(da ‘Annali del Lazio meridionale, n. 2/2003) 14 LUGLIO 1948: ATTENTATO A TOGLIATTI. ARRESTI a CORI e SEZZE ___________________________________________________________________ GIOVANNI TASCIOTTI IL 1948: UN ANNO DIFFICILE L’attentato a Togliatti si verificò in un periodo storico caratterizzato da gravi tensioni politiche e sociali. Pochi mesi prima vi erano state le elezioni legislative del 18 aprile 1948: la DC aveva ottenuto la maggioranza assoluta mentre il Fronte democratico popolare, che aveva presentato in lista socialisti e comunisti, era stato sconfitto. Fu la più incerta, la più appassionata, la più sporca campagna elettorale mai combattuta in Italia sino ad oggi. Quel giorno, scrissero i giornali più importanti del mondo, erano in gioco i destini dell’Europa. La campagna elettorale partì il 28 dicembre 1947, quando nacque il Fronte democratico popolare che doveva affrontare il futuro scontro politico-elettorale con la DC. Eppure erano trascorse solo poche ore dalla firma di tutti i partiti antifascisti di quell’atto solenne che fu la Costituzione della Repubblica italiana. Caratteristica di questa campagna elettorale fu la polarizzazione fra due schieramenti contrapposti: quello di opposizione, formato dal PCI e dal PSI e quello governativo, guidato dalla DC e comprendente anche i partiti laici minori (PSLI e PRI erano entrati nel dicembre 1947 nel ministero De Gasperi). Ad imprimere una forte pressione, in senso anticomunista, sul corpo elettorale, oltre all’azione esercitata dalla borghesia imprenditoriale e alla mobilitazione del Vaticano e dell’Azione cattolica, contribuirono alcuni fatti di politica internazionale verificatisi nei mesi cruciali della campagna propagandistica (piano Marshall, scisma di Tito, divisione di Berlino, colpo di Stato comunista in Cecoslovacchia, l’annessione di Trieste alla Iugoslavia). Nella sua campagna elettorale il partito di De Gasperi potè giovarsi dell’aiuto di un potente alleato, gli Stati Uniti, il cui appoggio, meno diretto ma ugualmente decisivo, consentì ai democristiani di presentarsi come i più accreditati rappresentanti della massima potenza mondiale e di agitare la minaccia di una sospensione degli aiuti del piano Marshall in caso di vittoria delle sinistre . La violenza verbale fu più accentuata di quella fisica. Comunque vi furono incidenti e scontri, pestaggi e comizi interrotti. A Latina e provincia si tennero numerosi comizi con oratori locali e nazionali1 sin dal 1947; il primo di essi che parlò aprendo, forse, la campagna elettorale a Latina il 29 febbraio 1948, fu il repubblicano Oronzo Reale. I comizi aumentarono di numero nel mese di marzo ed aprile: tra gli altri intervennero gli on. Andreotti e Campilli per la D.C., l’on. Ingrao e l’avv. Angelo Tomassini per il Fronte Popolare. Il risultato del voto non si prestò ad equivoci. La DC passò dal 35,2% del 2 giugno 1946 al 48,5%, ottenendo la maggioranza assoluta in Parlamento. Bruciante fu la sconfitta dei due partiti operai: il fronte socialcomunista, infatti, raggiunse solo il 31,03%, assai meno di quel 40% ottenuto nel 1946 dai due partiti divisi, perdendo circa un milione di voti, con uno squilibrio tra le due componenti. Il PCI ebbe 131 deputati, il PSI 52. Significativo fu il successo del partito socialdemocratico di Saragat col 7,1%, mentre circoscritta rimase la presenza dei repubblicani col 2,49% e dei liberali col 3,38% . Il peso della sconfitta ricadeva per intero sul PSI, che vedeva più che dimezzata la sua rappresentanza parlamentare e pagava così l’eccessiva identificazione con le posizioni del PCI. Con le elezioni del ‘48 si chiudeva dunque la fase più agitata e incerta del dopoguerra; cadevano le speranze dei partiti di sinistra di guidare la trasformazione della società; si rafforzava l’egemonia del partito cattolico, già delineatasi con l’avvento al governo di De Gasperi ed ora sancita in modo inequivocabile dal responso delle urne. Analoghi furono i risultati delle elezioni per il Senato: su un totale di 237 seggi, la DC ne ottenne 131,contro i 72 del Fronte Democratico Popolare. La DC si trovò ad avere al Senato una maggioranza relativa piuttosto ridotta: 149 senatori (compresi 18 di diritto) su 344. 1 A.S.LT (Archivio di Stato di Latina), Prefettura di Latina, Gabinetto,B.185, F. Comunicazioni della Questura di Latina al Prefetto e ARCHIVIO del PCI, Federazione di Latina (ora depositato nell’Archivio di Stato di Latina), Relazione del segretario provinciale Severino Spaccatrosi inviata alla Direzione nazionale ed al Comitato regionale del PCI, del 7-4-1948. Con le elezioni del 18 aprile veniva modificato il risultato della Costituente che aveva visto i due maggiori schieramenti politici con forze pressoché pari e aveva inizio il lungo periodo di potere della D.C. ed il predominio del PCI nell’opposizione di sinistra. Il nuovo Parlamento elesse l’11 maggio 1948 l’economista liberale Luigi Einaudi (18741961) primo Presidente della Repubblica italiana. Subito dopo De Gasperi fu incaricato di formare un nuovo governo (il quinto) basato sull’alleanza quadripartita tra DC, PSDI, PRI, PLI con Giuseppe Saragat vicepresidente, Mario Scelba agli Interni, Ezio Vanoni alle Finanze, Giuseppe Pella al Tesoro, Carlo Sforza agli Esteri, e Randolfo Pacciardi alla Difesa. Lo stesso premier aveva infatti deciso di non rinchiudersi nella propria maggioranza assoluta, ma di aprirsi alla collaborazione delle cosiddette “forze laiche minori”, utilizzando le competenze tecniche, specie in materia economica e amministrativa, possedute dai loro principali esponenti e il consenso che esse ottenevano negli ambienti intellettuali e professionali2. LE CONSEGUENZE DELL’ATTENTATO Mercoledì 14 luglio 1948 era una giornata calda ed afosa. A Roma era il primo giorno di piena estate dopo due settimane di tempo quasi autunnale. A Montecitorio, alla vigilia delle ferie parlamentari, si discuteva sui contratti d’affitto dei fondi rustici e di vendita delle erbe per il pascolo. L’on. Palmiro Togliatti alle 11,35 lasciò Montecitorio dalla porta secondaria che si apre su via della Missione per eludere il controllo della scorta assegnatagli dal suo partito. Con lui c’era l’on. Nilde Iotti, compagna di partito e di vita, in realtà sua amante. Ma subì l’attentato da parte del giovane: Antonio Pallante3, che fu subito arrestato. Dall’inchiesta e dal processo che ne seguì, non fu mai accertato se fosse stato il gesto di un fanatico isolato o se vi fossero stati dei mandanti. Il paziente reagì bene fisicamente, l’operazione riuscì perfettamente e la ripresa fu rapida e senza problemi. lI ferimento di Togliatti avvenne in un’Italia caratterizzata da gravi tensioni politiche - sociali e sembrò addirittura innescare la scintilla della rivoluzione, subito spenta grazie soprattutto all’ intervento dei vertici comunisti. Allorchè la notizia dell’attentato al leader comunista si diffuse, venne proclamato uno sciopero generale, al quale parteciparono in massa contadini e operai, mossi da uno spontaneo moto di massa e di protesta. In alcune città scoppiarono rivolte spontanee. La più violenta si ebbe in Toscana, ad Abbadia San Salvatore, dove i minatori insorsero, uccidendo un poliziotto e un carabiniere. A Genova portuali ed operai s’impadronirono della città, disarmando la polizia. A Torino la Fiat venne occupata ed il suo massimo dirigente,Vittorio Valletta, fu tenuto prigioniero nel suo ufficio per due giorni insieme ad altri dirigenti. Anche a Mestre il movimento di protesta assunse caratteri preinsurrezionali. A Roma una grande folla in corteo spontaneo chiese ai dirigenti locali che si desse il segnale dell’ insurrezione, mentre qua e là, in Italia,venivano ripescate dai nascondigli le armi della lotta partigiana, in attesa che la manifestazione assumesse un carattere insurrezionale: ciò non accadde grazie al comportamento tenuto dai dirigenti comunisti, impegnati in un’opera di pacificazione tra le masse. Così nel giro di qualche giorno la situazione tornò alla normalità, 2 Sulle prime elezioni del dopoguerra vi è una vasta bibliografia sia in libri che in articoli di giornali. Riporto solo alcuni autori: A.LEPRE, Storia della prima Repubblica. L’Italia dal 1945 al 1998, Il Mulino, Bologna, 1999-. J. SMITH, La guerra fredda 1945-1991, Il Mulino, Bologna, 2000; P. SODDU, l’Italia del dopoguerra 1947-1953. Una democrazia precaria, Ed. Riuniti, 1998, p.193 e segg.; L. MANGONI, Civiltà della crisi, in Storia dell’Italia Repubblicana,vol.1, Einaudi,1994. - F. BARBAGALLO, La formazione dell’Italia democratica, in Storia dell’Italia Repubblicana, cit;- M. INNOCENTI, L’Italia del 1948, Mursia, Milano, 1997; - G. PALLOTTA, Storia dell’Italia repubblicana cit.,vol.1, parte 3: da De Gasperi al centro sinistra, Lucarini, Roma 1987; - R. MANGIAMELI, Gli anni del centrismo; .............-G.CORBI, La battaglia di aprile, La Repubblica del 13 apr. 1993; 3 Domenico Antonio Pallante era nato a Bagnoli Irpino (Avellino) il 3 ag.1923 ma residente a Randazzo (Catania). Il padre, Carmine, era guardia forestale. Era il maggiore di quattro fratelli. Aveva studiato in seminario ed era studente del 4. anno di giurisprudenza all’Università di Catania. Era stato iscritto al partito Liberale e all’Uomo Qualunque ma nelle elezioni politiche del 18 aprile 1948 aveva fatto propaganda per la D.C. Fu condannato a 20 anni di carcere poi ridotti a 13 ed in parte condonati. Liberato nessuno ne sentirà più parlare. Cfr.G.GOZZINI, Hanno sparato a Togliatti. L’Italia del 1948, Il Saggiatore,1998, p.16; L’OSSERVATORE ROMANO del 16 luglio 1948 ed altri giornali. grazie anche, si disse, alle vittorie ed alla conquista della maglia rosa, il 15 luglio, di Gino Bartali nel Tour de France.4 L’attentato a Togliatti contribuì ad accrescere la popolarità del dirigente politico, considerato, inizialmente, il rappresentante di Stalin in Italia, mentre in seguito acquistò un suo autonomo prestigio nazionale ed internazionale. Il 14 luglio segnò una tappa importante in quello che è stato il culto della personalità di Togliatti. In settembre, al Foro italico di Roma, in occasione del suo ritorno alla vita politica, fu girato un film sul comizio che pronunciò. Questa manifestazione fu considerata come una festa e una dimostrazione di forza. L’esser sfuggito alla sorte sembrava, al popolo comunista, un segno dell’inversione della tendenza politica che si era espressa nelle elezioni del 18 aprile e Togliatti appariva il simbolo della forza profonda del partito. Con l’attentato a Togliatti l’anticomunismo, che aveva caratterizzato la campagna elettorale del centro e della destra, raggiunse la massima asprezza e mostrò a quali pericolosi sbocchi poteva portare la competizione politica se fosse spinta a livelli esasperati.5 A LATINA Nel 1948 la provincia di Latina era tutto un cantiere: si liberavano dalle macerie della guerra le strade, si ricostruivano i ponti, cimiteri (nell’isola di Ponza e Sperlonga), ospedali (Terracina, Fondi, Formia), acquedotti, fognature,chiese e canoniche, (Aprilia, Bassiano, Campodimele, Cisterna, Fondi,Formia, Terracina, Itri, Lenola), impianti di illuminazione pubblica ed opere marittime. A Latina si completava il nuovo padiglione ospedaliero di chirurgia. In alcuni comuni si effettuavano demolizioni di edifici pericolanti, in altri (Castelforte, Gaeta, Latina, Terracina, Itri) venivano requisite ai privati costruzioni per alloggiarvi i senzatetto, in altri ancora (Aprilia, Cori, Castelforte, Formia, Minturno e frazioni, Fondi,Gaeta, Itri, Sperlonga, Terracina) si costruivano alloggi per gli sfollati. Si stavano riparando gli edifici scolastici nei comuni di Aprilia, Cori, Bassiano, Terracina, Fondi, Formia, Minturno, Castelforte, Sperlonga ed a Borgo Podgora e Piave nella città di Latina. Nonostante che ogni comune fosse un cantiere, il lavoro non era sufficiente a garantire una paga giornaliera a tutti i 6.000 disoccupati della provincia. Dal mese di luglio si ebbe, però, una ripresa delle attività industriali con l’assunzione di operai per i lavori stagionali sia nello zuccherificio di Latina (12 mila quintali di bietole al giorno con una produzione di 1.500 quintali di zucchero), che nei conservifici di Latina scalo, Pontinia e Terracina, che assorbivano un elevato numero di maestranze. Era in piena attività anche il molino MAP di Latina scalo. I residenti in provincia erano 273.415 con un aumento del 13,2% rispetto a dieci anni prima.Il tasso di natalità del 3,1% era tornato al livello dell’anteguerra mentre diminuisce l’indice di mortalità (0,8%). Era ancora diffusa la borsa nera perché solo alcuni generi razionati venivano consegnati ai magazzini con una certa regolarità come lo zucchero ed il riso. Infatti, nel mese di luglio, venne distribuita soltanto metà razione di pasta a persona (500 grammi). Comunque, secondo il Prefetto di Latina dott. Limone, la Provincia era ben rifornita ed i mercati in grado di soddisfare le esigenze dei consumatori, per cui la condizione alimentare-economica era da considerarsi soddisfacente anche perché la popolazione, costituita nella sua maggioranza dal ceto agricolo, risentiva meno della crisi rispetto agli altri lavoratori salariati ed agli impiegati. Ma a Latina gli inquilini delle case popolari chiesero al Prefetto il permesso di continuare a coltivare gli “ orti di guerra” perché molti non sapevano” come fare per tirare la vita” e gli orti sarebbero stati “di grande aiuto in questo momento così penoso per il continuo aumento dei prezzi ed anche per la mancanza di verdura”6. Questa richiesta, non accolta dal Presidente dell’IACP, contraddice con la positiva descrizione alimentare della relazione prefettizia esistente in provincia. 4 Su questo argomento si trova una numerosa produzione giornalistica oltre che storica. Gli storici propendono per la marginalità dell’episodio, mentre alcuni giornalisti, tra cui G. Bocca, assai meno: V. EMILIANI, E Bartali stemperò la rabbia per Togliatti, Il Messaggero del 14-7-1998. 5 G. GOZZINI, Hanno sparato a Togliatti,L’Italia del 1948, il Saggiatore, Milano, 1998. M. CAPRARA, L’attentato a Togliatti, Marsilio, 1978. A.CAZZULLO, I ragazzi di via Po 1950-1961.Quando e perché Torino ritornò capitale, Mondadori,1997. 6 A.S.LT, Prefettura di Latina, Gabinetto, B.132, orti di guerra, lettera degli inquilini delle case popolari al Prefetto, del 6-6-1947 Erano ancora in vigore le requisizioni obbligatorie di beni di prima necessità da consegnare agli ammassi dei “granai del popolo dove venivano conferiti 30 mila quintali di frumento dalle aziende agrarie vincolate per contingenza, al prezzo di £ 6.500 al quintale”. Anche l’aumento del prezzo del pane a 115 lire il chilo, deciso nel mese di luglio dal Parlamento, fu accolto dalla popolazione con “ rassegnata comprensione” nonostante le critiche che le masse popolari rivolgevano al progetto Fanfani che avrebbe agevolato le classi abbienti a danno di quelle più disagiate.7 Tali benevoli giudizi del Prefetto contrastavano con quelli di Severino Spaccatrosi, segretario provinciale comunista, che in una riunione della direzione del suo partito tenuta nei mesi seguenti alle elezioni del 18 aprile riferì del malcontento esistente tra la popolazione, soprattutto in quella che aveva votato DC, a causa della politica fiscale del governo. Tali malcontenti si potevano ascoltare anche nelle corriere dove i passeggeri ammettevano: ” io ho votato per la DC perché credevo volesse fare gli interessi del popolo, però un’altra volta non mi frega più”. Anche tra i contadini, i piccoli proprietari enfiteuti ed i coloni dell’Opera Nazionale Combattenti di Latina si faceva strada la convinzione che l’aumento esorbitante delle imposte e dei canoni fosse colpa della DC. Molti affermavano che in caso di nuove elezioni avrebbero dato il voto ai comunisti. Secondo il segretario provinciale comunista tale malcontento era ravvisabile già in tre fatti presenti nella provincia pontina: a- nella sconfitta riportata dalla DC nelle elezioni amministrative del 5 settembre in tre comuni dove non era riuscita a totalizzare neanche un terzo dei voti del 18 aprile; b- nella solidarietà mostrata dalla popolazione verso gli arrestati di Cori e Sezze, dopo l’ attentato a Togliatti; c- nel rifiuto dei saragattiani (PSDI) e repubblicani di uscire dalla CGIL, nonostante le pressioni dei democristiani. Infatti alle elezioni amministrative che si svolsero alcuni mesi dopo il 18 aprile, la DC, credendo di ottenere di nuovo un plebiscito, rifiutò qualsiasi intesa con altri partiti della coalizione governativa riportando, però, una bruciante sconfitta. A Castelforte la DC che il 18 aprile aveva ottenuto 2000 voti, il 5 settembre 1948 ne raccolse 700; a Roccasecca dei Volsci da più di 500 ne ottenne 217; a S.Cosma da più di 800 ricevette solo 214 voti.8 Ma nemmeno il PCI provinciale, privo di risorse economiche adeguate, di funzionari politici capaci ed esperti e di solide motivazioni