Lilia Carlota Lorenzo Il cappotto della macellaia All’alba del giovedì 7 ottobre 1943, in un piccolo paese della pampa argentina fu ucciso un uomo. La verità non venne mai a galla. I morti non parlano, gli assassini non si autoaccusano, l’unico testimone non parlò perché era il vero colpevole. il paese... Palo Santo si trova in mezzo alla pampa. Ha una sola strada di terra battuta che costeggia la ferrovia. Da un lato s’innalza il lindo edificio della stazione fatto dagli inglesi, come d’altronde tutta la rete ferroviaria che attraversa il Paese; il cui tracciato, questo va detto, soddisfaceva il comodo degli inglesi, non quello degli argentini. Di fronte alla stazione si stendono gli unici otto isolati che compongono il paese, con una media di cinque case ciascuno. Poi, sparpagliati un po’ qua un po’ là, i soliti ranchos1 abitati dai soliti poveracci. Tranne i 207 residenti del paese, agli agricoltori e agli allevatori di bestiame che vengono a far la spesa una volta alla settimana – più i parenti di entrambi i gruppi – nessuno ha mai sentito nominare Palo Santo. Questo non impedisce agli abitanti di sentirsi come se vivessero nell’ombelico del mondo. Non se ne sarebbero mai andati e, se fosse stato necessario, molti di loro avrebbero sacrificato mogli, mariti, genitori e figli per impedirlo. 1 In Argentina: tuguri con pareti di fango, tetto di paglia e pavimento di terra in cui vivono i poveri delle periferie. gli abitanti... La signora Fernández – nata Tomasetto – di anni quarantatré, altezza un metro e cinquantotto, piuttosto insignificante e insoddisfatta della sua vita, si era alzata come tutte le mattine, alle sei meno un quarto. Era ancora buio. Soffiava un vento gelido che tagliava la faccia. Nella ciotola del cane, l’acqua aveva formato una sottile lastra di ghiaccio. La signora Fernández era uscita nel cortile per accendere il braciere. Una volta assicuratasi che funzionasse correttamente – hai voglia poi di sentire le clienti che si lamentano dell’odore di fumo – lo aveva messo nella cameretta adibita al cucito. Oggi doveva sbrigarsi. Dopo pranzo sarebbe venuta la macellaia – era la maestra, ma in paese tutti la chiamavano la macellaia – con quel cesso di sua figlia a provarsi il cappotto. Era la terza prova. A quella non andava mai bene niente. E le cose non andavano bene perché fra una prova e l’altra, quel bidone di sua figlia continuava a ingrassare. Così, monta smonta, quel maledetto cappotto non sarebbe mai finito. Quella credeva di essere chissà chi perché era la direttrice della scuola. Direttrice, segretaria e maestra. Per forza, era l’unica. Chi veniva in un posto simile? Per carità, lei sarebbe morta se avesse dovuto lasciarlo, ma alla gente di fuori non la porti manco a rimorchio. La vita non era giusta. Non era giusto che quella serpe avesse un marito coi fiocchi: bello, bravo, di compagnia e chissà che uomo a letto. In più lavoratore, non come quel buono a nulla che si era trovata lei per marito vabbè lasciamo stare La macellaia voleva assottigliare la figura di sua figlia che la metta per terra e le faccia passare un panzer sopra così la assottiglia per sempre con quelle due tette da mucca in allattamento cosa vuole assottigliare? Alle sette, la signora Fernández sentì che si alzava suo marito. Adesso andava a pisciare e le lasciava il cesso pieno di schizzi che manco puliva, come se portasse a casa chissà che stipendio. Per dirla tutta, lo aveva sposato perché lei non era mai stata una gran bellezza. Piccola e proporzionata quello sì, ma la faccia era quella che era. In più, con il cucito si era guastata la vista e adesso doveva portare due culi di bottiglia davanti agli occhi. A quell’epoca aveva oltrepassato la trentina. Cosa vuoi, un marito non spunta dalla notte alla mattina come un fungo. Non che fosse brutto, ma il resto era tutto da buttar via. Se sua madre non si fosse impuntata, forse, non lo avrebbe sposato. Che poi, manco passato un anno del matrimonio, quella già diceva: “A tuo marito il lavoro non piace mica”, di qua e di là. No, se fosse stato per lei, non lo avrebbe sposato. Qualche scopata sì, quello le era sempre piaciuto. Non ne aveva mai fatta parola con nessuno e se ne vergognava, ma era nata così. Anche sotto quel profilo non era un granché, suo marito. All’inizio tanto quanto, ma adesso le saltava addosso una volta ogni dieci giorni. Due colpi e via. Meglio non pensarci. Meno male che suo suocero aveva un po’ di ettari di terra. Appena morto, vendute le terre e fatta la divisione dei beni fra la vedova e i due figli, con quei soldi si erano costruiti la casa, ma suo marito, lavorare sul serio, manco per sogno. Se non fosse stato per il cucito... non voleva pensarci. Lui caccia, puoi capire, la selvaggina aiuta un po’, ma non basta. E usare la pelliccia per i pugni e per il collo, se non sai conciare la pelle, chi sopporta la puzza? Nemmeno con suo figlio aveva avuto fortuna: un bambino imbranato che tutti prendevano in giro. Doveva ringraziare la vedova Manchú, quella stramba di telefonista lo aveva preso per far la spesa, malgrado lui gliene combinasse di tutti i colori. Che vita di merda! Quando la signora Fernández si era alzata per accendere il braciere, il signor Andreani, che abitava due case più in là – di anni quarantotto, mestiere macellaio e carattere rassegnato – era già tornato dal mattatoio con il camioncino pieno. A lui piaceva quell’ora del giorno o, se si preferisce, della notte, visto che in questo periodo dell’anno, martedì 24 agosto per la precisione, fa ancora buio. Gli piaceva quel silenzio pieno di libertà. Sua moglie e sua figlia dormivano ancora. Non che non amasse sua moglie e non adorasse la sua Pagnottina. Sarebbe morto senza di loro, ma quell’ora era solo sua, ecco tutto. Scaldava l’acqua per la seconda bevuta di mate2, la prima l’aveva fatta appena alzato, due o tre mates presi alla veloce, più che altro per svegliarsi. Poi iniziava a scaricare il camioncino. Non appendeva tutta la carne, solo quella che gli sarebbe bastata per il mattino. Il resto lo metteva nella ghiacciaia. Poi si accendeva una sigaretta e sintonizzava la radio su quella stazione che trasmetteva i tangos di Carlos Gardel 3. Aveva speso un occhio della testa in quell’affare, il Wincharger, che poi mise nella punta dell’eucalipto gigante che c’era nel cortile, ma adesso la batteria era sempre carica e poteva ascoltare i tangos de Gardel. Carlitos, ormai morto da otto anni! Non ci poteva credere. Quando ci pensava, gli veniva da piangere. Commosso, iniziò a canticchiare qualche strofa accompagnando la musica della radio: Mentira, mentira, yo quise decirle, las horas que pasan ya no vuelve màs. Y así mi cariño al tuyo enlazado es solo un fantasma del viejo pasado que ya no se puede resucitar4. 2 Infusione caratteristica fatta con l’erba mate utilizzando una zucchetta dove s’inserisce una cannuccia. 3 Mitico cantante di tango, nato presumibilmente a Tolosa, Francia, nel 1890; morto in un incidente aereo a Medellin, Colombia, nel 1935. Si dice che a quell’epoca molte donne si fossero suicidate dandosi fuoco per morire carbonizzate come lui. 4 Questo momento magico finiva alle sette meno dieci, quando doveva portare la colazione a sua moglie. A letto. Gli piaceva, ma meno di una volta. Se l’aveva abituata così, ormai che poteva fare? Era cambiata sua moglie, soprattutto di fisico, perché il carattere era sempre stato quello: di merda. Solo che fino all’uscita della chiesa non lo aveva tirato fuori. In fondo in fondo, e nemmeno tanto in fondo, sua moglie gli faceva un po’ paura. Mai detto ad anima viva, ma era la verità. Forse il fatto che fosse maestra gli metteva un po’ di soggezione, comunque bastava dirle sempre di sì, qualunque cosa ma non discutere. A lui non piaceva discutere. Ormai si era abituato. In più – e questo lo riempiva di orgoglio – sua moglie era una donna istruita. Escludendo i libri di storia antica del defunto signor Paganini, il padre della merciaia, sua moglie era l’unica in paese ad avere una libreria con ottantadue libri, o volumi, come diceva lei. In bella vista c’era anche El Tesoro de la Juventud5. Quei venti volumi con le copertine bordò e le scritte dorate facevano veramente un figurone. Lo aveva comprato per la sua Pagnottina da quel commesso viaggiatore ormai da parecchio. Peccato che Pagnottina non ne avesse mai aperto un volume. Lui lo sfogliava le domeniche, quando pioveva. Quando piove, Palo Santo diventa una pozzanghera unica. Impossibile uscire, nemmeno per far due passi. Così andava nel salotto e prendeva un volume a caso. Cercava la sezione chiamata ‘Il libro dei Perché’. ‘Perché non canta la gallina come il gallo?’, ‘Perché non si bagnano le papere?’, ‘Perché non si mescola l’acqua con l’olio?’. Bello. Peccato che Pagnottina non lo avesse mai guardato. Bugie, bugie, io volevo dirle, le ore passate non tornano più. E così il mio amore al tuo legato è solo un fantasma del vecchio passato che mai più risusciterà. Testo di Alfredo Le Pera, musica di Carlos Gardel, 1935. 5 Enciclopedia per ragazzi di origine Statunitense molto diffusa in Latinoamericana. Sua figlia non era una gran bellezza. Aveva preso dal nonno materno. Brutto forte suo suocero. Sì, era un po’ bruttina la sua Pagnottina, forse per quello le voleva così bene. Sua moglie adesso era brutta, grassa soprattutto, ma da giovane non era male. Se l’avesse amata, non avrebbe saputo dirlo, aveva fatto tutto lei. A quell’epoca studiava da maestra a P., lui era solo il garzone nella macelleria di suo padre. Non avrebbe mai immaginato che una donna così si potesse interessare a uno come lui. Poi si erano sposati. Il brutto carattere, o lo aveva sempre avuto o le si era guastato di colpo. Ingrassare invece, era ingrassata un po’ per volta: “A forza di annusare la carne” dice, che se avesse avuto un marito con un altro mestiere sarebbe rimasta magra. Magra magra non lo era mai stata. Poi non voleva contraddirla, ma la figlia del macellaio era lei, comunque la lasciava parlare. Forse era vero che l’odore della carne faceva ingrassare. Nel Libro dei Perché, la domanda ‘Perché ingrassiamo quando annusiamo la carne?’ non c’era. L'arrivo del garzone lo riportò alla realtà. Non gli piaceva questo garzone. L'altro era andato a fare il militare. Marina. Non poteva rimanere per due anni senza garzone, così aveva preso il meno peggio. I creoli, a lui non piaceva dire negri, non avevano voglia di lavorare. Appena avevano due soldi in tasca, se ne andavano alla bettola, e il lunedì non venivano a lavorare. Questo non era creolo, ma non gli piaceva lo stesso. Bel ragazzo, ma troppo furbo per i suoi gusti, poi lo aveva visto parlare con la sua Pagnottina, nemmeno questo gli era piaciuto. “Buongiorno don6 Andreani”. “Ciao Miguel Angel. È tutto a posto. Vado a svegliare mia moglie”. Il signor Andreani uscì, attraversò il cortile ed entrò in casa. Iniziò a preparare la colazione per sua moglie, come tutte le mattine a quell’ora. Quando alle sette del mattino il signor Andreani stava portando la colazione a sua 6 Modo riguardoso di rivolgersi a un uomo. moglie, si era svegliata la signorina Solimana, di anni quarantacinque – ne dimostrava dieci di meno – bellezza fuori del comune, peso, altezza e misure giuste. “Dai Marcantonia, svegliati che è ora” disse alla sorella, che dormiva in un letto singolo accanto al suo bel lettone matrimoniale. “Ho sonno... ”. “Dai. Alzati!”. “Fa freddo... ”. “Se non facesse freddo non ti sveglierei per accendere la cucina. Dai, muoviti!”. Le sorelle Paganini, i cui nomi bizzarri erano frutto dell’amore smodato per la storia antica che aveva avuto in vita il defunto signor Paganini, gestivano la merceria del paese. Solo articoli di ottima qualità. Be’, del negozio se ne occupava soltanto Solimana. Marca Antonia, detta Marcantonia per facilitare la pronuncia, faceva quel che poteva in casa. Marcantonia, di anni trentotto, zitella come sua sorella, corpo informe, sguardo bovino e capelli radi, si alzò controvoglia e rimase seduta sulla sponda del letto. “Ti vuoi muovere! Sì o no?!”. Marcantonia si mise la ciabatta destra nel piede sinistro, la ciabatta sinistra nel piede destro. Si alzò e cadde per terra. “Maledizione! Non è vita questa” si lamentò Solimana. Marcantonia era la sua croce. Portarsi dietro una minorata non era facile. Lasciò contrariata le lenzuola calde, aiutò sua sorella ad alzarsi e tornò a letto. “Accendi la cucina e metti l’acqua a scaldare che devo farmi il bagno”. S’infilò di nuovo fra le lenzuola, prese il Para Ti7 che era sul comodino. Iniziò a sfogliarlo. Aveva visto un modellino che le piaceva. Voleva mostrarlo alla sarta. Era una ladra, ma l’unica decente. Con quello scansafatiche di marito per forza doveva aumentare i prezzi. Le venne in mente quello stupido bambino che aveva per figlio. 7 Rivista femminile apparsa in Argentina negli anni 20’. Quando lo trovava per strada, scappava terrorizzato. Da quando era capitato quello, non veniva più nel negozio. Su quel fronte poteva stare tranquilla. Sì, spaventarlo ogni tanto non era mai di troppo. Per il matrimonio mancava ancora tempo, ma non le piaceva fare le cose di corsa. Altrimenti si metteva il tailleur blu. Un tailleur va sempre bene. Già glielo avevano visto ma chi se ne frega. All’improvviso sentì un gran fracasso provenire dal cortile. Marcantonia. Che cosa stava facendo quella deficiente nel cortile? Rassegnata, si alzò. Si tolse con cura la retina che metteva ogni sera per non rovinarsi la pettinatura. Dalla parrucchiera andava solo il sabato, per forza, lei nel negozio – non le piaceva dire merceria – attuava il sabato inglese8. S’infilò la soffice vestaglia porpora che profumava di gelsomino, il sabato lavava anche quella, s’incamminò verso la cucina a passo svelto. Con la cucina Marcantonia se l’era cavata. Il pentolone con l’acqua era sopra un fornello, il bollitore per il caffè, sull’altro. Entrambi accesi. A volte metteva la pentola con l’acqua e si dimenticava di accendere il fornello, a volte accendeva il fornello con la pentola vuota. Sua sorella era uscita lasciando la porta del retro aperta. Con quel freddo! Che cosa stava facendo fuori, quel progetto mal riuscito? Sentì un rumore che proveniva dallo sgabuzzino. Ecco dov’era! Che cosa stava combinando nello sgabuzzino? “Cosa ci fai nello sgabuzzino, vuoi dirmi?”. “Niente, faccio io. Vai viiia!”. Non era la prima volta che trovava Marcantonia nello sgabuzzino. 8Chiusura del sabato a partire delle tredici. Guardò l’ora, otto meno venticinque. “Marcantonia, l’acqua è calda. Molla lì e vieni a riempire la tinozza che faccio tardi. Poi prepara la colazione e non leccare niente”. Tutti i giorni le stesse raccomandazioni. Si fermò un attimo aspettando che tornasse. “Marcantonia!”. Silenzio. Maledicendo la sua sorte, decise di andare a vedere che cosa stesse facendo. Sentì un brivido alla schiena: Marcantonia, sguardo deciso e vanga in mano, la guardava con odio. “Che cosa pensi di fare con quella vanga in mano, vuoi dirmi?”. “Vai via vai via vai via”. Quando Marcantonia ripeteva tre volte la stessa frase voleva dire guai. Solimana si avvicinò cercando di toglierle la vanga. Marcantonia opponeva resistenza. Il suo sguardo bovino era diventato cattivo. Aveva acceso la candela e la fiamma mossa dal vento dava al suo viso un aspetto folle. “Dannazione! Dammi questa maledetta vanga e vai dentro o chiamo la mamma”. “Noo! La mamma noo!”. Marcantonia mollò la stretta e scappò dentro. Solimana prese la vanga, la appoggiò alla parete, poi vide il tavolino per terra. Ecco il rumore! Lo rimise a posto. Le cose che c’erano sopra si erano sparpagliate per terra. Adesso non aveva tempo per mettere a posto. Spense la candela con un soffio e uscì. Entrò in casa. Chiuse bene la porta per non lasciare scappare quel poco di caldo che c’era. Non le piaceva spaventare Marcantonia con la mamma, ma quando s’intestardiva, era l’unico modo. Marcantonia si era data da fare: già aveva riempito la tinozza e messo la biancheria sulla sedia assieme all’asciugamano, cose che solitamente doveva farsi ripetere tre volte. Si tolse la vestaglia, la camicia di notte – non usava altro per dormire – e s’immerse nella tinozza. Marcantonia aveva persino fatto la miscela giusta. Non era male spaventarla con la mamma. Mentre la signorina Solimana apriva il negozio, la signora Andreani, detta la macellaia, maestra di professione, di anni quarantasei, chili ottantacinque e brutto carattere – quella mattina più brutto ancora – era seduta dietro la cattedra a contemplare i suoi trentaquattro allievi, se per allievi s’intendono quelle trentaquattro bestie che doveva acculturare. “Non uno, dico non uno, di questi animali è in grado di capire qualcosa”, lo aveva riferito alla merciaia proprio il giorno prima, quando era andata a dare un’occhiata nel suo negozio. Stava cercando qualcosa di carino per la pettinatura di sua figlia in vista di quel fottutissimo matrimonio. Sua figlia, ogni giorno che passava, invece di migliorare peggiorava. Sua figlia era un’eccezione alla regola: brutta in fasce, brutta in piazza. Quella era nata brutta e bruta rimaneva. Da chi aveva preso? Lei, adesso era un po’ ingrassata – a forza di annusare la carne giorno e notte – ma non era brutta. Suo marito era un bell’uomo, altrimenti perché una donna del suo livello lo avrebbe sposato? Quella mattina era andata di merda sin dall’inizio. Suo marito le aveva portato la colazione con il pane del giorno prima. Tornando dal mattatoio si era dimenticato di prendere il pane appena sfornato. Il pane del giorno prima faceva schifo. Se fai il panettiere, devi saper farlo, invece no, bastava un giorno perché diventasse duro come una pietra, nemmeno i maiali lo volevano. Suo marito, ultimamente, aveva la testa altrove, doveva scoprirne il motivo. Reinoso, di anni quattordici, altezza un metro e ottanta, brutto, strabico e figlio di cenciosi, invece di aver finito la scuola dell’obbligo era ancora alla terza elementare, in più faceva il furbo. “Reinoso si alzi in piedi”. “E in che cosa dovrei alzarmi signora maestra?”. questo negro l’ammazzo “Non faccia il furbo e mi guardi in faccia”. “La sto guardando in faccia signora maestra”. Certo, quello era pure strabico e lei una cretina. Doveva soppesare ogni parola. Reinoso non perdeva la minima opportunità di farla passare per un’imbecille davanti a tutti. Infatti, tutti si erano messi a ridere. Si alzò, prese la bacchetta e si avvicinò al banco di Reinoso con il fermo proposito di spaccargli come minimo due dita. Da vicino Reinoso era ancora più brutto e, da come la stava guardando con l’occhio buono, si capiva che di bacchettate non ne voleva più prendere. In ogni modo doveva uscirne a testa alta da quella situazione di merda. Anche subito, altrimenti la sua autorità era finita. “Reinoso quanti anni ha?”. “Quattordici signora maestra”. “Sa che se volessi potrei mandarla al riformatorio fino a quando ne avrà ventuno”. “Faccia lei”. “Certo che faccio, per iniziare vada immediatamente a pulire i gabinetti dei maschi. Voglio siano così puliti da potermici specchiare”. Reinoso uscì dall’aula senza rispondere. Per il momento la sua autorità era in salvo, ma doveva stare attenta, Reinoso non era più un bambino e di bacchettate – glielo aveva fatto capire persino con l’occhio strabico – non ne voleva più sapere. Sì, con Reinoso doveva rallentare. Prima o poi quello le avrebbe mollato un pugno, se lo sentiva. Doveva rallentare, ma senza farglielo capire, altrimenti sarebbe stato peggio. Quella era proprio una giornata di merda e non era ancora finita. Nel pomeriggio doveva portare sua figlia dalla sarta a provarsi il cappotto. Solo a pensarci le veniva il prurito. Quindici minuti dopo, la signora Andreani decise di dare un’occhiata ai gabinetti maschili. “Ognuno finisca il suo compito in silenzio. Torno subito”. Prese la bacchetta – non si sa mai – e uscì dalla classe. Attraversò il cortile verso i gabinetti dei maschi. Aguzzò l’orecchio. Non si sentiva rumore d’acqua né sbattere il secchio. Strano. Cosa stava facendo quell’imbecille? Aprì la porta. Non c’era nessuno. Che avesse capito male e fosse andato a pulire i gabinetti delle femmine? Attraversò di nuovo il cortile. Appena aprì la porta, sentì la puzza. Per terra, in mezzo al corridoio, c’era un bel mucchietto di merda fumante appena fatta. Di Reinoso, manco l’ombra. Tornando indietro con l’orologio di qualche ora, per la precisione quando la signorina Solimana si era svegliata e il signor Andreani portava la colazione a sua moglie, la vedova Manchú, di anni cinquantaquattro, chili quarantotto, e felicemente impiegata nell’azienda telefonica, si apprestava a fare colazione indossando la sua vestaglia blu elettrico che adorava. Era molto concentrata sulle tostadas9 che stavano abbrustolendo dolcemente sul fuoco. Quelle sei fette di pane stavano alla vedova Manchú come un proficuo conto in banca a un commerciante avaro. Quando tutto fosse stato pronto – e solo allora – avrebbe aperto la finestra per prendere il burro dal davanzale. La vedova Manchú era sana come un pesce, aveva un appetito invidiabile, mangiava 9 Fette di pane tostato. come una lima nuova, non era mai andata dal medico né pensava di andarci. Ringraziava Dio – non poteva soffrire la Madonna – per averle concesso una vita così bella. Solo gli chiedeva di fargliela durare più a lungo possibile. Della sua vita non avrebbe cambiato niente, voleva solo continuare a lavorare senza muoversi da casa. Tutto il giorno in vestaglia senza farsi vedere da nessuno. Della gente le interessava solo ascoltare le loro conversazioni. Era convinta di avere trovato il modo di farlo senza che nessuno se ne accorgesse. L’unica seccatura erano i rompiscatole che venivano a telefonare dalla cabina pubblica, ma anche quel problema era stato risolto. In un primo momento aveva pensato a una tendina per dividere l’ufficio, ma una tendina basta alzarla e ti trovi il rompiscatole davanti. Le cose si fanno bene o non si fanno. Aveva preso un po’ di soldi che teneva da parte e ordinato a un falegname di P. – in paese avrebbe dato motivo di pettegolezzo – di costruirle un bel separé con il quale custodire la sua vita privata. Alto due metri, in modo che nessuno potesse sbirciare dall’alto. Quando sentiva la scampanellata della porta, diceva: “Si accomodi” e il rompiscatole s’infilava nella cabina. Ci aveva messo un po’ per far capire all’utenza che per richiedere il numero non era necessario rivolgersi a lei personalmente, bastava alzare la cornetta del telefono che c’era nella cabina e sollecitarlo attraverso la linea. Poi, fare la stessa cosa per sapere l’ammontare della telefonata. Per pagare bastava lasciare i soldi accanto al telefono. C’era però la storia del resto. Se per caso l’utente non ci arrivava con i soldi e la differenza era poca – mica puoi sapere a priori quanto vorrai o dovrai parlare – lei ci rimetteva volentieri, altrimenti mandava il figlio della sarta – il suo tuttofare di fiducia – a prendere o restituire il resto a domicilio. Man mano che l’utenza capì la musica, non portò più banconote di grosso calibro. La gente la si deve abituare. Tutto lì. Così era finita la seccatura di farsi vedere. Poteva rimanere tranquillamente sia in vestaglia d’inverno, che in mutande e reggiseno d’estate. Peccato che ci fossero solo sette abbonati. In ogni caso sette abbonati non volevano dire sette persone, bensì sette famiglie. In questo modo si poteva arrivare alla ventina di persone. Inoltre c’erano quelli, in sostanza tutti, che non avendo il telefono chiedevano una cortesia – solo in casi di urgenza – ai vicini abbonati. Quelle erano le telefonate più interessanti, perché annunciavano morti o malattie, mal che andasse nascite, battesimi y matrimoni. Le cose più interessanti le aveva ascoltate verso le cinque del pomeriggio, quando la gente si annoia e alza la cornetta per ammazzare il tempo. Una delizia! In più, oltre alle persone che parlavano al telefono, c’erano quelle che erano nominate nelle conversazioni, così ne venivano fuori tante belle storie che potevano continuare per giorni e giorni. Come un romanzo d’appendice, per capirci. Ogni volta un pezzo. La cosa più stuzzicante era che non sapevi quando sarebbe arrivata la prossima puntata. Potevano passare giorni, settimane e persino mesi. In più di un’occasione le era capitato che fra una puntata e l’altra dimenticasse l’andamento della storia o il nome dei personaggi. Per questo aveva mandato il figlio della sarta all’emporio, a comprare un grosso quaderno, vi annotava le storie degli abbonati in ordine alfabetico. Quel ragazzino era stato la sua salvezza. Poteva fare i capricci, ad esempio non c’era modo di farlo andare dalla merciaia, ma quello non era un problema, lei si aggiustava con la biancheria che aveva, chi la vedeva poi? Non metteva più le calze di seta. Per il freddo comprava quelle orrende calze spesse che vendevano nell’emporio, dove trovava anche ago e filo. In più, a volte sbagliava la spesa, comunque sempre meglio di tutta quella sfilata di garzoni a portarti la carne, il pane, i commestibili, il carbone e via dicendo. Il caffè era passato, le tostadas abbrustolite al punto giusto. La vedova Manchú prese il gigantesco vassoio appartenuto alla sua defunta suocera, lo teneva sempre pronto sul tavolo con una tazzina pulita e la zuccheriera. Le piaceva lo zucchero, ne metteva tanto. Aggiunse la caffettiera con il caffè bollente, un litro tondo. Il latte caldo, mezzo litro. Prese la marmellata dall’armadietto, aprì la finestra e pigliò il burro dal davanzale. Con il vassoio ben guarnito si diresse in ufficio, lo appoggiò sul tavolino messo apposta accanto alla sedia, si sedette, aggiustò le cuffie alle orecchie e iniziò felicemente la sua giornata lavorativa. Tornando di nuovo indietro con l’orologio, esattamente quindici minuti dopo che la signora Fernández si era alzata per accendere il braciere, si era svegliato il signor Zotikos, detto Tiko, di cognome impronunciabile, origine greca, anni settanta e una gamba fuori uso. Si svegliava sempre alle sei del mattino senza necessità della sveglia. Non perché fosse un’abitudine rimastagli da quando lavorava, niente affatto. Lui, prima dalle otto e mezzo non aveva mai aperto il salone di barbiere, quando lavorava, si capisce. Dopo l’incidente non lavorava più. Campava con la pensione e con i soldi della vendita del salone. Era accaduto una mattina. Di colpo si era svegliato e aveva guardato l’ora: le sei in punto. Così da dieci anni. Al principio si era spaventato. Dicono che quando uno si sveglia da solo sempre alla stessa ora è il diavolo che viene a prenderti, ma ormai erano passati più di dieci anni e lui continuava a campare. Da lì in poi la sua vita era diventata un tormento, si capisce che è un guaio svegliarsi alle sei del mattino se non hai niente da fare. Come lo riempi il giorno? La sua salvezza, del tutto casuale, fu aver affittato quelle due camere dal macellaio, più il gabinetto del cortile che condivideva con il garzone, perché la famiglia aveva un bel bagno di lusso dentro casa. Le due camere si trovavano fra il negozio e la casa del macellaio. Proprio in mezzo, come il ripieno di un panino. Nella camera che dava sulla strada, aveva sistemato il letto; in quella che dava sul cortile, la cucina, che fungeva anche da sala pranzo e salotto. Se fosse venuto qualcuno a trovarlo avrebbe dovuto farlo passare dalla stanza da letto, ma da lui non veniva nessuno. Nella parete che separava la cucina della macelleria, c’era una porta, chiusa a chiave, si capisce. La chiave l’aveva il macellaio, la toppa era stata tamponata con il mastice. Ebbene, proprio quella porta era stata la sua salvezza. Quando uno è disperato, inizia a pensare. Lui era disperato sin dalle sei del mattino. Continuare a girarsi nel letto non ce la faceva, si capisce che quell’idea gli era venuta proprio per disperazione. Per tre sere di fila si era dato da fare per liberare la toppa valendosi di un ago da materassaio che, appunto, aveva dimenticato un materassaio nel suo salone quando ancora lavorava, si capisce. Aveva dovuto aspettare che piovesse. Quando piove, il macellaio mette della segatura per terra perché i clienti arrivano con gli stivali pieni di fango. Con la segatura per terra nessuno avrebbe notato se fosse caduto qualche pezzo di mastice dall’altra parte. Perché ci aveva messo tre sere? Perché lavorava solo quando la famiglia Andreani era a tavola. Madre e figlia urlavano sempre, quelle due vivevano litigando per il cibo. Con il casino nessuno avrebbe potuto sentirlo quando trafficava con la toppa. Il mastice era diventato una pietra perché quella porta era chiusa da una vita, appunto da quando era venuto a viverci l’inquilino precedente, un vecchio morto di vecchiaia. Non aveva faticato invano, la toppa era stata liberata. Solo doveva fare attenzione la sera, quando aveva la luce accesa, ma bastava lasciare sempre un tovagliolo appeso alla maniglia per impedire che dalla macelleria si vedesse la toppa illuminata. Così, quando gli garbava, toglieva il tovagliolo e voilà: poteva vedere tutto quel che accadeva nella macelleria. L’ingresso non entrava nel suo campo visivo, però beccava il bancone in pieno, più tre metri davanti e tre dietro. Insomma, questa toppa gli aveva cambiato la vita da così a così. Non era mai riuscito a parlare quel maledetto castigliano come si deve. La gente non ha pazienza, persino in quel cazzo di posto come se avesse tante cose da fare. Da quando non lavorava più si era reso conto che la gente lo evitava. Un po’ per volta, anche lui aveva perso la voglia di parlare, quindi sentire e vedere gli altri senza avere a che fare con loro, si era rivelata una cosa molto piacevole. La felicità della vecchiaia. E da quella toppa aveva visto tante cose! Peccato che non ci fosse un’altra porta nella parete che comunicava con la casa del macellaio. A Palo Santo, l’ultima ad alzarsi quella mattina fu la futura sposa. Mentre accadevano i fatti fin qua descritti, lei dormiva placidamente sognando il futuro sposo. Era una bella ragazza incontaminata da ogni male. Simpatica, timida quanto basta, era la donna ideale da condurre all’altare per poi portarsi a letto, con una madre così vigile era l’unico modo. Il 25 settembre si sposava innamorata. Era un matrimonio d’amore. Nessun vantaggio da nessuna delle parti: entrambi belli, giovani e benestanti. La data delle nozze era stata discussa a lungo. Lei voleva il 21 settembre, primo giorno di primavera, ma cadeva di martedì: né di Venere né di Marte ci si sposa o si parte. Quello non sarebbe stato un problema, il detto si riferiva a venerdì o martedì 13, ma tutti si sposavano di sabato, quindi alla fine si era deciso per sabato 25 settembre. Al matrimonio, tranne i poveracci, era stato invitato tutto il paese. I poveracci, com’è giusto che sia, sarebbero andati il giorno dopo a fare le pulizie e, oltre la paga, si sarebbero portati a casa un po’ di avanzi fra quelli più scadenti, accuratamente scelti dalla madre della sposa. Nel paese di solo otto isolati erano arrivate le tredici. Il panettiere, il macellaio e l’emporio – tranne la pompa di benzina annessa che rimaneva sempre aperta – chiusero i battenti. La scuola aveva chiuso a mezzogiorno, la signorina Solimana, il barbiere e la parrucchiera alla mezza. La signora Fernández aveva mandato giù un boccone alla veloce ed era tornata nella saletta adibita al cucito per ultimare il cappotto. Suo marito era rimasto a tavola aspettando il rutto. Pepincito, il figlio di entrambi – che ultimamente mangiava poco ed era sempre agitato – disse: “Babbo mi porti con te a caccia?”. “No”. “Non faccio rumore, ti giuro”. “Oggi no”. Il signor Fernández si alzò da tavola lasciando suo figlio con la faccia compunta. “Piuttosto aiuta tua madre a sparecchiare”. “La mamma non vuole”. “Perché?”. “Dice che spacco tutto”. “Ha ragione” lo rassicurò il padre prima di chiudersi in bagno. Dalla saletta cucito la signora Fernández aveva sentito tutto. Ebbe una punta di amarezza. Povero piccino! Ultimamente non ne combinava una giusta. Poi dimenticò il figlio per chiedersi che cosa stesse facendo suo marito chiuso in bagno. A chiave, perché aveva sentito il rumore. In bagno suo marito ci andava il mattino per deporre, lo aveva sentito dire alla macellaia quando parlava dei suoi problemi di stitichezza. Era una stronza, ma se voleva, sapeva esprimersi. Il termine le era piaciuto subito e adesso lo usava anche lei. Non sai mai come dire quando vai a far quello. Muovere il ventre sembra che invece di andare al cesso ci si debba mettere a ballare una danza araba, andare di corpo sa di esercizi marziali, defecare poi... si sente la puzza solo a pronunziare la parola. Invece deporre era perfetto, fine più che altro. Quindi suo marito per deporre andava in bagno appena alzato; se era a casa e non pioveva, pisciava nel cortile; se era a caccia e gli veniva la voglia, faceva tutto nei campi. Quando pisciava in bagno – e scoreggiava anche – lasciava sempre la porta aperta. Per lavarsi – d’estate, perché d’inverno non si lavava – lo faceva nella tinozza che c’era nel cortile. Meglio, così non sporcava il bagno. Non tutti avevano il bagno dentro casa, anzi, un bagno installato, lo avevano solo lei e la macellaia. E lei ce l’aveva grazie alla buon’anima di suo padre, il miglior muratore dei paraggi. Niente a che vedere con quello che c’era adesso. Faceva le pareti tutte storte e l’intonaco di cinque centimetri. A suo marito non piaceva molto lavarsi. Ai gallegos10 l’acqua non piace molto, così dicono. Sempre meglio di suo suocero, quello l’acqua non l’aveva mai frequentata. Lei era italiana. Be’, nata proprio in Italia no. Concepita. La mamma l’aveva partorita tre mesi dopo l’arrivo. Dovevano andare in America loro, in quella del Nord, perché anche l’Argentina è l’America, ma all’ultimo momento i suoi si erano lasciati convincere da un amico ed erano finiti a Buenos Aires. Poi, tutta la famiglia si era trasferita a Palo Santo. Erano gli unici siciliani in paese. Suo marito diceva che i gringos11 sono tirchi da far schifo, comunque: che ci faceva suo marito in bagno chiuso a chiave? 10Molti immigranti spagnoli arrivati in Argentina provenivano dalla Galizia. 11 Modo di chiamare gli italiani nella pampa. Il signor Fernández, di anni cinquanta, scostante e cacciatore di selvaggina in mancanza d’altro, si era chiuso a chiave in bagno perché nessuno gli rompesse i coglioni. A casa sua, di rompicoglioni ce n’erano due: sua moglie e suo figlio. Suo figlio lo aggiustava con un cazzotto, invece con sua moglie doveva far attenzione. Appena apriva bocca, quella tirava fuori la storia del cucito. Se lei fosse stata capace, con la selvaggina ci si poteva aggiustare benissimo, ma forse meglio così, altrimenti la caccia, invece di un piacere, sarebbe diventata un obbligo giornaliero. Oggi giusto oggi! quel deficiente voleva accompagnarlo. Stava fresco. Gli venne in mente la troia. Solo a pensarci il suo tigrotto gli fece un salutino. Aprì l’armadietto. Diede un’occhiata. Cosa ci faceva sua moglie con tutti quei barattoli? Non era un letterato, ma sapeva leggere. Iniziò a guardare le etichette: crema per le mani, crema per il viso, olio per i capelli... che cosa se ne faceva il cesso di tutte quelle porcherie? Buttava via i soldi. Prese una bottiglietta. Acqua di colonia al lillà. La aprì, annusò il contenuto. Quello schifo da checca, lui non si lo metteva. Rimise la bottiglietta nell’armadietto. Iniziò a sbottonarsi la camicia, si annusò le ascelle. Puzzavano. Si levò maglione e camicia; la canottiera era senza maniche, per lavarsi le ascelle non gli dava fastidio. Tutto pulito. Sua moglie lo obbligava a cambiarsi i vestiti tutti i santi giorni. Obbligava si fa per dire, lui nessuno lo obbligava a fare niente, semplicemente quella fanatica gli faceva trovare la roba pulita tutte le mattine sulla sedia vicino al letto. Aprì il rubinetto del lavandino, prese il sapone, s’insaponò le mani. Con la mano destra si sfregò l’ascella sinistra, con la mano sinistra l’ascella destra. Basta così. Si chinò sul lavandino. Si risciacquò. Si era bagnato un po’ la canottiera. Pazienza. Sopra era a posto. Adesso sotto. Si tolse i pantaloni e le mutande, i calzini no. Chi gli guardava i piedi? Era la prima volta da quando si era sposato, che usava quell’attrezzo con il nome francese che suo suocero aveva fatto portare da Buenos Aires. Lui personalmente non capiva il motivo di tanto disturbo. Aprì il rubinetto. Uno schizzo d’acqua gelata gli bagnò la faccia. Merda! Lo chiuse. Decise di sedersi sopra. A cavallo guardando la parete o seduto come al cesso? A cavallo così teneva d’occhio quel cazzo di getto. Lo aprì piano. Perbacco si gelava! Sperava che dopo tanto sacrificio le cose andassero bene. Accidenti! Il sapone era rimasto nel lavandino. Se si alzava, gli scivolava l’acqua per le gambe e si bagnava i calzini. Non sopportava i calzini bagnati. Si lavò senza il sapone. Si asciugò. Si rivestì. Un ultimo sguardo allo specchio, andò verso la porta. Si pentì, tornò indietro, aprì l’armadietto, prese il profumo da checca e si bagnò le guance. Alle donne le cose da checca piacevano. Uscì dal bagno. Senza salutare né moglie né figlio, aprì la porta del retro, andò nello sgabuzzino, prese il fucile che era appeso a un chiodo, se lo mise a tracolla e attraversò il giardino. Era uno schifo, il giardino. Sua moglie non aveva tempo di occuparsene, lui quelle cose da donnetta non le faceva. Invece di tagliare per i campi, prese la stradina parallela a quella principale, che passava dietro le case. Camminava piano guardando fisso verso un punto che in linea d’aria poteva trovarsi trecento metri più avanti, nell’ultimo isolato del paese. Per la precisione stava guardando il retro della casa delle sorelle Paganini, proprietarie della merceria. Non era il suo percorso abituale, lo faceva da pochi giorni, tre per la precisione, da quando quella troia lo aveva guardato. Era passato per caso. La troia si trovava nel cortile. Lo aveva guardato in faccia, per la precisione più in basso. Aveva gli occhi buoni, lui, raramente sbagliava un tiro. Poi la troia era sparita dentro casa. Quello sguardo lo aveva colpito nel profondo delle viscere. Per la precisione un po’ più sotto. Adesso non ci dormiva la notte. Che fosse stato un caso? Passò il giorno dopo. Uguale scena, anzi peggio, o meglio: la troia si era chinata lasciando in bella vista le giarrettiere e tutto il resto. Sotto i pantaloni, il tigrotto si era svegliato di botto. Era stato a questo punto che aveva deciso di lavarsi. Un giorno al bar aveva sentito dire delle cose strambe riguardo alla merciaia. Lui andava di rado al bar e non parlava con nessuno, ma da qualche mezza parola aveva capito che a quella piaceva guardare i maschi nudi o cose così. Strana come troia, ma al solo pensiero gli veniva duro. Da lontano non riusciva a vedere il cortile per via di quegli eucalipti del cazzo. Fino all’ultimo momento non poteva sapere se ci fosse o no. Quando finalmente oltrepassò gli eucalipti fu deluso: la troia non c’era. Si era lavato per niente! La signora Andreani aveva lasciato la scuola di pessimo umore. Quanto arrivò a casa, suo marito stava apparecchiando la tavola. “Come mai apparecchi tu? Dov’è la Marta?”