Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link Il fuoco dell’agio di Tommaso Bucciarelli 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link Capitolo 1 L’arrivo all’Ordine Perfectville viveva la sua giornata più bella dell’anno. Faceva caldo, ma non troppo. Il cielo era sereno, e una leggera brezza accarezzava la cittadina come il soffio di una mamma sul viso del suo neonato. La mappatura regolare delle strade stranì l’ambasciatore che veniva dal sud: “Non c’è una maledetta curva in questo postaccio!”, bofonchiò l’omone grattandosi la lunga barba grigia mentre teneva la testa fuori dalla carrozza in movimento trainata da cavalli. Perfectville si presentava al visitatore come era suo solito apparire: era la capitale dello Stato dell’Ordine, ed era ubicata esattamente al centro del Paese. In tempi remoti erano stati fatti calcoli di una esasperante precisione, atti a determinare da quale punto si dovesse partire per costruire la città. La Storia dell’Ordine La Storia narra di due gemelli che percorsero i confini dello Stato a piedi, partendo dal sud ed in direzioni opposte, per poi rincontrarsi al nord. (La storia del luogo non approfondisce come tali confini fossero stati definiti. Essi v’erano già prima della nascita della capitale. E questo è un punto sul quale non torneremo). I due gemelli camminarono per mesi senza mai fermarsi. I passi erano il motivo per il quale erano partiti: dovevano misurare lo Stato, quindi ogni mille passi lasciavano un segno di modo che, nel caso avessero perso il conto o si fossero dovuti allontanare per urgenze di qualsiasi tipo, avessero un punto dal quale ripartire. Instancabili, i due mangiavano e bevevano camminando. La gente che incontravano era per lo più cordiale e socievole. Loro no. Si nutrivano di quel che la terra o gli abitanti dei paesini che attraversavano gli offrivano. Naturalmente non ringraziavano mai. È naturale per chi conosce le usanze dello Stato dell’Ordine, dove dire “grazie” è una perdita di tempo. Le cose si fanno perché si deve, nell’Ordine. Questo però non era ancora lo stato delle cose, in quello Stato, all’ordine dei tempi. Ho forse creato confusione? 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link Sta di fatto che allora ringraziare era ancora cosa gradita. Furono loro, i gemelli, ad avviare il processo che estinse il “grazie”. Si chiamavano Precisino e Freddino, ed erano ovviamente figli della stessa madre, ma di padre incerto. Il loro cognome fu preso come sostantivo per l’unità di misura nazionale. Al compimento della missione infatti, i due sommarono i passi dell’uno con quelli dell’altro, stabilendo che lo Stato dell’Ordine avesse un perimetro di-non-so-quanti Giusto-passi. In poco tempo, ed in maniera alquanto misteriosa, i fratelli Giusto raggiunsero il potere. Con caratteristiche diverse, ma figlie dello stesso ideale, governarono a turno lo Stato. Chi governava era chiamato Primer, l’altro era chiamato Opposter, ma questa era una legge esistente da prima della loro elezione. Venivano eletti in maniera democratica: si poteva votare solo per uno o per l’altro. Ogni due anni si tenevano le elezioni e la propaganda dell’uno e dell’altro durava due anni. Su questa legge s’appoggiarono tramite il loro genitore, che fu Primer. La gente credeva a quello che i due promettevano, anche se non riuscivano quasi mai a mantenere gli impegni. Questo perché si dovevano continuamente difendere dalle calunnie che l’uno subiva dall’altro e che l’altro subiva dall’uno. Ma il popolo comprendeva la difficoltà dei governanti e continuava a sperare che i problemi della fame, del lavoro, della sanità e dell’istruzione venissero risolti nella legislatura seguente. Precisino e Freddino in realtà non si odiavano, anche se erano perennemente in competizione. In fin dei conti erano due gemelli che si spartivano un giochino. La pensavano alla stessa maniera su tutto, anche se fingevano di essere completamente diversi. Riuscivano a proporre lo stesso provvedimento mascherandolo. Ben presto lo Stato si divise in due nette correnti politiche differenti: quella del Qua e quella del Là. Precisino era di Qua e Freddino di Là. Una delle prime riforme portate a compimento fu l’abrogazione delle curve. Precisino la presentò alla Stanza del Bisbiglio nei primi tempi della sua democratica reggenza come Amministratore del Bisbiglio. “Se si curva ci si piega, se ci si piega si cade”. Questo lo slogan. L’Opposter fu chiaro: “È assurdo quel che dice il Primer, non vuole che ci si pieghi per non cadere, quando sappiamo tutti che il pericolo del piegarsi è quello dello spezzarsi, che è una conseguenza ovvia. Io dico no alle curve”. Le curve vennero così abolite nel mandato successivo, quello di Freddino. Un lavoro estenuante per i poveri addetti alla manutenzione delle strade, che dovettero distruggere tutte le curve sostituendole con angoli più o meno ottusi. Durante i primi mesi dell’era senza curve, gli incidenti furono innumerevoli: le carrozze uscivano fuori strada molto spesso e le morti di giovani alla guida di queste vetture erano tantissime. Fu il primo, vero, immenso successo di Freddino: “Lo avevo detto, le curve erano da abolire. Rifare le strade ha portato lavoro e occupazione. Si è guadagnato anche in educazione stradale: ora tutti devono andare più lentamente, in modo da non mettere a rischio la propria vita. Alle volte è nella difficoltà che si trova la giusta via”. Il popolo fu entusiasta: più lavoro e più sicurezza con una sola mossa. La città di Perfectville venne quindi costruita seguendo questa concezione. Guardandola dall’alto era un’interminabile incastro di quadrati e rettangoli, con qualche raro triangolo sparso. I Giusto promulgarono in seguito anche altre leggi; tra le più importanti c’era quella dell’istruzione mirata: i figli dovevano crescere studiando il lavoro del padre e, obbligatoriamente, dovevano scegliere se seguire le orme del genitore ereditandone il mestiere o, ove ce ne fosse stato bisogno e possibilità, fare domanda per un posto da impiegato statale. Si presentò però il problema delle donne, inadatte a determinati tipi di lavoro del genitore. Troppo esili, con un ciclo mensile che le debilitava per alcuni giorni o, quando questo spariva, con la noia della maternità. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link “Le donne non lavoreranno mai più. Sarà l’uomo, con il sudore della fronte a mantenere la razza femminina, portando a casa i soldi necessari affinché lei possa adempiere ai doveri di una buona moglie o figlia”, sentenziò Freddino, in un momento in cui era lui il Primer. La replica di Precisino non tardò: “Le donne hanno il diritto al lavoro, come chiunque altro. Propongo che vengano retribuite per legge dai loro mariti, a compensare il lavoro che faranno in casa. Saranno così realizzate e utili alla società, senza dover imparare altri mestieri se non quelli casalinghi”. Fu così che durante il mandato di Precisino le donne smisero di lavorare al di fuori della casa. La storia ha naturalmente dei punti che si mescolano alla leggenda; fatti improbabili che sono divenuti parte di un qualcosa che è più serio. È infatti impensabile per chi conosce l’Ordine, credere che in questo posto non sia mai stata utilizzata la parola “grazie”. La carrozza con il delegato a bordo sobbalzò, facendo imprecare l’omone grassoccio. Poi si ricompose assumendo nuovamente l’aria bonaccia che lo contraddistingueva. “Buon uomo, cerchi di non prender buche, per gentilezza. La panca sulla quale mi siedo è dura alquanto e non ci siamo mai fermati. Mai, per tutto il lungo viaggio!”. Il cocchiere, che era partito il giorno prima da una cittadina al confine con lo Stato dell’ambasciatore, e che quindi era dell’Ordine, non si voltò quando rispose con sufficienza: “A Perfectville non ci sono buche, straniero”. Poi trangugiò un qualche liquido da una bottiglietta grigia. L’omone cacciò nuovamente la testa fuori dal finestrino e guardò curioso indietro cercando cosa avesse causato lo scossone. Notò un bastone molto grande in terra. Era sicuramente stato quello! Poi vide i cespugli del giardino di una delle case lungo la strada muoversi. Guardò nuovamente il bastone e rimase stupito quando vide un uomo in divisa che lo raccoglieva per metterlo su un calesse. La strada era nuovamente pulita. “Non si può dire che non si diano da fare”, pensò, sussurrandolo appena mentre si lisciava la barba e abbozzava un sorriso. Voltarono a destra ed egli tornò a curiosare. Le case che vedeva in città erano tutte identiche. Poche tonalità differenziavano le mura color crema l’una dall’altra. Un giardino circondava le villette che avevano tutte i tetti neri; c’era una piccola stalla in tutti i giardini grazie alla quale, verificando la presenza del cavallo, si poteva intuire se il padrone della villa fosse o no in casa. Infatti solo gli uomini potevano cavalcare, alle donne non era concesso; quindi, per uscire a fare spese si dovevano prenotare il giorno prima dal capo-facchino di zona, che passava lentamente e continuamente tutto il giorno e tutti i giorni nel quartiere di sua competenza, segnando i servizi che le donne da sole non potevano fare per il giorno successivo, e per le quali lo Stato aveva messo a disposizione giustappunto dei facchini. I facchini erano una parte fondamentale dello Stato, in quanto lavoravano per il Ministero dei Multiservizi ed effettuavano tutti i tipi di lavoro utili per la comunità: pulivano le strade, regolavano il traffico, spegnevano gli incendi, arrestavano i malfattori, cucinavano alle mense statali, aiutavano le donne, curavano le persone e molto altro. L’importante era che non avessero alcuna competenza specifica, in quanto facevano tutto tutti, con una logica perfetta: la rotazione. Era parte della democrazia lavorativa, per i governatori. Il facchino era l’unico lavoro che potevi tentare, se non amavi quello che ti stava insegnando tuo padre. L’omone s’aggiustò il fiocco rosso che legava i sui lunghi e ricci capelli mentre continuava a guardare con curiosità tutto ciò che lo circondava. Le strade erano piene di manifesti con le facce di due persone. Una delle due era quella che l’aveva mandato a chiamare. Il suo nome era Primer. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link I volti apparivano secchi e spigolosi, come la maggior parte delle persone che aveva notato sino ad allora. Nessun sorriso da quand’era nell’Ordine. L’altro doveva chiamarsi Opposter, come scritto a volte sopra e a volte sotto il manifesto. “Manca molto?”, chiese l’ambasciatore. La risposta arrivò dopo qualche secondo, stancamente. “Poche centinaia di Giusto-passi, straniero”. “Giusto-passi? E cosa diamine sono i Giusto-passi?”. “È più ignorante di quanto pensassi”. “È più stronzo di uno stronzo”, avrebbe voluto rispondere l’omone, ma sorrise al sol pensiero e si accucciò nuovamente sulla panca. Pochi minuti dopo vide un’enorme costruzione che si stagliava verso l’alto. Bianca, regolare e lucida. La carrozza si fermò di fianco a una lunghissima scalinata, con due gigantesche statue ai lati. Sotto una di esse, che raffigurava un uomo calvo con l’indice alzato dinnanzi al viso, c’era scritto “Precisino Giusto”. Sotto l’altra, che raffigurava un uomo dai capelli lunghi e lisci e le mani dietro alla schiena, c’era scritto “Freddino Giusto”. Una era Qua, l’altra era Là. L’ambasciatore tirò su la tunica che indossava e scese le scalette della carrozza. Con la bocca semiaperta, continuava a studiare quell’edificio che esibiva il nome di Palazzo dell’Ordine proprio sopra l’entrata. Il Primer porta l’ordine. È legge quel che vuole il popolo e che valuta il Primer. Tutti sbagliano, alcuni in malafede. Il Primer è umano e se inciampa è solo per aver guardato troppo il popolo. Queste erano solo alcune delle targhe appese alle mura che costeggiavano la larga scalinata. L’omone si stiracchiò, poi si girò verso il cocchiere e fece per salutare, ma quello fischiò e frustò i cavalli ripartendo per chissà dove. “Questi sono tutti matti”, disse mentre sistemava il fiocco rosso sulla testa ed esplodeva un peto. La dichiarazione L’ambasciatore cominciò a salire la scalinata, fermandosi di tanto in tanto a leggere le targhe che erano esposte senza comprenderne appieno i significati. Quando sembra che tutto vada male, ricordiamo che potrebbe sempre andar peggio. Certe decisioni possono prenderle solo i governanti. Il popolo è mediamente più ignorante dei politici. “Bah...”, commentò l’omone ansimando per la fatica dell’arrampicata; poi si voltò e vide i facchini che pulivano le strade, tutti impeccabili nelle loro divise nere con una striscia gialla verticale al centro e con una solerzia che da lontano li faceva sembrare formichine fluorescenti. Continuò a guardare basito: “Ma quanti sono? E in quanti fanno quello che potrebbe fare uno solo?”, pensò. Ricominciò la salita e gli venne in mente che sino ad allora, da quando erano entrati in citt à, non aveva visto persone passeggiare. Tutti lavoravano e la maggior parte di loro indossava la divisa nera e gialla. La scalinata finì ed egli si trovò dinnanzi al portone d’entrata del palazzo. Bussò con forza e dall’interno una voce chiese: “Chi sei?”. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link “Vengo dal sud, sono stato chiamato da Primer”. La porta si aprì e tre facchini si presentarono alla sua vista. A parlare fu l’unico con indosso un cappello e una medaglia appuntata sul petto: “Sei in ritardo di ben quattro minuti! Ti sembra accettabile?”. “Ecco... In ritardo? Di quattro minuti? Sono stato preso e portato qui. Ho viaggiato di notte e avevo detto che sarei arrivato in mattinata. Quattro minuti sono tanti? Sa, da noi gli orologi non li utilizziamo granché”, rispose l’ambasciatore. “Inqualificabile! La tua battuta è fuori luogo. Abbi almeno la decenza di seguirmi in silenzio”. “Ma quale battuta? Io non...”. “Mi segua!”, ordinò il capo-facchino di palazzo, spezzando qualsivoglia spiegazione. L’omone obbedì. Camminarono e salirono le scale, per poi camminare ancora e salirne altre. L’ambasciatore non disse nulla durante il tragitto per paura della suscettibilità dell’uomo col cappello. Non commentò lo sfarzo ostentato che riempiva il palazzo, tanto meno la glacialità degli sguardi dei facchini. Sembrava che tutti avessero una gran fretta correndo Qua e Là senza fermarsi, senza parlarsi. E Qua e Là sono i due termini più appropriati e non casuali. Infatti in ogni piano della struttura c’era una netta divisione in parti uguali: metà piano aveva le mura gialle con pavimento e soffitto neri e la scritta, ripetuta più volte, “Qua” sulle pareti; l’altra metà aveva le mura nere e pavimento e soffitto gialli con la scritta “Là”. D’un tratto l’omone notò un sorriso. Era il primo da che era partito. Ed era addirittura di una donna! “Caspita, è la prima donna che vedo da stamattina!”, pensò. Ella gli veniva incontro salutando con un cenno della testa tutti i facchini e mostrando tutti i denti che aveva a disposizione. Era molto bella, portava una minigonna e una camicia stretta aperta sul davanti, che lasciava intravedere un generoso seno. L’ambasciatore ci lasciò per qualche secondo gli occhi, e quando gli sguardi dei due si incontrarono lui la salutò cortesemente. Il cenno con la testa standard e il sorriso mantenuto fu la risposta muta della donna. A mano a mano che salivano, le belle donne aumentavano, mentre diminuivano i facchini, facendo posto ad un’altra categoria di persone: avevano una specie di tuta indosso, chi di colore nero chi di colore giallo. Sembravano meno seri dei facchini e di sicuro avevano meno fretta. Erano i politici. Arrivarono infine all’ultimo piano del palazzo. La scritta “Primer” capeggiava la porta d’ingresso all’unica stanza del livello. Quattro facchini la sorvegliavano con sguardo truce e fucili in vista, perfettamente distribuiti alla destra e alla sinistra dell’entrata. Fecero un saluto militare al capo-facchino che guidava l’ambasciatore, consistente nell’aprire le braccia in aria allargando contemporaneamente le gambe con un saltello ed emettendo un “Eh!”. Aprirono la porta, finemente decorata e pesantissima, senza mai cambiare l’espressione del volto. Il capo-facchino entrò rapidamente, mentre l’omone si soffermò un istante a fissare uno dei facchini che aveva aperto la porta. Occhi negli occhi, sorrise, poi d’improvviso saltò aprendo le braccia in aria e strillando “Eh!”, con il facchino che ebbe un sussulto di paura che lo fece sbattere alla porta. Grasse risate per l’ambasciatore. Quando vide che gli altri tre facchini gli puntarono quei bastoni di legno e ferro con un buco dall’aspetto minaccioso come terminale, la risata gli si strozzò in gola. