Autori vari
Racconti Sotto La Luna
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Racconti sotto la Luna
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Luna nuova - Narrativa horror
“La legge del contrappasso”
di Foglia d’autunno
Quando rincontrai Timothy, era ormai l‟ombra del ragazzo che avevo
conosciuto da studente, quando insieme credevamo di poter ridere del
mondo intero.
Ci perdemmo di vista subito dopo gli esami; di lui mi rimase solo il ricordo
dell‟ombra cupa dei suoi progetti: guadagnare tanto e in fretta, utilizzando
una vena sadica che non mancava di esibire nei confronti di animali e
persone.
Se ci ripenso, Tim e io non eravamo proprio intimi: subivo forte la
fascinazione della sua cattiveria e probabilmente fu anche per questo che mi
allontanai da lui, per far sì di non esserne contagiato.
Ci risentimmo molto tempo dopo; non so come avesse fatto a recuperare il
mio numero di telefono ma non mi stupii: avevo sempre saputo che era un
uomo dalle tante risorse.
Mi disse che aveva urgente bisogno di parlarmi, che ero l‟unico amico che
avesse mai avuto.
Non mi feci vivo in alcun modo.
Qualche giorno dopo mi venne recapitato una lettera; sul foglio era riportato
a grandi linee l‟incipit di un famoso romanzo di Steven King che mi era
sempre particolarmente piaciuto: "Il terrore che sarebbe durato per ventotto
anni ebbe inizio con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un
marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia".
Sotto era riportata questa nota:
“Il giorno ***, io e il mio fratellino Abel uscimmo di casa per… “
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Avevo letto ed ero rimasto alquanto sconcertato; conoscevo bene la scrittura
di Tim e quella non sembrava affatto la sua: tremolante, incerta, con le
parole che si accavallavano le une sulle altre, quasi che volesse finire al più
presto di raccontare gli avvenimenti che l‟avevano messo in apprensione.
Sulla riga, in un tentativo mal riuscito di cancellazione, era stato tracciato un
rabbioso segno con inchiostro rosso, talmente forzato da aver oltrepassato la
pagina.
Ancora oltre c‟era un‟altra annotazione:
“Nella fiamma è la salvezza: uomo, distruggi col fuoco ciò che non conosci,
non comprendi, non puoi fermare con la concretezza della tua mente o con la
forza delle tue mani.”
Tim non era mai stato religioso e credeva solo in se stesso: quella sorta di
formula mi lasciò perplesso quanto la frase letta in precedenza.
Misi il foglio su uno scaffale e me ne dimenticai, complice anche il whisky
che, in quel periodo, era diventato mio ottimo compagno di viaggio.
Dopo un paio di mesi ricevetti la visita di un medico: ero seduto alla scrivania
e vi posò sopra un portachiavi con una zampa di coniglio.
Niente di strano, se non fosse stato che ne riconobbi subito l‟appartenenza:
difficile dimenticare il momento in cui qualcuno utilizza delle cesoie per
amputare un arto a un tenero animale appartenente alla compagna di banco
che non ha preso in considerazione la sua proposta a uscire insieme.
E, per buona misura, lasciandolo vivo a dissanguarsi nel letto della
medesima: Tim odiava prendere lezioni ma adorava impartirle.
Così finii per seguire l‟intruso sino ad un Istituto un po‟ particolare, un centro
di studi sulle forme degenerative del cervello.
Fu lì che trovai il mio ex compagno, legato con le cinghie di contenzione per
evitare che si ammazzasse, giacché continuava a delirare di punizioni terribili
che lo aspettavano e che, presumibilmente, potevano essere soltanto
autoinflitte, come le numerose ferite da taglio che portava sul corpo o l‟occhio
che avevano trovato nel lavello.
Tim mi osservò con il compagno superstite, sembrò soddisfatto e partì in
quarta.
- Ciao Alex, finalmente sei venuto.
Ho chiesto io al Dr. Jefferson di venirti a cercare: come ti avevo accennato,
ho un maledetto bisogno di scaricare un po‟ di pressione o finirò con lo
scoppiare.
Ho provato a farlo con loro ed è stato un disastro: mi giudicano pazzo.
Guarda, mi hanno legato come un arrosto perché dicono che potrei farmi del
male. Farmi del male, capisci? Proprio io che ho passato la vita a causare
dolore agli altri e so benissimo cosa significhi.
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Emise una risata da folle e io mi guardai bene dall‟intervenire. Aveva bisogno
di un ascoltatore? D‟accordo, era una cosa che potevo fare in nome dei
vecchi tempi, ma diventare un interlocutore mai e poi mai: le sue condizioni,
già precarie all‟epoca della scuola, denotavano ben più di un malessere
superficiale.
Assunse un tono serio e continuò:
- Non ricordo bene quando cominciai a svolgere la mia attività: dovevo avere
circa una ventina d‟anni.
Adesso ne ho quarantotto e, senza falsa modestia, posso dire di aver affinato
le mie capacità al punto da diventare il migliore sulla piazza.
In questo lasso di tempo ho ricevuto richieste di ogni genere e nessun cliente
si è mai lamentato.
Naturalmente non le ricordo tutte, ma l‟ultima mi ha colpito in modo
particolare: si trattava di una bimba bellissima, con lunghi capelli chiari e lo
sguardo color del cielo.
Dopo il “trattamento” il secondo pregio si è dimezzato: un vero peccato.
Mi ha colpito, dicevo, perché mi è venuto in mente il mio esordio, tanto
tempo fa: anche in quel caso si era trattato di un ragazzino, tutto preso a
inseguire la sua barchetta di carta e affogato misteriosamente in un
rigagnolo.
Si pensò a una disgrazia e i miei genitori adottivi ne uscirono distrutti: era il
mio fratellino Abel, il cocco della famiglia.
Ma già, è inutile che te ne parli: si tratta di una faccenda di cui dovresti
ricordarti abbastanza bene.
Da lì è iniziato tutto e non sento rimorso nel confessarti che il mio lavoro mi
piaceva a tal punto da prendermi, talvolta, delle piccole libertà supplementari.
Oh, non credere: molti esseri umani non hanno alcun tipo di remora,
soprattutto quando si tratta di soldi o vendetta o collezionismo.
Cominciai a farmi conoscere; oggi c‟è Internet, un tempo i giornali su cui
pubblicare annunci molto particolari, che utilizzano un codice cifrato: il
professionista si mette in contatto con l‟utente e ci si accorda sul come e sul
quanto.
A riprova della felice conclusione, si recapita quanto richiesto: talvolta basta
un dito in cui è ancora inserito l‟anello, spesso una fede nuziale; in altri casi ci
vuole la mano intera.
Ci sono i feticisti del piede che esigono quell‟appendice; una donna mi chiese
il naso della rivale, di cui invidiava l‟assoluta perfezione.
Le mogli tradite desiderano un altro tipo di ricordino: lascio a te immaginare
quale.
Alcuni sono fanatici degli scalpi e in un paio di casi dovetti persino scuoiare le
vittime.
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Gli affari mi andavano bene e il sangue scorreva letteralmente a fiumi, quasi
a simboleggiare quel primo rivolo in cui avevo annegato il mio fratellastro.
Da un po‟ di tempo però la mia serenità è perduta: sono cominciati i sogni e,
con essi, le minacce di vendetta.
Vedi questi segni? Me li sono ritrovati al risveglio, dopo una notte in cui le
persone che avevo accoltellato mi sono apparse brandendo lame ben affilate
e mi hanno colpito senza pietà, insensibili alle mie urla di dolore, alle
preghiere, alle maledizioni.
La mattina, il letto avrebbe dovuto essere zuppo: invece niente, neppure una
goccia. Ma le tracce c‟erano e sarebbero ben presto aumentate. La cosa
infatti si è ripetuta più volte e alla fine eccomi qui, semi-affettato ma ancora
dannatamente vivo.
E questo è niente: io so che presto arriveranno gli altri, quelli che ho
torturato con il fuoco, a cui ho strappato gli occhi o la lingua, a cui ho tagliato
gli arti, godendo delle mie azioni.
Ti prego, devi fare qualcosa: non posso sopportare tutto questo, è troppo
anche per un duro come il sottoscritto.
- Cosa ti aspetti che faccia? Sei qui, guardato a vista: anche in questo
momento ci stanno osservando e valutano i nostri comportamenti; non posso
scioglierti e ancor meno ucciderti.
- Esiste un altro modo: è necessario che tu vada in un posto. Hai ancora il
mazzo di chiavi con lo zampino di coniglio?
- Sì, me l‟ha consegnato il dottore.
- Devi recarti nella riserva di caccia: ho un capanno, basterà semplicemente
dargli fuoco.
- Tutto qui?
- Esatto, tutto qui. Quando hai fatto torna a trovarmi e ti dirò dove sono i
soldi che ho messo da parte: una grossa somma che potrai usare per
smettere con quel lavoro che detesti.
Tim mi conosceva bene, sapeva che non ero tagliato per i numeri e che fare il
contabile era solo un ripiego: allettarmi in quel modo era stata una trovata
geniale.
Accettai la sua proposta e lo lasciai un po‟ più tranquillo di come l‟avevo
trovato.
Il dottore mi si avvicinò:
- Che gliene pare?
- Secondo me è impazzito. L'occhio può anche esserselo cavato da solo, ma il
resto? Davvero è convinto che si tratti di autolesionismo esasperato?
- Ne sono certo: il suo amico è qui da quasi due mesi mesi e non ha ricevuto
visite.
- Dove avrebbe trovato l‟arma?
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- L‟arma è la sua mente: i sogni che fa hanno conseguenze fisiche che la
scienza non riesce a spiegare. Poiché non sappiamo che genere di vita abbia
condotto e si rifiuta tenacemente di parlare, non possiamo aiutarlo. Quando
ci ha chiesto di venirla a cercare, si è finalmente aperto uno spiraglio.
Non avevo certo l‟intenzione di fornire spiegazioni circa le cose che mi aveva
confessato, quindi addussi una scusa e me ne andai.
Quella sera mi recai dove mi era stato indicato ma, anziché limitarmi a fare
quanto richiesto, provai l‟irresistibile desiderio di entrare a dare un‟occhiata.
Era come se la costruzione esercitasse un intenso richiamo che mi invitava a
varcare la soglia per aver modo di conoscere il mondo in cui Tim si era mosso
per tutto quel tempo.
Aprii la porta ed entrai in una stanza semivuota, a parte il vasto assortimento
di pugnali, pinze, strumenti chirurgici, sparachiodi, seghe a mano e altri
attrezzi vari che mi trovai davanti, disposti in ordine maniacale.
Al centro vidi un lettino con legacci e, poco distante, un capiente secchio in
metallo.
Insomma, si trattava di una vera camera di tortura, perfettamente attrezzata.
Feci due passi indietro e inciampai, scivolando pesantemente sul pavimento:
il suono prodotto mi fece pensare che là sotto ci fosse una seconda camera.
Ancora una volta la curiosità ebbe la meglio: trovai un‟assicella difettosa, la
disincastrai e scorsi l‟anello che permetteva di sollevare la botola che
conduceva nell‟interrato.
Spostai lateralmente il lettino e cominciai a tirare: il coperchio si sollevò
quanto basta a mettere in evidenza una scaletta che portava nelle viscere
della casa.
Avevo con me una torcia elettrica che utilizzai per scendere con cautela i
gradini sdrucciolevoli e al fondo trovai l‟interruttore: accesi la luce, mi girai e
vidi che tutto intorno erano sistemati numerosi congelatori, di quelli a vetrina
che si usano nei supermercati.
Mancò un nulla che il contenuto mi procurasse uno svenimento; in bella vista,
divisi per categoria, c‟erano i famosi “souvenir”: altro che agire soltanto su
commissione, il mio “amico” aveva un‟anima da serial killer.
La sua descrizione era esatta; aveva solo omesso di parlare delle teste: ce
n‟era un vasto assortimento, appartenenti a persone di tutte le età e di
entrambi i sessi. Le donne erano quelle messe peggio: gli sfregi non si
contavano, rendendo talvolta i loro visi simili a rosse ragnatele di ferite.
Le sue perle erano rappresentate dai bambini: alcuni maschi che dovevano
avere circa l‟età di Abel e una femmina che mi ricordò la proprietaria del
coniglietto. Nel suo caso rimaneva un unico occhio azzurro condannato a
restare fisso per sempre in compagnia dell‟orbita vuota che le stava a lato.
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C‟erano diverse casse sul pavimento; quando guardai dentro, trovai solo ossa
ormai completamente scarnite dal tempo.
Stavo per tornare di sopra per rovesciare il carburante quando mi sentii
afferrare per le braccia e le gambe: la stretta era molto potente.
Cacciai un primo urlo solitario, subitamente destinato a trovare compagnia
quando mi accorsi di essere stato immobilizzato da arti scheletriti.
Le bocche delle facce all‟interno dei contenitori cominciarono a muoversi,
intonando una cacofonia di suoni che mi trapassò i timpani; riuscivo a
distinguere le parole: mi stavano chiedendo di lasciar perdere, di andarmene
immediatamente senza portare a termine l‟incarico affidatomi.
Diventare complice di tanti crimini efferati non era mia intenzione, ma la
prospettiva di tutti quei soldi inutilizzati e perduti per sempre mi faceva star
male.
In fondo si trattava di morti: essere esposti come pesci in un acquario o finire
in cenere non faceva poi tutta questa gran differenza.
Preso nel vortice della mia avidità non mi rendevo conto di una cosa: quei
cadaveri stavano avanzando delle richieste precise.
Non solo: quando si accorsero che non ero intenzionato a soddisfarle, ebbero
una reazione violenta; alcuni teschi balzarono verso l‟alto, arrivando alle mie
dita e mordendo con forza, mutando il loro bianco calcificato nel cremisi
dovuto alla copiosa perdita di sangue.
Divennero grappoli che cercavo inutilmente di staccare: quando finalmente ci
riuscii, buona parte delle prime falangi era andata.
Le mie grida si erano unite a quelle dei defunti: era ormai impossibile
distinguerle.
Con quel che mi rimaneva delle mani impugnai una vecchia mazza
appoggiata al pavimento: l‟intenzione era quella di sbriciolare il più alto
numero possibile di quelle teste spolpate.
Non riuscii nemmeno a vibrare il primo colpo: gli scaffali si erano spalancati e
un capino biondo volò sino a me, collocandosi sul mio collo; la bocca si chiuse
sulla mia giugulare, facendomi un male lancinante.
Mentre le forze mi abbandonavano, vidi molte altre teste arrivare: avevano
denti affilati come zanne e, a mano a mano che si appoggiavano,
strappavano brani di carne, mollando subito la presa per gustarsela e per fare
spazio alle successive.
Alcune mi si appiccicarono alle guance e ne estirparono enormi bocconi, due
mi trinciarono le orecchie e cominciarono a rosicchiarle.
Altre due si spostarono lungo il mio corpo: le lunghe dita si infilarono nei
buchi dove un tempo si trovavano i miei padiglioni auricolari ed ebbi la netta
impressione che, a furia di spingere, fossero riuscite a congiungersi.
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Una terza infilò le dita nelle narici e, a giudicare dal dolore, credo che mi
abbiano trapassato il cervello.
Il sangue scorreva a fiotti, il pavimento ne era pregno ed io mi chiedevo
come fosse possibile che malgrado tutto stessi ancora in piedi.
Ma ero allo stremo: rassegnato, accettai che il destino si compisse e mi lasciai
andare in una caduta che sembrò non finire mai.
Toccai terra con violenza ed il colpo riuscì a risvegliarmi dall‟incubo: non mi
era mai capitata una cosa simile e non c‟era somma bastevole a farmi correre
anche un milionesimo del rischio di vedere trasformato in realtà quel sogno
spaventoso.
Mi alzai per andare a bere qualcosa di forte; nel passare accanto al tavolino
scorsi una lettera aperta.
Non ricordavo di avercela messa ma, quando mi chinai sulla pagina, vidi che
riportava l‟incipit di un libro che conoscevo bene e subito richiamò nella mia
mente l‟idea dell‟avvenuta morte per annegamento di un ragazzino intento a
giocare nella pioggia con una barchetta di carta.
Respirai di sollievo: probabilmente la sera prima, rientrando completamente
ubriaco, mi ci ero soffermato e questo aveva scatenato tutto il resto,
compresa quella serie di visioni paurose.
I postumi dello shock erano quasi del tutto passati quando ricevetti la
telefonata.
- Pronto, Mr. Gale? Sono il Dr. Jefferson, ho una brutta notizia da darle: il suo
amico Care è deceduto in nottata. Ci sarebbero alcuni oggetti personali da
ritirare: ha espresso il desiderio di farglieli avere nell‟eventualità che gli fosse
successo qualcosa prima che poteste rivedervi.
Allora almeno una parte della faccenda era vera: Tim e io ci eravamo
incontrati, avevo ascoltato le sue confessioni e mi ero reso complice di un
abominio perché non ero corso subito a fare denuncia.
Riflettendo meglio mi resi conto che il tutto era basato unicamente sulle
parole del mio amico e quindi poteva trattarsi di pura invenzione, idee di una
mente preda di allucinazioni di natura schizoide.
Comunque quell‟ultima visita gliela dovevo e quindi mi recai all‟Istituto.
Il dottore mi lanciò un‟occhiata strana, quasi che fossi detentore di chissà
quale segreto.
Mi accompagnò alla camera ma, a differenza della prima volta, non mi
permise di entrare: mi portò invece davanti alla vetrata da cui si poteva
vedere l‟interno.
Tim giaceva supino su una branda, con soltanto un panno bianco a coprirgli il
basso ventre.
Se la volta precedente i segni delle coltellate erano stati numerosi, questa
volta il suo corpo presentava una serie infinita di ferite: avevano le
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inconfondibili tracce dei denti e in molti casi si trattava di morsi dati con
estrema violenza.
Era semi-sfigurato, con le guance strappate, senza naso, orecchie e parte
delle dita.
Non aveva più capelli: era stato barbaramente scalpato.
Piedi e gambe erano quasi del tutto carbonizzati, come se fosse stato
torturato con una fiamma intensa o avesse tentato di fuggire attraverso il
fuoco.
Dunque quello che per me era stato soltanto un incubo, per lui si era
trasformato in una realtà devastante: le vittime di cui mi aveva parlato
esistevano davvero e i loro spiriti avevano deciso di vendicarsi.
La voce di Jefferson mi riscosse.
- Incredibile non è vero?
- Altro che: non riesco a capire come sia potuto succedere.
- Non lo chieda a me; l‟ipotesi dell‟autoconvincimento non è più accettabile:
quale persona, sia pure inconsciamente, sarebbe in grado di fare un tale
scempio a se stesso?
Non risposi e tagliai corto: non vedevo l‟ora di sapere in cosa consisteva
l'eredità di Tim, magari concedendomi una robusta dose di scotch per
riprendermi dalla visione di quella povera salma martirizzata.
- Ha detto che c‟è qualcosa per me?
- Sì, mi segua.
Di lì a un momento, firmata la debita ricevuta, entrai in possesso di una
valigia alquanto leggera.
Corsi a casa, ansioso di vederne il contenuto; all'interno trovai un bel po' di
ritagli, alcuni quasi ingialliti dal tempo: la storia di ventotto e forse più anni di
orrore, narrata dagli articoli che riguardavano la sua attività e che
costituivano una raccolta di cui doveva andare parecchio fiero.
Pensai che molti casi irrisolti avrebbero trovato la loro soluzione non appena
avessi consegnato il tutto alla Polizia: qualcuno sarebbe finito in galera, altri
avrebbero pianto di tristezza e sollievo nel sapere che la ricerca di un
familiare poteva essere finalmente sospesa.
Lessi un po‟ qua e là, bevendo generosamente per riuscire a digerire i
particolari dei delitti, che i cronisti definivano “tra i più efferati mai
verificatisi”, dilungandosi sulle sevizie e le deturpazioni subite dai cadaveri.
Sul fondo della valigia era appoggiata una cartellina rigida chiusa con un
elastico: la aprii e trovai al suo interno la foto di tre ragazzi ripresi in una
giornata di pioggia.
Il più giovane era decisamente bello e aveva un‟aria gentile; gli altri due
possedevano lineamenti più rozzi ed esibivano un ghigno complice e quasi
mefistofelico.
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Avevano tutti un‟aria familiare: il primo era Abel, il secondo era Tim, il terzo
ero io.
Dietro c‟era una data, la stessa riportata sulla lettera che avevo trovato
aperta al risveglio dal mio sogno premonitore.
Nel ritratto la figura del piccolo cominciò a prendere una consistenza nuova,
diventando via via tridimensionale: iniziò a sorridere e i suoi denti mi
sembrarono innaturalmente numerosi e assai affilati.
Mi voltai di spalle perché sapevo benissimo cosa sarebbe successo di lì a poco
e non me la sentivo di guardare; quando affondarono per la prima volta nella
mia nuca ebbi una triplice conferma: non ero affatto estraneo alla morte di
Abel, il suo morso era estremamente doloroso ma ancora niente se
paragonato ai tanti che mi aspettavano prima di crepare annegando nel
rigagnolo del mio sangue.
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Luna crescente - Narrativa romantica
Questo infinito palcoscenico.
di Silvia Giannattasio
*Nur*
Mi ritrovo qui, seduta su questa panchina ad osservare gli alberi che la
circondano.
Anche oggi c‟è quella brezza leggera; quella che non riuscivo a sopportare e
che mi scompigliava i capelli facendomi urlare dal fastidio. La stessa che ti
faceva ridere di gusto nel vedermi in disordine dopo avermi attesa un‟ora nel
tentativo di farmi il più bella possibile, per te.
Non è cambiato molto da quel giorno, di cui ricordo ogni dettaglio: ci sono i
soliti piccioni affamati girovagare in cerca di briciole di cibo, le stesse
margherite coraggiose, quelle che si fanno spazio tra smog e cemento della
città e i soliti innamorati, intenti a ridere come bambini.
La sola cosa che manca, è quella che più vorrei: la tua presenza.
La verità è, che ero consapevole che ogni cosa sarebbe finita. Lo sapevo da
tempo, dal principio.
Mi avevi avvisata più volte, dicendomi: “ se deciderai di restare al mio fianco
soffrirai, soffrirai terribilmente quando...”
Allora io ti fermavo tappandoti la bocca con un dito e mi arrabbiavo, mi
fingevo arrabbiata e ti facevo la linguaccia, dandoti le spalle. Non era però
facile resistere a quei fastidiosi occhi da cucciolo che mostravi per farti
perdonare; quindi ti abbracciavo e cercavo di non farmi sopraffare da quel
nodo alla gola che cercava di esplodere.
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Prima di andartene mi facesti fare una promessa che, pensai, avesse del
ridicolo; la trovai assurda e impossibile da mantenere, ma la feci ugualmente:
“prometto di non piangere” affermai con un sorriso scarso, accarezzandolo in
volto; un volto che ormai, dopo mesi di terapie, cure e ospedale, era
diventato pallido, magro, scavato, ma sempre incorniciato da quei capelli
color del carbone e rappresentato dai tuoi occhi castani, grandi, che
inutilmente cercavi di tener attivi, probabilmente per me.
E‟ passato un anno, un lunghissimo anno e, come tu ben saprai, non ho mai
pianto, non ho mai versato una lacrima, tanto che la gente ha anche avuto il
coraggio di chiamarmi “automa” per questa mia freddezza, ma non mi è
importato; ho solo mantenuto il tuo volere.
Però ora mi scuserai se non riesco più a farlo, se ho lasciato che quella
lacrima sfuggisse al mio controllo, immediatamente seguita da un pianto che
da troppo tempo trattenevo.
Ho provato a dedicarti ogni singolo sorriso; ho costretto me stessa a non
tornare più in questo luogo colmo di ricordi meravigliosi.
Ma oggi mi sono arresa, proprio come tu, hai dovuto arrenderti alla malattia.
E qui, seduta su questa panchina verde, sul nostro infinito palcoscenico, io ti
faccio una nuova promessa: piangerò, mi farò invadere dalla sofferenza,
lascerò che essa mi logori dentro come non ho permesso accadesse in questi
lunghi mesi; poi, mi asciugherò il viso, mi alzerò in piedi e ricomincerò a
vivere con il sorriso; ricomincerò a vivere anche per te.
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Luna aliena - Narrativa fantascientifica
L’ultimo giorno
di Ilaria Candidi
(Kira__)
Quando si pensa alla fine del mondo in genere non si pensa quasi mai possa
capitare a te. Quando si pensa alla fine del mondo, si pensa ad un futuro
lontano. Certo, da un lato rifletti… In fondo, assistere alla fine del mondo ti
rende anche un essere vivente speciale, che è vissuto in un momento
dell‟universo davvero speciale. Ovviamente, quando ci sei nel mezzo, non hai
il tempo di ragionare su tutto questo. Quando è capitato a me io studiavo
Ingegneria aerospaziale nell‟università della mia città e avevo il mondo
davanti, avevo infinite e reali possibilità.
Il mio nome è Andrei. Ho lasciato la mia famiglia da un paio d‟anni per
andare a vivere nella periferia di una grande metropoli, per perseguire con
costanza il mio obiettivo di sempre, la mia aspirazione più grande. Il cielo.
L‟universo. Avevo determinazione da vendere, non mi sono lasciato mai
distrarre da nulla, non ho mai lasciato niente al caso.
Caim era il mio compagno di studi e Sara la mia ragazza. La mia era una vita
tranquilla, una vita normale. In un mondo in cui tutti si vantavano della
propria diversità, io mi accontentavo della normalità. E così ridevo di chi
rimaneva a bocca aperta quando parlavo dei miei studi. Per me il cielo era
una cosa normale.
***
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Un giorno apparentemente come tutti gli altri, un giorno che scorreva lento di
pioggia, Caim era immobile davanti alla finestra, nell‟aula magna
dell‟università. Guardava fuori. Io ero appena arrivato per lavorare ad alcune
diapositive assieme a lui. Mentre cercavo di poggiare il computer portatile
sulla cattedra, alcune fotocopie e alcuni appunti mi erano scivolate da sotto il
braccio e si erano sparpagliate in terra.
“Oh, è fastidioso quando succede, vero?” Caim si era girato e mi aveva
sorriso. Non saprei dirlo con certezza, descrivere la particolare sensazione che
avevo provato, ma quando lui aveva girato la testa verso di me, solo la testa,
e mi aveva sorriso, avevo pensato che ci fosse qualcosa di stonato nella sua
espressione, come se gli occhi non combaciassero più col sorriso, o qualcosa
del genere.
“Puoi dirlo forte! Ho sempre troppe cose dietro!” Avevo scosso la testa e mi
ero messo ad ammucchiare i miei fogli e le mie penne. E poi, senza
preavviso, avevo avvertito un dolore lancinante alla testa. Un dolore che mi
aveva fatto sbandare. Mi ero portato la mano alla tempia e mi ero piegato su
me stesso nel tentativo di smorzare la sofferenza.
Avevo soffiato dalla bocca un incredulo “Caim, ho qualcosa che non va…”
Gli occhi mi facevano male, “vedere” mi faceva male, come se fossi stato
abbagliato. Ma Caim non aveva mosso un dito.
“Perché?” Avevo provato a tirare su la mano, facevo fatica anche a parlare.
Che mi succedeva? Stavo per morire? Mi era esplosa una vena nel cervello?
E‟ così che ci si sentiva?
“Non ti ho mai rivelato su cosa si basa la mia tesi, Andrei. “ La sua
affermazione aveva tagliato l‟aria e mi aveva lasciato la sensazione dentro di
un pezzo di un puzzle che si incastrava nel posto sbagliato.
Mi ero accasciato sul pavimento. In un punto ormai già lontano e sfocato
della mia mente, un punto che rischiava di essere sempre più remoto, avevo
riflettuto sul perché Caim mi stesse ignorando. Il mio amico di sempre, un
compagno di studi che era come un fratello. Forse non si era reso conto…
“Ormai manca poco alla tesi. Io l‟ho finita, ho preparato tutto. Tu sai che un
pianeta non può esplodere? Non ci sono le reazioni che avvengono in una
stella… giusto, Andrei?”
Avevo strizzato gli occhi, confuso e annebbiato, nel tentativo vano di mettere
a fuoco il suo profilo.
“Prendi ad esempio la terra. La terra è un pianeta caldo, il suo nucleo ha
un‟alta temperatura. Questo perché c‟è radioattività al suo interno. L'energia
liberata raggiunge la superficie lentamente e quindi questa non può
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esplodere, non esistono i presupposti per una esplosione naturale del
pianeta. Forse potrebbe essere disintegrata da un corpo roccioso enorme…
Ma non è una possibilità così ovvia. Però farlo meccanicamente cambia le
cose.”
Non riuscivo a seguire le sue parole, non riuscivo a capirle. Avevo pensato
che probabilmente era a causa del mio cervello. Se stavo morendo, era
probabile che non capissi già più nulla, che immaginassi cose che non
esistevano, che distorcessi la realtà. Il dolore continuava a colarmi addosso
come catrame, mi schiacciava, mi teneva ancorato al pavimento sporco.
“Dove abito io, a molti anni luce da qui, da molto tempo studiamo l‟universo e
sosteniamo delle prove per verificare le nostre conoscenze, proprio come voi.
Io sono qui per questo. Per studiare da vicino ciò che dovrò esporre una volta
tornato nel mio mondo. Non fare quella faccia, so che ho vissuto accanto a te
praticamente da quando avevi solo 6 anni… Ma per noi la vostra vita è così
breve… Comunque, da noi oltre ad esporre le nostre conoscenze, si usa
portare una sorta di esperimento che si è svolto. E il mio esperimento si basa
sull‟esplosione della terra.”
I miei occhi avevano catturato per un breve istante la flebile luce che
cominciava ad irradiare la pelle bianca di Caim. Esplosione della terra… Che
stava dicendo?
“Conseguenze dell‟esplosione di un pianeta nel suo sistema solare. Questo è il
tema della mia tesi, Andrei”.
Avevo sentito il mio corpo e la mia mente galleggiare. Mi ero sentito solo,
circondato da uno spazio infinitamente vuoto e assurdo.
“La vostra intelligenza non è come la nostra, infatti non ho particolari remore
nel fare questo e non dovresti averne neanche tu. Non potete percepire ciò
che percepiamo noi, siete esseri limitati. E quindi non soffrirete molto. Da
sempre riflettiamo sulla domanda: ma gli uomini hanno una coscienza come
noi oppure no? E la risposta è ovviamente no…”. Aveva sorriso di un sorriso
sghembo e compassionevole.
Una formica aveva fatto capolino tra i fogli dei miei appunti, ancora
sparpagliati in terra. L‟avrei considerata una cosa folle solo qualche istante
prima, ma in quel momento non mi ero sentito solo. Avevo pensato che era
buffo in fondo, si, davvero buffo, ma non mi ero sentito più solo. Essere
considerati alla stregua di una formica... Ma in fondo, anche io avevo sempre
sostenuto che una formica non ha un‟anima, e allora perché mi stupivo se
qualcuno di molto superiore a me, asseriva esattamente lo stesso? Era una
catena.
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“Ti ricordi da bambini quando ci siamo azzuffati, Andrei? Anche allora…
Volevo toccare con mano la consistenza della tua pelle, ascoltare le
percussioni delle mie mani sulla tua carne. Studiare questo vostro
meraviglioso corpo mortale.”
Dalle sue mani si era fatta luce, tantissima luce. E solo allora ero riuscito a
vederlo per davvero. Una situazione distorta, grottesca, che all‟improvviso mi
aveva catapultato nella persona grigia di Caim fatta di luce. Quella luce
sgargiante che per un tempo infinitamente immenso mi aveva illuso, tradito.
