Autori vari Racconti Sotto La Luna Inchiostro diVerso Autori vari Racconti sotto la Luna AA.VV. http://inchiostrodiverso.forumfree.net eBook realizzato da Ivano Dell’Armi. Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Tu sei libero: di riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico, esporre in pubblico, rappresentare, eseguire e recitare quest'opera. Alle seguenti condizioni: Attribuzione — Devi attribuire la paternità dell'opera nei modi indicati dall'autore o da chi ti ha dato l'opera in licenza e in modo tale da non suggerire che essi avallino te o il modo in cui tu usi l'opera. Non commerciale — Non puoi usare quest'opera per fini commerciali. Non opere derivate — Non puoi alterare o trasformare quest'opera, ne' usarla per crearne un'altra. Si ringraziano tutti gli autori che partecipando al contest “Racconti sotto la Luna” indetto dal forum “Inchiostro diverso”hanno permesso la realizzazione di questa opera che raccoglie tutti i racconti vincitori e premiati. Le immagini utilizzate per la realizzazione degli awards appartengono ai rispettivi autori e sono state realizzate da Ilaria Candidi (Kira__) come premio per i vincitori del contest. Inchiostro diVerso Autori vari Luna nuova - Narrativa horror “La legge del contrappasso” di Foglia d’autunno Quando rincontrai Timothy, era ormai l‟ombra del ragazzo che avevo conosciuto da studente, quando insieme credevamo di poter ridere del mondo intero. Ci perdemmo di vista subito dopo gli esami; di lui mi rimase solo il ricordo dell‟ombra cupa dei suoi progetti: guadagnare tanto e in fretta, utilizzando una vena sadica che non mancava di esibire nei confronti di animali e persone. Se ci ripenso, Tim e io non eravamo proprio intimi: subivo forte la fascinazione della sua cattiveria e probabilmente fu anche per questo che mi allontanai da lui, per far sì di non esserne contagiato. Ci risentimmo molto tempo dopo; non so come avesse fatto a recuperare il mio numero di telefono ma non mi stupii: avevo sempre saputo che era un uomo dalle tante risorse. Mi disse che aveva urgente bisogno di parlarmi, che ero l‟unico amico che avesse mai avuto. Non mi feci vivo in alcun modo. Qualche giorno dopo mi venne recapitato una lettera; sul foglio era riportato a grandi linee l‟incipit di un famoso romanzo di Steven King che mi era sempre particolarmente piaciuto: "Il terrore che sarebbe durato per ventotto anni ebbe inizio con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia". Sotto era riportata questa nota: “Il giorno ***, io e il mio fratellino Abel uscimmo di casa per… “ Inchiostro diVerso Autori vari Avevo letto ed ero rimasto alquanto sconcertato; conoscevo bene la scrittura di Tim e quella non sembrava affatto la sua: tremolante, incerta, con le parole che si accavallavano le une sulle altre, quasi che volesse finire al più presto di raccontare gli avvenimenti che l‟avevano messo in apprensione. Sulla riga, in un tentativo mal riuscito di cancellazione, era stato tracciato un rabbioso segno con inchiostro rosso, talmente forzato da aver oltrepassato la pagina. Ancora oltre c‟era un‟altra annotazione: “Nella fiamma è la salvezza: uomo, distruggi col fuoco ciò che non conosci, non comprendi, non puoi fermare con la concretezza della tua mente o con la forza delle tue mani.” Tim non era mai stato religioso e credeva solo in se stesso: quella sorta di formula mi lasciò perplesso quanto la frase letta in precedenza. Misi il foglio su uno scaffale e me ne dimenticai, complice anche il whisky che, in quel periodo, era diventato mio ottimo compagno di viaggio. Dopo un paio di mesi ricevetti la visita di un medico: ero seduto alla scrivania e vi posò sopra un portachiavi con una zampa di coniglio. Niente di strano, se non fosse stato che ne riconobbi subito l‟appartenenza: difficile dimenticare il momento in cui qualcuno utilizza delle cesoie per amputare un arto a un tenero animale appartenente alla compagna di banco che non ha preso in considerazione la sua proposta a uscire insieme. E, per buona misura, lasciandolo vivo a dissanguarsi nel letto della medesima: Tim odiava prendere lezioni ma adorava impartirle. Così finii per seguire l‟intruso sino ad un Istituto un po‟ particolare, un centro di studi sulle forme degenerative del cervello. Fu lì che trovai il mio ex compagno, legato con le cinghie di contenzione per evitare che si ammazzasse, giacché continuava a delirare di punizioni terribili che lo aspettavano e che, presumibilmente, potevano essere soltanto autoinflitte, come le numerose ferite da taglio che portava sul corpo o l‟occhio che avevano trovato nel lavello. Tim mi osservò con il compagno superstite, sembrò soddisfatto e partì in quarta. - Ciao Alex, finalmente sei venuto. Ho chiesto io al Dr. Jefferson di venirti a cercare: come ti avevo accennato, ho un maledetto bisogno di scaricare un po‟ di pressione o finirò con lo scoppiare. Ho provato a farlo con loro ed è stato un disastro: mi giudicano pazzo. Guarda, mi hanno legato come un arrosto perché dicono che potrei farmi del male. Farmi del male, capisci? Proprio io che ho passato la vita a causare dolore agli altri e so benissimo cosa significhi. Inchiostro diVerso Autori vari Emise una risata da folle e io mi guardai bene dall‟intervenire. Aveva bisogno di un ascoltatore? D‟accordo, era una cosa che potevo fare in nome dei vecchi tempi, ma diventare un interlocutore mai e poi mai: le sue condizioni, già precarie all‟epoca della scuola, denotavano ben più di un malessere superficiale. Assunse un tono serio e continuò: - Non ricordo bene quando cominciai a svolgere la mia attività: dovevo avere circa una ventina d‟anni. Adesso ne ho quarantotto e, senza falsa modestia, posso dire di aver affinato le mie capacità al punto da diventare il migliore sulla piazza. In questo lasso di tempo ho ricevuto richieste di ogni genere e nessun cliente si è mai lamentato. Naturalmente non le ricordo tutte, ma l‟ultima mi ha colpito in modo particolare: si trattava di una bimba bellissima, con lunghi capelli chiari e lo sguardo color del cielo. Dopo il “trattamento” il secondo pregio si è dimezzato: un vero peccato. Mi ha colpito, dicevo, perché mi è venuto in mente il mio esordio, tanto tempo fa: anche in quel caso si era trattato di un ragazzino, tutto preso a inseguire la sua barchetta di carta e affogato misteriosamente in un rigagnolo. Si pensò a una disgrazia e i miei genitori adottivi ne uscirono distrutti: era il mio fratellino Abel, il cocco della famiglia. Ma già, è inutile che te ne parli: si tratta di una faccenda di cui dovresti ricordarti abbastanza bene. Da lì è iniziato tutto e non sento rimorso nel confessarti che il mio lavoro mi piaceva a tal punto da prendermi, talvolta, delle piccole libertà supplementari. Oh, non credere: molti esseri umani non hanno alcun tipo di remora, soprattutto quando si tratta di soldi o vendetta o collezionismo. Cominciai a farmi conoscere; oggi c‟è Internet, un tempo i giornali su cui pubblicare annunci molto particolari, che utilizzano un codice cifrato: il professionista si mette in contatto con l‟utente e ci si accorda sul come e sul quanto. A riprova della felice conclusione, si recapita quanto richiesto: talvolta basta un dito in cui è ancora inserito l‟anello, spesso una fede nuziale; in altri casi ci vuole la mano intera. Ci sono i feticisti del piede che esigono quell‟appendice; una donna mi chiese il naso della rivale, di cui invidiava l‟assoluta perfezione. Le mogli tradite desiderano un altro tipo di ricordino: lascio a te immaginare quale. Alcuni sono fanatici degli scalpi e in un paio di casi dovetti persino scuoiare le vittime. Inchiostro diVerso Autori vari Gli affari mi andavano bene e il sangue scorreva letteralmente a fiumi, quasi a simboleggiare quel primo rivolo in cui avevo annegato il mio fratellastro. Da un po‟ di tempo però la mia serenità è perduta: sono cominciati i sogni e, con essi, le minacce di vendetta. Vedi questi segni? Me li sono ritrovati al risveglio, dopo una notte in cui le persone che avevo accoltellato mi sono apparse brandendo lame ben affilate e mi hanno colpito senza pietà, insensibili alle mie urla di dolore, alle preghiere, alle maledizioni. La mattina, il letto avrebbe dovuto essere zuppo: invece niente, neppure una goccia. Ma le tracce c‟erano e sarebbero ben presto aumentate. La cosa infatti si è ripetuta più volte e alla fine eccomi qui, semi-affettato ma ancora dannatamente vivo. E questo è niente: io so che presto arriveranno gli altri, quelli che ho torturato con il fuoco, a cui ho strappato gli occhi o la lingua, a cui ho tagliato gli arti, godendo delle mie azioni. Ti prego, devi fare qualcosa: non posso sopportare tutto questo, è troppo anche per un duro come il sottoscritto. - Cosa ti aspetti che faccia? Sei qui, guardato a vista: anche in questo momento ci stanno osservando e valutano i nostri comportamenti; non posso scioglierti e ancor meno ucciderti. - Esiste un altro modo: è necessario che tu vada in un posto. Hai ancora il mazzo di chiavi con lo zampino di coniglio? - Sì, me l‟ha consegnato il dottore. - Devi recarti nella riserva di caccia: ho un capanno, basterà semplicemente dargli fuoco. - Tutto qui? - Esatto, tutto qui. Quando hai fatto torna a trovarmi e ti dirò dove sono i soldi che ho messo da parte: una grossa somma che potrai usare per smettere con quel lavoro che detesti. Tim mi conosceva bene, sapeva che non ero tagliato per i numeri e che fare il contabile era solo un ripiego: allettarmi in quel modo era stata una trovata geniale. Accettai la sua proposta e lo lasciai un po‟ più tranquillo di come l‟avevo trovato. Il dottore mi si avvicinò: - Che gliene pare? - Secondo me è impazzito. L'occhio può anche esserselo cavato da solo, ma il resto? Davvero è convinto che si tratti di autolesionismo esasperato? - Ne sono certo: il suo amico è qui da quasi due mesi mesi e non ha ricevuto visite. - Dove avrebbe trovato l‟arma? Inchiostro diVerso Autori vari - L‟arma è la sua mente: i sogni che fa hanno conseguenze fisiche che la scienza non riesce a spiegare. Poiché non sappiamo che genere di vita abbia condotto e si rifiuta tenacemente di parlare, non possiamo aiutarlo. Quando ci ha chiesto di venirla a cercare, si è finalmente aperto uno spiraglio. Non avevo certo l‟intenzione di fornire spiegazioni circa le cose che mi aveva confessato, quindi addussi una scusa e me ne andai. Quella sera mi recai dove mi era stato indicato ma, anziché limitarmi a fare quanto richiesto, provai l‟irresistibile desiderio di entrare a dare un‟occhiata. Era come se la costruzione esercitasse un intenso richiamo che mi invitava a varcare la soglia per aver modo di conoscere il mondo in cui Tim si era mosso per tutto quel tempo. Aprii la porta ed entrai in una stanza semivuota, a parte il vasto assortimento di pugnali, pinze, strumenti chirurgici, sparachiodi, seghe a mano e altri attrezzi vari che mi trovai davanti, disposti in ordine maniacale. Al centro vidi un lettino con legacci e, poco distante, un capiente secchio in metallo. Insomma, si trattava di una vera camera di tortura, perfettamente attrezzata. Feci due passi indietro e inciampai, scivolando pesantemente sul pavimento: il suono prodotto mi fece pensare che là sotto ci fosse una seconda camera. Ancora una volta la curiosità ebbe la meglio: trovai un‟assicella difettosa, la disincastrai e scorsi l‟anello che permetteva di sollevare la botola che conduceva nell‟interrato. Spostai lateralmente il lettino e cominciai a tirare: il coperchio si sollevò quanto basta a mettere in evidenza una scaletta che portava nelle viscere della casa. Avevo con me una torcia elettrica che utilizzai per scendere con cautela i gradini sdrucciolevoli e al fondo trovai l‟interruttore: accesi la luce, mi girai e vidi che tutto intorno erano sistemati numerosi congelatori, di quelli a vetrina che si usano nei supermercati. Mancò un nulla che il contenuto mi procurasse uno svenimento; in bella vista, divisi per categoria, c‟erano i famosi “souvenir”: altro che agire soltanto su commissione, il mio “amico” aveva un‟anima da serial killer. La sua descrizione era esatta; aveva solo omesso di parlare delle teste: ce n‟era un vasto assortimento, appartenenti a persone di tutte le età e di entrambi i sessi. Le donne erano quelle messe peggio: gli sfregi non si contavano, rendendo talvolta i loro visi simili a rosse ragnatele di ferite. Le sue perle erano rappresentate dai bambini: alcuni maschi che dovevano avere circa l‟età di Abel e una femmina che mi ricordò la proprietaria del coniglietto. Nel suo caso rimaneva un unico occhio azzurro condannato a restare fisso per sempre in compagnia dell‟orbita vuota che le stava a lato. Inchiostro diVerso Autori vari C‟erano diverse casse sul pavimento; quando guardai dentro, trovai solo ossa ormai completamente scarnite dal tempo. Stavo per tornare di sopra per rovesciare il carburante quando mi sentii afferrare per le braccia e le gambe: la stretta era molto potente. Cacciai un primo urlo solitario, subitamente destinato a trovare compagnia quando mi accorsi di essere stato immobilizzato da arti scheletriti. Le bocche delle facce all‟interno dei contenitori cominciarono a muoversi, intonando una cacofonia di suoni che mi trapassò i timpani; riuscivo a distinguere le parole: mi stavano chiedendo di lasciar perdere, di andarmene immediatamente senza portare a termine l‟incarico affidatomi. Diventare complice di tanti crimini efferati non era mia intenzione, ma la prospettiva di tutti quei soldi inutilizzati e perduti per sempre mi faceva star male. In fondo si trattava di morti: essere esposti come pesci in un acquario o finire in cenere non faceva poi tutta questa gran differenza. Preso nel vortice della mia avidità non mi rendevo conto di una cosa: quei cadaveri stavano avanzando delle richieste precise. Non solo: quando si accorsero che non ero intenzionato a soddisfarle, ebbero una reazione violenta; alcuni teschi balzarono verso l‟alto, arrivando alle mie dita e mordendo con forza, mutando il loro bianco calcificato nel cremisi dovuto alla copiosa perdita di sangue. Divennero grappoli che cercavo inutilmente di staccare: quando finalmente ci riuscii, buona parte delle prime falangi era andata. Le mie grida si erano unite a quelle dei defunti: era ormai impossibile distinguerle. Con quel che mi rimaneva delle mani impugnai una vecchia mazza appoggiata al pavimento: l‟intenzione era quella di sbriciolare il più alto numero possibile di quelle teste spolpate. Non riuscii nemmeno a vibrare il primo colpo: gli scaffali si erano spalancati e un capino biondo volò sino a me, collocandosi sul mio collo; la bocca si chiuse sulla mia giugulare, facendomi un male lancinante. Mentre le forze mi abbandonavano, vidi molte altre teste arrivare: avevano denti affilati come zanne e, a mano a mano che si appoggiavano, strappavano brani di carne, mollando subito la presa per gustarsela e per fare spazio alle successive. Alcune mi si appiccicarono alle guance e ne estirparono enormi bocconi, due mi trinciarono le orecchie e cominciarono a rosicchiarle. Altre due si spostarono lungo il mio corpo: le lunghe dita si infilarono nei buchi dove un tempo si trovavano i miei padiglioni auricolari ed ebbi la netta impressione che, a furia di spingere, fossero riuscite a congiungersi. Inchiostro diVerso Autori vari Una terza infilò le dita nelle narici e, a giudicare dal dolore, credo che mi abbiano trapassato il cervello. Il sangue scorreva a fiotti, il pavimento ne era pregno ed io mi chiedevo come fosse possibile che malgrado tutto stessi ancora in piedi. Ma ero allo stremo: rassegnato, accettai che il destino si compisse e mi lasciai andare in una caduta che sembrò non finire mai. Toccai terra con violenza ed il colpo riuscì a risvegliarmi dall‟incubo: non mi era mai capitata una cosa simile e non c‟era somma bastevole a farmi correre anche un milionesimo del rischio di vedere trasformato in realtà quel sogno spaventoso. Mi alzai per andare a bere qualcosa di forte; nel passare accanto al tavolino scorsi una lettera aperta. Non ricordavo di avercela messa ma, quando mi chinai sulla pagina, vidi che riportava l‟incipit di un libro che conoscevo bene e subito richiamò nella mia mente l‟idea dell‟avvenuta morte per annegamento di un ragazzino intento a giocare nella pioggia con una barchetta di carta. Respirai di sollievo: probabilmente la sera prima, rientrando completamente ubriaco, mi ci ero soffermato e questo aveva scatenato tutto il resto, compresa quella serie di visioni paurose. I postumi dello shock erano quasi del tutto passati quando ricevetti la telefonata. - Pronto, Mr. Gale? Sono il Dr. Jefferson, ho una brutta notizia da darle: il suo amico Care è deceduto in nottata. Ci sarebbero alcuni oggetti personali da ritirare: ha espresso il desiderio di farglieli avere nell‟eventualità che gli fosse successo qualcosa prima che poteste rivedervi. Allora almeno una parte della faccenda era vera: Tim e io ci eravamo incontrati, avevo ascoltato le sue confessioni e mi ero reso complice di un abominio perché non ero corso subito a fare denuncia. Riflettendo meglio mi resi conto che il tutto era basato unicamente sulle parole del mio amico e quindi poteva trattarsi di pura invenzione, idee di una mente preda di allucinazioni di natura schizoide. Comunque quell‟ultima visita gliela dovevo e quindi mi recai all‟Istituto. Il dottore mi lanciò un‟occhiata strana, quasi che fossi detentore di chissà quale segreto. Mi accompagnò alla camera ma, a differenza della prima volta, non mi permise di entrare: mi portò invece davanti alla vetrata da cui si poteva vedere l‟interno. Tim giaceva supino su una branda, con soltanto un panno bianco a coprirgli il basso ventre. Se la volta precedente i segni delle coltellate erano stati numerosi, questa volta il suo corpo presentava una serie infinita di ferite: avevano le Inchiostro diVerso Autori vari inconfondibili tracce dei denti e in molti casi si trattava di morsi dati con estrema violenza. Era semi-sfigurato, con le guance strappate, senza naso, orecchie e parte delle dita. Non aveva più capelli: era stato barbaramente scalpato. Piedi e gambe erano quasi del tutto carbonizzati, come se fosse stato torturato con una fiamma intensa o avesse tentato di fuggire attraverso il fuoco. Dunque quello che per me era stato soltanto un incubo, per lui si era trasformato in una realtà devastante: le vittime di cui mi aveva parlato esistevano davvero e i loro spiriti avevano deciso di vendicarsi. La voce di Jefferson mi riscosse. - Incredibile non è vero? - Altro che: non riesco a capire come sia potuto succedere. - Non lo chieda a me; l‟ipotesi dell‟autoconvincimento non è più accettabile: quale persona, sia pure inconsciamente, sarebbe in grado di fare un tale scempio a se stesso? Non risposi e tagliai corto: non vedevo l‟ora di sapere in cosa consisteva l'eredità di Tim, magari concedendomi una robusta dose di scotch per riprendermi dalla visione di quella povera salma martirizzata. - Ha detto che c‟è qualcosa per me? - Sì, mi segua. Di lì a un momento, firmata la debita ricevuta, entrai in possesso di una valigia alquanto leggera. Corsi a casa, ansioso di vederne il contenuto; all'interno trovai un bel po' di ritagli, alcuni quasi ingialliti dal tempo: la storia di ventotto e forse più anni di orrore, narrata dagli articoli che riguardavano la sua attività e che costituivano una raccolta di cui doveva andare parecchio fiero. Pensai che molti casi irrisolti avrebbero trovato la loro soluzione non appena avessi consegnato il tutto alla Polizia: qualcuno sarebbe finito in galera, altri avrebbero pianto di tristezza e sollievo nel sapere che la ricerca di un familiare poteva essere finalmente sospesa. Lessi un po‟ qua e là, bevendo generosamente per riuscire a digerire i particolari dei delitti, che i cronisti definivano “tra i più efferati mai verificatisi”, dilungandosi sulle sevizie e le deturpazioni subite dai cadaveri. Sul fondo della valigia era appoggiata una cartellina rigida chiusa con un elastico: la aprii e trovai al suo interno la foto di tre ragazzi ripresi in una giornata di pioggia. Il più giovane era decisamente bello e aveva un‟aria gentile; gli altri due possedevano lineamenti più rozzi ed esibivano un ghigno complice e quasi mefistofelico. Inchiostro diVerso Autori vari Avevano tutti un‟aria familiare: il primo era Abel, il secondo era Tim, il terzo ero io. Dietro c‟era una data, la stessa riportata sulla lettera che avevo trovato aperta al risveglio dal mio sogno premonitore. Nel ritratto la figura del piccolo cominciò a prendere una consistenza nuova, diventando via via tridimensionale: iniziò a sorridere e i suoi denti mi sembrarono innaturalmente numerosi e assai affilati. Mi voltai di spalle perché sapevo benissimo cosa sarebbe successo di lì a poco e non me la sentivo di guardare; quando affondarono per la prima volta nella mia nuca ebbi una triplice conferma: non ero affatto estraneo alla morte di Abel, il suo morso era estremamente doloroso ma ancora niente se paragonato ai tanti che mi aspettavano prima di crepare annegando nel rigagnolo del mio sangue. Inchiostro diVerso Autori vari Luna crescente - Narrativa romantica Questo infinito palcoscenico. di Silvia Giannattasio *Nur* Mi ritrovo qui, seduta su questa panchina ad osservare gli alberi che la circondano. Anche oggi c‟è quella brezza leggera; quella che non riuscivo a sopportare e che mi scompigliava i capelli facendomi urlare dal fastidio. La stessa che ti faceva ridere di gusto nel vedermi in disordine dopo avermi attesa un‟ora nel tentativo di farmi il più bella possibile, per te. Non è cambiato molto da quel giorno, di cui ricordo ogni dettaglio: ci sono i soliti piccioni affamati girovagare in cerca di briciole di cibo, le stesse margherite coraggiose, quelle che si fanno spazio tra smog e cemento della città e i soliti innamorati, intenti a ridere come bambini. La sola cosa che manca, è quella che più vorrei: la tua presenza. La verità è, che ero consapevole che ogni cosa sarebbe finita. Lo sapevo da tempo, dal principio. Mi avevi avvisata più volte, dicendomi: “ se deciderai di restare al mio fianco soffrirai, soffrirai terribilmente quando...” Allora io ti fermavo tappandoti la bocca con un dito e mi arrabbiavo, mi fingevo arrabbiata e ti facevo la linguaccia, dandoti le spalle. Non era però facile resistere a quei fastidiosi occhi da cucciolo che mostravi per farti perdonare; quindi ti abbracciavo e cercavo di non farmi sopraffare da quel nodo alla gola che cercava di esplodere. Inchiostro diVerso Autori vari Prima di andartene mi facesti fare una promessa che, pensai, avesse del ridicolo; la trovai assurda e impossibile da mantenere, ma la feci ugualmente: “prometto di non piangere” affermai con un sorriso scarso, accarezzandolo in volto; un volto che ormai, dopo mesi di terapie, cure e ospedale, era diventato pallido, magro, scavato, ma sempre incorniciato da quei capelli color del carbone e rappresentato dai tuoi occhi castani, grandi, che inutilmente cercavi di tener attivi, probabilmente per me. E‟ passato un anno, un lunghissimo anno e, come tu ben saprai, non ho mai pianto, non ho mai versato una lacrima, tanto che la gente ha anche avuto il coraggio di chiamarmi “automa” per questa mia freddezza, ma non mi è importato; ho solo mantenuto il tuo volere. Però ora mi scuserai se non riesco più a farlo, se ho lasciato che quella lacrima sfuggisse al mio controllo, immediatamente seguita da un pianto che da troppo tempo trattenevo. Ho provato a dedicarti ogni singolo sorriso; ho costretto me stessa a non tornare più in questo luogo colmo di ricordi meravigliosi. Ma oggi mi sono arresa, proprio come tu, hai dovuto arrenderti alla malattia. E qui, seduta su questa panchina verde, sul nostro infinito palcoscenico, io ti faccio una nuova promessa: piangerò, mi farò invadere dalla sofferenza, lascerò che essa mi logori dentro come non ho permesso accadesse in questi lunghi mesi; poi, mi asciugherò il viso, mi alzerò in piedi e ricomincerò a vivere con il sorriso; ricomincerò a vivere anche per te. Inchiostro diVerso Autori vari Luna aliena - Narrativa fantascientifica L’ultimo giorno di Ilaria Candidi (Kira__) Quando si pensa alla fine del mondo in genere non si pensa quasi mai possa capitare a te. Quando si pensa alla fine del mondo, si pensa ad un futuro lontano. Certo, da un lato rifletti… In fondo, assistere alla fine del mondo ti rende anche un essere vivente speciale, che è vissuto in un momento dell‟universo davvero speciale. Ovviamente, quando ci sei nel mezzo, non hai il tempo di ragionare su tutto questo. Quando è capitato a me io studiavo Ingegneria aerospaziale nell‟università della mia città e avevo il mondo davanti, avevo infinite e reali possibilità. Il mio nome è Andrei. Ho lasciato la mia famiglia da un paio d‟anni per andare a vivere nella periferia di una grande metropoli, per perseguire con costanza il mio obiettivo di sempre, la mia aspirazione più grande. Il cielo. L‟universo. Avevo determinazione da vendere, non mi sono lasciato mai distrarre da nulla, non ho mai lasciato niente al caso. Caim era il mio compagno di studi e Sara la mia ragazza. La mia era una vita tranquilla, una vita normale. In un mondo in cui tutti si vantavano della propria diversità, io mi accontentavo della normalità. E così ridevo di chi rimaneva a bocca aperta quando parlavo dei miei studi. Per me il cielo era una cosa normale. *** Inchiostro diVerso Autori vari Un giorno apparentemente come tutti gli altri, un giorno che scorreva lento di pioggia, Caim era immobile davanti alla finestra, nell‟aula magna dell‟università. Guardava fuori. Io ero appena arrivato per lavorare ad alcune diapositive assieme a lui. Mentre cercavo di poggiare il computer portatile sulla cattedra, alcune fotocopie e alcuni appunti mi erano scivolate da sotto il braccio e si erano sparpagliate in terra. “Oh, è fastidioso quando succede, vero?” Caim si era girato e mi aveva sorriso. Non saprei dirlo con certezza, descrivere la particolare sensazione che avevo provato, ma quando lui aveva girato la testa verso di me, solo la testa, e mi aveva sorriso, avevo pensato che ci fosse qualcosa di stonato nella sua espressione, come se gli occhi non combaciassero più col sorriso, o qualcosa del genere. “Puoi dirlo forte! Ho sempre troppe cose dietro!” Avevo scosso la testa e mi ero messo ad ammucchiare i miei fogli e le mie penne. E poi, senza preavviso, avevo avvertito un dolore lancinante alla testa. Un dolore che mi aveva fatto sbandare. Mi ero portato la mano alla tempia e mi ero piegato su me stesso nel tentativo di smorzare la sofferenza. Avevo soffiato dalla bocca un incredulo “Caim, ho qualcosa che non va…” Gli occhi mi facevano male, “vedere” mi faceva male, come se fossi stato abbagliato. Ma Caim non aveva mosso un dito. “Perché?” Avevo provato a tirare su la mano, facevo fatica anche a parlare. Che mi succedeva? Stavo per morire? Mi era esplosa una vena nel cervello? E‟ così che ci si sentiva? “Non ti ho mai rivelato su cosa si basa la mia tesi, Andrei. “ La sua affermazione aveva tagliato l‟aria e mi aveva lasciato la sensazione dentro di un pezzo di un puzzle che si incastrava nel posto sbagliato. Mi ero accasciato sul pavimento. In un punto ormai già lontano e sfocato della mia mente, un punto che rischiava di essere sempre più remoto, avevo riflettuto sul perché Caim mi stesse ignorando. Il mio amico di sempre, un compagno di studi che era come un fratello. Forse non si era reso conto… “Ormai manca poco alla tesi. Io l‟ho finita, ho preparato tutto. Tu sai che un pianeta non può esplodere? Non ci sono le reazioni che avvengono in una stella… giusto, Andrei?” Avevo strizzato gli occhi, confuso e annebbiato, nel tentativo vano di mettere a fuoco il suo profilo. “Prendi ad esempio la terra. La terra è un pianeta caldo, il suo nucleo ha un‟alta temperatura. Questo perché c‟è radioattività al suo interno. L'energia liberata raggiunge la superficie lentamente e quindi questa non può Inchiostro diVerso Autori vari esplodere, non esistono i presupposti per una esplosione naturale del pianeta. Forse potrebbe essere disintegrata da un corpo roccioso enorme… Ma non è una possibilità così ovvia. Però farlo meccanicamente cambia le cose.” Non riuscivo a seguire le sue parole, non riuscivo a capirle. Avevo pensato che probabilmente era a causa del mio cervello. Se stavo morendo, era probabile che non capissi già più nulla, che immaginassi cose che non esistevano, che distorcessi la realtà. Il dolore continuava a colarmi addosso come catrame, mi schiacciava, mi teneva ancorato al pavimento sporco. “Dove abito io, a molti anni luce da qui, da molto tempo studiamo l‟universo e sosteniamo delle prove per verificare le nostre conoscenze, proprio come voi. Io sono qui per questo. Per studiare da vicino ciò che dovrò esporre una volta tornato nel mio mondo. Non fare quella faccia, so che ho vissuto accanto a te praticamente da quando avevi solo 6 anni… Ma per noi la vostra vita è così breve… Comunque, da noi oltre ad esporre le nostre conoscenze, si usa portare una sorta di esperimento che si è svolto. E il mio esperimento si basa sull‟esplosione della terra.” I miei occhi avevano catturato per un breve istante la flebile luce che cominciava