BENEDETTO XVI
SANTUARIO DELLA BEATA VERGINE
DEL SANTO ROSARIO DI POMPEI1
19 OTTOBRE 2008
Il pellegrinaggio di Benedetto XVI
Annunciamo con gioia profonda e
intensa commozione che il Santo Padre
Benedetto XVI Domenica 19 ottobre
2008 verrà in visita pastorale al
Santuario della Beata Vergine Maria del
S. Rosario di Pompei. Il Santo Padre
celebrerà la S. Messa nel corso della
quale reciterà la “Supplica”, la celebre
preghiera scaturita dalla fede per Maria
SS.ma, del nostro fondatore, il Beato
Bartolo Longo e che si è prodigiosamente
propagata in tutta la Chiesa. Il Santo
Padre affiderà all‟intercessione della Madre del Signore e nostra le
riflessioni e le conclusioni del Sinodo dei Vescovi che si terrà in
Vaticano nel prossimo mese mariano d‟ottobre. Il Santo Padre
Benedetto XVI raccomanderà ai Vescovi di tutta la Chiesa le famiglie
di tutto il mondo e chiederà alla SS.ma Vergine insieme con la Chiesa
che è in Pompei e con i milioni e milioni di fedeli che recitano il S.
Rosario, l‟unità nelle famiglie, la fedeltà tra i coniugi, il coraggio di
educare i figli alla fede.
Pompei, 26 luglio 2008
Mons. Carlo Liberati
Arcivescovo Prelato di Pompei
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SANTUARIO DELLA BEATA VERGINE DEL SANTO ROSARIO
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«DALLA VISITA DEL SANTO PADRE CI ASPETTIAMO CHE CI SIA
UN RINNOVAMENTO DELLA VITA CRISTIANA»
Intervista con mons. Carlo Liberati,
Arcivescovo Prelato di Pompei e Delegato Pontificio per il Santuario
- a cura di Isabella Piro D. - Eccellenza, come si sta preparando la Prelatura
di Pompei alla visita del Santo Padre Benedetto XVI?
R. – Con un grande fervore, di carattere prima di tutto
liturgico e orante, nella preghiera. Noi a Pompei, tutti i
giorni, dalle sei alle sette di sera, dinanzi al Santissimo
Sacramento solennemente esposto, celebriamo il Santo
Rosario, che poi si conclude con la Benedizione
Eucaristica. Non facciamo altro che obbedire al
Magistero della Chiesa, ma che si inserisce nella nostra
tradizione ormai da 130 anni, da quando nel 1876, è arrivata qui a
Pompei l‟attuale effigie della Madonna del Santo Rosario. Quindi,
questa visita del Sommo Pontefice la stiamo preparando da un punto
di vista eminentemente spirituale ed ecclesiale.
D. – L’allora card. Ratzinger si recò a Pompei a maggio del 1998 e
rimase colpito, in quell’occasione in particolare, dalla “pietà
popolare”. Quali sono i rapporti tra essa e la fede?
R. – Noi sappiamo che il Verbo si è fatto carne: non può esistere la
fede in Dio senza l‟incarnazione nella realtà della vita. Gesù ci ha
detto che dobbiamo mettere in pratica le sue parole, che la fede non
esiste se non si manifesta attraverso le opere della nostra vita
personale e poi di quella comunitaria e sociale della Chiesa. Quindi, il
rapporto tra la “pietà popolare” e la fede è un rapporto necessario. La
mia fede, io la devo non solo far vedere, renderla visibile, ma
trasmetterla attraverso le opere della fede. E quali sono i mezzi
attraverso i quali io posso rendere la mia fede visibile nel popolo di
Dio? Con un‟attività straordinaria e indispensabile: la celebrazione
dell‟Eucaristia, attraverso la quale, con Cristo, noi veniamo presentati
al Padre e ci facciamo con lui dono. L‟Eucaristia è il sacrificio del
Cristo Crocifisso e Risorto con noi Chiesa. E questo miracolo si
realizza nella pietà popolare, che è fatta anche da tante preghiere, che
nasce dall‟Eucaristia. E tra le preghiere più belle c‟è il Santo Rosario,
la “catena dolce” che ci unisce a Dio, come dice Bartolo Longo, il
vincolo di amore che ci fa fratelli e che ci unisce agli angeli del
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Paradiso, noi peccatori e pellegrini sulla Terra, ma che aspiriamo a
diventare Santi.
D. – Il Beato Bartolo Longo è stato il creatore di numerose opere
sociali: come le porta avanti, oggi, la Prelatura di Pompei?
R. – Abbiamo creato un centro polifunzionale per l‟educazione, per il
momento, di 150 bambini presi dalla strada. Sono figli di carcerati, di
separati, di divisi, di ragazze madri o di famiglie sfortunatissime. E
noi diamo loro il cibo, il vestiario, la scuola paritaria, il pranzo, il
doposcuola, l‟educazione civica e l‟educazione religiosa. Insieme a
loro, abbiamo creato un gruppo-appartamento per l‟accoglienza
residenziale delle giovani prossime ai 18 anni; la “Casa Emmanuel”
per l‟accoglienza di gestanti e madri di bambini in difficoltà; il “Centro
di aiuto alla vita”, che sostiene donne in difficoltà che decidono di non
abortire. Abbiamo creato anche un centro di ascolto “Miryam”, per
l‟accoglienza, l‟informazione, l‟orientamento e l‟accompagnamento di
persone afflitte da varie emergenze sociali, con particolare riguardo
alle necessità delle donne immigrate. Inoltre, abbiamo creato una
casa-famiglia, chiamata “Il giardino del sorriso” per l‟accoglienza
residenziale di minori da zero a dieci anni, e stiamo portando a
termine la “Casa della madre del bambino” nelle ex case-operaie di
Bartolo Longo, perché noi siamo nati per educare e per l‟amore alla
vita.
D. – Nell’ambito dell’evangelizzazione, proprio sulla scia di
Bartolo Longo, qual è il ruolo che si può attribuire ai laici?
R – Noi risentiamo della crisi generale del laicato, in questo momento.
E dobbiamo impegnarci di più; stiamo cercando di farlo potenziando
nelle parrocchie la catechesi, le associazioni, i movimenti di
spiritualità perché non si può dimostrare la fede se non l‟abbiamo
prima dentro di noi.
D. – Quale valore di attualità possiamo attribuire al Rosario?
Ricordiamo che il Papa si reca a Pompei in ottobre, mese
Mariano…
R – Il Rosario e l‟Eucaristia hanno un legame assoluto, perché nel
Rosario preghiamo la Madre, la prima discepola della Santissima
Trinità e la prima seguace di Cristo che, con il suo “sì”, con la sua
offerta, ha trasformato la sua vita di madre, donna e vergine in una
preghiera continua al Padre, crescendo nella fede. Noi, ogni giorno, ci
educhiamo a dire “sì” al Signore attraverso il Rosario, per mezzo della
sua mamma, perché il Signore non solo ci ascolti, gradisca la nostra
preghiera, ma la renda efficiente nei fatti della nostra vita. Il 16
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ottobre 2002, il Santo Padre Giovanni Paolo II, con una splendida
Lettera apostolica, “Rosarium Virginis Mariae”, ha ricordato a tutta la
Chiesa che congiungendo il “sì” di Cristo con il “sì” di Maria, offerto ed
abbracciato fino alla fine ai piedi della Croce, noi come cristiani
troveremo il segreto del nostro successo, della nostra vittoria e della
nostra santificazione.
D. – Eccellenza, qualche dato sulla Prelatura che Lei guida: dal
punto di vista vocazionale e in particolare della pastorale
giovanile, qual è la situazione?
R. – La pastorale giovanile conosce in questo momento un grosso
rinnovamento, anche per opera di sacerdoti giovani. Abbiamo già
alcune manifestazioni, come il “Meeting dei giovani”, il primo maggio,
e quest‟anno abbiamo anche tentato “La notte degli angeli”, che
illustra l‟opera educativa che facciamo nei nostri centri educativi. Le
devo dire che a Pompei, dal venerdì alla domenica sera, confluiscono
forse 5 mila giovani dai centri vicini della Campania: vengono a fare di
tutto, anche tutto il male possibile! E per noi ciò è un grosso cruccio.
Il che vuol dire che siamo sempre in viaggio nelle iniziative di
carattere pastorale, cercando di inventare il futuro, avendo fiducia
nella presenza attiva e dinamica dello Spirito Santo tra noi e
dell‟intercessione di Maria Santissima.
D . Quindi, mons. Liberati, quali aspettative ripone nella visita
del Papa a Pompei?
R. – Un rinnovamento deciso della vita cristiana. Ormai, siamo un
popolo da rievangelizzare. Faccio un esempio: ogni giorno, qui
vengono persone per farsi benedire la macchina con l‟acqua santa. Io
ho avuto il coraggio di affrontare quattro-cinque di questi signori e ho
detto loro: “State attenti, potrebbe essere una superstizione! Prima di
tutto, voi dovete rinnovare il vostro cuore, la vostra coscienza, il
vostro comportamento di vita cristiana. Se voi non osservate la
segnaletica stradale, le leggi dello Stato, se voi dentro la macchina
fate anche cose contro i Comandamenti, a che serve la nostra
Benedizione?” Allora li ho visti impressionati. Ed ho aggiunto: “Non
agite per superstizione o per abitudine, ma cercate di cambiare la
vostra vita, perché i peccati non li commette la macchina, ma li
commettiamo noi”. Ecco: noi dalla visita del Santo Padre ci
aspettiamo che ci sia un rinnovamento della vita cristiana ed anche
una maggiore intensità di fede dei nostri pellegrini che, dall‟incontro
con Maria Santissima, cerchino sempre di essere oblativi al Signore
che li chiama ogni giorno dal profondo del cuore. Spero che la visita
del Santo Padre ci aiuti a rinnovare questa spiritualità.
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Un ritorno a dieci anni di distanza
Il Santo Padre Benedetto XVI, visitò Pompei e il suo
santuario il 17 maggio 1998. L‟allora cardinale Prefetto
Joseph Ratzinger, assieme al fratello sacerdote Georg e a
numerosi collaboratori della Congregazione per la dottrina
della fede, visitò il Santuario mariano restando a lungo in
preghiera e ascoltando tutto quanto gli veniva illustrato
sulla storia del santuario. Dopo essersi devotamente
inginocchiato a pregare ai piedi dell‟icona della Vergine del Rosario, fu
accompagnato in Prelatura, accolto calorosamente dal Delegato
Pontificio del tempo, Mons. Francesco Saverio Toppi. Nel libro dei
visitatori illustri c‟è la sua firma autografa con la scritta “Nos cum
prole pia benedicat Virgo Maria” (“La Vergine Maria ci benedica con il
suo Figlio Gesù”).
La visita del Card. Ratzinger, faceva parte del pellegrinaggio della
Congregazione per la dottrina della fede, dicastero vaticano dove ogni
anno si recita la “Supplica alla Madonna di Pompei”. Quel giorno, gli
illustri pellegrini della Curia romana dedicarono anche un po‟ del loro
tempo a visitare i “Musei degli scavi archeologici di Pompei”.
Le cronache dell‟epoca ricordano l‟ammirazione e lo stupore del cardinale
Joseph Ratzinger, e delle persone che lo accompagnavano, di fronte alla pietà
popolare napoletana. Quello della religiosità popolare era un tema molto a cuore
al card. Prefetto J. Ratzinger. Insieme con numerosi esperti, si era occupato
ampiamente della questione durante la redazione del Catechismo della Chiesa
Cattolica (CCC), che fu promulgato nel 1992 e nella sua versione tipica latina nel
1997. Nel Catechismo, al numero 1674, si legge: “Oltre che della liturgia dei
sacramenti e dei sacramentali, la catechesi deve tener conto delle forme della
pietà dei fedeli e della religiosità popolare. Il senso religioso del popolo cristiano,
in ogni tempo, ha trovato la sua espressione nelle varie forme di pietà che
accompagnano la vita sacramentale della Chiesa, quali la venerazione delle
reliquie, le visite ai santuari, i pellegrinaggi, le processioni, la « via crucis », le
danze religiose, il Rosario, le medaglie, ecc..”
E sempre il Catechismo, parlando della pietà popolare cita il Documento di
Puebla in cui si afferma: «La religiosità popolare, nell'essenziale, è un insieme di
valori che, con saggezza cristiana, risponde ai grandi interrogativi dell'esistenza. Il
buon senso popolare cattolico è fatto di capacità di sintesi per l'esistenza. È così
che esso unisce, in modo creativo, il divino e l'umano, Cristo e Maria, lo spirito e
il corpo, la comunione e l'istituzione, la persona e la comunità, la fede e la patria,
l'intelligenza e il sentimento. Questa saggezza è un umanesimo cristiano che
afferma radicalmente la dignità di ogni essere in quanto figlio di Dio, instaura
una fraternità fondamentale, insegna a porsi in armonia con la natura e anche a
comprendere il lavoro, e offre motivazioni per vivere nella gioia e nella serenità,
pur in mezzo alle traversie dell'esistenza. Questa saggezza è anche, per il popolo,
un principio di discernimento, un istinto evangelico che gli fa spontaneamente
percepire quando il Vangelo è al primo posto nella Chiesa, o quando esso è
svuotato del suo contenuto e soffocato da altri interessi».
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STORIA DEL SANTUARIO
La storia comincia così … Il terreno dove oggi sorge
il Santuario, una vasta area detta “Campo
Pompeiano”, fu feudo prima di Luigi Caracciolo e poi
di Ferdinando d‟Aragona, finché nel 1593 divenne
proprietà di Alfonso Piccolomini. Da questo momento
inizia un lento e inesorabile declino di tutta l‟area al
quale pose termine Bartolo Longo, un avvocato della
provincia di Brindisi, che giunse qui per
amministrare le proprietà della Contessa De Fusco,
che sposò nel 1885. Fu allora che i coniugi Longo
decisero di impegnarsi nella divulgazione della fede. Istituirono nella
chiesa del SS. Salvatore la “Confraternita del Santo Rosario” per la
raccolta di fondi atti a costruire il Santuario dedicato alla Vergine. Il
Santuario, dunque, fin dal primo momento oltre ad essere legato alla
religiosità dei coniugi Longo, s‟ intreccia intimamente con il Santo
Rosario.
Basilica Pontificia. Il Santuario fu consacrato il 7 maggio del 1891.
Nel 1901 il tempio fu elevato a Basilica Pontificia per volere di Papa
Leone XIII. La Basilica è a croce latina con tre navate e quella centrale
culmina in una cupola di ben 57 metri d‟altezza. Il progetto porta la
firma dell‟architetto Antonio Cua che si occupò dei lavori a titolo
gratuito. A lui subentrò nel 1901 Giovanni Rispoli che diresse i lavori
della facciata monumentale, sormontata con una statua della Vergine
del Rosario, opera di Gaetano Chiaromonte, scolpita in un unico
blocco di marmo di Carrara.
La costruzione. Il Santuario è stato costruito in tempi diversi.
L‟originario, a croce latina con una sola navata, fu eretto tra il 1876 e
il 1891 e misurava 420 mq. Per accogliere i numerosissimi fedeli, tra
il 1934 e il 1939, il Santuario è stato ampliato, passando da una a tre
navate, mantenendo la struttura a croce latina. Il progetto fu ideato
dall‟architetto e sacerdote mons. Spirito Maria Chiapetta, che ne
diresse anche i lavori. Le due navate minori, che hanno tre altari per
ogni lato, si prolungano sin dietro l‟abside in un ambulacro arricchito
da quattro piccole cappelle semicircolari. L‟insieme delle costruzioni è
armonizzato da strutture contrastanti, in perfetto equilibrio di masse.
L‟interno, di 2.000 mq, può accogliere circa 6.000 persone. La
cubatura totale è di 40.000 metri.
La facciata. La Facciata, eretta come monumento alla Pace
Universale, è costruita a doppio ordine, con portico a tre arcate, su
modello delle basiliche romane, in travertino (del monte Tifata). La
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costruzione, su progetto dell‟architetto Giovanni
Rispoli di Napoli, fu iniziata il 15 maggio 1893. Il
5 maggio 1901 fu inaugurata dal Cardinale
Raffaele Monaco La Valletta2. L‟ordine inferiore è
in stile ionico, con quattro colonne binate di
granito rosa e capitelli marmorei sui pilastri delle
arcate. Tra i due ordini corre un fregio di granito
con la scritta in bronzo: “Virgini SS. Rosarii
Dicatum”. L‟ordine superiore è in stile corinzio
con colonne binate di granito grigio, cornicione e
timpano di mensole scolpite. Al centro si apre la “Loggia Papale”,
ornata da due colonne in granito di Finlandia. A coronamento del
finestrone della loggia c‟è un angelo di bronzo e, più in alto, lo
stemma marmoreo di Leone XIII. La facciata culmina con la statua
della Vergine del Rosario (180 quintali, 3,25 metri), opera di Gaetano
Chiaromonte, ricavata da un solo blocco di marmo di Carrara, sotto la
quale sono poste le scritte “Pax - MCMI”. In corrispondenza dei due
finestroni laterali, in due tondi, sono posti un orologio elettrico, a
sinistra, e una meridiana, sulla destra. Nel pronao della Basilica si
aprono quattro nicchie con le statue dei beati: Luigi Guanella e
Ludovico da Casoria e dei santi Francesca Saverio Cabrini e Leonardo
Murialdo (di Domenico Ponzi – 1970).
Il campanile. È un‟opera dell‟architetto, Servo di
Dio Aristide Leonori, costruito tra il 1912 e il 1925
e richiama il modello tradizionale delle torri
campanarie. Il Leonori, coadiuvato dal fratello Pio,
fu anche direttore dei lavori, disegnatore delle
campane, dei portali e degli angeli. All‟esterno è di
granito grigio con elementi di marmo bianco; è
realizzato in stile corinzio e composito, con cinque
ordini architettonici rastremati dal basso verso
l‟alto, raccordati da colonne lucidate a specchio.
All‟interno, di mattoni pressati, un‟armatura
metallica a castello sostiene una scala di ferro di
360 scalini su 36 rampe. La porta frontale è di bronzo con in
altorilievo la scena dell‟apparizione del Sacro Cuore di Gesù a Santa
Margherita Maria Alacoque. Sui piedistalli del terzo ordine, si stagliano
quattro angeli trombettieri in bronzo. Nel quarto ordine, in una
nicchia, è posta una statua in marmo di Carrara del Sacro Cuore di
Raffaele Monaco La Valletta (L'Aquila, 23 febbraio 1827 – Agerola, 14 luglio 1896) è
stato un cardinale italiano. Papa Pio IX lo elevò al rango di cardinale nel concistoro del
13 marzo 1868. Il 5 maggio 1891 consacrò il Santuario della Beata Vergine del Rosario di
Pompei. Morì il 14 luglio 1896 all'età di 69 anni.
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Gesù, alta 6 m. Le scritte: “Venite a me Omnes” e “Cordi Jesu Sacrum”
“Anno Iubilaei MCMXXV”, come le quattro fiamme agli angoli sono di
bronzo dorato a fuoco. Il monumento è coronato da una cupola,
sormontata da una croce gemmata in rame e bronzo, alta 6 m,
benedetta da Pio XI, prima del trasporto a Pompei. Nel Campanile, di
80 metri d‟altezza, trovano posto 8 campane. A seguito dei danni
subiti a causa del terremoto del 1980, furono eseguiti alcuni lavori di
restauro e di consolidamento, dal 1986 al 1988. Dalla porticina
posteriore del campanile si sale al belvedere con l‟ascensore, da dove è
possibile ammirare il panorama circostante.
La cupola centrale. Fiancheggiata ai capocroce
da quattro “cupolini”, si compone di due tamburi
sovrapposti: l‟inferiore è terminato con un
ciborio, il superiore è traforato da finestroni e
coperto da una lanterna con “capolino”. Si eleva
a 57 metri di altezza e in essa è sistemato il
secondo organo, collegato con quello della
cantoria. L‟affresco della cupola è una delle
ultime e più pregevoli opere del pittore Angelo
Landi di Salò. Il Landi, in primo luogo, volle
fondere in un'unica composizione le due cupole, rendendo
pittoricamente i due tamburi come due gironi d‟ascesa verso il cielo.
L‟affresco, con 360 figure dipinte su ben 509 mq di muratura,
rappresenta “La visione o sogno di San Domenico”, nel quale la
Vergine fa del Rosario una mistica catena accogliendo sotto il suo
manto santi e fedeli. Nella calotta inferiore domina san Domenico con
attorno una folla di angeli osannanti, al suono di strumenti musicali,
e di santi domenicani. Lungo il tamburo che fa da base alla
composizione, sono ritratti: Pio X e Leone XIII, un gruppo di orfanelle,
i vescovi Antonio Anastasio Rossi e Vincenzo Celli, il fondatore Bartolo
Longo con gruppi di figli e figlie di carcerati, Pio XI e Pio XII, una
simbologia della carità e due angeli che reggono lo stemma di Pio XII.
L‟azione, che nell‟affresco della calotta inferiore appare statica, in
quella superiore diventa dinamica e suggestiva: la Regina del Rosario
trionfa e, nel volo verso Dio, spiega il manto come un‟immensa vela,
nel suo turbine sono attratti verso di lei cherubini e serafini, schiere
di religiosi e religiose e terziari dell‟Ordine Domenicano, tra cui
Simone di Monfort, vincitore degli eretici Albigesi, recante il vessillo
delle Crociate. Sotto il cornicione della cupola si legge: “In mea gratia
Omnis viae et Veritatis, In me omnes Spes viatae et Virtutis”. Nei
pennacchi dei quattro pilastri che sorreggono la cupola, gli affreschi
dei quattro Evangelisti e, sui pilastri stessi, quattro mosaici allegorici.
