LE STRADE RACCONTANO
Note di toponomastica sammarchese tra mito e storia
Ho sott'occhio un libretto di Matteo Ciavarella "Fra orti e mugnali"1. E’
un elenco delle strade di S. Marco in Lamis, ciascuna corredata della sua
cronistoria.
Precede un buon compendio storico del paege ed una prefazione del
Tusiani. E’ un bel libro. Ne ho scorso le pagine ed alcune strade mi hanno
parlato: le strade raccontano a chi le ha percorse nella prima infanzia, le ha
riviste nell'età matura, le ricorda - ed ha scoperto di amarle - nell'età avanzata,
con la nostalgia del vecchio emigrante.
Nella rubrica televisiva "Almanacco del giorno dopo" nel 1983 è piú
volte presentata una voce: "Le pietre raccontano"; le strade mi parlarono molto
tempo prima, me ne è buon testimone il mio amico prof. Tommaso
Nardella....
Via Carducci, Via Roma, piazza Madonna delle Grazie, la Padula, via
lungo Iana, via pozzo grande, via Starale. Voci e sussurri, racconto antico della
primitiva S. Marco. Racconto che in parte illumina tempo protostorici, in parte
tempi di storia certa, ricordati da Ciavarella, a partire dal 1500-1600.
Dice il Ciavarella: "via Carducci... dal 1809 al 1931 aveva portato la
denominazione di strada del Purgatorio, che traeva origine dalla Chiesa del
Trionfo del Purgatorio fatta costruire nella prima metà del seicento dal
sacerdote don Angelo Pupillo, che fu anche il fondatore della confraternita
delle Anime del Purgatorio, riconosciuta dal sovrano nel 1777".
Ho dei dubbi: come si chiamò quella strada dal 1500-1600 al 1809? E se
invece la strada si fosse già chiamata via del Purgatorio per voce popolare, dai
tempi della costruzione della chiesa omonima; o se addirittura la strada si fosse
già chiamata cosí, e la chiesa ne avesse preso il nome?
1) CIAVARELLA M., Fra orti e mugnali. Quaderni del sud. 3.1982. Lacaita Ed.
Via Cadoma 20. 74024 Manduria (Taranto).
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La via Carducci oggi è una strada anodina: asfaltata, in salita, stretta se si
misura col metro delle strade moderne. Io la ricordo, da bambino, diversa e
piú significativa: la "strada del Purgatorio " mi sembrava - ed era per quei
tempi - straordinariamente larga. Nella parte alta dalla "piazza di sopra" (corso
Giannone) alla Chiesa era una scalinata larga di pedata e bassa di alzata,
acciottolata. Ai margini aveva due marciapiedi larghi, diversamente costituiti.
Dall'altezza della Chiesa al suo sbocco nella "piazza di sotto", già "piazza
seconda" ed ora corso Matteotti, la strada si restringeva, ed aveva una lieve
pendenza.
Sembrava una strada fatta per contenere adunanza di popolo a monte
della Chiesa e fino al sagrato, e per consentire a valle il deflusso dell'adunanza.
Via Roma: "è una delle principali strade della città... tutt'ora indicata con
la primitiva denominazione: "la strada del ponte" (da La Strada Ponte delle
Grazie) cosí detta da un ponticello costruito, in tempi abbastanza remoti, allo
scopo di permettere ai cittadini un piú agevole passaggio sul torrente Iana ...... "
"L'antica denominazione di strada Ponte le Grazie rimase in vigore fino
al 1907..." Così il Ciavarella.
All'inizio del secolo, e come la ricordo io, la "Strada del Ponte" iniziava
dalla "Piazza di Sotto" (via Matteotti) e terminava al "ponte". Il ponte
scavalcava il torrente quasi a metà del suo percorso urbano, e non era un
pontìcello: aveva la stessa larghezza della strada, era fiancheggiato da spallette.