. “Ha dovuto accompagnare sua madre da doña12 María, deve farsi curare l’empacho13. “Ma non capisci che quella ti prende per il culo?”. “Mi ha detto che la madre non va in bagno da una settimana, che sta male, che è troppo vecchia per andare da sola”. “Quando io non ci sono, quella se ne approfitta. Ci mancava anche questa!”. La signora Andreani diede un profondo sospiro, poi guardò sua figlia, chiamata affettuosamente Pagnottina dal padre, di anni diciannove, chili ottanta – ma potevano aumentare – altezza un metro sessantaquattro e sei brufoli sulla faccia, due dei quali appena spuntati. Stravaccata sul sofà, Pagnottina stava mangiando un pezzo di torta ricolma di panna. Era stato suo marito a comprare la torta, come se quella ne avesse bisogno. L’aveva 12 Modo popolare di rivolgersi alle signore anziane. 13 Specie d’indigestione che i santoni curano, seconda la loro scuola di pensiero, con un filo, alzando la pelle della schiena, con le dita o con parole miracolose. nascosta in fondo alla ghiacciaia, ma ormai non c’era posto dove sua figlia non arrivasse. “Mangia mangia così il marito te lo trovi su Marte”. “Se voglio il marito, ce l’ho già”. Il signor Andreani rimase con il piatto a mezz’aria: “E chi sarebbe questo futuro marito?” le chiese pensando subito al garzone. “Segreto”. “Cara, glielo puoi chiedere tu, visto che in questa casa ormai non conto più niente?”. “Ma cosa vuoi che abbia! In ogni caso chiunque fosse andrebbe bene”. Chiunque no, pensò il signor Andreani, quel morto di fame prendersi il capitale e far infelice la sua Pagnottina. Mai! “Non sai di qualcuno che possa riempire di botte quello stronzo di Reinoso?” gli chiese sua moglie cambiando discorso. “Di nuovo Reinoso? Che cosa ha combinato oggi?”. “Faceva il furbo come sempre, l’ho mandato a pulire i cessi dei maschi così impara. Dopo un po’ vado a controllare. Sparito. Sai cosa ha fatto quel negro schifoso? Mi ha lasciato una bella cagata in mezzo al corridoio del cesso delle femmine. Prima che il resto della classe se ne accorgesse, ho dovuto pulire la merda da sola”. E rivolgendosi alla figlia: “Scusa cara, mi sono dimenticata che stavi mangiando”. Cara continuò a inghiottire come se si stesse parlando di ricette. “Quello lo ammazzo!” disse il signor Andreani. “Tu non ammazzi nessuno. Devi trovarmi qualcuno che lo riempia di botte. Se non la smette di fare il furbo, divento pazza! Pazzaaa!” e, presa da una rabbia contenuta sin dalle sette del mattino, quando suo marito le aveva portato il pane duro a colazione, la signora Andreani scoppiò in un pianto isterico. Non se la sentiva di andare dalla sarta, mandare sua figlia da sola era escluso. Invece di controllare se il cappotto le andava bene, magari avrebbe chiesto alla Fernández qualcosa da mangiare. Era già capitato. Quando la teneva a dieta ferrea, andava a chiedere cibo in giro. Se quella morta di fame avesse avuto il telefono, l’avrebbe chiamata. Per la seconda volta diede un profondo sospiro. Stava un po’ meglio. Poi guardò sua figlia sdraiata che inghiottiva e cambiò idea: “Silfide! Puoi alzare il sedere e dire alla sarta che oggi non sto bene? Chiedile se possiamo rimandare la prova fino a domani?”. Silfide, che si era preso un altro pezzo di torta, si limitò a rispondere: “Non rompere”. La signora Andreani si alzò di scatto con il fermo proposito di ammazzarla. Fu fermata dal marito: “Lascia stare, vado io”. Il signor Andreani capiva che sua moglie fosse nervosa e gli dispiaceva disturbare la sua Pagnottina, che stava mangiando il terzo – che sua moglie pensava fosse il secondo – pezzo di torta. “Adesso finisci di apparecchiare. Andrai dopo pranzo”. Il signor Andreani finì di apparecchiare. Servì sua moglie. Chissà se Pagnottina aveva fame dopo i tre pezzi di torta: “Amore. Tu mangi?”. “Cosa c’è?”, chiese Pagnottina dal sofà. “Lasagne al forno”. “Sì”. La ragazza si alzò trascinando i piedi, si sedette a tavola e gli porse il piatto. Sentendosi lo sguardo di sua moglie addosso, il signor Andreani tagliò una porzione discreta. “E che cosa me ne faccio io di questo pezzetto di merda, puoi dirmi?”. Il signor Andreani rimase in attesa. “Guarda che nemmeno un marziano riuscirai a trovare. Se continui a mangiare, quel cappotto non ti andrà mai bene e al matrimonio col cazzo che ci vai” concluse la signora Andreani, dopodiché sprofondò la forchetta nella lasagna, come se fosse la colpevole di quella mattinata infernale. Il signor Andreani porse a Pagnottina il piatto con quel solo pezzetto di merda. Finito il pranzo, la signora Andreani si alzò da tavola: “Io vado a farmi un riposino. Dopo una giornata come questa ne ho proprio bisogno”. Il signor Andreani sparecchiò, mise le stoviglie sporche dentro il lavandino e disse: “Pagnottina non ti preoccupare, faccio tutto io quando torno dalla sarta. Piuttosto mettiti a studiare”. “Non dirmi Pagnottina, e chi si preoccupa?”. Pagnottina, che a studiare non ci pensava neanche perché doveva digerire, si alzò, fece quattro passi fino al sofà e ci si buttò con tutto il peso. adesso leggo un po’ la rivista che la vacca ha comprato all’emporio “Papi, mi passi la rivista che ha comprato la mamma. È sulla credenza”. Il signor Andreani guardò sua figlia, le porse la rivista e uscì scuotendo la testa. Quando la signora Fernández alzò distratta lo sguardo dal cucito, il signor Andreani era davanti a casa sua. Dietro le tende di tulle lui non poteva vederla, ma lei sì. Eccome se lo vedeva. Che bell’uomo! Italiano come lei. Bello. Dolce. Perfetto! Cosa faceva davanti a casa sua? Oddio, stava varcando il cancello! La signora Fernández si alzò di scatto e corse in bagno. Che disastro! Acqua dappertutto. Che cosa voleva dire quel profumo? Suo marito era diventato pazzo per caso? Mettersi il suo profumo al lillà per andare a caccia? I suoi pensieri furono interrotti dai colpi alla porta. Maledizione! Se avesse saputo che veniva si sarebbe messa il vestito nuovo. Si diede uno sguardo veloce allo specchio ma sì io me li tolgo che m’invecchiano vedo tutto sfumato ma poi mi abituo Andò ad aprire senza gli occhiali. “Buongiorno signora Fernández”. “Buongiorno signor Andreani, ma che piaceeere! Entri, la prego”. “La ringrazio, ma sono un po’ di corsa. Volevo solo dirle che mia moglie non sta molto bene, se invece di oggi può portare la bambina domani, per la prova”. Chiamare bambina quell’elefante! Quindi aveva lavorato come una negra con solo un boccone nello stomaco per niente? “Non si preoccupi signor Andreani. Stavo giusto per prendere il caffè, gradisce una tazzina?”. “La ringrazio, ma dovrei proprio andare”. Dovrei non era devo, la signora Fernández si aggrappò a quel dovrei come una sanguisuga ingorda davanti a un cane depilato. Lo afferrò per un braccio e iniziò a tirare verso l’interno fin quando lui non smise di opporre resistenza. “Va bene, ma poi devo andare subito”. “Ma certo signor Andreani”. figurati se ti lascio scappare adesso che sono da sola “Venga venga”. Il macellaio la seguì rassegnato. “Si sieda, la prego”. La signora Fernández si apprestò a servire il caffè. Non era facile senza gli occhiali. Doveva avvicinarsi agli oggetti quasi fino a sfiorarli con il suo lungo naso: caffettiera, tazzine, cucchiaini, zuccheriera... Non centrò bene la prima tazzina, macchiò la tovaglia. Fu più cauta con la seconda, ma ne versò troppo caffè riempiendo il piattino sottostante questo me lo prendo io Ecco fatto! Adesso lo zucchero “Lo prende con lo zucchero?”. “No grazie”. Certo, era così dolce che non ne aveva bisogno. Gli porse la tazzina. Poi gli si sedette davanti, lo guardò. Aveva fatto male a togliersi gli occhiali, adesso non riusciva a vedere la sua espressione. Bruciandosi le labbra, l’interno della bocca, la gola e l’esofago, il signor Andreani finì il caffè in due sorsate. Poi si alzò: “Grazie signora Fernández, adesso devo proprio andare, quindi rimaniamo per domani”. “Per domani a prendere un altro caffè?”. “No, per la prova del cappotto”. “Ah sì, domani va benissimo. Viene anche lei?”. “Non credo”. La signora Fernández lo accompagnò fino alla porta. “Mi raccomando: venga a prendere un caffè quando vuole o a bere il mate, come se fosse a casa sua. Mi capisce?”, disse, accentuando il mi capisce alle due macchie nere, che tirando a indovinare potevano essere gli occhi del signor Andreani. Chiuse la porta, diede un sospiro mamma mia che maschio! Si avviò verso la sala cucito. Come mai vedeva tutto fumoso? Si ricordò che non aveva gli occhiali, andò a metterseli. Era contenta a metà. Lui aveva accettato il caffè perché lei aveva insistito, comunque era un inizio. Solimana e Marcantonia andavano a tavola all’una meno un quarto spaccate. Sempre. Cucinava Marcantonia. Era l’unica cosa che faceva bene. Il dono di un Dio pentito all’ultimo momento per averla fatta difettosa. Meno male, pensava Solimana. Non per averla fatta ritardata, ma perché cucinasse così bene. Nelle mani di Marcantonia, persino un bollito diventava una prelibatezza. Lei non era portata per i fornelli. Guardò sua sorella che mangiava avida una coscia di pollo. Aveva la faccia coperta di grasso. Quel disgustoso spettacolo era il prezzo che doveva pagare per quei cibi cucinati così bene. Aspettò che finisse la coscia di pollo. “Che cosa pensavi di far questa mattina con la vanga?”. Marcantonia posò la coscia incredibilmente spolpata sul piatto e guardò il mucchio di ossa che aveva ripulito. Ne prese uno a caso e iniziò a rosicchiarlo daccapo. “Lascia stare quella schifezza e rispondi!”. Marcantonia guardò sua sorella con odio, buttò l’osso sul piatto, prese una banana – la più grossa – del vassoio della frutta che era in tavola e si alzò trascinando la tovaglia. Fece cadere il piatto per terra mandandolo in frantumi. Le ossa si sparsero sul pavimento. “Va bene, se non vuoi dirmelo fa lo stesso”. Marcantonia andò a chiudersi in camera con l’aria offesa. Solimana si alzò rassegnata per riparare il disastro. Quando sua sorella si chiudeva in camera non c’era modo di farle far niente. Guardò l’orologio. D’oro. Andò alla finestra. Spostò appena appena la tenda. Dalla finestra della cucina vedeva la stradina che passava dietro casa. Era l’ora. Aspettò fino a quando non vide comparire il cacciatore di selvaggina eccolo! Lui si fermò un attimo. Guardò verso la casa guarda pure che oggi non esco Era interessata a quell’uomo, ma non solo a lui. Di uomini nel paese ce n’erano parecchi. Uomini possibili. Proprio da scartare solo due. Troppo vecchi. In più uno era quasi paralitico e l’altro quasi cieco. Poi c’era il signor Echeverry. Il pazzo Echeverry, come lo chiamavano tutti. Era stato un amico di suo padre, forse non era il caso... Sì, il cacciatore di selvaggina poteva essere l’uomo giusto. In più la interessava per un altro motivo, ma solo se non fosse stato l’uomo giusto. Se era l’uomo giusto, il secondo motivo avrebbe perso senso. Solimana lasciò la finestra e andò a lavare i piatti. Quattro del pomeriggio. Pepincito, di anni quasi undici, piccolo e di sguardo smarrito, come tutti i pomeriggi a quell’ora, stava andando dalla vedova Manchú a farle la spesa. il papà non ha voluto portarmi a caccia è cattivo tutti sono cattivi meno la vedova Manchú anche la mamma è cattiva mi tratta come se fossi ancora un bambino piccolo non sono più un bambino piccolo fra due mesi ne faccio undici d’anni tre meno di Reinoso che è più alto del babbo e mette paura persino alla maestra la maestra un’altra che non mi vuole bene dice che sono troppo piccolo per la mia età e non si riferisce solo al corpo pensa che sia un po’ scemo me ne rendo conto eccome un po’ ha ragione a lamentarsi perché la scuola mi fa schifo schifo da vomitare solo a vedere la lavagna e i quaderni mi piacciono solo per disegnare fare disegni come quelli dei fumetti mi piace da morire e poi colorare i disegni però la mamma dice che i quaderni non si devono sprecare per disegnare che sono per scrivere e fare i conti il babbo le dà ragione dice che disegnare non serve a niente tutto deve servire a qualcosa se non serve non si deve fare a me invece i disegni e i fumetti sono l’unica cosa che mi piace se non fosse per il pazzo Echeverry io non avrei mai avuto un fumetto è pazzo ma sa leggere si fa mandare tutti i giornali da Buenos Aires mi dà l’inserto dei fumetti ma come’è pazzo strappa quelli che lui chiama ‘di destra’ peccato comunque coi pazzi non si può far niente mi dà i fumetti non di destra perché è amico del babbo non proprio amico perché il babbo non ha amici e forse non ha mai parlato col pazzo Echeverry è il pazzo Echeverry che è amico del babbo al contrario della mamma dice che il babbo è un uomo intelligente che fa bene ad andare a caccia e a non lasciarsi sfruttare da nessuno chissà cosa vorrà dire meno male che la mamma non lo sente già ce l’ha col pazzo Echeverry perché mi dà i fumetti se in più sapesse che il pazzo Echeverry dice che il babbo fa bene ad andare a caccia finisce che ci litiga e quello non mi da più i fumetti mi mancherebbe solo quello certo che se io fossi Reinoso non avrei nessun problema ma non sono Reinoso anzi nei suoi confronti sono meno di una cacca di cane ma se fossi Reinoso o come Reinoso prima di tutto uccido la signorina Solimana come la odio e magari fosse solo odio mi fa paura da morire non voglio pensare a ‘quello’ perché dalla paura mi scappa la pipì da quando è successo ‘quello’ la sogno tutte le notti mi sveglio piangendo la mamma vuole sapere perché piango ma io zitto non racconterò mai a nessuno né ‘quello’ né i sogni che poi sono la stessa cosa non racconterei niente a nessuno nemmeno se la signorina Solimana morisse perché i morti vedono e sentono tutto quel che i vivi dicono e pensano lo dice sempre la mamma ma se io fossi Reinoso o come Reinoso ammazzerei la signorina Solimana la sera quando esce dal negozio ad accostare le persiane le punto una pistola alle costole non ce l’ho la pistola ma potrei schiacciarle un dito contro le costole come fanno nei fumetti dalla paura manco si gira a controllare se è il dito o la pistola poi la trascino dietro l’angolo e lì devo studiare come l’ammazzo devo ammazzarla con qualcosa che la faccia soffrire la lascio soffrire poi l’ammazzo e la lascio morta con la gonna alzata e anche se mi fa schifo le abbasso le mutande così tutti possono vederle il sedere se i morti vedono tutto come dice sempre la mamma vedrà che tutti le guardano il sedere poi... basta! non voglio pensare più alla signorina Solimana chissà che cosa mi da oggi da mangiare la vedova Manchú sono proprio fortunato ad aver trovato questo lavoro il babbo dice che la vedova Manchú sarà scema a prendere uno come me per far la spesa invece il babbo si sbaglia perché la vedova Manchú si fida di me anzi è molto contenta e se mi confondo non fa storie massimo mi dice Pepincito non volevo farina ma aspirina e basta e a volte nemmeno devo riportare le cose indietro perché dice che prima o poi ne avrà bisogno e non vuole mandarmi col bigliettino così sviluppo il cervello chissà cosa vorrà dire forse che se vado col bigliettino non diventerò mai furbo i soldi dello stipendio la mamma li mette nel maialino che mi ha comprato all’emporio dice che quando sarà pieno lo rompe e mi compra la bici usata certo un cavallo costa di meno ma la mamma ha paura perché quando era piccola suo fratello che era anche piccolo è morto cadendo dal cavallo e dice che se non muoio magari rimango più rintronato di adesso oltre alla paga la vedova Manchú mi da tutti i giorni una monetina ‘questo è solo per te, mi raccomando non dirlo a nessuno’ mi dice è in gamba la vedova Manchú chissà quanto vive speriamo tanto Verso le nove di sera, fredda e umida in questo periodo dell’anno, nel paese di solo otto isolati si chiudono tutte le porte e tutte le finestre. Verso le undici, si spengono tutte le luci. E quando a mezzanotte si spengono anche i lampioni della strada, se non c’è la luna, il paese rimane avvolta nelle tenebre. Il giorno dopo, mercoledì 25 agosto, per fortuna della signora Andreani, Reinoso non andò a scuola. L’unica seccatura della giornata sarebbe stata la prova del cappotto. Sì o sì, doveva andare dalla sarta. Alle quattordici e trenta, dalla signora Fernández era tutto pronto, aveva persino tirato fuori il servizio da tè di porcellana – regalo di nozze – e fatto una torta che solo lei sapeva il sacrificio di spesa, più la seccatura di alzarsi mezz’ora prima con quel freddo che non dava segnali di voler andarsene. In più aveva perso tempo per cambiarsi, truccarsi e profumarsi casomai fosse venuto lui, anche se era difficile. Se aveva afferrato l’allusione di venire a prendere il caffè come se fosse a casa sua, mentre con lo sguardo lo rassicurava che oltre al caffè poteva prendersi tutto il resto, forse sarebbe venuto da solo. Di mattina, quando suo marito andava a caccia e il bambino era a scuola. Poteva lasciare la macelleria con il garzone, non sarebbe stata la prima volta. Lo aveva visto in più di un’occasione farsi un bicchierino al bar. Alle undici del mattino la strada era piena, ma poteva fare il giro ed entrare dal cortile. Gli lasciava aperta la porta sul retro, e mezz’ora di felicità una volta alla settimana non gliela toglieva nessuno. La torta non l’aveva fatta così per far qualcosa. Aspettava che la macellaia ricambiasse l’invito. Voleva infilarsi nella casa del signor Andreani come amica di famiglia... e sì, ormai era arrivata a quel punto. La visita del giorno prima aveva fatto ribollire il suo sangue siciliano. Sentì che bussavano alla porta eccole che sono arrivate le faccio aspettare un po’ non sono mica la loro serva Lei aveva il campanello, non come la maggioranza che dovevi battere le mani e iniziavano ad abbaiare tutti i cani di Palo Santo. Solo funzionava dopo le sei di sera, quando attaccavano la corrente elettrica, ma meglio di niente. E il giorno che avessero messo il servizio elettrico fisso, lei ce l'aveva già, il campanello. La buon’anima di suo padre se ne intendeva anche di elettricità. Aveva fatto un bell’impianto con campanello e tutto meglio che vada ad aprire magari quella gira sui tacchi e ciao invito Prima che arrivasse alla porta, quella bussò di nuovo. Eh eh... non aveva pazienza la signora Direttrice. “Buongiorno signora Andreani. Ciao bella”. Bella manco rispose. “Buongiorno signora Fernández. Come siamo eleganti oggi” ma cosa si è messa questa che puzza come le negre al matinée della domenica e si è impiastrata la faccia come una maschera di carnevale quanto è buffo il povero! “Grazie signora Andreani. Lei è troppo gentile” non mi sono mica cambiata per te speriamo che la prova vada bene La prova non andò bene. “Vede signora Fernández, il cappotto le tira di qua evidenziando troppo il seno”. il seno vorresti dire quelle due tette da mucca che si potrebbero nascondere solo con la tenda del circo che viene d’estate a parte il fatto che dall’ultima volta questa ha preso minimo due chili ci metterei la firma “Forse la ragazza è ingrassata un pochino”. “Niente affatto”. “Possiamo cambiare le spalline per altre più grandi così il seno si nota di meno”. “Faccia lei. Così non va”. certo che così non va se da una prova all’altra questa continua a mettere lardo addosso non andrà mai “Forse sarà meglio smontarlo. Non è uno scherzo sa? Si perde un sacco di tempo e con la storia del matrimonio ne ho fin qui di lavoro”. se la stai facendo lunga per aumentare il prezzo perché devi mantenere quel galiziano sporco stai fresca “Questo cappotto sta diventando come la tela di Penelope”. e che cazzo me ne frega a me di questa Penelope Dio ti prego: dammi ancora un po’ di pazienza perché questa mi sta sfinendo La signora Fernández tolse il cappotto a Pagnottina, che per tutto il tempo della prova aveva guardato il soffitto. “Quindi signora Fernández: a quando la prossima prova, visto che nemmeno oggi abbiamo combinato niente?”. “Se devo smontare tutto, ci vuole almeno una settimana”. “Va bene” e rivolgendosi a sua figlia: “Dai! Muoviti che andiamo”. “Ma così presto? Sapendo che venivate, ho preparato una torta che mi è venuta una meraviglia, e l’acqua per il tè è pronta”. “Ma io... ” iniziò a dire un po’ spaesata la signora Andreani; fu interrotta da Pagnottina, che – parlando per la prima volta da quando era arrivata – disse: “Dai mamma! Solo una tazzina di tè, cosa ti costa?”. “Ha ragione la ragazza. Venite. Un’altra volta m’invitate voi”. Ne seguì un silenzio imbarazzante, dopodiché si accomodarono in cucina. La ragazza prese due porzioni di torta prima del tè, tre durante, e due dopo. Quando stava per allungare il braccio nel tentativo di prendere l’ottava, sua madre le afferrò la mano al volo sprofondando le unghie nella carne della sua carne, mossa grazie alla quale, con un movimento da contorsionista, la sarta riuscì a prendere l’ultimo – per lei il primo – pezzo di torta. Davanti al vassoio vuoto, ignorando gli sguardi che le lanciava sua madre, Pagnottina si alzò da tavola dicendo che doveva andar a studiare. “Vai tesoro vai” disse la signora Fernández, con la diplomazia propria del mestiere. La macellaia pensò che fosse opportuno far finta di niente, si alzò anche lei: “Oggi è mercoledì, quindi torniamo mercoledì prossimo?”. “Proprio così, ci vediamo mercoledì prossimo. Buongiorno signora Andreani. Ciao carina”. Carina non rispose e la signora Fernández tornò in cucina con i succhi gastrici in risalita. Rischiando di spaccarsi la spina dorsale era riuscita a prendere l’ultimo pezzo di torta prima che quelle due balene la finissero. Non era rimasta nemmeno una porzione per Pepincito, anche se quello, rincoglionito com’era con quei dannati fumetti, nemmeno se n’era accorto che lei avesse fatto una torta. Di ricambiare l’invito manco la mossa, anzi, quella vacca aveva fatto finta di non aver sentito l’allusione, in più doveva smontare di nuovo il cappotto. Che vita di merda! Giovedì 26 agosto, la prima cosa che la signora Andreani vide entrando in classe, fu Reinoso seduto al suo posto. Non lo degnò nemmeno di uno sguardo. Salutò gli allievi e assegnò i compiti. Aveva preso una decisione: sarebbe stata lei a risolvere il problema Reinoso. Quell’inutile di suo marito non era in grado. “Reinoso mi segua” e agli altri: “Non voglio sentire volare una mosca”. Bacchetta in mano, la signora Andreani uscì dalla classe seguita da Reinoso, che la guardava di traverso fatti forza María Angélica adesso o mai più! Entrarono nel piccolo ufficio che fungeva da Direzione. La signora Andreani si fermò vicino alla porta, che non chiuse, in più lasciò una distanza di sicurezza fra sé e il bruto. Meglio parlare piano per non farsi sentire dagli altri, che rimanere chiusa con Reinoso. “Senti brutto stronzo, la musica è finita” e, senza fermarsi perché Reinoso continuava a guardarla storto, e non solo per colpa dell’occhio strabico: “Ho parlato con mio cugino il commissario. Sai benissimo chi è” – pausa a effetto che non sembrò impressionare minimamente l’allievo – “Gli ho spiegato della bella cagata che mi hai lasciato l’altro giorno nel bagno delle femmine. Sai cosa mi ha detto?” e siccome Reinoso non sembrava interessato a sapere che cosa avesse detto suo cugino il commissario, la signora Andreani proseguì: “Mi ha detto che basta una mia parola e finisci al riformatorio. Solo che prima ti fa conciare per bene, non dai poliziotti inutili del Commissariato, ma da certi suoi conoscenti che non lasciano segni, però ti rovinano gli organi vitali per sempre. Tu non sai cosa siano né dove si trovino, ma lo saprai dopo” ecco che gliel’ho detto! Che suo cugino fosse commissario era vero, solo che con quello stronzo non si parlava più da tre anni – causa eredità – se avesse saputo quello che era appena accaduto l’avrebbe denunciata per maltrattamenti ai minori e in galera sarebbe finita lei al posto di Reinoso. Questo però, quel fottuto non lo sapeva, forse avrebbe smesso di fare il furbo per un po’. Quell’imbecille di Reinoso padre non aveva ancora capito che suo figlio, con o senza scuola, nella merda sarebbe rimasto comunque. Reinoso non dava segni di aver sentito e continuava a guardarla male. Prima che a quel negro lercio venisse in mente di assalirla, gli ordinò di tornare in classe. Quando erano fuori, sentendosi più sicura, aggiunse: “E ti avverto, se racconti a qualcuno quello che ti ho appena detto, e lo vengo a sapere – nella macelleria si sa tutto – chiamo mio cugino. Adesso vattene!”. Reinoso si prese tutto il tempo necessario prima di muoversi, poi iniziò a camminare strisciando i piedi. Prima uno, poi l’altro. Lei non pensava di stargli dietro camminando a passo di tartaruga. Decise di oltrepassarlo tenendosi il più lontano possibile. Fu allora che Reinoso piantò una scoreggia fenomenale. La signora Andreani fece finta di non aver sentito. Pregava che soprattutto non l’avessero sentita gli allievi: la porta della classe era aperta e quei bastardi stranamente silenziosi. Il giorno dopo, venerdì 27, a Palo Santo non accadde niente di rilevante. Dopo pranzo il signor Fernández – fucile a tracolla e tigrotto rannuvolato – passò davanti alla casa della troia. Non c’era di nuovo. Non pensava di mollare. Quella gli aveva fatto vedere apposta le gambe fino alle mutandine; prendere questa o quella direzione, per lui non faceva differenza. A scuola, Reinoso non fece il furbo. Marcantonia non andò nello sgabuzzino a prendere la vanga. Tiko non vide niente d’interessante dalla toppa, e nemmeno la vedova Manchú ascoltò alcuna conversazione degna di essere segnata nel quaderno degli episodi a puntate. L’unica cosa spiacevole accadde a Pepincito: sognò che la signorina Solimana gli tagliava il pisellino con le forbici. La mattina seguente, sabato 28 agosto, l’unica strada del paese si mostrava piuttosto animata. Il sabato era il giorno più vivace della settimana. Arrivava la gente dalla campagna a fare le provviste, in più era calato un po’ il freddo e aveva fatto capolino un sole timido, come chiedesse perdono per tanti giorni di assenza. Le ragazze andavano di corsa a comprare perline e pailletes per modificare un abito già visto spacciandolo per nuovo. Quella sera c’era ballo nel salone del paese. Agghindate e profumate, quelle che avevano il fidanzato (in paese o nei dintorni) lo aspettavano ansiose; quelle che non lo avevano, aspettavano speranzose di agganciarne uno. I bambini non andavano a scuola e sarebbero rimasti tutto il giorno a gironzolare per la strada. La parrucchiera si era alzata un’ora prima. Il sabato era il giorno più proficuo riguardo a soldi e pettegolezzi. I due bar straripavano di gente. La signorina Solimana aveva esaurito le calze di seta numero 8 ½. A mezzogiorno la signora Andreani girava ancora in pantofole e vestaglia. La sua vestaglia era più vecchia, soprattutto più sporca, di quelle che indossavano la signorina Solimana e la vedova Manchú, ma lei ci si trovava bene dentro. Non si era pettinata né lavata la faccia, e non lo avrebbe fatto per tutto il fine settimana. Il sabato e la domenica non si faceva portare la colazione a letto, voleva dormire fino a quando non si fosse svegliata da sola. Il piacere più grande, però, era risparmiarsi l’odiato muso di Reinoso per due giorni di fila. Pagnottina, alla faccia di suo padre, aveva passato una notte di fuoco. Alla faccia di sua madre, si era sbafata mezzo chilo di paste ripiene di cioccolato, gliele aveva portate il suo spasimante. Dopo pranzo il signor Fernández passò di nuovo davanti al cortile della troia, di nuovo la troia non c’era. Stranamente sbagliò tutti i tiri e non portò niente a casa. Il sabato pomeriggio e durante tutta la domenica, suo figlio Pepincito sarebbe stato più agitato del solito: la signorina Solimana non lavorava e poteva spuntare all’improvviso da qualsiasi parte. Il sabato pomeriggio, come tutti i sabati pomeriggio, Solimana andò dalla parrucchiera. Quella le aveva già lavato la testa. Gliela stava asciugando con un asciugamano caldissimo, poi le avrebbe messo tutti quelli affari bollenti per modellare le onde. Solo sul davanti, dietro le piaceva portare i capelli raccolti. Non aveva ancora bisogno di tingerli, erano neri come l’ala di un corvo. Nemmeno un solo capello bianco. Prima o poi doveva decidersi a farsi la permanente. Si sarebbe risparmiata tutte quelle galline. Doveva già sopportarle nel negozio. Venivano il sabato pomeriggio come se lavorassero. A farsi belle! Di belle, salvo lei – nonostante i suoi quarantacinque anni suonati – e la futura sposa, non ce n’erano. Le altre erano dei veri cessi, con rispetto per i cessi. Prima le piaceva la gente. Adesso un po’ meno. Soprattutto non sopportava che le chiedessero di sua sorella, manco sospettassero qualcosa. Era quasi sicura che il figlio della sarta non avesse parlato, comunque ogni volta che le chiedevano di Marcantonia entrava in agitazione. Non perché fosse una debole, manco per sogno, solo che fino a quando non avesse risolto le cose non voleva destar sospetti. Se fosse stata capace di guidare la vecchia Ford T del babbo che marciva in garage, sarebbe potuta andare fino a P. da un’altra parrucchiera. Il treno non ci arrivava. Con tutti quegli indiani in turbante che gli inglesi sfruttavano, cosa sarebbe costato stendere ancora qualche binario? “Non si vede più sua sorellina in giro. Come mai signorina Solimana?”. ecco ci siamo Neanche quella le avesse letto nel pensiero. Si permetteva di farle domande perché era nelle sue mani. Quando veniva nel negozio, e lei si trovava sulla pedana alta venti centimetri da dove serviva le clienti, col cavolo che avrebbe osato. “Quella diventa sempre più pigra, non c’è verso di farla uscire”. Non poteva permettersi il lusso di non risponderle, nemmeno di farlo in maniera sgarbata con tutte quelle pettegole come testimoni. Doveva pazientare ancora, venire un altro giorno era impossibile. “Vero, una volta si vedeva dappertutto” saltò su la moglie del muratore, come se qualcuno le avesse chiesto qualcosa, ma quella la liquidò con un sorriso da ebete che va sempre bene. “Sempre cicciottella?” si azzardò di nuovo la parrucchiera, agganciandosi all’intervento della moglie del muratore. “E sì, cucina bene e mangia meglio”. “Passati i quaranta, s’iniziano a mettere chili addosso che una nemmeno se ne accorge” continuò la parrucchiera. te che sei un cesso perché io ho lo stesso peso da quando avevo quattordici anni Ormai ne aveva abbastanza. Per sviare la conversazione, le chiese se era stata invitata al matrimonio. “Ceeerto! Io pettino la sposa”. Un’ora e mezzo dopo Solimana era di nuovo a casa. Marcantonia stava preparando una torta per la colazione della domenica. Sin da quando aveva dodici anni, era lei a occuparsi delle torte, le venivano squisite. Cucinare bene era l’unico dono che la natura le aveva concesso. Fra il sabato sera e la domenica mattina il tempo cambiò. Smise di far freddo e iniziò a far caldo. Un caldo piuttosto anomalo per quel periodo dell’anno. Il clima era diventato afoso, di quell’afa che annuncia pioggia. Nessuno si stupì più di tanto. Per il 30 agosto mancava solo un giorno e, come dicono gli argentini scherzandoci sopra: “Sei mesi prima o sei mesi dopo, la tormenta di Santa Rosa arriva di sicuro”. Perché gli argentini abbiano deciso di celebrare Santa Rosa il 30 agosto invece del 23, per l’autore è un fatto sconosciuto. Ogni abitante, ciascuno a modo suo, percepì quei piccoli disturbi che annunciano il temporale. A Tiko iniziò a far male la gamba. Marcantonia era più dispettosa del solito. Il tigrotto del signor Fernández si mostrava irrequieto persino quando il suo padrone non pensava alla troia. La signora Fernández, con i nervi a fior di pelle, riuscì a pungersi tre volte con l’ago. La vedova Manchú trovò che le tostadas fossero meno croccanti; per non parlare di Pepincito che era sull’orlo di una crisi di nervi. La domenica mattina si presentò nuvolosa. L’aria era pesante. Non si vedevano più i cappotti e qualcuno andava perfino in giro a braccia nude. Nell’unica strada del paese c’era un po’ di movimento, meno del giorno prima perché molti negozi erano chiusi. La macelleria, la parrucchiera, il barbiere e il negozio della signorina Solimana non aprivano di domenica. Uno dei due bar e la pompa di benzina dell’emporio non chiudevano mai. La panetteria apriva la domenica mattina. Il nostro pane quotidiano che ci manda il Signore, serve anche la domenica… Il paese si sarebbe svuotato dopopranzo per riempirsi di nuovo verso le cinque. La domenica c’era matinée danzante nel salone da ballo. In paese, le donne erano tutte credenti, i maschi solo il cinquanta per cento, ciononostante nessuno andava in chiesa. La chiesa non c’era. Anche se per pregare poi, non è necessario andare in chiesa, ognuno può farlo quando e dove vuole. Non c’erano nemmeno il medico né la farmacia, ma in questo campo le cose erano più complesse. Quando uno si ammalava, se non stava troppo male, andava dal medico di P. In macchina, in sulky o a cavallo, altrimenti ci si serviva di don Rodríguez, proprietario dell’auto a noleggio. Se si avevano soldi a sufficienza – e voglia di spenderli – si chiamava il medico a domicilio, ultima scelta: si moriva. Infatti, i decessi causati per l’impossibilità di raggiungere il medico, erano stati parecchi. Chi ce la faceva ad arrivare fino a P. per recarsi dal medico, approfittava per andare in farmacia. Nell’emporio del paese si trovavano solo cotone, acqua ossigenata, alcol, aspirine e unguenti. Non c’era il Commissariato, ma a Palo Santo nessuno commetteva reati. Cosa strana perché a quei tempi, una domenica sì e l’altra anche, nei bar dei centri abitati o in quelli disseminati in mezzo alla campagna, sovente scappava il morto. I gauchos14 portano sempre con sé il facón, un coltellaccio grosso da far spavento, che infilano nella cinghia dietro la schiena. Il facón ha diverse utilità. Serve per ammazzare e spellare gli animali, per tagliare l’asado15 e, con qualche bicchiere di troppo, anche per ammazzare un cristiano. A volte non c’è scelta: o ammazzi o ti fai ammazzare. La domenica il bar dell’emporio era chiuso. In settimana, al massimo ti prendevi un bicchierino alla veloce mentre facevi la spesa. Nell’altro bar, che era sempre aperto, si 14 Inizialmente mandriani e cacciatori d’indios della pampa argentina. A seguito della colonizzazione degenerati in vagabondi senza più specifico compito sociale. 15 Tipico modo argentino di cucinare la carne alla griglia. beveva parecchio, ma si poteva morire soltanto di morte naturale: non era permesso entrare armati, il padrone non voleva. Una domenica di festa e alcol avevano ammazzato suo fratello. D’allora, nel suo bar entravi disarmato o non entravi. Comunque, a Palo Santo non si commettevano grossi reati. Il crimine più grave che potesse accadere era che il cane del vicino assassinasse la tua gallina. Se non ci si metteva d’accordo fra contendenti, si andava dalla macellaia – il poliziotto fisso mandato dal Commissariato vicino non sapeva mai prendere una decisione – lei telefonava al cugino commissario e risolveva il litigio. Nessuno sapeva – tranne la vedova Manchú e il vecchio Tiko, che non potevano parlare – degli inesistenti rapporti fra i parenti. La signora Andreani si era guardata bene dal farlo sapere. Avere un cugino commissario arreca parecchi vantaggi, così si era limitata a dire che – ultimamente – suo cugino era molto impegnato. Potevano dire a lei il motivo del diverbio, avrebbe poi telefonato a suo cugino il quale, appena fosse stato meno impegnato, le avrebbe dato le giuste indicazioni. Frattanto lei consultava il Codice Civile, annoverato fra i volumi della sua libreria. “Questa storia mi sta stufando” diceva ogni volta, visto che non ne traeva alcun vantaggio. Lo faceva pensando alla futura clientela di sua figlia, quando fosse diventata avvocatessa, nonostante le rimanessero ancora tre esami arretrati al liceo. Quella domenica mattina la panetteria era affollatissima. Oltre al pane, la gente comprava i cornetti e le paste. Le torte dovevano essere prenotate con due giorni di anticipo. Solimana era in coda. Il figlio della panettiera, che passava tutti i giorni con il carretto, la domenica non lavorava. Era stato il primo della lista. Anche perché il destino glielo aveva messo proprio davanti. Non era il suo uomo, mica male comunque. Bello, pulito e ben attrezzato. Non che fosse una fissata, ma, date le circostanze, certe cose si notano per forza. Era stato un bel guaio levarselo di dosso. Se non fosse stato per quella ragazza spuntata da chissà dove, lo avrebbe avuto ancora fra i piedi. Davanti a lei c’era la moglie del calzolaio, brutta e sporca come suo marito. Perché i calzolai sembravano sempre sporchi? C’era la figlia del macellaio che masticava. Quella masticava sempre. Sua madre dice che è impossibile tenerle ferme le mascelle sarà venuta a prendere qualcosa di nascosto Poi c’era la moglie del muratore fresca di pettinatura, che le regalò un bel sorriso, e che lei fece finta di non notare. Il muratore! Non ci aveva mai pensato. Poteva attirarlo con un pretesto qualsiasi, magari per farsi fare un forno a legna per il pane – Marcantonia era bravissima a trafficare con la farina – così la domenica non c’era la scocciatura di dover uscire. Perché no? Un forno per il pane non era una cattiva idea. Le altre due in coda non erano del paese. Le conosceva di vista. Per fortuna erano venute assieme: un acquisto solo. Erano parenti della vecchia che rammendava le calze di seta speriamo che crepi presto Non che le togliesse il pane dalla bocca, ma senza i suoi rammendi avrebbe potuto triplicare le vendite. Comunque più di due volta le calze non tenevano e le clienti dovevano tornare per forza. Sì, doveva far venire il muratore. Due piccioni con una fava. All’improvviso si sentì la scampanellata della porta. Tutti si girarono. Un piede dentro, l’altro fuori, Pepincito era rimasto bloccato guardando la signorina Solimana con gli occhi a palla. Poi era scappato lasciando la porta aperta. “Povera donna” disse la panettiera scuotendo la testa, “Tutto il giorno su quella maledetta macchina per cucire, in più un figlio del genere”. “E non solo il figlio” aggiunse la moglie del muratore alludendo al marito. Solimana fece un sorriso. Bene, quello non avrebbe parlato. Era troppo spaventato. Finalmente toccò a lei. “Mi dica, signorina Solimana”. “Mezzo chilo”. “Tutto di bocconcini?”. “Sì. Grazie”. Mentre Solimana stava uscendo, entrò il signor Andreani. Incrociandolo gli si strofinò contro, sufficientemente adagio per fargli capire che non era stato un caso. Era difficile con il macellaio, prima o poi doveva trovare il modo. Solimana e Marcantonia si erano messe a tavola all’una meno un quarto spaccate. Per loro, giorni festivi o feriali non facevano differenza. Tuttavia questa domenica ci fu una variante: la bibita che Solimana offrì a sua sorella, se per offrire s’intende mettergliela davanti e obbligarla a bere. “Cos’è?”