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link “Lasciatelo entrare”, ordinò una voce dall’interno dell’enorme stanza, echeggiando nel marmo che componeva i rivestimenti. Dall’estremità opposta, un uomo iniziò ad avvicinarsi, seguendo il tappeto giallo che lo conduceva alla porta. La testa era ben alzata, le mani dietro la schiena e il passo fiero. L’omone guardava la scena con aria trasognata. Quell’uomo gli veniva incontro con un capannello di persone che lo seguiva a debita distanza, formato da politici gialli e neri e da un uomo in borghese. “Lei è Primer?”, disse innocentemente l’omone all’omino, decisamente basso, che guidava la fila. “Io sono ‘il’... Primer. Il mio nome è Freddino III. Quello che vede di Qua è Precisino IV. Qual è il suo nome?”. “Ah... ecco. Io sono Bongio Lellino ehm... I”. “Si accomodi”, disse il Primer facendo un ampio movimento con il braccio. “Andiamo al tavolo delle trattative”. Si avviarono, seguiti da quel gruppo di persone in un silenzio assordante. Mentre camminavano, Bongio teneva la testa talmente immobile da apparire ingessata, muovendo qua e là (o Qua e Là) gli occhi. “Fortunatamente non puzza. A causa del suo aspetto trascurato ne avevo avuto il timore. Veste sempre in maniera così orrenda?”, disse il Primer con un sorriso che contagiò tutti i presenti. “Ecco... io non puzzo... diciamo.. quasi mai. Ehm... e mi vesto sempre così. Mi trova orrendo? Sa, io non valuto mai la mela dall’aspetto, ma dal sapore”. Il Primer tornò serio, di riflesso anche tutti gli astanti. “Si sieda”. Dopo aver spostato la pesante sedia di legno, Bongio sedette. “Lei è l’ambasciatore dello Stato del Sud, giusto?”. “Ecco... si... ehm... Stato. Un secondo solo”, e l’omone estrasse dalla tunica un libretto. Puntò il dito alla prima pagina cercando qualcosa. “Stato... Stato... Stato”. I presenti si guardarono con aria interrogativa. “Sì, eccolo. Dunque. Mi avevano avvertito che me lo avreste chiesto ma sa, ho una memoria che... anzi non ce l’ho proprio!”, sorrise. “Ecco, noi non siamo un Stato. Diciamo che noi e voi viviamo in una terra vastissima circondata dal mare. Voi siete l’Ordine, lo si può ben leggere nelle scritte sulle altissime mura che dividono le nostre vite da tempo immemore, e siete uno Stato. Noi siamo il resto. Ma se volete possiamo mettere una maiuscola e trasformarci in Resto. Tanto per comodità”. Il Primer lo guardò stupito. “Non abbiamo mai tenuto rapporti, come ben dice lei, Bongio I, ma non sapevo che non vi classificaste neanche Stato”. “In realtà quella parola, al pari di molte altre, è stata dimenticata nel momento in cui ha perso il suo valore. Noi conosciamo lo stato di una cosa, non la cosa di uno Stato. In effetti dopo che ci ha mandato a chiamare dal suo... ehm... come si chiama? Facchino? Gli anziani mi hanno dato questo libretto, che contiene alcune delle parole fuori uso da centinaia di anni nelle nostre zone”. L’omone sfogliò qualche pagina. “Qua leggo: fucili, soldi, moneta, razzismo, re, imperatore, sudditi, schiavi...”. Il Primer sgranò gli occhi e lo interruppe “Dia qua quel libretto!”, e lo strappò al buon Bongio. Poi lesse per qualche decina di secondi mentre un ghigno si faceva spazio sul suo viso. “Quindi, Bongio I, se io le dicessi che l’ho convocata per dichiararle guerra, lei non comprenderebbe. Giusto?”. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link L’ambasciatore scosse la testa in segno di diniego. “Fatemi capire bene, voi non avete armi, non avete classi sociali o politiche e siete privi di qualsiasi governo?”. “Ecco... non so cosa sia la politica; per quanto riguarda il governo conosco quello delle bestie. Ogni tanto sento qualche contadino che dice ‘Vado a governare le galline’, non so se si riferisce a quello”. “E per chi lavorate? Chi pulisce le strade o le sorveglia? Chi ferma i criminali o spegne gli incendi? Chi cura gli ammalati e vi dà l’istruzione?”. L’omone lo guardava come si guarderebbe un alieno e rispose, sperando che l’ovvietà della risposta non fosse imbarazzante per il Primer: “Ecco... Noi”. Ci fu qualche istante di silenzio. “La parola violenza la conosce?”, disse quasi sottovoce il Primer. Bongio accennò un sì con la testa, visibilmente scosso. “Bene, torni al suo Resto o come diamine lo chiama, e avverta che entro una settimana apriremo dei varchi nelle mura. Dica a tutti che tra sette giorni voi avrete un governo. Vi porteremo la democrazia. Verremo armati e useremo violenza nei confronti di chiunque tenti di fermare il progresso. Uccideremo chi non accetterà la nostra forma di governo e vi trasformeremo in persone civili, che lo vogliate oppure no. Avrete tempo una settimana per imparare i nostri usi e costumi e soprattutto le nostre leggi, che diventeranno anche le vostre. Non lavorerete più per voi stessi, ma per lo Stato. Voi non sapete cosa significhi vivere nell’agio. Voi non sapete quanto possa essere gratificante ricevere uno stipendio”. Una vena si gonfiò sulla tempia del Primer. “Voi non lo sapete ed è nostro dovere educarvi e rendervi normali!”. Anche sul volto dell’altro uomo in borghese era comparso un sorriso malefico. Bongio era impietrito. Aveva compreso appieno il discorso del Primer, a parte quando aveva usato la parola “governo”. Ma forse, inconsciamente, aveva compreso anche quella, in quanto si sentiva come una bestia in gabbia. Gli O.D. Bongio scendeva la scalinata del palazzo e rifletteva. Alzando gli occhi vide la carrozza che si avvicinava lungo la strada proveniente dalla sua sinistra. Continuando a scendere a quella velocità la carrozza si sarebbe fermata davanti a lui proprio nel momento in cui avrebbe sceso l’ultimo scalino. Fece un altro passo fissando la carrozza. Poi si fermò. Si fermò anche la carrozza. Riprese a scendere, ma molto piano. La carrozza ripartì, molto piano. Bongio ebbe allora una sensazione di bruciore al viso. Gli sembrò di dover piangere, ma di lacrime non v’era sentore. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link Fece gli ultimi scalini di corsa saltandoli a due a due, e vide che la carrozza correva disperatamente. Ma la parola “disperatamente” non sarebbe adatta. Forse sarebbe più esatta “sapientemente”. Arrivarono alla meta perfettamente (quanti “-mente” dove ne appaiono poche) in sincronia. Bongio si sentì all’interno di un meccanismo che gli toglieva il respiro. Chiuse per pochi istanti gli occhi e si immaginò di camminare in equilibrio sulla lancetta di un enorme orologio che segnava le 11:45. Lui si trovava su quella dei minuti . La pacca sulle spalle che lo fece tornare alla realtà fu come lo scatto che portò la lancetta dalle 11:45 alle 11:46. Aprì gli occhi e vide il cocchiere. “Salga presto. La devo portare al Ministero dei Multiservizi”. Le poche persone che passavano avevano tutte la stessa divisa e camminavano regolarmente. Anche se tra una persona e l’altra c’erano molti metri, si muovevano come se facessero parte di una lunghissima fila. L’ambasciatore quasi vedeva degli individui inesistenti tra un uomo e l’altro. Sembravano perle di una collana, distanti gli uni dagli altri ma costretti a inseguire il filo. Il modo in cui s’allontanavano momentaneamente dal filo immaginario, chi per togliere un barattolo dalla strada chi per consegnare la posta, era meccanico ed irreprensibile. Sembrava seguissero delle rotaie. Bongio ebbe un principio di voltastomaco, ma gli passò subito. Si rivolse al cocchiere con un’espressione contrita: “Grazie”. Lui lo guardò perplesso: “Cosa?”. “Ecco... niente”. Salì sulla carrozza e fece un lungo respiro. Il Primer aveva ordinato che l’ambasciatore fosse portato al Ministero dei Multiservizi perché gli venissero spiegate le basi della Costrizione, ovvero le leggi fondamentali dello Stato dell’Ordine. Bongio avrebbe dovuto prendere appunti e, una volta tornato nel suo “Stato”, si sarebbe prodigato a insegnarle ai suoi compaesani. Gli era stato ordinato di fare così. Le ruote rotolavano sulla strada mentre nella testa dell’omone c’era un traffico disordinato; tutto il contrario di quello che lo circondava. Il via vai di carrozze gli dava l’impressione di una circolazione arteriosa scandita da un cuore. Un cuore enorme. E gelido. “Questo è il mio futuro?”, sussurrò. Volse lo sguardo al cocchiere e, attraverso la finestrella che gli dava modo di comunicarci, lo vide bere nuovamente dalla bottiglietta grigia. Si toccò la barba e s’accorse che la sua mano tremava. Che strana sensazione. Avvertiva il peso del cielo sulle spalle e vedeva lievemente annebbiato. Anche i suoni erano più distanti. Non gli piaceva. Finirono le case ai lati della strada e si trovarono a passare in mezzo a un bosco. Il Ministero dei Multiservizi era appena fuori città. “Decentrare gli organi importanti. Il cervello è in alto, via via si scende e si trovano polmoni, fegato e tutto il resto. Così sarà per i Ministeri, dalla capitale verso sud”. Questo disse un vecchio Primer. E così fu. Bongio non si sentiva bene. Niente affatto. Di colpo si udì un tonfo e la carrozza sobbalzò inclinandosi sulla destra. L’omone venne sbattuto sullo sportello mentre il cavallo continuava a camminare. Il cocchiere arrestò la vettura già di per sé frenata. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link Una ruota era andata distrutta. Dai cespugli e da dietro gli alberi sbucarono una ventina di ragazzini, sporchi e sorridenti. “Maledizione!”, esclamò il cocchiere. Lo sportello della carrozza cedette al peso dell’omone e si aprì, facendo cadere a terra il goffo passeggero. A quel punto Bongio non respirava più molto bene. Una parte della banda di ragazzini tirò uova marce al vetturino, strillandogli frasi irripetibili e sollazzandosi della propria impresa. Altri si avvicinarono all’omone che era sul punto di perdere i sensi. Lo presero in cinque, di peso, e lo trascinarono nel bosco. Lo misero a sedere poggiandogli la schiena sul tronco di un albero. Egli posò la propria mano sul torace e sentì il battito del suo cuore che galoppava irrimediabilmente. Tentò un paio di lunghi respiri, ma non ne ebbe la forza. Respirare era divenuto d’improvviso difficilissimo. Era come se si trovasse immerso con l’acqua alla gola e una mano invisibile lo spingesse giù, per poi lasciarlo tornare a respirare; e poi ancora giù. Senza appigli. Inerme. Uno dei ragazzini che lo avevano portato lo guardò dritto negli occhi. Avrà avuto quindici anni, non di più. Bongio lo guardò come si guarda una finestra, attraversandolo senza capire quel che accadeva. Il battito aumentava e gli faceva male il petto. “Aiutami”, riuscì a dire. “Mi sa che ha bisogno del Pacificatore”, disse il giovane. Arrivò un secondo ragazzino che si mise al posto del primo. Gli guardò la faccia, poi gli mollò un ceffone. L’omone ebbe un sussulto. Ora, quella mano che prima lo spingeva verso il basso per annegarlo, lo stava prendendo per i capelli e lo tirava su. Riuscì a inquadrare il viso del secondo ragazzo. Una fitta peluria s’appoggiava al labbro superiore del giovane, mentre la bionda chioma dai lunghi boccoli dava risalto alla carnagione scura e agli occhi accesi che lo fissavano intensamente. “Datemi il Pacificatore con un cucchiaio”, ordinò il biondino. Sbucò una mano che gli passò una bottiglietta grigia. Versò una goccia microscopica del liquido che conteneva nel cucchiaio. “Apri la bocca, Fiocco Rosso”, disse sorridendo. Bongio non se lo fece ripetere. Anche fosse stato veleno sarebbe stato sempre meglio di continuare quell’agonia. Mandò giù con un acuto deglutire. In pochi istanti il battito del cuore rallentò, la vista riprese a essere nitida e le orecchie si stapparono. Prima di cadere in un morbido sonno udì lontana la voce del cocchiere che gridava: “Maledetti Orfanelli Disordinati!”. L’uomo dell’Ordine “Non riesco a credere che sia così facile!”. La stanza vuota ed enorme restituiva un’eco forte e sincera. L’unica macchia di verità assoluta nel candore ordinato della truffa pubblica che riempiva l’aria. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link “Te l’avevo detto. Le spie che avevo mandato m’avevano in parte informato: quelli sono dei veri e propri citrulli! Non hanno armi né eserciti. Nemmeno un leader!”. Il Primer ciondolò la testa in senso affermativo. Visibilmente gioioso. “Sai che non è stato facile trovare pirati che s’assumessero il rischio d’avventurarsi in quelle terre selvagge con tutte le leggende che girano su quei posti. Chiunque abbia superato le mura in tutti questi anni non è mai tornato! La curiosità li ha uccisi”, continuò l’Opposter vedendo il suo avversario-collega-fratello-amico-nemico eccitato. “Ho dovuto costringere dei pirati a portare con loro i miei uomini più fidati, attraversando al largo le mura per poi approdare su quelle terre ostili. E sai quanto quei briganti del mare siano superstiziosi e sensibili alle storie di fantasmi che girano su quei posti”. “Lo so bene... Hanno contribuito ad aumentarne la malefica fama i nostri predecessori...”, rispose il Primer. “E fecero bene. Abbiamo letto entrambi i testi. Sappiamo bene il perché”. “Loro però non avevano scoperto le qualità del Docrosto”, aggiunse beffardo l’Opposter. Nuovo ciondolio del capo pelato del Primer. “E tutto grazie al mio uomo, Rufus”. “Sicuro che ci si possa fidare di quel pazzo esaltato?”. “Oh, certo mio caro. Rufus non è un uomo dell’Ordine. Lui è l’Ordine. La gente si fida, il popolo lo adora e ne ha paura allo stesso tempo. So che non ti garba un granché quel tipo, perché è grazie a lui che ho vinto per ben quattro volte di seguito le elezioni. Otto anni al governo. Poi hai giocato sporco, amico mio”, disse l’Opposter ridacchiando. “Hai ucciso cinque donne solo perché avevano parlato male delle tue prestazioni sessuali! Io avrei giocato sporco?”, rispose Freddino a quella che non era una domanda. “Come se tu non avessi mai ucciso nessuno per futili motivi...”. Il Primer lo interruppe deciso: “Non conta quel che fai né come lo fai, ma quel che fai sapere al popolo”. L’Opposter chinò il capo in segno di resa e il Primer Freddino continuò: “Le hai uccise dicendo che erano streghe venute dall’altra parte delle mura. Hai sparato a cinque donne e lo hai fatto in pubblico durante un mio discorso”. L’Opposter Precisino digrignò i denti e, mantenendo una parvenza di calma, rispose: “Tu le hai spinte a farlo. Forse le hai pagate”. “Ma amico mio, sai bene che questo è possibile. Fa parte del gioco. Sono le prove che non hai. E sono le prove che servono alla gente per poter giudicare. È naturale che poi io abbia cavalcato il tuo errore. Nessuno vuole un Primer sanguinario. Tantomeno impotente. La tua storia sulle streghe era un tentativo troppo misero di coprire i fatti”. “Io non sono impotente!”, gridò battendo il pugno sul tavolo Precisino. Ed anche stavolta l’eco fu sincera, come lo specchio quando ti riflette con indosso una maschera. “Sai che non mi interessa. È importante quel che crede il popolo”. Il silenzio scese come il coperchio della cesta sui panni sporchi e fu interrotto solo dal bussare deciso alla porta di un facchino. Il Primer ordinò di entrare. “Signore, i politici sono già tutti nella Stanza del Bisbiglio. Aspettano solo il vostro arrivo”. “Annunciaci. Arriviamo”. Il facchino saltò, salutando come si conviene e gridando l’“Eh!” d’obbligo; poi girò i tacchi e s’avviò con passo spedito. I due potenti signori s’avviarono seguendo a debita distanza il facchino. Lungo il corridoio parlottarono ancora di cose che non ci è dato sapere, né ci interessano. Arrivati alla Stanza del Bisbiglio, il Primer fece strada all’Opposter che si sistemò sul Qua. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link Freddino si portò di fronte alla platea politica. La sua poltrona era sistemata al centro di quella specie di teatro che era la Stanza, in modo che tutti potessero vederlo. Il basso e supremo Primer, serio non poco, s’avvicinò al leggio che era a un paio di Giusto-passi dalla poltrona. Vi poggiò un foglietto, inforcò gli occhiali e sbirciò le prime righe. Poi riprese il foglietto e, con fare spettacoloso, lo strappò. Sul volto dell’Opposter, seduto nella prima fila della parte dedicata al Qua, comparse un punto interrogativo. “Signori, sono qui oggi per rendervi partecipi della scelta che ho dovuto fare per il bene dei nostri amici, delle nostre mogli, dei nostri figli. Per il bene dell’Ordine”. Un brusio s’alzò nella Stanza durante la pausa d’effetto del Primer. “Già in passato ci siamo dovuti stringere e sacrificare per il bene della democrazia e della civiltà. Quando quei due Stati del nord non vollero sottostare alle nostre leggi, dovemmo battagliare. Ingaggiare delle guerre non volute, ma indispensabili. E quegli uomini che morirono in difesa dell’Ordine sono tutt’oggi, a distanza di molti anni, considerati eroi. Voglio che ricordiate che io come Primer voglio solo la pace ed il benessere, e...”