Subito dopo il ponte la strada, ed il sobborgo delle Grazie, si allargava, e le
pareti laterali delle case fiancheggiavano il torrente. Ancora all'inizio del secolo
anche il ponte si allargava. Qui i miei ricordi si fanno confusi; ma mi sembra
che esso diventasse copertura del letto torrentizio, già divenuto scarico di acque
luride e di immondizie e fortemente maleodorante; un pezzo di tombinatura
ante litteram, che poi fu seguito, dopo molti anni (molti... non so quanti, ero già
studente inforestierato) dalla copertura lungo tutto il percorso del torrente fino al
"Puzzu ranne".
(Piazza) Largo delle Grazie. Dice Ciavarella: ... "la denominazione trae
origine dalla chiesa dedicata a Maria SS.ma del Rosa124
rio e a Cristo Redentore, ma intesa comunemente come la Chiesa della Madonna delle
Grazie. Ritenuta da qualcuno come la Chiesa piú antica di S. Marco .......
Ricordo il S. Marco degli inizi del secolo, quale io lo vedevo, e lo vide il
Bacchelli: appiattito sulle pendici del monte, dal rione San Giuseppe a quello
dell'Addolorata e di San Berardino. Il paese era pressoché tutto lì ordinato in
file di case perpendicolari all'asse della valle, le piú alte di 2-3 piani verso il
fondo valle, e sempre piú basse lungo le strade a gradoni risalenti sul monte. Il
panorama andava visto da Casarinelli, ed io bambino lo vedevo, di giorno e di
sera, da "Le Pietre" la casetta di campagna che mio padre si era fatta costruire
anticipando la consuetudine del weekend ("Le Pietre" si vedono, isolata casetta
sul profilo del monte, nel quadrante alto a sinistra della figura 25 della raccolta
iconografica di Bonfitto e Nardella)2.
Da lassù io vedevo il paese distendersi ai miei piedi: linee di coppi e
stradine allineate e parallele. La massa era tagliata trasversalmente dalla linea dei
corsi "piazza di sopra" e "piazza di sotto", e dalla linea del torrente.
Sporgevano in avanti i rioni al di qua del torrente: l'Addolorata, le Grazie, il
polmone verde dei grandi platani della Villa.
L'allineamento delle strade sfalsava fra i vari dispiegamenti del paese da
est ad ovest; cioè erano tutte parallele e discendevano dal piede delle "Coppe"
(credo si chiami così il monte a nord del paese) alla "piazza di sopra". Quelle
che dalla "piazza di sopra" raggiungono la "piazza di sotto" (da corso
Giannone a via Matteotti), anch'esse parallele tra loro, non erano però allineate
con le strade superiori. E così quelle, che dalla "Piazza di sotto" raggiungevano
il corso del torrente, erano a loro volta parallele tra loro ma non allineate con le
superiori. Specie di notte le filiere delle luci sottolineavano il caratteristico
sfalsamento delle strade; io le vedevo bene dalle "Pietre".
2) BONFITTO G., NARDELLA T., Dal fondo dei paesi. Quaderni del sud. 2.198 l. Collana
editoriale diretta da Motta e Siani Piazza Europa 5.
71014 S. Marco in Lamis (Foggia).
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Le uniche strade, larghe in confronto alle altre, perfettamente allineate tra
loro, erano quelle del Purgatorio, del Ponte, delle Grazie.
Nel 1500, al tempo cioè della costruzione della Chiesa del Purgatorio, il
paese era costituito, se ho ben compreso la ricostruzione del Ciavarella, da
alcuni nuclei abitati: uno fra il "Trono" ed il "Purgatorio"; in basso dai rioni del
"Pozzo Grande" e della "Palude" fino alla "strada del ponte".
Dunque la via del ponte, che davano accesso al rione "delle Grazie",
costituivano un largo, pei tempi, e lungo viale rettilineo, marginale al paese, che
conduceva direttamente al cimitero dei "Morticelli". Il cimitero era posto a valle
delle fonti pubbliche delle acque ( "I Pozzi" ) per non contaminarle, in un punto
periferico del paese, quale era in quel tempo.