ad irradiare la pelle bianca di Caim. Esplosione della terra… Che stava dicendo? “Conseguenze dell‟esplosione di un pianeta nel suo sistema solare. Questo è il tema della mia tesi, Andrei”. Avevo sentito il mio corpo e la mia mente galleggiare. Mi ero sentito solo, circondato da uno spazio infinitamente vuoto e assurdo. “La vostra intelligenza non è come la nostra, infatti non ho particolari remore nel fare questo e non dovresti averne neanche tu. Non potete percepire ciò che percepiamo noi, siete esseri limitati. E quindi non soffrirete molto. Da sempre riflettiamo sulla domanda: ma gli uomini hanno una coscienza come noi oppure no? E la risposta è ovviamente no…”. Aveva sorriso di un sorriso sghembo e compassionevole. Una formica aveva fatto capolino tra i fogli dei miei appunti, ancora sparpagliati in terra. L‟avrei considerata una cosa folle solo qualche istante prima, ma in quel momento non mi ero sentito solo. Avevo pensato che era buffo in fondo, si, davvero buffo, ma non mi ero sentito più solo. Essere considerati alla stregua di una formica... Ma in fondo, anche io avevo sempre sostenuto che una formica non ha un‟anima, e allora perché mi stupivo se qualcuno di molto superiore a me, asseriva esattamente lo stesso? Era una catena. Inchiostro diVerso Autori vari “Ti ricordi da bambini quando ci siamo azzuffati, Andrei? Anche allora… Volevo toccare con mano la consistenza della tua pelle, ascoltare le percussioni delle mie mani sulla tua carne. Studiare questo vostro meraviglioso corpo mortale.” Dalle sue mani si era fatta luce, tantissima luce. E solo allora ero riuscito a vederlo per davvero. Una situazione distorta, grottesca, che all‟improvviso mi aveva catapultato nella persona grigia di Caim fatta di luce. Quella luce sgargiante che per un tempo infinitamente immenso mi aveva illuso, tradito. Ed ora il tradimento mi aveva aperto le porte del reale animo di Caim. Il terrore mi stava scivolando dagli occhi, la luce mi stava rendendo cieco e non avevo potuto fare a meno di provare, anche in quel momento, ammirazione per l‟universo intero, l‟universo che non aveva limiti. “Caim”. Avevo sussurrato con l‟ultimo fiato che avevo in gola. “Caim, ti prego, dimmi almeno addio, dimmi anche un semplice ciao. Dimmi addio... Ne ho bisogno. Voglio dire addio a quello che ho creduto che tu fossi, a quello che ho creduto di provare…”. Avevo proferito con un ultimo patetico singulto. Caim mi aveva guardato con rimprovero, quasi io avessi detto qualcosa che non stava né in cielo né in terra. L‟ultima cosa che avevo visto era stato il suo profilo, il profilo di Caim, stagliato nella luce abbacinante, la sua ombra su di me, i suoi occhi sgranati e quell‟espressione di rimprovero sul volto. Caim divenne un oggetto in mezzo agli altri oggetti, tutto perse il suo reale significato, tutto scivolò via. Poi il buio, poi la fine, la fine di tutto. *** “Dove hai trovato questa lettera, Paula?” Chiese mia sorella, osservando il consunto foglio che tenevo tra le mani. “Oh, in una vecchia scatola. Sai quando sono andata in soffitta a cercare vecchi cimeli?” Risposi sorridendo. “Ma di che anno è? Sembra davvero antica…” “E‟ vero. Non so di che anno sia… Ma parla dell‟esplosione della terra. Chissà se è una storia vera o se è tutto inventato. Se fosse una storia vera, questo Andrei non avrebbe potuto raccontarla… Ma se invece fosse vera, vuol dire che quel tipo di nome Caim, alla fine, non è riuscito a far esplodere la terra … Bhè, in tal caso nel suo mondo sarà stato costretto a rimandare la sua tesi!” Risi scettica mentre riponevo di nuovo la lettera ingiallita nella scatola. Inchiostro diVerso Autori vari Fuori pioveva. E il mondo sembrava lo stesso di sempre. Un mondo che sembrava non temere la parola fine, che continuava a sperperare come sempre. Il solito mondo. Inchiostro diVerso Autori vari Primo quarto - Narrativa del mistero La maschera del demone di Emily Caldart (›ich‹) Lunghe dita bianchissime si strinsero attorno alla figura pallida di un volto dai tratti mortalmente fissati in un irrisorio accenno di sorriso. Un‟agghiacciante risata echeggiò nella stanza austera della Cattedrale di Daemon, illuminata dalla fievole luce delle candele, sparse lungo lo stretto corridoio che conduceva alla cripta. Solo l‟ombra di un uomo si muoveva rapida, percorrendo la navata principale, per giungere all‟altare. Il presbiterio era sovrastato da un‟immensa cupola, finemente decorata con un intricato gioco di vetri colorati, che si fondevano per formare la figura di una delicata rosa rossa. I pallidi raggi della luna penetravano appena dalle grandi vetrate, creando tetri effetti chiaroscurali sulle fredde pareti di pietra, mentre il signore finiva di prepararsi, ammirando il suo riflesso nello specchio d‟acqua consacrata, raccolta in una bacinella marmorea. Le strade erano deserte, illuminate solamente da qualche lanterna appesa ai muri delle case. Sembrava che la notte avesse avvolto nel suo mortale silenzio l‟intera cittadina, lasciando che il rumore dei passi dell‟uomo, avvolto nella sua giacca invernale, diventasse il protagonista di quella speciale serata. L‟aria trasportava con sè l‟amaro profumo dei fiori di Calicantus, quelle piccole gemme gialle, che erano state utilizzate per addobbare l‟entrata di un imponente edificio in pietra levigata. Lasciato il cappotto ad un domestico, il signore proseguì lungo il luminoso corridoio, sul quale si affacciavano diverse stanze, popolate da un esiguo numero di persone. Per il momento, infatti, l‟attenzione di tutti gli invitati era Inchiostro diVerso Autori vari concentrata sulla grande sala da ballo, che occupava la parte centrale del primo piano della villa. La maggior parte dei signori e delle signore presenti al ricevimento stava ricavando diletto nel discorrere sopra temi più o meno futili, mentre solo poche coppie coraggiose avevano iniziato ad approfittare della dolce musica, suonata dall‟orchestra. Un ghigno di scherno comparve sotto la maschera bianca indossata dall‟uomo, che aveva appena fatto il suo ingresso in sala. I semplici modi con cui gli umani si divertivano lo disgustavano e impietosivano allo stesso tempo. Quei miseri non si erano ancora resi conto che la vita è dolore per essenza, un‟apoteosi di sofferenza. L‟essere umano, infatti, per natura, desidera costantemente qualcosa che non possiede, e per questo si incatena ad una situazione di perenne tensione. Quella che gli umani definiscono gioia, quindi, non è altro che la momentanea cessazione del dolore, in quanto, quest‟ultimo, identificandosi con il desiderio, diventa la vera struttura della vita, mentre il piacere è solamente una funzione derivata, che vive unicamente a spese della sofferenza. Con passo deciso e portamento fiero, il signore percorse il perimetro della stanza, mentre gli sguardi dei presenti sfioravano la sua figura, elegantemente avvolta da un completo di Kashmir nero; anche se il dettaglio che destava la curiosità di tutti era la grande maschera diafana che celava completamente il volto dell‟uomo. Dopo qualche minuto, una ragazzina dai lunghi capelli ramati e gli occhi color smeraldo gli si avvicinò, con l‟intento di iniziare una conversazione e cercare di scoprire qualcosa su quello strano invitato, che i suoi genitori, padroni della villa, non pensavano di conoscere. « Buonasera, signore... », iniziò esitante lei, intimorita dall‟atteggiamento austero del suo interlocutore. L‟uomo si limitò a rispondere con un cenno del capo e un lieve inchino, senza proferire parola. Allora, la giovane, raccogliendo tutto il suo coraggio, decise di chiedere subito quello che le interessava sapere, con lo scopo di mettere al più presto la parola fine a quella conversazione forzata. « Posso avere l‟ardire di chiedervi, signore, quale sia il vostro nome? » « Con un nome, mia dolce signorina, io non saprei dirvi chi sono... Io sono uno, cento e nessuno; sono solo un mero attore, che si diletta nell‟altissima arte della tragedia, l‟unico metodo di espressione del dolore, dell‟affano dell‟umanità, della più autentica realtà, celata dietro una maschera di ipocrisia. » Miss. Gray, la sua giovane interlocutrice, scostò, indignata, la folta chioma di capelli fulvi; chiaramente non era rimasta soddisfatta dalla risposta. Quella ragazza rappresentava lo stereotipo di tutte le figlie viziate dei ricchi signori di Inchiostro diVerso Autori vari Londra; altezzosa e fiera della sua bellezza e classe sociale, cercava in tutti i modi di far notare agli altri la sua superiorità. In ogni caso, da bravo gentiluomo, il signore non si sottrasse al dovere di chiedere almeno un ballo alla principessa della festa. Mentre, insieme, si univano e separavano, secondo la coreografia del Reel, che l‟orchestra stava suonando in quel momento, lo sguardo dell‟uomo si posò sull‟esile figura di una cameriera, che, da lontano, osservava i ballerini, muovendosi seguendo il ritmo della musica. Se la sua padrona avesse assistito a quella scena, di sicuro la povera domestica sarebbe stata rimproverata; quello non era certo un comportamento adatto ad un servitore di una grande famiglia. In ogni caso, lui non riuscì a trattenere un sorriso; da quando aveva varcato la porta d‟ingresso, quello era stato il primo esempio di trasgressione del rigido protocollo che controllava i rapporti tra gli uomini in società. Fortunatamente, la danza finì presto e lui non ebbe più nessun obbligo che lo legasse alla signorina Gray. Stanco di essere sottoposto al costante esame di tutte le dame presenti, si spostò in una delle salette laterali, dove era stato allestito un gran rinfresco. Vicino al tavolo del buffet, un uomo paffuto stava gustando alcune delle prelibatezze offerte, deciso ad approfittare il più possibile di quell‟imperdibile occasione. Accortosi di essere diventato l‟oggetto dell‟attenzione di quello strano signore mascherato, Mr. Dump sorrise sardonico, dirigendosi lentamente verso il suo osservatore. « Buonasara, signore... vi state divertendo? », chiese, dopo aver finito di masticare l‟ultimo boccone di carne che aveva in bocca. L‟uomo annuì. « Si, abbastanza.. e voi? » « Moltissimo.. questi ricevimenti sono l‟ideale per riempirsi la pancia... e anche per trovare qualche bella signorina che possa poi rallegrare il “dopo festa”, se capite cosa intendo... », rispose, rivolgendo un‟occhiata espressiva al suo interlocutore, il quale, però, non sembrava affatto approvare quel tipo di comportamento. « Oh no, non mi dite che siete un prelato... non me ne ero accorto.. scusatemi... », aggiunse, avendo notato la nota di disgusto che caratterizzava il comportamento di quello strano individuo. « Siete in errore, signore... non ho mai avuto intenzione di prendere gli ordini... », lo corresse freddamente l‟altro, prima di portarsi leggermente verso la porta, nella speranza di riuscire a fuggire al più presto da quell‟uomo viscido e lascivo, che, intanto, aveva ripreso a masticare abominevolmente un altro pezzo di pollo. « Allora chi siete? », chiese, tra un boccone e l‟altro. « Con un nome, mio caro signore, io non saprei dirvi chi sono... Io sono uno, cento e nessuno; sono solo un mero attore, che si diletta nell‟altissima arte Inchiostro diVerso Autori vari della tragedia, l‟unico metodo di espressione del dolore, dell‟affano dell‟umanità, della più autentica realtà, celata dietro una maschera di ipocrisia. » Ancora una volta la sua risposta non fu gradita, infatti Mr. Dump rimase ad osservare, perplesso, il suo riflesso sulla superficie lucida del piatto vuoto che teneva tra le mani, per poi congedarsi dal signore e tornare all‟attacco di un altro buffet. Non erano passati nemmeno cinque minuti, che al secondo scocciatore ne seguì un terzo. Questa volta si trattava dello stesso Signor Gray, il quale, insoddisfatto dalle poche informazioni che aveva estorto alla figlia, voleva accertarsi di persona sulla raccomandabilità di quello stravagante invitato. « Buonasera, signore.. spero che la festa sia di vostro gradimento... », esordì, cercando di iniziare una piacevole conversazione. « Ma certo... davvero una serata deliziosa... », rispose l‟uomo, anche se con poco entusiasmo. L‟altro sorrise, aveva bisogno di prendere tempo per escogitare una strategia che lo portasse a scoprire chi era in realtà il suo interlocutore, senza apparire invadente o scortese. « Ho notato che prima stavate danzando con la mia figliuola, spero che non vi abbia importunato... vedete, Anne è una brava ragazza, ma ha ereditato da sua madre la cattiva abitudine di impicciarsi sempre nelle faccende altrui... », continuò poi. « Non si preoccupi... ora, purtroppo, vi devo proprio lasciare... ho bisogno di prendere una boccata d‟aria... », si accomiatò brevemente il signore, sperando che Mr. Gray fosse abbastanza intelligente da comprendere il messaggio nascosto tra le sue parole. Mentre si dirigeva verso il terrazzo deserto, estrasse l‟orologio da taschino, per controllare l‟ora. Era già molto tardi, ormai la mezzanotte era vicina e lui non aveva ancora trovato quello che stava cercando. Improvvisamente, da dietro una colonna, sbucò la vera regina della festa: la consorte del signore che si era appena lasciato alle spalle. Senza pudore, la donna gli andò in contro, prendendolo sottobraccio e trascinandolo in una saletta privata. « Allora, mio caro... spero vi stiate divertendo... », iniziò, con quella vocina stridula e fastidiosa, per cui era tanto celebre nei vari club di Londra. « Ma certo, mia signora... », si limitò a rispondere la sfortunata vittima delle attenzioni di Mrs. Gray. « Bene... spero non mi consideriate troppo sfrontata, se vi confido che, con il vostro inusuale travestimento, avete attirato la mia attenzione... se non sono troppo invadente, posso chiedervi la ragione di tale carnevalata? », chiese la donna, avvicinandosi sempre di più all‟uomo, che finalmente era riuscita a braccare. Inchiostro diVerso Autori vari L‟interessato, ad ogni modo, non si fece intimidire, mantenendo il suo solito contegno. « Sapete, una volta il Grande Maestro ha detto: “Io considero il mondo per quello che è: un palcoscenico dove ognuno deve recitare la sua parte.” In questa villa la maggior parte delle persone sta indossando una maschera, proprio come me, pronta ad entrare in scena e poi sparire, al cenno del direttore.... » Piccole rughe comparvero sulla fronte della signora, mentre, nervosamente, aveva iniziato a giocherellare con una ciocca di capelli neri, girandosela e rigirandosela intorno alle dita della mano destra. La confusione era chiaramente dipinta su quel volto dai lineamenti delicati, tanto che il signore stava per riprendere la parola, quando una voce cristallina lo colpì alle spalle. «Il mercante di Venezia..... davvero una delle tragedie più emozionanti di Shakespeare... » L‟uomo si voltò immediatamente, riconoscendo nella minuta figura, che stava passando di sala in sala con un vassoio pieno di bicchieri vuoti, la cameriera che, all‟inizio della serata, stava ballando in modo così indignitoso ai bordi della pista. La padrona, umiliata, rimproverò la domestica, avvisandola di iniziare a cercare un altro impiego. Mentre si era distratto ad osservare quella patetica scena, il signore non si era accorto che la fatidica ora era sempre più vicina, finché un gruppo di giovanotti, che passava da quelle parti, non iniziò a parlare di quello strano sonno in cui, ultimamente, gli invitati di quel genere di ricevimenti sembravano cadere intorno alla fine della serata. Distolto dai suoi pensieri, l‟uomo si congedò brevemente da Mrs. Gray e dalla cameriera, per tornare verso la sala principale, dove si erano già tutti riuniti. Finalmente l‟orologio iniziò a battere i rintocchi della mezzanotte: lo spettacolo stava per iniziare. Raggiunto il centro della grande pista da ballo, il protagonista di quella grandiosa scena madre si tolse la maschera, mostrando ciò che nascondeva. Uomini e donne inorridirono davanti a quello spettacolo, mentre alcune dame più impressionabili svennero, cadendo inerti sul pavimento. Il signore, ancora immobile al centro dell‟attenzione, infatti, non aveva volto; I folti capelli corvini facevano da cornice ad una superficie bianca, priva di qualsiasi lineamento, priva di qualsiasi espressione. Dopo pochi secondi, tutti i presenti intorno a lui si assopirono, raggiungendo le signore che avevano perso i sensi poco prima. Il demone ridacchiò, rindossando la sua maschera. Neanche quella volta era riuscito a trovare quello che, disperatamente, andava cercando. Era ormai giunto quasi alla porta d‟ingresso, quando un urlo squarciò il silenzio che aveva avvolto la casa. Immediatamente tornò indietro, possibile che non si fosse accorto che qualcuno era rimasto sveglio?! Inchiostro diVerso Autori vari Ai bordi della sala principale, la figura pallida della cameriera spiccava tra i corpi accasciati a terra. Forse per la prima volta, l‟uomo prestò veramente attenzione all‟aspetto di quella ragazzina. Era una giovane minuta e graziosa; il volto dai lineamenti dolci era incorniciato da una cascata di capelli biondi, così chiari da sembrare nivei. Due grandi occhi di ghiaccio si posarono sull‟osservatore, che, intanto, aveva iniziato ad avvicinarsi a lei. Impaurita, la fanciulla si ritrasse, ma il signore si affrettò a rassicurarla. « Non temere, mia cara... loro stanno solo dormendo... all‟alba tutti si risveglieranno e non ricorderanno quello che è successo... » Nonostante quelle parole, la giovane continuava a tremare come una fragile foglia nel mezzo di una tempesta. « V-voi chi siete? », chiese, la voce rotta dall‟angoscia. Il demone si inginocchiò davanti a lei, prima di parlare: « Con un nome, mia dolce signorina, io non posso dirvi chi sono... Io sono uno, cento e nessuno; ma chiamatemi “servitore” e sarò battezzato...». Detto questo, con un rapido gesto della mano, si tolse la maschera, gettandola dietro le sue spalle. « Vedete, da secoli vago alla ricerca di una persona autentica, che non abbia timore di essere quello che veramente è, per potermi prostrare al suo cospetto, mostrandole il mio vero aspetto... », aggiunse, alzando la testa, in modo da permettere alla sua interlocutrice di guardarlo in volto. La giovane fissò, incantata, i perfetti lineamenti, che caratterizzavano il viso di quell‟ uomo, finchè i loro due sguardi non si incontrarono e gli occhi chiari di lei non si persero in quelli neri di lui. « La vita è un palcoscenico e gli uomini sono solo miseri attori, maschere prive di libertà che si muovono come marionette in un teatrino... ma voi, signorina, voi potreste essere il burattinaio... scrivetemi questra tragedia e io la metterò in scena... », concluse il demone, per poi poggiare le sue labbra fredde sul dorso della piccola mano della sua nuova Regina. « Ordinate pure, my Lady... » Inchiostro diVerso Autori vari Primo quarto - Narrativa del mistero Fumo, morti e qualche cifra. di Foglia d’autunno 20/10/1970. Poco prima di andarsene definitivamente Luke pensò: - Giò mi ucciderà: le avevo promesso di acquistarle la rivista entro oggi e non l‟ho fatto. Si era trasferito da poco e aveva una giovane moglie costretta a letto da una gravidanza difficile, il che la rendeva particolarmente nervosa. Quel giorno, preso dal lavoro, aveva scordato la commissione e all‟uscita si era reso conto che ormai tutti gli esercizi erano chiusi. Speranzoso, si avviò di corsa verso la stazione: forse lì l‟edicola restava aperta tutta notte per consentire ai passeggeri di aver qualcosa con cui distrarsi. La serranda era già abbassata e il titolare stava andando via. - Per cortesia, aspetti, ho assolutamente bisogno di chiederle se ha… - Torni domani, per oggi ho finito. L‟uomo aveva risposto sgarbatamente ed era corso via, quasi avesse il diavolo alle calcagna. Luke si fermò a circa due metri dalla serranda, ormai consapevole dell‟inutilità di quel tentativo e, prima di riuscire a fare dietro front, crollò a terra fulminato. Lo trovarono così, con una mano sul cuore e gli occhi spalancati in un‟espressione di meraviglia. Un trentenne che soffriva di piccole aritmie: infarto, probabilmente legato anche alle preoccupazioni legate ai tanti cambiamenti intervenuti di recente nella sua vita. Inchiostro diVerso Autori vari 20/10/1980. - Maledizione, ma dove sono capitato? David quella sera era di pessimo umore a causa di un affare sfumato: il capo lo aveva mandato a trattare per una grossa partita di materiale d‟ufficio in quella specie di buco sperduto nel mondo e lui non era riuscito a concludere nulla. Era da un po‟ che succedeva: una volta non dover stare sempre nello stesso luogo rappresentava la maggior attrattiva della sua professione, adesso era diventata la parte più faticosa. Era convinto che fossero state proprio le continue assenze da casa a far andare a rotoli il suo matrimonio e questo l‟aveva portato ad odiare quel lavoro, ma era troppo vecchio per mettersi a fare altro: doveva tener duro sino alla pensione. Da sempre andava avanti a caffè e sigarette e in quel momento era in crisi di astinenza. L‟orologio non segnava ancora le 22.00 e tutti i negozi erano chiusi: come avrebbe potuto guidare sino alla località dove sorgeva l‟albergo? Ebbe un lampo di genio; la stazione: lì doveva esserci sicuramente un bar dove fare rifornimento. La struttura di quei posti era sempre la stessa: il mare a sud, la strada da est a ovest e i treni a nord, verso la parte alta della città. Vi si diresse di furia, intravide l‟edificio e parcheggiò con rabbia. Scese e si avviò verso il grande portone, bofonchiando tra sé senza neppure rendersi conto che intorno non c‟era nessuno. Entrò e diede un‟occhiata in giro: il box con i cartelloni pubblicitari era proprio alla sua destra, ma l‟esercizio era desolatamente chiuso. A breve distanza intravide una distributrice automatica; le odiava, ma non aveva altra scelta. Frugò nelle tasche per recuperare degli spiccioli e si rese conto di averli lasciati in auto: imprecò sottovoce. In quel momento vide arrivare qualcuno: una figura col cappello avvolta in un lungo cappotto scuro. Le si mise di fronte per bloccarla e chiedere se aveva da cambiare una banconota: una decida di secondi dopo si sentì soffocare, crollò a terra e morì con un gorgoglio. La mattina dopo lo trovarono così, con una mano sulla gola a tenere aperto il colletto e un‟espressione spaventata nello sguardo. Un sessantenne alquanto sovrappeso e soggetto a frequenti attacchi d‟ira: infarto, probabilmente legato anche al dolore per il recente divorzio. Inchiostro diVerso Autori vari 20/10/1990. Ellen arrivò alla coincidenza dell‟autobus in ritardo di dieci minuti: era l‟ultimo veicolo e non aveva abbastanza soldi per prendere il taxi. Il giorno dopo l‟aspettava un importante colloquio di lavoro in una località a circa trenta chilometri: se ne era già macinati altrettanti per essere puntuale quanto irreprensibile e non intendeva lasciare le cose a metà. Chiedere un passaggio era fuori discussione: trovarlo non sarebbe stato un problema giacché la bellezza non le difettava, ma significava mettersi nelle mani di uno sconosciuto e questa era un‟altra di quelle cose che non avrebbe mai fatto. Rimaneva il treno; lì vicino c‟era una mappa della cittadina e le bastò un‟occhiata per individuare la posizione: vi si diresse a passo veloce. Lungo la salita che portava all‟edificio incontrò un unico passante; si fermò a guardarla e le sembrò intenzionato a tentare un approccio: aumentò ulteriormente l‟andatura, lasciandoselo dietro. Attraverso le grandi vetrate intravide le biglietterie poste di fronte: la luce fioca le impedì di capire se fossero aperte o chiuse. Pensò che, in caso di controllo, avrebbe pagato la multa ed entrò, talmente assorta su quel che doveva fare da non accorgersi di quanto tutto fosse irreale. Stava ancora frugando nella borsetta in cerca del portafogli quando, alzando il capo indispettita perché non riusciva a trovarlo, si accorse che il grande salone era deserto, le grate abbassate, il silenzio pressoché totale. Rifletté su quanto fosse strano il fatto che in uno spazio così grande non si sentisse alcun rumore, ma quel pensiero venne subito smentito da un ticchettio di passi che diventava sempre più distinto. Davanti a lei non c‟era nessuno e, quando si volse, non riuscì a distinguere bene chi fosse la persona che si stava avvicinando. Fece in tempo a scorgere un‟ombra mentre qualcosa le passava attraverso: per un attimo credette di impazzire, poi piombò a terra. La mattina dopo la trovarono così, con gli occhi sbarrati dal terrore e le mani incrociate sul petto: una ragazza di vent‟anni in condizioni di salute perfette. I tre decessi erano avvenuti in un giorno preciso di un anno perfettamente prevedibile, nel solito arco di tempo e secondo lo schema già conosciuto sia riguardo al sesso che all‟età delle vittime; né i cittadini, né la polizia si stupirono più di tanto: a quel punto era chiaro che la maledizione di Andrew “Smoke Number” Black aveva chiuso un altro ciclo. Inchiostro diVerso Autori vari 20/10/2010. Henry Stranger sedeva al tavolo del self service osservandosi intorno con curiosità: il bar super-attrezzato, la tabaccheria, i giornali, il fioraio, persino un negozio di giocattoli e souvenir. - Immagino che da queste parti ci sia un bel movimento. La persona di fronte a lui era un anziano signore dall‟aria distinta di nome Bill Badford. - In effetti questa è sempre stata una zona trafficata; siamo in frontiera: ho detto tutto. - E‟ organizzato in modo splendido: molto meglio di quegli orribili centri commerciali che oggi sorgono un po‟ ovunque. - Oh, lo abbiamo anche noi, ma in periferia: qui non vogliamo palazzoni a disturbare la vista, persino la stazione è stata mantenuta su un piano solo. - E‟ l‟edificio qui di fronte, non è vero? Perché i vari negozi non sono stati edificati all‟interno? Sarebbe stata un‟ottima cosa per i viaggiatori, non le pare? - Se hanno voglia di mangiare, possono attraversare la strada e venire sin qui; se desiderano un ricordino, idem. Del resto, anche la stazione chiude alle ventuno precise e, con essa, tutto quello che vi è contenuto. - E‟ una cosa insolita: di norma i treni viaggiano molto di notte. - Da qui si limitano a transitare. Bill sorrise con semplicità: quando quel tipo armato di taccuino aveva cominciato con domande e appunti, era stato facile intuire dove intendesse andare a parare. Se passava parte delle belle giornate su una panchina posta in zona strategica anziché annoiarsi al circolo delle carte o a quello delle bocce, non lo faceva soltanto per godere del sole, ma perché era convinto che, prima o poi, qualcosa sarebbe trapelato e sarebbe arrivato un cronista deciso a rendere nota tutta la faccenda, scrivendoci su un articolo interessante. E sarebbe stato proprio lui, Bill Edward Badford, a raccontargliela per filo e per segno, ricavandoci qualche soldo e, soprattutto, il nome sui giornali, cosa che aveva desiderato sin da quando era bambino. Adesso il suo sogno stava per avverarsi: l‟uomo che lo aveva “casualmente” avvicinato ci stava andando con molta cautela, ma ogni singolo passo portava in “quella” direzione. - Ho sentito dire che in quel punto esatto una volta sorgeva la zona più ricca della città, con una banca proprio nel mezzo. - Più che altro uno sportello, ma molto attivo: gestiva anche una sorta di banco dei pegni per i gioielli. Non cifre esagerate, beninteso, ma nell‟insieme l‟ammontare in cassaforte era sempre di tutto rispetto. Inchiostro diVerso Autori vari - Venne mai rapinato? - Una volta soltanto: Andrew Smoke Black era un uomo previdente e aveva assoldato un guardiano notturno. Disgraziatamente quella sera, il giorno venti del mese di ottobre, questi si sentì male e non si presentò a dargli il cambio. Proprio nel momento della chiusura, quando aveva appena tirato giù i conti, due individui mascherati entrarono intenzionati a portar via tutto: la cosa finì male perché Andrew cercò di difendersi, ci furono degli spari e lui si beccò una pallottola giusto in mezzo alla fronte. - Uno che sapeva sparare! - Una, vorrà dire. - Fu una donna? - Per l‟esattezza quella che Black aveva appena sposato: era una “straniera” e tutti gli amici l‟avevano sconsigliato, ma lui moriva dietro a quella giovane di straordinaria avvenenza. I due uomini erano in realtà il padre ed il fratello e insieme avevano organizzato il tutto, proprio grazie al fatto che lei conosceva le abitudini del marito. La coppia abitava al piano di sopra: scese, rubò le chiavi della porta esterna e l‟aprì, permettendo così ai complici di entrare in un momento in cui il colpo avrebbe fruttato bene. Loro sarebbero fuggiti e nessuno avrebbe sospettato nulla, mentre lei sarebbe anche diventata l‟erede di un patrimonio sostanzioso. - Però vennero scoperti. - Sarebbe più esatto dire puniti e in modo alquanto misterioso; i loro cadaveri andarono a far compagnia a quello di Smoke: vennero ritrovati tutti e quattro la mattina dopo dal poliziotto di quartiere, durante il primo giro di vigilanza. Se sulla ragione della morte di Andrew non ci furono dubbi, per gli altri non si riuscì a capirci nulla: sembravano tutti vittime di un malore. I dettagli vennero sicuramente annotati, ma tutte le scartoffie andarono distrutte dall‟incendio che interessò l‟intera zona, scoppiato nella notte del 20/10/1900. - Che