Ed ora il tradimento mi aveva aperto le porte del reale animo di Caim. Il
terrore mi stava scivolando dagli occhi, la luce mi stava rendendo cieco e non
avevo potuto fare a meno di provare, anche in quel momento, ammirazione
per l‟universo intero, l‟universo che non aveva limiti.
“Caim”. Avevo sussurrato con l‟ultimo fiato che avevo in gola. “Caim, ti prego,
dimmi almeno addio, dimmi anche un semplice ciao. Dimmi addio... Ne ho
bisogno. Voglio dire addio a quello che ho creduto che tu fossi, a quello che
ho creduto di provare…”. Avevo proferito con un ultimo patetico singulto.
Caim mi aveva guardato con rimprovero, quasi io avessi detto qualcosa che
non stava né in cielo né in terra.
L‟ultima cosa che avevo visto era stato il suo profilo, il profilo di Caim,
stagliato nella luce abbacinante, la sua ombra su di me, i suoi occhi sgranati
e quell‟espressione di rimprovero sul volto. Caim divenne un oggetto in
mezzo agli altri oggetti, tutto perse il suo reale significato, tutto scivolò via.
Poi il buio, poi la fine, la fine di tutto.
***
“Dove hai trovato questa lettera, Paula?” Chiese mia sorella, osservando il
consunto foglio che tenevo tra le mani.
“Oh, in una vecchia scatola. Sai quando sono andata in soffitta a cercare
vecchi cimeli?” Risposi sorridendo.
“Ma di che anno è? Sembra davvero antica…”
“E‟ vero. Non so di che anno sia… Ma parla dell‟esplosione della terra. Chissà
se è una storia vera o se è tutto inventato. Se fosse una storia vera, questo
Andrei non avrebbe potuto raccontarla… Ma se invece fosse vera, vuol dire
che quel tipo di nome Caim, alla fine, non è riuscito a far esplodere la terra …
Bhè, in tal caso nel suo mondo sarà stato costretto a rimandare la sua tesi!”
Risi scettica mentre riponevo di nuovo la lettera ingiallita nella scatola.
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Fuori pioveva. E il mondo sembrava lo stesso di sempre. Un mondo che
sembrava non temere la parola fine, che continuava a sperperare come
sempre. Il solito mondo.
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Primo quarto - Narrativa del mistero
La maschera del demone
di Emily Caldart
(›ich‹)
Lunghe dita bianchissime si strinsero attorno alla figura pallida di un volto dai
tratti mortalmente fissati in un irrisorio accenno di sorriso.
Un‟agghiacciante risata echeggiò nella stanza austera della Cattedrale di
Daemon, illuminata dalla fievole luce delle candele, sparse lungo lo stretto
corridoio che conduceva alla cripta. Solo l‟ombra di un uomo si muoveva
rapida, percorrendo la navata principale, per giungere all‟altare. Il presbiterio
era sovrastato da un‟immensa cupola, finemente decorata con un intricato
gioco di vetri colorati, che si fondevano per formare la figura di una delicata
rosa rossa.
I pallidi raggi della luna penetravano appena dalle grandi vetrate, creando
tetri effetti chiaroscurali sulle fredde pareti di pietra, mentre il signore finiva
di prepararsi, ammirando il suo riflesso nello specchio d‟acqua consacrata,
raccolta in una bacinella marmorea.
Le strade erano deserte, illuminate solamente da qualche lanterna appesa ai
muri delle case. Sembrava che la notte avesse avvolto nel suo mortale
silenzio l‟intera cittadina, lasciando che il rumore dei passi dell‟uomo, avvolto
nella sua giacca invernale, diventasse il protagonista di quella speciale serata.
L‟aria trasportava con sè l‟amaro profumo dei fiori di Calicantus, quelle
piccole gemme gialle, che erano state utilizzate per addobbare l‟entrata di un
imponente edificio in pietra levigata.
Lasciato il cappotto ad un domestico, il signore proseguì lungo il luminoso
corridoio, sul quale si affacciavano diverse stanze, popolate da un esiguo
numero di persone. Per il momento, infatti, l‟attenzione di tutti gli invitati era
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concentrata sulla grande sala da ballo, che occupava la parte centrale del
primo piano della villa. La maggior parte dei signori e delle signore presenti al
ricevimento stava ricavando diletto nel discorrere sopra temi più o meno
futili, mentre solo poche coppie coraggiose avevano iniziato ad approfittare
della dolce musica, suonata dall‟orchestra.
Un ghigno di scherno comparve sotto la maschera bianca indossata
dall‟uomo, che aveva appena fatto il suo ingresso in sala. I semplici modi con
cui gli umani si divertivano lo disgustavano e impietosivano allo stesso tempo.
Quei miseri non si erano ancora resi conto che la vita è dolore per essenza,
un‟apoteosi di sofferenza. L‟essere umano, infatti, per natura, desidera
costantemente qualcosa che non possiede, e per questo si incatena ad una
situazione di perenne tensione. Quella che gli umani definiscono gioia, quindi,
non è altro che la momentanea cessazione del dolore, in quanto,
quest‟ultimo, identificandosi con il desiderio, diventa la vera struttura della
vita, mentre il piacere è solamente una funzione derivata, che vive
unicamente a spese della sofferenza.
Con passo deciso e portamento fiero, il signore percorse il perimetro della
stanza, mentre gli sguardi dei presenti sfioravano la sua figura,
elegantemente avvolta da un completo di Kashmir nero; anche se il dettaglio
che destava la curiosità di tutti era la grande maschera diafana che celava
completamente il volto dell‟uomo.
Dopo qualche minuto, una ragazzina dai lunghi capelli ramati e gli occhi color
smeraldo gli si avvicinò, con l‟intento di iniziare una conversazione e cercare
di scoprire qualcosa su quello strano invitato, che i suoi genitori, padroni della
villa, non pensavano di conoscere.
« Buonasera, signore... », iniziò esitante lei, intimorita dall‟atteggiamento
austero del suo interlocutore.
L‟uomo si limitò a rispondere con un cenno del capo e un lieve inchino, senza
proferire parola.
Allora, la giovane, raccogliendo tutto il suo coraggio, decise di chiedere subito
quello che le interessava sapere, con lo scopo di mettere al più presto la
parola fine a quella conversazione forzata. « Posso avere l‟ardire di chiedervi,
signore, quale sia il vostro nome? »
« Con un nome, mia dolce signorina, io non saprei dirvi chi sono... Io sono
uno, cento e nessuno; sono solo un mero attore, che si diletta nell‟altissima
arte della tragedia, l‟unico metodo di espressione del dolore, dell‟affano
dell‟umanità, della più autentica realtà, celata dietro una maschera di
ipocrisia. »
Miss. Gray, la sua giovane interlocutrice, scostò, indignata, la folta chioma di
capelli fulvi; chiaramente non era rimasta soddisfatta dalla risposta. Quella
ragazza rappresentava lo stereotipo di tutte le figlie viziate dei ricchi signori di
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Londra; altezzosa e fiera della sua bellezza e classe sociale, cercava in tutti i
modi di far notare agli altri la sua superiorità. In ogni caso, da bravo
gentiluomo, il signore non si sottrasse al dovere di chiedere almeno un ballo
alla principessa della festa.
Mentre, insieme, si univano e separavano, secondo la coreografia del Reel,
che l‟orchestra stava suonando in quel momento, lo sguardo dell‟uomo si
posò sull‟esile figura di una cameriera, che, da lontano, osservava i ballerini,
muovendosi seguendo il ritmo della musica. Se la sua padrona avesse
assistito a quella scena, di sicuro la povera domestica sarebbe stata
rimproverata; quello non era certo un comportamento adatto ad un servitore
di una grande famiglia. In ogni caso, lui non riuscì a trattenere un sorriso; da
quando aveva varcato la porta d‟ingresso, quello era stato il primo esempio di
trasgressione del rigido protocollo che controllava i rapporti tra gli uomini in
società.
Fortunatamente, la danza finì presto e lui non ebbe più nessun obbligo che lo
legasse alla signorina Gray.
Stanco di essere sottoposto al costante esame di tutte le dame presenti, si
spostò in una delle salette laterali, dove era stato allestito un gran rinfresco.
Vicino al tavolo del buffet, un uomo paffuto stava gustando alcune delle
prelibatezze offerte, deciso ad approfittare il più possibile di quell‟imperdibile
occasione. Accortosi di essere diventato l‟oggetto dell‟attenzione di quello
strano signore mascherato, Mr. Dump sorrise sardonico, dirigendosi
lentamente verso il suo osservatore.
« Buonasara, signore... vi state divertendo? », chiese, dopo aver finito di
masticare l‟ultimo boccone di carne che aveva in bocca.
L‟uomo annuì. « Si, abbastanza.. e voi? »
« Moltissimo.. questi ricevimenti sono l‟ideale per riempirsi la pancia... e
anche per trovare qualche bella signorina che possa poi rallegrare il “dopo
festa”, se capite cosa intendo... », rispose, rivolgendo un‟occhiata espressiva
al suo interlocutore, il quale, però, non sembrava affatto approvare quel tipo
di comportamento. « Oh no, non mi dite che siete un prelato... non me ne
ero accorto.. scusatemi... », aggiunse, avendo notato la nota di disgusto che
caratterizzava il comportamento di quello strano individuo.
« Siete in errore, signore... non ho mai avuto intenzione di prendere gli
ordini... », lo corresse freddamente l‟altro, prima di portarsi leggermente
verso la porta, nella speranza di riuscire a fuggire al più presto da quell‟uomo
viscido e lascivo, che, intanto, aveva ripreso a masticare abominevolmente un
altro pezzo di pollo.
« Allora chi siete? », chiese, tra un boccone e l‟altro.
« Con un nome, mio caro signore, io non saprei dirvi chi sono... Io sono uno,
cento e nessuno; sono solo un mero attore, che si diletta nell‟altissima arte
Inchiostro diVerso
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della tragedia, l‟unico metodo di espressione del dolore, dell‟affano
dell‟umanità, della più autentica realtà, celata dietro una maschera di
ipocrisia. »
Ancora una volta la sua risposta non fu gradita, infatti Mr. Dump rimase ad
osservare, perplesso, il suo riflesso sulla superficie lucida del piatto vuoto che
teneva tra le mani, per poi congedarsi dal signore e tornare all‟attacco di un
altro buffet.
Non erano passati nemmeno cinque minuti, che al secondo scocciatore ne
seguì un terzo. Questa volta si trattava dello stesso Signor Gray, il quale,
insoddisfatto dalle poche informazioni che aveva estorto alla figlia, voleva
accertarsi di persona sulla raccomandabilità di quello stravagante invitato.
« Buonasera, signore.. spero che la festa sia di vostro gradimento... »,
esordì, cercando di iniziare una piacevole conversazione.
« Ma certo... davvero una serata deliziosa... », rispose l‟uomo, anche se con
poco entusiasmo.
L‟altro sorrise, aveva bisogno di prendere tempo per escogitare una strategia
che lo portasse a scoprire chi era in realtà il suo interlocutore, senza apparire
invadente o scortese. « Ho notato che prima stavate danzando con la mia
figliuola, spero che non vi abbia importunato... vedete, Anne è una brava
ragazza, ma ha ereditato da sua madre la cattiva abitudine di impicciarsi
sempre nelle faccende altrui... », continuò poi.
« Non si preoccupi... ora, purtroppo, vi devo proprio lasciare... ho bisogno di
prendere una boccata d‟aria... », si accomiatò brevemente il signore,
sperando che Mr. Gray fosse abbastanza intelligente da comprendere il
messaggio nascosto tra le sue parole.
Mentre si dirigeva verso il terrazzo deserto, estrasse l‟orologio da taschino,
per controllare l‟ora. Era già molto tardi, ormai la mezzanotte era vicina e lui
non aveva ancora trovato quello che stava cercando. Improvvisamente, da
dietro una colonna, sbucò la vera regina della festa: la consorte del signore
che si era appena lasciato alle spalle. Senza pudore, la donna gli andò in
contro, prendendolo sottobraccio e trascinandolo in una saletta privata.
« Allora, mio caro... spero vi stiate divertendo... », iniziò, con quella vocina
stridula e fastidiosa, per cui era tanto celebre nei vari club di Londra.
« Ma certo, mia signora... », si limitò a rispondere la sfortunata vittima delle
attenzioni di Mrs. Gray.
« Bene... spero non mi consideriate troppo sfrontata, se vi confido che, con il
vostro inusuale travestimento, avete attirato la mia attenzione... se non sono
troppo invadente, posso chiedervi la ragione di tale carnevalata? », chiese la
donna, avvicinandosi sempre di più all‟uomo, che finalmente era riuscita a
braccare.
Inchiostro diVerso
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L‟interessato, ad ogni modo, non si fece intimidire, mantenendo il suo solito
contegno. « Sapete, una volta il Grande Maestro ha detto: “Io considero il
mondo per quello che è: un palcoscenico dove ognuno deve recitare la sua
parte.” In questa villa la maggior parte delle persone sta indossando una
maschera, proprio come me, pronta ad entrare in scena e poi sparire, al
cenno del direttore.... »
Piccole rughe comparvero sulla fronte della signora, mentre, nervosamente,
aveva iniziato a giocherellare con una ciocca di capelli neri, girandosela e
rigirandosela intorno alle dita della mano destra. La confusione era
chiaramente dipinta su quel volto dai lineamenti delicati, tanto che il signore
stava per riprendere la parola, quando una voce cristallina lo colpì alle spalle.
«Il mercante di Venezia..... davvero una delle tragedie più emozionanti di
Shakespeare... »
L‟uomo si voltò immediatamente, riconoscendo nella minuta figura, che stava
passando di sala in sala con un vassoio pieno di bicchieri vuoti, la cameriera
che, all‟inizio della serata, stava ballando in modo così indignitoso ai bordi
della pista.
La padrona, umiliata, rimproverò la domestica, avvisandola di iniziare a
cercare un altro impiego.
Mentre si era distratto ad osservare quella patetica scena, il signore non si
era accorto che la fatidica ora era sempre più vicina, finché un gruppo di
giovanotti, che passava da quelle parti, non iniziò a parlare di quello strano
sonno in cui, ultimamente, gli invitati di quel genere di ricevimenti
sembravano cadere intorno alla fine della serata.
Distolto dai suoi pensieri, l‟uomo si congedò brevemente da Mrs. Gray e dalla
cameriera, per tornare verso la sala principale, dove si erano già tutti riuniti.
Finalmente l‟orologio iniziò a battere i rintocchi della mezzanotte: lo
spettacolo stava per iniziare. Raggiunto il centro della grande pista da ballo, il
protagonista di quella grandiosa scena madre si tolse la maschera, mostrando
ciò che nascondeva.
Uomini e donne inorridirono davanti a quello spettacolo, mentre alcune dame
più impressionabili svennero, cadendo inerti sul pavimento. Il signore, ancora
immobile al centro dell‟attenzione, infatti, non aveva volto; I folti capelli
corvini facevano da cornice ad una superficie bianca, priva di qualsiasi
lineamento, priva di qualsiasi espressione. Dopo pochi secondi, tutti i presenti
intorno a lui si assopirono, raggiungendo le signore che avevano perso i sensi
poco prima. Il demone ridacchiò, rindossando la sua maschera. Neanche
quella volta era riuscito a trovare quello che, disperatamente, andava
cercando. Era ormai giunto quasi alla porta d‟ingresso, quando un urlo
squarciò il silenzio che aveva avvolto la casa. Immediatamente tornò indietro,
possibile che non si fosse accorto che qualcuno era rimasto sveglio?!
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Ai bordi della sala principale, la figura pallida della cameriera spiccava tra i
corpi accasciati a terra. Forse per la prima volta, l‟uomo prestò veramente
attenzione all‟aspetto di quella ragazzina. Era una giovane minuta e graziosa;
il volto dai lineamenti dolci era incorniciato da una cascata di capelli biondi,
così chiari da sembrare nivei. Due grandi occhi di ghiaccio si posarono
sull‟osservatore, che, intanto, aveva iniziato ad avvicinarsi a lei. Impaurita, la
fanciulla si ritrasse, ma il signore si affrettò a rassicurarla. « Non temere, mia
cara... loro stanno solo dormendo... all‟alba tutti si risveglieranno e non
ricorderanno quello che è successo... »
Nonostante quelle parole, la giovane continuava a tremare come una fragile
foglia nel mezzo di una tempesta. « V-voi chi siete? », chiese, la voce rotta
dall‟angoscia.
Il demone si inginocchiò davanti a lei, prima di parlare: « Con un nome, mia
dolce signorina, io non posso dirvi chi sono... Io sono uno, cento e nessuno;
ma chiamatemi “servitore” e sarò battezzato...». Detto questo, con un rapido
gesto della mano, si tolse la maschera, gettandola dietro le sue spalle. «
Vedete, da secoli vago alla ricerca di una persona autentica, che non abbia
timore di essere quello che veramente è, per potermi prostrare al suo
cospetto, mostrandole il mio vero aspetto... », aggiunse, alzando la testa, in
modo da permettere alla sua interlocutrice di guardarlo in volto. La giovane
fissò, incantata, i perfetti lineamenti, che caratterizzavano il viso di quell‟
uomo, finchè i loro due sguardi non si incontrarono e gli occhi chiari di lei non
si persero in quelli neri di lui.
« La vita è un palcoscenico e gli uomini sono solo miseri attori, maschere
prive di libertà che si muovono come marionette in un teatrino... ma voi,
signorina, voi potreste essere il burattinaio... scrivetemi questra tragedia e io
la metterò in scena... », concluse il demone, per poi poggiare le sue labbra
fredde sul dorso della piccola mano della sua nuova Regina.
« Ordinate pure, my Lady... »
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Primo quarto - Narrativa del mistero
Fumo, morti e qualche cifra.
di Foglia d’autunno
20/10/1970.
Poco prima di andarsene definitivamente Luke pensò:
- Giò mi ucciderà: le avevo promesso di acquistarle la rivista entro oggi e non
l‟ho fatto.
Si era trasferito da poco e aveva una giovane moglie costretta a letto da una
gravidanza difficile, il che la rendeva particolarmente nervosa.
Quel giorno, preso dal lavoro, aveva scordato la commissione e all‟uscita si
era reso conto che ormai tutti gli esercizi erano chiusi.
Speranzoso, si avviò di corsa verso la stazione: forse lì l‟edicola restava
aperta tutta notte per consentire ai passeggeri di aver qualcosa con cui
distrarsi.
La serranda era già abbassata e il titolare stava andando via.
- Per cortesia, aspetti, ho assolutamente bisogno di chiederle se ha…
- Torni domani, per oggi ho finito.
L‟uomo aveva risposto sgarbatamente ed era corso via, quasi avesse il
diavolo alle calcagna.
Luke si fermò a circa due metri dalla serranda, ormai consapevole dell‟inutilità
di quel tentativo e, prima di riuscire a fare dietro front, crollò a terra
fulminato.
Lo trovarono così, con una mano sul cuore e gli occhi spalancati in
un‟espressione di meraviglia.
Un trentenne che soffriva di piccole aritmie: infarto, probabilmente legato
anche alle preoccupazioni legate ai tanti cambiamenti intervenuti di recente
nella sua vita.
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20/10/1980.
- Maledizione, ma dove sono capitato?
David quella sera era di pessimo umore a causa di un affare sfumato: il capo
lo aveva mandato a trattare per una grossa partita di materiale d‟ufficio in
quella specie di buco sperduto nel mondo e lui non era riuscito a concludere
nulla.
Era da un po‟ che succedeva: una volta non dover stare sempre nello stesso
luogo rappresentava la maggior attrattiva della sua professione, adesso era
diventata la parte più faticosa.
Era convinto che fossero state proprio le continue assenze da casa a far
andare a rotoli il suo matrimonio e questo l‟aveva portato ad odiare quel
lavoro, ma era troppo vecchio per mettersi a fare altro: doveva tener duro
sino alla pensione.
Da sempre andava avanti a caffè e sigarette e in quel momento era in crisi di
astinenza.
L‟orologio non segnava ancora le 22.00 e tutti i negozi erano chiusi: come
avrebbe potuto guidare sino alla località dove sorgeva l‟albergo?
Ebbe un lampo di genio; la stazione: lì doveva esserci sicuramente un bar
dove fare rifornimento.
La struttura di quei posti era sempre la stessa: il mare a sud, la strada da est
a ovest e i treni a nord, verso la parte alta della città.
Vi si diresse di furia, intravide l‟edificio e parcheggiò con rabbia.
Scese e si avviò verso il grande portone, bofonchiando tra sé senza neppure
rendersi conto che intorno non c‟era nessuno.
Entrò e diede un‟occhiata in giro: il box con i cartelloni pubblicitari era proprio
alla sua destra, ma l‟esercizio era desolatamente chiuso.
A breve distanza intravide una distributrice automatica; le odiava, ma non
aveva altra scelta.
Frugò nelle tasche per recuperare degli spiccioli e si rese conto di averli
lasciati in auto: imprecò sottovoce.
In quel momento vide arrivare qualcuno: una figura col cappello avvolta in un
lungo cappotto scuro.
Le si mise di fronte per bloccarla e chiedere se aveva da cambiare una
banconota: una decida di secondi dopo si sentì soffocare, crollò a terra e morì
con un gorgoglio.
La mattina dopo lo trovarono così, con una mano sulla gola a tenere aperto il
colletto e un‟espressione spaventata nello sguardo.
Un sessantenne alquanto sovrappeso e soggetto a frequenti attacchi d‟ira:
infarto, probabilmente legato anche al dolore per il recente divorzio.
Inchiostro diVerso
Autori vari
20/10/1990.
Ellen arrivò alla coincidenza dell‟autobus in ritardo di dieci minuti: era l‟ultimo
veicolo e non aveva abbastanza soldi per prendere il taxi.
Il giorno dopo l‟aspettava un importante colloquio di lavoro in una località a
circa trenta chilometri: se ne era già macinati altrettanti per essere puntuale
quanto irreprensibile e non intendeva lasciare le cose a metà.
Chiedere un passaggio era fuori discussione: trovarlo non sarebbe stato un
problema giacché la bellezza non le difettava, ma significava mettersi nelle
mani di uno sconosciuto e questa era un‟altra di quelle cose che non avrebbe
mai fatto.
Rimaneva il treno; lì vicino c‟era una mappa della cittadina e le bastò
un‟occhiata per individuare la posizione: vi si diresse a passo veloce.
Lungo la salita che portava all‟edificio incontrò un unico passante; si fermò a
guardarla e le sembrò intenzionato a tentare un approccio: aumentò
ulteriormente l‟andatura, lasciandoselo dietro.
Attraverso le grandi vetrate intravide le biglietterie poste di fronte: la luce
fioca le impedì di capire se fossero aperte o chiuse.
Pensò che, in caso di controllo, avrebbe pagato la multa ed entrò, talmente
assorta su quel che doveva fare da non accorgersi di quanto tutto fosse
irreale.
Stava ancora frugando nella borsetta in cerca del portafogli quando, alzando
il capo indispettita perché non riusciva a trovarlo, si accorse che il grande
salone era deserto, le grate abbassate, il silenzio pressoché totale.
Rifletté su quanto fosse strano il fatto che in uno spazio così grande non si
sentisse alcun rumore, ma quel pensiero venne subito smentito da un
ticchettio di passi che diventava sempre più distinto.
Davanti a lei non c‟era nessuno e, quando si volse, non riuscì a distinguere
bene chi fosse la persona che si stava avvicinando.
Fece in tempo a scorgere un‟ombra mentre qualcosa le passava attraverso:
per un attimo credette di impazzire, poi piombò a terra.
La mattina dopo la trovarono così, con gli occhi sbarrati dal terrore e le mani
incrociate sul petto: una ragazza di vent‟anni in condizioni di salute perfette.
I tre decessi erano avvenuti in un giorno preciso di un anno perfettamente
prevedibile, nel solito arco di tempo e secondo lo schema già conosciuto sia
riguardo al sesso che all‟età delle vittime; né i cittadini, né la polizia si
stupirono più di tanto: a quel punto era chiaro che la maledizione di Andrew
“Smoke Number” Black aveva chiuso un altro ciclo.
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20/10/2010.
Henry Stranger sedeva al tavolo del self service osservandosi intorno con
curiosità: il bar super-attrezzato, la tabaccheria, i giornali, il fioraio, persino
un negozio di giocattoli e souvenir.
- Immagino che da queste parti ci sia un bel movimento.
La persona di fronte a lui era un anziano signore dall‟aria distinta di nome Bill
Badford.
- In effetti questa è sempre stata una zona trafficata; siamo in frontiera: ho
detto tutto.
- E‟ organizzato in modo splendido: molto meglio di quegli orribili centri
commerciali che oggi sorgono un po‟ ovunque.
- Oh, lo abbiamo anche noi, ma in periferia: qui non vogliamo palazzoni a
disturbare la vista, persino la stazione è stata mantenuta su un piano solo.
- E‟ l‟edificio qui di fronte, non è vero? Perché i vari negozi non sono stati
edificati all‟interno? Sarebbe stata un‟ottima cosa per i viaggiatori, non le
pare?
- Se hanno voglia di mangiare, possono attraversare la strada e venire sin
qui; se desiderano un ricordino, idem.
Del resto, anche la stazione chiude alle ventuno precise e, con essa, tutto
quello che vi è contenuto.
- E‟ una cosa insolita: di norma i treni viaggiano molto di notte.
- Da qui si limitano a transitare.
Bill sorrise con semplicità: quando quel tipo armato di taccuino aveva
cominciato con domande e appunti, era stato facile intuire dove intendesse
andare a parare.
Se passava parte delle belle giornate su una panchina posta in zona
strategica anziché annoiarsi al circolo delle carte o a quello delle bocce, non
lo faceva soltanto per godere del sole, ma perché era convinto che, prima o
poi, qualcosa sarebbe trapelato e sarebbe arrivato un cronista deciso a
rendere nota tutta la faccenda, scrivendoci su un articolo interessante.
E sarebbe stato proprio lui, Bill Edward Badford, a raccontargliela per filo e
per segno, ricavandoci qualche soldo e, soprattutto, il nome sui giornali, cosa
che aveva desiderato sin da quando era bambino.
Adesso il suo sogno stava per avverarsi: l‟uomo che lo aveva “casualmente”
avvicinato ci stava andando con molta cautela, ma ogni singolo passo portava
in “quella” direzione.
- Ho sentito dire che in quel punto esatto una volta sorgeva la zona più ricca
della città, con una banca proprio nel mezzo.
- Più che altro uno sportello, ma molto attivo: gestiva anche una sorta di
banco dei pegni per i gioielli. Non cifre esagerate, beninteso, ma nell‟insieme
l‟ammontare in cassaforte era sempre di tutto rispetto.
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- Venne mai rapinato?
- Una volta soltanto: Andrew Smoke Black era un uomo previdente e aveva
assoldato un guardiano notturno.
Disgraziatamente quella sera, il giorno venti del mese di ottobre, questi si
sentì male e non si presentò a dargli il cambio.
Proprio nel momento della chiusura, quando aveva appena tirato giù i conti,
due individui mascherati entrarono intenzionati a portar via tutto: la cosa finì
male perché Andrew cercò di difendersi, ci furono degli spari e lui si beccò
una pallottola giusto in mezzo alla fronte.
- Uno che sapeva sparare!
- Una, vorrà dire.
- Fu una donna?
- Per l‟esattezza quella che Black aveva appena sposato: era una “straniera” e
tutti gli amici l‟avevano sconsigliato, ma lui moriva dietro a quella giovane di
straordinaria avvenenza.
I due uomini erano in realtà il padre ed il fratello e insieme avevano
organizzato il tutto, proprio grazie al fatto che lei conosceva le abitudini del
marito.
La coppia abitava al piano di sopra: scese, rubò le chiavi della porta esterna e
l‟aprì, permettendo così ai complici di entrare in un momento in cui il colpo
avrebbe fruttato bene.
Loro sarebbero fuggiti e nessuno avrebbe sospettato nulla, mentre lei
sarebbe anche diventata l‟erede di un patrimonio sostanzioso.
- Però vennero scoperti.
- Sarebbe più esatto dire puniti e in modo alquanto misterioso; i loro cadaveri
andarono a far compagnia a quello di Smoke: vennero ritrovati tutti e quattro
la mattina dopo dal poliziotto di quartiere, durante il primo giro di vigilanza.
Se sulla ragione della morte di Andrew non ci furono dubbi, per gli altri non si
riuscì a capirci nulla: sembravano tutti vittime di un malore.
I dettagli vennero sicuramente annotati, ma tutte le scartoffie andarono
distrutte dall‟incendio che interessò l‟intera zona, scoppiato nella notte del
20/10/1900.
- Che successe successivamente?
- Per sapere anche quello ci vorrebbero un altro the al limone e, diciamo,
duemila dollari?
Questa volta il sorriso di Bill fu decisamente scaltro e Henry si chiese se il suo
racconto valesse la spesa.
Henry Stranger era un giovanotto che si annoiava con facilità: il chiuso di una
redazione non faceva per lui e quindi aveva chiesto ed ottenuto di fare
l‟inviato.
Inchiostro diVerso
Autori vari
Viaggiando qua e là se ne sentivano tante e qualche volta, a titolo personale,
aveva cercato di approfondire, convinto che prima o dopo sarebbe riuscito a
fare il “colpaccio”, trovare la vena buona, scrivere un libro e, col ricavato,
ritirarsi a vita privata a fare quel che l‟uzzolo gli suggeriva.
Grazie a sua nonna, che divideva la camera in ospizio con una donna
originaria di Twenty-Miles-City, sapeva già della rapina ivi avvenuta il
20/10/1830, dei quattro cadaveri e delle loro caratteristiche, nonché di
qualche voce secondo cui da quelle parti vagava uno spirito impossibilitato a
trovare pace che uccideva a date fisse.
La signora le aveva citate sul diario, che era finito in mano a Henry in cambio
di una maxi scatola di cioccolatini: sul libretto c‟era abbastanza materiale da
convincerlo ad andare a studiare la faccenda più da vicino.
Appena smontato dalla macchina nel parcheggio antistante la stazione, aveva
notato un signore anziano quanto basta per fornirgli le informazioni che gli
servivano: l‟aveva invitato a bere qualcosa e da lì era iniziata quella
conversazione piuttosto accattivante.
- Vada per i duemila: che successe?
- Il 20/10/1840 un trentenne morì in condizioni poco chiare; dieci anni dopo
fu la volta di un sessantenne e ancora dieci anni dopo una ventenne; tutti e
tre non erano originari di queste parti.
Le faccio notare che la moglie di Andrew aveva 20 anni, il fratello 30 e il
padre 60.
Il ciclo si ripeté esattamente nello stesso modo nei tre decenni successivi, in
corrispondenza con la data della morte di Black.
La cosa suscitò perplessità ma siamo una comunità parecchio chiusa, tant‟è
che anche le morti successive non hanno dato adito ad alcuna indagine: noi
sappiamo di cosa si tratta e tanto basta.
Il 20/10/1900 non successe niente; si pensò che la maledizione fosse
finalmente spezzata, ma così non fu: nel 1910 la cosa riprese ed è continuata
sino al 1990.
- Secondo lei c‟è una spiegazione?
- Certo che c‟è: Andrew era nato il 20/10/1800, quindi quando morì aveva
esattamente 30 anni.
Non era figlio unico; la sua sorella gemella si era sposata e trasferita: morì il
20/10/1900, a 100 anni precisi.
- Come se lui avesse voluto andare a renderle omaggio, il che lo distolse dal
recarsi all‟altro appuntamento.
- Ma l‟incendio, scoppiato alle 22.00, causò la morte di tre persone di
passaggio: una famiglia composta di padre, fratello e sorella, di età
corrispondenti a quelle consuete.