Nella loro evidente significatività, le strade, che costituivano il viale di
accesso al cimitero, raccontano una loro mistica storia. Il loro nome primitivo,
che conservavano agli inizi del secolo, fu loro dato dal popolo e non imposto
da commissioni; un nome che esprimeva una funzione. E la funzione di quelle
strade era quella di condurre i defunti alla loro dimora, e le loro anime di Dio
attraverso il Purgatorio e nell'affidamento alla Grazia. Ritengo che oggi il rito
dell' "accompagnamento" non sia più quello, che io ricordo agli inizi del secolo
e che aveva certamente lunga tradizione.
Il corteo funebre non si limitava al tragitto più breve fra la casa del
defunto e la parrocchia, ma si snodava per le vie principali, "Piazza di sopra e
Piazza di sotto", e seguiva un itinerario tanto piú lungo, quanto piú importante
era il defunto.
Il "paese" si schierava al bordo delle strade a commentare sulla vita, le
ricchezze, le eredità del defunto; e a pregare per lui se in odore di benefattore o
comunque amato 3. E’ fantasia, ma non illogica, vedere gli adulti de "i fuochi"
(le famiglie) che nel complesso dovevano raggiungere le tremila persone nel
1500, radunarsi nel largo inizio della via del Purgatorio per comporre il corteo
fino alle Grazie.
3) BONFITTO e NARDELLA, l.c. 30.
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Planimetria parziale del Comune di San Marco in Lamis del 1873. (Da: Ciavarella, op.
citata).
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I nomi delle strade e dei luoghi testimoniano della loro storia.
"Le Grazie", la chiesa ritenuta la piú antica del paese, fu in realtà il primo
cimitero di cui si ha memoria. Il suo nome ha una chiara origine popolare.
Nei cimiteri si incontra spesso, se non sempre, una cappella titolata alla
Madonna della Grazia per consuetudine e pregiudizio popolare.
I romani credevano che il latte fosse cibo di vita; essi usavano bere il latte
sulle tombe dei defunti e praticavano buchi nei coperchi dei sarcofaghi per
versate il latte nell'interno 4 . Tale credenza era tuttora valida nel 1500-1600, e in
quell'epoca l’iconografia religiosa presenta la Madonna delle Grazie, spesso col
Bambino in braccio, che spreme il latte dal suo seno in rivoli sulle anime
purganti ai suoi piedi5.
Pertanto la piú antica chiesa di S. Marco, che fu cimitero e poi rimase
chiesa cimiteriale fino alla eliminazione dei "Morticelli", fu verosimilmente
chiamata dal popolo "Le Grazie" fin dalle sue origini e tale rimane tuttora. E
possibile che la consacrazione diversa (alla Madonna del Rosario ed al
Redentore) sia posteriore ed abbia costituito un tentativo di liberare la religione
dalla antica superstizione popolare. In sostanza si sarebbe tentato di sostituire i
concetti di preghiera e redenzione a quello di grazia, che però rimase tale nella
coscienza popolare. Se così è, come la logica dei nomi suggerisce, anche il
nome di "Purgatorio", che precede la Grazia in quello unico viaggio verso
l'eternità, potrebbe avere origine popolare e finalistica, anteriore alla costruzione
della chiesa.
La Palude, via lungo Iana; via Pozzo Grande; Via Starale. Dice Ciavarella
(l.c. 134): "la Padula è ritenuta il primo nucleo abitativo di S. Marco". Essa ha
due porte: "porta vecchia e porta nuova.... (Porta vecchia corrisponderebbe al
tratto di via Bux che
4) TOSCANO G., Il Pensiero cristiano nell'arte. Istituto d'arti grafiche. Bergamo. Vol. II.
492-494.
5) Da TOSCANO G., l.c.
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Nicola dell'Amatrice: La Madonna delle Grazie.