. “Una bibita straordinaria che ti farà dimagrire”. “Io non voglio dimagrire”. “Bevi lo stesso, è molto buona”. “Se la bevi tu, la bevo anch’io”. “Io sono magra, non ne ho bisogno”. “Se non la bevi tu io non la bevo io non la bevo io non la bevo”. Dio dammi la forza per andare avanti Aveva studiato tutto a puntino; se Marcantonia si metteva a fare i capricci, il piano andava a monte. Le altre volte era capitato di notte, quando Marcantonia dormiva. Adesso doveva essere dopo pranzo o niente. Per di più c’era il rischio che il sonnifero non le facesse effetto. Avrebbe dovuto darglielo prima per provare, altrimenti poteva rimandare tutto per un’altra volta, ma la scocciava. Doveva insistere, non le piaceva rimandare le cose. Se il sonnifero non faceva effetto, doveva telefonare alla farmacia di P. e farsi mandare un altro flacone. Lo avrebbe saputo la telefonista, quella ascoltava tutte le conversazioni. Si sentiva persino il rumore quando mordeva le tostadas, comunque non lo avrebbe detto a nessuno. Per forza. Sarebbe stata la prova che ascoltava le telefonate. In più, non si faceva mai vedere. Si era fatta fare un separé a P. e costringeva la gente a una pantomima assurda: invece di rivolgersi a lei di persona per chiedere il numero, bisognava passare direttamente alla cabina e farlo alzando la cornetta. La cosa più probabile era che il sonnifero non le facesse effetto. Lo prendeva la mamma nella fase di eccitazione, altrimenti chi la fermava, ma dalla morte della mamma erano passati ormai dieci anni. Tuttavia doveva insistere: “Se non bevi sai cosa faccio?”. “Cosa fai?”. “Sei sicura di non saperlo?”. “Sono sicura sono sicura sono sicura”. “Chiamo la mamma, ecco cosa faccio!”. Marcantonia diventò pallida e mandò giù il liquido di un fiato. Solimana ringraziò la madre morta, poi iniziarono a mangiare. Stava tirando fuori la mamma troppo spesso. Le dispiaceva. Se avesse insistito ancora un po’, magari avrebbe bevuto lo stesso. Povera mamma. Tutto era iniziato con la morte improvvisa del povero papà. O forse prima, quando quello stronzo l’aveva lasciata con il vestito già consegnato dalla sarta, non dalla Fernández, dalla sarta più rinomata da P. Incredibile! Quanto tempo era passato! Quello l’aveva lasciata di punto in bianco per una brutta come un cesso. Brutta, ma proprietaria di quattromila ettari coltivabili più una villa in mezzo ai poderi. Se lui aveva fatto bene, lei anche: si era risparmiata il matrimonio con uno stronzo. Poi, la morte del povero papà era stata il colpo di grazia. La mamma non voleva più alzarsi dal letto, non voleva più mangiare né voleva prendere le pastiglie per farle venire l’appetito che le aveva dato il dottor Sabattini. Forse era stata colpa sua, se l’avesse portata da un neurologo a Buenos Aires... pastiglie per l’appetito in quello stato, cosa potevano farle? Infatti, non le fecero niente. Era stato orribile. Così magra, senza voler lavarsi né pettinarsi, con quello sguardo smarrito. Di colpo un giorno iniziò a mangiare; almeno, masticava se una la imboccava, ma era come se non se ne rendesse conto. Masticava guardando il vuoto con gli occhi spiritati. Poi iniziò a dare i numeri. Scappava per strada, diceva che sarebbero venuti a prenderla da un momento all’altro per portarla in convento. Urlava che lei non voleva fare la suora, perché aveva quindici anni ed era innamorata. Si truccava come una pazza e si metteva i nostri vestiti. Meno male che il povero papà non c’era più. Sarebbe morto di nuovo. Anche quella volta, se l’avesse portata a Buenos Aires... il dottor Sabattini le aveva dato delle gocce per dormire. Certo che con le gocce per dormire, dormiva, ma quando si svegliava era peggio di prima. Fu allora che Marcantonia iniziò ad aver paura della mamma. E con ragione! Una sera l’aveva presa per il collo, convinta che fosse un prete venuto per portarla in convento. Meno male che c’era una cliente, in due riuscirono a strappargliela, altrimenti l’avrebbe strangolata. Era uno scheletro, la mamma, ma aveva una forza incredibile. Con i capelli tutti spettinati e quello sguardo da pazza, la povera Marcantonia si era spaventata a morte. “Se divento magra, potrò uscire di nuovo?”. Si era dimenticata di Marcantonia: “Certo”. Per molti anni ancora, sua sorella non sarebbe più uscita da sola. Solimana la guardò. Stava togliendo a morsi la carne attaccata all’osso dell’enorme bistecca che aveva divorato in un baleno. Finita la carne, iniziò a pulire il piatto con la lingua. Solimana girò la testa da un’altra parte. Se non l’avesse spaventata prima con la mamma, l’avrebbe sgridata. Le due cose assieme erano troppo. Finita la pulizia del piatto, lo spostò, ne prese un altro – metteva tutto in tavola per non alzarsi più – e allungò la mano verso il dolce. Si servì una porzione gigantesca, poi sbadigliò. ecco! Dio ti ringrazio Guardò l’ora: l’una e mezzo. Perfetto. Mancava mezz’ora. Aspettò il prossimo sbadiglio, che arrivò dopo cinque minuti. “Hai sonno?”. “Un po’... ”. Solimana spostò il suo piatto. Era quasi intatto. Non aveva fame. Si alzò, andò a buttare gli avanzi nella pattumiera (loro non avevano cane), mise i piatti sporchi nell’acquaio. Quando tornò a tavola, trovò Marcantonia con la testa appoggiata sul piatto. Dalla bocca aperta le colava un po’ di budino. Distolse lo sguardo, per adesso la lasciava lì. Marcantonia era pesante, poi non c’era tempo. Guardò di nuovo l’ora. Mancavano dieci minuti. La domenica, dalla famiglia Fernández si mangiava bene. La signora Fernández, nata Tomasetto, cucinava da dio. La domenica non lavorava. Se era in ritardo con il cucito, piuttosto si alzava il lunedì alle quattro del mattino. La domenica si deve riposare l’ha detto il Signore. Lei la domenica non si riposava per niente. Doveva cucinare, pulire la casa, fare il bucato e stirare, ma quello era amore per la famiglia, senza fini di lucro. Solo che il Signore non sapeva quale famiglia di merda aveva lei. O forse lo sapeva, visto che era il Signore, magari gliela aveva mandata apposta per punirla: lei era una peccatrice col fuoco sotto, che viveva pensando al macellaio giorno e notte. L’unica attenuante era che lo amava – in corpo e anima – soprattutto in corpo. Non era colpa sua, ognuno nasce come il Signore vuole che nasca, ma poi pretende. Il Signore ti fa alla cazzo, poi pretende. Non desiderare il marito delle altre, quindi due peccati: il fuoco sotto e desiderare il marito della macellaia vabbè lasciamo stare non mi voglio rovinare il pranzo questi cannelloni alla Rossini sono una delizia la mamma cucina proprio bene questi cannelloni sono squisiti se avevo del veleno invitavo la signorina Solimana a mangiare apro appena la porta del negozio la invito poi scappo devo dirle di portarsi anche la scema se no non viene il problema è trovare il veleno e poi il modo di metterlo solo nel suo piatto non posso avvelenare tutti la scema tanto quanto ma la mamma e il babbo no è difficile trovare il veleno nei fumetti il veleno si trova come niente ma qua dove lo trovo il veleno? ma mettiamo che lo trovi e lo metta solo nel suo piatto sarebbe bellissimo che la signorina Solimana mangiasse un cannellone avvelenato pieno di quei veleni che corrodono le viscere ti vengono gli occhi storti ti manca il respiro e dalla bocca ti esce il sangue a fiotti che soffrisse... che soffrisse… “Madonna santa!!!” urlò spaventata la signora Fernández guardando la faccia allucinata di suo figlio. Spaventato a sua volta dall’urlo, Pepincito lasciò cadere la forchetta e lanciò un grido stridulo. “Ma cosa cazzo avete voi due?!” urlò il signor Fernández, che stava pensando al pezzo di carne bianca posizionato fra il reggicalze e le mutandine della troia. “Ma non hai visto la faccia da pazzo che aveva tuo figlio mentre mangiava? Si sveglia piangendo, scappa all’improvviso. Non ce la faccio più. Fa’ qualcosa, sei il padre!”. Che quel deficiente fosse suo figlio non c’era dubbio. Chi poteva essersi scopata quel cesso? Del resto lui non aveva visto né sentito niente. Sua moglie, oltre che cesso era una rompicoglioni. Che ne sapeva lui dei sogni di quello stordito. I cannelloni, questo sì, erano proprio buoni. Avrebbe mangiato volentieri ancora un altro piatto, ma non voleva fare tardi. Se aveva qualche possibilità, era dopo pranzo vorrà dir qualcosa se mi ha fatto vedere le mutande Oggi aveva il presentimento che sarebbe stata la volta buona. Non ce la fece più a rimanere seduto: “Io vado”. “Mi porti con te babbo?” disse Pepincito, che non voleva rimanere da solo con sua madre. All’improvviso anche lei gli faceva paura. “No!”. “Perché non lo porti? Magari si distrae un po’, cosa ti costa?”. “Oggi no!”. Il signor Fernández si alzò da tavola, a modo di ringraziamento per l’ottimo pranzo fece una sonora scoreggia, poi uscì dal retro. Dio Santissimo fa’ che si trovi davanti un cacciatore che lo confonda con un cinghiale e lo stenda La signora Fernández pensò che cinghiali da quelle parti non ce n’erano. Che vita di merda! Nove, otto, sette, il signor Fernández contava i passi. Sei, cinque, Dio che non esisti fa’ che quando finiscono gli eucalipti mi trovi la troia davanti quattro, tre, due, uno eccola là! lo sapevo io l’ho saputo sin dal mattino Si fermò di botto, sentì il suo tigrotto svegliarsi sotto i pantaloni. Guardò in giro, non c’era anima viva. Furba la troia, lo aveva fatto aspettare fino a domenica perché la domenica dopo pranzo non c’era nessuno in giro. Erano appena le due, poteva rimanere fino alle otto se non porto niente a casa chi se ne fotte finalmente una donna decente e non quel cesso mi sta facendo segni con la mano non ce la fa più la troia figuriamoci quando veda il mio tigrotto Solimana aveva chiuso la porta della cucina. Il cacciatore di selvaggina non doveva vedere Marcantonia che dormiva con la testa sul piatto. Uscì nel cortile. Aveva deciso di aspettarlo fuori, vicino alla porta. Appena fosse spuntato dietro gli eucalipti gli avrebbe fatto segno di avvicinarsi. Guardò l’ora. Come mai non arrivava? Che si fosse stancato? No, gli uomini non si stancavano di lei eccolo là Gli fece un segno con la mano. Perché non si muoveva? Gli fece un altro segno finalmente! “Si sbrighi!” gli disse quando lui la raggiunse. Lo prese per un braccio e lo spinse dentro. non ce la fa nemmeno ad aspettare che entri com’è bella da vicino altro che il cesso mi dà del lei dammi pure del lei vedrai come poi mi darai del tu “Mi segua”. Il signor Fernández la seguì. Solimana lo fece accomodare nel salotto. Il salotto era ben illuminato. Troppo, per i gusti del signor Fernández, in fondo era un timido. Lei invece non sembrava intimidita, anzi, si era avvicinata e gli stava togliendo fucile e borsa. Solimana appoggiò il fucile alla parete, la borsa per terra. Tornò vicino al cacciatore di selvaggina, lo guardò dritto negli occhi: “Si svesta”. ha proprio fretta la troia Il signor Fernández si tolse il pullover. “Continui”. Il signor Fernández si tolse la camicia. “Continui”. Il signor Fernández si tolse la canottiera. La troia si era avvicinata e gli guardava il petto. Aveva un petto molto peloso lui. La troia gli posò una mano sul torace. Iniziò a far scorrere le dita contropelo. Poi gli alzò un braccio, guardò sotto l’ascella. Poi gli alzò l’altro, guardò sotto l’altra ascella. Era vero che alla troia piaceva guardare i maschi nudi. “Si giri”. Il signor Fernández si girò chiedendosi se quel giochetto sarebbe durato molto. Non che si stesse annoiando, ma nemmeno si sentiva a suo agio. Sapeva che c’erano donne pervertite, persino che volevano essere picchiate, lo aveva sentito dire ai soldati quando faceva il militare. Due scapaccioni su quel bel culetto bianco e sodo lui glieli avrebbe dati volentieri. Non vedeva l’ora di strapparle i vestiti, toccare quella carne bianca che aveva intravisto da lontano... ecco il tigrotto che rompe aspetta che questa finisca di rompere i coglioni ed è tutta tua Adesso la troia gli stava passando la mano sulla schiena. Anche la sua schiena era pelosa. “Bene. Adesso mi guardi e si tolga i pantaloni”. eh eh... lo sapevo che prima o poi arrivava al dunque Il signor Fernández si tolse i pantaloni, poi si fermò glielo faccio desiderare un po’ dovrai chiedermi il tigrotto in ginoc... ma che fa? mi guarda le gambe Anche quelle erano pelose. Adesso la troia stava passando al setaccio le sue gambe. Prima una, poi l’altra. “Si giri”. e dai con questo si giri... Il signor Fernández si girò di nuovo dandole la schiena. La troia faceva scorrere la mano sulla sua gamba sinistra, poi sulla destra se non avesse quella faccia cattiva le sarei già saltato addosso “Adesso mi guardi”. Il signor Fernández si girò e rimase immobile. Vide lo sguardo della troia che scendeva verso i suoi piedi fai come ti pare ma i calzini non me li tolgo “Si tolga i calzini”. no i calzini non me li tolgo poi questa va a dire in giro che ho i piedi sporchi “Non ha sentito? Si tolga i calzini”. questa mi sta rompendo i coglioni Solimana percepì il cambiamento di umore nel cacciatore di selvaggina. Decise di cambiare atteggiamento: “Fa’ vedere i piedini al tuo amore”. oddio! se mi parla così il tigrotto mi si spacca in due come i piccioni quando li becco in pieno Lui non se ne intendeva molto di troie rare. Non si osò contraddirla vabbè chi se ne frega Il signor Fernández si tolse un calzino. “Anche l’altro”. Giusto, i calzini erano due, se si toglieva uno, che senso aveva non togliersi l’altro? Si tolse l’altro calzino meglio che non guardi se ho i piedi sporchi è meglio non guardare “Siediti!”. Ma cosa voleva fare? Lui di troie rare non se ne intendeva, ma non si osò contraddirla. Si sedette sul sofà. Adesso cosa stava facendo? Gli prendeva i piedi e guardava sotto! questa è pazza mal che vada prendo il fucile A Solimana non sfuggì lo sguardo che il cacciatore di selvaggina diresse al fucile: “Di che cosa hai paura? Mancano solo le mutande. Vuoi che ti tolga io le mutande?”. sì porca toglimi le mutande poi t’infilzo Il signor Fernández non rispose (in realtà non aveva ancora aperto bocca da quando era arrivato), ma si alzò in piedi. Solimana si mise in ginocchio e iniziò ad abbassargli le mutande. Si scostò un po’ per non beccarsi in piena faccia il tigrotto dritto del signor Fernández. Guardò il tigrotto a distanza ravvicinata, lo prese con la punta del pollice e l’indice come faceva la panettiera quando prendeva le paste con la pinza. Lo alzò, guardò i due bei nipotini tondi del tigrotto, poi lo posò delicatamente e disse: “Si giri”. Gli dava di nuovo del lei questa mi sta veramente frantumando i marroni adesso mi giro conto fino a cinque poi le salto addosso Si girò uno due tre quat… “Oddiiio! Si è svegliata mia sorella! Si vesta subito!”. Solo allora gli venne in mente la scema. Pensando a quelle giarrettiere, al signor Fernández non veniva in mentre nient’altro. “Ma... ” iniziò a dire deluso come mai in vita sua: “Io non ho sentito niente”. “Lei no, ma io sì. Si vesta! Se quella entra si mette a urlare e vengono i vicini”. Maledicendo l’intero universo, il signor Fernández iniziò a rivestirsi. Appena s’infilò le scarpe, Solimana lo spinse verso l’uscita e gli chiuse la porta in faccia. Poi si avviò verso la cucina, ma prima di arrivare sentì bussare dal retro. Tornò indietro. Aprì. “Il fucile!” le disse il cacciatore di selvaggina cercando di sbirciare dentro. Solimana gli chiuse di nuovo la porta in faccia. Andò nel salotto, prese fucile e borsa, tornò indietro. Aprì la porta quel tanto che bastava per farli passare. Lui fu più veloce, mise il piede sulla soglia impedendole di chiudere: “Come la mettiamo con questa storia?” disse, guardandola metà frustrato, metà diffidente. “Stai tranquillo, ti farò sapere. Adesso vattene”. Lui tolse il piede controvoglia, Solimana chiuse la porta, questa volta a chiave. Tornò in cucina. Marcantonia russava gagliardamente nella stessa posizione di prima. Andò nel salotto, rimise a posto i cuscini del sofà. Per terra c’erano i calzini di Piedi Sporchi. Li prese con la punta delle dita, li buttò nella pattumiera, poi si lavò le mani. Si avvicinò alla finestra. Il cielo era diventato scuro. La pioggia non sarebbe tardata ad arrivare. Stessa domenica. Nel preciso momento in cui tutti gli orologi di Palo Santo battevano le cinque, il cielo diventava sempre più scuro e l’atmosfera si faceva sempre più pesante, il futuro sposo, come tutte le domeniche da due anni, bussava alla porta della futura sposa con il pacchetto di paste comprato quella stessa mattina nella pasticceria più cara di P. Solo una cosa era diversa: la decisione che aveva preso e pensava di mettere in atto a qualsiasi costo. Come tutte le domeniche, venne ad aprirgli la sua amata. Si baciarono sulle labbra – un bacio carico di passione e senza testimoni – prima di passare alla sala pranzo a prendere il tè assieme ai futuri suoceri. La futura suocera gli chiese dei futuri consuoceri, lui rispose: “Bene grazie”. “Come va la tua mamma con le prove del vestito?” gli domandò di nuovo, di nuovo lui rispose: “Bene grazie”. Oggi non se la sentiva di parlare troppo, soprattutto non voleva perdere tempo. Dopo un silenzio alquanto imbarazzante, la futura suocera disse la solita frase che diceva da due anni: “Se desiderate accomodarvi in salotto... ” mentre fulminava sua figlia con il solito sguardo minaccioso che le lanciava da due anni. guarda pure vecchia strega che ormai ho deciso Lui odiava quel salotto, più che un salotto sembrava una filiale del Commissariato. La futura suocera chiuse la porta e li lasciò da soli. La coppia, occhi negli occhi, si sedette sul sofà. “Ti sono mancato?”. “Tantissimo”. “Mi ami?”. “Tantissimo”. “Mi desideri?”. “Tantissimo”. Il futuro sposo avvicinò a sé la futura sposa. Le diede un tenero bacio sul nasino, uno sulle labbra. Poi, a mano a mano, i baci teneri diventarono più audaci. Nel preciso momento in cui la lingua del futuro sposo era per cinque centimetri dentro la bocca della futura sposa e la mano stava varcando la scollatura, si aprì la porta seguita dal solito colpo di tosse: “Scusate ragazzi... ”, e la futura suocera si avvicinò alla credenza, l’aprì, tirò fuori un barattolo di qualcosa. Prima di uscire lanciò uno sguardo minaccioso alla figlia. Così da due anni, all’incirca cento domeniche filate, ogni volta che lui voleva andar avanti, quella strega apriva la porta e dava il suo fottutissimo colpo di tosse. Fino a oggi. Si alzò, osservò la distribuzione dei mobili. Il sofà era di fronte alla porta da dove entrava la vecchia. Fra la porta e il sofà non c’era nessun mobile che limitasse la visuale. Andò fino alla porta, guardò dal buco della serratura: la chiave non c’era. Estrasse un fazzoletto dalla tasca, che fosse pulito e profumato non ha importanza, ma va detto, il futuro sposo era molto pulito. Appese il fazzoletto alla maniglia, prese una sedia, la inclinò e la mise contro la porta, tornò al sofà. Si sedette accanto alla futura sposa. La avvicinò di nuovo a sé e la baciò sulle labbra. Lei rispose al bacio. Gli mise la mano sotto la gonna, non trovò resistenza. Andò avanti fino a raggiungere le giarrettiere, non trovò resistenza. Superò la giarrettiera e si spinse fino all’elastico delle mutandine, non trovò resistenza. Per la prima volta dopo cento domeniche, scavalcò quell’elastico. A questo punto la futura sposa lo fermò, si alzò in piedi, si tolse velocemente le mutandine e, adottando una postura che l’autore non si sente di descrivere, gli disse: “Prendimi, porco, sono la tua maiala”. Nello stesso istante si sentì un gran fracasso, la sedia che bloccava la porta cedette, e nel vano comparve Colpo di Tosse con una scopa in mano. Un lampo accecante illuminò il salotto, ma nessuno dei presenti diede importanza al fulmine, soprattutto la vecchia, rimasta impietrita a guardare le mutandine di sua figlia, che nell’entusiasmo del momento erano finite sopra l’abat-jour che era sul tavolino accanto al sofà. “Bruttoporco t’ammazzo”. “Tu non ammazzi nessuno” disse il futuro sposo e, vedendo che la futura sposa tendeva la mano verso le mutandine: “Ferma lì! Quelle mutande rimangono dove sono”. Poi, molto calmo, parlò: “Vecchia strega ascolta bene quel che ti dico. Se vuoi che sposi tua figlia, vale a dire che non la molli con gli inviti già recapitati, il vestito quasi finito, chiesa e salone prenotati e in più dica in giro cosa è successo oggi, d’ora in poi e fino al giorno del matrimonio, mentre io e tua figlia siamo da soli, non metterai più piede in questo cazzo di salotto. Sono stato chiaro?”. Come si vedrà di seguito, il matrimonio ebbe luogo, quindi si può dedurre che Colpo di Tosse non entrò più nel salotto. Di quel che accadde nel medesimo durante le poche domeniche che mancavano alle nozze, non ci sono testimonianze, ma considerando l’eccellente predisposizione della futura sposa, come si deduce dai fatti fin qui descritti, si possono fare le più estrose congetture. Durante la tranquillità innaturale che precedette la tormenta – perché quella domenica la tormenta ci fu eccome – Marcantonia aveva continuato a russare. Non sul tavolo, ma nel letto dove – con non poca fatica – l’aveva trascinata sua sorella. Il sonnifero non era affatto scaduto. Bene, pensò Solimana mentre lavava i piatti, avrebbe continuato a usarlo se fosse stato ancora necessario. Andò alla finestra. Il cielo era diventato di un grigio violetto fosforescente. Non si muoveva una foglia. La tormenta non sarebbe tardata ad arrivare. Decise di andare a letto. Solo per riposarsi un po’, altrimenti avrebbe fatto fatica a prendere sonno la notte. Poteva sfogliare qualche rivista fino alle sei. Alle sei c’era l’ultima puntata della radionovela16. Le piaceva la voce vellutata dell’uomo che raccontava le scene. Poi si era innamorata del protagonista. Un uomo così le sarebbe piaciuto. Quando il cielo era diventato grigio violetto fosforescente, il signor Fernández si trovava in mezzo al bosco seduto sul tronco di un albero caduto. In più era incazzato. 16Romanzo a puntare trasmesso alla radio. Non aveva cacciato niente, ma non era quello il motivo. Per lui poteva estinguersi l’intera selvaggina del pianeta. A seguito dei fatti accaduti, dopo ventotto anni aveva dovuto farsi una sega. Da quella parte, per il momento, era a posto, ma la rabbia non gli era passata. Se la sorella della troia si era svegliata, non c’era stato altro da fare. Solo che questa sorella che si era svegliata, lui non l’aveva sentita. Quel che più lo faceva imbestialire era che invece di metterci una pietra sopra e dimenticare la troia, come il naufrago aggrappato a un pezzo di legno, lui si aggrappava a quelle tre parole: “Ti farò sapere” con cui la troia lo aveva mollato col tigrotto imbestialito. Si alzò, prese il fucile che aveva lasciato appoggiato al tronco, iniziò a camminare. Uscì dal bosco. Il cielo non lasciava presagire niente di buono. Decise di tornare a casa. Nello stesso momento, la vedova Manchú stava guardando dalla finestra Brutto tempo. Quelle nuvole scure le mettevano un’angoscia spaventosa. Se la prese con la Madonna. Ce l’aveva sempre con la Madonna. Era stata lei la colpa di tutti i suoi guai, quelli che aveva avuto in passato perché adesso, se il tempo era bello, lei non aveva bisogno di chiedere niente a nessuno. In passato, tutte le volte che aveva chiesto aiuto alla Madonna l’era andata male, quindi con la Madonna aveva chiuso. Guardò di nuovo il cielo. Se arrivava il temporale, di sicuro le linee telefoniche sarebbero state interrotte e lei cosa faceva? Senza le telefonate la sua vita non aveva scopo. Erano ossigeno per i suoi polmoni. Tutte le telefonate, persino la più insignificante, avevano la loro importanza. Se la signora tal dei tali telefonava alla panetteria perché le mandassero meno pane del solito, voleva dire che aveva iniziato la dieta. Una dieta la inizi se vuoi dimagrire, quindi ci poteva essere un possibile amante. Se telefonavano al macellaio perché avevano bisogno di più carne, significa che c’erano degli ospiti. Quali ospiti: i soliti o erano nuovi? Guardò per la terza volta il cielo. Be’, se tagliavano le linee poteva mettere a posto i quaderni. Aveva cambiato il quaderno grosso per tanti piccoli. Uno per ogni abbonato. Il quaderno grosso si era rivelato inappropriato: mentre per certi utenti avanzavano molti fogli in bianco, per altri non bastavano i fogli mal che vada rileggo le puntate e butto via quelle ormai finite Doveva fare attenzione però, una volta che le linee erano state interrotte per due settimane, presa dalla disperazione, si era messa a fare pulizie e aveva bruciato un quaderno che credeva ormai inservibile e poi si rivelò prezioso, così non seppe mai il nome dell’amante del barbiere, non del vecchio Tiko, ma di quello nuovo. Nelle conversazioni si faceva accenno a una donna del paese, addirittura sposata, senza dire il suo nome che, appunto, c’era nel quaderno bruciato. Oltre al brutto tempo in arrivo che minacciava giorni vuoti, non aveva il pane per le tostadas dell’indomani. Quella domenica Pepincito era tornato senza il pane. “E il pane?” gli aveva chiesto con il migliore dei modi per non spaventarlo. “La panetteria era chiusa”. “Chiusa? Come mai?”. Pepincito era rimasto un attimo disorientato, poi: “È morta la signora Pregadio”. “Morta la signora Pregadio? Che cosa spaventosa! E com’è morta?”. A questo punto Pepincito era scappato senza risponderle né prendere la sua monetina. Povera signora Pregadio, era una brava persona. Sfrenatamente pettegola ma brava, poi lei non era la più indicata per dar del pettegolo a nessuno: il pettegolezzo era il suo pane quotidiano. Al pensiero del pane si rannuvolò di nuovo. Come faceva senza le sue tostadas? Signore perdona il mio egoismo ma più che la morte della signora Pregadio mi dispiace non avere il pane per le mie tostadas Sì, era proprio seccata. Poteva mangiare senza pane, ma la colazione senza le tostadas era una tragedia. Chissà com’era morta la signora Pregadio. Un infarto forse, tuttavia in quella storia c’era qualcosa che non quadrava. Se era morta ci sarebbero state delle telefonate. Non si muore tutti i giorni. Invece niente. Quella mattina, dalla panetteria non c’erano state telefonate né in arrivo né in partenza. Guardò l’ora. E se telefonava alla macellaia? No, magari stava facendo la siesta. Ormai non era ora di siesta, ma quando non andava a scuola, quella poltriva in vestaglia tutto il giorno passando da una sedia all’altra. Sapeva tutto lei. Scartò la macellaia. Poteva chiamare il benzinaio, era aperto, ma non aveva confidenza. Poi le venne in mente la merciaia. Forse stava ascoltando la radionovela della domenica… Bella donna la merciaia. Gente bene, anche i genitori. Prima di fare la telefonista andava spesso dalla signora Paganini. Povera signora Paganini, morta pazza. E povera signorina Solimana, con quella sorella! non capisco perché Pepincito non voglia andare dal lei la gente ha ragione quel bambino non ha tutte le rotelle a posto vabbè io la chiamo magari sa dirmi qualcosa Quando suonò il telefono, alla radio c’era l’intervallo pubblicitario, altrimenti non avrebbe risposto. Era l’ultima puntata e ancora non si sapeva per quale delle due donne si sarebbe deciso il protagonista. Rispondere era una seccatura lo stesso, doveva alzarsi perché il telefono era nel negozio. Che strano, la domenica non chiamava nessuno. Chi poteva essere? Solimana si alzò e andò a rispondere senza mettersi la vestaglia, non voleva perdere tempo. “Pronto?”. “Buongiorno signorina Solimana. Sono la signora Manchú”. la vedova Manchú? che cosa voleva? “Buongiorno signora Manchú. Mi dica”. “Disturbo?”. “Niente affatto. Mi dica”. “Volevo chiederle se sa qualcosa della povera signora Pregadio”. la panettiera? perché povera? “No, che cosa è successo?”. “Lei non sa niente?”. “No”. “Glielo chiedevo perché oggi Pepincito è tornato senza il pane. Mi ha detto che la panetteria era chiusa”. Qualcosa le diceva che era meglio non aggiungere altro. A Solimana venne in mente la faccia terrorizzata del figlio della sarta quando lo aveva visto quella mattina nella panetteria: “Sì, io c’ero. Si è affacciato, poi è scappato lasciando la porta aperta, ma cosa c’entra con la signora Pregadio?”. “No, niente. Pensavo che fosse capitata qualche disgrazia, sa com’è. Meglio così. Mi dispiace di averla disturbata. Arrivederla”. Solimana pensò che la telefonista stesse peggiorando. Ormai era sicura che quello stupido bambino non avrebbe parlato. Tornò subito a letto, sua sorella continuava a russare, l’uomo dalla voce vellutata aveva iniziato a raccontare l’ultima parte della radionovela. Quando la vedova Manchú attaccò la cornetta era più seccata di prima. Aveva fatto la figura della cretina. Quindi quel mascalzoncello si era inventato tutto, ma perché? Che senso aveva? Non capiva nemmeno perché lo avesse coperto. La gente aveva ragione, quello era proprio scemo. In quel momento un fulmine terribile squarciò il cielo da est a ovest. Andò via la luce oh no! La vedova Manchú partì di corsa a controllare la linea telefonica. Quando Colpo di Tosse era entrata nel salotto con la scopa in mano, un fulmine, il primo, aveva squarciato il cielo da est a ovest. Concentrata a fissare le mutandine di sua figlia appese all’abat-jour, non se n’era accorta. Ignorava, come d’altronde tutti quanti, che da lì a poco si sarebbe scatenata una tormenta come mai si era vista nei paraggi. Un disastro simile non lo ricordava nemmeno il più anziano degli abitanti del paese, quel vecchio quasi cieco scartato da Solimana, appunto perché era vecchio e quasi cieco. Il cielo era diventato ancora più scuro e un silenzio innaturale avvolgeva ogni cosa. Quel silenzio che fa smettere i cani di abbaiare e gli uccelli di cinguettare; persino le mucche alzano la testa dall’erba smettendo di ruminare. Poi si era scatenato il vento. Un vento che non poteva alzare molta polvere, perché la pampa è coperta d’erba. Infatti, l’unica polvere che alzò fu quella della sola strada del paese, che bastò a ricoprirlo. Poi, uno qua, un altro là, s’iniziarono a sentire degli spari. Chi poteva sparare con quel vento? Se qualcuno fosse rimasto all’aperto, avrebbe dovuto aggrapparsi a qualcosa per non cadere. Infatti, non erano spari, ma una grandine dai chicchi grossi come mele, che quando andavano a finire sui tetti di lamiera, sembrava fosse arrivata la fine del mondo. Durò cinque minuti, cinque minuti soltanto, poi iniziò a piovere mentre il vento continuava a imperversare. Piovere non è il termine esatto, iniziò a diluviare. Una cortina d’acqua che non permetteva di vedere a un metro di distanza. Questi particolari atmosferici non furono percepiti dal futuro sposo, distratto com’era dai fatti che lo stavano coinvolgendo. Nemmeno lo preoccupò che fosse andata via la luce, anzi, la penombra agevolò le cose, casomai Colpo di Tosse avesse avuto un buco di riserva per continuare a spiarli. Dopo che la coppia si fu calmata come natura vuole, il futuro sposo lasciò la casa molto soddisfatto, e anche questo va detto. Il vento era talmente forte che a metà strada gli portò via la capotta della Ford T – vecchia, ma ben tenuta – cosa alla quale, dopo la futura sposa, teneva di più al mondo. Correva contro il vento e l’acqua, andò a finire in una cunetta. Fu grazie a un gaucho ritardatario che passava sul suo baio e lo trovò privo di conoscenza, che quel matrimonio ebbe luogo. L’interruzione della corrente elettrica fu accolta in diversi modi a Palo Santo. Pepincito, che stava leggendo un fumetto dove il personaggio principale era pugnalato da una donna identica alla signorina Solimana, lanciò un grido agghiacciante e sua madre fece cadere la tazza di tè che aveva in mano. Il signor Fernández non se ne rese conto. Era sotto le coperte. Non si sarebbe alzato nemmeno per la cena. Era giù, era molto giù. Dopo le dita della troia sul suo tigrotto, non se la sentiva di vedere la faccia del cesso. Solimana non seppe con quale delle due donne rimase il protagonista della radionovela. Pagnottina ne approfittò per prendere dalla ghiacciaia le paste avanzate dal tè e andò a chiudersi in camera. Come già detto, la vedova Manchú corse a controllare la linea. Non si sentiva niente. Iniziò a piangere sommessamente. La tormenta di Santa Rosa durò tre giorni e tre notti. Mercoledì mattina, primo settembre nel calendario, il cielo si presentò così azzurro che sembrava di vetro. L’aria era pungente; l’unica strada, una pozzanghera unica. Si vedevano alberi spaccati fino alle radici, lamiere che galleggiavano, uccelli morti, e - sui tetti - i gatti avevano tutta l’aria di non voler scendere. Quel mercoledì mattina la scuola rimase chiusa: inagibilità delle strade. Il signor Andreani aprì la macelleria esponendo solo cinque metri di salsicce e due di sanguinacci. In buone condizioni, per quanto nella ghiacciaia il ghiaccio si fosse quasi sciolto. Chissà quando sarebbe passato l’uomo del ghiaccio! La panetteria non aveva aperto, si era allagato il magazzino della farina. Il negozio della signorina Solimana era aperto, come lo era stato durante la tormenta. Le calze non patiscono. Cuffie nelle orecchie e sguardo folle, la vedova Manchú metteva e toglieva incessantemente i cavi dagli appositi buchi per verificare lo stato delle linee telefoniche. Pepincito, dalla domenica quando si era trovato davanti quell’orribile signorina Solimana e aveva mentito alla vedova Manchú – l’unica persona che lo trattava bene – passò tre giorni orribili, con quella tormenta orribile e con suo padre orribile che non lo aveva nemmeno degnato di uno sguardo. Erano ormai passati undici mesi, ventuno giorni, undici ore e trenta minuti da quando era capitato quello. Avrebbe mai potuto dimenticarlo? Ci aveva provato in tutti i modi, persino a colpirsi la testa per perdere la memoria come capitava nei fumetti. Un colpo alla testa e tutti perdevano la memoria. All’inizio non aveva avuto il coraggio. Chissà che male darsi un colpo alla testa! Se te lo da un altro, tanto quanto, ma da solo devi avere un bel coraggio. A lui, il coraggio era venuto un sabato pomeriggio, quando aveva incrociato la signorina Solimana. In più lei si era fermata a guardarlo. Senza pensarci due volte era andato di corsa dritto nello sgabuzzino, aveva preso il martello e pam, si era dato una martellata sulla testa. Gli erano apparse tante lucine gialle fosforescenti davanti agli occhi e il male era stato terribile. Forse aveva urlato, perché sua madre era arrivata di corsa tutta agitata chiedendogli cosa fosse successo. Lui le aveva detto che era scivolato, così oltre al mal di testa si era beccato un cazzotto proprio dove si era dato la martellata. Poi sua madre se n’era andata dicendo la sua frase preferita: “Che vita di merda”. Vita di merda era la sua. La memoria non l’aveva persa, anzi, sembrava che quella scena orribile si fosse inchiodata nel suo cervello. Tutto era iniziato quando sua madre lo aveva mandato da quella maledetta signorina Solimana a comprare quei maledetti bottoni. Pioveva a dirotto. Come adesso, l’unica strada del paese era allagata, i marciapiedi pure, ma sua madre era così, quando voleva una cosa la voleva e basta. Quando era entrato nel negozio, la signorina Solimana non c’era. A volte capitava, ma dopo la scampanellata arrivava subito. Siccome quella non si faceva viva, lui – maledetta l’ora – era andato avanti. Aveva superato il retro, imboccato il corridoio, poi, di nuovo maledetta l’ora, aveva continuato ad andare avanti. Conosceva la casa perché la signorina Solimana, quando ancora lui non sapeva che fosse un mostro, a volte lo mandava a far la spesa. Niente a che vedere con la vedova Manchú: non gli dava la monetina né gli offriva niente da mangiare; se poi lui si confondeva, gli faceva una testa così. Ma era abituato, i grandi trattano sempre male i bambini; quindi era andato avanti per il corridoio. Nel salotto non c’era nessuno. Aveva proseguito fino alla cucina. Se almeno la porta fosse stata chiusa, sarebbe tornato indietro. Invece quella maledetta porta, di quella maledetta cucina, di quella maledetta casa: era aperta. Fece ancora due passi, poi vide la scena. Voleva scappare, ma all’improvviso gli erano spuntate delle radici ai piedi. Voleva chiudere gli occhi, ma aveva uno stuzzicadenti in ogni occhio. Fatto sta che era rimasto a guardare quella scena rivoltante come incantato: la signorina Solimana si stava mangiando la sorella. La cosa più spaventosa era che la stava mangiando viva. Sì, la scema era viva. L’aveva legata al tavolo perché non scappasse e l’aveva imbavagliata con un fazzoletto perché non si sentissero le urla – chissà che male essere mangiato vivo – c’era del sangue, ma la cosa che gli fece più schifo, fu il pezzo di sorella che la signorina Solimana teneva in mano. Forse aveva urlato, perché lei si era voltata di colpo e lo aveva guardato. Quello sguardo, mai mai mai più in vita sua se lo sarebbe dimenticato. Poi era svenuto. Quando si era svegliato, il mostro era con la faccia sulla sua. Si sentiva tutto bagnato e quella gli urlava: “Mi senti?”. Certo che la sentiva. Non aveva più il pezzo della sorella in mano. Forse se lo era mangiato. Lui aveva tentato di scappare, ma lei lo aveva afferrato per un braccio: “Senti bene quel che ti dico. Se parli con qualcuno di quello che hai visto, ti taglio la gola con queste forbici. Hai capito?”. Quando finalmente era riuscito a scappare, aveva iniziato a correre come un pazzo senza fermarsi e pestando pozzanghere fino a raggiungere la sala cucito. Solo quando vide sua madre che lo guardava con una faccia da pazza – ormai tutti sembravano pazzi – capì che era stato un errore andare direttamente da lei senza darsi prima una calmata. “Ma cosa c’hai? Fa’ vedere. Oddio, questo è sangue!” aveva detto spaventata la mamma, mentre lo guardava dappertutto. Non contenta, lo portò in bagno e lo denudò cercando la ferita. “Non c’è niente, non capisco. Cosa vuol dire questa macchia di sangue?”. “Pedro, facevamo un modellino, si è tagliato con un pezzo di lamiera, forse mi sono macchiato col suo sangue”. “Modellino? Pedro? Pezzi di lamiera? Con questa pioggia? Ma cosa stai dicendo? Non sei andato dalla merciaia a prendere i bottoni?”. Al sentire il nome del mostro si era messo a tremare. “Cosa ti succede, Madonna santa?! Io non ce la faccio più, dove sono i bottoni?”