successe successivamente? - Per sapere anche quello ci vorrebbero un altro the al limone e, diciamo, duemila dollari? Questa volta il sorriso di Bill fu decisamente scaltro e Henry si chiese se il suo racconto valesse la spesa. Henry Stranger era un giovanotto che si annoiava con facilità: il chiuso di una redazione non faceva per lui e quindi aveva chiesto ed ottenuto di fare l‟inviato. Inchiostro diVerso Autori vari Viaggiando qua e là se ne sentivano tante e qualche volta, a titolo personale, aveva cercato di approfondire, convinto che prima o dopo sarebbe riuscito a fare il “colpaccio”, trovare la vena buona, scrivere un libro e, col ricavato, ritirarsi a vita privata a fare quel che l‟uzzolo gli suggeriva. Grazie a sua nonna, che divideva la camera in ospizio con una donna originaria di Twenty-Miles-City, sapeva già della rapina ivi avvenuta il 20/10/1830, dei quattro cadaveri e delle loro caratteristiche, nonché di qualche voce secondo cui da quelle parti vagava uno spirito impossibilitato a trovare pace che uccideva a date fisse. La signora le aveva citate sul diario, che era finito in mano a Henry in cambio di una maxi scatola di cioccolatini: sul libretto c‟era abbastanza materiale da convincerlo ad andare a studiare la faccenda più da vicino. Appena smontato dalla macchina nel parcheggio antistante la stazione, aveva notato un signore anziano quanto basta per fornirgli le informazioni che gli servivano: l‟aveva invitato a bere qualcosa e da lì era iniziata quella conversazione piuttosto accattivante. - Vada per i duemila: che successe? - Il 20/10/1840 un trentenne morì in condizioni poco chiare; dieci anni dopo fu la volta di un sessantenne e ancora dieci anni dopo una ventenne; tutti e tre non erano originari di queste parti. Le faccio notare che la moglie di Andrew aveva 20 anni, il fratello 30 e il padre 60. Il ciclo si ripeté esattamente nello stesso modo nei tre decenni successivi, in corrispondenza con la data della morte di Black. La cosa suscitò perplessità ma siamo una comunità parecchio chiusa, tant‟è che anche le morti successive non hanno dato adito ad alcuna indagine: noi sappiamo di cosa si tratta e tanto basta. Il 20/10/1900 non successe niente; si pensò che la maledizione fosse finalmente spezzata, ma così non fu: nel 1910 la cosa riprese ed è continuata sino al 1990. - Secondo lei c‟è una spiegazione? - Certo che c‟è: Andrew era nato il 20/10/1800, quindi quando morì aveva esattamente 30 anni. Non era figlio unico; la sua sorella gemella si era sposata e trasferita: morì il 20/10/1900, a 100 anni precisi. - Come se lui avesse voluto andare a renderle omaggio, il che lo distolse dal recarsi all‟altro appuntamento. - Ma l‟incendio, scoppiato alle 22.00, causò la morte di tre persone di passaggio: una famiglia composta di padre, fratello e sorella, di età corrispondenti a quelle consuete. Inchiostro diVerso Autori vari Da lì a poco cominciarono i lavori di edificazione della stazione, che sono stati più volti ripresi per la messa in sicurezza. Una norma stabilisce la chiusura tassativa delle porte alle 21.00, ma le vittime riescono comunque a entrare: probabilmente sono predestinate. - Questo orario, le 22.00, come fa ad essere certo che valga per tutti? - Per tre buone ragioni: la prima è che corrisponde alle 10 p.m., una delle cifre in causa. La seconda è che “Smoke” si era meritato questo soprannome per via del fatto che fumava come una ciminiera, ma ne possedeva un altro, vale a dire “Number”. Aveva una vera fissazione: del resto, era un bancario. Sa in che modo contano le mazzette? A 100 a 100: 100 biglietti fanno 1 mazzetta. Sa quanti soldi c‟erano in cassa quella sera? Centomila, vale a dire 100 volte 100 moltiplicato 10. Ma ce n‟erano altri 1.000, cioè 100 volte 10 e altri 2.000, che fa 100 volte 20. E gli spaiati davano esattamente la cifra di 30 dollari, gli anni di Black. Ma quello che mi dà la sicurezza assoluta è che io ho assistito ad uno degli attacchi. L‟espressione di Henry fece ridere Bill: bevve un altro sorso del suo the e proseguì: - Vent‟anni anni fa mi fu diagnosticato un brutto male: mi sentivo inutile e terrorizzato all‟idea di quello che mi aspettava. Decisi di risolvere la cosa velocemente, togliendomi al contempo una curiosità che avevo da molto: la sera del 20/10/1990 rimasi in stazione all‟insaputa di tutti. E‟ vero che lo schema non corrispondeva perfettamente: la vittima avrebbe dovuto essere una donna giovane, ma forse lo spirito si sarebbe accontentato anche di un vecchio rudere destinato a morire a breve tra chissà quali sofferenze. Entrò una ragazza molto graziosa: non so come fece, le porte erano state serrate. Vidi il fantasma sorgere dal nulla e dirigersi verso di lei: non lo individuò, giacché era di spalle e frugava nella borsa. Non riuscii ad avvisarla del pericolo; mi precipitai, eppure tutto sembrò svolgersi al rallentatore. Lei dovette sentire lo scalpiccio perché si volse e mi guardò; non potei fare niente: qualcosa l‟aveva uccisa, una sorta di fumo nero e malefico, di cui anch‟io respirai l‟odore acre. Feci in tempo a gettare un‟occhiata al grande orologio a parete: erano le 22.00 spaccate. Svenni: avevo assorbito una piccola parte del veleno. Inchiostro diVerso Autori vari Dormii di un sonno agitato, svegliandomi a sprazzi; in una di quelle occasioni mi nascosi e, appena giunse mattina, approfittando della confusione che si creò dopo la scoperta, sgattaiolai fuori; non c‟era motivo di raccontare quello che avevo visto: di fatto, lo sapevano tutti. Tuttavia sopravvissi quanto basta ad avere un altro incontro; la sera del 20/10/2000 mi recai nuovamente in stazione: volevo appurare se, trattandosi del centenario, lo spettro non sarebbe apparso. Poco prima dell‟ora fatidica aprii le porte senza alcuna difficoltà, mi posizionai al centro del salone e mancava meno di un minuto alle 22.00 quando scorsi un uomo che veniva verso di me. Aveva un lungo cappotto nero e un cappello che impediva di distinguere il suo viso: soltanto quando mi fu vicinissimo riuscii a vederlo bene e a capire che avrebbe potuto essere mio padre, tanta era la somiglianza. Fece per abbracciarmi ed io, memore di ciò che era successo la volta precedente, non riuscii ad evitare di emettere un urlo di terrore. Sentii una mano appoggiarsi sulla mia spalla, mi voltai e vidi una figura femminile sorridente: anche i tratti del suo viso erano straordinariamente simili ai miei. La mia speranza si era realizzata: Andrew Black e sua sorella May si erano rincontrati per festeggiare i loro compleanni ed anche il mio, giacché sono nato il 20/10/1900. May era la mia bis-bisnonna e non aveva avuto modo di conoscermi perché vivevamo in città diverse; del resto non ce n‟era stato il tempo, visto che quella è stata anche la data della sua morte: in quell‟occasione particolare era venuta per vedermi e farmi un regalo. Infatti ora sto bene, mi sento a posto e avrò modo di godermela ancora per un bel po‟, precisamente sino al 20/10/2020, data in cui, stando a quanto mi hanno rivelato i miei avi, morirò serenamente nel mio letto. - Mi sta dicendo che lei ha 110 anni? - Proprio così, giovanotto: non li dimostro, nevvero? Comunque, mi trovai stretto fra i due e provai una sensazione di leggerezza, come se qualcosa di maligno venisse aspirato via. Nel contempo, Andrew emise del fumo, bianco questa volta. Ne fui avvolto e capii che stavo respirando amore, la più benefica tra le cure, per me e anche per lui, che poteva finalmente esprimerlo ad una persona viva dopo più di un secolo e mezzo dal verificarsi della vicenda dolorosa che condizionò tutta la sua esistenza, condannandolo per l‟eternità. E, solo per quella volta, non ci furono neppure vittime accidentali: la mattina dopo in città erano tutti vivi, stranieri compresi. - Lei si diverte a prendermi in giro. Inchiostro diVerso Autori vari - E‟ libero di pensarla come vuole, però un consiglio mi permetto di darglielo: vada via di qui prima che faccia buio, non è una buona giornata per quelli come lei. A proposito, oggi compie trent‟anni, non è vero Sig. "Stranger"? Bill si alzò, fece un ultimo sorriso, gli strizzò l‟occhio e si allontanò fischiettando. Inchiostro diVerso Autori vari Gibbosa crescente - Narrativa erotica Gentile di Lucio Musto L‟atmosfera è pressappoco quella di sempre. Sontuosa e forse un po‟ eccessiva l‟eleganza della bella sala a ferro di cavallo liberty appena appena appesantita dalle aggiunte decorazioni dorate baroccheggianti fa da cornice alle superflue pellicce di mille animali diversi ostentate da signore e signorine “bene”, in voluto stridente contrasto con quelle altre signore e signorine altrettanto agiate ma sapientemente e costosamente sciatte, che cercano di promuoversi come intellettuali impegnate. Noi uomini siamo vestiti naturalmente come si usa ora: in modo che si capisca chiaramente che nessuno di noi ha un‟idea nemmeno approssimativa di cosa ci si debba mettere per un concerto, un funerale, per lo stadio o per andare in chiesa. Acustica smorzata nei bisbigli e nei fruscii della gente che piglia posto dalle poltrone di pesante velluto rosso e dai i drappeggi e le passamanerie testimoni di epoche ormai lontane e decadute; suoni ovattati e bassi, che sembrano lontani e sono invece tutt‟intorno a te. E chiacchiere inutili, incomprensibili e commenti banali: tanto per dire qualcosa, per chi non ha nulla da dire. Aria pesante, caldo eccessivo come sempre; forse c‟è un amministratore particolarmente freddoloso o cointeressato nella fornitura di gasolio. Luci abbassate, per far sembrare candele le moderne lampadine elettriche. Inchiostro diVerso Autori vari Mascherine impeccabili nella loro divisa rossa e nera, efficienti, cerimoniose e sorridenti fino allo stucchevole. Stasera “omaggio a Dvořák”: danze slave ed il celebre “concerto in si minore opera 104” per violoncello solista ed orchestra. La mia vicina di poltrona è una ragazza smorta. Non giovane, non vecchia, non è bella né brutta. Scialba; e puzza un poco. Forse per lei sarà normale, ma la mescola dei suoi afrori personali e di quelli artificiali che si è schizzata addosso non è ben riuscita: e puzza. Lievemente, ma sgradevolmente. Meno male che stasera sono in ghingheri, ed ho il fazzoletto odoroso di “Drakkar noir”. Mi lacrimano gli occhi per la congiuntivite e questa è una buona scusa per metterlo frequentemente sul naso e tenercelo, respirandovi dentro. Aspiro l‟aroma francese di Guy Laroche che m‟inebria un pochino, ho le esalazioni della vicina di seggiola e quelle indistinguibili di centinaia d‟altri corpi intorno e il murmure di cento sussurri ed aliti e zaffate di vita e presenza di passioni segrete e di sogni e d‟angosce private… Ma è tutto l‟ambiente ad essere pieno delle emozioni e sensazioni di innumerevoli generazioni di spettatori che nei secoli si sono rifugiati qui per scoprire se stessi, complici la penombra e le magie della musica; per esplorare il proprio immaginario più intimo, il proprio “se stesso” profondo e sconosciuto: quello ch‟io stesso cerco, e qualche volta, forse, riesco a sfiorare. Mi si confonde l‟anima, ed un poco si smarrisce. Comincia il concerto. Il solista è un atletico biondo giovanottone finlandese di più di due metri, ed il violoncello che tiene nelle mani mi fa subito pensare ad una fragile ballerina fra le braccia del suo massiccio cavaliere. S‟è appena seduto, e segue con un leggero ondeggiare della testa l‟orchestra, nelle note introduttive alla sua esecuzione. In sincronia, ondeggia anche lo strumento. Lo tiene fra le gambe, come usano fare tutti i violoncellisti, ma molto verticale, quasi ritto, e di tanto in tanto lo accosta alla guancia, come per mormorargli qualcosa per fargli qualche raccomandazione o bisbigliare una tenerezza. Ho già in mente le parole in quella tua lettera: «un bacino sulla fronte… ed un altro sul volto. Ma poi basta, però». Non credo che al gigante basti così, non ha ancora nemmeno suonato una nota; non mi contenterei di due soli bacini… Inchiostro diVerso Autori vari Inizia. Qualche tocco leggero come per saggiare le corde, ed è già concerto. Ci sa fare, il finnico. Ma io immagino te. In quella tutina rosata che ti vidi indossare una volta. Rosa la maglietta appena aderente sul seno procace, e dell‟identico rosa il fuseau in leggera maglina elastica e vellutata, e le scarpe modello ballerina che parevano di seta. Rosa, ma di molto più chiara, la sciarpetta leggera a proteggerti il collo scoperto. Come il nastro per fermarti i capelli. Va avanti, il concerto: l‟ “allegro” iniziale lascia spazio all‟ “adagio”… “ma non troppo”, come raccomanda lo spartito. Ed il giovane artista assorbe ogni nota filtrandola nell‟anima, e la fa sua interpretandola e vivendola. Una per una le trasmette allo strumento, con le mani, con l‟archetto. E la macchina di legno e di corda prende vita e risponde a tanta passione e vibra e sospira e geme sonora al tocco sapiente delle dita maestre. Ove lui tace, lei canta per lui. E sembra vivere di umana passione, ondeggiare di più alte emozioni, rispondere di suo alle sollecitazioni amorose del cantore muto, rapito dalle note, amante di “lei”, che dà voce melodiosa al suo intimo sentire. Lei, la macchina di legno, in quelle mani virtuose non è più una macchina di legno; si esibisce per noi, e canta per amare il suo maestro, padrone e tutore, ma gode di gioia sua, personale. E sembra infatti che quella viola suoni come per incantesimo, sembra che suoni da sola. Le mani del maestro che sono su di lei, non sembrano esserci per comandarne delle specifiche note, ma per stimolarla a cantare, per darle delizia e nuove sensazioni. I riflessi mutevoli delle luci discrete sulle superfici ondulate di legno polito fanno pensare a una danza, alle movenze estatiche della ballerina perduta negli incanti della melodia, nei giochi rutilanti di consonanti complici strofe. Le mie mani sul tuo corpo. A carezzarlo, senza forse nemmeno sfiorarlo. Seguirne pianamente ogni curva, ogni incavo ogni contorno. Sollevata la mano di un millimetro dalla superficie setosa di quel sottile tessuto rosa ed avvertire il fremito, sotto, della tua pelle che aspetta il contatto. Ansiosa, timorosa o forse vogliosa… non sa. Quella pelle, la tua pelle, che anela e che freme. E con la punta del dito indagare le forme, per impararle, farle mie, ricordarle. Il bordo dell‟orecchio ed il profilo del viso, la forma del naso, il disegno delle labbra… Ed andare a scoprire ogni piega, ogni solco, ogni pista disegnata sul corpo, seguire ogni percorso di piacere fin negli angoli più nascosti, negli atri più intimi e segreti. Inchiostro diVerso Autori vari Ci avviamo al finale. I toni si fanno più intensi, i suoni decisi. L‟archetto è giostrato con forza, e morde le corde di pelle e di nervo che si tendono ed urlano, allentando e avversando la cassa sonora che geme e canta e piange ed esulta e gioisce in spasmodica eccitazione. Sfrega veloce l‟archetto sulle corde, nel “crescendo a fortissimo”, su e giù, su e giù, sempre più in fretta, con sempre più forza. E con sempre più forza l‟artista gigante stringe e tormenta fra le ginocchia il violoncello. La sua amante. E la squassa a destra e a sinistra, e l‟abbraccia, l‟avvolge, l‟avvinghia e la stringe nell‟estasi dell‟armonia, mentre velocissime le dita serpeggiano sulla tastiera a bloccare le corde più in alto, più in basso, e tirarne fuori ogni nota, ogni palpito, ogni voce. Le corde: così sensibili e tese dal “riccio”, su in cima allo strumento, al “ponticello” sul ventre panciuto, fino a fissarsi alla “cordiera”, quel pezzo così simile nella forma ad un sesso di donna ancorato giù in fondo alla cassa, davanti alla gamba sottile. Non mi ci vuole molto a rivestire quel violoncello prosperoso di forme della tua carne e del tuo volto, fare dei suoi nervi i tuoi nervi, della sua eccitazione la tua eccitazione. E mi viene naturale fondermi col finnico musicista e pizzicare e sollecitare io le tue corde, per sentirti fremere e vibrare e sobbalzare nelle mie braccia, e torcerti di piacere e di gioia, e pensare e sapere e credere che ispiratore ed artefice di tanto godimento sia io, per te. Con le labbra sfiorarti i capelli e sentirvi il profumo di sole e di grano ed osservare la luce giocarvi frammezzo a tirar fuori disegni vivi di colori e di luci da ammirare e da bere, e conservare per i giorni di buio… Brividi che scorrono; si propagano dal tuo corpo al mio, dalle tue mani protese imploranti carezze alle mie vogliose di sentirti, toccarti e confondersi in te. Respirare la stessa aria, sentire lo stesso sentire, unirsi e mischiarsi, suonare d‟una stessa sinfonia. Strumento e musica, materia ed intelletto, una cosa sola. E‟ solo un sogno, lo so, non sono così fuori di me; ma comunque, è un bellissimo sogno. E val la pena di ricordarlo. Si smorza la musica, lentamente, nell‟ “andante - adagio” del nuovo movimento. Mi pare di sentire che alla furia della passione subentri la pace dell‟appagamento. Le note scivolano via melodiose e quasi liquide, gli Inchiostro diVerso Autori vari strumenti accompagnatori dell‟orchestra ed il solista in querulo dialogo si scambiamo strofe e refrain, e li riprendono, ci scherzano con mille variazioni. Anche il nostro violoncello sembra tornato ad una natura più usuale, ad un oggetto che emette suoni. La sua avventura nel mondo della sensualità sta passando, pian piano diventa più preciso nella forma e nella funzione. Riacquista il suo legno e si sveste della carne, del rosa, dei tuoi brividi, dei nastri. Ancora una volta mi guarda sornione e mi lancia un altro sorriso; chissà, forse un bacino sul collo… e poi basta! Appagato, e malinconico un poco. Il violoncello lo sa: fra un istante non potrà più essere te. Il “Gentile da Fabriano”, il teatro che ci ha ospitato stasera, lentamente riprende la sua forma, la sua atmosfera, si ricrea l‟ambiente: la fantasia svanisce. C‟è di nuovo il caldo, le luci, la gente che applaude. Un po‟ imbarazzato, vergognoso perfino del mio sogno segreto, cerco adesso di darmi un contegno. Sorrido come compiaciuto alla mia sempre puzzolente vicina e do uno sguardo competente ed interessato al programma della serata, alla “guida all‟ascolto” («guida all‟ascolto… e di che?», non mi pare di averne avuto bisogno!) ed al profilo artistico del violinista biondo. Accidenti però!… hai capito? Il nostro amico finlandese è personalità di spicco! Ha una carriera lunga un chilometro e quanto mai prestigiosa!… concerti, incisioni, partecipazioni in mezzo mondo!… e poi, leggi, leggi… Il suo strumento, la ballerina, l‟amante leggera ed appassionata, il violoncello insomma, si… proprio quello di stasera, mica è uno strumento qualunque!… E‟ nientepopodimeno che un “Carlo Giuseppe Testore - del 1698”!!! Del milleseicentonovantotto! ha più di trecento anni! Capito con che razza di bacucca ho fatto l‟amore stasera? Inchiostro diVerso Autori vari Luna metropolitana - Cyberpunk Cybergirl Android di Ivano Dell’Armi (Erendal) Il mondo là fuori oggi pullula di tecnologie informatiche di qualsiasi tipo: email, chat, messenger, youtube e MMS invadono la nostra vita. Si vive un‟altra vita, virtuale, parallela a quella reale; e l‟altra vita talvolta diventa, delle due, quella principale. C‟è modo e modo per affrontare l‟era tecnologico-informatica oggigiorno, si rischia di diventare schiavi del cyber-spazio evolutivo, di dipendere totalmente dal cibernetico. Io che una vita sociale vera non la ho da quando ero bambino, sono l‟esempio di come si possa essere fagocitati dal morbo del computer. Però sono un uomo a tutti gli effetti, con gli stimoli di un uomo in carne ed ossa: non ho possibilità di conoscere una ragazza vera? O meglio, non potrò mai piacere ad una esponente del sesso femminile? No problem! Si trova la soluzione: inventerò una cyber-girl che mi amerà, fedele e sincera, che vorrà stare sempre al mio fianco. Sono rinchiuso nel mio laboratorio da mesi oramai. Sono un genio, le ho già dato un volto e un fisico; ora sto per darle la vita grazie al mio commutatore genetico di molecole-pixel. Lei sarà vera in tutti le sue parti esterne, mentre nel suo cervello cibernetico una serie di complicatissimi chip elettronici guideranno le sue reazioni al mondo esterno: lei sarà in grado di apprendere e provare emozioni. Le sue parti intime sono di vera tenerissima carne umana! Inchiostro diVerso Autori vari Un boato, esplode il container del retino-corpo cibernetico, il Server di base comincia ad elaborare dati ad una velocità impressionante, la vasca d‟isolamento si mette in moto: dopo la scansione iniziale di rilevamento anomalie, l‟upload è scattato con successo. Finalmente l‟ossatura argentina comincia a ricoprirsi di carne. La mia creatura comincia rapidamente a prendere forma, e forme! Alla fine del processo giace supina, distesa sul lettino medico, gli occhi socchiusi e leggermente traballanti: sta sognando. E‟ viva. “Benvenuta bellezza! Ti chiamerò Cybergirl” Sfioro i suoi capelli neri, le ricadono sulle spalle un pò coprendone il viso, ma senza oscurare la sua grazia; le sue labbra sono lucide e scarlatte. Non manca neanche il minuscolo neo sulla guancia, come avevo programmato io. Le solletico i piedi, li ritira sotto le coperte. Anche a me da fastidio il solletico sotto ai piedi! Ovviamente non è una coincidenza. Però dorme ancora, ed io esausto crollo sopra di lei nel meritato, meritatissimo sonno di riposo del creatore. Quando mi risveglio il sole è già alto, è trascorsa la notte. Il lettino è vuoto, lei non c‟è! Il vento porta lo sguardo verso la porta spalancata. Lei è fuori! Si è svegliata ed è uscita senza che avessi terminato l‟aggiornamento del suo sistema di controllo. “No, dannazione!” Di corsa al PC, il GPS che le ho impiantato mi aiuterà a rintracciarla. Speriamo non si sia cacciata in qualche guaio: lei non era ancora pronta. “Ma quanto ci metti…”, farfuglio in preda all‟agitazione. Finalmente il sistema si avvia, e ora… che succede? Dov‟è finita l‟icona dell‟applicazione! Seguo tutto il percorso… niente: le cartelle sono sparite. Niente panico. “Start, Trova file… Android… Sfoglia… Ricerca in C… vediamo… vediamo… ma come? Nessun file trovato? Nessun file trovato? Ma siamo pazzi?” Mantenere ancora la calma. “Vediamo nella copia di backup!” Finalmente ci siamo, reinstallo l‟applicazione e tutti i dati. Il computer lavora, e poi lavora ancora… sudo freddo. “Ricerca in corso… collegamento mancante, per cercare il file manualmente scegli Sfoglia. File mancante: che diavolo significa? Cosa manca ancora?” Sbatto i pugni sulla scrivania. “La voce a cui il collegamento si riferisce è stata cancellata o è mancante. E‟ inaudito, è impossibile”. Le mani tra i capelli. Inchiostro diVerso Autori vari Poco male, riprenderò il programma dal DvD masterizzato, fare copie multipli dei files importanti è sempre buona cosa. Afferro con rabbia il supporto magnetico, lo inserisco nel lettore e finalmente sono pronto a lavorare. “Fuck you!!!” Il programma mi restituisce tra i dati solo un glitter in movimento sul desktop con queste due parole. Penso e ripenso, poi penso ancora. Possibile che sia stata lei? Un bip sul computer attira di nuovo la mia attenzione sul monitor. “Il sistema si riavvia? Formattazione in corso?” Un virus? O soltanto uno di quegli scherzi idioti dei programmatori birichini? E infatti non succede niente. “Analisi del sistema in corso… zero errori trovati in tutti i settori analizzati. L‟analisi è OK”. Bene, nessuna anomalia. Crollo sulla sedia, comincio a sospettare che sia stata lei. Sicuramente è stata lei, ma perché lo avrà fatto? Dov‟è che ho sbagliato? Peggio delle donne vere, mi ha lasciato senza nemmeno darmi il tempo di farmi conoscere, e senza spiegazioni. “Andiamo a cercarla!” ALT + F4 sulla tastiera, poi “Chiudi sessione”. Corro di fuori e non mi accorgo che il sistema non si è arrestato correttamente. “Rundll32… si è verificato un errore irreversibile nel modulo 0100OK-3216… immagine dello stack…” *** Mi sento libera, nuova, piena di energia. Però, cos‟è tutto questo caos di suoni e rumori intorno a me? Perché la gente mi fissa? “Ma dove credi di andare tu, eh!” “Che succede!?” Una tuta blu, berretto in testa, interrogo il mio sistema mnemonico: è un poliziotto. Mi afferra per un braccio costringendomi a fermarmi. E la cosa mi secca non poco. “Sei pazza o cosa, che ti sei fumata? Ti pare il modo di andare in giro questo?” Cosa ho di strano? “Temperatura corporea 37.6 gradi centigradi, tu hai la febbre. Battiti cardiaci accelerati, devi farti vedere da un buon dottore”. La sua orribile salopette intorno alle mie spalle mi umilia, non mi piace nemmeno la scritta “POLIZIA”. Inchiostro diVerso Autori vari “Non puoi essere così fuori da andartene in giro quasi completamente nuda. Lo capisci o no?” Mi guardo, tutti intorno a me sono ricoperti di stoffa e astrusi fronzoli. Io invece ho il mio camice bianco strappato in più parti. Però a me piace! “Non sono bella forse?!” Sbatto le palpebre confusa, mi divincolo da lui. Un gesto istintivo con la mano, involontariamente l‟ho colpito nella pancia, anche un po‟ più in basso. Il giubottino blu con scritto “POLIZIA” cade a terra, lui è sulle ginocchia: sconsolato? Io me ne vado storcendo la bocca. Mi fermo davanti ad una vetrina, ripenso alle sue parole… soprattutto osservo di nuovo gli altri prototipi di persone. “Sono vestiti!” Spacco il vetro con il palmo della mano aperto e senza ferirmi con le schegge del vetro ingrato mi vesto in fretta. Un frastuono assordante nei timpani, i miei sensori che stanno per impazzire; ma quelli ce l‟hanno con me? Comincio a correre. E mentre corro finisco di vestirmi. E‟ eccitante, mi piace adesso sentirmi questa roba addosso, mi sento misteriosa. “Installazione completata con successo”. Dove mi trovo adesso? Non importa, mi ammiro specchiandomi dentro l‟acqua di una fontana: pantaloni neri… attillati? Un toppino scollato, le scarpe eleganti di pelle ai piedi. Ci correvo di un male! Completano il tutto un bel paio di costosi occhiali scuri, ed un grosso anello al dito. “Sono bella!” Si ferma un auto, rosso fuoco… sportiva… decappottabile; una Corvette. “Sei nuova di qui?” L‟uomo al volante mostra il luccicare dei suoi denti d‟oro. E‟ ricco sfondato. “Nuovissima… non sono ancora stata formattata!”, rispondo io spostando la montatura degli occhiali giù per il naso per vederlo meglio alla luce del sole. “Accidenti quanto sei carina; monta su, coraggio”. Sorrido, finalmente qualcuno che mi dedica piacevoli attenzioni, che sente la mia bellezza. Mi apre la portiera e sono con lui. “La tua macchina è in grado di arrivare da 0 a 100 Km/h in pochi secondi… Fico!”