Nelle campate della cupola, quattro affreschi, in cornici tonde, che
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riproducono fatti salienti della storia del Santuario. A nord, Papa
Leone XIII lancia al mondo una delle sue encicliche sul Rosario. A
ovest, Bartolo Longo offre a Papa Leone XIII il Santuario. A sud, la
processione del Quadro in occasione del 50º anniversario dell‟arrivo a
Pompei. A est, il dono, da parte di Bartolo Longo, a Papa Pio X delle
opere di carità. Negli archivolti, medaglioni con vari santi. Nella
crociera trovano posto gli altari dei protettori speciali del Santuario:
san Michele Arcangelo, a sinistra, e san Giuseppe, a destra. Le otto
lunette accanto alle porte della crociera sono tappezzate da migliaia di
ex voto in argento e oro. Nell‟arco maggiore, incastonata nel mosaico,
l‟invocazione: “Regina Sacratissimi Rosarii Ora pro Nobis”.
Il presbiterio. Elevato su tre gradini, è circondato da una balaustra
in marmo con colonnine e quattro cancelli. Le cinque statue del
cancello centrale, in argento massiccio, rappresentano, da sinistra, la
Carità, la Speranza, la Religione, la Purità e la Fede; sulle volute
terminali del frontone a sinistra la Giustizia e a destra la Fortezza.
Sullo zoccolo di base, in quattro nicchie circolari e una rettangolare,
sono rappresentati al centro il Mistico Agnello e, da sinistra, i simboli
degli Evangelisti: Marco, Matteo, Luca e Giovanni. Due colonne
monolitiche di cipollino antico sostengono l‟arco maggiore. Le otto
colonne che circondano il presbiterio, separandolo dal resto del
tempio, sono di marmo, e sono sormontate da capitelli di Carrara di
finissima fattura e da pulvini in Botticino sui quali poggiano gli archi
della volta dell‟abside. Il pavimento del presbiterio forma un tappeto a
disegni di marmo rosso chiazzato e sagomato da un filo di tessere da
mosaico. Le due lampade nel presbiterio, in bronzo, sono del
napoletano Vincenzo Catello.
L’altare maggiore. Si eleva su una predella marmorea di cinque
gradini. Sotto la mensa, tra colonnine di rosso fulvo e capitelli di
bronzo dorato, il mosaico a fondo d‟oro rappresentante il Mistico
Agnello; ai lati gli stemmi di Bartolo Longo e della Contessa De Fusco.
Davanti, un altare in vetro di Murano, realizzato dall‟architetto Renato
Renosto. Il ciborio, su modello di un tempietto classico, è ricco di
marmi e metalli preziosi: ai quattro lati, due colonne binate di colore
rosso; ai lati della facciata, due mensole reggono le statuette in bronzo
patinato dei santi Pietro e Paolo. La porticina della custodia
rappresenta l‟Ultima Cena. La copertura del ciborio è formata da un
cornicione corinzio in bronzo dorato, con fregio diasprino, sormontato
da un attico a balaustra dorata. Negli otto angoli, sporgenti dalla
balaustra, sono collocate otto statuine di bronzo di santi e dottori
della Chiesa. Sopra un tamburo circolare si erge la cupola, ripartita a
costoloni cesellati e con intermezzi lavorati a traforo. Corona l‟opera
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un lanternino, con colonnette opali, coperto da una calotta a smalto,
sormontata dalla Croce.
Le navate laterali. Hanno tre altari per lato: a sinistra, vi sono quelli
dedicati a san Vincenzo Ferreri, santa Margherita Maria Alacoque e
san Tommaso d’Aquino. A destra, quelli di san Domenico di Guzman,
san Francesco d’Assisi e sant‟Alfonso Maria de’ Liguori. Dietro il
trono (da sinistra verso destra), quelli intitolati a santa Rosa da Lima,
san Giovanni Battista de la Salle, san Pio V e santa Caterina da Siena.
Nei catini degli altari laterali, ci sono ricchi mosaici con i misteri del
Rosario, eseguiti dalla Scuola del Mosaico Vaticano.
STORIA DEL QUADRO DELLA VERGINE
DEL SANTO ROSARIO DI POMPEI
L‟icona della Beata Vergine del Santo
Rosario di Pompei (alta cm 120 e larga
cm 100) presenta l‟immagine della
Madonna in trono con Gesù in braccio;
ai suoi piedi, san Domenico e santa
Caterina da Siena. La Vergine reca nella
mano sinistra la corona del Rosario che
porge a santa Caterina, mentre Gesù,
poggiato sulla sua gamba destra, la
porge a san Domenico. In questo quadro
si possono riconoscere tre grandi spazi.
I tre spazi. Lo spazio in alto, nel quale
l‟umile ma solenne figura di Maria in
trono invita la Chiesa a portarsi verso il
mistero della Trinità. Lo spazio in basso
è quello della Chiesa, il corpo mistico, la
famiglia che ha in Gesù il suo capo, nello
Spirito il suo vincolo, in Maria il suo membro eminente e la sua
Madre. Lo spazio laterale, rappresentato dagli archi, porta al mondo,
alla storia, verso cui la Chiesa ha il debito di essere “sacramento”,
offrendo il servizio dell‟annuncio evangelico per la costruzione di una
degna città dell‟uomo. La via che unisce questi spazi è il Rosario,
sintesi orante della scrittura, posta quasi come fondamento ai piedi
del trono, e consegnato dal Figlio e dalla Madre come via di
meditazione e assimilazione del Mistero.
La storia. Questa icona fu data a Bartolo Longo da Suor Maria
Concetta De Litala, del Convento del Rosariello a Porta Medina di
Napoli. La religiosa l‟aveva avuta in custodia da padre Alberto
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Radente, confessore del Beato. Per trasportarlo a Pompei, il Longo
l‟affidò al carrettiere Angelo Tortora che, avvoltala in un lenzuolo,
l‟appoggiò su di un carro di letame. Era il 13 novembre 1875: data di
nascita della Nuova Pompei, ricordata ogni anno con una giornata di
preghiera, durante la quale i fedeli, ammessi alla venerazione diretta
del Quadro, affidano alla Vergine le loro speranze. È straordinario
vedere come, fin dalle prime ore del mattino, migliaia e migliaia di
persone di ogni età, provenienza e ceto sociale, si mettano
ordinatamente in fila ed attendano, anche diverse ore e, talvolta, in
situazioni climatiche veramente difficili, per stare più vicini alla
Madonna ed esprimerle con affetto i loro sentimenti più intimi. Il
quadro, però, richiedeva di un restauro e fu posto alla venerazione dei
fedeli soltanto il 13 febbraio 1876.
Il primo miracolo. Nello stesso giorno, a Napoli, avvenne il primo
miracolo per intercessione della Madonna di Pompei: la dodicenne
Clorinda Lucarelli, giudicata inguaribile dall‟illustre prof. Antonio
Cardarelli, guarì perfettamente da terribili convulsioni epilettiche. In
seguito, Bartolo Longo affidò l‟Icona al pittore napoletano Federico
Maldarelli per un nuovo restauro, chiedendogli anche di trasformare
l‟originaria Santa Rosa in Santa Caterina da Siena. Nel 1965, fu
effettuato, al Pontificio Istituto dei Padri Benedettini Olivetani di
Roma, un restauro altamente scientifico, durante il quale, sotto i
colori sovrapposti nei precedenti interventi, furono scoperti i colori
originali che svelarono la mano di un valente artista della scuola di
Luca Giordano (XVII secolo). Nello stesso anno, il 23 aprile, il Quadro
fu incoronato da Paolo VI nella Basilica di San Pietro.
Nel 2000, per il 125° anniversario, il Quadro ha sostato per cinque
giorni nel Duomo di Napoli, dove è stato venerato da migliaia di fedeli.
Il ritorno a Pompei è stato fatto a piedi, seguendo il tracciato del 1875,
con diverse soste nelle città della provincia. Per tutto il giorno
centinaia di migliaia di persone hanno affollato il percorso di trenta
chilometri che separa Pompei dal capoluogo. Quando, in piena notte,
il Quadro è tornato a Pompei, è stato accolto da una città in festa.
Il 16 ottobre 2002, il Quadro è tornato a piazza San Pietro, per
esplicita richiesta del Papa Giovanni Paolo II, che, accanto alla “bella
immagine venerata a Pompei”, ha firmato la Lettera Apostolica
“Rosarium Virginis Mariae”, con la quale ha introdotto i cinque nuovi
misteri della luce, ed ha indetto l‟ Anno del Rosario. Anche durante il
suo secondo pellegrinaggio a Pompei, il 7 ottobre 2003, Papa Giovanni
Paolo II è stato accolto sul palco posto dinanzi alla Basilica dall‟icona
della Vergine di Pompei, da lui tanto amata.
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L’INGRESSO DEL QUADRO DELLA MADONNA IN POMPEI
(Da «Storia del Santuario di Pompei» di Bartolo Longo)
I
tre
missionari,
e
segnatamente
il
reverendo
D.
Michele Gentile, cui spettava di
predicare
il
Rosario,
avevano
inculcato al popolo di recitare ogni
giorno questa preghiera, tanto cara
alla Vergine. Sul finire della sacra
Missione, adunque, io cominciava a
vedere compiute le mie speranze, e
ne rendeva somme grazie a Dio. Ma
per stabilire a consuetudine di
questo popolo la recita in comune
della Corona, e per fare guadagnare
le
sante
Indulgenze
della
Confraternita del Rosario, mi parve
indispensabile porre in venerazione
un quadro qualsiasi della Madonna
del Rosario, innanzi al quale quella
gente potesse ogni sera radunarsi
per la recita della Corona.
Un quadro che rappresentasse
il Rosario qui non vi era, tranne quello litografico, che come innanzi ho riferito,
aveva io donato al vecchio Parroco. Ma per essere un quadro esposto alla
pubblica venerazione, e per potersi guadagnar le Indulgenze, conforme è ordinato
nella liturgia ecclesiastica, esso dev‟essere un dipinto ad olio. Oltre di che, non
voleva la missione fosse finita senza che prima non venisse esposta la divota
effige, affìnchè i tre Sacerdoti avessero lasciato al popolo, come ricordo della
Missione, che dovesse ogni sera raccogliersi dinanzi a quella sacra Immagine e in
comune recitar la Corona. Poichè questa era l‟ultima meta che io vagheggiava nel
mio pensiero.
La Missione terminava la domenica, 14 novembre. Era, dunque, necessario
che io corressi a Napoli, per provvedermi di urgenza di una Immagine del Rosario
dipinta ad olio. E mi recai a Napoli il mattino di sabato, giorno indimenticabile,
13 novembre di quello stesso anno ricordevole, 1875.
Cominciai a pensare e discorrere meco stesso, a chi rivolgermi per
acquistare il quadro che mi bisognava. E ricordai che, passando per Via Toledo,
presso la piazza dello Spirito Santo, avevo spesse volte gettato lo sguardo dentro
la bottega nella quale erano esposti vari quadri e ritratti ad olio, e tra gli altri mi
pareva d‟aver veduto una Vergine del Rosario. Il pittore era a me ignoto, anche di
nome: ma per l‟aggiunto che gli si apponeva, forse dalla sua città nativa di Foggia,
era comunemente chiamato il Foggiano.
Colà, dunque, determinai di andare. Se non che mi prese un certo timore di
trovarmi in impaccio, non essendo stato mai buono a litigare i prezzi e discendere
a patti come si usa a Napoli. - Oh, se io potessi condurre meco il P. Radente! pensai. - Egli si, come napoletano, ha maniera di riuscire nei contratti. Ma, come
e dove trovare a quest‟ora il P. Radente? Sapevo che il buon Padre da dieci anni,
da che furono espulsi i Frati da S. Domenico Maggiore, conviveva con due suoi
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confratelli, in una casetta tolta a pigione: sapeva pure che egli era uso celebrare
Messa tutte le mattine nella Chiesa del Rosario a Porta Medina. - Sta bene, - dissi
in cuor mio: - mi avvierò per Toledo: se vuole Iddio, incontrerò il mio amico:
altrimenti farò da me.
Ma la Provvidenza, che con mano invisibile guidava le file di un
avvenimento che sarebbe stato indi a poco straordinario, volle che, giunto al
Largo dello Spirito Santo, poco lungi dallo studio del pittore, m‟imbattessi nel
venerando Frate.
Cotesto santo Frate fu l‟uomo a me mandato da Dio nel mezzo della mia
vita burrascosa. Altrove dirò, per gratitudine, qualche cosa di lui e delle virtù sue;
e come fu da me conosciuto. Oggi dico solo che c‟incontrammo nell‟esilio di
questa vita nel 1865; e nell‟anno 1885 ci separammo quaggiù. Ma nell‟epoca di
mezzo e precisamente nel 1875, accadde quel che ora dirò.
La intimità, della quale mi onorava il Padre Radente, mi fece correre col
pensiero a lui, nel dover comprare un quadro, al quale, come ho detto, io non
sapeva apporre il giusto prezzo. - Oh, Padre! - gridai tosto che l‟ebbi veduto - per
buona ventura v‟incontro.
E gli esposi tutto per ordine quanto era accaduto in quei giorni a Pompei, e
della venuta del Vescovo di Nola (Mons. Formisano), e del disegno di edificare una
Chiesa, e di stabilirvi una Confraternita del Rosario, e finalmente del quadro che
io voleva comprare. - Lo studio del Foggiano è qui vicino: - osservò il Frate: andiamo. E vi entrammo insieme. Era in quella stanza terrena una tela della
Vergine del Rosario, ma senza misteri attorno e di piccola misura: non
raggiungeva forse un metro. - Quanto costa quel quadro? - Quattrocento lire. - È
troppo veramente! - esclamò il Padre. Io forse mi sarei piegato a comprarlo; ma il
Padre, ammiccandomi: - Usciamo fuori.
E quando fummo sulla via: - Perché spendere quattrocento lire, soggiunsemi, - per un piccolo quadro, quando tu ora hai la intenzione di
sostenere le spese di una nuova chiesa? Sai che mi è passato per la mente, ora
ch‟eravamo là nella bottega del Foggiano? Io diedi da più anni a Suor Maria
Concetta De Litala, nel Conservatorio del Rosario a Porta Medina, un vecchio
quadro del Rosario, che comprai da un rivendugliolo in mezzo la via della
Sapienza. Tu va a vederlo. Se ti piace, e ti pare che possa servirti, logoro com‟è,
chiedilo a lei, perché ella di certo te lo darà. È vero che è un quadro di nessun
valore: lo comprai per otto carlini (3,40): ma tanto basterà per la recita del
Rosario ai contadini di Pompei.
Difilato corro al Conservatorio di Porta Medina. - Desidero parlare a Suor
Maria Concetta De Litala, - gridai io di fuori della grata del parlatorio. Poco stante
vidi scendere la suora, che da più tempo conosceva. - Il P. Maestro Radente mi
manda a voi, affinché, se vi piace, mi diate quel vecchio quadro della Madonna
del Rosario che egli vi diede. Sappiate che a Pompei i poveri contadini non dicono
il Rosario perché non hanno la immagine; e questa sera debbo portarla, acciocchè
i Missionari la mostrino al popolo, che la Missione è finita. Quella fervorosa
terziaria, che era veramente una santa donna, oggi passata al gaudio di eterna
vita, - Sono contenta, - ripeté: sono assai contenta che quell‟abbandonato quadro
debba servire per sì bella occasione. Vado subito a prenderlo. Pochi minuti dopo
vedo discendere la buona Suora col quadro.
Ohimè! provai una stretta al cuore al primo vederlo. Era non solo una
vecchia e logora tela, ma il viso della Madonna, meglio che di una Vergine
benigna, tutta santità e grazia, pareva piuttosto quello di un donnone ruvido e
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rozzo. - Chi mai dipinse questo quadro? Misericordia! - non potei io trattenermi
dall‟esclamare con un‟aria tra lo spavento e lo sconforto. In cuor mio sentiva che i
poveri Pompeiani assai malagevolmente si sarebbero disposti a divozione
rimirando quella brutta immagine.
Oltre alla deformità e spiacevolezza del viso, mancava pure sul capo della
Vergine un palmo di tela; tutto il manto era screpolato e roso dal tempo e
bucherellato dalla tignuola, e per le screpolature erano distaccati e caduti qua e
là brani di colore. Nulla è a dire della bruttezza degli altri personaggi. San
Domenico a destra sembrava non già un Santo, ma un idiota da trivio; ed a
sinistra era una Santa Rosa, con una faccia grossa, ruvida e volgare come una
contadina, incoronata di rose. Anche il concetto storico era sbagliato in quel
dipinto. La Regina del Rosario vi era rappresentata seduta e senza diadema in
capo: ed in luogo di porgere il Rosario a San
Domenico, come è di storia, lo dava a Santa
Rosa: e per contrario il Bambino è quegli
che consegnava la corona al Patriarca
Gusmano.
Stetti in forse se lasciarlo stare, o
pure portarlo così in quella distretta. Mi
crucciava il pensiero che la Missione era sul
finire, e quella sera stessa io aveva
promesso ai tre Missionari ed al popolo il
quadro del Rosario. E tutti sapevano che io
era venuto a bella posta in Napoli per
acquistarlo, e lo aspettavano al mio ritorno.
Come comportarmi? - Non ci fate troppe
riflessioni, - disse con dolce accento di
rimprovero la pia suora. - Portatevi il
quadro ora stesso: sarà sempre buono a
fare che innanzi ad esso si reciti un‟Ave
Maria.
Costretto dalla necessità, ma non certo di buon animo, acconsentii. Ma
come portarmelo? Ecco un altro intoppo. La grandezza di esso, largo un metro ed
alto un metro e quaranta centimetri, eccedeva lo spazio concessomi dalle vetture
di ferrovia. Né io poteva metter tempo in mezzo ad ordinare scatole per mandarlo
altrimenti, avendo già deliberato, come ho detto, di portarlo allora meco. - Ma via,
portatelo con voi, - soggiungeva santamente insistendo la suora; che fa che
andate in piedi nel vagone? Portate la Madonna!... Ma questa proposta, che per
attuarsi esigeva che io andassi sul treno in quarta classe, ritto in piedi, e tenendo
il quadro, non mi andava a sangue.
Sopraggiunse la Contessa, mia moglie, in porteria; e la buona suora, accesa
in volto, quasi donna ispirata: - Voi dovete portarlo con voi questo quadro, - le
disse: - ed in questo momento. E la Contessa, per tenerla contenta, si fece dare il
quadro, ravvolto alla meglio in un lenzuolo. E così in carrozza lo portammo a casa
nostra, che allora era in via Salvator Rosa, n. 290. Ma il difficile era farlo
pervenire la sera stessa a Valle di Pompei. Pensando a ciò, mi venne a mente che
in quel giorno il carrettiere di Pompei, a nome Angelo Tortora, (unico che faceva i
viaggi da Napoli a Valle) doveva tornare colà col suo carico. Egli soleva vuotare del
letame le stalle dei signori di Napoli e venderlo per la campagna.
14
Mandai per lui. Angelo Tortora a quell‟ora aveva già riempito il suo carretto,
ed era in sulle mosse di partire per Pompei. Avuta la mia ambasciata, corse di
tutta fretta a casa nostra. - Angelo, - gli dissi: - tu mi farai il piacere di portare
oggi stesso alla Parrocchia di Valle questo quadro, perché domani, domenica, i
Padri Missionari debbono esporlo in chiesa ed introdurre nel popolo per la recita
del Rosario ogni sera. Subito che sarai giunto a Valle di Pompei, lo consegnerai ad
uno dei tre Missionari. Angelo Tortora è proprio quegli che ebbe parte nelle mie
fatiche dei primi anni. Era uno dei capi di tutti i coloni della Valle, e dei più
ricchi. Grande nella persona, tarchiate le membra e le spalle quadrate, di voce
forte e sonora, era uso di parlar sempre alto, come parlasse a sordi. Di lui mi era
valso più volte per farmi accompagnare, allorché andavo attorno per la campagna
in accatto di granturco e di cotone per le mie feste del Rosario e per le clamorose
arriffe. Egli montato su di un pancone in mezzo della via provinciale, rimpetto alla
Parrocchia, sotto il casino De Fusco (l‟antica Taverna), con la sua voce sonora,
sorteggiava la famosa lotteria, e nella sua ruvida impostatura chiamava a nome
tutti i vincitori delle anella e dei crocifissi e dei quadretti, che distingueva uno per
uno in mezzo ad una folla stivata per la via. Era dunque colui il mio uomo, e non
se lo fece dire due volte. - Sta bene, - mi rispose. - E preso il quadro, andò via.