Chieti. Municipio (Da Toscano, op. citate).
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fiancheggia la collegiata e porta nuova a vico Palude"... che segna l'apertura
verso la via Matteotti) ".
"Via Pozzo Grande" rappresenta uno dei più antichi toponimi della città
e ricorda... l'esistenza di un pozzo piú grande del solito".
"Via Starale dall'antico toponimo della zona in cui rimane la via".
"Via lungo Iana... deriva dal torrente omonimo che scorre parallelamente
ad essa; il nome del torrente deriverebbe da Giano, il cui culto anticamente
sarebbe stato assai diffuso nelle contrade garganiche... anzi sulla collina dove
sorge il convento di S. Matteo, vi sarebbe stato un tempio dedicato a Giano.
Quindi, molte contrade e abitati circostanti avrebbero preso nome da quello
del nume pagano, e così : tutto il vallone di S. Marco, che si estende dai conventi di S.
Matteo e di Stignano, sarebbe stato denominato Valle la Iana ....... ".
Così, con prudente condizionale, si esprime Ciavarella. Egli è andato
molto vicino ad udire la parola delle strade, ma non ne ha capito il racconto.
Già altrove ho espresso l'opinione che il torrente Iano (o Iana, piú
propriamente) derivi il nome da ianua, porta e non da Giano. Infatti il vallone di
S. Marco rappresenta l'unica apertura naturale, la porta del Gargano verso la
pianura pugliese. Se "iana" derivasse da Giano, il torrente dovrebbe chiamarsi
Jano, addolcendo la G iniziale in I lunga; ma il nome è iana, femminile e con la I
breve: è un nome latino (il latino non ha la I lunga). I romani chiamarono porta,
ianua, anche altre località; ed io ricordavo Genova, l'antica ianua che dal mare e
dalla via Aurelia apriva la porta verso la terraferma. Nel contesto delle varie
sezioni in cui si divide il vallone di S. Marco il significato di ianua come porta
riemerge senza pericolo di confusione e con assoluta certezza. Il vallone che da S.
Matteo va fino a Stignano si divide sul terreno in tre parti: la valle di Stignano
fra i monti la Donna e Castello, inizia dal "Convento di Stignano" e termina in
quello che all'inizio del secolo era ancora il rione "S. Berardino" (così l'ho
sempre sentito chiamare nella mia infanzia); la iana, che segue, va da " S.
Berardino " alla " Chiesa Madre " (il nome di torrente Iana è circoscritto al
tratto interurbano dall'alveo del torrente. Non ne ho sentito parlare nè a monte
nè a valle, se non per qualche vago
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accenno ad un torrentello che sarebbe esistito nella zona di S. Matteo; ma io
non credo a questo; se cosí fosse lo iana riapparirebbe dopo la interruzione
dello Starale. Il torrente come unicum in realtà esiste ed è segnato sulle carte
topografiche: inizierebbe in località Montenero e si perderebbe, con fenomeno
carsico, sotto Stignano; ma non ha nome. In origine, ho la ferma convinzione
che non vi sia stata altra Iana che quella urbana; il resto potrebbe essere
estensione postuma del nome originario. Infine, proseguendo in salita, dopo la
iana la valle dello Starale, che andava da S. Marco a S. Matteo. I nomi delle
strade e dei luoghi raccontano chiaramente la loro storia. Procedendo dalla
pianura verso l'interno del monte si incontra la valle di Stignano, di chiara
etimologia "ostium ianuae ". Tutta la valle è l'ostium; la strada fu originalmente il
letto del torrente, e tale rimase fino alla costruzione della "via nova" di S.