Inchiostro diVerso
Autori vari
Da lì a poco cominciarono i lavori di edificazione della stazione, che sono stati
più volti ripresi per la messa in sicurezza.
Una norma stabilisce la chiusura tassativa delle porte alle 21.00, ma le vittime
riescono comunque a entrare: probabilmente sono predestinate.
- Questo orario, le 22.00, come fa ad essere certo che valga per tutti?
- Per tre buone ragioni: la prima è che corrisponde alle 10 p.m., una delle
cifre in causa.
La seconda è che “Smoke” si era meritato questo soprannome per via del
fatto che fumava come una ciminiera, ma ne possedeva un altro, vale a dire
“Number”. Aveva una vera fissazione: del resto, era un bancario.
Sa in che modo contano le mazzette? A 100 a 100: 100 biglietti fanno 1
mazzetta.
Sa quanti soldi c‟erano in cassa quella sera?
Centomila, vale a dire 100 volte 100 moltiplicato 10.
Ma ce n‟erano altri 1.000, cioè 100 volte 10 e altri 2.000, che fa 100 volte 20.
E gli spaiati davano esattamente la cifra di 30 dollari, gli anni di Black.
Ma quello che mi dà la sicurezza assoluta è che io ho assistito ad uno degli
attacchi.
L‟espressione di Henry fece ridere Bill: bevve un altro sorso del suo the e
proseguì:
- Vent‟anni anni fa mi fu diagnosticato un brutto male: mi sentivo inutile e
terrorizzato all‟idea di quello che mi aspettava.
Decisi di risolvere la cosa velocemente, togliendomi al contempo una curiosità
che avevo da molto: la sera del 20/10/1990 rimasi in stazione all‟insaputa di
tutti.
E‟ vero che lo schema non corrispondeva perfettamente: la vittima avrebbe
dovuto essere una donna giovane, ma forse lo spirito si sarebbe accontentato
anche di un vecchio rudere destinato a morire a breve tra chissà quali
sofferenze.
Entrò una ragazza molto graziosa: non so come fece, le porte erano state
serrate.
Vidi il fantasma sorgere dal nulla e dirigersi verso di lei: non lo individuò,
giacché era di spalle e frugava nella borsa.
Non riuscii ad avvisarla del pericolo; mi precipitai, eppure tutto sembrò
svolgersi al rallentatore.
Lei dovette sentire lo scalpiccio perché si volse e mi guardò; non potei fare
niente: qualcosa l‟aveva uccisa, una sorta di fumo nero e malefico, di cui
anch‟io respirai l‟odore acre.
Feci in tempo a gettare un‟occhiata al grande orologio a parete: erano le
22.00 spaccate.
Svenni: avevo assorbito una piccola parte del veleno.
Inchiostro diVerso
Autori vari
Dormii di un sonno agitato, svegliandomi a sprazzi; in una di quelle occasioni
mi nascosi e, appena giunse mattina, approfittando della confusione che si
creò dopo la scoperta, sgattaiolai fuori; non c‟era motivo di raccontare quello
che avevo visto: di fatto, lo sapevano tutti.
Tuttavia sopravvissi quanto basta ad avere un altro incontro; la sera del
20/10/2000 mi recai nuovamente in stazione: volevo appurare se, trattandosi
del centenario, lo spettro non sarebbe apparso.
Poco prima dell‟ora fatidica aprii le porte senza alcuna difficoltà, mi posizionai
al centro del salone e mancava meno di un minuto alle 22.00 quando scorsi
un uomo che veniva verso di me.
Aveva un lungo cappotto nero e un cappello che impediva di distinguere il
suo viso: soltanto quando mi fu vicinissimo riuscii a vederlo bene e a capire
che avrebbe potuto essere mio padre, tanta era la somiglianza.
Fece per abbracciarmi ed io, memore di ciò che era successo la volta
precedente, non riuscii ad evitare di emettere un urlo di terrore.
Sentii una mano appoggiarsi sulla mia spalla, mi voltai e vidi una figura
femminile sorridente: anche i tratti del suo viso erano straordinariamente
simili ai miei.
La mia speranza si era realizzata: Andrew Black e sua sorella May si erano
rincontrati per festeggiare i loro compleanni ed anche il mio, giacché sono
nato il 20/10/1900.
May era la mia bis-bisnonna e non aveva avuto modo di conoscermi perché
vivevamo in città diverse; del resto non ce n‟era stato il tempo, visto che
quella è stata anche la data della sua morte: in quell‟occasione particolare era
venuta per vedermi e farmi un regalo.
Infatti ora sto bene, mi sento a posto e avrò modo di godermela ancora per
un bel po‟, precisamente sino al 20/10/2020, data in cui, stando a quanto mi
hanno rivelato i miei avi, morirò serenamente nel mio letto.
- Mi sta dicendo che lei ha 110 anni?
- Proprio così, giovanotto: non li dimostro, nevvero?
Comunque, mi trovai stretto fra i due e provai una sensazione di leggerezza,
come se qualcosa di maligno venisse aspirato via.
Nel contempo, Andrew emise del fumo, bianco questa volta.
Ne fui avvolto e capii che stavo respirando amore, la più benefica tra le cure,
per me e anche per lui, che poteva finalmente esprimerlo ad una persona
viva dopo più di un secolo e mezzo dal verificarsi della vicenda dolorosa che
condizionò tutta la sua esistenza, condannandolo per l‟eternità.
E, solo per quella volta, non ci furono neppure vittime accidentali: la mattina
dopo in città erano tutti vivi, stranieri compresi.
- Lei si diverte a prendermi in giro.
Inchiostro diVerso
Autori vari
- E‟ libero di pensarla come vuole, però un consiglio mi permetto di darglielo:
vada via di qui prima che faccia buio, non è una buona giornata per quelli
come lei. A proposito, oggi compie trent‟anni, non è vero Sig. "Stranger"?
Bill si alzò, fece un ultimo sorriso, gli strizzò l‟occhio e si allontanò
fischiettando.
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Gibbosa crescente - Narrativa erotica
Gentile
di Lucio Musto
L‟atmosfera è pressappoco quella di sempre.
Sontuosa e forse un po‟ eccessiva l‟eleganza della bella sala a ferro di cavallo
liberty appena appena appesantita dalle aggiunte decorazioni dorate
baroccheggianti fa da cornice alle superflue pellicce di mille animali diversi
ostentate da signore e signorine “bene”, in voluto stridente contrasto con
quelle altre signore e signorine altrettanto agiate ma sapientemente e
costosamente sciatte, che cercano di promuoversi come intellettuali
impegnate.
Noi uomini siamo vestiti naturalmente come si usa ora: in modo che si
capisca chiaramente che nessuno di noi ha un‟idea nemmeno approssimativa
di cosa ci si debba mettere per un concerto, un funerale, per lo stadio o per
andare in chiesa.
Acustica smorzata nei bisbigli e nei fruscii della gente che piglia posto dalle
poltrone di pesante velluto rosso e dai i drappeggi e le passamanerie
testimoni di epoche ormai lontane e decadute; suoni ovattati e bassi, che
sembrano lontani e sono invece tutt‟intorno a te. E chiacchiere inutili,
incomprensibili e commenti banali: tanto per dire qualcosa, per chi non ha
nulla da dire.
Aria pesante, caldo eccessivo come sempre; forse c‟è un amministratore
particolarmente freddoloso o cointeressato nella fornitura di gasolio. Luci
abbassate, per far sembrare candele le moderne lampadine elettriche.
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Autori vari
Mascherine impeccabili nella loro divisa rossa e nera, efficienti, cerimoniose e
sorridenti fino allo stucchevole.
Stasera “omaggio a Dvořák”: danze slave ed il celebre “concerto in si minore
opera 104” per violoncello solista ed orchestra.
La mia vicina di poltrona è una ragazza smorta. Non giovane, non vecchia,
non è bella né brutta. Scialba; e puzza un poco. Forse per lei sarà normale,
ma la mescola dei suoi afrori personali e di quelli artificiali che si è schizzata
addosso non è ben riuscita: e puzza. Lievemente, ma sgradevolmente.
Meno male che stasera sono in ghingheri, ed ho il fazzoletto odoroso di
“Drakkar noir”. Mi lacrimano gli occhi per la congiuntivite e questa è una
buona scusa per metterlo frequentemente sul naso e tenercelo, respirandovi
dentro.
Aspiro l‟aroma francese di Guy Laroche che m‟inebria un pochino, ho le
esalazioni della vicina di seggiola e quelle indistinguibili di centinaia d‟altri
corpi intorno e il murmure di cento sussurri ed aliti e zaffate di vita e
presenza di passioni segrete e di sogni e d‟angosce private… Ma è tutto
l‟ambiente ad essere pieno delle emozioni e sensazioni di innumerevoli
generazioni di spettatori che nei secoli si sono rifugiati qui per scoprire se
stessi, complici la penombra e le magie della musica; per esplorare il proprio
immaginario più intimo, il proprio “se stesso” profondo e sconosciuto: quello
ch‟io stesso cerco, e qualche volta, forse, riesco a sfiorare.
Mi si confonde l‟anima, ed un poco si smarrisce.
Comincia il concerto. Il solista è un atletico biondo giovanottone finlandese di
più di due metri, ed il violoncello che tiene nelle mani mi fa subito pensare ad
una fragile ballerina fra le braccia del suo massiccio cavaliere. S‟è appena
seduto, e segue con un leggero ondeggiare della testa l‟orchestra, nelle note
introduttive alla sua esecuzione. In sincronia, ondeggia anche lo strumento.
Lo tiene fra le gambe, come usano fare tutti i violoncellisti, ma molto
verticale, quasi ritto, e di tanto in tanto lo accosta alla guancia, come per
mormorargli qualcosa per fargli qualche raccomandazione o bisbigliare una
tenerezza.
Ho già in mente le parole in quella tua lettera: «un bacino sulla fronte… ed
un altro sul volto. Ma poi basta, però».
Non credo che al gigante basti così, non ha ancora nemmeno suonato una
nota; non mi contenterei di due soli bacini…
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Inizia. Qualche tocco leggero come per saggiare le corde, ed è già concerto.
Ci sa fare, il finnico. Ma io immagino te. In quella tutina rosata che ti vidi
indossare una volta. Rosa la maglietta appena aderente sul seno procace, e
dell‟identico rosa il fuseau in leggera maglina elastica e vellutata, e le scarpe
modello ballerina che parevano di seta. Rosa, ma di molto più chiara, la
sciarpetta leggera a proteggerti il collo scoperto. Come il nastro per fermarti i
capelli.
Va avanti, il concerto: l‟ “allegro” iniziale lascia spazio all‟ “adagio”… “ma non
troppo”, come raccomanda lo spartito. Ed il giovane artista assorbe ogni nota
filtrandola nell‟anima, e la fa sua interpretandola e vivendola. Una per una le
trasmette allo strumento, con le mani, con l‟archetto. E la macchina di legno
e di corda prende vita e risponde a tanta passione e vibra e sospira e geme
sonora al tocco sapiente delle dita maestre. Ove lui tace, lei canta per lui. E
sembra vivere di umana passione, ondeggiare di più alte emozioni,
rispondere di suo alle sollecitazioni amorose del cantore muto, rapito dalle
note, amante di “lei”, che dà voce melodiosa al suo intimo sentire. Lei, la
macchina di legno, in quelle mani virtuose non è più una macchina di legno;
si esibisce per noi, e canta per amare il suo maestro, padrone e tutore, ma
gode di gioia sua, personale.
E sembra infatti che quella viola suoni come per incantesimo, sembra che
suoni da sola. Le mani del maestro che sono su di lei, non sembrano esserci
per comandarne delle specifiche note, ma per stimolarla a cantare, per darle
delizia e nuove sensazioni. I riflessi mutevoli delle luci discrete sulle superfici
ondulate di legno polito fanno pensare a una danza, alle movenze estatiche
della ballerina perduta negli incanti della melodia, nei giochi rutilanti di
consonanti complici strofe.
Le mie mani sul tuo corpo. A carezzarlo, senza forse nemmeno sfiorarlo.
Seguirne pianamente ogni curva, ogni incavo ogni contorno. Sollevata la
mano di un millimetro dalla superficie setosa di quel sottile tessuto rosa ed
avvertire il fremito, sotto, della tua pelle che aspetta il contatto. Ansiosa,
timorosa o forse vogliosa… non sa. Quella pelle, la tua pelle, che anela e che
freme. E con la punta del dito indagare le forme, per impararle, farle mie,
ricordarle. Il bordo dell‟orecchio ed il profilo del viso, la forma del naso, il
disegno delle labbra…
Ed andare a scoprire ogni piega, ogni solco, ogni pista disegnata sul corpo,
seguire ogni percorso di piacere fin negli angoli più nascosti, negli atri più
intimi e segreti.
Inchiostro diVerso
Autori vari
Ci avviamo al finale. I toni si fanno più intensi, i suoni decisi. L‟archetto è
giostrato con forza, e morde le corde di pelle e di nervo che si tendono ed
urlano, allentando e avversando la cassa sonora che geme e canta e piange
ed esulta e gioisce in spasmodica eccitazione. Sfrega veloce l‟archetto sulle
corde, nel “crescendo a fortissimo”, su e giù, su e giù, sempre più in fretta,
con sempre più forza. E con sempre più forza l‟artista gigante stringe e
tormenta fra le ginocchia il violoncello. La sua amante. E la squassa a destra
e a sinistra, e l‟abbraccia, l‟avvolge, l‟avvinghia e la stringe nell‟estasi
dell‟armonia, mentre velocissime le dita serpeggiano sulla tastiera a bloccare
le corde più in alto, più in basso, e tirarne fuori ogni nota, ogni palpito, ogni
voce.
Le corde: così sensibili e tese dal “riccio”, su in cima allo strumento, al
“ponticello” sul ventre panciuto, fino a fissarsi alla “cordiera”, quel pezzo così
simile nella forma ad un sesso di donna ancorato giù in fondo alla cassa,
davanti alla gamba sottile.
Non mi ci vuole molto a rivestire quel violoncello prosperoso di forme della
tua carne e del tuo volto, fare dei suoi nervi i tuoi nervi, della sua eccitazione
la tua eccitazione.
E mi viene naturale fondermi col finnico musicista e pizzicare e sollecitare io
le tue corde, per sentirti fremere e vibrare e sobbalzare nelle mie braccia, e
torcerti di piacere e di gioia, e pensare e sapere e credere che ispiratore ed
artefice di tanto godimento sia io, per te.
Con le labbra sfiorarti i capelli e sentirvi il profumo di sole e di grano ed
osservare la luce giocarvi frammezzo a tirar fuori disegni vivi di colori e di luci
da ammirare e da bere, e conservare per i giorni di buio… Brividi che
scorrono; si propagano dal tuo corpo al mio, dalle tue mani protese
imploranti carezze alle mie vogliose di sentirti, toccarti e confondersi in te.
Respirare la stessa aria, sentire lo stesso sentire, unirsi e mischiarsi, suonare
d‟una stessa sinfonia. Strumento e musica, materia ed intelletto, una cosa
sola.
E‟ solo un sogno, lo so, non sono così fuori di me; ma comunque, è un
bellissimo sogno. E val la pena di ricordarlo.
Si smorza la musica, lentamente, nell‟ “andante - adagio” del nuovo
movimento. Mi pare di sentire che alla furia della passione subentri la pace
dell‟appagamento. Le note scivolano via melodiose e quasi liquide, gli
Inchiostro diVerso
Autori vari
strumenti accompagnatori dell‟orchestra ed il solista in querulo dialogo si
scambiamo strofe e refrain, e li riprendono, ci scherzano con mille variazioni.
Anche il nostro violoncello sembra tornato ad una natura più usuale, ad un
oggetto che emette suoni. La sua avventura nel mondo della sensualità sta
passando, pian piano diventa più preciso nella forma e nella funzione.
Riacquista il suo legno e si sveste della carne, del rosa, dei tuoi brividi, dei
nastri. Ancora una volta mi guarda sornione e mi lancia un altro sorriso;
chissà, forse un bacino sul collo… e poi basta! Appagato, e malinconico un
poco.
Il violoncello lo sa: fra un istante non potrà più essere te.
Il “Gentile da Fabriano”, il teatro che ci ha ospitato stasera, lentamente
riprende la sua forma, la sua atmosfera, si ricrea l‟ambiente: la fantasia
svanisce. C‟è di nuovo il caldo, le luci, la gente che applaude.
Un po‟ imbarazzato, vergognoso perfino del mio sogno segreto, cerco adesso
di darmi un contegno. Sorrido come compiaciuto alla mia sempre puzzolente
vicina e do uno sguardo competente ed interessato al programma della
serata, alla “guida all‟ascolto” («guida all‟ascolto… e di che?», non mi pare di
averne avuto bisogno!) ed al profilo artistico del violinista biondo.
Accidenti però!… hai capito? Il nostro amico finlandese è personalità di
spicco! Ha una carriera lunga un chilometro e quanto mai prestigiosa!…
concerti, incisioni, partecipazioni in mezzo mondo!… e poi, leggi, leggi… Il
suo strumento, la ballerina, l‟amante leggera ed appassionata, il violoncello
insomma, si… proprio quello di stasera, mica è uno strumento qualunque!…
E‟ nientepopodimeno che un “Carlo Giuseppe Testore - del 1698”!!!
Del milleseicentonovantotto! ha più di trecento anni!
Capito con che razza di bacucca ho fatto l‟amore stasera?
Inchiostro diVerso
Autori vari
Luna metropolitana - Cyberpunk
Cybergirl Android
di Ivano Dell’Armi
(Erendal)
Il mondo là fuori oggi pullula di tecnologie informatiche di qualsiasi tipo: email, chat, messenger, youtube e MMS invadono la nostra vita. Si vive
un‟altra vita, virtuale, parallela a quella reale; e l‟altra vita talvolta diventa,
delle due, quella principale.
C‟è modo e modo per affrontare l‟era tecnologico-informatica oggigiorno, si
rischia di diventare schiavi del cyber-spazio evolutivo, di dipendere
totalmente dal cibernetico.
Io che una vita sociale vera non la ho da quando ero bambino, sono
l‟esempio di come si possa essere fagocitati dal morbo del computer. Però
sono un uomo a tutti gli effetti, con gli stimoli di un uomo in carne ed ossa:
non ho possibilità di conoscere una ragazza vera? O meglio, non potrò mai
piacere ad una esponente del sesso femminile? No problem! Si trova la
soluzione: inventerò una cyber-girl che mi amerà, fedele e sincera, che vorrà
stare sempre al mio fianco.
Sono rinchiuso nel mio laboratorio da mesi oramai. Sono un genio, le ho già
dato un volto e un fisico; ora sto per darle la vita grazie al mio commutatore
genetico di molecole-pixel. Lei sarà vera in tutti le sue parti esterne, mentre
nel suo cervello cibernetico una serie di complicatissimi chip elettronici
guideranno le sue reazioni al mondo esterno: lei sarà in grado di apprendere
e provare emozioni. Le sue parti intime sono di vera tenerissima carne
umana!
Inchiostro diVerso
Autori vari
Un boato, esplode il container del retino-corpo cibernetico, il Server di base
comincia ad elaborare dati ad una velocità impressionante, la vasca
d‟isolamento si mette in moto: dopo la scansione iniziale di rilevamento
anomalie, l‟upload è scattato con successo. Finalmente l‟ossatura argentina
comincia a ricoprirsi di carne. La mia creatura comincia rapidamente a
prendere forma, e forme!
Alla fine del processo giace supina, distesa sul lettino medico, gli occhi
socchiusi e leggermente traballanti: sta sognando.
E‟ viva.
“Benvenuta bellezza! Ti chiamerò Cybergirl”
Sfioro i suoi capelli neri, le ricadono sulle spalle un pò coprendone il viso, ma
senza oscurare la sua grazia; le sue labbra sono lucide e scarlatte. Non
manca neanche il minuscolo neo sulla guancia, come avevo programmato io.
Le solletico i piedi, li ritira sotto le coperte. Anche a me da fastidio il solletico
sotto ai piedi! Ovviamente non è una coincidenza. Però dorme ancora, ed io
esausto crollo sopra di lei nel meritato, meritatissimo sonno di riposo del
creatore.
Quando mi risveglio il sole è già alto, è trascorsa la notte. Il lettino è vuoto,
lei non c‟è! Il vento porta lo sguardo verso la porta spalancata. Lei è fuori! Si
è svegliata ed è uscita senza che avessi terminato l‟aggiornamento del suo
sistema di controllo.
“No, dannazione!”
Di corsa al PC, il GPS che le ho impiantato mi aiuterà a rintracciarla. Speriamo
non si sia cacciata in qualche guaio: lei non era ancora pronta.
“Ma quanto ci metti…”, farfuglio in preda all‟agitazione.
Finalmente il sistema si avvia, e ora… che succede? Dov‟è finita l‟icona
dell‟applicazione! Seguo tutto il percorso… niente: le cartelle sono sparite.
Niente panico.
“Start, Trova file… Android… Sfoglia… Ricerca in C… vediamo… vediamo… ma
come? Nessun file trovato? Nessun file trovato? Ma siamo pazzi?”
Mantenere ancora la calma.
“Vediamo nella copia di backup!”
Finalmente ci siamo, reinstallo l‟applicazione e tutti i dati.
Il computer lavora, e poi lavora ancora… sudo freddo.
“Ricerca in corso… collegamento mancante, per cercare il file manualmente
scegli Sfoglia. File mancante: che diavolo significa? Cosa manca ancora?”
Sbatto i pugni sulla scrivania.
“La voce a cui il collegamento si riferisce è stata cancellata o è mancante. E‟
inaudito, è impossibile”.
Le mani tra i capelli.
Inchiostro diVerso
Autori vari
Poco male, riprenderò il programma dal DvD masterizzato, fare copie multipli
dei files importanti è sempre buona cosa. Afferro con rabbia il supporto
magnetico, lo inserisco nel lettore e finalmente sono pronto a lavorare.
“Fuck you!!!”
Il programma mi restituisce tra i dati solo un glitter in movimento sul desktop
con queste due parole. Penso e ripenso, poi penso ancora. Possibile che sia
stata lei? Un bip sul computer attira di nuovo la mia attenzione sul monitor.
“Il sistema si riavvia? Formattazione in corso?”
Un virus? O soltanto uno di quegli scherzi idioti dei programmatori birichini? E
infatti non succede niente.
“Analisi del sistema in corso… zero errori trovati in tutti i settori analizzati.
L‟analisi è OK”.
Bene, nessuna anomalia.
Crollo sulla sedia, comincio a sospettare che sia stata lei. Sicuramente è stata
lei, ma perché lo avrà fatto? Dov‟è che ho sbagliato? Peggio delle donne vere,
mi ha lasciato senza nemmeno darmi il tempo di farmi conoscere, e senza
spiegazioni.
“Andiamo a cercarla!”
ALT + F4 sulla tastiera, poi “Chiudi sessione”.
Corro di fuori e non mi accorgo che il sistema non si è arrestato
correttamente.
“Rundll32… si è verificato un errore irreversibile nel modulo 0100OK-3216…
immagine dello stack…”
***
Mi sento libera, nuova, piena di energia. Però, cos‟è tutto questo caos di
suoni e rumori intorno a me? Perché la gente mi fissa?
“Ma dove credi di andare tu, eh!”
“Che succede!?”
Una tuta blu, berretto in testa, interrogo il mio sistema mnemonico: è un
poliziotto. Mi afferra per un braccio costringendomi a fermarmi. E la cosa mi
secca non poco.
“Sei pazza o cosa, che ti sei fumata? Ti pare il modo di andare in giro
questo?”
Cosa ho di strano?
“Temperatura corporea 37.6 gradi centigradi, tu hai la febbre. Battiti cardiaci
accelerati, devi farti vedere da un buon dottore”.
La sua orribile salopette intorno alle mie spalle mi umilia, non mi piace
nemmeno la scritta “POLIZIA”.
Inchiostro diVerso
Autori vari
“Non puoi essere così fuori da andartene in giro quasi completamente nuda.
Lo capisci o no?”
Mi guardo, tutti intorno a me sono ricoperti di stoffa e astrusi fronzoli. Io
invece ho il mio camice bianco strappato in più parti.
Però a me piace!
“Non sono bella forse?!”
Sbatto le palpebre confusa, mi divincolo da lui. Un gesto istintivo con la
mano, involontariamente l‟ho colpito nella pancia, anche un po‟ più in basso.
Il giubottino blu con scritto “POLIZIA” cade a terra, lui è sulle ginocchia:
sconsolato? Io me ne vado storcendo la bocca.
Mi fermo davanti ad una vetrina, ripenso alle sue parole… soprattutto osservo
di nuovo gli altri prototipi di persone.
“Sono vestiti!”
Spacco il vetro con il palmo della mano aperto e senza ferirmi con le schegge
del vetro ingrato mi vesto in fretta. Un frastuono assordante nei timpani, i
miei sensori che stanno per impazzire; ma quelli ce l‟hanno con me? Comincio
a correre. E mentre corro finisco di vestirmi. E‟ eccitante, mi piace adesso
sentirmi questa roba addosso, mi sento misteriosa.
“Installazione completata con successo”.
Dove mi trovo adesso?
Non importa, mi ammiro specchiandomi dentro l‟acqua di una fontana:
pantaloni neri… attillati? Un toppino scollato, le scarpe eleganti di pelle ai
piedi. Ci correvo di un male! Completano il tutto un bel paio di costosi occhiali
scuri, ed un grosso anello al dito.
“Sono bella!”
Si ferma un auto, rosso fuoco… sportiva… decappottabile; una Corvette.
“Sei nuova di qui?”
L‟uomo al volante mostra il luccicare dei suoi denti d‟oro. E‟ ricco sfondato.
“Nuovissima… non sono ancora stata formattata!”, rispondo io spostando la
montatura degli occhiali giù per il naso per vederlo meglio alla luce del sole.
“Accidenti quanto sei carina; monta su, coraggio”.
Sorrido, finalmente qualcuno che mi dedica piacevoli attenzioni, che sente la
mia bellezza. Mi apre la portiera e sono con lui.
“La tua macchina è in grado di arrivare da 0 a 100 Km/h in pochi secondi…
Fico!”.
“Te ne intendi, eh! Quanto vuoi?”
“???”
“Allora?”
“Quanto voglio… per cosa?”
Item not available. Attesa altro input!
Inchiostro diVerso
Autori vari
Non ho capito!
“Allora? Fai la preziosa?”
Ferma la macchina in un posto isolato, mi afferra per un braccio, come
l‟uomo della giubba con scritto “POLIZIA”. Ma perché fanno tutti così?
“No”.
(Sbatto i tacchi).
“Cazzo, ma che ti prende?”
(FIREWALL) “Servizio di rilevamento SSDP, la porta 5000 del sistema è
vulnerabile”.
I miei sensori mi stanno avvisando di qualcosa.
Comincia ad accarezzarmi una coscia, e provo piacere. Mi slaccia il toppino
liberando il mio seno.
(FIREWALL) “Servizio di rilevamento SSDP, la porta 5000 del sistema è
vulnerabile”.
(FIREWALL) “Servizio di rilevamento SSDP, la porta 5000 del sistema è
vulnerabile”.
Continuo a non capire, non sono tranquilla.
“Ti piace?”
Gli chiedo curiosa.
“Ci affogherei dentro”, risponde lui palpando energicamente.
(FIREWALL) “Servizio di rilevamento SSDP, la porta 5000 del sistema è
vulnerabile”.
(FIREWALL) “Servizio di rilevamento SSDP, la porta 5000 del sistema è
vulnerabile”.
(FIREWALL) “Servizio di rilevamento SSDP, la porta 5000 del sistema è
vulnerabile”.
Ancora questo maledetto bip nella testa!
Ma cos‟è?
Il frastuono che ho nel cervello alza la temperatura dei componenti
mnemonici, mi sto surriscaldando.
Devo fare uno shutdown del sistema!
“Devo andare via”.
Mi impedisce di aprire la portiera, mi trattiene con la forza.
“Eh no carina, troppo tardi”.
Un attimo e me lo ritrovo sopra.
(FIREWALL) “Il servizio Host di periferiche plug and play universali sta per
essere violato”.
(FIREWALL) “Il servizio Host di periferiche plug and play universali sta per
essere violato”.
(FIREWALL) “Il servizio Host di periferiche plug and play universali sta per
essere violato”.
Inchiostro diVerso
Autori vari
Zzztttt…. Zzzzttt…
Mi viene da piangere, ma perché?
Non capisco più niente, ma esco dall‟auto forzando la portiera, si toglie come
il burro. Lui mi sembra debole; e mentre corro via, lontano da lui… Un lampo
mi abbaglia, comincia a cadere acqua dal cielo: è pioggia. Vorrei proteggere i
miei circuiti ma non c‟è riparo qui dove mi trovo. Erba, prati… dove sono
finita? Non riesco più ad orientarmi, ho perso la bussola.
(“Sovraccarico di sistema, riprovare la connessione più tardi”).
Più tardi quando? A me serve adesso!
Mi sento debole, i comandi non rispondono più; mi sento ancora più debole…
e poi ancora di più… sempre più debole… tutto comincia a funzionare male:
vorrei interrogare di nuovo il mio programma ma… il messaggio è sempre lo
stesso: “SISTEMA SOVRACCARICO. RIPROVARE LA CONNESSIONE PIU ‟
TARDI”.
Sono off-line.
“Errore 629…”, sibilo con un filo di voce. “Il computer selezionato non può
effettuare la connessione ora”.
“L‟esecuzione dei comandi sul sistema… è potenzialmente dannosa.
Continuare lo stesso?”
No, non voglio morire.
Sono off-line?
Non ancora. Quando riapro gli occhi mi sento meglio, o almeno credo.
“Avvio… Programmi… Accessori… Utilità di sistema… ScanDisk”, dico nella
mente. "Approfondito, con correzione automatica degli errori”.
Il sistema sembra che abbia ripreso a lavorare.
"Inizializzazione in corso… controllo tabelle di allocazione dei file in corso…
controllo della superficie del disco…”
Passa circa un‟ora abbondante, abbiamo finito.
“Nessun errore rilevato”.
Tiro un sospiro di sollievo.
“Ho voglia di tornare a casa”.
Sono malandata, ho bisogno di un bel refresh! Ma adesso che la bussola
orientativa digitale funziona non dovrei avere problemi a tornare al
laboratorio.
Lui sta lì, sta dormendo sulla scrivania. Il case è aperto e c‟è un disco fisso
per terra. Deve averlo già sostituito.
ZAC!
Si sveglia, mi guarda. Sembra non credere ai propri occhi.
“Sei tu, sei tornata”, bisbiglia stropicciandosi gli occhi per mettere bene a
fuoco la mia immagine.
Inchiostro diVerso
Autori vari
Non crede ai suoi occhi, eppure sono lì.
“Fatti vedere”.
Si alza e viene verso di me, mi maneggia con cura… dopo un‟accurata analisi
constatiamo i miei componenti hardware sono a posto; è il Sistema che è
instabile.
“Hai aperto troppe applicazioni, sei andata semplicemente in tilt. Ma ho
sbagliato io”.
“Tu?”
Ma non sono stata io a scappare?
“Si, ho sbagliato proprio io… a considerarti come una macchina”.
“Una macchina?”
“Si, tu sei speciale, hai bisogno di un Sistema Operativo più snello e
affidabile… più versatile, mi capisci? Che ne dici di NetWare? No.. no, ma che
dico. Si può fare di meglio!”
“Io sono confusa”.
“Eureka! Android!!!”
“Android?”
“L‟ho inventato io, nessuno lo conosce ancora; ma un giorno sarà famoso; è
un sistema operativo per dispositivi mobili costituito da uno stack software
che include un sistema operativo di base, i middleware per le comunicazioni e
le applicazioni di base”.