. “Te ne intendi, eh! Quanto vuoi?” “???” “Allora?” “Quanto voglio… per cosa?” Item not available. Attesa altro input! Inchiostro diVerso Autori vari Non ho capito! “Allora? Fai la preziosa?” Ferma la macchina in un posto isolato, mi afferra per un braccio, come l‟uomo della giubba con scritto “POLIZIA”. Ma perché fanno tutti così? “No”. (Sbatto i tacchi). “Cazzo, ma che ti prende?” (FIREWALL) “Servizio di rilevamento SSDP, la porta 5000 del sistema è vulnerabile”. I miei sensori mi stanno avvisando di qualcosa. Comincia ad accarezzarmi una coscia, e provo piacere. Mi slaccia il toppino liberando il mio seno. (FIREWALL) “Servizio di rilevamento SSDP, la porta 5000 del sistema è vulnerabile”. (FIREWALL) “Servizio di rilevamento SSDP, la porta 5000 del sistema è vulnerabile”. Continuo a non capire, non sono tranquilla. “Ti piace?” Gli chiedo curiosa. “Ci affogherei dentro”, risponde lui palpando energicamente. (FIREWALL) “Servizio di rilevamento SSDP, la porta 5000 del sistema è vulnerabile”. (FIREWALL) “Servizio di rilevamento SSDP, la porta 5000 del sistema è vulnerabile”. (FIREWALL) “Servizio di rilevamento SSDP, la porta 5000 del sistema è vulnerabile”. Ancora questo maledetto bip nella testa! Ma cos‟è? Il frastuono che ho nel cervello alza la temperatura dei componenti mnemonici, mi sto surriscaldando. Devo fare uno shutdown del sistema! “Devo andare via”. Mi impedisce di aprire la portiera, mi trattiene con la forza. “Eh no carina, troppo tardi”. Un attimo e me lo ritrovo sopra. (FIREWALL) “Il servizio Host di periferiche plug and play universali sta per essere violato”. (FIREWALL) “Il servizio Host di periferiche plug and play universali sta per essere violato”. (FIREWALL) “Il servizio Host di periferiche plug and play universali sta per essere violato”. Inchiostro diVerso Autori vari Zzztttt…. Zzzzttt… Mi viene da piangere, ma perché? Non capisco più niente, ma esco dall‟auto forzando la portiera, si toglie come il burro. Lui mi sembra debole; e mentre corro via, lontano da lui… Un lampo mi abbaglia, comincia a cadere acqua dal cielo: è pioggia. Vorrei proteggere i miei circuiti ma non c‟è riparo qui dove mi trovo. Erba, prati… dove sono finita? Non riesco più ad orientarmi, ho perso la bussola. (“Sovraccarico di sistema, riprovare la connessione più tardi”). Più tardi quando? A me serve adesso! Mi sento debole, i comandi non rispondono più; mi sento ancora più debole… e poi ancora di più… sempre più debole… tutto comincia a funzionare male: vorrei interrogare di nuovo il mio programma ma… il messaggio è sempre lo stesso: “SISTEMA SOVRACCARICO. RIPROVARE LA CONNESSIONE PIU ‟ TARDI”. Sono off-line. “Errore 629…”, sibilo con un filo di voce. “Il computer selezionato non può effettuare la connessione ora”. “L‟esecuzione dei comandi sul sistema… è potenzialmente dannosa. Continuare lo stesso?” No, non voglio morire. Sono off-line? Non ancora. Quando riapro gli occhi mi sento meglio, o almeno credo. “Avvio… Programmi… Accessori… Utilità di sistema… ScanDisk”, dico nella mente. "Approfondito, con correzione automatica degli errori”. Il sistema sembra che abbia ripreso a lavorare. "Inizializzazione in corso… controllo tabelle di allocazione dei file in corso… controllo della superficie del disco…” Passa circa un‟ora abbondante, abbiamo finito. “Nessun errore rilevato”. Tiro un sospiro di sollievo. “Ho voglia di tornare a casa”. Sono malandata, ho bisogno di un bel refresh! Ma adesso che la bussola orientativa digitale funziona non dovrei avere problemi a tornare al laboratorio. Lui sta lì, sta dormendo sulla scrivania. Il case è aperto e c‟è un disco fisso per terra. Deve averlo già sostituito. ZAC! Si sveglia, mi guarda. Sembra non credere ai propri occhi. “Sei tu, sei tornata”, bisbiglia stropicciandosi gli occhi per mettere bene a fuoco la mia immagine. Inchiostro diVerso Autori vari Non crede ai suoi occhi, eppure sono lì. “Fatti vedere”. Si alza e viene verso di me, mi maneggia con cura… dopo un‟accurata analisi constatiamo i miei componenti hardware sono a posto; è il Sistema che è instabile. “Hai aperto troppe applicazioni, sei andata semplicemente in tilt. Ma ho sbagliato io”. “Tu?” Ma non sono stata io a scappare? “Si, ho sbagliato proprio io… a considerarti come una macchina”. “Una macchina?” “Si, tu sei speciale, hai bisogno di un Sistema Operativo più snello e affidabile… più versatile, mi capisci? Che ne dici di NetWare? No.. no, ma che dico. Si può fare di meglio!” “Io sono confusa”. “Eureka! Android!!!” “Android?” “L‟ho inventato io, nessuno lo conosce ancora; ma un giorno sarà famoso; è un sistema operativo per dispositivi mobili costituito da uno stack software che include un sistema operativo di base, i middleware per le comunicazioni e le applicazioni di base”. “Non ho capito niente, ma mi fido di te!” “Android! Tu hai bisogno di struttura open source e il kernel Linux per te sono sicuro che è il migliore”. Si muove come una scheggia impazzita da un lato all‟altro del laboratorio; devo fidarmi veramente? Continua a farfugliare argomenti per me senza senso. “La caratteristica open source ed il tipo di licenza Apache permette di modificare e distribuire liberamente il codice sorgente, perché non ci ho pensato prima ad installartelo? Mi basta qualche modifica di qua, e una di là”. Mi tocca, mi piace. Nel laboratorio ferve l‟attività. “Tu ti chiamerai Cybergirl Android! Ti piace?” “S…sì, mi piace!” C‟è qualcosa però che devo sbloccare assolutamente! “Scusa?” “Che c‟è?” “E‟ grave violare il servizio Host di periferiche plug and play universali?” Non capisce. “Cosa?” “Ma sì, il servizio di rilevamento SSDP, la porta 5000 del mio sistema!” “La porta 5000?” Inchiostro diVerso Autori vari Possibile che non abbia ancora mai visto una porta 5000? Mi lascio sfilare la gonna. “Si, questa”. “Accidenti, ma che fai. Copriti!!! Ho capito adesso”. “Allora?” E‟ rosso in volto, mi fa tenerezza. È timido il ragazzo! “Non è reato, se tu lo vuoi!” “Ma il mio sistema di protezione…” “Ho capito ho detto che…”. Lo interrompo, devo assolutamente chiarire la situazione; non voglio che ricominci con i suoi discorsi informatici per me senza senso. “No che non hai capito, mi è capitato che …… … …” “Ehi, tranquillizzati. Lo aggiorneremo il tuo sistema di protezione. Contenta?” Mi sorride affascinato, stavolta ha capito veramente le mie intenzioni, ed anche la mia preoccupazione. Mi sento molto più sollevata. “Promesso?” Chiedo per conferma. “Promesso”. Risponde lui. Ma c‟è ancora qualcosa che devo chiarire con lui. “Io sono Cybergirl Android, e tu…?” Si alza in piedi, sembra improvvisamente carico di sicurezze da sembrare un‟altra persona. “Io mi chiamo Samsung… Richard Samsung; ma per gli amici sono Galaxy”. Inchiostro diVerso Autori vari Luna metropolitana – Urban Fantasy ESP di Irene (Miss Loryn) Anche oggi nevica, uscire di casa oramai da giorni è diventata un‟impresa: sai quando esci, non quando tornerai. Nonostante il freddo sono davanti al balcone, già m‟immaginano di fuori. Spalanco le finestre, appoggio le mani sul davanzale imbiancato senza preoccuparmi di bagnarmi i lembi delle maniche. Il gelo mi entra nelle guance, ma non rilascio alcun segno di sofferenza: ci sono abituata; in fondo sono un po‟ sadica ed un po‟ masochista. Metto in bocca la solita sigaretta, labbra chiuse e ben serrate. Poi la porto tra l'indice e il medio, quindi di nuovo in bocca. Tergiverso ancora un po‟ cercando un barlume di sole tra le nuvole in cielo. Finalmente mi decido, accendo la sigaretta, aspiro e rifletto. Tra gli sbuffi che soffocano il freddo mi sbarazzo anche del timore di uscire fuori. E mi rilasso. Guardo l‟orologio al polso, è ora di andare. Entro in casa, mi trucco a dovere perché l‟apparenza conta più dell‟anima oggi, almeno là fuori. Una mentina per rinfrescare la bocca, altro gelo, ma di piacere questa volta. Abitare in una cittadina di montagna è salutare, basta un attimo per sollevare lo sguardo e guardare il paesaggio come natura vuole: montagne alte, odore di aria rarefatta; mi lasciano sempre un buon profumo, per questo fumo soltanto la mattina presto, o al massimo la sera tardi. Ci tengo alla salute, anche se non sono abile a resistere alle tentazioni e al piacere. Eppure nonostante i miei difetti sono stata scelta, mi considerano speciale. Inchiostro diVerso Autori vari I miei passi calpestano il ghiaccio mezzo sciolto lasciandolo scricchiolare come in un lamento. Mi piace il suono del ghiaccio che si rompe. E mentre ignoro chi mi guarda sono già davanti al loro palazzo, io non devo più confondermi, sarò il futuro. Salgo rapidamente prendendo le scale, poi busso alla porta sistemandomi in fretta la capigliatura. “Avanti!” Sembra uguale a me, o forse sono io che tra poco sarò uguale a lui, dipende dai punti di vista; a me piace pensare di più a me come lui. “Buongiorno dottor Gretech!” Si scioglie davanti al mio sorriso più del ghiaccio sotto il sole mattutino; comincio a pensare che non sono poi così speciale. Sono solo stata brava a farmi notare. Ha un grosso sigaro in bocca, un‟enorme nuvola di fumo ci separa annebbiandoci uno all‟altra. Tossisco. “Dovrebbe smettere di fumare, lo sa?” [Senti da che pulpito la predica!] Ancora tosse. Si schiarisce la gola. “Lo so mia cara Irene. Ma alla mia età non si è più forti come un tempo”. Il dottor Gretech è un uomo dotato di poteri ESP, e dice che anche io ho le potenzialità, anche se ancora non ho capito come concentrare l‟energia interiore per piegarla alla mia volontà. “Ho bisogno di un altro favore da te, Irene”. Le richieste del dottor Gretech non sono mai passeggiate di salute. Ma ci tiene alla diplomazia, avrà anche poteri extra-sensoriali ma in pubblico non conosce le buone maniere. Il mio viso crucciato non lo scalfisce. “Ma è l‟ultima volta, quanto deve mettermi ancora alla prova? Deve prometterlo, o mi ritiro”. “Non lo farai, tu non sei come loro; sei migliore. E‟ il motivo per cui sarai il capostipite di una nuova razza”. Sa come lusingarmi, ma non gli conviene tirare troppo la corda, io ho uno spirito di osservazione importante ed imparo in fretta. “Cosa devo fare?” “Una cena allo Chalet di Montagna con il Sindaco, stasera”. Dovrò ancora sfoderare le mie doti persuasive. “E sia, sarà fatto”. “L‟abito rosso Irene, quello che ti ho regalato mi raccomando”. Socchiudo le labbra lasciando intuire che ho capito. Giro le spalle ed esco, non servono poteri ESP per sentire i suoi occhi infilati lungo l‟intersezione delle spalle. Appena di fuori prendo una boccata d‟aria. Un cagnolino di piccola taglia mi scodinzola tra le gambe. Inchiostro diVerso Autori vari “Ciao cucciolotto, goditi il sole finché dura!” Penso al momento, quando gli ESP con la loro magia guideranno gli eventi atmosferici per colpire le zone rosse e milioni di persone moriranno senza capire il motivo. Mi chiedo se sia giusto, io però non posso farci niente: il mio alloggio nel bunker è prenotato da tempo: i raggi ultra-V non mi bruceranno. Ho visto più di una volta gli ESP avvalersi dei propri poteri per piccole cose, spostare oggetti con la mente o provocare il fuoco. Mi viene da sorridere, non mi vedo come loro. Infatti stendo la mano verso una lattina a terra e mi concentro, ma niente; si sposta ma solo per il vento, non per mia decisione. E mentre cammino per la strada tiro fuori la solita sigaretta, ma non l‟accenderò prima di sera tardi. Mi piace sentirla tra le labbra, il mio dottore dice che sarebbe meglio un lecca-lecca o un chewingum; ma non è la stessa cosa, non mi da la medesima soddisfazione. Intanto riprende a nevicare, chissà se sono loro che hanno già iniziato l‟opera di raffreddamento del pianeta, ed anche questo mi fa sorridere visto che si parla tutti i giorni di riscaldamento globale: loro non sanno che invece ci sarà una nuova glaciazione. Li vedo tutti i loro volti ignari, seguitano a vivere normalmente senza essere resi partecipi di nulla, non sanno nemmeno che esseri estranei venuti da altri mondi sono tra noi da secoli; oggi tra incroci e nuove etnie siamo molto diversi dalla generazione precedente. In fondo anche io ero come loro meno di un mese fa. Ma sapere ti cambia dentro, ti responsabilizza di più e non perché sei venuta a conoscenza che nelle tue vene scorre sangue di entità straniere. Sono di nuovo nella mia casa silenziosa, apro l‟armadio e prendo tra le mani l‟abito da sera rosso, lo allungo sul letto, provo gli abbinamenti con l‟intimo e i monili. Guardo l‟orologio, volge la sera, di fuori è già buio; con un gesto istintivo mi accendo la sigaretta con il pensiero senza usare l‟accendino; trascorre più di un lungo minuto prima di rendermi conto ciò che ho appena fatto. I miei poteri ESP si stanno svegliando! Mi rilasso ancora un po‟ e dopo un bel bagno caldo sono di nuovo pronta ad affrontare la neve, il freddo, ed il primo cittadino. Pochi passi e sono già in Centro, davanti al locale di maggior lusso; chiudo l‟ombrello e l‟atmosfera dello Chalet mi riscalda, mi fa sentire meno sola. Il personale mi accoglie calorosamente e vengo subito fatta accomodare nella sala privè con la tavola già imbandita a dovere. Lo so che non dovrei, ma nell‟attesa mi distraggo tenendo la sigaretta spenta tra le labbra e osservo il calice di cristallo fino a farlo tintinnare, addrizzo il quadro alla parete concentrando lo sguardo sull‟asse del muro; poi cerco altri oggetti da mettere a posto. “Se vuole può anche fumare, non mi da fastidio!” Inchiostro diVerso Autori vari E‟ lui! Mi affretto a riporre la sigaretta nel pacchetto, mi rimetto in ordine imbarazzata. “E‟ un vizio, la tengo soltanto tra le labbra”. Prende posto davanti a me sull‟altro lato del tavolo mentre il sommelier inizia a versare l‟aperitivo nei calici. “E‟ proprio necessario?” Il suo sorriso è malinconico, cerca una fiducia che non posso restituire. “Mia moglie e mio figlio, non posso abbandonarli, chiedo soltanto di fare un‟eccezione”. Anche altri hanno risposto allo stesso modo, fosse per me lo farei pure; ma non si può, è la regola. “Non stiamo giocando ai buoni o ai cattivi, lo sa che non è possibile”. [Sono la persona giusta per portare avanti questo tipo di discorso, io non ho nessuno che mi lega alla realtà attuale, perciò non posso comprendere lo stato d‟animo di chi invece ha molto da perdere]. Socchiude le palpebre, ha già perso la voglia di mangiare nonostante le appetitose pietanze che ci sono appena state servite a tavola. Io invece inizio a gradire la cena: la gola è un altro dei miei peccati, ma che non mi ha impedito di essere scelta. “Signor Sindaco mi creda, non è per cattiveria; ma loro non hanno i requisiti per perdurare nel nuovo mondo. Se vuole può scegliere di restare qui con loro, a patto di non farne parola con nessuno di quanto è al corrente”. Sa bene che non deve, se la voce dovesse circolare negli ambienti pubblici si scatenerebbe un pandemonio e noi saremo costretti a procedere d‟urgenza senza salvare più anime possibile, come stiamo tentando di fare. “Ci pensi su, beva un sorso d‟acqua, la vedo un po‟ sudato signor Sindaco”. Sollevo la bottiglia della minerale con il pensiero, la stessa si posiziona sopra il suo bicchiere ed inizia a riempirlo, poi torna nella posizione di prima. “Sei stata tu?” La mano gli trema sul bicchiere, adesso mi guarda con paura. “Loro possono cambiare ogni cosa, è necessario”. “Siete forse dio che potete decidere chi deve vivere e chi no?” Non mi scompongo, finisco di deglutire l‟ultimo boccone e prima di rispondere mi pulisco la bocca con il tovagliolo. “Il dottor Gretech aspetterà fino a domani mattina”. Dalla borsa prendo il biglietto da visita del dottor Gretech e lo ripongo nel taschino della sua giacca preoccupandomi di infilarlo fino in fondo. “Adesso desidero finire la cena”. Mi gusto tutto, fino a frutta e dessert, mentre lui non spiccica più una parola, non tocca cibo, quasi neanche respira dall‟ansia. Lo saluto con un leggero bacio sulla fronte, certa che non lo avrei più rivisto. “Ci pensi bene, la notte porta consiglio”. Il mio sussurro nell‟orecchio lo accompagnerà per tutta la notte; io invece mi faccio riportare il cappotto dai custodi e l‟istante successivo abbraccio la mia città con i suoi meravigliosi Inchiostro diVerso Autori vari colori della notte: la luna, il cielo e le stelle sembrano sorridermi da lassù; loro ci saranno ancora, come ci sono sempre state. Non sta nevicando adesso, e nonostante l‟ora tarda fa meno freddo di prima. Sarà che mi sono riscaldata dentro, sento le guance rosse come se l‟energia che avverto volesse sprigionarsi di fuori. [Chissà come sarà qui tra non molto]. Mi sento persino felice, inizio a capire. La mia anima ha già iniziato ad andare a spasso in forma più consistente dentro di me: il mio percorso evolutivo è già iniziato, sto cambiando. Non ho più bisogno di guardare l‟orologio al polso per sapere l‟ora, e neanche ho sonno nonostante l‟ora tarda. Mi siedo su una panchina, poca gente in giro a quest‟ora. Vorrei che la fine del genere umano avvenga così, nel sonno, di modo che nessuna debba soffrire. Non accorgersi di niente, e poi è tutto finito, per sempre. Mi godo ancora qualche attimo di silenzio seduta con il sedere sullo schienale della panchina, le gambe giù, dritte, al posto di dove andrebbe il sedere. Non sono cattiva se sono convinta che tutto questo è giusto, quando l‟armonia viene spezzata è necessario ripristinarla. E non esiste modo migliore se non ricominciare un po‟ da capo, rieducando le genti al rispetto e all‟amore. Mi accendo l‟ennesima sigaretta, ignorando la regola morale che prima mi ero data, e mi godo il paesaggio fino all‟alba. Il giorno dopo potrebbe essere quello di ritirasi nel bunker! Inchiostro diVerso Autori vari Luna metropolitana – Urban Fantasy Incantevoli rovine di Noewle La vecchia Villa McGarret giaceva immersa nel silenzio da parecchi anni. Avvolta dal verde bosco che l‟attorniava, si ergeva su una collinetta di un piccolo paese. I proprietari non erano più andati “su in Villa”, come si diceva a casa MacGarret, perché questa era un po‟ troppo distante dalla città. Occorrevano, infatti, ben tre ore di macchina per poterla raggiungere. Comunque, nella sontuosa Villa erano rimasti a guardia del tempo delle splendide statue un tempo bianche ora ricoperte di muschio e di edera. Raffiguravano per lo più fanciulle nude, intente a mimare passi di danza. Una, quella della fontana, aveva i capelli raccolti in crocchie e teneva in mano una brocca dalla quale sicuramente un tempo doveva uscire acqua, ed ora la vasca di questa fontana era diventata bacino di raccolta delle acque piovane formando un acquitrino dall‟acqua verdognola dove misteriosamente erano comparsi dei piccoli pesci rossi. Le altre erano sparpagliate per il giardino. Fanciulle dai seni acerbi, qualche vandalo o il tempo avevano mozzato loro le teste o le braccia o più semplicemente i nasi e le orecchie. Ma i vicini ne erano certi. Quella Villa disabitata era popolata da spiriti. Alcuni pensavano agli antenati della famiglia McGarret, altri invece da Spiriti della notte. Fatto sta che qualcosa di strano in quella Villa accadeva. Ogni sera si sentiva cigolare l‟altalena che era in giardino. «E‟ il vento» bisbigliava comare Maria a donna Laura. Ma tutti, in paese, sapevano che non era così. Lassù qualcuno vi aveva preso dimora. E non soltanto la dimenticanza dei suoi proprietari. La notte i paesani udivano passi nel giardino e gli scuri di legno sbattere con vigore. Quella Inchiostro diVerso Autori vari Villa, secondo loro, era infestata! Una sinistra luce di candela, poi, appariva alla finestra prima di albeggiare. «L‟ho vista anche questa sera.» Disse piano piano comare Maria a donna Laura. «Anch‟io!» squittì donna Laura, mentre prendeva la frutta dal carretto di don Pino. E suoi loro volti si dipingeva lo sgomento. Poi, un giorno, per caso accadde qualcosa di inaspettato. Giunsero in paese due ragazzi. Una ragazza e un ragazzo. Avevano l‟aria afflitta e chiesero alle due donne dove fosse Villa McGarret. Maria, la più anziana delle due, li squadrò per bene prima di rispondere:«E‟ quella lì. Lassù, in collina.» Rispose indicando la vecchia Villa dal paese. «Cosa cercate in questo posto dimenticato da tutti?» Domandò a sua volta donna Laura con curiosità. Era una giornata di vento forte e il fazzoletto che portava in testa svolazzando faceva intravvedere i suoi capelli grigi. La ragazza guardò il ragazzo perplessa, prima di dire:«Abbiamo fatto un gioco con dei nostri amici. Ma abbiamo perso la scommessa. Ed ora ci tocca passare una notte in quella Villa.» Le due anziane comari si fissarono a lungo, poi prese la parola Maria: «Non potete! La Villa è chiusa da tanto tempo. Si dice che sia infestata da spiriti.» «Sì... questa diceria è giunta anche in città. Ed è per questo motivo che siamo qui! E‟ il nostro pegno per aver perso la scommessa!» Disse il ragazzo. «Voi non dovete dirlo ai McGarret. E‟ un segreto!» Aggiunse la ragazza. Le due donne si fissarono stupefatte, poi donna Laura aggiunse: «Sono anni che non vengono su in Villa. L‟ultima volta che li ho visti avevo dieci anni. E qui è morta una dei McGarret. La baronessa Agnes McGarret. Da allora né suo marito né quanto meno i figli vi hanno più messo piede in questa casa.» «Sì... è così!» aggiunse con enfasi comare Maria. «E‟ da tempi immemori che non vengono. Siete sicuri di voler passare la notte lì dentro?» Ellen e Mark, il ragazzo e la ragazza, si guardarono a lungo prima di rispondere. Poi Ellen disse: «Dobbiamo per forza!» «State attenti, allora!» li salutò donna Laura andandosene. E prese una stradina polverosa del paese. Rimasero con comare Maria che li fissò per un istante con i suoi occhi acquosi. «Avete coraggio! Buona fortuna, allora!» e anche lei prese una stradina acciottolata del paese. Ellen e Mark si ritrovarono da soli in piazza. «Che facciamo?» domandò Ellen a Mark. Inchiostro diVerso Autori vari «Andiamo, no? C‟è Jordan che ci controlla. Se non manteniamo la promessa verremo derisi a scuola.» Ellen annuì e poi aggiunse: «Quell‟avvoltoio farà di tutto per spaventarci. Ma noi dobbiamo resistere!» Mark disse dandole un colpetto sulla spalla: «Così mi piaci! Andiamo...» E si diressero solerti verso Villa McGarret. Quando giunsero di fronte al nero cancello, c‟era solo un catenaccio arrugginito che impediva loro l‟accesso. Mark vide una sbarra di ferro e chiese ad Ellen di farsi da parte. Con un paio di colpi ben assestati, riuscì a rompere il catenaccio. Il cancello cigolò forte e per un attimo temerono che li avrebbero sentiti anche in paese. Ma nessuno si occupò di loro, così entrarono molto lentamente. Ormai era quasi sera e per farsi strada lungo il giardino avevano portato con sé delle torce elettriche. «Hai paura?» domandò Mark ad Ellen perché la sentiva tremare. «Questo vento è freddo!» si giustificò. «Sì. Hai ragione. Proviamo ad entrare in casa. Non possiamo dormire all‟aperto. Se piove...» «Sì... facciamo presto, però. Queste statue mi mettono inquietudine.» Trovarono il portone della Villa. Non era sprangato come si aspettavano, ma accostato. Entrarono. Le torce illuminavano a malapena l‟ingresso della Villa. Ad un tratto videro brillare qualcosa nel buio. Ellen gettò un gridolio che soffocò subito con le mani. Mark puntò la torcia verso quel qualcosa che brillava e che si muoveva rapidamente. «Tranquilla! E‟ solo un gatto nero» la tranquillizzò Mark. In effetti, il felino vedendosi puntare la torcia, infastidito, aveva emesso un lungo miagolio. Sul pavimento c‟erano vetri rotti. Non erano di specchi, ma delle grandi finestre. Un ramo di un albero vicino sbatteva, infatti, con insistenza sul vetro picchiando forte sulla vetrata. Ellen deglutì e commentò: «Sarà difficile trascorrere la notte qui. Peccato che non ci sia Sandra al posto nostro. Quella vipera avrebbe proprio meritato una notte qui!» «Stai tranquilla, Ellen. Non sei sola! Ci sono io a proteggerti. Secondo me, Jordan ha barato. Solo così può aver vinto la scommessa. Comunque, non rammarichiamoci di essere qui. Questa casa è completamente disabitata. Adesso cerco l‟interruttore generale. Andrebbe meglio se ci fosse la luce.» Un lupo non poco lontano ululò. Ellen si strinse ancor di più al braccio di Mark, mentre cercava il quadro elettrico. Lo trovò dopo poco. E provò ad attivare la luce. «Aspetta! – lo fermò Ellen – Non ti ricordi cosa hanno detto quelle due donne? I McGarret non vengono più qui da molto tempo. E‟ probabile che non abbiano pagato le bollette della luce...» Inchiostro diVerso Autori vari «Come ho fatto a non pensarci! Hai ragione!» Mark si sbatté una mano sulla fronte. Ma la torcia gli scivolò dalle mani e rotolando si spense. I due trattennero il respiro e rimasero ad ascoltare il sibilo del vento. Per fortuna Ellen aveva ancora in mano la sua! «Illumina il pavimento. Dobbiamo assolutamente trovare la mia torcia.» Ellen fece quanto gli aveva chiesto Mark, ma non riuscirono a scorgerla in quel buio pesto. «Non ti preoccupare: abbiamo la mia. Troviamo un posto dove stare. E domani mattina ce ne andiamo subito!» Disse Ellen. «Saliamo al piano superiore. Lì, forse, ci sono le camere da letto.» «Okay.» Iniziarono a salire la grande scalinata in legno, quando ad un tratto Ellen cacciò un urlo: lo scalino si era rotto e qualcosa di viscido, come l‟aveva definito lei, l‟aveva sfiorata. Le cadde di mano così anche a lei la torcia. Ma quella non si spense questa volta. Rimase ad illuminare una porzione di pavimento dell‟ingresso. «Stupida! Era solo un topo!» la rimproverò Mark scendendo i gradini e riprendendosi la torcia. Ma non appena la puntò verso Ellen rimase per qualche istante bloccato. «Mark! Mark! Cosa ti succede?» cercò di scuoterlo la ragazza. «Ho visto... ho visto muoversi qualcosa. Lassù!» e Mark le indicò un punto indecifrato delle scale. Anche Ellen rimase stupita da quello che vedeva. Proprio di fronte a loro c‟era una donna. Aveva i capelli lunghi, castani, sciolti. Indossava una camicia da notte bianca, insanguinata all‟altezza del seno. Era estremamente pallida ed aveva delle profonde occhiaie. «Chi sei?» sbottò spaventato Mark. «Sei Jordan? Vuoi farci uno scherzo? Sappi che è di cattivo gusto!» La donna piegò il capo da un lato. Forse non capiva cosa il ragazzo stesse dicendo. Mark continuava a puntargli la torcia contro. Poi, finalmente la donna si decise a parlare. «Voi potete vedermi?» chiese quasi in lacrime. Ellen che tremava dalla paura rispose: «Sì.» «Non abbiate paura. Sono lo spirito di Agnes McGarret. Vago da tempi immemori sulla Terra. Sono stata uccisa da mio marito, perché era geloso. Ma è riuscito ad insabbiare tutto, nascondendo la verità alla polizia.» Aggiunse la donna. «Sei... tu... sei... tu... sei un fantasma?» esclamarono all‟unisono Mark ed Ellen. Poi, si guardarono e infine si misero a gridare. «Svelta, Ellen, scappiamo!» Inchiostro diVerso Autori vari Così, senza neanche voltarsi indietro scesero velocemente le scale e in breve furono quasi davanti la porta. «Non potete uscire da questa casa prima dell‟alba» disse la donna. Mark si gettò a capofitto sulla porta. Ma non riusciva ad aprirla. «E‟ come se fosse incastrata!» disse con foga il ragazzo. «Certo! Questa casa è maledetta perché sono stata uccisa ingiustamente!» «Ecco perché i McGarret non si sono mai scomodati a venire fin quassù. Sapevano di questa antica maledizione!» concluse logica Ellen. «Vi prego! Aiutatemi!» implorò il fantasma apparendo in un altro angolo dell‟ingresso. «Siete gli unici in grado di farlo!» Ellen si portò una mano tra i rossi capelli. Non c‟era soluzione, dovevano per forza aiutare quell‟anima in pena. «Cosa possiamo fare per te?» Domandò a mente lucida Ellen. Mark la guardò stupito. Il fantasma, allora, le sorrise. «Qui, dietro questa porta, c‟è un salone con delle sedie. Sedetevi lì. Vi raggiungo subito.» Ellen si diresse verso la porta bianca dell‟ingresso, dove era custodito il salone della casa. Inizialmente, la porta non si apriva. Dovette far leva col peso di tutto il suo braccio per abbassare la maniglia. Poi ci riuscì e la porta cigolando si aprì. «Tu sei pazza!» commentò Mark. «Non possiamo aiutare uno Spirito. Ormai è morta e defunta. Cosa può volere da noi? Rompiamo il vetro di una finestra e usciamo da questo posto. Mi dà sui nervi!» «Il fantasma ha detto che solo noi possiamo aiutarla. Forse qualcun altro si è introdotto qui e non l‟ha vista. Non hai sentito? Era stupita che potevamo vederla!» «La ragazza ha ragione!» disse Agnes. «Qualcuno è entrato qui. Ma non è più uscito!» Ellen prese posto in una delle numerose sedie che gravavano sul tavolo. Mark la imitò un po‟ seccato. «Bene! Ora che siete comodi vi racconterò la mia storia. Sono nata in questo umile paesino. Proprio in questa casa. Quando ebbi la sfortuna di incontrare mio marito, avevo già da tempo perso le mie abilità paranormali.» «Abilità paranormali?» domandò Ellen con curiosità. «Avevo visioni mistiche con l‟aldilà. In pratica, riuscivo a vedere gli angeli. Ma questo solo fino ai sedici anni. A diciannove mi sposai e diedi quasi subito alla luce due figli: una figlia e un figlio. La mia vita sembrava scorrere serena, quando sbattendo la testa (sono scivolata dall‟altalena che c‟è in giardino), mi sono ricordata delle mie abilità paranormali. Non solo che riuscivo a vedere Inchiostro diVerso Autori vari gli angeli, ma anche che riuscivo a parlare con loro. Mi innamorai, allora, del mio angelo custode.» Agnes si avvicinò ad Ellen. Stese una mano sul petto della ragazza. Socchiuse gli occhi e poi aggiunse: «Il tuo è davvero molto dolce!» Ellen percepì perfettamente il tocco gelido del fantasma di Agnes. «Hai ancora questi poteri?» domandò Ellen. «Ne ho anche degli altri.» Rispose lo Spettro. «Come si chiama il tuo angelo?» chiese Mark. «Gli angeli custodi non hanno nomi. Comunque, io lo chiamavo Jenson.» «Tuo marito forse si accorse di questo innamoramento. E ti uccise, pugnalandoti al cuore.» Ingiunse logica Ellen. «Sì. Ma prima di morire lanciai una maledizione su questa casa. Ecco perché i miei figli e mio marito non vengono più a Villa McGarret.» «E perché non la vendono?» sbottò sarcastico Mark. «Non possono. Chiunque entri in questa casa, non esce vivo!» rispose lo Spettro. «Vuoi dire che noi siamo intrappolati qui, per sempre?» concluse ovvio Mark. «Diciamo di sì. Sono stata terribile quando ho lanciato questa maledizione. Non ho risparmiato, nella mia collera, nessuno. Ma voi potete fare qualcosa per me, per porre fine a questo maleficio...» «Sentiamo, allora» disse Mark. «Se io potessi ricongiungermi col mio angelo custode, lascerei per sempre questa casa.» Ellen, allora, domandò: «E cosa dovremmo fare?» Lo Spettro tacque. Quindi, rispose: «Rinunciare a voi stessi.» Sul viso di Agnes si dipinse un sincero rammarico. «Cosa vuol dire che dobbiamo rinunciare a noi stessi?» «Dovreste permettere a me e al mio angelo di entrare nei vostri corpi.» «Ma questo è assurdo! Ci stai chiedendo di morire?» disse alzandosi in piedi Ellen e prendendo per mano Mark. «Andiamocene, Mark.» «Non uscirete vivi da questo posto. E‟ meglio che fate come vi ho chiesto!» «Svelto, Mark. Fuggiamo!» Ellen diede un calcio alla finestra e il vetro si ruppe in frantumi. Ma quando stavano per arrampicarsi sul davanzale, ecco che come per magia quello si ricompose. «Oh!» esclamò Ellen con la gamba sanguinante. «Ma questa è stregoneria!» «Vi ho avvertito!» disse Agnes alle loro spalle. Si voltarono. La ferita del fantasma sanguinava. «Sono stata punita per aver maledetto la casa. Sono stata legata ad essa per l‟eternità. Perché per l‟eternità l‟ho maledetta.» «Tu hai detto che all‟alba potremo uscire!» protestò Ellen. Inchiostro diVerso Autori vari «Se farete quanto vi ho chiesto!» «Ma se moriremo, come faremo ad uscire?» «Io e Jenson vivremo la vostra vita per voi. Non vi accorgerete di nulla. Non soffrirete, ve lo prometto!» Ellen si sentiva disperata, così incominciò a sbattere le mani sul grande portone della Villa e incominciò a gridare «Aiuto! Aiuto!» Mark la imitò