E così, mentre l‟Immagine era in cammino per la strada provinciale alla
volta di Pompei sul carretto di Angelo Tortora, io correva alla stazione ferroviaria
per precedere il suo arrivo. Ma qual fu il rincrescimento che provammo, quando
giunti la sera a Valle di Pompei, sapemmo che il Tortora aveva portato il quadro,
non altrimenti che allogandolo al di sopra del letame, di cui aveva già caricato il
suo carro! Egli volenteroso di servirmi, non aveva saputo fare altrimenti. Pure
quando lo chiamai per pagarlo, il brav‟uomo non volle la vettura, dicendo
bastargli aver condotta una Immagine della Madonna. Poveretto! Non avrebbe mai
creduto che il suo nome sarebbe apparso in questa storia, che durerà quanto il
Santuario della Vergine di Pompei. Speriamo che oggi in cielo la Vergine Beata lo
rimuneri di quel che operò pel suo tempio.
Or chi avrebbe creduto possibile che quella vecchia tela, pagata poco più di tre
lire, e che faceva allora il suo ingresso in Pompei sopra un carro di letame, era nei
disegni della Provvidenza ordinata ad istrumento di salvezza di innumerevoli
anime? E che sarebbe diventata così preziosa, da essere incoronata di fulgidissimi
brillanti e di rare gemme? E poco appresso sarebbe sollevata sopra un
ricchissimo trono in un tempio monumentale eretto apposta per essa? E che
avrebbe chiamato ai suoi piedi non solo i poveri contadini di Pompei a recitare il
Rosario, ma una folla di adoratori e di pellegrini di tutte le nazioni, divenendo ad
un ora centro di religione, di civiltà, di gloria? E che avrebbe attirato l‟attenzione e
l‟affetto del sommo Capo di tutta la Cristianità da sospingerlo a dichiarare suo il
Santuario di Pompei, rendendolo Pontificio sotto l‟immediata giurisdizione del
Successore di Pietro? Oh, se l‟avessimo potuto vaticinar noi!... se l‟avessero
saputo quanti sono oggi figli prediletti della Regina di Pompei che corrono ad
offrirle insieme con le suppliche l‟obolo della gratitudine, da Malta, da Madrid, da
Liverpool, da Coblenza, da Bruxelles, da Varsavia, da Vienna, da Blois, dalla
Svizzera, dall‟Africa, dall‟Oceania, per nulla dire dell‟Italia nostra a nessuna
seconda in onorarla! Oh! se avessimo potuto indovinare quel sublime arcano!
Saremmo corsi a toglierla da quel sudiciume: e recatala sulle nostre braccia,
avremmo voluto portarla a questa Valle abbandonata fra una pioggia di fiori e tra
gli osanna di mile voci esclamanti: - Benedetta Colei che è mandata dalla
Misericordia del Signore!
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I PAPI E IL SANTUARIO
DELLA MADONNA DI POMPEI
L’auspicio profetico del Beato Bartolo Longo
Dopo le due precedenti visite di Giovanni Paolo II, primo Pontefice a
recarsi in pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Pompei (21
ottobre 1979 e 7 ottobre 2003), quella di Benedetto XVI sarà la terza
in ordine di tempo e farà di Papa Benedetto XVI il secondo Successore
di Pietro che visita e prega in uno dei santuari mariani del mondo più
frequentati. Questi fatti fanno venire subito in mente quanto disse,
oltre un secolo fa, il Beato Bartolo Longo e che non può essere
irrilevante in queste circostanze. Il 5 maggio 1901, nel discorso
inaugurale della monumentale facciata del Santuario, fece un
auspicio profetico: «Un giorno da quella loggia noi vedremo la bianca
figura del Rappresentante di Cristo benedire le genti accolte in questa
piazza, acclamanti la pace universale».
Il beato Longo e i Papi
Il Santuario di Pompei, sede di una Delegazione Pontificia, ha avuto
sin dall‟inizio della sua storia un particolare legame con la Santa
Sede. Bartolo Longo che fu il protagonista umano, nel nome della
Vergine del Rosario, di una straordinaria esperienza di fede e di carità
donò al Vicario di Cristo tutto quello che aveva realizzato nella città
mariana. Da allora la Sede Apostolica governa il Santuario mariano e
le opere di carità attraverso un suo Delegato Pontificio. Bartolo Longo
aveva conosciuto e avuto rapporti con diversi Pontefici: Pio IX (1846 –
1878)3, Leone XIII (1878 – 1903)4, Pio X (1903 – 1914)5, Benedetto XV
(1914 - 1922)6 e, infine, Pio XI (1922 – 1939)7.
Con Leone XIII, in modo particolare, ci fu un‟ampia e profonda
condivisione progettuale, che si manifestò soprattutto in occasione del
reciproco impegno nella promozione e nella diffusione del Rosario.
Leone XIII, definito “il Papa del Rosario” per i suoi numerosi interventi
e documenti sulla preghiera mariana, ebbe nell‟Avvocato Longo il suo
Pio IX, nato Giovanni Maria Mastai Ferretti (Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7
febbraio 1878), è stato proclamato beato nel 2000. Il suo pontificato, di 31 anni, 7 mesi e
23 giorni, rimane il più lungo della storia della Chiesa cattolica, dopo quello di San
Pietro.
4 Leone XIII, nato Gioacchino Vincenzo Raffaele Luigi Pecci (Carpineto Romano, 2 marzo
1810 – Roma, 20 luglio 1903).
5 Pio X, nato Giuseppe Melchiorre Sarto (Riese, 2 giugno 1835 – Roma, 20 agosto 1914),
è stato proclamato santo nel 1954.
6 Benedetto XV, nato Giacomo Della Chiesa (Genova, 21 novembre 1854 – Roma, 22
gennaio 1922).
7 Pio XI, nato Ambrogio Damiano Achille Ratti (Desio, 31 maggio 1857 – Città del
Vaticano, 10 febbraio 1939).
3
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più convinto sostenitore. D‟altra parte il Pontefice ricambiava
invitando i cristiani di tutto il mondo a recarsi in pellegrinaggio al
Santuario di Pompei, definito da lui stesso “parrocchia del mondo”. Il
rapporto tra Bartolo Longo e Leone XIII, e, in seguito, tra Pompei e i
suoi successori, ha avuto una straordinaria e significativa continuità,
che ha raggiunto il suo apice, soprattutto, durante il pontificato di
Giovanni Paolo II.
Quattro tappe
Sono quattro gli eventi che, come pietre miliari, indicano il cammino
di questo percorso, che ha le sue tappe fondamentali nei due
pellegrinaggi di Papa Giovanni Paolo II a Pompei (1979 e 2003), nella
Beatificazione di Bartolo Longo (1980) e nell‟indizione dell‟ Anno del
Rosario (2002).
La prima volta del Papa nella città mariana risale all‟ottobre 1979.
Giovanni Paolo II era appena ritornato dal suo viaggio apostolico in
Irlanda e nell' America del Nord. Durante la consueta Udienza
Generale del mercoledì (10 ottobre 1979) ne diede egli stesso
l‟annuncio: «Per ringraziare la Vergine Santissima con maggiore fervore
e per implorare la grazia della conversione e della pace, vi comunico ora
con immensa gioia che domenica 21 ottobre mi recherò in pellegrinaggio
al Santuario di Pompei». Era il primo abbraccio con le popolazioni del
Sud d‟Italia. Si realizzava in questo modo l‟auspicio profetico di
Bartolo Longo.Da quella loggia, prima della recita dell‟Angelus, il Papa
fece una particolare consegna ai giovani presenti in piazza: «Carissimi
giovani! La vostra presenza, così numerosa, e il vostro incontenibile
entusiasmo sono la conferma che il messaggio di Cristo non è un
messaggio di morte, ma di vita; non di vecchiume, ma di novità; non di
tristezza, ma di gioia! Ditelo ai vostri coetanei, a tutti gli uomini, con i
vostri canti, con i vostri ideali, ma specialmente con la vostra vita!». Al
termine dell‟Angelus il Santo Padre si fermò a lungo con i giovani
cantando in polacco.
Quasi un anno dopo, il 26 ottobre 1980, Giovanni Paolo II
riconosceva, a nome della Chiesa, lo straordinario percorso di vita, di
opere e di santità di Bartolo Longo, con il solenne rito della
beatificazione. Quel giorno, in Piazza San Pietro, insieme al Fondatore
del Santuario della Beata Vergine Maria del Rosario di Pompei e delle
annesse Opere di carità, furono proclamati Beati Suor Maria Anna
Sala, delle Suore Marcelline, e don Luigi Orione, proclamato, poi,
santo il 16 maggio 2004. Nell‟omelia pronunciata per quell' occasione,
il Santo Padre, presentando le caratteristiche dei tre nuovi Beati, a
proposito dell‟Avvocato pompeiano affermava: «Infine, ecco ancora
Bartolo Longo, ... egli è l’apostolo del Rosario, il laico che ha vissuto
totalmente il suo impegno ecclesiale… “l’uomo della Madonna”: per
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amore di Maria divenne scrittore, apostolo del Vangelo, propagatore del
Rosario, fondatore del celebre Santuario in mezzo ad enormi difficoltà
ed avversità; per amore di Maria creò istituti di carità, divenne
questuante per i figli dei poveri, trasformò Pompei in una vivente
cittadella di bontà umana e cristiana...».
Fu ancora un giorno felice per Pompei il 16 ottobre 2002, quando,
sul sagrato di San Pietro e davanti all‟icona della Vergine del Rosario,
da lui voluta per la particolare circostanza, Giovanni Paolo II
consegnò alla Chiesa la Lettera Apostolica “Rosarium Virginis Mariae”,
e indisse l‟Anno del Rosario. Ben cinque volte - mai prima era
avvenuto in un documento pontificio - il Papa citava il beato Bartolo
Longo inserendolo nella grande schiera dei Santi che hanno trovato
nella preghiera mariana un‟autentica via di santificazione.
Il secondo pellegrinaggio di Giovanni Paolo II, avvenuto il 7 ottobre
2003 a conclusione dell‟Anno del Rosario, costituisce per Pompei
quasi un testamento spirituale del Papa mariano, una consegna ed
una missione per il Terzo Millennio dell‟era cristiana.
LA TESTIMONIANZA CRISTIANA DEL BEATO BARTOLO LONGO
NEL MAGISTERO DI GIOVANNI PAOLO II
Omelia del giorno della beatificazione
Bartolo Longo fu strumento della provvidenza per la difesa e la testimonianza
della fede cristiana e per l‟esaltazione di Maria santissima in un periodo doloroso
di scetticismo e di anticlericalismo. A tutti è nota la sua lunga vita, ispirata da
una fede semplice ed eroica e densa di episodi suggestivi, durante la quale sgorgò
e si sviluppò il miracolo di Pompei. Iniziando dall‟umile catechesi ai contadini
della valle di Pompei, e dalla recita del rosario davanti al famoso quadro della
Madonna, fino all‟erezione dello stupendo santuario e all‟istituzione delle opere di
carità per i figli e le figlie dei carcerati, Bartolo Longo portò avanti con intrepido
coraggio un‟opera grandiosa che ancora oggi ci lascia stupiti ed ammirati. Ma
soprattutto è facile notare che tutta la sua esistenza fu un intenso e costante
servizio della Chiesa in nome e per amore di Maria. Bartolo Longo, terziario
dell‟ordine domenicano e fondatore della istituzione delle suore “Figlie del Santo
Rosario di Pompei”, si può veramente definire “l‟uomo della Madonna”: per amore
di Maria divenne scrittore, apostolo del Vangelo, propagatore del rosario,
fondatore del celebre santuario in mezzo ad enormi difficoltà ed avversità; per
amore di Maria creò istituti di carità, divenne questuante per i figli dei poveri,
trasformò Pompei in una vivente cittadella di bontà umana e cristiana; per amore
di Maria sopportò in silenzio tribolazioni e calunnie, passando attraverso un
lungo Getsemani, sempre fiducioso nella provvidenza, sempre ubbidiente al Papa
e alla Chiesa. Egli, con in mano la corona del rosario, dice anche a noi, cristiani
della fine del XX secolo: “Risveglia la tua fiducia nella santissima Vergine del
rosario... Devi avere la fede di Giobbe!... Santa Madre adorata, io ripongo in te
ogni mia afflizione, ogni speranza, ogni fiducia!” (11 marzo 1905).
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IL BEATO BARTOLO LONGO
Bartolo Longo è nato il 10 febbraio 1841 a Latiano (BR). Morì
a Pompei il 5 ottobre 1926. Aveva 85 anni. Fu beatificato da Papa
Giovanni Paolo II nel 1980.
La giovinezza. Bartolo Longo era figlio di
Bartolomeo, medico e di Antonia Luparelli. Fu
battezzato tre giorni dopo la nascita, il 13 febbraio
1841. Di fisico minuto ma di acuta intelligenza,
Bartolo Longo fu posto nel collegio dei Padri
Scolopi di Francavilla Fontana, all‟età di 5 anni,
come era d‟uso a quell‟epoca. Nel 1863 giunse a
Napoli per completare gli studi di Giurisprudenza.
Avvenuta l'annessione del Regno delle due Sicilie
al Regno d'Italia, con la legge Casati estesa a tutto
il Regno d'Italia, gli studi subirono un forte
mutamento, per cui i titoli conseguiti non erano riconosciuti. Per tale
ragione, Bartolo Longo dovette ricominciare gli studi di
giurisprudenza, proprio quando si apprestava a dare inizio alla sua
professione di avvocato.
Lo spiritismo. Attraverso amici e professori si avvicinò al mondo
dello spiritismo, abbandonando completamente la fede cattolica nella
quale era stato educato. In quegli anni, a Napoli, specie nell'ambiente
accademico, come in molti ambienti culturali, vi era un forte
anticlericalismo. Bartolo Longo, dopo la lettura del libro “Le Vie de
Jesus” del filosofo francese Ernest Renan, aderì completamente alla
contestazione anticlericale; assistette anche alle lezioni di Lettere e
Filosofia di Augusto Vera, Bertrando Spaventa e Luigi Settembrini,
lezioni improntate al positivismo dominante, e quindi alla negazione
del soprannaturale. Entrò successivamente a far parte di
un'associazione spiritica e si impegnò a divenire “sacerdote di
spiritismo” in opposizione alla Chiesa cattolica.
L’inizio della svolta. Con il passare del tempo tuttavia si verificò in
lui una profonda crisi. Dopo una notte di incubi, quando si rivolse al
Prof. Vincenzo Pepe. Pepe fu amico, compaesano ed uomo molto
religioso, il quale lo pose sotto la direzione spirituale di Padre Radente
dell'ordine dei Domenicani. Fu proprio Padre Radente ad aggregarlo al
Terzo Ordine di San Domenico. La Madonna del Rosario ha un culto
molto antico che risale all'epoca dell‟istituzione dei Domenicani (XII
secolo), i quali furono i maggiori propagatori del culto del S. Rosario.
Ciò quindi animò in Bartolo Longo la propagazione della devozione al
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S. Rosario. Bartolo volle così tornare dai suoi ex-compagni di
spiritismo per tentare invano di evangelizzarli, riuscendo però solo a
rendersi il loro zimbello. Nel 1864 si laureò in giurisprudenza, tornò al
paese natio, abbandonò la professione di avvocato, fece voto di castità
e si prodigò in opere assistenziali. Infatti, dalla divisione patrimoniale
familiare, aveva ottenuto una cospicua somma di denaro e notevoli
beni immobili che gli garantivano una rendita annua di oltre 5.000
lire, una somma elevata per l'epoca, che gli consentì di assegnare
vitalizi e sostenere periodiche spese di ammalati e bisognosi.
Il matrimonio con la contessa De Fusco. Per
seguire questa vocazione ad aiutare i bisognosi,
tornò a Napoli dove conobbe Caterina Volpicelli
(proclamata poi beata). Nella Casa Centrale che la
Volpicelli aveva aperto a Napoli, Bartolo conobbe
la contessa Marianna Farnararo De Fusco
(Monopoli, 13 dicembre 1836 – Pompei, 9
febbraio 1924), donna impegnata fortemente in
opere caritatevoli ed assistenziali. Questa nel
1864 era rimasta vedova del conte Albenzio De
Fusco di Lettere (NA), i cui possedimenti si
estendevano anche nella Valle di Pompei. Alla
contessa, vedova di soli 27 anni con cinque figli in tenera età, serviva
un amministratore per i beni De Fusco, nonché un precettore per i
figli. Fu così che Bartolo accettò di stabilirsi in una residenza dei De
Fusco per assolvere a tali compiti. Questa conoscenza segnò una
svolta fondamentale nella vita di Bartolo Longo, poiché egli ne divenne
l'inseparabile compagno nelle opere caritatevoli. Tale amicizia tuttavia
diede luogo a parecchie maldicenze, per cui dopo un'udienza da Papa
Leone XIII, i due nel 1885 decisero di sposarsi, con il proposito però di
vivere come buoni amici, in amore fraterno, come avevano fatto fino
ad allora. Il matrimonio fu celebrato senza gli atti civili e le
pubblicazioni di rito.
La chiesa in rovina. Il primo vero contatto di Bartolo Longo con i
Pompeiani avvenne nel 1872, quando egli si recò nella Valle di Pompei
per sistemare i rapporti economici tra la contessa e gli affittuari dei
suoi possedimenti. In tale occasione ebbe modo di notare lo stato di
abbandono in cui i circa 1.000 abitanti della zona vivevano e notò in
quale stato di rovina si trovava la Parrocchia del SS. Salvatore, umile
antica chiesa (le sue origini risalgono al 1093), intorno alla quale si
raggrupparono i primi abitanti dell'Agro pompeiano. Un giorno,
vagando per quei campi, in contrada Arpaia, Bartolo sentì una voce
misteriosa che gli diceva: “Se propaghi il Rosario, sarai salvo!”. E
subito dopo udì l‟eco di una campana lontana, suonante l'Angelus di
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mezzogiorno, che lo fece inginocchiare sulla nuda terra e pregare fino
al raggiungimento di una grande pace interiore, mai provata prima. A
quel punto ebbe ancora più chiara la missione da compiere. Iniziò
così a ideare la costituzione di una “pia società” intitolata al Rosario
da realizzare proprio li, in quella valle abbandonata.
Una nuova chiesa. Capì, dunque, la sua vocazione e si propose di
non allontanarsi da Valle di Pompei, senza aver diffuso il culto alla
Vergine del Rosario. Cominciò col catechizzare i contadini; ristrutturò,
poi, la piccola chiesa parrocchiale del Santissimo Salvatore, risalente
all‟Anno Mille e decise, su consiglio del Vescovo di Nola, di erigere una
nuova chiesa, dedicata alla Madonna del Rosario. Nei tre anni
successivi tornò tra i Pompeiani a propagandare la sua idea di
Rosario, ma realizzò presto che, a tale scopo, gli occorreva un quadro
della Madonna del Rosario, dipinto ad olio, come prescriveva la
liturgia. Si recò così a Napoli per comprarne uno. L'idea era quella di
acquistarne uno già visto in un negozio, ma le cose non andarono
così. Per puro caso infatti incontrò in Via Toledo Padre Radente che
allo scopo gli suggerì di andare al Conservatorio del Rosario di
Portamedina e di chiedere, in suo nome, a Suor Maria Concetta De
Litala un vecchio quadro del Rosario che egli stesso le aveva affidato
dieci anni prima. Bartolo seguì tale suggerimento, ma fu presto preso
da sgomento quando la suora gli mostrò il quadro: una tela corrosa
dalle tarme e logorata dal tempo, mancante di pezzi di colore, con la
Madonna in atteggiamento antistorico, cioè con la Vergine che porge
la corona a Santa Rosa, anziché a Santa Caterina da Siena, come
nella tradizione domenicana. Bartolo Longo fu sul punto di declinare
l'offerta, ma ritirò comunque il dono per l'insistenza della suora.
L’icona della Madonna di Pompei. Nel tardo pomeriggio del 13
novembre 1875, l'immagine della Madonna giunse così a Pompei, su
un carretto guidato dal carrettiere Angelo Tortora e adibito al
trasporto di letame. Fu scaricata con la sua lurida copertura di fronte
alla fatiscente Parrocchia del SS. Salvatore, ove ad aspettarla c'erano
l'anziano parroco Cirillo, Bartolo e altri abitanti. Lo sgomento iniziale
di Bartolo colse anche tutti gli altri presenti quando, tolta la coperta,
fu mostrato il quadro. Furono tutti d'accordo che l'immagine non si
potesse esporre, per timore di interdetto, prima di un restauro anche
solo parziale. Al primo restauro, nel corso degli anni, ne seguirono
altri e per i primi tre anni il quadro fu esposto nella Parrocchia del SS.
Salvatore. Di fronte a tanto interesse religioso e devozionale, il vescovo
di Nola (nella cui diocesi era compresa allora anche la Valle di
Pompei) suggerì a Bartolo Longo di iniziare la costruzione di una
nuova chiesa, in un terreno indicato dallo stesso vescovo. Iniziarono
così le peregrinazioni di Bartolo Longo e della contessa in cerca dei
21
fondi necessari, mediante la sottoscrizione di “un soldo al mese”. Il 13
febbraio 1876, giorno in cui per la prima volta il quadro della
Madonna veniva esposto, dopo il restauro, alla pubblica venerazione,
si verificò il primo prodigio: la completa guarigione della dodicenne
Clorinda, giudicata inguaribile dal celebre professore Antonio
Cardarelli, e per la cui salvezza la zia Anna aveva aderito alle offerte
per la nascente chiesa. Era il primo di una lunga serie di miracoli e
grazie nella storia del Santuario di Pompei. Da Napoli e
successivamente da molte altre parti del mondo iniziarono a giungere
offerte per la costruzione della nuova chiesa la cui prima pietra fu
posta l'8 maggio 1876. Il quadro fu quindi posto su un altare
provvisorio in una cappella (detta poi di Santa Caterina), nella
erigenda chiesa. L'architetto Antonio Cua si offrì gratuitamente di
redigere il progetto e dirigere i lavori della nuova
chiesa.
