuto sotto lo stesso tetto. Io, lui e Julie, che sarebbe
poi diventata sua moglie. Grazie a Julien conosco già bene il Ticino, perché è da una decina d’anni che vengo qui in vacanza. Andiamo soprattutto a pescare, un’altra mia grande passione fuori dalla pista, assieme
al tennis. Qui ci sono luoghi fantastici, laghi, laghetti, fiumi. Certo, le
catture non sono quelle del Canada, ma…”
E chi dice Ambrì e Lugano, in Ticino, non può che dire… derby. “Eh, lo
so! Non vedo l’ora di giocare contro Julien, anche perché tutti mi dicono
che quella è la partita dell’anno - precisa Giroux -. Ma è certo che quella
sera non ci saranno amici sul ghiaccio! Del resto succede spesso nella
‘piccola’ famiglia dell’hockey di incrociare un amico”.
Concedersi il piacere del teatro.
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Oltre che portare gli atleti molto presto lontano da casa, lo sport ad alto
livello rappresenta spesso anche un’opportunità per conoscere il mondo. E Alexandre Giroux è proprio nel pieno di questa esperienza. “Già in
nordamerica giocare a hockey significa stare lontano da casa, quindi è
un aspetto che si impara, maturando - afferma l’attaccante -. Le cose
quindi non sono molto diverse se, invece che in Canada, giochi in Europa o in Russia, come mi è successo lo scorso anno. Non dico che i posti
siano proprio uguali, ma l’hockey, per quanto diverso, è pur sempre…
hockey”.
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Q@MassimoSchira
li
Tornando all’opera osserviamo che non è facile, a 84 anni, trasformarsi in librettista: “Gli amici scherzavano: già ti è riuscito di scrivere per il teatro, vedrai cosa significa scrivere un’opera - racconta divertito - Ma per me il vero autore di un’opera rimane però il compositore, che in questo caso è Thierry Escaich, anche lui alla prima
esperienza. Diciamo il ‘Don Giovanni’ di Mozart, non di Da Ponte.
Io suono il pianoforte solo perché appartengo ad una generazione
nella quale, per la piccola borghesia, era normale. Ho ripreso dopo
40 anni, ma non disturbo i vicini e solo mia moglie ha il privilegio di
ascoltarmi”. Resta il dubbio se con un’opera lirica si affrontino davvero i problemi sociali: “Non ne sono convinto fino in fondo - ammette -. Credo che l’opera sia una finestra sulla bellezza. Nel mio
caso il gioco del teatro mi dà piacere. Perché non concedermelo?”.
N
ascere nel Québec, di per se, è già un bel punto di partenza
per diventare un giocatore di hockey professionista. Ma se,
oltre ad essere venuto al mondo dove il disco su ghiaccio
pulsa come in nessun altro posto, hai anche un papà giocatore di un certo livello, ecco che il “mix esplosivo” è servito. La storia, in sintesi estrema, è quella di Alexandre Giroux, il 32enne
di Québec City su cui l’Ambrì Piotta ha scommesso per scardinare le difese avversarie. Sì, perché i numeri, a volte, parlano. E quegli 807 punti,
con 420 gol nell’American Hockey League hanno convinto i dirigenti
biancoblù. “In Québec iniziare a pattinare e usare il bastone fin da piccoli è una cosa naturale - racconta Giroux al Caffè -. Tanto che io già a
due anni e mezzo pattinavo sul fiume. Poi è arrivato il momento di iniziare a giocare, in principio lo facevo tutte le sere, con mio fratello, poi
nelle prime squadre. E quando sono entrato nei peewee’s, a 11 anni, è
iniziato il mio vero percorso nell’hockey”.
Tanto che, a 17 anni, per il giovane Alexandre è già il momento di salutare la famiglia e partire all’avventura. “L’hockey è tutto sommato una
piccola-grande famiglia - osserva -. Tanto più che mio padre Rejean mi
ha sempre sostenuto, con consigli tecnici su cosa fare e non fare sul
ghiaccio. Ma anche spiegandomi che il giocatore di hockey è un lavoro
e quindi lo devi fare per bene. Dando tutto te stesso. Avessi fatto, che
so?, il panettiere, il messaggio di papà non sarebbe stato diverso. È questa mentalità che porto oggi ad Ambrì. So che le cose non sono andate
per il meglio negli scorsi anni, ma da dentro non te ne accorgi. L’ambiente, già adesso, è quello giusto per cambiare le cose. La mentalità è
molto positiva”.
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