e insieme a lei cominciò a urlare anche lui «Aiuto!» «E‟ inutile che urlate. Nessuno in paese si muoverà per salvarvi. Lo sanno tutti che la casa è infestata dagli Spiriti.» Disse alle loro spalle Agnes. «Hanno tutti paura ad entrare qui dentro!» Ellen si voltò con le lacrime agli occhi: il fantasma aveva ragione: quelle due donne del paese li avevano avvertiti. Singhiozzò per la disperazione. Mark cercò di consolarla:«Non ti preoccupare, troveremo un modo per uscire!» «L‟unico modo è quello che ci ha detto il fantasma» singhiozzò Ellen. «Siamo fregati!» «Non dire così!» l‟apostrofò Mark. Nel frattempo, Agnes era scomparsa. «Non capisci? Non c‟è via d‟uscita!» protestò in lacrime Ellen. Quindi, scivolò con la schiena lungo il grande portone e si sedette a terra. Mark si chinò per dirle: «Ascolta, non dobbiamo...» «No, no – lo interruppe – voglio arrendermi. Siamo impotenti di fronte a questa maledizione.» Si alzò di scatto e chiamò a gran voce il fantasma che venne poco dopo. «Allora, cosa avete deciso?» Ellen con il volto ancora bagnato dalle lacrime aprì le braccia e disse: «Eccomi!» Un vento forte le fece sollevare i capelli, la camicetta: il fantasma era entrato nel suo corpo, sotto lo stupore di Mark. Poi cadde a terra svenuta. Non appena si riprese, aprì gli occhi piano piano. «Jenson» chiamò la ragazza mettendosi in piedi. Mark indietreggiò di qualche passo. Era inorridito per quello che aveva visto. «Mark... non fa dolore. Coraggio!» disse Ellen-Agnes tendendogli la mano. Ma Mark diceva no col capo. Tremava. Poi, Agnes vide sulle scale una luce abbagliante. «E‟ qui – Agnes sussurrò in un soffio – sta aspettando solo te!» Mark deglutì a fatica, avanzò piano piano verso la mano di Ellen-Agnes. Quindi, l‟afferrò e tremante disse: «Davvero... non fa male?» Ellen-Agnes annuì. Lui spalancò le braccia, chiuse gli occhi, una abbagliante luce lo avvolse. Mark si inginocchiò. Quando aprì di nuovo gli occhi vedeva come se fosse tutta la stanza brillare. Inchiostro diVerso Autori vari Agnes che gli stringeva ancora la mano si avvicinò a lui e lo baciò teneramente in bocca. Poi scoppiarono a ridere sonoramente. «Quei due sciocchi, ci hanno creduto.» «Già» ammise Jenson. «Adesso siamo liberi. Possiamo riamarci come vogliamo.» «Sì... siamo vissuti troppo a lungo tra queste incantevoli rovine.» Inchiostro diVerso Autori vari Luna metropolitana – Urban Fantasy Games of Banks. di Foglia d’autunno Mr. Geant si aggiustò per l‟ennesima volta la cravatta; era nervoso: quella convocazione di prima mattina da parte del Capo Supremo non poteva che essere foriera di cattive notizie. Da un po‟ di tempo alla televisione si sentiva parlare soltanto di crisi economica, titoli in ribasso, sfrondamenti, nuove politiche economiche: fino a quel momento la filiale di BancaAccordo di cui era direttore aveva retto bene, ma sapeva che non ci sarebbe voluto ancora molto prima che le magagne venissero a galla. Naturalmente il “Patron” gli avrebbe attribuito ogni responsabilità, imponendogli di sistemare le cose e minacciando sfracelli qualora non l‟avesse fatto, esattamente il comportamento che teneva lui coi sottoposti. Tolse il cappotto e apparve in tutta la sua sfolgorante bellezza nel completo di Armadi: si avviò verso l‟ascensore, entrò e premette il pulsante che l‟avrebbe portato al trentesimo piano, quello dell‟ufficio del Boss. Qui trovò una nutrita schiera di colleghi che, evidentemente, avevano ricevuto un‟analoga e-mail: erano tutti elegantissimi, ma i più tradivano la loro impazienza fumando una sigaretta via l‟altra, che accendevano chi col semplice schiocco delle labbra, chi tirandosi il naso o un‟orecchia. Per non pensare, si soffermò ad osservare la bocca di una delle poche dirigenti donna: era palesemente naturale, cosa decisamente strana in un‟epoca in cui le modifiche fisiche per rendersi più attraenti erano all‟ordine del giorno. Lei aveva lunghi capelli di alghe e splendide gambe da sirena, queste sì sicuramente rifatte: immediatamente scadde nella sua considerazione e la classificò tra quelle che, da buone incantatrici, non si fanno scrupoli sui mezzi da usare per arrivare a coprire posizioni di prestigio. Inchiostro diVerso Autori vari Poco oltre c‟era una meravigliosa ragazza bruna; quando si voltò, i loro sguardi si incontrarono: gli occhi rossi di lei brillarono per un momento in un lampo di complicità mentre il sorriso rivelava lunghi canini sporgenti che, a giudicare dal riflesso della luce, dovevano essere stati appena sottoposti ad un accurato sbiancamento. Sorrise a sua volta, pescando una rivista dal tavolino per non essere costretto ad intavolare un‟imbarazzante conversazione: relazionarsi con i vampiri non era di suo gradimento, giacché, al pari della struttura per cui lavorava, erano invariabilmente dei maledetti succhiasangue. L‟altoparlante chiamò tutti a raccolta: - I signori direttori sono pregati di accomodarsi nel salone centrale: tenete a portata di mano o di zampa il cartellino, in modo da snellire le procedure di identificazione. Mr. Geant alzò lo sguardo al soffitto dove i fuochi fatui provvedevano ad illuminare a giorno i locali privi di finestre e, insieme agli altri, si apprestò ad affrontare il peggio. L‟indomani il responsabile dei conti correnti venne a sua volta convocato nemmeno due minuti dopo l‟apertura: non ne fu stupito, un po‟ perché si era saputo del viaggio del Capo, ma soprattutto perché quella mattina il volume della filodiffusione era insolitamente alto. La musichetta tranquillizzante, che serviva a contenere l‟aggressività degli sportellisti malgrado il progressivo precipitare degli eventi, era una misura importante nel programma “cortesia obbligata” e il fatto che già ad inizio giornata andasse praticamente a manetta rappresentava un pessimo auspicio. Sostò un attimo in bagno per controllare nello specchio di essere inappuntabile, strizzò l‟occhio e si schizzò tutta la camicia di Kerzo con l‟acqua che fuoriuscì dal rubinetto, improvvisamente aperto da quel gesto fatto senza riflettere. Batté tre volte le mani per sostituirla; Mr. Geant era particolarmente sensibile ai dettagli e all‟apparenza: usava ancora la vecchia brillantina per non aver mai un pelo fuori posto e, considerata la sua natura, doveva essere misurata a ettolitri. Una volta ricomposto, si avviò per le scale, cercando di calmare l‟ansia ripetendo tra sé una formula obsoleta ma sempre valida: “Sasso che rotola non fa muffa, muffa che sassola non fa ruota, rossa che lasmofa non fa rufola, ecc…” Era già arrivato alla ventottesima variante quando Medusa, la segretaria, lo fece accomodare: evitò accuratamente i suoi occhi ed entrò nell‟antro dell‟orco. Questi aveva davanti a sé il vassoio della colazione: Inchiostro diVerso Autori vari - Vieni, caro Egesis, come andiamo? Caffè? - Grazie Signor Direttore, più che volentieri . Mr. Geant si tirò il lobo dell‟orecchia destra: la caffettiera vecchio modello cominciò a versare il liquido mentre l‟aroma si diffondeva nell‟ufficio, rendendolo immediatamente più accogliente. - Zucchero? - Una zolletta. Nuova tiratina ed ecco pronto un bell‟espresso: il capo fece un cenno con il dito fresco di manicure e subito piatto, tazza e cucchiaio arrivarono sino a lui. Bevve un paio di sorsi e lasciò il resto: non aveva intenzione di riempirsi lo stomaco con un litro di quella roba, trasformandosi in una bomba ad orologeria. Per l‟altro, che ci andava pazzo, quelle erano dosi normali, ma le loro strutture fisiche erano diverse ed inoltre, durante quegli incontri estenuanti, doveva mantenersi il più calmo possibile. Sorrise forzatamente e si inchinò appena in avanti, disponendosi all‟ascolto. - Allora, veniamo al dunque. Ho deciso di cominciare da te perché la tua area è il cuore pulsante di questa filiale e, di conseguenza, quella su cui si deve lavorare di più per aumentare la qualità dei servizi offerti. E, chiedendo a tutti un ulteriore sforzo, anche per aumentarne la quantità. Un punto su cui hanno particolarmente insistito è lo “svecchiamento”. Si tratta di tagliar via i rami secchi: troppi gnomi, cariatidi obsolete che non hanno più voglia di far nulla, braccia strappate alle miniere. E poi brutti, veramente orrendi da vedere; quando è possibile, li licenziamo, altrimenti ricorriamo al prepensionamento e li sostituiamo con gli elfi, che hanno un aspetto gradevole e creano una cornice di impatto piacevole: la grazia entra dallo sguardo e conquista l‟animo. Visto che siamo in argomento, hai poi avuto modo di parlare con i Ciclopi della International Island Corporation? Con quelli è sempre meglio avere un occhio di riguardo! Scoppiò in una risata da orco, quale di fatto era: e poi aveva il coraggio di parlare di bella presenza! - Certo Sig. Direttore, ho trattato la cosa e li ho convinti a investire nelle nostre obbligazioni a scadenza secolare per circa un miliardo, scusi, miliardo, di orui. Come è necessario ridursi per compiacere chi sta al timone! Però la battuta aveva funzionato: Mr. Geant sembrava un po‟ più rilassato. - La stessa cosa dicasi per i trolls: che ce ne facciamo di impiegati con quattro dita soltanto, un naso da Pinocchio, totalmente incapaci di usare il bilama almeno una volta al giorno, rozzi nei modi al punto da spaventare anche i colleghi? - Signore, ormai ne abbiamo solo tre, tutti in zona centralino. Inchiostro diVerso Autori vari - Basta centralino: chi sente suonare il telefono, prende la chiamata e la passa a chi di competenza! I costi che dobbiamo affrontare per i computer sono esorbitanti e ho il fondato sospetto che sia colpa dei gremlins: sono bravissimi solo quando si tratta di creare problemi ai macchinari. Inoltre neppure loro hanno un bell‟aspetto: via, aria! In compenso aumentiamo il numero dei centimani: quelli sì che sono sfruttabili al meglio. Lavoro d‟archivio, conta delle banconote, passaggio delle operazioni fuori cassa… - Mi perdoni, Direttore, l‟archivio è tutto informatizzato, le banconote vengono contate da apposite macchinette e il fuori cassa è ormai praticamente inesistente: per fare tutto, un folletto basta e avanza. - E per caricare il bancomat? - Ormai è un‟operazione semplice; utilizziamo le mazzette predisposte che arrivano direttamente dal Centro: si devono solo inserire nelle cassettine. La quadratura è automatica. - E per i falsi? - Macchinette anche per quello: una per ogni operatore. - Ma stiamo scherzando? Una per tutto il salone: che si muovano, corpo di un Kraken! Inoltre, per risparmiare anche sui costi dell‟energia elettrica, niente più compagnie esterne: ce la fabbrichiamo da noi. Una bella serie di biciclette collegate ad un impianto di illuminazione: turni doppi con cambio ogni dieci ore. Che ne dici? - Veramente i tempi lavorativi sarebbero di otto. - Aumenteremo gli straordinari, tanto non vengono più né riconosciuti né pagati: se qualcuno si lamenta, lo mettiamo a pedalare per due turni di fila. - Il Sindacato non la prenderà bene, soprattutto quella babajaga della Banshee. (1) - Bah, chi vuoi che le dia retta, sta sempre lì a lamentarsi di tutto. Tornando a noi, è necessario conquistare nuove fette di mercato; i bambini, per esempio: costituiscono un bacino di potenziali conti che non sono mai stati sfruttati. - Direttore, se non sbaglio la politica precedente è stata di far scappare tutti i clienti con un saldo inferiore ai cinquemila ouri: i piccoli non arriveranno mai a quella cifra. - La politica esiste per smentire se stessa, infatti ora ci muoveremo come i gamberi. Innanzi tutto, recupero della vecchia clientela attraverso l‟uso massiccio di djinn (2) che li sorveglieranno senza essere visti e di fate che li incontreranno “casualmente” quando si recano in agenzie diverse dalla nostra. Per gli sconosciuti, posizionamento strategico di panotiti (3): quelli Inchiostro diVerso Autori vari sono meglio della elaborata strumentazione dei film di spionaggio. Una volta individuate la necessità specifiche, via con gli elfi: sono senza dubbio i più adatti a fare opera di convincimento. Tutta gente a contratto, sia chiaro: li spremiamo al massimo e, dopo sei mesi, tanti saluti. Per i bimbi, dicevo, utilizzeremo libretti a risparmio e lecca lecca: la gestione verrà demandata alla compagine associata degli Schtoumpf. (4) In quel momento squillò il telefono: cinque, dieci, quindici volte; Mr. Geant si guardò bene dal sollevare cornetta. Era un comportamento abituale: di norma il cliente veniva passato proprio a Egesis. - Richiameranno tra poco: è meglio che torni al tuo posto. - Posso chiedere di chi si tratta? - O di Miss Squank (5) o di Mr. Basilisk (6): hanno appuntamento rispettivamente per le 12.00 e le 13.00; te ne occupi tu, ok? - Ma certo: vado a preparare Kleneex e occhiali neri. Nella mente del responsabile dei conti correnti vagavano in realtà pensieri molto meno concilianti: viste le inevitabili lacrime che avrebbe versato la prima cliente, le cose sarebbero andate per le lunghe, sfondando gli orari, e il secondo si sarebbe scocciato alquanto, riservando a lui sguardi ancor più velenosi del solito. Cosa non si è costretti a fare per riuscire ad avere l‟ambita promozione: poteva già considerarsi fortunato che il suo superiore non fosse un Big Foot (7), altrimenti da un bel pezzo avrebbe dovuto utilizzare il linguaggio dei segni. Erano circa le 11,30 : la voce sibilante di Medusa sgorgò dall‟interfono non appena il mago uscì dall‟ufficio. - Mr. Geant, Miss Circes è in attesa di essere ricevuta. - La faccia entrare. Quella che con incedere da regina entrò nell‟ufficio del direttore era una walchiria bionda dal seno prorompente; lui la trovò immediatamente di suo gusto: ecco una vera fata! Lei, che era in grado di leggere nel pensiero, lo corresse con fare maliardo e un tono sensuale: - Maga, signore, specializzata in trasformazioni. Posso fumare? In realtà la normativa lo vietava nel modo più assoluto, ma chi sarebbe riuscito a negarle qualcosa? L‟orco non è di legno e Mr. Geant non faceva eccezione. La osservò mentre prendeva dalla borsetta una penna a sfera e, con gesto gentile, la trasformava in una lunga sigaretta mentolata che si pose tra le labbra in modo estremamente provocatorio, aspettando che gliela accendesse. Inchiostro diVerso Autori vari La sua manona verde corse alla tasca del completo di Falce e Grabbana, tirò fuori lo Zippo e provvide alla bisogna. Lei aspirò una lunga boccata e gli sorrise: lui era ormai completamente incantato. La guardò con occhi di triglia e gonfiò il petto, facendo saltare un bottone. La bellissima, discretamente, fece finta di nulla. - Le spiego di cosa si tratta: abbiamo bisogno di una persona di aspetto piacevole che indirizzi i clienti alle varie sezioni; nulla di faticoso, anche perché ci sono ovunque cartelli con le indicazioni e quelli che necessitano di maggior riguardo vengono accompagnati direttamente dai folletti. Io penso che sia adattissima, infinitamente meglio di quel cerbero che abbiamo avuto finora. La divina sfarfallò le lunghe ciglia: - Non si preoccupi, sono un‟esperta di pubbliche relazioni: vedrà che resterà soddisfatto. Avrei un po‟ di appetito: che ne dice di andare a pranzo? - Conosco un posto dove i camerieri, pardon, i primi piatti sono squisiti: godere ulteriormente della sua compagnia sarò un vero piacere. Uscirono sottobraccio (lei si era fatta un incantesimo di allungamento), ignorando la presenza di Medusa, da tempo vanamente innamorata del Direttore, che non la degnava minimamente ed evitava di ricambiare il suo sguardo: il cuore di pietra lo possedeva già e questo gli era sufficiente. - Avvisi l‟Organizzatore delle risorse operative che appena torno lo voglio nel mio ufficio. Il noto fruscio svegliò quest‟ultimo dall‟abituale torpore: aveva elaborato un metodo geniale per non essere trovato quando più si aveva bisogno di lui. Si era portato da casa una tabacchiera d‟argento e vi si rinchiudeva per buona parte del tempo: solo in casi estremi la fidata Miss Sfinge era autorizzata a tirarlo fuori strofinandola tre volte. - Capo, temo che in pentola bolla qualcosa di particolarmente disgustoso. - Di nuovo la cucina degli gnomi? - Molto peggio: venti di tempesta. - Potresti evitare di parlare per enigmi e dirmi che sta succedendo? - Samantha, la strega che è l‟attuale amante di Egesis, mi ha appena riferito che lui è stato buona parte nella mattina nella tana dell‟orco. - Ci saranno da fare i soliti cambiamenti: ieri “The Big” ha avuto una riunione al vertice. Mi sono sentito con Giudas, il golem (8) del Presidente: ha ascoltato tutto sotto l‟insospettabile travestimento della terra nel vaso della palma gigante. E‟ per questo che mi sono defilato: lasciamo ad altri l‟arduo compito di risolvere la questione. - Ma ci saranno parecchi licenziamenti: quelli dovrai gestirli tu. Inchiostro diVerso Autori vari - Prepara una lettera standard, chiama Olasca Milledita e fatti fare un congruo numero di fotocopie. Ti ha detto chi saranno gli sfortunati? - In linea di massima i trolls, gli gnomi e i gremlins. Ma anche i centimani sono in pericolo a causa dell‟automazione: la stessa Olasca corre seri rischi di essere cacciata. - Non se ne parla nemmeno: dove la trovo un‟altra domestica che mi svolga così bene tutte le faccende senza che debba tirare fuori un ouro perché si accontenta di quello che le passa la banca? Occorre trovarle subito una funzione alternativa. Che ne dici della divisione degli F24 relativi alle dichiarazioni dei redditi? - Non ce ne occupiamo da tempo: è stato incaricato un ufficio esterno. - Cartelle esattoriali? - Stessa cosa. - La vecchia spunta? - Non esiste più: viene fatta in diretta dagli operatori. O così dovrebbe, perché in realtà il numero degli errori è aumentato in modo spaventoso. - Tesoreria? - Ci siamo persi tutte le convenzioni a causa delle indagini che hanno portato al commissariamento del Comune e alla pioggia di ispettori qui in filiale. - Poi dicono che gli elfi sono anime gentili: quelli dell‟Ispettorato sono degli Yeh-teh (9), anzi, dei veri orchi. - Anche peggio di “The Big”? Hamirjead, responsabile delle risorse umane e non, ricambiò il sorriso del suo braccio destro: la sua gattina, come la chiamava nell‟intimità. - Ricerche: se ci sono gli errori, ci saranno pure le ricerche da fare. - No, le procedure per il ricorso sono talmente complicate che la gente preferisce lasciar perdere. - E noi perdiamo clienti. - Arrivano quelli delle altre banche: le procedure sono le stesse per tutte. Però, riflettendoci, una cosa ci sarebbe: di questi tempi, la massa di cambiali sottoscritte è decuplicata. Come sai, vanno messe in ordine alfabetico, di importo e scadenza: è un compito che al momento svolge Ozilmonco, il poltergeist, ma credo che un incentivo economico lo spingerebbe ad accettare il prepensionamento. O, al limite, la minaccia di essere cacciato fuori, visto che, per ovvie ragioni, il lavoro procede a rilento. La Legge ci obbliga a tenere in filiale almeno un invalido, ma Olasca può tranquillamente rinunciare a qualcuna delle sue dita. Inoltre ci sono i logori (10): quelli le macchinette non li possono leggere e vanno ancora preparati alla vecchia maniera. Naturalmente, senza pretendere l‟indennità di cassa: le fai capire che è un escamotage per permetterle di Inchiostro diVerso Autori vari rimanere. Poi ci inventeremo qualcos‟altro: l‟importante è che dia la massima disponibilità. - Sapevo che avresti trovato la soluzione: sei una collaboratrice impagabile! Andiamo a pranzo e poi... E indicò sornione la tabacchiera, che era, di fatto, una camera da letto accessoriata di tutto punto. Prima di uscire, telefonò a Egesis: - Ciao vecchio, vado a mangiare un boccone. Coprimi nel caso il capo torni e mi cerchi. - Non ti preoccupare, ci penso io. Il mago sbuffò: giornata balorda, poco ma sicuro. Guardò Thammy che fingeva di estrapolare le statistiche mensili di andamento dei tassi: anche quelle erano state meccanizzate da tempo, ma non poteva mica costringere la sua amante a lavorare sul serio. Si avvicinò, sussurrandole nel lungo orecchio: - Ti andrebbe una pausa? Lei accettò entusiasta, illuminandosi istantaneamente. - Vado a incipriarmi il naso, ti aspetto. Diede una voce a Lesting, il suo vice: - Ti lascio a custodire il forte: tieni duro, vengo subito. L‟altro gli fece l‟occhiolino, lui sorrise senza ricambiarlo; meglio non correre rischi: frequentava la strega da poco tempo ed era ancora nella fase in cui desiderava farle la miglior impressione possibile. Si alzò e si diresse verso la toilette aleggiando, non del tutto metaforicamente, a mezz‟aria. A breve sarebbe arrivata l‟insopportabile Miss Squank; un incontro ravvicinato con l‟amante gli ci voleva proprio: in relazione all‟uso della bacchetta, Thammy ne sapeva una più del diavolo. 1) Banshee: fata lamentatrice 2) Djinn: genio (come quello della lampada) 3) Panociti: creature dotate di orecchie immense 4) Puffi 5) Squank: creatura che piange continuamente 6) Basilisco: creatura capace di uccidere con lo sguardo 7) Big Foot: Piedone 8) Golem: creatura di sabbia 9) Yeh –teh: traduzione letterale “quella cosa”, corrisponde al nostro abominevole uomo delle nevi Inchiostro diVerso Autori vari 10) Logori: banconote strausate, lacerate e ormai inutilizzabili che vengono comunque preparate in mazzette da 100 e trasmesse in Cassa centrale per essere definitivamente distrutte. Nota bene: possibili riferimenti a personaggi ed accadimenti reali sono totalmente volontari. Inchiostro diVerso Autori vari Luna piena - Thriller Fantasmi di MournfulCreatureOfTheDark Lev Ivanovic Djemrovskij stava fissando il terreno ai suoi piedi, il suolo scuro che iniziava a intravvedersi tra la neve, quando una parola gli saltò in mente: оттепель ['otjIpjIlj]. Sì, il disgelo era vicino; peccato che in quel momento avesse qualcosa di decisamente più importante cui pensare. Vicino ai suoi piedi, protetti da un paio di scarpe nuove di zecca, giaceva il corpo di una donna, o per lo meno quel che ne restava: dall'addome aperto della sconosciuta parevano infatti mancare alcuni organi. Ma non era quella la prima cosa che l'ispettore aveva notato: al corpo, infatti, mancava la testa. Qualche secondo dopo aver appurato questo fatto, Djemrovskij era giunto alla sua prima conclusione in quel caso: gli avevano scaricato tra le mani una patata bollente, una patata davvero bollente, e non aveva la minima idea di come poteva riuscire a non scottarsi. Per prima cosa avrebbe dovuto rimuovere il cadavere: nello Stato senza criminali non poteva certo correre il rischio che qualcun altro vedesse quel macabro scenario, ne andava della credibilità del Partito. Certo, avrebbe sempre potuto dare la colpa agli occidentali, a un lurido americano che era riuscito a raggiungere Mosca per spiare i nemici da vicino e rubare i loro segreti, ma in tal caso avrebbe comunque ammesso che il confine che separava il paese dal resto del mondo non era poi così invalicabile come Stalin andava dicendo, e allo stesso Stalin la cosa non sarebbe piaciuta, no, non gli sarebbe piaciuta affatto. E poi, pensò Djemrovskij, il Piccolo Padre gli aveva appena regalato quelle belle scarpe nuove, quindi non aveva alcuna intenzione di deluderlo, o irritarlo, o impensierirlo; avrebbe trovato quell'assassino e l'avrebbe fatto al più presto, senza lasciar trapelare la notizia. L'Unione delle Repubbliche Socialiste Inchiostro diVerso Autori vari Sovietiche era un luogo dove i crimini non esistevano: così era, così doveva essere e così sarebbe stato. Djemrovskij non avrebbe parlato di quel corpo ad anima viva. Mi volto per un attimo a guardare la strada che ho appena percorso con le mie vecchie scarpe logore, la suola che lascia impronte strane che si mescolano a tante altre; sono impronte diverse le mie, perché le scarpe si sono sformate con l'usura, tanto che risalire al loro aspetto originario è pressoché impossibile. E così è diverso anche quel che porto con me, sebbene sia convinto che non tutti quelli che sono andati a caccia stanotte siano tornati con prede animali; i tempi sono duri, la fame dilaga, il cannibalismo non sembra poi così rivoltante. Di sicuro sono l'unico che si porta appresso una testa umana recisa da poco, un macabro gingillo che mi accingo a consegnare; sono uno specialista nel mio campo, curo le cose nel minimo dettaglio, e anche tutta la parte relativa alla consegna è stata, ovviamente, studiata fin nei minimi particolari. Non che mi preoccupi il fatto di essere catturato: questo non accadrà mai. Sono furbo, troppo scaltro per essere arrestato, sveglio abbastanza da vivere come un fantasma, perché in fondo è questo che sono: in uno Stato che non ammette la criminalità, perché sostiene di aver eliminato tutte le cause sociali che ne stanno alla base, io, ufficialmente, non esisto. E così il mio inseguitore, il poliziotto che in un altro Stato sarebbe venerato come "l'uomo che ha catturato un pericoloso assassino seriale", si ritrova a cercare, per la seconda volta, un uomo di cui non può ammettere l'esistenza, e perciò non può chiedere aiuto a nessuno, men che meno interrogare testimoni o fare domande in giro. In un certo senso, anche lui è un fantasma, un uomo che non deve in alcun modo far capire alle persone che è alla ricerca di un assassino, che deve agire nell'ombra, con mille sotterfugi, che non può parlare con anima viva del suo lavoro, che non può fidarsi di nessuno se non di se stesso. Siamo due fantasmi, io e lui; ma quando il mio intero disegno sarà divenuto realtà, solo uno di noi sarà morto per davvero. Un uomo, a Mosca, era in possesso di una testa umana. "Trova la testa, trova l'assassino" ripeté Lev, rincasando dopo una giornata passata a vagliare migliaia di ipotesi, quella frase che continuava a ronzargli in testa, tanto da diventare il suo nuovo mantra personale. Essendo un importante membro del Commissariato del Popolo degli Affari Interni, Djemrovskij aveva a disposizione un modesto appartamento dove poteva vivere solo, senza condividerlo con altre persone, come accadeva invece alla maggior parte dei cittadini; avrebbe voluto che sua moglie fosse ancora in vita per poter godere di quel piccolo privilegio con lui, ma la malattia, o forse la fame, se l'era Inchiostro diVerso Autori vari portata via un paio d'anni prima, e da allora non aveva fatto nulla per trovare una nuova compagna. Una volta entrato in casa, le labbra che disegnavano il suo nuovo motto, capì subito che qualcosa non andava: qualcuno era stato lì. La foto del Piccolo Padre pendeva leggermente verso destra, la bottiglia sul tavolo pareva essere meno piena di quando se n'era andato, una sedia era stata spostata: erano inezie, ma lui, da bravo osservatore qual era, aveva subito notato quelle piccole differenze. O forse era solo paranoico dopo una giornata di duro lavoro, passata a esaminare un cadavere e a cercare qualche indizio sul colpevole; tutto l'NKVD era parso in subbuglio quel giorno, come se all'improvviso fossero comparsi dei capitalisti proprio dove doveva sorgere il nuovo palazzo dei Soviet. Molti capitalisti. Centinaia di capitalisti. Forse, si disse Lev, qualche compagno non era stato in grado di tenere la bocca chiusa e aveva parlato del cadavere senza testa che avevano ritrovato nel bosco. Sì, doveva essere andata così; non appena si disse queste parole, una strana calma scese su di lui, come se avesse appena vinto un vecchio demone che voleva prendere il controllo della sua anima. Si tolse le scarpe, pensando che, quella mattina, poteva aver urtato il quadro mentre s'infilava di fretta il cappotto, aver bevuto dalla bottiglia prima di uscire e aver spostato la sedia dopo essersi sistemato i calzini. Lev si tranquillizzò, con la convinzione che si fosse trattato di un falso allarme che lo condusse tra le braccia di Morfeo; solo alcuni istanti dopo che i suoi occhi si chiusero, dei passi riecheggiarono nel corridoio esterno. Quasi interamente nascosto da una massiccia scrivania in legno scuro, forse ebano, il membro del Partito Lebedev attendeva impaziente un ospite e, con lui, una consegna che molti avrebbero considerato piuttosto macabra: una testa. Attendeva quella testa da esattamente ventitré giorni, sedici ore e trentaquattro minuti, e ora stava finalmente per giungere tra le sue mani; vederla coi suoi occhi avrebbe significato confermare che il suo meraviglioso piano procedeva a gonfie vele. Era già tutto pronto, mancava solo quell'ultimo, fondamentale elemento; una volta ottenuto quello, il resto sarebbe venuto da sé. Lev stava disteso, supino, sul suo misero letto, le orecchie tese e pronte a captare anche il minimo rumore; forse stava davvero diventando paranoico, ma si era convinto che lì fuori ci fosse qualcuno. Aveva sentito un rumore di passi che lo aveva svegliato, e gli era anche parso di udire una voce sussurrare qualcosa, parole rivolte forse alla notte forse a un'altra persona. Poi, all'improvviso, il silenzio: niente più passi, niente più voci, anche il vento si era di colpo calmato. Lev trattenne per un attimo il respiro, immergendosi completamente nel silenzio circostante; tornò a respirare solo quando si Inchiostro diVerso Autori vari accorse di non poter più trattenere l'aria nei polmoni, buttandola fuori con un lungo, sibilante soffio. La calma che era scesa sulla stanza placò i suoi timori, facendogli calare le palpebre, la frase "trova la