politiche-morali, fu in grado “ di comprendere l’importanza dei problemi che erano al centro di ogni attività del partito e di convogliare ed organizzare il malcontento delle masse”. Le sezioni non svolgevano nessuna attività politica di rilievo. Si limitavano, rilevava il segretario provinciale Spaccatrosi, a fornire le tessere, a fare la distribuzione di qualche copia di ‘Vie Nuove’, a svolgere una propaganda spicciola e frammentaria senza alcuna coordinazione politica . Solo in qualche sezione si svolgeva la lettura dell’Unità nelle ore serali. Nessuna sezione dopo il 18 aprile aveva effettuato un lavoro di tesseramento o ritesseramento dei compagni. Il ritiro delle 4.833 tessere da parte delle sezioni, era avvenuto quasi tutto prima del 18 aprile, mentre nel 1947 erano state consegnate 7.282 tessere. Le cause di questo disinteresse politico erano da individuare, per il segretario comunista, nel mancato successo elettorale del 18 aprile che aveva portato una notevole delusione politica fra i dirigenti sezionali e tra gli iscritti. Era anche vero che le sezioni non avevano fatto nulla per reagire a questo stato di abbandono e a questa ondata di indifferenza e di apatia che aveva, in un certo modo, guadagnato i compagni e simpatizzanti. Il PCI pontino si trovò a dover affrontare l’organizzazione e la rielezione di adeguati direttivi politici sezionali nei maggiori comuni della provincia: Formia, Terracina, Gaeta, Cisterna, Cori, Sezze, Fondi. Il segretario provinciale dovette recarsi per diversi giorni a discutere nella sezione comunista di Sezze perché il segretario sezionale, il maestro elementare Giuseppe Fanelli, subito dopo la pubblicazione dei risultati ufficiali del 18 aprile si dimise, per protesta, 7 A.S.LT., Prefettura di Latina, Gabinetto, B.200, Relazione mensile sulla situazione politica, economica ed annonaria sull’ordine pubblico e sulle condizioni della pubblica sicurezza, del Prefetto dott. Limone, del 29-71948. Relazione sull’attività della provincia nel campo dei lavori pubblici del Genio Civile, dell’ing. Ciarlo, del 21 luglio 1948; Questura di Latina, Situazione politico-economica , ordine pubblico per il mese di luglio 1948, del 27 luglio 1948. Cfr. G.TASCIOTTI, ”8 luglio 1948, la maturità rinviata per furto” in Gli affreschi dimenticati, Novecento, Latina 2002, p.88 e segg. 8 ARCHIVIO P.C.I., Relazione sulla situazione politica della provincia, del segretario provinciale del PCI, Severino Spaccatrosi, inviata alla Direzione del PCI, del 10-9-1948. Cfr. G.TASCIOTTI, Un paese rurale della valle dell’Amaseno, Latina, 1989. perché non era stato consultato sui nomi dei candidati proposti alla Camera ed al Senato, mentre gli altri dirigenti sezionali sostenevano che le dimissioni erano il frutto della paura per la vittoria della DC9. Insomma i risultati delle elezioni politiche avevano ridotto al silenzio una enorme massa popolare delusa e, nello stesso tempo, intimorita dai risultati del 18 aprile. Infatti è diversa la mobilitazione popolare, la consistenza dello sciopero, la vastità del territorio coinvolto e la partecipazione dei cittadini nelle manifestazioni per condannare l’attentato, nei due maggiori comuni amministrati dalle sinistre: Cori e Sezze. Il dato comune, però, in entrambi i Comuni fu il coinvolgimento nella mobilitazione, quasi, di un’unica categoria di lavoratori e di cittadini: i lavoratori della terra (braccianti, contadini e salariati) come se altre classi sociali non fossero presenti. Vivevamo in un’Italia con circa il 50 % di persone che lavoravano nell’agricoltura. In entrambi i comuni esisteva una forte Lega dei contadini e numerose cooperative agricole che nell’ anno precedente avevano ottenuto dalla commissione provinciale per le terre incolte 2.662 ettari di terreni incolti o scarsamente lavorati10. L’attentato a Togliatti e gli arresti di Cori e Sezze sembrarono rinvigorire una folla silenziosa e latente che, improvvisamente, riemerse sia con manifestazioni e scioperi che con una disorganizzata ma spontanea raccolta di fondi di solidarietà per gli arrestati. L’imprevisto attentato, la paura per i risultati elettorali, l’incapacità politica ed organizzativa del PCI impedirono la creazione di un comitato provinciale che promuovesse e coordinasse la sottoscrizione per la raccolta dei fondi per gli arrestati di Cori e Sezze . Infatti, tale sottoscrizione fu rivolta solamente tra gli iscritti ai partiti di sinistra, tre le organizzazioni parallele e tra i simpatizzanti mentre si sarebbe dovuta allargare a tutta la popolazione dove avrebbe trovato, sicuramente, piena solidarietà. Percorrere questa strada, però, lo impedì anche la ricerca di cavilli burocratici da parte della Questura di Latina che concesse l’autorizzazione, dopo molto tempo, solo alla sottoscrizione popolare per Cori ma non per Sezze adducendo come motivo un errore fatto nella richiesta di autorizzazione. Malgrado la povertà della popolazione furono raccolte in provincia circa 300.000 lire in segno di solidarietà per i 13 arrestati di Cori ed i 15 di Sezze (esclusi i latitanti). Dei soldi un terzo fu raccolto a Cori ed un altro a Sezze, mentre la cifra rimanente nel resto della provincia. Oltre al denaro furono raccolti molti generi alimentari come farina, fagioli, olio ecc. Ogni organizzazione doveva svolgere un ruolo così ripartito: la Camera Confederale del Lavoro faceva pervenire ogni mattina ai carcerati sigarette, frutta e qualcos’altro, la Camere del lavoro e le leghe contadine pensavano alle famiglie . Il segretario provinciale per evitare incomprensioni e favoritismi nella distribuzione degli aiuti, propose al direttivo l’approvazione di un criterio minimo per aiutare le famiglie degli arrestati: ogni persona della famiglia doveva ricevere ogni giorno 75 grammi di farina, 50 grammi di fagioli, 300 grammi di patate e 75 lire11. Negli altri comuni della Provincia e precisamente a Roccagorga, Gaeta, Scauri le forze dell’ordine procedettero a denunzie per reati di minore gravità, quali violenza privata, violazione di domicilio e contravvenzione all’art. 18 della legge di Pubblica Sicurezza. A Latina furono denunziati un assessore del Comune ed il comandante dei Vigili urbani, resisi responsabili del reato di cui all’art.343 del C.P. per aver impartito ordini alle guardie comunali di far chiudere i pubblici esercizi, i cui proprietari, volontariamente, non avrebbero aderito allo sciopero proclamato dalla CGIL. Ma dal giorno 17 luglio, il Prefetto assicurò il Ministro dell’Interno che “ l’ordine pubblico è ovunque tornato normale”12 SCIOPERO E NEGOZI CHIUSI A CORI Venuti a conoscenza dell’attentato a Togliatti, i dirigenti dei partiti di sinistra e delle organizzazioni sindacali di Cori organizzarono un comizio per la sera del 14 luglio 1948 in modo da informare gli iscritti ed i cittadini dell’attentato. I dirigenti locali del P.C.I e del 9 IVI, Rapporto del segretario provinciale del PCI, Severino Spaccatrosi, alla direzione centrale ed al comitato regionale del PCI, del 4-8-1948 10 Cfr. G.TASCIOTTI, Le lotte contadine nell’agro pontino 1944-1947, Ist. per la Storia del Risorgimento, Latina 1991. 11 ARCHIVIO PCI, Relazione sulla situazione politica della provincia, cit., del 10-9-1948. 12 A.S.LT., Gabinetto, Prefettura di LT.,B.200,F. Relazioni settimanali e mensili dal 1945 al 1949, Relazione mensile sulla situazione politica, economica ed annonaria, sull’ordine e lo spirito pubblico e sulle condizioni della pubblica sicurezza. Cfr. IL POPOLO, In tutto il paese situazione normalizzata, del 17 luglio 1948. P.S.I fecero diffondere dal banditore comunale la notizia che alle ore 21 si sarebbe tenuto un comizio in Piazza Plebiscito. Per tale manifestazione, però, non era stata chiesta la competente autorizzazione alla Questura e né erano stati informati i carabinieri della caserma di Cori. L’annuncio del comizio serale era stato seguito dall’affissione di manifesti murali con le seguenti frasi scritte a penna “Basta.Volete altro sangue”,”Nel 1924 ci fu Matteotti nel 1948 Togliatti”. Il comizio iniziò alle ore 21-21,30 e fu tenuto dal consigliere comunale del PCI geometra Giovanni Ricci e dal segretario del PSI avvocato Luigi Marafini alla presenza di 600 /1000 persone. I due oratori, parlando dal balcone del palazzo comunale, incitarono (sulla base del rapporto dei carabinieri di Cori) i cittadini al disordine, alla rivolta ed all’odio di classe. Parlò per primo il socialista Marafini che affermò ”il sangue di Matteotti è stato lavato a Piazza Loreto, il sangue del compagno Togliatti deve essere lavato in tutte le piazze d’Italia compresa quella di Cori”. Tale frase fu ripetuta più volte dall’oratore socialista, con ovazioni ed applausi, provocando un’ esaltazione della folla presente in piazza dove non era presente alcun rappresentante delle forze dell’ordine, nemmeno i carabinieri della caserma di Cori che non erano stati formalmente avvisati del comizio ma erano a conoscenza della manifestazione in quanto il banditore comunale lo aveva strillato in ogni angolo del paese. Alcuni partecipanti riferirono le frasi pronunciate dagli oratori al maresciallo della caserma dei Carabinieri di Cori che, anche se ascoltava il comizio dal balcone della caserma, non poteva sentire con precisione le parole ed i passaggi più importanti del comizio. Ascoltò con più attenzione e ricordò con più precisione, invece, altri concetti dell’oratore comunista Ricci quando affermò “hanno arrestato dei contadini perché trovati in possesso di qualche archibugio e qualche manciata di polvere, mentre hanno lasciato in libera circolazione gli armati per tutte le città d’Italia” frasi che, unite alle critiche del Governo, secondo il rapporto del maresciallo, avrebbero incitato i partecipanti al comizio all’odio di classe . La notte del 14 luglio passò senza incidenti. Dopo il comizio, tenuto nella piazza principale di Cori la sera dell’attentato a Togliatti, partì l’organizzazione dello sciopero generale per il giorno successivo: dovevano restare chiusi i negozi, le trattorie, il tabacchificio. Sin dalle prime ore del giorno successivo squadre di giovani social-comunisti, ognuna formata da 10/15 persone, pattugliarono tutte le strade del paese e della periferia per far chiudere tutti i negozi. La stessa mattina del 15,verso le ore 8, mentre il personale dell’agenzia coltivazioni tabacchi, sito nell’edificio scolastico di Cori, era intento al lavoro, si presentarono nel magazzino della fabbrica i sigg. Giovanni Guarnacci, Giuseppe Ricci detto “pisellino” ed Amerigo Nocera, mentre gli altri promotori dello sciopero rimasero fuori, ed invitarono il personale ad aderire allo sciopero generale proclamato dalla Confederazione generale del lavoro. Il responsabile del laboratorio Terenzio Marafini fece presente che non poteva assumersi la responsabilità di una tale decisione ed invitò gli ospiti ad uscire dal magazzino altrimenti avrebbe chiamato i carabinieri. A tale minaccia il Guarnacci rispose in malo modo mentre il Ricci cercò di trascinare con la forza il Marafini fuori del magazzino. Intervennero, anche, le operaie che riuscirono ad allontanare il responsabile dell’azienda dall’ira degli scioperanti. Poi, giunse il maresciallo dei carabinieri che rassicurò le operaie sul ritorno alla normalità del lavoro. Invece dopo un’ora si presentarono un centinaio di manifestanti che bussando al portone, chiuso, del magazzino gridavano: ”Aprite o mò le buttiamo; Aprite brutte mignotte, puttane..” La porta fu aperta solo quando si presentò il capo delle guardie comunali Tommaso Neri seguito dal vice sindaco Guido Ricci, dal consigliere comunale Giovanni Ricci e dal responsabile della Camera del lavoro locale Giovanni Guarnacci. Il vice sindaco chiese alle operaie se intendevano continuare il lavoro oppure aderire allo sciopero ed ottenne risposta negativa all’adesione allo sciopero. Intervenne il consigliere Ricci che ricordò alle operaie che per quel giorno era stato indetto lo sciopero e che non aderire avrebbe potuto avere serie ripercussioni personali e politiche per cui declinava ogni responsabilità su eventuali conseguenze ricordando, anche, che il loro lavoro era stato reso possibile per l’impegno assunto dall’ amministrazione comunale nel reperire i locali. Le parole dei responsabili sindacali e politici erano sottolineate da continue grida degli altri attivisti social-comunisti rimasti fuori il magazzino, per cui le operaie decisero di sospendere il lavoro e di aderire allo sciopero solo per quella giornata.13 La mattina del 15 luglio, altri gruppi di attivisti e simpatizzanti comunisti percorsero le strade del paese per far cessare, in segno di solidarietà a Togliatti ed al suo partito,ogni attività lavorativa. Fecero chiudere i negozi di alimentari ancor prima di mezzogiorno. Tommaso Ricci voleva far chiudere la cooperativa “25 luglio”ed arrivò a minacciare il Sindaco Cristofaro Milita che si opponeva a tale decisione.14 Luigi Serretti che allora aveva 52 anni e gestiva con la moglie un’osteria nel centro del paese riferì al giudice di aver appena aperto il locale che si presentarono Tommaso Ricci soprannominato “Brecciolino ” ed il fotografo Alberto Bianchini con altre persone invitandolo a chiudere l’ esercizio. Non gli rivolsero minacce ma gli dissero “se non chiudi ce la vediamo nel pomeriggio”. Il gestore non si preoccupò delle intimidazioni e tenne aperta l’osteria sia il pomeriggio, in quanto doveva preparare un pranzo di matrimonio, che nei giorni seguenti, senza ricevere altri avvisi o minacce15 . Una prima squadra di attivisti passò anche nel negozio di tessuti di Giuseppe Milanini, aperto dal figlio ventunenne Giovanni che ricevette l’invito a chiudere per sciopero. Il giovane rispose che non avrebbe chiuso. Poco dopo passò un’altra squadra di cui facevano parte “brecciolino e pisellino” (Tommaso e Giuseppe Ricci) rivolgendogli lo stesso invito dei precedenti compagni ma ottennero la stessa risposta che aveva fatto agli altri. Costoro, però, gli risposero “te ne pentirai”. Ma il commerciante tenne aperto ugualmente sino a mezzogiorno16. Nella stessa mattina del 15 luglio alle ore 10,30, riferì il maresciallo dei Carabinieri di Cori, un’altra squadra di facinorosi, capitanata da Alberto Bianchini e Tommaso Ricci si recò nell’osteria di via Ninfina, gestita da Giuseppa Giglio, ed alla presenza del marito imposero la chiusura del locale. Di fronte alle resistenze dei titolari ad aderire allo sciopero, l’esponente comunista Tommaso Ricci li minacciò con la frase “se non chiudi ce la vediamo nel pomeriggio”. Fu invitato a chiudere la sua attività commerciale (ferramenta) ed in seguito minacciato anche Alberto Celani da un’altra squadra i cui capi erano Giuseppe e Tommaso Ricci.17 Furono individuati dai Carabinieri della locale caserma, inizialmente, solo i responsabili di ogni squadra nelle persone di Alberto Bianchini di Alessandro, Guarnacci Giovanni di Vincenzo, Giuseppe Ricci di Urbano,Tommaso Ricci fu Luigi,Valentino Chiari fu Carmine mentre rimanevano da identificare tutti gli altri i quali, secondo il maresciallo, erano “elementi notoriamente conosciuti come turbolenti e capaci di commettere violenze alle persone ed alle cose”.18 I BLOCCHI STRADALI DEL 16 LUGLIO La sera del 15 luglio alle ore 22/23 tutti gli iscritti ed i simpatizzanti della sinistra si riunirono, nella sezione comunista, con l’assessore comunale e dirigente comunista Giovanni Ricci, con il segretario socialista Luigi Marafini, con il segretario della Camera del Lavoro Giovanni Guarnacci e con il segretario della sezione comunista Luigi Chiominto, per ascoltare dal giornale radio sia le condizioni fisiche di Togliatti che la decisione del sindacato sul proseguimento o meno dello sciopero e le iniziative politiche del partito comunista. Dopo aver sentito che lo sciopero continuava, parlarono l’assessore Giovanni Ricci ed il segretario socialista Luigi Marafini che confermarono il proseguimento dello sciopero ma era necessario informare ed avvertire di questa decisione gli assenti. Per meglio ottenere l’adesione generale venne deciso dai dirigenti locali di impedire il passaggio automobilistico 13 MINISTERO DI GRAZIA E GIUSTIZIA, Archivio della Corte D’Appello di Roma, Processo penale, n.28/1948, Denuncia dell’agente di controllo dell’agenzia coltivazioni tabacchi di Cori sig. Terenzio Marafini al comandante della stazione dei carabinieri di Cori. 14 IVI, Verbale di testimonio del maresciallo dei carabinieri Meuti al giudice istruttore A. Pagliei, del 14 agosto 1948. 15 IVI, Verbale di testimonio di Luigi Serretti al giudice A. Pagliei, del 18 agosto 1948. 16 IVI, Verbale di testimonio di Giovanni Milanini al giudice A. Pagliei, del 18 agosto 1948. 17 IVI, rapporto n.100 dei Carabinieri di Cori alla Procura del Tribunale di Latina, alla Questura ed al Comando della Compagnia Carabinieri di Latina del 6 agosto 1948 e Relazione del Procuratore della Repubblica di Latina del 12 ott.1948. 