Educarsi al pensiero di Cristo, Lettera Pastorale del Card. Angelo Scola Presentazione di mons. Paolo Martinelli, 26 settembre 2015 Io ho strutturato un po’ questa presentazione in questi termini. Vi farò innanzitutto un po’ di osservazioni iniziali che, molto semplicemente, sono una mia prima reazione al testo che spero possano aiutare anche voi a entrare dentro al testo, una condivisione di un approccio, diciamo così, gli elementi che mi colpiscono di più. In queste osservazioni iniziali anche alcune precisazioni sul testo, che mi sembrano così importanti. Questa serie di osservazioni iniziali vorrebbe arrivare fino a dire qual è il senso di questo testo, perché questa scelta che il nostro Cardinale ha voluto fare per i prossimi due anni. Il testo della lettera pastorale vuole impegnare tutto il biennio pastorale, quindi 2015-2017. È un tempo piuttosto prolungato con cui siamo chiamati a familiarizzarci un po’ con il testo. Poi cercherò in un primo grosso punto di mettere in evidenza il senso dell’itinerario, in modo particolare l’itinerario che il Cardinale propone facendo passare le pagine del Vangelo intorno alla discepolanza, in particolare di Pietro. Detto questo, vorrò fare due altri punti, un punto sul cercare di dire l’aspetto più cristologico, quindi che cosa ci dice di Cristo il Suo pensiero, e poi come educarci al pensiero di Cristo, mettendo in evidenza alcuni aspetti degli ultimi due capitoli della lettera del Cardinale. Questo è l’itinerario che pensavo di proporvi. Inizio con alcune osservazioni, reagendo un po’ a questo testo. La prima osservazione è che questo testo ha un’impostazione mediatica […], sta dentro un’eco significativa nell’ambito delle pubblicazioni in genere, è un testo che sta destando molta curiosità, molta attenzione, a cominciare dal titolo, sta colpendo molto la fantasia delle persone lo stesso titolo “Educarsi al pensiero di Cristo” e soprattutto quest’idea del pensiero di Cristo, che è un’espressione che di per sé non è molto utilizzata ed è tratta direttamente da uno scritto di San Paolo (1 Cor. 2, 16). È un’espressione di San Paolo: dice “noi abbiamo il pensiero di Cristo”, ma non è un’espressione familiare nelle catechesi, nelle varie riflessioni. Forse c’è anche un po’ di timore, l’espressione di Paolo è forte, mi sembra un po’ scomoda l’idea di dire “ho il pensiero di Cristo”. Infatti, il Cardinale affronta anche questo, … volevo dire che questa espressione sta colpendo molto. Se non mi sbaglio, addirittura questo libretto è al top delle vendite secondo una certa formula di computazione di questa società Ebook che valuta le vendite, addirittura si è piazzata al primo posto nell’ultima settimana. Allora uno si domanda “ma, che cosa colpisce di questo [libretto]?”. Il Cardinale ha scritto altre cose, ma nessuna ha avuto questo impatto immediato. Io dico subito: la cosa che probabilmente sta colpendo di più è proprio l’idea del pensiero di Cristo, perché mette in evidenza un paradosso che spesso non è considerato: Cristo pensa, ha un pensiero. Questa non è una cosa che viene tematizzata molto comunemente. Cristo è l’oggetto della nostra fede, per esempio, fa parte dei contenuti fondamentali della nostra fede, è un articolo del Credo: “credo in Gesù Cristo”; è un contenuto della fede, innanzitutto. Oppure può essere il termine della nostra preghiera, una preghiera rivolta a Lui. Oppure, da un punto di vista più laico può essere il termine di una ricerca, di carattere storico-critico, un’indagine di altra natura, di fenomenologia religiosa. Invece, qui quello che viene messo in primo piano è questo: Cristo pensa. Che cosa vuol dire? Che Gesù Cristo è un soggetto umano, i soggetti umani sono soggetti pensanti, hanno un pensiero. Allora, questo vuol dire (una frase detta un po’ paradossalmente) che l’oggetto della nostra fede, Cristo, in realtà è un ben preciso soggetto. Questo è un aspetto che inverte l’approccio che solitamente abbiamo: Cristo oggetto della nostra professione di fede, termine d una preghiera, … in realtà questo titolo ci costringe a renderci conto che l’oggetto della nostra fede è un soggetto che vive, ha sentimenti, pensa. Questo vuol dire, allora, che parlare del pensiero di Cristo, dei sentimenti che furono di Cristo Gesù è un’implicazione potentissima, fondamentale, non facoltativa del mistero dell’Incarnazione. Cristo ha preso su di sé tutta la condizione umana. Un uomo ha sentimenti, ha un corpo, ma ha anche un pensiero, pensa, cioè reagisce di fronte alle cose, ha delle impressioni, ha un modo di guardare la vita. Ma qui quello che viene sottolineato in primo piano è che Gesù è un soggetto, un uomo che vive, è Dio che è diventato uno tra di noi e ha assunto tutto della dimensione umana, eccetto il peccato, come ci dice la lettera agli Ebrei. Il peccato non fa parte della definizione dell’umano, è una ferita dell’umano. Quindi, stiamo di fronte al modo con cui Cristo abita la storia, abita la vita: è un uomo! E di fronte alle cose reagisce, ha sentimenti, ha pensieri, formula giudizi, si esprime sulla