testa, trova l'assassino" che ricomparve nella sua mente; non ebbe neppure il tempo di entrare in dormiveglia che la sua casa venne inghiottita dal frastuono. Sono qui, di fronte al mio obiettivo che mi fissa con gli occhi sgranati, sotto i quali si notano due profonde occhiaie; non ha idea di chi io sia, non sa perché sono qui, ma sono sicuro che lo capirà presto. Lo conosco, so com'è fatto: tra non molto comprenderà che la sua ora è giunta, perché a Mosca non c'è più spazio per lui. Il corso degli eventi lo ha fatto diventare un nemico del popolo, e per questo devo affidarlo al suo destino, anche se, devo ammetterlo, un po' mi dispiaccio nel vedere l'espressione confusa, mista a un pizzico di terrore, comparire sul suo volto mentre scopro monete cave, come quelle usate dalle spie per nascondere microfilm, nascoste dietro la foto del Piccolo Padre, e i minuscoli fogli con su scritto teorie complottistiche nel doppio fondo della bottiglia. E che dire della faccia che fa quando trovo casualmente la testa nascosta vicino alla sedia, sotto le assi del pavimento! Sì, un po' mi dispiace, ma in fondo so che sto facendo la cosa giusta: vendo lui per salvare me. Lebedev non poteva più aspettare: voleva la testa di Lev Ivanovic Djemrovskij, e la voleva subito, servita su di un bel piatto d'argento, con tanto di prove fasulle che dimostravano che Djemrovskij era una spia. Sin da quando aveva catturato quell'assassino, Djemrovskij era diventato un peso per il Partito, un uomo che sapeva cose che non sarebbero mai dovute venire a galla; e quale modo migliore di liberarsi di qualcuno se non seppellendolo sotto metri di neve? Era quella la fine che lo attendeva, e di lì a poco anche lui l'avrebbe scoperto; Lebedev l'avrebbe accolto nel suo ufficio e poi via, spedito fuori, dritto all'inferno. Dicono che questo sia l'Inferno, ma tutto ciò che vedo è ghiaccio e neve. Sono finito in questa terra dimenticata dalla civiltà perché ho creduto di proteggere il mio Paese, quando invece il mio Paese non aspettava altro che potermi incastrare. Trova la testa, trova l'assassino: per loro l'assassino sono io. So che non è così, ma non c'è nulla che io possa fare, se non gelare tra le miniere della Kolyma, e pensare che mi sbagliavo: il disgelo è ancora lontano. Inchiostro diVerso Autori vari Luna calante - Narrativa introspettiva La sconfitta di Deilantha “I ragazzi non sono tutte belve, ne esistono anche di gentili, pazienti e che ti restano accanto… ad esempio, penso che Lucien sia così!” Quando Pasi aveva fatto quel nome, quel pomeriggio, cambiai d‟improvviso atteggiamento, diventando scostante e più fredda del solito e troncai il discorso prima che la mia amica potesse ripetere ancora il nome di Lucien. Lucien. No. Non poteva essere. Non doveva essere. Io non dovevo assolutamente innamorarmi! Avevo visto troppo spesso quanto quel tipo di sentimento potesse giungere a conseguenze devastanti nell‟animo umano, ero circondata di casi di sofferenza d‟amore… ed uno lo vivevo da quando avevo memoria, direttamente in casa mia. Mio padre era stato devastato totalmente dall‟amore. Quando mia madre si è separata da lui l‟ho visto morire e spegnersi giorno dopo giorno, diventando un fantasma di se stesso, un essere vuoto senz‟anima, che cerca solo di andare avanti perché respira ancora. Come potevo avere un‟idea felice dell‟amore? Tutti quelli che conoscevo soffrivano per esso: amici parenti, e colleghi di facoltà, tutti irrimediabilmente alla ricerca della “persona giusta” e irrimediabilmente coinvolti in relazioni amorose che di giusto non avevano nemmeno la parvenza. L‟amore era dolore, questa era la realtà dei fatti. Gli esseri umani Inchiostro diVerso Autori vari erano fatalmente attratti tra loro, ma ogni volta che cercavano di unire le loro vite finivano solo con il rimetterci la salute e la serenità d‟animo. Ecco perché preferivo circondarmi dei miei amati libri. I libri non mi deludevano, e se mi facevano soffrire, erano anche in grado di donarmi delle gioie infinite, molto di più di quanto facesse la vita “reale” là fuori. Rinchiusa nella mia stanza vivevo serena, circondata da tutto ciò che amavo, e mi sentivo felice. Io non avevo bisogno di amare anche un ragazzo. Non avevo alcun bisogno di soffrire per qualcosa destinato a finire. No, io non mi sarei mai innamorata, mi sarei salvata da quella tragica malattia chiamata “amore”. Avevo diciott‟anni e un cervello funzionate, e grazie ad esso ero già al primo anno di università, avendo iniziato precocemente il mio percorso scolastico. E da quando avevo memoria, non mi ero mai lontanamente persa dietro gli occhi profondi o le parole sensuali di qualche bell‟imbusto in circolazione. Mi ritenevo fortunata e immune agli attacchi ormonali che invece sembravano avere del tutto la meglio sulle mie coetanee. Avevo visto Pasi soffrire così tante volte che nemmeno ne tenevo più il conto, Rita continuava ad avere Federico nel cuore nonostante si fossero lasciati anni addietro… le mie amiche erano il chiaro esempio per me di ciò che non avrei mai voluto essere: innamorata. Fuggivo al solo pensiero. Sentivo un brivido di terrore ogni volta che pensavo all‟eventualità che potesse accadere una cosa simile… e invece in quei giorni mi stavo rendendo conto che la mia tanto declamata immunità aveva una falla… e anche bella grossa! Una falla dai capelli biondi e gli occhi verdi, e un sorriso caldo e sereno… Una falla che da giorni non mi faceva più dormire! Non volevo ancora crederci che fosse vero, stavo cercando da giorni di dirmi che mi stavo solo autosuggestionando, che ero semplicemente caduta vittima del bel viso di Lucien. Lucien. No, non potevo nemmeno pensare quel nome che sentivo il mio cuore battere più forte. Ogni volta dovevo stringere le mani fino a farmi male per distrarmi e non pensare a quella successione di lettere e a tutto ciò che si portava dietro. Come avevo potuto? Cosa mi era saltato in mente? Io non volevo… Io non dovevo! No, nella maniera più categorica, NO! Mi rifiutavo di ammetterlo, anche se il solo pensare a quella voce, a quegli occhi, a quel sorriso mi sconfiggeva su tutti i piani; ogni argomentazione a cui facevo ricorso per confutare l‟idea che fossi preda di una cotta adolescenziale, cadeva miseramente nel momento in cui il mio pensiero si Inchiostro diVerso Autori vari soffermava su una delle sue caratteristiche. Ne bastava solo una, e il mio cuore non mi apparteneva più! Quando Pasi lasciò la mia casa, cercai di concentrami sui suoi abiti da rimettere in sesto, ma le parole della mia amica mi rimbombavano nel cervello: “I ragazzi non sono tutte belve, ne esistono anche di gentili, pazienti e che ti restano accanto… ad esempio, penso che Lucien sia così!” Mi aveva chiesto come avrei reagito se mi fosse capitato d‟innamorarmi, e le avevo risposto che speravo non accadesse mai, ma la verità era che avevo già la speranza nel cuore che quelle parole fossero vere! Ero già intenta a sperare che ci fosse un‟eccezione alla regola, che il mio caso sarebbe stato differente, che non avrei sofferto! E tutte le mie teorie, tutte le mie argomentazioni, frutto di osservazioni che duravano anni, dov‟erano andate a cacciarsi d‟improvviso? Che fine avevano fatto tutte le mie idee sulla sofferenza immane che immancabilmente devasta chi è innamorato? Ero già diventata una folle accecata da ciò che provava, ero già nella fase più pericolosa di cecità totale!? Quanto poco ci avevo messo per abbattere le mie teorie! Ero davvero ridicola, non solo ero stata vinta anch‟io da quel male oscuro, ma ero stata anche così folle da illudermi che a me non potesse accadere! Questo faceva di me una creatura ancora più miserabile! Come avrei potuto guardarmi in faccia? Come avrei potuto essere fiera di me stessa ora? E soprattutto, come avrei potuto affrontare l‟orrenda verità che non volevo accettare? Mi ero innamorata. E questo non era nei miei piani. Questo non doveva accadere. Ero rovinata. Inchiostro diVerso Autori vari Luna di fuoco - Narrativa storica Mio nonno disperso in guerra: una storia vera, seppur romanzata di Pierfrancesco Maiuri (Pecco73) Sono solo un uomo e ora sono anche un uomo solo. Di me si ricorderà qualche familiare che mi ha conosciuto e purtroppo o per fortuna anche chi ha avuto modo di conoscermi poco e niente ma che non potrà mai dimenticarmi perché gli ho dato la vita. Poi, quando la mia generazione si estinguerà, quando anche mio figlio non ci sarà più, resterò, come è destino di tutti, nella polvere della terra e nell'aria del cielo, nella speranza che ciò che ho appreso a catechismo e fatto mio con la fede sia vero e possa ricongiungermi con chi mi ha voluto bene, ricambiato, e ha perso le mie tracce troppo presto. Mi hanno mandato a combattere questa stupida guerra di cui non mi importava niente. Hanno detto che era per la patria, contro le potenze imperialiste, ma a me sembra che anche Italia e Germania siano o siano volute essere imperialiste. Io so solo che ho visto morire i miei amici e commilitoni a migliaia, che la mia famiglia è lontana e soffre e soprattutto soffrirà per me, che io stesso ho fatto una vita di stenti che ora, me ne accorgo, sta per finire prematuramente. Tutto questo per cosa? Può esistere qualcosa che dia un senso a tutto ciò, si chiami duce, Italia, gloria od onore? Io avrei voluto semplicemente una vita normale, felice con poco. Avrei voluto vedere crescere mio figlio (ed altri eventuali: avrei tanto desiderato una femmina!) assieme a mia moglie, un impiego onesto, una bella casa con un orto curato, la pasta fatta in casa, un bicchiere di buon vino rosso e la siesta Inchiostro diVerso Autori vari dopo il lavoro. Tutte piccole cose che ora sembrano enormità, ora che la stanchezza ci toglie il respiro e il gelo ci irrigidisce le espressioni preannunciando un altro gelo, ben più grave: quello definitivo della morte, che non tarderà a sopraggiungere. Sono ora in una terra che non conosco: non è più Italia, ma non è ancora Russia, dove dovremmo andare. Dovremmo, ma non andremo, perché cadiamo come mosche, come birilli e molti di noi non hanno neanche degna sepoltura. La stanchezza ci induce a fermarci, il freddo a muoverci per non morire ibernati e così facendo non viviamo, al massimo sopravviviamo, finché potremo farlo. Spero solo che queste parole, che affido ai timidi raggi di un sole che pare imprigionato dal e nel suo destino - come me, come noi - non vadano perse ma che un domani saranno raccolte e diffuse per far capire che la guerra è sempre un errore, quando poi la si poteva evitare una terribile responsabilità. Inchiostro diVerso Autori vari Ultimo quarto - Narrativa fantasy La Strega Rossa [L’inizio] di Ivano Dell’Armi (Erendal) Il sole lassù sulle Montagne Rosse splendeva accecante, non a caso erano chiamate così perché durante le ore più calde, nella bella stagione, era praticamente impossibile scorgerne i contorni delle sagome. Alcuni superstiziosi dicevano che lassù vivesse il demonio, o chi riusciva a non distogliere lo sguardo dalla luce fosse una strega o una persona malvagia. Ileina sorrideva, lei ci riusciva fin da bambina; naturalmente non aveva mai rivelato questa sua capacità. Landia, villaggio di umani poco dotati e secondo lei anche poco intelligenti, non erano visti di buon occhio gli individui fuori dal comune, i maghi, le streghe ed ogni altra creatura dotata di poteri. Nonostante si definisse un villaggio civile, a Landia c‟era ancora la gogna, le streghe venivano bruciate al rogo, e fuori dalle porte si appendevano corone di aglio per tenere lontani i vampiri. Adesso che Ileina aveva sedici anni era però giunto il momento di farsi coraggio. Doveva andare nella foresta delle Radici Profonde per dare un significato alle sue sensazioni. Gracin la guardava negli occhi, il suo ciuffo ribelle si agitava indisciplinato al vento mentre cercava di spiegarsi. “Ileina non puoi andare, la foresta non è un luogo sicuro. Le fronde degli alberi sono talmente fitte che praticamente è sempre buio; hai idea di quanti predoni saranno lì?” Gracin aveva impugnato il suo arco, non l‟aveva mai visto così determinato, Ileina scoppiò a ridere. “Sei dolce! Ma tu non puoi capire” Gli disse accompagnando un buffetto sulla sua guancia arrossata. Inchiostro diVerso Autori vari Gracin sospirò. “E‟ per via delle tue capacità? Guarda che non ti conviene approfondire, lo sai cosa succede a chi pratica la magia!” Ileina infilò il suo stiletto nella guisa di pelle, amava vestirsi da uomo con le camice larghe e le braghe, gli stivaloni e la sacca. Da bambina aveva dei capelli lunghi bellissimi, adesso invece li portava sempre molto corti perché più pratici, richiedevano meno cure e meglio si adattavano alla sua vita da esploratrice senza tra la terra e l‟erba. I suoi capelli erano rossi come il fuoco, e i suoi occhi di un colore unico, un verde profondo e misterioso da sembrare occhi di elfo. “Non è un tuo problema Gracin, né io ti ho mai chiesto di badare a me. Torna a casa e fai il bravo”. Gracin voleva fare l‟uomo, ma era poco più di un ragazzino sovrappeso anche se era già un abile cacciatore e il padre lo portava sempre con se ogni battuta di caccia importante per assicurarsi un buon risultato e poi vantarsi con gli amici. Ileina era affezionata a lui, nulla di più. Intrecciare una storia romantica non interessava. Doveva partire, restare a Landia avrebbe significato soltanto mortificare le sue ambizioni. “Gracin, tu non mi hai vista oggi qualunque domanda dovessero farti se non mi vedrai tornare, se trovo la strega ho intenzione di restare un po‟ con lei”. Gracin avrebbe voluto trattenerla, ma gli occhi di Ileina lo fulminarono, erano come pozze profonde che lo spaventavano a morte. Sapeva già di essersi perso dentro quel baratro senza fondo, tuttavia non si considerava ancora perduto. E comunque lui lo sapeva, l‟aveva vista all‟opera più d‟una volta: Ileina sapeva attingere molto bene dalla natura le sue energie; creava cerchi di fuoco con la mente, l‟aveva persino guarito con una pozione di erbe mediche. E poi la luce dei suoi occhi. “Ileina ti prego, non andare; io ti…” Lei gli tappò la bocca con la mano, Gracin si sentì soffocare; aveva le lacrime agli occhi. Quel verde immenso intorno alle sue pupille si stagliò dentro di lui devastandogli l‟anima. “Se lo dici ti uccido. Te l‟ho detto che non mi piacciono gli uomini, te lo vuoi mettere bene in quella zucca vuota? Io non sono fatta per questo genere di cose, io voglio sentirmi libera come la natura: nessun vincolo, niente catene”. Ileina lo lasciò lì a piangere. Prese un respiro profondo e si immerse nel suo cammino senza nemmeno salutare il suo disgraziato amico, tanto sapeva che Gracin avrebbe fatto la spia! Recitò a mente qualche formula che aveva letto sul grimorio degli antichi avi, le serviva per far disperdere le sue tracce, quindi andò. Quel libro lo teneva stretto tra le mani, l‟aveva trovato in cantina arrotolato dentro una coperta di Inchiostro diVerso Autori vari lana e riposto in fondo ad uno scrigno di legno. Doveva essere molto antico. L‟aveva custodito gelosamente e non l‟aveva mai fatto vedere a nessuno, era il suo segreto e forse la prova che era discendente di una setta di maghi. Era la sua arma con la quale avrebbe convinto la strega Casperta a tenerla con se. Ma su una cosa Gracin aveva ragione! La foresta era inquietante con i suoi rumori e la sua suggestione, tuttavia Ileina sapeva che poteva contare sul potere della natura qualunque cosa fosse accaduta, e sulla base di questa sensazione trovò la serenità per addentrarsi. Doveva camminare a lungo. Ogni passo sentiva che stava cambiando qualcosa dentro di lei, che non sarebbe più tornata indietro. Sentiva l‟influsso benefico degli alberi e degli animali come un insieme di emozioni, anche la terra ai suoi piedi aveva un sapore nuovo. “Non te ne sei ancora accorta, vero?” Si girò di scatto, di spalle. Un voce sottile, strisciò dietro di lei. “Non temere, ragazza dai capelli rossi; ma ascolta il mio suggerimento, non irritarla quando la troverai e fai sempre ciò che ti dice. E non rimanere male se ha modi bruschi, lei non ama quelli come te. Ma se raggiungerai il suo cuore ti donerà il suo segreto”. “Ma chi parla?” Solo un passero volò via dal ramo di un albero; non c‟era nessun‟altro. Ileina sorrise, era sulla strada giusta, e quando il sole si apprestava a scomparire dietro le Grandi Montagne di Fuoco, ecco un‟ampia radura ed un groviglio di rovi. Ileina s‟immerse lì dentro rovinando i suoi abiti, e quando uscì dal tunnel di rovi era sporca e graffiata, una spina le aveva lacerato una guancia dalla quale una riga di sangue prendeva forma sempre più voluminosa fino a formare un rivolo rosso che scivolando giù le aveva macchiato la camicia. Stava per fare buio, non le restava che bussare alla porta della casetta davanti a lei. Non esitò neanche un istante, quando la porta si aprì appena un naso bitorzoluto accompagnato da due occhi gialli spiò all‟esterno. La voce della dimorante era tutt‟altro che accogliente. “Chi disturba, perché sei qui? Come sei arrivata?” Ileina mostrò il grimorio alla signora dagli occhi gialli e senza perdere tempo arrivò diretta al punto. “Voglio saperne di più!” Ma la sua interlocutrice non si mostrò soddisfatta, anzi sembrava molto disturbata da quella inattesa visita. “Hai idea di quello che hai tra le mani, impudente ragazzina?” “Certo, mi serve il suo aiuto per usarlo al meglio. Io non sono come gli altri del villaggio”. L‟affermazione irritò ancora di più la strega Casperta. Inchiostro diVerso Autori vari “Sei stupida o cosa?” La porta si chiuse in faccia ad Ileina che tuttavia non esitò a continuare a dare le sue spiegazioni. “Non mi ha seguito nessuno, lo giuro! Ho confuso i miei passi nella foresta con un incantesimo che so fare. I piccoli incantesimi mi riescono bene”. Stavolta la porta si spalancò; l‟aspetto della strega Casperta era orribile; invece Ileina le sorrise felice senza sobbalzare nemmeno quando la megera la scrutò avvicinandosi con il viso. “Posso entrare allora?” “Non hai paura di me?” Affermò la strega con l‟intenzione di leggere i pensieri della giovane. “No, signora strega”. Ileina era molto coraggiosa, o forse soltanto sciocca. Non si rendeva conto in quale guaio si stava cacciando. “Se non sai riconoscere la differenza tra stregoneria e magia non sei la ben accetta!” Ileina sospirò, sembrava una domanda facile, invece era rimasta lì sull‟uscio a riflettere. Poi però diede la sua spiegazione. “La magia è la capacità di dominare le energie e le leggi della natura con la forza volitiva del pensiero, attraverso formule e riti. E‟ un‟arte ed è antichissima”. “Il simile agisce sul simile, il contiguo agisce sul contiguo”. Rispose Casperta aggrottando le sue folte sopracciglia. I suoi occhi baluginarono per un istante e Ileina si ritrovò senza il suo grimorio, magicamente tra le grinfie della strega che prese a ridere con voce stridula. “Restituitemelo!” Sbuffò Ileina. “Tu non hai finito di dare la tua risposta, ragazzina; questo non puoi tenerlo, non è roba per te. Io invece sono molto più indicata a sfogliarne il contenuto”. Casperta chiuse la porta di nuovo. Ileina si concentrò senza scomporsi; doveva recuperare la situazione, riprendere il dialogo; dimostrare che era all‟altezza. “Vi chiedo scusa, voi non siete una strega, ma una maga. Siete arrabbiata perché vi ho offesa e me ne duole, credetemi”. “Ah sì!” Borbottò l‟altra ancora lì dietro. “La Magia è molto più seria, permette di accedere a picchi di consapevolezza vertiginosi solo con la propria mente, la stregoneria è un trucco, si basa più che altro sulla ritualità e sull'oggettistica! Serve per piegare alcune forze alla propria volontà, non a comprenderne l‟essenza. Perciò non è un bene, ma suggella spesso un patto con le forze oscure”. Il dialogo proseguiva lo stesso. Inchiostro diVerso Autori vari “Se ci si avvicina alla Stregoneria, ragazzina, bisogna farlo con molta cautela. Brandire il potere, sentirlo scorrere nelle vene, è una sensazione meravigliosa, ma accecante”. “Mi aprite adesso!” La voce di Ileina, un tono di bambina spazientita ma non nervosa, fece ragionare la strega. “Se lo facessi come la metterai con la tua gente? Io devo nascondermi per non finire su un rogo tra le fiamme, tu vuoi lo stesso mio destino?” Ileina sospirò più forte, la pazienza non era mai stato il suo forte; ma era decisa ad arrivare fino in fondo. “La gente è cieca, ed io sento l‟energia che vibra ma non so capire da dove proviene. Mi piace, e mi piaccio così; sento che è la mia vocazione. Secondo lei dovrei restare cieca anch‟io? So che Landia era un villaggio di streghe nell‟antichità, e so anche che da secoli se ne celano le tracce”. “Esistono poteri oscuri e forze naturali non ancora riconosciute e sperimentate, ti perderai! Torna a casa e dimentica di avermi trovato”. Ileina aveva deciso di fare sul serio, mostrare alla strega Casperta le sue doti. “Spiriti del sottobosco, conferitemi il vostro potere, datemi la forza per aprire la mente. Mia è la magia che apre la porta del pensiero, mio è il controllo”. E la porta si aprì, la strega era contrariata nel constatare la vittoria sul viso di Ileina. “Io non sono una maga, forse tu lo sei. Ma io sono una megera, io padroneggio le forze oscure, io ho stretto un patto col demonio, io ho perduto la mia anima, io brucerò all‟inferno. Ma non tu; perciò vattene via finché sei ancora in tempo”. “Io ricorderò tutti i miei sogni. voglio riprendere il libro che mi hanno sottratto. Io ricorderò tutti i miei sogni. Io sono la padrona del grimorio”. Con un cenno della mano Ileina si riprese il grimorio che sollevatosi in aria piroettò fino a lei per poi depositarsi tra le sue braccia. La giovane impunita aveva sorpreso di nuovo la vecchia megera, come aveva detto lei di essere chiamata; da quando si era ritirata nella foresta non aveva più sentito parlare di altre persone in grado di praticare la magia, Landia era vicina ma grazie al suo incantesimo che aveva ingigantito le radici degli alberi si era sentita al sicuro. La superstizione della gente poi le aveva facilitato il resto del compito. Adesso cosa voleva questa ragazzina? E soprattutto come si era permessa di strapparle di mano il grimorio? Casperta guardò con fare cattivo Ileina negli occhi. “Che delusione!” Sospirò Ileina schernendola. “A Landia raccontano di voi storie fantastiche, vi temono, dicono che siete la signora della foresta; storie che a quanto vedo non sono vere, lei signora strega è solo una povera vecchia sola e vigliacca”. Inchiostro diVerso Autori vari “Aspetta!” La strega aveva deciso di fare sul serio. Un ramo spuntò da sottoterra ed iniziò a ramificare tutto intorno a Ileina che in pochi secondi si ritrovò immobilizzata. Aveva fuori solo la testa con gli occhi, il grimorio le era caduto a terra. La giovane maga si sentì all‟improvviso così impotente che si stava pentendo delle sue parole. “Ma allora…” Sospirò Ileina rendendosi conto che finora la vecchia megera aveva solo finto di sorprendersi per capire fino a che punto lei avrebbe mostrato il suo potere . “… Che intenzioni avete?” “Nessuno osa prendersi gioco di me, adesso resterai lì, ti vedrò sfiorire giorno dopo giorno, e poi mi mangerò il tuo cuore. E‟ questo che fa una strega, il cuore dei giovani dona forza e vigore; ringiovanisce. Preparerò una pozione della giovinezza con il tuo cuore, l‟elisir della lunga vita. E tu, mia cara, non sei solo giovane, sei anche magica”. Ileina adesso aveva paura, eppure trovò lo stesso il coraggio di sorridere; il sortilegio della strega le era piaciuto. “Me lo insegnerai un giorno?” Lo sguardo di Ileina ipnotizzò per un istante la strega. Quella giovane maga avrebbe potuto aiutarla a riconquistare Landia, e nuove streghe sarebbero tornate sulle Montagne Rosse come era mille anni prima. Era la loro terra, non degli uomini di adesso che prima avevano proliferato in quella zona e poi avevano iniziato a dare loro la caccia. Chi aveva disboscato la foresta per costruire il villaggio? Chi aveva sottratto l‟acqua dal fiume per i propri comodi? “Se non muori, forse…” Farfugliò la megera. “Ma poi loro ti diranno che sei un demonio, sei disposta ad affrontarli se decidessi che è tempo di tornare a Landia per noi creature magiche? Forse è meglio che ti mangi il cuore adesso, soffriresti di meno”. Ileina pensò a Gracin, sicuramente lui si sarebbe battuto per difendere il villaggio. Si sarebbero trovati l‟uno contro l‟altra. “Perché no! Pensa che sarei venuta fin qui se non fossi convinta?” Ileina le ricordava molto lei da giovane, stesso piglio ed altrettanta spensieratezza. Ma voleva tenere ancora sulle spine la sua giovane amica maga. Adesso poteva ancora farlo perché molto presto l‟allieva avrebbe superato la maestra, ed allora non avrebbe più potuto fare nulla per tenerla a freno. “Io però ti tengo ancora lì per un po‟. E considerati fortunata, resistere alla tentazione di un cuore giovane non è affar di tutti”. Ileina sorrise. “Va bene, ho pazienza; basta che dopo m‟insegni”. La megera si voltò verso Ileina, l‟aura magica che stillava dal suo corpo andava coltivata, allevata, nutrita. Lei era ancora troppo umana per Inchiostro diVerso Autori vari abbracciare l‟arte in tutta la sua essenza, doveva cambiare, imparare ad odiare l‟uomo, non avere paura di strappare la vita a qualcuno. Casperta rientrò in casa e calò presto la notte. Ileina adesso aveva perso la voglia di sorridere, aveva fame e sete, si sentiva stanca, voleva grattarsi il naso ma non poteva fare nemmeno quello dal momento che le sue mani erano bloccate dai tronchi ramificati attorno a lei. Non capiva, ma continuava ad aspettare paziente. Si era quasi appisolata quando uno scricchiolio di foglie secche appena calpestate la lasciò trasalire. Era notte, la luna fletteva le sue luci sulle fronde degli alberi, la casetta della strega Casperta era silenziosamente immobile, ma Ileina sapeva che la megera ero dietro le tende della finestra che stava osservando. Non sapeva cosa, se voleva gustarsi l‟orrida scena di un massacro oppure se stesse lì a proteggerla; fatto stava che i suoi occhi gialli da demonio li sentiva pressanti, come se premessero nella testa. Voleva piangere, ma la sua filosofia di vita glielo impediva. Poi ecco apparire la sagoma di un uomo. “Gracin?” Esclamò Ileina stupita. “Che ci fai tu qui? “Sono venuto a salvarti, Ileina; non potevo restarmene con le mani in mano e vederti fuggire dalla mia vita”. Con un coltello da caccia iniziò a tagliare i rami che tenevano bloccata Ileina, il suo sguardo scintillava di sentimenti. Ma Ileina non ne sembrava entusiasta. “Cosa ti avevo detto, Gracin? Io non ho bisogno di te, me la cavo bene anche da sola”. “Ma cosa dici?” Gracin se l‟era presa. Non appena libera Ileina cambiò espressione, sul suo viso un ghigno perfido prese il sopravvento sui suoi lineamenti solitamente più addolciti seppur poco femminili. “Sei uno stupido Gracin, adesso dovrò ucciderti! Ti sei fatto seguire?” “Non scherzare Ileina, io…” Intanto lei aveva già preso la sua decisione. Con un cenno della mano verso il basso costrinse il corpo di Gracin a genuflettersi. Lui alzò il capo per guardarla, non voleva sottomettersi. Lo sguardo di Ileina era acceso, i suoi occhi verdi sembravano puntellati di una miriade di puntini che in breve divennero pugnali di luce che lo inchiodarono al suolo. Era rimasto in aria solo uno strale di luce destinato al cuore del giovane. “Tu non sei una maga!” Constatò Gracin con le lacrime agli occhi. “Sei una strega, devi chiedere alla natura se vuole prestarti il suo potere, non piegarla alla tua volontà. Ti credevo diversa, oppure quella lurida strega ti ha già fatto qualcosa?” Fu in quell‟istante che la megera uscì dal suo abitato con aria tronfia. Inchiostro diVerso Autori vari “Giovanotto, io non ho fatto nulla; è la tua amica che si è presentata alla mia porta. Vuole imparare, ma io non le ho detto di sì. Con lei le Streghe Rosse potranno finalmente tornare sulle Montagne”. “Vuoi che lo uccido?” Chiese Ileina alla strega. “Per me non è un problema, anche io lo detesto esattamente come voi”. Casperta si grattò il capo; Gracin non sapeva più cosa pensare. “Se decidi di rimanere con me sarai tu a combattere in prima linea, io me ne resterò a guardare. Ti fornirò solo le conoscenze, ma dovrai fare tutto tu. Non ne vale la pena, mandalo via”. Ileina si trovò sospesa nel dubbio, era andata lì con l‟intenzione di imparare l‟uso della magia. Ma a che prezzo? Una guerra non era il massimo delle sue aspirazioni. Si avvicinò a Gracin curiosa. “Dimentica!” Quindi iniziò a recitare un incantesimo del suo grimorio, apertosi alla pagina desiderata. Cancella i sentimenti, cancella i ricordi, il tempo è per lo spazio lo spazio per l'ordine, tutto ciò che era ora non lo è più”. Quindi aprì il grimorio su una nuova pagina e recitò un altro incantesimo su se stessa. “Prendi i miei ricordi e portali lontano. Prendi il mio odio e portalo lontano! Permetti alla mia mente di scacciare la sua presenza, permetti al mio cuore di liberarsi della sua essenza! Voglio che questa persona esca dalla mia vita, voglio che questa persona sparisca dalla mia vista”. Un sospiro e la sua espressione cambiò nuovamente. La megera era sorpresa, ma cosa voleva imparare questa giovane da lei se era un talento naturale? Streghe (o maghe) così, dipende dall‟uso che decidono di farne del loro potere, nascono una sola volta ogni cento generazioni. Forse le serviva un po‟ di sicurezza su come muoversi nelle altre dimensioni, ma solo questo. “Chi sei? Cosa sono venuto a fare qui?” Chiese Gracin massaggiandosi la testa. Anche Ileina sembrava spaesata, subire gli effetti di un incantesimo è un‟esperienza sconvolgente anche per una maga. “Vattene!” Urlò la strega Casperta. “Quando sarai al villaggio dimenticherai anche di essere stato qui. Segui l‟uccello per tornare indietro”. Un passero iniziò a volare sopra gli alberi; confuso Gracin si voltò per tornare indietro. Poi si voltò di nuovo verso Ileina. “Non sapevo che la vecchia strega avesse una nipote, mi piace il tuo sguardo sai?” Ileina puntò i piedi. “Sparisci! Odio gli uomini”. Gracin assunse un‟espressione delusa. “Dicevo per dire!” Rispose lui infastidito. “Non sei neanche un granché!” Inchiostro diVerso Autori vari Alzò la testa ed iniziò a seguire il passero senza pensare all‟umiliazione subita. Ileina e la strega rimasero da sole. Casperta penetrò gli occhi di Ileina. “O Supremo Potere, io qui umilmente ti invoco; per chiamarti basta poco, non sarai più uomo tu a odiarmi, non sarai male tu a fermarmi; ma se ostacolerai il mio cammino brucerai all‟inferno con un demone vicino”. Ileina acquisì nuova consapevolezza, la megera l‟aveva appena investita di nuovo potere. Adesso Ileina era pronta a capeggiare le altre streghe alla riconquista delle Montagne Rosse. “Bene!” Esclamò Ileina soddisfatta facendo esplodere l‟energia delle sue pupille. Il suo corpo si avvolse di un aura fiammeggiante. “Adesso so quale è il mio posto”. Inchiostro diVerso Autori vari Luna sorridente - Narrativa comica Il pensatoio di MournfulCreatureOfTheDark Ci sono mattine in cui ti svegli e non hai voglia di fare niente, tranne restare a letto tutto il giorno a fissare il soffitto; e poi ci sono quei giorni in cui ti senti padrone del mondo, in cui l'ispirazione arriva e ti travolge, e ti sembra di poter trasformare qualsiasi cosa rientri nel tuo campo visivo in un piccolo tassello da cui iniziare a comporre un puzzle, un'opera d'arte, qualcosa di cui andare fiero. Ecco, oggi è uno di quei giorni; ovunque mi giri vedo incipit di romanzi, versi in erba, storie che nascono e crescono nella mia mente, andando a formare immagini che sembrano collegarsi tra loro come per magia. Se, per esempio, guardo il cestello della lavatrice girare, posso trasformare le magliette in un bambola di pezza, una bambola zuppa, consumata, abbandonata su del freddo metallo, magari tra le macerie, in uno scenario di guerra, con una bambina che... -Ehi! Ehi, Stephen King dei miei stivali, il bagno serve a tutti! Apri la porta, scrittore da strapazzo che non sei altro!Com'era prevedibile, i due stramboidi con cui divido casa non hanno alcuna intenzione di rispettare i miei spazi e i miei tempi, come, d'altronde, non rispettano la mia arte; per carità, io apprezzo il materiale umano, mi è molto utile per la mia arte, ma questi due non hanno la benché minima idea di come ci si comporti, e infatti non mi stupisce che stiano cercando di abbattere la porta del bagno a suon di pugni, snocciolando minacce e insulti che hanno indubbiamente un che di creativo, e che denotano inoltre un certo grado di cultura, nonché un'ampia conoscenza di epiteti poco eleganti. -Stammi a sentire, Federico Moccia...