“Non ho capito niente, ma mi fido di te!”
“Android! Tu hai bisogno di struttura open source e il kernel Linux per te
sono sicuro che è il migliore”.
Si muove come una scheggia impazzita da un lato all‟altro del laboratorio;
devo fidarmi veramente?
Continua a farfugliare argomenti per me senza senso.
“La caratteristica open source ed il tipo di licenza Apache permette di
modificare e distribuire liberamente il codice sorgente, perché non ci ho
pensato prima ad installartelo? Mi basta qualche modifica di qua, e una di là”.
Mi tocca, mi piace. Nel laboratorio ferve l‟attività.
“Tu ti chiamerai Cybergirl Android! Ti piace?”
“S…sì, mi piace!”
C‟è qualcosa però che devo sbloccare assolutamente!
“Scusa?”
“Che c‟è?”
“E‟ grave violare il servizio Host di periferiche plug and play universali?”
Non capisce.
“Cosa?”
“Ma sì, il servizio di rilevamento SSDP, la porta 5000 del mio sistema!”
“La porta 5000?”
Inchiostro diVerso
Autori vari
Possibile che non abbia ancora mai visto una porta 5000? Mi lascio sfilare la
gonna.
“Si, questa”.
“Accidenti, ma che fai. Copriti!!! Ho capito adesso”.
“Allora?”
E‟ rosso in volto, mi fa tenerezza. È timido il ragazzo!
“Non è reato, se tu lo vuoi!”
“Ma il mio sistema di protezione…”
“Ho capito ho detto che…”.
Lo interrompo, devo assolutamente chiarire la situazione; non voglio che
ricominci con i suoi discorsi informatici per me senza senso.
“No che non hai capito, mi è capitato che …… … …”
“Ehi, tranquillizzati. Lo aggiorneremo il tuo sistema di protezione. Contenta?”
Mi sorride affascinato, stavolta ha capito veramente le mie intenzioni, ed
anche la mia preoccupazione. Mi sento molto più sollevata.
“Promesso?” Chiedo per conferma.
“Promesso”. Risponde lui.
Ma c‟è ancora qualcosa che devo chiarire con lui.
“Io sono Cybergirl Android, e tu…?”
Si alza in piedi, sembra improvvisamente carico di sicurezze da sembrare
un‟altra persona.
“Io mi chiamo Samsung… Richard Samsung; ma per gli amici sono Galaxy”.
Inchiostro diVerso
Autori vari
Luna metropolitana – Urban Fantasy
ESP
di Irene
(Miss Loryn)
Anche oggi nevica, uscire di casa oramai da giorni è diventata un‟impresa: sai
quando esci, non quando tornerai. Nonostante il freddo sono davanti al
balcone, già m‟immaginano di fuori. Spalanco le finestre, appoggio le mani
sul davanzale imbiancato senza preoccuparmi di bagnarmi i lembi delle
maniche. Il gelo mi entra nelle guance, ma non rilascio alcun segno di
sofferenza: ci sono abituata; in fondo sono un po‟ sadica ed un po‟
masochista. Metto in bocca la solita sigaretta, labbra chiuse e ben serrate. Poi
la porto tra l'indice e il medio, quindi di nuovo in bocca. Tergiverso ancora un
po‟ cercando un barlume di sole tra le nuvole in cielo. Finalmente mi decido,
accendo la sigaretta, aspiro e rifletto. Tra gli sbuffi che soffocano il freddo mi
sbarazzo anche del timore di uscire fuori. E mi rilasso.
Guardo l‟orologio al polso, è ora di andare. Entro in casa, mi trucco a dovere
perché l‟apparenza conta più dell‟anima oggi, almeno là fuori. Una mentina
per rinfrescare la bocca, altro gelo, ma di piacere questa volta.
Abitare in una cittadina di montagna è salutare, basta un attimo per sollevare
lo sguardo e guardare il paesaggio come natura vuole: montagne alte, odore
di aria rarefatta; mi lasciano sempre un buon profumo, per questo fumo
soltanto la mattina presto, o al massimo la sera tardi. Ci tengo alla salute,
anche se non sono abile a resistere alle tentazioni e al piacere. Eppure
nonostante i miei difetti sono stata scelta, mi considerano speciale.
Inchiostro diVerso
Autori vari
I miei passi calpestano il ghiaccio mezzo sciolto lasciandolo scricchiolare come
in un lamento. Mi piace il suono del ghiaccio che si rompe. E mentre ignoro
chi mi guarda sono già davanti al loro palazzo, io non devo più confondermi,
sarò il futuro. Salgo rapidamente prendendo le scale, poi busso alla porta
sistemandomi in fretta la capigliatura.
“Avanti!”
Sembra uguale a me, o forse sono io che tra poco sarò uguale a lui, dipende
dai punti di vista; a me piace pensare di più a me come lui.
“Buongiorno dottor Gretech!”
Si scioglie davanti al mio sorriso più del ghiaccio sotto il sole mattutino;
comincio a pensare che non sono poi così speciale. Sono solo stata brava a
farmi notare. Ha un grosso sigaro in bocca, un‟enorme nuvola di fumo ci
separa annebbiandoci uno all‟altra. Tossisco.
“Dovrebbe smettere di fumare, lo sa?”
[Senti da che pulpito la predica!]
Ancora tosse.
Si schiarisce la gola.
“Lo so mia cara Irene. Ma alla mia età non si è più forti come un tempo”.
Il dottor Gretech è un uomo dotato di poteri ESP, e dice che anche io ho le
potenzialità, anche se ancora non ho capito come concentrare l‟energia
interiore per piegarla alla mia volontà.
“Ho bisogno di un altro favore da te, Irene”.
Le richieste del dottor Gretech non sono mai passeggiate di salute. Ma ci
tiene alla diplomazia, avrà anche poteri extra-sensoriali ma in pubblico non
conosce le buone maniere.
Il mio viso crucciato non lo scalfisce.
“Ma è l‟ultima volta, quanto deve mettermi ancora alla prova? Deve
prometterlo, o mi ritiro”.
“Non lo farai, tu non sei come loro; sei migliore. E‟ il motivo per cui sarai il
capostipite di una nuova razza”.
Sa come lusingarmi, ma non gli conviene tirare troppo la corda, io ho uno
spirito di osservazione importante ed imparo in fretta.
“Cosa devo fare?”
“Una cena allo Chalet di Montagna con il Sindaco, stasera”.
Dovrò ancora sfoderare le mie doti persuasive.
“E sia, sarà fatto”.
“L‟abito rosso Irene, quello che ti ho regalato mi raccomando”.
Socchiudo le labbra lasciando intuire che ho capito. Giro le spalle ed esco,
non servono poteri ESP per sentire i suoi occhi infilati lungo l‟intersezione
delle spalle. Appena di fuori prendo una boccata d‟aria. Un cagnolino di
piccola taglia mi scodinzola tra le gambe.
Inchiostro diVerso
Autori vari
“Ciao cucciolotto, goditi il sole finché dura!”
Penso al momento, quando gli ESP con la loro magia guideranno gli eventi
atmosferici per colpire le zone rosse e milioni di persone moriranno senza
capire il motivo. Mi chiedo se sia giusto, io però non posso farci niente: il mio
alloggio nel bunker è prenotato da tempo: i raggi ultra-V non mi bruceranno.
Ho visto più di una volta gli ESP avvalersi dei propri poteri per piccole cose,
spostare oggetti con la mente o provocare il fuoco. Mi viene da sorridere, non
mi vedo come loro. Infatti stendo la mano verso una lattina a terra e mi
concentro, ma niente; si sposta ma solo per il vento, non per mia decisione. E
mentre cammino per la strada tiro fuori la solita sigaretta, ma non
l‟accenderò prima di sera tardi. Mi piace sentirla tra le labbra, il mio dottore
dice che sarebbe meglio un lecca-lecca o un chewingum; ma non è la stessa
cosa, non mi da la medesima soddisfazione.
Intanto riprende a nevicare, chissà se sono loro che hanno già iniziato l‟opera
di raffreddamento del pianeta, ed anche questo mi fa sorridere visto che si
parla tutti i giorni di riscaldamento globale: loro non sanno che invece ci sarà
una nuova glaciazione.
Li vedo tutti i loro volti ignari, seguitano a vivere normalmente senza essere
resi partecipi di nulla, non sanno nemmeno che esseri estranei venuti da altri
mondi sono tra noi da secoli; oggi tra incroci e nuove etnie siamo molto
diversi dalla generazione precedente. In fondo anche io ero come loro meno
di un mese fa. Ma sapere ti cambia dentro, ti responsabilizza di più e non
perché sei venuta a conoscenza che nelle tue vene scorre sangue di entità
straniere.
Sono di nuovo nella mia casa silenziosa, apro l‟armadio e prendo tra le mani
l‟abito da sera rosso, lo allungo sul letto, provo gli abbinamenti con l‟intimo e
i monili. Guardo l‟orologio, volge la sera, di fuori è già buio; con un gesto
istintivo mi accendo la sigaretta con il pensiero senza usare l‟accendino;
trascorre più di un lungo minuto prima di rendermi conto ciò che ho appena
fatto. I miei poteri ESP si stanno svegliando!
Mi rilasso ancora un po‟ e dopo un bel bagno caldo sono di nuovo pronta ad
affrontare la neve, il freddo, ed il primo cittadino. Pochi passi e sono già in
Centro, davanti al locale di maggior lusso; chiudo l‟ombrello e l‟atmosfera
dello Chalet mi riscalda, mi fa sentire meno sola. Il personale mi accoglie
calorosamente e vengo subito fatta accomodare nella sala privè con la tavola
già imbandita a dovere. Lo so che non dovrei, ma nell‟attesa mi distraggo
tenendo la sigaretta spenta tra le labbra e osservo il calice di cristallo fino a
farlo tintinnare, addrizzo il quadro alla parete concentrando lo sguardo
sull‟asse del muro; poi cerco altri oggetti da mettere a posto.
“Se vuole può anche fumare, non mi da fastidio!”
Inchiostro diVerso
Autori vari
E‟ lui! Mi affretto a riporre la sigaretta nel pacchetto, mi rimetto in ordine
imbarazzata.
“E‟ un vizio, la tengo soltanto tra le labbra”.
Prende posto davanti a me sull‟altro lato del tavolo mentre il sommelier inizia
a versare l‟aperitivo nei calici.
“E‟ proprio necessario?” Il suo sorriso è malinconico, cerca una fiducia che
non posso restituire. “Mia moglie e mio figlio, non posso abbandonarli, chiedo
soltanto di fare un‟eccezione”.
Anche altri hanno risposto allo stesso modo, fosse per me lo farei pure; ma
non si può, è la regola.
“Non stiamo giocando ai buoni o ai cattivi, lo sa che non è possibile”.
[Sono la persona giusta per portare avanti questo tipo di discorso, io non ho
nessuno che mi lega alla realtà attuale, perciò non posso comprendere lo
stato d‟animo di chi invece ha molto da perdere].
Socchiude le palpebre, ha già perso la voglia di mangiare nonostante le
appetitose pietanze che ci sono appena state servite a tavola. Io invece inizio
a gradire la cena: la gola è un altro dei miei peccati, ma che non mi ha
impedito di essere scelta.
“Signor Sindaco mi creda, non è per cattiveria; ma loro non hanno i requisiti
per perdurare nel nuovo mondo. Se vuole può scegliere di restare qui con
loro, a patto di non farne parola con nessuno di quanto è al corrente”.
Sa bene che non deve, se la voce dovesse circolare negli ambienti pubblici si
scatenerebbe un pandemonio e noi saremo costretti a procedere d‟urgenza
senza salvare più anime possibile, come stiamo tentando di fare.
“Ci pensi su, beva un sorso d‟acqua, la vedo un po‟ sudato signor Sindaco”.
Sollevo la bottiglia della minerale con il pensiero, la stessa si posiziona sopra
il suo bicchiere ed inizia a riempirlo, poi torna nella posizione di prima.
“Sei stata tu?” La mano gli trema sul bicchiere, adesso mi guarda con paura.
“Loro possono cambiare ogni cosa, è necessario”.
“Siete forse dio che potete decidere chi deve vivere e chi no?”
Non mi scompongo, finisco di deglutire l‟ultimo boccone e prima di rispondere
mi pulisco la bocca con il tovagliolo.
“Il dottor Gretech aspetterà fino a domani mattina”. Dalla borsa prendo il
biglietto da visita del dottor Gretech e lo ripongo nel taschino della sua giacca
preoccupandomi di infilarlo fino in fondo. “Adesso desidero finire la cena”.
Mi gusto tutto, fino a frutta e dessert, mentre lui non spiccica più una parola,
non tocca cibo, quasi neanche respira dall‟ansia. Lo saluto con un leggero
bacio sulla fronte, certa che non lo avrei più rivisto.
“Ci pensi bene, la notte porta consiglio”. Il mio sussurro nell‟orecchio lo
accompagnerà per tutta la notte; io invece mi faccio riportare il cappotto dai
custodi e l‟istante successivo abbraccio la mia città con i suoi meravigliosi
Inchiostro diVerso
Autori vari
colori della notte: la luna, il cielo e le stelle sembrano sorridermi da lassù;
loro ci saranno ancora, come ci sono sempre state. Non sta nevicando
adesso, e nonostante l‟ora tarda fa meno freddo di prima. Sarà che mi sono
riscaldata dentro, sento le guance rosse come se l‟energia che avverto
volesse sprigionarsi di fuori.
[Chissà come sarà qui tra non molto].
Mi sento persino felice, inizio a capire. La mia anima ha già iniziato ad andare
a spasso in forma più consistente dentro di me: il mio percorso evolutivo è
già iniziato, sto cambiando. Non ho più bisogno di guardare l‟orologio al polso
per sapere l‟ora, e neanche ho sonno nonostante l‟ora tarda. Mi siedo su una
panchina, poca gente in giro a quest‟ora. Vorrei che la fine del genere umano
avvenga così, nel sonno, di modo che nessuna debba soffrire. Non accorgersi
di niente, e poi è tutto finito, per sempre.
Mi godo ancora qualche attimo di silenzio seduta con il sedere sullo schienale
della panchina, le gambe giù, dritte, al posto di dove andrebbe il sedere. Non
sono cattiva se sono convinta che tutto questo è giusto, quando l‟armonia
viene spezzata è necessario ripristinarla. E non esiste modo migliore se non
ricominciare un po‟ da capo, rieducando le genti al rispetto e all‟amore. Mi
accendo l‟ennesima sigaretta, ignorando la regola morale che prima mi ero
data, e mi godo il paesaggio fino all‟alba. Il giorno dopo potrebbe essere
quello di ritirasi nel bunker!
Inchiostro diVerso
Autori vari
Luna metropolitana – Urban Fantasy
Incantevoli rovine
di Noewle
La vecchia Villa McGarret giaceva immersa nel silenzio da parecchi anni.
Avvolta dal verde bosco che l‟attorniava, si ergeva su una collinetta di un
piccolo paese. I proprietari non erano più andati “su in Villa”, come si diceva
a casa MacGarret, perché questa era un po‟ troppo distante dalla città.
Occorrevano, infatti, ben tre ore di macchina per poterla raggiungere.
Comunque, nella sontuosa Villa erano rimasti a guardia del tempo delle
splendide statue un tempo bianche ora ricoperte di muschio e di edera.
Raffiguravano per lo più fanciulle nude, intente a mimare passi di danza. Una,
quella della fontana, aveva i capelli raccolti in crocchie e teneva in mano una
brocca dalla quale sicuramente un tempo doveva uscire acqua, ed ora la
vasca di questa fontana era diventata bacino di raccolta delle acque piovane
formando un acquitrino dall‟acqua verdognola dove misteriosamente erano
comparsi dei piccoli pesci rossi. Le altre erano sparpagliate per il giardino.
Fanciulle dai seni acerbi, qualche vandalo o il tempo avevano mozzato loro le
teste o le braccia o più semplicemente i nasi e le orecchie.
Ma i vicini ne erano certi. Quella Villa disabitata era popolata da spiriti. Alcuni
pensavano agli antenati della famiglia McGarret, altri invece da Spiriti della
notte. Fatto sta che qualcosa di strano in quella Villa accadeva. Ogni sera si
sentiva cigolare l‟altalena che era in giardino.
«E‟ il vento» bisbigliava comare Maria a donna Laura.
Ma tutti, in paese, sapevano che non era così. Lassù qualcuno vi aveva preso
dimora. E non soltanto la dimenticanza dei suoi proprietari. La notte i paesani
udivano passi nel giardino e gli scuri di legno sbattere con vigore. Quella
Inchiostro diVerso
Autori vari
Villa, secondo loro, era infestata! Una sinistra luce di candela, poi, appariva
alla finestra prima di albeggiare.
«L‟ho vista anche questa sera.» Disse piano piano comare Maria a donna
Laura.
«Anch‟io!» squittì donna Laura, mentre prendeva la frutta dal carretto di don
Pino.
E suoi loro volti si dipingeva lo sgomento.
Poi, un giorno, per caso accadde qualcosa di inaspettato. Giunsero in paese
due ragazzi. Una ragazza e un ragazzo. Avevano l‟aria afflitta e chiesero alle
due donne dove fosse Villa McGarret.
Maria, la più anziana delle due, li squadrò per bene prima di rispondere:«E‟
quella lì. Lassù, in collina.» Rispose indicando la vecchia Villa dal paese.
«Cosa cercate in questo posto dimenticato da tutti?» Domandò a sua volta
donna Laura con curiosità.
Era una giornata di vento forte e il fazzoletto che portava in testa
svolazzando faceva intravvedere i suoi capelli grigi.
La ragazza guardò il ragazzo perplessa, prima di dire:«Abbiamo fatto un
gioco con dei nostri amici. Ma abbiamo perso la scommessa. Ed ora ci tocca
passare una notte in quella Villa.»
Le due anziane comari si fissarono a lungo, poi prese la parola Maria: «Non
potete! La Villa è chiusa da tanto tempo. Si dice che sia infestata da spiriti.»
«Sì... questa diceria è giunta anche in città. Ed è per questo motivo che
siamo qui! E‟ il nostro pegno per aver perso la scommessa!» Disse il ragazzo.
«Voi non dovete dirlo ai McGarret. E‟ un segreto!» Aggiunse la ragazza.
Le due donne si fissarono stupefatte, poi donna Laura aggiunse: «Sono anni
che non vengono su in Villa. L‟ultima volta che li ho visti avevo dieci anni. E
qui è morta una dei McGarret. La baronessa Agnes McGarret. Da allora né
suo marito né quanto meno i figli vi hanno più messo piede in questa casa.»
«Sì... è così!» aggiunse con enfasi comare Maria. «E‟ da tempi immemori che
non vengono. Siete sicuri di voler passare la notte lì dentro?»
Ellen e Mark, il ragazzo e la ragazza, si guardarono a lungo prima di
rispondere. Poi Ellen disse: «Dobbiamo per forza!»
«State attenti, allora!» li salutò donna Laura andandosene. E prese una
stradina polverosa del paese.
Rimasero con comare Maria che li fissò per un istante con i suoi occhi
acquosi.
«Avete coraggio! Buona fortuna, allora!» e anche lei prese una stradina
acciottolata del paese.
Ellen e Mark si ritrovarono da soli in piazza.
«Che facciamo?» domandò Ellen a Mark.
Inchiostro diVerso
Autori vari
«Andiamo, no? C‟è Jordan che ci controlla. Se non manteniamo la promessa
verremo derisi a scuola.»
Ellen annuì e poi aggiunse: «Quell‟avvoltoio farà di tutto per spaventarci. Ma
noi dobbiamo resistere!»
Mark disse dandole un colpetto sulla spalla: «Così mi piaci! Andiamo...»
E si diressero solerti verso Villa McGarret. Quando giunsero di fronte al nero
cancello, c‟era solo un catenaccio arrugginito che impediva loro l‟accesso.
Mark vide una sbarra di ferro e chiese ad Ellen di farsi da parte. Con un paio
di colpi ben assestati, riuscì a rompere il catenaccio. Il cancello cigolò forte e
per un attimo temerono che li avrebbero sentiti anche in paese. Ma nessuno
si occupò di loro, così entrarono molto lentamente. Ormai era quasi sera e
per farsi strada lungo il giardino avevano portato con sé delle torce elettriche.
«Hai paura?» domandò Mark ad Ellen perché la sentiva tremare.
«Questo vento è freddo!» si giustificò.
«Sì. Hai ragione. Proviamo ad entrare in casa. Non possiamo dormire
all‟aperto. Se piove...»
«Sì... facciamo presto, però. Queste statue mi mettono inquietudine.»
Trovarono il portone della Villa. Non era sprangato come si aspettavano, ma
accostato. Entrarono. Le torce illuminavano a malapena l‟ingresso della Villa.
Ad un tratto videro brillare qualcosa nel buio. Ellen gettò un gridolio che
soffocò subito con le mani. Mark puntò la torcia verso quel qualcosa che
brillava e che si muoveva rapidamente.
«Tranquilla! E‟ solo un gatto nero» la tranquillizzò Mark. In effetti, il felino
vedendosi puntare la torcia, infastidito, aveva emesso un lungo miagolio.
Sul pavimento c‟erano vetri rotti. Non erano di specchi, ma delle grandi
finestre. Un ramo di un albero vicino sbatteva, infatti, con insistenza sul vetro
picchiando forte sulla vetrata.
Ellen deglutì e commentò: «Sarà difficile trascorrere la notte qui. Peccato che
non ci sia Sandra al posto nostro. Quella vipera avrebbe proprio meritato una
notte qui!»
«Stai tranquilla, Ellen. Non sei sola! Ci sono io a proteggerti. Secondo me,
Jordan ha barato. Solo così può aver vinto la scommessa. Comunque, non
rammarichiamoci di essere qui. Questa casa è completamente disabitata.
Adesso cerco l‟interruttore generale. Andrebbe meglio se ci fosse la luce.»
Un lupo non poco lontano ululò. Ellen si strinse ancor di più al braccio di
Mark, mentre cercava il quadro elettrico. Lo trovò dopo poco. E provò ad
attivare la luce.
«Aspetta! – lo fermò Ellen – Non ti ricordi cosa hanno detto quelle due
donne? I McGarret non vengono più qui da molto tempo. E‟ probabile che
non abbiano pagato le bollette della luce...»
Inchiostro diVerso
Autori vari
«Come ho fatto a non pensarci! Hai ragione!» Mark si sbatté una mano sulla
fronte. Ma la torcia gli scivolò dalle mani e rotolando si spense.
I due trattennero il respiro e rimasero ad ascoltare il sibilo del vento. Per
fortuna Ellen aveva ancora in mano la sua!
«Illumina il pavimento. Dobbiamo assolutamente trovare la mia torcia.»
Ellen fece quanto gli aveva chiesto Mark, ma non riuscirono a scorgerla in
quel buio pesto.
«Non ti preoccupare: abbiamo la mia. Troviamo un posto dove stare. E
domani mattina ce ne andiamo subito!» Disse Ellen.
«Saliamo al piano superiore. Lì, forse, ci sono le camere da letto.»
«Okay.»
Iniziarono a salire la grande scalinata in legno, quando ad un tratto Ellen
cacciò un urlo: lo scalino si era rotto e qualcosa di viscido, come l‟aveva
definito lei, l‟aveva sfiorata. Le cadde di mano così anche a lei la torcia. Ma
quella non si spense questa volta. Rimase ad illuminare una porzione di
pavimento dell‟ingresso.
«Stupida! Era solo un topo!» la rimproverò Mark scendendo i gradini e
riprendendosi la torcia.
Ma non appena la puntò verso Ellen rimase per qualche istante bloccato.
«Mark! Mark! Cosa ti succede?» cercò di scuoterlo la ragazza.
«Ho visto... ho visto muoversi qualcosa. Lassù!» e Mark le indicò un punto
indecifrato delle scale.
Anche Ellen rimase stupita da quello che vedeva. Proprio di fronte a loro c‟era
una donna. Aveva i capelli lunghi, castani, sciolti. Indossava una camicia da
notte bianca, insanguinata all‟altezza del seno. Era estremamente pallida ed
aveva delle profonde occhiaie.
«Chi sei?» sbottò spaventato Mark. «Sei Jordan? Vuoi farci uno scherzo?
Sappi che è di cattivo gusto!»
La donna piegò il capo da un lato. Forse non capiva cosa il ragazzo stesse
dicendo.
Mark continuava a puntargli la torcia contro. Poi, finalmente la donna si
decise a parlare.
«Voi potete vedermi?» chiese quasi in lacrime.
Ellen che tremava dalla paura rispose: «Sì.»
«Non abbiate paura. Sono lo spirito di Agnes McGarret. Vago da tempi
immemori sulla Terra. Sono stata uccisa da mio marito, perché era geloso.
Ma è riuscito ad insabbiare tutto, nascondendo la verità alla polizia.»
Aggiunse la donna.
«Sei... tu... sei... tu... sei un fantasma?» esclamarono all‟unisono Mark ed
Ellen. Poi, si guardarono e infine si misero a gridare.
«Svelta, Ellen, scappiamo!»
Inchiostro diVerso
Autori vari
Così, senza neanche voltarsi indietro scesero velocemente le scale e in breve
furono quasi davanti la porta.
«Non potete uscire da questa casa prima dell‟alba» disse la donna.
Mark si gettò a capofitto sulla porta. Ma non riusciva ad aprirla.
«E‟ come se fosse incastrata!» disse con foga il ragazzo.
«Certo! Questa casa è maledetta perché sono stata uccisa ingiustamente!»
«Ecco perché i McGarret non si sono mai scomodati a venire fin quassù.
Sapevano di questa antica maledizione!» concluse logica Ellen.
«Vi prego! Aiutatemi!» implorò il fantasma apparendo in un altro angolo
dell‟ingresso. «Siete gli unici in grado di farlo!»
Ellen si portò una mano tra i rossi capelli. Non c‟era soluzione, dovevano per
forza aiutare quell‟anima in pena.
«Cosa possiamo fare per te?» Domandò a mente lucida Ellen.
Mark la guardò stupito.
Il fantasma, allora, le sorrise.
«Qui, dietro questa porta, c‟è un salone con delle sedie. Sedetevi lì. Vi
raggiungo subito.»
Ellen si diresse verso la porta bianca dell‟ingresso, dove era custodito il
salone della casa. Inizialmente, la porta non si apriva. Dovette far leva col
peso di tutto il suo braccio per abbassare la maniglia. Poi ci riuscì e la porta
cigolando si aprì.
«Tu sei pazza!» commentò Mark. «Non possiamo aiutare uno Spirito. Ormai è
morta e defunta. Cosa può volere da noi? Rompiamo il vetro di una finestra e
usciamo da questo posto. Mi dà sui nervi!»
«Il fantasma ha detto che solo noi possiamo aiutarla. Forse qualcun altro si è
introdotto qui e non l‟ha vista. Non hai sentito? Era stupita che potevamo
vederla!»
«La ragazza ha ragione!» disse Agnes. «Qualcuno è entrato qui. Ma non è più
uscito!»
Ellen prese posto in una delle numerose sedie che gravavano sul tavolo. Mark
la imitò un po‟ seccato.
«Bene! Ora che siete comodi vi racconterò la mia storia. Sono nata in questo
umile paesino. Proprio in questa casa. Quando ebbi la sfortuna di incontrare
mio marito, avevo già da tempo perso le mie abilità paranormali.»
«Abilità paranormali?» domandò Ellen con curiosità.
«Avevo visioni mistiche con l‟aldilà. In pratica, riuscivo a vedere gli angeli. Ma
questo solo fino ai sedici anni. A diciannove mi sposai e diedi quasi subito alla
luce due figli: una figlia e un figlio. La mia vita sembrava scorrere serena,
quando sbattendo la testa (sono scivolata dall‟altalena che c‟è in giardino), mi
sono ricordata delle mie abilità paranormali. Non solo che riuscivo a vedere
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gli angeli, ma anche che riuscivo a parlare con loro. Mi innamorai, allora, del
mio angelo custode.»
Agnes si avvicinò ad Ellen. Stese una mano sul petto della ragazza. Socchiuse
gli occhi e poi aggiunse: «Il tuo è davvero molto dolce!»
Ellen percepì perfettamente il tocco gelido del fantasma di Agnes.
«Hai ancora questi poteri?» domandò Ellen.
«Ne ho anche degli altri.» Rispose lo Spettro.
«Come si chiama il tuo angelo?» chiese Mark.
«Gli angeli custodi non hanno nomi. Comunque, io lo chiamavo Jenson.»
«Tuo marito forse si accorse di questo innamoramento. E ti uccise,
pugnalandoti al cuore.» Ingiunse logica Ellen.
«Sì. Ma prima di morire lanciai una maledizione su questa casa. Ecco perché i
miei figli e mio marito non vengono più a Villa McGarret.»
«E perché non la vendono?» sbottò sarcastico Mark.
«Non possono. Chiunque entri in questa casa, non esce vivo!» rispose lo
Spettro.
«Vuoi dire che noi siamo intrappolati qui, per sempre?» concluse ovvio Mark.
«Diciamo di sì. Sono stata terribile quando ho lanciato questa maledizione.
Non ho risparmiato, nella mia collera, nessuno. Ma voi potete fare qualcosa
per me, per porre fine a questo maleficio...»
«Sentiamo, allora» disse Mark.
«Se io potessi ricongiungermi col mio angelo custode, lascerei per sempre
questa casa.»
Ellen, allora, domandò: «E cosa dovremmo fare?»
Lo Spettro tacque. Quindi, rispose: «Rinunciare a voi stessi.»
Sul viso di Agnes si dipinse un sincero rammarico.
«Cosa vuol dire che dobbiamo rinunciare a noi stessi?»
«Dovreste permettere a me e al mio angelo di entrare nei vostri corpi.»
«Ma questo è assurdo! Ci stai chiedendo di morire?» disse alzandosi in piedi
Ellen e prendendo per mano Mark.
«Andiamocene, Mark.»
«Non uscirete vivi da questo posto. E‟ meglio che fate come vi ho chiesto!»
«Svelto, Mark. Fuggiamo!»
Ellen diede un calcio alla finestra e il vetro si ruppe in frantumi. Ma quando
stavano per arrampicarsi sul davanzale, ecco che come per magia quello si
ricompose.
«Oh!» esclamò Ellen con la gamba sanguinante. «Ma questa è stregoneria!»
«Vi ho avvertito!» disse Agnes alle loro spalle. Si voltarono. La ferita del
fantasma sanguinava. «Sono stata punita per aver maledetto la casa. Sono
stata legata ad essa per l‟eternità. Perché per l‟eternità l‟ho maledetta.»
«Tu hai detto che all‟alba potremo uscire!» protestò Ellen.
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«Se farete quanto vi ho chiesto!»
«Ma se moriremo, come faremo ad uscire?»
«Io e Jenson vivremo la vostra vita per voi. Non vi accorgerete di nulla. Non
soffrirete, ve lo prometto!»
Ellen si sentiva disperata, così incominciò a sbattere le mani sul grande
portone della Villa e incominciò a gridare «Aiuto! Aiuto!»
Mark la imitò e insieme a lei cominciò a urlare anche lui «Aiuto!»
«E‟ inutile che urlate. Nessuno in paese si muoverà per salvarvi. Lo sanno
tutti che la casa è infestata dagli Spiriti.» Disse alle loro spalle Agnes. «Hanno
tutti paura ad entrare qui dentro!»
Ellen si voltò con le lacrime agli occhi: il fantasma aveva ragione: quelle due
donne del paese li avevano avvertiti. Singhiozzò per la disperazione. Mark
cercò di consolarla:«Non ti preoccupare, troveremo un modo per uscire!»
«L‟unico modo è quello che ci ha detto il fantasma» singhiozzò Ellen. «Siamo
fregati!»