realtà. Quindi, mi sembra che occorra proprio mettere in evidenza il pensiero di Cristo, i Suoi sentimenti come un elemento fondamentale del grande mistero dell’Incarnazione. Non ha fatto finta di farsi uomo, si è fatto uomo veramente, assumendo su di sé tutte le dinamiche antropologiche, compreso il pensare e il sentire, che sono attività proprie dell’umano. Allora, qui alcune precisazioni mi sembra importante anticipare prima di entrare nel testo. La prima è che il pensiero di Cristo, questa espressione di San Paolo della prima lettera ai Corinzi, viene utilizzata lungo tutto il discorrere del testo insieme a un’altra espressione ugual1 mente paolina. I due termini, fin dall’inizio, vengono dichiarati sempre insieme formando la figura dell’endiade, cioè di due parole che possono essere utilizzate solo insieme: il pensiero di Cristo e i sentimenti che furono di Gesù. Il riferimento è alla lettera di San Paolo Apostolo ai Filippesi, il famoso, celeberrimo capitolo secondo, proprio nel versetto 5 prima di entrare in “pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso …” dice “abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù”. Il Cardinale usa sempre queste due espressioni insieme: il pensiero di Cristo e i sentimenti di Cristo. Questo fa subito comprendere che cosa non sia il pensiero di Cristo. Non segna innanzitutto un’astrazione. Il pensiero di Cristo non vuol dire innanzitutto un pacchetto di dottrine. Quando noi diciamo con San Paolo “abbiamo il pensiero di Cristo” non vuol dire possediamo (ci possiamo mettere in tasca) una verità, un pacchetto di dottrine da lanciare in faccia a qualcuno al momento opportuno. Non è un complesso di dottrine. Proprio per questo carattere endiadico, pensieri e sentimenti, indica invece una mentalità piuttosto, dato che il termine greco che sta sotto la parola pensiero è il nous, come dire, esattamente, la mentalità, il modo di concepire, di comprendere la realtà, il nous di Cristo, cioè la Sua mentalità, il Suo modo di sentire la vita. In questo senso, l’espressione di Fil. 2, 5 si riferisce all’espressione greca del --- , che va a riferirsi al diaframma, come in una nota dice il testo, cioè al respiro, come alla realtà ultima, al modo profondo di sentire della realtà. Direi poi, gli stessi sentimenti … si potrebbe tradurre quel versetto di Fil. 2, 5 “abbiate in voi gli stessi sentimenti di coloro che sono in Cristo Gesù”, cioè di coloro che hanno lo stesso respiro e sentono con Lui, che guardano con Lui la realtà, se stessi, le persone, gli eventi che accadono. Qui mi sembra che l’idea del pensiero e dei sentimenti che furono in Cristo Gesù vanno fondamentalmente intorno all’idea dello sguardo, uno sguardo che Cristo ha sulla realtà. È interessante, perché questo è uno degli elementi che, per esempio, iconografici più rappresentati di Cristo. Possiamo dire che si può guardare a tutta l’iconografia cristiana come a un tentativo di rappresentare lo sguardo di Cristo sulla realtà, sulle persone, sulle cose, sugli avvenimenti, come Cristo guarda la realtà. Allora, in questo senso, non è una dottrina da imparare, ma è un itinerario, un itinerario che scaturisce dall’incontro con la Sua persona e che continua come sequela di Lui, quindi come legame che si costituisce con la persona di Cristo. E questo è anche così forse l’ultimo elemento come osservazione iniziale: è proprio in questo itinerario di comunione con Lui, che scaturisce dall’incontro che diventa sequela, che diventa legame con Lui, che viene posta la sfida a non lasciar cadere la prima parola del titolo della lettera pastorale, educarsi al pensiero di Cristo, che è molto di più che imparare una dottrina, imparare delle formule. Educarsi al pensiero di Cristo, educarsi ad immedesimarsi con il Suo sguardo, con i Suoi sentimenti, con il Suo respiro, con il Suo modo di vivere, di incontrare le persone, educarsi. In questo senso, si può anche comprendere come questo testo si collochi all’interno di tutto il cammino che la Chiesa italiana sta svolgendo in questo decennio, ci troviamo proprio all’interno degli orientamenti pastorali per questo decennio della Chiesa italiana, che sono proprio dedicati al tema dell’educare, dell’educazione, “educarsi alla vita buona del Vangelo”. In questo senso, è fondamentale cogliere l’approccio che il Cardinale pone sulla questione del pensiero e dei sentimenti di Cristo. Il problema è educarsi, dove anche lì l’importante è educare sé, cioè, non è un discorso che si fa ad altri, è un’implicazione di sé nel rapporto con Cristo, dove nessuno si può tirare fuori. Educare sé è ancora più radicale che non educare gli altri o educare la comunità. Questo è possibile solo se c’è un’implicazione tua nel rapporto con Cristo. Sei tu che giochi la faccia nel rapporto con Cristo, sei tu che fai i conti con il Suo sguardo, che vuoi imparare a guardare come Lui guarda la realtà. Allora, in questo senso, (e questa è l’ultima osservazione iniziale) si può capire anche l’urgenza di questo tema, perché il Cardinale ha maturato anche insieme al Consiglio Episcopale