Severo. La strada primitiva raggiungeva la quota del piano terreno all'altezza di
quella che era propriamente detta la iana, chiamato poi globalmente "lu
puzzuranne", e che oggi appare come una piazzetta irregolare, bordata da case
basse e dimesse, disordinate per altezza ed allineamento, evidentemente sorte
"per generazione spontanea" come primitivo centro di sosta e di commerci del
paese. Al centro il pozzo grande, che dava il nome al rione. Sorse dopo, e di questo
si hanno notizie storiche, la Padula o Palude che aveva una porta sulla piazzetta
già esistente (la Porta vecchia). La Palude, costruita secondo un piano, ebbe una
struttura urbanistica esemplare: rettilinea, con case per l'epoca decorose e
provviste di sottani distinti dalle stanze; al centro della strada vi era una fila di
pozzi che consentiva il rifornimento di acqua alle famiglie (poche per ogni
pozzo) senza comunelle e confusioni. Non potevano circolarvi i carri. Ancora a
metà del secolo la palude offriva un esempio di strada pedonale tranquilla e
silenziosa, residenziale "off limits" da quella che doveva essere alle sue spalle la
movimentata piazzetta del pozzo grande. In quest'ultima, ai primi anni del
secolo, si trovavano ancora la "Taverna", il fabbro maniscalco, il pozzo grande. Servizi
che io, bambino, ho visto esaurirsi progressivamente e sistemarsi al piano, nel
palazzo La Selva, lasciando il "puzzu ranne" in uno stato di sonnacchiosa
emarginazione. Quando ero bambino al "puzzuranne" aveva tuttora alloggio
per sè e per i cavalli, e recapito, quello che
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ritengo sia stato l'ultimo barrocciaio di San Marco. Si chiamava Donato (non ne
so il cognome) e si doveva prenotare lo sciarabà (char à bancs) per farsi portare
a S. Severo. Non viaggiava tutti i giomi per lasciare il riposo ai cavalli. Io avevo
il compito di andare da Donato, nel tardo pomeriggio, per compiere
l'operazione di noleggio; ne ero molto fiero.
Costruita la "strada nuova", la quale raggiungeva S. Berardino a quota
piú alta del torrente, fu necessario scavalcarlo. Non so intuire i tempi e le date:
l'ostium ianuae è romano, la via nova è posteriore ed il ponte di S. Berardino
era già ai miei tempi una larga tombinatura che dava accesso al rione
dell'Addolorata, storicamente sorto relativamente tardi, nel 1700, ed alle "vie
novae" (così si chiamavano) dei piani di sotto e di sopra (oggi viali della
Repubblica ed Europa, confluenti nella zona "puzzu ranne", in via Marconi, già
via della Chiesa Madre) le quali conducevano dunque nuovamente alla piazzatta
terminale del "pozzo grande", centro primitivo del paese.
Le "vie novae" dei piani costituivano ancora, nei primi anni del 900, una
tangenziale di S. Marco, che verosimilmente per qualche secolo aveva condotto
al vecchio centro storico e via dei traffici del paese. Questa tangenziale
costituiva la via di accesso al centro garganico. Avevo amici varesini che mi
assicuravano di averla percorsa per recarsi, in auto, a caccia nella foresta umbra.
Di S. Marco non avevano altro ricordo.
Da questa tangenziale, al piano, partiva la via nova per S. Giovanni e
Rignano. Ingegneria primitiva, ma efficace, per lo svincolo del centro dai
collegamenti interurbani.
Un bel mattino di primavera, andando "alle Pietre", ho visto un gran
movimento di carri "alle Grazie"; la triste e cadente cinta dei Morticelli era stata
abbattuta, ed i carri trasportavano via mucchi di terra per risanare la zona
dell'antico recinto.
Potevo avere 5 anni. Nel 1909, dice Ciavarella, fu smantellato "i
Morticelli". Le date corrispondono.
Fu rinnovata la Chiesa delle Grazie; mi sembrava brutta, ma il piazzale
grande, bianco, succeduto a quel triste ed uggioso grigiore (io credevo che i
morticelli fosse il cimitero dei bambini, e mi sentivo particolarmente triste
passandovi accanto - ero bambino anch'io) mi dava serenità.