«Non dire così!» l‟apostrofò Mark.
Nel frattempo, Agnes era scomparsa.
«Non capisci? Non c‟è via d‟uscita!» protestò in lacrime Ellen.
Quindi, scivolò con la schiena lungo il grande portone e si sedette a terra.
Mark si chinò per dirle: «Ascolta, non dobbiamo...»
«No, no – lo interruppe – voglio arrendermi. Siamo impotenti di fronte a
questa maledizione.» Si alzò di scatto e chiamò a gran voce il fantasma che
venne poco dopo.
«Allora, cosa avete deciso?»
Ellen con il volto ancora bagnato dalle lacrime aprì le braccia e disse:
«Eccomi!»
Un vento forte le fece sollevare i capelli, la camicetta: il fantasma era entrato
nel suo corpo, sotto lo stupore di Mark. Poi cadde a terra svenuta. Non
appena si riprese, aprì gli occhi piano piano.
«Jenson» chiamò la ragazza mettendosi in piedi.
Mark indietreggiò di qualche passo. Era inorridito per quello che aveva visto.
«Mark... non fa dolore. Coraggio!» disse Ellen-Agnes tendendogli la mano.
Ma Mark diceva no col capo. Tremava.
Poi, Agnes vide sulle scale una luce abbagliante.
«E‟ qui – Agnes sussurrò in un soffio – sta aspettando solo te!»
Mark deglutì a fatica, avanzò piano piano verso la mano di Ellen-Agnes.
Quindi, l‟afferrò e tremante disse: «Davvero... non fa male?»
Ellen-Agnes annuì. Lui spalancò le braccia, chiuse gli occhi, una abbagliante
luce lo avvolse.
Mark si inginocchiò. Quando aprì di nuovo gli occhi vedeva come se fosse
tutta la stanza brillare.
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Agnes che gli stringeva ancora la mano si avvicinò a lui e lo baciò
teneramente in bocca. Poi scoppiarono a ridere sonoramente.
«Quei due sciocchi, ci hanno creduto.»
«Già» ammise Jenson. «Adesso siamo liberi. Possiamo riamarci come
vogliamo.»
«Sì... siamo vissuti troppo a lungo tra queste incantevoli rovine.»
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Luna metropolitana – Urban Fantasy
Games of Banks.
di Foglia d’autunno
Mr. Geant si aggiustò per l‟ennesima volta la cravatta; era nervoso: quella
convocazione di prima mattina da parte del Capo Supremo non poteva che
essere foriera di cattive notizie.
Da un po‟ di tempo alla televisione si sentiva parlare soltanto di crisi
economica, titoli in ribasso, sfrondamenti, nuove politiche economiche: fino a
quel momento la filiale di BancaAccordo di cui era direttore aveva retto bene,
ma sapeva che non ci sarebbe voluto ancora molto prima che le magagne
venissero a galla.
Naturalmente il “Patron” gli avrebbe attribuito ogni responsabilità,
imponendogli di sistemare le cose e minacciando sfracelli qualora non
l‟avesse fatto, esattamente il comportamento che teneva lui coi sottoposti.
Tolse il cappotto e apparve in tutta la sua sfolgorante bellezza nel completo
di Armadi: si avviò verso l‟ascensore, entrò e premette il pulsante che
l‟avrebbe portato al trentesimo piano, quello dell‟ufficio del Boss.
Qui trovò una nutrita schiera di colleghi che, evidentemente, avevano
ricevuto un‟analoga e-mail: erano tutti elegantissimi, ma i più tradivano la
loro impazienza fumando una sigaretta via l‟altra, che accendevano chi col
semplice schiocco delle labbra, chi tirandosi il naso o un‟orecchia.
Per non pensare, si soffermò ad osservare la bocca di una delle poche
dirigenti donna: era palesemente naturale, cosa decisamente strana in
un‟epoca in cui le modifiche fisiche per rendersi più attraenti erano all‟ordine
del giorno. Lei aveva lunghi capelli di alghe e splendide gambe da sirena,
queste sì sicuramente rifatte: immediatamente scadde nella sua
considerazione e la classificò tra quelle che, da buone incantatrici, non si
fanno scrupoli sui mezzi da usare per arrivare a coprire posizioni di prestigio.
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Poco oltre c‟era una meravigliosa ragazza bruna; quando si voltò, i loro
sguardi si incontrarono: gli occhi rossi di lei brillarono per un momento in un
lampo di complicità mentre il sorriso rivelava lunghi canini sporgenti che, a
giudicare dal riflesso della luce, dovevano essere stati appena sottoposti ad
un accurato sbiancamento.
Sorrise a sua volta, pescando una rivista dal tavolino per non essere costretto
ad intavolare un‟imbarazzante conversazione: relazionarsi con i vampiri non
era di suo gradimento, giacché, al pari della struttura per cui lavorava, erano
invariabilmente dei maledetti succhiasangue.
L‟altoparlante chiamò tutti a raccolta:
- I signori direttori sono pregati di accomodarsi nel salone centrale: tenete a
portata di mano o di zampa il cartellino, in modo da snellire le procedure di
identificazione.
Mr. Geant alzò lo sguardo al soffitto dove i fuochi fatui provvedevano ad
illuminare a giorno i locali privi di finestre e, insieme agli altri, si apprestò ad
affrontare il peggio.
L‟indomani il responsabile dei conti correnti venne a sua volta convocato
nemmeno due minuti dopo l‟apertura: non ne fu stupito, un po‟ perché si era
saputo del viaggio del Capo, ma soprattutto perché quella mattina il volume
della filodiffusione era insolitamente alto.
La musichetta tranquillizzante, che serviva a contenere l‟aggressività degli
sportellisti malgrado il progressivo precipitare degli eventi, era una misura
importante nel programma “cortesia obbligata” e il fatto che già ad inizio
giornata andasse praticamente a manetta rappresentava un pessimo
auspicio.
Sostò un attimo in bagno per controllare nello specchio di essere
inappuntabile, strizzò l‟occhio e si schizzò tutta la camicia di Kerzo con l‟acqua
che fuoriuscì dal rubinetto, improvvisamente aperto da quel gesto fatto senza
riflettere.
Batté tre volte le mani per sostituirla; Mr. Geant era particolarmente sensibile
ai dettagli e all‟apparenza: usava ancora la vecchia brillantina per non aver
mai un pelo fuori posto e, considerata la sua natura, doveva essere misurata
a ettolitri.
Una volta ricomposto, si avviò per le scale, cercando di calmare l‟ansia
ripetendo tra sé una formula obsoleta ma sempre valida: “Sasso che rotola
non fa muffa, muffa che sassola non fa ruota, rossa che lasmofa non fa
rufola, ecc…”
Era già arrivato alla ventottesima variante quando Medusa, la segretaria, lo
fece accomodare: evitò accuratamente i suoi occhi ed entrò nell‟antro
dell‟orco.
Questi aveva davanti a sé il vassoio della colazione:
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- Vieni, caro Egesis, come andiamo? Caffè?
- Grazie Signor Direttore, più che volentieri .
Mr. Geant si tirò il lobo dell‟orecchia destra: la caffettiera vecchio modello
cominciò a versare il liquido mentre l‟aroma si diffondeva nell‟ufficio,
rendendolo immediatamente più accogliente.
- Zucchero?
- Una zolletta.
Nuova tiratina ed ecco pronto un bell‟espresso: il capo fece un cenno con il
dito fresco di manicure e subito piatto, tazza e cucchiaio arrivarono sino a lui.
Bevve un paio di sorsi e lasciò il resto: non aveva intenzione di riempirsi lo
stomaco con un litro di quella roba, trasformandosi in una bomba ad
orologeria. Per l‟altro, che ci andava pazzo, quelle erano dosi normali, ma le
loro strutture fisiche erano diverse ed inoltre, durante quegli incontri
estenuanti, doveva mantenersi il più calmo possibile.
Sorrise forzatamente e si inchinò appena in avanti, disponendosi all‟ascolto.
- Allora, veniamo al dunque. Ho deciso di cominciare da te perché la tua area
è il cuore pulsante di questa filiale e, di conseguenza, quella su cui si deve
lavorare di più per aumentare la qualità dei servizi offerti. E, chiedendo a tutti
un ulteriore sforzo, anche per aumentarne la quantità.
Un punto su cui hanno particolarmente insistito è lo “svecchiamento”. Si
tratta di tagliar via i rami secchi: troppi gnomi, cariatidi obsolete che non
hanno più voglia di far nulla, braccia strappate alle miniere. E poi brutti,
veramente orrendi da vedere; quando è possibile, li licenziamo, altrimenti
ricorriamo al prepensionamento e li sostituiamo con gli elfi, che hanno un
aspetto gradevole e creano una cornice di impatto piacevole: la grazia entra
dallo sguardo e conquista l‟animo.
Visto che siamo in argomento, hai poi avuto modo di parlare con i Ciclopi
della International Island Corporation? Con quelli è sempre meglio avere un
occhio di riguardo!
Scoppiò in una risata da orco, quale di fatto era: e poi aveva il coraggio di
parlare di bella presenza!
- Certo Sig. Direttore, ho trattato la cosa e li ho convinti a investire nelle
nostre obbligazioni a scadenza secolare per circa un miliardo, scusi, miliardo,
di orui.
Come è necessario ridursi per compiacere chi sta al timone!
Però la battuta aveva funzionato: Mr. Geant sembrava un po‟ più rilassato.
- La stessa cosa dicasi per i trolls: che ce ne facciamo di impiegati con
quattro dita soltanto, un naso da Pinocchio, totalmente incapaci di usare il
bilama almeno una volta al giorno, rozzi nei modi al punto da spaventare
anche i colleghi?
- Signore, ormai ne abbiamo solo tre, tutti in zona centralino.
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- Basta centralino: chi sente suonare il telefono, prende la chiamata e la
passa a chi di competenza!
I costi che dobbiamo affrontare per i computer sono esorbitanti e ho il
fondato sospetto che sia colpa dei gremlins: sono bravissimi solo quando si
tratta di creare problemi ai macchinari. Inoltre neppure loro hanno un
bell‟aspetto: via, aria!
In compenso aumentiamo il numero dei centimani: quelli sì che sono
sfruttabili al meglio. Lavoro d‟archivio, conta delle banconote, passaggio delle
operazioni fuori cassa…
- Mi perdoni, Direttore, l‟archivio è tutto informatizzato, le banconote
vengono contate da apposite macchinette e il fuori cassa è ormai
praticamente inesistente: per fare tutto, un folletto basta e avanza.
- E per caricare il bancomat?
- Ormai è un‟operazione semplice; utilizziamo le mazzette predisposte che
arrivano direttamente dal Centro: si devono solo inserire nelle cassettine. La
quadratura è automatica.
- E per i falsi?
- Macchinette anche per quello: una per ogni operatore.
- Ma stiamo scherzando? Una per tutto il salone: che si muovano, corpo di un
Kraken!
Inoltre, per risparmiare anche sui costi dell‟energia elettrica, niente più
compagnie esterne: ce la fabbrichiamo da noi. Una bella serie di biciclette
collegate ad un impianto di illuminazione: turni doppi con cambio ogni dieci
ore. Che ne dici?
- Veramente i tempi lavorativi sarebbero di otto.
- Aumenteremo gli straordinari, tanto non vengono più né riconosciuti né
pagati: se qualcuno si lamenta, lo mettiamo a pedalare per due turni di fila.
- Il Sindacato non la prenderà bene, soprattutto quella babajaga della
Banshee. (1)
- Bah, chi vuoi che le dia retta, sta sempre lì a lamentarsi di tutto.
Tornando a noi, è necessario conquistare nuove fette di mercato; i bambini,
per esempio: costituiscono un bacino di potenziali conti che non sono mai
stati sfruttati.
- Direttore, se non sbaglio la politica precedente è stata di far scappare tutti i
clienti con un saldo inferiore ai cinquemila ouri: i piccoli non arriveranno mai
a quella cifra.
- La politica esiste per smentire se stessa, infatti ora ci muoveremo come i
gamberi. Innanzi tutto, recupero della vecchia clientela attraverso l‟uso
massiccio di djinn (2) che li sorveglieranno senza essere visti e di fate che li
incontreranno “casualmente” quando si recano in agenzie diverse dalla
nostra. Per gli sconosciuti, posizionamento strategico di panotiti (3): quelli
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sono meglio della elaborata strumentazione dei film di spionaggio. Una volta
individuate la necessità specifiche, via con gli elfi: sono senza dubbio i più
adatti a fare opera di convincimento.
Tutta gente a contratto, sia chiaro: li spremiamo al massimo e, dopo sei
mesi, tanti saluti.
Per i bimbi, dicevo, utilizzeremo libretti a risparmio e lecca lecca: la gestione
verrà demandata alla compagine associata degli Schtoumpf. (4)
In quel momento squillò il telefono: cinque, dieci, quindici volte; Mr. Geant si
guardò bene dal sollevare cornetta. Era un comportamento abituale: di
norma il cliente veniva passato proprio a Egesis.
- Richiameranno tra poco: è meglio che torni al tuo posto.
- Posso chiedere di chi si tratta?
- O di Miss Squank (5) o di Mr. Basilisk (6): hanno appuntamento
rispettivamente per le 12.00 e le 13.00; te ne occupi tu, ok?
- Ma certo: vado a preparare Kleneex e occhiali neri.
Nella mente del responsabile dei conti correnti vagavano in realtà pensieri
molto meno concilianti: viste le inevitabili lacrime che avrebbe versato la
prima cliente, le cose sarebbero andate per le lunghe, sfondando gli orari, e il
secondo si sarebbe scocciato alquanto, riservando a lui sguardi ancor più
velenosi del solito.
Cosa non si è costretti a fare per riuscire ad avere l‟ambita promozione:
poteva già considerarsi fortunato che il suo superiore non fosse un Big Foot
(7), altrimenti da un bel pezzo avrebbe dovuto utilizzare il linguaggio dei
segni.
Erano circa le 11,30 : la voce sibilante di Medusa sgorgò dall‟interfono non
appena il mago uscì dall‟ufficio.
- Mr. Geant, Miss Circes è in attesa di essere ricevuta.
- La faccia entrare.
Quella che con incedere da regina entrò nell‟ufficio del direttore era una
walchiria bionda dal seno prorompente; lui la trovò immediatamente di suo
gusto: ecco una vera fata!
Lei, che era in grado di leggere nel pensiero, lo corresse con fare maliardo e
un tono sensuale:
- Maga, signore, specializzata in trasformazioni. Posso fumare?
In realtà la normativa lo vietava nel modo più assoluto, ma chi sarebbe
riuscito a negarle qualcosa? L‟orco non è di legno e Mr. Geant non faceva
eccezione.
La osservò mentre prendeva dalla borsetta una penna a sfera e, con gesto
gentile, la trasformava in una lunga sigaretta mentolata che si pose tra le
labbra in modo estremamente provocatorio, aspettando che gliela
accendesse.
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La sua manona verde corse alla tasca del completo di Falce e Grabbana, tirò
fuori lo Zippo e provvide alla bisogna.
Lei aspirò una lunga boccata e gli sorrise: lui era ormai completamente
incantato.
La guardò con occhi di triglia e gonfiò il petto, facendo saltare un bottone.
La bellissima, discretamente, fece finta di nulla.
- Le spiego di cosa si tratta: abbiamo bisogno di una persona di aspetto
piacevole che indirizzi i clienti alle varie sezioni; nulla di faticoso, anche
perché ci sono ovunque cartelli con le indicazioni e quelli che necessitano di
maggior riguardo vengono accompagnati direttamente dai folletti. Io penso
che sia adattissima, infinitamente meglio di quel cerbero che abbiamo avuto
finora.
La divina sfarfallò le lunghe ciglia:
- Non si preoccupi, sono un‟esperta di pubbliche relazioni: vedrà che resterà
soddisfatto. Avrei un po‟ di appetito: che ne dice di andare a pranzo?
- Conosco un posto dove i camerieri, pardon, i primi piatti sono squisiti:
godere ulteriormente della sua compagnia sarò un vero piacere.
Uscirono sottobraccio (lei si era fatta un incantesimo di allungamento),
ignorando la presenza di Medusa, da tempo vanamente innamorata del
Direttore, che non la degnava minimamente ed evitava di ricambiare il suo
sguardo: il cuore di pietra lo possedeva già e questo gli era sufficiente.
- Avvisi l‟Organizzatore delle risorse operative che appena torno lo voglio nel
mio ufficio.
Il noto fruscio svegliò quest‟ultimo dall‟abituale torpore: aveva elaborato un
metodo geniale per non essere trovato quando più si aveva bisogno di lui.
Si era portato da casa una tabacchiera d‟argento e vi si rinchiudeva per
buona parte del tempo: solo in casi estremi la fidata Miss Sfinge era
autorizzata a tirarlo fuori strofinandola tre volte.
- Capo, temo che in pentola bolla qualcosa di particolarmente disgustoso.
- Di nuovo la cucina degli gnomi?
- Molto peggio: venti di tempesta.
- Potresti evitare di parlare per enigmi e dirmi che sta succedendo?
- Samantha, la strega che è l‟attuale amante di Egesis, mi ha appena riferito
che lui è stato buona parte nella mattina nella tana dell‟orco.
- Ci saranno da fare i soliti cambiamenti: ieri “The Big” ha avuto una riunione
al vertice. Mi sono sentito con Giudas, il golem (8) del Presidente: ha
ascoltato tutto sotto l‟insospettabile travestimento della terra nel vaso della
palma gigante. E‟ per questo che mi sono defilato: lasciamo ad altri l‟arduo
compito di risolvere la questione.
- Ma ci saranno parecchi licenziamenti: quelli dovrai gestirli tu.
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- Prepara una lettera standard, chiama Olasca Milledita e fatti fare un
congruo numero di fotocopie. Ti ha detto chi saranno gli sfortunati?
- In linea di massima i trolls, gli gnomi e i gremlins. Ma anche i centimani
sono in pericolo a causa dell‟automazione: la stessa Olasca corre seri rischi di
essere cacciata.
- Non se ne parla nemmeno: dove la trovo un‟altra domestica che mi svolga
così bene tutte le faccende senza che debba tirare fuori un ouro perché si
accontenta di quello che le passa la banca? Occorre trovarle subito una
funzione alternativa.
Che ne dici della divisione degli F24 relativi alle dichiarazioni dei redditi?
- Non ce ne occupiamo da tempo: è stato incaricato un ufficio esterno.
- Cartelle esattoriali?
- Stessa cosa.
- La vecchia spunta?
- Non esiste più: viene fatta in diretta dagli operatori. O così dovrebbe,
perché in realtà il numero degli errori è aumentato in modo spaventoso.
- Tesoreria?
- Ci siamo persi tutte le convenzioni a causa delle indagini che hanno portato
al commissariamento del Comune e alla pioggia di ispettori qui in filiale.
- Poi dicono che gli elfi sono anime gentili: quelli dell‟Ispettorato sono degli
Yeh-teh (9), anzi, dei veri orchi.
- Anche peggio di “The Big”?
Hamirjead, responsabile delle risorse umane e non, ricambiò il sorriso del suo
braccio destro: la sua gattina, come la chiamava nell‟intimità.
- Ricerche: se ci sono gli errori, ci saranno pure le ricerche da fare.
- No, le procedure per il ricorso sono talmente complicate che la gente
preferisce lasciar perdere.
- E noi perdiamo clienti.
- Arrivano quelli delle altre banche: le procedure sono le stesse per tutte.
Però, riflettendoci, una cosa ci sarebbe: di questi tempi, la massa di cambiali
sottoscritte è decuplicata. Come sai, vanno messe in ordine alfabetico, di
importo e scadenza: è un compito che al momento svolge Ozilmonco, il
poltergeist, ma credo che un incentivo economico lo spingerebbe ad
accettare il prepensionamento. O, al limite, la minaccia di essere cacciato
fuori, visto che, per ovvie ragioni, il lavoro procede a rilento. La Legge ci
obbliga a tenere in filiale almeno un invalido, ma Olasca può tranquillamente
rinunciare a qualcuna delle sue dita.
Inoltre ci sono i logori (10): quelli le macchinette non li possono leggere e
vanno ancora preparati alla vecchia maniera. Naturalmente, senza pretendere
l‟indennità di cassa: le fai capire che è un escamotage per permetterle di
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rimanere. Poi ci inventeremo qualcos‟altro: l‟importante è che dia la massima
disponibilità.
- Sapevo che avresti trovato la soluzione: sei una collaboratrice impagabile!
Andiamo a pranzo e poi...
E indicò sornione la tabacchiera, che era, di fatto, una camera da letto
accessoriata di tutto punto.
Prima di uscire, telefonò a Egesis:
- Ciao vecchio, vado a mangiare un boccone. Coprimi nel caso il capo torni e
mi cerchi.
- Non ti preoccupare, ci penso io.
Il mago sbuffò: giornata balorda, poco ma sicuro. Guardò Thammy che
fingeva di estrapolare le statistiche mensili di andamento dei tassi: anche
quelle erano state meccanizzate da tempo, ma non poteva mica costringere
la sua amante a lavorare sul serio.
Si avvicinò, sussurrandole nel lungo orecchio:
- Ti andrebbe una pausa?
Lei accettò entusiasta, illuminandosi istantaneamente.
- Vado a incipriarmi il naso, ti aspetto.
Diede una voce a Lesting, il suo vice:
- Ti lascio a custodire il forte: tieni duro, vengo subito.
L‟altro gli fece l‟occhiolino, lui sorrise senza ricambiarlo; meglio non correre
rischi: frequentava la strega da poco tempo ed era ancora nella fase in cui
desiderava farle la miglior impressione possibile.
Si alzò e si diresse verso la toilette aleggiando, non del tutto
metaforicamente, a mezz‟aria.
A breve sarebbe arrivata l‟insopportabile Miss Squank; un incontro ravvicinato
con l‟amante gli ci voleva proprio: in relazione all‟uso della bacchetta,
Thammy ne sapeva una più del diavolo.
1) Banshee: fata lamentatrice
2) Djinn: genio (come quello della lampada)
3) Panociti: creature dotate di orecchie immense
4) Puffi
5) Squank: creatura che piange continuamente
6) Basilisco: creatura capace di uccidere con lo sguardo
7) Big Foot: Piedone
8) Golem: creatura di sabbia
9) Yeh –teh: traduzione letterale “quella cosa”, corrisponde al nostro
abominevole uomo delle nevi
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10) Logori: banconote strausate, lacerate e ormai inutilizzabili che vengono
comunque preparate in mazzette da 100 e trasmesse in Cassa centrale per
essere definitivamente distrutte.
Nota bene: possibili riferimenti a personaggi ed accadimenti reali sono
totalmente volontari.
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Luna piena - Thriller
Fantasmi
di MournfulCreatureOfTheDark
Lev Ivanovic Djemrovskij stava fissando il terreno ai suoi piedi, il suolo scuro
che iniziava a intravvedersi tra la neve, quando una parola gli saltò in mente:
оттепель ['otjIpjIlj]. Sì, il disgelo era vicino; peccato che in quel momento
avesse qualcosa di decisamente più importante cui pensare. Vicino ai suoi
piedi, protetti da un paio di scarpe nuove di zecca, giaceva il corpo di una
donna, o per lo meno quel che ne restava: dall'addome aperto della
sconosciuta parevano infatti mancare alcuni organi. Ma non era quella la
prima cosa che l'ispettore aveva notato: al corpo, infatti, mancava la testa.
Qualche secondo dopo aver appurato questo fatto, Djemrovskij era giunto
alla sua prima conclusione in quel caso: gli avevano scaricato tra le mani una
patata bollente, una patata davvero bollente, e non aveva la minima idea di
come poteva riuscire a non scottarsi. Per prima cosa avrebbe dovuto
rimuovere il cadavere: nello Stato senza criminali non poteva certo correre il
rischio che qualcun altro vedesse quel macabro scenario, ne andava della
credibilità del Partito. Certo, avrebbe sempre potuto dare la colpa agli
occidentali, a un lurido americano che era riuscito a raggiungere Mosca per
spiare i nemici da vicino e rubare i loro segreti, ma in tal caso avrebbe
comunque ammesso che il confine che separava il paese dal resto del mondo
non era poi così invalicabile come Stalin andava dicendo, e allo stesso Stalin
la cosa non sarebbe piaciuta, no, non gli sarebbe piaciuta affatto. E poi,
pensò Djemrovskij, il Piccolo Padre gli aveva appena regalato quelle belle
scarpe nuove, quindi non aveva alcuna intenzione di deluderlo, o irritarlo, o
impensierirlo; avrebbe trovato quell'assassino e l'avrebbe fatto al più presto,
senza lasciar trapelare la notizia. L'Unione delle Repubbliche Socialiste
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Sovietiche era un luogo dove i crimini non esistevano: così era, così doveva
essere e così sarebbe stato. Djemrovskij non avrebbe parlato di quel corpo ad
anima viva.
Mi volto per un attimo a guardare la strada che ho appena percorso con le
mie vecchie scarpe logore, la suola che lascia impronte strane che si
mescolano a tante altre; sono impronte diverse le mie, perché le scarpe si
sono sformate con l'usura, tanto che risalire al loro aspetto originario è
pressoché impossibile. E così è diverso anche quel che porto con me,
sebbene sia convinto che non tutti quelli che sono andati a caccia stanotte
siano tornati con prede animali; i tempi sono duri, la fame dilaga, il
cannibalismo non sembra poi così rivoltante. Di sicuro sono l'unico che si
porta appresso una testa umana recisa da poco, un macabro gingillo che mi
accingo a consegnare; sono uno specialista nel mio campo, curo le cose nel
minimo dettaglio, e anche tutta la parte relativa alla consegna è stata,
ovviamente, studiata fin nei minimi particolari. Non che mi preoccupi il fatto
di essere catturato: questo non accadrà mai. Sono furbo, troppo scaltro per
essere arrestato, sveglio abbastanza da vivere come un fantasma, perché in
fondo è questo che sono: in uno Stato che non ammette la criminalità,
perché sostiene di aver eliminato tutte le cause sociali che ne stanno alla
base, io, ufficialmente, non esisto. E così il mio inseguitore, il poliziotto che in
un altro Stato sarebbe venerato come "l'uomo che ha catturato un pericoloso
assassino seriale", si ritrova a cercare, per la seconda volta, un uomo di cui
non può ammettere l'esistenza, e perciò non può chiedere aiuto a nessuno,
men che meno interrogare testimoni o fare domande in giro. In un certo
senso, anche lui è un fantasma, un uomo che non deve in alcun modo far
capire alle persone che è alla ricerca di un assassino, che deve agire
nell'ombra, con mille sotterfugi, che non può parlare con anima viva del suo
lavoro, che non può fidarsi di nessuno se non di se stesso. Siamo due
fantasmi, io e lui; ma quando il mio intero disegno sarà divenuto realtà, solo
uno di noi sarà morto per davvero.
Un uomo, a Mosca, era in possesso di una testa umana. "Trova la testa, trova
l'assassino" ripeté Lev, rincasando dopo una giornata passata a vagliare
migliaia di ipotesi, quella frase che continuava a ronzargli in testa, tanto da
diventare il suo nuovo mantra personale. Essendo un importante membro del
Commissariato del Popolo degli Affari Interni, Djemrovskij aveva a
disposizione un modesto appartamento dove poteva vivere solo, senza
condividerlo con altre persone, come accadeva invece alla maggior parte dei
cittadini; avrebbe voluto che sua moglie fosse ancora in vita per poter godere
di quel piccolo privilegio con lui, ma la malattia, o forse la fame, se l'era
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portata via un paio d'anni prima, e da allora non aveva fatto nulla per trovare
una nuova compagna. Una volta entrato in casa, le labbra che disegnavano il
suo nuovo motto, capì subito che qualcosa non andava: qualcuno era stato lì.
La foto del Piccolo Padre pendeva leggermente verso destra, la bottiglia sul
tavolo pareva essere meno piena di quando se n'era andato, una sedia era
stata spostata: erano inezie, ma lui, da bravo osservatore qual era, aveva
subito notato quelle piccole differenze. O forse era solo paranoico dopo una
giornata di duro lavoro, passata a esaminare un cadavere e a cercare qualche
indizio sul colpevole; tutto l'NKVD era parso in subbuglio quel giorno, come
se all'improvviso fossero comparsi dei capitalisti proprio dove doveva sorgere
il nuovo palazzo dei Soviet. Molti capitalisti. Centinaia di capitalisti. Forse, si
disse Lev, qualche compagno non era stato in grado di tenere la bocca chiusa
e aveva parlato del cadavere senza testa che avevano ritrovato nel bosco. Sì,
doveva essere andata così; non appena si disse queste parole, una strana
calma scese su di lui, come se avesse appena vinto un vecchio demone che
voleva prendere il controllo della sua anima. Si tolse le scarpe, pensando che,
quella mattina, poteva aver urtato il quadro mentre s'infilava di fretta il
cappotto, aver bevuto dalla bottiglia prima di uscire e aver spostato la sedia
dopo essersi sistemato i calzini. Lev si tranquillizzò, con la convinzione che si
fosse trattato di un falso allarme che lo condusse tra le braccia di Morfeo;
solo alcuni istanti dopo che i suoi occhi si chiusero, dei passi riecheggiarono
nel corridoio esterno.
Quasi interamente nascosto da una massiccia scrivania in legno scuro, forse
ebano, il membro del Partito Lebedev attendeva impaziente un ospite e, con
lui, una consegna che molti avrebbero considerato piuttosto macabra: una
testa. Attendeva quella testa da esattamente ventitré giorni, sedici ore e
trentaquattro minuti, e ora stava finalmente per giungere tra le sue mani;
vederla coi suoi occhi avrebbe significato confermare che il suo meraviglioso
piano procedeva a gonfie vele. Era già tutto pronto, mancava solo
quell'ultimo, fondamentale elemento; una volta ottenuto quello, il resto
sarebbe venuto da sé.
Lev stava disteso, supino, sul suo misero letto, le orecchie tese e pronte a
captare anche il minimo rumore; forse stava davvero diventando paranoico,
ma si era convinto che lì fuori ci fosse qualcuno. Aveva sentito un rumore di
passi che lo aveva svegliato, e gli era anche parso di udire una voce
sussurrare qualcosa, parole rivolte forse alla notte forse a un'altra persona.
Poi, all'improvviso, il silenzio: niente più passi, niente più voci, anche il vento
si era di colpo calmato. Lev trattenne per un attimo il respiro, immergendosi
completamente nel silenzio circostante; tornò a respirare solo quando si
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accorse di non poter più trattenere l'aria nei polmoni, buttandola fuori con un
lungo, sibilante soffio. La calma che era scesa sulla stanza placò i suoi timori,
facendogli calare le palpebre, la frase "trova la testa, trova l'assassino" che
ricomparve nella sua mente; non ebbe neppure il tempo di entrare in
dormiveglia che la sua casa venne inghiottita dal frastuono.
Sono qui, di fronte al mio obiettivo che mi fissa con gli occhi sgranati, sotto i
quali si notano due profonde occhiaie; non ha idea di chi io sia, non sa
perché sono qui, ma sono sicuro che lo capirà presto. Lo conosco, so com'è
fatto: tra non molto comprenderà che la sua ora è giunta, perché a Mosca
non c'è più spazio per lui. Il corso degli eventi lo ha fatto diventare un nemico
del popolo, e per questo devo affidarlo al suo destino, anche se, devo
ammetterlo, un po' mi dispiaccio nel vedere l'espressione confusa, mista a un
pizzico di terrore, comparire sul suo volto mentre scopro monete cave, come
quelle usate dalle spie per nascondere microfilm, nascoste dietro la foto del
Piccolo Padre, e i minuscoli fogli con su scritto teorie complottistiche nel
doppio fondo della bottiglia. E che dire della faccia che fa quando trovo
casualmente la testa nascosta vicino alla sedia, sotto le assi del pavimento!