Milanese la proposta di questo tema come contenuto per questi prossimi due anni di vita pastorale della Diocesi. Sapete che il Cardinale, fin dall’inizio, ha ribadito, attraverso il suo commento al libro degli Atti, al capitolo 2° i quattro pilastri su cui la vita ecclesiale viene edificata. Appunto, prendendo spunto dalla formulazione di At. 42 e seguenti, lui individua quattro pilastri fondamentali su cui la comunità cristiana è chiamata continuamente a crescere. Il primo è crescere nell’insegnamento degli Apostoli, che proprio qui viene declinato come il pensiero di Cristo. Il secondo è quello di vivere sempre più profondamente la dimensione della preghiera radicata nella comunione eucaristica e illuminata dalla Sacra Scrittura, e ovviamente è un termine già implicato nel crescere nell’insegnamento degli Apostoli, poi nel crescere nella comunione fra di noi [terzo pilastro], quindi la condivisione fraterna che tende a coinvolgere tutto della nostra vita nella comunità ecclesiale in cui la Provvidenza ci ha posti. E poi, il quarto pilastro è che la verità di un’esperienza ecclesiale è nella sua apertura ad incontrare chiunque ed a proporre con chiarezza, con discrezione e con decisione la gioia del Vangelo. Quindi, all’interno di questi quattro pilastri il Cardinale con questa lettera ha voluto mettere in primo piano … tante volte lui ha ripetuto che questi quattro pilastri non vanno mai isolati l’uno dall’altro, ma si appartengono vicendevolmente, quindi sottolinean2 do l’uno si è sempre portati a cogliere il legame con tutti gli altri, ma per il momento storico, sociale culturale ed ecclesiale che stiamo vivendo ha deciso di sottolineare dell’esperienza cristiana soprattutto il primo pilastro, quello che negli Atti degli Apostoli viene individuato nel perseverare nell’insegnamento degli Apostoli e, con questo, la riscoperta dell’importanza decisiva della dimensione culturale della fede. In che senso? Scoprendo come la fede stessa è chiamata per sua natura a diventare sguardo su tutta la vita. La fede, nel suo percorso, nel diventare in noi una fede adulta e una fede matura, diventa sempre di più uno sguardo sulla vita, un modo diverso di guardare a se stessi, di guardare agli affetti, di guardare al lavoro, alla vita della famiglia, al riposo, alla malattia, alla gioia, alla tristezza, al dolore, alla nascita, alla morte. La fede c’entra con tutto, diventando uno sguardo. In questo senso si capisce che la cultura non è, in questa prospettiva, una cosa di pochi, ma è qualcosa che riguarda ogni fedele. Dice in un punto molto bello e molto stringente della lettera “ogni fedele, per il fatto di essere fedele, è un uomo di cultura”, cioè un uomo chiamato a far diventare la sua fede uno sguardo sulla vita. In questo senso, se la fede non diventa cultura, cioè se non diventa uno sguardo sulla vita, è una fede che non è vissuta fino in fondo, fino a diventare matura. In questo senso, non nel senso che diventi un uomo di cultura perché frequenti l’università o sia docente universitario, questo è un aspetto marginale, sebbene importante, ma non è questo il cuore della dimensione culturale della fede, il cuore della dimensione culturale della fede è scoprire che la fede è uno sguardo totalizzante sulla vita, è scoprire il pensiero di Cristo, i Suoi sentimenti, cioè il Suo modo di sentire tutta la vita. La fede stessa ci autorizza ad essere uomini e donne di cultura, che fanno diventare la fede uno sguardo che si immedesima con lo sguardo di Cristo. E, da questo punto di vista, il Cardinale richiama sempre, oltre al brano di Giovanni Paolo II in cui dice [che] se la fede non diventa cultura vuol dire che la fede non è stata assunta fino in fondo, ma soprattutto spesso il Cardinale rimanda ad alcuni passaggi del Beato Paolo VI, che, credo, davvero prima di altri e anche con una profondità davvero singolare ha rilevato, ha sottolineato la divisione tra la fede e la vita, tra la fede e la cultura, cioè il modo di intendere la vita, di pensare la vita, di giudicare la vita, di comprenderla, la divisione come la questione più drammatica della vita cristiana oggi. Cioè, che la fede magari può essere anche affermata nella vita, ma come incapace di diventare un modo di sentire tutta la vita. Perciò, questo lo si può rilevare anche nella vita di tutti i giorni, andiamo a Messa, siamo devoti, abbiamo tante cose belle e poi, che tristezza sorprendersi, non so, sugli affetti si pensa come tutti, sul lavoro pensiamo come tutti, sui soldi la pensiamo come tutti, sugli immigrati pensiamo come tutti, cioè, non ci si domanda come la fede mi fa capire questa realtà in modo diverso, cosa introduce il mio rapporto con Cristo negli affetti, nella famiglia, nel lavoro, nei problemi che vedo, che incontro. Noi siamo eredi di una storia che ha, come metodo, separato la fede dalla cultura, cioè dalla comprensione della vita. Ripeto, non è una cosa da accademia questa, è concretamente come intendiamo gli affetti, il rapporto tra l’uomo e la donna, il senso del lavoro, della vita comune, del bene