. “Me ne sono scordato, mammina, scusa”. Dopo il cazzotto, sua madre era andata a prendere i vestiti puliti. La sentì farfugliare qualcosa. Non riuscì a capire tutta la frase, ma finiva con merda. Da quel mercoledì iniziarono ad accadere una serie di fatti che sarebbero finiti in tragedia. A dire il vero, tutto era incominciato molto tempo prima, anche se nessuno lo sapeva, be’... qualcuno sì. Mezzogiorno dello stesso mercoledì, la signora Andreani si appresta a preparare il pranzo. Non era andata a scuola. Per forza, era tutto allagato. Non era venuta neppure la povera Marta chissà come l’avranno passata lei e la vecchia nel rancho con tutta questa pioggia le ho detto mille volte che può rimanere a dormire da noi ma piuttosto di dare una mano a cena preferisce andarsene tutte le sere in quel rancho che cade a pezzi alla fine le schiaccerà entrambe sa che può vedere sua madre quando vuole ma niente è un’irriconoscente le diamo la carne e i nostri vestiti e ancora si lamenta che le vanno larghi non c’è il pane ma mi aggiusto con le gallette salate faccio una purea per accompagnare le salsicce e sono a posto senza la carne è un guaio frutta e verdura manco a parlarne il camion non verrà per almeno una settimana non c’è il fruttivendolo in paese ma salvo un po’ di frutta per i bambini la verdura chi la mangia? i pomodori d’estate un pezzo di zucca e qualche patata per il bollito un po’ d’insalata la domenica per accompagnare l’asado poi basta c’è ancora qualche gringo vecchio che fa l’orto ma con tanta carne chi perde tempo a pulire la verdura che poi non riempie nessuno con la purea e la salsiccia sono a posto in più c’è il budino un budino di pane riempie l’ho fatto ieri apposta ci vuole un giorno di stagionatura perché venga meglio ho finito il latte più sei uova per ammorbidire il pane duro che mi da la Pregadio un giorno o l’altro le galline si spaccheranno il becco cosa mette nel pane per farlo diventare così duro? nel magazzino è al sicuro nella ghiacciaia a parte il fatto che non c’è più ghiaccio o nel cortile quella stronza ci arriva di sicuro Sbucciò le patate, le lavò, le mise dentro una pentola. La riempì per metà d’acqua e la posò sul fuoco oggi devo portare la ragazza a provarsi il cappotto che seccatura! adesso vado a prendere il budino Per precauzione lo aveva messo sullo scaffale dietro alla scatola degli attrezzi. Spostò la scatola. Prese il vassoio. Troppo leggero. Sentì il sangue affluirle alle guance. Tolse il tovagliolo: il vassoio era pulito come se lo avesse leccato un cane che non mangiava da due settimane quella l’ammazzo! non le sono bastate le paste che si è sbafata quando è andata via la luce ha fatto fuori l’intero budino otto porzioni! l’ammazzo! Le vennero in mente le gallette salate, ci contava per accompagnare il pranzo. Partì sparata dentro casa. Si fermò davanti alla credenza della cucina. Non si decideva ad aprirla. Diede un profondo sospiro coraggio María Angélica! Non si chinò sulle gambe, i chili iniziavano a darle fastidio. Si limitò a piegar la schiena. Stirò il braccio, tastò con la mano fino a trovare il barattolo che aveva spinto fino in fondo perché non si vedesse eccolo qua! Lo trascinò fino al bordo: troppo leggero. Per puro masochismo prese il barattolo, lo appoggiò sulla credenza, tolse il coperchio: nemmeno le briciole. “L’ammazzooo!”. Il signor Andreani era uscito nel cortile per prendere la scopa quando sentì le grida. Cosa stava capitando a sua moglie per urlare in quel modo? Le grida provenivano dalla cucina. Decise di dare un’occhiata. La trovò in piedi davanti a una latta vuota con il coperchio in mano e gli occhi fuori dalle orbite. “Cosa c’è?”. “Quella stronza ha arraffato tutto. Oggi dovevo portarla a provarsi il cappotto. Falla salire a calci in culo sulla bilancia e dimmi quanti chili ha preso”. Durante la tormenta di Santa Rosa, approfittando dello scompiglio, Pagnottina aveva messo su tre chili netti. Durante quei tre giorni di pioggia, il signor Andreani l’aveva vista più di una volta chiudersi in camera masticando. Lui era un debole, lo sapeva. Con Pagnottina ancor di più. Non aveva avuto il coraggio di dirle niente. Povera Pagnottina, il cibo era più forte di lei. Dopo averla fatta salire sulla bilancia – ma senza prenderla a calci – tornò da sua moglie, che stava schiacciando la purea: “Non ti preoccupare cara, vado io dalla sarta, le dico che la bambina è uscita con la pioggia e ha preso il raffreddore. La tieni sott’occhio per qualche giorno, perde qualche chilo ed è tutto risolto”. “Fa’ come ti pare, io da quella non ci vado”. Il signor Andreani si avvicinò a sua moglie, le diede un bacio sui capelli. Uscì nel cortile. Aveva dimenticato la scopa. Entrò nella macelleria. Si tolse il grembiule: “Torno subito” disse al garzone. Durante il temporale, la signora Fernández aveva continuato a cucire – i matrimoni non si sospendono per pioggia – alla luce di una lanterna a cherosene anche di giorno. Il cielo era sempre così scuro che sembrava notte. Suo figlio era rimasto accanto a lei come un cagnolino terrorizzato dai tuoni. Era seduto per terra sopra un cuscino con la faccia terrorizzata: aveva paura del buio. Suo marito invece era uscito lo stesso ogni giorno. Non si era neanche preso una broncopolmonite, in più non aveva aperto bocca e – cosa ancora più strana – mangiava appena. Oggi pomeriggio sarebbero venute quelle due balene per la prova. Che vita di merda! Il signor Andreani stava andando dalla sarta. Se non fosse stato per la sua Pagnottina, ne avrebbe fatto volentieri a meno. Non sopportava quell’appiccicosa. Bussò alla porta. Concentrata sul lavoro, la signora Fernández non aveva alzato lo sguardo dal cucito, altrimenti avrebbe visto il macellaio varcare il cancello se è un altro lavoro per il matrimonio non lo prendo non ce la faccio manco volendo non sono mica un mulo se non ce la faccio non ce la faccio Si alzò e andò ad aprire. “Signor Andreani, ma che piaceeere. Si accomodi la prego” alla fine si è deciso! peccato giusto oggi che non c’è scuola ma so come togliere di torno questo moccioso “Pepincito vai dalla signorina Solimana a prendermi una cerniera bianca lunga trenta centimetri”. Come aveva previsto, suo figlio le passò davanti come un fulmine prendendo la direzione opposta almeno per due ore me lo tolgo dai piedi “Questo bambino mi farà diventar matta. Ha visto come si comporta? Ma non stia lì impalato, si accomodi la prego”, e con un sorriso a trentadue denti: “Adesso siamo tranquilli. Venga che le faccio subito un caffè”. Non era ora di caffè, ma dopo aver smontato e rimontato il cappotto, con tutto il lavoro che sicuramente aveva con la storia del matrimonio, il signor Andreani decise di prendere quel benedetto caffè. La seguì rassegnato. La signora Fernández mise la caffettiera sul fuoco, sempre pronta da quando lui era venuto. “Torno subito” e scomparve prima che lui potesse reagire. Andò in camera. Via il pullover! Prese una camicia trasparente rovesciando tre vestiti dall’armadio. Ci pensò meglio. Via anche il reggiseno. Un po’ di freddo non ammazzava nessuno. S’infilò la camicia lasciando slacciati due bottoni non c’è molto da far vedere ma quel poco che c’è facciamolo vedere Si disfò lo chignon. Mosse la testa lasciando i capelli sciolti. I capelli non erano male, glielo diceva sempre sua madre: “L’unica cosa bella che hai”. Gli occhiali? no gli occhiali li lascio altrimenti non vedo che faccia fa se si decide e se è venuto per qualcosa sarà agli occhiali dovrà abituarsi Tornò in cucina, come mai il suo amore aveva quella faccia insofferente? Ebbene sì, il signor Andreani era nervoso. E quando vide quelle due pustole sotto la camicia, s’infastidì di brutto. Le cose che doveva sopportare per la sua Pagnottina! Forse sua moglie aveva ragione, un po’ di mano dura non avrebbe certo fatto male. Lui non ne aveva il coraggio, doveva lasciar fare a lei. Abituato alle scodelle di sua moglie, quelle due pustole non le sopportava proprio. Si alzò di scatto. “Ma cosa fa? Si sieda. Lo prendevi senza zucchero, vero?” gli chiese, dandogli all’improvviso del tu. Non capiva perché in paese tutti si dessero del lei quando si conoscevano da bambini. “Sì grazie” le rispose il signor Andreani ripromettendosi di non mettere più piede in quella casa. “Tieni caro”. La signora Fernández si avvicinò in modo da fargli vedere il seno. Lui era timido, lo dicevano tutti. Poi... forse fu colpa di quel lieve odore di carne che esalava a risvegliare il suo sangue siciliano, fatto sta che, presa da un impeto improvviso, gli si avvicinò e lo baciò sulla bocca. Ci fu un movimento scoordinato, si rovesciò un po’ di caffè sulla camicia trasparente, per la precisione sul suo seno destro. Bruciava, ma ne valeva la pena: il suo capezzolo era rimasto in bella vista a distanza ravvicinata dall’occhio del signor Andreani. Lui restò a guardarlo. Lei percepì benissimo quell’occhio sul suo capezzolo. Chiuse le palpebre nell’attesa di essere posseduta. “Mia figlia ha preso tre chili, quindi dovrà smontare di nuovo il cappotto”. Non avrebbe dovuto dirlo, ma ormai lo aveva detto. Si scostò da quell’orribile donna e se ne andò senza salutare. Il signor Andreani stava tornando a casa pestando i piedi nelle pozzanghere. All’improvviso gli venne in mente la signorina Solimana. Ricordò come gli si era strusciata contro nella panetteria. Che fosse stato un caso? Metti pure... ma perché lo aveva guardato in quel modo? Certo che se invece dell’appiccicosa lo avesse baciato la signorina Solimana... e se lui non avesse avuto moglie né figlia... entrò nella macelleria. Riguardo a Pagnottina aveva preso una decisione. Perché lui se n’era andato così all’improvviso, si chiedeva la signora Fernández fissando la macchia di caffè rimasta sul pavimento. Come un automa prese lo strofinaccio dal lavandino e la pulì. Si era lasciata andare, ma non era pentita: adesso lui sapeva come stavano le cose. Gli uomini fanno i furbi, ma in fondo sono come dei bambini. Ci voleva una spinta. Lei di spinte gliene avrebbe date tante. Il suo viso si rannuvolò. Perché le aveva detto quel che le aveva detto? Che cosa intendeva per smontare di nuovo il cappotto perché sua figlia aveva preso tre chili? All’improvviso capì tutto: quell’uomo odiava sua moglie. Era venuto a rassicurarla. Le prove erano andate male, non perché lei fosse una cattiva sarta, ma perché fra una prova e l’altra sua figlia ingrassava. Tutti sapevano come il macellaio adorasse sua figlia, quindi non ce l’aveva con la ragazza, ma con la madre, che non la controllava come si deve. Forse, anzi sicuramente, era un odio inconscio verso la moglie. La ragazza, il grasso lo aveva preso da lei, mica da lui. Nella disperazione era venuto a confidarsi. Carino da parte sua comunque il cappotto io lo lascio così com’è prima o poi quelle due si faranno vive Lui non aveva risposto al bacio, ma come le aveva guardato il capezzolo! E poi, facendole quella confidenza era come se l’avesse baciata. Lei avrebbe preferito una bella slinguazzata, ma pazienza... era sicura che lui non avrebbe dimenticato i suoi capelli sciolti che gli sfioravano la guancia. Né il capezzolo diamo tempo al tempo Era contenta. Andò in camera a rimettersi il pullover perché stava gelando. Quando era uscito dalla casa della sarta, il signor Andreani aveva preso una decisione; per comunicarla a sua moglie aspettò la sera, mentre erano a letto. “Cara, hai ragione: la bambina deve dimagrire. Mettila a dieta; io non m’impiccio più, ma non vado più dalla sarta”. Finalmente suo marito tirava fuori i coglioni. La signora Andreani si alzò dal letto, accese la candela che era sul comodino, e andò in camera di sua figlia. Aprì la porta senza bussare, si avvicinò al letto, accostò la candela alla sua faccia: bocca piena e labbra impasticciate di marrone, Pagnottina stava dando fondo alla barretta di cioccolato fondente che teneva nascosta per fare le torte María Angélica conta fino a dieci Arrivata al dieci, disse: “Vai a prendere il vaso di notte. Per una settimana uscirai da questa camera solo per deporre, da mangiare te lo porto io”. Pagnottina roteò gli occhi e sbuffò guardando il soffitto. Cosa prendeva alla vacca per rompere a quell’ora. “Dai muovi il culo, piglia il vaso che poi ti chiudo a chiave”. “Uffa! Non rompere... ” iniziò a dire Pagnottina, ma fu interrotta da un forte schiaffo che quasi la fece cadere dal letto. Lei non era una fifona – da quel lato aveva preso dalla vacca – ma la guancia le bruciava da morire. Forse era meglio ubbidire. Da quel mercoledì fino al seguente, Pagnottina passò giorno e notte chiusa in camera. Venerdì 3 settembre, Tiko si era svegliato, come sempre ormai da dieci anni, alle sei spaccate. Il tempo era diventato bello, ma faceva ancora freddo. Dopo la tormenta di Santa Rosa, per due giorni aveva soffiato il Pampero 17. L’unica pozzanghera dell’unica strada si era divisa era diventata tante piccole pozzanghere. Per Tiko il peggio erano le pulizie mattutine; d’inverno, si capisce. Doveva uscire nel cortile per andare al gabinetto: un buco per terra, il catino per lavarsi le mani, una tinozza per farsi il bagno. D’estate, si capisce; d’inverno chi si fa il bagno? Comunque era spazioso, e con la luce elettrica; soprattutto lo trovavi sempre pulito. Era brava la povera Marta. Faceva pena solo a vederla. Secca secca, con la faccia verdastra, vestita con gli avanzi delle due ciccione, era proprio buffa. Quando tornava dal gabinetto, si preparava il mate. Sì, anche lui si era abituato a quel beveraggio; all’inizio gli era sembrato piscio di cavallo, ma adesso non poteva farne a meno. Mentre beveva il mate ascoltava i tangos del macellaio. Bella musica il tango. Poi Gardel arrivava dritto al cuore, persino al suo che era greco. Caminito, Volver... ma soprattutto Rencor. Rencor era il suo tango preferito, forse 17 Vento secco e freddo con forti raffiche proveniente del sud e sudest che soffia nella pampa argentina e nell’Uruguay. perché in fondo lui odiava le donne. Con Rencor fantasticava che la sua vita di merda fosse colpa loro. El mal que me han hecho es herida abierta que me inunda el pecho de rabia y de hiel. La odian mis ojos porque la miraron. Mis labios la odian porque la besaron Dios quiera que un día la encuentre en la vida llorando vencida su triste pasado pa’ escupirle encima todo este desprecio que babea mi vida de amargo rencor. La odio por el daño de mi amor deshecho y por una duda que me escarba el pecho. No repitas nunca lo que vi’ a decirte: rencor, tengo miedo de que seas amor18. Ascoltare questo lamento lo appagava, in parte. Per colpa di quella donna crudele mai esistita, lui era finito da solo in quelle due camere di affitto in culo al mondo. Dalla Grecia – dove aveva imparato il mestiere di barbiere – era andato in Italia, da lì a Buenos Aires. Viaggio di schifo si capisce, ma Buenos Aires era una gran bella città. A 18 Il mal che mi han fatto è ferita aperta che inonda il mio petto di rabbia e di fiel. La odian miei occhi perché la guardaron mie labbra la odian perché la baciaro Dio voglia che un giorno la trovi n’la vita piangendo distrutta il suo triste passato pe’sputarle addosso tutto il mio disprezzo che mi riempie l’anima d’amaro rancor. La odio pel danno dell’amor distrutto anche per un dubbio che mi scava il petto. Non ripeter mai quel che io ti dico: rancor ho paura che tu sia amor. Testo Luis César Amadori, musica Charlo, 1932. Buenos Aires aveva frequentato un po’ le donne. Cessi o puttane dei casini, si capisce. Un immigrante greco, povero e che parla male – e fisicamente non un granché – oltre a cessi o puttane chi altri avrebbe potuto frequentare? Come mai fosse finito in quel posto, non riusciva a capirlo, ma non ci mettiamo a rimestare la merda adesso, era finito lì e basta. Sentì una voce di donna che proveniva dalla macelleria. A quest’ora? Chi potrà essere? Andò a mettere la lanterna nella camera; poi tornò, tolse il tovagliolo della toppa e si mise a guardare. Ecco chi era: la merciaia! Che cosa ci faceva la merciaia a quell’ora, potevano essere le sei e mezzo, se il garzone le portava la carne tutti i giorni a casa? “Come mai da queste parti così presto?” sentì che diceva il macellaio. “Dormo poco io, ogni tanto mi piace fare due passi”. due passi fra le pozzanghere quando è ancora buio? qua c’è dell’altro “Poi sa, nel mio negozio vengono solo donne, mai un bell’uomo con cui poter fare due parole”. ecco la troia! Tutte uguali le donne. Tutte troie. Lui ne aveva frequentate di troie, quando era giovane, si capisce, adesso ormai nemmeno le troie. Non che non lo interessassero più, gli piacevano sempre; e, se ben motivato, poteva ancora farcela. La merciaia era una gran bella donna, si capisce, ma troppo secca per i suoi gusti. A lui piacevano belle piene, con dei culi come cuscini. La macellaia, se non avesse avuto quella perenne faccia incazzata... “Che cosa posso offrirle, signorina Solimana?”. Per carità, un gran bravo uomo il suo locatario, si capisce, ma un po’ lento. Era chiaro cosa voleva quella. “Un po’ di salsiccia, magari bella grossa”. eccola! lo sapevo io! Tiko si accomodò meglio dietro la toppa. Oggi era il suo giorno fortunato, non sempre gli capitavano scene come questa. Il cretino sembrava imbarazzato. A quella, lui le avrebbe fatto vedere subito la sua, di salsiccia. “Così va bene?” chiese il macellaio senza guardare la cliente in faccia. “Sì. Perfetto”. “Altro?”. “No, così posso venire anche domani, se non le dispiace... ”. “Si figuri, per me è un piacere, quindi non le mando più il garzone?”. “No no, il garzone me lo mandi come sempre. Io faccio ogni tanto un salto da lei, così per far due parole, certo se le va”. Voleva che le mandasse anche il garzone, magari si faceva pure quello. Tiko continuò a guardare, gli sfuggì solo la carezza che la merciaia fece al macellaio quando prendeva il resto. Il signor Andreani, invece, quella carezza non l’avrebbe mai scordata. Solimana e Marcantonia erano a tavola. Mentre una si abbuffava, l’altra stava pensando al garzone. Se il macellaio non glielo avesse nominato, non le sarebbe mai venuto in mente. E pensare che passa va tutti i giorni a portare la carne. Era un bellissimo ragazzo. Forse troppo giovane. Faccia birichina. Sì, proprio un bello stallone. Degli uomini lei aveva deciso di fare a meno. Fare a meno di sposarsi, se non altro, ma con gli uomini non ci si sposa soltanto. Ormai erano passati più di dieci anni da quando aveva deciso di non sposarsi più devo telefonare al macellaio gli dico che domani mi mandi il garzone alle sette e mezzo alle dieci è troppo tardi Prima, dal macellaio ci andava Marcantonia; dal panettiere mai, si mangiava tutto il pane per strada e arrivava con la borsa vuota. Andava matta per il pane, proprio quello che la faceva ingrassare di più sarebbe stato meglio alle sette ma alle sette il garzone deve rimanere nel negozio perché il macellaio porta la colazione alla moglie certo che quando mi ha vista questa mattina è rimasto di sasso poveraccio! con quell’elefante che ha per moglie ma sembra innamorato sono stata volgare facendogli l’allusione alla salsiccia be’ dopotutto è un macellaio e se gli telefono adesso? che ora è? l’una troppo tardi telefono oggi pomeriggio “Solimana, dov’è?”. Solimana fece finta di non aver sentito. “Dove lo hai messo?”. “Sta zitta e mangia”. “Voglio sapere dove lo hai messo, quella notte faceva buio e non me lo ricordo”. “Se non la smetti sai benissimo cosa faccio”. “Ti odio”. Un istante dopo, Marcantonia mangiava tranquillissima. Si era totalmente scordata di quello che appena aveva finito di chiedere. Alle quattro Solimana fece il numero del macellaio. “Macelleria, buongiorno”. “Buongiorno signor Andreani. Sono Solimana Paganini. Disturbo?”. “Si figuri, come posso aiutarla?”. “Prima di tutto mi dica se si è ricordato di me almeno una volta, da quando sono venuta a trovarla questa mattina”. Lo sentì sorridere, ma non le rispose. Magari aveva gente o c’era la moglie. Difficile, quella non entrava mai nella macelleria. Per il momento era meglio non insistere. “Volevo sapere se domani può mandarmi il garzone un po’ prima. Devo uscire e alle dieci non ci sarò”. “Certo”. “Avrei bisogno di un chilo di tritata. Domani sera ho della gente a cena”. Il sabato mattina la signorina Solimana lavorava. Se usciva, a chi avrebbe lasciato il negozio... alla scema? Strano, e poi gente a cena? Chi ci andava da quelle? “A che ora vuole che glielo mandi?”. “Alle sette e mezzo va bene?”. “Nessun problema. Vuole altro?”. “Sì, ma glielo dirò di persona” gli rispose, approfittando dell’ingenua domanda. “Buongiorno signorina Solimana”. “A presto, signor Andreani” ecco fatto devo ricordarmi di dare venti gocce di sonnifero a Marcantonia prima che vada a letto a questo ritmo dovrò farmi mandare un altro flacone da P. Quella sera Marcantonia non fece storie. Prima di andare a letto mandò giù le venti gocce di un fiato. Voleva dimagrire, così Solimana la lasciava uscire di nuovo, altrimenti non avrebbe più potuto mangiare le paste alla panna, ma quello era un segreto. Solimana guardò sua sorella che si era addormentata profondamente. Mise la sveglia alle sette meno un quarto. Domani doveva alzarsi ad accendere la cucina. Che seccatura! Quella sera non si addormentò subito. Quando sabato 4 settembre Solimana sentì la sveglia, il primo impulso fu di chiamare sua sorella. Poi si ricordò del garzone. Invece che a quest’ora avrebbe potuto farlo venire dopocena, solo che quello non era un orario opportuno per la consegna della carne. Si mise la vestaglia e andò in cucina. Il tempo era cambiato. Da secco era diventato umido. Incredibile come percepiva i cambiamenti atmosferici. Aprì lo sportello della legna. Accese il fiammifero. Niente. L’umidità! Arrotolò un foglio di giornale, lo accese e lo mise in mezzo ai tronchetti. Per certe cose Marcantonia era preziosa povera sorella scema vedrai che sistemerò tutto ecco che si sta accendendo la maledetta Il fuoco iniziò a crepitare lentamente. Sentì arrivare il caldo, cosa che la mise di ottimo umore. Preparò il caffè. Bevve due tazzine. Adesso stava meglio. Quell’enorme cucina di ferro scaldava tutta la casa. In cucina, dopo un po’, non sopportavi nemmeno una maglietta. Andò in salotto per verificare la temperatura fra un po’ si starà benone in questi casi non si sa mai fino a dove si può arrivare ogni uomo è diverso Andò a vestirsi. Si aggiustò i capelli. Oggi doveva andare dalla parrucchiera. Che noia! Si truccò e si mise le scarpe con i tacchi alti. Guardò l’orologio, sette e venticinque. Perfetto. Il salotto era già abbastanza riscaldato. Andò fino alla porta e tolse il chiavistello. Guardò dallo spioncino proprio quando il garzone stava arrivando con la cesta in mano. Aprì la porta. “Accomodati”, gli disse con un bel sorriso. Il garzone la guardò stupito. Come mai quella lo faceva entrare? “Chissà che freddo fuori. Posso offrirti un caffè?”. Era il suo giorno fortunato. Un caffè a quell’ora offerto da una tipa simile che pure gli sorrideva: “Se non è un disturbo... ”. “Niente disturbo, per me è un piacere offrire del caffè, o qualsiasi cosa, a un bel ragazzo come te” gli disse, regalandogli un sorriso più che promettente. Quella voleva guerra. Gli vennero in mente le cose che si dicevano della merciaia in paese. Peccato che dovesse tornare di corsa nella macelleria: “Se è così, la ringrazio”. “Vieni. Siediti sul sofà, non vorrai mica prenderlo in piedi. Intanto mettiti comodo, togliti il giaccone, qua non fa freddo”. Solimana sparì per preparare il caffè. “Lo prendi dolce?” gli chiese dalla cucina con voce sensuale. “Io lo prendo dolce. Lei come lo prende?”. Questo va veloce, pensò Solimana. Quando tornò nel salotto, il garzone si era tolto il giaccone. “Certo che qua si sta proprio bene” disse lui prendendo la tazzina. Mandò giù il caffè di un fiato. “Fa caldo, togliti anche il maglione”. “Se vuole, mi tolgo tutto”. Ci sapeva fare lui con le donne. Lo aiutava il suo aspetto, da un po’ lo aveva capito. “Certo. Togliti tutto” gli rispose Solimana con un altro sorriso provocante. Il garzone la guardò sorpreso. Sapeva darsi da fare con le donne, ma questa era la prima volta che gli andava così liscia. Era una vecchia, ma mica da buttar via. “Ci togliamo tutto insieme?”. “Prima tu” disse Solimana lanciandogli il terzo sorriso provocante. “E va bene”. Il garzone iniziò a togliersi i vestiti senza smettere di guardarla. Rimase nudo davanti a lei, privo della minima inibizione. Certo che ha una bella faccia tosta, pensò Solimana ricordando la goffaggine del cacciatore. Si avvicinò al garzone, gli appoggiò una mano sul braccio, iniziò a guardarlo dalla testa ai piedi. Era proprio un bel ragazzo. “Alza le braccia”. Lui fece un sorriso, alzò le braccia. “Girati”. Lui si girò. “Adesso viene. Siediti”. Il ragazzo si sedette e stirò la mano cercando d’infilargliela nella scollatura. “Non aver fretta. Stai tranquillo”. tranquillo! il signor Andreani si starà chiedendo dove cazzo sono finito ma cosa fa questa? La merciaia gli aveva preso un piede e glielo stava accarezzando oddio è fantastica adesso guarda sotto la pianta del piede? questa è proprio suonata Il giochetto non gli dispiaceva, ma aveva fretta. Non voleva grane con il padrone, ci teneva a quel lavoro. Lui guardava lontano. Era povero, sua madre campava con una pensione miserabile, non avevano nemmeno la casa di proprietà. Decise di accorciare i tempi. La prese per le spalle, la avvicinò a sé baciandola sulla bocca. Lei lo lasciò fare. Poi: “Oddio, si è svegliata mia sorella! Vestiti subito e scappa”. “Chi se ne frega di tua sorella, vieni qua”. “Vieni domani. Domani mi farai quel che vuoi”. “Domani di fretta come oggi? No grazie”. Lui la prese per la vita avvicinandola di nuovo a sé. Il garzone aveva ragione: “Vieni questa sera”. “Questa sera?” si stupì di nuovo il ragazzo. “Sì”. “E tua sorella?”. “Di notte dorme come un sasso”. “A che ora?”. “Alle undici?”. “Cosa faccio? Busso?”. “No, entra direttamente. Ti lascerò aperta la porta sul retro. Adesso vestiti e scappa”. Il garzone si vestì in fretta. Solimana prese la carne dalla cesta, gliela restituì, lo accompagnò fino alla porta. Prima che lui se ne andasse, lo prese per un braccio, lo avvicinò a sé e gli diede un lungo bacio sulla bocca. Poi lo spinse fuori e chiuse la porta. Guardò l’ora: le otto e dieci. Mancavano venti minuti, ne approfittò per mettere a posto il negozio prima di aprire. Tiko aveva fatto tutto per benino, anzi, si era affrettato con le pulizie mattutine, casomai fosse venuta di nuovo la merciaia. Non voleva perdersi nemmeno una parola. Invece niente. Quella non era venuta, però c’era stata una novità: anziché portarle la carne alle dieci come tutti i giorni, il garzone era uscito alle sette e venticinque. Quando la merciaia era venuta, non aveva parlato di cambiamento di orari. Che avesse telefonato quando lui era andato al gabinetto, dopo il pisolino? Comunque adesso erano le otto e quello non era ancora tornato. Cosa ci faceva tutto quel tempo dalla merciaia? Per arrivare, consegnare il pacco e tornare indietro, al massimo ci volevano otto minuti. Non aveva proseguito con le altre consegne perché dalla toppa vedeva il macellaio che stava preparando i pacchetti per il resto dei clienti qualcosa non quadra stiamo a vedere ecco che arriva! “Ce ne hai messo del tempo per consegnare la carne alla signorina Solimana, non ti pare?” disse il signor Andreani guardando il garzone di traverso. “A quelle due lì si era bloccata la porta che dà sul cortile. Sono rimaste chiuse dentro, non potevano uscire nemmeno per prendere l’acqua. Ho dovuto dargli una mano. Le donne sono proprio inutili” disse, considerando chiusa la spiegazione, e sparì nel cortile. Io non ci credo, pensò Tiko dietro la porta. Alle dieci Solimana alzò la cornetta e fece il numero della macelleria se risponde il garzone attacco Rispose il signor Andreani. “Buongiorno signor Andreani, sono Solimana Paganini”. “Buongiorno signorina Solimana. Qualche problema con la carne?”. “La carne va benissimo, quello che non va è il garzone”. Tiko, che stava aggiustando il mate per farsi la terza bevuta, alle parole ‘buongiorno signorina Solimana’ mollò tutto e tolse il tovagliolo dalla toppa. “Le è saltato addosso?”. saltato addosso? Tiko smise di guardare; non c’era niente da vedere, ma da ascoltare. Al posto dell’occhio, avvicinò l’orecchio alla toppa. A quello non bastava la cicciona aveva voluto farsi la merciaia, magari anche la scema. Avrebbe dato sei mesi di vita per sapere che cosa stesse dicendo quella dall’altra parte della linea. “Lei sporga denuncia, io lo caccio subito”. ecco! adesso quello finisce nella merda magari è stata lei a provocarlo io le conosco bene le troie le conoscevo si capisce ma le troie troie erano e troie rimangono “E perché non vuole denunciarlo signorina Solimana?”. come mai la merciaia non vuole denunciarlo? be’ almeno quel disgraziato si salva dalla galera “Va bene, non lo caccio solo perché me lo chiede lei”. non vuole nemmeno che lo cacci! Ci fu una pausa, poi Tiko sentì il macellaio che diceva: “Non capisco, perché non dovrei dirgli niente?”. quella non vuole nemmeno che il macellaio gli dica niente perché ha telefonato allora? forse le troie di adesso sono più strambe di quelle di una volta pensò Tiko, con l’orecchio contro la toppa; a forza di tenerlo schiacciato, incominciava a fargli male. Al macellaio quello non era mai piaciuto, figuriamoci adesso. Se avesse saputo della figlia! Il signor Andreani posò la cornetta. Poi si ricordò che a quell’ora la signorina Solimana non doveva esserci. Proprio per questo aveva mandato quello stronzo a consegnarle la carne prima del solito dopo l’aggressione sarà rimasta troppo male per uscire bastardo pezzente schifoso! Nel fine settimana fra il 4 e il 5 settembre, il paese iniziò a rimettersi in moto. Fu ripristinata la corrente elettrica, e riaprirono tutti i negozi, panetteria compresa. Gli abitanti i cui tetti erano stati danneggiati – immigranti o figli d’immigranti non ancora contaminati dalla pigrizia che porta il benessere dovuto alle mucche in abbondanza – sistemarono tutto per benino. L’unico segno rimasto della tormenta di Santa Rosa fu qualche pozzanghera qua e là. Prima che la vedova Manchú impazzisse, furono ristabilite le linee telefoniche. Il sabato pomeriggio, come tutti i sabati pomeriggio, Solimana andò dalla parrucchiera. La domenica mattina, come tutte le domeniche mattina, andò a prendere il pane. Trovò la solita coda che comprava, oltre al pane, le paste e i cornetti. Non c’erano le torte. Date le circostanze, non era stato possibile prenotarle con due giorni di anticipo. Trovò di nuovo la moglie del muratore. Solimana decise di farlo venire appena fosse stato libero. Non vide il figlio della sarta, né incrociò il macellaio all’uscita. Solimana non aveva visto Pepincito perché il bambino era andato a comprare il pane prima che aprisse la panetteria, spaventando a morte la signora Pregadio quando aveva bussato sul retro. Si era alzato all’alba. La sera prima aveva pregato sua madre di svegliarlo presto. Non avrebbe mai più lasciato la vedova Manchú senza le sue tostadas. La signora Fernández era sempre più preoccupata, ma cosa poteva fare? Si era alzata presto per svegliarlo, rovinandosi così l’unico giorno della settimana in cui poteva dormire di più. Suo marito si comportava come se quel figlio non fosse suo. Appena avesse avuto un po’ di tempo, doveva portarlo da doña María. A quel bambino gli avevano fatto il malocchio. Un po’ rintronato lo era sempre stato, ma ultimamente aveva oltrepassato ogni limite. Dopo la tormenta, Pepincito e la vedova Manchú chiarirono un po’ di cose. “Adesso mi devi dire perché ti sei inventato che la signora Pregadio era morta”. Colto alla sprovvista, Pepincito decise di raccontare la verità: “Nella panetteria c’era la signorina Solimana, ho avuto paura e sono scappato”. La vedova Manchú si ricordò che al telefono la merciaia le aveva detto che Pepincito era scappato, ma perché doveva aver paura della merciaia? “E perché hai avuto paura della signorina Solimana?”. Perché aveva avuto paura della signorina Solimana? Decise di continuare a dire la verità: “Perché una volta sono entrato nel suo negozio, ma lei non c’era. E siccome non veniva, sono andato sul retro e ho continuato a camminare fino al salotto”. Si fermò di botto. “E poi?” Doveva modificare l’ultima parte: “Nel salotto c’era la signorina Solimana tutta nuda con un signore tutto nudo. Si è arrabbiata e mi ha picchiato con un martello”. “Oddio! Con un martello?!”. La vedova Manchú lo stava guardando spaventata. Ecco! Quello non doveva dirlo. Adesso telefonava alla macellaia, che telefonava al cugino commissario e veniva fuori un casino. “Era di gomma”. “Che cosa era di gomma?”. “Il martello”. “Un martello di gomma? Mai sentito, comunque non è una bella cosa da fare a un bambino”. “Non mi ha fatto male per niente, solo che poi mi ha sgridato e ho avuto paura”. “Ho capito”. E perché Pepincito aveva tutta l’aria di aver finito – e senza sapere chi fosse l’uomo nudo che c’era con la merciaia, lei non avrebbe dormito la notte – gli chiese: “È chi sarebbe questo signore nudo che era con la signorina Solimana?”. Ecco! Chi era il signore nudo con la signorina? Doveva guadagnare tempo: “Vuole proprio saperlo?”. “Sì”. “Se glielo dico, mi terrà sempre con lei per far la spesa e non cercherà nessun altro?”. “Sì”. “Sì, che mi terrà sempre con lei, o sì, che cercherà un altro?”. “Sì, che ti terrò sempre con me, ma adesso dimmi chi era il signore nudo con la signorina Solimana” quasi urlò la vedova Manchú, mascherando a stento un’ansia che le bloccava il respiro. Intanto Pepincito stava passando mentalmente al setaccio tutti gli uomini del paese: li immaginava tutti vestiti. Tranne uno. Lui aveva visto un solo uomo nudo in vita sua: “Era il mio papà”. “Il tuo papà?!”. Certo che quella si dava da fare: provocava il macellaio al telefono, si faceva quasi violentare dal garzone, andava a letto con il marito della sarta. “Sì, vedova Manchú”. “Signora Manchú”. “Sì, signora Manchú”. “E tuo padre cosa ha fatto?”. “Niente, ma mi odia, non mi parla più e non vuole portarmi a caccia”. “Povero piccino, vieni che ti do un pezzo di torta”. Domenica 5 settembre non ci fu matinée danzante nel salone da ballo. Dopo la tormenta c’erano troppe cose da sistemare e tante spese da fare, nessuno pensava a divertirsi. Solo al futuro sposo non era calato l’entusiasmo. Come tutte le domeniche, era andato a far visita alla futura sposa; non con la Ford T che era dal meccanico, ma a cavallo. Aveva passato una serata deliziosa. Il 6 settembre, lunedì, riaprì la scuola. Alla seconda ricreazione, Pepincito era concentrato a guardare Reinoso com’è possibile che Reinoso abbia quattordici anni solo tre più di me se è più alto del babbo Pepincito non si sbagliava. Reinoso non aveva quattordici anni ma sedici. Reinoso padre ci aveva messo due anni per andare all’anagrafe. Mica facile andare all’anagrafe se si è poveri. Per un povero niente è facile. Pepincito fece due passi verso Reinoso, che era appoggiato al muro e si stava pulendo le unghie con il coltello a serramanico. Prese coraggio e disse: “Reinoso” oddio mi sta guardando come se fossi una merda di cane “Cosa c’è, merda di cane?”. Prima pensò di scappare, poi pensò alla signorina Solimana, poi si decise: “Devo farti una proposta”. “Scusa? Non ho sentito bene. Puoi ripetere, per favore?”. Pepincito si concentrò sul pezzo vivo della scema, che la signorina Solimana stava mangiando quando lui l’aveva scoperta: “Devo farti una proposta”. “Tu. A Me. Devi farmi una proposta?”. “S...sì”. “Sparisci se vuoi continuare a vivere”. Pepincito capì che quella non era la strada giusta: “Vuoi farti un bel po’ di soldi senza fatica?”. Le orecchie sporche di Reinoso si rizzarono: “Che cosa vuoi dire, pezzo di verme marcio, con un po’ di soldi ?”. “Anche dei gioielli, se vuoi puoi farti un bel mucchio di soldi e un bel mucchio di gioielli”. “Te lo dico per la seconda e ultima volta: se ci tieni a vivere, spa-ri-sci”. La faccia di Reinoso continuava a essere minacciosa, ma Pepincito notò un lieve cambiamento nel tono della voce. Si fece coraggio: “Parlo sul serio, sarei scemo se mi mettessi a raccontare balle a uno come te. Mi ammazzeresti come un verme”. Reinoso lo guardò, chiuse il coltello e se lo mise in tasca. Prese Pepincito per un orecchio e lo trascinò fino al campo di calcio che c’era dietro la scuola. “Aiii! Mi fai male!”. “Vuoi che ti faccia peggio?”. “No”. “Adesso spiegami che cosa sono tutte queste stronzate”. “Conosco un posto dove hanno un sacco di soldi. Tu vai, entri e te li prendi”. “Sei proprio un ritardato. Dimmi chi, in questo cazzo di posto, tiene i soldi pronti, così io vado e me li prendo”. “Tu conosci la signorina Solimana?”. “Certo, deficiente, qua si conoscono tutti. Che cosa c’entra quella?”. “Nel salotto della signorina Solimana c’è una credenza piena di soldi e gioielli: oro, smeraldi, rubini, zaffiri, ametiste”. Lo aveva letto in un fumetto. I ladri erano entrati in un castello dove c’era un forziere pieno di gioielli. “Che cazzo sono le ameniste?”. “Ametiste. Sono gioielli d’immenso valore”, e siccome nemmeno lui sapeva bene come fossero fatte queste ametiste, aggiunse subito: “Tu solo devi guardare che non ci sia nessuna cliente nel negozio. Poi entri, la colpisci il più forte possibile, vai nel retro, dove le donne si provano il reggiseno, imbocchi il corridoio, la prima porta a sinistra è il salotto. Dentro c’è la credenza: prendi i soldi e i gioielli, poi scappi”. “Ho capito. Quella ti ha detto: “Vieni che ti faccio vedere dove nascondo i soldi e i gioielli; tu lo dici al tuo amico, così lui viene e me li ruba”. “Ma no! Io ci vado sempre perché mi manda mia madre che fa la sarta”. “Lo so che tua madre fa la sarta, o pensi che viviamo a P.?” disse Reinoso. Malgrado P. contasse 5.346 anime, lui la immaginava su per giù come Buenos Aires, visto che non era mai uscito del paese, nemmeno per andare dal medico. “Ho capito, era solo per dirti che mia madre mi manda da lei a comprare bottoni, cerniere, cose così. In più – a volte – le faccio la spesa. “Certo che tu sei l’imbecille che fa la spesa a tutte quelle vecchie merdose. Non ti vergogni?”. “Un pochino” rispose Pepincito per accontentarlo. “Quindi, quando vado a farle la spesa, la signorina Solimana prende i soldi dalla credenza. C’è una scatola piena di soldi e, a fianco, uno scrigno pieno di gioielli. “Un che?”. “Un coso pieno di gioielli” disse Pepincito, pentito a morte di aver iniziato quella storia. Non era detto che Reinoso ammazzasse la signorina Solimana, in più adesso lo stava guardando malissimo. “E tu perché dovresti farmi questo favore?”. Ecco: perché offriva a Reinoso la possibilità di diventare ricco? “Perché voglio essere tuo amico”. Giusto. Il verme era una mezza sega che aveva paura di tutti e voleva uno che lo proteggesse. La campanella mise fine alla ricreazione. Pepincito cercò di scappare, ma Reinoso gli afferrò un braccio e glielo piegò dietro la schiena: “Dove pensi di andare?”. “Ti ho detto tutto, adesso lasciami”. In quel momento comparve la signora Andreani: “Ehi, voi due! Che cosa aspettate? La carrozza?”. In classe, la signora Andreani trovò che Reinoso aveva un’aria strana. Mai visto così. O dormiva o disturbava. Una faccia come quella era la prima volta. Non le piacque per niente. Durante l’ora di lezione, Pepincito guardò Reinoso per ben diciassette volte; per diciassette volte trovò il suo sguardo. Inoltre ci si mise pure la maestra: “Fernández, mi spieghi cosa c’entra questo disegno con la composizione che ha scritto”. Silenzio. “Fernández, è sordo?”