18 IVI, processo verbale di testimonio del maresciallo dei CC di Cori, Meuti, al giudice istruttore Antonio Pagliei, del 4 ag. 1948 e rapporto n.92 del maresciallo dei carabinieri di Cori, Meuti, alla Procura della Repubblica di Latina, del 17 luglio 1949. e pedonale nelle quattro porte di accesso ed uscita del paese con squadre di attivisti, sin dalle prime luci dell’alba. Furono formate quattro squadre che dovevano presidiare le porte più un’altra per l’ordine interno del paese. I nomi dei componenti delle squadre che avevano il compito di “avvertire i contadini che lo sciopero continuava”, rileva il rapporto del maresciallo,venivano annotati, nei locali della sezione comunista, dal ventitreenne Aldo Angelini, segretario dell’ECA. I posti di blocco furono collocati nelle seguenti porte: --Regione Monte: la squadra, capeggiata da Valentino Chiari e formata da Paris Cecchi, Angelo Vitelli, Lelio Salvatori e Luigi Vitelli, collocò massi di pietra e tronchi di legno in via Circonvallazione allo scopo di non permettere la partenza delle autocorriere di linea della ditta Palliccia . --Porta Ninfina: la squadra capeggiata da Alberto Bianchini e Giuseppe Ricci, coadiuvati da Rosario Mancini, Pietrantonio Cimini, Umberto Mancini, Angelo Porcari, Mariano Pierluisi, Alfredo Musa, Antonio Pistilli e Natalino Gattamelata, bloccava l’uscita delle persone dalla via del Covone dove erano stati collocati massi di pietre e pali di legno, in modo da impedire completamente l’ uscita dal paese dei contadini ma il libero transito alle donne. Coloro che scavalcavano l’ostacolo, disattendendo il consiglio di scioperare, venivano segnati su un libretto dal Bianchini. --Ponte della Croce : blocco stradale collocato all’imbocco di via Duca della Vittoria, operato da una squadra capeggiata da Mariano Rossi e formata da Angelo d’Elia, Amerigo Nocera, Guido Conti, Tommaso Riccci, Francesco Vittori e Mariano Conti. --Bivio strada Giulianello: non fu possibile, per i carabinieri, individuare i responsabili del blocco stradale. --Centro del paese: squadra capeggiata da Luigi Marafini che, secondo il maresciallo dei carabinieri, si alzò di buon mattino per dirigere le operazioni di informazioni sullo sciopero mentre sui blocchi stradali non sapeva nulla. C’era anche Guido Conti ed il fratello del segretario comunista Chiominto. I blocchi stradali impedirono la partenza dei servizi automobilistici di linea per Roma, Latina e Cori-scalo. Il comandante locale dei carabinieri, visto il gravissimo allarme sociale nella popolazione chiese rinforzi adeguati al capoluogo e ne informò il Sindaco che si adoperò con il personale comunale per la rimozione degli ostacoli stradali. Si deve anche alla sua collaborazione, relaziona il maresciallo, se non avvennero incidenti19 I PRIMI ARRESTI La mattina del 16 luglio, due giorni dopo l’attentato a Togliatti , il paese di Cori era percorso da un insolito rumore e da una numerosa presenza di persone, inconsueta in un periodo di numerose attività in campagna. Erano state bloccate le porte di accesso e di uscita dal paese con grossi massi di pietra e con tronchi di albero. Ogni blocco era presieduto da una squadra di persone. Attivisti volontari di sinistra in gran parte comunisti, stavano invitando a scioperare i passanti dalle cinque del mattino. Molte delle adesioni allo sciopero non erano volontarie ma astutamente forzate in quanto gli inviti allo sciopero erano velatamente minacciosi. Il paese era più rumoroso e la piazza del comune era più animata del solito: si discuteva dell’attentato a Togliatti ma anche dello sciopero che aveva costretto a rimanere in paese molte persone, impossibilitate a raggiungere con un mezzo le città vicine o perché invitate a non superare a piedi i posti di blocco. Normalmente, soprattutto di mattina, la piazza non era così frequentata. C’era una miscela esplosiva che poteva scoppiare da un momento all’altro. Erano troppi i casi di violenza che si erano verificati in due giorni: assalto alla manifattura del tabacco con minacce e violenze al capo-operaio ed alle lavoratrici; minacce ai commercianti; blocchi stradali, pressioni politiche agli operai e braccianti. Ma un fatto inquietante che aveva fatto preoccupare il maresciallo dei carabinieri dovevano essere state le voci di un imminente assalto alla caserma di Cori. Voci incontrollate ma che, avrà pensato il maresciallo, in quei particolari momenti non bisognava mai sottovalutare. I Carabinieri erano vigili e sospettosi di chiunque e di qualsiasi cosa. Ci fu un allarme quando Lelio Tebaldi ed altri esponenti del fronte popolare furono visti “innanzi la caserma dei carabinieri in atteggiamenti sospetti prima che arrivassero le forze di polizia”. Il maresciallo chiese a Tebaldi, dopo qualche giorno, che 19 IVI, Rapporto n. 92 del maresciallo dei carabinieri di Cori, del 17 luglio 1948, cit. intenzione avesse quella sosta fuori la caserma con i suoi compagni ma l’interessato lo rassicurò dicendo che cantava, insieme agli altri, senza alcun motivo particolare 20. Il maresciallo dei carabinieri di Cori chiese, comunque, a Latina urgenti ed adeguati rinforzi di Polizia allo scopo di procedere all’arresto di coloro che avevano commesso reati. Alle ore 10 del 16 luglio vennero inviati a Cori, agenti e carabinieri i quali collaborarono con quelli locali per arrestare: -Valentino Chiari fu Carmine nato il 16-10-1912, calzolaio, coniugato con figli, incensurato; -Alberto Bianchini di Alessandro, nato a Roma il 17-11-1918, fotografo, coniugato con figli, alfabeta, incensurato; -Giuseppe Ricci di Urbano nato il 24-1-1909, autista, coniugato con figli, alfabeta, incensurato; -Tommaso Ricci fu Alfredo nato l’1-2-1921, contadino, coniugato con figli, alfabeta, già condannato; -Tommaso Ricci fu Luigi nato l’8-2-1896, oste, coniugato senza figli, alfabeta, già condannato; -Francesco Vittori fu Pietro nato il 18-3-1909, contadino, coniugato con figli, alfabeta, incensurato; mentre non si procedette all’arresto del segretario della Camera del Lavoro, il falegname Giovanni Guarnacci (nato a Cori il 26-6-1897, alfabeta, incensurato), in quanto “il medesimo si giustificò dicendo di essere stato costretto dagli altri squadristi ad intervenire alla manifattura dei tabacchi per far cessare il lavoro”. Fu arrestato, invece, il giorno seguente a Latina dopo che i carabinieri accertarono la sua precisa responsabilità nell’ aver diretto e capeggiato le squadre di azione21. Secondo la denuncia, gli arrestati furono accusati del reato di costituzione di squadre di azione e del reato di cui all’art 1 p.ed ultima p. del D.L.22-1-48 n.66 per aver deposto massi di pietra sulla strada di accesso a paesi vicinori, impedendo così la circolazione di veicoli e privati, aggravato perchè commesso da più persone con minaccia di grave pericolo alle persone e per violenza privata alla persona di Terenzio Marafini. La notizia degli arresti si diffuse in tutto il paese e fece svuotare la piazza principale dai numerosi contadini e braccianti che non si erano recati al lavoro per la giornata di sciopero. Ognuno tornò nella propria abitazione per non dare sospetti ai carabinieri di aver partecipato al blocco stradale avvenuto durante la notte. Per i cittadini commentare l’attentato a Togliatti e la decisione della giornata di sciopero a Cori era anche un’esercitazione dialettica che poteva servire a passare il tempo in un giorno di riposo forzoso, ma essere arrestati significava far mancare alla famiglia il sostentamento economico necessario per andare avanti, in un periodo già di per sé misero. I cinque arrestati vennero condotti nella caserma di Cori da dove, verso le ore 12, furono condotti nelle carceri di Latina. Un folla di curiosi, di parenti e familiari si radunò fuori l’edificio in attesa di conoscere l’esito dei fermati.Tra i presenti, riferirono gli agenti, c’era anche la moglie del contadino Francesco Vittori che, a voce alta, chiese al marito ”Cosa hai fatto; perché ti hanno arrestato? ” e mentre il coniuge si incamminava verso l’automezzo della polizia rispose “L’ho fatto per il bene dell’umanità”22. INTERROGATI GLI ARRESTATI DI CORI Dopo un processo verbale nella Questura di Latina, gli arrestati vennero tradotti nel carcere cittadino dove, il 23 luglio, furono interrogati dal giudice istruttore dott. Antonio Pagliei. Il primo ad essere interrogato fu Giovanni Guarnacci, segretario della Camera del lavoro di Cori, nato nel 1897, falegname, incensurato che dichiarò: “protesto la mia innocenza. Io sono segretario della Camera del lavoro di Cori,ma non sono affatto un delinquente.Io non feci male a nessuno né minacciai nessuno nei giorni dello sciopero.Non feci chiudere alcun locale pubblico, e non ho minacciato rappresaglie fuori la manifattura dei tabacchi. Lo sciopero in Cori nel giorno di giovedì 15 non fu affatto totale. C’era chi aderiva allo sciopero e chi no,ognuno poteva fare i comodi suoi. Ricordo,per smentire quanto dicono i carabinieri, che il negozio di tessuti di Giuseppe Milanini rimase 20 IVI,Verbale di testimonio del maresciallo dei Carabinieri di Cori, Aquilino Meuti, al giudice Pagliei, del 28 ag. 1948; Rapporto del Commissario di P.S. della Questura di Latina al Procuratore della Repubblica ed al Questore di Latina, del19 luglio 1948. 21 IVI,verbale del maresciallo dei CC di Cori, A. Meuti, alla Procura della Repubblica di Latina,del 17 luglio 1948. 22 IVI, verbale di autotestimonianza del maresciallo di P.S. Giovanni Mazzola e dell’agente Giovanni Perotta che avevano partecipato agli arresti di Cori, inviato all’autorità giudiziaria, del 16 luglio 1948. aperto per tutto il giorno; anche il caffè di Rinaldo Corsetti nella piazza di Cori sopra; quello di Luigi Corsetti in via Umberto I, inoltre due negozi di frutta ed altri. Quindi non è vero che noi con la forza costringessimo i commercianti a chiudere. Nego altresì di aver costituito squadre di azione per scopi delittuosi. Io non partecipai alla costituzione di alcun blocco stradale. Io quel giorno non mi mossi da casa dalla mezzanotte del giovedì 15 alle ore 7 e mezzo del mattino, ed indico come testimoni G.Corradini e lo stesso Sindaco di Cori Cristofaro Milita, cui chiesi l’ora a mezzanotte. Circa l’episodio della manifattura dei tabacchi ammetto di esservi andato la mattina del giovedì. Preciso che a Cori quella mattina si diceva che alla manifattura dei tabacchi non si scioperava. Alcuni volevano commettere qualche violenza. Io come elemento moderatore, essendo il capo dei lavoratori, mi portai in detto luogo. Qui chiesi del direttore Ferdinando Ferdinandi. Questi, però, non c’era. Mi rivolsi allora a Terenzio Marafini, operaio in detta manifattura, facendogli presente la necessità che mandasse via le donne per evitare guai maggiori. Costui però mi rispose che lui non poteva fare nulla non avendo in proposito alcun potere. Io me ne andai senza fare atti di forza o minaccia. Andai dal geom. Giovanni Ricci ad avvertirlo del fatto e della eventuale ripercussione politica. Io e il Ricci tornammo alla manifattura per evitare incidenti, in quanto il Ricci era molto sentito.Quando arrivammo sul luogo, il Vice Sindaco di Cori Guido Ricci, già aveva convinto le operaie a scioperare. Io assistetti all’uscita delle operaie. Non è vero che io dissi la famosa parola “ mò le buttiamo”. Venendo all’accusa principale respingo di aver contribuito alla formazione di squadre di azione per sovvertire l’ordine pubblico e di bloccare le strade. Invece è vero che la sera del 15 luglio alle ore 11, io insieme al geom. G.Ricci , Guido Ricci, Cristofaro Milita, Luigi Marafini, Luigi Chiominto, Aldo Angelini ed altre 200 persone ci riunimmo nella sezione comunista per sentire il giornale radio, perché attendevamo il comunicato per la cessazione dello sciopero. Poiché il comunicato di cessazione dello sciopero non fu dato, il geom.Ricci insieme a L. Marafini procedettero alla composizione delle squadre che avevano il compito di avvertire la popolazione, che si recava in campagna, che lo sciopero continuava. Il Ricci raccomandò di non usare violenza morale e materiale. Dette squadre ubbidirono in pieno e non ci furono incidenti. E’ falso che in questa occasione si decisero i blocchi stradali. Non so chi li abbia fatti e per quali scopi ma per me i blocchi stradali, nei paesi agricoli, sono inutili. Servono solamente per mandare in galera gli innocenti. Se io venissi a conoscenza degli autori dei blocchi, li denuncerei, perché fuori da ogni direttiva politico-sindacale. Il geom. G.Ricci, in un colloquio che avemmo la mattina del venerdì nel gabinetto del Sindaco di Cori con il Questore, col maggiore dei Carabinieri e col maresciallo di Cori, si assunse la responsabilità della costituzione delle squadre di informazione. Chiedo di essere scarcerato perché arrestato in Latina senza motivo e senza alcuna colpevolezza. Fui arrestato il 17 luglio, mentre mi trovavo nella Camera del Lavoro di Latina per prendere 11 tessere di iscrizione”. Il magistrato interrogò poi Alberto Bianchini nato nel 1918, fotografo, coniugato con figli: “Respingo completamente l’accusa di aver partecipato al blocco stradale e di aver, con minaccia e violenza, costretto i cittadini a ritornare in paese. Io nel partito comunista sono un semplice compagno. Giovanni Ricci mi assegnò a Porta Ninfina per consigliare i compagni che andavano a lavoro, di continuare lo sciopero. Io con altre 10 persone circa, così facemmo. Però non partecipai ad alcun blocco e mi limitai ad avvisare la gente. Ricordo che con me nella squadra c’erano Gattamelata, contadino, un certo Cimini abitante nei portici e un certo Restante di via Laurenti. Io non partecipai al posto di blocco del Ponte della Croce. Non so dire chi avesse ordinato detto posto di blocco. Luigi Marafini e Giovanni Ricci, nella formazione di queste squadre che dovevano avvisare i lavoratori, dissero di non fare atti inconsulti o di violenza. Per il resto mi riporto al verbale reso alla polizia che mi avete letto. Io non partecipai all’episodio della manifattura di tabacchi. A partecipare alla squadra di informazione predetta fui chiamato dal Marafini.” Prima di allontanarsi l’imputato riferì al giudice istruttore : “ ho semplici sospetti su chi può aver costituito i blocchi stradali, ma non sono certo. Credo che a partecipare a questo blocco di Ponte della Croce, di cui mi si accusa, fosse il fidanzato della signorina Flaminia, che lavora al dazio, e il fratello del segretario della sezione comunista. Costoro vennero da me mentre ero a Piazza Ninfina verso le 7,30 e mi dissero di aver fatto il blocco nella contrada della Croce. Non riferii i nomi alla polizia perché mi sembrava una vigliaccheria, ma ora che la vigliaccheria è da parte di coloro che non si presentano mentre noi innocenti stiamo in galera ed abbiamo famiglia, debbo dire la verità.” Venne sentito dal giudice, nella sala d’interrogatorio del carcere, Valentino Chiari nato nel 1912, calzolaio, coniugato con figli, incensurato: “Respingo nettamente tutte le accuse. Io sono un semplice aderente del partito comunista e non svolgo altra attività che quella di ciabattino. E’ falso quanto dicono i carabinieri che io sia stato facinoroso ed abbia, con gli altri, obbligato i negozianti di Cori a chiudere i loro negozi.Vorrei conoscere almeno uno di costoro che possa dire che io abbia imposto la chiusura. Se si trova uno, sono disposto a pagare tutto. Però io sono innocente. Dell’episodio alla manifattura tabacchi io non ne sono nemmeno a conoscenza. Circa poi l’accusa che io abbia partecipato al blocco stradale della Madonnella, chiedo il confronto con il mio accusatore. Io non c’ero e non so nemmeno se detto blocco ci sia stato. Io la sera del 15 luglio, sentito il comunicato radio me ne andai a letto e non aderii ad alcuna formazione di squadre che dovevano impedire il passaggio ai lavoratori. Il maresciallo deve ricordare che io la mattina del 16 ero in piazza del Comune a passeggiare davanti a lui. Chiedo di essere scarcerato perché con famiglia a carico e senza beni materiali per loro. Sono anche disoccupato. Indico come testi a favore: Mariano Coppa, barbiere; Luigi Vitelli, sediaro; Alessandro Bianchi, barbiere;Vincenzo Martinelli ,barbiere, i quali possono riferire che dopo il comunicato ce ne andammo a casa insieme. L’indomani mi alzai verso le 7 e rimasi in piazza del Comune fino alle 11 dove fui arrestato”. Venne convocato per l’interrogatorio Tommaso Ricci fu Alfredo nato nel 1921, contadino, coniugato con figli, già condannato: “Io sono in galera innocentemente. Io non ho partecipato ad alcun blocco stradale, né alle squadre di sorveglianza.Nemmeno ho partecipato con coloro che erano adibiti a far chiudere le botteghe. Chiedo il confronto con i miei accusatori. La sera del 15, dopo le ultime notizie della radio mi ritirai in casa con Francesco Vittori, Amerigo Nocera, Angelo D’Elia e uscii da casa alle 8,30. Ricordo che dal pollaio uscì