comune. È lì dove si vede che c’è qualcosa da riprendere, questa dimensione appunto … insomma, la dimensione culturale della fede è questa cosa qui. Ogni fedele, per il fatto di essere fedele, è chiamato ad essere un uomo di cultura, a far diventare la fede un modo di sentire la vita. Questo era il primo plesso di osservazioni iniziali. Adesso entro dentro a questi tre passaggi che vorrei sottolineare del testo. Così, se avete avuto già occasione di leggerlo, può essere un modo di sottolineare qualche passaggio; se non l’avete letto, spero che possa essere un invito alla lettura. Quindi, proprio per questo carattere profondamente esistenziale del tema, del pensiero di Cristo, si comprende perché il capitolo centrale del testo della lettera non è nient’altro che un percorrere l’esperienza del discepolato degli Apostoli e, in particolare, di Pietro. Questo non è la premessa, non è il fervorino biblico per poi parlare di altro, questo è veramente il cuore di tutto, è il cuore della lettera. E mi sembra che il Cardinale, in questa meditazione, ripercorra i passaggi fondamentali del discepolato, in particolare di Pietro, per scoprire lì che cosa vuol dire il pensiero di Cristo, imparare dentro tutte le contraddizioni che Pietro sperimenta, imparare che cosa voglia dire immedesimarsi nello stesso sguardo che Cristo ha sulla realtà. E qui metto in evidenza alcune cose che mi sembrano notevoli, perché fanno vedere in quale prospettiva si deve parlare del pensiero e dei sentimenti di Cristo. La prima questione fondamentale è intorno alla questione della chiamata, dell’incontro e della chiamata che Cristo fa dei Suoi discepoli: l’incontro e la sequela. A che cosa sono tesi nel gesto di Cristo verso i Suoi discepoli, verso Pietro e gli altri? L’incontro e la sequela sono autentici se diventano cammino di conversione . e un cammino di conversione è sempre tale quando arriva a diventare un cambiamento di mentalità. Guardato tutto insieme, questo capitolo, dedicato appunto a Pietro e agli altri, si comprende che tutto l’itinerario, ultimamente, è un cambiamento di mentalità: assumere il nous di Cristo. E qui c’è un altro passaggio, tratto dalla lettera ai Romani di San Paolo, che bene riassume tutto questo itinerario, il famoso capi3 tolo 12, i primi due versetti della lettera ai Romani: “non conformatevi alla mentalità di questo mondo”, cioè non assumete lo schema, il modo di pensare, “ma rinnovatevi nella vostra mente, perché sappiate discernere ciò che è gradito a Dio”. Quindi, l’itinerario dell’incontro e della sequela di Cristo genera un cambiamento di mentalità. Questo vuol dire, appunto, che tutto il dramma, tutto il percorso, tutta l’avventura dei discepoli è stato quello di scoprire il modo con cui Cristo intendeva la realtà. Perciò mi sembra bello anche sorprendere, nella lettura che il Cardinale fa di questo itinerario, proprio il fatto che i discepoli fanno come i bambini, che sono introdotti alla realtà per come i genitori guardano la realtà. Guardiamo la realtà per come qualcuno ci introduce alla realtà. Un bambino è introdotto alle cose attraverso il modo in cui il papà e la mamma ne parlano, le intendono, come agiscono sulla realtà. E mi sembra che la posizione dei discepoli, a cominciare da Pietro, sia proprio quella di guardare a come Gesù guarda la realtà, a come Gesù giudica gli avvenimenti, come agisce nei confronti delle cose che accadono e delle circostanze che incontrano, per esempio il modo con cui Gesù stesso parla d Dio, parla del Padre, il modo con cui Lui prega, il modo con cui Gesù parla della legge, che Lo metterà così profondamente in contrasto con la mentalità con cui i farisei pensavano al rapporto con Dio. Introduce un altro modo di rileggere la stessa storia dell’Antico Testamento, di intendere l’alleanza, di intendere la legge, di intendere la preghiera. E poi, soprattutto, il modo di guardare ad alcune circostanze particolari. Pensate a come rimangono sorpresi i discepoli dal modo con cui Gesù guarda i peccatori. Non basta solo rimanere sorpresi per come Gesù fa, ma accorgersi che dentro a quell’azione c’è un modo diverso di sentire l’altro, di sentire l’uomo peccatore. Pensate a come si comporta di fronte alla peccatrice e pensate a come si comporta di fronte a Zaccheo. I discepoli imparano che Gesù h un altro modo di sentire l’altro, l’altra persona. Il rapporto che Gesù ha con Zaccheo non è definito dal peccato di Zaccheo, Il modo con cui Gesù entra in rapporto con la donna peccatrice non è il modo dei farisei, è un altro modo di sentire quella donna, è un altro modo di sentire quell’uomo peccatore. Bisogna arrivare lì, bisogna arrivare a sorprendere: come fai a sentire così? Perché invece tutti vorrebbero far fuori questa donna? Perché invece Zaccheo viene sentito in un certo modo da tutti gli altri? Perché invece Gesù ha un altro modo di sentire? Rimangono sorpresi non solo dal gesto, ma per il fatto che il gesto implica un orizzonte nuovo, implica una diversa comprensione dell’altro. La donna peccatrice era fatta coincidere con il suo peccato, perciò