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Le case della zona si lavarono la faccia, altre se ne costruirono
avvicinandosi alla chiesa. La nuova organizzazione dei dazi comunali aveva
portato all'apertura di un decoroso ufficio nel palazzo La Selva in cui lavorava
Don Nicolino Siani. Demolite le baracche cadenti dei dazi a S. Berardino e
dietro la Chiesa Madre, press'a poco all'altezza della "porta vecchia", davanti
alle quali bisognava scaricare e mostrare pacchi e valigie come in una dogana.
Il palazzo La Selva, al centro di un largo spiazzo, con vie confluenti, si
attivava sempre piú come centro di nuova vita che portò ad esaurire
progressivamente quella del "puzzu ranne", ivi si allogarono Taverna e
maniscalco, oltre il dazio.
Quando ero bambino, dopo "i pozzi", che era una spianata che sbarrava
la valle, dove erano scavati pozzi comunali, iniziava lo starale, ostium arale, che
indicava lo sbocco a monte della ianua, verso l'ara.
Ovviamente si trattava di un'ara per compiervi i sacrifici del
ringraziamento per aver percorso il tratto piú pericoloso, sia per difficoltà
naturali che per possibilità di imboscate o rapine, del viaggio di accesso al
Gargano.
Ostium arale dunque precristiano. Lo starale conserva, fino all'inizio dei
secolo, la funzione di unica via di accesso ai fondi che costeggiavano la valle di
S. Marco a S. Matteo. Come l'ostium ianuae, Stignano, dava il nome a tutta la
vallata dell'accesso fino alla ianua, l’ostium arale, starale, dava il nome a tutta la
valle dall'uscita dalla porta fino al Monte Celano (coelum ianuae). Al termine
dell'ostium arale doveva esservi quindi un'ara, non un tempio. E questo è logico:
il tempio è il luogo di riunione di una popolazione: e quale comunità
preconventuale era nella zona di S. Matteo? Non ve n'è traccia.
Se poi dovessero nascere dubbi sull'agibilità di queste strade, basta
pensare che io personalmente ricordo lo starale come una strada acciottolata e
transitabile anche da carri. Si percorreva nelle gite a S. Matteo. Oggi chi lo
direbbe? Allo stesso modo, dopo non cinquant'anni di disuso, quanti sono
passati per lo starale, ma dopo secoli, non è possibile riconoscere nel fondo
valle di Stignano una strada di accesso alla "lama" in cui era la ianua. E questo è
tutto: mancano gli scritti ma i nomi popolari parlano ugualmente, in forma
sicura.
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Chiudeva la valle il coelum ianuae, il Monte Celano, aggirato il quale, alla
sua base si perveniva all'altopiano garganico.
Vorrei chiudere con il ricordo, collegato alle strade, di un amico.
Quando ero bambino, a S. Marco vi erano moltissimi cani di piccola
taglia, cani da traino o pummini, gli amici del trainiere. Questi faceva il piú della
strada a piedi, la frusta al collo come una sciarpetta, il manico di qua del collo e
la corda di là; il cagnino correva sotto il carro, all'ombra, o tra le zampe dei
cavalli.
Quando era stanco chiedeva il permesso di saltare sul carro, che gli era
accordato. Il pummino, che io ritengo fosse un lupetto di pomerania (pummino,
appunto) era rosso di pelo, molto intelligente, con un musino appuntito da
volpino, guardiano fedelissimo del carro e dei cavalli. Non ce ne sono piú. Ne
incontravo uno alcuni anni or sono, quando per qualche tempo tornai a far
vacanza a S. Marco, alle Pietre. Era randagio sulla via di Casarinelli. Un anno ho
tentato di farmelo amico: l'avrei raccolto volentieri. Era bellissimo. Non volle
saperne di me. L'anno dopo non l'ho piú visto. Sono scomparsi i traini, gli
sciarabà, le carrozze, i faeton, i cupé. Sono scomparsi anche i trainieri ed i
pummini. Amen.
VITTORIO DE FILIPPIS
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