una pollastra ed io la ripresi. Erano presenti Nicola il ferraio e Antonio il falegname. Poi me ne andai in piazza del Comune dove mi arrestarono”. Sempre nello stesso giorno fu interrogato Francesco Vittori nato nel 1909 a Cori, contadino, coniugato con figli, incensurato: “Sono stato arrestato nel pubblico mercato di Cori il 17 luglio, senza motivo. Io non ho partecipato ad alcun blocco stradale né alla formazione di squadre di sorveglianza. Indico a testimoni Amerigo Nocera ed Angelo D’Elia che possono dichiarare che io il 15 sera tornai dalla campagna e verso le 22 mi recai in casa di mio cognato Nocera per conoscere le ultime notizie sulla salute di Togliatti. Non funzionando la radio, andai in sezione per sentire le notizie. Anche qui le notizie radio erano disturbate. A mezzanotte andai a dormire e percorsi un tratto di strada insieme a Tommaso Ricci fu Alberto. La mattina, alle ore 6, il D’Elia mi venne a chiamare per andare al mercato a vendere la frutta. Poi venne pure il Nocera e andammo tutti in piazza del mercato. Quivi lasciai mia moglie a vendere la frutta mentre io passeggiavo con i due amici.Verso le 10, nella stessa piazza, andammo al bar della cooperativa per la colazione. In questo frattempo venne il maresciallo che ci arrestò a tutti. Mentre gli altri li ha liberati, a me, invece mi ha portato in galera. Del blocco stradale di via della Madonnella io non so nulla. Lo sentii dire dal maresciallo mentre parlava con Giovanni Ricci. E’ falso che io abbia detto innanzi al maresciallo di polizia Mazzola di aver partecipato al blocco per questione di umanità, dietro richiesta di mia moglie. Fu lo stesso maresciallo che me lo voleva far dire, ma io non lo dissi, perché non vi partecipai.” L’interrogatorio nel carcere proseguì con Giuseppe Ricci nato a Cori nel 1909, autista, coniugato con figli, incensurato: “io non ho alcun ruolo direttivo nel Partito comunista e nella Camera del lavoro. Aderii allo sciopero ma non commisi illegalità. Ammetto di essere andato con Giovanni Guarnacci, il 15 mattina, nella manifattura dei Tabacchi. Erano con noi Angelo D’Elia e Amerigo Nocera. Non ricordo se c’era Tommaso Ricci, detto brecciolino. Ricordo che il Guarnacci invitò Terenzio Marafini a lasciare libere le ragazze di aderire allo sciopero. Senonchè il Marafini inveì contro il Guarnacci invitandolo ad uscire dall’azienda. Io intervenni per evitare ulteriori litigi. Non è vero che colpii l’operaio Terenzio Marafini. Io poi me ne andai. Quando Giovanni Ricci parlò con l’operaio Marafini, io ero fuori la manifattura ma non dissi affatto “Fuori fuori; si deve morire; mo le buttiamo”. E’falso che le operaie siano uscite dallo stabilimento a seguito di questa mia intimidazione. Le operaie uscirono liberamente. Non è vero che io sia stato attivo nel far chiudere i negozi. Io mi presentai soltanto nel negozio di ferramenta di Alberto Celani con Tommaso Ricci di Luigi ma non feci pressione alcuna per far chiudere il negozio. Fu Tommaso Ricci che parlò con il commerciante. Io feci parte della squadra che si trovava a Piazza Segnina ma mi limitai ad informare due o tre miei amici che lo sciopero era ancora in atto. Non feci altro. Io nel frattempo sentii il solito male di testa e perciò andai a dormire sotto una pianta d’ulivo. Non sono a conoscenza di blocchi stradali”. L’ultimo del gruppo ad essere interrogato fu Tommaso Ricci nato nel 1886 a Cori, oste, coniugato senza figli, già condannato: “Nego di aver fatto parte dei blocchi stradali. Entrai nel negozio di Giuseppe Milanini col quale dovevo parlare di precedenti conti che egli mi doveva saldare ma non lo trovai e me ne andai senza aver fatto alcuna minaccia. Effettivamente andai dal Celani e gli consigliai di chiudere il negozio senza però rivolgere parole minacciose. Giuseppe Ricci entrò contemporaneamente a me ma non eravamo insieme. Nemmeno lui rivolse al Celani parole minacciose o offensive. Quando io entrai nel negozio del Milanini non vidi affatto Giuseppe Ricci. Nego di aver usato minaccia all’oste Serretti. Effettivamente col Bianchini girai per le strade di Cori la mattina del 15 luglio senza però rivolgere minacce ad alcuno. Quanto ha dichiarato il Serretti non risponde a verità. Non ho partecipato a blocchi stradali di qualsiasi genere.Chiedo di essere scarcerato”23. CONTINUANO LE INDAGINI DEI CARABINIERI Erano troppo pochi sei arrestati per giustificare sia il reato per la formazione di quattro squadre per i blocchi stradali che quelle per l’ordine interno . Il maresciallo dei carabinieri di Cori chiese notizie, cercò informazioni, osservò i comportamenti dei dirigenti e degli attivisti comunisti, ricostruì le amicizie e la presenza nei luoghi pubblici del paese, in quei giorni di tensione politica, di persone che di solito erano assenti. Un maresciallo in un paese abitato in gran parte da braccianti e contadini possiede un enorme potere: rappresenta la giustizia, l’ordine, il potere costituito. In ogni controversia agricola, familiare ed economica ci si rivolge prima ai carabinieri e poi al pretore. Può convincere, scoraggiare o sconfiggere qualsiasi cittadino. E’ l’altro potere, diverso e lontano dalla politica, quasi inavvicinabile, a cui ci si rivolge sempre in modo reverenziale. Possiede tutta una rete di confidenti volontari o involontari che lo informano dell’attività politica dei singoli, dei giudizi politici espressi pubblicamente, degli affari illegali, dei furti di bestiame o di olive. Conosce le ricchezze e le miserie di ogni famiglia, sia morali che materiali. E’ sempre spettatore, anche assente, di ogni avvenimento del paese. Per questo ognuno ne teme la sua reazione ed ognuno ne cerca la sua simpatia, se non amicizia. Nei giorni seguenti al blocco stradale si meravigliò della presenza, nella piazza principale del paese,di persone che, di solito, non si facevano vedere durante la mattina in paese proprio perché impegnate come contadini o braccianti, e chiese a loro stessi notizie sul perché del mancato lavoro. Ascoltò i loro malumori, le loro proteste, le loro lamentele: registrò tutto e poi ricostruì, collegò e propose, al giudice del Tribunale di Latina, gli arresti. Non riuscì a individuare tutti i nomi delle persone che avevano effettuato il blocco stradale. Aveva, forse, percepito che sarebbe accaduto qualche cosa. Infatti aveva fatto pattugliare dai suoi carabinieri le strade del paese, ma, dalle due alle quattro della notte, i suoi subordinati non avevano notato nulla di insolito. Venne a conoscenza dei nomi degli attivisti social-comunisti dai racconti, dalle avventure notturne incontrate da alcuni cittadini ai quali quegli ostacoli avevano creato problemi di lavoro e ne approfittò per farsi riferire fatti e nomi delle persone incontrate. Il primo a riferire cos’era accaduto la notte del blocco stradale e chi fosse a presiederlo fu Mariano Cirilli di 55 anni, contadino di Cori: “La mattina del 16 luglio 1948, verso le cinque, mi avviai per la campagna. Senonché giunto a Ponte della catena in via Ninfina, fui fermato da una squadra di attivisti capitanati dal fotografo Bianchini che mi disse che in campagna non si doveva andare. Aggiunse che potevo pur passare ma dovevo dare loro nome e cognome.Io per non avere seccature, tornai indietro e non detti le mie generalità. Riconobbi Rosario Mancini, Pisellino, Angelo Porcari, Umberto Mancini e Gattamelata . Sul posto non notai massi di pietra che bloccavano la strada. Questo era in un’altra zona. Sul posto notai altri due contadini: Domenico Salvatori e 23 IVI, verbali di interrogatorio degli imputati nel carcere di Latina effettuato dal giudice istruttore A. Pagliei, del 23 luglio 1948, mentre quello di Tommaso Ricci è del 1 settembre 1948. Giuseppe De Renzi, i quali passarono ma poi tornarono indietro perché il Bianchini aveva voluto le loro generalità da altri attivisti, segnandole su un taccuino.” L’altro contadino del gruppo è Domenico Salvatori, analfabeta, 39 anni di Cori: “Verso le 5 di mattina del 16 luglio mi avviai per la campagna insieme a Giuseppe De Renzi. Giunto nei pressi di Porta Ninfina fui avvicinato da una squadra di individui,di cui riconobbi il fotografo Bianchini e Pietrantonio Cimini, i quali dissero a tutti i presenti che c’era lo sciopero e non dovevamo andare in campagna. Noi però passammo lo stesso ma il Bianchini si fece dare dai compagni i nostri nomi e li scrisse su un taccuino. Noi appena vedemmo detta manovra per non avere seccature, tornammo indietro e allora il Bianchini cancellò i nostri nomi. I predetti non ci fecero minacce. Non notai blocchi di pietre poste trasversalmente sulla strada. Venne poi interrogato Giuseppe De Renzi, analfabeta di Cori, di 22 anni: “La mattina del 16 luglio 1948 mi avviai con Domenico Salvatori per andare in campagna. Giunti nei pressi di Porta Ninfina, fummo avvicinati dal fotografo Bianchini, da Pietrantonio Cimini e da un’ altra persona che non conosco, i quali ci dissero che c’era lo sciopero e che non dovevamo andare a lavorare. Noi, però, passammo lo stesso, ma il Bianchini ci annotò su un taccuino. Allora noi tornammo indietro per non avere seccature. I predetti non usarono verso di noi minacce o violenza. Sulla strada non c’erano blocchi di pietra. In seguito venne sentito Domenico Lemme di 61 anni: “Potevano essere le 6 di mattina del 16 luglio 1948 quando io uscii da casa per recarmi a lavoro nella campagna di Cori. Giunto nei pressi del ponte di porta Ninfina vidi alcuni contadini che tornavano a casa per non farsi annotare su un taccuino dal fotografo Bianchini. Io allora tornai indietro per non attaccare briga con costui e mi recai a Ponte della Croce. Anche qui c’erano gruppetti di comunisti e riconobbi Mariano Rossi e Mariano Conti. Tutti costoro non dicevano nulla ai passanti ma osservavano il comportamento dei paesani. A Porta Ninfina c’era anche Angelo D’Elia che dava i nominativi al Bianchini per l’annotazione. A me non hanno rivolto alcuna imposizione . Non vidi posti di blocco stradali . Vidi, però, che all’Annunziata, nei pressi del Ponte della Croce, i passeggeri dell’autobus proveniente da Roccamassima dovettero scendere e rimuovere le pietre poste lungo la strada.Ciò avvenne verso le ore 8. I contadini ed i braccianti che dovevano recarsi a piedi in campagna non erano fermati dagli ostacoli di pietre e tronchi d’albero ma dalla paura di essere iscritti sul taccuino del Bianchini.Gli altri lavoratori che dovevano raggiungere altri paesi con mezzi di trasporto, erano impossibilitati a recarsi al lavoro, in quanto erano bloccate le strade. Rosario Bianchi la mattina del 16 luglio, alle tre di mattina, doveva recarsi a Latina ma trovò la strada bloccata da grossi macigni e non potette passare. Vide qualche persona, prima di giungere al blocco, nascosta dietro gli alberi, ma non la potette riconoscere. Invece sul Ponte della Croce non c’erano ancora squadre. Tutte le persone ascoltate dalle Forze di polizia confermarono l’esistenza di blocchi stradali e la presenza di gruppi di persone che facevano la guardia al blocco. Di questo genere fu la testimonianza di Giovanni Cerocchi che la mattina del 16 luglio doveva recarsi con la sua macchina in palude . “Mi alzai verso le 3 e alle 3,15 ero al ponte di accesso a Cori ad attendere il mio autista Alessandro Fantini e il facchino Fernando Alessi. Sul ponte non notai squadre di attivisti ma dopo un centinaio di passi vidi la strada sbarrata trasversalmente da grandi massi di pietra. Vidi anche una persona che passeggiava lungo il blocco ma non fui in grado di riconoscerla. Tornammo indietro con il camion e attraverso viottoli riuscimmo a giungere in palude”24 . Il maresciallo con questi nuovi interrogatori venne a conoscere i nomi di altre persone che avevano partecipato al blocco ed anche di coloro che si spostavano da un blocco all’altro come Tommaso Ricci, Francesco Vittori, Angelo D’Elia, Rosario Mancini. Seppe che il segretario del PSI si era alzato “di buon mattino” per dirigere le operazioni del blocco stradale. Ma quando fu sentito dal maresciallo rispose che non sapeva nulla perché la dirigenza sezionale non aveva dato ordini in proposito, mentre, invece, i componenti le squadre stesse avevano ricevuto da loro l’ordine preciso di “dire a coloro che uscivano dall’abitato che lo sciopero continuava e di non commettere violenze”25. 24 IVI, testimonianze rese al giudice istruttore dott. A. Pagliei del Tribunale di Latina del 18 agosto 1948. IVI, verbale di testimonianza del maresciallo dei CC. Di Cori, Aquilino Meuti, al giudice istruttore Pagliei, del 4 agosto 1948 e rapporto n. 96 del 24 luglio1948 dello stesso maresciallo alla Procura della Repubblica di Latina ed al Comando della Compagnia dei Carabinieri di Latina. 25 Per cui Carabinieri e Polizia , dopo aver ottenuto dal giudice istruttore del Tribunale di Latina i mandati di cattura, alle 2 di mattino del 28 luglio, proseguirono all’arresto di : -Amerigo Nocera fu Natalino nato il 22-9-1906, contadino, coniugato con figli, alfabeta, incensurato; -Rosario Mancini fu Silvio nato 1l 3-7-1889; -Mariano Rossi di Nazareno nato il 16-11-1920, muratore, coniugato senza figli, alfabeta, incensurato; -Angelo D’Elia fu Vito nato il 28-7-1900, meccanico, coniugato con figli, alfabeta, incensurato -Guido Conti di Mariano nato il 16-6-1926, barbiere, celibe,alfabeta, incensurato; -Pietrantonio Cimini di Coriolano nato il 19-2-1929, meccanico, celibe, alfabeta, incensurato. Si diedero alla latitanza: Guido Ricci, Luigi Chiominto, Antonio Restante, Armando Angelici, Umberto Mariani, Angelo Porcari, Alfredo Musa, Natalino Gattamelata, Mariano Pierluisi, Antonio Pistilli, Cesare Chiominto, Pietro Nardocci. Furono tutti imputati del reato di cui all’art.1 pr.ed ult. parte D.L.22-1-48 n.66 per aver in concorso fra loro e con altri identificati, sbarrato con grossi macigni e tronchi d’albero le strade di accesso e uscita da e per Cori nei punti della strada carrabile Ninfina: imbocco via Duca delle Vittorie (periferia); via del Covone (periferia); Bivio strada carrabile per Giulianello ed imbocco abitato; via della Circonvallazione (interno abitato); usando minaccia ed intimidazione in persona di contadini ed altri transitanti su dette strade sì da farli tornare in paese e farli partecipare allo sciopero indetto per l’attentato Togliatti. La stessa notte vennero arrestati anche, ma con un diverso mandato di cattura: -Giovanni Ricci fu Nazzareno, geometra, già segretario del PCI nato a Cori l’8-2-1898; -Luigi Marafini di Diomede, segretario del PSI nato il 29-1-1921; imputati entrambi a- del reato di cui agli artt.110-415 C.P. per avere quale segretario del PCI il primo e del PSI il secondo, fatta istigazione tra le masse all’odio sociale, alla disubbidienza delle leggi di ordine pubblico, dicendo tra l’altro, la sera del 14 luglio 1948 in pubblico discorso dal balcone del palazzo comunale di Cori: ”Il sangue di Matteotti è stato lavato a piazza Loreto, il sangue del compagno Togliatti sarà lavato in tutte le piazze d’Italia, non esclusa la piazza di Cori; b- del reato di cui agli artt.110 C.P. e I pr. ed ultima parte D.L.22-1-48 n.66, per avere in concorso tra loro e Guarnacci Giovanni e Guido Ricci organizzato le squadre che dovevano bloccare le strade di accesso e uscita da e per Cori dando loro disposizione di arrestare il traffico a civili e macchine mediante interposizione di macigni e tronchi sul fondo stradale. TROVATE LE ARMI I militari, polizia e carabinieri, dopo lo sciopero non riferirono la notizia della presenza o del ritrovamento di armi da guerra ai loro superiori e né al giudice istruttore ed inoltre non presero alcuna precauzione per impedirne un eventuale uso da parte dei dimostranti. Se questa presenza fosse stata comunicata ai carabinieri di Cori durante lo sciopero, costoro avrebbero senz’altro provveduto a neutralizzare i probabili possessori delle armi. Evidentemente non ne erano a conoscenza, infatti nessun attivista politico o dirigente sezionale fu denunciato o arrestato per possesso di armi da guerra. Però il maresciallo Meuti lo riferì, dopo 15 giorni dallo sciopero, al giudice istruttore del Tribunale di Latina che seguiva i fatti di Cori. Il maresciallo di Cori nel processo verbale reso al giudice istruttore Antonio Pagliei il 4 agosto 1948 riferì le confidenze di un anonimo che diceva che “gli attivisti erano armati e ciò venne provato dal fatto che il brigadiere Nigro, incaricato di un sopralluogo, potette constatare tracce di postazioni d’arma automatica nel fosso di Pisciarello, a circa 150 metri del posto di blocco di via Duca della Vittoria. Successivamente fu rinvenuta in loco una pistola mitragliatrice tedesca efficiente e lubrificata. Anche lo spazzino Vincenzo Cappa rinvenne la mattina del 17 luglio in via delle Colonne e in via S.Salvatore un mortaio di mitragliatrice tedesca con 350 cartucce in efficienza e 25 pacchetti di cartucce con 15 pezzi ciascuno. Inoltre Bruno Barattini trovò sul colle Iucci 350 cartucce, a circa 200 metri di distanza dal posto di blocco sullo stradale di Giulianello”.26 Il giudice istruttore provvide a convocare, per interrogarle, nel Tribunale di Latina le persone segnalate dal racconto del maresciallo della caserma dei Carabinieri di Cori. 26 IVI, processo verbale del giudice istruttore dott. Pagliei al maresciallo di Cori Aquilino Meuti, del 4 ag.1948 Il primo ad essere convocato fu il brigadiere quarantunenne Raffaele Nigro che raccontò: “qualche giorno dopo lo sciopero fui incaricato dal mio maresciallo di ispezionare i luoghi e le vicinanze dove nei giorni precedenti c’erano stati i posti di blocco. Io così feci e nella contrada “Pisciarello” a circa 200 metri dal luogo dove era il posto di blocco, che vietava il transito verso Cisterna-Cori e Latina, rinvenni un tubo per stufa dentro un fossato e nelle prossimità del tubo stracci di tela iuta, unti di olio. Nello stesso punto notai tracce di persone che vi avevano sostato in più punti, e più segni di una postazione di armi. Ciò mi fece pensare che lì, degli sconosciuti avessero preparato nastri di proiettili e armi”.27 Colui che comunicò ai carabinieri la presenza delle armi fu Bruno Barattini di 31 anni che interrogato dal giudice istruttore così rispose: ” io non rinvenni munizioni, ma fui avvisato da una donna che in via delle Colonne, nei pressi di via S. Salvatore c’erano in una grotta cartucce sfuse vuote e piene per arma militare. Io comunicai la cosa al brigadiere dei Carabinieri che a sua volta mi disse di andarle a prendere. Io così feci,facendomi aiutare dagli spazzini Vincenzo Cappa ed Antonio De Angelis. Conosco la donna solo di vista e non posso segnalarvela. Ciò avvenne alcuni giorni prima dello sciopero.” 