. “No”. “No, signora maestra”. “No, signora maestra”. “Le ripeto: perché, se ha scritto un tema intitolato ‘Mio padre va a caccia’, e fin qua nessun problema perché il tema era libero, ha poi fatto questo disegno?”. Pepincito non rispose, nemmeno lui sapeva perché invece di disegnare un uomo con un fucile, avesse disegnato una donna pugnalata. Lo salvò la campana che segnava la fine delle lezioni. “Vabbè, me lo spiegherà un’altra volta. Cancelli questo disegno senza bucare il foglio, e ne faccia un altro adatto al tema”. Mentre Pepincito si avviava verso la porta, lo avvicinò Reinoso: “Ci vediamo fuori”. “Io devo andare subito a casa”. “Te lo dico io dove andrai tu, se continui a far l’imbecille: al cimitero”. Pentito a morte, Pepincito aspettò che si finisse di cantare l’inno nazionale e che il portabandiera leccapiedi schifoso sparisse nella Direzione. Si girò a guardare Reinoso, che lo stava guardando a sua volta. “A domani, alunni”. “A domani, signora maestra”. Tutti iniziarono a muoversi verso l’uscita. Pepincito aveva lo stomaco annodato. Adesso Reinoso voleva continuare a parlare dei gioielli, la panetteria chiudeva e sua madre chi la sopportava. Non si sognava neanche di scappare, ma iniziò a camminare svelto guardando avanti non ti voltare Pepincito non ti voltare Improvvisamente sentì un dolore tremendo all’orecchio sinistro. “Dove va il verme così veloce?”. “Alla panetteria prima che chiuda, se no mia madre m’ammazza”. “Se non ti fermi, t’ammazzo prima io”. Pepincito si fermò. “Prima sputi il rospo, prima ti lascio andare”. “Ti ho detto tutto. Nel salotto c’è una credenza, tu devi sol... ”. “Sì, quello l’ho capito, non sono deficiente. Come faccio a entrare?”. All’improvviso Pepincito fu assalito da un dubbio: e se Reinoso fosse un po’ scemo? Anche i grandi erano scemi, o pazzi, come il pazzo Echeverry. “Devi entrare nel negozio quando non c’è nessuna cliente. La colpisci forte in testa. Ti devi portare un ferro o qualcosa di simile, fino a farla svenire. Anzi, una volta svenuta ti conviene darle un altro colpo, così dorme di più”. “Certo, così l’ammazzo e vado dritto in riformatorio”. “Devi farla svenire per forza; se ti denuncia, tu neghi, quella è sempre piena di lividi”. “Perché piena di lividi?”. “Glieli fa la sorella scema. Lo sanno tutti”. Reinoso lo guardò serio, forse il verme non era così stupido come credevano tutti. “Adesso lasciami andare che faccio tardi”. “Vai vai, cagasotto!”. Reinoso, contento come mai fino ad ora, si avviò verso il suo pidocchioso rancho, dal suo pidocchioso padre, pensando ai soldi e ai gioielli che lo attendevano: finalmente avrebbe detto addio a quella sua pidocchiosa vita! Nel paese erano arrivate le sette di sera. In quel periodo dell’anno, alle sette di sera è ormai buio. Dietro il banco Solimana stava guardando la strada attraverso i vetri. Le era sembrato di vedere quel ragazzaccio, Reinoso, che la stava spiando. Possibile? E perché la spiava? Era grandicello ormai, quanti anni poteva avere? Quindici... sedici. A quindici o sedici anni il pistolino già si fa sentire. Continuò a mettere a posto, tenendo d’occhio la porta e la vetrina che mi sia sembrato... sono sicura era lui eccolo di nuovo sì è proprio lui Reinoso, perché, in effetti, era Reinoso, si spostò di scatto cazzo! quella mi ha visto adesso cosa faccio? Rimase nascosto con la schiena contro il muro. Decise di aspettare ancora, forse si era sbagliato. Pregava che non passasse nessuno. Era già buio, avevano acceso quel cazzo di lampione che illuminava proprio il negozio della merciaia. “Cosa ci fai come uno stupidino lì fuori?”. A Reinoso si rizzarono i capelli della nuca. Con chi stava parlando la merciaia? “Dai! Vieni dentro che ti do un pezzo di torta con la panna”. Reinoso si voltò lentamente: da dietro il vetro, la Paganini gli stava sorridendo. Perché gli offriva un pezzo di torta? E se ne prendeva un pezzo? anzi me ne faccio dare un altro pezzo poi la colpisco Non si era portato un ferro come voleva il verme, ma il mezzo mattone che aveva in tasca poteva andare... “Dai entra, non stare lì al freddo” come si chiama questo qua? Armando? no... un nome più strano... Armentario? no più corto... Amilcar? sì proprio Amilcar “Amilcar! Dai, carino. Perché non entri?”. Amilcar? carino? e vuole farmi entrare offrendomi un pezzo di torta? questa è una trappola! Reinoso scomparve dietro l’angolo e iniziò a correre attraverso i campi. La mattina seguente, martedì 7 settembre, Pepincito stava andando a scuola. La maestra lo avrebbe sgridato: era in ritardo e non aveva rifatto il disegno. Perché era in ritardo? Perché aveva passato una notte orribile: la signorina Solimana gli aveva tagliato il pisello, poi se lo era mangiato a morsi. Si era svegliato in piena notte piangendo e coperto di sudore. Sua madre gli aveva chiesto perché piangeva, lui del pisello tagliato manco una parola. “Non ce la faccio più, questa non è vita, tutte le sere la stessa musica, ma togliti la mano dal pisello! Cosa ci fai con quella mano sul pisello?”. “Ma si fa una sega, cosa vuoi che si faccia! Spegnete quella cazzo di luce e lasciatemi dormire!” aveva urlato il signor Fernández, parlando per la prima volta dopo nove giorni di silenzio. Alla fine Pepincito si era riaddormentato, ma il mattino era stata dura farlo svegliare. Questi pensieri – che Pepincito rimuginava mentre percorreva il lotto incolto che c’era prima di arrivare alla scuola – furono interrotti da un tremendo spintone che lo fece sprofondare nell’ultima pozzanghera rimasta, a testimonianza della tormenta di Santa Rosa. “Bruttovermeschifoso ti perforo le viscere con questo coltello”. Coltelli, forbici, pezzi vivi di carne umana, piselli mozzati erano ormai il suo destino. Pepincito aveva la faccia immersa nel fango, ma le orecchie fuori. Riconobbe quella voce. Non gli importava di morire, ma voleva morire senza dolore Dio ti prego fammi svenire prima che il coltello di Reinoso mi perfori le viscere Dio niente. Non c’era mai quando uno lo voleva. Con l’ultima aria rimasta nei polmoni, Pepincito attendeva la morte, ma non era ancora arrivata la sua ora. Prima di iniziare a inghiottire acqua fangosa si sentì prendere per i capelli, sollevato da terra, rigirato e scaraventato di nuovo nella pozzanghera, questa volta a testa in su. Ingoiò una boccata d’aria, si pulì gli occhi con la manica del grembiule. Adesso poteva respirare, ma vedere la faccia di Reinoso era peggio che mangiare fango. “Così che mi hai fatto lo scherzetto, putrido verme schifoso”. “C...cosa d...dici?”. “Ieri sera sono andato dalla tua signorina Solimana”. Pepincito se sedette di colpo nella pozzanghera: “L’hai ammazzata?”. Il rovescio fu così forte che gli tagliò il labbro superiore. Iniziò a sanguinare. “Chi morirà fra pochi secondi sarai tu. Chi ti ha detto di farlo?”. “Far cosa?”. Questa volta Pepincito riuscì a schivare il ceffone. “La merciaia mi stava aspettando. Voleva farmi entrare offrendomi un pezzo di torta, sicuro che dentro c’era quel poliziotto scemo. Se entravo, a quest’ora ero in riformatorio. L’idea è stata della maestra, vero? Quella cicciona merdosa mi ha minacciato un sacco di volte col riformatorio. Che ti hanno promesso quelle due stronze, leccapiedi schifoso?”. “T...ti giuro s…su mia madre che nessuno mi ha promesso niente. N...non so perché quella ti ha offerto della torta”. Pepincito sapeva benissimo perché la signorina Solimana voleva farlo entrare. Che schifo mangiarsi un pezzo di Reinoso! “Perché non la finiamo con questa storia?” disse quasi in un sussurro. “Ah! Vedi che era un complotto?”. “Non era nessun complotto. Ti giuro”. “Cosa vuoi dire? Che veramente la merciaia ha i soldi e i gioielli nella credenza?”. Il primo impulso fu di dirgli che si era inventato tutto, poi guardò l’occhio strabico di Reinoso e cambiò idea: “Certo che è vero”. “Bene, se è vero, andiamo a fare il colpo insieme”. Pepincito non poteva credere alle sue orecchie. Chiuse forte gli occhi: Dio fammi morire senza soffrire “Ma che cazzo fai? Hai capito cosa ti ho detto?”. “S…sì”. “Allora muoviti”. Pepincito capì che non si può morire quando uno vuole, lo seguì. Non aveva via di scampo: se si negava, Reinoso avrebbe pensato che era stato un complotto e lo avrebbe ammazzato; se la signorina Solimana lo vedeva arrivare in negozio con Reinoso – lui che scappava appena la vedeva – avrebbe pensato che aveva raccontato a Reinoso che lei si mangiava la sorella un po’ per volta, come i pirati dei fumetti si mangiavano le tartarughe: prima una gamba, poi l’altra. Senza ammazzarle, così avevano sempre la carne fresca devo fargli cambiare idea: “Perché non andiamo un’altra volta? Se adesso la maestra non ci vede arrivare magari s’insospettisce”. “Che cazzo me ne frega a me della maestra, ci andiamo adesso e basta”. Se le cose stavano così, l’unica era ammazzare la signorina Solimana: “Hai la statuetta?” nei fumetti colpivano sempre con una statuetta. “Una statuetta? Per fare cosa?”. “Per ammaz... per colpire la signorina Solimana”. “Mi dispiace, l’ho dimenticata sul pianoforte vicino alla piscina, dove il maggiordomo porta a mio padre la colazione a base di salsicce, tacchino e torta con la panna”. “Ostriche e campagne” lo corresse Pepincito ricordando le colazioni di Isidoro Cañones19. “Basta stronzate. Dai muoviti!”. Fece l’ultimo tentativo: “Se ci vedono in paese a quest’ora, andranno a raccontarlo ai nostri genitori”. “Al mio non gliene frega un cazzo, chiudi il becco e cammina”. Rassegnato, Pepincito si tolse il grembiule infangato e macchiato di sangue. Lo arrotolò, lo mise nella borsa cercando di non stropicciare il quaderno. “Non prendiamo la strada principale, mia madre mi vede dalla sala cucito”. “Va bene”. Presero la stradina che passava dietro le case. “Tu pensi di ammazzarla con quel coltello che hai in tasca?” si azzardò a chiedere Pepincito. “Ma chi ammazza, pezzo di deficiente. Questo coltello io ce l’ho sempre”. “E allora con cosa pensi di colpirla?”. “Con cosa pensiamo, vuoi dire”. Pepincito sentì la voglia di vomitare, era tutto bagnato e stava gelando, in ogni caso pensò che ci voleva un oggetto contundente: “Passiamo da casa mia, tu rimani fuori, io prendo un oggetto contundente dallo sgabuzzino”. 19 Personaggio di fumetti creato di Dante Quinterno che rappresenta un famoso playboy di Buenos Aires. “Che cazzo è un contundente?”. “Un’arma qualsiasi”. “Ma sei proprio imbecille! Ti ho detto che io non voglio ammazzare nessuno”. “Ma no! Non è un’arma, volevo dire un coso qualsiasi per colpire la signorina Solimana”. Arrivati davanti al trascurato giardino di casa sua, Pepincito lasciò Reinoso al cancello: “Rimani qua, torno subito”. Non doveva fare rumore, sua madre aveva l’orecchio buono. Il cagnolino lo guardò e iniziò a muovere la coda. Aprì la porta dello sgabuzzino e appoggiò la borsa per terra. Doveva trovare un oggetto contundente, nei fumetti colpivano sempre con una statuetta o con un oggetto contundente. Il martello sarebbe stato perfetto. L’avrebbe ammazzata di sicuro, ma il manico era troppo lungo per portarlo in tasca. Poi vide la boccia del nonno: Salvatore Tomasetto 1° Premio Associazione italo argentina di bocce 1922 Meglio di no. Chi gli assicurava che Reinoso non avrebbe dimenticato la boccia apposta per incolparlo. Poi si ricordò che se doveva accompagnare Reinoso, la signorina Solimana lo avrebbe visto comunque lei-deve-morire Poi vide il pestello della mamma. Non era di ferro, ma un pestello di pietra è pesante lo stesso. Se lo mise in tasca. Prima di uscire aguzzò l’orecchio, non si sentiva niente. Guardò fuori. Il cagnolino alzò un orecchio, ma non si mosse. Recitò un Paternostro per fare sparire Reinoso, poi uscì. Reinoso non era sparito. “Ma quanto ci hai messo, cretino, dammi il contundente e andiamo”. Pepincito gli consegnò il pestello. Reinoso se lo mise in tasca, poi gli chiese: “Entriamo dal negozio o dal retro?”. “Dal retro”, almeno non avrebbe visto subito la faccia della signorina Solimana, a quell’ora era di sicuro nel negozio. Per fortuna la stradina era deserta. Si fermarono davanti al cortile della merciaia, varcarono il cancello, andarono fino alla finestra della cucina. La tenda era scostata di una spanna. Guardarono dentro: seduta a tavola, Marcantonia stava mangiando. “Cosa ce ne facciamo di quella?” disse Reinoso. All’improvviso Pepincito spalancò gli occhi. “Cosa c’è adesso?”. “Mi è venuta un’idea”. “Che idea?” gli chiese Reinoso diffidente. “Io spavento la scema, si metterà a urlare, si mette sempre a urlare quando mi vede. Sentendola urlare, la signorina Solimana verrà di corsa. Tu ne approfitti per fare il giro, poi entra dal negozio, vai nel retro, imbocchi il corridoio, apri la prima porta a sinistra e trovi la credenza. Dentro c’è il bottino. La signorina Solimana non ti vedrà nemmeno”. Reinoso lo guardò diffidente per la seconda volta: “E tu che cosa dirai alla merciaia quando ti scopre?”. “Le chiedo se ha bisogno che le faccia la spesa, che oggi non sono andato a scuola perché dovevo consegnare un vestito a una cliente di mia madre”. “Così tutto bagnato e col labbro spaccato?”. “Le dico che sono caduto, che mi sono fatto male, se posso pulirmi da lei, così mia madre non mi sgrida”. Reinoso lo guardò. Dopotutto il verme non era stupido come sembrava. “Va bene, quindi: negozio, retro, corridoio, prima porta a sinistra, salotto, credenza, bottino. Giusto, verme?”. “Giusto” disse Pepincito, e aggiunse: “Io conto fino a cinquanta così tu hai tempo di fare il giro e metterti vicino alla porta del negozio. Poi batto sul vetro e spavento la scema”. “Va bene”. Reinoso uscì dal cortile, fece il giro, si mise vicino alla porta del negozio con la spalla contro il muro come la sera prima retro corridoio prima porta a sinistra salotto credenza bottino al vecchio non gli dico niente sicuramente dorme o è a ubriacarsi al bar perché dovrei passare per casa vado direttamente alla stazione aspetto il treno di mezzog… “Ciao! Perché sei scappato ieri sera?”. Reinoso si girò di scatto. La merciaia lo stava guardando. “Dai, vieni. Non ti mangio mica. Ho appena finito di sfornare una torta al cioccolato”. perché la scema non ha gridato? dov’è finito il verme? “Cosa c’è? Non ti piacciono le torte?”. e adesso cosa faccio? mettiamo che ieri mi stava aspettando col poliziotto nascosto dentro casa ma oggi non poteva sapere che sarei venuto di nuovo il poliziotto non ci sarà mica dorme dalla merciaia... io entro mangio la torta poi vediamo “La torta con la panna è finita?”. “Ci sono tutte e due. Dai, entra”. Reinoso entrò. Solimana lo prese per il braccio: “Vieni, andiamo in salotto”. Se qualcuno fosse entrato in negozio, avrebbe sentito la scampanellata della porta. Lo fece accomodare sul sofà. Reinoso diede un’occhiata, vide la credenza. Il verme non gli aveva mentito dove sarà finito? e se la colpisco adesso col contundente? prendo il bottino e scappo coi soldi e i gioielli posso comprare tutte le torte che voglio ma adesso ho fame quei mates di merda mi galleggiano ancora nella pancia prima mangio poi la colpisco Sistemato Reinoso sul sofà, Solimana andò in cucina. Marcantonia stava facendo la seconda colazione. Non il pranzo, come chiamano i ricchi il pranzo, stava facendo per la seconda volta la prima colazione. Solimana prese il vassoio più grande dei tre vassoi di argento che si usavano per Natale, quando da loro ancora si celebrava il Natale. Mise quattro fette giganti di torta in un piatto, due al cioccolato, due alla panna. (Era El Fin de semana el destino de estas ESE aMarcantonio si hubiese ocurrido HACER dos tortas)Aggiunse un’enorme scodella piena di caffellatte, la zuccheriera e, per quanto li pensasse inutili, coltello e forchetta. “Marcantonia, porta il vassoio al signore che c’è in salotto. Non spaccare niente”. “Chi c’è in salotto?”. “Abbiamo un ospite”. “Un ospite?!”. Gli occhietti ottusi di Marcantonia s’illuminarono di gioia. Andava matta per gli ospiti, da una vita non avevano ospiti. Reinoso ascoltava dal salotto. La merciaia gli dava del signore e tutto… quasi quasi mi dispiace di dover colpirla dove sarà finito il verme? Marcantonia non rovesciò il vassoio, anzi, lo appoggiò con cura sul tavolino davanti al sofà. Fece un enorme sorriso a Reinoso e tornò in cucina. “Mentre rimango con l’ospite, va’ a lavarti che usciamo” disse Solimana a sua sorella, sottovoce, per non farsi sentire da Reinoso. “Dove andiamo?”. “Parla piano che non ti senta l’ospite”. “Perché?”. “Non è bello. Potrebbe pensare che ti devi lavare perché sei sporca”. “Ho capito. Dove andiamo?”. “All’emporio”. “Mi compri le carte per fare il solitario?”. “Certo, ma se vuoi uscire, prima di lavarti devi mettere a posto la stanza da letto”. “E l’ospite?”. “Non ti preoccupare, mi occuperò io di lui, adesso vai”. Marcantonia partì tutta contenta. Si fermò un momento davanti alla porta del salotto. Guardò dentro. Che bello era avere di nuovo un ospite! Mandò un bacio con la mano a Reinoso che, impegnato con la testa dentro la scodella, non fu in grado di ricambiare. Poi partì sparata a mettere a posto la stanza da letto. Dopo tanto tempo Solimana la portava a spasso che bello che bello che bello Solimana aspettò cinque minuti, poi andò a vedere a che punto fosse arrivato Reinoso con la colazione. Reinoso aveva svuotato la scodella, finito l’ultima porzione di torta, e fatto il primo rutto. Solimana chiuse a chiave la porta del salotto, fece il giro del sofà, gli si mise dietro. Appoggiò una mano sulla spalla di Reinoso. Reinoso s’irrigidì. “Stai tranquillo Amilcar, siamo soli. Togliti la giacca” gli disse, chiedendosi se fosse il termine appropriato chiamare giacca quel cencio sporco. Reinoso fece il secondo rutto, ma non si mosse. “Guardami”. Reinoso si girò, la guardò con l’occhio strabico oddio com’è brutto “Stai tranquillo, nessuno può entrare, ho chiuso a chiave capisci?”. Reinoso era disorientato. Nessuno si era mai rivolto a lui in quel modo comunque io non mi tolgo niente “Ascoltami: io sono una donna, tu sei un uomo, capisci cosa voglio dire?”. Certo che capiva, capiva che era uno stronzo. Una così, vecchia, ma senza una ruga, che da vicino era bellissima, se la poteva sognare. Così o diversa, altrimenti non sarebbe sempre stato a martoriarsi l’affare in quel modo. Le cose stavano andando per le lunghe, pensò Solimana. Marcantonia non sarebbe rimasta per molto in camera, con la fretta che aveva di uscire. Lavarsi da sola era fuori questione, avrebbe combinato un macello. Decise di accorciare i tempi. Fece di nuovo il giro del sofà, si sedette vicino a Reinoso. “Facciamo così: io denudo te, tu denudi me. Ti va?”. Caffellatte, torta, quella meravigliosa vecchia più il bottino che lo stava aspettando nella credenza, Reinoso pensò di star sognando, ma non si mosse. “Dai’ che ti aiuto io”. Solimana iniziò a togliergli la giacca poi mi lavo le mani “Cosa hai messo nelle tasche che sono così pesanti?”. merda! il contundente Reinoso le strappò la giacca dalle mani. “Scusami, non volevo impicciarmi nelle tue cose”. è nervoso devo metterlo a suo agio “Non essere cattivo con me, togliti la camicia, mi piace vedere come ti spogli”. Reinoso continuava a star fermo. Si sarebbe messo nudo da un pezzo, ma la canottiera era tutta un buco. “Non ti preoccupare per i vestiti se non sono nuovi, m’interessi solo tu, non i tuoi vestiti. Capisci?”. Erano le parole che Reinoso stava aspettando. Si decise. Via la camicia, via la canottiera tutta un buco. Poi si fermò. “Anche i pantaloni”. Reinoso rimasse un attimo fermo. Non aveva le mutande. “Ma dai, fammi vedere”. posso far finta che mi tolgo tutto assieme Reinoso si tolse i pantaloni. A questo punto si era completamente dimenticato del bottino. Solimana guardò quel corpo giovane e ben fatto Forse era un po’ magro. La fame. Anche ben sviluppato, ma... perché così moscio? Strano, con lei gli uomini reagivano. “Hai freddo?”. Reinoso non rispose. “Che cosa ti succede? Non dirmi che non sei mai stato con una donna?”. certo! fanno la coda davanti al rancho questa mi sta rompendo se continua così prendo il contundente e la facciamo finita con questa storia del cazzo In quel momento si sentì la scampanellata del negozio. “Aspetta che torno subito”. Solimana uscì lasciando la porta aperta. Reinoso rimase nudo in mezzo al salotto. Fame non ne aveva più, che cazzo faceva nudo come un coglione con il bottino che lo stava aspettando? Prese il contundente dalla giacca, non si sa mai, si avvicinò alla credenza, lo appoggiò per terra. Studiò la credenza: due ante sopra, due sotto, una zona libera in mezzo con una statua di un uomo nudo senza l’affare. Aprì le ante superiori. Nessun bottino. Solo piatti, tazzine e bicchieri. Prese la statua dell’uomo nudo. Aveva l’affare ma piccolissimo. Lo posò dov’era prima. Si chinò, aprì le ante inferiori, era pieno di tutto: scatole, scatolette, fascicoli dove cazzo sarà il bottino? Iniziò ad aprire scatole, all’improvviso sentì un terribile dolore alla testa, potentissime luci arancioni gli ballavano davanti agli occhi. Poi niente. La vedova Manchú, cuffie nelle orecchie, si stava limando le unghie. Ristabilite le linee, dopo la tormenta di Santa Rosa c’era stato un po’ di movimento, poi la telefonata della merciaia al macellaio per dirgli che il garzone aveva cercato di violentarla. Il macellaio, il garzone, il marito della sarta. Che cosa aveva quella che tutti le andavano dietro. Poi basta. Niente di niente. Si teneva in vita grazie alle telefonate della parrucchiera. La domenica chiamava sua cugina di G. per farle il resoconto della settimana. Lo squillo la sottrasse ai suoi pensieri speriamo che sia qualcosa d’interessante Era la merciaia. Si ricordò dei tempi in cui la merciaia aveva il fidanzato. Bei tempi! Che conversazioni! Più di una volta aveva rimpianto di non avere a portata di mano la buon’anima di suo marito, ormai al cimitero. “Con che numero vuole parlare?” chiese facendo finta di non sapere da dove provenisse la chiamata. che imbecille! un giorno o l’altro le dico che perfino i bambini sanno che ascolta le conversazioni “Sono Solimana Paganini, mi chiami la polizia per favore. È entrato un ladro in casa mia”. “Oh mio Dio! È ferita, signorina Solimana?”. “No. Si sbrighi per favore”. Cosa stava succedendo? Perché la merciaia parlava a voce così bassa? E cos’era tutto quel baccano? Che le linee fossero disturbate? No, lei conosceva il rumore delle linee disturbate. “Chiamo la polizia di P.?”. “Veda lei, basta che qualcuno venga a prendere questo fetente. Clic”. Pepincito era a letto, coperto fino agli occhi. Quando sua madre lo aveva visto arrivare bagnato fradicio, con il fiatone e il labbro sanguinante, era quasi svenuta. “Madonna santa! Cosa ti è successo?”. “Reinoso mi ha picchiato”. “Perché ti ha picchiato?”. “Non lo so, mamma, Reinoso picchia tutti”. “Ti ho detto mille volte di non avvicinarti a quello!”. “E chi si avvicina? Stavo andando a scuola e mi ha preso da dietro, non l’ho neanche sentito arrivare”. “Non ci credo”. “Perché? Pensi chi io mi metta a provocare uno come Reinoso?”. “Vabbè, adesso vieni qua che ti pulisco la ferita”. Sua madre gli aveva disinfettato la ferita con l’alcol. Dal dolore era quasi svenuto. “Adesso ti cambio i vestiti, ti preparo un po’ di latte caldo, poi ti metti a letto”. Stava bevendo il latte quando all’improvviso si era sentito il suono di una sirena. A Palo Santo il suono di una sirena, di qualsiasi natura, non si era mai sentito. “Vado a vedere che cosa sta succedendo, non ti alzare capito?”. La signora Fernández uscì. Tutti si erano riversati nella strada. Guardò verso la macelleria. Il signor Andreani era fuori con Tiko che, sentendo il rumore della sirena, aveva abbandonato momentaneamente la toppa. “Antonio – il signor Andreani si chiamava Antonio, quindi lei lo chiamava Antonio – cos’è successo”. “Non lo so”. “Sembra che davanti al negozio delle sorelle Paganini ci sia la macchina della polizia” disse Tiko. “La polizia? Oddio che paura!”. Se hai paura, tornatene a casa, pensò il signor Andreani mentre rientrava nella macelleria. Ormai quella non la poteva più vedere. e se ne approfitto per prendere la carne? Pepincito non può venire poi vedo come mi riceve di aspetto sono a posto Si era data il rossetto. Prima che arrivasse suo figlio – e che arrivo – pensava proprio di andare dalla merciaia. Meno male che non c’era andata, la polizia e i soldati le mettevano paura. Aveva ricevuto una lettera dall’Italia. La sorella di sua madre diceva che stavano capitando delle cose orribili lassù. Entrò nella macelleria: “Visto che ormai sono uscita, ne approfitto per prendere un chilo di bollito”. Il signor Andreani tagliò la carne senza chiederle come volesse quel maledetto bollito, non le diede neppure il pezzo di coda che regalava a tutti i clienti. Pesò la carne, arrotolò tutto nella carta, le consegnò il pacco. “Per la fretta sono uscita senza soldi. Puoi passare a prenderli da me… quando vuoi” gli disse, accentuando quel quando vuoi. “Non importa, poi mi manda suo figlio”. Ormai non c’era niente da dire, la signora Fernández uscì osservata con malizia da Tiko. Lui aveva sentito tutto dal marciapiede ‘puoi passare da me quando vuoi?’ Anche questa era interessata al macellaio. Ma cosa aveva quello, l’uccello d’oro? Alcuni tanto altri niente vabbè un cesso così se lo tenga pure “Arrivederci Tiko”. “Arrivederci signora Fernández. Come va il bambino?”. “Parliamo d’altro”. La signora Fernández guardò verso la merceria, vedeva una macchina parcheggiata, ma non si distingueva nient’altro. In quel momento stava arrivando il garzone della macelleria: “Hanno tentato di rubare dalla merciaia” disse rivolgendosi un po’ a tutti. “Sai qualcos’altro?” gli chiese la sarta. “Solo quello, non lasciano avvicinare nessuno”. La signora Fernández entrò in casa e chiuse la porta. Della merciaia non gliene fregava niente, del macellaio sì. Era stato troppo freddo, come mai se si era confidato con lei riguardo alla figlia? lo avrà scoperto la moglie quella è una strega chissà che testa gli avrà fatto “Cos’era quella sirena, mamma?”. Il bambino! Si era dimenticata del bambino! Andò di corsa in camera: “Era la polizia di P. Hanno cercato di rubare nel negozio della merciaia”. “È morta?” chiese Pepincito alzandosi di scatto. “Chi?”. “La signorina Solimana”. “E perché dovrebbe essere morta?”. “Bo’... dicevo così per dire”. Si coricò di nuovo, pensando che doveva fare attenzione prima di parlare. “La polizia non mi piace, ma quasi quasi ne approfitto per denunciare quello stronzo di Reinoso”. “Se la polizia è venuta a prenderlo, lascia stare”. “E chi ti ha detto che è stato Reinoso?”. Di nuovo! Perché non imparava a star zitto. “L’ho detto così per dire, magari dopo avermi picchiato ha deciso di continuare a fare cattiverie”. La signora Fernández guardò preoccupata suo figlio. Quel bambino non stava bene. Doveva portarlo da doña María. All’improvviso Pepincito sentì una fortissima botta al cuore: il pestello! “Mamma non andare! Magari il ladro ha preso la signorina Solimana come ostaggio!”. La signora Fernández sospirò preoccupata. Oltre che portarlo da doña María, doveva bruciargli tutti quei fumetti quando finisco coi lavori del matrimonio vado anche dal pazzo Echeverry deve smettere di dargli quei maledetti fumetti che lo rintronano ancor di più “Stai tranquillo. Vado e torno”. Il risveglio di Reinoso nel salotto della signorina Solimana non fu un bel risveglio. Era nudo, per terra, la merciaia gli stava puntando una pistola in mezzo agli occhi. “Non ti muovere o ti faccio saltare le cervella. Alzati”. Reinoso si alzò. La merciaia non gli sorrideva più, anzi, sembrava incazzata nera. “Alza le braccia”. Reinoso alzò le braccia. “Girati”. Reinoso si girò. “Adesso siediti”. Reinoso si sedette. “Alza i piedi”. Reinoso ebbe paura l’altra è scema questa è matta sono stato un cretino dovevo colpirla prima dove sarà finito il verme? nessuno deve sapere che quel moccioso mi ha preso per il culo “Alza i piedi, ti ho detto, o sei sordo?”. Reinoso appoggiò la schiena contro il sofà e alzò i piedi. La pazza gli stava guardando attentamente la pianta dei piedi. “Adesso vestiti”. Reinoso iniziò a vestirsi. Coltello e contundente erano sul tavolino al posto delle delizie che aveva mangiato. Non c’era più il vassoio, che fosse stato un sogno? “Rimani seduto, non ti muovere”. Reinoso non aveva l’orologio, ma gli sembrò che il tempo si fosse fermato. La merciaia continuava a puntargli contro quella fottuta pistola. Poi sentì le sirene. Cosa voleva dire? Si sentivano sempre più forte. Alla fine smisero di suonare. Smisero di suonare perché erano davanti alla casa della merciaia merda! non sarà la polizia? Era la polizia. La merciaia si alzò. Sempre tenendolo sotto tiro con la pistola, andò fino alla porta, tolse il chiavistello, aprì: “Venite di qua” disse rivolgendosi a delle persone che dal sofà Reinoso non riusciva a vedere. Poi li vide: erano due poliziotti in divisa e un altro vestito da civile. Quelli guardarono la credenza spalancata, i fogli sparpagliati per terra, le scatolette scoperchiate. A Reinoso non sembrava di avere fatto tanto casino. “Buongiorno signora... ”. “Signorina, signorina Solimana Paganini”. “Piacere, signorina Paganini. Sergente Mancuso, ai suoi ordini”. Il sergente le presentò gli altri: “Agente Pérez, assistente Bonetti”. Poi guardò interrogativo la pistola che Solimana teneva in mano. “Ce l’ho per difendermi, sono una donna sola; comunque è denunciata, posso farle vedere il permesso”. “Non si disturbi” e, rivolgendosi all’agente: “Pérez, vada fuori e non lasci avvicinare nessuno”. Poi guardò Reinoso: “Bel lavoretto hai combinato”. “Questo è niente, vada a dare un’occhiata nel negozio”. “Io nel negozio non ci sono andato” chiarì Reinoso. “Stai zitto se non vuoi che ti spacchi la faccia” gli disse il sergente per metterlo un po’ a suo agio. “Aveva del denaro?” chiese il sergente rivolgendosi alla merciaia. Reinoso rizzò le orecchie. “Si figuri! Martedì passa il ragazzo dell’emporio. Gli consegno i soldi - se ci sono, perché questo è un negozio piccolo – e lui li porta in banca con gli incassi degli altri esercizi commerciali. “Senza custodia?”. “Lo accompagna il poliziotto che ci hanno mandato da G.”. “Come mai, se avete un poliziotto, ha chiamato noi?”. “Non c’era, oggi è martedì”. “Giusto, mi scusi”, poi aggiunse: “Magari ha cose di valore, dei gioielli… ”. Reinoso diventò un enorme orecchio. “Manco uno, in famiglia siamo allergici ai metalli, ai non metalli e ai semimetalli”. bastardo! appena vedo il verme l’ammazzo quella parlava difficile, ma lui aveva capito che lì, di gioielli non ce n’erano. Poi pensò con amarezza che probabilmente non avrebbe più visto il verme. Il sergente Mancuso non era molto esperto in questione di metalli. Cambiò argomento: “Cosa sono questi?” chiese guardando il coltello e il pestello che erano sul tavolo. “Li aveva in tasca” rispose Solimana, facendo segno con il capo verso Reinoso. “Come mai il signorino aveva queste cose in tasca?”. “Il coltello è mio, ma il contundente è di Fernández”. “Perché chiami contundente un pestello?”. Merda! Due sbagli assieme. Non doveva nominare il verme. Il poliziotto gli avrebbe chiesto cosa c’entrava manco sotto tortura dico che mi sono lasciato incastrare da un moccioso scemo meglio il riformatorio che far la figura del fesso e poi questo coso che non ho mai visto in vita mia non si chiama neanche contundente chissà cosa vorrà dire contundente lo sapevo che era una trappola qua c’entra la macellaia Per il momento decise di rimanere zitto. “Vabbè, parlerai poi. E chi sarebbe questo Fernández?”. “Pepincito Fernández, è un mio compagno di scuola”. “Non sei un po’ grandicello per andare ancora a scuola?” disse il sergente con un sorriso strafottente. Reinoso non rispose. “Va bene, lasciamo stare. Parlami di questo Pepincito Fernández”. “Lui non c’entra. Il contund... questo coso qua l’ho preso io dallo sgabuzzino di casa sua”. “Ah! Sei andato a rubare anche lì?”. “No, me l’ha dato una volta che sono andato a trovarlo”. “E perché ti ha dato il pestello, a casa tua cucini tu?”. Reinoso non capiva cosa stesse dicendo quel poliziotto stronzo, capì invece che era stata tutta una trappola orchestrata dalla macellaia non devo più parlare “Sarà meglio far venire questo Pepincito Fernández”. “Non è necessario, signor sergente” intervenne Solimana: “È un ragazzino adorabile. Sua madre lavora tutto il giorno come una disgraziata, non è il caso di preoccuparla. Rispondo io per lui. Quel bambino non c’entra niente con questa faccenda, men che meno con questo malandrino”. “Ho capito” disse il poliziotto. ecco come lo difende erano tutti d’accordo All’improvviso si ricordò della torta. “Si figuri signor sergente, far entrare uno così in casa mia per offrirgli torta e caffellatte!”. “Lo chieda alla scema”, disse Reinoso. Il sergente Mancuso guardò interrogativo la signorina Solimana. “Mia sorella soffre di disturbi psichici, può chiedere conferma al dottor Sabattini di P. Adesso dorme. È sotto gli effetti dei tranquillanti. Ha passato una brutta notte, si è addormentata all’alba. Se fosse proprio necessario, potrei provare a svegliarla… ”. “Si figuri”, la fermò il sergente: “Non è proprio il caso”. A questo punto, Reinoso decise di non parlare più; se avesse raccontato che quella voleva farselo, i poliziotti si sarebbero spanciati dalle risate. “Ha qualcuno con cui lasciare sua sorella? Dovrebbe accompagnarci in Commissariato per la deposizione” disse il sergente Mancuso rivolgendosi a Solimana. “Dovrei svegliarla e portarla con me. Non rimane con nessuno, chissà che baraonda potrebbe combinare”. Manco a farlo apposta, s’iniziarono a sentire dei colpi fortissimi come se stessero sfondando una porta. “Solimanaaa la mamma è già andata via?!”. “È mia sorella. Si è svegliata. Mi sta chiedendo di nostra madre, si figuri che è morta da dieci anni. Vengo subito”. “Vada vada, frattanto do un’occhiata al negozio. E non si preoccupi, farò trascrivere la sua dichiarazione dall’assistente, così la firma e si evita il disturbo di accompagnarci”. “Signor sergente, non sa quanto le sono grata” disse Solimana andando verso la stanza da letto. Prese la chiave che aveva in tasca. Aprì: “Ti avevo detto di aspettare fin quando non fosse andata via la mamma. Sono venuti i poliziotti”. “Perché?”. “Perché la mamma ha iniziato a spaccare tutto”. “Perché?”. “È diventata gelosa perché parlavo con l’ospite. Se qualcuno ti chiedesse non dire che ha fatto collazione da noi. Tu non lo hai mai visto. Intesi?”. “Perché?”. “Perché la mamma diventerà gelosa e si arrabbierà con te. Vuoi che la mamma ti prenda di nuovo per il collo?”. “Noo!”. “Quindi rimani qua, appena va via la mamma, ti apro. Capito?”. Solimana chiuse la porta a chiave e tornò in salotto. Quando l’assistente finì il rapporto glielo consegnò: “Per cortesia lo legga, se è d’accordo, la prego di firmare”. Solimana lesse attentamente. Poi firmò e gli consegnò il foglio. “Bene. Noi togliamo il disturbo” disse il sergente Mancuso. E a Reinoso: “Dai! Alzati che andiamo”. “Mi scusi sergente, non potrebbe lasciarmi il pestello? Chissà quanto lo avrà cercato la povera signora Fernández”. be’… con o senza pestello questo finisce male “Tenga”. “La ringrazio” disse Solimana prendendo il pestello e mettendoselo in tasca. Salutò i tre uomini senza guardare Reinoso in faccia, ma sentì gli occhi del ragazzo fissi su di lei mentre le passava davanti. Finalmente erano andati via tutti. Solimana diede un profondo sospiro. Che mattinata infernale! Quando aveva lasciato Reinoso nudo, era convinta che sarebbe rimasto ad aspettarla fino all’eternità. Si era sbagliata. Tornando in salotto, dopo aver servito la figlia del capostazione, che voleva un paio di calze, dal corridoio aveva visto Reinoso di schiena – sempre nudo – intento a svuotare la credenza. Apriva le scatole e le buttava per terra come stesse cercando qualcosa. Senza fare rumore era andata in cucina, aveva preso la padella con la quale la mamma friggeva le empanadas20. Pesava un quintale. Proprio quel che ci voleva. Era tornata subito in salotto. Reinoso continuava – inginocchiato e molto concentrato – le sue ricerche. Dall’alto il colpo era stato fenomenale. 20Fagottino di pasta ripieno di carne a forma di mezzaluna, tipica dell’America Latina. Con un Reinoso privo di sensi disteso per terra, era andata in camera. Marcantonia stava finendo di mettere a posto. “Rimani in camera. È venuta la mamma a trovare l’ospite, se non vuoi che la mamma ti scopra rimani qua”. Aveva lasciato una Marcantonia con gli occhi a palla, chiusa a chiave, poi era andata nel negozio a telefonare alla polizia. Mentre parlava con la telefonista, un po’ con la mano libera, un po’ a calci, aveva rovesciato tutto quello che poteva. Dopo aver preso la pistola da sotto il banco, rientrò nel salotto. Reinoso stava tornado in sé. Il vassoio maledizione! Andò di corsa a metterlo sotto il lavandino, dietro alla tendina che copriva le pentole. Tornò indietro. Reinoso era seduto per terra, si massaggiava la testa. Poi tutto era andato per il suo verso. Dopo avere congedato la polizia, tornò da Marcantonia. Andò in camera: “Puoi uscire adesso”. “La mamma è andata via?”. “Sì. Dai. Vieni”. “E l’ospite?”. “Anche lui è andato via. Inizia a mettere a posto il salotto senza rompere niente, io vado in negozio”. “Non dovevi portarmi all’emporio?” chiese Marcantonia con uno sguardo bovino deluso. “Ormai è chiuso, ti porto un’altra volta”. “Non voglio un’altra volta. Voglio adesso voglio adesso voglio adesso!”. “Guarda che se continui a urlare torna la mamma”. Marcantonia smise immediatamente di urlare e si mise a piangere. In quel momento aveva sentito la scampanellata del negozio. Andò ad aprire. Era la sarta. Quando la signora Fernández era uscita da casa per denunciare Reinoso, la macchina della polizia stava partendo. Anche se si fosse messa a correre non l’avrebbe raggiunta; anche se si fosse messa a urlare la polizia non l’avrebbe sentita; nemmeno se avesse fatto dei segni l’avrebbero vista, ormai la strada si era prosciugata e la nuvola di polvere alzata dalla macchina lo avrebbe impedito. Se avesse avuto un altro marito, non sarebbe lei a doversi preoccupare di tutto. Non era mai stato di grande aiuto, ma ultimamente era proprio come se non esistesse. Era diventato strano, si lavava persino tutti i giorni poi farò un salto dal vecchio Reinoso una minaccia e basta comunque dalla sarta devo andare lo stesso a prendere la cerniera Entrò nel negozio, era tutto sotto sopra, la merciaia non c’era. Aspettò mezzo minuto, poi sentì i passi. “Buongiorno signora Fernández”. “Buongiorno signorina Solimana. È vero che volevano derubarla?”. “Sì. Non vede il casino che ha combinato il ladro”. “E chi è stato?”. “Reinoso”. La sarta rimase a guardarla a bocca aperta. “Quel ragazzaccio che vive nel rancho del fondo. Ha presente?” e siccome la sarta continuava a guardarla con la stessa faccia rintronata del figlio, Solimana aggiunse: “Va con Pepincito a scuola, non mi dica che non lo conosce?”