-Eh no, Federico Moccia no!- Inchiostro diVerso Autori vari Sfortunatamente per me, sanno che posso resistere a tutto, ma non al paragone con quello scrittoruncolo da due soldi, e non si fanno il minimo problema a usare quest'arma contro di me; non posso fare altro che aprire, e lasciare che quei due, più chiassosi dell'armata Bracaleone, si approprino del mio territorio. -Buongiorno anche a voi, ehNon l'avessi mai detto: K si volta e mi fissa con uno sguardo mille volte più pericoloso delle zucche esplosive di Goblin, brandendo in maniera minacciosa il filo interdentale, e io inizio a temere per la mia vita. Strangolato col filo interdentale, che fine idiota; sempre meglio, però, di quella dello zio Giosuè, freddato da un cocomero scagliato da un agricoltore furioso. La nonna gliel'aveva detto di smetterla di rubare dal campo di cocomeri, ma lui, imperterrito, aveva continuato. Risultato? Il contadino era andato su tutte le furie e, avendolo colto sul fatto, gli aveva chiesto un rimborso; lo zio era scappato a gambe levate, lasciandosi alle spalle un uomo più che mai sgomento. Il contadino gli aveva urlato di fermarsi, e lui, in tutta risposta, gli aveva strillato un ansimante "fermati tu, che non hai nessuno che ti insegue"; in pratica, aveva mostrato il drappo rosso al toro. Il contadino aveva deciso di aver già sopportato abbastanza la sfrontatezza di quello sbarbatello, e gli aveva scagliato contro un'anguria, che aveva colpito in pieno lo zio Giosuè, facendolo cadere a faccia in giù, con la testa contro una pietra. Tre giorni dopo, lo zio Giosuè era sotto terra; la sua storia, ormai, era leggenda. So che non dovrei ridere di questa storia, ma non riesco a non farlo; sono una persona davvero orribile. -... E quando ho detto che un tempo il bagno veniva chiamato pensatoio non intendevo dire che potevi farne il tuo fortino, abbiamo anche noi i nostri bisogni, hai presente?Oops. Credo di essermi perso la pappardella di Kveta, e per questo non mi perdonerà mai; diamine, questa donna è tanto bella quanto terribile. K è bella, bellissima, ed è anche una di quelle donne che qualsiasi uomo avrebbe voluto vedere nel paginone centrale delle riviste che si faceva passare sottobanco dal giornalaio quand'era ragazzino; ma è banale, assolutamente banale, è uno stereotipo fatto donna. E che donna. Ma, tornando allo stereotipo, mai cosa riguardo K fu più vera: nata nell'Europa dell'Est, non ricordo bene in che paese, incarna alla perfezione la tipica donna della sua zona, bionda, occhi azzurri, alta, magra, naso piccolo e dritto, labbra carnose, carnagione chiara, curve al punto giusto. Se poi penso al suo cognome, che riesce ad avere più consonanti di fila del mio codice fiscale, lo stereotipo è servito. In realtà sono un po' invidioso: quel suo cognome impronunciabile, di cui sono quasi certo nemmeno K conosca la pronuncia esatta, è stata la sua fortuna. I professori, temendo di fare una brutta figura ed essere derisi dalla Inchiostro diVerso Autori vari classe, non osavano mai pronunciarlo; in tredici anni di scuola, credo non l'abbiamo mai interrogata, nemmeno una volta. Leggenda vuole che, alla maturità, il presidente di commissione le abbia solo chiesto di scrivere il suo cognome; considerando già una prova abbastanza ardua scrivere correttamente trentadue consonanti di fila e sette vocali con gli accenti più disparati, le ha dato cento e lode per l'impegno e ha chiuso lì la faccenda. La leggenda narra anche che, unendo nel modo esatto tutti gli accenti e i segni strani che ricoprono il cognome di K, si ottenga la formula per trasformare il piombo in oro; un'altra versione racconta che, in realtà, così si ottenga la mappa per arrivare ad Atlantide, mente la più ardita dice che in quei strani segni è contenuta la risposta alla domanda che tutta l'umanità si pone. Come diavolo è possibile che la pubblicità della Eminflex proponga da vent'anni la stessa identica offerta iniziando la tele-promozione con "solo per oggi ecco per voi un'offerta irripetibile"? -... Perché sei sempre chiuso qui, in bagno, a fare niente tutto il giorno! Mi pare di ricordare che il qui presente signor scrittore da strapazzo un giorno abbia detto di voler scrivere il grande romanzo del secolo, ma da dodici mesi a questa parte non fai altro che vagare per casa e startene seduto sulla tazza del bagno! Ti rendi conto che sei addirittura impregnato della puzza di ascelle di Lollo?Ah, Lollo, il terzo inquilino. Un troglodita che non è stato informato dell'invenzione del bagnoschiuma. -K, lo so che può risultare difficile da capire, ma io sono uno scrittore, e in quanto tale devo lavorare assiduamente per riuscire a raggiungere un risultato quantomeno soddisfacente, il grande romanzo del secolo non si scrive in quattro e quattr'otto, ci vuole tempo, concentrazione, ispirazione, molta...-Bla, bla, bla, sai solo blaterare. Vuoi il grande romanzo del secolo? Eccoti il grande romanzo del secolo. Correvamo nel bosco, giocando a prendere quello scoiattolo che ci sfuggiva sempre; eravamo bambini, vivevamo immersi nella bianca e sontuosa natura norvegese. Che ne è stato di te? Cerco la risposta nel vento, ma esso tace all'improvviso. Dolci ricordi di te mi avvolgono nel loro tepore, e mi ritrovo illuminato dal sole di mezzanotte, di nuovo nella nostra amata Scandinavia...-Ok, prima di tutto, questo incipit non è...- No, un momento. Era buono, era buono eccome. -Senti, non è che lo posso riutilizzare?-Ma pensa a trovarti un lavoro!-Io ce l'ho un lavoro, sono uno scrittore-Oh, ma davvero? E come lo paghi l'affitto, in rime baciate?-Noto del sarcasmo nelle tue parole- Inchiostro diVerso Autori vari -Per forza, devo pagare anche la tua parte di spese! Devi trovarti un lavoro vero, come il mio. Lo sai quanti guadagno al giorno? Quattrocento euro-Oh, no. Ho promesso a tua madre che non saresti mai diventata una prostitutaEcco, appunto. Il troglodita ha parlato. E con la consueta finezza, oserei aggiungere. -Sei un idiota. E tu sei uno sfaticatoPenso che sia decisamente meglio essere uno sfaticato che un idiota, ma non ho il coraggio di dirlo. Comunque, è indubbiamente meglio essere un idiota che essere Lollo, ossia un vero e proprio cavernicolo. No, non sto scherzando, Lollo arriva direttamente dall'età della pietra, gli mancano solo il vestito di pelle di tigre e le pulci, e della seconda cosa non sono nemmeno molto sicuro; ho la quasi totale certezza, infatti, che il Frontline custodito nel ripostiglio non sia per la gatta di K, ma per Lollo. Se dovessi dare il suo identikit alla polizia, e sono certo che un giorno dovrò farlo, lo descriverei così; basso, grasso, tozzo, un bidone di latta a cui sono state appiccicate gambe e braccia. La testa, purtroppo, è andata smarrita non si sa dove, e nessuno è più stato in grado di ritrovarla. Comunque, sono fermamente convinto che nel corpo di Lollo siano presenti almeno sette forme di vita ancora sconosciute agli scienziati; in fondo, stiamo parlando di uno che, per racimolare qualche centesimo, ha mangiato vermi, würstel crudi, cibo avariato, un intero vaso di Nutella scaduto nel '73, delle patatine fritte risalenti ai tempi di Italia - Germania 4-3, i croccantini del gatto e mezzo barattolo di smalto. E sì, Piero Angela sta ancora cercando di capire come faccia a essere vivo. Comunque, anche lui ha dei talenti, bisogna riconoscerlo. Campione di rutti in carica dal 2007, riesce a sfidare tutte le norme igienico-sanitarie vigenti senza subire alcun danno; è riuscito a staccare il lampadario dal soffitto quando, da ubriaco, si è appeso a due dei suoi bracci urlando "io vi punirò, in nome della luna!", e, alla veneranda età di 23 anni, ha passato tre giorni chiuso in camera dopo aver scoperto di non essere in grado di lanciare un'onda energetica. Alla luce di questi fatti, non riesco a spiegarmi come sia possibile che sia perennemente, inevitabilmente circondato da schiere di donne. Voglio dire: dei due sono io quello che si lava, sono io quello che non ha degli inquietanti segni neri sotto le unghie o delle strane croste marroncine sulle braccia, sono io quello che ha una cultura, eppure è lui quello che rimorchia. Accadono cose, nel mondo, che non riuscirò mai a spiegarmi. -Mi stai ascoltando o no?No, K, no, ma questo non lo saprai mai. Come non saprai mai che quei bulbi di tulipano che avevi comprato in Olanda, quelli che volevi piantare in giardino, non sono affatto scomparsi, ma sono stati usati da Lollo per fare il Inchiostro diVerso Autori vari minestrone; voleva cucinare per stupire una ragazza, ma, non conoscendo la differenza tra un bulbo di tulipano e una cipolla, ha buttato in pentola i bulbi. A proposito, K: ecco che fine ha fatto la tua pentola in acciaio inox. E la pianta grassa che ti aveva regalato tua madre. Ma vedi il lato positivo della cosa: se non l'avesse mangiata la tua pianta grassa, quella schifezza sarebbe finita nello stomaco di una povera ragazza innocente, che a quest'ora starebbe facendo compagnia allo zio Giosuè. -Ma perché sto qui a perdere tempo con voi quando potrei...A dire il vero un po' mi dispiace per K, alla fin fine mi sta simpatica, anche se non sopporto quando dice che demonizzo Lollo solo perché ha più successo di me. Che assurdità. Ma, a parte qualche piccola incomprensione, la considero un'amica, anche se ha un modo tutto suo di risolvere i problemi. Una volta, per esempio, ho avuto la malsana idea di confessarle che non dormivo perché non riuscivo a smettere di pensare a come restituire a Mario, il nostro vicino, i soldi che gli dovevo; lei, nel cuore della notte, aveva aperto le imposte, aveva urlato finché Mario non aveva fatto altrettanto e poi gli aveva detto come stavano le cose. Io le ho chiesto perché avesse fatto una cosa del genere, lei mi ha risposto "perché almeno così adesso non sei l'unico che non dorme la notte. Ora fa' comunella con lui e smettila di rompere le scatole a me". Non so come sia possibile, ma Mario mi ha dato una proroga; probabilmente la visione di K in camicia da notte gli era bastata come acconto. -Dovresti smetterla di infastidire K, e mostrarle un po' più di rispettoDisse l'uomo, pardon, il barile, che solo dieci minuti prima le aveva dato della prostituta. Altro che bue, qui si trattava di un alce che dava del cornuto all'asino. O della zia Beppa che dava del cornuto all'asino. O del marito della zia Beppa, che si era dato da fare dopo aver scoperto perché la moglie fosse sempre incredibilmente felice di andare dal fornaio, che dava del cornuto all'asino. -Cos'è, ti credi così tanto migliore di noi da non degnarti neanche di regalarle dieci minuti della tua attenzione?Disse l'uomo che aveva girato per casa con addosso un reggiseno di K, un paio di boxer e un lenzuolo sistemato a mo' di vestito, con tanto di testa consumata del Mocio Vileda a fare da parrucca, cantando in falsetto Like A Vergin e, non pago di quella performance casalinga, aveva concesso il bis dal terrazzo. Il terrazzo che dava sulla strada. La strada principale. Alle 18:03 di un martedì di febbraio. -Be', sai che ti dico? Che almeno io vedo K come un essere pensante, e non solo come un gran bel corpo, come quelli che guardi sempre nei giornali che nascondi sotto il materasso- Inchiostro diVerso Autori vari -Ma io non ho nessun tipo di giornale sotto il materasso.- Appunto mentale per me: trovare il prima possibile una nuova collocazione alle riviste sotto il materasso. -Ah, no? Allora diciamo nei DVD che nascondi nella cassettiera-Ma io...- guardo alzarsi quei due grumi di pelo che il troglodita si ritrova in faccia, noti anche col nome scientifico di sopraccigli; inutile ribattere, è a conoscenza della verità. Beccato. -E comunque, Mr. Sono-Superiore-A-Tutti-Voi-Gnè-Gnè-Gnè, non sei affatto migliore di noiSe magari l'avesse detto senza sculettare come una teenager vanitosa e senza fare le boccacce forse avrei anche potuto pensare di dargli ascolto, ma così... -Ti dico solo questo: "where do the bus ferm?"Oh, no, non può tirare fuori di nuovo questa storia; capita a tutti di fare un piccolo errore, no? E poi si sa, l'inglese è una lingua complicata, si scrive cane e si legge gatto, fare un insignificante errore come il mio è comprensibile. -E no, non è un semplice errore, questo è...No, anche questo no; lo so cosa sta per dire, lo so, ma non posso subire una tale onta dall'uomo che pensa che Francis Bacon e Kevin Bacon siano parenti, non lo posso sopportare. -... Un errore di sbaglio!Perché, perché, perché diavolo mi è uscita quella frase, perché ho compiuto uno sbaglio tanto stupido, e perché lui continua a rinfacciarmelo, perché? -Oh, prima di uscire vuoi che ti porti ale e solio?Maledizione a lui e alla sua memoria. Voglio scovare il numero di quello scienziato che ha detto che passare tanto tempo davanti ai videogiochi fa male, distrugge la memoria, e lo voglio ora; sento l'impellente bisogno di dirgliene quattro. O otto, ma anche dodici, sedici, venti, ventiquattro e... E qualsiasi numero segua. E voglio strangolare il troglodita, lo voglio picchiare con la sua stessa clava, infilzarlo con la sua lancia e poi dipingere una pittura rupestre sul muro per celebrare la mia vittoria. Come si permette di dire tutte quelle cose? Io sono mille volte più sveglio, intelligente, gentile, onesto, sensibile, educato, civile, simpatico e modesto di loro due stramboidi. -Io esco, coinquilino caro. Devo tornare al posto a cui appartengo, il mio magnifico negozio, e mi pare di capire che tu devi fare lo stesso. A ognuno il suo, no?Certo che, delle volte, il troglodita parla strano; immagino che, quando parlava del posto a cui io appartengo, si riferisse al mondo della scrittura, o forse voleva dire l'Olimpo dei più grandi scrittori di tutti i tempi. Boh, credo che non lo sapremo mai. Va be', non importa, l'unica cosa che conta è che io possa riappropriarmi del trono che mi è stato tolto, il mio amatissimo water, e Inchiostro diVerso Autori vari riprendere a lavorare al mio grande romanzo. L'incipit, dicevamo. Com'era? Ah, sì. Correvamo nel bosco, giocando a prendere quello scoiattolo che ci sfuggiva sempre; eravamo bambini... Inchiostro diVerso Autori vari Luna calante - Avventura Shaya di Ivano Dell’Armi (Erendal) Sta per calare l‟oscurità, il sole viene inghiottito dalle rossastre acque del Rio delle Amazzoni espandendo il suo fastello arancione nella distesa di acqua opaca. La strada è sterrata e la foresta intorno mi appare come un gigante sconfinato. Davanti a me si accende ad intermittenza un‟insegna luminosa. Entro facendomi largo tra i due sportelli da saloon, raggiunta la reception cerco di non darmi un‟aria troppo snob. “Buenos días, señor! Ho prenotato una camera per una, anzi no per due settimane”. Dall‟altra parte il mio interlocutore ammicca un sorriso schivo. “Por favor, perdóname. Il mio nome è senz‟altro sulla lista, ero atteso nella mattina. Ma sa, qui i trasporti sono inusuali. Sono in ritardo”. Senza degnarmi di uno sguardo lui comincia a sfogliare distrattamente un block notes. Aspetto con pazienza, intanto mi guardo intorno. Le pareti sono dipinte di bianco, le decorazioni quasi assenti o sbiadite. Il tappeto ai nostri piedi è di quelli grezzi. Però mi colpisce il grosso mosaico sul divisorio dei corridoi; il serpente che vi sta impresso sembra volermi mordere, i suoi occhi sembrano veri: vitrei e inospitali. “Sono Chris, Chris Parker. Da Londra. Es mi nombre, Chris Parker. Desde Londres”. Lascia scivolare i suoi appunti e mi guarda dritto negli occhi stavolta. “L‟archeologo inglese! Ma certo, come ho fatto a non riconoscerla? L‟uomo sulle tracce di Machu Alofa”. Inchiostro diVerso Autori vari Resto imbarazzato. Mi disturba sentire nominare la mia valle, tanto da recriminare la sana indifferenza di pochi istanti prima. “Machu Alofa? Ma è soltanto una leggenda, quel posto non esiste! Dios mío no. Sono qui per gli scavi di Santa Cruz”. Mi guarda con aria diffidente, la scusa non tiene. M‟illude di avere distolto l‟interesse dal motivo della mia visita mentre sbrighiamo le pratiche per la mia registrazione. “Allora buon lavoro, signor Parker. E buona permanenza”. Finalmente in compagnia dei miei pensieri. La solitudine per me è buona amica, mi aiuta a riflettere; mi invita a non desistere, a trovare, a credere, a cercare. A sperare che Machu Alofa esista davvero! L‟ultimo pensiero è sempre per lui. E‟ per mio padre John Parker: lui che ha passato una vita, la sua vita, ad inseguire il sogno di riportare alla luce quel dannato posto. Da piccolo lo odiavo per questo. Ma oggi invece sono qui per lui e per le sue ricerche. Machu Alofa gli ha divorato l‟esistenza, non gli ha permesso di amare me e mia madre. Non sono mai riuscito a vedere la sua salma dopo il ritrovamento. Dicevano che era irriconoscibile, che era stato dilaniato a morsi, che forse non era nemmeno lui. Scivolo giù con la mente in un breve sonno agitato, ma fortunatamente non c‟è tempo per altre interrogazioni mentali. La mattina è già inesorabilmente sopraggiunta con tutto il suo carico di indeclinabili doveri. Lascio la camera e mi reco al breakfast. La vetrata davanti mi consegna la meravigliosa vista della foresta. Mi accorgo subito di uno strano tipo in fondo all‟ultimo tavolo che mi sta fissando. Si alza dal suo tavolo e viene da me. “Hey gringo! E‟ solo oppure sta aspettando una bella donna, magari quella mora mozzafiato accanto al piano bar!?”, mi dice puntando l‟indice verso il bancone, dove in realtà c‟è soltanto un uomo basso e tarchiato indaffarato a preparare un cocktail. “Da queste parti non ci sono belle donne. Prego, si sieda pure”. Il suo cappello da cowboy è orribile. Il suo fiato pesante è più molesto delle zanzare. Mi aspetta un‟altra situazione da gestire. “L‟ho sentita parlare ieri sera quando è arrivato; è qui per lei, non è vero?” “Lei chi?” Giro gli occhi dall‟altra parte. “Suvvia non indugi, io pagherei oro per strappare quella belva alla foresta”. Belva? Una valle non può essere paragonata ad una belva! “Mi dispiace, sono un archeologo; non sono interessato agli animali, ma a luoghi antichi. E qui non c‟è bisogno che glielo dica, è pieno di siti archeologici affascinanti”. Inchiostro diVerso Autori vari La mia intenzione di assumere un tono di voce più consono alla situazione invece tradisce la mia ansia. Tuttavia è lui che ha voglia di parlare, riesce perfino a coinvolgermi. “Per la miseria, no! Non come lei, e poi Shaya non è una donna qualunque; è un‟autentica forza della natura. Shaya es la reina de la selva”. “UNA DONNA?” Sorrido. Comunque mi attrae il suo modo di raccontare, soprattutto l‟idea di questa immaginaria donna selvaggia a cui quest‟uomo sembra tenere particolarmente. “Ma in che mondo vive! Sul serio non ha mai sentito parlare di Shaya?”, obietta lui mentre intanto mi viene finalmente servito un pessimo caffè con una brioche rappresa. “Glielo giuro!” “Stia bene a sentire allora, esta historia increíble”, prosegue accostandosi a me per non farsi sentire oltre. “Bueno! Si dice che più di venti anni fa una bambina appena nata fu abbandonata nella foresta, e che sia cresciuta allevata da un branco di feroci animali”. “Una Tarzan al femminile!?” Scoppio a ridere, sono scettico nei confronti di questo genere di storie. Mio padre diceva sempre che nel nostro mondo, nella nostra realtà occidentale, le leggende sono all‟ordine del giorno. E‟ pura fantasia o superstizione, magari per rendere interessante un luogo selvaggio e arido. “Ride?!” Obietta lui sputandomi inavvertitamente nella tazzina togliendomi così dall‟imbarazzo se berlo oppure no. “Probabilmente sono solo dicerie, e questo giustifica la mia reazione. Qui la gente vive di espedienti, la storia della selvaggia è senz‟altro uno specchietto per le allodole; mi capisce? Per i creduloni, per quelli come te”. Non si offende, vuole solo raccontare. “Due mesi fa una squadra di geologi è stata attaccata da qualcosa di strano laggiù nella foresta. E quel qualcosa era una ragazza selvaggia: Shaya, la Regina della foresta”. Mentre lo ascolto rifletto su Machu Alofa; certo, questa leggenda potrebbe essere stata inventata per tenere la foresta al riparo da occhi indiscreti. “Escúchame! Molti di loro sono rimasti uccisi, ed i pochi che sono riusciti a tornare indietro giurano che Shaya sia una vera e propria lince scatenata, una belva assetata di sangue. Pericolosa e completamente primitiva; la presenza di altri esseri come lei la infastidisce”. “E fisicamente?” “Mujer sensacional, salvaje y hermosa. E‟ sexi, è irriducibilmente sexi”, ribadisce lui appagato dall‟immagine della donna che probabilmente si staglia nella sua immaginazione. “Dicono che se ne vada a passeggio per la foresta Inchiostro diVerso Autori vari quasi completamente nuda con un minuscolo tanga di pelle nel basso ventre ed una specie di body vegetale sul davanti a foderarle il magnifico seno. Bruna, con lunghissimi capelli ricadenti lungo tutta la schiena oltre i fianchi, carnagione chiara e sguardo cattivo: bella si, ma decisamente selvaggia”. Mi fa quasi tenerezza, tuttavia non evito di colpirlo con il mio sarcasmo. “Di donne che uccidono ne conosco fin troppe, anche Londra ne è piena! Pensi che la ex-moglie di mio fratello è un dirigente, eppure si sta facendo pagare fior di alimenti!” “Dannazione, non scherzi! Shaya è capace di uccidere anche a sangue freddo tagliando con un morso la giugulare di chi cerca di avvicinarla. Possiede due poderose zanne ricurve al posto dei canini, ed è proprio con quelle che divora gli uomini. Muerte”. “Sorprendente, davvero sorprendente; allora perché incontrarla se è così pericolosa?” Mi alzo in fretta senza lasciargli altro tempo di dire e guadagno l‟uscita. Eccomi di fuori, a contatto con la natura. Il sole è alto e filtra tra le fronde degli alberi creando un meraviglioso gioco di fasci di luce. Sono felice in mezzo alla natura. Spesso la mia attività si è svolta al chiuso chinato su libri a fare ricerche, oppure seduto su una cattedra a tenere lezioni. L‟atto pratico è un‟altra cosa: ci sei tu con l‟ambiente, e l‟impatto è sempre meravigliosamente devastante. Seguo un sentiero con la mappa di mio padre in mano. E‟ solo un‟esplorazione conoscitiva. Presto attenzione, ma presto comincio a pensare che questo mio blitz solitario sia stato un‟autentica imprudenza. Di solito si parte in spedizioni organizzate, con guida fidata del posto ed agganci durante il tragitto. Soltanto un folle sarebbe partito in silenzio come me. Ma questo sogno appartiene soltanto a me, ed a mio padre; e non intendo condividerlo con nessun‟altro. Intanto s‟interrompe il sentiero, di fronte a me una parete di erbe rampicanti: verdi, folte, troppe! Comincio a farmi largo dividendole con il mio coltello da caccia. E‟ appena un attimo, sento mancare la terra sotto i piedi! Quel muro di piante altro non era che una trappola della natura avanti la quale una spaccatura del terreno mi lascia precipitare a valle. L‟impatto è terrificante, resto disorientato e tramortito tra le braccia della mia impotenza ed il dolore fisico della caduta. La vista è annebbiata e la voglia di chiudere gli occhi tanta. Non devo, se li serro sarà per non riaprirli mai più. E poi lo so, le bestie arriveranno al calare del sole a divorare il mio corpo, la stessa maledetta sorte di mio padre. Inchiostro diVerso Autori vari Sarei finito col darla vinta alle tenebre se un fruscio non avesse sollecitato la mia attenzione risvegliando il mio istinto di sopravvivenza. Sollevo a fatica il capo, intravedo un‟immagine umana. “A I U T O !” Si avvicina , si tratta di una donna. E‟ giovane. E‟ un‟apparizione? No, diamine;ì è proprio lei: la Reina Salvaje. “SHAYA!!! Tu sei Shaya, non è vero?” La mia percezione della realtà è distorta; ma non mi sembra una rozza primitiva, nemmeno feroce. Eppure mi toglie il respiro. I suoi occhi penetranti mi lasciano trasalire. Sta immobile davanti a me attenta a scrutare ogni mio movimento. “Sei arrabbiata? Tu non vuoi che nessun‟altra persona attraversi la foresta perché appartiene a te ed agli animali; vero?” Lei non dice una parola, però ascolta. E‟ un attimo, mi solleva energicamente da terra e comincia a trasportarmi. Mi guarda, continua a farlo ad ogni passo e sembra farlo con dolcezza. I suoi occhi adesso sono profondi, inesplorati, vivi. Ha capito che sono inoffensivo, che ho bisogno di cure. Sicuramente quegli esploratori avranno cercato di farle del male, allora lei sarà stata costretta a difendersi. Mentre continuiamo il nostro tragitto dietro di noi ci sono a seguirci dei segugi, grossi cani da caccia; magari proprio loro hanno aggredito gli uomini finora scesi fin qui, per proteggere la loro Reina. Senz‟altro sono loro gli animali con le zanne. Non lei. Chiudo gli occhi e l‟incanto della foresta mi rapisce. Risaliamo la valle, quindi Shaya mi poggia delicatamente accanto ad un albero sopra un cuscino di muschio, nella grossa radura dalla quale avevo dato inizio all‟escursione; poi fugge lesta. Quando riprendo cognizione mi trovo disteso su un letto d‟ospedale. Ho la flebo ad un braccio e la fronte bendata. Dovrei essere contento, invece mi manca l‟odore della natura ed anche i suoni della boscaglia. Soprattutto mi manca lei, Shaya. Mi ha lasciato all‟ingresso della foresta affinché qualcuno del mio mondo potesse trovarmi. Si apre la porta della stanza ed entra una minuta biondina accompagnata da una mielata fragranza. Si siede al lembo del letto con fare confidenziale, quindi con un gesto elegante accavalla le gambe. Mi sorride maliziosa mentre con la mano si sistema la folta capigliatura. “Bentornato”. Mi accoglie con voce accattivante. “Jennifer Logan, molto lieta”. “Chris… Chris Parker”, rispondo. “Scusami, ma sono un po‟ frastornato; sei stata tu a trovarmi nella foresta?” Inchiostro diVerso Autori vari Resta in silenzio per alcuni istanti fissandomi con i suoi occhi azzurri. “Sono stati i pionieri, i