28 Il giudice convocò in Tribunale lo spazzino Vincenzo Cappa, di 45 anni e si fece raccontare l’ accaduto. Ebbe, quindi, la conferma che le armi erano state preparate e, forse, pronte per essere usate in occasione dello sciopero. Lo spazzino raccontò che “Qualche settimana dopo lo sciopero rinvenni nell’esercizio del mio lavoro due nastri di mitragliatrice con innestati i proiettili. Uno di questi lo trovai in via S.Salvatore e l’altro a Ponte della catena entro il fosso. In più trovai i pacchetti di munizione in via S. Salvatore”. A questo punto il giudice istruttore mostrò al teste le munizioni ed armi in questione, fatte recapitare da Cori. Il teste riconobbe i due mortai di mitragliatrice ed i proiettili di munizioni.29 Un giovane riferì al giudice: “Qualche settimana dopo lo sciopero io rinvenni nel fosso Pisciarello una pistola mitragliatrice che feci consegnare al maresciallo. Detta pistola era dentro un sacchetto fradicio.Sul posto ci passai varie volte prima e detta arma non c’era”.30 I due testi principali, Barattini e Cappa, riferirono entrambi della presenza delle armi ma mentre il primo raccontò di aver comunicato al brigadiere del ritrovamento delle armi una settimana prima lo sciopero, l’altro e cioè il Cappa disse al giudice che le armi le aveva trovate una settimana dopo. Quale delle due versioni sia la vera, non si conosce. E’ certa comunque una cosa, le armi non furono usate ma furono ritrovate. In quei giorni, pieni di tensione, di odio e di rabbia per l’attentato a colui che era visto come la persona che era impegnata a riscattare le masse dalla fame e dalla dignità umana, è molto verosimile che qualcuno possa aver dissotterrato armi da guerra possedute nel corso dell’ultimo conflitto mondiale. Nei giorni del processo nessuno tra gli imputati o testimoni venne chiamato a rispondere del ritrovamento, del possesso o dell’uso di armi da guerra. Ciò potrebbe far capire che il problema armi non era ritenuto importante ai fini processuali oppure che i giudici considerarono l’opportunità di non accusare alcuno di un fatto non dimostrabile oltre alla necessità di non andare a rinverdire momenti di tensione che fortunatamente non avevano provocato feriti o morti. IL PROCESSO AI CORESI Il 9 aprile 1949 si celebrò nella Corte d’Assise di Latina il processo contro gli arrestati di Cori. Presiedeva l’udienza il giudice Giovanni Spagnuolo, fungeva da Pubblico Ministero il giudice Ugo Guarnera. Dovevano essere presenti tutti i 28 detenuti ma 12 erano latitanti. Il collegio di difesa era composto dagli avv. Angelo Tomassini e Leone Zeppieri, dal sen. Giuseppe Proli, dal sen. Mario Berlinguer. Dopo aver ascoltato gli imputai ed i testimoni, il Pubblico Ministero chiese le seguenti condanne: a- Giovanni Guarnacci, Alberto Bianchini, Giovanni Ricci, Luigi Chiominto, Luigi Marafini a 2 anni e 6 mesi di reclusione per il reato di blocco stradale; 27 IVI, processo verbale del giudice istruttore Pagliei al brigadiere dei carabinieri di Cori Raffale Nigro,del 5 ag. 1948 28 IVI, processo verbale dei giudice istruttore dott.Paglei a Bruno Barattini, del 4 ag.1948 29 Ivi, processo verbale del giudice istruttore dott.Pagliei a Vincenzo Cappa, del 5 ag.1948. 30 Ivi, processo verbale del giudice istruttore dott.Pagliei a Silvano Iambrini,di 16 anni,dell’8 ag.1948. b- Giuseppe Ricci, Tommaso Ricci fu Alfredo, Francesco Vittori, Rosario Mancini, Antonio Restante, Amerigo Nocera, Tommaso Ricci, Armando Angelici, Pietrantonio Cimini, Mariano Rossi, Angelo D’Elia, Guido Conti, Umberto Mancini, Angelo Porcari, Alfredo Musa, Natalino Gattamelata, Mariano Conti, Cesare Chiominto, Pietro Nardocci per il reato di blocco stradale a 2 anni di reclusione; c- Inoltre Giovanni Ricci e Luigi Marafini per la contravvenzione loro attribuita a mesi 3 di arresto e £ 4.000 di ammenda. d- Giovanni Guarnacci e Amerigo Nocera per tentata violenza privata aggravata, a 4 mesi di reclusione. e- Alberto Bianchini, per tentata violenza privata aggravata, a 3 mesi di reclusione. f- Tommaso Ricci fu Luigi, per tentata violenza privata continuata, a 5 mesi di reclusione. g- Giuseppe Ricci a 7 mesi reclusione per violenza privata aggravata. h- Assoluzione per Valentino Chiari, Guido Ricci, Mariano Pierluisi e Antonio Pistilli per insufficienza di prove. Il collegio di difesa intervenne nei giorni 13,14,19 aprile 1949 chiedendo l’assoluzione per non aver commesso il fatto o quanto meno per insufficienza di prove dal reato di blocco stradale. In subordine chiesero le attenuanti generiche di cui agli artt. 62 n.1, 62 bis, 62 n. 3 di cui agli artt. 311 e 114 del C.P. ed il minimo della pena. Chiesero l’assoluzione dal reato di violenza privata perché il fatto non costituiva reato e per insufficienza di prove. Il 15 aprile 1949 il Presidente Spagnolo pronunciò la seguente sentenza: condannò: - Giovanni Guarnacci, Giovanni Ricci, Luigi Chiominto, Luigi Marafini ad un anno e quattro mesi di reclusione ed in più a Giovanni Ricci e Luigi Marafini cinque giorni di arresto e 2.000 £ di ammenda. - Alberto Bianchini, Giuseppe Ricci, Tommaso Ricci, Francesco Vittori, Amerigo Nocera, Tommaso Ricci fu Luigi, Armando Angelini, Pietro Cimini, Mariano Rossi, Angelo D’Elia, Mariano Conti a sei mesi di reclusione assolse: - Valentino Chiari, Guido Ricci, Rosario Mancini, Antonio Restante, Guido Conti, Umberto Mariani, Angelo Porcari, Alfredo Musa, Mariano Pierluisi, Antonio Pistilli, Cesare Chiominto,Pietro Nardocci. rdinò la confisca delle armi e del materiale sequestrato 31. BLOCCHI STRADALI A SEZZE: I PRIMI ARRESTI Nel corso della mattina del 15 luglio 1948 si svolse nel paese una pacifica manifestazione di protesta per l’attentato all’on. Togliatti 32 con un comizio finale del segretario comunista Giuseppe Fanelli e di quello socialista Francesco La Penna .33 Quella stessa mattina, alle ore 11, Pietro Lucconi fu Luigi,di 27 anni, venne incaricato da Salvatore Rossi di recapitare una lettera urgente alla Federazione comunista di Latina.Gli venne promesso la paga di una giornata che, poi, non arrivò perché il mandante fu arrestato. L’interessato partì per Latina alle ore 11 con una bicicletta presa in prestito, consegnò la busta chiusa ad un responsabile della Federazione e tornò a casa alle 15 con una lettera diretta alla segreteria comunista di Sezze che, racconta Lucconi, venne a prendere “Antonio il sordo” ,cioè Antonio Lucarini che la consegnò a Francesco La Penna34 ( altri sostennero che fu consegnata all’avv. Ficacci). Il contenuto della lettera della Federazione non si conobbe ma il segretario sezionale comunista, Giuseppe Fanelli, raccontò al giudice Pagliei che nel pomeriggio del 15 l’avv. Ficacci gli mostrò una lettera della Federazione comunista di Latina consegnatagli poco prima, nella quale si informavano i responsabili sezionali che mentre da Sezze , il giorno dello sciopero, non era stato impedita la partenza delle corriere, negli altri comuni c’era stato, invece, un blocco totale. Nella tarda serata del 15 luglio si riunì il comitato direttivo della sezione comunista di Sezze per decidere le azioni politiche da intraprendere per rispondere all’attentato a Togliatti. La 31 IVI, Corte d’Assisi di Latina, sentenza del 15 aprile 1949. IVI, testimonianza di Giuseppe Fanelli, segretario sezionale del PCI di Sezze, al giudice istruttore del Tribunale di Latina, dott. A. Pagliei, del 16 agosto 1948. 33 IVI, processo verbale del giudice istruttore A. Pagliei all’arrestato Francesco La Penna, del 23 agosto 1948 34 IVI, verbale di testimonianza dell’arrestato Pietro Lucconi al giudice istruttore del Tribunale di Latina, del 10 agosto 1948 e di Antonio Lucarini del 16 ag. 1948. Sulla consegna di questa lettera ci sono testimonianze contraddittorie. 32 discussione dovette essere lunga e contrastata per le divergenze tra coloro che volevano effettuare il blocco stradale in entrata ed uscita dal paese e coloro che erano contrari. Evidentemente vinse la prima ipotesi se il giorno dopo venne effettuato il blocco stradale in due punti nevralgici del paese. Al termine della riunione del direttivo di partito furono organizzate le squadre che dovevano effettuare il blocco sia con la loro presenza fisica che con la posa, sulla carreggiata, di massi di pietra. Alle prime luci dell’alba il lavoro era già stato compiuto e la presenza dei partecipanti al blocco era numerosa. Il primo blocco era a Porta Romana, luogo di partenza delle corriere dei pendolari diretti a Latina, a Roma e allo scalo ferroviario di Sezze. Non tutti i passeggeri dei mezzi pubblici e privati accettarono, pacificamente, questa improvvisa decisione di bloccare il traffico stradale. Forse chiamato, alle 6,30 arrivò il maresciallo Merlo,comandante la stazione locale dei carabinieri, con altri militari e constatò che lungo la carreggiata c’erano massi di pietra, presi da un cantiere lì vicino, che ne ostruivano il passaggio a qualsiasi mezzo e circa 300 persone che discutevano nelle vicinanze dello sbarramento stradale. Il militare chiese ai presenti chi erano gli esecutori del blocco ma non ottenne alcuna risposta. Alcuni cittadini bloccati con i loro mezzi, chiesero di passare per recarsi a lavorare. Alla risposta affermativa del maresciallo, costoro iniziarono a togliere i massi di pietra senza che nessuno degli autori del blocco intervenisse per fermare tale operazione, in quanto, secondo il rapporto dei carabinieri, al sopraggiungere dei militari, si erano eclissati. Ma nessuno dei mezzi partì. Già alle 5,30 di mattina Antonio Baratta che doveva trasportare della merce alla stazione ferroviaria di Latina, aveva notato un gruppo di circa 60 persone che impedivano il traffico. Ignaro delle cause del blocco, non fu fatto passare. Invece Giuseppe Forcina riuscì ad attraversare con la sua macchina la linea di sbarramento ma fu raggiunto da alcuni organizzatori e fu costretto a tornare indietro mentre altri gridavano “prendetelo a pugni”. Intervenne nella discussione anche una donna, Filomena Cervoni, addetta alla vigilanza del blocco, la quale affermò che “era meglio andarsene altrimenti avrebbe ammazzato qualcuno”. Mentre il comandante della stazione dei carabinieri discuteva in quel luogo,venne informato che a 800 metri di distanza, in via Madonna della Pace, c’era un altro blocco. Ancora oggi è un importante bivio stradale che permette di raggiungere Bassiano, Roccagorga, Maenza e la campagna della piana di Suso. Il maresciallo, con uno dei due carabinieri, raggiungeva alle 7.15 il bivio dove notò lo stesso sbarramento stradale con blocchi di pietre e circa 200 persone che sostavano sulla strada. Costoro invitavano i passeggeri, a piedi o con i mezzi, a non forzare il blocco ma a tornare indietro. Il Maresciallo, invece, diceva a coloro che erano interessati a partire, di passare liberamente lo sbarramento.Tra questi diversi pareri intervennero Salvatore Rossi, Lidano Vitelli, Simone Bernasconi ed Alessandro Di Trapano sostenendo che avevano ricevuto telegraficamente l’ordine dalla Camera del Lavoro di Latina di non far circolare nessuno. Gli attivisti politici furono invitati, dai carabinieri, a desistere da quella azione, perché la loro attività sarebbe stata punita dalle leggi in vigore . Il Rossi rispose che egli ed i suoi compagni rispettavano gli ordini che avevano ricevuti dai loro dirigenti. Dopo aver rivolto l’ultimo invito a liberare la strada e ripristinare la circolazione, il maresciallo cercò di rintracciare il maggiore esponente del PCI locale, l’avv.Ficacci, ma questi ancora dormiva. Per cui si recò in caserma ed avvisò i suoi superiori di Latina. Nel frattempo in questo blocco giunse un camion della ditta Meschini, che doveva recarsi a Latina a prelevare le derrate alimentari necessarie per l’approvvigionamento della popolazione, munito anche dei relativi buoni. L’autista Pietro Le Foche, quando venne interrogato nella Questura di Latina, riferì che sul camion trasportava il prof. Luigi Piccaro, insegnante a Borgo Faiti e 15 studenti che dovevano recarsi a Latina per sostenere gli esami di maturità. Tutti furono fatti scendere dal camion. L’insegnante si assunse, anche, la responsabilità di farli passare rilasciando una dichiarazione scritta a Francesco La Penna il quale si adoperò a convincere gli altri responsabili del blocco per far transitare il camion. Ci fu una fitta discussione tra gli organizzatori del blocco se autorizzare il passaggio del camion oppure no, anche perché c’erano gli studenti che dovevano giungere a Latina, in tempo, per sostenere gli esami di maturità nei diversi istituti. Alla fine il camion fu fatto passare con gli studenti in piedi sul suo cassone. Approfittò per salire sul camion anche il comandante dei Vigili urbani Nicola Passarini che doveva recarsi urgentemente alla Prefettura di Latina per motivi d’ufficio, ma fu fatto scendere. Nel verbale del suo interrogatorio riconobbe tra i più attivi del blocco S. Rossi, Alessandro Di Trapano e L.Vitelli che era armato di un lungo bastone oltre a Francesco La Penna al quale aveva fatto presente che era un Vigile urbano che viaggiava per servizio. Ma gli fu risposto che era un borghese uguale agli altri. Per individuare i responsabili del blocco stradale, il maresciallo dei Carabinieri parlò, discusse con gli attivisti per tutta la mattina facendo la spola tra i due blocchi ed inviò il suo rapporto all’autorità giudiziaria per i provvedimenti del caso. Venne interrogato nella caserma dei Carabinieri Arturo Fernando Mercuri che riferì di essere giunto alle 5,30 in via Madonna della Pace con l’autista del suo camion ma trovò una trentina di scalmanati che non lo vollero far passare col suo automezzo destinato al rifornimento di ghiaccio e di acque gassate ad alcuni rivenditori dell’agro pontino. Tra i partecipanti al blocco riconobbe S. Rossi, L.Vitelli e F.Cardarello in quanto insistette con loro per poter passare. Fu invitato, però, a recarsi alla Camera del Lavoro locale, unica competente a decidere. Si rivolse, allora, a Francesco La Penna il quale gli spiegò che non era possibile passare perché c’era lo sciopero generale e non si sapeva cosa potesse succedere. Chiese anche di parlare con l’ avv. Ficacci, suo conoscente, ma gli fu spiegato che era inutile cercarlo perché dormiva. Tornò di nuovo nel secondo blocco dove giunse anche l’avv. Filippo Bombardini ed entrambi cercarono di passare. Ma inutilmente. Dopo incontrarono nell’ufficio telefonico l’avv. Ficacci e si lamentarono del trattamento ricevuto. Il dirigente politico rispose loro che era stato anch’egli in riunione sino alle 5 e che era stata data disposizione di far passare, solamente, gli studenti. Mercuri protestò perché con questa decisione erano stati discriminati gli altri passeggeri In seguito venne interrogato dal vice questore anche l’avv. Ficacci il quale dichiarò che la sera del 15 partecipò alla riunione sezionale dei comunisti e che in tale occasione dissuase i suoi compagni dal commettere illegalità. Mentre il maresciallo Merlo, alle 9,15, tornava a controllare il blocco di Madonna della Pace incontrò Rossi, Di Trapano,Vitelli, Bernasconi, Angelo Di Veroli e Nicola Nalli che avevano lasciato il blocco stradale perché, dissero, “avevano