doveva essere lapidata. E invece Gesù la tratta in un modo tale per cui lei è assolutamente più grande del suo peccato, non la tratta secondo il suo peccato, la tratta mettendo in evidenza in lei un mistero che gli altri non conoscevano, non riuscivano a percepire di lei. Pensate appunto a Zaccheo, oppure, è impressionante che addirittura uno dei discepoli sia un pubblico peccatore, Matteo Levi il gabelliere. “Non sono venuto … come il medico non viene per i sani ma per i malati, io non sono venuto per chi non ha peccati ma per i peccatori”. Porta dentro un altro modo di vivere i rapporti, un altro modo di leggere la vita. E pensate proprio a un giudizio diverso degli avvenimenti. E qui proprio uso la parola giudizio nel senso tecnico, non giudicare nel senso di condannare. Giudicare vuol dire comprendere la realtà, dare un nome alle cose. Giudicare gli avvenimenti è: come comprendi questo fatto, cosa ti dice questo fatto. Pensate ad esempio al modo con cui Gesù sta davanti (il testo lo richiama in alcuni passaggi) per esempio al cieco nato (Gv, 9), alle calamità naturali. Il cieco nato è impressionante: i discepoli stessi dicono “ma chi ha peccato, lui, suo papà, la sua mamma, perché sia così?”. Gesù sposta continuamente questo modo di pensare. Normalmente uno dice “è così perché sei l’esito di una cosa che hai fatto tu prima”. [Gesù] dice “no, questa cosa è nata perché si manifesti la gloria di Dio”. Oppure, perché è successa quella calamità? Perché quelli là erano più peccatori degli altri? No, perché tutti ci dobbiamo convertire. Cioè, sposta! Cristo produce uno spiazzamento del modo solito con cui uno intenderebbe la realtà. Pensate al modo con cui giudica la vedova e il suo obolo. A me fa poi veramente impressione quel brano lì, en passant il Cardinale lo ricorda, è veramente impressionante, proprio guardandolo da questo punto di vista. Questa donna arriva lì e nessuno se ne accorge. Gesù probabilmente stava parlando con i discepoli, vede questa donna e si fermò: “Fermi tutti! Avete visto che cosa è successo?”. Fa notare quello che nessuno noterebbe. Questo è il pensiero di Cristo, questi sono i suoi sentimenti. Scopre qualche cosa della realtà che tu non scopriresti, ti fa scoprire qualcosa di nuovo della realtà, dicendo “Questa è quella che ha donato più di tutti!”. “Come, ha donato meno di tutti.” “Ha donato più di tutti!” È un altro modo di guardare la vita, non c’è niente da fare. Ci dobbiamo convincere di questi: Cristo ha portato un nuovo modo di sentire la vita. Per questo la fede deve diventare questo modo di sentire la vita. Altrimenti è una fede che rimane acerba, se non si immedesima. Tutto il Vangelo può essere, se non si immedesima con questo cuore di Cristo, tutto il Vangelo può essere sorpreso così, letto così, come questa introduzione alla realtà secondo una nuova mentalità. C’è da arrivare al paradigma del discorso della montagna, dove dice questa inversione potentissima di tutti i punti di riferimento. È un altro modo di sentire la vita. La sintesi di tutto questo è proprio l’idea fondamenta della misericordia. E questo, 4 secondo me, impedisce di ridurre la parola misericordia ad una parola a buon mercato, da utilizzare opportunamente in alcune circostanze, che per lo più magari interessano. La misericordia di Dio è esattamente questo modo che Cristo di guardare su tutta la realtà. La misericordia è espressione paradigmatica del pensiero di Cristo, questo modo di guardare la vita ricominciando sempre, rilanciando sempre il rapporto, rilanciando sempre un nuovo inizio: “Siate misericordiosi come misericordioso è il Padre vostro”. E poi, anche gli altri passaggi sono, secondo me, molto belli, quando fa vedere anche tutta la fatica dei discepoli nel mettersi dietro a questa cosa qua, l’incomprensione. Soprattutto, è molto bello il modo in descrive, il Cardinale, la reazione di Pietro all’annuncio di Gesù che va a morire a Gerusalemme. Qui i conti non tornano. Qui, facendo tesoro dell’esegesi anche acuta [dell’episodio] dove Gesù annuncia la Passione, gli si mette in fianco: “Non sia mai!”. E Gesù usa delle parole durissime: “Vai dietro di me, satana!”. Lo chiama satana e “Torna indietro”. Gli esegesi fanno vedere bene che questa parola vuol dire “Torna ad essere discepolo”. Questo è il problema di Pietro, che avesse smesso di essere discepolo. Insomma, diceva a Gesù cosa dovesse fare, va a dirgli come si fa a fare il Messia. E Gesù gli dice “Torna a fare il discepolo”, torna ad imparare. Quante volte, dice il Cardinale, siamo tesi a ridurre Cristo al nostro pensiero, invece che immedesimarci con il pensiero di Cristo. Questo è un cammino di conversione. Avere gli stessi sentimenti di Cristo è un problema di conversione, di sequela di Cristo che diventa conversione per noi. E la stessa tentazione di Pietro di smettere di fare il discepolo è poi la stessa che gli farà opporre resistenza al fatto di essere lavato ai piedi. Più di una volta, insiste anche; d’altronde, Gesù lo aveva capito fin dall’inizio: quando dice Pietro, Pietro non vuol dire