La "Supplica"8. Nel 1877 Bartolo Longo scrisse e
divulgò la pratica dei "Quindici Sabati". Due anni
dopo, guarì lui stesso da una grave malattia grazie
alla recita della Novena, da lui composta e della
quale ci furono, immediatamente, novecento
edizioni, in ventidue lingue. Il 14 ottobre 1883,
ventimila pellegrini, riuniti a Pompei recitarono, per
la prima volta, la "Supplica alla Vergine del
Rosario", scritta da Bartolo Longo, in risposta
all'Enciclica Supremi Apostolatus Officio (1°
settembre 1883), con la quale Leone XIII, di fronte ai mali della
società, additava come rimedio la recita del Rosario. Nel 1884 fondò il
periodico “Il Rosario e la Nuova Pompei”, tuttora stampato e diffuso in
tutto il mondo. Nel frattempo intorno al grande cantiere per la chiesa,
Bartolo Longo diede forma alla nuova città, con le case per gli operai
(primo esempio di edilizia sociale), il telegrafo, un piccolo ospedale,
l'osservatorio meteorologico e quello geodinamico. Nel 1887 fondò
l‟Orfanotrofio Femminile, la prima delle sue opere di carità a favore
dei minori. Il 6 maggio 1891 il cardinale Raffaele Monaco La Valletta
consacrò il nuovo Tempio. Nel 1898 Bartolo Longo fece ricostruire la
Parrocchia del SS. Salvatore, tale quale oggi è, in modo che potesse
continuare la sua esistenza in modo autonomo dalla nascente chiesa,
divenuta sin dal 1894, Basilica Pontificia.
Ospizio per i figli dei carcerati. In questo periodo Bartolo Longo
maturò la sua intuizione più originale e cioè: non solo credere nella
possibilità del recupero dei figli dei carcerati, ma scommettere sul
8
Il testo integrale della Supplica nelle pagine 51 e 52.
22
fatto che essi, a loro volta, avrebbero potuto salvare i loro genitori
dalla disperazione. Nel 1892 veniva così collocata la prima pietra
dell'Ospizio per i figli dei carcerati, retto, a partire dal 1907, dai
Fratelli delle Scuole Cristiane di San Giovanni Battista de La Salle.
Dopo appena sei anni gli allievi erano oltre cento. In seguito accolse
anche le figlie dei carcerati che affidò alla cura delle Suore
Domenicane Figlie del Santo Rosario di Pompei, da lui fondate nel
1897. Si trattava di un'opera difficile perché combattuta dalla cultura
e dalla scienza positivista del tempo, che non riconosceva l'educabilità
del figlio di un delinquente. L‟opera di Bartolo Longo dimostrò il
contrario. Queste opere miravano ad accogliere ed educare tutti i
bambini e ragazzi orfani o abbandonati e che quindi non avevano
punti di riferimento familiari per la propria crescita umana e sociale.
Il 5 maggio 1901 fu così inaugurata la facciata del Santuario della
Beata Vergine del Rosario di Pompei, frutto di offerte proveniente da
tutto il mondo e dedicata alla Pace Universale. In tale occasione
Bartolo Longo promise ai Pompeiani che un giorno la Basilica sarebbe
stata visitata dal Papa, cosa che si è poi verificata per ben due volte, il
21 ottobre 1979 e il 7 ottobre 2003, da parte di Giovanni Paolo II. Su
Bartolo tuttavia caddero ingiurie e calunnie che arrivarono fin sul
tavolo di Papa Pio X. Bartolo e la Contessa decisero
così, il 12 settembre 1906, di donare l'Opera di Pompei
al Papa. Papa Pio X, venuto a conoscenza della verità,
mostrò grande stima per il Fondatore della nuova
Pompei e approvò la Pia Unione Universale per la recita
del Rosario in comune e nelle famiglie, proposta dal
Longo, volendo esserne il primo iscritto.
Numerose opere di carità. L'opera di Bartolo Longo
così si arricchì ulteriormente con l'istituzione della
Supplica alla madonna di Pompei (da egli stesso
scritta) l'8 maggio e la Prima domenica di ottobre, la
promozione del Movimento Assunzionista per ottenere
la definizione del dogma dell'Assunzione di Maria,
l'Orfanotrofio Femminile, l'Istituto per i Figli dei
Carcerati, l'Istituto per le Figlie dei Carcerati, la
Congregazione femminile delle Suore Domenicane
Figlie del S. Rosario di Pompei, con lo scopo primario
di assistenza e di educazione dei bambini e delle ragazze delle Opere,
le Case Operaie per i dipendenti, la tipografia con annessa legatoria
anche artistica, le officine, la scuola di arti e mestieri e la scuola
serale, la stazione ferroviaria per la quale offrì il terreno. Bartolo
Longo tuttavia intuì che la nascente città avrebbe avuto una forte
vocazione turistica sia per l'interesse archeologico verso gli Scavi
23
dell'antica Pompei, sia per il sempre maggiore interesse religioso che
portava ormai migliaia di pellegrini presso la Basilica. Si adoperò
pertanto affinché nella città sorgessero farmacie, luoghi di ristoro ed
accoglienza per i visitatori, nonché una stazione ferroviaria con
annessa piazza antistante (per le quali offrì il suolo), un ufficio
postale, nuove strade e tutto quanto potesse rendere la città più bella
e funzionale; trasformando quindi una valle desolata, in penoso stato
di abbandono e degrado, in una moderna bella città a forte vocazione
turistica, dotata di tutti i confort e servizi.
Gli ultimi anni e l'amicizia di San Giuseppe
Moscati. La contessa De Fusco morì il 9 febbraio
1924. Ciò provocò giorni di terribile sofferenza a
Bartolo Longo che, per sfuggire alle possibili
ritorsioni da parte degli eredi della nobildonna, si
trasferì prima a Napoli, presso il nipote ingegnere,
poi, dopo un mese, a Latiano. Infatti poco dopo, a
tutela del patrimonio, gli ufficiali del Tribunale di
Salerno entrarono nella casa che fu della contessa e
di Bartolo ed inventariarono mobili e beni. Il 23
aprile 1925, dopo quattordici mesi e molte
sollecitazioni da parte dei pompeiani, Bartolo tornò a
Pompei. E lo fece come quando vi era giunto per la prima volta nel
1872: senza possedere più nulla, ma stavolta trovando una città in
festa ad aspettarlo. Il 30 maggio 1925 fu insignito della Gran Croce
del Santo Sepolcro. Negli ultimi mesi di vita, Bartolo Longo poté
godere della splendida amicizia del dottor Giuseppe Moscati
(proclamato santo il 25 ottobre 1987 da Papa Giovanni Paolo II) che
spesso vedeva per consulti medici. I due strinsero una filiale amicizia
che si concluse solo quando, nella mattinata del 5 ottobre 1926, il
Moscati andò a Pompei per assisterlo per l'ultima volta. Nel
pomeriggio di quel giorno, infatti, tornando a Napoli, senza saper
nulla di quello che accadeva a Pompei, disse ai suoi familiari: «Don
Bartolo è passato in cielo». Bartolo Longo così morì poverissimo,
potendo disporre soltanto del proprio lettino poiché tutto il mobilio
dell‟appartamento era stato inventariato e vincolato da un sequestro
conservativo ottenuto contro di lui da parenti in agguato. Bartolo
Longo morì il 5 ottobre 1926. Le sue spoglia riposano, insieme a
quelle della contessa, di Padre Radente e di Suor Maria Concetta de
Litala, nell'ampia cripta sottostante la Basilica della Madonna del
Santo Rosario di Pompei.
24
Marianna Farnararo De Fusco Longo
Cofondatrice Santuario di Pompei
Monopoli, Bari, 13 dicembre 1836 – Pompei, 9 febbraio 1924
La contessa Marianna De Fusco, fa parte di quel
numeroso gruppo di cattolici, che in secondo piano,
spesso nell‟ombra, hanno dato l‟occasione, lo stimolo e
l‟aiuto concreto, a tante figure sante della Chiesa e della
società , nel realizzare le loro opere di beneficenza, di
culto, di formazione sociale e di assistenza. Quando si
pensa al Santuario Pontificio di Pompei, non si può non
abbinare il ricordo del suo fondatore, la grande figura
della santità cattolica laica moderna, il beato Bartolo
Longo. "Bartolo Longo, dal 1885 era sposato con la
contessa Marianna Farnararo vedova De Fusco, che come
diremo appresso, fu colei che diede l‟opportunità,
divenendone poi l‟anima sostenitrice, della fondazione
delle Opere e della devozione mariana a Pompei; a ben
ragione ne è considerata la cofondatrice, anche se di lei si
parla poco, tutti attirati dalla santità straordinaria di
questo professionista cattolico, fra l‟altro, lui laico, fondatore della Congregazione
femminile delle «Suore Domenicane Figlie del Rosario di Pompei» e ideatore e
compilatore della celebre Supplica alla Madonna, che si recita - come gi detto due volte l‟anno, con grande solennità e partecipazione di pellegrinaggi, l‟8 maggio
e la prima domenica d‟ottobre”.9
Le sue origini e il trasferimento a Napoli. Anche Marianna Farnararo era
originaria della Puglia, essendo nata a Monopoli (Bari) il 13 dicembre 1836, da
Biagio Farnararo e Rosa Martinelli, discendenti da antiche e benestanti famiglie
pugliesi; da loro nacquero 4 maschi e 3 femmine. Quando Marianna aveva 8 anni,
morì il padre nel febbraio 1845; rimasta orfana fu collocata in un collegio
religioso, per avere un‟adeguata istruzione ed educazione. Aveva 14 anni, quando
la madre donna Rosa Martinelli, decise di trasferirsi a Napoli, capitale del Regno
delle Due Sicilie, probabilmente per sfuggire alla miseria che opprimeva Monopoli
in quel periodo, ricordato come la “fame del „48” e per allontanarsi dalla città, in
preda ad un clima politico antiborbonico; la seguirono l‟adolescente Marianna e il
figlio Francesco avvocato. A Napoli la famiglia Farnararo si stabilì in Via Port‟Alba
n. 30, nel palazzo della famiglia Volpicelli e in questo luogo, Marianna conobbe
l‟allora quindicenne e futura Beata, Caterina Volpicelli10 a cui si legò da profonda
amicizia, partecipando con lei alle attività dell‟Associazione del “Cuore SS. di
Maria per la conversione dei peccatori”, dedita soprattutto all‟adorazione del SS.
Sacramento, i cui membri si alternavano durante tutto il giorno, pratica molto
diffusa e sostenuta dall‟arcivescovo di Napoli, il Servo di Dio card. Sisto Riario
Sforza.11
Sposa, madre, contessa. Il 21 febbraio 1852, Marianna Farnararo andò sposa al
conte Albenzio De Fusco (1824-1864), giovane ventottenne di Lettere (Napoli),
Questo profilo biografico è tratto dell‟articolo di Antonio Borrelli (Avvenire, 14 dicembre
2006).
10
Napoli, 21 gennaio 1839 – 28 dicembre 1894.
11
Napoli, 5 dicembre 1810 – 29 settembre 1877.
9
25
proprietario terriero. Probabilmente era un matrimonio preparato dalle famiglie,
com‟era usanza fra i ceti nobiliari del tempo. Gli sposi andarono ad abitare a
Lettere e il loro matrimonio fu allietato dalla nascita di cinque figli: Giovanna
(1852), Francesco (1853), Biagio (1856), Vincenzo (1859), Enrico (1862). Divenuta
contessa De Fusco, Marianna Farnararo, s‟inserì bene nella nobiltà napoletana, si
fece conoscere ed apprezzare, frequentando con assiduità la società mondana
della capitale, quindi i balli ed i passatempi dei nobili; grazie al marito Albenzio,
poté allacciare amicizie e relazioni sociali di rango, che successivamente sfruttò
abilmente per la realizzazione delle Opere pompeiane.
Vedovanza e amicizia con la beata Caterina Volpicelli. Dopo 12 anni di
matrimonio, la morte colpì il conte Albenzio De Fusco il 26 febbraio 1864 a soli
42 anni, lasciando vedova Marianna, ancora giovane di 27 anni e cinque figli in
tenera età; il decesso era avvenuto a Napoli alla Via Medina, 17, dove da qualche
tempo la famiglia De Fusco si era trasferita da Lettere. I primi anni di vedovanza
furono molto duri per la giovane Marianna, che si trovò sola ad allevare ed
educare i cinque figli, dei quali ben quattro maschi, inoltre ad amministrare i beni
terrieri ricevuti in eredità dal defunto marito. Con gli anni i tre figli maggiori le
procurarono molte amarezze e preoccupazioni, tutto era ingigantito dalla
solitudine della vedovanza, e nel 1870 Marianna ritornò nel palazzo Volpicelli,
ospitata dall‟amica Caterina, abitando con i due figlioletti più piccoli un modesto
appartamento; qui si dedicò alle pratiche religiose, affinando la sua spiritualità e
desiderio di Dio. Intanto Caterina Volpicelli non era più la semplice giovinetta di
un tempo: a Napoli era diventata l‟apostolo del Sacro Cuore di Gesù, tramite
“l‟Apostolato della Preghiera” di cui era zelatrice, coinvolgendo comunità religiose,
chiese e parrocchie; aveva dato inizio alla Pia Unione delle Ancelle ed Oblate del
Sacro Cuore, per giungere poi alla fondazione dell‟Istituto religioso delle “Ancelle
del Sacro Cuore”, approvato nel 1874 dall‟arcivescovo Sisto Riario Sforza. La
contessa Marianna le fu sempre vicina e l‟aiutò nell‟avvio delle sue opere e fu tra
le prime cinque compagne che si consacrarono al Terz‟Ordine del Sacro Cuore; la
vicinanza e il carisma della futura beata Caterina Volpicelli, fu essenziale per
accrescere l‟educazione religiosa e la spiritualità di Marianna, i cui primi germi
erano maturati nelle Confraternite religiose della natia Monopoli, particolarmente
quella domenicana del Santo Rosario. Si avvicinò sempre più alla pratica della
recita del Santo Rosario in gruppi di preghiera; ogni sera partecipava alla recita
della preghiera mariana in casa Volpicelli e fu durante queste frequentazioni, che
conobbe tra il 1867 e il 1868, l‟avv. Bartolo Longo, il quale poi nel 1870 andò in
pensione nello stesso palazzo della Volpicelli; anch‟egli partecipava al gruppo di
preghiera e alla recita del Rosario serale.
L’avvocato Bartolo Longo. L‟avvocato Bartolo Longo, come già ricordato, era
originario di Latiano (Brindisi) e dopo il periodo
della fanciullezza e adolescenza, trascorso in un
collegio gestito dai Padri Scolopi, nel 1864 a 23
anni si trasferì a Napoli, per completare gli studi
di Giurisprudenza già intrapresi a Lecce,
laureandosi in Legge. Conquistato dallo spirito
anticlericale del tempo, si allontanò dalla Chiesa,
ma per sua fortuna, incontrò saggi e prudenti
consiglieri e amici, come il domenicano padre
Alberto Radente, che l‟aiutarono a tornare in seno
alla Chiesa Cattolica e a ritrovare l‟originaria
26
genuina fede. Fu invitato a diffondere la devozione al Sacro Cuore di Gesù,
indirizzato per questo alla Beata Caterina Volpicelli e alla sua zelatrice contessa
De Fusco. Ecco perché ogni sera partecipava alla recita del Rosario in casa
Volpicelli, dove incontrò e conobbe Marianna Farnararo vedova De Fusco.
Due apostolati. La coabitazione di entrambi nel palazzo Volpicelli, durò un anno,
perché nel 1871 Marianna De Fusco e Bartolo Longo, dovettero lasciare quella
residenza per trasferirsi in un palazzo di Largo Salvator Rosa, aiutati in ciò dal
padre confessore della contessa. I motivi di tale trasferimento, furono senz‟altro la
diversificazione dell‟azione di apostolato di Marianna e di Longo prettamente
mariano, mentre Caterina Volpicelli proseguiva e consolidava quello al Sacro
Cuore di Gesù; inoltre restare in quel palazzo, acuiva ogni giorno di più il dolore
subito dalla contessa De Fusco per la morte, il 10 maggio 1870, del piccolo figlio
Enrico di 8 anni, annegato nel pozzo che era in costruzione. A tutto ciò si associò
una ristrettezza economica della contessa, dovuta alle scarse rendite del suo
patrimonio in Valle di Pompei, tanto che una ricca zia materna, venuta da Corato
(Bari) e associata all‟Istituto della Volpicelli, la soccorse con un assegno mensile
di 50 ducati. Conosciuto così l‟avvocato Bartolo Longo e apprezzandone le doti
umane, spirituali e organizzative, Marianna De Fusco gli affidò l‟amministrazione
delle sue proprietà terriere a Lettere, Gragnano e Valle di Pompei, nel tentativo di
farle fruttare a dovere e togliersi dallo stato di indigenza in cui si trovava.
A Valle di Pompei. A Valle di Pompei il terreno era fertile, grazie ai periodici
straripamenti del vicino fiume Sarno che lo concimavano; ma anch‟essa come
molte zone del Meridione, era infestata da briganti. Bartolo Longo giunse per la
prima volta a Taverna di Valle, presso il “Casino di campagna” del fu conte De
Fusco nel 1872, rimanendo colpito dalla miseria del luogo e degli abitanti,
compreso la decrepita chiesa parrocchiale. Come era ormai sua abitudine, anche
a Valle di Pompei volle diffondere la recita del Rosario, e in pieno accordo con il
parroco don Giovanni Cirillo, invitava i coloni ogni sera, a casa De Fusco per la
recita del Rosario. Qui dopo alcuni giorni, fu invaso da una profonda crisi al
ricordo dei peccati commessi, che lo fece disperare nell‟incertezza del perdono del
Signore, ma mentre vagava senza meta in preda allo sconforto, sentì una voce che
gli sussurrava: “Se cerchi la salvezza propaga il Rosario. Son promesse di Maria.
Chi propaga il Rosario è salvo!”. Da quel momento la sua vita cambiò in un
crescendo di impegni religiosi e di apostolato, prima come catechista, poi
organizzatore di feste religiose, collaboratore della parrocchia e infine promotore
del Tempio dedicato alla Santa Vergine del Rosario. Ada Ignazzi,12 così descrive
l‟unione d‟intenti della contessa e di Bartolo Longo: “Quando Bartolo Longo iniziò
il suo apostolato tra la gente abbandonata di Pompei, trovò in Marianna un‟abile,
intelligente e preziosa collaboratrice. Insieme iniziarono un cammino di vita e di
fede che li vide uniti e con un solo intento: la cura delle anime dei contadini della
Valle e la promulgazione del culto mariano con la recita del Rosario. Pur tuttavia i
loro caratteri erano molto differenti; la contessa era risoluta, pronta nelle
decisioni, vivace, ma nello stesso tempo poco tollerante; l‟avvocato era pacifico,
placido, sempre in cerca di pareri e consigli e ben disposto a mitigare ogni
difficoltà e contrarietà con una filosofica risata. Fra loro si venne a determinare
una stima profonda che li affratellava. Perseguivano con modalità diverse un solo
obiettivo: far del bene al prossimo”. Ma questa comunione di attività,
Ada Ignazzi, “Marianna Farnararo, contessa De Fusco” (Edizione Laterza, Bari,
2004).
12
27
l‟utilizzazione dei ricavi del loro patrimonio per fini di apostolato e volontariato,
peraltro svolta da un avvocato che aveva fatto voto di castità e da una nobildonna
appartenente al Terz‟Ordine del Sacro Cuore, non era ben vista; suscitò critiche
per tanto entusiasmo e dedizione e ben presto si formularono contro di loro
opinioni malevoli, tanto che le volgarità da solo pensate, divennero dicerie e le
dicerie mormorazioni e poi calunnie.
Il matrimonio di Bartolo Longo e Marianna Farnararo. A questo punto
Marianna decise di ritirarsi dall‟azione diretta di volontariato e apostolato, contro
il parere dello stesso Bartolo Longo; si ricorda che l‟opera a Pompei era già ben
avviata, il 13 novembre 1875, era stato portato a Pompei dall‟avvocato il quadro
della Madonna del Rosario, regalatogli da una suora di Napoli, il trasporto
avvenne “su un carro di letame”; dal 1876 era in corso una questua pubblica per
raccogliere fondi, che coinvolgeva Napoli e dintorni; l‟8 maggio 1876 c‟era stata la
posa della prima pietra del Santuario, il quadro della Vergine aveva avuto due
restauri nel 1876 e 1879.
I consigli di Papa Leone XIII. Tutta l‟opera dei due generosi apostoli pugliesi a
Pompei, era conosciuta ed approvata dalle Autorità ecclesiastiche diocesane e
dalla stessa Santa Sede, il papa li riceveva spesso, e fu proprio papa Leone XIII,
informato della situazione determinatasi con le calunnie e maldicenze, a
consigliare loro di sposarsi per porre fine alle dicerie, dispensandoli dai voti
assunti in precedenza. Il matrimonio si celebrò il 1° aprile 1885, nella Cappella
privata del Vicario Generale di Napoli, nella chiesa parrocchiale di Santa Maria
delle Vergini; Marianna Farnararo aveva 48 anni e Bartolo Longo 44.