. Appena fu in grado di rispondere, la signora Fernández le disse di sì, che lo conosceva, poi, con aria di avere fretta, le chiese una cerniera bianca lunga trenta centimetri. Pagò, salutò e si avviò verso l’uscita. “Aspetti”. e adesso cosa vuole questa Si girò, vide che la merciaia si portava una mano alla tasca. “Tenga. Ce l’aveva Reinoso quando l’ha perquisito la polizia”. La signora Fernández rimase impietrita guardando il suo pestello. “E suo vero?”. “Direi proprio di sì. Non capisco... ”. “Magari Pepincito sa qualcosa... ” disse la merciaia, con un sorriso che alla signora Fernández non piacque per niente. Prima che quella la fermasse un’altra volta, aprì la porta e uscì. Doveva fare una lunga chiacchierata con suo figlio. Il giorno dopo il tentativo di rapina ai danni della signorina Solimana – mercoledì 8 settembre – era una settimana tonda da quando la signora Andreani aveva rinchiuso sua figlia a dieta ferrea. Contrariamente alle previsioni, Pagnottina non si era mai lamentata. Quando a mezzogiorno e venti la macellaia rientrò dal lavoro, senza nemmeno togliersi il grembiule, andò dritto nella camera di sua figlia. Era curiosa di vedere i risultati. Aprì la porta. Pagnottina era seduta sulla sponda del letto. “Alzati”. Pagnottina si alzò. A prima vista non si vedeva nessuna differenza, ma in quella massa amorfa chi poteva notare qualcosa? “Dai! Vieni che andiamo a pesarci”. Pagnottina la seguì fino al magazzino strascicando i piedi. Sua figlia aveva il dono d’irritarla, questa volta la ignorò. Non voleva rovinarsi la giornata. Da quando aveva saputo che Reinoso era stato portato via dalla polizia il suo umore era ottimo: mai più quel negro rognoso fra i piedi. Arrivarono al magazzino. Pagnottina salì sulla bilancia. La signora Andreani iniziò a trafficare con il peso. Non era una bilancia precisissima, era una bilancia a bascula per pesare i sacchi. Sacchi di mais, di patate, di quel che vuoi, ma non per pesare le persone, anche se sua figlia assomigliava di più a un sacco di patate che a una donna. Provò il peso al numero settanta. Niente. Lo sapeva già, sua figlia si avvicinava piuttosto agli ottanta. Iniziò a spostare il peso. Settantasei. Niente. Quando arrivò a settantanove iniziò a sentirsi le guance calde. Ottanta. Niente. La bascula rimase ferma al numero ottantadue ottantadue! Dopo una settimana di dieta sua figlia non aveva perso un grammo, in compenso ne aveva acquisiti duemila. Secondo le sue conoscenze tecniche, duemila grammi equivalgono a due chili. La settimana scorsa, la prova del cappotto era saltata perché aveva preso tre chili, se la matematica non era un’opinione, adesso di chili in più ne aveva cinque. “Che cosa ho fatto io nella vita per meritarmi questo, vuoi dirmelo stronza che non sei altro?”. Pagnottina rimase tranquilla guardando le travi del tetto. Non aveva intenzione di rispondere, se la vacca voleva picchiarla che la picchiasse vedrai fra un po’ che bella sorpresa ti aspetta “Chi ti ha dato cibo di nascosto? Vuoi dirmelo pezzo di rinoceronte?”. Silenzio. calmati María Angélica non permettere che questa stronza ti rovini la vita “Sai che nemmeno oggi potremmo andare dalla sarta?”. Silenzio. “Bene. Sai cosa faccio? Ti chiudo di nuovo in camera. Non uscirai nemmeno per andare in bagno. Piscerai e deporrai nello stesso vaso”. Pagnottina si limitò a rispondere: “Non rompere” e con la solita sbuffata. Come risposta ricevette due schiaffi: uno con il palmo, l’altro con il rovescio. “Adesso seguimi, questa volta non mi fotti”. Pagnottina la seguì verso casa massaggiandosi le guance stai tranquilla che ti fotto lo stesso La signora Andreani chiuse sua figlia a chiave, per quanto lo avesse già fatto mercoledì scorso, poi tornò nel magazzino. Cinque minuti dopo, aveva parte del necessario. Rientrò in casa. Andò in camera, mise una sedia contro l’armadio. Con non poca fatica ci salì sopra. Doveva esserci un rotolo di carta da pacchi eccolo! Scese facendo attenzione a non cadere. Andò fino alla scrivania del salotto, prese un vasetto di colla del primo cassetto. Era un po’ secca, ma poteva andare. Per il resto Doveva aspettare il pomeriggio che arrivasse quello stronzo. Era sicura che il garzone c’entrasse in quella storia. Dalla rabbia mangiò malissimo. Sua figlia l’aveva lasciata a digiuno. Quella in corpo ne aveva riserve di cibo per un mese. Alle quattro spaccate uscì nel cortile: “Miguel Angel!”. “Mi dica signora Andreani”, scattò il garzone. “Prendi questo e seguimi”. Il garzone prese al volo la catena e il lucchetto che la padrona gli aveva lanciato prima che gli finissero in piena faccia che cavolo le prende a questa? Si fermarono davanti alla finestra della camera di Pagnottina. “Lega le persiane con questa catenella e metti il lucchetto”. Il garzone lavorava senza chiedere niente. “Ecco fatto signora”. “Dammi la chiave”. Il garzone le consegnò la chiave. “Mi scusi signora se mi permetto... ”. “Prego”. “Secondo me, se viene un ladro taglia questa catenella come niente”. “Se viene un ladro e taglia questa catenella come niente, tu perdi il lavoro, ti denuncio e vai in galera”. Poi gli consegnò la carta da pacchi e la colla: “Adesso incolla tutto attorno alle persiane, appiccica questo foglio di carta in modo che non si possa nemmeno infilare una fetta di mortadella. Capito? Incolla bene che non lo porti via il vento”. “E se piove signora Andreani?”. “Se piove ti fai una sega, dai muoviti!” sarai furbo ma te ne manca ancora Poi andò a bussare nella cucina di Tiko. Sentì il vecchio che si avvicinava trascinando la gamba. “Buongiorno signora Andreani, come va?”. “Di merda, ascolti Tiko, devo chiederle un favore. Se per caso vedesse qualcuno, mio marito incluso, che porta da mangiare a mia figlia, me lo faccia sapere. Intesi?”. “Ma certo signora Andreani. Stia tranquilla” io non faccio la spia di nessuno sei la mia locataria mica la mia padrona “Ah! Mi dimenticavo, se per caso fa il furbo, dico a mio marito della toppa, arrivederci”. La notizia del tentato furto da parte di Reinoso ai danni delle povere sorelle Paganini provocò diverse reazioni fra gli abitanti del paese. Tiko, che viveva dietro la toppa aspettando di veder comparire di nuovo la merciaia, si capisce che dopo l’accaduto non sarebbe più uscita all’alba da sola, era un tantino giù. Alla futura sposa, il fatto non fece né caldo né freddo. Lei viveva aspettando la domenica per ricevere il futuro sposo in salotto e per il giorno del matrimonio, ne mancavano ancora due di domeniche. Tanto la signora Andreani era contenta perché finalmente si era tolta Reinoso dai piedi, tanto il garzone della macelleria era seccato. Non per la sorte di Reinoso, a lui di quel negro lercio non gliene fregava niente. La sua seccatura riguardava la merciaia. Quella puttana rizzacazzi lo aveva lasciato imbestialito. Gliela aveva fatto luccicare regalandogli un bacio con tanto di lingua fino alle tonsille, per poi telefonare al signor Andreani, dicendogli addirittura che lui aveva cercato di violentarla. Glielo aveva confidato Tiko, in segreto. Lo aveva saputo dallo stesso macellaio, così gli disse. A questo punto si era fatto un piano ben preciso: sbattere davanti e dietro quella troia puntandole un coltello alla gola, ma ecco che quel negro deficiente aveva avuto l’idea di andare a rubare proprio dalla merciaia. Il poliziotto del paese stava tutto il giorno attorno al negozio, faceva anche il giro della casa e, la sera, quella stronza si sprangava dentro perché aveva paura. Certo che alla fine il poliziotto se ne sarebbe andato, quella non era il Presidente della Repubblica, ma al minimo rumore sconosciuto avrebbe telefonato alla polizia. Era meglio se la togliesse dalla testa. Solo che un conto è dire, un altro fare. Non è facile togliersi dalla testa quelle due tette da sballo. In più – la cosa peggiore – aveva fatto una figura di merda con il padrone. Riguardo al padrone, lui ne aveva dei piani ben precisi. Non poteva rischiare di mandare tutto a monte, quindi: quando gli veniva in mente la merciaia e l’uccello si metteva a disturbare se lo doveva prendere a schiaffi. Che lui stesse sui coglioni al macellaio, lo sapeva da sempre, ma dopo la telefonata di quella puttana lo guardava ancora più storto guarda storto che ti fotterò lo stesso, so io come Il più sconvolto di tutti per i fatti accaduti fu, però, Pepincito. Aveva cercato con tutti i mezzi, senza riuscirci, d’impedire che sua madre uscisse per denunciare Reinoso senza riuscirci, così era rimasto a friggere nel letto aspettando che lei tornasse con chissà quale notizia. Si aspettava il peggio e non aveva scartato l’idea di uccidersi. Ma come? Se già per farsi andar via la memoria con una martellata sulla testa non ce l’aveva fatta, figuriamoci uccidersi, poi non sopportava il dolore. Per il momento aveva deciso di non uccidersi. Era a letto, assalito da questi brutti pensieri, quando si ricordò della borsa con il grembiule sporco. L’aveva lasciata nello sgabuzzino quando era andato a cercare un oggetto contundente per colpire – sperando di ammazzare – la signorina Solimana. Si alzò di scatto, andò a prendere la borsa e la lasciò fuori, vicino alla porta in modo che sua madre pensasse che l’aveva buttata per terra quando era arrivato di corsa. Poi si ricordò del cane scemo, magari gliela prendeva e veniva fuori un casino. Di casini ne aveva già abbastanza. La mise per terra vicino alla porta, ma dentro casa. Tornò a letto. Chissà cosa stava succedendo in quello stesso momento dalla signorina Solimana. Dio gli aveva mandato l’idea giusta proprio mentre, con Reinoso, vedeva dietro il vetro la scema che mangiava. Strano, perché ultimamente Dio sembrava sordo. Fatto sta che Dio gli aveva fatto capire che ormai il problema non era più quello di uccidere la signorina Solimana, ma non farsi vedere da lei. Così, quando Reinoso lo aveva lasciato per andarsi a piazzare vicino alla porta del negozio, invece di contare fino a cinquanta, si era messo a correre come un disperato senza guardare indietro fin quando non raggiunse la sala cucito. Come fossero andate le cose, lo avrebbe saputo appena sua madre fosse tornata. Manco a farlo apposta, sentì aprire la porta dell’ingresso. Il cuore iniziò a pulsare forte, i battiti gli rimbombavano nelle orecchie. S’imbacuccò nelle coperte fino agli occhi, fece finta di dormire. Sentì sua madre entrare nella stanza, poi uscirne. Prima o dopo doveva affrontarla, meglio dopo. Invece fu prima, per la precisione venti secondi dopo, quando tornò in punta di piedi e lo beccò con gli occhi spalancati. “Ahhh! Ci siamo svegliati!”. Pepincito cercò di assumere l’aria più addormentata che poteva. Sua madre non sembrava convinta. “Sei un indovino sai? È stato proprio Reinoso a voler derubare la merciaia”. Pepincito si rilassò, la mamma si era bevuta la storia del suo intuito. Si agitò alla seconda demanda: “Tu non c’entri niente in questa storia?”. A Pepincito non piacque quel tono di voce e nemmeno lo sguardo. “No”. “Se tu non centri, vuoi dirmi cosa significa questo?”. Pepincito vide che sua madre si portava la mano alla tasca destra e tirava fuori qualcosa il pestello! Era la fine. Chiese aiuto al suo cervello, lo trovò vuoto e silenzioso. Dio lo aveva abbandonato di nuovo. “Sai chi me l’ha dato?”. Pepincito tentò di rispondere, la voce era sparita. Fece di no con la testa. “La merciaia”. La signorina Solimana sapeva! Per farglielo capire gli aveva restituito il pestello dandolo a sua madre ma cosa sapeva? Lei lo aveva avvertito: ‘Se parli ti taglio la gola’, se in più sapeva che era stato lui a mandare Reinoso per ucciderla e derubarla, non voleva pensare cosa gli avrebbe fatto. All’improvviso sua madre incominciò a ondeggiare. I tratti del viso si deformavano, era orribile, poi l’immagine di sua madre iniziò a sbiadirsi, stava scomparendo... La mamma lo stava scrollandolo per svegliando. Avrebbe fatto tardi a scuola, la maestra si sarebbe arrabbiata, ma perché sua madre aveva quella faccia spaventata? “Mi alzo subito mamma”. “Ma stai lì”. Sua madre aveva perso il lume della ragione? Lo svegliava a spintoni poi voleva che continuasse a dormire… “Cosa ti è successo? Sei svenuto. Madonna santa che spavento!”. All’improvviso Pepincito si ricordò di sua madre che ondeggiava, poi guardò il pestello. La signora Fernández vide che suo figlio incominciava ad assumere la solita espressione da pazzo. “Pepincito non aver paura, se mi racconti tutto non ti picchio”. Che sua madre lo picchiasse era il meno. La cannibale gli aveva mandato il pestello per ricordargli che era nelle sue mani. Dire la verità era escluso. Nessuno avrebbe creduto che la signorina Solimana fosse una cannibale a cominciare da sua madre, che sarebbe andata subito a dire al pazzo Echeverry di non dargli più i fumetti. L’unica era chiudersi in casa per sempre, però come faceva se doveva andare a scuola e dalla vedova Manchú? Altrimenti poteva suicidarsi, ma il dolore non lo sopportava quindi non pens... “Pepincito! Mi stai ascoltando? Ti ho detto che se mi racconti tutto non ti picchio”. Pepincito tornò alla realtà. Non ne poteva più di tutta quella faccenda, doveva dare una spiegazione a sua madre: “Mamma, vuoi sapere la verità?”. “Certo amore”. “Reinoso voleva che lo accompagnassi a rapinare la signorina Solimana. Io non volevo, per quello mi ha picchiato, poi sono riuscito a scappare”. Notò che sua madre lo guardava con tenerezza. Che bello era essere guardato così dalla mamma. Da quanto tempo che non lo guardava in quel modo? Non lo guardava così da quando lui aveva scoperto la cannibale. Poi erano iniziati gli incubi, i pianti notturni e via dicendo. Lo sguardo tenero durò poco: “E come mai il mio pestello è finito dalla merciaia?”. Come mai il pestello era finito dalla merciaia? “Quando sono scappato, Reinoso mi ha inseguito fino a casa, si vede che appena sono entrato si è infilato nello sgabuzzino e l’ha preso”. “E come mai il cane non ha abbaiato?”. Come mai il cane non aveva abbaiato? “Il cane non c’era, se lo sarà portato papà”. “Figurati se tuo padre si porta dietro quel cane deficiente. Sarà scappato. Dovrò legarlo altrimenti finisce che qualcuno gli dà il boccone”. La signora Fernández guardò suo figlio con tenerezza, si avvicinò e lo baciò sulla fronte. Pepincito sentì un dolce calore scorrergli per le vene. Poi sua madre lo fissò preoccupata adesso cosa c’è? “Ti ha visto qualcuno?”. “Non credo”. “Bene. Facciamo così, se qualcuno ti chiede qualcosa di tutta questa storia, tu non ne sai niente, capito?”. “Va bene mamma”. Sua madre sparì nella sala cucito. L’aveva convinta. Doveva essere contento, invece no: la cannibale non era morta, in più c’era Reinoso. Aveva parlato? Che cosa aveva detto? Se aveva raccontato alla polizia che era stato lui l’ideatore del piano per derubare e ammazzare la signorina Solimana, lo avrebbero accusato di essere il mandante del tentato furto con scasso e dell’omicidio volontario, così anche lui sarebbe finito nel riformatorio. Sua madre aveva ragione: che vita di merda! La premeditazione da parte del minore – per quanto avesse dichiarato che era stata la donna a farlo entrate offrendogli della torta alla panna e al cioccolato – fu confermata dal fatto che nelle tasche della sua giacca sono stati trovati un coltello e un pestello di pietra, portati sicuramente con l’intenzione di aggredire la commerciante, nel caso avesse opposto resistenza. Date le circostanze – il ladro è un minorenne – il caso è stato trasmesso ai Magistrati per la tutela dei Minorenni di M. La signora Andreani finì di leggere, si tolse gli occhiali, poi guardò suo marito: “Cosa vuoi che ti dica, per me in questa storia c’entra anche quello scemo di Pepincito”. “Perché?”. “Considerando certi particolari: il giorno prima, Pepincito e Reinoso stavano confabulando nel campo di calcio. Poi sono andati via assieme. Il giorno dopo, nessuno dei due è venuto a scuola. La sarta ha detto che il figlio era partito per andar a scuola, ma è tornato indietro con il labbro sanguinante: era caduto in una pozzanghera. Io mi chiedo: il labbro chi glielo ha spaccato? La pozzanghera? “Comunque va bene così, ormai Reinoso è sistemato, te lo dico io, almeno fino a ventuno anni”. Io sto zitta. Se parlo, magari viene fuori che quello è innocente e me lo ritrovo di nuovo fra i piedi”. Sabato 11 settembre, Pagnottina era isolata dal mondo esterno da tre giorni, questa volta sul serio. Sentiva un buco spaventoso nello stomaco, le faceva un male insopportabile. I primi due giorni era rimasta a pancia in giù, per evitare di deporre in camera. Non ce l’aveva fatta. Aveva deposto più di un chilo. Pazienza. Anzi meglio, così la vacca sentiva la puzza quando entrava per portarle da mangiare. Da mangiare poi... Prima di andare a scuola le lasciava due fette di pane bruciacchiato con una tazza di tè senza zucchero. Il pranzo si limitava a due carote bollite scondite e una bistecchina piccola piccola, le riempiva solo una carie. Per merenda tè amaro con due tostadas, ma umide perché erano quelle avanzate dal mattino. Per cena un piatto di minestra, una mela e ciao. Tutto lì. Con la vacca in agguato, il babbo e Miguel Ángel non avevano potuto portarle niente di nascosto. In più la vacca voleva che facesse ginnastica e studiasse per gli esami arretrati. L’unica ginnastica che aveva fatto finora era scoreggiare. Di dimagrire non gliene fregava niente, Miguel Ángel la voleva così com’era. E se uno come Miguel Ángel – che glielo avrebbero invidiato tutte le sue ex compagne del liceo, comprese quelle stronze di suore – la voleva così com’era: vaffanculo la vacca e le sue diete dal cazzo! All’inizio aveva avuto paura di rimanere incinta ma Miguel Ángel le diceva: “Che bello un pagnottino tutto nostro, se rimani incinta ti sposo”, quindi a lei, di diventare avvocatessa come voleva la vacca, non gliene fregava niente avvocatessa io? vacca: vaf-fan-cu-lo! “Ho fameee, aprite questo cazzo di portaaa!!!” aveva urlato Pagnottina squarciando il silenzio e svegliando suo padre all’una di notte. Il signor Andreani percepì quel grido come una lama in pieno petto. La sua Pagnottina stava soffrendo non ce la faccio più Sua moglie russava, si sedette sulla sponda del letto e cercò le pantofole con il piede, non le trovò. Si alzò scalzo. Iniziò a muoversi piano piano, non doveva inciampare nei mobili. Prima un piede, poi l’altro. Dopo un secolo arrivò fino alla sedia, dove sua moglie appendeva la vestaglia: larga, sporca, piena di buchi, adesso notava dettagli mai notati prima ecco una tasca niente vediamo nell’altra “Inutile che cerci, la chiave ce l’ho sotto il cuscino, vieni a letto. Quella, ancora un giorno e non sente più la fame” gli disse sua moglie prima di riprendere a russare. Non le rispose. Tornò a letto. Decise di tradirla con la signorina Solimana senza rimorsi. Poi pensò alla sua Pagnottina. Una lacrima calda e lenta gli scivolò giù per le guance. Era sbagliato supporre che Pagnottina – dopo un altro po’ di tempo – non avrebbe sentito più la fame. Pagnottina continuò a sentirla fino all’ultimo minuto dell’ultimo giorno in cui rimase in cattività. Orrende punture le trafiggevano le viscere tanto da farla piangere. Aveva pregato intensamente che la vacca morisse. Col cibo, suo padre e il suo amore, lei non aveva bisogno d’altro. Nonostante le preghiere di sua figlia, la signora Andreani non morì. Mercoledì 15 settembre, tornata da scuola, la prima cosa che fece fu andare a liberare sua figlia – dopo una settimana di cibo razionato e d’isolamento – la seconda aprire la porta, la terza vomitare. Se non si fosse ingozzata con due enormi porzioni della torta che aveva portato Rodríguez in classe per festeggiare il suo compleanno, forse non avrebbe avuto bisogno di rigettare proprio davanti alla porta. Pagnottina guardò sua madre, le diede uno spintone, la fece cadere e la scavalcò. Poi partì come un razzo verso la cucina. Arrivò nel preciso momento in cui la povera Marta stava finendo di friggere la quattordicesima e ultima scaloppina, mentre il signor Andreani, grazie all’assenza di sua figlia, si stava godendo il sofà per la prima volta da quando lo aveva comprato, cinque anni prima. Pagnottina lanciò uno sguardo panoramico alla cucina: il vassoio con le scaloppine era troppo lontano. “Pagnottina che puzza!” disse il signor Andreani. Pagnottina non lo vide neppure, gli passò davanti pestandogli i piedi per poi gettarsi sulla ghiacciaia – una delle quattro che c’erano in paese, inclusa quella della macelleria – e afferrare il commestibile più vicino: un grosso sanguinaccio lungo venti centimetri. Iniziò a mordere senza perder tempo a respirare. Mordeva e inghiottiva, inghiottiva e mordeva, fino a quando non fu assalita contemporaneamente da un attacco di tosse, rutti e singhiozzi. Con gli occhi fuori dalle orbite e la faccia viola, prima di strozzarsi, acchiappò la caraffa d’acqua che c’era sul tavolo: tre lunghi sorsi e riprese a respirare. Superata la crisi, buttò al suolo il resto del sanguinaccio, fissò lo sguardo sulle scaloppine: “Spostati serva” disse alla povera Marta, che non fece in tempo e cadde per terra. Afferrato il vassoio, Pagnottina scavalcò il corpo della povera Marta e sparì nel cortile. Entrò nella cucina di Tiko senza bussare. Il pensionato, che si era tolto la dentiera perché gli faceva male, scappò di corsa in camera. Dovutamente seduta e con il vassoio sistemato sulle ginocchia, Pagnottina iniziò a mangiare le scaloppine a morsi. Tre bocconi per ognuna, con quarantadue deglutizioni in sei minuti e mezzo, si fece fuori le quattordici scaloppine. Intanto, Tiko era tornato in cucina con la dentiera in sede e contemplava esterrefatto una Pagnottina tutta unta e che puzzava come un maiale. Dopo un portentoso rutto che fece alzare da dieci centimetri il tovagliolo che copriva toppa, Pagnottina sparì senza dire crepa, lasciando la porta spalancata e il vassoio vuoto sulla sedia. Appena la signora Andreani smise di vomitare corse in cucina. “Dov’è?”. “È scappata nel cortile con le scaloppine, adesso cosa faccio io signora?” le chiese la povera Marta. “Ma prendi un po’ di bistecche dalla macelleria” le rispose guardandosi in giro come cercando qualcosa ecco il mattarello! Mattarello in mano e sguardo inviperito, la signora Andreani uscì nel cortile mentre sua figlia stava tornado verso casa. Vedendo arrivare sua madre con il mattarello, Pagnottina si fermò di botto. Adesso fu lei a guardare in giro. Il rastrello appoggiato al muro poteva andare. Fece tre passi tenendo d’occhio sua madre. “Che cosa pensi di fare con quel rastrello?”. “La stessa cosa che pensi fare tu col mattarello”. “Va bene, molla il rastrello, io mollo il mattarello”. Pagnottina rimase in attesa finché sua madre non posò il matterello per terra. “Spingilo via col piede, se no non vengo”. La signora Andreani gli diede un calcio, il mattarello rotolò in mezzo al cortile: “Dai! Adesso vieni che andiamo a pesarci”. “Pesarci? Vorrai dire pesarmi, perché in vita mia non ti ho mai vista salire su una bilancia”. La signora Andreani non le rispose, lei il marito lo aveva già trovato. Si affacciò in casa: “Pulisci quel porcile” urlò alla povera Marta, alludendo alla camera di sua figlia. “Ben detto signora! Il porcile è dove vivono le porche” rispose la povera Marta, vendicandosi dell’assalto alle scaloppine. “Stai zitta negra rognosa” ribatté Pagnottina che l’aveva sentita. “La volete finire!” urlò ancora più forte la signora Andreani. Rivolgendosi a sua figlia: “Dai! Vieni a pesarti. Poi ti farai un bel bagno perché puzzi come un maiale. Dopopranzo dobbiamo andare dalla sarta per la prova di quel fottutissimo cappotto”. Pagnottina era più docile con la pancia piena. Seguì sua madre verso il magazzino. Non ce la fece ad arrivare, tre metri prima vomitò nove scaloppine all’incirca. Meglio, così pesa di meno, pensò la signora Andreani facendola salire sulla bilancia, mentre teneva la testa il più lontano possibile da sua figlia. Aveva perso quattro chili. Facendo i conti, dall’ultima prova era ingrassata di un chilo, se la sarta aveva smontato il cappotto per allargare le cuciture… forse ci siamo. “Bene. Adesso vai a lavarti”. “E quando mangio?”. “Vuoi che ti richiuda per un’altra settimana?”. Dopo la solita sbuffata, Pagnottina seguì sua madre trascinando i piedi. “Sporca negra, scaldami l’acqua” disse alla povera Marta entrando in cucina. “Le porche non hanno bisogno di lavarsi” le rispose la povera Marta. “Smettetela per Dio!” tagliò corto il signor Andreani, alzando la voce per la prima volta in vita sua. Ormai si era rotto delle donne di casa. Decise di non aspettare che la povera Marta preparasse le bistecche. Lui doveva fare la sua passeggiata, magari oggi era la volta buona e la signorina Solimana lo invitava a prendere un caffè. Andò fino alla ghiacciaia, prese anche lui un sanguinaccio, un po’ di pane dalla credenza e un bicchiere di vino io mangio Da una settima usciva tutti i giorni dopo pranzo. “Ho bisogno di fare due passi perché sto iniziando a ingrassare” aveva detto la prima volta a sua moglie e ciao arrivederci. Sì, ormai le cose stavano così. La signorina Solimana gli era entrata nel sangue, nel cervello, nel cuore e cinquanta centimetri più giù. Non era più venuta a prendere la carne, gliela portava sempre il garzone. Doveva lasciarla nel davanzale della finestra perché da quando quello schifoso aveva cercato di metterle le mani addosso, la signorina Solimana non lo poteva più vedere. L’opportunità della sua vita – persa come un coglione – l’aveva avuta quella mattina che lei era venuta in macelleria. Gli aveva accarezzato la mano quando prendeva il resto, guardandolo in modo tale che – solo a pensarci – entrava in ebollizione. Se quella mattina non fosse stato così imbecille, magari lei lo avrebbe ricevuto in casa sua. Quando passava per andare al mattatoio, per esempio. Sarebbe stata l’ora giusta. A sua moglie continuava a volerle bene – era sua moglie e la madre di Pagnottina – ma non poteva dimenticare lo sguardo della signorina Solimana. Non riusciva a prendere sonno la notte, durante il giorno la pensava continuamente. La signora Fernández era nella sala cucito a sbrigare il lavoro. La gente faceva sempre i suoi comodi. La macellaia e sua figlia, per dirne una. Erano passati quindici giorni dall’ultima prova, per il matrimonio ne mancano solo dieci, e non si erano ancora fatte vive. Nemmeno lui era venuto per dirle qualcosa, malgrado passasse tutti i giorni dopo pranzo. Da una settimana per la precisione. Era una novità. Non lo aveva mai fatto prima. Quando usciva, prendeva la direzione opposta a casa sua, faceva il giro e tornava dalla stradina che passava dietro le case. Ci aveva messo due giorni per capirlo. Adesso, quando lui passava dietro il cortile, lei faceva finta di star dando da mangiare al cane. Non alzava mai la testa e sembrava impensierito. Che non si fosse accorto della sua presenza? Appena lo vedeva sparire dietro l’angolo correva a nascondersi dietro le tende di tulle, così poteva guardarlo tranquilla quando passava davanti casa. Da una parte le piaceva vederlo tutti i giorni, da un’altra la intristiva, in questo modo non sarebbe mai riuscita a toglierselo dalla testa e se col pretesto che manca poco per il matrimonio approfitto per chiedergli della ragazza? faccio finta di star aggiustando le piante della finestra e gli offro un caffè? La signora Fernández corse in bagno. Si guardò allo specchio. Poteva andare, comunque non aveva tempo di cambiarsi, magari lui non sarebbe nemmeno entrato. Aprì l’armadietto e si mise due gocce di profumo al lillà. Era l’ora. Andò nel retro e sbirciò dallo spioncino della porta. Un minuto dopo, lui passava guardando per terra. Corse fino all’ingresso, aprì la porta, uscì in strada. Si mise a far finta di star sistemando le piante. C’era già qualche germoglio eccolo che arriva “Buongiorno signor Andreani”. Era tornata a dargli del lei. Il signor Andreani alzò la testa mi mancava solo l’appiccicosa “Buongiorno”. “Sa dirmi qualcosa della ragazza?”. “Tipo?”. “Tipo quando verrà a provarsi il cappotto perché il tempo passa”. “Credo che venga proprio oggi” rispose lui senza fermarsi. “Grazie signor Andreani”. “Non c’è di che”. Lo vide andare avanti ed entrare in casa. Anche lei, con un nodo alla gola, entrò nella sua. Che vita di merda! Mezz’ora dopo, la macellaia bussava alla porta. Le aveva viste varcare il cancello, madre e figlia con faccia da culo entrambe. La signora Fernández andò ad aprire. “Buongiorno signora Andreani, come va il raffreddore della ragazza?” chiese, facendo finta d’ignorare che l’avevano tenuta rinchiusa per una settimana, anzi due, perché la prima non era servito a niente. Da lei venivano le clienti, si fanno due parole e le cose si sanno. “Bene grazie” rispose la madre. La figlia non si prese neanche il disturbo di salutare. “Accomodatevi prego”. Questa volta il cappotto di Pagnottina risultò giusto, nel senso che le stava proprio giusto giusto. Poteva reggere ancora un etto, al massimo due, niente di più. “Speriamo che il giorno del matrimonio non faccia freddo. Questo tessuto non sarà troppo leggero?” disse la macellaia come rivolgendosi a se stessa. con la copertura di lardo che c’ha tua figlia non lo sente mica il freddo “Speriamo in bene” rispose la sarta. Poi, con una smorfia – sembrava annusasse uova marce – la cliente concluse: “Cosa vuole che le dica signora Fernández, qua sul seno non mi convince. Puoi stare un po’ dritta per Dio” disse a Pagnottina, che sbuffò e rimase dritta per quattro secondi e mezzo. di nuovo col seno! non ce la faccio più “Mi dica lei cosa devo fare?”. La signora Fernández sentì una voglia improvvisa d’infilare l’ago che aveva in mano nell’iride della macellaia. “Io sono maestra, mica sarta”. e tua figlia è una balena mica una donna “Posso ancora allargare un pochino di qua, ma poco poco”. “Veda lei”. “E va bene. Allarghiamo un pochino ancora, solo che a questo punto non ce la facciamo per un’altra prova, ho troppo lavoro”. “Mi dispiace, ma non è un mio problema”. Quando è troppo, è troppo: “Mi scusi se mi permetto, ma se sua figlia cambia misura a ogni prova, non è nemmeno un mio problema”. La signora Andreani stava per rispondere, ci pensò meglio: “Va bene. Allarghi quel pochino e finiamola con questa storia. Dai cara, togliteli il cappotto che andiamo”. Cara, facendo ruotate la mano con l’indice e il pollice a novanta gradi, disse: “Oggi niente torta?”. “Tesoooro... non sapevo che oggi venivate. Sarà per la prossima volta”. La signora Fernández accompagnò madre e figlia fino all’ingresso, le salutò e chiuse la porta. Non sospettava che con le Andreani non ci sarebbe mai più stata una prossima volta. Era l’ottavo giorno che il signor Andreani usciva dopo pranzo per fare la sua passeggiata. Sempre la stessa. Era l’unica. Al massimo poteva percorrerla al contrario. Andava fino al negozio della signorina Solimana, faceva il giro, passava dietro casa sua e ritornava per la stradina secondaria. Come tutti i giorni, prima d’imboccare la stradina, vide il cacciatore con il fucile a tracolla. Quando passò davanti al cortile della signorina Solimana, guardò verso la casa. Guardava tutti i giorni. Non la vedeva mai. Oggi però le tende erano scostate, dietro c’era qualcuno… è lei! La signorina Solimana lo stava guardando. Rallentò. Lei si stava portando la mano alla bocca e... gli mandava un bacio! Si fermò di colpo, poi – senza sapere il perché – girò lo sguardo: il cacciatore era fermo in mezzo ai campi e lo stava fissando. Perché lo guardava? sarà per la storia del cappotto Di nuovo senza sapere il perché, riprese a camminare. Era sconvolto. Camminava senza vedere niente, solo quella mano che gli aveva mandato un bacio. Tranne la tentata rapina al negozio delle sorelle Paganini e la settimana che Pagnottina passò rinchiusa in camera, a Palo Santo non accadde niente di sconvolgente fino al giorno del matrimonio. C’era solo quell’agitazione che precede un simile evento, specie in un paese così piccolo. Molti lo aspettavano ansiosi per sfoggiare il vestito nuovo. Altri perché avrebbero mangiato molto e, finalmente, qualcosa di diverso dal solito. Altri ancora – e tanti – perché ci sarebbe stato materiale di pettegolezzo. I più felici, quelli che avrebbero potuto fare le tre cose assieme. Niente lasciava prevedere che da lì a poco si sarebbe scatenata la tragedia. Finalmente arrivò il 25 settembre, giorno del matrimonio. La signora Fernández aveva finito il cappotto di Pagnottina. Non c’era stato il tempo per un’ultima prova. Le cuciture, quel poco che si potevano spostare, lei le aveva spostate. Era venuto il garzone a prendere il cappotto: “La signora è troppo indaffarata”. Meno male, anche lei era indaffarata con il vestito della moglie del capostazione, infatti, glielo avrebbe consegnato proprio la mattina del matrimonio. Non faceva freddo, ma nemmeno quel caldo inatteso che avrebbe costretto a rimpiazzare il vestito fatto apposta, con un altro già visto, quindi era la temperatura ideale per il cappotto di Pagnottina… se Pagnottina avesse potuto indossarlo. Purtroppo non accadde. Non accadde perché – come si potrebbe presumere – Pagnottina avesse esagerato con il cibo. Sanguinaccio e scaloppine l’avevano costretta a deporre per tre giorni di fila e aveva perso altri due chili. Li aveva recuperati, ma al momento dell’evento pesava come quando aveva fatto l’ultima prova. Considerando lo spostamento delle cuciture, tutto doveva quadrare. Invece non quadrava. Non quadrava perché la signora Andreani continuava a trovare che il cappotto evidenziava troppo il seno di sua figlia. “Gliel’ho detto a quella, ma è dura, invece di fare la sarta doveva far la sguattera” aveva urlato con le finestre spalancate, per quanto non fosse ancora il tempo di spalancare le finestre. La signora Fernández – inguaiatissima con il vestito della moglie del capostazione – aveva sentito soltanto le parole ‘sarta’ e ‘sguattera’. Potevano essere collegate, o forse no. Chiamò Pepincito, era seduto nel gradino della porta di casa, lì avrebbe dovuto per forza sentire la frase completa. Invece, Pepincito non aveva sentito niente. Pepincito non sentiva né vedeva niente oltre il suo mondo d’incubi continui. Le lamentele della macellaia-maestra sarebbero continuate anche dopo il matrimonio. Nessuno sospettava come sarebbero finite. Il matrimonio vero e proprio andò benissimo. Vestito, trucco e pettinatura della sposa, furono irreprensibili sotto ogni aspetto, e la sua bellezza era così prorompente da oscurare – come tradizione vuole – l’attraente marito. Comunque anche lui fece la sua bella figura. A Palo Santo non c’erano né il municipio né la chiesa: le cerimonie – civile e religiosa – furono celebrate a P. I poveracci non erano presenti. Né loro, né i loro amici, e nemmeno i loro parenti, possedevano la macchina per andarci. In ogni modo non si porsero il problema perché – ovviamente – non furono invitati. La chiesa era ben addobbata, con tanto di organo e Ave María da strappare le lacrime (fatta eccezione per il signor Fernández, distratto dalla troia, che non vedeva da quando lo aveva sbattuto fuori di casa con il tigrotto arrabbiato nero). La festa si svolse nel salone da ballo del paese, riscaldato al punto giusto. È vero che incominciava la primavera, ma un improvviso colpo di freddo può rovinare qualsiasi digestione. Il cibo era buono e abbondante, saggia la distribuzione dei posti, equo il servizio dei camerieri – stesso trattamento per invitati importanti e meno improntati – e nemmeno i bambini parenti dalla sposa litigarono con i bambini parenti dello sposo. La famiglia Andreani – un aiuto di Dio per i credenti, del destino o del caso per il resto – era seduta lontano dalla famiglia Fernández, così la vista consumata della sarta non percepì le occhiate cariche di odio che le lanciava la macellaia. Pepincito passò una serata meravigliosa. Con tanta gente attorno si sentiva al riparo dai possibili morsi della cannibale. Oltre che da Pepincito, con una predisposizione molto diversa, la merciaia era tenuta d’occhio da tre uomini presenti alla festa. Il signor Andreani, oltre a lei, teneva d’occhio la sua Pagnottina, che stava ballando con il garzone, il secondo uomo che teneva d’occhio la signorina Solimana. Il garzone era un lontano parente dello sposo. A Palo Santo ormai, tutti stavano diventando parenti di tutti. Il terzo uomo che fissava senza tregua la merciaia era il signor Fernández, lavato e vestito per l’occasione, anche se per la verità, ormai si lavava sempre. Casomai il silenzio della troia fosse dovuto alla sua limitata igiene, si era dato all’acqua e al sapone. Dal canto suo, la signorina Solimana guardava pensierosa lo sposo, non ci aveva mai pensato, era un bellissimo uomo... Tranne i malati e i poveracci, l’unica persona del paese non presente al matrimonio fu la vedova Manchú. Da troppo tempo non parlava di persona con la gente, si sarebbe trovata spaesata, in più nelle feste si mangia e si beve in modo esagerato. Il suo stomaco in subbuglio – il giorno dopo – non sarebbe stato in grado di apprezzare le tostadas del mattino come si deve. Seguendo la tradizione, gli sposi lasciarono la festa alle due di notte. Partirono per il loro viaggio di nozze, destinazione: Mendoza. Gli invitati rimasero fino alle cinque, salvo la signorina Solimana, Marcantonia si era addormenta profondamente. Furono portate a casa dal signor Rodríguez, proprietario dell’automobile a noleggio, servizio a carico dello sposo. Del matrimonio, escluso il fatto che Pagnottina dovette portare un cappotto visto e rivisto da tutti, non c’è altro da aggiungere. Nei giorni successivi, a parte i soliti commenti sulla festa, un altro tema di conversazione iniziò a insinuarsi fra gli abitanti di Palo Santo: il cappotto malriuscito che la signora Fernández aveva fatto a Pagnottina, detta la figlia della macellaia. “Certo che con un corpo del genere non c’è cappotto che tenga” dicevano i seguaci della signora Fernández. “Se sei una brava sarta, a parte il fatto che la Fernández è una ladra patentata, devi saper cucire sia per grassi che per magri” dicevano i sostenitori della macellaia, simpatie guadagnate, questo va detto, grazie al bravo marito. Da quando la signora Fernández aveva sentito le parole ‘sarta’ e ‘sguattera’, non era più andata a prendere la carne. Si arrangiava con la selvaggina che portava a casa suo marito. Lei era figlia d’italiani, gringos allevati a erbaccia, dicevano gli argentini, ma lei se la cavava benissimo con la pasta, più la frutta e la verdura che le lasciava il fruttivendolo due volte alla settimana, quando passava con il camioncino. Il signor Andreani continuava a fare la sua passeggiata dopo pranzo, adesso quindici minuti più tardi. Certo che vederlo tutti i giorni non la aiutava a dimenticarlo. Pensare che all’inizio aveva creduto che passasse per lei. Invece, quando passava, non la degnava di uno sguardo. Il suo istinto femminile le diceva che le cose si stavano raffreddando, in più sapeva che la macellaia la criticava in giro. Quando lo aveva detto a suo marito, lui non le aveva neanche risposto, non sembrava far parte della famiglia. Per non parlare di tutto il resto, si lavava ogni giorno, usciva mattina e pomeriggio. Una volta faceva il riposino dopo pranzo. Adesso, con la pioggia o con il vento, usciva lo stesso. Magari si beccasse un fulmine in pieno petto. Non ora però, fino a quando non riprendesse i rapporti con il macellaio, la selvaggina serviva. C’erano ancora tantissimi barattoli di sottaceto nello sgabuzzino, peccato che a Pepincito i sottaceti non piacessero. Il signor Andreani non ne poteva più, né di sua moglie né di quel maledetto cappotto. Ormai i problemi di casa gli erano indifferenti. Tutto gli era indifferente da quando la signorina Solimana gli aveva mandato il bacio con la mano. Se non fosse per Pagnottina, avrebbe mollato tutto e se ne sarebbe andato con la signorina Solimana in un posto lontano, sempre che lei avesse voluto accompagnarlo. Qualcosa gli diceva che se non fosse per la sorella scema, lo avrebbe accompagnato. Aveva continuato a passare davanti alla sua casa, ma dal giorno del bacio non l’aveva più vista. Sarebbe bello un posto lontano con la signorina Solimana. Lui e lei... “Ma mi stai ascoltando?” disse la signora Andreani guardando suo marito. Invece di starle vicino, quell’imbecille sembrava lontano mille miglia. “Scusa... dicevi?”