Sì, un po' mi dispiace, ma in fondo so che sto facendo la cosa giusta: vendo
lui per salvare me.
Lebedev non poteva più aspettare: voleva la testa di Lev Ivanovic
Djemrovskij, e la voleva subito, servita su di un bel piatto d'argento, con
tanto di prove fasulle che dimostravano che Djemrovskij era una spia. Sin da
quando aveva catturato quell'assassino, Djemrovskij era diventato un peso
per il Partito, un uomo che sapeva cose che non sarebbero mai dovute venire
a galla; e quale modo migliore di liberarsi di qualcuno se non seppellendolo
sotto metri di neve? Era quella la fine che lo attendeva, e di lì a poco anche
lui l'avrebbe scoperto; Lebedev l'avrebbe accolto nel suo ufficio e poi via,
spedito fuori, dritto all'inferno.
Dicono che questo sia l'Inferno, ma tutto ciò che vedo è ghiaccio e neve.
Sono finito in questa terra dimenticata dalla civiltà perché ho creduto di
proteggere il mio Paese, quando invece il mio Paese non aspettava altro che
potermi incastrare. Trova la testa, trova l'assassino: per loro l'assassino sono
io. So che non è così, ma non c'è nulla che io possa fare, se non gelare tra le
miniere della Kolyma, e pensare che mi sbagliavo: il disgelo è ancora lontano.
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Luna calante - Narrativa introspettiva
La sconfitta
di Deilantha
“I ragazzi non sono tutte belve, ne esistono anche di gentili, pazienti e che ti
restano accanto… ad esempio, penso che Lucien sia così!”
Quando Pasi aveva fatto quel nome, quel pomeriggio, cambiai d‟improvviso
atteggiamento, diventando scostante e più fredda del solito e troncai il
discorso prima che la mia amica potesse ripetere ancora il nome di Lucien.
Lucien.
No. Non poteva essere.
Non doveva essere.
Io non dovevo assolutamente innamorarmi!
Avevo visto troppo spesso quanto quel tipo di sentimento potesse giungere a
conseguenze devastanti nell‟animo umano, ero circondata di casi di
sofferenza d‟amore… ed uno lo vivevo da quando avevo memoria,
direttamente in casa mia. Mio padre era stato devastato totalmente
dall‟amore. Quando mia madre si è separata da lui l‟ho visto morire e
spegnersi giorno dopo giorno, diventando un fantasma di se stesso, un
essere vuoto senz‟anima, che cerca solo di andare avanti perché respira
ancora. Come potevo avere un‟idea felice dell‟amore? Tutti quelli che
conoscevo soffrivano per esso: amici parenti, e colleghi di facoltà, tutti
irrimediabilmente alla ricerca della “persona giusta” e irrimediabilmente
coinvolti in relazioni amorose che di giusto non avevano nemmeno la
parvenza. L‟amore era dolore, questa era la realtà dei fatti. Gli esseri umani
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erano fatalmente attratti tra loro, ma ogni volta che cercavano di unire le loro
vite finivano solo con il rimetterci la salute e la serenità d‟animo. Ecco perché
preferivo circondarmi dei miei amati libri. I libri non mi deludevano, e se mi
facevano soffrire, erano anche in grado di donarmi delle gioie infinite, molto
di più di quanto facesse la vita “reale” là fuori. Rinchiusa nella mia stanza
vivevo serena, circondata da tutto ciò che amavo, e mi sentivo felice. Io non
avevo bisogno di amare anche un ragazzo. Non avevo alcun bisogno di
soffrire per qualcosa destinato a finire. No, io non mi sarei mai innamorata,
mi sarei salvata da quella tragica malattia chiamata “amore”. Avevo
diciott‟anni e un cervello funzionate, e grazie ad esso ero già al primo anno di
università, avendo iniziato precocemente il mio percorso scolastico. E da
quando avevo memoria, non mi ero mai lontanamente persa dietro gli occhi
profondi o le parole sensuali di qualche bell‟imbusto in circolazione. Mi
ritenevo fortunata e immune agli attacchi ormonali che invece sembravano
avere del tutto la meglio sulle mie coetanee. Avevo visto Pasi soffrire così
tante volte che nemmeno ne tenevo più il conto, Rita continuava ad avere
Federico nel cuore nonostante si fossero lasciati anni addietro… le mie
amiche erano il chiaro esempio per me di ciò che non avrei mai voluto
essere: innamorata. Fuggivo al solo pensiero. Sentivo un brivido di terrore
ogni volta che pensavo all‟eventualità che potesse accadere una cosa simile…
e invece in quei giorni mi stavo rendendo conto che la mia tanto declamata
immunità aveva una falla… e anche bella grossa! Una falla dai capelli biondi e
gli occhi verdi, e un sorriso caldo e sereno… Una falla che da giorni non mi
faceva più dormire!
Non volevo ancora crederci che fosse vero, stavo cercando da giorni di dirmi
che mi stavo solo autosuggestionando, che ero semplicemente caduta vittima
del bel viso di Lucien.
Lucien.
No, non potevo nemmeno pensare quel nome che sentivo il mio cuore
battere più forte. Ogni volta dovevo stringere le mani fino a farmi male per
distrarmi e non pensare a quella successione di lettere e a tutto ciò che si
portava dietro. Come avevo potuto? Cosa mi era saltato in mente? Io non
volevo… Io non dovevo!
No, nella maniera più categorica, NO!
Mi rifiutavo di ammetterlo, anche se il solo pensare a quella voce, a quegli
occhi, a quel sorriso mi sconfiggeva su tutti i piani; ogni argomentazione a cui
facevo ricorso per confutare l‟idea che fossi preda di una cotta
adolescenziale, cadeva miseramente nel momento in cui il mio pensiero si
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soffermava su una delle sue caratteristiche. Ne bastava solo una, e il mio
cuore non mi apparteneva più!
Quando Pasi lasciò la mia casa, cercai di concentrami sui suoi abiti da
rimettere in sesto, ma le parole della mia amica mi rimbombavano nel
cervello: “I ragazzi non sono tutte belve, ne esistono anche di gentili, pazienti
e che ti restano accanto… ad esempio, penso che Lucien sia così!”
Mi aveva chiesto come avrei reagito se mi fosse capitato d‟innamorarmi, e le
avevo risposto che speravo non accadesse mai, ma la verità era che avevo
già la speranza nel cuore che quelle parole fossero vere! Ero già intenta a
sperare che ci fosse un‟eccezione alla regola, che il mio caso sarebbe stato
differente, che non avrei sofferto! E tutte le mie teorie, tutte le mie
argomentazioni, frutto di osservazioni che duravano anni, dov‟erano andate a
cacciarsi d‟improvviso? Che fine avevano fatto tutte le mie idee sulla
sofferenza immane che immancabilmente devasta chi è innamorato? Ero già
diventata una folle accecata da ciò che provava, ero già nella fase più
pericolosa di cecità totale!? Quanto poco ci avevo messo per abbattere le mie
teorie! Ero davvero ridicola, non solo ero stata vinta anch‟io da quel male
oscuro, ma ero stata anche così folle da illudermi che a me non potesse
accadere! Questo faceva di me una creatura ancora più miserabile! Come
avrei potuto guardarmi in faccia? Come avrei potuto essere fiera di me stessa
ora? E soprattutto, come avrei potuto affrontare l‟orrenda verità che non
volevo accettare?
Mi ero innamorata.
E questo non era nei miei piani.
Questo non doveva accadere.
Ero rovinata.
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Luna di fuoco - Narrativa storica
Mio nonno disperso in guerra: una storia vera, seppur romanzata
di Pierfrancesco Maiuri
(Pecco73)
Sono solo un uomo e ora sono anche un uomo solo. Di me si ricorderà
qualche familiare che mi ha conosciuto e purtroppo o per fortuna anche chi
ha avuto modo di conoscermi poco e niente ma che non potrà mai
dimenticarmi perché gli ho dato la vita. Poi, quando la mia generazione si
estinguerà, quando anche mio figlio non ci sarà più, resterò, come è destino
di tutti, nella polvere della terra e nell'aria del cielo, nella speranza che ciò
che ho appreso a catechismo e fatto mio con la fede sia vero e possa
ricongiungermi con chi mi ha voluto bene, ricambiato, e ha perso le mie
tracce troppo presto.
Mi hanno mandato a combattere questa stupida guerra di cui non mi
importava niente. Hanno detto che era per la patria, contro le potenze
imperialiste, ma a me sembra che anche Italia e Germania siano o siano
volute essere imperialiste. Io so solo che ho visto morire i miei amici e
commilitoni a migliaia, che la mia famiglia è lontana e soffre e soprattutto
soffrirà per me, che io stesso ho fatto una vita di stenti che ora, me ne
accorgo, sta per finire prematuramente. Tutto questo per cosa? Può esistere
qualcosa che dia un senso a tutto ciò, si chiami duce, Italia, gloria od onore?
Io avrei voluto semplicemente una vita normale, felice con poco. Avrei voluto
vedere crescere mio figlio (ed altri eventuali: avrei tanto desiderato una
femmina!) assieme a mia moglie, un impiego onesto, una bella casa con un
orto curato, la pasta fatta in casa, un bicchiere di buon vino rosso e la siesta
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dopo il lavoro. Tutte piccole cose che ora sembrano enormità, ora che la
stanchezza ci toglie il respiro e il gelo ci irrigidisce le espressioni
preannunciando un altro gelo, ben più grave: quello definitivo della morte,
che non tarderà a sopraggiungere. Sono ora in una terra che non conosco:
non è più Italia, ma non è ancora Russia, dove dovremmo andare.
Dovremmo, ma non andremo, perché cadiamo come mosche, come birilli e
molti di noi non hanno neanche degna sepoltura. La stanchezza ci induce a
fermarci, il freddo a muoverci per non morire ibernati e così facendo non
viviamo, al massimo sopravviviamo, finché potremo farlo.
Spero solo che queste parole, che affido ai timidi raggi di un sole che pare
imprigionato dal e nel suo destino - come me, come noi - non vadano perse
ma che un domani saranno raccolte e diffuse per far capire che la guerra è
sempre un errore, quando poi la si poteva evitare una terribile responsabilità.
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Ultimo quarto - Narrativa fantasy
La Strega Rossa [L’inizio]
di Ivano Dell’Armi
(Erendal)
Il sole lassù sulle Montagne Rosse splendeva accecante, non a caso erano
chiamate così perché durante le ore più calde, nella bella stagione, era
praticamente impossibile scorgerne i contorni delle sagome. Alcuni
superstiziosi dicevano che lassù vivesse il demonio, o chi riusciva a non
distogliere lo sguardo dalla luce fosse una strega o una persona malvagia.
Ileina sorrideva, lei ci riusciva fin da bambina; naturalmente non aveva mai
rivelato questa sua capacità. Landia, villaggio di umani poco dotati e secondo
lei anche poco intelligenti, non erano visti di buon occhio gli individui fuori dal
comune, i maghi, le streghe ed ogni altra creatura dotata di poteri.
Nonostante si definisse un villaggio civile, a Landia c‟era ancora la gogna, le
streghe venivano bruciate al rogo, e fuori dalle porte si appendevano corone
di aglio per tenere lontani i vampiri. Adesso che Ileina aveva sedici anni era
però giunto il momento di farsi coraggio. Doveva andare nella foresta delle
Radici Profonde per dare un significato alle sue sensazioni.
Gracin la guardava negli occhi, il suo ciuffo ribelle si agitava indisciplinato al
vento mentre cercava di spiegarsi.
“Ileina non puoi andare, la foresta non è un luogo sicuro. Le fronde degli
alberi sono talmente fitte che praticamente è sempre buio; hai idea di quanti
predoni saranno lì?”
Gracin aveva impugnato il suo arco, non l‟aveva mai visto così determinato,
Ileina scoppiò a ridere.
“Sei dolce! Ma tu non puoi capire” Gli disse accompagnando un buffetto sulla
sua guancia arrossata.
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Gracin sospirò.
“E‟ per via delle tue capacità? Guarda che non ti conviene approfondire, lo sai
cosa succede a chi pratica la magia!”
Ileina infilò il suo stiletto nella guisa di pelle, amava vestirsi da uomo con le
camice larghe e le braghe, gli stivaloni e la sacca. Da bambina aveva dei
capelli lunghi bellissimi, adesso invece li portava sempre molto corti perché
più pratici, richiedevano meno cure e meglio si adattavano alla sua vita da
esploratrice senza tra la terra e l‟erba. I suoi capelli erano rossi come il fuoco,
e i suoi occhi di un colore unico, un verde profondo e misterioso da sembrare
occhi di elfo.
“Non è un tuo problema Gracin, né io ti ho mai chiesto di badare a me. Torna
a casa e fai il bravo”.
Gracin voleva fare l‟uomo, ma era poco più di un ragazzino sovrappeso anche
se era già un abile cacciatore e il padre lo portava sempre con se ogni
battuta di caccia importante per assicurarsi un buon risultato e poi vantarsi
con gli amici.
Ileina era affezionata a lui, nulla di più. Intrecciare una storia romantica non
interessava. Doveva partire, restare a Landia avrebbe significato soltanto
mortificare le sue ambizioni.
“Gracin, tu non mi hai vista oggi qualunque domanda dovessero farti se non
mi vedrai tornare, se trovo la strega ho intenzione di restare un po‟ con lei”.
Gracin avrebbe voluto trattenerla, ma gli occhi di Ileina lo fulminarono, erano
come pozze profonde che lo spaventavano a morte. Sapeva già di essersi
perso dentro quel baratro senza fondo, tuttavia non si considerava ancora
perduto. E comunque lui lo sapeva, l‟aveva vista all‟opera più d‟una volta:
Ileina sapeva attingere molto bene dalla natura le sue energie; creava cerchi
di fuoco con la mente, l‟aveva persino guarito con una pozione di erbe
mediche. E poi la luce dei suoi occhi.
“Ileina ti prego, non andare; io ti…”
Lei gli tappò la bocca con la mano, Gracin si sentì soffocare; aveva le lacrime
agli occhi. Quel verde immenso intorno alle sue pupille si stagliò dentro di lui
devastandogli l‟anima.
“Se lo dici ti uccido. Te l‟ho detto che non mi piacciono gli uomini, te lo vuoi
mettere bene in quella zucca vuota? Io non sono fatta per questo genere di
cose, io voglio sentirmi libera come la natura: nessun vincolo, niente catene”.
Ileina lo lasciò lì a piangere. Prese un respiro profondo e si immerse nel suo
cammino senza nemmeno salutare il suo disgraziato amico, tanto sapeva che
Gracin avrebbe fatto la spia!
Recitò a mente qualche formula che aveva letto sul grimorio degli antichi avi,
le serviva per far disperdere le sue tracce, quindi andò. Quel libro lo teneva
stretto tra le mani, l‟aveva trovato in cantina arrotolato dentro una coperta di
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lana e riposto in fondo ad uno scrigno di legno. Doveva essere molto antico.
L‟aveva custodito gelosamente e non l‟aveva mai fatto vedere a nessuno, era
il suo segreto e forse la prova che era discendente di una setta di maghi. Era
la sua arma con la quale avrebbe convinto la strega Casperta a tenerla con
se.
Ma su una cosa Gracin aveva ragione! La foresta era inquietante con i suoi
rumori e la sua suggestione, tuttavia Ileina sapeva che poteva contare sul
potere della natura qualunque cosa fosse accaduta, e sulla base di questa
sensazione trovò la serenità per addentrarsi. Doveva camminare a lungo.
Ogni passo sentiva che stava cambiando qualcosa dentro di lei, che non
sarebbe più tornata indietro. Sentiva l‟influsso benefico degli alberi e degli
animali come un insieme di emozioni, anche la terra ai suoi piedi aveva un
sapore nuovo.
“Non te ne sei ancora accorta, vero?”
Si girò di scatto, di spalle. Un voce sottile, strisciò dietro di lei.
“Non temere, ragazza dai capelli rossi; ma ascolta il mio suggerimento, non
irritarla quando la troverai e fai sempre ciò che ti dice. E non rimanere male
se ha modi bruschi, lei non ama quelli come te. Ma se raggiungerai il suo
cuore ti donerà il suo segreto”.
“Ma chi parla?” Solo un passero volò via dal ramo di un albero; non c‟era
nessun‟altro. Ileina sorrise, era sulla strada giusta, e quando il sole si
apprestava a scomparire dietro le Grandi Montagne di Fuoco, ecco un‟ampia
radura ed un groviglio di rovi. Ileina s‟immerse lì dentro rovinando i suoi abiti,
e quando uscì dal tunnel di rovi era sporca e graffiata, una spina le aveva
lacerato una guancia dalla quale una riga di sangue prendeva forma sempre
più voluminosa fino a formare un rivolo rosso che scivolando giù le aveva
macchiato la camicia.
Stava per fare buio, non le restava che bussare alla porta della casetta
davanti a lei. Non esitò neanche un istante, quando la porta si aprì appena un
naso bitorzoluto accompagnato da due occhi gialli spiò all‟esterno. La voce
della dimorante era tutt‟altro che accogliente.
“Chi disturba, perché sei qui? Come sei arrivata?”
Ileina mostrò il grimorio alla signora dagli occhi gialli e senza perdere tempo
arrivò diretta al punto.
“Voglio saperne di più!”
Ma la sua interlocutrice non si mostrò soddisfatta, anzi sembrava molto
disturbata da quella inattesa visita.
“Hai idea di quello che hai tra le mani, impudente ragazzina?”
“Certo, mi serve il suo aiuto per usarlo al meglio. Io non sono come gli altri
del villaggio”.
L‟affermazione irritò ancora di più la strega Casperta.
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“Sei stupida o cosa?”
La porta si chiuse in faccia ad Ileina che tuttavia non esitò a continuare a
dare le sue spiegazioni.
“Non mi ha seguito nessuno, lo giuro! Ho confuso i miei passi nella foresta
con un incantesimo che so fare. I piccoli incantesimi mi riescono bene”.
Stavolta la porta si spalancò; l‟aspetto della strega Casperta era orribile;
invece Ileina le sorrise felice senza sobbalzare nemmeno quando la megera la
scrutò avvicinandosi con il viso.
“Posso entrare allora?”
“Non hai paura di me?” Affermò la strega con l‟intenzione di leggere i pensieri
della giovane.
“No, signora strega”.
Ileina era molto coraggiosa, o forse soltanto sciocca. Non si rendeva conto in
quale guaio si stava cacciando.
“Se non sai riconoscere la differenza tra stregoneria e magia non sei la ben
accetta!”
Ileina sospirò, sembrava una domanda facile, invece era rimasta lì sull‟uscio a
riflettere. Poi però diede la sua spiegazione.
“La magia è la capacità di dominare le energie e le leggi della natura con la
forza volitiva del pensiero, attraverso formule e riti. E‟ un‟arte ed è
antichissima”.
“Il simile agisce sul simile, il contiguo agisce sul contiguo”. Rispose Casperta
aggrottando le sue folte sopracciglia. I suoi occhi baluginarono per un istante
e Ileina si ritrovò senza il suo grimorio, magicamente tra le grinfie della
strega che prese a ridere con voce stridula.
“Restituitemelo!” Sbuffò Ileina.
“Tu non hai finito di dare la tua risposta, ragazzina; questo non puoi tenerlo,
non è roba per te. Io invece sono molto più indicata a sfogliarne il
contenuto”.
Casperta chiuse la porta di nuovo. Ileina si concentrò senza scomporsi;
doveva recuperare la situazione, riprendere il dialogo; dimostrare che era
all‟altezza.
“Vi chiedo scusa, voi non siete una strega, ma una maga. Siete arrabbiata
perché vi ho offesa e me ne duole, credetemi”.
“Ah sì!” Borbottò l‟altra ancora lì dietro.
“La Magia è molto più seria, permette di accedere a picchi di consapevolezza
vertiginosi solo con la propria mente, la stregoneria è un trucco, si basa più
che altro sulla ritualità e sull'oggettistica! Serve per piegare alcune forze alla
propria volontà, non a comprenderne l‟essenza. Perciò non è un bene, ma
suggella spesso un patto con le forze oscure”.
Il dialogo proseguiva lo stesso.
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“Se ci si avvicina alla Stregoneria, ragazzina, bisogna farlo con molta cautela.
Brandire il potere, sentirlo scorrere nelle vene, è una sensazione
meravigliosa, ma accecante”.
“Mi aprite adesso!” La voce di Ileina, un tono di bambina spazientita ma non
nervosa, fece ragionare la strega.
“Se lo facessi come la metterai con la tua gente? Io devo nascondermi per
non finire su un rogo tra le fiamme, tu vuoi lo stesso mio destino?”
Ileina sospirò più forte, la pazienza non era mai stato il suo forte; ma era
decisa ad arrivare fino in fondo.
“La gente è cieca, ed io sento l‟energia che vibra ma non so capire da dove
proviene. Mi piace, e mi piaccio così; sento che è la mia vocazione. Secondo
lei dovrei restare cieca anch‟io? So che Landia era un villaggio di streghe
nell‟antichità, e so anche che da secoli se ne celano le tracce”.
“Esistono poteri oscuri e forze naturali non ancora riconosciute e
sperimentate, ti perderai! Torna a casa e dimentica di avermi trovato”.
Ileina aveva deciso di fare sul serio, mostrare alla strega Casperta le sue doti.
“Spiriti del sottobosco, conferitemi il vostro potere, datemi la forza per aprire
la mente. Mia è la magia che apre la porta del pensiero, mio è il controllo”.
E la porta si aprì, la strega era contrariata nel constatare la vittoria sul viso di
Ileina.
“Io non sono una maga, forse tu lo sei. Ma io sono una megera, io
padroneggio le forze oscure, io ho stretto un patto col demonio, io ho
perduto la mia anima, io brucerò all‟inferno. Ma non tu; perciò vattene via
finché sei ancora in tempo”.
“Io ricorderò tutti i miei sogni. voglio riprendere il libro che mi hanno
sottratto. Io ricorderò tutti i miei sogni. Io sono la padrona del grimorio”.
Con un cenno della mano Ileina si riprese il grimorio che sollevatosi in aria
piroettò fino a lei per poi depositarsi tra le sue braccia. La giovane impunita
aveva sorpreso di nuovo la vecchia megera, come aveva detto lei di essere
chiamata; da quando si era ritirata nella foresta non aveva più sentito parlare
di altre persone in grado di praticare la magia, Landia era vicina ma grazie al
suo incantesimo che aveva ingigantito le radici degli alberi si era sentita al
sicuro. La superstizione della gente poi le aveva facilitato il resto del compito.
Adesso cosa voleva questa ragazzina? E soprattutto come si era permessa di
strapparle di mano il grimorio? Casperta guardò con fare cattivo Ileina negli
occhi.
“Che delusione!” Sospirò Ileina schernendola. “A Landia raccontano di voi
storie fantastiche, vi temono, dicono che siete la signora della foresta; storie
che a quanto vedo non sono vere, lei signora strega è solo una povera
vecchia sola e vigliacca”.
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“Aspetta!” La strega aveva deciso di fare sul serio. Un ramo spuntò da
sottoterra ed iniziò a ramificare tutto intorno a Ileina che in pochi secondi si
ritrovò immobilizzata. Aveva fuori solo la testa con gli occhi, il grimorio le era
caduto a terra. La giovane maga si sentì all‟improvviso così impotente che si
stava pentendo delle sue parole.
“Ma allora…” Sospirò Ileina rendendosi conto che finora la vecchia megera
aveva solo finto di sorprendersi per capire fino a che punto lei avrebbe
mostrato il suo potere . “… Che intenzioni avete?”
“Nessuno osa prendersi gioco di me, adesso resterai lì, ti vedrò sfiorire giorno
dopo giorno, e poi mi mangerò il tuo cuore. E‟ questo che fa una strega, il
cuore dei giovani dona forza e vigore; ringiovanisce. Preparerò una pozione
della giovinezza con il tuo cuore, l‟elisir della lunga vita. E tu, mia cara, non
sei solo giovane, sei anche magica”.
Ileina adesso aveva paura, eppure trovò lo stesso il coraggio di sorridere; il
sortilegio della strega le era piaciuto.
“Me lo insegnerai un giorno?” Lo sguardo di Ileina ipnotizzò per un istante la
strega. Quella giovane maga avrebbe potuto aiutarla a riconquistare Landia,
e nuove streghe sarebbero tornate sulle Montagne Rosse come era mille anni
prima. Era la loro terra, non degli uomini di adesso che prima avevano
proliferato in quella zona e poi avevano iniziato a dare loro la caccia. Chi
aveva disboscato la foresta per costruire il villaggio? Chi aveva sottratto
l‟acqua dal fiume per i propri comodi?
“Se non muori, forse…” Farfugliò la megera. “Ma poi loro ti diranno che sei
un demonio, sei disposta ad affrontarli se decidessi che è tempo di tornare a
Landia per noi creature magiche? Forse è meglio che ti mangi il cuore
adesso, soffriresti di meno”.
Ileina pensò a Gracin, sicuramente lui si sarebbe battuto per difendere il
villaggio. Si sarebbero trovati l‟uno contro l‟altra.
“Perché no! Pensa che sarei venuta fin qui se non fossi convinta?”
Ileina le ricordava molto lei da giovane, stesso piglio ed altrettanta
spensieratezza. Ma voleva tenere ancora sulle spine la sua giovane amica
maga. Adesso poteva ancora farlo perché molto presto l‟allieva avrebbe
superato la maestra, ed allora non avrebbe più potuto fare nulla per tenerla a
freno.
“Io però ti tengo ancora lì per un po‟. E considerati fortunata, resistere alla
tentazione di un cuore giovane non è affar di tutti”.
Ileina sorrise.
“Va bene, ho pazienza; basta che dopo m‟insegni”.
La megera si voltò verso Ileina, l‟aura magica che stillava dal suo corpo
andava coltivata, allevata, nutrita. Lei era ancora troppo umana per
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abbracciare l‟arte in tutta la sua essenza, doveva cambiare, imparare ad
odiare l‟uomo, non avere paura di strappare la vita a qualcuno.
Casperta rientrò in casa e calò presto la notte.
Ileina adesso aveva perso la voglia di sorridere, aveva fame e sete, si sentiva
stanca, voleva grattarsi il naso ma non poteva fare nemmeno quello dal
momento che le sue mani erano bloccate dai tronchi ramificati attorno a lei.
Non capiva, ma continuava ad aspettare paziente.
Si era quasi appisolata quando uno scricchiolio di foglie secche appena
calpestate la lasciò trasalire. Era notte, la luna fletteva le sue luci sulle fronde
degli alberi, la casetta della strega Casperta era silenziosamente immobile,
ma Ileina sapeva che la megera ero dietro le tende della finestra che stava
osservando. Non sapeva cosa, se voleva gustarsi l‟orrida scena di un
massacro oppure se stesse lì a proteggerla; fatto stava che i suoi occhi gialli
da demonio li sentiva pressanti, come se premessero nella testa. Voleva
piangere, ma la sua filosofia di vita glielo impediva. Poi ecco apparire la
sagoma di un uomo.
“Gracin?” Esclamò Ileina stupita. “Che ci fai tu qui?
“Sono venuto a salvarti, Ileina; non potevo restarmene con le mani in mano e
vederti fuggire dalla mia vita”.
Con un coltello da caccia iniziò a tagliare i rami che tenevano bloccata Ileina,
il suo sguardo scintillava di sentimenti. Ma Ileina non ne sembrava
entusiasta.
“Cosa ti avevo detto, Gracin? Io non ho bisogno di te, me la cavo bene anche
da sola”.
“Ma cosa dici?” Gracin se l‟era presa.
Non appena libera Ileina cambiò espressione, sul suo viso un ghigno perfido
prese il sopravvento sui suoi lineamenti solitamente più addolciti seppur poco
femminili.
“Sei uno stupido Gracin, adesso dovrò ucciderti! Ti sei fatto seguire?”
“Non scherzare Ileina, io…”
Intanto lei aveva già preso la sua decisione. Con un cenno della mano verso il
basso costrinse il corpo di Gracin a genuflettersi. Lui alzò il capo per
guardarla, non voleva sottomettersi. Lo sguardo di Ileina era acceso, i suoi
occhi verdi sembravano puntellati di una miriade di puntini che in breve
divennero pugnali di luce che lo inchiodarono al suolo. Era rimasto in aria
solo uno strale di luce destinato al cuore del giovane.
“Tu non sei una maga!” Constatò Gracin con le lacrime agli occhi. “Sei una
strega, devi chiedere alla natura se vuole prestarti il suo potere, non piegarla
alla tua volontà. Ti credevo diversa, oppure quella lurida strega ti ha già fatto
qualcosa?”
Fu in quell‟istante che la megera uscì dal suo abitato con aria tronfia.
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“Giovanotto, io non ho fatto nulla; è la tua amica che si è presentata alla mia
porta. Vuole imparare, ma io non le ho detto di sì. Con lei le Streghe Rosse
potranno finalmente tornare sulle Montagne”.
“Vuoi che lo uccido?” Chiese Ileina alla strega. “Per me non è un problema,
anche io lo detesto esattamente come voi”.
Casperta si grattò il capo; Gracin non sapeva più cosa pensare.
“Se decidi di rimanere con me sarai tu a combattere in prima linea, io me ne
resterò a guardare. Ti fornirò solo le conoscenze, ma dovrai fare tutto tu.
Non ne vale la pena, mandalo via”.
Ileina si trovò sospesa nel dubbio, era andata lì con l‟intenzione di imparare
l‟uso della magia. Ma a che prezzo? Una guerra non era il massimo delle sue
aspirazioni. Si avvicinò a Gracin curiosa.
“Dimentica!” Quindi iniziò a recitare un incantesimo del suo grimorio, apertosi
alla pagina desiderata. Cancella i sentimenti, cancella i ricordi, il tempo è per
lo spazio lo spazio per l'ordine, tutto ciò che era ora non lo è più”.
Quindi aprì il grimorio su una nuova pagina e recitò un altro incantesimo su
se stessa.
“Prendi i miei ricordi e portali lontano. Prendi il mio odio e portalo lontano!
Permetti alla mia mente di scacciare la sua presenza, permetti al mio cuore di
liberarsi della sua essenza! Voglio che questa persona esca dalla mia vita,
voglio che questa persona sparisca dalla mia vista”.
Un sospiro e la sua espressione cambiò nuovamente. La megera era
sorpresa, ma cosa voleva imparare questa giovane da lei se era un talento
naturale? Streghe (o maghe) così, dipende dall‟uso che decidono di farne del
loro potere, nascono una sola volta ogni cento generazioni. Forse le serviva
un po‟ di sicurezza su come muoversi nelle altre dimensioni, ma solo questo.
“Chi sei? Cosa sono venuto a fare qui?” Chiese Gracin massaggiandosi la
testa.
Anche Ileina sembrava spaesata, subire gli effetti di un incantesimo è
un‟esperienza sconvolgente anche per una maga.
“Vattene!” Urlò la strega Casperta. “Quando sarai al villaggio dimenticherai
anche di essere stato qui. Segui l‟uccello per tornare indietro”.
Un passero iniziò a volare sopra gli alberi; confuso Gracin si voltò per tornare
indietro. Poi si voltò di nuovo verso Ileina.
“Non sapevo che la vecchia strega avesse una nipote, mi piace il tuo sguardo
sai?”
Ileina puntò i piedi.
“Sparisci! Odio gli uomini”.
Gracin assunse un‟espressione delusa.
“Dicevo per dire!” Rispose lui infastidito. “Non sei neanche un granché!”
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Alzò la testa ed iniziò a seguire il passero senza pensare all‟umiliazione subita.