La “contessa” e “don Bartolo”. Nel volume “Bartolo Longo e il Santuario di
Pompei” di Scotto di Pagliara D., Pompei, 1943, si legge: “Marianna De Fusco,
restò anche allora per Bartolo Longo “La contessa”, la donna cioè che cooperava
alla sua intrapresa e spesso gliene spianava il sentiero; nel modo stesso che
l‟avvocato Longo restò per lei “don Bartolo”, l‟uomo provvidenziale, l‟apostolo del
Rosario, il salvatore dell‟infanzia più sventurata, colui che meritava ogni stima e
ogni venerazione”. Come già detto, di caratteri diametralmente opposti, duro,
fermo e autoritario quello della contessa, dolce, benevolo, generoso, quello
dell‟avvocato; la loro unione si dimostrò comunque salda, perché fondata sulla
profonda stima, sul reciproco rispetto, la comune fede religiosa, sull‟impegno per
le opere di carità e la divulgazione del Rosario. Per questo Marianna Farnararo, è
considerata unanimemente cofondatrice del Santuario e delle Opere a Pompei, da
dove non si allontanò più fino alla morte.
La morte della contessa Marianna. La contessa De Fusco, morì a Pompei il 9
febbraio 1924 all‟età di 87 anni, precedendo il marito Bartolo di poco più di due
anni. Aveva trascorso a Pompei insieme al futuro Beato, più di 50 anni. I funerali
furono solenni, con la partecipazione di autorità civili, militari e religiose; poi con
un treno speciale della Circumvesuviana, la cui stazione pompeiana è situata
nelle adiacenze del Santuario, la salma fu trasportata nel cimitero di Napoli
(Cappella della Congregazione del Rosario). Ma sei anni dopo, il 6 febbraio 1930, i
suoi resti mortali furono di nuovo portati a Pompei e tumulati nella Basilica. Il 3
novembre 1938, i suoi resti furono definitivamente tumulati nella cripta del
Santuario, accanto al marito Bartolo Longo, dove riposa tuttora, anche se le
reliquie del Fondatore, sono state poi sistemate in una apposita cappella,
adiacente le navate superiori, per la venerazione dei fedeli.
28
LA CHIESA DI POMPEI
Prelatura territoriale suffraganea di Napoli13
La Chiesa di Pompei è costituita da una peculiare identità giuridica e
pastorale: in un modesto spazio di territorio convivono la Prelatura
Territoriale e la Delegazione Pontificia per il Santuario e le Opere di
carità. Due realtà, che conservano una intrinseca autonomia, ma che
operano insieme nella pastorale per il territorio, nel servizio di carità a
favore delle Opere sociali e nell‟accoglienza ai pellegrini che ogni
giorno accorrono nella città di Maria. Presiede la comunità
l'Arcivescovo-Prelato e Delegato Pontificio, Mons. Carlo Liberati,
originario di Matelica (MC).
Sacerdoti, Religiosi, Religiose, offrono il loro servizio in un
ventaglio di attività che vanno dall‟evangelizzazione all‟apostolato per
la formazione cristiana del popolo, dalla cura pastorale delle comunità
parrocchiali all‟assistenza dei ragazzi e ragazze delle Opere,
dall‟amministrazione di tutto il complesso alla gestione dei relativi
servizi.
Oltre ai Religiosi e alle Religiose, buona parte del Clero secolare vive
in comunità. Già il beato Bartolo Longo aveva costruito una casa del
Clero che operava nella Basilica, la cosiddetta canonica, ubicata alle
spalle del Santuario. Nello stesso edificio, in tempi successivi, hanno
dimorato i Padri Domenicani, i Padri Redentoristi e, attualmente, i
Sacerdoti di Don Orione. I Sacerdoti secolari incardinati hanno le loro
camere nell‟edificio della Prelatura.
L‟origine della comunità cristiana a Pompei è molto antica. È
certo, comunque, che, dopo l‟immane catastrofe del 79 d. C., una
popolazione
cristiana
dimorò
in
questa terra
occupando
prevalentemente la zona Sud, verso il fiume Sarno. La comunità si
intitolò al SS.mo Salvatore, nell‟ambito della Diocesi di Nola e,
crescendo, divenne Parrocchia assai fiorente, arricchita con Bolla
Pontificia del privilegio del Patronato dei Capi di Famiglia.
Attualmente, tale privilegio è cessato per rinuncia da parte del popolo,
in data 10 ottobre 1966. Lo splendore della comunità cristiana e del
Casale detto di Valle (così si chiamò la rinata cittadina) si eclissò, nel
Abitanti: 25.9156
Superficie: 12 km q
Parrocchie: 5
Numero dei sacerdoti secolari: 50
Numero dei sacerdoti regolari: 10
Numero dei diaconi permanenti: 5
Fonti: Annuario Pontificio, edizione 2008 e Archivio dell'Istituto Centrale per il
sostentamento del clero (aggiornamento mensile).
13
29
secolo XVII, a seguito di inondazioni del Sarno, provocate dalla cattiva
amministrazione feudale. L‟epidemia della peste spazzò via ogni
superstite segno di vita tra la popolazione. Nel 1740, distrutta l‟antica
chiesa parrocchiale del SS.mo Salvatore, i pochi abitanti di Valle
costruirono, col permesso del Vescovo di Nola e con Decreto della
Congregazione dei Vescovi e Regolari, lungo la via delle Calabrie, di
fronte alla cosiddetta Taverna di Valle, una piccola Chiesa sempre
intitolata al SS.mo Salvatore. Nel 1840, avendo la popolazione
raggiunto il numero di 300 e più unità, Mons. Gennaro Pasca,
Vescovo di Nola, per venire incontro alle esigenze pastorali della
nuova comunità, chiese ed ottenne con Decreto Regio di Ferdinando II
(18/3/1840) la piena reintegrazione della Parrocchia nella sua
specifica missione della cura d‟anime. Nel 1843, con voto popolare,
veniva eletto il primo Parroco della rinata Valle di Pompei: don
Giovanni Cirillo. Nel 1872 Bartolo Longo è a Pompei. Qui, in località
Arpaia, all‟inizio di ottobre, in una straordinaria esperienza spirituale
sente la sua chiamata all‟apostolato del Rosario. Comincia,
nell‟umiltà più estrema, la storia della Nuova Pompei. Mons. Giuseppe
Formisano, Vescovo di Nola, incoraggiò e difese Bartolo Longo agli
inizi del suo cammino, soprattutto quando la Vergine del Rosario
incominciò a far sperimentare ai devoti, con prodigi e miracoli, la sua
materna e potente intercessione. Quanto capitava a Pompei non
sfuggì, però, al Sommo Pontefice Leone XIII, il quale - per felice
coincidenza - pubblicava già nel 1883 la sua prima Enciclica sul
Rosario. Ed infatti mostrò la sua compiacenza per Bartolo Longo
ricevendolo in udienza privata nel 1884. Nel 1890, nominò il Card.
Raffaele Monaco La Valletta protettore del Santuario. L‟anno 1894
segnò una svolta strategica nei rapporti tra il Vaticano e Pompei:
Bartolo Longo offrì al Papa la proprietà del Santuario, con tutto ciò
che conteneva. Leone XIII accettò il dono e con il Breve “Qua
Providentia” staccò il Santuario della Diocesi di Nola, dichiarandolo
Pontificio e ponendolo sotto l‟immediato governo della Santa Sede. I
Fondatori, Bartolo Longo e la consorte, contessa Marianna Farnararo,
furono nominati amministratori a vita: tale eccezionale investitura fu
la risposta alle voci maligne sulla gestione di Bartolo Longo. Nel 1897
il Card. Camillo Mazzella fu nominato Protettore del Santuario, in
sostituzione del predecessore defunto.
Il 1900 segnò la prima apoteosi di Pompei. Felice la coincidenza
dell‟Anno Santo, celebrato in Roma, con il primo Giubileo celebrato a
Pompei (1875-1900). Papa Leone diventò l‟araldo delle meraviglie
operate a Pompei, esortando i pellegrini: “Andate a Pompei: andate a
pregare per il Papa nel Santuario del Papa!”. La gelosia per lo sviluppo
del Santuario e delle Opere spinse alcune persone - tra cui anche
30
religiosi - a darne un‟interpretazione errata e maligna. Si cercò di
travolgere i Fondatori e la loro Opera. Tali voci arrivarono ancora una
volta all‟orecchio del Papa. Erano tempi difficili per la Chiesa,
soprattutto per l‟eresia modernistica. Tutto questo “allarmò” Pio X,
che ricevette i Fondatori il 23 novembre 1903. Bartolo Longo soffrì
tanto e scrisse questa “giustificazione”: «Il mio unico scopo in 33 anni
di lavoro, è stato quello di salvare l‟anima mia e quella del prossimo
diffondendo il SS. Rosario ed educando figli di carcerati, orfanelle
della Vergine di Pompei, fanciulli della nascente città Pompeiana».
Nel 1906 Bartolo Longo donò alla Santa Sede anche le Opere di
carità. L‟8 maggio 1926, Mons. Carlo Cremonesi diventò Delegato
Pontificio e primo Prelato della “Praelatura nullius”, cioè
immediatamente soggetta alla Santa Sede. Alla morte di Bartolo
Longo, nel 1926, l‟assetto giuridico del Santuario ed Opere annesse
era completo e definitivo. La successione dei Delegati Pontifici per il
Santuario, che sono anche Prelati di Pompei, diventò fatto di ordinaria
amministrazione. Fino al 1935 l‟autorità del Vescovo di Pompei era
limitata al santuario e alle opere annesse. L‟8 maggio 1935, con
Decreto della Sacra Congregazione Concistoriale, furono mutati i
confini della “Praelatura Nullius” della Beata Vergine del SS. Rosario
di Pompei”. Oltre al santuario e alle opere essa comprendeva anche il
territorio della parrocchia del SS. Salvatore, sottratto alla diocesi di
Nola. Il comune di Pompei, nato nel 1928, inglobava nel suo territorio
anche due parrocchie della diocesi di Castellammare di Stabia (che ne
fanno parte tuttora). Un ulteriore cambiamento dell‟ordinamento
giuridico avvenne nel 1978, con la nomina dell‟Ordinario Mons.
Domenico Vacchiano. La Prelatura non era più “immediatamente
soggetta alla Santa Sede” ma entrava a far parte - come le altre
diocesi - della Conferenza Episcopale. Si sottolineava, in questo modo,
la preminenza dell‟aspetto pastorale su quello amministrativo. Il
Prelato di Pompei diventava anche Delegato Pontificio per il Santuario
e per le Opere.
I VESCOVI-PRELATI E DELEGATI PONTIFICI
Dal Vescovo di Nola, mons. Giuseppe Formisano, ad oggi, ben
quattordici Prelati si sono susseguiti, con diverse modalità, nella
responsabilità giuridico-ecclesiastica del Santuario di Pompei. Di
seguito l‟elenco dei Vescovi-Prelati e Delegati Pontifici.
1)
Mons. Giuseppe Formisano, Vescovo di Nola. Nato a Torre
Annunziata il 16 aprile 1811, fu nominato Vescovo il 16 maggio 1855.
Consacrato il successivo 7 ottobre, morì il 6 gennaio 1890.
31
2)
Card. Raffaele Monaco La Valletta. Nominato protettore del
Santuario di Pompei il 28 marzo 1890, ne prese possesso nel maggio
successivo. Vicario di Papa Leone XIII per il Santuario di Pompei dal
13 marzo 1894, morì il 14 luglio 1896 ad Agerola (NA).
3)
Card. Camillo Mazzella. Nominato Vicario di Papa Leone XIII
per il Santuario di Pompei il 26 agosto 1896, ne prese possesso il
successivo 15 settembre. Morì a Roma il 26 marzo 1900.
4)
Card. Giuseppe Prisco. Nominato Vicario di Papa Leone XIII per
il Santuario di Pompei il 6 aprile 1900, ne prese possesso il 29 aprile
successivo. Sostituito da Mons. Augusto Silj il 20 febbraio 1906, morì
a Napoli il 4 febbraio 1923.
5)
Card. Augusto Silj, Prelato Domestico di Papa Pio X. Nominato
Delegato Straordinario della Santa Sede, il 10 febbraio 1906, ne prese
possesso il 20 febbraio successivo. Nominato Vescovo il 22 dicembre
1906, fu consacrato il 13 gennaio 1907, con il titolo di Arcivescovo tit.
di Cesarea del Ponto. Nominato Cardinale nel Concistoro del 15-18
dicembre 1919. Morì il 27 febbraio 1926 a Roma.
6)
Mons. Carlo Cremonesi, Arcivescovo tit. di Nicomedia.
Nominato Delegato Pontificio di Pompei il 12 marzo 1926, prese
possesso della “Praelatura Nullius” di Valle di Pompei il 22 maggio
successivo. Si dimise dal mandato perché gravato da altri incarichi, il
Papa accettò le sue dimissioni il 28 settembre 1928. Morì il 25
novembre 1943 nella Città del Vaticano.
7)
Mons. Antonio Anastasio Rossi, Patriarca di Costantinopoli.
Nato a Milano il 18 luglio 1864. Nominato Delegato Pontificio il 28
settembre 1928. Morì a Pompei il 29 marzo 1948.
8)
Mons. Roberto Ronca, Arcivescovo tit. di Lepanto. Consacrato
Vescovo l‟11 luglio 1948. Presa di possesso il 19 luglio successivo. Il
20 dicembre 1955 tornò a Roma, dove morì il 25 settembre 1977.
9)
Mons. Giovanni Foschini. Amministratore Apostolico dal 22
dicembre 1955 al 19 giugno 1957. Morì a Imola (BO) il 29 aprile 1963.
10) Mons. Aurelio Signora, Arcivescovo tit. di Nicosia. Nominato
Delegato Pontificio il 18 marzo 1957, fu consacrato il successivo 25
aprile. Presa di Possesso il 19 giugno 1957. Lasciò per limiti di età nel
1978. Morì a Budoia (PN) il 30 aprile 1990.
11) Mons. Domenico Vacchiano. Nato a Cicciano (NA) il 2
settembre 1914. Nominato Delegato Pontificio e Arcivescovo-Prelato il
5 aprile 1978, ne prese possesso il 29 aprile successivo. Lasciò per
limiti di età nel 1990. Morì a Cicciano il 24 maggio 2001.
12) Mons. Francesco Saverio Toppi. Nato a Brusciano (NA) il 26
giugno 1925. Nominato Delegato Pontificio del Santuario di Pompei ed
Arcivescovo-Prelato il 13 ottobre 1990. Ordinazione episcopale e presa
di possesso il 7 dicembre successivo. Lasciò per limiti di età nel 2001.
32
13) Mons. Domenico Sorrentino. Nato a Boscoreale (NA) il 16
maggio 1948. Nominato il 17 febbraio 2001, consacrato il 19 marzo e
presa di possesso il 7 aprile successivi. Nominato Sottosegretario della
Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, dal 2
agosto 2003 al 24 gennaio 2004 è stato Amministratore Apostolico.
Attualmente è Vescovo di Assisi (PG).
14) Mons. Carlo Liberati. Nato a Matelica (MC) il 6 novembre 1937.
Nominato il 5 novembre 2003, consacrato il 10 gennaio 2004. Presa di
possesso il 24 gennaio successivo.
CENNI SULLA STORIA DI POMPEI
I primi insediamenti risalgono all‟Età del Ferro, ovvero al IX – VII secolo a. C.,
quando c‟era la cultura delle "tombe a fosso". Pompei fu fondata intorno all‟VIII
secolo a.C. dagli Osci che si insediarono, distinti in 5 villaggi, alle pendici
meridionali del Vesuvio non molto distanti dal fiume Sarno allora navigabile. Dal
numero cinque, in lingua osca, molto probabilmente deriva il toponimo della
città. Pompei, in quell‟epoca, era un centro commerciale molto rilevante, sicché
entrò nelle mire espansionistiche dei Greci e degli Etruschi prima, dei Sanniti poi.
Ai Sanniti spetta il merito di aver ingrandito la cinta muraria della cittadina,
conservandole un grande sviluppo urbanistico. In seguito, come accadde per
tutta la Campania, fu conquistata dai Romani, riuscendo ad entrare, nell‟ultimo
quarto del III secolo a.C. a pieno titolo nel circuito economico romano; ciò potè
verificarsi perché il Mediterraneo era sotto il totale controllo di Roma e le merci
circolavano liberamente sicchè, anche Pompei, gran produttrice di vino e di olio,
fu in grado di esportare liberamente fino in Provenza e in Spagna. In quest‟epoca
ci fu un forte impulso architettonico: furono ricostruiti il Foro rettangolare ed il
Foro triangolare e nacquero importanti edifici come il Tempio di Giove, la Basilica
e la Casa del Fauno che ha le dimensioni di un palazzo ellenistico. Nella stessa
epoca è eretto anche il Tempio di Iside che è una chiara testimonianza degli
scambi commerciali di Pompei con l‟Oriente. Sotto il dominio di Roma Pompei
divenne prima municipium e poi colonia "Veneria Cornelia Pompeianorum" perché
governata dal dittatore Publio Cornelio Silla che la conquistò nell‟89 a.C. e le
diede gli appellativi appena citati: Cornelia, dal nome di Cornelio Silla e Veneria
perché Venere era particolarmente adorata dal dittatore. Durante questo periodo
la cittadina visse una profonda umiliazione perché molte terre furono confiscate
per essere cedute ai veterani. Inoltre, la città si "romanizzò" al punto che sia il suo
lato architettonico sia il lato istituzionale erano molto simili a Roma. Pompei
divenne la "residenza di villeggiatura" del patriziato romano ed, in età imperiale,
molte famiglie favorevoli alla politica di Augusto, si trasferirono qui e fecero
costruire edifici come il Tempio della Fortuna Augusta e l‟Edificio di Eumachia.
Sotto Nerone la Campania subì ingenti danni a causa di un sisma verificatosi nel
62 o 63 d.C. Il Senato romano ne ordinò subito la ricostruzione, ma tutto fu vano,
perché il 24 Agosto del 79 d. C., quando erano ancora in corso le opere di
rifacimento della cittadina, una disastrosa eruzione del Vesuvio cancellò del tutto
Pompei e con essa Ercolano, Stabia (attuale Castellammare di Stabia) ed Oplonti
(attuale Torre Annunziata). Non ci fu scampo quasi per nessuno e della fiorente
Pompei rimase solo un manto lavico spesso fino a tre metri che cementificò gli
33
abitanti e distrusse ogni sorta di vita. I calchi di gesso sono la testimonianza
sconcertante di come perirono gli abitanti della città. L‟eruzione del 79 d.C. è
ricordata anche come “eruzione pliniana” perché il naturalista Plinio il Vecchio fu
la più illustre vittima dell‟eruzione.
Il VESUVIO
Il monte Vesuvio è un vulcano attivo (esplosivo) situato in Campania nel territorio
dell'omonimo Parco nazionale istituito nel 1996.14 Fa parte del sistema montuoso
Somma - Vesuvio ed è alto 1281 metri. È situato leggermente all'interno della
costa del golfo di Napoli, ad una decina di chilometri ad est del capoluogo
campano. Dal 1944 non si sono più avute sue eruzioni. Pur tuttavia, essendo il
vulcano considerato in stato di quiescenza, alcuni interventi legislativi hanno
individuato una zona rossa (comprendente 18 Comuni) per un piano di
emergenza di evacuazione che viene costantemente aggiornato. Nell'antichità si
riteneva che il Vesuvio fosse consacrato all'eroe semidio Ercole, e la città di
Ercolano, alla sua base, prendeva da questi il nome, così come anche il vulcano,
seppur indirettamente. Ercole infatti era il figlio che il dio Giove aveva avuto da
Alcmena, una donna di Tebe. Uno degli epiteti di Giove era "Üès", cioè colui che fa
piovere. Così Ercole divenne "Üesouüios, cioè il figlio di Üès, da cui deriva il latino
Vesuvius (pron Uesuuius). Una tradizione popolare della fine del Seicento,
vorrebbe invece che la parola derivi dalla locuzione latina "Veh suis" ("Guai ai
suoi"), giacché la maggior parte delle eruzioni sino ad allora accadute, avevano
sempre preceduto o posticipato avvenimenti storici importanti, e quasi sempre
carichi di disgrazie per Napoli o la Campania. Si ritiene che già 400.000 anni fa la
zona del Vesuvio sia stata soggetta ad attività vulcanica, tuttavia sembra che la
montagna abbia iniziato a formarsi 25.000 anni fa, probabilmente come vulcano
sottomarino nel Golfo di Napoli; emersa successivamente come isola, si unì alla
terraferma per l'accumulo dei materiali eiattati. Tra i 19.000 anni fa e il 79 ebbero
luogo una serie di violente eruzioni intercalate da periodi di quiete del vulcano.
Tutte queste eruzioni, per la loro immane violenza, ma anche perché simili a
quella che distrusse Pompei, sono chiamate “eruzioni Pliniana” (dal nome dei due
Plinio, studiosi Romani che furono testimoni dell'eruzione del 79). Per fare un
esempio, ciascuna delle eruzioni più violente avvenute dopo il 79, dette
“Subpliniane”, sono potenti almeno la metà di una regolare eruzione pliniana.