. Il discorso continuava pressappoco come prestabilito, ma l’Opposter non capiva il perché di quel gesto iniziale. “... continueremo ad essere liberi. Io voglio la pace, ma l’Opposter ha studiato la situazione. Ha mandato i suoi uomini fidati nello Stato del sud, che da oggi chiameremo Resto. Essi ci hanno messo al corrente di strani movimenti militari in quelle zone. Tra l’altro, come sappiamo bene, la zona è famosa per strane storie d’occulta natura. Si pratica la stregoneria e il cannibalismo. Questo è ciò che ci ha tenuti alla larga per tanti anni”. L’Opposter pensò: “Vuole la pace? Ma cosa dice? Vuole dare tutto il merito della guerra a me? Cos’ha in mente?”. “Oltre alle manovre militari, gli uomini dell’Opposter hanno scoperto un’altra cosa”. Altra pausa. Altro vociferio. Il Primer aspettò il completo silenzio. “Nelle zone più a sud dello Stato del Resto c’è un materiale che, anche in piccole dosi, una volta acceso brucia per giorni. Giorni interi. Pensate ai risvolti pratici di un materiale di questo tipo. Si potrà vendere a caro prezzo sia nello Stato dell’Ordine che nelle due colonie del nord, quelle che chiamiamo Stati, come chiamo e chiameremo il Resto. Case, palazzi e mezzi pubblici sempre caldi. Senza più le fatiche del portarsi dietro quei pesantissimi, ingombranti e precari fusti di legna. Un bruciatore leggero e quasi perpetuo”. Sorpresa nei volti dei politici. Incertezza in quella dell’Opposter. “Ebbene, tra gli uomini che l’Opposter ha mandato in questa campagna osservativa, c’è anche lui. Inutile tenerlo nascosto...”. L’Opposter strabuzzò gli occhi. “Rufus. L’uomo dell’Ordine. Quello che lavora nell’ombra anche se è nel deserto. Quello che fa rispettare la legge. Il mito che si tramuta in leggenda. Rufus!”. Un applauso del lato del Qua abbracciò il discorso del Primer. Nel Là c’era perplessità, la stessa che aleggiava nei pensieri dell’Opposter, che fingeva entusiasmo. “Sta tessendo le lodi del mio operato e del mio uomo. Non immaginavo che avrebbe rivelato che si trattava di lui. Dove vuole arrivare?”, pensò. “Sappiamo tutti che Rufus non è un simpatizzante del mio partito. Egli rappresenta l’Ordine per il popolo, ma se lui non è nostro simpatizzante non è detto che il Qua non possa ammirare e rispettare l’uomo che da sempre si prodiga per qualsiasi governo. Per l’Ordine!”. Rimase un poco in silenzio. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link “Bene. Mi fido di Rufus e, stanti queste premesse, posso affermare di aver vagliato tutte le ipotesi. Lo Stato del Resto va civilizzato! Deve partire l’operazione ‘Ordinizzazione’. Lo vuole la democrazia. Salveremo e daremo un sistema legislativo funzionante a un popolo che è stato più sfortunato del nostro. Un popolo che rischiamo di ritrovarci in casa, visti gli strani movimenti sotto le mura. Un popolo che non conosce l’utilità dei materiali che possiede. Un popolo che ha bisogno di una guida e di una ripulita. La lotta sarà dura, ma lo facciamo innanzitutto per i nostri figli. Non possiamo farli crescere nella costante paura di un attacco da parte di quegli indigeni guerrafondai. Chi picchia per primo picchia due volte. L’Ordine è in guerra! Oggi abbiamo incontrato l’ambasciatore dello Stato del Resto e lo abbiamo informato. L’Ordine... è tutto!”. All’ultima affermazione tutti i politici della Stanza si alzarono in piedi gridando “Eh!”. Disordinati “È veramente bruttino”, esclamò uno dei ragazzini che circondavano l’omone. Al suono di quelle parole Bongio aprì appena gli occhi. Sentiva ancora in bocca un retrogusto dolciastro e rassicurante. “Dove sono? Chi siete voi?”, disse immediatamente l’omone. “Ohi ciccio, sia chiaro: qui le domande cominciamo col farle noi! Ti abbiamo prelevato per sapere un po’ di cose. Vieni dallo Stato del sud vero?”, disse il biondino che gli aveva fatto ingoiare quel succo poco prima d’addormentarsi. “Stato? Ecco... mi sento molto strano. Datemi un attimo per riprendermi. Io... ecco, non vengo da nessuno Stato...”. “Cazzo! Abbiamo assaltato la carrozza sbagliata! Piggy, è lui, vero?”. “Ma sì, ma sì”, disse un ragazzino cicciottello, con gli occhiali e la faccia poco furba. “L’ho visto bene. Ho lanciato un bastone alla sua carrozza prima che arrivasse al Palazzo proprio per farlo affacciare e vederlo bene. Ciccione, con la barba bianca e il fiocco rosso in testa”. “Aspettate un attimo, fatemi finire”, incalzò l’omone. “Intendevo dire che il mio non è uno Stato, ma... si vengo dal sud. Da oltre il muro”. Un grido di gioia s’alzo per il bosco. Tutti i ragazzini saltavano e ballavano dalla felicità. Poi il biondino tuonò: “Silenzio! Sentiamo cos’ha da raccontarci”. Si misero tutti intorno a lui, seduti e ordinati (se così si può dire). Dapprima un leggero brusio. Poi il silenzio s’affermò nel mucchio. Solo i rumori del bosco s’udivano; lo scricchiolare degli alberi e gli uccelli che cinguettavano felici. Visi ansiosi attendevano. Bongio li guardò confuso. Ancora qualche istante di silenzio poi azzardò: “Che cosa dovrei dire?”. Il biondino rispose: “Come cosa? Vogliamo qualche storia. Avrai visto streghe e fantasmi. Forza, racconta”. Bongio sorrise: “Mio giovane amico, non sono abituato a parlare con chi mi tira giù dalle carrozze in movimento senza farmi neanche la cortesia di presentarsi”. Il biondino sorrise, poi assunse un’aria ufficiosa: “Il mio nome è Ralph e sono il capo degli Orfani Disordinati”. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link “Ho sentito bene? Disordinati?”. Il viso di Bongio s’illuminò: “Porca vaccaccia, allora c’è anche gente normale in questo posto!”. Gli orfanelli risero per l’epiteto assurdo riferito alla “porca”. “Da noi”, disse Ralph “o cresci seguendo le orme di tuo padre divenendo un operaio o lavori per lo Stato. Ma se i tuoi genitori muoiono o ti abbandonano, allora vieni intrappolato nelle Case degli Orfani, dove vieni educato e mantenuto a spese dello Stato. Ovviamente, compiuti i quattordici anni, vieni integrato nel Ministero dei Multiservizi e cominci a lavorare per loro, restituendo a rate e con gli interessi tutto quello che i contribuenti hanno speso per il tuo mantenimento. Noi siamo quasi tutti fuggiti da quelle galere che chiamano Case degli Orfani, altri sono scappati dalle loro famiglie perché non volevano fare il lavoro del padre né quello che gli imponeva lo Stato”. Bongio ciondolava la testa in avanti, fingendo di capire tutto quello che Ralph diceva. Ma non era così. “Ehm... ecco... e di preciso cos’è una galera e quegli interessi per... ehm... come hai detto, rate?”. Risate degli Orfani. “Mi pare di capire che più che dall’altra parte del muro tu venga da un altro mondo, Fiocco Rosso!”. Nuove risate si univano alle vecchie. Anche l’omone abbozzò un sorriso incerto mentre vedeva tutte quelle bocche spalancate, alcune con qualche dente in meno, che esprimevano liberamente le loro emozioni. Tutti quei bambini intorno a lui. C’erano anche dei piccolissimi che non potevano aver più di tre anni. Sembrava che per ognuno di questi più piccini ce ne fosse al fianco qualcuno più grande. Nel disordine di quei sorrisi di quei denti discontinui, tra quelle folte chiome sporche e quei vestiti stracciati, Bongio notò una sorta d’organizzazione quasi involuta, ma persistente. E s’accorse che qualcosa mancava. “Scusate, ma le bambine? Loro non vengono mai abbandonate o non tentano la fuga?”. Le risa cessarono di colpo. Ralph si portò la mano sulla fronte e la pulì dal ciuffo di capelli che vi si era accomodato. “Non esistono bambine Orfane”, rispose il biondino. Un nuovo silenzio s’affermò nel gruppo. Un silenzio diverso. Anche il bosco sembrava non voler parlare, né gli uccelli cantare, mentre gli alberi cigolavano mossi da una folata di vento freddo proveniente da nord. “Perché?”, chiese l’omone. “È la legge”, rispose Piggy, sistemandosi gli occhiali. “Ma voi, se ho ben capito, siete dei fuorilegge in questo posto. Neanche voi dovreste esistere, ma ci siete!”, commentò Bongio facendo attenzione che quello che diceva avesse un senso logico. “Noi ci siamo perché un bambino se è maschio e non lo si vuol tenere, può essere portato alla Casa degli Orfani pagando 100 monete allo Stato”, riprese Piggy. “Per quale motivo dei genitori non dovrebbero voler crescere un figlio?”. Ralph intervenne stizzito: “Perché i figli costano!”. Piggy continuò: “Farli crescere sfamandoli è una spesa che la maggior parte delle famiglie non può sostenere. Preferiscono perderli da piccolissimi che farli morire di stenti”. “Questa è la scusa di quei bastardi!”, esternò Ralph, mentre fissava il vuoto con la testa china. “Che ci fanno diventare proprietà dello Stato!”. “Continuo a non capire. Le bambine cos’hanno di diverso?”. Fu Piggy a rispondere: “Le bambine vengono abbandonate molto meno dei bambini. Loro sono più preziose. Una volta raggiunta una certa età, vengono messe a lavorare, portando bei soldi a casa. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link Solo nel caso in cui non si riesca a farle crescere quel poco che basta per farle lavorare, si portano alla Casa degli Orfani e in quel caso si ricevono 150 monete”. “Quindi per i bambini si paga, mentre per le bambine si viene pagati con quelle cose che voi chiamate ‘monete’. Ma non ho visto donne lavorare in giro per la città. Anzi, non ne ho viste proprio. Le uniche che ho incontrato erano in quel Palazzo dell’Ordine”. “Infatti”, disse Ralph. “Le donne non fanno lavori classici nell’Ordine”. Bongio rimase perplesso. “L’unico lavoro che gli è consentito è quello di prostituta”, aggiunse Ralph, tornando a fissare il vuoto. “Cos’è una prostituta?”. “Scopate dalle vostre parti?”, chiese Ralph. “Ehm... ecco... certo”. “Le donne qua lo fanno per soldi”. “Non perché sono attratte dall’uomo?”. “Raramente, quando sono fortunate e trovano uno che oltre a pagarle gli piace”, sentenziò Piggy. “E quelle nelle Case degli Orfani?”. “Loro, se sono belle, vanno a Palazzo e fanno le puttane per i politici, se sono passabili fanno le troie per lo Stato, mentre se sono brutte vengono messe in vendita. Le comprano gli uomini soli ai quali serve qualcuno che rassetti casa e cucini. Vengono chiamate mogli”. “Ma quelle non se le scopano quasi mai i mariti...”, disse ridendo un ragazzino tutto brufoli. “... che per scopare utilizzano le prostitute con le quali poi fanno i figli. In effetti siamo quasi tutti figli di puttana in questo Stato”, puntualizzò serio Ralph. “Porca vaccaccia! Ma il concetto di famiglia è inesistente da voi?”. “Una donna brutta è inutile”, pronunciò Piggy. “Lo disse Precisino II e aveva ragione. Non può lavorare, non serve a scopare e soprattutto non porta soldi!”. “Ma cosa diamine sono questi soldi? Sembra che tutto giri intorno a loro! E l’amore... esiste ancora l’amore in questo posto?”. “Se è riferito al rapporto tra uomo e donna esiste, è logico. Dipende da quanto sei disposto a pagare”, rispose saccente Piggy. “Voi non sapete cosa sia l’amore?”, disse sconvolto l’omone. Intervenne Ralph: “Ce lo spiegherai. Forse è parola usata solo nel sud. Ma non parliamone oggi”. Bongio rimase di stucco, pensando agli sforzi con cui i poeti del sud avevano tentato romanticamente di spiegarlo. Motivazioni politiche Il Primer era seduto alla scrivania nel suo ufficio. Addentava un sigaro e controllava dei documenti fingendo interesse persino a se stesso. Sembrava non essere attratto da nulla e trattava chiunque tentasse di cucire un rapporto, quantomeno verbale, con sufficienza e disgusto. Irruppe d’improvviso l’Opposter, che aprì senza bussare la porta laterale, quella che collegava il suo ufficio con quello del Primer. “Cosa hai in mente? Perché hai stravolto il discorso che avevamo concordato?”, disse l’Opposter inquieto. Il Primer aspirò del fumo per poi sbuffare con calma, abbozzando un sorriso prima di dire: “Mio caro, tu non sai fare politica”. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link “Ma cosa vai blaterando?”. “Oggi ti ho dimostrato come far piacere una guerra al popolo, come risultare simpatico agli elettori, come ingraziarsi parte dei tuoi politici e soprattutto come far divenire Rufus, da tuo uomo di fiducia, un uomo del governo dell’Ordine!”. L’Opposter sedette. “Se avessi tentato di prendermi tutti i meriti dell’operazione sorvolando sul tuo importante ruolo, l’avresti fatto tu domani facendomi passare per fesso. E sai bene che non lo sono”. “Hai anticipato le mie mosse”, commentò l’Opposter guardando il pavimento e riflettendo sulle parole del Primer. “Ma questo non rientra nei patti! Quando si tratta di decisioni importanti stabiliamo insieme il discorso. Insieme!”. Alzò molto la tonalità della voce pronunciando l’ultima parola. “Io non mi butto in pasto ai tuoi giornali! Avresti fatto la figura della parte attiva del governo, quando sei all’opposizione. E nei nostri patti non c’è scritto che ci si possa far fregare. Ammettilo. Ho fatto un favore a entrambi: io mi sono risparmiato una figuraccia domani, e tu hai avuto la tua gloria nel giorno della dichiarazione di guerra”. L’Opposter si tocco il mento poi disse perentorio: “Forse hai ragione. Con il discorso che avevamo stabilito ci avresti solo rimesso, ma la storia di Rufus ‘uomo del governo’?”. “Vorresti forse dire che non fa parte della sua storia? È sempre stato fedele all’Ordine, pur nutrendo un’evidente simpatia nei tuoi confronti”. “È un uomo del Là! Mettitelo bene in testa! So che hai provato a comprarlo in tutti i modi, ma lui ha quella cosa che non si può acquistare con i soldi: lui ha fede in me!”. Il Primer sorrise. Spense il sigaro nel portacenere e guardò fuori dalla finestra: “Tutto ha un prezzo nell’Ordine. Tutto”. “Non Rufus! Lui no!”, disse gelido e sicuro il secondo uomo più potente dello Stato. Tre colpi al portone s’intromisero nella discussione. “Avanti”. Entrò un facchino decisamente basso e decisamente indeciso. Partì con passo svelto verso i due ‘democraticamente eleggibili’ per poi rallentare a metà percorso e accelerare di nuovo. “Signori, chiedo scusa se disturbo, ma ho pessime notizie. Anzi, non pessime, ma pessima. È una sola”. “Stiamo aspettando”, disse con calma il Primer. “Si tratta dell’ambasciatore dello Stato del Resto. È stato rapito. Sono stati gli Orfanelli Disordinati. Non sappiamo il motivo, né dove si trovino in questo momento”. Il volto del Primer arrossì di colpo: “Cosa?”, urlò. “Un banda di ragazzini ha abbattuto la scorta di facchini e si è presa quel ciccione?”. “No, signore. Veramente la scorta non c’era. Il cocchiere non è stato informato dell’abbisogna di una scorta e ha prelevato l’ambasciatore da solo”. L’Opposter si alzò in piedi: “Com’è possibile che non sia stato informato? Quell’uomo mente! E non ha pensato che una persona così importante non potesse essere lasciata sola?”. Il Primer guardò l’Opposter e gli fece cenno di sedersi con la testa. “Fucilate quell’uomo!”. “Eh!”, rispose il facchino col saltello, poi girò i tacchi e uscì, chiudendo la porta dietro di sé. Mise una mano nella tasca interna della divisa ed estrasse la bottiglietta di Pacificatore. Ne ingollò un quarto di bottiglia e la vena che batteva sulla sua fronte sotto uno strato denso di sudore cominciò a rallentare il ritmo. “Cosa faremo ora?”, domandò l’Opposter. “Semplice. Tra una settimana attaccheremo e ci prenderemo ciò che è nostro”. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link Nessun muoia Di colpo tutti i coperchi delle decine di lanterne nella stanza s’alzarono grazie a un meccanismo manuale, fatto di corde e ruote. Le lanterne avevano quattro facce; tre di vetro trasparente e una specchiata e rivolta verso la fiamma. Gli specchi indirizzavano la luce sulla parete più lontana, l’unica senza lanterne. Un uomo era in piedi dando le spalle a quella parete. Piangeva e tremava nervosamente. “Sono un uomo buono. Lo giuro. Ti prego di credermi. Nessuno m’aveva avvertito di aspettare la scorta. Per me quell’uomo era solo un ciccione da trasportare. Porto la carrozza da tanti anni. Sono solo una comparsa in questa storia! Non ho neanche un nome. Sono solo ‘il cocchiere’. Chi udirà la storia si sarà già dimenticato del mio ruolo o mi avrà confuso con l’altro cocchiere, quello che aveva portato quel ciccione al Palazzo. Io sono buono. Uccidi lui. L’altro cocchiere. Magari puoi dare un senso anche all’uccisione. Inventa qualcosa, autore. La mia è una morte inutile!”