ricevuto l’ordine di desistenza”. Accanto a loro il maresciallo notò Luigi Farina ed Angelo Molinari già presenti al primo blocco. Nuovi nominativi che il maresciallo comunicherà all’autorità giudiziaria per i provvedimenti necessari. Intanto Luigi Costantini, come Presidente della cooperativa “Gramsci” telefonò alla Camera del Lavoro provinciale che lo informò della fine dello sciopero. Perciò si preoccupò di farlo sapere alla popolazione e, soprattutto, ai contadini, per mezzo del banditore pubblico Salvatore Locatelli35. Intanto giungevano a Sezze il Questore, il comandante della tenenza dei Carabinieri di Sabaudia ed il comandante provinciale della Compagnia dei Carabinieri con un adeguato numero di agenti che provvidero a rintracciare nelle loro abitazioni o in campagna le persone che, secondo il maresciallo, potevano essere gli esecutori del blocco. Per seguire le indagini rimasero in paese il vice commissario della Questura di Latina dr. Zeno Bragaglia e il sottotenente Vincenzo Josia, comandante della tenenza di Sabaudia con un nutrito numero di militari che provvidero a fermare ed interrogare Francesco La Penna e Nicola Nalli che in serata stessa fu rimesso in libertà mentre Luigi Farina, Felice Molinari, Salvatore Rossi, Lidano Vitelli, Simone Bernasconi, Angelo Di Veroli, Alessandro Di Trapano si dettero alla latitanza e non fu possibile rintracciarli in quella giornata per poterli interrogare. Il giorno seguente, 17 luglio, fu inviato alla Procura della Repubblica di Latina il primo rapporto dei carabinieri di Sezze con i nominativi delle seguenti persone per i provvedimenti di competenza36: Francesco Cardarello nato a Sezze il 25-9-1923, bracciante, alfabeta, celibe, incensurato. Filomena Cervoni nata a Sezze il 30-1-1907, casalinga, analfabeta, coniugata, incensurata. Francesco La Penna nato a Sezze il 28-10-1912, contadino, alfabeta, coniugato,incensurato. Salvatore Rossi nato a Sezze il 10-12-1920, contadino, alfabeta, celibe, incensurato. Alessandro Di Trapano nato a Sezze il 3-9-1923, contadino, alfabeta, celibe, incensurato. Lidano Vitelli nato a sezze il 13-8-1917, bracciante, coniugato, alfabeta, incensurato. Simone Bernasconi nato a Sezze il il 17-11-1923; 35 IVI, verbale di interrogatorio del giudice istruttore del Tribunale di Latina, A. Pagliei,al detenuto Luigi Costantini, del 3 sett. 1948 36 IVI, rapporto del maresciallo dei CC. Di Sezze, Giuseppe Merlo, diretto alla Procura della Repubblica di Latina, alla Tenenza dei CC. di Sabaudia ed alla Questura di Latina, del 17 luglio 1948. Angelo di Veroli nato a Sezze il 5-7-1922, contadino, alfabeta, celibe, incensurato. Luigi Farina nato a Sezze il 30-6-1913, contadino, alfabeta, coniugato, incensurato. Salvatore Costantini nato a Sezze il 22-12-1917, bracciante, alfabeta, coniugato, incensurato. Felice Molinari nato a Sezze il 16-6-1917, latitante. Tutti vennero imputati del reato di cui all’art.1 p.ed ultima p.del D.L.22 gennaio 1948 n.66, per aver deposto massi di pietra sulla strada di accesso ai paesi viciniori nei punti di porta Romana e Madonna della Pace in Sezze, impedendo così la circolazione di veicoli e privati, contro cui usavano anche minaccia e violenza sulle cose nelle ore antimeridiane del 16-71948. In base all’art.521 e segg.del codice di procedura penale, il giudice istruttore dott.Mario Pagliei, il 21 luglio, emise l’ordine di cattura per tutti, da eseguirsi anche di notte37. Infatti nella notte del 26 luglio 1948 vennero eseguiti gli arresti delle persone suddette, eccetto per gli irreperibili Lidano Vitelli, Simone Bernasconi, Felice Molinari. Furono condotti nel carcere di Latina dove era stato tradotto già dal 17 luglio Francesco La Penna. INTERROGATI I TESTIMONI DI SEZZE Il maresciallo dei Carabinieri di Sezze continuò le indagini, venne a conoscenza di nuovi fatti e di altre persone che avevano partecipato all’interruzione del traffico stradale. Interrogò altri testimoni che potessero avvalorare le sue ipotesi e confermare il coinvolgimento di alcune persone. Nel nuovo rapporto del 30 luglio 1948, inviato al giudice istruttore del Tribunale di Latina, si legge che convocò in Caserma il titolare del servizio di trasporto pubblico sig.Silio Tulli, che come proprietario delle corriere quella mattina alle 5,15 era presente al primo blocco di Porta Romana. Riferì al maresciallo di aver notato un grande assembramento di persone che non facevano passare né i mezzi e né le persone. Tra i più attivi citò il nome di Alessandro Di Trapano. Tra il 26 e il 28 luglio vennero interrogati altre persone tra cui gli autisti e fattorini che quella mattina erano in servizio.Tutti confermarono il blocco stradale fino alle 9,30 sia per i massi posti sulla carreggiata che per la numerosa presenza di persone che impedivano il passaggio di coloro che si recavano a lavorare. Il fattorino Elvezio Pungelli riferì che il pullman delle 5,15 per la stazione ferroviaria di Sezze, guidato dall’autista Giuseppe Baratta, fu bloccato a porta Romana ed ai passeggeri, anche se erano muniti di un lasciapassare, veniva strappato il permesso da Francesco La Penna (soprannominato Nzinza) che era uno dei capi. Venne strappato il lasciapassare anche ad un ufficiale in divisa (il maggiore Ugo Trombetta). Il fattorino notò che tra i dimostranti c’erano anche due donne di cui non conosceva l’identità ma poiché descrisse l’aspetto fisico e l’abbigliamento di una di loro (vestita di nero e claudicante), la sconosciuta venne individuata per Filomena Vali nata il 14-1-1901. L’altra donna, Filomena Cervoni, fu riconosciuta e segnalata al maresciallo dall’autista Giuseppe Baratta Il commerciante Antonio Faustinella riferì che i dimostranti erano stati tutta la notte a presidiare la strada in quanto avevano fatto i turni di vigilanza. Raccontò del fermo di una moto, rilasciata solo quando il guidatore garantì che non si sarebbe diretto nella pianura ma a Roccagorga. Fu fatto scendere, invece, il compagno che sedeva dietro, il quale, attraversato un campo, raggiunse il motociclista ma fu visto ed inseguito, inutilmente, con un bastone.Tra i dimostranti il commerciante riconobbe Salvatore Rossi, Ludovico di Raimo, Lidano Vitelli. Pietro Forte raccontò che aveva accompagnato alle ore 6, a Madonna della Pace, il figliastro che doveva recarsi a Latina in bicicletta per vendere due cesti di fichi. C’erano una decina di persone tra cui L.Vitelli, S.Rossi, S.Bernasconi e Fr.Cardarello, i quali fecero passare la macchina dell’ imprenditore Luigi Petrianni fu Filippo, che era munito di lasciapassare, ma non la bicicletta del figlio. A nulla valsero le preghiere rivolte ai dimostranti per la deperibilità della merce. Gli fu detto che l’unica possibilità per transitare era rappresentata dal lasciapassare che rilasciava la Camera del Lavoro, dislocata nella sede dei partiti del fronte popolare, dove erano in servizio Costantino Lucconi e Vincenzo Federici. Il permesso gli fu concesso ma subito strappato dai dimostranti di porta Romana. Alcuni dei responsabili del blocco, addirittura, lo accompagnarono in via Madonna della Pace per segnalarlo ai loro amici. Ma mentre gli attivisti parlavano, raccontò al Maresciallo, approfittò della loro distrazione e con una spinta fece superare alla bicicletta ed al figlio la barriera dei sassi e scomparvero nella discesa. 37 IVI, mandato di cattura del giudice istruttore dott. A. Pagliei del Tribunale di Latina, del 21 luglio 1948. Tra i numerosi studenti in partenza quella mattina, l’unico giovane ad essere ascoltato dal maresciallo fu Alberto Angelini che con i suoi amici doveva recarsi a Latina per sostenere l’esame di maturità classica. La partenza della corriera era fissata per le ore 7 da porta Romana, ma, nonostante le assicurazioni di Angelo Di Veroli, avvenne solo alle 7,30 e fu, poi, bloccata a Madonna della Pace. Vedendo che il tempo passava e che la possibilità di arrivare per le 8,30 in classe svaniva, nonostante i colloqui e le assicurazioni di Alessandro Di Trapano, di Salvatore Rossi e di Francesco La Penna, lo studente perse il controllo e cominciò a rimuovere la barriera. Fu prontamente fermato, ma ne nacque una mischia. In seguito gli studenti, verso le otto, furono fatti salire sul camion di Meschini ed arrivarono in tempo per la prova scritta degli esami. Alcuni attivisti politici proposero di punire la ribellione dello studente Angelini impedendone la partenza con il camion38. Il giudice istruttore, dott.Antonio Pagliei, ricevuto il nuovo rapporto del maresciallo dei Carabinieri, Giuseppe Merlo, iniziò subito gli interrogatori dei testimoni, lavorando anche il 14 ed il 16 agosto. Venne convocato nella Procura di Latina il costruttore edile Luigi Petrianni che confermò le dichiarazioni rese ai Carabinieri di Sezze ed aggiunse che quel giorno doveva andare a Roma per affari, erano le quattro di mattina, con due operai. Giunto al bivio della Madonna della Pace trovò la strada sbarrata da pietre ed una quindicina di uomini che fermavano le macchine. Fermarono anche la mia, riferì al giudice, ed “io esposi la necessità di recarmi nel mio cantiere per far scioperare gli operai. Questo lo dissi apposta per passare. Ma quegli uomini non vollero sentire ragioni e mi richiesero il permesso. Io, allora, tornai indietro, scrissi su un foglio l’autorizzazione firmata con uno scarabocchio a nome del comitato di sciopero. Tornai sul posto sventolando il biglietto e così passai. Nessuno si accorse della falsità del biglietto. Molti di quelli di guardia non sapevano leggere. Non riconobbi alcuno dei presenti dato che erano per lo più braccianti “39. Sul contrasto politico e personale tra l’avvocato Italo Ficacci e Francesco La Penna venne interrogato Vincenzo Campoli: ”Qualche anno fa l’avv. Ficacci mi fece chiamare nel suo studio insieme a La Penna ed a Paletta. L’avv. Ficacci chiese a La Penna se avesse ancora l’intenzione di occupare le terre e si raccomandò di non farlo perché aveva preso accordi con il Tribunale per una legale distribuzione delle terre incolte. La Penna rispose che non gli importava niente sostenendo che le avrebbe occupate lo stesso. Allora l’avv. Ficacci lo diffidò dal non farlo“40. Orlando Bernardi di 47 anni: “sono a conoscenza che tra l’avv.Ficacci e La Penna ci sono stati vari attriti nel passato per la questione delle occupazioni delle terre. Poichè La Penna era favorevole per le invasioni pacifiche, l’avv. Ficacci gli disse di rispettare l’ordine dei deliberati della commissione apposita. Da qui le incomprensioni. Faccio presente che una sera, trovandomi nella sede comunista di Sezze per discutere sugli “scorpori” delle terre dell’O.N.C., tra Ficacci e La Penna ci fu una vivace discussione, in seguito alla quale il primo voleva mandare via dalla sede comunista, per indegnità, il La Penna41 Il maresciallo di Sezze, allarmato dalle notizie drammatiche di morti ed incidenti tra dimostranti e forze dell’ordine che giungevano da altre località d’Italia, forse sollecitato anche dai suoi superiori a ripristinare l’ordine e punire i colpevoli, si attivò, svolgendo nuove indagini e giungendo ad altri risultati. Infatti con un successivo rapporto del 30 luglio vennero denunciati ed arrestati: Ludovico Di Raimo fu Giuseppe nato il 7-3-27, bracciante, celibe, alfabeta, incensurato. Filomena Vali fu Luigi, latitante. Angelo Cardarello di ignoti, nato il 16-6-1896, bovaro, alfabeta, celibe, condannato per diserzione. Costantino Lucconi fu Antonio, nato il 7-10-1900,contadino, alfabeta, coniugato, incensurato. Vincenzo Federici di Angelo, nato il 5-6-1907, contadino, alfabeta, coniugato, incensurato. Luigi Costantini fu Antonio, nato il 4-4-1907, contadino, alfabeta, coniugato con F.Cervoni, incensurato. 38 IVI, 2° rapporto del maresciallo dei CC. di Sezze, G.Meuti, al giudice istruttore del Tribunale di Latina, del 30 luglio 1948. 39 IVI, verbale di testimonianza al giudice istruttore A. Pagliei di Luigi Petrianni, dell’8 ag. 1948. 40 IVI, verbale di testimonianza al giudice istruttore del Tribunale di Latina, A. Pagliei, di Vincenzo Campoli, del 16 ag. 1948. 41 IVI, verbale di testimonianza al giudice istruttore di Orlando Bernardi, del 17 ag. 1948. Questo secondo mandato di cattura rimase ineseguito nei confronti di Luigi Costantini e Filomena Vali perché latitanti INTERROGATI GLI ARRESTATI DI SEZZE Il 22 luglio 1948 il giudice istruttore, prima di recarsi nel carcere di Latina per interrogare gli arrestati, ascoltò nel suo ufficio l’avv. Italo Ficacci che così riferì: “mi presento spontaneamente per chiarire,come già ho fatto alla polizia, circostanze relative ai fatti accaduti in Sezze in occasione dello sciopero. Prima di tutto io non ho mai dato ordini, del resto non era nelle mie competenze, di bloccare le strade di accesso del paese, anzi debbo dire che nel primo giorno,data la tranquillità e la calma con cui si svolgeva la manifestazione di protesta, io non vi partecipai, infatti i comizi furono tenuti da altri. Solamente nel pomeriggio e nella nottata dal giovedì al venerdì ritenni di dover intervenire perché gli animi dei dimostranti si erano eccitati. Nel pomeriggio del giovedì i negozi erano aperti secondo il desiderio dei commercianti e ricordo che suggerii ad alcuni dimostranti, che volevano far chiudere tali negozi, di non usare parole scortesi e di non dire nulla che potesse sembrare violenza o imposizione. Raccomandai la calma in occasione di una processione religiosa e del relativo servizio della banda musicale. Dopo le notizie serali della radio sugli scioperi del 15 luglio, gli animi si eccitarono maggiormente e ricordo che verso le ore 22,30 di sera,all’ultima trasmissione,entrai nella Camera del Lavoro e sentii che vi era una forte convinzione per continuare. A questo punto io feci approvare dall’ assemblea di sezione la decisione che lo sciopero dovesse continuare pacificamente con le stesse modalità del giorno trascorso. Ma feci anche presente che uno sciopero della classe contadina era difficile da attuarsi se non vi era un interesse economico immediato. In detta riunione gli animi erano molto eccitati ancora, tanto che io invitai Vincenzo Federici, che aveva molto ascendente tra i contadini,di spiegare in termini dialettali agli intervenuti, quello che io avevo detto. Così avvenne, ma gli animi effettivamente non si calmavano.Comunque io rimasi nella sezione comunista per continuare nell’opera di persuasione. Quando mi accorsi che diversi gruppi di persone andarono a posizionarsi in punti nevralgici delle comunicazioni stradali per bloccarne il passaggio, io insieme a Costantino Lucconi cercai di avvicinare questi giovani per convincerli ad usare maniere cortesi e persuasive verso i cittadini contrari allo sciopero. Appena ebbi la certezza che le cose si sarebbero svolte nella calma e nella legalità, perché la mia resistenza fisica era quasi all’estremo,verso le 4,30 di mattina me ne andai a dormire. Questa è la verità sui fatti e quanto si è detto di diverso o è frutto di personalismo o di incomprensione. Se Francesco La Penna afferma che io con il comitato direttivo della sezione comunista abbiamo dato disposizioni di bloccare le strade, è pura fantasia; prima di tutto perché io non ho dato ordini e non li potevo dare, secondo perché io non abbandonai assolutamente la Camera del Lavoro fino a quando gli animi non si erano calmati.Quando io uscii dalla Camera del Lavoro verso quell’ ora indicata non c’erano nel locale che due o tre persone, mentre tutti, compreso La Penna, erano andati a dormire. Io mi alzai quella mattina verso le 8,30- 9,00 . Ho saputo dal Federici che il La Penna, nei locali della Camera del lavoro, il venerdì mattina,verso le 9,30-10, arringò i presenti contro di me, solamente perché io mi ero mostrato riflessivo e moderato. Penso che La Penna abbia un’inimicizia personale nei miei confronti e voglia approfittare del momento per danneggiarmi politicamente. Indico come testimoni di queste mie affermazioni Vincenzo Federici, Costantino Lucconi, Francesco Danieli ed altri, se sarà necessario. Inoltre potete chiedere all’avv. Bombardini cosa gli risposi quando mi chiese ragione del perché occorresse una mia autorizzazione per uscire da Sezze con la macchina”42. Il giudice lo stesso giorno del 22 luglio si recò nel carcere per interrogare Costantino Lucconi fu Antonio, di anni 48 : ”io la sera di giovedì 15 luglio,verso le 23, entrai nel locale della Camera del lavoro per sentire le comunicazioni radio. C’era anche l’avv. Ficacci ed altri nella sede. A un certo punto vennero gruppi di giovani con elenchi di persone e dissero che volevano girare in pattuglia per il paese. L’avv. Ficacci intervenne e disse ai giovani che ormai la protesta era stata fatta nella mattinata, per cui non era necessario far ciò, anzi esortò costoro a smetterla e a mantenersi calmi. Non vidi quella sera nella Camera del lavoro Francesco La Penna” . 