Invece tra quelle precedenti, in particolare vogliamo ricordare l'eruzione
denominata Avellino in quanto ha lasciato tracce fino all'omonima città campana
e che ha seppellito l'area dove oggi sorge Napoli. L'Avellino tra quelli accertati si
può considerare il cataclisma vulcanico più importante che abbia avuto luogo in
Europa negli ultimi millenni. Una data dell'eruzione del Vesuvio del 79 ci è stata
trasmessa da Plinio il giovane attraverso una lettera contenuta nel suo epistolario
spedita a Tacito in cui si legge "nonum kal. septembres cioè nove giorni prima
delle Calende di settembre", data che corrisponde al 24 agosto (cosidetta
"datazione estiva"). Un ultimo rinvenimento numismatico però ha permesso di
accertare l'effettiva infondatezza della datazione estiva. Un denario d'argento
trovato il 7 giugno 1974 nello scavo a Pompei, vicino la Casa del bracciale d'oro
(Insula Occidentalis) porta sul retto impressa l'iscrizione che permette di
affermare che l'eruzione avvenne, ovviamente, dopo l'emissione di questa moneta.
Ente Parco Nazionale del Vesuvio Riserva Mondiale di Biosfera del MAB UNESCO
Piazza Municipio, 8 - San Sebastiano al Vesuvio (Napoli)
tel 081.7710911 - fax 081.7718215
14
34
GIOVANNI PAOLO II
E LA MADONNA DI POMPEI
I due pellegrinaggi del Pontefice (1979 – 2003)
Papa Giovanni Paolo II visitò il Santuario della Beata Maria Vergine
del S. Rosario di Pompei in due occasioni: il 21 ottobre 1979 e il 7
ottobre 2003. Furono due pellegrinaggi brevi ma intensi, che tuttora
tutti ricordano a Pompei.
1979
Il primo pellegrinaggio fu la domenica 21 ottobre 1979 e si svolse, la
prima parte presso il Santuario di Pompei e la seconda a Napoli, con
due incontri: prima a Piazza Trieste e Trento e poi Piazza Plebiscito.
ARRIVO NELLA PIAZZA ANTISTANTE
IL SANTUARIO DELLA MADONNA
La gratitudine e la commozione del Papa
"Nel mettere piede sul suolo benedetto di questa
Prelatura di Pompei, nella quale sorge il
celebrato Santuario della Beatissima Vergine
Maria
del
Santissimo
Rosario,
desidero
manifestare la mia profonda riconoscenza" agli
"abitanti di Pompei e di quanti sono qui venuti
pellegrini da tutta la regione campana e da
quelle vicine, richiamati dalla presenza del Papa
e dalla dolce attrattiva che la Vergine Santissima
non cessa di esercitare sui suoi figli devoti. Sono
lieto di trovarmi in mezzo a voi e vi ringrazio
vivamente per l‟invito che mi avete rivolto, (...) a
visitare questa antica terra! Essa ha conosciuto
prove e calamità naturali, ma è stata pure illuminata da tanti secoli di fede
cristiana, la quale ha dato alla storia più recente nobili e forti figure di testimoni
del Vangelo, tra cui quella fulgidissima del venerabile Bartolo Longo, ispirato
fondatore del Santuario. Vi ringrazio soprattutto perché avete voluto unirvi a me
in questa importante circostanza che mi consentirà fra poco di inginocchiarmi
davanti al quadro venerato della Vergine del Rosario per esprimerle il mio filiale
grazie e rinnovarle la mia fiducia incondizionata".
Lo sguardo della Madonna sulle nostre famiglie,
su l’Italia, su l’Europa, sul mondo
Qui dove la voce e l‟opera di Maria risuonano per proclamare la lode di Dio e
annunziare la salvezza degli uomini, vada un pensiero riconoscente a quanti,
sacerdoti, religiosi, religiose e laici, si prodigano perché tali nobili intenti
35
raggiungano in pienezza la loro realizzazione. Un memore saluto vada anche a
tutti coloro che si dedicano alle opere benefiche fiorite all‟ombra del Santuario per
l‟assistenza e la promozione delle classi meno fortunate, cioè dei poveri, degli
oppressi e degli emarginati. Penso agli asili, alle scuole, ai ricreatori, alle officine e
soprattutto all‟orfanotrofio femminile e ai convitti per i figli e le figlie dei carcerati,
che sono particolarmente bisognosi di umana e cristiana comprensione. Possa
trovare la vostra attività nel pio e costante riferimento a Maria il più valido
sostegno e il più eletto conforto! Da parte mia, non cesso di pregare la Vergine del
Rosario, perché vegli dal suo Santuario su tutti voi abitanti di questa valle di
Pompei e guardi sempre “sulle nostre famiglie, su l‟Italia, su l‟Europa, sul
mondo”, come supplicava il venerabile Longo. Con tali sentimenti vi benedico,
mentre ci apprestiamo a varcare la soglia del Santuario.
VISITA AL SANTUARIO
DELLA MADONNA DEL ROSARIO DI POMPEI
Un mio segreto voto di pietà, di gratitudine e di amore
Sono venuto in questo Santuario, nello spirito di un fervido ed umile
pellegrinaggio, per venerare la Vergine Santissima e per sciogliere quasi un mio
segreto voto di pietà, di gratitudine e di amore. Ho salutato anzitutto lei, la
Madonna che, dalla venerata e prodigiosa effigie, ci unisce tutti con quella
“catena dolce”, che è il santo Rosario; essa ce l‟offre, ce lo propone, ce lo
raccomanda come mezzo semplice, umile, ma ricco ed efficace, di preghiera
cristiana. (...) Questo tempio, dedicato alla Madonna di Pompei, è un luogo in cui
si prega, in cui cioè l‟uomo viene per compiere il gesto di adorazione e di supplica
verso Dio, Creatore e Redentore; è un luogo in cui si ascolta religiosamente la
Parola di Dio, perché diventi luce per il nostro cammino; è un luogo in cui l‟uomo
ritrova il perdono del Padre celeste. So quanto il vostro continuo impegno
apostolico sia talvolta duro e stancante, quasi sempre nascosto e silenzioso, noto
soltanto a Dio, il quale saprà ricompensarvi con ogni sovrabbondanza.
Continuate con generosità il vostro ministero, consapevoli di essere, nelle mani di
Dio, strumenti di salvezza, donatori di pace e di serenità per tante anime.
Il messaggio del Venerabile Beato Bartolo Longo
Il mio saluto va anche a voi, carissime Sorelle Religiose, che perpetuate la
straordinaria e spirituale eredità del vostro Fondatore, il Venerabile Bartolo
Longo, il suo messaggio e i suoi esempi di fede e di carità. Egli, come è noto,
spinto dalla sua ardente devozione alla Madre di Dio e confidando nella divina
Provvidenza, nel maggio del 1876 iniziò la costruzione di questo tempio, oggi
celebre in tutto il mondo; ma attorno al Santuario egli volle anche creare tutta
una serie di mirabili opere educative e caritative, in particolare a favore dei
bambini e delle bambine, tanto da far definire tale complesso “la cittadella vivente
della carità”. Alla base di tutte queste realizzazioni, c‟era nel Venerabile la
profonda convinzione che chi ama Dio ama anche il prossimo (cf. 1Gv 4,21).
Pertanto, nella vostra consacrazione religiosa, vivete l‟amore verso Dio, al quale
avete donato tutta la vostra vita, tutto il vostro cuore, tutta la vostra volontà; ma
vivete anche, non meno intensamente e concretamente, l‟amore ai fratelli
bisognosi, specialmente ai piccoli, con generosa disponibilità e con immensa
gioia, coscienti che “chi ama il prossimo ha adempiuto la legge” (Rm 13,8).
36
SANTA MESSA NELLA PIAZZA DEL SANTUARIO DI POMPEI
La missione vuol dire essere mandati
“Missus est Angelus...”. “L‟Angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della
Galilea chiamata Nazaret” (Lc 1,26). Con una particolare emozione pronunciamo
queste parole oggi, sulla piazza del Santuario di Pompei, in cui è circondata con
una singolare venerazione la Vergine, che si chiamava Maria (cf. Lc 1,27). Quella
Vergine alla quale fu mandato Gabriele. Con una particolare emozione ascoltiamo
quelle parole oggi, in questa domenica d‟ottobre, che ha il carattere della
domenica missionaria. Eppure le parole del Vangelo di San Luca parlano
dell‟inizio della Missione. La missione vuol dire essere mandati, ed essere
incaricati di svolgere una determinata azione. Fu mandato da Dio Gabriele a
Maria di Nazaret per annunziare a lei e, in lei, a tutto il genere umano la missione
del Verbo. Ecco, Dio vuole mandare l‟eterno Figlio affinché, diventando uomo,
possa donare all‟uomo la vita divina, la figliolanza divina, la grazia e la verità. La
Missione del Figlio inizia proprio in quel momento a Nazaret, quando Maria
ascolta le parole pronunciate dalla bocca di Gabriele: “Hai trovato grazia presso
Dio. Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù” (Lc 1,3031). La missione di questo Figlio, Verbo eterno, inizia allora, quando Maria di
Nazaret, Vergine “promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato
Giuseppe” (Lc 1,27), ascoltando queste parole di Gabriele, risponde: “Eccomi,
sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38).
Diventa Madre del Figlio di Dio, pur rimanendo Vergine
In quel momento inizia la missione del Figlio sulla terra. Il Verbo della stessa
sostanza del Padre diventa carne nel grembo della Vergine. La Vergine stessa non
può comprendere come si realizzi tutto questo. Pertanto, prima di rispondere:
“Avvenga di me”, chiede: “Come è possibile? Non conosco uomo” (Lc 1,34). E
riceve la risposta determinante: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te
stenderà la sua ombra la potenza dell‟Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque
santo e chiamato Figlio di Dio... nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,35-37). In quel
momento Maria già capisce. E non domanda più. Dice soltanto: “Avvenga di me
quello che hai detto” (Lc 1,38). E il Verbo diventa carne (cf. Gv 1,14). Inizia la
missione del Figlio nello Spirito Santo. Inizia la missione del Figlio e la missione
dello Spirito Santo. Su questa prima tappa la missione viene indirizzata a lei sola:
alla Vergine di Nazaret. Prima su di essa scende lo Spirito Santo. Essa, nella sua
umana e verginale sostanza, viene adombrata con la potenza dell‟Altissimo.
Grazie a questa potenza, e a causa dello Spirito Santo, essa diventa Madre del
Figlio di Dio, pur rimanendo Vergine. La missione del Figlio inizia in lei, sotto il
suo cuore. La missione dello Spirito Santo, che “procede dal Padre e dal Figlio”,
giunge pure prima a lei, all‟anima che è la sua Sposa, la più pura e la più
sensibile.
Il Rosario, la nostra preghiera prediletta
Maria trasferisce la stessa profondità della preghiera anche su questo luogo
privilegiato in terra italiana, non lontano da Napoli, al quale oggi veniamo in
pellegrinaggio. È il santuario del rosario, cioè il santuario della preghiera
mariana; di questa preghiera che Maria dice insieme a noi come pregava insieme
agli Apostoli nel Cenacolo. Questa preghiera si chiama il rosario. Ed è la nostra
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preghiera prediletta, che rivolgiamo a lei: a Maria. Certamente. Non
dimentichiamo però che contemporaneamente il rosario è la nostra preghiera con
Maria. È la preghiera di Maria con noi, con i successori degli Apostoli, che hanno
costituito l‟inizio del nuovo Israele, del nuovo Popolo di Dio. Veniamo dunque qui
per pregare con Maria; per meditare, insieme con lei, i misteri, che essa come
Madre meditava nel suo cuore (cf. Lc 2,19), e continua a meditare, continua a
considerare. Poiché questi sono i misteri della vita eterna. Hanno tutti la loro
dimensione escatologica. Sono immersi in Dio stesso. In quel Dio che “abita una
luce inaccessibile” (1Tm 6,16) sono immersi tutti questi Misteri, così semplici e
così accessibili. E così strettamente legati alla storia della nostra salvezza.
ANGELUS
C’è un legame molto stretto tra l’Angelus e il Rosario
Provo oggi una grande gioia perché posso recitare la preghiera dell‟Angelus
insieme con voi qui, nel Santuario dedicato alla Madonna del Rosario di Pompei.
C‟è legame molto stretto tra l‟Angelus e il Rosario, l‟uno e l‟altro preghiere
eminentemente cristologiche e, nello stesso tempo, mariane: ci fanno infatti
contemplare e approfondire i misteri della storia della salvezza, nei quali Maria è
intimamente unita al figlio suo Gesù. E questo Santuario risuona perennemente
del Rosario, la preghiera mariana semplice, umile ma per questo non meno ricca
di contenuti biblici e teologici, e così cara, nella sua lunga storia, ai fedeli di tutti i
ceti e di tutte le condizioni, accomunati nella professione di fede a Cristo, morto e
risorto per la nostra salvezza. Questo luogo sacro alla preghiera è nato dalla
mente e dal cuore di un grande Laico, il venerabile Bartolo Longo, vissuto tra il
secolo scorso e il nostro secolo, quindi un nostro contemporaneo: egli ha voluto
innalzare un tempio, dove fossero proclamate le glorie alla Madre di Dio e dove
l‟uomo potesse trovare rifugio, conforto, speranza e certezza. Fra qualche istante
noi reciteremo insieme l‟Angelus, che ci ricorda il gioioso annuncio del mistero
dell‟Incarnazione del Figlio di Dio; e lo reciteremo con un‟intensità e con una
devozione particolari, perché vorremo proclamare insieme la nostra fede cristiana
e, altresì, ringraziare Dio per le meraviglie, che ha operato e continua ad operare
per l‟intercessione di Maria Santissima, alla quale diremo tutta la nostra filiale
venerazione. (...)
La Vergine vi sorrida e vi protegga sempre!
Carissimi giovani! La vostra presenza, così numerosa, e il vostro incontenibile
entusiasmo sono la conferma che il messaggio di Cristo non è un messaggio di
morte, ma di vita; non di vecchiume, ma di novità; non di tristezza, ma di gioia!
Ditelo tutto questo ai vostri coetanei, a tutti gli uomini, con i vostri canti, con i
vostri ideali, ma specialmente con la vostra vita! “Il deserto diventerà un giardino”
aveva detto il profeta Isaia parlando dei tempi messianici (Is 32,15). Se noi diamo
uno sguardo a questa zona, troviamo le rovine impressionanti dell‟antica città dei
tempi romani, ridotta ad una città “morta” e di “morte” dalla terribile eruzione
dell‟anno 79 dopo Cristo. Ma dove sembrava dominare la morte, dopo circa 1800
anni è cominciato a fiorire, come un giardino spirituale, questo Santuario, centro
di vita eucaristica e mariana, segno profetico di quella pienezza, che Gesù è
venuto a portarci e a comunicarci. Giovani carissimi! Guardate Maria! Amate
Maria! Imitate Maria! Imitate la sua totale apertura verso Dio, del quale ella si
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professa “serva” disponibile ed obbediente, la sua silenziosa, generosa ed operosa
apertura verso i fratelli e le sorelle, bisognosi di aiuto, di assistenza, di conforto;
la sua continua, perseverante “sequela” del Figlio Gesù, dalla mangiatoia di
Betlemme fino alla croce del Calvario. La Vergine vi sorrida e vi protegga sempre!
INCONTRO CON I MALATI RADUNATI
NEL PIAZZALE GIOVANNI XXIII DI POMPEI
La Redenzione si opera concretamente attraverso la Croce!
Carissimi fratelli e sorelle! Voi sapete già che il Papa, a imitazione di quel Gesù di
cui è Vicario sulla terra, predilige gli infermi e i sofferenti: considera questa sua
particolare attenzione come uno dei doveri più alti del suo ministero pastorale. Ho
perciò desiderato questo incontro per stringervi in un solo vincolo di paterna
effusione, parlarvi cuore a cuore, lasciarvi un messaggio di fede, dirvi una parola
di incoraggiamento e di speranza. L‟uomo creato da Dio e da lui elevato alla
sublime dignità di figlio, porta in sé un anelito insopprimibile per la felicità ed
avverte naturale avversione ad ogni sorta di sofferenza. Gesù invece, nella sua
opera evangelizzatrice, pur chinandosi sui malati e sui sofferenti per guarirli e per
consolarli, non ha soppresso la sofferenza stessa, ma ha voluto sottoporsi a tutto
il dolore umano possibile, quello morale e quello fisico, nella sua passione sino
all‟agonia mortale nel Getsemani (Mc 14,23), fino all‟abbandono del Padre sul
Calvario (Mt 27,46), alla lunga agonia, alla morte di Croce. Per questo ha
dichiarato beati gli afflitti (Mt 5,4) e quelli che hanno fame e sete di giustizia. La
Redenzione si opera concretamente attraverso la Croce! Questo atteggiamento di
Gesù rivela un profondo mistero di giustizia e di misericordia, che tutti ci
coinvolge, e per il quale ogni uomo è chiamato a partecipare alla Redenzione.
La Redenzione è un mistero di amore e di vita divina
Ecco qui, carissimi malati, il primo motivo che rende più generosa ed operante la
vostra fede: voi potete dire, secondo gli esempi del Salvatore: noi siamo il segno
della futura gioia che unirà Dio e i suoi figli, il giorno in cui “asciugherà le lacrime
di tutti i volti” (Is 25,8); la nostra sofferenza ci prepara ad accogliere il regno di
Dio e ci consente di “rivelare le opere di Dio” (Gv 9,3); “la gloria di Dio e quella del
Figlio di Dio” (Gv 11,4) il nostro dolore non solo non è inutile, ma si dimostra, a
somiglianza di quello del divino Maestro, preziosa energia di fecondità spirituale. I
nostri sacrifici non sono vani, non è sciupata la nostra esistenza, dal momento
che come cristiani non “siamo più noi che viviamo, ma è Cristo che vive in noi”
(cf. Gal 2,20); le sofferenze di Cristo sono le nostre sofferenze (cf. 2Cor 1,5); il
nostro dolore ci configura a Cristo (cf. Fil 3,10), e come Gesù “pur essendo Figlio,
imparò per le cose patite, l‟ubbidienza” (Eb 5,8), anche noi dobbiamo accettare
con costante impegno la prova, anche se dura, sollevando i nostri occhi verso
Colui che è il Capo della nostra fede e che volle, tuttavia, sopportare la Croce (cf.
Eb 12,1ss.). E poiché il mistero della Redenzione di Cristo è nella sua essenza un
mistero di amore e di vita divina, in quanto manifestazione della carità del Padre
“che tanto ha amato il mondo da dargli il suo figlio unico” (Gv 3,16); ed è al tempo
stesso l‟espressione dell‟amore del Figlio per il Padre e per gli uomini (Gv 10,11;
1Gv 3,16), è a voi offerta la straordinaria occasione di toccare il vertice delle
umane possibilità: quella di saper accettare e di voler sopportare l‟infermità e le
difficoltà che l‟accompagnano in un dono di sublime amore, e di un abbandono
totale alla volontà del Padre.
39
2003
Chiusura dell’Anno del Santo Rosario
Il secondo pellegrinaggio al Santuario
di Pompei, Papa Giovanni Paolo II lo compì
il 7 ottobre 2003 in un arco di tempo breve
in considerazione delle sue condizioni di
salute. Dopo l'arrivo all'Eliporto allestito
nella
Palestra
Grande
degli
Scavi
archeologici di Pompei, il Papa salutò le
autorità e poi si trasferì in auto panoramica
alla Piazza B. Longo di Pompei. Nel Sagrato
della Basilica della Beata Maria Vergine del
S. Rosario, Giovanni Paolo II presiedette la
Recita del Santo Rosario per la pace nel
mondo e la recita della "Supplica" alla Beata
Vergine Maria. Alla fine, rivolgendosi ad
migliaia di fedeli il Papa cominciò il suo
discorso dicendo "La Vergine Santa mi ha
concesso di tornare ad onorarLa in questo
celebre Santuario, che la Provvidenza ispirò
al Beato Bartolo Longo perché fosse un centro di irradiazione del Santo Rosario.
L‟odierna visita corona, in certo senso, l‟Anno del Rosario. Ringrazio il Signore per
i frutti di questo Anno, che ha prodotto un significativo risveglio di questa
preghiera, semplice e profonda insieme, che va al cuore della fede cristiana ed
appare attualissima di fronte alle sfide del terzo Millennio ed all‟urgente impegno
della nuova evangelizzazione".
Quelle rovine parlano
A Pompei questa attualità è particolarmente evidenziata dal contesto dell‟antica
Città romana sepolta sotto le ceneri del Vesuvio nel 79 dopo Cristo. Quelle rovine
parlano. Esse pongono la decisiva domanda su quale sia il destino dell‟uomo.
Sono testimonianza di una grande cultura, di cui tuttavia rivelano, insieme con le
luminose risposte, anche gli interrogativi inquietanti. La Città mariana nasce nel
cuore di questi interrogativi, proponendo Cristo risorto quale risposta, quale
“vangelo” che salva. Oggi, come ai tempi dell‟antica Pompei, è necessario
annunciare Cristo ad una società che si va allontanando dai valori cristiani e ne
smarrisce persino la memoria. Ringrazio le Autorità italiane per aver contribuito
all‟organizzazione di questo mio pellegrinaggio iniziato dall‟antica Città. Ho
percorso così il ponte ideale di un dialogo certamente fecondo per la crescita
culturale e spirituale. Sullo sfondo dell‟antica Pompei, la proposta del Rosario
acquista il valore simbolico di un rinnovato slancio dell‟annuncio cristiano nel
nostro tempo. Che cosa è infatti il Rosario? Un compendio del Vangelo. Esso ci fa
continuamente ritornare sulle principali scene della vita di Cristo, quasi per farci
“respirare” il suo mistero. Il Rosario è via privilegiata di contemplazione. E‟, per
così dire, la via di Maria. Chi più di Lei conosce Cristo e lo ama?