Ileina e la strega rimasero da sole. Casperta penetrò gli occhi di Ileina.
“O Supremo Potere, io qui umilmente ti invoco; per chiamarti basta poco, non
sarai più uomo tu a odiarmi, non sarai male tu a fermarmi; ma se ostacolerai
il mio cammino brucerai all‟inferno con un demone vicino”.
Ileina acquisì nuova consapevolezza, la megera l‟aveva appena investita di
nuovo potere. Adesso Ileina era pronta a capeggiare le altre streghe alla
riconquista delle Montagne Rosse.
“Bene!” Esclamò Ileina soddisfatta facendo esplodere l‟energia delle sue
pupille. Il suo corpo si avvolse di un aura fiammeggiante. “Adesso so quale è
il mio posto”.
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Luna sorridente - Narrativa comica
Il pensatoio
di MournfulCreatureOfTheDark
Ci sono mattine in cui ti svegli e non hai voglia di fare niente, tranne restare
a letto tutto il giorno a fissare il soffitto; e poi ci sono quei giorni in cui ti senti
padrone del mondo, in cui l'ispirazione arriva e ti travolge, e ti sembra di
poter trasformare qualsiasi cosa rientri nel tuo campo visivo in un piccolo
tassello da cui iniziare a comporre un puzzle, un'opera d'arte, qualcosa di cui
andare fiero. Ecco, oggi è uno di quei giorni; ovunque mi giri vedo incipit di
romanzi, versi in erba, storie che nascono e crescono nella mia mente,
andando a formare immagini che sembrano collegarsi tra loro come per
magia. Se, per esempio, guardo il cestello della lavatrice girare, posso
trasformare le magliette in un bambola di pezza, una bambola zuppa,
consumata, abbandonata su del freddo metallo, magari tra le macerie, in uno
scenario di guerra, con una bambina che...
-Ehi! Ehi, Stephen King dei miei stivali, il bagno serve a tutti! Apri la porta,
scrittore da strapazzo che non sei altro!Com'era prevedibile, i due stramboidi con cui divido casa non hanno alcuna
intenzione di rispettare i miei spazi e i miei tempi, come, d'altronde, non
rispettano la mia arte; per carità, io apprezzo il materiale umano, mi è molto
utile per la mia arte, ma questi due non hanno la benché minima idea di
come ci si comporti, e infatti non mi stupisce che stiano cercando di
abbattere la porta del bagno a suon di pugni, snocciolando minacce e insulti
che hanno indubbiamente un che di creativo, e che denotano inoltre un certo
grado di cultura, nonché un'ampia conoscenza di epiteti poco eleganti.
-Stammi a sentire, Federico Moccia...-Eh no, Federico Moccia no!-
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Sfortunatamente per me, sanno che posso resistere a tutto, ma non al
paragone con quello scrittoruncolo da due soldi, e non si fanno il minimo
problema a usare quest'arma contro di me; non posso fare altro che aprire, e
lasciare che quei due, più chiassosi dell'armata Bracaleone, si approprino del
mio territorio.
-Buongiorno anche a voi, ehNon l'avessi mai detto: K si volta e mi fissa con uno sguardo mille volte più
pericoloso delle zucche esplosive di Goblin, brandendo in maniera minacciosa
il filo interdentale, e io inizio a temere per la mia vita. Strangolato col filo
interdentale, che fine idiota; sempre meglio, però, di quella dello zio Giosuè,
freddato da un cocomero scagliato da un agricoltore furioso. La nonna
gliel'aveva detto di smetterla di rubare dal campo di cocomeri, ma lui,
imperterrito, aveva continuato. Risultato? Il contadino era andato su tutte le
furie e, avendolo colto sul fatto, gli aveva chiesto un rimborso; lo zio era
scappato a gambe levate, lasciandosi alle spalle un uomo più che mai
sgomento. Il contadino gli aveva urlato di fermarsi, e lui, in tutta risposta, gli
aveva strillato un ansimante "fermati tu, che non hai nessuno che ti insegue";
in pratica, aveva mostrato il drappo rosso al toro. Il contadino aveva deciso di
aver già sopportato abbastanza la sfrontatezza di quello sbarbatello, e gli
aveva scagliato contro un'anguria, che aveva colpito in pieno lo zio Giosuè,
facendolo cadere a faccia in giù, con la testa contro una pietra. Tre giorni
dopo, lo zio Giosuè era sotto terra; la sua storia, ormai, era leggenda. So che
non dovrei ridere di questa storia, ma non riesco a non farlo; sono una
persona davvero orribile.
-... E quando ho detto che un tempo il bagno veniva chiamato pensatoio non
intendevo dire che potevi farne il tuo fortino, abbiamo anche noi i nostri
bisogni, hai presente?Oops. Credo di essermi perso la pappardella di Kveta, e per questo non mi
perdonerà mai; diamine, questa donna è tanto bella quanto terribile. K è
bella, bellissima, ed è anche una di quelle donne che qualsiasi uomo avrebbe
voluto vedere nel paginone centrale delle riviste che si faceva passare
sottobanco dal giornalaio quand'era ragazzino; ma è banale, assolutamente
banale, è uno stereotipo fatto donna. E che donna. Ma, tornando allo
stereotipo, mai cosa riguardo K fu più vera: nata nell'Europa dell'Est, non
ricordo bene in che paese, incarna alla perfezione la tipica donna della sua
zona, bionda, occhi azzurri, alta, magra, naso piccolo e dritto, labbra carnose,
carnagione chiara, curve al punto giusto. Se poi penso al suo cognome, che
riesce ad avere più consonanti di fila del mio codice fiscale, lo stereotipo è
servito. In realtà sono un po' invidioso: quel suo cognome impronunciabile, di
cui sono quasi certo nemmeno K conosca la pronuncia esatta, è stata la sua
fortuna. I professori, temendo di fare una brutta figura ed essere derisi dalla
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classe, non osavano mai pronunciarlo; in tredici anni di scuola, credo non
l'abbiamo mai interrogata, nemmeno una volta. Leggenda vuole che, alla
maturità, il presidente di commissione le abbia solo chiesto di scrivere il suo
cognome; considerando già una prova abbastanza ardua scrivere
correttamente trentadue consonanti di fila e sette vocali con gli accenti più
disparati, le ha dato cento e lode per l'impegno e ha chiuso lì la faccenda. La
leggenda narra anche che, unendo nel modo esatto tutti gli accenti e i segni
strani che ricoprono il cognome di K, si ottenga la formula per trasformare il
piombo in oro; un'altra versione racconta che, in realtà, così si ottenga la
mappa per arrivare ad Atlantide, mente la più ardita dice che in quei strani
segni è contenuta la risposta alla domanda che tutta l'umanità si pone. Come
diavolo è possibile che la pubblicità della Eminflex proponga da vent'anni la
stessa identica offerta iniziando la tele-promozione con "solo per oggi ecco
per voi un'offerta irripetibile"?
-... Perché sei sempre chiuso qui, in bagno, a fare niente tutto il giorno! Mi
pare di ricordare che il qui presente signor scrittore da strapazzo un giorno
abbia detto di voler scrivere il grande romanzo del secolo, ma da dodici mesi
a questa parte non fai altro che vagare per casa e startene seduto sulla tazza
del bagno! Ti rendi conto che sei addirittura impregnato della puzza di ascelle
di Lollo?Ah, Lollo, il terzo inquilino. Un troglodita che non è stato informato
dell'invenzione del bagnoschiuma.
-K, lo so che può risultare difficile da capire, ma io sono uno scrittore, e in
quanto tale devo lavorare assiduamente per riuscire a raggiungere un
risultato quantomeno soddisfacente, il grande romanzo del secolo non si
scrive in quattro e quattr'otto, ci vuole tempo, concentrazione, ispirazione,
molta...-Bla, bla, bla, sai solo blaterare. Vuoi il grande romanzo del secolo? Eccoti il
grande romanzo del secolo. Correvamo nel bosco, giocando a prendere quello
scoiattolo che ci sfuggiva sempre; eravamo bambini, vivevamo immersi nella
bianca e sontuosa natura norvegese. Che ne è stato di te? Cerco la risposta
nel vento, ma esso tace all'improvviso. Dolci ricordi di te mi avvolgono nel
loro tepore, e mi ritrovo illuminato dal sole di mezzanotte, di nuovo nella
nostra amata Scandinavia...-Ok, prima di tutto, questo incipit non è...- No, un momento. Era buono, era
buono eccome. -Senti, non è che lo posso riutilizzare?-Ma pensa a trovarti un lavoro!-Io ce l'ho un lavoro, sono uno scrittore-Oh, ma davvero? E come lo paghi l'affitto, in rime baciate?-Noto del sarcasmo nelle tue parole-
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-Per forza, devo pagare anche la tua parte di spese! Devi trovarti un lavoro
vero, come il mio. Lo sai quanti guadagno al giorno? Quattrocento euro-Oh, no. Ho promesso a tua madre che non saresti mai diventata una
prostitutaEcco, appunto. Il troglodita ha parlato. E con la consueta finezza, oserei
aggiungere.
-Sei un idiota. E tu sei uno sfaticatoPenso che sia decisamente meglio essere uno sfaticato che un idiota, ma non
ho il coraggio di dirlo. Comunque, è indubbiamente meglio essere un idiota
che essere Lollo, ossia un vero e proprio cavernicolo. No, non sto scherzando,
Lollo arriva direttamente dall'età della pietra, gli mancano solo il vestito di
pelle di tigre e le pulci, e della seconda cosa non sono nemmeno molto
sicuro; ho la quasi totale certezza, infatti, che il Frontline custodito nel
ripostiglio non sia per la gatta di K, ma per Lollo. Se dovessi dare il suo
identikit alla polizia, e sono certo che un giorno dovrò farlo, lo descriverei
così; basso, grasso, tozzo, un bidone di latta a cui sono state appiccicate
gambe e braccia. La testa, purtroppo, è andata smarrita non si sa dove, e
nessuno è più stato in grado di ritrovarla. Comunque, sono fermamente
convinto che nel corpo di Lollo siano presenti almeno sette forme di vita
ancora sconosciute agli scienziati; in fondo, stiamo parlando di uno che, per
racimolare qualche centesimo, ha mangiato vermi, würstel crudi, cibo
avariato, un intero vaso di Nutella scaduto nel '73, delle patatine fritte
risalenti ai tempi di Italia - Germania 4-3, i croccantini del gatto e mezzo
barattolo di smalto. E sì, Piero Angela sta ancora cercando di capire come
faccia a essere vivo. Comunque, anche lui ha dei talenti, bisogna
riconoscerlo. Campione di rutti in carica dal 2007, riesce a sfidare tutte le
norme igienico-sanitarie vigenti senza subire alcun danno; è riuscito a
staccare il lampadario dal soffitto quando, da ubriaco, si è appeso a due dei
suoi bracci urlando "io vi punirò, in nome della luna!", e, alla veneranda età di
23 anni, ha passato tre giorni chiuso in camera dopo aver scoperto di non
essere in grado di lanciare un'onda energetica. Alla luce di questi fatti, non
riesco a spiegarmi come sia possibile che sia perennemente, inevitabilmente
circondato da schiere di donne. Voglio dire: dei due sono io quello che si lava,
sono io quello che non ha degli inquietanti segni neri sotto le unghie o delle
strane croste marroncine sulle braccia, sono io quello che ha una cultura,
eppure è lui quello che rimorchia. Accadono cose, nel mondo, che non
riuscirò mai a spiegarmi.
-Mi stai ascoltando o no?No, K, no, ma questo non lo saprai mai. Come non saprai mai che quei bulbi
di tulipano che avevi comprato in Olanda, quelli che volevi piantare in
giardino, non sono affatto scomparsi, ma sono stati usati da Lollo per fare il
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minestrone; voleva cucinare per stupire una ragazza, ma, non conoscendo la
differenza tra un bulbo di tulipano e una cipolla, ha buttato in pentola i bulbi.
A proposito, K: ecco che fine ha fatto la tua pentola in acciaio inox. E la
pianta grassa che ti aveva regalato tua madre. Ma vedi il lato positivo della
cosa: se non l'avesse mangiata la tua pianta grassa, quella schifezza sarebbe
finita nello stomaco di una povera ragazza innocente, che a quest'ora
starebbe facendo compagnia allo zio Giosuè.
-Ma perché sto qui a perdere tempo con voi quando potrei...A dire il vero un po' mi dispiace per K, alla fin fine mi sta simpatica, anche se
non sopporto quando dice che demonizzo Lollo solo perché ha più successo
di me. Che assurdità. Ma, a parte qualche piccola incomprensione, la
considero un'amica, anche se ha un modo tutto suo di risolvere i problemi.
Una volta, per esempio, ho avuto la malsana idea di confessarle che non
dormivo perché non riuscivo a smettere di pensare a come restituire a Mario,
il nostro vicino, i soldi che gli dovevo; lei, nel cuore della notte, aveva aperto
le imposte, aveva urlato finché Mario non aveva fatto altrettanto e poi gli
aveva detto come stavano le cose. Io le ho chiesto perché avesse fatto una
cosa del genere, lei mi ha risposto "perché almeno così adesso non sei l'unico
che non dorme la notte. Ora fa' comunella con lui e smettila di rompere le
scatole a me". Non so come sia possibile, ma Mario mi ha dato una proroga;
probabilmente la visione di K in camicia da notte gli era bastata come
acconto.
-Dovresti smetterla di infastidire K, e mostrarle un po' più di rispettoDisse l'uomo, pardon, il barile, che solo dieci minuti prima le aveva dato della
prostituta. Altro che bue, qui si trattava di un alce che dava del cornuto
all'asino. O della zia Beppa che dava del cornuto all'asino. O del marito della
zia Beppa, che si era dato da fare dopo aver scoperto perché la moglie fosse
sempre incredibilmente felice di andare dal fornaio, che dava del cornuto
all'asino.
-Cos'è, ti credi così tanto migliore di noi da non degnarti neanche di regalarle
dieci minuti della tua attenzione?Disse l'uomo che aveva girato per casa con addosso un reggiseno di K, un
paio di boxer e un lenzuolo sistemato a mo' di vestito, con tanto di testa
consumata del Mocio Vileda a fare da parrucca, cantando in falsetto Like A
Vergin e, non pago di quella performance casalinga, aveva concesso il bis dal
terrazzo. Il terrazzo che dava sulla strada. La strada principale. Alle 18:03 di
un martedì di febbraio.
-Be', sai che ti dico? Che almeno io vedo K come un essere pensante, e non
solo come un gran bel corpo, come quelli che guardi sempre nei giornali che
nascondi sotto il materasso-
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-Ma io non ho nessun tipo di giornale sotto il materasso.- Appunto mentale
per me: trovare il prima possibile una nuova collocazione alle riviste sotto il
materasso.
-Ah, no? Allora diciamo nei DVD che nascondi nella cassettiera-Ma io...- guardo alzarsi quei due grumi di pelo che il troglodita si ritrova in
faccia, noti anche col nome scientifico di sopraccigli; inutile ribattere, è a
conoscenza della verità. Beccato.
-E comunque, Mr. Sono-Superiore-A-Tutti-Voi-Gnè-Gnè-Gnè, non sei affatto
migliore di noiSe magari l'avesse detto senza sculettare come una teenager vanitosa e
senza fare le boccacce forse avrei anche potuto pensare di dargli ascolto, ma
così...
-Ti dico solo questo: "where do the bus ferm?"Oh, no, non può tirare fuori di nuovo questa storia; capita a tutti di fare un
piccolo errore, no? E poi si sa, l'inglese è una lingua complicata, si scrive cane
e si legge gatto, fare un insignificante errore come il mio è comprensibile.
-E no, non è un semplice errore, questo è...No, anche questo no; lo so cosa sta per dire, lo so, ma non posso subire una
tale onta dall'uomo che pensa che Francis Bacon e Kevin Bacon siano parenti,
non lo posso sopportare.
-... Un errore di sbaglio!Perché, perché, perché diavolo mi è uscita quella frase, perché ho compiuto
uno sbaglio tanto stupido, e perché lui continua a rinfacciarmelo, perché?
-Oh, prima di uscire vuoi che ti porti ale e solio?Maledizione a lui e alla sua memoria. Voglio scovare il numero di quello
scienziato che ha detto che passare tanto tempo davanti ai videogiochi fa
male, distrugge la memoria, e lo voglio ora; sento l'impellente bisogno di
dirgliene quattro. O otto, ma anche dodici, sedici, venti, ventiquattro e... E
qualsiasi numero segua. E voglio strangolare il troglodita, lo voglio picchiare
con la sua stessa clava, infilzarlo con la sua lancia e poi dipingere una pittura
rupestre sul muro per celebrare la mia vittoria. Come si permette di dire tutte
quelle cose? Io sono mille volte più sveglio, intelligente, gentile, onesto,
sensibile, educato, civile, simpatico e modesto di loro due stramboidi.
-Io esco, coinquilino caro. Devo tornare al posto a cui appartengo, il mio
magnifico negozio, e mi pare di capire che tu devi fare lo stesso. A ognuno il
suo, no?Certo che, delle volte, il troglodita parla strano; immagino che, quando
parlava del posto a cui io appartengo, si riferisse al mondo della scrittura, o
forse voleva dire l'Olimpo dei più grandi scrittori di tutti i tempi. Boh, credo
che non lo sapremo mai. Va be', non importa, l'unica cosa che conta è che io
possa riappropriarmi del trono che mi è stato tolto, il mio amatissimo water, e
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riprendere a lavorare al mio grande romanzo. L'incipit, dicevamo. Com'era?
Ah, sì. Correvamo nel bosco, giocando a prendere quello scoiattolo che ci
sfuggiva sempre; eravamo bambini...
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Luna calante - Avventura
Shaya
di Ivano Dell’Armi
(Erendal)
Sta per calare l‟oscurità, il sole viene inghiottito dalle rossastre acque del Rio
delle Amazzoni espandendo il suo fastello arancione nella distesa di acqua
opaca. La strada è sterrata e la foresta intorno mi appare come un gigante
sconfinato. Davanti a me si accende ad intermittenza un‟insegna luminosa.
Entro facendomi largo tra i due sportelli da saloon, raggiunta la reception
cerco di non darmi un‟aria troppo snob.
“Buenos días, señor! Ho prenotato una camera per una, anzi no per due
settimane”.
Dall‟altra parte il mio interlocutore ammicca un sorriso schivo.
“Por favor, perdóname. Il mio nome è senz‟altro sulla lista, ero atteso nella
mattina. Ma sa, qui i trasporti sono inusuali. Sono in ritardo”.
Senza degnarmi di uno sguardo lui comincia a sfogliare distrattamente un
block notes. Aspetto con pazienza, intanto mi guardo intorno. Le pareti sono
dipinte di bianco, le decorazioni quasi assenti o sbiadite. Il tappeto ai nostri
piedi è di quelli grezzi. Però mi colpisce il grosso mosaico sul divisorio dei
corridoi; il serpente che vi sta impresso sembra volermi mordere, i suoi occhi
sembrano veri: vitrei e inospitali.
“Sono Chris, Chris Parker. Da Londra. Es mi nombre, Chris Parker. Desde
Londres”.
Lascia scivolare i suoi appunti e mi guarda dritto negli occhi stavolta.
“L‟archeologo inglese! Ma certo, come ho fatto a non riconoscerla? L‟uomo
sulle tracce di Machu Alofa”.
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Resto imbarazzato. Mi disturba sentire nominare la mia valle, tanto da
recriminare la sana indifferenza di pochi istanti prima.
“Machu Alofa? Ma è soltanto una leggenda, quel posto non esiste! Dios mío
no. Sono qui per gli scavi di Santa Cruz”.
Mi guarda con aria diffidente, la scusa non tiene. M‟illude di avere distolto
l‟interesse dal motivo della mia visita mentre sbrighiamo le pratiche per la mia
registrazione.
“Allora buon lavoro, signor Parker. E buona permanenza”.
Finalmente in compagnia dei miei pensieri. La solitudine per me è buona
amica, mi aiuta a riflettere; mi invita a non desistere, a trovare, a credere, a
cercare. A sperare che Machu Alofa esista davvero!
L‟ultimo pensiero è sempre per lui. E‟ per mio padre John Parker: lui che ha
passato una vita, la sua vita, ad inseguire il sogno di riportare alla luce quel
dannato posto. Da piccolo lo odiavo per questo. Ma oggi invece sono qui per
lui e per le sue ricerche. Machu Alofa gli ha divorato l‟esistenza, non gli ha
permesso di amare me e mia madre. Non sono mai riuscito a vedere la sua
salma dopo il ritrovamento. Dicevano che era irriconoscibile, che era stato
dilaniato a morsi, che forse non era nemmeno lui. Scivolo giù con la mente in
un breve sonno agitato, ma fortunatamente non c‟è tempo per altre
interrogazioni mentali. La mattina è già inesorabilmente sopraggiunta con
tutto il suo carico di indeclinabili doveri.
Lascio la camera e mi reco al breakfast. La vetrata davanti mi consegna la
meravigliosa vista della foresta. Mi accorgo subito di uno strano tipo in fondo
all‟ultimo tavolo che mi sta fissando. Si alza dal suo tavolo e viene da me.
“Hey gringo! E‟ solo oppure sta aspettando una bella donna, magari quella
mora mozzafiato accanto al piano bar!?”, mi dice puntando l‟indice verso il
bancone, dove in realtà c‟è soltanto un uomo basso e tarchiato indaffarato a
preparare un cocktail.
“Da queste parti non ci sono belle donne. Prego, si sieda pure”.
Il suo cappello da cowboy è orribile. Il suo fiato pesante è più molesto delle
zanzare. Mi aspetta un‟altra situazione da gestire.
“L‟ho sentita parlare ieri sera quando è arrivato; è qui per lei, non è vero?”
“Lei chi?”
Giro gli occhi dall‟altra parte.
“Suvvia non indugi, io pagherei oro per strappare quella belva alla foresta”.
Belva? Una valle non può essere paragonata ad una belva!
“Mi dispiace, sono un archeologo; non sono interessato agli animali, ma a
luoghi antichi. E qui non c‟è bisogno che glielo dica, è pieno di siti
archeologici affascinanti”.
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La mia intenzione di assumere un tono di voce più consono alla situazione
invece tradisce la mia ansia. Tuttavia è lui che ha voglia di parlare, riesce
perfino a coinvolgermi.
“Per la miseria, no! Non come lei, e poi Shaya non è una donna qualunque; è
un‟autentica forza della natura. Shaya es la reina de la selva”.
“UNA DONNA?”
Sorrido. Comunque mi attrae il suo modo di raccontare, soprattutto l‟idea di
questa immaginaria donna selvaggia a cui quest‟uomo sembra tenere
particolarmente.
“Ma in che mondo vive! Sul serio non ha mai sentito parlare di Shaya?”,
obietta lui mentre intanto mi viene finalmente servito un pessimo caffè con
una brioche rappresa.
“Glielo giuro!”
“Stia bene a sentire allora, esta historia increíble”, prosegue accostandosi a
me per non farsi sentire oltre. “Bueno! Si dice che più di venti anni fa una
bambina appena nata fu abbandonata nella foresta, e che sia cresciuta
allevata da un branco di feroci animali”.
“Una Tarzan al femminile!?” Scoppio a ridere, sono scettico nei confronti di
questo genere di storie. Mio padre diceva sempre che nel nostro mondo,
nella nostra realtà occidentale, le leggende sono all‟ordine del giorno. E‟ pura
fantasia o superstizione, magari per rendere interessante un luogo selvaggio
e arido.
“Ride?!” Obietta lui sputandomi inavvertitamente nella tazzina togliendomi
così dall‟imbarazzo se berlo oppure no.
“Probabilmente sono solo dicerie, e questo giustifica la mia reazione. Qui la
gente vive di espedienti, la storia della selvaggia è senz‟altro uno specchietto
per le allodole; mi capisce? Per i creduloni, per quelli come te”.
Non si offende, vuole solo raccontare.
“Due mesi fa una squadra di geologi è stata attaccata da qualcosa di strano
laggiù nella foresta. E quel qualcosa era una ragazza selvaggia: Shaya, la
Regina della foresta”.
Mentre lo ascolto rifletto su Machu Alofa; certo, questa leggenda potrebbe
essere stata inventata per tenere la foresta al riparo da occhi indiscreti.
“Escúchame! Molti di loro sono rimasti uccisi, ed i pochi che sono riusciti a
tornare indietro giurano che Shaya sia una vera e propria lince scatenata, una
belva assetata di sangue. Pericolosa e completamente primitiva; la presenza
di altri esseri come lei la infastidisce”.
“E fisicamente?”
“Mujer sensacional, salvaje y hermosa. E‟ sexi, è irriducibilmente sexi”,
ribadisce lui appagato dall‟immagine della donna che probabilmente si staglia
nella sua immaginazione. “Dicono che se ne vada a passeggio per la foresta
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quasi completamente nuda con un minuscolo tanga di pelle nel basso ventre
ed una specie di body vegetale sul davanti a foderarle il magnifico seno.
Bruna, con lunghissimi capelli ricadenti lungo tutta la schiena oltre i fianchi,
carnagione chiara e sguardo cattivo: bella si, ma decisamente selvaggia”.
Mi fa quasi tenerezza, tuttavia non evito di colpirlo con il mio sarcasmo.
“Di donne che uccidono ne conosco fin troppe, anche Londra ne è piena!
Pensi che la ex-moglie di mio fratello è un dirigente, eppure si sta facendo
pagare fior di alimenti!”
“Dannazione, non scherzi! Shaya è capace di uccidere anche a sangue freddo
tagliando con un morso la giugulare di chi cerca di avvicinarla. Possiede due
poderose zanne ricurve al posto dei canini, ed è proprio con quelle che divora
gli uomini. Muerte”.
“Sorprendente, davvero sorprendente; allora perché incontrarla se è così
pericolosa?”
Mi alzo in fretta senza lasciargli altro tempo di dire e guadagno l‟uscita.
Eccomi di fuori, a contatto con la natura. Il sole è alto e filtra tra le fronde
degli alberi creando un meraviglioso gioco di fasci di luce. Sono felice in
mezzo alla natura. Spesso la mia attività si è svolta al chiuso chinato su libri a
fare ricerche, oppure seduto su una cattedra a tenere lezioni. L‟atto pratico è
un‟altra cosa: ci sei tu con l‟ambiente, e l‟impatto è sempre
meravigliosamente devastante.
Seguo un sentiero con la mappa di mio padre in mano. E‟ solo
un‟esplorazione conoscitiva. Presto attenzione, ma presto comincio a pensare
che questo mio blitz solitario sia stato un‟autentica imprudenza. Di solito si
parte in spedizioni organizzate, con guida fidata del posto ed agganci durante
il tragitto. Soltanto un folle sarebbe partito in silenzio come me. Ma questo
sogno appartiene soltanto a me, ed a mio padre; e non intendo condividerlo
con nessun‟altro.
Intanto s‟interrompe il sentiero, di fronte a me una parete di erbe rampicanti:
verdi, folte, troppe! Comincio a farmi largo dividendole con il mio coltello da
caccia. E‟ appena un attimo, sento mancare la terra sotto i piedi! Quel muro
di piante altro non era che una trappola della natura avanti la quale una
spaccatura del terreno mi lascia precipitare a valle. L‟impatto è terrificante,
resto disorientato e tramortito tra le braccia della mia impotenza ed il dolore
fisico della caduta. La vista è annebbiata e la voglia di chiudere gli occhi
tanta. Non devo, se li serro sarà per non riaprirli mai più. E poi lo so, le bestie
arriveranno al calare del sole a divorare il mio corpo, la stessa maledetta
sorte di mio padre.
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Sarei finito col darla vinta alle tenebre se un fruscio non avesse sollecitato la
mia attenzione risvegliando il mio istinto di sopravvivenza. Sollevo a fatica il
capo, intravedo un‟immagine umana.
“A I U T O !”
Si avvicina , si tratta di una donna. E‟ giovane. E‟ un‟apparizione? No,
diamine;ì è proprio lei: la Reina Salvaje. “SHAYA!!! Tu sei Shaya, non è
vero?”
La mia percezione della realtà è distorta; ma non mi sembra una rozza
primitiva, nemmeno feroce. Eppure mi toglie il respiro. I suoi occhi penetranti
mi lasciano trasalire. Sta immobile davanti a me attenta a scrutare ogni mio
movimento.
“Sei arrabbiata? Tu non vuoi che nessun‟altra persona attraversi la foresta
perché appartiene a te ed agli animali; vero?”
Lei non dice una parola, però ascolta.
E‟ un attimo, mi solleva energicamente da terra e comincia a trasportarmi. Mi
guarda, continua a farlo ad ogni passo e sembra farlo con dolcezza. I suoi
occhi adesso sono profondi, inesplorati, vivi. Ha capito che sono inoffensivo,
che ho bisogno di cure. Sicuramente quegli esploratori avranno cercato di
farle del male, allora lei sarà stata costretta a difendersi.
Mentre continuiamo il nostro tragitto dietro di noi ci sono a seguirci dei
segugi, grossi cani da caccia; magari proprio loro hanno aggredito gli uomini
finora scesi fin qui, per proteggere la loro Reina. Senz‟altro sono loro gli
animali con le zanne. Non lei.
Chiudo gli occhi e l‟incanto della foresta mi rapisce. Risaliamo la valle, quindi
Shaya mi poggia delicatamente accanto ad un albero sopra un cuscino di
muschio, nella grossa radura dalla quale avevo dato inizio all‟escursione; poi
fugge lesta.
Quando riprendo cognizione mi trovo disteso su un letto d‟ospedale. Ho la
flebo ad un braccio e la fronte bendata. Dovrei essere contento, invece mi
manca l‟odore della natura ed anche i suoni della boscaglia. Soprattutto mi
manca lei, Shaya. Mi ha lasciato all‟ingresso della foresta affinché qualcuno
del mio mondo potesse trovarmi.
Si apre la porta della stanza ed entra una minuta biondina accompagnata da
una mielata fragranza. Si siede al lembo del letto con fare confidenziale,
quindi con un gesto elegante accavalla le gambe. Mi sorride maliziosa mentre
con la mano si sistema la folta capigliatura.
“Bentornato”. Mi accoglie con voce accattivante. “Jennifer Logan, molto
lieta”.
“Chris… Chris Parker”, rispondo. “Scusami, ma sono un po‟ frastornato;
sei stata tu a trovarmi nella foresta?”
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Resta in silenzio per alcuni istanti fissandomi con i suoi occhi azzurri.
“Sono stati i pionieri, i pattugliatori della zona; io ti ho soltanto visto arrivare”.
I suoi occhi! Il suo sguardo diventa all‟improvviso ingombrante quando sfoglia
tra le dita qualcosa che per me è molto importante.
“Mi sono permessa di dare un‟occhiata ai tuoi appunti; le ricerche nientemeno
che di Sir Parker. Wow, ho messo le mani su qualcosa di grosso”.
Gli appunti sono il nostro segreto, mio e di mio padre; finora non li aveva visti
nessuno. E sono l‟unico ricordo tangibile che ho di mio padre. Lei non doveva
permettersi né di prenderli né tantomeno di sfogliarli.
“Perché ti sei permessa di rovistare nelle mie tasche?” Non ho forze per
arrabbiarmi, avrei preferito morire nella foresta che dividere i segreti di mio
padre; per di più con una completa sconosciuta.
“E‟ il mio lavoro cercare informazioni, è quello che faccio; sono una
giornalista del Chronicles”.
Si alza in piedi e comincia a passeggiare nella camera.
“Le tue ricerche sono uno scoop, se trovi quello per cui sei qui; ed io ho
scelto di credere nella tua… ehm.. nella vostra storia. Dobbiamo solo dividere
la gloria, e soprattutto il denaro”.