42 IVI, testimonianza resa al giudice istruttore dott. A. Pagliei dall’avv. Italo Ficacci fu Giuseppe , 57 anni, del 22 luglio 1948 Lucconi venne di nuovo interrogato dal giudice istruttore il 9 agosto e dichiarò: ”nego di essere io uno dei dirigenti dei posti di blocco, addetti a decidere chi dei passeggeri dovesse o meno passare. E’ falso che io ed altri eravamo nella sede della Camera del lavoro per rilasciare i permessi alle persone che avessero delle necessità impellenti. L’accusa lanciatami da Franco De Benedetti è falsa. Ammetto che la mattina del 16 luglio andai alla Camera del lavoro o sede del PCI verso le otto e mi trattenni ivi circa 5-10 minuti. Non c’era Vincenzo Federici o altri. C’erano soltanto dei braccianti. Io non ho avuto alcuna ruolo direttivo. Io non so chi abbia disposto detti posti di blocco”43. Nella stessa giornata del 22 luglio fu ascoltato Vincenzo Federici di Angelo, di anni 34, contadino: “La sera del 15 luglio un gruppo di giovani si recarono nella Camera del lavoro e chiesero di formare delle pattuglie per bloccare le strade,dato che lo sciopero non era finito. Io dissi loro di non farlo. Intervenne l’avv. Italo Ficacci che spiegò in italiano tale divieto e raccomandò la calma. Anzi ricordo che l’avvocato rivolto a me, mi chiese di dire loro in dialetto il suo pensiero. Così io feci ”44. Il 23 luglio 1948 il giudice istruttore del Tribunale di Latina, dott. Antonio Pagliei, tornò nel carcere del capoluogo per interrogare gli altri arrestati di Sezze. Il primo ad essere ascoltato fu Francesco La Penna nato a Sezze nel 1912, coniugato con figlio, contadino, alfabeta, incensurato: “ Sono innocente. Non sono stato io ad organizzare, mantenere e presidiare posti di blocco nelle strade di Sezze l’indomani del 15 luglio 1948. Ho raccontato lo svolgimento dei fatti alla polizia e ai carabinieri, ma vedo che hanno arrestato me, mentre i responsabili sono fuori. Io voglio giustizia e non chiacchiere. Io non c’entro affatto con i blocchi stradali e mi sono trovato in mezzo allo sciopero come gregario, ma non ho fatto altro. Io grido che non sono comunista ma socialista e quindi mai mi sono intromesso nel comitato di agitazione comunista per lo sciopero. Il giovedì 15 luglio ‘48 aderii allo sciopero, partecipai al corteo per le vie di Sezze e compostamente; dopo le parole del segretario comunista di Sezze Giuseppe Fanelli, presi la parola io per dire agli astanti che si dovevano salvare tutte le libertà democratiche del paese. Poi me ne andai.Ciò avvenne a mezzogiorno.Nel pomeriggio mi portai nella sezione del partito socialista che si trova negli stessi locali dove i comunisti si riunivano con i dirigenti della Camera del lavoro. In questo momento tornò da Latina, dove l’avv. Ficacci lo aveva mandato con una lettera diretta alla Federazione provinciale comunista, un certo Pietro, di cui non ricordo il cognome. L’avv. Ficacci prese da questo la risposta della Federazione comunista di Latina. Non potetti decifrare la firma, però la lettera era chiusa e diretta a Ficacci. Qualche tempo dopo il Ficacci mostrò in pubblico la lettera della Federazione, in cui questa rimproverava il Comitato di agitazione di Sezze, che era diretto da Ficacci, di aver permesso, durante lo sciopero di giovedì 15, la partenza di autobus e il passaggio pedonale dei lavoratori per altre località. Si fece notte ed io dopo essere andato a cena in casa mia, ritornai nella sede del partito per sentire le comunicazioni radio. Quivi in una stanzetta a destra era riunito il comitato di agitazione comunista, diretto dall’avv.Ficacci, anzi preciso era il solo Ficacci che dava ordini e gli altri ubbidivano. Non ricordo chi fossero gli altri, ma erano i componenti del comitato direttivo comunista e quelli della lega dei contadini. Discussero se lo sciopero dovesse essere generale o parziale. Però dopo l’ultimo bollettino radio di mezzanotte, detto comitato decise di fare lo sciopero generale. Alla fine Ficacci disse che bisognava impedire a chiunque di recarsi al lavoro, però debbo ora riconoscere che l’avv.Ficacci non parlò di bloccare la strada e di fare sbarramenti stradali.” A questo punto il giudice istruttore contestò all’imputato il contenuto del verbale reso ai carabinieri dove dichiarava che il comitato direttivo e il Ficacci dettero indicazioni di istituire sbarramenti stradali. L’imputato rispose “ è un equivoco in cui sono caduto io, perché non capisco ciò che significano blocco e sbarramento. Io affermo che parlai di sbarramento senza rendermi conto della parola. Nello stesso tempo dei giovani si misero in moto per impedire, l’indomani, ai lavoratori di recarsi al lavoro. Poi me ne andai a dormire. Il Ficacci rimase in sede. La mattina dopo, verso le sette, venne a chiamarmi in casa mia il Presidente della cooperativa “Gramsci”, Luigi Costantini e con lui andai verso la sede del partito per sentire il giornale radio. Ad un certo momento venne Di Veroli che cercava gli esponenti della Camera del Lavoro per aver da loro il permesso di passare il blocco stradale. Io ignoravo che fossero stati formati i posti di blocco. Lo invitai di rivolgersi all’avv. Ficacci, non essendo io del comitato di agitazione. 43 44 IVI, processi verbali del giudice istruttore Pagliei al detenuto Costantino Lucconi, del 22 luglio e 9 agosto 1948. IVI, processo verbale del giudice istruttore dot. Pagliei al detenuto Vincenzo Federici, del 22 luglio 1948. Il Di Veroli aveva il suo camioncino. Io e il Costantini uscimmo e, strada facendo, incontrammo il Presidente della Lega dei contadini, soprannominato Bufalotto (Alessandro Di Trapano) il quale tornava da Porta Romana per chiedere all’avv. Ficacci se dovessero partire o meno gli autobus da Sezze. L’avv. Ficacci consigliò loro di far partire gli autobus. Queste due persone uscite dall’avv. Ficacci, mi invitarono ad andare con loro per far partire gli autobus. Arrivati a porta Romana vidi un carabiniere e diversi cittadini. Non c’era alcun posto di blocco. Chiesi dove fosse il maresciallo Merlo. Un carabiniere mi disse che gli autobus erano partiti e che il maresciallo era nell’altro posto di blocco. Tutti e tre ci recammo al bivio della Madonna della Pace, ma qui non trovammo il maresciallo bensì una confusione di gente, tra cui gli studenti che dovevano recarsi a Latina . Ad un certo punto giunse il camion di Meschini con a bordo i prof. Carlo Velletri e Piccaro. Io, Bufalotto e Costantini consigliammo di far partire il camion e gli autobus. Gli studenti si misero sopra il camion di Meschini e partirono per Latina. Salì, anche, Nicola Passerini. I responsabili politici del blocco dissero che non avrebbero fatto partire il camion se il Passerini non fosse sceso. Io mi limitai a consigliare il Passerini di scendere e tornai con lui in paese. Anzi ricordo che il Passerini disse che era un agente comunale e che doveva andare a Latina. Io non ricoprii alcuna funzione direttiva né presidiai i posti di blocco. Il mio interessamento fu solo occasionale .Vidi pure la lettera diretta all’avv. Ficacci dalla Federazione comunista di Latina e lessi il contenuto. Il Ficacci lesse la lettera ai presenti in sede. Affermo che il Ficacci non disse di sbarrare le strade ma di impedire a tutti di andare a lavoro. Faccio presente che quando il tenente dei carabinieri mi interrogò io feci cambiare la parola “blocco”con “sbarramento”. Con questa parola io credevo che volesse dire “sciopero generale”, impedimento ai lavoratori di andare al lavoro”45. Il 27 luglio, dopo che molti arrestati erano stati interrogati nel carcere di Latina, venne di nuovo convocato in Procura l’avv. Ficacci, che chiarì alcune circostanze riferite da alcuni imputati, soprattutto di Francesco La Penna: “effettivamente il 16 mattina io scrissi una lettera alla Federazione comunista di Latina per chiedere notizie precise sulla salute di Togliatti e per ragguagliarla degli avvenimenti in Sezze. Detta lettera era aperta e fu inviata da un ciclista. In detta lettera io dicevo che lo sciopero era compatto e che il movimento di protesta si svolgeva regolarmente. Ebbi risposta dal segretario della Federazione che mi dava notizie corrispondenti. E’ falso che mi dessero istruzioni sul prosieguo dello sciopero né che mi facessero rimproveri circa il fatto che da Sezze partissero autobus e lavoratori. E’ necessario a questo punto, date le accuse di La Penna, che io dica l’ incomprensione che c’è tra me e lui. Nell’aprile del 1945 in occasione del movimento contadino di Sezze per l’occupazione delle terre La Penna s’era fatto promotore di gravi tensioni che si crearono tra i contadini stessi. Io lo chiamai nel mio studio e presenti due testimoni, Paletta Giuseppe e Campoli Vincenzo, lo invitai a smettere con le sue intemperanze e lo minacciai di passare anche a vie di fatto,dato il disturbo che arrecava ai contadini. Successivamente in occasione delle elezioni amministrative del 1946 io con altri della sezione comunista rifiutammo di fare lista unica con i socialisti perché costoro pretendevano di candidare proprio Francesco La Penna. Successivamente nel marzo 1948 in occasione dell’accordo con tutti i partiti di Sezze, compreso anche il democristiano, di iniziare uno sciopero per ottenere gli scorpori dall’ONC promessi invano dal ministro Segni, io cacciai in malo modo La Penna dai locali della Camera del Lavoro in quanto si era intromesso nella discussione e ciò perché temevo che la manifestazione di protesta potesse prendere brutte pieghe. Sia per l’uno come per l’altro episodio io porto come testi Giuseppe Fanelli (segretario sezionale) e Orlando Bernardi (segretario Federterra in Latina). Non ricordo se La Penna abbia letta la lettera ricevuta dalla Federazione del PCI . Io la feci leggere ad altri che ora non rammento. Del resto la S. V. può richiedere l’originale della lettera o copia, a chi di dovere, dato il protocollo”46. Lo stesso giorno venne interrogato nel carcere Alessandro Di Trapano nato a Sezze il 3-91923: “Sono innocente. Io non partecipai alla formazione di alcun posto di blocco a Sezze.(il giudice istruttore a questo punto contestò all’imputato di essere stato visto al secondo posto di blocco, quello di Madonna della Pace, dallo stesso maresciallo Merlo e di aver risposto a costui che si potevano togliere i posti di blocco, perché l’ordine era giunto da Latina). Non è vero. Io con il maresciallo conversai non al posto di blocco ma lungo la strada”. 45 46 IVI, processo verbale al detenuto Francesco La Penna del giudice istruttore Pagliei, del 23 luglio 1948. IVI, testimonianza al giudice istruttore di Italo Ficacci, del 27 luglio 1948. Il giudice istruttore contestò ancora che ciò avvenne nel secondo tentativo fatto dal maresciallo per far togliere il blocco, non al primo tentativo. “Non avendo partecipato al blocco stradale non so dire chi abbia dato l’ordine. Io sono il Presidente della lega contadini. Io per caso mi trovai al posto di blocco di Porta Romana poiché quelli che presidiavano detto posto di blocco non volevano far partire gli autobus. Io mi recai alla partenza delle corriere perché avevo mia sorella Luisa che doveva recarsi a Latina per sostenere gli esami di Stato. Sul posto c’erano circa 400 persone, perciò non so indicare nessuno. Io poi con Luigi Costantini e con Francesco La Penna, andammo a casa dell’avv. Ficacci e gli esponemmo come risolvere il divieto imposto all’autobus degli studenti. Rispose che era meglio farli partire. Quando tornammo al blocco gli autobus e gli studenti erano già partiti. Al secondo posto di blocco andai perché avevo sentito che gli autobus, partiti da Porta Romana, venivano fermati alla Madonna della Pace. Verso le 8,15 tornai in paese quando per la strada incontrai il maresciallo. Nego di aver parlato prima con lui nello stesso posto di blocco. Non vidi Simone Bernasconi, Lidano Vitelli. Incontrai Salvatore Rossi e Angelo Di Veroli” . In seguito venne sentito nel carcere Francesco Cardarello fu Vincenzo,nato il 26-8-1923: “ sono innocente, non faccio parte di alcun partito e non frequento la sezione comunista, per cui non ho potuto partecipare alla formazione dei posti di blocco.E’ vero che io andai al blocco di Madonna della Pace verso le ore 5 di mattina per pura curiosità, perché si parlava in paese di detti posti di blocco. Ammetto che non avevo alcuna necessità di andarci. Nego però di essermi messo in nota il giorno prima alla Camera del lavoro per partecipare al blocco stradale. C’erano al mio arrivo in detto posto di blocco Salvatore Rossi, Lidano Vitelli ed altri di cui, però, non ricordo i nomi. Non posso dire se costoro ci stessero per curiosità,come me, o perché facessero parte della squadra. Non è vero che io alle 5,30 mi opposi minaccioso al passaggio del camion di Fernando Mercuri. Ripeto che non so dire chi abbia dato l’ordine del posto di blocco”. Lo stesso giorno fu ascoltato Salvatore Rossi di Vincenzo nato il 10-12-1920 : “ ammetto di essere stato al posto di blocco di Madonna della Pace ma solo per curiosità. Difatti andando in campagna di prima mattina,vidi ostruita la strada con massi e la presenza di molte persone . Mi fermai ma non presi parte al presidio”. Il giudice istruttore contestò all’imputato il ruolo diverso che ricopriva nella gestione del blocco, sulla base del rapporto del maresciallo Merlo che lo considerava tra i più scalmanati per aver ostacolato il transito all’auto di Fernando Marcucci e il passaggio di Passerini col camion. “Al posto di blocco c’erano una cinquantina di persone, ma non so dire chi fossero. Non è vero che io sia stato uno dei principali autori del posto di blocco. Non ho ostacolato né il Marcucci né il Passerini. Faccio presente che io non ho visto pietre in mezzo la strada né rivolgere minacce a qualcuno”. In seguito venne interrogato Luigi Farina fu Ignazio nato il 30-6-1916:” io sono iscritto al partito comunista, ma il giorno che voi mi dite non partecipai né allo sciopero né alla formazione dei posti di blocco. Io ho quattro figli e non posso passare una giornata senza lavorare. Non so spiegarmi come mi abbiano accusato di aver fatto parte della formazione di detti posti di blocco. Ammetto che il giorno 16 luglio mi recai a Porta Romana e vidi molte persone ivi riunite, però io tornai indietro a casa mia. Non è vero che mi sia dato alla latitanza”. Ancora venne ascoltato Salvatore Costantini fu Antonio, nato il 22-12-1917 : ”respingo le accuse che mi si fanno. Io il giorno 15 luglio mi alzai in tempo per andare a lavorare. Strada facendo seppi che lo sciopero continuava, per cui andai a Porta romana dove trovai molta gente. Non vidi però alcun posto di blocco in detta strada. Stetti un po’ a vedere quello che succedeva e poi andai alla sezione a sentire le notizie del giornale radio”. Il giudice istruttore contestò all’imputato l’episodio del passaggio della macchina di Giuseppe Farina e del fatto che egli minacciò Baratta Antonio di picchiarlo se avesse insistito a voler passare. L’imputato rispose: “non è vero, desidero il confronto. Non so dire chi abbia dato l’ordine del posto di blocco. E’ falso che io mi sia dato alla latitanza”. Sempre il 27 luglio venne sentito dal giudice istruttore Angelo Di Veroli di Mario, nato il 57-1922, contadino, celibe, alfabeta, già militare, incensurato: “Io non partecipai ad alcun posto di blocco. Ammetto di aver incontrato il maresciallo Merlo di ritorno dal posto di blocco di Madonna della Pace. Spiego. Io quel giorno dovevo andare a lavoro della trebbiatura in località Gricilli. Alzatomi per tempo, lungo la strada seppi che lo sciopero continuava. Andai a Porta Romana per vedere cosa accadeva. Qui c’era molta gente, ma non vidi alcun posto di blocco. Io rimasi un quarto d’ora e mi recai a Madonna della Pace dove c’erano una trentina di persone e qualche sassolino in mezzo la strada. Vidi Proia che era fermo con la sua macchina e mi misi a parlare con lui. Io non so dire chi avesse fermato costui. Ammetto anche che sul primo intervento del maresciallo Merlo io mi trovavo in detto posto, però non risposi alla sua intimazione perché io non avevo nulla a che fare con il blocco stradale. Incontrai di nuovo il maresciallo Merlo al secondo suo intervento, mentre ritornavo da Madonna della Pace. Con me c’erano Alessandro Di Trapano, Salvatore Rossi, Nicola Nalli. Non vidi Vitelli e Bernasconi. Non so dire chi abbia dato l’ordine di bloccare le strade. Nego di essermi dato alla latitanza”. Venne interrogata lo stesso giorno Filomena Cervoni fu Pio, nata il 30-1907: “protesto la mia innocenza. Nego di aver fatto parte della guardia del posto di blocco di Porta Romana. Io qui mi ci trovavo per puro caso”. Il giudice istruttore le contestò l’episodio del passaggio della macchina di Giuseppe Forcina e l’intervento minaccioso dell’imputata contro costui . “Nego di aver presidiato il posto di blocco e di essere stata facinorosa. Trovandomi nel posto di blocco vidi passare una macchina ma non so se fosse di Giuseppe Forcina. Non dissi le parole riferite dal Baratta