40
Il carattere contemplativo e cristologico del Rosario
Ne era persuaso il Beato Bartolo Longo, apostolo del Rosario, che proprio al
carattere contemplativo e cristologico del Rosario prestò speciale attenzione.
Grazie al Beato, Pompei è diventata un centro internazionale di spiritualità del
Rosario.. Ho voluto che questo mio pellegrinaggio avesse il senso di una supplica
per la pace. Abbiamo meditato i misteri della luce, quasi per proiettare la luce di
Cristo sui conflitti, le tensioni e i drammi dei cinque Continenti. Nella Lettera
apostolica Rosarium Virginis Mariae ho spiegato perché il Rosario è una preghiera
orientata per sua natura alla pace. Lo è non solo in quanto ce la fa invocare, forti
dell‟intercessione di Maria, ma anche perché ci fa assimilare, con il mistero di
Gesù, anche il suo progetto di pace. Al tempo stesso, con il ritmo tranquillo della
ripetizione dell‟Ave Maria, il Rosario pacifica il nostro animo e lo apre alla grazia
che salva. Il Beato Bartolo Longo ebbe un‟intuizione profetica, quando, al tempio
dedicato alla Vergine del Rosario, volle aggiungere questa facciata come
monumento alla pace. La causa della pace entrava così nella proposta stessa del
Rosario. E‟ un‟intuizione di cui possiamo cogliere l‟attualità, all‟inizio di questo
Millennio, già sferzato da venti di guerra e rigato di sangue in tante regioni del
mondo.
La Vergine del Santo Rosario ci benedica
L‟invito al Rosario che si leva da Pompei, crocevia di persone di ogni cultura
attratte sia dal Santuario che dal sito archeologico, evoca anche l‟impegno dei
cristiani, in collaborazione con tutti gli uomini di buona volontà, ad essere
costruttori e testimoni di pace. Accolga sempre più questo messaggio la società
civile, qui rappresentata da autorità e personalità che saluto cordialmente. Sia
sempre più all‟altezza di questa sfida la comunità ecclesiale pompeiana, che
saluto nelle sue diverse componenti: i sacerdoti e i diaconi, le persone consacrate,
in particolare le Domenicane Figlie del Santo Rosario fondate appunto per la
missione di questo Santuario, i laici. Un grazie sentito a Mons. Domenico
Sorrentino per le calde parole che mi ha rivolto all‟inizio di questo incontro. Un
grazie affettuoso a tutti voi, devoti della Regina del Rosario di Pompei. Siate
“operatori di pace”, sulle orme del Beato Bartolo Longo, che seppe unire la
preghiera all‟azione, facendo di questa Città mariana una cittadella della carità. Il
nascente Centro per il bambino e la famiglia, che gentilmente mi si è voluto
intitolare, raccoglie l‟eredità di questa grande opera. Carissimi Fratelli e Sorelle!
La Vergine del Santo Rosario ci benedica, mentre ci apprestiamo ad invocarla con
la Supplica. Nel suo cuore di Madre deponiamo i nostri affanni e i nostri
propositi di bene15.
Dopo la recita della Supplica, prima di impartire la Benedizione Apostolica conclusiva,
il Santo Padre ha pronunciato le seguenti parole: “Grazie, grazie Pompei. Grazie a tutti i
pellegrini per questa calorosa e bellissima accoglienza. Grazie ai Cardinali e ai Vescovi
presenti. Grazie alle Autorità del Paese, della Regione, della Città. Grazie per
l‟entusiasmo dei giovani. Grazie a tutti. Pregate per me in questo Santuario, oggi e
sempre”.
15
41
APPUNTI STORICO-RELIGIOSI
BREVE STORIA DEL «SANTO ROSARIO»
« Il Rosario della Vergine Maria, sviluppatosi gradualmente nel
secondo Millennio al soffio dello Spirito di Dio, è preghiera amata
da numerosi Santi e incoraggiata dal Magistero. Nella sua
semplicità e profondità, rimane, anche in questo terzo Millennio
appena iniziato, una preghiera di grande significato, destinata a
portare frutti di santità. Essa ben s'inquadra nel cammino
spirituale di un cristianesimo che, dopo duemila anni, non ha
perso nulla della freschezza delle origini, e si sente spinto dallo
Spirito di Dio a «prendere il largo» («duc in altum!») per ridire, anzi
'gridare' Cristo al mondo come Signore e Salvatore, come « la via,
la verità e la vita » (Gv 14, 6), come « traguardo della storia umana,
il fulcro nel quale convergono gli ideali della storia e della
civiltà».16 Il Rosario, infatti, pur caratterizzato dalla sua fisionomia
mariana, è preghiera dal cuore cristologico. Nella sobrietà dei suoi
elementi, concentra in sé la profondità dell'intero messaggio
evangelico, di cui è quasi un compendio.17 In esso riecheggia la
preghiera di Maria, il suo perenne Magnificat per l'opera
dell'Incarnazione redentrice iniziata nel suo grembo verginale. Con
esso il popolo cristiano si mette alla scuola di Maria, per lasciarsi
introdurre alla contemplazione della bellezza del volto di Cristo e
all'esperienza della profondità del suo amore. Mediante il
Rosario il credente attinge abbondanza di grazia, quasi
ricevendola dalle mani stesse della Madre del Redentore ».
Giovanni Paolo II,
Lettera apostolica "Rosarium Virginis Mariae",
16 ottobre 2002
Com‟è nato e come si è sviluppato il Rosario che Pio
XII descrisse come "sintesi di tutto il vangelo, meditazione
dei misteri del Signore, corona di rose e inno di lode"? La
storia è complessa. Alcuni passaggi non sono storicamente
chiari.
Molti sono i Papi che hanno scritto documenti sul
Rosario, a cominciare da Urbano IV (1261-64) fino a
Giovanni Paolo II; ancora di più sono i Papi che, pur non
avendo scritto documenti specifici sul Rosario, hanno
esaltato e raccomandato questa preghiera. Nei documenti
pontifici il Rosario viene fatto risalire a S. Domenico o
comunque si ricorda che i domenicani, per tradizione,
Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et
spes, 45.
17 Cfr Paolo VI, Esort. ap. Marialis cultus (2 febbraio 1974), 42: AAS 66 (1974), 153.
16
42
custodiscono e diffondono questa devozione. Secondo la tradizione sulle origini
del Rosario questa preghiera fu ispirata dalla Madonna a S. Domenico - che ne fu
il primo diffusore - e restaurato dal Beato Alano de la Roche per comando della
Vergine (apparsagli più volte dal 1460 in poi). Al Beato Alano sembra risalire il
racconto secondo cui l'atto di nascita del Rosario sarebbe una precisa apparizione
nella quale la Madonna consegnò nelle mani di S. Domenico la corona del Rosario
(scena che è stata raffigurata da innumerevoli artisti).
Il Rosario si è affermato nei secoli XVI e XVII, diventando una pia abitudine
dei fedeli cattolici. Nel secolo XVIII il Rosario ha conosciuto nuovo slancio ad
opera di uno dei santi più mariani, S. Luigi Grignon de Montfort (1673-1716),
terziario domenicano. Negli ultimi secoli il Rosario è stato protagonista dei due
più importanti cicli di apparizioni mariane: Lourdes (11 febbraio-16 luglio 1858),
dove le apparizioni cominciavano con la recita del Rosario compiuto da S.
Bernadette davanti alla “Signora”, che, per sottolineare ancor più l'importanza di
tale preghiera, si mostrava con una corona del Rosario sul braccio; Fatima (13
maggio-13 ottobre 1917), dove la Vergine, in tutte le apparizioni, ha
raccomandato la recita del Rosario. Alla fine del XIX secolo, per iniziativa del
Beato Bartolo Longo (Pompei), ha preso inizio, a favore del Rosario, un intenso
apostolato, che si è concretizzato nell'edificazione del Santuario di Pompei e in
molteplici attività caritative.
I primi documenti pontifici sul rosario riguardano proprio i privilegi e le
indulgenze concesse da papa Sisto IV a queste confraternite, integrate un po' alla
volta dall'ordine dei frati predicatori. Nel 1521 il domenicano Alberto da Castello
riduce il numero dei misteri scegliendone 15 principali e solo nel 1569, con la
bolla "Consueverunt romani Pontifices", Papa Pio V consacra definitivamente la
pratica del Rosario in questa forma così semplificata, sostanzialmente non
dissimile da quella in uso oggi.
Nel 1572 lo stesso Pontefice, canonizzato nel 1712, istituisce con la bolla
"Salvatoris Domini" la celebrazione liturgica di «Nostra Signora della Vittoria»,
nella convinzione del possente intervento di Maria del Rosario a favore delle forze
navali cristiane contro la flotta turca, distrutta nella battaglia di Lepanto del 7
ottobre 1571. Nell'anno successivo, portando a compimento l'opera del
predecessore, Papa Gregorio XIII con la bolla "Monet Apostolus" istituisce la festa
solenne del Rosario, inserendola nel calendario liturgico alla prima domenica
d‟ottobre.
Salterio della Beatissima Vergine Maria
I monaci nei Monasteri, nelle varie ore del giorno, recitavano il Salterio (i
150 salmi della Bibbia) e la Liturgia delle Ore (più comunemente conosciuta come
il "Breviario") per obbedire all‟invito del Signore Gesù che li richiamava alla
preghiera costante: "Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre,
senza stancarsi (Lc 18,1) e di s. Paolo: "State sempre lieti, pregate
incessantemente, in ogni cosa rendete grazie" (1 Ts 5, 16-18). Nell‟VIII secolo, per
aiutare monaci illetterati e quelli che non conoscevano il latino, si cominciò a
dire: "Chi non è capace di salmodiare reciti dei Pater". I salmi, così, vennero
sostituiti da 150 Padre Nostro.
Ad un certo punto, all‟inizio del XII secolo, si diffonde in Occidente la recita
della prima parte dell‟Ave Maria la cui origine è di alcuni secoli prima. È l‟istinto
della fede che ha condotto i cristiani a comporre l‟Ave Maria: quando è cominciata
la salvezza? Nel momento in cui il Verbo di Dio si fece carne. Dal Vangelo di Luca
43
ricavarono allora le parole che l‟Angelo Gabriele e santa Elisabetta dissero alla
Vergine (cf. Lc 1,28-42). Certamente, come accennato, il saluto angelico era
conosciuto anche prima del XII sec. Ricordiamo che il culto mariano è molto
antico, infatti, la famosa preghiera mariana Sub tuum praesidium risale al III°
secolo e l‟archeologia ha portato alla luce notevoli testimonianze del culto
mariano fin dai primi secoli, ma la novità è la ripetizione della preghiera come
una devota litania. Più tardi, alla fine del XV secolo, si diffonderà l‟uso della
seconda parte dell‟Ave Maria (Santa Maria Madre di Dio...: fu il Concilio di Efeso
del 431 a definire la maternità divina di Maria) con l‟aggiunta del Nome Gesù al
centro delle due parti. Ci si chiese: perché non mettere il Nome di Colui che è
dichiarato Benedetto? S. Paolo, infatti, nella lettera ai Filippesi, afferma che il
Nome di Gesù è al di sopra di ogni altro nome e dinanzi al Quale occorre
prostrarsi (cf Fil 2,10). Le Ave Maria sostituirono i Pater ed ecco quindi la
trasformazione del Salterio biblico in un "salterio semplice", o "salterio mariano",
recitabile da chiunque. Nel XIV secolo il certosino Enrico di Kalkar operò
un‟ulteriore suddivisione del "salterio mariano" dividendolo in 15 decine e
inserendo, tra una decina e l‟altra, il Padre Nostro. Inoltre in quell‟epoca si diffuse
la tradizione che il Rosario fu istituito da S. Domenico, fondatore dell‟Ordine
mendicante dei Domenicani, tradizione - come già detto - portata avanti da Alano
de la Roche, domenicano anch‟egli. Tale tradizione ha buoni motivi di veridicità in
quanto il Rosario si diffuse dal Medioevo in poi grazie all‟Ordine Domenicano che
lo usava per la predicazione e per le missioni popolari. Nel XV secolo,
nell‟ambiente certosino, nasce la proposta di recitare una forma di salterio
mariano ridotta, con 50 Ave Maria, ma a ciascuna di esse era aggiunta una
clausola o specificazione inerente la vita di Gesù. Si cominciò così a meditare sui
misteri evangelici coniugando preghiera vocale e orazione mentale.
Il popolo del Rosario
Grazie all‟ambiente certosino e ai domenicani la pratica si allargò anche a
causa delle confraternite laiche mariane ormai numerose. Tra il popolo, il Rosario
ebbe grande favore e la formula si semplificò ulteriormente nel XVI secolo quando
il domenicano Alberto da Castello (gli storici però discutono su questa paternità)
scelse 15 misteri tra i tanti ormai esistenti della vita di Gesù e Maria
proponendoli alla meditazione e portando il Rosario alla forma moderna che
conosciamo oggi. Un manoscritto del 1501 riportava, come una sintesi storica,
queste parole: "Il Rosario ha avuto la sua origine principale dall‟ordine di S.
Benedetto (in particolare la riforma dei Cistercensi), si è rafforzato con i Certosini,
ultimamente ha preso sviluppo dall‟ordine dei Predicatori (Domenicani)". Lo
"strumento" della corona per pregare, invece, ha un‟origine antica risalente ai
Padri del Deserto del III e IV secolo dopo Cristo, che usavano cordicelle o stringhe
per la preghiera ripetitiva. Un‟altra decisiva tappa per la diffusione della preghiera
mariana fu il 12 settembre 1683, quando il re polacco Giovanni Sobieski
sconfisse a Vienna i Turchi e impedì definitivamente all‟Islam la conquista
dell‟occidente Cristiano. In quest‟occasione il pontefice Innocenzo XI istituì la
festa del “Nome di Maria” il 12 settembre. È importante, inoltre, un accenno al
magistero pontificio degli ultimi decenni. Numerosissimi sono i documenti papali
che riguardano il Rosario e più di ogni altro fu Leone XIII, chiamato il “Papa del
Rosario”, a diffondere tale pratica. Portano la sua firma 12 Lettere encicliche
dedicate alla preghiera mariana. Consacrò ad essa il mese di ottobre ed il suo
44
impegno in questo senso fu per aiutare i cristiani a "superare l‟avversione al
sacrificio e alla sofferenza ponendo la propria fede e il proprio sguardo sulle
sofferenze di Cristo; l‟avversione alla vita umile e laboriosa si supera da parte del
cristiano meditando sull‟umiltà del Salvatore e di Maria; l‟indifferenza verso i
misteri della vita futura e l‟attaccamento ai beni materiali si guariscono
meditando e contemplando i misteri della gloria di Cristo, di Maria e dei santi"18.
Pio XII scrisse l‟enciclica Ingruentium malorum, del 15 settembre 1951, con l‟invito
a confidare nella Vergine soprattutto nei momenti più difficili e a recitare il
Rosario per custodire la concordia in famiglia, per far crescere le virtù cristiane,
per implorare la pace, il rispetto dei diritti della Chiesa e per ottenere conforto ai
malati e ai diseredati. Il Beato Giovanni XXIII fece del Rosario parte integrante
della sua spiritualità, cosi come Paolo VI che, nella Marìalis cultus (2 febbraio
1974), descrive gli elementi costitutivi dei Rosario ripresi anche nella Rosarium
Virginis Mariae da Giovanni Paolo II: il Rosario come compendio del Vangelo,
come preghiera contemplativa e cristologica.
2002 - 2003: Anno Santo del Rosario
Papa Giovanni Paolo II, il 16 ottobre 2003, all'inizio del XXV anniversario
del suo pontificato, scrisse una Lettera Apostolica per rilanciare il Rosario ed ha
indette un "Anno del Rosario" dall'ottobre del 2002 all'ottobre del 2003. «Proclamo
l'anno che va dall'ottobre 2002 all'ottobre 2003 "Anno del Rosario". Lo faccio non
soltanto perché questo anno è il venticinquesimo del mio pontificato, ma anche
perché ricorre il centoventesimo anniversario dell'Enciclica Supremi apostolatus
officio, con la quale, il 1° settembre 1883, il mio venerato predecessore, il Papa
Leone XIII, dette inizio alla pubblicazione di una serie di documenti dedicati
proprio al Rosario. C'è poi un'altra ragione: nella storia dei Grandi Giubilei vigeva
la buona usanza che, dopo l'Anno Giubilare dedicato a Cristo e all'opera della
Redenzione, ne venisse indetto uno in onore di Maria, quasi implorando da Lei
l'aiuto per far fruttificare le grazie ricevute». Giovanni Paolo II aggiunge: «Per
l'esigente, ma straordinariamente ricco compito di contemplare il volto di Cristo
insieme con Maria, vi è forse strumento migliore della preghiera del Rosario?
Dobbiamo però riscoprire la profondità mistica racchiusa nella semplicità di
questa preghiera, cara alla tradizione popolare. Questa preghiera mariana nella
sua struttura è, in effetti, soprattutto meditazione dei misteri della vita e
dell'opera di Cristo. Ripetendo l'invocazione dell'"Ave Maria", possiamo
approfondire gli eventi essenziali della missione del Figlio di Dio sulla terra, che ci
sono stati trasmessi dal Vangelo e dalla Tradizione. Perché tale sintesi del
Vangelo sia più completa e offra una maggiore ispirazione, nella Lettera
apostolica Rosarium Virginis Mariae ho proposto di aggiungere altri cinque misteri
a quelli attualmente contemplati nel Rosario, e li ho chiamati "misteri della luce".
Essi comprendono la vita pubblica del Salvatore, dal Battesimo nel Giordano fino
all'inizio della Passione. Questo suggerimento ha lo scopo di ampliare l'orizzonte
del Rosario, affinché sia possibile a chi lo recita con devozione e non
meccanicamente penetrare ancor più a fondo nel contenuto della Buona Novella e
conformare sempre più la propria esistenza a quella di Cristo».
18
Nuovo Dizionario di Mariologia, voce Rosario, p.1209.
45
BREVE STORIA DELL’«ANGELUS DOMINI»
L’origine tra tradizioni e documenti.
L‟antifona mariana dell‟Angelus Domini
raggiunge l‟attuale formulazione verso il
XVI secolo. In epoche lontane era
conosciuto e riconosciuto, seppure in
forme diverse, come la “Preghiera della
pace”. Nei territori di lingua tedesca si
esprimeva con la frase idiomatica
“suonare per la pace” (pro pace schlgane).
Va ricordato che, ad ogni modo, fin dagli
inizi l‟Angelus fu una preghiera mariana
ed esclusivamente serale. Poi si cominciò
a recitarla anche al mattino e per ultimo
a mezzogiorno.
Secondo alcune tradizioni, che però non trovano riscontri in documenti
attendibili, la preghiera dell‟Angelus viene fatta risalire a Urbano II (Papa tra il
1088 e il 1099) che l‟avrebbe prescritto nel Concilio di Clermont per impetrare
dalla Vergine Santa grazie per le crociate. Altri studiosi ascrivono il merito
dell‟Angelus a Gregorio IX (Papa tra il 1227 e il 1241). Si tratta di una tesi che
trova molti appigli, anche tipo archeologico (iscrizioni nelle campane dell‟epoca)
soprattutto in Germania, con l‟abitudine del suonare le campane durante
l‟elevazione nella Messa e all‟ora dell‟Angelus serale.
Ad ogni modo la prima menzione certa dell‟Angelus serale si trova negli atti
del Capitolo generale dei Frati Minori di Pisa (1263). In una “Cronica” si legge:
“Nel Capitolo generale di Pisa fu stabilito che i frati nei loro discorsi esortassero il
popolo alla Salutazione Angelica, al segno della campana che si dà dopo la
compieta, perché si ritiene che in quest‟ora Maria sua stata saluta dall‟Angelo”.
Nel Medioevo, infatti, era opinione diffusa che il Verbo si fosse incarnato nelle ore
vespertina.
Nel XIII, a Milano, per opera di Frati Minori agli Umiliati si diffuse la devota
usanza di dar con la campana il segno dell‟Ave Maria (“qui primo fecit pulsari
campanas ad Ave Maria Mediolani et in Comitatu”). E così accade in molte altre
regioni dell‟Europa. Gli studiosi sono tutti concordi nel dire che senza possibilità
di errore il suono vespertino dell‟Angelus si può datare nei primi anni del
trecento. In Ungheria un documento dei vescovi, del 1307, raccomandava ai fedeli
di recitare la sera tre Ave Maria quando sentissero suonare “ad instar
tintinnabuli”. A Francoforte sul Meno, nel 1317, i Frati Capitolari adottarono l‟uso
del suono dell‟Ave Maria la sera. Nel secolo XIV negli Statuti della città di Lucerna
era proibito il ballo dopo l‟Ave Maria della sera.