. “Nessuna morte è inutile”, tuonò una voce severa, ma bellissima. “La morte è parte della vita. Di ogni vita!”. Il cocchiere si guardò intorno cercando di capire da dove venisse la voce, poi si lasciò andare buttandosi a terra in ginocchio. Un’altra voce fuori campo pronunciò perentoria: “Puntate!”. Il cocchiere cercò la sua bottiglietta di Pacificatore all’interno della giacca, anche se sapeva di non trovarla. Gli era stata sequestrata. Fu un riflesso involontario. “Mirate!”. Sentì la bocca asciugarsi di colpo, il cuore in petto galoppare e le orecchie implodere. Guardò verso la luce che gli impediva di vedere quelli che sarebbero stati i suoi assassini. “La mia è stata una vita da comparsa. Una vita da Nessuno in questa vita assurda. Dici che nessuna morte è inutile, ammettendo un certo raziocinio nel criterio delle scelte, poi costruisci un mondo totalmente privo di logica. Esco di scena ucciso da fantasmi che non vedo; un esercito di comparse trasparenti che la luce di chi comanda non mi permette neanche di identificare. Un Nessuno ucciso da Nessuno”. La voce bellissima tuonò nuovamente: “Hai avuto motivo d’essere in queste poche righe. Ringraziami!”. “Non so cosa sia il ‘grazie’”. Silenzio. “Fuoco!”. La fede è del cibo 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link S’era fatta oramai l’ora di cena, e Bongio aveva domandato quanto più possibile dell’ordinamento sociale dello Stato dell’Ordine. I ragazzini improvvisavano tavoli ovunque nel bosco. L’ambasciatore si sentiva lievemente nervoso; avvertiva un leggero senso d’oppressione che l’aveva colto dal momento in cui s’era avvicinato a Perfectville per non abbandonarlo più. Il picco era stato raggiunto in carrozza, ma quel retrogusto d’ansia non si decideva ad abbandonarlo. “Cos’ha questo posto? Perché non mi sento a mio agio da che sono qui?”. Raph lo guardò con la sua aria matura, quella che tradiva in tutto e per tutto la sua effettiva giovinezza, accennando un sorriso dopo l’interminabile secondo di serietà che precedeva sempre ogni sua risposta e nel quale sembrava entrarti in testa senza bussare, sbattendo la porta, insolente e forte, a imporre la sua tenace sensazione di superiorità. Ma con quel breve sorriso, eccoti a tuo agio, di fronte a una personalità importante che ti agevolava dopo aver stabilito i ruoli; dopo aver presentato il conto salato di un’età che gli stava stretta. E Bongio sembrava soffrire passivamente questa sua violenza incosciente e incolpevole. Rispettava quel ragazzino come leader e come uomo, privo di qualsiasi interesse nell’opporsi al giovane, lontano da quella gara virile che definisce i ruoli di una società civile che, proprio alla ricerca di quella civiltà e in nome della stessa, finisce per imbrutirsi risultando l’abbozzo razionale di un’idea che la stessa logica affossa. “È colpa delle città, Fiocco Rosso. Più ci si avvicina, più l’aria sembra pesante e la vita uno spreco. È per questo che ci avviciniamo raramente ai centri troppo abitati. Certo, anche perché siamo ricercati, ma il motivo principale è che noi, in mezzo a quelle persone, ci sentiamo fuori posto, proprio come te. Non ho mai capito il perché. Lo sento... credo”. Bongio sedette. “Quel liquido che m’avete fatto ingurgitare quando stavo male serve a rendere meno pesante l’aria. Questo è quello che mi fai capire”. “È una medicina che si chiama Pacificatore. È una delle cose che lo Stato dell’Ordine passa gratuitamente al popolo...”, rispose Ralph spostando lievemente il viso, in modo da non ottenere né offrire lo sguardo all’ambasciatore. “E c’è pure chi si lamenta del nostro governo!”, disse uno dei ragazzini che passava vicino a loro tenendo un pollo per la gola. Bongio fissò per qualche istante quel ragazzino, poi gli venne naturale una domanda: “Parlate spesso di Stato e popolo evidenziando un distinguo mentre...”, cominciò a frugare nella sua borsa di tela “... ecco, nel libro che m’hanno dato prima di venire qui si legge che ‘lo Stato è formato dal popolo’”. Ralph lo interruppe: “Sì, ma c’è un governo che ha potere”. “Il governo? Ancora questa parola che da noi è solo un verbo. Chi è che fa parte di questo governo?”. Arrivò Piggy e prese la parola: “Il governo è formato dai politici, che sono scelti dal popolo per rappresentarli nella Stanza del Bisbiglio. A comandare la Stanza sono i Primer, in alternanza Precisino e Freddino, capi dei rispettivi partiti. Una volta vecchi, scelgono chi diverrà loro successore”. Bongio rimase perplesso: “Mi state dicendo che, alla fine dei giochi, chi prende le decisioni per tutti è un solo uomo?”. “Naturalmente. Ma i soli due uomini che prendono decisioni vengono scelti dal popolo. Popolo che sceglie tutto a parte il fatto d’avere l’obbligo naturale di dover scegliere solo uno tra loro due. Esclusivamente loro due, perché la plebaglia non può avere l’accortezza di scegliere tutto quello che vuole”. Piggy sorrise mostrando il viso a tutti i presenti. “Prendono decisioni nel loro e nel nostro interesse”, affermò in maniera semipolitica Piggy. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link Ralph era rimasto in silenzio e guardava i due dubbioso. L’ambasciatore non era totalmente convinto della risposta del ragazzino grassoccio, che sembrava essere certo che quello fosse il modo giusto di guidare un popolo. Il nodo fondamentale che non riusciva a sciogliere era proprio il fatto di poter condurre una moltitudine di persone, di decidere per gli altri. Ma non azzardò altri commenti e s’alzo fingendosi sazio di sapere. La fame, che non voleva né poteva nascondere, era quella che bussava al suo stomaco e che s’era accentuata alla vista del pollo. S’alzò e si diresse verso un tavolo ricavato dal tronco di un albero segato chissà quando. Poggiò le sue morbide quanto enormi natiche su un ammasso di pietre che abbozzavano una sedia, e iniziò a respirare i profumi della cucina del bosco. Qua e là v’erano falò accesi, messi adeguatamente in sicurezza in modo da non attentare al verde che li circondava. I giovani erano organizzatissimi con pentoloni, padelle e forchettoni. Una ventata riempì il naso da pugile di Bongio, raccontandogli di pomodori freschi passati con aglio e funghi. Ne fu estasiato. Cominciò a sublimare i sapori delle pietanze che mangiava dalle sue parti, descrivendo piatti e ingredienti esotici dai nomi improbabili, che i ragazzi non avevano mai udito. Arrivò il momento di mangiare. L’ambasciatore addentò la prima portata prima con gli occhi che con la bocca, ma rimase deluso: odori e presentazione delle cibarie sembravano d’eccellenza, ma il gusto era insipido. Provò altre due portate prima di lamentare la sgradita sorpresa a Ralph che sembrava aspettare il suo giudizio. “Non sa di nulla. Probabilmente è colpa mia, non comprendo la vostra arte culinaria”. In quel momento uno dei ragazzini lo prese per le spalle e lo tirò a sé, facendolo cadere sulla schiena. “Ora di culi-in-aria c’è solo il tuo, Fiocco Rosso!”. Esplose una fragorosa risata nel bosco, e più i ragazzini ridevano, più la sgraziata creatura con quei coscioni all’aria non riusciva ad alzarsi, corrotto dalle risa lui stesso. Quando poi i giovani scoprirono che l’ambasciatore non portava le mutande, il delirio s’impossessò di tutti i tavoli. Perfino gli animali del bosco sembravano ridere di quel goffo essere che appariva come una tartaruga rovesciata. Nell’ilarità generale alcuni ragazzini presero Piggy per le braccia, obbligandolo a terra; l’antipatico cicciottello scalciava a destra e sinistra, scimmiottando inconsapevolmente Bongio e chiedendo a gran voce l’intervento di Ralph, che in realtà appariva alquanto divertito. La compagnia tornò ben presto ai tavoli, continuando a consumare l’insipido rancio dall’aspetto e dall’odore accattivante. Con le labbra ancora sporche di sorriso, Ralph si rivolse a all’ambasciatore, che aveva ormai raggiunto una posizione decorosa nuovamente seduto: “Cos’era quella cosa che hai nominato prima?”. “Scusami, culinaria è sicuramente una parola che non conoscete e riguarda...” “No, quella prima”. “Ecco... non mi pare d’aver detto nulla che voi...”. D’un tratto si voltò, fissando un punto non ben precisato del terreno. Un’intuizione l’aveva folgorato. Da quando era entrato nello Stato dell’Ordine non aveva mai visto oggetti o ascoltato suoni che potessero in qualche maniera essere ricondotti all’... “Arte! Cazzo, qui non conoscete l’arte! Com’è possibile che io non me ne sia accorto prima? Non ci sono quadri, né musica. E i libri? Ditemi che conoscete i libri!”. Il viso del povero ambasciatore era paonazzo. Ralph non capiva di cosa parlasse e seguiva la gestualità delle sue mani come un gatto. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link “Ma certo, è ovvio”, continuò Bongio. “Ecco il perché del cibo insipido. Voi non conoscete l’arte! La massima espressione d’amore dell’uomo. Tutto ciò che fate è raziocinio d’un cane di fronte a una ciotola piena. Quindi non credete in niente?”. Ralph faticava a comprendere le parole dell’uomo, e gli sembrava quantomeno stravagante udire un discorso di tale serietà da un ciccione che si presentava con un fiocco rosso sul capo. “Ma miei cari ragazzi, l’arte è fede, e senza fede siete persi”. “Arte!”, gridò Piggy da lontano, per poi avvicinarsi, ancora titubante nei passi, a causa dell’affronto subito solo pochi minuti prima dal gruppo. “Me ne parlarono di questa cosa. Sentii due adulti che constatavano quanto fosse stato ridicolo credere che una cosa del genere potesse essere utile a una comunità. I libri di cui parli sono quelli che noi chiamiamo ‘manuali’, i quadri sono dei disegni come quelli dei segnali di divieto che sono sparsi per le città e la musica... quella è solo rumore organizzato”. “Ecco... no, per l’amor del cielo, no! Non è così! I libri raccontano storie, proprio come quelle che chiedevate a me appena sveglio...”, disse Bongio fomentato dalle parole di Piggy. “E come fa un manuale a raccontare storie?”, disse un bimbetto sui nove anni. “Ecco... qualcuno le scrive. Ci mette ingegno e volontà e... poi... no, ma i quadri... non sono segnali! I quadri sono, sono...”. Bongio si guardava intorno girando su se stesso, cercando un volto che accennasse, degli occhi che restituissero interesse, ma nulla. “La musica! Quella è immediata, t’accarezza e...”. Piggy sentenziò: “Molti anni fa un Primer disse che l’arte non si mangia, e aveva ragione. Il popolo ha bisogno di cibo e di case, non di rumori, disegni o gente che si traveste: ho sentito parlare anche degli attori, persone che fingono realtà che non esistono. Impostori!”. Girando su se stesso, Bongio incontrò lo sguardo di Ralph. Una lacrima s’affacciò sullo zigomo dell’ambasciatore. Il viso nel quale si rifletteva cercava qualcosa al quale appigliarsi. Un’idea, una parola, un gesto; ma rimaneva sospeso nel nulla, e Bongio si sentiva impotente. Gli tornò alla mente quella sensazione d’esser sulla lancetta dei minuti di un enorme orologio. Erano le undici e cinquanta ora. Raccolse le forze e si rivolse alla luna parlandole come se fosse stata una persona e immaginando di guardarla negli occhi “L’arte è il Dio di tutti, anche degli agnostici. Come si spiega Dio a chi vive solo nell’oggi?”. Terra straniera Nella sua nuova tunica Gipsy non si sentiva affatto a suo agio. Troppo colorata, troppo larga, troppo crespa. Aveva deciso, al ritorno dalla sua giornata di pesca, che avrebbe chiesto alla madre di cominciare prima possibile a cucirgliene un’altra. Non gli interessava granché come si presentasse dal punto di vista estetico (perché mai avrebbe dovuto?), ma piuttosto era la comodità ciò che esigeva. Certo, se non fosse stata così colorata avrebbe anche evitato le battute sarcastiche degli altri compagni di scuola. Ma lui voleva che fosse comoda, la tunica. O, perlomeno, cercava di convincersi che fosse per quella inadeguatezza che odiava la veste che la madre aveva confezionato per lui, dedicandole tempo e riempiendola di colore, visto che l’amore non sapeva tesserlo. “La voglio più leggera, mamma! Questo tessuto mi graffia la pelle”, pensava di dirle. “Sì, d’accordo non è pesantissima, ma non lo vedi che è larga e rischio d’inciampare?”. Non era granché convinto. “Mamma... questi colori! A scuola mi prendono in giro! Che posso fare?”. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link Rifletté per qualche istante, poi decise di non dire nulla alla madre. Corrucciò lo sguardo verso il sole, diede un’occhiata al galleggiante immerso nell’acqua e socchiuse delicatamente gli occhi. Tornò ad aprirli che il sole stava tramontando. Si stiracchiò e ritirò la canna da pesca, controllando l’amo e constatando che l’esca era stata mangiata. Era andato a pesca per portare un bel pesce al villaggio e per dividerlo con Lana, la ragazzina per la quale faceva qualsiasi cosa. Diede un’ultima occhiata al mare prima d’arrendersi a tornare a mani vuote, poi un riflesso dell’acqua richiamò la sua attenzione, portando il suo sguardo a nord. Allora lo vide. A poche centinaia di metri dalla riva c’era l’ombra d’un enorme galeone, il più grande che lui avesse mai visto, ed erano in arrivo decine di barche pronte a entrare nel piccolo golfo che abbracciava la spiaggetta nella quale si trovava. Gipsy rimase immobile per diversi secondi indeciso sul da farsi. Aveva sentito storie di pirati che aggredivano le imbarcazioni al largo, depredandoli del pesce che avevano pescato, ma sembravano per lo più leggende, racconti di pescatori ubriachi. E mai nessuno aveva visto i fantomatici pirati avvicinarsi alla riva. Mentre le remate avvicinavano le barche alla riva, Gipsy pensò di scappare verso il villaggio, avvertendo tutti che c’erano i pirati!. Si voltò e abbozzò un paio di passi, poi una folata di vento gli appiccicò la tunica al petto. Ne sentì la morbidezza, l’abbraccio. Pensò a come lo avrebbero preso in giro i compagni se quelli non si fossero rivelati pirati, bensì ambasciatori di chissà quale terra lontana. Pensò alle risa dei compagni. E se invece avesse accompagnato gli stranieri al villaggio? Proprio lui! Anche se fossero stati pirati cosa avrebbe potuto temere? Non aveva nulla e non poteva perder nulla. I pirati erano meno minacciosi delle risa a scuola. Tornò sui suoi passi. Con i piedi scalzi s’avventurò e attese l’arrivo delle barche. Si avvicinavano sempre di più. Avevano vesti lavorate e strani cappelli. No, non potevano essere pirati: nei racconti si parlava di gente sporca, trascurata. Erano ambasciatori! Il viso gli si riempì di gioia. Corse in acqua agitando il braccio e sorridendo. La prima persona che vide fu un uomo completamente avvolto in un mantello nero, con il bavero alzato e il volto coperto; solo gli occhi si riuscivano a distinguere. Era ormai a pochi metri. Gipsy gridò entusiasta: “Benvenuti!”. L’uomo alzò un braccio ed estrasse un bastone che allungò al ragazzo. Lui fece per raggiungerlo allungandosi quanto più poteva, con l’acqua che gli bagnava la tunica fin sopra la vita, felice come il giorno in cui incontrò per la prima volta Lana e la vide in tunica rossa, con quei suoi capelli neri che le incorniciavano il viso. Poi un dolore lancinante al petto, e il respiro si bloccò. Gipsy non comprese se avesse udito prima il colpo, che ancora rimbombava nella sua testa, o se avesse avvertito il dolore che gli bruciava il costato prima ancora del rumore. Aveva visto il bastone dell’uomo in piedi sulla prua della barca muoversi di scatto, e ora quel poco di luce che il sole regalava luccicava lungo la canna di quello strano bastone, che non sembrava di solo legno. Gipsy era stato colpito da qualcosa e la sua tunica s’era sporcata di sangue. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link Il dolore gli riempiva la testa, mentre il respiro tardava a tornare e lui si spingeva indietro verso riva, aiutandosi con le onde che lo cullavano con una delicatezza inopportuna. Sentiva la sabbia cedere sotto i suoi talloni, mentre camminava goffamente al contrario e veniva superato dalla barca che si arenava, e dalla quale iniziavano a scendere uomini dall’aria seria. Gipsy non respirava. Non ci riusciva. Provava a prendere aria, ma il petto non si gonfiava e il panico bloccava ogni suo tentativo di reazione, concedendogli solo quell’affannosa corsa lenta, a passo di gambero, alla ricerca di una salvezza irrazionale. Quando la schiena toccò il bagnasciuga, l’ultimo lampo di speranza si spense negli occhi del giovane. Quel che poteva l’aveva fatto: s’era spinto fino a terra, compiendo quel tragitto di pochi metri come se fosse servito a qualcosa. Un pizzico d’aria soffiò nei polmoni e gli consentì di vedere la figura d’un uomo che gli si avvicinava. Provò ad alzare un braccio, ma il tentativo fallì prima ancora che concretizzasse il pensiero e il suo corpo supino cominciò a tremare. L’uomo aveva una sorta di sciarpa e un cappello che gli lasciavano visibili solo gli occhi inespressivi. Gipsy cercò umanità in quello sguardo che non tradiva emozioni e vi trovò un sorriso, poi s’accorse che l’uomo era una donna e che quel cappello altro non erano che neri capelli lunghi. Anche la sciarpa non c’era più, e al suo posto le rosse labbra di Lana gli suggerivano frasi che lui non comprendeva. Le onde lo cullarono altre tre volte; alla quarta smise di tremare e quando l’acqua si ritirò, gli occhi di Gipsy erano sbarrati, come se il mare avesse rubato l’anima del giovane con una delicata carezza. L’uomo che lo guardava si chinò verso il corpo senza vita e mise la mano tra i lunghi capelli del cadavere. “Rufus, Signore...”. Egli si voltò. “Signore, gli uomini sono tutti a terra. Stabiliamo la base a riva?”, disse il soldato che chiamava l’uomo che era in piedi, con la schiena lievemente piegata e che continuava a fissare Gipsy. Rufus fece cenno di sì con la testa, poi guardò il contenuto della sua mano. Il fiocco rosso era asciutto. Quella città senza nome Lana era intenta a stendere i panni appena lavati sulla corda nel retro della casa in pietra, costruita dai genitori e terminata poco prima della sua nascita. Aveva gli occhi socchiusi a causa degli ultimi raggi di sole che la giornata stava regalando agli abitanti della comunità; era già visibile la luna nel cielo, e la ragazzina andò a cercarla sul profilo delle montagne a sud, con un’espressione seria ma rilassata. Le piaceva quel momento nel quale il giorno e la notte si rincorrevano. I capelli lisci e scuri di Lana erano raccolti in una coda legata da un cordino nero che li tirava, dando risalto agli occhi grandi e puliti della giovane quindicenne. Era sola nel giardino che attorniava la villa dove abitava lei con la sua famiglia. Lana camminava nel prato e guardava in direzione della strada che portava al mare. Attendeva con ansia che comparisse Gipsy, e che la faccia ospitasse il solito sorriso che riempiva spesso il suo viso. Lei attendeva il suo miglior amico, per vedere con quale pesce sarebbe tornato. Poi volle stupire se stessa e si avviò nella casa, accelerando il passo. Spinse la porta e si poggiò sul divano. Provò a chiudere gli occhi, ma si rese conto che la sua mente aveva iniziato a galoppare in cerca dei ricordi del suo amico bellissimo. A Lana piaceva Gipsy, con quel fisico robusto e il fiocco 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link rosso sempre in testa. Accarezzò il cuscino del divano sul quale era sdraiata tenendo gli occhi chiusi, poi allontanò la mano dal divano per distendere il braccio e sentì sulle sue dita una capigliatura che era lontana dalla sua testa. Aprì immediatamente gli occhi e guardò in quella direzione, sperando di vedere Gipsy che le avesse fatto una sorpresa e si fosse nascosto vicino al divano per darle il bentornato, invece trovò un loro amico che si era introdotto nella villa. “Cosa fai qui?”, gridò Lana. “Stasera mi sento solo. Prima che faccia definitivamente buio, cercavo la compagnia della ragazza più bella del luogo. Lana, sei bellissima e lontano da te non voglio stare”. “Ma... sei impazzito?”, rispose Lana, intensificando il suo sguardo serioso. “Vieni da me a farmi questa dichiarazione d’amore quando sai benissimo che io sto sempre con il tuo amico Gipsy, e che non credo di voler bene a nessuno quanto ne voglio a lui!”. Sergio abbassò lo sguardo e indirizzò la vista al lato di Lana. “Lo sai che Gipsy mi sta simpatico. Lui è simpatico a tutti. E lo giudicano bello anche in tanti, soprattutto in tante. È un ragazzo fortunato, simpatico e bello. Io non sono venuto a sfidare il suo cuore, ma ad aprire il mio a chi lo merita. Gipsy ha già avuto tanto nella sua vita. Se tu diventassi la sua donna non avrebbe più nulla da chiedere e si sentirebbe... completo”. Lana toccò il mento di Sergio con le dita della sua mano e gli fece girare la testa in direzione del proprio viso. “Lui si sentirebbe completo se divenissi la sua compagna, ma sarebbe la stessa cosa, forse, anche per me. Io forse lo amo”, e gli occhi di Lana brillarono, accompagnando questo evento con un sorriso. Sergio abbassò nuovamente gli occhi. Guardò la vita magra di Lana che aveva una tunica rossa a vestirla. Lo fece per pochi secondi, poi tornò a incrociare il suo sguardo e le disse: “Lui mi è simpatico, ma se avesse anche te sarebbe troppo! Se non ti piaccio significa che lui è enormemente fortunato. Ma sappilo, prima o poi la fortuna in questa vita termina!”, poi si voltò e si diresse verso la porta. “E ricorda che Sergio sarà sempre qua. Se sarai fortunata anche tu, ti aspetterò”. Poi aprì la porta e s’avviò verso la festa della compagnia nella quale vivevano. Molti, i luoghi pieni di case, li chiamano “paesi” o “città”. Questo era un posto enorme e pieno di alloggi, indi per cui si dovrebbe chiamare “città”, ma questo non era ancora un termine usato in questo Stato del Resto. I cittadini restii non sapevano ancora di vivere in quello che era considerato uno Stato del Resto, quindi non conoscevano neanche il nome di quello che gli stranieri reputavano uno Stato. Non sapevano neanche il Resto, e scusate la lettera maiuscola, ma in questo caso non sarebbe neanche un errore esagerato. Lana smise per qualche minuto di pensare a Gipsy, fino a che la sua assenza non cominciò a turbarla. Stava accettando il fatto di amarlo e, per non attenderlo molto di più, s’incamminò verso il mare indossando il suo sorriso, per accoglierlo giustamente nel momento in cui lo avrebbe incontrato. Si era avviata perché non voleva attenderlo, né, soprattutto, farsi attendere da Sergio. La testa di Lana si riempì di pensieri mentre camminava. Lei non voleva attendere né farsi attendere. Camminò per ben un’ora, incontrando tanti compagni della sua compagnia (la chiamerò Compagnia d’ora in poi) che la salutavano felici di vederla. Poi fece un tratto di strada in cui non incontrò nessuno. Stava per arrivare al mare e là vicino c’erano poche case. Mentre camminava tenne lo sguardo a quello che era un sole che stava per sparire dietro il mare, giudicando lo spettacolo bellissimo. Amava i tramonti. La sua vista venne distratta e rapita dallo spuntare di molti uomini che camminavano verso di lei. Lana notò che erano persone con vestiti puliti e vide che erano coperti dagli stessi colori. Rimase incuriosita e li attese praticamente immobile. Rufus arrivò di fronte a lei e disse: “Sei del Resto. Io 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link sono dell’Ordine. Dimmi che per te è un piacere vedermi o ti farò sparare dai miei uomini. Siete in guerra e tu sei la prima persona ancora viva a saperlo!”. Lana scosse la testa per far spazio alle idee e disse: “Sono del resto di cosa?”. Rufus s’arrabbiò e gridò: “Eh! Puntatela e sparategli appena vi darò l’ordine!”. Mentre lo diceva pensò che gli dispiaceva uccidere una così bella ragazza senza aver approfittato del suo corpo in maniera gratuita. Lana alzò la voce e disse: “Cosa significa ‘sparare’? Poi mi hai detto che sei dell’ordine e vuoi dare un ordine a questi uomini... perché? I tuoi amici fanno tutto ciò che chiedi? Ma siete pirati? O venite dall’altra parte della muraglia?”. Rufus comprese che la ragazza poteva essere ancora utile, perché in quel luogo non sapevano neanche il nome dell’Ordine e del Resto. “Potresti essere fortunata. Ti lascerò vivere finché farai quello che voglio. Dovrai parlare ai tuoi concittadini di noi, prima di noi. E cercare di spiegargli che loro dovranno imparare a ubbidirci per fare il nostro e soprattutto il loro bene. Noi siamo dello Stato che si chiama Stato dell’Ordine! Tu potresti diventare la nostra voce amica per divenire il massimo governo del Resto. Portaci alla tua città. Ed è importante che tu mi dica anche il suo nome”. Lana: “La città? Cos’è la città? E vorreste governare cosa?”. “Dimmi dov’è il tuo villaggio. Dove sono le case? Mi fai incazzare, stupida bambina! Portaci da quelli che comandano qua. E quando dico ‘qua’, non pensare alla politica. Voglio i comandanti delle case nelle quali abitate!”. “Io posso portarvi alle case”, rispose Lana “ma comandanti qui non ce ne sono. Non c’è neanche quella che chiami politica”, e il suo viso divenne triste perché non era abituata a sentire voci così alte rivolgersi a lei. Rufus la guardò con un occhio che tremava per la rabbia: “Va bene, portaci in quella città senza nome”. Gli uomini e Lana cominciarono a camminare verso la compagnia... anzi, forse è meglio chiamarla con la “c” maiuscola: Compagnia. “Dove diamine è questo villaggio o paese o città o come accidenti lo chiamate il posto con le case?”,disse Rufus già furente d’aver sprecato tanto tempo per iniziare una guerra. “Guarda, quel posto sarebbe una compagnia, e manca poco”. “Ah... bene. La Compagnia sarà quindi il primo posto nel quale dovremo convincere i tuoi compaesani a divenire parte del nostro popolo”. S’accese sempre più il riflesso della luna, e s’avvicinò la notte. L’esercito ordinario, mentre avanzava, osservava i luoghi che scoprivano per la prima volta. A tutti piaceva molto, e attendevano con trepidazione il momento in cui avrebbero invaso Compagnia. Rufus notava questa emozione negli occhi dei suoi uomini, e disse: “Entreremo in quella città senza sparare troppo. All’inizio dovremo incutere paura a questi imbecilli”. Egli pensava davvero quello che diceva, e questo era un suo vizio: dare gli ordini per le cose in cui credeva; ecco un motivo per il quale era divenuto un personaggio così importante nell’Ordine. Cominciarono a vedere le case, ma all’interno non vedevano nessuno. Le case erano vestite di colori accesi, tutte senza mura o cancelli che ne obbligassero l’entrata. Gli uomini guardarono ma non dissero nulla. Ogni volta che i soldati vedevano qualcosa di strano volgevano lo sguardo verso il capo Rufus per vedere come reagiva; ma a lui non c’era nulla che suscitasse emozioni particolari. In realtà non ne dimostrava mai da quando era in vita. Riusciva a tenere tutti i sentimenti dentro di sé, senza tradirsi mai. Per lui il tradimento comportava la morte. Cominciarono a vedere qualche persona poco prima di entrare in una piazza. Tutti quelli che li videro si domandarono chi fossero questi stranieri, e a qualcuno venne la paura che fossero pirati. Le donne e le ragazze trovarono qualche uomo interessante, anche se vestito male, e gli si 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link avvicinarono sorridenti iniziando una discussione che non prese il via con nessuno degli ordinati. Loro guardarono le donne e a molti quelle vestite pochissimo piacevano, ma rispettavano l’ordine del capo e non parlavano con la bocca, ma gli sguardi non erano muti e, anche se non accennavano sorrisi, il loro interesse era evidente. Sentirono la musica. “Bell’uomo, mi faccia ballare”, era la frase più adoperata dalle restie nei primi momenti in cui la musica li sorprese. Rufus cercava quelli che apparivano gli uomini più inclini a essere comandanti, ma quelli che vedeva erano tutti vestiti in maniera assurda e colorata. Quando arrivarono al centro della piazza, il capo alzò le braccia e attese che la musica terminasse; poi gridò un “Eh!”, richiamando l’attenzione di quasi tutti i presenti. “Sono Rufus, l’uomo dell’Ordine. Con chi posso parlare per quanto riguarda il vostro Stato? Chi comanda qui?”. Uno dei restii s’avvicinò a Rufus. “Comanda... cosa? Ognuno fa quel che vuole nel rispetto degli altri”. Dietro questo uomo di una trentina d’anni ne comparse uno della stessa età che disse: “Forse qualcosa avrei capito io. Spesso parlo con quei pirati che a volte vanno dall’altra parte della muraglia. Loro sono riusciti a scendere a terra qualche volta, a differenza nostra, e hanno sentito anche come sono organizzati. Capire non l’ho capito molto, ma sembrano stranissimi rispetto a noi e alla vita!”. Rufus si rivolse a quest’uomo: “Siamo venuti a portare la democrazia! Voi non la conoscete perché siete ignoranti, ma vi farò divenire una nazione ordinata, che potrà decidere chi comanda tra le nostre due personalità politiche. Voi non sapete che...”, e l’uomo che aveva parlato prima tentò nuovamente di farlo: “Da quello che m’hanno detto i pirati noi non riusciremo mai a decidere nulla. Decideranno tutto loro”. Rufus spostò lo sguardo verso un suo soldato e fece un gesto affermativo con la testa. Il soldato prese in mano il fucile, mirò all’uomo, e in pochissimi secondi gli sparò. Tutti i presenti restii saltarono, impauriti dal colpo, e videro quel trentenne che cadeva a terra. Morto. Rufus guardò nuovamente tutti e disse: “Una volta era una città senza nome. Da oggi si chiama Compagnia!”. La muraglia è una scelta Erano oramai quasi dieci giorni che Bongio e gli Orfanelli Disordinati viaggiavano verso sud, evitando le dritte strade dell’Ordine e tenendosi ben lontani dalle città, camminando sempre al riparo dagli sguardi indiscreti dei facchini che ben sapevano la taglia di 50 monete a bambino che pendeva sulle teste del gruppo. “Hai fatto bene a rimanere con noi, Fiocco Rosso”, disse Ralph. “Ecco... certo, certo. Solo che per un uomo della mia stazza, capirai... non è così facile camminare così tanto e alle volte correre per fuggire da questi uomini che vogliono ucciderci. Risulta strano per me. Nella mia terra, che io qualche giorno fa ho nominato incosapevolmente il ‘Resto’, non c’è nessuno che vuole uccidere nessuno. Gli uomini più pericolosi che puoi incontrare sono i rarissimi pirati, che vivono in mare e ogni tanto tornano a terra e vogliono mangiare”. Intervenne Piggy, tirando il braccio a Bongio. “E questi pirati vogliono uccidervi per avere cose da mangiare? Cioè, vengono dal mare, sbarcano e... ma non c’è nessuno che gli impedisca di uccidervi ed entrare nel vostro Stato?”. “Ma loro non uccidono nessuno. Almeno io non ho mai saputo nulla di queste fantasiose avventure in quello che definisci il nostro Stato. Ecco... loro... loro, i pirati intendo, vogliono mangiare e cercano di conquistare le donne. E... ecco... qualche volta riescono pure a rimediare l’abbraccio di qualcuna”, disse sorridendo Bongio. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link “Vengono dal mare nel vostro Stato e si fanno pure le vostre donne. E poi mangiano. Cazzo! Manca solo che gli cuciniate e gli diate qualche moneta vostra”, disse Piggy ridendo e guardando Ralph, che accennò una risata. “Avete questo vizio assurdo di riconoscere proprietà inesistenti in questo... come si chiama? Ah... Ordine! Dite sempre ‘vostro’, ‘nostro’... e non capite che molte cose non hanno un padrone! Le donne fanno parte della terra allo stesso modo di noi uomini. E non sono nostre, né vostre. Le donne e gli uomini devono essere liberi”. “Vuoi che tutti siano liberi, Bongio? Ti senti quindi il padrone di tutto”, disse Ralph tornando serio ed enfatizzando sicurezza. “Sappi che chi vuole troppa libertà rende gli altri schiavi”. Bongio accese gli occhi e assunse uno sguardo stupito: “Come? Se io sono libero e voglio che tu sia libero non posso trasformarti in uno... com’è che li chiamate qui... ah ecco... schiavo!”. “Sarebbe un lavoro immenso per tutti cercare di rendere questa cosa possibile in uno Stato. Come si farebbe ad avere un esercito?”, disse Piggy che si stava infastidendo nel sentire parlare Bongio in questo modo. Ralph invece cercava di capirlo, guardando entrambi. “Da noi non lavora nessuno per essere libero. Del Resto, e lo dico con la erre maiuscola, è naturale essere liberi”. Piggy fece un gestaccio verso l’omone e continuò a camminare; Bongio lo guardò, alzò un poco lo sguardo e vide il muro, riuscendo perfino a leggere la scritta ‘Ordine’, sebbene fossero ancora distanti. “Ecco... siamo alle mura! Guardate!”, urlò l’omone; poi finse una corsa per due passi e tornò a camminare. “Ora sarà pieno di uomini dell’esercito”, disse Ralph guardando l’omone. “Quelli ci spareranno non appena ci vedranno, accidenti”. Bongio lo guardò più serio di prima e disse: “M’avete già spiegato in cosa consiste ‘sparare’ e ho sentito dei colpi quando scappavamo. Questi vi sparano anche quando non siete con me? Ma voi cercate di rimanere liberi. In fondo tra noi e voi non cambia poi molto”. “Sto cercando di capire se siete più pazzi voi o noi”, disse Ralph. “È pazzo chi non capisce entrambi, ecco! Ed è anche schiavo!”