. “A cosa stavi pensando, vuoi dirmelo?”. “A niente, cosa vuoi che pensi”. “Dicevo che quella stronza fa finta di niente, malgrado sappia benissimo che la sto sputtanando con tutti. Perché secondo te?”. “E che ne so io”. Quanto sei stronza, pensava Tiko dietro la toppa. Ormai non si annoiava più. Tutte le mattine, prima di andare a scuola, la macellaia passava dal negozio a montare il marito. E tutte le mattine, alle otto meno dieci, lui si godeva lo spettacolo. La cicciona non aveva più accennato alla toppa, forse quella volta glielo aveva detto così per dire, poi si era dimenticata, comunque lui, la toppa non la chiudeva. “Vabbè. Io vado”. La signora Andreani si avviò verso la scuola con cinque minuti di ritardo. Ormai le mani della signora Fernández erano talmente esperte che cucivano da sole. Intanto lei andava avanti con i pensieri. Quando si pensa senza essere interrotti si può arrivare lontano. Lei era arrivata alla seguente conclusione: il lavoro lo aveva fatto bene. Non era colpa sua. Se aveva la coscienza a posto: perché doveva lasciare suo figlio senza le proteine della carne? Suo marito non avrebbe fatto niente, quindi era lei che doveva far qualcosa. Si alzò e andò in bagno. Che faccia da morta! Per forza. Stare sempre al chiuso le aveva regalato una pelle grigio perla da malata. Si spalmò un po’ di rossetto sulle guance. Si sciolse i capelli. Non si tolse gli occhiali, per uscire ci volevano. In paese c’era una che per uscire si toglieva gli occhiali, tutti la chiamavano la superba perché per strada non salutava nessuno. Un’ultima occhiata allo specchio adesso vedranno chi sono io! Tiko era andato in camera a prendere un fazzoletto. Quando vide passare la sarta a passo svelto che entrava nella macelleria, dimenticò il fazzoletto. Partì zoppicando verso la cucina e tolse il tovagliolo dalla toppa. Quasi mezzogiorno, dal macellaio non c’era nessuno. La signora Fernández entrò senza salutare. Decise di dargli del tu, prima perché lo amava, poi perché lo aveva già fatto quando lui era venuto per dirle che la figlia ingrassava colpa della moglie. Non era andata proprio così, ma il senso era quello. Poi lei lo aveva baciato e... basta! non ci devo pensare Prese coraggio. “Sono venuta a dirti questo: trovo ingiusto che tua moglie mi stia sputtanando in giro. Non doveva scegliere quel modello di cappotto per la ragazza, gliel’ho detto sin dall’inizio, ma lei non ha voluto ascoltarmi”. Il signor Andreani fu assalito da un profondo disgusto. Era stufo di tutta quella storia, era stufo di quella donna brutta e appiccicosa che lo inseguiva ovunque, era stufo anche di sua moglie, l’avrebbe mollata volentieri per scappare con la signorina Solimana, se fosse necessario, si sarebbe portata pure la scema. Lui e la signorina Solimana in un posto lontano... “Vuoi dirmi qualcosa invece di continuare a guardare il vuoto?”. La voce della sarta lo riportò alla realtà. Guardò quella donna insignificante con quei capelli sciolti che le stavano così male: “Perché non te ne vai a prendere la carne da qualcun altro?”. “Da qualcun altro?! Dimmi brutto stronzo succube: chi vende carne in questo paese di merda tranne te?”. Che cosa orribile stava accadendo? Lui non la amava né l’aveva mai amata. Nessuno che ti ama, almeno un pochino, ti caccia come un cane rognoso. “Lo dirò a mio marito!” urlò, poi si girò e, accecata dalle lacrime, andò a sbattere contro la moglie del muratore che stava entrando. Se per le due famiglie coinvolte nella faccenda del cappotto – non ancora diventata tragedia – furono giorni bui, per la vedova Manchi furono giorni felici come non ne viveva da parecchio tempo. Prima c’era stato il tentativo di rapina alla merciaia con le relative telefonate: “Gli sta bene a quel negro rognoso, così quella gentaglia impara” dicevano uni; “Colpa di quella sgualdrina, adesso quel poveraccio finirà nel riformatorio, dove uscirà peggio di prima” dicevano altri. Su questo non si sbagliavano. Reinoso sarebbe scappato dal riformatorio per ben quattordici volte. Alla quindicesima si sarebbe beccato una pallottola mentre scappava dopo aver rapinato una gioielleria. Fu trovato cadavere accasciato a terra con un sacchetto di bigiotteria presa per gioielli. Al povero Reinoso, i gioielli erano entrati nel sangue, erano diventati un’ossessione. Questo però, la vedova Manchú non lo avrebbe mai saputo. Accadde cinque anni dopo, quando ormai lei riposava in pace nel cimitero di P., stroncata da un infarto dovuto allo stress del mestiere. Tornando al presente, la cosa in assoluto più interessante erano state le telefonate fra i futuri sposi le ultime settimane che precedettero le nozze. Si faceva cenno alle domeniche trascorse insieme nel salotto della futura sposa. Telefonate che partivano dalla cabina pubblica di P. – il futuro sposo non era un abbonato – a metà mattinata. Dalla scioltezza della ragazza si poteva dedurre che il padre fosse al lavoro e la madre a far la spesa. Purtroppo queste accattivanti conversazioni cessarono con le nozze. Adesso, con la storia del cappotto c’erano telefonate in continuazione. Una mattina le si era persino bruciato il secondo giro di tostadas. Sembrava che la sarta fosse andata a minacciare il macellaio, forse per quello Pepincito era più nervoso del solito. Povero bambino, così sensibile... si lasciava coinvolgere troppo dalle storie altrui. Ad esempio, quando la polizia aveva arrestato quel ragazzaccio, Reinoso, era talmente agitato che non ne aveva azzeccato una con la spesa. Per combinazione si era fatto male, la madre era piombata all’improvviso per dirle che suo figlio non sarebbe venuto per qualche giorno. Quella rimbambita ci aveva messo una vita per capire che doveva parlarle dalla cabina, alzando semplicemente la cornetta. Così, era stata costretta a farsi portare il pane per le tostadas dal garzone. Al telefono era stata chiara: “Lasciare il pacco sul davanzale della finestra”. Se paghi, hai diritto di far quel che ti pare, perché doveva vestirsi, pettinarsi e tutto il resto, per ricevere uno stupido garzone che altrimenti avrebbe sbandierato in giro come stava invecchiando. Sì, quello era un bel periodo per la vedova Manchú, non immaginava che sarebbe diventato sempre più bello. Chissà perché quell’uomo la ispirava. Sapeva che passava per lei, ma se lei non avesse fatto la prima mossa, lui non l’avrebbe notata. Brava Solimana! Adesso passava tutti i pomeriggi dopo il cacciatore di selvaggina, che sembrava non aver perso le speranze. Prima quasi s’incrociavano, adesso il macellaio passava quindici minuti più tardi. Forse per evitarlo… Era un bell’uomo, il macellaio. Pulito nonostante il mestiere, di sguardo dolce, simpatico. Un debole diceva qualcuno, una vittima dicevano molti, un uomo buono dicevano tutti. Fisicamente le piaceva, era quasi sicura che uno così poteva farle vibrare qualche corda. Solimana chiuse gli occhi, si lasciò portare dai sui pensieri. Poi le venne in mente Marcantonia e il suo bel viso si rannuvolò. Povera sorellina! non ci devo pensare Guardò l’ora, mezzogiorno e mezzo. Doveva chiudere il negozio. Oggi poteva andar bene, lo aveva lasciato cuocere abbastanza. Uscì ad accostare le persiane, poi chiuse la porta a chiave. Andò in camera. Prese il flacone del sonnifero che teneva sul comodino accanto al letto. Con quel ritmo lo avrebbe finito presto. Ci pensò meglio e lo rimise dov’era, la prima volta non sarebbe stato necessario. Andò in cucina, poi cambiò idea. Tornò indietro e prese il flacone, non si può mai sapere. Ritornò in cucina. Il tavolo era apparecchiato, una stuzzicante fragranza riempiva l’aria. “Che cosa ha preparato di buono la mia sorellina?”. “Zucchini ripieni di carne”. “Ma che brava!” poi, cercando di essere il più naturale possibile: “Oggi devi prendere le gocce per dimagrire”. “Se dimagrisco potrò uscire da sola?”. “Certo”. Marcantonia bevve il liquido di un fiato. “L’altro giorno avevi detto che mi portavi all’emporio e non mi hai portata. Sei una bugiarda Solimana. Sei cattiva Solimana”. “Ne abbiamo già parlato, non ti ricordi?”. “No, non mi ricordo”. “Non ti ricordi che è venuta la mamma, ha spaccato tutto e ho dovuto chiamare la polizia?”. “Non nominare la mamma che mi fa paura, l’ospite dov’è?”. “È tornato a casa sua”. Marcantonia sbadigliò. “Perché gli hai dato una padellata in testa?”. “Chi ti ha detto che gli ho dato una padellata in testa?”. “Lo dicevi alla sorella della signora Pregadio”. “Ti ho detto mille volte di non ascoltare dietro le porte”. Marcantonia iniziò a chiudere gli occhi: “Ho sonno... ”. “Vuoi che ti accompagni a letto?”. “Sì... bello il letto... ho tanto sonno... ”. “Dai, andiamo prima che ti addormenti sul tavolo”. Solimana la accompagnò a letto, le rimboccò le coperte, poi andò a mettere a posto la cucina e il salotto. Voleva che tutto fosse perfetto. Mise sul fuoco l’acqua per il caffè. Guardò l’ora. Due meno cinque. Alle due passava il cacciatore di selvaggina, alle due e un quarto passava lui. Andò alla finestra. Guardò da dietro le tende. Aspettò ecco il cacciatore! guarda ma non si ferma ha una brutta cera Andò in bagno. Non era proprio un bagno, ma c’era tutto l’occorrente: l’armadio per la biancheria, uno specchio a corpo intero, la tinozza per farsi il bagno, una sedia, l’armadietto con i cosmetici, poi basta. Per quelle cose, c’era la latrina nel cortile. Aprì l’armadietto dei cosmetici, prese la boccetta di profumo. Un goccio dietro ogni orecchio. Buon profumo, caro ma buono. Si contemplò a lungo nello specchio. Nessuna ruga, bel viso. Si era messa la camicia scollata apposta. Guardò l’orologio, era l’ora. Tornò alla finestra, scostò le tende. Doveva essere oggi, Marcantonia aveva preso il sonnifero. Non poteva rischiare che lui non si fermasse. Aprì la finestra, faceva ancora freddo, pazienza ecco che arriva Gli fece un segno con la mano, se lo chiamava, l’avrebbero sentita i vicini. Lui, invece, non lo avrebbero visto entrare, gli eucalipti non lasciavano veder niente, poi, a quell’ora, non c’era nessuno in giro. Per andare dove? Era tutto chiuso. Lui la stava guardando senza sapere che pesci pigliare. Poveretto! Gli fece un altro segno. Chiuse la finestra, andò ad aprire la porta del retro. Lui restava davanti al cancelletto, senza muoversi. Gli fece un terzo segno. Lui guardò verso una parte della strada, poi verso l’altra, spinse il cancelletto e si avvicinò a passo svelto. Quando la raggiunse, Solimana lo prese per un braccio, lo fece entrare senza dire parola. Chiuse la porta, lo attrasse a sé e lo baciò sulla bocca. Un bacio lungo carico di tenerezza. “Cara!”. Solimana notò che tremava, si scostò e lo guardò negli occhi: “Vuoi un caffè?”. “Sì”. “Sono rimasta male quando ti ho mandato il bacio e tu hai proseguito come se niente fosse”. “Ma poi ho continuato a passare tutti i giorni e non ti sei più fatta vedere”. “Ti ripeto, credevo di non interessarti, ma adesso che lo so, vieni con me in salotto”. Solimana lo prese per mano guardandolo negli occhi, lo fece sedere sul sofà. Prima di andare in cucina si chinò e gli baciò la punta del naso. “Vengo subito. Non scappare”. E chi scappava! Non poteva credere a tanta felicità. Non capiva come avesse potuto vivere fino ad ora senza di lei. Se fosse dipeso da lui, sarebbe rimasto lì per l’eternità. Non voleva pensare che prima o poi doveva andare via da quel posto meraviglioso, dove viveva quella donna meravigliosa. Nessuna lo aveva baciato in quel modo. La sentì trafficare in cucina. Si guardò attorno. Che bel salotto! Era tutto così... femminile. Poi pensò al salotto di sua moglie. Si rese conto che aveva pensato salotto di mia moglie sì, a casa sua tutto era di sua moglie. Scacciò via il pensiero, adesso doveva godersi questo momento unico e non pensare ad altro. La sentì arrivare. Fu pervaso da un tremito. “Prendi lo zucchero?”. Gli venne in mente la sarta, gli aveva fatto la stessa domanda. Non doveva pensare a quell’orribile donna adesso. “Sì. No, scusa, lo prendo senza zucchero, quando ti guardo non capisco più niente”. “D’ora in poi sarò io lo zucchero della tua vita”. Sembrava un sogno. “Certo cara. Vieni”. Questa volta Solimana lasciò che fosse l’uomo a prendere l’iniziativa. Lui la guardò con tenerezza, le prese una mano, la fece sedere accanto. Poi la attrasse a sé e la baciò sulla bocca, sulle orecchie, sul collo, sui capelli... “Aspetta! Si raffredda il caffè” lo fermò lei con un sorriso. Lui prese la tazzina, iniziò a bere a piccoli sorsi. Era il caffè più buono che avesse mai bevuto. Quella casa era il paradiso in terra. Quando finì, appoggiò la tazzina sul tavolino. Anche lei aveva finito il caffè. Lo avevano finito insieme. Era un buon segno. La avvicinò a sé, iniziò a baciarla. Solimana lo lasciava fare, si sentiva così bene... lui la stava baciando e le piaceva, perché non godersi questo momento? Poi lui iniziò a spogliarla. Com’era bella! Le secche non gli piacevano, ma questa era una secca con due tette come scodelle, ma senza il resto di lardo che ricopriva il corpo di sua moglie. Adesso lei era competentemente nuda, lui completamente vestito. “Così non vale” disse Solimana civettuola, e iniziò a togliergli il pullover. Lui era felice, gli piaceva essere spogliato. Adesso gli stava sbottonando la camicia. Pensò allo stato della sua biancheria intima. Se avesse saputo, avrebbe scelto altre mutande. Per il resto era a posto, si era anche profumato. Adesso si profumava sempre. “Come mai ti profumi per venire a tavola?” gli aveva chiesto il primo giorno sua moglie. “È l’odore della carne, ultimamente non lo sopporto”. “Te l’ho sempre detto, a me l’odore della carne fa ingrassare”. Non doveva pensare a sua moglie adesso, lei gli stava togliendo la camicia, la canottiera, era rimasta a guardargli il petto come incantata. Che cosa aveva il suo petto di così straordinario perché lei lo guardasse in quel modo? Glielo guardava e glielo accarezzava. Era bello essere guardato e accarezzato da quella donna fantastica. Con gli occhi chiusi, lei lo stava aspettando. Come mai non l’aveva scoperta prima? Finì di denudarsi in fretta, poi si abbandonò a un mondo magico mai vissuto fino ad ora. Solimana era sdraiata sul sofà completamente nuda, sicura della sua bellezza. Anche lui era bello per quanto lo ignorasse. Un pregio nell’uomo. Era l’amante perfetto, incredibile per un macellaio. Poveretto, con quel bidone di moglie... “E tua sorella?” le chiese lui all’improvviso. “Sta facendo la siesta”. “Purtroppo devo andare” disse. Iniziò a vestirsi. Poi si avvicinò e la baciò sulle labbra. “Come sei bella! Vorrei rimanere con te per sempre”. Lei sorrise, gli accarezzò i capelli: “Quando verrai di nuovo?”. “Sarebbe meglio di notte, quest’ora è pericolosa, mia moglie si starà chiedendo quanto ci metto a fare la passeggiata”. “Giusto”. “Magari prima di andare al mattatoio?”. “E a che ora sarebbe?”. “Verso le quattro del mattino, forse prima”. “Ho problemi di sonno, prendo dei sonniferi, ma una volta alla settima potrei farne a meno”. “Solo una volta?”. “È meglio di niente, non credi?”. “Questo è vero, ormai morirei senza di te”. La baciò di nuovo: “Adesso devo andare”. Lei era così appagata... non se la sentiva di muoversi: “Conosci l’uscita?”. “La troverò”. “Fa attenzione che non ti veda nessuno”. “Ciao amore mio”. “Ciao caro” gli rispose lei dal sofà. Sentì chiudersi la porta. Sorrise soddisfatta. Sì, quello era il suo uomo, non doveva cercarlo più. Il primo a saperlo fu Tiko, appostato dietro la toppa. Il secondo fu il garzone, quando entrò nella macelleria alle sette meno dieci. Il primo cliente fu la parrucchiera. Era venuta a scegliere il taglio di carne personalmente, per telefono – lei era uno dei sette abbonati – non si fidava. “Sì, proprio all’ingresso. È la prima cosa che si vede entrando nella macelleria”. “Per me è un’idea della moglie, lui non ha quella cattiveria”. “Metti pure, ma lui non sa imporsi?”. “Quando mai quello ha saputo imporsi. È bravo, ma senza carattere”. “Vero. E con quella ci vuole del carattere!”. In linea di massima, questi furono i commenti detti e sentiti quella stessa mattina nel salone della parrucchiera. Da lì si sparsero come un fulmine nel resto del paese e nei dintorni. La signorina Solimana lo seppe quel pomeriggio stesso da una cliente interessante Prese due decisioni, entrambe c’entravano con i coniugi Fernández. La vedova Manchú lo seppe attraverso il filo del telefono la mattina seguente, interrompendo per un attimo la masticazione della tostada. La signora Fernández fu l’ultima a saperlo, in realtà l’ultimo fu suo marito. Glielo disse lei, lo aveva saputo dalla merciaia. Solimana e Marcantonia erano a tavola. “Dopo pranzo devo portare uno scampolo di tessuto alla sarta. Ti lascio da sola, non combinare nessun pasticcio”. “Vuoi che glielo porti io?”. “No”. “Perché sono ancora grassa?”. “Certo”. “Quando è venuto l’ospite, mi avevi detto che mi portavi all’emporio ed ero grassa come adesso”. Possibile che non si fosse ancora dimenticata di Reinoso? sicuramente lo collega alla mamma All’improvviso sentì una profonda noia. Era stufa. A volte le veniva voglia di mollar tutto. Avrebbe dovuto farlo prima. Adesso non poteva, soprattutto adesso. Guardò la povera Marcantonia e le venne in mente quella sera. Ci aveva messo parecchio tempo per scoprirlo. In realtà lei non aveva scoperto un bel niente, era stata Marcantonia a dirglielo. Chissà perché sua sorella ci aveva messo tanto, forse perché era ritardata. Di solito raccontava tutto come i bambini, o così credono gli adulti. Ci sono bambini che hanno tenuto un segreto per tutta la vita, coprendo un assassino o mandando in prigione un innocente. Pensò al figlio della sarta, fino ad ora non aveva parlato, troppo spaventato. Era stato dopo cena, mentre prendevano il caffè: “Solimana”. “Dimmi”. “Perché non mi vengono più le mie cose?”. “Cosa vuoi dire?”. “Le mie cose, non mi vengo più”. Un brutto presentimento la colpì: “Come non ti vengono più le tue cose? E perché non me lo hai detto prima. Da quando non ti vengono?”. “Boh”. “Alzati e vieni qua”. Senza rendersi conto aveva alzato la voce e Marcantonia si era messa a piangere. Cercò di calmarla: “Dai! Non piangere, Solimana ti vuole bene. Vieni qua, fammi vedere”. Le aveva alzato il maglione. Chi poteva capire qualcosa in quella massa informe di grasso. Del bucato e di stirare se ne occupava Marcantonia, ma ognuna si lavava le sue pezze. Certe cose gliele risparmiava. “Ascolta Marcantonia. Sforzati di ricordare, non c’è fretta e non mi arrabbio: da quando non lavi le tue pezze?”. “Da un po’”. “Due mesi?”. Silenzio. “Tre?”. “Io non so i mesi!”. “Ricordati maledizione!”. “Non mi ricordo non mi ricordo non mi ricordo”. Si era messa a piangere di nuovo. Per quella strada non le avrebbe cavato nulla. “Qualcuno ti ha alzato la gonna?” le disse accarezzandole la testa. Marcantonia si mise a guardare il pavimento. “Qualcuno ti ha alzato la gonna?”. Silenzio. “Un uomo, voglio dire”. Silenzio. “Nessuno ti ha abbassato le mutande?”. Marcantonia continuava a guardare per terra. “Chi è stato?” le chiese sforzandosi di mantenere la calma. Marcantonia la guardò, un bagliore di entusiasmo era apparso nei suoi occhietti da ritardata: “Se dimagrisco, mi lascerai uscire di nuovo?”. “Stiamo parlando d’altro”. “Se dimagrisco, mi lascerai uscire di nuovo?”. Si rendeva conto che stava perdendo la pazienza. Fece un ultimo sforzo, la cosa era troppo seria, non doveva lasciarsi andare: “Sì, ma adesso dimmi chi ti ha messo le mani addosso?”. “E se non dimagrisco, potrò uscire lo stesso?”. “Sì! Adesso ti prego, dimmi chi è stato?”. “Grassa o magra potrò uscire lo stesso?”. “Sììì!” aveva urlato, trattenendo la voglia di prenderla a schiaffi. se mi lascia uscire di nuovo anche se sono grassa non dico niente è un segreto non devo dir niente se no niente paste con la panna le paste con la panna Solimana non me le compra perché è cattiva “Non è stato nessuno”. Solimana era stanca, la cosa migliore era portarla dal medico. Solo che Marcantonia era imprevedibile, magari trovavano un conoscente nella sala di attesa e si metteva a parlare. Se faceva venire il medico a casa, le clienti avrebbero iniziato a fare domande. Decise di limitarsi a osservare come procedevano le cose. Poteva esser un caso di menopausa precoce. La zia Zoila aveva avuto la menopausa a trentadue anni. Purtroppo non era menopausa precoce. Nonostante il corpo informe, il ventre aveva iniziato a crescere. Fu allora che incominciò a spaventarla con la madre morta, nemmeno così riuscì a cavarle niente. Far denuncia sarebbe stato inutile, se non lo aveva detto a lei, non lo avrebbe detto a nessuno. L’unica era non farla vedere in giro, da loro ormai non veniva nessuno. Decise di tener chiusa a chiave la porta del retro, quella dell’ingresso, e quella che dava al negozio. Per fortuna tutte le porte di casa avevano la chiave. Era stata una decisione presa quando la mamma si era ammalata perché non scappasse in strada. Non avrebbe mai pensato che quella misura potesse tornarle così utile. Uno dietro l’altro, i giorni incominciarono a passare lenti. Furono i mesi più lunghi della sua vita. Finalmente arrivò la fatidica data. Il giorno prima, Marcantonia si era lamentata di piccole molestie alla pancia, aveva dormito male, alle cinque si era svegliata piangendo. “Cosa c’è?”. “Mi fa male la pancia, peggio di ieri”. Era iniziato il travaglio... e l’incubo. Solimana si era alzata alle sei. Dopo di affrontare la cucina a legna, si era preparata il mate, è più di compagnia che il caffè. Un caffè finisce subito, invece il mate, se sei capace, puoi farlo durare fino a otto bevute prima che si rovini. Quella giornata sarebbe stata lunga, ci voleva il mate. Sapeva quello che doveva fare. Se la sarebbe cavata. Se l’era sempre cavata. Le venne in mente il giorno che nacque Marcantonia. L’ostetrica era arrivata di pomeriggio reggendo una grossa borsa di pelle. “Nella borsa porta il fratellino” le aveva detto il babbo, poi l’aveva portata da zia Zoila. Invece di un fratellino, l’ostetrica aveva portato nella borsa una sorellina. Cicciottella e carina, ancora non si notava niente. Da quell’esperienza lei non aveva appreso il minimo particolare che adesso potesse tornarle utile. Più che per sentito dire – che comunque serve – quello che doveva fare, lo aveva letto in un libretto di pronto soccorso che era in casa da sempre. Sarebbe bastato, lei non aveva paura. Il sangue freddo è una gran bella cosa. Aprì la finestra che dava sul cortile. Guardò fuori. Era ancora buio e continuava a piovere. Bene. Pioveva ininterrottamente da due giorni. Una pioggia fine ma continua. L’unica strada del paese era inagibile, i marciapiedi coperti di pozzanghere. Questa volta la tormenta di Santa Rosa era arrivata con un ritardo di otto giorni e sembrava non volersene andare. Da quando era iniziato a piovere, non era venuta nessuna cliente. Proprio quello che ci voleva: nessuno a ficcare il naso. Andò in salotto, aprì la finestra che dava sulla strada. Non si vedeva nessuno in giro. Era presto, comunque con quel tempo, salvo che per necessità, nessuno sarebbe uscito. Forse più tardi, dalla parte della macelleria ci sarebbe stato un po’ di movimento. In quell’isolato l’unico negozio era il suo. Dalle sei e mezzo le contrazioni si erano fatte più regolari, duravano di più ed erano più dolorose. Alle sette e mezzo aveva telefonato alla panetteria: “Non mi mandi il ragazzo, ne ho ancora, se ne prendo dell’altro finisce che mi diventa duro”. Dopo telefonò al macellaio: “Ne ho ancora. Grazie”. Ecco i garzoni fuori dalle scatole. Doveva aprire il negozio, era meglio. Con quel tempaccio non sarebbe venuto nessuno, ma non si può dire. Doveva far finta che fosse un giorno qualunque. Verso le undici Marcantonia aveva iniziato a urlare. Per fortuna la pioggia era aumentata, tuonava persino Dio è con me A mezzogiorno le urla di Marcantonia erano diventate insopportabili, aveva dovuto imbavagliarla. Alla mezza aveva chiuso il negozio. Non pranzò, chi ci pensava a mangiare, approfittò, invece, per preparare tutto il necessario. Alle due aveva trovato Marcantonia che dava testate contro la parete. Con l’aiuto della mamma l’aveva legata a una sedia. Imbavagliata e legata, Marcantonia non era un bello spettacolo. Sua sorella era forte, senza l’aiuto della mamma non ce la avrebbe fatta. “Fra poco tutto sarà finito. Dopo ti compro le paste con la panna”. Per un istante le si erano illuminati gli occhi, poi era arrivata un’altra contrazione. Quando aveva rotto le acque, sempre con l’aiuto della mamma, l’aveva fatta salire sul tavolo. Era un tavolo rettangolare. Aveva spinto il lato più corto contro la parete in modo di farla rimanere semi seduta con dei cuscini dietro la schiena, come consigliava il libretto. Poi l’aveva legata al tavolo – questo non lo diceva il libretto – passandole delle strisce da vecchi lenzuoli sotto le ascelle. La cosa più difficile fu farle tenere le gambe divaricate. Minacciarla con la mamma non era stato sufficiente, era dovuta andare ad aprire la finestra: “Ciao mamma, vuoi strangolarla se non tiene le gambe divaricate? Sei proprio cattiva, che brutta con quei capelli da pazza”. Quando era tornata, Marcantonia aveva le gambe che più divaricate non si poteva. Approfittò per lavarla come diceva il libretto. Il tempo passava, ma non succedeva niente. Finalmente iniziò l’ultima parte del travaglio. Aspettava solo che sua sorella collaborasse. “Spingi Marcantonia spingi!”. Marcantonia spingeva, ma la testa era sempre lì. Che le spinte non fossero sufficientemente forti? “Dai. Forza! Spingi. Poi tutto sarà finito”. Il tempo continuava a passare… non era un buon segno. Avrebbe chiamato il medico solo se si metteva male per la madre. Controllava il tempo con l’orologio. Quello reale non coincideva con i tempi del libretto. All’ennesima spinta iniziò a uscire la testa: “Aspetta! Non spingere adesso”. Solimana prese la testa, non delicatamente come consigliava il manuale, quella parte non le interessava. “Dai! Spingi di nuovo”. Ecco una spalla, ecco l’altra, poi uscì il resto. Prese il neonato, lo posò all’estremità del tavolo, di lui si sarebbe occupata poi. La parte che diceva ‘pulire delicatamente bocca e naso del neonato per agevolare la respirazione’ non le interessava, comunque non lo aveva visto respirare. Non era colpa sua, era stato il destino. Adesso doveva preoccuparsi solo di sua sorella. Mancava ancora la placenta e tutto il resto. Aspettò come diceva il manuale eccola! Prese la placenta. Fu in quel momento che aveva sentito un urlo agghiacciante alle sue spalle. Istintivamente aveva preso le forbici che c’erano sul tavolo. Si era girata: di fronte a lei c’era il figlio della sarta. Come mai non aveva sentito la scampanellata della porta del negozio? Sicuramente la madre lo aveva mandato con quel tempaccio perché doveva finire qualcosa di urgente. Dopo l’urlo il ficcanaso era svenuto. Aveva dovuto buttargli un bicchier d’acqua sulla faccia per farlo tornare in sé. Non aveva mai visto in vita sua, uno sguardo così terrorizzato. “Senti bene quello che ti dico: se racconti a qualcuno quello che hai visto, ti taglio la gola con queste forbici, hai capito?”. Non aveva finito di parlare che quello era sparito rovesciando tutto al suo passaggio. Sicuramente non avrebbe aperto bocca, era troppo spaventato. Tornò da Marcantonia, le tolse il bavaglio: “È tutto finito cara, riposati adesso”. Sicuramente era troppo stanca perché non le chiese le paste con la panna. La slegò e la portò a letto. La coprì fino agli occhi, poi tornò in cucina. Se quello stupido avesse parlato, doveva mettere in ordine subito, per non lasciare prove. Avrebbe bruciato tutto dopo la pioggia. Andò a prendere una scatola da scarpe vuota e ci mise il morticino. Qualcosa richiamò la sua attenzione. Avvicinò la scatola alla luce. Guardò meglio, non si era sbagliata. Mise il coperchio. Doveva nascondere la scatola da qualche parte. Aprì la porta del retro, si era alzato il vento e pioveva a dirotto. Lasciò la scatola nello sgabuzzino, avrebbe provveduto più tardi. Guardò l’ora: le sette. Andò in bagno a lavarsi e darsi un’aggiustata. Prima di tornare nel negozio decise di guardare Marcantonia. Dormiva. Bene. Raggiunse il negozio. Mancava un’ora per la chiusura. Si affacciò sulla soglia. Ormai era buio. Non si vedeva nessuno in giro. Continuava a piovere. Solimana rimase nel negozio fino alle otto, non chiudeva mai prima, nemmeno se diluviava. Oggi meno ancora. Se il bambino avesse parlato, il negozio chiuso sarebbe stata la conferma che diceva la verità. Passò quell’ora a riordinare le idee. Quando alle otto chiuse il negozio, sapeva perfettamente quel che doveva fare. Tornò in cucina. Non aveva mangiato niente in tutto il giorno. Doveva mangiare qualcosa ci manca solo che svenga adesso con tutto quello che ho da fare Si tagliò un pezzo di formaggio, uno di dulce de membrillo21, andò alla finestra, la aprì, prese il latte dal davanzale. Mangiò e bevve un bicchiere di latte bollente. Adesso stava meglio. Andò in camera. Marcantonia russava. Bene. Continuava a piovere. S’infilò un vecchio impermeabile, uscì nel cortile. Il vento era forte e pioveva che Dio 21Marmellata di mela cotogna. la mandava. Entrò nello sgabuzzino. Non c’era la luce nello sgabuzzino. “Nello sgabuzzino ci si va solo di giorno” diceva il babbo, comunque c’era sempre una candela e una scatola di fiammiferi sul ripiano vicino all’entrata. Chiuse la porta, il vento avrebbe spento la candela, la accese. Prese la scatola di scarpe, la aprì, guardò di nuovo il corpo del morticino. Non si era sbagliata. Le mise il coperchio. Prese la vanga e spense la candela. Uscì. Ebbe la precauzione di chiudere bene la porta. Se iniziava a sbattere, magari veniva qualche vicino. I vicini vivevano offrendole aiuto. Erano gentili, ma lei preferiva aggiustarsi da sola. Il vento soffiava sempre più forte. Aspettò che gli occhi si abituassero all’oscurità. Ogni tanto un lampo illuminava il giardino. Strano dopo due giorni di pioggia tranquilla. Aveva deciso il posto: un pezzetto di terreno fra lo sgabuzzino e la pianta di fico, al riparo dagli sguardi indiscreti. Gli eucalipti coprivano solo le parti laterali. Doveva decidersi a far costruire un muretto. Su quella strada coperta da erbaccia solo poteva passare ogni tanto un gaucho a cavallo, o qualche negretto dei ranchos con la borsa della spesa, comunque le scocciava uscire nel cortile esposta agli sguardi altrui. Appoggiò la scatola per terra, iniziò a cavare. Dopo tanta pioggia il terreno era cedevole. Fortuna nella disgrazia. Pensò di nuovo al figlio della sarta. Erano passate già quasi due ore, forse non aveva parlato. Lavorare con il vento e la pioggia non era facile, ogni tanto la aiutava un lampo che illuminava la piccola fossa. Mancava poco. Non si vedeva nessuno in giro né si sarebbe visto. Chi usciva in una notte come quella. Prese la scatola, il vento aveva portato via il coperchio. La fossa era più che sufficiente, adesso poteva sotterrarlo. All’improvviso un lampo squarciò il cielo. Con la coda dell’occhio vide una sagoma bianca accanto a lei. Alzò la testa: sua sorella la fissava con uno sguardo folle. Non ebbe il tempo di reagire che Marcantonia si era chinata, aveva preso la scatola ed era scappata verso casa. Appena si riprese dalla sorpresa, le andò dietro e riuscì a prenderla per la camicia di notte. Caddero entrambe in mezzo al fango. Il morticino rotolò fuori dalla scatola, Marcantonia strisciò per terra, riuscì a prenderlo e lo strinse a sé: “È mio è mio è mio!” urlava più forte dei tuoni. “Molla lì e vai dentro”. Le braccia di Marcantonia erano due tenaglie attorno al morticino. “Mamma, vieni! Marcantonia fa la cattiva”. Marcantonia mollò la presa per un attimo. Fu sufficiente. Solimana le strappò il morticino dalle braccia, lo mise per terra. Fecce alzare sua sorella, la accompagnò dentro casa: “Aspettami qua, non uscire che ti vede la mamma, torno subito”. Tornò a raccogliere il morticino. Era una cosa dura, gelata e piena di fango. Andò barcollando fino alla fossa, lo posò. Maledizione! Dov’era la vanga? Iniziò a tastare per terra. Un fulmine le venne in aiuto eccola! Cominciò a spalare adesso copro tutto velocemente domani controllo meglio Si alzò. Era sfinita. Prese la vanga, la rimise nello sgabuzzino. Non doveva trascurare nessun particolare. Entrò in casa. Per fortuna non era andata via la luce. Marcantonia non si era mossa. Aveva il viso di un pallore mortale e, sotto i piedi nudi, c’era una pozzanghera di sangue. “Maledizione! Vieni che ti porto a letto”. Le tolse la camicia di notte bagnata fradicia, la asciugò, la sfregò con l’alcol e la rivestì. Tamponò l’uscita del sangue con un asciugamano piegato, poi la fece coricare. Andò di corsa a rileggere il libretto. I motivi dell’emorragia – se fosse stata un’emorragia – potevano essere vari. Chiuse il libretto. Si ricordò di un’antica usanza di campagna: due chiavi incrociate sotto il cuscino della malata. Se non le passava, chiamava il dottore. Non aveva idea come sarebbe potuto venire con un tempo simile. Marcantonia era sempre stata molto forte, nemmeno un raffreddore speriamo in bene e poi chi si occupa della casa se Marcantonia muore… Le preparò un brodo caldo. Sua sorella lo bevve facendo un rumore spaventoso. La guardava con odio. “Non l’ho ammazzato io, è nato morto lo vuoi capire?”. Centrassero o no le chiavi, l’emorragia si arrestò. Da quella sera non parlarono mai dell’accaduto. Solo due, forse tre volte, Solimana aveva scoperto sua sorella con la vanga in mano. Solo in un’occasione le aveva chiesto dove fosse sotterrato il morticino. Solimana tornò alla realtà. Sorbì l’ultimo goccio di caffè gelato. Andò a vestirsi. Prese lo scampolo per quella camicia che pensava farsi fare da una vita. “Marcantonia metti a posto, torno subito”. “Posso venire con te?”. “Ma sei scema? Ti ho detto di no”. Poi pensò che, infatti, sua sorella era nata scema, anche se il dottor Sabattini ci aveva messo tre anni per capirlo. Uscì dal retro. Chiuse la porta a chiave, nella borsa aveva l’intero mazzo. Si avviò verso la casa della sarta. Era l’ora che arrivava il cacciatore di selvaggina. Eccolo che stava arrivando Lunedì 5 ottobre, come tutti i giorni ormai da più di un mese e mezzo, il signor Fernández stava andando a caccia facendo il solito tragitto. Non aveva percorso ancora cento metri quando la vide arrivare. Cosa faceva la troia per strada? Iniziò a battergli forte il cuore. Era una troia, pure stronza, ma per colpa sua lui doveva lavarsi tutti i giorni faccio l’offeso o l’indifferente? se non si ferma non mi fermo se si ferma mi fermo o continuo? Quando mancavano cinque metri, la troia, pure stronza, si fermò. Quando mancavano due metri, parlò: “Ciao” gli disse con voce accattivante. “Buongiorno” rispose lui con voce fredda. Lei si avvicinò. Voleva prendergli una mano, ma lui le aveva entrambe in tasca. Lei alzò la sua, gli accarezzò l’ispida guancia: “Domani dopo pranzo passa da me. Ti aspetto”. Lui la guardò diffidente: “E tua sorella?”. “Adesso fa la siesta, non ti preoccupare”. Siccome lui continuava a guardarla diffidente: “Muoio dalla voglia di vederti. Dimmi se verrai... ti prego”. Il tigrotto del signor Fernández si svegliò di colpo. Lo stimolo fu così forte da fargli male. La guardò ancora un momento, poi: “Va bene”. Si allontanò tagliando verso i campi. La troia ormai l’aveva vista, non c’era bisogno di continuare per la stradina. Solimana lo guardò mentre si allontanava a passo svelto una è fatta adesso mi manca la moglie Suo marito era appena uscito. La signora Fernández si alzò da tavola senza sparecchiare. Era stanca, voleva farsi un riposino. Chissà perché era sempre stanca, forse tutto quel lavoro per il matrimonio. Adesso aveva rallentato il ritmo. Stava finendo le cose arretrate, ma la stanchezza non le era passata. In più, la storia del cappotto l’aveva distrutta. Soprattutto il comportamento del signor Andreani. Che delusione, dolore più che altro. Meglio non pensare. Mezz’oretta di sonno le avrebbe fatto bene. “Pepincito, dove sei?”. “Sono a letto mamma”. Ecco! Di nuovo a rincoglionirsi con i fumetti che gli dava quel pazzo. Lo aveva già portato da doña María. Era malocchio, come pensava. Le gocce di olio si erano disfatte22. Di sicuro glielo aveva fatto la macellaia con quello sguardo da strega. Lo 22 Rimedio popolare che consiste nell’appoggiare un piatto con acqua sulla testa del sofferente, poi versare poche gocce di olio in forma di croce. Se le gocce si disfano, è malocchio. vedeva tutti i giorni, magari gli aveva fatto il malocchio apposta per via del cappotto. Dal pazzo Echeverry non era ancora andata. Adesso voleva riposarsi un po’. Alzò la trapunta, si sdraiò vestita, si addormentò subito. Cinque minuti dopo fu svegliata da qualcuno che stava bussando alla porta. Il cane si era messo ad abbaiare come un forsennato. “Pepincito vai a vedere chi è”. Pepincito si alzò senza smettere di leggere il fumetto. Andò alla porta, la aprì. “Non c’è nessuno mamma”. “Ma dove sei?”. “Alla porta”. “Che porta?”. “La porta dell’ingresso”. “Ma no! È alla porta del retro che hanno bussato. Che cosa avrai in quelle orecchie!”