L’Angelus arriva a Roma. Il celebre mariologo tedesco Joseph Anton Binterim19
asserisce che Giovanni XXII (Papa tra il 1313 e il 1334) lodò l‟uso in vigore presso
alcune chiese francesi di suonare la preghiera della sera e concesse indulgenze a
chi, a quel suono, recitasse in ginocchio tre Ave Maria. Nove anni più tardi, lo
stesso Giovanni XXII, introdusse la devota usanza anche a Roma. L‟usanza si
diffuse rapidamente, in Italia e in tutta Europa, senza una regola costante e
19
Nato il 19 settembre 1779, Düsseldorf. Morto 17 maggio 1855, Düsseldorf-Bilk.
46
perciò la recita delle tre Ave Maria al suono dell‟Angelus variava da regione a
regione. In Inghilterra si suonava alle ore 18, a Parigi, fino al XV secolo, alle
ventuno.
L’Angelus
del
mattino.
In
un
documento della città di Parma (Chronica
Parmensis), il più antico pervenuto fino a
noi, si legge che nel 1317 era cominciata
l‟usanza di suonare tre volte le campane
al mattino e che il vescovo aveva imposto
ai fedeli di recitare, a quel suono, tre
Pater e tre Ave Maria. Il Sinodo di Lavaur
(1368)fa obbligo ai parroci, sotto pena di
scomunica, di far suonare le campane al
mattino come alla sera. Le testimonianze
e documenti simili sono interminabili e
tutti consentono di affermare che verso la
metà del XV secolo, anche l‟Angelus del
mattino era divenuto di uso generale in
tutta Europa. S. Antonio di Firenze nella
“Summa” conferma la notizia in modo dettagliato
L’Angelus del mezzogiorno. Questa usanza fu introdotta molto più tardi e
sembra che abbia avuto origini in Francia. Un documento del 1460 parla infatti di
un legato testamentario fondato a Le Puy perché si prevedesse al suono dell‟Ave
Maria tre volte al giorno. Prima, le campane a mezzogiorno si suonavano
ugualmente, ma per altri scopi. Tra questi, predominante era quello di impetrare
particolare protezione contro i Turchi che allora minacciavano l‟Europa. Numerosi
ed esaurienti sono i decreti pontifici, promulgati allo scopo di raccomandare ai
fedeli questa intenzione. In Francia le prescrizioni pontificia veniva eseguite con
una variante: tre Ave Maria recitate per la pace. Questo particolare spiega come
in questa nazione, prima che altrove, il suono delle campane a mezzogiorno sia
servito ad indicare l‟ora dell‟Angelus. In Italia l‟Angelus del mezzogiorno fu indotto
ad Imola nel 1506 e San Carlo Borromeo ne parla nella “Istruzioni per i
predicatori”. In Inghilterra fu introdotto sotto il pontificato di Sisto V (Papa tra il
1471 e il 1484), su richiesta della moglie di Enrico VII, la regina Elisabetta. In
Germania l‟Angelus del mezzogiorno arrivò con un po‟ di ritardo, poiché i
protestanti accusavano i cattolici di “eccessivo culto” a Maria.
La formula attuale. San Pio V (Papa tra il 1566 e il 1572), nell‟Ufficio piccolo
della Madonna concessi indulgenze a coloro che recitassero l‟Angelus, ma in
realtà il triplice suono quotidiano dell‟Angelus non raggiunse la completa
diffusione se non sotto il pontificato di Benedetto XIII (Papa tra il 1724 e il 1730),
quando pure venne adottata in tutta la Chiesa la formula unica della preghiera
dell‟Angelus quale oggi è universalmente conosciuta. Il più antico documento
finora conosciuto che racchiude l‟Angelus secondo la formula attuale, è un
catechismo stampato a Venezia nel 1560. In esso si legge che Paolo III aveva
concesso, per Napoli, un‟indulgenza a chi praticasse il pio esercizio.
Oggi, nel mondo, l‟Angelus (o il Regina Coeli tra Pasqua e la Pentecoste),
giustamente, si associa al Papa e all‟appuntamento dominicale con il suo
magistero, quando a mezzogiorno, a Roma o a Castel Gandolfo, si affaccia sulla
finestra del Palazzo apostolico.
47
BREVE STORIA DELL’«AVE MARIA»
20
L‟Ave Maria, come oggi la recitiamo, non fu una composizione spontanea, ma il
risultato di una lenta e secolare elaborazione.
Nella liturgia greca e latina
Benché la Salutazione Angelica (prima parte dell‟Ave), si riscontri nella Liturgia
Greca e Latina fin da tempi antichissimi, ciò non autorizza a credere che fosse fin
d‟allora di uso popolare. Non si può d‟altra parte negare che anche in quei tempi
esistessero fedeli che fossero soliti salutare Maria con le parole dell‟Arcangelo
Gabriele.
S. Giovanni Damasceno nel discorso della festa dell‟Annunciazione: “Eleviamo
noi pure oggi la nostra voce e con accenti pieni d‟amore e d‟esultanza diciamo alla
gloriosissima e di luce apportatrice Madre del nostro Dio e Salvatore: Ti saluto
piena di grazia, il Signore è teco, tu sei benedetta fra le donne, e benedetto il
frutto del ventre tuo”.
In un altro discorso sull‟Annunciazione attribuito a S. Atanasio e che molto
probabilmente risale ad epoca posteriore, si legge questo saluto rivolto alla
Madonna: “Ti saluto piena di grazia, il Signore è teco. Intercedi per noi, o Donna e
Signora, Regina e Madre di Dio, perché tu sei nata dalla nostra stirpe e da te è
nato il Dio incarnato”.
Presso i Latini, la pratica generale della Salutazione Angelica non s‟incontra
prima del XII secolo. Fatto dimostrato da erudita trattazione di Jean Mabillon.
Il Mabillon basò la propria tesi sul fatto che, né nelle raccomandazioni dei Vescovi
al popolo di pregare, né nei vari manuali di pietà, né nei documenti ecclesiastici
anteriori al dodicesimo secolo, non si trova cenno all‟Ave Maria.
Dell‟Ave non parla S. Eligio, vescovo di Noyon, morto nel 660, che nelle sue
pastorali si limita a dire: “Recitate il Credo e l‟Orazione del Signore con fede e
devozione”. Ugualmente parlano solo del Credo e del Pater la lettera del
Venerabile Beda ad Egberto, il libricino di pietà dell‟abate Pirminio, fondatore
d‟illustri monasteri, i Decreti Sinodali del vescovo Ato di Basilea. Anche nelle
pagine del manuale di pietà che fu usto da Emma, moglie di re Lotario, si trova
solo il Credo e il Pater; l‟Ave manca, come pure manca nei manuali di pietà in
lingua volgare.
Nelle Costituzioni dei Certosini scritte intorno al 1100, si raccomanda molto ai
frati illetterati la recita del Pater, mai una parola dell‟Ave. Come pure non se ne
parla nelle regole dei Templari, né degli Umiliati, né nelle primitive regole dei
Carmelitani e dei Minoriti.
Prima diffusione dell’Ave Maria
Alla fine del secolo undicesimo, all‟inizio del dodicesimo si comincia a far sentire
la diffusione dell‟Ave Maria. S. Pier Damiani, morto nel 1072, in una sua opera
porta l‟esempio di un giovane prete che era solito recitare davanti ad un‟immagine
della Madonna questa preghiera: “Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum,
benedica tu in mulieribus”. Così pure Erimanno di Tournay narra che Ada,
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Nota di Fernando Bea. RV – Studio 76, Anno XV, 3 maggio 1971.
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moglie del conte Teodorico, benefattrice del monastero di Lescy in Hennegau,
vissuta tra l‟XI e il XII secolo, era solita recitare sessanta volte al giorno la
formula della Salutazione Angelica. Nello stesso scritto di Erimanno si legge che
Ada insegnò la prima parte dell‟Ave al nipote Goswino che, a sua volta, la
raccomandò ai soldati prima del combattimento.
Il primo documento in cui si trova esplicito accenno all‟Ave Maria, risale al 1196.
È un Decreto di Oddone vescovo di Parigi, nel quale si fa obbligo ai sacerdoti di
esortare i fedeli alla recita domenicale del Credo, del Pater, della Salutazione
Angelica.
Il Concilio di Beziers del 1246, ordina che i fanciulli dopo i sette anni siano
condotti in chiesa per apprendere a recitare il Pater, il Credo e l‟Ave.
Così negli Statuti Sinodali di Le Mans del 1247 s‟impone ai parroci d‟insegnare ai
fanciulli il Pater, l‟Ave, il Credo. Disposizione confermata nei Concili di Alby nel
1245, di Valenza nel 1255, di Norwich nel 1257, di Rouen nel 1287, di Lüttich nel
1287.
I religiosi non rimasero indietro ai laici nel dimostrare la loro adesione alla recita
di questa preghiera. I Cistercensi e i Premostratensi, fin dai primi anni del XII
secolo, imposero nelle loro comunità di dire nelle preghiere per la mensa l‟Ave
immediatamente dopo il Pater.
Nel 1266 il Capitolo Generale dei Domenicani, radunato a Treviri, stabilì l‟obbligo
giornaliero di recitare il Pater con la recita dell‟Ave Maria. È da notare però che
anche prima di questa data i Domenicani erano soliti recitare prima e dopo
l‟Ufficio della B. Vergine la “Salutazione Angelica”.
Elaborazione del testo
Anticamente l‟Ave terminava con le parole “ventris tui”. La prima aggiunta fu
quella del nome di Gesù, seguito dall‟appellativo di “Christus”. Molti autori, come
il Mabillon, l‟Esser ed il Beissel ritengono questa aggiunta essere avvenuta per
intervento di papa Urbano IV (1261-64).
A tale proposito l‟Esser scrive: “Già Urbano IV, lo stesso che istituì la festa del
Corpus Domini, affidandone la composizione del relativo Officio a S. Tommaso
d‟Aquino, aggiunse al saluto di Elisabetta le parole – Jesus Christus, Amen –
concedendo anche per tale aggiunta indulgenze”.
Queste e numerose altre testimonianze vi sono riguardo alle indulgenze poste da
Urbano IV e Giovanni XXII, sebbene ricerche ulteriori sembrano far vacillare la
tesi del Mabillon.
Studi più completi e recenti hanno accertato, infatti, che, nella lunga e ricca serie
di documenti pontifici, non si è trovato quello riguardante la suddetta indulgenza.
Le sole indulgenze che risultino concesse da papa Giovanni XXII sono di dieci
giorni ciascuna e sono per la recita dell‟Ave Maria al suono delle campane della
sera.
È inoltre da osservare che il nome di Gesù veniva già invocato nell‟Ave Maria dal
B. Amedeo, discepolo di San Bernardo, molti anni prima di Urbano IV e che dopo
questo Pontefice, molti ancora recitavano l‟Ave senza l‟aggiunta della parola
“Jesus”. Questo sembrerebbe strano se, veramente ci fosse stata una precisa
ingiunzione da parte dell‟Autorità ecclesiastica.
La seconda parte con cui termina l‟Ave Maria, fece la sua prima comparsa, o
integra o in parte, tra il 1300 e il 1400 in numerose ed ispirate perifrasi che della
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Salutazione scrissero allora i poeti in lingua volgare. Possediamo molti esempi di
tali composizioni poetiche.
Si può dire che, in definitiva, queste composizioni non sono che l‟ampliamento
poetico dell‟invocazione che, già da secoli, la Chiesa diceva nelle Litanie dei Santi:
Sancta Maria, ora pro nobis! Ancora non si era giunti a specificare il tempo per il
quale si chiedeva lo speciale ausilio della Madonna.
È nel secolo XV che l‟invocazione, sempre negli scritti popolari, comincia ad
avvicinarsi alla forma completa. In un libro del 1477 edito a Vicenza, che
raccoglie le laudi di un poeta veneziano, vi sono parafrasi della Salutazione
Angelica delle quali due specialmente meritano d‟esser ricordate.
La prima che comincia con
“Ave dei cieli sancta Imperatrice”
Si chiude con i versi:
“Jesus pro nobis santa Maria adora che ne socorra nunc et mortis hora.”
L‟altra è una specie di composizione, di scarso valore poetico, che in anagramma
dà l‟intera Ave Maria della quale manca solo la parola “peccatoribus”. Siamo nella
seconda metà del 1400 ed è da notare che prima che arrivasse questa forma alla
universale approvazione, ci vorrà più di un secolo.
Riconoscimento ufficiale
. Nell‟anno 1549 la seconda parte dell‟Ave Maria, cioè il Sancta Maria, non doveva
ancora essere stata presa in adozione ufficiale dalla Chiesa, se al Sinodo di
Magonza avvenuto in quell‟anno, si prescriveva ai fedeli la recita obbligatoria
dell‟Ave ed a questo scopo se ne esponeva per iscritto la formula con esclusione
del “Sancta Maria”.
Solo verso la metà del XVI secolo comincia a diffondersi l‟uso di aggiungere alla
Salutazione dell‟Angelo il “Sancta Maria” fino all‟ “ora pro nobis peccatoribus”. Ce
ne da prova il Catechismo di S. Pietro Canisio, stampato nel 1563, riportante
l‟Ave Maria nella forma su citata.
Fu papa S. Pio V che nel 1568 diede la suprema sanzione alla salutazione
angelica completata dal Sancta Maria. Infatti promulgando in quello stesso anno
il nuovo Breviario Riformato, faceva obbligo a tutti i sacerdoti di cominciare la
recita dell‟Offizio con un Pater ed un Ave, come ora si recita.
Ma prima che le particolari abitudini dei fedeli cedessero il campo alle
disposizioni pontificie ci volle non meno di mezzo secolo dopo la morte di quel
Papa. Solo verso la metà del secolo XVIII l‟Ave Maria, come oggi la conosciamo,
entrò in uso universale presso i fedeli.
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Supplica alla Madonna di Pompei
del Beato Bartolo Longo
La supplica alla Madonna di Pompei è una pratica devozionale che viene recitata l'8
maggio e la prima domenica di ottobre davanti all'immagine della Madonna di
Pompei. Il testo della supplica ha subito diversi ritocchi, anche per depurarla degli
aspetti più strettamente collegati alla spiritualità di fine Ottocento. La supplica è
stata seguita nel tempo anche dai media radiotelevisivi. Negli anni '50 la Radio
Vaticana, in collegamento con le radio nazionali di molti paesi (anche la RAI) aveva
il duplice collegamento annuale.
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
O Augusta Regina delle Vittorie, o Sovrana del Cielo e della Terra, al cui nome si
rallegrano i cieli e tremano gli abissi, o Regina gloriosa del Rosario, noi devoti figli
tuoi, raccolti nel tuo Tempio di Pompei, (in questo giorno solenne), effondiamo gli
affetti del nostro cuore e con confidenza di figli ti esprimiamo le nostre miserie.
Dal Trono di clemenza, dove siedi Regina, volgi, o Maria, il tuo sguardo pietoso,
su di noi, su le nostre famiglie, su l'Italia, su l'Europa, sul mondo. Ti prenda
compassione degli affanni e dei travagli che amareggiano la nostra vita. Vedi, o
Madre, quanti pericoli nell'anima e nel corpo, quante calamità ed afflizioni ci
costringono.
O Madre, implora per noi misericordia dal Tuo Figlio divino, e vinci con la
clemenza il cuore dei peccatori. Sono nostri fratelli e figli tuoi che costano sangue
al dolce Gesù e contristano il tuo sensibilissimo Cuore. Mostrati a tutti quale sei,
Regina di pace e di perdono.
Ave Maria.
E' vero che noi, per primi, benché tuoi figli, con i peccati torniamo a crocifiggere
in cuor nostro Gesù e trafiggiamo nuovamente il tuo cuore.
Lo confessiamo: siamo meritevoli dei più aspri castighi, ma tu ricordati che, sul
Golgota, raccogliesti, col Sangue divino, il testamento del Redentore moribondo,
che ti dichiarava Madre nostra, Madre dei peccatori.
Tu dunque, come Madre nostra, sei la nostra Avvocata, la nostra speranza. E noi,
gementi, stendiamo a te le mani supplichevoli, gridando: Misericordia!
O Madre buona, abbi pietà di noi, delle anime nostre, delle nostre famiglie, dei
nostri parenti, dei nostri amici, dei nostri defunti, soprattutto dei nostri nemici, e
di tanti che si dicono cristiani, epppur offendono il Cuore amabile del tuo
Figliuolo. Pietà oggi imploriamo per le Nazioni traviate, per tutta l'Europa, per
tutto il mondo, perché pentito ritorni al tuo Cuore.
Misericordia per tutti, o Madre di Misericordia!
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Ave Maria
Degnati benevolmente, o Maria, di esaudirci! Gesù ha riposto nelle tue mani tutti
i tesori delle Sue grazie e delle Sue misericordie.
Tu siedi, coronata Regina, alla destra del tuo Figlio, splendente di gloria
immortale su tutti i Cori degli Angeli. Tu distendi il tuo dominio per quanto sono
distesi i cieli, e a te la terra e le creature tutte sono soggette. Tu sei l'onnipotente
per grazia, tu dunque puoi aiutarci. Se tu non volessi aiutarci, perché figli ingrati
ed immeritevoli della tua protezione, non sapremmo a chi rivolgerci. Il tuo cuore
di Madre non permetterà di vedere noi, tuoi figli, perduti. Il Bambino che vediamo
sulle tue ginocchia e la mistica Corona che miriamo nella tua mano, ci ispirano
fiducia che saremo esauditi. E noi confidiamo pienamente in te, ci abbandoniamo
come deboli figli tra le braccia della più tenera fra le madri, e, oggi stesso, da te
aspettiamo le sospirate grazie.
Ave Maria
Chiediamo la benedizione a Maria.
Un'ultima grazia noi ora ti chiediamo, o Regina, che non puoi negarci (in questo
giorno solennissimo). Concedi a tutti noi l'amore tuo costante e in modo speciale
la materna benedizione.
Non ci staccheremo da te finché non ci avrai benedetti. Benedici, o Maria, in
questo momento il Sommo Pontefice. Agli antichi splendori della tua Corona, ai
trionfi del tuo Rosario, onde sei chiamata Regina delle Vittorie, aggiungi ancor
questo, o Madre: concedi il trionfo alla Religione e la pace alla umana Società.
Benedici i nostri Vescovi, i Sacerdoti e particolarmente tutti coloro che zelano
l'onore del tuo Santuario. Benedici infine tutti gli associati al tuo Tempio di
Pompei e quanti coltivano e promuovono la devozione al Santo Rosario.
O Rosario benedetto di Maria, Catena dolce che ci riannodi a Dio, vincolo di
amore che ci unisci agli Angeli, torre di salvezza, negli assalti dell'inferno, porto
sicuro nel comune naufragio, noi non ti lasceremo mai più?
Tu ci sarai conforto nell'ora di agonia, a te l'ultimo bacio della vita che si spegne.
E l'ultimo accento delle nostre labbra sarà il nome tuo soave, o Regina del Rosario
di Pompei, o Madre nostra cara, o Rifugio dei peccatori, o Sovrana consolatrice
dei mesti.
Sii ovunque benedetta, oggi e sempre, in terra e in cielo. Amen.
Salve Regina.
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Una parte importante di questo testo attinge informazioni pubbliche da numerosi fonti, in
particolare online. Nella redazione del libretto sono state utilizzate informazioni prelevate
da:
SITI WEB
www.santuario.it
http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/travels/sub_index2003/trav_pompei-2003_it.htm
http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/travels/sub_index1979/trav_pompei-napoli_it.htm
http://www.chiesacattolica.it/cci_new/diocesi/pompei.html
http://www.pompei.it/categoria/santuario.htm
http://www.evangelizatio.org/portale/spiritualita/preghiera/rosario/rosario04.html
http://www.domenicani.net/storia_rosario.htm
http://it.wikipedia.org/wiki/Rosario
http://www.acquaviva2000.com/storia%20del%20rosario.htm
http://www.kattoliko.it/leggendanera/modules.php?name=News&file=article&sid=867
http://209.85.135.104/search?q=cache:Vg3wsZHoLZEJ:www.vascon.net/index_file/storiarosario.pdf+storia
+del+rosario&hl=it&ct=clnk&cd=4&gl=it
http://introiboadaltaredei.wordpress.com/2007/04/16/breve-storia-del-s-rosario-della-vergine-maria/
TESTI
-
Storia del Santuario di Pompei» di Bartolo Longo. Napoli, 2002.
-
Marianna Farnararo, articolo di Antonio Borrelli (Avvenire, 14 dicembre 2006).
-
Ada Ignazzi, “Marianna Farnararo, contessa De Fusco” (Edizione Laterza, Bari, 2004).
-
Ente Parco Nazionale del Vesuvio Riserva Mondiale di Biosfera del MAB UNESCO
-
Nuovo Dizionario di Mariologia, voce Rosario, p.1209.
-
Nota di Fernando Bea. RV – Studio 76, Anno XV, 3 maggio 1971.
-
Wikipedia - Inglese, italiano e francese
-
Monticone Agostino, I quindici sabati della Madonna di Pompei, San Paolo Edizioni, 1995.
-
Vitolo Bernardino - Buondonno Enrico, Alla Madonna di Pompei. «Canto del rosario».
Editore: Pontificio Santuario Pompei
-
Auletta Gennaro, Bartolo Longo. Le bienheureux, Editore: Pontificio Santuario - Pompei
-
Enciclopedia D'Agostini, Italia, 2003
-
Treccani, Città d'arte, Pompei, 2008.
Si ringrazia gli autori dei testi.
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Il pellegrinaggio di Benedetto XVI