solo su questa pietra, è proprio un testone! Gli cambia il nome, è interessante, gli cambia la vita. Fino ad arrivare, appunto, anche attraverso il tradimento impara chi è Cristo per lui e qual è il suo modo di [essere] servitore. Il Cardinale commenta in un modo molto bello il dialogo di Gesù risorto con Pietro, dove è tutto evidente che Cristo qui diventa il centro affettivo. E se non diventa il centro affettivo Cristo, noi non ci immedesimiamo con il Suo modo di sentire. Centro affettivo della sua persona, risposta ad un amore che attrae e che attraversa tutte le obiezioni, tutte le fatiche e tutti i tradimenti. Poi conclude questo capitolo che, secondo me, è proprio il cuore della questione andando oltre la risurrezione di Cristo. Lì si vede che veramente il cristianesimo non è un pacchetto di dottrine, perché conclude questo capitolo facendo vedere come la prima comunità cristiana, sotto la guida di Pietro, che è passato attraverso questo rivolgimento della vita impara chi è Cristo davanti a quello che succede […], quando ad esempio arrivano i pagani e nessuno se li sarebbe aspettati: “E adesso che cosa facciamo di questi qua?”. Anche lì, questa è una provocazione della realtà, per cui la prima comunità cristiana che esce da Gerusalemme comincia a incontrare coloro che non sono ebrei: “E allora che cosa facciamo con questi qui?”. Capite che lì loro hanno capito molto di più che era Cristo, quando si sono accorti che Cristo stava raggiungendo anche coloro che non appartenevano ad Israele. Cioè, gli avvenimenti che succedevano, le circostanze che mutavano costringevano Pietro e gli altri a conoscere in modo più profondo chi era Cristo. Da qui si comprende che allora il sentire con Cristo diventa sempre un sentire anche insieme, è un sentire con la Chiesa. Da questo punto di vista, io vorrei sottolineare questo aspetto (questa è la seconda cosa; questo era il primo punto, quello molto più grosso, adesso arrivo giù molto più velocemente sugli altri passaggi), questo allora fa capire (si andrebbe … dato per scontato fino ad ora) … ma, che cosa determina il pensiero di [Cristo], per quello che i Vangeli ci fanno capire, per quello che tutta la tradizione della riflessione spirituale cristiana ha concepito, che cosa determina il pensiero e i sentimenti di Cristo? Io sono chiamato, siamo chiamati, come comunità ecclesiale, ad immedesimarci con lo sguardo di Cristo Gesù, ad avere in noi gli stessi sentimenti che furono di Gesù, ma quali erano i sentimenti di Cristo? Che cosa determina questo soggetto? Cristo pensa, ma che cosa determinava il pensiero di Cristo? Che cosa determinava i Suoi sentimenti? Il Cardinale spesso [lo] fa emergere in alcune frasi che si richiamano lungo tutto il testo come in filigrana, soprattutto ritornando sempre su Fil. 2 e anche ripercorrendo più volte alcune parole chiave del Vangelo di Giovanni: il sentimento di Cristo è tutto determinato dal Suo rapporto col Padre. Il Cardinale dice: dall’obbedienza che Gesù viveva nei confronti del Padre, dal Suo essere Figlio, dalla Sua identità filiale, dal Suo sapersi voluto, amato, conosciuto dal Padre. Per Gesù il Padre era tutto, era tutto! L’ha sommamente amato e ogni istante della Sua esistenza era comunicare il Padre, comunicare a tutti il mistero del Padre. Perciò il sentimento supremo di Cristo era il sentimento del Padre e guardava tutti gli avvenimenti, tutte le persone, tutte le circostanze con questo sentimento supremo. Era il sentimento del Padre, l’obbedienza al Padre. Tutte le circostanze erano guardate così, con questo sguardo del Padre. Ogni circostanza era una circostanza in cui il Padre gli chiedeva di vivere la Sua missione. Infatti, se guardate tutto il Vangelo di Giovanni, se avete una Bibbia che potete scarabocchiare, provate a sottolineare tutte le volte che nel Vangelo ritorna l’espressione di Gesù “Io sono il mandato dal Padre a fare la Sua volontà”. Continuamente voi sor5 prendete questo sintetico sentimento che Cristo ha di sé: “Io sono il mandato del Padre”. Voi capite, questo era il modo con cui tutte le circostanze di Gesù, tutte le circostanze erano sentite e attraversate da Gesù. Il sentimento supremo di Cristo era il rapporto con il Padre. Per questo tutte le circostanze erano circostanze per cui obbedire al Padre. Bene! Ulteriore passaggio, allora. Allora, cosa vuol dire per noi educarci al pensiero di Cristo? Dico adesso brevemente in conclusione questi due passaggi che si riferiscono agli ultimi due capitoli della lettera pastorale. Innanzi tutto vorrei fare una considerazione su questa famosa frase di Massimo il Confessore che il Cardinale ha già utilizzato altre volte nel suo testo e che qui presenta all’inizio del capitolo terzo a pagina 39. Dice Massimo il Confessore: “Anch’io, infatti, dico di avere il pensiero di Cristo (il nous, la mentalità di Gesù) che pensa secondo Lui e pensa Lui attraverso tutte le cose”. Queste due dimensioni, pensare secondo Cristo e pensare Lui attraverso tutte le cose, secondo me, definiscono in sintesi il percorso che insieme, in questo sentire insieme siamo chiamati a fare. Pensare secondo Lui vuol dire questo lavoro interminabile di immedesimarsi con il modo con cui Cristo sente tutta la realtà. È proprio il percorso dei discepoli: immedesimarsi sempre di più con lo sguardo di Cristo. Imparare, perciò, pensare secondo Cristo, mi sembra, questo è proprio inteso come imparare a guardare tutta la realtà insieme a Lui. Come un bambino che, guardando la realtà, la guarda insieme al papà e alla mamma che gli fanno vedere le cose, gliele fanno sentire, gliele spiegano, così i discepoli fanno con Gesù: gli domandano “Perché quello lì è cieco?”