. “Tu un po’ pazzo lo sei, Fiocco Rosso”, disse col volto allegro Ralph, pensando ai discorsi privati che avevano fatto negli ultimi giorni. “Vi sembro pazzo soltanto perché non baso tutto sul lavoro del cervello. Sono libero anche di pensare, senza obbligare il mio cervello a lavorare solo sul mio benessere e desidero il meglio per tutti noi”. Ralph voltò lo sguardo e continuò a pensare, poi cercò di convincersi a tornare a camminare verso i rischi e comprese che non lo faceva solo per lui, ma per tutti. “Forse sono pazzo anch’io”, disse a bassa voce. Bongio non riuscì a sentirlo, ma il fatto d’apparire pazzo a una popolazione ch’era sconosciuta lo rese un po’ triste e s’immaginò aggrappato a quella lancetta con la terra sottostante che lo chiamava. Ma lui non voleva cedere e lasciare la presa. Mancavano due minuti a mezzogiorno e lui era, nella sua testa, vicinissimo alla lancetta dell’ora che rischiava, solo in maniera immaginaria, di schiacciarlo. I ragazzini e l’omone s’avvicinarono alla muraglia, nascondendosi un po’ qua e un po’ là, dietro agli alberi che riempivano la distanza. Vicino alla muraglia c’era una sorta di foresta e sopra il muro, che era alto almeno venti metri, c’era un passaggio all’aperto nel quale si davano il cambio i soldati che controllavano la foresta dell’Ordine e ogni tanto quello che avevano scoperto dalla voce del Primer qualche giorno prima si chiamava Resto ed era probabilmente in guerra con loro. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link Quella che sa ancora poco La nave terminò il suo viaggio e iniziò ad attraccare nel famoso porto dello Stato dell’Ordine. Lana era stata portata da Rufus e da qualche soldato dell’Ordine sotto esplicito ordine di Precisino, l’Opposter del Primer, che voleva a sua disposizione qualcuno del Resto con il quale parlare. Del resto era ovvio. La giovane ragazza era curiosa ma anche impaurita dal modo di fare di quegli stranieri, che nei giorni scorsi aveva visto comportarsi in maniera assurda rispetto a come aveva imparato a vivere lei. Loro si sentivano padroni di tutto nella Compagnia e facevano fare quello che loro volevano ai suoi compagni e ai suoi familiari, obbligandoli e intimorendoli con quei bastoni che loro chiamavano fucili e che tutti avevano capito che potevano anche uccidere se sputavano un colpo in direzione di qualcuno. Quindi i soldati puntavano, ordinavano, e i compagni del Resto, intimoriti, facevano ciò che loro gli chiedevano. All’inizio i soldati impiegarono un po’ di tempo a farsi comprendere e molti compagni furono feriti, anche perché i soldati usarono il fucile come un bastone-mattarello per picchiarli. Qualche altro colpo, oltre a quello che uccise il primo detrattore, partì, ma mirarono agli arti e, nonostante non ne uccisero immediatamente altri, i colpiti soffrirono e qualcuno non risultò salvo completamente neanche dopo i primi giorni d’aggressione dell’Ordine al Resto. Nel Resto nessuno si abituava rapidamente a obbedire agli ordini perché erano allenati a rispondere a domande che avessero una logica a favore di tutti. E loro la logica ordinata non la comprendevano. Lana era stata trattata meglio rispetto agli altri perché era stata protetta dalle indicazioni date ai soldati di Rufus. Il sole era acceso nella mattinata e Lana riuscì a vedere una città che abbracciava il mare e tanti uomini vestiti tutti in maniera simile. Anzi, uguale. I facchini presero la corda che venne lanciata a terra dai soldati e la legarono. Di corde ne vennero lanciate altre cinque, con le quali venne avvicinata la nave al molo e Lana si diresse verso il ponte per sbarcare. Rufus era alle sue spalle e la guardava con la voglia che attacca il padrone. Lui voleva possedere il bel corpo della ragazza pur sapendo che lei era molto giovane. L’aveva imbarcata e scelta come relatrice anche per riuscire ad avere qualche momento di solitudine con lei che, secondo Rufus, era l’unica restia che poteva comprendere le leggi dell’Ordine per poi spiegarle a tutta la popolazione del Resto. In effetti non pensava fosse l’unica, ma era la migliore da portarsi dietro per accontentare le sue voglie che non erano solo fisiche, ma anche emotive. E questo lo faceva pensare spesso negli ultimi giorni; erano sentimenti strani per lui. Lana fece il passo che la trasferì nell’Ordine mentre molti sconosciuti la guardavano con espressione seria. Rufus la fece camminare per pochi metri, poi alzò il braccio chiamando il facchino che guidava una carrozza e che lo aspettava da qualche ora all’ombra di un albero. Il facchino venne subito e, appena fermò la carrozza, lui scese in maniera ordinata e spedita, gridando il solito “Eh!”. Rufus indicò l’entrata a Lana che montò subito a bordo e si mise seduta. Poi entrò Rufus e si sedette di fronte a lei, dando le spalle al facchino che si mise subito a frustare i due cavalli per portarli il più velocemente possibile dall’Opposter. Lana guardò l’uomo che aveva di fronte, poi spostò la sua vista verso le strade della città. Rufus la guardò e le disse : “Ti piace Porto, stupida ragazza?”, e lo disse come al solito senza sorridere per niente. “Il porto non è brutto, ma le case hanno tutte colori tristi e...”. “Ho detto se ti piace Porto, non il porto, stupida!”. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link Lana lo guardò perplessa: “Cioè?”. “Questa città si chiama Porto e la tua Compagnia, è chiaro?”. Rimase qualche secondo perplessa, poi: “Se sta bene a te, deve stare bene a tutti?”. “Ti odio, ma ti voglio, stupida ragazza”. “Cosa vuoi di me?”, disse Lana con aspetto interrogativo. “Quando potremo, mi darai il tuo corpo”. Lana rimase allibita ma non disse nulla, tornando ad ammirare le strade e cercando di dimenticare la frase che aveva appena sentito. Arrivarono presto nel palazzo nel quale li aspettava l’Opposter. Lana vide la struttura e la reputò pessima. Non v’era arte nel modo in cui era fatta e le venne in mente che sinora non aveva visto arte in nessun luogo a Porto. E non le era capitato di vedere neanche donne durante il tragitto. Scesero dalla carrozza e iniziarono entrambi a salire la scalinata che portava all’entrata del palazzo. Salendo, lei si voltava a destra e a sinistra per capire bene in quale luogo era stata condotta. Dietro di loro Lana vide che il facchino fece ripartire i cavalli allontanando la carrozza. Rufus era vicino a lei, ma questa presenza non la tranquillizzava, e non era solo impaurita per la cosa che le aveva detto prima; lei non lo reputava la persona ideale che la accompagnasse a scoprire un territorio nuovo e così triste. Arrivarono, dopo un corridoio che sorprese Lana perché aveva le murature gialle e il pavimento e il soffitto neri, a una porta con due soldati ai lati, e dietro di loro comparivano le scritte ‘Qua’ e ‘Là’. La ragazza non ne aveva sentito parlare per niente, neanche da Rufus, che in qualche maniera sembrava spiegarle quali fossero i gesti ordinati e quali fossero le leggi da rispettare, in maniera niente affatto gentile. “Cosa sono questo Qua e questo Là?”. “Ora parlerai con l’Opposter, lui ti spiegherà tutto quello che gli chiederai, ma fallo in maniera gentile ed educata!”. “Uhm... esattamente come ti sei comportato tu nei confronti dei miei compagni o nei miei confronti?”. Lo disse sorridendo e sentendosi superiore a quello che voleva comandarla. I due soldati fecero il solito gesto quando riconobbero Rufus e gridarono “Eh!”. Aprirono la porta e fecero entrare entrambi, scrutando con attenzione Lana. Fecero qualche passo e videro venirgli incontro l’Opposter Precisino. “Oh... Rufus, bentornato. E questa ragazzina chi è?”, disse lui guardandola. “Questa è Lana. A mio avviso la testa migliore che hanno nella Compagnia. Ti ho portato lei perché immagino possa comprendere quello che hai da dirle e possa riferirlo, in maniera corretta, ai suoi compagni restii”. “Ma lei è giovane. Ed è donna! Possibile che non ci sia un uomo che abbia un po’ di sale in zucca?”. “Questa è intelligente. E bella. Io l’ho portata a te; poi me la porterò al letto”. “A me non piaci per niente, Rufus del cavolo! Per niente! E non mi stai neanche simpatico! A me piace un ragazzo di... come lo chiamate? Ah sì, del Resto. Si chiama Gipsy. Potrei diventare la sua compagna. Tu non farti illusioni. Io non ti voglio!”, disse Lana mostrando un po’ di rabbia. “Chi cazzo sarebbe questo Gipsy? Stupida!”. “È un bel ragazzo che non si copre il volto esageratamente come fai tu. Ha sempre un sorriso e quel bel fiocco rosso che gli lega i capelli. Tu invece hai sempre quel berretto in capo! Lui è mille volte meglio di te, ed è anche molto più giovane”. Rufus, mentre Lana parlava, mise la mano nella sua tasca e prese il fiocco del ragazzo ucciso al loro arrivo nel Resto. Lo tirò fuori e lo mostrò alla ragazza. “È questo il fiocco di cui parlavi?”. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link “Incredibile! Questo è il suo! C’è anche quella lettera ‘L’ che gli ho cucito sopra io! Ma dove l’hai preso? Lui non si è fatto vedere mai da quando siete arrivati a Compagnia. L’ultima volta che l’ho visto era andato a pescare e... aspetta, voi siete venuti dal mare mi hai detto. Forse vi ha visto prima di noi altri ed è scappato”, disse Lana parlando di quello che aveva pensato diverse volte da quando aveva visto gli stranieri nella sua compagnia. Anzi Compagnia. Rufus fece quello che non aveva mai fatto sino ad allora davanti a Lana. Sorrise. E le disse: “Gipsy è stato il primo a vederci e a provare a parlarci. Ma io l’ho visto incamminarsi velocemente verso di noi e l’ho ucciso con il fucile”. Lana sbarrò gli occhi e non disse nulla. Poi fece movimenti morbidi con la testa, in avanti e indietro, infine perse la sensibilità alle gambe battendo la schiena e la nuca a terra. Svenne. “Ma non potevi aspettare un po’ per diglielo, Rufus? E potevi farlo in maniera più delicata!”. “Senti Precisino. A me non devi dare ordini, ma suggerimenti!”. “Scusa Rufus, ma questi erano suggerimenti. Anche se il tono sembrava quello degli ordini. La faremo riprendere, poi le parlerò”. Rufus si voltò e s’incamminò verso l’uscita del palazzo. Aveva ricordato di dover passare dal Primer. Un futuro Freddino Giusto, il Primer, era nella stanza del suo palazzo. Aveva mille cose per la mente e un solo nome con il quale confabulare. Bussarono alla porta ed entrò un facchino. “Eh! Primer. Abbiamo visto Rufus che è arrivato al palazzo con la carrozza. Lo faremo entrare nella sua stanza?”. “Sì! Ma bussate prima di farlo entrare”. Sentì la felicità immotivata crescere dentro di lui. Freddino attendeva Rufus con ansia. Dopo pochi minuti si fece avanti, lo fece entrare e lo accolse con un quasi sorriso. Fece lo stesso Rufus, rimanendo più distante del Primer da un sorriso lampante, che trasmette contentezza nel vederlo. I due s’avvicinarono ed esordì Freddino: “L’hai portato qualcuno del Resto? Ci sta parlando Precisino?”. “Gli ho portato una ragazza. Speriamo ci parli soltanto perché è anche molto bella e la reputo mia”, disse Rufus avvalendosi di quella proprietà anche con lo sguardo, appesantendolo con il movimento a scatti della pelle su un lato del naso. “Perché una donna? Non m’avevi mai detto che da quei tonti comandassero le femmine”, chiese Freddino. “Non comandano le femmine e a te, ossia il Primer del mio Stato, ho detto sempre tutto”. “Va bene Rufus, sai che ho rispetto nei tuoi confronti. Io devo sempre sapere tutto! Conosci il mio ruolo. Io comando!”. Rufus abbassò la testa e la dondolò su e giù per simulare un sì e un’approvazione. Freddino volle fargli un’altra domanda: “Ma Precisino lo ha capito che prendi molti ordini anche da me? E cosa sa del Docrosto?”. “Gli ho detto quel che mi hai autorizzato a dirgli, Primer. Non sa le tue ipotesi sull’utilizzo di questo materiale”. A Freddino comparve nuovamente un abbozzo di sorriso: “Stiamo organizzando il futuro, mio caro Rufus. Io comanderò ancora per molti anni e tu potresti essere una sorta di secondo, 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link ovviamente non ufficiale. Con il Docostro potremo fare anche quella cosa che stanno studiando gli scienziati da quando gliene hai portato un po’ sotto mio ordine. E mi hanno detto nuovamente quello che volevo sentirgli dire, e cioè che questo materiale potrà far camminare una... aspetta che non ricordo il nome...”, Freddino s’accarezzò il mento e pensò. “... Locomotiva! Quella che trasporterebbe le carrozze senza cavalli! Quindi potremo far viaggiare la gente e i materiali in tutto lo Stato. E faremo rotaie anche nel Resto e in quei due stati del nord. Fingeremo una comunità felice sotto il mio volere. E il Docostro diverrà il materiale più costoso di tutti gli Stati, così potrai guadagnare molte monete anche tu come ti ho promesso!”. “Dicesti che potevo prendere il 20%. Ma questa storia del ‘secondo non ufficiale’ cosa significa? Dovrò uccidere Precisino e diventare l’Opposter?”. Freddino tornò estremamente serio: “Quello è il mio fratello! Così dicono. Non ho certezze ma sappiamo tutti così da quando siamo nati, e la verità è quello che fai credere al popolo. Non ti dirò mai d’uccidere il mio ufficiale fratello. Dicono che questa cosa non sia mai successa da quando la nostra famiglia Giusto governa l’Ordine!”. Rufus dimostrò che sentiva d’aver sbagliato idea con gestualità accentate, anche se in realtà non lo pensava. “Era solo una domanda Primer. Lei lo sa che ho buoni rapporti con Precisino e... anzi, per lui e per il popolo io sono un Là! Quindi sarebbe questa la verità, Primer”, e abbozzò nuovamente un quasi sorriso. “La verità è quello che vogliamo noi! Il Primer e l’Opposter, ma a noi servono voti per diventare Primer e quello che facciamo credere al popolo è a nostro favore!”. Rufus fece ancora sì con la testa e Freddino disse: “Lo sai che nel nostro Stato comanda il Primer, ma si diventa importanti anche se si è ricchi. E questa è la tua strada”. “Potrei divenire più ricco dell’Opposter?”. “Penso che questo possa accadere. Farò in modo che Precisino abbia il 10% delle monete sul Docostro”. Lana si svegliò dopo un’ora e vide Precisino seduto su una sedia accanto al letto. Lui la aspettava con gli occhi ben aperti, fissandola. E quando Lana mosse la testa, vide anche un facchino con un camice bianco che guardò l’Opposter con un’aria interrogativa e lui che gli fece, con la mano, il segno d’andare via. Il facchino ubbidì. “Ha ucciso davvero Gipsy quell’uomo di nome Rufus?”. “Sei svenuta per questo, ragazzina?”. “Se è vero, voi siete dei pazzi!”, e Lana tornò a piangere, mischiando sofferenza e rabbia. “Non pensare a quello che è successo e a quello che non hai più. Pensa a quanto diverrà bello il Resto ora che fate parte del nostro popolo”. “Noi non ne facciamo parte liberamente. Ci state costringendo! E avete ucciso il mio amore!”. Terminò la frase singhiozzando e tornò a piangere. “‘Il mio amore’... Ma non avete detto che non possedete nulla? Rufus non ha ucciso una persona tua. Ha ucciso un ragazzo che sembrava pericoloso”, disse Precisino. “Per lui non era possibile sembrare pericoloso! Lui rideva spesso, non come fate qui che siete tutti tristi! E poi non ho detto che era la mia persona, ma il mio amore”, e il pianto sbottò nuovamente. “E cosa sarebbe questa cosa che chiami ‘amore’? Qualche scienziato me ne ha parlato, ma non l’ho mai capita. Ora non ne sei più schiava”. Lana si asciugò gli occhi con la mano: “Non sei schiavo quando lo hai. Sei totalmente vivo! E libero!”. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link “Sei viva anche adesso, ragazzina. E sei libera. Ti impedisco solo di fare del male in maniera insensata agli altri del mio popolo”. “Io non farei male a nessuno. Perché dovrei farlo?”, disse Lana inorridita. “Non lo so... Per vendetta, o per rubare. Noi qui abbiamo delle proprietà e vietiamo di rubarle”. “Questa cosa ce la disse Rufus. Ma a me sembra pazzo anche questo rischio! Se non hai nulla di tuo non rubi nulla agli altri che non sono proprietari!”