e dal Forcina”47. Il 9 agosto il giudice si recò nel carcere mandamentale per interrogare Angelo Cardarello nato a Sezze il 16-6 1926 : “ammetto di essere stato al posto di blocco soltanto per due minuti e non come dice il maresciallo per tutta la nottata. Io alla Madonna della Pace andai verso le 7 di mattina. Quando giunse il maresciallo io già me ne ero andato. E’ falso che io dissi al maresciallo di essere contrario a togliere il posto di blocco in quanto avevo perso la nottata per fare la guardia e che il posto di blocco era stato ordinato superiormente. Io non conobbi alcuno dei blocchisti”. Lo stesso giorno venne interrogato Ludovico Di Raimo fu Giuseppe, nato il 17-2-1927 : ”io sono figliastro di Peppe D’Urso. Ammetto di essere stato al blocco di Madonna della Pace ma io non vi presi parte attiva. Mi ci trovai per caso. Quanto dice Faustinella è falso. Io non davo man forte a Salvatore Tassi. Non posso dire chi era in servizio al posto di blocco, né indicare chi ordinò i posti di blocco”48. Il 10 agosto fu sentito nel carcere Vincenzo Federici di Angelo, nato il 5-6-1914: “nego di aver diretto dalla sede del partito comunista l’organizzazione dei posti di blocco. Io, la sera del 15, da detta sede mi ritirai in casa soltanto alle ore 2 di notte e vi ritornai alle 5 del mattino e poi andai di nuovo in casa. Non decidemmo di fare il blocco stradale e né ci furono dati ordini superiori, nemmeno dall’avv. Ficacci.Tornai alla sede comunista alle ore 10 di mattina. Alle ore 5, quando andai alla sezione del partito non feci nulla. Mi trattenni lì solo qualche ora. Non è vero che in questa ora io abbia rilasciato permessi per far passare nei posti di blocco. E’ falso quanto dice Franco Benedetti, cioè, che io gli abbia rilasciato il permesso di transito al posto di blocco di Madonna della Pace. Non ricordo se in detta ora ci fosse in sede anche Costantino Luc- coni. Faccio presente che dopo lo sciopero giunse nella sede della Camera del Lavoro il cognato di De Benedetti raccontando che non l’avevano voluto far passare con i fichi al posto di blocco.Allora io gli dissi di venderli in sede. Così fu fatto”. Il 10 agosto 1948, in base al nuovo rapporto del maresciallo Merlo del 30 luglio, venne di nuovo interrogato Francesco La Penna : “nego di aver io impedito la partenza dell’autobus da Porta romana alle 5,15 per Sezze scalo, come hanno affermato Saverio Pungelli e Antonio Baratta. Alle 5 di mattina io ero a letto. Come ho detto nell’altro verbale io mi alzai verso le 7 / 7,30 quando mi venne a chiamare Luigi Costantini. Quanto dice il Passerini a mio danno, che cioè io lo abbia fatto scendere dal camion dove erano gli studenti, è falso. Io alle 7,10 ero ancora in casa. Giunsi al blocco di Madonna della pace alle ore 7,30-7,40 dopo che era giunto il camion di Meschini. Quindi il Passerini dice il falso. Io mi portai al posto di Madonna della Pace per riferire ai compagni A. Di Trapano e L. Costantini la decisione dell’avv. Ficacci di far partire gli studenti”. Il giudice istruttore contestò a La Penna perché proprio lui, che non aveva parlato con il Ficacci, volesse riferire parole e consigli ai due dirigenti politici-sindacali. La Penna rispose che la situazione era delicata e che non voleva che accadesse nulla. Per questo parlò ai due. 47 IVI,processo verbale del giudice istruttore A. Pagliei agli arrestati Francesco Cardarello, Salvatore Rossi, Luigi Farina, Salvatore Costantini. 48 IVI, processo verbale del giudice istruttore Pagliei agli arrestati Alessandro Di Trapano, Francesco Cardarello, Salvatore Rossi, Luigi Farina, del27 luglio 1948 “Io consigliai quindi di far passare gli studenti che, difatti, partirono con il camion di Meschini . Rivolsi l’invito al Passerini di scendere, dato che s’era messo in piedi nel cassone del camion a fin di sfida, perché dovevano partire solo gli studenti. Il Passerini mi rispose che era un agente in servizio. Io allora invitai il proprietario del camion, Meschini, a farlo scendere. Infatti scese. Poi tornammo insieme a Sezze ma io non feci affatto il ruffiano prendendolo a braccetto. Il Passerini riferisce il falso.Tutto ciò dimostra che io non feci parte dei blocchi. Il Passerini non mi disse che viaggiava per ragioni di Pubblica sicurezza, cioè per ricoverare un pazzo. Però se avesse dovuto recarsi con urgenza in Prefettura, perché non è partito con gli autobus successivi?. E’ falso che io dalle 5 di mattina abbia strappato permessi di transito ai passeggeri degli autobus e ad un ufficiale. L’autista Pungelli dice il falso. Io non lo conosco. A quell’ora stavo dormendo. L’unico mio teste è Luigi Costantini, presidente della cooperativa” Gramsci”, che mi venne a chiamare in casa verso le 7,30 e insieme, dopo il colloquio che lui ebbe assieme a Di Trapano in casa Ficacci da Porta Romana andammo al bivio di Madonna della Pace Io al Tenente dei carabinieri dissi, durante l’interrogatorio, che ignoravo il significato del blocco. Allora un carabiniere prese un vocabolario e lo consegnò al tenente il quale fece scrivere “sbarramento”. Dissi che ignoravo anche il significato di detta parola. Io firmai il verbale in buona fede. Quanto dice l’avv.Ficacci che io abbia risentimento contro di lui è falso. Io nella questione delle terre facevo un’opera di giustizia voluta dagli stessi contadini, tant’è vero che quando si trattò di dividere i terreni della contrada “Mezzaluna” venne il maresciallo Merlo con i carabinieri ed i proprietari, che nell’operato non potettero notare nulla di illegale o anomalo. In occasione degli “scorpori” dei terreni dell’ONC io ebbi una discussione con Ficacci, nonostante che fossi delegato del mio partito su quel problema. Accusai Ficacci dicendogli che le terre, se non ci fosse stato lui, già le avremmo avute. Egli mi minacciò di cacciarmi dalla sede comunista ma intervenne il comunista Gioacchini, non ricordo il nome, che lo accusò di fare il doppio gioco per cui era lui a dover essere cacciato.(6) Il 10 agosto il giudice istruttore, dott. Pagliei, mise a confronto Francesco Cardarello e Francesco La Penna che aveva dichiarato di aver ricevuto notizie, in carcere da Cardarello, sulla organizzazione del blocco. Ma Cardarello negò il fatto49. Vennero ascoltate le mogli di alcuni imputati che citarono persone e fatti a discarico dei loro mariti: Iole del Monte moglie di Salvatore Costantini; Maria Violanti moglie di Luigi Farina, Ignazio Di Trapano per Angelo Di Veroli50. IL RUOLO DELLE DONNE Quando in una comunità, in questo caso due comuni di circa 10.000 abitanti, alcuni componenti vengono arrestati, subentra la solidarietà non solo dei familiari ma di tutto il gruppo a cui l’arrestato appartiene (associazione, partito o sindacato). Ogni componente si sente partecipe dei problemi dell’altro ed all’occorrenza cerca di stare vicino alla famiglia dell’arrestato per farne sentire di meno la mancanza. In occasione degli arresti in molti si recarono dal giudice istruttore per rilasciare deposizioni volontarie in modo da scagionare dall’accusa di blocco stradale un loro parente o amico per attenuarne la posizione giudiziaria. Le donne: mogli, amiche, conoscenti, paesane, compagne di partito, scesero in campo ed abbandonarono per qualche giorno il lavoro dei campi ed il ruolo di mamma per proteggere i loro mariti o le loro amiche. Testimoniarono anche gli uomini per sostenere l’innocenza delle donne arrestate o denunciate. Intervengono, in questi momenti della vita paesana, rapporti di parentela, di vicinato, di amicizia, di solidarietà politica che non si riscontrano in altri momenti della vita di comunità. Nestore Grassocci, di 22 anni, chiese di essere ascoltato dal giudice istruttore che, il 12 agosto 1948, lo convocò nel Tribunale di Latina per interrogarlo: “Io vidi Mena di Piuccio o meglio Filomena Cervoni la mattina del 16 luglio verso le ore 8,30 vendere pomodori in piazza del mercato di Sezze. Non posso però dire quello che abbia fatto prima la donna”51. Qualche giorno dopo si presentò dal giudice Teresa Magagnoli di 52 anni, analfabeta: “io abito presso la casa di Filomena Cervoni. Il giorno dello sciopero la vidi uscire da casa sua 49 IVI, processo verbale del giudice istruttore A. Pagliei agli arrestati Vincenzo Federici e Francesco La Penna, del 10 agosto 1948. 50 IVI, testimonianze volontarie rese al giudice istruttore dott. Pagliei, del 27 luglio 1948. 51 IVI, testimonianza volontaria al giudice istruttore dott. Pagliei, del 12 ag. 1048. con ceste di pomodori che doveva portare al mercato,verso le ore 6,30 circa. Non so però quello che abbia fatto prima52 Dopo la latitanza, Luigi Costantini, marito della detenuta Filomena Cervoni, dichiarò al giudice : “mia moglie si trovò casualmente al posto di blocco di Porta Romana dovendo prendere delle gabbiette in campagna per farle riempire di frutta. Essa protestò perché volevano far passare un camion mentre a lei si impediva il transito. Non è vero quindi che mia moglie abbia ostacolato il passaggio del camion pilotato da Giuseppe Forcina, risultando attivista del posto di blocco”53. Durante il dibattimento aperto in Corte d’Assise, intervenne a testimoniare per l’altra donna Filomena Vali, latitante, la sig.ra Ersilia Abenda: “lavoro con Filomena Vali la quale la mattina del 16 luglio si recò a casa di Luigi Venditti per prelevare il pane da infornare nel forno di Pasceste “54. Iole Del Monte, 32 anni: “Sono la moglie di Salvatore Costantini, arrestato. Mi presento per indicare i testi che possono comprovare l’innocenza di mio marito: Antonio Di Nora e Ascenzo Marchionne che potranno dire che a Porta Romana mio marito non c’era “ 55. Luigi Tasciotti, 32 anni: ”non ricordo che giorno era, ma il giorno dello sciopero, io vidi in piazza del mercato di Sezze, verso le 7 circa, Filomena Cervoni che vendeva pomodori” 56. Anche da Cori alcune donne partirono per Latina e si recarono dal giudice istruttore per essere ascoltate in modo da attenuare le accuse rivolte ai detenuti. Erano passate due settimane dallo sciopero, i numerosi arresti avevano scosso il paese intero, oltre alle famiglie interessate. I parenti dei detenuti, gli amici, i due partiti di sinistra (PCI-PSI) si organizzarono per aiutare e non far sentire abbandonati gli arrestati con testimonianze volontarie di persone che raccontarono di aver visto, di aver parlato, di aver sentita al voce o la presenza di qualche persona, ora detenuta, nei due giorni di sciopero. “ La notte dal 15 al 16 luglio 48 e precisamente dal giovedì al venerdì, Giovanni Guarnacci dormì a casa. Si ritirò verso le ore 3,30. Posso dire ciò perché la notte predetta rimasi a lavorare in casa del Guarnacci con la moglie che è una sarta, per terminare un lavoro. Non so dire a che ora uscì il Guarnacci. Io uscii alle 7,30 dell’indomani e lui stava a letto con la figlia. Con me c’erano Emma Tebaldi ed Elena Corradini”57. “ Sollecitata dalla famiglia di Tommaso Ricci, vengo a dirvi che la notte dal 15 al 16 bussai alla porta di costui per sapere l’ora dovendo andare a fare la fornaia. Mi rispose proprio Tommaso che erano le 2 e trenta”58. “Invitata dalla famiglia dell’interessato mi presento per dire che la notte del 15 luglio 48, io mi dovevo svegliare per andare per andare in campagna. Difatti mi svegliai. Non sapendo l’ora bussai sul pavimento sottostante dove abita Francesco Vittori, e gli chiesi che ora fosse. Lui rispose che erano le 2,30 circa”59. “ Sono la moglie dell’imputato Francesco Vittori. La mattina dello sciopero mi sembra del 16 luglio,mi trovavo in piazza del Comune a vendere ortaggi. Ho visto Angelo D’Elia passeggiare nella piazza fino al momento in cui venne fermato dagli agenti di P.S”60 “Lavoro con la moglie del Guarnacci come sarta e posso attestare che la notte del 15 e 16 luglio il Guarnacci rimase in casa ed uscì la mattina verso le 7,30” 61. “Alla data del 15 luglio ero ospite in casa di Pietro Nardocci. Ricordo bene che quando rientrò a casa la sera del 15 luglio, verso la mezzanotte o poco più, egli mi richiese la sveglia ed io gliela diedi dovendosi egli svegliare alle ore 5,30 per andare a lavorare” 62 Forse, alcune di quelle testimonianze contribuirono ad alleggerire la posizione giudiziale delle imputate che furono giudicate dalla Corte d’Assise. 52 IVI, testimonianza volontaria al giudice istruttore dott. Pagliei, del 16 ag. 1948 IVI, processo verbale del giudice istruttore Gennaro Pandolfelli all’arrestato Luigi Costantini, del 13 sett. 1948. 54 IVI, testimonianza durante il dibattimento in Corte d’Assisi, del 6 aprile 19489. 55 IVI, testimonianza volontaria al giudice istruttore dott. Pagliei, del 27 luglio 1948. 56 IVI, testimonianza volontaria al giudice istruttore dott. Pagliei, del 16 ag. 1948. 57 IVI, testimonianza volontaria al giudice istruttore dott.Pagliei di Lucia Gattamelata, di anni 16, dell’8 ag. 1948. 58 IVI, testimonianza volontaria al giudice istruttore dott. Pagliei di Lidia Mattocci di Quirino, di anni 33, dell’8 ag. 1948. 59 IVI, testimonianza volontaria al giudice istruttore dott.Pagliei di Maria Volpini fu Tommaso, analfabeta, di 53 anni, dell’8 ag. 1948. 60 IVI, testimonianza volontaria al giudice istruttore dott. Gennaro Pandolfelli di Corinzia Pistilli, di anni 35, analfabeta, del 22 sett. 1948. 61 IVI, testimonianza volontaria al giudice Pandolfelli di Elena Corradini di Domenico,di 22 anni, del 22 sett. 1948. 62 IVI, testimonianza nel dibattimento in Corte d’Assisi di Alba Angelici di Augusto, di 29 anni, del 12 luglio 1949. 53 LA SENTENZA DELLA CORTE D’ASSISE DI LATINA Il 5 aprile 1949 nella Corte d'Assise di Latina, presieduta dal giudice Giovanni Spagnuolo con Ugo Guarnera che fungeva da Pubblico Ministero, si celebrò il processo contro gli arrestati dei fatti di Sezze del 15/16 aprile 1948. Dei 17 cittadini incriminati, imputati del reato di cui all'art.1 p.p. e ultima del D.L 22 gennaio 1948 n.66, erano assenti Simone Bernasconi e Filomena Vali che vennero dichiarati contumaci e irreperibili. Il collegio di difesa era formato dagli avv. Angelo Tomassini, Giuseppe Bolle, Leone Zeppieri, sen. Proli, Renato Sauzzi, sen. Mario Berlinguer che difendevano collegialmente tutti gli imputati. Il primo giorno del processo vennero interrogati tutti gli imputati detenuti ed alcuni testimoni, mentre il giorno seguente altri testimoni a carico e discarico degli imputati. Tutti confermarono le dichiarazioni già rilasciate al maresciallo dei Carabinieri di Sezze ed al giudice istruttore dott. Pagliei. Il 7 aprile 1949, presenti gli avv. Tomassini, Bolle, Sauzzi, il Pubblico Ministero dottor Guarnera, dopo aver pronunciato la sua requisitoria, chiese le seguenti condanne: - Francesco La Penna: 3 anni di reclusione; - Salvatore Rossi, Alessandro Di Trapano, Lidano Vitelli, Simone Bernasconi, Angelo Di Veroli, Costantino Luccone, Vincenzo Federici,: 2 anni e 6 mesi di reclusione; - Angelo Cardarello, Francesco Cardarello, Filomena Vali, Filomena Cervoni, Salvatore Costantini: 2 anni di reclusione; - Luigi Farina, Felice Molinari, Ludovico Di Raimo, Luigi Costantini: insufficienza di prove. Lo stesso giorno iniziarono le arringhe degli avvocati difensori. Gli avv. Sauzzi e Bolle chiesero per tutti l’assoluzione perché il fatto non costituisce reato ed in subordine: l’assoluzione per insufficienza di prove. L’udienza venne sospesa ed aggiornata per il giorno seguente, 8 aprile, quando intervennero gli avvocati Tomassini e Proli che chiesero per gli imputati l’assoluzione per non aver commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato. In subordine, chiesero l’insufficienza di prove. L’avv. Berlinguer chiese l’assoluzione degli imputati per non aver commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato; o almeno per insufficienza di prove anche per dolo. In subordine, ritenersi che il fatto costituisca reato di violenza privata; sempre in subordine, di concedere le attenuanti di cui agli art. 114,62 bis, 62 n.2-3, ritenendole prevalenti (art.69) sulle eventuali aggravanti. Chiese comunque il minimo della pena nei limiti già espiati o la condanna condizionale e la non iscrizione nel casellario giudiziario. Il Presidente Spagnolo a nome della Corte d’Assise, condannò: - Francesco La Penna ad un anno e 8 mesi; - Rossi, Di Trapano, Bernasconi, Di Veroli ad 1 anno e 6 mesi; - Francesco Cardarelli, Salvatore Costantini, Angelo Cardarelli, Luccone, Federici ad 1 anno e 4 mesi. Tutti furono condannati, in solido, alle spese processuali e singolarmente a quelle di mantenimento in carcere durante la detenzione preventiva. Letto l’art. 479 codice p.p.., assolse: - Luigi Farina, Felice Molinari, Filomena Cervoni, Ludovico Di Raimo, Filomena Vali, Luigi Costantini, dai reati ad essi ascritti per insufficienza di prove. Ordinò che Farina, Molinari, Cervoni, Di Raimo, Costantini fossero scarcerati e che fosse revocato il mandato di cattura emesso nei confronti di Filomena Vali63. 63 IVI, Corte d’Assisi di Latina, sentenza dell’8 aprile 1949.