. Cosa vuol dire? Guardano al realtà, vogliono guardarla con Lui, secondo Lui. Guardare le cose secondo Cristo non è una deduzione logica, ma è piuttosto la compagnia di guardar le cose insieme a Lui, ha lo stesso sapore umano di imparare a guardare le cose insieme a un altro, guardare le cose, le persone, gli avvenimenti insieme a Lui. Questo mi sembra il grande lavoro: imparare a sentire le cose guardando come Lui le intende. E poi, il secondo aspetto che è richiamato da San Massimo il Confessore: pensare Lui attraverso tutte le cose. Vuol dire che è un po’ in analogia all’esperienza che fa Pietro e la prima comunità cristiana dove, di fronte al fatto che si convertono al cristianesimo tante volte le persone non ebraiche, non ebree, si lasciano interrogare da questa cosa qui e facendo così approfondiscono chi sia Cristo; pensare Lui, pensare Cristo attraverso tutte le cose. Vuol dire che guardare le cose con Lui, con Cristo, mi apre a 360° di fronte a tutto, non c’è nulla che deve essere tenuto fuori. Vuol dire, questa secondo me è la cosa che colpisce di più, vuol dire che se io sto alla realtà di tutti i giorni, io trovo un’esperienza più profonda di quello che è Cristo per me. Se io non scappo di fronte a quella realtà, se io non scappo di fronte a quella ferita, se io non scappo di fronte a questo avvenimento, se non scappo di fronte a quell’urgenza, ma impariamo ad affrontarlo insieme come comunità ecclesiale, allora lì scoprirò di più chi è Cristo per me, scoprirò di più Cristo, c’è la promessa di una conoscenza nuova di chi è Lui per me. Allora diventano essenziali le circostanze, si capisce perché tutte le circostanze sono importanti, non sono facoltative. È questo il motivo per cui il testo della lettera comincia con un elenco di circostanze, perché le circostanze sono la modalità con cui il mistero di Cristo si fa conoscere ogni giorno da noi. Cristo non è una teoria da applicare sulla realtà, è la presenza misericordiosa di Dio che mi accompagna a percorrere tutte le vie dell’umano. E percorrendo tutte le vie dell’umano con Lui, scopro di più chi è Lui per me. C’è dentro la promessa di una conoscenza più profonda di chi è Cristo per me. guardando tutte le cose … è proprio Cristo che mi spinge a guardare tutte le cose, a non censurare niente, anche gli avvenimenti più scomodi che ci possono capitare, perché lì c’è dentro la promessa di una conoscenza più grande di Cristo. Allora, da ultimo, questa è l’ultima cosa che voglio dire, sottolineare qualche aspetto sul capitolo relativo all’educarsi al pensiero di Cristo nella Chiesa Ambrosiana. E qui vorrei sottolineare i due grandi passaggi che l’Arcivescovo fa. Uno è la messa in evidenza dei soggetti, che siamo noi, la Chiesa in cammino, e l’atro sono alcuni ambiti in cui mettere in moto questo percorso. Innanzi tutto, la cosa molto consolante per me, non so se è così anche per voi, il Vescovo dice “Educarsi al pensiero di Cristo non vuol dire che dobbiamo fare delle cose in più, questa è una dimensione da sorprendere in tutte le cose che già facciamo”. Quindi, non si tratta di moltiplicare, … adesso dobbiamo fare una cosa in più, già abbiamo un sacco di cose per la nostra vita, adesso abbiamo tante cose in parrocchia, adesso dobbiamo fare qualcosa in più … no! Invece, vuol dire tener presente questa cosa qua, tener presente questa dimensione in tutte le cose che facciamo. Tant’è vero, non so se l’avete notato nell’indice, si vede che il punto, … il primo che ci verrebbe in mente da pensare, per esempio i centri culturali, sono l’ultimo punto, quasi messo lì di corsa alla fine, proprio perché non si tratta di … questi sono importanti, bisogna tenerli desti in un certo modo, ma non bisogna confondere la dimensione culturale della fede con il centro culturale della parrocchia. Perché, invece, questo lavorio della fede, imparare a guardare le cose insieme, insieme a Lui per scoprire di più chi Lui è per me. Allora qui, secondo me, è molto importante la questione dei soggetti. Innanzi tutto, avete visto che il Cardinale fa passa6 re le grandi vocazioni della Chiesa e prima di tutto la famiglia. La famiglia, poi parlerà della riforma del clero, poi della vita consacrata, fino ad arrivare agli ambiti propri di questi soggetti, la parrocchia, innanzi tutto, come punto imprescindibile di riferimento, in cui le vocazioni si incontrano e imparano a camminare insieme e, detto questo, le associazioni e i movimenti che si