. “Scoprirai la bellezza della proprietà grazie a noi, ragazzina. E perderai la paura d’essere schiava di quelli che chiamate sentimenti. Anche noi li abbiamo i sentimenti, ma non ne siamo mai succubi. Lana, dovrai ascoltarmi e vedrai che il tuo modo d’essere incastrata nella ricerca di libert à mina le condizioni di molte persone in un popolo. Un popolo che si affidi alla legge. Anche tu ora sarai nell’Ordine. Tu sei dello Stato!”. Lana, con gli occhi ancora bagnati e la pelle intorno al suo sguardo arrossata, cercò d’ascoltarlo, ma si sentiva impossibilitata a farlo con esattezza ed erano i pensieri su Gipsy a legarla. Forse l’uomo che aveva di fronte non era totalmente pazzo e su qualcosa aveva ragione. Forse. Lei si sentiva imprigionata dal ricordo di quello che sarebbe dovuto divenire il suo uomo, ma ormai sapeva che questo non sarebbe più potuto accadere. “Io non ti capisco... e credo che tu ti stia approfittando di una persona debole per dare forza al tuo piano. Ma io posso tornare la ragazza che ero senza stravolgere la mia mentalità”. Precisino prese qualche secondo fissandola seriamente; poi s’alzò e le diede le spalle camminando e fermandosi davanti la porta. “Ragazzina, cominciamo dalle cose serie. Nell’Ordine le donne non lavorano, fanno solo quel che serve agli uomini che tornano a casa stanchi”. Lana guardava la schiena di Precisino con il viso di chi non vuole comprendere le parole di chi la obbliga a smettere di vivere il suo sogno. “Dimmi che c’è la possibilità che quello che avete ucciso non sia Gipsy, il mio amore...”. “Quando non ho certezze non rispondo, ma credo che Rufus non avrebbe mai detto una bugia”. Il saluto Il gruppo di Disordinati e Bongio s’avvicinavano all’enorme muro che si presentava sulla loro rotta. Erano nascosti sotto l’ombra dell’infinità di alberi e cespugli che riempivano la zona. Molti erano sdraiati e guardavano tutti verso la cima della muraglia che conoscevano bene. I giovani l’avevano vista molte volte e sapevano che dall’alto i soldati sorvegliavano e potevano sparare. Vagamente la conosceva anche Bongio che, dal Resto, l’aveva vista cercando sempre di capire cosa ci facessero lì sopra quelle sagome d’uomo che ogni tanto aveva visto. Ora lo sapeva. Gli avevano detto del rischio i Disordinati. Erano tutti immobili e impauriti da qualche minuto. Si erano fermati prima di attraversare un fiumiciattolo largo un paio di metri. Bongio fissava l’acqua e aveva visto che era profonda pochi centimetri. Sapeva che dovevano sorpassare quell’acqua per poi scavalcare la muraglia e tornare a parlare con i suoi compagni e, soprattutto, con la sua famiglia. Voleva vedere la sua compagna e i loro figli e, guardando l’acqua, iniziò a riflettere sulla sua vita e sull’incontro che aveva fatto da pochi giorni. Gli uomini non erano tutti come quelli che aveva conosciuto e si chiese quando avrebbe potuto incontrare altre società. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link “La vita scorre. È importante dare vita al fiume giusto per l’umanità”, disse Bongio a voce bassa, riferendosi più a se stesso che a Ralph che gli era vicino e lo osservava, mentre l’ambasciatore aveva lo sguardo fisso verso l’acqua. Bongio spostò il viso verso Ralph, e lo fece lentamente prima di dire: “Ecco... È preferibile girare alla larga dai pericoli, ma io ho bisogno di essere curato e capito, oltre al fatto di dover raccontare tutto quello che m’ha imposto il Primer. E lo so che non ho malattie, ma devo esser liberato dai mali che m’hanno scaraventato gli ordinati. Quindi è giusto dire che devo esser anche curato, mio giovane amico. Chi vi governa vuole, e ha dichiarato di volerlo fare, essere anche il nostro padrone, allargando quella che i vostri governanti ritengono una stalla. Io sento di dover portare questa notizia ai miei compagni. Ma non aver paura per il tuo popolo. Noi, che io sappia, non abbiamo mai usato violenza nei confronti di quelli che voi chiamate soldati, quelli che provarono a entrare nella terra che si trova oltre il vostro muro. Loro sono venuti con le navi e si sono integrati senza problemi con la nostra popolazione. Ed ora si sentono liberi e felici. È vero che non sono mai stati tanti, ma qualcuno ce n’è. Ed io un po’ ci ho parlato. Ecco, non troppo, perché a loro del passato non piace parlare, ma qualche domanda sul vostro... come lo chiamate? Ah, Stato. Beh, quella l’ho fatta, e ho scoperto che prima non li chiamavate soldati, ma pirati!”. Ralph lo interruppe alzando la mano verso il viso di Bongio: “Fiocco rosso, quelli è probabile che non siano mai stati soldati, ma ve lo hanno detto per restare bugiardi. Io ho parlato qualche mese fa con alcuni di loro e sono tipi bugiardi e vogliosi di monete. Sempre!”. Bongio fece segno di no con la testa e sorrise: “Loro le monete le vogliono solo dove servono, e da noi non servono. E poi non sono bugiardi! Sono persone strane che amano il mare. E non credo che non siano stati mai soldati, perché ci hanno parlato dei fucili, anche senza averli. Loro non sono bugiardi, ma liberi. Ora lo sono!”. “Ma torneranno a essere schiavi del mare quando arriveranno gli ordinati nel Resto. O forse inizieranno a essere parte di una popolazione civile come la nostra. È quello che faranno anche i tuoi amici e parenti nel vostro Stato. Anche loro rispetteranno l’ordinazione imposta dal Primer e dalle monete”, disse Ralph, quasi non riconoscendo l’idea che stava esponendo. “Vedi, caro amico, voi di questa cosa che chiamate ‘monete’ siete schiavi. V’ho sentito spesso parlare di come rimediare una cosa che non si mangia e non cura gli ammalati. Volete le monete in tutti i modi”. “Le monete non si mangiano, ma ti fanno comprare il cibo. E non curano, ma ci fanno comprare le medicine”, argomentò sicuro il giovane. Bongio sorrise ripetendo il no con la testa: “Pensate che la felicità si possa solo comprare? Pensate che senza monete non si possa vivere? Pensate che senza governo non si possa organizzare alcunché? Come vedi io sono vivo e la sensazione che ti ho raccontato, quella d’essere schiacciato da due lancette di un orologio, la sto provando solo da quando sono nell’Ordine. E ora, in questo preciso momento, è una sensazione estrema”. Bongio si alzò in piedi, spostando lo sguardo verso il muro. “Ma cosa fai, Fiocco Rosso! Ti do nuovamente il Pacificatore e vedrai che questa orrenda sensazione passerà”. Bongio fece un passo in avanti e girò la testa verso Ralph: “Non voglio più prendere quella cosa. Se entro nel Resto di sicuro starò meglio. Tornerò perfettamente e moralmente in vita. Ti saluto Ralph. Proverò ad andare da solo per non mettervi in pericolo”. Bongio salutò con la mano aperta Ralph, si girò completamente verso il muro ed effettuò qualche passo nell’acqua, guardando i due alberi che gli erano davanti e immaginandoli come le due lancette che lo stavano schiacciando. Poi vide che i due fusti iniziarono a muoversi e a stringersi e lui si sentì nel mezzo, con la stretta all’inizio tra le gambe, poi sulla schiena e sul petto. Alzò la testa a guardare il cielo, che vide di colori stranissimi e accesi. E gli parve di iniziare a volare, con la stretta 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link che lo sosteneva e il cielo che s’avvicinava. Poi sentì quella lancetta dietro al collo e mosse la testa in quella direzione, battendo il cranio sulla lancetta ma non sentendo dolore. A lui piacque volare e allargò le braccia come se fosse nell’acqua alta, come se nuotasse verso l’uscita dal mare. Ralph vide il saluto dell’ambasciatore e il suo primo passo verso il Resto; poi sentì un colpo e vide delle gocce di sangue schizzare da dietro la testa dell’uomo che cadde a terra subito. Anzi, cadde nell’acqua del fiumiciattolo che dovevano superare. Strillò: “No! Bongio! Gli hanno sparato! Presto scappate o nascondetevi!”. Lo disse agli altri Orfanelli Disordinati cercando di nascondersi sempre meglio nel cespuglio nel quale era e continuando a guardare Bongio che era oramai morto. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link Capitolo 2 Cercare qualcosa Ralph era al mare e cercava di farsi un bagno per smettere di riflettere sui ricordi che spesso gli affioravano e che, fortunatamente, per i suoi nuovi ideali, non aveva mai dimenticato. Erano passati solo tre anni da quando aveva visto la morte di Bongio, l’uomo che riteneva lo avesse informato al meglio per la vita popolare planetaria, e che aveva iniziato a visitare il Resto. Aveva così scoperto che i racconti e le storie che giravano nei confronti della popolazione oltre la muraglia erano idiozie. Ralph si trovava ancora in compagnia dei suoi amici Orfanelli Disordinati, con la recente aggiunta di persone che vivevano da sempre nel Resto ed erano ancora costretti a fuggire alla vista dei soldati, perché non riuscivano a sentirsi a proprio agio nella Costrizione dell’Ordine. I nuovi entrati nel gruppo erano contrari alla dittatura democratica dello Stato che li aveva invasi (se risulta giusto il termine ‘invasi’) e avevano trovato negli Orfanelli gli ideali compagni del momento storico che stavano vivendo, perché nel loro gruppo le regole praticamente non esistevano, anche se erano eccessivamente fissati con i capitali monetari. Ma i restii riuscivano a sorvolare quella che per loro era una pecca. In realtà in parte avevano cominciato ad appassionarsi minimamente ai soldi anche loro, cercando di limitarne l’ausilio; avevano capito che nella nuova civiltà che si stava instaurando senza soldi non si campava, a meno che non si riusciva a fare quella cosa della quale non sapevano neanche il significato prima che gli ordinati li avessero invasi: rubare. Una parte della vita di Ralph non era cambiata affatto. Quello che non aveva prima dell’incontro con Bongio era l’odio puro nei confronti del Primer e dell’Opposter e amava sempre più parlare con i restii. Soprattutto con quelli che non dimostravano enormi cambiamenti nei modi di fare rispetto ai pensieri di Bongio. Ralph nuotò verso gli scogli e in poco tempo uscì dall’acqua arrampicandosi su uno scoglio. Si mise seduto e apprezzò il calore che il sole gli stava regalando. Guardò verso i suoi amici e vide che giocavano sulla spiaggia lontani da lui. Chiuse gli occhi e tornò, anche se svogliatamente, a riflettere su ciò che ricordava sempre. Quello che chiamava Fiocco Rosso era stato ucciso da un soldato, che lo aveva scambiato per uno dei suoi amici e gli aveva sparato da una distanza considerevole. Pensò a quello che qualche testimone gli raccontò in merito alla difesa del soldato che non s’era comportato come gli avevano imposto i suoi superiori: gli avevano ordinato di sparare solo ai bambini e di cercare di catturare Bongio, senza ucciderlo. Lui, davanti ad alcuni testimoni, disse che l’ordine che gli era stato dato 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link non era esattamente quello e che lui rispettò ordinatamente e fedelmente l’imposizione del suo superiore. Aggiunse che era lontano dal gruppo di ragazzini e che voleva “solo sparare a qualcuno sulle braccia ma erano distanti. Ho provato a farlo ma sono stato sfortunato; il primo che ho visto non era un Orfanello Disordinato, ma quello che ora mi dite non avrei dovuto uccidere. Era lontano da me e io, con lui di spalle, non potei riconoscerlo. L’ho ammazzato così Bongio. Non fatemi del male...”. Quel soldato fu forse ucciso lo stesso giorno in una stanza strana, senza nessun testiomne che assistesse all’esecuzione, per ordine di qualcuno che non spiegarono mai a Ralph chi fosse. Il giovane tentò di scoprirlo, ma i molti che incontrava sulla terra del Resto e quei testimoni che erano presenti prima e dopo il fatto (alcuni anche con il fucile in mano) non seppero mai rispondere, dicendogli spesso che la voce che aveva dato quell’ordine era splendida e che non sembrava ostile. Ralph smise per un attimo di pensare ai ricordi e sentì un’emozione, quella che conosceva bene, crescergli al livello della pancia. Il tempo era bello, il mare calmo e gli amici non troppo distanti. Tornò a pensare a quello che Bongio gli insegnò a immaginare: una terra senza comandanti. Egli si era piano piano predisposto verso questo ideale, anche se ricordava che Bongio diceva: “Gli ideali sono la gabbia del pensiero libero”; quindi cambiò parola nel suo pensiero e la trasformò in ‘idea’. Ralph aveva girato molto del Resto con il gruppo. S’alzò in piedi e iniziò a camminare verso gli amici con quell’emozione che si ampliava sempre di più nella sua pancia: la voglia di libertà che s’estendeva, ma trovava delle mura che erano le ideologie scomposte della restante popolazione, anche del Resto. Perché le voglie del passato del popolo erano minimamente cambiate con l’avvento dell’Ordine. Ralph camminò spedito per incontrare i suoi amici e smettere di pensare, ma si imbatteva in una continua partorita crescita di annotazione morale, alla quale non riusciva a dare un finale liberatorio. Bongio era stato molto per lui, ma gli aveva anche dato una limitazione che gli appariva perenne e che negli ultimi giorni sentiva molto più potente. I muri che immaginava sembravano imbattibili. E a Ralph venne in questo marasma una domanda: “Bongio mi ha insegnato a cercare d’essere libero, ma mi ha addossato anche una schiavitù mentale? Egli ha costruito la mia gabbia e mi ha chiesto se volevo entrarci così da essere l’unico responsabile della mia schiavitù?”. Raggiunse gli amici e disse loro: “Ragazzi, stare troppo tempo qui non ci conviene. Lo sapete che i soldati girano spesso vicini al mare. Soprattutto la sera e la notte. Dobbiamo tornare a cercare qualche nascondiglio ottimo”. Uno dei ragazzi disse: “Ma non ci hanno mai preso. Di cosa hai paura Ralph?”. “Non ci hanno mai preso, ma ad alcuni di noi li hanno uccisi! Non voglio che succeda di nuovo!”. Il ragazzo sorrise: “Sì, lo so io cosa cerchi, ragazzo bello che piace alle donne e non ne è mai sazio!”. Sorrise anche Ralph e gli altri che sentirono questa battuta, non considerando affatto che scherzare riferendosi anche ad amici che erano stati uccisi non era una cosa giusta, e gli Orfanelli Disordinati fu dalla morte di quello soprannominato Fiocco Rosso che si misero a studiare, solo a parole, il termine ‘ordine’, ed erano arrivati a pensare che l’ordine non facesse sempre giustizia. Non tutti la pensavano allo stesso modo però. Ralph vide Piggy accendere il fuoco in un posto distante da lui perché quel golosone voleva prepararsi il pranzo e gli gridò: “Piggy, cosa stai facendo? Ho detto di andarcene che qui è pericoloso!”. “Ohi, ragazzo fortunato con le ragazze, tu non dai ordini! Che poi gli ordini hai detto che non ti piacciono più di quanto non ti piacessero prima!”, e sorrise. Ralph non rispose immediatamente, ma fissò serioso il fuoco. D’un tratto gli si accese lo sguardo e pensò: “Ho un’idea!”. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link Nessun muoia Di colpo tutti i coperchi delle decine di lanterne nella stanza s’alzarono grazie a un meccanismo manuale fatto di corde e ruote. Le lanterne avevano quattro facce, tre di vetro trasparente e una specchiata e rivolta verso la fiamma. Gli specchi indirizzavano la luce sulla parete più lontana, l’unica senza lanterne. Un soldato era in ginocchio nell’enorme stanza e aveva gli occhi accecati dalle luci che lui non capiva da dove provenissero. Immaginava, senza vedere, che fosse di fronte a soldati che lo stavano puntando con il fucile. D’un tratto udì una straordinaria voce ferma e decisa. “Perché lo hai fatto, soldato?”. Lui iniziò a sentire la voglia d’un Pacificatore. “Signore... io ho fatto quello che m’è stato ordinato”. La voce fu chiara e precisa. “Questa è la verità, soldato?”. Lui piegò la testa verso il basso e rispose. “Un superiore mi disse di uccidere tutti”. La voce: “Il nome lo sai?”. Il soldato: “No. Il nome non lo so e lui non volle che io lo sapessi”. La voce: “Quindi hai preso l’ordine da uno sconosciuto?”. Il soldato: “Ho preso ordini da un superiore che è quello che li dà a tutti”. La voce: “Bene. A me basta così. È la tua fine!”. Il soldato: “La prego! Sono un soldato attivo e faccio sempre ciò che mi ordinate senza pensare. Come volete voi!”. Silenzio. “Fuoco!”