“Sei un‟arrivista!”, replico cercando di alzarmi dal letto. “E per giunta
americana!”
“Allora, dimmi che devo fare; aspiri a restare nell‟anonimato finché non ti
rimetti in salute, oppure preferisci che interpelli le autorità, il governo
peruviano con le sue Forze Armate?”
“Va bene basta, hai vinto tu!”
Provo rabbia, ma non ho scelta; se non accetto le sue condizioni verrà qui
molta gente a farmi domande ed io non lo sopporterei.
Sono passati tre mesi dalla precedente missione nella foresta. Una jeep ci
restituisce alla foresta, io e Jennifer. Le redini della spedizione sono passate a
lei. Tuttavia è abile a trattare, ha un sorriso che inganna; i contatti che hanno
disposto la (sua) seconda spedizione lo dimostrano in pieno. Sa quello che
vuole e come ottenerlo; e non è tutto, proprio il fatto che io riesca ad
apprezzarla per questa sua sfrontata qualità fa di me un suo succube.
La seguo cercando di non ragionare troppo, pensando a Shaya. Mi serve per
distogliere l‟attenzione da Jenny e dalla sua insopportabile capacità di
adattarsi ad ogni situazione. Forse il suo innato talento va di pari passo con la
sua ambizione, ed anche con la sua arroganza.
Siamo di nuovo alla parete di piante rampicanti, cominciamo a calarci giù per
il dirupo fino al masso sul quale la volta precedente mi ero schiantato. Non
una parola tra noi, soltanto sguardi. Aggiriamo l‟ostacolo e siamo davanti ad
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una distesa di erba verdissima, compatta; rilucente al sole. Mi fermo ad
osservarla, quel colore così verde ed intenso non mi convince, ho come la
sensazione che non si tratti proprio di erba.
"Jenny, fermati!"
Sabbie mobili! Un classico. Ma è troppo tardi, sta già penetrando in quella
fanghiglia travestita da terreno erboso. Vedo le sue gambe affondare
lentamente, il peso del corpo la sta spingendo verso il basso.
“Dannazione Chris, sto inabissando”.
Questa volta il suo sguardo è atterrito e disorientato. Resto impietrito. La
foresta mi appare di nuovo gigante come un mostro assetato di vite umane, i
suoi occhi sono atroci come il serpente del mosaico. Intanto Jenny vorrebbe
chiedermi aiuto; eppure non dice nulla.
"Non ti agitare e distenditi sulla pancia, o qui finisce che vai giù prima del
tempo", le dico d‟istinto. Mi stendo per terra e le porgo la mano. Non fa nulla
per afferrarla! "Ma cosa stai aspettando, maledizione!", continuo ad
imprecare.
"Non voglio!”
"Non fare la stupida ed afferra subito la mia mano".
I suoi occhi blu e la loro luce mi guardano ancora. Jenny che sta per
affondare. Ha perso la sua superbia e prova finalmente a porgermi la mano.
"Potresti pentirtene, sai".
E‟ già affondata abbastanza, non credo che riuscirò a metterla in salvo. Sto
quasi per inveire di nuovo quando sento dietro di me una presenza calda e
rassicurante, un respiro leggero. Mi volto e… davanti a me c'è lei!
“SHAYA!”
Mi fa cenno di sporgermi di più, sarà lei a reggermi. La fortuna è dalla nostra
parte e con un po‟ di coraggio riesco ad osare fino a raggiungere le mani di
Jenny e tirarla via dalla palude. Jenny non si è accorta della presenza di
Shaya.
Jenny batte i denti, rigurgita in continuazione acqua e sabbia. Mi tolgo la
mimetica per avvolgere il suo corpo intirizzito. Poi quando mi giro verso
Shaya per ringraziarla lei è già scomparsa. Ma non il suo selvatico profumo.
Non avverto più alcuna sensazione di paura, la foresta è tornata un‟amica. Il
sole è ancora alto ma non lo sarà per molto; la radio è fuori uso, la portava
lei. La decisione di accamparci lì per la notte è rischiosa, anzi è un‟autentica
follia. Ma che posso fare? Il pensiero che Shaya sia vicino a noi non mi
impedisce di compiere anche questa ennesima pazzia. Ma ne vale la pena, il
tramonto amazzonico visto dall‟interno della foresta è uno spettacolo unico:
come si fa a raccontare l‟intreccio dell‟arancione del cielo con il grigio perla
delle acque? Ed il suo giungere è rapido quanto suggestivo, la foresta ed il
suo suono ci avvolgono in un abbraccio onirico sopra al quale un cielo
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costellato di stelle ci osserva. E‟ magnifico il suono della notte quando ti
avvolge nella sua apparente quiete, e se chiudo gli occhi e mi concentro
riesco a sentirla: Shaya è lì da qualche parte, vicino a noi. Non esiste pericolo
perché lupi o fiere notturne ubbidiscono al richiamo della loro regina.
C‟è calma piatta intorno, Jenny dorme. Sto quasi per assopirmi anch‟io
quando uno fruscio mi restituisce vivacità.
“Ti aspettavo, sai? Ci speravo!”
E‟ accompagnata dai suoi segugi, uno alla sua destra e l'altro alla sua sinistra.
A vederla ora non è bella, non è femminile, è ricurva sulla schiena. Ma questo
non le impedisce di essere dolce. Per me lei è bellissima.
Sembra sorridermi, con un cenno della mano mi invita a seguirla. Shaya
capisce; accarezza sul dorso i suoi fidi scudieri lasciandomi intendere che
resteranno loro con Jenny. Shaya mi porta via da ogni indugio afferrandomi
per la mano e trascinandomi verso la parete di piante rampicanti.
Shaya comincia ad arrampicarsi, ed io con lei; quando arriviamo di sopra si
infila dentro ad un stretto cunicolo. Io sempre dietro. Shaya si muove con
passo sicuro lungo gli oscuri labirinti di quella umida grotta, sono molte le
svolte che percorriamo, per rivedere finalmente la luce della luna e delle
stelle. Si torna allo scoperto dall‟altra parte! E‟ una vista incredibile quella che
mi rischiara il volto: la valle di Machu Alofa con il suo splendido palazzo è
davanti a me.
Shaya mi prende nuovamente per mano e mi trascina euforica all'interno del
palazzo. Una sala immensa piena di archi, colonne, mosaici; sulle pareti più
interne una serie di pitture raffigurano le forze della natura.
Anche qui si susseguono una serie di trappole dalla natura a proteggere
l‟ambiente ed il suo millenario segreto; resto ancora più sorpreso nel notare
come rettili e serpenti si scansino al passaggio di Shaya, anche il terribile
nacanaca striscia lontano al nostro arrivo. Quindi Shaya mi fa scendere giù
per un piccola scala dietro ad un altare pagano: una cripta all'interno della
quale riposa, coperto da un sarcofago d'oro pieno di brillanti, il mitico e finora
disperso Re del Palazzo. Una statua d‟oro massiccio troneggia accanto al
sarcofago; poi ecco una serie di scrigni semichiusi dai quali risalta un‟intensa
corona luminosa. Oro, una moltitudine di oro!
“Questa è la tua casa, vero Shaya?”.
Vorrei abbracciarla, ma non lo faccio; forse perché ho paura di affezionarmi
troppo a lei, o forse perché mi sto innamorando. Appena all‟aria aperta, sotto
al cielo stellato, colgo un astro più brillante degli altri e subito lo ricollego alla
stella di mio padre.
"Papà, hai visto? Ce l'abbiamo fatta!”
Piango, e sono felice. Ho appena coronato il sogno di due vite.
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Resto con lei per tutta la notte. Non abbiamo fatto l'amore ma è stato
bellissimo lo stesso. Shaya non è soltanto una donna, è un mito dentro la
leggenda. Ecco perché questa valle ed il suo segreto rimarranno un mistero.
E quando sopraggiunge il giorno io sono di nuovo da Jenny.
"Buongiorno Chris, lo sapevo che non mi avresti lasciata sola".
Stento a riconoscerla, è molto diversa da prima.
"Come stai?”
“Direi bene. E non fare quella faccia; sì, sono io!”
Rovista nel suo zaino, mi porge il diario con gli appunti di mio padre.
“Riprendilo, e torniamo indietro”.
E mentre io e Jenny ce ne torniamo indietro Shaya intanto corre libera e
felice nella foresta.
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Luna investigativa - Giallo
Scritto sulla pelle (Heiwa)
di Fairy Evelin
L‟agente sospinge Dana nell'atrio della casa vuota con una leggera pressione
all‟altezza della spalla. Sono passate ore da quando Dana ha cominciato a
parlare con gli agenti. E ora uno di loro, l‟agente Corradi, vuole che lei entri di
nuovo in quella casa.
-Ce la fa, signorina?Dana annuisce con un leggero movimento della testa.
-Quindi lei arriva da qui, fa per aprire la porta con le chiavi e si accorge che
era già aperta-.
-Si-.
-E una volta dentro si accerta del perché la porta fosse aperta. Da come ci ha
raccontato non doveva esserci nessuno a quell‟ora in casa, giusto?-Giusto-.
-E non sente nessun rumore, nulla di strano?-No-. Dana si sforza di esser il più precisa possibile.
-Ho detto „ciao‟, nel caso qualcuno per qualche motivo fosse rincasato prima,
mi sono avvicinata all‟interruttore in corridoio ma non ho acceso la luce. Ho
avuto paura quando ho visto che non c‟erano lampade accese e non c‟erano
rumori-.
Le mani le tremano.
-Sospettava fossero dei ladri?-Bhè, si. Mi sono affacciata alla soglia della cucina. Mi muovevo piano,
cercavo di non farmi sentire-.
-Perché proprio in cucina?-
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-Io... Non lo so. Non è che ho pensato molto in quel momento. Avevo paura
che ci fosse qualcuno, non so perché sono andata diretta in cucina... Davvero
non lo so-.
Dana si agita.
-Va bene, va bene, stia calma. So che è dura, ma ora io avrei bisogno che lei
ripercorra i suoi passi e ritorni in cucina, mi faccia capire i movimenti che ha
fatto in casa-.
Dana ingoia il groppo doloroso che le infiamma la gola. Rigidamente
ripercorre i passi di quel pomeriggio.
-E… ecco, era là-. Dana indica un punto accanto alla pozza di sangue più
grande, proprio fra il tavolo e il frigorifero. La testa si fa leggera.
-Lei le è andata vicino? Ha toccato il corpo della sua amica o magari ha
cercato di tirarla a sé?-Si, credevo fosse ancora viva. Era calda... Poi ho sentito un rumore nel
vialetto e ho cominciato a tremare-.
-E cosa ha fatto dopo aver udito il rumore?-Volevo portare via Dana da lì ma non ci sono riuscita. Credo di aver avuto
una sorta di annebbiamento perché non ricordo più nulla fino a quando ho
citofonato ai vicini di casa-.
-E‟ per questo quindi che è sporca di sangue. Perché ha cercato di sollevare
la sua amica-.
-Si, è così. Io non… -E non c‟era nessuno in casa, nelle vicinanze… Che può testimoniarlo-. Quella
di Corradi è più un‟affermazione che una domanda ma Dana risponde lo
stesso.
-No. Non c‟era nessuno…-Bene, credo sia meglio che lei mi segua in commissariato con gli altri suoi
coinquilini. Venga, cercheremo di capire meglio come sono andate le cose-.
Dana rigira nervosamente fra le mani il fazzoletto stracciato, pieno del suo
moccio e delle sue lacrime. Sta raccontando per l‟ennesima volta i suoi
movimenti agli agenti, sta raccontando che provava qualcosa per Dana,
qualcosa che andava oltre l‟amicizia. Fuori, nel corridoio, Luca e gli altri
attendono il loro turno. Rose è in stato di catalessi, Giacomo ha gli occhi
gonfi di pianto e rossi, Anna si stringe a Rose, Luca non parla e se ne sta
lontano da tutti, in disparte.
-Pensi sul serio sia stata lei?- Corradi guarda il collega di sottecchi.
-Purtroppo il suo alibi non regge. E poi da quello che racconta… Fra le due c‟è
stata una relazione e una discussione feroce. Lei è sporca di sangue e
nessuno ha visto niente. E‟ fin troppo lineare-.
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-Si ma anche quell‟altro… Luca. Anche lui non ha un alibi convincente e per
giunta era l‟uomo della ragazza uccisa, almeno ufficialmente. Era geloso di
quelle due… A proposito, siete già riusciti a capire di che ideogramma si
tratti?-No, ancora no-. Corradi beve un‟altra tazza del suo caffè nero e denso.
Quasi vorrebbe affondarci dentro. Quella notte sua moglie lo aspetta a casa
invano. E‟ il loro anniversario di matrimonio.
Dana è sempre lì che racconta. Racconta di quella mattina quando era in
salotto con Giacomo e lui buttava giù il suo cavalletto, la tela sbatteva in
terra, il colore macchiava il pavimento. Giacomo odiava quel suo modo di non
riuscir mai a portar a termine le cose, di non riuscir a comandare come si
doveva il suo corpo neanche per i suoi stupidi disegni. Dana a lui non faceva
quasi più caso, lo guardava quasi ridendo. Lui d‟altronde pensava solo a sé
stesso, probabilmente non aveva neanche ascoltato quello che Dana gli
aveva raccontato. Quel bacio di sfuggita, quel bacio dato alla sua migliore
amica la settimana prima… Marta le era sembrata dapprima sorpresa, poi
felice, poi incredula, solo alla fine incazzata.
-Noi staremo sempre insieme, vero?- Le aveva sussurrato timidamente Dana
dopo quel bacio impacciato. -Dieci anni fa, sulle scale del portico. Ce lo
eravamo promesse, ricordi? Tu non sei fatta per Luca e lo sai…Tu sei fatta per me. Avrebbe voluto dirle. Ma Marta non voleva sentirsi così.
Eppure erano cresciute insieme, insieme avevano condiviso il bagno della
scuola, insieme avevano dormito abbracciate fino a confondersi l‟una con
l‟altra, insieme si erano fatte donne. Eppure questo a Marta non bastava.
Luca si era innervosito quando aveva saputo del bacio. Era stata quella
traditrice di Rose a dirglielo. Ma poi si era calmato, era convinto che Marta
non avrebbe mai fatto una cosa simile con una donna. Dana non ne era
molto sicura invece. Nel pomeriggio lei e Marta erano finite a litigare
furiosamente e a rinfacciarsi le cose. Marta aveva pianto, non voleva perdere
la sua amica. Dana l‟aveva abbracciata e quasi si era arresa a soffocare ogni
istinto. Quando si erano separate e lei era uscita per passeggiare e schiarirsi
le idee, non ce l‟aveva con Marta. Anzi, fra le lacrime si erano scambiate
anche un timido sorriso.
Quando arriva il turno di Luca, Corradi è al suo terzo caffè.
- Lei conosce il significato di questo simbolo? Era inciso sul corpo della
vittima-.
Corradi passa a Luca una fotografia. Corradi lo vede sorridere.
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-Sa cos'è quel simbolo? La prego di parlare. Abbiamo ancora molto lavoro
qui. Le indagini andranno avanti e se dovessimo scoprire che lei ha rilasciato
una falsa testimonianza o ha mentito su qualcosa saranno problemi.-E' l‟ideogramma giapponese che Giacomo ha sul petto, all‟altezza del cuore-.
Le pupille di Corradi si rimpiccioliscono impercettibilmente, lentamente si
passa una mano sul naso e poi sulla bocca, comprimendosi le labbra.
-E così sarebbe stato lui? E‟ stato proprio uno stupido, non crede? E‟ assurdo. Luca scuote la testa. –Ho tatuato io a Giacomo quell‟ideogramma, voleva
che rappresentassi la pace. Glielo ho fatto con piacere soprattutto dopo che
noi due siamo ritornati amici come una volta. Sa, lui amava segretamente
Marta, ma non poteva averla… Stava diventando davvero insistente, tanto
che Marta voleva denunciarlo. Ma poi ci ha chiesto scusa. Adesso mi sembra
tutto così ridicolo. Mi scusi…Luca si alza e respira forte.
-Agente, mi mandi subito Giacomo-. Lo interrompe Corradi.
Corradi guarda il volto paonazzo e gli occhi rossi del ragazzo che ha di fronte.
Giacomo non fa altro che mettersi le mani nei capelli e dire no. Eppure
Corradi sa del suo talento per il disegno, sa che quel simbolo potrebbe
davvero averlo disegnato lui sul corpo della ragazza morta, anche se era una
mossa estremamente stupida dato che quello stesso simbolo era tatuato
anche sul suo corpo. Perché avrebbe dovuto incastrasi così facilmente?
-Cosa rappresenta per lei quel simbolo?-Rappresenta la pace. La pace interiore. Sa, io sono uno che è spesso
inquieto, ma non ucciderei mai nessuno-.
-Glielo ha tatuato Luca?-.
-Si-.
-Ed è un bravo tatuatore, secondo lei?-Si, solo che non conosce il giapponese-. Giacomo sorride appena.
-Che vuole dire?-L‟ideogramma che mi ha tatuato non era esattamente come lo volevo. Mi
fece vedere il disegno, io lì per lì lo accettai, neanche io conosco così bene il
giapponese ma l‟idea mi affascinava perché mi piace la cultura orientale. Solo
dopo, a tatuaggio finito sul mio corpo, venni a sapere da mio cugino che Luca
aveva sbagliato un kanji. Un piccolissimo particolare in realtà… Così mi sono
fatto fare un‟aggiunta da un altro mio amico-.
- Mmh. Ha ancora quel disegno di Luca, con il tatuaggio originale?-Si, è nel cassetto della mia scrivania-.
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Quando Corradi torna a casa è talmente stanco che non bacia neanche la
moglie sulla testa, come fa sempre. Si butta sul letto e cerca di dormire.
Il mattino seguente Corradi si reca in casa dei ragazzi, nella stanza di
Giacomo, e osserva il disegno. Ha rimuginato tutta la notte. Sì, non ci sono
dubbi. Ma bisogna aspettare la scientifica.
Qualche giorno dopo, Corradi arresta Luca. L‟ideogramma sul corpo della
vittima è sbagliato, è esattamente come quel disegno originale. Luca non è
stato così attento da ricordarsi quel disegno. Voleva incastrare Giacomo.
Aveva ucciso Marta per gelosia, troppe persone volevano starle accanto e lui
la voleva solo per sé. Aveva inciso sul corpo della ragazza lo stesso simbolo
che Giacomo aveva addosso, così sarebbe stato fin troppo facile risalire al
colpevole. Con il suo piano, avrebbe preso due piccioni con una fava. La sua
ragazza e il suo migliore amico che l‟aveva tradito terrorizzando Marta. Ma il
piano non gli era riuscito.
Corradi quella sera tornò a casa e baciò la moglie sulla nuca. Aveva comprato
una bottiglia di vino buono e ora i due si accingevano a festeggiare in ritardo
il loro anniversario di matrimonio.
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Eclissi di luna - Western
Sfida a Fort West
di Edoardo
(Eleven Dark)
Il vento soffia forte. Il mio cavallo procede a passi lenti lungo il sentiero che
porta fuori da Fort West. Cappello sulla testa, volto chino e mesto: fuggire ti
fa sentire male, un vigliacco. Fuggire nel cuore della notte per non essere
visto, per non sentirmi dire ciò che sono e che so di essere. Provocare Jack
Manolesta non è stata una mossa furba. Sono un buon pistolero, ma Jack
Manolesta è il migliore. Quando mi ha sfidato a duello ieri sera al Saloon ho
avvertito già la sua pallottola nel petto; da allora non faccio altro che contare
il tempo che manca. Ma ora ho deciso, all‟alba, sotto la Torre dell‟Orologio, in
piazza, io non ci sarò. Sto scappando.
Non potrò più mettere piede a Fort West, e dio solo lo sa quanto mi piange il
cuore. Intanto galoppo verso il Mississippi. Dovrò attraversare il territorio dei
pellirosse. Lo sguardo di Jack Manolesta, scuro da sotto il cappello, è sempre
nella mia mente, lo trovo più delle nuvole in cielo. Lui ha ucciso più volte, io
non ho mai sparato ad un uomo anche se mi vanto di averlo fatto. Già
immagino Rid Scoot raccogliere le scommesse, sono tutti curiosi di vedere
quanto è veloce la mia mano, se sono bravo come dico. E lo sono. Ma non
abbastanza. Sparare contro qualcuno, un uomo, non è come abbattere un
bufalo.
Fort West è oramai alle spalle, verrò ricordato come colui che si è sottratto ad
una sfida, un vile e codardo. E quanto pesa l‟anima, ma ci tengo alla pelle più
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di quanto immaginassi! Anche se non ho mai dovuto dividere la mia ciotola di
fagioli con nessuno.
Le sponde del Mississippi sono fresche, e il rumore dell‟acqua che scorre mi
fa sentire appena un po‟ meglio; guado il fiume e sono dall‟altra parte. Oltre
si apre una nuova vita, l‟occasione per raggiungere la California; lì dicono ci
sia l‟oro e che le diligenze siano più facili da saccheggiare. Mi farò una nuova
vita, senza macchia né disonore.
M‟immergo nel fitto della foresta, cerco di non pensare. Ma i guai non sono
finiti. Il cavallo si ferma, davanti a me qualcuno che con un cenno della mano
ha ottenuto subito obbedienza dal mio cavallo, sempre restio nei miei
confronti ma abile a dare ascolto agli estranei; e dire che il buon fieno non
glielo faccio mai mancare, dannata bestiaccia. Alzo il cappello, è in penombra,
appena illuminata dalla luce della luna; ho appena fatto il primo incontro con
i pellirosse.
“Scendi”. Mi dice.
Poggio in terra piedi, sto già pensando ad una via di fuga per evitare ulteriori
problemi. Estrae un coltello da caccia dal tascone del suo abito. Non dovrei
avere problemi a disarmarla, ma devo restare calmo, potrebbero esserci
decine di indiani nascosti tra gli alberi, potrei essere sotto tiro. Ho sentito dire
che un Piuma al Vento non si muove mai da solo, soprattutto che è capace di
scoccare una freccia dritta al cuore anche a grande distanza. Il che mi fa
venire i brividi, almeno la pallottola di Jack Manolesta mi avrebbe steso sul
colpo senza la sofferenza dell‟agonia.
“Non ho cattive intenzioni, desidero solo passare dall‟altra parte”.
“C‟è la Bacon Road, viso pallido; perché attraversare proprio la foresta?”
La guardo negli occhi, come faccio a spiegare il perché? Ma è proprio in quel
momento che i suoi occhi mi indicano la via della sincerità.
“Sono un fuggiasco, sto cercando di salvare la pelle. All‟alba mi aspetta un
duello mortale, ma io non ci sarò a sparare; non perché sono un codardo.
Perché non sono un assassino”.
“Paura della morte? Falco Gigante è saggio, dice sempre che fuggire al
proprio destino porta la disgrazia. Ed io gli credo. Perché non hai fiducia in te
stesso?”
Un sorriso beffardo, ma che ne può sapere una incolta donna indiana dei
problemi di noi americani occidentali?
“Probabilmente perché fuggire è la scelta più semplice”.
“E non t‟importa di macchiare la tua coscienza?”
Mi viene vicino e mi punta il coltello sotto la gola, con un cenno mi indica di
alzare le mani. Il suo sguardo inizia a soffocarmi anche se non è brutale
come quello di Jack Manolesta. Sto ancora pensando alle conseguenze di un
mio eventuale gesto di ribellione quando lei sviscera la sua sentenza.
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“Viso pallido, se entrerai nella foresta sarà per restarci. Falco Gigante il
saggio non vuole che nessun cowboy scruti la nostra riserva e tantomeno i
villaggi. Vuoi fuggire dal tuo mondo? Bene, Terzo Occhio ti dice, diventa
schiavo dei pellirosse e potrai vivere con noi”.
“Mi stai chiedendo se voglio rinunciare alla mia libertà per servire la gente
della tua razza?”.
“Non avrai diritti, dovrai fare tutto ciò per cui ti adopereremo, non potrai
parlare né lamentarti. Sarai al pari dei nostri destrieri e vivrai con loro,
mangerai il loro stesso cibo. Venire meno alla promessa ti costerà prima
tortura e poi la vita. Prometti?”.
Sto seriamente pensando di disarmarla, rimontare a cavallo e proseguire lo
stesso per la foresta.
“Non lo fare”. Risponde lei. Mi ha letto i pensieri? Mi prende la mano, con il
coltello taglia i miei guanti di gomma e comincia a scivolare con la lama lungo
i segni della mia mano. Resto attonito, mi sfiora appena e sento calore.
“Stai zitto, viso pallido! E impara ad ascoltare”. Anticipa la mia perplessità.
“La tua linea di vita è lunga, non morirai tanto presto. A te la scelta, Terzo
Occhio non sbaglia mai”.
Osservo la mia mano, non ho mai creduto a indovini e stregoni, ma il sorriso
della minuta indiana mi sembra sincero, mi offre un‟alternativa. Ma a che
prezzo devo credere a lei?
Guardo di nuovo il cielo, è tardi oramai e tornare su Bacon Road adesso
significa rischiare di essere raggiunto da Jack Manolesta e dai suoi tirapiedi, i
loro cavalli corrono più del vento. Fremo nell‟ansia: o l‟indiana mi lascia
passare oppure non ho scelta.
“Torna indietro e battiti con il tuo uomo, viso pallido”.
Distendo le sopracciglia, poi mi lascio andare ad un sorriso amaro.
“Potresti scortarmi tu nella foresta, anche bendato”.
Scuote il capo. “Terzo Occhio non ama i cowboy, nemmeno i vili. Ma Terzo
Occhio non si ferma mai a parlare con i morti”.
“Che vuoi dire?”
Con le mani mi gira di spalle, la sua voce mi sussurra nuove verità.
“Paura del Destino sarebbe il tuo nome indiano, ma io non ho intenzione di
fare del male a Paura del Destino. Desidero che lui torni alla sua gente”.
Quando mi volto Terzo Occhio fugge dentro la foresta, il tronco dell‟albero su
cui stava appoggiata nasconde il teschio con il totem, sono proprio al confine
con le terre dei pellirosse. Forse Terzo Occhio mi ha avvertito del pericolo,
oppure mi vuole morto. Non capisco il motivo ma torno sui miei passi. E
quando mi vedono tornare da Bacon Road verso Fort West non mi
risparmiano le risate di scherno.
Inchiostro diVerso
Autori vari
“Wes, lo vuoi un consiglio fratello? Se stavi pensando di dartela a gambe, gira
il cavallo e vattene! Tra meno di un‟ora sarai un uomo morto”.
“Scappare io? Ero solo andato a fare due passi per liberare la mente. Jack
Manolesta non è nessuno. Io sono la pistola più veloce di Fort West”.
“E allora dimostralo, gringo!”
Non rispondo, anche se mi sarebbe piaciuto farlo. E quando mi trovo sotto la
Torre dell‟Orologio inizio a tremare, come posso vincere il duello se la mia
mano non è ferma? Manca un quarto d‟ora, ma ho scelto di morire da eroe.
Sono già in posizione con la mano pronta ad impugnare la pistola nella
fondina. Di lì a poco cominciano ad arrivare un po‟ tutti.
“Wes, sei pronto per un viaggio di sola andata all‟inferno? Wes, ce l‟hai un po‟
di denaro da parte… te lo dispongo io un funerale con i fiocchi”.
Sono tutti contro di me, d‟altronde Jack Manolesta fa più paura ed è meglio
non averlo per nemico. Sono io l‟idiota che l‟ha provocato. Come una
sentenza anche lui giunge sotto la Torre, puntuale. Si dispone alla giusta
distanza, siamo già io e lui dietro la solita riga: io da una parte, lui dall‟altra.
Alzo lo sguardo verso la Torre, il grande orologio segna le sei meno due
minuti. Lui ha l‟aria strafottente di chi si sente già vincitore.
“Come hai trascorso la notte Wes? Hai più palle di quanto immaginavo, avevo
fatto anche cambiare i zoccoli ai cavalli: una lucciola in sogno mi aveva detto
di averti visto lungo le rive del Mississippi”.
La sua mano pelosa si posiziona sulla pistola, sputa il sigaro che stava appeso
sulle labbra e concentra lo sguardo. “Che fai Wes, non favelli?”
Anche io sono pronto, la mano trema sempre di più ma adesso non
m‟importa. Li vedo intorno a me, sono tutti sicuri che Jack Manolesta abbia la
meglio ma in cuor loro nutrono la speranza che sia io a vincere. E‟ come se
mi sospingessero, se fossero pronti a tenermi ferma la mano. Io contro di lui,
e l‟ultimo giro della lancetta. Tra poco la resa dei conti. Il vento mi accarezza
i capelli e lascia volare il mio cappello, sono solo adesso con il destino in
mano. Gli ultimi dieci click sono i più violenti, anche Jack Manolesta ha
smesso di deridermi e si è fatto più attento e silenzioso. Mi viene da
sorridere, forse perché è l‟ultima cosa che farò e voglio che sia una cosa
bella. Sorridere appunto. Anche gli altri seguono con il fiato sospeso. Poi al
don dell‟orologio è un istante: afferro la pistola e senza paura la punto contro
di lui e faccio fuoco, senza pensare alle conseguenze. Un doppio bang mi
lascia trasalire. L‟istante successivo resto lì con la mano tesa e l‟arma che
fuma: dannazione, e chi se lo aspettava? Sono stato io il più veloce! Jack
Manolesta cade sulle ginocchia e piomba a terra tra lo stupore generale.
Raccolgo il mio cappello, lo rimetto al suo posto e soffiando sulla canna mi
godo il momento del vincitore.
“Tornate alle vostre case, signori; qui abbiamo finito”.
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INDICE DEI RACCONTI
Luna
Mese
Genere
Autore
Racconto
Luna nuova
Ottobre
2012
Narrativa
Horror
Foglia d'autunno
La legge del
contrappasso.
Luna
crescente
Novembre
2012
Narrativa
Romantica
*Nur*
Questo infinito
palcoscenico.
Luna aliena
Dicembre
2012
Narrativa
fantascientifica
Kira__
L'ultimo giorno
Primo quarto
Gennaio
2013
Narrativa del
mistero
›ich‹
La maschera del
demone
Primo quarto
Gennaio
2013
Narrativa del
mistero
Foglia d'autunno
Fumo, morti e
qualche cifra.
Gibbosa
crescente
Febbraio
2013
Narrativa
erotica
Lucio Musto
GENTILE
Luna
metropolitana
Marzo
2013
Cyberpunk
Erendal
Cybergirl Android
Luna
metropolitana
Marzo
2013
Urban Fantasy
Miss Loryn
ESP
Luna
metropolitana
Marzo
2013
Urban Fantasy
Noewle
Incantevoli rovine
Luna
metropolitana
Marzo
2013
Urban Fantasy
Foglia d'autunno
Games of Banks.
Luna piena
Aprile
2013
Thriller
MournfulCreatureOfTheDark Fantasmi
Luna calante
Maggio
2013
Narrativa
introspettiva
Deilantha
La sconfitta
Luna di fuoco
Giugno
2013
Narrativa
storica
Pecco73
Mio nonno disperso
in guerra: una storia
vera, seppur
romanzata
Ultimo quarto
Luglio
2013
Narrativa
Fantasy
Erendal
La Strega Rossa
[L'inizio]
Luna
sorridente
Settembre
2013
Narrativa
comica
MournfulCreatureOfTheDark Il pensatoio
Luna calante
Ottobre
2013
Avventura
Erendal
Shaya
Luna
investigativa
Novembre
2013
Giallo
Fairy Evelin
Scritto sulla pelle
(Heiwa)
Eclissi di luna
Dicembre
2013
Western
Eleven Dark
Sfida a Fort West
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