integrano dentro il cammino della Chiesa diocesana. Però, se mi permettete, sottolineo, secondo me molto importante la questione della famiglia, non solo perché siamo alla vicinanza del Sinodo, ma perché, secondo me questo è il modo con cui il Cardinale sottolinea l’importanza del soggetto famiglia nel cammino del pensiero di Cristo, perché qui c’è questa frase che il Cardinale riprende dall’ultimo Sinodo, l’idea della famiglia come soggetto di pastorale, non solo come oggetto di cura pastorale, ma perché in questa logica importantissima, perché il Cardinale dice, tra l’altro riprendendo il pensiero di un suo caro amico, collega, vescovo di Lugano, morto molto giovane, il quale in suo scritto (lui era un canonista) diceva che è costitutiva della Chiesa la famiglia; se non c’è la famiglia, non c’è Chiesa; fa parte della costituzione della Chiesa la famiglia. Ma perché? Perché proprio nella famiglia, che è il luogo fondamentale in cui si intrecciano gli affetti, il lavoro, i rapporti, il tema della vita, del dolore, delle ferite, della gioia, della festa, della vita e della morte. È proprio lì che ti accorgi che Cristo introduce un nuovo modo di vedere la vita, cioè che Gesù Cristo non è un’altra cosa rispetto alla vita, perché questo è il grande problema dell’eredità moderna che noi abbiamo ricevuto: da una parte c’è la vita e poi abbiamo questi momenti della dimensione religiosa. Questo la famiglia, la centralità della famiglia lo impedisce, perché nella famiglia non c’è tempo da perdere, cioè nella famiglia la dimensione religiosa, la dimensione del rapporto con Cristo non può essere una cosa da dopolavoro, una questione del tempo libero. Nella famiglia uno vive il dramma della vita, allora la famiglia oggi ha una grande possibilità di farci riscoprire a tutti, anche ai preti e ai frati, che Cristo è un nuovo modo di sentire tutta la vita. Ecco perché è importante la famiglia come soggetto. E qui il Cardinale, tra l’altro, dedica lo spazio più lungo tra i soggetti. Poi parla anche del clero e della vita religiosa, della parrocchia, dei conventi, ma lo spazio più ampio è dedicato alla famiglia, perché è lì dove si scopre che Cristo c’entra con la vita. Altrimenti rischia di evaporare, un’idea magari bella e ideale ma che non ha la presa con la vita quotidiana. È la famiglia che ci aiuta a sentire la concretezza della fede. E poi, gli ambiti. È molto bello, secondo me, per esempio, vedere la paginetta che c’è sulla liturgia, è bellissima, c’è proprio, ci fa proprio capire cos’è il lavoro di immedesimarci con il pensiero di Cristo. Si dice nel testo “La liturgia ci presenta i misteri di Cristo, ma ci presenta anche i misteri della vita dell’uomo in Cristo”: la nascita, l’iniziazione cristiana, il matrimonio, il momento del dolore, fino alla morte. La liturgia, se ci pensate, comunica il sentire cristiano della vita, il senso del tempo, del ritmo, della festa del lavoro. La liturgia è la grandissima maestra del pensiero di Cristo. Poi la catechesi. Soprattutto sottolinea proprio come deve avere la capacità di intercettare le domande fondamentali dell’uomo contemporaneo, far vedere come il pensiero di Cristo viene incontro alla domanda dell’uomo di oggi. Poi, molto importante tra gli ambiti è quello del rapporto tra carità e cultura, che invece è un nesso che non è percorso, o è percorso poco (intanto, veramente, la nostra diocesi fa impressione per la capacità di esprimersi a livello caritativo) e quanto, allora, si può crescere nel fatto che questa presenza caritativa sia la comunicazione di un modo diverso di intendere la vita. La carità non è solo un’iniziativa generosa, ma è la trasmissione di un modo diverso di sentire la vita. E dentro qui ci sta tutto, ci sta l’attenzione ai poveri, ci sta l’attenzione al mondo dei bisogni, a tutto il tema della sanità, di come vivere la malattia, di come vivere la salute. La carità veramente introduce fino all’estremo il modo che Cristo ha di sentire la vita. E la carità ci educa a questo. Come la liturgia, la carità ci educa ad avere gli stessi sentimenti di Cristo. Un conto è vivere il gesto di carità come un’iniziativa generosa punto e basta, un conto è invece vivere la carità come il gesto supremo che introduce a sentire le cose come le sente Cristo. E poi s capisce allora l’ultimo aspetto, quello educativo e culturale: è come l’esplicitazione ultima di una cosa che però deve abbracciare tutta la vita. Io sono molto grato al Cardinale perché ha messo solo alla fine la questione culturale, pur essendo la mia provenienza invece proprio quella di aver lavorato per tanti anni in università, perché le restituisce il giusto equilibrio e tutto l’itinerario della vita cristiana è nel far emergere questa dimensione culturale, cioè deve far emergere il cristianesimo come un nuovo modo di sentire la vita. Il cambiamento della vita, la conversione è sempre un cambiamento di mentalità a cui anche le istituzioni culturali cristiane devono servire, ma è un servizio e basta. Bene! Questo era l’itinerario. (Trascrizione non rivista dal relatore) 7