. Miscugli di parole e comparse Sergio scese dal treno quando arrivò a Perfectville. Era contento di essere giunto nella capitale dello Stato più importante della Unione in cui erano entrati a far parte lui e tutti quelli del Resto. Durante il viaggio gli era sembrato tutto incredibile: essere per la prima volta trasportato da un treno, il vedere dal finestrino gli scorci di strade tutte dritte, il sentire quel modo di parlare secco e deciso degli ordinati e il vedere finalmente una città molto attesa nei suoi propositi; tutti gli ordinati gli avevano parlato bene di Perfectville e lui voleva scoprire perfettamente la bellezza di un luogo che, ne era sicuro, non aveva mai neanche sognato. Alla stazione cominciò a studiare l’ambiente che ospitava tutti e rimase deluso dal vedere tutti gli aggeggi, sistemati con cura, senza dare accesso alla fantasia di chi guarda. Gli uomini gli parevano 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link tutti quelli che aveva conosciuto nella sua Compagnia, i facchini. Quasi tutti vestiti in maniera simile se non uguale. Lui aveva una tunica e l’aveva scelta di colore grigio chiaro perché sapeva che nell’Ordine odiavano i colori accesi che erano nel Resto. Vide alcuni facchini chiusi in quelle che sembravano gabbie enormi, con il vetro trasparente a riunire i vari punti di ferro che le componevano e smistavano fogli di carta e banconote. Chiese a un passante: “Scusami, cosa fanno lì dentro?”. Il passante, con espressione infastidita: “Quelli fanno ciò che voi non capite: lavorano! E vèstiti meglio, che con questa cosa sembri un pazzo”, e s’allontanò senza tornare più a guardarlo. Sergio capì che avevano ragione tutti gli ordinati che erano venuti a vivere a Compagnia, quando gli dissero di presentarsi con pantaloni e maglia. Girò per le vie che erano intorno alla stazione e vide la mancanza d’arte che gli avevano riferito sia gli ordinati che i restii. Dopo poco sentì un fastidio alla pancia. Sapeva che sarebbe successo perché l’avevano avvertito anche di questo. Prese il Pacificatore dalla tasca e lo bevve per la prima volta in vita sua. Sentì che il dolore andava sparendo e che si andava tranquillizzando. Camminò sentendosi quasi ubriaco e iniziò ad apprezzare le strade pulite e dritte della città. Sergio sperava di incontrare quelle donne delle quali gli avevano parlato quelli dell’Ordine, ma sapeva di avere pochi soldi e voleva chiedere un favore alle prostitute; voleva il sesso e sperava in quello che avevano definito quasi impossibile gli ordinati: che loro fossero non troppo attaccate alle monete e che lo facessero perché era un piacere per entrambi. Sergio vagò intorno alla stazione per quasi un’ora, poi decise di allontanarsi guardando sempre con aria sorpresa la città che svelava ai suoi occhi l’ordine che presentava. Ad un certo punto vide una bella donna, cosa che non gli era mai finora successa a Perfectville, e le si avvicinò. La donna era vestita in maniera strana per Sergio: indossava una minigonna e la camicia stretta che lasciava intravedere il suo seno; lui le sorrise e si fermò davanti a lei. Attese qualche secondo con la vergogna che gli si dipingeva in faccia mentre la donna lo guardava. “Buon pomeriggio, ragazzo. Dovrai vestirti in maniera più seria. Sei nella città nella quale non sei mai stato”, disse la donna. “Come fai a saperlo?”. “Se vai in giro vestito in maniera così orribile sono certa che tu provenga dal Resto. Ma imparerai. A far tutto”. “Come ti chiami, bella donna?”. “Che io sia bella non devi ricordarmelo, e il mio nome non ti servirà a nulla. Immagino che tu non abbia monete”, e la donna indirizzò lo sguardo altrove dimostrando che diceva solo cose ovvie. “Perché, bisogna pagare anche per sapere un nome?”, disse Sergio tenendo botta alla donna. “Dimmi, perché ti sei fermato dinnanzi a me sorridendo”. Sergio tornò ad arrossire: “Ecco... io non ho visto donne da quando sono sceso dal treno. Poi il mio sguardo ha incontrato la tua presenza e mi sono avvicinato a te. A me le belle donne piacciono e volevo parlare con chi meritava pienamente il mio sguardo”. Voleva essere onesto Sergio. “Senti giovane, non hai incontrato mai le donne perché non sei passato mai vicino alle case delle prostitute. Quella che è alle mie spalle è la villa principale della prostitute, con all’interno colei che è divenuta presidentessa della nostra professione libera”. “Mi parli insegnandomi quello che devo sapere! Ma tu fai la prostituta?”. “A me piace dare piacere agli uomini, e faccio quello che devo”. Seria tornò a incontrare lo sguardo del giovane. Sergio sorrise, abbassò la testa e la guardò come se fosse molto più basso di lei, nascondendo i suoi occhi con la fronte. “Lavoreresti anche con me?”. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link La donna divenne seria e disse: “Io sono una femmina e le femmine non lavorano nell’Ordine!”. E lo disse con un accento di rabbia e nell’ultima frase alzò il volume del tono che era stato quasi meccanico sino a quel momento. Sergio continuava a sorridere: “Questo lo so. Ma io voglio fare sesso e non so né come chiederlo né a chi chiederlo”. “Dimmi quanti soldi hai, giovane”. “Ho dieci monete, ma mi hanno detto tutti che sono poche...”. “Certo che sono poche! Oggi non avrai il corpo da nessuna”, e si girò camminando verso la villa con passo lento ed elegante. Sergio pensò qualche secondo guardandola e guardandosi intorno con la speranza d’essere solo, ma era circondato da persone che camminavano serie e sole. E nella sua mente se lo chiese come se dovesse scoprirlo: “Sono solo?”. Sergio sentiva di dover scoprire ogni cosa nell’Ordine. Non si sentiva troppo infastidito dalla presenza di quegli uomini perché non lo guardavano. Camminò velocemente dietro alla donna e, mentre lei era di spalle, disse: “Ma nella villa ci posso entrare?”. “Certo, ma non sperare di trovare qualche pazza che ti faccia il regalo del suo corpo per dieci monete! Dobbiamo dare quel che è giusto allo Stato”. Gli parlò senza girare mai la testa mantenendo le spalle rivolte al suo viso. Sergio cercò con lo sguardo l’entrata della villa senza chiedere più nulla a quella donna che era divenuta strana per lui nei suoi comportamenti e vide un cancello. Vi si avvicinò notando due figure che erano una alla destra e una alla sinistra dell’entrata. Avevano dei fucili in mano, e quando Sergio gli si fece più vicino, quelli inclinarono i fucili che erano poggiati a terra in maniera di sbarrargli la strada. “Quella donna... una prostituta... mi ha detto che posso entrare”, disse Sergio a quei due. “Stabiliamo noi chi possa farlo. Hai soldi?”. “Sì, ma non molti”. “Allora non entrerai!”. I due continuavano a guardarlo, ma era come se con gli occhi la loro vista corresse senza fermarsi al corpo di Sergio. Lui vide una carrozza dietro al cancello con un facchino seduto che dava l’aria d’attendere qualcuno. E quel qualcuno uscì dalla porta della villa. Era un’altra donna. Anzi, una ragazza, molto più giovane di quella donna con la quale aveva parlato. Salì sulla carrozza e il facchino frustò i cavalli mentre i soldati aprivano il cancello. La carrozza passò vicino a Sergio che spiò all’interno per vedere la ragazza. Non appena la vide in faccia sbarrò gli occhi, ma lei non lo guardò minimamente. Lui urlò: “Lana!”, e lei si voltò mentre la carrozza s’allontanava. I propositi del Resto Ralph e tutti gli Orfanelli Disordinati erano intorno a un tronco che fungeva da tavolo, ed erano nascosti dal buio procurato dai rami degli alberi della foresta nella quale si erano avventurati. Ormai era sera e i giovani aspettavano la cena che stavano cucinando i restii, che erano considerati da tutti gli ordinati i migliori cuochi che avessero mai conosciuto. Ralph volle andare a parlare con i restii che facevano parte del gruppo di Disordinati. “Voi ragazzi, avrete un ottimo futuro negli Stati uniti dell’Ordine. Sapete cucinare bene e trattate in maniera straordinaria noi che potremmo risultare vostri clienti. Potrete aprire i vostri ristoranti. Nel Resto o nell’Ordine. E i soldi non vi mancheranno mai, perché siete in grado di riempire sia la 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link pancia che la testa dei vostri futuri clienti”, disse Ralph con un sorriso stampato sul volto. Credeva a quello che diceva e sperava che anche gli altri credessero agli argomenti che proponevano. Dietro di lui comparve Toshio, un giovane ordinato che era da pochi mesi che faceva parte del suo gruppo. Lui come nomea li conosceva da tanto, ma si era sempre tenuto a distanza da quelli che giudicava delinquenti giovanissimi. “Parli sempre bene, mio giovane e intelligente amico, ma spesso ti dimentichi di invogliare gli Orfanelli a combattere le malvagità e i soprusi di chi dirige il nostro Stato d’origine: l’Ordine”, esordì Toshio, che dalla voce riusciva a far trasparire l’ottima concezione nei confronti di quello che tutti ritenevano il capo del gruppo senza che lo stesso Ralph lo avesse mai chiesto. “Io non parlo di combattimenti, perché non mi piacciono le guerre. I restii ci hanno insegnato anche ad amare e a comprendere gli errori di tutti”. “Sì ma...”. “Tu appari troppo buono. Troppo e inconcepibilmente!”, disse Piggy comparendo all’improvviso tra i due. “Io non mi sento ‘troppo’ buono. Mi sento più aperto rispetto alla tua concezione di libertà: sei libero se non obblighi nessuno a credere d’esserlo, mio caro Piggy”, disse Ralph senza mostrare neanche un minimo di rabbia. “Quel pazzoide di Bongio t’ha riempito la testa in pochi giorni, e ora? Dov’è lui?”, pronunciò Piggy. “Lui vive nella mia testa. E io faccio il possibile per far raggiungere l’equilibrio a tutti gli Stati”, rispose immediatamente Ralph. “Per farci raggiungere l’equilibrio serve la guerra. Dovremmo rimediare i fucili che hanno i soldati per eliminare il male”, disse serioso Toshio, che con le sue idee era sempre stato in accordo con Piggy, e aveva con il tempo messo in discussione quello che era a suo modo di vedere un compito assurdo e ingiustificabile: Ralph comandante o capo del gruppo. Eppure lui (il ‘capo’) aveva detto sempre a entrambi, in presenza del resto dei Disordinati, che non si riteneva tale. “Non voglio uccidere un uomo per raggiungere la mia libertà. Sono libero se disobbedisco...”, disse Ralph. “E se quelli che ti danno gli ordini minacciano di ucciderti? E se poi lo fanno? Faresti la fine del vecchio Bongio”, disse Toshio mostrando un volto carico di soddisfazione per le parole che aveva detto. Ralph si concentrò per qualche secondo e poi disse: “Non voglio risponderti né continuare a parlarvi. Penso spesso, e molte cose trovano una soluzione nella mia testa. Un giorno la farò arrivare anche a voi, ma adesso non posso”, si girò e tornò alla tavolata composta dal tronco d’un albero crollato almeno un anno prima. Dove cucinavano, i restii e gli ordinati, che volevano farsi chiamare sempre Disordinati, ebbero delle brevi discussioni, e Ralph era per tutti uscito perdente dallo scontro dialettico con gli altri due. Anche se molti restii comprendevano le parole e i termini di quello che consideravano più di tutti un comandante degli Orfanelli ai quali si erano aggiunti. Anche se loro non avevano ancora perfettamente capito cosa significassero le parole ‘comandante’ e ‘capo’. Le sentivano spesso da quando erano entrati obbligatoriamente a far parte degli Stati uniti dell’Ordine e per l’idea che se ne erano fatti attribuivano questo ruolo a Ralph. I guerrieri crescevano anche se non v’erano accordi lampanti. Tutti volevano essere liberi, e alcuni dei restii cominciavano ad appoggiare l’idea dell’utilizzo di quella cosa che prima non avevano mai usato: la violenza. La maggior parte dei restii ancora non la capiva, disprezzandola. Ma i cambiamenti si stavano pian piano mostrando. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link La volontà Lana era arrivata al palazzo che ospitava l’uomo che la attendeva e, appena scesa dalla carrozza, s’era fermata a pensare, in piedi e di fonte all’entrata, a quello che le era successo poco tempo prima quando stava uscendo dalla Villa principale delle prostitute, luogo del quale risultava responsabile. “Quello era Sergio...”, pensava la giovane ragazza che il tempo aveva reso bellissima. Dopo essersi soffermata per pochi secondi, tornò ad accendere lo sguardo che s’era smarrito e avviò la marcia che le spettava per entrare al palazzo dell’Opposter. Camminò notando la solita infinità di presenze di soldati e facchini che circondavano la pesante personalità di Precisino. Arrivò nella stanza che conteneva l’Opposter e vi entrò superando l’“Eh!” dei soldati che erano di guardia sulla porta. “Oggi ti aspettavo prima!”, disse Precisino appena la vide, mostrando uno sguardo serio a Lana. “Volevo parlarti di cose che ho sentito dire su di te. Si dice che tu faccia compagnia a Freddino. Lui è il Primer ancora per un po’, spero per poco, quindi non mi dà troppo fastidio. Quel che volevo chiederti è come ti sembra dal punto di vista sessuale”, e lo disse tradendo un sorriso. “Ogni tanto lo vedo il Primer, come fanno tante persone. Lui è l’eletto da parte del popolo e ha la mia fiducia. Altre cose non debbo e non voglio dirtele. Dovresti sapere che la legge mi vieta di darti informazioni di quel genere”. “Così non mi dici nulla? Che lo vedi lo sa chiunque. Ma ci hai scopato? Dimmelo... Io non sono un ‘nessuno’, sono l’Opposter!”, imbastì Precisino. “E perché dovrei dirti se lo vedo da sola? Io del Primer non dico nulla. È una delle leggi che m’avete insegnato. Vuoi solo parlare con me oggi?”, disse Lana, portando i suoi capelli dietro l’orecchio per scoprire il suo bel viso. “Oggi voglio parlare, mia cara e silenziosa amica. Tu mi riempi le orecchie solo quando ti ordino di concedermi il tuo corpo. E mi piace come lo fai”. Lana abbassò la testa continuando a fissare il volto di Precisino: “E io te lo concedo sempre, ma non sarò mai la tua donna. Sono una donna per uomini importanti che mi fanno vivere nel miglior modo possibile. Tu sei forse, e ripeto il ‘forse’...” sorrise “... il più importante, ma non sarai mai il solo”. Precisino abbassò lo sguardo è voltò il viso: “Sei sicura di non volermi dire niente?”. “Io non posso dire niente, di nessuno, per legge. Pensa se potrei dire qualcosa del Primer. Non voglio rischiare la vita!”. Mentre parlavano bussò alla porta un facchino che entrò quando l’Opposter gli diede il consenso vocale. “Eh! C’è Rufus che vuole vedere Lana. Ha detto se la manda da sola. Lui vuole vedere solo lei”, esordì il facchino. “Quando è con me vi ho detto di non farla mai richiedere da nessuno! Siete forse stupidi?”, disse l’Opposter arrabbiato. “Neanche Rufus è ‘nessuno’, ed è per questo che è venuto il facchino. Decidi tu cosa fare, ma non fare niente a un tuo servo che è venuto a chiedere una cosa che gli ha ordinato quello considerato l’uomo dell’Ordine”, disse Lana senza alzare troppo la voce. Precisino abbozzò un sì muovendo la testa e diede le spalle a Lana e al facchino, che aveva le gambe ancora tremanti per la paura che s’era accesa in lui dopo il rimprovero che aveva udito provenire dalla bocca dell’Opposter. “Opposter, posso andare?”, disse Lana, sempre con un tono di voce più basso. 41 www.tommasobucciarelli.it Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link “Vuoi farti scopare da Rufus? Vai dove cazzo vuoi, ma ricorda che all’Opposter devi dire più cose perché prima o poi tornerò Primer e comanderò tutti!”. Lana si girò, fece un cenno al facchino, e iniziò a camminare dietro a lui. Uscì dalla stanza senza salutare Precisino, cosa che fece con il massimo rispetto il facchino. Lana venne portata in un’altra stanza, lontana da quella in cui era l’Opposter e nella quale c’era Rufus che esordì, all’arrivo della ragazza, con le solite parole che la salutavano. “Ciao, stupida ragazza”, appunto. “Volevo vederti. Ora eri con Precisino, e non voglio chiederti cosa stessi facendo, ma sappi che è meglio che non ti debba più mandare a chiamare da quello che rispetto ma non apprezzo. Io sono Rufus. Io sono l’ordine”. “Con la lettera maiuscola o minuscola?”, rispose Lana sorridendo. “Potrei dire entrambi, ma non lo dirò. Ora non è così. Il Primer è la massima espressione dell’Ordine, tu delle prostitute, io rappresento il popolo. Valiamo tutti in maniera differente, ma Freddino vale più di tutti”. “Perché volevi vedermi, Rufus? Hai forse deciso di toccarmi nuda?”, disse Lana spostando la sua veste sulla spalla, dando l’impressione di spogliarsi. “Quello no! Ma le mie voglie sono importanti per tutti e ti ho insegnato ad aspettare che ti chieda qualunque cosa. Con i tuoi vestitini e il tuo intimo fai sentire tutti bene. Pensa che disastro sarebbe se deste fuoco ai vostri indumenti! Voi prostitute siete l’agio dell’Ordine, e io vi farò sempre guadagnare bene. Nonostante quello che fate non sia un lavoro”. Continua... Acquista il libro “Il fuoco dell'agio” da questo link 41 www.tommasobucciarelli.it