. Pepincito si avviò verso il retro senza alzare lo sguardo dal fumetto. Era bellissimo. Sua madre lo disturbava sempre nella parte più interessante. Aprì la porta senza alzare la testa. “Buongiorno signorino”. Quando Pepincito sentì quella voce, ogni pelo del suo corpo si rizzò come la coda di un gatto davanti a un mastino. Il fumetto cadde per terra e lui scappò dall’ingresso lasciando la porta spalancata. Avrebbe passato un pomeriggio orribile e sarebbe tornato in tarda serata. “Cos’è tutto questo baccano! Pepincito cosa stai combinando?” urlò la signora Fernández dal letto. “Sono io, signora Fernández”. Quella era la voce della merciaia. Che ci faceva quella smorfiosa a casa sua? Non era mai venuta da lei. Quando le cuciva qualcosa, le prove le facevano nel retro del negozio. In realtà quella non andava mai da nessuno, soprattutto negli ultimi tempi. Si alzò sistemandosi i vestiti. La merciaia era sulla porta con un bel sorriso sulle labbra. “Mi scusi... si accomodi signorina Solimana, dove è finito quel disgraziato?”. “Suo figlio?”. “Sì”. “È scappato. Tenga”. Solimana le diede i fogli che aveva raccolto dal pavimento. “Grazie. È tutta colpa di questi dannati fumetti. Vive con la testa fra le nuvole, ha incubi notturni, si sveglia piangendo, poi scappa così all’improvviso. Non ce la faccio più”. “Non si preoccupi, dopo passa. I bambini sono così”. e che ne sai tu dei bambini anzi che ci fai a casa mia? “Sono venuta a portarle questo scampolo, vorrei farmi una camicia” disse la merciaia, come se le avesse letto nel pensiero. “Si accomodi, la prego, ero così stanca che sono andata a farmi un sonnellino”. La signora Fernández capì che non era quello il modo, ma ormai lo aveva detto. “Mi dispiace di averla svegliata”. “Ma no! Quando ha bussato, ero già sveglia. Aspetti che chiudo la porta dell’entrata. Una volta non ci facevo caso, ma da quando hanno cercato di derubarla, mi è venuta la fifa”. “A proposito, cosa ha detto suo figlio del pestello?”. e che cazzo te ne frega a te “Niente, si figuri... quello non sa mai niente, mi diceva di quella camicia... ”. “Ah sì, è da una vita che ho questo scampolo fra i piedi, il tempo era bello e mi sono detta: Solimana perché non vai a trovare la signora Fernández?”. “Ma certo! Ha fatto benissimo”. “Che bella casetta la sua” disse Solimana guardandosi attorno. “Eh sì, l’ha fatta mio padre, ormai non lavorano più come una volta”. “Proprio vero. Ci sono molte camere?”. “Venga venga! Le faccio vedere. Mi segua”. “Ma che carino tutto... e che bella illuminazione!”. “Sì, abbiamo speso un occhio della testa per le finestre, non mi piacciono le case buie”. “Ha ragione. Per pulire tutto quando, in più il cucito, dovrà alzarsi presto”. “D’inverno tutti i giorni alle sei meno un quarto, salvo la domenica. Ci metto una vita per accendere quel maledetto braciere”. “Le scope e le cose così, dove le mette? È tutto talmente in ordine... ”. “Ha ha ha... ho uno sgabuzzino multiuso che è una meraviglia, venga che glielo faccio vedere”. Solimana la seguì. Uscirono nel cortile. Il cagnolino iniziò ad abbaiare. “Stai zitto!”. “È un buon guardiano”. “Per quello non c’è di meglio, abbaia se sente volare una mosca”. “Penso che suo marito avrà un altro cane per la caccia, questo è proprio troppo piccino... ”. “No, da quando glielo hanno ammazzato col boccone, non ha più voluto avere un altro cane”. “E sì, la gente è cattiva”. “Ha detto bene. Venga, è questo lo sgabuzzino magico, qua c’è un po’ di tutto”. Lo sgabuzzino era addossato alla casa, come quello di Solimana, ma molto più grande. Entrarono. “Che meraviglia! Qua veramente c’è spazio per tutto. E che bell’armadio. Di uno così, ne avrei bisogno anch’io”. “Lo abbiamo comprato a P. È comodissimo, ci sta tutto. Guardi”. La signora Fernández spalancò orgogliosamente le ante. “Vero. Oddio! Che ci fanno tutte quelle munizioni?”. “Sono di mio marito”. “A me, tutto quello che c’entra con le armi di fuoco, mi fa paura”. Poi aggiunse: “Signora Fernández, devo dirle una cosa”. e adesso cosa vuole questa “Mi dica”. “È una cosa molto antipatica, però magari la sa già”. “Venga che andiamo a prendere un tè e mi racconta tutto”. “Non si disturbi, qua va benissimo. Lei sa del cappotto?”. Certo che sapeva del cappotto, ne aveva fino alle orecchie: “Sì, purtroppo ho saputo che la signora Andreani mi sta sputtanando dappertutto. Le giuro, non è colpa mia”. “Lo so signora Fernández, stia tranquilla. Solo quello sa?”. “Perché? C’è dell’altro?”. “Purtroppo sì. Proprio perché lei è la mia migliore cliente, mi sono detta: magari la signora Fernández non lo sa ancora. A parte il fatto che lei mi è molto simpatica, ma questo lo avrà già notato”. La signora Fernández non aveva notato di esserle così simpatica, anzi, quella trattava tutti dall’alto in basso, ma le rispose di sì, che lo aveva notato. “Quella stronza, mi perdoni, io non sono una che dice parolacce, ma quando ci vuole ci vuole. Quella stronza, le dicevo, sa cosa ha fatto?”. La signora Fernández non lo sapeva. Sentì che le si chiudeva la bocca dello stomaco. Se c’entrava con il cappotto e quella era venuta apposta per dirglielo, non doveva essere niente di bello. “Cos’ha fatto?”. “Ha appeso il cappotto nella macelleria perché tutti possano vederlo, infatti, è la prima cosa che si vede entrando”. “Oddio... ”. “Mi scusi sa, ma ne parlano tutti. Per l’amicizia che ci unisce, mi sentivo in dovere... ”. “Maledetta strega l’ammazzo”. “Il marito non doveva permetterglielo, non le pare?”. La merciaia aveva ragione. Come aveva potuto, lui, l’uomo che lei aveva amato in segreto e che amava ancora, come aveva potuto farle quello! “Signora Fernández, si sente bene?”. “S...sì, mi scusi, solo che non avrei mai creduto di dover vivere un’esperienza del genere”. “La capisco benissimo. È una bruttissima cosa, lei non se lo merita”. Solimana diede un’ultima occhiata allo sgabuzzino magico, poi: “Purtroppo devo andare. È ora di aprire il negozio, le lascio lo scampolo, ne parliamo la prossima volta che viene da me”. Solimana si congedò da una signora Fernández così abbattuta, che non riuscì neppure a sfogarsi con la solita frase che collegava la sua vita agli escrementi. La prima cosa che la signora Fernández disse a suo marito quando rientrò quella sera, fu il fatto del cappotto appeso nella macelleria. “Come l’hai saputo?”. “È venuta apposta la merciaia a dirmelo”. “La merciaia è venuta qua?!”. “Sì”. “E come mai?”. “Non lo so, anch’io mi sono stupita”. “Solo quello ti ha detto?”. “Ti sembra poco?”. Il signor Fernández non rispose. Del cappotto non gliene fregava niente, ma perché la troia era venuta dal cesso e non glielo aveva detto quando si erano incrociati per strada? glielo chiederò domani Gli bastò pensare alla troia perché il tigrotto gli facesse un accenno di saluto. “Che cosa pensi di fare?”. “E che vuoi che faccia?” rispose andando a pisciare in bagno, nel cortile faceva freddo. Quella notte la signora Fernández non chiuse occhio, quando si alzò, aveva preso una decisione. Suo marito era uscito senza dire parola, se ne fregava dell’affronto che le avevano fatto gli Andreani. Bene, se le cose stavano così, doveva essere lei a salvare l’onore della famiglia. Poteva essere un caso, ma da quando la macellaia aveva iniziato a sputtanarla in giro, non era venuto nessuno a portarle del lavoro. Di solito, con il cambio di stagione, era sempre indaffaratissima. In più, se quella teneva il cappotto in bella vista, magari la gente aveva sterzato verso la moglie del muratore. Come sarta era un cane, ma la gente è così: oggi t’innalza fino alle stelle, poi ti volta le spalle. Date le circostanze non si sarebbe sciolta lo chignon, non si sarebbe truccata, men che meno si sarebbe tolta gli occhiali. Usciva così com’era: a testa alta e con la faccia pulita. “L’onore della famiglia è tutto” diceva sempre il babbo siciliano. Di quella sua famiglia di merda non gliene fregava niente: un marito inutile e un figlio rintronato. Lo faceva per lei, perché si sentiva umiliata. Era l’ora di punta, la macelleria sarebbe stata piena di gente. Meglio, lei non aveva paura. Uscì da casa sbattendo la porta. Con passo sicuro fece i pochi metri che la separavano dalla macelleria. Entrò senza salutare. C’erano sei persone. Tutti si voltarono a guardarla, questo le fece perdere un trentacinque percento di sicurezza. Poi vide il cappotto in bella vista e ne perse altri quarantacinque. Quando guardò l’uomo amato che l’aveva ferita in quel modo, si mise a piangere. Quella era stata una mattina piuttosto noiosa. Nessun commento, proprio come se il cappotto appeso al chiodo fosse diventato invisibile. Che lo avessero tolto? No, avrebbe visto o sentito qualcosa, invece niente. A quel punto Tiko aveva deciso di scaldare l’acqua e farsi un bel pediluvio. Era seduto tranquillo con i calli a mollo, proprio quando sentì quel pianto provenire dalla macelleria. Lasciò immediatamente la bacinella. Si avvicinò, scalzo, alla porta che ormai era tutta la sua vita. Tolse il tovagliolo dalla toppa. Maledizione! Chi poteva essere? Dal buco vedeva solo la gente voltata che guardava verso l’ingresso, lì doveva esserci la donna che piangeva. Capì chi fosse solo quando sentì la voce della sarta. Con il venti percento di sicurezza che le restava, aveva urlato: “Ti farò ammazzare da mio marito!”. Dopo di aver minacciato quell’ingrato, la signora Fernández era tornata a casa e aveva pianto fino alla mezza, quando era rientrato suo marito dalla caccia. Lui non notò quelli occhi gonfi e rossi perché mangiò guardando il vuoto. “Visto che ho un marito che non sa difendere l’onore della famiglia, sono andata io dal macellaio”. Silenzio. “Ho visto il cappotto appeso, sai?”. Il signor Fernández continuava a masticare guardando il vuoto. “Mi senti?”. “Sì”. “E dì qualcosa!”. “Uffa! Ancora con quella storia?”. “Certo! Se perdo la clientela cosa mangiamo?”. “Selvaggina” le rispose alzandosi da tavola. “Te ne vai senza prendere il caffè?”. Suo marito non le rispose, andò in bagno e si chiuse a chiave ecco che si lava di nuovo che gli abbiano fatto una fattura? devo prendere un paio di mutande usate e portarglielo a doña María non si è nemmeno accorto che ho pianto Come se non bastasse, da quando era venuta la merciaia, suo figlio non la mollava un secondo. Aveva dovuto mettergli un materasso per terra perché non voleva dormire da solo in camera sua e ogni volta che andava in bagno, doveva accompagnarlo. Che vita di merda! Solimana aveva deciso: niente sonnifero, non era il caso. “Marcantonia oggi deve venire il marito della sarta”. Marcantonia la fissò con il suo sguardo bovino e non rispose. “Sai chi è?”. “Sì, quello che passa tutti i giorni e guarda dentro. Il primo, perché sono due che passano tutti i giorni e guardano dentro”. Doveva far attenzione, sua sorella era una scatola di sorprese. “Non so se guarda dentro, viene a portare un vestito che mi devo provare. Tu rimani in camera e non uscire”. “Uffa! Io mi annoio in camera”. “Ti do un po’ di quei biscotti che abbiamo di riserva per gli ospiti”. “L’ospite non è più venuto”. ancora con l’ospite! “L’ospite non verrà più, vuoi i biscotti?”. “Li voglio. Perché non verrà più l’ospite?”. “È morto”. “Perché?”. “L’ha ucciso la mamma”. Marcantonia si alzò di scatto trascinando con sé la tovaglia: “Dammi i biscotti che vado in camera”. Quando tutto fosse finito, non l’avrebbe più spaventata con la mamma. Iniziò a mettere a posto. Poi andò a controllare Marcantonia. Aveva la bocca piena e masticava. “Aspetta qui, hai capito?”. Chiuse la porta a chiave e tornò in cucina. Guardò dalla finestra, il cacciatore di selvaggina era già nel cancello, in anticipo di cinque minuti. Andò ad aprire la porta che dava sul cortile, gli fece un segno con la mano. Questa volta arrivò subito. “Ciao” lo salutò Solimana con un sorriso. “Salve” rispose il signor Fernández senza ricambiare il sorriso. Lo fece entrare, gli prese gentilmente il fucile: “Dammi che lo appoggio da qualche parte”. Lui le consegnò il fucile. “Anche mio padre andava a caccia, mi portava ogni tanto e qualche volta mi ha anche fatto sparare. Pensi che ne sarei ancora capace?”. “Vuoi provare?”. “È carico?” gli chiese lei con faccia spaventata. “Sì. Vuoi che tolga la cartuccia così prendi la mira?”. “Per favore, le armi di fuoco mi fanno paura”. Il signor Fernández aprì il fucile, estrasse il proiettile e lo mise nella borsa che teneva a tracolla, richiusa l’arma gliela porse: “Tieni, adesso devi solo puntare”. Solimana afferrò il fucile, lo posizionò, prese la mira. Il signor Fernández la guardava divertito. “Si vede benissimo. Con questo si può uccidere un uomo?”. “Altroché!”. “Oddio, che paura!”. Solimana abbassò l’arma: “Vado a metterlo in cucina. Vuoi un caffè? Io non l’ho ancora preso”. “No grazie”. Nemmeno lui aveva preso il caffè, ma adesso voleva tutt’altro. E in fretta anche, prima che la troia iniziasse con il suo giochetto di togliti questo, togliti quello, girati di qua, girati di là. Quella non lo avrebbe più preso per il culo. Detto e fatto, si tolse la borsa, la appoggiò per terra e iniziò a svestirsi. Quando Solimana tornò con la tazzina di caffè in mano, lo trovò seduto sul sofà con addosso solo i calzini vergine santa questo è matto “Vieni qua”, disse lui con voce ferma. Solimana si sedette il più lontano possibile da lui. “Ho detto qua!”. Il manovrabile cacciatore di selvaggina che Solimana conosceva, era sparito. Doveva fare attenzione, alla fin fine non sapeva come avrebbe potuto reagire. Iniziò a tastare il terreno facendogli un dolcissimo sorriso, arma fin allora infallibile. Il sorriso non produsse l’effetto desiderato. Sorseggiò un po’ il caffè, poi: “Caro devo dirti una cosa”. Che cosa doveva dirgli la troia adesso? se di nuovo tira fuori la storia della scema le faccio volare la tazzina con uno schiaffo la butto giù e le sprofondo il tigrotto dentro “Sentiamo un po’ cosa deve dirmi la signora adesso”. “Caro... non so proprio come dirtelo”. Solimana rimase in silenzio, lo sguardo del cacciatore di selvaggina era orribile. “Allora non dirlo e vieni qua!”. Solimana prese coraggio: “Purtroppo questa mattina mi sono venute le mie cose”. Lui la guardò diffidente: “Fa’ vedere”. “Cosa vuoi dire?”. “Voglio dire di farmi vedere se è vero”. oggi è decisamente più risoluto “Mi vergogno... ”. Il signor Fernández oggi non era più, ma assolutamente risoluto. Risoluto al punto di uccidere quella troia se continuava a prenderlo per il culo. “Se non mi fai vedere, prendo il fucile e ti faccio saltare le cervella, troia rizzacazzi che non sei altro”. Conoscitrice degli uomini, Solimana capì che questa volta non c’era via di scampo. Se la cavò prendendo con cura il tigrotto del signor Fernández e facendogli un servizio manuale che non faceva da tanto tempo, ma certe cose, una volta imparate, non si dimenticano più. Le riuscì assai bene. Il signor Fernández, un po’ disorientato all’inizio, finì per lasciarsi andare se mi fa una sega sarà vero che le sono venute le sue cose “Adesso dovresti andare, ho un sacco di cose da fare prima di aprire il negozio”. Il signor Fernández iniziò a vestirsi. Si stava allacciando una scarpa. “Che piedi grossi!”. “Ha ha ha… ho tutto grosso io”. “Avrai un quarantacinque?”. “Quarantaquattro”. “Fammi vedere”. Lui le diede l’altra scarpa, lei la girò, guardò sotto. Erano lisce. Gliela restituì con un sorriso. Lui la prese, se la infilò nel piede. Curiosa la troia. Niente male la sega. Si era così esperta con la mano figuriamoci col resto. Lui avrebbe preferito il resto, comunque si era rotto il ghiaccio. Per il resto c’era tempo, il resto della sua vita. Era felice, non avrebbe più toccato il cesso. Solimana andò a prendere il fucile, accompagnò il cacciatore di selvaggina fino alla porta. “Quando ti vanno via le tue cose?”. “Ti farò un segnale dalla finestra” rispose Solimana chiudendogli la porta in faccia. Poi tornò in camera. Marcantonia stava leccando le briciole che aveva fatto scivolare nel coperchio del barattolo, ormai vuoto. “Puoi uscire adesso”. “Hai finito col marito della sarta?”. “Sì. Per sempre”. Con la storia del cappotto la vedova Manchú sembrava ringiovanita di dieci anni. Ne parlavano gli abitanti del paese, quelli delle campagne vicine che venivano a prendere la carne, più amici e parenti di entrambi i gruppi. Un’altra notizia stuzzicante gliela aveva portato Pepincito. Riguardava la merciaia. Quella sfacciata era andata a casa sua. Lui, poveretto, era convinto che fosse per spaventarlo, invece lei era sicura che la merciaia fosse andata a trovare la moglie dell’amante apposta. Fatto sta che il bambino era terrorizzato. Forse aveva ragione il piccolo, magari quella voleva spaventarlo per assicurarsi che non raccontasse a sua madre che l’aveva vista giacere con suo padre. “Sì, vedova Manchú”. “Signora Manchú”. “Sì, signora Manchú, è venuta per tagliarmi con le forbici”. “Tagliarti con le forbici?”. Questo non doveva dirlo. “Volevo dire spaventarmi con qualsiasi cosa, magari le forbici, quella mi odia”. “E tuo papà cos’ha fatto?”. “Mio papà non c’era”. Certo! Era andata a parlare con la cornuta quando l’amante non c’era. “Povero piccino, è che cosa è successo quando la signorina Solimana è venuta a casa tua?”. “Non lo so, signorina Manchú”. “Signora Manchú”. “Non lo so signora Manchú”. “E perché non lo sai Pepincito? Parlavano troppo piano?”. “No signora Manchú, non lo so perché quando ho sentito la sua voce, sono scappato”. “Povero piccolo, vieni che ti do un pezzo di torta”. Sì. Era un bel periodo per la vedova Manchú speriamo che non si guasti il tempo ma non credo ormai è arrivata la primavera Dopo l’umiliante visita che l’afflitta signora Fernández aveva fatto al macellaio con il suo carico di vergogna, dolore e minacce di morte per l’affronto subito, sia nel paese che fra le due famiglie subentrò una certa calma. Purtroppo era la calma innaturale che precede la tempesta. Una tempesta che, con metodo e precisione, qualcuno stava ordendo da mesi all’insaputa di tutti: Alea iacta est. Prima di andare a letto, Solimana aveva dato una doppia dose di sonnifero a Marcantonia, doveva essere sicura che sua sorella dormisse fino a tardi speriamo che sia l’ultima volta Mise la sveglia alle cinque e mezzo del mattino. Andò a letto. Quella notte dormì male. Si alzò alle sei meno venti. Ballava dentro i pantaloni del babbo, ma di lunghezza andavano bene. Era alta lei! Si era coperta con un cappotto vecchio, anche quello del babbo, aveva bisogno di tasche grosse. In una doveva mettere il sacco di iuta piegato, nell’altra il pacchettino con la carne. Anche il Borsalino era un po’ grande, ma con lo chignon lo riempiva perfettamente. Aveva fatto attenzione a non rovinarsi la pettinatura, fino a sabato non sarebbe potuta andare dalla parrucchiera. Sopra il cappotto si era messa la borsa di Marcantonia, a tracolla. Gliela aveva fatta cucire apposta, quando andava a far la spesa perdeva tutto. Ormai non le serviva, sua sorella non sarebbe più uscita da sola. Mise dentro le scarpe del babbo, numero quarantaquattro, lei non buttava mai via niente. Aveva riempito le punte con del cotone e si era messa tre paia di calze. Con i lacci ben legati non le si sarebbero sfilate dai piedi. Per uscire si era messa un paio di vecchie scarpe della mamma, due numeri più grosse delle sue. Le sue tracce non dovevano trovarsi da nessuna parte. Poi, la cosa più importante, aveva preso un paio di guanti nuovi dal negozio. Fini per non perdere la sensibilità, neri perché non si vedessero al buio. Prima di uscire era andata a controllare Marcantonia. Russava beatamente. Perfetto. Uscì dalla porta del negozio, lì c’erano più tracce, quelle che avrebbe lasciato lei, si sarebbero confuse con le altre. Fece il giro dell’isolato e imboccò la stradina che passava dietro le case. Camminava decisa. Era tranquilla. Aveva studiato tutto a puntino, ma doveva sbrigarsi. Passò dietro la macelleria. Non si vedeva la luce accesa, ma sicuramente il macellaio era già tornato dal mattatoio. Si ricordò del pomeriggio passato insieme. Nel suo bel volto comparve un dolce sorriso. Quando superò la casa della vecchia che rammendava le calze, prese il pacchettino con la carne che aveva in una delle tasche. La prossima casa era quella della sarta. Si fermò davanti al cancello. Se si era alzata alle sei meno un quarto, come le aveva detto, doveva già essere al lavoro con il braciere acceso. Il cagnolino abbaiò solo due volte, poi cominciò a mangiare la carne avvelenata. Ci mise poco a morire, quel veleno per i topi a base di stricnina era una meraviglia. Prese la borsa che aveva nell’altra tasca. Ci mise il cadavere del cagnolino. Tornò indietro fino al pollaio degli Andreani. Per fortuna il cane della macellaia non si vedeva da nessuna parte. Mangiava come un porco, sicuramente stava russando nel cortile. Ormai si era abituata al buio. Cercò un posto discreto per lasciare la borsa con il cane morto eccolo Lo steccato non era alto. Ci avevano appoggiato un mucchio di pali contro, ma erano scivolati un po’ giù lasciando uno spazio sotto. Perfetto. Alzò il braccio, posò la borsa per terra, poi la spinse in modo che restasse nascosta sotto i pali. Nessuno ammazza il cane del vicino e lo lascia in bella vista. Tornò dalla sarta. Tutto quel via vai di tracce per terra non la preoccupava, anzi, si era messa le scarpe di sua madre apposta. Lei sapeva la misura del piede di ogni donna che abitava a Palo Santo, se la polizia avesse fatto una piccola indagine, non sarebbe risalita fino a sua madre, morta da dieci anni, ma fino a qualcuno vivo, ad esempio la macellaia, che aveva lo stesso numero di scarpe. Per raggiungere lo sgabuzzino camminò sopra i mattoni che, uno qua uno là, raggiungevano la casa. Adesso non doveva lasciare impronte. Aprì lo sgabuzzino. Sapeva che non era chiuso a chiave. Era buio pesto, comunque aveva memorizzato il posto di ogni cosa. Di ogni cosa che le interessava. Tolse le scarpe di sua madre e le mise nella borsa. S’infilò quelle del padre, legò forte i lacci, non le si sarebbero sfilate. Aveva fatto la verifica prima di andare a letto, dopo che Marcantonia si era addormentata. Le mancava solo che davanti a una clienta, Marcantonia le avesse chiesto come mai si era messa le scarpe del padre. Aprì l’armadio. Iniziò a tastare facendo attenzione. Ecco la scatola con le munizioni, ne prese due, non si sa mai. Tastò la parete dove aveva visto il chiodo con il segno del fucile. Non si era sbagliata, era il chiodo giusto. Prese il fucile, lo caricò. Poi andò fino alla porta. Guardò fuori. Silenzio e buio. Camminò sulla terra facendo pressione con ogni piede. Adesso doveva lasciare le impronte. Varcò il cancello, andò fino all’angolo, girò a sinistra e continuò finché raggiunse la strada principale. La notte era nera come la pece. C’era la luna crescente, ma per fortuna il cielo era coperto. Fortuna o Giustizia Divina. Si vedevano solo tre luci accese: quella che filtrava attraverso le persiane della sarta, quella della panetteria e quella del macellaio. A quell’ora il vecchio Tiko già doveva essersi alzato, ma dalla strada non si vedeva la luce accesa. Doveva affrettarsi, faceva ancora buio, ma presto si sarebbe svegliato il muratore. Stava ultimando i lavori della nuova casa per gli sposini, prima che rientrassero dalla luna di miele. Camminava rasente i muri. Superò la casa della sarta, si fermò un attimo alla finestra della macelleria. Guardò dentro. Lui era dietro il bancone, stava bevendo il mate. Si sentivano le note di un tango. Come tutte le mattine, Tiko si era alzato alle sei in punto. Alle sei e un quarto aveva già finito con le pulizie mattutine. Da quando la macellaia aveva appeso il cappotto al chiodo – che dalla toppa lui non riusciva a vedere – si sbrigava con le pulizie. Un commento interessante poteva venir fuori in qualsiasi momento. Non voleva perdersi niente. Iniziò a prepararsi il mate. La preparazione del mate è quasi un rito. L’acqua non deve essere troppo calda perché non bruci l’erba, ma se non è sufficientemente calda, sa di niente. Una volta ottenuto il punto giusto di calore, si deve far cadere l’acqua piano piano, così l’erba s’inumidisce un po’ per volta. Un mate come Dio comanda deve presentare una superficie schiumosa che, se si sono rispettati tutti i parametri sopra elencati, può durare inalterato per almeno sei bevute. Poi, man mano, la schiuma sparirà dando luogo a quegli odiosi paletti che galleggiano in un liquido sempre più trasparente che non sa di niente. All’ottava, al massimo alla decima bevuta, bisogna cambiare l’erba e iniziare daccapo. Eh sì, per bere il mate ci vuole del tempo a disposizione, si capisce. Poi ci sono le aggiunte: con lo zucchero, con il caffè, con la scorza di arancia, di limone… Tutte cose da gringos, si capisce, che farebbero inorridire un gaucho vero. All’improvviso Tiko sentì delle voci provenire dalla macelleria. La musica della radio era troppo alta. Non riusciva a capire le parole. Andò di corsa a mettere la lanterna nella stanza da letto, tornò, tolse il tovagliolo che copriva la toppa e si piazzò dietro. Il signor Andreani, pallido come un morto, stava guardando verso l’ingresso. “Cara! Cosa ci fai con quel fucile?”. “Sono venuta ad ammazzarti brutto figlio di puttana”. “Ma… è uno scherzo?”. “Nessuno scherzo, il bambino aveva la tua stessa macchia”. Il signor Andreani non capiva di quale bambino stesse parlando. Perché gli puntava con un fucile? Che fosse impazzita come sua madre... “Violentare e mettere incinta una ritardata mentale! Ho visto la macchia nera che hai sul petto”. Questo era stato detto quasi urlando, Tiko lo aveva capito perfettamente, come aveva capito anche di chi fosse quella voce. Poi si sentì lo sparo. Gardel cantava: Mi Buenos Aires querido cuando yo te vuelva a ver... 23 Mentre cadeva ferito mortalmente dalla donna che aveva amato come nessun’altra in vita sua, il signor Andreani si ricordò della macchia di grasso che non voleva andar via. Se l'era fatta aggiustando la porta della ghiacciaia sicuramente l’avrà vista ma perché... All’improvviso Tiko si ricordò della voglia. A generazioni alternate, i membri maschi della sua famiglia erano colpiti da quella voglia nera in mezzo al petto. Nel suo paese – là nella lontana Grecia, si capisce – i membri della sua famiglia erano detti i vogliosi. A lui non era toccata. A quanto pareva era toccata a suo figlio, un figlio che non sapeva di avere. Per quello la scema non si era più fatta viva! Se la situazione era quella, c’era solo una cosa da fare. Tiko prese un pezzo di giornale 23Mia Buenos Aires amata quando io ti rivedrò... Alfredo Le Pera, 1934. vecchio, lo appallottolò, otturò la toppa alla bell’e meglio e decise di andare a dormire. Tre ore dopo, quando la polizia bussò alla sua porta, era ancora coricato. Urlò: “Avanti”. – È stata proprio una nottataccia signor Commissario. La gamba, si capisce. Quando si blocca non c’è verso di metterla in moto. – Mi sarò addormentato verso le tre, ho dormito fino alle nove di questa mattina signor Commissario. – Di solito mi alzo presto, ma questa notte con la gamba… – No, non ho sentito nessuno sparo signor Commissario. – Arrivederci, signor Commissario. Lo aveva attirato a casa sua come a tutti gli altri, nessuno era da escludere, ma che fosse stato proprio lui non lo avrebbe mai detto. Era rimasta male quando gli aveva visto la voglia sul petto. Peccato! Quell’uomo le piaceva sul serio. Lo avrebbe scelto come amante fisso, ormai non pensava più di sposarsi. Con Marcantonia non avrebbe potuto. Il babbo le aveva insegnato a sparare quando era una bambina. “Sei coraggiosa come Solimano il Magnifico” le diceva sempre. Era proprio fissato per la storia antica il babbo: “Tu dovevi essere nata uomo, sei audace come un uomo”. Suo padre non aveva mai capito niente. Gli uomini coraggiosi! Lei ne aveva conosciuti parecchi, di uomini coglioni, ma pochi coraggiosi. Una cosa era vera: audace era audace. E di sangue freddo, infatti, aveva pensato a tutto. Il sacco di iuta per mettere il cane morto, ad esempio, era uno di quelli per il mais che vendevano all’emporio. A Palo Santo tutti sapevano che il macellaio, oltre al pane vecchio della panettiera, dava del mais alle galline. Alla fine la polizia lo avrebbe scoperto. Una prova in più dell’odio che opponeva le due famiglie. Se poi la polizia non avesse trovato il cane morto, la macellaia avrebbe pensato che era stato suo marito. Magari si sarebbe rallegrata: lo aveva fatto per lei. Torto per torto: la sarta le aveva rovinato il cappotto, suo marito le aveva ammazzato il cane. Ricordò la faccia del macellaio quando era entrata nella macelleria con il fucile in mano e il Borsalino in testa. Prima l’aveva guardata con gioia, poi con sconcerto. Le aveva detto perché lo ammazzava. Non lo odiava né lo aveva ammazzato per vendetta. Era solo giustizia. E la giustizia non è odio né amore. È solo giustizia. Era stato semplicissimo: un solo colpo in mezzo agli occhi. Suo padre sarebbe stato orgoglioso. Una mano gliela aveva dato anche la radio: per mascherare in parte il rumore dello sparo, aveva persino aspettato la nota più alta di Gardel. Poi si era guardata intorno. Concentrata in quello che doveva fare, non lo aveva visto ecco il cappotto appeso al chiodo Prima di uscire aveva guardato la strada. Era deserta. Fucile in una mano, cappotto nell’altra, era tornata da dov’era venuta. Aveva ripreso la stradina secondaria, si era fermata davanti al cortile trascurato della sarta. Doveva completare la seconda parte del lavoro: il tocco finale. Superò il cancelletto, andò di nuovo nello sgabuzzino pestando forte, anche adesso doveva lasciare le impronte. Entrò. Doveva fare attenzione. Solo le mancava fare rumore quando aveva quasi finito. Tastò la parete cercando il chiodo, appese il fucile, piegò il cappotto, lo mise nell’armadio. Ripose il proiettile avanzato nella scatola. Si cambiò le scarpe, uscì dallo sgabuzzino. Sorrise pensando al figlio della sarta. Se l’avesse vista, sarebbe morto dallo spavento. Si avviò verso il cancello camminando di nuovo sui mattoni, adesso le impronte non ci volevano. Prese a destra. Dietro la macelleria era buio come prima, sicuramente lo avrebbe trovato il garzone. Non si preoccupò più delle tracce, ce n’erano troppe, nessuna sua. Tuttavia ebbe la precauzione di girare e riprendere la strada principale per entrare dal negozio. Affrettò il passo. Si sentì il canto di un gallo in lontananza. Iniziava ad albeggiare. La sera di giovedì 7 ottobre 1943, il signor Fermín Fernández fu arrestato e condotto al commissariato di P. Accettò tutti i capi di accusa: omicidio volontario aggravato dalla premeditazione. Emesso il verdetto, fu trasferito al penitenziario di O. per scontare la pena dell’ergastolo. Che cosa avrebbe potuto fare? Quello che doveva fare, avrebbe dovuto farlo prima, quando sua moglie si lamentava per quel maledetto cappotto. Lei glielo aveva detto: “Se tu non fai niente, dovrò farlo io”, e lei lo aveva fatto, eccome se lo aveva fatto! Mai e poi mai avrebbe immaginato che quella donnetta lagnosa potesse arrivare a tanto. E che sangue freddo! Lo aveva ammazzato prima che lui si alzasse. Quando era andato a deporre, lei era già tornata, cuciva con il braciere acceso come se niente fosse. Una che non aveva mai toccato un’arma in vita sua! Com’era possibile?! Un solo colpo in mezzo agli occhi. Forse era l’abitudine di far passare il filo nella cruna dell’ago... Sul fucile non c’erano le sue impronte, ma questo lo capiva: sua moglie era sempre stata una freddolosa, sicuramente si era messa i guanti. Quando aveva cercato di parlare per chiederle spiegazioni, lei lo aveva zittito: “Ti prego, non dire niente. Promettimi che non parleremo mai più di questo”. E lui glielo aveva promesso. Era l’unica cosa da fare. Se lui avesse parlato, con lei in galera, come avrebbe potuto portare avanti una casa e allevare il bambino? Tutto sommato non era stata una cattiva moglie. Anche adesso, veniva a trovarlo una volta al mese con i cannelloni. E finché ce n’era stata, gli aveva portato tutta la selvaggina sottaceto. Poteva stare tranquilla, lui non avrebbe parlato, dopotutto non si stava male in galera. Si era perfino fatto degli amici, in paese non gli era mai capitato. Se non sei uno stupratore di bambini, ma un assassino a sangue freddo, persino ti rispettano. E poi in certe notti, quando il sonno tardava ad arrivare, pensava alla troia, si sparava una bella sega e si addormentava subito. Alla fine era stato un bravo marito. Pensare che sempre lo aveva considerato un incapace. Invece si era comportato da vero uomo. A volta le rimordeva la coscienza. Se lei non gli avesse tanto rotto le scatole con quel maledetto cappotto, non sarebbe successo niente. Quando lui aveva voluto spiegarle, lei lo aveva zittito. Lo perdonava lei, ci mancherebbe. Per farglielo capire si era fatta promettere che non avrebbero mai parlato dell’omicidio. Quello sì, invece di ammazzare il signor Andreani, avrebbe potuto ammazzare la moglie. Con suo marito in galera e la macellaia sotto terra, lei da sola col signor Andreani… forse era meglio così. Lui non la amava, altrimenti non avrebbe mai potuto toglierselo dalla testa. Inoltre – era stato il colpo di grazia – lui le aveva ammazzato il cane. Lui o lei, fa lo stesso. Se lo aveva avvelenato lei, lui era sicuramente d’accordo, comunque non aveva fatto niente per impedirlo. Anche se era difficile che quella avesse lasciato il letto caldo in piena notte... Che ingenua era stata a credere che lui l’avesse amata! I primi tempi erano stati duri, la gente voleva bene al signor Andreani. Nessuno le portava più lavoro. Se non fosse stato per la merciaia, che le aveva ordinato un intero guardaroba per la sorella, non voleva pensare a come se la sarebbe cavata. Per un po’ si era dovuta aggiustare solo con lo stipendio di Pepincito. Brava la vedova Manchú, glielo aveva anche aumentato. Poi, un po’ per volta, le cose iniziarono a migliorare. Man mano che l’immagine del bravo signor Andreani sbiadiva, tornava in primo piano quella della moglie, simpatica a pochi per essere generosi. La gente riprese a portarle del lavoro. Dopotutto, lei era una donna sola con il marito in galera e un figlio stordito da tirar su, quindi su quel fronte le cose si erano aggiustate, ma… le mancava un uomo. Anche questo fu risolto, capitò per caso. Da tanto tempo lei aveva l’intenzione di fare un bel camino nella sala cucito. Ci voleva proprio. Hai voglia di trafficare con il braciere in piena notte sopportando il freddo. In più, aveva sempre avuto l’idea di aprire una scuola di cucito. Una cosa da poco, intendiamoci. Quattro o cinque allieve al massimo, comunque non puoi scaldarle con un braciere. Fatto sta che aveva chiamato il muratore del paese: fra un mattone e l’altro, era scattata la scintilla. Non era amore vero, come il signor Andreani non ci sarebbe stato più nessuno, ma per il suo caldo sangue siciliano, il muratore andava benone. Il giorno dopo l’arresto del signor Fermín Fernández, furono celebrati i funerali del signor Antonio Andreani. A Palo Santo non si era mai visto un funerale con tanta gente e tanti fiori. Solo mancavano tre persone: Tiko – la sua gamba continuava a fare i capricci, si capisce – ovviamente la signora Fernández, e la vedova Manchú, che non poteva lasciare il lavoro. A fianco di Solimana, c’era Marcantonia. Un occasionale testimone affermò di aver visto la merciaia piangere. Epilogo Il garzone del macellaio – come aveva fatto il macellaio quando era garzone – sposò la figlia del padrone. Al momento della morte del padre, Pagnottina era incinta di due mesi. Il nuovo macellaio diventò, come suo defunto suocero, ma più a lungo, l’amante fisso della merciaia. Si sarebbero visti una volta alla settimana, quando lui passava per andare al mattatoio, esattamente come Solimana aveva stabilito con il precedente macellaio, particolare che quello attuale avrebbe sempre ignorato. A quell’ora, Marcantonia e Pagnottina, dovutamente rimpinzate la sera prima – come d’altronde tutte le restanti sere della settimana – dormivano placidamente stravaccate nei rispettivi letti. La signora Andreani non si sposò più, chi avrebbe potuto trovare poi? Finiti i pianti per la morte del marito, continuò la solita vita. Adesso era da sola in casa. Sua figlia e il marito avevano preso due camere dalla signora Pregadio, che si era decisa ad affittarle perché vuote si stavano rovinando. Non era molto contenta di questo genero, ma chi altro avrebbe potuto trovare sua figlia? Avvocatessa lei? Figuriamoci! Stava per avere un bambino... con il pancione era diventata una balena di centodue chili. Meglio così, non doveva preoccuparsi più se ingrassava, il marito lo aveva trovato. Fatto sta che ogni tanto si sentiva sola, cominciò a invitare Tiko a mangiare e, si sa, una cosa tira l’altra. Così, in certe notti di caldo insopportabile – grassa com’era, lo pativa di più – lasciava aperta la porta che dava sul cortile. Restava in attesa fino a quando non sentiva quel passo irregolare di una gamba buona che ne trascina una guasta, allora si spostava per fare un po’ di spazio nel letto. Fino alla menopausa, cioè fino alla veneranda età di cinquantotto anni, Marcantonia non uscì mai da sola. In compenso, ogni Natale, Solimana le portava le paste con la panna. Poco a poco dimenticò il morticino e non andò più nello sgabuzzino a prendere la vanga. Con il tempo, Pepincito smise di sognare la signorina Solimana che gli tagliava il pisello, ciononostante non mise più piede nel suo negozio. Nemmeno da adulto. Accompagnava sempre la mamma a veder il papà una domenica il mese. Due anni dopo la tragedia, sua madre gli comprò una bici nuova, ormai con la scuola di cucito guadagnava bene, ma era diventata una fifona. Così avevano preso un cane grosso per spaventare i ladri – per quando dopo il mancato furto di Reinoso – di ladri, in paese, non se n’erano più visti. Quando compì sedici anni, gli fu offerto di lavorare nell’emporio: doveva recapitare le cose più delicate ai clienti. Accettò alla sola condizione che non lo mandassero mai dalla merciaia. Spinto dal sempre pazzo Echeverry – che continuava a dargli i fumetti – a diciotto anni s’iscrisse a un corso per corrispondenza di grafica e disegno. Fino al giorno della sua morte, accaduta cinque anni dopo l’assassinio del macellaio, la vedova Manchú – grazie alle telefonate fra la merciaia e il garzone della macelleria, adesso padrone – visse gli anni più felici della sua vita. Oltre ai vividi commenti riguardo ai loro incontri amorosi, quando non c’era nessuno da servire nei rispettivi negozi, gli amanti si scambiavano pettegolezzi sui clienti. Forse questo sfrenato piacere quotidiano fu la causa dell’infarto che la portò alla tomba, proprio il giorno in cui compiva i suoi primi sessant’anni. La coppia di sposini visse felice e contenta fino al quinto anno di matrimonio, poi per Natale venne in visita un cugino dello sposo. Era più bello e più sapiente, in certe arti, del cugino campagnolo; la sposina scappò con lui a Buenos Aires, lasciando al marito i quattro figli. Oggi il paese non esiste più; tuttavia, cliccando il suo nome su Internet (no Palo Santo, ma il suo vero nome), compare una foto scattata da chissà chi. Si vede una casa semi diroccata accanto a un mulino a vento fuori uso. Domselaar, Argentina, dicembre 2010