pattugliatori della zona; io ti ho soltanto visto arrivare”. I suoi occhi! Il suo sguardo diventa all‟improvviso ingombrante quando sfoglia tra le dita qualcosa che per me è molto importante. “Mi sono permessa di dare un‟occhiata ai tuoi appunti; le ricerche nientemeno che di Sir Parker. Wow, ho messo le mani su qualcosa di grosso”. Gli appunti sono il nostro segreto, mio e di mio padre; finora non li aveva visti nessuno. E sono l‟unico ricordo tangibile che ho di mio padre. Lei non doveva permettersi né di prenderli né tantomeno di sfogliarli. “Perché ti sei permessa di rovistare nelle mie tasche?” Non ho forze per arrabbiarmi, avrei preferito morire nella foresta che dividere i segreti di mio padre; per di più con una completa sconosciuta. “E‟ il mio lavoro cercare informazioni, è quello che faccio; sono una giornalista del Chronicles”. Si alza in piedi e comincia a passeggiare nella camera. “Le tue ricerche sono uno scoop, se trovi quello per cui sei qui; ed io ho scelto di credere nella tua… ehm.. nella vostra storia. Dobbiamo solo dividere la gloria, e soprattutto il denaro”. “Sei un‟arrivista!”, replico cercando di alzarmi dal letto. “E per giunta americana!” “Allora, dimmi che devo fare; aspiri a restare nell‟anonimato finché non ti rimetti in salute, oppure preferisci che interpelli le autorità, il governo peruviano con le sue Forze Armate?” “Va bene basta, hai vinto tu!” Provo rabbia, ma non ho scelta; se non accetto le sue condizioni verrà qui molta gente a farmi domande ed io non lo sopporterei. Sono passati tre mesi dalla precedente missione nella foresta. Una jeep ci restituisce alla foresta, io e Jennifer. Le redini della spedizione sono passate a lei. Tuttavia è abile a trattare, ha un sorriso che inganna; i contatti che hanno disposto la (sua) seconda spedizione lo dimostrano in pieno. Sa quello che vuole e come ottenerlo; e non è tutto, proprio il fatto che io riesca ad apprezzarla per questa sua sfrontata qualità fa di me un suo succube. La seguo cercando di non ragionare troppo, pensando a Shaya. Mi serve per distogliere l‟attenzione da Jenny e dalla sua insopportabile capacità di adattarsi ad ogni situazione. Forse il suo innato talento va di pari passo con la sua ambizione, ed anche con la sua arroganza. Siamo di nuovo alla parete di piante rampicanti, cominciamo a calarci giù per il dirupo fino al masso sul quale la volta precedente mi ero schiantato. Non una parola tra noi, soltanto sguardi. Aggiriamo l‟ostacolo e siamo davanti ad Inchiostro diVerso Autori vari una distesa di erba verdissima, compatta; rilucente al sole. Mi fermo ad osservarla, quel colore così verde ed intenso non mi convince, ho come la sensazione che non si tratti proprio di erba. "Jenny, fermati!" Sabbie mobili! Un classico. Ma è troppo tardi, sta già penetrando in quella fanghiglia travestita da terreno erboso. Vedo le sue gambe affondare lentamente, il peso del corpo la sta spingendo verso il basso. “Dannazione Chris, sto inabissando”. Questa volta il suo sguardo è atterrito e disorientato. Resto impietrito. La foresta mi appare di nuovo gigante come un mostro assetato di vite umane, i suoi occhi sono atroci come il serpente del mosaico. Intanto Jenny vorrebbe chiedermi aiuto; eppure non dice nulla. "Non ti agitare e distenditi sulla pancia, o qui finisce che vai giù prima del tempo", le dico d‟istinto. Mi stendo per terra e le porgo la mano. Non fa nulla per afferrarla! "Ma cosa stai aspettando, maledizione!", continuo ad imprecare. "Non voglio!” "Non fare la stupida ed afferra subito la mia mano". I suoi occhi blu e la loro luce mi guardano ancora. Jenny che sta per affondare. Ha perso la sua superbia e prova finalmente a porgermi la mano. "Potresti pentirtene, sai". E‟ già affondata abbastanza, non credo che riuscirò a metterla in salvo. Sto quasi per inveire di nuovo quando sento dietro di me una presenza calda e rassicurante, un respiro leggero. Mi volto e… davanti a me c'è lei! “SHAYA!” Mi fa cenno di sporgermi di più, sarà lei a reggermi. La fortuna è dalla nostra parte e con un po‟ di coraggio riesco ad osare fino a raggiungere le mani di Jenny e tirarla via dalla palude. Jenny non si è accorta della presenza di Shaya. Jenny batte i denti, rigurgita in continuazione acqua e sabbia. Mi tolgo la mimetica per avvolgere il suo corpo intirizzito. Poi quando mi giro verso Shaya per ringraziarla lei è già scomparsa. Ma non il suo selvatico profumo. Non avverto più alcuna sensazione di paura, la foresta è tornata un‟amica. Il sole è ancora alto ma non lo sarà per molto; la radio è fuori uso, la portava lei. La decisione di accamparci lì per la notte è rischiosa, anzi è un‟autentica follia. Ma che posso fare? Il pensiero che Shaya sia vicino a noi non mi impedisce di compiere anche questa ennesima pazzia. Ma ne vale la pena, il tramonto amazzonico visto dall‟interno della foresta è uno spettacolo unico: come si fa a raccontare l‟intreccio dell‟arancione del cielo con il grigio perla delle acque? Ed il suo giungere è rapido quanto suggestivo, la foresta ed il suo suono ci avvolgono in un abbraccio onirico sopra al quale un cielo Inchiostro diVerso Autori vari costellato di stelle ci osserva. E‟ magnifico il suono della notte quando ti avvolge nella sua apparente quiete, e se chiudo gli occhi e mi concentro riesco a sentirla: Shaya è lì da qualche parte, vicino a noi. Non esiste pericolo perché lupi o fiere notturne ubbidiscono al richiamo della loro regina. C‟è calma piatta intorno, Jenny dorme. Sto quasi per assopirmi anch‟io quando uno fruscio mi restituisce vivacità. “Ti aspettavo, sai? Ci speravo!” E‟ accompagnata dai suoi segugi, uno alla sua destra e l'altro alla sua sinistra. A vederla ora non è bella, non è femminile, è ricurva sulla schiena. Ma questo non le impedisce di essere dolce. Per me lei è bellissima. Sembra sorridermi, con un cenno della mano mi invita a seguirla. Shaya capisce; accarezza sul dorso i suoi fidi scudieri lasciandomi intendere che resteranno loro con Jenny. Shaya mi porta via da ogni indugio afferrandomi per la mano e trascinandomi verso la parete di piante rampicanti. Shaya comincia ad arrampicarsi, ed io con lei; quando arriviamo di sopra si infila dentro ad un stretto cunicolo. Io sempre dietro. Shaya si muove con passo sicuro lungo gli oscuri labirinti di quella umida grotta, sono molte le svolte che percorriamo, per rivedere finalmente la luce della luna e delle stelle. Si torna allo scoperto dall‟altra parte! E‟ una vista incredibile quella che mi rischiara il volto: la valle di Machu Alofa con il suo splendido palazzo è davanti a me. Shaya mi prende nuovamente per mano e mi trascina euforica all'interno del palazzo. Una sala immensa piena di archi, colonne, mosaici; sulle pareti più interne una serie di pitture raffigurano le forze della natura. Anche qui si susseguono una serie di trappole dalla natura a proteggere l‟ambiente ed il suo millenario segreto; resto ancora più sorpreso nel notare come rettili e serpenti si scansino al passaggio di Shaya, anche il terribile nacanaca striscia lontano al nostro arrivo. Quindi Shaya mi fa scendere giù per un piccola scala dietro ad un altare pagano: una cripta all'interno della quale riposa, coperto da un sarcofago d'oro pieno di brillanti, il mitico e finora disperso Re del Palazzo. Una statua d‟oro massiccio troneggia accanto al sarcofago; poi ecco una serie di scrigni semichiusi dai quali risalta un‟intensa corona luminosa. Oro, una moltitudine di oro! “Questa è la tua casa, vero Shaya?”. Vorrei abbracciarla, ma non lo faccio; forse perché ho paura di affezionarmi troppo a lei, o forse perché mi sto innamorando. Appena all‟aria aperta, sotto al cielo stellato, colgo un astro più brillante degli altri e subito lo ricollego alla stella di mio padre. "Papà, hai visto? Ce l'abbiamo fatta!” Piango, e sono felice. Ho appena coronato il sogno di due vite. Inchiostro diVerso Autori vari Resto con lei per tutta la notte. Non abbiamo fatto l'amore ma è stato bellissimo lo stesso. Shaya non è soltanto una donna, è un mito dentro la leggenda. Ecco perché questa valle ed il suo segreto rimarranno un mistero. E quando sopraggiunge il giorno io sono di nuovo da Jenny. "Buongiorno Chris, lo sapevo che non mi avresti lasciata sola". Stento a riconoscerla, è molto diversa da prima. "Come stai?” “Direi bene. E non fare quella faccia; sì, sono io!” Rovista nel suo zaino, mi porge il diario con gli appunti di mio padre. “Riprendilo, e torniamo indietro”. E mentre io e Jenny ce ne torniamo indietro Shaya intanto corre libera e felice nella foresta. Inchiostro diVerso Autori vari Luna investigativa - Giallo Scritto sulla pelle (Heiwa) di Fairy Evelin L‟agente sospinge Dana nell'atrio della casa vuota con una leggera pressione all‟altezza della spalla. Sono passate ore da quando Dana ha cominciato a parlare con gli agenti. E ora uno di loro, l‟agente Corradi, vuole che lei entri di nuovo in quella casa. -Ce la fa, signorina?Dana annuisce con un leggero movimento della testa. -Quindi lei arriva da qui, fa per aprire la porta con le chiavi e si accorge che era già aperta-. -Si-. -E una volta dentro si accerta del perché la porta fosse aperta. Da come ci ha raccontato non doveva esserci nessuno a quell‟ora in casa, giusto?-Giusto-. -E non sente nessun rumore, nulla di strano?-No-. Dana si sforza di esser il più precisa possibile. -Ho detto „ciao‟, nel caso qualcuno per qualche motivo fosse rincasato prima, mi sono avvicinata all‟interruttore in corridoio ma non ho acceso la luce. Ho avuto paura quando ho visto che non c‟erano lampade accese e non c‟erano rumori-. Le mani le tremano. -Sospettava fossero dei ladri?-Bhè, si. Mi sono affacciata alla soglia della cucina. Mi muovevo piano, cercavo di non farmi sentire-. -Perché proprio in cucina?- Inchiostro diVerso Autori vari -Io... Non lo so. Non è che ho pensato molto in quel momento. Avevo paura che ci fosse qualcuno, non so perché sono andata diretta in cucina... Davvero non lo so-. Dana si agita. -Va bene, va bene, stia calma. So che è dura, ma ora io avrei bisogno che lei ripercorra i suoi passi e ritorni in cucina, mi faccia capire i movimenti che ha fatto in casa-. Dana ingoia il groppo doloroso che le infiamma la gola. Rigidamente ripercorre i passi di quel pomeriggio. -E… ecco, era là-. Dana indica un punto accanto alla pozza di sangue più grande, proprio fra il tavolo e il frigorifero. La testa si fa leggera. -Lei le è andata vicino? Ha toccato il corpo della sua amica o magari ha cercato di tirarla a sé?-Si, credevo fosse ancora viva. Era calda... Poi ho sentito un rumore nel vialetto e ho cominciato a tremare-. -E cosa ha fatto dopo aver udito il rumore?-Volevo portare via Dana da lì ma non ci sono riuscita. Credo di aver avuto una sorta di annebbiamento perché non ricordo più nulla fino a quando ho citofonato ai vicini di casa-. -E‟ per questo quindi che è sporca di sangue. Perché ha cercato di sollevare la sua amica-. -Si, è così. Io non… -E non c‟era nessuno in casa, nelle vicinanze… Che può testimoniarlo-. Quella di Corradi è più un‟affermazione che una domanda ma Dana risponde lo stesso. -No. Non c‟era nessuno…-Bene, credo sia meglio che lei mi segua in commissariato con gli altri suoi coinquilini. Venga, cercheremo di capire meglio come sono andate le cose-. Dana rigira nervosamente fra le mani il fazzoletto stracciato, pieno del suo moccio e delle sue lacrime. Sta raccontando per l‟ennesima volta i suoi movimenti agli agenti, sta raccontando che provava qualcosa per Dana, qualcosa che andava oltre l‟amicizia. Fuori, nel corridoio, Luca e gli altri attendono il loro turno. Rose è in stato di catalessi, Giacomo ha gli occhi gonfi di pianto e rossi, Anna si stringe a Rose, Luca non parla e se ne sta lontano da tutti, in disparte. -Pensi sul serio sia stata lei?- Corradi guarda il collega di sottecchi. -Purtroppo il suo alibi non regge. E poi da quello che racconta… Fra le due c‟è stata una relazione e una discussione feroce. Lei è sporca di sangue e nessuno ha visto niente. E‟ fin troppo lineare-. Inchiostro diVerso Autori vari -Si ma anche quell‟altro… Luca. Anche lui non ha un alibi convincente e per giunta era l‟uomo della ragazza uccisa, almeno ufficialmente. Era geloso di quelle due… A proposito, siete già riusciti a capire di che ideogramma si tratti?-No, ancora no-. Corradi beve un‟altra tazza del suo caffè nero e denso. Quasi vorrebbe affondarci dentro. Quella notte sua moglie lo aspetta a casa invano. E‟ il loro anniversario di matrimonio. Dana è sempre lì che racconta. Racconta di quella mattina quando era in salotto con Giacomo e lui buttava giù il suo cavalletto, la tela sbatteva in terra, il colore macchiava il pavimento. Giacomo odiava quel suo modo di non riuscir mai a portar a termine le cose, di non riuscir a comandare come si doveva il suo corpo neanche per i suoi stupidi disegni. Dana a lui non faceva quasi più caso, lo guardava quasi ridendo. Lui d‟altronde pensava solo a sé stesso, probabilmente non aveva neanche ascoltato quello che Dana gli aveva raccontato. Quel bacio di sfuggita, quel bacio dato alla sua migliore amica la settimana prima… Marta le era sembrata dapprima sorpresa, poi felice, poi incredula, solo alla fine incazzata. -Noi staremo sempre insieme, vero?- Le aveva sussurrato timidamente Dana dopo quel bacio impacciato. -Dieci anni fa, sulle scale del portico. Ce lo eravamo promesse, ricordi? Tu non sei fatta per Luca e lo sai…Tu sei fatta per me. Avrebbe voluto dirle. Ma Marta non voleva sentirsi così. Eppure erano cresciute insieme, insieme avevano condiviso il bagno della scuola, insieme avevano dormito abbracciate fino a confondersi l‟una con l‟altra, insieme si erano fatte donne. Eppure questo a Marta non bastava. Luca si era innervosito quando aveva saputo del bacio. Era stata quella traditrice di Rose a dirglielo. Ma poi si era calmato, era convinto che Marta non avrebbe mai fatto una cosa simile con una donna. Dana non ne era molto sicura invece. Nel pomeriggio lei e Marta erano finite a litigare furiosamente e a rinfacciarsi le cose. Marta aveva pianto, non voleva perdere la sua amica. Dana l‟aveva abbracciata e quasi si era arresa a soffocare ogni istinto. Quando si erano separate e lei era uscita per passeggiare e schiarirsi le idee, non ce l‟aveva con Marta. Anzi, fra le lacrime si erano scambiate anche un timido sorriso. Quando arriva il turno di Luca, Corradi è al suo terzo caffè. - Lei conosce il significato di questo simbolo? Era inciso sul corpo della vittima-. Corradi passa a Luca una fotografia. Corradi lo vede sorridere. Inchiostro diVerso Autori vari -Sa cos'è quel simbolo? La prego di parlare. Abbiamo ancora molto lavoro qui. Le indagini andranno avanti e se dovessimo scoprire che lei ha rilasciato una falsa testimonianza o ha mentito su qualcosa saranno problemi.-E' l‟ideogramma giapponese che Giacomo ha sul petto, all‟altezza del cuore-. Le pupille di Corradi si rimpiccioliscono impercettibilmente, lentamente si passa una mano sul naso e poi sulla bocca, comprimendosi le labbra. -E così sarebbe stato lui? E‟ stato proprio uno stupido, non crede? E‟ assurdo. Luca scuote la testa. –Ho tatuato io a Giacomo quell‟ideogramma, voleva che rappresentassi la pace. Glielo ho fatto con piacere soprattutto dopo che noi due siamo ritornati amici come una volta. Sa, lui amava segretamente Marta, ma non poteva averla… Stava diventando davvero insistente, tanto che Marta voleva denunciarlo. Ma poi ci ha chiesto scusa. Adesso mi sembra tutto così ridicolo. Mi scusi…Luca si alza e respira forte. -Agente, mi mandi subito Giacomo-. Lo interrompe Corradi. Corradi guarda il volto paonazzo e gli occhi rossi del ragazzo che ha di fronte. Giacomo non fa altro che mettersi le mani nei capelli e dire no. Eppure Corradi sa del suo talento per il disegno, sa che quel simbolo potrebbe davvero averlo disegnato lui sul corpo della ragazza morta, anche se era una mossa estremamente stupida dato che quello stesso simbolo era tatuato anche sul suo corpo. Perché avrebbe dovuto incastrasi così facilmente? -Cosa rappresenta per lei quel simbolo?-Rappresenta la pace. La pace interiore. Sa, io sono uno che è spesso inquieto, ma non ucciderei mai nessuno-. -Glielo ha tatuato Luca?-. -Si-. -Ed è un bravo tatuatore, secondo lei?-Si, solo che non conosce il giapponese-. Giacomo sorride appena. -Che vuole dire?-L‟ideogramma che mi ha tatuato non era esattamente come lo volevo. Mi fece vedere il disegno, io lì per lì lo accettai, neanche io conosco così bene il giapponese ma l‟idea mi affascinava perché mi piace la cultura orientale. Solo dopo, a tatuaggio finito sul mio corpo, venni a sapere da mio cugino che Luca aveva sbagliato un kanji. Un piccolissimo particolare in realtà… Così mi sono fatto fare un‟aggiunta da un altro mio amico-. - Mmh. Ha ancora quel disegno di Luca, con il tatuaggio originale?-Si, è nel cassetto della mia scrivania-. Inchiostro diVerso Autori vari Quando Corradi torna a casa è talmente stanco che non bacia neanche la moglie sulla testa, come fa sempre. Si butta sul letto e cerca di dormire. Il mattino seguente Corradi si reca in casa dei ragazzi, nella stanza di Giacomo, e osserva il disegno. Ha rimuginato tutta la notte. Sì, non ci sono dubbi. Ma bisogna aspettare la scientifica. Qualche giorno dopo, Corradi arresta Luca. L‟ideogramma sul corpo della vittima è sbagliato, è esattamente come quel disegno originale. Luca non è stato così attento da ricordarsi quel disegno. Voleva incastrare Giacomo. Aveva ucciso Marta per gelosia, troppe persone volevano starle accanto e lui la voleva solo per sé. Aveva inciso sul corpo della ragazza lo stesso simbolo che Giacomo aveva addosso, così sarebbe stato fin troppo facile risalire al colpevole. Con il suo piano, avrebbe preso due piccioni con una fava. La sua ragazza e il suo migliore amico che l‟aveva tradito terrorizzando Marta. Ma il piano non gli era riuscito. Corradi quella sera tornò a casa e baciò la moglie sulla nuca. Aveva comprato una bottiglia di vino buono e ora i due si accingevano a festeggiare in ritardo il loro anniversario di matrimonio. Inchiostro diVerso Autori vari Eclissi di luna - Western Sfida a Fort West di Edoardo (Eleven Dark) Il vento soffia forte. Il mio cavallo procede a passi lenti lungo il sentiero che porta fuori da Fort West. Cappello sulla testa, volto chino e mesto: fuggire ti fa sentire male, un vigliacco. Fuggire nel cuore della notte per non essere visto, per non sentirmi dire ciò che sono e che so di essere. Provocare Jack Manolesta non è stata una mossa furba. Sono un buon pistolero, ma Jack Manolesta è il migliore. Quando mi ha sfidato a duello ieri sera al Saloon ho avvertito già la sua pallottola nel petto; da allora non faccio altro che contare il tempo che manca. Ma ora ho deciso, all‟alba, sotto la Torre dell‟Orologio, in piazza, io non ci sarò. Sto scappando. Non potrò più mettere piede a Fort West, e dio solo lo sa quanto mi piange il cuore. Intanto galoppo verso il Mississippi. Dovrò attraversare il territorio dei pellirosse. Lo sguardo di Jack Manolesta, scuro da sotto il cappello, è sempre nella mia mente, lo trovo più delle nuvole in cielo. Lui ha ucciso più volte, io non ho mai sparato ad un uomo anche se mi vanto di averlo fatto. Già immagino Rid Scoot raccogliere le scommesse, sono tutti curiosi di vedere quanto è veloce la mia mano, se sono bravo come dico. E lo sono. Ma non abbastanza. Sparare contro qualcuno, un uomo, non è come abbattere un bufalo. Fort West è oramai alle spalle, verrò ricordato come colui che si è sottratto ad una sfida, un vile e codardo. E quanto pesa l‟anima, ma ci tengo alla pelle più Inchiostro diVerso Autori vari di quanto immaginassi! Anche se non ho mai dovuto dividere la mia ciotola di fagioli con nessuno. Le sponde del Mississippi sono fresche, e il rumore dell‟acqua che scorre mi fa sentire appena un po‟ meglio; guado il fiume e sono dall‟altra parte. Oltre si apre una nuova vita, l‟occasione per raggiungere la California; lì dicono ci sia l‟oro e che le diligenze siano più facili da saccheggiare. Mi farò una nuova vita, senza macchia né disonore. M‟immergo nel fitto della foresta, cerco di non pensare. Ma i guai non sono finiti. Il cavallo si ferma, davanti a me qualcuno che con un cenno della mano ha ottenuto subito obbedienza dal mio cavallo, sempre restio nei miei confronti ma abile a dare ascolto agli estranei; e dire che il buon fieno non glielo faccio mai mancare, dannata bestiaccia. Alzo il cappello, è in penombra, appena illuminata dalla luce della luna; ho appena fatto il primo incontro con i pellirosse. “Scendi”. Mi dice. Poggio in terra piedi, sto già pensando ad una via di fuga per evitare ulteriori problemi. Estrae un coltello da caccia dal tascone del suo abito. Non dovrei avere problemi a disarmarla, ma devo restare calmo, potrebbero esserci decine di indiani nascosti tra gli alberi, potrei essere sotto tiro. Ho sentito dire che un Piuma al Vento non si muove mai da solo, soprattutto che è capace di scoccare una freccia dritta al cuore anche a grande distanza. Il che mi fa venire i brividi, almeno la pallottola di Jack Manolesta mi avrebbe steso sul colpo senza la sofferenza dell‟agonia. “Non ho cattive intenzioni, desidero solo passare dall‟altra parte”. “C‟è la Bacon Road, viso pallido; perché attraversare proprio la foresta?” La guardo negli occhi, come faccio a spiegare il perché? Ma è proprio in quel momento che i suoi occhi mi indicano la via della sincerità. “Sono un fuggiasco, sto cercando di salvare la pelle. All‟alba mi aspetta un duello mortale, ma io non ci sarò a sparare; non perché sono un codardo. Perché non sono un assassino”. “Paura della morte? Falco Gigante è saggio, dice sempre che fuggire al proprio destino porta la disgrazia. Ed io gli credo. Perché non hai fiducia in te stesso?” Un sorriso beffardo, ma che ne può sapere una incolta donna indiana dei problemi di noi americani occidentali? “Probabilmente perché fuggire è la scelta più semplice”. “E non t‟importa di macchiare la tua coscienza?” Mi viene vicino e mi punta il coltello sotto la gola, con un cenno mi indica di alzare le mani. Il suo sguardo inizia a soffocarmi anche se non è brutale come quello di Jack Manolesta. Sto ancora pensando alle conseguenze di un mio eventuale gesto di ribellione quando lei sviscera la sua sentenza. Inchiostro diVerso Autori vari “Viso pallido, se entrerai nella foresta sarà per restarci. Falco Gigante il saggio non vuole che nessun cowboy scruti la nostra riserva e tantomeno i villaggi. Vuoi fuggire dal tuo mondo? Bene, Terzo Occhio ti dice, diventa schiavo dei pellirosse e potrai vivere con noi”. “Mi stai chiedendo se voglio rinunciare alla mia libertà per servire la gente della tua razza?”. “Non avrai diritti, dovrai fare tutto ciò per cui ti adopereremo, non potrai parlare né lamentarti. Sarai al pari dei nostri destrieri e vivrai con loro, mangerai il loro stesso cibo. Venire meno alla promessa ti costerà prima tortura e poi la vita. Prometti?”. Sto seriamente pensando di disarmarla, rimontare a cavallo e proseguire lo stesso per la foresta. “Non lo fare”. Risponde lei. Mi ha letto i pensieri? Mi prende la mano, con il coltello taglia i miei guanti di gomma e comincia a scivolare con la lama lungo i segni della mia mano. Resto attonito, mi sfiora appena e sento calore. “Stai zitto, viso pallido! E impara ad ascoltare”. Anticipa la mia perplessità. “La tua linea di vita è lunga, non morirai tanto presto. A te la scelta, Terzo Occhio non sbaglia mai”. Osservo la mia mano, non ho mai creduto a indovini e stregoni, ma il sorriso della minuta indiana mi sembra sincero, mi offre un‟alternativa. Ma a che prezzo devo credere a lei? Guardo di nuovo il cielo, è tardi oramai e tornare su Bacon Road adesso significa rischiare di essere raggiunto da Jack Manolesta e dai suoi tirapiedi, i loro cavalli corrono più del vento. Fremo nell‟ansia: o l‟indiana mi lascia passare oppure non ho scelta. “Torna indietro e battiti con il tuo uomo, viso pallido”. Distendo le sopracciglia, poi mi lascio andare ad un sorriso amaro. “Potresti scortarmi tu nella foresta, anche bendato”. Scuote il capo. “Terzo Occhio non ama i cowboy, nemmeno i vili. Ma Terzo Occhio non si ferma mai a parlare con i morti”. “Che vuoi dire?” Con le mani mi gira di spalle, la sua voce mi sussurra nuove verità. “Paura del Destino sarebbe il tuo nome indiano, ma io non ho intenzione di fare del male a Paura del Destino. Desidero che lui torni alla sua gente”. Quando mi volto Terzo Occhio fugge dentro la foresta, il tronco dell‟albero su cui stava appoggiata nasconde il teschio con il totem, sono proprio al confine con le terre dei pellirosse. Forse Terzo Occhio mi ha avvertito del pericolo, oppure mi vuole morto. Non capisco il motivo ma torno sui miei passi. E quando mi vedono tornare da Bacon Road verso Fort West non mi risparmiano le risate di scherno. Inchiostro diVerso Autori vari “Wes, lo vuoi un consiglio fratello? Se stavi pensando di dartela a gambe, gira il cavallo e vattene! Tra meno di un‟ora sarai un uomo morto”. “Scappare io? Ero solo andato a fare due passi per liberare la mente. Jack Manolesta non è nessuno. Io sono la pistola più veloce di Fort West”. “E allora dimostralo, gringo!” Non rispondo, anche se mi sarebbe piaciuto farlo. E quando mi trovo sotto la Torre dell‟Orologio inizio a tremare, come posso vincere il duello se la mia mano non è ferma? Manca un quarto d‟ora, ma ho scelto di morire da eroe. Sono già in posizione con la mano pronta ad impugnare la pistola nella fondina. Di lì a poco cominciano ad arrivare un po‟ tutti. “Wes, sei pronto per un viaggio di sola andata all‟inferno? Wes, ce l‟hai un po‟ di denaro da parte… te lo dispongo io un funerale con i fiocchi”. Sono tutti contro di me, d‟altronde Jack Manolesta fa più paura ed è meglio non averlo per nemico. Sono io l‟idiota che l‟ha provocato. Come una sentenza anche lui giunge sotto la Torre, puntuale. Si dispone alla giusta distanza, siamo già io e lui dietro la solita riga: io da una parte, lui dall‟altra. Alzo lo sguardo verso la Torre, il grande orologio segna le sei meno due minuti. Lui ha l‟aria strafottente di chi si sente già vincitore. “Come hai trascorso la notte Wes? Hai più palle di quanto immaginavo, avevo fatto anche cambiare i zoccoli ai cavalli: una lucciola in sogno mi aveva detto di averti visto lungo le rive del Mississippi”. La sua mano pelosa si posiziona sulla pistola, sputa il sigaro che stava appeso sulle labbra e concentra lo sguardo. “Che fai Wes, non favelli?” Anche io sono pronto, la mano trema sempre di più ma adesso non m‟importa. Li vedo intorno a me, sono tutti sicuri che Jack Manolesta abbia la meglio ma in cuor loro nutrono la speranza che sia io a vincere. E‟ come se mi sospingessero, se fossero pronti a tenermi ferma la mano. Io contro di lui, e l‟ultimo giro della lancetta. Tra poco la resa dei conti. Il vento mi accarezza i capelli e lascia volare il mio cappello, sono solo adesso con il destino in mano. Gli ultimi dieci click sono i più violenti, anche Jack Manolesta ha smesso di deridermi e si è fatto più attento e silenzioso. Mi viene da sorridere, forse perché è l‟ultima cosa che farò e voglio che sia una cosa bella. Sorridere appunto. Anche gli altri seguono con il fiato sospeso. Poi al don dell‟orologio è un istante: afferro la pistola e senza paura la punto contro di lui e faccio fuoco, senza pensare alle conseguenze. Un doppio bang mi lascia trasalire. L‟istante successivo resto lì con la mano tesa e l‟arma che fuma: dannazione, e chi se lo aspettava? Sono stato io il più veloce! Jack Manolesta cade sulle ginocchia e piomba a terra tra lo stupore generale. Raccolgo il mio cappello, lo rimetto al suo posto e soffiando sulla canna mi godo il momento del vincitore. “Tornate alle vostre case, signori; qui abbiamo finito”. Inchiostro diVerso Autori vari INDICE DEI RACCONTI Luna Mese Genere Autore Racconto Luna nuova Ottobre 2012 Narrativa Horror Foglia d'autunno La legge del contrappasso. Luna crescente Novembre 2012 Narrativa Romantica *Nur* Questo infinito palcoscenico. Luna aliena Dicembre 2012 Narrativa fantascientifica Kira__ L'ultimo giorno Primo quarto Gennaio 2013 Narrativa del mistero ›ich‹ La maschera del demone Primo quarto Gennaio 2013 Narrativa del mistero Foglia d'autunno Fumo, morti e qualche cifra. Gibbosa crescente Febbraio 2013 Narrativa erotica Lucio Musto GENTILE Luna metropolitana Marzo 2013 Cyberpunk Erendal Cybergirl Android Luna metropolitana Marzo 2013 Urban Fantasy Miss Loryn ESP Luna metropolitana Marzo 2013 Urban Fantasy Noewle Incantevoli rovine Luna metropolitana Marzo 2013 Urban Fantasy Foglia d'autunno Games of Banks. Luna piena Aprile 2013 Thriller MournfulCreatureOfTheDark Fantasmi Luna calante Maggio 2013 Narrativa introspettiva Deilantha La sconfitta Luna di fuoco Giugno 2013 Narrativa storica Pecco73 Mio nonno disperso in guerra: una storia vera, seppur romanzata Ultimo quarto Luglio 2013 Narrativa Fantasy Erendal La Strega Rossa [L'inizio] Luna sorridente Settembre 2013 Narrativa comica MournfulCreatureOfTheDark Il pensatoio Luna calante Ottobre 2013 Avventura Erendal Shaya Luna investigativa Novembre 2013 Giallo Fairy Evelin Scritto sulla pelle (Heiwa) Eclissi di luna Dicembre 2013 Western Eleven Dark Sfida a Fort West Inchiostro diVerso